Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

L’ACCOGLIENZA

 

QUINTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Muri.

Schengen e Frontex. L’Abbattimento ed il Controllo dei Muri.

Gli stranieri ci rubano il lavoro?

Quei razzisti come…

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i lussemburghesi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i bulgari.

Quei razzisti come gli inglesi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli etiopi.

Quei razzisti come i liberiani.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i Burkinabè.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come i sudsudanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli emiratini.

Quei razzisti come i dubaiani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come gli azeri.

Quei razzisti come i russi.

 

INDICE TERZA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

La Storia.

L’11 settembre 2001.

Il Complotto.

Le Vittime.

Il Ricordo.

La Cronaca di un’Infamia.

Il Ritiro della Vergogna.

La presa del Potere dei Talebani.

Media e regime.

Il fardello della vergogna.

Un esercito venduto.

Il costo della democrazia esportata.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

Fuga da Kabul. Il Rimpatrio degli stranieri.

L’Economia afgana.

Il Governo Talebano.

Chi sono i talebani.

Chi comanda tra i Talebani.

La Legge Talebana.

La Religione Talebana.

La ricchezza talebana.

Gli amici dei Talebani.

Gli Anti Talebani.

La censura politicamente corretta.

I bambini Afgani.

Gli Lgbtq afghani.

Le donne afgane.

I Terroristi afgani.

I Profughi afgani.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i giapponesi.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come gli australiani. 

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i brasiliani. 

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Olocausto dimenticato. La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Gli olocausti comunisti.

E allora le foibe?

Il Genocidio degli armeni.

Il Genocidio degli Uiguri.

La Shoah dei Rom.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Chi comanda sul mare.

L’Esercito d’Invasione.

La Genesi di un'invasione.

Quelli che …lo Ius Soli.

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Due “Porti”, due Misure.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Tunisia?

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Quei razzisti come i giapponesi.

Mako sposa senza festa. Il Giappone nasconde le nozze della vergogna. Gaia Cesare il 26 Ottobre 2021 su Il Giornale. Oggi l'unione borghese: la principessa perderà il titolo. Paese diviso e casa reale in imbarazzo. In fuga dal castello dorato, che era da tempo diventato una gabbia dorata. In fuga verso New York, Stati Uniti, dove il futuro consorte lavora per uno studio legale. In fuga dal suo Paese, il Giappone, dalla somma istituzione che lo rappresenta, l'Impero, e dalla sua stessa famiglia, lasciandosi alle spalle il titolo e pure l'appartenenza alla Casa imperiale. La principessa Mako, nipote dell'imperatore Naruhito, 30 anni compiuti appena due giorni fa, sposa oggi il suo compagno di università, il borghese Kei Komuro, e in uno dei riti più tradizionali compie una rivoluzione che lascia una ferita profonda nella Famiglia imperiale ma anche una traccia indelebile nella società giapponese, entrambe fieramente ingessate in abitudini millenarie. Figlia del principe ereditario Akishino, fratello dell'imperatore Naruhito ed erede al trono, la principessa Mako da oggi rinuncia a tutto per amore, dopo aver deciso di convolare a nozze con un uomo che non ha origini nobili e nel dissenso generale, accusata di aver anteposto gli interessi personali alla dinastia. Addio al titolo di principessa, addio anche alla successione dei suoi eventuali figli al trono, per realizzare - come aveva rivelato dopo l'annuncio del fidanzamento, nel 2017 - una «bella e affettuosa famiglia piena di sorrisi» e scappare dalle malelingue che in patria, a causa dei commenti al vetriolo sul suo matrimonio borghese, le hanno causato un disturbo da stress post-traumatico, come ha raccontato un assistente della principessa dando l'annuncio delle nozze a inizio ottobre. Niente cerimonia solenne, ma solo un rito civile, niente banchetto, nessuna tradizione come lo scambio di doni tra famiglie degli sposi (Nosai no Gi) oppure l'incontro ufficiale con l'imperatore e la consorte prima del matrimonio (Choken no Gi). Mako ha deciso di rinunciare perfino alla somma che la legge imperiale giapponese prevede per chi decida di sposare un commoner: 150 milioni di yen, circa 1 milione e 150mila euro. Più che una cerimonia, il matrimonio ha il sapore di una fuga, attesissima visto che le nozze sono state rinviate due volte dopo un fidanzamento cominciato otto anni fa. Il primo rinvio è del 2017, anno dell'annuncio, quando si reputò che non fosse opportuno festeggiare a breve distanza dall'abdicazione del vecchio imperatore Akihito, considerata un grave imbarazzo per la Famiglia Reale. Il secondo slittamento arrivò nel 2018, quando si scoprì che la madre dello sposo - udite udite - aveva osato indebitarsi con l'ex marito per coprire le tasse scolastiche del figlio. Un imbarazzo tutto giapponese, poi la pandemia ha fatto il resto fino a quando non è arrivato il via libera alle nozze del principe ereditario Akishino, padre della sposa, nel 2020. Adesso l'agognato momento è arrivato. Scambio di anelli e fuga per New York. Un po' borghesi come la commoner Kate di casa Windsor quando sposò William e un po' americani come Harry e Meghan in fuga dalla Gran Bretagna. Dopo la scambio degli anelli è prevista una conferenza stampa. Gaia Cesare

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 27 ottobre 2021. Non è stato un matrimonio da fiaba reale, piuttosto il tentativo di uscire da un brutto incantesimo: «Per sopravvivere dovevamo sposarci», ha detto lei. La principessa Mako, nipote dell'imperatore del Giappone, ha potuto finalmente sposare il giovane avvocato «plebeo» Kei Komuro. Hanno trent' anni, erano innamorati da dieci, promessi sposi da quattro, costretti a diversi rinvii e a una lunga lontananza per uno stillicidio di accuse, critiche e astio. Il matrimonio tra Mako e Kei non è stato celebrato con il fasto imperiale, sfilate, sciabole, pennacchi e paggetti, ma solo registrato all'ufficio dell'anagrafe. Così vuole la legge che custodisce la sacralità del Trono del Crisantemo: le principesse che sposano un uomo del popolo, un borghese, sono escluse dalla famiglia imperiale, perdono il titolo e se avranno figli maschi, questi non entreranno nella linea di successione. Anche ieri molti «benpensanti» in Giappone non hanno esultato per il lieto fine di questa storia molto tormentata; in un parco di Tokyo c'è stata una protesta con cartelli contro «Kei, opportunista e arrampicatore sociale». Il clima da caccia alle streghe era stato alimentato dai tabloid, che quattro anni fa avevano scoperto un presunto scandalo di vile denaro a carico della madre di Kei. Ma dietro la valanga di fango scaricata sul giovane c'era l'accusa di non essere all'altezza di un matrimonio imperiale. Nelle ultime settimane, la stampa popolare ha rinfacciato al fidanzato anche la scelta di un gessato scuro invece di un completo nero quando andò a far visita ai suoceri-principi; sui social media si sono rincorse voci su cattivi auspici incombenti sulle nozze: l'eruzione di un vulcano, una scossa di terremoto (che sono fatti ricorrenti e comuni in Giappone), anche il malore di un anzianissimo nonno materno di Mako. I due giovani si sono presentati alla stampa per cercare di chiudere le polemiche una volta per sempre. «Amo Mako e sogno solo di stare con lei per tutta la vita», ha detto Kei, che si è tagliato il codino. La (ex) principessa, in verde acqua molto semplice, arricchito solo da un filo di perle, ha letto ai giornalisti una frase scritta: «Mi rendo conto che ci sono opinioni diverse sul nostro matrimonio. Mi spiace molto per le persone a cui abbiamo dato disturbo. Sono grata a coloro che si sono preoccupati per noi e ci hanno sostenuti senza lasciarsi confondere da informazioni infondate che mi hanno portato grande tensione, paura e tristezza». Mako non ha accettato domande in diretta davanti ai microfoni, perché è schiacciata dall'ansia: il mese scorso le hanno diagnosticato «sindrome da stress post traumatico», un male oscuro che in passato ha colpito anche Masako, la moglie dell'imperatore, messa sotto pressione per non essere riuscita a dare al Giappone un figlio maschio capace di ereditare il trono. Ora lei si chiama Mako Komuro, ha preso il cognome del marito come vuole la legge. Andranno a vivere e lavorare a New York. È una fuga dalla frenesia che ha cercato di impedire la loro unione. Avevano annunciato il matrimonio imminente nel 2017. Ma scoppiò uno scandalo. Una questione di denaro che coinvolgeva la madre del ragazzo che, rimasta vedova, aveva ricevuto dal nuovo compagno 30 mila dollari, usati a quanto pare per gli studi di Kei negli Stati Uniti; poi la loro relazione era finita e l'uomo le aveva chiesto indietro la somma, che lei si era rifiutata di restituire. La faccenda è finita in tribunale e soprattutto sulle prime pagine dei tabloid giapponesi, con grande esecrazione. Scrissero che in realtà Kei puntava a diventare ricco e famoso, a mettere le mani sulla «buonuscita imperiale» che sarebbe spettata a Mako: 150 milioni di yen (1,1 milioni di euro). Nel 2018 l'Agenzia imperiale rinviò le nozze al 2020, per dare tempo alla vertenza di chiudersi. Nel 2020 è arrivato il coronavirus, che sconsigliava ogni cerimonia. Per sgomberare il campo dal denaro, Mako ha rinunciato ai 150 milioni di yen di dote. Mentre Mako e Kei fuggono all'estero, la Famiglia imperiale è a corto di eredi al trono, che debbono essere maschi. Sono solo tre: lo zio ultraottantacinquenne dell'imperatore Naruhito; il fratello Akishino, 55 anni e suo figlio Hisahito, 15, fratello minore di Mako.

La direttiva ministeriale a Tokyo. Stop ai colori nel braccio della morte, in Giappone vietati pastelli e temperamatite. Sergio D'Elia su Il Riformista il 15 Ottobre 2021. Un quadretto raffigura l’incontro di tre pesci in una bolla di vetro, uno rosso, uno bianco e nero, uno marrone. I tratti sottili disegnati da punte di matita di colore diverso creano un’immagine un po’ infantile ma significativa di uno stato d’animo. Forme di vita sospese in uno spazio senza orizzonte, in un tempo senza futuro. È forse questo il suo disegno più autobiografico. Akihiro Okumoto ha 33 anni ed è nel braccio della morte del centro di detenzione di Fukuoka. Aveva 22 anni quando ha ucciso con un coltello e un martello la moglie di 24 e la suocera di 50 nella sua casa nella città di Miyazaki nel marzo 2010. Ha anche ucciso suo figlio di 5 mesi strangolandolo e annegandolo in una vasca da bagno, seppellendo poi il suo corpo in un cortile vicino. Un disegno dedicato alla pace mostra proprio un bimbo piccolo che prova a prendere due farfalle, una azzurra e una più scura: ha gli occhi grandi neri, le gote rosa e veste un pannolino a pois e calzini verdi. Coltello e martello, le armi del delitto, sono ormai sotto chiave in un cassetto dei reperti di reato del tribunale che lo ha condannato a morte. Per dieci anni Okumoto ha usato armi diverse, leggere, colorate: le sue mani nude e le sue amate, inseparabili matite a colori, per lui vitali per disegnare animali e piante della città natale, il ricordo delle feste della semina del riso, gli uccelli variopinti, i ciliegi rosa in fiore in un mare di verde, le colline e altri paesaggi. Un disegno illustra un ciuffolotto maschio dal piumaggio rosa, celeste e nero, posato su un ramo di fiori di ciliegio. Un’altra immagine mostra due girasoli in un cielo azzurro: c’è il giallo oro dei petali che sfuma nell’arancio scuro della parte centrale, c’è il verde del fusto e delle ampie foglie. Il girasole è il fiore del cambiamento, della vita che volge, tramonta alla fine del giorno e rinasce ogni volta alla luce del sole. Col tempo anche i sentimenti dei famigliari di Akihiro Okumoto verso la sua punizione sono cambiati dopo che la sua condanna a morte è diventata definitiva nel 2014. Nell’aprile del 2017, un membro della famiglia delle vittime ha avanzato una richiesta di clemenza e chiesto un nuovo processo perché ora vuole che Okumoto espii i suoi crimini vivendo piuttosto che morendo. Per anni, il condannato a morte per omicidio ha disegnato immagini usando un set di matite a 24 colori, ha venduto i suoi disegni tramite i suoi sostenitori e ha inviato i profitti ai membri della famiglia in lutto. Ma un giorno, nell’ottobre 2020, il Ministero della Giustizia, nell’ambito di una “una revisione generale delle regole relative alla sicurezza”, ha rivisto la direttiva che stabilisce quali oggetti possono usare i condannati a morte. Così, le matite colorate e i temperamatite personali sono stati vietati. I colori dominanti nei bracci della morte sono ritornati a essere quelli monotoni, grigi e plumbei dei corridoi, delle celle, delle sbarre. Akihiro Okumoto, per riavere le sue matite e, con esse, i colori della sua nuova vita, ha intentato una causa al governo nazionale. Ha chiesto al governo di revocare la riforma delle direttive carcerarie che vietano l’uso di matite colorate, perché la nuova direttiva viola la sua libertà di espressione garantita dalla Costituzione giapponese. La prima udienza del processo avviato da Okumoto si è tenuta presso il tribunale distrettuale di Tokyo il 7 ottobre scorso. Il governo ha chiesto alla corte di archiviare il caso in quanto le direttive sono “ordini di servizio all’interno di un’organizzazione amministrativa e pertanto non devono essere oggetto di un ricorso giurisdizionale”. Rispetto alle matite meccaniche e ad altri strumenti di scrittura consentiti nei centri di detenzione, il rischio che uno faccia del male a se stesso o ad altri con matite colorate non può dirsi eccezionalmente alto. Per Okumoto, quindi, vietare totalmente l’acquisto delle matite è una restrizione crudele e insensata. Per lui, condannato a stare nel braccio della morte fino al giorno dell’esecuzione, disegnare immagini usando matite colorate significa riflettere sulla gravità del delitto commesso ed “evadere” dal rigore del castigo inflitto. Per lui significa anche, per quanto umanamente possibile, riparare il danno arrecato alle famiglie che hanno perso i loro cari. Lasciate a Okumoto, detenuto nel braccio della morte, almeno la facoltà di immaginare una vita a colori. Lasciatelo disegnare girasoli nel cielo azzurro e seguire con loro i raggi del sole. Per lui sarebbe un modo di sentirsi vivo anche nel luogo dove la vita è stata condannata a morte. Sergio D'Elia

La principessa Mako rinuncia a titolo e buonuscita per il suo amore borghese. Alessandra Muglia su Il Corriere della Sera il 27 settembre 2021. Dopo tre anni di intoppi e due rinvii, ormai è questione di giorni per le nozze tra la principessa e il suo fidanzato borghese. Mako, primogenita 29enne di Akishino, il fratello dell’imperatore giapponese e suo erede al trono, convolerà ad ottobre con Kei Komuro, l’ex compagno di università suo coetaneo che la colpì per il suo «sorriso come il sole». Lui le chiese la mano nel 2013, attratto da come «lei si prende cura di me, con calma, come la Luna». Ad avallare la notizia del matrimonio imminente, divulgata dai media nipponici, il fatto che il giovane sia appena rimpatriato da New York: non rientrava in Giappone dall’agosto 2018, quando si era trasferito negli Usa per una specializzazione in legge. Komuro è stato fotografato ieri al suo arrivo all’aeroporto di Tokyo con i capelli raccolti in una coda. E sono piovute critiche per quell’aria troppo sbarazzina che poco si confà, secondo gli standard giapponesi, a chi si sta unendo a una rampolla della famiglia imperiale. Vero è che Mako, per amore, perderà il titolo reale. Komuro a Tokyo. Non solo. La principessa ha deciso di rinunciare pure all’indennizzo — valutato intorno ai 152 milioni di yen (1,17 milioni di euro) — previsto per le donne della casa imperiale per garantire «il mantenimento di una vita dignitosa» dopo l’allontanamento dalla famiglia. Si tratterebbe della prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale che il compenso non viene corrisposto. Mako, a quanto pare, non vuole prendere soldi pubblici per un’unione che ha spaccato la società giapponese, soprattutto per la serie di annunci e smentite che l’ha preceduta. Nel novembre 2017 l’Agenzia imperiale aveva annunciato il fidanzamento ufficiale con nozze nel breve periodo, ma pochi mesi dopo, nel febbraio 2018, il programma è stato rettificato per «la mancanza di una adeguata preparazione per un evento di tale portata». Nel Sol Levante molti ipotizzarono che si voleva evitare di celebrare l’unione troppo a ridosso dell’abdicazione dell’imperatore Akihito. Poi però nel 2019 le nozze sono slittate di nuovo e stavolta per un motivo meno edificante: la situazione finanziaria disastrosa in cui versava la madre di Komuro. La donna si sarebbe indebitata con l’ex marito per coprire le tasse scolastiche del figlio. Un pasticcio imbarazzante per la famiglia imperiale, che ha diviso l’opinione pubblica ma non ha fatto desistere Mako. A fine 2020 suo padre, il principe Akishino, si è espresso a favore delle nozze, mettendo fine alle perplessità. Il matrimonio dunque si farà, a ottobre: la data verrà forse comunicata nella conferenza stampa che Komuro e Mako terranno alla fine della quarantena di due settimane imposta a chi rientra in Giappone dall’estero. A quanto risulta, non è prevista una cerimonia solenne. Mako non vorrebbe nemmeno, ha reso noto l’agenzia giapponese Kyodo, i riti con cui di solito le principesse abbandonano i propri diritti e status dinastici per sposarsi: nessun «Nosai no Gi», la festa con lo scambio di doni tra le famiglie dei promessi sposi e nessun «Choken no Gi», l’incontro con l’imperatore e consorte prima del matrimonio. Dopo le nozze Mako lascerà la residenza al centro della capitale e seguirà il marito con la coda verso una nuova vita a New York.

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" il 4 settembre 2021. Prima delle seconda guerra mondiale il Giappone annoverava più di 90.000 geishe, divise in migliaia di case di accoglienza disseminate per l'intero paese. Oggi i ranghi sono ridotti a poche centinaia, confinate in ristoranti d'alta classe che organizzano banchetti per i ricchi e per i turisti. Le specialità artistiche sviluppate dalle donne che scelgono questa professione sono in declino, e le limitazioni imposte dall'epidemia di Covid rischiano di seppellire una delle arti più antiche ancora coltivate nell'isola asiatica. La Cnn ha di recente dedicato ai fiori di Tokio, questo il nome con le quali le professioniste dell'accoglienza erano conosciute nel loro periodo d'oro, un articolo che passa in rassegna le trasformazioni che la professione ha subito nel corso degli anni, fino alle condizioni di precarietà nelle quali versa al momento. Le geishe sono l'incarnazione di canoni estetici accumulati nel corso di secoli, e che in gran parte erano già formati in Giappone prima della fine del primo millennio. Nella accezione più moderna sono ragazze che le famiglie indigenti destinano alla professione per salvarle da una vita di stenti. «Le geishe erano un grande business e parte integrante della società, ma ora sopravvivono solo come cultura da preservare», spiega Hisafumi Iwashita, professore alla Kokugakuin University. Le geishe sono tenute a rimanere celibi, ma possono lavorare finché vogliono senza andare in pensione. È ciò che sta facendo, a 80 anni, Ikuko, che non solo è a capo dell'Akasaka Geisha Association, ma è anche una geisha praticante. «Stiamo lottando per la sopravvivenza - spiega Ikuko - Tutto quello che possiamo fare è allenarci costantemente per essere pronti a esibirci in qualsiasi momento». Ma mentre il futuro è incerto per molti nel settore, la ottantenne Ikuko affermato che la professione le ha dato l'indipendenza economica, liberandola dalla pressione della società per sposarsi e fondare una famiglia. «Questo è il miglior lavoro che una donna possa avere, sono in buona salute e di buon umore fino a questa età. Non ho rimpianti per aver scelto di diventare una geisha». L'apprendistato dura più di un anno, durante il quale le candidate sono istruite al canto e al trucco cosmetico, ma anche all'arte della conversazione colta. Le geishe devono saper danzare e mostrare un portamento impeccabile nei movimenti. Una volta formata, il fiore è la quintessenza della raffinatezza. La sua presenza arricchisce l'ambiente e propizia le trattative tra i clienti maschi, sia nel commercio che nella politica. Il luogo che le raccoglie oggi è il ryotei, il ristorante di lusso di gusto tradizionale nei quali si svolgono i banchetti. I clienti siedono a gambe incrociate dopo aver rimosso le calzature intorno a tavolini bassi, e le geishe si muovono intorno a loro con la grazia di movimenti levigati dalla ripetizione ossessiva. Nel corso dei secoli alcune di loro sono assurte ad un tale livello di celebrità e di riverenza da diventare tesoro nazionale vivente, la massima onorificenza artistica insignita dal governo giapponese. Tale stato sociale è oggi minacciato da una parte dalla democratizzazione della professione. I banchetti organizzati dalla classe ricca e aristocratica sono sempre meno numerosi. Al loro posto sono i turisti stranieri affluenti a riservare i ryotei, e i consigli aziendali, a volte anche composti da sole donne. L'emancipazione della società giapponese ha reso poco rilevante l'immagine di una donna-ancella perfetta, specializzata nel servire e nell'accudire il piacere e l'intrattenimento del maschio intorno ad una tavola. L'epidemia ha poi aggravato la crisi del settore. Le geishe vengono pagate sulla base degli ingaggi, e il numero dei banchetti è caduto drasticamente negli ultimi due anni.

I documenti del 1948. Dopo 70 anni risolto il mistero di Hideki Tojo, il primo ministro giapponese durante la seconda guerra mondiale. Elisabetta Panico su Il Riformista il 17 Giugno 2021. Si è risolto il mistero delle ceneri di Hideki Tojo, il primo ministro giapponese che ha guidato lo sforzo bellico del suo paese durante la seconda guerra mondiale. Per più di 70 anni, la posizione dei resti è stato un mistero. Tojo, fu condannato per crimini di guerra da un tribunale internazionale. A fare la grandiosa scoperta è stato un professore giapponese Hiroaki Takazawa, che ha cercato nei documenti declassificati negli archivi nazionali degli Stati Uniti. Alla fine della sua ricerca, il professore ha scoperto che le ceneri del primo ministro sono state sparse nell’Oceano Pacifico poco dopo la sua esecuzione come criminale di guerra di classe A. Il professor Takazawa ha affermato di essersi imbattuto “per caso” nei documenti mentre svolgeva ricerche sui criminali di guerra. I suoi studi sono iniziati nel 2018 presso la National Archives and Records Administration degli Stati Uniti nel Maryland. “Non ero sorpreso, perché avevo sentito ‘voci’ che le loro ceneri fossero state disperse in mare”, ha scritto il professor Takazawa via e-mail, riferendosi a Tojo e ad altri sei criminali di guerra giustiziati il ​​23 dicembre 1948. Ha fotografato i documenti con il suo iPad, e li ha mostrati nelle interviste fatte dai notiziari giapponesi durante questo mese. Tojo prima di essere arrestato dall’esercito americano aveva tentato il suicidio dopo che i bombardamenti atomici americani portarono il Giappone a dichiarare la sconfitta nel 1945. Sotto il suo potere, milioni di civili e prigionieri di guerra soffrirono e vennero usati come cavie per esperimenti.

Successivamente all’esecuzione di Tojo e gli altri criminali di guerra condannati nel dicembre 1948, l’esercito americano iniziò una missione per smaltire le loro ceneri. L’obiettivo era quello di impedire che i resti venissero trovati dai sostenitori. In un documento, datato 23 dicembre 1948, e contrassegnato come “segreto”, un maggiore dell’esercito americano di nome Luther Frierson scrisse: “Certifico di aver ricevuto i resti, di aver supervisionato la cremazione e di aver sparso personalmente le ceneri dei seguenti criminali di guerra giustiziati a mare da un aereo di collegamento dell’Ottava Armata”. Il maggiore Frierson aveva sparso le ceneri “su una vasta area” dell’Oceano Pacifico a est di Yokohama. Spargendo le ceneri dei criminali di guerra, come ha affermato il professore di storia giapponese all’Università di Harvard David L. Howell, nel rilasciare le ceneri nell’oceano, le forze statunitensi molto probabilmente hanno violato alle proprie regole. In un manuale del 1947 americano c’è scritto che i resti dovrebbero essere sepolti o dati ai parenti più prossimi, quando possibile, dopo le esecuzioni militari. Lo smaltimento dei resti di Tojo non ha impedito ai suoi sostenitori di cambiare idea riguardo il primo ministro giapponese. Molti di loro ancora oggi percepiscono le azioni del proprio paese come atti di autodifesa. Il professor Takazawa ha affermato che la reazione pubblica alla sua scoperta è stata travolgente. “Alcune persone hanno espresso simpatia per Tojo e gli altri criminali di guerra i cui resti sono stati dispersi. Altre persone mostrano rispetto per il governo degli Stati Uniti per aver tenuto questi materiali nella National Archives and Records Administration invece di distruggerli”. Hidetoshi Tojo, 48 anni, pronipote di Tojo, ha detto in un’intervista al New York Times che le rivelazioni del professor Takazawa hanno messo un punto al mistero della sua famiglia. Aveva sempre pensato che alcuni dei resti del suo antenato fossero sepolti a Ikebukuro, nel nord-ovest di Tokyo. Ma aveva anche considerato la possibilità che i resti di Tojo fossero stati dispersi nell’oceano, viste le voci che erano circolate in Giappone. “Il mio bisnonno ha detto che la storia approderà sempre nel posto giusto”, ha detto il signor Tojo, senza esprimere la propria visione del ruolo del suo antenato nella storia. “Ora finalmente, dopo 75 anni, mi sento bene a pronunciare il mio nome Tojo ad alta voce. Questo tabù è cambiato nel corso degli anni”. Infine ha dichiarato che nonostante tutto è contento che il suo bisnonno fosse stato “restituito alla natura”.

Elisabetta Panico. Laureata in relazioni internazionali e politica globale al The American University of Rome nel 2018 con un master in Sistemi e tecnologie Elettroniche per la sicurezza la difesa e l'intelligence all'Università degli studi di Roma "Tor Vergata". Appassionata di politica internazionale e tecnologia

Antonio Palma per fanpage.it il 31 maggio 2021. Il macchinista di un treno alta velocità è stato punito e dovrà affrontare misure disciplinari dopo aver abbandonato la cabina di guida per alcuni minuti per andare in bagno, affidando i comandi al controllore che lavorava con lui ma che non è abilitato a guidare il convoglio. Il caso in Giappone a bordo di un cosiddetto treno proiettile Shinkansen. A rendere la storia ancora più singolare il fatto che nessuno avrebbe scoperto la breve pausa fisiologica se se il treno non avesse accumulato un minuto di ritardo. In un Paese famoso per la puntualità dei convogli, infatti, l'azienda ha subito avviato una inchiesta interna per capire dove era stato accumulato il ritardo e ha scoperto così il passaggio dei comandi non autorizzato tra colleghi controllando le telecamere interne. L'incidente è avvenuto lo scorso fine settimana, domenica 16 maggio, mentre il treno alta velocità Shinkansen trasportava 160 passeggeri lungo la trafficata linea Tokaido, che collega Tokyo e Osaka. Secondo quanto riferito, il conducente, un uomo di 36 anni, era alle prese con un mal di pancia quando ha chiesto al collega di prendere il suo posto mentre andava in bagno. Secondo la ricostruzione dell'azienda, la Japan Railways Group, intorno alle 8:15 ora locale, mentre il treno viaggiava tra la stazione di Atami e la stazione di Mishima nella Prefettura di Shizuoka, l'uomo si è allontanato lasciano il controllore ai comandi. Una procedura molto pericolosa visto che il treno viaggiava a circa 150 chilometri orari. Di conseguenza, entrambi i dipendenti sono nei guai. Secondo la procedura l'uomo avrebbe dovuto fermarsi in stazione per andare in bagno e in caso di urgenza avvisare la centrale e fermarsi. Il macchinista si è giustificato affermando di non essere andato in bagno alla stazione precedente perché non voleva causare un ritardo e quando il bisogno è diventato impellente non ha avvertito la centrale per vergogna. La direzione dell'azienda si è scusata con gli utenti, assicurando che il dipendente pagherà le "conseguenze" delle sue azioni.

Cristian Martini Grimaldi per “La Stampa” il 19 marzo 2021. La battaglia si è consumata in un’aula del tribunale di Osaka: «Sono stata discriminata per il colore dei miei capelli». Il racconto di una ex studentessa ha svelato una pratica abituale nelle scuole giapponesi: imporre agli alunni la tonalità oltre che l’acconciatura. La giovane, espulsa di fatto dal suo istituto, nonostante la mediazione dei genitori, è stata risarcita con l’equivalente di tremila dollari, per lo «stress emotivo». Ma i giudici sono stati chiari, non c’è spazio per la fantasia: «La scuola ha tutto il diritto di imporre queste regole». Lo scopo è quello di evitare ribellioni giovanili, anche nell’estetica. Così anche la gradazione del nero diventa decisiva e chi non si adegua è fuori. Quasi la metà delle scuole superiori pubbliche di Tokyo richiede agli studenti i cui capelli non sono neri corvino e lisci, di presentare una certificazione ad hoc per dimostrare che siano effettivamente naturali e non tinti o con la permanente, e questo vale anche per i figli di immigrati o di genitori di etnie diverse da quella nativa dell’arcipelago. Quando nel 2018 il caso della ragazza di Osaka è arrivato per la prima volta in tribunale, c’è chi addirittura ha avviato una campagna online (“Stop Extreme School Rules”) che ha raccolto 60.000 firme per chiedere al governo di rivedere alcune di queste regole (intimo e calzini bianchi, sopracciglia non curate) le cui ragioni perfino gli stessi studenti faticano a capire.

L’uniformità di gruppo. Essendo un popolo erede della tradizione confuciana, il concetto di uniformità di gruppo in Giappone (come in diverse altre nazioni asiatiche) non soffre dello stigma di «inibitore dell’individualità» come accade in occidente, ma è visto come uno strumento protettivo, un percorso di «binari fissi» che lubrificano lo scorrimento della vita sociale (gli scettici sono rimandati a sbirciare le statistiche della criminalità giapponese). Per districarsi tra le molteplici sfaccettature dell’esistenza il Sol Levante ha dunque previsto standard diversi rispetto ai nostri, il codice di abbigliamento è uno di questi. Il salaryman indosserà sempre la sua divisa classica, vestito scuro su camicia bianca. Un kimono richiesto per un'occasione formale non può essere semplicemente rimpiazzato con un paio di jeans, ciò che conta è il rispetto del contesto sociale e non il senso individuale di discomfort.

Questione di abbigliamento. In estate, uomini e donne indossano una forma casual di kimono chiamato yukata. Le yukata sono presenti anche nei resort termali (ryokan) tanto che tutti gli ospiti di un albergo tradizionale (anche gli stranieri che impazziscono per indossarne una) all’ora di cena si presentano vestiti con la stessa uniforme, diversa per colore per donne e uomini. Quando ragazzi e ragazze si presentano per lo shukatsu (reclutamento di laureandi) lo fanno seguendo manuali di istruzione che hanno imparato a memoria. Il manuale insegna cose per noi occidentali apparentemente sciocche come il rituale dello scambio dei biglietti da visita che ha una propria dinamica specifica. Ma anche la posizione che si sceglie durante un percorso in taxi denota il senso dell’ospitalità e delle buone maniere (la persona con lo status più alto deve sedere sempre direttamente dietro al conducente).

Gerarchia in ascensore. E chi pensa che si possa salire in ascensore distrattamente sbaglia di grosso. Anche qui è lo status di ognuno a stabilire chi entra ed esce per primo. L’albero più alto si spezza sotto il vento (kouboku wa kaze ni oraru) dice un vecchio proverbio giapponese. Insomma chi esce fuori dagli schemi, fosse anche per una meshes o un reggiseno colorato, va subito redarguito. Ma non per cattiveria, qui esiste la convinzione che sia proprio per il bene del singolo e difficilmente basterà una petizione sul web per cambiare le cose.

Luciana Grosso per "it.businessinsider.com" il 26 febbraio 2021. Che la piaga dei suicidi sia diffusa e grave, in Giappone, si sa. Quel che non si sapeva era che il Covid, tra le sue mille rovine, avrebbe portato non solo un aumento dei tassi di suicidio, ma anche che questi avrebbero riguardato soprattutto giovani donne. La ragione di questa ‘epidemia nell’epidemia’ non è chiara, ma il dato è drammatico: “Nel 2020- scrive BBC- per la prima volta in 11 anni, i tassi di suicidio in Giappone sono aumentati. La cosa più sorprendente, mentre i suicidi maschili sono diminuiti leggermente, i tassi tra le donne sono aumentati di quasi il 15%. In un mese, ottobre, il tasso di suicidi femminili in Giappone è aumentato di oltre il 70%, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente”. La ragione di tutto questo è ancora oggetto di studio, anche se la causa indiziata numero uno potrebbe essere legata al lavoro e all’economia, poiché  le industrie più colpite dalla crisi economica legata al CoVid sono quelle con maggiore incidenza di lavoratrici donne, spesso precarie: il turismo, la vendita al dettaglio e le industrie alimentari. È possibile che la crisi innescata dal corona virus abbia avviato una catena mortifera di depressione e ‘vergogna’ sentimento molto diffuso e molto grave in Giappone, che potrebbe aver portato numerose (troppe) donne a togliersi la vita.

La leggenda di Joichi Tomonaga: così si immolò per il suo Paese. La battaglia di Midway vista attraverso gli occhi di Joichi Tomonaga, pilota della Marina Imperiale Giapponese a bordo della portaerei Hiryu. Paolo Mauri - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale. Midway è un atollo corallino in mezzo all'Oceano Pacifico, a circa 1600 chilometri a ovest delle isole Hawaii, a “metà strada” tra il Giappone e la costa continentale degli Stati Uniti. Proprio per questa sua posizione strategica, nella vastità di quell'oceano, gli statunitensi ne hanno fatto una base di rifornimento per i “clipper” commerciali che volavano tra i due continenti negli anni '30 del secolo scorso. Parallelamente crebbe progressivamente anche la sua importanza militare (e questo dovrebbe far capire molto dell'uso duale, anche oggi, di certe installazioni), finché nel 1941 divenne una Naval Air Station, ovvero una base aeronavale dell'U.S. Navy. Quella che stiamo per raccontarvi oggi non è la solita storia di una delle più importanti battaglie del Secondo Conflitto Mondiale, bensì la storia di un uomo poco conosciuto, un giovane tenente pilota della Marina Imperiale Nipponica che vi partecipò perdendo la vita con un gesto estremo, in un certo senso antesignano di quei piloti spinti dal “Vento Divino” (la traduzione di kamikaze) che si infrangevano col loro velivolo sulle unità navali statunitensi in un ultimo disperato tentativo di fermare l'avanzata americana nel Pacifico.

Quell'uomo si chiamava Joichi Tomonaga, e questa è la sua storia. Tomonaga nasce il 9 gennaio del 1911, a Beppu nella prefettura di Oita. Dopo aver studiato al locale liceo, nell'aprile del 1928 entra all'Accademia Navale. A novembre del 1931 si diploma, come 59esimo del suo corso, e nell'aprile del 1933 ottiene la sua prima nomina entrando a far parte dell'equipaggio dell'incrociatore pesante Atago, della classe Takao, un vascello che affondò durante la battaglia del Golfo di Leyte nel 1944. A novembre dello stesso anno entra nella scuola di volo della Marina Imperiale e a luglio del 1934 ottiene “le ali”. Tomonaga però non va a finire sui caccia, ma diventa pilota di aereo d'attacco. A novembre dello stesso anno ottiene il suo primo imbarco su una portaerei, è la Akagi. Successivamente viene avvicendato e a dicembre del 1937 entra a far parte del gruppo di volo della portaerei Kaga. Tomonaga segue le sorti del Giappone, e pertanto partecipa, coi suoi commilitoni, alla guerra sino-giapponese guidando alcune incursioni delle forze da bombardamento della Marina Imperiale, contro alcune città principali cinesi. Nel giugno del 1938 viene nominato comandante di sezione, mentre poco prima dello scoppio della guerra nel Pacifico, a settembre del 1941, viene nominato comandante di squadra aerea. Gli eventi bellici lo colgono a bordo della portaerei Hiryu, con cui prende parte alle battaglie iniziali della campagna del Pacifico contro gli Alleati. In particolare, a bordo di questa unità, partecipa all'attacco su Pearl Harbor, alla conquista dell'isola di Wake e alla breve incursione del gruppo d'attacco della portaerei nell'Oceano Indiano. Nell'aprile del 1942 viene nominato comandante di stormo della Hiryu, legandosi indissolubilmente al destino dell'unità navale, che, di lì a pochi mesi, sarà coinvolta nella sua ultima grande battaglia. Proprio ad aprile, infatti, per uno scherzo del destino o forse perché il caso, a volte, non esiste, il raid ideato ed effettuato dal tenente colonnello Jimmy Doolittle che decollò alla testa di 16 bombardieri medi B-25 “Mitchell” dal ponte della portaerei Hornet per bombardare Tokyo, Yokohama, Kobe, Osaka e Nagoya, diede il via libera alla “operazione Mi” dell'ammiraglio comandante in capo della flotta nipponica, Isoroku Yamamoto. Stavolta l’obiettivo selezionato per l’operazione, malgrado le obiezioni di alcune figure legate alla Marina, era il piccolo atollo di Midway. Per confondere le acque e attirare gli americani in una trappola mortale, Yamamoto predispose un’azione diversiva sull’arcipelago delle Aleutine (operazione Al), obbligando i propri uomini a mantenere il completo silenzio radio: la riuscita del piano dipendeva infatti dal conseguimento dell’effetto sorpresa, condizione che venne a mancare nell’istante in cui i crittografi violarono anche l’ultima versione del codice Jn-25, nel maggio del ‘42, ma questa è un'altra storia, tutta americana. Il piano era, sostanzialmente, di sbarcare sull'isola in forze, per utilizzarne l'aeroporto e lo scalo marittimo per minacciare direttamente le Hawaii e la costa occidentale degli Stati Uniti, allontanando il più possibile così la possibilità che gli americani potessero spingersi verso il Giappone e le isole del Pacifico conquistate. Alla testa dell'imponente schieramento navale si trovavano quattro (Akagi, Kaga, Soryu e Hiryu) delle sei portaerei di squadra che componevano il Kido Butai, al comando dal vice-ammiraglio Chuichi Nagumo (per ironia della sorte uomo che nutriva scarsa fiducia nell’arma aerea). Più distante, dietro il gruppo d'attacco di Nagumo, a un intervallo compreso fra le 300 e le 600 miglia nautiche, navigava invece il resto della squadra d’invasione con le sue 9 corazzate, 15 incrociatori di vario tipo, 42 cacciatorpediniere, 7 dragamine e 12 trasporti truppe. Uno schieramento di forze imponente, ma del tutto inutile, come vedremo. Quando la squadra navale parte dalla baia di Hiroshima diretta verso Midway e le Aleutine (altro scherzo del destino per via degli ultimissimi eventi bellici), Tomonaga assume il comando dell'intera flotta aerea da attacco, in quanto il comandante Mitsuo Fuchida era stato messo fuori gioco da un attacco di appendicite. All'alba del 4 giugno, infatti, il giovane tenente di vascello decolla dal ponte della Hiryu per colpire, col suo velivolo B5N2 “Kate” l'atollo corallino: l'aereo di Tomonaga decolla insieme ad altri 132 velivoli da attacco con la scorta di 108 caccia Zero. Una potenza aerea enorme, che verrà sostanzialmente annientata entro la fine della giornata. Gli americani sanno che i giapponesi stanno arrivando, e fanno decollare la caccia di Midway, che viene letteralmente sterminata dagli Zero nipponici, ma l'attacco alla striscia d'asfalto dell'aeroporto è comunque poco preciso, forse per la foga o per la giovane età dei piloti giapponesi, e Tomonaga comunica “Kawa Kawa Kawa”, codice per richiedere un secondo attacco. Tale richiesta, insieme a una serie di coincidenze sfortunate, complicò il già difficile compito del viceammiraglio Nagumo, e contribuì a creare confusione sulle portaerei giapponesi nell'imminenza degli attacchi aerei americani. L'aereo del tenente viene colpito, forse dalla contraerea, e ha i serbatoi di carburante dell'ala sinistra sforacchiati, ma il pilota riesce comunque a tornare sulla Hiryu. Frattanto vengono scoperte le portaerei americane, che navigavano a nord est di Midway, e gli aerei nipponici rimasti sulle portaerei, che stavano per essere armati con bombe, vengono frettolosamente armati di siluri. Fattore che segnerà il destino delle quattro unità giapponesi. Mentre le unità stanno lanciando gli aerei, sulle loro teste piombano i bombardieri in picchiata della Task Force americana, e ne fanno strage. Sopravvive a questo primo assalto solo la Hiryu: Kaga, Akagi e Soryu, in fiamme ed in preda a gigantesche esplosioni date dalle bombe e dai siluri che esplodono nell'hangar, diventano presto un cumulo galleggiante di lamiere contorte e ardenti. In meno di 10 minuti il Kido Butai, che pochi mesi prima aveva colpito mortalmente la flotta americana a Pearl Harbor, è ridotto alla metà della sua forza. Alle 13:20 di quel giorno, gli aerei di Tomonaga ritornano sull'unica portaerei superstite. Alle 13:30, il “Tomonaga Thunder Squadron”, che si dice avesse a disposizione solo 10 aerei da bombardamento e sei caccia, guidati decolla dalla Hiryu per cercare di colpire le altre portaerei americane (la Yorktown era già stata colpita nel primo attacco nipponico). L'aereo di Tomonaga, però, ha ancora il serbatoio alare di sinistra bucherellato dai colpi americani, e la squadra dei meccanici di bordo non ha avuto il tempo materiale di ripararlo. Il tenente sale comunque sul suo B5N2, armato di siluro, per quella che sarà la sua ultima missione. Una missione che Tomonaga sa essere l'ultima, perché non avrà modo di ritornare alla portaerei anche se le sorti della battaglia dovessero miracolosamente mutare. Il pilota però, forse mosso dai primi aliti di quel “Vento Divino” che soffiò intensamente pochi anni dopo, non pensò minimamente alla sua vita, ma la offrì in olocausto per i suoi commilitoni, per la nave e per il Giappone. “Tutto per l'Imperatore”. Mentre le altre tre portaerei giapponesi stanno bruciando, si dice che l'ammiraglio comandante Tamon Yamaguchi, a bordo della Hiryu, vedendo Tomonaga salire sul suo aereo per una missione di sola andata, gli disse “la seguirei volentieri”. Chissà. Avendo in mente la statura e lo spirito di sacrificio di quegli uomini, è plausibile. Tomonaga è in volo, a cercare le altre portaerei americane per tentare di riequilibrare, disperatamente, le sorti della battaglia. La flotta nemica viene scoperta dopo un'ora in volo a un'altitudine di 3mila metri. Tomonaga ordina: “Totsure” (in formazione d'attacco). Il Thunder Squadron era diviso in due sezioni da cinque velivoli, la seconda guidata dal tenente Toshio Hashimoto. Tomonaga e gli altri piloti sono convinti di attaccare una seconda unità americana, credendo la Yorktown in fiamme, ma così non è: lo straordinario lavoro delle squadre antincendio e dei meccanici di bordo rimettono la nave in grado di combattere. I contrattacchi della caccia di scorta americana e il fuoco antiaereo sono estremamente feroci, e la sezione di Tomonaga attira i caccia. Il tenente si getta a pelo dell'acqua, puntando il quarto di poppa della Yorktown, ma alle sue spalle piomba un F4F Wildcat, pilotato forse da Jimmy Thach. Le mitragliatrici sparano. Tomonaga, nonostante il suo aereo sia gravemente danneggiato, mantiene la rotta e sgancia il suo siluro contro la portaerei. Subito dopo averlo fatto, la sua ala sinistra si spezza, probabilmente anche a causa dei danneggiamenti precedenti, e l'aereo si schianta in mare. Il suo siluro manca la Yorktown che però viene colpita da altri due: uno sganciato da Hashimoto. Un colpo fatale per l'unità navale americana, che la mette fuori combattimento definitivamente. La Yorktown, successivamente, viene affondata dal sommergibile giapponese I-168 mentre è a rimorchio di un cacciatorpediniere nel tentativo di tornare a Pearl Harbor. Anche la Hiryu, però, ha il destino segnato. Più tardi, quel pomeriggio, viene attaccata da una quarantina di bombardieri in picchiata Sbd Dauntless statunitensi e affonda. Joichi Tomonaga per l'eroismo in combattimento riceve una promozione di grado postuma. Oggi, nel suo luogo di nascita presso Noguchi Nakamachi nella città di Beppu, c'è un monumento commemorativo che lo ricorda. Nel cimitero municipale di Noguchihara è stata posta una tomba col suo nome, anche se il suo corpo è sepolto nelle profondità del Pacifico, non lontano dall'isola di Midway, dove tutta una serie di eventi, tra cui anche una buona dose di sfortuna, contribuì a mutare in modo irreversibile il corso della guerra del Giappone.

Saburo Sakai, la storia del "samurai del cielo". La storia di Saburo Sakai, il samurai del cielo dell'aviazione navale nipponica sopravvissuto alla guerra mondiale. Paolo Mauri, domenica 14/02/2021 su Il Giornale. “Nella Marina Imperiale imparai soltanto come diventare padrone del mio caccia e come uccidere i nemici del mio Paese. Questo fu il mio unico compito per quasi cinque anni, in Cina e nei cieli del Pacifico. Non conobbi altro genere di vita: ero solo un guerriero dell'aria”. Queste stringate parole che riassumono molto efficacemente il pensiero e la filosofia di vita dei piloti nipponici durante la Seconda Guerra Mondiale, sono di Saburo Sakai, il primo degli assi giapponesi ad essere sopravvissuto a quel conflitto sanguinoso. Sakai ha ogni diritto a definirsi un guerriero: la sua famiglia di contadini, prima del XIX secolo, apparteneva all'aristocrazia guerriera dei Samurai. Nato a Saga, nell'isola di Kyushu, il 26 agosto del 1916, Sakai cresce come un ragazzo ribelle che non riesce a esprimersi negli studi, pertanto, ad appena 16 anni, nel 1933 si arruola nella Marina Imperiale. Dopo un addestramento brutale, nel 1935 supera l'esame di ammissione alla Scuola di Artiglieria Navale e sei mesi dopo riceve il suo primo imbarco sull'incrociatore da battaglia Haruna, un'unità che ha combattuto in quasi tutti gli scontri navali maggiori della guerra nel Pacifico e che è stata affondata durante un attacco aereo nella baia di Kure il 27 luglio 1945, a pochi giorni della resa del Giappone. Sembra uno scherzo del destino, ma così come l'incrociatore, anche Sakai combatterà sino alla fine, come un vero Samurai. Nel 1937 Sakai fa parte dei 70 – su 1500 aspiranti – ammessi al corso di pilotaggio della Marina e qui il giovane dimostra di essere nato per quella vita: alla fine del corso è il primo classificato su 25 allievi rimasti. Comincia così la storia di uno degli assi della caccia giapponese, una storia che percorre tutta la guerra nel Pacifico e in Asia e che testimonia il valore non solo dell'uomo, ma di un'intera categoria: quella degli aviatori. Sakai viene inviato in Cina, dove il Giappone ha in corso un conflitto cominciato proprio nel 1937, e ai comandi del suo Mitsubishi A5M “Claude”, un caccia con carrello fisso e tettuccio aperto come da classico per le costruzioni dei primi anni '30, abbatte il suo primo aereo il 22 maggio 1938: un Polikarpov I-16 cinese. Sakai è fortunato: la sua inesperienza lo ha messo più volte in pericolo durante quel combattimento aereo, tanto che il suo comandante di stormo gli urla, letteralmente, che è un miracolo che sia ancora vivo. Il giovane però ha la stoffa del guerriero e affina le sue doti di pilota in breve tempo. Dopo un turno di riposo in patria, torna in Cina stavolta ai comandi dell'ultima creazione aeronautica di Mitsubishi: il caccia A6M tipo 0 modello 11, meglio noto come “Reisen” o Zero, che volò per la prima volta il primo aprile del 1939. Con lo Zero Sakai abbatte un secondo I-16 e ne distrugge un altro al suolo. Intanto la campagna di espansione nel Pacifico Occidentale del Giappone prosegue, e Sakai viene così spedito a Formosa a settembre del 1941, per prepararsi all'attacco alle Filippine, che sarà effettuato lo stesso giorno in cui la squadra di portaerei ai comandi dell'ammiraglio Nagumo attaccò Pearl Harbor, nelle Hawaii. Quella mattina dell'8 dicembre, il 7 nelle isole hawaiane, Sakai è di scorta con altri 44 caccia Zero a 53 bombardieri G4M che attaccano la base americana di Clark Field a Luzon. L'attacco coglie i velivoli americani a terra, che vengono falciati dalle mitragliatrici degli Zero, ma una pattuglia di P-40 riesce comunque a intervenire per cercare di contrastare i giapponesi. Sakai abbatte immediatamente uno dei caccia, facendo registrare la prima vittoria aerea in assoluto contro un velivolo americano della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico. Due giorni dopo Sakai è di nuovo in azione, e abbatte il suo primo bombardiere, un B-17 che viene attaccato frontalmente mettendo in pratica la tattica studiata da tedeschi e italiani per colpire efficacemente la Fortezza Volante americana pesantemente armata di mitragliatrici. L'avanzata nipponica è travolgente e punta alla Malesia: il 19 febbraio del 1942, nel cielo di Surabaja, 23 zero fanno strage di una cinquantina di caccia olandesi: Sakai in quella occasione ne abbatte 3 confermati giungendo, a fine mese, ad aver accumulato 13 vittorie totali, oltre a diverse non confermate. Il 12 marzo lo stormo di Sakai si trasferisce da Bali a Rabaul, nella Nuova Britannia, e quindi da qui a Lae, sulla costa orientale della Nuova Guinea, dove giunge l'8 aprile. L'11, mentre è in volo su Port Moresby sotto attacco nipponico, abbatte due P-39 Aircobra, e da quel momento comincia per lui, e per il suo stormo, un'intensissima attività che lo vedrà quotidianamente impegnato contro i caccia e i bombardieri statunitensi e australiani. Durante quella campagna Sakai fa registrare record su record: il primo maggio del 1942 abbatte un P-40 e due P-39 in soli 15 secondi di duello aereo, ma sarebbe meglio dire “di tiro al tacchino”, mentre il 16 giugno fa registrare quattro vittorie in un solo giorno. Intanto comincia la campagna di Guadalcanal, nelle Isole Salomone, e gli Zero affrontano i caccia F4F Wildcat dell'U.S. Navy. Il Wildcat è un velivolo inferiore sotto quasi tutti gli aspetti in confronto al Reisen, ma i piloti americani combattono con coraggio e aggressività. Proprio durante uno dei tanti attacchi nipponici alla testa di sbarco americana nell'isola, la fortuna sembra abbandonare Sakai. Una mattina 27 bombardieri G4M “Betty” scortati da 18 Zero giungono, a 4500 metri di quota, su Guadalcanal, e il pilota giapponese avvista una formazione di otto aerei, che al suo avvicinarsi si stringono invece di disperdersi: si tratta di aerosiluranti Tbf Avenger, un velivolo che Sakai non aveva mai visto prima e che, per le sue linee generali, può essere scambiato per un Wildcat dalla lunga distanza. Quando si accorge dell'errore è ormai troppo tardi, allora Sakai, a 300 metri dalla formazione, preme selvaggiamente il pulsante di sparo dei suoi cannoncini da 20 millimetri. Il suo Zero viene letteralmente investito da una grandinata di proiettili dalle mitragliatrici posteriori degli Avenger. I colpi mandano in frantumi il parabrezza dello zero, distrutto per circa i due terzi della sua grandezza, Sakai viene ferito alla testa e perde conoscenza. Per un miracolo, ma forse per l'aria fredda che entrava dal parabrezza distrutto, il pilota si riprende dopo che lo Zero aveva perso, precipitando, 3500 metri di quota ritrovandosi a 2mila metri di altitudine ancora col velivolo fuori controllo. Lasciamo ora che sia lo stesso Sakai a raccontare cosa successe in quei tragici momenti. “L'aereo stava precipitando fuori controllo quando d'un tratto pensai a un bombardamento suicida. Pensai che se devo morire tanto vale che mi porti dietro una nave americana. Ma non riuscivo a vedere nessuna nave! Non riuscivo a vedere nulla! Soltanto a quel punto mi resi conto che ero rimasto ferito al volto da alcune schegge e che ero cieco, ma stranamente non provavo alcun dolore”. L'aereo di Sakai, per miracolo, è ancora governabile e il pilota, dopo essersi vigorosamente strofinato gli occhi, riesce a recuperare la vista all'occhio sinistro in modo parziale. “Mi sembrava di guardare attraverso una pellicola rosso brillante, quando all'improvviso avvertii in testa un dolore lancinante. Mi tastati il capo e sentii la mano appiccicosa del mio sangue”. Sakai aveva infatti una profonda ferita al capo, che però, lo aiutò a restare lucido durante il volo di rientro alla base. “Incredibilmente mi sentivo lucido e iniziai a vederci meglio di prima, poi però sopraggiunsero ondate di debolezza e mi parve di sprofondare nel sonno”, il pilota allora si colpisce con un pugno in testa affinché il dolore possa tenerlo sveglio, tecnica che funziona alla perfezione perché Sakai, dopo un lungo ed estenuante volo, riesce ad arrivare in vista del suo aeroporto. Altrettanto miracolosamente il carrello e i flap dello Zero si estendono il pilota riesce ad atterrare. “Pilotai l'aereo come in trance, calcolando la quota e il rateo di discesa in base alla cime di un macchione di palme da cocco che riuscivo appena a distinguere, finché i parve di sentire le ruote toccare la pista e pensai 'sono tornato a casa!'”. Sakai viene estratto di peso dall'abitacolo del suo Zero, coi compagni che, battendogli sulle spalle, gli urlavano “Sakai! Sakai! Non dire mai muoio!”. Rimane in ospedale quasi un anno, ma alla fine di gennaio del 1943, è di nuovo in volo, ma per addestrare i giovani piloti. Il 20 giugno del 1944 viene spostato a Iwo Jima, per affrontare l'offensiva statunitense che con la tattica del “salto della rana” si sta avvicinando al territorio metropolitano giapponese conquistando isole su isole nel Pacifico Occidentale. Il 24 giugno Sakai si scontra per la prima volta col nuovo caccia dell'U.S. Navy, messo a punto proprio grazie alle esperienze fatte su uno Zero catturato: è F6F Hellcat, un caccia con un motore da 2000 Cv, più veloce in arrampicata rispetto all'A6M, corazzato (lo Zero non aveva corazzatura per risparmiare peso ma anche per la filosofia nipponica), più robusto strutturalmente e con serbatoi autosigillanti. Sostanzialmente un caccia superiore sotto ogni aspetto allo Zero eccetto per il raggio di virata. Sakai però, in quella occasione, grazie alle sue eccezionali doti di pilota riesce ad abbatterne due, giostrando disperatamente da solo contro 15 caccia americani che lo attaccano senza che un solo proiettile colpisca il suo Zero. I tempi del dominio del caccia che più di ogni altro è entrato nell'immaginario collettivo di quella guerra sono però finiti. Dopo l'Hellcat arriva l'F4U Corsair, un vero gioiello, che nelle mani dei piloti americani, diventati ormai veterani, spazza letteralmente via dal cielo i velivoli nipponici. L'avanzata degli alleati nel Pacifico spinge il Giappone sulla difensiva e lo stormo di Sakai torna in Patria: le missioni di scorta si fanno più rare e disperate, ma Sakai non molla, così come tanti altri suoi commilitoni che volano: il giorno stesso della resa abbatte, sempre ai comandi del suo vecchio Zero, un bombardiere B-29. La sua sessantaquattresima e ultima vittoria. Dopo la guerra, tra le mille difficoltà che ancora la vita gli riservò, in merito ai bombardamenti nucleari sul Giappone ebbe a dire: “se mi fosse stato ordinato di bombardare Seattle o Los Angeles per porre fine alla guerra, non avrei esitato. Quindi capisco perfettamente perché gli americani hanno bombardato Nagasaki e Hiroshima”. L'ultimo Samurai del cielo muore di infarto il 22 settembre del 2000, a 84 anni, dopo una cena ufficiale della Marina degli Stati Uniti in suo onore tenuta presso la Naval Air Station di Atsugi.

Tara Francis Chan per "it.businessinsider.com" il 12 gennaio 2021. Ogni anno, i giocatori d’azzardo giapponesi spendono 200 miliardi di dollari (171 miliardi di euro) in slot machine simili a dei flipper verticali chiamate pachinko. Questa spesa è 30 volte superiore alle entrate annuali del gioco d’azzardo di Las Vegas, il doppio del potenziale d’esportazione dell’industria automobilistica giapponese e più dell’intero Pil della Nuova Zelanda. In tutto il paese 10.600 sale gioco di pachinko attirano i giocatori con file e file di macchine colorate e lampeggianti. L’obiettivo è quello di far cadere il maggior numero possibile di sfere d’acciaio in una buca centrale facendo girare una singola ruota che controlla il modo in cui le sfere vengono sparate nella macchina, prima di rimbalzare contro i perni che la casa riconfigura regolarmente per assicurarsi che la sfera finisca sempre nella parte alta del flipper. Ma nonostante la loro popolarità, le sale pachinko operano in uno spazio non del tutto legale. Il gioco d’azzardo è stato per lo più bandito in Giappone con le sole eccezioni per le scommesse sulle corse dei cavalli e alcune gare automobilistiche. Min Jin Lee, l’autore di un libro di fantascienza ambientato in Giappone chiamato “Pachinko”, ha detto a Business Insider che le sale di pachinko usano una scappatoia avendo un passaggio intermedio tra la vittoria di sfere e la loro successiva conversione in denaro. “Ogni singola sfera equivale a una certa quantità di punti e quei punti vengono riscattati al contatore dei premi. Diciamo che puoi ottenere una saponetta o una borsa Hermes, a seconda di quanto vinci. Ma magari non vuoi avere 10 borse di Hermes o 100 saponette, quindi prendi le tue vincite e le converti in una somma in contanti “, ha detto Lee. Questo cambio di denaro prima era controllato dalla mafia giapponese yakuza, ma questo è cambiato in buona parte dei casi e Lee sostiene che in molti posti ora erigono una parete di vetro tra il banco dei premi e il cassiere. “Prendi le tue vincite che vengono convertite in, mettiamo, un disco di plastica e all’interno ci sarà una quantità effettiva di oro o argento, quindi la cosa ha un valore di mercato in sé ma poi quella cosa, il piccolo chip o il disco, viene convertito in contanti alla cassa”, ha spiegato Lee.

I giapponesi coreani controllano il business del pachinko. Quasi la metà di tutto il tempo libero in Giappone viene speso nelle sale di pachinko e l’industria assume più persone delle 10 principali case automobilistiche del paese. Uno dei più grandi operatori aziendali è Dynam, che gestisce 400 sale in tutto il paese che sono descritte come più pulite e silenziose rispetto alle sale tradizionali. Ma le sale sono in gran parte gestite dai giapponesi coreani, che hanno aperto la strada a questo business dopo la fine della seconda guerra mondiale. Durante il dominio coloniale, molti coreani avevano cercato lavoro o erano lavoratori forzati in Giappone e in centinaia di migliaia hanno dovuto affrontare l’isolamento e la discriminazione al termine della guerra. “La ragione per cui i coreani sono finiti nelle sale di Pachinko è perché non sono stati in grado di trovare lavoro altrove, quindi è diventato un posto di lavoro, un rifugio sicuro per le persone che non potevano raggiungere obiettivi regolari come essere un impiegato delle poste o diventare un camionista o ancora essere un insegnante “, ha detto Lee, aggiungendo che molte donne coreane hanno finito per lavorare nei ristoranti di barbecue coreani. “Le donne entrano nei servizi di ristorazione, gli uomini si dedicano al gioco d’azzardo e poi, di generazione in generazione, diventano molto importanti in questo ambito”. Lee ha trascorso cinque anni in Giappone mentre stava scrivendo il suo ultimo libro su una famiglia coreana multigenerazionale immaginaria ma ha intervistato diversi giapponesi coreani, a volte chiamati Zainichi, riguardo alle loro esperienze. “Non sapevo, fino a quando non ho vissuto in Giappone, che si trattava di un business dominato dai giapponesi coreani ma è anche considerata un’attività economica di seconda classe e in qualche modo volgare, sporca e pericolosa“, ha detto Lee aggiungendo che questo tipo di parole e atteggiamenti sono ancora comunemente associati ai giapponesi coreani, anche a quelli che hanno vissuto in Giappone per decenni. Sebbene molti coreani arrivati in Giappone nella metà del XX secolo provenivano da un paese unito, alcuni di questi ora sostengono il regime nordcoreano. Sung-Yoon Lee, professore di studi coreani presso la Fletcher School della Tufts University, ha stimato per il programma radiofonico Pri The World che i proprietari delle sale di pachinko hanno spedito centinaia di milioni di dollari alla Corea del Nord, quando il settore era al massimo del boom negli anni ’90.

Nei casinò stanno arrivando le sale di pachinko. Proprio come la popolazione del Giappone, anche il numero delle sale di pachinko si è andato restringendo. Ce ne sono quasi un terzo in meno rispetto al 2005, e le sale stanno sempre più cercando di attirare giocatori più giovani mentre il loro mercato invecchia rapidamente. Ma sono state introdotte nuove leggi per cercare di limitare le dipendenze dei giocatori tagliando di un terzo il premio massimo che ogni macchina può dare, il che significa che un giocatore non dovrebbe mai vincere più di 450 dollari (385 euro) nel corso di una sessione di quattro ore. Allo stesso tempo i legislatori hanno revocato il divieto del Giappone nei confronti dei casinò. Nel tentativo di controllare la dipendenza, i residenti locali verranno limitati a tre visite a settimana e dovranno pagare delle tasse per entrare ma è comunque previsto che i casinò rastrelleranno miliardi di profitti e tasse. Ogni anno, secondo il Financial Times, vengono ancora vendute 1,5 milioni di nuove macchine pachinko.

E le abitudini, anche se non sono dipendenze, sono difficili da rompere. “Un giapponese su undici ci gioca una volta alla settimana”, ha detto Lee. “Una volta alla settimana, quindi non è come se tu e io andassimo in uno di questi posti stupidi – non è come Vegas dove vai una volta all’anno o una volta ogni 10 anni e dici "Oh, sto andando a sposarmi quindi facciamo qualche pazzia". Non è affatto così”.

·        Quei razzisti come i sud coreani.

"Ho mangiato le mie vittime". La storia del serial killer con l'impermeabile. Rosa Scognamiglio il 15 Dicembre 2021 su Il Giornale. Yoo Young-Chul, l'assassino seriale di Seoul, uccise almeno 20 persone tra il 2003 e il 2004. Condannato alla pena di morte, attende da 17 anni l'esecuzione. Su Netflix la storia del "killer dell'impermeabile giallo". Aveva progettato di "uccidere 100 persone" e forse ci sarebbe riuscito, se la polizia di Seoul non gli avesse messo le manette ai polsi frenando la sua furia omicida. Venti furono le vittime accertate e per le quali Yoo Young-Chul, 35enne coreano, fu condannato alla pena di morte il 13 dicembre del 2004.

Nel 200, la rivista americana Life lo ha inserito tra i 31 serial killer più prolifici della storia (l'unico di origini asiatiche), secondo solo a Richard Ramirez (night stalker) e Jeffrey Dhamer (il cannibale di Minwaukee). La sua storia ha ispirato la trama di numerose pellicole cinematografiche tra cui "The Chaser" (2008), film del regista sudcoreano Na Hong-jin. Nell'ottobre del 2021 è sbarcata tu Netflix la docu-serie "Caccia al killer dell'impermeabile giallo" diretta da Joihn Choi e Rob Sixsmith, che racconta in tre episodi l'ascesa criminale di Yoo Young-Chul fino alla cattura.

L'infanzia e l'adolescenza a Seoul

Yoo Young-Chul nasce a Gochang, nella provincia sudcoreana di Jeolla, a circa 200 chilometri da Seoul, il 18 aprile del 1971. Figlio di una coppia di modesta estrazione sociale vive un'infanzia piuttosto turbolenta. I suoi genitori decidono di separarsi quando è ancora molto piccolo, affidandone le cure alla nonna materna. A sei anni va a vivere a Seoul col padre, reduce della guerra in Vietnam e gestore di un negozio di fumetti, che intanto si è risposato. In quella circostanza si ricongiunge ai suoi fratelli ma i rapporti con la matrigna, una donna dalle maniere forti, sono tutt'altro che idilliaci. A 8 anni decide di scappare insieme alla sorella minore per poi trasferirsi dalla madre che abita nel quartiere Mapo di Seoul, al tempo, tra i più poveri e malfamati della capitale sudcoreana. La casa in cui vivono è fatiscente: mancano l'acqua e la corrente elettrica. Nonostante le condizioni economiche disagiate, Yoo si impegna in modo profuso negli studi mostrando una spiccata inclinazione per le materie umanistiche. Ma a scuola, specie durante l'adolescenza, viene ripetutamente schernito dai compagni di classe per la sua povertà. Ha pochi vesti e per pranzo consuma quasi sempre una ciotola di riso con fagioli. Prova a reagire coltivando la passione per il canto e la pittura ma non può permettersi il liceo d'arte così, al termine delle medie, ripiega su un istituto tecnico. Tiene duro ma dentro di sé cova un sentimento di profondo disprezzo per quella società che sembra averlo condannato a una vita di stenti. Cresce, si fa uomo. Finché un giorno si scopre criminale.

I primi passi nel mondo del crimine

Non è ancora maggiorenne quando, nel 1988, Yoo mette a segno il suo primo colpo: trafuga dall'appartamento di un anziano benestante una chitarra e un mangianastri. Viene beccato con la refurtiva e finisce in un centro di detenzione minorile. Trascorrono 3 anni di inattività quando, nel 1991, riprende coi furti: ruba una macchina fotografica e del denaro contante da un ufficio. Anche stavolta, non riesce a farla franca e incassa una pena a 10 mesi di reclusione.

Una volta fuori dal carcere, in quello stesso anno, Yoo conosce la sua futura moglie: Ms. Hwang, una massaggiatrice di Seoul. I due convolano a nozze il 23 giugno del 1993 dando alla luce, l'anno successivo, il loro unico figlio. Ma le gioie coniugali e la paternità non distolgono Young-Chul dal desiderio di vendicare la propria condizione di emarginato sociale. Senza contare che ha necessità di sfamare la sua famiglia, vivono di stenti. Nel 1995 viene arrestato per detenzione di materiale pedopornografico mentre, nel 1998, finisce in carcere per aver falsificato il documento di identità spacciandosi per un ufficiale di polizia. Dopo due anni trascorsi in galera ritorna a piede libero. Comincia la discesa agli inferi.

Lo stupro e il periodo di detenzione

A marzo del 2000 Yoo Young-Chul viene arrestato per aver stuprato una ragazza di 15 anni. Sua moglie, che fino a quel momento gli era stata accanto nonostante i trascorsi turbolenti, chiede e ottiene il divorzio. Per il reato commesso, Yoo viene condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione presso il centro di detenzione di Jeonju. Durante il periodo di detenzione, il 35enne trascorre il tempo a studiare la vita di Jeong Du-young, un serial killer coreano che tra il giugno del 1999 e l'aprile del 2000 uccise 9 persone. Intanto il desiderio di rivalsa sulla società si inasprisce tramutando in furia omicida. Quando esce dal carcere, nel settembre del 2003, Yoo è profondamente cambiato. Ora ha in mente un vero e proprio piano criminale: uccidere 100 persone.

"Il serial killer dei treni fu libero di uccidere..."

L'ascesa criminale

È il 24 settembre del 2003 quando Yoo Joung Chul, tornato in libertà da soli 10 giorni, commette il suo primo omicidio. Nel piccolo monolocale in affitto alla periferia di Seoul, dove vive dopo la scarcerazione, fabbrica l'arma del delitto: un martello di circa 4 chili. Il 34enne è assetato di vendetta, un sentimento che intende assecondare passando sul cadavere di perfetti sconosciuti. Nel mirino finiscono anziani e famiglie facoltose su cui riversa tutto il rancore maturato durante il lungo periodo in cella. I primi a farne le spese, sono una coppia di coniugi 70enni, sorpresi nel loro appartamento di Gangnam-gu verso l'ora di pranzo: è quello il momento preferito dal killer sudcoreano per attaccare. I due vengono colpiti alla testa col martello e poi lasciati esanime in una pozza di sangue. Una settimana dopo, tra il 2 e il 16 ottobre, Yoo aggredisce mortalmente altre quattro persone. Tra il 4 e il 18 novembre miete due nuove vittime: fa irruzione in un appartamento di Jongro-gu (quartiere in vista di Seoul) uccidendo a martellate una donna di 57 anni e un anziano di 87 poi, brucia i cadaveri. In casa con loro c'è anche un bambino che però risparmia dalla mattanza.

Il killer del "gioco delle Coppie" che uccise oltre cento persone

La mutilazione dei corpi

Trascorrono due mesi dall'ultimo omicidio quando, nel dicembre del 2003, Yoo riprende la sua attività criminale. Stavolta si accanisce con massaggiatrici e giovani donne che sottopone a crudeli atrocità. II 34enne ha un nuovo modus operandi: attira la vittima nel suo appartamento e, a seguito di un rapporto sessuale, le fracassa la testa col martello. Il cadavere viene poi mutilato, fatto a pezzi (in 16/18 parti secondo quanto racconta il documentario Netflix) e i resti gettati in prossimità del tempio di Bongow, a Seodaemun-gu. È lì che la polizia ritrova alcuni dei corpi smembrati delle 12 donne uccise da Yoo fino al luglio del 2004, quando viene stanato. Reo confesso dei pluriomicidi dichiarerà: "Le donne non dovrebbero tr... e i ricchi dovrebbero sapere quello che hanno fatto".

Le indagini e la cattura

Nonostante la lunga scia di omicidi, il killer riesce a farla franca per circa un anno: non lascia tracce sulla scena del crimine né sui cadaveri. La scelta di colpire giovani donne o escort, inoltre, gioca a suo favore dal momento che nessuno ne denuncia la scomparsa. La svolta nelle indagini giunge per merito del proprietario di un centro massaggi alla periferia di Seoul. L'uomo ha notato che alcune dipendenti sono sparite dopo aver incontrato un presunto cliente, ovvero proprio Young-Chul, e così decide di allertare le autorità. D'accordo con gli investigatori, concorda al telefono un appuntamento con lo sconosciuto. Quando Yoo giunge sul luogo fissato per l'incontro, si ritrova al cospetto di un agente di polizia che gli mette le manette ai polsi. Tuttavia durante l'interrogatorio riesce a dileguarsi - pare abbia millantato un attacco epilettico. La fuga però dura solo 12 ore: lo spietato assassino seriale viene stanato dalla polizia vicino al Grand-mart di Mapo-gu all'alba del 15 luglio 2004.

La storia del killer clown che uccise 33 ragazzi

La condanna a morte

A soli 35 anni, Yoo Young-Chul ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue: 20 sono le vittime accertate e per le quali, il 13 dicembre del 2004, fu condannato a morte dai magistrati della Seoul Central District. Durante il processo confessò che avrebbe continuato a uccidere se non lo avessero fermato. "Ho mangiato alcune parti delle mie vittime per purificarmi", raccontò ai magistrati. Ma del presunto cannibalismo di Yoo non c'è mai stata prova certa.

Gli psichiatri e criminologi che, nel corso degli anni, lo hanno visitato in carcere ritengono sia perfettamente in grado di discernere il bene dal male nonostante la grave condotta antisociale. "Yoo, che ha ucciso 20 persone senza un motivo specifico, è il tipico serial killer che ha rinunciato a vivere in società con gli altri", spiegò il procuratore distrettuale quando formulò la richiesta della pena capitale per l'imputato.

La vicenda processuale dell'assassino di Seoul ha riacceso le polemiche sull'applicazione della pena di morte in considerazione della possibilità di sostituirla con un ergastolo non commutabile. Il dibattito tiene banco da circa un ventennio, lo stesso tempo in cui "il killer dell'impermeabile giallo" attende di conoscere il proprio destino. "Sarei ingiusto nei confronti del mondo se le persone con me continuassero a vivere – dichiarò Yoo nel lontano 2006 – Mi oppongo all'abolizione della pena di morte".

Successione cronologica degli eventi

1988: furto

1991: furto (pena a 10 mesi di prigione)

23 giugno 1993: matrimonio

1993: furto (pena a 8 mesi di prigione)

26 ottobre 1994: nascita del figlio

1995: vendita illegale di pornografia (sentenza 3 milioni di kwr (circa 36000 euro)

1998: furto, contraffazione, furto di identità (pena a 2 anni in prigione)

2000: abuso sessuale su bambino (stupro) (sentenza 3 anni e 6 mesi in prigione)

27 ottobre 2000: Divorzio dalla moglie

11 settembre 2003: rilasciato dalla prigione

Omicidi

24 settembre 2003 (età delle vittime 72, 67), Gangnam-gu, Seoul

9 ottobre 2003 (età delle vittime 85, 60, 35), Jongno-gu, Seoul

16 ottobre 2003 (età della vittima 60), Gangnam-gu, Seoul

18 novembre 2003 (età delle vittime 53 e 87), Jongro-gu, Seoul

11 dicembre 2003 Yoo uccide la prima escort

16 marzo 2004 (età della vittima 23) Mapo-gu, Seoul

Aprile / Maggio 2004 (vittima sconosciuta), Mapo-gu, Seoul

Maggio 2004 (età della vittima 25), Mapo-gu, Seoul: stessa procedura del sesto caso

1 giugno 2004 (età' vittima 35) Mapo-gu, Seoul: stessa procedura del sesto e settimo caso

Inizi di giugno 2004 (vittima sconosciuta) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi dei precedenti casi

9 giugno 2004 (età vittima 26) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

18 giugno 2004 (età vittima 27) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

25 giugno 2004 (età vittima 28) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

2 luglio 2004 (età vittima 26) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

9 luglio ,2004 (età vittima 24 anni una escort di Aesongi ), Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

Quindicesimo caso: 13 luglio 2004 (eta' vittima 27 - Aesongi escort), Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

13 dicembre 2004 condanna a morte 

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi

·        Quei razzisti come i nord coreani.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 16 dicembre 2021. In occasione del decimo anniversario della morte dell’ex leader Kim Jong II, ai nordcoreani è stato vietato di ridere o di bere per 11 giorni. Le autorità hanno ordinato ai cittadini di non mostrare alcun segno di felicità mentre la Corea del Nord commemora la sua morte. Kim Jong II ha governato la Corea del Nord dal 1994 fino al 2011, quando è morto. Gli è succeduto il terzo e più giovane figlio, l’attuale leader Kim Jong-Un. Ora, a dieci anni dalla sua morte, i nordcoreani sono costretti a osservare il periodo di lutto di 11 giorni in cui è consentito ridere o bere alcolici. «Durante il periodo del lutto, non dobbiamo bere alcolici, ridere o dedicarci ad attività ricreative» ha raccontato a Radio Free Asia (RFA) un nordcoreano della città di confine nord-orientale di Sinuiju. Inoltre il 17 dicembre, il giorno della morte di Kim Jong II, ai nordcoreani non è permesso neanche fare la spesa. «In passato molte persone che sono state sorprese a bere o a intossicarsi durante il periodo del lutto sono state arrestate e trattate come criminali ideologici. Sono stati portati via e mai più rivisti». «Se un tuo familiare muore durante il periodo del lutto, non ti è permesso gridare e il corpo deve essere portato via solo quando il lutto è finito. Le persone non possono neanche festeggiare i loro compleanni se rientrano nel periodo di lutto». Kim Jong II è morto per un attacco di cuore il 17 dicembre 2011 all’età di 69 anni dopo aver governato il Paese per 17 anni con una dittatura brutale e repressiva. Il periodo di lutto che si tiene ogni anno per Kim Jong II è di 10 giorni, quest’anno è stato allungato a 11 per celebrare il decimo anniversario. Un'altra fonte, un residente della provincia sud-occidentale di South Hwanghae, ha affermato che agli agenti di polizia è stato detto di controllare le persone che non sembrano adeguatamente turbate durante il periodo del lutto. Hanno detto: «Dal primo giorno di dicembre, avranno il dovere speciale di reprimere coloro che danneggiano l'umore del lutto collettivo. È l’incarico speciale di un mese per la polizia. Ho sentito che i funzionari delle forze dell'ordine non possono dormire affatto».  La fonte ha anche aggiunto che gruppi di cittadini e aziende statali hanno ricevuto l'ordine di prendersi cura di chi è in povertà durante il periodo del lutto, mentre il Paese è alle prese con una crisi alimentare. Hanno detto: «L'ordine sociale e la sicurezza devono essere garantiti, quindi le aziende sono responsabili della raccolta di cibo da dare a residenti e dipendenti che non possono venire a lavorare a causa della carenza di cibo. I residenti devono anche collaborare per aiutare i kotjebi [i mendicanti di strada della Corea del Nord]». Il residente anonimo ha aggiunto che il lutto per Kim Jong Il e suo padre Kim Il Sung sta influenzando la vita quotidiana del nordcoreano. «Spero solo che il periodo di lutto per Kim Jong Il sarà ridotto a una settimana, proprio come il periodo di lutto per Kim Il Sung.  I residenti si lamentano del fatto che i vivi sono costretti a piangere queste due persone morte». Tre generazioni della famiglia Kim hanno governato la Corea del Nord da quando Kim Il Sung ha preso il paese nel 1948. Quando Kim Il Sung è morto nel 1994, suo figlio maggiore, Kim Jong Il, ha ereditato il potere.  Kim Jong Un è il terzo e più giovane figlio di Kim Jong Il e ha assunto il potere alla morte del padre nel 2011. Per commemorare il decimo anniversario della morte di Kim Jong Il, varie province della Corea del Nord stanno organizzando mostre di sue fotografie e concerti in sua memoria. «La squadra di conferenze e propaganda dei vecchi soldati, composta da ufficiali militari congedati tra i 50 e i 60 anni, sta visitando ogni fabbrica, azienda e unità di controllo del quartiere per educare la gente sul duro lavoro e sulla dedizione di Kim Jong Il», ha detto una terza fonte RFA. Una residente della contea di Puryong ha affermato che le conferenze e gli spettacoli erano già iniziati nel luogo in cui vive. Ha detto: «Sono venuti e hanno cantato canzoni inneggianti a Kim Jong Il e hanno tenuto una breve conferenza sulla sua grandezza e sui suoi successi». «Probabilmente sarebbe un'idea migliore fornire ai residenti carbone o legna da ardere per farli passare l'inverno piuttosto che conferenze e propaganda, che è davvero utile quanto un pappagallo parlante». L'impoverita Corea del Nord è soggetta a molteplici serie di sanzioni internazionali per le sue armi nucleari e i suoi programmi di missili balistici e ha sofferto a lungo di una cronica carenza di cibo. Il Paese sta affrontando la sua peggiore crisi economica da anni, colpita sia dalle sanzioni che dal blocco autoimposto del coronavirus. Negli ultimi mesi, le immagini del leader hanno mostrato la sua acuta perdita di peso, «giocando con l'immagine di Kim per renderlo apparentemente più responsabile nei confronti della gente», secondo Jenny Town, membro anziano dello Stimson Center. La televisione centrale coreana ufficiale ha mandato in onda una rara intervista a un cittadino senza nome che diceva che le persone erano "distrutte" per il cambiamento nel suo fisico e che «tutti hanno iniziato a piangere» alla vista di Kim.

Dagotraduzione da Dnyuz il 16 dicembre 2021. Secondo un rapporto sui diritti umani pubblicato ieri, la Corea del Nord ha giustiziato pubblicamente almeno sette persone negli ultimi dieci anni per aver guardato o distribuito video K-pop dalla Corea del Sud, mentre reprime ciò che il suo leader, Kim Jong-un, chiama un «cancro vizioso». Il gruppo, Transitional Justice Working Group, con sede a Seoul, ha intervistato 683 disertori nordcoreani dal 2015 per aiutare a mappare i luoghi del Nord dove le persone sono state uccise e sepolte nelle esecuzioni pubbliche autorizzate dallo stato. Nel suo ultimo rapporto, il gruppo ha affermato di aver documentato 23 esecuzioni di questo tipo sotto il governo di Kim. Da quando ha preso il potere dieci anni fa, Kim ha attaccato l'intrattenimento sudcoreano - canzoni, film e drammi televisivi - che, dice, corrompe le menti dei nordcoreani. Secondo una legge adottata lo scorso dicembre, chi distribuisce intrattenimento sudcoreano rischia la pena di morte. Una tattica della repressione di Kim è stata quella di creare un'atmosfera di terrore giustiziando pubblicamente le persone ritenute colpevoli di guardare o far circolare i contenuti vietati. Resta impossibile scoprire la vera portata delle esecuzioni pubbliche nello stato totalitario isolato. Ma il gruppo di lavoro sulla giustizia di transizione si è concentrato sulle esecuzioni che hanno avuto luogo da quando il signor Kim è asceso e su quelle avvenute a Hyesan, una città nordcoreana e un importante snodo commerciale al confine con la Cina. Migliaia di disertori nordcoreani diretti in Corea del Sud hanno vissuto o sono passati da Hyesan. La città di 200.000 persone è la principale porta d'accesso per le informazioni esterne, compreso l'intrattenimento sudcoreano memorizzato su memory stick per computer e contrabbandato attraverso il confine dalla Cina. In quanto tale, Hyesan è diventato un punto focale negli sforzi di Mr. Kim per fermare l'infiltrazione del K-pop. Delle sette esecuzioni per aver guardato o distribuito video sudcoreani, tutte tranne una hanno avuto luogo a Hyesan, afferma il rapporto. I sei a Hyesan si sono verificati tra il 2012 e il 2014. I cittadini sono stati mobilitati per assistere alle scene raccapriccianti, in cui i funzionari hanno evocato la condanna al male sociale prima di metterli a morte con un totale di nove colpi sparati da tre soldati. «Le famiglie delle persone giustiziate sono state spesso costrette ad assistere all'esecuzione», afferma il rapporto. Il signor Kim governa la Corea del Nord con l'aiuto di un culto della personalità e di una macchina di propaganda di Stato che controlla quasi ogni aspetto della vita. Tutte le radio e i televisori sono impostati per ricevere solo le trasmissioni governative. Le persone non possono usare il servizio di nternet globale. Ma alcuni nordcoreani riescono ancora a guardare di nascosto i film e le serie televisive della Corea del Sud. Mentre l'economia del Nord è in difficoltà tra la pandemia e le sanzioni internazionali, le defezioni al Sud sono continuate. Il numero di disertori che arrivano in Corea del Sud è diminuito drasticamente negli ultimi anni, e, raccogliere nuove informazioni sul Nord è diventato più difficile. Il governo di Kim ha anche rafforzato ulteriormente le restrizioni alle frontiere durante la pandemia. Ma Daily NK, un sito web con sede a Seoul che raccoglie notizie da fonti clandestine nel nord, ha riferito che un abitante di un villaggio e un ufficiale dell'esercito sono stati giustiziati pubblicamente quest'anno nelle città più profonde dell'entroterra per aver distribuito o posseduto intrattenimento sudcoreano. E alcuni ritagli video di processi pubblici ed esecuzioni, filmati di nascosto, sono stati portati fuori dalla Corea del Nord di nascosto. Nel filmato mostrato sulla stazione televisiva sudcoreana Channel A l'anno scorso, uno studente nordcoreano è stato portato davanti a un'enorme folla di persone, compresi altri studenti, ed è stato condannato per il possesso di una chiavetta USB che conteneva «un film e 75 canzoni della Corea del Sud». Shin Eun-ha ha raccontato a Channel A di un'esecuzione pubblica che lei e i suoi compagni di classe erano stati costretti a guardare dalla prima fila quando era in seconda elementare in Corea del Nord. «Il prigioniero riusciva a malapena a camminare e ha dovuto essere trascinato fuori», ha detto, aggiungendo, «Ero così terrorizzata che non sono riuscita a guardare un soldato in uniforme per i sei mesi successivi». Kim ha a volte cercato di apparire più flessibile nei confronti della cultura esterna, permettendo alla televisione di stato di riprodurre la sigla di "Rocky" e di mostrare i personaggi di Topolino e Minnie sul palco. Ha persino invitato le star del K-pop sudcoreane nella capitale, Pyongyang, nel 2018, quando era impegnato nella diplomazia del vertice con il presidente Moon Jae-in della Corea del Sud. Ma in patria ha anche intensificato la repressione del K-pop, soprattutto dopo che i suoi colloqui con il presidente Donald J. Trump sono crollati nel 2019 e l'economia del Nord si è deteriorata negli ultimi anni. In mezzo al crescente controllo internazionale sulle violazioni dei diritti umani della Corea del Nord, il governo sembra aver adottato misure per impedire che le informazioni sulle sue esecuzioni pubbliche vengano divulgate al mondo esterno. Non sembra più giustiziare i prigionieri nei mercati, spostandosi in siti più lontano dal confine con la Cina o dai centri urbani e ispezionando più da vicino gli spettatori per impedire loro di filmare le esecuzioni, ha affermato il Transitional Justice Working Group. Kim ha anche cercato di creare un'immagine pubblica come leader benevolo, perdonando occasionalmente persone condannate a morte, specialmente quando la dimensione della folla riunita in un processo pubblico è grande, ha detto il gruppo. Ma il K-pop sembra essere un nemico che il signor Kim non può ignorare. La Corea del Nord si scaglia ripetutamente contro quella che descrive come un'invasione di influenze «antisocialiste e non socialiste» dal Sud. Reprime lo slang sudcoreano che si sta diffondendo tra i suoi giovani, incluso “oppa", che è diventato noto a livello internazionale attraverso la canzone e il video "Gangnam Style" di Psy. I media statali del Nord hanno anche avvertito che se lasciata incontrollata, l'influenza del K-pop farebbe crollare la Corea del Nord come un muro umido. 

Kim vieta di ridere per ricordare papà (e la sorella tenta di fargli le scarpe). Luigi Guelpa il 22 Dicembre 2021 su Il Giornale. In passato proibì jeans, capelli lunghi e cappotti di pelle. Adesso far spesa al supermercato e piangere ai funerali. Pena la galera. Babbo è morto, vietato ridere. Firmato Kim Jong-un. Messa giù così, in realtà, la risata nasce spontanea, alimentata da un dittatore che dopo aver vietato i jeans, i capelli lunghi, il piercing, i cappotti di pelle, il rap e la diffusione di Squid Game, adesso ha deciso di mettere al bando anche il riso, trasformandosi in un novello Jorge da Burgos. Qui però non siamo tra le pagine de Il Nome della Rosa, semmai Kim ripropone le solite restrizioni che sono spine per una democrazia calpestata a più riprese a Pyongyang. In Corea del Nord ricorre il decimo anniversario dalla morte di Kim Jong-il, padre dell'attuale leader. Per queste ragioni, il figlio ha imposto un lutto nazionale della durata di 11 giorni in cui è vietato lasciarsi andare a comportamenti gioiosi o allegri. Non si possono organizzare festeggiamenti di alcun tipo, e neppure funerali. Ma soprattutto non si può ridere in pubblico o consumare alcolici. Lo scorso 17 dicembre, primo degli 11 giorni di lutto, e anniversario della morte del «caro leader» che ha governato il Paese dal 1994 al 2011, è stato anche proibito ai cittadini di andare a fare la spesa al supermercato. In realtà non si tratterebbe di una novità dell'ultima ora. Un gruppo di blogger di Pyongyang, in contatto con alcuni coetanei di Seul, hanno rilasciato una testimonianza inquietante che è stata ripresa ieri anche da Radio Free Asia. In poche parole, anche nei precedenti anniversari della morte di Kim Jong-il erano stati vietati vendita e consumo di alcolici, le attività ricreative e qualsiasi festa di compleanno. «In passato molte persone sorprese a trasgredire sono state arrestate e trattate come criminali ideologici. Sono stati portati via e mai più visti. Se un tuo familiare muore durante il periodo del lutto, non ti è consentito piangere e la salma viene sistemata sulla porta di casa in attesa della prima data utile per il funerale», raccontano nel messaggio radio. Secondo un rapporto di Newsweek, i cittadini della capitale Pyongyang sono stati costretti venerdì 17 dicembre a chinare la testa e osservare tre minuti di silenzio mentre una sirena echeggiava in tutta la città in ricordo di Kim Jong-il. Inoltre, automobili, navi e treni hanno suonato all'unisono clacson per l'occasione. Secondo gli analisti anche Kim Jong-un farebbe bene a non ridere, e non per commemorare l'anniversario paterno. La scalata al potere di sua sorella Kim Yo-jong sembra avere tutti i crismi di un golpe mascherato. Dopo essere stata promossa alla guida della commissione degli Affari di Stato del governo, Yo-jong è diventata anche membro del Comitato centrale e direttrice del dipartimento Informazione e Istruzione del partito. I nuovi incarichi le sono stati assegnati nel corso dell'ultima riunione del politburo che si è tenuta una decina di giorni fa e i media di Stato hanno precisato che si è trattato della quinta riunione nel 2021. Questo significa che nel corso dell'anno che volge al termine è stato organizzato un summit che non è mai stato reso pubblico, e durante il quale potrebbero essere state assunte decisioni riguardanti la gerarchia di potere all'interno del Paese. Non è un mistero che Kim abbia qualche problema di salute, e Yo-jong sarebbe più che mai pronta a rimpiazzarlo. Luigi Guelpa

I dieci anni di Kim Jong Un alla guida della Corea del Nord. Federico Giuliani su Inside Over il 7 dicembre 2021. Il 28 dicembre 2011 le strade di Pyongyang sono affollate da migliaia di persone. Un’elegante Lincoln Continental adibita a carro funebre trasporta la bara di Kim Jong Il verso il Kumsusan Memorial Palace, il mausoleo dove il Caro Leader riposerà per l’eternità. La neve continua a scendere fitta, e la capitale della Corea del Nord sembra un unico, indistinguibile manto bianco. Il termometro segna parecchi gradi sotto lo zero, mentre i gelidi venti provenienti dalla Siberia rendono il freddo ancora più pungente. Il convoglio funebre è guidato da un giovanissimo Kim Jong Un, giacca nera e sguardo perso nel vuoto. In sottofondo risuona il pianto collettivo di migliaia di cittadini, disperati per aver perso la loro guida politica e spirituale. In quel momento, oltre il 38esimo parallelo, tutto sarebbe cambiato per sempre.

L’errore dell’intelligence

Piccolo passo indietro. Negli ultimi anni di vita, l’ex presidente nordcoreano Kim Jong Il aveva mostrato chiari segnali di cedimento fisico. Era dimagrito e non muoveva praticamente più la mano sinistra. I servizi segreti di mezzo mondo stavano osservando con attenzione ogni minimo indizio filtrato da Pyongyang nel tentativo di anticipare, o meglio prevenire, il momento che tutti stavano attendendo: la morte di Kim. A quel punto, nessuno aveva la certezza di quanto sarebbe successo. Gli apocalittici erano convinti che la Corea del Nord, senza la propria guida spirituale, sarebbe implosa su se stessa, tra rivolte popolari e colpi di stato ad opera dei militari. Altri analisti ipotizzavano una transizione morbida, con Kim terzo accompagnato da una figura più preparata, come lo zio Jang Song Thaek, poi estromesso dallo stesso Kim. Entrambi erano nel torto. Kim Jong Un avrebbe subito preso le redini del Paese, dando tuttavia l’impressione, almeno in un primo momento, di voler trasformare, rivedere, modellare una nazione troppo ancorata ai canoni stalinisti di epoca sovietica. Non sarebbe stato affatto così. Ma l’errore più grande dell’intelligence occidentale non è stato quello di non aver previsto il percorso che avrebbe imboccato il Grande Leader, quanto il fatto di aver appreso della morte di Kim Jong Il dalla tv nordcoreana. E per giunta con ben 51 ore di ritardo. Un ritardo clamoroso per chi, come Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, voleva tenere sotto controllo le mosse di Pyongyang onde evitare cambi di leadership improvvisi, test nucleari a sorpresa o sussulti socio-economici di vario tipo. Risultato: l’Occidente si è ritrovato a fare i conti con un 27enne sconosciuto.

L’ascesa di Kim

Kim Jong Un ha fatto piazza pulita della vecchia guarda politica che, secondo gli analisti, avrebbe dovuto accompagnarlo nella sua rapida ascesa ai vertici del governo nordcoreano. Come ricorda il Corsera, durante i citati funerali di Kim Jong Il, il carro funebre che trasportava la salma del padre di Kim terzo era affiancato da altri sette personaggi, ovvero coloro che avrebbero formato una specie di Consiglio di tutela del giovanissimo leader. Ebbene, oggi sono tutti spariti dai radar. Il caso più emblematico si collega al suddetto Jang Song Thaek, marito della zia di Kim Jong Un e responsabile del programma economico del Paese. Mister Jang, arrestato nel 2013, era in buoni contatti con la Cina e – si dice – avrebbe voluto spingere la Corea del Nord verso le riforme di mercato sul modello di Pechino usando Kim come una sorta di fantoccio. Gli altri desaparecidos erano quattro militari. Il vicemaresciallo Ri Yong-ho, all’epoca capo dell’Armata popolare, qualche mese più tardi è stato misteriosamente sollevato dal comando per non meglio specificati motivi di salute. Kim Ki Nam, capo della propaganda, è stato rimpiazzato dalla sorella di Kim Jong Un, Kim Yo Jong. Il responsabile degli affari esterni, Choe Tae Bok, è andato in pensione. L’altro vicemaresciallo, Kim Yong Chun, è evaporato come neve al sole, mentre il generale Kim Jong Gak e U Dong Chuk sono stati rispettivamente sostituiti e allontanati dalle rispettive cariche. Altro che assistenza e aiuto a un presidente inesperto: nel giro di una manciata di anni, Kim Jong Un ha fatto piazza pulita della vecchia guardia.

Previsioni smentite

Negli ultimi dieci anni Kim si è ritrovato al centro di notizie, voci e indiscrezioni di ogni tipo, fake news comprese. Cominciamo dai suoi presunti problemi di salute, poi smentiti categoricamente dai servizi Usa e di Seul. Anche se il Grande Leader è apparso una volta negli ultimi 52 giorni e ha perso una ventina di chili, non ci sarebbe niente da temere. Kim Jong Un è vivo e vegeto; ogni tanto riappare per tenere discorsi e riunioni, salvo poi ritirarsi probabilmente in una delle sue residenze. Per il resto, visto che il giovane Kim ha studiato in Svizzera e – pare – abbia avuto modo di viaggiare in Europa sotto falso nome (c’è chi parla addirittura di una “trasferta” allo stadio Meazza in San Siro per assistere a una partita dell’Inter), si pensava che la Corea del Nord sarebbe andata incontro a un graduale processo di apertura, proprio come accaduto alla Cina di Deng Xiaoping. È vero che Kim è riuscito a modernizzare Pyongyang, portando un po’ di freschezza in un sistema obsoleto, ma è altrettanto evidente che non ci sia stata alcuna trasformazione rilevante. Certo: abbiamo assistito ad esperimenti interessanti, ma niente da far gridare a possibili rivoluzioni di sistema. Kim Jong Un, l’amante di basket – al punto da aver invitato in Corea del Nord niente meno che Dennis Rodman, ex stella dei Chicago Bulls – continua a tenere ben saldo il timone del Paese più misterioso del mondo. Chi lo avrebbe mai detto che quel giovane sconosciuto avrebbe mantenuto il controllo di Pyongyang, incontrato per tre volte Donald Trump e trasformato, di fatto, la Corea del Nord in una potenza atomica a tutti gli effetti? Nel frattempo, il partito dei Lavoratori della Corea del Nord ha convocato una riunione plenaria del Comitato centrale alla fine di questo mese per rivedere le sue politiche in vista del 2021, dato che l’economia del Paese rimane stagnante a causa della pandemia di Covid-19. Chissà che Kim non ne voglia approfittare per lanciare qualche messaggio al resto del mondo come ci ha spesso abituati.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 4 dicembre 2021. «Il Maestoso compagno Kim Jong-un è sceso dal cielo, concepito dal sacro Monte Paektu». Lo presentò così il 20 dicembre del 2011 il Rodong Sinmun, megafono del regime di Pyongyang. Erano giorni di annunci sconvolgenti per il popolo nordcoreano e per la comunità dell'intelligence mondiale. Il 19 dicembre una singhiozzante presentatrice della tv statale aveva dato la notizia che il Caro Leader Kim Jong-il era spirato due giorni prima, il 17 dicembre, per un attacco di cuore mentre era in viaggio sul suo treno blindato. Fu comunicato che il figlio Kim Jong-un aveva assunto i pieni poteri come «Grande Successore». Aveva 27 anni ed era sconosciuto al grande pubblico. I servizi segreti, da Seul a Washington, a Tokyo furono sorpresi, nonostante da anni Kim Jong-il fosse dimagrito in modo impressionante e non muovesse più la mano sinistra, segno di una serie di malattie gravi. Fu uno smacco anche aver dovuto apprendere la svolta dalla tv nordcoreana, con 51 ore di ritardo. Eppure, centinaia di analisti occidentali passano le loro giornate a studiare ogni minimo dettaglio che filtra da Pyongyang, proprio per dare l'allarme in caso di instabilità, di una scossa al vertice di un Paese armato di missili nucleari. Non fu quello il solo errore dell'intelligence. Il 28 dicembre di dieci anni fa, sotto una tempesta di neve, per le strade di Pyongyang sfilò il corteo funebre. Il feretro del Caro Leader, su un letto di fiori bianchi, fu trasportato da una limousine nera, una Lincoln Continental di fabbricazione americana (arrivata di contrabbando), tra ali di folla in lacrime. In Nord Corea, queste cerimonie servono per cercare di decifrare i rapporti di forza, in base allo schieramento dei dignitari. La Lincoln trasformata in carro funebre era affiancata da otto uomini a piedi. Kim Jong-un e sette gerarchi, disposti su due file. Scrutando con la lente di ingrandimento quelle immagini, gli analisti sentenziarono che i sette del «de profundis» a Kim Jong-il avrebbero costituito il Consiglio di Tutela dell'«inesperto Kim III». Il giovane Kim si reggeva allo specchietto retrovisore dell'auto, forse per essere simbolicamente in contatto quasi fisico con il Caro Leader morto, forse per non scivolare nella neve. Dietro di lui marciava Jang Song-thaek, marito della zia di Kim. Zio Jang era l'uomo di collegamento con Pechino. Si disse che si fosse impegnato per garantire una serena successione al nipote, si è saputo poi che aveva complottato, forse con gli amici cinesi, per usare Kim come un fantoccio. Dall'altro lato dell'auto, il vicemaresciallo Ri Yong-ho, capo dell'Armata popolare, che aveva prontamente giurato fedeltà al nuovo leader: «Ogni elemento dell'esercito sarà fucile e bomba umana per difenderlo». Sei mesi dopo, Ri fu sollevato dal comando «per motivi di salute» e da allora non si è più visto. Sconvolgente l'uscita di scena dell'altro presunto tutore: zio Jang fu arrestato nel 2013, durante una seduta del Politburo. La propaganda mostrò il momento in cui due soldati lo trascinavano via, verso il plotone d'esecuzione. Si sono perse le tracce anche degli altri cinque del corteo funebre: Kim Ki-nam, capo della propaganda, sostituito da Kim Yo-jong, sorella minore di Kim; sparito Kim Yong-chun, vicemaresciallo; silurato Kim Jong-gak, generale; purgato U Dong-chuk, capo della polizia segreta; Choe Tae-bok è stato pensionato. Di quella processione degli scomparsi è rimasto solo Kim Jong-un, che ora compie dieci anni da Rispettato Maresciallo. Ha beffato le previsioni di sventura ancora nel 2020, quando non si fece vedere per più di un mese e fu dato per morto (per la cronaca, negli ultimi 52 giorni è apparso una sola volta). Ipotesi sbagliata anche quella iniziale che voleva Kim riformista, solo perché aveva studiato (sotto falso nome) in un college svizzero. Il dittatore non ha aperto l'economia, ha fatto produrre nuovi missili e ordigni nucleari, ha preso tempo con iniziative diplomatiche, si è tolto la soddisfazione di incontrare tre volte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Joe Biden è tornato alla vecchia «pazienza strategica», ignora Kim e i suoi sporadici test missilistici (9 nel 2021). Il presidente sudcoreano Moon Jae-in sogna invece una simbolica «Dichiarazione di pace» congiunta che ancora manca dopo la Guerra di Corea del 1950-1953. Moon ha fretta, a marzo scade il suo mandato. Ma Washington sospetta che dopo il trattato di pace tra le Due Coree, Kim invocherebbe il ritiro delle forze americane che proteggono il Sud. Il Maestoso Maresciallo ha ancora molte opzioni per sorprendere gli analisti.

Kim Jong-un, dieci anni di complotti e vendette al timone della Corea del Nord. Guido Santevecchi su Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Nel dicembre del 2011 ereditò il potere a Pyongyang. Da allora ha fatto sparire i sette tutori al suo fianco durante il funerale del padre. Cominciando dallo zio, fucilato. «Il Maestoso compagno Kim Jong-un è sceso dal cielo, concepito dal sacro Monte Paektu». Lo presentò così il 20 dicembre del 2011 il Rodong Sinmun, megafono del regime di Pyongyang. Erano giorni di annunci sconvolgenti per il popolo nordcoreano e per la comunità dell’intelligence mondiale. Il 19 dicembre una singhiozzante presentatrice della tv statale aveva dato la notizia che il Caro Leader Kim Jong-il era spirato due giorni prima, il 17 dicembre, per un attacco di cuore mentre era in viaggio sul suo treno blindato. Fu comunicato che il figlio Kim Jong-un aveva assunto i pieni poteri come «Grande Successore». Morto Kim II era asceso al trono della Repubblica democratica popolare di Corea (nome ufficiale della Nord Corea) Kim III, ventisettenne sconosciuto al grande pubblico. I servizi segreti, da Seul a Washington, a Tokyo furono sorpresi, nonostante da anni Kim Jong-il fosse dimagrito in modo impressionante e non muovesse più la mano sinistra, segno di una serie di malattie gravi. Fu uno smacco anche aver dovuto apprendere la svolta dalla tv nordcoreana, con cinquantuno ore di ritardo. Eppure, centinaia di analisti occidentali passano le loro giornate a studiare ogni minimo dettaglio che filtra da Pyongyang, proprio per dare l’allarme in caso di instabilità, di una scossa al vertice di un Paese pericoloso e armato di ordigni nucleari. Non fu quello il solo errore dell’intelligence. Il 28 dicembre di dieci anni fa, sotto una tempesta di neve, per le strade di Pyongyang sfilò un lunghissimo corteo funebre. Il feretro del Caro Leader, adagiato su un letto di fiori bianchi, fu trasportato da una limousine nera, una Lincoln Continental di fabbricazione americana (arrivata di contrabbando), tra ali di folla in lacrime, il silenzio rotto solo dalle urla di dolore di centinaia di migliaia di persone. In Nord Corea, queste cerimonie servono per cercare di decifrare i rapporti di forza, in base allo schieramento dei personaggi, all’elenco dei dignitari invitati. La Lincoln trasformata in carro funebre era affiancata da otto uomini a piedi. Kim Jong-un e sette gerarchi, disposti su due file. Scrutando con la lente di ingrandimento quelle immagini, gli analisti sentenziarono che i sette del «de profundis» a Kim Jong-il avrebbero costituito il Consiglio di Tutela dell’«inesperto e impreparato Kim III». Kim Jong-un si reggeva allo specchietto retrovisore dell’auto, forse per essere simbolicamente in contatto quasi fisico con il Caro Leader morto, forse per non scivolare nella neve. Dietro di lui Jang Song-thaek, marito della zia di Kim e altri due dignitari politici, a sinistra della Lincoln quattro generali. Zio Jang era da anni a capo del programma economico, uomo di riferimento per i rapporti con la potente Cina, che spingeva per riforme di mercato. Si disse che l’eminenza grigia Jang si fosse impegnato per garantire una serena successione al nipote, ma si è saputo poi che in realtà aveva complottato, forse con gli amici cinesi, per prendere il controllo e usare Kim come un fantoccio, un prestanome da esibire alle adoranti masse nordcoreane cresciute nel mito della Dinastia. Dall’altro lato dell’auto, quattro militari: la loro processione era guidata dal vicemaresciallo Ri Yong-ho, capo dell’Armata popolare, che aveva prontamente giurato fedeltà al nuovo leader: «Ogni elemento dell’esercito sarà fucile e bomba umana per difenderlo», scrisse il solito Rodong Sinmun. Sei mesi dopo Ri, fu rilevato dal comando «per motivi di salute» e da allora non si è più visto. Spettacolare e sconvolgente l’uscita di scena dell’altro presunto tutore: zio Jang fu arrestato a fine 2013, durante una seduta del Politburo. La propaganda del regime mostrò poi il momento in cui due soldati lo sollevavano di peso e lo trascinavano via, verso il processo sommario e poi il plotone d’esecuzione. «Ha perpetrato atti maledetti di slealtà, era peggio di un cane», commentò il Rodong Sinmun. Si sono perse le tracce anche degli altri cinque del corteo funebre: Kim Ki-nam, capo della propaganda, sostituito da Kim Yo-jong, sorella minore di Kim; svanito nel nulla Kim Yong-chun, vicemaresciallo e ministro; sostituito Kim Jong-gak, generale; emarginato e forse purgato U Dong-chuk, capo della polizia segreta; Choe Tae-bok, vecchio responsabile degli affari esterni è stato pensionato. Di quel manipolo in lutto, ribattezzato «la processione degli scomparsi», è rimasto solo Kim Jong-un, che ora compie dieci anni da Rispettato Maresciallo e si è tolto la soddisfazione di incontrare tre volte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ha beffato le previsioni di sventura ancora nel 2020, quando non si fece vedere per più di un mese e fu dato per morto. Per la cronaca, negli ultimi 52 giorni è apparso una sola volta, ma ora i servizi segreti sudcoreani sono convinti che stia benone in salute e che il dimagrimento di circa 20 chili gli abbia giovato. Previsione sbagliata anche quella iniziale che voleva Kim riformista, sulla base della sua apertura al mondo esterno: aveva studiato (sotto falso nome) in un college svizzero, si dice che abbia viaggiato per l’Europa in incognito, forse anche a Milano dove qualcuno giura di averlo scorto a San Siro per una partita dell’Inter. Di sicuro è un patito di basket, tanto da aver ricevuto più volte in Nord Corea l’ex campione americano dei Chicago Bulls Dennis Rodman, detto «the worm» (il verme). Il dittatore non ha allentato la presa, non ha aperto l’economia, non ha smesso di raffinare l’arsenale di missili e ordigni nucleari, ha solo giocato a prendere tempo con iniziative diplomatiche. Dal 2020, da Pyongyang arrivano solo comunicati ufficiali, distillati dalla propaganda. Sono partiti quasi tutti i diplomatici stranieri, sfiniti dalle restrizioni di movimento aggravate dalla paura del Covid (che pure ufficialmente e miracolosamente in Nord Corea non sarebbe arrivato). Le ultime immagini satellitari mostrano notevoli movimenti nella capitale. Non sono state annunciate celebrazioni e feste pubbliche per il decennale di Kim. Ma per «fine dicembre» è stato messo in calendario il Plenum del Partito dei lavoratori. Ne uscirà qualche annuncio a sorpresa? Joe Biden è tornato alla vecchia «pazienza strategica», di fatto gli Stati Uniti hanno deciso di ignorare Kim e i suoi sporadici test missilistici (nove nel 2021). Il presidente sudcoreano Moon Jae-in sogna invece di firmare con Kim una simbolica «Dichiarazione di pace» per mettere fine alla Guerra di Corea del 1950-1953, ancora congelata nell’armistizio di Panmunjom. Moon ora ha molta fretta, perché a marzo lascerà la Casa Blu di Seul e il successore potrebbe essere molto meno disposto a discutere con i nordcoreani. Gli Stati Uniti tacciono, sospettano che un trattato di pace tra le Due Coree darebbe a Kim l’opportunità di invocare il ritiro delle forze americane che proteggono il Sud. Il Maestoso Maresciallo ha ancora molte opzioni per sorprendere gli analisti.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" l'1 luglio 2021. Compare poco in pubblico negli ultimi tempi Kim Jong-un, ma quando decide di mostrarsi lo fa per annunciare sventure e denunciare errori e colpe dei suoi subordinati. «Un grave incidente» nella battaglia per prevenire il Covid-19 ha creato in Nord Corea una «crisi dalle conseguenze molto pesanti», ha detto il Maresciallo davanti ai gerarchi convocati in una riunione allargata e straordinaria del Politburo. Kim li ha voluti tutti davanti a sé per pronunciare la sua requisitoria e la sentenza: alcuni uomini del vertice sono stati rimossi seduta stante. Le immagini diffuse dalla propaganda lo mostrano mentre punta il dito verso l'aula. Ai suoi uomini il dittatore ha imputato «incompetenza e irresponsabilità», «pigrizia cronica» che hanno disatteso il piano sanitario contro la pandemia, compiendo errori materiali e scientifici, e messo in pericolo la sicurezza dello Stato e del popolo. Kim se l'è presa con i quadri del Partito dei lavoratori, accusandoli di «ignoranza coperta da fuochi di paglia di finto attivismo» e ha concluso che «serve immediatamente una rivoluzione nell'amministrazione del personale». La purga è arrivata subito: sono stati silurati alcuni membri del Politburo e funzionari della sanità, riferisce l'agenzia statale Kcna. Non sono stati fatti i nomi dei puniti, ma analizzando le foto del tavolo di presidenza, gli specialisti di Nk News hanno osservato che due generali non hanno alzato la mano durante la votazione, segno possibile della loro esclusione dal processo decisionale e la poltrona del direttore del dipartimento scientifico è rimasta vuota. Nessun dettaglio è stato rivelato riguardo al «grave incidente» nella prevenzione della pandemia. La Nord Corea ha sigillato la sua frontiera dal gennaio 2020, per evitare il contagio dalla Cina. Da allora non ha comunicato alcun caso di Covid-19 all'Organizzazione mondiale della sanità e ha rifiutato consulenza e forniture di tamponi e vaccini, sostenendo di aver sottoposto a test 31 mila cittadini senza aver trovato neanche un positivo (su 25 milioni di abitanti però, il dato non è statisticamente rilevante). Da mesi Kim parla delle conseguenze economiche disastrose della chiusura: la Cina era l'unico sbocco commerciale per Pyongyang. È andato male anche il raccolto agricolo, a causa di tifoni e poi siccità e, al solito, della «mancata esecuzione delle politiche statali». La situazione alimentare «è tesa», ha ammonito Kim ultimamente. Secondo gli analisti, la serie di ammissioni sulle difficoltà, economiche, agricole e ora sanitarie, seguirebbe un filo logico: l'obiettivo di Kim sarebbe di preparare il terreno per una richiesta di aiuto alle agenzie umanitarie internazionali. Ma si tratta solo di supposizioni, perché le informazioni sulla Nord Corea sono solo quelle che il regime vuole dare: comprese le recenti immagini che mostrano Kim dimagrito e un tg statale che ha dato voce all'ansia della gente per la salute del Rispettato Maresciallo. Di sicuro, di fronte alle molte crisi Kim prende le distanze dai suoi esecutori, per mantenere la presa sulla popolazione, che infatti secondo la propaganda «ha il cuore spezzato per il suo aspetto emaciato».

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 17 giugno 2021. La Nord Corea di Kim Jong-un ha sprecato la grande occasione di concludere un accordo con Donald Trump e ora, quasi ignorata da Joe Biden, ha perso anche la battaglia del grano. «La situazione alimentare per il popolo è tesa e peggiora, il settore agricolo ha fallito l'obiettivo nella produzione di cereali», ha ammesso il Maresciallo, parlando al Comitato centrale del Partito dei lavoratori. La colpa sarebbe dei tifoni che l'anno scorso hanno colpito il Paese dopo una siccità straordinaria e delle misure contro la pandemia, che hanno costretto a chiudere la frontiera con la Cina soffocando l'unica rotta commerciale praticabile. Il discorso di Kim rispecchia le analisi fatte all' estero sulle difficoltà di Pyongyang. Secondo la Fao, se il deficit nel raccolto non sarà colmato con importazioni e aiuti internazionali, tra agosto e ottobre la popolazione affronterà una crisi alimentare grave. Nel 2020 è mancato un milione di tonnellate di approvvigionamenti: significa che i nordcoreani hanno avuto 445 calorie in meno al giorno rispetto alle 2.100 raccomandate dall' Onu. Quest' anno mancheranno 1,35 milioni di tonnellate di alimenti, secondo l'agenzia sudcoreana che monitora il Nord. Kim già ad aprile aveva evocato la necessità di intraprendere una «Ardua marcia per alleviare la situazione delle masse». Quell' espressione entrò nel linguaggio del regime negli Anni 90, quando la carestia uccise centinaia di migliaia di persone. Non sembra che la crisi attuale sia paragonabile a quella di allora, ma le organizzazioni umanitarie avvertono che 10 dei 25 milioni di nordcoreani sono cronicamente malnutriti. Aveva grandi piani economici (oltre che missilistici) Kim, quando ereditò il potere dal padre nel 2011: «Il nostro popolo non dovrà più stringere la cinghia», proclamò. Dieci anni dopo, ha ammesso che il piano di sviluppo economico «ha dato pessimi risultati in quasi tutti i settori». Il colpo più duro, oltre alle alluvioni dei campi, è stato auto inflitto: la Nord Corea, sigillando per la pandemia la frontiera con la Cina, ha rinunciato agli scambi economici con il mondo esterno, già ridotti a causa delle sanzioni varate nel 2016 e 2017 per punire il regime che continuava a lanciare missili e fare test nucleari. Nel 2015 l'interscambio commerciale con la Cina valeva 6 miliardi di dollari all' anno; nel 2019 era calato a 2,8 miliardi e l'anno scorso si è ridotto a un rigagnolo di 540 milioni. Non c' è da aspettarsi una ripresa, perché Kim ha detto che l'isolamento contro il coronavirus deve continuare (evidentemente non si fida neanche della campagna di vaccinazioni in corso a Pechino). La propaganda invita la popolazione a riciclare ogni materiale, dalla plastica alla stoffa, la carta, il vetro. Mancano anche i fertilizzanti chimici per i campi e, secondo Radio Free Asia, ai contadini è stato ordinato di fornire alle fattorie statali due litri di urina al giorno. Forse sono solo voci, ma il regime a maggio ha annunciato che centinaia di adolescenti orfani si sono offerti volontari per lavorare in miniera e nei campi e «ripagare anche solo la milionesima parte dell'amore che ha dato loro il Partito». Andrei Lankov, professore russo basato a Seul, esperto di questioni nordcoreane, dice che per rilanciare il settore agricolo Kim sta tornando alla pianificazione centralizzata sul vecchio modello sovietico. La storia dell'Urss (e della Nord Corea sotto il nonno e il padre di Kim) ha insegnato però che il sistema delle aziende statali collettivizzate, che portavano il raccolto all' ammasso, non ha mai spinto i contadini a lavorare meglio e di più. Osserva Lankov: «I contadini dell'Urss dicevano: il Partito finge di pagarci, noi fingiamo di lavorare».

Vietati: jeans, slang e film occidentali. Corea del Nord, Kim vara la legge che vieta film stranieri e jeans. Elisabetta Panico su Il Riformista l'8 Giugno 2021. E’ stata introdotta nel Nord Corea una nuova legge che vieta ogni tipo di influenza straniera. Nel paese non sarà più possibile vedere film stranieri, indossare jeans o vestiti non nord coreani e per parlare o scrivere non si potranno più utilizzare slang. Il contrabbando sarà punito con la pena di morte. La cittadina Yoon Mi-so ha detto alla BBC che quando aveva 11 anni è stato costretto a partecipare come testimone all’esecuzione di un uomo condannato a causa di un film drammatico sud coreano. Insieme a Yoon Mi-so, tutto il quartiere ha dovuto assistere all’esecuzione. “Se non guardi, sei un traditore – ha raccontato la donna – Ho ancora un forte ricordo di quell’uomo con gli occhi bendati. Vedo ancora le lacrime scendere sul suo viso. Sono traumatiche per me. Le lacrime si immergevano nella benda”. La vita in Nord Corea non è semplice. I cittadini non hanno il libero accesso a Internet, ai social media e possono vedere solo pochi canali televisivi che sono controllati dallo stato. A tutti questi divieti, ora si è aggiunto anche il divieto contro un “pensiero reazionario”. Kim Jong-un ha scritto lo scorso mese una lettera alla Lega della gioventù, riportata dal Rodong Sinmun. La lettera ufficiale è stata inviata con lo scopo di reprimere “comportamenti sgradevoli, individualisti e antisocialisti” tra i giovani per fermare il linguaggio straniero, le acconciature e i vestiti che ha descritto come “pericolosi” e veleni” per la tenuta della società.  Il leader Kim ha messo al bando i jeans attillati e pratiche, come il piercing, ritenuti simboli dello “stile di vita capitalista”. Il Daily NK ha ricevuto una copia della legge. Il Daily NK è un giornale online con sede nel Sud Corea. Il suo focus principale è relativo ai problemi in Nord Corea. Sul sito sono uscite anche alcune notizie relative a tre adolescenti che per poco non venivano mandati in un campo di rieducazione per essersi tagliati i capelli come i K-pop. I tre ragazzi inoltre indossavano dei pantaloni con il risvoltino fin sopra le caviglie. “Se catturano un lavoratore, il capo della fabbrica viene punito. Se un bambino diventa problematico, anche i genitori sono puniti. Il sistema di monitoraggio reciproco del regime nordcoreano incoraggia ad agire in modo aggressivo” ha detto alla BBC l’editore Lee Sang Yong. In poche parole la legge intende “infrangere” qualsiasi sogno o fascino che i più giovani, che si vogliono adattare alle abitudini del Sud, hanno.

Elisabetta Panico. Laureata in relazioni internazionali e politica globale al The American University of Rome nel 2018 con un master in Sistemi e tecnologie Elettroniche per la sicurezza la difesa e l'intelligence all'Università degli studi di roma "Tor Vergata". Appassionata di politica internazionale e tecnologia

Barbara Costa per Dagospia l'8 maggio 2021. Perché ogni tanto Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, sparisce e poi riappare? Perché lui ha il "chukjibeop", il potere di viaggiare nel tempo, smaterializzarsi e volare, e di ricomparire quando e dove gli pare a lui. Fa ridere, lo so, ma a quanto pare a questa e altre assurdità i nordcoreani ci credono, o più di preciso, li indottrinano a credere. Chissà se sanno con chi il loro capo-dio sc*pa e come, ufficialmente con la moglie Ri Sol-ju, certo, ma, all’interno delle stanze segrete dei suoi 32 palazzi, dicono che Ciccio-Kim se la spassi con un eccezionale harem di concubine! E queste concubine sono tutte vergini (all’inizio) e, quando Ciccio-Kim è di buonumore, mette su party ad alto tasso alcolico, dove a lui piace giocare così: ci sono lui, qualche suo amico, e scelte concubine. A turno viene fatto un indovinello. Chi non sa la risposta, si deve togliere un indumento. Chi per primo rimane nudo perde e paga pegno che, prima del sesso, prevede questo preliminare: una ultima domanda, ancora più canaglia e, se non rispondi, a te, maschio, sono tagliate ciocche di capelli, e a te, concubina, ciocche… dalla tua vagina! Chi lo sa se l’acconciatura di Kim Jung-un è nient’altro che il risultato di queste orge alcoliche, fatto sta che lui pare si diverta così, e questo è il pochissimo che (forse) sappiamo. È il sunto di dicerie, libri autobiografici, rumors che ci provengono da uno dei paesi più chiuso al mondo e, per quanto riguarda l’harem di Kim Jung-un, ci si basa su quanto rivelato da disertori più o meno consanguinei diretti della famiglia reale, o membri dello staff di palazzo scappato anch’esso all’estero come Kenji Fujimoto, chef reale dal 1989 al 2001, e che quindi non ha servito direttamente Kim Jung-un, ma i suoi predecessori. Che poi, a dirla tutta, Ciccio-Kim non si inventa niente, lui non fa altro che portare avanti la tradizione di famiglia: le orge con le concubine giovanissime iniziarono a corte con suo nonno, Kim Il-sung, il "Presidente Eterno", il capostipite della dinastia, morto nel 1994 ma che in Corea del Nord tuttora credono vivo e vegeto e a guida del popolo (sennò che Presidente Eterno è?). Fu nonno-Kim a creare le "squadre del piacere" (in coreano "kippumjo"), manie orgiastiche tramandate a figlio e nipote. Raccontano però che l’appetito per tali ammucchiate da parte di Kim il nipote si sia sviluppato tardi: Ciccio-Kim, appena salito al potere, 10 anni fa, ne ordinò lo scioglimento, per poi ripensarci nel 2015. A giochi e sesso di gruppo sono "invitati" a partecipare alti funzionari del regime, dei quali non se ne sa il numero né il criterio di scelta, e addirittura si arriva a dire che le concubine siano migliaia. Mille fanciulle che vanno e vengono, poiché va messo in conto questo: in Nord Corea una concubina a 20 anni è ufficialmente vecchia e va liquidata con 4000 dollari. Un ritiro che per le più fortunate comporta un matrimonio con soldati delle forze armate. Queste ragazze o sono rapite (come succedeva ai tempi di nonno-Kim, e alcune erano bottino di guerra del Sud, e c’erano pure direttori di scuola incaricati di segnalare le ragazze migliori all’interno di ogni istituto, segnalazioni per cui ricevevano premi dal regime) o sono comprate o prese ai loro genitori con il pretesto di svolgere una missione per conto della nazione. Di sicuro sono attirate con la promessa di diventar ballerine di palazzo, di essere “predilette per il benessere e il progresso della nazione”. Ma sono ragazzine, appena adolescenti, dai 13 anni in su. Devono essere prive di cicatrici e macchie, non più alte di un metro e 60, e con una voce dolce e cinguettante. E devono essere vergini, e sono sottoposte a esame medico per accertarlo: in Nord Corea si crede che se fai sesso con una vergine, dalla rottura del suo imene fuoriesca il "ki", forza vitale che passa a chi quell’imene ha deflorato, e del suo sangue si è macchiato. Le squadre del piacere sono organizzazioni statali, le ragazze che ne fanno parte, una volta "selezionate", sono ordinate in diverse unità. Alcune sono istruite a mo’ di geishe, e devono imparare a ballare e a cantare, altre sono istruite a far massaggi. Solo quelle a loro volta vagliate per uno specifico settore della squadra del piacere (settore arci-segreto che dovrebbe chiamarsi "manjokjo") si stima siano serbate a "servizi" sessuali. Chissà che affidabilità hanno le parole di Mi Hyang, nordcoreana disertrice in Corea del Sud: lei dichiara di essere stata in una squadra del piacere per 2 anni. Mi Hyang dice di essere stata "presa" da scuola a 15 anni, da ispettori un giorno lì piombati a ispezionare le studentesse. Le vergini venivano messe da parte e poi visitate e poi portate al Koryo Hotel di Pyongyang, luogo del loro nuovo indottrinamento. Un parente di Ciccio-Kim, Yi Il-nam, ucciso nel 1997, ha lasciato un libro di memorie, "La famiglia reale", dove parla anche delle squadre del piacere, e delle feste selvagge, piene di sesso e alcool, con le ragazzine. Sono le stesse feste a cui forse si sollazza in segreto l’attuale dittatore Ciccio-Kim? Il quale ancora pochi mesi fa dava la colpa al “porno proveniente dai decadenti Sud Corea e Giappone”, di “influenzare negativamente il popolo e specie gli studenti nordcoreani”. E come mai uno così potente, un sovrano che vola e che è oltre le leggi del tempo e dello spazio, non riesce a fermare o a tener sotto controllo il web, e soprattutto il sesso lì esposto, su cui il popolo a lui devoto e felice, piomba avido occhi, mente e… mani? Perché il web a Ciccio-Kim gli serve, gli servono YouTube e Twitter, dove ha aperto i canali social ufficiali del Paese, per presentare al mondo una Corea del Nord “normale e moderna”, quando in realtà è un Paese che sta malfermo in piedi col cibo e medicine e soldi cinesi, comandato da uno che si crede un dio con aereo privato, automobili potenti, lussi di ogni genere, importati dal "nemico" Occidente: il "Daily Star" parla di milioni annui sperperati in lingerie sfarzosa per il suo harem, e in vini e pietanze europee, e migliaia di sterline per prodotti per la cura dei capelli (!?) e per luminari che gli tengono sotto controllo una salute precaria infestata di malanni tra cui gotta e diabete. Kim Jong-un è pieno zeppo di soldi come tutti i dittatori, e soldi che passano e stanno in una struttura apposita chiamata "Office 39".

L’harem di Kim Jong Un: tra fake news ed esagerazioni. Federico Giuliani su Inside Over il 10 maggio 2021. Parlare di Kim Jong Un è sempre un’impresa ardua. A maggior ragione se ci discostiamo dall’analisi delle sue mosse geopolitiche, legate al futuro della Corea del Nord nello scacchiere globale, e decidiamo di camminare sull’ancor più scivoloso terreno della vita privata del Grande Leader. In quest’ultimo caso è facile imbattersi in fake news, notizie sensazionalistiche gonfiate per screditare un Paese non democratico o, più semplicemente, indiscrezioni intrise di gossip, non confermate né confermabili. Nel corso degli anni i tabloid sudcoreani hanno raccontato innumerevoli storielle su Kim Jong Un, facendo passare il presidente nordcoreano per un personaggio goffo, bizzarro e capriccioso. Una simile narrazione, approssimativa e per niente accademica, è riuscita ad avvelenare anche il dibattito politico. I media internazionali, quasi per osmosi, hanno così iniziato a paragonare Kim Jong Un a un “dittatore pazzo” quando invece, pur governando una nazione nettamente più debole degli Stati Uniti, il leader di Pyongyang ha dimostrato di avere stoffa da vendere. Nonostante le sanzioni economiche, l’isolamento imposto dalla comunità internazionale e le condizioni economiche nazionali non proprio ottimali – soprattutto nell’ultimo periodo, a causa della pandemia di Covid-19 -, Kim ha giocato al meglio gli unici due jolly a propria disposizione: l’amicizia fraterna con la Cina di Xi Jinping e il fatto di poter contare su armi nucleari.

Kim: una figura complessa. Agli occhi dei nordcoreani, Kim Jong Un non è soltanto un leader politico come potrebbe essere per noi il nostro Presidente della Repubblica. Kim è una figura collocabile a metà strada tra una sorta di divinità teocratica, la massima carica politica del Paese e il simbolo del riscatto nordcoreano contro gli invasori “imperialisti”. Nelle vene del Grande Leader scorre il sangue reale, lo stesso sangue di Kim Il Sung, nonno di “Kim terzo” nonché fondatore della Corea del Nord, e di Kim Jong Il, padre di Kim ed ex presidente. In base a questo è pressoché impossibile distinguere la biografia dall’agiografia, le reali tappe esistenziali dell’essere umano Kim dalle gesta epiche della sua proiezione mitologica. I circa 24 milioni di nordcoreani vivono in un sistema politico e valoriale ben preciso, credono nell’ideologia Juche e, soltanto perché diversi da noi, non ha alcun senso criticarli pensando di essere culturalmente superiori. Ai loro occhi, e nella simbologia nordcoreana, Kim è tutto ciò che serve alla Corea del Nord per essere un Paese forte, prospero e rispettato.

L'”harem” del presidente. Tra le tante indiscrezioni emerse, ha fatto il giro del web la notizia secondo cui Kim Jong Un potrebbe contare su un harem di concubine, a sua completa disposizione in ciascuno dei suoi 32 palazzi privati. Non solo: pare che queste concubine siano inizialmente tutte vergini, e che Kim, di tanto in tanto, si diverta con loro in serate a luci rosse. Alla luce di quanto scritto, è impossibile verificare voci del genere. Le fonti dalle quali escono simili dicerie sono rifugiati o dissidenti, dunque figure accademicamente affidabili fino a un certo punto. Anche perché, data la loro condizione di fuggiaschi, e del presumibile astio che nutrono nei confronti della Corea del Nord, è difficile aspettarsi disamine obiettive. Se, poi, consideriamo l’impermeabilità del Paese, il gioco è fatto. Chiunque può gettare nella mischia dicerie più o meno plausibili, giocando sull’effetto sorpresa e sul fatto che nessuno, da Pyongyang, perderà mai tempo a confermare o smentire tali voci. Visto, inoltre, che il governo nordcoreano si basa su un sistema politico diametralmente opposto rispetto a quello occidentale, risulta ancora più semplice abbinare voci fantasiose a luoghi e personaggi etichettabili come “cattivi”. Del resto, la voce degli harem presidenziali nordcoreani non è certo una novità, dal momento che se ne parlava già all’epoca di Kim Jong Il. Il punto, al netto delle dicerie, è che non ci sono, né probabilmente ci saranno mai, elementi per confermare o smentire simili indiscrezioni. Nessun osservatore occidentale è in grado di sapere cosa accade sulla “superficie” nordcoreana. Figurarsi nei meandri delle residenze di Kim.

Guido Santevecchi per il “Corriere della sera” il 10 aprile 2021. Non ha potuto dare alcuna buona notizia al suo popolo Kim Jong-un nell'ultimo anno, ha preso anche l'abitudine di scusarsi per le sofferenze «imposte dalle circostanze e da errori della burocrazia». Ma ora la crisi deve essere terribile in Nord Corea se il Maresciallo ha deciso di paragonarla a quella degli Anni 90, quando la carestia uccise centinaia di migliaia di persone. Kim ha evocato quella tragedia dal palco dell'assemblea dei 10 mila capi sezione del partito unico, ammonendoli che dovranno guidare una nuova «Ardua Marcia per alleviare il patimento delle masse davanti alla peggiore situazione di sempre». Ardua Marcia è l'espressione partorita dal regime per descrivere la tragedia degli Anni 90, esplosa con il crollo dell'Unione Sovietica che fino ad allora aveva puntellato economicamente il regime (la Cina non era la superpotenza di oggi). In quegli anni le incapacità organizzative della Dinastia Kim, impegnata solo nella pianificazione militare, sommate a una serie di alluvioni e siccità devastarono anche l'agricoltura causando la carestia. Solo nel 1995 Pyongyang chiese soccorso all'Onu: 225 mila nordcoreani erano già morti di fame su una popolazione di 24 milioni di abitanti. Alcune stime fissarono a un milione il numero delle vittime tra il 1994 e il 1998. Le agenzie umanitarie scoprirono che per effetto della malnutrizione cronica i nordcoreani erano in media più bassi dei sudcoreani di 3-8 centimetri. Ancora nel 2012 il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite rilevava che un bambino su tre portava i segni della denutrizione. Ora a Pyongyang non ci sono più esperti delle agenzie umanitarie internazionali: le ulteriori restrizioni al movimento imposte per contenere il coronavirus hanno spinto la quasi totalità dei residenti stranieri ad abbandonare il Paese. I pochi diplomatici rimasti riferiscono che c'è carenza di tutto, dai medicinali al dentifricio. Dice Seo Jae-pyoung, segretario generale dei nordcoreani rifugiati a Seul: «Ardua Marcia per la gente comune significa morire di stenti». La crisi è dovuta a quattro fattori: 1) le sanzioni internazionali contro il programma nucleare e missilistico; 2) la spesa eccessiva per sviluppare le forze armate; 3) le alluvioni dello scorso anno portate da tre tifoni che hanno devastato il raccolto di cereali e riso; 4) la chiusura completa della frontiera con la Cina decretata dal gennaio del 2020 per evitare il contagio virale. Si calcola che il commercio con Pechino, l'unico grande partner del regime assediato, si fosse ridotto già nel 2017 dell'80% a causa delle sanzioni: il blocco sanitario della frontiera ha dato il colpo di grazia. Anche il contrabbando è stato fermato, per timore di importare il Covid-19: fonti di intelligence dicono che le guardie di frontiera nordiste hanno avuto l'ordine di sparare su chi cerca di arrivare dalla Cina. I primi segnali del disastro sono stati captati proprio nel comportamento dei soldati schierati al confine cinese: si tratta di reparti scelti e privilegiati, che di solito lucrano sui traffici esigendo tangenti e prelevando una quota dei prodotti di contrabbando. A fine marzo una pattuglia di disperati ha disertato. Dopo aver guadato il fiume Yalu i nordcoreani hanno raccontato ai cinesi che da mesi le razioni alimentari sono da fame. I fuggiaschi si erano ridotti a sparare al bestiame dei contadini, anche ai cani, per integrare il rancio. Secondo gli analisti, il Maresciallo dicendo che la situazione è gravissima ha due obiettivi: scarica la responsabilità sui suoi gerarchi e richiama l'attenzione di Pechino. A fine marzo Xi Jinping gli ha inviato un messaggio augurando «una vita migliore al popolo nordcoreano». Ora il leader cinese potrebbe inviare aiuti e permettere a Kim di presentarsi come il salvatore delle masse.

·        Quei razzisti come i cinesi.

Chiara Mariani per “Sette - Corriere della Sera” il 17 Dicembre 2021. Nel 1973 Giorgio Lotti è inviato in Cina da Epoca. Deve raccontare Pechino ma il suo desiderio è ritrarre colui che dal 1949 è a capo del governo. Un'impresa ardua ma non impossibile. Aggancia il suo entourage: avrà a disposizione un solo scatto. Zhou Enlai è seduto sulla poltrona, è l'ora del suo tè. Un segretario entra, lui si volta. Clic. Qualche tempo dopo riceve una telefonata dall'Ambasciata cinese: il primo ministro in persona richiede quella fotografia. La situazione rilassata e lo sguardo verso sinistra (che per i cinesi significa la capacità di percepire il futuro) convincono il leader che quello sarà il suo ritratto ufficiale. Sarà diffuso in migliaia di copie. Giorgio Lotti, fotogiornalista da decenni, e che del suo mestiere ha vissuto i tempi più gloriosi, di fotografie memorabili ne ha scattate a decine. In queste pagine, un assaggio della sua professionalità e del suo talento.

Cina, Hu Xijin pensionato o silurato? Si "ritira" la penna al veleno del regime. Gian Micalessin il 17 Dicembre 2021 su Il Giornale. Il direttore del "Global Times" ha trasformato il giornale fedele a Xi in un successo da 67 milioni di follower sui social network. Se n'è andato in pensione o è stato brutalmente silurato? La verità non la sapremo mai. Di certo, però, senza Hu Xijin il «Global Times» non sarà lo stesso. Senza la penna, e senza l'arrogante, velenoso e insolente nazional-comunismo dell'ormai ex direttore le sue pagine e la sua edizione in rete rischiano di ridiventare, come prima del suo arrivo nel 2005, una grigia versione minore del «Quotidiano del Popolo», l'organo di partito che nessuno vorrebbe sfogliare.

Con Hu Xijin al timone, il «Global Times» diventò, invece, tutt'altra storia. La versione inglese del quotidiano, spesso rilanciata su twitter, raccontava con vibrante tracotanza la voglia di potenza della Cina capital-comunista. Senza nascondere le sue pulsioni più oscure. Quando, nel 2019, difese a spada tratta la brutale repressione delle dimostrazioni di Hong Kong, a suo dire finanziate e appoggiate dagli Stati Uniti, Hu Xijin invitò a sparare sui manifestanti. E non esitò a invocare l'esenzione da ogni responsabilità per i poliziotti responsabili dell'eventuale uccisione di quegli oppositori paragonati ai «terroristi dell'Isis». E la stessa cinica grinta veniva impiegata anche per difendere la politica di potenza cinese.

Non a caso, nel marzo 2020, il Global Times invitava a mettere in cantiere più testate nucleari e a tener pronti i missili balistici intercontinentali per colpire i nemici della Cina. Proprio questa estroversa ed esplicita aggressività ha regalato alle edizioni in cinese e in inglese del «Global Times» un seguito senza precedenti garantendogli 67 milioni di follower su Facebook e Twitter. Ma parallelamente ha contribuito anche alla fama personale di un direttore libero di spadroneggiare su twitter - social inaccessibile a tutti i suoi connazionali - e randellare i nemici della Cina. Così nei «cinguettii» di Hi Xijin l'Australia, promotrice di un'incauta inchiesta sull'origine cinese del Covid, diventa una fastidiosa «gomma da masticare rimasta appiccicata alla suola della scarpa cinese». La Gran Bretagna, colpevole d'aver inviato nel Pacifico le proprie navi da guerra per violare uno spazio marittimo rivendicato dal Dragone è soltanto una «cagna meritevole di bastonate».

Eppure, nonostante il suo fervore nazional comunista, Hu Xijin ha sempre ammesso di aver partecipato, nella primavera 1989, a quelle manifestazioni di piazza Tienanmen spente nel sangue dal regime comunista. «Ero un giovane studente stavo in piazza, seguivo Radio Voice of America ed ascoltavo entusiasta i leader americani parlare di democrazia» - ha confessato nel 2019 in un intervista alla Cnn. Al termine della stessa intervista ha però rinnegato un'esperienza minata, a suo dire, dall'ingenuità dei dimostranti e dall'inesperienza del regime. Ma a cementare la convinzione in un Partito «ultimo difensore dell'ordine» avrebbe contribuito, nel racconto di Hu Xijin, la sua esperienza di inviato in ex-Jugoslavia dove scontri e contrapposizioni interne trascinarono un paese socialista nell'inferno della guerra.

Proprio la fiducia nelle libertà concessegli dall'amato Partito potrebbe, però, essergli costata cara. Settimane fa si vantò di sapere che la tennista Peng Shuai, scomparsa dopo avere accusato di violenza sessuale l'ex vice primo ministro Zhang Gaoli, stava bene e non godeva di limitazioni della libertà. Ma l'aver risollevato uno scandalo silenziato gli è, forse, stato fatale. Non a caso la notizia del ritiro di Hu Xijing è stata preceduta dall'anonima accusa di aver lasciato incinte due colleghe. Come dire che chi di sesso ferisce, di sesso perisce.

Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera” il 24 dicembre 2021. Sono entrati nel campus della University of Hong Kong di notte: una squadra di operai con elmetti gialli, guanti e mascherine. Hanno recintato l'area intorno al «Pilastro della Vergogna» che ricordava il massacro di Tienanmen con alte barriere di plastica, non per motivi di sicurezza, ma per non avere testimoni: sulla «scena del delitto» la polizia aveva l'ordine di tenere alla larga studenti e stampa. Ma le immagini, riprese di nascosto da un ballatoio, sono filtrate lo stesso, sfidando anche la Legge sulla sicurezza nazionale cinese che dal luglio 2020 ha spento la protesta democratica nell'ex colonia britannica. Così, sui social network internazionali ora corrono le scene dello smantellamento della statua: una colonna di rame alta 8 metri, composta da cinquanta corpi nudi, schiacciati da una forza opprimente come quella dei carri armati cinesi che il 4 giugno del 1989 avevano spazzato via in piazza Tienanmen a Pechino gli studenti che invocavano un governo decente. Una macchia vergognosa sul Partito-Stato, e per questo la statua era stata chiamata «Pillar of Shame», Pilastro della Vergogna. Donata dall'artista danese Jens Galschiot, la piramide commemorativa era arrivata a Hong Kong nel 1997, poche settimane prima che la città fosse restituita dai colonizzatori britannici alla Repubblica popolare cinese. Per ventiquattro anni la scultura era stata l'unico memoriale in territorio cinese del sacrificio di migliaia di giovani uccisi in una notte a Pechino. A Hong Kong vigeva il principio «Un Paese due sistemi», che formalmente dura ancora, ma in realtà è stato cancellato dalla Legge sulla sicurezza nazionale cinese e dallo stillicidio di arresti per sovversione e secessionismo che negli ultimi due anni hanno messo a tacere l'opposizione anti-comunista. Pochi giorni fa un tribunale di Hong Kong ha condannato ad altri 13 mesi di carcere Jimmy Lai, l'editore il cui giornale libero Apple Daily è stato soffocato e chiuso in estate: la sua colpa, aver partecipato il 4 giugno del 2020 all'ultima veglia in ricordo di Tienanmen. Jimmy Lai dalla cella ha scritto: «Se ricordare quei morti è un crimine, sono orgoglioso di condividere la gloria di quei giovani che hanno versato il loro sangue». Restava ancora la statua nel campus della più antica università della città e gli studenti ancora si facevano fotografare davanti nelle occasioni importanti, come la laurea. Inaccettabile nel nuovo corso «patriottico» imposto a Hong Kong. Già a ottobre era arrivato l'ordine di rimuoverla. Senza il clima di paura calato su Hong Kong, migliaia di studenti si sarebbero concentrati nel campus per difendere il simbolo. Invece ora nessuno ha sfidato le nuove norme repressive; per precauzione gli operai sono stati mandati nel cuore della notte. Il rettorato ha comunicato che «la decisione di smantellare la vecchia statua è stata presa sulla base di un consiglio legale e valutando il rischio per l'università. Eravamo anche preoccupati per la fragilità dell'opera». Una motivazione ipocrita. Il «Pillar of Shame», tagliato e avvolto in un telone bianco, è stato trascinato via come un cadavere. «Una fine brutale, sono sconvolto», ha detto lo scultore Galschiot.

La Cina come i talebani fa sparire da Hong Kong la statua di Tienanmen. Roberto Fabbri il 24 Dicembre 2021 su Il Giornale. Via dall'università il "Pilastro" che ricorda il massacro di regime. Rischia la distruzione. Continua senza sosta l'opera di «normalizzazione» di Hong Kong ordinata dal leader comunista cinese Xi Jinping dopo le proteste di massa del 2019. Anche il cosiddetto «Pilastro della Vergogna», la statua che da 24 anni si ergeva nel campus dell'Università per commemorare le vittime del massacro di piazza Tienanmen a Pechino del giugno 1989, è stata rimossa. La statua in rame, alta otto metri, rappresenta plasticamente l'orrore di quella strage, e raffigura cinquanta volti stravolti in un groviglio di corpi torturati. L'autore, l'artista danese Jens Galschiot, ha espresso il suo «assoluto choc» per l'accaduto, ma davvero non si può parlare di una sorpresa: da quando, il 1° luglio 2020, è entrata in vigore a Hong Kong la draconiana legge sulla sicurezza nazionale che vieta ogni minimo accenno di critica al regime, la governatrice Carrie Lam non ha fatto che attuare gli ordini dei suoi padroni e cancellare passo dopo passo gli elementi di democrazia che distinguevano l'ex colonia britannica tornata sotto sovranità cinese il 1° luglio 1997 dal resto della Repubblica Popolare. Le manifestazioni sono state proibite con il pretesto dell'emergenza sanitaria, i leader democratici incluso il famoso capo studentesco Joshua Wong sono stati arrestati e condannati al carcere, i giornali indipendenti sono stati chiusi e i loro editori a loro volta arrestati e incarcerati, la legge elettorale è stata cambiata per cancellare ogni parvenza di opposizione.

É stato anche chiuso il museo dedicato alle vittime del giugno 1989 e sono finiti in galera i dirigenti della Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements in China, l'associazione che ogni anno organizzava la manifestazione per Tienanmen e a cui Galschiot aveva donato la sua opera nel 1997. Mancava quasi solo l'eliminazione della statua commemorativa degli studenti cinesi pro democrazia. E a farla smantellare ha provveduto nel corso della notte - la stessa Università che la ospitava, che in una nota ha spiegato di aver dovuto agire così «sulla base di un parere legale esterno, valutando il rischio per il miglior interesse dell'ateneo». Una volta rimossa, la statua è stata montata su un container e trasportata in un magazzino, dove verrà custodita «mentre l'Università cercherà un parere legale per qualsiasi azione appropriata in seguito».

Questo anche perché Galschiot, che valuta la statua 1,4 milioni di dollari, aveva chiesto alle autorità di Hong Kong un'esenzione dalla famigerata legge sulla sicurezza per potersi presentare a recuperare la sua opera e riportarla in Europa (non è chiaro se abbia ottenuto risposta), promettendo al tempo stesso di chiedere un indennizzo qualora la statua venisse danneggiata. Anche se c'è chi si dice certo che lontano da sguardi indiscreti la statua verrà distrutta.

Normalizzazione a vele spiegate dunque, con relativo spiegamento dell'immancabile propaganda menzognera. Dopo aver diffuso un incredibile «libro bianco» dedicato ai «sinceri sforzi profusi per la democrazia a Hong Kong», il regime di Pechino ha ritenuto opportuno manifestare il suo pieno apprezzamento alla governatrice della città per il lavoro svolto. Il presidente Xi ha elogiato le recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento, che hanno attuato «il principio dei patrioti che governano Hong Kong stabilendo un modello politico di partecipazione ampia ed equilibrata di tutti i settori della società». Laddove «patrioti» significa, ovviamente, fedeli al regime comunista: gli altri sono stati fatti accomodare in carcere. Roberto Fabbri 

Le bugie cinesi di Stato sulla farsa di Hong Kong. E le minacce su Taiwan. Roberto Fabbri il 21 Dicembre 2021 su Il Giornale. La stretta del regime. Ira del partito per il voto col 30% di affluenza e oppositori in cella. "E Taipei tornerà a casa". Menzogne di Stato. È questa la cifra comune che unisce le notizie in arrivo oggi dalla Cina rossa di Xi Jinping, che si tratti della vicenda squallida delle violenze subite dalla campionessa di tennis Peng Shuai, delle elezioni addomesticate per il rinnovo del Parlamento di Hong Kong o delle polemiche con l'Occidente sulla crisi taiwanese. La propaganda di Pechino è sempre al lavoro, nella classica tradizione leninista, per fornire al mondo versioni falsificate della realtà a uso e consumo della conservazione del potere assoluto del Partito. E ieri ha dato o ha ritenuto di dare grande prova di sé.

Cominciamo dalla vicenda Peng. Una giornalista del Global Times, l'aggressivo tabloid ultranazionalista legato a doppio filo con il giornale ufficiale del Pc cinese Quotidiano del Popolo, ha pubblicato un brevissimo video e una foto della tennista, sostenendo di averli ricevuti da «un amico»: vi si riconosce la 35enne Peng Shuai in compagnia dell'ex stella cinese del basket Nba Yao Ming e di altri due noti sportivi cinesi. L'ambientazione è a Shanghai, nel corso di un evento tenuto sabato scorso per promuovere lo sci da fondo in vista delle imminenti Olimpiadi invernali di Pechino, e tutto deve servire a mostrare un'apparente normalità nella vita della campionessa che era a lungo scomparsa dopo che in novembre aveva sconvolto i vertici comunisti del suo Paese diffondendo un messaggio online in cui accusava l'ex vicepresidente cinese Zhang Gaoli di averla costretta a rapporti sessuali. Non è tutto. Un giornale cinese di Singapore ha diffuso un altro video, ripreso nel corso dello stesso evento a Shanghai, nel quale Peng precisa di ritirare le sue accuse di aggressione sessuale parlando di generici «fraintendimenti», non nomina mai Zhang e insiste essersi trattato di «affari privati». Nonostante questi sforzi della propaganda di Stato, che fanno immaginare le pressioni cui la tennista cinese è sottoposta, l'Associazione mondiale del tennis femminile ribadisce la sua richiesta di un'indagine «equa, completa, trasparente e senza censura» sulla vicenda.

Passiamo a Hong Kong. Dopo che meno del 30 per cento degli aventi diritto si sono presentati domenica scorsa a votare i candidati «patrioti» selezionati da Pechino per il rinnovo di un Parlamento ora addomesticato ai suoi voleri, il Partito è insoddisfatto. Lo dimostra l'uscita rabbiosa del portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, che attribuisce la scarsissima affluenza a «elementi anticinesi decisi a distruggere Hong Kong e all'interferenza di forze esterne». Altra musica ma sempre spiccatamente ipocrita ha cercato di suonare la governatrice dell'ex colonia britannica: «Non possiamo fare copia-incolla con il sistema o le regole cosiddette democratiche dell'Occidente ha detto Carrie Lam - Hong Kong è tornata sulla strada giusta, quella di Due Paesi e Due Sistemi, dopo una bella campagna elettorale»: svoltasi con gli attivisti dell'opposizione in carcere o in esilio all'estero. Secondo l'agenzia ufficiale cinese Xinhua «il voto dimostra la vera volontà del popolo della città cinese». Pechino ha anche diffuso per l'occasione un «libro bianco» (e chissà perché i libri pieni di bugie sono sempre bianchi...) dedicato «alla sincera buona volontà del governo centrale sullo sviluppo della democrazia a Hong Kong».

Infine, Taiwan. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha definito l'isola nazionalista alleata di fatto degli Stati Uniti che pure formalmente non la riconoscono «un vagabondo che tornerà a casa». «La Cina dovrà essere unificata e sarà unificata ha minacciato Wang -: non consentiremo agli Usa di usare Taiwan come una pedina per controllarci». Sul fatto che i taiwanesi non abbiano la minima intenzione di lasciarsi unificare dal regime di Pechino, come sempre, non una parola. Roberto Fabbri

Carlo Nicolato per “Libero quotidiano” il 12 dicembre 2021. Peng Shuai non ha mai denunciato di sua spontanea volontà le violenze subite dall'alto politico cinese Zhang Gaoli. Anzi è piuttosto probabile che la nota tennista quelle violenze non le abbia mai subite, ma in quanto ex amante di uno degli uomini più potenti della Cina sia finita in un ingranaggio di lotte intestine al partito comunista, giochi di potere di cui noi lontani occidentali abbiamo ben poca contezza. Una cosa è sicura, niente in Cina capita per caso, secondo il dissidente Wei Jingsheng, ex membro del Pcc, autore della Quinta modernizzazione e padre di una Cina democratica mai palesatasi, neanche il C vid è nato per caso, ma è stato deliberatamente diffuso durante i Giochi militari internazionali tenutisi a Wuhan nell'ottobre del 2019. Wei Jingsheng è ora convinto che tutta la storia di Peng Shuai sia una montatura nel quale l'Occidente stesso ha avuto un suo involontario ruolo anche se a Pechino forse ci si aspettava una reazione meno energica. Nel Partito comunista, racconta l'oppositore in un articolo pubblicato da Asianews, tutti sapevano che Peng Shuai era stata l'amante dell'ex vicepremier Zhang Gaoli e lo stesso racconto della tennista, cioè il post originale su Weibo poi rimosso, lo conferma. La Shuai peraltro non si limita ad accusare il suo ex amante di violenza, ma fa un racconto articolato nel quale a un certo punto la tennista, costretta dalle circostanze, si ritrova in una stanza da sola con lui e una guardia fuori «perché era impossibile far credere che tua moglie avrebbe acconsentito a una cosa del genere». «Quel pomeriggio» prosegue «sulle prime ti ho detto di no e sono scoppiata a piangere... Dopo cena, hai detto che non mi avevi mai dimenticata in quei sette anni, e che avrei dovuto essere carina conte, e via dicendo... Mi sentivo invadere dal panico, ma ho ceduto. Sì, abbiamo fatto sesso». La Shuai dice di non avere le prove di quello che è successo ma che poi «da quel giorno, ho sentito di nuovo sbocciare l'amore per te», come dieci anni prima. Poi un presunto litigio e lui che si nega di nuovo, «e sei sparito nuovamente, come avevi fatto sette anni fa. Hai detto che non c'era nessun impegno tra di noi». Anche senza voler essere maliziosi il racconto fa acqua da tutte le parti, ma diventa ancora più surreale quando la tennista fa presente che lui aveva sempre paura che l'amante avrebbe portato con sé un registratore «per raccogliere prove», come se fosse quello il nodo di tutta la questione. Il messaggio decisivo però arriva nel finale e non è una ripicca morale da amante ferito come sembrerebbe, ma un avvertimento politico: «Tu sei padre di un figlio e di una figlia. Dopo tutto quello che hai fatto in questa vita, saprai guardarli in faccia con la coscienza tranquilla?». Tutto questo però avrebbe certamente meno senso se non si fa caso all'ordine cronologico delle accuse di Peng Shuai e dei fatti che seguono. L'incontro tra i due risalirebbe infatti alla fine di ottobre, il post della tennista rimosso dopo pochi minuti dalla censura, ma rimasto abbastanza perché fosse notato, è del 2 novembre. Una settimana dopo, tra l'8 e il 12 novembre si è tenuto il 6° Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) che il più importante del ciclo di sette sessioni plenarie del Comitato tra un Congresso di partito e l'altro: rappresenta infatti l'ultima possibilità di dibattito prima che vengano prese le grandi decisioni al Congresso dell'anno successivo (il settimo Plenum serve invece a definirne l'agenda). Secondo Wei Jingsheng, nonostante le apparenze, Xi Jinping è arrivato al Plenum molto più debole di quanto non apparisse e soprattutto senza il sostegno necessario per una "terza risoluzione storica" di rottura che creasse una nuova tabella di marcia per il futuro come avrebbe voluto. Ne è risultata alla fine infatti una "risoluzione storica" che non è né carne né pesce, che imita le precedenti di Mao Zedong e di Deng Xiaoping ma non ci assomiglia. Per Xi l'operazione di è dimostrata una sconfitta, anche se all'esterno è stato detto ovviamente tutto il contrario (e i media occidentali l'hanno bevuta), dovuta principalmente alla fazione dell'ultranovantenne ex presidente Jiang Zemin, il cui uomo di punta è proprio il nostro Zhang Gaoli, secondo Jingsheng «l'unico uomo forte e sano» del gruppo. Far crollare la sua credibilità prima del Plenum era dunque una priorità per Xi. Avrebbe potuto accusarlo di corruzione, come si fa di solito, ma Zhang è molto potente e il presidente non aveva molto tempo a disposizione. Per cui si è giocata la carta dello scandalo sessuale utilizzando la vecchia e famosa amante. Fin troppo famosa però perché la cosa rimanesse nella cerchia del potere cinese e senza conseguenze esterne. Ne è venuto fuori un pasticcio in cui Xi ha dimostrato di essere solo una sbiadita fotocopia di ciò a cui ambisce. 

DATAROOM: Cina, 20 anni nel Wto: gli aiuti di Stato e tutte le altre regole violate nel commercio. Milena Gabanelli e Danilo Taino su il Corriere della Sera il 6 Dicembre 2021. Vent’anni fa, nel 2001, il Prodotto interno lordo (Pil) della Cina era di 1.339 miliardi di dollari. Quello stesso anno, esattamente l’11 dicembre, il Paese raggiunse l’obiettivo che si era posto da un quindicennio: entrare nella Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Essere cioè ammesso nel sistema di scambi internazionali fondato su regole e con dazi vantaggiosi. Il risultato è che nel 2021 il Pil della Cina supererà il 15 mila miliardi di dollari. Quell’11 dicembre fu un punto di svolta: ha dato forma al Ventunesimo Secolo. In positivo e in negativo. Oggi, è il problema che hanno di fronte le economie di mercato e le democrazie. 

Le ragioni di una svolta

Nella primavera del 2000 il Congresso americano dette il suo via libera all’accettazione di Pechino nella Wto. «Un passo storico – commentò l’allora presidente Bill Clinton – verso la continuazione della prosperità in America, la riforma in Cina e la pace nel mondo». Nel maggio dello stesso anno anche la Ue raggiunse un accordo con la Cina che ne apriva la strada all’Organizzazione. E così avevano fatto tutti i membri della Wto. «Il Dragone diventa globale» era il commento degli esperti di commercio e di politica internazionale, avidamente rilanciato dai media del mondo. L’idea era che portare l’allora quinta economia del pianeta nel sistema commerciale condiviso l’avrebbe aiutata a crescere ulteriormente, l’avrebbe spinta a riformarsi nel senso del libero mercato, avrebbe corretto le sue pratiche anti-competitive e l’avrebbe inevitabilmente spinta verso un’apertura politica. 

I benefici per i consumatori

Dal punto di vista macroeconomico, l’ingresso cinese nella Wto ha facilitato un boom dei commerci e uno spostamento del centro dell’attività manifatturiera dall’area atlantica a quella del Pacifico. Il processo era già in atto, sia per l’emergere di altre economie asiatiche nel dopoguerra, sia per l’apertura della Cina al mondo decisa da Deng Xiaoping nel 1978. Ma l’ingresso del gigante asiatico nell’Organizzazione degli scambi significava che avrebbe beneficiato di tariffe migliori per le sue esportazioni, in cambio di dazi minori al suo import e rispetto di una serie di regole. I benefici per il resto del mondo ci sono stati. Innanzitutto per i consumatori, i quali hanno visto arrivare nei propri mercati prodotti «made in China» di ogni genere a basso prezzo. In secondo luogo per le multinazionali, che hanno avuto l’opportunità di entrare in un mercato in crescita continua e potenzialmente enorme: nell’elettronica, le aziende americane e giapponesi; nel settore auto, le americane, le tedesche, le nipponiche, le coreane; nella moda e nel lusso, il «made in Italy» ma anche i francesi e gli americani; i produttori di semiconduttori e di tecnologia avanzata. La Cina è così diventata via via la «fabbrica del mondo» e un mercato in espansione senza precedenti. 

I vantaggi per la Cina

Dal 2001 le esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono aumentate da 100 a 540 miliardi di dollari (2018). Quelle europee da 80 a 383 miliardi di euro nel 2020. La Cina ha esportato a ritmo infernale e ha registrato attivi della bilancia dei pagamenti straordinari. Nel frattempo nel Paese la povertà è diminuita e il presidente Xi Jinping può dire di averla eradicata: meno dell’1% dei cinesi vive al di sotto della linea che indica la povertà assoluta, 1,90 dollari al giorno: nel 1990 la quota era il 67%. Negli anni Ottanta, in Cina non c’erano di fatto imprese private, ma dalla fine dei Novanta il loro numero è esploso e oggi nelle città contano per l’85% dell’occupazione e per tutti i nuovi posti di lavoro creati. Dal 2001 il reddito delle famiglie urbane è aumentato del 431% (più del 60% della popolazione è urbanizzata). 

Usa e Ue: persi milioni di posti

Al tempo stesso, il cambiamento indotto dall’entrata dell’elefante nella stanza ha destabilizzato la realtà precedente. Sugli effetti sull’occupazione, provocati dell’arrivo della Cina nell’economia globale, il dibattito è aperto. Una serie di studi, per lo più americani, ha calcolato che l’impatto è stato consistente. Uno, condotto dall’Economic Policy Institute, ha stimato che da quando Pechino è entrata nella Wto al 2017 gli americani hanno perso 3,4 milioni di posti di lavoro. Il 74% dei quali nel settore manifatturiero. In sostanza, molto di quello che prima si produceva negli Stati Uniti è emigrato nelle fabbriche cinesi, a costi inferiori anche calcolando la logistica. Lo stesso, anche se in misura meno estrema, è stato vero per l’Europa. Uno studio di alcuni ricercatori dell’università di Stanford, però, ha sostenuto che nelle aree a prevalenza manifatturiera ci sono state sì chiusure di fabbriche, ma nelle zone a prevalenza di lavoro qualificato ci sono stati guadagni di occupazione. Una riallocazione, insomma: le multinazionali hanno trasferito posti di lavoro in Cina, ma hanno creato lavori di alta qualità in casa nei servizi, nel management, nelle vendite all’ingrosso, nella ricerca. In Italia, invece, patria delle piccole e medie imprese, la perdita di posti è stata in proporzione maggiore. 

Le regole mai rispettate

Quando la Cina entrò nella Wto si impegnò ad adeguare la propria economia alle regole e alle pratiche commerciali dei Paesi a libero mercato. Ma analisi svolte quest’anno, in vista del ventesimo anniversario dell’11 dicembre 2001, hanno stabilito che Pechino non si è mossa nella direzione promessa. La Information Technology and Innovation Foundation — un think tank non profit americano — ha stilato l’elenco degli impegni presi allora e non rispettati. Eccoli: la Cina non ha abbracciato politiche orientate al mercato; non tratta le imprese estere come quelle domestiche; le imprese di Stato non hanno ridotto il loro peso nell’economia, soprattutto nel settore tecnologico; le imprese di Stato non fanno acquisizioni fondate su logiche commerciali ma spesso politiche; i sussidi pubblici alle industrie non sono stati ridotti e informazioni su questi aiuti di Stato non vengono date tempestivamente; per operare in Cina devi cedere tecnologia ad un partner cinese; le violazioni e il furto di proprietà intellettuale non sono diminuite significativamente; gli standard tecnologici continuano a non essere trasparenti e in linea con le norme della Wto; le politiche sulla concorrenza sono ancora condotte in modo discriminatorio; gli accordi sulle forniture pubbliche non sono stati ratificati; il mercato dell’information technology non è stato aperto agli stranieri; la distribuzione di audiovisivi non è stata liberalizzata; le banche straniere continuano a non avere pari trattamento di quelle domestiche. 

I ripensamenti dell’Unione Europea

Quest’anno la Ue ha stigmatizzato il fatto che Pechino non abbia, a differenza di quanto promesso, aperto i mercati del digitale e dell’agricoltura, abbia continuato a produrre un eccesso di acciaio (sovvenzionato) — che mette fuori mercato i concorrenti esteri — e abbia continuato a dare sussidi di Stato alle proprie imprese. A fine 2020, sotto la presidenza di turno tedesca, la Ue ha firmato un accordo sugli investimenti con la Cina, molto voluto da Angela Merkel, molto contrastato da Washington e da alcuni partener europei. Da allora l’accordo è finito nella sabbia e difficilmente riprenderà vita. Oggi la posizione della Ue verso la Cina sta diventando via via più consapevole delle scorrettezze di Pechino in economia, e di quanto esse siano pericolose per gli scambi e per la politica internazionali.

Oggi la posizione della Ue verso la Cina sta diventando via via più consapevole delle scorrettezze di Pechino in economia, e di quanto esse siano pericolose (...)

La rinuncia a diventare economia di mercato

Lo scorso ottobre, i rappresentanti dei 164 Paesi presso la Wto hanno tenuto una riunione di valutazione a vent’anni dall’ingresso della Cina nella Wto. Su 50 interventi, la maggioranza ha criticato Pechino. Gli Stati Uniti e altri Paesi l’hanno accusata di minare il sistema degli scambi globali basato su regole. Il rappresentante americano David Bisbee ha detto che le aspettative di venti anni fa «non sono state realizzate e non sembra che la Cina abbia l’inclinazione a cambiare. Non possiamo nemmeno ignorare i rapporti dell’uso di lavoro forzato in numerosi settori da parte di Pechino». Quando entrò nella Wto l’accordo era che la Cina sarebbe stata dichiarata formalmente una «market economy» dopo 15 anni. Importante, perché contro un Paese che non è «economia di mercato» possono essere prese automaticamente misure antidumping, cioè di contrasto alla vendita sottocosto di prodotti. Nel 2015, dunque, Pechino chiese di essere definita economia di mercato. Ma Stati Uniti e Ue si rifiutarono di considerarla tale, dati i suoi pesanti aiuti di Stato alle imprese. La Cina di Xi Jinping ha insistito per un po’, poi nel giugno 2019 ha rinunciato a ottenere lo status prima che una decisione fosse presa formalmente da un panel della Wto. In altre parole: i cinesi sanno di non essere un’economia di mercato. 

44 volte accusata

Nel 2000, tra le 500 imprese globali elencate da Forbes, 27 erano cinesi; oggi sono 124, di cui 91 finanziate dal governo e dirette dal partito. È stata accusata dal tribunale 44 volte: sui limiti alle esportazioni di Terre Rare, sui trasferimenti di tecnologia, sulla violazione della Proprietà Intellettuale, sui sussidi ai produttori di alluminio. Però dal 2020 il tribunale è congelato: Trump ha bloccato la nomina di giudici scaduti e Biden non sembra avere intenzione di nominarli. 

Wto congelata

Che la Cina sia oggi pienamente integrata nell’economia globale e nel sistema degli scambi è un fatto incontrovertibile. È altrettanto innegabile che con la salita al potere di Xi Jinping, nel 2012, è diventato via via più chiaro che Pechino punta a un mondo dove è la Cina a dettare le regole commerciali, d’investimento e di concorrenza. Di fatto, in questa situazione, la Wto è impotente, con la seconda economia del mondo che non ne segue le regole. Washington e in parte la Ue infatti considerano l’Organizzazione, così com’è oggi, non più autorevole e nemmeno utile.

Cecilia Attanasio Ghezzi per "La Stampa" il 5 dicembre 2021. Follow the money. Anzi, follow the painting. Così sappiamo che il quadro di un importante artista cinese, Zeng Fanzhi, è stato venduto all'asta. Apparteneva a Duan Weihong, miliardaria molto vicina alla famiglia dell'ex premier Wen Jiaobao, ed ex moglie di Desmond Shum, imprenditore sino-britannico che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo evocativo, «Roulette rossa», in cui descrive la commistione tra affari e politica, corruzione e vendetta di cui è stato diretto testimone nei suoi anni di attività in Cina. Il venditore dell'opera risulta essere «un'importante istituzione», dando adito a chi pensa che i beni di Duan siano stati confiscati e che lei sia finita in una sorta di detenzione extra-giudiziaria. Di lei, infatti, non si hanno notizie dal 2017, quando è misteriosamente scomparsa poche settimane dopo che Sun Zhengcai - all'epoca il più giovane dei 25 membri del Politburo e considerato un potenziale successore del presidente Xi Jinping - è stato accusato di corruzione e condannato all'ergastolo. Un'unica eccezione: lo scorso settembre aveva chiamato l'ex marito pregandolo di fermare la pubblicazione del libro che raccontava i loro incontri privati e le loro relazioni d'affari con la famiglia Wen, Sun, l'attuale vice-presidente Wang Qishan e persino con la moglie del presidente: Peng Liyuan. Ma Desmond Shum, che nel 2015 si è separato e ha lasciato definitivamente la Cina, ha avuto l'impressione che la sua ex non fosse libera, che fosse stata costretta a fare quella chiamata. Ed è andato avanti con la pubblicazione. La sparizione di Duan non è un affatto caso isolato. Pechino ci ha abituati a processi a porte chiuse, confessioni pubbliche forzate e personaggi ricchi, potenti e famosi che scompaiono improvvisamente dai radar per riapparire, con tempi più o meno lunghi, nelle maglie del potere o della giustizia cinese. Nelle ultime settimane ha fatto scalpore la vicenda della tennista Peng Shuai, scomparsa dopo aver accusato di molestie sessuali un importante politico in pensione e ricomparsa, a seguito di una campagna di mobilitazione internazionale, in quelle che a molti appaiono foto e video forzati. Ma non dimentichiamoci del patron di Alibaba Jack Ma, eclissatosi ad ottobre 2020 subito dopo aver criticato pubblicamente il sistema della finanza cinese e riapparso un anno dopo in Spagna con 30 miliardi in meno. O dell'attrice Zhao Wei, 86 milioni di follower, completamente cancellata dall'internet cinese in concomitanza con una campagna governativa contro le influencer e ricomparsa un mese dopo in alcune foto che la mostrano nella sua città natale. Visto che da allora nessuno ne ha più avuto notizia, sono in molti a essere convinti che sia riuscita a scappare con suo marito in Francia, dove possiede una vigna nei pressi di Bordeaux. Per rimanere in tema di attrici c'è anche la vicenda della famosissima Fan Bingbing, scomparsa per alcuni mesi nel 2018 fino a quando non ha confessato pubblicamente di aver evaso le tasse. Si è poi saputo che in quel lasso di tempo era stata costretta a casa dal governo, in una sorta di arresto domiciliare informale. E ancora l'immobiliarista Ren Zhiqiang, condannato per corruzione a 18 anni dopo che aveva criticato pubblicamente la gestione della pandemia. O il mago della finanza Xiao Jianhua, che avrebbe aiutato la sorella e il cognato del presidente Xi Jinping a liberarsi di alcuni scomodi asset e che è stato prelevato nel 2017 da un hotel di Hong Kong e di cui non si è più saputo nulla se non che stesse «collaborando con le autorità» sulla terraferma. E poi ci sono stati Wu Xiaohui, presidente del colosso assicurativo Anbang e sposato con una nipote di Deng Xiaoping, portato via nottetempo e condannato a 18 anni per frode e ancora molti altri. Considerando che fare affari in Cina significa navigare in una zona grigia dove corruzione e politica vanno a braccetto, chi si è arricchito negli ultimi quarant'anni certo non può dormire sonni tranquilli. Specie se non è gradito a Xi. 

Dagotraduzione dal Guardian il 30 novembre 2021. Estratti di documenti inediti che collegano direttamente la repressione cinese sui musulmani uiguri e altri minoranze nella provincia dello Xinjiang alla leadership cinese sono stati pubblicati online. Tra questi, anche tre discorsi del presidente cinese Xi Jinping nell’aprile del 2014. Al centro dei documenti, c’è la sicurezza, il controllo della popolazione e la necessità di punire gli uiguri. Alcuni sono stati contrassegnati come top secret. I documenti sono trapelati attraverso l’Uyghur Tribunal, un tribunale del popolo indipendente con sede nel Regno Unito. Nei documenti, dirigenti di alto grado del Partito Comunista chiedono la rieducazione e il trasferimento degli uiguri per correggere lo squilibrio tra la loro popolazione e quella han nello Xianjiang. Il dottor Adrian Zenz, l'accademico tedesco a cui è stato chiesto dal tribunale di autenticare i documenti, ha affermato che i documenti top secret e riservati sono significativi perché mostrano molteplici collegamenti tra le richieste della leadership cinese del 2014 e ciò che è accaduto successivamente nello Xinjiang, compresa la massa internamento nei campi di rieducazione, trasferimenti coercitivi di manodopera e ottimizzazione della popolazione etnica aumentando le quote di popolazione Han. Zenz sostiene che i documenti mostrano l'intenzione a lungo termine della leadership di commettere un genocidio culturale con lo scopo specifico di salvaguardare il dominio del PCC. I documenti sono stati consegnati integralmente in forma digitale al tribunale a settembre, ma non sono stati pubblicati integralmente al fine di proteggere la fonte della fuga di notizie. Il dottor Adrian Zenz, l'accademico tedesco a cui è stato chiesto dal tribunale di autenticare i documenti, ha affermato che i documenti top secret e riservati sono significativi perché mostrano molteplici collegamenti tra le richieste della leadership cinese del 2014 e ciò che è accaduto successivamente nello Xinjiang, compresa l’internamento di massa nei campi di rieducazione, i trasferimenti coercitivi di manodopera e l’ottimizzazione della popolazione etnica aumentando le quote di popolazione Han. Zenz sostiene che i documenti mostrano l'intenzione a lungo termine della leadership di commettere un genocidio culturale con lo scopo specifico di salvaguardare il dominio del PCC. Sono state invece pubblicate le trascrizioni di alcuni documenti, lunghe citazioni, riassunti e analisi. I documenti originali sono stati sottoposti a revisione paritaria dal dott. James Millward, professore di storia intersocietale presso la Georgetown University di Washington, e dal dott. David Tobin, docente di studi sull'Asia orientale presso l'Università di Sheffield. Alcuni sono stati redatti per rimuovere i timbri di ricezione. La fuga di notizie copre 11 documenti e 300 pagine uniche. Vanno da aprile 2014 a maggio 2018. Zenz ha affermato che alcuni dei documenti sono stati attinti dal New York Times in un rapporto nel 2019, ma che la fuga di notizie comprende anche informazioni inedite. Alla fine del 2016, poco prima dell'attuazione di una serie di misure senza precedenti nello Xinjiang, le dichiarazioni dei leader sono state consegnate ai quadri dello Xinjiang come materiale di studio cruciale, preparandoli all'attuazione delle misure. In un discorso del 2014 coperto dalla fuga di notizie, Xi sostiene che l'iniziativa della cintura e delle strade, il suo progetto di politica estera distintivo, richiede un ambiente di sicurezza interna stabile. Afferma che la sicurezza nazionale dell'intero paese e il raggiungimento dei principali obiettivi della Cina nel 21° secolo saranno in pericolo se la situazione nel sud dello Xinjiang non sarà tenuta sotto controllo. Il discorso è stato pronunciato settimane dopo che Xi ha chiesto «sforzi a tutto campo» per consegnare alla giustizia gli assalitori che hanno ucciso 31 persone e ne hanno ferite più di 140 con coltelli e machete in un omicidio sanguinoso nella città sud-occidentale di Kunming il 1 marzo. Pechino ha incolpato i separatisti dello Xinjiang per l'attacco. Nel discorso Xi chiede che la regione si impegni in una battaglia a tutto campo per «impedire che le violente attività terroristiche dello Xinjiang si diffondano nel resto della Cina», sostiene che «la stabilità nello Xinjiang e persino in tutto il paese dipende dallo Xinjiang meridionale», e chiede «un duro colpo per farci guadagnare tempo». E dato che gli atti violenti si erano già diffusi in altre regioni della Cina, «proponiamo che lo Xinjiang sia attualmente in ... un doloroso periodo di trattamento interventistico». Gli estremisti religiosi, dice, sono «diavoli che uccidono senza battere ciglio». Avverte anche che l'estremismo religioso è «una potente droga psichedelica» e chiede riforme attraverso l'istruzione, in contrasto con una pratica di arresto e rilascio – un riferimento alla rieducazione e ai campi di detenzione. In un altro documento, il segretario del partito dello Xinjiang, Chen Quanguo, ordina personalmente ai funzionari di «radunare tutti coloro che dovrebbero essere rastrellati» e afferma che le strutture di rieducazione professionale della regione dovrebbero essere «gestite senza esitazioni per molto tempo». In uno dei discorsi, Xi sostiene che «la proporzione della popolazione e la sicurezza della popolazione sono basi importanti per la pace e la stabilità a lungo termine». Questa affermazione è stata successivamente citata testualmente da un alto funzionario dello Xinjiang nel luglio 2020, il quale ha poi sostenuto che la quota della popolazione Han dello Xinjiang meridionale era «troppo bassa». Altri documenti classificati lamentano «gravi squilibri nella distribuzione della popolazione etnica» e una struttura della popolazione «severamente monoetnica» (un'eccessiva concentrazione di uiguri) nel sud dello Xinjiang. Impongono che entro il 2022, 300.000 coloni (per lo più Han dalla Cina orientale) vengano trasferiti nelle regioni dello Xinjiang meridionale amministrate dallo Xinjiang Construction and Production Corps, noto anche come "bingtuan", un'entità paramilitare, con l'obiettivo esplicitamente dichiarato di aumentare le quote di popolazione Han nella regione. Lo stesso Xi ha ordinato l'abolizione delle politiche di controllo delle nascite preferenziali per i gruppi etnici nello Xinjiang meridionale che in precedenza avevano permesso loro di avere più figli degli Han. Ha chiesto che le politiche di controllo delle nascite nel cuore degli uiguri fossero rese «uguali per tutti i gruppi etnici». La nuova fuga di notizie è stata menzionata per la prima volta sabato in una sessione speciale del tribunale con sede nel Regno Unito. I rapporti del governo indicano che nel febbraio 2017, poche settimane prima dell'inizio di una campagna di internamento, i quadri dirigenti delle prefetture e delle contee sono stati sottoposti a un programma di studio intensificato di due dei discorsi di Xi per almeno due ore alla settimana. Zenz è stato denunciato dai difensori di Pechino come un fondamentalista cristiano determinato a distruggere il comunismo cinese. Il governo cinese gli ha imposto sanzioni. Ha sempre sostenuto che le libertà politiche, economiche e religiose nella regione dello Xinjiang sono «pienamente garantite». Zenz afferma che il nuovo materiale mostra che i massimi leader cinesi consideravano il raggiungimento del «mantenimento della stabilità» e degli obiettivi correlati, come la «e-estremizzazione» religiosa nello Xinjiang, una questione di sicurezza nazionale della Cina, cruciale per raggiungere obiettivi politici primari a lungo termine.

(ANSA-AFP il 24 novembre 2021) - Il tasso di natalità in Cina è crollato lo scorso anno, scendendo al livello più basso da oltre 40 anni, nonostante gli sforzi del regime comunista per convincere le coppie a fare più figli. Nonostante sia stato consentito dal 2016 di avere due figli, numero elevato quest'anno a tre, Pechino sta affrontando il rischio di un invecchiamento della popolazione e di un calo del numero dei lavoratori. Nonostante l'epidemia di Covid-19 che ha confinato milioni di coppie nelle loro case all'inizio del 2020, il tasso di natalità è diminuito drasticamente lo scorso anno, scendendo a 8,52 nascite ogni 1.000 abitanti. Secondo l'Annuario statistico 2021, pubblicato dal 1978, nel 2019 il tasso di natalità era ancora di 10,41 nascite ogni 1.000 abitanti. Secondo l'Ufficio nazionale di statistica, la cifra dell'anno scorso sarebbe addirittura la più bassa dalla fondazione del regime comunista nel 1949. Gli incentivi a fare più figli sembrano avere scarso effetto sulle famiglie, di fronte all'aumento del costo della vita, in particolare quello dell'istruzione e degli alloggi. Anche il numero dei matrimoni è crollato lo scorso anno, scendendo al minimo in 17 anni, con appena 8,14 milioni di coppie che hanno indossato l'anello. Anche il numero dei divorzi è diminuito per la prima volta in più di 30 anni, dopo l'imposizione all'inizio del 2020 di un periodo di riflessione di un mese alle coppie che vogliono separarsi. Tuttavia oltre 4,34 milioni di coppie hanno divorziato lo scorso anno, più della metà del numero dei matrimoni. L'agenzia Bloomberg ha calcolato che il numero delle nascite si è ridotto di 11,6 milioni tra il 2000 e il 2010 viste le differenze tra i dati annuali dell'Ufficio nazionale di statistica e dei risultati dei censimenti decennali.

Lorenzo Lamperti per “la Stampa” l'11 dicembre 2021. La parola chiave è sempre la stessa: pianificazione. Ma se prima era volta a ridurre le nascite, presto potrebbe essere volta ad aumentarle. La Cina osserva i dati demografici, in declino prima del previsto, e teme di diventare vecchia prima di diventare ricca. Dopo che nel 2015 è stata abbandonata la politica del figlio unico, c'è chi propone all'esecutivo di introdurre un obbligo al contrario: quello di avere tre figli. La richiesta arriva da un editoriale pubblicato sul media di stato China Reports Network, nel quale si propone che i membri del Partito comunista «si assumano la responsabilità e l'obbligo sostenere la crescita della popolazione». Nessuno di loro «dovrebbe utilizzare delle scuse, oggettive o personali, per non sposarsi o avere figli. E nemmeno per averne solo uno o due». Un obbligo che, se introdotto, riguarderebbe una popolazione superiore di oltre a un terzo a quella dell'Italia, visto che gli iscritti al Partito sono 95 milioni. L'articolo è stato rimosso dal web diversi giorni dopo la pubblicazione, ma quando ormai era diventato virale con diversi milioni di visualizzazioni e commenti sui social media cinesi. Negli scorsi mesi è stata annunciata la politica del terzo figlio, dopo che i dati del censimento decennale del 2020 hanno mostrato un rallentamento della crescita della popolazione. Il dato annuo dello 0,53% è il più basso dal primo censimento del 1953. Nel 2020 sono state registrate 8,52 nascite ogni mille persone, minimo storico dal 1978, vale a dire dall'anno prima dell'introduzione della politica del figlio unico di Deng Xiaoping. Allora Pechino era convinta che la sovrappopolazione fosse un pericolo per crescita e benessere. Quasi mezzo milione di funzionari furono destinati alla pianificazione familiare e molti di loro operano ancora nello stesso dipartimento: anche per questo il governo non ha per ora proceduto a eliminare tutti i vincoli sulle nascite, limitandosi ad alzarne il tetto. La strategia del figlio unico veniva rivendicata fino a un decennio fa in tutti i consessi internazionali per i suoi «risultati benefici» anche nel campo del contrasto al cambiamento climatico. Meno persone e meno emissioni, si diceva. In realtà, il modello ha anche creato un profondo squilibrio demografico: oggi in Cina ci sono 30 milioni di uomini in più delle donne, soprattutto nelle zone rurali. Ma ora il trend demografico allarma Xi Jinping. I dati parziali provinciali sulle nascite mostrano nel 2021 forti riduzioni rispetto a un 2020 già molto basso. Secondo il demografo He Yafu, la popolazione cinese potrebbe raggiungere il proprio picco già quest' anno, in netto anticipo rispetto alla previsione ufficiale del 2027, orizzonte oltre il quale avrebbe dovuto cominciare la discesa. Un recente studio della Xian Jiaotong University sostiene che la popolazione cinese potrebbe dimezzarsi entro il 2045, rivedendo drasticamente al ribasso le proiezioni delle Nazioni Unite. Lancet prevede invece il dimezzamento entro il 2100. Ma la tendenza sembra ormai inarrestabile e può avere un profondo impatto economico. La forza lavoro è diminuita quasi del 7% in un decennio, mentre gli over 60 sono in costante aumento. Ciò comporta una riduzione della manodopera qualificata e l'aumento dei salari. Per non parlare della crescita del carico su sanità e welfare. Non a caso si parla di una possibile riforma delle pensioni. Pechino sta provando a ridurre le conseguenze del calo demografico col passaggio da un modello basato sulla produzione a basso costo a una società di consumi. Ma il calo della natalità rischia di avvenire prima che la transizione sia completata e quando ancora diversi segmenti della società vivono appena al di sopra della soglia di povertà. E alzare il tetto sulle nascite non basta senza interventi strutturali. L'urbanizzazione e l'aumento del costo della vita hanno reso più difficile per i giovani cinesi creare una famiglia e fare figli. I cambiamenti culturali degli ultimi decenni hanno portato a un crollo dei matrimoni, che avvengono in età sempre più avanzata, e a un picco dei divorzi. Il governo ha appena deciso di abbassare i costi delle nozze, mentre cerca di alzare i sussidi familiari. Allo stesso tempo interviene abolendo la vasectomia in diversi ospedali pubblici, mentre la comunità Lgbt+ è percepita come un ostacolo alla politica di sostegno demografico. Il Partito ha deciso che servono più figli. Ma potrebbe non vederne venire alla luce quanti ne vorrebbe.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 24 novembre 2021. La Cina ha vietato alle sue celebrità di mostrare la propria ricchezza sui social media. La Cyberspace Administration of China ha annunciato ieri che alle celebrità del paese non sarà permesso di "mostrare ricchezza" o "piacere stravagante" sui social media. Le regole impediscono inoltre alle celebrità di pubblicare informazioni false o private, provocando i fan contro altri gruppi di fan e diffondendo voci.  Inoltre, Business Insider riferisce che gli account sui social media sia delle celebrità che dei fan dovranno rispettare «l'ordine pubblico e le buone abitudini, aderire al corretto orientamento dell'opinione pubblica e all'orientamento ai valori, promuovere i valori fondamentali socialisti e mantenere uno stile e un gusto sani». Le nuove regole rappresentano l'ultimo giro di vite sulla cultura in Cina mentre il paese continua a rafforzare la sua presa sull'industria dell'intrattenimento. A settembre, le celebrità cinesi sono state avvertite che dovevano «opporsi alle idee decadenti del culto del denaro, dell'edonismo e dell'individualismo estremo» in un simposio sull'industria dell'intrattenimento ospitato dal Partito Comunista. L'incontro di Pechino si è svolto con lo slogan: «Ama il partito, ama il Paese, propugna la morale e l'arte». Vi hanno partecipato alti funzionari del partito e capi dello spettacolo a cui è stato detto che devono conformarsi all'etica sociale, alla moralità personale e ai valori familiari. La Cina vede la cultura delle celebrità e la ricerca della ricchezza come una pericolosa importazione occidentale che minaccia il comunismo perché promuove l'individualismo piuttosto che il collettivismo. Ai partecipanti alla conferenza è stato detto che devono «abbandonare consapevolmente i gusti inferiori volgari e kitsch e opporsi consapevolmente alle idee decadenti del culto del denaro, dell'edonismo e dell'individualismo estremo», secondo i media statali. E, ad agosto è stato diffuso sui social media un elenco di «celebrità che si comportano male».

Marco Respinti per "Libero quotidiano" il 19 novembre 2021. Un fegato? 260mila yuan, cioè 40.700 dollari statunitensi. Un rene invece ne vale 160mila (25.000 dollari), un cuore 100mila (15.600 dollari) e un polmone 80mila (12.500 dollari). Per un pancreas servono 50mila yuan (7.800 dollari), come per un intestino tenue, mentre le cornee vengono via a 10mila yuan al pezzo, cioè solo 1.600 dollari. Per il regime neo-post-nazional-comunista è prassi mandare a morte qualche migliaio di prigionieri politici ogni anno, espiantandone gli organi per alimentare il mercato nero dei trapianti. Ma la novità introdotta dal "modello cinese" di Xi Jinping, che diversi vorrebbero importare in Occidente, è la normalizzazione tecnocratica dell'orrore e così adesso arriva anche il tariffario.

PREZZI PUBBLICI Come riporta il quotidiano statunitense The Epoch Times, in prima linea nel denunciare gli obbrobri di Pechino, diverse fra province e città della Cina hanno messo in pratica quanto previsto da un'ordinanza diramata in luglio dal governo in tema di parcelle e gestione finanziaria dei trapianti. Entro il 1° settembre, cioè, le amministrazioni locali e le regioni autonome (il nome dietro cui la burocrazia nasconde l'occupazione militare e coloniale di zone come il Tibet, lo Xinjiang e la Mongolia cosiddetta «interna») erano tenute a stilare listini prezzi e così hanno fatto. Nell'Henan, per esempio, cuore storico del Paese, 167mila kmq per 95 milioni di abitanti, se ne sono occupati con zelo sei dipartimenti, tra cui la Commissione Salute, il dicastero delle Finanze e l'Amministrazione per la supervisione del mercato. Sì, perché in Cina un mercato c'è, libero quanto serve allo Stato per incatenare i cittadini lucrandoci, e lo dimostra proprio la predazione di organi. L'Henan e lo Hubei (provincia sempre centrale di 186mila kmq per 58 milion di abitanti) sfoggiano prezzi diversi, diversi anche per organi di bambini e di adulti. Il che però aumentalo sgomento: se gli organi predati agli adulti vengono dai prigionieri politici giustiziati, da dove vengono quelli dei bambini? La domanda, angosciante, fa parte del mistero persistente dei trapianti cinesi. Il numero degli organi disponibili è infatti enorme e i conti non tornano, come documentano il «China Tribunal», svoltosi a Londra dal dicembre 2018 all'aprile 2019 e conclusosi con un atto di accusa di oltre 560 pagine, e il «World Summit on Combating and Preventing Forced Organ Harvesting», organizzato in settembre da DAFOH (Doctors Against Forced Organ Harvesting), l'organizzazione statunitense di professionisti leader a livello mondiale di questa battaglia. La Red Cross Society of China dice ufficialmente da sempre che gli organi disponibili sarebbero frutto di donazioni volontarie. Ma la Red Cross Society of China non c'entra con la Croce Rossa Internazionale e dipende dal governo cinese. Parlando al Circolo della stampa di Bruxelles il 27 ottobre, Hamid Sabi, consulente del «China Tribunal» citato da The Epoch Times, ha ricordato come il database delle donazioni di organi, gestito dal Partito Comunista al potere dal 1949, sostenga di ottenere da ogni singolo donatore volontario ben 2,8 organi: il che è letteralmente da Superman, essendo la cifra 180 volte superiore a quanto fanno Europa e Stati Uniti. Ma anche fosse, non si arriverebbe lo stesso ai 10mila trapianti vantati annualmente dalle stime ufficiali. Del resto è dal 2006 che David Kilgour (ex segretario di Stato canadese per l'area indo-pacifica), l'avvocato canadese David Matas e il giornalista Ethan Guttmann, oggi ricercatore sulla Cina della Victims of Communism Memorial Foundation di Washington, aggiornano studi e statistiche parlando di una forbice tra i 60mila e i 100mila trapianti reali l'anno. 

LEGALIZZARE L'ABUSO Cifre da capogiro, ma c'è un aspetto ancora più raccapricciante. Il tariffario del regime non è solo un distillato di cinismo: serve anche a puntellare la bugia. Cosa di meglio se non "legalizzare" l'abuso attraverso una regolare prezzatura della merce? È ciò che dice a The Epoch Times il dottor Wayne Shih-wei Huang, chirurgo, direttore di IRCAD Taiwan, il maggior centro di formazione per la chirurgia non-invasiva di tutta l'Asia. Una finzione colossale per fingere domanda e offerta. I costi per gli organi dei bimbi dovrebbero infatti essere più alti, e non inferiori, di quelli degli adulti, e non ha senso che un rene abbia un costo maggiore di quello di un cuore, più difficile da prelevare, conservare e trasportare. Bugie, insomma, persino raccontate male. Ma vale tutto, se non c'è chi voglia vedere. 

Il nuovo Mao. La svolta di Xi Jinping ha reso la Cina ancora più spietata. Dario Ronzoni il 18 Novembre 2021 su L'Inkiesta. Le restrizioni imposte dal Partito Comunista hanno reso più complicato il rapporto di Pechino con il mondo esterno. L’obiettivo è costruire un Paese nuovo, più socialista, compatto e uniforme dal punto di vista ideologico. Per il presidente è questa la struttura più adatta per affrontare alla pari gli Stati Uniti. Il primo segnale è arrivato a giugno. L’app di ride-sharing cinese Didi Chuxing aveva cercato di quotarsi alla borsa di New York, suscitando lo sconcerto dei vertici di Pechino, preoccupati che l’offerta pubblica mettesse i regolatori americani nelle condizioni di accedere a dati sensibili cinesi. Come risposta, il governo ha varato una serie di leggi che rendono più difficile alle società del Paese di cercare finanziamenti all’estero. Subito dopo è toccato all’istruzione. La stretta ha colpito le società private di lezioni online, fondamentali per superare gli esami per i college più esigenti. Da luglio viene impedito di servirsi di insegnanti stranieri per le materie fondamentali, da agosto entra in vigore l’obbligo di affiancare ai corsi anche l’insegnamento del pensiero di Xi Jinping, oltre al divieto per i ragazzi di giocare con i videogame più di tre ore alla settimana, in fasce della giornata ben definite. Non è finita: sempre ad agosto Xi Jinping ha deciso di colpire i redditi più alti. In nome della «prosperità comune», come ha detto, diventa necessario combattere le disuguaglianze nel Paese attraverso azioni specifiche: sviluppo delle campagne, miglioramento dei servizi sociali e regolamentazioni delle cosiddette entrate in eccesso. È a quel punto che i ricchi del Paese hanno cominciato a fare donazioni e beneficenza. Il messaggio era passato. Qualcosa sta cambiando, insomma: nelle grandi cose come nelle piccole. L’attacco alla celebrity culture ne è un ennesimo esempio, così come la messa al bando delle acconciature delle star giudicate poco mascoline (perché ispirate a quelle sgargianti dei vip coreani). Come spiega questo importante articolo dell’Atlantic, Xi Jinping vuole cambiare la Cina, riplasmarne la società e ribadire la superiorità dello Stato e del partito. Se possibile, eliminando ogni forma di contaminazione culturale straniera (leggi: occidentale) come l’individualismo e la ricerca del successo. È una operazione di nation building, spiega l’articolo, orientata a stabilire in via definitiva l’identità del Paese e dei suoi cittadini. Non è semplice comprenderne le ragioni. Da un lato i passati decenni di riforme e liberalizzazioni hanno portato a un boom economico, segnato da uno sviluppo improvviso e dalla nascita di piccoli poteri economici. La preoccupazione di Xi Jinping è proprio questa: occorre spegnere ogni forma di potere concorrenziale (come è avvenuto con la repressione nei confronti delle aziende Big Tech) ed è fondamentale farlo il prima possibile. La decisione dei tempi è tattica. Agendo subito, potrà presentarsi nel 2022 al Congresso del Partito Comunista in posizione di forza, da cui cercherà di garantirsi – unicum per la Cina moderna – un terzo mandato. L’operazione è complessa, richiede molta stabilità e un ampio consenso. La svolta in nome della «prosperità comune» avrebbe proprio questa funzione: una mossa populista volta ad assicurare al presidente il sostegno ideale dei cittadini. Ma oltre al calcolo politico, dietro alle manovre del governo c’è anche un’altra spiegazione (che non esclude ma, al contrario, rafforza la prima): Xi Jinping crede davvero in ciò che sta facendo. Se è facile bollare come retorici i richiami ufficiali al marxismo dei vertici e della propaganda, la realtà è che per il presidente il piano ideologico è importante. Stando ad alcune indiscrezioni, sarebbe davvero indignato di fronte all’esibizione sfrenata della ricchezza e al progressivo allentamento dei valori tradizionali. Riprendere in mano la Cina significa allora aumentare i controlli sulla ricchezza, passare al setaccio le attività delle banche, lottare contro la corruzione. Ma anche, su un piano diverso, ridurre le possibilità di abortire per contrastare il declino demografico. Xi Jinping sta soltanto seguendo la tradizione del partito comunista cinese: regolamentare ogni aspetto della società, anche a livello capillare. L’obiettivo, come ai tempi della fondazione del partito e della Rivoluzione culturale di Mao, sarebbe sempre quello: creare un Paese nuovo, più equo e più forte. È qui che il piano assume un valore internazionale. La nuova Cina voluta da Xi, più compatta, più uniforme e più disciplinata, sarebbe l’unica a suo avviso in grado di vincere il confronto con gli Stati Uniti. Di fronte a una super-potenza ormai considerata in declino e senza spinta morale, Pechino è pronta a fornire un’immagine di armonia e prosperità, capace di raggiungere grandi obiettivi e di accrescere il livello di benessere dell’umanità. In questo senso, le restrizioni imposte negli ultimi mesi sarebbero solo l’inizio di una svolta generale, che assicurerebbe a lui la permanenza al potere e alla Cina la prevalenza nel mondo. Il risultato sarà di nuovo lo scontro Est- Ovest, una riedizione della Guerra Fredda, ancora giocata sul confronto tra due sistemi e tra due modelli di vita: uno socialista e autoritario, l’altro capitalista e liberale. Certo, agli osservatori internazionali sembra paradossale che Xi, in nome del controllo, sia disposto a soffocare la spinta imprenditoriale e innovatrice che negli ultimi decenni ha arricchito il suo Paese. Ma a Pechino la cosa non sembra suscitare (almeno per ora) particolari problemi. A differenza degli occidentali la Cina è convinta che crescita economica e libertà non debbano per forza essere collegate. Se la fisionomia della Cina che verrà sembra sempre più precisa, è però meno chiaro capire se sarà in grado di reggere la sfida con l’Occidente, mantenere la stabilità sociale e raggiungere un livello più alto di benessere economico. Xi Jinping scommette di sì. Ma se non dovesse riuscire, gli esiti potrebbero rivelarsi devastanti.

La storia del Grande balzo e dell’utopia comunista di Mao. Andrea Muratore su Inside Over il 14 novembre 2021. Quella di Mao Zedong è una delle storie più complesse e controverse nel panorama della Cina contemporanea. Il Grande Timoniere vede il suo giudizio storico condizionato principalmente dal suo più importante e tragico fallimento politico: le disastrose conseguenze del Grande balzo in avanti, il tentativo di accelerata modernizzazione della Repubblica Popolare compiuto tra il 1958 e 1961 per modificare profondamente la società e l’economia del Paese e risoltosi in una serie di catastrofi.

Il dilemma della collettivizzazione

Vinta la guerra civile contro i nazionalisti nel 1949, Mao Zedong e il suo regime si trovarono di fronte alla necessità di fare i conti con la necessità di gestire un Paese profondamente segnato da disuguaglianze interne, fondato su un’economia essenzialmente agricola, impoverito in termini di collegamenti interni e ben lontano dai livelli di sviluppo delle principali aree economiche del pianeta. Il socialismo che Mao intendeva realizzare nella Repubblica popolare iniziò a essere strategicamente programmato dopo la fine dell’impegno cinese nella Guerra di Corea. Tra il 1953 e il 1957 andò in scena il primo piano quinquennale volto a dare forma giuridica e pragmatica ai programmi economici e sociali del nuovo regime.

In Cina l’obiettivo della collettivizzazione delle terre andava di pari passo con il progetto delle prime forme di sviluppo industriale del Paese. In seno al Partito comunista cinese i moderati, rappresentati come figura di punta da Liu Shaoqi, membro dell’Ufficio politico del partito e presidente della Repubblica dal 1959, sostenevano che il processo avrebbe dovuto essere graduale e la collettivizzazione avrebbe dovuto attendere i progressi dell’industrializzazione, che avrebbe fornito all’agricoltura le macchine necessarie. Mao, invece, guidava una fazione più radicale che puntava in tempi brevi al socialismo realizzato.

Quando tra 1956 e 1957 la vicina Unione Sovietica iniziò a progettare il distacco dallo stalinismo e le fazioni moderate dei locali partiti comunisti iniziarono a far sentire la loro voce in Germania Est, Polonia e, soprattutto, Ungheria la leadership di Pechino si sbilanciò sempre di più, per reazione, verso il rafforzamento della linea radicale.

La cinica utopia di Mao

Si ripropose in Cina quanto successo nell’Unione Sovietica di fine Anni Venti e inizio Anni Trenta: la spinta sulla collettivizzazione delle campagne doveva andare di pari passo con un programma di industrializzazione capace di bruciare le tappe per portare a marce forzate il Paese nella modernità. Mao progettò il secondo Piano quinquennale destinato a prendere il via nel 1958 denominandolo come il piano del “Grande balzo in avanti”. Lo spirito di tale piano fu concretamente enunciato a Wuhan, nello Hubei, in occasione dell’VIII congresso del Pcc, tenutosi nell’inverno 1958, mentre le politiche per metterlo in atto erano in dispiegamento da un anno circa.

La fuga accelerata nell’utopia mirava inoltre a consolidare e rafforzare il controllo politico sulle periferie e sul mondo agricolo, forzando la mano di un processo di collettivizzazione che, tra alti e bassi, era proseguito senza traumi dal 1949 al 1958, portando all’istituzione di diversi nuclei d’aggregazione: dapprima le Squadre di mutuo aiuto (5-15 famiglie), poi nel 1953 le Cooperative semplici (20-40 famiglie), infine nel 1956 le Grandi cooperative (100-300 famiglie).

Secondo Mao il “Grande Balzo in Avanti” doveva sostanziarsi in un gigantesco sforzo di produzione collettivo volto a cambiare sia la Cina che i cinesi, che a suo avviso erano troppo ancorati ai retaggi culturali e feudali del passato, facendo mobilitare le energie della cittadinanza e la manodopera portando la volontà collettiva a trionfare sulle difficoltà operative del parallelo processo di collettivizzazione e industrializzazione. Un forte slancio ideologico avrebbe dovuto, al ritmo di motti quale “Qualche anno di sforzi a di lavoro per diecimila anni di felicità”, oppure “Avanzare con entrambe le gambe” , portare i cinesi a convincersi di potersi sottrarre con le proprie energie alle difficoltà del passato. Per Mao i ritardi congeniti di sviluppo della Cina erano dovuti alla sua situazione medievale, da demolire per entrare ormai in un’era di rapida crescita e di prosperità continua.

Cuore pulsante del processo furono le 26mila Comuni popolari attorno a cui in media 5.000 famiglie avrebbero dovuto vivere in autosufficienza con i propri raccolti, il proprio ecosistema sociale ed educativo, le proprie aziende. Sulle Comuni veniva scaricato a valle il peso del processo di radicale ristrutturazione della Cina.

Ogni Comune avrebbe dovuto possedere, assieme ai campi, delle fornaci e degli altoforni di piccole dimensioni destinate ad essere utilizzate per la lavorazione dell’acciaio. Mao considerava il grano e l’acciaio come i pilastri portanti dell’economia e dichiarò che entro poco più di un decennio anni la Cina avrebbe raggiunto l’Inghilterra nella produzione di acciaio, spinto dalla visione comunitarista di Zeng Xisheng, primo segretario provinciale dell’Anhui, e parallelamente centinaia di milioni di persone furono chiamate a progettare, sviluppare o ristrutturare le infrastrutture idriche e di collegamento per l’irrigazione, il commercio, lo sviluppo della rete idraulica prevista come apparato di sostegno alle nuove forme di organizzazione.

Il disastro

In sostanza l’idea maoista del trionfo della volontà si doveva sostanziare in un grande sforzo di ingegneria sociale per portare a grandi passi la Cina nella modernità attraverso il socialismo. Il piano maoista scontava però alcuni problemi fondamentali:

Il rifiuto di qualsiasi logica di scala, premessa di dispersione di risorse e possibilità d’azione.

La mancanza di coordinazione tra le Comuni e le autorità centrali e il sostanziale sfruttamento delle prime come strumento di controllo della popolazione.

La mancanza di competenze tecniche nella gestione delle grandi opere idrauliche.

La sottovalutazione del ruolo culturale del retaggio ancestrale cinese nei rapporti sociali interni al Paese.

Questo sostanzialmente portava le Comuni ad essere di fatto prigioni per uomini liberi controllate dal Partito e dai suoi funzionari, perennemente vagliate dai censori maoisti e a costrette a sopravvivere solo grazie agli sforzi titanici dei lavoratori. Anche la scelta di decentralizzare la produzione siderurgica, mancando ogni ragionamento di politica industriale, deviò risorse e fu disastrosa.

In molti villaggi cinesi, i capi locali della zona furono torturati, umiliati e giustiziati e i leader locali del Pcc guidavano marce punitive, intimidazioni e violenze per portare i contadini a aderire al Grande balzo in avanti e ai suoi obiettivi. Lo stesso Liu Shaoqi, il numero due del Partito scrisse parole pesanti sui metodi coercitivi utilizzati: “Quanto ai modi in cui le persone vengono uccise, alcune sono sepolte vive, altre sono giustiziate, altre sono fatte a pezzi, e tra coloro che vengono strangolati o massacrati a morte, alcuni dei corpi sono appesi agli alberi o alle porte”.

Unitamente a ciò, bisogna aggiungere due fattori importanti. In primo luogo Mao volle consolidare il Grande balzo in avanti lanciando la campagna contro i quattro flagelli che a suo avviso infestavano le città: il Pcc diede ordine di fare tutti gli sforzi per contrastare e decimare i ratti, le mosche, le zanzare e i passeri. Questi ultimi, in particolar modo, erano indicati come il nemico pubblico numero uno, animali parassiti divoratori di raccolti. Per sterminarli, fu mobilitata in massa la popolazione rurale: i contadini davano la caccia ai passeri, li uccidevano in volo o nei rami, ne distruggevano nidi e ripari, ne uccidevano i pulcini.

Troppo tardi, nel 1960, i dirigenti cinesi si resero conto che i passeri non cacciavano solo i frutti dei raccolti dei contadini ma anche e soprattutto diversi insetti e parassiti. La loro eradicazione pressoché totale è ritenuta da diversi studiosi una delle cause del dilagare delle invasioni di cavallette in numero incontrollato.

In secondo luogo, l’invasione delle cavallette andò di pari passo con una serie di disastri naturali che tra il 1959 e il 1961 imperversavano ovunque nel Paese. Nel luglio del 1959, il Fiume Giallo ruppe gli argini nella Cina orientale, uccidendo due milioni di persone, nel Paese altre alluvioni e ondate di siccità aggiunsero caos e disordine e la mala progettazione dei lavori agricoli, delle opere idrauliche, delle Comune stesse amplificò il conto dei danni per la Cina.

La grande carestia

A valle di questo caotico processo subentrò una gravissima carestia data dalla complicità tra le utopie del Grande balzo in avanti e le situazioni contingenti sul piano naturale. Fu la carestia massicia che travolse la Cina, data dall’impossibilità di creare un sistema capace di resistere agli shock e dall’utopismo eccessivo, a condannare la rivoluzione maoista.

Lo storico Frank Dikötter, autore de La Grande Carestia di Mao, sosteiene che le conseguenze del Grande balzo in avanti avrebbero ucciso circa 45 milioni di persone. Di queste la stragrande maggioranza sarebbe morta principalmente a mezzo carestia, ma ci sarebbero stati almeno 2,5 milioni di morti tra assassinati, torturati a morte e vittime di stenti nei campi di prigionia. Tale stima è ritenuta la più radicale, ma anche calcoli più prudenti non riducono le stime sotto una cifra compresa tra i 22 milioni di morti (secondo l’ex titolare dell’Istituto nazionale di statistica cinese, Li Chengrui) e i 30 milioni calcolati da Judith Banister, direttrice di Global Demographics presso il Conference Board. Liu Shaoqi, nel parlare del problema del fallito piano nel 1962, sottolineò che formalmente il 30% della carestia doveva essere attribuita ai disastri naturali e il 70% a errori umani di vario genere.

Mao seppe uscire in maniera politicamente ardita dal disastro creato dalle sue politiche ammettendo, anzitempo, la responsabilità politica e puntando a consolidare la sua leadership morale sottolineando che erano stati i sabotaggi, i problemi interni e le condizioni avverse a frenare la marcia del socialismo cinese. Tanto da riproporre, pochi anni dopo, un nuovo piano di trasformazione integrale della società con la Rivoluzione culturale. Un processo accomunato al Grande balzo in avanti dalla negazione totale della volontà umana di fronte a un potere tanto autoritario quanto ottusamente pervasivo. E che provocò nuove devastazioni sociali e umane ritardando la marcia verso lo sviluppo di una Cina che l’avrebbe conosciuta solo a partire dagli Anni Ottanta.

(ANSA l'11 novembre 2021) - Il pensiero di Xi Jinping "sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era è il marxismo cinese contemporaneo, il marxismo del XXI secolo e l'essenza della cultura e dello spirito cinesi". Lo si legge nel comunicato diffuso dopo il Plenum del Pcc, che ha approvato il "rapporto di lavoro" di Xi. Il partito "ha stabilito il compagno Xi Jinping come 'nucleo' del Comitato centrale e dell'intero partito", e la sua posizione guida "nella nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi". È decisivo per "il grande ringiovanimento della nazione cinese".

(ANSA l'11 novembre 2021) - Il sesto Plenum del Partito comunista cinese ha chiuso oggi i suoi lavori, approvando una "risoluzione storica" presentata da Xi Jinping. Lo riferisce l'agenzia Xinhua. Il Plenum, in base a una lunga dichiarazione diffusa dalla Xinhua ai media ufficiali, ha sottolineato che "l'intero Partito deve sempre mantenere legami in carne e ossa con il popolo. Continueremo a realizzare, salvaguardare e sviluppare gli interessi fondamentali della stragrande maggioranza del popolo e a unire e a guidare il popolo cinese di tutte le etnie e gruppi nella lotta per una vita migliore". Tutto il Partito "deve tenere a mente che nasciamo nelle difficoltà e moriamo nella comodità, tenere a mente la lungimiranza, essere vigili in tempi di pace e continuare a portare avanti il “grande nuovo progetto di costruzione del Partito in la nuova era". Il Plenum ha rimarcato la necessità di sostenere "un governo rigoroso del Partito e di promuovere fermamente la condotta del Partito, un governo pulito e la lotta alla corruzione. Faremo in modo che la causa del socialismo con caratteristiche cinesi sia irremovibile e indomita". Il XX congresso del Pcc è stato convocato per la seconda metà del 2022.

(ANSA l'11 novembre 2021) - Aderendo "a 'un Paese, due sistemi" e portando avanti la riunificazione della madrepatria", il Comitato centrale del Partito comunista cinese ha adottato "una serie di misure per affrontare sia i sintomi sia le cause profonde, implementando fermamente 'i patrioti che governano Hong Kong e Macao" e spingendo "la situazione a Hong Kong per ottenere una transizione importante dal caos alla governance". Il Comitato centrale, si legge nel comunicato diffuso alla fine del sesto Plenum, si oppone "con assoluta determinazione agli atti separatisti dell'indipendenza di Taiwan" e alle "interferenze esterne".

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 9 novembre 2021. La Cina è ossessionata dalla Storia, fin dai tempi delle dinastie imperiali. Ora il Partito-Stato ha deciso di riscrivere la sua Storia: è questo il mandato affidato al Plenum del Comitato centrale comunista, circa 370 dirigenti che ieri sono entrati in conclave a Pechino per varare una «Risoluzione sui grandi risultati e l'esperienza del comunismo cinese nei suoi primi cento anni». Il documento è già pronto, sarà votato giovedì 11 e conterrà una quantità di frasi e allusioni che daranno mesi di lavoro ai «pechinologi». Ma l'obiettivo è già chiarissimo: ispirato da questa revisione storica, nel novembre 2022 il XX Congresso del Partito rieleggerà il segretario generale Xi Jinping, per un altro lustro. È la terza volta che il Pcc mette mano al suo passato per determinare il futuro. Nel 1945, Mao Zedong fece regolare «certe questioni nella Storia del nostro Partito», chiudendo a proprio favore le rivalità anche ideologiche con i compagni della Lunga Marcia verso il potere. Nel 1981, Deng Xiaoping ispirò una seconda «Risoluzione sulla Storia del Partito», che segnalò «alcuni problemi» come «il caos della Rivoluzione Culturale», affermando che Mao «aveva avuto ragione nel 70% dei casi e torto nel 30%»: così il nuovo leader mise a tacere i maoisti puri e duri e aprì la Cina all'economia di mercato. Ora è il turno di Xi Jinping, che è segretario generale dal novembre del 2012 e vuole restare al timone per altri cinque anni almeno. Il documento sulla Storia serve a dimostrare che il lavoro da compiere è ancora così gravoso da imporre una continuità di comando supremo. Non ci sono più «questioni» e conti da saldare con il passato, come ai tempi di Mao e Deng. Non c'è da aspettarsi che per esempio Xi riapra il capitolo sull'«incidente di Piazza Tienanmen». E poi, ha già fatto passare leggi penali che mandano in carcere per «nichilismo storico» chi mette in dubbio la linea ufficiale del Partito o l'eroismo dei suoi martiri. Questa terza Risoluzione sui cent' anni di imprese comuniste sarà un atto di autoaffermazione di Xi, l'apertura della nuova era che lui è destinato a guidare. Per preparare il terreno, l'ufficio propaganda ha appena pubblicato una «Storia sintetica del Partito»: non è brevissima, 531 pagine, un quarto delle quali dedicate ai primi nove anni di Xi. E alla vigilia del Plenum, l'agenzia Xinhua ha lanciato in Rete un profilo del segretario generale, nonché presidente della Repubblica, presidente della Commissione centrale militare e leader di un'altra dozzina di Gruppi guida. Sono 600 righe sotto il titolo «Xi Jinping, l'uomo che guida il Partito comunista cinese verso un nuovo viaggio». I biografi dell'agenzia sottolineano che Xi «ha ereditato un passato di successi gloriosi ma ha il coraggio di innovare, per rafforzare il Partito» e siccome è «un uomo d'azione oltre che di pensieri profondi», ce la farà. Per «rivitalizzare la nazione» è stata lanciata una campagna anticorruzione che solo «quest' anno ha punito o messo sotto inchiesta 20 alti funzionari, compresi due viceministri della sicurezza statale», scrive la Xinhua, ricordando che dal 2013 la Commissione di disciplina, la polizia e la magistratura hanno falciato «oltre 400 tra ministri, viceministri e dirigenti di livello superiore». La biografia prosegue esaltando «Xi uomo che marcia al fianco del popolo per coronare il sogno cinese», statista che nel 2019 ha preso parte a oltre 500 eventi di rilievo «e però trova il tempo per nuotare e tenersi in forma: e così ha la resistenza fisica per proseguire il lavoro». Nella sua missione, il segretario generale «visita spesso fattorie, villaggi di pescatori, case di contadini, osterie, supermarket, fabbriche, laboratori, ospedali, scuole, ispeziona anche porcili e gabinetti per vedere con i propri occhi come vive la gente». Il riassunto-fiume di pensieri e opere del leader indica già il prossimo obiettivo: un «socialismo moderno» entro il 2035 e finalmente la costruzione di «un Paese socialista grande, prospero, rinnovato, armonioso e bello» entro il 2049, primo centenario della Repubblica popolare. È un impegno arduo: «Non sarà una passeggiata nel parco», ha detto Xi, che oggi ha 68 anni e nel 2049 ne avrebbe 96 (ma chissà, i leader cinesi sono molto longevi). C'è la pandemia che minaccia ancora la Cina, nonostante la rigida politica «Zero Covid» che impone lockdown appena si individua un focolaio e ha chiuso il Paese da quasi due anni; c'è il nuovo modello economico che promette «prosperità comune» per tutti i cinesi e nuovo ordine in un «capitalismo cresciuto caoticamente», ma intanto ha causato un rallentamento nella corsa del Pil e bruciato centinaia di miliardi in Borsa; c'è lo scontro da nuova guerra fredda con gli Stati Uniti; il giuramento di riprendere Taiwan. I continui arresti di dirigenti, dietro la motivazione della lotta alla corruzione, fanno immaginare anche trame interne: due ex capi della sicurezza nazionale arrestati il mese scorso sono accusati di aver cercato di «costituire centri di potere e cricche». «Mi batterò per il comunismo per il resto della mia vita»: con questa frase tratta dal giuramento di fedeltà al Partito che Xi ama ricordare ai dirigenti, ai quadri e ai 95 milioni di tesserati, si chiude il lungo elogio della Xinhua. Nel caso di Xi è anche un programma di leadership a vita.

Giulia Zonca per “La Stampa” il 4 novembre 2021. Come una falena alla fiamma. Peng Shuai sa che il suo nome si brucerà nell'attimo esatto in cui pubblicherà il post con le accuse di molestie sessuali e lo fa comunque. La tennista non è la prima che denuncia un uomo potente in Cina, ma è l'unica che ha avuto il coraggio di accusare un pezzo grosso del partito comunista, un pezzo di governo, un ex vice primo ministro: Zhang Gaoli. Un tassello chiave del Politburo, quel monolite che è il regime di Pechino. Lei è la tennista bandiera, nel doppio è arrivata al primo posto della classifica Atp, un onore che nessun'altra sua connazionale ha vissuto. Ha vinto Wimbledon nel 2013 e il Roland Garros nel 2014, in singolo ha raggiunto la semifinale degli Us Open, vertice che solo tre donne cinesi hanno condiviso. Tutto ciò negli anni in cui Zhang era al massimo della carriera politica. I due si sono conosciuti prima e si sono frequentati in qualche contorto modo, che lei non spiega, tra il 2007 e il 2012. L'ombra di angoscia si è allungata tre anni fa quando lui l'ha invitata a casa sua a giocare a tennis, con la moglie. In quel pomeriggio Zhang l'avrebbe costretta a dei rapporti sessuali, l'avrebbe minacciata e convinta a riprendere una relazione malata con lui. Un incubo descritto così da Peng Shuai: «Non ero d'accordo e non ho fatto che piangere. So di non riuscire a spiegare e di non avere prove, ma è successo e lo voglio dire. Un uomo importante come lei, signor vice primo ministro Zhang Gaoli non ha paura, ma anche se sono solo io, un uovo contro una roccia, una falena intorno al fuoco che corteggia l'autodistrudizione, la denuncerò lo stesso». Le parole sono comparse su Weibo, il social più diffuso in Cina, e sono anche state eliminate dopo pochi minuti. Sparite eppure moltiplicate. Le foto di quel messaggio hanno continuato a circolare mentre a ogni ricerca Peng Shuai perde visibilità. Prima si sono bloccati i suoi profili, poi il suo nome si è smaterializzato ed è rimasto legato solo a risultati ormai datati e adesso persino la parola tennis si è bloccata. Via la sua identità e via il suo universo, ma non il coraggio. Dopo 16 titoli vinti in doppio, Peng Shuai si è sganciata dal sistema cinese, un affronto e una conquista. Ha rifiutato il tecnico assegnato dalla federazione, ha ottenuto il diritto di fare pubblicità e di tenersi gli introiti che di solito gli atleti devono girare al partito, ufficialmente per finanziare lo sport. Non solo, la maggioranza dei successi li ha firmati con Hsieh Su-wei, ragazza di Taiwan e insieme le due tenniste rappresentano anche un legame tra luoghi che vivono di cicliche tensioni. Come quelle di questi giorni. La denuncia quindi arriva da una donna considerata indipendente, una figura anomala che ora acquista forza in quei movimenti femministi perseguitati dal partito comunista. Di lei non si hanno più notizia, di certo dopo la fase cancellazione inizierà la denigrazione. Già ieri sera, oltre ai numerosi messaggi di sostegno, su account intenti a promuoversi come neutrali, circolavano penosi dubbi sull'intera carriera. Oltre alle foto di un suo traumatico ritiro agli Us Open, mentre esce dal campo in carrozzina. Sarà infangata, umiliata e purtroppo sarà in pericolo, ma quel post, subito copiato da decine di utenti e poi rimbalzato in milioni di copie resta un uovo tirato contro l'intera struttura retta da Xi Jinping. Il presidente alimenta la censura, indebolisce la libertà di espressione, stringe le viti di un autoritarismo che copre ogni abuso. E coprirà anche questo, di qualunque grado sia. Però quell'uovo stavolta lo hanno visto tutti. 

Maurizio Stefanini per “Libero quotidiano” il 2 Novembre 2021. Il governo cinese dichiara guerra ai grattacieli. Secondo le nuove disposizioni del ministero dell'Edilizia Abitativa e dello Sviluppo Urbano-Rurale, nelle città sotto i tre milioni di abitanti saranno completamente vietate le costruzioni oltre i 250 metri, mentre tra i 150 e i 250 ci saranno severe restrizioni. Oltre i tre milioni di abitanti sarà invece possibile superare i 250 metri, ma anche lì con severe restrizioni. Già da luglio era arrivato il divieto per tutte le costruzioni oltre i 500 metri. Verranno lasciati gli edifici più alti già esistenti, tra cui cinque oltre i 500 metri che si trovano nella top ten mondiale. Tra essi la Shanghai Tower, che con i suoi 632 metri è il secondo edificio più alto al mondo dopo il Burj Khalifa di Dubai (828 metri). 15 grattacieli meno alti erano però già stati fatti saltare lo scorso 27 agosto. Erano rimasti disabitati per troppo tempo, in base a quello stesso tipo di decisioni sbagliate che hanno portato alla crisi di Evergrande, dopo aver costruito città rimaste deserte. «Progetti di vanità che sprecano risorse» sono stati definiti, dimenticando di quando era lo stesso regime a pomparli per gonfiare le statistiche di crescita. Nella stessa logica, anche la distruzione di investimenti pari a 154 milioni di dollari in 45 secondi è stata trasformata in spettacolo in diretta tv. Situati su 500.000 metri quadrati della "Città a Stella" di Liyang nello Changzhou, a ovest di Shangai sono stati ridotti in macerie con 4,6 tonnellate di esplosivo piazzato su 85.000 punti. Prima ancora a maggio a Shenzhen, città nella provincia meridionale cinese del Guangdong, la torre SEG Plaza, alta 291 metri, aveva iniziato ad oscillare con dentro 15.000 persone, che sono state evacuate in 90 minuti. Oltre a non verificare la ricettività del mercato, la febbre dei grattacieli in Cina non verificava neanche troppo la solidità, cose su cui pure Xi Jinping dice ora di volere mettere un freno, con nuove norme anti-sismiche e di sicurezza. 

(ANSA il 2 Novembre 2021) - Yahoo Inc. ha annunciato la decisione di ritirarsi dalla Cina, citando un "ambiente commerciale e legale sempre più impegnativo". La società ha affermato che i suoi servizi non saranno più accessibili dalla Cina continentale a partire dal primo novembre: "Yahoo rimane impegnata nei diritti dei nostri utenti e in un Internet libero e aperto. Ringraziamo i nostri utenti per il loro supporto", si legge in una nota. Yahoo è la seconda grande azienda tecnologica Usa nelle ultime settimane a ridurre le sue operazioni in Cina, dopo LinkedIn di Microsoft.

Dagotraduzione da The Telegraph il 21 ottobre 2021. Gli utenti cinesi di Internet hanno perso una delle ultime vie di accesso alle notizie: l'app Yahoo Finance è scomparsa dall’Apple Store proprio mentre il Partito Comunista sta intensificando la censura sulle informazioni dall'estero. L'app Yahoo ripubblica notizie da media stranieri, tra cui anche testate bloccate in Cina come Bloomberg o Reuters, e i dati del mercato azionario. In questo modo gli utenti sono riusciti ad aggirare i divieti di censura ufficiali, il che deve aver attirato l’ira delle autorità cinesi. La repressione di Pechino sui contenuti stranieri e l'influenza in Cina ha colpito tutto, dai programmi delle scuole private alle canzoni dei bar karaoke. I censori del governo cinese hanno sempre controllato strettamente le notizie e le informazioni, bloccando l'accesso a siti Web di media stranieri e reti di social media, come BBC, New York Times, Facebook, Google e Twitter. «Di recente Apple ha rimosso molte app su richiesta delle autorità cinesi», ha detto Benjamin Ismail, direttore del progetto presso Apple Censorship, un'organizzazione che tiene traccia di quali app sono disponibili e dove. «Ma rispettare gli ordini dei governi è diverso dal rispettare la legge, specialmente in Cina, dove le autorità ricorrono spesso a mezzi extralegali per imbavagliare la stampa, i blogger, gli attivisti o qualsiasi voce di dissenso». Non è chiaro chi abbia rimosso l’appp, se Yahoo o Apple. Yahoo non ha risposto a una richiesta di commento, mentre Apple non ha commentato. Prima che l’app Yahoo scomparisse, Bloomberg aveva pubblicato un articolo sulla repressione della Cina nei confronti dell’industria tecnologica. Il pezzo spiegava in dettaglio come Apple fosse riuscita finora a rimanere in amicizia con Pechino, anche rimuovendo le app mobili su richiesta delle autorità. Nelle ultime settimane, almeno altre nove app che offrono agli utenti materiale religioso – testi, preghiere, interpretazioni e podcast – sono state rimosse dall'app store di Apple nella Cina continentale. Tra le app interessate ci sono Quran Majeed, Olive Tree Bible, Holy Bible King James e il Regno dei Testimoni di Geova. Il Quran Majeed è popolare tra milioni di musulmani in tutto il mondo e, secondo quanto riferito, è stato vietato a causa di "contenuti illegali". Il suo sviluppatore, Pakistan Data Management Services, non ha risposto a una richiesta di commento. Olive Tree Bible ha spiegato che durante una revisione era stato chiesto di «fornire un permesso» che dimostrasse che era autorizzato a distribuire l’app nella Cina continentale.  La società ha scelto di rimuovere l'app, e sta lavorando per ottenere le approvazioni necessarie. Impossibile raggiungere gli sviluppatori elencati per le altre app religiose. «Questa casualità è in realtà una strategia... della censura delle autorità cinesi», ha affermato Ismail. «Questa linea rossa è in costante movimento e ogni giorno puoi scoprire di aver attraversato la linea senza rendertene conto». Anche una manciata di giochi per cellulari a tema natalizio sono stati rimossi dall'app store cinese di Apple. Il Partito Comunista, ufficialmente ateo, ha condotto una campagna contro la religione, abbattendo croci, chiudendo moschee e imponendo che le immagini del leader Xi Jinping vengano esposte nei templi buddisti e nelle chiese cristiane. Il Telegraph ha verificato in modo indipendente che queste app non sono più disponibili per gli utenti Apple nella Cina continentale. La scorsa settimana, il servizio di networking professionale LinkedIn ha dichiarato che avrebbe chiuso la versione del suo sito disponibile in Cina poiché «stava affrontando un ambiente operativo significativamente più impegnativo e maggiori requisiti di conformità in Cina». LinkedIn, di proprietà di Microsoft, è stato uno degli ultimi social network stranieri ad aver operato apertamente in Cina. Recentemente è stata criticata per aver censurato alcuni profili, tra cui quelli di giornalisti del Telegraph, per contenuti considerati proibiti dalle autorità cinesi.

Gianluca Modolo per repubblica.it il 20 ottobre 2021. Se i bambini fanno i cattivi, in punizione ci finiscono i genitori. Questo il senso della nuova bozza di legge sulla promozione dell’educazione familiare allo studio dell’Assemblea nazionale del popolo cinese. “Ci sono molte ragioni per cui gli adolescenti si comportano male e la mancanza o l’inappropriata educazione familiare è la causa principale”, ha spiegato Zang Tiewei, portavoce della Commissione per gli affari legislativi dell’Assemblea, citato dall’agenzia Reuters. La legge, che si propone di sanzionare e formare padri e madri, punirà i genitori se i loro figli mostrano "comportamenti molto cattivi" o commettono crimini. Sembra essere dunque l’ultima mossa dei legislatori del Dragone per monitorare ancora più da vicino l’ecosistema delle famiglie cinese:  arriva dopo la stretta sull’uso dei videogiochi - bollati come “oppio dello spirito” - da parte dei minorenni (soltanto tre ore alla settimana, un’ora al giorno dalla 20 alle 21 nei weekend e nei giorni festivi) e dopo quella sui corsi di tutoring extrascolastico al di fuori dei normali orari di lezione, per alleviare l’ingente peso economico che grava sulle famiglie. Nella bozza una delle raccomandazioni principali rivolte ai genitori è quella di organizzare il tempo dei più piccoli assicurando loro il giusto equilibrio tra riposo, studio e attività sportiva.

Pechino più presentante con il boom. Perché i giovani cinesi sono più alti: in 30 anni cresciuti di 9 centimetri. Vittorio Ferla su Il Riformista il 12 Ottobre 2021. Rispetto alla metà degli anni 80 i giovani cinesi sono più alti di nove centimetri. La notizia – apparentemente minore – è rimbalzata la scorsa settimana in Cina, nel corso delle celebrazioni per il 72° anniversario del governo del Partito Comunista. Per esaltare il livello di patriottismo e salutare l’ascesa economica del paese e la crescita del suo peso politico, la propaganda dei media statali – in prima fila il tabloid nazionalista Global Times e l’emittente Cctv, entrambi controllati dal governo di Pechino – hanno ripubblicato i risultati di uno studio dell’anno scorso della prestigiosa rivista medica The Lancet. Dallo studio – che analizza l’evoluzione delle altezze medie in tutto il mondo – emerge che la Cina è il paese che ha conosciuto il più grande aumento di altezza nella popolazione maschile: in sostanza, tra il 1985 e il 2019, l’altezza media degli uomini di 19 anni in Cina è aumentata di quasi 9 centimetri. Una tendenza confermata anche dal rapporto pubblicato lo scorso dicembre dalla National Health Commission del paese, secondo il quale l’altezza media degli uomini cinesi di età compresa tra 18 e 44 anni è aumentata di 1,27 centimetri tra il 2014 e il 2019. L’aumento di altezza riguarda anche le donne, sebbene, in tal caso, la Cina non abbia il primato mondiale. La notizia dell’aumento dell’altezza fisica – circolato abbondantemente su Weibo, sito di microblogging cinese tra i più frequentati del paese – è diventata una metafora della crescita dello status economico dei cinesi. Lo sviluppo fisico dei giovani cinesi è considerato l’effetto della velocissima avanzata dell’economia nazionale che ha portato in pochi decenni al miglioramento della qualità della vita. Quando Deng Xiao Ping cominciò le riforme economiche negli anni 70, la Cina era un paese povero e sottosviluppato, afflitto dalla malnutrizione e dalla fame prevalenti. In quegli anni il ricordo delle carestie provocate dalle disastrose politiche del governo era ancora fresco nei ricordi della gente. Negli ultimi decenni, viceversa, con la crescita dell’economia più orientata al mercato – sebbene rigorosamente sotto il controllo dello stato – l’offerta di cibo e la ricchezza personale si sono estese. Come spiega lo studio del 2014 dell’Istituto di Pediatria di Pechino, «la crescita di bambini e adolescenti è migliorata di pari passo con lo sviluppo economico». In pratica, i bambini hanno ricevuto la nutrizione di cui avevano bisogno per crescere in modo sano: il che si riflette nella loro altezza. In alcune aree ricche del paese comincia perfino a comparire l’obesità, fenomeno tipico dei paesi più sviluppati. Non mancano, però, le contraddizioni. Secondo l’Ufficio nazionale di statistica cinese, il reddito disponibile pro capite per le famiglie rurali nel 2019 è stato tre volte più basso rispetto a quello delle famiglie nelle aree urbane. Ecco che l’aumento dell’altezza media dei bambini è cinque volte superiore nelle aree urbane rispetto a quelle rurali, dove la denutrizione è ancora presente e l’offerta di assistenza sanitaria è ancora modesta. Vittorio Ferla

Dagotraduzione dal Daily Mail il 12 ottobre 2021. La Commissionale nazionale per lo sviluppo e la riforma cinese ha proposto di vietare qualsiasi investimento privato nella «raccolta, redazione e trasmissione di notizie». In poche parole, la Cina vuole vietare tutte le testate giornalistiche non finanziate dal Partito Comunista. Secondo il South China Morning Post, uno dei giornali che potrebbero essere coinvolti nella riforma, le leggi che controllano chi può finanziare la raccolta di notizie sono in vigore dal 2005. Ma la loro applicazione, fino ad oggi, è stata permissiva e circoscritta ai giornali cartacei, consentendo all’online di proliferare. La nuova legge, che è stata redatta dalla Commissione nazionale, è attualmente in fase di revisione e dovrebbe colmare questa scappatoia. Così almeno risulta leggendo il Market Access Negative List, la lista che indica i settori in cui gli investimenti privati, cioè soldi che non provengono direttamente dallo Stato o da società statali, sono vietati o limitati. È qui, al sesto punto, che viene elencato un divieto ampio e quasi totale di investimenti privati in tutti i tipi di media, dalle agenzia di stampa, alla radio, alla Tv e ai contenuti online. La norma vieterebbe anche alle società private di trasmettere in diretta qualsiasi cosa abbia a che fare con «politica, economia, esercito e affari esteri, o importanti attività o incidenti nella società, nella cultura, nella tecnologia, nella salute, nell’istruzione e nello sport». Ai media di proprietà private sarebbe vietato «introdurre notizie rilasciate da enti stranieri», il che fa pensare che anche i media che operano all’interno della Cina potrebbero essere coinvolti nel divieto. Un docente in pensione dell’Università dello Shanxi ha detto a Radio Free Asia che il Partito Comunista «si sta accertando di controllare il suo messaggio. Vuole una voce dominante per governare su tutto. Il messaggio è molto chiaro: non scherzare con i media» ha detto.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 9 ottobre 2021. La riunificazione di Taiwan alla Cina «è storicamente inevitabile e sarà realizzata». Parola di Xi Jinping, che è tornato sulla questione in un discorso trasmesso in tv dalla Grande Sala del Popolo di Tienanmen dopo aver lanciato a inizio ottobre stormi di aerei da guerra intorno all’isola che ancora rifiuta di sottomettersi alla «inevitabilità». Xi da quando è al potere, nel 2012, ha parlato molte volte della questione taiwanese, alternando toni concilianti alla minaccia di uso della forza. In questa occasione ha scelto la linea più moderata quando ha affermato che «la riunificazione attraverso mezzi pacifici è quella migliore per gli interessi della nazione cinese, compresi i compatrioti taiwanesi». Ma ha aggiunto che «coloro che dimenticano le loro origini, tradiscono la madrepatria e cercano di dividere il Paese non faranno una bella fine, saranno disprezzati dal popolo e condannati dalla storia». In passato, Xi ha proclamato «missione storica» e «impegno irremovibile» riportare sotto il controllo del governo comunista l’isola dove nel 1949 si rifugiarono i nazionalisti Kuomintang di Chiang Kai-shek sconfitti nella guerra civile dall’Armata rossa di Mao. Nel 2019 ha esplicitamente sollevato lo spettro dell’azione militare dicendo di non volere e non potere fare «alcuna promessa di rinunciare all’impiego della forza, manteniamo l’opzione di ricorrere a ogni misura necessaria». Questa volta Xi si è appellato alla storia e all’inevitabilità del raggiungimento dell’obiettivo che fa parte della sua promessa di «rinnovamento della nazione cinese». I politologi del mondo globalizzato, da Taipei a Washington, si sono subito messi al lavoro per decifrare il discorso di Xi Jinping. Bisogna considerare che è stato pronunciato per celebrare i 110 anni della rivoluzione ispirata dal dottor Sun Yat-sen, che nel 1911 rovesciò l’ultimo imperatore della dinastia Qing fondando la Repubblica di Cina. Si tratta di una giornata di orgoglio nazionale, da una parte e dall’altra dello Stretto: Taipei la celebrerà domani. Xi ha invocato l’eredità del primo leader rivoluzionario Sun Yat-sen, che fondò il Kuomintang, e questo può essere letto come un segnale di rispetto nei confronti di Taiwan dove si ritirò il Kuomintang scacciato dal resto della Cina, osserva l’autorevole storico Rana Mitter, docente di politica cinese a Oxford. «Negli ultimi mesi, Pechino ha usato quasi solo un linguaggio minaccioso verso Taiwan e questo discorso di Xi può essere un tentativo di suggerire una via pacifica», dice il professore. Interpretazione sottile, ma bisogna ricordare che Xi ha più volte promesso che la risoluzione della questione taiwanese non può essere più lasciata alle generazioni future, come è stato fatto per oltre settant’anni dal dicembre 1949, quando Chiang Kai-shek sbarcò sull’isola e ci si arroccò. Da allora Taiwan si è autogovernata, evolvendosi da dittatura sotto legge marziale fino agli Anni 80 in democrazia matura, oltre che potenza economica. Quando dice che la questione taiwanese non può essere passata senza soluzione alla prossima generazione di leader, Xi rivela il suo obiettivo: vuole essere lui il grande riunificatore. Ha ancora diversi anni per compiere la missione, perché ha fatto cambiare la Costituzione per essere presidente senza limiti di tempo e l’anno prossimo il Congresso del Partito comunista gli accorderà un altro lustro da Segretario generale. Ma per portare a termine la missione «inevitabile» della riunificazione di Taiwan, Xi si è lasciato poche opzioni. La carta migliore era quella «Un Paese due Sistemi», usata per ottenere la restituzione di Hong Kong dai colonizzatori britannici. Ma a Taipei hanno osservato bene come si è chiusa la questione hongkonghese negli ultimi mesi e un’ipotesi di riunificazione su quel modello è ormai morta. Questa settimana il ministro della Difesa taiwanese ha dato l’allarme sui preparativi di attacco cinese, ammonendo che nel 2025 Pechino avrà la capacità per tentare l’invasione; la presidente Tsai Ing-wen ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché eviti la «catastrofe della caduta di Taiwan in mano cinese». Oggi la risposta di Taipei al discorso di Xi è stata formulata dal Consiglio per le Relazioni con la Cina: i 23 milioni di abitanti dell’isola hanno il diritto di decidere il futuro e lo sviluppo di Taiwan; il modello Un Paese due Sistemi si è dimostrato sbagliato. Domenica 10 ottobre parlerà la presidente Tsai Ing-wen, nel giorno che Taiwan ha scelto per celebrare la Festa nazionale per la rivoluzione repubblicana di Sun Yat-sen. Davanti al palazzo presidenziale di Taipei si svolgerà una parata militare con missili e sfrecceranno aerei, per segnalare a Pechino la volontà di resistere.

Yin e Yuan. Cosa (non) deve fare un imprenditore per piacere al partito comunista cinese. Simone Pieranni su l'Inkiesta.it il 2/10/2021. Il ritratto ideale per Xi Jinping è quello di Zhang Jian, filantropo vissuto nell’800. Come spiega Simone Pieranni nel suo ultimo libro (Laterza), la riscrittura storica attuale lo ha trasformato in simbolo di cura e responsabilità per la nazione. Un modello cui ha dovuto sottoporsi anche Jack Ma.

Cosa (non) deve fare un imprenditore per piacere al partito comunista cinese. Ma allora, visto il passato e visto il presente, ovvero il tentativo da parte del Partito comunista di ostacolare le grandi aziende private come Alibaba, esiste un modello di imprenditore che piace e soddisfa Xi Jinping e la dottrina del Partito comunista cinese? La risposta è positiva e va ricercata nella vita di una persona che fuori dai confini cinesi è pressoché sconosciuta. Si tratta di Zhang Jian, imprenditore e filantropo vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La sua vita ci permette di cogliere gli elementi essenziali affinché un imprenditore possa trovare la stima e il permesso di agire da parte del Partito comunista. Per introdurre Zhang, bisogna premettere che il simbolismo riveste un ruolo decisamente importante anche oggi in Cina. La leadership cinese ha ormai compreso come le logiche dello storytelling siano fondamentali per contribuire a una narrazione della Cina che sia consona ai propri desideri. Quando Trump, ad esempio, annunciò i dazi contro la Cina nel 2019, il presidente cinese Xi Jinping non rispose, a parole. Il giorno dopo, però, i media statali erano gonfi di pagine con il presidente cinese in visita a uno stabilimento per la lavorazione delle terre rare. Senza dire una parola Xi Jinping aveva lanciato un messaggio molto chiaro agli Stati Uniti: potete pure metterci i bastoni tra le ruote, ma se chiudiamo il rubinetto delle terre rare, come la mettiamo? Analogamente, nel novembre del 2020, mentre i media di tutto il mondo si chiedevano che fine avrebbero fatto Jack Ma e Alibaba, colpiti in quei giorni dalla volontà del Pcc di limitarne il campo d’azione, Xi Jinping si faceva fotografare dai media locali in visita al museo di Zhang Jian. In quel caso il numero uno cinese decise di parlare sottolineando che «gli imprenditori eccezionali devono avere un forte senso di missione e responsabilità per la nazione e allineare lo sviluppo della loro impresa alla prosperità della nazione e la felicità delle persone». Messaggio piuttosto chiaro. Zhang Jian rappresenta l’esempio di imprenditore ideale per il Partito comunista: superò gli esami della dinastia Qing (l’ultima a regnare in Cina) per diventare un funzionario, entrando così in una ristretta élite. Con il sostegno dello Stato, fondò quello che oggi potremmo definire un consorzio tessile di successo e svariate altre imprese: in pratica, quando il governo Qing decise di «invitare» i funzionari ad avviare imprese industriali, Zhang si offrì volontario per fondare e gestire una filanda di cotone. Il governo sostenne i suoi sforzi, regalandogli – in pratica – un monopolio, tanto che Zhang si allargò ben presto ad altri settori. Elisabeth Köll è una storica dell’Università di Notre Dame e su Zhang ha scritto un libro. Intervistata dal «Financial Times», ha raccontato che, osservando i ritratti dell’epoca, «appariva a suo agio nei tradizionali abiti da studioso, così come in abiti da lavoro occidentali preferiti dai moderni riformatori dell’epoca. Era molto abile nel muoversi avanti e indietro tra due mondi. Lo definirei un conservatore che, durante un periodo davvero difficile e disordinato, voleva stabilità e sviluppo pacifico». Zhang fu un imprenditore e un filantropo che – una volta ritiratosi nella città di Nantong – contribuì al suo sviluppo, fondando musei e opere assistenziali. La fama di Zhang – ha raccontato Köll al «The Diplomat» – «si basa sul suo successo imprenditoriale come fondatore della prima grande azienda industriale cinese con investimenti privati nel 1895, che nel 1905 divenne una delle prime società legalmente registrate con lo status di responsabilità limitata. I suoi numerosi enti di beneficenza, che vanno da scuole, biblioteche, orfanotrofi, una casa di lavoro per i poveri fino ai lampioni elettrici e al primo museo in stile occidentale della Cina nella città di Nantong, hanno contribuito a determinare la sua reputazione di imprenditore patriottico e filantropo illuminato tra le élite cinesi e gli stranieri». Ma anche Zhang, prima di diventare l’imprenditore preferito dal Partito comunista, ha dovuto passare attraverso le «fasi» della storia recente cinese, a dimostrazione di quanto il passato – come abbiamo visto nel capitolo «Memoria» – sia piuttosto malleabile in Cina. Durante la Rivoluzione culturale, infatti, Zhang Jian fu definito «nemico di classe» e «spietato capitalista» sfruttatore dei lavoratori nelle sue fabbriche. Tutto questo è cambiato negli anni Ottanta, quando le prime riforme economiche e l’attenzione del governo sulla promozione di iniziative imprenditoriali locali hanno portato Zhang ad essere elogiato per il suo contributo all’indipendenza economica della Cina tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Quando l’industrializzazione e la modernizzazione economica divennero questioni centrali delle riforme economiche della Cina negli anni Novanta, l’imprenditoria privata di Zhang e il successo dell’azienda furono celebrati dai governi locali e nazionali come un esempio dei primi risultati della Cina nello sviluppo economico, nell’industrializzazione e nella modernizzazione. Non solo dunque imprenditore ma anche innovatore. Per di più Zhang era stato un letterato, un funzionario: una persona quindi con uno spiccato senso dello Stato e dei poteri che può esercitare, nonché del suo fine ultimo, ovvero garantire il benessere alla popolazione. A quel punto in Cina cominciarono a spuntare ovunque pubblicazioni su Zhang, tanto che in qualsiasi libreria cinese ancora oggi si trovano numerose biografie e volumi sulle sue attività. In pratica, l’invocazione di Zhang come modello per gli imprenditori cinesi ben si adatta al desiderio dell’attuale governo di promuovere lo sviluppo del business privato cinese, cercando allo stesso tempo di rafforzare il proprio controllo sul settore mercantile. Quindi, Jack Ma ha ricevuto il messaggio che Xi Jinping ha voluto lanciare a lui e non solo a lui? Sembrerebbe proprio di sì: dopo tre mesi di assenza dalla scena pubblica – con rumors di ogni tipo che davano perfino Jack Ma prigioniero in qualche squallida prigione cinese – il fondatore di Alibaba è riapparso nel gennaio 2021, grazie a un incontro virtuale, guarda caso, con un centinaio di insegnanti di scuole situate in zone rurali molto arretrate rispetto alle metropoli cinesi. Jack Ma sembra avere collegato molto bene tutti i puntini, perché nel suo intervento ha sottolineato la necessità di fare beneficienza e di contribuire ad aiutare chi è rimasto indietro. E dire che Jack Ma, in realtà, non aveva lesinato effusioni nei confronti del Pcc. Aveva pubblicamente ammesso di avere la tessera del Partito e, nonostante avesse invitato i suoi dipendenti «a esserne innamorati ma senza sposarlo», ha finito per collaborare in molti modi con il governo, tanto quello cittadino di Hangzhou, dove Alibaba ha la sede, quanto quello centrale, sviluppando tra l’altro un’applicazione per promuovere il pensiero politico di Xi Jinping. Non è bastato. Per ora però, se non altro, è ancora a piede libero al contrario di molti imprenditori che negli ultimi quindici anni sono finiti in carcere o giustiziati a seguito di condanne a morte. In Cina, infatti, «arricchirsi è glorioso», come diceva Deng Xiaoping, ma entro certi limiti, proprio come fece Zhang. Altrimenti, diventa inesorabilmente «pericoloso».

Da “La Cina nuova”, di Simone Pieranni, Laterza, 2021, pagine 208, euro 16

Marco Respinti per "Libero quotidiano" il 30 settembre 2021. Per 10 giorni il «World Summit on Combating and Preventing Forced Organ Harvesting» ha documentato la predazione di organi umani di cui il regime neo-post-nazional-comunista cinese è responsabile. In concomitanza dell'assemblea generale dell'Onu, 38 esperti di 19 Paesi sono stati convocati da Dafoh (Doctors Against Forced Organ Harvesting), l'organizzazione statunitense di professionisti leader a livello mondiale di questa battaglia, e da altre quattro ong: Cap Freedom of Conscience, Francia; Taiwan Association for International Care of Organ Transplants, Taiwan; Korea Association for Ethical Organ Transplants, Seoul; e Transplant Tourism Research Association, Giappone. Hanno tutti documentato la mattanza che colpisce i prigionieri politici condannati a morte. Uno dei grandi misteri cinesi è infatti il numero delle esecuzioni capitali. È segreto di Stato, ma sono migliaia (negli Stati canaglia peggiori sono al massimo poche centinaia): e la parte più intrigante è che in Cina l'offerta di organi per trapianti è ogni anno numericamente in linea con la domanda. Per questo, a conclusione del World Summit, è stata lanciata una Dichiarazione universale che chiede la cessazione immediata dell'orrore al mondo intero nella speranza che il mondo smetta di volgere lo sguardo altrove. La Dichiarazione è sul web, in più lingue, all'indirizzo https://ud-cp-foh.info/. La possono sottoscrivere da subito singoli, organizzazioni e associazioni. Assieme al «China Tribunal», svoltosi a Londra dal dicembre 2018 all'aprile 2019, e conclusosi con un atto di accusa di oltre 560 pagine (pure quello sul web), il World Summit e la Dichiarazione universale di Dafoh sono l'iniziativa più importante sul tema. Francamente, di più nessuno potrà mai fare. Qualcuno se ne accorgerà oppure il comunismo continuerà indisturbato in questo crimine contro l'umanità che perpetra da decenni? Sì, da decenni, in Cina e altrove, per esempio a Cuba. In una delle sessioni del World Summit lo ha denunciato Zoé Valdés, giornalista, autrice di libri, cineasta e visual artist cubana che vive in esilio perché a Cuba il comunismo la perseguita. «L'estrazione del sangue dai prigionieri politici è stata cosa molto comune a partire dagli anni 1960, quando il comunismo trionfò con Fidel Castro», ha detto la Valdés. «Prima di consegnarli ai plotoni di esecuzione, prima del colpo finale, ne estraevano il sangue, sette pinte di sangue, lasciandoli esanimi e mentalmente esauriti». Comunismo sempre rosso come il sangue.

Marco Respinti per il “Corriere della Sera” il 28 settembre 2021. «Quante divisioni ha il Papa?», avrebbe chiesto ai sodali stupefatti l'ex seminarista Stalin a Jalta con fare da macho. La domanda aleggia sul mare nel nonsense da più di 70 anni, ma nella versione dello pseudo-taoismo tecnocratico del neo-post-nazional-comunismo cinese suona: «quanti figli servono oggi alla patria?». Oggi parecchi, quindi le famiglie-fabbriche li producano in serie, come ha stabilito ieri un pacchetto di misure varate dal regime per migliorare la «salute riproduttiva delle donne» che include la riduzione degli aborti per «scopi non medici». Questo però non perché Pechino sia stata convinta da Papa Francesco, che in materia usa le parole più dure di tutto il magistero pontificio, ma perché la Cina invecchia rapidamente. L'11 maggio l'Ufficio nazionale di statistica ha reso noti i dati del censimento effettuato nel dicembre 2020, documentando il tasso di crescita demografica più basso mai registrato dal 1955. Ora del 2050 il Paese perderà 32 milioni di abitanti e dei restanti un terzo sarà over 60 anni, vanificando quel po' di ceto medio che è comunque cresciuto dalla seconda metà degli anni 1970 e sgretolando la solidarietà intergenerazionale, cioè i due pilastri del welfare vero. Morale, la politica sulla popolazione perseguita sin qui da Pechino è un disastro. Perché, rispetto ai tanti altri Paesi che languono nell'inverno demografico, Pechino l'ha fatta ancora più grossa. Quando il fanatismo di Mao Zedong spinse il Paese, essenzialmente agricolo, a voler superare la produzione industriale occidentale, si aprì la stagione di carestie costate, contano specialisti quali Frank Dikötter (Paesi Bassi) e Yang Jisheng (Hong Kong), decine di milioni di vite, cannibalismo dei disperati compreso. Persino dopo Mao le bocche da sfamare restarono troppe e così, nel 1979, alle coppie fu imposto il figlio unico, sterilizzando le donne, praticando milioni di aborti, lasciando morire i neonati sfuggiti, vendendo come "orfani" gli scampati. Su Amazon Prime Video la regista cinese Nanfu Wang, una sopravvissuta e mica una pro-lifer accanita, ne offre un carotaggio agghiacciante nel documentario One Child Nation. Nel 1982 la pratica fu persino inserita nella Costituzione cinese, tanto la macchina funzionava bene. Nel 1998 la tv di Stato arrivò a vantarsi di avere impedito 338 milioni di nascite. Sin troppo. Per questo il 27 dicembre 2015 il regime ha aperto al secondo figlio (per i terzi stessa fine), il 31 maggio scorso al terzo (per i quarti medesima sorte) e oggi dà semaforo tutto verde. Molto presto, infatti, le braccia giovani non saranno in numero sufficiente a sfamare le bocche oramai invecchiate dei figli unici di uno Stato che si infila con il pallottoliere persino sotto le lenzuola dei propri cittadini. E che comunque, mai smettendo di considerare la demografia un'arma economica, cioè politica, continua - lo documentano rapporti indipendenti meticolosi - a impiegare volentieri sterilizzazione e aborto coatto nel genocidio di uiguri e tibetani. 

La Cina limita l’aborto per scopi non terapeutici.  Chiara Sgreccia su L’Espresso il 28 settembre 2021. Il governo del paese più popoloso al mondo mette le mani sul corpo delle donne per far fronte alla crisi demografica. Il Consiglio di stato cinese lunedì ha reso note le nuove linee guida per migliorare la salute riproduttiva delle donne, tra queste c’è il tentativo di ridurre gli aborti “per ragioni non terapeutiche”. Dalla politica del figlio unico a quelle che incentivano le nascite, negli ultimi anni il governo della Repubblica popolare ha strumentalizzato il corpo della donna per soddisfare gli interessi del paese: crescita economica, demografica, necessità di forza lavoro. La volontà del governo di ridurre le interruzioni di gravidanza mette le donne sotto il controllo dello stato, limitando anche la possibilità di accedere all’assistenza sanitaria, soprattutto se si tratta di donne non sposate o di coppie dello stesso sesso. Le ultime linee guida sono state annunciate in un periodo di cambiamento sociale, culturale e tecnologico per la popolazione cinese caratterizzata da un sempre più rapido invecchiamento. Sebbene il paese rimanga il più popoloso, i suoi tassi di natalità sono tra i più bassi al mondo, in seguito ad anni di sterilizzazioni forzate. I dati mostrano che le nascite sono diminuite di quasi due milioni nel 2020. «Questo governo negli ultimi 40 anni ha cercato di limitare i diritti riproduttivi delle donne, prima costringendole ad abortire con la forza, ora limitando gli aborti. Non so cosa significhi aborto per ragioni non terapeutiche ma tutti quelli che conoscono il governo sanno che non sarà qualcosa di buono» ha dichiarato Yaqiu Wang, ricercatrice per Human Rights Watch. Le implicazioni politiche e legislative di quello che secondo il governo cinese dovrebbe essere un piano migliorare la salute riproduttiva delle donne non sono ancora chiare perché non è stato esplicitato il significato di “non terapeutico”. Una spiegazione, però, sarebbe fondamentale per comprendere le conseguenze reali che le nuove direttive sulla salute riproduttiva avranno sulle donne cinesi. «Potrebbe essere una buona mossa se prevenissero l'aborto selettivo per il sesso (vista la tradizionale preferenza secolare per i maschi ndr). Mentre se, invece, costringono le coppie a portare avanti gravidanze indesiderate, si configurerebbero soltanto come un confine alla libertà di scelta» ha dichiarato al Financial Times Jane Golley, esperta di demografia cinese presso l'Australian National University. «Per promuovere una forza lavoro prospera e produttiva è necessario affrontare la disuguaglianza di genere e la discriminazione che le donne vivono sulla loro pelle. - continua - Sapere che anche le future figlie potranno avere una carriera di successo renderebbe le persone più propense a ridurre la loro preferenza per i figli maschi». Dopo la Polonia che a gennaio 2021 aveva annunciato l’entrata in vigore della legge che vieta l’aborto, salvo per incesto, stupro o pericolo per la vita della madre, e il Texas dove l’interruzione di gravidanza è illegale da quando si sente il battito del feto - intorno alle sei settimane - anche la Cina stringe sull’aborto, una delle tematiche che più scalda il dibattito contemporaneo nonostante si stia parlando, come dichiara anche Amnesty International, di una questione di diritti umani. 

Gad Lerner per il “Fatto quotidiano” il 23 settembre 2021. Da giovane non ho mai sventolato il libretto rosso e da vecchio non ho alcuna intenzione di dedicarmi allo studio dello Xi Jianping pensiero. I maoisti nostrani vestiti da guardie rosse mi facevano piuttosto ridere. Ma nel 2021, lasciatemelo dire, quella con la Cina è una guerra fredda che non ci conviene. Per intuirlo, basterebbe non lasciarsi irretire dalla nostalgia di un'alleanza atlantica che va disfacendosi e non rinascerà di certo in funzione anticinese. Quando la Nato si formò per tenere a bada Stalin e il blocco sovietico, la Cina era uno dei Paesi più poveri della terra. Ci ha messo meno di settant' anni per candidarsi a prima potenza economica mondiale: il sorpasso sugli Usa ormai è molto più di una probabilità. Passerò per veterocomunista e filocinese se suggerisco che da quel modello (che si calcola abbia sollevato dalla povertà 800 milioni di persone), per quanto autocratico e dirigista, purtuttavia avremmo qualcosa da imparare? Di certo il modello cinese esercita già il suo fascino su altre nazioni meno sviluppate. E, qualora la guerra fredda si inasprisse, non mi stupirebbe vederlo conseguire consensi oggi impensabili anche nelle nostre società rese fragili dall'accrescersi di disuguaglianze e povertà. Guai se in troppi cominceranno a pensare che la libertà sia un lusso cui vadano anteposte maggiori tutele sociali. Sapremo nei prossimi giorni se lo scoppio della bolla immobiliare cinese provocato dal crac di Evergrande avrà effetti devastanti dentro al sistema cinese che aveva ripreso a crescere impetuosamente dopo l'effetto Covid. Di certo sarebbe un guaio anche per noi: le nostre economie sono legate a doppio filo. Ma intanto, dopo la disfatta in Afghanistan, la storia si è messa a correre in fretta e a suscitare scalpore è ancora una volta l'ennesima frattura del campo occidentale: la Francia che denuncia la "coltellata alla schiena" e richiama i suoi ambasciatori da Washington e Canberra a seguito della cancellazione di una fornitura di sommergibili all'Australia per 56 miliardi di euro. È ben comprensibile che l'Australia, pur essendo una nazione grande quasi quanto la Cina, si senta minacciata dall'espansionismo di Pechino. Corre ai ripari formando con gli Usa e il Regno Unito una specie di Nato dell'Indo-Pacifico che esclude gli europei: la cosiddetta Aukus. Ne ottiene in cambio sommergibili più potenti, alimentati da reattori nucleari. Ebbene, basterebbe ricordare che gli australiani sono solo 25 milioni mentre i cinesi sono 1 miliardo e 400 milioni per rendersi conto che nessuna cortina di ferro, e nessuna deterrenza nucleare, potrà fermare un riequilibrio - speriamo pacifico - di quell'area, ormai divenuta il nuovo motore trainante dell'economia mondiale. La frattura determinata da Aukus verrà probabilmente ricomposta sul piano diplomatico, ma evidenzia un'insanabile divaricazione di interessi nelle relazioni con la Cina tra gli Usa e i singoli Paesi europei, Germania in testa, già precedentemente emersa di fronte alla richiesta americana di boicottaggio della rete 5G di Huawei. E poi nel tentativo sostanzialmente fallito di convocare un G20 straordinario sull'Afghanistan da parte del nostro Draghi. Intanto pure l'Italia subirà un danno economico dall'accordo Aukus, preceduto a giugno dall'annullamento di una fornitura di nove fregate militari all'Australia da parte di Fincantieri, per un ammontare di 23 miliardi. Se questo è lo scenario - un Occidente sempre meno compatto nelle sue relazioni commerciali e strategiche con la Cina - restano da interpretare le possibili ripercussioni esterne delle recenti svolte impresse da Xi Jinping alla politica del suo paese. C'è chi le semplifica brutalmente nella formula: "Ritorno al comunismo". Troppo facile. Per restare agli slogan, meglio sarebbe storpiarne un altro a suo tempo in gran voga: " NON fare come in Russia". Traduzione: il Partito-Stato cinese, dopo l'apertura all'economia di mercato che nel 2000 portò all'ingresso nel Wto e avviò una politica neocoloniale in Africa e America Latina, ha iniziato ad adoperare metodi brutali per non restare ostaggio dei nuovi oligarchi com' è avvenuto nella Russia post-comunista. Il 2021 si è aperto con l'esecuzione della condanna a morte di Lai Xiaomin, top manager della società di gestione crediti deteriorati Huarong, accusato di distrazione di fondi aziendali e bigamia. Prima fatto scomparire per mesi e poi ridotto al silenzio il fondatore di Alibaba, Jack Ma, magnate in precedenza potentissimo. Minacciosamente indotta a tagli di bilancio la famiglia Zhang che controlla la Suning (ne sappiamo qualcosa noi interisti, con la vendita forzata di Lukaku), peraltro invischiata nella crisi immobiliare di Evergrande. Vietato ai minorenni l'uso dei videogiochi per più di un'ora al giorno, e il colosso Tencent china la testa potremmo continuare. Orbene, lungi da noi auspicare un colpo di pistola alla nuca per i capitalisti disonesti, ma il messaggio giunge forte e chiaro. Così lo ha riassunto il segretario a vita Xi in un discorso del 17 agosto scorso: "Dobbiamo regolamentare i redditi eccessivamente alti e incoraggiare le imprese ad alto reddito a restituire di più alla società". Con metodi più civili, non dovremmo aspettarci qualcosa del genere anche dai leader politici nostrani? Alla direttiva di Xi, "ripulire e regolare i guadagni non ragionevoli per favorirne la redistribuzione", fa seguito l'obiettivo: "Una prosperità condivisa, requisito essenziale del socialismo e caratteristica chiave della modernizzazione cinese". Inquieta sapere che il Xi Jinping pensiero dal 1º settembre scorso è diventato materia di studio obbligatoria nelle scuole, con apposito sussidiario. Ma nessuno può negare la sua brutale aderenza allo spirito dei tempi. Anche chi vuole difendere i valori fondamentali della democrazia farebbe bene a non aggirare lo scoglio della crescente ingiustizia sociale. Se la Cina è diventata superpotenza egemone, lo deve anche alla capacità del suo regime di rispondere a una conflittualità sociale mai sopita: lo testimonia l'ondata di aumenti dei salari minimi, dopo il Covid. Altro che guerra fredda. 

La gravissima crisi del colosso immobiliare. Caso Evergrande, il crack immobiliare può coinvolgere tutto il calcio cinese. Vittorio Ferla su Il Riformista il 28 Settembre 2021. Il Guangzhou Zuqiu Julebu è la società di calcio più prestigiosa del campionato cinese. Gli appassionati italiani la conoscono bene perché è stata allenata da Marcello Lippi (dal 2012 al 2014) e da Fabio Cannavaro (in due puntate, nel 2014-15 e dal 2017 a oggi), già protagonisti della vittoria dell’Italia ai campionati del mondo del 2006 in Germania. Ma il team cinese è anche conosciuto come Guangzhou Evergrande poiché è controllato dall’omonimo colosso immobiliare asiatico oggi soverchiato da una montagna di debiti che potrebbe portare l’azienda al default. E ridurre al collasso l’economia cinese come accadde anni fa agli Usa con la Lehman Brothers. In estate il Jiangsu, campione in carica, era già stato costretto a sospendere le attività calcistiche per via del disimpegno da parte di Suning, la società proprietaria anche dell’Inter che vive una grande crisi di liquidità. Ma la crisi di Evergrande potrebbe travolgere non soltanto la squadra – una delle più vincenti del calcio cinese con 8 campionati vinti, dal 2011 al 2019, più due Champions League d’Asia – ma anche la Chinese Super League. Inoltre, il settore immobiliare rappresenta fino al 30% del Pil cinese: ecco perché le prossime settimane saranno critiche per tutta l’economia del paese asiatico. Evergrande fa parte della “Global 500”, la classifica annuale delle prime 500 aziende del mondo, compilata e pubblicata annualmente dalla rivista Fortune. Quotata alla borsa di Hong Kong e basata a Shenzhen, impiega circa 200 mila persone e alimenta indirettamente più di 3,8 milioni di posti di lavoro ogni anno. L’impero di Evergrande si basa sulla proprietà residenziale – più di 1.300 progetti in più di 280 città in tutta la Cina – ma il gruppo ha investito pure in veicoli elettrici, sport e parchi a tema. Inoltre vende acqua in bottiglia, generi alimentari, latticini e altri beni in tutta la Cina. Tra i suoi progetti ciclopici, c’è la costruzione del più grande stadio di calcio del mondo: un sito da 1,7 miliardi di dollari con la forma di un gigantesco fiore di loto, capace di ospitare 100 mila spettatori. Ma il Guangzhou potrebbe non vederne mai la conclusione. A causa dei prestiti accumulati per finanziare iniziative gigantesche come questa, i debiti di Evergrande sono aumentati a dismisura: con oltre 300 miliardi di dollari di passività, il gruppo immobiliare rischia l’insolvenza e il default. Una storia strettamente intrecciata alle spregiudicate strategie del governo di Pechino. Negli ultimi anni, infatti, la Cina ha pompato la sua crescita grazie agli investimenti finanziati dal debito: così, l’anno scorso, una sfilza di società statali cinesi è stata schiacciata dal peso di pesanti obbligazioni. A settembre, Fitch e Moody’s hanno declassato i rating di credito di Evergrande, a causa dei suoi problemi di liquidità. Il governo di Pechino cerca ora di correre ai ripari: la People’s Bank of China ha iniettato denaro nel sistema finanziario, per aumentare la liquidità a breve termine e calmare la tensione dei mercati. Secondo Bloomberg, l’iniezione netta per le banche è stata di 460 miliardi di yuan (71 miliardi di dollari) questa settimana, di cui 70 miliardi di yuan (10,8 miliardi di dollari) venerdì. Ma è già troppo tardi. Gli stessi media cinesi paragonano i problemi finanziari di Evergrande a “un enorme buco nero”. Se è così, nessuna somma di denaro potrà risolvere il problema. Vittorio Ferla

La “bomba” Evergrande pronta ad esplodere? Andrea Muratore su Inside Over il 23 settembre 2021. Il governo cinese è intento a mettere in guardia enti locali e imprese della Repubblica popolare sulla possibilità di un default di Evergrande. Lo riferisce il Wall Street Journal citando funzionari cinesi a conoscenza del dossier riguardante il grande gruppo di real estate al centro della tempesta finanziaria più importante della storia recente del Paese. Il Dragone non intende “punire” Evergrande condannandola al fallimento rifiutando esplicitamente un intervento, come è successo nel 2008 negli Usa con Lehmann Brothers, ma è disposta a ritardare l’intervento a quando sarà necessario per impedire lo scoppio della bolla. Secondo il Wsj il governo di Xi Jinping avvisa da giorni i funzionari locali ad essere “pronti per la possibile tempesta”. Le agenzie governative di livello locale e le imprese statali, scrive il quotidiano finanziario Usa, avrebbero ricevuto l’ordine di intervenire solo all’ultimo momento nel caso in cui Evergrande non riuscisse a gestire i propri affari. La comunicazione esplicita segnala che Pechino è pronta alle contromisure. Già nella giornata di ieri l’iniezione di liquidità fatta dalla Banca centrale cinese, pari a 18,5 miliardi di dollari, è stata sicuramente non indifferente ma non paragonabile al maxi piano di stimolo ai mercati che una minaccia di default con conseguenze sistemiche provocherebbe. I mercati, nelle fasi di panico ben studiate da Charles Kindleberger, sono soggetti alle profezie che si autoavverano. “Chiamare” possibili default in fasi tali rappresenta una scelta potenzialmente suicida perché li avvicina e, in quest’ottica, può scatenare la slavina. Significativo dunque che Pechino parli di “possibile tempesta”, segno che il livello di guardia non è stato ancora superato. La situazione resta seria, ma la Cina intende anticipare le misure. Del resto, in Estremo Oriente è ancora viva la memoria del crack del fondo Long Term Capital Management, inabissatosi nel 1998 trascinando con sé la stabilità dei debiti della regione. Perché questa comunicazione esplicita nella giornata di giovedì 23 settembre? In Cina è prossima alla scadenza una tranche di interesse di 83,5 milioni di dollari sul debito di 20 miliardi che Evergrande ha accumulato. Pechino parla nell’ora in cui l’acqua del mare si è ritirata ma non si sa ancora se sarà alta marea o tsunami, dopo un lungo giro di vite imposto contro le compagnie che a lungo hanno goduto del ricco piatto della crescita e che il Partito comunista ora vuole ricondurre all’ordine. Quella in atto è la più ampia e complessa operazione di ristrutturazione finanziaria mai messa in atto in un’economia avanzata: la Cina perimetra alcuni settori (dal tech a quello dell’istruzione privata) e subordina alla politica i loro profitti e vuole far saltare in anticipo la “mina” che potenzialmente giganti ipertrofici come Evergrande possono far detonare nei prossimi anni. Il cerino passa così in mano ai mercati internazionali e agli altri Paesi, che in una fase di subbuglio legata tanto al fatto che la ripresa post-Covid stenta a prendere vigore quanto alla permanenza delle tensioni geopolitiche internazionali hanno interiorizzato con forza le tensioni della crisi di Evergrande. Sapendo che in quest’ottica i grandi perdenti della crisi finanziaria sarebbero non tanto i colossi cinesi, su cui il Partito potrà sempre esercitare influenza e intervenire direttamente, quanto borse e apparati finanziari dopati da un’accumulazione eccessiva rispetto alle prospettive dell’economia reale. La Cina ha scaricato su Hong Kong e Hong Kong sul resto del mondo i costi finanziari della crisi di Evergrande, e ora utilizza una classica tattica della teoria dei giochi: chiamare in anticipo un rischio quando le conseguenze della diffusione di un’informazione sono ancora gestibili. E del resto depotenziare Evergrande rientra nell’ottica della strategia cinese tesa a riportare verso una crescita più sostenibile e meno “dopata” le politiche di investimento, spesso indirizzate verso una corsa al mattone senza freni. L’idea del governo di porre in essere il divieto di operatività nell’immobiliare residenziale per i fondi di private equity, non a caso, è emersa nelle stesse settimane in cui il colosso divenuto celebre in Occidente per essersi associato alla squadra calcistica del Guanghzhou è precipitato in borsa. Realizzando, nota Il Sussidiario, “ciò che strumentalmente occorre a Xi Jinping per proseguire con la sua agenda”. In tutto questo, è bene sottolineare che “le banche cinesi ed estere esposte a Evergrande stanno già operando accantonamenti sulle perdite”. La finanza occidentale e i decisori politici devono capire la big picture e rendersi conto del fatto che sostanzialmente il rischio Evergrande è già stato nelle scorse settimane prezzato, interiorizzato e messo in conto dai mercati e che ogni possibile slavina sarà unicamente dovuta allo sdoganamento del panico. La Fed, annunciando l’uscita dal Qe nel medio periodo, lo ha compreso non facendosi condizionare dalle notizie provenienti dalla Cina e in un certo senso, parlando proprio al Wall Street Journal, Pechino ha mandato un messaggio distensivo: non è ancora tempo per un’Apocalisse finanziaria.

Crisi Evergrande, è giallo. Due creditori non pagati. Rodolfo Parietti il 24 Settembre 2021 su Il Giornale.  Ipotesi taglio delle cedole, il secondo socio se ne va. E Fitch riduce le stime sul pil del Dragone. Piegando la massima di Confucio per esigenze di copione, si potrebbe dire che in Cina «(Ever)grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione è tutt'altro che eccellente». Sul destino del colosso immobiliare, sommerso dai debiti e a un soffio dal default, il caos è infatti totale. Alimentato dall'atteggiamento opaco di Pechino, tentennante fra l'alternativa di lasciar affogare Evergrande e quella di proteggere l'ex gallina dalla uva d'oro per evitare guai peggiori all'intera economia. Del resto le difficoltà del mattone hanno indotto Fitch a tagliare le stime di crescita del Dragone per il 2021 dall'8,4% all'8,1%. Il punto su cui prestare attenzione sono gli 83,5 miliardi di interessi, su un bond in dollari, che il gruppo di Shenzen avrebbe dovuto rimborsare giovedì. L'unico dato certo è che ieri alle 17, ora di Hong Kong, due obbligazionisti hanno detto di non aver visto il becco di un quattrino. Il mese di grazia ancora disponibile per saldare le pendenze non cambia la sostanza: Evergrande è, di fatto, già insolvente. Ma l'assenza di comunicazioni ufficiali, unita a voci contraddittorie, non aiuta a far chiarezza. Il Wall Street Journal ha riferito che le autorità di governo hanno messo in guardia i funzionari locali dalla «possibile tempesta» che potrebbe scatenarsi in caso di crac di Evergrande, avvisandoli che un eventuale intervento avverrà solo in extremis per evitare una propagazione del contagio. Bloomberg rivela invece il pressing esercitato dalle autorità finanziarie sulla società affinché termini le opere incompiute e faccia fronte agli impegni con gli investitori offshore. Non è però chiaro se al gruppo sia stato concesso sostegno finanziario, né se sia stato suggerito di imporre perdite ai creditori. Questo è, peraltro, l'escamotage usato mercoledì scorso per trovare un'intesa con gli investitori cinesi che aspettavano una cedola da 232 milioni di yuan (circa 36 milioni di dollari). Un deal premiato dalla Borsa di Hong Kong, dove ieri il titolo ha guadagnato il 18%. L'accordo non è una buona notizia per gli investitori internazionali: l'haircut sui rendimenti e il differimento delle scadenze di pagamento potrebbero essere il prezzo salato da pagare per evitare un crac totale. Così da poter far fronte, da qui alla fine dell'anno, ai rimborsi per 640 miliardi legati a emissioni in dollari. Nonostante il presidente del gruppo, Hui Ka Yan, abbia assicurato che «l'azienda cercherà di riprendere il lavoro e la produzione», il gruppo ha l'acqua alla gola, visto che non ha pagato gli stipendi di agosto della controllata che produce auto elettriche. E il secondo socio di Evergrande, la Chinese Estates Holdings, saluta e se ne va: dopo aver liquidato lo 0,82%, ora si prepara a cedere anche il restante 5,6% della società immobiliare.

Salvatore Riggio per corriere.it il 23 settembre 2021. La crisi economica in Cina si riflette anche nel calcio e le conseguenze sono pesanti, inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Ne sa qualcosa il Guangzhou Evergrande, che sta trattando con il suo allenatore — Fabio Cannavaro, il capitano dell'Italia campione del mondo a Germania 2006 e Pallone d'Oro di quell'anno — la risoluzione del contratto. Una notizia inattesa sul piano sportivo ma ineluttabile in quanto il colosso immobiliare cinese è sull’orlo del tracollo finanziario. Una vicenda, tra l'altro, che sta agitando le Borse internazionali ed è seguita con apprensione. Come riporta il portale cinese online Sohu.com, Cannavaro non è rientrato a Guangzhou per allenare la squadra giovedì 23 settembre, giorno previsto per il ritorno. Ma non è una vicenda che ha colto di sorpresa il club. Anzi, c'è un accordo fra le parti: stanno trattando una risoluzione consensuale sul quinquennale che scadrà a fine 2023 e prevede un ingaggio netto di 12 milioni di euro per l'ex capitano della Nazionale. La situazione è delicata, le cifre in ballo sono alte, la trattativa è ancora in corso ed è per questo che anche Cannavaro non ha commentato la vicenda in queste ore. A sostituirlo, secondo i media cinesi, dovrebbe comunque essere l'attuale capitano della squadra Zheng Zhi. Quello che sta accadendo al Guangzhou Evergrande dimostra quanto sia sottile il filo che unisce i ricchi proprietari cinesi ai club del paese. Si tratta di una società importante — la maggioranza delle quote è nelle mani dell'Evergrande Group, che sta appunto attraversando una devastante crisi finanziaria, e la minoranza di Alibaba Group — che nella sua storia ha vinto otto campionati cinesi, due coppe della Cina, quattro Supercoppe cinesi e due Champions asiatiche. Soltanto qualche mese fa la Chinese Super League aveva dovuto affrontare il fallimento dello Jiangsu, campione in carica (aveva battuto in finale proprio il Guangzhou Evergrande di Cannavaro), l'altro club di proprietà della famiglia Suning insieme all'Inter. 

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 23 settembre 2021. Gli piaceva giocare a poker con altri miliardari; si vantava di aver messo su la più grande squadra di calcio della Cina, con ambizioni di gloria sportiva internazionale, per compiacere i desideri di Xi Jinping. Soprattutto, la storia di Xu Jiayin, il fondatore di Evergrande, è lo specchio della corsa cinese verso la prosperità, cominciata negli Anni 80. Xu è nato nel 1958 in campagna, da una famiglia poverissima. La madre morì quando lui non aveva ancora compiuto un anno, il padre era un reduce della guerra di liberazione contro i giapponesi. Erano i tempi del Grande balzo in avanti ordinato da Mao, che portò al disastro economico e alla carestia. Xu Jiayin ricorda di essere stato sempre affamato da bambino e poi da ragazzo: «Per tutta la mia infanzia ho mangiato solo patate dolci e pane cotto al vapore, i vestiti erano stracci pieni di toppe». A quel tempo «sognavo solo di lasciare i campi, trovare un lavoro in fabbrica e mangiare meglio». Dopo la Rivoluzione culturale, chiusa nel 1976 alla morte di Mao, il diciottenne Xu ottenne una borsa di studio che gli permise di andare all’università, ingegneria metallurgica, poi fu impiegato in un’acciaieria statale. «Devo tutto allo studio e al Partito comunista che mi ha permesso di studiare», ha detto nel 2017, dopo essere diventato un capitalista d’assalto, con la benedizione del Partito-Stato. La sua ascesa non è diversa da quella di centinaia di altri capitani d’industria cinesi: alla fine degli Anni 80 sfruttò la grande apertura al mercato ordinata da Deng Xiaoping e la possibilità data ad alcuni di «arricchirsi per primi, perché anche arricchirsi è glorioso». Ora paga la nuova parola d’ordine lanciata da Xi: «Prosperità condivisa, basta con l’espansione caotica del capitalismo». Nel 1996 l’ingegnere metallurgico fondò a Guangzhou (Canton) l’azienda di costruzioni Hengda, che presto ribattezzò Evergrande, mezzo inglese e mezzo italiano per dire «Grande per sempre». Servivano case per gli operai che affluivano in massa in città dalle campagne, grandi edifici per gli uffici e l’ex ragazzo di campagna costruisce i primi palazzoni, torri di cemento e acciaio che diventano il simbolo del boom cinese. Si impose presto come il re dei costruttori di Canton e si meritò anche un nome in cantonese: Hui Ka Yan. Evergrande ha alimentato e sfruttato la grande urbanizzazione cinese, costruendo migliaia di grattacieli in tutta la Repubblica. Nel 2017, con 47 miliardi di dollari di fortuna personale, il super-palazzinaro fu classificato «uomo più ricco della Cina». Ha goduto a lungo di ottime relazioni politiche, si dice anche con il fratello dell’ex primo ministro Wen Jiabao. Nel 2009 ha quotato Evergrande a Hong Kong, raccogliendo miliardi di dollari. Ma sul mercato delle obbligazioni il suo gruppo è diventato sinonimo di eccessivo indebitamento, di quella bolla immobiliare che da anni è considerata il principale rischio finanziario della Cina. Xu Jiayin alias Hui Ka Yan è andato avanti per la sua strada di successi ed eccessi. Nel 2010 ha costruito il club calcistico Evergrande Guangzhou, spendendo centinaia di milioni per giocatori e allenatori comprati all’estero (il nostro Marcello Lippi campione del mondo lo ha guidato al successo in vari campionati, ora è guidato da Fabio Cannavaro).  Un segno della fitta trama di relazioni personali arriva nel 2014, quando vende metà della squadra a Jack Ma per 200 milioni di dollari: una cifra esorbitante. Il fondatore di Alibaba raccontò così l’investimento: «L’altra sera ero un po’ ubriaco, ho incontrato il mio amico Xu Jiayin che mi ha proposto l’affare e gli ho staccato un bell’assegno». Un investimento da ubriachi: ora che la bolla del pallone si è sgonfiata in Cina, rischia di crollare anche il progetto che doveva dotare l’Evergrande dello stadio più grande e più bello del mondo, una struttura a forma di fiore con capienza di 100 mila posti a sedere. È finito male anche l’investimento di Evergrande nell’auto elettrica: una incursione che non ha prodotto nemmeno un prototipo. Il miliardario rosso ha cominciato a scoprire di avere problemi quando nel 2017 Xi Jinping ha osservato che «la casa serve per viverci, non per speculare». Era il primo avvertimento del vento che stava per cambiare. Ora che il castello di carte immobiliare di Evergrande si è afflosciato, il Partito-Stato manovra per evitare che il crac annunciato contagi la seconda economia del mondo. I tecnocrati di Xi hanno in mano tutte le leve dell’economia nazionale e sapranno pilotare il ritorno a terra. Ma i sogni di grandezza di Xu sono finiti, anche se il miliardario ha giurato di battersi fino in fondo, evocando toni da ultima spiaggia che ricordano Winston Churchill: «Usciremo dai nostri giorni più bui, lo spirito di Evergrande non ammette la parola sconfitta, i nostri uomini in prima linea debbono continuare a costruire e consegnare palazzi e case», ha scritto in un messaggio ai circa 200 mila dipendenti. Sul web cinese l’accoglienza non è stata quella sperata: «Starnazza come un’anatra zoppa», ha scritto un investitore che aveva comprato le obbligazioni.

Angelo Allegri per "il Giornale" il 21 settembre 2021. Federico Rampini, naturalizzato americano (oggi abita tra New York e la California), ha vissuto per anni in Cina, dove è stato corrispondente per La Repubblica, di cui è editorialista. Per Mondadori ha appena pubblicato un libro il cui titolo dice già tutto: Fermare Pechino. Visto quello che sta succedendo sembra quasi uno slogan azzeccato.

Quale è la ragione più forte per cui dobbiamo temere Pechino?

«Perché con Xi Jinping la Cina ha gettato la maschera, non nasconde le sue ambizioni egemoniche, ostenta un enorme complesso di superiorità verso l'Occidente, minaccia e ricatta ogni paese già scivolato in una situazione di dipendenza economica (dai vicini asiatici all'Australia, dai Balcani fino all'Europa centrale). Perché vuole monopolizzare le tecnologie del futuro, a cominciare dall'auto elettrica. Perché a Hong Kong ci ha fatto vedere cosa può accadere a chi finisce dentro la sua sfera d'influenza».

L'ultimo virus in arrivo dalla Cina ha a che fare con il settore immobiliare. Il crac del colosso Evergrande potrebbe trasformarsi in un rischio per l'intera economia globale.

«Evergrande è la punta dell'iceberg, il boom cinese degli ultimi trent' anni è stato drogato anche da fenomeni speculativi e una overdose di debiti. Se nel 2008-2009 i mutui subprime americani fecero crollare Wall Street e contagiarono il mondo intero, è fisiologico che una delle prossime crisi globali debba nascere in Cina.

Dobbiamo augurarci che l'eventuale crac cinese avvenga prima che questa economia abbia sorpassato l'America, e prima che il renminbi sia diventato una vera moneta a status internazionale. Comunque soffriremo tutti, quando arriverà il 1929 cinese». 

In più ci sono i colli di bottiglia logistici, la guerra per le materie prime, la lotta senza quartiere per brevetti e tecnologie...

«Viviamo una transizione complicata e pericolosa. Ancora fino a ieri l'America e la Cina erano gemelle siamesi, con un livello di simbiosi avanzatissimo, una divisione dei compiti e una complementarietà. Non tutto è scomparso, anzi.

Quelli che nel libro chiamo i Trenta Tiranni, cioè i poteri forti del capitalismo americano che hanno fatto favolosi affari con la Cina (da Apple a Goldman Sachs a General Motors), continuano ad essere una quinta colonna filo-cinese nel cuore dell'America, e si oppongono a un decoupling o divorzio delle economie. Però in molti campi i legami sono entrati già in crisi, assistiamo a una deriva dei continenti che è il preludio a un nuovo capitolo di storia, un'economia un po' meno globalizzata, con catene produttive meno dilatate, anche per motivi di sicurezza, militare o sanitaria». 

La sua tesi di fondo è che siamo di fronte a una battaglia tra due sistemi di valori, uno dei quali (il nostro) ha perso ogni certezza...

«Questa è la debolezza dell'Occidente che mi spaventa di più. Nel libro racconto sulla base di esperienze personali, inclusi tre figli adottivi in Cina il sincero patriottismo che anima tanta parte dei giovani cinesi. Aggiungo una descrizione del confucianesimo dei Millennial: spirito di sacrificio, senso del dovere verso la comunità. In America, vedo lo specchio rovesciato. Mezza America di destra pensa che abbiamo un presidente illegittimo, un usurpatore, e qualche frangia estrema ha tentazioni eversive. A sinistra, la meglio gioventù descrive l'America come l'Impero del Male, l'inferno del razzismo, della xenofobia, del sessismo. Mentre Biden dovrebbe affrontare la sfida con Xi Jinping, i suoi pensano che il problema è l'America».

Come se ne esce?

«Io cerco di raccontare il mondo com' è, non come vorrei che fosse. Nel lunghissimo periodo non c'è gara. La Cina ha un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, 3.500 anni di storia, e per gran parte di quei millenni è già stata la civiltà più ricca e più avanzata. Fermare Pechino, in quest' ottica, è impossibile. Però esiste il breve periodo, quello che coincide con l'arco delle nostre vite. Il secolo americano non fu un'ascesa lineare, inciampò in gravi incidenti come la Grande Depressione. Quando la Cina sarà nei guai o farà mosse distruttive, dobbiamo contenerla e limitare i danni».

Il problema è però sempre lo stesso: trattare e fare affari distogliendo lo sguardo dai diritti umani o accettare un confronto duro, in cui si rischia di essere spiazzati dall'opportunismo di chi non si fa troppi problemi?

«Quando la Cina vuole rassicurarci, descrive se stessa come una potenza pacifica che vuole solo business, senza mescolarci la politica. Ma il giorno in cui il governo australiano pronunciò frasi sgradite (per esempio sul Covid) Pechino chiuse i suoi mercati rovinando interi settori economici dal vino ai minerali. Esempi simili potrei farli per Corea del Sud, Filippine. Perfino svedesi e norvegesi hanno subito castighi per aver difeso i diritti umani. Chi s' illude di poter praticare solo l'opportunismo degli affari, non sa i costi che pagherà». 

Qualche tempo fa l'«Economist» scrisse che l'area più pericolosa del mondo era il Mar Cinese meridionale. È d'accordo?

«Ho intitolato un capitolo del mio libro: morire per Taiwan. Il giorno in cui la Cina deciderà d'invadere quell'isola, scopriremo la sua importanza. Controlla rotte navali da cui transita il petrolio verso il Giappone. Produce il 60% di tutti i semiconduttori mondiali. Ed è l'unico esempio di una democrazia cinese». 

Dopo l'Afghanistan la credibilità dell'Occidente è ai minimi e c'è chi dice che nemmeno l'America sarebbe in grado di difendere l'isola.

«Purtroppo lo dice anche il comandante delle forze armate Usa nell'Indo-Pacifico. Ha annunciato che forse fino al 2027 i rapporti di forze consentirebbero agli americani di difendere Taiwan, poi non c'è speranza. Ma in quest' ottica aver chiuso la guerra infinita in Afghanistan era la cosa giusta da fare».

Il caso dei sommergibili ha seminato altra discordia tra i Paesi occidentali. Come la vedono, secondo lei, i dirigenti di Pechino?

«I cinesi sono felici che Emmanuel Macron faccia l'offeso, e semini confusione in Europa con le sue grottesche denunce. La Francia, non l'Europa, ha perso un contratto da 50 miliardi per fornire all'Australia dei sottomarini obsoleti. L'America li sostituisce con sottomarini a propulsione nucleare che hanno autonomia lunghissima e sono di difficile reperibilità da parte del nemico. È un passaggio indispensabile per reagire all'espansionismo militare della Cina in tutta l'Asia. Se l'Europa non c'è, nel teatro strategico dove si gioca il destino del mondo, è solo colpa sua».

13 settembre 1971: il mistero Lin Biao e il golpe fallito che poteva cambiare la Cina. Federico Giuliani su Inside Over il 13 settembre 2021. Sono passati 50 anni dalla misteriosa scomparsa del maresciallo Lin Biao, una delle figure storiche più importanti della Repubblica Popolare cinese. Fido alleato di Mao Zedong, con il quale contribuì a dirigere la Lunga Marcia (1934-35), ricoprì numerosi incarichi nella nuova Cina fondata dal Grande Timoniere, sia militari che civili. Ad esempio, guidò le armate cinesi in Manciuria (1947), fu ministro della Difesa (1959) e perfino vicesegretario del Partito Comunista Cinese (a partire dal 1969). Nella lotta per la pesantissima successione a Mao, uscì improvvisamente dai radar, tra indiscrezioni riguardanti un colpo di stato fallito da lui organizzato, altre voci ufficiose e notizie non confermate né confermabili. Sappiamo soltanto che il suo corpo fu rinvenuto il 13 settembre 1971 in mezzo ai rottami di un aereo Tridend della compagnia di bandiera cinese. In circostanze mai chiarite, il velivolo si schiantò al suolo nei pressi di Ondorhaan, a circa 400 chilometri dalla capitale mongola Ulan Baatar. L’allora governo cinese aprì subito un’inchiesta, secondo la quale, su quell’aereo, oltre a Lin Biao, erano presenti anche la moglie, Ye Qun, e il figlio, Lin Liguo, più altre cinque persone. Morirono tutti nell’impatto.

Il progetto 571. Lin Biao era stato designato da Mao come suo erede prescelto, ma non riuscì mai a ricoprire quella carica. Come abbiamo visto, morì in una notte di settembre di 50 anni fa, tra i monti della Mongolia assieme alla sua famiglia. Che cosa era successo? La versione ufficiale di Pechino fu la seguente: Lin Biao, uno dei dieci marescialli protagonisti della rivoluzione cinese, fuggì in fretta e furia dopo un tentativo, non andato a buon fine, di uccidere Mao. Quel presunto golpe prese il nome di progetto 571, visto che la pronuncia in cinese dei tre numeri 5, 7 e 1 evocano la parola “rivolta militare”. L’aereo sul quale stava viaggiando Lin, diretto in Unione Sovietica, forse a corto di carburante, urtò violentemente il suolo mentre stava cercando di effettuare un atterraggio di emergenza. I serbatoi avrebbero preso fuoco, causando l’esplosione del mezzo e la morte dei passeggeri. Nessun missile lanciato dalla contraerea mongola, come ipotizzato in un primo momento da alcuni, aveva quindi colpito il velivolo. Eppure, questa versione dei fatti non ha convinto proprio tutti gli storici. Certo è che la corrente ideologica di Lin Biao fu sopraffatta dalle altre correnti, emerse di pari passo con la graduale uscita di scena di Mao dall’arena politica cinese. Due, quindi, sono le ipotesi sul tavolo: Lin Biao ha cercato veramente di effettuare un golpe oppure, nel bel mezzo della Rivoluzione Culturale, finì schiacciato dai giochi di potere che si stavano creando all’epoca all’ombra della Città Proibita.

Il colpo di stato fallito e la fuga. La versione della fuga dopo il presunto golpe finito in malora è stata più volte messa in discussione. Non tanto per il colpo di stato in sé, quanto per altri particolari. Ad esempio, negli anni’ 90, Ochir Sanduijar e Damsansap Nyambayar, due tra i più importanti gerarchi militari dell’esercito mongolo, che all’epoca dei fatti avevano indagato sull’accaduto in prima persona, riferirono ai media internazionali un’altra verità. Quale? I due sostennero che tra le vittime del Trident non fosse presente il corpo di Lin Biao, che invece sarebbe rimasto in Cina. Qui sarebbe stato ucciso su ordine di Mao o dei suoi più stretti collaboratori nell’ambito della lotta per il potere in seno all’esercito e al partito. Il tema del colpo di stato torna sempre a galla, da qualunque prospettiva si guardi alla vicenda. Da questo punto di vista, tuttavia, ci sono altre due versioni da prendere in considerazione.

Due versioni. Nel libro Congiura e morte di Lin Biao (Garzanti, 1984) di Yo Ming – probabilmente lo pseudonimo di un gerarca cinese – si legge che il delfino di Mao fu eliminato per due ragioni. La prima: era diventato troppo potente; la seconda: ostacolava l’allora premier Zhou Enlai nei piani della graduale apertura cinese verso gli Stati Uniti. Lin vedeva Washington come fumo negli occhi e considerava ogni gesto di distensione alla stregua di un tradimento. Fu così che il maresciallo decise di uccidere Mao.

In che modo? Pianificando un attentato (lancio di missili) contro il treno con il quale Mao avrebbe dovuto raggiungere il Sud della Cina. Sembrava che tutto dovesse filare liscio, se non che la figlia di Lin tradì suo padre avvertendo Mao che, in fretta e furia, rientrò a Pechino. Il Grande Timoniere, sempre secondo questa versione dei fatti, fece finta di non sapere nulla del presunto attacco missilistico. Anzi: invitò Lin Biao e consorte in una residenza a nord della capitale, chiamata la Montagna di giada. Al termine della cena, gli ospiti sulla propria auto per tornare a casa ma, dopo appena 500 metri, il mezzo sarebbe stato disintegrato da tre razzi.

Secondo l’altra versione sul progetto 571 sarebbe stato il figlio di Lin Biao, Ling Liguo, a orchestrare la rivolta contro Mao Zedong. La prova? Il contenuto del rapporto, a quanto pare rinvenuto dai funzionari cinesi, sarebbe stato scritto da una mente troppo imprecisa per essere quella di Lin senior, considerato un fine stratega e uomo di cultura. Pare che Lin Biao non fosse neppure a conoscenza della volontà del figlio. In ogni caso, indipendentemente dalla versione corretta, Mao riuscì in qualche modo a scamparsela. Nel caso in cui Lin Biao fosse riuscito nel suo intento, oggi staremo probabilmente parlando di un’altra Cina.

Guido Santevecchi per "corriere.it" l'8 settembre 2021. Duan Weihong, 52 anni, nota nel mondo degli affari come Whitney Duan, è stata una delle donne cinesi più ricche e influenti nella business community mandarina. Si è occupata di investimenti immobiliari per conto dell’aristocrazia rossa, i familiari di politici potenti, era intima della moglie di Wen Jiabao, che è stato primo ministro a Pechino dal 2003 al 2013. È scomparsa nel 2017, inghiottita dal buco nero della campagna anticorruzione lanciata da Xi Jinping. In quattro anni, nessuna autorità di Pechino ha annunciato la sua detenzione o notificato l’accusa ai parenti, l’hanno semplicemente tolta di mezzo. Ora, secondo l’ex marito e socio in affari Desmond Shum, la signora si è fatta viva con due telefonate inquietanti e drammatiche. Shum, che aveva divorziato nel 2015 e si è prudentemente trasferito in Inghilterra, ha scritto un libro sugli anni ruggenti del capitalismo rosso: Red Roulette, sottotitolo «Il racconto di un insider su ricchezza, potere, corruzione e vendetta nella Cina di oggi». Nei giorni scorsi aveva detto al Financial Times, al Wall Street Journal e alla National Public Radio americana che, nelle sue intenzioni, le rivelazioni (e le ammissioni di investimenti sospetti) contenute nel memoriale avrebbero dovuto spingere le autorità cinesi a far luce sulla situazione giudiziaria della ex moglie. «È un rischio, ma è l’ultima possibilità, se c’è una possibilità, da avere chiarezza. Anche se lei resterà in una cella, è sempre meglio di questa incertezza». Il libro viene pubblicato oggi e proprio alla vigilia la signora Duan ha chiamato. Secondo l’uomo, le due conversazioni sono state drammatiche. La signora gli ha detto di essere stata rimessa in libertà temporaneamente e gli ha chiesto di cancellare la pubblicazione di Red Roulette. Lui le ha domandato dove fosse, di che cosa è accusata: «Mi ha risposto citando un vecchio modo di dire cinese: “chi si oppone allo Stato non vedrà una fine felice”. Penso che mentre parlava la controllassero, roba da servizi di sicurezza per conto di alti esponenti politici; il Partito è preoccupato per il contenuto del mio racconto. Lei mi parlava, ma ho capito che riferiva quello che le era stato imposto di dire, mi sono sentito come in un negoziato con dei sequestratori». Shum ha replicato che bloccare l’uscita del libro era ormai impossibile e a quel punto la donna gli ha parlato del figlio piccolo, che vive con lui: «Che sarebbe del nostro bambino se ti succedesse qualcosa di sfortunato?». Ma che cosa si nasconde dietro la vicenda di Duan? Si sa solo che la donna è scomparsa nel 2017, poche settimane dopo l’arresto di Sun Zhengcai, segretario del Partito nella megalopoli di Chongqing e più giovane membro del Politburo: si diceva che fosse un candidato forte per la successione a Xi Jinping; ma il presidente ha deciso di restare al potere senza limiti di tempo e ogni possibile erede è stato purgato. I rapporti tra la coppia Duan-Shum, che gestiva un fondo di investimento e Sun risalgono agli anni immediatamente precedenti al 2008, quando il politico Sun lavorava a Pechino e la capitale si preparava con un grande piano di sviluppo edilizio ad ospitare le Olimpiadi. Affari poco chiari. E poi c’è il rapporto tra Duan e la famiglia di Wen Jiabao, che secondo documenti ricevuti dal New York Times nel 2012, avrebbe accumulato una fortuna da 2,7 miliardi di dollari. In Red Roulette si legge che Duan chiamava Zhang Beili, moglie del premier cinese, «Zia Zhang», in segno di rispetto e di confidenza. Le rivelazioni del Nyt furono smentite con sdegno e furia da Pechino, che non poteva consentire che dubbi di corruzione arrivassero al vertice del Partito, ma secondo il racconto di Shum, nel 2013 Zia Zhang e i suoi familiari «donarono» allo Stato i loro asset sospetti in cambio dell’immunità. Shum precisa che il primo ministro Wen non era comunque al corrente delle operazioni finanziarie della moglie. Un altro passaggio chiave del libro è il ragionamento sui rapporti tra il Partito-Stato e gli industriali privati: «Non controllano tutta la ricchezza che possiedono, una parte del patrimonio è amministrata nell’interesse di politici rossi che restano nell’ombra». Ma secondo Shum si tratta di una alleanza temporanea: «Quando gli imprenditori miliardari on sono più necessari per costruire l’economia, per investire all’estero, diventano avversari da eliminare». Come dire che Whitney Duan Weihong, l’ex marito Desmond Shum e molti altri, hanno partecipato a un gioco molto più grande di loro e ora, uno a uno pagano le conseguenze di aver puntato d’azzardo sulla Roulette Rossa.

Claudio Antonelli per “La Verità” il 7 settembre 2021. Nei giorni scorsi Il Quotidiano del Popolo è andato in edicola con un lungo editoriale contro gli interventi di chirurgia estetica, soprattutto quelli a base di botulino. La testata di Pechino, primigenia espressione del pensiero del Partito e di Xi Jinping ha definito il botox una «tossina mentale». L'uscita ha scatenato un dibattito anche in tivù. O per meglio dire una serie di commenti univoci mirati a rafforzare l'editoriale e mettere in discussione la scelta estetica e il business sottostante. Un chiaro segnale che la prossima morsa del Pcc si abbatterà sulle società che si sono arricchite sul desiderio di molti cinesi di ritoccarsi e pure di sembrare un po' meno orientali. Le prime reazioni sono arrivate dai numerosi fondi di private equity che hanno investito miliardi nel comparto. Un esempio su tutti, riporta Bloomberg, tocca il fondo emiratino Mubadala che nel 2019 ha investito in una società coreana, Hugel, una cifra vicina al miliardo e mezzo di dollari. Hugel vende i propri di botox per 85 dollari a Seul, un prezzo basso per via della saturazione del mercato, mentre negli Usa si arriva a 400 dollari per le stesse quantità. L'obiettivo di Mubadala era però conquistare la Cina, mercato in forte espansione ma con grandi marginalità di crescita. Ora i fondi sono già pronti a tirare i remi in barca, consapevoli che gli investimenti di lungo termine sono molto complessi dentro la Grande Muraglia. D'altronde lo si era capito con il caso Alibaba, ma anche con quello delle app di mobilità modello Uber. In entrambi i casi, il partito è subentrato per evitare che il modello di business diventasse troppo grande per poter essere controllato. Alibaba si sarebbe sostituito alla banca centrale, per capirsi. Ma l'approccio totalitario di Pechino non ha nulla a che vedere con il vecchio concetto regolatorio dell'antitrust americano. Anzi le autorità cinesi sono consapevoli di sacrificare interi castelli di ricchezza e di mettersi in contrasto con i grandi flussi finanziari. Lo fanno pur di mantenere le redini del proprio modello di «capitalismo di sorveglianza». Lo stesso principio che viene applicato per limitare le ore di utilizzo dei giochi online. Ma anche per mettere al bando le società di tutoraggio scolastico che nel corso degli ultimi anni hanno accumulato ingenti ricchezze, ma al tempo stesso creato un nuovo percorso educativo. Inutile dire, non accettabile per il partito. Così, le principali quattro società del comparto sono state nazionalizzate nell'arco di una settimana e il mese successivo tutte le istituzioni scolastiche hanno dovuto inserire frasi motivazionali dei vertici del partito e le elementari hanno adottato il libro di Xi, dal titolo «Pensiero di Xi Jinping». Non è difficile immaginare la trama. Tanto meno le mire: semplificare le nozioni e appiattirle in modo da rendere le persone sempre meno capaci di analizzare i dati e formare un pensiero pieno di subordinate. L'obiettivo del totalitarismo digitale è portare all'ennesima potenza quanto studiato e sviluppato dalle grandi società della Silicon Valley. Non solo la possibilità di usare gli algoritmi per vendere i prodotti e tarare le pubblicità sugli occhi di chi la vede, ma anche usare l'algoritmo per anticipare i desiderata e renderli nostri. Lo Stato tecnologico mira ad applicare lo stesso concetto a tutti i dettami del vivere e superare il problema di fondo del capitalismo di sorveglianza. A minare la perfezione dell'algoritmo c'è il libero pensiero. Chi riuscirà a incanalare pensieri e opinioni dei cittadini in modelli binari avrà realizzato il tremendo obiettivo. Se l'algoritmo non coglie tutta la realtà, va modificata la realtà perché entri nei binari dell'algoritmo. Lungi da noi essere complottisti. La storia insegna che spesso non c'è la volontà di singoli dietro a una spinta sociale. Analizzare, però, le dinamiche è necessario, così come sollevare una serie di dubbi sull'utilizzo della tecnologia digitale da parte degli Stati. E se non ci permettiamo di fare la predica al modello cinese, riteniamo doveroso denunciarne i pericoli di annientamento della privacy per evitare che il modello venga utilizzato anche in Occidente. Dove chiaramente c'è un buco di potere per via della profonda crisi del sistema delle democrazie parlamentari. E a molti può far comodo sfruttare questi perversi «vantaggi» della digitalizzazione per fare politica o stare al potere. In fondo, l'estensione del green pass a logiche non sanitarie è la leva perfetta per fare il primo passo. Con la tecnologia si porta la burocrazia dentro le case degli italiani. E nonostante i «veri liberali» ci spieghino da anni che questo è il futuro perché sarà tutto più semplice, gli stessi forse per via del conflitto di interessi delle loro consulenze omettono che sarà invece peggio perché i danni della burocrazia diventeranno benchmark di riferimento incancellabile. La scorsa settimana, il sindaco di Genova, Marco Bucci, spiegava in una intervista che in realtà i domiciliati presso il Comune sono più dei residenti (in tutto 700.000 tolti i turisti). Ammettendo candidamente che per estrarre il dato sono state incrociate le utenze telefoniche. Immaginate quando ci sarà l'euro digitale e per stabilire chi paga l'Imu e dove si userà semplicemente lo smartphone dei contribuenti. E farà fede la geolocalizzazione, anche nel caso in cui sarà sbagliata. Cosa che spesso avviene. Distopia? Forse no. D'altronde la pandemia ci sta mostrando il volto cool dello Stato etico e da lì al capitalismo di sorveglianza pubblico è un attimo.

Da tgcom24.it il 3 settembre 2021. Le nuove regole varate dal governo cinese colpiscono ora anche il mondo dello spettacolo e dei talent show. A dichiararlo è l'Amministrazione Statale per la Radio, il Cinema e la Tv che si dice paladina dei valori tradizionali della propria cultura denunciando la creazione di "idoli" che "potrebbero influenzare negativamente i giovani". Nel mirino in modo particolare gli artisti con comportamenti più "effeminati". Strette che non riguardano più solo i giovani, dopo le limitazioni sull'utilizzo dei videogiochi per i minori, ma anche artisti e protagonisti del panorama televisivo. In una nota rilasciata dai media ufficiali dell'Amministrazione Statale si legge la volontà di "correggere con forza i problemi legati alla violazione delle leggi e della morale degli artisti" a favore di un'atmosfera che sostenga il pensiero del Partito comunista a capo del Paese. Una linea che il governo aveva già iniziato a sostenere chiedendo all'Università di Shangai di stilare una lista con i nomi degli studenti appartenenti alla comunità Lgbt. L'obiettivo del governo cinese è quello di crescere le prossime generazioni di uomini con valori maschili in linea con il pensiero del Partito, nella moralità e nelle idee politiche. Lontano quindi dagli attuali idoli dei giovani, tra cui i cantanti della scena pop coreana o gli influencer del social TikTok - il cui nome cinese è Douyin - come Feng Xiaoyi, un famoso blogger che si è visto bloccare il profilo proprio a causa dei suoi video, tra cui quello più famoso dove indossava un pigiama carino e un filtro per sembrare una giovane donna. A denunciare tale comportamento, definito da "femminuccia", sono stati alcuni utenti della piattaforma. In questa atmosfera sono state vietate quindi quelle trasmissioni che marcano posizioni politiche scorrette o che "sviluppino idoli e spettacoli di varietà e reality show". Già ad aprile 2021 si era alzata una polemica sugli spettacoli di cabaret e la violazione di contenuti sensibili. Come racconta il giornale Benijing Daily uno di questi spettacoli è stato anche multato per aver usato "termini volgari sulla sua rappresentazione che violano la morale sociale", creando un precedente a prova della sua linea di tollerabilità zero, condivisa anche da alcuni utenti e spettatori che per primi hanno denunciato di essersi sentiti male dopo aver ascoltato alcune barzellette a sfondo sessuale.

MARCO RESPINTI per “Libero Quotidiano” il 3 settembre 2021. Sì, rifare il verso al titolo del film girato da Marco Bellocchio nel 1967 ogni qualvolta ci sia in ballo Pechino stufa, ma se davvero la Cina è ormai vicinissima, e a nessuno però ne cale, occorre tornare nei panni di Cassandra. Sperando peraltro in esiti migliori di quelli presagiti dalla sacerdotessa di Apollo cantata da Omero. Adesso, infatti, il Comitato centrale del Partito Comunista Cinese inonda il web di veline e di fake news anche in italiano. Non è una novità (e gli esiti si vedono, e i ripetitori nostrani si contano), ma dal 1° settembre è nientemeno che il Quotidiano del Popolo a uscire in italiano sul web all'indirizzo italian.people.cn. Sembra la versione 2.0 della stampa albanese di Enver Hoxha e Ramiz Alia che si comperava nelle Librerie Feltrinelli o quella magnificante il «Genio dei Carpazi», Nicolae Ceausescu, e signora Elena Petrescu. Si strombazza e ripubblica l'articolo (in realtà una lettera) del Console Generale cinese a Milano, Liu Kan, pubblicato il 29 agosto dal Corriere della Sera con l'ennesimo blabla sulla lotta di Pechino al CoViD-19 e seguono pezzi non proprio da Pulitzer. Cose come «Xi Jinping pronuncia un discorso importante alla Scuola del Partito del Comitato centrale del PCC (Accademia nazionale di governance)»; «L'Ambasciatore Qin Gang ha assistito all'evento di benvenuto del CdA del Comitato nazionale per le relazioni Usa-Cina»; «Xi Jinping invia messaggio di condoglianze per la scomparsa dell'ex presidente del CIO Rogge»; «Messaggio di congratulazioni di Xi Jinping per il 64° anniversario dell'Indipendenza della Malesia»; o «Segnali trasmessi nella quinta conferenza sul lavoro per l'unità nazionale».

IL PARADISO DEI LAGER E davanti a «Xi Jinping chiede di focalizzarsi sull'antitrust e sulla concorrenza leale» sarà maleducato ridere, ma chi si tiene? Imperdibile poi la serie di video sulla «vita paradisiaca» in quello Xinjiang dove in realtà lavorano come bestie nei campi di rieducazione del Partito fino a tre milioni di uiguri e dove le donne vengono sterilizzate per non partorire nuovi «sovversivi», nel quadro di un genocidio, culturale e fisico, ormai riconosciuto dal Congresso degli Stati Uniti e dalle Camere di altri Paesi del mondo. Il Quotidiano del Popolo, cioè Rénmín Rìbào in cinese mandarino, noto ovunque con il titolo della versione inglese, People' s Daily, è il maggior quotidiano del gigante asiatico e la voce ufficiale del regime neo-post-nazional-comunista cinese. Nel mondo ne circolano fra i 3 e i 4 milioni di copie, e in più c'è la versione online. Oltre che appunto in cinese e inglese, e ora italiano, esce, fra carta e virtuale, in spagnolo, francese, portoghese, russo, arabo, swahili, giapponese e coreano, più tibetano, kazako, uiguro, mongolo, nonché altre lingue minoritarie fra cui quella degli zhuang, 16 milioni di persone cugine dei siamesi che abitano soprattutto il meridione del Paese. Giusto perché le minoranze represse non nutrano dubbi su ciò che gli aguzzini pretendono. Questa Pravda del comunismo cinese disponibile oggi pure nello Stivale nacque il 15 giugno 1948, più di un anno prima della Cina comunista, il 1° ottobre 1949. Per buggerare gli allocchi, fingendo la pluralità dell'informazione, in Cina esiste un secondo quotidiano sia cartaceo sia web, il Huánqiú Shíbào, che in inglese esce con il titolo Global Times, ma il proprietario è sempre il Quotidiano del Popolo. Poi c'è l'agenzia di stampa Xinhua, la maggiore del mondo, che risponde al Consiglio di Stato, il supremo organismo amministrativo cinese.

COSA C'È DIETRO Alla direzione del Quotidiano del Popolo siede, dal 2008, Zhang Yannong, nato nel 1948 come il giornale che guida. Da gennaio è anche presidente dell'Associazione dei giornalisti cinesi, creata sul finire degli anni 1930 e subito organizzata dal PC. Resta da capire perché Xi Jinping senta il bisogno di un Quotidiano del Popolo italiano. Prima ipotesi, in Italia Pechino conta su così tanti e influenti amici da giustificare lo sforzo. Seconda ipotesi, forse i trinariciuti nostrani qualche topica l'han pur presa, costringendo i compagni asiatici a rivolgersi loro senza intermediari. Terza ipotesi, Pechino applica con determinazione quel "Memorandum d'intesa" con l'Italia che fu siglato nel marzo 2019 dall'allora ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e ampiamente ispirato dal suo Sottosegretario, Michele Geraci, da molti considerato la nuova caduta di Roma.

Alessio Lana per il “Corriere della Sera” il 31 agosto 2021. Dobbiamo proteggere la salute mentale e fisica dei minori e quindi farli giocare meno con i videogiochi. L'ultimo attacco al mondo dei videogiochi non viene dalle organizzazioni per la protezione dei più piccoli o dalle associazioni di psicologi e psichiatri. Arriva direttamente dal governo di uno dei maggiori produttori al mondo di divertimenti online: la Cina. Il Paese ha appena adottato delle nuove regole che limitano il tempo passato davanti allo schermo dai minorenni. Chi ha meno di 18 anni può giocare online per massimo un'ora al giorno, dalle 20 alle 21, e solo il venerdì, nel weekend e durante le feste, per un tetto massimo di tre ore settimanali. Una scelta dura per un settore che solo in Cina vale intorno ai 50 miliardi di dollari (ed è previsto che cresca fino a 80 miliardi entro il 2027) e in cui i ragazzi (parliamo pur sempre di under 18) hanno un ruolo rilevante. Hanno più tempo, sono curiosi, sempre aperti alle novità e ormai abituati all'enorme quantità di pubblicità che ricevono durante le sessioni online. Eppure la stretta segue una linea adottata da tempo dal Paese. Una norma precedente infatti limitava il tempo di gioco in Rete a un'ora e mezza al giorno tutti i giorni che salivano a tre nei weekend ma mai dopo le 22 né prima delle 8. Sempre poco, secondo gamer, ancora troppo secondo il governo (e i genitori). Per fare in modo che le regole vengano rispettate, l'autorità cinese ha chiesto alle aziende di assicurarsi che i minori si registrino online con le loro vere generalità. Tencent, uno delle maggiori software house al mondo, ha perfino sviluppato un sistema di riconoscimento facciale ad hoc. Le limitazioni infatti funzionano solo se gli utenti si registrano con la loro data di nascita e come era facile immaginare sono tanti i ragazzi che usano i documenti degli adulti per aggirare le barriere e non spegnere mai lo schermo. La seconda mossa annunciata da Pechino è una stretta sui controlli per fare in modo che nessuno sfugga. La questione dopotutto è seria, lo si intuisce chiaramente dalle parole usate dalle autorità. A inizio agosto un rapporto di Pechino aveva definito i videogiochi «oppio spirituale», ora si parla di «dipendenza da videogiochi», si chiama in causa la protezione della «salute mentale e fisica dei minori» e si chiede ai produttori - in primis ai colossi Tencent e NetEase che continuano a vedere le proprie azioni crollare a ogni nuovo annuncio - di «dare sempre priorità al bene sociale e rispondere attivamente alle preoccupazioni della società». A quanto pare anche il comunismo di oggi deve affrontare il suo oppio dei popoli, solo che ha cambiato faccia.

Lorenzo Lamperti per “La Stampa” il 30 agosto 2021. Comunità Lgbt, star di cinema o tv e loro fan, utenti della Rete. Nella Cina permeata dal concetto di «sicurezza nazionale» di Xi Jinping c'è sempre meno spazio per tutto ciò che in qualche modo possa portare a una qualsiasi forma di attivismo. Poco importa se nel mondo fisico o in quello digitale. Poco importa se si tratta di gruppi passibili di rappresentare istanze politico-sociali, di diritti di alcune categorie di cittadini o semplicemente di comportamenti ritenuti immorali. Nella stretta sono coinvolte anche importanti istituzioni pubbliche. Nell'ambito di un "censimento"" interno, la Shanghai University ha chiesto ai suoi campus di schedare gli studenti non eterosessuali o che si identificano nella comunità Lgbt. La direttiva, non confermata dall'ateneo ma circolata sui social cinesi, richiede inoltre di raccogliere informazioni su posizioni politiche, contatti sociali e «salute mentale» degli iscritti. Il tutto a poche settimane dalla cancellazione di decine di account di gruppi universitari pro Lgbt da WeChat. Negli ultimi anni la comunità omosessuale ha subito una crescente marginalizzazione e ora viene vista anche come un ostacolo alle politiche di sostegno demografico. Più che una persecuzione omofobica, la vicenda sembra però rientrare all'interno di un più ampio bisogno del sistema cinese di identificare e monitorare possibili attivisti e forme di aggregazione potenzialmente operanti al di fuori della linea del Partito. Le minoranze, comprese quelle etniche, sono percepite come un possibile rischio: vanno private della loro componente associativa e dotate in maniera eterodiretta delle corrette «caratteristiche cinesi». Tra i gruppi presi di mira sono entrati anche i milioni di fan e follower delle star del cinema e della televisione. La Commissione centrale per l'ispezione disciplinare ha annunciato di voler mettere ordine alla «caotica» industria dell'entertainment, colpendo le abitudini «malsane» che «instillano valori scorretti» nei giovani. Uno sforzo che rientra in un vasto programma di salvaguardia della sicurezza politica e ideologica del mondo digitale. Qualche settimana fa, gli ammiratori di Kris Wu avevano annunciato un piano per farlo evadere dal carcere, dopo che il cantante sinocanadese era stato arrestato per l'accusa di stupro. Campanello d'allarme per le autorità, che hanno avviato un giro di vite sui fan club online, percepiti come possibili rischi per la sicurezza. Sono già stati cancellati 150 mila post, 4 mila account e 1300 gruppi, mentre sono state rimosse 39 app. Azione recepita dalla piattaforma di video streaming iQiyi, che ha cancellato tutte le "idol competition", programmi in cui le star si sfidano per conquistare i voti degli utenti. Stop anche alla terza stagione del popolarissimo talent show Youth with You. Tutto ciò che prevede la partecipazione attiva degli spettatori e tutti coloro in grado di attrarre le simpatie di masse di fan sono coinvolti in una «campagna di rettificazione» nella quale la fama deve essere accompagnata dal patriottismo. Nell'epoca della «prosperità comune» non esiste tolleranza per le paghe eccessive e, ovviamente, per l'evasione fiscale. La popolare attrice Zheng Shuang è stata condannata a una multa da 46 milioni di dollari per il mancato pagamento di tasse sui suoi compensi. Nei mesi scorsi era già finita nei radar del governo dopo aver avuto due figli negli Stati Uniti tramite la maternità surrogata, pratica proibita in Cina. Il nome di un'altra star del grande schermo, Zhao Wei, è stato invece bannato da tutte le piattaforme in cui appaiono film e drammi televisivi nei quali ha recitato. Non sono state fornite spiegazioni, ma potrebbe esserci un collegamento col suo rapporti privilegiato con Jack Ma, il fondatore di Alibaba caduto in disgrazia negli ultimi mesi. Zhao, tra le altre cose ex ambasciatrice di Fendi in Cina, e il marito avevano comprato anni fa quote di Alibaba Pictures. Di questi tempi, essere considerati vicini a Ma non è certo un vantaggio, come ha scoperto a sue spese Zhou Jiangyong. Il capo del Partito di Hangzhou, la città natale di Alibaba, è finito sotto indagine per corruzione contestualmente alla richiesta delle autorità centrali ai funzionari di tutti i livelli di interrompere qualsiasi rapporto con le imprese private in grado di rappresentare un conflitto di interesse. Ant Group ha smentito qualsiasi coinvolgimento ma sui media circola la voce che Ant Financial possieda poco meno del 15% di una compagnia guidata dal fratello minore di Zhou. Le celebrità sono chiamate a essere dei buoni esempi. Il noto attore Zheng Zhehan è diventato vittima di un boicottaggio dopo che sui social è circolata una sua foto del 2018 in cui si trovava davanti al Santuario di Yasukuni a Tokyo. L'edificio shintoista è dedicato a chi è morto servendo l'Impero giapponese, comprese 1068 persone condannate per crimini di guerra. Diversi brand hanno interrotto i contratti di collaborazione con Zheng. Non mostrare amore per la patria non è una possibilità.

L'espianto forzato. Organi strappati ai detenuti, l’orrore made in Cina nelle galere. Elisabetta Zamparutti su Il Riformista il 27 Agosto 2021. L’espianto forzato di organi di detenuti appartenenti a minoranze etniche, linguistiche e religiose continua in Cina al punto da aver indotto sette Special Rapporteurs (SR) – tra loro Nils Melzer, SR sulla tortura – e il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite, a intervenire pubblicamente. Lo hanno fatto dopo aver ricevuto informazioni credibili su come questa tipologia di detenuti possa essere sottoposta con la forza a esami del sangue e degli organi, con ecografie o radiografie. I risultati di questi esami sono poi registrati in una banca dati degli organi che ne facilita l’assegnazione. Gli organi espiantati sono principalmente cuori, reni, fegati, cornee e, meno comunemente, parti di fegato. Alle famiglie dei detenuti e dei prigionieri deceduti non è consentito reclamarne i corpi. «Nonostante il graduale sviluppo di un sistema di donazione volontaria di organi, continuano a emergere informazioni su gravi violazioni dei diritti umani nell’approvvigionamento di organi per i trapianti in Cina», hanno alla fine affermato gli esperti delle Nazioni Unite che hanno auspicato un’indagine indipendente su quanto sta accadendo. La conclusione a cui giungono è in sintonia con quella a cui è pervenuto il Tribunale sull’espianto forzato di organi da prigionieri di coscienza in Cina, istituito in Inghilterra nel 2018 per accertare l’attendibilità delle rassicurazioni con cui, dal 2015, la Cina sostiene di aver bandito il prelievo degli organi dai condannati. Questa giuria, presieduta da Sir Geoffrey Nice, già procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, ha accertato che vengono condotti sistematicamente esami medici per identificare i prigionieri appartenenti al Falun Gong – un movimento spirituale che si ispira al buddhismo e a tecniche tradizionali di meditazione che il regime cinese vuole annientare – e gli uiguri. È altresì provato che vengono prelevati organi senza la constatazione formale della morte cerebrale e su prigionieri ancora in vita del Falun Gong. Inoltre la «tortura brutale e disumanizzante» viene praticata abitualmente su questi gruppi, con stupri e violenze sessuali. Per il Tribunale si tratta di crimini contro l’umanità e nelle sue conclusioni ha richiamato i Governi e ogni privato cittadino, attivisti e politici di ogni sorta a «fare ciò che ritengano sia il loro dovere rispetto a qualsiasi chiara malvagità che emerga dalla constatazione che l’espianto di organi sia avvenuto o stia ancora avvenendo nella Repubblica Popolare Cinese (RPC)… Un’azione tragicamente priva di controllo ha fatto sì che molte persone morissero in modo orribile e senza alcuna necessità al servizio di obiettivi che gli eredi dell’attuale Rpc potrebbero riconoscere come assolutamente non necessari per il benessere e la crescita dello Stato». In Cina l’espianto forzato di organi dai prigionieri è permesso dal 1984. Le Nazioni Unite hanno già affrontato la questione con il governo cinese nel 2006 e nel 2007. Si sono però sempre trovate di fronte a risposte evasive sulle fonti di provenienza degli organi e sul funzionamento dell’intero settore degli espianti e dei trapianti. Sta di fatto che grazie anche a campagne internazionali, la Cina dal 2010 si è impegnata a introdurre un sistema di approvvigionamento di organi su base volontaria. Il che ha significato passare da una fornitura carceraria a una ospedaliera di donatori volontari dichiarati morti. Funzionari cinesi hanno annunciato che dal 1° gennaio 2015 i donatori ospedalieri sarebbero stati l’unica fonte di organi. Eppure se si considera credibile che ogni anno sono stati effettuati fra i 60 e i 90mila interventi di trapianto, e che il numero ufficiale di donatori disponibili nel 2017 ammontava a 5.146, è lecito concludere che devono esistere una o più altre fonti di organi e cioè che deve esserci stato un gruppo di donatori non identificati. In questa macchina infernale sono coinvolti sanitari, medici, anestesisti chirurghi e infermieri. Tant’è che tra le organizzazioni più attive vi è quella dei Medici contro il prelievo forzato degli organi (Dafoh) che diffonde studi, rapporti e informazioni su questa immane tragedia che si consuma in un Paese dove il divorzio tra scienza e coscienza è prassi consolidata. Rabelais diceva che la scienza senza coscienza non è che la rovina dell’anima. Per salvare l’anima di un Paese come la Cina, e del mondo, è della coscienza allora che dobbiamo avere cura. I principi di compassione, verità e tolleranza praticati dal Falun Gong e violati dal regime cinese, ci vengono in soccorso per salvare con la Cina anche noi. Elisabetta Zamparutti

Cecilia Attanasio Ghezzi per “la Stampa” il 21 agosto 2021. «Il Tibet può svilupparsi e prosperare solo sotto la guida del Partito e del socialismo». Così, con una cerimonia in grande stile di fronte a ventimila partecipanti e trasmessa su tutto il territorio nazionale dalla tv di Stato, Pechino ha celebrato i 70 anni della «liberazione pacifica del Tibet», il «patto» del 1951 con cui i rappresentanti tibetani furono costretti a riconoscere la sovranità cinese che fu considerato illegittimo e ripudiato dal Dalai Lama nel 1959 quando, appena ventiquattrenne, scappò in India per formare un nuovo governo provvisorio. Da una gigantesca tribuna rossa dominata dai ritratti dei leader comunisti e da una gigantografia di Xi Jinping e posizionata proprio di fronte al Potala, palazzo iconico del buddhismo tibetano a Lhasa, i dirigenti cinesi hanno snocciolato le cifre del loro successo. Il Pil della regione nel 1951 era di appena 17 milioni di euro mentre oggi ha superato i 25 miliardi, l'aspettativa media di vita è passata dai 35 ai 71 anni, la povertà assoluta è stata definitivamente eradicata e tutta la popolazione è stata scolarizzata. E come se non bastasse ferrovie, autostrade e 140 collegamenti aerei hanno reso accessibile il tetto del mondo a 160 milioni di turisti solo negli ultimi cinque anni. Di fatto il turismo di massa ha trasformato i luoghi sacri in attrazioni per i visitatori e intere regioni, un tempo inaccessibili, in comodi hub provvisti di aeroporto e snodi autostradali. La narrazione dei dominatori è quella di un «progresso miracoloso» che non sarebbe stato possibile senza la tenacia con cui la Repubblica popolare ha saputo tenere a bada «la cricca del Dalai Lama» e le «influenze straniere». «Nessuno ha il diritto di puntare il dito contro la Cina sui temi legati al Tibet», è la versione delle autorità cinesi, che non si stancano di ripetere che il leader del buddhismo tibetano «non è solo una figura religiosa, ma un esiliato politico impegnato in attività separatiste» e che per questo Pechino «si oppone con fermezza ad ogni contatto tra funzionari stranieri e Dalai Lama». Ma nonostante sia vero che fin dal 1642 il ruolo della massima autorità tibetana è stato insieme politico e spirituale, nel 2011 Tenzin Gyatso ha abdicato al suo ruolo temporale proprio nella speranza, poi dimostratasi vana, di tranquillizzare la Cina. Mentre il suo governo, mai riconosciuto dalla Cina, è rimasto in esilio a Dharamsala a studiare le scritture e a meditare, il popolo tibetano è stato costretto a una sinizzazione forzata con tanto di campi di rieducazione politica e graduale sostituzione della lingua cinese a quella tibetana. A niente sono valsi gli oltre 150 monaci che si sono dati fuoco per protesta. Il controllo cinese si è espanso persino all'interno dei monasteri, mentre in molte case private il ritratto di Xi Jinping ha sostituito quello dell'ormai 86enne Dalai Lama. Così mentre Pechino si vanta da sempre di aver liberato il Tibet da una teocrazia di stampo feudale, il 14esimo Dalai Lama ha provato a difendere la sua autonomia nei consessi internazionali per decenni senza ottenere altro risultato che il premio Nobel per la pace nel 1989. Nel 1995 il Panchen Lama, seconda carica del buddismo tibetano e figura chiave per riconoscere la reincarnazione della guida spirituale suprema, è stato rapito e sostituito da un bambino che da allora vive nella capitale cinese. Inoltre il peso economico sempre maggiore della Repubblica popolare ha reso sempre più difficile l'incontro dell'attuale Dalai Lama con i capi di stato di altre nazioni. Così a Tenzin Gyatso non è rimasto altro che ipotizzare che anche il ruolo spirituale del Dalai Lama possa esaurirsi con la sua morte. Cosa succederà ce lo farà sapere quando compirà 90 anni ma nel frattempo Pechino, per non farsi trovare impreparata, ha emanato una legge che obbliga il leader spirituale del buddhismo tibetano a reincarnarsi all'interno territorio della Repubblica popolare. Cosa questo possa significare lo scopriremo solo sua alla morte. O alla sua reincarnazione.

(ANSA il 25 agosto 2021) La Cina incorporerà il "pensiero di Xi Jinping" nel suo curriculum nazionale per aiutare a "stabilire la fede marxista" nei giovani del Paese, in base alle nuove linee guida diffuse dal ministero dell'Istruzione. Il "pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era" di Xi sarà insegnato dalla scuola elementare fino all'università al fine di rafforzare "la determinazione ad ascoltare e seguire il Partito comunista" e i nuovi materiali didattici dovranno "coltivare sentimenti patriottici". Dalla salita al potere a fine 2012, il presidente ha cercato di rafforzare il ruolo del Pcc al potere in tutti i settori della società, comprese le imprese, le scuole e le istituzioni culturali. "Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era" è stato formalmente iscritto nel 2018 nella costituzione del Paese, parte di un percorso che ha portato nelle mani di Xi un accentramento di poteri come non accadeva dai tempi di Mao Zedong. Gli stessi mandati presidenziali sono stati emendati con l'eliminazione del limite ai due massimi, gettando le basi per una nomina a vita. In un discorso dello scorso primo luglio per il centenario della fondazione del Pcc, Xi promise di "rafforzare" la leadership del partito, sostenendone la sua centralità e rafforzando l'unità del popolo cinese. 

Paolo Salom per il “Corriere della Sera” il 26 agosto 2021. Il Xi-pensiero supera i confini - comunque nobili - della costituzione della Repubblica popolare per entrare nelle scuole di ogni ordine e grado. Tre anni dopo essere stato elevato al rango delle dottrine di Mao Zedong e Deng Xiaoping, le uniche riconosciute come «ideologie portanti» del Partito comunista e dunque parte della carta fondamentale, la teoria sul «socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era» dell'attuale presidente cinese arriverà a tutti i giovani a partire dalle elementari fino all'università. L'obiettivo, secondo il ministero dell'Istruzione in un articolo riportato dal Global Times, è quello di «aiutare gli adolescenti a stabilire credenze marxiste e rafforzare la fiducia nel percorso, nella teoria, nel sistema e nella cultura del socialismo con caratteristiche cinesi». Il pensiero di Xi Jinping sarà integrato nel curriculum che copre l'istruzione di base, professionale e superiore, ha quindi affermato Han Zhen, membro del Comitato nazionale per i libri di testo. Le scuole primarie si concentreranno sulla coltivazione dell'«amore per il Paese, il Partito comunista cinese e il socialismo. Nelle scuole medie, l'accento sarà posto su una combinazione di esperienza percettiva e studio della conoscenza, per aiutare gli studenti a formare giudizi e opinioni politici di base. Nelle università, ci sarà maggiore enfasi sulle fondamenta del pensiero teorico». La canonizzazione degli scritti del nuovo Timoniere conferma una sorta di «ritorno al passato» nella gestione della leadership ai vertici del partito (e dunque dello Stato) con l'equiparazione - di fatto - di Xi niente meno che a Mao, il cui Libretto Rosso, summa della sua visione della Cina e del mondo, è stato per lunghi anni il breviario di ogni suddito della Repubblica Popolare, a prescindere dall'età (per Deng gli onori si erano poi limitati all'incorporazione degli scritti nella costituzione). Una popolarità spontanea, almeno finché sono durati gli entusiasmi della Rivoluzione culturale (1966-1976), capace persino di superare i confini nazionali e arrivare a influenzare la gioventù «ribelle» occidentale che nel 1968 sfilava lungo i boulevard europei esibendo il volumetto scarlatto come fosse un'arma. Con questa decisione, il regime di Pechino non vuole certo incitare nuovamente a «sparare sul quartier generale», come recitavano i Tazebao - i manifesti che avevano influenzato (e perduto) un'intera generazione di studenti cinesi. Piuttosto, chiarisce Tian Huisheng, un alto funzionario del ministero dell'Istruzione, il «sistema ideologico del socialismo con caratteristiche cinesi di Xi Jinping nella nuova era è rigoroso, logico, ricco di connotazioni ampio e profondo». In sostanza, il Xi Jinping- sixiang - il Xi-pensiero - si fonda su 14 principi che sviluppano, tra l'altro, il ruolo (totalizzante) del Partito comunista nella società, confermano la strada intrapresa sulla base di «riforme profonde», invitano all'adozione di «idee nuove e innovative per uno sviluppo sostenibile», invitano a «vivere in armonia con la natura», ribadiscono l'importanza del modello «un Paese due sistemi» per Hong Kong e Macao con l'obiettivo «irrinunciabile della riunificazione di Taiwan con la madrepatria». Il tutto, per edificare una coscienza del popolo cinese capace di «vincere» le sfide aperte sulla scena del mondo «in modo pacifico». Chissà se l'ultimo slogan rivelato da Xi a Vladimir Putin, ieri, in una lunga telefonata - «Se le scarpe si adattano è noto solo a chi le indossa» - entrerà nel canone. Il presidente si riferiva all'applicabilità universale dei modelli occidentali (la democrazia): «Su quali sistemi possano funzionare in Cina e Russia, solo i cinesi e i russi hanno il diritto di parlare», ha chiarito il leader. Immaginiamo il sorriso di Putin.

Chi era Deng Xiaoping, l’architetto della Cina contemporanea. Federico Giuliani su Inside Over il 14 agosto 2021. Deng Xiaoping, pur senza aver mai ricoperto formalmente la carica di presidente della Repubblica Popolare Cinese, è stato de facto il leader della Cina dal 1978 al 1992. In seguito alla morte di Mao Zedong (1976), Deng emerse dalle macerie della Rivoluzione Culturale, ereditando un Paese sottosviluppato, povero e squarciato da mille lotte interne. Nel giro di pochi anni, attuò una linea economica di riforma e apertura, in palese rottura rispetto al passato, che consentì al Dragone di svilupparsi gradualmente, passo dopo passo. Deng fu dunque il primo promotore del miracolo cinese, nonché il primo fautore di una certa liberalizzazione economica. Gettò inoltre le basi per il socialismo con caratteristiche cinesi e per quella che sarebbe passata alla storia come economia di mercato socialista.

Guerra e studio. Deng nacque nel 1904 a Kuangan, nella provincia del Sichuan. Non vi è certezza assoluta sulla sua data di nascita, visto che il futuro leader cinese non ha mai autorizzato una propria biografia ufficiale o fatto scrivere le sue memorie. In ogni caso, era discendente di una stirpe di antiche tradizioni e nobili origini, visto che la sua famiglia poteva contare su una discreta prosperità economica. Il giovane Deng crebbe stringendo un ottimo legame con il padre, prima della morte di quest’ultimo, decapitato nel bel mezzo di un’imboscata da alcuni banditi. Dal punto di vista dell’istruzione, imparò la calligrafia – espressione artistica coltivata tutta la vita – da un istruttore privato. Nel 1916 Deng si trasferì a Chongqing per studiare da un vecchio rivoluzionario che preparava i giovani della provincia al programma di studio-lavoro in Francia. Nel 1920 sbarcò così a Parigi, dove completò la sua formazione. Nel 1922, all’ombra della Tour Eiffel, entrò nella Lega della Gioventù Socialista e, due anni più tardi, nel Partito Comunista Cinese, all’interno del quale ricoprì il ruolo di Segretario Generale del Comitato Centrale tra il 1927 e il 1929. Effettuò in seguito un soggiorno in Russia, a Mosca, dove imparò “sul campo” il modus operandi della gestione politica dei comunisti al potere. Rientrò quindi in Cina, dove ormai poteva contare su un eccellente bagaglio ideologico tanto marxista quanto leninista. Guidò in seguito la sommossa della provincia del Guanxi contro il governo del Kuomintang, i nazionalisti che all’epoca controllavano la Cina. La rivolta fallì, e Deng si spostò nello Jiangxi. Aderì alla Lunga Marcia (1934-1935) e organizzò varie campagne militari durante la seconda guerra sino-giapponese contro i nazionalisti. Nel 1949 Deng coordinò vittoriosamente l’assalto finale contro il Kuomintang nel Sichuan. Fu così nominato sindaco e commissario politico di Chongqing. Alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, assunse il ruolo di supervisore dei problemi nella regione sud occidentale nelle vesti di primo segretario.

Gli anni del maoismo. Con la sconfitta del Kuomintang, la Cina passò in mano ai comunisti. Deng, sotto Mao Zedong, lavorò in Tibet per consolidare il potere del partito nella regione. Rientrò a Pechino nel 1952 per servire tra le fila del governo centrale. Iniziò così la scalata verso il potere. Nel 1957 divenne segretario generale del Pcc, lavorando spalla a spalla con il presidente Liu Shaoqi. Nello stesso anno coordinò la campagna anti destra, una campagna che perseguitò centinaia di migliaia tra intellettuali e dissidenti politici. Pur essendo un sostenitore di Mao, Deng iniziò presto a nutrire un certo disincanto nei confronti del Grande Timoniere, soprattutto in seguito al Grande Balzo in Avanti e alla Rivoluzione Culturale. Negli anni ’60, Mao lasciò le responsabilità più grandi nelle mani del tandem Deng-Liu, i quali attuarono riforme economiche che rafforzarono il loro prestigio tra le file del partito e tra la popolazione. Era evidente come i due stessero collaborando per attuare una linea politica diametralmente opposta rispetto alle idee radicali di Mao. La spaccatura totale si verificò quando Mao intuì che il prestigio che stava conseguendo Deng avrebbe potuto ridurlo a figura secondaria se non simbolica. Fu anche per questo, secondo alcuni storici, che il Grande Timoniere lanciò la Rivoluzione Culturale, che costrinse Deng a ritirarsi da tutte le cariche fin lì acquisite. Non solo: durante quegli anni concitati, il figlio di Deng, Pufang, fu aggredito, picchiato violentemente e gettato dalla finestra del quarto piano dell’Università di Pechino che stava frequentando. Il ragazzo non morì, ma subì un danno permanente alla colonna vertebrale che, da lì in poi, lo costrinse a una vita sulla sedia a rotelle. Deng fu addirittura inviato nello Jiangxi a svolgere mansioni da impiegato, dove assaggiò la sua prima epurazione. Quando l’allora premier Zhou Enlai si ammalò di cancro, fu scelto come suo successore. Deng rientrò in politica nel 1973 nelle vesti di primo vicepremier, salvo essere riepurato di nuovo nel 1976 su azione della cosiddetta Banda dei Quattro, la quale concorreva per ottenere il potere all’interno del Pcc, con Mao prossimo alla morte. Il futuro leader cinese perse l’appoggio del partito e perse, di nuovo, le sue funzioni.

La rinascita. Deng resuscitò dalle ceneri per una seconda volta. Nel 1976, l’allora presidente del Comitato centrale del Pcc, Hua Guofeng, fece arrestare la Banda dei quattro e, di fatto, pose fine alla Rivoluzione Culturale. Deng Xiaoping fu graziato da Hua, che gli riaffidò le cariche precedentemente detenute. Iniziò così una battaglia silenziosa tra la fazione guidata dal suddetto Hua Guofeng, fautore dell’ortodossia maoista, e quella capitanata da Deng, portatrice di innovazione economica e aperture. Alla fine prevalse la linea pragmatica di Xiaoping, che si dedicò così alla ricostruzione economica della Cina dopo il pessimo Grande Balzo in Avanti. La linea di Deng aveva ormai prevalso, e l’architetto della Cina divenne il cuore pulsante dei leader della seconda generazione del Pcc. Grazie all’istituzione delle cosiddette Zone economiche speciali, alle riforme economiche e alla graduale apertura del Paese, l’economia del Dragone crebbe in maniera impressionante. Ecco come iniziò il miracolo cinese cavalcato dai futuri presidenti della Repubblica Popolare, tra cui l’attuale Xi Jinping.

La stagione delle riforme economiche. Deng Xiaoping sposò una linea politica capace di unire due tendenze apparentemente contrapposte: il primato del Pcc nella politica e, più in generale, nella gestione dello Stato cinese e degli affari pubblici, con l’introduzione di importanti ma controllate dosi di libero mercato. La Cina iniziava così ad aprirsi agli investimenti esteri, gli stessi che le avrebbero consentito, nel giro di qualche decennio, di accumulare così tanta ricchezza da poter competere ad armi pari con gli Stati Uniti, principale potenza globale. Riassumere in poche righe l’entità delle riforme varate da Deng è impresa pressoché impossibile. È tuttavia possibile, invece, fare una sintesi dei concetti più importanti. Innanzitutto, la finalità di Deng era riassumibile nel programma delle cosiddette quattro modernizzazioni, inerenti cioè all’agricoltura, all’industria, alla scienza e tecnologia e all’apparato militare. In altre parole, l’economia socialista di mercato avrebbe dovuto dare vita a una nazione moderna e industriale, così da diffondere benessere in tutta la popolazione. Negli anni in cui era formalmente leader della Cina, Deng incontrò vari capi di Stato occidentali. Nel 1979 volò addirittura negli Stati Uniti per incontrare, alla Casa Bianca, l’allora presidente americano Jimmy Carter. Qualche anno più tardi, rimasto impressionato da quanto visto oltreoceano, Deng accelerò il processo di liberalizzazione. In ogni caso, l’ideologia cinese era e restava una: la novità, semmai, consisteva nell’integrare il marxismo con la realtà presente in Cina. Nasceva così il socialismo con caratteristiche cinesi.

L'eredità di Deng. “Arricchirsi è glorioso”. Oppure: “Non importa che il gatto sia bianco o nero. Ciò che importa è se acchiappa i topi”. Queste sono soltanto due delle frasi attribuite a Deng, principale protagonista del complesso meccanismo volto a coniugare le riforme economiche, improntate a una graduale liberalizzazione del mercato, con gli equilibri politici interni alla Cina. Deng è morto nel1997, ma le sue innovazioni hanno continuato a plasmare lo sviluppo del Paese e continueranno a farlo per molti anni a venire. Li Hao, ex segretario del partito a Shenzhen, una delle primissime zone economiche speciali volute da Deng, ha dichiarato a Xinhua che “senza Deng, la Cina avrebbe impiegato molto più tempo a camminare sulle strade delle riforme e delle aperture”. È pur vero che Xiaoping ha dato prova di essere un conservatore che non ha mai messo in discussione il monopolio del partito Comunista, soprattutto durante le proteste studentesche del 1989. Certo è che la linea di Deng ha consentito alla Cina di tornare a essere un gigante nella scena mondiale, anche se certe riforme hanno generato un evidente gap tra ricchi e poveri, tra popolazione urbana e rurale (questo divario sarà colmato soltanto molti anni più tardi), oltre che un aumento della corruzione. Impossibile, insomma, ignorare l’eredità di Deng nella Cina del XXI secolo. Nel bene e nel male.

Chi è Jiang Zemin, il successore di Deng Xiaoping. Inside Over il 17 agosto 2021. Jiang Zemin è stato il presidente della Repubblica Popolare Cinese per due mandati, dal 1993 al 2003. Nella sua lunga carriera politica ha ricoperto varie cariche rilevanti, tra cui quella di sindaco di Shanghai (1985) e segretario generale del Partito Comunista Cinese (1989). Dal punto di vista ideologico ha ideato la teoria delle Tre Rappresentanze, evoluzione diretta della costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi avanzata dal suo predecessore Deng Xiaoping. Jiang è considerato uno dei massimi artefici della nuova assimilazione dell’economia capitalistica in un sistema comunista, nonché il leader più importante della Cina dagli anni ’90 all’inizio del Duemila.

Cenni biografici. Nasce a Yangzhou nell’agosto 1926 e qui, nella provincia dello Jiangsu, trascorre gran parte della sua infanzia. Il giovane Jiang cresce sotto il dominio dell’impero giapponese, durante il quale perde suo zio Jiang Shangqing, morto combattendo gli invasori. Frequenta l’Università di Nanchino, anch’essa occupata, salvo poi trasferirsi a Shanghai. Qui si laurea presso la Jiao Tong University in ingegneria elettronica. In base alle esperienze vissute, durante gli studi matura una forte avversione nei confronti dell’imperialismo nipponico. Entra a far parte del Partito Comunista Cinese a soli 20 anni, nel 1946. Terminati gli studi, Jiang lavora in diverse fabbriche come ingegnere, prima di ricevere un’ulteriore formazione tecnica in Unione Sovietica intorno al 1955. Successivamente passa a dirigere vari istituti di ricerca tecnologica in varie parti della Cina.

Da sindaco di Shanghai a presidente della Cina. Una volta entrato nel Pcc, la scalata verso il potere di Jiang è progressiva ma decisa. Prima di indossare le vesti di presidente cinese, il successore di Deng Xiaoping riveste vari incarichi nell’amministrazione statale, salvo diventare ministro dell’Industria elettronica nel periodo compreso tra il 1983 e il 1985. Entra nel Comitato centrale del Pcc nel 1982 e dell’Ufficio politico nel 1987. Tra il 1985 e il 1987 è sindaco di Shanghai, la città vetrina della Cina proiettata verso il futuro, mentre nel 1988 e 1989 ricopre la carica di segretario del partito della medesima megalopoli. Nel 1989 critica duramente la protesta studentesca e, in quell’occasione, sostituisce Zhao Zijang come segretario generale del Pcc. A quel punto la corrente collegata a doppia mandata a Deng ottiene la strada spianata verso il potere. Nello stesso anno, Jiang è a capo della commissione militare del partito, mentre nel marzo del 1990 diviene capo della commissione militare di Stato. In seguito alla morte di Deng, è eletto presidente della Repubblica nel marzo 1993. Viene confermato come segretario generale del Pcc nel 1997. Chiaro fin da subito, Jiang sottolinea di voler portare avanti la linea inaugurata da Deng: progressiva liberalizzazione economica unita al mantenimento del predominio politico del partito.

Il consolidamento del potere. In un primo momento sembrava che Jiang Zemin dovesse ricoprire un’investitura temporanea, in attesa che profili più potenti prendessero il timone del partito e della nazione cinese. Non fu però così, visto che Jiang riuscì, sfoggiando una singolare abilità politica, a consolidare alleanze chiave (anche attraverso favori) che ne blindarono la posizione. Da questo punto di vista fu decisiva la promozione dei suoi fedelissimi di Shanghai – dove, ricordiamo, era stato sindaco e segretario di partito –  in ruoli chiave dell’amministrazione statale. Jiang è il leader per eccellenza della cosiddetta terza generazione. Tra i suoi interventi più importanti menzioniamo l’iniziativa di riduzione del controllo statale su alcune industrie cinesi e il conseguente piano di privatizzazione, oltre al tentativo di migliorare le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Jiang contribuì inoltre a rafforzare il ruolo della Cina sullo scacchiere internazionale, dove, nel 2002, ottenne l’ingresso del suo Paese nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Nello stesso anno, il leader lascia la guida del partito, sostituito da Hu Jintao, il quale gli succederà anche come presidente della Repubblica.

Le Tre Rappresentanze: il partito "si apre". In occasione dell’80esimo anniversario della fondazione del Pcc, il primo luglio 2001, Jiang Zemin pronuncia un discorso nel quale enfatizza l’ultima esigenza del partito: accanto a operai, contadini e intellettuali (definiti “la spina dorsale” del Pcc), bisogna iniziare ad accogliere elementi provenienti da altri settori della società. Costoro avrebbero ovviamente dovuto sottoscrivere lo Statuto e il Programma del partito, e soddisfare le esigenze dello stesso. In altre parole, il Pcc si stava aprendo agli imprenditori e ai nuovi gruppi sociali emergenti affermatisi nel corso del periodo delle riforme economiche. Fu così che i manager delle imprese private iniziarono a competere per ricoprire ruoli rilevanti, e fu così che si concretizzò ufficialmente la teoria delle Tre Rappresentanze avanzata da Jiang Zemin. Il partito, insomma, diventava “avanzato” ed era chiamato a rappresentare le esigenze di sviluppo delle forze di produzione più avanzata, l’orientamento della cultura più innovativa e gli interessi fondamentali del popolo cinese.

I successi di Jiang. Sotto la presidenza di Jiang Zemin, la Cina stava iniziando a godere dell’effetto delle riforme economiche decise da Deng Xiaoping. La leadership di Jiang ha dunque goduto di un periodo di ascesa senza precedenti della Repubblica Popolare, con tassi di crescita del pil a doppia cifra e altri valori alle stelle. In quegli anni il Pcc poteva vantare un tasso di gradimento altissimo tra la popolazione, e questo nonostante le autorità politiche non avessero alcuna intenzione di concedere libertà democratiche in senso occidentale.

Da un punto di vista politico, la Cina ottiene nuovamente il controllo di Hong Kong (1997) e Macao (1999), mentre nel 2000 Pechino si aggiudica le Olimpiadi che si sarebbero svolte nel 2008. Da segnalare, inoltre, l’ingresso del Dragone nel WTO e la continua crescita economica. La stessa che avrebbe consentito ai leader futuri di guidare una Cina sempre più prospera e moderna.

Chi è Hu Jintao, l’ex presidente della Cina. Federico Giuliani su Inside Over il 17 agosto 2021. Hu Jintao è stato il presidente della Repubblica Popolare Cinese dal marzo 2003 al marzo 2013. Successore di Jiang Zemin e predecessore di Xi Jinping, è con lui al timone che la Cina ha spiccato il volo in campo internazionale, tanto dal punto di vista economico che politico. Nonostante l’ascesa cinese abbia coinciso per lo più con il suo doppio mandato, Hu Jintao ha sempre evitato di finire al centro dell’attenzione, mostrando un atteggiamento sobrio e misterioso (l’esatto contrario di Xi). È stato definito il leader più importante della cosiddetta “quarta generazione” dei comunisti cinesi, composta dalla schiera dei sessantenni maturati negli anni del boom industriale.

Gli anni della formazione. Nasce nel 1942 a Taizhou, città-prefettura situata nella provincia dello Jiangsu, sulla costa orientale cinese. I suoi antenati provenivano da Jixi, dove vissero finché il nonno non si trasferì a Jiangyan, uno dei distretti di Taizhou. Hu Jintao, appertenente alla fascia povera della classe piccola borghese, è stato fin da subito uno studente talentuoso. Il padre, Hu Jingzhi, gestiva un piccolo negozio di tè, mentre la madre morì quando il piccolo Hu aveva appena sette anni. Il giovane fu quindi in gran parte allevato dalla zia. Aderì alla Lega della Gioventù Comunista, considerata essere l’ala riformatrice del Partito Comunista Cinese (Pcc) e si unì al partito ancor prima dello scoppio della Rivoluzione culturale cinese, ai tempi della frequentazione dell’Università Tsinghua di Pechino. Nella capitale, Hu ha studiato ingegneria idroelettrica e si è laureato nel 1965. Qui conosce Liu Yongqing, la ragazza che diventerà sua moglie e gli darà due bambini, un figlio e una figlia. Al termine degli studi, diventa assistente universitario per poi trasferirsi nel Gansu, per lavorare presso un impianto idroelettrico. Accanto agli impegni professionali, Hu non ha mai smesso di essere politicamente attivo, tanto da farsi strada nelle gerarchie del Ministero della Tutela dell’Acqua e dell’Energia.

La carriera politica. La gioventù di Hu coincise con la Rivoluzione culturale. Durante la campagna contro i borghesi suo padre fu espropriato del piccolo negozio di tè, salvo poi essere accusato di peculato e processato pubblicamente in piazza dalle Guardie Rosse. L’uomo fu quindi incarcerato fino al 1978, anno della liberazione. Morì di stenti a 50 anni non appena uscito di prigione. Nel 1974 Hu Jintao ricopre la carica di segretario del dipartimento dell’edilizia del Gansu. Nel giro di poco tempo, diventa vice capo dello stesso dipartimento. Nel 1981 vola a Pechino assieme alla figlia di Deng Xiaoping, Deng Nan, per seguire un corso di formazione alla Central Party School. Un anno dopo, Hu viene trasferito nella capitale e nominato alla segreteria del Comitato Centrale della Lega della Gioventù Comunista. La carriera del giovane spicca il volo nel 1985, quando diventa governatore provinciale del Guizhou, una provincia rurale e lontana dalle sedi del potere. Eppure qui, nel 1987, Hu ottiene un avviso del partito per la sua ottima e attenta gestione delle proteste studentesche avvenute nel medesimo anno. Nel 1988 è promosso a capo del Pcc nell’irrequieta regione autonoma del Tibet. Nel 1989 silenzia le proteste che scuotono la regione e riceve, ancora una volta, il plauso da parte del governo centrale di Pechino.

L'ascesa a livello nazionale. La strada è ormai spianata e Hu è pronto al grande salto. Durante il XIV Congresso Nazionale del Pcc, nel 1992, il mentore di Hu Jintao, Song Ping, lo raccomanda come possibile futuro leader della Cina. A soli 49 anni, Hu diventa così uno dei sette membri del Comitato permanente del Politburo, la crème de la crème della leadership del Partito Comunista Cinese. Nel 1993 viene confermato erede apparente di Jiang Zemin, mentre nel 1998 diventa vicepresidente della Repubblica Popolare e, nel 2002, segretario generale del Pcc. La scalata si completa con la nomina a presidente della Repubblica (2003) e presidente della Commissione militare centrale (2004). Tre sono gli aspetti principali che, tra gli altri, hanno caratterizzato la sua leadership: 1) ha inaugurato una linea tecnocratica con l’obiettivo ultimo di conservare la stabilità interna alla nazione per la prosecuzione della crescita economica; 2) al contrario di Xi Jinping non ha mai voluto stringere i muscoli per proiettare un’immagine della Cina come super potenza; e 3) in politica estera ha spinto per far passare Pechino come fautore di uno sviluppo pacifico.

Boom economico (e non solo). La presidenza Hu Jintao è stata caratterizzata da una trasformazione nazionale che non ha eguali nella storia della Cina moderna, fatto salvo il periodo delle aperture di Deng Xiaoping. Nei dieci anni in cui ha presieduto il Paese, Pechino ha subito molteplici e radicali trasformazioni. La Cina è diventata la seconda economia mondiale, ha centrato tutti gli obiettivi che il Pcc aveva fissato per il millennio (per giunta prima del previsto) e ha ospitato le storiche Olimpiadi di Beijing del 2008, evento che ha consentito al Dragone di compiere un deciso passo avanti nella modernizzazione nazionale. La guida di Hu Jintao si è scontrata con qualcosa di molto simile all’attuale pandemia di Covid-19. Nel 2003 la Cina ha infatti dovuto fare i conti con lo scoppio dell’epidemia di Sars. All’epoca, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) criticò Pechino per aver inizialmente cercato di oscurare quanto stava accadendo e aver poi reagito con lentezza. In ogni caso, Hu è riuscito a superare anche questo ostacolo.

Il contributo ideologico. Possiamo dire che, in un certo senso, Hu Jintao ha preparato il terreno per l’ascesa della Cina di Xi Jinping. Seppur definito dallo studioso Kerry Brown “sovrano silenzioso”, Hu ha dato una notevole scossa alla storia della Repubblica Popolare. Il predecessore di Xi, considerato piuttosto liberale, ha coniato le idee di società armoniosa e ascesa pacifica. Già spiegato il secondo concetto, secondo il modello della società armoniosa, i successi economici della Cina dovevano essere portati anche nelle zone rurali mediante una maggiore libertà personale (attenzione: non certo politica), più impresa privata e più sostegno da parte dello stato.

Dulcis in fundo, è importante segnalare un altro contributo ideologico dato da Hu Jintao al socialismo con caratteristiche cinesi, composto dalla Teoria di Deng Xiaoping, dal pensiero delle Tre Rappresentanze di Jiang Zeming e dal Concetto di Sviluppo Scientifico di Hu. Con questo termine, il Pcc intende dare priorità allo sviluppo, mettere al centro le persone e considerare come condizioni fondamentali di questo sviluppo i criteri di completezza, equilibrio e sostenibilità. 

Cina-Usa: la crisi del '58 e la visita del vice di Blinken a Pechino. Piccole Note il 26 luglio 2021 su Inside Over il 26 luglio 2021. Le tensioni Usa-Cina su Taiwan preoccupano tanti ambiti, anche influenti. Da qui  la pubblicazione, nel maggio scorso, da parte del New York Times di documenti segreti sulla crisi dello stretto di Formosa (come si chiamava allora Taiwan), rivelato da Daniel Ellsber, noto ex analista militare e fonte dei Pentagon Papers, scandalo del 1971 che svelò inquietanti retroscena della guerra del Vietnam. Il report del Nyt si riferisce alla crisi del ’58, successiva alla guerra di Corea (terminata cinque anni prima), quando scoppiò un conflitto tra la Cina, guidata da Mao Zedong, e Formosa, retta dalle forze nazionaliste di Chiang Kai-shek, che interessò alcune isole dello Stretto di Formosa, controllate dai nazionalisti.

I generali e il presidente. Il dossier Ellsberg rivela le inquietanti pressioni che la leadership militare degli Stati Uniti, che schierarono proprie forze a presidio di Formosa, esercitò sull’allora presidente Dwight Eisenhower perché autorizzasse attacchi nucleari sulla Repubblica Popolare Cinese. Pressioni esercitate pur mettendo in conto una reazione “atomica” dell’Urss, che secondo i generali avrebbe difeso Pechino. Una prospettiva sbagliata, secondo il Nyt, date le discrasie emergenti tra le due potenze comuniste, che l’anti-comunismo considerava un monolite. E però è significativo che la prospettiva di una reazione dell’Urss non frenasse i generali Usa, indice della follia cui erano consegnati. Ellsberg, spiega il quotidiano della Grande Mela, avrebbe fotocopiato le carte riservate sulla crisi del ’58 insieme a quelle relative alla guerra del Vietnam, tenendole nascoste finora e decidendo di renderle pubbliche solo adesso, a causa delle nuove pericolose tensioni Usa-Cina. Così il Nyt racconta il contenuto delle carte: “Anche se si immaginava, a grandi linee, che gli Stati Uniti avevano preso in considerazione l’utilizzo di armi atomiche contro la Cina nel caso in cui la crisi fosse degenerata, le pagine del dossier pubblicato da Ellsberg rivelano nuovi e sconcertanti dettagli su quanto fossero aggressivi i capi militari nel fare pressioni per ottenere l’autorità di intervenire con le armi nucleari se le forze comuniste, che avevano già iniziato ad attaccare le cosiddette isole offshore [che si trovavano nello Stretto ndr], avessero intensificato i loro attacchi”. 

“Nuclearizzare” la Cina. I documenti mostrano che la possibilità dell’utilizzo di armi nucleari è stata più reale di quanto si pensasse finora. In particolare, il dossier descrive nel dettaglio le intenzioni del generale Laurence S. Kuter, massimo comandante delle forze aeree per il Pacifico, che tentò di ottenere un mandato per lanciare un attacco nucleare sulla Cina continentale. Si sarebbe dovuto iniziare mirando alle basi aeree cinesi, salvaguardando così i civili. Sulla stessa linea il generale Nathan F. Twining, per il quale, da quanto emerge dal dossier, se i bombardamenti nucleari mirati non avessero convinto la Cina ad interrompere le operazioni belliche, si sarebbe dovuto colpire in profondità il territorio cinese, arrivando fino al nord di Shanghai. Twining non mostra nessuna esitazione: “Per difendere le isole […] si devono accettare le conseguenze”… Dopo la guerra di Corea gli Stati Uniti non erano pronti ad affrontare un altro logorante conflitto, da questa consapevolezza la pressione per utilizzare le armi nucleari: efficienti e risolutive. Il presidente Eisenhower si oppose fermamente ai generali, decidendo di affidarsi alle sole armi “convenzionali”. Come riporta The Grey Zone, nelle sue memorie Eisenhower ha ricordato con una certa amarezza come, durante quella crisi, fosse “continuamente pressato – quasi perseguitato – da Chiang [Chiang Kai-shek] da una parte e dai nostri stessi militari dall’altra, che chiedevano fosse delegata loro l’autorità di autorizzare un’azione immediata”, non solo nel caso di un attacco all’isola di Formosa, ma anche nell’ambito degli scontri riguardanti le isole dello Stretto. Si registrò, dunque, un conflitto al vertice del potere Usa, con i generali che tentarono di avocare a sé prerogative proprie del presidente, scontro che secondo Gray Zone non fu caso isolato, essendosi riproposto più volte nel corso delle guerre americane.

Il monito e la visita. Come peraltro dimostra la storia, che vide il conflitto risolversi in tempi relativamente brevi, mentre l’utilizzo delle bombe atomiche avrebbe gravato sulla storia dell’umanità per secoli. Un monito per il presente, appunto, che sembra condiviso dall’attuale amministrazione Usa, che pur continuando a brandire lo scontro con la Cina a tutti i livelli, sembra però intenzionata a tenere la criticità sotto controllo. Lo dimostra anche la visita di questi giorni del Vice-segretario di Stato Wendy Sherman a Pechino,  accompagnata da una nota del Dipartimento di Stato che spiega come il viaggio sia “parte dei continui sforzi degli Stati Uniti per mantenere un dialogo sincero per promuovere gli interessi e i valori degli Stati Uniti e per gestire responsabilmente le relazioni” con la Cina (Reuters). Visita nella quale Sherman discuterà con i suoi interlocutori dei temi che suscitano le preoccupazioni Usa, ma anche di quelli “nei quali i nostri interessi convergono”.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 23 luglio 2021. Sono stati arrestati per sedizione a Hong Kong cinque membri di un'associazione di ortofonia, disciplina medica che studia e applica tecniche rieducative per i difetti di pronuncia. L'organizzazione aveva pubblicato tre libri a fumetti per bambini, che secondo la Squadra speciale che vigila sulla sicurezza nazionale cinese esaltavano il movimento antigovernativo e «incitavano la gente, soprattutto i più piccoli, all'insurrezione e alla violenza». Titolo del primo volumetto: «I guardiani del villaggio delle pecore». Nei cartoni, le pecorelle bianche sono un'allegoria dei cittadini del fronte democratico che nel 2019 si sono scontrati con i lupi grigi che assediavano il loro villaggio (i poliziotti di Hong Kong). La seconda puntata racconta l'avventura delle pecore scese in sciopero per evitare che i lupi venuti da fuori riempissero di spazzatura le loro strade: un riferimento al personale sanitario di Hong Kong, che nel gennaio del 2020, all'inizio della pandemia, scioperò per ottenere la chiusura della frontiera con la Cina, mentre il governo voleva tenerla aperta. La trilogia si conclude con «I 12 coraggiosi del villaggio»: un gruppo di agnelli che parte in barca per sfuggire all'assedio e continuare la resistenza in esilio. Una rivisitazione a fumetti del caso di 12 attivisti hongkonghesi arrestati mentre cercavano di fuggire a Taiwan su un motoscafo. La polizia dice che gli autori dei disegni hanno cercato di «abbellire episodi di violenza, attizzando l'odio contro il governo e la giustizia di Hong Kong». I cinque «cospiratori sediziosi» sono stati arrestati ieri mattina all'alba: si tratta di due uomini e tre donne tra i 25 e i 28 anni, ha comunicato la polizia, che li ha mostrati alla stampa in manette e incappucciati, per rispetto della privacy, come vuole la procedura ereditata dall'epoca coloniale. Tra le prove di colpevolezza c'è la circostanza che i cinque ortofonisti avevano organizzato sedute di lettura pubblica per bambini tra i 5 e gli 8 anni.  «Comportamento sinistro ed estremamente malvagio», spiega il rapporto del National Security Department della polizia, concludendo che «la gente deve conoscere la verità, non deve tollerare o glorificare la violenza e non può consentire che i bambini, la prossima generazione di Hong Kong, siano istigati da informazioni false o distorte». Replica di un membro anonimo dell'organizzazione che ha prodotto i fumetti: «Ormai a Hong Kong viene criminalizzata anche la metafora, che rappresenta un classico della letteratura fin da "1984" e "La fattoria degli animali" di George Orwell». La sedizione è un reato previsto da una legge lasciata in eredità dall'Impero britannico all'ex colonia restituita alla Cina nel 1997. Ha contorni vaghi. Ma da allora non era mai stata utilizzata. Ora viene usata in alternativa alla Legge sulla sicurezza nazionale cinese introdotta nel luglio del 2020. Il risultato è lo stesso: il carcere. Se fossero nati oggi a Hong Kong, non solo George Orwell, ma anche Esopo sarebbero finiti in manette come sovversivi.

Dagotraduzione da Spy Talk il 3 luglio 2021. Secondo Nicholas Eftimiades, uno dei massimi esperti di spionaggio cinese del governo degli Stati Uniti, l’intera comunità di intelligence degli Stati Uniti, 17 agenzie in tutto, è stata infiltrata da spie. Eftimiades, ex ufficiale senior dell’intelligence della Dia ed esperto di spionaggio cinese presso la Cia e il dipartimento di Stato per oltre tre decenni, ha fatto un quadro della situazione: «Se ce ne fossero uno o due dormirei sonni tranquilli», ha detto. «Ma penso ce ne siano molti, e non solo alla Cia, ma anche altrove nel governo». Ha aggiunto: «Penso che stiamo parlando del Dipartimento di Giustizia, della comunità dell’Intelligence, delle 17 agenzie tra cui il Dni, sarei sbalordito se non ce ne fossero dozzine». Eftimiades, che è andato in pensione nel 2017, ha subito avvertito che probabilmente solo un piccolo numero - "meno di una dozzina" - ha accesso a informazioni classificate. Molti altri sono impiegati per scoprire solo "chi è chi" nell'intelligence statunitense, "e dove vivono e cose del genere". Ma Eftimiades, autore di due libri sullo spionaggio cinese, ha affermato che ci sono "migliaia in più" di talpe in altre agenzie governative statunitensi non di intelligence, nonché tra appaltatori, società, gruppi di riflessione e uffici del Congresso. «La Cina non si preoccupa tanto dei segreti» ha detto. «Si occupa di politica: cosa pensano gli Stati Uniti? Al Congresso, chi voterà per cosa rispetto alla Cina? Quali membri dello staff hanno influenza su quali membri del Congresso... Quali gruppi di riflessione vengono ascoltati al Congresso e dall'amministrazione, in modo che possano influenzare quei gruppi di riflessione. Quali istituzioni accademiche hanno quel tipo di potere e influenza?». L'ex capo del controspionaggio dell'FBI Frank Figliuzzi ha convenuto che le società statunitensi, in particolare quelle che si occupano di tecnologia avanzata e armi, sono probabilmente piene di spie cinesi. Ma ha detto che «non era pronto a concordare» con l'affermazione di Eftimiades secondo cui «ci sono dozzine di talpe del governo cinese attive all'interno delle agenzie della comunità di intelligence degli Stati Uniti». Nel 2018, il Dipartimento di Giustizia ha istituito una "Iniziativa cinese" per concentrarsi sulle operazioni di spionaggio di Pechino, in particolare sul furto di segreti tecnici e commerciali. Dal gennaio 2020, il dipartimento ha ottenuto le condanne di 54 persone accusate di spionaggio per la Cina. Eftimiades, tuttavia, afferma che l'FBI è sopraffatto dall'offensiva di spionaggio cinese.  «L'FBI fa un buon lavoro. Gli do credito», ha detto. «Fanno un buon lavoro, ma voglio dire, sono completamente superati in numeri e volumi. E soffrono: non hanno capacità linguistiche, sono molto limitate. Hanno la mano molto pesante, credo... e la Cina balla molto intorno a loro».

Da Liberoquotidiano.it l'1 luglio 2021. Nel centenario del Partito comunista cinese, davanti alla folla in Piazza Tienanmen, risuonava la voce di Xi Jinping. Il presidente, vestito non a caso come Mao (fondatore del Partito nel 1921 e della Repubblica popolare nel 1949), ha voluto lanciare un chiaro messaggio: «La Cina, una grande muraglia d’acciaio. Il popolo cinese non ha mai oppresso nessuno e ora non permetterà ad alcuna forza straniera di intimidirlo, prevaricarlo, soggiogarlo, renderlo schiavo». E ancora: «Chiunque volesse cercare di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e quattrocento milioni di cinesi». Stati Uniti e mondo intero avvisati. E non è un caso che nel giorno del centenario del Partito comunista, nel deserto del Gansu a duemila chilometri a Ovest da Pechino, sono stati scoperti i lavori per la costruzione di un centinaio di silos. Il rapporto americano spiega che quanto trovato dai satelliti avrebbe un solo fine: celare missili intercontinentali. La Cina possiede infatti tra le 250 e le 350 testate e un centinaio di missili intercontinentali basati a terra. Un arsenale modesto se comparato a quello degli Stati Uniti. Per questo le 119 nuove postazioni di lancio darebbero alla Cina qualche vantaggio in più nella Guerra fredda ingaggiata con gli Stati Uniti. Questo almeno in prima ipotesi, perché alcuni esperti del "James Martin Center for Nonproliferation Studies" di Monterey non escludono che quanto catturato dai satelliti possa essere un depistaggio. In sostanza, è l'ipotesi al vaglio, quei silos altro non sarebbero che buchi nella terra arida per simulare la presenza di missili inesistenti (o al momento inesistenti). Il motivo? Quelle postazioni renderebbero più difficile il lavoro di controllo da parte del Pentagono, aprendo un nuovo fronte di incertezza alla Casa Bianca sulla reale capacità militare della Cina.

Il Partito comunista cinese festeggia un secolo di vita. La ricetta? Crescita economica, adattabilità e repressione. Il Riformista il 29 Giugno 2021. Il primo luglio prossimo, il Partito comunista cinese celebrerà in pompa magna il centenario della fondazione con una «grande cerimonia» e con festeggiamenti, manifestazioni e rassegne che metteranno in mostra, come ha scritto il quotidiano del partito Global Times, «il corso glorioso, i grandi risultati e la preziosa esperienza del PCC negli ultimi 100 anni». Non c’è dubbio che, all’inizio del suo secondo secolo di vita, il partito ha buoni motivi per vantarsi. Nessun’altra dittatura è stata in grado di realizzare una simile metamorfosi trasformando un paese preda della carestia (com’era la Cina ai tempi di Mao Zedong) nella seconda economia del mondo, le cui tecnologie e le cui infrastrutture all’avanguardia fanno vergognare le strade dissestate e le ferrovie americane (e, ovviamente, anche quelle di casa nostra). Grazie al pugno di ferro, alla flessibilità ideologica e alla disponibilità a condividere i frutti della modernizzazione, i comunisti cinesi sono diventati i despoti di maggior successo al mondo. Naturalmente, in vista delle celebrazioni, stanno arrivando in grande quantità indagini retrospettive e vaticini. L’Economist, che ha dedicato la copertina di questa settimana ad uno speciale sul Partito comunista cinese intitolato «Power and Paranoia», scrive che tra gli ingredienti fondamentali della ricetta segreta del partito ci sono «l’elasticità ideologica» (che ha permesso una svolta radicale dalla linea intransigente di Mao Zedong alla strategia paziente dei leader successivi) e, oggi in modo particolare, la sollecita e risoluta (e potenziata dalla tecnologia) repressione del dissenso. Insomma, la violenza, l’adattabilità ideologica e la crescita economica condivisa hanno mantenuto il Partito comunista cinese al potere. Ma quanto può restare ancora in sella? La rivista inglese scrive che anche se agli estranei il partito appare monolitico, in realtà «soffre di settarismo, slealtà e lassismo ideologico… Il momento di maggiore instabilità sarà probabilmente la successione» dopo il presidente Xi Jinping. «Nessuno sa chi verrà dopo Xi, né quali regole governeranno la transizione. Quando, nel 2018, ha abolito i limiti al mandato presidenziale, ha annunciato che vuole rimanere aggrappato al potere a tempo indeterminato. Ma questo potrebbe rendere solo più instabile il passaggio di potere finale. Sebbene le insidie per il partito non portino necessariamente quel governo illuminato che bramano gli amanti della libertà, prima o poi anche questa dinastia cinese finirà», osserva impassibile l’Economist. Inoltre, nonostante la rapida ascesa della Cina negli ultimi decenni, le analisi esterne evidenziano le nubi che si addensano all’orizzonte. Anche Foreign Affairs, l’autorevole rivista statunitense che si occupa di relazioni internazionali, dedica il suo ultimo numero al futuro della Cina e si chiede se possa «continuare a crescere» («Can China Keep Rising?»). Jude Blanchette scrive che proprio l’ambizioso presidente Xi Jinping potrebbe rivelarsi un ostacolo al successo futuro del paese, dato che abbandonando la strategia misurata e concentrata sul fonte interno dei suoi predecessori, si è assunto parecchi rischi. La Cina ha moltiplicato la sua quota del Pil globale diverse volte dal 1990, ma Dabiel H. Rosen e Matthew Boswell, nello stesso numero, sostengono che la crescita dell’economia cinese potrebbe aver raggiunto un limite invalicabile stante l’attuale modello regolato fortemente dallo Stato e che la liberalizzazione necessaria ad una ulteriore espansione potrebbe comportare parecchi problemi. Nel numero in edicola di Washington Quarterly, anche Scott Rozelle e Matthew Boswell scrivono, infatti, che la Cina ha per le mani un problema economico molto serio: centinaia di milioni di cinesi delle regioni rurali (che costituiscono circa il 7% dell’umanità) sono alle prese con la sottoccupazione, la mancanza di istruzione e scarsissime possibilità di partecipare o di contribuire al boom che interessa la classe media del paese. Il problema – ritengono – potrebbe essere così intricato da impedire alla Cina di entrare nei ranghi dei paesi ad alto reddito in tempi brevi.

Insomma, sebbene il partito continui a stupire politici e studiosi con il suo crescente illiberalismo accompagnato da una incessante capacità di adattamento e di tenuta, e contini a sfidare tutte le aspettative (di chi ritiene una maggiore moderazione o il collasso inevitabili), in molti vedono arrivare la tempesta. La serie di tensioni e di contraddizioni accumulate nel modo in cui Xi governa il paese, stanno creando dilemmi ai quadri e ai politici cinesi impegnati nello sforzo per risolvere le enormi sfide (economiche, sociali e politiche) che la Cina deve ancora affrontare. Resta il fatto che le celebrazioni del 4 di luglio in America e del centenario del Partito comunista cinese non faranno che intensificare la «guerra delle narrazioni» in corso tra le due potenze. Per gli Stati Uniti, il 4 luglio sarà l’occasione per celebrare la vittoria sulla pandemia, la rinascita delle alleanze e il rinnovato impegno nella leadership globale. Per la Cina, il primo luglio segna i cento anni al potere di un partito che governa uno dei miracoli economici più spettacolari della storia. «Washington rinnoverà la fiducia nei suoi valori democratici, Pechino festeggerà le realizzazione del suo modello economico e di governo», ha scritto Lucio Blanco Pitlo III sul South China Morning Post. Ma, aggiunge il ricercatore, per l’Asia sudorientale, la guerra delle narrazioni rappresenta il fossato sempre più ampio che divide due partner fondamentali per la regione e richiede «more astute hedging». Richiede, in altre parole, di pararsi, in modo più accorto, il sedere.

I cento anni del Partito comunista cinese: il gattopardo che cambia tutto per non cambiare affatto. Nato in un sottoscala a Shangai nel luglio del 1921, ha mutato pelle mille volte per mantenere il potere, fino a diventare il nuovo Impero. Tra repressione, ferocia e svolte economiche. E si prepara alla sfida finale contro gli Stati Uniti. Federica Bianchi su L'Espresso il 29 giugno 2021. Non è il partito comunista più longevo al mondo. Non ancora almeno. Ma è di gran lunga il più efficace. Il partito comunista cinese compie questo luglio un secolo di vita. Di strada ne ha fatta tanta dalla stanzetta del sottoscala di Shanghai in cui è stato fondato nel 1921 sulle rovine della secolare dinastia cinese. Talmente tanta che di quella struttura di potere è oggi riuscito a ricrearne i meccanismi di comando in chiave moderna e, nel farlo, a trasformare Pechino in una potenza mondiale che nessuno può permettersi di ignorare. Il Partito comunista cinese è diventato il nuovo Impero. E il dittatore Xi Jinping ne è il volto più potente e spietato, determinato a riportare il Paese “al centro (del mondo)”, traduzione letterale di Cina in cinese. A Pechino nessuno ha dubbi su fatto che questo sarà il secolo cinese così come il Novecento era stato americano e l'Ottocento europeo, ci fosse stata allora la nozione d'Europa. Ogni cento anni cambia la potenza mondiale, aveva detto Henry Kissinger, e il Partito aveva preso nota. Oggi, convinto che l'Occidente sia in un declino inesorabile, presenta il modello economico e politico su cui ha strutturato la sua società come quello che riporrà in un cassetto il capitalismo e la democrazia, considerati orpelli del passato alla stregua del comunismo sovietico. Non è chiaro ancora se Pechino nei prossimi anni riuscirà davvero a strappare lo scettro a Washington, distruggendo l'attuale ordine mondiale e rimpiazzandolo con l'ordine del suo Partito-Stato. Molte cose dovranno ancora cambiare, incluso il ruolo della moneta nazionale, a cui è impedito di fluttuare liberamente e diventare davvero un'alternativa al dollaro. Ma intanto, in questi cento anni, il Partito è riuscito a rimanere saldamente al potere e a trasformare una realtà rurale in un'economia digitale. Lo ha fatto secondo la logica gattopardiana del cambiare tutto perché nulla cambi. Un Gattopardo col volto del Dragone. Abilissimo e feroce. Per mantenere la presa sul potere e la sua permanenza nel tempo il Partito ha saputo sia adattarsi sapientemente ai nuovi tempi e alle loro esigenze, tenendo ben saldo in testa l'unico obiettivo, la cresciuta economica, sia adoperare la forza senza remora o pentimento alcuno, per eliminare qualsiasi minaccia al suo potere assoluto. Il primo grande momento di svolta è stato quello in cui il presidente cinese Deng Xiaoping decise nel 1978 di abbracciare la dinamica capitalista dell'economia (ma non l'ideologia che vi stava dietro) per traghettare la Cina fuori dalla melma della povertà. «Non importa che sia bianco o nero, l'importante è che un gatto acchiappi i topi», divenne la giustificazione ideologica del cambio di paradigma per acquisire quella spinta economica che alla fine degli anni Settanta la Cina comunista da sola non avrebbe mai generato. Aprendosi agli investimenti e alla tecnologia straniera oltre che agli investimenti privati, Pechino abbandonò il modello perdente dell'Unione sovietica senza mai rinnegare le proprie fondamenta socialiste. Il grosso dell'economia rimaneva saldamente nelle mani delle imprese di Stato ma importando, e a volte copiando senza scrupoli, tecniche manageriali e tecnologie sviluppate in Occidente, Pechino recuperava decenni di sviluppo economico in pochi anni. Un modello di successo ribattezzato col termine “socialismo con caratteristiche cinesi”. Cambiare il significato alle parole perché nulla cambi davvero. Con la crescita economica delle grandi città e l'apertura agli stranieri e al loro modo di pensare, crebbe internamente anche la domanda di maggiore libertà individuale. Economica e di pensiero. Ed è lì che il Partito mostrò il volto feroce e il 4 giugno del 1989, soppresse nel sangue qualunque tipo di rivendicazione economica degli operai o politica degli studenti. Divenne chiaro allora che l'apertura cinese fosse strumentale solo allo sviluppo economico. I diritti rimanevano quelli che il Partito concedeva, subordinando le esigenze popolari alla propria sopravvivenza. Gli anni Novanta furono forse i più tumultuosi e redditizi della recente Storia cinese. Quelli in cui manciate di contadini intelligenti e furbi, capaci di individuare tanto le opportunità quanto i limiti, costruirono fortune immense, sfruttando le autostrade economiche aperte dai leader. Erano gli anni in cui i nuovi ricchi cinesi indossavano i vestiti con la targhetta sulla manica per far vedere che potevano permettersi un abito europeo o che scambiavano la bici con l'automobile per entrare di corsa nel nuovo Millennio. Gli anni in cui l'Occidente poteva ancora permettersi di guardare alla Cina e alle sue usanze antiche con un misto di compassione e paternalismo. Gli anni in cui milioni di cinesi cominciarono a sfuggire alla povertà. La Cina, diventata culla manifatturiera del mondo, agli occhi esterni, sembrava sulla buona strada per entrare nell'ordine mondiale costituito e fare suo l'ordine liberale americano. Queste furono le basi con cui nel 2001 fu ammessa nell'Organizzazione mondiale del commercio con termini a lei estremamente favorevoli. D'altronde la crescita economica mondiale sembrava essere sfuggita alla logica del “somma zero": più cresceva la Cina, più crescevano le economie di chi con la Cina aveva intessuto strette relazioni commerciali, in Asia, ma anche in Europa, basta chiedere a Francia e Germania che già nel 2002 erano i Paesi europei con i maggiori investimenti esteri in Cina. Ma tra il 2002 e il 2006, a quindici anni dalla strage di Tiananamen, cominciarono a diffondersi le ong in soccorso di chi rimaneva tagliato fuori dal progresso economico consentito dal Partito: i migranti sfruttati nelle città, chi perdeva casa e campo in nome della crescente urbanizzazione, chi moriva di un cancro causato dalle nuove industrie o chi chiedeva maggiore trasparenza nelle modalità di accaparramento delle ricchezze. La distanza tra ricchi e poveri aveva preso a superare quella della capitalista America. Le ingiustizie si moltiplicavano ma politici locali e poliziotti corrotti non muovevano un dito. Uno dopo l'altro, giovani avvocati, dottori, dissidenti, premi Nobel sparirono nelle prigioni cinesi. Di loro non è più rimasta traccia. Quelle voci che lottavano per una società non solo più ricca ma anche più giusta oggi sono mute. Il Partito aveva dato loro spazio per un quinquennio nella misura in cui avevano aiutato l'opinione pubblica a sostenere la causa nazionale della costruzione di un futuro migliore. Quando hanno rischiato di trasformarsi in fonte di instabilità sono state spente senza incertezza. Ancora una volta il volto feroce del Gattopardo. Poco dopo, nel 2008, toccò al Tibet, la cui rivolta contro la propria diluizione etnica fu ancora una volta soppressa nel sangue. Esattamente quattro mesi prima di quelle Olimpiadi che consacrarono la Cina nuova protagonista dell'economia mondiale. Un decennio dopo lo stesso schema fu applicato agli uiguri, la minoranza islamica. Tra la repressione tibetana e quella Uigura è cambiato il leader cinese ma non la logica di governo. Semmai Xi Jinping, considerato oggi il presidente comunista più feroce dopo Mao, ha velocizzato repressioni e cambiamenti, cercando di eliminare sul nascere le minacce. Dalla democrazia di Hong Kong allo strapotere dei giganti informatici come Alibaba e Tencent, cruciali per un futuro da superpotenza ma destabilizzanti se non sottomessi alla politica. La sua velocità di reazione era stata chiara fin da quando, appena salito al potere, aveva fatto fuori il governatore Bo Xilai, che, riportando in auge la vecchia retorica comunista, aveva trovato ampio consenso popolare a scapito del pensiero unico del Partito. Peccato capitale. «Non ci sarà una Nuova Cina senza il Partito comunista cinese», ripete il governo. Ma i prossimi anni non saranno facili. Dopo anni di grande cautela, il Partito con Xi ha deciso di giocarsi il tutto per tutto e sfidare apertamente l'ordine liberale stabilito dagli Usa, definiti «potenza in declino» da Pechino. Ora dovrà dimostrare di essere davvero pronto a prenderne il posto. Esportando il proprio modello di economia illiberale e continuando a creare prosperità per la Cina senza mettere a repentaglio quella del resto del mondo. Una sfida tutta in salita. Tanto più che gli Usa non sono convinti di essere su una parabola discendente e hanno già preso a dar battaglia. Non è detto che al Partito per continuare a sopravvivere basterà soltanto l’ennesima “gattopardata”.

Così Xi Jinping controlla i colossi del web in Cina e impone la sovranità digitale. Simone Pieranni su L'Espresso il 3 giugno 2021. Multe ai giganti della Rete, obbligo di fornire scuse pubbliche, indagini sui personaggi troppo potenti, nuove norme anti trust. La strategia del Partito comunista per tenere a bada i nuovi giganti. Colpirne uno per educarne una trentina, intanto. A inizio aprile l’autorità cinese di regolamentazione del mercato delle piattaforme ha punito con una multa di quasi tre miliardi di dollari il gigante tecnologico Alibaba. La causa della sanzione risiederebbe nel comportamento monopolistico dell’azienda ed è legittimata dalle «nuove linee guida per le piattaforme», la legge anti trust cinese, in vigore dall’inizio di febbraio 2021. Alibaba è accusata di impedire ai commercianti che vendono prodotti sui siti di e-commerce della società, di accedere ad altre piattaforme. La multa, però, era chiaramente un avvertimento: pochi giorni dopo, 34 aziende tecnologiche cinesi sono state convocate dalle autorità per ricevere un ulteriore avviso, ovvero provvedere a dotarsi di organi interni per verificare eventuali comportamenti non conformi alle nuove norme anti monopolistiche. In pratica, è stato chiesto di autodenunciarsi. Poi, per rendere ancora più chiaro il messaggio, sono state aperte altre inchieste, proprio qualche settimana fa: una su Meituan, colosso del delivery, una su Tencent, l’azienda proprietaria della super app WeChat, e una sul fondatore di Alibaba, Jack Ma, a proposito della velocità con la quale il tycoon cinese ha provveduto a preparare la quotazione di Ant Financial alla borsa di Hong Kong, prima di essere bloccata dal Partito, per volere - pare - dello stesso numero uno Xi Jinping. Qualcun altro, invece, aveva fiutato l’aria e ha fatto in fretta e furia le valigie, come Huang Zheng, presidente di Pinduoduo - una delle piattaforme di consegna del cibo di maggior successo in Cina - che a fine marzo ha annunciato le sue dimissioni, creando stupore in tutto il mondo tecnologico cinese. Con il senno di poi, in molti gli riconosceranno una grande prontezza di riflessi. Nel resoconto ufficiale dell’incontro tra autorità e le 34 aziende convocate, erano state specificate alcune richieste con il consueto utilizzo dei numeri tanto cari ai cinesi: dopo «i quattro vecchiumi», i «tre anti», «le tre rappresentatività», che hanno attraversato la storia cinese, le aziende tecnologiche cinesi nel 2021 sono obbligate a seguire le «cinque prevenzioni» e le «cinque garanzie», mentre il governo si impegna ad applicare i «due obiettivi incrollabili»: garantire la concorrenza e la crescita del mercato delle piattaforme. Siamo di fronte alla prova plastica di quanto il socialismo di mercato, l’espressione che secondo Pechino condensa il proprio modello, non sia assolutamente una contraddizione per i cinesi. Il Partito controlla il mercato, lo indirizza attraverso la regolamentazione del rapporto tra privati e aziende di Stato, fa crescere e garantisce il successo delle società private, ma è sempre pronto a chiedere il conto di tutti i favori. È esattamente quanto sta accadendo con le piattaforme. Nel balletto di multe, ammonimenti, minacce, rientrano infatti alcuni elementi salienti del «modello cinese» per come lo abbiamo conosciuto e per come pare delinearsi nel futuro. Alibaba, Tencent e le altre devono il loro successo alla capacità del Partito comunista di mettere in pratica il concetto di «sovranità digitale». Nei primi anni Duemila, quando il Pcc si è trovato di fronte alla vastità della rete e alla sua quasi intrinseca assenza di limiti, di confini fisici e territoriali, la leadership ha traslato il concetto di sovranità al mondo digitale cominciando a diffondere un nuovo mantra, la «sovranità digitale» (“wangluo zhuquan”). Questo significa che Pechino concepisce la rete nel proprio territorio come fosse il territorio stesso. In questo senso il Pcc realizza alcuni obiettivi: tenere fuori le ingerenze straniere sgradite, esercitare un forte controllo sulle comunicazioni online, mantenere la propria potestà giudiziaria come si trattasse di un territorio fisico, da cui discende la considerazione dello spazio virtuale come prosecuzione o in ogni caso come qualcosa di connesso con la realtà. La definizione più esaustiva di cosa la Cina intenda con questo concetto, si ritrova nel documento del 2017 intitolato “International strategy on cooperation in cyberspace” dove si legge che, «i paesi dovrebbero rispettare il diritto degli altri di scegliere il proprio sviluppo e modello di regolamentazione e delle politiche pubbliche di Internet, e partecipare alla governance internazionale del cyberspazio su un piano di parità». Tra le prerogative di questo concetto c’è anche quello di escludere dal mercato interno le aziende che rischierebbero di bloccare l’innovazione nazionale. Se Facebook, per fare un esempio, non fosse stato tenuto fuori dal mercato cinese, probabilmente oggi Alibaba e Tencent non sarebbero quello che sono. Solo che a un certo punto il peso delle piattaforme è diventato eccessivo anche per il Pcc, tanto più che il business di queste società si è allargato - e non di poco - rispetto all’inizio della loro storia imprenditoriale. Alibaba oggi nei fatti è anche una banca, perché gestisce ed elargisce prestiti e pagamenti online e ha numerose partecipazioni nei mezzi di informazione (possiede, ad esempio, il 100 per cento del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post e partecipa in Weibo, la cosa più simile a Twitter che esista in Cina). Le piattaforme sono diventate troppo potenti in un mondo nel quale c’è un’unica autorità stabilita. E il Pcc non è solo un partito che controlla una nazione, ma è una specie di holding totale che in modo paternalistico si prende cura della popolazione, comprese le sue esigenze economiche. L’operazione contro le piattaforme è un esempio perfetto di come funzionino le cose in Cina: da un lato il Pcc vuole impedire che queste aziende abbiano un eccessivo potere, specie nel controllo e nella gestione dei Big Data che raccolgono spesso in modo non proprio legale; dall’altro vuole entrare in business particolarmente lucrativi come quello dei pagamenti online, il cui 93 per cento del mercato è controllato da Alibaba e Tencent. La Banca centrale cinese ha ormai lanciato da tempo lo yuan digitale (dopo diverse fasi di sperimentazione, l’utilizzo della moneta virtuale è già realtà in diverse città) il cui scopo è proprio quello di consentire pagamenti online sotto la tutela delle istituzioni finanziarie nazionali (oltre a ribadire l’intenzione di internazionalizzare la propria valuta e alla volontà di inserire all’interno del circuito finanziario chi non ha un conto in banca): in pratica Alibaba e Tencent sono considerati concorrenti dello Stato. C’è poi un ultimo aspetto da non sottovalutare: il Pcc ha da sempre molta attenzione al sentimento della propria popolazione. In un momento delicato come è quello attuale, tra scontro con gli Usa e pandemia, nonostante la Cina sia uscita dall’epidemia per prima e la sua economia abbia dato ampi segnali di crescita, il Partito non poteva non registrare un crescente malessere da parte di molti cittadini nei confronti delle piattaforme. La nuova legge anti trust e quella sulla privacy - molto simile a quella europea - hanno dato il via a numerose cause contro le grandi aziende, accusate di comportamenti monopolistici e di raccogliere in modo illegale i Big Data. Intervenendo contro le piattaforme, il Pcc può così rivendersi l’azione come un provvedimento teso a tutelare la società civile e a redistribuire, attraverso le multe, la ricchezza accumulata dai big tech cinesi. Non a caso nei giorni più caldi dello scontro contro Alibaba e Jack Ma in particolare, il presidente Xi Jinping si è fatto riprendere in visita al museo di Zhang Jian, imprenditore e filantropo vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, specificando che «gli imprenditori eccezionali devono avere un forte senso di missione e responsabilità per la nazione e allineare lo sviluppo della loro impresa con la prosperità della nazione e la felicità delle persone». Il messaggio era chiaro: è Zhang Jian a rappresentare l’esempio di imprenditore ideale per il Partito comunista. Dopo aver superato gli esami della dinastia Qing (l’ultima a regnare in Cina) per diventare un funzionario, con il sostegno dello Stato Zhang fondò quello che oggi potremmo definire un consorzio tessile di successo e svariate altre imprese per poi redistribuire la sua ricchezza attraverso enti di beneficenza, scuole, biblioteche, orfanotrofi, case per i poveri, perfino lampioni elettrici e il primo museo in stile occidentale della Cina nella città di Nantong, che fiorì grazie alle attività di benefattore di Zhang. Sarà un caso ma dopo i rimproveri e le non proprio velate minacce, tutte le aziende convocate dalle autorità hanno pubblicato dei comunicati di scuse, con la promessa di fare di più per rispettare le nuove leggi nazionali. E dopo la visita di Xi al museo di Zhang, Jack Ma, sparito per mesi, si era rifatto vivo in una conferenza online con una scuola situata in una zona rurale, promettendo sostegno e aiuti per le regioni del paese più indietro da un punto di vista economico. E non è bastato, perché al momento su di lui c’è un’indagine che non promette bene. Le campagne giudiziarie di Xi Jinping sono state portate avanti senza pietà forti dello slogan «colpiremo sia le tigri sia le mosche»: milioni di mosche sono finite sotto inchiesta, migliaia sono state arrestate. E i momenti più salienti di questi repulisti sono seguiti quasi sempre all’arresto di qualche tigre.

In Cina e Asia – Xinjiang: dagli Usa nuove restrizioni contro le aziende cinesi. Alessandra Colarizi il 25 Giugno 2021 su china-files.com.  

I titoli di oggi:

-Xinjiang: Gli Usa introducono nuove restrizioni contro le aziende cinese

-Covid: spariti campioni di test da una banca dati internazionali

-La Cina ricorre ai chip di seconda mano

-La propaganda cinese celebra la rivoluzione comunista. Ma si scorda le donne

Xinjiang: Gli Usa introducono nuove restrizioni contro le aziende cinese. Gli Stati uniti non potranno più rifornirsi dall’azienda cinese Hoshine Silicon Industry Co, uno dei principali esportatori di polisilicio, un materiale fondamentale per la produzione di pannelli solari.  L’amministrazione Biden ha affermato che il divieto di importazione – emesso ieri dalle autorità doganali – riguarderà anche i prodotti realizzati all’estero con polisilicio di Hoshine, che ha sede nello Xinjiang.  “I nostri obiettivi ambientali non saranno raggiunti sulle spalle degli esseri umani in un ambiente di lavoro forzato”, ha spiegato in conferenza stampa il segretario alla Sicurezza interna Alejandro Mayorkas, “estirperemo il lavoro forzato ovunque esista”. La Cina produce la metà del polisilicio reperibile a livello mondiale. Il ban è arrivato contestualmente all’inclusione di cinque entità cinesi – compresa Hoshine – nella lista nera del Commercio. L’accusa è sempre quella di sfruttare le minoranze etniche nella linea di produzione.    Xinjiang Production and Construction Corps (XPCC), Xinjiang Daqo New Energy Co; Xinjiang East Hope Nonferrous Metals Co, e Xinjiang GCL New Energy Material Co non potranno più importare “commodities, software e tecnologia” dagli Stati uniti. Con le nuove misure Washington rimanda ancora una volta il minacciato divieto totale sull’import di prodotti xinjianesi. Ma proprio ieri il Senato ha approvato una bozza di legge che – se ultimata – bandirà tutte le merci provenienti dalla regione autonoma cinese, a meno che le aziende non siano in grado di provare che non sia stato utilizzato il lavoro forzato nel processo produttivo. Mentre l’attenzione del governo americano è concentrata sulle transazioni commerciali, secondo il SCMP, negli ultimi anni i principali fondi comuni di investimento americano hanno investito massicciamente in aziende statali con base in Xinjiang e ufficialmente coinvolte nella lotta alla povertà attraverso dubbi piani di reclutamento della popolazione locale che includono la “rieducazione ideologica”. Intanto il dipartimento di Stato ha manifestato preoccupazione per le pressioni a cui sono sottoposte le organizzazioni incaricate di effettuare valutazioni sull’integrità etica della supply chain in Cina. [fonte Reuters, SCMP Axios]

Covid: spariti campioni di test da una banca dati internazionali. Gli scienziati cinesi hanno cancellato dati cruciali sui primi casi di Covid-19 con l’obiettivo di oscurare la verità sulle origini della pandemia. Lo ha dichiarato ieri l’agenzia americana National Institutes of Health confermando le indiscrezioni diffuse da il virologo statunitense Jesse Bloom del Centro di ricerca sul cancro Fred Hutchinson di Seattle. Decine di campioni di test sono stati eliminati da una banca dati internazionali usata per tracciare l’evoluzione dell’epidemia. I documenti, secondo Bloom, avrebbero potuto fornire informazioni cruciali sull’origine del virus e sulla sua circolazione.  La sparizione dei dati non convalida necessariamente la teoria della fuga da laboratorio. Tuttavia, sembra avvalorare quanto suggerito da recenti studi: ovvero che la diffusione della malattia in Cina precede i primi casi individuati a Wuhan. La scoperta riaccende le polemiche sulla scarsa trasparenza mantenuta dal governo cinese. Un punto su cui pare far luce una recente inchiesta del Washington Post, secondo cui all’interno dell’Istituto di virologia di Wuhan sarebbero stati condotti progetti e dibattiti coperti dal segreto di Stato cinese. Un tale livello di segretezza, sottolinea il quotidiano, può contribuire a spiegare come mai le indagini sull’origine del Covid-19 abbiano fatto così poca strada. [fonte FT, Wapo]

La Cina ricorre ai chip di seconda mano. Chip di seconda mano. Per ovviare alla carenza di semiconduttori, sono sempre di più le aziende cinesi a rifornirsi di circuiti integrati di seconda mano o difettosi, ma ancora utilizzabili normalmente. Un esperto intervistato dal Global Times spiega che alcuni paesi stranieri hanno requisiti più severi sui dispositivi elettronici che impongono la sostituzione dei chip dopo tre cinque anni, anche se funzionano ancora bene. Questi chip di scarto vengono importati in Cina come rifiuti elettronici e rimossi e rivenduti, mentre i chip difettosi finiscono direttamente nei mercati. Secondo l ‘Economic Observer il mercato dei chip di seconda mano – quasi inesistente fino al 2019 – è stato travolto dall’aumento della domanda, tanto che ormai il prezzo dei chip usati è quasi lo stesso di quelli nuovi. Fino a poco tempo fa era la metà. Secondo gli insider, potrebbe trattarsi di un fenomeno passeggero. Ma gli analisti americani confermano che le restrizioni sull’export introdotte da Trump e confermate da Biden stanno mettendo in difficoltà anche colossi come Taiwan Semiconductor Manufacturing Co (TSMC), United Microelectronics Corporation e SMIC: “un lungo processo di controllo” rende quasi impossibile importare nella Cina continentale macchinari per la produzione di chip da 22 nm e 28 nm, quelli meno avanzati ma necessari pertenere in vita molti settori, compreso l’automotive. [fonte GT, SCMP]

La propaganda cinese celebra la rivoluzione comunista. Ma si scorda le donne. Da giorni i media cinesi non fanno che accompagnare il countdown verso il centenario del partito con aneddoti storici sulle gesta degli eroi comunisti. Sixth Tone, pubblicazione della municipalità di Shanghai, si chiede che fine abbiano fatto le donne. L’esempio più eclatante è la serie tv in 32 episodi “The Age of Awakening” che racconta le gesta di personaggi storici come lo scrittore Lu Xun e i fondatori del Pcc Chen Duxiu e Li Dazhao, mentre le figure femminili rimangono sullo sfondo, ricoprendo un ruolo meramente ornamentale. Così l’educatrice femminista Ge Jianhao, pur avendo coltivato le proprie aspirazioni rivoluzionarie in Francia, viene rappresentata come una dimessa signora avanti con l’età, mentre Gao Junman è semplicemente la moglie di Chen Duxiu, sebbene abbia preso parte in prima persona alle attività rivoluzionarie del marito, compresa la fondazione della rivista d’avanguardia Gioventù Nuova. L’autore attribuisce l’incuranza al fatto che, come per la maggior parte delle pellicole patriottiche, a dirigere la produzione di “The Age of Awakening” sia stato un uomo. In Cina non mancano registe di talento, ma sono perlopiù ingaggiate nella rappresentazione di trame rosa e storie famigliari. [fonte Sixth Tone]

Cecilia Attanasio Ghezzi per "la Stampa" il 18 giugno 2021. Lo scontro frontale con Pechino non paga mai. All' alba ad Hong Kong, 500 poliziotti hanno fatto irruzione nella redazione dell'Apple Daily e nelle case di alcuni dei suoi più rinomati giornalisti e dirigenti. In cinque, tra cui il direttore Ryan Law, sono stati arrestati con l'accusa di essere collusi con potenze straniere e di aver pubblicato più di trenta articoli che trasgrediscono la legge sulla sicurezza nazionale. Inoltre sono stati confiscati quasi due milioni di euro di alcune aziende affiliate al giornale. Il titolo della holding Next Digital, quotato in borsa, è stato sospeso. E oggi sono in molti a chiedersi se l'Apple Daily sia destinato a chiudere definitivamente. Il raid non era inatteso. C' è stato addirittura un precedente, ad agosto scorso. Poi il suo fondatore Jimmy Lai è stato condannato a 14 mesi di prigione e i suoi beni, incluso il 71 per cento della sua azienda editoriale Next Media, confiscati. Allora lettori e attivisti hanno trasformato l'acquisto e la lettura di un giornale in gesto di ribellione. Per le strade venivano lasciate mazzette di Apple Daily in lettura, con tanto di scontrino che ne certificava il regolare acquisto. La foto di un ragazzo che legge quel quotidiano seduto su una panchina di una stazione che viene accerchiato dalla polizia è diventata un'icona. Ma è purtroppo evidente che i lettori, per quanto fantasiosi, non hanno le forze per confrontarsi con la potenza dalla Repubblica popolare cinese. Lo sanno loro, e lo sanno i giornalisti. E infatti, da quando il fondatore è finito in prigione, la redazione non ha mai smesso di chiedere al direttore come si sarebbe dovuta comportare nel caso in cui anche lui venisse arrestato. «Fate giornalismo», ha sempre risposto Law. «Sarà una storiona!». Ed è questo il punto in cui siamo. Quando ieri mattina gli agenti hanno fatto irruzione e hanno dichiarato la sede del giornale «scena del crimine», la redazione non si è fatta intimidire: documentare cosa stava accadendo e diffonderlo in diretta sui canali social è stato un gioco da ragazzi. Persino quando la polizia li ha costretti a uscire dall' edificio, hanno continuato a filmare la scena con una telecamera istallata sul tetto del palazzo. Chi ha avuto confiscato il computer ha scritto articoli dal proprio cellulare. E nonostante la giornata, il quotidiano è stato chiuso, anzi. Manderà in stampa 500mila copie invece che le solite 90mila. Ma certo, come sottolinea il braccio destro di Jimmy Lai, Mark Simon, sarà difficile mantenere uno staff di circa 700 persone con buona parte dei conti aziendali bloccati. Dalla sua fondazione nel 1995, l'Apple Daily è sempre stato un giornale scandalistico dove, oltre al gossip e alla cronaca sensazionalistica, si potevano trovare importanti inchieste su malaffare e corruzione governativa. Solo negli ultimi anni ha appoggiato il movimento pro-democrazia tanto da diventarne un simbolo. La polizia, spesso condannata sulle sue pagine, lo accusa di seminare odio, i media continentali ne chiedono la chiusura, ma il suo patron, che per tutta la vita ha combattuto la leadership comunista ed è un convinto trumpiano, crede di essere dalla parte giusta della storia e insiste nella sua linea. Ma di essere dalla parte giusta della storia lo crede anche Pechino che festeggia i suoi primi astronauti sulla nuova stazione spaziale e si prepara a celebrare con gran fanfara il centenario del Partito comunista. E nell' orchestra della propaganda cinese qualsiasi media che stona deve essere armonizzato. Così finisce la libertà di stampa. Anche ad Hong Kong.

Michele Serra per “Repubblica” il 18 giugno 2021. Ma se uno si sente, per formazione, cultura, valori, decisamente occidentale, deve dichiarare guerra alla Cina? E se uno invece è affascinato dall'Oriente, e preferisce il cinema cinese ai film con Bruce Willis, deve uscire dalla Nato? Lo chiedo perché si leggono e si sentono cose, in questi ultimi giorni, che paiono sortire dai bauli della Guerra Fredda quella vera, quella della crisi di Cuba, di Gladio e del Kgb, dei golpe orchestrati qui e là dalla Cia e del libretto di Mao ostentato in corteo come la reliquia del santo nelle processioni. Ma come, non eravamo entrati nel glorioso Evo postideologico? Ci sono dichiarazioni politiche, articoli di giornale e tweet (i modernissimi social!) che hanno la freschezza - anche lessicale - di una mummia. Come se il mondo fosse ancora diviso in due blocchi, che prima si chiamavano capitalismo e comunismo, oggi si chiamano Occidente e non Occidente. Nel secondo insieme, un po' per praticità, un po' per fare in fretta, ci si ficca dentro un poco di tutto, dall'Ottomano con la scimitarra a Putin con il polonio, dal comunismo cinese con le tasche piene a quello cubano con le tasche vuote. Poi basta un'occhiata appena meno distratta per scoprire, per esempio, che la scimitarra di Erdogan è un'arma della Nato, e quel fulgido esempio di democrazia che sono i governi ungherese e polacco fanno parte dell'Unione Europea. Che i sauditi sono solidi alleati economici e politici del famoso Occidente, così sensibile ai diritti. Per dire che, se davvero sono diritti civili e democrazia a fare la differenza, non è così semplice dividere il mappamondo in due tirando una riga con il pennarello.

Hong Kong risponde alla retata di giornalisti: le copie di Apple Daily vanno a ruba. Il Dubbio il 18 giugno 2021. Oltre agli arresti per sospetta violazione della legge sulla sicurezza nazionale, ieri, la polizia ha anche congelato asset per 18milioni di dollari di Hong Kong (2,3 milioni di dollari). E la città ha risposto prendendo d'assalto le edicole. Code fin dall’alba alle edicole di Hong Kong per comprare il tabloid Apple Daily, dopo l’arresto di cinque dirigenti del giornale fondato dal magnate dei media Jimmy Lai, di orientamento pro-democrazia. Il tabloid, che ha aumentato la tiratura a 500 mila copie – contro le 80 mila di ieri – è andato subito a ruba: molte edicole hanno visto esaurirsi già dalle prime ore del mattino le copie a loro disposizione e sono rimaste in attesa di altre da vendere nel corso della giornata. È la seconda volta in meno di un anno che la sede del giornale viene perquisita dagli agenti: oltre agli arresti per sospetta violazione della legge sulla sicurezza nazionale, ieri, la polizia ha anche congelato asset per 18milioni di dollari di Hong Kong (2,3 milioni di dollari). Sotto accusa ci sono circa trenta articoli pubblicati dal tabloid in cui si chiedono sanzioni a Hong Kong e alla Cina per la repressione delle libertà e delle autonomie nella città: poche ore dopo il blitz delle forze dell’ordine, ila testata aveva pubblicato un messaggio ai lettori nel quale parlava di libertà di stampa «appesa a un filo» a Hong Kong, e prometteva di resistere «a testa alta». Le code dei cittadini di Hong Kong – secondo quanto riferito dall’emittente pubblica di Hong Kong Rthk – si sono formate soprattutto attorno alle edicole, piuttosto che ai convenience store, dopo che era circolata su Facebook la voce che il giornale avrebbe potuto non usufruire dei ricavi provenienti dalle vendite nelle catene di piccoli supermercati per il congelamento degli asset. In particolare, sono il direttore del tabloid, Ryan Law Wai-kwong, e l’amministratore delegato del quotidiano, Cheung Kim-hung, i due dirigenti della testata incriminati per collusione con forze straniere, uno dei reati introdotti dalla legge sulla sicurezza nazionale imposta lo scorso anno da Pechino. La legge prevede pene fino all’ergastolo per i reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere. I loro nomi sono confermati dallo stesso Apple Daily che cita la polizia, laddove il comunicato delle forze dell’ordine aveva menzionato solo due dirigenti del tabloid di 47 e 59 anni. I due dirigenti dovranno comparire in aula al tribunale di West Kowloon nella mattina di domani. Gli altri tre arrestati nel blitz di ieri alla sede del giornale sono invece trattenuti per ulteriori indagini.

Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il "Corriere della Sera" il 14 giugno 2021. Che la Cina sia la più grande fabbrica di contraffazione al mondo è noto a tutti, ma come inganna i consumatori e a quali rischi li espone lo sanno in pochi. Grazie a uno studio in esclusiva della Banca dati antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e a un’analisi degli interventi della Guardia di Finanza nella lotta alla contraffazione possiamo vedere di quali prodotti si tratta e come funziona l’inganno. Il primo dato mostra che di tutti i prodotti falsi, vietati o pericolosi che entrano nel nostro Paese, la metà provengono dalla Repubblica cinese: 79 milioni di pezzi sequestrati negli ultimi tre anni.

Falso e contraffazione. Dal 2018 all’aprile 2021 solo l’Agenzia delle Dogane ha sequestrato in ingresso complessivamente 81,4 milioni di articoli illegali, di questi 36,5 milioni sono cinesi. Il reato più comune è la contraffazione. Ai varchi doganali sono stati intercettati 2,5 milioni di articoli di falso made in Italy e altrettanti contraffatti: giocattoli, carte da gioco, articoli per le feste, automobiline, bambole e peluche che violano principalmente i marchi Mattel, Walt Disney, Little Pony, Barbie, Hello Kitty. Mentre nel 2020, l’anno della pandemia, il 68% della merce bloccata perché falsa ha riguardato accessori personali ovvero borse, occhiali da sole, bigiotteria, orologi marcati Rolex, Patek Philippe, Bulgari che spesso poi entrano nel circuito legale corrompendo la catena di distribuzione. Il 17% sono calzature, il 10% abbigliamento, il 2% cellulari e loro parti, l’1% giocattoli, il resto apparecchi elettronici, come le casse audio per l’auto.

Frode in commercio. I prodotti spacciati per altro sono 14 milioni: dalla pasta concentrata di pomodoro venduta come conserva, all’olio di oliva venduto come extravergine dopo aver aggiunto conservanti e coloranti. E le note mascherine. Va detto che fra tutte le dogane europee, quella italiana è l’unica ad avere il laboratorio che accerta e certifica le caratteristiche organolettiche dell’olio d’oliva e gli aromi del tabacco, e l’unico laboratorio accreditato per la verifica dei requisiti delle mascherine generiche, chirurgiche, dpi. Motivo per cui questa merce viene spesso spedita attraverso altre dogane europee e arriva poi sul nostro territorio via terra.

Contrabbando e prodotti pericolosi. Farmaci non ammessi e sequestrati: 54.000, principalmente medicinali per la disfunzione erettile. Sigarette di contrabbando: 9,5 milioni. Poi ci sono articoli importati con documenti che dichiarano materiali diversi da quelli che sono in realtà per evitare i dazi, come le bici elettriche. Sotto la voce «prodotti che non rispettano le regole di sicurezza», ossia pericolosi, troviamo 17,6 milioni di pezzi fra elettrodomestici, parti di ricambio delle automobili, stufe elettriche con false certificazioni Ue, ma soprattutto articoli che contengono sostanze tossiche. Abiti, calzature e giocattoli.

Giocattoli tossici. Nel caso dei giocattoli l’allarme è particolarmente forte perché spesso fabbricati con prodotti chimici dannosi per la salute: sono stati trovati giochi con ftalati (aggiunti alle materie plastiche per migliorarne la flessibilità e la modellabilità). Negli articoli destinati all’infanzia non dovrebbero avere concentrazioni superiori allo 0,1% perché i bambini li masticano e li succhiano, e queste sostanze possono provocare lesioni al fegato e ai reni, anomalie del sistema riproduttivo, come l’atrofia testicolare e la riduzione della produzione spermatica. È stata trovata presenza di cromo (utilizzato per smalti e vernici), molto tossico se ingerito e irritante per gli occhi, la pelle e per le mucose; di cadmio, contenuto in macchinine metalliche, giochi in plastica o legno verniciati, bigiotteria per bambine e che a contatto con la saliva si scioglie e può venire ingerito causando nausea, vomito, diarrea ed effetti dannosi sui reni. Negli ultimi tre anni i giocattoli pericolosi fabbricati in Cina e sequestrati in ingresso in Italia sono stati oltre 560 mila (per un valore di mercato stimato di oltre 2 milioni e 700 mila euro). Il 30% di bambolotti prodotti e commercializzati nella Repubblica cinese contiene dosi massicce di metalli pesanti, che rischiano di danneggiare gravemente la salute dei più piccoli; e una parte arrivano anche in Italia. Poi ci sono i giochi non adatti all’età dei bambini a cui sono destinati, per la presenza di piccole parti che si staccano e possono essere ingoiati e provocare asfissia.

Come arrivano in Italia. Nonostante i grandi quantitativi, in termini economici di mercato quello che arriva illegalmente dalla Cina pesa 50,3 milioni di euro, su un totale delle importazioni illecite intercettate di 133,9 milioni. Un valore basso proprio perché la Repubblica cinese è specializzata in esportazione illegale di prodotti a basso prezzo. La merce viaggia insieme a quella regolare tramite navi container, voli cargo, oppure attraversando i confini terrestri dopo lo sdoganamento in altri Paesi dell’Unione dove i controlli sono meno rigidi. Le ispezioni scattano al momento dell’attraversamento del varco doganale e sono eseguite in base ad algoritmi, oppure a seguito di informazioni acquisite in tempo reale da un sistema informativo condiviso da tutti gli Stati dell’Unione Europea. I principali parametri considerati sono: importatore, ditta produttrice, vettore, qualità e tipo di merce. Si tratta di una attività che ritarda tutta la logistica, per questo viene mediamente controllato solo il 6% della merce importata attraverso verifiche documentali, poco meno dell’1% con l’apertura dei pacchi nei container, e lo 0,5% passa sotto lo scanner. Per aggirare le diverse procedure di controllo, i prodotti spesso circolano separati negli imballaggi o senza etichette, che vengono apposte in Italia dopo lo sdoganamento e prima della commercializzazione. Una volta entrata nel territorio nazionale, una parte della merce viene smerciata direttamente sulle bancarelle, perché prive di controllo, ma una grande quantità finisce in esercizi commerciali, grandi catene di distribuzione e negozi online.

I sequestri della Guardia di Finanza. L’attività di controllo sul territorio è svolta soprattutto dalla Guardia di Finanza che, sempre negli ultimi tre anni, ha sequestrato altri 42,5 milioni di prodotti contraffatti di cui 29,5 milioni di giocattoli, 6,4 milioni di prodotti elettronici, 3,3 milioni di capi di abbigliamento e accessori di moda. Il 65,5% è stato intercettato all’interno dei depositi, oltre il 25,5% in fase di commercio e il restante 9% durante il trasporto. Tuttavia sul mercato arriva comunque una quantità indefinibile di prodotti contraffatti, spesso pericolosi, o diversi da quel che ci aspettiamo al momento dell’acquisto. Basti pensare che su 100 prodotti importati legalmente in Italia 8 provengono dalla Cina, mentre su 100 importati illegalmente 44 sono cinesi. Un fenomeno le cui dimensioni sono esponenziali e difficilmente calcolabili e che danneggia tutta l’economia legale: dai produttori ai commercianti onesti. Anche noi consumatori giochiamo un ruolo in questa partita poiché, in ultima istanza, sono le nostre scelte ad avere il potere di alimentare o affossare questo mercato. In che modo? Prima di tutto guardando le indicazioni in etichetta. Il marchio CE deve essere quello della «Comunità Europea», mentre spesso viene mascherato da un altro molto simile che sta ad indicare «China Export». L’etichetta deve avere la traduzione in italiano: fondamentale per i giocattoli, ma vale anche per gli elettrodomestici. Bisogna poi seguire le regole di buon senso, quelle che contrastano gli imbroglioni qualunque sia la nazionalità: un prezzo troppo basso nasconde quasi sempre una fregatura.

Guido Santevecchi per il "Corriere della sera" l'8 giugno 2021. Si chiama «tangping»: è il nuovo manifesto nel quale si riconosce quella parte della gioventù cinese che si sente schiacciata da una società sempre più competitiva, dove contano solo la carriera e il potere d' acquisto. «Tangping» significa «stare sdraiati» ed è diventato sinonimo di rifiuto della rincorsa del successo, del denaro, del consumismo. Una forma di resistenza passiva al materialismo sfrenato. L' espressione ha preso piede da aprile, quando un millennial anonimo ha descritto su un forum online il suo stile di vita degli ultimi due anni. «Ho rinunciato ad avere un impiego fisso, lavoro solo pochi mesi, quello che basta per avere lo stretto necessario. Poi sto saggiamente disteso, faccio buone letture, non voglio comprare niente che non sia indispensabile. In Cina non abbiamo mai avuto una corrente ideologica che esalti la soggettività dell'essere umano, siamo in piena involuzione, così ho deciso di fare "tangping"». Il giovane deve aver studiato, perché ha citato nel suo ragionamento il filosofo greco Diogene, famoso per aver scelto di vivere in una botte e descritto così da Plutarco nelle Vite parallele: «Il re in persona (Alessandro Magno) andò a cercarlo e lo trovò disteso al sole... gli chiese se avesse bisogno di qualcosa e Diogene rispose: "Sì, spostati che mi togli il sole"». Il giovane cinese ha aggiunto al post una foto che lo mostra felicemente disteso sul letto di giorno. L' hashtag #Tangping ha cominciato a correre sul web mandarino. Si è creato un forum di discussione sul tema con commenti di questo tenore: «Inviare il proprio curriculum per trovare lavoro è come mettere un messaggio in bottiglia e affidarlo all' oceano»; «chi ha detto che ogni bravo cinese deve impegnarsi per accrescere la produttività, avere successo, acquistare un'auto, fare un mutuo per la casa, sposarsi e avere dei figli?»; «sì, rilassiamoci e sdraiamoci tutti per un po'». I social network hanno cominciato a popolarsi di meme con gatti e cani allungati supini su letti e divani. La diffusione del tormentone «tangping» è stata notata dalle autorità, che si sono preoccupate. Anzitutto perché ogni aggregazione intorno a un pensiero non ispirato dal Partito è vista con sospetto a Pechino. E poi, i pianificatori dell'economia statale temono che i tangpingisti diano il cattivo esempio alle masse giovanili, togliendo slancio patriottico al «Sogno cinese» di Xi Jinping, che non si stanca di ordinare ai cinesi di moltiplicare gli sforzi per produrre di più e consumare di più «per costruire una società prospera». Si inquadra in questa visione anche la nuova legge che permette alle coppie sposate di avere tre figli: i bambini crescendo diventano lavoratori e consumatori. Risposta via web di un ribelle del «tangping»: «Noi tutti pensiamo a sdraiarci e loro vorrebbero spingerci a riprodurci, non capiscono proprio». La stampa di Pechino ha cominciato a scrivere che «è una vergogna sentire ragionamenti rinunciatari e disfattisti nella nostra società socialista». Sono stati intervistati esperti come il professor Li Fengliang della prestigiosa Università Tsinghua che ha sottolineato come «stare sdraiati» sia un concetto irresponsabile, contrario all' etica socialista che permette all' economia di svilupparsi. Si è schierata anche la Lega della gioventù comunista, che in tono severo ha ricordato come «migliaia di giovani medici e infermieri si sono battuti senza risparmio per fermare il coronavirus: non si sono sdraiati supini, loro». Dopo questo pronunciamento ufficiale si è mossa la censura, che ha oscurato l'hashtag #Tangping e bloccato i forum che ne discutevano esaltando la tendenza come forma di resistenza a un sistema che vuole tutti uguali.

Cancellata la memoria di Tienanmen, sit-in vietato anche a Hong Kong. Nessuna commemorazione della strage per “ragioni sanitarie”. Il pretesto della pandemia per coprire l’imbarazzo del regime. Il ricordo solo sui social ma mascherato. Cinque anni di carcere per chi trasgredisce. Amélie Baasner su L'Espresso il 4 giugno 2021. Per la seconda volta, la Cina ha vietato a Hong Kong la commemorazione della strage del 4 giugno 1989. Il pretesto: la pandemia. Un argomento poco credibile. I numeri del contagio nella zona speciale sono bassissimi. Secondo le fonti del Guardian e del Wall Street Journal, la popolazione di Hong Kong può esprimere la propria solidarietà solo sui social e attraverso slogan allusivi come il popolare “Don’t forget to remember” (Non dimenticare di ricordare). Ogni raduno pubblico invece verrà punito con 5 anni di incarcerazione. La strage di Tienanmen del 1989 a Pechino, durante la quale migliaia di persone hanno perso la vita, è probabilmente la vicenda più importante della storia contemporanea cinese. Ogni tentativo di ricordare quanto è accaduto quel 4 giugno viene rigorosamente represso dal ben oliato apparato censorio della Repubblica Popolare Cinese. Persino online tale sistema riesce a bloccare simboli ed emoticon che possano essere utilizzati in riferimento al massacro di Piazza Tienanmen. Negli ultimi anni, nonostante le politiche liberiste di apertura su altri fronti, la Cina ha esteso e intensificato le maglie della censura anche nei territori di Macao e Hong Kong, dove la commemorazione del tragico evento è stata possibile fino al 2019. La veglia delle candele presso il Victoria Park di Hong Kong è un evento commemorativo importante, legato al movimento democratico e all’atto collettivo dell’esercizio politico della memoria. Dal 2020 Carrie Lam, capo del governo della regione speciale di Hong Kong, sta rigorosamente applicando la legge sulla sicurezza nazionale, già prevista nella costituzione di Hong Kong del 1997, anno in cui l’ex colonia britannica è stata ufficialmente consegnata alla Cina. Tale legge, secondo Amnesty International, è pericolosamente vaga perché qualsiasi cosa che contrasti o contraddica il potere assoluto del governo di Pechino può essere considerata una diretta minaccia alla sicurezza. Semplici manifestanti a Hong Kong possono facilmente essere considerati golpisti. La legge permette a Pechino di reprimere qualsiasi attività sovversiva, di perquisire gli appartamenti dei liberi cittadini e di arrestare chiunque sia sospettato di essere un soggetto pericoloso per la sicurezza pubblica del Paese. Contrariamente a quanto è accaduto nel 2020, quando migliaia di persone si sono opposte al divieto di partecipare alle veglie commemorative al Victoria Park, gli attivisti del fronte democratico di Hong Kong stretti attorno a Joshua Wong, Lee Cheuk Yan e Alberto Ho - ormai incarcerati - hanno dichiarato che quest’anno non ci saranno raduni o veglie. L’avvocata di 37 anni Chow Hang-tung, vice-preside dell’alleanza democratica, è stata arrestata stamattina. Aveva dichiarato di volersi recare a Victoria Park per motivi personali. Già domenica scorsa la polizia di Hong Kong ha arrestato Alexandra Wong, una sessantenne che stava commemorando Tienanmen da sola. La cancellazione della veglia commemorativa fa soltanto parte di un’influenza crescente di Pechino che incute paura, anche perché Pechino sta agendo di fronte al mondo intero senza timore di ripercussioni a livello internazionale.  L’ultimo grande attacco di Pechino è stata la riforma del diritto di voto, in vigore da marzo di quest’anno. Pechino controlla la scelta dei candidati che possono essere eletti. L’opposizione politica viene così circoscritta e, al Parlamento, sono eletti soltanto candidati vicino a governo cinese di Pechino. In tal modo Hong Kong non perde solamente la stima internazionale che ha mantenuto negli anni, ma rischia di diventare una città cinese come le altre, un territorio economicamente importante controllato da Pechino con il pugno di ferro.

Così Xi Jinping controlla i colossi del web in Cina e impone la sovranità digitale. Simone Pieranni su L'Espresso il 3 giugno 2021. Multe ai giganti della Rete, obbligo di fornire scuse pubbliche, indagini sui personaggi troppo potenti, nuove norme anti trust. La strategia del Partito comunista per tenere a bada i nuovi giganti. Colpirne uno per educarne una trentina, intanto. A inizio aprile l’autorità cinese di regolamentazione del mercato delle piattaforme ha punito con una multa di quasi tre miliardi di dollari il gigante tecnologico Alibaba. La causa della sanzione risiederebbe nel comportamento monopolistico dell’azienda ed è legittimata dalle «nuove linee guida per le piattaforme», la legge anti trust cinese, in vigore dall’inizio di febbraio 2021. Alibaba è accusata di impedire ai commercianti che vendono prodotti sui siti di e-commerce della società, di accedere ad altre piattaforme. La multa, però, era chiaramente un avvertimento: pochi giorni dopo, 34 aziende tecnologiche cinesi sono state convocate dalle autorità per ricevere un ulteriore avviso, ovvero provvedere a dotarsi di organi interni per verificare eventuali comportamenti non conformi alle nuove norme anti monopolistiche. In pratica, è stato chiesto di autodenunciarsi. Poi, per rendere ancora più chiaro il messaggio, sono state aperte altre inchieste, proprio qualche settimana fa: una su Meituan, colosso del delivery, una su Tencent, l’azienda proprietaria della super app WeChat, e una sul fondatore di Alibaba, Jack Ma, a proposito della velocità con la quale il tycoon cinese ha provveduto a preparare la quotazione di Ant Financial alla borsa di Hong Kong, prima di essere bloccata dal Partito, per volere - pare - dello stesso numero uno Xi Jinping. Qualcun altro, invece, aveva fiutato l’aria e ha fatto in fretta e furia le valigie, come Huang Zheng, presidente di Pinduoduo - una delle piattaforme di consegna del cibo di maggior successo in Cina - che a fine marzo ha annunciato le sue dimissioni, creando stupore in tutto il mondo tecnologico cinese. Con il senno di poi, in molti gli riconosceranno una grande prontezza di riflessi. Nel resoconto ufficiale dell’incontro tra autorità e le 34 aziende convocate, erano state specificate alcune richieste con il consueto utilizzo dei numeri tanto cari ai cinesi: dopo «i quattro vecchiumi», i «tre anti», «le tre rappresentatività», che hanno attraversato la storia cinese, le aziende tecnologiche cinesi nel 2021 sono obbligate a seguire le «cinque prevenzioni» e le «cinque garanzie», mentre il governo si impegna ad applicare i «due obiettivi incrollabili»: garantire la concorrenza e la crescita del mercato delle piattaforme. Siamo di fronte alla prova plastica di quanto il socialismo di mercato, l’espressione che secondo Pechino condensa il proprio modello, non sia assolutamente una contraddizione per i cinesi. Il Partito controlla il mercato, lo indirizza attraverso la regolamentazione del rapporto tra privati e aziende di Stato, fa crescere e garantisce il successo delle società private, ma è sempre pronto a chiedere il conto di tutti i favori. È esattamente quanto sta accadendo con le piattaforme. Nel balletto di multe, ammonimenti, minacce, rientrano infatti alcuni elementi salienti del «modello cinese» per come lo abbiamo conosciuto e per come pare delinearsi nel futuro. Alibaba, Tencent e le altre devono il loro successo alla capacità del Partito comunista di mettere in pratica il concetto di «sovranità digitale». Nei primi anni Duemila, quando il Pcc si è trovato di fronte alla vastità della rete e alla sua quasi intrinseca assenza di limiti, di confini fisici e territoriali, la leadership ha traslato il concetto di sovranità al mondo digitale cominciando a diffondere un nuovo mantra, la «sovranità digitale» (“wangluo zhuquan”). Questo significa che Pechino concepisce la rete nel proprio territorio come fosse il territorio stesso. In questo senso il Pcc realizza alcuni obiettivi: tenere fuori le ingerenze straniere sgradite, esercitare un forte controllo sulle comunicazioni online, mantenere la propria potestà giudiziaria come si trattasse di un territorio fisico, da cui discende la considerazione dello spazio virtuale come prosecuzione o in ogni caso come qualcosa di connesso con la realtà. La definizione più esaustiva di cosa la Cina intenda con questo concetto, si ritrova nel documento del 2017 intitolato “International strategy on cooperation in cyberspace” dove si legge che, «i paesi dovrebbero rispettare il diritto degli altri di scegliere il proprio sviluppo e modello di regolamentazione e delle politiche pubbliche di Internet, e partecipare alla governance internazionale del cyberspazio su un piano di parità». Tra le prerogative di questo concetto c’è anche quello di escludere dal mercato interno le aziende che rischierebbero di bloccare l’innovazione nazionale. Se Facebook, per fare un esempio, non fosse stato tenuto fuori dal mercato cinese, probabilmente oggi Alibaba e Tencent non sarebbero quello che sono. Solo che a un certo punto il peso delle piattaforme è diventato eccessivo anche per il Pcc, tanto più che il business di queste società si è allargato - e non di poco - rispetto all’inizio della loro storia imprenditoriale. Alibaba oggi nei fatti è anche una banca, perché gestisce ed elargisce prestiti e pagamenti online e ha numerose partecipazioni nei mezzi di informazione (possiede, ad esempio, il 100 per cento del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post e partecipa in Weibo, la cosa più simile a Twitter che esista in Cina). Le piattaforme sono diventate troppo potenti in un mondo nel quale c’è un’unica autorità stabilita. E il Pcc non è solo un partito che controlla una nazione, ma è una specie di holding totale che in modo paternalistico si prende cura della popolazione, comprese le sue esigenze economiche. L’operazione contro le piattaforme è un esempio perfetto di come funzionino le cose in Cina: da un lato il Pcc vuole impedire che queste aziende abbiano un eccessivo potere, specie nel controllo e nella gestione dei Big Data che raccolgono spesso in modo non proprio legale; dall’altro vuole entrare in business particolarmente lucrativi come quello dei pagamenti online, il cui 93 per cento del mercato è controllato da Alibaba e Tencent. La Banca centrale cinese ha ormai lanciato da tempo lo yuan digitale (dopo diverse fasi di sperimentazione, l’utilizzo della moneta virtuale è già realtà in diverse città) il cui scopo è proprio quello di consentire pagamenti online sotto la tutela delle istituzioni finanziarie nazionali (oltre a ribadire l’intenzione di internazionalizzare la propria valuta e alla volontà di inserire all’interno del circuito finanziario chi non ha un conto in banca): in pratica Alibaba e Tencent sono considerati concorrenti dello Stato. C’è poi un ultimo aspetto da non sottovalutare: il Pcc ha da sempre molta attenzione al sentimento della propria popolazione. In un momento delicato come è quello attuale, tra scontro con gli Usa e pandemia, nonostante la Cina sia uscita dall’epidemia per prima e la sua economia abbia dato ampi segnali di crescita, il Partito non poteva non registrare un crescente malessere da parte di molti cittadini nei confronti delle piattaforme. La nuova legge anti trust e quella sulla privacy - molto simile a quella europea - hanno dato il via a numerose cause contro le grandi aziende, accusate di comportamenti monopolistici e di raccogliere in modo illegale i Big Data. Intervenendo contro le piattaforme, il Pcc può così rivendersi l’azione come un provvedimento teso a tutelare la società civile e a redistribuire, attraverso le multe, la ricchezza accumulata dai big tech cinesi. Non a caso nei giorni più caldi dello scontro contro Alibaba e Jack Ma in particolare, il presidente Xi Jinping si è fatto riprendere in visita al museo di Zhang Jian, imprenditore e filantropo vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, specificando che «gli imprenditori eccezionali devono avere un forte senso di missione e responsabilità per la nazione e allineare lo sviluppo della loro impresa con la prosperità della nazione e la felicità delle persone». Il messaggio era chiaro: è Zhang Jian a rappresentare l’esempio di imprenditore ideale per il Partito comunista. Dopo aver superato gli esami della dinastia Qing (l’ultima a regnare in Cina) per diventare un funzionario, con il sostegno dello Stato Zhang fondò quello che oggi potremmo definire un consorzio tessile di successo e svariate altre imprese per poi redistribuire la sua ricchezza attraverso enti di beneficenza, scuole, biblioteche, orfanotrofi, case per i poveri, perfino lampioni elettrici e il primo museo in stile occidentale della Cina nella città di Nantong, che fiorì grazie alle attività di benefattore di Zhang. Sarà un caso ma dopo i rimproveri e le non proprio velate minacce, tutte le aziende convocate dalle autorità hanno pubblicato dei comunicati di scuse, con la promessa di fare di più per rispettare le nuove leggi nazionali. E dopo la visita di Xi al museo di Zhang, Jack Ma, sparito per mesi, si era rifatto vivo in una conferenza online con una scuola situata in una zona rurale, promettendo sostegno e aiuti per le regioni del paese più indietro da un punto di vista economico. E non è bastato, perché al momento su di lui c’è un’indagine che non promette bene. Le campagne giudiziarie di Xi Jinping sono state portate avanti senza pietà forti dello slogan «colpiremo sia le tigri sia le mosche»: milioni di mosche sono finite sotto inchiesta, migliaia sono state arrestate. E i momenti più salienti di questi repulisti sono seguiti quasi sempre all’arresto di qualche tigre.

Guido Santevecchi per "corriere.it" l'1 giugno 2021. La Cina cambia ancora la pianificazione familiare. Il Politburo del Partito comunista ha deciso che ogni coppia potrà avere fino a tre figli «per migliorare la struttura della popolazione». L’annuncio arriva poche settimane dopo la pubblicazione dei dati del censimento tenuto nel 2020 che hanno rilevato un nuovo calo nelle nascite: l’anno scorso sono stati registrati circa 12 milioni di neonati, un calo del 18% rispetto ai 14,6 milioni del 2019. Il «tasso di fertilità», il numero medio di figli per ogni donna, è caduto a 1,3 e quel livello indica la contrazione progressiva della popolazione. I cinesi sono 1,41 miliardi, ma di questo passo nel 2100 si ridurrebbero a un miliardo. Si è aperto uno scenario di diminuzione della forza lavoro, di aumento della popolazione anziana da sostenere, di sistema sanitario e pensionistico. Ecco il significato della nuova politica dei tre figli: un tentativo di riportare il tasso di fertilità a quota 2,1 per mantenere stabile la popolazione.

Come nacque la politica del figlio unico. Nel 1979 Pechino aveva imposto la legge del figlio unico: allora le famiglie cinesi avevano in media quattro figli e il peso di quelle bocche da sfamare rischiava di bloccare la grande rincorsa che ha portato la Repubblica popolare a diventare la seconda economia del pianeta. Nei villaggi di campagna comparvero striscioni con la scritta rossa: «Allevate più maiali e fate meno figli».

I milioni di aborti, e di sterilizzazioni. Nel 2015 la Commissione sanitaria nazionale pubblicò questi dati: in 36 anni i medici statali avevano praticato 336 milioni di aborti e sterilizzato 196 milioni di uomini e donne, oltre ad avere impiantato 403 milioni di spirali intrauterine. I pianificatori dell’economia in quel 2015 scoprirono un nuovo rischio: la Cina rischiava di «invecchiare prima di diventare ricca».

Il fallimento della politica del secondo figlio (e il rischio per la nuova svolta). Dall’1 gennaio del 2016 fu consentito il secondo figlio. Ma non c’è stato baby boom. Le nascite hanno continuato a calare. Un tratto di penna sulla norma del figlio unico non ha invertito la tendenza, anche la «libertà» di avere un terzo bimbo non riempirà le culle, a meno che il governo non metta in campo una politica di sostegno sociale. Le coppie cinesi ormai si limitano a un bambino, molte non si permettono neanche quello. Le motivazioni sociali indicate dagli esperti di Pechino sono simili a quelle che annotiamo in Occidente: conciliare lavoro e famiglia è difficile; in molte coppie giovani il matrimonio e la possibilità di avere figli vengono visti come un ostacolo alla carriera; esodo dalle campagne che erano il grande bacino di figli (braccia per la terra e sicurezza di sostegno per i genitori quando fossero invecchiati); costo di case e istruzione in continua ascesa. L’agenzia Xinhua ha lanciato un sondaggio volante online sulla nuova apertura: #SieteProntiperilterzoFiglio? Sulle prime 31 mila risposte, 29 mila sono state negative. Dopo pochi minuti l’agenzia statale ha pensato bene di eliminare il sondaggio. Oggi in Cina la fascia di popolazione oltre i 65 anni rappresenta il 13,5% del totale, rispetto all’8,9% del 2010; entro il 2040 il 30% circa dei cinesi saranno ultrasessantenni. La popolazione in età lavorativa (tra i 15 e i 59 anni) è calata al 63% nel 2020, dal 70% del 2010. Per continuare ad alimentare le catene di montaggio sarà necessario alzare l’età della pensione, che ora nell’industria è fissata a 60 anni per gli uomini e tra i 50 e i 55 per le donne. E per mantenere un bacino di consumatori che alimentino il mercato interno, il Partito chiede alle donne di dare più figli alla patria.

John Cena è l’ultimo vip a scusarsi con la Cina. Aveva definito Taiwan “uno Stato”. Luca Sebastiani su L'Espresso il 26 maggio 2021. L’ex combattente e attore di Fast and Furios è solo l’ultimo caso. Perché il mercato asiatico è diventato troppo importante, come insegnano i casi italiani di Hunziker e Dolce&Gabbana. 对不起. O per dirlo con il nostro alfabeto “Duìbùqì”, cioè “scusa” in cinese. Un’espressione che negli ultimi anni sembra essere particolarmente in voga anche tra chi cinese non è. L’ultimo è John Cena, noto ex-wrestler americano ora nelle vesti di attore, che sulla piattaforma cinese Sina Weibo ha inviato un messaggio pentito ai suoi sostenitori orientali. A inizio maggio, John Cena, impegnato nella promozione di “Fast and Furious 9”, aveva infatti lasciato un’intervista su un’emittente di Taiwan, definendo l’isola «il primo paese che vedrà il film». Uno smacco intollerabile per Pechino, che vede Taiwan come una propria provincia e non riconosce la sua indipendenza.  La Cina, in compenso, rappresenta un vastissimo mercato per il cinema. Il nuovo capitolo della saga Fast and Furious è uscito nelle scorse settimane nel paese del Dragone, facendo registrare un boom di biglietti venduti e un guadagno di circa 130 milioni di dollari. Dopo la sua frase su Taiwan sono piovute critiche asprissime e John Cena, per paura di censure o limitazioni, ci ha tenuto a scusarsi con i suoi fan con un video in cui sfoggia una invidiabile padronanza del mandarino: «Sono molto dispiaciuto per il mio errore». D’altronde al portafogli non si comanda. Una mossa che per Pechino si è trasformata in un ritorno d’immagine notevole: uno dei personaggi dello sport, e adesso del cinema, più conosciuti negli Stati Uniti che si cosparge il capo di cenere davanti alla Cina. In un’epoca in cui la sfida tra queste due grandi potenze domina il contesto internazionale si può mettere a referto come punto a favore per Xi Jinping. Non a caso è intervenuto l’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo, che su Twitter ha descritto il gesto come «un inchino al Partito Comunista Cinese». Il ministro degli Esteri di Taiwan ha invece preferito non rispondere. Ma quello di John Cena, come detto, è solo il più recente caso emerso. Anche l’Italia, suo malgrado, è stata coinvolta in questi episodi in cui vip ammettono di aver commesso sbagli, strafalcioni o “cantonate”. Ad aprile era scoppiata la vicenda con Gerry Scotti e Michelle Hunziker, che su Striscia la Notizia hanno lanciato un servizio riguardante la Cina mimando gli occhi a mandorla e usando una “pronuncia” cinesizzata. Caos, critiche e disapprovazioni hanno preceduto le scuse della presentatrice su Instagram, che si è detta dispiaciuta di aver offeso involontariamente le persone e le comunità cinesi. Una vicissitudine cavalcata anche dalla pagina Diet Prada, famosa per le sue battaglie sui diritti nel mondo della moda e dello spettacolo che ha collegato al nome di Hunziker quello di suo marito Tommaso Trussardi. L’italo-svizzera si è prontamente scusata per evitare problemi d’immagine e di guadagni per la casa di moda di Trussardi. Stessa cosa avvenuta con Dolce e Gabbana nel 2018. La loro azienda aveva pubblicato uno spot per promuovere una sfilata in Cina, con protagonista una modella cinese. Ma per l’opinione pubblica la pubblicità era piena di stereotipi sgradevoli. Come se non bastasse, poco dopo venivano pubblicate sempre da Diet Prada delle presunte chat in cui Stefano Gabbana insultava la Cina e la definiva «mafiosa, ignorante e puzzolente». A quel punto, per non veder rovinati gli affari in uno dei mercati più grandi del mondo, i due hanno registrato un videomessaggio chiedendo scusa «a tutti i cinesi nel mondo. Amiamo la vostra cultura e il vostro paese. La rispetteremo in tutto e per tutto». Anche qui il “Duìbùqì” è arrivato.  

Dagotraduzione dal DailyMail il 25 maggio 2021. Il Global Times, il quotidiano cinese che fa capo al Partito Comunista, ha avvisato l’Australia che il suo esercito sarà il primo ad essere colpito nel caso di un conflitto su Taiwan. Il messaggio arriva qualche giorno la fine di alcune esercitazioni militari portate avanti da Australia, Stati Uniti, Francia e Giappone nel Mar cinese orientale. L’esercitazione di addestramento tra le quattro nazioni, chiamata Esercizio Jeanne d'Arc 21 - o ARC21 – ha testato assalti anfibi, guerra urbana e difesa antiaerea. Un addestramento che Pechino ha bollato come «insignificante dal punto di vista militare», scagliandosi contro l’esercito di Canberra definito «troppo debole per essere un degno avversario». «L'esercito australiano è troppo debole per essere un degno avversario della Cina, e se osa interferire in un conflitto militare, ad esempio nello Stretto di Taiwan, le sue forze saranno tra le prime ad essere colpite» si legge nell’articolo. Che continua così: «L’Australia non creda di potersi nascondere dalla Cina in caso di provocazioni. Il paese si trova nel raggio d'azione del missile balistico a raggio intermedio DF-26 dotato di testata convenzionale». Il missile DF-26 è un missile intercontinentale a raggio intermedio (da 3.000 a 5.500 chilometri).

Articolo di "Le Monde" dalla rassegna stampa di "Epr Comunicazione" il 20 maggio 2021. Il modello cinese permette di affrontare le conseguenze delle epidemie che si susseguono sul suo territorio. Ma, se non risale alla loro causa principale, non impedirà la loro insorgenza, dice il politico Christophe Gaudin, in un articolo su "Le Monde". Sembra paradossale che l'epicentro della pandemia sia anche l'unica grande potenza ad emergere più forte. Di certo, poiché l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha condotto la sua indagine con le mani legate, le nostre conoscenze non ci permettono di stabilire in questo momento tra la teoria della trasmissione diretta dagli animali all'uomo e quella di un incidente di laboratorio. Tuttavia, non è scontato che la questione sia così decisiva come sembra, se contestualizziamo gli eventi. Dopo la SARS nel 2003 e l'H1N1 nel 2009, il Covid-19 è davvero la terza zoonosi di massa che devasta la Cina in meno di vent'anni. Perché una successione così ravvicinata? Come fa questo paese, che offre un terreno così favorevole alle epidemie, a contenere allo stesso tempo i loro effetti? Quali sono le conseguenze per le grandi democrazie occidentali, che difficilmente sono riuscite a offrire lo stesso livello di protezione? Tutta la complessità del modello cinese deriva dal fatto che pretende di porre rimedio ai danni, sanitari in particolare, che ne sono la causa. In questo senso, possiamo dire che vuole essere l'antidoto autoritario al suo stesso veleno. Bisogna rileggere Simon Leys a questo proposito, che mostra nel dettaglio come il maoismo ha rappresentato un'impresa di deculturazione unica nella storia dell'umanità, non solo per la sua durata o la sua ampiezza, ma più profondamente per la sua impregnazione. Questo può essere osservato in contrapposizione ad altri totalitarismi meno evoluti. Mentre i sovietici si gettarono sui libri proibiti non appena cadde la cortina di ferro, oggi non si può osservare nulla del genere nella stragrande maggioranza degli studenti cinesi che partecipano a scambi culturali, anche se la documentazione abbonda nella loro lingua madre. Il peggio deve forse ancora venire, poiché i leader al potere a Pechino, che si sono formati durante la cosiddetta rivoluzione "culturale", spingono costantemente per restrizioni ancora maggiori.

Acquisizioni a tutto campo. Il capitalismo cinese è unico in quanto non si sta svolgendo su un territorio vergine, ma piuttosto è stato solfatato in anticipo per sradicare il minimo accenno di opposizione - politica, sindacale, religiosa, ecc. Gli studenti che avevano preso la precauzione di proclamarsi "veri marxisti" tre anni fa sono finiti nelle stesse prigioni dei monaci tibetani o dei preti refrattari, senza distinzione. Gli incidenti sanitari si susseguono al punto che lo stesso latte materno è oggetto di traffico. Secondo le stime ufficiali, che non sono probabilmente allarmistiche, almeno un quinto delle terre coltivabili è diventato inadatto all'agricoltura nel giro di una generazione, ed è per questo che la Cina ha intrapreso una politica di acquisizione a oltranza nei cinque continenti. Allo stesso tempo, gli studi suggeriscono che i terremoti nel Sichuan sono anche il prodotto dell'attività umana, soprattutto dighe o miniere scavate nel modo sbagliato. Non importa, quindi, se il Covid-19 è il prodotto di un allevamento in batteria o di un'industria farmaceutica degna del dottor Frankenstein. In ultima analisi, è lo stesso modello economico che troviamo alla base delle cose nelle sue varie declinazioni. È notevole da questo punto di vista che la maggior parte dei regimi comunisti siano riusciti a mantenersi in Asia (come in Vietnam, Cambogia, Laos o, all'estremo, Corea del Nord), mentre negoziavano, ognuno a suo modo e al suo ritmo, la stessa mutazione del mercato. Niente è più istruttivo a questo proposito che rileggere le ricerche dello storico Karl Wittfogel (1896-1988), che negli anni Cinquanta del secolo scorso segnalava i pericoli di quello che chiamava, dopo Marx, "dispotismo asiatico", cioè i secoli di una concentrazione di potere resa possibile e necessaria dalle grandi opere di irrigazione. A differenza delle dittature anticomuniste di Taiwan e della Corea del Sud, che sono state costrette a cedere il passo alla democratizzazione dopo decenni di feroce repressione, questi regimi sono riusciti finora a stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di società civile.

Avanguardia del disastro. È anche qui che trapela tutta la dimensione del loro potenziale tossico, poiché la rigidità che li caratterizza permette di far fronte, almeno inizialmente, ai loro indesiderati effetti collaterali epidemici. Si capisce così il loro fascino ambiguo per un Occidente deindustrializzato e sempre più frammentato, dove la produzione di maschere di carta era ancora una sfida logistica nel 2020. Basta però considerare il loro modello nella sua globalità per notare i suoi limiti. Presi in una spirale che li supera, sono incapaci di frenare l'esaurimento delle risorse, l'artificializzazione dei suoli e quindi la proliferazione delle zoonosi, liberando così infezioni di cui ognuna sembra peggio della precedente. Ci sono quindi tutte le ragioni per temere che proteggendosi dai loro effetti secondari senza poter risalire alla loro causa ultima, che si sviluppa costantemente nel sottosuolo, alla fine non si fa altro che andare indietro per saltare in avanti. Per l'assenza di contro-poteri - si potrebbe quasi dire di anticorpi - a questa cieca sovrabbondanza, la Cina è all'avanguardia del disastro e della "salita agli estremi", di cui René Girard teorizzava alla fine della sua vita. L'Occidente è in una situazione altrettanto pericolosa, ma quasi al contrario. Mentre la Cina è presa in un vortice non riflessivo, sembra essere paralizzata dalle sfide di cui sta prendendo coscienza. Questo diventa chiaro quando si viaggia: la patria della modernità, è diventata anche la patria dei suoi critici, che a volte, ahimè, arrivano fino a un tetanico e irrazionale odio di sé. Il problema per noi ora è pensare senza disperare, soprattutto per porre fine a una dipendenza che ci sta trascinando verso l'abisso sotto ogni aspetto.

La Cina è stata superpotenza 5 volte nella sua storia.  Piccole Note il 15 maggio 2021 su Il Giornale. La sonda cinese è atterrata su Marte, poco tempo dopo l’arrivo di quella americana. Una competizione cruciale, dato che lo sfruttamento delle risorse spaziali sarà decisivo in un futuro, forse più prossimo di quanto immaginiamo (non nel prossimo secolo, ma già dalla seconda metà di questo). Immaginare che nel frattempo le due superpotenze possano mettere da parte le rivalità per convergere a beneficio del mondo al momento è esercizio ingenuo ché, anzi, la corsa rende più accese le conflittualità. Non solo Marte: nel dare la notizia, il New York Times rileva che l’atterraggio della sonda cinese “segue il lancio da parte della Cina, nel mese scorso, del modulo centrale di una nuova stazione spaziale orbitante, nonché una missione di successo a dicembre che ha raccolto quasi quattro libbre di rocce e suolo dalla luna e lo ha portato sulla Terra. Il mese prossimo, il Paese prevede di inviare tre astronauti nello spazio, inaugurando quella che potrebbe diventare una presenza cinese regolare nell’orbita terrestre”. Tale competizione non è che una parte – seppur destinata ad avere sempre più rilevanza, insieme alla corsa tecnologica – della competizione tra Washington e Pechino. Una rivalità che è troppo spesso consegnata alla propaganda, bloccata su narrazioni semplicistiche. Di interesse, un articolo di Martin Jacques sul Global Times e il suo commento su Ria Novosti di Dmitry Kosyrev che, benché di parte, evidenziano alcuni aspetti trascurati dalle opposte narrazioni. Martin Jacques è stato professore a Cambridge prima di trasferirsi a Pechino, esempio di una fuga di cervelli verso l’Impero d’Oriente o, se vogliamo, dell’attrazione che sta esercitando tale impero sulle “menti” occidentali, perché sembra offrire, almeno per alcune di queste, nuove opportunità, sia a livello scientifico che culturale. Jacques spiega che la differenza fondamentale tra i due Imperi è rappresentata dalla diversa forma di governo, con la democrazia multipartitica che si contrappone al mono-partitismo cinese. Modello che si propone come di portata universale quello occidentale, da cui la spinta a cambiare i sistemi di altri Paesi, contrapposto a un sistema che si accontenta di abitare un solo Paese, ché la Cina, anche dopo l’avvento del comunismo, e a differenza dell’Unione sovietica, non ha avuto la pretesa di esportare altrove il proprio modello. Tale schema di contrapposizione, però, che appare definitivo, è in vigore solo dal ’45, dal momento che la democrazia liberale, pure precedente, ha più volte conosciuto regressioni, come il periodo precedente la Seconda Guerra, con tanti Paesi occidentali consegnati ad autoritarismi e dittature. Non solo, tale modello è oggi pesantemente e progressivamente aggredito da varie spinte antidemocratiche, la più insidiosa delle quali è posta dalla Tecnofinanza, il cui dominio sta erodendo pesantemente le libertà democratiche, consegnando l’Occidente a un’oligarchia, peraltro niente affatto lungimirante e illuminata. D’altra parte, il sistema che si è instaurato in Oriente è alquanto stabile nella sua struttura, ma non per questo bloccato come appare da un’analisi semplicistica. Jacques spiega che tale sistema è stato in grado di reinventarsi e creare prosperità nel corso dei millenni, dando vita a un Impero che per ben cinque volte è stato tra i primi due-tre Paesi del mondo per ricchezza e potenza: sotto “le dinastie Han, Tang, Song, i primi Ming e le prime dinastie Qing”. “La ripresa ciclica della superpotenza cinese – commenta Kosyrev – è ben nota agli studenti del primo e del secondo anno di università specializzate. Sanno anche che l’impero, essendosi stabilito nei suoi confini attuali approssimativamente tra l’VIII e il X secolo, non cercò in alcun modo di conquistare il mondo o anche solo una parte di esso”. “Ha semplicemente fatto i suoi affari, rimanendo – al culmine del suo potere – la più potenzialmente forte, inavvicinabile e invulnerabile potenza al mondo semplicemente in virtù delle sue dimensioni e della sua ricchezza. Non è nemmeno una superpotenza, al modo di quella britannica o americana, o addirittura romana: lo status di superpotenza è temporaneo. La Cina è una sorta di iperpotenza permanente”. Un sistema “pragmatico” e resiliente, come dimostra anche l’ultima trasformazione, che ha consegnato la Terra di Mezzo al comunismo il quale, spiega Kosyrev, non è altro che un rinnovarsi del “sistema politico imperiale (anche Mao e gli altri dopo di lui sono imperatori, solo con un titolo diverso)”. Non solo, anche l’Impero comunista cinese, apparentemente immutabile, è cambiato tanto in questi anni. “Una critica fondamentale occidentale al sistema di governo cinese – scrive Jacques – è che, in quanto sistema monopartitico, non offra scelta; che solo un sistema multipartitico, con l’alternanza dei partiti al potere, assicura. Ma l’evidenza suggerisce il contrario. La transizione da Mao Zedong a Deng Xiaoping ha visto un enorme cambiamento nella politica e nella filosofia, con l’abbraccio del mercato, accanto allo stato e alla pianificazione, e il rifiuto del relativo isolamento in favore dell’integrazione della Cina con il mondo. Il cambiamento fu più profondo e di vasta portata di qualsiasi altro intrapreso da una democrazia occidentale dal 1945 a oggi”. Capire il passato aiuta a leggere il presente: si comprende, cioè, perché la Cina, che fu incenerita dalla guerra dell’Oppio scatenata dalle potenze coloniali, non potrà mai accettare una subordinazione sic et simpliciter all’Impero d’Occidente, come le viene chiesto. Insistere sul punto non farà altro che accrescere le conflittualità.

Così la Cina combatte il terrorismo nello Xinjiang. La Cina ha intrapreso una dura lotta contro terrorismo ed estremismo, le ombre che minacciano lo Xinjiang. Un documentario racconta la sfida di Pechino. Cinitalia - Lun, 12/04/2021 - su Il Giornale. Il terrorismo nello Xinjiang è un tema che in Occidente viene troppo spesso ignorato. La Cina, lasciata sola in questa sfida epocale, ha fin qui agito al meglio, mettendo in sicurezza una regione altamente strategica per lo sviluppo della Nuova Via della Seta – e quindi per i mutui benefici collegati al resto del mondo – e proteggendo l’armonia nazionale. Nelle ultime settimane i media internazionali hanno fatto un gran parlare dello Xijinang, diffondendo tuttavia report inesatti e notizie lontane dalla realtà con l’unico obiettivo di screditare la Cina. Per squarciare il velo d’ignoranza su questa regione, l’emittente cinese CGTN ha presentato un interessante documentario intitolato La guerra nelle ombre. Le sfide della lotta contro il terrorismo nello Xinjiang. Si tratta dell’ultima puntata della tetralogia che analizza in maniera approfondita e analitica il problema del pensiero estremista e tutte le sfide che la Cina deve affrontare per contrastare il terrorismo, tanto all’interno quanto all’esterno dello Xinjiang. Il documentario contiene immagini e interviste inedite, e cerca di rispondere ad alcune domande chiave. Ad esempio: perché le violenze provocate dal terrorismo hanno continuato ad affliggere quest’area?

I "soldati" di Allah. La Cina, per garantire la stabilità nazionale e - da potenza responsabile, quale è - sconfiggere una frangia dello stesso terrorismo che minaccia anche lo stesso Occidente, deve necessariamente bloccare la mano invisibile che dall’estero che favorisce l’estremismo violento all’interno del Paese. Innanzitutto, le autorità devono fare i conti con gli individui radicalizzati. Prendiamo il caso di Abdul Tursuntohti, che sta scontando 9 anni per incitamento al terrorismo e altri crimini vari. "Non ho commesso alcun crimine, sono orgoglioso di fare ciò che ho fatto", ha spiegato il ragazzo, imprigionato, al giornalista che lo ha intervistato. Alla domanda se sarebbe disposto a uccidere per Allah, la risposta di Abdul è chiara: "Se Allah lo comanda ucciderò anche mio figlio, per non parlare degli infedeli. Il mio più grande desiderio è eseguire gli ordini di Allah".

Il reclutamento via internet. Internet è diventato un vero e proprio campo di battaglia contro il terrorismo. L’Etim, cioè l’East Turkestan independence Movement, carica violenti file audio e video nella rete, nella speranza di reclutare nuovi giovani provenienti soprattutto dallo Xinjiang. Abduweli, un addetto dell’Ufficio per il Cyberspazio della regione autonoma del Xinjiang Uygur ha svelato i retroscena più inquietanti. In base alla sua esperienza, i video vengono classificati secondo varie categorie: predica, addestramento, fabbricazione di armi, e sono diretti a specifici gruppi, come donne e studenti. La lotta contro la radicalizzazione, il terrorismo e l’estremismo violento deve essere affrontata sul piano legislativo. Come racconta Li Juan, presidente del Comitato Affari Legali dell’Assemblea regionale dello Xinjiang, le misure locali della legge antiterrorismo sono in linea con quelle generalmente adottate dagli altri Paesi del mondo. Eppure, anziché unire gli sforzi per sradicare, una volta per tutte, la piaga del terrorismo, troppo spesso l’opinione pubblica internazionale (e alcuni governi) hanno puntato il dito contro la Cina. Senza conoscere la storia dello Xinjiang, né le ombre che potrebbero inghiottire, da un momento all'altro, questa regione e il resto dell'umanità.

Paolo Salom per il “Corriere della Sera” il 4 giugno 2021. Con la Cina o contro la Cina? Sul blog di Beppe Grillo è possibile trovare un «rapporto indipendente» sulla questione della provincia dello Xinjiang e della «presunta» persecuzione degli uiguri che vorrebbe confutare con prove «scientifico-storiche» le accuse occidentali originate soltanto dal desiderio di «colpire la Repubblica Popolare». Intitolato «Xinjiang. Capire la complessità, costruire la pace», il saggio è firmato da studiosi, giornalisti ed esperti italiani e stranieri, alcuni dei quali formati nelle università cinesi. Anche il senatore 5S Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri, ha apposto il suo nome perché, scrive tra l'altro in un tweet, sostiene l'iniziativa in quanto «la situazione sociale e politica nella Xinjiang (sic)» è «più complessa del sensazionalismo della stampa generalista occidentale». Che la storia della provincia più occidentale controllata da Pechino sia «complessa» è quasi una tautologia. Ma il problema del rapporto pubblicato sul blog del fondatore del Movimento 5S è, in fin dei conti, lo stesso di cui accusa l’Occidente (preso nel suo insieme come se fosse un blocco unico e compatto): la parzialità. Raccontare le vicende secolari (anzi: millenarie) dello Xinjiang o Turkestan Orientale come un tempo veniva chiamato, le sue relazioni conflittuali con l'Impero Celeste prima - a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.) - con la Repubblica di Cina e la Repubblica Popolare poi, non cambia la sostanza del problema che, oggi, si vorrebbe affrontare sulla base dei principi dei diritti dell'uomo, principi considerati universali secondo la Carta dell'Onu, cui anche la Cina aderisce. Dunque disquisire sul come e sul quando le popolazioni dello Xinjiang sono entrate nell' orbita di Pechino e se oggi i loro diritti di cittadini non vengono rispettati sono questioni del tutto differenti. Il rapporto, in particolare, ricostruisce la genesi dei movimenti insurrezionali di stampo islamista e panturco all'origine degli attentati terroristici che hanno provocato centinaia di vittime sia nello Xinjiang, sia nel resto della Cina (come gli attentati a Pechino e Kunming, 2013-2014) e inquadra in una «risposta culturale confuciana» - peraltro assente in Occidente - la «rieducazione sociale e politica» della popolazione uigura. Il difetto pare essere proprio nella lente culturale, distorsiva: le accuse internazionali nei confronti della Cina riguardano la forma della «punizione collettiva» di un milione circa di persone, la maggior parte delle quali non ha evidentemente avuto minimamente a che fare con sanguinosi atti di terrorismo senz' altro esecrabili. Cina e resto del mondo (almeno l'Occidente) non si capiscono principalmente sulla responsabilità individuale nei delitti: punire il reo e con lui famiglia, amici e anche il villaggio intero non è considerata giustizia ma persecuzione. Nessuno ha visto i «campi di concentramento» dove avverrebbero torture ed esecuzioni sommarie (Pechino non ne ha mai ammesso l'esistenza, nonostante le testimonianze di chi ci è passato); ma il governo centrale ha in più occasioni organizzato visite di giornalisti di media internazionali (tra cui il Corriere) nei centri di rieducazione dove migliaia di giovani e meno giovani sono tenuti a seguire lezioni che hanno lo scopo di «costruire buoni cittadini», rispettosi delle leggi cinesi. Non sono corsi facoltativi: e basterebbe questo a squalificare la «versione dei fatti» pubblicata sul blog di Grillo.

Il grave errore degli Usa: così Washington presta il fianco alla Cina. Federico Giuliani su Inside Over l'1 aprile 2021. E se la Cina avesse ragione? Se, davvero, le parole sparate in faccia al Segretario Usa, Antony Blinken, dal direttore dell’Ufficio della Commissione Centrale degli Affari esteri cinesi, Yang Jiechi, rappresentassero la realtà, che cosa dovremmo aspettarci da qui ai prossimi anni nelle relazioni tra Washington e Pechino? Gli Stati Uniti “non sono più qualificati per parlare con noi da una posizione di forza”, gridava dalla sua postazione, durante il tesissimo vertice di Anchorage, l’alto funzionario cinese, in risposta alle reprimenda di Blinken all’indirizzo del Dragone. L’uscita del signor Jiechi è stata soltanto una sbruffonata figlia del delicatissimo momento – un modo, insomma, per azzittire la controparte statunitense – oppure poggiava veramente su un fondo di verità? Come ha scritto Asia Times, l’influenza americana risulta fragile in diverse aree strategiche eurasiatiche. Allo stesso tempo, la Cina ha adesso tutte le carte in regola per ostacolare il tentativo degli Stati Uniti di costruire un’alleanza per limitare la propria ascesa geopolitica. Assistiamo così a due movimenti complementari. Mentre Washington è impegnata a bilanciare lo strapotere cinese mettendo radici nel continente asiatico, in una sorta di revival del Pivot to Asia di obamiana memoria, Pechino guarda all’Occidente, in primis, da un punto di vista commerciale.

Una questione di percezione. C’è tuttavia una sostanziale differenza tra Stati Uniti e Cina. Quest’ultima, infatti, risulta spesso “attraente” agli occhi dei Paesi che incontra sul proprio percorso, a differenza della potenza americana, spesso percepita come in declino. Percezione, appunto. È tutta una questione di percezione. Secondo quanto riportato da Asia Times, il modo attraverso il quale i politici americani stanno misurando il proprio potere nazionale, sarebbe ormai diventato obsoleto. In altre parole, l’amministrazione Usa adotta un metodo di misurazione inadeguato per il XXI secolo. Gli studiosi cinesi, al contrario, sembrano aver sviluppato un modus operandi molto più efficace. Si chiama Zonghe Gouli, o Comprehensive National Power (CNP), ed è la metodologia impiegata dalla Cina per misurare il potere della nazione rispetto ai concorrenti. È anche e soprattutto per questo motivo che Pechino si è trasformata, nel giro di qualche decennio, in un serissimo sfidante americano.

Il “segreto” di Pechino. La ricetta seguita dalla Cina unisce molteplici ingredienti. Accanto al cosiddetto hard power index, caratterizzato, ad esempio, dalla ricchezza economica, la potenza militare, le risorse naturali o la tecnologia, troviamo il soft power, inteso come cultura, istruzione e potere politico. Fin qui, siamo di fronte alla classica distinzione tra hard e soft power avanzata dal professor Joseph Nye. La novità sta in altri due tipi di “potere” sviluppati da Pechino: il coordinated power index e l’enviromental index. Nel primo caso, stiamo parlando della presentazione del processo decisionale politico cinese, della linea di comando e della struttura della leadership; aspetti, questi, recentemente emersi come più efficaci rispetto a quelli incarnati dal metodo democratico. Nel secondo caso, invece, siamo di fronte a una sorta di indice ambientale, da far valere in campo internazionale. A corredo del tutto, trova spazio un particolare sistema di valutazione che include, tra gli altri, obiettivi strategici nazionali, capacità decisionali e stabilità politica. Gli Stati Uniti, al contrario, pensano che tutto si basi sulla superiorità militare. D’accordo, Washington, non solo sulla carta, può contare su un esercito più forte e rodato rispetto a quello cinese. Ma, considerando i graduali miglioramenti, anche militari, apportati dalla Cina, quanto reggerà ancora questo equilibrio? Dulcis in fundo, le forze armate Usa dipendono dalla tecnologia, ovvero lo stesso cavallo di battaglia che sta facendo sfrecciare Pechino al vertice di tutte le classifiche economiche. L’America, dunque, non può più far finta di niente. Se la Casa Bianca non cambierà approccio, il definitivo sorpasso cinese non sarà soltanto una questione di tempo. Risulterà anche dolorosissimo e difficile da digerire.

Serena Console per "repubblica.it" il 26 marzo 2021. I resti di una maschera d’oro risalente a 3000 anni sono stati trovati nel sito archeologico di Sanxingdui, nella provincia meridionale cinese dello Sichuan. Gli archeologi stimano che la maschera, usata durante le cerimonie, sia composta per l'84 percento in oro, per un peso di 280 grammi. Da sei fosse sacrificali sono stati portati alla luce altri 500 oggetti tra cui bronzi, lamine d'oro e manufatti realizzati in avorio, giada e osso. I tesori aiutano a fare luce sull’antico Stato di Shu, un regno che governava nel Sichuan occidentale, fino alla sua conquista nel 316 a.C. Di Sanxingdui gli storici sanno relativamente poco, a causa delle scarse testimonianze scritte. Il sito è stato scoperto accidentalmente da un contadino mentre stava scavando un canale nel 1929.

Gaia Cesare per “il Giornale” il 26 marzo 2021. Il capitalismo di Stato contro il capitalismo etico. E viceversa. La questione dei diritti umani violati in Cina approda sugli scaffali, quelli virtuali, delle aziende occidentali leader nel settore abbigliamento e scarpe, dalla svedese H&M all' americana Nike, dai colossi Adidas a Zara. La Lega della Gioventù comunista, costola del Partito comunista cinese, ha lanciato una campagna di boicottaggio via Weibeo (il social network cinese alla Twitter) per punire la decisione del colosso svedese, che si rifiuta di acquistare il cotone della provincia dello Xinjiang, «preoccupata della tutela dei diritti umani» degli uiguri, minoranza musulmana perseguitata dal regime cinese. La guerra diplomatica, la guerra dei valori e la guerra economica con l' Occidente si combattono, oltre che a dosi di vaccini anti-Covid, anche a colpi di tute da ginnastica e tailleur da ufficio. Per questo, mentre dagli Stati Uniti Joe Biden invita l' Europa e l' alleanza atlantica a un' alleanza contro la Cina, la gioventù comunista si è mobilitata, per additare ai social la scelta anti-cinese di molte aziende occidentali. A cominciare da H&M, numero due al mondo dell' abbigliamento retail. Nel 2020 - ecco l' accusa lanciata via web dalla Lega, che su Wiebo ha 15 milioni di follower - l' azienda svedese aveva annunciato che avrebbe smesso di comprare cotone dallo Xinjiang, l' area in cui si produce l' 84% del cotone cinese, che è il 22% del totale mondiale. La ragione? La riduzione in schiavitù degli uiguri, costretti ai lavori forzati nei campi o nelle industrie tessili, la cui violazione dei diritti umani è stata condannata quattro giorni fa, con le sanzioni anti-cinesi decise da Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito e Canada per la prima volta a trent' anni da piazza Tienanmen. «Il gruppo è profondamente preoccupato... per la discriminazione delle minoranze nello Xinjiang - recitava il post di H&M rilanciato con orrore dai giovani comunisti cinesi - Ciò significa che il cotone per la nostra produzione non verrà più acquistato da questa zona». Parole interpretate come una dichiarazione di guerra. Tanto che i prodotti H&M sono stati rimossi dalle principali piattaforme locali di e-commerce, da JD.com a Taobao passando per Pinduoduo. Stessa sorte toccata a Nike, primo marchio di abbigliamento sportivo al mondo, che si era fatta identici scrupoli. È la ritorsione per la politica di aziende che al business vogliono unire l' etica, fosse anche per questione di puro marketing, per inseguire la nuova sensibilità dei consumatori o per scelte geostrategiche. A giudicare dall' aria che tira su social e media cinesi, le prossime nella lista nera sono Adidas e Zara. Che a Pechino non fosse andato giù il provvedimento concordato delle potenze occidentali Ue-Usa-Gb-Canada lo si era capito dalla ritorsione scattata subito dopo l' annuncio delle sanzioni il 22 marzo, con la Cina che ha ricambiato le misure ai danni di una dozzina fra deputati ed eurodeputati europei, ricercatori e istituzioni comunitarie come la Commissione per i diritti umani della Ue. Non c' è mercato senza il controllo del partito, è la linea del capitalismo in salsa cinese. E Pechino si muove forte non solo del suo potere di produttore ma anche di consumatore. Per H&M, il «Dragone» è il quarto mercato più grande di riferimento, secondo solo agli Stati Uniti per punti vendita aperti, con 520 negozi contro i 593 degli Usa. È un potere che può essere sfruttato anche in funzione geopolitica e la Cina lo sta facendo, anche grazie ad alcuni vip, tra cui l' attore Huang Xuan e il collega e cantante Wang Yibo, che hanno risposto alla chiamata alle armi annunciando la fine dei contratti di sponsorizzazione con H&M e Nike. «Diffamare e boicottare il cotone dello Xinjiang mentre si spera di fare soldi con la Cina? Non lo si può nemmeno sognare!». Parola di Gioventù comunista.

(ANSA il 12 febbraio 2021)La RTHK, il network pubblico e indipendente di Hong Kong finanziato dal governo locale, ha reso noto che dalle 23:00 di oggi smetterà di trasmettere il servizio di "Bbc World Service e Bbc News Weekly". La mossa è maturata dopo l'oscuramento imposto dalla National Radio and Television Administration, l'autorità di vigilanza in Cina, che ha accusato il canale britannico di aver gravemente violato i regolamenti con notizie "non vere e non imparziali", minando gli interessi nazionali e la solidarietà etnica cinese. La reazione di Pechino è legata, tra l'altro, alle inchieste della Bbc sullo Xinjiang e allo stop alla Cgtn in Gb.

Da rainews.it il 12 febbraio 2021. L'autorità di regolamentazione televisiva in Cina ha revocato le licenze alla Bbc World News per "grave violazione dei contenuti". L'emittente pubblica britannica non potrà più trasmettere nel Paese. L'accusa è di aver "gravemente violato i regolamenti sulla gestione della radio e della televisione e sulla gestione dei canali televisivi via satellite all'estero nei suoi rapporti relativi alla Cina, andando contro i requisiti secondo cui le notizie devono essere vere e imparziali e minato gli interessi nazionali e la solidarietà etnica della Cina". A darne notizia il canale di Stato cinese Cgtn riferendo che la decisione è stata presa dall'autorità regolatrice delle trasmissioni radiotelevisive (Nrta) che ha accusato la Bbc di avere trasmesso dei servizi sulla Cina che violano i principi di verità e imparzialità del giornalismo. Recentemente, in Cina avevano suscitato particolari polemiche alcuni servizi sulla repressione nello Xinjiang e sulla gestione della pandemia da coronavirus. "Poiché il canale non soddisfa i requisiti per trasmettere in Cina come canale estero, Bbc World News non è autorizzato a continuare il suo servizio all'interno del territorio cinese. La Nrta non accetterà la domanda di trasmissione del canale per il nuovo anno", ha riferito il regolatore in un comunicato rilanciato dall'agenzia Xinhua. Nei giorni scorsi, l'ente regolatore britannico Ofcom aveva revocato la licenza per le trasmissioni via satellite nel Regno Unito al canale di stato cinese Cgtn. Le autorità britanniche avevano motivato la decisione spiegando che la società che formalmente deteneva la licenza per le trasmissioni non aveva il controllo editoriale delle stesse, violando così le leggi britanniche. Il giorno seguente, il ministero degli esteri di Pechino - attraverso il portavoce Wang Wenbin - aveva accusato Londra di "pregiudizio ideologico" chiedendo "alla Gran Bretagna di cessare immediatamente le manipolazioni politiche e correggere i suoi errori", aggiungendo "La Cina si riserva il diritto di adottare le necessarie risposte".

Bbc: delusi da divieto, siamo imparziali La Bbc si dice "delusa" dalla decisione dell'Authority cinese per la radio e la televisione di oscurare Bbc World News, vietandone la trasmissione nel Paese. "Siamo delusi dalla decisione presa dalle autorità cinesi", ha affermato un portavoce dell'emittente britannica. "La Bbc è l'emittente internazionale più autorevole e racconta i fatti da tutto il mondo in modo corretto, imparziale e senza timori né favoritismi", aggiunge il portavoce. La condanna degli Usa Gli Stati Uniti condannano la messa al bando della Bbc in Cina e chiedono di rispettare la libertà d'informazione. Lo dichiara in una nota il portavoce del dipartimento di Stato americano, Ned Price.

Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera” l'11 febbraio 2021. La giustizia di Pechino ha molti modi per punire i dissidenti politici. Nell'era del «capitalismo con caratteristiche cinesi», se chi esprime dubbi sul Partito è un imprenditore, la via più semplice è accusarlo di reati economici. L'ultimo caso riguarda Geng Xiaonan, proprietaria di una casa editrice, condannata a tre anni di carcere per violazione dei diritti legali sulla pubblicazione di libri. Non saggi politici, ma di cucina, salute e stile di vita. Ma a Geng, 46 anni, interessava anche la politica e si era segnalata per aver appoggiato pubblicamente il professore universitario Xu Zhangrun, finito in carcere l'anno scorso dopo aver criticato Xi Jinping. La businesswoman è comparsa martedì davanti a una corte di Pechino assieme al marito e ad alcuni manager del suo gruppo editoriale. Erano tutti in carcere da settembre. Il tribunale era presidiato dalla polizia, schierata con una dozzina di camionette. Alcuni attivisti liberali amici di Geng hanno riferito di aver ricevuto l'ordine di stare alla larga. Strana procedura di sicurezza per un semplice processo su «illeciti commerciali». Strano anche che il tribunale avesse deciso di trasmettere in diretta l'udienza sul suo sito web, salvo poi rimuovere il link quando aveva raggiunto 80 mila contatti. Secondo gli amici di Geng, le autorità volevano mandare un segnale ai dissidenti, ma poi si sono preoccupate dal numero dei contatti. Geng Xiaonan si è dichiarata colpevole di irregolarità connesse con la pubblicazione di 200 mila copie di libri, ha chiesto clemenza per il marito e i suoi dipendenti, dicendo che avevano solo eseguito le sue direttive. Il marito è stato condannato a due anni e mezzo, con sospensione della pena. La signora era nota nell'ambiente culturale di Pechino, era in buoni rapporti con ex funzionari e intellettuali. Attivismo tollerato per anni, fino a quando ha espresso solidarietà per Xu Zhangrun, docente di diritto costituzionale alla prestigiosa università Tsinghua di Pechino, che nel 2018 aveva scritto contro il culto della personalità costruito intorno a Xi, quando era passato l'emendamento costituzionale che permette al leader del Partito-Stato di restare presidente a vita (se lo vorrà e la salute continuerà a sostenerlo). Xu aveva commentato in modo critico anche gli investimenti multimiliardari della Cina in Africa, osservando che quei fondi sarebbero stati meglio spesi nella pubblica istruzione in Cina. Nel 2019 il professore era stato sospeso dall'insegnamento; nel luglio del 2020 era stato arrestato con l'accusa di sfruttamento della prostituzione, che sarebbe stato commesso non a Pechino dove vive, ma nella lontana città di Chengdu. Una settimana in carcere, notizia passata alla stampa statale. Compiuta l'operazione di screditamento, Xu era stato rilasciato. Più facile accusare gli avversari per pratiche commerciali e rapporti sessuali a pagamento, piuttosto che per reati di pensiero facendone delle vittime della repressione.

Antonio Fatiguso per l'ANSA il 29 dicembre 2020. A quasi un anno dallo scoppio della crisi del Covid-19, Zhang Zhan, ex avvocato diventata giornalista-cittadina, è stata condannata a 4 anni di carcere per la copertura in diretta fatta da Wuhan, l'epicentro dell'epidemia in Cina trasformatasi in pochi mesi in pandemia. La sentenza del tribunale di Shanghai, maturata dopo una breve udienza, ha motivato la colpevolezza per aver "raccolto litigi e provocato problemi" in scia alla segnalazione dei fatti iniziali dell'emergenza quando, nella città dove il letale coronavirus è stato individuato per la prima volta, si parlava di "polmonite misteriosa". I resoconti di Zhang, 37 anni, furono a febbraio seguitissimi e diventarono virali sui social media, attirando inevitabilmente l'attenzione delle autorità. Il controllo del flusso di informazioni durante la crisi sanitaria è stato fondamentale per consentire alle autorità cinesi di definire la narrativa degli eventi a proprio favore, malgrado le incertezze iniziali la cui denuncia ha provocato conseguenze per i loro autori. Su tutti, la sorte di Li Wenliang, il giovane medico che per primo lanciò inascoltato l'allarme sul virus che gli ricordava la Sars: fu fermato dalla polizia, minacciato, screditato prima di essere riabilitato e fatto tornare al lavoro, morendo poi a soli 34 anni per il contagio del virus. "Zhang Zhan sembrava devastata alla lettura della sentenza", ha riferito Ren Quanniu, uno dei legali della difesa della gionalista-cittadina, secondo i media locali, confermando la pena detentiva di quattro anni fuori dal Tribunale popolare di Shanghai Pudong. La donna, in arresto da maggio, è in condizioni di salute preoccupanti a causa dello sciopero della fame iniziato a giugno e che ha portato all'alimentazione forzata tramite un sondino nasale. "Quando sono andata a trovarla la scorsa settimana ha detto: 'Se mi danno una condanna pesante, rifiuterò il cibo fino alla fine'... Pensa che morirà in prigione", ha aggiunto Ren. "È un metodo estremo per protestare contro questa società e questo ambiente". La condanna è maturata a poche settimane dall'arrivo in Cina del team internazionale di esperti dell'Oms per indagare sulle origini del Covid-19. Zhang è stata critica nei confronti della risposta messa in campo a Wuhan dal governo centrale, scrivendo a febbraio che il governo "non ha fornito alla gente tutte le informazioni sufficienti, quindi ha semplicemente bloccato la città (il lockdown di fine gennaio, ndr). Questa è una grande violazione dei diritti umani". Zhang è stata la prima ad avere avuto un processo nel gruppo dei 4 giornalisti cittadini - Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua -, detenuti dalle autorità all'inizio dell'anno per aver scritto degli eventi di Wuhan. Anche i gruppi per i diritti umani hanno richiamato l'attenzione sul caso di Zhang. Le autorità "vogliono usare il suo caso come esempio per spaventare altri dissidenti dal sollevare domande sulla situazione pandemica a Wuhan all'inizio di quest'anno", ha commentato Leo Lan, consulente di ricerca e difesa della Ong cinese per i difensori dei diritti umani, denunciando un gioco altamente rischioso.

·        Quei razzisti come i birmani.

(ANSA-AFP il 6 dicembre 2021) - Il Nobel per la pace e politica birmana Aung San Suu Kyi è stata condannata da un tribunale del Myanmar a 4 anni di prigione per le accuse di incitamento al dissenso contro i militari e violazione delle misure anti Covid. Lo ha annunciato un portavoce della giunta militare. Suu Kyi "è stata condannata a due anni di reclusione ai sensi della sezione 505(b) e a due anni di reclusione ai sensi della legge sui disastri naturali", ha detto il portavoce della giunta Zaw Min Tun. Oltre a San Suu Kyi è stato condannato a quattro anni con le stesse accuse l'ex presidente Win Myint. Il portavoce della giunta ha precisato che i due ex leader per il momento non saranno trasferiti in carcere. "Affronteranno altre accuse dai luoghi in cui si trovano ora" nella capitale Naypyidaw, ha aggiunto senza fornire ulteriori dettagli. La 76enne Suu Kyi è detenuta dal golpe dei generali lo scorso primo febbraio. Da allora la giunta ha accusato la premio Nobel di una sfilza di presunti reati, tra cui violazione della legge sui segreti ufficiali, corruzione e brogli elettorali. Rischia, se dovesse essere condannata in via definitiva, decenni di carcere. Tutta la stampa è stata bandita dai processi e di recente ai suoi avvocati è stato impedito di parlare con i giornalisti. Secondo un gruppo di monitoraggio locale, più di 1.300 persone sono state uccise e oltre 10.000 arrestate nella repressione del dissenso seguita al colpo di stato. 

Da "il Messaggero" il 7 dicembre 2021. Quattro anni di reclusione per due accuse farsesche in un processo a porte chiuse, a cui è scontato che seguiranno altre condanne: Aung San Suu Kyi, solo dieci mesi fa a capo di una Birmania avviata su un'imperfetta strada verso la democrazia, è da oggi una criminale per i militari che l'hanno deposta. E che ora sono chiaramente intenti a eliminarla politicamente, con l'obiettivo di cementare la presa del potere del generale Min Aung Hlaing. Suu Kyi, 76 anni, è stata condannata per violazione delle misure anti Covid e incitamento al dissenso assieme al fidato Win Myint, ex presidente mentre lei era di fatto la leader del Paese.

LE ACCUSE I due capi di imputazione sono solo i primi degli undici totali a cui deve far fronte il premio Nobel per la pace: le accuse vanno dalla corruzione alla rivelazione di segreti di stato, e persino l'importazione illegale di walkie talkie. Cumulando le possibili pene, si superano i potenziali cento anni di reclusione, malgrado la giunta abbia dimezzato a due anni la condanna di ieri. La comunità internazionale - a parte Cina e Russia - ha reagito con sdegno. L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha parlato di «processo truccato» e di sentenza «motivata politicamente». Non è chiaro dove Suu Kyi dovrà scontare la condanna, anche se la giunta militare ha rassicurato che non sarà un carcere. Dal colpo di stato del primo febbraio è detenuta in una residenza segreta nella capitale Naypyidaw È una situazione molto diversa dai complessivi 15 anni agli arresti domiciliari dai quali Suu Kyi fu rilasciata nel 2010: all'epoca era nella sua villa a Yangon, a volte vedeva ambasciatori o compariva nel giardino. Ora, specie partendo da leader di un partito che ha trionfato nelle due elezioni libere dalla fine della dittatura, la rimozione di Suu Kyi dalla scena è più drastica e fa trasparire la risolutezza della giunta nell'eliminare una volta per tutte l'icona del popolo. E mentre tutti gli occhi sono puntati su di lei, i Rohingya fanno causa a Facebook per 150 miliardi di sterline per il genocidio in Myanmar. L'accusa: non ha prevenuto l'incitamento alla violenza. 

Rohingya, causa a Facebook per 150 miliardi di dollari: favoriva l’incitamento all'odio in Myanmar. Riccardo Lichene su Il Corriere della Sera il 7 dicembre 2021. Colpevole di non aver investito in moderatori e fact checker che parlassero le lingue locali, Facebook è stato una piattaforma di diffusione dell’incitamento all’odio contro la minoranza etnica musulmana del Myanmar. Decine di rifugiati Rohingya hanno fatto causa a Facebook nel Regno Unito e negli Stati Uniti accusando il gigante dei social media di aver consentito la diffusione dell'incitamento all'odio contro di loro. Chiedono più di 150 miliardi di dollari di risarcimento, sostenendo che le piattaforme di Facebook hanno promosso la violenza contro di loro, una minoranza perseguitata dal regime militare al potere in Myanmar. Si stima che nel 2017 circa 10mila musulmani Rohingya siano stati uccisi durante la repressione militare nel Paese a maggioranza buddista. Facebook, ora Meta, non ha risposto immediatamente alle accuse.

Azioni legali forti

L'azienda è accusata di «aver continuato per anni a diffondere informazioni odiose e pericolose». Nel Regno Unito, uno studio legale britannico che rappresenta alcuni dei rifugiati ha scritto una lettera a Facebook, in cui elenca le colpe di Meta nella gestione della crisi: «Gli algoritmi di Facebook hanno amplificato l'incitamento all'odio contro il popolo Rohingya. L'azienda non ha investito in moderatori e in esperti di fact checking che conoscessero la situazione politica in Myanmar. La società non è riuscita a rimuovere i post o a cancellare gli account che incitavano alla violenza contro i Rohingya. E infine non è riuscita a compiere azioni appropriate e tempestive nonostante gli avvertimenti di no profit e media». Negli Stati Uniti gli avvocati hanno presentato una denuncia contro Facebook a San Francisco, accusandolo di essere «disposto a scambiare le vite del popolo Rohingya per una migliore penetrazione del mercato in un piccolo paese del sud-est asiatico». Nella denuncia vengono citati post di Facebook, apparsi in un'indagine dell'agenzia stampa Reuters, tra cui uno del 2013 in cui si legge: «Dobbiamo combatterli come Hitler ha fatto con gli ebrei».

Una "svista" gravissima

Facebook ha più di 20 milioni di utenti in Myanmar e per molti di loro il social media è il principale o unico canale di fruizione o condivisione di notizie. Facebook ha ammesso nel 2018 di non aver fatto abbastanza per prevenire l'incitamento alla violenza e l'incitamento all'odio contro i Rohingya. Dopo l'ammissione, Menlo Park ha commissionato un rapporto indipendente che affermava che la piattaforma aveva creato un «ambiente favorevole per la proliferazione degli abusi dei diritti umani». Nonostante la sua popolarità, l'azienda non ha compreso appieno cosa stesse accadendo sulla propria piattaforma perché non stava moderando attivamente i contenuti nelle lingue locali come il Birmano e il Rakhine. Se lo avesse fatto, avrebbe notato il proliferarsi dei discorsi di odio anti-musulmano e della disinformazione sui presunti complotti terroristici dei Rohingya. Gli analisti affermano che questa noncuranza ha contribuito ad alimentare le tensioni etniche che sono poi sfociate in brutali violenze. Mark Zuckerberg ha ammesso personalmente di aver commesso degli errori nel periodo che ha preceduto le repressioni.

La storia dei Rohingya e le colpe di Facebook

I Rohingya sono visti come migranti illegali in Myanmar e sono stati discriminati dal governo e dall'opinione pubblica per decenni. Nel 2017 l'esercito del Myanmar ha lanciato una violenta repressione nello stato di Rakhine dopo che alcuni militanti Rohingya hanno attaccato alcune postazioni di polizia causando delle vittime. Migliaia di persone sono morte e più di 700mila Rohingya sono fuggiti nel vicino Bangladesh. Vi sono anche diffuse accuse di violazioni dei diritti umani, tra cui uccisioni arbitrarie, stupri e incendi. Nel 2018, le Nazioni Unite hanno accusato Facebook di essere «lento e inefficace nella sua risposta alla diffusione dell'odio online». Secondo la legge degli Stati Uniti Facebook non è responsabile dei contenuti pubblicati dai suoi utenti. Tuttavia, la nuova causa sostiene che la legge del Myanmar, che non ha tali tutele, dovrebbe prevalere. Quello che rende questa causa particolarmente interessante è che Facebook non sta negando che avrebbe potuto fare di più. Questa causa potrebbe avere dei risultati concreti anche se, purtroppo, è improbabile. Mentre la sua società madre, Meta, cerca di attirare tutta l'attenzione su di sé, Facebook rimarrà ancora a lungo perseguitato dagli errori del passato.

San Suu Kyi condannata a 4 anni di prigione. L'Onu: "Processo truccato, così stop al dialogo". Fabio Polese su Il Giornale il 7 dicembre 2021. L'ex leader del Myanmar Aung San Suu Kyi è stata condannata a quattro anni di carcere, poi secondo quanto riportato dalla Tv statale ridotti a due da Min Aung Hlaing, il capo della giunta militare al potere dal colpo di Stato del primo febbraio scorso. La sentenza è stata pronunciata nella mattinata di ieri in un tribunale di Naypyidaw, la capitale del Paese. La donna è stata giudicata colpevole di «incitamento al disordine» e di aver «violato le restrizioni sul Coronavirus» durante la campagna elettorale. Con le stesse accuse, assieme a lei, è stato condannato anche l'ex presidente Win Myint. «La condanna non solo nega la libertà alla premio Nobel per la pace, ma chiude la porta al dialogo», ha dichiarato Michelle Bachelet, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. «In un processo truccato con una procedura segreta in un tribunale controllato dai militari non è altro che motivata politicamente», ha aggiunto. Le condanne arrivate ieri alla Suu Kyi potrebbero essere solo le prime di una lunga serie. Su di lei, infatti, pendono altri dieci capi d'accusa, che vanno dall'abuso di potere, alla violazione dei segreti di Stato, fino al possesso illegale di walkie-talkie e corruzione. Se ritenuta colpevole, la leader della National League for Democracy (Nld), il partito vincitore delle ultime elezioni, rischia fino a 104 anni di reclusione. Suu Kyi, 76 anni, 15 dei quali passati agli arresti domiciliari tra il 1989 e il 2010, è tenuta in un luogo sconosciuto nella capitale dall'alba del primo febbraio e non è chiaro se sarà subito trasferita in carcere. In questi mesi non le è stato consentito di comunicare con il mondo esterno e le notizie sul processo sono state molto limitate, poiché la giunta ha vietato ai suoi avvocati di parlare con la stampa. Dopo il colpo di Stato, centinaia di migliaia di persone sono scese per le strade del Paese per manifestare contro i militari e per chiedere la liberazione di Suu Kyi e degli altri politici arrestati. Le proteste, come è consuetudine in questa parte del Mondo, sono state represse nel sangue. Fino ad oggi, secondo quanto riporta l'associazione non governativa Assistance Association for Political Prisoners, sono state uccise 1300 persone e oltre 10mila sono state arrestate. Ma la repressione non ha fermato il dissenso. Le proteste pacifiche negli ultimi mesi sono cessate solo per dare spazio ai gruppi armati di autodifesa popolare addestrati dagli eserciti etnici che combattono da decenni per uno Stato federale e appoggiati dal governo ombra, il National Unity Government (Nug), che stanno compiendo quotidianamente azioni di guerriglia in molte zone del Myanmar. Intanto, mentre l'economia del Paese sta andando a rotoli e il livello di povertà della popolazione sta aumentando vertiginosamente, dopo le condanne di ieri, c'è il rischio che la situazione si infuochi sempre di più. E potrebbe portare presto ad una vera e propria guerra civile.

Dura la condanna della comunità internazionale. Aung San Suu Kyi, la scure dei militari contro il premio Nobel birmano: condanna a 2 anni “per istigazione al dissenso”. Redazione su Il Riformista il 6 Dicembre 2021. La giunta militare del Myanmar ha deciso di concedere una “grazia parziale”, riducendo da quattro a due anni la condanna inflitta al Nobel per la pace birmano Aung San Suu Kyi. Questa mattina, il tribunale speciale a Naypyidaw aveva condannato a quattro anni di carcere Suu Kyi, ritenuta responsabile del reato di incitamento al dissenso contro i militari e violazione delle restrizioni Covid-19 durante un comizio elettorale, organizzato in occasione del voto dello scorso 8 novembre. Anche per l’ex presidente birmano, Win Myint, è stata dimezzata anche la pena: Myint aveva ricevuto la stessa condanna di Suu Kyi. La pena comminata questa mattina alla Nobel per la pace e politica birmana si aggiunge alle altre condanne inflitte alla leader democratica, dopo il golpe militare dello scorso 1° febbraio. L’udienza del tribunale speciale a Naypyidaw si è svolta a porte chiuse. I giornalisti non hanno potuto assistere ai procedimenti del tribunale speciale nella capitale, e agli avvocati di Suu Kyi è stato vietato di parlare con i media. Il governo di unità nazionale di Myanmar, costituito in contrapposizione alla giunta militare golpista da forze politiche democratiche del Paese, denuncia come “illegittima” la condanna nei confronti della leader democratica. “Tutte le accuse del regime golpista riguardo questioni politiche sono state nulle sin dall’inizio e pertanto le sentenze dei tribunali su queste accuse sono assolutamente illegittime”, ha affermato il ministro della Giustizia del governo di unità nazionale, Thein Oo, citato dal sito di notizie Myanmar Now.

Fino a 120 anni di prigione

Dal giorno del colpo di stato militare, oltre 1.300 persone sono state uccise e più di 10mila arrestate nel corso di una drastica repressione del dissenso secondo le stime di una Ong locale che tiene i conti sulla base di testimonianze e denunce degli oppositori.

L’ex consigliera di Stato fronteggia diverse accuse e non si escludono ulteriori imputazioni, che potrebbero costarle pene detentive per un totale di oltre un secolo. La scorsa settimana, Aung San Suu Kyi è stata condannata per il reato di corruzione, relativo al nolo e al successivo acquisto di un elicottero tramite fondi pubblici, e per il reato di violazione di un codice sui segreti di Stato risalente all’epoca coloniale.

Il mese scorso l’ex consigliera di Stato è stata incriminata con l’accusa di frode in relazione alle elezioni de 2020. Assieme a Suu Kyi sono stati incriminati per il medesimo reato altri 15 ex funzionari, incluso l’ex presidente Win Myint e il presidente della commissione elettorale. Suu Kyi si trova agli arresti domiciliari dal giorno del golpe, e sul suo capo il governo militare ha post una lunga lista di capi di imputazione, inclusa l’accusa di aver importato illegalmente walkie talkie, sedizione e corruzione. Con la detenzione dell 76enne Aung San Suu Kyi è stata posta la parola fine alla breve parentesi democratica del Myanmar.

La risposta della comunità internazionale

Dura la condanna da parte della comunutà internazionale. Il governo britannico ha fortemente criticato il nuovo reato imputato alla Nobel per la Pace: “Un altro spaventoso tentativo del regime militare di soffocare l’opposizione e sopprimere la libertà e la democrazia”, afferma la ministra degli Esteri, Liz Truss, in una nota diffusa dal Foreign Office. E si legge ancora: “Il Regno Unito chiede al regime di rilasciare i prigionieri politici, impegnarsi nel dialogo e consentire un ritorno alla democrazia. La detenzione arbitraria di politici eletti rischia solo di creare ulteriori disordini”. Anche l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, si è unita al coro di critiche contro la giunta birmana. “La condanna a seguito di un processo farsa davanti a un tribunale controllato dai militari non è altro che una sentenza motivata politicamente”, ha denunciato Bachelet, che ritiene che questa condanna non solo neghi “la libertà” alla premio Nobel per a pace ma “chiude la porta al dialogo”. Per il segretario di Stato americano Antony Blinken la condanna inflitta al Nobel per la pace è “un affronto alla giustizia. “L’ingiusta condanna di Aung San Suu Kyi da parte del regime militare birmano e la repressione di altri funzionari democraticamente eletti sono un ulteriore affronto alla democrazia e alla giustizia in Myanmar. Il continuo disprezzo del regime per lo stato di diritto e il suo uso diffuso della violenza contro il popolo birmano sottolineano l’urgenza di ripristinare il percorso del Myanmar verso la democrazia”, si legge in un comunicato del dipartimento di Stato Usa. Washington, inoltre, ha fatto appello al rilascio dei detenuti politici e al dialogo e ha ribadito il suo sostegno al popolo birmano. “Esortiamo il regime a rilasciare Aung San Suu Kyi e tutti coloro che sono stati ingiustamente detenuti, compresi altri funzionari democraticamente eletti. Ribadiamo la nostra richiesta al regime di impegnarsi in un dialogo costruttivo con tutte le parti per cercare una soluzione pacifica nell’interesse del popolo, come concordato nel consenso in cinque punti dell’Asean”, prosegue il capo della diplomazia statunitense.

Anche il comitato che assegna il Premio Nobel per la pace ha espresso “inquietudine” per la condanna dell’ex leader birmana Suu Kyi, al termine di un processo definito “poco credibile”. La presidente del comitato norvegese Berit Reiss-Andersen si è detta “preoccupata per ciò che significa questa reclusione per il futuro della democrazia in Birmania”. Temendo anche i “costi personali per una lunga pena detentiva” che rischia di pagare la vincitrice del premio nel 1991.

Il rischio di guerra totale con tutte le etnie armate. Karen, Kachin, Arakan: i gruppi guerriglieri scendono in campo contro l'esercito golpista. Fabio Polese - Dom, 11/04/2021 - su Il Giornale. Bangkok. Ora internet ci sta facendo vedere in presa diretta la brutalità dell'esercito contro la popolazione. Spari sulla folla, uccisioni di bambini, arresti di massa, sparizioni e torture. La potenza dei social ci ha messo di fronte a una realtà che, però, non è certo nuova nel Myanmar governato dai generali. Lo spargimento di sangue è un modus operandi ben consolidato dal Tatmadaw l'esercito della ex Birmania che ha ripreso ufficialmente il potere con il golpe del primo febbraio. Ma che in realtà non l'hai mai perso, nonostante la vittoria alle elezioni della National League for Democracy (Nld) e la conseguente apertura occidentale. Il Myanmar è teatro di conflitti e violenze infinite. Il Paese, infatti, è composto da un centinaio di etnie forzatamente inglobate durante il periodo coloniale inglese. Alla fine del secondo conflitto mondiale, con il «Trattato di Planglong», Aung San il presidente del Paese di allora e padre di Aung San Suu Kyi, aveva concordato con i capi delle più numerose popolazioni, la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale entro dieci anni. Ma l'accordo non è stato mai rispettato. Aung San è stato ucciso nel 1947 e il potere è passato alla spietata giunta militare che ha iniziato sistematiche violenze contro tutte le etnie. Da quel momento molte di loro hanno imbracciato le armi e combattono per uno Stato federale. E ora non solo potrebbero approfittare della situazione per cercare di ottenere quel sogno, ma potrebbero anche cambiare le sorti del Paese. In questi giorni il Kachin Independence Army (Kia), la guerriglia della popolazione Kachin, sta attaccando diverse basi del Tatmadaw e della polizia in risposta all'uso della forza contro i manifestanti. «Il nostro esercito ha iniziato ad attaccare gli avamposti birmani nello Stato Kachin dopo la richiesta di aiuto dei cittadini locali», racconta al Giornale Brang Hkangda, uno dei reporter di Kachinland News, testata vicina al Kachin Independence Organisation (Kio), l'ala politica del Kia. «I vari leader dei gruppi etnici sono in contatto e non sono da escludere azioni coordinate in futuro». Intanto più a Sud è guerra. Nello Stato Karen i caccia del Tatmadaw hanno bombardato i villaggi civili centrando anche diverse scuole e costringendo oltre 15mila persone alla fuga. Molti si sono rifugiati nella fitta vegetazione della giungla, altri hanno attraversato il fiume Salween e sono arrivati in Thailandia. «Le truppe nemiche stanno avanzando anche via terra. Per questo non ci resta altra scelta che affrontare le gravi minacce per difendere il nostro territorio, il nostro popolo e il diritto all'autodeterminazione», ha dichiarato la 5° Brigata del Karen National Liberation Army (Knla) guidata dal comandante Baw Kyaw, soprannominato «la Tigre». La risposta dell'esercito è arrivata dopo che il gruppo ribelle ha conquistato diverse basi militari birmane e ha dato rifugio a molti dissidenti fuggiti dalle violenze dei generali. «Siamo pronti a combattere», ci dice un ufficiale della Karen National Defence Organization il più antico gruppo ribelle della regione Karen che ha voluto mantenere l'anonimato. «Bisogna farlo adesso e approfittare di questa situazione o non lo faremo mai più», aggiunge. «Appoggiamo il movimento di disobbedienza civile contro il golpe, l'abolizione della Costituzione del 2008 e la liberazione dei detenuti politici, ma chiediamo anche l'istituzione di una vera democrazia federale, il riconoscimento dei diritti all'autodeterminazione dei popoli etnici e la fine del conflitto politico e armato per vivere in pace nella nostra terra», ci spiega Hsa Moo, uno dei responsabili del Karen Environmental and Social Action Network, un'associazione che tutela l'ambiente e i diritti degli indigeni. La «Brotherhood Alliance», che comprende i gruppi armati dell'Arakan Army (Aa), il Ta'ang National Liberation Army (Tnla) e il Myanmar National Democratic Alliance Army (Mndaa), ha annunciato che si unirà alla rivolta se le forze di sicurezza non cesseranno immediatamente gli attacchi contro i civili. L'Aa è una delle principali milizie etniche nell'irrequieto Stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, che nei mesi scorsi ha tenuto sotto scacco i militari birmani compiendo attacchi sorprendenti anche in ambienti urbani. «La brutale repressione contro i civili nel 1988 e nel 2007 ha già allontanato la maggior parte dei Bamar (l'etnia maggioritaria, ndr) dalle forze armate e credo che la violenza commessa oggi dal Tatmadaw rischia di recidere radicalmente il legame che un tempo univa l'esercito alla popolazione birmana», dice Jean-Luc Delle, presidente del Center for Research on the Karens di Parigi. «La situazione attuale può certamente aiutare le minoranze a portare avanti le loro richieste. I Karen, i Kachin, gli Arakan e le altre etnie appaiono ora ai birmani come alleati e quasi amici. Tra l'élite Bamar il principio di un'unione federale è ormai ampiamente accettato e questo è un vero progresso che può anche portare i suoi frutti dopo un eventuale cambio di regime», conclude l'esperto. La strada è ancora lunga. Ma la componente etnica in Myanmar, se coordinata, potrebbe davvero mettere in seria difficoltà i generali birmani e cambiare il futuro del Paese.

Myanmar, strage infinita Cento morti in un giorno e proiettili contro i bimbi. L'esercito spara sulla folla, una delle vittime ha solo 5 anni. Un neonato ferito a un occhio. Fabio Polese - Dom, 28/03/2021 - su Il Giornale. Bangkok - Una strage annunciata. Venerdì la televisione di Stato aveva messo in guardia i manifestanti della possibilità di essere «colpiti alla testa e alla schiena». Ma nonostante la minaccia dell'esercito, centinaia di migliaia di persone sono scese nelle strade di tutto il Myanmar per protestare contro il golpe militare del primo febbraio. È stato l'ennesimo bagno di sangue. Le forze di sicurezza hanno ucciso più di 100 persone in diverse città del Paese. Il massacro è avvenuto a Yangon, Mandalay, Sagaing, Lashio, Bago e in altre località. Tra le vittime ci sarebbero anche quattro bambini di età compresa tra 5 e 15 anni. Le stime rilasciate quotidianamente dall'Assistance Association for Political Prisoners parlano di oltre 400 morti dall'inizio delle violenze. Ma secondo fonti raccolte dal Giornale nei giorni scorsi, le vittime sarebbero molte di più, soprattutto nelle zone etniche. In un video catturato da una telecamera di sicurezza e postato sui social, si vedono alcuni militari a bordo di due pick-up sparare contro un motorino che sta percorrendo una strada deserta, presumibilmente lontano dalle proteste. Una persona viene centrata e rimane a terra, altre due riescono a scappare via a piedi. Poco dopo gli uomini del Tatmadaw l'esercito birmano caricano in macchina il ferito e ripartono. Un'altra ripresa mostra una giovane ragazza in moto mentre si schianta senza vita dopo essere stata freddata da un proiettile. In altre immagini viene immortalato un uomo disperato che tiene tra le braccia il cadavere del figlio. Il comune denominatore di tutti i filmati pubblicati in rete è la ferocia dei militari, che senza nessuna pietà stanno compiendo l'ennesima carneficina di civili in un Paese già martoriato da decenni di conflitti e violenze. Il pugno duro dell'esercito verso i manifestanti, che da ormai quasi due mesi occupano le piazze del Myanmar, stanno continuando nonostante la condanna della comunità internazionale. L'Unione Europea, che nei giorni scorsi ha emesso sanzioni contro i leader dell'esercito, ha dichiarato che «le uccisioni di civili disarmati, compresi bambini, sono atti indifendibili». Anche Thomas Vajda, ambasciatore Usa a Yangon, ha attaccato i militari per il massacro di ieri. «Questo spargimento di sangue è orribile», ha detto. «Il popolo del Myanmar ha parlato chiaramente: non vuole vivere sotto il governo militare», ha aggiunto. Le violenze di ieri sono arrivate mentre a Naypyitaw sfilavano i carri armati del Tatmadaw, in occasione della «Giornata delle Forze Armate», che commemora l'inizio della resistenza all'occupazione giapponese nel 1945 organizzata da Aung San, il padre di Aung San Suu Kyi. Alla parata ha partecipato Alexander Fomin, vice ministro della Difesa russo, dopo aver incontrato gli alti dirigenti della giunta venerdì scorso. Secondo quanto riferiscono i media locali, hanno presenziato alla celebrazione anche rappresentanti di Cina, India, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Laos e Thailandia. L'appoggio di Mosca e Pechino risulta fondamentale ai generali birmani, visto che i due Paese sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e possono bloccare eventuali azioni dell'Onu. Mentre la giornata di ieri è stata ribattezzata dagli oppositori al regime come «giorno del disonore e del terrore», il generale Min Aung Hlaing a capo del Paese dal colpo di Stato ha incredibilmente dichiarato che l'esercito sta cercando «di unire le forze con l'intera nazione per salvaguardare la democrazia».

Da "tg24.sky.it" il 4 marzo 2021. Proseguono senza sosta le proteste in Birmania. Ieri la repressione armata è sfociata in un bagno di sangue, il più grave dall'inizio delle manifestazioni: almeno 38 persone sono state uccise in diverse città nel Paese, dove la polizia fa fuoco su migliaia di persone disarmate che protestano contro il golpe, nonostante i molteplici appelli della comunità internazionale. Oggi i manifestanti anti golpe sono tornati nelle strade di diverse città della Birmania dopo le proteste di ieri costate la vita ad almeno 38 persone, il bilancio più pesante dal colpo di Stato dell'1 febbraio scorso. Le proteste continuano sia a Yangon e Mandalay, sia in altre città del Paese. Oggi si è tenuto il funerale di Kyal Sin, una ragazza 19enne uccisa a Mandalay dalle forze di sicurezza e la cerimonia è stata trasmessa in diretta su Facebook nonostante la giunta militare abbia vietato il social network nel Paese Finora le autorità hanno arrestato circa 1.700 persone, di cui 1.200 sono tutt'ora in carcere. Su Internet i birmani implorano il mondo di aiutarli contro il pugno di ferro del nuovo regime, mentre i militari continuano a reprimere la protesta con la violenza. Ieri gli agenti hanno sparato proiettili veri a Monywa, Mandalay e Myingyan, a volte senza il preavviso di lacrimogeni e proiettili di caucciù. Il bilancio delle vittime ieri è stato annunciato dall'inviato dell’Onu e arriva dopo un altro weekend di sangue, con almeno 18 morti. Molto tesa la situazione anche nel nord di Yangon, nel quartieri di North Okkalapa: dalla zona, a cui le forze di sicurezza hanno vietato l'accesso ai media, sono stati diffusi video di guerriglia urbana, con barricate di fortuna date alle fiamme dalla polizia e foto di giovani uccisi con colpi alla testa. Con il Paese chiuso ai giornalisti stranieri anche per l'emergenza Covid, i birmani si appellano al mondo rilanciando sui social post disperati. Video di feriti trascinati dai poliziotti, un filmato in cui si vedono agenti picchiare il personale medico fatto uscire da un'ambulanza che trasportava feriti. Una 19enne di Mandalay è stata trafitta da un proiettile al collo, mentre indossava una maglietta con scritto “Andrà tutto bene”. Ai morti si aggiungono le centinaia di arresti. Sono stati presi di mira anche i giornalisti, con almeno sei in detenzione per reati che vanno dalla diffusione di informazioni false all'incitamento di dipendenti pubblici alla disobbedienza. A Yangon è stato riportato che ai posti di blocco gli agenti costringono gli automobilisti a fargli vedere i loro post su Facebook; se vengono trovati messaggi che simpatizzano con le proteste, scatta l’arresto. Il generale golpista Min Aung Hlaing si è dimostrato finora sordo a qualsiasi appello internazionale, sia a fermare la violenza sia a liberare i politici detenuti, a partire da una Aung San Suu Kyi, tenuta prigioniera con quattro capi di imputazione. Ieri è stato Papa Francesco a lanciare un appello al mondo "affinché le aspirazioni del popolo del Myanmar non siano soffocate dalla violenza". Anche le minacce di sanzioni da parte di Stati Uniti e Unione europea sono state finora inutili. Ad oggi si contano almeno 54 morti e 1.700 arrestati per le proteste dal giorno del golpe. A fornire il dato sono le Nazioni Unite che hanno lanciato un appello: l'esercito deve smettere di "assassinare" i manifestanti.

Colpo di Stato in Myanmar, Aung San Suu Kyi arrestata dai militari. L'appello della Lady: "Non vi piegate". La Repubblica il 31 gennaio 2021. La mossa è arrivata dopo giorni di crescente tensione tra il governo e l'esercito che contestava la regolarità delle elezioni. I militari annunciano un nuovo voto "libero ed equo". Stato d'emergenza per un anno. La condanna di Usa, Ue e Onu. Più cauta la Cina che invita a "salvaguardare la stabilità politica e sociale".  Colpo di Stato in Myanmar. La leader Aung San Suu Kyi, vincitrice delle ultime elezioni, e altri alti esponenti del partito al governo sono stati arrestati in un raid: lo ha comunicato il portavoce della Lega nazionale per la democrazia al governo. La mossa è arrivata dopo giorni di crescente tensione tra il governo civile e le potenti forze armate che ha suscitato timori di un colpo di Stato all'indomani di un'elezione che secondo l'esercito era fraudolenta. L'ex generale Myint Swe, nominato presidente ad interim dall'esercito del Myanmar, ha dichiarato che il colpo di Stato militare che ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi è stato costituzionale. Lo si legge in un comunicato di Swe, vicepresidente del Myanmar, che ha assicurato il suo "pieno sostegno" al golpe. Swe ha sostenuto la tesi dell'esercito secondo cui San Suu Kyi avrebbe attuato frodi per vincere le ultime elezioni, un "tentativo di usurpare la sovranità statale tramite mezzi illegali" che ha reso quindi necessario al vicepresidente dichiarare lo stato d'emergenza e cedere tutto il potere al comandante in capo Min Aung Hlaing. I militari hanno promesso nuove elezioni libere ed eque nel solco della Costituzione. "Proteste di massa contro la frode elettorale sono iniziate in molte regioni del Paese", recita la nota diffusa dalla televisione birmana, "a tale proposito, viene dichiarato lo stato di emergenza in accordo con gli articoli 417 e 418 della Costituzione". L'esercito birmano ha annunciato l'imposizione di uno stato di emergenza per la durata di un anno. Nel frattempo, l'ex generale Myint Swe - uno dei due vicepresidenti - ricoprirà la carica di presidente ad interim. L'annuncio è stato dato dalla tv statale. Tutti i voli sono bloccati. Il portavoce Myo Nyunt ha detto al telefono a Reuters che la premio Nobel per la pace Suu Kyi, il presidente Win Myint e altri leader erano stati "catturati" nelle prime ore del mattino. "Voglio dire alla nostra gente di non rispondere in modo avventato e voglio che agiscano secondo la legge", ha detto, aggiungendo che anche lui si aspettava di essere arrestato. Le linee telefoniche per Naypyitaw, la capitale, non erano raggiungibili già dal mattino. Anche I media statali birmani (Mrtv) stanno avendo problemi tecnici e non sono in grado di trasmettere. "A causa delle attuali difficoltà di comunicazione, vorremmo informarvi rispettosamente che i programmi regolari di MRTV e Myyanmar Radio non possono essere trasmessi", hanno detto in un post sulla sua pagina Facebook Myanmar Radio and Television.

Suu Kyi al popolo: "Non piegatevi". Il partito di Suu Kyi ha fatto sapere che la stessa leader ha lanciato un appello al popolo affinché si opponga ai militari. "Esorto la popolazione a non accettarlo, a rispondere e a protestare con tutto il cuore contro il colpo di stato", ha affermato la premio Nobel per la pace in una dichiarazione diffusa dalla Lega Nazionale per la Democrazia.

Le reazioni. Immediata la condanna degli Stati Uniti che hanno avvertito il Myanmar di invertire la rotta, ha riferito una portavoce della Casa Bianca. "Gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi tentativo di alterare l'esito delle recenti elezioni o di impedire la transizione democratica del Myanmar, e prenderanno provvedimenti contro i responsabili se questi passi non saranno invertiti", ha detto in dichiarazione la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki, aggiungendo che il presidente Joe Biden è stato informato sulla situazione. Anche Il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres ha condannato "fermamente" il colpo di stato dell'esercito: "Questi sviluppi sono un duro colpo alle riforme democratiche in Birmania", ha aggiunto in una nota  Guterres. "Le elezioni generali dell'8 novembre 2020 danno un forte mandato alla Lega nazionale per la democrazia (Nld), riflettendo la chiara volontà del popolo birmano di continuare sulla strada conquistata a fatica della riforma democratica", ha detto. Di conseguenza, i leader militari sono chiamati "a rispettare la volontà del popolo birmano e ad aderire a standard democratici, ogni controversia deve essere risolta attraverso un dialogo pacifico", ha detto nella sua dichiarazione". Sulla stessa lunghezza d'onda l'Ue, che ha parlato a più voci (la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen; il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il capo della diplomazia, Josep Borrell).  "Condanno fermamente il colpo di stato in Birmania e chiedo ai militari di rilasciare tutti coloro che sono stati detenuti illegalmente durante i raid in tutto il paese. I risultati delle elezioni devono essere rispettati e il processo democratico deve essere ripristinato", ha scritto il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, su Twitter. "Il popolo del Myanmar vuole la democrazia. L'Ue è con loro", ha aggiunto il capo della diplomazia europea, Josep Borrell sullo stesso social network. Alle proteste dell'Ue si sono uniti  il Regno Unito, l'Australia, l'India. Dura anche la nota della Farnesina, che ha chiesto l'immediato rilascio di Aung San Suu Kyi e di tutti i leader politici arrestati. Più cauta la Cina che ha invitato a "salvaguardare la stabilità politica e sociale". Da Pechino nessun commento ulteriore, tantomeno sulla possibilità che il capo dell'esercito, Min Aung Hlaing, oggi al potere, abbia fatto riferimento a un possibile colpo di Stato il mese scorso, durante la visita nel Paese del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a metà gennaio.

Colpo di Stato in Myanmar, l'eccezionale testimonianza di un'oppositrice: "Occidente, aiutaci". Khin Aye su La Repubblica il 12 febbraio 2021. Le riunioni di hacker improvvisati per aggirare i blocchi imposti alla rete, la distribuzione dei pasti ai manifestanti, il coraggio dei più giovani e le paure della famiglie. Una giornalista birmana racconta la battaglia contro i generali per riportare in libertà Aung San Suu Kyi e il sogno di democrazia. Se mi presento con un altro nome non è per vigliaccheria. Certo, ho paura come tutti, perché i militari del mio paese hanno già dimostrato di essere pronti a uccidere anche stavolta, e una ragazza sta ancora lottando tra la vita e la morte nella nuova capitale Naypyidaw dove è stata colpita alla testa da un proiettile. Ma le mie ragioni sono altre. La mia famiglia ha sofferto già troppo durante gli anni della dittatura che noi chiamiamo l’Era Oscura, e non voglio dare altro dolore ai miei genitori, a mio padre che ha passato sette anni in prigione sotto inaudite torture psicologiche e fisiche per conquistare lo sprazzo di libertà che ha permesso alla Lega della democrazia e a Daw Aung San Suu Kyi di conquistare decine di milioni di voti. E a me di diventare una giornalista, oltre che un’attivista dei diritti umani. La mattina del golpe, quando i colleghi hanno preso a chiamarmi per dirmi quello che era successo, sono andata a casa dei miei col cuore in gola e vedendo la loro disperazione ho promesso di stare attenta, anche se non mi hanno chiesto niente. In questi ultimi cinque anni di governo avevamo più volte parlato a casa del modo poco trasparente e coerente con il quale Amay (madre) Suu sembrava distorcere la sua stessa idea di democrazia. Ma da 11 giorni giro in lungo e largo Yangon per documentare uno straordinario e – sinceramente – per me inaspettato movimento che qui chiamiamo in sigla CDM, della disobbedienza civile, una rivolta vera e propria che sta ormai dilagando ovunque. E mi sono detta: chi sono io per giudicare il loro modo di amare il paese e l’idea di libertà per quanto imperfetta che ha trasmesso la nostra leader oggi di nuovo agli arresti? E’ come se avessi scoperto solo adesso che Daw Suu Kyi non avrà lasciato eredi della sua politica con nome e cognome, ma queste miriadi di persone hanno la forza d’animo e la determinazione di dire in suo onore e una volta per tutte basta alla dittatura dei militari. E’ un pubblico ben più vasto dell’élite di intellettuali alla quale bene o male io stessa appartengo. Il primo giorno, non sapevo che fare. Cercavo di connettermi e di connettere tra loro colleghi e altri attivisti ma molte linee erano tagliate. Ci siano incontrati in ufficio e cercato di fare dei piani, e quando a mezzogiorno Internet è tornato quelli più tecnologicamente avanzati tra noi ci hanno insegnato come usare il Vpn e scegliere il migliore. Aiutandoci l’un l’altro abbiamo capito che la stessa cosa stava succedendo inevitabilmente in tutto il paese. E infatti come d’incanto si sono tutti organizzati, hanno portato acqua e cibo ai manifestanti, distribuito fiocchi rossi simboli della Lega, una cosa incredibile da immaginare solo poche ore prima. Ho visto e parlato con uomini, donne e soprattutto ragazzi che se ne fregano delle opinioni dei media internazionali e delle mie stesse idee critiche verso quel silenzio che ha accompagnato nel mio paese le persecuzioni dei Rohingya e di altre minoranze etniche, vittime delle stesse logiche di appropriazione delle terre e dei diritti dei 60 lunghi anni di dittatura. Ieri per esempio era il giorno di festa nazionale del popolo Karen e al mattino presto sono andata al Padonmar Park nel quartiere di Myaynigone perché avevano segnalato al mio giornale un raduno del cosiddetto movimento delle nazionalità etniche contro la dittatura. C’erano Karen, ma anche Bamar, cioè birmani come me, assieme a Kachin, Mon, Rakhine, Kachin, Shan, Wa, Naga, Ta'ang. Per decenni sono rimasti divisi per tante ragioni sociali e culturali, ma erano tutti lì, sotto la bandiera dei Karen che sventolava e gridavano tutti la stessa cosa: “Liberate Amay Suu”, “Abbasso i dittatori tadmadaw”, che è il nome dei soldati birmani guidati dal comandante golpista delle forze armate Min Aung Hlaing.  Da lì mi sono spostata su Pyidaungsu Road, dove una grande folla ha sfilato davanti all’ambasciata della Cina, accusata di sostenere il regime. Da giorni circolavano notizie di cinque aerei carichi di tecnici informatici cinesi atterrati a Yangon per aiutare i militari ad applicare una nuova legge di “sicurezza informatica” dei dittatori, che intendono impedire alla gente di comunicare e organizzare la miriade di manifestazioni che continuano a tenersi in tutto il paese. A poco è servita la smentita ufficiale cinese, secondo la quale gli unici voli erano stati regolari cargo di merci come frutti di mare. “Non sostenete i dittatori, sostenete il Myanmar” dicevano molti dei cartelli che erano scritti anche in inglese. Negli slogan c’era il sarcasmo e l’ironia in qualche modo influenzata da quella dei giovani studenti thailandesi che ora, chissà forse entusiasmati dal coraggio dei coetanei birmani, hanno ripreso a sfilare a Bangkok contro i loro despoti. Come loro anche i nostri giovani e perfino gli anziani sfilano con le tre dita di Hunger games alzate. “Non ci date frutti di mare – diceva un altro slogan davanti all’ambasciata – ridateci Amay Suu”. Non so sinceramente che cosa stia davvero pensando la leadership comunista di fronte a tutto questo, se convenga a Pechino sostenere un regime militare che sta riportando nel paese tra i tanti fantasmi quello di un’ondata anti-cinese che nei decenni passati si manifestò violentemente lasciando dietro una scia di rancori mai sopiti. Penso che anche Xi Jinping sia di fronte a un bivio, considerando che in questi ultimi 5 anni ha più volte incontrato e trattato amichevolmente con Daw Suu. Certo se toglierà il supporto ai golpisti deviando dalla loro politica di non interferenza, il regime di Min Aung Hlaing avrà vita breve. Chi può escluderlo? Ma quante persone dovranno sacrificare la loro vita? C’è qualcosa altro che ferisce la mia gente quanto il timore di un nuovo supporto cinese ai generali. E’ la mancanza di azioni concrete degli altri paesi, non solo quelli asiatici poco democratici come il nostro, ma anche quelli occidentali. “E’ vero che solo la Nuova Zelanda ha ufficialmente rotto ogni rapporto diplomatico con il Myanmar?”, mi chiedeva un giovane studente, uno di quei cinque milioni di primi votanti che sono la base di questo movimento di disobbedienza civile. Mai come in questi 11 giorni ho parlato con tante persone sulla direzione presa dal precedente governo nella letale convivenza coi militari imposta dalla costituzione. Alle mie domande di scettica tutti mi hanno invitato a essere realista: adesso ci sono molte più infrastrutture di prima, strade dirette per destinazioni difficili da raggiungere in passato, molte nuove scuole, un servizio sanitario più efficiente, un più alto livello di istruzione. Il mio animo di attivista un po’ si ribella conoscendo aspetti di corruzione e di speculazione del sistema, ma tutti attorno a me sembrano considerare ogni ostacolo e mela marcia una cosa secondaria rispetto alla libertà conquistata. “Ora li possiamo criticare, e non ci mettono in prigione”, mi ripetono. Qualcuno mi ha perfino detto che i parlamentari della Lega “sono amichevoli”. Ai miei amici e colleghi che mi domandano se sono pentita di essere stata critica fino ad ora, rispondo di no, ho fatto la cosa giusta. Ma specialmente in momenti come questi, come giornalista e come attivista devo seguire ciò che sente la pubblica opinione. Non amo la Commissione elettorale accusata di frode dai militari, ma anche se non funziona non posso credere al partito dei militari Usdp che parla di frode, conoscendo ciò che l’esercito ha tentato di fare nei seggi senza successo. Per questo, indecisa fino all’ultimo anche io ho votato Nld, e come me quell’oceano di persone che oggi vogliono indietro Suu Kyi e non smetteranno di scendere in strada. Nonostante i pericoli e gli altri feriti delle ultime ore, c’è un clima di festa, “liberi dalla paura” come direbbe Daw Suu. Molti avranno visto le immagini delle ragazze vestite da principesse di Disney. Che dire? I giovani di Bangkok indossavano gli abiti di Harry Potter, qui l’immaginazione popolare è più semplice. A me questi ragazzi sembrano trasportati dallo stesso vento di vera democrazia dal basso che spira a Hong Kong e Bangkok, e che forse vedremo anche altrove. Ma intanto qui, nelle strade della mia Yangon, ho un flash che mi riporta indietro a quando ero ragazza anche io, e le strade venivano scarsamente illuminate, e i poliziotti del palazzo segnavano chiunque entrava dal cancello bussando alle porte di notte per controllare. Non sono la sola a voler tornare indietro e non mi sento vigliacca per non espormi come fanno altri nelle strade. E’ meglio che in questo momento lavori grazie alle mie nuove insospettabili abilità di hacker per la causa di tutti. Anche per i poliziotti costretti a seguire gli ordini che stanno abbandonando in numero consistente le loro caserme. Ma prima di chiudere un diario che non avrei mai voluto aprire, devo dire un’altra cosa importante a chi mi legge all’estero. In questo momento non possiamo essere sicuri se la Cina sta davvero sostenendo i militari o meno. Però l’Occidente non può fare finta di niente. In Myanmar è stato commesso un crimine punibile dal Tribunale internazionale di giustizia, perché è stata violata la stessa Costituzione scritta dai generali 13 anni fa. C’era scritto che solo il presidente può dichiarare lo stato di emergenza. Ma loro hanno arrestato il presidente, l’uomo scelto da Daw Suu, e ci hanno messo un soldato. Ora sparano sulla gente che aveva votato un partito che non gli piaceva. Forse non è un caso se anche i perseguitati Rohingya ci hanno mostrato solidarietà. Devo confessare una cosa. Ho scritto a una mia amica Rohingya e le ho chiesto perdono. “Ora sappiamo almeno un poco di ciò che avete sofferto voi”. (Testo raccolto da Raimondo Bultrini)

Sara Perria per lastampa.it il 6 febbraio 2021. Dopo giorni di disobbedienza civile e percussioni di pentole, questa mattina i birmani si sono riversati nelle strade della capitale commerciale Yangon. Poco dopo, i militari hanno imposto alle compagnie telefoniche di staccare internet. Le motivazioni ufficiali, spiegate in un comunicato dell’azienda Telenor, sono risibili: “circolazione di notizie false, stabilità della nazione e interesse pubblico.” Nei giorni scorsi si era cercato di ridimensionare l’accesso a Facebook, popolarissimo in tutto il Paese. Poi è stata la volta di Twitter, dove molti erano migrati condividendo video e foto delle proteste. Ieri i parlamentari eletti e censurati dai militari avevano anche deciso di sfidare il nuovo regime convocando un’assemblea virtuale su Zoom, poi riuscendo a postare il video online poco prima che internet venisse staccato. In molti temono che questo sia il preludio di un giro di vite contro i manifestanti, ma finora i militari sono stati cauti, puntando sul contenimento delle informazioni. Secondo il settimanale Frontier Myanmar, centinaia di giovani manifestanti in una delle arterie centrali di Yangon hanno cantato “pyithu ye”, la “polizia della gente”, nel tentativo di convincere la polizia a stare dalla loro parte. Una richiesta forse alimentata anche da foto che mostravano alcuni poliziotti birmani che di nascosto facevano il segno delle tre dita – già simbolo delle proteste in Thailandia, ora acquisito dai birmani. La parola d’ordine rimane manifestare pacificamente, secondo l’input della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi. Il partito della Lady, come la ex leader del governo civile viene chiamata, ha diffuso un comunicato ufficiale in cui chiede il supporto della comunità internazionale. Toni radicalmente diversi da quelli di qualche anno fa, quando si era creato un solco che si credeva incolmabile sulla questione Rohingya. “Aiutateci”, sono alcuni degli ultimi messaggi postati su internet da cittadini birmani di ogni provenienza sociale, mentre un numero ridotto di informazioni continua a circolare grazie a connessioni alternative. Intanto l’avvocato di Aung San Suu Kyi ha comunicato alla Reuters di non essere riuscito a parlare con la Lady, agli arresti domiciliari. Domani i manifestanti hanno già annunciato di voler tornare in strada. Secondo la AAPP, Associazione di Assistenza per Prigionieri Politici in Myanmar, sono state fino arrestate 152 persone, inclusi 18 attivisti.

(ANSA il 3 febbraio 2021.) La Cina ha bloccato una bozza di dichiarazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che condannava il colpo di Stato militare in Birmania. Secondo quanto riporta la Bbc, il Consiglio - che si è riunito ieri - non è riuscito a trovare un accordo su una dichiarazione congiunta a causa dell'opposizione di Pechino, che ha il diritto di veto come membro permanente dell'organismo. Durante la crisi dei Rohingya nel 2017, Pechino aveva bloccato qualsiasi iniziativa del Consiglio per tenere riunioni sulla Birmania o rilasciare dichiarazioni congiunte. La leader birmana Aung San Suu Kyi, arrestata nei giorni scorsi nell'ambito di un colpo di stato militare, è stata accusata di aver violato la legge sull'import-export. Lo rende noto il portavoce del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia. Un tribunale birmano "ha ordinato la detenzione provvisoria" di San Suu Kyi "per un periodo di 14 giorni, dal primo al 15 febbraio, con l'accusa di aver violato una legge sull'import-export". Lo scrive su Facebook Kyi Toe, portavoce della Lega nazionale per la democrazia (Lnd). I 14 giorni partono dunque dal giorno dell'arresto e del colpo di stato militare. L'ex presidente Win Myint è invece stato accusato per aver violato la legge sulla gestione delle catastrofi naturali, ha aggiunto il portavoce. I ministri degli Esteri del G7 si sono detti oggi "profondamente preoccupati" del colpo di Stato in Birmania ed hanno esortato i militari a porre fine "immediatamente" allo stato di emergenza nel Paese. È quanto si legge in un comunicato congiunto diffuso oggi da Londra. "Siamo profondamente preoccupati per la detenzione di leader politici e attivisti della società civile, tra cui il Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente Win Myint, e per l'attacco ai media", hanno affermato i ministri di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Giappone. "Chiediamo ai militari di porre immediatamente fine allo stato di emergenza, ristabilire il potere del governo democraticamente eletto, liberare tutti coloro che sono stati ingiustamente detenuti e rispettare i diritti umani e lo stato di diritto", conclude il comunicato.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 2 febbraio 2021. Il tempo ha fatto un salto indietro a Myanmar. Aung San Suu Kyi è tornata prigioniera dell'esercito, come lo fu per quindici anni, fino al 2010 quando finalmente i generali fecero un passo indietro, non per decenza ma per convenienza. I golpisti decisero di condividere il potere dopo che le loro giunte susseguitesi per cinquant'anni avevano fatto sprofondare il Paese nel sottosviluppo e nell'isolamento. Aprirono i cancelli della villa dove la signora era stata confinata dal 1989 e le permisero di parlare a una popolazione che la adorava, in quanto figlia di Aung San, l'eroe dell'indipendenza nazionale raggiunta nel 1948. Forse, la sintesi della sua vita, è in una frase della motivazione per il Nobel per la pace che le fu assegnato nel 1991: «Un esempio del potere di chi non ha potere». Guardando al suo viaggio tragico e tormentato, quel giudizio resta valido anche ora che l'icona (scolorita) della libertà ha 75 anni. Il padre fu assassinato nel 1948, quando ancora non aveva potuto esercitare il potere. La madre è stata ambasciatrice in India negli anni 60, quando il Paese era già retto da una dittatura militare, nominalmente socialista. Aung San Suu Kyi ha potuto avere una formazione cosmopolita: una prima laurea a New Delhi, la seconda a Oxford, poi un periodo di lavoro al Palazzo di Vetro dell'Onu; di nuovo in Inghilterra dove sposò un professore britannico da cui ha avuto due figli. Una vita privilegiata, lontana dalla politica. Ma c'è il destino. Nel 1988 tornò in patria per assistere la madre morente. Pensava a un viaggio di poche settimane, ma proprio allora la Birmania fu scossa da una ribellione popolare contro la giunta. L'esercito aprì il fuoco facendo una strage. E quella donna esile ed elegante decise di esporsi: «Non posso restare indifferente». Ispirata da Martin Luther King e dal Mahatma Gandhi, organizzò un movimento per la democrazia che diventò partito. Lanciò appelli alla pacificazione, chiese alla gente di rispettare l'ordine e alle forze armate di riconquistare la fiducia. I generali nel 1989 la arrestarono. Nel 1991 le fu assegnato il Nobel che non poté andare a ritirare; nel 1999 non accettò la via d'uscita offertale dal regime: il marito era malato di cancro, in fin di vita a Londra e lei avrebbe potuto essere liberata per stargli vicina un'ultima volta. Un espediente per chiuderla fuori dalla patria, appena ribattezzata ufficialmente Myanmar. Per altri dieci anni lei sopportò la prigionia con inflessibilità e grazia. Nel 2010, liberandola per dare una patina di nobiltà alla loro ritirata tattica, i generali le hanno permesso di guidare la «Lega nazionale per la democrazia» alla vittoria elettorale nel 2015; ma le hanno negato la possibilità di diventare presidentessa, con la scusa che aveva sposato un inglese e i suoi figli erano cittadini britannici. Suu Kyi da allora è stata Consigliera di Stato. Il colpo di genio dei generali è stato di trasformare l'icona della democrazia in donna politica, costretta a fare i conti con il potere reale. E facendo questi conti, la ex pacifista ha rifiutato di spendere anche una sola parola di solidarietà per i musulmani Rohingya braccati dall'esercito, massacrati, costretti a fuggire all'estero a centinaia di migliaia tra il 2017 e il 2018. Convinta di proteggere la democrazia imperfetta e fragile, nel 2019 si è prestata a difendere la pulizia etnica per conto dei militari, davanti alla Corte internazionale dell'Aia. Ha cavalcato il sentimento nazionalista prevalente forse per prendere tempo, per consolidare la situazione ambigua. Ma quando ha trionfato di nuovo nelle elezioni dello scorso novembre, i generali hanno deciso di riportare indietro il tempo. Non hanno più bisogno di una Premio Nobel per dare credibilità al loro potere camuffato. Troppo tardi Aung San Suu Kyi, ora che è chiusa nella sua residenza circondata dai soldati, ha chiesto al popolo di «non accettare la situazione, protestare contro il golpe».

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 2 febbraio 2021. I generali hanno gettato la maschera della «democrazia imperfetta», per riprendere il controllo totale del potere. Ma neanche Aung San Suu Kyi, la vittima eccellente di questo ennesimo golpe birmano è innocente. Quando le Nazioni Unite denunciarono «la pulizia etnica a fine di genocidio» compiuta dalle forze armate contro la minoranza Rohingya, la Signora rispose: «Siamo un Paese giovane e fragile che deve affrontare molti problemi, non possiamo solo concentrarci su pochi». Secondo quel ragionamento ambiguo e cinico, se il governo civile avesse sfidato i generali chiedendo di fermare l'orrore, questi avrebbero potuto organizzare un nuovo golpe ai danni di tutto il popolo; meglio quindi chiudere gli occhi e fingere che i Rohingya non esistessero. L'equilibrismo ipocrita ha isolato il Myanmar e la «democrazia imperfetta» è stata comunque di nuovo calpestata dagli scarponi dei soldati. I militari sanno giocare con la geopolitica. Dopo essersi fatti scudo con la Premio Nobel in disarmo, credono di potersi infilare nella sfida tra Washington e Pechino. Il generale Min Aung Hlaing, uomo di punta del golpe, è già sottoposto a sanzioni personali da parte degli Stati Uniti per il dossier Rohingya e non ha niente da perdere da una nuova crisi al buio; i suoi commilitoni possono sperare che la Casa Bianca abbia difficoltà etiche nel trovare un modo per inasprire la pressione senza far soffrire ulteriormente la popolazione. I generali sanno che il loro Paese è strategico, i 2.500 chilometri di costa sull'oceano offrono uno sbocco importante per i progetti della Via della seta cinese. Ieri la Cina si è limitata a dire di aver «notato» il mutamento della situazione, auspicando «stabilità politica e sociale». Xi Jinping penserà anzitutto a garantire i 21 miliardi di dollari di progetti impegnati nel Paese. Che non sono pochi neanche per la Cina. Che cosa succederà? «Il nostro è un Paese già in guerra con se stesso, pieno di armi, con milioni di persone in lotta contro la fame, un popolo diviso da spaccature etniche e religiose, il futuro è buio, temo che nessuno sarà davvero capace di controllare la catena di avvenimenti», dice lo storico Thant Myint-U.

Paolo Salom per il “Corriere della Sera” il 24 gennaio 2020. La Birmania (Myanmar) deve agire rapidamente per «evitare atti che portino al genocidio» della comunità musulmana dei Rohingya. Così, ieri, ha stabilito la Corte penale internazionale dell' Aia, sollecitata a intervenire sulla questione da un ricorso del Gambia su richiesta dell' Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic). Una sentenza che non lascia spazio a interpretazioni: la minoranza, che nell' agosto del 2017 è in gran parte fuggita in Bangladesh per salvarsi dalla repressione dell' esercito birmano, è stata fatta segno di «crimini contro l' umanità». Da allora, circa 740 mila persone hanno superato i confini tra lo Stato birmano di Rakhine e il vicino Bangladesh, andando ad aggiungersi a decine di migliaia di altri profughi, in un contesto precario che Onu e Ong cercano di tenere sotto controllo. Ma altri 600 mila Rohingya restano ancora in Birmania, «confinati» nei loro villaggi o in campi di fortuna - qualcuno li ha definiti «di concentramento» - senza libertà di movimento e in condizioni igienico-sanitarie al limite. Il governo rappresentato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi ha cercato di prevenire la condanna: prima partecipando alla sessione introduttiva dell' inchiesta all' Aia; poi ordinando un' indagine «sul campo» raccolta in un rapporto di oltre 400 pagine che riconosceva possibili «singoli episodi» di brutalità da parte di soldati ma escludeva ogni «volontà esplicita di genocidio». Ora il Tribunale delle Nazioni Unite con sede all' Aia afferma che «genocidio» è stato. È la prima volta che un' istituzione internazionale affronta, senza giri di parole, una questione complessa come quella dei Rohingya, peraltro eredità della (ormai ex) giunta militare. Ma il punto è proprio questo: tornata ufficialmente alla democrazia, ritrovata in Aung San Suu Kyi un leader di prestigio, la Birmania alla prova dei fatti si è ripetuta affrontando una crisi umanitaria con le pratiche spicce di una dittatura. E Aung San Suu Kyi ha dilapidato, in poco tempo, un patrimonio di stima e ammirazione accumulato attraverso sofferenze evidentemente dimenticate.

Alessandro Ursic per “la Stampa” l'11 dicembre 2019. Da simbolo della lotta per la democrazia e i diritti umani, a primo difensore di un esercito - lo stesso che l' ha tenuta prigioniera per 15 anni - accusato di genocidio contro una minoranza etnica. Alla Corte internazionale di giustizia dell' Aja, ieri Aung San Suu Kyi è rimasta impassibile ascoltando gli orrendi crimini contro i musulmani Rohingya di cui la Birmania da lei guidata si è macchiata. Sebbene lei non sia formalmente imputata, l' immagine simbolo di quanto la reputazione della «Signora» sia cambiata gli occhi del resto del mondo è tutta qui. Con i fiori tra i capelli Avvolta in un tradizionale vestito birmano e con i capelli raccolti tenuti insieme con gli usuali fiori, Suu Kyi (74 anni) non ha proferito parola prima, durante o dopo l' udienza davanti ai 17 giudici della più alta corte dell' Onu, dove il caso è finito su iniziativa del Gambia con l' accusa che la Birmania ha violato la Convenzione sul genocidio. Abubacarr Tambadou, ministro della Giustizia del piccolo Paese africano a maggioranza musulmana, ha implorato il premio Nobel per la Pace a «fermare questi atti barbari che continuano a mettere sotto choc la nostra coscienza collettiva». Tambadou, un ex procuratore al tribunale per il genocidio in Ruanda, ha letto testimonianze dei sopravvissuti a crimini che comprendono «omicidi, torture e stupri di massa», oltre a «bambini bruciati vivi nelle loro case e in luoghi di culto». La risposta di Suu Kyi, che dal 2016 è la leader di fatto della Birmania nonché ministro degli Esteri, arriverà oggi. Dato l' intento dichiarato di «proteggere il nostro interesse nazionale», sarà probabilmente in linea con le sue dichiarazioni degli ultimi due anni: una difesa dei militari e della controffensiva scatenata nell' agosto 2017 contro «terroristi» Rohingya nel nord dello Stato Rakhine, ribadendo la sua legittimità. E ciò anche se tali operazioni hanno fatto fuggire in Bangladesh oltre 700mila uomini, donne, bambini e anziani, con immagini satellitari a dimostrare come interi villaggi Rohingya siano stati rasi al suolo, innumerevoli testimonianze di sopravvissuti ancora sotto choc nei pietosi campi profughi in Bangladesh, e persino un rapporto dell' Onu che parlava di genocidio. Il contrasto tra l' immagine di moderna santa di Suu Kyi e la sua freddezza nello sminuire tali orrori era evidente già durante quel massiccio esodo di Rohingya, solo cinque anni dopo altre violenze che avevano spedito in campi profughi 140mila persone. È vero che le operazioni militari del 2017 erano iniziate dopo attacchi contro le forze di sicurezza che avevano causato una dozzina di morti. Ma la sproporzione tra quei crimini e la terra bruciata dell' esercito era lampante. Gli ammiratori stranieri di Suu Kyi all' inizio preferivano credere che lei non avesse colpe: dopotutto, l' esercito è un potere a sé in Birmania, e «la Signora» era al governo da solo un anno. Ma poi la sua risolutezza nel negare il problema è continuata. E come i militari, lei stessa nega ai Rohingya persino il loro nome, considerandoli «bengalesi» clandestini senza diritto di cittadinanza. In patria Suu Kyi rimane popolarissima anche per la linea dura contro i Rohingya, disprezzati da una popolazione in maggioranza buddista terrorizzata dalla prospettiva della crescita demografica dei musulmani. Anche ieri, all' esterno della Corte c' era un gruppetto di sostenitori, mentre a Yangon migliaia di suoi fan sono scesi nelle strade per darle man forte a distanza. Con le elezioni previste il prossimo novembre, le possibilità che Suu Kyi - nota per la sua irremovibilità - ceda alle pressioni internazionali sono minime. La lotta di 56 Paesi Suu Kyi non finirà in carcere. Formalmente questo è un procedimento tra il Gambia - con l' appoggio di 56 Paesi musulmani - e la Birmania. Per la sentenza dei giudici dell' Aja ci vorranno anni, e in ogni caso la Corte non ha il potere di far rispettare eventuali pene, anche se un verdetto di colpevolezza potrebbe portare a sanzioni internazionali e a un enorme danno d' immagine per il Paese. Ma Suu Kyi, la sorridente icona che sfidò i torvi generali sordi di fronte ai desideri della sua gente, ora è l' immagine di un potere stanco che non riconosce i diritti più elementari di un altro popolo. Ed è una pena che «la Signora» si è auto-inflitta.

La caduta della “santa laica” della Birmania. I silenzi sulle persecuzioni non evitano il golpe. Aung San Suu Kyi arrestata dagli stessi militari che l’avevano tenuta in sella con la strage dei musulmani che lei si era rifiutata di condannare. Alberto Negri il 2 febbraio 2021. Con un golpe militare è caduta la “santa laica” della Birmania Aung San Suu Kyi, nota universalmente come “The Lady” (la signora), premio Nobel per la pace per la lunga battaglia contro il regime militare e poi diventata complice di un genocidio contro la popolazione musulmana. Dagli Stati Uniti all’Europa adesso tutti fanno finta di essere indignati ma “The Lady”, messa sotto arresto dei militari, da tempo aveva perso la sua aura di democraticità.

LA CADUTA NELLA POLVERE. Una progressiva caduta nella polvere che in Occidente è stata largamente ignorata e assai poco condannata, oscurata dalla vittoria elettorale del novembre scorso in cui il suo partito aveva ottenuto una vittoria larghissima. Aung San Suu Kyi ha esortato il popolo birmano a «non accettare il colpo di Stato» mentre i militari hanno proclamato lo stato di emergenza per un anno e affidato la presidenza ad interim generale Myint Swe, uno dei due vicepresidenti. Nel 2011 la percezione generale sul Myanmar – dove le maggiori compagnie internazionali tra cui l’Eni hanno interessi nel gas – faceva sperare in una transizione verso la democrazia dopo decenni di governo militare. Nel 2015 il paese ha tenuto le sue prime elezioni democratiche dalla metà del Ventesimo secolo e questa notizia era stata accolta con ottimismo da tutto il mondo. La vincitrice del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi era diventata capa di stato de facto e molti pensavano che questo avrebbe annunciato un’era di riforme liberali. Gli ultimi cinque anni, tuttavia, hanno raccontato una storia molto diversa. La costituzione del paese, redatta dal regime militare, assegna all’esercito un quarto dei seggi parlamentari, conferendogli quindi il potere di bloccare le riforme costituzionali. La forte influenza dell’esercito sulla politica del Myanmar si è poi ulteriormente evidenziata dalla persecuzione dei Rohingya, un gruppo etnico musulmano che vive nello stato di Rakhine a cui è stata continuamente negata la cittadinanza.

LA PERSECUZIONE DEI ROHINGYA. Considerati una delle minoranze più perseguitate al mondo, soltanto nel 2017 oltre 700mila rohingya sono stati costretti a lasciare le proprie case, la maggior parte di loro fuggiti nel vicino Bangladesh dove ora vivono come rifugiati. Le Nazioni Unite hanno descritto la repressione dell’esercito che ha causato questo esodo di massa come “scopo genocida” e le notizie di stupri di massa, torture ed esecuzioni sommarie contro i rohingya hanno portato la Corte internazionale di giustizia a intraprendere delle indagini per stabilire se le azioni del Myanmar costituiscano una violazione della Convenzione sul genocidio. Aung San Suu Kyi si era rifiutata di riconoscere i crimini perpetrati contro i rohingya negando ripetutamente gli abusi e arrivando persino a evitare di chiamare per nome la minoranza etnica. Ai membri della comunità rohingya che rimangono in Myanmar è stato negato il diritto di voto nelle recenti elezioni perché non sono considerati cittadini del paese. Alla maggior parte dei politici che rappresentano questo gruppo è invece stata impedita la partecipazione alle elezioni e negato il diritto di voto. Se da un lato il silenzio di Suu Kyi sulla questione poteva essere visto come una strategia per non inimicarsi i militari e mettere a repentaglio i processi democratici del Myanmar negli ultimi dieci anni, molti critici sottolineavano che era imperdonabile ignorare gli abusi e le sofferenze inflitte a questa e ad altre minoranze etniche nel paese. In realtà la leader di fatto del Paese è arrivata a negare l’evidenza del genocidio pur di mantenere il favore della maggioranza etnica buddista Bamar che costituisce la parte sostanziale dell’elettorato. Nel settembre 2017 Aung San Suu Kyi era anche  stata oggetto di critiche da parte di un’altra premio Nobel per la pace, la pakistana Malala Yousafzai, che a proposito delle violenze perpetrate dall’esercito birmano contro la minoranza musulmana Rohingya aveva chiesto che la Lady condannasse le violenze contro i rohingya. Condanna che non è mai arrivata.

LA DENUNCIA DI HUMAN RIGHTS WATCH. La ong Human rights watch aveva descritto le recenti elezioni come “fondamentalmente sbagliate”, denunciando la privazione dei diritti civili dei rohingya, l’accesso ineguale dei diversi partiti ai mezzi di comunicazione statali e l’arresto e la persecuzione dei critici del governo in vista delle elezioni. Il giorno delle elezioni, l’8 novembre scorso, i seggi in tutto lo stato di Rakhine dove vive la popolazione musulmana era stati chiusi, privando oltre un milione di persone della possibilità di votare e aprendo la strada a una vittoria al partito dalla Lady in uno stato in cui era profondamente impopolare. E ora la Signora è caduta per mano degli stessi militari che l’avevano tenuta in sella con la strage della popolazione musulmana che si era rifiutata di condannare. Una triste parabola del potere.

·        Quei razzisti come gli indiani.

Da “ANSA” il 12 dicembre 2021. "L'odio ha vinto, l'arte ha perso. Ne ho abbastanza, vi dico addio": con questo post su Instagram il comico indiano Munawar Faruqui ha commentato la cancellazione del suo show in cartellone a Bengaluru, la capitale dello Stato meridionale del Karnataka, e ha annunciato il suo ritiro dal palcoscenico. Qualche ora prima dell'inizio dello show, un'iniziativa di beneficenza per la quale erano già stati venduti 600 biglietti, la polizia ha notificato agli organizzatori che lo spettacolo "avrebbe suscitato problemi di ordine pubblico". Gli agenti di sicurezza hanno definito Faruqui, di religione musulmana, "una figura controversa". L'artista era stato arrestato lo scorso 1 gennaio per la denuncia del Hind Rakshak Sangathan, un gruppo estremista indù, che lo ha accusato di "avere offeso divinità del Pantheon induista". Liberato su cauzione dopo un mese, per l'intervento della Corte Suprema, da allora non ha più tenuto in India nessuno spettacolo. Quello di Bangaluru è il 12esimo show cancellato negli ultimi due mesi. Migliaia i commenti indignati comparsi in rete a favore del comico, più o meno tutti di questo tenore: "Faruqui fa ridere, il governo fa piangere: chi preferite?". Gli attacchi censori nei confronti della satira stanno diventando sempre più frequenti in India: recentemente il comico stand-up Vir Das, uno dei più amati dal pubblico, è stato accusato di avere diffamato il suo Paese con il monologo "Vengo da due Indie", messo in scena a Washington. 

Tommaso Rodano per “Il Fatto Quotidiano” il 28 novembre 2021. Matrimonio rosso in Kerala, India: si sposa il signor Engels e tra gli ospiti della cerimonia ci sono anche Marx, Lenin e Ho Chi Minh. Non è una barzelletta da comitato centrale, è successo davvero, come spiega il Guardian: "La falce e il martello rimangono in voga in tutto il Kerala, dove il partito comunista ha governato per gran parte degli ultimi sei decenni, e nomi rivoluzionari come Stalin e Trotsky sono ancora popolari". Nella fattispecie, "Engels e Lenin sono fratelli, mentre Marx e Ho Chi Minh sono i figli di un attivista del partito locale. Tutti e quattro gli uomini erano membri attivi del partito comunista, ma Marx è tornato in aereo dalla città iper-capitalista di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, appositamente per partecipare al matrimonio ad Athirappilly. L'India si è avvicinata all'Unione Sovietica durante la guerra fredda e nomi russi come Pravda non sono inconsueti, in particolare nel sud. L'attuale primo ministro del Tamil Nadu si chiama MK Stalin".  

Da ansa.it il 17 novembre 2021. Prima molestata dal padre, poi data in sposa a 13 anni ad un quarentenne e per due interminabili anni venduta a centinaia di clienti. La scioccante storia, l'ennesima, in India è approdata sui titoli di testa dei media. Riaprendo tutti gli interrogativi e l'indignazione sulla piaga della violenza sessuale nel Paese. "È il caso di stupro più tragico della nostra storia. Quella ragazza è stata torturata ogni giorno", ha detto Yogita Bhayana, attivista dei diritti delle donne, che ha chiesto a gran voce l'incriminazione dei poliziotti ai quali la ragazza aveva chiesto aiuto, che non hanno registrato la sua denuncia contro gli aguzzini. La giovane, di cui non viene rivelata l'identità, fuggita dalla casa del marito, si era rifugiata nell'autostazione di Beed, una cittadina nello stato di Mumbai. Nel caos di quel luogo di passaggio viveva mendicando, sotto le pensiline dove è facile scomparire, come un qualsiasi bagaglio dimenticato. E lì tre uomini l'hanno stuprata, imprigionata e costretta a prostituirsi per quasi due anni. La salvezza è arrivata con l'incontro con un angelo custode, una assistente sociale del Comitato per la protezione dei minori. Oggi la ragazza è al sicuro, in una casa protetta, mentre otto uomini sono finiti in carcere.

Monica Ricci Sargentini per il "Corriere della Sera" il 29 luglio 2021. Paswan sognava di diventare una poliziotta. Il padre, Amarnath, si era spezzato la schiena nei cantieri edili a Ludhiana, una cittadina del Punjab, per mandarla a scuola e poterle offrire il futuro che desiderava. Invece una settimana fa è stata uccisa, ammazzata di botte per un paio di jeans. Accade ancora questo alle ragazze in India, giovani donne di oggi che non possono sentirsi al sicuro neanche all'interno delle loro case. A Neha piaceva vestirsi in modo moderno, racconta la Bbc, così spesso indossava un paio di jeans e un top, un abbigliamento inusuale nel villaggio di Savreji Kharg, dove la ragazza viveva, nel distretto di Deoria, una delle regioni meno sviluppate nello Stato dell'Uttar Pradesh. Lunedì scorso la giovane aveva osservato un giorno di digiuno religioso e si era messa a pregare in jeans quando è stata ripresa dai nonni paterni per il suo abbigliamento. Lei si è ribellata, ha replicato che non si sarebbe cambiata e la discussione è degenerata. I suoi parenti l'hanno picchiata con dei bastoni fino a renderla incosciente. La madre Shakuntala Devi Paswan ha raccontato all'emittente britannica che i suoi suoceri hanno chiamato un taxi e hanno assicurato che l'avrebbero portata in ospedale dove, però, non è mai arrivata. Il suo corpo è stato trovato senza vita, appeso sul ponte che passa sopra il fiume Gandak. Il video della folla intorno al cadavere è agghiacciante. La polizia ha arrestato quattro persone: i nonni, uno zio e l'autista dell'auto. Ma altri parenti potrebbero essere coinvolti. La signora Shakuntala ha raccontato che i suoceri facevano pressioni sulla giovane affinché lasciasse i suoi studi in una scuola locale. Le ragazze e le donne in India, non soltanto nelle zone rurali, vivono in costante stato di pericolo: le femmine rischiano di essere abortite a causa della preferenza per i figli maschi. Crescono spesso in luoghi dove la vita è scandita da rigide regole patriarcali. Ogni gesto di ribellione deve essere punito. La violenza domestica è dilagante, sono diffusi i matrimoni precoci e in media venti donne vengono uccise ogni giorno per aver portato doti insufficienti alle famiglie dei loro sposi. Per questo il caso di Neha è solo una goccia nel mare. Lo scorso mese è diventato virale un video che mostrava una giovane di vent'anni a Alirajpur, nello Stato di Madhya Pradesh, che veniva picchiata dal padre e dai tre fratelli perché era scappata dal marito violento. Qualche giorno prima, nel vicino distretto di Dahr, due ragazzine sono state prese a calci per aver parlato al telefono con un cugino. I filmati mostrano una delle due giovani tirata per i capelli, buttata per terra e colpita con dei bastoni. Sette persone sono state arrestate. I jeans strappati sono diventati il segno della ribellione delle donne indiane. A marzo in migliaia hanno condiviso sui social le loro foto con l'hashtag #rippedjeans dopo che il nuovo primo ministro dello Stato dello Stato dell'Uttarakhand, Tirath Singh Rawat, aveva detto che questo abbigliamento era sia un sintomo che una conseguenza della depravazione morale nella società indiana. Neha Paswan era una di loro. 

Da "Ansa" il 10 luglio 2021. Non tramonta in india l'obbligo del pagamento di una dote per le nozze delle figlie: lo rivela uno studio della banca mondiale, pubblicato sul blog dell'istituto, condotto su 40 mila matrimoni in aree rurali del paese, dal 1960 al 2006. i ricercatori, basandosi sui dati del 2006 del rural economic and demographic survey (reds), hanno scoperto che in quel periodo, a dispetto della legge che la proibisce dal 1961, la pratica è stata mantenuta nel 95 per cento dei matrimoni. la tradizione della dote, che può consistere in denaro contante, capi di abbigliamento o gioielli, è una delle maledizioni che incombono sul destino delle indiane: le famiglie che vivono sul filo della sussistenza cercano spesso di eliminare le neonate femmine per non doversi poi indebitare anni dopo, al momento del matrimonio. Gli analisti hanno esaminato dati relativi ai 17 stati in cui vive il 96% della popolazione indiana, scoprendo che il valore medio della dote per le spose è rimasto praticamente immutato nell'intero periodo, a dispetto dell'inflazione vissuta dal paese in alcuni momenti. mentre per la famiglia dello sposo la spesa è in media di 5 mila rupie (63 euro) per l'acquisto di doni per la famiglia della ragazza, i genitori di lei affrontano costi sette volte superiori, che arrivano a toccare le 32 mila rupie (400 euro), mentre la spesa media è di 27 mila (337 euro). La dote consuma ampie porzioni del reddito o dei risparmi delle famiglie: nell'india rurale, nel 2007 il costo medio di una dote equivaleva al 14% del reddito annuale delle famiglie. e spesso costringe le famiglie a indebitarsi, attraverso prestiti a tassi altissimi, o a vendere animali o appezzamenti di terreno coltivabile. le famiglie di religione cristiana e sikh hanno mostrato una crescita maggiore dei costi, rispetto a quelle indù o musulmane.

Da lastampa.it il 5 giugno 2021. Ancora una storia di matrimonio combinato in India. Un uomo si è travestito da donna e si è intrufolato allo sposalizio della sua ragazza che la famiglia aveva destinato ad un altro uomo, per poterla vedere l'ultima volta. E' accaduto nel distretto di Bhadohi dell'Uttar Pradesh, uno stato nel nord. L'uomo aveva fatto il make-up, indossava sandali e un velo e portava una borsa cercando di farsi passare per una delle tante donne invitate alla cerimonia. Il suo obiettivo era raggiungere la sposa e parlare con lei, ma è stato scoperto, da un gruppo di parenti, come si vede nel video, che lo ha spintonato e schiaffeggiato. Il ragazzo è riuscito a sottrarsi alla rabbia dei congiunti della sposa, fuggendo in bici con due amici che lo aspettavano fuori. La scorsa settimana una donna è morta durante la cerimonia nuziale spingendo successivamente le famiglie ad accettare che sua sorella prendesse il suo posto e sposasse lo sposo. Come in altri paesi, i matrimoni combinati, anche in India sono un serio problema e una violazione dei diritti delle donne all'autodeterminazione.

Da "tgcom24.mediaset.it" il 3 giugno 2021. Una giovane sposa è morta, colpita da un infarto, durante il suo matrimonio, ma la famiglia ha deciso di continuare le celebrazioni, dando in moglie allo sposo la sorella minore della donna. E' successo in India a Etawah, nello Stato settentrionale dell'Uttar Pradesh. La ragazza, Surbhi, è svenuta nel corso delle celebrazioni, che nel Paese durano più giorni. A nulla è servito l'intervento di un medico, che l'ha dichiarata morta a causa di un grave attacco cardiaco. Nonostante il dolore, le famiglie degli sposi hanno deciso di proseguire con la cerimonia. Il fratello della vittima, intervistato dai giornali locali, ha raccontato che tutti "si sono riuniti e qualcuno ha proposto di continuare le nozze scegliendo come sposa la sorella minore" della donna morta. I parenti "hanno concordato", il marito Manjesh Kumar è stato informato e il matrimonio è continuato, come se nulla fosse accaduto. 

La festa e il lutto. Il corpo senza vita di Surbhi è stato spostato in una stanza defilata, per permettere alle celebrazioni di continuare nel resto del palazzo. "Nessuno poteva aspettarsi di vivere emozioni così contrastanti", ha detto uno zio della defunta. "Il dolore per la morte di mia nipote e le gioia per le nozze fanno fatica a convivere". Solo alla fine della festa, sono state celebrate le esequie di Surbhi e il corpo è stato cremato. Le motivazioni della famiglia. Sarebbe stata la mamma delle due spose a insistere per la continuazione delle nozze, temendo di perdere la ricca dote di Manjesh. I parenti dell'uomo, invece, avrebbero voluto evitare lo stigma del ritorno a casa in solitaria senza la sposa. 

Remo Sabatini per ilmessaggero.it il 25 gennaio 2021. Le immagini sono tremende. Così come quelle urla di dolore lanciate dal povero elefante prima di morire che risuonano nella notte prima di scomparire nella foresta. Siamo in un villaggio del distretto di Nilgiris nel Tamil Nadu, nell'India Meridionale. Lì, da qualche tempo, si aggira un elefante. E' un animale tranquillo di quasi cinquant'anni e chissà per quale bizzarro motivo, ogni tanto, soprattutto di notte, si intrufola lungo quelle strade deserte. Non fa danni. Stando alle testimonianze rilasciate all'Indian Times da alcuni residenti, le sue passeggiate solitarie non hanno mai arrecato fastidi nemmeno alle persone. Poi, improvvisamente, qualcosa cambia. Nel novembre scorso, infatti, l'elefante viene avvistato dai forestali. E' nella macchia e sembra ferito. Poi, nelle settimane successive, quelle ferite che sembravano infette, sembrano migliorare. Qualcuno, è chiaro, sta cercando di curarlo.

L'incendio. Nel frattempo, le visite dell'elefante nel villaggio, ricominciano. Fino a quando non succede qualcosa che ha dell'incredibile. Sì perchè, evidentemente, c'è qualcuno al quale quelle passeggiate, proprio non vanno giù. Così, durante l'ultima visita dell'elefante nel villaggio, quel qualcuno approfitta del buio per incendiare un pneumatico e lanciarglielo addosso. La gomma colpisce il pachiderma sulla testa e, sciolta dalle fiamme, vi rimane appiccicata come una terribile torcia che non finisce mai. Il resto sono fiamme, che bruciano la testa e le orecchie del pachiderma e grida. Le grida di dolore lanciate dall'animale terrorizzato che tenta di fuggire da quell'inferno. Stavolta, però, le terribili ferite provocate dalla gomma in fiamme si riveleranno ben più gravi delle altre e per il povero animale, nonostante i soccorsi, non ci sarà nulla da fare se non vederlo morire. Dopo la pubblicazione delle immagini, diffuse dai forestali poche ore fa, sono stati resi noti gli arresti di due dei tre responsabili dell'assurdo attacco all'elefante che non aveva fatto mai del male a nessuno.

(ANSA il 25 gennaio 2021) Truppe indiane e cinesi si sono scontrate lungo il confine conteso dell'Himalaya lasciando feriti da entrambe le parti. Lo riportano fonti militari e media locali. L'incidente è avvenuta la settimana scorsa, a sei mesi da una battaglia nella quale sono morti almeno 20 soldati indiani e un numero imprecisato di militari cinesi. Secondo la ricostruzione di funzionari indiani, gli ultimi scontri sono avvenuti a Naku La, nello stato del Sikkim. Una pattuglia cinese, hanno riferito, ha cercato di attraversare il territorio indiano ed è stata respinta. Naku La collega il Sikkim alla regione del Tibet, in Cina. (ANSA).

Anna Muzio per “il Giornale” il 25 gennaio 2021. Il pomo della discordia tra le due superpotenze asiatiche, Cina e India, non è una lucida mela rossa ma una sorta di pigna rosa fucsia. Lo ha deciso il governo dello stato indiano del Gujarat, che ha pensato di cambiare il nome del frutto del dragone, introdotto recentemente e coltivato da quasi 200 contadini su 600 ettari di terreno, perché ricorda troppo l' ingombrante vicino cinese e dunque «non sembra appropriato». Così il dragon fruit, un bizzarro e un po' inquietante e leggermente insapore frutto con la buccia che ricorda le scaglie di un drago e l'interno bianco o rosso cosparso di piccoli semi neri simili a quelli del kiwi, d' ora in avanti, per decreto del primo ministro dello stato Vijay Rupani, si chiamerà «kamalam», che in sanscrito significa loto, fiore al quale il frutto somiglia. Sembra di leggere un racconto di Pirandello, ma la surreale vicenda è in realtà un riflesso delle crescenti tensioni tra le due superpotenze. Mentre il dragone infatti notoriamente richiama la Cina, il loto è fiore sacro dell' induismo, ma anche simbolo del Bharatiya Janata Party (BJP), partito del primo ministro indiano Narendra Modi che del Gujarat, tra l' altro, è originario. Inconsapevole terreno delle tensioni geopolitiche è diventato quindi il frutto del Hylocereus cactus, nome scientifico, anche detto pitaya, che, in questa disputa tutta asiatica in realtà asiatico non è. È infatti originario delle zone aride tropicali del Centro e Sud America e nel XIX secolo fu impiantato dai francesi in Vietnam, oggi maggior produttore mondiale, e da lì si diffuse in altre parti dell' Asia. Al momento non risulta che gli altri stati produttori sparsi un po' ovunque in India, dal Karnataka al Kerala, dal Tamil Nadu al Gujarat alle isole Andamane, abbiamo intenzione di seguire il cambio di nome. Mentre i coltivatori locali si dicono convinti che una denominazione più «patriottica», priva di associazioni con il poco amato e decisamente ingombrante vicino, potrebbe portare a un maggiore apprezzamento del bizzarro cactus, magari con un boom di vendite, non sono mancate le critiche dall' opposizione, che ha invitato a occuparsi di problemi reali, a partire da una pandemia di Covid-19 tutt' altro che sotto controllo. E non sono mancati gli sfottò, via social, con l' hashtag #KamalaMakkhi con il quale ironicamente si invita a risolvere i grandi problemi dell' umanità cambiando il nome anche della libellula (in inglese Dragonfly). Sullo sfondo di questa disputa da biblioteca che avrebbe appassionato Jorge Luis Borges ci sono le crescenti tensioni tra le due potenze asiatiche, con al centro la disputa sui confini della regione di Ladakh, a nord del Paese, che lo scorso giugno è sfociata in combattimenti nella valle di Galwan tra i due eserciti con il tragico bilancio di 20 soldati indiani uccisi e accuse reciproche di aver varcato la linea di controllo effettivo. Nonostante otto incontri diplomatici, la contesa sui confini è lungi dall' essere risolta e la tensione cresce. Lo scorso giugno nello stato del Bengala Occidentale, in occasione delle celebrazioni in onore della dea Durga, al posto del demone massacrato dalla dea c' era un' immagine del presidente cinese Xi Jinping. La lingua, non è la prima volta, diventa terreno di battaglia di questioni politiche. Ma la contesa tra due superpotenze nucleari non potrà certo essere risolta dalla locale Accademia della Crusca.

·        Quei razzisti come gli indonesiani.

Raimondo Bultrini per "la Repubblica" il 9 agosto 2021. Ci sono voluti decenni per mettere la parola fine, anche se non ancora formalmente, al "test di verginità", una delle pratiche più umilianti alle quali sono sottoposte le donne indonesiane che vogliono entrare nell'esercito o nelle forze di polizia dell'arcipelago a maggioranza islamica. Con un messaggio a tutti gli ufficiali il capo dell'esercito generale Andika Perkasa ha annunciato che il controllo medico previsto per il reclutamento dovrà essere simile a quello degli uomini, ovvero una semplice valutazione della capacità dei candidati a poter prendere parte al pesante addestramento. La svolta riguarderà un'altra norma ancor più surreale, l'obbligo di illibatezza per le stesse fidanzate che vogliono sposare un ufficiale. Numerose organizzazioni dei diritti umani come la Commissione nazionale sulla violenza contro le donne si erano battute per abolire l'obbligo dell'umiliante test fisico, irrilevante e «privo di validità scientifica» come ha stabilito l'Oms nel 2014. Nel maggio 2015 anche la Commissione europea bollò il test vaginale come «discriminatorio e degradante». La decisione dell'esercito non è stata facile per le reticenze e la fortissima resistenza di influenti ambienti militari, politici e religiosi ortodossi. Il rappresentante indonesiano di Human Rights Watch Andreas Harsono ha accolto con soddisfazione le dichiarazioni del generale Perkasa, ma attende ora di vedere il provvedimento scritto nero su bianco. Harsono ricorda che il test, formalmente ancora in vigore, prevede «l'inserimento di due dita nella vagina per valutare se l'imene della donna sia intatto». A questa dolorosa umiliazione hanno detto di essere state sottoposte molte poliziotte, soldatesse e mogli di ufficiali intervistate da Hrw, che ha anche raccolto testimonianze di medici civili e militari costretti ad eseguire controvoglia un ordine a loro giudizio irragionevole. «Molte delle donne che abbiamo ascoltato - ha detto Harsono - hanno subito la pratica dagli Anni '70 (in piena dittatura del generale Suharto ndr ) fino al 2012 e 2013. Ma una poliziotta in pensione era stata "ispezionata" con lo stesso brutale metodo già nel 1965», ovvero durante il governo democratico di Sukarno, mentre nel Paese avvenivano quotidiani massacri di anti-comunisti e anti-cinesi. Hrw ha anche ottenuto copie dei controlli sanitari richiesti ai medici militari con una sezione "Ob-gyn" dove andava indicato il risultato del test sull'imene e due caselle da barrare con scritto "Intatto/ non intatto". A difendere la legittimità del test, rimasto in vigore sotto l'attuale presidente Joko Widodo, sono stati diversi ufficiali e mufti islamici secondo i quali misura «la personalità e la mentalità della persona» chiamata a «proteggere la nazione». Che una certa mentalità sia dura a morire lo ha ribadito ancora Harsono, per il quale le forze armate indonesiane dovrebbero non solo far seguire subito alle parole un provvedimento scritto, ma anche riconoscere che attraverso i test di verginità si è verificata una violenza di genere. Solo una trasformazione culturale verso il mondo femminile può creare «un modello per le generazioni future».

Fabio Polese per “il Giornale” il 22 aprile 2021. Ieri un sottomarino della flotta indonesiana è scomparso nelle acque a Nord dell'isola di Bali. Con 53 membri dell'equipaggio a bordo, stava conducendo un'esercitazione militare a circa cento chilometri dalla costa, quando all'improvviso è stata persa la comunicazione. Julius Widjojono, ammiraglio della Marina, ha detto che il ritrovamento potrebbe rivelarsi complicato, perché «potrebbe essere sceso fino a una profondità di settecento metri». Nella ricerca sono impegnate diverse navi dotate di sonar un dispositivo che utilizza la propagazione del suono sott'acqua per individuare la presenza di corpi e misurare la profondità del mare e alcuni aerei che hanno rilevato una fuoriuscita di petrolio proprio vicino al punto di immersione. L'analista Soleman Ponto, che è stato un ufficiale di alto rango e capo anche dell'agenzia di intelligence strategica indonesiana, ha precisato che è ancora troppo presto per determinare il destino del mezzo militare. «Bisogna aspettare almeno tre giorni. Non sappiamo ancora se le apparecchiature di comunicazione si sono rotte o se sia realmente affondato». Il sottomarino da 1.395 tonnellate è un il KRI Nanggala-402. Fabbricato in Germania nel 1977 dalla società di costruzioni navali Howaldtswerke-Deutsche Werft (Hdw), è entrato a far parte della Marina indonesiana nel 1981. Nel 2010 è stato poi revisionato per due anni in Corea del Sud, nell'ambito di un programma di aggiornamento dei mezzi militari. L'Indonesia in passato gestiva una flotta di dodici sottomarini acquistati dall'Unione Sovietica per pattugliare le acque del suo vasto arcipelago. Attualmente ne ha cinque, ma prevede di arrivare ad almeno otto entro il 2024. Il Paese asiatico ha cercato di migliorare le sue capacità di difesa, ma alcune delle sue attrezzature ancora in servizio sono obsolete e negli ultimi anni si sono verificati incidenti mortali che hanno coinvolto in particolare aerei da trasporto militari. Ma è la prima volta che perde uno dei suoi sottomarini, anche se incidenti simili sono accaduti in più occasioni in altre parti del mondo. Uno dei più gravi è stato quello del K-141 Kursk, il mezzo nucleare russo impegnato in un'esercitazione militare nel mare di Barents - parte del mar Glaciale Artico a Nord della Norvegia e della Russia - che è affondato nell'agosto del 2000 a seguito dell'esplosione per una perdita improvvisa di perossido di idrogeno di due dei siluri con i quali era equipaggiato. In quell'occasione nessuno dei 118 membri dell'equipaggio è riuscito a salvarsi. Molti sono morti sul colpo, altri sono sopravvissuti per qualche giorno e sono rimasti in vita nel fondale profondo 108 metri grazie alle riserve di ossigeno di emergenza. Ma quando i mezzi impegnati nelle operazioni di soccorso sono riusciti ad agganciarlo era ormai troppo tardi. Nell'aprile del 2003, in un incidente ancora oggi misterioso, sono morti 70 militari cinesi a bordo del sottomarino 361 del tipo 035 Ming, durante una probabile esercitazione nel mar Giallo. Fonti ufficiali di Pechino hanno attribuito la tragedia a vaghi «problemi di natura meccanica», in contrasto con il fatto che il mezzo non presentava tracce di esplosione, di allagamenti o di incendi, né tentativi di fuoriuscita dell'equipaggio. Il sottomarino è stato ritrovato da alcuni pescatori in condizioni di semiaffondamento e in stato di abbandono. Più recentemente, nel novembre del 2017, l'ARA San Juan in dotazione alla marina militare argentina, è scomparso nell'Oceano Atlantico meridionale con 44 uomini mentre era in missione. L'ultimo messaggio inviato dal sottomarino segnalava problemi alle batterie, poi il silenzio radio. Il relitto è stato ritrovato esattamente un anno dopo dalla società di ricerca statunitense Ocean Infinity. L'Argentina aveva assunto i suoi servizi dopo che un'operazione internazionale non era riuscita a localizzarlo. Anche quella volta, le acque profonde non hanno ridato alla luce nessun superstite.

Indonesia, trovato spezzato in tre il relitto del sottomarino affondato. "I marinai sono tutti morti". su La Repubblica il 25 aprile 2021. E' stato individuato a 850 metri di profondità. Ancora mistero sulle cause della tragedia. E' stato rintracciato il relitto del sottomarino indonesiano scomparso nei giorni scorsi al largo delle coste di Bali con 53 persone a bordo. Lo ha reso noto il capo delle Forze armate di Giacarta, Hadi Tjahjanto, dopo che ieri erano stati recuperati alcuni detriti del KRI Nanggala 402. "Possiamo confermare che il sottomarino è affondato e che tutti i 53 marinai a bordo sono morti in servizio", ha detto Tjahjanto. Il KRI Nanggala era impegnato in esercitazioni militari al largo di Bali, quando mercoledì scorso erano stati persi i contatti. Il sottomarino indonesiano era scomparso dai radar mercoledì 100 chilometri a nord di Bali ed è stato individuato questa mattina da un mezzo di soccorso subacqueo inviato da Singapore. Nessun superstite, come si temeva, tra i 53 membri dell'equipaggio che erano a bordo del KRI Nanggala 402 di fabbricazione tedesca in dotazione alla marina di Giacarta, affondato per cause ancora tutte da chiarire mentre era impegnato in un'esercitazione. Il sottomarino era spezzato in tre tronconi a 850 metri di profondità. "Con profonda tristezza posso dire che tutti i 53 membri del personale a bordo sono morti", ha detto il comandante dell'esercito indonesiano Hadi Tjahjanto ai giornalisti nel corso di una conferenza stampa con il capo di Stato maggiore della Marina Yudo Margono, che ha dato i dettagli del ritrovamento. "Il KRI Nanggala è diviso in tre parti, lo scafo, la poppa e le parti principali sono tutte separate. La parte principale è incrinata", ha detto mostrando le immagini del relitto.  E' stato forse un guasto del sistema elettrico a impedire le manovre di riemersione, ma quello che è certo è che una volta precipitato oltre i 300-400 metri di profondità che era in grado di sopportare, la pressione dell'acqua lo ha squarciato. Centinaia di soldati e venti imbarcazioni erano mobilitate per localizzare il KRI Nanggala 402, un sommergibile di quarant'anni di costruzione tedesca. La marina aveva stimato in 72 ore le riserve massime di ossigeno disponibili per i membri dell'equipaggio in caso di interruzione di corrente e questo termine è stato superato sabato mattina presto. "Sulla base di ciò che crediamo provenga dal KRI Nanggala, abbiamo cambiato lo stato del sottomarino da "disperso" a "affondato", avev detto in una conferenza Yudo Margono, portavoce della Marina indonesiana. I detriti trovati "non sarebbero potuti uscire dal sottomarino senza pressione esterna o senza danni al suo sistema di lanciasiluri". La Marina aveva recuperato diversi oggetti tra cui un pezzo del sistema di siluri e una bottiglia di grasso usata per lubrificare il periscopio del sottomarino. Ha anche trovato un tappeto da preghiera, usato dai musulmani. Il sottomarino, uno dei cinque a disposizione della marina indonesiana, si è immerso all'alba di mercoledì durante le esercitazioni militari previste a nord dell'isola di Bali. Subito dopo si perse il contatto. Le autorità militari non hanno formulato ipotesi su ciò che potrebbe essere accaduto o sul motivo per cui aveva più persone a bordo rispetto alle prescrizioni. Una marea nera individuata nell'area in cui si è immerso è un altro indizio di una possibile rottura del serbatoio. Questo tipo di sottomarino è fatto per resistere a pressioni fino a 300 o 400 metri di profondità. Il loro guscio può rompersi in caso di maggiore pressione. La Marina ha affermato in precedenza che il sottomarino, consegnato in Indonesia nel 1981, era in buone condizioni per il servizio nonostante la sua età. L'arcipelago del sud-est asiatico non ha capacità di salvataggio sottomarino e ha chiamato marine straniere. Gli Stati Uniti hanno inviato truppe aviotrasportate mentre due navi della Marina australiana sono arrivate nell'area. Sono giunti rinforzi dall'India e dalla Malesia e, una nave di Singapore specializzata nel soccorso sottomarino, la MV Swift Rescue. L'arcipelago del sud-est asiatico non ha mai subito incidenti gravi legati ai suoi sommergibili, ma molti altri paesi sono stati colpiti da incidenti mortali. Nel 2000, il sottomarino a propulsione nucleare Kursk, l'ammiraglia della flotta settentrionale russa, affondò durante le manovre nel Mare di Barents (Russia nord-occidentale), provocando la morte di 118 membri dell'equipaggio. Nel 2017, il sottomarino argentino San Juan, con 44 marinai a bordo, è scomparso a circa 400 chilometri dalla costa.

·        Quei razzisti come gli australiani. 

Dal "Corriere della Sera" il 24 marzo 2021. Dopo le proteste per gli abusi sul lavoro denunciati da una dipendente del Parlamento, si aggrava la crisi in Australia. Ieri sono trapelate prove che in Parlamento sono entrate spesso prostitute per i deputati, oltre a un video hard girato sulla scrivania di una deputata da un membro del suo staff. Il premier Morrison: «Atti vergognosi». Licenziato il funzionario.

Veronique Viriglio per agi.it il 24 marzo 2021. In Australia il governo del premier Scott Morrison è destabilizzato da un nuovo scandalo a sfondo sessuale: la diffusione di video e foto che mostrano impiegati dell'esecutivo impegnati in atti sessuali e gesti spinti all'interno degli uffici del Parlamento. "Sono sotto shock e disgustato da questi comportamenti scandalosi", ha reagito il primo ministro. "Dobbiamo risolvere questo problema e mettere in ordine questa casa", ha insistito. Il video che ha destato maggiore scalpore è stato quello di un dipendente del governo che si masturba sulla scrivania di una parlamentare. Foto e video, risalenti a 2 anni fa, erano stati condivisi su una chat interna agli uffici dell'esecutivo, e poi sono stati inviati al telegiornale di The Australian e al Chanel 10. Le rivelazioni di questi comportamenti moralmente reprensibili da parte di esponenti delle istituzioni hanno suscitato critiche e sdegno della società civile che da tempo contesta una certa cultura politica australiana, dominata dal sessismo. A diffondere quel materiale compromettente è stato un certo Tom, un ex dipendente governativo, che ha riferito altri particolari scabrosi ai media, parlando ad esempio di rapporti sessuali nella sala di preghiera del Parlamento e di prostitute lasciate entrare nell'edificio "per il piacere di deputati". Ancora, ha denunciato scambi di fotografie pornografiche. "Vige una cultura di uomini che pensano di poter fare tutto quello che vogliono. Moralmente sono irrecuperabili" ha detto un informatore. In seguito a queste prove imbarazzanti, un consigliere è già stato destituito e il governo si è impegnato a varare provvedimenti più restrittivi e sanzioni più severe. "Sono rivelazioni spaventose che non fanno che rafforzare la necessità di un'inchiesta sulla cultura del lavoro" nelle istituzioni, ha commentato Marise Payne, ministro per le Donne e degli Esteri. La popolarità del premier Morrison è già stata minata da altre vicende a sfondo sessuale, che coinvolgono due ministri del governo di centro-destra. Il mese scorso un'ex impiegata, Brittany Higgins, ha affermato di avere subito la violenza di un collega nel 2019 all'interno dell'ufficio in Parlamento di Linda Reynolds, allora ministro dell'Industria. Successivamente passata al ministero della Difesa, Reynolds è stata criticata per come all'epoca il suo ufficio aveva accolto le accuse della giovane donna. All'inizio del mese di marzo, il procuratore generale, Christian Porter, principale consigliere giuridico dell'esecutivo, ha smentito di aver stuprato nel 1988 un'adolescente di 16 anni, deceduta lo scorso anno, e ha denunciato per diffamazione l'emittente pubblica Abc. La polizia ha chiuso il caso per mancanza di prove. Neanche l'opposizione laburista, che sta lavorando ad una sistema di quote per rafforzare la presenza femminile, è però esente dalle accuse di sessismo e abusi. La scorsa settimana decine di migliaia di persone hanno partecipato a una campagna di proteste chiamata #March4Justice (Marcia per la giustizia) per denunciare le violenze sessuali, gli abusi diffusi sulle donne e rivendicare la parità di genere.

·        Quei razzisti come i messicani.

Il Messico, la Conquista e il sangue dei vincitori. Gabriele Morelli il 2 Settembre 2021 su Il Giornale. L'ondata di revanscismo che attraversa il Paese travolge anche i valori delle nazioni occidentali. Ricorreva in questi giorni il quinto centenario della conquista del Messico; e alla fine del mese il Paese celebrerà il secondo della sua indipendenza. Due buoni motivi per aprire o riaprire dibattiti, aggiornare libri e edizioni classiche come La conquista del Messico (1993) dello storico inglese Hugh Thomas. Materiali e documentazione che riaccendono il fuoco della protesta e fomentano il processo di critica nei confronti degli spagnoli, e dei navigatori ed esploratori europei. A partire da Cristoforo Colombo che, in questi ultimi mesi, ha visto le sue statue abbattute, rimosso il nome nelle vie delle metropoli americane e non di rado la sua effigie esposta al pubblico ludibrio. Un'ondata di protesta, diventata furia iconoclasta, ha investito i grandi e piccoli protagonisti della scoperta e della colonizzazione delle Indie, coinvolgendo anche figure ufficiali dell'attuale politica nazionale. Come il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, che ha chiesto al re di Spagna Felipe IV le scuse ufficiali per le atrocità commesse dai conquistatori spagnoli, dimenticando che già il domenicano Bartolomé de las Casas nella sua Brevísima relación de la destrucción de las Indias (1542) aveva denunciato (con molte esagerazioni) i delitti commessi dagli invasori, chiedendo l'intervento della corona. È anche sua la bella idea di andare a prendere i neri nella lontana Africa, portarli in America e impiegarli come schiavi nei lavori della colonizzazione che gli indios non erano in grado di sopportare. La celebrazione dei due centenari ha fatto esplodere la protesta sull'onda del revanscismo coltivato dai movimenti di rivendicazione dell'identità del nativo, alimentata dalle trasformazioni avvenute nella politica, nella società e nelle ideologie portatrici di una maggiore sensibilità nei confronti di ogni forma di sfruttamento ed emarginazione. Critica più che legittima, ma snaturata da una visione populista e manichea che non tiene conto dei tempi della storia, dei diversi valori e contenuti che regolano le civiltà e le culture del passato. Ciò non ci esime da esprimere un giudizio di condanna contro ogni forma di sopruso e violenza esercitati su popolazioni inermi, ma è doveroso considerare le ragioni e i valori diversi espressi in epoche lontane dalle nazioni occidentali, fortemente legate - è il caso soprattutto della Spagna - alla fede e al vangelo, i cui simboli esterni (la croce) precedono la spada, mentre il frate domenicano o francescano che accompagna il conquistatore è interessato soprattutto all'evangelizzazione e a tale scopo apprende la lingua, le leggende e la letteratura orale dell'indio, che conserva e trasmette. Per meglio comprendere i diversi criteri di giudizio legati al contesto storico, ricordiamo l'esempio edificante narrato da Santa Teresa d'Avila che racconta come una sua consorella, addolorata dal rifiuto di un marinaio inglese a convertirsi, chiede al Signore di mandarle tutti i mali di questo mondo purché l'eretico abbracci la vera fede: mali subito scomparsi non appena l'uomo, sfinito dagli interrogatori e dalle ferite, bacia la croce. Il marinaio è subito portato, fra il tripudio della folla, sul palco dell'auto de fé per essere garrotato, mentre il carnefice in ginocchio lo prega di raccomandarlo a Dio che presto raggiungerà. Non una parola sull'obbrobrio della tortura e l'orrore dell'atroce esecuzione del povero marinaio, preso in una bettola di Barcellona e portato a Valladolid: a Santa Teresa interessa solo la salvezza spirituale dell'uomo e per questo ricorda il singolare esempio. Torniamo ai giorni della conquista che conosciamo attraverso le testimonianze trasmesse dal conquistatore Hernán Cortés, le cinque Cartas de Relación inviate a Carlo V, e quelle del soldato Bernal Díaz del Castillo che scrive la Historia verdadera. Il primo - ispirandosi alla decisione coraggiosa di Giulio Cesare di valicare il Rubicone - ordina di affondare le poche navi con cui è arrivato ed entra nella nuova terra mentre l'imperatore Montezuma continua a inviare ambasciatori e doni per scoraggiare la sua avanzata. La conquista avviene con uno sparuto manipolo di soldati, accompagnati da una moltitudine di indios tlaxcaltecas, acerrimi nemici degli aztecas che li avevano sconfitti e resi schiavi. Cortés, come Cesare, è storico della propria impresa, mentre Díaz del Castillo è la memoria e la voce narrante dei soldati caduti nell'anonimato. Affascinanti sono le pagine della sua cronaca che descrivono Tenochtitlán, la capitale dell'antico Messico, fondata sulle acque, di cui elenca le svariate mercanzie, le case maestose e i grandi templi dove, nell'alto delle piramidi, si celebrano orribili sacrifici umani a cui un giorno, accompagnato da Montezuma, Cortés assiste con i suoi capitani, che reagiscono violentemente contro i sacerdoti lordi di sangue, intenti a estrarre i cuori palpitanti degli uomini sacrificati. Cortés e Díaz del Castillo raccontano anche la rivolta e la fuga precipitosa da Tenochtitlán, in cui molti spagnoli muoiono e i loro corpi sono dati in pasto alle belve, mentre altri compagni fuggendo, carichi d'oro e argento, cadono nei canali della città. L'inarrestabile avanzata di Cortés termina il 13 agosto del 1521 con l'occupazione della capitale azteca. Nella vera storia leggiamo - insieme allo stupore «per le cose mai viste o immaginate» - il racconto di due soldati perdutisi nella selva e diventati indios, in cui uno rifiuta di tornare a essere spagnolo. È l'inizio del processo di meticciato avvenuto tra le diverse culture, subito attuato dallo stesso Cortés che sceglie come interprete, compagna e madre del figlio Martín, poi battezzato, l'india Malinche. Da questi incontri e scontri - ha detto il grande scrittore messicano Octavio Paz - siamo nati noi, non più aztechi e neppure spagnoli, ma ispanoamericani aperti a una nuova visione del mondo. Rileggere oggi la storia della conquista del Messico significa fare uno sforzo di comprensione e non creare nuove ferite. Gabriele Morelli 

"Trovati 800 mila resti umani". Ecco i 7 centri di sterminio. Gerry Freda il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. I 7 "forni crematori" sono stati individuati, grazie all'impegno di attivisti di ong, nello Stato del Nuevo León, al confine tra Messico e Texas. Il Messico è sotto choc per la recente scoperta di 7 "centri di sterminio", individuati, tra montagne e aree semidesertiche, grazie a ricerche avviate nel 2014 su iniziativa di attivisti intenzionati a dare degna sepoltura ai "desaparecidos", ossia alle vittime di rapimenti e faide tra bande criminali. Ad annunciare la scoperta di quei luoghi di morte, individuati nello Stato nordorientale del Nuevo León, è stato, nel dettaglio, il sodalizio Fuerzas unidas por nuestros desaparecidos (Fundel), che raggruppa i familiari di persone scomparse ed è finanziato dall'esecutivo locale, dall’ufficio del procuratore generale dello Stato e dalle Commissioni di ricerca nazionali. I 7 centri incriminati sono stati scoperti in porzioni di territorio poco distanti dalla città di Monterrey e tristemente famose per le operazioni condotte lì dai narcotrafficanti. Gli scopritori delle strutture citate hanno ultimamente affermato di avere rintracciato nei pressi di queste ultime "867.556 resti umani": femori, tibie, crani e mani. I resti in questione presentano, denunciano gli attivisti di Fundel, evidenti "segni di bruciatura", a dimostrazione del fatto che gli assassini dei malcapitati intendevano rendere irriconoscibili i cadaveri delle vittime e impedirne ritrovamento e riconoscimento. Gli stessi militanti hanno poi spiegato che, in quei siti di morte e di interramento, avrebbero perso la vita persone cadute nelle spire della multiforme criminalità che attanaglia il Messico: vittime della guerra tra le bande dei narcotrafficanti, uomini e donne sequestrate e mai più liberate, persone ammazzate per il traffico di organi, migranti che non avevano più nulla con cui pagare i passatori. I soggetti massacrati lì sarebbero originari di diversi Stati federati e avrebbero sperimentato, in quelle strutture, un "livello massimo di crudeltà". In particolare, le aree in cui sorgono i 7 centri di sterminio costituirebbero principalmente, a detta dei rappresentanti di Fundel, il campo di azione delle bande dei narcos, prima fra tutte quella del cartello Los Zetas, che da anni conduce azioni violente per ottenere rispetto e terrore da parte della popolazione e per stroncare la concorrenza nel mondo malavitoso. Sempre quelle 7 strutture emerse dal deserto messicano sono state paragonate da Karla Quintana, titolare della Commissione nazionale di ricerca dei desaparecidos, a dei "forni crematori", analoghi a quelli "attivi nella Seconda Guerra Mondiale" e dove "hanno cercato di fare sparire, polverizzandole, centinaia di persone affinché non ne rimanesse traccia”. Quegli oltre 860mila resti umani rinvenuti sono ora a disposizione di 4 procuratori di Stato e del procuratore generale della Repubblica, in attesa di identificazione attraverso analisi genetiche, se il deterioramento delle ossa lo consentirà; i familiari di migliaia di persone scomparse e di sospette vittime delle gang sono, di conseguenza, in attesa di potere finalmente prendere parte alle procedure di riconoscimento delle spoglie di quelle persone massacrate nei 7 centri scoperti nel deserto. L'individuazione di quei resti ha però immediatamente scatenato feroci accuse, da parte di Fundel e degli esponenti di altre associazioni locali a difesa dei diritti umani, contro le autorità statali e federali. I militanti sostengono infatti che il recente macabro ritrovamento è avvenuto solamente dopo un lungo "braccio di ferro" con i funzionari formalmente preposti a proteggere le comunità. Alcune critiche si sono concentrate verso una determinata figura politica, ossia l'ex presidente del Messico Felipe Calderón; ad avviso degli attivisti, l'ondata di violenze alla base delle migliaia di uccisioni testimoniate dai resti umani rinvenuti nel Nuevo León sarebbe esplosa, con la complicità o il silenzio governativi, proprio durante la presidenza del Capo di Stato citato, tra il 2006 e il 2012.

Gerry Freda. Nato ad Avellino il 20 ottobre 1989. Laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Relazioni Internazionali. Master in Diritto Amministrativo. Giornalista pubblicista. Collaboro con il Giornale.it dal 2018.

Il Messico vuole processare trent'anni di politiche nazionali. Il partito di Amlo: una commissione parlamentare per giudicare le responsabilità degli ex presidenti. Repubblica.it il 2 agosto 2021. Un referendum voluto da Lopez Obrador per ottenere il sostegno popolare al riesame ha visto una maggioranza schiacciante di sì, ma l'affluenza è stata bassa. L'opposizione: "Operazione demagogica". Il partito di maggioranza del Messico, Morena (Movimento di rigenerazione nazionale) ha promesso che porterà in Parlamento la proposta di creare una commissione "della verità" per giudicare "i reati commessi nel passato da diversi personaggi politici". Un impegno che segue la chiusura della consultazione popolare sull'apertura dei processi "di chiarimento" delle responsabilità degli ex presidenti: un quesito appoggiato da percentuali schiaccianti di "si'", ma con un'affluenza molto inferiore al 40 per cento utile perché producesse effetti. 

·        Quei razzisti come i brasiliani. 

Luca Zanini per il “Corriere della Sera” il 24 settembre 2021. «Abbiamo avuto la fortuna di poter convivere con la nostra preistoria». Lui la riassume così, con una battuta, ma l'esperienza alle spalle dell'ultimo libro (edizioni Taschen) e dell'ultima mostra di Sebastião Salgado - Amazônia , in programma al Maxxi di Roma dal 1° ottobre al 13 febbraio - è molto di più. È il frutto di un'immersione totale nella foresta amazzonica: Salgado ha viaggiato per 7 anni, insieme alla moglie Lélia Wanick Salgado, in territori spesso inesplorati; realizzando 48 reportage. Ci sono voluti una équipe di 12 persone (dal conducente di piroga, agli interpreti, al cuoco) e l'aiuto dell'esercito brasiliano per arrivare laddove altri esploratori non erano mai giunti. Ed è stato l'ultimo grande viaggio del grande fotografo: «Ho quasi 78 anni, sono vecchio», dice. Ma pesa anche il suo personale scontro con il presidente brasiliano Bolsonaro: «Non avrò mai più il permesso di andarci». Un viaggio che lo porta a dire: «Dietro gli incendi e l'allarme per la deforestazione, l'Amazzonia è un paradiso che possiamo ancora salvare». Non diamo per persa la foresta, dunque, perché «non è soltanto quella che vedete bruciare (il 18%) nei notiziari: l'82 per cento del suo territorio è vivo, reale». Il cuore vero dell'Amazzonia, assicura Salgado - che iniziò a esplorarla nel 1980 -, è ancora intatto: «Ci siamo arrivati con viaggi lunghissimi, cambiando imbarcazioni, sempre più piccole: fino a spostarci su piroghe». E avverte: «Dobbiamo essere tutti noi a salvare questo paradiso in Terra, cambiando i nostri modi di consumare». La sua protezione, oggi, è un affare di tutti, «possiamo e dobbiamo fermare deforestazione, agricoltura intrusiva, costruzione di nuove strade». Dal suo racconto emerge il senso di un lavoro non facile, anche se supportato da grandi risorse. Ogni volta, prima di partire per un reportage, c'erano le trattative. Sì perché per poter visitare i popoli «incontattati» - i gruppi etnici che non hanno mai avuto contatti o ne hanno soltanto di sporadici con gli stranieri sono ancora più di 500 - è necessario ottenere l'autorizzazione preventiva dei capi tribù attraverso un agente del Funai, l'Associazione Nazionale Indiana del Brasile che sovrintende tutti i contatti tra gli esterni e gli indigeni. «Senza il loro permesso non si può entrare. Per arrivare in fondo alla foresta abbiamo impiegato settimane. Le distanze sono enormi, la superficie della sola Amazzonia brasiliana è circa 17 volte quella dell'Italia». Ma poi gli incontri sono andati benissimo, sono stati straordinari, come testimoniano le nuove foto dell'economista-esploratore. Quella che aprirà al Museo nazionale delle arti del XXI secolo, dunque, è un'esposizione dedicata non solo alla natura ma agli uomini della foresta: «Non abbiamo mai avuto problemi con loro - assicura Salgado -, gli indios sono persone di pace, le uniche aggressioni si registrano a volte da parte di quelli che sono a contatto con le popolazioni bianche: siamo noi ad aver insegnato loro la violenza». Tra gli indios non ci sono litigi pericolosi: le liti si risolvono sedendosi in cerchio con la tribù, «amano parlare anche per 2-3 ore e alla fine il problema è risolto». Le loro feste «sono incredibili» ed è «davvero bello vivere con loro». Ci sono donne, spiega Salgado, «con 4 o 5 mariti: uno per la caccia, uno per la pesca, uno che bada ai bambini e li fa giocare...». Quanto all'equilibrio ambientale, nelle aree più remote dell'Amazzonia sembra resistere ancora all'attacco dell'uomo «evoluto».  «Abbiamo raggiunto le montagne più lontane, catene sconosciute. Abbiamo fotografato i sistemi idrici, l'acqua in ogni sua forma: ruscelli, torrenti, fiumi, nuvole», ricorda il fotografo rivedendo le immagini che lui stesso ha fissato su carta. «L'Amazzonia è il paradiso in Terra», ribadisce, con le sue montagne sconosciute, i suoi «fiumi volanti». L'umidità che ogni albero della foresta riesce a far evaporare (fino a mille litri d'acqua al giorno) «è alla base del ciclo dell'acqua nel Pianeta, forma ruscelli e fiumi, forma i cumulonembi e altre incredibili nuvole (immortalate dalle sue foto nel libro, ndr ) e parte di quella umidità arriva anche in Europa». La mostra è divisa in due parti. Nella prima i grandi pannelli con le foto dal cuore della foresta aprono squarci su un mondo «preistorico», come lo ha definito il fotografo, che lasciano senza fiato: è la sezione dedicata all'ambientazione paesaggistica. «Con Salgado ogni volta è una scommessa diversa - nota Roberto Koch, editore di Contrasto e presidente della Fondazione Forma per la Fotografia - e siamo ormai alla sua quarta mostra a Roma. Ogni volta c'è qualcosa che ci sorprende e incanta nel suo incredibile lavoro». Nella seconda parte dell'esposizione entriamo in quello che era un tempo definito «inferno verde» per conoscere da dentro la foresta e le sue popolazioni indigene. «Con questa mostra che ci conduce in un viaggio nella bellezza, nella forza e nella fragilità di un ambiente unico al mondo, il Maxxi vuole contribuire a diffondere il messaggio di Salgado: questo tesoro umano, naturale e culturale va protetto a ogni costo - sottolinea Giovanna Melandri, presidente di Fondazione Maxxi, che per oltre un anno ha lavorato a questo progetto -. Anche perché i suoi custodi, le popolazioni che lo abitano, rischiano l'estinzione. Salgado ci ha abituato a sentimenti forti. I suoi occhi hanno forgiato la nostra coscienza, le sue immagini ci fanno indignare, ammutolire ma anche riscoprire la meraviglia».

Lgbt contro il Brasile: squadra omofoba, "nessuno usa il 24 perché associato alla comunità gay". Carlo Nicolato su Libero Quotidiano il 04 luglio 2021. La Confederación Brasileña de Fútbol (CBF), cioè la Federcalcio brasiliana, è accusata di omofobia e dovrà risponderne di fronte a un tribunale, così come prevede la legge brasiliana. Il torto della CBF sarebbe quello di essersi scientemente rifiutata di far indossare ai giocatori della nazionale verdeoro la maglia 24, numero che generalmente in Brasile viene associato spregiativamente all'omosessualità. Secondo la spiegazione più logica l'origine di tale associazione risale al "Jogo do bicho", un gioco d'azzardo molto popolare in Brasile, il quale prevede una tabella numerata e per ogni numero un animale. Al 24 corrisponde il cervo, che da noi potrebbe essere al massimo associato ai cornuti di ogni fede sessuale, mentre in Brasile dicendosi "veado" viene facilmente accostato alla parola "viado", la cui traduzione in italiano è superflua. Un'altra spiegazione è ancora più triviale e si gioca su un'altra assonanza, quella tra "vinte e quatro", cioè ventiquattro, e "vim de quatro", ovvero "vieni a quattro", nel senso di posizione sessuale.

STORIA E CULTURA

Quale che sia la spiegazione poco importa, secondo il Grupo Arco Iris (Arcobaleno), ovvero il gruppo della comunità LGBT brasiliana che ha sporto denuncia, «la possibilità che la numerazione della selezione brasiliana salti il numero 24, considerata la connotazione storica e culturale che circonda questo numero, associandolo agli omosessuali, deve essere intesa come una chiara offesa alla comunità LGBTI+ e come atteggiamento omofobo».

REATO DAL 2019

Val la pena ricordare che in Brasile l'omofobia è reato dal 2019, da quando cioè il Tribunale Superiore Federale con una sentenza molto contestata ha deciso a maggioranza di equipararla, insieme alla transfobia, al razzismo. Chi si macchia di tale reato può essere condannato a una pena fino 3 anni di carcere, che è quanto in teoria rischiano i responsabili della Confederación Brasileña de Fútbol qualora la Corte di giustizia di Rio de Janeiro stabilisca le eventuali condanne. Per il momento il tribunale ha ordinato alla CBF di dare una sua versione dei fatti, cioè di spiegare per quale motivo la nazionale brasiliana risulti essere l'unica partecipante alla Copa America che salta un numero di maglia dal 23 al 25. La versione dell'associazione calcistica dovrebbe arrivare a ore, ma pare ovvio che la motivazione sia che evidentemente nessuno tra i calciatori volesse indossare quella maglia. È anche vero che a molti è sembrata assurda la rigidità perfino antidemocratica con cui il tribunale di Rio ha accolto le richieste della comunità LGTB. Il giudice Ricardo Seifer ha spiegato che il calcio in Brasile è uno sport ancora tradizionalmente maschile e come tale permeato di cultura patriarcale. «Vista la sua popolarità» ha aggiunto, «sarebbe importante che questa cultura venga sostituita da un'altra» e per tale motivo «è importante adottare misure severe nel contesto delle competizioni più importanti».

Brasile, Corte suprema annulla le condanne di Lula: l'ex leader si può ricandidare nel 2022. Daniele Mastrogiacomo su La Repubblica l'8 marzo 2021. Ripristinati i diritti politici. Ora potrebbe correre contro Bolsonaro alle elezioni del prossimo anno. Luiz Inácio Lula da Silva torna in campo. Esce pulito dalla lunga vicenda giudiziaria che lo ha inseguito per tre anni. Il giudice del Tribunale Supremo Federale Edson Fachin ha annullato tutti i quattro processi in cui il padre della sinistra brasiliana è imputato. Il motivo è di procedura: il Tribunale che lo ha giudicato e condannato prima a dieci anni e poi in appello a 17, dei quali 580 giorni scontati in carcere, era incompetente. Si azzera tutto. La decisione era nell’aria, il Supremo era chiamato a pronunciarsi sull’ultimo ricorso della difesa. Le rivelazioni di The Intercept Brazil avevano svelato un rapporto diretto tra il giudice Moro e il pool dei pm dell’inchiesta Lava Jato. Il primo suggeriva ai secondi quali prove trovare e come usarle nello scontro che avevano con il due volte presidente del Brasile. Il Di Pietro brasiliano, con quei messaggi su Telegram, aveva messo in discussione la sua imparzialità. L’accanimento era più che un sospetto. Lula si è sempre proclamato innocente, ma si è fatto il carcere uscendo a testa alta quando gli sono stati concessi i domiciliari. È rimasto un po’ in silenzio godendosi il suo momento di passione con la sociologa militante del Pt che ha conosciuto durante le giornate di prigione a Curitiba. Poi ha rilasciato interviste, ha partecipato all’ultimo congresso del Pt, ha ascoltato più che parlato e a chi gli chiedeva se tornava sulla scena rispondeva in modo vago. «Io sono sempre qui. Ma ho la mia età, ci sono ottimi dirigenti». Nell’ultima intervista a El País si era spinto oltre: «Certo, se poi la gente vuole me, mi chiede di tornare in campo, sono pronto. La politica è la mia vita, ho sempre fatto questo». Lula è libero di candidarsi per il 2022. Può fare quello che gli hanno impedito di fare nel 2018. Jair Bolsonaro ha vinto ma non ha stravinto. Haddad ha fatto quello che poteva, candidato solo all’ultimo dopo il lungo tormento all’interno del Pt su cosa fare e chi candidare in attesa di una sentenza assolutoria che invece si trasformò in condanna ancora più severa. Jair Bolsonaro resta “sorpreso” della sentenza che annulla i processi contro Lula. “E’ una decisione monocratica, del giudice Faccio che notoriamente è legato al Pt”. Il presidente sostiene che questo non cambia il giudizio sulla gestione del Pt del Brasile che è stata “catastrofica”. Aggiunge che Lula non può essere il candidato del 2020. 2Deve decidere prima il plenum del Supremo. Poi diventa effettiva”. Bolsonaro tradisce un evidente timore: avere Lula come avversario è altra cosa.

Caso Lula, la Corte Suprema annulla tutte le sentenze di condanna. Per il giudice la giustizia del Paranà non aveva la competenza giuridica sull’inchiesta Lava Jato, per la quale Lula era stato condannato nel 2018. L'ex presidente del Brasile potrà correre alle prossime elezioni del 2022. su Il Dubbio l'8 marzo 2021. Brasile – Il giudice della Corte suprema Edson Fachin ha invalidato tutte le condanne penali a carico dell’ex presidente Lula da Silva, ripristinando i suoi diritti politici e rendendolo di nuovo idoneo a correre contro Jair Bolsonaro alle presidenziali 2022. Lula era in testa a tutti i sondaggi quando fu condannato nel 2018 in seguito all’inchiesta dalla giustizia federale del Paranà per l’operazione Lava Jato. Fachin ha stabilito che la giustizia del Paranà non aveva la competenza giuridica richiesta per analizzare le azioni criminali. Il giudice ha anche stabilito che i rispettivi casi vengano inoltrati alla giustizia del distretto federale. Il caso giudiziario dell’ex presidente del Brasile era tornato davanti alla Corte Suprema in seguito a nuove rivelazioni della polizia federale che ha messo le mani su delle chat dalle quali sarebbe emerso che il giudice Sergio Moro, allora a capo dell’operazione anti-corruzione Lava Jato, avrebbe aiutato il pubblico ministero Deltan Dallagnol a istruire la causa contro Lula. In quel processo, l’ex presidente brasiliano fu condannato a otto anni e dieci mesi di carcere con l’accusa di corruzione, per poi essere rilasciato a novembre del 2019 dopo oltre 500 giorni di detenzione. Già allora le chat tra i due magistrati scatenarono un terremoto politico, a seguito dello scoop del sito di inchiesta “The Intercept” che aveva pubblicato il contenuto della corrispondenza tra i due. In quell’occasione a intercettare i messaggi erano stati alcuni hacker, che li avevano poi forniti ai giornalisti, ed essendo stati acquisiti illegalmente, non erano utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni. Mentre ora è la stessa polizia federale – nel tentativo di scovare gli hacker – ad essere entrata in possesso del contenuto completo di quelle chat, acquisite anche dalla difesa di Lula che aveva chiesto e ottenuto dalla Corte Suprema di visionare i messaggi. I colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l’articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice «sospetto di non essere imparziale». E di chiedere quindi l’annullamento del giudizio.

Daniele Mastrogiacomo per "la Repubblica" il 10 marzo 2021. Il riscatto e il ritorno. La giustizia restituisce la dignità umana e politica a Lula e apre la strada verso una sua nuova candidatura alle presidenziali del 2022. Sarebbe la terza volta per il padre della sinistra brasiliana, già alla guida del grande Paese sudamericano dal 2003 al 2011. A chi gli chiedeva solo pochi giorni fa se non si considerasse troppo vecchio, ha replicato con una battuta che esprimeva il suo momento di straordinaria lucidità e forza spirituale: «Ho i miei 75 anni ma c' è qualcuno più vecchio di me che è stato appena eletto come presidente degli Stati Uniti d' America». Uscito dal carcere poco più di un anno fa (8 novembre 2019) Luiz Inácio da Silva, detto Lula, è già riuscito a liberarsi delle tossine e della rabbia che ha dovuto sopportare per 580 giorni in una cella all' interno della sede centrale della Polizia federale. Senza poter comunicare all' esterno, tenendo allenata la mente con un piccolo televisore e il fisico grazie agli attrezzi da ginnastica. L' uomo che aveva incarnato il riscatto di milioni di poveri e diseredati, sfamato chi non aveva neanche da mangiare, che aveva aperto scuole e università anche a chi ne era stato escluso, che aveva saputo placare le tensioni e la violenza che assediano le favela e le metropoli, esce a testa alta da un incubo durato cinque anni. La sentenza che annulla i cinque processi che lo vedono imputato di riciclaggio e corruzione passiva non è solo la ricompensa per un torto giudiziario che ha impedito la sua corsa verso Planalto e favorito la vittoria della destra di Jair Bolsonaro. Appiana dolori e umiliazioni. Come la diffusione dei dialoghi intercettati con l' allora presidente Rousseff desecretati illegalmente dal giudice Sergio Moro. Il divieto a partecipare ai funerali del fratello, fino al duro confronto in aula con il suo grande avversario, l' eroe della tangentopoli brasiliana, che lo dipinse come il regista di una organizzazione criminale. Lula sapeva di essere innocente. Ma non si rassegnava al clima che schiacciava il Paese sotto il mantello nero della reazione, alle manifestazioni oceaniche che invocavano l' uomo forte. L' ex tornitore diventato presidente affrontava la tempesta come aveva sempre fatto. Non ha mai sbandato davanti alle confessioni dei suoi vecchi compagni di partito. Ha sopportato il dolore per la morte della moglie Marisa Leticia. Ha resistito all' arresto disposto dal giudice Moro dopo una sentenza che aveva lacerato il Tribunale Supremo Federale chiamato a decidere se spedire in cella, per la prima volta, un ex presidente del Brasile. Ha chiamato a raccolta il sindacato dei metallurgici, il suo, quello delle origini. Ha evitato scontri e violenze. Ha tenuto il suo ultimo comizio tra una folla in lacrime, ha trasmesso coraggio e forza. Ma una volta scarcerato non si è buttato nella mischia. Si è goduto l' amore ritrovato con una giovane sociologa. Oggi, ammette, si sente rinato. «Come un trentenne». Pronto a candidarsi per il 2022 «se i brasiliani me lo chiederanno ». La sfida è con Bolsonaro. La stessa che avrebbe voluto fare tre anni fa. Per vincere e fare di nuovo grande il suo Brasile.

L'ex presidente del Brasile scagionato da tutte le accuse. Lula come Craxi: massacrato dai Pm ne è uscito pulito e vivo. Piero Sansonetti su Il Riformista il 10 Marzo 2021. Lula come Craxi, abbiamo intitolato in prima pagina. Perché le due storie si assomigliano. Craxi era più anziano, Lula è più giovane. Sono stati due grandi leader socialisti. Craxi alla fine del secolo scorso. Primo presidente del consiglio socialista della storia italiana. Riformista d’acciaio. Ha sfidato la borghesia, ha sfidato il Pci e la Cgil, ha sfidato gli americani e gli israeliani, i dittatori sudamericani e quelli dell’est Europa. Ha sfidato i giudici. È dovuto scappare dall’Italia perché i magistrati volevano farlo prigioniero. È morto in esilio. Quando Craxi guidava il Psi, e poi governava, Lula era un giovane e combatteva contro il regime militare fascista brasiliano. Poi la dittatura è caduta e Lula è diventato il capo del sindacato, e subito dopo il capo del partito socialista (il Pt, partito dei Trabalhadores) e infine per sette anni è stato Presidente del Brasile. Da presidente ha realizzato grandi riforme, ha ridotto la povertà, l’analfabetismo, le differenze sociali. Ha sfidato i latifondisti e la vecchia classe borghese che fino a quel momento avevano dominato in Brasile. Ha lasciato la presidenza con un indice di popolarità dell’80 per cento. Cifra mai vista. Craxi e Lula hanno pagato cara la loro spavalderia. Sono stati messi nel mirino della magistratura e perseguitati in modo drammatico. Craxi è stato condannato a molti anni di carcere, è stato abbandonato da tutto il mondo politico, è dovuto riparare all’estero, in esilio a Tunisi, si è ammalato, è stato curato male, è morto a sessantacinque anni, solo solo, in un lettino scassato di ospedale, dopo essere stato operato in una sala di fortuna, con una infermiera che teneva la lampada per illuminare la ferita, assistito solo dai suoi figli e dalla moglie. I magistrati vietarono ad alcuni suoi parenti di partecipare ai funerali. Me li ricordo i funerali di Craxi, la nipotina che piange sulla bara e il prete che tuona leggendo il vangelo di Matteo: “Beati i perseguitati per causa di giustizia…”. Già. La morte di Craxi è una delle ferite vergognose ancora aperte nella storia della repubblica italiana. Non sarà facile sanarla. È una ferita che brucia non solo per i militanti del suo partito e per gli eredi del Psi (cerchia alla quale io non ho mai appartenuto) ma per tutto il paese, per la gente per bene, quelli che credono nel diritto e nella democrazia. La storia di Lula è simile. Però forse è a lieto fine. Anche lui è stato preso a bersaglio dai magistrati. In particolare da un magistrato, un certo Sergio Moro, che è un allievo proprio dei suoi colleghi italiani di Mani Pulite. Moro lo ha sempre dichiarato: “Ho imparato tutto da loro”. In particolare da Davigo, che ha invitato varie volte in Brasile. Moro ha accusato Lula di tanti possibili reati di corruzione. Convinto che fosse lui il capo del sistema di finanziamenti a tutti i partiti, che negli anni duemila aveva fatto irruzione nella politica brasiliana. Moro però voleva proprio lo scalpo di Lula, soprattutto perché Lula era popolarissimo nel suo paese. Voleva eliminarlo dalla politica. E lo ha perseguito e condannato senza uno straccio di prova. La contestazione essenziale è stata quella di avere ricevuto in dono illegittimo un appartamento sulla riva del mare, a San Paolo, e poi un casolare in campagna. Ma per ricevere in dono un appartamento bisogna che questo appartamento diventi tuo, o di tua moglie, o di un tuo parente o amico. E questo non è successo. Le proprietà immobiliari oggetto dell’accusa non erano mai appartenute né a Lula né a nessuno riconducibile a lui. Moro decise lo stesso la condanna, e lo fece arrestare, in modo spettacolare, mentre Lula si preparava a correre per tornare Presidente. Arrestandolo lo tagliò fuori della corsa e permise la vittoria elettorale della destra, cioè di Bolsonaro. Pochi giorni dopo Moro fu nominato da Bolsonaro ministro della giustizia. Un golpe vero e proprio, palese. Che diventò ancora più palese quando uscirono le intercettazioni di alcuni colloqui tra Moro e il di magistrati che sosteneva l’accusa a Lula, dalle quali risultava del tutto evidente la congiura, e la illegittimità delle accuse, e il carattere di lotta politica che aveva il processo. Lula intanto era in prigione. È rimasto in cella per quasi due anni, prima di ottenere la libertà provvisoria. L’altro giorno finalmente il tribunale supremo ha fatto giustizia. Ha accertato che Moro non aveva la competenza per giudicare Lula. Le condanne sono cadute tutte. Lula torna di nuovo candidabile alla presidenza. Si vota nel 22. I sondaggi dicono che oggi Lula sarebbe già in vantaggio su Bolsonaro: 50 a 38. Lula ieri ha detto che finalmente il Brasile potrà liberarsi di un “troglodita”. Bolsonaro invece ha tuonato contro le toghe rosse, che qui in Brasile fanno il lavoro opposto – evidentemente – rispetto alle toghe rosse italiane: scarcerano, invece di mettere le manette. Oggi qui in Italia esultano per Lula anche molti esponenti di partiti che si sono sempre dichiarati dalla parte dei giudici. Anche Grillo esulta. Può darsi che Grillo abbia ripensato all’orrore di tanti anni passati nel fronte forcaiolo. E che ci abbia cambiato idea. Benissimo: però farebbe bene a spiegare il suo pensiero. A dichiarare: viva Lula, viva Craxi. Allora sì. In Italia, negli anni passati Lula è stato difeso, forse, solo da D’Alema. La sinistra non osava sfidare i giudici. La destra non osava schierarsi con un socialista. Peccato.

Celle aperte per altri 5000. Liberato Lula, salta in aria la Mani pulite brasiliana. Angela Nocioni su Il Riformista il 14 Novembre 2019. Oh meu Deus, è arrivato il colpo di spugna! Così all’opinione pubblica brasiliana è stata sostanzialmente venduta la sentenza del Tribunale supremo che la settimana scorsa ha dichiarato incostituzionale la detenzione prima del compimento del terzo grado di giudizio. E’ illegale mettere in cella chi non ha ancora esaurito le possibilità di ricorso, ha stabilito l’Alta corte. Immediata conseguenza: il detenuto più famoso del Brasile, l’ex presidente Lula da Silva, condannato in appello a otto anni per corruzione, ha chiesto e ottenuto la liberazione. Seguito a ruota da altri carcerati eccellenti dell’inchiesta Lava Jato, la Mani pulite che negli ultimi cinque anni ha terremotato la classe politica e imprenditoriale brasiliane radendo al suolo le principali aziende pubbliche e private tra cui Petrobras, l’impresa petrolifera di Stato, la più grande azienda pubblica dell’America latina ed Odebrecht, la principale azienda privata di costruzioni del continente accusata, con prove, di avere un sistematico metodo di corruzione per aggiudicarsi appalti in Brasile e all’estero. I rami dell’inchiesta su Odebrecht hanno portato all’arresto di politici di primo piano in molti altri Paesi.  Sono 4895 le persone detenute in Brasile, con una condanna in appello, che ora potrebbero ottenere la scarcerazione. Trentotto di loro sono dentro per l’inchiesta Lava Jato. I detenuti sono 726.000, il 35,9% dei quali non ha condanne, nemmeno di primo grado: sono in attesa di giudizio, sono quasi tutti neri poveri, la loro posizione rimarrà inalterata. Lo scandalo percepito riguarda quei 38, considerati gli eccellenti, i miracolati dalla giurisprudenza del Supremo. Nella guerra all’ultimo sangue in corso tra poteri dello Stato in Brasile l’immediata risposta allo schiaffo del Supremo da parte del Parlamento, la cui la maggioranza è in mano alla destra radicale, è stato l’avvio di una proposta di modifica costituzionale. L’articolo 5 della Carta, in rispetto del quale s’è pronunciato il Supremo, dice che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva? Allora si cambia l’articolo 5 della Costituzione, basta modificare il comma 57. La Commissione Giustizia della Camera ha già cominciato la discussione.  Se passa l’emendamento, e i voti per farlo passare ci sono, la Costituzione stabilirà che nessuno può essere considerato colpevole fino alla condanna in secondo grado.  Quindi dovranno tornare tutti dentro? Se non i 4895, almeno i 38 che nel frattempo avranno avuto modo di far ricorso ed essere scarcerati? Sarà così salva la Mani pulite che ha ridiseganto la mappa politica del Brasile portando il giudice Sergio Moro, quello che ordinò l’arresto di Lula, a fare il super ministro della giustizia del presidente Jair Bolsonaro diventato tale grazie a quell’arresto (senza che il mondo si scandalizzasse per questo)?  Tutto da stabilire. Esimi costituzionalisti di ogni risma si stanno già scannando per sancire se, e in base a quale norma, un emendamento costituzionale possa o non possa scavalcare una decisione del Supremo. Intanto le stesse tv che Sergio Moro, ai tempi in cui era ancora giudice di primo grado della procura di Curitiba, allertò perché andassero a coprire con gli elicotteri la convocazione a testimoniare dell’allora candidato alle presidenziali Lula da Silva mentre alla sua porta si presentavano gli agenti di polizia come si fosse trattato di un arresto – mentre il candidato Lula non era stato nemmeno avvisato e quindi non aveva nemmeno avuto modo di rifutarsi (impossibile per uno spettatore televisivo distinguere le immagini di quel singolare accompagnamento coatto a testimoniare sotto scorta da quelle di un clamoroso arresto: sembrava avessero suonato alla porta di Jack lo squartatore, c’era uno stuolo di macchine di polizia a sirene spiegate, agenti armati fino ai denti, sirene, cordoni di folla) martellano ora immagini e dibattiti preventivi sull’imminente probabile scarcerazione dei grandi protagonisti della telenovela politico giudiziaria brasiliana. Per cominciare: Eduardo Azeredo, ex presidente del Psdb, il partito dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso (l’unico grande nome della politica brasiliana a non essere finito stritolato dall’inchiesta, cominciata quando lui era ormai lontano dal potere visibile) e José Dirceu del Partito dei lavoratori, il creatore politico di Lula, l’uomo che mise la cravatta al Lula sindacalista e lo scortò fino a portarlo alla presidenza della Repubblica. Dirceu, sempre rifiutatosi di collaborare con gli inquirenti, sta scontando una pena a 30 anni, 9 mesi e dieci giorni per corruzione e lavaggio di denaro. Entrambi hanno chiesto la liberazione tre giorni fa. Non si può capire cosa sta accadendo in Brasile, né come il 52% degli elettori di una delle democrazie più grandi del mondo abbia votato un anno fa un oscuro ex poliziotto ciclotimico dalle sparate violtissime presentatosi come outsider dopo aver passato gli ultimi 23 anni su uno scranno da deputato a Brasilia, se non si considerano i toni e la potenza della gigantesca copertura mediatica di cui dal 2005 (il partito di Lula è andato al potere nel 2003) godono le inchieste sui fondi neri ai partiti prima e quelle sulla corruzione in Petrobras poi. Entrambe talmente ben cadenzate sui tg della sera con suspance, colpi di scena, tradimenti e vendette da essere seguite in tv, ormai da quattordici anni, come si segue la telenovela delle otto. E la Lava Jato garantisce pathos, scandalo e guizzi di regia di una qualità incomparabile con quelli delle migliori telenovelas delle otto.  Quando fu mandato in prigione José Dirceu, per dirne una, il suo personale fustigatore all’Alta Corte fu un giudice ex protetto di Lula e Dilma e di Dirceu stesso, Joaquim Barbosa, l’unico giudice nero della storia dell’Alta corte brasiliana. Se non fosse esistito Dirceu, probabilmente Barbosa non sarebbe mai diventato giudice del Supremo. Questo nel senso comune brasiliano era fatto forse non certo, ma dato per assodato. Barbosa, assurto al ruolo di super giustiziere, fu con Dirceu di una severità inedita. La sua requisitoria è diventata presto un classico per i toni implacabili utilizzati. Al Carnevale di Rio la sua maschera è andata più di moda di quella di Batman. Il clima creato allora attorno al ruolo di angelo vendicatore del giudice nero, scagliatosi contro i potenti bianchi corrotti, spiega molto del brodo di coltura da cui poi è uscito, a sorpresa, Bolsonaro. Al di là della sostanza racchiusa nelle appassionanti pagine processuali. Tra le tante porte spalancate dalla sentenza del Supremo sulla incostituzionalità della detenzione prima del terzo grado di giudizio, ce ne è forse anche una che mette in discussione l’esito delle ultime presidenziali visto che Lula, il candidato favorito al primo turno secondo tutti i sondaggi, fu fatto fuori dalla corsa elettorale a causa dell’arresto finmato da Moro dopo una condanna in appello? No. La legge brasiliana è in materia molto simile a quella statunitense: il presidente può esser rimosso soltanto con una procedura di impeachment. Nemmeno se Lula riuscisse a dimostrare che Moro non è stato un giudice imparziale e ad ottenere quindi l’annullamento del giudizio, i giochi per lui si potrebbero riaprire. Nemmeno se un tribunale potesse riconoscere che è stato condannato senza prove.  E da una futura competizione elettorale, ora che Lula è libero, è fuori comunque. Perché esiste una legge, la Ficha limpa (fedina pulita) che gli impedisce di partecipare. Lula ha anche altre cinque processi pendenti, uno con una condanna per corruzione in primo grado, oltre a quello per l’appartamento al mare costatogli l’arresto e la fine della corsa per le elezioni. Appartamento che la sentenza di condanna ritene gli sia stato messo a disposizione come tangente e che, curisosamente, non risulta essere mai stato abitato nemmeno per un giorno né da lui né da nessuno della sua famiglia, appartamento per il quale non risulta esistere nessun documento di proprietà da far risalire all’ex presidente. L’attico, il famoso triplex di cui da anni si favoleggia, affaccia su una delle spiagge più brutte del Brasile, sporca e affollatissima. Chissà perché l’uomo più potente del Paese, uno che è considerato una sorta di semidio in tutto il Nord est, avrà fatto carte false per avere a disposizione un attico in un postaccio che sembra tutti i giorni Ladispoli a ferragosto? Lungo un litorale triste sul quale non potrebbe neppure metter piede senza essere assediato dai bagnanti? Mistero irrisolto, ma non spettava a Moro risolverlo. Dovesse, però, saltar fuori che c’è stato un accordo per far condannare Lula in secondo grado, e renderlo così incandidabile, frenare lo scandalo potrebbe diventare complicato anche per Moro. Complicato, ma non impossibile. Perché il consenso popolare sta dalla parte dell’ex giudice sceriffo diventato ministro dopo aver giurato pubblicamente che mai avrebbe accettato un incarico politico. E’ lui il candidato che la maggioranza degli elettori brasiliani vorrebbe alla presidenza della repubblica, a dar retta ai sondaggi. Il presidente Bolsonaro ha già detto ai suoi di volerlo come vice per il prossimo mandato, invece di nominarlo per meriti membro del Supremo. C’è una conseguenza possibile della sentenza dell’Alta Corte che ha portato alla liberazione di Lula di cui si parla poco. L’effetto più temuto sulla Lava jato non è tanto la scarcerazione dei tanti condannati in appello che riescano a farsi accogliere il ricorso, ma la ricaduta che quella sentenza potrebbe avere sull’armageddon della Mani pulite brasiliana: la legge sulla delazione premiata, una versione locale (con alcune differenze) delle norme italiane sui collaboratori di giustizia. La delação premiada – il testo di legge dice proprio “delazione premaiata”, non collaborazione, né testimonianza: delazione, tu fai la spia io ti premio, il lessico del legislatore di Brasilia è meno ipocrita del nostro – prevede un vero e proprio contratto firmato tra accusato e inquirente. Sostanziosi sconti di pena e, in alcuni casi, la liberazione da ogni pendenza penale per chi collabora con gli inquirenti. Un bell’incentivo a vuotare il sacco, certo. Ma anche a mentire con intelligenza. A offrire verità verosimili, difficili da ricostruire e quindi da smentire, tenute in piedi da brandelli di indizi in grado di somigliare a una prova senza esserlo. Molti avvocati brasiliani rifiutano la delação premiada come strategia difensiva. Alcuni grandi studi legali hanno denunciato in una pubblica lettera l’uso diffuso di “metodi da Inquisizione” nelle inchieste. Hanno invitato, inascoltati, “con urgenza il potere giudiziario” a “una postura rigorosa di rispetto e di osservanza delle leggi e della Costituzione”. La questione è la solita: come si devono usare le dichiarazioni di chi accusa qualcun altro in un’inchiesta? E soprattutto: cosa è legittimo fare per ottenerle? In alcuni casi sono saltate fuori le prove dei fatti contestati, presentate come tali in processi arrivati a sentenza. Ma a tenere in piedi la Lava Jato sono le delazioni premiate a tappeto di detenuti in via preventiva che, magicamente, escono dal carcere appena indicano il nome di un presunto corrotto. Che non viene mai trattato come tale, ma finisce sbattuto nelle aperture dei tg come fosse un reo confesso. A osservare il dettaglio delle principali inchieste, a controllare sul calendario i nomi di chi esce e di chi entra dalla cella, il timore che la prigione preventiva sia usata per forzare la chiusura degli accordi di collaborazione, sembra fondato. Nel bel mezzo della guerra in corso, anche dentro l’avvocatura brasiliana si è scatenata più di una battaglia. Approfittando del rifiuto di alcuni studi legali di difendere gli imputati che firmano accordi di delazione premiata, spuntano come funghi avvocati che si stanno specializzando nella contrattazione con l’accusa, per conto dell’assistito, per accedere ai benefici offerti a chi collabora. Benefici che, a volte, somigliano a un regalo. Prendiamo il caso di Joesley Batista, il proprietario della principale azienda mondiale per l’esportazione di carne, la Jbs. Incastrato da intercettazioni pesanti, Batista ha confessato e descritto il giro vorticoso di tangenti che gli ha consentito, tra l’altro, di evadere tutte le tasse sull’export. Il contratto di delazione premiata da lui firmato gli ha permesso di dirsi colpevole della corruzione dell’intera classe dirigente brasiliana degli ultimi quindici anni – destra, sinistra, centro, più alcuni giudici – pagata secondo le sue accuse con milioni di dollari per un’enormità di favori illeciti, e di scampare illeso dal processo vendendo la testa dei politici da lui accusati in cambio dell’impunità. Ha confessato crimini clamorosi ed è improcessabile.  La notizia non è stata presentata come scandalosa e non ha fatto scandalo. Il biglietto da pagare per lo show.

Emiliano Guanella per "La Stampa" l'11 marzo 2021. Ha chiesto il permesso per togliersi la mascherina e poi via a parlare per tre ore filate, come ai vecchi tempi, nel discorso che segna, di fatto, la partenza della sua corsa per riprendersi il Brasile. Graziato dalla Corte Suprema, che ha annullato le sue condanne per corruzione e mandato a rifare tutti i processi a Brasilia, Lula da Silva ha esordito parlando proprio dei suoi guai giudiziari e dei 580 giorni passati in prigione. «Sono stato vittima della peggiore ingiustizia nella storia del nostro Paese, ma il mio dolore non vale nulla rispetto a quello dei milioni di disoccupati e delle 270.000 famiglie che hanno perso un loro caro per il Covid». Pandemia e crisi economica, le due piaghe che affliggono il Brasile; quasi 2.000 morti al giorno per il virus e il record di 14 milioni di disoccupati. Tutta colpa, secondo lui, di Jair Bolsonaro. «Un governo che non governa, che non si occupa della salute e dell'economia, del lavoro e dell'educazione. Vanno avanti a fake news, che sono pericolose perché corrono veloci, mentre la verità cammina lenta, come la tartaruga». Prende tempo, invece, sulla candidatura per le presidenziali del prossimo anno. «Ho 75 anni, la prossima settimana sarò vaccinato, mi sento con l'energia di un trentenne e ho voglia di percorrere in lungo e in largo il Paese. Dovremo costruire un grande fronte progressista e democratico, i nomi verranno dopo». Ha ringraziato molti leader che gli sono stati vicini in questi ultimi tre anni, da Papa Francesco a Bernie Sanders, per l'Italia l'amico Massimo D'Alema. Prudentemente, non ha nominato il venezuelano Maduro, ma i mercati sembrano per ora terrorizzati dal suo ritorno, il «fantasma Lula» fa ancora paura. «Mi danno del radicale, voi avete imparato che non dovete avere paura; io vado alla radice dei problemi per migliorare la vita della gente». Facile, per lui, il confronto con gli anni dorati del suo governo, quando il Brasile era la sesta potenza economica mondiale e «tutto il mondo ci ammirava». Ha glissato, ovviamente, sulla corruzione, sugli appalti truccati alla Petrobras con le tangenti sui conti di diversi dirigenti del suo partito e degli alleati; per Lula il problema della «Lavajato» è stato piuttosto quello di bloccare l'economia del Paese, di fermare la macchina. Se il nemico da battere è Bolsonaro quello di cui si vuole la testa oggi è proprio l'ex giudice Sergio Moro, sul cui operato deve esprimersi la Corte Suprema. E poi c'è l'inflazione, con gli aumenti consistenti nei prodotti di uso quotidiano come riso, fagioli, olio da cucina, bombole del gas. E la benzina, sei ritocchi in due anni, con Bolsonaro che ha commissariato la Petrobras con un generale dell'esercito e liberalizzato il prezzo nelle stazioni di servizio. «Solo una piccola parte della popolazione oggi va al cinema, a teatro, cammina nei parchi, visita i musei. Per il progetto neoliberale i lavoratori devono pensare solo a lavorare e i poveri devono aspettare gli aiuti del governo. Dieci anni fa, invece, noi davamo a tutti la possibilità di sognare». Il passato glorioso contro l'incerto presente e la paura del futuro; questo il verbo del nuovo Lula ed è difficile pensare che si accontenterà di fare da sponsor ad un candidato del suo partito, come ha fatto Obama con Joe Biden. Oggi parla a due grandi blocchi di elettori, promettendo impiego e incentivi sociali per poveri e disoccupati, rigore contro la pandemia alla classe media. «Non seguite le decisioni stupide dell'attuale presidente, non credete al suo negazionismo. Vaccinatevi, usate la mascherina, rispettate l'isolamento sociale. Siamo governati da gente che crede che la terra sia piatta, ma noi siamo più intelligenti di loro». A Brasilia il ritorno di Lula preoccupa, anche perché obbliga a radicalizzare il discorso bolsonarista. La popolarità del governo è legata alla possibilità di erogare un nuovo sussidio d'emergenza almeno fino a quando durerà la pandemia. Ma tra variante amazzonica e il collasso generale del sistema di salute si teme che l'incubo Covid durerà ancora parecchi mesi. Una crisi generale che fa solo gioco al ritrovato leader dell'opposizione.

Il “golpe” giudiziario contro Lula è crollato come un castello di carte. Lula è pulito. Immacolato come un foglio di carta bianca. Il giudice del Tribunale supremo federale Edson Fachin ha invalidato tutte le condanne penali a carico dell’ex presidente Lula da Silva. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 10 marzo 2021. Lula è pulito. Immacolato come un foglio di carta bianca. Il giudice del Tribunale supremo federale Edson Fachin ha invalidato tutte le condanne penali a carico dell’ex presidente Lula da Silva, ripristinando i suoi diritti politici e rendendo di nuovo possibile la sua corsa contro Jair Bolsonaro alle presidenziali 2022. Il motivo è di procedura: il giudice Fachin si è limitato a segnalare che la corte federale della città di Curitiba, nel sud del Paese, che condannò Lula per corruzione, non aveva competenza territoriale per perseguire l’ex presidente. Deltan Dallagnol, a capo della task force di “Lava Jato”, l’inchiesta su Petrobras, la potente compagnia petrolifera, che ha travolto la politica brasiliana, e che tanto sembrò somigliare alla “nostra” Mani Pulite, ha commentato che la sentenza potrebbe chiudere l’intero caso contro l’ex presidente perché ormai prescritto. Per quelle condanne, Lula ha trascorso 580 giorni in carcere. L’inchiesta Petrobras comincia nel marzo del 2014, e coinvolge i dirigenti della compagnia petrolifera di stato Petrobras e le principali aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici (Btp). Alcune di queste sono multinazionali che hanno delle filiali in tutto il mondo. Odebrecht, per dire, ha ottenuto degli appalti a Cuba, in Venezuela e in Africa grazie alla mediazione di Lula. Queste società si occupavano della costruzione delle infrastrutture per l’estrazione del petrolio al largo delle coste brasiliane. La Btp gonfiava i contratti e in cambio i partiti che facevano parte della coalizione di governo hanno ricevuto tangenti e finanziamenti illeciti. Tra questi, il Partito dei lavoratori di Lula, che governava il paese dal 2003. La procura definì l’inchiesta “il più grande scandalo di corruzione della storia del Brasile”: una novantina di politici, deputati e senatori, ne vengono travolti. La presidente, Dilma Roussef, rieletta per il secondo mandato il 26 ottobre 2014, dato che Lula che aveva guidato il paese dal 2003 al 2010 non poteva ripresentarsi, non era coinvolta direttamente nell’inchiesta. Tuttavia una parte dell’opinione pubblica brasiliana sembrò convinta che Rousseff fosse al corrente del sistema di tangenti e corruzione. Nel 2016, il Parlamento brasiliano vota a favore dell’impeachment per la Rousseff, accusata di aver manipolato i dati sulla situazione economica del Brasile. Dopo il lungo periodo di boom economico, che aveva permesso a Lula di varare imponenti riforme a favore delle fasce sociali più deboli, erano arrivati negli ultimi anni i segnali di una crisi che aveva portato il Brasile in recessione. Negli ultimi mesi poi, gli scandali legati alla corruzione. Rousseff aveva cercato di proteggere Lula, nominandolo a un incarico di governo, ma il decreto di nomina era stato bloccato da un giudice. Il paese è letteralmente spaccato a metà. Roussef accusa i sostenitori dell’impeachment di un vero e proprio colpo di stato. Lula era stato condannato la prima volta nel luglio 2017 per corruzione prima a dieci e poi a diciassette anni di reclusione. Soprattutto, era stato privato dei suoi diritti politici, e così costretto a rinunciare a candidarsi alle presidenziali del 2018, eppure tutti i sondaggi lo davano vincente, lasciando campo libero alla destra di Bolsonaro. L’accusa ruotava attorno alla proprietà di un appartamento di 216 mq a Guarujà, una delle località più esclusive del litorale di San Paolo, che sarebbe stato donato dal gigante delle costruzioni Oas in cambio di importanti commesse con la compagnia petrolifera statale Petrobras. Il giudice Sergio Moro, suo principale accusatore, divenne poi ministro della Giustizia nel governo di Bolsonaro, salvo rinunciare nell’aprile dello scorso anno per «divergenze con il presidente». Dopo la condanna a dodici anni e un mese per corruzione e riciclaggio di denaro, nell’aprile 2018 Lula si consegna. Aveva partecipato a una messa in ricordo della moglie, Marisa Leticia Rocco, morta nel 2017, e in un comizio improvvisato aveva promesso che si sarebbe consegnato, ribadendo però la sua innocenza: «Mi sottoporrò al mandato» di arresto, aveva detto parlando davanti alla folla che si era radunata di fronte la sede del sindacato dei metalmeccanici di San Paolo. Sul palco, insieme a Lula, c’era anche l’ex presidente Dilma Rousseff. A giugno Lula presenta ricorso, chiedendo che si sospendesse la condanna e gli si concedesse la libertà condizionale, ma la Corte Suprema brasiliana lo respinge. Cadono così le speranze del Partito dei Lavoratori che Lula potesse essere liberato in modo da avviare la campagna per le presidenziali di ottobre. Lula non si arrende: Il Partito dei Lavoratori registra formalmente la candidatura di Lula alle elezioni presidenziali. Ma Raquel Dodge, procuratrice generale elettorale, presenta al Tribunale elettorale una richiesta di impugnazione in base alla cosiddetta “legge della scheda pulita”, che dispone che una persona condannata in seconda istanza da un tribunale collegiale non possa candidarsi a un’elezione. Poi, nel 2019, il sito d’inchiesta “Intercept Brasil” pubblica il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra il giudice Moro, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare. I due – si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi – si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell’indagine. Il materiale è stato acquisito illegalmente – da alcuni hacker – e quindi non può essere portato in tribunale. Lula intanto deve far fronte a un altro processo, per un’altra casa, stavolta non sulla costa, ma in campagna, i cui lavori di ristrutturazione sarebbe stati pagati dalla Odebrecht. Lula dice che la casa non è sua, i giudici dicono che lo è “di fatto”. Ma qualcosa del castello di accuse comincia a vacillare. Il Tribunale supremo ribalta la sentenza del 2016 secondo la quale era prevista la detenzione obbligatoria in carcere per imputati condannati in secondo grado. Lula può uscire. La norma che prevedeva la carcerazione dopo il secondo grado di giudizio era stata introdotta per “facilitare” il lavoro dei pubblici ministeri nelle inchieste per corruzione: attraverso la carcerazione, infatti, si sperava di poter esercitare pressione sugli imputati per convincerli a dare informazioni, in cambio di accordi premiali. In questi anni, però, la legislazione era stata criticata duramente dai giuristi, i quali ritenevano che violasse la Costituzione. Poi è la stessa polizia federale – nel tentativo di scovare gli hacker che avevano passato il materiale a “Intercept” – a entrare in possesso del contenuto completo, chat che sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017. È a questo punto che va in discussione l’intero processo: i colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l’articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice «sospetto di non essere imparziale». E di chiedere quindi l’annullamento del giudizio. In questi ultimi mesi Lula non ha smesso di attaccare Bolsonaro, soprattutto per la conduzione della pandemia. I sondaggi lo danno ancora fortissimo nel gradimento dei brasiliani. Bolsonaro è nervosissimo e attacca i giudici che hanno liberato Lula. Sarà una campagna elettorale molto dura.

Brasile, il caso Lula torna davanti alla Corte Suprema: il giudice istruiva il pm. Il Dubbio il 6 febbraio 2021. La polizia federale rivela una nuova serie di messaggi tra il pubblico ministero e il giudice Sergio Moro che gli avrebbe suggerito strategie e fonti nell’ambito dell’operazione Lava Jato. Il caso giudiziario dell’ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva torna davanti alla Corte Suprema dopo nuove rivelazioni della polizia federale: il giudice Sergio Moro, allora a capo dell’operazione anti-corruzione Lava Jato, avrebbe aiutato il pubblico ministero Deltan Dallagnol a istruire la causa contro Lula. In quel processo, l’ex presidente brasiliano fu condannato a otto anni e dieci mesi di carcere con l’accusa di corruzione, per poi essere rilasciato a novembre del 2019 dopo oltre 500 giorni di detenzione. Già allora le chat tra i due magistrati scatenarono un terremoto politico, a seguito dello scoop del sito di inchiesta “The Intercept” che aveva pubblicato il contenuto della corrispondenza tra i due. In quell’occasione a intercettare i messaggi erano stati alcuni hacker, che li avevano poi forniti ai giornalisti, ed essendo stati acquisiti illegalmente, non erano utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni. Mentre ora è la stessa polizia federale – nel tentativo di scovare gli hacker – ad essere entrata in possesso del contenuto completo di quelle chat. Che potrebbero rimettere in discussione l’intero processo: la difesa di Lula ha infatti chiesto e ottenuto di visionare i messaggi dalla Corte Suprema, che si pronuncerà sul caso entro giugno. I colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l’articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice «sospetto di non essere imparziale». E di chiedere quindi l’annullamento del giudizio. Stando a quanto riporta il quotidiano Avvenire, la comunicazione tra il pm e il giudice sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017, con quest’ultimo che «arrivava a suggerire strategie e fonti da interrogare».

Lo scoop di “The Intercept”. L’inchiesta di Sergio Moro – l’ex giudice sceriffo diventato ministro della giustizia, nemico mediatico di Lula – aveva spalancato prima delle elezioni dell’ottobre del 2008 le porte del carcere all’ex presidente brasiliano, candidato favorito secondo tutti i sondaggi, liberando così la strada per il Planalto all’allora candidato di estrema destra e attuale presidente Jair Bolsonaro. Ma quel giudice «non era imparziale»: è questa l’accusa emersa dallo scoop clamoroso del sito Intercept Brasil, diretto dal giornalista statunitense Glenn Greenwald, quello del caso Snowden. Il sito d’inchiesta aveva pubblicato il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra l’attuale ministro ai tempi in cui era ancora giudice di prima istanza a Curitiba, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula da Silva, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare. I due, si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi, si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Si dice insoddisfatto dell’evidenza di una prova. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell’indagine. Gioisce per il successo mediatico e per le ricadute politica dell’inchiesta. Si complimenta via chat con se stesso e con il pm per il repulisti provocato. «Complimenti a tutti noi» scrive. Le accuse, sempre passate al vaglio dell’allora giudice Moro, di questo secondo processo sono molto simili a quelle per cui hanno condannato Lula per corruzione passiva e riciclaggio di denaro. Si tratta sempre di una casa vicino a San Paolo messagli a disposizione, secondo l’accusa, da una grande azienda in cambio di contratti di favore con imprese di Stato. Stavolta non un appartamento sulla costa, ma una casa di campagna. La denuncia della pubblica accusa accolta a suo tempo da Moro parla di una ristrutturazione del valore di 280 mila dollari pagata interamente dalle imprese di costruzione Odebrecht, Oas e Schahin, in cambio di contratti con l’impresa petrolifera statale Petrobras. La villa è stata frequentata dalla famiglia di Lula, ma non è di sua proprietà. Lo sarebbe “di fatto” secondo i pm. Secondo la difesa le accuse “si riferiscono a contratti firmati da Petrobras che lo stesso giudice ha riconosciuto, in un’altra sentenza, non aver portato nessun beneficio a Lula”.

·        Quei razzisti come gli haitiani.

Haiti: come si uccide un presidente. Piccole Note il 9 luglio 2021 su Il Giornale. L’assassinio del presidente di Haiti Jevenel Moïse ha precipitato il Paese caraibico nel caos, dato che ha innescato una lotta di potere tra aspiranti successori, che potrebbe degenerare in uno scontro aperto, aggravando vieppiù le gravissime condizioni di uno dei Paesi più poveri al mondo e martoriato da una violenza dilagante e non arginabile.

Il tragico destino di un presidente. Violenza che negli ultimi tempi si era incrementata a causa dello scontro sociale innescato dallo stesso presidente, che ha rinviato più volte le elezioni politiche previste per il 2018 e governato da solo fino al momento del suo omicidio. Nel frattempo Moïse, eletto nel 2016, aveva modificato Costituzione per rafforzare il potere presidenziale, cioè il suo, con decisione che doveva essere confermata da un referendum previsto per il prossimo 26 settembre, quando gli haitiani dovrebbero eleggere anche un nuovo presidente e un nuovo parlamento. Moïse aveva quindi preparato il terreno per consolidare il suo potere attuale, ma qualcuno ha pensato di eliminarlo prima, troncando i suoi sogni di gloria. Restano ignoti sia il mandante che il movente dell’assassinio, che probabilmente tali resteranno. Tre cose si possono affermare con certa sicurezza: l’operazione che ha portato all’omicidio di Moïse è costata un mucchio di quattrini ed era ben pianificata. E evidentemente qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote, da cui il mezzo fallimento successivo.

Piano perfetto. La realizzazione dell’operazione è stata affidata a un commandos di mercenari formato da 28 persone, 26 colombiani e due haitiani con passaporto Usa. Mercenari che erano sbarcati sull’isola un mese fa, dato che operazioni di questo genere abbisognano anche di pianificazioni in loco oltre che da remoto. Mercenari ben preparati e operazione ben pianificata, come dimostrano i video pubblicati dal New York Times. In questi si nota come l’attacco alla residenza del presidente sia avvenuto con una tranquillità sorprendente. Una colonna di camion e di Suv si è avvicinata alla residenza, identificandosi come agenti della Dea, l’anti-droga americana (accreditamento ovviamente falso). Quindi il corteo ha percorso il viale che porta alla casa di Moïse procedendo con calma, urlando che era in corso un’operazione anti-droga e facendosi consegnare la armi dalle guardie della presidenza. Così sono entrati indisturbati in casa di Moïse, dove hanno portato a termine la missione. Stona non poco la sicurezza con cui si sono mossi i commandos: evidentemente per Haiti è qualcosa che appartiene alla sfera della normalità che la Dea possa entrare senza permesso nella casa di un presidente straniero e disarmare le sue guardie…

Finale a sorpresa. L’altra stonatura è che, però, gli assassini siano stati presi come polli dalla sicurezza haitiana. Impossibile che una missione del genere non prevedesse una manovra di esfiltrazione altrettanto ben pianificata. Invece, la polizia di Haiti, evidentemente aiutata da qualcuno, li ha individuati e presi quasi tutti. La cattura più bizzarra riguarda undici di questi bravi ragazzi, che sono stati arrestati nell’ambasciata di Taiwan – Haiti è uno dei pochi Stati a riconoscere l’indipendenza di Taiwan – nella quale avevano cercato riparo. L’ambasciata, per lo più deserta per via del Covid, sembra sia stata violata dai killer in fuga, con violazione notata dal personale residuo, che avrebbe avvertito la polizia, intervenuta tempestivamente. Certo, l’ambasciata si trova nei pressi della residenza del presidente, ma resta la stranezza dell’intrusione violenta in una sede diplomatica che avrebbe potuto essere difesa, come prassi, da guardie armate, con possibile scontro a fuoco che delle persone in fuga dovrebbero evitare. Ma al di là delle lacune di tale ricostruzione, resta che un’operazione così ben pianificata si è conclusa con un caotico rompete le righe, con i mercenari scappati ognuno per conto suo e presi in fretta da una polizia che certo non brilla per efficienza. Da cui la possibilità – o sicurezza che sia – che qualche forza che ha una sua presenza nell’isola abbia avuto contezza di quanto stava avvenendo troppo tardi per salvare il presidente – o era semplicemente impossibilitata a salvarlo -, ma in tempo per mobilitare la caccia all’uomo.

La conga delle banane. Ciò detto, resta che quanto avvenuto sembra appartenere al passato, ai bei tempi delle repubbliche delle banane, quando le autorità dei Paesi latinoamericani godevano i frutti effimeri della compiacenza di potenti yankees che, grazie ai loro fantocci locali, potevano lucrare sulla pelle degli abitanti locali. Fantocci che, all’occorrenza, potevano essere rimpiazzati, quando si facevano troppo esosi o quando i loro padrini cadevano in disgrazia e altri ne prendevano il posto. D’altronde la storia di Haiti si è intrecciata in modo indissolubile con quella del potente vicino americano, da quando, nel 1915, Washington ha conquistato l’isola governandola fino al ’34. Storia passata che conserva certa attualità. Certo, nel caso specifico, non c’è nessun elemento che colleghi la vicenda a qualche faida di potere consumata in ambito statunitense, così la suggestione resta tale. Una suggestione in qualche modo indotta anche dal precedente lavoro di Moïse, che era impresario e commerciava in banane, da cui l’appellativo di “Banana Man”, come dal titolo della nota di France 24. Nota a margine. Riportiamo un titolo di Dagospia di oggi: “un gruppo hacker prende il controllo dei tabelloni elettronici dell’aeroporto di Caracas e pubblica un messaggio contro il presidente Nicolas Maduro [Maduro dictator ndr] – Il testo era accompagnato dall’acronimo "Dea", l’Agenzia antidroga degli Stati Uniti che ha messo una taglia di 15 milioni di dollari sulla sua testa”.

Da Repubblica.it il 18 luglio 2021. Il futuro politico di Haiti è diventato più incerto dopo il ritorno a sorpresa della first lady Martine Moise, che è stata dimessa dall'ospedale di Miami dove è stata curata per le ferite riportate a seguito dell'attacco in cui è stato assassinato il presidente. Martine Moise non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica dopo essere scesa da un jet privato indossando un abito nero, un giubbotto antiproiettile nero, una maschera facciale nera e una fascia nera a tenere il braccio destro ingessato mentre piangeva per il marito Jovenel Moise, ucciso il 7 luglio nella loro casa privata. Molti in questo Paese di oltre 11 milioni di persone sono rimasti sorpresi dalla rapidità con cui Martine Moise è ricomparsa ad Haiti e si sono chiesti se avesse intenzione di essere coinvolta nella politica del Paese. «Il fatto che sia tornata potrebbe suggerire che intende svolgere un ruolo», ha affermato Laurent Dubois, esperto di Haiti e professore della Duke University. «Lei può intervenire in un modo o nell'altro». Martine Moise è arrivata poche ore dopo che un importante gruppo di diplomatici internazionali ha rilasciato una dichiarazione che sembrava ignorare il primo ministro ad interim Claude Joseph, che attualmente gestisce il Paese con il sostegno di polizia ed esercito. Il nome di Joseph non è mai stato menzionato nella dichiarazione rilasciata dal Core Group, composto da ambasciatori di Germania, Brasile, Canada, Spagna, Stati Uniti, Francia, Unione Europea e rappresentanti delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione degli Stati americani. Il gruppo ha chiesto la creazione di «un governo consensuale e inclusivo», aggiungendo: «A tal fine, incoraggia fortemente il primo ministro designato Ariel Henry a continuare la missione affidatagli per formare un tale governo». Henry era stato designato primo ministro il giorno prima che Jovenel Moise venisse ucciso. Non ha risposto alle richieste di commento. L'Onu, l'Oas e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti non hanno offerto ulteriori spiegazioni quando sono stati contattati. Dato lo stato attuale della politica haitiana, Dubois ha affermato di ritenere che l'arrivo di Martine Moise potrebbe avere un impatto. «Lei è ovviamente in grado di svolgere un ruolo... vista la vastità delle cose», ha detto, aggiungendo che la dichiarazione del Core Group è sorprendente perché non fa alcun riferimento a Joseph. «Ci si deve chiedere se gli sviluppi dell'inchiesta abbiano qualcosa a che fare con questo. Sono tutti questi pezzi di puzzle che cambiano momento per momento. In questo momento sembra molto difficile capire come metterli insieme». Le autorità di Haiti e della Colombia affermano che almeno 18 sospetti direttamente collegati all'omicidio sono stati arrestati, la maggior parte dei quali ex soldati colombiani. Almeno tre sospetti sono stati uccisi e la polizia afferma di essere alla ricerca di numerosi altri. Funzionari colombiani hanno affermato che la maggior parte degli ex soldati sono stati ingannati e non erano a conoscenza del complotto dell'assassinio. Un giorno dopo l'omicidio, il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti Ned Price aveva detto che gli Usa riconoscevano Joseph come primo ministro ad interim prima dell'assassinio: «Continuiamo a lavorare con Claude Joseph in quanto tale», ha detto. L'11 luglio una delegazione di rappresentanti di varie agenzie statunitensi si è recata ad Haiti per esaminare le infrastrutture critiche, parlare con la polizia nazionale haitiana e incontrare Joseph, Henry e il presidente del Senato haitiano Joseph Lambert in una riunione congiunta. L'intensificarsi dei disordini politici ha spinto dozzine di haitiani a visitare l'ambasciata degli Stati Uniti a Port-au-Prince negli ultimi giorni per chiedere un visto o asilo politico.

Emiliano Guanella per "la Stampa" il 13 luglio 2021. Svolta nelle indagini sulla morte del presidente di Haiti Jovenel Moïse; la Fbi ha arrestato a Miami un medico haitiano indicato come mandante dell'omicidio che ha scosso il più povero Paese delle Americhe. Christian Emmanuel Sanon, 63 anni, risiede da almeno 20 anni in Florida; nella sua casa gli agenti hanno trovato un distintivo falso della Dea, l'agenzia antidroga americana, simile a quello usato per entrare nella residenza di Moïse, armi, bersagli e munizioni. Nel 2011 aveva lanciato una campagna anti- corruzione per il suo Paese, dicendosi disposto a mettersi in gioco per difendere «le ricchezze naturali svendute dai politici disonesti». Da allora, però, era rimasto sostanzialmente in sordina. Secondo gli inquirenti sarebbe atterrato un mese fa a Port au Prince a bordo di un aereo privato assieme a 6 dei 28 mercenari colombiani che hanno preso parte al commando responsabile della morte del presidente. Sono stati gli stessi contractors a fare il nome di Sannon, che gli avrebbe promesso una paga di 2.200 euro al mese, ma hanno chiarito che l'obbiettivo del raid era quello di sequestrare e non uccidere Moïse. Dietro a Sannon ci sarebbero altri politici di spicco dell'isola, la cui identità, per ora, è top secret. Un tentato colpo di Stato finito male, quindi, anche se la vicenda non è affatto chiarita. Le autorità haitiane stano guidando le indagini assieme ad una delegazione statunitense composta da agenti della Fbi e funzionari del dipartimento di Stato. Le riunioni si tengono presso la residenza dell'ambasciatore americano e vi partecipano i tre dirigenti politici che si contengono attualmente il potere; il primo ministro dimissionario Claude Joseph, che si comporta come fosse ancora in carica, il suo successore Ariel Henry e il Capo del Senato Joseph Lambert, nominato presidente ad interim dai nove colleghi senatori, gli unici politici rimasti in carica dopo lo scioglimento del Parlamento ad inizio anno. Sono ancora in stato di fermo i responsabili della sicurezza presidenziale, mentre si è appreso che i colombiani lavoravano per una ditta di sicurezza privata fondata da Antonio Intriago, un venezuelano emigrato negli Stati Uniti. Nicolas Maduro ha accusato Intriago di essere uno stretto collaboratore dell'opposizione venezuelana. Le domande sono ancora tante. Il partito di Moïse, il Phtk, è lacerato da faide interne, le gang armate che dominano nel Paese non si sentivano sufficientemente protette dal presidente e poi c'è la corruzione dilagante, che fa spesso cambiare di bandiera agli attori in gioco. "Quale messaggio - si chiede l'analista Aly Acacia sul sito Le Nouveliste - hanno voluto trasmettere gli autori di questo delitto al punto da trasformare in martire un presidente che non godeva di appoggio popolare né della simpatia dei suoi pari ? ". Ad Haiti si dovrebbe votare a fine settembre e questo sarebbe anche il desiderio di Washington, visto che l'amministrazione Biden è restia ad un intervento armato in una situazione così caotica. Al momento, però, a Port au Prince nessuno sa cosa potrà succedere nelle prossime settimane. 

·        Quei razzisti come i cileni.

L'ex leader studentesco ha 36 anni. Chi è Gabriel Boric, il nuovo presidente del Cile: il più giovane nella storia del Paese. Antonio Lamorte su Il Riformista il  20 Dicembre 2021. Gabriel Boric eletto nuovo presidente della Repubblica del Cile. A soli 36 anni sarà il più giovane Presidente della storia della Repubblica. Il leader della sinistra ha staccato di undici punti percentuali il rivale José Antonio Kast: una vittoria dal largo margine sul candidato ultraconservatore. 55,86% contro il 44,14%. Affluenza record: oltre il 50% degli aventi diritto. Fuori dal ballottaggio, per la prima volta da trent’anni, le forze che avevano governato il Paese dalla fine della dittatura, Chile Vamos e l’ex Concertación. “Sarò il presidente del Cile di tutti i cileni e non governerò solo tra quattro mura”, ha dichiarato Boric, candidato della coalizione di sinistra Apruebo Dignidad, in una telefonata con il presidente uscente Sebastián Piñera. Boric, ex leader studentesco, dal 2014 alla guida di una coalizione di sinistra che riunisce il Frente Amplio e il Partito Comunista, ha raccolto l’eredità del movimento che nel 2019, prima dello scoppio della pandemia, aveva portato in piazza migliaia di persone a manifestare contro le politiche ultraliberiste di Piñera. 30 le vittime di quelle proteste in strada. Boric ha tagliato i capelli e la lunga barba. Ha ottenuto il sostegno dell’ex presidente Ricardo Lagos e di Michelle Bachelet, attuale Alto commissario per i diritti umani dell’Onu. Ha sminuito le critiche che lo accostavano al modello bolivariano e chavista del Venezuela e promesso il rafforzamento del ruolo dello Stato nell’economia, l’aumento delle tasse ai “super ricchi” per finanziare la spesa sociale, la cancellazione dei debiti di studio e la fine del sistema pensionistico privato ereditato dalla dittatura. Festa e caroselli nelle strade con il canto “el pueblo unido jamás será vencido”. Il futuro presidente ha iniziato il suo discorso nella lingua indigena dei Mapuche. Ha assicurato un “governo aperto, perché un governo non avanza da solo. Con noi, la gente entra a La Moneda”. Ha concluso il discorso con una citazione del discorso di Salvador Allende nella notte del 4 settembre 1970: “Vayan a sus casas con la alegría sana de la limpia victoria alcanzada”, ha detto. Si è imposto in particolare nei quartieri popolari, tra le donne e gli elettori under 30. Entrerà ufficialmente in carica il 22 marzo del 2022. Kast, candidato del Frente Social Cristiano di estrema destra, di origini tedesche e figlio di un nazista, ha riconosciuto la sconfitta. “Da oggi il nuovo presidente del Cile si merita tutto il nostro rispetto”. Al primo turno aveva ottenuto più voti. Aveva elogiato in più occasioni il dittatore Augusto Pinochet, presidente del Cile dal colpo di stato del 1973 al 1990. La vittoria di Boric viene considerata come il capitolo finale della dittatura di Pinochet: la settimana scorsa, a 99 anni, era morta Lucia Hiriart, vedova del despota. E anche in quel caso tanti cittadini erano scesi in piazza praticamente a festeggiare la dipartita della donna considerata “di ferro”, che aveva un grande potere durante gli anni del regime. Il marito aveva riconosciuto la moglie, sposata nel 1943, tra le persone che più avevano influenzato la decisione di mettere in atto il terribile colpo di stato del 1973.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Chi è Gabriel Boric, nuovo presidente del Cile che dovrà cancellare Pinochet. Angela Nocioni su Il Riformista il 21 Dicembre 2021. Non è vero che la rivolta non serve mai a nulla. Nel grigio, serio e cattolicissimo Cile, con istituzioni e società tuttora irregimentate nella gabbia di norme sopravvissute alla dittatura di Augusto Pinochet (’73-’90) , dove anche la socialista Michelle Bachelet per governare è rimasta incatenata ai vincoli imposti dalla Democrazia cristiana sua alleata, è stato eletto domenica presidente Gabriel Boric, un trentacinquenne spuntato dalle barricate in fiamme che in due ondate successive, nel 2011 e nel 2019, hanno bruciato le strade di Santiago, di Valparaiso, giù giù fino alle terre sperdute del sud.

E con il 56 % dei voti. Nelle elezioni più partecipate da quando, dieci anni fa, è stato abolito il voto obbligatorio. Con 11 punti di vantaggio sul rivale, Antonio Kanz, un pinochettista nostalgico nonostante abbia 55 anni. Il candidato più a destra che il pur fascistissimo Cile abbia mai avuto dalla fine del regime militare. Boric non ha alle spalle anni da leader. Non è del partito comunista e non è nemmeno gruppettaro. È solo uno dei tanti che hanno bloccato Santiago negli ultimi anni di proteste contro l’uscente governo di Sabastian Piñera. Alle elezioni s’è presentato lui, invece di un altro, quasi soltanto perché era uno dei pochissimi di quelli in strada a superare l’età minima prevista dalla legge per candidarsi. È figlio di immigrati poveri, viene dalla provincia profonda verso l’Antartide.

Al ballottaggio, domenica, era atteso un testa a testa al cardiopalma con Kanz al quale si supponeva arrivassero anche tutti i voti di Parisi, l’outsider piazzatosi terzo al primo turno, un trumpiano che non mette piede in Cile da undici anni perché ha un arretrato di milioni di alimenti non pagati ai figli e che ha fatto il pieno di voti al nord grazie alla campagna giocata tutta contro gli immigrati: “fuori boliviani, peruviani e pezzenti vari dal Cile”. Slogan molto graditi nelle terre settentrionali, le terre arse delle miniere, dove i minatori non sono più gli operai comunitari antiregime degli anni Settanta, ma immigrati che si muovono in jeep 4×4 e odiano gli altri immigrati arrivati dopo di loro. Soprattutto se sono venezuelani accampati in tende di fortuna aspettando un passaggio per Santiago. Gente caraibica, caciarona e spiantata. Invasori planati da un altro pianeta.

La sorpresa del distacco di Boric sul rivale è stata data dal voto in massa , senza precedenti e non previsto, arrivato dai quartieri marginali da cui si sono mosse a piedi colonne di elettori. Perché domenica, in molti sobborghi poveri della capitale, i trasporti pubblici si sono magicamente bloccati. Invece del solito riot di protesta, è partita una lenta marcia verso i centri elettorali. Invece del corri e brucia, un cammina e vota. Fenomeno inedito. Boric aveva certi solo i voti, per loro natura incerti, del Frente Amlio, rete di sigle nata dopo la rivolta del 2019, e quelli del partito comunista (che rischiavano di costargli al ballottaggio la perdita di tutto il centro moderato spaventato dal rischio Kanz ma terrorizzato dal rischio Pc). Ha guadagnato verso il secondo turno l’appoggio di una parte del Partito socialista. Ma non avrebbe mai vinto se non fosse riuscito a recuperare quella valanga di voti di sinistra per anni naufragati nell’astensione.

Domenica sera nel primo discorso di piazza – una piazza di ragazzi in festa dove chi c’era racconta che non sarebbe entrato nemmeno un filo d’erba, non si respirava, non ci si muoveva, gente ovunque – Boric ha detto che formerà “un governo con un piede nella strada”, ha confermato che abolirà l’odiatissimo sistema dei fondi pensione (osannato negli anni Novanta come modello puro di liberismo classico da imitare) e ha promesso una riforma strutturale della società in senso paritario, cominciando dal sistema scolastico inaccessibile ai non ricchi perché interamente privatizzato.

Tutti l’attendono ora al varco per capire chi farà ministro delle finanze (si dice sia disposto a nominarlo subito) chi farà il ministro dell’interno (grande tumulto nel Pc e nel frente Amplio accusati di non aver mai condannato davvero le violenze nei riot degli ultimi due anni) e chi farà ministro degli esteri (e lì i comunisti hanno prontamente già detto che la diplomazia la farà il presidente dalla Moneda, così da non dover rivedere i loro rapporti con i regimi in Nicaragua, Venezuela e Cuba, rapporti troppo fraterni perché non vengano comunque rinfacciati al neopresidente il quale può solo sperare che ad ottobre vinca Lula le presidenziali in Brasile per poter contare su una robusta sponda sennò finisce fritto).

Quelli che Boric rischia di pagare cari e subito sono i voti arrivati all’ultimo minuto dal Partito socialista. La cofana anni Ottanta di una sempreverde Isabel Allende già spuntava ieri da tutti i telegiornali anche se solo per sussurraree (per ora): avevamo detto che il nostro appoggio era gratuito. Il terremoto di domenica, per la verità, era già stato annunciato dai risultati delle elezioni per la Costituente un anno fa. Lì la destra politica, potere solidissimo mantenutosi assai influente nella società cilena dopo la fine della dittatura, non aveva raggiunto che uno smilzo 20%. Si era allora votato insieme alle amministrative e la destra era quasi scomparsa lasciando tutto a una diffusa sinistra uscita dalle mobilitazioni di piazza di due anni fa.

Con grande stupore di tutti era risorto anche il vecchio partito comunista cileno che da solo e con candidati perlopiù giovanissimi s’è preso il 5 % degli scranni nella Costituente e raggiunge il 19,8% nell’alleanza con Frente Amplio. Oltre ad essersi conquistato il governo del comune di Santiago. Mai stata prima governata dai comunisti, nemmeno ai tempi del governo di Unidad popular di Salvador Allende. I cileni già in quella stupefacente tornata elettorale avevano mostrato di non volersi buttare su un voto di protesta antipolitico di destra e di scegliere candidati usciti dalle mobilitazioni di piazza. Michelle Bachelet durante i suoi sofferti governi di centrosinistra aveva promesso di spazzare via la Costituzione pinochettista – fu una delle mosse più astute di Pinochet saper imporre alla transizione democratica una Costituzione che gli sopravvivesse facendo sopravvivere così alcuni assetti di potere fondamentali della dittatura, tra i quali l’insieme dei privilegi economici e degli strumenti di influenza delle forze armate – ma si trattava di una promessa impossibile da mantenere perché non avrebbe mai avuto dalla Dc e dalle varie destre (pinochettiste e non) i voti necessari a farlo.

Il testo costituzionale è sempre stato il grande totem della parte reazionaria, non necessariamente minoritaria, dell’establishment cileno. Toccare la Costituzione ha sempre significato sfidare la cultura profonda di un Paese in cui il generale Pinochet ha potuto contare a lungo su un vasto consenso anche tacito. Ora che il tabù è infranto, il Cile si ritrova un presidente eletto per risolvere in favore dei più poveri la questione eterna nazionale: quali costi sociali ha il modello economico adottato durante la dittatura. Il grande problema resta la forbice tra ricchi e poveri. La differenza sociale è perpetuata dal funzionamento del modello di studi universitari adottato finora. Un laureato entra nel mercato del lavoro con 30 o 40 mila dollari di debito da restituire alle banche che gli hanno erogato il prestito scolastico per accedere alle prestigiose università di Santiago. È quello il soggetto sociale che ha travolto la destra a Santiago, la destra più conservatrice e più razzista d’America. Sabato scorso il capo degli industriali diceva alle tv in disperato appello al voto: se vince Boric in Cile si instaurerà la dittatura del proletariato. Angela Nocioni

·        Quei razzisti come i venezuelani.

“Così i narco militari hanno trasformato il Venezuela in una prigione”. Francesca Salvatore su Inside Over il 31 luglio 2021. Lorent Saleh, classe 1988, un ragazzo non lo è stato mai. L’anima, il fisico, il volto segnati dalla peggiore delle sventure: quella di voler essere un uomo libero in un Paese come il Venezuela che libero non è.  Dal 2007 Saleh combatte per il rispetto dei diritti umani: è questa la colpa che deve “espiare” secondo il regime nei quattro anni di prigionia (dal 2014 al 2018), prima di essere esiliato in Spagna. Di quei quattro anni di agonia, due trascorrono presso “La Tumba”: cinque piani nel sottosuolo di Caracas, con celle di tre metri per due, luce sempre accesa, pareti bianche, telecamere 24 ore su 24, solo 40 minuti d’aria a settimana. Tortura bianca: gelo, isolamento totale, mancanza di suoni, colori, movimento. Due anni di sevizie prima di approdare in un altro luogo di morte, “El Helicoide”: qui, al posto della “tortura bianca”, le torture fisiche ma, soprattutto, la costrizione ad ascoltare il martirio inferto ad altri uomini. Nel 2017, per la sua battaglia per un Venezuela democratico, Saleh viene insignito del premio Sacharov per la libertà di pensiero in rappresentanza dell’opposizione democratica della sua terra. Da allora, è iniziato il suo rapporto speciale con l’Europa; come testimonia la sua presenza, il 16 luglio scorso, alla prima Global State of Human Rights Conference svoltasi in sincrono tra Venezia e Brussel. Ed è proprio in questi giorni che raccogliamo la sua testimonianza.

Lorent, Com’era il Venezuela in cui sei cresciuto?

Il Venezuela in cui sono nato è stato il Venezuela della metamorfosi, è stato il Venezuela che si è fermato per diventare un’intera prigione. Sono cresciuto in un luogo che ha smesso di essere libero e democratico per diventare una dittatura militare, distorta dall’avidità e dal populismo. La dittatura militare è arrivata in Venezuela dalla mano di Hugo Chavez nel 1998, quando avevo 10 anni; questa cospirazione, tuttavia, risale al 1992, quando Chavez tentò un colpo di Stato insieme a un gruppo di soldati uccidendo un centinaio di innocenti. Non posso avere più ricordi di un Venezuela libero, che, per la mia generazione e per quelle che sono venute dopo, sono solo storie di genitori e nonni, quasi miti.

La generazione dei tuoi genitori ha conosciuto la libertà. Com’è stato possibile per il Venezuela diventare un paese affamato?

Sì, sono nati e hanno vissuto la democrazia, per questo sentiamo e ricordiamo in modo diverso. Voglio confessarti una cosa: una delle questioni più delicate nel trattare con i miei genitori è proprio la percezione e i sentimenti con il Venezuela. I nostri genitori hanno, nei loro pensieri e nei loro cuori, una fotografia diversa dalla nostra, perché il Paese che conoscevano e in cui sono cresciuti era libero e democratico, dove persone da tutto il mondo venivano a vivere in pace e a coltivare i loro sogni, il Venezuela della ricchezza e del baseball, dei concorsi di bellezza e della civiltà; il Venezuela che ha promosso la democrazia nella regione quando le dittature militari governavano l’America Latina.

Nella mia cella, rinchiuso senza poter misurare il tempo, mi sono chiesto tante volte “Cosa è successo nel mio Paese, come è passato dall’essere un luogo di libertà e progresso a diventare una prigione di fame e violenza? Quindi, una delle mie risposte l’ho trovata nel libro Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: “l’essenziale diventa invisibile agli occhi”. Ebbene, i nostri genitori sono nati in libertà, con la possibilità di esprimere le proprie idee senza paura, con accesso all’informazione, all’istruzione, alla salute e al cibo e credo che non si rendessero conto di quanto fossero essenziali queste cose, perché le davano per scontate. Quando trascuriamo qualcosa, difficilmente ne comprendiamo il valore; ciò che non è valorizzato, non è curato, ciò che non è curato è perduto… Poi, recuperare qualcosa che ti è stato tolto, qualcosa di essenziale come la libertà, costa molto. La democrazia e la libertà sono più di uno status, non sono qualcosa di statico, né una conquista. La libertà e la democrazia sono modi di vivere, qualcosa che si muove e si sposta nel tempo, qualcosa di così essenziale che si rischia di trascurare.

Che tipo di paese è il Venezuela oggi?

Il Venezuela è un ex Paese, è un territorio controllato da organizzazioni criminali (alcune nascoste dietro striscioni ideologici per ottenere sostegno internazionale, ma che in definitiva sono organizzazioni criminali senza scrupoli). Il Venezuela è un territorio in cui la popolazione civile è soggetta a violenze e terrorismo da parte dei istituzioni statali sequestrate dai narcotrafficanti militari.

Quando hai perso la tua libertà e dove?

Se intendi la mia detenzione fisica, allora è stato il 4 settembre 2014, quando sono stato rapito nella città di Bogotà da agenti dell’intelligence e dalla Polizia Nazionale della Colombia. Mi hanno portato in un hangar all’aeroporto, mi hanno messo su un aereo e mi hanno portato al confine con il Venezuela, dove mi hanno consegnato al Servizio di intelligence nazionale bolivariano, cioè la polizia politica della dittatura venezuelana.

Ci sono diversi modi per torturare un uomo. Violenza fisica, mancanza di sonno… ma cosa fa più male del dolore fisico?

La tortura psicologica, l’ansia, l’incertezza, il panico, possono ferire più di un colpo. Beh, rimangono lì dentro, strappando tutto dentro il pensiero. La tortura bianca, quella che non è fisica ma può causare sofferenze estreme, è qualcosa che è stata usata nel corso della storia e continua ad essere usata, con crescente violenza ed efficacia. Sfortunatamente, i protocolli e i meccanismi di protezione contro la tortura sono rivolti principalmente alla tortura fisica, lasciando un enorme spazio vuoto a regimi e criminali per torturare senza essere puniti. La tortura psicologica è lì, in molti spazi della nostra vita, sia all’interno di una cella che all’interno della propria casa o spazio di lavoro.

Cosa pensavi in ​​prigione? Qual è il pensiero che ti ha tenuto in vita?

Quando sei in isolamento, una cosa che può ritorcersi contro di te è pensare. Esausto, stanco di esistere, una vittima di tortura in una cella vuole smettere di pensare, spegnere la mente e smettere di esserci, poter riposare, smettere di soffrire. Ho pensato tante cose, mi sono trovato lì e dentro di me ho affrontato Dio. La famiglia è il filo che ti sostiene per non lasciarti andare, la famiglia è ciò che ti spinge a continuare a combattere in mezzo all’inferno. Un attivista rapito in un carcere spera che tutto abbia un senso, che esistere abbia un ragione, che la causa in cui credi sia viva, battendo in altri cuori fuori dalla tua cella.

Secondo il regime, qual è stata la tua colpa?

Complotto per ribellione, ma non lo hanno mai provato, in più di 4 anni mai emesso un giudizio. Tutto è stato una farsa mediatica. L’obiettivo era mettere a tacere le denunce che abbiamo fatto e spaventare altri difensori dei diritti umani.

A un certo punto cerchi sicurezza in Colombia, ma qui il tuo destino si è incrociato con lui processo di pace con le FARC. Cosa è successo?

Il governo dell’ex presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, stava negoziando un accordo con la narcoguerriglia colombiana FARC; avevo denunciato le operazioni della guerriglia colombiana in territorio venezuelano, dove rapivano e addestravano minori, il tutto sotto la protezione e gli auspici del regime venezuelano. Ho denunciato l’occultamento di vittime delle FARC, dentro e fuori il territorio colombiano, questo ovviamente non andava bene all’allora presidente della Colombia. Nicolás Maduro è stato invece uno dei firmatari dell’accordo con le FARC, in qualità di garante. Ricordo che si sono svolte trattative all’Avana tra Juan Manuel Santos, Nicolás Maduro e Castro (a Cuba), è stato conveniente per loro neutralizzare il nostro lavoro, avevano tutti un interesse comune.

Questo 22 luglio, il Consiglio di Stato della Colombia ha accolto la nostra richiesta contro il governo della Colombia, per il quale le stesse Nazioni Unite e la Commissione interamericana per i diritti umani hanno definito la mia una detenzione arbitraria e illegale la responsabilità dello Stato colombiano.

Il regime, e anche la stampa estera, ti accusano di essere un neonazista. Come hanno costruito questa accusa?

Di me si legge di tutto: che sono comunista, socialista, globalista, ecc. Ogni cosa. Dipende a quali interessi obbediscono. Quando si decide di difendere i diritti umani, si decide di confrontarsi con i poteri costituiti, i poteri di qualsiasi discorso ideologico o travestimento, per cui ti attaccheranno da diversi fronti e diranno qualsiasi cosa, non importa. Ho tenuto conferenze sui diritti umani in spazi di ogni tipo, a un pubblico di diverse tendenze; dagli ex neonazisti ai gruppi radicali antifascisti, filopalestinesi e sionisti, comunisti e liberali. La polarizzazione è la grande sfida per un difensore dei diritti umani, la polarizzazione è il terreno fertile per l’abuso di potere e la mancanza di rispetto per l’altro, la polarizzazione giustifica tutto, ecco perché è così utile per i populisti. Quelli che difendono la dittatura a Cuba e in Venezuela mi accusano di essere l’estrema destra e i seguaci di Trump, invece, mi chiamano comunista.

Quali sono i fallimenti della comunità internazionale nei confronti del Venezuela?

Gli stessi nel resto del Pianeta. L’accordo che tutti hanno firmato il 10 Dicembre 1948, mi riferisco alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non è accettato da tutti. In esso, siamo tutti impegnati a promuovere e difendere i diritti umani in tutto il mondo, oltre i confini nazionali. Le democrazie del mondo non possono sorridere alle dittature, come fanno attualmente, in cambio di risorse o affari succosi. I Paesi democratici continuano a consentire ai responsabili di gravi crimini contro l’umanità di entrare e uscire dai loro paesi, come l’Unione europea, e fanno affari e godono dei benefici della democrazia, mentre nei loro Paesi d’origine la società è oppressa. Ci sono meccanismi, accordi, più trattati per rispondere in casi come il Venezuela, vanno solo rispettati. La comunità internazionale può e deve agire sotto la responsabilità di proteggere una popolazione civile e salvaguardarne la vita in caso di minaccia, per la quale vengono utilizzate azioni economiche, politiche e militari. Ma prima le democrazie devono smettere di riciclare il denaro delle dittature e dei loro partner. Basterebbe questo.

Cosa ha significato per te il Premio Sacharov? In che modo ha aiutato la tua battaglia per il Venezuela?

Il Sacharov non è stato un premio, ma un abbraccio forte e caloroso in quel freddo isolamento della mia cella. E’ arrivato nel momento in cui stavo per arrendermi, stanco e sfinito da anni di lotte dal carcere, per dirmi che non eravamo soli, che dall’altra parte del pianeta loro sanno e capiscono cosa sta succedendo. È stata un’iniezione di energia. Il Sacharov è stata una piattaforma per la difesa e la promozione dei diritti umani in tutto il mondo, dando istituzionalismo e sostegno al lavoro di molti difensori dei diritti umani. A differenza di altri riconoscimenti o decorazioni internazionali, il Sacharov è vivo e lavora ogni giorno da Bruxelles nel mondo.

Come si può salvare il Venezuela e chi/cosa può salvarlo?

Con l’educazione, aiutando i più piccoli a pensare, sentire e conoscere il significato e il potere della democrazia, contribuendo a invertire il danno antropologico causato da una dittatura prolungata. La comunità internazionale ha un grande compito, come ho spiegato, ed è quello di smettere di servire le dittature, ma noi abbiamo il lavoro più grande con i più giovani.

·        Quei razzisti come i cubani.

Strasburgo, Pd e M5S non votano la condanna del regime comunista di Cuba. Lo sdegno della Meloni. Redazione il 17 dicembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Ci sono i diritti e ci sono i dritti. E non sempre collimano. È il caso della Risoluzione contro il regime castrista approvata ieri dall’Europarlamento e che ha visto le delegazioni di Pd e M5S – i dritti, appunto – letteralmente squagliarsi proprio quando bisognava difendere i diritti degli abitanti di Cuba. Strano, ma vero: i signori dem, solitamente lestissimi ad ergersi a difensori degli oppressi, hanno mostrato evidente imbarazzo nel condannare la repressione comunista made in Caraibi. Tanto è vero che non l’hanno condannata. Un’ambiguità non sfuggita ai parlamentari di FdI-Eccr a Strasburgo, che in una nota hanno attaccato la pilatesca posizione dei loro colleghi della sinistra.

Cuba nega i diritti umani

In due (Gualmini e Toia) si sono astenuti, mentre un terzo (Smeriglio) ha votato contro. Così come hanno fatto gli ex-grillini ora accasati nel gruppo dei Verdi. Quelli ortodossi, invece, hanno preferito astenersi. Sia come sia, nessuna condanna del regime di Cuba è venuta da Pd e M5S. Se per i primi è evidente il retaggio del legame ideologico che tuttora unisce i cascami del castrismo agli ex-comunisti nostrani, tra i secondi vige un vago e confuso terzomondismo che li ha portati prima ad orbitare intorno al regime venezuelano di Maduro e ora a simpatizzare per quello di Miguel Diaz-Canel.

Com’era immaginabile, la votazione di ieri ha infiammato il dibattito anche in Italia. Giorgia Meloni ha chiesto a Letta e a Conte «di dissociarsi pubblicamente» dal voto delle loro delegazioni. «La sinistra – ha sottolineato la leader di Fratelli d’Italia – si riempie la bocca di stato di diritto in Ue, ma non ha il coraggio di condannare un regime brutale che da oltre 60 anni regala miseria e repressione al popolo cubano». Pd e M5S rappresentano anche un pezzo della maggioranza. Un motivo in più per chiamare in causa anche  Draghi e Di Maio. «Al premier e al ministro degli Esteri – ha concluso la Meloni – chiediamo di ribadire ufficialmente il sostegno del governo italiano per una Cuba finalmente democratica e libera dal comunismo».

Cuba e Algeria, destini paralleli. Bernardo Valli su L'Espresso il 29 novembre 2021. Il giovane cronista negli anni Sessanta simpatizzava naturalmente per le rivoluzioni anticoloniali. E poi quei regimi sono diventati autoritari. Ho visto nascere, come i miei coetanei del secolo scorso, tante nuove nazioni, o meglio tanti Stati indipendenti che prima erano colonie. Il Novecento è stato ricco di rivoluzioni. Alcune erano definite tali perché il loro obiettivo era di liberarsi da regimi impopolari, inefficienti o corrotti, al potere in Paesi già indipendenti. Nei due casi, pur cercando di attenersi ai fatti, il giovane cronista era in generale favorevole ai “rivoluzionari”, perché anticoloniale o incline ad appoggiare chi si opponeva a regimi autoritari. Ho visto nascere, come i miei coetanei del secolo scorso, tante nuove nazioni, o meglio tanti Stati indipendenti che prima erano colonie. Il Novecento è stato ricco di rivoluzioni. Alcune erano definite tali perché il loro obiettivo era di liberarsi da regimi impopolari, inefficienti o corrotti, al potere in Paesi già indipendenti. Nei due casi, pur cercando di attenersi ai fatti, il giovane cronista era in generale favorevole ai “rivoluzionari”, perché anticoloniale o incline ad appoggiare chi si opponeva a regimi autoritari.

Cuba, repressione continua: verso una giornata di fuoco? Andrea Muratore su Inside Over il 14 novembre 2021. Tra proteste sempre più forti e l’arroccamento del governo di L’Avana Cuba rischia di infiammarsi nelle prossime giornate. Il 15 novembre, in particolare, rischia di essere la data cruciale da guardare con attenzione per analizzare quanto potrà succedere sull’Isla Bonita nella seconda tornata di proteste antigovernative dopo la fiammata di luglio e agosto.

Come cambia l’opposizione

Tra il regime del presidente Miguel Diaz-Canel e le opposizioni si preannuncia uno scontro aperto. Il 4 novembre la ong Cuban Prisoners Defenders (Cpd) aveva denunciato come nell’ultimo anno a Cuba siano state incarcerate 683 persone per motivi politici, 370 delle quali arrestate dalle proteste dell’11 luglio in avanti. Tra i protestanti si sta facendo strada la figura di  Yunior Garcia Aguilera, attore e commediografo che a luglio ha guidato un movimento di piazza di fronte al Cuban Institute of Radio and Television (ICRT) per chiedere un confronto diretto alle autorità sulle motivazioni che spingono i cubani nelle strade: e nel corso delle settimane, complice l’ambivalenza di Diaz-Canel, oscillante tra apertura e repressione, ha preso piede come figura chiave nell’opposizione. In estate le proteste erano state accese dalla nuova ondata del Covid-19, dalla durissima crisi economica e dalle rivendicazioni sociali che si erano manifestate sotto forma di somma delle proteste degli oppositori anticomunisti (Unione Patriottica Cubana), dei movimenti per i diritti dei dissidenti (come San Isidro) e della folla disorganizzata che si è riversata nelle strade da luglio in avanti. Come nota Americas Quarterly, tutte queste persone chiedevano una correzione di rotta sul futuro di Cuba e delle strutture che ne condizionano la politica e l’economia. Garcia Aguilera ha nel corso dei mesi strutturato la piattaforma “Arcipelago” per cercare di unire il più possibile le forze dell’opposizione, convocando per il 15 novembre un’ampia manifestazione di popolo. Garcia Aguilera è stato accusato di essere un agente al servizio degli Usa: il sito online “Las Razones de Cuba” ha pubblicato le dichiarazioni di un membro dei servizi segreti di L’Avana, un certo “agente Fernando” della sicurezza nazionale cubana, che svelerebbero i collegamenti tra Yunior García Aguilera e apparati anti-regime finanziati da Washington. Tale prova appare sicuramente condizionata dalla natura filo governativa della fonte, ma va senz’altro ricordato che un grande sostenitore di Arcipelago è il quotidiano con sede a Madrid Diario de Cuba, ben finanziato dal Dipartimento di Stato americano. Nel frattempo Garcia Aguilera e “Arcipelago” hanno invitato la popolazione a scendere in piazza in tutte le città il 15 novembre vestita con magliette bianche, e nei loro comunicati hanno esteso le convocazioni a livello internazionale parlando di marce in solidarietà con quelle di Cuba programmate in un centinaio di città (senza specificare quali) in varie nazioni. Il bianco è un riferimento all’autoproclamata innocenza dei manifestanti, ma anche un richiamo all’identità nazionale cubana: una rosa bianca era infatti il simbolo dell’eroe dell’indipendenza dalla Spagna, José Marti. La natura delle proteste, in ogni caso, non può far perdere attenzione sulle problematiche insite nel governo di Diaz-Canel, che nel corso dell’ultimo triennio ha di fatto dilapidato ogni possibile potenziale crisma di credibilità come erede dei fratelli Castro, irrigidendo il regime politico cubano.

Lo stato di Cuba

Cuba è oggi un Paese abitato da una popolazione giovane e molto istruita, ben attenta alle dinamiche politiche esterne e agli sviluppi di altre nazioni grazie all’accesso a Internet, desiderosa di avanzamenti materiali e personali e colpita in prima persona dal tracollo del settore chiave dell’economia, il turismo; l’embargo statunitense, ripreso dall’amministrazione Trump, si fa sentire in tutta la sua durezza ma non è la causa unica della crisi strutturale di un governo che paga, in primo luogo, il fatto di essere orfano dell’era Castro e si è irrigidito sulla nuda e cruda repressione. La risposta di Diaz Canel alle mosse di Arcipelago lo testimonia: il governo ha ordinato alla popolazione di non indossare abiti bianchi il 15 novembre e di restare in casa alla televisione, dissuadendo anche chi non vorrà andare in corteo a mostrare solidarietà con i protestanti indossando abiti bianchi, stendendoli dalle proprie case e applaudendo. Una “grida” manzoniana che mostra la difficoltà oggettiva di tenere il controllo della situazione. Diaz-Canel ha visto però la situazione complicarsi a inizio novembre mentre a sostegno dei protestanti si è schierata un’autorità morale di peso come la Chiesa cattolica nazionale, scesa in campo attraverso due azioni forti, ricordate da Tempi: dapprima, l’invio di “una lettera aperta rivolta alle forze repressive del regime resa nota il 10 novembre scorso da 15 preti cubani, molto amati dai fedeli ed assai apprezzati sull’isola”. In seguito, giovedì 11 novembre, è uscito “un inedito (e significativo) comunicato della Conferenza episcopale cubana in cui i vescovi chiedono «i cambiamenti necessari tanto a lungo desiderati»”. Il 15 novembre può segnare dunque una nuova ondata di proteste sistemiche nel Paese, capaci di spaccare ancora di più la già tormentata isola caraibica. E la consapevolezza, per i membri del regime di L’Avana, è che indipendentemente dalla natura delle proteste qualcosa si sia rotto nella capacità del governo di Cuba di leggere i cambiamenti di una nazione complessa. La strada è in ogni caso difficile: assecondare le voci della piazza in una fase ancora incerta per il permanere della crisi pandemica e delle incertezze o abbandonarsi alla repressione delle voci di dissenso anti-regime? La problematica sarà, in ogni caso, di legittimazione del potere centrale. A testimonianza di quanto sia difficile per Cuba un castrismo condotto in assenza dei fratelli Castro.

Dopo Haiti, Cuba: turbolenza nel mar dei Caraibi. Piccole Note il 13 luglio 2021 su Il Giornale. Un’ondata di turbolenza ha investito i Caraibi che dopo l’assassinio del presidente di Haiti, Jovenel Moïse, vede aprirsi un’insolita crisi cubana, con manifestazioni di piazza contro il governo. Sull’assassinio del presidente haitiano le tracce di una possibile mano americana iniziano a essere pesanti, come evidenziato dalla Cnn.

Il ruolo della “agenzie” americane. In un servizio del 13 luglio, Evan Perez ha rivelato che una delle persone arrestate era un informatore della Dea, come confermato anche dall’Agenzia anti-droga Usa. Curiosa la ricostruzione, che vede l’informatore in questione contattare l’attaché della Dea ad Haiti subito dopo la missione. In seguito al contatto, spiega la Cnn, l’uomo della Dea e un funzionario del Dipartimento di Stato americano avrebbero a loro volta contattato le autorità haitiane per “guidarle” alla cattura dell’uomo. Da ricordare che i commandos si erano avvicinati alla residenza del presidente dichiarando che era in corso un’operazione della Dea (l’Agenzia ha ovviamente smentito il coinvolgimento). Non solo l’agente della Dea, anche altri componenti del commandos sarebbero collaboratori dell’Fbi, spiega la Cnn, che ha contattato anche il Boureau per conferme, che ovviamente non sono arrivate (non si danno informazioni sui collaboratori, hanno risposto).

Gli arresti e l’ambasciata di Taiwan. Le autorità haitiane hanno arrestato il presunto capo del complotto, Christian Emmanuel Sanon, un medico haitiano residente in Florida, che aveva contattato un’Agenzia di contractors Usa per mettere su una squadra di armati allo scopo dichiarato di vigilare sulla sua sicurezza in vista di una sua partecipazione alle elezioni haitiane. La squadra si era poi trasferita ad Haiti, dove nel frattempo era sbarcato anche lui, ma alla spicciolata, in forma anonima, particolare che stride con un servizio di vigilanza. Un mese dopo, il commandos ha messo in atto l’operazione contro Moïse. Operazione che, abbiamo scritto in altra nota, deve esser stata bruciata da un qualche intervento esterno, che ha impedito agli assassini di lasciare indisturbati l’isola. Qualcuno, infatti, deve aver avvertito le autorità locali, spiegando loro i dettagli della missione e i responsabili. Solo questo spiega la tempestiva caccia all’uomo della polizia haitiana: sapeva chi cercare. Così l’informatore della Dea, sentendo il fiato sul collo, ha subito contattato il suo referente ad Haiti, al quale deve aver chiesto protezione. È evidente che l’attaché ufficiale della Dea deve aver contattato il suo referente al Dipartimento di Stato, il quale, avendo visto la mala parata, ha consigliato di consegnare il loro uomo: c’era il rischio di un coinvolgimento ufficiale degli Stati Uniti in questa torbida vicenda. Quel che è avvenuto per l’uomo della Dea sembra essersi ripetuto con i funzionari dell’ambasciata di Taiwan: anche qui la polizia locale è stata guidata ai fuggiaschi dai funzionari della sede diplomatica, che hanno segnalato la presenza di 11 uomini del commandos all’interno della loro residenza.

“Per aiutare Haiti, smettila di cercare di salvarla”. In altra nota abbiamo accennato alla bizzarria di cercare rifugio in una sede diplomatica: il parallelo tra la segnalazione del Dipartimento di Stato e quella dei funzionari dell’ambasciata può suggerire cose. Al di là delle bizzarrie, resta che anche la Cnn non può che registrare che l’operazione haitiana è stata “almeno in parte programmata negli Stati Uniti”, anche se probabilmente al di fuori delle catene di comando. Un’operazione ben pianificata, come dimostra il fatto che gli agenti preposti alla sicurezza del presidente sono rimasti inerti (alcuni di loro sono stati fermati), ma bruciata da qualche interferenza imprevista, di qualche agenzia presente nei Caraibi e sottovalutata… ipotizzare che ad allertare la polizia locale siano stati i servizi cubani è azzardato, ma ha una certa suggestione. Com’è probabile che l’allarme pervenuto da Haiti abbia non poco irritato il Dipartimento di Stato Usa, che ha agito prontamente per evitare di essere coinvolto nella missione bananera. Ipotesi, mere ipotesi, ma che spiegherebbero tante incongruenze. E magari anche l’incendio cubano, con manifestazioni improvvise e imprevedibili solo il giorno prima, come accade per le rivoluzioni colorate made in Usa. Un modo per segnalare che certe interferenze non sono gradite. Ma al di là delle suggestioni, restano alcune domande. La prima riguarda Cuba, dove le manifestazioni potrebbero essere un fuoco di paglia – relativamente troppo improvvisate per durare – oppure l’inizio dell’incendio. La seconda riguarda il futuro di Haiti: a prendere il potere nell’emergenza è stato il primo ministro Claude Joseph, il quale ha chiesto all’America aiuto per l’indagine e di inviare suoi militari a presidio dei gangli vitali dello Stato. Biden nicchia, forse condividendo i dubbi espressi da Bret Stephens sul New York Times in un articolo dal titolo: “Per aiutare Haiti, smettila di cercare di salvarla”, nel quale descrive i tanti fallimenti Usa riguardo l’isola, a iniziare dall’invasione del 1915 per finire con l’interventismo dei Clinton degli ultimi anni, che ha suscitato imbarazzanti domande. Come domande suscita il ruolo di Claude Jospeh, che Usa e Onu hanno riconosciuto come autorità dell’isola nonostante fosse stato sostituito dal defunto Moise il giorno prima del suo omicidio con Ariel Henry. Tanti, nell’ambito dell’opposizione, chiedono che a decidere del governo sia il Parlamento. Dinamiche che purtroppo non appartengono alle repubbliche delle banane, almeno a quelle che gli Usa considerano tali.

Da Rsi News il 12 luglio 2021. Migliaia di cubani hanno manifestato, ieri domenica, contro il Governo cubano nelle strade di una piccola località a sud-ovest dell'Avana, ma anche in altre paesi e città, in un evento senza precedenti per l'isola. Al grido di "Patria e vita!", titolo di una canzone critica contro il Governo del presidente Miguel Diaz-Canel, ma anche di "Abbasso la dittatura!", e "Non abbiamo paura!", i manifestanti, per lo più giovani, hanno sfilato, principalmente, a San Antonio de los Banos, un comune di 50.000 abitanti a una trentina di chilometri dalla capitale. Dall'inizio della pandemia del coronavirus nel marzo 2020, i cubani hanno dovuto affrontare lunghe file per fare scorta di cibo e hanno vissuto una carenza di medicinali che ha generato forti disordini sociali. La manifestazione si è svolta nel giorno in cui Cuba ha registrato un nuovo record giornaliero di contagi e morti per coronavirus. Sotto l'hashtag #SOSCuba o #SOSMatanzas, sui social si moltiplicano le richieste di aiuto, così come gli appelli all'Esecutivo per facilitare l'invio di donazioni dall'estero. Sabato, un gruppo di oppositori ha chiesto l'istituzione di un "corridoio umanitario", iniziativa che il Governo ha respinto, dichiarando che "i concetti di corridoio umanitario e aiuto umanitario sono associati alle aree di conflitto e non si applicano a Cuba".

Paolo Mastrolilli per "La Stampa" il 13 luglio 2021. La disperazione è diventata più forte della paura. Solo così si spiegano le manifestazioni scoppiate in tutta Cuba, per rimproverare al regime castrista la mancanza di beni basilari come cibo e medicine, sempre esistita ma acuita dal Covid. Il presidente Díaz-Canel ha usato il solito gioco di scaricare ogni colpa sull'embargo americano, sollecitando i rivoluzionari a scendere in piazza: «Dovranno passare sopra i nostri cadaveri». Ma è evidente che non funziona più. Può darsi che la repressione riesca a rinchiudere la gente nelle case, ma resta da capire fino quando. Perciò il presidente Biden ha difeso i manifestanti, chiarendo che se L'Avana si aspettava un rapido ritorno alle aperture di Obama, ha sbagliato i calcoli. Un po' perché Joe deve recuperare i voti di cubani e ispanici persi in Florida, ma anche perché forse intravede una nuova strada per premere sul regime. Le proteste sono cominciate domenica pomeriggio a San Antonio de los Baños, vicino alla capitale. Poco dopo si sono estese a tutto il Paese, fino a Santiago de Cuba, la «ciudad rebelde siempre» dove i Castro erano nati, cresciuti, e avevano avviato la rivoluzione. Fonti della dissidenza, raggiunte per telefono a L'Avana, hanno detto di essere rimaste sorprese dalle manifestazioni: «Non c'è stato alcun complotto, non sapevamo niente. È una protesta spontanea, nata dal fatto che la gente non ne può più. Mancano cibo e medicine, il Covid dilaga, e adesso sono cominciati pure i blackout dell'elettricità. La gente non sa più come sopravvivere, scende in strada per disperazione». Una roba del genere non si vedeva grosso modo dal Maleconazo del 1994. Allora c'era la scusa del crollo dell'Urss, mentre adesso l'accelerazione è stata provocata dal Covid, ancora più difficile da gestire senza mezzi e competenza. Secondo il ministero della Sanità, i casi attivi a Cuba sono 32.000, su una popolazione di 11 milioni. Solo domenica, però, si è registrato un picco di 6.932 contagi e 47 decessi. Soltanto il 15% della popolazione è vaccinato, ammesso che le iniezioni di Soberana e Abdala garantiscano la protezione del 92% vantata dal governo. La pandemia ha complicato le condizioni economiche già difficili, aggiungendo alle sanzioni rimposte da Trump la chiusura del rubinetto del turismo. Anche il Venezuela è in difficoltà, complicando gli approvvigionamenti di petrolio e la crisi energetica. Díaz-Canel, che ad aprile ha assunto tutti i poteri dopo il ritiro di Raul Castro dalla guida del Partito comunista, sa che la situazione è grave. Perciò domenica sera ha interrotto i programmi televisivi, per rivolgersi alla popolazione. Ha ripetuto che la colpa della crisi è dell'embargo, accusando imprecisati provocatori di approfittarne. Quindi ha detto: «L'ordine di combattere è stato dato. Rivoluzionari, andate in strada!». Gli hanno obbedito in fretta, e i gruppi paramilitari del regime sono apparsi nelle zone calde. Un centinaio di dissidenti sono stati arrestati, fra cui José Daniel Ferrer e gli artisti Luis Manuel Otero e Amaury Pacheco. La Russia ha subito difeso Cuba, denunciando interferenze esterne. Biden ha risposto con questo avvertimento: «Siamo al fianco del popolo cubano e del suo forte appello alla libertà, e al sollievo dalla tragica morsa della pandemia e dai decenni di repressione e sofferenza economica, a cui è stato sottoposto dal regime autoritario cubano. Il popolo afferma con coraggio i diritti fondamentali e universali. Tali diritti, compreso quello alla protesta pacifica e a determinare liberamente il proprio futuro, devono essere rispettati. Gli Usa chiedono al regime cubano di ascoltare il proprio popolo e servire i suoi bisogni in questo momento vitale, piuttosto che arricchirsi». Biden era vice presidente dell'amministrazione che aveva ristabilito le relazioni con Cuba, e lo ha pagato perdendo migliaia di voti in Florida. Il suo punto, però, non è solo recuperarli. Prima delle proteste voleva riaprire voli e rimesse, per assistere la popolazione senza aiutare il regime. Ora potrebbe rivedere la linea.

Da Agenzia Nova il 14 luglio 2021. Un uomo di 36 anni è rimasto ucciso lunedì 12 luglio durante gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine a Cuba, diventando così la prima vittima nell’ambito delle proteste in corso nell’isola centramericana. Lo riferisce la “Agencia Cubana de Noticias” (Acn). «Nel pomeriggio del 12 luglio 2021 – si legge sul sito dell’organo di stampa - gruppi organizzati di elementi antisociali e criminali nel Consiglio popolare di Guinera, appartenente al comune di Arroyo Naranjo (a sud dell’Avana), hanno violato l'ordine pubblico cercando di dirigersi verso la stazione della polizia rivoluzionaria del territorio, con l'obiettivo di attaccare le truppe e danneggiare la struttura». I manifestanti «sono stati intercettati dalle forze del ministero dell'Interno e dalla popolazione e, nel tentativo di eluderne l'azione, hanno vandalizzato abitazioni, dato fuoco a container e danneggiato le linee elettriche», prosegue l’agenzia di stampa locale. «Allo stesso tempo, (i dimostranti) hanno attaccato gli agenti e i civili sul posto con coltelli, pietre e oggetti contundenti». Nello scontro, diversi cittadini sono stati arrestati e altri sono rimasti feriti, inclusi funzionari delle forze dell'ordine. Tra i partecipanti ai disordini, è stato ucciso il cittadino Diubis Laurencio Tejeda, residente nel comune stesso e con precedenti di vilipendio, furto e condotta disordinata, per il quale ha scontato una sanzione. Il resto dei feriti è stato trasferito negli ospedali per le cure. Le circostanze di questo evento sono in corso di indagine.

Dagotraduzione dall’Ap il 13 luglio 2021. Lunedì grandi contingenti di polizia cubana hanno pattugliato la capitale dell'Avana dopo le proteste in tutta la nazione insulare contro la carenza di cibo e i prezzi elevati durante la crisi del coronavirus. Il presidente di Cuba ha affermato che le manifestazioni sono state fomentate sui social media dai cubani americani negli Stati Uniti. Le proteste di domenica sono state una delle più grandi manifestazioni di sentimento antigovernativo nel paese. Cuba sta attraversando la peggiore crisi economica degli ultimi decenni, per via delle sanzioni statunitensi imposte dall'amministrazione dell'ex presidente Donald Trump, e per l’epidemia di coronavirus. Molti giovani hanno preso parte alle manifestazioni all'Avana. Le proteste si sono svolte anche altrove sull'isola, anche nella piccola città di San Antonio de los Baños, dove le persone si sono opposte alle interruzioni di corrente e sono state visitate dal presidente Miguel Díaz-Canel. È entrato in alcune case, dove ha risposto alle domande dei residenti. Le autorità sembravano determinate a porre fine alle manifestazioni. Più di una dozzina di manifestanti sono stati arrestati, incluso un importante dissidente cubano che è stato preso dalla polizia mentre cercava di partecipare a una marcia nella città di Santiago, 900 chilometri a est. I manifestanti hanno interrotto il traffico nella capitale per diverse ore fino a quando alcuni hanno lanciato sassi e la polizia è intervenuta. Il servizio Internet è stato altalenante, forse per impedire ai manifestanti di comunicare tra loro. «Abbiamo visto come la campagna contro Cuba è cresciuta sui social media nelle ultime settimane», ha detto lunedì Díaz-Canel in un'apparizione televisiva nazionale in cui era presente anche il suo intero governo. «È così che si fa: cerca di creare insoddisfazione manipolando emozioni e sentimenti». In una dichiarazione lunedì, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha affermato che i manifestanti cubani stanno affermando i loro diritti fondamentali. «Stiamo con il popolo cubano e il suo strenuo appello alla libertà e al sollievo dalla tragica morsa della pandemia e dai decenni di repressione e sofferenza economica a cui è stato sottoposto dal regime autoritario di Cuba», ha affermato Biden. Gli Stati Uniti esortano il governo cubano a servire il proprio popolo «piuttosto che ad arricchirsi», ha aggiunto Biden. Il vice portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq lunedì ha sottolineato la posizione delle Nazioni Unite «sulla necessità di rispettare pienamente la libertà di espressione e di riunione pacifica, e ci aspettiamo che sarà così». Le manifestazioni sono state estremamente insolite su un'isola dove è tollerato poco dissenso contro il governo. L'ultima grande manifestazione pubblica di malcontento, per le difficoltà economiche, ha avuto luogo quasi 30 anni fa, nel 1994. L'anno scorso ci sono state piccole manifestazioni di artisti e altri gruppi, ma niente di così grande o diffuso come quello scoppiato lo scorso fine settimana. Nella protesta dell'Avana di domenica, la polizia inizialmente è rimasta indietro mentre i manifestanti cantavano "Libertà!" "È abbastanza!" e "Unisciti!" Un motociclista ha tirato fuori una bandiera degli Stati Uniti, ma gli è stata strappata da altri. «Siamo stufi delle code, delle carenze. Ecco perché sono qui», ha detto un manifestante di mezza età all'Associated Press. Ha rifiutato di identificarsi per paura di essere arrestato in seguito. Più tardi, circa 300 manifestanti filo-governativi sono arrivati con una grande bandiera cubana, gridando slogan a favore del defunto presidente Fidel Castro e della rivoluzione cubana. Alcuni hanno aggredito un videogiornalista di AP, rompendogli la macchina fotografica. Il fotoreporter di AP Ramón Espinosa è stato poi picchiato da un gruppo di agenti di polizia in uniforme e abiti civili; ne è uscito con un naso rotto e una ferita all'occhio. La manifestazione è cresciuta fino a poche migliaia nelle vicinanze di viale Galeano e i manifestanti hanno incalzato nonostante alcune accuse da parte di agenti di polizia e raffiche di gas lacrimogeni. Le persone in piedi su molti balconi lungo l'arteria centrale nel quartiere Centro Habana hanno applaudito i manifestanti che passavano. Altri si sono uniti alla marcia. A circa 2 ore e mezza dall'inizio della marcia, alcuni manifestanti hanno tirato su dei ciottoli e li hanno lanciati contro la polizia, a quel punto gli ufficiali hanno iniziato ad arrestare le persone e i manifestanti si sono dispersi. I giornalisti di AP hanno contato almeno 20 persone che sono state portate via in auto della polizia o da individui in abiti civili. Sebbene molte persone abbiano cercato di estrarre i loro cellulari e trasmettere la protesta in diretta, le autorità cubane hanno interrotto il servizio Internet per tutto il pomeriggio di domenica. Lunedì, le autorità cubane stavano bloccando Facebook, WhatsApp, Instagram e Telegram, ha affermato Alp Toker, direttore di Netblocks, una società di monitoraggio di Internet con sede a Londra. «Questa sembra essere una risposta alla protesta alimentata dai social media», ha detto. Twitter non sembra essere bloccato, anche se Toker ha notato che Cuba ha la capacità di tagliarlo se lo desidera.

Marta Serafini per il “Corriere della Sera” il 16 luglio 2021. «L'Avana è militarizzata, le linee telefoniche e internet sono bloccate. Aleggia un silenzio surreale, sembra di vivere in un'altra città». Della dissidenza a Cuba Yoani Sánchez è ormai una delle voci e dei volti più noti. In prima linea fin dagli inizi, quando ancora Fidel era vivo e cedeva il passo al fratello Raul. Oggi, passati più di 10 anni, Yoani è ancora all'Avana e insieme al marito Reinaldo, a sua volta intellettuale e dissidente, fa sentire la sua voce e continua il suo lavoro di giornalista con il portale «14ymedio». 

Il governo ha ammesso un morto durante le manifestazioni. Lo confermate?

«Sì, si tratta di un cittadino di 36 anni che ha partecipato ad una protesta lunedì a La Güinera, uno dei barrio più depressi dell'Avana. Ma i video sui social raccontano di diversi morti, feriti, detenuti e dispersi. Non si sa con precisione quanti o dove, perché linee sono interrotti, ma qualche notizia filtra attraverso le Vpn (il software per aggirare la censura, ndr )». 

Sul «14ymedio» si parla di oltre 5 mila arresti...

«Sì, finora non c'è un numero ufficiale, ma gli attivisti hanno diffuso una lista di circa 120 persone. Tra loro ci sono attivisti, artisti e giornalisti di spicco, come José Daniel Ferrer, leader dell'Unione Patriottica di Cuba (Unpacu), Manuel Cuesta Morúa, Luis Manuel Otero Alcántara, Amaury Pacheco, Camila Acosta o Henry Constantín». 

Come operano le squadre di repressione? Avete paura?

«Le strade dell'Avana sono invase da poliziotti e paramilitari vestiti da civili. Gli agenti della polizia politica sciamano sulle loro moto Suzuki, si fanno riconoscere. Ma io non ho paura, sono loro che devono temere».

Cosa ha scatenato le proteste? La sensazione è che le motivazioni non siano politiche...

«Sì, la pandemia ha peggiorato il quadro: manca il cibo e i blackout sono sempre più frequenti. Il sistema sanitario cubano è molto buono, non a caso sta sviluppando quattro vaccini. Ma la campagna vaccinale è iniziata da poco, con una parte ancora minima dei cubani (il 15%) che ha concluso il ciclo vaccinale». 

Trump aveva stretto le maglie dell'embargo. Joe Biden però potrebbe riaprire la partita sulle sanzioni, inoltre la Casa Bianca sta invitando il governo cubano a non usare la violenza. Questo non basta?

«Fin qui Biden non ha fatto granché per Cuba e non ci si può aspettare certo lo stesso impegno messo in campo da Obama: non ha la stessa forza e non può scontentare l'elettorato. Pechino potrebbe essere di sostegno ma difficilmente si metterà contro Washington in questa zona del mondo. Il Venezuela di sicuro non è in grado di aiutare. Di fatto, Cuba è sola».

Il presidente Mario Díaz-Canel è il primo dell'era post castrista dopo l'addio in aprile di Raul. Farà delle concessioni alla piazza?

«Fin qui non si poteva immaginare maggiore goffaggine. Siamo di fronte alle proteste più grandi mai viste sull'Isola dal "maleconazo" dell'agosto 1994. La differenza fondamentale rispetto ad allora che ora anche qui ci si può connettere a internet sebbene con grandi difficoltà. Dunque pensare di gestire le proteste con le stesse tecniche del passato è una follia. Sebbene faccia parte dello stesso circolo, Díaz-Canel non è Fidel o Raul: dovrà per forza fare qualche mossa se vorrà restare al potere».

 I cubani sono scesi in piazza e potrebbero restarci. Alessandro Maran, Consulente aziendale, appassionato di politica estera, su Il Riformista il 16 Luglio 2021. Domenica scorsa, migliaia di cubani, in modo del tutto inconsueto, sono scesi in piazza per contestare pubblicamente il governo. Tanto che parecchi cronisti e opinionisti sono stati colti di sorpresa. Su GZero Media, Carlos Santamaria ha riassunto i problemi che hanno alimentato le proteste: dal collasso economico (nel 2020 il Pil ha subito un calo dell’11%) alla carenza di beni alimentari, di medicine e di vaccini contro il Covid-19. Senza contare che le restrizioni americane volute da Trump hanno limitato il flusso di petrolio dal Venezuela e hanno reso più difficile per i cubano-statunitensi mandare rimesse a Cuba. Per la prima volta dal 1959, dopo che lo scorso aprile Raúl (il fratello di Fidel) ha lasciato la guida del Partito comunista cubano, l’isola non è governata da un Castro. Non è chiaro, osserva Santamaria, come farà fronte al malcontento, nel medio periodo, il presidente Miguel Díaz-Canel. Per ora, come da copione, ha accusato gli Stati Uniti di essere all’origine della crisi e delle proteste (con l’embargo economico e il sostegno ai dissidenti) e si è appellato ai sostenitori del governo perché si mobilitino contro i dimostranti. I filmati diffusi anche da Human Rights Watch hanno mostrato squadre armate di bastoni, pestaggi e arresti; e secondo un rapporto diffuso dal sito 14ymedio sarebbero più di cinquemila le persone arrestate durante i tre giorni di proteste contro il governo, tra cui 120 attivisti e giornalisti. Come ha scritto Frida Ghitis per la CNN, finora sembra che il governo abbia scelto la strada della «forza bruta» (sebbene non sia così scontato che possa funzionare anche stavolta), ma nel frattempo, in seguito alle manifestazioni, ha temporaneamente revocato i dazi sull’importazione di cibo, medicinali e altri beni essenziali. «Manifestazioni di questa ampiezza non si vedono da decenni», scrive Ghitis. «L’ultima volta, nel 1994, (Fidel) Castro ha allentato la pressione consentendo ai cubani di andarsene», e qualcosa come 35.000 cubani sono scappati con le barche e le zattere verso gli Stati Uniti. Ma, scrive Ghitis,  dopo il giro di vite imposto nel 2012 con la Ley Migratoria, aprire semplicemente i cancelli potrebbe non funzionare. Sebbene la polizia abbia ridotto al silenzio, come le cattive, i manifestanti, i problemi di Cuba non se ne andranno così facilmente. E, come scrive l’Economist, la grande incognita ha a che fare con la capacità di resistenza dei dimostranti. «I prossimi giorni ci diranno se la riposta di sempre del regime, quella di schiacciare ogni segno di dissenso, sarà in grado di funzionare ancora». «Cuba – prosegue il magazine – è stata colpita duramente dal Covid-19 e dal crollo verticale del turismo, dal quale dipende pesantemente. La carenza di valuta straniera con la quale pagare le importazioni ha condotto ad una acuta carenza di cibo e all’interruzione di corrente elettrica. Sotto l’amministrazione di Donald Trump gli Stati Uniti hanno rafforzato le sanzioni su Cuba. E queste hanno aggravato i problemi economici dell’isola». Il regime autoritario cubano ha perciò uno spazio di manovra molto limitato. E non è detto che riesca a «comprare» la pace sociale.

"Cuba resiste". Grillo si schiera con il regime. Luca Sablone il 18 Luglio 2021 su Il Giornale. Il garante del M5S rilancia la lettera di Frei Betto, teologo che sta con la Rivoluzione. Ira di Fratelli d'Italia: "Di Maio prenda le distanze o si dimetta". Continuano le proteste a Cuba contro il governo. Esattamente una settimana fa sono iniziate le prime contestazioni a San Antonio de Los Banos, una cittadina a circa 25 chilometri a sud della capitale L'Avana, per poi estendersi a tutte le principali città cubane. I manifestanti - al grido di "Libertà", "Patria e vita" (la canzone simbolo dell'opposizione che sbeffeggia lo slogan della rivoluzione "Patria o morte"), "Abbasso la dittatura" e "Non abbiamo paura" - chiedono le dimissioni del presidente Miguel Diaz-Canel. I cittadini hanno espresso il loro forte malcontento sia per la grave crisi economica (vista la mancanza di cibo e generi di prima necessità) sia per la gestione della pandemia. Sui fatti di Cuba ha preso posizione Beppe Grillo. Ma, anziché schierarsi col popolo in ginocchio, ha preso le parti del regime rilanciando sul proprio blog la lettera di Frei Betto, teologo e scrittore brasiliano che sta con la Rivoluzione.

Grillo sta col regime. Betto, attualmente consulente del governo cubano per l'esecuzione del Piano per la sovranità alimentare e l'educazione alimentare, ha commentato i disordini di questi giorni e si è schierato con il regime comunista dell'Avana. Il teologo sostiene che la Rivoluzione sarà in grado di assicurare tre diritti umani fondamentali: "Cibo, salute e istruzione, oltre a casa e lavoro". "Potreste avere un grande appetito perché non mangiate ciò che più vi piace, ma non avrete mai fame. La vostra famiglia avrà istruzione e assistenza sanitaria, compresi gli interventi chirurgici complessi, totalmente gratuiti, come dovere dello Stato e diritto di ogni cittadino", ha aggiunto. In realtà la situazione è ben lontana da quella prospettata da Betto, come già sottolineava qualche giorno fa Silvio Berlusconi: "La grande manifestazione di protesta dei cittadini cubani contro il regime comunista al grido di "libertà" è motivata dalla grave situazione economica, sanitaria e sociale". La pandemia ha infatti aggravato una situazione già fragile facendo mancare cibo e soprattutto forme alternative di sostentamento rispetto al turismo che di fatto è stato bloccato per oltre un anno e mezzo a causa del virus. Il governo di Díaz-Canel ha risposto con agenti in tenuta anti sommossa, arresti di massa e soprattutto chiusura di internet, forse uno dei motori più importanti della protesta. Già nel 2020, coi primi segnali di mal contento, L'Avana aveva stretto le maglie del controllo e secondo l’Osservatorio Cubano per i Diritti Umani almeno 1.800 persone, tra attivisti e oppositori, sarebbero finite in manette.

Gli attivisti Blm in ginocchio dai comunisti. Sempre seconod Betto la situazione a Cuba è figlia delle sanzioni degli Stati Uniti, inasprite dall'amministrazione di Donald Trump, e delle pressioni internazionali. "Gli insoddisfatti della Rivoluzione, che gravitano nell'orbita del 'sogno americano', sono stati quindi i promotori delle proteste", è la convinzione di Betto. Che infine ha sottolineato come questa fragilità "presta il fianco alle manifestazioni di malcontento, senza che il governo abbia dispiegato truppe o carri armati nelle strade". "La resilienza del popolo cubano, alimentata da esempi come Martí, Che Guevara e Fidel, si è dimostrata invincibile. È a lei che noi tutti, che lottiamo per un mondo più giusto, dobbiamo solidarietà", ha concluso. Il punto è che oltre all'embargo Cuba soffre di un sistema economico che semplicemente non funziona. La burocrazia socialista dei barbudos non ha permesso uno sviluppo economico adeguato. I margini di autonomia imprenditoriale sono assenti e gli investimenti per la crescita ridotti ai minimi termini. Come ha raccontato l'Economist agli allevatori è persino proibito macellare una mucca se non ha raggiunto un certo peso o prodotto almeno almeno un certo quantitativo di latte durante la sua vita. Uno scenario tutt'altro che prospero.

Bufera contro Grillo. La presa di posizione di Grillo ha scatenato subito la polemica. In Fratelli d'Italia Carlo Fidanza ha espresso lo sconcerto totale: "Gravissimo! Beppe Grillo sul suo blog difende il regime comunista cubano e inneggia alla rivoluzione castrista". Il capodelegazione al Parlamento europeo di FdI-Ecr e responsabile Esteri del partito di Giorgia Meloni, attraverso un post su Facebook, ha ricordato che la forza politica di cui il comico genovese è ancora garante (ovvero (Movimento 5 Stelle) esprime il ministro degli Esteri nell'attuale governo guidato da Mario Draghi.

L'appello di Fidanza infatti è rivolto proprio a Luigi Di Maio: "Cosa ne pensa Di Maio? È questa la posizione sua e del governo italiano sulla gravissima repressione in corso a Cuba? Di Maio prenda le distanze da Grillo o, per coerenza, si dimetta". Gli ha fatto eco Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d'Italia: "Allucinante! Oggi Beppe Grillo sul suo blog elogia il regime comunista di Cuba. Possibile che i 5 Stelle siano sempre al fianco delle spietate dittature!? Di Maio cosa avrà da dire?". La scelta di Grillo di rilanciare il lungo testo di Frei Betto ha trovato l'assoluta contrarietà anche di Fabrizio Cicchitto, presidente dell'associazione Riformismo e libertà e già presidente della commissione Esteri: "Benissimo. Grillo oltre che amico dei cinesi lo è anche del governo cubano che sta massacrando i dimostranti. Non è chiaro qual è la posizione su Maduro. Nel passato tutto il M5S era per Maduro. Quindi abbiamo un movimento del tutto affidabile sulla politica estera. E adesso vogliono anche dare lezioni sulla giustizia. Certamente ispirati dai testi cubani e cinesi".

Luca Sablone. Classe 2000, nato a Chieti. Fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. Estrema passione per il calcio, prima giocato e poi raccontato: sono passato dai guantoni da portiere alla tastiera del computer. Diplomato in informatica "per caso", aspirante giornalista per natura. Provo a raccontare tutto nei minimi dettagli, possibilmente prima degli altri. Cerco di essere un attento osservatore in diversi ambiti con quanta più obiettività possibile, dal...

Le difficoltà politiche di Cuba e l’eredità sempre più pesante dei Castro. Andrea Muratore su Inside Over il 31 luglio 2021. Fidel Castro, nel suo lungo mandato alla guida del governo cubano, ha dovuto in una sola occasione affrontare proteste paragonabili a quelle sprigionatesi nell’ultimo mese nel Paese. Correva l’anno 1994, e il Paese era allo stremo colpito dal combinato disposto tra gli effetti della crisi economica interna, l’impatto dell’asfissiante embargo statunitense e le conseguenze della caduta dell’Unione Sovietica, partner privilegiato di L’Avana. L’imposizioni di restrizioni e contingentamenti nella distribuzione dei beni, la carenza di generi di prima necessità e una durissima recessione (-35% del Pil) causarono allora l’ondata di proteste del Maleconazo, culminata nella fuga di decine di migliaia di cubani verso la Florida e il resto degli Usa.

L’ora più dura per Cuba. Oggigiorno, quello che si trova a vivere Cuba è un periodo simile a quello patito a metà Anni Novanta e poi superato, principalmente, per la stipulazione di accordi privilegiati con il Venezuela di Hugo Chavez. Ma la pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze hanno impattato sull’isola caraibica con una forza, potenzialmente, ancora più dirompente. Mettendo a nudo le fragilità interne a un sistema come quello sanitario, ove è indubbio che Cuba abbia raggiunto picchi d’eccellenza, per quanto non uniformi; impattando su un Paese molto mutato rispetto a quello governato dal Jefe, abitato da una popolazione giovane e molto istruita, ben conscia di quanto accade in altri contesti e modelli grazie all’accesso a Internet, desiderosa di avanzamenti materiali e personali; colpendo su un sistema in continua transizione e in cui, soprattutto, da pochi anni i Castro hanno passato la mano. Dopo aver preso il potere nel 2018 l’attuale presidente Miguel Diaz-Canel si è trovato di fronte a una triplice sfida: in primo luogo, consolidare un consenso politico paragonabile a quello conquistato negli anni da Fidel Castro e dal fratello Raul per consolidare l’esperienza del governo rivoluzionario inaugurato nel 1959; in secondo luogo, guidare una transizione economica, politica e sociale in grado di sistematizzare l’ideologia che il carisma personale dei suoi predecessori aveva, con diversi riferimenti, costituito. Il castrismo si era consolidato, nel corso degli anni, imperniandosi su tradizionale trittico costituito dal nazionalismo rivoluzionario cubano caro al Libertador José Marti, dal richiamo populista e millenarista al dualismo tra popolo ed élite corrotte (definito da Loris Zanatta in un omonimo saggio il “populismo gesuita”) e da uno strumentale riferimento al socialismo legato alle logiche della Guerra Fredda, cui nel corso degli anni si era aggiunta una sempre più spiccata retorica panamericana e anti-statunitense. Diaz-Canel, asceso nel periodo del declino del socialismo del XXI secolo latinoamericano, ha puntato in questo contesto a cercare un’ibridazione tra modello tradizionale e società di mercato con una svolta “cinese” culminata nella promulgazione di una nuova Costituzione. Terzo punto degli obiettivi del nuovo governo è stato il tentativo di sottrarre Cuba al suo status di eccezionalità negli scenari internazionali che è rimasto in larga parte legato al suo ruolo di ultimo baluardo del Novecento e del bipolarismo, principalmente per l’onda lunga dell’impegno castrista a esportare la rivoluzione in Africa e America Latina condotto negli Anni Ottanta, per il suo conseguente complemento di internazionalismo medico e per il richiamo ideale rappresentato da Cuba per tutti gli oppositori di Washington nel mondo. Un posizionamento che ha reso un faro mondiale una nazione di soli 11 milioni di abitanti, ma al contempo ha reso sempre difficile proporre svolte o transizioni politiche interne volte a risolvere problemi pragmatici, complice il surplus di attenzione che ciò che accade a Cuba ottiene nel resto del mondo.

Le questioni più urgenti per Cuba. Ebbene, tutti e tre questi obiettivi sono stati largamente mancati, sino ad ora, e questo si è riflesso in una perdita di credibilità e carisma che ha reso il governo vulnerabile di fronte alle eterogenee rivendicazioni degli oppositori anticomunisti (Unione Patriottica Cubana), dei movimenti per i diritti dei dissidenti (come San Isidro) e della folla disorganizzata che si è riversata nelle strade nelle ultime settimane. Come nota Americas Quarterly, con il suo ambivalente andirivieni tra aperture e irrigidimenti, con la sua ostilità a molte voci della piazza, con la sua sostanziale mancanza di polso Diaz-Canel si è messo nelle condizioni di non poter dare risposte ottimali a una folla in larga parte non politicizzata ma che, in sostanza, chiede una correzione di rotta sul futuro di Cuba e delle strutture che ne condizionano la politica e l’economia. Castro, figura unica nella storia del Novecento per carisma e esposizione mondiale tra i leader del “Terzo Mondo”, ha saputo a lungo giocare con astuzia e abilità politica con le contingenze, riuscendo o a costruire compromessi politici e tattici che garantivano fiato a Cuba (dagli accordi “zucchero contro petrolio” con Mosca all’alleanza energetico-sanitaria con Caracas) e a mobilitare contro il bloqueo Usa, indubbio fattore di difficoltà per l’isola, le energie espresse nelle proteste per la carenza di generi essenziali. Su Diaz-Canel si è invece abbattuto il cigno nero della pandemia e delle sue conseguenze devastanti per L’Avana: -10,9% di Pil nel 2020, un ulteriore -2% a inizio 2021, contrazione del turismo e dell’ingresso di valuta pregiata, insicurezza sociale crescente. A cui si sommano gli effetti della continua riduzione della spesa pubblica in servizi e beni essenziali (a favore, a detta degli oppositori, dell’investimento in hotel e resort di lusso) che si manifesta sotto forma di carenze di approvvigionamento e continui blackout elettrici. Trasversalmente a ciò, il dannoso e politicamente inutile embargo Usa rilanciato da Donald Trump ha fatto il resto.

Il castrismo senza Castro è un problema? Sotto i colpi della pandemia, in particolare “sta franando però quel sentimento identitario in qualche modo legato alla Revolución, che ha tenuto insieme la massa del popolo cubano attraverso sessant’anni di sfide”, ha scritto il giornalista Livio Zanotti, tra i massimi esperti italiani di America Latina, su StartMag. Un sentimento associato inequivocabilmente al nome Castro: perché difficilmente a Cuba si può parlare di “governo socialista”, “regime” o “rivoluzione” senza associarli all’aggettivo “castrista”. Il castrismo, alla luce di un perenne slancio secondo cui “volere è potere”, è stato il collante di Cuba dalla Guerra Fredda ad oggi. Zanotti sottolinea che “le proteste dell’11 luglio scorso, una domenica d’incontenibili passioni, ha mutato il rapporto tra governo e governati. Era un sentimento via-via sempre più contraddittorio, a cui orgoglio nazionale e furbizie quotidiane, solidarietà e mercato nero, magniloquenza e piccoli tradimenti andavano togliendo il respiro”, prima che l’arrivo del Covid finisse per travolgerlo. Diaz-Canel non è né Fidel né Raul Castro, gli manca il carisma per poter chiedere al popolo, anche solo furbescamente, di tirare a campare per non tirare le cuoia nel periodo più duro; gli mancano la capacità retorica, l’inventiva e la tenacia per sobbarcarsi una vasta richiesta di cambiamento. Soprattutto, al governo gerontocratico di Cuba manca l’abitudine a mediare con i problemi quotidiani della popolazione: e conquistare questa capacità, Covid o non Covid, bloqueo o non bloqueo, sarà la sfida più grande per il governo dell’Avana. La fortuna di Diaz-Canel sta nel fatto che né gli Usa né tantomeno i protestanti hanno un progetto o la forza reale, attualmente, di spingere per un cambio di regime nel Paese: ma il modello cubano dovrà farsi più strategico, pragmatico e attento ai bisogni di una popolazione che, tra istruzione, cultura e alfabetizzazione, vanta uno dei migliori capitali umani del continente. Una forza che sarebbe un grave errore disperdere.

Chi fa il tifo per la rivolta cubana si chieda chi paga la fine di un regime. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud il 16 luglio 2021. OGNI volta che sui giornali si parla di Cuba arrivano quelli che devono impartire la lezione alla sinistra che non condanna mai abbastanza il regime ereditato dal castrismo.    Avranno pure ragione su certi silenzi della sinistra – a Cuba si vive molto male, il regime, sotto sanzioni Usa, è fallimentare e importa i due terzi degli alimenti – ma sui giornali scrive anche gente che non si è mai mossa dal giardino di casa, non è mai andata a Cuba, in Medio Oriente, in Africa o in Afghanistan. I regimi liberticidi sono vergognosi ma bisogna anche andarci nei posti, non per dare impossibili giustificazioni dell’esistente ma per conoscerli.    E soprattutto per farsi anche una o due domande: cosa può venire dopo il crollo di un regime? E chi paga per la sopravvivenza di questi popoli?  Gli ultimi decenni dovrebbero indurre i nostri eroici giardinieri della stampa a fare qualche riflessione. Nel 2001 dopo l’11 settembre siamo andati a liberare il popolo afghano dai talebani e da Al Qaida. Missione compiuta? Oggi ci ritiriamo e la gente che ha lavorato con gli occidentali scappa come può perché ha percepito perfettamente che i talebani rioccuperanno il Paese. E’ possibile che quando tornerò in Afghanistan mi torni utile il vecchio visto sul passaporto dell’Emirato dei talebani che ottenni pochi mesi prima dell’11 settembre. Nel 2003 gli Usa hanno deciso di abbattere il regime di Saddam Hussein, sulla scorta delle false accuse che possedeva armi di distruzione di massa. Com’è andata lo sappiamo fin troppo bene. L’Iraq si è disintegrato, precipitando in un caos infinito e nella guerra civile, poi è stato occupato dal Califfato e ancora oggi si dibatte in una crisi senza sbocchi. Qui l’Italia ha appena assunto il comando delle forze Nato: non si sa bene perché andiamo in Iraq ma non siamo stati capaci recentemente di intervenire in Libia, paese che ci riguarda molto da vicino e dove ora, in Tripolitania, la fa da padrone Erdogan. Eppure nel 2011 l’Italia fu spinta a bombardare Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, contribuendo a creare il caos in cui oggi ci troviamo non solo nel Mediterraneo e ma in tutto il Sahel dove stiamo aprendo una missione militare in Niger. Nessuno si è mai preoccupato allora cosa potesse significare la caduta del regime gheddafiano, il crollo delle frontiere libiche e le sue conseguenze. Per non parlare della Siria. Nel 2011 i nostri strateghi occidentali – compresi quelli nostrani che non avevano mai visto la Siria neppure in cartolina – sostenevano che le proteste avrebbero abbattuto il regime baathista della famiglia Assad. In fondo bastava dare una spintarella.  Fu così che americani ed europei diedero il via libera alla Turchia per far passare alla frontiera siriana migliaia di combattenti jihadisti: in questa maniera l’Isis ha potuto espandersi dall’Iraq alla Siria mentre la bandiera nera del Califfato sventolava a venti chilometri dal centro di Damasco. Ma il mantra rimase per molto tempo quello di abbattere il regime: che fine facessero i siriani, da una parte soffocati da Assad e dall’altra dai jihadisti, importava poco o nulla.  Come non aveva avuto rilevanza il destino degli afghani, degli iracheni o dei libici. Ora di abbattere Assad, specialmente dopo l’intervento russo del 2015, non ne perla più nessuno mentre il Paese resta sotto embargo e la ricostruzione è lontana: chi paga? Già chi paga i crolli di regime? Pagano i popoli con milioni di morti, intere città distrutte, rimaste senza luce, acqua, elettricità, pagano i giovani, senza lavoro e senza alternative, pagano le donne e le persone più vulnerabili. Fateci caso: ultimamente nessuno si pone più il problema di ricostruire l’Iraq, la Libia, la Siria e tanto meno l’Afghanistan. Come se non parlarne coprisse anche i fallimenti occidentali.  Ma come vive questa gente interessa poco o niente. A noi piace descrivere la rivolta cubana come un momento decisivo della storia (magari lo sarà pure), partecipiamo alle sorti dei manifestanti, condanniamo la repressione e i silenzi complici del regime e ci indigniamo se le cose non vanno come diciamo noi. Tutto vero, tutto giusto. Oggi però nessuno si ricorda più del venezuelano Guaidò che due anni tentò un colpo di mano davanti a una pompa di benzina: eppure venne riconosciuto come presidente del Venezuela al posto di Maduro da Usa, Francia e Gran Bretagna. Poi più nulla, il vuoto. Ma i nostri giardinieri del giornalismo continuano a sentenziare, condannare, confezionando articoli come si potano le rose e distribuendo petali di saggezza. Sempre da lontano, però.

Cuba, il regime ha paura. Il piano di Raùl Castro per fuggire in Sudafrica. Paolo Manzo il 21 Luglio 2021 su Il Giornale. L'ex presidente spaventato dalle manifestazioni. "Servizi allertati per farlo espatriare domenica". Il 90enne Raúl Castro aveva giù preparato la sua fuga domenica scorsa, 11 luglio, quando sembravano inarrestabili le proteste quasi ovunque pacifiche e diffusesi a tempo record in almeno 40 città di Cuba. Proteste che hanno fatto tremare i polsi del regime comunista che da oltre 62 anni ininterrotti fa il bello e cattivo tempo all'Avana ed hanno provocato una vera e propria ondata di panico ai vertici del potere, poco più di una settimana fa. Lo scoop con i dettagli della fuga programmata in fretta e furia di Raúl Castro lo ha pubblicato ieri il quotidiano spagnolo ABC, a firma del suo capo degli Esteri, l'esperto e sempre ben informato Alexis Rodríguez. Grida «libertà, libertà!» la gente di Camaguey, Holguin, Ciego de Ávila e Santiago de Cuba, mentre la massa di cubani furenti con il regime comunista sembra inarrestabile e le immagini in diretta social delle proteste davanti al Campidoglio, il simbolo del potere politico della capitale cubana, fanno il giro del mondo. In quelle ore la dittatura si spaventa e scopre che la chiusura di Internet sull'isola non riesce a fermare i manifestanti perché la generazione under 40 sa usare le reti private virtuali (VPN) per aggirare la censura. I militari si riuniscono d'urgenza in Consiglio di Sicurezza, l'esecutivo del governo gestito dai militari e dal partito comunista (sinora un tutt'uno) con Raúl in testa ma senza la partecipazione del debole presidente Miguel Díaz-Canel. In quelle ore concitate «l'autostoppista», così i militari chiamano sprezzantemente il presidente, viene mandato nelle strade di San Antonio de los Baños, la cittadina a 26 chilometri dall'Avana da dove la protesta si è diffusa su tutta l'isola, per tentare (inutilmente) di calmare gli animi del pueblo. Viene sonoramente fischiato, le sue guardie del corpo spinte e Díaz-Canel «consuma quel poco di capitale che aveva in quei giorni», scrive Rodríguez. Intanto nella riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza si vedono scene di tensione con «grida, discussioni, disaccordi e dimissioni mai vissute nelle alte sfere del potere cubano» da quando, il primo gennaio del 1959 i barbudos guidati da Fidel Castro, Camilo Cienfuegos, Raúl, Che Guevara e Huber Mattos presero il potere. Impossibile accordarsi sulle misure da adottare per fermare le proteste perché i più giovani generali dell'Esercito e della Polizia Nazionale Rivoluzionaria, si rifiutano di usare la forza contro la popolazione civile. Il viceministro degli Interni, il generale di brigata Jesús Manuel Burón, presenta le sue dimissioni dopo aver messo in discussione il processo decisionale all'interno del ministero e del Consiglio di Sicurezza, criticando l'uso eccessivo delle forze di polizia per reprimere il popolo. Il personale militare più vicino a Raúl ed i servizi segreti intanto attivano il piano di fuga che hanno sempre pronto in caso possano sorgere situazioni altamente pericolose per il fratello di Fidel. Il vecchio leader, che si sta curando per il suo cancro all'esofago ed al retto soffre anche di cirrosi epatica cronica a causa della sua vecchia dipendenza dall'alcol e deve essere portato al sicuro nel caso la situazione precipiti. I servizi segreti addestrati dalla Stasi dell'ex DDR e dal KGB hanno pronto l'Ilyushin Il-96 al piccolo aeroporto civile di Baracoa. La destinazione più logica sarebbe il Venezuela, ma forse proprio per questo e per altri aspetti considerati in quella concitata giornata, decidono che l'opzione migliore è il Sudafrica. Il velivolo può arrivarci senza problemi, inoltre il Sudafrica non ha un trattato di estradizione con Cuba ed i gerarchi del regime fanno da tempo affaroni in quel paese. Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, il poderoso deus ex machina di Gaesa, il conglomerato di aziende statali gestite dai militari che tutto decide in materia economica a Cuba nonché ex cognato di Raúl, era in Sud L'Africa 50 giorni fa. Inoltre, lì ci sono dei vecchi amici che devono dei favori alla dittatura cubana dai tempi della guerra in Angola. Poche ore dopo, però, non appena il governo ha ripreso il controllo di internet e i militari quello delle strade con una repressione brutale, il piano di fuga viene disattivato. Almeno per ora. Paolo Manzo

Permessi per macellare una mucca e altre follie del regime cubano. Alessandro Ferro il 19 Luglio 2021 su Il Giornale. L'isola che era di Fidel Castro sta vivendo una crisi alimentare eccezionale: nonostante la penuria di cibo, il processo che porta alla macellazione di una mucca è lento e macchinoso: ecco cosa accade. Cuba soffre la pandemia, la mancanza di turismo ma soprattutto la fame: l'isola comunista sta affrontando la peggiore carenza di cibo dagli anni '90.

Quali le motivazioni. In un luogo che importa circa il 70% del suo cibo, l'ultimo anno ha visto i propri negozi di alimentari vuoti e su Internet o al mercato nero i prezzi per acquistare la merce sono proibitivi. Inoltre, gli agricoltori non vogliono più vendere i prodotti per sfamare loro stessi. Il governo cubano attribuisce la carenza di cibo principalmente alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti che, il 24 giugno, l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato di condannare come succede quasi ogni anno dal 1992. Balzo dei prezzi globali (+40%), mancanza di turismo che dal 10% di Pil si è ridotto drasticamente passando da 4,2 milioni di visitatori nel 2019 a poco più di un milione nel 2020. Ma Cuba si sa, è l'isola anche di stranezze e follie dettate dal regime, come quella che riguarda la carne di mucca macellata prima del tempo, illegale fino ad un mese fa ma diventata prassi comune adesso.

Una mucca uccisa ogni tre vitelli. Lo Stato aveva stabilito che se una mucca non avesse raggiunto un certo limite d'età non si poteva toccare, adesso i contadini possono ucciderle sia per vendere la carne che per mangiarla loro stessi. Ma, prima di farlo, devono saltare attraverso una serie di burocrazie, inclusa la certificazione che la mucca abbia prodotto almeno 520 litri di latte all'anno. Come riporta l'Ecomomist, inoltre, non sono autorizzati a lasciare che la loro mandria si riduca più di tanto e possono macellare soltanto una mucca ogni tre vitelli: un compito arduo a lungo termine, anche perché chi fa i conti? Come si fa a mantenere questa media? Insomma, è più un'utopia che qualcosa di veramente realizzabile. Al momento, tra l'altro, Cuba ha difficoltà anche a mantenere la sua attuale mandria di bestiame: l'anno scorso, nella sola provincia di Las Tunas, più di settemila mucche sono morte per disidratazione. In tutto questo marasma, anche gli agricoltori devono completare i documenti e attendere una settimana per l'approvazione. “Il processo di candidatura per mangiare una mucca è sufficiente per farti perdere l'appetito", dicono dall'isola.

Altre follie burocratiche. Ma ciò che riguarda il bestiame è solo l'ultima delle stranezze cubane: la popolazione è concorde nell'affermare che nonostante il governo abbia fatto alcuni tentativi per liberalizzare l'economia, è "sconcertantemente scarso" nell'incrementare la produzione agricola o nel corteggiare gli investitori stranieri. Le aziende che producono cibo a Cuba guadagnano solo Pesos che hanno poco valore a livello internazionale, ma devono acquistare quasi tutti i loro input all'estero in valuta estera. Il governo impone agli agricoltori di vendere il loro raccolto allo Stato a prezzi non competitivi e impone regole draconiane sulla gestione del bestiame. Per far fronte alla crisi, molti cubani residenti all'estero stanno cercando di aiutare i loro familiari a combattere la fame inviando i propri pacchi di assistenza. Ma anche questi sono diventati più difficili e costosi da inviare: le merci dagli Stati Uniti che una volta richiedevano due settimane per essere consegnate, ora possono impiegare fino a quattro mesi per arrivare poiché la carenza di carburante e camion a Cuba rende più difficile l'ultima tappa della consegna. Le risposte politiche pasticciate hanno peggiorato le cose: il 10 giugno la Banca Centrale cubana ha annunciato che, dal 21 giugno, i cubani non potranno depositare dollari sui loro conti bancari per un periodo di tempo non dichiarato. Questo nonostante il fatto che, per acquistare merci nei negozi statali, i cubani abbiano bisogno di una carta prepagata carica di dollari. Ora dovranno scambiare i loro dollari con euro o altre valute, il che comporta una commissione. Emilio Morales, il capo dell'Havana Consulting Group a Miami, pensa che questo sia stato un modo per spaventare le persone e spingerle a depositare di più prima della scadenza. Piuttosto che stabilizzare l'economia, è probabile che la politica faccia il contrario: le banche cubane sono state sopraffatte da file di persone in preda al panico che cercavano di depositare i dollari di cui avevano bisogno per acquistare generi alimentari. "Cuba ha 11 milioni di ostaggi e si aspetta che gli esuli cubani paghino il loro riscatto", afferma Morales. Ricardo Cabrisas, il vice primo ministro, è stato recentemente a Parigi per negoziare un'altra proroga sui circa 3,5 miliardi di dollari di prestiti dovuti a governi stranieri: l'isola è in arretrato dal 2019. Un ultimatum dei creditori potrebbe aiutare a spiegare il desiderio del governo di recuperare i biglietti verdi.

Alessandro Ferro. Catanese classe '82, vivo tra Catania e Roma dove esercito la mia professione di giornalista dal 2012. Tifoso del Milan dalla nascita, la mia più grande passione è la meteorologia. Rimarranno indimenticabili gli anni in cui fui autore televisivo dell’unico canale italiano mai dedicato, Skymeteo24. Scrivo per ilGiornale.it dal mese di novembre del 2019 occupandomi soprattutto di cronaca, economia e numerosi approfondimenti riguardanti il Covid (purtroppo). Amo fare sport, organizzare eventi e stare in compagnia delle persone più... 

Cuba, Renato Farina senza mezzi termini: "Fa schifo, anche la sinistra se n'è accorta dopo 62 anni". Renato Farina su Libero Quotidiano il 15 luglio 2021. Ieri Repubblica ha lanciato uno splendido appello in prima pagina. Dice: «Sinistra, apri gli occhi su Cuba». Ma cari amici di Repubblica, la sinistra siete voi. Contenti che li apriate adesso, ma sarebbe il caso li spalancaste anche sul vostro album di famiglia. Conviene intanto stare sull'edizione di ieri. Per un elogio. Vi si racconta della tenebrosa dittatura. Si parteggia con accenti mai uditi prima da queste parti per la ribellione contro il regime, intonando con la folla a ritmo di rap lo slogan «Patria y Vida» contro quello canagliesco dei comunisti «Patria o Muerte» (degli altri). Soprattutto a parlare è una fotografia grande e tremenda eh funge da copertina, incredibile e coraggiosa scelta del direttore Maurizio Molinari, conoscendo i gusti che da mezzo secolo dominano il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: si vedono gli squadristi agli ordini della mummia di Fidel, muniti di nodosi bastoni, che - come abbiamo scritto ieri su Libero - vanno a spaccare le ossa e a raddrizzare le idee storte dei disperati che hanno fame di pane e libertà, e percorrono avanti e indietro le strade. Non riescono a fermarli, gli scherani del Partito comunista al potere. Li percuotono, li arrestano, e ne arrivano di nuovi. Tutto questo lo ha scritto Gianni Riotta, che non è mai stato un osservatore banale. Dimentica una cosa da niente però. E mi ripeto, ma bisogna: amici, anzi compagni di Repubblica, la sinistra siete voi! Quel giornale è stato la voce guida prima del Partito comunista, poi di tutte le sue varie denominazioni. E lo è tuttora. Ovvio, non parliamo qui di singoli giornalisti, non è che sono tutti inquadrati, ma il corpaccione del quotidiano è questa roba qui. Ho scritto che è stato ed è la voce: ho sbagliato per difetto, è di più. Interpreta, ricrea e rafforza il «deep sentiment», l'autocoscienza profonda della sinistra nel suo baricentro culturale che concima le teste del popolo rosso. Ci sono state evoluzioni, che sono ben rappresentate dal cambiamento delle denominazioni. Una nicchia segreta, in tutte le evoluzioni possibili e immaginabili del Partito-Repubblica, è sempre però rimasta intatta. Una specie di cripta dove di tanto in tanto i suoi giornalisti-bandiera si recano in visita. Cuba! Nessun reportage entusiasta, non è Il Manifesto, ma pennellate di poesia, un po' mesta, senza mai neppure sfiorare l'indignazione, mica c'è il fascismo lì. Il grande Bernardo Valli, che se n'è andato da Repubblica di recente per protesta contro il neo-direttore Molinari troppo filo americano, quando si recò all'Avana nel 2016 per la morte di Fidel Castro, riuscì a dare un'idea dell'isola come se fosse Macondo, un po' triste, governata da un patriarca un po' così ma comunque da favola: «Fidel non era un caudillo. Era qualcosa d'altro. Il suo coraggio, la sua abilità, la sua ambiguità gli hanno consentito di vivere fino a novant' anni. I cubani ne sono fieri, ma anche stupiti. Forse esausti. I padri troppo longevi non sempre sono i più amati. Gli esuli, e nemici, di Miami esultano. Ma hanno torto». La sofferenza tremenda della gente non esiste. I mucchi di cadaveri con un proiettile nella nuca accumulati dal 1958 in poi neppure, i più di duecentomila carcerati figuriamoci. Il popolo non c'è, sono omuncoli tutti rispetto all'immenso corpo del barbuto dittatore un po' fatto alla sua maniera, cui sono dedicate sistematicamente negli anni interviste mitologiche. Bellissima quella di Inge Feltrinelli, che racconta le giornate passate da lei, il marito miliardario Giangiacomo da Fidel Castro in pigiama. A proposito. Si cita anche Valerio Riva, genio dell'editoria, il quale stava con loro, raccolse per giorni le memorie del comandante, e comprese studiandole l'orrore che celavano. Lo fece sapere al mondo. Nessuno ha raccontato come lui i malvagi predatori barbuti di quell'isola ridotta a fattoria orwelliana degli animali (gli uomini) comandata dai maiali (i comunisti). Scrisse e curò con il Nobel Mario Vargas Llosa "Il manuale del perfetto idiota latinoamericano" (Binetti, 1997). Verrebbe voglia di dire a Repubblica: recensitelo quel testo, sono passati 25 anni, magari scoprirete che gli idioti di cui parlava avevano piantato le tende proprio a Repubblica, ma sarebbe un bel modo per risvegliare la sinistra.

Corsi e ricorsi giornalistici. Nel 2003 Repubblica- guarda nell'archivio caro Gianni Riotta - lanciò un titolo che pare la fotocopia di quello di ieri. «Sui delitti di Fidel Castro la sinistra ha girato la testa». A parlare era Carlos Franqui, un rivoluzionario della prima ora, che aveva aperto gli occhi, e rivelava la natura di un regime di cannibali. Non servì a nulla, a quanto pare, quel monito. Dopo due anni, Repubblica, al seguito del Paìs di Madrid prestò il megafono alla lettera di duecento intellettuali in difesa del governo comunista: non c'è tortura, né oppressione. Ah sì? Ezio Mauro si inchinò a Dario Fo, Gianni Vattimo, Gianni Minà, Claudio Abbado, c'era anche Red Ronnie. Ed ecco arriva Riotta. Auguri.

Cuba in rivolta, cosa c’è dietro le proteste anti regime. Andrea Walton su Inside Over il 12 luglio 2021. Cuba è sconvolta dalle proteste più massicce degli ultimi trent’anni ed il governo marxista dell’isola, ora, inizia a temere per il proprio futuro. Le dimostrazioni hanno avuto inizio nella città di San Antonio de los Baños ed in quella di Palma Soriano ma si sono poi estese, grazie ai social media ed ai mezzi di comunicazione, anche nella capitale L’Avana dove migliaia di persone hanno marciato nel centro cittadino. Le motivazioni delle proteste sono semplici, quasi basilari e riguardano la scarsità di cibo, l’alto costo della vita paragonato al salario medio ed il risentimento nei confronti del governo marxista. Le manifestazioni sono ben presto degenerate in atti di violenza ma è anche vero che le autorità non sono sembrate disposte ad ascoltare la voce del popolo. Le forze di sicurezza hanno picchiato alcuni dimostranti con i manganelli, hanno fatto uso di spray al peperoncino ed hanno arrestato centinaia di manifestanti caricandoli sulle autovetture della polizia. I dimostranti, perlopiù giovani, hanno tentato di occupare alcuni dei luoghi più iconici dell’Avana ma non ci sono riusciti anche perché, oltre alla polizia, hanno dovuto fare i conti con una controprotesta di anziani seguaci del governo, pronti a tutto pur di difendere i vertici del potere.

Cosa sta succedendo. I cubani sono provati dai lockdown imposti dal governo per fronteggiare la pandemia. Le misure hanno portato all’interruzione dei flussi turistici diretti a Cuba e delle entrate valutarie ad essi connesse oltre ad aver privato molte persone del proprio lavoro. Il governo cubano ha accusato gli Stati Uniti per la situazione ed il Presidente Miguel Díaz-Canel ha affermato che Washington è la principale responsabile delle difficoltà economiche di Cuba. Díaz-Canel potrebbe non avere tutti i torti dato che le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump hanno un peso e che l’economia cubana si è contratta dell’11% nel 2020, la peggior recessione degli ultimi decenni. La cattiva gestione della pandemia, però, non ha di certo aiutato. La nazione è alle prese con un aumento di casi di Covid-19 che, nella giornata di domenica, sono stati ben 7mila, un vero e proprio record. Ci sono stati problemi anche con la campagna di vaccinazione che, al momento, latita. Solamente il 15 % dei cittadini di Cuba è stato completamente immunizzato ed il 26.7% ha ricevuto almeno una dose di vaccino.

Problemi storici. Cuba è, sin dal 1959, la dittatura comunista più longeva dell’Emisfero Occidentale. Le dimissioni di Raúl Castro da presidente, avvenute nel 2018, non hanno alterato la catena di comando. Castro continua ad essere a capo del Partito Comunista e delle forze armate, che controllano buona parte dell’economia. Il sistema economico cubano, come ricordato dal sito Heritage, è tra i meno liberi del mondo e versa in questa condizione sin da quando ha iniziato a realizzare i propri monitoraggi nel 1995. La Costituzione del 2019 riconosce, almeno in teoria, la proprietà privata ma lo Stato possiede la maggior parte dei mezzi di produzione. Non esiste alcuna separazione tra l’Assemblea Nazionale, il sistema giudiziario ed il Partito Comunista, che può nominare o rimuovere giudici a suo piacimento. La presenza di imprese a conduzione statale ha un effetto profondamente distorsivo sull’economia e l’accesso al credito per le attività del settore privato è complicato. In alcuni casi, seppur limitati, è stato consentito alle imprese private di assumere e sono stati effettuati tagli tra i posti di lavoro statali. Il quadro, poco incoraggiante, è reso ancora più complesso dalle relazioni tra Cuba e il Venezuela. Il deterioramento del settore petrolifero venezuelano ha provocato scarsità di benzina ed elettricità a Cuba. A Cuba il dissenso politico è un reato e gli oppositori sono sistematicamente perseguitati, arrestati ed imprigionati per reati minori. I partiti politici sono illegali e l’Osservatorio Cubano per i Diritti Umani ha segnato oltre 1800 detenzioni arbitrarie di dissidenti pacifici nel 2020. Il settore dei media è posseduto e controllato dallo stato ed è vietata l’esistenza di mezzi di informazione privati. La stampa indipendente del Paese è così costretta ad operare al di fuori della legge. 

Cuba, rivolta di popolo contro il regime. Paolo Manzo il 13 Luglio 2021 su Il Giornale. Migliaia nelle strade per chiedere libertà. La minaccia di Diaz Canel: pronti a rispondere. Cuba sta esplodendo e a detta di molti analisti, il presidente/dittatore Miguel Díaz-Canel potrebbe fare la fine di Nicolae Ceausescu. Da vedere quanta repressione la dittatura sarà disposta a esercitare e per quanto le manifestazioni di massa cominciate l'altroieri andranno avanti sull'isola caraibica. Di certo c'è che da quando il primo gennaio del 1959 Fidel prese il potere non si erano viste proteste di tale entità. Persino più gente del 1994, quando vi fu il Maleconazo, la ribellione del Malecón, il lungomare dell'Avana, repressa con violenza e che provocò un esodo di 35mila cubani in Florida. Da domenica scorsa, tuttavia, non è solo la gente della capitale a essere scesa in strada al grido «Libertà, libertà», «Abbasso la dittatura», «Non abbiamo paura», «Patria e vita» (la canzone simbolo dell'opposizione che sbeffeggia lo slogan della rivoluzione «Patria o Morte») e «Díaz-Canel singao» (figlio di puttana in slang cubano) ma di tutte le principali città dell'isola. Migliaia di persone di ogni età esasperate dalla mancanza di cibo, medicinali, blackout continui e un sistema sanitario al collasso da settimane a causa del Covid con «gli anziani che muoiono come mosche in casa», denuncia Roberto, uno dei manifestanti che dall'alto dei suoi 60 anni dichiara di non avere «mai visto qualcosa del genere». In un messaggio in diretta tv domenica scorsa Diaz Canel ha garantito che «la repressione sarà implacabile». «Siamo pronti a morire e dovranno passare sopra i nostri cadaveri se vogliono sfidare la rivoluzione» ha minacciato il dittatore. Immediata è arrivata la represssione, con un centinaio di arresti, soprattutto giovani, che stavano trasmettendo in diretta via Facebook le marce di protesta. Ieri il regime ha interrotto Internet e ha mobilitato il gruppo d'élite dell'esercito «rivoluzionario» dei «Berretti Neri», squadra d'assalto tristemente celebre per la violenza con cui reprime il popolo. Díaz Canel ieri è tornato in tv: «I manifestanti hanno avuto la risposta che meritavano, come in Venezuela». Il presidente Joe Biden ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno «dalla parte del popolo cubano che sta coraggiosamente chiedendo il riconoscimento di diritti fondamentali dopo decenni di repressione e di sofferenze economiche dovute a un regime autoritario». Ma su Cuba si consuma l'ennesimo scontro con la Russia, che mette in guardia contro le interferenze esterne. Contattato da Il Giornale, l'ex ambasciatore italiano a Cuba tra 2005 e 2009, Domenico Vecchioni, descrive così la situazione: «Per la prima volta la dittatura deve far fronte a una protesta spontanea della popolazione, stremata dalla penuria, la crisi economica, la mancanza di libertà e il Covid 19. Per la prima volta i cubani hanno mostrato di avere il coraggio di protestare, il coraggio della disperazione, il coraggio di dire basta al sistema comunista e alla dittatura». Poi Vecchioni si sofferma sulla risposta del presidente Diaz Canel che nei fatti «incita alla guerra civile. Chiama i veri rivoluzionari' a scendere in piazza». Mossa simile a quella di Ceausescu, poi ucciso nel Natale del 1989 e, per prevenire un bagno di sangue, «bene hanno fatto gli Usa a mettere in guardia il regime». La lezione da trarre? «A 60 anni dalla presa del potere di Fidel, i cubani sono ancora lì a reclamare pane, libertà e migliori condizioni di vita. Prova del drammatico fallimento della Revolución. È giunta l'ora di prenderne atto», chiosa Vecchioni in un appello mai così opportuno nel nostro Paese, dove la cultura dominante ha mascherato dietro una patina di romanticismo ideologico la più antica dittatura d'America latina, che ha trasformato il suo popolo in miserabili, mentre l'élite castrista naviga nel lusso più sfrenato. Paolo Manzo

Gli "orfani" di Fidèl? Desaparecidos. Da Vauro ai grillini, sinistra in silenzio. Paolo Bracalini il 14 Luglio 2021 su Il Giornale. Niente appelli del Pd o di M5S, nessun tweet indignato e zero solidarietà alle vittime della dittatura. La colpa? Tutta degli Usa. Secondo il Manifesto la protesta a Cuba è «insolita». É utile leggere come il quotidiano comunista racconti la situazione a Cuba perchè fa capire quanto la manifestazione di popolo contro il regime cubano metta in difficoltà la sinistra italiana, non a caso in silenzio. La tesi, che poi è anche quella del governo e degli organi di stampa cubani, è che non si tratti di una rivolta popolare contro il governo, anche se gli slogan in piazza sono «libertà», «abbasso la dittatura», «a morte il comunismo» e il rap «Patria y vida» (che prende di mira il motto castrista «Patria o muerte»). No, nelle strade sono scese persone «provate dalla pandemia» e dalla «carenza di generi alimentari» dovuti all'embargo degli Stati Uniti. Insomma quello che protesta non è il popolo stanco del regime ma, come dice anche il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, successore dei fratelli Castro, si tratta di «rivoluzionari confusi» sulle vere cause dell'attuale crisi economica, «in gran parte riconducibili al tentativo degli Usa di soffocare l'isola con tutti i mezzi possibili», scrive Il Manifesto. Almeno se ne parla, mentre altrove a sinistra regna il silenzio. Dal Pd si leva solo qualche isolata voce, quella del deputato Andrea Romano che ha partecipato alla manifestazione dei cittadini cubani in Italia davanti alla Camera dei Deputati. Dai vertici del Pd, però, segretario in testa, nessuno sente il bisogno di pronunciarsi sulla situazione a Cuba, mentre anche l'Ue ha condannato gli arresti di attivisti politici e giornalisti. Come li giustificano gli intellettuali dell'Associazione Amici di Cuba, che conta tra i suoi sostenitori il vignettista Vauro, la cantante Fiorella Mannoia, il filosofo ex eurodeputato Gianni Vattimo, il giornalista Gianni Minà e altri, tutti freschi sottoscrittori dell'appello «Contro il blocco a Cuba»? Sul suo twitter la Mannoia qualche mese fa scriveva: «Cuba ha bisogno di materiale medico. Togliete questo embargo criminale». In queste ore invece nessun tweet su Cuba. Così anche gli altri filo-cubani di casa nostra, tutti desaparecidos. Forse allineati alla versione che l'Associazione Amici di Cuba dà di quanto sta avvenendo, postando un video di Prensa Latina, l'agenzia di stampa cubana, secondo cui «Gli intellettuali riaffermano l'appoggio incondizionato al processo rivoluzionario di Cuba». Non si sente Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, che invece si era commosso per la «meravigliosa lezione al mondo data da Cuba per aver sviluppato un suo vaccino (peccato che stia registrando anche un record di contagi e morti per Covid). Non pervenuti neppure i rivoluzionari del M5s, gli ammiratori dei regimi sudamericani. Alessandro Di Battista, in vacanza in Bolivia, non ha proferito verbo, e come lui neanche Manlio Di Stefano, che è pure sottosegretario agli Esteri, nel 2017 aveva guidato una delegazione in visita in Venezuela, primo firmatario di una mozione M5S in cui si registravano i successi del Venezuela sotto il chavismo («la fame è stata ridotta del 21,10%») e si attaccava l'opposizione a Maduro (che ieri ha espresso «piena solidarietà al governo rivoluzionario di Cuba»). Nessuna preoccupata analisi, neppure di fronte alla repressione delle manifestazioni di piazza a Cuba, arriva dagli intellettuali che invece, in questi anni, hanno lanciato continui allarmi sul pericolo di derive antidemocratiche in Europa. Lo scandalo è una legge anti-Lgbt di Orbàn, ma guai a dire che a Cuba c'è una dittatura comunista. Paolo Bracalini

Paolo Manzo per "il Giornale" il 19 aprile 2021. «Raúl soffre di un cancro all' esofago e al retto». Eravamo stati i primi a scriverlo in Italia lo scorso ottobre: Raúl Castro ha un cancro che gli impedisce di continuare al potere. La nostra fonte era stata Nelson Bocaranda, autorevole giornalista venezuelano che già aveva fatto uno scoop mondiale, dando per primo la notizia del tumore di Hugo Chávez curato in gran segreto proprio all' Avana. Adesso la diagnosi esatta arriva dal quotidiano spagnolo ABC, che ieri ha spiegato in prima pagina perché all' ottavo congresso del partito comunista cubano che si conclude oggi è stato deciso di pensionare il fratello di Fidel. Una scelta obbligata più che dalla voglia di cambiamento dal fatto che Raúl sta molto male. Come nel caso di Bocaranda anche per il navigato giornalista Alexis Rodríguez, che guida la redazione esteri di ABC, le fonti sono interne all' apparato militare del regime cubano e, probabilmente, saranno smentite o ignorate dal neoleader del partito unico comunista dell' isola, il presidente Miguel Diaz-Canel, che punta invece a far passare la narrativa del «rinnovamento nella continuità». Nei nuovi dettagli rivelati dallo scoop di Rodriguez, Raúl soffre anche di «diarrea cronica». Inoltre, deve combattere contro «una cirrosi epatica causata dalla sua vecchia dipendenza dall' alcol». Ma soprattutto «le forti medicine che gli sono somministrate gli provocano perdita di memoria ed assenze mentali frequenti. Sintomi compatibili anche con una malattia neurogenerativa». Altri dettagli sulla gravità di Raúl. All' ultimo dei Castro al potere è stato fatto di recente un abboccamento chirurgico tra colon e parete addominale (colostomia) per permettere al contenuto fecale di fuoriuscire attraverso una via alternativa a quella naturale. L' ex presidente trascorre «la maggior parte del suo tempo nella sua casa natale di Birán, nella provincia di Holguín, nell' est del paese». Inoltre, quando ha crisi di salute, come quella del 20 ottobre scorso quando ne ebbe una terribile, viene trasferito all' Avana per essere assistito al meglio presso il Cimeq, il Centro di ricerca medica chirurgica, un gioiello della sanità cubana. Ma soprattutto un' istituzione dipendente dai ministero dell' Interno dove non manca nulla, nonostante la gravissima crisi economica, sanitaria ed alimentare che invece soffre «el pueblo» sull' isola. Una crisi aggravata dal crollo degli aiuti da un Venezuela in crisi umanitaria (e messo da Chavez e Maduro al servizio del castrismo) dalla pandemia e dall' inflazione alle stelle causate dalla riforma monetaria di inizio gennaio. Oggi la situazione all' Avana è forse persino peggiore di quella vissuta nel «periodo speciale» degli anni 90, dopo il crollo del muro di Berlino e la fine dell' Urss. Una situazione difficile, cui si aggiungono le proteste crescenti di strada. E con una lotta per la successione del potere destinata a durare. Da un lato il figlio di Raúl, Alejandro, che controlla gli Interni, il ministero delle Forze armate ed il G2, l' intelligence cubana. Dall' altro il suo ex genero (aveva sposato una figlia di Raúl), il generale López-Calleja, che controlla Gaesa, il gruppo statale d' impresa che si intasca l' 80% del Pil cubano e da cui si deve passare per fare business all' Avana. Lotta il cui esito Raúl difficilmente potrà vedere. «Raúl Castro sarebbe molto grave per un cancro terminale», scriveva già su Twitter il 13 ottobre Bocaranda. Ora ABC aggiunge i particolari ma, allora come adesso, a seguire l' ultimo dei Castro al potere all' Avana durante le sue crisi, sempre più frequenti, c' è sempre la sua adorata figlia Mariela.

Sara Gandolfi per il "Corriere della Sera" il 14 aprile 2021. A Cuba finisce l'era Castro, 62 anni dopo l'ingresso trionfale dei barbudos all'Avana. L'89enne Raúl va in pensione e lascia ufficialmente la politica. L'annuncio è programmato per venerdì, all'apertura dell'VIII Congresso del Partito Comunista, quando Raúl l'eterno secondo, rimasto il più possibile nell'ombra perfino dopo esser rimasto solo al comando, si dimetterà dalla presidenza del Pcc, tre anni dopo aver lasciato quella dello Stato. E se Raúl non è mai stato carismatico e onnipresente quanto il fratello maggiore e «líder máximo» Fidel - «non mi piace comparire in pubblico, eccetto quando è necessario», ammise una volta - l'uomo che ha da tempo preso le redini del Paese, il sessantenne Miguel Díaz-Canel, lo è ancor meno. È il successore designato pure ai vertici del partito, ma tra i giocatori di domino nel Parque Central de la Habana Vieja - uno dei pochi luoghi di libera discussione sui segreti movimenti di Palazzo - gira voce che potrebbe scattare nei prossimi mesi una lotta per la leadership. O farsi più dura la repressione del dissenso, per allontanare ogni illusione di «de-castrizzazione». Chi si aspetta aperture democratiche dalla nuova nomenklatura, che non ha mai combattuto sulla Sierra e in gran parte non era neppure nata quando la Revolución trionfò nel 1959, resterà quindi probabilmente deluso. Come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, a Cuba tutto cambia perché nulla cambi. #SomosContinuidad è l'ultimo hashtag inventato da Díaz-Canel, che usa spesso Twitter e YouTube. Dopo l'auto-pensionamento dell'ormai malato Fidel, nel 2008, e ancor più dopo la sua morte a novembre 2016, a Cuba sono in effetti successe molte cose. Raúl ha permesso l'uso dei cellulari e dei computer: oggi quasi il 60% dei cubani ha accesso a Internet, benché la linea resti debole. Ha abolito i visti di uscita per l'estero, ha riallacciato le relazioni diplomatiche con gli Usa e stretto la mano a Barack Obama dandogli il benvenuto all'Avana. Soprattutto, ha dato il via alla liberalizzazione economica, autorizzando la piccola imprenditoria privata e spalancando le frontiere agli investimenti stranieri e perfino alle sfilate di moda sul Malecón. Non c'era alternativa, dopo la caduta dell'Urss. Ma «non sono stato scelto per far tornare il capitalismo a Cuba», aveva avvertito Raúl nel 2013, annunciando le tappe del suo graduale pensionamento: «Sono stato eletto per difendere e continuare a perfezionare il socialismo». A lui, leader del «socialismo attualizzato», va dato atto di aver gestito con sapienza il fragile mix di riforme economiche e dirigismo di Stato, dando una spallata alla gerontocrazia. Sembrava pure vicino all'allentamento delle sanzioni Usa, ma con Trump la distensione s'è fermata. Vedremo cosa accadrà con Biden, che ha chiarito di non considerare Cuba «una priorità». Quest'anno il governo di Díaz-Canel ha avviato nuove riforme, aprendo ancor più ai privati. Ma la repressione contro il dissenso interno non si è affievolita. Anzi. Il Pcc ha promesso pugno di ferro contro «la sovversione politico-ideologica» sui social - preoccupato, pare, anche del successo del video musicale «Patria y vida», un reggaeton che fa il verso all'iconico «Patria y muerte» di Fidel Castro - mentre la polizia ha affrontato con durezza le recenti proteste di artisti e intellettuali riuniti nel Movimiento de San Isidro. Qualcuno vede ancora lo zampino di Raúl, che certo non finirà in plan pijama, come si definisce sull'isola chi subisce le purghe politiche. La sua influenza resterà forte. Semmai è probabile una graduale de-militarizzazione del regime, per far fronte alla crescente crisi economica dovuta all'embargo e alla pandemia, che ha fermato turismo e rimesse dall'estero. Buona parte delle 280 sanzioni imposte da Trump ha preso di mira proprio le società gestite dai generali. Se passeranno in mano ai civili, per aggirare le sanzioni, cambieranno anche gli equilibri. Forse non basterà a placare i nervosismi. La riforma monetaria di gennaio ha fatto schizzare l'inflazione, alcuni beni sono aumentati del 500% e il rialzo del salario minimo non ne ha compensato gli effetti. Fuori dai negozi sono tornate le code; la popolazione sbuffa e ascolta «Patria y Vida».

La svolta di Cuba: via libere alle imprese private. La Repubblica il 6 febbraio 2021. L'annuncio della ministra del Lavoro Marta Elena Feito: "L'elenco delle industrie autorizzate è passato da 127 a più di 2.000". Cuba ha annunciato che consentirà alle imprese private di operare nella maggior parte dei settori, in quella che è una grande riforma della sua economia controllata dallo Stato. La ministra del Lavoro Marta Elena Feito ha detto che l'elenco delle industrie autorizzate è passato da 127 a più di 2.000. “Solo una minoranza di industrie resta di Stato”, ha detto. L'economia del paese è stata duramente colpita dalla pandemia e dalle sanzioni statunitensi introdotte dall'amministrazione Trump. L'anno scorso la sua economia si è ridotta dell'11% - il peggior calo in quasi tre decenni – e i cubani hanno dovuto affrontare carenze di beni di prima necessità. "Che il lavoro privato continui a svilupparsi, è l'obiettivo di questa riforma", ha affermato Feito. “Questa mossa aiuterà a liberare le forze produttive" del settore privato. Oltre a centinaia di migliaia di piccole aziende agricole, il settore non statale di Cuba è composto principalmente da piccole imprese private gestite da artigiani, tassisti e commercianti. Circa 600.000 persone, circa il 13% della forza lavoro, sono entrate nel settore privato quando se ne è presentata l'opportunità. Tuttavia, un gran numero di imprese private sono coinvolte nell'industria turistica dell'isola, che è stata duramente colpita dalla pandemia e dalle sanzioni.

Cuba si arrende alla crisi. Sì alle aziende private (ma si sospetta un bluff). La riforma storica annunciata da "Granma" Vera apertura o solo una lusinga per Biden? Paolo Manzo, Lunedì 08/02/2021 su Il Giornale. Annuncio shock del regime cubano: da oggi le attività economiche consentite alle imprese private passano da 127 a oltre 2mila, mentre solo una minoranza (124, le più strategiche) rimangono sotto il controllo della dittatura. L'ammissione della superiorità del capitalismo sul comunismo, o il tentativo di passare ad un modello «alla cinese»? Difficile rispondere ma, di certo, la riforma annunciata dal quotidiano di regime Granma è stata un passo obbligato, viste le proteste che sull'isola crescono ogni giorno e data l'esasperazione di una popolazione martoriata dalle restrizioni per il Covid19 e da un'inflazione mai vista prima in 62 anni di regime comunista. Già, perché oltre alla pandemia che ha distrutto il turismo - principale fonte di introiti in dollari della dittatura - dal 1° gennaio di quest'anno il presidente Diaz-Canel ha unificato le due monete presenti sull'isola da quasi 30 anni. Il peso cubano è così tornato a essere la sola valuta nazionale mentre quello convertibile (1 a 1 con il dollaro), il cosiddetto CUC creato negli anni Novanta, è stato eliminato. Quando Fidel lo aveva introdotto aveva detto, «il CUC seppellirà l'egemonia del dollaro». La realtà, come al solito, è stata diversa e la morte del peso convertibile l'ennesimo fallimento economico della revolución sta già causando sconquassi, con un'inflazione che in un mese ha già dimezzato il potere d'acquisto del 90 per cento dei cubani, ossia di tutti quelli senza accesso ai dollari. «Che il lavoro privato continui a svilupparsi è l'obiettivo della riforma», ha detto ieri il ministro del Lavoro cubano, Marta Elena Feito. La mossa, nelle sue intenzioni, «aiuta a liberare le forze più produttive» del settore privato. I risultati sono però tutti da vedere, anche perché già 13 anni fa l'ex presidente Raúl Castro aveva aperto al settore privato, promettendo libertà d'impresa ai lavoratori autonomi (i cosiddetti cuentapropistas) ma, in realtà, da allora il regime ha messo loro più i bastoni tra le ruote, con multe e abusi, che concedere libertà di intraprendere. Alcuni esperti, come il corrispondente della Bbc all'Avana Will Grant, affermano che la riforma di oggi apre in modo essenziale quasi tutta l'attività economica dell'isola a una qualche forma d'impresa privata. «Rappresenta un bel colpo per quelle famiglie che nutrono speranze di far crescere le loro piccole attività in imprese di medie dimensioni», sostiene il giornalista. Di tutt'altro avviso chi a Cuba ci sta da quando è nato, lottando per la libertà, come José Daniel Ferrer, leader dell'Unpacu, la principale associazione di resistenza dal basso al castrismo, oggi appoggiata da un numero crescente di contadini. «Questo circolo vizioso lo conosciamo bene: quando sono con le spalle al muro aprono un po' sulle questioni economiche ma, quando poi escono dai guai, tornano a chiudere». Il vero busillis per lui è che «finché non ci sarà un quadro giuridico che garantisca i diritti degli imprenditori e protegga i loro interessi, finché non avremo tribunali indipendenti e imparziali, finché i dirigenti (di partito, ndr), la polizia e gli ispettori deprederanno lavoratori autonomi e popolo, niente migliorerà». Per Ferrer è indubbio che «l'intenzione è quella di far innamorare il neopresidente degli Stati Uniti Joe Biden con una presunta apertura economica interna, ma l'unico obiettivo è che gli Usa eliminino le sanzioni e aprano il flusso delle rimesse, dei voli e dei viaggiatori, che poi è la formula che piace ai comunisti: farsi mantenere al potere dai soldi del capitalismo».

·        Quei razzisti come i canadesi.

Sara Gandolfi per il "Corriere della Sera" il 28 giugno 2021. Bruciano le chiese cattoliche nelle terre delle Prime nazioni in Canada. A pochi giorni dal ritrovamento di altre centinaia di tombe nei pressi di una delle famigerate Scuole residenziali per indigeni, gestite dalla Chiesa Cattolica fino al 1969, sono già quattro gli edifici di culto dati alle fiamme all' interno dei territori delle comunità native nella provincia di British Columbia. Sabato mattina il fuoco ha raso al suolo la St. Ann e la Chopaka Church (Lower Similkameen Indian Band). Lunedì, in concomitanza con la Giornata nazionale dei popoli indigeni, ne erano bruciate altre due, a Penticton e Oliver (Sud Okanagan). Non ci sono feriti e, per il momento, non sono stati compiuti arresti, ha dichiarato un portavoce delle Giubbe Rosse, l'iconica polizia reale a cavallo che sta conducendo le indagini, ma pare evidente il collegamento con le recenti macabre scoperte in due ex collegi cattolici. Giovedì scorso, nei pressi della Marieval Indian Residential School erano state ritrovate le salme di ben 751 corpi, in gran parte bambini, ultimo tassello di uno scandalo che ha scioccato il Canada ed è diventato sempre più difficile da ignorare per papa Francesco, che a inizio giugno aveva espresso «dolore» per quanto accaduto. L'ex scuola di Marieval, nel Saskatchewan orientale, rimase attiva per 98 anni, sino alla chiusura nel 1997. Gli scavi erano cominciati a maggio, su iniziativa della comunità dei Cowessess, subito dopo la scoperta dei resti di 215 bambini vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, il più grande istituto della rete di collegi istituita dal governo canadese nel 1863 e amministrata fino al 1969 dalle Chiese (cattolica e anglicana), dove venivano «educati» alla cultura bianca dominante i bambini e gli adolescenti delle comunità indigene più remote. Più di 150.000 giovanissimi, perlopiù Inuit o Metis, a volte di appena 2-3 anni, furono prelevati con la forza dalle proprie case, separati dalle famiglie e trasferiti a migliaia di chilometri di distanza. La maggior parte non rivedeva i genitori per anni, molti non sono mai più tornati. «Le scuse formali del Papa aiuterebbero i sopravvissuti a iniziare il viaggio della riconciliazione», ha detto in un'intervista al Corriere la direttrice esecutiva del National Centre for Truth and Reconciliation, Stephanie Scott, secondo cui i morti potrebbero essere oltre 6.000. I bambini soccombevano per la tubercolosi o altre malattie a causa delle pessime condizioni igieniche in cui erano costretti a vivere. Nel 2015 la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, istituita in Canada sette anni prima, dopo aver ascoltato migliaia di testimonianze equiparò la politica di assimilazione delle Residential Schools ad un «genocidio culturale». Il 50% delle denunce riguardava forme gravi di abuso fisico e sessuale. Casi di stupro ripetuti, che nella gran parte dei casi hanno portato alla distruzione psicologica della vittima e hanno poi avuto un impatto di lunghissimo periodo: incapacità di stabilire relazioni interpersonali, psicosi, alcolismo, disoccupazione, incapacità di essere buoni genitori. Dopo la scoperta dei resti umani di Kamloops sono stati avviati scavi in tutto il Canada con l'assistenza delle autorità governative. E presto lo scandalo potrebbe estendersi agli Stati Uniti, il cui ministro degli Interni ha di recente annunciato l'apertura di un'inchiesta sulla travagliata eredità dei collegi per i nativi americani, «con particolare attenzione ai cimiteri o ai potenziali luoghi di sepoltura». Venerdì scorso il premier canadese Justin Trudeau si è scusato «per i terribili errori» compiuti dallo Stato e ha invitato papa Francesco a fare lo stesso, incontrando le Prime nazioni in Canada: «Ho parlato personalmente con Sua Santità per insistere su quanto sia importante non solo che si scusi ma che lo faccia con gli indigeni canadesi sul suolo canadese», ha detto. Il vescovo di Montreal, monsignor Christian Lépine, in una lettera aperta ha parlato di «un lato oscuro della storia rispetto al quale nessun uomo, donna, credente o no, può giustamente rimanere indifferente». Ma i nativi americani insistono anche che vengano al più presto resi pubblici tutti gli archivi delle scuole residenziali. All' esterno di quella che un tempo fu la Marieval Residential School i membri della comunità Cowesses hanno eretto un tepee - la tradizionale tenda conica con pelli e corteccia di betulla - per la preghiera e posizionato 751 luci a energia solare per illuminare le tombe anonime dei bambini mai tornati a casa.

Canada, trovati resti di oltre 700 persone nel sito di una ex scuola. La Repubblica il 24 giugno 2021. Si tratta soprattutto di bambini nativi. La macabra scoperta nella provincia di Saskatchewan, meno di un mese dopo il ritrovamento dei corpi di 215 minori nella British Columbia. Nuova terribile scoperta in Canada: nel sito di una ex scuola nella provincia occidentale di Saskatchewan sono stati trovati i resti di 751 persone, in gran parte bambini nativi. La notizia è stata data da un gruppo indigeno meno di un mese dopo il ritrovamento dei corpi di 215 bambini a Kamloops, nella British Columbia, vicino a un'altra delle scuole fondate a fine Ottocento dal governo canadese e gestite dalla Chiesa cattolica. "Abbiamo cominciato i rilevamenti il 2 giugno e alla data di ieri abbiamo trovato 751 tombe anonime", ha reso noto Cadmus Delorme, capo della comunità Cowessess, durante una conferenza stampa. "Non è una fossa comune - ha precisato - si tratta di tombe senza nomi". Fino agli anni Novanta del secondo scorso circa 150mila bambini indigeni furono portati con la forza in 139 pensionati in tutto il Paese, strappati alle loro famiglie di origine e alla loro cultura. Secondo una commissione d'inchiesta, molti di loro hanno subìto maltrattamenti e abusi sessuali e oltre quattromila sono morti. All'inizio di giugno papa Francesco è intervenuto sulla prima scoperta esprimendo il proprio dolore ed esortando le autorità politiche e religiose del Canada a continuare "a collaborare con determinazione per fare luce su quella triste vicenda e impegnarsi umilmente in un cammino di riconciliazione e guarigione". Il premier canadese, Justin Trudeau, ha detto che il Paese deve riconoscere il suo passato di razzismo contro le popolazioni indigene per "costruire un futuro migliore", dopo la macabra scoperta di oltre 750 tombe, in un ex pensionato cattolico per bambini indigeni, nella provincia di Saskatchewan, nell'Ovest del Paese. Si tratta di un "vergognoso ricordo del sistematico razzismo, discriminazione e ingiustizia che le popolazioni indigene hanno affrontato, e continuano ad affrontare, in questo Paese", ha denunciato Trudeau, riferendosi sia alla scoperta di Saskatchewan che a quella simile fatta nella provincia della Colombia britannica, dove il mese scorso era stata rinvenuta una fossa comune con i resti di 215 bambini indigeni nei terreni di una ex scuola cattolica. "Insieme dobbiamo ammettere questa verità, imparare dal nostro passato e camminare il sentiero condiviso della riconciliazione", ha detto Trudeau, "in modo da costruire un futuro migliore".

E' il secondo caso in un mese. In Canada trovati i resti di oltre 700 persone in una ex scuola cattolica “per indigeni”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 24 Giugno 2021. Sono di 761 persone, principalmente bambini, i resti senza nome trovati nel sito di un’ex scuola residenziale per bambini nativi in Canada. La scoperta drammatica è stata riferita da un gruppo indigeno locale a un mese dal primo ritrovamento dei resti di 215 bambini in un’altra scuola. I corpi sono stati scoperti presso la Marieval Indian Residential School, che ha operato dal 1899 al 1997, dove ora si trova Cowessess, a circa 87 miglia a est di Regina, la capitale del Saskatchewan. Il capo della Federazione delle prime nazioni indigene sovrane Bobby Cameron ha detto di aspettarsi che verranno trovate più tombe nei terreni delle scuole residenziali in tutto il Canada. “Questo è stato un crimine contro l’umanità, un assalto alle Prime Nazioni”, ha aggiunto, sottolineando che “non ci fermeremo finché non avremo trovato tutti i corpi”. Cadmus Delorme, capo della comunità indigena canadese Cowessess, ha detto che un tempo le tombe erano contrassegnate, ma coloro che gestivano la scuola rimuovevano le lapidi. La Cowessess e la Federation of Sovereign Indigenous First Nations, che rappresenta le First Nations del Saskatchewan, avevano dichiarato il giorno prima che “il numero di tombe senza nome sarà il più significativo fino ad oggi in Canada”. Come già accennato, il mese scorso i resti di 215 bambini, alcuni di appena 3 anni, sono stati trovati sepolti nel sito di quella che un tempo era la più grande scuola residenziale indigena del Canada vicino a Kamloops, nella Columbia Britannica. L’ennesima notizia devastante per il Paese, col premier canadese Justin Trudeau che ha sottolineato come il Paese debba riconoscere il suo passato di razzismo contro le popolazioni indigene per “costruire un futuro migliore”. Per Trudeau si tratta di un “vergognoso ricordo del sistematico razzismo, discriminazione e ingiustizia che le popolazioni indigene hanno affrontato, e continuano ad affrontare, in questo Paese”. Insieme, ha continuato il primo ministro canadese “dobbiamo prendere atto di questa realtà, imparare dal nostro passato e imboccare il percorso condiviso della riconciliazione, in modo da costruire un futuro migliore”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

La scoperta choc: fossa con i corpi di 751 bambini. Novella Toloni il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. L'agghiacciante ritrovamento è avvenuto durante gli scavi nell'ex collegio di Marieva. Solo un mese fa, a Kamloops, nella British Columbia, erano stati dissotterrati i cadaveri di 215 bambini. Il Canada si risveglia con un'altra macabra scoperta: decine di cadaveri di bambini ritrovati nei pressi di una scuola cattolica. Dopo il ritrovamento di un mese fa dei corpi di 215 bimbi, sotterrati nei terreni adiacenti alla Kamloops Indian Residential School, altri 751 cadaveri - in gran parte di bambini - sono stati dissotterrati dai giardini dell'ex collegio di Marieva. Lo riporta la Cbc canadese. Si tratta della seconda scuola cattolica - dove negli anni '80 e '90 i bambini nativi americani veniva mandati per integrarli alla cultura locale - dove sono stati ritrovati i cadaveri di minori sotterrati nei giardini circostanti agli edifici. Un orrore che da oltre un mese sta scuotendo una nazione intera, riportando a galla sconcertanti avvenimenti consumatisi nei decenni passati in Canada, nella provincia occidentale del Saskatchewan. A maggio la terra aveva restituito alla luce i corpi senza vita di 215 bambini, sotterrati nei pressi della Kamloops Indian Residential School, in British Columbia. Il ritrovamento ha dato il via a tutta una serie di indagini, che hanno portato a nuovi scavi nei pressi di un'altra ex scuola cattolica canadese, la Marieval Indian Residential School di Saskatchewan. Qui, grazie all'utilizzo dei radar, sono stati dissotterrati i cadaveri di oltre settecento persone, tra adulti e bambini nativi americani. La notizia è stata ufficializzata con un comunicato dalle comunità indigene della Federation of Sovereign Indigenous First Nations, che hanno spiegato come questi istituti facessero parte di una rete di scuole, attive dagli anni '70, fondate dal governo canadese e amministrate dalle Chiese cattoliche. Queste scuole accoglievano i figli degli indigeni sottraendoli alla loro cultura per educarli a quella canadese. Come riporta la Cbc locale, si tratterebbe di tombe non contrassegnate e non fosse comuni come era stato segnalato inizialmente. A confermarlo è stato il capo della federazione First Nation, Cadmus Delorme: "Questo non è un sito di fosse comuni. Queste sono tombe senza nome". Il ritrovamento rimane comunque sconcertante e drammatico. Dietro alla sepoltura dei corpi ci sarebbe, infatti, un mistero legato forse ad abusi e orrori. Per Delorme ai cadaveri verrà dato un nome nei prossimi mesi e i siti dove sono stati scoperti i resti saranno trattati "come una scena del crimine". Il capo della FSIN, ente dei nativi americani, ha detto inoltre che per loro si tratta di "crimine contro l'umanità" e che i ritrovamenti sono solo l'inizio di un rastrellamento a tappeto di "ogni sito del Saskatchewan - scuole, sanatori e altri luoghi simili - per identificare possibili vittime sotterrate in luoghi".

Novella Toloni. Toscana Doc, 40 anni, cresco con il mito di "Piccole Donne" e del personaggio di Jo, inguaribile scrittrice devota a carta, penna e macchina da scrivere. Amo cucinare, viaggiare e non smetterò mai di sfogliare riviste perché amo le pagine che scorrono tra le dita. Appassionata di social media, curiosa per natura, il mio motto è "Vivi e lascia vivere", perché non c’è niente di più bello delle cose frivole e leggere che distolgono l’attenzione dai problemi

Luigi Gelpa per "il Giornale" il 23 giugno 2021. In fiamme due edifici religiosi nei territori dei nativi. La polizia: «Possibile rappresaglia» Esattamente dopo un mese dal macabro ritrovamento, in una fossa comune in Canada, dei resti di 215 bambini in una scuola per indigeni, due chiese sono state incendiate. Gli episodi sarebbero collegati tra loro e gli investigatori, pur con cautela, parlano di «possibile rappresaglia». Gli edifici religiosi, come riporta la Bbc, sono stati dati alle fiamme lunedì. La polizia nazionale sta indagando sui roghi avvenuti nella British Columbia, ed è già riuscita a stabilire l'azione dolosa. I due edifici, rispettivamente del Sacro Cuore e di San Gregorio, sono stati letteralmente rasi al suolo dalle fiamme. Erano stati edificati più di un secolo fa e sorgevano a meno di 50 chilometri di distanza l'uno dall'altro, nelle riserve di Penticton Indian Band e di Osoyoos Indian Band. Non sembrerebbe trattarsi per nulla di una coincidenza, considerando la giornata particolare in cui si sono sviluppati gli incendi: lunedì, infatti si celebrava il giorno nazionale dedicato alle popolazioni indigene. Sull'episodio si è espresso il capo dei vigili locali della regione Bob Graham. L'uomo ha spiegato che osservando la scena e l'ambiente circostante «si evince che sia stata utilizzato un acceleratore liquido. Sono elementi che ci portano a pensare che gli incendi siano dolosi e per altro preparati con cura». Come accennato, tutto farebbe pensare all'agghiacciante scoperta di un mese fa. Un episodio che ha scosso l'opinione pubblica e creato tensioni tra i rappresentanti della Prima Nazione (gli indigeni) e i coloni, riaprendo così la pagina di uno dei capitoli più tristi della storia del Paese guidato ora da Justin Trudeau. Il premier ha definito i ritrovamenti dei resti «una fase di cui dobbiamo provare vergogna». Negli anni Settanta e Ottanta i bambini venivano strappati alle loro famiglie dal governo e dalle autorità religiose affinché venissero avviati all'educazione bianca, quasi sempre in istituti gestiti dalla Chiesa. Nel giardino di una di queste scuole, la «Kamloops Indian Residential», è stata rinvenuta con l'aiuto di un radar la fossa comune. I rappresentanti della Prima Nazione stanno lavorando con gli specialisti forensi per stabilire le cause e il periodo dei decessi. Non sarà un lavoro facile, perché i bambini scomparsi sono morti senza documenti e molti di loro non avevano compiuto tre anni. Il governo canadese sta tentando in qualche modo di placare gli animi. Il ministro degli Interni, Lawrance MacAulay, ha ribadito che «sarà fatta giustizia e che deve comunque prevalere su qualsiasi forma di vendetta». Purtroppo la fossa comune ha esacerbato gli animi degli indigeni, che già da tempo avevano denunciato il genocidio culturale perpetrato dai canadesi. «Hanno prelevato con brutalità i bambini dalle loro famiglie nelle riserve, esponendoli a condizioni atroci - racconta Roberta Joseph, rappresentante di uno dei gruppi di Prima Nazione - li hanno condotti in centri sovraffollati dove soffrivano il freddo e la fame ed erano vittime di epidemie. Molti di loro sono morti di tubercolosi, altri mentre tentavano la fuga, a volte aggrediti e sbranati da cani da guardia». Il premier Trudeau ha fatto sapere che stanzierà un ulteriore budget di cinque miliardi di dollari per migliorare la vita delle popolazioni indigene, in particolare l'educazione, le condizioni delle abitazioni, la salute dei bambini e la qualità dell'acqua nelle comunità. Sperando che la situazione torni alla normalità.

Sara Gandolfi per il Corriere della Sera il 31 maggio 2021. Il Canada torna a fare i conti con quello che il suo premier, Justin Trudeau, definisce «il capitolo più vergognoso della nostra storia». Un periodo di omertà generalizzata. Tutti sapevano, perché in ogni provincia dello Stato nordamericano, nel secolo scorso, operavano le «scuole residenziali», gestite dalle Chiese cristiane. Il governo di Ottawa sosteneva che fosse il miglior sistema per integrare «gli indigeni». I bambini venivano strappati alle loro famiglie fin da piccolissimi, per essere avviati «all'educazione bianca». Nel giardino di una di queste scuole, la Kamloops Indian Residential School, in British Columbia, è stata scoperta una fossa comune con i resti di 215 bambini. I resti sono stati trovati con l'aiuto di un radar e ora i leader delle Prime Nazioni, come sono oggi chiamati gli abitanti originari del Canada, sono al lavoro con gli specialisti forensi per stabilire le cause e il periodo dei decessi. «Sono morti senza documenti, alcuni avevano appena tre anni», ha detto Rosanne Casimir, capo della comunità Tk'emlups te Secwépemc. La Kamloops Indian Residential School era la più grande scuola del «sistema residenziale». Aperta dalla Chiesa cattolica nel 1890, negli anni Cinquanta contava 500 studenti. Nel 1969, il governo di Ottawa ne prese la gestione fino alla sua chiusura definitiva, nove anni dopo. In totale, tra il 1863 e il 1998, si stima che più di 150.000 bambini indigeni vennero prelevati con la forza per essere chiusi in questi istituti, dove era loro vietato parlare la lingua o praticare la cultura delle proprie comunità, spesso a migliaia di chilometri di distanza dai genitori, che non vedevano per anni, a volte mai più. Una commissione istituita nel 2008 ha rivelato che un gran numero di bambini indigeni non è tornato a casa. Il rapporto «Verità e riconciliazione», pubblicato nel 2015, ha definito tale sistema come un «genocidio culturale». Tredici anni fa, il governo canadese ha chiesto scusa ai sopravvissuti e a tutte le Prime Nazioni sul suo territorio. I vertici della Chiesa cattolica non l'hanno mai fatto. Nel 2018, il Papa dichiarò di non essere intenzionato a chiedere perdono, nonostante l'invito formale di Trudeau. La Conferenza episcopale in una lettera ai nativi spiegò che Francesco riteneva di «non poter rispondere personalmente» alla richiesta da loro avanzata, ma incoraggiava i vescovi locali a proseguire il «cammino di riconciliazione e solidarietà». Il 50% delle denunce presentate alla Commissione per la Verità riguardava forme gravi di abuso fisico e sessuale. Casi di stupro ripetuti, che nella gran parte dei casi hanno portato alla distruzione psicologica della vittima e hanno avuto un impatto di lunghissimo periodo: incapacità di stabilire relazioni interpersonali, psicosi, alcolismo, disoccupazione, incapacità di essere buoni genitori. In alcune comunità il tasso di suicidi è ancora oggi il più alto al mondo, sedici volte superiore alla media del Canada. E, finora, sono stati identificati più di 4.100 bambini deceduti mentre frequentavano una scuola residenziale. La soppressione o sottomissione degli indigeni seguiva una strategia precisa: prima colonia di cui Gran Bretagna e Francia sfruttavano le risorse, poi Stato nato intorno al mito del «territorio vergine» da popolare, il Canada impedì a chi abitava quelle terre da secoli di partecipare alla costruzione del Paese: nessun diritto di voto, divieto di assembramento per più di tre persone, rimozione forzata dalle terre e dei propri figli.

Sara Gandolfi per il “Corriere della Sera” il 29 maggio 2021. «Agli uomini e alle donne che sono stati portati nei campi di prigionia o in prigione senza accusa, alle persone che non sono più con noi per ascoltare queste scuse.... ai figli e ai nipoti che hanno portato la vergogna e il dolore di una generazione passata, e alla loro comunità, che ha dato tanto al nostro Paese, ci dispiace». Con queste parole il premier canadese Justin Trudeau, giovedì alla Camera dei Comuni, ha rivolto le scuse formali agli italo-canadesi internati durante la Seconda guerra mondiale nel Paese. «Erano imprenditori, lavoratori e medici. Erano padri, figli e amici - ha detto Trudeau -. Una volta arrivati in un campo, non c'era durata della pena. A volte, l'internamento è continuato per alcuni mesi. A volte, per anni. Ma gli impatti, quelli sono durati una vita». Ha aggiunto che il Canada era nel giusto ad opporsi al regime italiano che si schierava con la Germania nazista, ma fu un errore trasformare «gli italocanadesi rispettosi della legge in un capro espiatorio». «È ora di fare ammenda», ha concluso in francese. Nel 1939 al ministro della Giustizia canadese fu conferito il potere di internare, sequestrare proprietà e limitare le attività dei residenti nati in Stati che erano in guerra con il Canada, con l'intento di proteggere il Paese da tentativi di sabotaggio o sovversione. A farne le spese furono soprattutto i giapponesi. Dopo che Mussolini strinse l'alleanza con Hitler, circa 600 italo-canadesi vennero chiusi nei campi d'internamento, quattro donne finirono in carcere e circa 31.000 altri italo-canadesi furono dichiarati «alieni nemici», provocando maltrattamenti e discriminazioni. Nel porgere le scuse, il premier ha raccontato la storia di un uomo, Giuseppe Visocchi, arrestato nell'estate del 1940 durante un matrimonio a Montreal. La polizia disse alla sua famiglia che sarebbe tornato subito. Fu invece mandato in un campo di prigionieri di guerra a Petawawa, costretto ad indossare un'uniforme con un numero sul retro che lo contrassegnava come internato. Sono passati due anni prima che potesse tornare alla sua casa. «Questa non è la storia di un solo uomo, o di una sola famiglia», ha detto il primo ministro Trudeau. Quindi ha concluso ringraziando chi è rimasto, nonostante tutto. «Gli internati e le loro famiglie hanno mostrato la via: integrità, solidarietà, fede e lealtà al Canada. Per questo, il nostro Paese è loro grato». Oggi sono 1,6 milioni i canadesi di origine italiana - una delle più grandi diaspore italiane nel mondo - anche se molti sono discendenti da immigrati giunti in Nord America dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Pur non giustificando i campi di prigionia, alcuni storici criticano la lettura un po' troppo semplicistica di quanto avvenuto in quegli anni, ricordando che molti degli internati facevano propaganda attiva per il fascismo. Positivo invece il commento a caldo degli esponenti della comunità italo-canadese. Come James Malizia, ex vice-commissario per la sicurezza nazionale della Polizia reale canadese a cavallo, il cui nonno venne internato per tre anni: «È un momento di guarigione, le famiglie sono state finalmente ascoltate dopo essere state messe a tacere per molti anni», ha detto in un'intervista a CTV News Channel.

·        Quei razzisti come gli statunitensi.

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera” il 16 dicembre 2021. O.J. Simpson chiude il conto con la giustizia americana. Da ieri è tornato un uomo completamente libero. La Commissione penale del Nevada ha interrotto il periodo di libertà vigilata che sarebbe scaduto il 9 febbraio 2022. Il condannato più famoso d'America, hanno dichiarato i commissari, «si è comportato in modo esemplare» dal 1 ottobre 2017, quando uscì dal penitenziario del Nevada, dopo nove anni di reclusione. L'ex star del football ed ex attore era stato riconosciuto colpevole per rapina a mano armata, sequestro di persona e altri dieci capi di imputazione. Era il 2008. Il momento più buio. Aveva 61 anni e davanti a sé 33 anni in prigione. Eppure Simpson continuò a firmare autografi fino all'ultimo momento utile. Anche oggi, a 74 anni, mantiene un suo pubblico. Vive a Las Vegas, gioca a golf, commenta regolarmente le partite di football su Twitter, a beneficio di 896 mila follower. Il «caso Simpson» ci racconta qualcosa di unico sulla società americana, sulle sue contraddizioni, le sue fisime. Di norma gli ex carcerati, specie se afroamericani, faticano a scrollarsi di dosso lo stigma della condanna. Evidentemente la celebrità, qualunque sia la sua origine, rende possibili le eccezioni. Simpson diventò una star planetaria, quando fu accusato di aver ucciso l'ex moglie Nicole Brown e l'amico Ron Goldman. Restano nella storia della televisione le immagini della fuga del giocatore, su una Ford bianca, inseguito da decine di auto della polizia. Orenthal James, O.J., voleva suicidarsi, ma fu arrestato quando rientrò nella sua casa di Las Vegas. Era il 17 giugno del 1994. Uscì indenne dal processo, assistito dall'avvocato Robert Kardashian, il padre di Kim. Fu assolto dopo un dibattimento durato tredici mesi e trasmesso in diretta tv: uno spettacolo che appassionò gli americani e che segnò gli anni Novanta. In seguito, pero, Simpson fu condannato, in una causa civile, a versare 33,5 milioni di dollari ai familiari delle vittime. Cosa che non ha mai fatto. Simpson si mise nei guai tredici anni dopo, nel settembre del 2007. Con l'aiuto di quattro complici fece irruzione nella camera d'albergo occupata da due collezionisti di cimeli sportivi. O.J. si difese, sostenendo che aveva organizzato la spedizione per recuperare «oggetti di sua proprietà». Alcuni ricordi della sua strepitosa carriera. Nato in un quartiere di case popolari a San Francisco, aveva frequentato la «University of Southern California». Nel 1968 era stato il miglior giocatore del torneo universitario nazionale. Nel 1972 approdò al campionato della Nfl, la lega dei professionisti. Per quattro anni fu la stella assoluta, con la maglia dei «Buffalo Bills». Lasciato lo sport, si dedicò al cinema, con risultati decisamente meno brillanti. Ha recitato, tra l'altro, nella serie televisiva «Una pallottola spuntata». Ora Simpson è in cerca di rivincite e, soprattutto, di soldi. Il suo avvocato, Malcolm LaVergne, ha sapere che chiederà 60 milioni come risarcimento per«le ingiuste cause giudiziarie subite». O.J. Simpson vive con le pensioni della Nfl e del sindacato attori.

Dagospia il 21 dicembre 2021. Da “La Zanzara - Radio24”.

D: Signora Reade, lei ha detto di essere stata molestata sessualmente da Joe Biden, attuale presidente degli Stati Uniti d’America 

Sì, ero parte del suo staff, ho lavorato per Joe Biden nel suo staff del Senato dal 1992 al 1993 e, quando ho lavorato lì, mi ha aggredito sessualmente. 

D:Quando è successo esattamente

Nel 1993, mi è stato chiesto di portargli la borsa della palestra e quando l’ho incontrato a Capitol Hill, mi ha spinto contro il muro e mi ha infilato le dita dentro, senza il mio permesso. 

D: E’ successo solo una volta?

Mi molestava sessualmente (“sexual harrassment”), nel senso che mi metteva le mani sulle spalla e nei capelli, ma la violenza è avvenuta solo una volta, quando mi ha spinto contro il muro, mi ha baciato, aveva le mani dentro la mia camicia e sotto la mia gonna 

D: Lei ha detto di essere stata penetrata con le dita, cosa accadde concretamente?

Sì, gli stavo porgendo la borsa della palestra, ha iniziato a baciarmi, chiedendomi di andare da qualche altra parte, ha detto che voleva scoparmi e poi ha messo le dita dentro di me. Ho cercato di allontanarmi da lui, ed ero scossa perché è stato tutto all'improvviso, non me l'aspettavo. Ed era il mio capo, aveva l'età di mio padre. E non volevo. 

D: La cosa è finita con quell’episodio?

Sì. E quello che è accaduto dopo è stato emotivamente forte per me perché avevo tanta paura. Sapevo che, dicendogli di no, la mia carriera sarebbe finita. 

D: Ed è quello che è successo?

Sì, dopo mi ha detto: e dai, pensavo ti piacessi. Poi ha agitato un dito, me lo ha puntato contro e mi ha detto: tu non sei niente per me, non sei niente. 

D: Perché non l’ha denunciato subito, ma solo dopo la sua candidatura alla presidenza? Questo lascia perplessi…

Per una serie di ragioni. Ho provato a farmi avanti nel 1993. Ho fatto una denuncia per molestie sessuali all’interno dello staff di Biden, ma un membro dello stesso staff mi disse: "Ti distruggeremo, cazzo". 

Avevo vent’anni, mi hanno messo a tacere. Poi quando altre sette donne si sono fatte avanti nel 2019, prima che Joe Biden fosse candidato ufficialmente alla Presidenza, mi sono fatta avanti anch’io, pensando che il movimento ‘Me Too’ mi avrebbe aiutato 

D: E invece?

No, loro stanno con i Democratici, con l’élite democratica

D: Lei ha votato per Trump alle ultime elezioni?

No, non sono mai stata una Repubblicana, sono sempre stata per i Democratici in tutta la mia vita da adulta. Ho lavorato per i Democratici, con Panetta e poi con Joe Biden. Ero una Democratica. 

Quando ho raccontato la verità su Biden loro hanno vissuto questa cosa come un tradimento. E hanno tentato di distruggere la mia vita 

D: Ripeto. Personalmente ho dei dubbi sulle denunce fatte tanti anni dopo i fatti. Lo stesso Biden ha chiesto scusa per alcuni atteggiamenti verso le donne

Biden non mi ha mai chiesto scusa e non è mai stato indagato.  Le sue scuse non hanno nulla a che fare con lo stupro. E comunque ho provato a denunciare nel 1993 e sono stata bloccata. Ho seguito il protocollo interno per gli uffici, ci sono dei files, dei documenti, ma Joe Biden non li renderà mai noti

D: Perché all’epoca non andò dalla polizia?

Mia madre mi ha pregato di andare alla polizia, ma avevo troppa paura. Avevo paura di quello che sarebbe successo se fossi andata in Polizia, perché succedono brutte cose alle donne che cercano di farsi avanti. Quindi ho cercato di stare attenta e sono passata prima attraverso il protocollo. 

D: Cosa c’è di nuovo oggi, si potrebbe riaprire il caso contro Biden?

Sì, potrebbe esserci un'indagine del Congresso, perché ora è emersa la corruzione di Cuomo e che Cuomo aveva parlato con Biden, lo staff di Cuomo avrebbero chiesto a Biden consigli su come  distruggere le vittime di molestie, ora è stato tutto reso pubblico dal procuratore generale. Quindi, se i Repubblicani vinceranno, potrebbe esserci un'indagine del Congresso 

D: Oltre al suo racconto che prove ci sono?

L’ho detto all'epoca dei fatti, c'è la denuncia per molestie sessuali che ho presentato ed è abbastanza per giustificare un'indagine. Non so quali saranno gli esiti, ovviamente, finché non ci sarà l’indagine, ma penso che permetterebbe ad altre donne di farsi avanti. E so che oltre alle sette che si sono fatte avanti, ce ne sono altre due che hanno paura di farsi avanti

D: Dunque lei considera Biden un molestatore seriale?

Secondo me Joe Biden è un predatore. Per la mia esperienza con lui. È la mia opinione. Ma ciò che è più preoccupante è che il Partito Democratico sta proteggendo i predatori: Clinton, Epstein, Cuomo, Biden. 

E incolpano i Repubblicani di tutto, e anche i Repubblicani hanno i loro problemi, come Trump. Ma quello che sta succedendo con i Democratici è che sventolano la bandiera del "Me Too", che è ipocrita perché protegge l'élite 

D: Però si tratta sempre della sua parola contro quella del Presidente, per fatti avvenuti tanti anni fa…Non c’è nulla di accertato

Ascoltate bene. Io volevo davvero, ero molto seria sulla mia carriera quando avevo vent'anni…volevo lavorare con Joe Biden e lo vedevo con rispetto. 

È stato scioccante vedere la mia vita distrutta...ed è stata distrutta... la mia carriera, non una, non due, ma ha distrutto la mia vita altre volte quando ho cercato di parlare.

Mi hanno chiamato “agente russo”, perché avevo detto pubblicamente che sostenevo la leadership russa di Vladimir Putin e non sostenevo la xenofobia. E ho detto che doveva esserci equilibrio nel mondo. E hanno usato questa contro di me, ma molto semplicemente non è vero: non sono un agente russo, sono un’americana che lavorava per il Governo americano, e che ci credeva (Piange, ndr) 

D: Come considera Joe Biden come uomo?

Penso che sia un predatore bugiardo, un misogino, che si è dimostrato una specie di razzista che si nasconde dietro le sue risorse e i suoi soldi. 

Non so perché lo sostengano, a questo punto è l’ombra di un uomo e ha problemi nel tenere in ordine il suo cervello. In ogni caso secondo me non credo che debba essere consentito a un predatore sessuale, a qualcuno che ha aggredito sessualmente qualcuno, di essere il leader del Paese

D: Lei davvero pensa che possa essere incriminato?

Non si tratta di incriminare Joe Biden. Si tratta di non avere stivali a schiacciare la gola. Le donne devono poter parlare quando succede loro qualcosa senza che la loro carriera sia rovinata. 

Ciò che proprio non va è che quell'aggressione è avvenuta, è stato un episodio isolato, traumatico. Ma rimetterci la mia carriera solo perché ho detto la verità, ecco questa è un’infamia.

D: Ogni tanto lei ripensa alle dita di Biden dentro di lei?

Oh, questa è una buona domanda. Perché, per molto tempo, ho cercato di non pensarci affatto. E poi, quando mi sono fatta avanti e l'ho raccontato, ho ricominciato ad avere gli incubi. Incubi con lui che mi afferra. E mi costringe. 

E ricordo il dolore delle mie ginocchia, di quando mi aprì le gambe con il ginocchio contro le mie rotule. E quindi, sì, ho ancora gli incubi. E di recente mi hanno minacciato via mail di spedirmi in prigione. Mi accusano di essere una spia russa. E questo è spaventoso, perché, sai, molta gente può pensare che io sia una traditrice

D: Grazie, signora Reade. Ci può ripetere bene in conclusione quello che avvenne nel 1993 nei corridoi del parlamento americano?

Lui mi metteva le mani sulle spalle, mi massaggiava le spalle, mi metteva le mani nei miei capelli. Una cosa molto strana, era il mio capo e non avevo mai parlato con lui... 

Un giorno mentre gli riportavo una borsa nei corridoi di Capitol Hill, all’improvviso mi ha spinto contro un muro, con il ginocchio mi ha allargato le gambe…è successo tutto all’improvviso…diceva che voleva scoparmi, di andare in un posto privato, mi ha infilato le mani sotto la camicetta e sotto la gonna…mi ha messo un dito dentro la vagina. Io non lo volevo, non lo volevo, ero molto spaventata e ho cercato di liberarmi

D: Continui…

“Quello stesso dito me lo ha puntato contro, quando l’ho rifiutato, e mi ha detto: tu non sei niente per me, non sei niente. E in quel momento il mondo si è chiuso dietro di me, sapevo che stava andando tutto a rotoli e che la mia carriera sarebbe finita. 

Non è stato solo l’assalto a essere orribile, è stato il tutto. Mi ricordo il freddo del muro, il suo odore, sapeva di lavasecco. L'ultima cosa che mi ricordo è che mi ha cinto le spalle col braccio dicendomi "va tutto bene", e poi se n’è andato via senza nemmeno guardare indietro. Io mi sono seduta sulle scale, tremavo e le mie gambe non reggevano. 

Ero molto spaventata. Quando sono arrivata a casa mia madre mi ha detto di andare dalla polizia ma io non volevo, ero troppo spaventata. E’ stata una delle cose peggiori che sono successe nella mia vita

Luigi Guelpa per "il Giornale" il 23 dicembre 2021. Un anno fa, proprio di questi tempi, Wang Zhi Gang, a capo del dicastero scientifico, aveva dichiarato al comitato centrale del partito comunista cinese che il suo Paese avrebbe compiuto notevoli sforzi per l'autosufficienza di scienza e tecnologia, «perché non possiamo affidarci all'estero per le tecnologie chiave». Purtroppo era solo propaganda, perché la Cina si definisce autonoma, ma non rinuncia agli accordi sottobanco e alle attività di spionaggio pur di raggiungere risultati sempre più eclatanti nell'innovazione. Il caso Charles Lieber è l'esempio lampante di quanto Pechino investa illecitamente nel mondo accademico americano nel tentativo di rubare informazioni confidenziali e tecnologiche dalle aziende Usa e persino dal governo federale. Ieri, dopo quasi tre ore di camera di consiglio, la corte federale ha dichiarato il 62enne Lieber, uno dei maggiori ricercatori degli Usa e capo del dipartimento di chimica di Harvard, colpevole di aver mentito al suo Paese. Studioso della sintesi della nano-materia e in odor di Nobel, aveva preso parte a un programma finanziato dal governo cinese per attrarre i più importanti scienziati stranieri. Lieber, finito in manette il 28 gennaio 2020, aveva aderito al Thousand Talents Program (il Ttp, avviato nel 2008 e tuttora attivo), un discusso programma del governo cinese per finanziare accademici stranieri. Era stato pagato profumatamente per stabilire un laboratorio di ricerca alla Wuhan University of Technology, ma ha nascosto l'affiliazione alle agenzie di sovvenzione statunitensi. Nei tre anni in cui ha collaborato al piano, Lieber ha guadagnato 50mila dollari al mese, più 150mila per coprire le spese e 1,5 milioni di finanziamento per l'attività di laboratorio tra Harvard e quello di Wuhan, famoso per la possibile diffusione del Covid. Mantenere legami con un'università cinese e partecipare al Ttp non è illegale negli Stati Uniti. Nel 2018 però l'amministrazione Trump lanciò un'operazione, la China Initiative, per controllare in maniera più stringente questi rapporti: di fatto, costrinse decine di scienziati di alto profilo a dichiarare esplicitamente i propri legami con Pechino. Il caso del professor Lieber (rischia fino a 26 anni di carcere) sembra essere tuttavia la punta di un iceberg: parte da lontano e potrebbe portare all'arresto di altri ricercatori americani. È il secondo procedimento giudiziario contro un accademico a finire in aula. In precedenza ad affrontare un processo con l'accusa di integrità della ricerca toccò al professore dell'Università del Tennessee-Knoxville Anming Hu, prosciolto da ogni accusa per un errore giudiziario. In questo momento ci sono altri cinque casi pendenti nel database governativo. Tant' è che lo scorso settembre centinaia di accademici provenienti da istituzioni tra cui la Stanford University e la Princeton University, avevano firmato una lettera invitando la procura generale che si occupava del caso Lieber a far chiarezza sul Ttp. «L'iniziativa si legge nel testo - si è allontanata dalla sua missione originale, persevera il furto di proprietà intellettuale e sta danneggiando la competitività della ricerca americana». Lieber, in congedo amministrativo retribuito da Harvard, e malato di tumore, gestiva un importante laboratorio specializzato nella costruzione di nanofili di silicio in elettronica, laser e persino una rete neurale che potrebbe essere iniettato come interfaccia cervello-computer.

Michigan, l’antirazzismo si insegna anche a medicina. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 23 dicembre 2021. Negli Usa per diventare medico devi essere “antirazzista”. La facoltà di medicina dell’Università del Michigan ha infatti deciso di insegnare ai propri studenti la discussa e controversa Teorica critica della razza, nata in seno al mondo degli studiosi della New left americana degli anni ’70 e ’80 e ai docenti di diritto e giurisprudenza afroamericani – come il defunto docente di Harvard Derrick Bell o Kimberlé Williams Crenshaw – e diventata oggi uno dei pilastri del politically correct e del pensiero postmodernista diffusosi a macchia d’olio nei campus americani e nei circoli più progressisti d’America. È ciò che ha previsto il Comitato di vigilanza antirazzista della Facoltà di Medicina del Michigan.

Ora l’antirazzismo s’insegna anche a medicina

La decisione di insegnare la Teoria critica della razza, come riporta il documento pubblicato da City Journal, arriva “in risposta a un appello nazionale alla solidarietà contro il razzismo” dopo il quale la facoltà “ha formato l’Anti-Racism Oversight Committee (Aroc)” chiedendo a docenti, personale e studenti “come eliminare il eliminare il razzismo e le disuguaglianze che possono esistere” nell’Università. I membri del comitato sono stati divisi in sei sottocomitati e hanno chiesto sviluppare dei piani d’azione”. Nei mesi scorsi, un gruppo di studenti ha pubblicato una lettera indirizzata ai vertici dell’ateneo chiedendo azioni concrete contro il razzismo. “La correzione di secoli di ingiustizie storiche perpetrate contro la comunità nera”, si legge nella lettera, “richiede un allontanamento radicale da ciò che stiamo facendo attualmente”. La lettera elencava più di una dozzina di richieste. “La Facoltà di medicina del Michigan deve supportare i medici nell’assumere un ruolo attivo negli sforzi di advocacy”, cioè “un ruolo attivo nel sostenere il cambiamento nelle nostre comunità e nel governo”. In particolare, la lettera richiedeva una revisione dei piani studio, aprendo le porte alla Teoria critica della razza.

Il piano d’azione adottato successivamente dalla facoltà esaudisce i desideri degli studenti antirazzisti, prevedendo l’assunzione di esperti esterni e la formazione ai docenti su come insegnare, fra le varie voci, la Teoria critica della razza. I medici del futuro non devono dunque essere “solo” in grado di curare le persone, ma essere militanti altamente politicizzati, ovviamente di sinistra. L’Anti-Racism Action Plan costituisce solo una componente di un progetto più ampio della facoltà di medicina. Nell’ottobre 2020, ad esempio, la facoltà ha pubblicato un piano strategico di 47 pagine su diversità, equità e inclusione, strizzando l’occhio al politicamente corretto e all’ideologi (trans)gender.

L’antirazzismo liberal a scuola e nelle università

È bene sottolineare che l’antirazzismo di oggi non ha nulla a che vedere con gli insegnamenti di Martin Luther King. Come abbiamo già osservato sulle colonne di questa testata, per comprendere appieno il nuovo antirazzismo, dobbiamo ricordare la definizione tradizionale di razzismo: “stereotipizzazione, denigrazione, emarginazione o esclusione delle persone sulla base della razza”. Definizione che ha cambiato radicalmente significato in “emarginazione e/o l’oppressione delle persone di colore basate su una gerarchia razziale socialmente costruita da chi privilegia i bianchi”. Dopo la morte di George Floyd e le proteste di Black Lives Matter, questo modo di pensare e concepire il razzismo ha cominciato a dilagare nei campus universitari, sui media liberal, nell’opinione pubblica, diventando un dogma indiscutibile. L’aspetto centrale di questa nuova concezione di “razzismo” è che non è più neutrale rispetto alla razza. Ora è impossibile, per definizione, che i bianchi siano vittime del razzismo.

Tutto si basa sulla controversa Teoria critica della razza che ora si insegna anche alla Facoltà di medicina del Michigan: tale teoria, come descritta dalla UCLA School of Public Affairs, “riconosce che il razzismo è radicato nel tessuto e nel sistema della società americana. Il razzismo istituzionale è pervasivo nella cultura dominante”. I bianchi, cioè, sono responsabili sin dalla nascita di aver schiavizzato gli afroamericani e devono espiare le loro colpe. I repubblicani si stanno opponendo all’insegnamento dell’antirazzismo militante nelle scuole: come riporta il Washington Times, il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott ha firmato una legge per vietare l’insegnamento della teoria e del progetto 1619 del New York Times, celebre inchiesta del quotidiano che guarda alla storia del Paese mettendo al centro il fenomeno dello schiavismo, arrivando a mettere in discussione la bontà della Costituzione emanata nel 1787.

«È la migliore»: una donna guiderà i poliziotti di New York. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera il 15 Dicembre 2021. La scelta del sindaco Adams: nera, outsider, ha superato una selezione «brutale». Il nuovo sindaco di New York, Eric Adams, punta su una donna di colore per combattere i criminali che hanno rialzato la testa nella metropoli, per ripristinare un rapporto di fiducia tra agenti e cittadini e per riconquistare il rispetto e l’impegno di un corpo di polizia indispettito e demoralizzato: finito sotto accusa, soprattutto dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, per i metodi a volte brutali usati nei confronti degli afroamericani.

La nomina di Keechant Seawell, 49 anni, 22 dei quali passati nella polizia, è sorprendente. A colpire non è tanto il fatto che sia stata scelta una donna come capo per la prima volta nei 172 anni di storia del Dipartimento, il Nypd, né che la Seawell sia nera. La città ha già avuto altri due capi della polizia afroamericani e Adams ha sempre detto che, se fosse stato eletto, avrebbe scelto una donna, considerata più empatica, per dirigere la polizia. Ma si pensava a un personaggio noto, esperto, con incarichi importanti: si scommetteva su una delle due donne che guidano le polizie di Filadelfia e di Seattle o, restando a New York, su Juanita Holmes capo delle pattuglie della volante che sorvegliano la città.

Invece per guidare un esercito di 36 mila poliziotti che, a New York, è dotato anche di un suo servizio segreto, di unità antiterrorismo e, addirittura, di una forza aerea, il sindaco ha scelto una poliziotta che oggi comanda i 125 detective della contea di Nassau a Long Island, estrema periferia orientale dell’area metropolitana (la zona dell’aeroporto Kennedy). Adams sa di aver fatto una scelta che lo esporrà a critiche se le cose andranno male, ma, prima di decidere, ha esaminato i «papabili» sottoponendoli a varie prove, compresa una finta conferenza stampa in cui al candidato venivano poste domande brutali ipotizzando episodi di terrorismo, sequestri di persona e uccisioni di neri disarmati da parte di poliziotti bianchi.

La Seawell è quella che l’ha convinto di più fino al punto di definirla pubblicamente «la personificazione dell’intelligenza emotiva» quando, ieri mattina, l’ha presentata alla città durante una cerimonia davanti alle Queensbridge Houses, le case popolari di Long Island City, nel Queens, nelle quali Keechant è cresciuta.

È chiaro che Adams, un ex capitano di polizia che ha fatto politica negli ultimi 15 anni diventando anche presidente del borough (quartiere) di Brooklyn, ha puntato su un personaggio che considera capace di ricucire i rapporti, oggi lacerati, tra polizia e cittadini.

Ma la Seawell con la sua vita dedicata al Nypd (non è sposata e non ha figli) non è solo un tipo da pubbliche relazioni: ha fatto i corsi antiterrorismo all’accademia dell’Fbi di Quantico, ha svolto attività di agente sotto copertura ed è capo del team incaricato di negoziare quando vengono presi ostaggi.

La sua sfida principale sarà quella di conquistare il rispetto degli agenti, risollevare il loro morale e convincerli a tornare a fare il loro lavoro in modo efficace ma anche più rispettoso dei cittadini. Compito non facile, visto che da più di un anno gli agenti, offesi per l’ostilità che percepiscono intorno a loro e impauriti, dato che ogni loro intervento viene filmato dai passanti e messo sui social, fanno il meno possibile.

Anche per questo il crimine è di nuovo in ascesa. Il potente sindacato di polizia che, ostile al sindaco uscente De Blasio, aveva invece appoggiato la candidatura di Adams, ha accolto la Seawell con un caloroso messaggio di auguri che contiene, però, un avvertimento implicito: «Speriamo tu abbia successo nello svolgere il secondo incarico più duro di New York: il primo, lo sai, è quello di poliziotto». 

Una donna a capo della polizia di New. York. La storia cambia (e non è un film). E da noi? Maria Latella per leggo.it il 16 dicembre 2021. Così come nelle serie Tv sono donne i capi dei servizi segreti, della polizia e pure della Casa Bianca, così anche la realtà si adegua aggiornando l’ultimo simbolo del maschio da film e telefilm. Finora i capi della polizia di New York erano sempre stati uomini. Prima irlandesi, poi italoamericani, afroamericani in due occasioni. Da gennaio invece e per la prima volta nella sua storia New York avrà una donna al vertice. Donna e afroamericana. La detective Keechant Sewell, già a capo degli agenti della contea di Nassau, assume il ruolo per scelta del nuovo sindaco di New York, Eric Adams, e dovrà vedersela con una metropoli nella quale dopo la pandemia furti, rapine e violenze sono sensibilmente aumentate. Uno degli episodi recenti, l’omicidio di Davide Giri, il ricercatore italiano in forze alla Columbia University, accoltellato ad Amsterdam Avenue nella stessa sera e dallo stesso 25enne Vincent Pinkney che era in libertà vigilata ma evidentemente vigilato fino a un certo punto. Non credo che la scelta della detective Keechant Sewell sia stata fatta in ossequio al politically correct che, per ora soprattutto negli Stati Uniti, impone di far emergere le minoranze. Sarebbe molto rischioso per il sindaco Adams affidare la guida della polizia a un capo selezionato più per “titoli” che per capacità. La sicurezza per chi vive, lavora, studia a New York è troppo importante così come lo è per la reputazione della città nel mondo. Non a caso il New York Times scrive che la decisione assunta è la scelta più importante tra quelle che il nuovo sindaco è chiamato a fare. Keechant Sewell dunque dev’essere proprio in gamba e deve averlo dimostrato sia quando ha lavorato alla Narcotici sia per le sue qualità di negoziatrice in casi di ostaggi sotto sequestro. Un altro baluardo dell’eroe cinematografico par eccellence, icona del machismo, viene dunque a cadere. Nei film, come nella vita, i capi della polizia sono sempre stati maschi, dall’ispettore Ginko a caccia di Diabolik al commissario Maigret. Ora invece la polizia di New York risponderà a una donna e sarà interessante vedere come la nuova boss saprà gestire da un lato la diffidenza di una parte della popolazione afroamericana e dall’altro l’inquietudine delle stesse forze dell’ordine, messe sotto accusa dopo il caso Boyd. Resta il fatto che ora gli USA hanno donne al vertice della Casa Bianca (Kamala Harris), al vertice della CIA (Avril Haines), al vertice del Tesoro (Janet Yellen) e ora al vertice della polizia dì New York. Quelle ai vertici in Europa non se la stanno cavando male e infatti una nuova competitor, Valerie Pecresse, si è aggiunta al gruppo dei candidati all’Eliseo. In Italia? No, da noi si parla si parla, ma alla fine il potere resta saldamente maschile. Come si vede dai segretari di partito. Di donna ce n’è una sola: Giorgia Meloni. 

Carlo Nicolato per "Libero quotidiano" il 20 giugno 2021. L'ultimo della lista in ordine cronologico è proprio quello della città più grande e popolosa degli Stati Uniti, ovvero New York. Eric Adams, 61 anni ed ex poliziotto, è il secondo sindaco afroamericano della Grande Mela. Il primo fu David Dinkins in altri tempi, tra il 1990 e il 1993, quando la questione razziale era sì certamente uno dei maggiori problemi americani, e sfoggiare un sindaco di colore per i democratici era magari ritenuta una scelta coraggiosa e una medaglia al valor politico, ma non era ancora un sacro, quanto ipocrita dovere. Tale invece sembra ormai diventato in tempi di "risveglio" (Woke) e Black Lives Matter, tanto che quasi non vi è città tra le maggiori, quasi tutti in mano ai Dem, che non abbia il suo bel sindaco di colore, anche se poi la maggior parte dei suoi collaboratori e colleghi di partito sono bianchi. Niente di sbagliato o di male ovviamente, ma è quantomeno singolare, e puzza pure un po' di populismo, sì proprio basso populismo, visto e considerato che fino a prova contraria gli afroamericani rappresentano il 12,7% della popolazione americana, e ad esempio tale accortezza non viene concessa ai latino-americani che sono oltre il 17% della popolazione e in costante crescita. Le quote nere dunque sono andate ben oltre le statistiche soprattutto là dove conta e fa fare più bella figura. Oltre a New York, infatti, non poteva che essere nera, donna e perfino Lgtbqi dichiarata, il sindaco della roccaforte Dem per eccellenza, che è anche la terza città più grande d'America, ovvero Chicago. Lori Lightfoot peraltro non sta vivendo il suo periodo migliore alla guida della capitale dell'Illinois, tra litigi con i suoi collaboratori, cali di popolarità tra gli elettori (sotto il 40% di approvazione) e per ultimo il discusso accordo da quasi tre milioni di dollari che il comune ha concesso ad Anjanette Young, una donna di colore che ha fatto causa all'Amministrazione dopo che la polizia è entrata in casa sua per sbaglio mentre disgraziatamente si trovava nuda. Le donne di colore vanno per la maggiore, nella logica "Woke" nero e donna vale di più di semplicemente nero, e così negli ultimi anni oltre a Chicago le candidate afroamericane Dem si sono prese anche altre delle principali città degli Stati Uniti.

RIPENSAMENTI Come San Francisco ad esempio, dove nel 2018 si è imposta la 47enne London Breed che di sé ha fatto parlare quando dopo le rivolte Blm dello scorso anno aveva annunciato un taglio di 120 milioni di dollari alla polizia della sua città, salvo fare marcia indietro qualche giorno fa, annunciando «più risorse per combattere il crimine dilagante». Muriel Bowser, 49 anni, sindaco di Washington DC, è una delle veterane in questo gruppo. Eletta nel 2014, confermata 2108, dopo l'uccisione di George Floyd ha fatto scrivere "Black Lives Matter Plaza" in giallo a caratteri cubitali lungo la 16a Strada che incrocia Pennsylvania Avenue proprio di fronte all'ingresso della Casa Bianca. 

«TERRORISTI» Nera e donna è anche LaToya Cantrell, 49 anni, sindaco di New Orleans, e pure la 65enne Sharon Weston Broome, prima cittadina della vicina Baton Rouge. Sarà probabilmente confermata il prossimo anno anche l'afroamericana Vi Lyles, 69 anni, attuale sindaco di Charlotte, mentre a St. Louis si è appena imposta la 49enne democratica Tishaura Jones, ovviamente nera. Nera è anche il sindaco di Boston uscente Kim Janey, 56 anni, ora sostituita dalla candidata democratica di origini cinesi Michelle Wu. Atlanta, città a maggioranza afroamericana, non poteva che avere un primo cittadino della stessa etnia: lo è il nuovo sindaco Andre Dickens, 47 anni, e lo era quello uscente, Keisha Lance Bottoms, 51 anni, contestata duramente lo scorso anno per aver chiamato «anarchici e terroristi» i manifestanti Blm che devastavano la sua città. Le texane Houston e Dallas invece non sono due città a maggioranza afroamericana come Atlanta, ma vantano ugualmente due sindaci neri, entrambi Democratici. Si tratta del 67enne Sylvester Turner e del 46 enne Eric Johnson, considerato ex astro nascente dei Dem che ha però recentemente accusato il partito di aver un grosso problema razziale, «come un gorilla di 800 libbre nella stanza che tutti fingono di non vedere». Nero, e gay dichiarato, pure il giovane sindaco di San Diego Todd Gloria, 43 anni. Alla conta delle città californiane manca Los Angeles, la seconda città più grande degli Stati Uniti. Attualmente il mayor è un bianco, il cinquantenne Democratico Eric Garcetti, ma ci sono buone probabilità che il prossimo anno lasci il passo alla nuova candidata Dem, la 68enne deputata afroamericana Karen Bass. Ai caucasici americani, come amano definirsi da quelle parti, non resta dunque che chiedere le "quote bianche".

Flavio Pompetti per “Il Messaggero” il 19 giugno 2021. Stato d'emergenza a San Francisco. La sindaca Democratica e progressista London Breed ha deciso che l'unico modo per affrontare la crisi di morti da overdose che colpisce il quartiere Tenderloin è sospendere lo stato di diritto, e autorizzare la polizia a lottare contro il crimine con scorciatoie e procedure abbreviate. Misure straordinarie, ancora più sorprendenti in quanto sono decise da una giovane rappresentante dell'ala più liberal del partito democratico, nella città notoriamente più tollerante e permissiva degli Stati Uniti. Misure dovute, dopo i 700 decessi da droga registrati l'anno scorso, e probabilmente pareggiati dal totale del 2021. La crisi delle morti da eroina, fentanil e oppiacei di provenienza legale non si ferma alle porte della città californiana: poche settimane fa il totale delle morti per overdose da droghe su scala nazionale ha superato il tetto di 100.000 unità, il doppio rispetto ai 50.000 di tre anni prima. Gli Stati Uniti sono il primo consumatore al mondo di droghe pesanti. Il Fentanil proveniente dalla Cina ammazza quotidianamente almeno cento persone nelle grandi città, mentre le periferie sono inondate dalla metanfetamina prodotta in Messico. A questo volume di veleni si aggiunge poi un altissimo numero di ignari pazienti, ai quali i medici hanno prescritto per anni antidolorifici a base di oppio solo recentemente banditi dal commercio, e che hanno creato milioni di dipendenti. Tenderloin è stato sempre un quartiere problematico per la polizia cittadina a San Francisco. Lo stesso nome, che indica un taglio del sottopancia di un bovino, pare che sia stato coniato per descrivere il cuore delle viscere purulente del tessuto urbano. È da sempre il quartiere dei reietti, dei paria sociali, dei senzatetto. Nemmeno l'ondata di estrema ricchezza che ha investito la città con l'invasione delle dot com all'inizio del secolo è riuscita a sanare il contrasto dickensiano tra la ricchezza del margine settentrionale di Union Square, quello meridionale dell'area municipale, e la sacca di povertà cronica che affligge Tenderloin in mezzo ai due confini. La disparità si è forse aggravata nei tempi in cui l'immobiliare del resto del piccolo centro urbano saliva alle stelle, sotto la spinta dei lauti salari dei lavoratori di Silicon Valley. Ed è stato forse l'altrettanta improvvisa ritirata della stessa superclasse di lavoratori, risucchiati dallo spostamento delle aziende digitali dalla California verso il Texas e il New Mexico, ad esporre una piaga che nell'ultimo decennio era stata seppellita sotto il peso dei dollari. D'improvviso la fatiscenza di alcuni palazzi del quartiere è venuta a galla, così come la rabbia del resto dei cittadini di fronte ai tanti baraccati che vivono per le strade, la cui presenza in tempi di Covid minaccia la salute pubblica. Non appena il consiglio comunale avrà ratificato la decisione della sindaca, la polizia avrà il potere, per un periodo di novanta giorni, di ignorare alcune delle procedure di arresto che garantiscono il rispetto dei diritti delle persone sospette. Potrà organizzare retate e portare a giudizio in tempi abbreviati i mercanti di droga. Breed non nasconde che lo scopo finale è ripulire le strade dalla presenza dei tanti abitanti della città che dormono sui marciapiedi, e che spesso campano di piccoli crimini per andare avanti. Questa popolazione di derelitti è anche la più fragile e permeabile al mercato della droga pesante, e la sindaca ritiene che senza una rimozione totale, il problema delle overdose non sarà mai risolto. Non è la prima volta che un tale proposito viene annunciato in una delle grandi metropoli degli Usa. La sorpresa è che avvenga nella liberal San Francisco piuttosto che in una città amministrata da un sindaco conservatore. Se l'intervento dovesse avere successo e ridurre il volume dei reati, c'è una lunga lista di centri urbani amministrati dai democratici (Chicago, Baltimora, Washington, New York) che soffrono degli stessi problemi, e che potrebbero essere tentati di seguire l'esempio della città californiana.

Gian Micalessin per "il Giornale" il 20 giugno 2021. Tre di notte del 19 luglio 2016. Un'unità delle forze speciali americane segue una colonna in fuga da Manbij, una città siriana occupata dall'Isis a nord-est di Aleppo. Quando la colonna raggiunge il villaggio di Tokhar e si accampa attorno ad un gruppo di case sull'Eufrate i «berretti verdi» ordinano l'intervento di droni e aerei per colpire la presunta «area di sosta» del Califfato. In pochi minuti missili e bombe trasformano il villaggio in una distesa di rovine e cadaveri. Un primo rapporto parla di 85 militanti dell'Isis uccisi. La verità è ben diversa. Dalle rovine di Tokhar emergono i corpi di 125 civili, tra cui molte donne e bambini, in fuga da Mambij proprio per evitare i bombardamenti della coalizione. Ma tragedia di Tokhar non è un caso isolato. Come rivela la prima parte di un'inchiesta pubblicata ieri dal New York Times centinaia degli oltre 50mila raid aerei messi a segno in Afghanistan, Iraq e Siria hanno colpito bersagli sbagliati causando migliaia di vittime innocenti. È il lato oscuro e segreto di una guerra assai più sporca di quella che il Presidente Barack Obama definì «la più precisa campagna aerea della storia». Tutto inizia nel 2009. Proprio mentre riceve il Nobel per la Pace Obama ordina un cambio di strategia rivolto a risparmiare le vite dei propri soldati. E così mentre le missioni terrestri si riducono al minimo si moltiplicano, invece, i raid di droni e aerei armati di sofisticati ordigni intelligenti. Quella scelta spinge Obama a vantarsi di aver minimizzato le perdite di civili innocenti. In verità la nuova strategia, adottata poi anche dai suoi successori, nasconde una verità addomesticata venduta all'opinione pubblica grazie alla sistematica archiviazione delle prove in grado di smentirla. Ma il lato più indigeribile di quell'orrore sono le ragioni che lo rendono possibile. Non una serie di inesplicabili e imprevedibili errori, ma bensì la sistematica faciloneria, negligenza e superficialità con cui vengono approvati raid. Raid in cui la millimetrica e devastante precisione di droni e bombe intelligenti contribuisce non ad eliminare il vero nemico, ma a far strage di bambini, donne e padri di famiglia. Ora il Pentagono si giustifica attribuendo gli errori a quella «nebbia della guerra» che ottenebra le valutazioni di chi sta sul campo spingendolo ad agire in fretta pur di sventare le minacce nemiche. Ma a condannare le direttive politiche di Obama e l'operato dei militari contribuiscono gli oltre 1300 documenti saltati fuori dagli archivi del Pentagono grazie a una serie di cause legali basate sulla libertà d'informazione avviate dal New York Times. L'indagine, accompagnata da un centinaio ispezioni in Siria e Iraq, inizia dopo la scoperta che l'attacco di un drone condotto a Kabul a fine agosto non ha eliminato un commando dell'Isis pronto a colpire i soldati americani impegnati nell'evacuazione dell'aeroporto, ma bensì una famiglia innocente. Un errore costato le vite di sette bambini e tre adulti innocenti. A quel punto il New York Times chiede di esaminare la documentazione di tutti i raid aerei condotti in Iraq e Siria durante le operazioni contro l'Isis avviate dopo il 2014. Documenti da cui si deduce come «la morte di migliaia di civili molti dei quali bambini» sia figlia di una costante e pervasiva superficialità derivante - scrive il New York Times - da «informazioni d'intelligence imprecise, decisioni precipitose e scelte d'obbiettivi inadeguati». Insomma la banalità dell'orrore sommata a quella dell'errore.

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" il 20 giugno 2021. Migliaia di vittime civili mai ufficialmente riconosciute; cinquantamila e più operazioni militari, lanciate spesso con poca conoscenza dei bersagli ed eseguite con fretta maldestra, a volte con la totale ignoranza della popolazione locale e delle sue abitudini. E mai un processo di revisione di quello che è accaduto. Mai un atto di riflessione e di ricerca delle responsabilità. Il New York Times pubblica un suo rapporto sulle attività del Forze armate statunitensi in Medio Oriente tra il 2014 e il 2018, e il quadro che viene fuori è impietoso. Altro che precisione chirurgica delle armi a disposizione. Altro che guerra al laser, capace di minimizzare l'impatto tra la popolazione. Le guerre combattute negli ultimi anni dalla US Army in Iraq, in Siria e in Afghanistan si sono lasciate dietro una lunga fila di morti inutili.

I DOCUMENTI

Il quotidiano newyorkese ha bussato alla porta degli archivi del Pentagono, grazie alla legge che prevede l'obbligo di garantire accesso ai media. Ha ottenuto 5.400 pagine di documenti finora riservati, che raccolgono 1.311 fascicoli relativi ad altrettante inchieste interne scaturite da denunce di possibili irregolarità negli attacchi che hanno portato a decessi collaterali. L'autorità militare ha preso in considerazione come credibili soltanto 216 tra loro. Su questa base sono partite le indagini interne del quotidiano, la cui direzione ha ordinato quasi cento visite ai luoghi colpiti, per lo più da bombardamenti aerei. Il confronto tra i dati è sufficiente per concludere che i numeri negli archivi del ministero della Difesa degli Stati Uniti sono quasi sempre riportati in difetto, e che i dettagli delle inchieste non corrispondono quasi mai alla memoria della popolazione che ha subito gli attacchi. 

AZIONI ANONIME

Le morti non sono quasi più causate da scontri a terra. A partire dal 2009, dal secondo incremento delle operazioni militari in Afghanistan voluto dal generale Petraeus, la guerra condotta dai marines si è trasformata in azioni anonime, lanciate a sorpresa da droni invisibili. Il passaggio ha subito un'accelerazione durante la campagna militare contro l'auto-proclamato Stato Islamico, a cavallo tra Siria ed Iraq. L'inchiesta del Times rivela che dietro la sorpresa c'è spesso l'improvvisazione. Il racconto si ferma qui, in attesa della pubblicazione della seconda parte del servizio. da parte sua, un portavoce del Pentagono riconosce che gli errori sono possibili, ma assicura che si sta lavorando per migliorare il sistema e che in futuro andrà meglio. 

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" il 20 giugno 2021. Migliaia di vittime civili mai ufficialmente riconosciute; cinquantamila e più operazioni militari, lanciate spesso con poca conoscenza dei bersagli ed eseguite con fretta maldestra, a volte con la totale ignoranza della popolazione locale e delle sue abitudini. E mai un processo di revisione di quello che è accaduto. Mai un atto di riflessione e di ricerca delle responsabilità. Il New York Times pubblica un suo rapporto sulle attività del Forze armate statunitensi in Medio Oriente tra il 2014 e il 2018, e il quadro che viene fuori è impietoso. Altro che precisione chirurgica delle armi a disposizione. Altro che guerra al laser, capace di minimizzare l'impatto tra la popolazione. Le guerre combattute negli ultimi anni dalla US Army in Iraq, in Siria e in Afghanistan si sono lasciate dietro una lunga fila di morti inutili.

I DOCUMENTI

Il quotidiano newyorkese ha bussato alla porta degli archivi del Pentagono, grazie alla legge che prevede l'obbligo di garantire accesso ai media. Ha ottenuto 5.400 pagine di documenti finora riservati, che raccolgono 1.311 fascicoli relativi ad altrettante inchieste interne scaturite da denunce di possibili irregolarità negli attacchi che hanno portato a decessi collaterali. L'autorità militare ha preso in considerazione come credibili soltanto 216 tra loro. Su questa base sono partite le indagini interne del quotidiano, la cui direzione ha ordinato quasi cento visite ai luoghi colpiti, per lo più da bombardamenti aerei. Il confronto tra i dati è sufficiente per concludere che i numeri negli archivi del ministero della Difesa degli Stati Uniti sono quasi sempre riportati in difetto, e che i dettagli delle inchieste non corrispondono quasi mai alla memoria della popolazione che ha subito gli attacchi. 

AZIONI ANONIME

Le morti non sono quasi più causate da scontri a terra. A partire dal 2009, dal secondo incremento delle operazioni militari in Afghanistan voluto dal generale Petraeus, la guerra condotta dai marines si è trasformata in azioni anonime, lanciate a sorpresa da droni invisibili. Il passaggio ha subito un'accelerazione durante la campagna militare contro l'auto-proclamato Stato Islamico, a cavallo tra Siria ed Iraq. L'inchiesta del Times rivela che dietro la sorpresa c'è spesso l'improvvisazione. Il racconto si ferma qui, in attesa della pubblicazione della seconda parte del servizio. da parte sua, un portavoce del Pentagono riconosce che gli errori sono possibili, ma assicura che si sta lavorando per migliorare il sistema e che in futuro andrà meglio. 

Durante l'apparizione all'Alta Corte. Julian Assange, ictus in carcere per il fondatore di WikiLeaks: “Colpa della pressione Usa per l’estradizione”. Gianni Emili su Il Riformista il 12 Dicembre 2021. Julian Assange ha avuto un ictus nella prigione di Belmarsh, ha rivelato la scorsa notte la sua fidanzata Stella Moris. Il padre di WikiLeaks, 50 anni, detenuto in custodia cautelare nel carcere di massima sicurezza mentre combatte contro l’estradizione negli Stati Uniti, dopo l’evento – riporta il Daily Mail – è rimasto con la palpebra dell’occhio destro cadente, problemi di memoria e segni di danni neurologici.

Assange crede che il mini-ictus sia stato innescato dallo stress dell’azione giudiziaria statunitense in corso contro di lui e da un generale declino della sua salute mentre affronta il suo terzo Natale dietro le sbarre. È successo durante un’apparizione all’Alta Corte tramite collegamento video da Belmarsh in ottobre. Un “attacco ischemico transitorio” – l’interruzione dell’afflusso di sangue al cervello – può essere un segnale di avvertimento di un ictus completo. Assange quindi si è sottoposto a una risonanza magnetica e ora sta assumendo farmaci per evitare il ripresentarsi dell’ictus.

La sua compagna Stella Moris, 38 anni, avvocato, ha dichiarato: “Julian sta lottando e temo che questo mini-ictus possa essere il precursore di un attacco più grave. Aumenta le nostre paure sulla sua capacità di sopravvivere più a lungo va avanti questa lunga battaglia legale. Deve risolversi urgentemente. Guarda gli animali intrappolati nelle gabbie di uno zoo. Gli accorcia la vita. È quello che sta succedendo a Julian. I casi giudiziari senza fine sono estremamente stressanti mentalmente”. Moris ha aggiunto che è stato tenuto nella sua cella per lunghi periodi ed era “a corto di aria fresca e luce solare, di una dieta adeguata e degli stimoli di cui ha bisogno”.

Gli avvocati di Assange sostenevano che nelle prigioni statunitensi sarebbe potuto essere detenuto in condizioni che avrebbero potuto portare a un serio rischio di suicidio. L’Alta Corte ha annullato la precedente sentenza dopo che il governo Usa ha offerto assicurazioni sulla sua potenziale reclusione.

Moris ha detto: “Credo che questa costante partita a scacchi, battaglia dopo battaglia, lo stress estremo, sia ciò che ha causato l’ictus di Julian il 27 ottobre. Si sentiva davvero male, troppo male per seguire l’udienza, ed è stato scusato dal giudice ma non ha potuto lasciare la sala video della prigione. Deve essere stato orribile ascoltare un appello dell’Alta Corte a cui non puoi partecipare, che parla della tua salute mentale e del tuo rischio di suicidio e in cui gli Stati Uniti sostengono che ti stai inventando tutto. Ha dovuto sopportare tutto questo. Era in uno stato davvero terribile. I suoi occhi erano fuori sincronia, la sua palpebra destra non si chiudeva, la sua memoria era sfocata”.

Assange è stato visitato da un medico, che ha riscontrato una risposta ritardata della pupilla quando una luce è stata illuminata in un occhio, un segno di un potenziale danno ai nervi.

La signora Moris e Assange hanno due figli, Gabriel, quattro, e Max, due, e sono fidanzati da cinque anni. Ha detto che si era “più o meno” ripreso, ma teme che l’attacco dimostri che la sua salute sta peggiorando. Ieri è andata a trovarlo per circa un’ora, portando i bambini a vederlo in una sala della prigione condivisa da decine di detenuti e dai loro cari. Ha detto che Assange era angosciato per essere stato tenuto lontano dalla sua famiglia, aggiungendo: “Trova difficile la prospettiva di un terzo Natale in prigione“.

Gli Stati Uniti vogliono che Assange affronti le accuse di cospirazione per ottenere e divulgare informazioni sulla difesa nazionale dopo che Wikileaks ha pubblicato centinaia di migliaia di documenti trapelati relativi alle guerre in Afghanistan e Iraq. Si è rifugiato presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra nel 2012 perché temeva l’estradizione, rimanendo per sette anni fino a quando non è stato rimosso con la forza e inviato a Belmarsh nel 2019.

Ha tempo fino al 23 dicembre per presentare ricorso contro la sentenza della scorsa settimana e potrebbe dover affrontare molti mesi – potenzialmente anni – in attesa di giudizio nel Regno Unito.

La Moris ha dichiarato: “Rimane un oltraggio che qualcuno che non sta scontando una pena detentiva debba essere tenuto in prigione per anni e anni. Julian non è una minaccia per nessuno ed è un totale disprezzo per la sua libertà individuale e il nostro diritto a una vita familiare. Gli Stati Uniti giocano sporco: è una guerra di logoramento come si vede dal mini-ictus, questo sta avendo un impatto pericoloso su di lui”. Gianni Emili

Assange, l'ictus in cella e l'ossessione degli Usa per un sopravvissuto. Vittorio Macioce il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. La fissazione americana per l'uomo di Wikileaks rivela le contraddizioni del Paese. Julian Assange è l'ossessione che l'America non può accantonare. Non ci saranno vincitori in questa storia, tutti alla fine pagheranno un prezzo. L'uomo che ha scardinato gli archivi segreti statunitensi, minacciando la sicurezza nazionale, è un sopravvissuto. È da più di due anni rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra. L'Alta Corte britannica ha ribaltato il giudizio di gennaio, quando si sottolineava il rischio di suicidio in caso di estradizione. Il suo destino è tornato in bilico. Washington pretende giustizia. Stella Moris, la compagna, ha rivelato che Julian ha avuto, dopo la sentenza, un lieve ictus. Il suo grido sta rimbalzando nel mondo: liberatelo subito. L'Australia, patria di Assange, per ora se ne lava le mani e non risponde agli appelli di chi considera il fondatore di Wikileaks un martire.

La realtà è che tutti vorrebbero cancellare quello che è successo. Dimenticare, spazzare via, guardare ad Assange come a un cinquantenne malato e inoffensivo, che ha sfidato il cuore profondo del potere ma ormai si è arreso. È uno sguardo che renderebbe le cose più semplici anche agli Stati Uniti. Non bisogna avere paura della pietas. Perché accanirsi? Perché chiedere il corpo di chi ormai non può farti più male? Assange è il simbolo della trasparenza. È il diritto di sapere quello che viene nascosto. È un eroe della stampa libera. L'America, si dice, non è la Cina e non può avere paura della verità. Non guardate la spia, ma il profeta di un'umanità senza segreti. È un discorso che sta mettendo in difficoltà Washington. Non a caso sono arrivate mezze promesse di non andare giù pesanti con le condanne.

Assange rischia 175 anni di carcere, ma si fa passare l'idea che non saranno più di cinque o sei. Jen Psaki, portavoce della Casa Bianca, fa sapere che il presidente Biden è un sostenitore della libertà di parola e di stampa. Non ci sarebbe neppure bisogno di specificarlo. È la Costituzione. È il principio sacro e inviolabile del mondo libero. Ricordarlo è un'ammissione di colpa. Allora appare chiaro che Assange per l'America sta diventando una questione irrisolta, perché si mischia con la stagione fragile della civiltà occidentale, dove i limiti tra libertà e sicurezza sono diventati instabili e ci sono domande a cui davvero è difficile rispondere. Fino a che punto può essere aperta una società aperta? Dove finisce la tolleranza? Non è facile trovare una risposta. L'Assange di oggi spinge alla misericordia. È quello di ieri difficile da definire.

Wikileaks nel 2010 pubblica oltre 91mila documenti top secret sulla missione in Afghanistan. È quello che in guerra si chiama spionaggio. È dare al nemico informazioni rilevanti. Questo è il principio su cui Washington non può fare marcia indietro. È una questione di giustizia. La storia di Assange va oltre l'uomo. È un nemico dell'America. Va catturato e giudicato. Se lo si lascia andare si certifica la debolezza di una nazione. La clemenza ci può essere solo dopo, come è successo con Chelsea Manning, la fonte di Assange, l'analista dell'intelligence condannata a 35 anni di prigione e poi graziata da Obama. Il perdono viene dopo. Questa è la promessa degli Stati Uniti e crederci è un atto di fiducia. Di certo c'è che per l'America quest'uomo resta un malfattore e non può sfuggire al giudizio. È per la maggioranza degli statunitensi un principio inderogabile, se salta questo cardine viene giù tutto. Assange è però anche uno specchio. I documenti che ha pubblicato sono il diario di una disfatta annunciata. È il cuore di tenebra della guerra in Afghanistan. È il racconto di come tutto stesse già andando in malora. Le truppe governative afghane erano un «esercito di carta». Le scelte strategiche avrebbero trasformato quel territorio nel solito pantano da cui si esce a pezzi. In quelle carte c'era l'ombra del ritiro firmato proprio da Biden dieci anni dopo. Assange è la voce di un fallimento e comunque vada a finire questa storia, l'America ne uscirà sconfitta. Vittorio Macioce

Da “ANSA” il 12 dicembre 2021. Giornalisti indagati da un'unità segreta della Customs and Border Protection, l'agenzia federale statunitense che vigila sulla sicurezza delle frontiere e dipende dal Dipartimento per la sicurezza nazionale. Lo rivela la Associated Press, secondo cui l'unità speciale, chiamata 'Counter Network Division', avrebbe usato banche dati governative finalizzate alla lotta al terrorismo per indagare su una ventina di reporter basati negli Usa, compreso un premio Pulitzer della stessa Ap. L'operazione, denominata 'Whistle Pig' avrebbe preso di mira non solo giornalisti ma anche membri del Congresso e dello staff di Capitol Hill. I dettagli della vicenda sono contenuti in un rapporto di 500 pagine dell'ispettore generale del Dipartimento per la sicurezza nazionale che sta indagando sul caso. Caso che sta suscitando allarme soprattutto tra gli organi di informazione che ora chiedono spiegazioni, con i vertici dell'Associated Press che parlano di "chiaro abuso di potere".

Da ansa.it il 13 dicembre 2021.  Una cellula segreta delle forze speciali statunitensi, nel corso della lotta all'Isis in Siria, ha lanciato tra il 2014 e il 2019 decine di migliaia di bombe e missili eludendo illegalmente le procedure standard e facendo strage anche di civili. Lo riporta il New York Times citando fonti militari e dei servizi di intelligence. Chiamata Talon Anvil, la cellula era composta da non più di 20 elementi e prendeva ordini non dai vertici del Pentagono ma da figure di più basso profilo all'interno della Delta Force.

Alb. Sim. Per "La Stampa" il 13 dicembre 2021. Anziché occuparsi di terrorismo, un'unità segreta del governo americano per anni ha spiato almeno venti giornalisti statunitensi, fra cui reporter di spicco del New York Times e dell'Associated Press. È quanto ha rivelato un'inchiesta diffusa da Yahoo News destinata a riaccendere le polemiche sugli abusi di potere da parte del governo e delle autorità nei confronti dei media. Già ai tempi di Obama, evidenza la Ap, agenti governativi avevano messo le mani in modo illegale sulle rubriche telefoniche di diversi reporter per poter così indagare sui loro contatti e le loro fonti. Quando al governo c'era Trump si sospettava che il presidente repubblicano avesse ordinato di fare indagini su alcuni giornalisti del Washington Post e del New York Times per riuscire a capire chi erano le talpe che facevano trapelare informazioni da dentro la Casa Bianca. Pratica ovviamente illegale lo spionaggio tanto che nei mesi scorsi il ministro della Giustizia di Biden, Marrick Garland aveva espressamente vietato agli investigatori di ottenere segretamente informazioni sui giornalisti. Ora però si scopre che la «Counter Network Division» - una unità legata all'antiterrorismo e che fa riferimento alla «Costum and Border Protection», l'agenzia Usa che vigila sulle frontiere - dal 2016 spiava i giornalisti. I suoi esperti entravano grazie a una banca dati a disposizione del governo nei profili finanziari e personali dei reporter. Sono state sottratte email, documenti di viaggio, numeri di telefono. L'operazione era chiamata «Whistle Pig» dal nome di un whiskey e avrebbe preso di mira anche esponenti del Congresso.

L’ago maledetto. Quando i lettori incolparono il New York Times della vittoria di Trump. Jill Abramson su L'Inkiesta il 14 Dicembre 2021. Come ricorda Jill Abramson nel suo “Mercanti di verità”, tradotto da Sellerio, lo shock di quella notte del 2016 fu enorme. In tanti, spaventati e furiosi per quello che stava accadendo, ebbero come prima reazione di prendersela con il quotidiano, accusato di avere generato un’aspettativa fuorviante. The Run-Up era ancora in onda quando il centralino del giornale cominciò a essere subissato da telefonate. I lettori erano infuriati per le grandi aspettative che il Times aveva riposto sulla vittoria di Hillary. Non era certo stato l’unico, ovviamente. Quasi tutti i media, tranne Fox, avevano fatto lo stesso. Altri fedelissimi del Times erano furiosi perché pensavano che l’accanimento con cui il giornale aveva seguito lo scandalo delle e-mail avesse causato l’inaspettata sconfitta di Clinton. Alcuni caporedattori davano la colpa alle nuove iniziative rutilanti lanciate dal Times, in particolare a un nuovo grosso progetto dedicato al data journalism. 

Quel maledetto contatore, apparentemente inchiodato sulla vittoria di Clinton, aveva contribuito a generare un’opinione diffusa rivelatasi poi dannosa. I dati utilizzati dal Times erano un amalgama di vari sondaggi, che avevano tutti sottostimato il voto dei bianchi nelle aree rurali. Anche Silver, che ora lavorava a ESPN, aveva previsto che Clinton avrebbe vinto, anche se con un margine più modesto. Dal Times, però, i lettori si aspettavano di più.

In seguito, Baquet avrebbe ammesso che era stato un errore collocare l’ago in una posizione così in vista sulla homepage, e che i suoi giornalisti non avevano passato abbastanza tempo a girare in lungo e in largo per gli Stati repubblicani. Con le tante scadenze per il sito, i blog e i video, e le ore trascorse a twittare, gli inviati non avevano più avuto il tempo di bussare alle porte degli elettori, come avevano fatto David Broder e Johnny Apple del Post.

I giornalisti che viaggiavano al seguito dei candidati avevano avuto difficoltà a uscire dalla bolla per parlare con gli elettori. Spesso Trump, con i suoi attacchi contro la stampa, aizzava a tal punto le folle dei suoi sostenitori che lasciare la bolla poteva rivelarsi pericoloso, soprattutto quando Trump segnava a presunti autori delle fake news. In una circostanza, Katy Tur della NBC ebbe bisogno della scorta della polizia per proteggersi da una folla inferocita.

All’indomani delle elezioni alcuni lettori annullarono l’abbonamento, tanto da allarmare Levien, che era stato promosso chief revenue officer (direttore delle entrate). Nel giro di pochi giorni il Times pubblicò una nota estremamente inusuale di Sulzberger e Baquet, che ammettevano, più o meno, di aver deluso i lettori e annunciavano che il giornale sarebbe tornato alla sua missione principale, quella di un’informazione corretta. «Dopo elezioni così anomale e imprevedibili ci si pone inevitabilmente una domanda: il carattere così anticonvenzionale di Donald Trump ha spinto il Times e altri organi di informazione a sottovalutare il sostegno di cui gode tra gli elettori?», si chiedevano.

Nel suo libro sui media, David Halberstam aveva definito il Times la voce suprema dell’establishment. Il Times era forse stato accecato dai suoi pregiudizi, tipici dell’establishment radicato nelle aree urbane e costiere degli Stati Uniti? «Mentre riflettiamo su queste elezioni epocali e sui mesi di reportage e sondaggi che le hanno precedute, l’obiettivo che ci vogliamo porre è quello di tornare alla missione fondamentale del nostro giornalismo», promettevano Sulzberger e Baquet. «Questo significa raccontare l’America e il mondo onestamente, senza timori né favoritismi, sforzandoci sempre di comprendere e presentare tutte le prospettive politiche e le esperienze di vita nelle storie che vi offriamo».

L’invocazione del celebre credo di Ochs, «senza timori né favoritismi», sottolineava l’importanza di quel messaggio, che Trump volle interpretare come parole di scusa nei suoi confronti. Le cose non stavano esattamente così. Sulzberger e Baquet ammettevano carenze nella copertura della campagna elettorale, ma l’aspetto più rilevante della loro nota era soprattutto l’impegno a raccontare l’intero Paese in modo più accurato e approfondito e, in particolare, a «costringere la classe politica a rendere conto del proprio operato, in modo inflessibile e imparziale».

La copertura offerta dal giornale continuò a essere oggetto di polemiche e contrasti per molto tempo dopo l’esito delle elezioni. La direzione del Times era stata talmente sicura della sconfitta di Trump che l’attenzione minuziosa e rigorosa dedicata a Clinton era invece stata risparmiata al candidato repubblicano, per quanto il Times avesse pubblicato inchieste sul suo impero immobiliare, sulle tasse non pagate e non rese note, sulle attività di lobbying legate alla Russia del responsabile della sua campagna, Paul Manafort, e su altri argomenti.

Non tutti nella redazione politica avevano sottovalutato Trump. Ashley Parker, una giornalista che aveva viaggiato al seguito della sua campagna, non fu presa alla sprovvista la notte delle elezioni. Aveva colto qualcosa di significativo nelle folle che accoglievano Trump come un semidio nelle ultime settimane della campagna. Ogni volta che inveiva contro la «corrotta Hillary», la folla rispondeva, sempre più forte: «In galera!». Il video di Access Hollywood, che secondo Ryan e altri caporedattori avrebbe significato la condanna di Trump, non sembrava fare presa negli Stati centrali. La riapertura dell’indagine sulle e-mail di Clinton da parte del direttore dell’FBI James Comey sembrò dare nuovo slancio allo staff di Trump; parallelamente, le fonti di Parker tra i democratici erano in possesso di sondaggi secondo i quali il vantaggio di Clinton era sceso di tre punti.

Il problema era che Parker aveva difficoltà a contattare la sua caporedattrice, l’indaffaratissima Ryan. Venne esclusa dal gruppo di lavoro responsabile della pianificazione della copertura e in generale non godeva di grande considerazione. Non molto tempo dopo le elezioni, colse al volo l’offerta di Marty Baron ed entrò a far parte del nuovo team di cronisti del Post che seguivano la Casa Bianca; diventò anche ospite fissa su MSNBC, la cui programmazione serale era interamente dedicata allo scandalo Trump.

da “Mercanti di verità. Il business delle notizie e la grande guerra dell’informazione”, di Jill Abramson (traduzione di Andrea Grechi), Sellerio, 2021, pagine 904, euro 24

Giornalisti americani spiati da un’unità segreta del governo Biden. Nuova polemica sulla lotta dell'amministrazione alle fughe di notizie e sugli abusi di potere nei confronti dei media e della libertà di stampa americana. Il Dubbio il 13 dicembre 2021. Giornalisti spiati da un’unità segreta del governo americano che dovrebbe occuparsi di lotta al terrorismo. A svelare l’operazione un’inchiesta di Yahoo News, destinata a riaccendere negli Stati Uniti la polemica sulla lotta dell’amministrazione alle fughe di notizie e sugli abusi di potere nei confronti dei media e della libertà di stampa. Eppure Marrick Garland, ministro della giustizia di Joe Biden, ha da tempo vietato agli investigatori federali di ottenere segretamente informazioni sui giornalisti, dopo i sospetti che Donald Trump possa aver ordinato a suo tempo indagini su alcune delle firme del New York Times e del Washington Post. Ma anche durante l’amministrazione di Barack Obama, ricorda l’Associated Press, agenti governativi si impossessarono segretamente dei numeri di telefono di alcuni reporter per indagare sui loro contatti e sulle loro fonti.

Ora si scopre che dal 2016 opera una unità speciale chiamata “Counter Network Division” che è parte di quel “National Targeting Center” creato all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 per identificare potenziali minacce terroristiche. L’intera struttura fa riferimento alla “Customs and Border Protection”, l’agenzia federale statunitense che vigila sulla sicurezza delle frontiere e che a sua volta dipende dal Dipartimento per la sicurezza nazionale che sta indagando sul caso.

Secondo un rapporto di 500 pagine dell’ispettore generale di questo Dipartimento – rivela Yahoo News – gli uomini dell’unità speciale avrebbero usato le informazioni contenute nelle banche dati governative (numeri di telefono, indirizzi email, dati sui viaggi, informazioni personali e finanziarie) per indagare su almeno una ventina di reporter basati negli Usa. Tra loro anche un premio Pulitzer, Ali Watkins del New York Times e massima esperta di questioni legate alla sicurezza nazionale. Secondo il racconto di un ex agente, Jeffrey Rambo, Watkins subì pressioni per rivelare le sue fonti dopo che le fu svelato che si era a conoscenza dei suoi rapporti sentimentali con il capo della sicurezza della commissione intelligence del Senato.

E l’azione della “Counter Network Division” non si sarebbe limitata solo agli esponenti dei media ma anche ad alcuni membri dello staff del Congresso e, probabilmente, a qualche membro del Congresso ritenuto fonte di fuga di notizie. «Siamo di fronte ad un palese abuso di potere», denunciano i vertici della Associated Press in difesa anche di alcuni suoi reporter finiti nel mirino della Counter Network Division. «Il governo la deve smettere di interferire con il giornalismo e il diritto di informazione, la reazione dal New York Times. 

Dagotraduzione dall’AFP il 10 dicembre 2021. Il consiglio comunale di Washington ha deliberato di intitolare la strada davanti all’Ambasciata dell’Arabia Saudita “Jamal Khashoggi Way”, in onore del giornalista saudita assassinato, secondo la Cia, dal governo saudita. «Attraverso il suo giornalismo, Jamal Khashoggi è stato un feroce sostenitore della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto» hanno detto in consiglio. «Designando la strada di fronte all'Ambasciata Reale dell'Arabia Saudita, il Distretto sta creando un memoriale in suo onore che non possa essere coperto o represso». Khashoggi è stato assassinato e smembrato nel consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre 2018 dopo essersi recato lì dagli Stati Uniti per presentare le pratiche per sposare la sua fidanzata turca. Ad ucciderlo è stata una squadra di uomini strettamente legati al palazzo del principe ereditario Mohammed bin Salman, accusato dall'intelligence occidentale di aver autorizzato l'omicidio. Il disegno di legge del consiglio dovrà essere firmato dal sindaco di Washington Muriel Bowser e non incontrerà obiezioni al Congresso degli Stati Uniti, che esamina tutta la legislazione del governo della capitale. Nel 2018, Washington ha intitolato a Boris Nemtsov, dissidente ucciso a Mosca tre anni prima, una strada fuori dall'ambasciata russa.

Monica Ricci Sargentini per il Corriere.it il 4 dicembre 2021. Sono stati arrestati a Detroit, Michigan, James e Jennifer Crumbley, genitori di Ethan, il 15enne che il 30 novembre ha ucciso in un liceo di Oxford quattro studenti e ha ferito altre sette persone. Il ragazzo è stato incriminato per omicidio di primo grado, terrorismo e sette tentativi di omicidio. La coppia è stata invece accusata di omicidio colposo per aver lasciato all’adolescente la possibilità di utilizzare un’arma da fuoco. I due erano fuggiti in macchina la notte dopo la strage e la polizia aveva offerto una ricompensa di 10mila dollari a chi forniva notizie su di loro. A supportare l’idea di una fuga anche il fatto che i Crumbley avevano ritirato 4mila dollari a un bancomat di Rochester Hills. Gli agenti hanno trovato la coppia in un edificio industriale, a circa 60 chilometri dalla scena della sparatoria a Oxford, ad un isolato di distanza da dove avevano lasciato la loro auto. I loro legali hanno sostenuto che i due genitori non erano in fuga ma avevano lasciato la città per «la loro sicurezza». L’arma era stata comprata al giovane per il Black Friday e lasciata incustodita. Per la pm Karen McDonald i Crumbley hanno commesso una serie di errori ignorando i segnali di allarme che venivano dai comportamenti del figlio. Un insegnante aveva trovato un disegno sul banco del ragazzo che raffigurava una persona ferita e la scritta «sangue ovunque». «Mi sarei aspettata un minimo di umanità da parte dei genitori e il tentativo di evitare una potenziale tragedia» ha detto la procuratrice della Contea di Oakland. È raro negli Stati Uniti che i genitori vengano considerati responsabili delle sparatorie nelle scuole, anche se la maggior parte dei minori trova le armi incustodite in casa. Ad aggravare la situazione della coppia c’è il fatto che, il giorno prima della sparatoria, un insegnante aveva visto il giovane Crumbley guardare siti di munizioni sul suo telefono e la scuola aveva avvisato la madre del ragazzo. Ma, per tutta risposta, la donna si sarebbe limitata a scrivere un sms al figlio: «Non sono arrabbiata con te. Devi imparare a non farti beccare». Secondo la ricostruzione della procura il giorno della strage poi un professore aveva trovato sulla scrivania di Ethan il disegno di una pistola puntata sulle parole: «I pensieri non si fermeranno. Aiutami». Accanto un proiettile e la scritta: «Sangue ovunque». In mezzo ai due oggetti una persona ferita. A questo punto la scuola si è ulteriormente allarmata ed ha convocato immediatamente i genitori a cui è stato intimato di fare iniziare al ragazzo una terapia psicologica entro 48 ore. I Crumbley, però, non hanno voluto che il figlio lasciasse la scuola in quel momento. Così il ragazzo è tornato in classe e poco dopo ha commesso la strage. «È criminale che un genitore possa leggere quelle parole scritte dal figlio, sapendo che ha accesso ad un’arma e rimanere impassibile» ha detto la pm. Ethan aveva accompagnato il padre a compare la pistola il 26 novembre e aveva pubblicato le foto dell’arma sui social media: «Ho appena ricevuto la mia nuova bellezza oggi». Il giorno della festa del ringraziamento Jennifer Crumbley si era vantata: «Mamma e figlio testano il suo nuovo regalo di Natale». Sotto accusa, però, c’è anche la scuola che ha tenuto il ragazzo in classe nonostante i ripetuti segnali di allarme. «Naturalmente, Eithan non sarebbe dovuto tornare in aula - ha detto la procuratrice -. Credo che su questo non ci possa essere dubbio». Ma alla domanda se anche i responsabili della scuola potrebbero essere perseguiti la procuratrice si è trincerata dietro un laconico «l’indagine è in corso». 

Davide Giri accoltellato e ucciso a New York, "tutto a caso". Italiano, 30 anni: il dramma scuote la Columbia University. Libero Quotidiano il 03 dicembre 2021. Ammazzato a coltellate a New York, a soli 30 anni: la vittima è un italiano, Davide Giri, dottorando alla prestigiosa Columbia University. Il ragazzo è stato assalito e ucciso in strada, il tutto giovedì sera intorno alle 23, ora locale. Secondo quanto trapela dalle prima informazioni rilanciate dal New York Post si tratterebbe di un accoltellamento "unprovoked", ossia immotivato. Davide Giri era iscritto alla School of Engineering and Applied Science della Columbia. È stato colpito dall'addome da un uomo tra la 123esima Street West e Amsterdam Avenue, nei pressi del campus universitario. Trasportato d'urgenza al Mount Sinai Morningside Hospital, ma tutto è stato vano: per lui non c'era più niente da fare. Davide è stato accoltellato, si apprende, mentre stava andando o tornando dal vicino Morningside Park per fare jogging. L'identità della vittima è stata confermata direttamente dalla Columbia University, con una email indirizzata a tutto il campus dal direttore, Lee Bollinger. "Vi scrivo con grande dolore: Davide Giri, dottorando alla School of Engineering and Applied Science, è stato ucciso durante un violento attacco avvenuto giovedì notte", si legge nella email. E ancora: "Questa notizia è incredibilmente triste e profondamente scioccante, dal momento che l’omicidio è avvenuto a pochi passi dal nostro campus", conclude il direttore. Pochi minuti dopo l'accoltellamento fatale subito da Giri, c'è stato un secondo accoltellato: le forze dell'ordine sono intervenute sulla 110ma Street West dove hanno soccorso un uomo di 27 anni che era stato colpito con un’arma da taglio. Il secondo uomo ferito secondo i media locali sarebbe un turista ed è stato ricoverato in condizioni "stabili". Nelle ore successive ai fatti, la polizia ha preso in consegna un 26enne definito "in connessione con i due accoltellamenti". Il sospettato è stato fermato a Central Park, poco dopo aver minacciato un'altra persona con un coltello: potrebbe trattarsi di un esponente di una gang con precedenti penali. L'assalitore è un uomo del Queens, membro della gang Every Body Killer. Dal 2012 è già stato arrestato almeno 11 volte per rapine e altri reati, riporta il New York Post citando alcune fonti.

Davide Giri ucciso a New York: il dottorando italiano della Columbia è stato accoltellato. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Giri, 30 anni, è stato accoltellato all’addome. Poco dopo, nella stessa zona è stato ferito anche un turista italiano, identificato dai media Usa come Robert Malastina. Arrestato un 25enne con precedenti: farebbe parte di una gang. Ingegnere laureato a Torino, Davide Giri viveva il sogno di tanti studenti di tecnologia di tutto il mondo: il dottorato di ricerca in computer science che gli sarebbe stato conferito a maggio da una delle più prestigiose università del mondo, la Columbia di New York, dove da qualche tempo lavorava anche come assistente. Un ragazzo normale, amante del calcio che praticava con passione per una squadra locale. E che amava anche suonare il pianoforte. Era pienamente integrato in West Harlem, da decenni considerato un quartiere sicuro, ben diverso dai quartieri occidentali violenti delle Manhattan di alcuni decenni fa raccontati in West Side Story. E invece, proprio mentre esce il remake di quel musical, Davide ha trovato una morte assurda, accoltellato alle 11 di sera mentre rientrava da un allenamento di calcio attraverso Morningside, il parco vicino casa, da un ragazzo di 25 anni, Vincent Pinkney. Noto come un affiliato alla gang dei Blood Killers, soprannominati da molti Everybody Killer (dal nome dell’album rap omonimo), Pinkney ha collezionato dai 2012 ben 11 arresti per rapine e aggressioni e nel 2015 era stato condannato a 4 anni di reclusione. E’ stato scarcerato dopo tre anni.

ACCOLTELLATO ANCHE UN TURISTA ITALIANO DI 27 ANNI

Non sono ancora chiare le modalità dell’assalto: forse una rapina ma solo per rubare il telefonino. L’assassino, comunque, ha mostrato anche di colpire a caso, visto che poco dopo, mentre era in fuga verso Central Park, ha accoltellato alle spalle, senza essere provocato, un altro uomo: un turista italiano di 27 anni appena arrivato a New York, identificato dai media Usa come Robert Malastina. Ora è ricoverato, non in pericolo di vita, nello stesso ospedale, il Mount Sinai, nel quale è morto Giri per le ferite all’addome. Un terzo uomo, aggredito da Pinkney all’ingresso del parco, è riuscito a evitare i suoi fendenti e ha allertato la polizia che poco dopo ha arrestato l’omicida dentro Central Park.

LA CRIMINALITÀ IN AUMENTO

Un choc per la città che dopo la pandemia e le proteste per l’uccisione di George Floyd a Minneapolis ha vissuto un’impressionante impennata delle attività criminali – ormai generalizzata in tutti gli Stati Uniti – un po’ perché c’è meno gente in giro, soprattutto di notte, un po’ perché la tendenza della polizia a ridurre pattugliamenti e interventi nel timore di finire sotto accusa, ha reso le gang molto più audaci: lo si è visto, ad esempio, con la recente ondata di saccheggi nei negozi del lusso, soprattutto a Los Angeles e San Francisco. Ma è evidente anche a New York dove omicidi e rapine sono raddoppiati in pochi mesi e prendere la metropolitana di notte torna ad essere una scelta rischiosa. Da destra partono accuse al sindaco democratico Bill De Blasio per le scarcerazioni di criminali detenuti in carceri super affollate per reati minori.

LA COLUMBIA

Enorme lo choc anche nell’università. Quella nei pressi della Columbia, pur essendo collocata nella parte meridionale di un quartiere problematico come Harlem, è sempre stata considerata un’area controllata e tranquilla. Ma anche qui le cose stavano peggiorando da tempo.

I PRECEDENTI

A Morningside Park già mercoledì notte c’era stata un’altra aggressione con accoltellamento e tre anni fa Tessa Majors, una ragazza di 18 anni, fu uccisa a pugnalate in una rapina ad a un isolato di distanza dall’incrocio tra West 123 Street e Amsterdam Avenue dove Giri si è accasciato, dissanguato, dopo essere fuggito dal suo accoltellatore al limitare del parco. 

Davide Giri, il ricordo del suo professore: «Aveva il mito dell’America». Paolo Coccorese su Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Le parole di Maurizio Zamboni, docente del Politecnico. La zia del giovane ucciso: «Voleva lavorare negli Stati Uniti, per colpa del Covid non lo vedevo da due anni» 

Davide Giri aveva 30 anni

«Ha sempre avuto la curiosità di vivere all’estero. Aveva studiato in Cina e a Chicago. Dopo aver scritto la tesi con me, gli avevo chiesto di rimanere a Torino per iniziare il dottorato. Ma lui, pur avendo tutte le opportunità in Italia, aveva scelto di ritornare negli Stati Uniti. Aveva il mito dell’America». Il professore Maurizio Zamboni è il responsabile del collegio di Ingegneria elettronica del Politecnico torinese. Davide Giri, il ricercatore di 30 anni accoltellato a morte per le strade di New York, se lo ricorda bene. «Aveva una grande inventiva — aggiunge —. Si era appassionato alla ricerca in dipartimento. Lavoriamo da anni sull’architettura dei circuiti integrati, lui aveva progettato un sistema per gli smartphone. Era molto brillante». La delusione per quella scelta di trasferirsi oltreoceano e intraprendere il percorso del phd alla celebre Columbia University, ieri si è trasformata in dolore nei corridoi del Politecnico di Torino. La notizia della morte dell’ex studente è stata accolta con sgomento. «Davide Giri, come molti dei nostri laureati migliori, aveva scelto di continuare a studiare all’estero — spiega il rettore Guido Saracco —. Siamo costernati per la tragica morte».

Nato ad Alba, con la famiglia abitava nella frazione di Scaparone, poco distante dalla fabbrica della Miroglio, al confine della cittadina, dove, alle spalle delle palazzine di pochi piani, si incominciano a scorgere le colline simbolo delle Langhe. «Era due anni che non lo vedevo perché con il Covid non è facile prendere un aereo. Si era trasferito negli Stati Uniti per lavorare. Siamo addolorati», spiega la zia di Davide. Sui social, una foto di una vacanza lo ritrae seduto sul molo del porto di Toronto, alle sue spalle i grattacieli scintillanti così diversi dalle stradine dove è cresciuto. Al campo del Santa Margherita, se lo ricordano correre sulla fascia della squadra di casa. Antonio Minicozzi, storico dirigente della società, racconta: «Era un ragazzo d’oro. Come la sua famiglia».

Primo di tre figli. La sorella Caterina, la più piccola che studia all’Università, e Michele, fisioterapista. Tutti e due molto attivi nel gruppo dei giovani della parrocchia Mussotto, dove la mamma Giuseppina è un’educatrice del doposcuola. «Mi ha telefonato per dirmi che non sarebbe venuta — spiega Don Pilly Voghera —. La notizia è una sciagura per tutta la comunità». La passione per la matematica, quella che aveva permesso al giovane di intraprendere la carriera in una delle università più importati degli Usa, è stata tramandata dal padre Renato, professore della materia al «Govone», il severo liceo classico di Alba frequentato da Beppe Fenoglio. «Davide Giri era, come tanti nostri ragazzi era legato alle radici e alla terra della Malora, pur essendo cittadino del mondo», racconta il sindaco, Carlo Bo. Quando tornava a casa, il ricercatore ucciso a New York aveva sempre qualche avventura da raccontare. «Come quella volta che a Shanghai convinse i compagni di corso cinesi che era meglio mangiare con le posate e non con le bacchette» raccontano gli amici. Per qualche mese aveva lavorato come ingegnere all’ex Fca, addetto ai test delle centraline delle auto. Per pochi mesi appena perché poi nel 2016 aveva preso l’aereo per New York.

Arrestato l'assalitore. Studente ucciso a New York, Davide Giri accoltellato in strada: era dottorando alla Columbia University. Andrea Lagatta su Il Riformista il 3 Dicembre 2021. Davide Giri, dottorando italiano alla Columbia University di New York, è stato ucciso a coltellate durante un’aggressione in strada. Inutile la disperata corsa verso il Mount Sinai Saint Luke’s hospital, dove il trentenne è morto, poco dopo le 11 di giovedì sera (le 5 di venerdì 3 dicembre in Italia). Giri, che era iscritto alla School of Engineering and Applied Science, è stato accoltellato all’addome da un uomo, tra la 123esima Street West e Amsterdam Avenue, non lontano dal campus universitario. Un 25enne, identificato come l’omicida, è stato fermato dalla polizia a Central Park. L’assalitore è un uomo del Queens, membro della gang Every Body Killer, e ha alle spalle undici arresti a partire dal 2012 per rapine e aggressioni. Ha scontato due dei quattro anni di reclusione a cui era stato condannato nel 2015. L’aggressore, poco dopo aver assalito Giri, ha poi accoltellato allo stomaco un turista italiano di 27 anni, che è stato ricoverato in ospedale in condizioni giudicate “stabili”. Secondo le autorità, un testimone ha identificato il sospetto dopo il secondo attacco e la polizia lo ha trovato a circa 20 isolati di distanza dalla 104th Street e Central Park. L’uomo è stato arrestato mentre minacciava una terza persona con un coltello. Davide Giri, originario di Alba, in provincia di Cuneo, aveva studiato al Politecnico di Torino e dopo la laurea ha raggiunto gli Stati Uniti per un master alla scuola di ingegneria e scienze applicate nell’ateneo newyorkese. Aveva iniziato a lavorare come assistente di ricerca alla Columbia attorno al 2016 dopo aver studiato prima in Italia e poi a Chicago. Nella sua città d’origine, il trentenne – rende noto la versione online della Gazzetta di Alba – era molto conosciuto per le attività di volontariato svolte con la parrocchia di Santa Margherita a Musotto. L’identità della vittima è stata confermata questa mattina dal rettore dell’università, Lee Bollinger, che ha espresso le proprie condoglianze alla famiglia e ha precisato che Giri studiava alla Scuola d’ingegneria e scienze applicate. “Questa notizia è incommensurabilmente triste e profondamente scioccante, visto che il fatto è avvenuto a pochi passi dal nostro campus. Da parte dell’intera comunità della Columbia, invio le mie più sincere condoglianze alla famiglia di Davide”, ha dichiarato Bollinger. “Questi – ha aggiunto Bollinger – sono momenti in cui essere comunità è davvero importante. Per questo vi incoraggio a incontrarvi, a vedervi l’uno con l’altro, gli altri hanno bisogno di voi, come voi degli altri. Contate sul sostegno dell’Università”. Andrea Lagatta

Chi è Davide Giri: lo studente ucciso a New York, due anni fa nello stesso luogo accoltellata un’altra universitaria. Redazione su Il Riformista il 3 Dicembre 2021. Davide Giri studiava per conseguire un dottorato dopo studi al Politecnico di Torino, come riportato sui profili social: si trovava a New York per un master in ingegneria e scienze applicate alla School of Engineering and Applied Science della Columbia. La famiglia di Davide Giri, vive in frazione di Alba, Scaparoni, ed molto conosciuta in città per le attività di volontariato svolte con la parrocchia di Santa Margherita a Musotto. Il padre, Renato, è docente di matematica al Liceo Classico ed è stato tra i fondatori della lista civica Alba Citta’ per Vivere. Sia il padre Renato che la madre Giuseppina, insieme al figlio, erano impegnati nel sociale. Davide aveva una sorella, e un fratello.

LA TRAGEDIA – Il 30enne è stato accoltellato all’addome tra la 123esima Street West e Amsterdam Avenue, non lontano dal campus universitario intorno alle 11 di sera. Secondo i media locali, quando è stato aggredito stava andando o tornando dal vicino Morningside Park per fare jogging. Dopo l’agguato, il 30enne si accasciato a terra. Raggiunto dai paramedici e trasportato d’urgenza al Mount Sinai Morningside Hospital, per lui non c’è stato niente da fare.

IL SECONDO ACCOLTELLAMENTO – Pochi minuti dopo l’omicidio di Giri, c’è stato un altro accoltellamento a breve distanza: la polizia è intervenuta sulla 110ma Street West dove ha prestato soccorso a un uomo di 27 anni che era stato colpito con un’arma da taglio. L’identità dell’uomo un turista italiano arrivato a New York da pochi giorni secondo l’agenzia Agi sarebbe Robert Malastina. L’episodio, a poca distanza di tempo e non lontano da dove è stato accoltellato a morte Davide Giri, è avvenuto sulla 110ma Street, all’altezza di un ristorante italiano. È ricoverato in ospedale in condizioni giudicate “stabili”.

LA GANG SANGUINARIA – La polizia ha arrestato un uomo di 26 anni “in connessione” con i due accoltellamenti. Si tratterebbe di un membro della gang Evk, ‘Everybody Killas’. Al momento dell’arresto, si trovava dentro Central Park dove avrebbe minacciato una terza persona con un coltello, senza però ferirla. L’uomo era in libertà vigilata dopo una condanna del 2013 per aggressione e ha anche altri precedenti penali. L’assalitore è un uomo del Queens, membro della gang Every Body Killer. Dal 2012 è già stato arrestato almeno 11 volte per rapine e altri reati, riporta il New York Post citando alcune fonti.

DUE ANNI FA NELLO STESSO LUOGO ACCOLTELLATA ALTRA STUDENTESSA – “Ho appreso con profonda tristezza la notizia della morte di un giovane, Davide Giri, studente di dottorato a cui è stata tolta la vita troppo presto. E’ stato ucciso non molto lontano da dove Tessa Majors è stata uccisa”. Così Gale Brewer, la presidente del borough di Manhattan, ricorda che sempre a Morningside Park, nel dicembre del 2019, fu accoltellata a morte la Tessa Majors studentessa 18enne del Barnard College, college femminile collegato alla Columbia University. Ad attaccarla teenager di 13 e 14 anni che volevano rubarle il telefono.

IL SINDACO DI ALBA – “Siamo davvero sconvolti dalla notizia, appena giunta, di questa tragedia. Davide era un ragazzo brillante, con tutta la vita di fronte, ed è inaccettabile quanto accaduto” dice il sindaco di Alba, Carlo Bo, all’Adnkronos: “Davide, ora a New York per motivi di studio, era molto conosciuto ad Alba. Il papà Renato è insegnante al liceo classico Govone, mentre la mamma Giuseppina è referente del doposcuola al Mussotto. Davide lascia anche i fratelli Michele e Caterina. Tutta la comunità è loro vicina in questo momento così difficile”, conclude Bo.

ANDREA PASQUALETTO per il Corriere della Sera il 5 dicembre 2021. «Roberto stava attraversando il parco di fronte all'università per rientrare a casa quando ha incrociato questo benedetto signore che senza dirgli una parola gli ha tirato subito una coltellata». È stata una brutta giornata per il dottor Corrado Malaspina, iniziata con la telefonata inquietante di suo figlio da New York, dove era arrivato il giorno prima per un progetto di ricerca alla Columbia University: «Mi ha detto: "Papà, sono stato aggredito ma niente di grave". Cercava di minimizzare evitando di parlare del coltello, delle ferite... perché non ci preoccupassimo. Ma poi la notizia è girata e abbiamo saputo cosa ha vissuto, poverino. L'abbiamo chiamato e allora si è lasciato andare: "Sono un po' angosciato"». Non paura, angoscia. «Non ha avuto neppure il tempo di rendersi conto di cosa stava succedendo».  E cioè che Vincent Pinkney, venticinquenne in libertà vigilata con vari precedenti, piccolo boss di una gang del Queens, avrebbe potuto ucciderlo. Come aveva fatto dieci minuti prima con Davide Giri, pure lui dottorando, accoltellandolo a morte vicino al Morningside park. Ventisettenne perugino, storico dell'arte, Roberto Malaspina sta facendo un dottorato in Estetica alla facoltà di filosofia della Statale di Milano. «L'aggressore pare sia un fanatico razzista che odia i bianchi. L'ha colpito senza un motivo, per il solo gusto di farlo. Mio figlio ha tutte le caratteristiche per essere bersaglio di uno così, pelle e capelli chiari. Sfortuna pazzesca ma almeno se la caverà, così mi dicono i medici del reparto. Ha delle piccole lesioni. Oggi sarà trasferito dalla terapia intensiva alla degenza ordinaria e forse lunedì lo dimettono. Penso piuttosto all'altro giovane che non c'è più, terribile». È la prima volta di Roberto a New York per lavoro. Dovevano essere sei mesi finalizzati allo sviluppo di un progetto con una docente americana del prestigioso ateneo. «Domani avrebbe avuto la sua conferenza introduttiva alla Columbia, dove naturalmente non potrà esserci. Non so ora cosa succederà. Lui vuole rimanere lì ma dipenderà dalle sue condizioni. Per il momento mi chiede solo che non si parli del fatto, per non riviverlo». Il dottor Corrado Malaspina, radiologo in pensione dell'ospedale di Perugia, stava pensando di volare a New York con la moglie. «Ma poi mi ha chiamato il console in persona consigliandoci di non partire perché la situazione è sotto controllo... Ho una figlia medico, forse andrà lei... scusi un secondo che ho una telefonata sotto...». Era il docente della Statale di Milano con il quale Roberto sta facendo il dottorato: «Ha parlato con mio figlio e mi ha rassicurato anche lui sulle sue condizioni». Altre conferme arrivano dalla madre del giovane: «Non è grave ed è ricoverato in uno dei migliori ospedali di New York». Un suo amico è andato a trovarlo in questa clinica, la Mount Sinai Morningside: «Sta guarendo». Roberto era sbarcato mercoledì scorso nella Grande Mela. La casa, i docenti, l'università. Sembrava un sogno. Ma poi, verso le 23 dell'altra sera, ha incrociato Pinkney che odia i bianchi e tutto si è fatto buio. 

Salvo per miracolo. Roberto Malaspina, il racconto dell’aggressione a New York: “Difeso a calci, è sbucato da dietro”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 5 Dicembre 2021. “Non ho fatto nemmeno in tempo a percepirlo, e mi ha accoltellato sul fianco destro”. Così Roberto Malaspina, il 27enne italiano rimasto ferito a New York nell’aggressione che pochi minuti prima è costata la vita a Davide Giri, 30enne ingegnere di Alba, racconta la violenza subita giovedì sera, intorno alle 23. Malaspina, ricercatore originario di Perugia, dopo il ricovero in ospedale ora è uscito dal reparto di terapia intensiva del Mount Sinai Morningside di New York. Nella ‘Grande mela’ il 27enne storico dell’arte, che sta facendo un dottorato in Estetica alla facoltà di filosofia della Statale di Milano, era arrivato il giorno prima dell’aggressione per un progetto di ricerca alla Columbia University, dove Giri stava svolgendo invece un dottorato. Entrambi sono finiti nel mirino del 25enne, Vincent Pinkney, venticinquenne in libertà vigilata con vari precedenti. Intervistato da Repubblica e Messaggero, Roberto racconta quei momenti drammatici: “Camminavo da un locale verso casa, lungo il Morningside Park. Questa persona è arriva da dietro e mi ha accoltellato sul fianco destro. Poi mi ha spinto a terra in mezzo alla strada e ha tentato di sferrare altri colpi. L’ho allontanato con i piedi, ma è riuscito a ferirmi sulla schiena, il braccio e una mano. Poi si è allontanato, e sono arrivate polizia e ambulanza”. Momenti concitati in cui il 27enne non si è reso conto del taglio inferto dal suo aggressore, “forse per l’adrenalina”. Pinkney ha quindi tentato “di colpirmi da sopra”, racconta ancora Malaspina, ma “sono riuscito a respingerlo un minimo con i piedi, ma è riuscito a ferirmi. Non so in quale momento, ma ho tre tagli abbastanza importanti sulla schiena”.

Il giovane dottorando spiega quindi di non aver visto in faccia il suo aggressore: “Io ho urlato, chiedendo aiuto, e lui ha iniziato a correre. Si sono fermate alcune persone che mi hanno aiutato, chiamando ambulanza e polizia”.

Quanto alla tragedia di Davide Giri, il 30enne ucciso da Pinkney pochi minuti prima, di lui Malaspina non ha saputo nulla fino all’arrivo in ospedale: “Lì mi hanno detto che c’era stata un’altra aggressione a uno studente italiano, mi ha sconvolto”.

A sfogarsi col Corriere della Sera è invece il padre del 27enne, Corrado Malaspina, radiologo in pensione dell’ospedale di Perugia: “L’aggressore pare sia un fanatico razzista che odia i bianchi. L’ha colpito senza un motivo, per il solo gusto di farlo”.

Malaspina ‘senior’ racconta anche della telefonata del figlio dalla ‘Grande mela’, dove era arrivato il giorno prima per seguire un progetto di sei mesi alla Columbus: “Mi ha detto: “Papà, sono stato aggredito ma niente di grave”. Cercava di minimizzare evitando di parlare del coltello, delle ferite… perché non ci preoccupassimo. Ma poi la notizia è girata e abbiamo saputo cosa ha vissuto, poverino. L’abbiamo chiamato e allora si è lasciato andare: “Sono un po’ angosciato””. Fabio Calcagni

Luca Benedetti per "il Messaggero" il 5 dicembre 2021. Roberto Malaspina, 27 anni, perugino, è a New York per una borsa di studio della Columbia University ed è vivo solo perché ha reagito all'aggressione di Vincent Pinkey nella notte folle di Mornigside Park dove è stato ucciso Davide Giri, 30 anni, ingegnere di Alba. L'aggressione, la difesa contro le coltellate del membro della gang Ebk, le ha raccontate alle amiche che da Perugia, con una telefonata e con i messaggi Whatsapp, sono riuscite a stabilire un contatto con lui.

IL RACCONTO «Ero fuori da un locale con un amico. Siamo usciti, erano le undici. Tornavamo verso casa. Quello sconosciuto mi ha sorpreso e colpito alle spalle. Cinque, sei colpi. Io mi sono difeso con i piedi, a calci». Roberto adesso è uscito dal reparto di terapia intensiva dell'ospedale Mount Sinai Morningside. E grazie alla sua reazione può raccontare quell'incubo. La stessa prontezza nel difendersi, o più semplicemente la stessa fortuna di Roberto, non ce l'ha avuta Davide Giri, ingegnere informatico, ammazzato per niente nella città dei suoi sogni. «Era un ragazzo sereno, tranquillo, intelligente, diligente e dotato», lo ricorda don Franco, il parroco che ha sposato, Renato e Giuseppina, i genitori e che lo aveva battezzato trent'anni fa. Affranta la famiglia, che ne ricorda «il gran senso della famiglia». Eppoi c'è la fidanzata con cui Davide aveva progettato la vita insieme.

I SOGNI DI DUE GIOVANI Il New York Post definisce «devastata» Ana, con cui tra pochi mesi, alla fine del dottorato, sarebbe andato a vivere. «Avevamo una lunga storia e sognavamo la nostra vita insieme, all'inizio del prossimo anno», ha detto al giornale statunitense la ragazza, che descrive Davide come «una persona gentile e amorevole». Progetti svaniti nel nulla giovedì sera, quando il 25enne Vincent Pinkney, in libertà vigilata, lo ha colpito all'addome all'angolo tra la 123esima Street West e Amsterdam Avenue, vicino all'università e a casa sua. Anche Roberto Malaspina è stato colpito vicino a casa, ma la sua reazione ha sorpreso l'aggressore. Lui, una laurea in Storia dell'Arte, il dottorato all'Università di Milano, quella borsa di studio conquistata negli Usa non la mollerà tanto facilmente. Lo fanno capire le amiche con cui ha frequentato il liceo classico Mariotti, la scuola più in vista di Perugia. «Lui è così: in ogni situazione riesce a trovare il modo di venirne fuori», dice Debora Del Cogliano che con Roberto ha parlato per pochi secondi al telefono. «Una telefonata breve - racconta Debora, ancora scossa per quello che è capitato all'amico - in cui mi ha detto un po' come erano andate le cose. Dell'aggressione alle spalle, dei cinque-sei colpi ricevuti. Del fatto che lui si è difeso con i piedi. Stava tornando a casa, a poche centinaia di metri da dove è stato aggredito. Era scosso, ma dopo quello che ha passato l'ho sentito bene. Ha cercato di sdrammatizzare, con qualche battuta. Come fa sempre». Il peggio è passato. E a confermarlo è anche il papà, Corrado, radiologo perugino: «È ferito al fianco destro, ma le coltellate non hanno leso alcun organo». 

STUDENTI SOTTO CHOC «Potevamo esserci noi al posto di Davide, qui non ci sentiamo più sicuri», dicono i ragazzi del Campus, mentre proseguono le indagini della polizia. Ancora da chiarire la dinamica dell'accaduto, anche se a prevalere sembra essere l'ipotesi della rapina finita in tragedia. E un appello al governo italiano «affinché faccia tutto il possibile per arrivare alla verità» sulla morte dell'ingegnere di Alba arriva, su Facebook, da Giorgia Meloni, presidente di Fratelli D'Italia. «Triste e scioccante» sono le parole per definire la morte di Davide Giri usate da Lee Bollinger, che della Columbia University è il rettore. Ieri sera Alba si è data appuntamento in parrocchia per una veglia di preghiera e di riflessione organizzata dagli amici di una vita di Davide l'ingegnere informatico che sognava una vita con Ana. E una veglia c'è stata venerdì sera nel campus per onorare la memoria di Davide. Hanno partecipato centinaia di studenti e dipendenti della Columbia University con candele e fiori.

Da leggo.it il 4 dicembre 2021. E' distrutta Ana Gonzalez, la fidanzata di Davide Giri, il giovane ricercatore italiano ucciso ieri a New York. Il New York Post ha raccolto le parole della compagna del dottorando piemontese della Columbia University che giovedì notte, nei pressi del campus, è stato massacrato a coltellate. I due avevano «progetti per una vita insieme», ha detto Ana parlando di una «lunga storia». «Avevamo progetti per una vita insieme dopo la fine del suo PhD all'inizio del prossimo anno». «Come potrete capire, non mi va di parlarne in questo momento».  Intanto ieri sera in centinaia si sono radunati nel campus della Columbia University per ricordare Davide. Lo stesso New York Post racconta di molti studenti sotto choc che hanno partecipato alla commemorazione, alcuni con candele accese, altri hanno lasciato dei fiori. Dal rettore della Colombia University, Lee Bollinger, «affetto e sostegno ai genitori e alla famiglia di Davide». (...) 

Com'è stato ucciso 

Il trentenne, originario di Alba, è stato ucciso a coltellate vicino al campus universitario. Davide stava rientrando a casa verso le 11 di sera di giovedì dopo una partita di calcio con la sua squadra, il NY International FC, quando è stato attaccato e colpito allo stomaco. Le coltellate si sono rivelati fatali: nonostante i soccorsi rapidi, Giri è stato dichiarato morto poco dopo dai medici del pronto intervento. Poco dopo aver ucciso il ricercatore, l'assalitore - Vincent Pinkney - ha scaricato la sua rabbia contro un turista italiano, Roberto Malastina, che si trovava a pochi isolati di distanza. «Perché io? Aiuto!», ha gridato secondo quanto riferito da alcuni testimoni. Ora è in condizioni stabili all'ospedale Mount-Sinai Saint Luke. Non ancora soddisfatto il killer si è recato verso il vicino Central Park, dove ha cercato di attaccare, senza successo, un terzo uomo che passeggiava insieme alla fidanzata. 

Il killer ha diversi precedenti 

La polizia lo ha fermato e arrestato poco dopo: nonostante i soli 25 anni, Pinkey ha una lunga storia di crimini alle spalle. È finito in manette più di 11 volte dal 2012 per rapine e altri reati e farebbe parte della gang 'Every Body Killer'. La polizia di New York sta indagando sulla notte di violenza: al momento si ritiene che i tre incidenti, avvenuti nell'arco di mezz'ora, abbiano come unico comune denominatore Pinkney. Giri, Malastina e il terzo uomo aggredito infatti non si conoscevano e nessuno dei tre avrebbe cercato uno scontro con l'assalitore.  L'inchiesta è nelle fasi iniziali e le autorità puntano ad accertare se gli incidenti di giovedì siano legati ad un attacco con coltello avvenuto nella stessa area 24 ore prima. Nessuno, almeno per il momento, parla di un attacco 'anti-italianò. La Farnesina e il consolato di New York comunque, in stretto raccordo con le autorità di polizia locali, stanno seguendo il caso con la massima attenzione, prestando ogni possibile assistenza al connazionale ferito e ai familiari di quello che purtroppo ha perso la vita.

Il precedente nel 2019 e il dolore degli studenti 

L'accoltellamento seriale nell'Upper West Side di Manhattan riaccende le polemiche su una New York sempre più violenta che, secondo molti, inizia a somigliare a quella degli anni '80. «È tornata ad essere così da quando c'è de Blasio», è la lamentela di quanti attendono speranzosi l'arrivo di Eric Adams, l'ex poliziotto che da gennaio sarà primo cittadino di New York e che promette tolleranza zero contro il crimine.  L'uccisione di Giri è avvenuta ad un isolato da Morningside Park, dove nel 2019 la studentessa della Barnard Tessa Majors è stata accoltellata a morte nel corso di una rapina. Fra gli studenti della Columbia la morte di Giri è stata accolta con shock. «Vi scrivo con profonda tristezza per condividere la tragica notizia che Davide, studente della School of Engineering and Applied Science, è stato ucciso in un violento attacco vicino al campus giovedì sera», ha scritto il presidente della Columbia Lee Bollinger in una email agli studenti. «Si tratta di una notizia triste e scioccante», ha aggiunto.

Francesco Semprini per la Stampa il 5 dicembre 2021. Lady Liberty ha il volto triste, gli occhi chiusi, il capo sorretto dalla mano e il corpo adagiato su terra umida e foglie secche che raccontano dolore, costernazione, rassegnazione. La «Reclining Liberty», la rivisitazione della Statua della Libertà scolpita da Zaq Landsberg e posizionata sul trono brullo di Morningside Park, piange Davide Giri, ingegnere e ricercatore alla Columbia University ucciso giovedì sera ai margini di quel parco sulla collina di Harlem. Trafitto a morte dai fendenti inferti da un criminale assetato di sangue, un copione scritto nel nome della sua gang, «Every Body Killas», appendice spazio-temporale dei temuti Bloods. Venerdì sera a piangere Davide era stato il popolo della Columbia, professori e studenti radunati sul pratone dell'ateneo non lontano dal Computer Science Building, dove al numero 467 «la superstar dell'informatica» (così lo ha definito il «New York Post») aveva portato il suo mondo in una stanza. Una veglia di luci e candele per esorcizzare le tenebre, preghiere e silenzi per ricordare il campione di generosità, rabbia composta per chiedere giustizia. Una liturgia amara che ha fatto da sfondo alle processioni verso la 123ª, tra Amsterdam e Morningside Avenue, vicino a quella porta di accesso del parco dove Giri è inciampato sul suo carnefice. Un giorno e due notti dopo rimangono i resti delle transenne della polizia, qualche fiore indurito dal vento freddo e due cartelli gemelli: «Ripulite il nostro quartiere». Lì due anni fa ad essere uccisa a pugnalate è stata Tessa Majors, 18 enne studentessa del vicino Barnard College. Nell'attraversare il parco si cerca di riavvolgere il nastro della storia, Davide scende dalla metro di ritorno dal Lower East Side dove si era allenato a calcio, taglia per i giardini che il buio trasforma in una trappola infernale. Lo stesso percorso compiuto al contrario dal killer, Vincent Pinkney, pluripregiudicato in libertà vigilata, il quale si incammina verso Central Park West per accanirsi ancora su Roberto Malaspina, 27 anni, anche lui studente in visita a Columbia. Coincidenze fatali. A lui il fendente arriva alle spalle e lo colpisce al petto: «Perché a me?» urla il dottorando perugino. La reazione gli salva la vita. L'ingresso a Central Park dalla 110ª Street, quello dove di giorno si accalcano sciami di biciclette, è l'ultimo atto del circuito criminale del 25enne afroamericano che viene intercettato e arrestato non prima di aver tentato di aggredire una terza persona. Felpa rossa con cappuccio in testa, tuta grigia, giacca di jeans e anfibi neri, addosso gli viene trovato un coltello, una lama da 15 centimetri con manico bianco, ordinario strumento di mattanza. «Ma perché?», si chiedono gli abitanti di Morningside che al sabato fanno la fila tra le bancarelle alle pendici del parco della paura. Non sembra si tratti di rapina, poteva essere sotto l'effetto di droghe, o soffre di disturbi mentali, potrebbe essere stato motivato dall'odio razziale, o tutti e tre. O c'è una quarta ipotesi, forse la sua era una prova, una dimostrazione alla gang che gli anni di carcere non lo avevano cambiato, che la libertà vigilata non era frutto di qualche soffiata e che lui era pronto ad abbeverarsi alla sorgente della violenza. Ed ecco allora le aggressioni casuali, col solo scopo di fare vittime, «Every Body Killas», uccidere chiunque, come in un videogioco dalle macabre sembianze del rito di nuova iniziazione. E che alimenta la spirale di violenza di cui sono ostaggio sacche della città, belle di giorno e dannate di notte. Come Morningside e il vicino microcosmo di Columbia, vittime, in ultima istanza, delle scelte scellerate del sindaco Bill de Blasio, della pandemia e del movimento «defunding the police». Così anche quello che veniva considerato un «santuario» per studenti si ritrova a ridosso della frontiera della legalità. «Mi recavo in biblioteca anche la notte, ora ho paura di uscire dal campus», dice Karen, studentessa della scuola di legge. Annette abita non distante dalla facoltà di Scienze, ma dice che è impensabile tornare a piedi o prendere i mezzi pubblici dopo una certa ora: «Sono costretta a spendere per Uber». L'allarme sicurezza non fa bene all'ateneo, un'istituzione da rette importanti che ha il dovere di vigilare sull'incolumità dei suoi iscritti. Quando Majors è stata uccisa, Columbia ha rafforzato le misure preventive con l'aggiunta di personale di guardia e l'estensione del servizio navetta. «Va bene, ma la gente non viene a New York per cercare rifugio su uno scuolabus. I giovani vogliono andare nei parchi e nelle strade dopo il tramonto, e non dovrebbe essere una condanna a morte - dice Nicole Gelinas di Manhattan Institute -. Il presidente Lee Bollinger dovrebbe usare l'autorevolezza dell'università per insistere col nuovo sindaco Eric Adams a rendere la città più sicura per tutti i newyorkesi». Così che Lady Liberty possa rimanere adagiata sul trono brullo di Morningside Park senza dover più versare lacrime. 

Alberto Simoni per "La Stampa" il 4 dicembre 2021. «La violenza? La respiravamo in ogni angolo, la sentivamo arrivare, era ovunque, l'aria era intrisa dell'odore della battaglia». È nel documentario Rubble Kings che Lloyd «Torpez» Murphy, picchiatore del cartello degli Ebony Dukes, racconta com'era vivere in strada, nei ghetti della New York degli anni Settanta, dove essere parte di una gang era un patto con l'altro per sfidare la morte. Ci provarono, in quegli anni, i Crisp e i nemici Bloods - i primi con i colori blu, gli altri con fazzoletti e simboli rossi nati nel 1972 a Los Angeles e poi esportati a Est - a fare una tregua, l'Hoe Avenue Peace Meeting. Cyrus era il leader benevolo tratteggiato nel film cult Guerrieri della Notte, era lui a condurre i suoi Bravi scalmanati che schiamazzavano su e giù per i vagoni della metropolitana a cercare di arginare la spirale delle morti nel Bronx. Ma Cyrus è leader, ascoltato da tutti. Ron Barrett, uno dei più grandi studiosi americani del fenomeno delle gang, oggi non vede Cyrus in giro, ma solo un pulviscolo di gruppi, micro-bande che proclamano fede ai gruppi storici, ma che poi agiscono da soli. «È come il selvaggio West, non ci sono regole, freni, limiti». Cani sciolti, lupi solitari, incapaci di rispettare degli ordini. C'era un vecchio adagio nell'Harlem piegata dalla violenza negli anni 70-80: prima si spara, poi si controlla quanti dollari uno ha in tasca. È la assurda fine di Davide Giri. Il suo assassinio, Vincent Pinkey, afroamericano di 25 anni, una sfilza di precedenti per aggressione e rapina ed in libertà vigilata, è membro di una gang chiamata EveryBodyKiller, affiliata ai Bloods. Poco più di un mese fa il 21enne Saikou Koma veniva ucciso con un colpo in testa da Steven Mendez, 17 anni, e da Samson Watson, 25, solo perché lo ritenevano un esponente di una gang rivale: era uno studente. Come Eithan Williams, 20enne della Indiana University sbarcato a New York con un budget di 12 dollari al giorno e finito riverso sul marciapiede fuori da un Airbnb a Brooklyn. Anche lui per errore ammazzato da baby criminali con una fedina già sterminata. Mendez nel 2020 aveva puntato la pistola alla tempia della madre, poi aveva partecipato a un assalto a mano armata per il quale era stato condannato a 4 anni di reclusione. Doveva uscire nel 2024, invece il 24 ottobre del 2021 ha ucciso Koma. La Banda dei Trinitarios ha mandato gambe all'aria i sogni di normalità del Queens la scorsa estate. Blood e Crisp si sfidano, coltellacci e pistole per il territorio e la droga e insieme avrebbero sparsi per il Paese 50 mila affiliati. L'altro gruppo a New York è l'Ms-13 (il gruppo di salvadoregni guidati da Mara Salvatrucha): conta adepti in una dozzina di Stati dell'Unione e vanta uno slogan semplice ed efficace: «Uccidi, ruba, stupra, controlla». Il tutto a colpi di machete. Attorno a questi gruppi cui si aggiungono i Latin Kings, Nietas, Five Prisoners, Silenciosos, Matatones, Rat Hunters e Zulu Nation, la recrudescenza della violenza nel 2021 ha toccato picchi altissimi a New York. Le sparatorie sono cresciute del 16%, l'incubo di tornare con le lancette a 50 anni fa è reale. Gli aderenti alle gang hanno fra i 17 e i 25 anni e le donne sono il 20%. In un anno a New York i membri di Crisp e Bloods sarebbero arrivati a toccare quota 15mila, contro gli 11mila dello scorso anno. Numeri in crescita. Tanto che quest' estate Biden ha alzato il livello d'allarme convocando i sindaci per cercare di fermare l'onda. Le vecchie ricette - a partire dalla linea dura della polizia che oggi deve respingere le richieste del taglio degli investimenti voluto da frange progressiste del partito democratico - non bastano perché è parzialmente mutata l'identità delle gang e la natura del fenomeno. Che non sono più quelle di Bill "il Macellaio" Poole, capo dei Bowery Boys, o delle "Black Spades" degli anni 90. Nella New York di "The Warriors" si combatteva per il territorio, l'angolo fra le "streets" era il confine invalicabile. Ci si divideva su base etnica (cosa rimasta anche se più sfumata). A inizio del '900 ricorda o si era irlandese o non lo si era, bastava questo a collocarti da una parte della strada. Oggi la strada non misura la forza e la ferocia. Due fattori hanno trasformato la natura stessa del conflitto tribale facendone schizzare in alto il pericolo per la comunità. Anzitutto il racket delle droghe illegali - dall'eroina al crack sino alla cocaina - ha trasformato bande di picchiatori gelosi del proprio quartiere in «imprese economiche». I ragazzini vengono ingaggiati dai signori della droga per consegnare la merce da un posto all'altro della città e le gang sono coinvolte in un quarto degli arresti per droga. Un secondo motivo di preoccupazione è la facilità di accesso alle armi: gli omicidi legati alle gang sono negli ultimi anni quintuplicati rispetto al periodo fra il 1987 e il 1994. 

"Fanatico razzista che odia i bianchi". Ecco chi è l'aggressore degli italiani a New York. Francesca Galici il 5 Dicembre 2021 su Il Giornale. Fa parte di una gang del Queens l'uomo che ha accoltellato Davide Giri e Roberto Malaspina. Sta meglio Roberto Malaspina, il giovane italiano ferito a New York la notte tra giovedì 2 e venerdì 3 dicembre. Nonostante tutto può dirsi fortunato a differenza di Davide Giri, che purtroppo è stato accoltellato a morte pochi minuti e qualche decina di metri prima. La mano che li ha assaliti è la stessa: Vincent Pinkney, un 25enne afroamericano, piccolo boss di una gang del Queens, la Every Body Killas. Ha già precedenti con la giustizia, era in libertà vigilata, ma questo non gli ha impedito di compiere il suo gesto criminale nei confronti di due giovani italiani, che non si conoscevano tra loro ma che studiavano nella stessa università, che hanno la sola colpa di essersi trovati nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Anche Roberto Malaspina, a differenza delle prime informazioni emerse era uno studente della Columbia University. Era arrivato lì solo il giorno prima per seguire un progetto di ricerca. Ventisette anni, perugino e storico dell'arte, era alla sua prima esperienza di studio in America. Attualmente è impegnato in un dottorato di ricerca in estetica presso la facoltà di filosofia dell'università statale di Milano. "Stava attraversando il parco di fronte all’università per rientrare a casa quando ha incrociato questo benedetto signore che senza dirgli una parola gli ha tirato subito una coltellata", ha raccontato il padre di Roberto al Corriere della sera. "L’aggressore pare sia un fanatico razzista che odia i bianchi. L’ha colpito senza un motivo, per il solo gusto di farlo. Mio figlio ha tutte le caratteristiche per essere bersaglio di uno così, pelle e capelli chiari. Sfortuna pazzesca ma almeno se la caverà, così mi dicono i medici del reparto. Ha delle piccole lesioni. Oggi sarà trasferito dalla terapia intensiva alla degenza ordinaria e forse lunedì lo dimettono. Penso piuttosto all’altro giovane che non c’è più, terribile", ha proseguito l'uomo. Quello di Vincent Pinkney potrebbe anche essere stato un rito per tornare nella sua gang dopo il carcere, per dimostrare che non si era ammorbidito e che non era una spia. Il giovane storico dell'arte ha cercato di non far preoccupare i suoi genitori quando li ha telefonati per informarli dell'accaduto: "Cercava di minimizzare evitando di parlare del coltello, delle ferite... Perché non ci preoccupassimo. Ma poi la notizia è girata e abbiamo saputo cosa ha vissuto, poverino. L’abbiamo chiamato e allora si è lasciato andare:“Sono un po’ angosciato". Sarebbe stata la sua reazione a salvargli la vita. Come racconta La Stampa, infatti, il giovane avrebbe urlato "perché a me?" quando ha ricevuto la coltellata alla schiena. Roberto avrebbe dovuto trascorrere sei mesi in America per seguire un progetto con una docente americana della Columbia. Proprio in questi giorni avebbe dovuto avere la sua conferenza introduttiva all'università ma, ovviamente, non potrà esserci: "Lui vuole rimanere lì ma dipenderà dalle sue condizioni. Per il momento mi chiede solo che non si parli del fatto, per non riviverlo". I genitori erano pronti a salire sul primo volo per New York per raggiungerlo ma sono stati fermati dal console italiano, che ha consigliato loro "di non partire perché la situazione è sotto controllo". Probabilmente in America volerà la sorella di Roberto, medico, per capire un po' la situazione. Un sogno che si trasforma in incubo per Roberto Malaspina, che nonostante tutto potrà raccontare un giorno questa disavventura. Purtroppo lo stesso non potrà fare Davide Giri, genio dell'informatica, ucciso senza motivo, probabilmente solo perché di pelle bianca.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 6 dicembre 2021. «Aiuto! Sono stato accoltellato!». Sono state queste le ultime parole di Davide Giri, il trentenne di Alba ucciso a New York. Appena ferito, e prima di accasciarsi a terra, lo studente della Columbia accoltellato da Vincent Pinkey ha chiesto aiuto. La ricostruzione emerge in tribunale. Vincent Pinkey è stato portato ieri davanti al giudice con l’accusa di omicidio, tentato omicidio, aggressione e tentata aggressione: dopo aver ammazzato Giri con un grosso coltello da cucina, ha ferito un altro italiano, Roberto Malastina, appena arrivato in città, e un passante, rimasto illeso, che ha allertato la polizia. I filmati delle telecamere hanno ripreso tutto la sequenza dell’omicidio. Il video mostra «un uomo che indossa una felpa rossa sotto una giacca scura che si avvicina a Davide Giri da dietro, lo accoltella e poi scappa mentre Giri si accascia a terra». I medici del St. Luke’s Medical Center, dove Giri è stato dichiarato morto, hanno detto che «ha subito una coltellata che gli ha perforato la vena cava e ne ha causato la morte». Pinkey è membro della banda di Bloods, Everybody Killas, ed era in libertà vigilata per un’aggressione del 2015. Giri, residente a Brooklyn, è stato accoltellato mentre si recava nel suo appartamento dopo aver giocato una partita di calcio con il NY International FC. È stato portato al St. Luke's Hospital, dove è stato dichiarato morto. Uno studente della Columbia ha detto al Daily News che Pinkney stava ululando di gioia dopo aver accoltellato Giri ed essere passato alla seconda vittima. «Era estasiato», ha detto lo studente. La squadra di calcio del NY International FC ha scritto su Twitter: «Non ci sono parole per descrivere come ci sentiamo. Ieri sera, dopo l'allenamento e mentre tornava a casa, il nostro adorabile compagno di squadra e pilastro del club, Davide Giri, è stato pugnalato a morte. Davide era la persona più simpatica e brillante della squadra».

Francesco Semprini per "La Stampa" il 7 dicembre 2021. Ha esalato l'ultimo respiro subito dopo aver chiesto aiuto Davide Giri, inutilmente. Dopodiché si è accasciato a terra esanime. Il suo decesso è stato dichiarato poco dopo la corsa in ospedale. Quei fendenti vigliacchi e criminali gli sono stati fatali. I dettagli degli ultimi istanti di vita del trentenne dottorando di Scienze informatiche alla Columbia University sono contenuti nella denuncia depositata presso il tribunale penale di Manhattan. Documenti che si basano sui filmati delle telecamere di sorveglianza che raccolgono i fotogrammi dell'aggressione avvenuta giovedì 2 dicembre. Il video mostra, alle 22.56, «un uomo con indosso una felpa rossa sotto una giacca scura avvicinarsi a Davide Giri da dietro mentre cammina nel parco di Morningside, e con un colpo secco sferrare il fendente all'altezza dello stomaco del ricercatore italiano». A quel punto Giri scappa, l'istinto è di mettersi in salvo nonostante il dolore. «Aiuto, sono stato accoltellato!», dice il ragazzo originario di Alba, secondo quanto contenuto negli atti depositati in Corte. L'ultimo filo di fiato Davide lo usa per implorare un disperato soccorso, barcolla, fa qualche altro passo e poi cade a terra. Dalle palazzine antistanti al parco, poco distante dal campus di Columbia, telefonano al 911, la polizia chiama l'ambulanza. I medici del St. Luke' s Medical Center, dove Giri è stato dichiarato deceduto subito dopo il ricovero, hanno scritto nel referto che il ragazzo «è stato raggiunto da una coltellata che gli ha perforato la vena cava causandogli la morte». Il tutto mentre l'assassino Vincent Pinkney, pluripregiudicato in libertà vigilata, proseguiva il suo tour criminale verso sud. Il 25enne afroamericano colpisce circa venti minuti dopo alle pendici meridionali del Parco della paura, sulla 110 strada. Di nuovo col coltello, di nuovo ai danni di un affiliato di Columbia, di nuovo un italiano. È Roberto Malaspina, 27 anni, nella Grande Mela da un giorno, in un post su Twitter sabato, l'ateneo ha confermato che il ragazzo originario di Perugia «era appena arrivato dall'Italia per iniziare un periodo come visiting scholar». Viene pugnalato da dietro, poi i soccorsi e il ricovero in ospedale per «diverse coltellate alla schiena e al busto, inclusa una che gli ha perforato gli organi interni». Attualmente è in condizioni stabili. Pinkney viene fermato a Central Park poco dopo, non prima di aver minacciato un'altra coppia che portava a spasso il cane, la loro testimonianza è di aiuto ai poliziotti per intercettare l'aggressore. Nella tasca della felpa rossa viene trovato il coltello, un Dexter con manico bianco e lama da 15 centimetri. Il personaggio è noto alle forze dell'ordine, è un membro della gang Every Body Killa, vicina ai Bloods, ha 11 arresti a partire dal 2012 e una serie di condanne, l'ultima delle quali a quattro anni di prigione di cui ne ha scontati tre. E forse quel tour omicida serviva a dimostrare che il carcere non lo aveva affatto ammorbidito, che aveva le carte per continuare ad essere un leader. Pinkney è comparso davanti al giudice Neill Ross con indosso una tuta bianca, ammanettato e con la mascherina (anti-Covid) sul volto. È stato accusato di omicidio, tentato omicidio e aggressione. L'avvocato difensore ha chiesto che il suo assistito, che in aula ha fatto scena muta, venga sottoposto a perizia psichiatrica e poi messo in custodia cautelare, per lui non è stata fissata nessuna cauzione. Per tutta la durata del processo trascorrerà i suoi giorni nel carcere di Rikers Island.

Francesco Semprini per "La Stampa" il 6 dicembre 2021. Il presidente della Columbia University Lee Bollinger, nella nota di cordoglio per l'omicidio di Davide Giri, ha definito l'accaduto «incredibilmente triste e profondamente choccante». La puntualizzazione dell'opinione pubblica è stata tagliente: «È triste, ma non è scioccante». Nel senso che non si tratta del primo caso e il timore è che possa non essere l'ultimo. Giri è il secondo studente della grande comunità della Columbia ad essere ucciso nel corso di un'aggressione, per di più nello stesso punto dove il promettente dottorando ha perduto la vita giovedì sera, ovvero a due passi dal complesso universitario. Nel dicembre 2019 tre adolescenti hanno preso di mira la diciottenne Tessa Majors di Barnard College proprio a Morningside Park e l'hanno uccisa senza pietà, tenendola ferma e affondando la lama di un coltello. Secondo i verbali del dipartimento di polizia di New York in quell'area si sono verificati, prima e dopo la morte di Majors, un'ondata di episodi simili, aggressioni a scopo di rapina o fini a stessi. Un fenomeno alimentato dal lungo letargo pandemico e dall'affermarsi del movimento «defund the police», dal depotenziamento delle polizie americane oltre al secolare problema del Far West delle armi da fuoco. Bollinger ha inoltre espresso preoccupazione per il fatto che l'episodio sia avvenuto non lontano dal campus, così come la New York University aveva fatto in occasione del ferimento di una studentessa di ingegneria da una pallottola vagante vicino al campus MetroTech di Brooklyn. «Cercare di tenere al sicuro i campus della città mentre attorno c'è il caos è un approccio destinato al fallimento», spiega Herbert Bowl, abitante del quartiere. Ben inteso, il fenomeno non riguarda solo Columbia e Morningside Park, tantomeno è circoscrivibile ad Harlem. Né si tratta di una dinamica tutta newyorkese. La scorsa settimana Sam Collington, 21 anni, uno studente di Temple University, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco durante una rapina vicino al suo appartamento di Filadelfia, non lontano dal campus. Il mese scorso Shaoxiong «Dennis» Zheng, 24 anni, laureato alla University of Chicago nel 2021, è stato ucciso in una rapina a Hyde Park, proprio vicino all'università, secondo affiliato all'ateneo di Chicago a essere ucciso quest'anno, a giugno era stata la volta di Max Lewis, 20 anni, ammazzato da un proiettile vagante. L'anno scorso, lo studente della sede di Berkeley dell'Università della California, Seth Smith, 19 anni, è stato ucciso mentre camminava vicino al suo appartamento poco fuori dal campus. In alcuni casi si è corsi ai ripari rafforzando i controlli, ma il punto è che si possono proteggere i campus, ma non vi si può rinchiudere gli studenti come in una sorta di cattedrali nel deserto dell'illegalità. Molti studenti, come Zheng e Giri, non solo non sono di New York, ma non sono americani, ostaggio della pandemia che ha di fatto limitato la loro socialità dell'apprendimento e poi li ha resi vittime dell'ondata di crimini violenti che le città degli Stati Uniti, inclusa New York, hanno registrato negli ultimi due anni. Dal 2019 il distretto intorno alla Columbia ha visto triplicare le sparatorie, mentre le aggressioni sono aumentate di quasi il 60%. I crimini d'odio sono cresciuti dell'800% in tutta la città, dove gli omicidi sono aumentati del 42% in due anni. Bank of America ha diffuso una circolare con la quale incoraggia i dipendenti giovani a vestirsi in modo informale e a non indossare accessori col logo di «BofA», a causa del boom crimini a New York. Un aiuto potrebbe arrivare dalle stesse università, che potrebbero utilizzare la loro autorevolezza nel far pressioni sulle autorità per agire in maniera più decisa sul fronte della sicurezza. O il rischio è che la loro immagine ci rimetta, e che l'aurea del «campus americano» sbiadisca inesorabilmente.

Quella malattia mediatica chiamata relativismo. Luca Bottura su L'Espresso il 13 dicembre 2021. L’omicidio dell’italiano Davide Giri a New York ha scatenato la stampa di destra ed ex giornalisti di sinistra su quanta copertura è stata data all’evento negli States. Diffondendo le solite falsità.

Notizia: un italiano innocente viene ucciso a New York da un tizio afroamericano appartenente a una gang dedita alla violenza gratuita. Un evento triste, luttuoso, sicuramente di grande impatto per la famiglia della vittima nonché per tutti noi che ci identifichiamo, istintivamente, in quel ragazzo accoltellato, forse, anche perché di pelle diversa da quella dell’assalitore.

Un evento però, e purtroppo, marginale, per la cosiddetta Big Apple. Laddove si viaggia a circa un omicidio al giorno e le bande su base etnica sono un problema endemico, peraltro illustrato da un’ampia letteratura e persino al cinema e nella musica. Così, sul New York Times, che non è esattamente noto per appassionarsi alla cronaca nera, il fatto di sangue finisce nelle brevi. Ed è qui che che scatta il relativismo del cronista italiano.

Il primo a metterlo in pratica è uno dei quotidiani satirici, la versione in piombo dei Donatoooo di Rete 4, che appaia l’accaduto alla vicenda di Greta Beccaglia. Titolo del fondo in prima pagina: “L’omicidio razzista indigna meno della pacca sul sedere”. La combinazione dei due eventi è capziosa, immotivata, peregrina, pelosa. Né è immaginabile come le due vicende possano in alcun modo escludersi: si può essere contro le molestie e contro i fendenti omicidi. Addirittura graduando lo stato d’animo. Inoltre, attiene a quel derby dell’indignazione per cui a certe latitudini non ci può accalorare per Patrick Zaki senza prima aver espresso solidarietà a Chico Forti, dacché la Destra ha sentito l’esigenza di avere un proprio martire da contrapporre a quelli altrui.

Mentre il sottoscritto tifa per Forti anche se sostiene la Meloni, per dire. Il giorno dopo, su colonne molto più paludate, ecco un’analisi che invece se la prende, appunto, con la stampa “liberal”. Si sostiene, ad opera di una firma ben più autorevole, che i media americani avrebbero taciuto la vicenda per una sorta di razzismo al contrario. In nome del politicamente corretto.

Il senso è: i giornali “liberal” - eh? - non parlano dei neri cattivi perché temono di risultare disallineati dal coro. Si sostiene cioè che “black lives matter” ma “white matters” un po’ meno. Problema: anche negli Usa, il coro è da tempo quello dei trumpisti. Il giornale più pervasivo a New York City è il Post, sorta di La Verità con qualche novax in meno, che della vicenda ha trattato ampiamente. La Fox pesca a piene mani nel retequattrismo più becero, o viceversa.

L’immaginario popolare è saldamente nelle mani di chi vende ignoranza e intolleranza per sedimentarle e incassarne i dividendi. Quindi che certe cose non si possano più dire è (purtroppo) un’imprecisione importante: le dicono tutti, a qualunque ora del giorno e della notte, pressoché a reti unificate. Eppure anche in quel che resta della “sinistra”, soprattutto da una certa età in poi, si sente il dovere di mondarsi dalle stimmate radical chic e insegnare al popolo cosa vuole. Anzi: cosa si crede voglia. E forse, al netto del fatto che l’informazione non nasce per essere pedagogica, il problema è tutto lì. GIUDIZIO: Usa e jett

Davide Giri, il New York Times minimizza l’uccisione del ricercatore italiano. Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 7 dicembre 2021. Nessun interesse per la storia del killer afroamericano: se l’autore dell’omicidio fosse stato un bianco e la vittima un nero, tutto sarebbe stato diverso. II rischi del «nuovo giornalismo» militante. Appartiene a una delle più feroci gang newyorchesi il 25enne Vincent Pinkney, il killer che ha troncato la vita di Davide Giri . Era un pregiudicato, più volte arrestato per crimini violenti, condannato a una pena lieve, rilasciato prima di averla scontata. Era a piede libero nonostante fosse sospettato di aver commesso un’aggressione recente. Si sa quasi tutto di colui che ha selvaggiamente aggredito il ricercatore italiano mentre rientrava alla Columbia University dopo una partita di calcio. Ma nessuna di queste notizie è visibile sul New York Times. Giornale di riferimento per la città e per la nazione. Eppure distratto e reticente su una tragedia avvenuta nel cuore di Manhattan. Nome, cognome, età dell’assassino sono le scarne notizie fornite ai lettori. L’articolo di cronaca è stato confinato nelle pagine locali, con scarsa visibilità. Sul sito del giornale, alla prima versione non è seguito alcun aggiornamento. Brevi testimonianze dei colleghi di studio, una dichiarazione del rettore della Columbia University, compongono un articolo evasivo e lacunoso. Zero notizie sull’autore di quella che poteva essere una strage. Dopo aver pugnalato Giri alle 22.55 di giovedì all’angolo fra Amsterdam Avenue e la 123esima Strada, un quarto d’ora dopo Pinkney feriva un turista italiano, Roberto Malaspina, a poca distanza sulla Morningside Drive; ancora pochi minuti e tentava l’aggressione a una coppia a Central Park. Perché su Pinkney i lettori del New York Times non sanno nulla, a parte l’età e il cognome? L’interesse del quotidiano, e il vigore investigativo messo in campo, sarebbero stati diversi se le parti fossero state rovesciate. Se cioè la vittima fosse stata afroamericana e l’omicida un bianco; a maggior ragione se quel bianco fosse stato un membro di qualche organizzazione che predica e pratica la violenza, per esempio una milizia di destra. La tragedia sarebbe finita in prima pagina, un team di reporter sarebbe stato mobilitato per indagare l’ambiente dell’omicida, la sua storia e le sue motivazioni. Pinkney è un afroamericano residente a Washington Heights, un’area di Harlem. La polizia lo ha riconosciuto come un membro di Ebk, acronimo di Everybody Killas («uccidiamo tutti»), una gang la cui base operativa è nel quartiere di Queens. Ebk è nata da altre bande criminali con le quali mantiene stretti rapporti: i Bloods, i Crips, i Nightingale. Il raggio d’azione di Ebk si estende fino alla California dove un rapporto della procura di San Joaquim la descrive come «una gang che ha come politica la guerra aperta». Si finanzia con il narcotraffico; è coinvolta in una lunga serie di sparatorie. Pinkney era stato arrestato 11 volte dal 2012 per crimini gravi. Nel 2018 era stato condannato a quattro anni di carcere per aver partecipato a una feroce aggressione di branco. Fu liberato dopo due anni. Per trovare queste notizie, diffuse dalle forze dell’ordine, bisogna andare sui siti di qualche tv locale, oppure di un tabloid populista, il New York Post. Il New York Times ha scelto una reticenza che sconfina nell’autocensura, coerente con la linea editoriale degli ultimi anni. I canoni del giornalismo americano sono stati stravolti, in particolare durante gli anni di Donald Trump quando nelle redazioni dei media progressisti è diventato un vanto praticare il «giornalismo resistenziale». La ricerca di equilibrio o imparzialità è stata considerata una debolezza: il fine giustifica i mezzi. Con l’omicidio dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente bianco il 25 maggio 2020 a Minneapolis, e il rilancio del movimento antirazzista Black Lives Matter, i principali quotidiani hanno abbracciato slogan come «tagliamo fondi alla polizia». Gli episodi di saccheggi e violenze avvenuti con il pretesto dell’antirazzismo sono stati minimizzati. Il New York Times si è fatto promotore di un’iniziativa, The 1619 Project, che rilegge l’intera storia americana come una derivazione dello schiavismo che condizionerebbe tuttora ogni istituzione, l’intero sistema legale, la cultura e la scuola. Una purga all’interno della redazione ha allontanato diversi reporter che non erano allineati con il radicalismo di Black Lives Matter. Qualche voce dissenziente resiste isolata, come l’opinionista Bret Stephens che ancora una settimana fa ammoniva: in passato quando la sinistra americana è stata lassista sull’escalation del crimine, ha favorito una potente riscossa della destra. A New York gli omicidi sono aumentati del 42% dal 2019. La prima reazione politica c’è già stata: l’elezione del nuovo sindaco Eric Adams, un afroamericano che viene dai ranghi della polizia. Lo hanno plebiscitato i gruppi etnici meno privilegiati, vittime principali dell’escalation di violenza. «Le vite dei neri contano» è uno slogan che per Black Lives Matter sembra applicarsi solo quando gli assassini sono bianchi e razzisti; la stragrande maggioranza delle morti violente, tra i Black come tra gli ispanici, passano inosservate perché i killer appartengono allo stesso gruppo etnico. La reticenza del Times include il tema della scarcerazione facile. Il giornale appoggia le procure «progressiste» che mettono in libertà anche criminali pericolosi, professionisti della violenza, che rappresentano una minaccia costante per la comunità. All’indomani della morte di Giri un editoriale della direzione confermava questa linea, attaccando quei procuratori che non procedono abbastanza speditamente a svuotare le carceri. Il dolore per l’assurda morte di Giri non verrebbe risarcito da una diversa attenzione della stampa, però questa vicenda offre uno sguardo inquietante sul «nuovo giornalismo», militante e condizionato dalla sua agenda ideologica. Anche la cronaca nera si piega a questa logica tribale.

Sulla morte di Davide Giri nessun sospetto sul razzismo nero. Stefano Magni su Inside Over il 7 dicembre 2021. Un italiano, Davide Giri, dottorando alla Columbia University in informatica, è stato assassinato a coltellate a New York il 2 dicembre. E perché la notizia interessa così poco? Se lo chiede la stampa italo-americana, come il giornale bilingue La Voce di New York. Se lo chiede anche Federico Rampini sul Corriere della Sera. Un italiano che viene assassinato da un afroamericano è cronaca nera. Se la vittima fosse stato un ragazzo afroamericano, sarebbe diventato un caso politico. Comprensibile per George Floyd, ucciso a Minneapolis da agenti di polizia (dunque agenti pubblici), meno per Ahmaud Arbery, assassinato da concittadini bianchi, dunque fuori da ogni logica politica. Eppure fra il delitto per puri motivi delinquenziali e il razzismo il confine è sempre sottilissimo e parlarne è opera estremamente delicata. Il New York Times, come constata anche Federico Rampini, non ha dedicato più di un trafiletto di cronaca nera al delitto di New York, ma soprattutto pochissime righe all’assassino, Vincent Pinkney. Eppure l’identità dell’aggressore è una notizia. Non solo e non tanto perché è afroamericano, ma perché è affiliato ad una gang di recente formazione, la Everybody Killa (“uccidete tutti”), che riunisce elementi violenti di gang già esistenti e costituisce una minaccia crescente. Pinkney è un pluri-pregiudicato, dal 2012 ad oggi conta 16 arresti a suo carico. Anche quando ha commesso il delitto era in libertà vigilata, dopo aver passato quattro anni in carcere per aggressione di gruppo. Giri non è stata la sua unica vittima, Pinkney puntava a fare una strage. Ha infatti pugnalato anche un secondo italiano, Roberto Malaspina, anch’egli “visiting scholar” della Columbia University e poi ha minacciato di uccidere anche una coppietta che portava a spasso il cane, poco lontano. Testimoni hanno riferito che, dopo aver colpito la sua seconda vittima (Malaspina, ricoverato con ferite gravi, ma non in pericolo di vita) abbia gridato “in preda all’estasi”. Facciamo un esperimento: se il delitto fosse avvenuto a parti invertite, se ad uccidere fossero stati degli italiani (o dei bianchi, in generale) e a subire fosse stato un afroamericano. I giornalisti avrebbero scandagliato il passato dell’omicida, al primo segno di razzismo (adesione a gruppi sospetti, post su Facebook a sfondo razziale, o qualunque altro indizio) l’omicidio sarebbe stato etichettato come atto di terrorismo e la causa imputata al suprematismo bianco. Questo esperimento può essere compiuto con grande efficacia anche su un altro sconvolgente fatto di cronaca: la strage di Waukesha. Anche in quel caso, ad uccidere è stato un afroamericano. Col suo Suv ha travolto una parata pre-Ringraziamento di Waukesha, sobborgo di Milwaukee, nel Wisconsin. La polizia ha escluso la pista terroristica, secondo la ricostruzione dei fatti che tuttora non è stata smentita, lo stragista, Darrell Brooks, stava fuggendo dopo una lite domestica. Era libero su cauzione, dopo uno dei numerosi arresti a suo carico. La pista del terrorismo è stata scartata, ma dai video si vede molto chiaramente come Brooks abbia compiuto un atto deliberato, prima travolgendo le barriere che proteggevano la parata pre-Ringraziamento, poi colpendo di infilata tutti i partecipanti. Ha provocato sei vittime: cinque anziani morti sul colpo, più un bambino deceduto due giorni dopo in ospedale. Per la stragrande maggioranza dei titoli, americani e italiani allo stesso modo, la notizia è “Suv omicida”. Ma non si soffermano sull’identità, tantomeno sulle idee di chi la guidava. Eppure, un’occhiata ai social network permetterebbe di vedere che Darrell Brooks, rapper noto col nome d’arte di MathBoi Fly, inneggiava a Black Lives Matter, scriveva canzoni di insulti a Donald Trump e i suoi profili social grondano di razzismo contro i bianchi. A parti invertite, se fosse stato un bianco ad uccidere e dei neri le vittime, anche solo la metà di quella violenza sui social avrebbe permesso ai giornalisti di parlare di “suprematismo bianco”. Persino Kyle Rittenhouse, il vigilante che uccise due militanti antifa il 25 agosto a Kenosha, ora assolto dall’accusa di omicidio plurimo (agì per legittima difesa), era stato bollato dai media come “suprematista bianco”, pur in assenza di prove su qualsivoglia connessione con gruppi suprematisti. E pur avendo sparato mortalmente contro dei bianchi, di origine tedesca, che lo stavano aggredendo. Il disinteresse per l’identità di Darrell e per quella di Pinkney, per le loro idee e per i loro possibili moventi razziali, è ulteriore indice di un antirazzismo a senso unico nei media americani (e di conseguenza anche in quelli italiani). Un senso di colpa, non ancora elaborato, che tuttora spinge la sinistra radicale a parlare di “razzismo sistemico”. Se il razzismo è “sistemico”, automaticamente la narrazione mediatica diventa doppiopesista. Un bianco che uccide un nero è una prova ulteriore di “razzismo”. E come dimostra il caso di Rittenhouse, è razzismo anche un bianco che uccide altri bianchi antirazzisti (anche se per legittima difesa). Ma un nero che uccide un bianco disturba la narrazione e quindi è liquidato come normale criminalità. Anzi, nel caso della strage di Waukesha, è il Suv l’assassino, nei titoli dei quotidiani. 

(ANSA il 10 dicembre 2021) - L'attore afroamericano Jussie Smollett, star della serie tv 'Empire' (trasmessa anche in Italia) è stato dichiarato colpevole da una giuria di Chicago di cinque su sei capi di imputazione per aver denunciato falsamente di essere stato vittima tre anni fa di una aggressione d'odio da parte di due fan di Donald Trump, un attacco che invece si è inventato per aumentare la sua notorietà. Ora rischia sino a tre anni di galera e 25 mila dollari di multa. 

Che cos’è Black Lives Matter. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 3 giugno 2020. Gli Stati Uniti sono scossi dalla più imponente e vasta rivolta sociale della loro storia recente, incendiata dalla presenza di elementi razziali. La brutalità poliziesca contro le minoranze, rappresentata iconicamente dalla morte di George Floyd, ha scatenato le proteste che poi si sono trasformate in saccheggi e scontri con le forze dell’ordine, palesando l’esistenza di un altro grave problema della società americana: la violenza. Due sono le entità che hanno contribuito in maniera fondamentale ad elevare il carattere degli scontri, rendendoli organizzati in maniera scientifica e consentendone la diffusione capillare sull’intero territorio nazionale: il movimento sociale “Black Lives Matter” (Blm) e il collettivo di sinistra radicale noto come “Antifa“.

Le proteste per George Floyd

Le violenze sono scaturite dalla morte di George Floyd, afroamericano 46enne che il 26 maggio è deceduto a Minneapolis, in pieno giorno, dinanzi gli occhi della folla e delle fotocamere dei loro cellulari, dopo che un agente di polizia gli ha premuto con forza il ginocchio sul collo per più di cinque minuti. Quella morsa si è rivelata fatale: Floyd ha smesso di respirare e le sue ultime parole “I can’t breathe” (let. Non riesco a respirare) hanno suscitato uno sdegno tale da spingere decine di migliaia di persone ad occupare le strade in ogni parte del paese, da Minneapolis a Los Angeles, da Washington D.C. a New York. Violenti scontri e saccheggi si sono registrati e si registrano nelle più grandi metropoli, la sicurezza fisica della stessa Casa Bianca e dei suoi inquilini è stata minacciata da scontri fra manifestanti e forze dell’ordine nella notte del 31 maggio, e l’imposizione di rigidi coprifuochi e l’entrata in scena della Guardia nazionale sono stati inevitabili. Il bilancio dei disordini, al primo giugno, è un vero e proprio bollettino di guerra: in 15 Stati è stata richiamata la Guardia Nazionale, per un totale di oltre 5mila truppe per le strade, più di 5mila persone sono state arrestate, in 12 grandi città vige il coprifuoco.

Il ruolo di BLM

Blm sta svolgendo un ruolo-chiave nel coordinamento delle proteste sin dalla morte di Floyd e sta guidando la comunità afroamericana alla rivolta in tutto il paese, essendo dietro l’organizzazione di marce e mobilitazioni, spesso sfocianti nella violenza, ovunque siano presenti comunità nere, come Chicago, Dallas, New York, Las Vegas, Los Angeles e Minneapolis. Mentre l’entrata in scena del movimento Antifa ha contribuito a trasformare le proteste in una vera e propria insurrezione su scala nazionale, spingendo l’amministrazione Trump a valutare la qualificazione dei collettivi di sinistra radicale come organizzazioni terroristiche, BLM sta svolgendo una funzione parallela ma complementare: convincere gli afroamericani ad unirsi al moto riottoso, ovunque essi vivano e spostandosi da una città all’altra se necessario, per allargare l’anarchia sociale il più possibile, da costa a costa. BLM ha anche giocato un ruolo unico nell’internazionalizzazione delle proteste, sfruttando la propria rete di alleanze e collaborazioni con le organizzazioni antifasciste e di sinistra radicale attive nel resto dell’Occidente per organizzare mobilitazioni contro la brutalità poliziesca ed il razzismo e di solidarietà verso gli afroamericani nelle principali città del Vecchio Continente, di Australia e Nuova Zelanda. Il lobbismo di BLM ha prodotto dei risultati straordinari poiché, rubando la scena alla pandemia, sta convincendo le minoranze e gli attivisti antirazzisti a prendere il controllo delle piazze occidentali: da Londra ad Auckland, da Berlino a Perth e Bruxelles, ed anche in teatri sensibili come le banlieu francesi vi sono segnali di prossime mobilitazioni. L’effetto complessivo potrebbe essere incendiario, perché i Paesi finiti nell’agenda di Blm  condividono con gli Stati Uniti storie di difficile convivenza inter-etnica, cospicue minoranze e frequenti disordini.

Obiettivi, ideologia, dimensione

BLM nasce nel 2014 come movimento apolitico e apartitico di denuncia sociale, a composizione afroamericana, mirante a sensibilizzare l’opinione pubblica americana ed internazionale, l’industria dell’intrattenimento e il mondo politico sulla presunta brutalità poliziesca etno-centrica delle forze dell’ordine statunitensi. Sebbene questa tesi sia confutata dai dati disponibili sulle attività della polizia, liberamente visionabili dal pubblico, e sia criticata anche da esponenti della comunità afroamericana, come Deroy Murdock, il vincitore indiscusso della battaglia delle narrative è senza dubbio Blm. L’evento spartiacque è stata la morte di Trayvon Martin, un 17enne afroamericano morto il 26 febbraio 2012 in seguito ad una colluttazione con George Zimmermann, un vigilante volontario di quartiere. L’estate dell’anno seguente, Zimmermann è stato assolto dai capi d’accusa e su Twitter ha iniziato a circolare l’hashtag #BlackLivesMatter, dal quale il movimento ha poi preso il nome. Ad ogni modo, BLM nasce ufficialmente soltanto nel 2014 dopo le morti di altri due afroamericani: Michael Brown ed Eric Garner. Ed è proprio la morte di Brown ad aver consacrato il trasferimento di BLM dalla rete alle strade. La città di Ferguson, luogo dell’assassinio, a seguito dell’evento è sprofondata nell’anarchia sociale per un anno intero, registrando rivolte e disordini intermittenti dall’agosto 2014 all’agosto 2015. L’insurrezione di Ferguson ha mostrato quale fosse il potenziale intrinseco di Blm per via dell’internazionalizzazione della protesta fino a Londra, ivi portata avanti da “Stand Up To Racism” e dai radicali di sinistra “London Black Revolutionaries”, e della solidarietà ai manifestanti espressa dal mondo dello spettacolo, dello sport, da Amnesty International, e dalle Nazioni Unite. Ugualmente al movimento Antifa, Blm non possiede una struttura gerarchica e territorializzata, non ha una dirigenza riconosciuta e riconoscibile, sebbene vi siano attivisti che si occupano di dare visibilità al movimento, ed agisce nel paese e all’estero attraverso cellule autonome ma comunicanti fra loro, che utilizzano la rete come principale piattaforma di dialogo e coordinamento. Il trait d’union dei gruppi che si autodefiniscono parte della galassia di Blm è l’ideologia. I BLM, dagli Stati Uniti all’Australia, hanno come obiettivo la lotta contro il bianco-centrismo delle società occidentali, di cui brutalità poliziesca, segregazione spaziale, disuguaglianze economiche fra etnie e razzismo istituzionale sarebbero le principali e più palesi espressioni. Mentre a Washington, BLM concentra gli sforzi sulla difesa dei diritti degli afroamericani, a Canberra e Wellington i BLM protestano contro la discriminazione anti-aborigena, così come a Londra il focus è sulle disparità di trattamento fra inglesi bianchi e di origine afro-caraibica. Essendo le cellule comunicanti tra loro, un episodio di razzismo accaduto a New York può fungere da detonatore per l’esplosione di proteste di solidarietà a Sydney e Francoforte da parte degli omologhi ivi presenti, pur in assenza di tensioni recenti in questi luoghi, che è proprio quel che sta succedendo in questi giorni. Il potere destabilizzante di BLM è, quindi, molto elevato in quanto suscettibile di esportare le crisi oltre-confine, in tutti quei paesi afflitti da tensioni inter-etniche e multiculturali. Il razzismo continua ad essere e rappresentare il pilastro fondamentale dell’identità e delle attività dei BLM, ma negli anni recenti si è assistito ad un ampliamento del loro raggio d’azione, sempre nel nome della difesa degli oppressi, che ha portato a sposare la causa dei movimenti omosessuali ed antisionisti, alle cui proteste i BLM sono ormai ospiti fissi. In entrambi i casi, l’adesione alla lotta è giustificata dal ritenere la discriminazione contro le minoranze sessuali e contro i palestinesi come manifestazioni, rispettivamente, del suprematismo bianco e di apartheid. Un altro campo in cui BLM è entrato in scena è l’ambientalismo radicale. Nel Regno Unito, gli attivisti di BLM collaborano con “Wretched of the Earth“, un gruppo ecologista che si batte per dare un’impronta etnica al dibattito sul clima, criticando il più noto “Extinction Rebellion” per lo scarso focus dedicato ai danni arrecati alle persone di colore dal surriscaldamento globale.

La pericolosità

Come già scritto, i Blm godono di un incredibile potenziale destabilizzante di natura transnazionale, ma è negli Stati Uniti che il grado di minaccia è più elevato che altrove, come palesato dall’insurrezione duratura di Ferguson, dalle azioni di disturbo durante le presidenziali del 2016 (che in un caso hanno spinto Donald Trump ad annullare un comizio per via dell’alto rischio di incidenti) e dal più recente coinvolgimento nei disordini seguiti alla morte di George Floyd. Quello che è nato come un movimento di protesta sociale ispirato ai valori della resistenza non-violenta e mirante alla sensibilizzazione contro la brutalità poliziesca, si è presto trasformato in un’entità composta da elementi estremisti, proprio come gli Antifa, e questo ha spinto la Federal Bureau of Investigation (Fbi) ad incrementare le attività di sorveglianza sui circoli fisici e virtuali legati alla galassia Blm a partire dal 2017. L’attivismo di Blm ha avuto dei riflessi sociali e culturali considerevoli, avendo contribuito alla rinascita del nazionalismo e del suprematismo nero e alla diffusione capillare di sigle di sinistra radicale che sfrutterebbero l’ombrello della lotta contro la brutalità poliziesca per condurre crimini d’odio. È il caso, ad esempio, del Huey P Newton Gun Club di Dallas, un “gruppo di autodifesa” fra le cui attività rientra il pattugliamento dei quartieri neri, ed il Guerrilla Mainframe, noto per essere diventato il primo gruppo ad essere inserito nella categoria dei Bie. BIE è la sigla con cui si identificano i Black Identity Extremists (let. Estremisti dell’identitarismo nero) ed appare per la prima volta in un rapporto ufficiale della Fbi del 3 agosto 2017, successivamente inviato a migliaia di dipartimenti di polizia a scopo informativo. Secondo il materiale raccolto dalla polizia federale, le violenze di Ferguson hanno determinato l’inizio di una nuova epoca per le relazioni interrazziali e, più nel dettaglio, per le relazioni fra neri e forze dell’ordine. Blm ha avuto un effetto esiziale in tutto questo, popolarizzando l’idea che queste ultime siano impegnate in una lotta contro i primi, alimentando un’ondata di identitarismo nero equiparabile al suprematismo bianco per minacciosità e capacità di commettere atti eclatanti. Fra Bie e suprematisti bianchi, però, vi sarebbe una profonda differenza di fondo: i primi non cercherebbero la “guerra razziale”, almeno non come obiettivo primario, poiché maggiormente interessati a colpire i poliziotti.

Il supporto domestico ed internazionale

Blm ha costruito in tempi brevissimi una gigantesca rete di supporto a livello nazionale e internazionale, utile e funzionale alla promozione planetaria della sua agenda e alla popolarizzazione della falsa tesi della brutalità poliziesca etno-centrica. Un ruolo fondamentale nella vittoria della battaglia delle narrative, anche dinanzi numeri inconfutabili, è stato giocato dal fatto che si tratta di un tema estremamente sensibile, ricollegato e ricollegabile ai difficili trascorsi degli afroamericani negli Stati Uniti, dalla schiavitù alla segregazione. Per Blm non è stato difficile conquistare l’appoggio dei principali volti dello sport, dalla National Basket Association (Nba) alla National Football League (Nfl), che dal 2016 hanno iniziato a boicottare il canto dell’inno nazionale come gesto di solidarietà contro razzismo e brutalità poliziesca, riportando la memoria degli americani agli anni delle proteste simboliche dei seguaci del potere nero. I consensi più importanti, però, Blm è riuscito ad ottenerli da una parte del mondo politico, ossia dal Partito democratico. Sebbene i rapporti non siano stati privi di incomprensioni e tensione, come l’interruzione di un discorso di Bernie Sanders a Seattle l’8 agosto 2015 da parte di attivisti Blm, i Dem hanno tentato di cavalcare l’onda del risentimento nero sin dall’inizio. L’inizio del dialogo è stato rappresentato dall’approvazione di una risoluzione del Comitato nazionale democratico (Democratic National Committee) sanzionante il supporto ufficiale a Blm, firmata proprio nei giorni seguenti all’incidente di Seattle. Come scritto, Blm non possiede una struttura centralizzata ma questo non è un impedimento alla filantropia dei privati, grandi e piccoli, interessati a sostenerne la causa e che, periodicamente, aprono raccolte fondi ed effettuano donazioni. Nei giorni delle proteste per George Floyd, ben 16 organizzazioni hanno aperto delle raccolte fondi in favore dell’ultima battaglia di Blm: pagare la cauzione degli arrestati. Il Minnesota Freedom Fund, da solo, ha collezionato 20 milioni di dollari dall’inizio dei disordini, ricevendo denaro dai grandi volti di Hollywood, come gli attori Seth Rogen, Steve Carell e Don Cheadle, e da personaggi della musica, come le cantanti Janelle Kehlani e Noname. Negli stessi giorni in cui lo star system si mobilita per aiutare Blm, la nota attivista politica afroamericana Candace Owens, fra i più noti “Blacks for Trump” in circolazione, ha lanciato delle accuse gravi all’indirizzo di George Soros, rispolverando delle vecchie teorie circa il suo coinvolgimento nel finanziamento del movimento Antifa e Blm. Secondo la Owens, BLM avrebbe ricevuto 33 milioni di dollari negli ultimi anni dalla Open Society Foundation del magnate e speculatore ungherese. PolitiFact ha provato a far luce sull’argomento, concludendo che non ci sono prove di un finanziamento diretto a Blm ma che, al tempo stesso, non si può negare una connessione perché la Open Society Foundation ha effettuato donazioni ad una serie di enti che collaborano attivamente con il movimento, come la britannica Release Leads, che soltanto nel 2018 ha ricevuto circa 280mila dollari in dono e che ospita ed organizza periodicamente eventi di Blm Uk. Le accuse della Owens, perciò, potrebbero non essere completamente infondate.

I prodromi di Blm: il potere nero

Le origini ideologiche di Blm possono essere ricondotte ai turbolenti anni ’60, il decennio di insurrezione controculturale che ha cambiato per sempre il volto delle società occidentali, segnando l’inizio di un percorso lungo, tortuoso e non privo di tensioni sociali ed intergenerazionali, che ha avuto come mete finali lo sdoganamento dei diritti lgbt, l’avvento del post-cristianesimo e la messa in discussione dell’idea stessa di “civiltà occidentale” e dei suoi cardini fondamentali: religione, cultura, aspetti etno-razziali. Nel caso degli Stati Uniti, la rivoluzione culturale degli anni ’60 ha portato alla fine della segregazione razziale, all’inizio delle lotte di liberazione sessuale, alla nascita dei movimenti per la legalizzazione delle droghe, all’emergere della Nuova Sinistra (New Left) e all’espansione di nuovi movimenti religiosi e sociali, come le varie sette New Age e gli hippie, caratterizzati da una forte vena antisistemica e in ribellione contro i “valori tradizionali”. Ed è proprio nel seno di questa epoca dall’impronta storica che possono essere trovati i prodromi di BLM, che non sarebbe errato considerare la naturale evoluzione di esperimenti anteriori appartenenti alla galassia del potere nero, come le Pantere Nere. Le tensioni fra le due Americhe, quella dei wasp e dei neri, non sono diminuite negli anni successivi alla fine della segregazione razziale e questo ha consentito alle organizzazioni promuoventi l’ideologia del potere nero di non cadere nel dimenticatoio ma, al contrario, di proliferare. I casi più emblematici sono rappresentati dalle Nuove Pantere Nere e dalla Nazione dell’Islam. Blm è, quindi, l’ultimo punto di approdo di un sessantennio di agitazione culturale che non è mai realmente morta; ha semplicemente alternato fasi di attività e passività.

La polarizzazione durante l'era Obama

Negli ultimi anni, più precisamente a partire dall’inizio dell’era Obama, la società americana ha affrontato dei cambiamenti molto profondi: la polarizzazione economica e sociale è aumentata in maniera dirompente, insieme alla cristallizzazione delle tensioni inter-etniche, mentre la sinistra moderata, i cosiddetti “liberal”, è stata interessata da una radicalizzazione ideologica che ne ha spostato ambizioni, agenda e discorso politico su posizioni sempre più oltranziste. Questa, almeno, è la tesi del Pew Research Center, secondo cui il principale lascito delle due presidenze Obama è stato l’aumento della polarizzazione politica, causata dall’estremizzazione degli elettorati di sinistra e destra e da tutto ciò che questo comporta sul piano delle relazioni sociali, di classe e fra etnie. In breve, negli anni dell’era Obama si è assistito ad una significativa rottura sociale, simile per gravità e dimensioni a quella degli anni ’60, le cui manifestazioni più eloquenti sono state l’aumento delle divisioni inter-etniche, che hanno portato alla nascita di BLM e al ritorno in scena del nazionalismo nero, le proteste sociali di movimenti come Occupy Wall Street, e la formazione di due opposti estremismi in stile anni di piombo italiani: estrema destra, rappresentata dalla rinascita del suprematismo bianco, ed estrema sinistra, rappresentata dalla comparsa degli Antifa.

Perché i soloni dell'antirazzismo non si inginocchiano per Davide? Andrea Indini il 7 Dicembre 2021 su Il Giornale. Il 30enne italiano vittima di un brutale omicidio razzista. Ma politici, intellettuali e opinionisti progressisti tacciono. La "colpa" di Davide? Essere bianco ed essere stato ammazzato da un afroamericano. 8 giugno 2020, Montecitorio. Una sparuta delegazione di deputati dem si inginocchia nel mezzo dell'Aula. In prima fila c'è Laura Boldrini. La teatrale messa in scena è tutta dedicata a George Floyd, il 46enne afroamericano ucciso durante l'arresto, e "alle piazze che dicono 'no' al razzismo e a ogni forma di discriminazione". Se fossero coerenti con loro stessi, potrebbero (anzi, dovrebbero) fare lo stesso anche per Davide Giri, il ricercatore italiano ammazzato ad Harlem nei giorni scorsi. Magari verremo smentiti dai fatti a breve, ma crediamo difficile (persino impossibile) che questo accadrà. Il motivo? Semplice: perché Davide è bianco mentre l'assassino, il 25enne Vincent Pinkney, non solo è un afroamericano ma ha volutamente accoltellato il primo bianco che gli passava sotto tiro. Ieri, in un commento pubblicato su Libero, Gianluca Veneziani notava la scarsa visibilità che i giornaloni stanno dando alla copertura dell'omicidio di Davide Giri. La stessa che oggi Federico Rampini ha notato anche sui giornali americani e in modo particolare sul New York Times. Anche qui le motivazioni sono presto dette e sono le stesse che porteranno Laura Boldrini, Lia Quartapelle e soci a non prendere nemmeno in considerazione l'idea che inginocchiarsi per Floyd e non per Giri li fa sembrare dei politicanti al soldo del politicamente corretto. Il punto è che un bianco ammazzato da un nero non scatena indignazione, nemmeno se l'assassinio è a sfondo razziale. Perché non giova alla causa. Il cv di Vincent Pinkney è imbarazzante. Ha alle spalle un'aggressione in branco che gli ha aperto le porte del carcere e l'ha rinchiuso in cella per ben quattro anni. Il branco con cui va a zonzo per New York, poi, è ben noto alle forze dell'ordine ed è la gang degli Ebk, acronimo che sta per "Everybody Killas" cioè "uccidiamo tutti". "L'aggressore pare sia un fanatico razzista che odia i bianchi. Mio figlio ha tutte le caratteristiche per essere bersaglio di uno così, pelle e capelli chiari", ha raccontato al Corriere della Sera il padre di Roberto Malaspina, turista italiano che è stato attaccato pochi minuti dopo l'aggressione a Davide ma che è riuscito a sopravvivere alla furia del killer. "È stato colpito senza un motivo, per il solo gusto di farlo". In realtà Pinkney, un motivo, ce l'aveva eccome. Ed era, appunto, il colore della pelle delle persone che incrociava. È fuori da ogni dubbio, quindi, che ci troviamo davanti ad un omicidio razziale, né più né meno come successe quando morì Floyd. Eppure il New York Times non lo sta affatto trattando allo stesso modo. "L'interesse del quotidiano, e il vigore investigativo messo in campo, sarebbero stati diversi se le parti fossero state rovesciate", fa notare oggi Rampini in un'attentissima analisi pubblicata sul Corriere della Sera. "Se la vittima fosse stata afroamericana e l'omicida un bianco - annota - a maggior ragione se quel bianco fosse stato un membro di qualche organizzazione che predica e pratica la violenza, per esempio una milizia di destra. La tragedia sarebbe finita in prima pagina, un team di reporter sarebbe stato mobilitato per indagare l'ambiente dell'omicida, la sua storia e le sue motivazioni". Lo stesso si potrebbe dire di politici, intellettuali e opinionisti progressisti che di solito sono sempre pronti a inginocchiarsi contro il razzismo e le discriminazioni. Dove sono finiti oggi? Che fine hanno fatto la Boldrini, la Quartapelle e i compagni piddini? Perché non si inginocchiano anche per Davide Giri, un loro connazionale ammazzato in quanto bianco, in quanto italiano?

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del

Davide Giri e Greta Beccaglia, se un omicidio razzista indigna meno della pacca sul sedere. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 6 dicembre 2021. Ma non siete un po' indignati, arrabbiati, addolorati, no eh? Non c'è nulla che vi porti, per solidarietà, battaglia civile o reazione ideale, a inginocchiarvi o a scrivere un tweet sulla morte di Davide Giri a New York e sull'aggressione dell'altro italiano Roberto Malaspina per mano dell'afroamericano Vincent Pinkney? Ennò, perché la cancel culture ha davvero cancellato tutto, non solo la storia fatta da quei cattivoni di bianchi, ma anche il principio dell'equità di giudizio, a seconda di chi siano il criminale e la vittima, e soprattutto il sentimento elementare della pietà umana. La morte di Giri, accoltellato a New York senza alcuna buona ragione che non fosse verosimilmente il suo colore di pelle, si può considerare l'esito più tragico della cancel culture, cioè di quell'accanimento contro tutto ciò che ha a che fare con la presenza dei bianchi e il loro ruolo nella storia. Se fosse confermata la tesi del papà dell'altro ragazzo aggredito, per cui Pinkney sarebbe «un fanatico razzista che odia i bianchi. Mio figlio ha tutte le caratteristiche per essere bersaglio di uno così, pelle e capelli chiari», non si tratterebbe solo di un caso di criminalità, posto che l'aggressore non è uno stinco di santo, ma membro di una gang. Né sarebbe solo un episodico e sanguinoso caso di razzismo al contrario. Ma la tragedia si potrebbe giudicare il prodotto estremo di una (in)cultura che intende sbarazzarsi dei bianchi, cancellandone le tracce del passato (da cui l'abbattimento di statue), cambiando loro i connotati nei film (vedi il fenomeno del blackwashing, per cui personaggi bianchi vengono interpretati da afroamericani) e, in fin dei conti, colpevolizzando i bianchi di essere tali. Rei per statuto ontologico, antropologico e cromatico. E quindi degni di essere eliminati, anche fisicamente. Così, in menti criminali come quella di Pinkney, dall'assalto alle statue si arriva all'aggressione agli individui, dal vandalismo all'omicidio. Di fronte a episodi simili in un Paese normale ti aspetteresti una levata di scudi, un'inginocchiata collettiva come quella dopo l'uccisione di George Floyd, lenzuolate di commenti sui giornaloni ed esternazioni sdegnate a mezzo social da parte dei principali intellettuali e politici. E soprattutto ti aspetteresti un minimo di vicinanza ai familiari della vittima e all'altro ragazzo ferito. E invece, eccetto sparuti casi, il nulla. Dove sono le Boldrini e gli Zan che si genuflettevano in Parlamento per manifestare solidarietà alla comunità afroamericana vessata dai bianchi? Dove sono le conduttrici tv che credevano sacrosanto dichiarare la propria adesione alla causa del Black Lives Matter e gli scrittori (o meglio, scrittor*) alla Murgia e Saviano che vedono xenofobia ovunque? E dove sono i calciatori che si mettono ginocchia a terra prima delle partite per denunciare la dilagante minaccia razzista? Potrebbero farlo anche ora, visto che anche Davide giocava a calcio ed è stato aggredito mortalmente proprio dopo un allenamento. Perché nessuno di loro lancia una campagna #WhiteLivesMatter? Forse perché si considera quasi normale e non notiziabile che un nero uccida un bianco per motivi razziali. Al più si riduce la tragedia a un fatto di violenza, di degrado, di marginalità, né si fa mai cenno al fatto che l'aggressore fosse un nero (ieri Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano sono riusciti nell'impresa). 

Muti sull'italiano ucciso a NY, scatenati per la pacca sul sedere: Pietro Senaldi, che vergogna i nostri politici

Basti pensare a cosa sarebbe accaduto a parti invertite, e cioè se un afroamericano fosse stato ucciso da un ragazzo bianco, fanatico razzista. Tg e giornali avrebbero aperto su quello, le più alte istituzioni dello Stato avrebbero lanciato sermoni sull'allarme discriminazione, i leader di partito si sarebbe sentiti in dovere di condannare l'episodio, cospargendosi il volto di nero. In questo caso, invece, non ne vale la pena... Ma che volete farci, ultimamente presidenti di Camera, capi politici e intellò sono troppo impegnati ad aggiungersi al coro contro la violenza del secolo: la palpata a Greta Beccaglia. Quando si tratta di una toccatina di culo hanno il tweet facile, quando viene ucciso un ragazzo bianco chissenefrega. 

L’aumento dei crimini negli Stati Uniti, spiegato. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 4 dicembre 2021. La tragica notizia dell’uccisione di Davide Giri, giovane dottorando italiano alla Columbia University, accoltellato all’addome da un uomo apaprtenente alla gang Evk, “Everybody Killas”, protagonista di omicidi e coinvolta da anni in una guerra tra bande che insanguina New York, è purtroppo lo specchio di un Paese dove gli omicidi e i crimini violenti sono cresciuti in maniera rilevante da quando dilaga la pandemia. Come riportato nelle scorse settimane dalla Cnn, il numero di omicidi negli Stati Uniti ha continuato ad aumentare nei primi tre trimestri del 2021, seppur a un ritmo più lento, dopo l’aumento record del 2020, secondo l’ultimo rapporto trimestrale pubblicato dal Consiglio di giustizia penale. Lo studio, che ha preso 22 città durante i primi nove mesi di quest’anno, dimostra che il numero di omicidi è stato del 4% in più rispetto allo stesso periodo del 2020, con 126 omicidi in più tra gennaio e settembre. Secondo il rapporto, nei primi tre trimestri del 2020 il numero di omicidi nelle stesse 22 città è aumentato del 36% rispetto allo stesso periodo di tempo del 2019. Le 22 città prese in esame sono St. Petersburg, Florida; Austin, Texas; Norfolk, Virginia; Louisville, Kentucky; Pittsburgh; Los Angeles; Raleigh, Carolina del Nord; Nashville; Buffalo, New York; Atlanta; Washington DC; Filadelfia; Detroit; Chicago; Denver; Baltimora; Memphis, Tennessee; Milwaukee; Fenice; Seattle; Omaha, Nebraska; e Chandler, Arizona.

Omicidi e crimini violenti in crescita in tutti gli Stati Uniti

Altri rapporti confermano la situazione, sempre più grave, in molte città. Secondo un rapporto del CCJ pubblicato a luglio, il numero di omicidi durante la prima metà del 2021 è aumentato del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E secondo un rapporto dell’FBI, il numero di omicidi nel 2020 rispetto al 2019 è aumentato del 25%: trattasi, sottolinea la Cnn, della più grande crescita di omicidi dagli anni ’60 in poi. Ma non sono solo gli omicidi ad aumentare: il numero di aggressioni aggravate nei primi tre trimestri del 2021 è stato del 3% superiore rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con 1.515 aggressioni aggravate in più rispetto al 2020. In aumento anche gli assalti con armi da fuoco, che hanno raggiunto il picco durante l’estate del 2020 e sono cresciuti ulteriormente nella primavera e nell’estate di quest’anno. “Anche a un ritmo di crescita più lento, i tassi elevati di omicidi e aggressioni gravi richiedono una risposta urgente da parte del governo e dei leader della comunità”, conclude il rapporto citato dall’emittente.

Pandemia, tensioni sociali e procuratori “deboli”: perché i crimini sono in aumento

La prima causa dell’aumenti dei crimini violenti degli Stati Uniti va ricercato nelle innanzitutto nelle conseguenze della pandemia da Covid-19 e nelle tensioni sociali che hanno animato tutto il 2020 a seguito della morte di George Floyd. Altra possibile causa: l’elezione di procuratori particolarmente “morbidi” quando ci sarebbe bisogno del pugno di ferro. Come scrive il New York Post, questi procuratori distrettuali di chiara fede democratica sono stati eletti in tutto il Paese grazie al sostegno economico del magnate liberal e fondatore dell’Open Society Foundations, George Soros. Esempi? Il procuratore distrettuale di Filadelfia Larry Krasner ha ricevuto ben 1.700.000 dal finanziere, così come il procuratore distrettuale di Chicago Kim Foxx, che dal magnate ha ricevuto ben 2 milioni di dollari. Anche Kim Gardner, l’avvocato di St. Louis che ha perseguito i McCloskey per aver difeso la loro proprietà, ha ricevuto il sostegno di Soros. Grazie al magnate, il procuratore distrettuale di San Francisco è Chesa Boudin, figlio di terroristi della Weather Underground.

Sotto accusa i procuratori finanziati da Soros

“Una volta in carica – scrive il New York Post – questi pubblici ministeri attuano politiche  che riducono la sicurezza pubblica. Eliminano o riducono significativamente i requisiti per la cauzione, rendendo più facile per i criminali tornare in strada dopo essere stati arrestati. Si rifiutano di perseguire determinati reati, come il vagabondaggio o la prostituzione. Negli ultimi anni, hanno persino usato la pandemia di Covid come pretesto per rilasciare i criminali condannati dal carcere”. Qualche numero: a Filadelfia gli omicidi sono più che raddoppiati da quando Larry Krasner è stato eletto procuratore distrettuale nel 2017, raggiungendo il massimo storico quest’anno. La Contea di Cook, Illinois (Chicago), dove opera Kim Foxx, ha altresì registrato finora più di 1.000 omicidi nel 2021, il massimo storico dal 1994.

Come già riportato dal Giornale, nel novembre 2014, la Open Society Foundation di Soros ha donato 50 milioni di dollari alla Campagna dell’Aclu – l’Unione Americana per le Libertà Civili – per porre fine alle “incarcerazioni di massa”. L’Aclu confermò in un comunicato stampa la donazione ricevuta dall’organizzazione filantropica fondata dal magnate di origini ungheresi, ribadendo il proprio impegno “a dimezzare i tassi di incarcerazione negli Stati Uniti entro il 2020” in quello che sarebbe diventato “lo sforzo più ambizioso per porre fine all’incarcerazione di massa nella storia americana”. Poco dopo aver effettuato questa donazione, Soros ha iniziato a finanziare con ingenti somme i procuratori distrettuali di orientamento progressista. Ha speso più di 18 milioni di dollari dal 2015 in poi, con un successo dietro l’altro (solo sette sconfitte su 29 elezioni). Rimodellare il sistema giudiziario americano eleggendo procuratori distrettuali particolarmente “morbidi” e indulgenti sta, di fatto, rendendo gli Stati Uniti un Paese meno sicuro di prima, come aveva peraltro previsto nel 2019 l’ex Procuratore generale William Barr.

Guido Maria Brera per "La Stampa" il 6 dicembre 2021. All'inizio di un incubo c'è sempre un sogno. Questo è il tempo del fuoco e dei saccheggi: dalla California arrivano immagini apocalittiche, a rappresentare in maniera plastica il passaggio dal sogno all'incubo. Negli ultimi secoli è stata il punto più avanzato dello sviluppo del capitale. Prima con la corsa all'oro e poi con quella all'immaginario, dagli studios di Hollywood alle big tech della Silicon Valley, lo stato della West Coast è arrivato a valere da solo un quinto del Pil americano. Ma il tempo è cambiato, il tempo è finito. Oggi la California brucia, per gli incendi dovuti al disboscamento e all'agricoltura intensiva. Oggi la California è saccheggiata da orde di disperati tagliati fuori dal benessere, private delle minime e accettabili condizioni di vita. Manca tutto, manca la casa. Nella sola città di San Francisco una persona su cento è censita come homeless: dormono per strada, tra cartoni e tende improvvisate, vivono alla giornata, si arrangiano. Mostrano al mondo l'altra faccia dello sviluppo. Disturbano la vista dei miliardari che dalle ampie vetrate delle loro ville e dei loro grattacieli affacciati sulla Bay Area erano convinti di vivere nella Dubai del Pacifico. E sgretolano le certezze degli editorialisti del New York Times, che riducono la questione a un problema di ordine pubblico. È il tempo di raccontare perché tutto questo è successo, perché tutto questo doveva succedere. Iniezioni di denaro, spostamento di denaro. Dopo la grande crisi dei subprime del 2008, la più grande crisi economica e finanziaria della modernità, è stata immessa una enorme quantità di nuova moneta. Una sorta di quantitative easing su scala globale. Questo denaro non è stato però distribuito equamente, non tanto a livello sociale, quello non succede mai, quanto proprio a livello finanziario. I tassi di interesse a zero, dovuti al costo quasi nullo della nuova moneta, hanno infatti aiutato il proliferare inarrestabile delle nuove start up tecnologiche e del loro cuore pulsante: la Silicon Valley. Piccole aziende nate nei garage e nei dormitori universitari, come prescrive il sogno americano, hanno potuto indebitarsi a costo zero per andare a competere nel nuovo mercato tecnologico. Nasce così la tecnofinanza. Assicurazioni, fondazioni, fondi sovrani possono sostenere questi nuovi business. Ma questo porta alla scomparsa della vecchia economia della produzione di beni materiali, lenta, pachidermica, bisognosa di tempo e di sviluppo. Meno seducente per gli investimenti. È l'Effetto Cantillon, dal nome dell'economista irlandese del XVIII secolo che per primo ha teorizzato come i soldi nuovi valgono molto più di quelli vecchi. Le politiche di espansione monetaria non sono mai neutre. La nuova moneta, i tassi d'interesse più bassi, vicino allo zero, il quantitative easing globale, hanno creato una sperequazione senza possibilità di ritorno. Il potere d'acquisto di chi riceve il denaro e può impadronirsi di capitali a prezzi relativamente bassi cresce a dismisura nei confronti di quelli che possono farlo solo quando i prezzi sono già aumentati. La tecnofinanza punta a Marte, la vecchia economia industriale crolla sotto il peso dei reattori dei nuovi missili turistici. È tempo di dire che la crescente disuguaglianza nella società americana, il disastro economico, ambientale e sociale che si respira a ogni angolo di una città come San Francisco, il vecchio cuore della controcultura e il nuovo esofago della tecnofinanza, è dovuto all'Effetto Cantillon. L'aumento globale della temperatura, le coltivazioni intensive, il disboscamento delle vecchie foreste millenarie sostituite da piantagioni di mangime o di legno pronto all'uso, hanno fatto della California una regione in fiamme. Le politiche monetarie espansive, i tassi a zero, l'esplosione della tecnofinanza, hanno ridotto quello che una volta era il Golden State a una delle zone a più alto rischio sociale dell'Occidente: fame, miseria, malattia. Orde di uomini, donne e bambini senza casa, senza lavoro. Aumentano i suicidi, le dipendenze, le overdose, le infezioni. Il sogno che diventa incubo. Il presagio dell'avvenire occorso a Michel Foucault quando vide i boat people in fuga dal Sudest asiatico. Orde di disperati si riversano davanti alle cinta murarie di una ricchezza sfacciata e insostenibile e decidono di assaltarla, come viene, senza alcuna organizzazione o programma politico. Burning and looting, fuochi e saccheggi, sembra essersi avverata la profezia di Bob Marley, che nella stessa canzone si chiedeva anche: «Quanti fiumi dovremo ancora attraversare prima della fine?». San Francisco come la nuova Babilonia, dove la fine c'è già stata, solo che noi la stiamo vedendo trasmessa in differita. È il tempo di prenderne atto.

Federico Rampini per il "Corriere della Sera" l'1 dicembre 2021. Union Square, piazza turistica e commerciale nel cuore di San Francisco, è stata presa d'assalto dieci giorni fa da una «flash mob» di gang giovanili all'assalto dei negozi di lusso. Il giorno dopo, sull'altra sponda della baia, ottanta giovani hanno dato vita a un saccheggio organizzato: di preferenza griffe celebri. Il ricco bottino ha scatenato l'emulazione, le «flash mob» si sono estese fino all'altro capo della California, dove il celebre quartiere di Beverly Hills non è stato risparmiato. Da San Francisco a Los Angeles, alcuni saccheggiatori si sono accaniti in particolare sulle vetrine di Louis Vuitton. La stragrande maggioranza sono a piede libero e resteranno impuniti. Nella sola città di San Francisco mancano 400 agenti di polizia. Riempire gli organici è arduo. La città del Golden Gate celebre per il suo orientamento radicale ha eletto un procuratore generale, il 41enne Chesa Boudin, che esibisce ostilità verso le forze dell'ordine. Figlio di terroristi rossi (membri della milizia armata Weather Underground, quarant' anni fa i suoi genitori furono condannati per l'omicidio di tre agenti), Boudin ha fatto campagna elettorale promettendo di non perseguire «i reati senza vittime, con cause socio-economiche» che secondo lui includono lo spaccio di droghe.

I costi della sicurezza

Ormai solo il 19% dei ladri nei negozi vengono fermati. La catena di farmacie-supermercati Walgreens denuncia: i furti si sono quintuplicati, i costi per la sicurezza privata sono 50 volte superiori ad altre zone d'America, e molti punti vendita vengono condannati alla chiusura. Michael Shellenberger, che ha coniato il neologismo San Fransicko (giocando sulla parola «sick», malato), cataloga un lungo elenco di mali che gli abitanti della città patiscono da anni, e che i turisti scoprono con angoscia quando sbarcano per la prima volta nel centro storico. San Francisco è occupata in permanenza da accampamenti di senzatetto, uno spettacolo di miseria e devianza sconcertante nella «Dubai sul Pacifico» che ospita i miliardari della Silicon Valley. La povertà si accompagna a un disastro sanitario, homeless che defecano sui marciapiedi, siringhe abbandonate ovunque, epidemie di epatite. La California per decenni ha incarnato il meglio dell'American Dream. Nel 1900 era quasi deserta, aveva la popolazione del Kansas; poi nel «secolo americano» è stata la meta di un'invasione che ha moltiplicato per venti i suoi abitanti (oggi quasi 40 milioni). Da qui sono nate a cicli periodici le grandi rivoluzioni creative che hanno ridisegnato la società, la cultura, l'economia: dalla Beat Generation alla Summer of Love del 1967, dal cinema all'elettronica, da Internet all'auto elettrica. 

La scelta di Elon Musk

Nessun altro luogo al mondo sembrava in grado di concentrare così tanti ingredienti favorevoli all'innovazione. Oggi il modello-California è in crisi. Lo conferma la scelta di Elon Musk di abbandonare la Silicon Valley per trasferirsi in Texas: il rivale storico, vetrina del neoliberismo e paradiso fiscale repubblicano. Musk sta delocalizzando interi segmenti della sua Tesla in Texas, Cina e Germania; guida un esodo di start-up tecnologiche che abbandonano la West Coast. La fabbrica Tesla di Shanghai passerà da 15.000 a 19.000 dipendenti, in controtendenza rispetto agli scenari di «divorzio economico» tra America e Cina: Musk fabbrica nella Repubblica Popolare mezzo milione di vetture elettriche, quasi l'equivalente di quante ne ha vendute l'anno scorso in tutto il resto del mondo. In Germania ha costruito uno stabilimento da 7 miliardi di dollari a 150 chilometri dalla Wolfsburg sede della Volkswagen. Ma è in Texas che Musk sposta il quartier generale e la parte pensante, creativa, del suo impero. Volta le spalle alla California un marchio simbolo dell'innovazione, che ha catturato la fantasia della «generazione sostenibile», e in Borsa vale oltre dieci volte la General Motors. Musk è un esempio raro di industriale tecnologico di destra. Ma la sua scelta di ripudiare la California descrivendola come un inferno per il business - «troppe tasse e troppa burocrazia» - è la punta dell'iceberg. Il Texas, con il suo Stato leggero e la pressione fiscale ai minimi, da anni ha sottratto alla West Coast il ruolo dell'Eldorado americano. Tra il 2010 e il 2020 ha visto aumentare di quattro milioni i suoi abitanti, oggi 30 milioni, e il 42% si sono trasferiti proprio dalla California. L'immagine dello Stato di «cowboy e petrolieri» è superata, Austin (capitale del Texas) contende a San Francisco le start-up tecnologiche.

Le contraddizioni

L'argomento tradizionale della sinistra californiana - più tasse e più Stato servono a combattere ingiustizia e diseguaglianze - è contraddetto dai fatti. La California ha il 12% della popolazione nazionale ma la metà di tutti gli homeless d'America. Ha destinato ai senzatetto 12 miliardi di dollari nell'ultimo bilancio, eppure l'enorme spesa pubblica non dà benefici visibili. Ora si moltiplicano anche sui media progressisti le condanne contro una religione del lassismo, di cui le «flash mob» degli ultimi giorni sono un risultato. Bret Stephens sul New York Times avverte che le morti per overdose a San Francisco si sono quadruplicate in sei anni e parla di «collasso della civiltà sulla West Coast». James Hohman sul Washington Post ricorda che un trentennio fa il partito democratico americano guarì dalla vocazione alla sconfitta solo quando prese le distanze da una cultura di «tolleranza verso il crimine».

Francesco Semprini per "La Stampa" il 29 novembre 2021. Quando nel 2009 Barack Obama ordinò la chiusura del carcere di Guantanamo, emerse subito che tra i propositi abolizionisti dell'ex presidente americano e la realtà dei fatti si interponesse un muro invalicabile. I cui mattoni poggiavano sul ginepraio legale attorno al quale era stata costruita la prigione quattro mesi dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. «Ci vorranno anni per chiuderla», ci spiegò l'ammiraglio Tom Copeman, comandante della Joint Task Force che gestiva l'intera prigione, appena ci precipitammo sull'isola per quello che doveva essere l'«ultimo reportage». Oggi il carcere è ancora operativo ma la base navale che lo ospita si è trasformata, diventando una sorta di «Little America» immersa nel turchese mare dei tropici. A vent'anni dall'apertura (il prossimo gennaio) della struttura detentiva per terroristi islamici, infatti, Gitmo ha mutato pelle rispetto alle origini quando solo il nome evocava l'immagine di uomini con tute arancioni ritratti attraverso le sbarre delle celle, come in una sorta di cuore di tenebra caraibico. Base navale Usa dal 1903, l'enclave a stelle e strisce sull'isola di Cuba - considerata covo della «blasfemia yankee» dal regime castrista, e «spina nel fianco dell'Avana» dagli strateghi di Washington - è oggi popolata da circa seimila persone tra militari, civili e famiglie al seguito. I quali ne hanno fatto qualcosa di più di una grande prigione. Pur rimanendo un avamposto della Us Navy, spiega il New York Times, presenta le caratteristiche delle piccole città Usa e le comodità di un campus universitario, assumendo le sembianze a metà tra resort di frontiera e comunità autarchica. Nei suoi oltre 116 km quadrati ci sono le scuole gestite dal Pentagono, un porto per la Marina e la Guardia costiera, bar, locali, balere, palestre, parchi, spiagge, spazi per barbecue e barche da noleggiare per escursioni nella baia. Ha un McDonald's con un Drive Thru (per l'hamburger da asporto) abbastanza largo da permettere il passaggio ai veicoli tattici, come gli humvee, e sulla collina svetta il campanile di una chiesa in mattoni bianchi in stile coloniale. A dieci minuti di auto si arriva a Nob Hill, un quartiere residenziale per circa 700 famiglie. In altri dieci minuti si arriva a un campo da golf a nove buche, alle spalle del quale si erge la grande cancellata di ingresso alla zona detentiva, sotto il comando di un generale di brigata dell'esercito che è responsabile degli ultimi 39 prigionieri di guerra del Pentagono e di uno staff di 1.500 persone, per lo più soldati della Guardia Nazionale in servizio per turni di nove mesi. C'è un poligono di tiro mentre un'unità tattica di Marines è responsabile della sicurezza sul lato americano, il versante adiacente al territorio cubano è tutelato da un campo minato. Si parla americano e spagnolo, ma anche tagalog e creolo perché per un terzo i residenti sono filippini e giamaicani assunti da contractor del Pentagono. La base ha anche migliaia di gatti selvatici, discendenti di felini che sono arrivati alla base via terra, o di gatti domestici lasciati dalle famiglie dei militari. Gitmo è comunque una base del Pentagono: i droni sono vietati, i reporter devono sottoporre ogni singola foto che scattano alla censura militare. C'è una politica di tolleranza zero per l'alcol, se si viene sorpresi alla guida dopo aver bevuto ubriaco, può scattare il decreto di espulsione da parte del comandante, il capitano Samuel «Smokey» White. Esiste un servizio «car pooling» volontario chiamato «Safe Ride» in modo da impedire che la gente si metta al volante dopo aver bevuto, ed un'associazione organizza incontri per alcolisti anonimi tre volte a settimana. L'ospedale offre assistenza familiare e annuncia la nascita del primo bambino di ogni nuovo anno sul suo sito web. Le feste comandante, infine, vengono celebrate come da tradizione. Ad Halloween vige il fanciullesco «dolcetto o scherzetto», mentre la sera del 4 luglio i fuochi d'artificio illuminano a giorno la base, non prima però che il comandante abbia mandato opportuna comunicazione ai vicini cubani: «È l'indipendenza, non sparate». 

Da "Libero quotidiano" il 25 novembre 2021. Dopo aver trascorso 43 anni in carcere, Kevin Strickland è stato rilasciato dal Western Missouri Correctional Center di Cameron poche ore dopo che il giudice della Jackson County ha annullato la sua condanna per triplice omicidio. Strickland, che ha 62 anni ed è sulla sedia a rotelle, ha ringraziato i suoi avvocati e tutti quelli che in questi anni hanno creduto alla sua innocenza. L'uomo ha scontato gran parte della pena, 50 anni, per un crimine che non aveva commesso, in quello che secondo il National Registry of Exonerations è una delle più lunghe detenzioni di un innocente della storia americana. I fatti per cui Strickland, che è afroamericano, era stato condannato risalgono al 1978 quando quattro persone furono colpite in una sparatoria a Kansas City. L'unica sopravvissuta, Cynthia Douglas, morta nel 2015, allora disse che Strickland era presente sul luogo del delitto, ma solo in un secondo interrogatorio, dietro suggerimento degli inquirenti. Nel corso degli anni, poi la donna si pentì di aver identificato Strickland ed anzi partecipò ai tentativi di scagionarlo. Negli Stati Uniti sono state 129 nel solo 2020 le sentenze di colpevolezza rivelatesi errate per un totale di 1737 anni passati dietro le sbarre da persone innocenti. 

Angelo Allegri per “il Giornale” il 16 novembre 2021. Le celebrazioni, nel mese di ottobre, sono state quasi modeste: qualche speciale, interviste e servizi durante talk show e notiziari. «Nessuno pensava che potessimo avere questo successo», è stata la frase più ripetuta. La nascita di Fox News, venticinque anni fa, hanno ricordato molti commentatori della rete, fu accolta dallo scetticismo generale: in molti pensavano che il mercato delle televisioni all-news aperto dalla Cnn nel 1980 fosse più che adeguatamente presidiato. Roger Ailes, ex consulente strategico dei presidenti Nixon e Reagan Il, produttore televisivo, non era della stessa idea. Quando ricevette da Rupert Murdoch l'incarico di progettare il nuovo canale (Murdoch, dicono i suoi biografi, è e resta un uomo più di giornali che di tv) si inventò uno slogan: «Fair and balanced». Vogliamo fare un'informazione «corretta ed equilibrata». Sul fatto che sia stata davvero questa la strada seguita non tutti metterebbero le mani sul fuoco. Ma certo, Ailes aveva un progetto chiaro: offrire una fonte informativa ai milioni di cittadini che non si riconoscevano nell'informazione che oggi si direbbe «mainstream». Quella che, a torto o ragione, per l'America profonda si porta dietro l'etichetta di «liberal», se non un marchio di infamia poco ci manca. A cinque lustri di distanza Fox News è più in salute che mai. Ovvio, in America ancora più che altrove la tv è assediata da Internet e dai social, ma da anni ormai Fox è il più popolare canale di news. Nel prime time, con 2,3 milioni di ascoltatori medi, ha quattro volte il pubblico della rivale di sempre Cnn. È sopravvissuta all'addio traumatico del padre-padrone Ailes (travolto nel 2016 da uno scandalo di molestie sessuali e morto nel 2017). Ha superato più o meno senza danni anche la presidenza Trump, che prima ne ha fatto una sorta di canale ufficioso della Casa Bianca, e poi ha rischiato di mandarla fuori giri, tra recriminazioni per il voto rubato e assalti al Campidoglio. Negli ultimi mesi il suo modello sembra aver fatto scuola anche in una Europa a prima vista così lontana dall'esempio americano. In Gran Bretagna è lo stesso Murdoch che sta progettando un canale rivolto all'opinione pubblica conservatrice, la stessa area a cui cerca di parlare una tv, appena nata, GB News, che schiera tra i volti più noti il brexiter Nigel Farage. In Francia, invece è il finanziere Vincent Bolloré a orientare la sua CNews sulle orme della grande sorella americana. Con il suo commentatore principe Eric Zemmour, campione del politicamente scorretto, ora punta addirittura all'Eliseo (dei due Paesi si occupano gli altri articoli in queste pagine). La situazione è in movimento anche in Spagna: un mese fa ha aperto i battenti sul digitale terrestre 7NN, emittente del movimento Vox (il partito alleato dei Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni), e della Fondazione Francisco Franco, custode delle memorie del caudillo. Un gruppo di industriali ha invece raccolto un tesoretto di 150 milioni di euro per il via a una nuova tv, conservatrice e cattolica, il cui lancio è previsto nei primi mesi del 2022. Tutte le iniziative citate, quelle già avviate e quelle in partenza, fanno tesoro del modello Fox News: più commenti che notizie, più dibattiti e approfondimenti politici che reportage e analisi internazionali. Il tutto senza nascondere e, anzi, sottolineando, il proprio punto di vista. La formula non è poi cambiata molto da quella originale del 1996. Per le televisioni americane, e in particolare per le news televisive, era una specie di età dell'oro. Il caso O.J. Simpson, la fuga in diretta, le indagini, il processo (manco a dirlo «del secolo»), si trasformarono in una potente iniezione di ascolti. Fox News, fece in tempo a cogliere solo l'ultima coda della vicenda. Ma per lei era già pronto un altro regalo: Monica Lewinsky. La storia della stagista protagonista di una liaison con il presidente Bill Clinton aveva tutte le caratteristiche per contribuire all'ascesa di un canale di destra: la malafede del nemico democratico, l'ipocrisia del potere, la pruriginosità del tema. Gli storici della tv Usa considerano quel momento l'inizio ufficiale del cosiddetto infotainment, l'informazione che si fa intrattenimento. E i commentatori di Fox News sguazzarono a piacimento nell'incrocio tra sesso e politica. Vennero poi le Torri gemelle e gli anni del patriottismo. Nell'America ferita di inizio millennio non era l'informazione controllata e riflessiva in cima ai desideri del pubblico televisivo. Molto meglio gli ultrà dell'eccezionalismo Usa riuniti di fronte alle telecamere di Fox. Nel 2003, con l'invasione dell'Irak, a differenza dell'Afghanistan perfettamente messa in scena per la televisione, i suoi ascolti aumentarono del 300%. Il resto, si potrebbe dire, è quasi cronaca. Dopo l'elezione di Obama nel 2008 la scelta di Murdoch e di Ailes, o forse semplicemente di Ailes, è quella di trasformare il canale tv nell'ultimo bastione della resistenza repubblicana, dando voce e contribuendo ad alimentare il movimento dei Tea Party. Fino a quando, nel 2011, fa il suo ingresso in campo Donald Trump. Dagli studi di Fox lancia la campagna dei cosiddetti «birther»: Obama non mostra i suoi documenti di nascita perché è nato in Kenia e non alle Hawaii, per la Costituzione non ha il diritto di stare alla Casa Bianca. Alla fine l'atto di nascita salta fuori e il movimento si affloscia. Ma Trump è ormai posizionato strategicamente perla caccia alla candidatura repubblicana. E anche per questo la Columbia Journalism Review ha scritto che il trumpismo non sarebbe «mai stato possibile senza Fox and Friends», il talk show mattutino del canale di Murdoch di cui l'immobiliarista diventato politico è stato a lungo ospite quasi fisso. Un'opinione diffusa, anche se in molti preferiscono parlare di un ecosistema informativo fatto soprattutto di siti (Breitbart innanzitutto) e reti social, in cui certo anche i programmi di Fox hanno ruolo e posizioni importanti. Allo stesso modo è ancora in discussione il tema se il successo di Fox abbia contribuito o sia una conseguenza della sempre maggiore tribalizzazione della politica americana. Secondo un'indagine molto citata negli Usa e condotta da un politologo dell'Università del Wisconsin, Charles Franklin, nel 2020 l'ideologia politica dichiarata ha pesato per il 57% del voto, contro il 46% del 2016 e il 20% di 30 anni fa. Ma il punto conteso è uno: fino a che punto sulla polarizzazione delle scelte elettorali pesa la tv e fino a che punto invece le cosiddette «camere dell'eco» dei social in cui informazioni, idee e opinioni individuali si amplificano e si rafforzano per effetto degli algoritmi. Comunque lo si guardi il matrimonio tra Fox e Trump si rivela alla svelta qualcosa di unico. Superate le incertezze iniziali, ai tempi delle primarie repubblicane, l'adesione dei commentatori della Rete alla presidenza diventa subito totale. Così come l'attenzione del presidente al suo canale preferito. Sono almeno una dozzina gli uomini di Fox che prestano servizio alla Casa Bianca. Uno degli ultimi è Scott Atlas, nominato capo della taskforce antipandemia. Atlas è in realtà un radiologo, ma le sue idee sul virus presentate e illustrate nelle trasmissioni di Fox conquistano il presidente. Del resto, si sa, Donald passa lunghe ore guardando le tv, e quasi sempre la tv è una sola. Secondo i calcoli certosini degli specialisti, nel corso della sua presidenza Trump ha messo in Rete 1200 tweet di argomento televisivo, la larga maggioranza riguardava Fox News e ben 355 erano in diretta risposta a qualche cosa che il presidente aveva visto sul canale di Murdoch. La corrispondenza di idee è stretta anche a proposito di pandemia. Commentatori come Sean Hannity e Tucker Carlson si fanno sostenitori di idrossiclorochina ed invermectina ed entrano in polemica volentieri contro Anthony Fauci, il virologo che rappresenta l'ortodossia vaccinale. Lo stesso accade per il duello elettorale con Joe Biden. Al momento dell'assalto al Campidoglio l'imbarazzo è palpabile e non manca chi si interroga sul ruolo del presidente. Ma anche Fox News, come il partito repubblicano, è sotto certi aspetti prigioniera di Donald e dei suoi elettori. La denuncia incessante da parte dell'ex presidente della frode elettorale compiuta a suo danno rischia di rivelarsi un boomerang per le future ambizioni in politica, visto che allontana gli elettori indipendenti. Resta però un richiamo potente per la base dei repubblicani, i più fedeli ascoltatori della tv: due su tre pensano che il voto sia stato rubato. Ed è questa la posizione anche di Fox, che si trascina un paio di cause miliardarie, promosse dalle società produttrici macchine conta -voti, accusate di essere complici nella frode.

(ANSA il 22 novembre 2021) - L'uomo sospettato di aver compiuto la strage durante la parata natalizia a Waukesha, Wisconsin - 5 morti e 40 feriti - sarebbe il 39enne Darrell Brooks Jr. Lo riferiscono diversi media Usa, anche se non c'è stata conferma ufficiale. Il sospetto, affermano le fonti, è stato fermato a Milwaukee ed è un rapper che si fa chiamare MathBoi Fly. Era in possesso di una chiave di una Ford. L'attacco alla parata è stato compiuto con una Ford Escape rossa.

Usa: il video musicale del rapper che ha compiuto la strage in Wisconsin, compare anche il suv rosso.

Il Corriere della sera il 22 novembre 2021. L’uomo che ha compiuto la strage in Wisconsin è stato identificato dalla polizia con il nome di Darrell Brooks Jr, 39 anni, ed è un rapper. Darrell Brooks, 39 anni, è l’uomo che la polizia avrebbe identificato come il responsabile della strage di Waukesha, in Wisconsin, quando domenica 21 novembre un Suv rosso è piombato sulla folla assiepata in strada per assistere a una sfilata natalizia nel centro della cittadina non lontano da Milwaukee. L’uomo avrebbe un lungo dossier di precedenti: possesso di droga, percosse, abusi familiari, resistenza a pubblico ufficiale, guida pericolosa. Sempre secondo le prime informazioni, sarebbe uscito da poco dal carcere, su cauzione. Brooks è un rapper conosciuto con lo pseudonimo di MathBoi Fly: in questo video musicale si vede il Suv poi usato per compiere la strage.

Waukesha, cosa sappiamo dell’uomo che guidava il Suv e della dinamica. Guido Olimpio su Il Corriere della sera il 22 novembre 2021. Darrell Brooks era alla guida del Suv che a Waukesha, in Winsconsin, ha colpito decine di partecipanti a una parata natalizia. Chi è? E perché lo ha fatto? Un uomo alla guida di un Suv ha colpito decine di persone domenica pomeriggio (alle 16:39, ora locale) a Waukesha, in Wisconsin. Il bilancio, drammatico, è in costante aggiornamento, così come lo è l’inchiesta su quanto avvenuto. Ecco che cosa sappiamo, e che cosa ancora no. 

Chi era alla guida del Suv?

Il capo della Polizia di Waukesha, Dan Thompson, ha confermato che un sospetto è stato fermato e che il veicolo della strage è stato posto sotto sequestro. Secondo quanto confermato da due fonti di polizia (anonime) alla Associated press, il responsabile di quanto è avvenuto a Waukesha è Darrell Brooks Jr, un pregiudicato di 39 anni, noto alla giustizia, era stato scarcerato con una cauzione da 1.000 dollari due giorni prima dell’incidente. Nel suo passato una lunga serie di precedenti: possesso di droga, percosse, abusi familiari, resistenza a pubblico ufficiale, guida pericolosa. È possibile che sia stato fermato per reati sessuali in Nevada, coinvolta una sedicenne. In alcuni post sui social attacca l’uomo attacca la polizia, esalta Malcom X e parla diffusamente della sua attività di rapper. 

Perché ha colpito la folla?

Non è chiaro perché Darrell Brooks abbia deciso di centrare il corteo a bordo del suo fuoristrada. È necessario aspettare sviluppi e certezze per una tragedia angosciante. Secondo alcune fonti all’interno del dipartimento di Polizia, citate anche dalla Associated Press, l’uomo era in fuga dalla scena di un altro crimine — forse un accoltellamento — quando ha travolto la parata: ma non ci sono ancora conferme su questa versione. 

Si è trattato di un attentato?

Non conosciamo le ragioni di quanto avvenuto. Se venisse confermato che l’uomo ha colpito la folla in modo deliberato, con l’intenzione di compiere un attacco, avrebbe utilizzato una tattica di morte universale, semplice da impiegare, a ogni latitudine: quella del «taglia-erba». Adottata da terroristi, estremisti, persone senza una vera ragione, criminali in fuga, individui sotto l’effetto di sostanze.

La minaccia di quest’arma è multipla.

Primo. È facile da usare, basta una qualsiasi auto.

Secondo. È impossibile trovare difese ermetiche per contrastarla.

Terzo. Può palesarsi ovunque: ad un mercatino di Natale (Berlino, 2016: 12 morti), sul marciapiede di un ristorante, ad una parata festosa (2015, Stillwater, Oklahoma: 4 morti e 46 feriti). Tutti possono sentirsi esposti. I jihadisti di al Qaeda e quelli dello Stato Islamico hanno compreso l’importanza pratica — non c’era bisogno di procurarsi una pistola —, molti li hanno imitati trasformando il modus operandi in un pericolo diffuso, provocando danni irreparabili. Pensate al massacro sulla Promenade a Nizza, con oltre 80 vittime causate da un solo uomo. 

Quanti sono le stragi di questo tipo negli Stati Uniti?

Negli Stati Uniti il fenomeno è cresciuto in modo esponenziale. Un recente studio limitato al periodo Maggio 2020-Settembre 2021 ha censito 139 casi, con tre morti e un centinaio di feriti. Ma il vero dato è che ci sono state solo 65 condanne per colpe gravi: spesso il conducente è stato punito in forma lieve. Solo per 9 è stata accertata la pista terroristica. L’aumento degli episodi è stato spiegato con una serie di ragioni. Ci sono state centinaia di manifestazioni di protesta, guidatori hanno deliberatamente travolto chi era attorno oppure hanno cercato di tirarsi fuori da un blocco stradale. Alcuni hanno invocato l’autodifesa, altri il panico, alcuni erano consapevoli di ciò che facevano, con animi comunque pronti ad aggredire il prossimo. E il Suv si è tramutato in ariete. Non sempre dietro l’attacco c’è una matrice politica, una rivendicazione. A volte sono gesti di rabbia cieca e odio, follia mescolata al desiderio di distruggere esistenze. Sono sentieri che corrono paralleli con quelli terroristici e l’impatto sulla società è identico proprio perché il «taglia-erba» è universale. Se la macchina ha una bandierina di un colore o di un altro è relativo.

Andrea Marinelli per corriere.it il 22 novembre 2021. Doveva essere una giornata di festa, il ritorno della parata di Natale dopo un anno di stop dovuto alla pandemia: il tema dell’evento era «gioia e conforto». Invece sono drammatiche le prime testimonianze che arrivano da Waukesha, Wisconsin, dove un’auto ha travolto la folla uccidendo almeno 5 persone e ferendone altre 40, fra cui numerosi bambini. Quando la Ford Escape rossa ha imboccato a tutta velocità Main Street, dopo aver superato la barriera della polizia, ha prima mancato di poco una bambina vestita di rosa che ballava sulla carreggiata, rivolta verso il marciapiede, poi ha puntato verso la parata che era cominciata da circa 20 minuti e marciava in quattro colonne, travolgendo quella di sinistra: dopo una prima esitazione, l’auto accelera travolgendo alcuni membri della banda della Waukesha South High School e della Milwaukee Dancing Grannies, le nonne danzanti di Milwaukee. «Ha travolto un sacco di persone, c’erano corpi che volavano ovunque», ha raccontato a Fox News Brayden Kowalski, un 19enne di Waukesha che stava assistendo alla parata insieme alla famiglia. «Queste persone non sono state travolte, sono state letteralmente lanciate in aria. C’erano persone con gli arti rotti, gente che urlava, è stato orribile». Alcuni video pubblicati su Twitter, e poi cancellati, mostravano la strage ripresa dai palazzi affacciati su Main Street, con l’auto che esita un istante, prima di travolgere la folla. «Sono corsa di sotto e ho visto ragazzini a terra e la gente impazzita: urlavano e piangevano tutti, è successo tutto rapidamente», ha riferito al New York Post Melinda, una maestra d’asilo di 36 anni che era affacciata alla finestra e ha assistito all’impatto. «C’era il caos. Non ti aspetti che qualcosa del genere possa succedere qua: siamo a Waukesha, è un posto sicuro». La città si trova a 30 chilometri dal centro di Milwaukee, i cui sobborghi sono fra i più segregati del Paese: Waukesha è un’area benestante, per il 90% bianca e a decisa maggioranza conservatrice. «Abbiamo visto un veicolo accelerare, pensavamo si trattasse di un’auto della polizia, poi abbiamo capito che non era così: la gente ha cominciato a gridare di spostarsi, di levarsi dalla strada», ha raccontato sempre al Post Melinda Schultz, una 33enne che assisteva alla marcia, che era trasmessa in live streaming sulla pagina Facebook della città. «Non ho mai avuto una sensazione peggiore», ha raccontato al New York Times il 49enne Jason Kellner. Aveva appena visto passare il figlio, che suona il tamburo nella banda della Waukesha South High School, quando il Suv ha travolto la parata. «Mi domandavo cosa avrei visto, una volta trovato mio figlio». Il ragazzo invece stava bene, era incolume sul lato della carreggiata: Kellner ha raccolto un sassofono insanguinato e davanti a sé ha visto diversi corpi a terra. «Ora sono arrabbiato, sembra che ovunque giriamo, troviamo soltanto un’altra giornata di violenza in America». C’erano pile di strumenti musicali e di scarpe, ha raccontato al quotidiano newyorkese Peggy Tom, 58 anni, corsa in strada per cercare un amico rimasto ferito nella strage: «C’era gente che urlava i nomi dei propri cari che non riusciva a trovare». Il quattordicenne Mikey Randa stava invece assistendo alla parata con i compagni della squadra di football del liceo, quando ha visto l’auto colpire una ragazzina: «L’auto ci ha superato, e poi c’era parecchio panico», ha raccontato al Times, spiegando di aver visto sei corpi a terra. «Sono ancora sotto choc». «C’erano i pompon, scarpe e cioccolata calda rovesciata ovunque», ha riferito al Milwaukee Journal Sentinel Corey Montiho, membro del consiglio scolastico della contea, la cui figlia fa parte di una squadra di ballo che è stata travolta dal Suv rosso. «Per trovarla sono dovuto passare da un corpo all’altro. Mia moglie e le mie due figlie sono state quasi travolte». Anche Angelito Tenorio, consigliere comunale di West Allis e candidato a tesoriere del Wisconsin stava assistendo alla parata. «Abbiamo sentito un forte botto, poi i pianti e le urla delle persone colpite dal veicolo», ha spiegato al Journal Sentinel. «Abbiamo visto persone correre via, e a terra ce ne erano alcune che sembravano colpite». Almeno 10, ha spiegato, sia adulti che bambini. «C’erano un sacco di famiglie, abbiamo sentito delle urla e pensavamo che fosse Santa Claus, invece era il Suv rosso che ha travolto la gente», ha spiegato al New York Times Kaylee Staral, che si trovava alla parata con la famiglia. «È difficile che qualcuno non sapesse che c’era una parata», ha aggiunto Staral raccontando di aver sentito degli spari, anche se non ne è sicura, e di aver visto poco dopo a terra una ventina di persone. Stando alle prime ricostruzioni, dopo che l’auto ha travolto la folla un agente di polizia ha sparato diversi colpi per fermare il guidatore, senza successo: le pallottole non hanno colpito nessuno, ma l’auto ritrovata sul vialetto di casa del sospettato aveva il parabrezza incrinato per i colpi. «Quest’uomo ha travolto la parata proprio davanti alla mia famiglia, colpendo più persone possibile mentre urlava qualcosa dal finestrino. Ha travolto delle donne anziane che stavano ballando e altre persone», ha scritto su Twitter un testimone citato dal Daily Mail. «Waukesha ha alcune delle famiglie e delle persone più carine del Paese, questa parata è fra gli eventi più commoventi dell’anno: non è questa l’America che si meritano i miei cuginetti, i miei genitori, i miei zii, nessuno». Secondo alcune fonti di polizia citate dai quotidiani americani, il sospetto avrebbe incrociato la parata mentre fuggiva dalla scena di un altro crimine, un accoltellamento. L’uomo, un 39enne afroamericano con una sterminata fedina penale, sarebbe stato identificato grazie a un documento ritrovato all’interno della Ford Escape e al momento è in custodia della polizia, che tuttavia non ha confermato l’identità circolata sui media. «Ho sentito le urla, mi sono girata e ho visto l’auto arrivare sulla banda, che era proprio davanti al mio balcone», ha detto a Cnn Angela O’Boyle. «Ha colpito almeno due persone, le ha travolte, poi ha proseguito verso People’s Park, alla fine dell’isolato, e non si è fermata». La gente urlava, i genitori chiamavano i nomi dei figli, ha raccontato O’Boyle. «Non avrei mai voluto vedere questa scena». Il distretto scolastico di Waukesha ha sospeso tutte le lezioni per la giornata di lunedì, mentre alla Waukesha High School è stato allestito un centro di accoglienza per le famiglie, che avranno a disposizione dei servizi di assistenza psicologica. «È una tragedia orribile, senza senso. La parata è una celebrazione della nostra comunità, che invece oggi si è ritrovata davanti a una tragedia», ha commentato il sindaco Shawn Reilly domenica sera, durante la seconda conferenza stampa. «Io e mia moglie stiamo pregando per Waukesha e per tutti i ragazzi, le famiglie e i membri della comunità colpiti da questo atto senza senso», ha twittato il governatore democratico Tony Evers. «Sono grato ai soccorritori e alle persone che si sono subito date da fare per aiutare».

Lo schianto sulla parata di Natale: sangue e morti nel Wisconsin. Valentina Dardari il 22 Novembre 2021 su Il Giornale. Al momento della tragedia era in corso una parata natalizia in vista del giorno del ringraziamento. Una persona è in stato di fermo. Ci sono 5 morti e decine di ferite. Tragedia in Wisconsin dove una vettura è piombata a velocità sostenuta sulla folla durante una parata natalizia in vista del giorno del Ringraziamento. Le autorità della cittadina di Waukesha, a trenta chilometri da Milwaukee, hanno fatto sapere che sono almeno cinque le persone morte e più di quaranta quelle rimaste ferite dopo che un SUV di colore rosso è piombato nel mezzo di un corteo natalizio. La polizia ha però fatto sapere che i numeri potrebbero aumentare e che molti presenti alla parata sono stati trasportati in vari ospedali. Una persona è in stato di fermo ma non sono stati forniti dettagli sul possibile movente.

L'auto sulla folla

Il procuratore generale Josh Kaul, il massimo ufficiale delle forze dell'ordine dello Stato, ha twittato: "Quello che è successo oggi a Waukesha è disgustoso e ho piena fiducia che i responsabili saranno assicurati alla giustizia”. In un video si vede chiaramente il momento in cui l’auto sfonda le barricate e si sente il suono di quelli che sembrano essere diversi colpi di pistola. Il capo della polizia di Waukesha, Dan Thompson, ha infatti reso noto che un ufficiale di polizia ha sparato con la sua pistola d’ordinanza per cercare di fermare il veicolo che andava a tutta velocità. Comunque nessun passante sarebbe stato ferito dagli spari. Dopo circa un’ora, il capo della polizia Daniel Thompson ha annunciato che il veicolo danneggiato è stato rintracciato dai poliziotti e che un uomo è stato identificato e posto in stato di fermo come sospetto investitore.

Sangue e morti

In un altro video si vede un bambino che balla per strada mentre la macchina sfreccia a pochi metri da lui, prima di colpire i partecipanti alla parata a poche centinaia di metri di distanza. Inizialmente la polizia ha confermato che c'erano state "alcune vittime" senza precisarne il numero esatto, mentre tra le persone ferite e poi ricoverate in sei diversi ospedali, secondo un bilancio del dipartimento dei vigili del fuoco di Waukesha vi sarebbero almeno 15 bambini. L'ospedale pediatrico di Milwaukee, il Children's Wisconsin, ha affermato che non ci sono vittime tra i minori. L'ospedale Froedtert di Milwaukee, l'unico centro traumatologico di primo livello nel sud-est del Wisconsin, ha confermato alla Cnn che sta curando persone rimaste ferite nell'attacco, ma non ha fornito numeri, né parlato delle condizioni di salute dei pazienti ricoverati. Più tardi, si è appreso che le vittime sarebbero al momento cinque e che i feriti potrebbero essere più di quaranta. "C'erano pompon, scarpe e cioccolata calda rovesciata ovunque. Ho dovuto passare da un corpo all'altro per trovare mia figlia", ha detto al Milwaukee Journal Sentinel Corey Montiho, un membro del consiglio del distretto scolastico di Waukesha. "Mia moglie e le due figlie sono state sfiorate", ha poi aggiunto. Tra i feriti anche un prete cattolico, alcuni parrocchiani e scolari cattolici di Waukesha, ha fatto sapere Sandra Peterson, la portavoce dell'arcidiocesi di Milwaukee.

Trovato il Suv

Nei video postati sui social si vede un Suv rosso che supera le barriere e si dirige a tutta velocità verso il luogo della parata, arriva alle spalle della banda musicale e travolge i musicisti sulla fila sinistra della formazione prima di proseguire la sua folle corsa e sparire. Immediatamente sono iniziate le ricerche del veicolo che è stato trovato poco dopo parcheggiato davanti a una villetta, con la parte frontale danneggiata. La polizia è quindi risalita all'identità del proprietario dell’auto, ma non è stato ancora chiarito se si tratti dell'uomo che si trova in stato di fermo. L’incidente si è verificato nel pomeriggio.

La sfilata, che si tiene ogni anno la domenica precedente al giorno del Ringraziamento, è patrocinata dalla Camera di Commercio della città. Quella di quest'anno, la cinquantanovesima, aveva come tema proprio la gioia. Al momento le autorità sembrano escludere la pista dell'attentato terroristico. L'ipotesi più accreditata è che la tragedia possa essere stata provocata da un uomo che stava scappando dal luogo di un accoltellamento avvenuto poco prima in un'altra zona della città.

L'amministrazione di Waukesha ha avvertito che il bilancio è suscettibile di cambiamenti con l'arrivo di nuove informazioni. Nel comunicato si legge anche che"molte persone si sono recate da sole negli ospedali", e viene confermato l'arresto del sospetto. La Main Street resterà chiusa almeno fino a domani pomeriggio e le attività commerciali presenti in zona dovranno restare con le saracinesche abbassate e dopo la riapertura un memoriale provvisorio potrà essere allestito al Veterans Park. "La scena è ancora fluida e l'indagine continua" conclude il comunicato.

Chi è il fermato

Si tratterebbe del 39enne Darrell Edward Brooks Jr, un cittadino afroamericano già responsabile in passato di diversi reati. Brooks era stato rilasciato dal carcere solo due giorni fa dopo che aveva pagato una cauzione di mille dollari. In passato era stato accusato anche di resistenza all'arresto, percosse, tentativo di strangolamento e soffocamento, distruzione di proprietà, possesso illegale di armi da fuoco, violenza domestica e molestie sessuali.

Da open.online il 23 novembre 2021. L’autore della strage del 21 novembre a Waukesha, in Wisconsin, è stato accusato di 5 omicidi intenzionali. La polizia ha però escluso la matrice terroristica. L’uomo è stato identificato con Darrell Brooks, un rapper di 39 anni. Secondo quanto riferito dai media statunitensi, Brooks era stato scarcerato due giorni prima con una cauzione da mille dollari. Stando agli atti giudiziari della contea di Milwaukee, Brooks era stato arrestato il 5 novembre per violenza domestica, resistenza a pubblico ufficiale, condotta pericolosa e mancato pagamento della cauzione. Su di lui graverebbe anche una condanna per condotta pericolosa e possesso di armi che risale al luglio 2020, e altri precedenti che risalgono fino al 1999. Durante i fatti di ieri, Brooks si è lanciato su una folla a bordo di un Suv rosso, investendo un gruppo di persone arrivato per assistere alla sfilata natalizia. Lo stesso Suv sembrerebbe apparire in un suo video musicale, realizzato sotto il nome d’arte di MathBoi Fly.

Dagotraduzione dell'articolo di Piers Morgan per il Daily Mail il 23 novembre 2021. È difficile immaginare qualcosa di più disgustoso di quello che è successo alla parata di Natale a Waukesha, nel Wisconsin, domenica sera. Cinque adulti sono stati uccisi e oltre 48 persone, tra cui molti bambini, sono rimasti feriti, alcuni in modo grave. Uno dei vigili del fuoco, parlando con il New York Times, ha paragonato la scena a quella di «una zona di guerra». Quindi è difficile immaginare qualcosa di più disgustoso di questo orribile incidente. Eppure, continua Morgan, si è scoperto che qualcosa di più orribile c’è stato. Il pazzo squilibrato che ha commesso questa carneficina era un rapper teppista di nome Darrell Brooks Jr. con una lunga fedina pedale, che non avrebbe mai dovuto essere libero di usare la sua auto come una macchina per uccidere. Ecco la sua fedina penale: condannato a due anni di carcere per percosse aggravate e possesso di armi (1999); possesso di armi e cocaina, resistenza a pubblico ufficiale (2000), intralcio a un agente, possesso di THC (2002); resistenza a pubblico ufficiale (2003); resistenza a pubblico ufficiale (2005); ricettazione e possesso di sostanze (2005); resistenza a pubblico ufficiale (2009); strangolamento, percosse, abusi domestici e danni alla proprietà (2010); violazione della libertà vigilata (2011); possesso di thc (2011); mancata comparizione in tribunale e resistenza a pubblico ufficiale (2012); possesso di thc (2012); sesso con un minore (tra il 2012 e il 2020); possesso di armi, pericolo per la sicurezza, uso sconsiderato di armi e possesso di metanfetamina (2020); percosse domestiche, pericolo per la sicurezza, condotta disordinata e resistenza all’arresto (2021). L’ultimo caso è quello più rilevante, perché Brooks è stato accusato di aver investito la sua ex con la sua Ford Escape marrone nel parcheggio di una stazione di servizio, costringendola a richiedere cure ospedaliere per le ferite riportate. La donna ha detto alla polizia che Brooks le ha dato un pugno in faccia prima di colpirla con la sua auto. «Gli agenti hanno osservato tracce i pneumatici sulla gamba sinistra dei pantaloni» hanno scritto nel verbale. Ma la parte che più disgusta è che Brooks è stato rilasciato di nuovo dopo aver pagato una misera cauzione di 1.000 dollari l’11 novembre. «La cauzione in questo caso era inappropriatamente bassa alla luce della natura delle recenti accuse e delle accuse pendenti contro il signor Brooks» ha fatto sapere l’ufficio del procuratore distrettuale di Milwaukee in una dichiarazione. E ha annunciato che è in corso un’indagine per determinare come sia stato possibile. Ora, mentre il procuratore distrettuale Chisolm affronta domande furiose, i riflettori vengono puntati sulla sua controversa campagna, che aveva per obiettivo mandare in prigione meno residenti nonostante un afflusso di criminalità senza precedenti nella contea di Milwaukee. Chisolm ha chiesto l'aiuto del Vera Institute of Justice, un gruppo no-profit con sede a New York che lavora con il governo e i leader civili «per migliorare i servizi su cui le persone fanno affidamento per la sicurezza e la giustizia». Sul loro sito web si oppongono alla cauzione in contanti ritenendo che penalizzi ingiustamente le persone più povere della società e porti a un numero sproporzionato di sospetti di minoranze etniche nelle carceri in attesa di processo. Chisholm è stato elogiato dai liberali per aver cercato di ridurre la popolazione carceraria di Milwaukee tagliando il numero di persone detenute in carcere su cauzione in contanti. Attraverso la collaborazione con Vera, Chisolm ha detto che stava cercando di affrontare le disparità razziali prevalenti nelle carceri nella contea prevalentemente bianca, con il Wisconsin che guida la nazione nelle carceri nere. Ma i critici di Chisholm hanno sostenuto che ridurre il pagamento della cauzione, o abolirladel tutto, comporterebbe inevitabilmente l'immediato rilascio di criminali in carriera. Ed è esattamente quello che abbiamo visto accadere per le strade di Waukesha, con effetti catastrofici. Incredibilmente, la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha scelto ieri di inviare una lettera firmata da lei e da diversi colleghi chiedendo la fine delle cauzioni troppo alte per i trasgressori più poveri. «Quando i pubblici ministeri chiedono un'eccessiva cauzione in contanti", ha twittato, "si traduce in un aumento dei tassi di incarcerazione, in particolare per gli imputati a basso reddito. Più del 75% delle persone detenute non sono state condannate per un crimine e sono confinate in condizioni non sicure semplicemente perché non possono permettersi una cauzione in contanti. Condannare migliaia di persone a languire in tali ambienti in attesa del processo è inaccettabile». Questa è stata la prima cosa che Ocasio-Cortez ha postato dopo il massacro di Waukesha. Il suo tempismo è stato incredibilmente inappropriato e ha suscitato una reazione di rabbia prevedibile. Oggi, una miriade di famiglie a Waukesha sono rimaste in lutto per i propri cari morti o pregano per il recupero dei feriti che giacciono in ospedale. Sono in questa situazione perché un debole e confuso procuratore distrettuale ha scelto di mettere i diritti di pericolosi criminali in carriera come Darrell E. Brooks davanti ai diritti degli americani rispettosi della legge. È una vergogna assoluta e se ha un briciolo di integrità o vergogna, il procuratore distrettuale Chisholm si dimetterà oggi. 

Kyle Rittenhouse, che uccise 2 manifestanti anti razzisti a Kenosha, è stato assolto. Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera il 19 novembre 2021. Kyle Rittenhouse, il 19enne che uccise con un fucile due persone e ne ferì una terza durante le proteste razziali nell’estate del 2020 a Kenosha, in Wisconsin, è stato dichiarato non colpevole: ha sostenuto di aver agito per legittima difesa. Non colpevole. Kyle Rittenhouse , 19 anni, è stato prosciolto ieri, venerdì 19 novembre, dall’accusa di aver ucciso due manifestanti, Joseph Rosenbaum, 36 anni e Anthony Huber, 26 anni, e di averne ferito un terzo, Gaige Grosskreutz, 28 anni. Tutti bianchi. Kyle rischiava l’ergastolo per omicidio e altri quattro capi di imputazione. Resta, invece, un libero cittadino. La sentenza sta suscitando emozioni e proteste. Fuori dal tribunale di Kenosha, cittadina del Wisconsin, si stanno raccogliendo i manifestanti. Fino a tarda sera la situazione è sembrata sotto controllo. Ma le autorità aspettano con preoccupazione le prossime notti: le frange più violente potrebbero assaltare negozi o edifici pubblici. Il governatore del Wisconsin, il democratico Tony Evers, ha già mobilitato 500 militari della Guardia Nazionale, per ora in attesa fuori città. La famiglia di uno dei giovani uccisi, Anthony Huber, ha diffuso una nota piena di amarezza: «Non c’è stata giustizia per Anthony e per le altre vittime». La giuria ha accolto la tesi dei legali di Kyle: il ragazzo agì per legittima difesa: «Fu ripetutamente attaccato e sparò per salvarsi la vita». Rigettati tutti gli indizi messi insieme dalla Procura, anche grazie all’utilizzo dei droni. Secondo il pubblico ministero, «Rittenhouse era in cerca di guai, quella notte, insieme con i suoi compagni della milizia». È un caso nazionale. Le fasi principali del processo sono state trasmesse in diretta dalle tv. Ancora una volta si riaccende la polemica sull’uso delle armi, sulla nozione di autodifesa, radicata nel Secondo emendamento della Costituzione americana. È importante la ricostruzione degli eventi. Bisogna tornare all’agosto del 2020. Il Paese era scosso dalle manifestazioni di «Black Lives Matter», dopo l’uccisione di George Floyd, a Minneapolis. Il 23 agosto un poliziotto colpisce con sette proiettili alla schiena l’afroamericano Jacob Blake, 29 anni. L’uomo stava cercando di sedare un alterco tra due donne. Stando all’avvocato della famiglia, Patrick Salvi, Blake non era armato. L’uomo rimarrà semi paralizzato alle gambe. Dilagano le proteste, con scontri notturni tra attivisti e la polizia. Per tre notti consecutive Kenosha è terra di nessuno. Ed eccoci al 25 agosto. È da poco passata la mezzanotte, quando un ragazzo con un capellino da baseball girato al contrario si muove lungo Sheridan Road, nel centro della città. Porta a tracolla un fucile a canna lunga. Dalle immagini si direbbe un mitragliatore semiautomatico Ar-15, in vendita come se fosse un attrezzo da giardinaggio in gran parte dell’America. Chi è? Da dove arriva? Si scoprirà più tardi che si chiama Kyle Rittenhouse e che fa parte di «una milizia armata», la «Kenosha Guard». Si sono dati appuntamento via Facebook per «proteggere la proprietà», nel concreto un benzinaio e alcuni negozi vicini. I video mostrano una sequenza drammatica. Kyle avanza nella strada buia. Un gruppetto di manifestanti lo insegue, lo raggiunge. Qualcuno lo butta a terra e tenta di disarmarlo. Ma la reazione è furibonda. Partono diversi colpi: si vede un corpo sull’asfalto. Kyle ora ha il tempo di rialzarsi e di fuggire. Scompare nel nulla ma la mattina dopo viene arrestato ad Antioch, in Illinois: ha soltanto 17 anni. La vicenda diventò immediatamente politica, con l’intervento dell’allora presidente Donald Trump a favore dell’accusato, assolvendolo prima ancora del processo. Il dibattimento in aula si è concentrato sulle intenzioni di Kyle, mentre restano aperti gli interrogativi di fondo. È giusto consentire a un privato cittadino, specie se minorenne, di girare per le strade con un fucile automatico, caricato con trenta proiettili? Ha ancora senso che «una milizia» si auto assegni il compito di mantenere l’ordine pubblico? Adesso, però, dice il governatore Evers, pur non nascondendo la delusione, la priorità è evitare un’altra escalation di violenza.

Trump aveva detto: "È stato attaccato". Kyle Rittenhouse crolla dopo l’assoluzione, uccise due manifestanti anti razzisti col fucile. Riccardo Annibali su Il Riformista il 20 Novembre 2021. “Not guilty”, “Not guilty”, “Not guilty”, “Not guilty”, “Not guilty”, “Not guilty”. Non colpevole ripetuto dalla giudice 5 volte. Kyle Rittenhouse oggi ha 19 anni, ma ai tempi della manifestazione di Kenosha nello stato del Wisconsin quando si sono svolto i fatti solo 17. Ieri venerdì 19 novembre, è stato prosciolto dall’accusa di aver ucciso due manifestanti, Joseph Rosenbaum, 36 anni e Anthony Huber, 26 anni, e di averne ferito un terzo, Gaige Grosskreutz, 28 anni. Kyle rischiava l’ergastolo per omicidio e altri quattro capi di imputazione. La sentenza che lo lascia un libero cittadino sta suscitando emozioni e proteste. Fuori dal tribunale di Kenosha, cittadina del Wisconsin, si stanno raccogliendo i manifestanti. Fino a tarda sera la situazione è sembrata sotto controllo. Ma le autorità aspettano con preoccupazione le prossime notti: le frange più violente potrebbero assaltare negozi o edifici pubblici. Il governatore del Wisconsin, il democratico Tony Evers, ha già mobilitato 500 militari della Guardia Nazionale, per ora in attesa fuori città. La famiglia di uno dei giovani uccisi, Anthony Huber, ha diffuso una nota: “Non c’è stata giustizia per Anthony e per le altre vittime”. La giuria ha accolto la tesi dei legali di Kyle: il ragazzo agì per legittima difesa: “Fu ripetutamente attaccato e sparò per salvarsi la vita”. Rigettati tutti gli indizi messi insieme dalla Procura, anche grazie all’utilizzo dei droni. Secondo il pubblico ministero, “Rittenhouse era in cerca di guai, quella notte, insieme con i suoi compagni della milizia”. È un caso nazionale. Le fasi principali del processo sono state trasmesse in diretta dalle tv. Ancora una volta si riaccende la polemica sull’uso delle armi, sulla nozione di autodifesa, radicata nel Secondo emendamento della Costituzione americana. È importante la ricostruzione degli eventi. Bisogna tornare all’agosto del 2020. Il Paese era scosso dalle manifestazioni di Black Lives Matter, dopo l’uccisione di George Floyd, a Minneapolis. Il 23 agosto un poliziotto colpisce con sette proiettili alla schiena l’afroamericano Jacob Blake, 29 anni. L’uomo stava cercando di sedare un alterco tra due donne. Stando all’avvocato della famiglia, Patrick Salvi, Blake non era armato. L’uomo rimarrà semi paralizzato alle gambe. Dilagano le proteste, con scontri notturni tra attivisti e la polizia. Per tre notti consecutive Kenosha è terra di nessuno. È da poco passata la mezzanotte, siamo già al 25 agosto, quando un ragazzo con un capellino da baseball girato al contrario si muove lungo Sheridan Road, nel centro della città. Porta a tracolla un fucile a canna lunga. Dalle immagini si direbbe un mitragliatore semiautomatico Ar-15, in vendita come se fosse un attrezzo da giardinaggio in gran parte dell’America. Si scoprirà più tardi che si chiama Kyle Rittenhouse e che fa parte di “una milizia armata”, la “Kenosha Guard”. Si sono dati appuntamento via Facebook per “proteggere la proprietà”, nel concreto un benzinaio e alcuni negozi vicini. Kyle avanza nella strada buia. Un gruppetto di manifestanti lo insegue, lo raggiunge. Qualcuno lo butta a terra e tenta di disarmarlo. Ma la reazione è furibonda. Partono diversi colpi: si vede un corpo sull’asfalto. Kyle ora ha il tempo di rialzarsi e di fuggire. Scompare nel nulla ma la mattina dopo viene arrestato ad Antioch, in Illinois: ha soltanto 17 anni. La vicenda diventò immediatamente politica, con l’intervento dell’allora presidente Donald Trump a favore dell’accusato, assolvendolo prima ancora del processo. Il dibattimento in aula si è concentrato sulle intenzioni di Kyle, mentre restano aperti gli interrogativi di fondo. Adesso per il governatore Evers la priorità è evitare un’altra escalation di violenza. Riccardo Annibali

Assoluzione contestata. E la sinistra radicale mette a fuoco l'America. Roberto Fabbri il 21 Novembre 2021 su Il Giornale. Scontri e violenze da Portland a Chicago. Trump applaude la sentenza, Biden nervoso. Com'era purtroppo prevedibile, il verdetto che ha mandato assolto Kyle Rittenhouse, il diciottenne del Wisconsin che rischiava una lunga condanna per aver ucciso a colpi di arma da fuoco due attivisti di sinistra durante una violenta manifestazione contro il razzismo, ha innescato altrettanto violente proteste in diverse città degli Stati Uniti. Non solo a Kenosha, teatro nell'agosto 2020 della dimostrazione di Black Lives Matter degenerata in atti di teppismo e conclusasi nel sangue quando Rittenhouse ha sparato contro tre persone che lo stavano aggredendo uccidendone due, ma anche a Portland nell'Oregon, una delle capitali americane dell'estremismo: qui circa 200 militanti della sinistra radicale vestiti di nero hanno distrutto vetrine, aggredito una troupe televisiva e attaccato con lanci di oggetti la polizia, che è riuscita con fatica a tenere la situazione sotto controllo. Anche a Chicago si sono svolte marce di protesta contro il verdetto, mentre a New York si sono registrate violenze e danneggiamenti nel quartiere di Queens, con cinque persone arrestate, e a Brooklyn circa 300 manifestanti si sono riuniti davanti al Barclays Center per contestare quello che definiscono una prova del doppio registro usato nei tribunali americani in casi di omicidi legati alla politica. Il tutto mentre il battagliero ex presidente repubblicano Donald Trump non ha perso tempo a congratularsi con Rittenhouse «per essere stato assolto da tutte le accuse. Se questa non è difesa personale ha aggiunto Trump nel suo messaggio allora nulla lo è». Gli Stati Uniti, insomma, dopo aver conosciuto una triste stagione di violenze di strada dopo l'omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto a Minneapolis nel maggio 2020, rischiano di riprecipitare nello stesso clima di contrapposizione tra estremisti, specchio purtroppo della progressiva radicalizzazione dell'opinione pubblica nazionale soprattutto giovanile. La quale a sinistra è sempre più disposta a sposare le posizioni intolleranti della «cancel culture» e di altri gruppi violenti, mentre a destra si riconosce nel populista Trump, pronta a dar credito alle teorie deliranti di QAnon e a sottovalutare la gravità senza precedenti dell'assalto del gennaio scorso a Capitol Hill. Lo si è visto anche a Kenosha, dove davanti al tribunale si fronteggiavano in attesa del verdetto gruppi contro il razzismo della polizia e a favore della libertà di possedere (e usare) un'arma da fuoco. Pessime notizie dunque, e pessimo regalo di compleanno per Joe Biden, che ieri ha compiuto 79 anni diventando il più anziano presidente in carica della storia degli States. Biden puntava su un percorso di riconciliazione nazionale dopo la sua vittoria di un anno fa su Trump, e conta ora di riguadagnare consensi, dopo la figuraccia del ritiro dall'Afghanistan e i recenti rovesci elettorali, grazie all'imminente approvazione al Congresso del suo gigantesco piano di investimenti pubblici che prevede tra l'altro l'ammodernamento delle infrastrutture, un'estesa copertura sanitaria, robuste misure di welfare e tasse più alte per i grandi redditi e le big corporations. É chiaro però che il verdetto di Kenosha gli gioca un brutto scherzo: il presidente ha detto di rispettare il pronunciamento della giuria, ma ha lasciato chiaramente intendere la sua contrarietà. A 79 anni, dunque, Biden dovrà rimboccarsi le maniche per gestire situazioni difficili. Sempre attendendo il suo personale Godot, cioè la sua vice Kamala Harris da cui si aspettava quell'extra di popolarità di cui la sua amministrazione ha un maledetto bisogno e che però non arriva: la prima Numero Due donna e afroamericana è inchiodata nei sondaggi sotto il 30 per cento. Roberto Fabbri

Chi era Malcom X: un po’ gangster, un po’ profeta. David Romoli su Il Riformista il 24 Novembre 2021. Nessun afro-americano ha inciso più a fondo di lui sul dna profondo dei neri d’America. Forse Martin Luther King, con le sue marce e la sua instancabile campagna per i diritti civili, ha contribuito più di lui a cambiare gli Usa delle Jim Crow Laws, del razzismo apertamente segregazionista. Probabilmente Louis Armstrong ha rimodellato più radicalmente l’intera cultura non solo musicale americana. Però Malcolm Little, ribattezzatosi Malik el-Shabazz, universalmente noto come Malcolm X, ha rivoluzionato la mente e l’anima degli afro-americani, ha modificato alla radice il modo con cui guardano se stessi, il potere bianco, l’America, il proprio posto negli Usa e nel mondo.

Quando lo uccisero, il 21 febbraio 1965, mentre presentava nella Audubon Ballroom a Manhattan la sua nuova organizzazione, la Oaau, Organization for Afro-American Unity, fondata dopo aver lasciato la Nazione dell’Islam, Malcolm aveva 40 anni. In 12 anni, dal 1952 al 1964, aveva reso in veste di Primo Oratore i Muslims, la piccola setta guidata da Elijah Muhammad, una potenza nei ghetti di tutto il Paese. La rottura con Muhammad non era stata pacifica. Negli ultimi mesi Malcolm era stato minacciato più volte di morte. Gli avevano incendiato casa, avevano tentato di organizzare un attentato facendolo saltare in aria in macchina, Sul giornale dei Muslims, Muhammad Speaks, era stato bollato da Louis X, uno dei massimi dirigenti della setta destinato a diventarne il capo col nome di Louis Farrakhan, come “uomo che merita di morire”. La foto poi diventata famosissima di Malcolm alla finestra col mitra in mano fu pubblicata dalla rivista Ebony proprio in quei mesi, quando lo stesso Malcolm profetizzava il suo imminente assassinio.

A sparargli, mentre parlava dal palco, furono tre persone ma il gruppo di fuoco ne contava uno in più. Per l’omicidio furono arrestati e condannati tre aderenti alla setta: uno, Talmadge Hayer, ammise le proprie responsabilità ma tentò di scagionare gli altri due. Condannati lo stesso sono stati riconosciuti innocenti appena pochi giorni fa. L’attentato mortale non è mai stato del tutto chiarito. Farrakhan ha ammesso di aver provocato l’uccisione di Malcolm X ma solo con le sue parole, senza armare i killer. Il principale aiutante di Muhammad, John Ali, era probabilmente un agente dell’Fbi. Hoover considerava l’ex Primo Oratore un pericolo pubblico e avrebbe pochi anni dopo adoperato a man bassa la tattica del mettere i militanti neri gli uni contro gli altri per distruggere il Black Panther Party. Di certo, nonostante il pericolo fosse conclamato, non ci furono controlli di sorta alla Audubon Ballroom. I killer entrarono con le armi in tasca senza problemi.

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Non solo la morte ma anche la vita di Malcolm X è in un certo senso un mistero. La sua Autobiografia campeggia da decenni nelle librerie dei di tutto il mondo, forse il più longevo fra i “testi sacri” del ‘68. Ma quel libro uscì postumo, scritto a quattro mani con Alex Haley, il futuro autore di Radici, che era su posizioni politiche liberal diverse da quelle del leader che firmava il volume ma senza aver avuto il tempo di rivedere e correggere la stesura finale. Lo stesso Malcolm, che non aveva mai pubblicato niente, intendeva fare della storia della sua vita un testo politico e propagandistico, dunque probabilmente manipolando quando necessario i fatti. Nel 2011 Manning Marable, uno dei principali docenti di Storia e intellettuali afro-americani, pubblicò, subito prima di morire, una biografia “definitiva” titolata significativamente Malcolm X. A Life of Reinvention, alludendo al fatto che in numerosi aspetti Malcolm aveva “reinventato” la propria vita, esagerando il peso della giovanile esperienza criminale, glissando sulla realtà del suo matrimonio con Betty Shabazz Sanders, sposata nel 1958, tacendo particolari come la relazione omosessuale, per soldi e non per passione, con un ricco bianco. Ma la ricostruzione di Marable è poi stata a sua volta confutata e smentita non solo dalla figlia di Malcolm e Betty ma da una serie di militanti, studiosi e conoscenti di Malcolm X in un volume collettivo che sin dal titolo si contrappone apertamente all’opera di Marable: A Lie of Reinvention.

Dal punto di vista storico la disputa è importante. Da quello politico e culturale no. La presa saldissima di Malcolm X sulla mentalità dei neri americani si deve proprio al fatto che, più di chiunque altro, nella sua breve esistenza ha davvero vissuto molte vite, riassumendo l’esperienza degli afro-americani nel XX secolo in quasi i tutti i suoi aspetti, e sempre superandone i confini. Malcolm Little figlio di Earl, predicatore e seguace di Marcus Garvey, il profeta giamaicano del ritorno all’Africa, conosce il razzismo ancora in culla, con la famiglia costretta a fuggire dalla persecuzione del Ku Klux Klan solo per finire di nuovo nel mirino razzista della Black Legion anche nel nord degli Usa, nel Michigan, dove Earl Little muore in un incidente stradale molto dubbio, tanto da far sospettare l’omicidio. C’è poi l’adolescente senza famiglia come tanti coetanei, con una madre ridotta alla fame perché l’assicurazione rifiuta di pagare considerando la morte di Earl “un suicidio” che finisce in manicomio per 24 anni, lasciando i figli soli, cresciuti da genitori adottivi.

Il ragazzo senza più famiglia si reincarna in Detroit Red, “il Rosso di Detroit”, un provinciale con la pelle chiara che arriva alla Mela, ad Harlem, con i capelli stirati e lo zoot suit, l’abito di moda a metà ‘900 tra neri e latini, di due taglie più grande del dovuto: ladro, drogato, pappone. Un personaggio che pare uscito di peso dal gangsta rap che sarebbe arrivato quattro decenni più tardi. Poi “Satana”, il detenuto indomato e pieno d’odio che in carcere scopre l’Islam e l’orgoglio nero, si converte, esce di galera come Malik el-Shabazz, diventa il più brilante fra i predicatori Muslim e il più rabbioso e deciso tra i leader neri: quello che non vuole la parità di diritti ma la separazione, non chiede un posto alla tavola dei bianchi ma rivendica l’orgoglio nero, le radici africane, la differenza in tutto e per tutto dall’America bianca. L’Islam di Muhammad ha poco a che vedere con il vero Islam. La sua è una setta razzista che non disdegna rapporti con il Klan, in nome del comune rifiuto della commistione razziale. Malcolm, il più lucido e politico tra i predicatori di Muhammad, è l’opposto e insieme l’alter ego di Luther King: non vuole essere considerato un americano come gli altri nonostante il colore della pelle ma un afro-americano incompatibile con l’America bianca. Il suo insegnamento riverbera nella famosa frase che costerà la corona di campione dei pesi massimi all’amico fraterno e discepolo Cassius Clay-Muhammad Alì, quando gli chiedono di combattere per la patria in Vietnam: «Nessun vietnamita mi ha mai chiamato Nigger».

Malcolm X è il superamento dei semplici diritti civili attraverso una rivendicazione orgogliosa della propria specificità razziale ma poi anche di quella dimensione venata di razzismo e pregiudizio. La rottura con Muhammad matura lentamente, prima per la scoperta della licenziosità del Maestro, opposta alla sua predicazione, poi per il rifiuto di difendersi “con ogni mezzo necessario” dalla violenza e dalla prepotenza della polizia e dei bianchi, ma sullo sfondo trapela e campeggia la necessità di andare oltre la dimensione della setta, di legare la lotta dei neri a quella dei popoli africani e del Terzo Mondo, di scoprire il vero Islam. Il casus belli arriva con l’uccisione di John Kennedy. Muhammad invia le sue condoglianze, ordina ai suoi predicatori il silenzio. Malcolm è drastico e tagliente: “Chickens Coming Home to Roost”, che in italiano tradurremmo più o meno con “I nodi vengono al pettine”. Muhammad gli proibisce di parlare in pubblico per 90 giorni. Il Primo Predicatore lascia i Muslim. Nel suo ultimo anno di vita Malcolm X si muove su un palcoscenico internazionale.

Va in pellegrinaggio alla Mecca, abbraccia la vere fede mussulmana, poi gira tutta l’Africa. Incontra l’egiziano Nasser, l’algerino Ben Bella, tutti i leader neri dei Paesi africani emergenti. Fonda la Oaau, si trasforma in uno dei grandi rivoluzionari del mondo nella grande sollevazione anticoloniale degli anni 60. Quando i sicari della Nazione dell’Islam lo finirono Malcolm aveva appena raggiunto la piena maturità e sarebbe certamente andato oltre ma dire oggi dove sarebbe approdato, come prova a fare Haley inevitabilmente tirandolo dalla sua parte, è impossibile. Malcolm sapeva parlare alla sua gente perché ne condivideva l’esperienza in tutte le diverse e contraddittorie sfaccettature. Lo sapeva e sfruttava consapevolmente la cosa. Dunque probabilmente Marable almeno in parte ha ragione e anche nell’Autobiografia Malcolm X può aver calcato a volte i toni per allargare quei canali di comunicazione e condivisione che gli permettevano una comunicazione immediata con la sua gente. Ma se poteva farlo era proprio perché quella che un po’ “reinventava” era davvero la sua vita. David Romoli

Non fu lui ad uccidere Malcom X, ora chiede 20 milioni di dollari. Il Dubbio il 15 dicembre 2021. Muhammad A. Aziz, ora ha 83 anni: è stato scagionato lo scorso mese da un giudice americano che ha riconosciuto l'errore giudiziario di cui è stato vittima. Uno dei due uomini incarcerati erroneamente per l’assassinio nel 1965 del leader dei diritti civili Malcom X ha fatto causa allo Stato di New York chiedendo almeno 20 milioni di dollari a titolo di risarcimento danni. Muhammad A. Aziz, che ora ha 83 anni, è stato scagionato lo scorso mese da un giudice americano che ha riconosciuto l’errore giudiziario di cui è stato vittima.

L’uomo ha notificato alla controparte che intende chiedere 40 milioni di danni in mancanza di un accordo entro 90 giorni. I suoi avvocati hanno annunciato che presenteranno una causa analoga per conto della famiglia di Khalil Islam, il secondo uomo condannato ingiustamente e morto nel 2009.

Massimo Gaggi per corriere.it il 18 Novembre 2021. Un’altra pagina nera nella storia drammatica delle battaglie razziali americane. Stavolta una storia che emerge da un passato remoto e riguarda l’assassinio, 56 anni fa, del grande leader radicale nero Malcom X. Ucciso da tre uomini di colore in circostanze mai totalmente chiarite in una sala di New York, l’Audubon Ballroom, nella quale erano presenti agenti sotto copertura dell’Fbi e della polizia locale. Una sorta di omicidio annunciato: una settimana prima la casa nella quale l’attivista viveva con la moglie e i figli era stata attaccata di notte con bombe incendiarie e quella mattina un giornalista del Daily News ricevette una telefonata anonima nella quale veniva annunciato un attentato a Malcom X durante il suo comizio. Dopo l’assassinio uno dei tre autori materiali, Mujahid Abdul Halim, colpito a una gamba, fu catturato sul posto. Gli altri due riuscirono a fuggire. Due giovani attivisti neri — Norman Butler e Thomas Johnson, che poi, convertiti all’Islam, cambieranno i loro nomi in Muhammad Aziz e Kahlil Islam — furono catturati pochi giorni dopo: non c’erano prove convincenti a loro carico e i loro alibi sembravano solidi, ma un anno dopo, al processo, vennero ugualmente condannati all’ergastolo. Oggi, oltre mezzo secolo dopo, il capo della procura di Manhattan, Cyrus Vance Jr, riconosce solennemente che i due uomini sono stati ingiustamente condannati e si scusa con le loro famiglie. Aziz, che oggi ha 83 anni, fu scarcerato a metà degli anni Ottanta per buona condotta. Islam, anche lui scarcerato in quegli anni, è morto nel 2009. Quello di Vance è un atto per certi versi reticente: non viene indicato il vero sospetto omicida, ormai anche lui scomparso da tempo, e la giustizia si muove con enorme ritardo, visto che per decenni sono emersi elementi che rendevano evidente l’errore giudiziario. Ma è anche un atto coraggioso: nel ricostruire, in un’indagine durata 20 mesi, un caso ormai remoto, la procura ha messo in luce che quella condanna fu anche il frutto della decisione dell’Fbi e della polizia di non fornire, durante il processo, elementi che, se fossero stati resi noti, avrebbero portato all’assoluzione di Aziz e Islam. Dunque un errore giudiziario favorito da un depistaggio i cui motivi restano oscuri. Gli agenti volevano coprire loro informatori? Pur sapendo dell’imminenza dell’attentato non l’hanno prevenuto perché consideravano Malcom X ancora più pericoloso ora che aveva lasciato l’organizzazione radicale Nation of Islam della quale era stato leader per fondare una sua formazione politica? Hanno coperto il probabile vero killer, William Bradley, un miliziano della Nation of Islam cresciuto con Malcom X ma poi diventato suo acerrimo nemico, per lasciare in ombra l’allora giovane leader radicale nero Louis Farrakhan che è tuttora il capo della Nation of Islam? Pochi giorni prima dell’assassinio, in un infuocato comizio, Farrakhan definì Malcom X un traditore che meritava di essere ucciso. Certo è che durante il processo furono ignorate testimonianze che portavano a scagionare Aziz e Islam. Il killer identificato come Aziz, ad esempio, veniva descritto di carnagione molto scura e con una barba fitta, mentre il vero Aziz era un afroamericano dalla pelle piuttosto chiara e con una barbetta rada.  Il fatto più straordinario è che l’assassinio del leader nero interpretato da Denzel Washington nel film a lui dedicato da Spike Lee è stato analizzato per anni da stampa e televisioni e a Newark, in New Jersey, erano in molti a sapere che Bradley era probabilmente un coautore materiale dell’assassinio. Tutti meno il sindaco della città e poi senatore democratico, Cory Booker, per il quale Bradley ha a lungo lavorato. E meno la magistratura che si è svegliata nel febbraio del 2020 quando Netflix ha messo in onda un documentario in sei puntate dal quale è emersa in modo schiacciante l’innocenza dei due condannati. 

Custer, il falso eroe. Da Focus. Nel 1876 sul Little Bighorn i nativi inflissero una dura sconfitta ai bianchi, guidati da Custer. Nonostante questo divenne un eroe nazionale. Guido Olimpio spiega perché. Gli indiani lo ribattezzarono "figlio della stella del mattino", i giornali lo chiamavano "il generale ragazzo", mentre per i suoi uomini era semplicemente "culo duro", date le incredibili doti di resistenza in sella. All'anagrafe era invece George Armstrong Custer, nome che divenne sinonimo di eroiche imprese e ciniche crudeltà, ispirando romanzieri e registi ed entrando nel "mito" dell'epopea western. A raccontarle alla "Voce di Focus Storia" è il giornalista Guido Olimpio.

LE ORIGINI MODESTE. Autie (come lo soprannominavano i familiari) vide la luce nel 1839 in Ohio da una famiglia modesta. A diciotto anni intraprese la carriera militare entrando nell'accademia di West Point, dove primeggiò nell'equitazione e nell'uso delle armi ottenendo però scarsi risultati negli studi. A ventidue anni, in qualità di sottotenente, si ritrovò catapultato sui campi di battaglia della Guerra di secessione, tra le file del secondo reggimento di cavalleria dell'esercito nordista. Pur non essendo un fine stratega, nei momenti decisivi le sue unità di cavalleria erano sempre in prima linea, pronte a ribaltare le sorti di un combattimento.

Nei suoi temerari assalti, spesso condotti in inferiorità numerica, i soldati cadevano come mosche, ma Custer, baciato dalla fortuna, restava illeso. La sua carriera proseguì a passo spedito: tra il 1863 e il 1864 divenne uno dei più giovani generali dell'armata dell'Unione. Fiutandone il potenziale mediatico, i giornali diffusero intorno al "generale ragazzo" un'aura mitica: i lunghi riccioli biondi e la sua indole indomita lo resero un eroe romantico.

L'INIZIO? UN DISASTRO! Quando il governo intensificò la colonizzazione degli immensi territori dell'Ovest, dove erano ancora stanziate numerose tribù di nativi, Custer fu promosso a tenente colonnello e dispiegato in un reggimento nuovo di zecca di stanza a Fort Riley, nel Kansas: il 7° Cavalleggeri. L'inizio della nuova avventura fu un disastro. A detta del capitano Albert Barnitz, Custer era "un meschino tiranno" e non lesinava punizioni ai suoi soldati, mostrando "crudeltà verso gli uomini e scortesia verso gli ufficiali". Dopo una sospensione fu comunque reintegrato e coinvolto in una nuova campagna contro i nativi. Fu allora che, poco prima dell'alba del 27 novembre 1868, Custer assaltò un accampamento cheyenne nei pressi del fiume Washita (Oklahoma), atto che gli valse l'appellativo di "figlio della stella del mattino".

UN MASSACRO. I fatti del Washita (ovvero un massacro che non risparmiò inermi civili) vennero dipinti come una gloriosa battaglia e questo riabilitò Custer agli occhi dell'opinione pubblica, alimentandone il mito. Lui stesso, nel 1874, aveva contribuito a pompare la propria immagine con la pubblicazione di un diario in cui raccontava la sua esperienza nelle Guerre indiane, idealizzando le proprie avventure e descrivendo i nativi con un misto di senso di superiorità e ammirazione: "se fossi un indiano, preferirei di gran lunga unirmi a coloro che scelgono la libertà delle pianure, piuttosto che sottomettermi ai limiti recintati di una riserva". Fu incluso tra i comandanti della nuova guerra contro i Lakota Sioux, dove il 25 giugno 1876 finirà massacrato sul Little Bighorn. Come sempre, aveva fatto di testa sua, dividendo i suoi uomini e lanciandoli in un avventato attacco da cui nessuno uscì vivo. Nella smania di primeggiare, credeva forse che la sua proverbiale fortuna l'avrebbe protetto ancora una volta. La tragica morte lo elevò al rango di eroe nazionale. I giornali ne paragonarono la fine a quella dello spartano Leonida alle Termopili e la sua "ultima battaglia" divenne oggetto di poesie, dipinti e, più tardi, pellicole cinematografiche. In fondo, Custer fu fortunato anche dopo la morte: il sangue del Little Bighorn aveva lavato tutti i suoi peccati. (Articolo di Massimo Manzo, rielaborato da Focus Storia 161)

A cura di Francesco De Leo. Montaggio di Silvio Farina.

Condizioni disumane nelle carceri Usa: il braccio violento della legge contro donne, neri e latinos. Prigioni sovraffollate e sporche, dove mancano le cure per la salute mentale dei detenuti. Con oltre 500mila persone contagiate dal Covid-19. Mentre la protesta degli attivisti si allarga a macchia d’olio. Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni su L'Espresso l'11 Novembre 2021. Inchiodata ai sei metri quadrati della sua cella, senza luce e neppure uno sbuffo d’aria, Jane aveva solo un pensiero che le martellava nel petto: «Prima o poi me ne andrò da qui». Se lo ripeteva come una preghiera ogni notte, fissando il soffitto dalla sua branda nel penitenziario di Corona, in California. «Avevo i miei mantra per sopravvivere», racconta oggi Jane Dorotik, condannata nel 2001 a 25 anni per l’omicidio del marito. Le porte del carcere per lei si sono spalancate solo quest’anno, scagionata grazie alle nuove prove del Dna presentate dai suoi avvocati. A settantaquattro anni, ammaccata da due decenni dietro le sbarre, l’ex infermiera è una delle voci più appassionate della California Coalition for Women Prisoners, l’organizzazione abolizionista con cui lotta per i diritti delle donne recluse ma anche di transgender e minoranze. Lo ha fatto in prigionia, continua a farlo da donna libera. Come Jane, sono centinaia gli attivisti che invocano una riforma sostanziale del sistema carcerario. Non sono bastati i cinquant’anni trascorsi dai moti di Attica, la rivolta più tremenda mai accaduta. Dal 9 al 13 settembre del 1971 quasi 1.300 detenuti della prigione di massima sicurezza nello Stato di New York si ribellarono contro le condizioni disumane a cui erano sottoposti, incluse le discriminazioni razziali, le percosse, il sovraffollamento. Dopo quattro giorni di negoziati, la polizia assaltò la fortezza. Sul campo di battaglia, i cadaveri di 10 ostaggi e 29 reclusi, oltre a decine di feriti. Mezzo secolo dopo, ci si chiede quanto effettivamente sia cambiato. Infatti, oggi come ieri, associazioni, famiglie e avvocati sono impegnati a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni violente e malsane in cui i detenuti sono costretti a vivere. Le rivendicazioni sono un continuum con il passato: istituti sporchi, sovraffollati, in cui spesso sono carenti cure mediche e assistenza per la salute mentale delle persone incarcerate, coinvolte sempre più spesso in aggressioni invece che in programmi di riabilitazione, denunciano gli attivisti. Le proteste corrono ormai lungo tutta l’Unione, inasprite inoltre dalla disastrosa gestione della pandemia. Oltre mezzo milione le persone contagiate, tra detenuti e impiegati: in altre parole circa 3 su 10 hanno contratto il coronavirus; di queste, tremila hanno perso la vita. La situazione più tesa è ora a New York. I riflettori sono puntati sul famigerato isolotto che sorge tra il Bronx e il Queens: la mastodontica Rikers Island, con quasi cinquemila internati. L’istituto è in piena crisi umanitaria; solo quest’anno hanno perso la vita 13 persone (di cui cinque suicide). Le cronache riportano di detenuti costretti a defecare in buste di plastica, per mancanza di servizi igienici adeguati. Bisogna agire e occorre farlo subito. Nonostante la popolazione carceraria tenda progressivamente a diminuire da una decina di anni, l’America è tuttora la nazione con il più alto tasso di incarcerazioni secondo il World Prison Brief, il database gestito dall’Università di Londra che mette a confronto circa 200 Paesi. Un trend che cammina su due gambe: la cultura della punizione e l’ineguaglianza (di classe e di razza). Il costo umano di queste politiche è aberrante. E cade quasi del tutto sulle spalle dei più deboli: poveri, minoranze, donne. Negli Stati Uniti su 100mila abitanti, 629 sono detenuti (in Italia la conta si ferma a 91). Se nel 2008 i reclusi avevano raggiunto il picco di 2,3 milioni, gli ultimi dati disponibili parlano ora di due milioni o poco meno. «Durante gli anni di detenzione, ho provato sulla mia pelle quanto sia brutale sistema carcerario», sottolinea Jane Dorotik. Nei penitenziari, spiega, «le donne sono considerate oggetti sessuali o persone che hanno bisogno di essere rieducate». Nelle celle americane è rinchiuso il 30 per cento di tutte le donne incarcerate del mondo. «La premessa di fondo è che non vali niente. Non c’è il riconoscimento del trauma che ti ha portato in cella. L’obiettivo è piegarti; ti insegnano che la tua vita è da buttar via, che sei un peso per la società». La prigione invece dovrebbe riabilitare, non annichilire gli esseri umani, ammonisce John Hart, esperto del Vera Institute of Justice di New York che ha dedicato tutta la vita al verbo della “giustizia riparativa”. Un approccio nuovo che include la cura dell’individuo e della comunità, non soltanto la cieca punizione. Hart coordina il progetto Restoring Promise, un piano che al momento coinvolge sei Stati e punta a riformare le condizioni dei detenuti sviluppando unità abitative. Non più batterie sovraffollate e opprimenti, ma spazi rivoluzionari che favoriscono la riabilitazione. In collaborazione con architetti e designer, i progettisti di Restoring Promise creano alloggi innovativi. «Se la detenzione è mirata a riabilitare, lo spazio fisico dovrebbe effettivamente riflettere quei valori. Nelle nostre strutture cerchiamo di incrementare la luce naturale, favoriamo la creazione di spazi verdi, così benefici per la salute mentale. Se c’è una cosa, poi, che il carcere non promuove è il rispetto della privacy, quindi aumentiamo il numero di docce o bagni. Stiamo avendo ottimi risultati a livello nazionale». L’obiettivo, continua, è quello di «sostituire la cultura correzionale punitiva che in America è radicata nella storia di razzismo e supremazia bianca. Agiamo per rimpiazzare quegli ideali tossici con valori diversi come la guarigione culturale, l’equità razziale, il partenariato familiare e comunitario». Sempre più americani chiedono di invertire la rotta, assicura Hart. «Siamo anche in un periodo storico molto critico. Pensate al movimento Black Lives Matter e alle questioni legate alla brutalità della polizia. Credo che la gente abbia iniziato a prenderne consapevolezza. Siamo entusiasti di questa esplosione di energia che stiamo vedendo nell’arena politica e nelle comunità. Ritengo che un ruolo fondamentale lo abbiano avuto anche i social media. Questo tipo di esposizione mediatica ci ha sbattuto tante problematiche in faccia. Oggi vediamo i volti delle persone, non è più possibile nasconderli alla coscienza della società come magari succedeva 50 anni fa ai tempi di Attica». La questione dell’equità razziale all’interno del sistema rimane il marchio di fuoco che lacera l’anima di questa nazione. La ricercatrice e attivista per i diritti civili Michelle Alexander definisce le incarcerazioni di massa «the new Jim Crow», la versione riveduta e corretta delle feroci leggi razziali che fino agli anni Sessanta furono la spina dorsale della segregazione negli Stati Uniti. Per carpire il senso di questa tragedia, bisogna andare indietro nel tempo, agli anni Settanta, alla cosiddetta “war on drugs”, la guerra contro le droghe che ha affollato le prigioni americane, colpendo pesantemente la comunità nera (nonostante i dati dimostrino che i bianchi utilizzano e spacciano le stesse quantità di stupefacenti). Una riforma del sistema giudiziario e penale «senza riconoscere le basi razziste» a cui è saldato, non avrebbe senso, spiega Ashley Nellis, l’analista che per l’organizzazione The Sentencing Project di Washington ha curato un rapporto sulle “sbalorditive proporzioni” tra le incarcerazioni di neri e latini rispetto ai bianchi, pubblicato a ottobre. «Le manette scattano ai polsi degli afroamericani cinque volte più di quanto accada ai bianchi», dice: «In ben 12 Stati, più della metà della popolazione carceraria è nera. Un problema che affligge anche la comunità sudamericana visto che nei penitenziari statali il tasso dei latini è più che doppio rispetto a quello dei caucasici». Per affrontare le disparità razziali, ragiona Nellis, bisogna affondare le mani in una serie di questioni essenziali. Innanzitutto occorre fare i conti con l’impatto che le leggi in materia di criminalità hanno sulle diverse comunità. A ciò va aggiunta la depenalizzazione dei reati minori di droga: quasi metà dei detenuti americani ha commesso un crimine legato alla droga e la maggior parte non ha precedenti penali per reati violenti. Nelle carceri pubbliche come in quelle private. «Eticamente immorali, ma rappresentano solo l’8 per cento dei complessi penitenziari. Non funzionano né meglio né peggio del pubblico», chiarisce. In alcuni Stati c’è chi ha iniziato a mettere mano a qualche lieve riforma per arginare le incarcerazioni di massa. Ad esempio eliminando il sistema di cauzione in contanti oppure evitando di perseguire piccoli reati di droga e crimini non violenti come il vagabondaggio. Ci sono poi alcuni progetti di legge che si stanno facendo strada verso il Congresso, come ad esempio quelli relativi al diritto al voto o alle condanne a lungo termine. Anche Donald Trump alla fine del 2018 aveva firmato un provvedimento volto a ridurre la popolazione carceraria federale. Ma non basta. Il presidente Joe Biden ancora non ha preso di petto il problema. «È all’inizio del suo mandato, tuttavia direi che la maggior parte dei sostenitori sono piuttosto delusi», dice scoraggiata Nellis. Sul piatto ci sono «problemi acuti come il rilascio compassionevole degli anziani a cui era stato permesso di uscire di galera durante la pandemia. In tanti hanno esortato il presidente a consentire loro di rimanere a casa. Finora non è stato possibile, la gente è stata rimandata in prigione». Sebbene qualcosa si muova, per una sostanziale riforma occorrerà aspettare. Aspettare ancora. «Esigiamo, come esseri umani, la dignità e la giustizia che ci sono dovute dal nostro diritto di nascita», recitava il Manifesto di Attica del 1971. Cinquant’anni dopo, è ancora questo il grido, inascoltato, dei detenuti americani.

Da ansa.it il 4 novembre 2021. Gli anni passano per tutti: dopo Bob Dylan, Neil Young e Paul Simon, anche Bruce Springsteen si accinge a vendere la sua musica. I negoziati per la cessione alla Sony dei diritti sui brani registrati del "Boss" sono in dirittura d'arrivo, mentre ci sono ancora punti da limare per la vendita del catalogo delle canzoni. Lo ha appreso 'Billboard', confermato da “Variety”. Springsteen lavora con la Columbia Records (che appartiene alla Sony) dal 1972 ma a un certo punto della sua carriera, nel corso della revisione di un contratto, ha acquistato tutti i diritti sulla sua musica. Fino a pochi anni fa era rarissimo - quasi una vergogna - che musicisti vendessero i propri cataloghi. Il trend è' diventato sempre più frequente nei mesi della pandemia che a lungo ha bloccato concerti e tournee, ma anche via via che i grandi del rock invecchiano e cominciano a pianificare la successione monetizzando per conto degli eredi la loro produzione artistica. Springsteen ha 72 anni. L'ottantenne Dylan, a quanto si è appreso, ha venduto l'anno scorso per una cifra stimata a 400 milioni di dollari il suo intero catalogo a Universal Music, mentre il coetaneo Paul Simon ha ceduto i diritti su 60 anni di canzoni alla Sony, Mick Fleetwood dei Fleetwood Mac si è rivolto a Bmg e anche la regina del country Dolly Parton sta pensando di farlo. Secondo 'Billboard' i cataloghi di Springsteen valgono tra 330 e 415 milioni di dollari e un forte impeto ad accelerare i tempi viene dell'atteso aumento della tassa sui capital gain, uno dei punti forti della riforma tributaria del partito democratico che fino ad almeno il 2023 avrà il controllo della Casa Bianca e del Congresso. Fonti di Variety parlano di contatti durati parecchi mesi. Ne' Springsteen ne' la Sony nelle sue divisioni Music e Publishing hanno voluto fare commenti. Aiutato dal manager storico Jon Landau, Bruce Springsteen, oltre ad essere tra grandi del rock, è anche un astuto uomo d'affari che nell'ultimo mezzo secolo ha venduto soltanto negli Stati Uniti oltre 65 milioni di album, mentre il suo vasto catalogo di canzoni genera ogni anno centinaia se non migliaia di cover. Sempre secondo “Variety”, il catalogo degli album del Boss nel 2020 ha generato profitti per 15 milioni a cui si aggiungono 7,5 milioni all'anno per il catalogo editoriale. Stratosferici poi gli incassi dei tour, prima che il Covid bloccasse le trasferte: 840 milioni tra 2010 e 2019, un solo decennio in una carriera di quasi 60 anni. Il team di Springteen vende inoltre decine di registrazioni live d'archivio sul sito web del musicista bypassando completamente le etichette discografiche. 

La grande disfatta di Ocasio-Cortez e dei “socialisti” dem. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 3 novembre 2021. L’inaspettata vittoria del repubblicano di Glenn Youngkin in Virginia non è l’unica pessima notizia di queste ore per i democratici. A perdere, come è stato detto più o meno ovunque, non è solo un Joe Biden in grandissimo affanno e in piena crisi di consensi, ma l’ala “socialista” incarnata dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez che sta vedendo la propria linea – e le proprie battaglie – perdere ovunque fragorosamente. Nella città di Buffalo, il sindaco uscente, il democratico di lunga data Byron Brown, ha dichiarato la vittoria con il 59% dei voti per il quinto mandato contro la sfidante socialista India Walton, ferma al 41%, dopo che quest’ultima aveva vinto le primarie dem all’inizio dell’anno: vittoria non riconosciuta dall’avversario e compagno di partito. I due si erano sfidati duramente su un tema caro ai “socialisti”, quella dei budget destinati alla polizia, con Walton che aveva chiesto di reindirizzare i 7,5 milioni di dollari stanziati dal municipio per il Dipartimento di Polizia cittadino ad altre attività sociali. Una proposta che i socialisti dem hanno fatto in molte città, sull’onda emotiva delle proteste di Black Lives Matter e dell’omicidio di George Floyd.

Disfatta socialista a Buffalo

Ma – evidentemente – gli americani hanno capito i rischi di una simile strategia, troppo ideologica, volta a depotenziare la sicurezza pubblica. Lo si è visto in molte città – come Seattle – dove i manifestanti antirazzisti avevano occupato – e devastato – interi quartieri dove era stato inibito l’accesso alla polizia. “La posta in gioco è terribile ed estrema se dovesse essere eletta”, aveva dichiarato Brown in un’intervista alla Cnn, riferendosi alla sfidante. “Comprerebbe la nostra sicurezza pubblica. Aumenterebbe le nostre tasse. Attaccherebbe altri funzionari eletti. Sarebbe un incubo per ogni persona nella nostra comunità”. Walton aveva replicato alle dure accuse del sindaco in carica Brown spiegando che quest’ultimo aveva “perso ogni credibilità” con gli elettori di Buffalo quando si è rifiutato di ritirarsi dopo aver perso le primarie. Vano è stato per Walton l’aiuto, in campagna elettorale, della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, e del leader dem al Senato, Chuck Schumer, il quale aveva definito l’infermiera e attivista una “leader della comunità stimolante” con una “chiara e progressista visione per la sua città”. Nemmeno l’aiuto di Bernie Sanders è servito a granché.

Da Minneapolis a New York, i socialisti dem vincono solo a Boston

Da Minneapolis arriva un’altra doccia fredda per i liberal. Gli elettori hanno bocciato con un’ampia maggioranza l’emendamento allo statuto della città che avrebbe notevolmente limitato le dimensioni, la portata e l’influenza del suo dipartimento di polizia. Qualora avesse vinto il “Sì”, infatti, il dipartimento di polizia cittadino sarebbe stato infatti sostituito con un “dipartimento di pubblica sicurezza”, eliminando così il numero minimo di agenti pro capite richiesto dalla città e sostituendo un buon numero di agenti con assistenti sociali, esperti di salute mentale, eliminando di fatto la polizia locale e riassegnando fondi ad altri servizi cittadini.

A supportare il movimento Yes 4 Minneapolis e lo smantellamento del dipartimento di polizia della città del Minnesota c’era tutto tutto il mondo della sinistra radicale Usa, fra cui la deputata Ilhan Omar, il procuratore generale Keith Ellison, i sindacati, e svariate organizzazioni ultra-liberal sponsorizzate dal magnate George Soros: dall’altra – oltre ovviamente ai repubblicani – tutta l’ala moderata del partito, fra cui il governatore Tim Walz, la senatrice Amy Klobuchar, oltre al sindaco uscente Jacob Frey. L’unica consolazione per i progressisti arriva da Boston, grazie alla vittoria di Michelle Wu. Per il resto, i moderati del partito vincono ovunque: dalla già citata Minneapolis con Jacob Frey a Eric Adams a New York passando per Bruce Harrell a Seattle. Una sconfitta nella sconfitta per i socialisti dem, nella notte della grande vittoria repubblicana in Virginia.

Nuovi sindaci negli Usa: a Boston donna di origine asiatica, afroamericani a New York e Pittsburgh. Rainews il 3 novembre 2021.

A New York il democratico Eric Adams ha superato Curtis Sliwa. L'ex capitano della polizia, sarà il successore di Bill De Blasio, nonché il secondo sindaco nero nella storia della metropoli statunitense. Sconfitto il repubblicano e fondatore dei Guardian Angels. Per Adams le prime sfide da sindaco - scrive il Wall Street Journal - riguarderanno il preoccupante ritorno della violenza in città e la ripresa economica dopo la crisi della pandemia di Covid-19. Afroamericano anche il nuovo sindaco di Pittsburgh, una candidatura nata sull'onda delle proteste per la morte di George Floyd (L'uomo di colore assassinato da un ufficiale di polizia a Minneapolis, ndr). Ed Gainey è il primo nero a essere eletto sindaco della città che si è imposto contro il rivale repubblicano.

In Virginia il presidente americano Joe Biden ha subito un duro colpo politico dopo la sconfitta dei Democratici. La corsa per diventare governatore è stata vinta dal repubblicano Glenn Youngkin, che ha avuto la meglio sul candidato democratico Terry McAuliffe, che aveva condotto la campagna elettorale con Biden e Barack Obama. "Va bene, Virginia, abbiamo vinto!", ha esclamato, 54 anni, dopo lo spoglio dei voti. Il nuovo governatore ha parlato di ''un momento decisivo'' per milioni di abitanti della Virginia che ''condividevano sogni e speranze''. La battaglia in Virginia è stata vista come una cartina di tornasole della presidenza di Biden un anno dopo la sua elezione alla Casa Bianca e in concomitanza con lo stallo della sua agenda al Congresso. Il tasso di approvazione di Biden che è sceso al 42 per cento.

A Miami è stato riconfermato il sindaco repubblicano Francis Suarez. La candidata democratica Shontel Brown ha vinto le elezioni speciali nell'11esimo distretto dell'Ohio per un seggio alla Camera. Lo riporta la Cnn. Brown prende il posto di Marcia Fudge, che si era dimessa dopo essere stata nominata dal presidente Joe Biden segretario allo Sviluppo urbano. Il successo della democratica non sposta l'equilibrio alla Camera, dove i Democratici hanno una maggioranza ridotta, 221 contro 212 repubblicani. Per controllare la Camera servono 218 voti. Altri due seggi restano non assegnati. In gioco c'è un posto nel 15esimo distretto dopo le dimissioni del repubblicano Steve Stivers, ma che dovrebbe restare al Grand Old Party. Il conservatore Mike Carey è considerato il favorito.

"Fatemi essere chiara: non era in gioco la mia visione, ma la nostra, tutti insieme". Con queste parole Michelle Wu ha salutato la sua elezione a sindaco di Boston, prima donna della storia della città del Massachusetts, e primo sindaco americano di origine asiatica. Wu, 36 anni, figlia di immigrati arrivati da Taiwan, è cresciuta a Chicago e ha frequentato la scuola di legge ad Harvard, dove è diventata una studentessa dell'allora professoressa Elizabeth Warren, ex candidata presidenziale per i democratici. A 28 anni Wu è stata eletta nel consiglio comunale di Boston, per poi diventarne presidente. La sfidante, Essaibi George, 47 anni, anche lei democratica, figlia un tunisino e di una polacca, ha concesso la vittoria all'avversaria al termine di una sfida storica tra due donne figlie di immigrati. 

La candidata democratica Shontel Brown ha vinto le elezioni speciali nell'11esimo distretto dell'Ohio per un seggio alla Camera. Lo riporta la Cnn. Brown prende il posto di Marcia Fudge, che si era dimessa dopo essere stata nominata dal presidente Joe Biden segretario allo Sviluppo urbano. Il successo della democratica non sposta l'equilibrio alla Camera, dove i Democratici hanno una maggioranza ridotta, 221 contro 212 repubblicani. Per controllare la Camera servono 218 voti. Altri due seggi restano non assegnati. In gioco c'è un posto nel 15esimo distretto dopo le dimissioni del repubblicano Steve Stivers, ma che dovrebbe restare al Grand Old Party. Il conservatore Mike Carey è considerato il favorito.

Caterina Galloni per "blitzquotidiano.it" il 2 novembre 2021. Nel New Jersey un professore è stato sospeso dopo aver detto “non negoziamo con i terroristi” a Mohammed Zubi, studente musulmano 17enne. Lo studente aveva chiesto più tempo per completare i compiti di matematica. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Zubi frequenta la Ridgefield Memorial High School di Ridgefield, nel New Jersey, ed è il capitano della squadra di calcio, alla CNN ha riferito di essere rimasto “senza parole”. “Ha risposto dicendo: “Non negoziamo con i terroristi”. Mi sono guardato intorno scioccato”, ha detto Zubi ad ABC 7. “Alcuni hanno riso, altri  erano sotto shock. Mi sono girato e ho chiesto a una compagna:”Ha davvero detto così?” e lei ha detto di sì”. 

Lo studente e il prof

Zubi ha aggiunto che il professore pochi minuti dopo è andato da lui e ha spiegato che non aveva intenzione di dire quella frase. Il giovane capitano della squadra di calcio ha affermato che dopo l’episodio si è sentito “molto a disagio” ed è tornato a scuola solo dopo qualche giorno. Zubi ora chiede delle “pubbliche scuse” a lui e alla sua famiglia. Il compagno di studi Nicholas Velez, che era in classe con Zubi, ad ABC 7 ha raccontato che quel giorno l’insegnante si è avvicinato al 17enne e ha detto “Non negoziamo con i terroristi”, sapendo che Mohammed è arabo e musulmano”. La Ridgefield Memorial High School ha sospeso l’insegnante e il distretto scolastico ha avviato un’indagine ma al Daily Mail ha rifiutato di rivelare il nome del docente.  

Da “Ansa” il 2 novembre 2021. Per dimostrare la superiorità della razza bianca, 170 anni fa Renty e Delia furono immortalati in quelle che vengono considerate le prime foto di schiavi negli Usa: padre e figlia, i corpi emaciati segnati dalle frustate, i due africani sono oggi al centro di una causa che oppone una dei loro discendenti all'università di Harvard. L'azione legale è approdata presso la Corte Suprema del Massachusetts. Harvard detiene la proprietà dei dagherrotipi. Renty era il quadrisavolo di Tamara Lanier: otto mesi fa la donna si era vista dar torto da un tribunale di livello inferiore sulla scorta che la sua azione legale non poteva essere accettata per scaduti limiti di tempo. Nell'appello davanti alla Superior Court del Massachusetts la Lanier torna a chiedere risarcimenti non solo per i danni morali subiti, ma anche per i proventi, a suo dire illegali, ottenuti dall'ateneo sfruttando il diritto alle immagini. 

Negli Stati Uniti le campagne si spopolano e la scuola diventa un miraggio. Le cittadine più piccoli e gli stati interni hanno difficoltà sempre più grandi a garantire un’istruzione adeguata. Un problema che riguarda milioni di ragazzi e che sembra senza soluzione. E così il divario con le capitali si allarga. Luciana Grosso su L'Espresso il 28 ottobre 2021. «Viviamo in una città dove abitano poche persone e quasi nessuno è ricco. Vi sembra una ragione sufficiente perché mio figlio non abbia diritto a un’educazione decente?». È tutto in questa domanda retorica di Kathleen Leandro, madre di due figli, che nel 1994, quando fece causa alla Carolina del Nord, erano adolescenti alle prese con la scuola, il ritratto dell’America Rurale che, mentre si spopola, si taglia i ponti alle spalle e dimentica completamente chi resta indietro. Alla base della causa intentata da Leandro, c’era il fatto che, a suo dire, la Carolina del Nord non garantiva un’istruzione accettabile ai suoi due figli, e in generale, ai residenti delle comunità rurali dello Stato. All’epoca Leandro riuscì a coinvolgere nella causa una dozzina di altre famiglie di contee che, come la sua, non riuscivano a far funzionare le loro scuole, nonostante, e qui c’è uno dei paradossi più strani di tutta questa faccenda, la tassazione locale fosse una delle più alte. Nel 1997, la Corte Suprema dello Stato della Carolina del Nord ha dato ragione ai querelanti, riconoscendo che «la Costituzione della Carolina del Nord garantisce che ogni bambino di questo Stato abbia l’opportunità di ricevere una solida istruzione di base nelle nostre scuole pubbliche» e che, al contrario, lo Stato non stava agendo in tal senso. Sembrava fatta, ma non lo era, perché il North Carolina, che pure è all’undicesimo posto nella classifica degli stati con il Pil più alto, non ha mai recepito i memorandum per migliorare la condizione delle scuole delle comunità rurali. Anzi. Per dirla tutta, il caso è ancora aperto, perché nel 2019, un report stilato dall’istituto di ricerca WestEd ha riscontrato che «molti bambini non ricevono un’istruzione solida e di base». Da allora la corte locale del North Carolina ha intimato già due volte allo Stato di attuare un piano in sette punti per sanare le lacune delle scuole rurali. Il problema dell’inadeguatezza delle scuole delle comunità rurali in America non riguarda solo il North Carolina, ma decine di Stati, ed è faccenda antica (risale grosso modo alla seconda metà del secolo scorso) ma, dopo la crisi del 2008, è verticalmente peggiorato, perché ad aggravarlo hanno concorso più fattori, causa ed effetto l’uno dell’altro: da un lato, le città si sono fatte più attrattive, perché tra i grattacieli si trovavano i lavori e le opportunità migliori; dall’altro le campagne, complice il clima, si sono fatte sempre meno abitabili e abitate, perché il progressivo diminuire di abitanti ha portato con sé la diminuzione di servizi e lavoro e, di converso, un aumento delle imposte, perché il costo dei servizi, anche minimi, viene diviso per un numero sempre inferiore di persone. Così chi può, appena può se ne va. E si ricomincia il giro. A fare le spese di questo progressivo impoverimento delle campagne sono, inevitabilmente, i bambini e i giovani studenti, figli di quelli che non vogliono o, più di frequente, non possono andarsene. I numeri non sono da poco, perché ad oggi, circa il 97 per cento della superficie degli Usa è costituita da aree rurali e ospita circa la metà dei distretti scolastici, un terzo delle scuole e un quinto degli studenti negli Stati Uniti. Questo fa sì, tradotto in numeri assoluti, che 9,3 milioni di bambini, frequentino una scuola rurale, il che significa scuole spesso con edifici vecchi e persino fatiscenti, senza accesso a Internet e che non hanno potuto, se non grazie a singoli insegnanti che si collegavano da casa, fare fronte ai mesi di Dad, ma anche senza libri di testo, perché le loro biblioteche hanno volumi così obsoleti da non coprire tutto il programma richiesto dai test nazionali o di ammissione alle università e, soprattutto, scuole nelle quali mancano gli insegnanti. Questa, è forse la piaga peggiore di tutte, perché a sua volta, ne genera altre. La ragione è questa: negli Stati Uniti ogni distretto scolastico, in base alle sue possibilità, decide la paga dei suoi docenti. Questo fa sì che mentre, in alcune scuole di Stati come Delaware, Massachusetts, California o New York, le paghe degli insegnanti possono sfiorare i 100 mila dollari l’anno, in altri, come il Montana, l’Alabama o il North Carolina, difficilmente arrivino a 45 mila l’anno. Per questa ragione nessun insegnante che abbia la possibilità di scegliere, vuole insegnare in scuole di distretti poveri. Gli unici disposti a farlo sono quelli che non sono riusciti a farsi assumere in altre, più remunerative, scuole. Una specie di selezione naturale al contrario che fa sì che gli insegnanti o non ci siano (il Colorado ha indicato la sua carenza di insegnanti in circa 3.000), o, quando ci sono, siano poco qualificati o smaniosi di andarsene, lasciando le classi nelle mani di supplenti o di colleghi meno preparati. Un modo escogitato per risolvere la questione della mancanza di insegnanti è stato il Grow your own program avviato da alcuni Stati, come l’Alabama, il Colorado, il Minnesota o il Missouri. In pratica si tratta di un piano per l’impiego che prevede che gli studenti delle comunità rurali che si laureano e che scelgono di diventare insegnanti nelle loro città di provenienza ricevano una borsa di studio e, poi, una volta tornati a casa, abbiano un posto di lavoro assicurato. L’idea, in teoria, ha senso. Ma in pratica non funziona, perché come fa notare il New York Times «per far crescere i propri insegnanti, un distretto deve produrre abbastanza laureati per riempire il suo posti vacanti. E gli studenti rurali non arrivano quasi mai all’università». Inoltre, i pochi che lo fanno, raramente hanno voglia di tornare nella minuscola città da cui sono appena riusciti, spesso con fatica, a scappare. Così, oggi, l’America appare un posto diviso in quelle che il Washington Post, con una metafora sportiva, ha chiamato due squadre: in una giocano le coste e le grandi città, nell’altra le campagne, spopolate, povere, dimenticate, i cui giocatori migliori appena possono, passano alla squadra delle città condannando sempre più inesorabilmente la squadra delle campagne alla sconfitta. Per risolvere il problema, occorrerebbe partire dalle fondamenta, ossia dalle scuole. Che però non possono sopravvivere ed essere finanziate se non si creano lavoro e reddito. Che non si possono creare in posti dove non ci sono scuole. E via così.

Da askanews.it il 23 ottobre 2021. La città di New York ha approvato lunedì 18 ottobre la rimozione della statua di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, esposta nella camera di consiglio da più di un secolo, a causa del suo passato da schiavista. Una commissione del consiglio comunale adottò all’unanimità il principio del ritiro di Jefferson, che fu anche uno degli autori della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. Jefferson tenne più di seicento schiavi nella sua piantagione in Virginia. Ebbe sei figli da uno di questi schiavi. La rimozione della statua era stata richiesta per diversi anni dai consiglieri comunali latini e neri, e ora si prevede che la statua si unisca a una sala della New York City Historical Society. Terzo presidente degli Stati Uniti, “Jefferson rappresenta alcune delle pagine più vergognose della lunga e articolata storia del nostro paese”, ha affermato il consigliere afroamericano della città di New York Adrienne Adams. Il dibattito sulla presenza di questa statua nella sala consiliare del municipio di New York era stato rilanciato con il movimento Black Lives Matter, nato dalla morte dell’afroamericano George Floyd, asfissiato sotto il ginocchio di un poliziotto bianco nel maggio 2020 a Minneapolis. Dopo diversi anni di tensioni incentrate sul passato schiavista degli Stati Uniti, l’8 settembre in Virginia è stato sfatato il monumento più importante denunciato come simbolo razzista del Paese: è caduta la gigantesca statua del generale Lee, ex comandante dei sudisti dal suo piedistallo dopo essere stato sul piedistallo per più di 130 anni a Richmond.

Il vero volto (discriminatorio) dell’antirazzismo liberal. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 24 ottobre 2021. Parafrasando Pier Paolo Pasolini, siamo dinanzi al “razzismo degli antirazzisti”: sembra infatti un paradosso, ma negli Stati Uniti e, in generale, nel mondo anglosassone, l’antirazzismo liberal si sta – non troppo lentamente – trasformando in un razzismo “sistemico” nei confronti dei bianchi. A denunciarlo non è certo una testata conservatrice o di estrema destra ma Leighton Woodhouse sul blog della ex giornalista e redattrice del New York Times, Bari Weiss. Come spiega Woodhouse, infatti, la soluzione proposta dall’antirazzismo woke non è quella che “insegnavano Martin Luther King e Thurgood Marshall” ossia che “tutti gli esseri umani sono uguali e quindi ogni tipo di discriminazione è un male. Si tratta, invece, in modo esplicito, di abbracciare la discriminazione, ma questa volta come strumento di ‘equità’. In pratica, questo significa una discriminazione razziale contro i bianchi e gli asiatici”. Questo per “compensare” i secoli di razzismo che gli afroamericani hanno provato sulla propria pelle per colpa dei bianchi.

La nuova concezione di razzismo: dimenticata la lezione di Martin Luther King

Nel suo libro del 2019 How To Be an Antiracist, lo storico Ibram X. Kendi spiega cosa significa essere “antirazzisti” nell’America di oggi. “L’unico rimedio alla discriminazione razzista è la discriminazione antirazzista. L’unico rimedio alla discriminazione passata è la discriminazione presente. L’unico rimedio alla discriminazione attuale è la discriminazione futura” scrive Kendi. Tanto che il Wall Street Journal si chiede, a proposito delle teorie del controverso storico: “La cura per il razzismo è davvero più razzismo?”. Come sottolinea RealClear Politics, per comprendere appieno il nuovo antirazzismo, dobbiamo ricordare la definizione tradizionale di razzismo: stereotipizzazione, denigrazione, emarginazione o esclusione delle persone sulla base della razza. Definizione che ha cambiato radicalmente significato in “emarginazione e/o l’oppressione delle persone di colore basate su una gerarchia razziale socialmente costruita da chi privilegia i bianchi”.

Dopo la morte di George Floyd e le proteste di Black Lives Matter, questo modo di pensare e concepire il razzismo ha cominciato a dilagare nei campus universitari, sui media liberal, nell’opinione pubblica, diventando un dogma indiscutibile. L’aspetto centrale di questa nuova concezione di “razzismo” è che non è più neutrale rispetto alla razza. Ora è impossibile, per definizione, che i bianchi siano vittime del razzismo. La definizione stessa costruisce una “gerarchia razziale” per cui solo le persone di colore possono essere vittime e solo i “bianchi” possono emarginare o opprimere. I bianchi non possono in alcun modo essere vittime, solamente “carnefici”, oppressori e privilegiati. Chi nasce bianco, già in culla, è accusato di essere parte di un sistema che privilegia i bianchi. Non è forse una concezione razzista quella secondo cui una persona di colore è vittima del razzismo, per definizione e, al contrario, una persona identificata come “bianca” è razzista?

Il razzismo contro i bianchi è realtà?

Che la nuova concezione di antirazzismo sia ormai parte del dna culturale della sinistra progressista americana e dei liberal, lo dimostrano anche le azioni dell’amministrazione Biden. Come sottolinea Woodhouse, lo scorso marzo, il presidente Biden ha firmato il Rescue Plan Act, che avrebbe dovuto aiutare gli americani che ancora si stanno riprendendo dal Covid-19. Il disegno di legge ha stanziato 4 miliardi di dollari solo per gli agricoltori di colore, che hanno perso terreno per anni e ora costituiscono solo il 2% di tutti gli agricoltori americani. Questa era, sostenevano i sostenitori, una forma di “giustizia riparativa”, dato che gli agricoltori afroamericani erano stati duramente colpiti da decenni di “razzismo sistemico”. Peccato che negli Stati Uniti l’agricoltore medio guadagni appena circa  45.000 dollari l’anno e la stragrande maggioranza degli agricoltori, di tutte le razze, sta affogando nei debiti.

A porre fine a questa evidente discriminazione è fortunatamente intervenuto il Wisconsin Institute for Law and Liberty, il quale ha intentato una causa contro il governo federale. Un‘ingiunzione del tribunale ha messo fine a quello che ha definito “una diffusa discriminazione”. Perché mai gli agricoltori del 2021 dovrebbero essere ritenuti responsabili e dunque penalizzati di un qualcosa che non hanno commesso? Altro esempio concreto del razzismo contro i bianchi – e asiatici – è rappresentato dalla clamorosa decisione dell’Art Institute of Chicago, che il mese scorso ha licenziato i suoi docenti universitari – volontari – per essere troppo bianchi e troppo benestanti. I 122 volontari avevano dedicato, in media, 15 anni della loro vita al museo, e avevano una profonda conoscenza delle sue oltre 300.000 opere d’arte. Questa forma discriminatoria di “antirazzismo” non è una tuttavia prerogativa dei soli Stati Uniti. Come riportato nelle scorse settimane dal Giornale.it, nel Regno Unito succede che l’English Tour Opera, una delle più importanti compagnie liriche internazionali, ha deciso di lasciare a casa metà dei suoi musicisti orchestrali e di non rinnovare loro il contratto. Motivo? Hanno la pelle del colore “sbagliato” e devono lasciare il posto ad altri, appartenenti alle minoranze. Non conta che questi 14 musicisti siano dei veterani, che siano bravi e professionali, no: sono bianchi, dunque addio.

La teoria critica della razza

Per gli attivisti antirazzisti tutto ciò si basa sulla Teoria critica della razza. Secondo i suoi sostenitori, la “supremazia bianca”, attraverso il “razzismo sistemico”, esiste e mantiene il potere attraverso la legge e una visione della storia vista sotto la prospettiva dei bianchi. Secondo tale teoria, “il razzismo è radicato nel tessuto e nel sistema della società americana” ed è pervasivo nella cultura dominante”. Come riportato da InsideOver, molti studiosi e accademici hanno criticato la teoria critica della razza e i suoi sostenitori spiegando che essa fomenta il razzismo dei neri contro i bianchi e dunque una guerra cultura insuperabile.

Tra questi c’è il giudice Richard Posner della Corte d’Appello del Settimo Circuito degli Stati Uniti, il quale ha sostenuto, nel 1997 che la teoria critica della razza “volta le spalle alla tradizione occidentale dell’indagine razionale, rinunciando all’analisi per la narrativa”. Inoltre, rifiutando l’argomentazione ragionata, i teorici della razza critica, “rafforzano stereotipi sulle capacità intellettuali dei non bianchi”. L’ex giudice Alex Kozinski, che ha prestato servizio presso la Corte d’Appello del Nono Circuito, ha criticato i teorici critici della razza nel 1997 per aver sollevato “barriere insuperabili alla comprensione reciproca” e quindi eliminando opportunità di “dialogo significativo”.

Vuoi laurearti? Segui un corso sull'antirazzismo. Gerry Freda l'11 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il corso antirazzismo introdotto dalla legge californiana punterà a fare maturare negli studenti una maggiore coscienza delle iniquità sociali. Una legge appena entrata in vigore nello Stato americano della California stabilisce che gli studenti, per conseguire il diploma di liceo, dovranno frequentare un "corso obbligatorio antirazzismo". La normativa in questione è stata varata da Gavin Newsom, governatore democratico del Golden State, dopo oltre un anno di dibattito sulla giustizia razziale acceso dall'uccisione dell'afroamericano George Floyd. L'approvazione di questa legge, la cui prima bozza risale al 2018, è stata subito commentata da molti analisti Usa come "un unicum" a livello nazionale. Nel provvedimento si legge che i corsi antirazzismo obbligatori si chiameranno formalmente "studi etnici" e punteranno a fare conoscere meglio agli studenti le diverse comunità etniche che popolano la California e che ne costituiscono la ricchezza economica, culturale e accademica. Lo scopo dichiarato dell'insegnamento in questione è promuovere negli studenti "una consapevolezza sociale", affrontare "le iniquità del sistema" e le forme di intolleranza verso afroamericani, ebrei e immigrati. La legge appena varata non descrive nel dettaglio il programma del corso antirazzismo, ma si limita a delineare una cornice generale inerente ai principi e agli scopi connessi all'innovativa attività didattica. Saranno quindi i distretti scolastici e le singole scuole a definire autonomamente il contenuto dei corsi, che saranno offerti a partire dal 2025, mentre l'obbligo per il diploma scatterà dal 2029. Il governatore Newsom ha salutato l'introduzione del percorso didattico antirazzismo presentandolo come una sorta di "vaccino contro le discriminazioni". Tuttavia, la sua decisione ha innescato subito feroci polemiche nel Paese. A tuonare contro il provvedimento è stato innanzitutto il fronte conservatore, con in testa l'ex presidente Donald Trump. Il tycoon ha infatti bollato la legge incriminata come "propaganda tossica della sinistra" e come esempio di "Cancel culture". A esprimere critiche verso la normativa sono state però anche associazioni ebraiche e arabe, per cui i corsi antirazzismo rischiano di non essere sufficientemente calibrati sul tema dell'odio verso le comunità giudaiche e musulmane. I sostenitori della riforma la difendono invece evidenziando la crescente "emergenza intolleranza" nelle scuole americane, la cui ultima dimostrazione sarebbe la petizione online "per ripristinare la schiavitù" fatta circolare da alcuni studenti del Missouri.

Gerry Freda. Nato ad Avellino il 20 ottobre 1989. Laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Relazioni Internazionali. Master in Diritto Amministrativo. Giornalista pubblicista. Collaboro con il Giornale.it dal 2018.

CIA. Operazione Mockingbird, obiettivo manipolazione di massa. Pietro Emanueli su Inside Over il 7 dicembre 2021. Come si persuade un popolo che una guerra è giusta? Come si trasforma un presidente democraticamente eletto in un despota sanguinario? Come si conduce una caccia alle streghe nell’età della nuova Inquisizione? E come si possono convincere un pittore che il blu è rosso e un matematico che due più due fa cinque? La risposta, a tutte e cinque le domande, è una: con la (dis)informazione.

Propaganda, ingegneria sociale, armi cognitive, neuro-guerre e operazioni psicologiche possono riuscire nell’impensabile e nell’impossibile, facendo di menzogna verità, e di verità menzogna, e convertendo Abele in Caino. E il vissuto dei più geniali psico-guerrieri della Casa Bianca, Edward Bernays e Charles Douglas Jackson, ne è la dimostrazione. Due artisti inarrivabili e inimitabili della manipolazione mentale, Bernays e Jackson, i cui insegnamenti gli Stati Uniti provarono ad applicare all’acme della Guerra fredda. Questa è la storia dell’operazione Mockingbird. 

Un'operazione pionieristica

Questa storia inizia dalla fine, nell’anno 1975, ed è la storia di un comitato governativo – la Commissione Church – che, istituito per fare luce su alcune attività illegali presumibilmente commesse dalla Central Intelligence Agency in patria e all’estero – tra le quali il rovesciamento della presidenza Allende in Cile –, viene a conoscenza di una macroscopica ed ultrasegreta operazione di condizionamento mentale consumata ai danni dell’opinione pubblica a stelle e strisce.

Le indiscrezioni relative a quest’operazione avevano cominciato a circolare all’indomani del Watergate, il più grave scandalo politico-spionistico dell’epoca, e trovarono conferma nelle pagine del rapporto finale della Commissione Church. Pagine riprese da Rolling Stone nel 1977, in un articolo a cura di Carl Bernstein (The CIA and the Media), e svelanti una realtà scioccante, al di là di ogni immaginazione e dietrologia: il mondo dell’informazione statunitense era stato infiltrato, corrotto ed utilizzato dallo Stato profondo per un ventennio, forse un trentennio, allo scopo di influenzare convinzioni, valori e visioni dell’opinione pubblica su temi attinenti alla Guerra fredda. E il tutto aveva avuto un nome: operazione Mockingbird.

I numeri di Mockingbird

Stati Uniti, 1967. La rivista Ramparts pubblica un articolo-denuncia sull’Associazione Nazionale degli Studenti: riceverebbe finanziamenti dalla CIA. Inaspettatamente, però, l’articolo non crea lo scandalo atteso dagli editori: la denuncia, anzi, passa in sordina. Avrebbero scoperto soltanto anni dopo, grazie alla Commissione Church, che la grande stampa aveva ricevuto ordine dallo Stato profondo di non rilanciare e/o minimizzare le notizie compromettenti sugli Stati Uniti e i loro apparati. La grande stampa e il mondo dell’informazione, al contrario, dovevano produrre bufale e articoli demonizzanti su personaggi scomodi – da attori a politici –, mettere in cattiva luce le potenze ostili all’America e fare ritratti della realtà internazionale quando edulcorati e quando drammatizzati.

Nello specifico, secondo la Commissione Church – alla quale si deve la minuziosa ricostruzione del piano per la detronizzazione di Salvador Allende – e i giornalisti investigativi che hanno indagato sulla vicenda, l’operazione Mockingbird fu unica nel suo genere. Unica per scopo – il traviamento di un’intera nazione a mezzo di bufale e semi-verità –, lunghezza – circa o poco più di un ventennio – e dimensioni – il numero dei giornali e dei giornalisti arruolati. Dimensioni che sarebbero state le seguenti:

Almeno 400 i giornalisti categorizzati come asset dalla CIA, tra i quali gli illustri Arthur Hays Sulzberger del New York Times e Stewart Alsop del Time.

Decine i giornali e i media coinvolti nella rete Mockingbird, tra i quali CBS, Christian Science Monitor, Copley News, Life, NBS, Newsweek, New York Times, Reuters, The Courier-Journal, The Miami News, The Washington Post, The Washington Star, Time.

Un miliardo di dollari investito annualmente in attività di propaganda, produzione di film dall’alto potenziale persuasivo – come la trasposizione cinematografica de La fattoria degli animali di George Orwell – e stipendiamento degli asset.

Circa tremila gli ufficiali della CIA coinvolti a vario titolo nell’operazione nel corso degli anni Cinquanta.

L'operazione dei misteri

Difficile stabilire con certezza chi sia stato coinvolto in Mockingbird, dato che alcuni continuano a credere che non sia mai esistita, ma su alcuni nomi sembra esserci concordia unanime: lo psico-guerriero Charles Douglas Jackson, il re dell’editoria Phil Graham e il grande burattinaio Cord Meyer – tra i più importanti cervelli della CIA e tra i presunti associati all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

Difficile stabilire con esattezza una data di inizio e fine, perché nemmeno la Commissione Church riuscì a squarciare la coltre di nube avvolgente Mockingbird, ma la giornalista investigativa Deborah Davis, in Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post, giunse alla conclusione che potesse essere sorta in reazione alla nascita dell’Organizzazione Internazionale dei Giornalisti – un’entità (dis)informativa rispondente al Cremlino e fondata a Praga nel 1946.

Se la ricostruzione di Davis fosse vera, e Mockingbird fosse stata sviluppata verso la fine degli anni Quaranta – cioè quando la CIA era ancora OSS –, ciò significherebbe un’infiltrazione della stampa e della televisione più che ventennale. E vent’anni, se non di più, rendono Mockingbird l’operazione psicologica più lunga di cui si abbia notizia.

Commissione Church e indagini di Davis a parte, il nome Mockingbird compare anche nei famigerati Family Jewels – una raccolta sulle attività illegali della CIA esperite sul suolo statunitense fra il 1959 e il 1973 – affianco ad altre operazioni di sorveglianza di massa e controllo mentale entrate nell’immaginario collettivo a stelle e strisce, tra le quali CHAOS, MERRIMAC e MKULTRA. Operazioni diverse ma complementari, divise dai mezzi ma unite dai fini: la conformazione dei valori e dei voleri dell’opinione pubblica a quelli dello Stato profondo.

Guido Olimpio per il "Corriere della Sera" il 29 ottobre 2021. Ayatollah Mike. Il mietitore. Il principe delle Tenebre. Il Lupo. Soprannomi che equivalgono alle tacche su un cinturone. Carattere scorbutico. Un'ossessione: distruggere Al Qaeda. C'è questo e molto di più nel profilo di Mike D'Andrea, funzionario che per anni ha guidato l'anti-terrorismo della Cia ed è poi passato a dirigere il «centro Iran». Ora lo hanno mandato in pensione perché il suo ufficio è tornato nella divisione Medio Oriente, sono altre le priorità. A cominciare dalla Cina e clima. Inoltre non era più nei cuori della dirigenza. Mike, nome in codice Roger, è nato in Virginia, è cresciuto in una famiglia di agenti ed ha finito per identificarsi in quel ruolo. Dicono che durante i corsi d'addestramento alla famosa «fattoria» non avesse brillato, era indietro rispetto ad altre reclute. Poi ha bruciato le tappe trasformando il lavoro in una missione. Lo hanno mandato in Africa, ha dovuto imparare a districarsi in Paesi instabili, tra cento fazioni. Ha svolto il compito ed ha anche trovato moglie, una musulmana delle Comore e per questo motivo si è dovuto convertire. Quindi nuove «stazioni» all'estero, compreso un posto importante come Il Cairo. Gradino dopo gradino è approdato all'unità che doveva inseguire i seguaci di Bin Laden. E l'ha guidata - fatto raro - per un periodo lunghissimo, dal 2006 al 2015. Le testimonianze di amici e nemici convergono. Arrivava per primo a Langley e se ne andava per ultimo. A volte non se ne andava per nulla rimando a dormire su un divano. Grande fumatore, grande bevitore di bibite gassate, ha sempre preteso il massimo dai suoi, facendoli soffrire, pretendo lealtà assoluta. Poche le pause, 12-14 ore di impegno, 7 giorni su 7. Maniacale nella gestione, sferzante nei giudizi, ostico con i superiori. Sotto Roger la campagna contro i jihadisti ha assunto cadenze impressionanti, con centinaia di militanti uccisi, compreso Osama. D'Andrea è convinto che esista un'unica soluzione: farli fuori, terrorizzare i terroristi. E si è affidato ai droni che hanno utilizzato missili con cariche modificate. Questo dopo che i test condotti nel deserto del Nevada avevano dimostrato che gli ordigni potevano essere meno efficaci. Anche se facevano morti comunque, senza distinzioni. La guerra è sempre stata sporca, mai innocente. Nel 2009 l'intera sezione Cia nella base di Khost è annientata da un kamikaze giordano. E in quei giorni a D'Andrea sarà rimproverata la scelta di aver affidato il team ad una collaboratrice brava nell'analisi ma senza alcuna esperienza sul campo. Un'ombra sul principe nero. Poi la tragedia nel 2015 quando un raid uccide per errore l'ostaggio italiano Giovanni Lo Porto e l'americano Warren Weinstein in Pakistan. Alcune delle tante vittime civili, storia ripetutasi a Kabul in agosto. Roger - che sarà al centro di scontri con i vertici dell'agenzia - è trasferito ad altro incarico. Riemergerà nel 2017 sotto l'amministrazione Trump, gli hanno affidato il dossier Iran. Altri colpi, ancora operazioni. Il generale iraniano Qasem Soleimani è assassinato a Bagdad da un drone. Il nome di D'Andrea rispunta sospinto da voci mediorientali che lo danno per morto in un incidente aereo in Afghanistan. Schermaglie psicologiche. Sono le ultime notizie sulla spia, poi il pensionamento forzato come fosse un impiegato di una ditta. Può sembrare strano, ma la Cia è anche questo. 

Alessandro Camilli per blitzquotidiano.it il 10 ottobre 2021. Troppi agenti della Cia eliminati. È l’allarme lanciato dalla Cia che, con un dispaccio a tutte le sue stazioni sparse per il mondo e finito sulla stampa americana, certifica lo stato di crisi dell’intelligence a stelle e strisce. Spionaggio americano che fa acqua, rischiando di lasciare “cieca” la più grande potenza mondiale per colpe interne, vittima anche lei come un’Italia qualsiasi della burocrazia, ma anche della crescita dei sistemi di controspionaggio dei paesi nemici divenuti negli anni sempre più efficienti. 

Non c’è più la Cia di una volta, signora mia

O forse la Central Intelligence Agency non è quella che Hollywood ci ha sempre raccontato. La storia dell’agenzia di spionaggio americana è infatti, a leggerla, una storia costellata di clamorosi fallimenti.  Nata nel 1947 con l’intento di metter ordine in un’inadeguata attività di spionaggio per evitare il ripetersi di Pearl Harbor, attacco che aveva colto Washington di sorpresa, negli anni non è stata in grado di anticipare altre ‘sorprese’, ultimo in ordine di tempo il recente crollo del governo sostenuto dagli americani in Afghanistan. E poi si fece sfuggire la Primavera Araba e la morte di Kim Jong Il in Corea del Nord; non capì l’imminente crollo dell’Unione Sovietica, il disastro della Baia dei Porci a Cuba e l’imprevista offensiva del Tet dei Vietcong in Vietnam. Mancò completamente la rivoluzione iraniana del 1979 come nello stesso anno l’invasione sovietica dell’Afghanistan e, in tempi più recenti, certificò il possesso da parte dell’Iraq di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa in realtà mai trovate.

Fallimenti noti contro, forse o probabilmente, successi mai diventati di pubblico dominio

E’ vero infatti che le operazioni ben fatte delle spie, come è facile immaginare e come anche 007 ci insegna, non sono pubblicizzate. Di fronte ai clamorosi insuccessi della Cia ci saranno quindi anche vere e proprie imprese di cui forse non sapremo mai nulla. Ma l’allarme in questo caso arriva direttamente da Langley e dice, senza mezzi termini, che le spie americane sono sempre più indietro, mentre quelle degli altri paesi migliorano anno dopo anno. Le cause e le colpe di questa crescente inefficienza, come spesso accade, sono molte e diverse. C’è, in primis, un problema molto interno e apparentemente molto poco americano di burocrazia e regolamenti ‘aziendali’.  Il dispaccio inviato identifica questo problema endogeno come “mission over security”: il privilegiare cioè la conquista di nuovi agenti sui potenziali rischi che ne derivano. Una fretta figlia di carenze delle quali la Cia risente già da tempo nelle attività di intelligence “umana”. I funzionari della Cia, noti come “case officers”, ricevono promozioni e fanno carriera sulla base di target quantitativi assai più che qualitativi con il successo e la crescita professionale che dipende da quanti agenti sono reclutati e non da come operano. Una politica che ha prodotto agenti di scarsa qualità e affidabilità che hanno ulteriormente compromesso le reti di spie americane. 

Un caso eclatante in questo senso risale al 2009, in Afghanistan

Una bomba esplose in un avamposto Cia a Khost, uccidendo sette agenti. Fu un attacco suicida da parte di un medico giordano che l’agenzia aveva pensato di aver arruolato per penetrare Al Qaeda e che invece era stato arruolato da Al Qaeda con la missione opposta. L’inefficienza casalinga non è però l’unica causa dei troppo agenti “eliminati”. Mentre la Cia perdeva capacità, contemporaneamente, le intelligence dei paesi ne acquisivano. Tra i paesi ‘ufficialmente’ nemici sono Russia e Cina a preoccupare in particolare ma, anche una nazione come l’Iran, con minor raggio d’azione della Cina ma con ambizioni nucleari e mire regionali, sarebbe nel mirino della Cia per una presenza essenziale di intelligence. Proprio Russia e ancor più Cina e Iran si sono invece trasformati in altrettanti, recenti disastri per le spie statunitensi. Numerosi informatori Usa sono stati in questi anni messi a morte anzitutto da Pechino a Teheran; altri hanno dovuto essere “estratti” in extremis e fatti sparire per sicurezza. Così gli agenti americani, come definisce la Cia gli informatori che recluta, vengono da alcuni anni sistematicamente eliminati, cioè definitivamente compromessi: arrestati, trasformati in protagonisti del doppio gioco oppure, più semplicemente, uccisi. 

La complessa comunità dell’intelligence Usa. Andrea Muratore su Inside Over il 12 settembre 2021. I servizi segreti statunitensi sono un corpo estremamente articolato e complesso. Diviso in diversi settori e apparati coordinati da un’agenzia di raccordo, la United States Intelligence Community (Usic), il mondo dei servizi si occupa trasversalmente di sicurezza nazionale, raccolta informativa, controllo delle minacce al Paese e promozione degli obiettivi politico-diplomatici della superpotenza a stelle e strisce. 

Una comunità articolata e costosa. Gli Stati Uniti hanno ben 17 agenzie di intelligence la più antica delle quali è l’Office of Naval Intelligence facente capo alla Marina militare a stelle e strisce, fondata nel 1882, mentre la più recente è Space Delta 7, il corpo di raccolta informazioni della United States Space Force istituito nel 2020. Il numero di persone che lavorano in questi apparati e nell’ampio e complesso network di imprese, organizzazioni e think tank ad essi collegati è stimabile in diverse centinaia di migliaia di persone, tanto che nel 2010 il Washington Post aveva indicato in 854mila il numero di individui che (secondo una stima al ribasso) avevano accesso a informazioni classificate con diversi livelli di segretezza in ambiti strategici per la sicurezza nazionale. Tale apparato ha un costo di mantenimento sensibile: tra intelligence civile e militare, gli stanziamenti federali per i servizi segreti sono cresciuti dai 67,9 miliardi di dollari del 2014 agli 85,8 del 2020, a testimonianza della cruciale rilevanza dell’Usic nella vita pubblica americana.

Come l'intelligence riferisce al presidente. Il vertice operativo di tutta la comunità dell’intelligence è, chiaramente, alla Casa Bianca: il presidente degli Stati Uniti ha un potere di comando e controllo, di decisione delle nomine per i vertici e di scrutinio operativo sull’intera Usic, e in seno al governo allo Studio Ovale risponde direttamente il Director of National Intelligence (Dni), un vero e proprio plenipotenziario del presidente. La carica di Dni è attualmente ricoperto dall’esperta di sicurezza nazionale Avril Haines, il cui ruolo è stato da Joe Biden elevato a quello di un vero e proprio ministro dell’amministrazione. Secondo l’Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act del 2004 il Dni ha la possibilità di affiancare il presidente nelle riunioni del National Security Council e ogni mattina il suo ufficio manda sulla scrivania del comandante in capo il Daily Brief, un memorandum contenente le informazioni più strategiche e dal più alto valore operativo. Si capisce in quest’ottica come i servizi siano di fatto il vero centro propulsivo della vita politica a stelle e strisce. La scelta di quali informazioni possano varcare prioritariamente la soglia dello Studio Ovale è in capo in maniera prioritaria alla comunità dell’intelligence e nel corso degli ultimi anni, dalla crisi afghana alla pandemia di Covid-19, dalla gestione dei rapporti con la Corea del Nord al braccio di ferro con la Cina, i presidenti hanno riposto nella raccolta informativa operata dagli alleati la massima, se non assoluta, fiducia per orientare le loro mosse. Nel 2002 il portavoce di George W. Bush, Ari Fleischer, definì il Daily Brief come “il più sensibile tra i documenti classificati del governo”, mentre l’ex direttore della Cia George Tenet nel 2000 parlò del fatto che per nessun motivo sarebbe mai stato possibile desecretare, in futuro, un solo di questi documenti. Nel corso degli anni, tuttavia, diverse migliaia di aggiornamenti arrivati sulle scrivanie dei presidenti sono stati resi accessibili al pubblico, specie per quanto concerne il periodo compreso tra l’amministrazione Kennedy e l’amministrazione Ford in cui il Paese fu profondamente impegnato in Vietnam.

Le agenzie chiave: Cia e Nsa. Mentre molte agenzie svolgono lavoro di intelligence classico sotto i vari Dipartimenti, due agenzie sulle diciassette facenti capo al Dni hanno una rilevanza particolare, e sono non a caso le maggiormente note: parliamo della Central Intelligence Agency (Cia) e della National Security Agency (Nsa). La Cia ha la particolare caratteristica di essere un’agenzia ibrida, formalmente civile ma con importanti ramificazioni operative in ambito militare e paramilitare. La sua natura di agenzia indipendente non facente riferimento a nessun dipartimento la pone in diretto contatto con la Casa Bianca ed è l’unico apparato federale Usa autorizzato dalla legge a compiere su ordine del Presidente operazioni coperte fuori dai confini nazionali. La Cia assorbe circa un quarto del budget dell’intelligence e ha la sua principale caratteristica nell’attività di coordinamento delle operazioni di human intelligence (Humint) attraverso l’intera comunità federale. La sua struttura focalizzata sull’arruolamento diretto di persone come agenti o operativi ne ha alimentato una certa mitologia, ma ha anche contribuito alla sua notorietà. Soprattutto dopo l’11 settembre, che ha mostrato la complessità del coordinamento interno ai servizi, la Cia è diventata di fatto l’organismo di raccordo che porta all’attenzione del Dni e del Presidente le priorità operative. La National Security Agency è invece sottoposta al controllo del dipartimento della Difesa ed è incaricata della sicurezza informativa in materia transnazionale. Si occupa del monitoraggio, della raccolta e dell’elaborazione globali di informazioni e dati a fini di intelligence e controspionaggio esteri e nazionali, con un focus dunque sulla signal intelligence (Sigint) e ha acquisito rilevanza a partire dalla Guerra al Terrore, nel corso della quale il cui uso è stato estremamente ambiguo. In particolare il 16 dicembre 2005 fece scalpore quanto dichiarato dal New York Times, secondo cui l’amministrazione Bush aveva ordinato intercettazioni telefoniche indiscriminate andando anche oltre le prescrizioni del Patriot Act, servendosi della Nsa e otto anni dopo Edward Snowden contribuì a rilevare le dinamiche dei programmi di sorveglianza di massa dell’agenzia. La Nsa acquisì una strutturata mole di dati su transazioni finanziarie, telefonate, scambi di e-mail, contatti di cittadini e leader stranieri in quella che ha rappresentato la più complessa procedura di conquista e archiviazione di informazioni sensibili della storia. A testimonianza del fatto che il cuore dell’impegno politico-strategico della comunità dell’intelligence sta nella caccia al ricco e sempre più sfruttabile potenziale informativo ricavabile dall’analisi degli scenari internazionali. Nella consapevolezza che monitorare Paesi amici e rivali, governi, infrastrutture fisiche e digitali di interscambio possa fornire agli Usa la capacità di analisi e previsione per anticipare gli scenari. E, in ultima istanza, conservare la leadership globale. Un paradigma spesso rivelatosi più complesso per problemi di elaborazione e errori politici, ma a cui manca ancora una reale alternativa su scala planetaria.

Tony Damascelli per "il Giornale" il 13 settembre 2021. Basta rovistare negli archivi della Cia e si scopre che Louis Armstrong venne usato, a sua insaputa, come spia nel continente africano, con l'obiettivo di rendere più facili e immediate le notizie e le relazioni con i governanti, quelli del Katanga in particolare. Un racconto che è dettagliato e riportato da Susan Williams nel libro, uscito nello scorso agosto, sotto il titolo White Malice. Satchmo era stato incaricato dal Dipartimento di Stato di lucidare l'immagine degli Stati Uniti nei Paesi che avevano conquistato l'indipendenza dal colonialismo e dunque il jazz, di grandissima moda in quel tempo, siamo a cavallo tra il Cinquanta e il Sessanta, rappresentava un passaporto per riunire la gente di colore sotto la bandiera del più illustre artista. Armstrong aveva 58 anni e la sua fame era mondiale, avrebbe raccolto un album di 20 pezzi sotto il titolo The real Ambassadors, proprio sul tema dei diritti civili, calpestati in Africa e non solo, lo stesso trombettista aveva abbandonato un tour in Unione Sovietica come manifestazione di protesta nei confronti di alcuni episodi di razzismo negli Usa. La Williams scrive che l'artista, accompagnato da Lucilla Wilson, sua quarta moglie, e da un rappresentante dell'ambasciata americana, aveva creduto di essere invitato a cena, a Leopoldville, al tempo la capitale del Congo, da un delegato del governo e invece si ritrovò al tavolo Larry Devlin, capo della Cia in Congo. Devlin avviò un'amicizia con il chiaro intento di usare Armstrong come «cavallo di Troia», per poi raccogliere dati e sussurri su quelli che erano i movimenti dei dirigenti del governo congolese. Siamo nell'inverno del millenovecentosessanta e la Cia aveva interesse a entrare in possesso di ogni notizia sul Katanga, la ricca provincia, carica di giacimenti minerari, con oltre mille e cinquecento tonnellate di uranio. Armstrong è partito per una serie di esibizioni a Lumumbashi (Elisabethville), la capitale. Devlin e altri funzionari della Central Intelligence Agency, si accodarono, spacciandosi per grandi amanti del jazz, il trombettista avrebbe raccolto applausi e un popolo pronto a «parlare». In realtà la missione degli americani era criminale, il libro della Williams e gli archivi della Cia lo confermano: il bersaglio era Lumumba, il presidente del Congo, eletto democraticamente ma il cui programma politico internazionale non era ancora chiaro per il governo americano. Si temeva, infatti, che il trentacinquenne Patrice Lumumba trascinasse il Paese sotto l'influenza sovietica, era il tempo della guerra fredda e non dei compromessi diplomatici. Armstrong era del tutto ignaro che lo stesso Lumumba fosse stato sequestrato e quindi tenuto in prigione dai soldati di Mobutu che era il capo militare del paese africano, assai vicino, se non complice e collaborazionista dell'operato della Cia. «Satchmo» suonò e cantò le sue creazioni, la folla lo applaudiva non immaginando che, due mesi dopo, Patrice Lumumba sarebbe stato ucciso da alcuni funzionari del governo e da altri «inviati» dal Belgio. Il lavoro sporco e omicida di Devlin, che in seguito ammise il piano e le responsabilità, era stato eseguito, nella vergogna mondiale ma con Mobutu perfettamente allineato agli Stati Uniti. Il libro della Williams porta testimonianze di un progetto da film horror, con i tentativi di assassinare Lumumba, infiltrando varie figure all'interno del territorio, anche sindacalisti e funzionari delle varie compagnie aeree, già a partire dalla sua creazione nel 47, uno scenario da 007 ma con risvolti efferati, poi abortiti prima che venisse l'idea di sfruttare Armstrong il quale, ha sempre smentito di fare parte di qualunque progetto criminale: «Anche se rappresento il governo, non tutte le politiche del governo mi rappresentano» o, sta scritto in una pagina di White Malice. «Satchmo» non fu il primo e neanche l'ultimo «cavallo di Troia», Hollywood ha fornito molto materiale, in cambio di droga e ruoli nelle produzioni più importanti. La storia continua, non solo in Africa.

Che cos’è il Pivot to Asia e perché è importante. Federico Giuliani su Inside Over il 28 settembre 2021. Il Pivot to Asia è una delle principali iniziative di politica estera dell’amministrazione guidata da Barack Obama. Dalla sua proposizione, nel 2011, ad opera dell’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, questa strategia ha caratterizzato l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del continente asiatico durante la presidenza obamiana e non solo. Il “perno” – questa la traduzione in italiano di pivot – rappresenta una sorta di riequilibrio strategico degli interessi americani dall’Europa e dal Medio Oriente verso l’Asia orientale. Complice l’ascesa della Cina, le attività missilistiche della Corea del Nord, le mille questioni irrisolte al largo del Mar Cinese Meridionale, compresa l’indipendenza di Taiwan, Washington ha pensato bene di focalizzare la propria attenzione sull’area Indo-Pacifica.

L'importanza dell'Asia orientale. Prima di analizzare nel dettaglio la dottrina del Pivot to Asia, è importante introdurre lo scenario protagonista della vicenda. Nell’ultimo ventennio, il baricentro globale, tanto quello economico che politico-militare, si è gradualmente spostato verso il continente asiatico. Le motivazioni sono molteplici. Innanzitutto la Cina non è più un Paese arretrato; Pechino è anzi è diventato il rivale numero uno degli Stati Uniti, contribuendo a erodere il peso specifico di Washington nell’Indo-Pacifico. Nel frattempo, gli altri governi della regione hanno approfittato della crescita delle rispettive economie (provocata dalla globalizzazione), al punto che l’alleanza con questi stessi governi adesso è una contesa a due tra Cina e Stati Uniti, mentre in precedenza era appannaggio quasi esclusivo degli Usa. La Corea del Nord è un nodo da sciogliere – ma non l’unico – e quindi è meglio farlo controllando da vicino Pyongyang. Last but not least, le più importanti rotte commerciali transitano nel tratto marittimo che va dal Giappone allo Stretto di Malacca. Senza considerare, dal punto di vista statunitense, la necessità di tutelare le proprie basi militari disposte in tutto l’Estremo Oriente. Unendo i punti citati, appare quindi evidente la ragione che ha spinto gli Stati Uniti ad accendere i riflettori sull’Indo-Pacifico, un dossier trascurato per fin troppo tempo. 

Il riposizionamento Usa e le ambiguità di fondo. A detta di molti studiosi, attraverso il Pivot to Asia gli Stati Uniti hanno tentato di fare chiarezza in merito al proprio ruolo nel mondo. Il risultato è chiaro: per continuare a essere sulla cresta dell’onda, Washington doveva ridare una certa priorità strategica alla regione indo-pacifica. Si apre qui un’ambiguità di fondo insita nel Pivot to Asia, la stessa ambiguità che, per certi versi, ha per il momento limitato le sue potenzialità. Per bilanciare la crescita della Cina, Washington ha dovuto investire in Asia. In che modo? Stringendo accordi commerciali, politici ma soprattutto militari con i partner situati nella regione. Ma anche spostando la propria potenza militare in Asia, dando l’impressione che questa strategia implichi un accumulamento della forza in attesa di un’eventuale testa a testa militare (il contrario della pace). Il “perno”, inoltre, è una strategia globale calibrata su politiche regionali. Il punto, lo stesso che ha spinto diversi analisti a criticare l’iniziativa Usa, è che, attraverso il Pivot to Asia, gli Stati Uniti vorrebbero incrementare le relazioni diplomatiche con i Paesi dell’Indo-Pacifico, in modo tale da assicurare stabilità nella regione. Ma, per farlo, dovrebbero tutelare solo la loro superiorità e i propri interessi. Non sempre quelli dei partner, i primi ad essere eventualmente travolti dall’ira cinese.

La reazione della Cina. Va da sé che la Cina ha sempre considerato il Pivot to Asia come fumo negli occhi. Pechino ha accusato Washington di voler destabilizzare l’Asia orientale imponendo una massiccia presenza militare. La risposta degli americani? Qualsiasi azione svolta in Estremo oriente – sostengono i funzionari della Casa Bianca – non è rivolta verso la Cina, ma è frutto di una riallocazione naturale delle risorse. Il comportamento Usa ha più volte infastidito il governo cinese, convinto che determinate questioni non debbano assistere all’interferenza di potenze straniere (vedi Taiwan). Da un lato gli Stati Uniti hanno cercato di rafforzare rapporti di mutuo vantaggio con attori locali; dall’altro il governo statunitense ha più volte, a parole, assicurato loro protezione strategica e militare, oltre che messo sul piatto intese commerciali. Del resto, l’elezione di Obama ha visto la politica estera dell’America cambiare forma e direzione. Lo stesso Obama riteneva che l’amministrazione del suo predecessore, George W. Bush, fosse poco attenta alle questioni asiatiche.

I risultati della strategia. Fin qui il Pivot to Asia ha visto realizzarsi ben poche mosse concrete, ad eccezione dello spostamento di qualche migliaio di marines e soldati da una base all’altra, e di qualche provocazione ai danni della Cina mediante l’invio di portaerei in acque caldissime. Pochi, al contrario, sono stati i passi di Washington per rendere concreto il perno verso l’Asia. È anche probabilmente per questo motivo che gli Stati Uniti, assieme a Regno Unito e Australia, hanno dato vita a una nuova alleanza, l’AUKUS, creata per condividere la tecnologia per la difesa navale, arginare la Cina e rafforzare il controllo statunitense e anglosassone in una regione strategica. Certo è che, indipendentemente dal nome dato a intese e strategie, gli Stati Uniti stanno da tempo cercando di riprendere in mano il timone asiatico. Il Pivot to Asia, che sembrava ormai superato dall’isolazionismo di Donald Trump, ritorna ora con tutta la sua forza, rinnovato e in una fase storica ancora più delicata.

Le prospettive future. Che cosa accadrà nel lungo periodo? Difficile fare previsioni, visto e considerando la fluidità del palcoscenico indo-pacifico. Il Pivot to Asia dà l’impressione di essere, in ogni caso, un processo irreversibile. D’altronde, il continente asiatico continuerà a svolgere un ruolo sempre più crescente nella politica estera americana, e non solo perché siamo entrati in quello che è stato definito “secolo asiatico“. L’Asia è diventata un “centro di gravità economico“, come ebbe a spiegare Elizabeth Economy del Council on Foreign Relations, ma anche il fulcro delle nuove relazioni politiche. E se gli Stati Uniti si rifiuteranno di “sporcarsi le mani” in questa regione, allora la Cina avrà la strada spianata per sostituirli come potenza numero uno al mondo. In tutto questo, come detto, Pechino non resterà certo a guardare.

Chi era Charles Lynch, il padre della giustizia sommaria. Processi speditivi e senza diritto di difesa, impiccagioni eseguite dopo la sentenza; chi fu il giudice americano da cui è nato il termine "linciaggio". Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 17 maggio 2021. Fuori dagli Stati Uniti in pochi conoscono la storia del giudice Charles Lynch. Eppure nel corso del tempo è diventato l’emblema, anzi l’antonomasia della giustizia sommaria e vendicativa. L’espressione “linciaggio” deriva proprio dal suo nome di famiglia e dalla legge informale di cui porta la paternità. Che si può riassumere per sommi capi in questo modo: processo a tempi record senza diritto di difesa e impiccagione eseguita poche ore dopo la sentenza davanti alla folla urlante e abbrutita dall’alcol. I più fortunati potevano cavarsela con la flagellazione (decine di frustate) e la confisca dei beni. Il metodo reputato legittimo dall’Assemblea generale (l’embrione del futuro Congresso), viene in seguito dichiarato illegale ma negli immensi spazi e nei vasti vuoti giuridici del Nuovo mondo gli sopravvive per oltre due secoli. Fervido sostenitore dell’indipendenza americana dalla corona britannica, Lynch nasce in Virginia nel 1736 da una coppia di immigrati irlandesi, si sposa appena 19enne con una quacchera, poi si trasferisce nella contea di Bedford in un latifondo che Re Giorgio II aveva concesso al padre. È un membro importante e stimato della comunità quacchera e finanziatore del primo luogo di culto pubblico nella sua regione. Viene nominato alla camera di commercio locale dove organizza ripetuti boicottaggi nei confronti delle merci inglesi definendosi «un patriota». Assieme a Patrick Henry, Thomas Jefferson e George Washington forma un’associazione per vietare lo scambio e la vendita di thè e prodotti cartacei ai colonizzatori britannici per protestare contro la Prima della Guerra d’Indipendenza viene nominato giudice di pace, ruolo che eserciterà per anni con passione e ferocia. Durante il conflitto con gli inglesi si era sporcato le mani come colonnello di milizia e sviluppa una profonda avversione nei confronti dei “collaborazionisti” che finiscono nelle sue grinfie. Nel frattempo Jefferson è diventato governatore e chiede a Lynch di giudicare un gruppo di sospetti “lealisti”. Li deve giudicare e poi spedirli davanti al tribunale di Richmond dove si sarebbe dovuta pronunciare la sentenza. Troppo complicato, troppo pericoloso (c’è il rischio che le diligenze vengano assaltate nel trasporto), così Lynch decide di fare tutto da solo e di eseguire le pene seduta stante. Jefferson protesta a gran voce, ma l’Assemblea generale dà ragione al giudice considerando «l’urgenza della situazione». Lynch muore nel 1796 ma quella parodia di processo, quelle esecuzioni sommarie ed extragiudiziarie sono ormai la norma, applicate dai tribunali locali e penetrate nel senso comune, nella cultura popolare della giovanissima America. È così che vengono impiccati migliaia di sospetti rapinatori, ladri di bestiame e quant’altro, truffatori, presunti assassini o stupratori, basta un indizio, una delazione interessata e la legge Lynch cade come una mannaia a dirimere una lite o a confermare un’accusa. Nel secolo successivo però il linciaggio prende un altro, sinistro orientamento: dopo la Guerra civile e l’abolizione della schiavitù negli ex Stati segregazionisti del sud è infatti la pratica corrente con cui viene colpita la popolazione afroamericana, segnalata dai “Comitati di sorveglianza” dei bianchi schiavisti. I niger non vengono neanche più linciati all’uscita delle aule di giustizia ma catturati direttamente nelle loro case, per la strada e appesi all’albero nella piazza del villaggio dai privati cittadini o dalle milizie organizzate come il Ku Klux Klan che porta il linciaggio alle sue estreme conseguenze. Croci di fuoco, cacce all’uomo, spedizioni punitive, i cappucci bianchi del Klan imperversano e guidano la persecuzione dei neri d’America e mietono grandi consensi tra la popolazione rurale degli Stati sudisti come Alabama, Arkansas, Georgia, Carolina del sud, Mississippi, Louisiana, Texas. È solo a partire dal 1890 e per i successivi 40 anni che sotto la pressione del governo di Washington le pratiche di linciaggio iniziano a essere bandite dagli Stati, che con tempi diversi obbligano gli sceriffi alla protezione dei detenuti, inviano la Guardia nazionale per disperdere le folle e rendono responsabili penalmente le singole contee. Va da sé che nella sterminata provincia americana i linciaggi continuano a dettare legge, per evitare le esecuzioni pubbliche gli anti-abolizionisti si organizzano in squadroni della morte che di notte vanno a dettare legge, per evitare le esecuzioni pubbliche gli anti-abolizionisti si organizzano in squadroni della morte che di notte vanno a giustiziare i malcapitati o commettono veri e propri attentati terroristici, spesso incendiando abitazioni ma anche locali pubblici e chiese. Uno degli aspetti più sconcertanti è che ottenere una legge che vietasse il linciaggio su tutto il territorio c’è voluto ancora un altro secolo. Ci aveva provato il Congresso nel 1918 ma il provvedimento non passa per l’ostruzionismo di alcuni senatori democratici. Bisogna aspettare addirittura il 2020 perché l’Anti-Lynching Bill sia adottato e il linciaggio diventi un reato federale. Per la precisione La legge si chiama Emmett Till Antilynching Act in eterna memoria di Emmet Till, un ragazzino di 14 anni del Mississippi linciato e torturato a morte (fu gettato nel fiume dalla folla ancora vivo e agonizzante) nel 1955 perché accusato di aver «provato a sedurre» una coetanea bianca. Per non dimenticare mai.

Il suprematismo ha "Il colore dell'odio". Gian Paolo Serino il 24 Settembre 2021 su Il Giornale. Un girone infernale nel degrado della provincia americana. Cortaca, parte orientale dello Stato di New York: una cittadina apparentemente placida come il lago su cui si affaccia. Un'università - «la scuola rifugio di chi non ha abbastanza soldi per iscriversi ad Harvard» -, fabbriche abbandonate come scheletri di un'architettura industriale che è lo skyline, l'orizzonte perduto del 35% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Il suolo è contaminato da anni di assenza di controlli. A Cortaca la morte è quotidiana: non solo la si respira nei corpi, ma anche nei pensieri. Lo scrittore Alexi Zentner, classe 1973, nato in Ontario ma che abita da sempre negli Stati Uniti (a Ithaca, New York), nel romanzo Il colore dell'odio (66thand2nd, pagg. 336, euro 18, traduzione di Gaspare Bona) ci racconta come, soprattutto fra gli esponenti più poveri dell'America Bianca, stiano sempre più proliferando il suprematismo, il razzismo e l'intolleranza per gli stranieri. Non è il solito romanzo piagnisteo o sinistrato perché l'autore conosce bene la violenza e sa come raccontarla sin dai piccoli particolari, come suggerisce anche il titolo originale Copperhead che ha più significati. Su tutto rimanda agli esponenti del movimento politico statunitense che si formò durante il periodo della guerra di secessione all'interno del Partito Democratico con George Washington per lottare in favore dei diritti dei neri e poi il titolo rimanda a una canzone di Steve Earle e a quella Copperhead Road dove canta di soldati ridotti a derelitti e distrutti dal ritorno a casa. Perché in questo romanzo si combatte: non sul campo di battaglia, ma in quella guerra che è la vita. Già autore dell'ottimo Il ghiaccio fra le mani (edito in Italia da Einaudi nel 2012) Alexi Zentner ha scritto anche, con lo pseudonimo Ezekiel Boone, quattro thriller, bestseller in tutto il mondo, noti come «The Hatching Series». La sua abilità nel creare fiction violente ha senz'altro giovato al ritmo di questo romanzo che, malgrado il tema suprematista sia oggi molto abusato e faccia parte dei libri più conosciuti della storia della letteratura americana, mantiene intatta la propria originalità.

Gian Paolo Serino. Monza 1972). Critico letterario, ha ideato e fondato la rivista letteraria «Satisfiction». Scrive di libri su «il Giornale». Ha collaborato con «la Repubblica», «Libero», «Avvenire», «Il Riformista», «Il Venerdì di Repubblica», «D-la Repubblica», «L’Espresso», «Rolling Stone», «GQ»,

La Casa Bianca condanna ma nulla cambia dall’era Trump. Frustate ai migranti, da Trump a Biden gli Usa cambiano i toni ma non i metodi. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 22 Settembre 2021. Le redini usate come scudisci, i poliziotti a cavallo del Border Patrol le fanno roteare in aria, fruste sibilanti che a scrosci vanno giù su spalle e teste degli scappati da Haiti. Lo scenario è quello del Rio Grande, fra Texas e Messico, immortalato in un video impietoso che gira sulla rete. Il tempo è quello di Biden alla Casa Bianca, quello che Sleepy Joe condivide con Kamala Harris. Trump, il cattivone, è un ricordo che sfuma, ma incombe. Biden è all’Assemblea dell’Onu mentre le fruste fendono l’aria, un ispanico, Alejandro Mayorkas, è al ministero dell’Interno, la differenza è che la nuova Amministrazione condanna i colpi per bocca della portavoce Jen Psaki. Ma le frustate cadono ugualmente. I paragoni sono facili, crudelmente banali: frustate come dalle guardie libiche; frustate come dai guardiani Taliban. Frustate come quando il Rio Grande era western e i cowboy spingevano a botte le mucche perché attraversassero l’acqua del fiume. E l’America è ancora, sempre, Frontiera: in acqua ci stanno gli uomini, peggio delle bestie, vengono sospinti nella corrente, per ributtare indietro le loro disperazioni. E gli Haitiani ne portano some insostenibili sulle spalle: quelle nate il 14 agosto scorso, con un terremoto di 7,2 gradi della scala Richter che ha devastato la loro isola, più della metà della popolazione non è ancora stata raggiunta da alcun aiuto, nonostante 2.200 morti e 137.500 case distrutte, 900 scuole crollate. Nonostante la faida che insanguina il Paese per la lotta fra i sostenitori dell’ex presidente Jovenel Moïse, assassinato lo scorso 7 di luglio, e l’attuale primo ministro Ariel Henry. La differenza di cambio politico, negli Stati Uniti, non ha generato mutamenti, solo i toni sono diversi: le parole più moderate ma ugualmente granitiche: l’America non li vuole, migranti o profughi che siano, -stiano a casa loro-. E chi se ne frega se la casa non ce l’hanno più, non l’hanno mai avuta, se per le strade dei Paesi di chi scappa, si frusta e si spara. Fra l’adesso e il prima è solo variato il tasso d’ipocrisia, si vogliono salvare solo le apparenze. Così, i cowboy scorrazzano lungo le sponde del grande fiume, spingono indietro le mucche, con le buone e con le cattive. E non indossano i panni dei pistoleros del selvaggio west, hanno le divise della polizia americana.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

Usa, migranti haitiani frustati dalla polizia a cavallo al confine con il Messico. Le Iene News il 22 settembre 2021. Hanno suscitato reazioni sdegnate negli Stati Uniti e nel mondo i video dei migranti haitiani minacciati e colpiti dalla polizia a cavallo al confine con il Messico. “Immagini orribili”, le ha definite la portavoce della Casa Bianca che sta però conducendo una grande campagna di deportazione dei migranti illegali. Noi de Le Iene eravamo andati al confine tra Usa e Messico. “Biden è come Trump, ma senza tweet”. Le parole del ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, irritato dall’accordo tra Stati Uniti e Australia che ha fatto perdere a Parigi una commessa miliardaria per la produzione di sottomarini, negli ultimi giorni stanno echeggiando con forza anche dall’altra parte dell’oceano Atlantico. Le immagini dei migranti haitiani, minacciati e colpiti dalla polizia a cavallo statunitense che cercava di impedir loro di attraversare il confine tra Messico e Usa, hanno fatto il giro del mondo. Nel video pubblicato su Twitter da Reuters si vedono gli agenti a cavallo brandire le briglie e con quelle minacciare e colpire i migranti intenti ad attraversare il Rio Grande, vicino a Del Rio, in Texas. “Immagini orribili”, le ha definitive la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki. E anche l’ala sinistra del partito Democratico, così come le associazioni umanitarie, si sono scagliate contro le violenze ai danni dei migranti. Il presidente Joe Biden ha annunciato un’inchiesta, intanto però l’Homeland Security sta conducendo una delle più grandi operazioni di deportazione della storia degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi oltre 14mila migranti - in maggior parte haitiani - hanno attraversato il Rio Grande cercando rifugio negli Stati Uniti. Il governo ha però deciso di deportarli ad Haiti, e circa 3mila sarebbero già stati deportati. Otre 10mila rimangono accampati al confine, e l’Homeland Security ha fatto sapere che saranno rispediti indietro. Una prova durissima per la presidenza di Joe Biden, già scossa dal fallimento del ritiro dall’Afganistan e ora accerchiata dalle critiche per la gestione dell’ennesima crisi migratoria al confine con il Messico. Non solo parte dei democratici lo accusa di non essersi discostato troppo dalle politiche del suo predecessore Trump, ma anche i repubblicani lo criticano aspramente per aver cancellato i finanziamenti per la costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico. Noi de Le Iene vi abbiamo parlato di quel muro proprio con il reportage di Cizco, regia di Gaston Zama. Vi abbiamo raccontato come quel muro sia solo la parte finale di un drammatico viaggio dei migranti che negli anni ha provocato migliaia di morti, soprattutto donne e bambini. Potete rivederlo nel video in testa a questo articolo.

Dall'Ansa.it il 22 settembre 2021. Polemica di alcuni corrispondenti della Casa Bianca per l'impossibilità di fare domande a Joe Biden sulla crisi ai confini col Messico durante l'incontro nello Studio Ovale col premier britannico Boris Johnson. In particolare sulle scioccanti immagini dei migranti frustati da agenti federali a cavallo al confine col Messico. Andrew Restuccia del Wall Street Journal parla di "scena caotica" quando Johnson inaspettatamente ha preso alcune domande dei reporter britannici e invece lo staff della Casa Bianca ha di fatto impedito a quelli americani di fare domande al presidente americano. Steven Portnoy di Cbs denuncia come Biden a differenza del premier britannico invece di rispondere abbia inizialmente invitato i giornalisti ad uscire dallo Studio Ovale. «Non va bene», ha commentato la corrispondente del Washington Post Seung Min Kim. Ed O'Keefe, sempre di Cbs, spiega poi come il presidente abbia infine accennato a una risposta, resa sul momento indecifrabile per il trambusto dei giornalisti che uscivano dalla stanza e per la mascherina indossata da Biden. Riascoltando la registrazione Biden avrebbe detto: «La violenza non è mai giustificata».

Alberto Flores D’Arcais per “la Repubblica” il 22 settembre 2021. Gli agenti della guardia di confine a cavallo usano corde e redini come fossero fruste, i profughi haitiani che tentano di attraversare il fiume vengono ricacciati indietro in modo brutale. Le immagini iniziano a circolare prima sui social, poi in tv, diventano "virali". Una domanda viene ripetuta un po' ovunque: com'è possibile che negli Stati Uniti di oggi, "nazione di immigrati", i disperati che fuggono da guerre, terremoti e violenze, siano trattati così. C'è il video della guardia che agita le lunghe redini del suo cavallo mentre blocca un uomo in fuga, c'è la foto dell'agente quasi fuori dalla sua sella che afferra per la camicia un uomo che ha in mano due sacche di cibo. «Erano spaventati, qualcuno terrorizzato», racconta alla National Public Radio il fotografo Paul Ratje, autore degli scatti che hanno invaso la Rete. «È assolutamente inaccettabile». Veronica Escobar, deputata democratica del Texas è stata la prima, tra i politici, a prendere posizione: «Non importa quanto sia difficile la situazione a Del Rio, niente giustifica la violenza contro i migranti che cercano di chiedere asilo nel nostro Paese». Il segretario alla Homeland Security (il ministro degli Interni Usa) Alejandro Mayorkas, che da lunedì era arrivato alla testa di 400 agenti nell'area di confine tra le cittadine di Del Rio (Stati Uniti) e Ciudad Acuña (Messico), ha promesso una «rapida inchiesta» giustificando un po' curiosamente l'azione dei Border Patrols: «Erano redini, non fruste». Per poi aggiungere: «Indagheremo per assicurarci che la situazione sia come la intendiamo noi». Solo quando in Rete, nei network tv e nelle dichiarazioni ufficiali, la protesta per quelle immagini è diventata incontenibile, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha preso una posizione più netta: «Il filmato è estremamente preoccupante. I fatti accertati dall'indagine che sarà condotta rapidamente definiranno le azioni disciplinari appropriate da prendere. Siamo impegnati a trattare i migranti in modo sicuro, ordinato e umano. Possiamo e dobbiamo farlo in un modo che garantisca la sicurezza e la dignità dei migranti». E Mayorkas si è detto «inorridito». Stessa parola usata da Jen Psaki, la portavoce della Casa Bianca, quando è stata chiamata a commentare le immagini: «Sono orribili». Identico linguaggio a quello che aveva usato per descrivere l'attacco del drone americano che aveva ucciso 10 civili (di cui 7 bambini) in Afghanistan. Anche Joe Biden ha parlato. «Stiamo mettendo la situazione sotto controllo», ha risposto il presidente Usa incalzato dai giornalisti all'uscita dall'Assemblea generale Onu. Quelle immagini per la Casa Bianca Biden-Harris sono un boomerang, da un punto di vista interno, forse peggiore del ritiro-fuga dall'Afghanistan. Nonostante le critiche per l'evacuazione da Kabul mal progettata ed eseguita ancora peggio, la maggioranza degli americani riteneva giusto chiudere la "guerra che non finiva mai". Il video dei migranti haitiani presi a frustate è invece un duro colpo all'immagine "progressista" su temi umanitari come immigrazione che Biden - e ancora di più la vicepresidente Kamala Harris - hanno cercato di accreditare da quando si sono insediati alla Casa Bianca. Il danno è fatto.

Quella palla che colpì i denti e la maledizione del bambino. Pietro Mei su Il Quotidiano del Sud il 30 agosto 2021. Il ragazzo che perse due denti nel luglio 2004 mentre guardava la partita di baseball dei Red Sox, abitava a Sudbury, nel Massachusetts, in una fattoria che negli Anni Venti era stata di Babe Ruth: la palla, colpita da Manny Ramirez, gli arrivò d’improvviso sul volto e il ragazzo non fece in tempo neppure a pararla con la mano. Con i denti del giovane, la palla si portò via anche la “Maledizione del Bambino”. È questa una delle più conosciute superstizioni negative dello sport: è durata 86 anni, anche se fu chiamata così soltanto nei suoi ultimi quasi venti, da quando un giornalista del New York Times, George Vecsey, dopo una delle tante, troppe, rocambolesche sconfitte della squadra di Boston fece una connessione fra l’ultima vittoria dei “Calzini Rossi”, avvenuta nel 1918, e la sequela di incredibili vicende sportive che li aveva tenuti fin lì lontani dall’anello dei campioni, i vincitori della serie finale di 7 incontri. A quattro successi ci si ferma. “The Curse of the Bambino” scrisse George Vecsey: piacque e diventò popolare e perfino il titolo di un libro, pure se sempre sotto l’insegna di ogni superstizione, “non è vero, ma ci credo”, come recita una commedia di Peppino De Filippo. Il Bambino si chiamava George Herman Ruth di Baltimora. Era il gioiello dei Red Sox all’inizio del Novecento, quando la squadra, fra il 1903, anno d’inizio della competizione, e il 1918, era stata campione per cinque volte, le ultime tre con Ruth sul diamante, per ragioni di età: era nato nel 1895. Lo chiamavano “il Bambino” perché era stato precoce in tutto: a 7 anni già fumava o masticava tabacco, mangiava di tutto tendendo a quella che oggi verrebbe etichettata come obesità, e stava sempre per strada. Poi incontrò Padre Mathias, un sacerdote che lo introdusse al baseball e tutto cambiò. Divenne uno degli sportivi più amati d’America, i suoi cimeli sono ancora nella top ten dei memorabilia statunitensi quanto a valore commerciale, che è proporzionale a quello affettivo: una sua figurina è stata pagata oltre mezzo milione di dollari, una sua mazza quasi un milione e mezzo. Lui, nel 1920, fu pagato dagli Yankees di New York 125 mila dollari. Il venditore, che era un produttore teatrale, Harry Frazee, ottenne anche fidejussioni per 300 mila dollari, che gli consentirono di mettere in scena il musical “No, no, Nanette” al quale Frazee teneva molto. Nel copione era anche la canzone “Tea for two”, che cantarono più tardi anche Frank Sinatra e Nat King Cole: “Picture you upon my knee/ just tea for two/ and two for tea/ just me for you/ and you for me, alone” (immaginati sulle mie ginocchia, solo thé per due e due per il thé, solo io per te e tu per me, soltanto). È probabile che sia solo una delle fake news che Babe, che non voleva andare a New York anche perché la moglie Helen non era dell’idea (e i due divorziarono dopo il passaggio di Ruth nella Grande Mela), abbia detto a Frazee: “Senza di me, non vincerete più un titolo”, che sarebbe la frase all’origine della maledizione. È statisticamente provato, però, che i Red Sox non vinsero più fino al 2004, quando il ragazzo di Sudbury perse i due denti, e per gli Yankees cominciò un’epoca d’oro. Perché se i Red Sox arrivarono ultimi per 13 stagioni consecutive (Frazee aveva venduto, oltre Babe, altri 10 giocatori e perfino il manager Ed Barrow), quelli di New York furono primi 26 volte e dovettero anche, per Babe, costruire un nuovo stadio giacché quello dove giocavano prima era diventato troppo piccolo per accontentare tutte le richieste. L’ambiente sportivo di Boston, fatto il conto statistico, cominciò a crederci: “Se Babe fosse vivo gli tirerei una palla nel culo” disse nel 2001, al termine dell’ennesima serie negativa, uno dei più grandi giocatori, Pedro Martinez: poco elegante ma ampiamente descrittivo dello stato d’animo. Poi venne il 2004. I Red Sox arrivarono a giocare la serie finale dopo quella pallata di Manny Ramirez e dopo aver sconfitto gli “odiati” Yankees. Erano sotto tre a zero. Ma al Fenway Park, lo stadio di Boston dove nel settore 42 fila 31 posto 21 è una sedia rossa tra tutte le altre nere per indicare il fuori campo di 153 metri che fece Ted Williams nel 1948, la gente ci credeva. Arrivarono tutti in tribuna con cartelli su cui era scritto “We Believe”, ci crediamo. Avevano passato in molti il Longfellow Bridge, il ponte che finiva su di una curva pericolosa tanto che sulle arcate era il cartello segnaletico “Reverse Curve”: era stato sostituito nella notte con un improvvisato “Reverse the Curse”. E la rovesciarono. I Red Sox vinsero e iniziarono una rimonta che non s‘era mai vista (né s’è vista dopo), chiudendo la serie in vantaggio per 4 a 3. Il Governatore Mitt Romney, che poi fu candidato alla Casa Bianca, presenziò a una cerimonia che scardinò il falso segnale stradale, il ministro del Tesoro fece plastificare la prima pagina del New York Times che raccontava il fatto e la pose sulla tomba di sua madre, accanita tifosa dei Red Sox che, nella serie finale, sconfissero i St Louis Cardinals per 4 a 0 alle 23.30 del 27 ottobre 2004. Finì la maledizione: gli innamorati di Boston non scherzarono più dichiarando il proprio amore “finché morte non ci separi o finché i Red Sox non vincano un titolo”. Dicono che nel cielo di Boston quella notte ci fosse la luna rossa e qualcuno giura di aver visto lassù il volto di Babe Ruth: sorrideva. Curt Schilling, uno dei campioni, uscì dal diamante con un calzino insanguinato: era appena stato operato a un tendine, ma non voleva rinunciare all’inning che chiuse la partita. Anche quella con il Bambino.

L'ultima follia liberal: pure la costituzione è offensiva. Roberto Vivaldelli il 9 Settembre 2021 su Il Giornale. I National Archives Usa avvisano gli utenti che i documenti storici - fra cui la Costituzione - possono contenere un linguaggio potenzialmente offensivo. Ennesima follia del politically correct. Il regime del politicamente corretto si scaglia contro i Padri Fondatori degli Stati Uniti d'America e contro la costituzione. "Harmful language alert": così recita il disclaimer introdotto dai National Archives (Nara) - l'agenzia del Governo federale incaricata di conservatore importanti documenti governativi e storici - che avvisa i lettori che la costituzione statunitense del XVIII secolo presenta un "linguaggio potenzialmente offensivo" non in linea con gli "impegni istituzionali per la diversità, l'equità, l'inclusione e l'accessibilità". I National Archives, dal canto suo, s'impegnano inoltre "a lavorare con il personale, le comunità e le istituzioni paritarie" al fine di valutare e "aggiornare le descrizioni dannose" e "stabilire standard e politiche per prevenire futuri linguaggi dannosi". Come spiega l'agenzia, i documenti (costituzione inclusa), abbracciano "la storia degli Stati Uniti ed è nostro compito preservare e rendere disponibili questi documenti storici". Di conseguenza, alcuni documenti qui presenti "possono riflettere opinioni e punti di vista obsoleti, prevenuti, offensivi e possibilmente violenti". Nell'era della follia imperante del politically correct si arriva al punto di dover specificare e sottolineare che un documento vecchio di 200 anni (almeno) può presentare un linguaggio vetusto e non adeguato agli standard morali della contemporaneità e, soprattutto, alle mode linguistiche del momento. Perchè il politicamente corretto - un'ideologia universalistica che non ammette obiezioni o punti di di vista differenti dalla vulgata comune - pretende di giudicare il passato, e ora anche le costituzioni, secondo il dogma totalitario della correttezza politica che oggi vige, soprattutto nel mondo anglosassone. Il passato va cancellato - come le statue dei confederati e non solo - perché i nuovi modelli - rigorosamente "inclusivi" - devono essere quelli del politicamente corretto e dunque ispirati a Black Lives Matter e agli altri movimenti della sinistra liberal. Un messianesimo di fondo che conduce a delle crociate come questa, dove tutti - tranni i bianchi eterosessuali, ovviamente - possono sentirsi offesi e discriminati persino dal linguaggio contenuto in documenti storici. È la negazione della storia stessa, ma agli attivisti liberal poco importa: l'unico obiettivo è mettere in discussione la storia scritta dai bianchi, secondo la nuova guerra tribale della politica idenditaria. Come ricorda Yahoo News, il Congresso istituì i National Archives nel 1934 per preservare i documenti storici e gli archivi del governo degli Stati Uniti. Documenti importanti che sono sotto la protezione degli Archivi nazionali includono la Costituzione, il Bill of Rights e la Dichiarazione di Indipendenza. Dopo che i visitatori del sito Web hanno iniziato a notare l'avviso sul linguaggio potenzialmente dannoso, un utente di Twitter ha chiesto chiarimenti a Nara tramite Twitter. Il National Archives ha replicato chiarendo che l'avviso non si riferiva ad alcun documento in particolare presente nel catalogo e che si trattava di un "avviso generale". L'avviso, tuttavia, la dice lunga su quanto la moda del politically correct sia pervasiva e abbia investito anche le istituzioni e non solo il mondo della cultura e dell'intrattenimento.

Roberto Vivaldelli. Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali,  è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali

Estratto dell'articolo di Anna Lombardi per repubblica.it il 2 settembre 2021. Crimini d’odio, l’America torna a 12 anni fa: nel 2020 ce ne sono stati infatti 7.759, quanti ce ne erano nel 2008. Con un aumento complessivo, rispetto al 2019, del 6 per cento. Percentualmente, l’odio è cresciuto soprattutto nei confronti degli asiatici, sempre più nel mirino: gli attacchi sono passati da 158 a 274, su del 70 per cento rispetto al 2020, per colpa dell’accusa razzista di essere “untori”, sì, insomma, di aver portato il Covid-19 in America. Seguiti dagli afroamericani, con gli attacchi passati da 1930 a 2755: più 40 per cento rispetto all’anno precedente. Calano invece gli attacchi verso i musulmani, giù del 42 per cento. E contro gli ebrei: meno 30 per cento, scesi dai 953 incidenti del 2019 ai 676 attuali. Gli ebrei, però, rimangono sul triste podio dei fedeli più aggrediti: hanno infatti subito il 57,5 per cento dei crimini motivati da odio religioso. Atti di vandalismo nel 53 per cento dei casi, intimidazioni e insulti nel 33, aggressioni fisiche nel 6 e il 4 per cento registra invece aggressioni fisiche varie. «Siamo meno protetti di prima» lamenta David Harris, a capo dell’American Jewish Commitee: «Combattere l’odio, contro chiunque, deve essere una priorità nazionale. E bisogna tenere alta la guardia contro l’odio anti ebraico, sempre nel mirino. Serve supporto bipartisan». I dati sono contenuti nel rapporto dell’Fbi su crimini d’odio diffuso lunedì. Dove si analizzano le denunce sporte in circa 15mila stazioni di polizia. Numeri decisamente inquietanti, conferma pure l’Attorney General, Merrick Garland: «Dimostrano il bisogno urgente di una risposta ferma, perché sono solo la punta di un iceberg. Troppi non denunciano. Prevenzione e reazione saranno le priorità del Ministero della Giustizia».

Negli Stati Uniti c’è un problema di razzismo sistemico? Stefano Magni su Inside Over il 18 settembre 2021. Se lo denuncia anche lo stesso presidente Biden, che lo ha citato come uno dei “brutti veleni” della società americana, allora vuol dire che è vero. Oppure no? Il dubbio è legittimo dal momento che, nelle elezioni di ricusazione (recall) in California, che hanno riconfermato l’incarico al governatore democratico Gavin Newsom, il principale sfidante repubblicano era un afro-americano, Larry Elder. E non è un caso che sia conduttore radiofonico di successo che, nelle sue trasmissioni, ha sempre accusato i Democratici di strumentalizzare la questione razziale. L’idea che negli Usa esista un razzismo sistemico (dunque, non occasionale, ma incardinato nel sistema americano) nasce soprattutto dalla violenza della polizia contro i neri. Il movimento Black Lives Matter è nato e ha preso forza come contestazione a episodi di pestaggio o uccisione di neri disarmati da parte di poliziotti bianchi. La rivolta di Los Angeles del 1992, il più grave episodio insurrezionale nero dei tempi recenti, era stato causato proprio dal pestaggio di un nero disarmato, Rodney King, da parte di una pattuglia di agenti, poi tutti assolti dopo un processo molto contestato. Sebbene il problema della violenza della polizia sia innegabile, la sua natura razziale è invece molto più dubbia. In uno studio condotto dallo Skeptic Reasearch Center, emerge quanto la violenza della polizia sui neri sia ingigantita nell’immaginario collettivo. Alla domanda “Quanti neri disarmati sono stati uccisi dalla polizia nel 2019?”, dunque nell’ultimo anno censito, quasi il 39% di chi si autodefinisce “liberal” risponde con “un centinaio” e addirittura il 26,7% risponde “un migliaio”. C’è poi anche una minoranza di “liberal” (il 6,7%) che risponde “circa diecimila”. La percezione della nazione e del “razzismo sistemico” è ancora più forte in chi si autodefinisce “molto liberal”, dunque l’estrema sinistra dell’elettorato. Per il 30,7% dei molto liberal, la polizia ha ucciso un centinaio di neri e per il 31,4% i morti assassinati dalle giubbe blu sono un migliaio. In questa categoria di intervistato, coloro che credono che la polizia abbia ucciso fino a diecimila neri disarmati si aggirano su una percentuale del 14,2%, più di uno su dieci. Come deve sentirsi una persona convinta che la polizia del suo Paese abbia ucciso circa diecimila neri disarmati in un anno? Ma quanti neri disarmati sono stati uccisi dalla polizia realmente? Secondo un database del Washington Post (stima più conservativa) sono stati in tutto 13 nel 2019. E secondo la stima dell’organizzazione Mapping Police Violence, sono 27. Quindi i numeri reali sono ben lontani dalla quantità di morti, nell’ordine delle centinaia o addirittura migliaia, immaginata da chi si definisce “liberal” o “molto liberal”. Hanno già un’idea più lucida della realtà i conservatori? Non troppo, a giudicare dalle risposte. Sebbene una maggioranza di coloro che si autodefiniscono “conservatori” o “molto conservatori” indovini la risposta giusta, cioè che gli afro-americani morti per mano della polizia siano nell’ordine delle decine, non delle centinaia o delle migliaia, c’è sempre un 40,4% di “conservatori”, un 33,6% di “molto conservatori” e anche un 40,6% di “moderati” che ritengono che la polizia abbia ucciso circa un centinaio di neri disarmati. Se sui numeri gli americani, di tutte le tendenze, tendono a ingigantire il problema del razzismo sistemico, che dire delle proporzioni? L’idea dominante è che la polizia uccida, in proporzione, molti più neri rispetto ai bianchi e agli appartenenti ad altre etnie. Quanti più neri, dipende, anche qui, dall’ideologia: secondo i “molto liberal”, gli afro-americani costituiscono il 60,4% delle vittime della violenza della polizia. Per i “liberal” il 56,1%, per i “moderati” il 45,9%, per i “conservatori” solo il 37,8% e per i “molto conservatori”, paradossalmente, un po’ di più: il 44,5%. Ma quanti sono, in percentuale, i neri disarmati uccisi dalla polizia, realmente? Sono il 26,7%, nel periodo fra il 2015 e il 2020. Secondo una stima più conservativa elaborata dai fact checkers della BBC, sarebbero invece il 23,4% di tutte le vittime della polizia. Secondo questi dati, dunque, l’idea che negli Usa vi sia un problema di “razzismo sistemico” è ingigantita dall’ideologia. Chi si considera liberal, o molto liberal, tende a vedere una società che non esiste, dove la polizia è ancora intenta a uccidere persone disarmate per motivi razziali. Sebbene in misura minore, anche i conservatori finiscono almeno in parte per credere alla stessa narrazione. Il razzismo sistemico è un problema che è esistito, fin nel passato recente: la discriminazione razziale era legge fino a mezzo secolo fa (appena due generazioni) in molti Stati del Sud degli Usa, per altro governati da Democratici. Al giorno d’oggi alimentare l’idea che esista ancora una segregazione di fatto, anche se non più di diritto, porta sicuramente i voti delle minoranze ai Democratici. E non è solo un problema politico. Si tratta infatti, di uno dei molteplici aspetti della cultura di sinistra contemporanea negli Usa, la stessa che mette sotto accusa il fondamento stesso della Repubblica, perché lo ritiene fondato sul razzismo e sulla schiavitù. Progetti editoriali come il 1619 Project (dall’anno dell’arrivo dei primi schiavi neri negli Usa) del New York Times e i movimenti di massa Black Lives Matter o Antifa vorrebbero riscrivere l’identità degli Usa, non limitandosi al classico gioco politico.

La rivolta e la strage nel carcere di Attica. Strage di Attica: la storia della rivolta che portò alla morte di 29 detenuti. David Romoli su Il Riformista il 9 Settembre 2021. Fu una strage, tra le più sanguinose nella storia degli Usa dopo la guerra civile. Fu una strage gratuita, facilmente evitabile. Nel 1971 rese il nome del carcere di Attica, vicino a Buffalo, nello Stato di New York, sinistramente famoso in tutto il mondo: uno di quegli eventi simbolo che segnarono gli anni roventi a cavallo tra i ‘60 e i ‘70 , come la strage di My Lai in Vietnam o quella della Kent State University. Nel pianeta carcere americano Attica era una delle piazze peggiori. Era uno dei penitenziari più sovrappopolati degli Usa: avrebbe dovuto ospitare 1200 detenuti, ce n’erano 2.243. Dal 1931 non era mai stato ristrutturato: caldissimo d’estate, gelido d’inverno. Era anche una delle prigioni con le regole più sadiche. Le condizioni igieniche erano disastrose, quelle sanitarie peggiori. I prigionieri restavano in cella tra le 14 e le 16 ore al giorno. La posta era regolarmente controllata e letta, le restrizioni sull’accesso ai libri draconiane, i colloqui si potevano svolgere solo con il vetro divisorio, la libertà religiosa negata nonostante la presenza di molti detenuti aderenti ai Black Muslims. Le punizioni e il ricorso all’isolamento erano frequenti, probabilmente in seguito a un mix di razzismo e di incompetenza da parte delle guardie carcerarie. Il 54% dei detenuti di Attica era afro-americano, il 9% latino. Le guardie invece erano tutte bianche ed erano state assunte senza alcuna preparazione, senza nessun addestramento che le mettesse in grado di governare un carcere con mezzi diversi dalla pura repressione. All’inizio dell’estate 1971 i detenuti presentarono una lista chiedendo 28 riforme. La reazione della direzione fu mandare in cella d’isolamento chiunque fosse trovato in possesso del manifesto e inasprire ulteriormente il regime carcerario. La situazione iniziò a precipitare dopo l’uccisione di George Jackson, il detenuto che era diventato leader e simbolo dell’intero movimento nelle carceri, il 21 agosto. Il giorno dopo i detenuti sfoggiarono un bracciale nero in segno di lutto e organizzarono uno sciopero della fame per protesta. Da quel momento la tensione continuò a montare giorno dopo giorno. Le guardie dichiaravano apertamente la loro paura di una rivolta, segnalavano preoccupate che per la prima volta la divisione razziale tra i prigionieri, che impediva un fronte comune ed era uno strumento di controllo essenziale, stava cedendo. La scintilla che provocò l’esplosione fu una rissa tra detenuti, l’8 settembre, in cui fu coinvolta e atterrata con un pugno una guardia. La sera le guardie provarono a portare in isolamento il detenuto che aveva colpito il collega. I detenuti dello stesso braccio reagirono, ci scappò un altro pugno che raggiunse una delle guardie, il responsabile fu segregato in cella. La mattina seguente, 9 settembre, i detenuti del braccio trovarono i cancelli chiusi. Si convinsero, erroneamente, che fossero state decise punizioni severe per i fatti della sera precedente. Si ribellarono. L’incendio si estese rapidamente. Con armi di fortuna i rivoltosi, 1281 detenuti su poco di 2.200, si impadronirono dell’intero carcere, poi ripiegarono mantenendo il controllo di circa metà dell’edificio, inclusa la stanza di controllo centrale, chiamata “Times Square”, e presero in ostaggio 39 guardie. Era inevitabile che nella fase iniziale della rivolta ci fossero delle violenze. Alcune guardie vennero picchiate: una di queste, William Quinn, fu precipitato dalla balaustra, morì in ospedale due giorni dopo. Tre detenuti bianchi, sospettati di essere spie della direzione, furono uccisi. Ma le violenze contro le guardie furono molto più contenute del prevedibile. Subito dopo la prima e caotica fase, gli stessi detenuti difesero gli ostaggi dai prigionieri più esagitati e organizzarono una squadra di sicurezza incaricata tra l’altro proprio di garantire l’incolumità degli ostaggi e degli osservatori esterni a cui i rivoltosi stessi avevano chiesto di seguire la vicenda: molti giornalisti, alcuni avvocati, leader politici neri come il Black Muslim Louis Farrakhan, che declinò l’invito, o il fondatore del Black Panther Party Bobby Seale. Attica, probabilmente la più famosa rivolta di un carcere nella storia, non fu una sollevazione caotica ed ebbra. Fu al contrario ordinata e ben organizzata. I detenuti garantirono la salvezza degli ostaggi. Elessero una commissione di cinque prigionieri incaricata di negoziare sulla base di un documento approvato da tutti i rivoltosi, The Attica Liberation Faction Manifesto of Demands, nel quale venivano avanzate 33 richieste, tra le quali il miglioramento del vitto, la libertà di culto, la possibilità di andare alle docce una volta al giorno, la fine delle violenze fisiche e degli abusi. Un giovane militante, Elliot “L.D.” Barkley, di appena 21 anni, diventò il portavoce pubblico dei detenuti ribelli. La sera stessa del 9 settembre lesse di fronte alle tv e alla stampa una dichiarazione che iniziava così: «Noi siamo uomini! Non siamo bestie e non intendiamo essere picchiati e trattati come se lo fossimo». La trattativa proseguì sino al 13 settembre. Il governatore dello Stato di New York, il miliardario repubblicano Nelson Rockefeller, nonostante le attese non si fece vedere. Molte richieste dei detenuti, 28 su 33, furono accolte: per un po’ sembrò che la vicenda, sulla quale era ormai concentrata l’attenzione non solo di tutta l’America ma del mondo, potesse concludersi positivamente. Invece due specifiche richieste bloccarono l’accordo: i detenuti volevano la rimozione del direttore della prigione e la garanzia di amnistia per i reati commessi durante la rivolta. Il negoziatore per lo Stato di New York, il responsabile del sistema carcerario Russell Oswald, rifiutò. I detenuti accettarono di ritirare la richiesta di dimissioni del direttore ma tennero duro sull’amnistia. Gli osservatori che di fatto gestivano la trattativa, in particolare l’avvocato William Kunstler, chiesero l’intervento diretto del governatore. Rockefeller respinse l’invito e nella notte tra il 12 e il 13 settembre, dopo essersi consultato con il presidente Nixon, disse a Oswald di ordinare l’attacco. Il coinvolgimento diretto del presidente nella decisione di sferrare l’attacco è rimasta nascosta sino a pochi anni fa, rivelata dalla giornalista Heather Ann Thompson nel suo libro Blood on the Water, definitiva ricostruzione dell’intera vicenda premiata nel 2016 col Pulitzer. Nixon voleva lanciare un messaggio «alla folla di Angela Davis». In privato, ma registrato su nastri emersi solo decenni dopo, Nixon commentò così la strage: «Penso che avrà un dannato effetto salutare sulle future rivolte nelle carceri, proprio come ha avuto un dannato effetto salutare la Kent State». Alla Kent State University, Ohio, 4 studenti erano stati uccisi dalla polizia, l’anno precedente, durante una manifestazione. Al mattino Oswald fece un ultimo tentativo di convincere i rivoltosi ad arrendersi, ma senza chiarire che si trattava appunto dell’ultima chance prima dell’attacco. Alle 9.46 di lunedì 13 settembre, fu ordinato alla polizia che circondava il carcere da quattro giorni di riconquistarlo. Sia Nixon che Rockefeller avevano messo nel conto la morte di alcuni ostaggi. I poliziotti incaricati di riconquistare Attica erano 550, ai quali fu detto di togliersi i numeri di identificazione. A questi si aggiunse un numero imprecisato di sceriffi e poliziotti di tutto lo Stato, molti con le loro armi personali, e le stesse guardie carcerarie assetate di vendetta. Molti fucili furono caricati con micidiali pallottole di diverso tipo, bandite dalla Convenzione di Ginevra. L’assalto fu lanciato con un pesantissimo lancio di fumogeni che cancellò ogni visuale. Gli assalitori aprirono il fuoco all’impazzata e alla cieca, nel fumo spesso. Furono uccisi 29 rivoltosi e 9 ostaggi. Un decimo ostaggio morì qualche giorno dopo in ospedale. I leader della rivolta, tra cui “L.D.” Barkley non furono però falciati nella prima sparatoria. Vennero uccisi a freddo, dopo essersi arresi. Tutti i detenuti furono selvaggiamente picchiati dopo la riconquista del carcere. Le autorità, governatore Rockefeller incluso, affermarono che le guardie perite erano state sgozzate dai rivoltosi. Meno di 24 ore dopo furono smentite dalle autopsie: tutte le guardie, eccetto quella uccisa nel primo giorno della rivolta, erano state colpite a morte dal “fuoco amico”. Le cause intentate dalle famiglie dei detenuti uccisi si prolungarono per decenni. Nel 2000 lo Stato concluse un accordo con un risarcimento collettivo di 8 mln di dollari. Le famiglie delle guardie uccise dovettero attendere fino 2005, prima di essere risarcite con 12 mln di dollari. La stessa Thompson ammette che per intero la verità su Attica non saprà mai. David Romoli

Da video.lastampa.it il 20 ottobre 2021. In questo video molto crudo la 34enne afroamericana Shantel Arnold viene brutalmente malmenata dal vice sceriffo della Parrocchia di Jefferson (in Louisiana le parrocchie costituiscono un livello amministrativo equivalente a quello delle contee degli altri stati Usa). Secondo una prima ricostruzione realizzata da ProPubblica la giovane donna era stata attaccata da due ragazzi del posto. La famiglia di Shantel Arnold ha spiegato che la ragazza è da tempo vittima di atti di bullismo poiché, dopo aver perso un occhio in un incidente d'auto, è considerata un 'bersaglio facile' da alcuni abitanti del Paese. Solo l'intervento di un conoscente della Arnold, il 71enne Lionel Gray, ha fermato la violenza dei ragazzi. Rimessasi in piedi la donna si è avviata verso casa - come ha raccontato nella sua testimonianza - quando il vicesceriffo è spuntato fuori intimandole di fermarsi. "Cosa succede - avrebbe chiesto Shantal Arnold - Sono appena stata picchiata da due ragazzini, cosa ho fatto? Voglio andare a casa". La donna ha poi iniziato nuovamente a camminare verso casa; a quel punto, il vice sceriffo è sceso dall'auto e ha afferrato Arnold sbattendola a terra e tirandola per i capelli. L'aggressione del vicesceriffo a Shantal Arnold è avvenuta lo scorso 20 settembre ed è stata registrata in questo video - ancora non è chiaro chi lo ha girato e diffuso - arrivato in pochi giorni dalla sua comparsa sui social a oltre 130 mila visualizzazioni scatenando indignazione in tutto il Paese. E' l'unica prova dell'aggressione perché il vice sceriffo non indossava una body camera. Il video ha comunque fatto partire un'indagine interna: come sottolinea ProPubblica, non è la prima volta che gli abitanti del distretto denunciano violenze della polizia nei confronti dei cittadini afroamericani. 

Usa, "sono paraplegico". Ma gli agenti non gli credono: preso per i capelli e massacrato, video-choc. Libero Quotidiano l'11 ottobre 2021. Fermato per un sospetto caso di droga, un afroamericano paraplegico è stato trascinato con violenza fuori dall’auto: alcuni agenti della polizia dell’Ohio lo hanno preso per i capelli e tenuto fermo a terra, dopodiché lo hanno ammanettato e portato nella loro auto. Il video piuttosto scioccante è stato diffuso dalla Nbc, che ne entrata in possesso soltanto mesi dopo l’avvenimento dei fatti. A fare specie è che l’uomo, un 39enne di nome Clifford Owensby, abbia ripetuto più volte di essere paraplegico e di non poter usare le gambe per scendere dall’auto, ma gli agenti se ne sono disinteressati e lo hanno comunque trascinato giù con la forza. Gli animi si sono riscaldati quando uno degli ufficiali di polizia gli ha chiesto di scendere per dar modo a un cane anti-droga di annusare il veicolo. “Non mi toccherai, sicuramente non mi toccherai”, ha risposto il 39enne paraplegico: “Ci sarà una causa se mi metti le mani addosso senza motivo”. Dopodiché l’uomo ha chiesto agli agenti di chiamare il loro supervisore, ma in risposta gli è stata slacciata la cintura ed è stato trascinato fuori per le spalle e i capelli mentre chiedeva disperatamente aiuto. Il video è diventato virale in tutto il mondo e acceso ancora una volta la discussione negli Stati Uniti sul modo in cui vengono trattati in alcuni casi gli afroamericani.

Cani poliziotto addestrati per attaccare i neri: lo scandalo che investe gli Usa. Luciana Grosso su L'Espresso il 30 agosto 2021. Un’inchiesta da Pulitzer rivela l’incidenza delle ferite, anche mortali, inferte dagli implacabili K-9 usati dalle forze dell’ordine in alcune città. In cui a essere morsi sono quasi esclusivamente cittadini afroamericani. Avete mai sentito parlare di Joseph Lee Pettaway? Probabilmente no. Ma recuperiamo subito: Joseph Lee Pettaway era un operaio disoccupato di 51 anni. Viveva nella città di Montgomery, in Alabama. Da alcuni mesi, in casa con lui, si era trasferita anche l’anziana madre, un’ottantasettenne non più autonoma. Trasferendosi a casa del figlio, la donna, aveva lasciato vuota la sua vecchia casa, a un paio di isolati di distanza, che Pettaway usava come deposito. Fin qui, niente di cui valga la pena scrivere. Ma poi, una notte, lo scorso 7 ottobre, Joseph Lee Pettaway, andò nella casa vuota della madre. Forse per prendere qualcosa, o forse perché c’era stato un guasto. Non si sa. Quel che si sa, però è che un solerte vicino di casa lo vide. O meglio, vide un uomo, manco a dirlo nero, entrare di notte in una casa vuota. Ne dedusse che fosse un ladro e chiamò la polizia. A questo punto non si sa bene cosa sia successo, perché i filmati delle bodycam della polizia non sono mai stati resi disponibili, ma il risultato è che pochi minuti dopo l’arrivo della polizia, Joseph Lee Pettaway morì dissanguato. E a questo punto, di nuovo, la storia potrebbe non avere niente di straordinario. Ormai siamo tristemente abituati alle notizie di abusi della polizia americana, di razzismo strisciante, e di arresti con eccesso di forza, quasi sempre verso i neri, tipo quello costato la vita la scorsa primavera a George Floyd. Ma la storia di Joseph Lee Pettaway è diversa dalle solite storie di abusi della polizia Usa verso i sospetti neri. Perché a uccidere Joseph Lee Pettaway non è stato un poliziotto. O meglio, sì, ma non proprio. A uccidere Joseph Lee Pettaway è stato un cane poliziotto che, mordendolo, gli aveva secato un’arteria. Il caso di Pettaway, benché particolarmente grave, non è l’unico. Nell’agosto del 2015, per esempio, in Wisconsin, un cane poliziotto si è attaccato alla testa di un uomo di 70 anni; nel giugno 2017, in Minnesota, un cane poliziotto ha strappato via almeno un terzo del cuoio capelluto di un senzatetto che dormiva sotto un albero. In Indiana, lo scorso maggio, un cane poliziotto ha morso il collo di un uomo per 30 secondi, lacerandogli la trachea. Casi limite che però danno la misura del perché la questione dei cani poliziotto, negli Stati Uniti, sia da tempo al centro di accese discussioni. Nessuno ce l’ha con i cani, ovvio. Ma il problema è che, soprattutto nelle zone più depresse del Paese, quelle nelle quali il razzismo è più forte e le forze di polizia meno attrezzate e addestrate, i cani poliziotto sono stati e sono, sempre più, al centro di incidenti e di aggressioni ai danni di sospettati e fermati che, quasi sempre, non avevano fatto niente di male o quasi, e che, praticamente sempre, sono, o erano, come nel caso di Pettaway, neri. Per questo, il sospetto, avanzato da studiosi di storia afroamericana, come Jason Williams della Montclair State University, o come Susan Hall Dotson, dell’l’Indiana Historical Society, oltre che da molti giornali che si sono occupati delle singole storie, è che, di fatto, oggi, i cani poliziotti, che pure tanti meriti hanno, vengano usati come armi. Armi che, rispetto a pistole e taser, hanno il vantaggio di fare la stessa paura, di fare persino, in alcuni casi, lo stesso danno, ma di non sollevare nessun polverone mediatico e di non comportare nessuna conseguenza legale, perché i cani non sono perseguibili per eccesso di forza o per omicidio. E neppure lo è il loro conduttore. Negli scorsi mesi, il trust di siti indipendenti di informazione Marshall Project (una agenzia no-profit che si occupa delle falle del sistema di giustizia americano) insieme ai AL.com, IndyStar e Invisible Institute, si è dedicato a un’inchiesta monstre, durata mesi e premiata di recente con un Pulitzer, che mette a fuoco alcuni punti particolarmente nevralgici dell’uso dei cani poliziotto (detti K-9) negli USA. Il primo, e più importante, è che non esiste, negli Stati Uniti, un database nazionale dei cani poliziotto e degli incidenti da questi provocati che vengono censiti (quando vengono censiti) solo dai locali dipartimenti di polizia e dai locali pronto soccorso. Questo significa che è quasi impossibile sapere con certezza quante ferite da morso si verificano in fase di arresto o di inseguimento di sospetti. Esistono solo stime e dati parziali. Sulla base di questi, un report del 2019 del Journal of Forensic and Legal Medicine ha calcolato che tra il 2005 e il 2013 i pronto soccorso americani abbiano medicato 32 mila e 951 morsi inferti da cani poliziotto.

Il secondo aspetto su cui punta la luce l’inchiesta, è che non esiste un protocollo unico che valga in tutti gli Stati per l’addestramento né dei cani né dei conduttori. Il che significa che, come sempre del resto, non esistono cani feroci, ma solo padroni feroci. «Se il conduttore è un idiota, lo sarà anche il cane», ha detto a Marshall Project, rivelando una verità piuttosto lapalissiana, Ernie Burwell, ex addestratore di cani per l’ufficio dello sceriffo della contea di Los Angeles. La questione della quasi completa adesione della personalità dei cani a quella dei loro conduttori è nota da tempo e, alcuni anni fa, è stata al centro anche di un esperimento condotto dalla rivista scientifica Animal Cognition. L’esperimento funzionava così: alcuni cani antidroga e antibomba venivano condotti in tre stanze diverse. In una c’era un’esca profumata di salsiccia, in una non c’era niente, e in una terza non c’era niente ma il conduttore esclamava «Ah! Qui c’è qualcosa che non va!». Quest’ultima stanza è stata quella nella quale gli animali si sono agitati di più, a dimostrare che i cani, anche quelli più abili e meglio addestrati, più di tutto vogliono compiacere il loro padrone. E se il loro padrone è un razzista, dunque, è possibile che il cane attacchi con maggiore frequenza i neri o gli ispanici. Il terzo aspetto su cui si concentra l’inchiesta dei giornali americani è quello della incidenza della razza sulle vittime (che nella stragrande maggioranza dei casi sono afroamericani) e sulla loro effettiva pericolosità. «Molte persone morse non erano violente ed erano sospettate di reati minori, o addirittura di nessun crimine. Mentre molte agenzie di polizia affermano di usare i cani solo per catturare persone accusate di crimini violenti o quando gli agenti sono in pericolo, la nostra analisi dei morsi in tutto il Paese ha rilevato che i cani sono spesso usati in casi minori: violazioni del codice stradale, taccheggio, controlli sulla salute mentale, violazione di domicilio, o persone in fuga. I nostri rapporti hanno rilevato morsi in quasi tutti gli Stati, anche se i dati variano da città a città. La polizia di Chicago, per esempio, ha avuto un solo incidente dal 2017 al 2019. Los Angeles, nello stesso periodo, ne ha contati circa 200», riporta Marshall Project. In questo senso, il caso più eclatante è quello della città di Indianapolis. Lì, dove ha sede uno dei più affollati dipartimenti di cani di K-9, si conta un incidente da morso di cane poliziotto ogni 5 giorni. Il che significa più di 70 all’anno. Cioè più di quelli che si contano, ogni anno, sommando le città di New York, Chicago, Filadelfia, San Antonio, Dallas, Austin, San Francisco, Fort Worth, Columbus, Seattle e Washington. Le ragioni di un’incidenza tanto alta di aggressioni da parte di cani poliziotto, in una città relativamente piccola (800 mila abitanti, delle quali il 30 per cento è nero) potrebbero avere a che fare, oltre che con la singola mentalità dei singoli poliziotti, anche con la legge locale che prescrive che chiunque fugga in macchina dalla polizia sia considerato un «criminale violento» indipendentemente dal crimine che, prima della fuga, aveva effettivamente commesso. Così, tra i casi di “criminali” feriti dai cani del dipartimento di Indianapolis, si contano soggetti pericolosi come un uomo che aveva rubato un pacco di pile in un supermercato; un altro che è scappato da una biblioteca; un altro ancora che aveva rubato una mancia di 5 dollari dal tavolo di un ristorante e una donna che non si era fermata a un posto di blocco. Tutti reati da niente. Tutti reati i cui colpevoli, vuoi per panico, vuoi per stupidità, vuoi per istinto, sono scappati. Tutti reati commessi da neri. Un altro caso eclatante, in questo senso, è quello della città di Baton Rouge, in Louisiana, dove risulta che, tra il 2017 e il 2019, i cani poliziotto abbiano morso 146 persone; di queste, 53 avevano 17 anni o meno. Tutte, tranne due, erano nere. Lo stesso è successo nella città di Talladega, in Alabama. In quel caso la furia di Andor, un cane K-9, tra il 2014 e il 2015 ha mandato all’ospedale nove persone, tutte di colore. Da un’inchiesta successiva sulle azioni di Andor, nata dal fatto che una delle persone morse ha fatto causa, è emerso, grazie alla testimonianza di un poliziotto, che al momento di scegliere il cane il tenente Alan Kelly aveva detto agli altri ufficiali: «Ne voglio uno che morda i neri». L’ha avuto. 

L’American Enterprise Institute, dove nascono i neocons. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 22 agosto 2021. Si chiama American Enterprise Institute (AEI) ed è uno dei centri di ricerca e formazione più antichi degli Stati Uniti. Fondato nel 1938 dal magnate di fede conservatrice Lewis Herold Brown allo scopo di aiutare i decisori politici della Casa Bianca a comprendere il mondo, l’Aei, negli anni recenti, ovvero a partire dal dopo-guerra fredda, è divenuto un incubatore di talenti. La trasformazione dell’Aei in una fucina di geni avrebbe avuto inizio durante l’era Reagan – uno dei momenti più alti dell’egemonia politico-culturale della destra in America –, e sarebbe terminata tra la prima guerra del Golfo e la guerra del Kosovo, ovvero all’acme del cosiddetto momento unipolare. Inebriati dai successi militari degli anni Novanta, i cervelli dell’Aei avrebbero disseppellito l’antico mito fondativo dell’America come destino e cominciato a lavorare affinché l’albeggiante Duemila potesse diventare il Nuovo secolo americano. Avrebbero iniettato linfa vitale nelle vene di quella scuola di pensiero nota come neoconservatorismo. E non avrebbero più smesso.

Quando nasce e perché. L’American Enterprise Institute (AEI) nasce dall’American Enterprise Association (AEA), una realtà costituita da un gruppo di affaristi newyokersi nel 1938. Il gruppo, trainato dalla guida carismatica del ricco capitano d’industria Lewis Herold Brown, ambiva a difendere la libertà d’impresa e la proprietà privata negli Stati Uniti. Una missione, quella dell’Aea, che avrebbe attratto l’attenzione ed ottenuto il supporto di alcuni dei più grandi privati dell’epoca: da Chrysler a General Mills. Trasformatosi in un vero e proprio gruppo di pressione a difesa dello Stato limitato, l’Aea sarebbe entrato in una fase di declino negli anni immediatamente successivi alla fondazione a causa della decisione di sostenere una battaglia persa sin dal principio: il boicottaggio del New Deal della presidenza Roosevelt. Al declino avrebbe fatto seguito la stagnazione, che nel 1951, anno della morte di Brown, sarebbe divenuta dissoluzione. I membri uscenti dell’Aea, però, credevano fermamente nei valori e nella missione del defunto fondatore. Perciò, poco dopo la morte di entrambi, di Brown e dell’Aea, alcuni intellettuali, politologi ed economisti diedero vita all’American Enterprise Institute. Sarebbe stato il pensatore conservatore William Joseph Baroody Sr a guidare la resurrezione dell’Aea 2.0, ribattezzandolo Aei e plasmandolo fino alla morte, dapprima come vicepresidente (1954-62) e dipoi come presidente (1962-78). Baroody Sr, più di ogni altro, avrebbe guidato la trasformazione del nuovo Aea da un gruppo di pressione specializzato in tematiche economiche ad un istituto di ricerca multisettoriale, impegnato nella difesa dei valori conservatori nella società (e nella politica) e, non meno importante, nella formazione di talenti da mettere al servizio del Partito Repubblicano.

Durante la Guerra fredda. L’Aei sarebbe diventato tale soltanto nel 1962 – prima di allora avrebbe continuato a chiamarsi Aea –, anno dell’inizio della presidenza Baroody. E il 1962, fatti alla mano, è lo spartiacque che ha consacrato la conversione di questo ente indipendente in una fucina di talenti al servizio della causa repubblicana e della grandeur americana. Influente ed inserito nei circoli che contano, Baroody sarebbe riuscito ad attrarre fondi utili alla crescita dell’Aei e, non meno importante, ad attirare al suo interno alcuni dei più grandi cervelli liberal-conservatori dell’epoca: dagli economisti Milton Friedman e James M. Buchanan allo scienziato politico Edward Banfield – consigliere personale di Richard Nixon, Gerald Ford e Ronald Reagan. Le idee degli “uomini di Baroody” avrebbero contribuito in maniera determinante alla formulazione della politica a stelle e strisce durante la guerra, come mostrano e dimostrano i casi della terapia dello choc di Friedman, poi applicata nel Cile pinochetiano, e della diplomazia degli aiuti allo sviluppo di Peter Bauer, inizialmente concentrata in America Latina e poi esportata in tutto il mondo. Nel 1977, in segno di gratitudine per i servigi resi alla nazione, l’ex presidente Ford avrebbe accettato di entrare a far parte della squadra di Baroody in qualità di membro illustre (distinguished fellow). Baroody sarebbe morto l’anno successivo all’ingresso di Ford, ma la sua eredità sarebbe stata tramandata ai posteri, e da loro portata avanti e valorizzata con dedizione. All’alba degli anni Ottanta, complice l’effetto Ford, l’Aei era divenuto il salotto dei conservatori d’America. All’entrata di Ford, invero, avrebbe fatto seguito quella di Arthus Burns – consigliere dei presidenti sin dai tempi di Dwight Eisenhower e futuro ambasciatore in Germania Ovest –, di David Gergen – tuttofare che negli anni è stato consigliere di vari presidenti, analista politico, scrittore e giornalista – e degli influenti giudici Robert Bork e Antonin Scalia. Luogo di incontro dei più celebri economisti di scuola liberista dell’epoca, nonché di pensatori e politologi di credo conservatore, l’Aei sarebbe diventato uno dei think tank ufficiosi della Casa Bianca negli anni dell’era Reagan. Alcuni dei personaggi che più hanno contribuito al concepimento e al concretamento delle politiche reaganiane in casa e all’estero, invero, provenivano ed erano stati formati dall’Aei. Tra i cervelli dell’Aei presi in prestito da Reagan si ricordano, per via dell’importanza politica e culturale rivestita, Irving Kristol – altresì noto come il “padrino del neoconservatorismo” –, Jeane Kirkpatrick – l’autrice dell’omonima dottrina di politica estera e figurante nella squadra di consiglieri di Reagan – e il filosofo Michael Novak.

La trasformazione nella "fabbrica di neocons". Fra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima parte degli anni Novanta sarebbe avvenuta la transizione dal conservatorismo al neoconservatorismo. E determinante, a questo proposito, sarebbe stato l’ingresso di Kristol, il grande teorico della scuola neocon, la cui trascinante personalità avrebbe influenzato profondamente l’intero scheletro dell’Aei. La fine della Guerra fredda aveva comportato un cambio di paradigma, indi un’alterazione degli obiettivi di politica estera, e l’Aei doveva stare al passo dei tempi. Non l’Europa ed il mondo russo, ma il Medio Oriente e il mondo islamico sarebbero state le nuove priorità della Casa Bianca. E l’Aei, fiutata la nuova epoca, avrebbe cominciato a formare una nuova generazione di diplomatici e politici, allevati al culto del neconservatorismo e specializzati in relazioni internazionali nel mondo islamico. Tra coloro che negli unipolari Novanta frequentarono le aule dell’Aei, trovando spazio e prosperità durante l’era Bush, figurano e risaltano per significanza John Bolton – tra i sognatori del Nuovo secolo americano e negli anni scorsi al servizio dell’amministrazione Trump – e Dick Cheney – storico vice di Bush Jr. Nel complesso, più di venti ricercatori dell’Aei hanno lavorato direttamente per le due amministrazioni Bush Jr, mentre l’istituto è ringraziato pubblicamente dall’ex presidente in tre occasioni per il contributo dato all’elaborazione della politica estera di quegli anni. Caduto in un periodo di oblìo durante l’era Obama, l’Aei è tornato a nuova vita durante il breve ma intenso paragrafo Trump, mostrando, per l’ennesima volta, un incredibile senso di adattamento ai tempi. Perché, pur rimanendo fedele alla linea neocon, l’Aei ha progressivamente ridotto le attività dedicate al mondo islamico per concentrarsi su argomenti come Cina, Indo-Pacifico e regimi illiberali. Argomenti che, essendo dotati di una rilevanza bipartisan, potrebbero permettere all’influente think tank di galleggiare in quel mare in burrasca che sono gli Stati Uniti, la cui identità sta venendo riscritta dall’egemonia politico-culturale dei liberal e la cui nuova agenda estera è il riflesso di minacce più provenienti dall’Estremo Oriente che dal Medio.

50 anni fa l'omicidio. Storia di George Jackson, il detenuto ribelle ucciso nella guerra razziale americana. David Romoli su Il Riformista il 22 Agosto 2021. Mezzo secolo fa, la mattina del 21 agosto 1971, George Jackson, detenuto nel carcere di San Quentin, aspettava con ansia la visita del suo legale Stephen Bingham, un giovane avvocato bianco, upper class, diventato negli anni 60 militante rivoluzionario. Alle 12 Bingham non era ancora arrivato. Jackson, solitamente tranquillo, si innervosiva sempre di più. L’avvocato era bloccato ai cancelli dalla sorveglianza, che insisteva per fargli lasciare il registratore con cui il legale diceva di voler registrare la testimonianza di Jackson, accusato con altri due detenuti neri, Fleeta Drumgo e John Clutchette, di aver ucciso una guardia carceraria nel penitenziario di Soledad, il 16 gennaio 1970. In quell’agosto 1971 George Jackson era probabilmente il detenuto più famoso d’America, uno dei principali leader afroamericani, una leggenda per i giovani rivoluzionari e radicali dell’intero occidente. Il suo libro Soledad Brothers era un bestseller ovunque. La campagna in difesa dei 3 “fratelli di Soledad” era al centro della politica radical in tutta l’America e oltre. Jackson era entrato in carcere 10 anni prima. Per una rapina da 70 dollari era stato condannato a pena variabile da un anno di carcere all’ergastolo. Ogni anno una corte avrebbe dovuto decidere se liberarlo o fargliene passare altri 12 dietro le sbarre. Ogni anno il pollice era stato puntualmente verso. In carcere si era politicizzato, aveva studiato i classici del marxismo, nel 1966 aveva fondato uno dei primi gruppi comunisti e rivoluzionari neri, la Black Guerrilla Family, radicata soprattutto nelle prigioni, poi si era avvicinato al Black Panther Party di Huey Newton diventando “maresciallo di campo” per le carceri. Il 13 gennaio 1970, nel penitenziario di Soledad, due gruppi di prigionieri, neri e bianchi, erano stati mandati insieme, per l’ “ora d’aria”, nello stesso angusto cortile. Nessuno di loro era mai uscito dalla cella da mesi: erano carichi di rabbia ed energia repressa in una fase di tensione razziale altissima. Lo scontro era inevitabile, probabilmente cercato dalla stessa direzione del penitenziario, ed esplose puntualmente. Per “sedare la rissa” una guardia carceraria, dalla torretta, aprì il fuoco, uccise tre detenuti neri e ne ferì un quarto. Tra questi W.L. Nolen, amico di Jackson e anche lui leader della Bgf e delle Black Panthers. Tre giorni dopo il poliziotto fu assolto da ogni accusa dal Grand Jury. Nello stesso giorno un’altra guardia carceraria fu ammazzata all’interno del carcere per rappresaglia. Dell’omicidio furono accusati “i fratelli di Soledad”, tutti militanti rivoluzionari. Al processo, nel 1972, Drumgo e Clutchette furono assolti. Jackson, a quel punto, era già morto. Angela Davis, docente e militante comunista nera, fu tra le più attive nel difendere i Soledad Bothers. Fay Stender, avvocatessa bianca e radical che aveva già difeso con successo il fondatore del Black Panther Party Huey Newton, assunse la difesa anche di Jackson. La causa dei tre detenuti diventò una bandiera. Al Comitato che si formò per sostenerli aderirono Marlon Brando e Jane Fonda, Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti, Noam Chomsky, Benjamin Spock, Pete Seeger, Tom Hayden. Angela Davis non incontrò mai il prigioniero di Soledad, nel frattempo spostato con i co-imputati a San Quentin. In compenso diventò amica di Jonathan Jackson, fratello minore di George, attivissimo nel Comitato. Il 7 agosto 1970 Jonathan, 17 anni, si presentò nell’aula del tribunale di Marin County, California, dove una corte presieduta dal giudice Haley processava James McClain, detenuto e pantera nera, accusato di aver ucciso una guardia carceraria. Nonostante il caldo portava un giaccone lungo. Quando la polizia, insospettita, si avvicinò per perquisirlo tirò fuori un fucile e alcune pistole. Armò McLain e altri due detenuti neri presenti in aula come testimoni. I quattro presero in ostaggio il giudice, il procuratore Gary Thomas e tre membri della giuria. Chiesero la liberazione dei Fratelli di Soledad e un aereo a disposizione per lasciare il Paese. All’uscita del tribunale la polizia sparò sul furgone con dentro rapitori e ostaggi. Tre sequestratori, tra cui Jonathan Jackson e McClain, furono uccisi. Perse la vita anche il giudice Haley, il procuratore Thomas rimase paralizzato dalla vita in giù. Angela Davis, che aveva comprato le pistole usate da Jackson, fu accusata di complicità. Fuggì e diventò a propria volta un idolo dei movimenti rivoluzionari. Fu catturata, arrestata, processata con gli occhi di tutto il mondo puntati sul suo caso. Nel 1972 una giuria composta solo da bianchi la assolse. Dopo la strage di Marin County e dopo che Fay Stender era riuscita a far pubblicare le sue lettere dal carcere con immediato ed enorme successo, George Jackson diventò il nuovo eroe rivoluzionario per i neri come per i radical bianchi. Avrebbe potuto sfruttare la posizione per imporsi come uno dei principali leader della nuova sinistra americana e puntare sulla mobilitazione cresciuta intorno al caso dei Soledad Brothers per ottenere assoluzione e scarcerazione. Non era nel suo carattere. Voleva agire, pensava di evadere per accendere la miccia della rivoluzione americana. Dopo la morte del fratello cercava la vendetta. Chiese all’avvocatessa Stender di portargli un’arma in carcere e il rifiuto provocò una brusca rottura tra i due, legati sino a quel momento anche sentimentalmente. In cella aveva appeso un grande manifesto di Jonathan e sotto aveva scritto, citando Ho Chi Minh, “Il dragone è arrivato”. Ripetè la stessa frase il 21 agosto 1971, minacciando con una pistola due guardie. Forse gli aveva portato l’arma l’avvocato Bingham, nascosta in quel registratore che alla fine la sorveglianza aveva fatto passare. Forse, ma è poco probabile, gli era arrivata per altre vie. Di certo dopo il colloquio con l’avvocato una guardia notò che Jackson aveva qualcosa nascosto nella folta capigliatura crespa. Prima che riuscisse ad avvicinarsi il detenuto aveva impugnato la pistola, con la quale costrinse le due guardie ad aprire le celle, liberando prima 6 detenuti tra cui Drumgo e il suo amico Johnny Spain, di padre nero e madre bianca, poi spalancando tutte le 34 celle del braccio. Nella mezz’ora successiva ci fu una vera mattanza. I rivoltosi sgozzarono cinque guardie, tre delle quali persero la vita. Furono uccisi anche due detenuti bianchi. Dall’interno di San Quentin fu dato l’allarme, il carcere fu circondato. Jackson, il solo armato tra i rivoltosi, e Spain tentarono comunque di traversare il cortile. Il primo fu colpito a morte. Il secondo si arrese, seguito poi da tutti gli altri. L’avvocato Bingham si rese latitante, riparò in Francia dove rimase per 13 anni. Nel 1984 si consegnò alla giustizia americana e due anni dopo fu assolto per insufficienza di prove. Il processo contro i principali rivoltosi, i “San Quentin 6”, si svolse nel 1977 e proseguì per 17 mesi, il più lungo nella storia americana sino a quel momento. Produsse migliaia di pagine di testimonianze senza riuscire a chiarire la dinamica della rivolta e del massacro. Dei sei imputati tre, fra cui Drumgo, furono assolti, altri tre condannati. Solo Spain, in catene per tutta la durata del processo, fu condannato per omicidio ma qualche anno dopo la Corte federale annullò la condanna riconoscendo che i diritti costituzionali dell’imputato erano stati violati tenendolo in catene. La scia di sangue non si fermò lì. L’uccisione di Jackson innescò un’ondata di proteste che portò il 9 settembre alla rivolta del carcere di Attica, conclusa con la più sanguinosa strage in uno scontro tra americani dai tempi della guerra civile: 43 vittime. Il 28 maggio 1979 Edward Glenn Brooks, un detenuto della Black Guerrilla Family appena liberato sulla parola, irruppe nella casa dove Fay Stender, ex avvocato di Jackson, viveva col figlio e la compagna. La costrinse a scrivere poche righe: «Ammetto di aver tradito George Jackson e il movimento delle carceri quando avevano più bisogno di me». Poi le sparò sei colpi. L’avvocatessa, paralizzata dalla vita in giù, si suicidò l’anno dopo. Fleeta Drumgo, scarcerato, fu ucciso per strada pochi mesi dopo, nel novembre 1979. Nell’orazione funebre Angela Davis lo definì “un martire comunista”. Come George e Jonathan Jackson. David Romoli

L’università che resiste e non cancella la storia del generale Lee. Matteo Muzio su Inside Over il 12 agosto 2021. Un’icona che da regionale diventò nazionale. Il simbolo del perfetto gentiluomo-guerriero americano. Un soldato che si distinse nell’onore, nella vittoria, nella sconfitta e nella vita privata. Tutto questo era Robert Lee. O almeno così diceva la narrazione prevalente, fino a qualche anno fa. Già, perché Lee è stato ritenuto per molto tempo uno dei più grandi eroi militari americani pur avendo ottenuto le sue grandi vittorie con un’uniforme nemica del governo statunitense. Negli ultimi anni però la sua figura è stata il principale bersaglio delle proteste di Black Lives Matter, anche grazie all’adozione di una sua statua da parte di un altro movimento giovanile nato su web, l’alt-right dei meme ironici che prendeva in giro la sinistra usando sottili sfottò antisemiti, in occasione della parata a Charlottesville tenuta nel 2017, finita con un morto tra i manifestanti di sinistra. Al netto degli abbattimenti violenti, pochi, la maggior parte delle statue di Lee è stata rimossa mediante l’approvazione di ordinanze regolari, come nel caso della statua di Richmond, ex capitale confederata. Negli ultimi mesi però Lee ha resistito alla cancellazione in un luogo simbolo per la costruzione del suo Mito: la Washington & Lee University. Dopo una discussione durata 11 mesi, il consiglio di amministrazione dell’ateneo di Lexington, in Virginia, ha deciso di mantenere il nome del suo presidente più famoso dopo il fondatore George Washington. Ma ci arriviamo tra poco. Concentriamoci sul generale Lee.

La storia dopo la guerra. Se le sue gesta durante la guerra sono molto note, le vittorie ma soprattutto le sconfitte, in special modo la battaglia di Gettysburg, quello che accadde nel dopoguerra lo è meno. A differenza di molti suo ex compagni d’arme, come il suo braccio destro Jubal Early o l’ex presidente della Confederazione Jefferson Davis, che nel dopoguerra si erano concentrati nel costruire un mito revanscista combattendo attivamente l’integrazione razziale degli ex schiavi e il partito repubblicano visto sempre come “nordista”, Lee ha sin dal primo momento parlato di riconciliazione. Il professor Gaines Foster, storico e autore del libro Ghosts of Confederac, ha raccontato a InsideOver che “Lee ha sempre puntato sul voler chiudere in fretta il capitolo della guerra civile in favore di un ritorno il più rapido possibile all’unità prebellica”. Ma quale tipo di unità? Foster aggiunge: “Ovviamente solo quella tra bianchi. Per tutta la vita ha sempre creduto all’inferiorità razziale dei neri”. Durante un’audizione al Congresso nel 1866 infatti dichiarò che secondo lui sarebbe stato meglio se la Virginia si fosse potuta sbarazzare di tutta la sua popolazione afroamericana. A differenza di alcuni suoi ex colleghi, come James Longstreet, che Lee chiamava “il mio vecchio cavallo da guerra” e il leggendario comandante della guerriglia John Singleton Mosby, chiamato “il fantasma grigio” per l’efficienza con cui colpiva i reparti unionisti dietro le linee nemiche, non sposò però mai la causa egualitaria del partito repubblicano. Riteneva fosse necessario mantenere la vecchia struttura di potere e fu sempre molto blando nel punire i suoi studenti accusati di violenza razziale. Eccettuato un caso, nel quale salvò un afroamericano, Caesar Griffin che era stato accusato di aver sparato a Francis Brockenbrough, figlio diciassettenne del rettore dell’università John Brockenbrough, ex giudice federale. Due fratelli maggiori della vittima organizzarono una spedizione punitiva per andarlo a catturare insieme ad altri studenti dell’università. La folla sembrava stesse per linciare Griffin quando apparve Lee dicendo: “Lasciate che la legge faccia il suo corso”. Salvandogli la vita. Ciò però non deve far pensare che Lee usasse la mano dura contro tutti gli episodi di violenza razziale, anzi. Il college non godette di buona stampa in quegli anni. I “ragazzi di Lee” spesso disturbavano le riunioni tanto che emanò una diffida rivolta agli studenti che sconsigliava di partecipare a riunioni di ex schiavi. Quando però venne interpellato per esprimere una parola chiara contro la violenza in generale, scelse di tacere. Quando anche il fondatore (pentito) del Ku Klux Klan, l’ex generale di cavalleria Nathaniel Bedford Forrest, disse che voleva aiutare il governo federale contro quei “codardi” che usavano violenza sui nostri “amici di colore”.

In altre circostanze poi Lee si mostrò ben capace di usare la mano dura contro i suoi studenti, come quando chiesero di anticipare le vacanze natalizie. Chi si fosse allontanato anzitempo, Lee specificò, sarebbe stato passibile di espulsione. Ma che tipo di educatore fu quindi Robert Lee?

Verso il culto del generale. Secondo il giudizio dello storico Emory Thomas, professore emerito all’università della Georgia, e autore di una sua biografia, Lee fu un educatore pragmatico, che rimosse un farraginoso codice d’onore e di segnalazioni sostituendolo con il più semplice “comportatevi come gentlemen”. Abbiamo visto che non fu sempre così, ma ottenne un indubbio risultato e nel comunicato stampa di giugno l’università che porta il suo nome glielo riconosce: “Ha trasformato l’istituzione dopo la guerra civile”. Soprattutto per la sua capacità di raccolta fondi.

Dopo la sua morte però, l’università non sfruttò la sua immagine di educatore efficace. Sfruttò quella di generale confederato. Venne costruita una cappella con cripta dove al centro si trova tuttora un sarcofago di Lee in uniforme confederata, circondato dalle bandiere con la croce di Sant’Andrea dell’Armata della Virginia del Nord che Lee guidò in battaglia. L’università divenne il centro del suo culto. Abbiamo chiesto al professor Gaines Foster come mai la sua immagine si sia diffusa poi in tutto il Paese: “Con la riconciliazione tra bianchi Lee venne reso la versione sudista di Lincoln: un combattente nobile, un gentiluomo cristiano che aveva dato tutto sia pur per una causa sbagliata”. Già, la causa, la Lost Cause, quella narrazione revisionista che ridimensionava la difesa della schiavitù dei confederati, mettendo in luce il loro valore nel combattere un nemico superiore nel numero. La causa quindi quale sarebbe stata? La difesa dei “diritti degli stati”. E pazienza se Lee e altri leader confederati durante la guerra avessero sempre difeso la “peculiare istituzione”, mettendo in un articolo della Costituzione la sua inamovibilità. Ma questa è un’altra storia.

Concentriamoci su Lee. La sua icona ha subito varie trasformazioni. Prima l’icona sudista, il santo laico della Virginia. Il generale di brigata e storico militare Ty Seidule, autore del libro Robert Lee and me ha scritto: “Per me era sopra Gesù”. Nessuno avrebbe mai osato contestare questa espressione, soprattutto dopo che proprio in questa cappella Charles Francis Adams, discendente degli Adams del Massachusetts, tenne un discorso in occasione del centesimo compleanno di Lee, il 19 gennaio 1907. Lui, discendente di una famiglia di abolizionisti, elogiò lo spirito di Lee, convenendo con gli astanti che i neri non erano pronti per il voto. Era il segnale che ormai Lee aveva valicato i confini del Sud per diventare un simbolo dell’America tutta. A rafforzare questo mito, la biografia pubblicata da un giornalista virginiano, Douglas Southall Freeman, in quattro volumi dal 1933 al 1935, vincitrice del Pulitzer. Estremamente dettagliata, la biografia consolidava l’immagine di Lee come nuovo Washington, fondatore autentico della nuova nazione riunificata sotto la bandiera della riconciliazione per ritrovare un posto nel mondo, messaggio che risuonava particolarmente positivo in quegli anni.

Il revisionismo degli anni 70. Infine, due messaggi da parte di due presidenti repubblicani come Theodore Roosevelt nel 1907 e Dwight Eisenhower nel 1960, mandavano Lee nell’Empireo degli eroi americani. Finché, tutto questo cadde con la lotta per i diritti civili degli afroamericani. La parte più oscura del generale, lontana da quell’uomo di marmo decantato negli anni precedenti, emerse negli anni del revisionismo storico anni ’70. Non solo. Anche i suoi demeriti come comandante militare vennero alla luce: a differenza del comandante unionista Ulysses Grant, a Lee mancava la visione strategica globale necessaria per vincere il conflitto, concentrandosi più che altro sullo scenario virginiano. Infine, il post-revisionismo del già citato Emory Thomas e di Allen Guelzo, storico del Gettysburg College, autore di una biografia in uscita a settembre: la loro visione è più complessa e sfaccettata. Per farla breve: Lee era un geniale stratega militare e una persona dalle alte qualità morali. Ma anche una persona che aveva giurato di servire gli Stati Uniti e li ha traditi nel momento del bisogno per una ragione assai spicciola: difendere i propri schiavi, sui quali aveva investito molto. Non bisogna farsi ingannare dalle lettere nelle quali esprimeva disgusto per la schiavitù. Semplicemente, non gli piaceva gestirli in prima persona. Nei suoi scritti non c’è traccia di una sola parola a favore dell’abolizione. Per il professor Foster quindi “Il compromesso della Washington & Lee University è ampiamente accettabile. Il problema è quando il nome di Lee è su una base militare americana. Per spiegarla brevemente, è come ci fosse una base dedicata a Lord Cornwallis, comandante delle forze britanniche durante la guerra per l’indipendenza o una statua dell’ammiraglio Yamamoto, che progettò l’attacco di Pearl Harbour”. Non si pensi che la scelta di mantenere il nome di Lee sia stata unanimente condivisa. Il professore di diritto Brandon Hasbrouck ha scritto sul magazine progressista Slate che “la supremazia dei bianchi è stata assolta”. A dimostrazione che la situazione è molto più complessa. L’ateneo di Lexington, invece, si è imbarcato in una difficile operazione: scindere il Lee comandante confederato dal Lee presidente del college. Non un’operazione facile. Ma in tempi di cancellazioni frettolose, non è poco.

Il film "razzista" che raccontò le contraddizioni d'America. Alberto Bellotto l'8 Agosto 2021 su Il Giornale. Nel 1956 uscì nelle sale Sentieri Selvaggi, uno dei capolavori di John Ford. La pellicola venne accusata di razzismo contro i nativi americani e fu uno dei primi casi di cancel culture. Ma una lettura non ideologica mostra una storia molto diversa. In tempi di purezza ideologica ci si sta lentamente abituando a prendere posizione in modo radicale. Ad avere opinioni nette, a sposare facilmente un politicamente corretto da manuale. In tutto questo si perdono le sfumature. Si prende ogni prodotto dell’uomo, un film, un libro, una canzone e lo si passa sotto i raggi x del pensiero e si stabilisce via via se è sessista, omofobo, razzista. In America da qualche anno si dibatte intorno al complesso tema della cancel culture, pensiamo solo alla battaglia contro le statue. Si creano liste di autori e cineasti da evitare perché razzisti o poco attenti alle minoranze e si finisce facilmente all’indice delle opere proibite. Non stupisce quindi che oggi certi film siano automaticamente etichettati come razzisti. Facile leggere qualcosa prodotto 50-60 anni fa con gli occhi moderni. Eppure c’è almeno un caso, in cui si applicò la cancel culture prima ancora che esistesse. Stiamo parlando della campagna contro uno dei film più famosi mai prodotti da Hollywood: Sentieri selvaggi. Diretto da John Ford, e uscito nelle sale nel 1956, è stato il pilastro del cinema western nel periodo d’oro culminato nei primi anni ’60. Ma questo non l’ha protetto da polemiche critiche. Nel 2012 mentre era in tour a promuovere Django Unchained, Quentin Tarantino riservò a Ford parole di fuoco definendolo razzista, odioso e colpevole di portare avanti “l’idea di un’umanità anglosassone contro il resto dell’umanità”. “Gli indiani dei suoi film - aggiungeva - sono presentati senza volto, uccisi come zombie”.

Una trama complessa. Ma di cosa parla esattamente il film. La trama è complessa, e strutturata e ricca di colpi di scena. La storia, ambientata in Texas, ruota intorno a Ethan Edwards, interpretato da John Wayne, veterano sudista della Guerra di secessione e alla sua ricerca tra le valli del Texas. I soggetti al centro di questa "ricerca" sono in realtà due bimbe, nipoti di Ethan, rapite da un gruppo di indiani Comanche. Il film, uno dei primi all’epoca, sperimenta anche la dilatazione del tempo e infatti la ricerca delle due bambine dura anni e nel corso di queste ricerche si scopre come il veterano sia in realtà un razzista mosso da un profondo odio nei confronti dei nativi americani, manifestato con un linguaggio e una violenza notevole, fino all’epilogo forte e inaspettato. Ma un protagonista razzista basta a etichettare la pellicola come razzista? Forse sì a giudicare da quanto avvenne dopo l’uscita in sala. La Argosy Pictures, casa di produzione fondata tra gli altri da Ford, fu costretta a chiudere sommersa dalle critiche per la rappresentazione degli indiani. Già all’epoca il film fu divisivo, e Ford fu costretto a mettersi sulla difensiva e la scelta di mettere in scena un personaggio forte come Ethan lo perseguitò a tal punto che sarebbe tornato a dirigere un western, il suo marchio di fabbrica, solo tre anni dopo con Soldati a cavallo. Ma tutto quest’odio per quel film era giustificato? In realtà se si evita la purezza ideologica e si analizzano la vita di Ford e il contesto della sua realizzazione tutto assume una luce diversa.

Un altro film. Sentieri selvaggi in realtà è una pesante critica alla società contemporanea, condotta con l’occhio sensibile e attento di Ford. All’inizio, mentre prendiamo confidenza coi personaggi, si tende a osservare Ethan Edwards e a pensare che sia lui il protagonista, ma poi scopriamo che per Ford il personaggio di Wayne è più simile all’America e meno a un ideale eroico. Ethan è prima di tutto uno sconfitto (soggetto caro a Ford fin dai tempi di Ombre rosse), un disadattato che dedica diversi anni della sua vita a una ricerca che tutti abbandonano ma che rappresenta il segno di un uomo incapace di tornare a vivere nel mondo civile. La violenza e il razzismo messo in scena da Ethan non è altro che quello presente, vivo e vegeto nella società americana di metà '800. Poco a poco che i minuti scorrono ci si rende conto che non c’è niente di eroico nella ricerca del cowboy, che il vagare a caccia di indiani non è qualcosa di cui andare fieri. Il cineasta porta così sul banco degli imputati la storia eroica dell’America bianca: un atto rivoluzionario per l’epoca anche perché l’America del West fu profondamente razzista e anti indiana. Gli atteggiamenti eccessivi del personaggio, come promettere una pallottola per la nipote ormai diventata “un avanzo dei Comanche” sono un pugno allo stomaco per lo spettatore e la prova che a processo c’è il “destino manifesto” dell’America. Paradossalmente, nota un’analisti sul sito The Take, il vero cattivo del film è proprio Ethan e non i cattivi indiani stereotipati come dice Tarantino. Persino i pellirossa, che Ford utilizza per dare dinamicità al film come scusa per le scene di battaglia, sono più tridimensionali di quanto vogliano far credere i critici. Il capo degli indiani responsabili del rapimento, Scar (capo scout nel doppiaggio italiano) ad un certo punto racconta il suo odio verso l’uomo bianco colpevole di avergli massacrato la famiglia. Perché dare spessore a un cattivo capo indiano se l’intento era di fare un film razzista. E ancora, durante una delle tante scene di battaglia tra soldati americani e indiani il regista indugia in un particolare, una scena in cui si vede un nativo portare in salvo due bambini. Anche qui se l’intento era fare un film razzista perché non tagliare l’inquadratura in fase di montaggio.

Le verità dietro al film. Ci sono altri due particolari che aiutano a decodificare il film e che dimostrano come le letture ideologiche, allora come oggi, siano limitate e spesso fuori fuoco. La sceneggiatura della pellicola è in realtà un adattamento di un romanzo di Alan Le May, a sua volta ispirato a una storia vera, quella della bimba di nove anni Cynthia Ann Parker che nel 1836 venne rapita da un gruppo di Comanche, educata come nativa e poi data in sposa a un capo indiano. Per anni la famiglia di Cynthia ha tentato invano di ritrovarla, fino a che, nel 1860 nella battaglia di Pease River, un gruppo di Ranger del Texas la individuò tra alcuni rifugiati e dopo una serie di controlli incrociati la riportò alla famiglia. Una storia che poi avrebbe anche ispirato un altro western, Balla coi lupi. Alan Le May nel suo libro romanza la storia di Cynthia e aggiunge anche altri personaggi oltre all’Ethan poi impersonato da John Wayne, in particolare il personaggio di Martin Pawley, figlio adottivo del fratello di Ethan e fratellastro delle due bimbe rapite dagli indiani. Secondo molti Martin è il vero protagonista della storia perché è attraverso i suoi occhi che lo spettatore osserva gli avvenimenti: prima il tragico rapimento delle sorelle, poi la ricerca disperata e infruttuosa e poi il comportamento eccessivo e violento di Ethan che lo porta ad avere posizioni più morbide e moderate. E proprio Martin è la vera chiave per scagionare Ford. Nel romanzo Martin è un semplice figlio adottivo bianco, ma nel film viene presentato come un meticcio, figlio di un genitore bianco e di uno indiano. Anche qui: perché decidere di modificare un personaggio in questo modo se l’obiettivo era fare un film razzista? Per tutto il film Martin rappresenta quell’America “buona” che cerca di far convivere il suo essere figlia di un nuovo mondo e non una semplice proiezione anglosassone. Si mostra eroico nel voler sacrificare interi anni della sua vita a cercare le sorelle, ma allo stesso tempo biasima gli scatti di Ethan contro i nativi, per i quali mostra invece curiosità. Ford è consapevole di tutto questo, proprio perché il suo scopo era quello di usare uno dei generi più in voga all’epoca per parlare dei temi che gli erano cari, e come abbiamo visto nessuno i questi era il razzismo.

Dai Western alla guerra e ritorno: la storia di Ford. Gran parte dei western di Ford hanno rappresentato film moderni con personaggi moderni. È negli anni 30 e nella diligenza di Ombre Rosse che nasce l’America secondo il regista. È da un manipolo di disadattati, dall’alcolizzato alla prostituta, che nascono gli Stati Uniti. Allo stesso modo in Sentieri selvaggi Ford esplora la storia sociale degli Usa e non manca di criticare la guerra. Non a caso il suo “protagonista negativo” Ethan sia un reduce di guerra, uno sconfitto del Sud che non si riesce a reintegrare nella società e anzi mostra i segni di uno stress da guerra. E il fatto di mostrarlo come un reduce della Confederazione, senza gli slanci da lost cause tipici di Via col Vento, ne è la riprova. E Ford sa benissimo da dove pescare, dalla sua esperienza di cine operatore durante la Seconda guerra mondiale. Il regista durante la guerra lascia Hollywood e parte per il fronte filmando prima un documentario sulla battaglia delle Midway e poi sbarcando con gli americani sulle spiagge della Normandia. Esperienze traumatiche per lui, anche nel fisico dato che fu lì che perse il suo occhio sinistro. Difficile quindi non pensare che i suoi film ne avrebbero risentito. Il veterano violento e la furia della battaglia vennero tutti mescolati per creare un film stratificato come Sentieri selvaggi. Un opera che persino oggi, letta con le lenti del politicamente corretto, sarebbe da mettere all’indice ma che in realtà racconta meglio di molti saggi scritti nei campus ultra liberal cos’è stata la conquista del West, la sopraffazione di un popolo libero e l’inganno del “destino manifesto” che da sempre orienta le scelte di Washington.

Alberto Bellotto. Nato in Veneto nel 1987. Laureato in Editoria e giornalismo all’Università di Verona sono giornalista professionista dal 2017. Dal 2015 collaboro col ilGiornale.it e dal 2021 svolgo il ruolo di editor per InsideOver. In passato ha scritto anche per Lettera43, Wired, Linkiesta, Corriere della Sera e Pagina99.Mi occupo di Visual journalism con una particolare passione per le mappe e il mapsplaining.

Ecco il frutto delle politiche dem: così si moltiplicano i poveri. Stefano Magni su Inside Over l'1 agosto 2021. La presenza di senzatetto, o “barboni”, come vengono chiamati in modo più confidenziale in Italia, è una costante nel panorama urbano degli Stati Uniti. Le foto degli “homeless”, questo il nome ufficiale con cui entrano nelle statistiche americane, sono spesso usate per alimentare risentimento o sfiducia nei confronti del sistema liberale statunitense. E’ il lato oscuro del sogno americano. Venice Beach con gli accampamenti di homeless ricorda scene della Grande Crisi. E la famosissima spiaggia di Los Angeles è uno scenario purtroppo comune in California. A San Francisco, anche in zone centralissime, si possono vedere file di barboni nelle mense gestite dai volontari, o accampati per le strade, fra escrementi e droga. Lo Stato che ha dato origine alla “quarta rivoluzione industriale”, quella della Silicon Valley ed Apple, di Internet e dei social network, è la patria di 161.548 homeless, un incremento del 7% rispetto all’anno precedente, secondo un censimento che risale al gennaio 2020, dunque prima che la crisi del Covid-19 si abbattesse sugli Stati Uniti (e sul resto del mondo). Nella sola Los Angeles se ne contavano 66.436, un +13% rispetto all’anno precedente. L’aumento della popolazione senza dimora ha anche un impatto politico immediato. La crescita dei senzatetto era oggetto delle petizioni principali sottoscritte dai cittadini per chiedere un’elezione confermativa anticipata (Recall) che metterà in discussione il governatore democratico Gavin Newsom, il prossimo 14 settembre. Ma l’aumento dei senzatetto è davvero il lato oscuro del progresso capitalista? Può sembrare paradossale, ma se c’è uno Stato poco capitalista, in tutti gli Usa, questo è proprio la California: tasse alte, programmi sociali molto generosi, una grande spesa pubblica, politiche ecologiste nell’energia e nell’amministrazione del territorio, porte aperte agli immigrati. I conservatori, negli Usa, additano il “Golden State” come un esempio di come il socialismo non funzioni. Le politiche ecologiste, che puntano soprattutto sulle energie rinnovabili sia nei trasporti che nella produzione energetica, hanno innalzato tutto il costo della vita. La California è all’avanguardia del Green New Deal e le bollette sono più alte, più cari i trasporti, di conseguenza case e beni di consumo sono meno abbordabili per il cittadino medio. Non solo: le rinnovabili non stanno ancora sul mercato senza un finanziamento pubblico, dunque pesano anche sulla fiscalità locale. Difficile calcolare quante tasse paghi un californiano, considerando che ci sono almeno quattro livelli di tassazione (città, contea, Stato e governo federale), ma la California, assieme a New York, si piazza ai primissimi posti per pressione fiscale. La tassa statale sul reddito individuale, benché molto bassa se presa in sé, va sommata alle aliquote delle tasse federali e risulta essere la più alta in assoluto negli Usa. E i risultati non tardano a farsi vedere. Nel 2019, al netto della crisi causata dal Covid, i cittadini californiani emigrati in altri Stati erano circa 691mila. Fra i giovani investitori sotto i trent’anni emigrati altrove, 1 su 3 è andato in Stati senza tassazione (locale) sui redditi individuali. La principale meta degli imprenditori che hanno cambiato residenza è il Texas. Questo vuol dire, non solo che la classe media sta sparendo in California, lasciando i ricchi e i poveri con sempre meno fasce di reddito fra i due estremi. Ma anche: meno creazione di nuovi posti di lavoro. I maggiori costi dell’energia e l’alta tassazione influiscono certamente sui costi abitativi. Secondo un sondaggio dell’Università Quinnipac del marzo 2019 (prima del Covid), il 43% dei californiani in età di voto già riteneva di non potersi permettere più di vivere nello Stato. Fra questi si registra una punta del 61% fra i giovani dai 18 ai 34 anni di età. A fronte dell’emigrazione di californiani che non si possono permettere un tenore di vita sufficiente, la California è lo Stato con il maggior numero di immigrati illegali in tutti gli Usa. Merito delle politiche democratiche delle porte aperte e delle “città santuario” che, anche formalmente, rifiutano di cooperare con la politica nazionale di espulsione dei clandestini. Fra queste città, sette in California, figurano anche la megalopoli Los Angeles e San Francisco. Gli immigrati illegali erano 2 milioni e mezzo nel 2018, secondo le ultime statistiche disponibili, su una popolazione totale di immigrati irregolari di quasi 11 milioni negli Stati Uniti. Sono tutti immigrati che arrivano dal confine messicano, prevalentemente dal Messico stesso o da altri Paesi dell’America centrale. E sono difficilmente integrabili in un tessuto economico colpito, come abbiamo visto, da costi alti e sempre meno opportunità di creare posti di lavoro. Nella migliore delle ipotesi, un immigrato illegale trova lavoro in nero, altrimenti va ad aggiungersi agli homeless. Eppure il welfare state californiano è molto generoso, soprattutto sotto governatori democratici quali Jerry Brown e poi Gavin Newsom. Oltre alla costruzione di nuove unità abitative di edilizia popolare (100mila all’anno), il governo ha varato programmi locali sperimentali di reddito di cittadinanza e di istruzione universitaria gratuita. Non si spiegherebbe il perché di tanta miseria, se non ricordando che ogni programma sociale non è gratuito. Semplicemente è tutta ricchezza sottratta alla società e gestita in modo, anche ideologico (energie verdi, immigrazione incontrollata, redistribuzione), dalle autorità statali. E ricordando la massima di un ex governatore della California, poi divenuto presidente degli Usa, Ronald Reagan: “Lo Stato (government) non è la soluzione al nostro problema. Lo Stato è il problema”.

Marta Serafini per il "Corriere della Sera" il 27 luglio 2021. «Abbiamo applaudito quando gli Hellfire sono caduti sulle loro teste». La notte del 21 agosto 2013 Salim bin Ahmed Ali Jaber e Walid bin Ali Jaber si trovano in un palmeto nel Sud-est dello Yemen. Salim è un imam che si è fatto un nome denunciando il crescente potere di Al Qaeda nella penisola arabica. Suo cugino Walid è un ufficiale di polizia locale. I due sono sulle tracce di un gruppo di jihadisti. A migliaia di miglia di distanza, nella base di Bagram in Afghanistan, Daniel Hale, giovane specialista dell'intelligence dell'aeronautica americana, se ne sta seduto ad osservare il monitor di un computer. Poi, sul palmeto cala una pioggia di missili. Avanti veloce di otto anni. Hale oggi conoscerà il suo destino: molto probabilmente la Corte distrettuale di Alexandria, in Virginia, lo condannerà. Ma il verdetto non sarà per aver provocato la morte di due innocenti. Hale sarà giudicato per aver fatto trapelare documenti top secret sull'utilizzo di droni nella guerra al terrorismo durante l'amministrazione Obama. Figlio di un camionista battista della Virginia, da analista dell'intelligence dell'Air Force degli Stati Uniti, Hale, 33 anni, ha partecipato a una serie di attacchi condotti dalla base di Bagram a partire dal 2012. Il suo compito, rintracciare i segnali dei cellulari collegati a persone ritenute combattenti nemici. Fondamentale dunque per stabilire la posizione esatta dell'«obiettivo». Assiste a decine di operazioni in cui afghani - ma anche yemeniti o pachistani - vengono uccisi premendo un bottone. «Nessuna di quelle persone era responsabile degli attacchi dell'11 settembre alla nostra nazione. Era il 2012, Bin Laden era già morto in Pakistan», scrive in una lettera di undici pagine indirizzata al giudice. Con il passare del tempo, la coscienza di Hale inizia a vacillare. Alla fine del 2015 rivela i dettagli sulle operazioni coi droni a un giornalista investigativo. E il sito investigativo The Intercept pubblica i Drone Papers, inchiesta che ha dimostrato come il programma dei droni non fosse così preciso come sosteneva il governo. Gli avvocati di Hale - che dopo essersi dichiarato colpevole il marzo scorso rischia oltre cinque anni di condanna - chiedono un alleggerimento della sentenza a un massimo di 18 mesi. I pubblici ministeri affermano però che i documenti fatti trapelare da Hale hanno aiutato i miliziani dello Stato Islamico a evitare la cattura come dimostra un archivio rintracciato in Rete. Ovviamente il caso Hale ha ridato vigore al dibattito sull'Espionage Act, controversa legge del 1917 ora utilizzata per imbastire accuse contro le fughe di notizie che hanno a che fare con la sicurezza nazionale. Un caso su tutti quello della whistleblower Chelsea Manning. Ma soprattutto la vicenda Hale porta alla luce la questione delle vittime collaterali. Secondo il Bureau of Investigative Journalism il numero totale di morti causate da droni e altre operazioni sotto copertura in Pakistan, Afghanistan, Yemen e Somalia è compreso tra 8.858 e 16.901, dal 2004 ad oggi. Di questi, ben 2.200 civili, tra cui centinaia di bambini e alcuni cittadini statunitensi, compreso un ragazzo di 16 anni. «Nemici uccisi in azione», la dicitura. In realtà si tratta di una stima al ribasso. Ed è stato solo dopo anni di pressioni - e sulla scia dei Drone Papers - che l'amministrazione Obama nel 2016 ha introdotto nuovi requisiti per la registrazione delle vittime civili in operazioni segrete di antiterrorismo. Tuttavia Trump ha revocato il provvedimento, lasciando l'opinione pubblica ancora una volta all'oscuro su chi esattamente venga ucciso e perché. 

Cina-Usa: la crisi del '58 e la visita del vice di Blinken a Pechino. Piccole Note il 26 luglio 2021 su Inside Over il 26 luglio 2021. Le tensioni Usa-Cina su Taiwan preoccupano tanti ambiti, anche influenti. Da qui  la pubblicazione, nel maggio scorso, da parte del New York Times di documenti segreti sulla crisi dello stretto di Formosa (come si chiamava allora Taiwan), rivelato da Daniel Ellsber, noto ex analista militare e fonte dei Pentagon Papers, scandalo del 1971 che svelò inquietanti retroscena della guerra del Vietnam. Il report del Nyt si riferisce alla crisi del ’58, successiva alla guerra di Corea (terminata cinque anni prima), quando scoppiò un conflitto tra la Cina, guidata da Mao Zedong, e Formosa, retta dalle forze nazionaliste di Chiang Kai-shek, che interessò alcune isole dello Stretto di Formosa, controllate dai nazionalisti.

I generali e il presidente. Il dossier Ellsberg rivela le inquietanti pressioni che la leadership militare degli Stati Uniti, che schierarono proprie forze a presidio di Formosa, esercitò sull’allora presidente Dwight Eisenhower perché autorizzasse attacchi nucleari sulla Repubblica Popolare Cinese. Pressioni esercitate pur mettendo in conto una reazione “atomica” dell’Urss, che secondo i generali avrebbe difeso Pechino. Una prospettiva sbagliata, secondo il Nyt, date le discrasie emergenti tra le due potenze comuniste, che l’anti-comunismo considerava un monolite. E però è significativo che la prospettiva di una reazione dell’Urss non frenasse i generali Usa, indice della follia cui erano consegnati. Ellsberg, spiega il quotidiano della Grande Mela, avrebbe fotocopiato le carte riservate sulla crisi del ’58 insieme a quelle relative alla guerra del Vietnam, tenendole nascoste finora e decidendo di renderle pubbliche solo adesso, a causa delle nuove pericolose tensioni Usa-Cina. Così il Nyt racconta il contenuto delle carte: “Anche se si immaginava, a grandi linee, che gli Stati Uniti avevano preso in considerazione l’utilizzo di armi atomiche contro la Cina nel caso in cui la crisi fosse degenerata, le pagine del dossier pubblicato da Ellsberg rivelano nuovi e sconcertanti dettagli su quanto fossero aggressivi i capi militari nel fare pressioni per ottenere l’autorità di intervenire con le armi nucleari se le forze comuniste, che avevano già iniziato ad attaccare le cosiddette isole offshore [che si trovavano nello Stretto ndr], avessero intensificato i loro attacchi”. 

“Nuclearizzare” la Cina. I documenti mostrano che la possibilità dell’utilizzo di armi nucleari è stata più reale di quanto si pensasse finora. In particolare, il dossier descrive nel dettaglio le intenzioni del generale Laurence S. Kuter, massimo comandante delle forze aeree per il Pacifico, che tentò di ottenere un mandato per lanciare un attacco nucleare sulla Cina continentale. Si sarebbe dovuto iniziare mirando alle basi aeree cinesi, salvaguardando così i civili. Sulla stessa linea il generale Nathan F. Twining, per il quale, da quanto emerge dal dossier, se i bombardamenti nucleari mirati non avessero convinto la Cina ad interrompere le operazioni belliche, si sarebbe dovuto colpire in profondità il territorio cinese, arrivando fino al nord di Shanghai. Twining non mostra nessuna esitazione: “Per difendere le isole […] si devono accettare le conseguenze”… Dopo la guerra di Corea gli Stati Uniti non erano pronti ad affrontare un altro logorante conflitto, da questa consapevolezza la pressione per utilizzare le armi nucleari: efficienti e risolutive. Il presidente Eisenhower si oppose fermamente ai generali, decidendo di affidarsi alle sole armi “convenzionali”. Come riporta The Grey Zone, nelle sue memorie Eisenhower ha ricordato con una certa amarezza come, durante quella crisi, fosse “continuamente pressato – quasi perseguitato – da Chiang [Chiang Kai-shek] da una parte e dai nostri stessi militari dall’altra, che chiedevano fosse delegata loro l’autorità di autorizzare un’azione immediata”, non solo nel caso di un attacco all’isola di Formosa, ma anche nell’ambito degli scontri riguardanti le isole dello Stretto. Si registrò, dunque, un conflitto al vertice del potere Usa, con i generali che tentarono di avocare a sé prerogative proprie del presidente, scontro che secondo Gray Zone non fu caso isolato, essendosi riproposto più volte nel corso delle guerre americane.

Il monito e la visita. Come peraltro dimostra la storia, che vide il conflitto risolversi in tempi relativamente brevi, mentre l’utilizzo delle bombe atomiche avrebbe gravato sulla storia dell’umanità per secoli. Un monito per il presente, appunto, che sembra condiviso dall’attuale amministrazione Usa, che pur continuando a brandire lo scontro con la Cina a tutti i livelli, sembra però intenzionata a tenere la criticità sotto controllo. Lo dimostra anche la visita di questi giorni del Vice-segretario di Stato Wendy Sherman a Pechino,  accompagnata da una nota del Dipartimento di Stato che spiega come il viaggio sia “parte dei continui sforzi degli Stati Uniti per mantenere un dialogo sincero per promuovere gli interessi e i valori degli Stati Uniti e per gestire responsabilmente le relazioni” con la Cina (Reuters). Visita nella quale Sherman discuterà con i suoi interlocutori dei temi che suscitano le preoccupazioni Usa, ma anche di quelli “nei quali i nostri interessi convergono”.

LA STORIA DECAPITATA. COSÌ SPARISCONO LE STATUE NEGLI USA. Inside Over il 24 luglio 2021 su Il Giornale. Viaggiare è diventato un sogno quasi irrealizzabile in tempi di Covid, tra tamponi, restrizioni e quarantene. Ma quando torneremo (perché a un certo punto torneremo) liberi di visitare altri Paesi, troveremo un mondo molto cambiato. Una delle mete turistiche preferite per gli italiani e per tutti gli europei, gli Stati Uniti, avranno un volto molto diverso, per chi li osserva con occhio da storico. È infatti negli Stati Uniti che si è abbattuta per prima la furia iconoclasta della “cancel culture”, la tendenza a rileggere e condannare la storia con gli occhi dell’antirazzismo. Molti dei monumenti che facevano parte del paesaggio urbano sono già stati rimossi, sia da manifestanti che dalle amministrazioni locali. L’uccisione di George Floyd, da parte di un poliziotto di Minneapolis, ha dato il via alla più grande ondata di abbattimenti. Nel Sud degli Usa, negli Stati che dal 1861 al 1865 facevano parte della ex Confederazione degli Stati Americani, uscita sconfitta nella Guerra Civile, si possono notare i cambiamenti maggiori. Nel centro storico di Charleston, porto atlantico della Carolina del Sud, si stagliava un’alta colonna che reggeva la statua di John Calhoun (1782-1850). Politico e filosofo politico di primissimo piano nella prima metà dell’Ottocento, Calhoun viene ricordato soprattutto dai libertarians per la sua teoria libertaria della lotta di classe: la società non è divisa in borghesia e proletariato, bensì in produttori e consumatori di tasse. L’equilibrio politico viene meno (e inizia la tirannia) quando i consumatori di tasse superano per forza e numero i produttori di ricchezza e li assoggettano ai loro interessi parassitari. I sostenitori del federalismo e delle autonomie lo ricordano invece per la sua strenua difesa dei diritti degli Stati dal governo centrale. Ora la sua statua non c’è più. Perché è stato abbattuto per volontà dell’autorità locale, dopo anni di dibattito e sulla spinta della protesta per la morte di George Floyd. La motivazione principale di tanto odio per un politico deceduto undici anni prima dello scoppio della Guerra Civile? Essendo un difensore dei diritti degli Stati, difendeva anche l’autogoverno della sua Carolina del Sud, quindi di uno Stato ancora schiavista. Letto con gli occhi antirazzisti di oggi, è dunque inaccettabile. Sempre a Charleston, invece, è rimasto il monumento ai Difensori Confederati. Oltre ad essere la prima città a proclamare la secessione dall’Unione, un secolo e mezzo fa, Charleston è stata anche teatro della prima battaglia e del più lungo assedio della Guerra Civile: Fort Sumter fu dove si spararono i primi colpi della guerra, quando i Confederati conquistarono la fortezza dopo un breve bombardamento. Negli anni successivi gli Unionisti provarono a riconquistarla, ponendola sotto assedio, ma non vi riuscirono fino alla fine del conflitto. Per questa strenua resistenza, in anni molto più recenti (1932), in un punto molto suggestivo del lungomare che dà su Fort Sumter la città di Charleston eresse il monumento dedicato ai difensori e ai caduti dell’esercito confederato. I progressisti ne chiedono la rimozione e durante la protesta dopo la morte di George Floyd sono scoppiati, ai suoi piedi, tafferugli anche molto violenti, con tre arresti. Benché più volte vandalizzato, il monumento è ancora al suo posto (almeno finora). A Charlottesville, in Virginia, lo scorso 11 luglio è stata rimossa la statua equestre del generale Robert E. Lee, comandante in capo delle forze confederate. Benché fosse personalmente contrario alla schiavitù, è ora diventato un odiato simbolo di razzismo per il ruolo che ricoprì allora. Il progetto di abbattere la statua, annunciato nell’estate del 2017, aveva provocato i drammatici scontri di Charlottesville, fra militanti di estrema sinistra e di estrema destra, che il 12 agosto di quell’anno causarono la morte di Heather Heyer, attivista di sinistra travolta e uccisa da James Alex Fields, un suprematista bianco. La statua, in sé, è comunque rimasta al suo posto fino a questo mese, per altri quattro anni. Resta ancora al suo posto, invece, un altro monumento equestre estremamente contestato, quello dedicato al generale John Brown Gordon, di fronte al Campidoglio di Atlanta, Georgia. Fu uno dei più brillanti generali della Confederazione, poi però accusato di aver capitanato segretamente il Ku Klux Klan georgiano, ma l’accusa non venne mai dimostrata. Per il suo ruolo in guerra e i sospetti successivi al conflitto, il suo monumento è stato anch’esso vandalizzato dai contestatori che ne chiedono la rimozione. Caso particolare, quello della memoria del generale Gordon: anche 44 discendenti dell’alto ufficiale confederato chiedono che la statua sia abbattuta, con una lettera aperta al governatore Kemp nella quale si legge: “Lo scopo principale del monumento era quello di celebrare e mitizzare il suprematismo bianco della Confederazione”. La politicizzazione delle statue confederate è un dibattito molto recente. Le rimozioni sono avvenute soprattutto nel 2017 e nel 2020. Nella prima ondata di proteste razziali e in risposta alla contro-protesta Unite the Right furono 36 i monumenti rimossi in tutto il Sud. Poi con le proteste a seguito dell’uccisione di George Floyd, altri 94 sono stati abbattuti nel solo 2020. Casi di rimozione erano molto rari prima del 17 giugno 2015, quando un suprematista bianco sparò ai fedeli afro-americani in una chiesa metodista di Charleston. Fu quell’episodio che spinse alcuni governatori (fra cui Nikki Haley, futura ambasciatrice all’Onu) a cancellare le bandiere confederate quali simboli ufficiali dei loro Stati. Attualmente la più nota bandiera confederata (quella con le stelle degli Stati secessionisti disposti a croce di sant’Andrea blu in campo rosso) è stata vietata anche in manifestazioni molto popolari al Sud, come le corse automobilistiche Nascar. La contestazione parte dal presupposto che le statue dedicate ai personaggi storici sudisti siano frutto di un periodo di revival confederato e del suprematismo bianco, sorti negli stessi anni della prima metà del Novecento in cui veniva applicata la segregazione razziale. Il fatto che movimenti di estrema destra, fra cui il Ku Klux Klan siano fra i maggiori difensori di questi simboli, non fa che rafforzare questa idea. Tuttavia rischia di sfuggire un altro aspetto molto importante: la riconciliazione post-bellica. Dai decenni successivi alla fine della Guerra Civile, la politica trasversale di tutti i presidenti americani si è basata sulla riunificazione del Paese lacerato e sul rispetto della memoria degli ex nemici. Non è stato un compito facile, soprattutto considerando il grado di devastazione della Guerra Civile: con i suoi 650mila morti fu il più sanguinoso conflitto dell’Ottocento e la prima guerra totale propriamente detta, con tanto di mobilitazione dell’industria a scopo bellico e il coinvolgimento pieno delle popolazioni civili. Gli Stati Uniti hanno un federalismo autentico, non un centralismo all’europea, dunque anche la preservazione della tradizione locale è parte integrante dei diritti degli Stati alla loro autonomia. Così si può ammirare, forse ancora per poco, un monumento di Grant al Nord e di Lee al Sud, acerrimi nemici nella Guerra Civile (anche se si rispettavano cavallerescamente e ammiravano umanamente), ciascuno dei quali difendeva la propria terra. Inoltre, la “cancel culture” non si limiterà a colpire la Confederazione e la sua memoria storica. Punta decisamente alla rimozione di tutta la memoria “bianca” (intesa come tradizione europea nel nuovo lessico antirazzista). Stanno infatti abbattendo le statue di Cristoforo Colombo, reo di aver portato gli europei sul continente americano. E anche quelle di anti-razzisti convinti, incluso lo stesso Abraham Lincoln: un monumento a lui dedicato, inaugurato nel 1875, è stato rimosso a Boston nel dicembre 2020, perché l’immagine dello schiavo liberato, in ginocchio ai suoi piedi, era ritenuta “offensiva”. Eppure fu proprio Lincoln che abolì la schiavitù nel 1865. 

La 29enne a Tokyo. Chi è Jessica Rae Springsteen, la figlia del “Boss” Bruce alle Olimpiadi di Tokyo nel salto equestre. Vito Califano su Il Riformista il 23 Luglio 2021. È una delle partecipazioni alle Olimpiadi di Tokyo che ha fatto e farà più discutere. È la figlia di Bruce Springsteen e di Patti Scialfa. Si chiama Jessica Rae e gareggerà ai Giochi in Giappone. Specialità: categoria equestre di salto ostacoli. Jessica Rae comanderà uno stallone belga di 12 anni che si chiama Don Juan Van de Donkhoeve. La 29enne figlia di uno dei songwriter più noti e apprezzati al mondo arriva alle Olimpiadi dopo essere rimasta alle riserve per i Giochi di Londra 2012 e dopo non esser stata selezionata Rio de Janeiro 2016. Jessica Springsteen fa parte di una squadra di quattro fuoriclasse del salto – sono McLain Ward, Kent Farrington e Laura Kraut. La 29enne, secondogenita del “Boss”, com’è soprannominato Bruce Springsteen, è nata dopo Evan, che ha 30 anni, e prima di Sam, che ne ha 27. Si è appassionata ai cavalli dopo che la famiglia si è trasferita in un ranch a Colts Neck, nel New Jersey. “Quand’ero piccola – ha raccontato la stessa 29enne in un’intervista a Elle, facendo riferimento alla madre – lei ha iniziato a prendere lezioni di equitazione, prima la accompagnavo, poi ho voluto farle insieme a lei. L’hobby è diventato una gioia grande e poi un lavoro. È nato come una cosa ‘tra ragazze’ ed è rimasto un canale di comunicazione madre figlia. Ancora oggi è bello quando usciamo a farci una cavalcata io e lei da sole, è qualcosa di solo nostro”. I genitori della giovane cercano sempre di essere presenti alle gare della figlia. “Adoro averli con me. Penso che sia importante che la tua famiglia ti sostenga. È decisamente divertente averli intorno. Sono i migliori sostenitori. Sono sempre felici, e a loro non importa dei miei risultati, il che è bello”. A causa delle restrizioni, e dello Stato d’emergenza prorogato nella prefettura di Tokyo, e in altre tre confinanti, papà Bruce e mamma Patti non potranno sostenere la figlia proprio nell’occasione più importante: il pubblico non sarà ammesso alle competizioni per via della pandemia da covid-19. Jessica Rae ha vissuto anche in Olanda, a Valkenswaard, nel Brabante, dov’è stata allenata dall’australiana Edwina Tops-Alexander, la prima ad aver vinto premi per un milione di euro. “Ci sono dei cavalli – ha osservato in un’intervista alla CNN Jessica – che sali subito e fai clic subito. Altri può richiedere un po’ più di tempo ed essere un po’ una lotta. Ma penso che devi essere paziente e deve essere un reciproco dare e avere tra il cavallo. La chiave per ottenere il meglio dal tuo cavallo è fare un buon programma in anticipo”. “Le donne competono contro gli uomini e non c’è limite di età”, ha osservato inoltre a proposito delle virtù della sua specialità Jessica Rae, che è fidanzata da anni con il cavaliere italiano Lorenzo De Luca, classe 1987, originario di Lecce. De Luca nel 2017 ha raggiunto il secondo posto nel ranking mondiale della FEI. La stessa Jessica ha trascorso il primo lockdown causato dalla pandemia da coronavirus interamente in Italia. Le gare di qualificazione di salto e la finale si terranno il 6 e 7 agosto.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro. 

“Non lascerò Milwaukee fin quando non costruiremo una squadra da titolo”. Chi è Giannis Antetokounmpo, il campione Nba con i Milwaukee Bucks che faceva il “vu cumprà”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 21 Luglio 2021. Dopo 50 anni i Milwaukee Bucks hanno conquistato il secondo titolo Nba della loro storia. Battuti in casa 105-98 i Phoenix Suns. Il parziale finale sette Finals di 4 a 2. E l’eroe è Giannis Antetokounmpo, “una divinità” per la Gazzetta dello sport, erede di Kareem Abdul-Jabbar, l’eroe di quel primo titolo della città della birra e leggenda della palla a spicchi. 50 punti, 14 rimbalzi, 5 stoppate. Una partita leggendaria: dominante quella del greco di origini nigeriane. In estasi i 65mila del Fiserv Forum. Una consacrazione per Antetokounmpo, 26 anni, già due trofei da mvp nella regular season. 211 centimetri per 110 centimetri e una vita da film, che sarà raccontata in un live action della Walt Disney Studios con la regia del nigeriano Akim Omotoso. Greek Freak, il titolo, dal suo soprannome– l’altro è The Human Alphabet. Lo scorso dicembre ha firmato un contratto da 228 milioni di dollari in cinque anni. La sua canotta numero 34 sta spopolando. È diventato un fenomeno, un atleta di culto, tutta un romanzo la sua vita.

La vita di Giannis Antetokounmpo. Classe 1994, figlio di Charles e Veronica Adetokunbo, scappati in Grecia dalla Nigeria nel 1992. Ad Atene, tra le prime cose, alla famiglia viene cambiato il cognome. Grecizzato. Charles e Veronica avevano avuto altri due figli: Francis era stato lasciato a Lagos e Thanasis era nato nello stesso 1994. Un’infanzia difficile, tra il razzismo e l’indigenza. Gli Antetokounmpo vivono a Sepolia, quartiere tra i più poveri della città. Thanasis e Giannis vivono tra i vicoli, vendono borse, occhiali, scarpe contraffatti. Vu cumprà. Nel 2004 arriva un altro fratello, Kostas. Mamma e papà raccomandano ai figli di non farsi notare, non dare nell’occhio, per scongiurare un rimpatrio in Nigeria. I ragazzi si sentono greci, parlano greco e studiano in scuole greche ma sono clandestini senza cittadinanza. La svolta, come spesso accade in queste storie, è uno sguardo, un colpo d’occhio, l’intuizione di qualcuno che capisce qualcosa di grande. Un allenatore invita infatti Thanasis e Giannis ad allenarsi in palestra e loro, naturalmente, accettano. I due però devono alternarsi perché hanno un solo paio di scarpette. Un osservatore nota Giannis che con il fratello finisce quindi nelle giovanili del Filathlitikos, seconda divisione greca. Il primo successo di Giannis è quando un collaboratore di un agente gli propone di fare sul serio: gli garantisce più pasti al giorno e gli suggerisce una dieta da seguire; lui accetta, ma alla condizione che i pasti vengano offerti anche al resto della sua famiglia. La prima vetrina è un torneo internazionale con scout da tutto il mondo dove il ragazzo viene notato da un analista di ESPN. E nel maggio 2013 gli viene riconosciuta la cittadinanza greca. E a giugno Antetokoumpo viene scelto al draft NBA dai Milwaukee Bucks. A settembre percepisce il suo primo stipendio. Alla prima stagione in NBA chiude a 6.8 punti a partita. Dice: “Non lascerò mai la squadra e la città di Milwaukee fin quando non costruiremo una squadra da titolo”. Ad aprile 2019 entra nel miglior quintetto NBA. Kobe Bryant fissa il suo obiettivo: vincere il titolo. La finals di Milwaukee – nominato Mvp in gara 6 – esaudisce il sogno. 

Il culto della “divinità greca” dei Milwaukee. A spalleggiare la “divinità greca” Khris Middleton e Jrue Holiday su tutti, e PJ Tucker, Brook Lopez, Pat Connaughton, Crazy Eyes Bobby Portis. Il coach Budenholzer è uno dei tanti allievi di Gregg Popovich. Hanno rimontato lo 0-2 della iniziale della serie delle Finals. È stato però il titolo soprattutto di Giannis: gara 6 è stata il capolavoro dopo due prestazioni da 40 e 41 punti e quindi la prestazione decisiva nella Gara 5. Il 26enne diventa quindi un fenomeno, un atleta di culto, di livello mondiale con la conquista dell’Anello. Sono decine gli aneddoti, alcuni strambi altri commoventi, sulla sua vita e sulla sua carriera: da quando aveva assicurato che non sarebbe mai andato negli Stati Uniti senza i genitori a quando compra una Playstation 4 salvo poi rivenderla al vice allenatore il giorno dopo con i sensi di colpa per aver speso troppo; da quando riempiva buste di cibo nell’area ristori della squadra per risparmiare e girare lo stipendio ai genitori a quando rimprovera il compagno di squadra e veterano Caron Butler che stava buttando un paio di scarpe vecchie ma ancora utilizzabili; da quando promette a Larry Sanders di indossare le Gucci che gli ha regalato solo in occasioni speciali perché sa bene quanto costano a quando trasferisce tutto quello che ha alla famiglia salvo rimanere senza soldi anche per un taxi e lanciarsi in una corsa in strada per raggiungere l’arena per la gara fino a quando due amici lo riconoscono e gli danno un passaggio. La sua famiglia – dopo un viaggio lungo dalla Nigeria alla Grecia agli Stati Uniti – vanta oggi tre campioni Nba: a Milwaukee gioca anche Thanasis mentre Kostas era nel roster dei Lakers di Los Angeles nel 2020.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

La vera storia del “radio-prete” che incantò l’America. Luca Gallesi su Inside Over il 14 agosto 2021. Nella nostra galleria di leader populisti americani non poteva certamente mancare il personaggio leggendario che, negli anni Trenta del secolo scorso, riuscì a raggiungere i massimi vertici della popolarità e del successo, per poi scomparire repentinamente nel più totale anonimato: stiamo parlando del Reverendo Charles E. Coughlin (1891-1979), più noto, semplicemente, come Padre Coughlin, soprannominato “the Radio Priest” per essere stato il primo a utilizzare il nuovo mezzo di comunicazione di massa a scopi propagandistici. Già, perché, per un curioso paradosso, sembra che siano sempre stati i populisti, spregiativamente liquidati come conservatori e reazionari, a intuire prima di tutti le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione; dobbiamo infatti al grande patriota Benjamin Franklin l’intuizione delle potenzialità della stampa durante la rivoluzione Americana, ed è stato Donald Trump a fare per primo un uso massiccio dei social, come fu proprio l’umile parroco di una sperduta parrocchia dell’Idaho a concepire per fini politici l’utilizzo della radio come mezzo di comunicazione di massa. Al picco del suo successo, tra il 1932 e il 1936, la voce del sacerdote cattolico risultava agli Americani altrettanto famigliare di quella del Presidente Roosevelt: dati ufficiali stimarono in 40 milioni (30% della popolazione Usa) il numero di radioascoltatori che ogni domenica sintonizzavano i loro apparecchi radio per ascoltare il sermone di questo prete dalle radici irlandesi, che riusciva a parlare a tutti, dato che, come si può facilmente immaginare, il 65% del suo pubblico non era cattolico. Cresciuto in una famiglia molto religiosa, il giovane Charles, dopo una brillante carriera al college sia come studente sia come atleta (era un eccellente rugbista) prese volentieri la via del seminario appassionandosi soprattutto alla dottrina sociale della Chiesa, che offriva una plausibile e solida alternativa tanto al materialismo comunista sovietico quanto all’incipiente consumismo americano, tanto bene ritratto nel 1922 da Sinclair Lewis nel suo romanzo Babbit.

“L’accoglienza” del Ku Klux Klan. Ordinato sacerdote, nel 1926 fu nominato parroco della chiesa Shrine of the Little Flower di Royal Oak, un piccolo comune che negli anni successivi sarebbe diventato un sobborgo di Detroit. Il suo arrivo fu salutato da una enorme croce infuocata piantata minacciosamente davanti alla chiesa dagli attivisti del Ku Klux Klan, che consideravano loro nemici tanto gli afroamericani quanto i cattolici. La cosa non turbò minimamente il giovane prete che, anzi, riuscì alla prima occasione a disinnescare l’attrito con i Klansmen. Il vero nemico di Padre Coughlin, infatti, non era certamente rappresentato dai cavalieri del KKK, ma dagli speculatori e dai banchieri internazionali che, dopo la crisi del 1929, avrebbero causato la prima e più grave depressione economica del Ventesimo secolo, e che il reverendo aveva cominciato a conoscere appena arrivato nella sua parrocchia, sulla quale gravava un debito che le offerte dei fedeli non riuscivano a colmare. Fu così che, dotato di un ingegno non comune, e animato da un entusiasmo contagioso, Padre Coughlin decise di trasmettere i suoi sermoni domenicali attraverso una rete di piccole radio locali. L’iniziativa ebbe un successo strepitoso, grazie all’eloquenza calda e al tono rassicurante del radio-prete, e, man mano che (è il caso di dirlo) si diffondeva la voce, aumentavano gli ascoltatori e soprattutto le loro offerte, che permisero non solo di chiudere il debito della sua chiesa, ma anche di costruire, nel giro di poco tempo un vero e proprio network di emittenti indipendenti che via via coprirono sempre più Stati, fino ad arrivare, nel 1930, ad attirare l’attenzione della CBS, che volle ospitare le trasmissioni del sacerdote e mandarle in onda su scala nazionale.

La battaglia politica dopo la crisi del ’29. Per i primi anni, Padre Coughlin si limitò a predicare la dottrina cristiana, commentando le scritture alla luce del magistero cattolico, ma, a partire dal 1930, le cose cambiarono radicalmente: la crisi di Wall Street si stava facendo sentire, soprattutto in aree industriali come quella di Detroit, dove la disoccupazione aveva colpito vaste aree di popolazione, suscitando l’intervento del “radio-prete”. Fu così che, oltre a organizzare una rete di solidarietà per tutti i parrocchiani di Royal Oak, Padre Coughlin iniziò la sua attività politica vera e propria, denunciando alla radio le perniciose “azioni del capitalismo predatorio” che avrebbero finito per convincere i poveri ad abbracciare “l’orribile dottrina comunista”. I suoi strali non si limitavano a colpire le suddette ideologie materialiste, ma si indirizzavano anche contro il Proibizionismo, cosa che gli attirò ancora più simpatie. Nei primi anni Trenta dedicò ben cinque trasmissioni interamente a criticare quello che chiamava “l’ignobile esperimento” voluto da “bugiardi mascalzoni e fanatici” che avevano la responsabilità del gangsterismo dilagante e soprattutto del generale indebolimento del rispetto pubblico verso chi rappresentava la Legge e difendeva la Costituzione. Vicino a Roosevelt per la durata del suo primo mandato, ne divenne, invece, un acerrimo nemico quando ritenne che le promesse di colpire gli strozzini della finanza erano soltanto chiacchiere, perché, in realtà, nonostante il New Deal, gli speculatori continuavano a imporre il giogo della povertà e della disoccupazione a un Paese dove, invece, le risorse naturali abbondavano, e la buona volontà di lavorare non mancava per niente. Il successo delle sue trasmissioni e dei suoi discorsi nei principali uditori degli Usa continuava a crescere, così come le offerte continuavano ad affluire, ma la volontà di gestire tutto in prima persona e di non consentire la creazione di un vero e proprio partito, ma soltanto una rete di “circoli” risultò il vero limite dell’azione politica di Padre Coughlin. Alleato a Huey Long, avrebbe probabilmente costruito con lui, se non fosse stato assassinato, un terzo partito in grado di competere efficacemente alle elezioni presidenziali del 1936. L’assassinio di Long e la disorganizzazione dei circoli di Coughlin non impedirono la rielezione di Roosevelt, che continuò indisturbato con la sua politica, fino a coinvolgere l’America nella Seconda guerra europea, intervento osteggiato dal popolo americano. Coughlin continuò a fare i suoi discorsi, cercando senza successo di impedire l’entrata in guerra degli Usa. Fu, per questo, anche incriminato, e il suo vescovo nel 1942 gli impose il silenzio e il ritorno a una vita riservata. Coughlin, da buon religioso, obbedì senza discutere, e, dopo aver ipnotizzato dal vivo decine di migliaia di persone e tenuto davanti alla radio decine di milioni di ascoltatori, tornò umilmente alla sua parrocchia di Royal Oak, dove continuò serenamente il suo Ministero fino alla morte, avvenuta nel 1979.

La lunga marcia del populismo americano. Luca Gallesi su Inside Over il 21 luglio 2021. Come già accennato in un precedente articolo dedicato a John Adams, il “fenomeno Trump” non è l’exploit improvviso di un bizzarro outsider, ma si inserisce, in modo sicuramente eccentrico, nel vasto e profondo sentimento populista che scorre nella storia americana sin dagli albori. Tale schieramento primeggiò grazie a figure eccezionali come il secondo e il terzo presidente Usa, rispettivamente John Adams e Thomas Jefferson, che furono gli antesignani di quello che, cento anni dopo, sarebbe diventato il populismo propriamente detto, incarnato nei partiti e movimenti esplicitamente populisti, come la Granges, il Greenback Movement e, ovviamente, il vero e proprio People’s Party, che sfiorò la vittoria alle presidenziali del 1896 con il candidato democratico-populista William Jennings Bryan. Può essere azzardato definire il termine “populismo americano” in un’accezione tanto larga da comprendere personaggi apparentemente lontani tra loro come gli stessi Jefferson e Adams e i loro epigoni, ma è sicuramente vicina alla realtà la definizione di “risposta dei ceti meno favoriti e spesso non rappresentati” che manifestarono politicamente il loro dissenso, spesso radicale. La prima forma di contrapposizione populista fu quella tra città e campagna, soprattutto nel momento in cui la realtà urbana, divenuta motore industriale e cuore finanziario del Nuovo mondo, crea, inevitabilmente, una tale concentrazione di ricchezza da impoverire e soprattutto sfruttare, il vasto mondo agricolo, rimasto ancorato a una visione pre-capitalista ricca di lavoro e molto produttiva, ma povera di mezzi e quindi necessariamente indebitata. Si ripropose, quindi, in termini a volte molto accesi, la contrapposizione tra le “due città”, tra i ricchi e i poveri, ovvero i produttori, piccoli proprietari, o fittavoli che dovevano ipotecare il proprio raccolto per continuare a lavorare, contrapposti ai “parassiti” delle città che controllavano la voluta scarsità di denaro per continuare a dominare l’economia nazionale. Questo, molto semplificato, è il quadro in cui, nella seconda metà dell’Ottocento i problemi lasciati aperti dalla Guerra civile si sommavano alla concentrazione delle ricchezze in mano a pochi e ristretti gruppi di potere. A partire dagli anni Settanta, e in particolare dopo il panico seguito alla crisi del 1873, dilagarono quindi a Sud e a Ovest i movimenti di protesta agraria contro la politica del governo che favoriva l’industrializzazione, costringendo i contadini a un indebitamento cronico nei confronti del capitale dell’Est, abbandonando a loro stesse le classi sociali più deboli. È in questo contesto che emerge il populismo vero e proprio, che diventò – questa forse la somiglianza maggiore col populismo del XXI secolo – un movimento di massa, indifferente, anzi contrario, alle strutture istituzionali esistenti, che dà voce a un vasto settore della popolazione fino ad allora inascoltato e senza potere. Nel 1892, a St Louis, nacque, così, il terzo partito, che, in contrasto con gli altri due partiti storici, si proponeva di ridare il governo al popolo, togliendolo alle élite democratiche e repubblicane che ormai si curavano esclusivamente dei propri personali interessi. La base restava agraria, ma in prospettiva avrebbe rappresentato tutti i lavoratori sfruttati da chi, invece di lavorare, si arricchiva manipolando la ricchezza da loro prodotta. Il People’s Party si diede subito una piattaforma programmatica molto ambiziosa, che alcuni chiamarono la Seconda Dichiarazione d’Indipendenza Americana, un appello alla cooperazione di tutte le forze sane della nazione americana: “Noi ci troviamo nel mezzo di una nazione portata sull’orlo della rovina morale, politica e materiale. La corruzione domina le urne, le Assemblee legislative, il Congresso, e sfiora ogni toga della Corte. La popolazione è demoralizzata, la stampa prezzolata e imbavagliata, l’opinione pubblica costretta al silenzio, gli affari prostrati, le nostre case sommerse da ipoteche, il lavoro impoverito, la terra concentrata nelle mani dei capitalisti”. Ora, se togliamo queste parole dal loro contesto, e le trasportiamo nell’America attuale, sostituendo il termine “capitalisti” con il neologismo GAFAM, non sarebbe difficile immaginarle pronunciate dall’ex presidente Donald Trump, così come non sarebbe del tutto improprio sovrapporre ai ceti agrari dell’Ottocento che trovarono rappresentanza nel People’s Party i numerosi lavoratori, spesso bianchi ma non necessariamente WASP, che videro una possibilità di riscatto nel presidente outsider, che, ironia della sorte, era pure lui un miliardario, per quanto eccentrico. Tornando al 1892, a St Louis, dunque, comincia la marcia verso il potere del “Partito del Popolo”, che il potere, quattro anni dopo, arriverà davvero a sfiorarlo, grazie all’azione di un personaggio straordinario, quel William Jennings Bryan di cui abbiamo già parlato, e che sarà il protagonista del prossimo articolo.

Condannati a morte dopo un processo ingiusto. Storia di Sacco e Vanzetti, il processo ingiusto e la nascita della lotta contro la pena capitale. Pasquale Hamel su Il Riformista il 16 Luglio 2021. Sono esattamente trascorsi cent’anni da quel 14 luglio 1921, giorno in cui i giudici dello Stato del Massachusetts condannarono alla pena capitale Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti, un operaio e un pescivendolo che, negli anni della grande emigrazione, avevano lasciato l’Italia per raggiungere l’America: la terra promessa. Una sentenza di condanna basata su indizi superficiali che un giurista di Harvard del calibro di Felix Frankfurter, nel marzo del ’27, sull’Atlantic Magazine aveva bollato come frutto di un processo ingiusto, segnato dalla parzialità del giudice, da inquadrare nel clima di isteria post-bellica che marchiava la società americana. Eppure, processo dopo processo, nonostante l’ipotesi d’accusa fosse divenuta sempre più fragile – il giudice aveva platealmente rifiutato la richiesta di revisione avanzata dalla difesa a seguito delle dichiarazioni di Celestino Morales, un detenuto portoghese, che scagionavano i due condannati – quella condanna “ingiusta” (così la definì nel 1999 il Governatore del Massachusetts Dukakis riabilitandoli) fu confermata. E nel carcere di Charleston, nella notte del 23 agosto del 1927, il boia eseguì la sentenza, provocando sconcerto nell’opinione pubblica e in tanti prestigiosi intellettuali, a cominciare da Albert Einstein per arrivare a Bernard Shaw e Bertrand Russell, che si erano spesi apertamente per la loro liberazione. Sono trascorsi dunque cent’anni, e purtroppo si deve con sconforto prendere atto che la pena di morte – «L’assassinio legale incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco», così ne scriveva Fëdor Dostoevskij – continua a essere applicata in tanti Paesi del mondo e, scandalo fra gli scandali, in numerosi stati della civilissima America. Eppure, proprio l’esecuzione di quei due innocenti, sacrificati al pregiudizio razziale e ideologico – gli italiani in America erano allora considerati reietti e scomodi, stranieri e la loro attività politica, i due non facevano mistero della loro fede anarchica, ritenuta sovversiva e perturbatrice dell’ordine pubblico – con il diffuso clamore che l’accompagnò, ebbe anche un risvolto positivo per la storia della civiltà giuridica perché portò all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale la barbarie della condanna a morte, di quella pena che, già nella seconda metà del ‘700, Cesare Beccaria aveva definito “pubblico assassinio”. Ma andiamo ai fatti. Il dramma dei due italiani, che erano noti per la loro attività politico-sindacale, era iniziato con l’arresto nel 1920 con l’accusa di “possesso di armi e di materiale sovversivo” a cui, subito dopo, era seguita l’imputazione più grave, quella che decise la loro sorte, e cioè di essere autori di una rapina, consumata in un quartiere di Boston e conclusasi, tragicamente, con la morte di due dipendenti: il cassiere e una guardia giurata del calzaturificio Slater&Morrill, la ditta rapinata. Nonostante i due imputati si proclamassero innocenti e che la fragilità delle prove fosse di tutta evidenza, la macchina della giustizia americana, eccitata dal preconcetto e dal fanatismo del procuratore Katzam che trovò sponda nel giudice Thayer, andò avanti fino alle estreme conseguenze. I due italo-americani furono infatti condannati a morte travolgendo le ragioni della difesa. Intanto, però, attorno a quella vicenda assurda era cresciuta l’attenzione dell’opinione pubblica, si erano infatti registrate molte manifestazioni di protesta e il dissenso e lo sconcerto per il comportamento della giustizia americana si era allargato a macchia d’olio alimentando l’antiamericanismo latente in molti circoli intellettuali. Da caso giudiziario la vicenda si mutò bene presto in vero e proprio affaire, tanto che molti autorevoli uomini politici del tempo, a cominciare dal presidente del Reichstag Paul Lobe, erano intervenuti per esprimere il proprio sconcerto motivando la stessa opinione pubblica mondiale. Non mancò neppure l’intervento del governo italiano, lo stesso duce del fascismo, che spinto anche da orgoglio nazionale, fece pervenire per le vie diplomatiche, in forma molto discreta, una ferma richiesta di clemenza per i due connazionali. Il clima a livello internazionale divenne così caldo che non può meravigliare se gli stessi ambasciatori Usa in Europa e in America Latina, in modo riservato, facessero pressioni sul governo per evitare, a loro giudizio, le prevedibili ricadute negative che quell’esecuzione avrebbe avuto nelle relazioni diplomatiche americane. Nonostante questa grande mobilitazione, non ci fu tuttavia nulla da fare; l’ottusa macchina della giustizia americana fece il suo corso e Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti finirono sulla sedia elettrica. E tuttavia quella loro lunga “agonia diventò una vittoria”, recita il ritornello della colonna sonora del film di Giuliano Montaldo dedicato alle due vittime innocenti, perché rese consapevoli quanti mostravano indifferenza, che la pena di morte non può essere considerata altrimenti che assassinio di Stato. Pasquale Hamel

Giuseppe Culicchia per "la Stampa" il 16 luglio 2021. Quando trent' anni fa American Psycho uscì prima negli Usa e poi in Europa, i social non esistevano ancora e la «cancel culture» era al di là della nostra più fervida immaginazione, malgrado il politicamente corretto fosse già nato da circa un quarto di secolo nei campus delle università americane come raccontato da Robert Hughes nel suo La cultura del piagnisteo. Il protagonista del romanzo, scritto da un Bret Easton Ellis appena ventiseienne, era Patrick Bateman, broker di Wall Street con la passione per gli abiti e gli accessori firmati, il sesso estremo e la pornografia, la cocaina e Phil Collins, ma anche e soprattutto per l'allora tycoon del settore immobiliare Donald Trump - letteralmente il suo idolo: nel testo viene citato una cinquantina di volte - e per i serial killer, a cominciare dal famigerato Ted Bundy. Scritto in prima persona come una sorta di folle diario allucinato, nel quale Bateman almeno in apparenza veste a sua volta i panni del serial killer, torturando e uccidendo in modo orribile barboni, omosessuali ma più che altro donne, si tratti di ex fidanzate, modelle o prostitute, il romanzo venne rifiutato da Simon & Schuster, l'editore con cui Ellis aveva firmato un contratto, suscitando polemiche addirittura prima di essere pubblicato. Chi lo aveva letto in anteprima aveva fatto trapelare di esserne stato disgustato, vista l'ultraviolenza e gli episodi di necrofilia e cannibalismo; e quando infine arrivò nelle librerie per i tipi di Vintage, Ellis venne attaccato pesantemente da coloro che lo accusavano di esaltare attraverso il suo protagonista razzismo, misoginia e omofobia. Il libro venne stroncato da testate come Time («ributtante»), Vanity Fair («mostruoso»), New York Times («repellente») e boicottato, al punto che certe librerie si rifiutarono di metterlo in vendita. Il clamore contribuì ad aumentare le vendite e a fare di Ellis un'icona. Ma non solo, perché lo scrittore già acclamato all'epoca del suo esordio con Meno di zero (1985) ricevette ripetute minacce di morte, e un ostracismo feroce da parte delle femministe. Non si trattava certo di una fatwa come quella scagliata contro Salman Rushdie per il suo I versi satanici, ma di qualcosa di più ridicolo e inquietante, visto che tali reazioni provenivano da persone e ambienti che palesemente non avevano saputo leggere il libro per quello che era pur avendo in teoria tutti gli strumenti per farlo. Perché Ellis in realtà aveva scritto un potentissimo j' accuse contro la superficialità e il narcisismo patologico di un'America ipnotizzata dal consumismo e dal turbo-capitalismo incarnati da un fan di colui che un giorno sarebbe stato eletto Presidente; e identificare l'autore del libro col suo protagonista, concludendo che anch' egli doveva essere razzista, misogino e omofobo, era quanto di più naïf si potesse fare, nonostante i due frequentassero gli stessi ristoranti e locali notturni e sì, condividessero alcune delle passioni elencate sopra. Ma non ci fu niente da fare. Per molti, American Psycho era un libro sbagliato, da condannare senza se e senza ma alla pari di chi lo aveva concepito. La figura grottesca di Bateman e la sua involontaria comicità non suscitarono altro che sdegno in chi non capì di essersi imbattuto nella critica più feroce mai scritta sulla società americana degli anni Ottanta. Per fortuna, un gran numero di lettori non si fece sviare dalle condanne preventive, e ben presto American Psycho diventò quello che resta nel 2021: un classico contemporaneo, imprescindibile per comprendere quel decennio e quella New York. Tuttavia, è proprio pensando al qui e ora che a trent' anni di distanza viene da interrogarsi su quale sarebbe l'accoglienza di un romanzo simile oggi, nel momento in cui in molte case editrici sono comparsi i sensivity reader, chiamati a leggere i testi presentati dagli autori dal punto di vista delle minoranze e con il compito di verificarne l'inclusività. È evidente che un romanzo come American Psycho riceverebbe ben più di un rifiuto, considerato il timore di finire sulla graticola di quel nuovo e inappellabile tribunale del popolo costituito dai social, a cominciare da Twitter: nessun editore vorrebbe mai diventare bersaglio di una «shitstorm», termine quanto mai illuminante usato per definire lo squadrismo mediatico degli odierni eredi dell'Inquisizione. Ma ciò che più inquieta, al di là dei ragionamenti di marketing, è l'allargarsi della platea formata da chi in nome della difesa dei diritti non è in grado di cogliere la complessità e le sfumature, e quell'ambiguità che è essenziale in letteratura. Pretendere di leggere solo storie edificanti equivale a togliere il Male dai romanzi di Dostoevskij. E in ultima analisi altro non è che la nuova, imprevista declinazione di un fenomeno chiamato analfabetismo di ritorno. 

Roberto Pellegrino per “Il Giornale” il 12 luglio 2021. «Acropoli bianca e dorata contro il blu dell'oceano Pacifico, è l'immagine di un villaggio medievale italiano esistito soltanto nei sogni di un pittore». Così John Steinbeck, domiciliato a Salinas, duecento chilometri più a sud, descriveva la meravigliosa San Francisco. Città con pochissimi difetti, a parte le sue estati fredde e umide, tanto da ricordare l'inverno allo scrittore di Furore, Frisco è stato l'epicentro di infiniti cambiamenti e avvenimenti storici e sociali, dalle battaglie nazionali dei diritti civili alla protesta contro la guerra in Vietnam dei figli dei fiori, fino all'esplosione dell'economia informatica che, dagli anni Sessanta, ha coperto la metropoli di miliardi di dollari. Fu allora che tutti vollero abitarla e arrivarono, oltre agli ingegneri in camicia bianca, cravattino e medagliere di biro, molti artisti, musicisti e attivisti gay. I nerd della nuova disciplina dei pc, attratti da sostanziose offerte dell'attigua Silicon Valley, erano wasp, americani bianchi, progressisti, che, cinquant' anni dopo, tra successi e cadute, ora vogliono darsela a gambe, rapinati dalle tasse. Decenni di incontenibili speculazioni edilizie, gigantesche avidità immobiliari di emiri arabi, innumerevoli scandali di corruzione pubblica, aumenti smodati delle tasse comunali e frequenti incendi infernali ne hanno oscurato l'attrattività e sputtanato il mito, sgonfiando il desiderio di abitarci. Per non dire della costante e incombente promessa di morte del Big One: l'apocalittico terremoto da almeno due secoli, secondo i sismologi, ha un appuntamento con la città. Potrebbe, in soli dieci minuti d'ira, disintegrarla, sollevarla di trenta metri dal suolo e scaraventarla nel ventre del Pacifico con tutti i suoi 880mila abitanti. E, allora, bye bye Frisco, addio alla ragazza che tutti gli americani vorrebbero conquistare e che tutti i viaggiatori vorrebbero rivedere, prima di morire. La metropoli è passata da momenti di benessere per quasi tutti, alla macro e micro criminalità degli anni Ottanta di chi era fuori dal business dei computer. Ruspe selvagge, per volere dei palazzinari californiani, hanno piallato gli antichi quartieri degli immigrati europei e asiatici, con l'aiuto del devastante terremoto del 1989 che aprì la strada all'eliminazione di tutto ciò che non fosse antisismico. Al posto delle casette di legno, sorsero edifici di cemento armato, con le fondamenta elastiche, capaci di oscillare, come la famosa Transamerica Pyramid, il grattacielo costruito nel 1969 dall'architetto William Pereira, in grado di dondolare senza mai venire giù. E a castigare i portafogli dei suoi abitanti, ci pensa il Comune: la California non può ricostruire le case distrutte da sismi o incendi e quindi impone ai proprietari costosissime polizze sugli immobili (+250% dagli anni Ottanta) e chi non è in regola va in galera. Poi c'è la council tax, la gabella per acqua (costa venti volte più di Boston), l'immondizia, l'illuminazione. Si paga ogni mese e in alcune zone vale come uno stipendio medio italiano, tanto che negli ultimi due decenni, il 70 per cento dei pensionati ha dovuto vendere perché non era in grado di mantenere quel tenore di vita e di spesa. Dal 2000 sono stati creati oltre 676mila posti di lavoro, ma soltanto 176mila nuove abitazioni. E i prezzi sono schizzati in alto. Nella metropoli con le leggi più progressiste, la società è divisa tra chi ha troppo e chi quasi nulla. I prezzi hanno sfondato da anni il tetto massimo, più di Zurigo. Nel quartiere di Castro, il più ambito, quello che ancora conserva le casette di legno bianco e i tetti dipinti di azzurro, nel 1965 il 24 per cento dei residenti era afroamericano, oggi è il 5,5: i suoi chalet del XIX secolo, tre camere da letto, una cucina, un salotto e due bagni costano dai sei milioni di dollari in su. Il New York Times ha scritto che da almeno un decennio «San Francisco è pronta a esplodere, arricchendo tutti, ma nessuno ne è particolarmente convinto». I residenti che hanno abbandonato la città sono triplicati dal 2005 e ora a San Francisco una persona ogni 11mila abitanti è un milionario. Le agenzie immobiliari ti prendono in considerazione soltanto se dimostri di avere uno stipendio annuo, netto, di 590mila dollari. Poi, c'è la questione della popolazione: è la meno variegata a livello demografico in America, segno che qui per afroamericani, latini, arabi e asiatici i costi sono un tabù. I Democratici che la governano dal 1968, e male, hanno prodotto una gentrificazione selvaggia e ora San Francisco non è una città per il ceto medio, ma soltanto per giovani white liberals che hanno cacciato via i nuovi poveri. I Dem, colti a rubare, sono tutti riconfermati perché un san franciscan non voterebbe mai repubblicano. San Francisco occupa un'area relativamente piccola, 120 km quadrati contro i 1.300 di Los Angeles. Sotto l'influenza dello sviluppo ed espansione della Silicon Valley, nella seconda ondata anni Novanta, le principali Internet Company si sono concentrate a sud della città: parchi industriali, atenei d'ingegneria informatica, contribuendo a un nuovo inarrestabile aumento dei prezzi. A San Francisco c'è una delle più alte popolazioni di senzatetto degli Usa: 7.500 homeless su 880mila residenti, quasi uno ogni 100 persone. Le attività commerciali storiche hanno chiuso perché gli stipendi sono troppo bassi per vivere in città: spesso vendono i locali ai fondi di investimento che ci costruiscono appartamenti di alta fascia. Questo sviluppo non è stato sostenuto da adeguati piani per controllare i prezzi degli affitti e mantenere il numero di case a disposizione degli abitanti. Ex città di poeti e rivoluzionari, della cultura nera e della controcultura, ora tutto è in mano alla finanza virtuale che decide chi può abitarla, la parola d'ordine è leaving! Andarsene via.

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera” il 10 luglio 2021. Soldi e contratti anche per gli atleti universitari americani. Cede l'ultima barriera che isolava il mondo dei dilettanti, lo sport praticato nei college, dalla logica del business. Giovedì 1 luglio la Ncaa, National Collegiate Athletic Association, l'organizzazione non profit che disciplina l'attività di 1.268 istituzioni, ha deciso di allentare le regole, consentendo potenzialmente a circa 400 mila giovani di entrare nel mercato degli sponsor e di ricavare profitti, sfruttando la propria popolarità. Il vincolo-totem durava dal 1906, quando l'allora presidente Theodore Roosevelt, amante dei parchi e della vita all' aria aperta, decise di dare una forma al movimento sportivo universitario, che da quel momento diventò il formidabile serbatoio di grandi campioni, medaglie d'oro olimpiche, miti universali. Dal velocista Jesse Owens, al nuotatore Mark Spitz fino a Carl Lewis, lo sprinter «figlio del vento». Si sono tutti formati nelle palestre, nelle piste, nelle piscine degli atenei. Il denaro, per alcuni di loro, è arrivato solo quando sono usciti. La svolta era già maturata nei fatti. Pochi minuti dopo l'annuncio della Ncaa, sui telefonini sono spuntate diverse applicazioni che offrono intese lampo alle stelle e stelline dei college. La diciannovenne Rayniah Jones, specialista dei 100 metri ostacoli, ha raccontato al New York Times di aver ricevuto una proposta per tre performance in una palestra (Ymca) di South Miami Hights. Compenso: 2.500 dollari. «Per me è una bella cifra, un'aggiunta inaspettata alla mia vita», ha commentato Jones, che vive con la madre a Miami ed è iscritta alla University of Central Florida. Quest' anno è stata una delle sorprese dell'atletica americana, anche se, proprio pochi giorni fa, non è riuscita a qualificarsi per le Olimpiadi di Tokyo. Se il valore agonistico si intreccia con la visibilità sui social, le cifre si moltiplicano. È il caso delle gemelle Haley e Hanna Cavinder, top player del basket, studentesse alla California State University, di Fresno. Le ragazze, riferisce Sports Illustrated , hanno siglato due accordi: uno con la Six Star Pro Nutrition , società di prodotti energetici; l' altro con la compagnia telefonica Boost Mobile . I particolari finanziari sono rimasti segreti. Ma si può fare una stima dell'importo, tenendo conto che negli Stati Uniti un influencer molto seguito vale, in termini pubblicitari, circa 80 centesimi per ogni follower. Haley e Hanna possono contare su quattro milioni di adoranti ammiratori su Tik Tok e Instragram. Ciò significa che sono in grado di ottenere accordi da almeno 3 milioni di dollari all' anno. Il più delle volte, però, il business si mantiene su livelli artigianali. Ancora il New York Times fa qualche esempio. Jordan Bohannon, giocatore di basket nell' Iowa, ha promosso un emporio di fuochi d' artificio a Des Moines, la capitale dello Stato. Bo Nix, «quarterback» della squadra di football a Auburn (Alabama), pubblicizza un marchio di tè locale. Dawand Jones, «offensive tackle , attaccante nel team di football nella Ohio State University, promuove candele profumate. Un' altra piccola celebrità della stessa disciplina, D' Eriq King, firma i caschi protettivi e ha fissato una tariffa di 2.000 dollari all'ora per la partecipazione a diversi tipi di eventi.

Texas i dem disertano l’aula: il governatore: «Vi arresto». Resa impossibile l’iscrizione alle liste elettorali delle minoranze: la protesta si sposta a Washington con i deputati scesi in piazza. Alessandro Fioroni su Il Dubbio il 15 luglio 2021. Se qualcuno pensava che con l’elezione di Biden e la bocciatura di tutti i ricorsi di Trump su presunti brogli elettorali si fosse chiusa la partita, si sbagliava di grosso. Lo scontro infatti si è spostato dal livello federale a quello degli stati e si combatte sul terreno delle regole che disciplinano il voto e la battaglia si sta tramutando in quella che viene definita come la seconda guerra civile. Martedì scorso a Filadelfia, Biden ha tenuto un discorso infuocato, avvertendo che la democrazia americana sta affrontando la sua più grande minaccia. «Oggi c’è un assalto in corso in America, un tentativo di sopprimere e sovvertire il diritto di voto e elezioni libere e corrette» ha detto il presidente. Nei 17 stati controllati dai conservatori si sta tentando di approvare leggi che limitano il diritto di voto introducendo il divieto di tenere aperti i seggi 24 ore su 24 e aggiungendo ulteriori requisiti per dimostrare l’identità soprattutto per il voto per corrispondenza. Una serie di restrizioni che per i repubblicani garantirebbero la sicurezza delle elezioni avvalorando la tesi della truffa elettorale che ancora i sostenitori di Trump portano avanti. Per i democratici invece si tratta di un attentato al diritto di voto che colpirebbe in particolar modo le minoranze e gli afroamericani. Il livello più alto dello scontro si è raggiunto in Texas dove più di 50 deputati dem hanno lasciato lo stato con 2 jet privati in direzione Washington nel tentativo di impedire l’approvazione di una riforma elettorale radicale voluta dal governatore Greg Abbott. Per licenziare la legge infatti devono essere presenti almeno due terzi dei 150 membri della Camera dei Rappresentanti. Per tutta risposta il giorno seguente il governatore ha minacciato di arrestare i politici assenti. Abbott ha lanciato la sua minaccia attraverso il canale televisivo locale KVUE ABC affermando che una volta tornati sarebbero stati «alloggiati all’interno del Texas Capitol fino a lavoro terminato». Un fatto grave anche se simbolico anche perché la polizia di stato non ha giurisdizione al di fuori del Texas. Intanto i democratici hanno promesso di non tornare fino alla fine della sessione speciale di 30 giorni sul disegno di legge. È stato Chris Turner, presidente del Texas House Democratic Caucus, a spiegare che l’intento è quello «di rimanere fuori e uccidere questo disegno di legge in questa sessione». Tuttavia Abbott si è impegnato a continuare a convocare l’Assemblea fino all’approvazione definitiva. In realtà l’intento dei “transfughi” è quello di fare pressione sul Campidoglio dove da tempo sta andando in scena il durissimo confronto sulle nuove regole federali sul voto proposte dai dem che sostituirebbero qualsiasi azione statale. Si tratta del ‘ For the People Act, un disegno di legge che garantirebbe agli elettori di poter ricevere una scheda elettorale se richiesta, imporre un minimo di 15 giorni di voto anticipato prima di ogni elezione federale, richiedere schede cartacee e stabilire standard per le macchine per il voto. Inoltre proibirebbe agli stati di privare del diritto di voto coloro che hanno scontato una pena carceraria, promulgherebbe nuove restrizioni sui cosiddetti contributi politici (‘ dark money’) non divulgati. Con la proposta democratica molti nuovi elettori verrebbero automaticamente registrati e le aziende tecnologiche sarebbero obbligate a divulgare informazioni sulla pubblicità politica. E’ previsto anche un sostegno del governo per i piccoli candidati finanziati da donatori e si cercherebbe di porre fine alla pratica delle mappe di voto, il "gerrymandering", un metodo ingannevole per ridisegnare i confini dei collegi elettorali a vantaggio di alcuni candidati. Il disegno di legge è stato approvato alla Camera a marzo ma 3 mesi dopo, grazie all’ostruzionismo, i repubblicani lo hanno bloccato la Senato. Da allora i democratici si sono concentrati sull’aggiornamento del Voting Rights Act, una legge degli anni ‘ 60 che è stata pesantemente modificata in senso restrittivo dalla Corte Suprema nell’ultimo decennio. I repubblicani dunque stanno tentando di contrastare i tentativi dem agendo a livello statale, la loro è un’opposizione a tutto campo. Anche per un dialogante come Mitch McConnell, leader della minoranza conservatrice a Senato «È una soluzione alla ricerca di un problema». Ma probabilmente sono ancora più significative le parole dell’ex vicepresidente Mike Pence, il quale nonostante fosse stato uno dei bersagli di coloro che hanno assaltato il Congresso, non ha esitato ad affermare che la proposta democratica avrebbe «aumentato le opportunità di frode elettorale, calpestato il Primo Emendamento, erodere ulteriormente la fiducia nelle nostre elezioni e diluire per sempre i voti degli aventi diritto legalmente qualificati».

Il Texas sta cambiando. Ma i repubblicani bianchi le provano tutte per tornare a 50 anni fa. Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni su L'Espresso il 7 luglio 2021. I “wasp” diventano minoranza nello Stato e i conservatori, da sempre al potere, tentano di fermare il nuovo corso. Con leggi su voto, armi e diritti civili. Lunghi capelli neri raccolti in una crocchia stilosa e scarpe da tennis. Jalen McKee Rodriguez, afroamericano gay di ventisei anni, è il volto nuovo di questo Texas a cui l’immagine plastificata di western, cowboy e musica country calza ormai da tempo troppo stretta. Jalen è nato in Tennessee da genitori militari, ma è cresciuto alle Hawaii come Barack Obama. A San Antonio è arrivato otto anni fa e qui ha scritto una pagina di storia, diventando lo scorso giugno il primo candidato dichiaratamente gay ad entrare nel consiglio comunale della seconda città più popolosa dello stato. «Non avrei mai pensato di vincere le elezioni. E invece, eccomi qua!», confessa ridendo quando lo incontriamo in un caffè della periferia nord ovest. Solo ai più distratti il Texas, che ha superato i ventinove milioni di abitanti, appare ancora come un monolite conservatore, roccaforte del partito repubblicano, con il suo blocco di residenti bianchi, benestanti, cristiani evangelici, fanatici delle armi e appassionati della Bibbia, concentrati soprattutto nelle aree rurali. In realtà a San Antonio, come pure nelle altre metropoli di Houston, Dallas e Austin, tutte sopra il milione di abitanti, è in costante crescita il numero dei residenti latini, asiatici e afroamericani. Secondo l’ultimo censimento, quello del 2020, mentre i texani bianchi (non ispanici o latini) si fermano al 41,2% della popolazione, gli ispanici e latini toccano il 39,7%, gli afroamericani il 12,9 e gli asiatici il 5,2. Allo stesso tempo si abbassa l’età media dei nuovi arrivi anche dagli stessi Stati Uniti, grazie al fermento legato all’economia e al dinamico mercato del lavoro soprattutto nel settore delle tecnologie avanzate. Questi cambiamenti demografici hanno portato molti analisti ad incasellare il Texas nelle scorse elezioni presidenziali tra gli stati in bilico. Se i democratici non si aggiudicano la vittoria di un candidato presidenziale dal 1976, ovvero dall’elezione di Jimmy Carter, nel 2020 il margine di vantaggio di Donald Trump sull’avversario democratico Joe Biden si è fermato a 5,6 punti percentuali, uno dei più risicati degli ultimi decenni. Nel 2016 invece Hillary Clinton aveva perso per 9 punti, mentre nel 2012 Mitt Romney sorpassava Barack Obama quasi del 16%. Il vento è cambiato e oggi il feudo repubblicano non è più considerato una fortezza inespugnabile per i progressisti. Lo sa l’inossidabile e popolarissimo Ted Cruz che nel 2018 si è visto minacciare la rielezione certa in Senato dalla fenomenale ascesa del democratico Beto O’Rourke, sconfitto per una manciata di voti e meno di 3 punti percentuali. Eppure l’establishment del Gop sembra non percepire il ribollire di questa evoluzione in atto. O forse lo sente benissimo e per questo, accusano i critici, si arrocca allo status quo, rallentando, a suon di norme e cavilli legislativi, la spinta verso il cambiamento. E così lo scollamento tra lo “stato reale” e quello “politico” diventa sempre più profondo. L’ultima sessione del parlamento statale è infatti considerata una delle più reazionarie, con all’attivo provvedimenti che, denunciano i detrattori, «sopprimono il voto delle minoranze» e «negano diritti fondamentali». Come l’aborto. Il Texas recentemente ha approvato una delle leggi più restrittive in materia di interruzione di gravidanza, vietata dopo la sesta settimana, non appena è possibile rilevare il primo battito del cuore del feto, spesso prima che una donna si accorga di essere incinta. Nessuna eccezione in caso di violenza sessuale. Inoltre poche settimane fa, il governatore Greg Abbott ha firmato una norma che permette di girare armati senza obbligo di licenza. Mentre un pacchetto bollato come un puro tentativo di “soppressione del voto”, non è arrivato sul tavolo del governatore solo perché i democratici sono usciti in blocco dall’aula facendo saltare il quorum. Il testo verrà comunque ripresentato in una sessione speciale. Aborto, armi, voto: misure fortemente sbilanciate a destra, che testimoniano come in questa era post-Trump molti legislatori del Gop, impegnati in passato soprattutto nelle battaglie per la riduzione delle tasse o per le limitazioni dell’ingerenza del governo, abbiano abbandonato il centro per farsi portavoce dell’ala più estrema del partito. Un trend annotato nei mesi scorsi anche in altri stati conservatori, che però suona come un campanello d’allarme a livello nazionale nel “Lone Star State”, secondo solo alla California per numero di abitanti. «Il Texas sta cambiando, è culturalmente vario, moderno, sempre meno bianco, popolato da immigrati da ogni parte del mondo. Eppure la politica rema in direzione opposta, ha spostato l’orologio indietro di 50 anni», ci spiega Sarah Labowitz, coordinatrice texana dell’Unione americana per le libertà civili (Aclu). «Vogliono limitare il diritto al voto, stanno cercando di rendere illegale l’aborto, stanno addirittura rivisitando il codice segregazionista», spiega. «Sono provvedimenti pensati a discapito delle minoranze. Partiamo dal Bill N.7, il disegno che riguarda le elezioni: nel testo, era prevista una limitazione dell’accesso ai seggi, tagli ai finanziamenti per il voto per posta e una rimodulazione del voto anticipato». Gli esempi non finiscono. «Prevedeva uno slittamento del voto domenicale che avrebbe colpito il programma promosso dalle chiese nere, “Souls to the Polls” che organizza bus di fedeli per la registrazione al voto (visto che negli Stati Uniti è responsabilità dei cittadini iscriversi nelle liste elettorali n.d.r.) e per i seggi. Il disegno di legge poi includeva 16 nuove infrazioni elettorali, tutte a carico di neri o ispanici». Labowitz non fa sconti: «In Texas stanno cercando di manipolare il sistema di voto per conservare il proprio potere». Sostanziale è la differenza tra i texani politicamente attivi e quelli che invece restano ai margini del processo elettorale. «Solo una fetta di latini, afroamericani e asiatici vota», ci fa notare il professor Mark Jones che insegna Scienze Politiche alla Rice University di Houston. «I bianchi votano molto di più. La base bianca repubblicana è ancora quella che va con più convinzione alle urne. Rimane forte, arrabbiata. Se i democratici vorranno davvero cambiare il colore dello stato, bisognerà incidere sull’affluenza, convincendo più persone a registrarsi per il voto e poi effettivamente a votare», conclude il docente. A Rogelio Sáenz, demografo dell’Università del Texas a San Antonio, abbiamo invece chiesto aiuto per fare chiarezza sul peso specifico del voto non bianco e latino nella sua peculiarità. «La popolazione bianca e benestante è in calo: diventa sempre più anziana. La migrazione caucasica non regge quella di latini, asiatici e afroamericani». Oggi ad arrivare sono soprattutto i giovani. «Se consideriamo gli over 18, il gruppo dei bianchi è ancora in maggioranza. Ma i numeri si avvicinano sempre di più». Sáenz ci spiega che i repubblicani stanno anche abusando del ricorso al cosiddetto gerrymandering, ovvero la modifica ad hoc dei confini dei collegi elettorali per favorire l’uno o l’altro candidato. «Dal 2010 il Texas, grazie soprattutto all’aumento della popolazione non bianca, si è aggiudicato due poltrone in più al Congresso. Nonostante ciò, il Gop ridisegna i collegi elettorali in modo che latini (il 70% vota democratico, il 30% repubblicano) e i neri non abbiano mai la maggioranza». Sáenz coglie però segnali di novità. «Il Texas ha sempre avuto un basso grado di coinvolgimento civico e questo ha permesso alla politica di agire senza indugi», sottolinea. «Oggi però i movimenti stanno denunciando queste pratiche; non solo c’è più attivismo, ci sono più giovani che si candidano. È questa la vera minaccia per i conservatori». Ne è un esempio proprio Jalen McKee Rodriguez, che presto lascerà il suo lavoro di insegnante di matematica per diventare amministratore a tempo pieno: «Sono giovane, gay e nero, mai avrei pensato di avere una chance qui in Texas». Sono state le organizzazioni intorno a lui a convincerlo a scendere in campo e ad aiutarlo con una raccolta fondi che ha coinvolto tutti gli Stati Uniti. «Sempre più persone decidono di esercitare il proprio diritto al voto. E quando vanno alle urne, scelgono qualcuno che li possa rappresentare, che gli assomigli». A questa onda di mobilitazione si sono uniti gli attivisti Josey Garcia e Pharaoh Clark, fondatori del gruppo Reliable Revolutionaries, che incontriamo al Travis Park. Un luogo simbolico: è qui che a San Antonio sono iniziate le proteste dopo l’uccisione a Minneapolis dell’afroamericano George Floyd per mano della polizia. «Stiamo lavorando per le elezioni di metà mandato, organizziamo eventi per spingere la gente a registrarsi. La vittoria democratica in Georgia nelle passate elezioni ci ha galvanizzato», spiega Garcia, veterana di origine ispanica. L’altro co-fondatore, Pharaoh Clark, afroamericano, rimarca invece che «molte delle leggi firmate dal governatore Abbot sono state possibili perché i cittadini non sono stati coinvolti o semplicemente informati. Puntiamo a far capire alla gente che insieme abbiamo il potere di cambiare le cose. La nostra arma è l’affluenza alle urne». Intanto i repubblicani rispediscono al mittente ogni accusa, le alte cariche ribadiscono che non c’è alcuna limitazione dei diritti delle minoranze, ma che la legislatura ha lavorato per garantire l’integrità delle elezioni (legge sul voto), il rispetto della vita (legge sull’aborto) e la sicurezza fisica delle persone (norma sulle armi). «La verità è che il sistema ha paura di questa spinta progressista, sa di non poterla catalizzare e teme che si possa concretizzare in un successo elettorale dei democratici», ci dice il neoconsigliere Jalen McKee Rodriguez. «Non riuscendo a trovare risposte da dare alle esigenze delle minoranze, cercano di limitare e rendere più difficile il loro accesso al voto; nel frattempo si arroccano intorno alla propria base elettorale che però sta lentamente scomparendo. Le organizzazioni dal basso sono aumentate dopo l’elezione di Trump. Non possiamo più permettere a persone come lui di decidere il futuro del nostro Stato e del nostro Paese». Se molti ci parlano di una pentola a pressione che rischia di scoppiare, Jalen McKee Rodriguez preferisce la metafora del passaggio del testimone durante una maratona: «In Texas, nonostante i cambiamenti demografici raccontino una popolazione nuova e attiva di giovani di colore e di donne, nessuno del vecchio establishment ha intenzione di cedere il passo. A rischio è la democrazia. Se si ostineranno a correre da soli senza includerci, insomma a non passare la torcia anche a noi, saremo costretti ad afferrarla da soli».

Mario Platero per "Affari & Finanza - la Repubblica" il 7 luglio 2021. Una notizia su Warren Buffett colpisce sempre. Quando poi l'oracolo di Omaha (Nebraska) si dimette dalla presidenza della Gates Foundation nel momento in cui Bill e Melinda Gates divorziano, ci si incuriosisce. Aggiungiamo che Bill è sotto il microscopio per capire la natura dei suoi rapporti con il predatore sessuale Jeffrey Epstein, e si passa al sensazionalismo. Nulla di strano se Buffett decide di lasciare la presidenza della Gates Foundation a quasi 91 anni, per favorire un rinnovamento. Tanto più che aveva già annunciato di voler lasciare tutti i consigli di cui era membro, con l'eccezione di Berkshire Hathaway, la sua holding. Né c'è polemica con Gates: i due sono amici da sempre e la lealtà reciproca potrà semmai essere rafforzata dal momento difficile del fondatore di Microsoft. Piuttosto, la vicenda Gates Foundation e l'uscita di Buffett hanno scatenato un altro dibattito ben più importante, che riguarda l'impianto fiscale su cui poggia la filantropia americana. In questo dibattito la voce di un accademico come Rob Reich (nulla a che fare con Robert Reich ex ministro del Lavoro nell'amministrazione Clinton) è emersa sopra quella di molti altri. Il titolo del suo ultimo libro in materia è eloquente: "Semplicemente donare: perché la filantropia sta tradendo la democrazia e come può migliorare". Reich non è solo nella denuncia contro la filantropia. Pro Publica, una non profit dedicata soprattutto a inchieste giornalistiche contro le ingiustizie sociali, ha pubblicato lo scorso 8 giugno un'analisi dettagliata delle dichiarazioni fiscali di molti miliardari e ha concluso che semplicemente non pagano tasse o le pagano in misura molto inferiore ai loro guadagni anche grazie a donazioni filantropiche. Nella lista ci sono Jeff Bezos, zero tasse sul reddito nel 2007 e nel 2011, Elon Musk, niente tasse nel 2018 e poi Michael Bloomberg, Carl Icahn o George Soros, che non ha pagato tasse per tre anni di fila. Nella lista c' è anche Warren Buffett. L' accusa: nel periodo fra il 2014 e il 2018 Buffett ha pagato "solo" 23,7 milioni di dollari in tasse anche se il suo patrimonio è aumentato di circa 24 miliardi di dollari. Nell'era delle disuguaglianze, il ravvivarsi della polemica pro o contro le donazioni, intorno alla notizia di Warren Buffett che lascia la fondazione Gates, era invitabile. Politici d' assalto come Alexandra Ocasio Cortez, la giovane democratica di New York a sinistra di Bernie Sanders, chiedono che le deduzioni per le donazioni vengano abolite e chiedono che per i più ricchi le aliquote fiscali arrivino al 70%. La risposta di chi difende la filantropia e la deducibilità di importanti donazioni è semplice: ridicolo accusare di elusione fiscale miliardari che hanno deciso di letteralmente spogliarsi dei loro patrimoni con l'impegno - come quello di Warren Buffett - di donare il 99% della loro fortuna in beneficenza. Lo stesso Buffett è intervenuto nei giorni scorsi per rispondere alle accuse di pro pubblica: «È vero che il valore cartaceo delle mie azioni è aumentato di 24 miliardi, ma fino a quando non vendo, non devo alcun contributo fiscale sulla plusvalenza». Quando, il 23 giugno 2006, Warren Buffett e Bill Gates si presentarono nella grande sala da ballo dell'Hilton Hotel a New York per comunicare la nascita della loro alleanza filantropica, Buffett disse che non solo avrebbe donato la gran parte del suo patrimonio, ma che lo avrebbe donato principalmente alla Fondazione Gates per non disperdere gli sforzi e in misura minore ad altre quattro fondazioni. Gli chiesi: «Come hanno reagito i suoi figli? Lo chiedo perché so che in Italia avrebbero reagito male!». Sia lui che Gates fecero una sonora risata, e Buffett rispose: «I miei figli non avranno di che preoccuparsi, hanno più che abbastanza per vivere». Qualche anno dopo, il 4 agosto del 2010, Bill e Melinda Gates diedero notizia di un'importante operazione alla quale lavoravano da anni: l'impegno pubblico di 40 fra le famiglie più ricche d' America a donare almeno il 50% del loro patrimonio in filantropia. Negli anni, il numero è cresciuto fino a raggiungere complessivamente 62 famiglie per un impegno complessivo che vale alcune centinaia di miliardi di dollari. La cultura della restituzione, del "give back", è molto più radicata in America che in Europa e ha una tradizione che, rifacendosi ai mecenati fiorentini rinascimentali, risale ai Carnegie, ai Rockefeller a JP Morgan, considerati da una parte "Robber Barons" (Baroni Furfanti) ma dall' altra gli artefici di una filosofia filantropica che ha finito per creare oggi in America un settore centrale per l'economia del Paese: secondo gli ultimi dati disponibili, il "non profit" occupa 11,4 milioni di americani, pari al 10% della forza lavoro del Paese, la terza più importante dietro il settore al dettaglio e quello manifatturiero. Alla tradizione del "donare" inoltre partecipano milioni di americani anche con volontariato o con piccole somme: così nel 2019 sono stati donati 427,71 miliardi di dollari, distribuiti fra 1,54 milioni associazioni filantropiche. L'impatto sul Pil è del 5,6%, con un giro d' affari cumulativo di oltre mille miliardi di dollari all' anno. E qui dobbiamo tornare alla questione politica. C'è intanto un costo per il contribuente pari al 74% della donazione secondo una stima di Chuck Collins dell'Institute For Policy Studies, mentre altri studi stimano il 37%. L'altro problema serio, secondo i critici, è quello di canalizzare voci di spesa che soddisfano più l'interesse o la causa preferita del donatore che quello della comunità nel suo insieme. I donatori di fatto si sostituiscono allo Stato nella determinazione di politiche sociali, di ricerca, e certo non si occupano, come farebbe lo Stato, di risolvere problemi davvero comuni come un ponte che crolla. Si cerca di capire dove e come si possa trovare un compromesso tra le forze in campo perché è ovvio che non si può cancellare un settore che vale quasi il 6% dell' economia del Paese. Buffett ha chiarito: «Ammetto che per l'utilizzo efficiente delle mie donazioni mi fido di più di una struttura privata che di chi può essere guidato o motivato da un interesse politico». Nel frattempo la Gates Foundation ha raggiunto un livello di occupazione di 1.600 persone. Ha certamente bisogno di una riorganizzazione e l'uscita di Buffet favorirà un ricambio. Intanto, non farà ponti, ma lotta per combattere la malaria e la Tbc in Africa. Buffet, sempre giorni fa, ha anche detto di aver fatto donazioni complessive per 41 miliardi di dollari e di essere a metà strada della sua promessa di donare il 99% del suo patrimonio. E ha risposto anche a Collins: il suo vantaggio fiscale è inferiore ai 40 cents per ogni mille dollari donati.

Da "corriere.it" il 7 luglio 2021. «Hitler? Ha fatto molte cose buone per la Germania, a cominciare dalla straordinaria ripresa economica degli anni Trenta». Che Donald Trump non si sia mai fatto problemi ad esprimere apprezzamento anche per movimenti di estrema destra apertamente antidemocratici, se non addirittura sovversivi, dai suprematisti bianchi alle marce dei neonazisti in Virginia, era cosa nota. Ma che, sia pure in privato, si sia impegnato in discussioni nelle quali ha difeso il ruolo storico di Hitler rifiutando condanne perentorie del nazismo è una novità che emerge da uno dei tanti libri in arrivo sui quattro anni alla Casa Bianca dell’ex presidente repubblicano: Frankly, We Did Win This Election (La verità è che abbiamo vinto noi le elezioni, nda) del giornalista del Wall Street Journal Michael Bender. L’autore racconta che Trump discusse di questo tre anni fa con John Kelly, allora suo capo di gabinetto, durante il viaggio in Europa per le celebrazioni del centenario della fine della Prima guerra mondiale. Anche se Bender cita una fonte anonima e se precisa che Trump, interrogato in proposito, ha negato di aver parlato di Hitler, è evidente che è stato lo stesso Kelly a raccontare di una discussione accalorata nella quale a lui, un ex generale che gli ricordava le atrocità del nazismo, il presidente replicava «ma Hitler ha tirato fuori i tedeschi dalla povertà». E si diceva in disaccordo con lo stesso Kelly che aveva concluso: «Meglio la povertà di un genocidio». Il Guardian, che ha pubblicato le anticipazioni del libro di Bender, ricorda che durante quel viaggio al di là dell’Atlantico Trump fu aspramente criticato per gli scontri con i leader europei su vari fronti, comprese diverse concezioni della democrazia, e per aver cancellato all’ultimo momento la visita a un cimitero dei caduti americani della Grande Guerra. Sono dello stesso periodo le indiscrezioni di collaboratori della Casa Bianca che hanno riferito di aver sentito Trump definire i caduti in guerra «losers and suckers» (perdenti e sfigati, nda). Anche qui Trump ha negato, ma è abbastanza chiaro dalle testimonianze che il presidente ha fatto queste affermazioni davanti a Kelly, che l’ha presa in modo molto personale visto che un suo figlio è stato ucciso nel 2010 in Afghanistan. L’ex generale se n’è andato dalla Casa Bianca sbattendo la porta nel 2019 dopo aver tentato inutilmente di spingere Trump a comportarsi in modo più responsabile e rispettoso delle istituzioni democratiche. Secondo il nuovo libro, Kelly tentò (sempre invano) di ottenere da Trump un maggior rispetto anche per la storia. Anche questo non è sorprendente: The Donald ha sempre mostrato una scarsa considerazione per la storia dello schiavismo e della segregazione seguita alla sua abolizione legale. Quanto a Hitler, il giudizio assai poco critico di Trump si poteva intuire già da alcuni suoi apprezzamenti per manifestazioni neonaziste come quella della Virginia. Lo stesso Guardian ricorda che allora la rivista tedesca Stern gli dedicò una copertina: Trump che fa il saluto fascista avvolto nella bandiera americana.

Dagotraduzione dal New York Post il 27 giugno 2021. Il Dipartimento della Salute di New York incoraggia i suoi concittadini ad essere viziosi quest’estate. L’agenzia ha rilasciato un ultimo aggiornamento delle sue linee guide sul sesso sicuro durante la pandemia, invitando le persone ad essere creative ma a «giocare sul sicuro» vaccinandosi prima di impegnarsi in quella che è stata soprannominata la «slutty summer» (estate della troia) del 2021. «Rendilo stravagante» suggeriscono nelle loro grafiche, «sii creativo con le posizioni sessuali e usa barriere fisiche, come i muri, che consentono un contatto sessuale senza avvicinare i volti» (sì, stanno parlando di un rapporto anale). «E perché non fai da te?» chiedono, raccomandando la masturbazione sincronizzata. Il sesso sicuro potrebbe non sembrare così sexy in tempo di pandemia, ma il Dipartimento di New York vuole essere d’ispirazione. I newyorchesi dovrebbero evitare i «festini», ma per chi proprio non può rinunciarvi, obbligatorio farsi vaccinare prima di partecipare a «riunioni con grandi gruppi, orge o rapporti occasionali». E, in ogni caso, sempre scegliere «spazi grandi, aperti e ben ventilati». Ultima raccomandazione, ai vaccinati che accusano sintomi: «niente sesso o contatti ravvicinati» prima di aver passato un periodo in quarantena. Il Dipartimento della Salute ha lanciato le linee guida a marzo dell’anno scorso, allo scoppio della pandemia. Allora c’era incertezza sugli effetti del Covid, e il documento scoraggiava i cittadini dall’avere qualsiasi tipo di contatto, soprattutto sessuale. Dopo più di un anno, la spinta è stata incentivare gli «appuntamenti virtuali». Ora il Dipartimento ha allentato la tensione, insistendo sulla vaccinazione e correggendo alcuni suggerimenti. Nel 2020 «il rimming» (la bocca sull’ano) era sconsigliato, «il virus può passare dalle feci alla bocca» scrivevano. Oggi invece spiegano di ritenere basso «il rischio di diffusione del virus attraverso le feci». Le nuove raccomandazioni suggeriscono però di organizzare «orge meritevoli» solo seguendo misure di prevenzione come indossare mascherine ed evitare i baci. Secondo i medici, al momento non ci sono prove che il coronavirus si diffonda attraverso attività sessuali.  

Paolo Mastrolilli per “Specchio – La Stampa” il 2 luglio 2021. Le esecuzioni sono scese ai minimi storici negli Usa, ma la maggioranza degli americani resta favorevole alla pena di morte. Dare un senso a questa contraddizione deciderà il futuro del boia. Nel 2020 sono stati giustiziati "solo" 17 condannati, in calo rispetto ai 22 del 2019. Se non fosse stato per Donald Trump, che ha ripreso le esecuzioni federali, nella disperata speranza di racimolare voti alle elezioni del 3 novembre come presidente di legge e ordine, il tracollo sarebbe stato storico, rispetto al centinaio di detenuti che venivano uccisi tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del secolo. Gli stati che hanno abolito la pena di morte sono saliti a 22, e per la prima volta anche una regione del sud, la Virginia, ha bandito il boia. Secondo il Pew Center, però, il 60% degli americani resta favorevole alle esecuzioni e il 64% le considera moralmente giustificate nei casi di omicidio, anche se il 78% ammette il rischio di ammazzare innocenti. La spaccatura politica, culturale e razziale del Paese si riflette anche qui, col 77% dei repubblicani favorevole, contro il 44% dei democratici. L'85% dei neri pensa di essere più esposto alla condanna, mentre solo il 49% dei bianchi ammette discriminazioni razziali. Perché la pensano così? Cosa sta succedendo? Il calo della popolarità e dell'uso delle esecuzioni è un fenomeno costante dall'inizio del secolo, accelerato l'anno scorso dal Covid. Il motivo principale è che le argomentazioni pratiche stanno facendo breccia. La pena di morte costa più del carcere a vita; non ha un effetto di deterrenza sulla criminalità; rischia di generare errori fatali e irrecuperabili. Meno efficaci, almeno finora e soprattutto al sud, sono stati gli argomenti morali. Tipo che è una pratica barbara; penalizza le minoranze; lo stato non dovrebbe mettersi sullo stesso piano dei killer, amministrando la vendetta invece della giustizia; solo Dio, per chi ci crede, ha il diritto di dare e togliere la vita. Il punto centrale è tutto qui. È possibile che con la fine del Covid le esecuzioni aumentino nel 2021, ma la tendenza storica al ribasso è solida. Per eliminare del tutto la pena di morte, però, bisognerà convincere gli americani che la logica dell'occhio per occhio dente per dente, anche nella Bibbia, era una metafora ormai senza senso, come ha stabilito lo stesso catechismo cattolico.

America sempre più violenta e Joe Biden corre ai ripari. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 24 giugno 2021. L’America è sempre meno sicura e il Presidente Joe Biden corre ai ripari. I dati parlano chiaro: i crimini violenti e gli omicidi sono in costante ascese nell’ultimo periodo. La criminalità è in forte aumento nelle principali aree metropolitane, e specialmente nella più grande città della nazione, New York. Secondo i numeri del dipartimento di polizia di New York citati dalla Cnn, le sparatorie sono aumentate del 73% nel maggio 2021 rispetto all’anno precedente. Un recente sondaggio ha rilevato che il 46% degli elettori considera la criminalità la principale preoccupazione, superando di gran lunga i timori dovuti alla pandemia da Covid-19. Come conferma la stessa Cnn, l’ondata di nuovi omicidi sta per diventare il tema principale del dibattito politico a stelle e strisce: gli omicidi sono aumentati nel 2021 e l’estate, quando gli omicidi tradizionalmente aumentano più del resto dell’anno, è appena iniziata. “Questo è un problema americano”, spiega Jeff Asher, analista di dati con sede in Louisiana per AH Datalytics. Tiene traccia dei tassi di omicidi in 72 città e ha visto un aumento degli episodi violenti quasi ovunque. Non riguarda solamente i grandi centri urbani e le grandi aree metropolitane: nella Carolina del Sud, ad esempio, che ha una popolazione inferiore a quella di New York, gli omicidi sono aumentati del 25% nel 2020 a 571. Il Sud, nel suo insieme, ha il maggior numero di omicidi rispetto ad altre regioni: ha avuto oltre il 48% degli omicidi del paese nel 2019, nonostante abbia poco meno del 40% della popolazione della nazione. Tuttavia, la città più mortale della nazione non è nel sud. Nel 2019 era St. Louis, nel Midwest. Ma è una piaga che riguarda tutti gli Stati Uniti: come osserva la stessa Casa Bianca, “gli omicidi sono aumentati del 30% e le aggressioni con armi da fuoco sono aumentate dell’8% nelle grandi città nel 2020”.

Joe Biden corre ai ripari e stanzia fondi federali per la polizia Usa. Dinanzi a questa ondata di criminalità e omicidi, il Presidente Usa Joe Biden mette da parte gli slogan di Black Lives Matter e della sinistra radicale – Defund the police – e fa l’esatto contrario di ciò che chiede la sinistra liberal del partito guidata da Alexandria Ocasio-Cortez: destina milioni di dollari ai Dipartimenti di polizia che hanno subito tagli, nell’ultimo anno, per volontà delle amministrazioni comunali guidate dai democratici. Come spiega il New York Times, il Presidente Biden ha annunciato che gli stati potrebbero attingere da 350 miliardi di dollari di incentivi federali per sostenere i dipartimenti di polizia. Biden ha chiarito che intende investire sulla prevenzione della criminalità investendo nella polizia, anziché tagliare i fondi, come vorrebbe l’ala più radicale ed estremista del suo partito. Il Presidente ha cercato di appellarsi a democratici e repubblicani, spiegando dalla Casa Bianca che “questo non è il momento di voltare le spalle alle forze dell’ordine o alle nostre comunità”. Ad onor del vero, Joe Biden non è mai stato un buonista, come altri suoi colleghi di partito, responsabili dell’isteria collettiva contro la polizia dell’ultimo anno. Come ricorda il New York Times, infatti, come senatore sostenne una legge sulla criminalità che secondo i critici alimentò l’incarcerazione di massa. Biden, infatti, approvò la revisione del codice penale con cui vengono inasprite le pene per la detenzione di droghe e nel ’94 firmò il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, un disegno di legge che provoca l’incarcerazione di massa agli inizi degli anni Novanta e punisce soprattutto le comunità nera e ispanica.

“Meglio tardi che mai”. La stampa conservatrice plaude all’iniziativa – tardiva – del Presidente Usa. In un editoriale, il New York Post sottolinea che se solo Biden “avesse diffuso questo modo di pensare un anno fa, quando molti dei suoi compagni democratici chiedevano di togliere i fondi alla polizia, anche se le città in tutto il Paese precipitavano nell’illegalità” quanti “morti inutili ci saremmo risparmiati?”. Meglio tardi che mai, osserva, “Joe Biden ha capito, finalmente, che meno poliziotti significa più crimini, in particolare quelli violenti, aumentati in tutta la nazione”. Lo ammetteranno in pochi, ma tagliare i budget della polizia si è rivelata una follia senza precedenti che ha provocato un’ondata di crimini e omicidi in tutte le città Usa. Nel luglio 2020 vi abbiamo raccontato su InsideOver in che condizioni disastrose si presentava il quartiere di Capitol Hill a Seattle – sei isolati nel centro cittadino – liberato dalle forze di polizia dopo tre settimane di occupazione da parte dei manifestanti antirazzisti (Black Lives Matter, Antifa e altre organizzazioni della sinistra radicale americane). Le immagini che arrivarono dalla ex zona occupata, teatro di omicidi, sparatori e stupri, e pubblicate dal New York Post, erano eloquenti per ciò che sarebbe potuta diventare l’America ma una fetta dei dem, accettati dall’ideologia, ha voluto ignorarle. E ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche del Presidente Biden, che prova a invertire una tendenza pericolosa per la tenuta della nazione.

Da "rainews.it" il 25 giugno 2021. Potrebbe essere una strage il bilancio del crollo di un condominio residenziale a Miami Beach. Finora le vittime confermate sono tre ma mancano all'appello ancora 99 persone. Si teme che molti occupanti del condominio siano ancora intrappolati sotto le macerie. Fra i dispersi, ci sono 20 cittadini israeliani e anche la sorella della first lady del Paraguay e la sua famiglia. La donna viveva con il marito e i tre figli al decimo piano. 

Flavio Pompetti per "il Messaggero" il 25 giugno 2021. Il crollo è avvenuto poco dopo l'una e mezza di mattina, con la città di Miami addormentata. Prima ha ceduto l'angolo di congiunzione dell'edificio di dodici piani che aveva la forma di una L; dieci secondi dopo il braccio che si spingeva verso il mare. La metà dei 136 appartamenti sono scomparsi in un fiume di cemento che è scivolato in basso, come in seguito all'esplosione controllata di una demolizione. Le autorità cittadine ieri a tarda sera avevano confermato tre decessi e una decina di feriti in attesa di verifiche, con 35 persone messe in salvo dai soccorritori. Ma il conto reale sarà sicuramente disastroso: ci sono almeno 99 dispersi. Basta guardare i muri esterni collassati all'undicesimo piano, con un letto a castello per bambini ancora intatto e ora sospeso nell'aria, per rendersi conto della tragedia che si è consumata. «Sembra l'11 settembre», dicono testimoni e sopravvissuti, molti dei quali cercano amici e parenti tra le macerie. LE IMMAGINI In attesa delle vere cifre ci si consola con le immagini della speranza: un bambino di tredici anni è stato estratto dai soccorritori che rovistavano tra le macerie ieri mattina con ogni mezzo possibile: dalle unità cinofile agli ecoscandagli in grado di registrare un semplice respiro. Gli abitanti della metropoli della Florida sanno di vivere sull'orlo dell'abisso ecologico. Gli isolotti delle keys a sud della città fino a Key West saranno sommersi da mezzo metro d'acqua entro vent' anni, e già oggi la sottile striscia di terra di Miami Beach sopravvive solo grazie ad un sistema di pompe che riversano nella baia l'acqua esondata nei canali e che copre le strade. Ma il terreno non è fragile: le abitazioni sorgono sul solido letto di roccia della barriera corallina, che ha permesso a Donald Trump, cinque chilometri a nord della zona del disastro, di costruire un grattacielo di 45 piani. L'area di Surfside dove si è verificato il collasso non ha costruzioni modeste o fatiscenti; è l'area in cui vive la ricca comunità di professionisti che abita nella città, un po' più a nord su Collins Avenue rispetto alla zona turistica e festaiola di Miami Beach. Le immagini del collasso del condominio che ieri hanno invaso gli schermi televisivi di tutto il mondo provenivano da una telecamera di sicurezza dell'iconico palazzo costruito da Renzo Piano. A due isolati di distanza dai detriti dello Champlain Towers South collassato c'è il condominio dove sono andati a vivere Ivanka e Jarred Kushner, in attesa che sia costruita la villa sul terreno dell'isola privata che hanno appena comprato.

I RACCONTI La parte del palazzo che non è stata travolta dal crollo è stata evacuata durante la giornata. I sopravvissuti raccontano scene infernali, con il soffitto di cemento di un corridoio che è ruotato fino a divenire una nuova parete che blocca il passaggio. Tutti gli edifici limitrofi sono rimasti senza acqua ed elettricità. Gli abitanti hanno dovuto abbandonare i propri appartamenti, e molti di loro hanno passato la notte in strutture d'emergenza, ospiti del comune. Gli inquirenti rifiutano di fornire giudizi conclusivi sulle cause del collasso. Si parla di possibili cedimenti del terreno, ma anche dei lavori in corso in diverse strutture situate nella stessa area. Il condominio al numero 8777 di Collins avenue era stato costruito quaranta anni fa, e la scadenza impone ai gestori di rinnovare la certificazione della solidità strutturale. C'erano in corso dei lavori per il rifacimento del tetto (non è chiaro se siano stati usati macchinari pesanti che possano aver causato il cedimento). Un ispettore del municipio aveva visitato il cantiere la stessa giornata di mercoledì, ore prima del disastro. Anche se avesse trovato irregolarità o debolezze, sicuramente non ha fatto in tempo a lanciare l'allarme e a far evacuare il palazzo.

Estratto dell’articolo di Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 25 giugno 2021. La tragedia umana, prima di tutto, perché nel crollo del palazzo avvenuto ieri notte a Miami potrebbero aver perso la vita quasi cento persone. Ma anche un simbolo delle inefficienze in cui si dibattono gli Stati Uniti, soprattutto nelle infrastrutture, perché in attesa di conoscere le cause precise del disastro, sono già cominciate le polemiche su come sia stato possibile.(…)

Uno dei quartieri più ambiti della Florida, ma sognato da molti americani, prima e dopo l'emergenza Covid. Vedere queste immagini qui, invece che in un Paese in via di sviluppo, è inimmaginabile. I soccorsi scattano subito, con pompieri e polizia mobilitati. Un passante sente la voce di un bambino, ascolta i suoi lamenti. Si avvicina, ma è incastrato sotto le macerie. Il bambino gli dice che era con sua madre, ma non sa dove sia finita. Si rivolge al passante e lo prega: «Non mi lasciare solo, non mi abbandonare». L'uomo chiama i pompieri, che riescono a liberarlo. Un miracolo, ma purtroppo l'unico. (…) Ma dalle macerie ascoltano solo silenzio, a parte il bambino salvato, e una donna a cui devono amputare una gamba per liberarla. (…) Il presidente Biden chiama la sindaca della Miami-Dade County, Daniella Levine Cava, e mette a disposizione l'aiuto federale della Fema. Il governatore della Florida DeSantis avverte che bisogna prepararsi a «brutte notizie». Sulle cause del crollo al momento ci sono solo speculazioni. Le Champlain Towers erano state costruite nel 1981, e stavano passando attraverso la prima ispezione obbligatoria dopo quarant' anni. Sul tetto erano in corso lavori, che potrebbero aver contribuito al disastro, così come un cantiere aperto nelle vicinanze. Qualcuno non esclude l'erosione del terreno su cui poggiavano le fondamenta, anche perché è ad un passo dal mare e si inonda quando arrivano gli uragani. Escluso sembra l'attentato. Proprio ieri Biden ha annunciato l'accordo con i repubblicani per un piano da circa mille miliardi per ricostruire le infrastrutture. Si tratta di quelle pubbliche, mentre a Miami è crollato un palazzo residenziale privato. Ma vedere quelle immagini, pensando magari alle regole di sicurezza inesistenti o non rispettate, può diventare un simbolo dell'emergenza che gli Usa si trovano ad affrontare.

Valeria Robecco per Il Giornale il 26 giugno 2021. Si continua a scavare senza sosta sotto le macerie del palazzo di Miami Beach che si è accartocciato su sé stesso nelle prime ore di giovedì, mentre si aggrava il bilancio del crollo, salito ad almeno 4 morti e 159 dispersi. «Abbiamo ancora la speranza di salvare vite» affermano i soccorritori rassicurando le famiglie sul fatto che le autorità locali, assistite dalla protezione civile, stiano facendo tutto il possibile per accelerare il lavoro di ricerca. Si scava con macchinari pesanti e leggeri, sono state dispiegate attrezzature speciali per cogliere segnali di vita e nel tentativo di raggiungere i sopravvissuti evitando altri crolli le squadre stanno realizzando un tunnel nel parcheggio sotterraneo. Alcuni di loro hanno riferito di aver sentito suoni di colpi e altri rumori, ma per ora nessuna voce. Il presidente americano Joe Biden nel frattempo ha approvato lo stato di emergenza per la Florida dopo quanto avvenuto a Surfside - una zona che sta diventando tra le più esclusive di Miami Beach - aprendo agli aiuti federali. L'inquilino della Casa Bianca ha autorizzato la Fema (la protezione civile Usa) a «coordinare gli sforzi con l'obiettivo di alleviare» le difficoltà e offrire adeguata assistenza. Tra i dispersi ci sono residenti che abitavano regolarmente nella città del Sunshine State e persone che invece avevano scelto il condominio affacciato sull'Oceano per trascorrervi alcuni mesi all'anno. Non si hanno notizie tra gli altri di 10 cittadini argentini, sei del Paraguay (la sorella della first lady con il marito, i tre figli e la governante), sei della Colombia, quattro del Venezuela e 20 israeliani. E mentre le speranze di trovare ancora qualcuno in vita sotto le macerie si affievoliscono ora dopo ora, si indaga sulle cause dell'incidente. «Abbiamo bisogno di una spiegazione definitiva per il crollo - fa sapere il governatore della Florida, Ron DeSantis - ci sono le famiglie delle vittime, chi si è salvato ma ha perso la casa, hanno il diritto di sapere. Dobbiamo farlo bene, ma in modo tempestivo». A far discutere è uno studio dell'anno scorso di Shimon Wdowinski, docente della Florida International University, secondo cui l'edificio stava sprofondando al ritmo allarmante di 2 millimetri l'anno dal 1990. E questo potrebbe aver avuto ripercussioni sulla struttura e sulle fondamenta del Champlain Towers South Condo, costruito nel 1981 in un'area paludosa bonificata. Fra i rischi strutturali potrebbe aver pesato l'acqua salata dell'oceano, in grado negli anni di penetrare il cemento e corrodere le fondamenta. Particolarmente esposto a questo rischio era il garage dell'edificio. Diversi residenti rivelano che il palazzo aveva bisogno di una ristrutturazione e si erano lamentati più volte per infiltrazioni e crepe sui muri. «Mia madre nella sua ultima chiamata prima dell'incidente mi aveva riferito di strani rumori che aveva sentito la notte prima, talmente forti da svegliarla», spiega Pablo Rodriguez, figlio e nipote di due delle persone disperse. «Certo si spera sempre, fino a quando non si ha la certezza, ma dopo aver visto il video del crollo è tutto più difficile, perché mia madre e mia nonna erano nella sezione che è collassata». Non si danno pace neanche le autorità locali: «I palazzi non crollano in America. È un fenomeno da terzo mondo», dice il sindaco di Surfside. Ma l'ex primo cittadino dal 2010 al 2020, Daniel Dietch, mette in guardia dal trarre conclusioni troppo presto: «Questo è un evento straordinariamente insolito ed è pericoloso e controproducente speculare sulle cause».

Quando gli Usa crearono la minaccia giapponese. Piccole Note il 25 giugno 2021 su Il Giornale. Molto interessante un articolo di Robert Reich su Eurasia Rewiew, che spiega in maniera originale gli umori di fondo che innervano la conflittualità Usa – Cina e che hanno avuto come effetto la demonizzazione della Terra di Mezzo presso l’opinione pubblica occidentale. Per far capire quanto sta accadendo, Reich ricorre alla storia, un capitolo di storia ignota ai più, ma non per questo poco importante. “Quando l’Unione Sovietica iniziò ad implodere, l’America individuò il suo ostacolo successivo nel Giappone. Le auto di fabbricazione giapponese stavano sottraendo quote di mercato alle sue tre grandi case automobilistiche. Nel frattempo, Mitsubishi aveva acquisito una partecipazione sostanziale nel Rockefeller Center, Sony aveva acquistato la Columbia Pictures e Nintendo aveva preso in considerazione l’idea di acquistare i Seattle Mariners”. “Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, il Congresso tenne numerose sedute sul tema della ‘sfida’ giapponese alla competitività americana e sulla "minaccia" giapponese ai posti di lavoro americani”. Negli stessi anni “una marea di libri hanno iniziato a demonizzare il Giappone. Agents of Influence di Pat Choate sosteneva che il presunto incremento dell’influenza di Tokyo in America fosse indirizzato a ottenere ‘un dominio politico di fatto sugli Stati Uniti'”. “Trading Places di Clyde Prestowitz sosteneva che a causa della nostra incapacità di rispondere adeguatamente alla sfida giapponese ‘il potere degli Stati Uniti e la qualità della vita americana stanno diminuendo rapidamente a ogni livello'”. “The Shadow of the Rising Sun, di William S. Dietrich, affermava che il Giappone ‘minaccia il nostro stile di vita e, in definitiva, le nostre libertà così com’era avvenuto in passato con la Germania nazista e l’Unione Sovietica’”. In Unequal Equities, Robert Zielinsky e Nigel Holloway sostenevano che il Giappone avesse truccato i suoi mercati dei capitali per minare le società americane. In Yen! Japan’s New Financial Empire and Its Threat to America di Daniel Bursten si sosteneva che il crescente potere del Giappone metteva gli Stati Uniti a rischio di cadere preda di un ‘ordine mondiale giapponese ostile'”. “E ancora: The Japanese Power Game,The Coming War with Japan, Zaibatsu America: How Japanese Firms are Colonizing Vital US Industries, The Silent War, Trade Wars”, sono altrettanti libri editi allo scopo di contrastare l’asserita minaccia nipponica. Una vera paranoia, come adesso per la Cina, nella quale la propaganda originata da interessi concreti, fattasi distopica, veniva data in pasto all’opinione pubblica per creare un’avversione verso la nazione che le élite avevano individuato come nemico esistenziale dell’America. In realtà, scrive Reich, il Giappone non aveva alcuna mira riguardo gli Stati Uniti, aveva semplicemente investito nella formazione, nelle infrastrutture e nello sviluppo, cosa che l’America non aveva fatto. Così oggi per la Cina, riguardo la quale pure Reich non vuole “minimizzare” le criticità che pone agli Stati Uniti d’America. Ma non è Pechino il pericolo principale degli Usa, scrive Reich. “Dobbiamo stare attenti – spiega – a non demonizzare così tanto la Cina da incoraggiare una nuova paranoia che distorca ulteriormente le nostre priorità”, incoraggi il nazionalismo (Reich in realtà parla di “nativismo” e “xenofobia”) e pone le basi per un ulteriore aumento delle “spese militari a detrimento degli investimenti pubblici in favore  dell’istruzione, delle infrastrutture e della ricerca, da cui dipendono la prosperità e la sicurezza dell’America del futuro”. “La questione centrale per l’America […] è se sia possibile riscoprire la nostra identità e la nostra reciproca responsabilità senza creare un altro nemico” esterno.

Dagotraduzione da Press Herald il 18 giugno 2021. Prima della pandemia di COVID-19 era in corso un'epidemia di droga. Il suo bilancio inesorabile ha raggiunto un record di 90.722 morti per overdose negli Stati Uniti fino a novembre 2020, un numero triste oscurato dalle vittime del coronavirus che hanno recentemente superato le 600.000, secondo i dati federali pubblicati mercoledì. Mentre il virus ha trafitto la nazione, la crisi della droga si è diffusa in parti incontaminate del paese, esacerbata dalla recessione e dalla perdita di milioni di posti di lavoro. Non solo negozi e ristoranti chiusi: i servizi di consulenza si sono spostati online, le cliniche ospedaliere sono state chiuse e le cliniche mobili sono state ritirate. Senza supporto, molti americani hanno avuto una ricaduta e alcuni si sono rivolti alla droga per la prima volta. Secondo i dati pubblicati dai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, gli oppiodi sono alla base di circa tre quarti delle overdose. Washington è stata tra le regioni più letali, con un aumento del 50% dei decessi. Circa a sei ore a sud-ovest di Washington c'è Bristol, una città di circa 50.000 persone che si trova a cavallo del confine tra il Tennessee e la Virginia. Una volta beneficiava dell'agricoltura, dell'estrazione mineraria e dell'acciaio, ma la culla della musica country ora dipende dal turismo di montagna. Le aziende qui sono alle prese con l'epidemia di oppioidi da anni e il problema sta tornando a galla. In alcune aziende di colletti bianchi, solo quattro candidati su 10 superano un test antidroga, e molti mostrano un recente uso di oppioidi. Altre aziende hanno eliminato del tutto i test per far entrare le persone, ha affermato Beth Rhinehart, capo della Camera di commercio della regione. Il consumo di droga in America è strettamente legato all'economia. La crisi degli oppioidi è costata agli Stati Uniti oltre 2,5 trilioni di dollari dal 2015 al 2018, secondo il Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca. È una delle ragioni della partecipazione in diminuzione degli uomini al mercato del lavoro. Biden ha proposto più di 10 miliardi di dollari per combattere l'epidemia di oppiacei nel suo budget fiscale 2022, compresi i fondi per le cure mediche e i programmi di recupero. Uno dei motivi alla base dell'aumento delle morti per oppioidi è la prevalenza del fentanil, un oppioide sintetico che può essere 100 volte più potente della morfina. Oltre l'80% dei decessi per oppioidi nei 12 mesi fino a novembre 2020 è stato conseguenza di questi farmaci. Molte persone non hanno neanche idea di cosa assumono.

Giovanni Longoni per “Libero quotidiano” il 15 giugno 2021. Come un Di Maio o un Di Stefano qualsiasi, Joe Biden nella conferenza stampa conclusiva del G7 in Cornovaglia ha confuso per tre volte la Siria con la Libia. E alcuni rivali repubblicani sul web lo hanno preso in giro tirando in ballo l'età avanzata del capo della Casa Bianca (a novembre compirà 79 anni) e hanno parlato addirittura di demenza senile incipiente. È vero che il presidente raramente viene lasciato solo dal suo staff rispondere alle domande libere della stampa; c'è sempre una balia a proteggerlo da eventuali figuracce. Stavolta i collaboratori dell'uomo più potente del mondo non sono intervenuti in tempo e Biden l'ha fatta fuori dal vaso. Tre volte. «Possiamo lavorare insieme alla Russia, ad esempio in Libia» ha affermato alla fine del vertice di Carbis Bay. «Dovremmo aprire un corridoio umanitario, fornire assistenza alimentare ed economica... Voglio dire, assistenza vitale a una popolazione che è in gravi difficoltà», ha detto il leader Dem. Peccato che di corridoi umanitari per i profughi e l'assistenza alimentare sono questioni sul tappeto relative alla guerra in Siria, non al conflitto libico. Il presidente si è interrotto più volte, menzionando insieme Siria e Libia. È vero che Putin è presente in entrambi gli scacchieri, ma le parole di Biden sembrano riferirsi alla situazione a Damasco, dove il Cremlino è presente con truppe regolari in appoggio a Bashar Assad. Alla fine è intervenuto un portavoce per spiegare che c'era stata un po' di confusione. Ma l'età, purtroppo per Biden, non è la vera causa di tutto ciò. Joe da sempre è un abbonato alle gaffe. Nel 2007 disse di Obama che era il «primo afroamericano in grado di esprimersi, brillante e pulito». È anche riuscito da Vice presidente a fare le condoglianze per la morte della madre al premier irlandese, anche se l'anziana signora era ancora viva e vegeta. Nel 2010, invece, alla cerimonia per la firma della riforma della sanità alla Casa Bianca esclamò entusiasta, con il microfono ancora acceso: «Questa è una legge fottutamente grande». E nel 2008 aveva invitato il senatore dello Stato del Missouri Chuck Graham, costretto su una sedia a rotelle, ad alzarsi.

Abolizione della pena di morte, le contraddizioni di Biden. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 18 giugno 2021. Negli Usa la pena di morte è ancora in vigore in 27 Stati su 50. Un tema morale che divide profondamente la classe liberal cosmopolita cittadina dalla popolazione più conservatrice delle periferie e degli stati del sud. Come ricorda InsideOver, negli ultimi anni, New Mexico (2009), Illinois (2011), Connecticut (2012), Maryland (2013), New Hampshire (2019), Colorado (2020) e Virginia (2021) hanno abolito legalmente la pena di morte, sostituendola con una condanna all’ergastolo senza condizionale. Anche la legislatura del Nebraska ha abolito la pena capitale nel 2015, ripristinata nel 2016. Nonostante la riabilitazione del plotone d’esecuzione in South Carolina, il mood della popolazione americana su questo delicato tema sta cambiando e i favorevoli alla pena capitale, secondo un sondaggio Gallup dello scorso anno, sono al livello più basso da mezzo secolo, mentre i contrari sono al livello più alto dal 1966. Tant’è che anche negli stati del sud la questione è dibattuta: con una decisione storica, lo scorso 24 marzo, il governatore della Virginia Ralph Northam ha ufficialmente firmato la legge HB2263, abolendo la pena di morte nel Commonwealth della Virginia. Con l’approvazione di questa storica legislazione, la Virginia è diventata il 23esimo stato, e il primo del Sud, a mettere al bando del tutto la pena capitale. Nella sua storia, la Virginia ha effettuato la cifra record di 1390 esecuzioni, seconda solo al Texas. C’è però un grandissimo assente in tutto questo: il Presidente Usa Joe Biden.

Joe Biden e quella promessa sulla pena di morte. Durante la campagna elettorale, e in contrapposizione all’ex Presidente Donald Trump, Joe Biden era visto dall’opinione pubblica e dalla stampa come il candidato ideale per arrivare al traguardo dell’abolizione della pena capitale. È il primo presidente ad opporsi apertamente alla pena di morte e ha ripetutamente affermato che la riforma della giustizia penale è una priorità assoluta della sua amministrazione. Nel programma sulla giustizia di Biden e dei democratici il tema della pena capitale è trattato con molta chiarezza: “Eliminare la pena di morte. Più di 160 persone che sono state condannate a morte in questo Paese dal 1973 sono state successivamente scagionate – si legge -. Poiché non possiamo garantire che i casi di pena di morte siano modificati ogni volta, Biden lavorerà per approvare una legislazione per eliminare la pena di morte a livello federale e incentivare gli stati a seguire l’esempio del governo federale. Questi individui dovrebbero invece scontare l’ergastolo senza libertà vigilata o condizionale”. La pena capitale, tuttavia, terminata la campagna elettorale, non sembra essere una priorità per il capo della Casa Bianca e sembra essere finita un po’ nel dimenticatoio anche dai mass media. Come ammette anche la Cnn, durante i suoi primi 100 giorni in carica, Biden ha firmato ordini esecutivi per invertire le politiche del suo predecessore, ha firmato un importante disegno di legge di stimolo economico e ha aumentato il numero delle persone vaccinate contro il Covid: a differenza di ciò che molti si aspettavano, non ha però trattato l’annoso tema dell’abolizione della pena di morte. “Il presidente Biden ha chiarito, come ha fatto durante la campagna elettorale, che nutre gravi preoccupazioni sul fatto che la pena capitale, così come attualmente attuata, sia coerente con i valori che sono fondamentali per il nostro senso di giustizia ed equità”, ha spiegato il capo ufficio stampa della Casa Bianca, Jen Psaki. I gruppi per i diritti civili chiedono tuttavia al presidente Usa di rispettare gli impegni presi in campagna elettorale, come riportato dalla Cnbc. “Ha l’autorità di fare molto per limitare la pena capitale e renderla molto più difficile per una futura amministrazione”, ha affermato Kristina Roth, sostenitrice di Amnesty International Usa. “Pensiamo che sia importante durante questo primo periodo della sua amministrazione ricordargli quale autorità ha”. In una lettera inviata alla Casa Bianca il 9 febbraio scorso, 82 organizzazioni che si battono contro la pena di morte, guidate dalla Leadership Conference on Civil and Human Rights, ricordano all’inquilino della Casa Bianca che “come candidato, ha lanciato su una piattaforma una campagna incentrata sul rafforzamento dell’impegno dell’America per la giustizia, ​​basato sulle convinzioni fondamentali che dobbiamo eliminare le disparità razziali, basate sul reddito e di altro tipo e creare un sistema legale penale incentrato non sulla crudeltà e punizione, ma su redenzione e riabilitazione. Ora, come presidente, ha la capacità unica di iniziare a realizzare immediatamente questi obiettivi politici usando i poteri esecutivi di clemenza per commutare le sentenze delle persone nel braccio della morte federale oggi” osservano. Vaga la risposta dell’amministrazione Biden: Michael Gwin, un portavoce della Casa Bianca, ha sottolineato che non c’è “nulla di nuovo da aggiungere, per il momento”.

Le contraddizioni di Joe Biden. Al netto degli slogan, infatti, ci sono delle problematiche di cui tenere conto. Come spiega alla Cnn Daniel S. Medwed, illustre professore universitario di diritto e giustizia penale presso la Northeastern University, il presidente ha solo il potere di sospendere la pena di morte a livello federale: “Non può fare molto per i casi statali, dipende dai governatori e dai legislatori, ma potrebbe ripulire il braccio della morte commutando tutte le condanne a morte all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale”, ha detto Medwed alla Cnn. Inoltre, l’abolizione totale della pena di morte richiederebbe un atto del Congresso. C’è un altro problema: Robert Dunham, il direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, ha spiegato alla Cnn che qualsiasi decisione potrebbe essere annullata dai futuri presidenti, ma ha spiegato che il vero problema del Presidente Usa è che, probabilmente, non ha un sostegno sufficiente al Congresso per approvare la legge che aveva promesso in campagna elettorale, senza contare che l’amministrazione Biden sembra muoversi in maniera contraddittoria. Nei giorni scorsi, infatti, conferma la Reuters, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha sollecitato la Corte Suprema a ripristinare la condanna a morte di Dzhokhar Tsarnaev, condannato per l’attentato alla maratona di Boston del 2013, nonostante la dichiarata opposizione del presidente Joe Biden alla pena capitale. Tsarnaev è stato condannato per terrorismo per aver installato delle bombe alla maratona di Boston il 15 aprile 2013, insieme a suo fratello Tamerlan Tsarnaev, uccidendo tre persone e ferendone 280. Condannato a morte nel luglio 2015, la pena capitale è stata annullata in appello nel luglio 2020. Tuttavia, Il Dipartimento in una memoria di 48 pagine depositata nei giorni scorsi ha sostenuto che un tribunale di grado inferiore ha erroneamente annullato la condanna a morte di Tsarnaev e ha ordinato un nuovo processo. Sta di fatto che per Joe Biden la partita dell’abolizione della pena capitale si complica, e non poco.

L'agonia per un mix di farmaci. John Marion Grant, gli ultimi minuti di vita del condannato a morte: vomito, convulsioni e urla. Carmine Di Niro su Il Riformista il 30 Ottobre 2021. Una lenta agonia, 15 minuti trascorsi tra urla, disperazione, conati di vomito e convulsioni. È morto così John Marion Grant, condannato a morte con una sentenza del 2000 nello Stato dell’Oklahoma, negli Stati Uniti, e giustiziato lo scorso 28 ottobre. A raccontare gli ultimi momenti di vita di Grant sono stati diversi testimoni che hanno assistito all’esecuzione della pena di morte: familiari, giornalista e legali del condannato. Grant, 60 anni, è stato giustiziato con l’iniezione di un cocktail letale di farmaci, il Midazolam su tutti. Una condanna per l’omicidio avvenuto nel 1998 di un dipendente di una caffetteria del carcere in cui si trovava per aver commesso alcune rapine. Inutili i tentativi di ottenere la grazia, respinta due volte, così come gli appelli di Papa Francesco di non eseguire l’esecuzione. I suoi familiari e legali avevano inoltre denunciato come l’uomo non avesse ricevuto negli anni i prigione  l’assistenza psicologica e le cure mentali di cui avrebbe avuto bisogno. Il 60enne afroamericano è stato giustiziato poche ore dopo la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di revocare la sospensione della pratica per Grant e per un altro detenuto, Julius Jones. Negli Usa si riaccende così il dibattito sulla pena di morte con mix di farmaci, una pratica che il presidente Joe Biden ha promesso di abolire: in Oklahoma era stata fermata nel 2015 dopo testimonianze sulle sofferenze disumane di alcuni detenuti sottoposti alla pena di morte col mix di farmaci. Quanto a Grant, le testimonianze dei presenti fanno impressione: le convulsioni avute dal 60enne dopo la prima somministrazione dei farmaci sono state così violente da far quasi cedere i lacci che lo tenevano legato al lettino. Poi l’uomo ha vomitato almeno venti volte prima di perdere i sensi: solo a quel punto il ‘boia’ ha somministrato gli altri due farmaci previsti dal protocollo, che hanno portato allo stop delle funzioni cardiache e respiratorie.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Da repubblica.it il 29 ottobre 2021. Un detenuto nel braccio della morte è stato scosso da vomito e convulsioni durante la sua esecuzione nello stato americano dell'Oklahoma, dove è stato usato un cocktail letale sul quale c'era il sospetto che potesse causare un dolore atroce. John Grant, un afroamericano di 60 anni, è stato condannato a morte nel 2000 per l'omicidio di un dipendente della prigione. Dopo aver ricevuto il via libera dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, le autorità carcerarie dello stato del sud gli hanno iniettato le tre sostanze ed è stato dichiarato morto alle 16:21 (23:21 in Italia). Questo protocollo era già stato applicato nel 2014 e nel 2015, ma l'evidente sofferenza dei detenuti ha portato lo stato a dichiarare una moratoria sulle esecuzioni. John Grant "ha iniziato a tremare poco dopo la prima iniezione", ha detto il reporter dell'AP Sean Murphy, che ha assistito alla scena. Ha avuto circa 20 convulsioni e ha vomitato diverse volte prima di svenire. "Ho visto 14 esecuzioni, non ho mai visto niente del genere", ha detto. Il suo calvario ha immediatamente scatenato forti critiche. "L'Oklahoma aveva bloccato i suoi ultimi tre tentativi di esecuzione prima della sua pausa di sei anni, ma apparentemente non ha imparato nulla da quell'esperienza", ha commentato Robert Dunham, che gestisce il Death Penalty Information Center (DPIC). Qualche giorno fa, i servizi penitenziari dell'Oklahoma avevano tuttavia affermato in un comunicato stampa che il loro protocollo era "umano ed efficace" e che le esecuzioni potevano riprendere. L'avvocato di alcuni detenuti, Dale Baich, ha detto che ci sono ancora "serie domande" sul dolore causato dal cocktail letale e la sua conformità con la Costituzione degli Stati Uniti, che vieta "punizioni crudeli e insolite". "Un processo su questa particolare questione dovrebbe iniziare a febbraio e le esecuzioni non dovrebbero riprendere prima di allora", ha detto. Mercoledì una corte d'appello gli ha dato ragione e ha sospeso l'esecuzione. Ma le autorità dell'Oklahoma si sono immediatamente appellate alla Corte Suprema degli Stati Uniti per ribaltare la decisione. Senza spiegare le sue ragioni, l'Alta corte ha infine dato il via libera all'esecuzione in extremis. I tre giudici progressisti, tuttavia, hanno chiarito che non erano d'accordo con la maggioranza conservatrice. Il protocollo contestato combina un sedativo, il midazolam, e un anestetico, destinato a prevenire il dolore prima dell'iniezione di cloruro di potassio a dose letale. E' stato usato nel 2014 per giustiziare Clayton Lockett, ma il condannato è morto in apparente agonia per 43 minuti. Nel 2015, un altro condannato, Charles Warner, si lamentò che il suo "corpo stava bruciando" prima di morire, poichè i boia avevano usato il prodotto sbagliato. Lo stesso errore si è quasi ripetuto nel settembre 2015 e un'esecuzione è stata rinviata all'ultimo minuto. In seguito a questi fallimenti, un gran giurì ha avviato un'indagine e le autorità hanno accettato di sospendere l'applicazione della pena di morte. Nel 2020, è stato messo a punto un nuovo protocollo e sono state fissate diverse date di esecuzione nel 2021, a cominciare da quella di John Grant. L'Oklahoma prevede anche di giustiziare Julius Jones, un uomo afroamericano di 41 anni che è stato condannato a morte nel 2002 per l'omicidio di un uomo d'affari bianco, che ha sempre negato. Il suo caso è stato oggetto di una serie di documentari e di un podcast, ed è sostenuto da numerose associazioni e personalità come Kim Kardashian, che sono convinte della sua innocenza. Ha perso tutti i suoi appelli legali, ma il Board of Pardons dell'Oklahoma ha raccomandato che la sua sentenza sia commutata in ergastolo. Il governatore non ha ancora preso una decisione.

Dagotraduzione dal Sun il 29 ottobre 2021. Il numero di condanne a morte è diminuito drasticamente negli ultimi due decenni, ma le esecuzioni sono ancora legali in 27 Stati e, nella maggior parte di questi, ai condannati viene offerto un ultimo pasto. In Florida, l’ultima cena deve avere un prezzo massimo di 40 dollari e deve poter essere preparata localmente. Ma cosa hanno chiesto di mangiare i detenuti prima di morire? James Edward Smith, ex prete, condannato per aver ucciso il cassiere di una banca durante una rapina nel 1983, poco prima di andare a morire, nel 1990, chiese un pezzo di terra come pasto finale, il rhaeakunda dirt, spesso associata a rituali vudù. La richiesta fu rifiutata e il condannato si accontentò di una tazza di yogurt. Victor Feguer, vagabondo originario del Michigan, nel 1960 scelse dalle pagine gialle un medico perché gli insegnasse a produrre droghe, lo rapì e, al suo rifiuto, gli sparò un colpo in testa. Condannato a morte, chiese alle guardie una sola oliva con il nocciolo dentro come ultimo pasto, nella speranza che sulla sua tomba germogliasse un ulivo. Quando la sentenza fu eseguita, le guardie trovarono l’oliva nelle tasche del defunto. Thomas J. Grasso fu condannato per l’omicidio di due anziani. Come ultimo pasto chiese due dozzine di cozze al vapore, due di vongole, un doppio cheeseburger da Burger King, una mezza dozzina di costine alla brace, due frappè alla fragola, mezza torta di zucca con panna montata, fragole a cubetti e SpaghettiOs. Ricevette solo spaghetti troppo caldi e se ne lamentò. Timothy McVeigh, il terrorista americano responsabile dell’attentato di Oklahoma City del 1995, che costò la vita a 168 persone, tra cui 19 bambini, fu giustiziato all’età di 33 anni con un’iniezione letale. Prima di andare a morire gli furono servite due pinte di gelato alla menta con gocce di ciocciolato di Ben & Herry’s. Philip Ray Workman fu condannato a morte perché nel 1982, scappando dopo una rapina andata male, uccise un agente di polizia. Workman si rifiutò di ordinare un ultimo pasto per sé stesso, e chiese invece che fosse consegnata ad un senza tetto una grande pizza vegetariana. Al rifiuto del carcere, andò a morire digiuno. Ma il giorno della sua esecuzione, migliaia di persone inviarono ai rifugi per senza tetto pizze vegetariane per onorare la sua richiesta. Lawrence Russell Brewer era un suprematista bianco, che, insieme a due complici, rapì un uomo di colore, lo portò in una remota strada di campagna del Texas, e qui prima lo picchiò duramente, poi gli dipinse la faccia con lo spray, gli urinò e defecò addosso, e infine lo incatenò per le caviglie al pick-up e lo trascinò per tre miglia. Prima di morire chiese di poter mangiare due bistecche di pollo fritte ricoperte di salsa con cipolle affettate, un cheeseburger con tripla carne e bacon, una frittata al formaggio con carne macinata, pomodori, cipolle, peperoni e jalapeños, una grande ciotola di okra fritto con ketchup, una libbra di barbecue con mezza pagnotta di pane bianco, tre fajitas, una pizza per gli amanti della carne, tre root-birre, una pinta di gelato alla vaniglia Blue Bell e una fetta di fondente al burro di arachidi con arachidi tritate. Ricevuto il sontuoso pasto, Brewer non toccò nulla: non aveva fame. E il Texas, da allora, vietò le richieste. Christopher Eugene Brooks violentò e poi uccise con un manubrio una ragazza che aveva conosciuto in un campo estivo. Per il suo ultimo pasto chiese di mangiare tazze di burro d’arachidi e una Dr. Pepper. 

Quando si usavano i neri come cavie: l'infame esperimento di Tuskegee. Stefano Dalla Casa su Wired l'8 luglio 2016. La storia dello studio più infame della storia americana: centinaia di afroamericani di Tuskegee, in Alabama, usati come cavie da laboratorio per quarant'anni. Forme immorali di sperimentazione umana sono un leitmotiv delle più popolari teorie complottiste, dalle scie chimiche ad Haarp. Le versioni sono molteplici, ma in generale tali scemenze dipingono uno scenario di questo tipo: qualcuno (Illuminati, Rettiliani, il Bigfoot ecc…) vuole dominare il mondo, e per controllare e/o sterminare la popolazione usa raffinatissime tecnologie che gli scienziati (complici) negano di conoscere, ma che i blog e le pagine specializzate sull’argomento sono in grado di svelare nei dettagli. Nel mondo reale esistono davvero esempi in cui la sperimentazione umana è stata effettuata in modo contrario ai più elementari principi etici, ma non c’è bisogno di invocare chissà quale piano o segreto. Razzismo e ambizione sono più che sufficienti per convincere un gruppo di persone a violare ripetutamente i diritti umani, e a far sì che il mondo per decenni guardi da un’altra parte. Uno dei casi più famosi è l’esperimento di Tuskegee (Macon County, Alabama), durante il quale centinaia di afroamericani furono utilizzati come animali da laboratorio.

Le cavie perfette. Nella prima metà del secolo scorso la sifilide era la malattia sessualmente trasmissibile che preoccupava di più. Non esistevano ancora cure molto efficaci contro l’infezione, e i pochi trattamenti disponibili avevamo spesso pesanti effetti collaterali. Nel 1932 lo Us Public Health Service (Phs) decise di condurre uno studio per capire l’evoluzione della malattia nei maschi che non avevano mai ricevuto trattamenti, e la scelta cadde automaticamente sulle comunità rurali afroamericane presenti nel sud del paese. Non solo sembrava che qui la prevalenza della sifilide fosse più alta, ma la povertà e la segregazione impedivano che le persone ricevessero una normale assistenza sanitaria. Anche il fatto che si trattasse per lo più di mezzadri analfabeti non guastava: potevano essere facilmente (e impunemente) manipolati una volta guadagnata la loro fiducia. Dalla città di Tuskegee furono quindi reclutati, con l’aiuto di un’infermiera di colore, 399 maschi malati e 201 sani come controllo. A questi uomini non fu spiegato che facevano parte di un esperimento sulla sifilide (e in cosa consistesse la malattia), sapevano solo che sarebbero stati curati gratuitamente dal bad blood, espressione che nel gergo locale comprendeva non solo la sifilide, ma anche anemia e affaticamento. Se si presentavano puntualmente agli esami presso il Tuskegee Institute (ora Tuskegee University) oltre a essere “curati” avrebbero ricevuto assistenza medica gratuita e pasti caldi. Nel pacchetto era compresa anche un’assicurazione per coprire il costi del loro funerale, naturalmente dopo l’autopsia.

Uno strano giuramento di Ippocrate. Durante il primo anno dello studio, alcuni uomini ricevettero i trattamenti allora conosciuti per la sifilide, ma poi i medici smisero di somministrarli per passare alla fase di follow-up: i soggetti dovevano essere studiati fino alla morte senza terapie. È certamente vero che le arsenoterapie allora conosciute erano piuttosto rischiose e poco efficaci, ma trattandosi dell’unica possibilità nessuno le avrebbe negate a un paziente del colore “giusto”. Naturalmente gli uomini dell’esperimento non avevano la minima idea che il trattamento fosse stato interrotto, altrimenti avrebbero perso un incentivo a presentarsi agli esami: continuavano a ricevere dei placebo. Ma non basta: veniva loro detto che anche le dolorose punture lombari necessarie ai medici per monitorare il progresso della malattia facevano parte dello “speciale trattamento gratuito” per il bad blood. Negli anni ’40 l’esperimento stava continuando, e i medici coinvolti continuavano a non trattare in alcun modo la sifilide degli inconsapevoli malati, e facevano in modo che i soggetti non ricevessero altrove qualche terapia. Ma come fare con la guerra? Nel 1941 esercito aveva arruolato, e quindi visitato, alcuni uomini di Tuskegee, ordinando loro di cominciare i trattamenti antisifilide il prima possibile. Per non compromettere lo studio il Phs comunicò all’esercito i nomi di 256 persone chiedendo che non ricevessero terapia, e l’esercito acconsentì. In quegli anni era stata anche scoperta la penicillina: il primo (e più famoso) antibiotico è anche oggi il principale farmaco con cui è possibile curare la sifilide. Con la fine della guerra era cominciata la sua produzione in massa: gli uomini di Tuskegee avrebbero potuto essere curati, ma si decise che l’esperimento doveva continuare come stabilito.

Tutta colpa dei giornalisti. Nel frattempo l’esperimento era tutt’altro che sconosciuto alla comunità scientifica: i primi dati erano stati pubblicati nel 1934, nel 1936 era uscito il primo studio approfondito, poi cominciarono essere ad pubblicati aggiornamenti a distanza di pochi anni gli uni dagli altri. Nel 1965 finalmente il medico Irwin Schatz, non potendo credere a quello che aveva letto nell’ultimo rapporto pubblicato su Archives of Internal Medicine, scrisse una lettera di fuoco al primo autore: fu totalmente ignorata e archiviata negli schedari del Center for Disease Control and Prevention (Cdc), che intanto aveva preso il controllo dello studio. L’anno seguente fu invece il medico Peter Buxtun a presentare i suoi dubbi al Cdc, che ribadì, con l’appoggio delle associazioni mediche, la necessità di ultimare lo studio. Il dottor Buxtun per anni tentò invano di cambiare le cose dall’interno, così nel 1972 decise di parlarne con la stampa. Il 25 luglio 1972 la storia dell’esperimento uscì sul Washington Star, il giorno dopo era in prima pagina sul New York Times: dopo 40 anni l’esperimento terminò, cominciarono le cause legali e il lungo percorso per cercare di riparare l’enorme danno. Come ricorda il medico Salvo di Grazia (aka Medbunker) nel suo libro Salute e Bugie (Chiarelettere, 2014), il bilancio finale dell’esperimento è drammatico: 28 morti di sifilide, a cui bisogna aggiungere 100 decessi per complicazioni della malattia. Almeno 40 furono le donne infettate, e 19 bambini erano già malati alla nascita. Non stupisce quindi che nel 2006 sia stato definito lo studio più infame della storia della ricerca medica americana. Ma non finisce qui: lo studio è stato anche un fallimento dal punto di vista scientifico. Dopo la guerra molti dei soggetti sifilitici alla fine avevano ricevuto dosi di penicillina e altri antibiotici nel corso di trattamenti per altre infezioni. Anche se non avevano ricevuto un’appropriata terapia, questo bastava per invalidare l’esperimento. Due anni prima che la storia diventasse pubblica il dottor James B. Lucas del Cdc dichiarava: Nulla di quello che è stato appreso aiuterà a prevenire, trovare o curare un singolo caso di sifilide infettiva o ci porterà più vicini alla nostra missione di controllare le malattie veneree negli Stati Uniti. Secondo diversi studiosi è anche a causa dei fatti di Tuskegee che ancora oggi, in alcune comunità afroamericane, si deve fare i conti con una minore fiducia nella medicina e in chi la pratica. Quello che è certo è che dalla sua conclusione l’esperimento di Tuskegee è diventato un caso accademico fondamentale per la bioetica e al tempo stesso un monito di quello che accade quando la ricerca medica perverte sé stessa. Da allora gli Stati Uniti cominciarono infatti a lavorare a regolamenti che impedissero simili soprusi. Fu però solo nel 1997, quando tra l’altro già stato trasmesso il primo (e unico) film sulla vicenda, che il presidente Bill Clinton fece le sue pubbliche scuse, ai famigliari delle vittime e agli Stati Uniti d’America. Nel 2010 il segretario di stato Hillary Clinton, ripeteva scuse simili dopo le rivelazioni su un esperimento altrettanto inumano condotto tra il 1946 e il 1948, sempre dallo Us Public Health Service e di nuovo riguardante le malattie veneree. In quel caso, però, le cavie erano prigionieri, soldati e pazienti psichiatrici ed erano stati deliberatamente infettati per studiare gli effetti della penicillina e di altri trattamenti.

Scrive Di Grazia. Anche in questo caso sofferenze, morte e persone consapevolmente abbandonate al loro destino in nome di un improbabile esperimento senza logica né vantaggi per la popolazione. A questo punto viene da chiedersi: quante volte deve sbagliare l’uomo prima di fermarsi?

Cronaca di un amore difficile. Anatomia degli Stati Uniti, un viaggio nell’America profonda di Trump e Biden. Filippo La Porta su Il Riformista il 3 Giugno 2021. Se il 6 gennaio Trump, invece di rifugiarsi nella casa Bianca a godersi lo spettacolo in tv si fosse messo alla testa dei 30.000 facinorosi sarebbe riuscito a rovesciare il governo, o quantomeno a restare presidente, in una sorta di “stato di eccezione” (grazie anche ai 100 deputati che avevano obiettato alla certificazione della vittoria di Biden)! Prove generali di una vera guerra civile. Un colpo di stato è possibile in quel paese proprio per lo squilibrio nel collegio elettorale tra stati democratici popolosi e stati repubblicani a popolazione rurale con minore peso demografico. Questa è una delle tante, tantissime cose sull’America che ho appreso leggendo Anatomia degli Stati Uniti. Cronaca di un amore difficile (Sossella) di Alessandro Carrera (articoli scritti tra il 2016 e il 2021). Di Trump possiamo agevolmente ripercorrere, nelle pagine del libro, la genealogia politico-ideologica: Roy Cohn, architetto dell’anticomunismo paranoico degli anni ‘50, Barry Goldwater, Nixon, ingresso in politica degli Evangelici conservatori nei ‘70, Reagan (che non ha smantellato lo stato ma insinuato che farlo sarebbe stata una bella cosa). Per capire gli Stati Uniti occorrono alcuni prerequisiti: bisogna conoscere a fondo la letteratura e la storia americana, bisogna conoscere di prima mano la cultura pop e l’immaginario di quel popolo, bisogna averci vissuto per qualche decennio. Carrera, che ha pubblicato saggi, poesie e romanzi, che insegna a Houston da trent’anni (prima a New York), che è il maggior esperto e traduttore di Bob Dylan in Italia (uscita ora in tre volumi l’intero canzoniere musicale di Dylan, da lui tradotto e curato), li possiede tutti. Ha anche scritto saggi filosoficamente impegnativi, come ad esempio uno sulla luce da Goethe e Hegel fino a Calvino, e ha tradotto in inglese (forse l’impresa più eroica) la prosa impervia di Cacciari. La sua è una erudizione vasta e scanzonata, come si incontra solo in certi intellettuali americani. Nel libro vengono smontati anche alcuni luoghi comuni, ad esempio quello per cui il cittadino americano si fida, al contrario che da noi, dello stato. No, oggi il cittadino americano diffida del potere pubblico e al contempo però è pronto a credere a qualsiasi fanfaluca complottista! In ogni paese esistono fantasie complottiste ma negli States si è creata una industria della disinformazione pervasiva, creata non da una polizia segreta ma da molte sigle e da molti nomi. L’esperienza religiosa si fonda sulla conversione. Delle tre anime che si contendono il possesso dello spirito americani – puritano, libertario, illuminista – oggi tende a prevalere una strana alleanza tra libertario e puritano. Nel 1970 la chiesa battista, la più importante del paese, si è scissa in due chiese: la prima vicina al Vangelo sociale, la seconda tutta incentrata sulla salvezza individuale e affidata al pastore carismatico, ai predicatori (non più un Dio distante, trascendente, ma un Dio multiuso). In particolare Carrera usa alcune categorie di Lacan ( e prima di lui di Kojeve) per capire il paese dove vive. Certo, la Costituzione americana riconosce il diritto alla ricerca della felicità, ma il godimento dove lo mettiamo? Il “godimento” – più perverso – si nasconde, paradossalmente, nello star male e nel dare sempre la colpa a qualcun altro, consiste in una incazzatura perenne, in un mix di odio e rancore che pure teneva in vita l’uomo del sottosuolo. L’enigma Trump, che noi non capiremo mai, potrebbe sciogliersi con Dostoevskij. Va bene, un “vecchio stupido”, un “idiota farneticante”, un demagogo populista, ma soprattutto un capo isterico che interpreta l’anima troll dell’America (l’equivalente del “me ne frego”), che stabilisce con te un rapporto di fiducia (se dice una bugia è per non intristirti, e poi tanto la copre dicendone una più grossa, e tu gli credi: ha negato il Covid, che oggi ha fatto più morti americani della Seconda Guerra Mondiale!), che ti chiama per fare qualcosa e tu lo fai (come la coppia in Arizona che, su suggerimento di Trump, ha inghiottito una bottiglia di simil-varechina). Si identifica insomma con il “reale” e perciò ti tiene incatenato. Il Partito Repubblicano si è sostituito ai democratici come partito della classe operaia, perché quelli si limitano a dire agli operai che devono mangiare bene e sano, fare ginnastica, dare ascolto agli scienziati, etc. Fa venire in mente Orwell, il suo monito alla socialdemocrazia, colpevole di ignorare che l’umanità non vuole solo una esistenza protetta dalla culla alla tomba, ma desidera immolarsi per qualcosa, credere in qualcosa, anche rischiando la propria vita. Come l’equipaggio che segue il folle capitano Achab, in una cieca pulsione autodistruttiva. Fino a limiti della psicosi collettiva, come appunto insegnano Hitler e Trump. Inoltre: gli States sono un paese non giovane come si è sempre creduto, ma vecchio: hanno una delle costituzioni più vecchie del mondo (non è servita di base a nessun’altra) e non rispetta fino in fondo il principio dell’indipendenza dei poteri di Montesquieu: il presidente infatti nomina anche i giudici federali, che di fatto gestiscono il potere giudiziario ovunque. Per tornare alla lettura psicanalitico-filosofica privilegiata da Carrera qui viene citato un B-Movie del 1987, “L’invasione degli ultrasbirri”, in cui un lumacone alieno si impossessa di un corpo dopo l’altro e adotta il desiderio degli umani di cui si appropria. Li divora per volere quello che vogliono loro. Il nostro desiderio è sempre il desiderio di qualcun altro. E non si ferma più, l’alieno desidera diventare anche Presidente: vogliamo tutto ( e non nella versione utopica sessantottina ma in quella trumpiana). Una onnifagia distruttiva, incapace di darsi un limite, consapevole di avere solo diritti e nessun obbligo verso la comunità. Alla fine Carrera, schierato con i democrats, protesta contro la rassegnata, lacrimevole debolezza della propria parte politica: vedendo la foto di un deputato democratico che al Capitolium raccoglie i cocci lasciati da rivoltosi pensa che “la musica deve cambiare, e deve farsi più dura”. Basta tendere gentilmente la mano ai repubblicani! In America sono uscite dozzine di libri che invitano i progressisti a capire le motivazioni dei conservatori. Mai il contrario! Non vogliamo il leader per cui morire, ma neanche “il campione di umiltà che non ha rotto niente eppure i cocci sono suoi”. E nella ragionevole previsione che i repubblicani riconquisteranno la maggioranza dei seggi nel 2022 Biden e la Harris non hanno molto tempo per risanare la nazione. Carrera non ritiene affatto che l’America sia finita (le fantasie di decadenza seno sempre reazionaria), però “incompleta”, unfinished sì, come ha detto Amanda Gorman nella poesia letta all’inaugurazione, e come del resto ogni altra nazione. Qualcuno dovrà pure impegnarsi a “finirla”, a mantenere la promessa racchiusa nelle sue origini. Filippo La Porta

(ANSA il 28 maggio 2021) La co-fondatrice di Black Lives Matter ha annunciato che lascerà il movimento dopo otto anni. Lo riporta la Bbc. Patrisse Cullors era stata recentemente accusata di aver sfruttato le donazioni alla fondazione per arricchire il suo patrimonio, in particolare per l'acquisto di diverse case. Ma l'attivista 37enne ha sottolineato che la decisione risale a un anno fa e non ha nulla a che vedere con quelli che ha bollato come "tentativi della destra di screditarla". Adesso, ha fatto sapere, vuole concentrarsi sul suo libro in uscita, 'An Abolitionist's Handbook', e su alcuni progetti televisivi con la Warner Bros. "Con tutte le persone intelligenti, esperte e impegnate che supportano l'organizzazione so che Black Lives Matter è in buone mani", ha dichiarato in un comunicato. sottolineando che "l'agenda della fondazione rimane la stessa: sradicare la supremazia bianca e costruire istituzioni che danno valore alla vita".

Giorgio Gandola per “La Verità” l'1 giugno 2021. Black House Matter. Alla fine ha dovuto andarsene, Patrisse Cullors, cofondatrice del Black Lives Matter, inseguita dai fantasmi dello scandalo immobiliare che un mese fa aveva fatto tremare il movimento no profit più famoso del mondo. Lei si è difesa con le consuete armi dell'indignazione nei confronti dei media con due peccati originali, bianchi e di destra; ha versato lacrime di rabbia davanti alla Tv, ha incassato la solidarietà di facciata del gruppo dirigente. Ma alla fine domenica ha salutato la compagnia e ha fatto un passo indietro, adducendo a ferree motivazioni come la realizzazione del suo secondo libro (Il manuale dell'abolizionista) che sarà pronto a fine anno e un accordo con Warner Bros per la produzione televisiva di contenuti per «voci nere storicamente emarginate». Il realtà le è caduto in testa il tetto, dopo che un'inchiesta del New York Post aveva portato alla luce i curiosi affari nel mattone conclusi dalla più marxista delle attiviste americane, con l'accusa di averli concretizzati con i fondi del movimento. Incrociando i dati fiscali suoi e di alcune società, il quotidiano ha scoperto che recentemente la Cullors, 37 anni, ha acquistato una villa da 1,4 milioni di dollari a Topanga Canyon (vicino a Malibu) che andrebbe ad aggiungersi ad altre quattro proprietà immobiliari a South Los Angeles, Inglewood, Conyers in Georgia (un ranch) e New Providence alle Bahamas, quest' ultima in comproprietà con la sua compagna Janaya Khan, guerriera del mondo queer. La stessa Cullors ha più volte dichiarato di voler combattere per distruggere la famiglia tradizionale, «iprocrisia suprema della società capitalista bianca». L'inchiesta del Post sbagliato - quello mitico e politicamente corretto, il Washington Post di Jeff Bezos, mai avrebbe messo il dito dentro il formicaio - ha destabilizzato il Blm e fatto vacillare qualche certezza. I genitori di Michael Brown e Breonna Tyler, due ragazzi afroamericani morti per mano di agenti di polizia bianchi e quindi eroi della resistenza black, hanno subito protestato davanti al portafoglio immobiliare della cofondatrice, rilasciando interviste nelle quali denunciavano che «l'organizzazione non ha fatto niente per aiutarci economicamente». Il clamore ha costretto i vertici di Black Lives Matter a precisare che erano state fatte donazioni anonime alle famiglie delle vittime e che avrebbe avviato un'indagine interna per verificare se Cullors avesse sottratto fondi indebitamente. Risultato, una dichiarazione nella quale si dichiara che alla regina delle attiviste nere, dal 2013 al 2019, sono stati liquidati solo 120.000 dollari. Una pezza giustificativa che non spiega tutto perché il fiume di denaro al gruppo è arrivato nell'estate del 2020 dopo la morte di George Floyd e l'incendio sociale avvampato in molte città americane, tenuto acceso con astuto fervore politico proprio da Blm. Il saldo di fine anno per la fondazione è stato di oltre 90 milioni di dollari. Riguardo a quella che per una parte della stampa americana è «l'abbuffata immobiliare», la Cullors spiega in politichese: «Ogni volta che un uomo o una donna di colore acquista una casa c'è clamore perché si interrompe la supremazia bianca». È curioso annotare che le abitazioni sono tutte o quasi in quartieri wasp e questo ha fatto irritare non poco i militanti più radicali della causa nera. Al culmine delle polemiche, Cullors ha dato le dimissioni sperando che il gesto contribuisca ad abbassare i toni. «Sono soltanto attacchi della destra» ha sottolineato andandosene, accompagnata verso il cono d'ombra dalla processione compìta dei media progressisti e dei tycoon dei social media silico-valligiani. Facebook impedisce a chiunque volesse farlo di condividere il reportage del New York Post e un giornalista di colore ha denunciato di essersi trovato l'account di Twitter bloccato dopo avere pubblicato l'articolo. Non si mette in dubbio la versione di una signora.

Dagotraduzione dal DailyMail l'1 giugno 2021. Secondo il Charleston Trust, che gestisce il ritrovo in campagna di John Maynard Keynes, il grande economista era razzista e sostenitore delle teorie eugenitiche sull’allevamento selettivo della razza.Keynes, morto nel 1946, diede il suo nome al "keynesismo" – un ramo dell'economia basato sulla convinzione che l'intervento del governo possa migliorare le condizioni economiche. Tuttavia, informazioni suggeriscono che Keynes - considerato un pensatore di sinistra - aderisse a opinioni velenose secondo cui le guerre razziali e la segregazione globale sarebbero necessarie per «proteggere il nostro standard di vita da attacchi per mano di razze più prolifiche», riporta il Telegraph. L'inquietante storia è venuta alla luce in seguito a un riesame delle convinzioni del Bloomsbury Group "liberale", un circolo di amici "bohémien" dei primi del '900, frequentato da Virginia Woolf, EM Forster e dal critico Lytton Strachey. Il gruppo si formò quando alcuni ex studenti del Trinity’s and Kimngs Colleges di Cambridge iniziarono a incontrarsi in una casa vicino Bloomsbury Square, nel centro di Londra, per poi spostarsi dalla sorella di Virginia Woold, Vanessa Bell, nella Charleston Farmhouse, nel Sussex. Qui sfidarono le convenzioni edoardiane scioccando la società londinese con un giro di amanti, affari e figli illeggittimi. Ma oggi quello che è venuto alla luce è un lato più oscuro della storia. All’ingresso della casa del Sussex, oggi riaperta al pubblico, il Charleston Trust ha fatto scrivere: «Sebbene molte delle idee e delle teorie di John Maynard Keynes siano ancora oggi rispettate, dobbiamo affrontare il lato più oscuro delle sue convinzioni. Era un attivo sostenitore dell’eugenetica, una teoria razzista e classista secondo cui la qualità genetica della razza umana poteva essere migliorata attraverso la selezione di alcuni e la sterilizzazione di altri. Era particolarmente preoccupato per il numero crescente di persone non bianche». Il Charleston Trust ha aggiunto che riconoscere le «credenze problematiche» degli individui è l'unico modo per «valutare accuratamente il loro impatto sulla storia». Quand’era presidente della Lega Malthusiana per la pianificazione familiare, Keynes ha dichiarato che dovrebbe essere considerata la «qualità» delle popolazioni future. Critico al riesame lo storico di Cambridge, il professor Robert Tombs: «Keynes è il più importante economista moderno, i suoi argomenti sono il fondamento di politiche economiche progressiste per combattere povertà e disoccupazione». «Era anche interessato all'eugenetica, come molti leader progressisti: era un aspetto del sogno utopico di una società perfetta. Forse ci renderemo presto conto che non tutte le opinioni discutibili provengono dai conservatori».  

Marco Bresolin per "La Stampa" l'1 giugno 2021. «Lo spionaggio non è accettabile tra alleati e ancor meno tra alleati e partner europei. Vogliamo chiarezza e siamo in attesa di risposte dalla Danimarca e dagli Stati Uniti». A due settimane dalla visita in Europa di Joe Biden, Emmanuel Macron lancia un chiaro avvertimento in seguito alle clamorose rivelazioni della stampa danese, secondo le quali la National Security Agency si sarebbe appoggiata a Copenhagen per spiare diversi parlamentari e funzionari europei. Si tratta di fatti avvenuti tra il 2012 e il 2014, durante la presidenza di Barack Obama, quando il suo vice era proprio Biden. Tra gli spiati il nome più famoso è quello di Angela Merkel e i dettagli della vicenda rischiano di guastare la ritrovata sintonia tra Europa e Stati Uniti. Ieri la cancelliera era al fianco di Macron, seppur virtualmente, per il suo ultimo Consiglio dei ministri franco-tedesco. Durante la conferenza stampa finale si è limitata ad annuire dopo le parole del presidente francese, sostenendo la richiesta di chiarimenti. «Sono sollevata - ha poi aggiunto - che il governo danese, con il ministro della Difesa, abbia detto molto chiaramente cosa pensi di questi episodi. In tal senso vedo una buona base, non solo per chiarire le cose, ma per costruire davvero un rapporto di fiducia». Richieste di chiarimenti sono arrivate anche dai governi di Svezia e Norvegia. Non è ancora chiaro il ruolo del governo di Copenhagen nello spionaggio, ma di certo la vicenda rischia di creare un problema anche all'interno dell'Ue: tra le persone spiate non ci sono soltanto tedeschi (sulla lista, oltre a Merkel, figura l'attuale presidente Frank-Walter Steinmeier, all'epoca ministro degli Esteri), ma anche francesi e svedesi, oltre ad alcuni funzionari norvegesi (Paese extra-Ue). La Danimarca ha il vantaggio di controllare nelle proprie acque territoriali una fitta rete di cavi sottomarini che trasmettono le comunicazioni. Una miniera d'informazioni alla quale la Nsa ha avuto accesso grazie a una collaborazione con la Forsvarets Efterretningstjeneste (FE) che è frutto della stretta alleanza militare tra gli Stati Uniti e la Danimarca. L'indagine giornalistica della televisione danese si è basata su un rapporto interno dei servizi del Paese scandinavo che era stato redatto nel 2015, due anni dopo le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività di spionaggio americane. L'attuale ministro della Difesa - Trine Bramsen, in carica dal 2019 - sarebbe al corrente di tutti i dettagli dall'agosto del 2020: «L'intercettazione sistematica degli alleati - ha detto ieri - è inaccettabile». Secondo l'inchiesta, la partnership con i danesi avrebbe permesso agli Stati Uniti di avere accesso non solo alle telefonate delle personalità spiate, ma anche ai loro sms, alle loro chat e persino alle informazioni sul loro traffico internet, comprese le ricerche. Tutto questo almeno fino al 2014. «Siamo al corrente di questa vicenda, ma la Nato non è coinvolta» ha subito precisato il segretario generale dell'Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, di nazionalità norvegese (uno dei Paesi spiati). «Mi aspetto che gli Stati si siedano al tavolo e trovino un modo per affrontare la questione» ha aggiunto. Anche la Commissione europea si chiama fuori dal caso, che potrebbe scatenare una disputa tra i suoi Stati membri: «I servizi sono di competenza nazionale. Spetta ai singoli Paesi sovrintendere alle loro attività». All'epoca dei fatti, l'attuale vicepresidente della Commissione europea, Margrethe Vestager, era vicepremier e ministro dell'Interno. Ma la responsabilità dell'agenzia FE è del ministero della Difesa e del primo ministro, dunque la numero uno dell'Antitrust non avrebbe avuto alcun ruolo.

La strana alleanza di Usa e Israele tra spie e sabotaggi. Emanuel Pietrobon su Inside Over l'1 giugno 2021. “Se non ci fosse stato Israele, gli Stati Uniti avrebbero dovuto inventarlo per proteggere i loro interessi in Medio Oriente”; parola di un giovane Joe Biden durante un’arringa infuocata pronunciata in Campidoglio nel lontano 1986 in difesa della politica estera americana, storicamente e pragmaticamente filoisraeliana sin dal secondo dopoguerra. Il giovane Biden aveva ragione: gli Stati Uniti possono (sperare di) controllare il Medio Oriente fintanto che godono del supporto di fidi e validi alleati quali sono stati Israele e l’Arabia Saudita dalla guerra fredda ad oggi. Perché se cadesse una di queste colonne portanti, il sistema collasserebbe su se stesso, soverchiato e condotto all’implosione da un’anarchia che, lungi dall’essere produttiva, risulterebbe semplicemente ed inutilmente pervasiva e virulenta. E Israele e l’Arabia Saudita, al tempo stesso, abbisognano di un’alleanza adamantina con gli Stati Uniti per ragioni di sicurezza nazionale, in quanto entrambi accerchiati da potenziali minacce esistenziali. Storia e politica hanno trasformato Stati Uniti ed Israele in un tutt’uno perfettamente amalgamato e inscindibile, ma dietro alla vetrina luccicante si cela una realtà costellata di inganni, diffidenze, spionaggio, tradimenti e persino di stragi, che, se debitamente analizzata, può risultare utile a comprendere la complessità di uno dei rapporti più incompresi della contemporaneità.

A 35 anni dal terremoto Pollard. Il 4 giugno, ma di trentacinque anni or sono, l’analista di intelligence Jonathan Jay Pollard sconvolgeva l’America ammettendo di aver trafugato documenti secretati per conto di Israele. Condannato all’ergastolo in base all’Espionage Act, Pollard sarebbe diventato il primo (e unico) cittadino statunitense ad essere condannato per la conduzione di attività spionistiche per conto di una nazione alleata. Nato in una famiglia statunitense di religione ebraica, Pollard cercò di giustificare il proprio operato ai giudici spiegando di aver agito su impulso di un sentimento inestinguibile di “doppia lealtà” (dual loyalty) – provato nei confronti di Stati Uniti (famiglia adottiva) ed Israele (patria ancestrale) – e perché convinto che il governo americano stesse minando la sicurezza nazionale dell’alleato mediorientale nascondendogli determinate informazioni geopolitiche e militari. Pagato fior di quattrini da Aviem Sella, un veterano dell’Aviazione israeliana di stanza negli Stati Uniti, Pollard ricevette ogni mese uno stipendio parallelo di 2.500 dollari dell’epoca (l’equivalente di 6mila dollari attuali) in cambio di documentazione segreta relativa ad una vasta gamma di argomenti, come Medio Oriente, Cina e sorveglianza elettronica, che non è mai stata svelata al pubblico nella sua interezza. Arrestato il 21 novembre 1985, al termine di tre anni di possibile attività spionistica – di cui uno documentato fotograficamente e videograficamente – e dopo aver cercato rifugio nell’ambasciata israeliana a Washington, Pollard avrebbe continuato ad invocare il supporto del governo israeliano nei mesi e negli anni seguenti, peggiorando ulteriormente la propria posizione e arrecando grande danno ai rapporti bilaterali tra i due Paesi.

Pollard e gli altri incidenti. Il caso Pollard ha contribuito a palesare quello che sembra essere l’effettivo rapporto di forza tra gli Stati Uniti ed Israele, con i primi che, eventualmente, hanno liberato la spia – perdonata da Barack Obama nel 2015 e trasferitasi lo scorso anno in Terra Santa, dove è stata accolta trionfalmente – e il secondo che, all’epoca del processo, acconsentì di collaborare alle indagini soltanto una volta ottenuta l’immunità totale per i propri agenti coinvolti nell’operazione. Ma oltre al caso Pollard c’è di più – molto di più –; un universo parallelo e caliginoso, nonché incredibilmente vasto, costellato di strani incidenti, scandali spionistici, muri di diffidenza e persino di stragi. In quest’universo alternativo, dove sembra che Stati Uniti ed Israele siano più rivali che alleati, alcuni eventi risaltano per gravità fattuale e fragore mediatico: I depistaggi voluti da David Ben Gurion per impedire all’amministrazione Kennedy di fermare il programma nucleare israeliano. L’arresto di Yosef Amit, un agente dello Shin Bet sul libropaga americano condannato per spionaggio nel 1987. Il bombardamento della USS Liberty da parte dell’aviazione israeliana all’acme della guerra dei sei giorni – un incidente, ufficialmente, che avrebbe provocato la morte di 34 marinai ed il ferimento di 171. L’operazione di spionaggio ai danni dell’amministrazione Obama orchestrata da Benjamin Netanyahu durante i negoziati che avrebbero condotto all’accordo sul nucleare iraniano. Il caso Pollard e gli accadimenti di cui sopra sono la prova che quello fra Stati Uniti ed Israele è un rapporto meno cristallino e solido di quanto si tenda a credere comunemente, perché avvezzi a leggere ed interpretare le relazioni internazionali sotto l’influsso spaesante di analisi parziali che non riescono a penetrare sotto la superficie. Le alleanze perfette non esistono, perché ogni Stato ha le proprie ragioni – a volte coincidenti, altre volte collidenti –, e l’universo alternativo in cui Stati Uniti ed Israele si spiano, si fronteggiano e diffidano l’uno dell’altro come se fossero dei rivali, ne è prova provante e dimostrazione lapalissiana.

Il Pentagono ha creato un esercito segreto. Paolo Mauri su Inside Over il 29 maggio 2021. 60mila uomini, un bugdet annuale di 900 milioni di dollari. Quello che è un vero e proprio esercito segreto, che impiega 10 volte gli uomini che la Cia usa per le sue operazioni clandestine, è stato recentemente svelato da un reportage di Newsweek. Il programma del Pentagono si chiama signature reduction, che possiamo tradurre letteralmente come “riduzione della firma”, e, facendo un parallelismo aeronautico, possiamo intenderlo come la cancellazione della propria reale presenza come si fa con la traccia radar e Ir dei velivoli dalle caratteristiche stealth. Nessuno conosce le effettive dimensioni del programma, né quali siano esattamente le agenzie federali coinvolte. Del resto, è bene ricordarlo, quando si lasciano trapelare certe informazioni significa che la realtà è andata già oltre, oppure si tratta di un ennesimo modo di effettuare disinformazione mescolando mezze verità a finzione. L’indagine di Newsweek, durata due anni e che si è avvalsa di fonti anonime, ha però permesso di inquadrare a livello generale scopi e architettura di questa organizzazione parallela alle agenzie di raccolta informazioni e spionaggio statunitensi: questo piccolo esercito svolge incarichi nazionali e stranieri, sia “in divisa” che sotto copertura civile, nella vita reale e online, a volte nascondendosi in aziende private e società di consulenza, alcune delle quali a nome familiare. Il cambiamento senza precedenti dato dall’ingresso di nuove forme di guerra, come la Cyber Warfare, e di nuove metodologie di controllo di flussi di denaro e persone direttamente correlate alla maggiore pervasività di un mondo globalmente interconnesso, ha posto la necessità di ripensare al modo in cui si compiono operazioni di spionaggio e di intervento di forze speciali. Proprio la letterale esplosione della guerra cibernetica ha fatto sì che le moderne “spie” necessitino di un grado di verosimiglianza altissimo per le proprie identità contraffatte. Per questo lavoro, il programma signature reduction si avvale dell’attività di circa 130 aziende private, che hanno il compito di amministrare il nuovo mondo clandestino. Dozzine di organizzazioni governative statunitensi poco conosciute e segrete supportano questo sistema, supervisionando operazioni non riconosciute pubblicamente. Questo enorme meccanismo, in cui nessun settore sa esattamente cosa fa l’altro, si occupa di tutto: dalla creazione di documenti falsi e il pagamento delle bollette (e delle tasse) di individui che operano sotto falsi nomi, alla produzione di travestimenti e altri dispositivi di occultamento, sino alla costruzione dispositivi invisibili per fotografare e ascoltare le attività di interesse negli angoli più remoti del Medio Oriente, dell’Africa, della Russia o dell’Asia. Le operazioni delle forze speciali costituiscono comunque oltre la metà dell’intera forza di signature reduction: si tratta di personale che dà la caccia a terroristi nelle zone di guerra che vanno dal Pakistan all’Africa occidentale, e che lavorano in punti caldi poco noti, anche dietro le linee nemiche in luoghi come la Corea del Nord e l’Iran. Gli specialisti dell’intelligence militare – analisti, agenti del controspionaggio, persino linguisti – costituiscono il secondo elemento più grande: migliaia di persone utilizzate alla bisogna che beneficiano di un certo grado di copertura per proteggere la loro vera identità. Il gruppo più nuovo e in più rapida crescita è quello dedito al mondo cibernetico. Questi sono “cyber combattenti” e analisti di intelligence che creano false identità online, impiegando tecniche di “non attribuzione” e “errata attribuzione” per nascondere la loro presenza mentre cercano obiettivi di alto valore e raccolgono quelle che vengono chiamate “informazioni pubblicamente accessibili”, i famosi “big data” affidati ai social o a qualsiasi sito richieda la compilazione di un profilo personale. Esattamente quello che fa anche la Cina: recentemente vi abbiamo raccontato del caso Zhenhua Leaks e di come Pechino abbia raccolto informazioni riguardanti 650mila associazioni e 2,4 milioni di persone in tutto il mondo, tra cui quelle di 4mila italiani del mondo della politica, imprenditoria e criminalità. La parte “cyber” del programma signature reduction è impegnata anche in campagne volte a influenzare e manipolare i social media: una metodologia di influenza dell’opinione pubblica di una nazione avversaria ormai comunemente usata da tutti i grandi attori della geopolitica globale, dagli Usa alla Russia (i famosi “hacker russi”) passando per la Cina. In particolare questo modus operandi è diventato così importante che negli ultimi cinque anni ogni unità di intelligence militare e di operazioni speciali ha sviluppato una sorta di cellula operativa “web” che raccoglie informazioni, si occupa della sicurezza operativa delle proprie operazioni e opera attivamente per interferire nelle reti avversarie. Del resto l’abbondanza di informazioni online riguardanti ogni singolo individuo ha consentito ai servizi di intelligence stranieri di smascherare meglio le false identità delle spie americane: nel momento in cui strisciamo una carta di credito la nostra posizione viene rilevata, oppure quando usiamo una app di uno smartphone che si appoggia al sistema Gps, si possono perfino ricostruire le caratteristiche di una installazione militare segreta. Un’altra minaccia potenzialmente molto è rappresentata infatti dalla Information Leakage – la “perdita” di informazioni – che copre una vasta gamma di sistemi in modo più o meno volontario. Il caso più emblematico di quanto possa essere pericolosa questa minaccia a livello militare o di sicurezza nazionale è rappresentato da quanto avvenuto a gennaio del 2018 quando le informazioni raccolte da una semplice app di monitoraggio per il fitness hanno permesso di geolocalizzare installazioni segrete in Russia, Regno Unito e basi militari negli Stati Uniti, Siria o Afghanistan. Eliminare le “tracce”, di qualsiasi natura esse siano, diventa quindi fondamentale per lo spionaggio e per la sicurezza interna. Parimenti, come dicevamo, in un mondo dove è possibile sapere praticamente tutto di una persona grazie a un Pc e a una connessione internet, per poter creare un’identità falsa non basta più un semplice documento contraffatto. Occorre creare una vera e propria vita “telematica” falsa: anche di questo si occupa il programma signature reduction. La “conformità” ad una vita normale, per una spia moderna, è importante: va lasciata traccia dei pagamenti delle tasse, dei visti in ingresso in uno Stato, perfino della carriera scolastica. Tutto falso, tutto creato ad arte per avere la “massima copertura”. Parimenti non va dimenticata la vera vita di una spia, e il programma prevede anche che si continui, ad esempio, a versare i contributi per l’attività “dormiente” di un operatore. Si tratta quindi solo di una guerra telematica? No. Proprio perché il mondo ha virato verso l’utilizzo di strumenti ad alta tecnologia per il riconoscimento biometrico, è necessario tornare a “vecchi sistemi” per ingannarli. Qui il programma sembra tingersi di un velo di romanticismo ricordando la “Sezione Q” della saga di 007 partorita dalla mente di Ian Fleming. Vengono infatti usate maschere facciali complete in silicone che modificano i lineamenti, l’etnia e l’età, si creano guanti che sembrano mani da indossare per avere nuove impronte digitali che rilasciano esattamente gli stessi olii naturali prodotti dalla pelle umana. Per non parlare dei sistemi di comunicazione: trasmittenti intessute nei vestiti che si attivano automaticamente quando passano davanti a dei punti predeterminati, oppure celate dentro rocce finte o ancora in altri oggetti di uso quotidiano insospettabili, magari perfino obsoleti come vecchi telefoni cellulari. Uno di questi programmi di contraffazione fisica dell’identità era emerso, un po’ in sordina, nel 2017 quando Wikileaks ha pubblicato un’enorme mole di materiale riservato della Cia. Una parte di essi, chiamata “Year Zero”, comprendeva 8761 documenti inerenti la cyber sicurezza di Langley, che seguiva una prima serie di carte riguardanti l’ingerenza degli Stati Uniti nelle elezioni presidenziali francesi del 2012. Quella diffusione di documenti riservati, denominata Vault 7, riguardava principalmente tutto l’impianto di Cyber Warfare e spionaggio elettronico e telematico partorito da un organismo interno alla stessa Cia, una divisione di hackeraggio nata già nel 2001 e che alla fine del 2016 contava più di 5mila dipendenti formalmente inquadrati nel Center for Cyber Intelligence (Cci) che ha prodotto migliaia di virus, trojan, sistemi di hacking e altre “armi” in forma di malware. Nel 2001 infatti la Cia ha potuto godere di uno stanziamento di fondi per la raccolta di informazioni telematiche maggiore di quelli destinati al Nsa, tanto da essere stata in grado di creare la propria “Nsa” interna, liberandosi dal monopolio di raccolta dati di quest’ultima. Nell’inchiesta di Newsweek compare anche un altro elemento particolarmente interessante per i suoi possibili risvolti in ambito militare. Veniamo a sapere che l’ammiraglio John Richardson, ex capo delle operazioni navali, aveva avvertito il personale in servizio e le loro famiglie di smettere di usare kit di test del Dna “fai da te” per cercare di rintracciare i propri avi – una vera e propria ossessione per gli statunitensi. “Fai attenzione a chi invii il tuo Dna”, aveva detto Richardson, avvertendo che i progressi scientifici sarebbero in grado di sfruttare le informazioni fornite con la finalità, in futuro, di creare armi biologiche mirate. Non deve affatto stupire la scoperta di questo “esercito parallelo” statunitense: viviamo in un’era dove la guerra ibrida, la Hybrid Warfare, rappresenta una delle dottrine fondamentali dello scontro tra potenze – di ogni rango – e viene pertanto messa in pratica da tutte e con le stesse metodologie. Essa implica il ricorrere ad assetti militari e civili, a enti pubblici e a società private, e utilizza ogni dominio che caratterizza il mondo in cui viviamo: da quello cibernetico a quello spaziale passando per i gli scenari militari classici sino alla raccolta di dati di intelligence da fonti “umane” (Humint). Una guerra che, come si legge ancora nel reportage, gli Stati Uniti starebbero vincendo anche se la segretezza su ciò che stanno facendo fa sembrare – di nuovo – la rappresentazione mediatica dei russi “come se fossero alti tre metri”. Nel campo comunista di Goli Otok

Il "New Deal" di Roosevelt? Antiliberale, anzi fascista. Francesco Perfetti il 27 Maggio 2021 su Il Giornale. Statalismo con propensione al totalitarismo e rottura con gli ideali americani. La stroncatura di un "mito". L'era di Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano che ha legato il suo nome al New Deal e alla Seconda guerra mondiale, ebbe inizio il 4 marzo 1933 con la cerimonia di insediamento a Washington e si concluse con la sua morte improvvisa per emorragia cerebrale a Warm Spring, in Georgia, il 12 aprile 1945, tre settimane prima della fine della guerra in Europa. Quella di Roosevelt fu una presidenza anomala, la più lunga della storia degli Stati Uniti - fu l'unico a essere eletto quattro volte - ma anche la più controversa. I suoi apologeti - primi fra tutti Arthur Schlesinger che gli dedicò una monumentale biografia e Gore Vidal che ne fece, insieme alla moglie Eleanor, il protagonista di un affresco romanzesco dedicato alla golden age, l'età dell'oro della politica americana - lo hanno trasformato in un «mito», simbolo di rottura con il passato e pioniere di un sistema politico democratico e progressista in grado di accettare (e vincere) le sfide del futuro. Eletto, sconfiggendo il repubblicano Herbert Hoover, presidente degli Stati Uniti, questo cinquantenne rampollo di una agiata e antica famiglia, di carattere espansivo e cordiale, aveva conquistato molte simpatie in un Paese sofferente per gli effetti della Grande Depressione iniziata con il crollo della Borsa nel 1929. Il suo successo era stato travolgente da quando, alla convention del partito democratico, aveva lanciato lo slogan: «Vi impegno e mi impegno a un nuovo corso per il popolo americano». Un messaggio ottimistico e pragmatico che metteva in luce la sua estraneità alle ideologie politiche. In effetti Roosevelt era un liberale progressista entrato in politica influenzato dalle idee wilsoniane, ma senza che tale influenza si fosse tradotta in una filosofia politica. Ha scritto John T. Flynn in un volume affascinante e celebre, Il mito di Roosevelt (recentemente riproposto da Oaks Editrice, pagg. XVI-640, euro 25), che egli «aveva votato per i candidati democratici senza una precisa opinione al riguardo, e si era iscritto al partito democratico con la stessa naturalezza con cui era entrato nella chiesa episcopale». E ha proseguito in questi termini: «se non era un estremista, è del pari esatto affermare che non era un conservatore. In realtà, non era che un uomo privo di qualsivoglia filosofia fondamentale, e le posizioni che assunse nelle varie questioni economiche e politiche non furono determinate da un credo intimamente radicato nel suo spirito ma piuttosto dalla necessità della situazione politica contingente». In effetti, a chi gli chiese se egli fosse comunista o capitalista o socialista e, in definitiva, a quale filosofia si rifacesse, Roosevelt, con aria imbarazzata, rispose: «Filosofia? Sono un cristiano e un democratico, ecco tutto». Secondo Flynn, Roosevelt era, in sostanza, un opportunista privo di ideologie ma di fatto le sue scelte economiche di tipo keynesiano, passate alla storia come New Deal, erano esempi di pianificazione destinata a convogliare sotto le ali governative tutta la vita industriale e agricola della nazione. Si trattava di una linea politico-economica che era «la negazione totale del liberalismo e, viceversa, la quintessenza del fascismo». E ciò anche se egli, aggiunge Flynn, «non sapeva di indulgere ad un esperimento fascista, perché non sapeva che cosa fosse il fascismo». Roosevelt, in fondo, si limitava ad adottare provvedimenti che gli sembravano politicamente vantaggiosi perché «graditi ad una enorme massa di contadini e di industriali» ma non si preoccupava di studiare «i principi fondamentali cui le sue misure si rifacevano perché la sua mente non era assuefatta a speculazioni del genere». In realtà, si trattava di provvedimenti che allontanavano sempre di più il sistema economico e politico americano dalla sua tradizionale matrice liberale. Il volume di Flynn (1882-1964), pubblicato negli Stati Uniti nel 1948, è il più importante studio revisionista americano su Roosevelt e sulla sua politica ed è all'origine della letteratura anti-rooseveltiana che presenta il presidente del New Deal come un, sia pure involontario, filo-comunista o cripto-comunista, a cominciare da un famoso saggio di George N. Crocker dal significativo titolo Roosevelt's Road to Russia, apparso alla fine degli anni '50. Flynn è stato uno degli esponenti più significativi della Old Right americana che si caratterizzava per posizioni antistataliste e libertarie: uno dei suoi esponenti più celebri, Albert J. Nock, aveva scritto un libro dal titolo Our Enemy, The State (1935) e aveva criticato il New Deal quale espressione di un governo personale esercitato, certo, non come in Italia o in Russia o in Germania, ma sempre frutto di una concentrazione del potere lontana dalla tradizione dei Padri Fondatori. Come i suoi amici della Old Right, Flynn era un anticomunista viscerale che vedeva nello statalismo del New Deal una filosofia politica antitetica ai valori originari del liberalismo americano: condannava, in quest'ottica, i cedimenti dei «liberali-totalitari» (così chiamava i sostenitori del New Deal) di fronte alle pulsioni stataliste e totalitarie implicite in quella visione. Sotto un certo profilo la critica al New Deal sviluppata da Flynn e dalla Old Right riprendeva temi e motivi della polemica contro il socialismo, il comunismo e il fascismo portata avanti da economisti e sociologi della cosiddetta «scuola austriaca», primi fra tutti Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. Proprio quest'ultimo, alla fine della guerra, aveva pubblicato un saggio, The Road to Serfdom (La via della schiavitù), che aveva avuto un successo mondiale e aveva denunciato la deriva totalitaria di scelte politico-economiche interventiste, socialiste e stataliste. Il libro di Flynn su Il mito di Roosevelt - un bel libro, va precisato, di grande leggibilità, oltre che rigoroso dal punto di vista delle argomentazioni - non salva nulla dell'eredità dei tanti anni di presidenza di Roosevelt. È una requisitoria impietosa che ha fatto sì che quest'opera, pur importantissima, sia stata messa da parte dalla storiografia «ufficiale» sull'età rooseveltiana, troppo condizionata dal pregiudizio apologetico sul presidente americano. Secondo Flynn il bilancio della presidenza di Roosevelt era stato disastroso: aveva rappresentato una rottura traumatica con la tradizione liberale, aveva rotto l'equilibrio costituzionale di pesi e contrappesi proprio della separazione dei poteri, aveva ridotto il Congresso a luogo di ratifica delle decisioni dell'esecutivo. Inoltre, non aveva affatto salvato - come sostiene invece la vulgata filo-rooseveltiana - il sistema economico perché l'interventismo statale aveva colpito la libera iniziativa. In conclusione, «l'ibrida alterazione del sistema politico» e «la distruzione del sistema economico» avevano spinto gli Stati Uniti ad abbracciare l'idea di «uno Stato ad economia pianificata che, sotto forma di comunismo o di fascismo» continuava a dominare il continente europeo anche dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. L'influenza del von Hayek di The Road to Serfdom è evidente laddove Flynn, dopo aver riconosciuto che «il fascismo» era «scomparso dalla Germania», precisava che l'Inghilterra viveva «sotto un ibrido regime di socialismo e di capitalismo che viene chiamato social-democrazia, mentre in sostanza non si tratta che di una deformazione del fascismo, basato come è su un sistema di controlli statali, senza i quali non potrebbe esistere». Il volume di Flynn - le cui tesi l'autore avrebbe ribadito in lavori successivi, a cominciare dal saggio del 1955 intitolato The Decline of the American Republic - è un classico, probabilmente il più radicale e significativo, di quella vasta letteratura anti-rooseveltiana fiorita negli ambienti del pensiero conservatore e libertario statunitense che ha come punto fermo la condanna dell'interventismo statale in economia e, naturalmente, in politica. Può piacere o non piacere, con i suoi giudizi urticanti, ma certo non lo si può ignorare.

Milena Gabanelli e Francesco Tortora per corriere.it il 20 maggio 2021. Il rapporto Oxfam del gennaio 2020 fotografa il livello di diseguaglianza nel mondo: un piccolissimo numero di miliardari, per l’esattezza 2.153, possiede la stessa ricchezza di 4,6 miliardi di persone tutte insieme. Poi è arrivata la pandemia e la sofferenza ha accomunato tutti gli abitanti della Terra: milioni di famiglie sono diventate ancora più povere, mentre un pugno di uomini è diventato ancora più ricco, continuando a sottrarre agli altri la possibilità di prosperare. Nel 2021 per la prima volta si potrebbe registrare un aumento della diseguaglianza contemporaneamente in tutti i Paesi. Questo in prospettiva potrà solo incrementare tensioni e conflitti sociali. Come si inverte una rotta che sta diventando sempre più insostenibile? Il progresso della civiltà, sappiamo bene, passa prima di tutto dall’istruzione. Allora proviamo intanto a capire come funziona il modello di istruzione che crea le piccole «élite» mondiali.

Il sistema americano e le sue contraddizioni. L’istruzione è il primo tassello da riformare per garantire pari condizioni ai blocchi di partenza. Il sistema universitario americano è da sempre considerato il modello di riferimento, quello che sforna buona parte delle classi dirigenti internazionali. Nei campus hanno studiato capi di Stato, politici, top manager e premi Nobel. Da lì è partita la rivoluzione tecnologica che ha dato a giovani talenti l’opportunità di trasformare idee in progetti che hanno cambiato il mondo. Dal 1988 al 2018 le rette delle università pubbliche sono passate da una media annuale di 3.190 dollari a 9.970 dollari. Le private, invece, sono cresciute da 15.160 a 34.740 dollari, a fronte di un aumento del reddito pro capite mediano di circa il 20%.

L’élite della Ivy League. Poi ci sono gli atenei della Ivy League, ovvero le otto più prestigiose ed elitarie università private degli Stati Uniti. Tra queste nell’anno accademico 2020-21 la retta più «economica» si paga a Harvard (49.653 dollari), mentre la più cara è quella della Columbia University (61.671 dollari). Ma se si calcolano le altre spese (tasse, vitto e alloggio) per studiare a Harvard bisogna sborsare 76.479 dollari, mentre per la Columbia University si arriva a 80.339 dollari. I criteri per essere ammessi sono voti alti alle superiori e punteggi eccellenti ai test di ingresso. Per assicurarsi l’accesso a queste università elitarie che permettono di costruire relazioni con la futura classe dirigente, i genitori ricchi iscrivono i figli sin da bambini in scuole private d’eccellenza che aprono la strada verso i college della Ivy League. Naturalmente ci sono anche le borse di studio e aiuti finanziari per i meritevoli meno abbienti e le minoranze, ma tra gli iscritti questi restano numeri marginali.

Università feudo di rampolli milionari. Secondo un’inchiesta del New York Times nei primi 38 college degli Stati Uniti gli studenti che appartengono all’1% più ricco della popolazione sono più numerosi di quelli che si collocano nel 60% più povero: ben 4 studenti su 10 appartenenti allo 0,1% degli americani frequentano un ateneo della Ivy League o un’università d’élite, istituti che ogni anno si trovano in cima alle classifiche mondiali. Al contrario, meno della metà dell’1% degli studenti provenienti dalla fascia più povera della popolazione frequenta un college d’élite; gli altri non frequentano alcun ateneo. L’economista Branko Milanovic nel libro «Capitalismo contro Capitalismo» spiega: «La possibilità di frequentare le università migliori è per i ragazzi nati in famiglie molto ricche 60 volte superiore a quella dei nati non solo nelle famiglie povere, ma anche in quelle del ceto medio».

Ammissione all’università d’élite per via ereditaria. Un altro fattore che aumenta le diseguaglianze è la «legacy admission», ovvero la possibilità di essere ammessi in un’università d’élite perché l’ha frequentata in passato un genitore. Con i suoi bassi voti Bush Jr. non sarebbe mai entrato. I figli di ex studenti rappresentano dal 10 al 25% degli iscritti alle prime 100 università americane. Secondo uno studio del Wall Street Journal, il 56% delle prime 250 università consente le ammissioni ereditarie, e in un college d’élite come Harvard i figli degli ex studenti hanno sei volte più probabilità di essere ammessi rispetto ai richiedenti ordinari. La Johns Hopkins University va in controtendenza e dal 2020 ha abolito le ammissioni ereditarie, che restano una prassi consolidata nel Paese perché tengono i milionari legati alle università e soprattutto li spingono ad aumentare le donazioni filantropiche.

Stipendi molto più alti. Frequentare un’università d’élite non solo permette di costruire reti di relazioni, ma assicura mediamente uno stipendio molto più alto: «Dieci anni dopo l’inizio dell’università - scrive Milanovic - il decile superiore dei lavoratori laureati di tutti gli atenei aveva uno stipendio medio di 68 mila dollari, mentre per chi proveniva dalle prime dieci università americane la retribuzione media era di 220 mila dollari». Anche per questo le famiglie ricche fanno qualunque cosa per ottenere l’ammissione dei loro figli. A marzo 2019 la procura di Boston ha aperto un’inchiesta che ha coinvolto attrici di Hollywood, imprenditori milionari e top manager, accusati di aver pagato tangenti per garantire ai figli l’accesso a Yale, Georgetown, Stanford e University of Southern California (USC). Il giro d’affari, valutato 25 milioni di dollari, è stato ideato dall’imprenditore William Rick Singer che con la sua società di consulenza «College & Career Network» sarebbe riuscito a truccare le graduatorie di ammissione di numerose università corrompendo coach e spacciando falsi attestati.

Gli atenei pubblici sempre più giù in classifica. Le università esclusive fanno terra bruciata: offrendo stipendi molto alti, attraggono i docenti migliori e sottraggono i professori più preparati alle università pubbliche, che di anno in anno perdono posizioni nelle classifiche nazionali. Nella più recente lista stilata da Forbes sulle università migliori d’America la top ten è dominata da istituti privati. Ai primi posti si posizionano Harvard, Stanford, Yale, Massachusetts Institute of Technology (Mit) e Princeton. Nelle prime 20 posizioni ci sono solo due istituti pubblici, l’University of California-Berkeley (13esima) e l’University of Michigan-Ann Arbor (20esima). Una tendenza che continua a rafforzarsi e blinda sempre di più la cerchia di coloro che possono accedere alla classe dirigente, e renderà più difficile il ripetersi di casi come quelli di Bill Clinton e Barack Obama: ottimi studenti, diventati presidenti degli Stati Uniti nonostante le umili origini.

I debiti miliardari e il modello che si espande in Europa. Oggi sono 43,2 milioni gli americani che hanno ancora da estinguere debiti universitari per un valore complessivo di 1.710 miliardi di dollari. I prestiti sono lievitati soprattutto negli ultimi 15 anni. Nel 2006 infatti i debiti contratti si fermavano a 480,1 miliardi. Il 58% dei debiti totali sono detenuti dalle donne, che impiegano in media 2 anni in più per estinguerli. I laureati afroamericani scontano in media un debito di 52 mila dollari a testa, e devono 25 mila euro pro capite in più rispetto ai colleghi bianchi. Un processo simile a quello americano, anche se in fase iniziale, si sta verificando in Europa con gli atenei privati che acquistano sempre più forza e prestigio. In Francia, ad esempio, uno studio del 2017 dimostrava che solo il 2,7% degli studenti di università d’élite (le «Grandes écoles») aveva genitori appartenenti alla popolazione più povera. Nell’aprile 2021, mantenendo una promessa elettorale, il presidente Emmanuel Macron ha abolito l’Ena, la Scuola nazionale di amministrazione pubblica che nell’ultimo mezzo secolo ha sfornato la metà dei presidenti della Quinta Repubblica (Giscard d’Estaing, Chirac, Hollande, lo stesso Macron), un terzo dei primi ministri e decine di funzionari che hanno ricoperto ruoli chiave nei gabinetti ministeriali. Una scuola invidiata da tutta Europa, ma diventata il simbolo del classismo francese proprio per i suoi criteri di accesso, riservato a pochissimi privilegiati e non necessariamente i più meritevoli.

La svolta di Joe Biden. Durante la campagna elettorale del 2020 Joe Biden aveva promesso che sarebbe intervenuto radicalmente per cambiare il sistema universitario. La prima mossa è del 20 gennaio: il giorno in cui ha giurato come 46esimo presidente degli Stati Uniti, ha firmato un ordine esecutivo che congela fino al 30 settembre i pagamenti mensili sui prestiti studenteschi di proprietà del governo. Ad aprile ha presentato un ambizioso piano da 300 miliardi che prevede tra l’altro l’università gratuita per tutti gli americani che si iscrivono a «community college», istituti che abilitano ad una specializzazione. Il capo di Stato sta ora prendendo in esame la possibilità di cancellare debiti fino a 50 mila dollari per ogni studente . Le misure sarebbero finanziate aumentando il prelievo fiscale ai più ricchi.

Matteo Persivale per il "Corriere della Sera" il 20 aprile 2021. Patti Smith e Robert Mapplethorpe, la poetessa e il fotografo, belli e dannati, che vegliano su New York dalla scala antincendio di ferro battuto arrugginito come due angeli in maglietta lisa e jeans stracciati. «La camera 546 basta da sola a farti star male, la camera 115 con le regine del sadomaso», Nico che canta Chelsea Girls nell' albergo che l' ha ispirata, dedica al veleno di Lou Reed e Sterling Morrison. Tennessee Williams con i comodini pieni di tranquillanti, Arthur C. Clarke e 2001 Odissea nello spazio su una macchina per scrivere a noleggio e porta di corsa le pagine a Stanley Kubrick, sull' Upper East Side, il futuro papà di Arancia Meccanica non amava i luoghi malfamati. Nancy Spungen ragazza di Sid Vicious morta ammazzata nel bagno della camera 100, martire del punk. Le notti senza fine di Iggy Pop, camera 126, la stessa di Bette Davis molti decenni prima. Humphrey Bogart già ubriaco al momento del check-in, che continua a bere in camera finché svenimento non sopraggiunga, rinviene la mattina successiva lasciando la camera sfasciata, mobili rotti, vomito ovunque. Il giovane Jack Kerouac bellissimo e non ancora sfregiato dall' alcol e dalla tristezza, ciuffo nerissimo alla Elvis accuratamente bagnato e accuratamente pettinato, che sorride davanti alla macchina fotografica dell' amico Allen Ginsberg. Janis Joplin sorridente nell' androne caotico e allegro, ignara della sorte avversa che di lì a poco la farà finire malissimo, come tante altre ospiti, Edie Sedgwick musa piromane di Warhol che viveva nella camera 105, quando non la cacciavano i pompieri per spegnere uno dei numerosi incendi che le piaceva appiccare. Tutti al Chelsea Hotel, dove vissero - e a volte morirono - i grandi della letteratura, del cinema, del teatro, del rock. Il palazzo ottocentesco disegnato da un francese un po' matto, casa-museo del sogno di una Bohème impossibile è speciale perché di solito - «di solito» non vale al 222 West della 23esima strada, New York, New York - sono gli alberghi di lusso a diventare famosi ma dall' inizio il Chelsea è stato un' altra cosa. Una comune. Un rifugio per artisti, dove i gay non venivano discriminati nei decenni della semiclandestinità pre-Stonewall (1969), dove le donne maltrattate in fuga dai mariti violenti trovavano privacy e, finalmente, pace. Il Chelsea era secondo un drammaturgo famoso che lì si rifugiò dopo la fine del matrimonio con un' attrice, una certa Marilyn Monroe, «Un caos spaventoso e ottimista, e allo stesso tempo la sensazione di una famiglia enorme, antiquata, protettiva», Arthur Miller scripsit . Peccato che da un decennio questa specie di comune sia chiusa al pubblico: il restauro senza fine, raccontato dal New York Times , è l' ultimo atto di una storia un po' deprimente, i vecchi proprietari che muoiono, vendono, e poi le cause civili e infine il subentro di un grande gruppo alberghiero che vorrebbe liberarsi dei 50 residenti «long-term», i superstiti che non sono però sfrattabili causa bizantine regole delle locazioni nella città con gli affitti più cari del mondo occidentale. Ecco così accuse reciproche, fotografie di lavori senza fine che provocano allagamenti, rumore, polvere, rischio amianto e altro. Traslocare? Improponibile perché chi vive al Chelsea oggi pagando da mille a quattromila dollari al mese non troverebbe nulla a New York di lontanamente paragonabile. Soluzione? I lavori finiranno presto, e a pandemia superata, a fine anno, è prevista la grande inaugurazione, il Chelsea polveroso e incasinato (e francamente non pulitissimo) dei tempi che furono si reincarnerà in un hotel di lusso (prezzi a partire da seicento dollari a notte) con un nome speciale e un passato glorioso e un futuro costoso, il bar affollato e i cocktail da 35 dollari, le serate a inviti, gli eventi «corporate», influencer e Instagram, la morte della Bohème.

Il fallito golpe in Bielorussia e l'assassinio fallito di Rául Castro. Piccole note il 19 aprile 2021 su Il Giornale.  Fallito un tentativo di colpo di Stato in Bielorussia, sventato dalla Sicurezza bielorussa e dall’intelligence russa. A rivelare la trama, il leader bielorusso Aljaksandr Lukašėnka e l’intelligence di Mosca, ma a confermarlo, in maniera ufficiale, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, il quale ha aggiunto che del fallito golpe avrebbero parlato anche Biden e Putin nella loro recente conversazione telefonica (Ria novosti). Al momento non è ancora arrivata alcuna smentita da Washington, che avrebbe dato direttive ai golpisti, i quali miravano a uccidere il presidente bielorusso e la sua famiglia e a spedire in prigione i suoi fedelissimi. Il golpe sarebbe dovuto avvenire il 9 maggio, durante la parata militare. Non per nulla i golpisti, nelle loro conversazioni, si rifacevano a quanto avvenuto a Sadat, il presidente egiziano ucciso nel 1981 dai militari che sfilavano in parata (Andreotti raccontava che sul palco, vicino a lui, c’era Hosni Mubarak – che gli sarebbe succeduto – il quale si gettò a terra ben prima che i militari girassero le proprie armi per puntarle contro il presidente… preveggenza salvifica). Principali organizzatori del golpe bielorusso, l’avvocato Yury Zenkovich, con doppia cittadinanza, la seconda americana e il politologo Aleksandr Feduta, i quali, secondo l’intelligence russa e bielorussa, lavoravano per conto della Cia o dell’Fbi. Gli Stati Uniti probabilmente stanno studiando un modo per rispondere, dato che le smentite suonerebbero false, con gli antagonisti che sbandierano intercettazioni telefoniche e video; né possono ammettere sic et simpliciter di aver progettato un golpe contro un Paese alleato della Russia, per lo più dopo le accuse reiterate contro Mosca per le interferenza nei loro affari interni. Da qui una sorta di silenzio assenso. Ma una conferma indiretta sembra venire da una fonte inaspettata. La NSA, la più importante Agenzia di intelligence Usa, ha de-secretato la documentazione relativa a un tentativo di assassinare Rául Castro, avvenuto nel 1961. Non stupisce, dati numerosi tentativi di “interferenze” Usa nell’isola: il Guardian ha enumerato un “totale di 634 tentativi” di assassinio del fratello Fidel. Alcuni “ridicoli”, altri meno. Quello ai danni di Rául prevedeva una morte per incidente durante un volo. Dell’assassinio era stato incaricato il pilota dell’aereo che lo trasportava. La CIA, all’ultimo momento, decise di annullare l’operazione, ma non riuscì a contattare il suo uomo, che però non ebbe modo di procedere. Di interesse notare che questi aveva accettato una missione che poteva concludersi con la sua morte, simile in questo a un antenato dei kamikaze jihadisti: gli era stato promesso che, in caso di decesso, la CIA avrebbe provveduto a pagare gli studi ai figli (funziona così: trovare kamikaze non è così impossibile come sembra, né si trovano solo tra gli islamici…). Il documento è stato de-secretato in costanza delle dimissioni di Rául da Capo di Stato dell’isola caraibica, ma anche in contemporanea con la denuncia del golpe in Bielorussia. Non c’era alcun motivo cogente per fare tale rivelazione dopo le dimissioni di Rául, dato che si tratta ormai di acqua passata. Mentre la sincronia con le denunce russe e bielorusse del golpe di cui sopra potrebbe avere un suo senso segreto, perché suona a conferma di quelle rivelazioni. Chissà se tutto ciò è casuale, o se siamo di fronte all’ennesimo capitolo della lotta che si sta svolgendo all’interno dell’apparato della Sicurezza e di intelligence Usa, che vede contrapposti i fautori dello scontro duro con Cina e Russia a quanti invece sostengono sia necessaria una concorrenza gestibile. In altre parole, è possibile che i fautori della distensione internazionale abbiano inteso in tal modo accreditare le denunce russe e bielorusse, rendendo pubblica un’operazione che conferma un certo modus operandi degli apparati dell’Impero. Al di là del dubbio, il golpe sventato in Bielorussia evidenzia che lo scontro tra Oriente e Occidente è ancora preda di pericolose convulsioni: cosa avrebbe fatto Mosca, nel caso di un golpe made in Usa in cui fosse stato ucciso un suo prezioso alleato? E perché uccidere tutta la sua famiglia, con strage utile solo a drammatizzare ancor più l’evento? Interrogativi che vanno posti per capire il momento che viviamo, nel quale la follia è saldamente al potere.

Le forze segrete Usa operano nell'80% dei Paesi del mondo. Piccole Note il 13 aprile 2021 su Il Giornale. «Le forze speciali statunitensi sono state schierate in 154 paesi, circa l’80% delle nazioni del mondo, lo scorso anno, ma non si hanno informazioni esatte su dove le forze d’élite conducano le missioni, sotto quali autorità operano, chi hanno ucciso e se la loro conformità alle leggi di guerra sia strettamente sorvegliata, oppure sepolta da oscure disposizioni legali, avvolta nel segreto o ignota anche al Comando delle operazioni speciali”». Inizia così un articolo di The Intercept, che conclude che la situazione è esattamente quella descritta nel virgolettato, cioè che nessuno sa cosa facciano di preciso le forze speciali Usa sparse nel mondo, né il Socom, il Comando cui fanno riferimento, dà informazioni in proposito.

L’esercito fantasma. Il Socom, continua infatti la nota, afferma che il suo personale ha catturato o ucciso “migliaia di terroristi” sotto un oscuro programma, ma ha dichiarato anche esso non tiene traccia di tali dati. “Il Socom si rifiuta di fornire anche la pur minima informazione sulle operazioni note anche dall’opinione pubblica”. L’amministrazione Biden ha posto “dei limiti agli attacchi dei droni antiterrorismo e ai raid dei commando al di fuori delle zone di guerra convenzionali”, ma a quanto pare tali disposizioni, aggiunge The Intercept, non hanno avuto alcun seguito. “Il Comando per le operazioni speciali degli Stati Uniti è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 20 anni”, prosegue il media Usa, che spiega come nel 2001 tale programma assorbiva 3 miliardi di dollari per arrivare ai 13, miliardi attuali. I suoi attivi, allora, erano 43.000 uomini, oggi sono “74.000 tra militari e civili”, un vero e proprio esercito, che opera senza alcun controllo. Al Pentagono hanno avviato indagini per verificare se questi militari abbiano compiuto “crimini di guerra”, ma si può immaginare l’esito. Queste forze operano nel segreto, a “un ritmo operativo elevato e sostenuto” a “scapito della leadership, della disciplina e della responsabilità”, ha osservato un rapporto di etica Socom del 2020. “L’ufficio dell’ispettore generale del Pentagono ha recentemente annunciato un’indagine per verificare se il Socom abbia implementato i mandati sulle “leggi di guerra ” e se i crimini di guerra siano stati adeguatamente segnalati”. Cosa faccia esattamente questo esercito segreto non si sa, note però alcune specifiche delle loro missioni: contro-insurrezione, antiterrorismo, assistenza alle forze di sicurezza di altri Paesi, guerra non convenzionale e ‘azioni dirette'”. Tale esercito ha a disposizione mezzi sofisticati. Si sa, ad esempio che “un raid dei Navy Seal in Yemen nel 2017 ha ucciso più di due dozzine di civili; e un programma di droni  gestito dai Navy Seal lo scorso anno ha condotto 54 attacchi aerei dichiarati in Somalia, più di quelli effettuati sotto le amministrazioni di George W. Bush e Obama messe insieme”. Ovviamente ci sono poi gli attacchi non dichiarati, dei quali non si sa nulla.

Le forze irregolari e i suicidi. “Tre i programmi particolarmente importanti per le recenti operazioni speciali statunitensi in tutto il mondo […] il primo che impiega truppe per procura, un altro a sostegno di forze irregolari e un programma di formazione globale di persone con un passato travagliato [criminali e jihadisti ndr.] – cosa che comporta una serie di pericoli in gran parte invisibili, dall’incapacità di valutare rigorosamente le attività, all’infrazione dei diritti umani […] cosa che secondo gli esperti potrebbe portare a esiti catastrofici”. Ciò che qui è riportato come ipotetico, si può anche declinare in forma meno ipotetica. Esistono altri programmi interni all’esercito degli Stati Uniti volti “a fornire supporto a forze straniere, forze irregolari, gruppi o individui che prendono parte a una guerra irregolare. Né il Dipartimento della Difesa, né il Socom, né alcun altro organo istituzionale ha mai rivelato informazioni dettagliate su 1202 missioni, ma sulla base di quel poco che si sa su di esse, sono esplicitamente focalizzate” su Cina, Russia e “attori statali maligni”, cioè i cosiddetti Stati canaglia come Iran e Siria. Il rischio, suggerisce The Intercept, è che a partecipare di questo esercito invisibile siano anche “criminali di guerra”; sul punto esiste una direttiva specifica del National Defense Authorization Act, che volta a impedire che i soldi dei contribuenti americani siano destinati a finanziare tali figure. Un altro programma, il Joint Combined Exchange Training, o Jcet, ha una storia altrettanto travagliata di utilizzo di militari che “violano i diritti umani”. Il media Usa offre uno spaccato originale delle attività dell’esercito Usa, quelle segrete, le più importanti, a supporto di milizie irregolari (ad esempio i jihadisti siriani che lottano contro Assad, o quelli che combattono gli Houti in Yemen, che poi sono miliziani di al Qaeda e dell’Isis). E il supporto ai regimi di mezzo mondo, un po’ quel che avveniva in Sud America con gli squadroni della morte. Si può immaginare gli orrori che seminano queste attività segrete e del tutto fuori controllo. A documentare questa tragedia il tasso di suicidi tra i veterani dell’esercito degli Stati Uniti, che ha un indice talmente fuori scala da risultare incredibile: il Dipartimento dei Veterani ha appurato che ogni giorno 17 reduci di guerra Usa si suicidano. Cosa vedono i fantaccini Usa di tanto terribile, e cosa fanno?

Il NYT: quando il capo dell'Isis collaborava con l'Us. Army. Piccole Note il 12 aprile 2021 su Il Giornale. “In un verbale di interrogatorio riservato, il detenuto iracheno M060108-01 è presentato come un prigioniero modello, "collaborativo" con i suoi carcerieri americani e insolitamente loquace. A volte sembrava che facesse di tutto per rendersi utile, soprattutto quando gli veniva offerta la possibilità di dare informazioni sui suoi rivali interni dell’organizzazione, allora nota come Stato islamico dell’Iraq”. “Il detenuto sembra essere più collaborativo ad ogni sessione”, riferisce un verbale del 2008 riguardante il prigioniero, il cui vero nome è Amir Muhammad Sa’id Abd-al-Rahman al-Mawla. ‘Il detenuto sta fornendo molte informazioni sui membri dell’Isis’, aggiunge un altro verbale”. “Come documentato nei 53 verbali resi in parte pubblici, la collaborazione di Mawla con le forze armate americane comprendeva l’assistenza al personale specializzato nel riprodurre gli identikit dei più importanti ricercati per sospetto terrorismo, ma egli è arrivato perfino a indicare i ristoranti e i caffè preferiti dai suoi ex compagni”.

L’uccello canterino del Terrore. “‘Al-Mawla era un uccello canterino di talento e abilità unici’, ha scritto Daniel Milton, professore associato presso il Combating Terrorism Center, uno dei ricercatori che hanno esaminato i documenti, in un saggio pubblicato sul blog Lawfare, specializzato in sicurezza nazionale. ‘Questi [verbali ndr] sono pieni zeppi di tali dettagli'”. “Nel corso di diversi interrogatori tenuti nel 2008, il detenuto ha fornito indicazioni precise su come trovare il quartier generale segreto dell’ala mediatica del gruppo ribelle cui apparteneva, dettagliando  perfino il colore della porta principale [della sede] e le ore del giorno in cui l’ufficio sarebbe stato occupato”. “Sembra che Al-Mawla sia stato catturato alla fine del 2007 o all’inizio del 2008, ed è stato sottoposto a dozzine di interrogatori dai militari statunitensi. Non è nota la data precisa del suo rilascio, ma i verbali degli interrogatori si interrompono nel luglio 2008”. Amir Muhammad Sa’id Abd-al-Rahman al-Mawla è ora noto come Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, l’uomo che, dopo l’uccisione Abu Bakr al-Baghdad, per anni leader indiscusso dell’Isis, ne ha preso il posto. Così dal 2019 è il Califfo dello Stato islamico, noto anche come Isis.

Quel che abbiamo riportato è parte di un articolo il New York Times, che rende pubblica questa storia senza alcun imbarazzo per quello che si può definire – per usare un cauto eufemismo – un evidente errore di valutazione della Sicurezza americana. Nulla si sa del modo con cui l’ex collaboratore dell’Us. Army sia diventato Califfo dell’Isis. Tale carica non si ottiene tramite un’elezione generale interna all’organizzazione, né ci si può nominare da soli. Sul punto mancano informazioni dettagliate, ma si può arguire che essa sia appannaggio di una cerchia interna di iniziati. Come abbia fatto l’ex uccello canterino della Sicurezza Usa a convincere tali iniziati a sceglierlo come guida della loro Agenzia di Macelleria internazionale è un chiuso mistero. Ma evidentemente le prigioni americane portano fortuna ai profeti del Terrore. Anche al Baghdadi, secondo documenti del Pentagono, fu catturato e rinchiuso in una prigione gestita dai soldati dell’Us. Army, Camp Bucca. Ne uscì 11 mesi dopo, rilasciato (così si presume, dato che se fosse evaso ne sarebbe rimasta traccia documentale), e diede inizio alla sua missione satanica. Chissà se anche lui era stato altrettanto collaborativo con i suoi carcerieri per meritarsi una prigionia soft di qualche mese.  Non ci sono documenti al riguardo, non pubblici almeno.

Chesterton e Camp Bucca. Gli interna corporis delle Agenzie del Terrore riservano sorprese. Tornano alla mente, ci si consenta una divagazione letteraria-poetica, le peripezie di Gabriel Syme, protagonista dell’Uomo che fu Giovedì di Chesterton, che Scotland Yard riesce a infiltrare nel movimento anarchico, nel quale farà una brillante carriera, fino a diventare membro del Consiglio supremo del movimento, il Consiglio dei giorni, composto da sette membri, identificati con i giorni della settimana. Giovedì, questo il giorno assegnato a Smyne, scoprirà presto che anche gli altri membri del Consiglio sono infiltrati come lui, e lo stesso capo supremo in realtà è parte dei “buoni”. Fantasie letterarie, ovviamente, ma a volte la realtà supera la fantasia, come appunto in questo caso, data l’inspiegabile, fulminante, carriera nella multinazionale del Terrore dell’uccello canterino prediletto dall’intelligence Usa. Ci sarebbe da scrivere un libro anche su questo, ma purtroppo non ci sono più i Chesterton di una volta. Oggi abbiamo il New York Times, che pure va lodato per aver dato tanto spazio a questa documentazione (chissà chi l’ha fatta uscire…), anche se il giornale della Grande Mela che, più che interrogarsi sui fatti, rende noto che la fuga di notizie sul leader dell’Isis ha creato qualche malumore all’interno della Macelleria califfale. Qualcuno chiederebbe addirittura un cambio di guardia, che non possono mica macellare a comando di un uccello canterino. Non c’è problema: tolto un Califfo se ne fa un altro. Tanto di islamisti ex detenuti nelle prigioni americane ce ne son legioni. Al di là della facile ironia, la vicenda fa sorgere qualche domanda anche su questi campi di detenzione. Servono a eliminare pericoli pubblici e, se si ha fortuna, a restituire alcuni di essi alla vita civile. In realtà sembrano produrre l’esatto contrario, alimentando la Macelleria internazionale. Ma questo, le Agenzie del Contro-Terrore lo sanno meglio di noi.

Vogliono sdoganare Al Qaeda? Giovanni Giacalone su Inside Over l'11 aprile 2021.  Gli Stati Uniti provano per l’ennesima volta a sdoganare i jihadisti da utilizzare a proprio uso e consumo in Medio Oriente; una strategia vecchia, fallimentare e che ha portato soltanto devastazione, ma a Washington sembrano non voler apprendere la lezione. E’ così che se nel 2013 il Dipartimento di Stato americano inseriva nella black list dei terroristi internazionali Muhammad al-Julani, ex comandante in ciò che era una volta lo Stato Islamico d’Iraq, già arrestato dagli americani, poi liberato e divenuto leader della branca siriana di al-Qaeda, ora nota come Hayyat Tahrir al-Sham/Hts (ex Jabhat al-Nusra), oggi tale personaggio diventa una star mediatica e politica per mano del Public Broadcasting System (Pbs). Il conduttore della trasmissione “Frontline“, Martin Smith, si è infatti recato nella zona di Idlib per una lunga intervista con il leader jihadista su cui pende anche una taglia da 10 milioni di dollari (con inserzione anche su sito Fbi). L’obiettivo della lunga intervista è chiaro: tentare di legittimare politicamente al-Julani e i suoi per intraprendere l’ennesimo maldestro tentativo di mostrare una parvenza di opposizione ad Assad, un’improbabile alternativa in salsa islamista ma non jihadista; un qaedista rinnegato che ora tenta di mostrarsi “moderato” (un po’ come i famosi “ribelli moderati” della rivolta del 2011 che poi di moderato hanno mostrato ben poco), pentito di aver fatto parte di al-Qaeda (con tanto di giuramento di fedeltà ad al-Zawahiri nell’aprile del 2013), ma precisando di non aver mai perpetrato attacchi al di fuori della Siria. Curiosamente, la stessa scusante utilizzata dall’inviato speciale del governo Usa per la Siria, James Jeffrey (sia durante l’amministrazione democratica che sotto Trump) che nel febbraio dello scorso anno, nel tentativo di sdoganare i qaedisti siriani, aveva dichiarato che “dopotutto Hayyat Tahrir al-Sham non aveva pianificato o perpetrato attacchi a livello internazionale (fuori dalla Siria)” e che “in alcune circostanze potevano anche diventare interlocutori”, dunque da rimuovere dalla black list del terrore. Ebbene, Jeffrey lo ha ribadito, perché a suo dire Hts è “il male minore” tra le differenti opzioni in campo, un asset degli Stati Uniti in uno dei luoghi più importanti del Medio Oriente. Dichiarazioni agghiaccianti che non possono non scatenare lo sdegno di chi si occupa di analisi sul terrorismo. Secondo il ragionamento di Jeffrey infatti, Hayyat Tahrir al-Sham non andrebbe considerata terrorista in quanto ha commesso attentati solo a livello domestico, in territorio siriano. Ammesso che ciò sia credibile, per Jeffrey le vittime siriane del terrorismo jihadista non avrebbero alcun valore rispetto a quelle di altri Paesi? Perchè la teoria va chiaramente in quella direzione ed è estremamente preoccupante. Se utilizziamo la definizione forse attualmente più oggettiva di “terrorismo”, quella del Dr. Boaz Ganor dell’International Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, secondo cui in sunto trattasi di “violenza perpetrata nei confronti di obiettivi civili con fini politici”, ci si può rendere conto quanto irrazionale sia l’esternazione di Jeffrey, che fa invece leva sui concetti di “territorialità” e “giusta causa” (in territorio siriano e in nome della lotta contro Assad); i medesimi principi utilizzati da attori come Hamas e l’Iran (contro Israele, in nome del Jihad).

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. La strategia del proxy jihadista non è certo una novità, ma risale all’epoca dell’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979-89) quando la Cia foraggiò, armò e addestrò i cosiddetti “mujahidin” contro Mosca, molti dei quali erano però volontari provenienti da vari Paesi arabi ed arabofoni (Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria…) che avrebbero poi fondato proprio al-Qaeda, a fine conflitto. Alcuni di questi, una volta rientrati nei propri Paesi d’origine, diedero il via al jihad domestico (vedasi la Gamaa al-Islamiyya in Egitto, il Gspc in Tunisia e il Gia in Algeria) con una serie di sanguinosi attentati. Attenzione però, perchè anche in questo caso Washington trovò il modo di utilizzarli come proxy, inviandoli in Bosnia durante il conflitto contro i serbi (1991-95), lunga mano di Mosca nei Balcani ed anche in Cecenia dove perpetrarono crimini di ogni genere. Basti pensare a personaggi del calibro di Anwar Shabaab e Emir al-Khattab, entrambi ex “mujahidin”, leader rispettivamente dell’unità “el-Mudzahid” a Zenica e dell’internazionale jihadista di Cecenia. Anche nel caso della Siria i jihadisti tornano utili e ciò nonostante il tentativo già fallito durante le cosiddette “Primavere Arabe” e così, pur di non mollare l’osso, a Washington sono pronti a sdoganare persino i tagliagole di al-Qaeda, purché si pentano però ed è così che riparte la macchina della propaganda e con una sfacciataggine che sbigottisce. Durante l’intervista infatti al-Julani è arrivato ad affermare che il jihad in Siria non rappresenta un pericolo per l’Europa e l’America in quanto l’area non è trampolino di lancio per il jihad all’estero. Chissà cosa avrebbero da dire le vittime dei vari attentati perpetrati in Europa ed in particolar modo in Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna. Un vero e proprio insulto alle vittime del terrore jihadista, ma a Washington possono permettersi questo ed altro. Al-Julani e “company” hanno una risposta per tutto ed è così che attivisti, giornalisti e reporter (ben 73 secondo la Commissione Onu) finiti in galera a Idlib per aver osato criticare i jihadisti di Hts diventano magicamente “spie russe” e “agenti del regime”. False anche le denunce della Commissione per quanto riguarda torture, abusi sessuali e violazioni dei diritti umani; Julani ha infatti raccontato a Smith di essere pronto a far entrare commissioni per i diritti umani nelle prigioni di Hts, per mostrare loro come sono trattati bene i detenuti e se lo dice Julani non vi è motivo di dubitare. L’esperto di terrorismo del Washington Institute for Near East Policy, Aron Zelin, che conosce molto bene il profilo di al-Julani, ha ragione quando si chiede come si possa ritenere credibile un personaggio con tale trascorso che sta solo cercando di sopravvivere e di restare al potere. L’unico modo per riuscirci è fare esattamente ciò che sta facendo, quello che vuole Washington. Piccolo dettaglio, durante l’intervista, Smith ha chiesto ad al-Julani se Hts fosse pronta a rilasciare il giornalista statunitense Bilal Abdul Karim, arrestato nell’agosto del 2020. Il leader jihadista ha risposto che il caso dipendeva dalle autorità giudiziarie, ma curiosamente il giornalista è stato rilasciato due settimane dopo l’intervista. Così, mentre la Siria cerca di ritrovare una parvenza di normalità dopo anni di devastante guerra civile, c’è chi ancora una volta architetta “rivolte popolari”, sdogana tagliagole che diventano “legittima opposizione politica” e tutto ciò affianco dell’alleato turco esportatore di jihadisti in Siria e Libia. E’ proprio a Idlib infatti che militari turchi vennero immortalati in un filmato lo scorso anno a fianco dei jihadisti al grido “Allahu akbar“, ma questa è un’altra storia.

Anno Domini 1900, quando gli Stati Uniti diventarono impero. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 28 marzo 2021. Gli Stati Uniti possono essere considerati un impero? Questa domanda dilania il mondo della politologia dall’epoca della guerra fredda e la realtà politica sin dall’età dell’espansionismo a ponente e meridione nel nome del Destino manifesto e della dottrina Monroe. Politologi e politici continuano ad essere divisi su quale possa essere la definizione migliore per descrivere gli Stati Uniti, ma concordano su un fatto: la nazione non può ammettere a se stessa di essere un impero, in ragione della valenza intrinsecamente negativa del termine, perché ciò equivarrebbe a confessare che gli ideali della generazione di George Washington sono stati traditi e che la Nuova terra promessa ha interiorizzato quella forma mentis imperialista contro la quale ha combattuto. In realtà, che il dibattito sia ancora in corso e lontano dal finire non è rilevante, perché i numeri della politica estera degli Stati Uniti sono più eloquenti ed esplicativi dei libri, delle opinioni e delle teorie: 800 basi militari operanti in 80 Paesi, 200mila soldati dispiegati in tutto il globo – un terzo dei quali in Medio Oriente –, 6.4 trilioni di dollari spesi in interventi militari e guerre fra Medio Oriente e Asia dall’11/9 ad oggi, almeno 81 operazioni di interferenze elettorali certificate dal 1946 al 2000, 72 regime change falliti durante la guerra fredda (e altrettanti andati a buon fine) e 208 anni su 223 trascorsi inviando o avendo truppe all’estero nel contesto di guerre, missioni multinazionali, rovesciamenti di governi ostili e/o repressione di rivoluzioni. Cifre e fatti alla mano, gli Stati Uniti possono essere legittimamente fatti rientrare nella categoria dei cosiddetti imperi informali, cioè entità imperiali che alle colonie preferiscono i protettorati e che mantengono il controllo sui propri domini a mezzo di interventismo aperto e coperto, interdipendenza economica (e politica) tra centro e periferie e instrumenta regni come l’intrattenimento (Hollywood) e la religione (protestantesimo evangelico). L’eterno dilemma sull’impero, però, abbisogna di un elemento ulteriore per essere risolto definitivamente: una data. Quando, in breve, è avvenuta la trasformazione degli Stati Uniti in impero? La risposta potrebbe sorprendere i più: in occasione delle elezioni presidenziali del 1900.

La nascita dell’Impero. Gli Stati Uniti non sarebbero diventati un impero nel tentativo di mettere in pratica i dettami della dottrina Monroe, e neanche nell’ambito della traslazione nel Pacifico medio-occidentale del Destino manifesto o come risultato della seconda guerra mondiale, ma all’indomani del loro intervento nella guerra d’indipendenza cubana e nella rivoluzione filippina. Era il 1900, erano passati due anni dalla guerra tra Washington e Madrid per il controllo su L’Avana, e l’elettorato era chiamato a scegliere tra il democratico William Jennings Bryan e l’uscente repubblicano William McKinley. Non la situazione economica domestica, ma la politica estera sarebbe stata al centro dei programmi elettorali dei due politici e avrebbe polarizzato l’opinione pubblica statunitense. McKinsey era un fautore dell’interventismo all’estero, sempre, comunque e dovunque, nonché un sostenitore del colonialismo – la chiamata alle urne avveniva sullo sfondo dei tentativi americani di annettere le Filippine dopo averle strappate al decadente impero spagnolo –, mentre Bryan era un bellicista redento, un convertito alla causa dell’anti-imperialismo. Quell’anno, in sintesi, il popolo americano non avrebbe scelto semplicemente tra Democratici e Repubblicani, ma tra l’America come Esperimento o come Destino o, parafrasando Bryan, tra l’America come Democrazia o come Plutocrazia.

Il discorso di Bryan. Bryan avrebbe tentato l’impossibile: aprire gli occhi ad un’opinione pubblica inebriata dall’effetto Cuba ed euforica al pensiero che gli Stati Uniti fossero sul punto di divenire una potenza bi-continentale, spiegandole che il cittadino ordinario non avrebbe guadagnato un dollaro da quelle conquiste ma che altri, invece, avrebbero sofferto grandemente a causa di quel militarismo. Il pensiero di Bryan sarebbe stato emblematizzato mirabilmente in un discorso tenuto a Indianapolis l’8 agosto 1900 e passato alla storia come “Imperialismo: La bandiera di un Impero” (Imperialism: Flag of an Empire). Trascritto in maniera tale da permetterne la trasmissione alla posterità, Imperialismo rappresenta una pietra miliare della storia politico-culturale degli Stati Uniti del primo Novecento e il pilastro del movimento anti-imperialista nordamericano. Il discorso è inaugurato da un lungo j’accuse nei confronti del Partito Repubblicano, accusato da Bryan di essere la longa manus di circoli plutocratici e sotto scacco di “veneratori di mammona” puramente interessati al denaro e indifferenti ai bisogni dell’Uomo comune. I Repubblicani, sosteneva Bryan, avevano fatto della politica il mezzo e della ricchezza il fine, dando vita ad una legislazione che trasformava “il denaro nel padrone e gli uomini in servi”. Le guerre appoggiate da McKinley non avrebbero contribuito alla causa del benessere del popolo americano, in quanto utili all’arricchimento di pochi, così come la colonizzazione delle Filippine non avrebbe servito l’interesse nazionale. I filippini, sosteneva Bryan, andavano liberati, non soggiogati, e i Repubblicani non avevano il diritto di riempire fraudolentemente la guerra di venature religiose utili a conquistare il favore dei credenti più ingenui. Perché “le guerre di conquista lasciano un’eredità di odio perpetuo”, un sentimento contrario al piano divino per gli Uomini, i cui cuori sono stati riempiti “di amore per la libertà da Dio stesso” e che non sono stati creati per essere asserviti “ad un padrone straniero”. L’elettorato cristiano, alla luce del falso messianismo sventolato da McKinley, avrebbe dovuto rammentare che “l’amore, non la forza, era l’arma del Nazareno; che aveva raggiunto il cuore umano sacrificandosi per il prossimo, non sfruttandolo”. Ma le guerre di aggressione (e conquista), secondo Bryan, sarebbero state deleterie anche per un’altra ragione: la corruzione del popolo che le appoggia e della nazione nel suo complesso. Gli Stati Uniti, in sintesi, una volta abituatisi ad intromettersi negli affari esteri altrui, utilizzando la scusante della lotta all’imperialismo per perpetrare imperialismo a loro volta, avrebbero rischiato di sviluppare una forma di assuefazione perniciosa al bellicismo e di dar vita ad un “establishment militare”. Rifacendosi ampiamente al pensiero di Abramo Lincoln, citato in più occasioni, il candidato Dem tentò di spiegare alla folla che “la sicurezza di questa Nazione non è nella sua flotta, nel suo esercito o nelle sue fortezze, ma in quel suo spirito che valorizza la libertà quale patrimonio degli uomini di tutte le terre, di ogni dove” e che suddetto spirito sarebbe stato ucciso “piantando i semi del dispotismo davanti alle porte [degli Stati Uniti]”. Bryan non rigettava nemmeno il pensiero jeffersoniano sul diritto-dovere degli Stati Uniti di diffondere la libertà nel mondo, perché profondamente convinto dell’eccezionalità della nazione indispensabile, ma non avrebbe commesso l’errore dei Repubblicani di confondere “l’espansione con l’imperialismo”, cioè la propagazione dei valori con l’annessione di interi territori. Gli americani, infine, non avrebbero dovuto farsi ammaliare dalla fascinazione per la grandezza, perché “l’imperialismo sarebbe redditizio per i produttori di armi, sarebbe redditizio per i proprietari di navi che trasporterebbero soldati vivi nelle Filippine e li riporterebbero a casa morti, sarebbe redditizio per i grandi imprenditori e sarebbe redditizio per quegli ufficiali i cui salari sarebbero fissati qui e pagati laggiù, ma per il contadino, il lavoratore e la grande maggioranza di quelli impiegati in altri settori comporterebbe spese senza ritorno economico e rischi senza ricompense”.

Il dopo-dibattito. Gli appelli di Bryan al buonsenso degli americani sarebbero caduti nel vuoto. La sua (seconda) corsa alla presidenza terminò in maniera fragorosamente fallimentare: 6.370.932 di suffragi (45,52%), l’equivalente di 155 grandi elettori e 17 stati federati, un risultato di gran lunga inferiore rispetto al 1896, quando Bryan ottenne 6.510.807 voti (47,7%) ed un totale di 176 grandi elettori e 22 stati federati. McKinley, grazie al focus sui benefici dell’imperialismo, riuscì ad aumentare voti (da 7.112.138 a 7.228.864), grandi elettori (da 271 a 292) e controllo dei singoli stati (da 23 a 28) rispetto all’appuntamento elettorale di quattro anni prima. Vivere pienamente il secondo mandato, però, si rivelò impossibile: il 6 settembre 1901 cadde sotto il fuoco di un terrorista anarchico, tal Leon Czolgosz, morendo dopo otto giorni di ricovero. Lo scettro di McKinley fu raccolto dall’allora vicepresidente Theodore Roosevelt, un esponente dell’ala più interventista del Partito Repubblicano la cui politica estera muscolarista sarebbe stata ribattezzata la “diplomazia del grosso bastone”. Anche lui, come McKinley, sarebbe stato osannato dall’opinione pubblica ed è tuttora considerato uno dei presidenti più popolari della storia degli Stati Uniti. Molto differente, invece, il fato di Bryan: dimenticato dagli elettori, privato di visibilità dalla grande stampa e allontanatosi dalla politica dopo aver rotto con il Partito Democratico in seguito alla decisione di Woodrow Wilson di entrare nella Prima guerra mondiale, avrebbe trascorso gli ultimi anni della propria vita a parlare di fede tra chiese e università, sviluppando una sorta di ossessione per il dibattito tra darwinismo e creazionismo. Oggi, a distanza di centoventuno anni da quelle combattute elezioni, si può ammettere candidamente che la storia ha dato torto a coloro che vollero dare ragione a McKinley: nell’Anno Domini 1900 non si votò tra Democratici e Repubblicani, ma tra democrazia e plutocrazia, tra pace e guerra, tra libertà e imperialismo. Quell’anno, decretando la sconfitta di Bryan, le urne avrebbero entusiasticamente dato vita all’Impero.

Valeria Robecco per "il Giornale" il 31 maggio 2021. È un clima pesante quello che si respira a Tulsa alla vigilia del centesimo anniversario di una delle più cupe e violente pagine del razzismo in America. Una ferita ancora aperta in una città spaccata che sembra rifiutare di fare i conti con il suo passato. Il timore di scontri in vista della ricorrenza è alto, e sono già scoppiate divisioni politiche e razziali. Sabato si è tenuta una dimostrazione a favore del Secondo Emendamento organizzata dal New Black Panther Party, con i manifestanti armati che hanno chiuso le strade al grido di: «Cosa vogliamo? Giustizia! Quando? Adesso! Come la otterremo? Con ogni mezzo necessario!». Sulle commemorazioni pesa l'ombra dei suprematisti bianchi e di una loro contromanifestazione, ma pesano anche le tensioni sugli eventi pianificati, come dimostra l'improvviso annullamento (per circostanze inaspettate con gli intrattenitori e i relatori, è stata la laconica spiegazione) dell'atteso concerto «Remember and Rise», a cui doveva partecipare il cantante John Legend e l'attivista per afroamericana Stacey Abrams. C' è poi la questione mai risolta dei risarcimenti alle famiglie e ai discendenti delle vittime del massacro del 1921 nel quartiere di Greenwood, che allora rappresentava una delle comunità afroamericane più prospere degli Stati Uniti, tanto da essere soprannominata «Black Wall Street». Dopo anni di scontri in tribunale che non hanno portato a una soluzione, ora il tema si è riaperto quando gli unici tre sopravvissuti ormai ultracentenari - Viola Fletcher, Hughes «Uncle Red» Van Ellis e Lessie Benningfield Randle - hanno chiesto l'intervento del Congresso perché i loro discendenti vengano compensati per i danni subiti. Oltre questo, c' è il fatto che nessuno è stato mai punito per quanto accaduto. Il dipartimento per la sicurezza interna ha diffuso un'allerta secondo cui le commemorazioni «sono obiettivi attraenti per alcuni suprematisti ed estremisti bianchi violenti, motivati da ragioni razziali o etniche, per commettere violenza». La polizia di Tulsa si è mobilitata e ha chiesto agli abitanti di segnalare qualunque comportamento o episodio inusuale. Anche in vista, domani, dell'arrivo a Tulsa del presidente americano Joe Biden, che vuole tendere la mano alla comunità afroamericana e facilitare una riconciliazione. Proprio nel giorno in cui la città riprenderà gli scavi di una fossa comune nel cimitero di Oaklawn che potrebbe essere collegata al massacro del 1921, quando tra il 31 maggio e il 1° giugno, orde di bianchi attaccarono e distrussero con armi ed esplosivi la comunità afroamericana di Greenwood, uccidendo sino a 300 persone e lasciando 10mila neri senza casa. I tumulti scoppiarono dopo che un giovane afroamericano, Dick Rowland, venne arrestato e accusato di violenza sessuale contro Sarah Page, 17enne bianca addetta agli ascensori in un edificio commerciale. Una folla di centinaia di bianchi si radunò fuori dal carcere dove era rinchiuso Rowland, e 75 afroamericani (alcuni armati) si diressero verso la prigione per impedire che il ragazzo fosse linciato. A quel punto iniziò uno scontro a fuoco tra i due gruppi in cui morirono dieci bianchi e due neri: fu l'inizio delle violenze di un gruppo di bianchi, che la notte e il mattino seguente invasero il quartiere uccidendo gli abitanti e dando fuoco a case e a negozi.

L'omicidio di Abraham Lincoln e il complotto del Venerdì santo. Piccole Note il 3 maggio 2021 su Il Giornale. Il palco dove Abraham Lincoln fu ucciso a colpi di pistola al Ford’s Theatre di Washington. Il Washington Post del 3 maggio rivisita una tragica pagina di storia americana, l’omicidio di Abraham Lincoln, per indugiare sul ruolo che ebbe nella circostanza una delle sue guardie del corpo e per ricordare che non si trattò di un omicidio isolato, ma di un complotto più vasto e articolato, che prese di mira le figure chiave della sua amministrazione. I fatti sono noti: Lincoln è stato forse il presidente più divisivo della storia degli Stati Uniti. Era amato da tanti per il suo carattere, per aver portato l’Unione alla vittoria contro i ribelli del Sud e per aver liberato gli schiavi (e dire che durante le manifestazioni anti-razziste dei mesi scorsi volevano buttar giù una statua in suo onore…). Per gli stessi motivi era odiato dal Sud che aveva nei suoi maggiorenti un potere forte, anzi fortissimo, data la potenza dell’industria del cotone. Il 14 aprile 1865, cinque giorni dopo la resa del generale Robert Lee, che segnò la disfatta dei Confederati, Lincoln si reca al Ford’s Theatre di Washington per assistere allo spettacolo Our American Cousin. Nel palco riservato a lui e alla moglie Mary, avrebbe dovuto esserci anche il generale Ulysse’s Grant, che aveva guidato il Nord alla vittoria, ma questi aveva rinunciato, eludendo così il destino che l’attendeva. Al posto del generale, la coppia presidenziale invita Clara Harris e il suo fidanzato, il maggiore Henry Rathbone. Tante le minacce di morte indirizzate al presidente, che per questo era tenuto sotto sorveglianza 24 ore su 24. Quella sera a vegliare su di lui avrebbe dovuto esserci John Frederick Parker, uomo poco affidabile, dedito al bere e ad altro. Parker aveva il compito di sorvegliare il palco riservato al presidente, al quale si accedeva tramite un apposito corridoio. Gli era stata data una sedia per sorvegliare la porta di accesso al palco, ma da quella postazione non poteva assistere allo spettacolo. Così, dopo un po’, decise di godersi la commedia mischiandosi al pubblico in sala, anche se durante l’intervallo fu visto chiedere da bere al bancone dello Star Saloon. attiguo al teatro “Se sia tornato a teatro o meno resta ancora un mistero”, chiosa il WP. Così l’assassino John Wilkes Booth, un attore teatrale, poté agire indisturbato. Penetrato nel palco armato di una Derringer e di un pugnale, sparò un colpo in testa il presidente, mentre con il pugnale, col quale avrebbe dovuto uccidere Grant, si liberò di Rathbone che aveva tentato di bloccarlo. Il piano era stato studiato bene: Booth sparò durante una delle battute più esilaranti della commedia, così che il rumore delle risate e degli applausi coprisse quello della detonazione. Ebbe allora tutto il tempo di scappare, dato che la folla si accorse dell’accaduto solo quando la moglie di Lincoln iniziò a urlare che avevano sparato al presidente. Prima che il pubblico realizzasse appieno l’accaduto, Booth si era già fatto largo tra la folla ed era già arrivato sul retro del teatro, dove lo attendeva il suo cavallo, predisposto per la fuga. Nello stesso momento, due sicari attentavano alla vita del Segretario di Stato William Seward, che si salvò solo grazie all’intervento della sua guardia del corpo, mentre l’uomo che doveva uccidere il vicepresidente Andrew Johnson all’ultimo momento ebbe una crisi e si tirò indietro. Insomma, non si trattava solo di uccidere il presidente degli Stati Uniti, ma di azzerare la stessa amministrazione: una sorta di colpo di Stato. Il resto della storia è noto: Booth fu rintracciato il 26 aprile successivo e morì nel rogo appiccato al fienile nel quale si era rifugiato (così almeno nelle cronache) e gli inquirenti individuarono otto membri del complotto, quattro dei quali finirono sulla forca. “Stranamente, la scomparsa di Parker attirò poca attenzione” da parte delle autorità, annota il WP. La guardia del corpo di Lincoln fu accusata semplicemente di aver svolto male il suo lavoro e, dopo un po’, fu persino riammessa in servizio, con ancora la vedova del presidente alla Casa Bianca. Mary era convinta che egli facesse parte del complotto per assassinare il marito, come ebbe a rivelare in seguito la sua sarta, l’afroamericana, Elizabeth Keckley. Ma mai esplicitate dalla stessa (aveva paura?). L’omicidio fu consumato il Venerdì santo, giorno presumibilmente non casuale, date le derive sataniche del Ku Klux Klan al quale era consegnata tanta élite sudista (vedi simbologie delle croci infuocate e quanto altro). Se riportiamo la nota del WP è perché ci ha incuriositi sia per l’insistenza sul ruolo della guardia del corpo del presidente sia perché non c’è alcuna ricorrenza specifica a motivare l’articolo, come accade in genere nei media (né un giornale come il WP necessita di riempitivi). Curiosità che resta inevasa…

Ps. Per la cronaca, a liberare gli schiavi fu un presidente repubblicano, mentre gran parte del partito democratico si schierò con i sudisti, cioè con quelli oggi sarebbero indicati come suprematisti bianchi. La storia riserva sorprese…

La Marina Usa prevede di utilizzare sciami di droni “vaganti” da sottomarini e navi. Paolo Mauri su Inside Over il 2 marzo 2021. Il 28 febbraio Raytheon si è aggiudicata un contratto da 32 milioni di dollari per sviluppare un sistema di droni sciame in grado di operare autonomamente secondo il principio delle “munizioni vaganti” per la U.S. Navy. Il contratto prevede la creazione di un nuovo sistema basato sul Coyote Block 3 (Cb3) Autonomous Strike già acquisito dall’U.S. Army, che avrà la capacità di essere lanciato da navi di superficie senza equipaggio (Usv) e sottomarini senza pilota (Uuv). Il concetto alla base previsto per l’utilizzo di questo sistema, potenzialmente rivoluzionario per la guerra navale, è quello di condurre operazioni per fornire dati di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr) nonché capacità di attacco di precisione da piattaforme marittime. La particolarità, ma sarebbe meglio dire l’unicità, del progetto è che consiste nell’utilizzo di “munizioni vaganti”, ovvero una categoria di sistemi d’arma in grado di essere lanciati preventivamente e restare in volo “vagando” per un po’ nell’area di operazioni cercando obiettivi e attaccandoli autonomamente una volta individuati. Si tratta, fondamentalmente, di sciami di piccoli droni “killer”, dotati di intelligenza artificiale, che possono, oltre a colpire e distruggere obiettivi, contribuire ad ampliare il raggio di osservazione e ricognizione sul campo di battaglia, in questo caso sul mare. Le “munizioni vaganti” vanno a occupare una nicchia compresa tra i missili da crociera e veicoli aerei da combattimento senza pilota (Ucav), condividendo caratteristiche con entrambi. Differiscono dai missili da crociera in quanto sono progettati per restare in volo circuitando in un’area precisa per un tempo relativamente lungo e dagli Ucav in quanto sono destinati ad essere spesi in un attacco avendo una testata bellica incorporata, ovvero non sganciando il munizionamento per poi tornare alla “base”. L’uso di questo tipo di strumenti potrebbe consentire una maggiore capacità di discriminare tra unità combattenti e non combattenti rispetto ad armi equivalenti come mortai, razzi, artiglierie navali e piccoli missili. La capacità di restare in volo per lungo tempo in attesa di questi sistemi consente di rilevare e monitorare potenziali bersagli per lunghi periodi prima di un attacco, riducendo così il rischio di “danni collaterali”. Inoltre le “munizioni vaganti” potrebbero consentire una maggiore precisione rispetto ad altri armi, in quanto l’intelligenza artificiale li guiderebbe sul bersaglio: sono in grado, come un qualsiasi sciame di drone, di cambiare la loro traiettoria, anche bruscamente, mentre molte munizioni equivalenti non ne hanno la capacità. Un ulteriore pregio di questo tipo di sistema è che risulta essere più economico di alcuni missili da crociera, che hanno un livello di precisione simile. Vari modelli di “munizioni vaganti” sono dotati di una sistema di guida che consente agli operatori di annullare un attacco a metà del volo e di abbandonare l’aereo in modo innocuo. Si tratta quindi di sistemi ad intelligenza artificiale basati sul principio human-in-the-loop, ovvero in grado di avere un qualche tipo di intervento dell’uomo nel corso della missione, a differenza, ad esempio, di altri sistemi autonomi attualmente in avanzata fase di sviluppo e prossimi all’ingresso in servizio come il siluro nucleare Poseidon russo. Avere la possibilità di controllo umano permette un elevato grado di sicurezza, in quanto è possibile intervenire, teoricamente, sino all’ultimo secondo prima dell’attacco, ma non è ancora chiaro il grado di controllo che sarà utilizzato in questi nuovi sistemi. Fino ad oggi la possibilità di utilizzare questi sistemi in ambito navale non era mai stata presa in considerazione, ma i nuovi sviluppi mostrano che molto presto vedremo l’introduzione di “munizioni vaganti” su assetti navali particolari ed indicativi di una nuova strategia. Si parla, infatti, del loro impiego su unità di superficie e sottomarine “senza pilota”, come ad esempio sull’Orca, il progetto americano per un Xluuv, acronimo di Extra-Large Unmanned Underwater Vehicle, un sottomarino senza equipaggio di grandi dimensioni che sarà armato di missili da crociera, siluri, mine e altri piccoli droni subacquei. L’introduzione di un sistema automatico volante, in grado anche di raccogliere informazioni, aumenterà a dismisura il raggio d’azione dell’U.S. Navy senza mettere a repentaglio le unità maggiori, e quindi gli equipaggi. In particolare, proprio il suo uso su grossi sottomarini senza pilota, aprirà nuove prospettive nella guerra sui mari. Pensiamo alla possibilità, ad esempio, di effettuare operazioni di sea denial restando celati nelle profondità marine, o di supportare un assalto anfibio preparandolo con un attacco di sorpresa con questi sciami di droni killer automatici, che potrebbero anche restare in volo durante lo sbarco in attesa di colpire automaticamente il nemico una volta palesatosi. Questi sistemi inoltre potrebbero essere integrati nei sistemi di gestione del combattimento delle navi più grandi e venire utilizzati con gli altri sistemi di bordo: potrebbero fornire, ad esempio, la valutazione dei danni inflitti in combattimento dopo un attacco con missili da crociera. È difficile per gli attuali sistemi navali in uso difendersi dagli attacchi di sciami di piccole imbarcazioni o droni. Le navi hanno canali di controllo del fuoco limitati e difficilmente riuscirebbero a “parare il colpo” di una formazione di piccoli droni, soprattutto se l’attacco venisse effettuato utilizzando sistemi classici come i missili antinave. Ma questi droni possono contribuire anche alla difesa delle unità navali: proprio per questa intrinseca debolezza dei sistemi di controllo del fuoco imbarcati, uno sciame di piccoli droni, mantenuto in volo al di sopra di una nave o di una squadra navale, potrebbe autonomamente colpire le piccole imbarcazioni veloce spesso usate per attacchi “mordi e fuggi” da parte di marine minori, come quella iraniana.

Henry Kissinger. Carlo Pizzati per "la Repubblica" il 28 febbraio 2021. Nel bel mezzo di una sontuosa cena presso il palazzo presidenziale pakistano, la notte dell'8 luglio 1971, il consigliere per la sicurezza nazionale americano Henry Kissinger accusò un malore, forse a causa del cibo esotico, del caldo soffocante o dei troppi viaggi. Dopo Saigon, Bangkok e Delhi, Islamabad era infatti la quarta tappa di un tour asiatico così estenuante che al seguito era rimasto soltanto un reporter americano. Subito, il presidente Yahya Khan fece accompagnare l'ospite d'onore in una villa sulle fresche colline a 2400 metri d'altura. Nell'auto però non c'era Kissinger, il quale invece, con il vice Watson Lord, due agenti segreti e un assistente, fu portato a un aeroporto militare dove lo attendevano quattro diplomatici cinesi. Alle 4 del mattino, Kissinger salì a bordo dell'aereo mascherato da un ampio cappello, un foulard sul viso e occhiali da sole scuri. A mezzogiorno, il diplomatico atterrò a Pechino e nelle successive 48 ore ebbe sei riunioni con il premier cinese Zhou Enlai. Quest'incontro era l'obiettivo della segretissima "Missione Marco Polo" che avrebbe cambiato le sorti della Guerra fredda. Riapparso nella villa pakistana due giorni dopo, fingendo d'essere guarito dal colpo di caldo, Kissinger telegrafò subito al presidente Richard Nixon un'unica parola: «Eureka». La disponibilità dei cinesi al dialogo aprì la strada a quella che Nixon chiamò «la settimana che cambiò il mondo», il suo viaggio a Pechino per riaprire i rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cina dopo ventidue anni di silenzio tra due nazioni divise dalle ideologie, dalla guerra del Vietnam e dalle rivendicazioni della Repubblica cinese di Taiwan, nata dopo la conquista della Cina da parte delle forze comuniste. È passato mezzo secolo da quel 1971 e i cambiamenti innescati dalla Missione Marco Polo hanno davvero trasformato il mondo. Quel viaggio rocambolesco fu ispirato anche da un incontro fortuito, pochi mesi prima, tra due concorrenti del 31esimo mondiale di ping-pong di Nagoya, in Giappone. L'americano Glenn Cowan, avendo perso il pulmino della sua squadra, salì sul successivo, accorgendosi troppo tardi che era quello del team cinese. Difficile capire l'impermeabilità culturale e ideologica dell'epoca della Guerra fredda, se non la si è vissuta. Cowan fu infatti accolto dalla sdegnosa indifferenza dei giocatori cinesi, tranne Zhuang Zedong che gli strinse la mano e gli regalò la stampa di una foto delle sue montagne che teneva nella borsa sportiva. Questa cordialità innescò, con il placet del presidente Mao Zedong, l'invito a Pechino, il 10 aprile 1971, dell'intera squadra americana, prima delegazione ufficiale in decenni a visitare la Repubblica Popolare cinese, se non si conta il viaggio di 11 militanti delle Pantere Nere. Fu anche quella "diplomazia del ping pong" ad avvicinare i due governi che non si parlavano, ma che da mesi cercavano un tramite segreto in Romania e in Pakistan. Nixon si era messo all'opera per stabilire un contatto con Mao fin dal suo primo giorno alla Casa Bianca. Alla rivista Time aveva rivelato un suo sogno: «Se c'è qualcosa che voglio fare prima di morire è andare in Cina». La dichiarazione aprì la "stagione della quadriglia" durante la quale le parti si studiavano a distanza, mettendosi alla prova. Bisogna ricordare che nell'era del maccartismo bastava esprimere il desiderio di visitare l'Unione Sovietica o la Cina per finire nelle purghe dell'anticomunismo americano. Invece Nixon riuscì ad avverare il suo sogno. Sette mesi dopo la Missione Marco Polo, eccolo atterrare in Cina per la prima visita di un presidente americano nella Repubblica Popolare cinese. Sette giorni, dal 21 al 28 febbraio 1972, viaggiando in tre città: Pechino, Hangzhou e Shanghai, passando anche per la Grande Muraglia. Mentre il presidente vedeva politici e diplomatici, la First Lady Pat Nixon visitava scuole, fabbriche e ospedali con un seguito di giornalisti. Nixon incontrò subito Mao Zedong, assieme a Kissinger e a Lord. Il dialogo durò un'ora. L'unico. Lord scrisse in seguito che Mao fu di poche parole: «Parlava con frasi secche e rapide. Pennellate veloci. Passava da un argomento all'altro in apparenza senza un filo. Soltanto dopo abbiamo capito che ci stava delineando la politica cinese del futuro». Invece Nixon e il premier Zhou Enlai si riunirono più volte. Il loro dialogo culminò nel Comunicato di Shanghai, che è tuttora la pietra fondante dei rapporti tra Usa e Cina. La visita alterò gli equilibri mondiali. Nixon aveva pieno interesse di uscire dall'impasse in cui si trovava l'America nella Guerra fredda, impantanata in Vietnam, con pochi progressi nell'insediare Taiwan come la "Cina legittima" e con il cruccio di un'Unione Sovietica così intraprendente che nel 1968 aveva addirittura invaso la Cecoslovacchia con i carrarmati. Fu proprio la primavera di Praga a esacerbare i rapporti tra Pechino e Mosca. Anche se il "blocco comunista" veniva visto dall'opinione pubblica occidentale come mono-litico, le spaccature c'erano eccome. Dopo le dozzine di soldati russi e cinesi morti in una disputa al confine sino-russo sul fiume Ussuri, Mao temeva l'entusiasmo espansionista sovietico. Il Grande Timoniere era pronto per la sterzata accogliendo la nemesi americana a casa sua. Difatti, non solo il viaggio di Nixon a Pechino ampliò la spaccatura strategica tra Cina e Unione Sovietica, costringendo i russi indeboliti sul fronte asiatico a una serie di concessioni a favore dell'America, ma diede inizio a un cambiamento epocale in Cina, che si aprì all'economia dei paesi capitalisti, trasformazione che maturò nelle famose riforme del "Socialismo con caratteristiche cinesi" coltivate negli anni Settanta da Deng Xiaoping. Gli anni Ottanta videro la decollettivizzazione dell'agricoltura e l'apertura agli investimenti stranieri mentre negli anni Novanta Pechino spalancò le porte a privatizzazioni e appalti ai privati. Nonostante le frenate del presidente Hu Jintao negli anni Duemila, le corsa alle riforme portò, tra il 1978 e il 2013, a una crescita dell'economia cinese del 9,5 per cento annuo. Fino all'arrivo di Xi Jinping che smantellò, in parte, il lavoro di Deng. La Missione Marco Polo che cinquant'anni fa rese possibile «la settimana che cambiò il mondo» fu la dimostrazione che, molto più del conflitto, l'abile arte di saper tendere la mano al momento giusto porta trasformazioni durevoli e profonde. Un'utile promemoria, in questo momento, per il presidente Joe Biden.

Flavio Pompetti per "il Messaggero" l'1 aprile 2021. G. Gordon Liddy, una delle ultime pedine dello scandalo Watergate, che distrusse la carriera politica di Richard Nixon e costrinse le sue dimissioni in seguito all'impeachment, è scomparso ieri nella sua casa in Virginia all'età di 90 anni. Il figlio Thomas non ha spiegato la causa del decesso, ma il padre da diversi anni soffriva del morbo di Parkinson. Liddy era stato uno dei cospiratori più fidati del presidente. Ex agente dell'Fbi, avvocato, ideatore di complessi quanto spericolati piani per difendere la Casa Bianca e il suo inquilino dalla curiosità e dagli attacchi di possibili oppositori politici. Era entrato nella squadra della campagna presidenziale di Nixon del '72, ed era stato chiamato a far parte della squadra degli idraulici, personale dell'intelligence specializzato nel prevenire e tappare fughe di notizie. Gordon fu uno dei più arditi ideatori di piani che variavano dall'introduzione di prostitute alla convention democratica per imbarazzare gli avversari, fino alla proposta di uccidere uno di essi, per fortuna mai portati a termine. Realizzò invece insieme all'ex agente della Cia Howard Hunt la regia dell'incursione di un gruppo di spie che il 28 di maggio del 1973 si introdussero nella sede direttiva del partito democratico a Washington, ospitato nel complesso edilizio del Watergate. Il commando rubò documenti e piazzò cimici per intercettare conversazioni telefoniche. L'azione fu ripetuta il 17 giugno, e questa volta una guardia di sicurezza lanciò l'allarme. Liddy e Hunt videro la polizia arrestare i loro uomini dalle finestre della stanza di albergo dove erano installati, e tornarono a casa alle tre di mattina consapevoli che presto anche loro avrebbero subito la stessa sorte. Nell'istruttoria della commissione Giustizia della camera Liddy non si piegò e si rifiutò di parlare, così come fece poi davanti al giudice. Ricevette la pena più severa dopo la condanna per intercettazione, rapina e complotto: da 6 a 20 anni, ma nel 1977 Jimmy Carter autorizzò il suo rilascio dopo quattro anni e quattro mesi di reclusione. Il ritorno alla vita civile dell'ex cospiratore fu fecondo. Liddy pubblicò alcuni libri gialli di incerto successo, prima di scalare le classifiche con Will (Volontà), l'ultima autobiografia che chiudeva la saga del Watergate. Si riciclò come attore nella fortunata serie televisiva Miami Vice, e infine divenne un'ascoltata voce di programmi radiofonici. Una carriera insospettabile per il giovane mingherlino ma dotato di ferrea determinazione, figlio di immigrati irlandesi e italiani, che si era costretto a mangiare un topo da bambino per dimostrarsi invincibile di fronte ai compagni.

Richard Nixon. Il 15 agosto 1971 un discorso di Nixon cambiò l’economia mondiale. Stefano Magni su Inside Over il 14 agosto 2021. Il 15 agosto 1971, esattamente mezzo secolo fa, mentre il mondo era in vacanza, l’allora presidente degli Usa Richard Nixon annunciava in televisione una nuova politica economica che avrebbe rivoluzionato il sistema monetario mondiale. Pochi se ne accorsero allora e il 15 agosto è un anniversario celebrato solo da chi si occupa professionalmente di finanza. Eppure ha cambiato anche il nostro stile di vita. Cosa annunciò Nixon, in quello che ora è passato alla storia come “Nixon shock”? Sospese “temporaneamente” la convertibilità del dollaro in oro. Da allora la moneta cessò di essere un sistema di scambio basato sull’oro, come era sempre stato, ma una nota di credito il cui valore è interamente basato sulla politica monetaria degli Stati e delle banche centrali. E, in ultima istanza, nella fiducia che tutti noi riponiamo in queste istituzioni. Allora erano in vigore, dal 1945, gli accordi di Bretton Woods, un sistema detto di “gold exchange standard”. Non era più un “gold standard” puro in cui la moneta poteva essere emessa solo in proporzione alle riserve auree possedute dallo Stato ed era convertibile in ogni momento da qualsiasi portatore. Già nella Prima Guerra Mondiale gli Stati belligeranti avevano dovuto emettere molta più moneta rispetto alle riserve auree effettivamente possedute e il gold standard era in declino. La novità del gold exchange standard, negoziato nel 1944 a Bretton Woods, nel New Hampshire (in piena Seconda Guerra Mondiale) ed entrato in vigore nel dicembre 1945 (a guerra appena conclusa) era la dollarizzazione. La valuta di riferimento divenne il dollaro, le altre valute erano legate al dollaro da un sistema di cambi fissi e il dollaro stesso poteva essere emesso in base alle riserve auree disponibili. Solo il dollaro, dunque, poteva essere convertito in oro e solo le banche centrali potevano compiere questa operazione. La “sospensione temporanea” della convertibilità del dollaro fu decisa da Nixon durante la guerra del Vietnam. I costi del lungo conflitto (iniziato nel 1959 ed entrato nella sua fase culminante, con l’intervento militare diretto americano, nel 1965) e, contemporaneamente, la spesa sociale aumentata a causa del programma della Great Society del presidente Johnson, avevano costretto la Federal Reserve (la banca centrale statunitense) a emettere molta più moneta rispetto alle riserve auree, come nelle due guerre mondiali. Il dollaro, inflazionato, stava perdendo valore ed era sempre più soggetto alla speculazione internazionale. Per motivi che oggi chiameremmo “sovranisti”, il presidente Nixon, un Repubblicano, decise di prendere il controllo della politica monetaria in modo più diretto. Nel suo storico annuncio televisivo Nixon fu cautamente ottimista sulla prossima conclusione del lungo conflitto in Vietnam e lanciò un programma economico per una “nuova prosperità” nella pace che ne sarebbe seguita. Per aumentare l’occupazione, tagliò le tasse che gravavano sul lavoro, per combattere l’inflazione impose dei controlli per congelare i prezzi, per proteggere la produzione americana introdusse dei dazi e, infine, per stabilizzare il dollaro e proteggerlo “dagli speculatori”, che a suo dire erano gli unici che stavano guadagnando dalla crisi, sganciò il dollaro dall’oro. Non ci volle più di un anno prima che il sistema nato a Bretton Woods nel 1944 collassasse in tutto il mondo. A cinquant’anni di distanza, gli effetti a lungo termine dello “choc” nixoniano sono ancora oggetto di dibattito. Le banche centrali e gli Stati sono molto più liberi di controllare l’emissione della moneta. Per sostenere la crescita e l’occupazione è ormai prassi consolidata aumentare la liquidità. Così ha fatto Alan Greenspan (che pure era “nato” come sostenitore del gold standard) dopo  l’11 settembre 2001, così come Ben Bernanke dopo la Grande Recessione del 2008 e infine Jerome Powell, attuale presidente della Fed nell’America che sostiene il disastro economico causato dalla pandemia di Covid-19. Il discorso di Mario Draghi del 2012, in piena crisi dei debiti sovrani, passato alla storia per l’espressione “Whatever it takes” e alla base delle iniezioni di liquidità della Banca centrale europea, è possibile solo in un sistema monetario completamente sganciato dall’oro. Questo è l’aspetto che gli economisti neo-keynesiani, monetaristi e anche teorici di scuole minoritarie, come la MMT (Modern Monetary Theory, nuova versione del vecchio “cartalismo”) ritengono comunque uno sviluppo positivo. Anche se si dividono su quanta liquidità immettere nel sistema e sull’opportunità di mantenere o meno l’indipendenza della banca centrale, piuttosto che sottoporla al controllo diretto del governo, concordano sul fatto che la moneta sia fiduciaria (“fiat money”) e non vincolata a una “commodity” fisica, come l’oro. I risultati diretti di queste politiche sono eclatanti. La liquidità globale, M2 (moneta, più i depositi in conto corrente, più tutte le attività ad elevata liquidità e valore certo), è cresciuta di 5 volte in un quarto di secolo, da 20mila a 100mila miliardi di dollari statunitensi. Soprattutto negli ultimi 20 anni, iniezioni di liquidità senza precedenti in occasione della Grande Recessione e della crisi dovuta alla pandemia, hanno portato ad un vero e proprio cambiamento di sistema. Assieme all’iper-liquidità è anche esploso il debito pubblico mondiale che, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, attualmente ammonterebbe a 277mila miliardi di dollari Usa, pari al 365% del Prodotto Interno Lordo mondiale. È sostenibile un sistema così indebitato? Secondo una scuola economica di minoranza, la Scuola Austriaca di Economia, corriamo rischi inaccettabili. Oltre ai parametri macro-economici, i cinquant’anni che ci separano dal discorso di Nixon hanno portato ad un peggioramento del tenore di vita generale e a un aumento sensibile delle disuguaglianze fra ricchi e poveri. Questo processo non va inteso in senso assoluto: salvo rari casi, quasi mai abbiamo assistito a un impoverimento generale della società. Semmai, si è sempre meno ricchi di quel che avremmo potuto essere, se si fosse mantenuto il sistema precedente. Secondo i calcoli dell’Economic Policy Institute, la produttività negli Usa è cresciuta del 246% dal 1948 al 2017, i salari del 115%. Ma mentre, fino al 1971 salari e produttività crescevano di pari passo (in alcuni momenti, nei primi anni ’50, i salari sono cresciuti più rapidamente rispetto alla produttività), il divario diventa sempre più grande dopo il 1971. Altro indicatore utile è la disuguaglianza. Secondo i calcoli di un economista marxista, Thomas Piketty, dal 1971 al 2010 la quota di reddito nazionale lordo detenuta dal decile più ricco è passata dal 35 al 45-50%. Piketty attribuisce l’aumento della disuguaglianza alle politiche “neoliberiste”, ma è curioso che invece coincidano con il cambiamento del sistema monetario americano (e mondiale). In un sistema in cui la Banca centrale ha il pieno controllo sulla moneta, chi è più “vicino” al sistema finanziario e allo Stato tende ad arricchirsi di più rispetto agli altri produttori. Terzo: i dati dell’inflazione cumulativa negli Usa, mostrano come sia rimasta sostanzialmente stabile fino al 1971 (salvo alcuni picchi dovuti alle guerre), ma in crescita costante dopo il 1971. Se è cresciuta dal 98% al 306% dal 1920 al 1970, dal 1971 al 2015 è cresciuta dal 306% al 2326,6%. L’inflazione funziona come una tassazione invisibile: riducendo il potere di acquisto, erode i risparmi. Infine, ma non da ultimo, i fenomeni di iperinflazione sono enormemente aumentati dopo l’introduzione del nuovo sistema. Ce n’erano stati sei dal 1916 al 1921, fra cui la famosa iperinflazione tedesca, cinque dal 1941 al 1946, in occasione della Seconda Guerra Mondiale. Ma dopo il 1971 se ne contano ben 28 dal 1971 al 1996 e altri due (Zimbabwe e Venezuela) dopo il 2000. Uno storico non può fare a meno di notare che l’instabilità monetaria sia enormemente aumentata dopo lo “shock” nixoniano.

I problemi della deregulation. Sono passati 50 anni dalla fine del gold standard, ma non c’è nulla da festeggiare. Mario Lettieri e Paolo Raimondi il 18/8/2021 su L'Inkiesta. Il 15 agosto 1971 Richard Nixon annunciò che il dollaro non sarebbe stato più convertibile e rimborsabile in oro. L’ex presidente statunitense voleva spingere i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit del Paese. Ma le cose andarono diversamente. Sono passati cinquant’anni dal discorso tenuto dal presidente Richard Nixon il 15 agosto 1971 in cui annunciava misure radicali per il futuro dell’economia e della politica mondiale. Non c’è, però, nulla da festeggiare. Infatti, allora si decise la fine del gold standard. Da quel momento il dollaro non sarebbe stato più convertibile e rimborsabile in oro. In teoria, fino a quel giorno i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Gli Stati Uniti tornarono liberi di stampare moneta senza l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari ai biglietti verdi in circolazione. Fu accantonato anche il regime dei cambi fissi, che regolava i rapporti tra le maggiori monete, uno dei pilastri del sistema di Bretton Woods, realizzato nella cittadina del New Hampshire nel 1944. Nel sistema monetario internazionale s’introdusse, invece, il cambio fluttuante, che è stato ed è sempre sotto la minaccia della speculazione dei mercati valutari. Purtroppo fu anche l’inizio della deregulation. Negli Stati Uniti furono congelati anche i salari e i prezzi per 90 giorni, con una sovrattassa del 10% sulle importazioni. I controlli sui prezzi bloccarono temporaneamente l’inflazione, che, però, ritornò poco dopo più forte di prima. Con la decisione unilaterale di far fluttuare il cambio del dollaro si aprì un periodo d’instabilità che portò alla svalutazione della valuta americana, che favorì i conseguenti shock petroliferi del 1974 e del 1979 e, alla fine degli anni settanta, portò i tassi di interesse della Federal Reserve al 20%. Fu uno choc economico globale senza precedenti. L’intento di Nixon era quello di indurre i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli effetti, però, furono fuori controllo e incalcolabili. Le cose andarono diversamente. Le nuove “regole del gioco” spianarono la strada alla globalizzazione della finanza. È vero che la situazione economica americana non era più sostenibile, anche per i debiti dovuti alle spese della guerra in Vietnam. Le stesse riserve auree erano scese dai 24 miliardi di dollari del 1948 ai 10 del 1971. Da quel momento gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Anzi hanno inondato il mondo di dollari. Nel 1971 in Stati Uniti il rapporto debito pubblico/Pil era di 36,2%. Oggi ha superato il 135%. In realtà, si dovrebbero aggiungere i debiti dei due giganti immobiliari pubblici, Freddie Mac e Fannie Mae, che furono causa non secondaria della crisi del 2008. Da cinquant’anni l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Stati Uniti hanno cambiato nel tempo molte altre norme, abbattendo l’intero apparato di regole realizzate dal presidente Franklin Delano Roosevelt per superare la Grande Depressione del ’29. In particolare nel 1998 fu accantonato il Glass Steagall Act, la legge del 1933, che stabiliva la separazione bancaria tra le banche commerciali e quelle d’investimento, proibendo alle prime di usare i depositi e i risparmi dei cittadini in operazioni finanziarie speculative e ad alto rischio. Dopo la Grande Crisi del 2008, dopo i giganteschi quantitative easing finanziari, le tante sfide planetarie e l’attuale crisi pandemica ed economica, dovrebbe essere chiaro che, per evitare pericolose guerre tra le valute, si dovrebbe costruire un nuovo accordo internazionale anche nel campo monetario. Potrebbe essere un sistema multipolare basato preferibilmente su un paniere stabile di monete. Purtroppo questo problema non è stato ancora risolto! Nel discorso del 1971 lo stesso Nixon parlò della «necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale». Forse era consapevole più degli altri della gravità della sua decisione.

Watergate, cosa è lo scandalo che portò alla caduta di Nixon. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 18 Giugno 2021. Chissà se chi è nato dopo può avere una pallida idea di ciò che Richard Nixon ha rappresentato nella generazione mondiale che visse come una tragedia collettiva la guerra del Vietnam? Naturalmente tutti sanno che ci fu uno scandalo detto Watergate e che da allora tutti gli scandali pubblici ricevono un nomignolo che finisce per “gate” in memoria di quello scandalo che fu se non un capostipite, almeno un modello di comunicazione utilizzabile in politica. E certo basta andare su Wikipedia per trovare la descrizione e la cronologia di quel che successe. Ciononostante quella cronaca non significa molto e penso che ciò dipenda dal fatto che si è persa la memoria di ciò che è stato per noi, anche noi italiani, la guerra del Vietnam per la quale Gianni Morandi cantava una canzone di tristi soldati costretti a sparare con un fucile che faceva ta-rat-a- tta-tattà. La guerra nel Vietnam, come abbiamo già ricordato in questi appunti sul passato, non fu una guerra voluta da Nixon, che pure cercò all’inizio di combattere e vincere, ma fu la guerra che Nixon chiuse senza farsi prendere da tentazioni di rivincita. Fu una guerra di John Kennedy e dei suoi successori – in particolare del suo vice Lyndon Johnson che gli succedette giurando sulla Bibbia davanti al suo cadavere ancora caldo e davanti alla vedova Jacqueline che seguitava, dopo l’assassinio del marito e come una Lady Macbeth, a indossare lo stesso vestito sporco del sangue di John, cui Lee Harvey Oswald aveva fatto saltare il cranio con una fucilata esplosa dalla finestra di una biblioteca a Dallas, Texas. Era il 22 novembre del 1963. Kennedy aveva inviato i primi Green Berrets in Laos e in Vietnam, le antiche colonie francesi del Tonchino che i giapponesi avevano conquistato durante la Seconda guerra mondiale e che poi si erano ribellate al ritorno dei francesi. Nixon aveva una personalità geniale e arrogante allo stesso tempo. Pochi sanno che molti anni dopo il Watergate, e da privato cittadino, l’ex Presidente Nixon diventò un ospite fisso del neo eletto Bill Clinton il quale lo faceva entrare da un passaggio sotterraneo nel suo appartamento privato, e Nixon scrisse nelle sue memorie che secondo lui Bill era un bravo ragazzo, disse, ma secondo lui quella Hillary che si era sposato era semplicemente una strega. Richard era un bravissimo avvocato e il suo primo successo politico fu ottenere la vicepresidenza con Dwight Eisenhower che era stato il comandante in capo di tutte le forze alleate nell’ultima parte della guerra, organizzando lo sbarco in Normandia dal suolo inglese, con grande irritazione di Winston Churchill che detestava quell’operazione perché avrebbe voluto risalire tutta l’Europa dall’Italia per ripristinare la rete dell’impero. Era un’epoca di cui pochi ricordano la micidiale rivalità fra inglesi e americani, del tutto mascherata dalla propaganda. Chi ne volesse sapere di più può vedersi la serie di una sola stagione “Traitors” che è di grande accuratezza e piena di soprese. Eisenower, il generale vittorioso e più amato, si presentò candidato vincente per il partito repubblicano, nel 1952, dopo la presidenza di Harry Truman che era succeduto a Franklin Delano Roosevelt prima che la guerra finisse e poi era stato rieletto nel 1948. Nixon era politico scaltro tanto quanto “Ike” Eisenhower era un patriota dall’eloquio scialbo, ma un paziente e vincente programmatore militare, una di quelle persone che sanno usare risorse umane e materiali vincendo le guerre senza ricorrere alla retorica. Nixon, finito il doppio mandato da vicepresidente, volle correre per la Casa Bianca ed ebbe il famoso scontro televisivo col giovane rampollo dei cattolici bostoniani, John Fitzgerald Kennedy: fu allora che gli americani e il mondo impararono che la politica può diventare un match sportivo come un incontro di box, e quella prima volta fu vinta dall’angelico Kennedy, che mise al tappeto Nixon per abilità retorica. Novembre 1960. Lo scandalo Watergate finì nel 1974 con le dimissioni di Nixon che abbandonò la Casa Bianca, ma era scoppiato nel 1972, durante la campagna elettorale per il secondo mandato di Nixon (campagna stravinta con oltre il 60 per cento dei consensi) quando qualcuno scoprì che il quartier generale del Partito Democratico, alloggiato nell’ edificio Watergate, era spiato dai microfoni e dai registratori nascosti degli uomini di Nixon del “Comitato per la rielezione” del Presidente. Nixon fu bravissimo a negare, mentire, e ancora negare le menzogne dette e cambiare versione con una faccia tosta senza uguali, conquistando così il nomignolo di Dicky “Tricky” Dixy, dove “tricky” sta per imbroglione. A quel tempo ancora non si usava con la frequenza di oggi la parola “dick” per indicare sia il pene come sostantivo che in senso di stronzo”, o “mascalzone” come aggettivo. Naturalmente la versione eroica e politicamente corretta dello scandalo Watergate ricorda che due intrepidi giornalisti, Bob Woodward e Carl Bernstein, ricomposero con paziente diligenza il puzzle degli intrighi del potere servendo così alla democrazia e al giornalismo una lezione esemplare che costrinse il potere ad arrendersi. Ma i due avevano un informatore allora segreto e per questo chiamato “gola profonda” che serviva loro le tracce necessarie per far fuori il Presidente. Il colpo riuscì grazie al passaggio dalla parte dei nemici del presidente, del suo uomo più fidato, John Dean che ebbe uno scontro con Nixon in seguito al quale accettò, per mettersi in salvo, di testimoniare contro di lui decretandone la fine politica. Ma nel frattempo Nixon aveva segnato alcuni punti molto importanti nella politica estera americana: aveva approfittato della crescente rivalità tra i due massini Paesi comunisti, Unione Sovietica e Cina di Mao Zedong, per aprire le porte alla Cina e iniziare quella collaborazione cino-americana che ancora dura malgrado le tensioni. La Cina d’altra parte era stata profondamente filoamericana durante la guerra perché aveva combattuto la stessa guerra contro i giapponesi. Dunque fu una svolta storica anche se toccò a Nixon chiudere con un atto di resa la guerra del Vietnam. O per meglio dire: visto che la guerra era impantanata e sempre più impopolare, dopo estenuanti colloqui con il Nord Vietnam a Parigi, Nixon decise di abbandonare la repubblica del Vietnam del Sud, alleata degli Usa, al suo destino. Lo fece in modo cinico e crudele perché lasciò agli ex alleati sud-vietnamiti un apparato militare regalato come se fosse stato un giocattolo, ma senza rifornimenti né pezzi di ricambio. Il Sud Vietnam resistette poco alla spinta dell’armatissimo Nord Vietnam che poteva contare sulle linnee di rifornimento sia cinesi che sovietiche. E agli ultimi americani rimasti toccò fuggire dal terrazzo dell’ambasciata di Saigon, il 30 aprile del 1975, sugli elicotteri su cui cercarono di salire vanamente decine di uomini del regime anticomunista, compromessi quanto bastava per sapere che la loro vita non valeva più un soldo. Nixon chiuse quella guerra e ripeté in tutte le occasioni che soltanto lo smodato narcisismo di Kennedy aveva potuto causare quella insana impresa militare che non aveva alcuna probabilità di successo. La sconfitta americana in Vietnam fu un evento di importanza enorme, perché pochi si aspettavano che la più grande potenza del mondo si sarebbe arresa. Le manifestazioni di destra in America inalberavano cartelli che invocavano “la bomba” (atomica) su Hanoi, capitale della Repubblica popolare del Vietnam. Richard Nixon aveva conquistato la Casa Bianca nel 1968, lo stesso anno in cui il generale De Gaulle mollava per stizza il potere in Francia. Era stato un anticomunista di ferro in un’epoca in cui il comunismo era soltanto un sinonimo di Unione Sovietica. Ma fu un presidente quasi di sinistra dal punto di vista dei diritti civili, difesa ambientale e sgravi fiscali per i più poveri. Furono molti a dire più tardi che quell’uomo era stato in fondo uno dei migliori Presidenti e non il peggiore in assoluto come la vulgata sosteneva. La politica italiana fu in parte influenzata dagli eventi americani del 1974. Il Pci di Enrico Berlinguer scoprì che gli Stati Uniti potevano essere sconfitti, ma soltanto pagando prezzi altissimi. E che però anche l’Unione Sovietica doveva fare i conti con una realtà geopolitica in cui non aveva potere di intervento. Ciò fu una delle cause determinanti per l’esperimento dell’“Eurocomunismo” che avrebbe cercato di varare una politica comunista occidentale autonoma dall’Urss dei partiti comunisti italiano francese, portoghese e spagnolo. La lezione del colpo di Stato in Cile, che aveva eliminato il presidente Salvador Allende sostenuto dalle sinistre, confermava che la nuova guerra fredda – spesso rovente, come in Vietnam e prima ancora in Corea – aveva disegnato delle frontiere invalicabili che somigliavano alle vecchie “aree di influenza”. Gli Stati Uniti non avrebbero più permesso regimi filosovietici nel loro “cortile di casa” e non ci sarebbe più stato spazio coloniale in estremo oriente, dominato dalla presenza cinese, ora legata ad un patto di reciproca tolleranza con gli Stati Uniti. Il mondo sembrò più definito nelle sue frontiere armate, e anche più crudele, mentre in Europa la ricaduta della guerra del Vietnam copriva tutto il fronte dell’arte, della musica rock, delle nuove droghe allucinogene di gran moda, insieme a un ritorno delle filosofie e dei costumi orientali grazie anche al favore che i buddisti vietnamiti avevano conquistato in occidente dopo il suicidio col fuoco di alcuni monaci in segno di protesta per la presenza americana. Cominciò quell’anno in Europa una fase nuova anche se incerta e la società nel suo complesso si ritrovò più laica e di sinistra, ma anche molto ferita dal terrorismo interno e internazionale, di cui diremo di più nei prossimi articoli.

LE TAPPE DEL WATERGATE:

1 luglio 1971: David Young ed Egil “Bud” Krogh gettano le basi di quelli che in seguito divennero i “White House Plumbers” (un’unità segreta di investigazioni speciali della Casa Bianca istituita per evitare fughe di notizie)

3 settembre 1971: i “White House Plumbers” irrompono negli uffici dello psichiatra di Daniel Ellsberg, alla ricerca di materiale che potrebbe screditarlo, Questa fu la prima grande operazione degli idraulici

17 giugno 1972: i “Plumbers” vengono arrestati alle 2:30 del mattino accusati di furto con scasso e installazioni di microspie negli uffici del Comitato nazionale democratico -che organizza la campagna elettorale in vista delle elezioni di novembre – presso il Watergate Building Complex

23 giugno 1972: nello Studio Ovale, HR Haldeman cerca di convincere il presidente Nixon di chiudere l’indagine dell’Fbi sull’irruzione del Watergate tramite i vertici della Cia. Nixon dà l’ordine, ma tutte le conversazioni vengono registrate

15 settembre 1972: i “Plumbers” accusati dell’irruzione al Watergate vengono incriminati da un gran giurì federale

28 febbraio 1973: iniziano le udienze per la conferma di L. Patrick Gray come direttore permanente dell’Fbi. Durante queste udienze, Gray rivela di aver rispettato un ordine di John Dean (consulente legale della Casa Bianca) di fornire aggiornamenti quotidiani sull’indagine del Watergate

17 marzo 1973: un condannato, McCord, scrive una lettera al giudice John Sirica, sostenendo che parte della sua testimonianza fu falsata sotto pressioni terze e che il furto al Watergate fu ordinato dai funzionari del governo, portando così l’indagine alla Casa Bianca

6 aprile 1973: il consigliere della Casa Bianca John Dean inizia a collaborare con i pubblici ministeri federali del Watergate

30 aprile 1973: gli alti funzionari dell’amministrazione della Casa Bianca si dimettono e John Dean viene licenziato

17 maggio 1973: la commissione Watergate del Senato inizia le sue udienze televisive a livello nazionale

3 giugno 1973: John Dean rivela agli investigatori di aver discusso con Nixon dell’insabbiamento delle prove del Watergate

13 luglio 1973: Alexander Butterfield, ex segretario per le nomine presidenziali, rivela che tutte le conversazioni e le telefonate nell’ufficio di Nixon sono state registrate dal 1971.

18 luglio 1973: Nixon ordina la disconnessione dei sistemi di registrazione della Casa Bianca

23 luglio 1973: Nixon si rifiuta di consegnare i nastri presidenziali alla commissione Watergate del Senato o al procuratore speciale

17 novembre 1973: Nixon pronuncia il discorso “Io non sono un truffatore” in una conferenza stampa televisiva a Disney World

28 gennaio 1974: Herbert Porter, collaboratore di Nixon, si dichiara colpevole di falsa testimonianza

25 febbraio 1974: Herbert Kalmbach, consulente personale di Nixon, si dichiara colpevole di due accuse di attività illegali nella campagna elettorale

1 marzo 1974: in un atto d’accusa contro sette ex aiutanti presidenziali, consegnato al giudice Sirica insieme a una valigetta sigillata destinata al Comitato sulla magistratura della Camera, Nixon viene indicato come un co-cospiratore non incriminato

4 marzo 1974: i “Sette Watergate” (Mitchell, Haldeman, Ehrlichman, Colson, Gordon C. Strachan, Robert Mardian e Kenneth Parkinson) vengono formalmente incriminati

16 aprile 1974: il procuratore speciale Jaworski emette un mandato di comparizione per 64 nastri della Casa Bianca

30 aprile 1974: la Casa Bianca pubblica le trascrizioni modificate dei nastri di Nixon

9 maggio 1974: iniziano le udienze di impeachment davanti alla Commissione Giustizia della Camera

24 luglio 1974: a Nixon viene ordinato di consegnare i nastri agli investigatori

8 agosto 1974: Nixon pronuncia il suo discorso di dimissioni davanti a un pubblico televisivo nazionale

9 agosto 1974: Nixon si dimette dall’incarico. Gerald Ford diventa presidente

8 settembre 1974: il presidente Ford chiude le indagini concedendo la grazia a Nixon

31 dicembre 1974: a seguito degli abusi della privacy dell’amministrazione Nixon, il Privacy Act del 1974 diventa legge

4 maggio 1977: Nixon rilascia la sua prima importante intervista sul Watergate con il giornalista televisivo David Frost

15 maggio 1978: Nixon pubblica le sue memorie, dando più del suo lato della saga del Watergate.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Ronald Reagan. Da "la Stampa" il 28 settembre 2021. Dopo quarant' anni rinchiuso in un manicomio John Hinckley, l'uomo che nel 1981 tentò di assassinare il presidente americano Ronald Reagan solo per attirare l'attenzione dell'attrice Jodie Foster, di cui si era follemente innamorato, sarà rilasciato definitivamente e senza condizioni nel giugno del 2022. Lo ha deciso un giudice federale, accogliendo la richiesta dei legali dell'uomo, che oggi ha 66 anni. Nei prossimi nove mesi Hinckley, che per la prima volta in 40 anni vivrà da solo, sarà ancora monitorato per verificare se la decisione presa non debba essere rivista. Naturalmente non potrà avere il porto d'armi, né avvicinarsi o contattare i figli di Reagan, le altre vittime e le loro famiglie o l'attrice Jodie Foster. L'agguato risale al 30 marzo 1981 e portò al ferimento di Reagan e di altre tre persone: l'allora portavoce della Casa Bianca James Brady, che restò paralizzato, e due agenti. Nel 1982 Hinckley, allora 26enne, fu dichiarato non colpevole a causa della sua malattia mentale (soffriva di psicosi acuta) e spedito al manicomio criminale di St. Elizabeth, a Washington. Quando i giurati lo dichiararono non colpevole dissero che aveva bisogno di cure e non di una vita in reclusione.

Orlando Sacchelli il 22 febbraio 2021 su Il Giornale. Lo prendevano in giro più o meno in questo modo: un attore di serie B che si butta in politica, se metterà in pratica ciò che ha fatto sul grande schermo (sottinteso: nulla di rilevante) c’è da stare freschi! Invece Ronald Reagan divenne uno dei più grandi presidenti della storia degli Stati Uniti. Ne parla in un libro, edito da Mondadori, il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano (“Reagan. Il presidente che cambiò la politica americana”). Un ex attore, è vero. Ma che prima di accomodarsi alla Casa Bianca si era già occupato della cosa pubblica, governando uno stato importante come la California dal 1967 al 1975. Quest’anno Ronnie (com’era affettuosamente soprannominato dai suoi estimatori) avrebbe compiuto centodieci anni: era nato a Tampico, minuscolo paese (poco più di 700 abitanti) dell’Illinois il 6 febbraio 1911. Figlio secondo genito di John Edward “Jack” Reagan, di origini irlandesi, e di Nellie Clyde Wilson (di origini scozzesi, inglesi e canadesi), la famiglia Reagan dopo diversi spostamenti si stabilì a Dixon. Il padre è un cattolico irlandese senza un lavoro stabile e dedito all’alcol, la madre una donna molto religiosa, devota alla Chiesa dei discepoli di Cristo. Per sette estati, dai 15 ai 22 anni, il giovane Ronnie fece il bagnino a Lowel Park (Dixon), lungo il fiume Rock, salvando decine di persone dall’annegamento. Dopo la laurea in Economia e sociologia iniziò a lavorare in radio, raccontando le partite di baseball dei Chicago Cubs. Nel 1937, mentre come era impegnato in California come cronista, sostenne un provino che superò alla grande, firmando un contratto di attore, per sette anni, con la Warner Bros. In soli due anni comparve in diciannove film. Nel 1940 interpretò il ruolo di un giocatore di football americano nel film biografico su Knute Rockne: lui era George “The Gipper” e il soprannome gli rimase tutta la vita. Politicamente fu vicino ai Democratici, sostenendo Franklin Delano Roosvelt e Harry Truman. La sua seconda vita iniziò negli anni Cinquanta, quando divenne segretario di un sindacato di attori (Screen Actors Guild): ricoprì questo incarico dal 1947 al 1952 e poi di nuovo dal 1959 al 1960. In piena Guerra Fredda erano anni in cui si combatteva il pericolo delle infiltrazioni rosse anche nel cinema: Reagan non denunciò mai nessun artista e si batté contro le liste nere (quelle degli artisti messi all’indice come comunisti), anche se passò delle informazioni all’Fbi. Negli anni Cinquanta politicamente Reagan si schierò coi Repubblicani, a favore della candidature di Dwight Eisenhower e Richard Nixon. Nel 1962 aderì ufficialmente al Gop, partecipando alla campagna di Barry Goldwater, sconfitto nel 1964 dal presidente uscente Lyndon B. Johnson (succeduto a Kennedy dopo l’assassinio di Dallas). In un discorso trasmesso in tv, durante la campagna elettorale, Reagan si mise in mostra parlando dei padri fondatori che “sapevano che lo stato non può controllare l’economia senza controllare la gente. E sapevano che quando lo stato decide di fare questo, è costretto ad usare la forza per ottenere quanto si propone. Per questo siamo giunti all’ora delle scelte”. Un discorso (guarda) che aprì la strada al Reagan leader politico conservatore. La rivista Time definì quell’ispirato intervento, noto come “A time for choosing” (l’ora delle scelte) come “l’unica luce in una campagna deludente”. Le parole di Reagan convinsero tutti, nel mondo conservatore, che Reagan avesse le carte per diventare un politico di primo piano. Il Gop nel 1966 lo candidò alla carica di governatore della California: vinse battendo il governatore uscente Pat Brown (democratico). Trovando le casse pubbliche disastrate, tagliò le spese del 10% e bloccò le assunzioni. Ma per sistemare il bilancio dovette presto far leva anche su nuove imposte. Nel suo primo mandato si trovò a dover fronteggiare gli anni delle dure contestazioni studentesche e delle rivolte contro la guerra nel Vietnam. Rieletto nel 1970 riformò il Welfare, aumentando gli aiuti per i bisognosi e riducendo in modo sensibile la pressione fiscale. Nel 1976 sfidò Gerald Ford, subentrato a Nixon dopo le dimissioni per lo scandalo Watergate, nelle primarie repubblicane. Reagan si presentò come rappresentante dell’ala più conservatrice del Gop, contro il moderato Ford. L’establishment del partito lo ostacolò molto, puntando forte sul presidente uscente, ma Reagan proseguì la sua corsa con determinazione. Alla convention di Kansas City Ford ebbe la meglio con 1187 delegati contro i 1070 di Reagan. Una differenza davvero risicata. Nel suo discorso alla convention Reagan mise in ombra Ford, che poco dopo fu sconfitto alle elezioni dal democratico Jimmy Carter. Il 4 novembre 1980 Reagan si prese la rivincita vincendo a valanga le elezioni presidenziali, conquistando 45 Stati su 50. Una vera e propria umiliazione per il presidente uscente Carter, che sperava in un secondo mandato. Reagan fu l’artefice della “rivoluzione conservatrice” e antistatalista che caratterizzò la fine del ventesimo secolo. Fu anche il presidente americano che sconfisse il comunismo sovietico e vinse la Guerra fredda “senza sparare un colpo”, come sottolineò Margaret Thatcher, primo ministro britannico e grande amica di Reagan.

(ANSA il 15 aprile 2021) Storico passo avanti al Congresso americano verso una legge in cui si chieda scusa alla comunità afroamericana per secoli di discriminazione e si individuino forme di risarcimento per la schiavitù. La commissione giustizia della Camera ha infatti votato per la prima volta a favore dell'istituzione di una commissione di studio. L'obiettivo finale è un provvedimento che finalmente mantenga le promesse mai mantenute e che risalgono all'epoca della guerra civile americana. Una pietra miliare per chi da decenni chiede di affrontare le conseguenze e gli effetti persistenti di secoli di schiavitù e discriminazione negli Usa.

Black Lives Matter, «Il mio racconto sulla violenza che viene da lontano e non si riesce a fermare». All’indomani della sentenza di condanna per Derek Chauvin, l’ex ufficiale di polizia accusato di aver ucciso nel maggio del 2020 l’afroamericano George Floyd, la scrittrice Steph Cha riporta alla luce, col romanzo “La tua casa pagherà”, le sommosse antirazziali esplose a Los Angeles nel 1992. Michela Pagano su L'Espresso il 21 aprile 2021. L’onda insurrezionalista che sta attraversando l’America non accenna a placarsi. A poche ore dalla sentenza di condanna per omicidio colposo nei confronti di Derek Chauvin, il poliziotto accusato di aver ucciso lo scorso maggio, in fase d’arresto, l’afroamericano George Floyd, una nuova uccisione scuote gli Stati Uniti. Martedì 20 aprile una ragazza di colore, di 16 anni, è stata uccisa dalla polizia di Columbus, in Ohio, intervenuta per placare una lite tra la giovane e un’altra ragazza. Immediate le proteste dei cittadini nel quartiere in cui la giovane è stata uccisa e davanti alla caserma della polizia, dove una portavoce dell’Ohio Bureau of Criminal Investigation ha annunciato l’apertura di un’inchiesta a riguardo. Pochi giorni fa ancora il Minnesota era stato teatro di proteste, dopo l’uccisione di Daunte Wright, il giovane afroamericano accusato di voler sfuggire a un tentativo di arresto da parte della polizia, dopo essere stato fermato per violazione del codice della strada. L’episodio aveva scatenato violenti scontri tra i manifestanti e i poliziotti, intervenuti con gas lacrimogeni contro la folla. Una situazione drammatica, che affonda le sue radici nel passato: nel 1992 una serie di sommosse a sfondo razziale esplodono nella città di Los Angeles, a seguito del pestaggio di Rodney King e dell’omicidio di Latasha Harlins, una 15enne afroamericana accusata di voler rubare una bibita in un negozio di South Central. È su questo scenario che si muove la storia raccontata da Steph Cha, 35 anni, autrice e critica letteraria di origini coreane, nata e cresciuta a Los Angeles, nel suo libro “La tua casa pagherà” (pubblicato in italiano da 21lettere), vincitore del California Book Award e del Los Angeles Times Book Prize e nominato libro dell’anno dal Wall Street Journal e dal Chicago Tribune. Un racconto, ambientato nel 2019, che guarda al passato, ma divenuto estremamente attuale nel dibattito contemporaneo su razzismo, violenza e discriminazione. La storia di due famiglie, una coreano-americana e una afroamericana, costrette a confrontarsi con il proprio passato mentre Los Angeles ripiomba nella rabbia e l’indignazione per l’uccisione di un adolescente di colore da parte della polizia.

Potente e contemporaneo: così hanno definito il suo libro. Cosa l’ha spinta a scrivere un romanzo legato a un fatto passato ma rivelatosi estremamente attuale?

«Mi interessava capire il modo in cui il nostro presente è solo un'estensione del nostro passato e come ciò che pensiamo come storia passata, in realtà, sia ancora molto vivo. Ciò sembra essere particolarmente vero con il razzismo sistemico e la brutalità della polizia. Il nostro Paese non ha mai capito come offrire giustizia e parità di trattamento a tutti gli americani. Su scala più personale, “Your House Will Pay” riguarda l'influenza della famiglia sulle nostre vite, di tutto ciò che ereditiamo, sia nel bene che nel male. Questo ha tutto a che fare con l'esame del passato».

Trent’anni fa l’uccisione di Latasha Harlins, evento che fa da sfondo a “La tua casa pagherà”. Un anno fa la morte di George Floyd. Non è davvero cambiato nulla in America in tema di razzismo e discriminazione dal 1991 ad oggi?

«Alcune cose sono cambiate, ma non le grandi cose. I social media hanno avuto un impatto enorme sul modo in cui apprendiamo ed elaboriamo questi eventi. Penso però che ci abbiano resi più consapevoli ma anche più insensibili al ciclo costante di violenza. E infatti la violenza continua a verificarsi».

Qual è stato, secondo lei, il ruolo della politica americana nella nascita e nello sviluppo di questi scontri?

«La politica è tutto. C’è tanto che le singole persone possono fare, per questo noi cittadini ci rivolgiamo al governo per guidare il nostro comportamento nel miglior modo possibile. Il nostro governo però continua a deluderci. Per prima cosa potrebbe fare qualcosa per tutte le armi del Paese ma si è rifiutato di farlo e si rifiuta ancora. In questo senso, anche la polizia e gli agenti penso che possano essere frenati solo dal governo, che ha una grossa responsabilità».

Siamo abituati a pensare al razzismo perlopiù nei confronti degli afroamericani. Oggi, però, le cronache raccontano di una discriminazione in crescita nei confronti degli asiatici. Lei è di origini coreane, cosa ne pensa?

«Lo odio, ma non è niente di nuovo. Gli asiatici americani sono sempre stati visti come stranieri, nonostante siamo qui da generazioni. L'estraneità rende le persone sospettose nei nostri confronti, e questo è peggiorato molto da quando l'ex presidente ha fatto una vera e propria campagna per incolpare la Cina della diffusione del coronavirus».

Come si comporterebbero Grace Park e Shawn Matthews oggi, alla luce degli eventi più recenti?

«Grace e Shawn sono persone “insulari” che vogliono solo essere lasciate sole nei loro angoli. Penso che sarebbero contenti di farlo se fosse un'opzione possibile oggi. Quello che volevo trasmettere in “Your House Will Pay” è che nessuno può decidere se essere coinvolto o meno nel caos della politica americana. A volte anche quella scelta non è libera».

Adam Toledo aveva le mani alzate al momento dello sparo - Ap/LaPresse /CorriereTv il 16 aprile 2021. (LaPresse) - Sempre più alta la tensione a Chicago, negli Usa, dopo la pubblicazione di un video che mostra come il 13enne ucciso dalla polizia il 29 marzo non fosse armato, come invece affermato in un primo rapporto delle forze dell'ordine. Il video inquietante della bodycam dell'agente, mostra il ragazzo di 13 anni che sembra gettare a terra una pistola e inizia ad alzare le mani meno di un secondo prima che un agente di polizia di Chicago gli spari uccidendolo. Il filmato notturno della telecamera fissata alla divisa dell'agente Eric Stillman è stato rilasciato giovedì. Un fermo immagine del filmato mostra che la giovane vittima Adam Toledo non aveva in mano nulla e aveva le mani alzate quando Stillman gli ha sparato al petto il 29 marzo. La polizia aveva affermato che il ragazzo era armato prima della sparatoria. La sindaca Lori Lightfoot ha implorato i cittadini di rimanere pacifici.

DA ansa.it il 20 maggio 2021. "I'm scared!... I'm scared!", ho paura. Sono le ultime parole di Ronald Greene, un afroamericano di 49 anni, mentre un gruppo di poliziotti lo prende a calci, pugni, lo trascina sanguinante per terra continuando a colpirlo con un taser. Di lì a poco l'uomo, che era disarmato, muore. Siamo in Louisiana, lo stato del sud degli Usa con una triste storia alle spalle di linciaggi. Le immagini shock risalgono al 2019, riprese dalla body cam di uno dei poliziotti dopo un inseguimento ad alta velocità. Per due anni le autorità si sono rifiutate di renderle pubbliche, ma ora è stata l'Associated Press ad ottenerle. (ANSA).

Francesco Semprini per “La Stampa” il 21 maggio 2021. «I' m scared!... I' m scared!», ho paura. Ecco un altro tragico lamento di sofferenza destinato a diventare il nuovo grido di denuncia degli abusi compiuti da una certa polizia nei confronti di cittadini neri. Si tratta delle ultime parole pronunciate da Ronald Greene, afroamericano di 49 anni bloccato a terra mentre un gruppo di poliziotti lo prende a calci, pugni, lo trascina sanguinante sul selciato e lo colpisce con il taser, la pistola a scariche elettriche. L' uomo, disarmato e inerme, muore poco dopo. L' ennesimo racconto di violenza in divisa giunge questa volta dai sobborghi della città di Monroe, in Louisiana, ma non si tratta di un fatto recente bensì accaduto il 10 maggio 2019. Le immagini sono stata realizzate - seppur a tratti disattivate - con le telecamere portatili in dotazione agli stessi rappresentanti delle forze dell' ordine. L' episodio è da due anni al centro di un' indagine federale per verificare l' esistenza di una violazione dei diritti civili. A differenza di altri casi in cui le immagini delle «body cam» vengono rese pubbliche dopo poco tempo, le autorità della Louisiana hanno secretato il video di 46 minuti che riguarda il tentativo di arresto e la morte di Greene. Sono state rese note solo ora grazie all' Associated Press che ne ha da poco ottenuto una copia. Le indagini erano state sviate dagli stessi agenti secondo cui Greene era morto dopo essersi schiantato con la sua auto contro un albero. Gli stessi poi hanno dovuto ammettere che dopo il fermo avvenuto per un' infrazione stradale di Greene, è seguita la colluttazione e quindi il decesso in ospedale. Le immagini appaiono risolutrici e mostrano l' inaudita violenza degli agenti dopo che Greene era sceso dalla sua automobile ed era ormai stato fermato. L' uomo viene insultato, picchiato a sangue e intontito col taser mentre implora «Mi dispiace... sono un vostro fratello.. ho paura..». Poi, una volta ammanettato, per oltre nove minuti l' uomo insanguinato viene lasciato agonizzante faccia a terra, incustodito, senza che nessuno gli presti assistenza. «Sono pieno di sangue, spero che questo qui non abbia il fottuto Aids», dice uno degli agenti mentre con un fazzoletto si pulisce le mani. Le immagini e il lamento di dolore evocano la tragedia di George Floyd avvenuta un anno fa a Minneapolis, quando il cittadino afroamericano è rimasto ucciso in seguito al violento arresto da parte di quattro agenti bianchi. Fatale è stato il prolungato schiacciamento del collo con il ginocchio da parte di uno dei poliziotti, oltre otto minuti di agonia che hanno portato al successivo decesso dell' uomo. «I can' t breathe», non posso respirare, diceva Floyd mentre era sotto la presa dell' agente Derek Chauvin il cui processo è atteso concludersi a metà giugno con il pronunciamento del giudice. Una vicenda che aveva fatto riemergere in tutta la sua drammaticità il dibattito sulle discriminazioni razziali sia da parte di una certa polizia, sia di una certa parte della società Usa, questione mai risolta, rabbia mai sopita. In realtà un anno prima la stessa sorte era toccata a Greene. «Lo hanno assassinato, non ha avuto scampo», è la denuncia della madre di Ronald. La famiglia della vittima aveva intentato una causa federale per omicidio colposo il 6 maggio 2020. Gli imputati hanno presentato una mozione per archiviare la causa ma il caso è stato sospeso in attesa dell' esito dell' indagine penale. Finora l' unica sanzione comminata è stata la sospensione di 50 ore dal servizio per uno degli agenti, Kory York, quello che trascinò per le gambe il corpo di Greene e che disattivò la body cam. Dei due agenti maggiormente coinvolti nelle violenze, il capo pattuglia Chris Hollingsworth è morto mesi fa in un incidente d' auto ore dopo aver appreso che sarebbe stato licenziato. L' agente Dakota DeMoss è invece stato arrestato per il coinvolgimento in un altro caso, per cui è accusato insieme ad altri due poliziotti di uso eccessivo della forza nei confronti di un automobilista.

Ronald Greene aveva 49 anni. Afroamericano pestato a morte dalla Polizia, video riapre un altro caso Floyd negli USA. Antonio Lamorte su Il Riformista il 21 Maggio 2021. Si chiamava Ronald Greene, aveva 49 anni, l’uomo afroamericano colpito con il taser e preso a calci e a pugni dagli agenti della polizia a Monroe. “Non fatemi niente, sono vostro fratello”, diceva agli agenti. Greene è morto sull’ambulanza che lo trasportava all’ospedale. Era il 10 maggio del 2019. Il video sulla tragedia che ricorda quella di George Floyd, l’afroamericano ucciso da un intervento della polizia nel maggio 2020 a Minneapolis, che ha causato manifestazioni a livello globale, è stato diffuso ieri dall’Associated Press. Da una sequenza di 46 minuti tre clip da tre minuti, tutto ripreso dalla body camera di uno degli agenti. Un nuovo caso sulla violenza delle forze dell’ordine ai danni delle minoranze esplode negli Stati Uniti. A quanto ricostruito in un primo momento l’uomo stava viaggiando in macchina nei dintorni di Monroe, cittadina della Louisiana. La Louisiana State Patrol nel rapporto ha riportato che una pattuglia lo ha inseguito per la violazione un’infrazione al codice della strada. Greene ha accostato e un agente, pistola in pugno, si è avvicinato al finestrino. “Ok, ok agente. Sono spaventato, agente. Sono spaventato, sono tuo fratello, sono spaventato”. Il 49enne è stato colpito con il taser, quindi trascinato a terra e ammanettato. “Mi sono sporcato le mani di sangue, spero che questo tizio non sia malato di Aids”, ha detto a quel punto un agente. Nel rapporto è stato scritto che l’afroamericano è stato preso in custodia dopo aver “resistito all’arresto e lottato con un agente. Poi ha perso i sensi ed è stato trasportato al Glenweeod Medical Center. E’ morto nel tragitto verso l’ospedale”. Le immagini sono state censurate per due anni. Stanno generando un’altra ondata di indignazione negli Stati Uniti. Tre gli agenti di pattuglia coinvolti, due censurati, l’altro è morto in un incidente stradale lo scorso settembre. La famiglia Greene ha denunciato il 6 maggio 2o2o. Un altro caso che accende il dibattito sulla discussione sulla riforma della polizia, approvata dalla Camera, ma bloccata al Senato dai Repubblicani. Solo il mese scorso Derek Chauvin, il poliziotto del caso Floyd, è stato condannato per l’omicidio.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

(ANSA il 16 aprile 2021) Tensione alle stelle a Chicago, dove la polizia ha pubblicato il video in cui un agente ha sparato un colpo di pistola al tredicenne Adam Toledo uccidendolo. Nel video, di pochi secondi, si vede il poliziotto inseguire il ragazzino in un vicolo e intimargli di fermarsi e di gettare a terra l'arma che avrebbe tenuto in mano. Appena alzate le mani però, il tredicenne viene raggiunto da un proiettile al petto morendo sul colpo. La sindaca di Chicago, Lori Lightfoot, ha lanciato un appello alla calma, definendo il video "atroce e straziante".

Chicago, polizia diffonde video uccisione di un 13enne ispanico: proteste in città. Nel video il giovane sembra che stia per alzare le mani dopo aver gettato la pistola ma viene colpito al petto. Rainews.it il 16 aprile 2021. E' stato pubblicato sul sito della polizia di Chicago il video registrato dalla bodycam del poliziotto che ha ucciso, la sera del 29 marzo, un ragazzino di 13 anni durante un inseguimento nella metropoli dell'Illinois. Il video, che l'AGI ha esaminato, dura oltre sette minuti e contiene immagini tra le piu' sconvolgenti che siano mai state rilasciate dalla polizia. Nel video, che include la prima parte dell'arrivo sul posto, dal minuto 1 e 46 secondi viene documentata tutta la scena. L'agente esce dalla macchina, e comincia a correre, inseguendo un ragazzo. Gli urla "fermati, fermati", poi "lasciala" riferito a una pistola che il ragazzo sembra tenere in mano, poi "le mani le mani, mostra le mani". Adam Toledo, un giovane ispanico, felpa con scritto "Just Do It", jeans, e cappellino, fa per voltarsi, solleva appena le mani, e viene colpito. Dalle immagini sembra che il giovane abbia già gettato la pistola a terra mentre solleva le mani. Le immagini documentano gli ultimi momenti del ragazzino, insanguinato, che respira a fatica, gli occhi sbarrati, la mano destra rattrappita. Il poliziotto prova a chiedergli dove sia stato colpito. Gli solleva la felpa e vede che il foro e' sopra il petto. I tentativi della polizia di soccorrerlo, praticandogli il massaggio cardiaco, vanno avanti per alcuni secondi, mentre il poliziotto si allontana, ansimante. Il dipartimento ha sempre sostenuto che Toledo avesse puntato la pistola contro l'agente, ma dalla visione del "frame" il ragazzino non sembra impugnare nessuna arma. Le immagini mostrano che non fa in tempo a sollevare le mani che viene abbattuto. Nel corso del video l'agente, con una torcia, illumina la zona attorno e inquadra una pistola, a terra, vicino a una palizzata, a un paio di metri da dove il ragazzo è stato colpito. Tra il momento in cui l'agente è uscito dalla macchina, e quello in cui ha sparato a Toledo, sono passati diciannove secondi. Il sindaco di Chicago, Lori Lightfoot ha invitato i cittadini a restare calmi e a lasciare che sia un organismo indipendente a giudicare quello che è davvero successo quella sera. Dopo la diffusione del video, ieri sera, attorno a Chicago ci sono state piccole manifestazioni. Il sindaco della città ha fatto appello alla calma. La diffusione del video viene dopo che l'11 aprile, vicino a Minneapolis, il giovane nero Daunte Wright è stato ucciso da una poliziotta che, secondo le ricostruzini, avrebbe scambiato una pistola vera per un taser.Sempre nella città del Minnesota, è in corso il processo contro Derek Chauvin, l'ex poliziotto accusato dell'uccisione di George Floyd.

Da Ansa il 28 aprile 2021.  Un video shock ha rivelato l'uccisione di un ispanico ad Alameda, California, in un modo simile a quello dell'afroamericano George Floyd, un giorno prima di lui. Nelle immagini si vede un uomo di 26 anni, Mario Arenales Gonzales, che viene arrestato e immobilizzato con la faccia a terra per quasi cinque minuti mentre uno dei tre agenti preme sul suo torace nonostante i lamenti e l'implorazione 'Please don't do it' (per favore, non fare così). Inutili i tentativi di rianimazione dei tre agenti, che sono stati sospesi. "I poliziotti di Alameda hanno assassinato mio fratello": lo ha detto in una conferenza stampa Gerardo Gonzalez, fratello del 26/enne soffocato dalla polizia. "La sua morte era completamente evitabile e inutile, una persona ubriaca in un parco non equivale ad una sentenza capitale", gli ha fatto eco l'avvocata della famiglia, Julia Sherwin, che ha anche accusato la polizia di aver disinformato con il suo primo rapporto, paragonandolo a quanto successo nel caso Floyd. Inizialmente la polizia di Alameda aveva riferito che c'era stato "un alterco fisico" quando gli agenti hanno tentato di arrestate Gonzalez e che "in quel momento l'uomo ricevette soccorso medico", morendo più tardi in ospedale.  La polizia era intervenuta in seguito a due segnalazioni, una su uomo che sembrava togliere le etichette di sicurezza da bottiglie alcoliche e un'altra su un uomo che bighellonava apparentemente 'fatto' ma senza fare nulla di male. Il primo agente ha cercato di identificare Gonzales, che se ne stava tranquillo in un parco con due ceste della spesa in uno stato apparentemente confusionale. Sette minuti dopo arriva un secondo agente. I due si avvicinano e gli portano un braccio dietro la schiena, incontrando forse una leggera resistenza prima di inchiodare l'uomo a terra, continuando a chiedergli il cognome e la data di nascita. Le sue risposte singhiozzanti pero' sono strozzate da una presa che ostacola la sua respirazione. "Per favore, non fate cosi'", supplica con un filo di voce. Nel video si vede poi un terzo poliziotto sulle gambe di Gonzales. Quando uno degli agenti chiede se devono voltarlo su un fianco, un altro risponde: "non voglio perdere quello che ho ottenuto". L'uomo viene girato solo quando perde i sensi. Inutili i tentativi di rianimazione, anche col Narcan, usato di solito contro le overdosi. Un portavoce della citta' di Alameda ha reso noto i nomi dei agenti coinvolti: Eric McKinley, Cameron Leahy e James Fisher.

“È un nuovo George Floyd”: ispanico muore durante un fermo della polizia Usa. Le Iene News il 29 aprile 2021. Mario Arenales Gonzales è morto durante un fermo di polizia in California: le immagini della bodycam degli agenti mostrano come l’uomo è stato tenuto a terra con un ginocchio all’altezza del torace. Immagini che hanno subito riportato alla mente la morte di George Floyd. “È un nuovo caso George Floyd”: corre di nuovo veloce la rabbia negli Stati Uniti, dopo che un uomo ispanico di 26 anni è morto mentre un agente lo teneva immobilizzato a terra con il ginocchio sul torace. Mario Arenales Gonzales è stato fermato dalla polizia in California dopo due segnalazioni di cittadini, la prima per un presunto furto di alcolici e la seconda di un residente che aveva segnalato la presenza di un ubriaco che parlava da solo vicino a casa sua. Dopo l'intervento di quei poliziotti il ragazzo è poi morto. È successo il 19 aprile, il giorno prima della storica sentenza di condanna di Derek Chauvin, l’assassino di George Floyd. Solo ieri però sono state pubblicate le immagini della bodycam degli agenti intervenuti: nel video si vede che Gonzalez, dopo esser stato fermato, viene immobilizzato e spinto a terra a faccia in giù. Rimane in quella posizione per cinque minuti. Uno dei due agenti gli tiene il ginocchio premuto all’altezza del torace. Nel video si sente l’uomo a terra implorare gli agenti: “Don’t do it”, non farlo. Dopo cinque minuti in quella posizione, Mario Arenales Gonzales ha smesso di respirare. Gli agenti praticano un massaggio cardiaco, ma ormai è troppo tardi. La polizia della zona ha annunciato un'investigazione per cercare di ricostruire le eventuali responsabilità. "La sua morte era completamente evitabile e inutile, una persona ubriaca in un parco non equivale a una sentenza capitale", ha detto l'avvocatessa della famiglia, Julia Sherwin, che ha poi paragonato quanto successo al caso di George Floyd, ucciso dalla polizia il 25 maggio 2020: l’uomo afroamericano è morto a causa del ginocchio di un agente, Derek Chauvin, premuto contro il collo a togliere il respiro all’uomo. Un caso da cui è scaturito un intenso movimento di protesta negli Stati Uniti, come vi abbiamo raccontato qui. E nonostante la condanna dell’agente, sembra che le morti di appartenenti alle minoranze nelle mani della polizia non accennino a finire. Prima delle elezioni statunitensi dello scorso novembre, e proprio durante il culmine delle protese razziali, noi de Le Iene avevamo intervista uno dei leader del Black Lives Matter, Hawk Newsome. Lui ci ha raccontato la sua visione del futuro degli Stati Uniti e del mondo nel servizio che potete vedere qui sopra. 

Ucciso dalla polizia a Chicago: Adam, 13 anni, aveva le mani alzate. Le iene News il 16 aprile 2021. Alta tensione negli Stati Uniti, soprattutto in due città. A Chicago diffuso il video che mostra Adam Toledo, 13 anni, a mani alzate prima di essere ucciso da un poliziotto. A Minneapolis, dove si celebra il processo per la morte di George Floyd, rilasciata su cauzione l’agente che domenica ha ucciso un afromericano. Di violenze della polizia americana e tensioni razziali ci ha parlato la nostra Nadia Toffa nel servizio che vedete qui sopra. Alta tensione, cortei e nuove polemiche negli Stati Uniti per nuove violenze e uccisioni della polizia che hanno come vittime persone afroamericane o ispaniche, un argomento di cui vi abbiamo parlato anche noi con Nadia Toffa nel servizio del maggio 2017 che vedete qui sopra. L’ultimo caso riguarda un ragazzino ispanico, Adam Toledo, ucciso a 13 anni il 29 marzo scorso a Chicago da un agente. Un video, appena diffuso e ripreso dalla body cam, la telecamera che portano obbligatoriamente addosso i poliziotti Usa, mostra il ragazzino disarmato e con le mani alzate come potete vedere dalla foto. Dopo la diffusione delle immagini la tensione in particolare a Chicago è alle stelle. La sindaca Lori Lightfoot, è scesa in piazza con la comunità latina parlando di immagini “atroci e strazianti”. Il video mostra l’inseguimento in un vicolo di Adam Toledo da parte dell’agente: gli intima di fermarsi e di gettare a terra l'arma che avrebbe tenuto in mano. Quando alza le mani, il ragazzino viene raggiunto dal colpo mortale al petto. Nel frame si vede che il ragazzo non aveva in mano nulla. All’inizio la polizia aveva sostenuto che era armato. Secondo la Cnn, la versione è che la sua pistola che è stata poi ritrovata a pochi metri dal corpo del ragazzo, che vedete qui sotto in una foto. Con quella avrebbe fatto partire poco prima dei colpi in aria, forse addirittura per gioco, gli abitanti del quartiere avevano chiamato per questo la polizia. L'agente Eric Stillman, 34 anni, che ha sparato, è stato sospeso. È stata invece rilasciata sempre oggi a Minneapolis, dopo il pagamento di una cauzione da 100mila dollari, l’agente di polizia Kim Potter che domenica scorsa ha ucciso, credendo di star usando il taser e non la pistola, Daunte Wright, un afroamericano di 20 anni fermato per un'infrazione stradale. Tutto questo mentre proprio a Minneapolis si sta svolgendo il processo per l’omicidio di George Floyd, l’afroamericano ucciso il 25 maggio 2020 durante un arresto. Un dramma che scatenò una fortissima ondata di indignazione e proteste negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Partendo dal video in cui implorava, tenuto a terra con un ginocchio da un poliziotto durante un arresto: “I can’t breathe”, “Non respiro”. La nostra Nadia Toffa, come vedete in alto, ci aveva portata negli Stati Uniti nel maggio 2017 per aiutarci a capire il livello di tensione razziale, soprattutto all’interno della polizia, nel reportage che vedete qui sopra. In America dove ogni anno mille persone vengono uccise dagli agenti, un afroamericano ha il doppio di probabilità di morire così e 89 persone su 100 hanno almeno un’arma.

Vittorio Feltri: "La polizia americana campionessa di grande brutalità". Libero Quotidiano il 18 aprile 2021. Noi non abbiamo niente contro i cittadini americani, ai quali anzi dobbiamo gratitudine perché ci hanno aiutato militarmente, e finanziariamente, sul finire della seconda guerra mondiale, che si sarebbe conclusa, senza il loro ausilio, peggio di come è andata. Ciò detto e ribadito siamo disgustati dal loro modo di procedere per quanto riguarda l'ordine pubblico. Ieri è maturata una notizia sconvolgente che conferma la violenza inaccettabile cui gli agenti ricorrono troppo spesso. Un ragazzino di 13 anni - e sottolineiamo 13 - è stato assassinato da un poliziotto che lo aveva fermato, costretto a inginocchiarsi e ad alzare le mani in segno di resa. Quando l'adolescente, ormai semi-immobilizzato, si è voltato per dimostrare di essersi assoggettato ai comandi, è stato abbattuto da un colpo di pistola in pieno petto. Una scena raccapricciante che ha suscitato orrore e scandalo. Un delitto inammissibile che merita soltanto di essere condannato con somma severità. Immagino che i cittadini statunitensi siano sconvolti quanto noi e chiedano giustizia pur sapendo che in questi casi non esiste punizione adeguata. Il giovinetto è deceduto e nessuno può restituirgli la vita. Ci chiediamo quali regole vigano in America e quali siano i livelli etici cui i tutori della legge debbano attenersi nel reprimere la delinquenza. Noi teniamo alla morale ma non siamo moralisti. Ci limitiamo a constatare che frequentemente la polizia d'oltreoceano si rende protagonista di episodi lesivi della esistenza e della dignità umane. Qualche tempo fa un altro agente ha ammazzato un individuo tenendogli il ginocchio sul collo sino a soffocarlo. È in corso un processo e ne vedremo il risultato. Tuttavia il problema è un altro. Le autorità politiche e amministrative non ritengono che sia giunta l'ora di rispettare la gente quand'anche si tratti di reprimere eventuali reati in divenire? Noi in Italia abbiamo introdotto una norma che vieta ogni tipo di tortura, e forse abbiamo esagerato poiché quando si ha a che fare con i delinquenti il galateo va accantonato, mentre negli Stati Uniti le barbarie sono abituali. Allorché il presidente padrone della Casa Bianca era Trump ogni misfatto era colpa sua, adesso che "regna" Biden, accolto come un liberatore, chi è il responsabile di certe spietatezze? Cari americani, datevi una regolata oppure ci autorizzerete a sputarvi in faccia. Intendiamoci, pure dalle nostre parti la cieca brutalità è stata praticata in maniera volgare e senza freni. Proprio ieri sul Giornale di Sallusti era pubblicata una lettera da brividi. Vi era scritto che è stata inviata a Mattarella una petizione affinché venga riabilitato il soldato Alessandro Ruffini, il quale fu fatto fucilare dal generale Graziani (grande guerra) perché non si era tolto il sigaro dalla bocca al passaggio dell'alto ufficiale dei miei stivali. Ancora oggi sui muri dell'edificio dinanzi al quale avvenne l'esecuzione sono presenti i fori provocati dagli spari. Ma almeno abbiamo il coraggio di ammettere che Graziani era un sadico meritevole lui di essere giustiziato, non certo il povero militare semplice.

Francesco Semprini per "La Stampa" il 17 aprile 2021. Chicago chiama Minneapolis e l'America tutta si infiamma di nuovo dando fuoco alle polveri della discriminazione in uniforme blu. Ancor di più perché questa volta la vittima ha appena 13 anni, si chiama Adam Toledo, è di origine ispanica e grazie alla diffusione del video ripreso dalla bodycam del poliziotto, è stato possibile ricostruire gli ultimi drammatici istanti della sua vita. Quando con le mani alzate e lo sguardo impaurito viene centrato in pieno petto dall'agente che lo inseguiva. Una tragedia avvenuta nella notte del 29 marzo e di cui ora emergono i dettagli, che provocano l'ira di molti a Chicago specie tra le minoranze e i sobborghi. Il presidente Joe Biden torna a parlare di «una inaccettabile epidemia che squarcia l'anima della nazione. Dobbiamo agire». Tutto si è consumato nel giro di pochissimi secondi. Si vede Adam correre con una pistola in pugno in un vicolo buio inseguito dall'agente che, puntando una torcia, gli urla di fermarsi, di mostrargli le mani. «Mettila giù! Mettila giù», grida il poliziotto, riferendosi all'arma che Adam tiene nella mano destra e che, fermata la sua corsa, getta al di là di una recinzione. Il ragazzino si gira, alza le mani. Ma non ha nemmeno il tempo di dire una parola, di rendersi conto di quanto stava accadendo. In un istante si ritrova a terra, con la felpa insanguinata. L'agente Eric Stillman, 34 anni, ha esploso un solo colpo, mortale. Poi si precipita verso il ragazzino e cerca di rianimarlo: «Resta con me! - grida - Chiamate l'ambulanza!». Inutile, Adam muore sul posto. Ad attenderlo invano nella casa di Little Village un quartiere nella zona ovest di Chicago, abitato per l'80% da cittadini messicani, sono la madre e il fratello maggiore. Non lo vedevano da giorni, e quella notte del 29 marzo era in giro con un ragazzo di 21 anni, Ruben Roman. Questi avrebbe esploso alcuni colpi di pistola, probabilmente una bravata, provocando l'intervento della polizia. Ruben viene arrestato, dopo aver probabilmente passato l'arma al piccolo Adam ancora in fuga. Storie di un disagio giovanile all'ordine del giorno in una città come Chicago, dove nei primi tre mesi del 2021 si contano già 131 omicidi, mai così tanti dal 2017. Ora la rabbia monta, soprattutto quella della minoranza ispanica che si sente nel mirino della polizia tanto quanto la comunità afroamericana. L'agente Stillman è stato al momento sospeso, il timore è che quella rabbia possa esplodere nel weekend. Come accaduto all'inizio della settimana a Brooklyn Center, il sobborgo di Minneapolis dove si è consumato quello che l'autopsia ha stabilito essere un altro omicidio di un nero da parte di un agente bianco. La vittima è il ventenne Daunte Wright raggiunto dai colpi di pistola sparati dall'agente Kim Potter durante un controllo dal quale il ragazzo ha cercato di fuggire. La poliziotta, con 26 anni di servizio, sostiene di avrebbe scambiato per errore il taser con la pistola. Il tutto mentre a poca distanza si stava celebrando il processo a Derek Chauvin per l'uccisione di George Floyd l'afroamericano morto in seguito al violento arresto da parte di quattro agenti bianchi il 25 maggio nella capitale del Minnesota. Un episodio che ha fatto riemergere tensioni razziali mai sopite, un nervo scoperto che provoca rabbia e dolore come dimostra la decisione di Simon & Schuster. La casa editrice ha deciso di non distribuire il libro (già pubblicato) del sergente Jonathan Mattingly, uno dei poliziotti di Louisville coinvolto nel raid del marzo 2020 in cui è morta Breonna Taylor un altro episodio controverso su cui ancora si cerca ancora di far luce.

Afroamericano ucciso da un'agente a Minneapolis. Il medico legale: "È omicidio". Biden: "Nessuno sopra la legge". La Repubblica il 13 aprile 2021. In Minnesota neanche il coprifuoco ferma i manifestanti dopo il rapporto del medico legale: decine di arresti. Il tweet del presidente mentre nello Stato è alle battute finali anche il processo per la morte di George Floyd. Il medico legale ha definito "un omicidio" la morte di Wright, il ventenne afroamericano ucciso a Minneapolis da una agente di polizia che ha scambiato la pistola per un taser. La notizia diffusa dai media americani mentre a Minneapolis dilagano le proteste. Neanche il coprifuoco imposto per evitare incidenti ha disperso la folla e la polizia ha usato i lacrimogeni.

L'agente responsabile è una veterana della polizia locale. È una donna, Kim Potter, l'agente di polizia che ha sparato e ucciso il 20enne afroamericano Daunte Wright, in servizio da 26 anni. Lo riportano i media americani, sottolineando che Potter è una veterana nel dipartimento di Brookyln Center, poco distante da Minneapolis. Potter è infatti nel dipartimento di polizia da quasi 26 anni.

Decine di arresti. Decine di persone sono state arrestate per violazione del coprifuoco e per non aver rispettato l'ordine di sgombrare. "Andate a casa. Le proteste sono giuste ma dobbiamo mantenere la pace". È stato l'appello di Mike Elliott, il sindaco di Brooklyn Center. Questo mentre nello Stato è in corso il processo all'ex poliziotto accusato di aver ucciso George Floyd tenendogli per oltre 9 minuti un ginocchio sul collo: lunedì dovrebbero cominciare le arringhe finali.

L'appello di Biden. "Penso a Daunte Wright, alla sua famiglia e al dolore, alla rabbia e al trauma che gli afroamericani sperimentano ogni giorno. Mentre attendiamo i risultati dell'indagine, sappiamo cosa dobbiamo fare per andare avanti: riportare fiducia e assicurare le responsabilità affinché nessuno sia al di sopra della legge". Lo ha twittato il presidente americano Joe Biden.

(ANSA il 13 aprile 2021) - "Omicidio". Il medico legale definisce così la morte di Daunte Wright, il ventenne afroamericano ucciso a Minneapolis da un agente di polizia che ha scambiato la pisTola per un taser. Lo riportano i media americani. "Penso a Daunte Wright, alla sua famiglia e al dolore, alla rabbia e al trauma che gli afroamericani sperimentano ogni giorno. Mentre attendiamo i risultati dell'indagine, sappiamo cosa dobbiamo fare per andare avanti: riportare fiducia e assicurare le responsabilità affinché nessuno sia al di sopra della legge". Lo twitta il presidente americano Joe Biden, commentando la morte del ventenne afroamericano ucciso a Minneapolis. La polizia cerca di disperdere con l'uso di gas lacrimogeni la folla radunata al Brooklyn Center di Minneapolis per protestare contro l'ucciso del ventenne afroamericano Daunte Wright da parte di un agente. Poco prima gli agenti avevano usato alcuni proiettili al peperoncino, però senza successo complice anche la pioggia. In città è in vigore da ore il coprifuoco, ma i manifestanti non hanno abbandonato la piazza. E' una donna, Kim Potter, l'agente di polizia che ha sparato e ucciso il 20enne afroamericano Daunte Wright. Lo riportano i media americani, sottolineando che Potter è una veterana nel dipartimento di Brookyln Center, poco distante da Minneapolis. Potter è infatti nel dipartimento di polizia da quasi 26 anni. "L'agente Kim Potter è nel dipartimento di polizia di Brooklyn Center da 26 anni", si legge in una nota del dipartimento della sicurezza pubblica vicino a Minneapolis. Al momento Potter, 48 anni, è in congedo amministrativo. Il medico legale "ha confermato l'identità dell'uomo che è morto durante l'indicente in Daunte Demetrius Wright, 20 anni, di Minneapolis. Wright è morto per una ferita da arma da fuoco", aggiunge la nota. Decine di arresti a Brooklyn Center, centro vicino a Minneapolis dove è stato ucciso il 20enne afroamericano Daunte Wrights. Secondo indiscrezioni riportate dai media americani, decine di persone sono state arrestate per violazione del coprifuoco e per non aver rispettato l'ordine di sgombrare.

Flavio Pompetti per "il Messaggero" il 13 aprile 2021. Ennesima notte di fuoco e di tensione a Minneapolis, alla vigilia dell' undicesima udienza nel processo contro l' agente di polizia Derek Chauvin per la morte di George Floyd. Alle due di pomeriggio di domenica, ad una quindicina di chilometri a nord della città, gli agenti hanno fermato un' auto con dentro una giovane coppia, perché da un controllo sulla targa il bollo risultava scaduto. Al volante c' era il ventenne di colore Daunte Wright, e al suo fianco la giovane fidanzata.

IL RACCONTO DELLA MADRE. A questo punto è la madre Katie a raccontare quanto è accaduto: «Daunte mi ha chiamata per chiedere dov' era il contrassegno dell' assicurazione. Ho sentito i poliziotti che gli intimavano di uscire dall' auto e di spegnere il telefono, e gridavano: Non scappare; poi il rumore del cellulare che cadeva e si è spento. Pochi minuti dopo un' altra chiamata: era la ragazza in stato di shock, accanto a lei mio figlio colpito da un proiettile stava morendo». Durante conferenza stampa di ieri, il capo della polizia di Brooklyn Center, Tim Gannon, ha preso la rara iniziativa di mostrare, senza aspettare i tempi dell' inchiesta, il filmato della telecamera indossata da uno degli agenti. Dall' identificazione era emerso che sul capo del guidatore pendeva un mandato di cattura, e il filmato inizia con uno degli agenti che si avvicina al lato del pilota, chiede a Daunte di uscire, e inizia ad ammanettarlo, mentre un suo collega controlla l' altro lato della vettura. Il giovane al contatto con le manette ha uno scatto improvviso, si sottrae alla stretta e torna a sedersi al volante. Un terzo agente è arrivato sulla scena: è una donna della quale vediamo solo le mani in azione. Cerca prima di afferrare il gomito di Daunte, poi gli urla che ha estratto il taser e sta per colpirlo con una scarica elettrica. Preme il grilletto, e solo a quel punto si rende conto di avere tra le mani non la barra elettrificata, ma la pistola di ordinanza. «Gli ho sparato!» grida tra la sorpresa e l' orrore, mentre l' auto riprende la marcia per poi infrangersi contro un' altra vettura. I due altri agenti guardano la collega con facce sgomente. E' stato un ennesimo, tragico errore; questa volta una poliziotta all' apparenza bianca, ha ucciso per errore durante un controllo un giovane di colore. A poca distanza dal luogo dell' incidente una folla di manifestanti presidiava da dieci giorni il palazzo del tribunale nel quale si sta celebrando il processo contro l' agente Derek Chauvin, quello che ha tenuto pressato per nove minuti le sue ginocchia sulla schiena e sul collo di George Floyd, morto per asfissia durante l' arresto. La protesta è partita immediatamente. Un gruppo di 100-200 persone sono andate di fronte al portone della centrale di polizia di Brooklyn Center. Volano mattoni e lattine contro gli agenti, che hanno risposto con proiettili di gomma e lacrimogeni. La protesta diventa saccheggio: vetrate infrante, negozi violati. Il sindaco di colore del sobborgo di Minneapolis, Mike Elliott, ha ordinato il coprifuoco mentre chiedeva i rinforzi della guardia nazionale. La difesa di Chauvin ha chiesto ieri il sequestro della giuria, per evitare che la tensione della strada entri nell' aula. Il giudice ha rifiutato: come Gannon si augura che la piena trasparenza serva a pacificare gli animi. Ma a Minneapolis, come in tante altre città degli Usa, la pace è davvero una linea sottile. Lo si è visto nella conferenza stampa del caso Wright, dove i rappresentanti della protesta hanno chiesto con forza la rimozione immediata della poliziotta ancora anonima e dello stesso capo della polizia. La rabbia era palpabile, e manifestanti si preparavano a tornare in piazza per la notte.

Minneapolis, si dimette la poliziotta che ha ucciso l'afroamericano Wright. La madre del ragazzo: morto per un arbre magique in auto. Massimo Basile su La Repubblica il 13 aprile 2021. Lascia anche il capo degli agenti di Brooklyn Center. La città, che in questi giorni ospita il processo per la morte di Floyd, è blindata. Si è dimessa la poliziotta che ha ucciso domenica, durante un tentativo di fuga, Daunte Wright, afroamericano, 20 anni, padre di un bambino di due. E ha lasciato l'incarico anche il capo della polizia di Brooklyn Center. Il destino di Kim Potter e Tim Gannon si è compiuto nello stesso momento, quando il sindaco, Mike Elliott, ha ricevuto due lettere di dimissioni. La decisione non placherà però gli animi a Minneapolis, città blindata, che ospita in questi giorni il processo per la morte di George Floyd, ad opera di un altro poliziotto, città del Minnesota dove anche lunedì notte ci sono stati centinaia di manifestanti per strada, con scontri, lancio di lacrimogeni e cariche, e dove è stata inviata la Guardia nazionale. Le immagini registrate dalla body cam in dotazione alla poliziotta, e rese pubbliche lunedì sera, hanno mostrato una scena terribile e alzato la tensione: Wright viene fermato in macchina dalla pattuglia, due agenti lo costringono a uscire. Uno di loro prova a mettergli le manette, quando il ragazzo si divincola, scalcia e si infila in auto per tentare una improbabile fuga. A quel punto si avvicina l'agente Potter, che estrae con la destra un'arma. Lei comincia a urlare "Taser Taser Taser", indicando la pistola paralizzante, preme il grilletto e parte un colpo. "Shit", impreca la poliziotta, che si accorge dell'errore: non era il Taser, ma la pistola. Almeno questa è la versione ricostruita attraverso le immagini, e rilanciata dal capo della polizia. Un "errore fatale", aveva detto Gannon. Il ragazzo, ferito, riesce a ripartire, ma si schianterà su un'altra macchina poco dopo. Lunedì notte il verdetto dell'autopsia: omicidio. Wright è stato ucciso dall'unico colpo sparato a distanza ravvicinata dall'agente Potter. L'ipotesi dell'errore non ha allentato la tensione. "Non possiamo accettare che nostro figlio sia morto in quel modo", hanno detto i genitori. "La famiglia - ha aggiunto l'avvocato - non è pronta a parlare di incidente". Wright era padre di un bambino di due anni. La compagna, Chyna Whitaker, ha detto: "Mio figlio non ha più il padre, gliel'hanno portato via. Daunte era il nostro amore". Lo zio ha aggiunto: "Non ci riprenderemo mai più da questo dolore". La posizione della poliziotta era già in bilico dopo che era emerso un particolare: due anni fa, come capo del sindacato interno di polizia, Potter aveva aiutato a nascondere prove contro due colleghi accusati di aver ucciso un ragazzo di 21 autistico. La poliziotta, in servizio da 26 anni, è bianca. Wright era nero. E a Minneapolis, già ferita dal caso Floyd, afroamericano ucciso il 25 maggio 2020 dall'agente Derek Chauvin, non bastano più le parole o le lettere di dimissioni. Come ha ricordato la madre del ragazzo, Katie Wright, il figlio era stato fermato perché aveva un deodorante per auto, tipo arbre magique, penzolante sul vetro posteriore. Il Minnesota è uno degli Stati con la legislazione più severa in cui è proibito avere rinfrescanti dell'aria appesi dietro il vetro dell'auto. "Ma la situazione - ha aggiunto la madre - non doveva avere quell'escalation". Una volta fermato, a suo carico è risultato un ordine d'arresto per non essersi presentato davanti al giudice il 2 aprile. Il ragazzo doveva rispondere, ha spiegato la polizia, di un reato legato alla vendita di marijuana. L'idea di finire in manette ha spinto Wright a tentare la fuga, scelta che si è rivelata tragica. La madre, che aveva parlato con lui al telefono durante il controllo della polizia, ha visto il corpo del figlio su Facetime, mostrato dalla fidanzata, che era in macchina con il ragazzo. "Adesso voglio solo che il mio bambino torni a casa", ha commentato la madre. La vicepresidente Kamala Harris ha chiesto che lo standard della polizia, nel gestire le situazioni, venga alzato. L'ex presidente Barack Obama ha definito la morte del ragazzo "un'altra tragedia senza senso" che madri, padri e figli afroamericani non riusciranno a capire. 

Aveva scambiato il taser per una pistola. Daunte Wright, arrestata la poliziotta che ha ucciso il 20enne afroamericano: accusata di omicidio. Fabio Calcagni su Il Riformista il 14 Aprile 2021. Una prima svolta nel caso di Daunte Wright, il 20enne afroamericano sparato e ucciso domenica durante un controllo automobilistico nei sobborghi di Minneapolis, a Brooklyn Center. Kim Potter, la poliziotta 48enne veterana del dipartimento di polizia che ha sparato contro il giovane con una pistola, pensando di impugnare un taser, è stata arrestata oggi ed incriminata per omicidio di secondo grado. Un reato che negli Stati Uniti prevede fino a 10 anni di carcere ed una multa di 20 mila dollari, secondo la legge del Minnesota. L’incriminazione per omicidio colposo di secondo grado in Minnesota scatta quando le autorità ritengono che la morte sia stata provocata da “una negligenza colpevole da parte di una persona che ha creato un rischio irragionevole o ha in modo cosciente intrapreso azioni che hanno provocato la morte o gravi danni ad un’altra persona”. Per il "caso Wright", che ha fatto riesplodere la protesta a Minnesota e in tutti gli States per i metodi violenti delle forze dell’ordine, sia Potter che Tim Gannon, il capo della polizia di Brooklyn Center, avevano già rassegnato le dimissioni. Per Ben Crump, l’avvocato della famiglia e famoso attivista per i diritti civili americani, “non si è trattato di un incidente. E’ stato il risultato di un uso intenzionale, deliberato ed illegale della forza da parte dell’agente di polizia. Guidare un auto da parte di un afroamericano continua a rappresentare una sentenza di morte”. L’avvocato ha aggiunto che continuerà “a combattere per la giustizia per Daunte, la sua famiglia e tutte le persone marginalizzate di colore. E non ci fermeremo fino a quando non ci sarà una seria riforma della polizia e raggiungeremo il nostro obiettivo di vera uguaglianza”. Il 20enne Duante Wright era stato fermato all’ora di pranzo di domenica dalla polizia, dopo aver commesso un leggera infrazione al codice della strada: quando gli agenti si erano accorti che su di lui pendeva un mandato di arresto avevano quindi di ammanettarlo, col giovane che era riuscito a divincolarsi e a risalire in auto per fuggire. Come mostrato dalla body-cam dell’agente Potter, quest’ultima ha urlato più volte “taser”, minacciandone l’uso come previsto dalla procedura, salvo poi sparare con una pistola vera. La 48enne agente del dipartimento di Brooklyn Center, si nota nel filmato, si rende subito dell’errore, appena Daunte riesce a ripartire: “Merda, gli ho sparato!”, si sente dall’audio registrato dalla telecamera. Wright è stato poi raggiunto pochi isolati dopo, quando la sua auto si era schianta contro un muro e polizia e sanitari lo dichiarano morto.

Usa, poliziotto uccide afroamericano in North Carolina. Esplode la protesta. La Repubblica il 22 aprile 2021. Sale la protesta a Elizabeth City, nel Nord Carolina, dove un agente ha sparato e ucciso l'afroamericano Andrew Brown Jr durante la notifica di un mandato di perquisizione. Le autorità non hanno fornito dettagli sulla sparatoria, ma un testimone oculare ha detto che Brown è stato colpito mentre cercava di scappare in macchina e che gli agenti gli hanno sparato più volte. Secondo il testimone, uscito di casa dopo aver sentito i colpi, l'auto su cui si trovava Brown sarebbe uscita dal vialetto e avrebbe colpito un albero. "Quando hanno aperto la portiera era già morto", ha detto il testimone all'Associated Press. Il vice sceriffo della contea di Pasquotank è stato messo in congedo in attesa delle indagini da parte dell'Ufficio investigativo statale, come ha confermato lo sceriffo Tommy Wooten II in una conferenza stampa. I registri del tribunale indicano che Brown aveva 42 anni e una storia di accuse di droga. Secondo quanto riferito dai media locali, il consiglio comunale di Elizabeth City è stato convocato d'urgenza. Circa 100 persone si sono riunite di fronte al municipio, alcuni dei quali amici di Brown, chiedendo risposte e giustizia. "Ci sono molte persone ferite nella nostra città", ha detto il consigliere Gabriel Adkins, rappresentante del quartiere della città dove è avvenuta la sparatoria. "Vogliamo solo ricordare a tutti di mantenere la calma", ha aggiunto, chiedendo alle persone di fidarsi dello State Bureau of Investigation. I funzionari di polizia hanno fornito pochi dettagli sulla sparatoria, dicendo che l'Ufficio investigativo statale ha in mano l'indagine. La sparatoria in North Carolina arriva meno di 24 ore dopo che l'ex ufficiale di polizia di Minneapolis Derek Chauvin è stato condannato per omicidio nel caso di George Floyd.

Ohio, la polizia uccide una ragazza nera adolescente: scoppia la protesta. La sparatoria pochi minuti prima che venisse annunciato il verdetto del caso Floyd. La vittima aveva 16 anni. La Repubblica il 21 aprile 2021. La polizia di Columbus (Ohio) ha sparato e ucciso una ragazza nera di 16 anni. Gli agenti, secondo quanto ha riferito il giornale Columbus Dispatch, avrebbero reagito a un tentativo di aggressione con un coltello. Una folla di manifestanti si era riunita vicino a una casa sul lato sud-est della città dove è avvenuta la sparatoria, pochi minuti prima che in il verdetto di colpevolezza fosse annunciato contro l'agente di polizia accusato di aver ucciso George Floyd l'anno scorso. Secondo il giornale, la polizia coinvolta nella sparatoria avrebbe risposto a una chiamata di emergenza per un tentativo di rapina da parte di una giovane sospetta. Il sindaco di Columbus Andrew Ginther ha confermato la sparatoria mortale, dicendo su Twitter che "una giovane donna ha tragicamente perso la vita". Gli agenti di polizia coinvolti avevano telecamere indossate dal corpo e l'Ohio Bureau of Criminal Investigation (BCI) ha aperto un'indagine sul caso. "Condivideremo le informazioni che potremo non appena saranno disponibili", ha scritto il sindaco sui social. "Chiedo ai residenti di rimanere calmi e di consentire agli investigatori di esaminare i fatti". La vittima è Makiyah Bryant. La zia della ragazza, Hazel Bryant, ha detto al Columbus Dispatch che l'adolescente viveva in una casa accoglienza ed è rimasta coinvolta in un alterco con qualcuno nella residenza. Ha detto che sua nipote ha lasciato cadere un coltello che stava portando prima di essere stata colpita più volte da un agente di polizia. Proteste contro la polizia quando si è diffusa la notizia. Una donna che vive nel quartiere della sparatoria, Kimberly Shepherd di 50 anni, ha detto ai cronisti di conoscere la vittima: “Il quartiere ha sicuramente subito molti cambiamenti negli ultimi anni, questa è la cosa peggiore che sia mai successa qui e sfortunatamente per mamo della polizia.

DAGONEWS DA dailymail.co.uk il 23 aprile 2021. Un poliziotto della California è stato trattenuto da due suoi colleghi dopo aver preso a pugni una donna ammanettata. L'agente di polizia non identificato di Westminster è stato messo in congedo amministrativo mentre si svolgono le indagini per determinare le dinamiche dell’incidente. Un filmato ripreso da un cellulare mostra l'ufficiale e un altro poliziotto che atterrano con forza una donna in manette, prima che inizi a prenderla a pugni in testa. Un terzo ufficiale lo rimprovera immediatamente mentre i suoi coetanei lo spingono lontano dalla donna. Il sospetto è stato portato in un vicino ospedale, ma è stato successivamente incarcerato nella prigione di Orange County. La scena scioccante arriva appena un giorno dopo che l'ufficiale di polizia di Minneapolis Derek Chauvin è stato condannato per l'omicidio di George Floyd nel maggio del 2020.

George Floyd, Black Lives Matter, la condanna a Derek Chauvin: una rivoluzione. Le Iene News il 21 aprile 2021. Derek Chauvin, il poliziotto statunitense che ha ucciso George Floyd, è stato ritenuto colpevole di tre capi d’imputazione per omicidio. Dalla morte dell’uomo afroamericano alla condanna dell’agente è passato quasi un anno, scandito dalle proteste del Black Lives Matter: 365 giorni dopo il mondo è cambiato. “Tre volte colpevole”: il grido di liberazione della comunità afroamericana e di tutti i sostenitori dei diritti delle minoranze corre veloce su internet e nelle strade. Il 20 aprile 2021 è un giorno da cerchietto rosso sul calendario, uno spartiacque che segna la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. Derek Chauvin, il poliziotto statunitense che ha ucciso George Floyd, è stato ritenuto colpevole di tutti e tre i capi d’imputazione contestatigli: omicidio colposo, omicidio preterintenzionale e omicidio dovuto a una condotta negligente. Starà ora al giudice di Minneapolis, Peter Cahill, stabilire la condanna: dovrebbe aggirarsi intorno ai 40 anni di carcere. “È un passo gigante nella lotta al razzismo”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Ed è un passo gigante anche per lo stato del Minnesota: è la prima volta nella storia che un agente di polizia bianco viene condannato per l’omicidio di una persona nera. Il Minnesota è parte degli Stati Uniti dal 1858, più di 160 anni. C’è voluto quasi un anno per arrivare alla sentenza di colpevolezza di Derek Chauvin. Il 25 maggio 2020 le immagini dell’agente che teneva schiacciato al suolo George Floyd, il ginocchio contro il collo a togliere il respiro all’uomo afroamericano, hanno fatto il giro del mondo. Si è creato così un grande movimento spontaneo di protesta, che ha riportato l’attenzione sul movimento Black Lives Matter (“Le vite dei neri contano”), fondato nel 2013 proprio per lottare contro le discriminazioni razziali. L’indignazione per l’omicidio di George Floyd ha causato nei giorni successivi manifestazioni prima pacifiche, e poi via via sempre più violente. Sono stati necessari oltre 10mila soldati e una intera settimana per riportare la calma nelle vie di Minneapolis. L’onda di disgusto però ha travalicato i confini della città, dello stato del Minnesota e degli Stati Uniti, travolgendo il mondo. In molti paesi si sono tenute manifestazioni contro il razzismo, che hanno coinvolto non solo comuni cittadini ma anche star internazionali. Risalto globale hanno avuto le immagini dei calciatori e dei giocatori Nba in ginocchio, in segno di protesta. Tra gli sportivi, è diventata emblematica la figura del 7 volte campione del mondo di F1 Lewis Hamilton, in prima linea nelle campagna di Black Lives Matter. La sua scuderia, la Mercedes, ha persino cambiato colore alle vetture per sostenere la causa. E mentre le star di tutto il mondo tenevano alto il grido di Black Lives Matter, sempre più cittadini hanno trovato la forza di indignarsi e combattere contro il razzismo e i soprusi subìti. I nuovi casi di persone nere maltrattate o perfino uccise dalla polizia americana - sfortunatamente più comuni di quanto si potrebbe pensare - hanno aggiunto ulteriore rabbia all’indignazione. Il movimento Black Lives Matter ha raccolto e indirizzato questi sentimenti in una lotta quotidiana contro le discriminazioni. C’è chi sostiene che le rivolte contro la discriminazione, per magnitudo e importanza seconde solo a quelle degli anni ’60 nell’ultimo secolo, abbiano giocato un ruolo importante nello scalzare dalla Casa Bianca uno dei presidenti più controversi di sempre, Donald Trump. Noi de Le Iene, poco prima di quel voto, abbiamo intervistato uno dei leader di Black Lives Matter: Hawk Newsome ci ha offerto la sua visione del futuro degli Stati Uniti e del mondo, nel servizio che potete vedere in testa a questo articolo. Per quasi un anno le comunità afroamericane sono scese in piazza con i cartelli e le immagini “I can’t breathe”, non posso respirare, una delle ultime frasi di George Floyd. Dopo la condanna Derek Chauvin trovare l’aria è diventato un po’ più semplice, per tutti.

Si attende la decisione del giudice sull’entità della pena. Processo Floyd, l’ex agente Chauvin condannato per omicidio: applausi davanti al tribunale. Carmine Di Niro su Il Riformista il 20 Aprile 2021. L’ex agente di polizia Derek Chauvin è colpevole di tutti e tre i capi d’imputazione: omicidio di secondo grado, di terzo grado e omicidio colposo di secondo grado, per la morte dell’afroamericano 46enne George Floyd. È questo il verdetto lampo, arrivato dopo sole 10 ore di discussione e senza chiedere chiarimenti alla Corte di Minneapolis, arrivato dalla giuria popolare chiamata a giudicare l’ex agente del dipartimento di polizia della capitale del Minnesota. Toccherà ora al giudice Peter Cahill fissare l’entità della pena per Chauvin, entro sei-otto settimane. Il processo contro Derek Chauvin era iniziato il 29 marzo e durante il procedimento sono stati sentiti 45 testimoni. L’ex agente rischia una stangata: per l’omicidio involontario di secondo grado rischia una pena massima di 40 anni, per omicidio di terzo grado di 25 anni e per omicidio colposo di 10 anni di reclusione. Chauvin è stato ammanettato in aula e preso in custodia dall’ufficio dello sceriffo della contea di Hennepin, lascia così il tribunale e restando sotto la custodia delle autorità. Una sentenza storica per gli Stati Uniti: applausi e cori sono partiti al pronunciamento della sentenza tra la folla che attendeva il verdetto del processo Floyd, con scene analoghe in altre città americane. Anche il presidente Joe Biden ha seguito la lettura del verdetto dalla Casa Bianca. “La giustizia guadagnata dolorosamente è arrivata per la famiglia di George Floyd e la comunità qui a Minneapolis, ma il verdetto di oggi va ben oltre questa città e ha implicazioni significative per il Paese e persino per il mondo”, ha detto Ben Crump, uno dei legali della famiglia Floyd. “Questo caso è un punto di svolta nella storia americana per la responsabilità delle forze dell’ordine e invia un messaggio chiaro che speriamo venga ascoltato chiaramente in ogni città e in ogni stato”, ha aggiunto Crump. La morte di Floyd il 25 maggio del 2020 aveva innescato un vasto movimento di proteste contra la violenza e la brutalità delle forze dell’ordine, proteste animate in particolare dal movimento Black Lives Matter. George Floyd era stato accusato da Chauvin e dai suoi colleghi con l’accusa, da parte di un commesso di un negozio, di aver tentato di pagare con una banconota falsa da 20 dollari. Chauvin, intervenuto sul luogo del presunto reato assieme a quattro colleghi, come ripreso dai video delle body-cam e di alcuni passanti aveva bloccato Floyd a terra premendo per oltre 9 minuti col suo ginocchio sul collo dell’afroamericano, provocando il suo decesso per asfissia. Ad agosto inizierà invece il processo nei confronti degli altri agenti incriminati per la morte di Floyd, ovvero Thomas Lane, J. Alexander Kueng, e Tou Thao. I tre sono accusati di aver facilitato l’omicidio di Floyd: i primi due aiutando Chauvin a tenere Floyd a terra per un certo periodo di tempo, mentre Thao avrebbe assistito senza muovere un dito.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia.

Da Repubblica.it il 26 giugno 2021. Ventidue anni e mezzo anni di carcere. È la sentenza del giudice Peter Cahill del tribunale di Minneapolis, Minnesota, nei confronti dell'ex agente di polizia Derek Chauvin, 45 anni, giudicato colpevole della morte di George Floyd, avvenuta la sera del 25 maggio 2020. I procuratori avevano chiesto trent'anni, i difensori di Chauvin la libertà condizionata. «Dobbiamo riconoscere il dolore della famiglia Floyd - ha commentato il giudice - questa non è una sentenza nata sull'emozione, non sull'onda dell'opinione pubblica e non vuole essere un segnale, ma si fonda su fatti legali». Si è trattato di una «sentenza che sembra appropriata», ha commentato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Prima della sentenza era stato dato spazio ai messaggi delle parti, tra cui quello della figlia della vittima, Gianna, 7 anni, che in una registrazione video aveva detto quanto volesse riavere il padre: «Voglio giocare con lui». Quando le era stato chiesto cosa gli avrebbe detto se avesse potuto parlargli, la piccola aveva risposto: «Mi manchi e ti voglio bene». I fratelli di Floyd hanno trattenuto a stento le lacrime, nel loro intervento in cui hanno chiesto il massimo della pena per l'imputato. Uno di loro, Terrence, si è rivolto all'ex agente e gli ha detto: «Cosa ti è passato per la testa quando hai tenuto il ginocchio sul collo di mio fratello? Quando non poteva rappresentare una minaccia, perché non l'hai sollevato?». A sorpresa, ha parlato la madre di Chauvin, Carolyn Pawlenty, che ha difeso il figlio: «È quanto di più lontano dall'essere razzista. Derek è un brav'uomo, dolce e dal grande cuore. La condanna che darete a lui sarà la condanna che darete a me». Senza mai citare la vittima, la donna si è poi rivolta al figlio e ha detto: «Derek, sappi che io crederò per sempre nella tua innocenza». L'ultimo intervento è stato proprio quello di Chauvin, che non aveva mai parlato al processo. Il suo è stato un messaggio breve ma ambiguo: «Voglio porgere le mie condoglianze alla famiglia Floyd. Ci saranno informazioni interessanti in futuro, e spero possano darvi un po' di pace». Poche ore prima lo stesso giudice Cahill aveva bocciato la richiesta presentata dall'ex agente perché venisse rifatto il processo. La sentenza è arrivata così al termine di un'ora e mezzo di dibattimento, dopo che il 20 aprile l'ex poliziotto era stato dichiarato colpevole di omicidio colposo, omicidio di terzo grado e omicidio involontario di secondo grado. Per più di nove minuti aveva tenuto il ginocchio premuto sul collo di Floyd, steso a faccia in giù, ammanettato, nonostante la vittima lo avesse supplicato di farlo respirare. «Nove minuti e mezzo di brutalità», ha detto il procuratore Matthew Frank. Secondo l'accusa, Chauvin era consapevole di creare un «rischio non ragionevole» nei confronti di Floyd, agendo con «negligenza», in modo «irresponsabile», e usando «consapevolmente» la forza in «modo eccessivo». L'agonia dell'afraomericano venne filmata da una ragazza di 17 anni, Darnella Frazier. Le immagini, messe in rete il giorno dopo, risultarono decisive perché strapparono dall'oblio l'ennesimo caso di brutalità da parte della polizia. Milioni di persone scesero per strada e marciarono in segno di protesta. Floyd è diventato un'icona delle battaglie contro il razzismo. Nelle scorse settimane sono state inaugurate statue scolpite in suo onore, il 19 giugno è stato dichiarato festa nazionale dedicata alla fine della schiavitù, ma c'è un'America che non si rassegna. Il busto di Floyd inaugurato pochi giorni fa a Brooklyn è stato già vandalizzato.

Omicidio George Floyd, l’ex agente Derek Chauvin condannato a 22 anni e mezzo di carcere: “Abuso e particolare crudeltà”. Il Fatto Quotidiano il 25/6/2021. "La mia scelta non è basata sulle emozioni e non vuole inviare alcun messaggio", ha precisato il giudice Peter Cahill, pur riconoscendo il turbamento che l'omicidio del 47enne afroamericano aveva causato nella comunità. "È stato un episodio doloroso per tutta la Contea di Hennepin, per lo Stato del Minnesota e per l'intero Paese". Derek Chauvin, il 45enne ex agente di polizia che il 25 maggio 2020 uccise George Floyd a Minneapolis inginocchiandosi sul suo collo per 9 minuti consecutivi, è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere. I rappresentanti dell’accusa avevano chiesto 30 anni. Pronunciando la sentenza, il giudice della Contea di Hennepin Peter Cahill ha spiegato che alla decisione è allegato un memorandum di 22 pagine con le motivazioni. La pena irrogata è di 10 anni superiore a quella suggerita dalle linee guida per casi simili, una scelta – ha spiegato Cahill rivolgendosi all’ex agente – “dovuta al suo abuso di una posizione di fiducia e autorità, e anche alla particolare crudeltà” mostrata nei confronti di Floyd. “La mia scelta non è basata sulle emozioni e non vuole inviare alcun messaggio”, ha precisato il giudice, pur riconoscendo il turbamento che l’omicidio del 47enne afroamericano aveva causato nella comunità. “È stato un episodio doloroso per tutta la Contea di Hennepin, per lo Stato del Minnesota e per l’intero Paese”, ha detto. I lamenti di Floyd (“I can’t breathe“, “non respiro”) mentre moriva soffocato dal peso di Chauvin avevano dato il via alla maggiore protesta di massa contro la violenza razziale vista negli ultimi decenni. Il gesto del ginocchio puntato a terra, da allora, è diventato un simbolo antirazzista adottato movimento Black Lives Matter. In chiusura del dibattimento, i familiari di George hanno ricordato il dolore vissuto per la sua morte e chiesto il massimo della pena. “Non ci servono altre ramanzine al colpevole, ci siamo già passati”, ha dichiarato in lacrime Terrence, uno dei fratelli di George. La figlia di 7 anni, Gianna, ha parlato in un video proiettato in aula, dicendo che, se potesse dire ancora dire qualcosa al papà, sarebbe “Ti voglio bene e mi manchi”. “Riconosco e sento mia la vostra sofferenza”, ha commentato il giudice. Chauvin, da parte sua, ha rotto il silenzio facendo loro pubbliche condoglianze in aula, con l’augurio di trovare una qualche forma di serenità.

Morte Floyd, condannato a 22 anni e mezzo ex agente Chauvin. Gerry Freda il 25 Giugno 2021 su Il Giornale. Chauvin era stato dichiarato colpevole il 20 aprile dalla giuria popolare per tutti e tre i capi di imputazione formulati contro di lui. Derek Chauvin, l'ex agente di polizia 45enne che ha ucciso l'afroamericano George Floyd durante un fermo, è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere dalla Corte di Hennepin County, a Minneapolis. L'ex poliziotto era stato dichiarato colpevole il 20 aprile dalla giuria popolare per tutti e tre i capi di imputazione formulati contro di lui e oggi è stata appunto quantificata la sua pena, considerata però troppo breve dai familiari di Floyd e dalle associazioni a difesa dei diritti dei neri; la pubblica accusa aveva chiesto una condanna più pesante per l'imputato, ossia 30 anni di carcere. Chauvin era finito nella bufera il 25 maggio del 2020, quando, in una strada periferica di Minneapolis, aveva tenuto, per nove minuti e 29 secondi, il proprio ginocchio piegato sul collo dell'afroamericano, schiacciato sull’asfalto. L'ex agente aveva affrontato le udienze del processo a suo carico mostrandosi quasi impassibile di fronte alle strazianti testimonianze presentate contro di lui da amici e familiari della vittima. L'imputato, durante il dibattimento, aveva preso la parola in aula soltanto una volta, per rivolgere le sue condoglianze ai parenti di Floyd. Chauvin, nel dettaglio, è stato dichiarato colpevole di omicidio colposo, di omicidio preterintenzionale e di condotta negligente. Il verdetto a carico dell'ex agente ha però subito fatto infuriare gli attivisti neri, che, oltre per la tenuità della condanna, stanno protestando anche per il fatto che, con la buona condotta e altri benefici, l'assassino potrebbe trascorrere solo 15 anni dietro le sbarre. "Non sono a conoscenza", ha commentato il presidente Usa Joe Biden, "di tutte le circostanze che sono state considerate ma la sentenza sembra appropriata".

Gerry Freda. Nato ad Avellino il 20 ottobre 1989. Laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Relazioni Internazionali. Master in Diritto Amministrativo. Giornalista pubblicista. Collaboro con il Giornale.it dal 2018.

Caso Floyd: condannato a 22 anni l’agente Derek Chauvin. Biden: «Sentenza appropriata». Firenze post.it il 26/6/2021. Polemiche dopo la pronuncia del verdetto. Derek Chauvin, l’agente che ha ucciso George Floyd, è stato condannato, ieri 25 giugno, a 22 anni e mezzo di carcere, in una sentenza che lascia molti delusi e amareggiati perché la ritengono troppo debole. La famiglia e i legali di Floyd avevano chiesto la massima pena, ovvero 30 anni di carcere. Gli avvocati di Chauvin avevano prima tentato la strada della libertà vigilata, poi si sono arresi e hanno chiesto una sentenza leggera basata sulla legge. Il giudice Peter Cahill prima di pronunciarsi ha chiarito di aver deciso «non sulla scia delle emozioni e della simpatia, ma sui fatti. La mia decisione è accompagnata a un memorandum di 22 pagine che la spiega e non vuole essere un messaggio a nessuno», ha aggiunto. Chauvin, presente in aula dopo due mesi trascorsi in cella di isolamento, è rimasto imperterrito. Giacca e cravatta grigio chiaro, ha avuto il volto coperto dalla mascherina per quasi tutta l’udienza. L’ha rimossa solo per parlare: dopo essere rimasto in silenzio per tutte e sei le settimane del processo, l’ex agente ha infatti preso brevemente la parola e si è rivolto alla famiglia di Floyd, presentando le sue condoglianze con la voce tremante e palesemente scosso. Prima di lui si era rivolta al giudice e al pubblico sua madre, Carolyn Pawlenty. «Lo hanno descritto come aggressivo, incurante e razzista. Ma voglio dirvi che non è così: è una brava persona», ha detto Pawlenty. La donna poi si è rivolta fra le lacrime direttamente al figlio: «Derek ho sempre creduto alla tua innocenza. Sei il mio figlio preferito». A rivolgersi al giudice Cahill è stata anche la famiglia di Floyd, a partire dalla figlia di sette anni Gianna, collegata via video. A chi le chiedeva cosa direbbe al padre, la bimba ha risposto: «Gli direi che mi manca e che gli voglio bene». Decine di persone attendevano la sentenza fuori dal tribunale di Minneapolis, sventolando la foto di George Floyd e urlando a squarciagola Black Lives Matter. «Non cerchiamo vendetta, guardiamo solo alla gravità di quanto accaduto», ha detto il procuratore del Minnesota, Keith Ellison, prima della sentenza. Il riferimento è al video shock che ha documentato gli ultimi nove minuti di vita di Floyd il 5 maggio del 2020 e che ha fatto il giro del mondo, spingendo migliaia di persone in piazza negli Stati Uniti per manifestare contro la polizia violenta e razzista. Proteste che mandarono su tutte le furie l’allora presidente Donald Trump, convinto che bisognasse usare il pugno duro contro i manifestanti. «Dovremmo spaccargli la testa, ecco come dovremmo trattarli. Sparate», avrebbe detto il tycoon durante i giorni caldi dell’estate del 2020, premendo per l’intervento dell’esercito. La sentenza chiude un caso che ha scosso l’America ma delude tutti coloro che voleva quella che – a loro avviso – sarebbe stata una sentenza esemplare, ovvero la massima pena per un atto violento e ingiustificato. L’amarezza è palese fuori dal tribunale e si contrappone all’urlo di gioia che era seguito al verdetto di colpevolezza della giuria. la battaglia di Black Lives Matter – assicurano i manifestanti – va avanti, questo è solo l’inizio. «Non sono a conoscenza di tutte le circostanze che sono state considerate ma la sentenza sembra appropriata», il commento del presidente Joe Biden.

New York, vandalizzata statua in onore di George Floyd a Brooklyn. Ilaria Minucci il 25/06/2021 su Notizie.it. La statua eretta in onore di George Floyd a Brooklyn, New York, è stata vandalizzata da quattro uomini dal volto coperto afferenti al gruppo “Patriotfront”. Nella giornata di sabato 19 giugno, una statua che raffigura il volto di George Floyd era stata inaugurata a Brooklyn, uno dei cinque distretti amministrativi in cui è suddivisa la città di New York. A pochi giorni dall’inaugurazione dell’opera realizzata in memoria dell’afroamericano ucciso nel mese di maggio 2020, il volto dell’uomo è stato vandalizzato e imbrattato con della vernice nera. L’azione di vandalismo, poi, ha riguardato anche la base del monumento che riportava svariate frasi in onore di George Floyd: le scritte, tuttavia, sono state cancellate e ricoperte con della vernice bianca e la parola “Patriotfront”, nome nel quale si riconosce un gruppo suprematista di bianchi americani. La vicenda ha portato all’apertura di un’inchiesta da parte delle autorità che stanno indagando per risalire all’identità dei responsabili del crimine. Il danneggiamento della statua intitolata a George Floyd è stato commentato dal sindaco di New York, Bill de Blasio, che ha scritto il seguente messaggio sul suo account Twitter ufficiale: “La scorsa notte un gruppo di estremisti di destra ha vandalizzato una statua di George Floyd a Brooklyn. Un atto di odio razzista, ripugnante e spregevole. Il City Cleanup Corps sta riparando la statua ed è in corso un’indagine sui crimini d’odio. Porteremo questi codardi davanti alla giustizia”. La polizia di New York, invece, sempre su Twitter, ha postato le foto dei quattro soggetti con il viso coperto e, quindi, non riconoscibile che hanno vandalizzato la statua alle ore 03:40 di notte di giovedì 24 giugno, asserendo: “Il 24/6/21 alle 3:40 del mattino, quattro persone hanno danneggiato un monumento a George Floyd al 1545 di Flatbush Ave, Bklyn. La vernice spray nera è stata utilizzata per deturpare la scultura e coprire il testo sul piedistallo. ‘PATRIOTFRONT.US’ è stato impresso con vernice spray bianca sul piedistallo”. In merito al gravissimo episodio, è intervenuta anche Lindsay Eshelman di ConfrontART, che ha collaborato attivamente con la We Are Floyd Foundation per riuscire a realizzare e inaugurare il monumento, ribadendo: “Non lasceremo che questo gesto vandalico, o dovrei dire di odio, rovini il messaggio che vogliamo trasmettere con la statua”. Nella mattinata di giovedì 24, tuttavia, l’opera di Brooklyn non è stato l’unico monumento eretto in onore dell’afroamericano vandalizzato. Anche nel New Jersey, infatti, un’altra statua in bronzo dedicata a George Floyd e collocata nelle vicinanze dell’ingresso del municipio di Newark è deturpata e, anche in questa circostanza, è stata apposta la scritta bianca “Patriotfront”. Simili atti si stanno verificando in prossimità della proclamazione della sentenza che le autorità giudiziarie americane pronunceranno, nel corso delle prossime ore, nei confronti dell’ex agente Derek Chauvin, responsabile dell’uccisione di George Floyd nel 2020.

Da "repubblica.it" il 2 aprile 2021. Le inquietanti riprese della telecamera della polizia sono state mostrate alla giuria al processo contro il poliziotto bianco accusato di aver ucciso George Floyd, l'uomo di colore di 46 anni la cui morte ha causato proteste in tutto il mondo. Il video ripreso dalle bodycam dei quattro agenti di polizia coinvolti nell'arresto di Floyd del 25 maggio 2020 è stato presentato dai pubblici ministeri il terzo giorno del processo contro l'ex poliziotto di Minneapolis Derek Chauvin. Chauvin, 45 anni, ripreso nel video di un passante mentre era inginocchiato sul collo di un Floyd ammanettato per più di nove minuti, è accusato di omicidio e omicidio colposo. I video della bodycam includono il momento in cui Floyd è stato arrestato sotto la minaccia di una pistola per aver presumibilmente spacciato una banconota falsa da 20 dollari. Si sentono le sue disperate suppliche ("non posso respirare") mentre e' bloccato a faccia in giu' per strada dagli agenti. Il video della bodycam di Lane mostra Floyd che dice "per favore, non spararmi" mentre viene tirato fuori dalla sua auto davanti al negozio dove ha pagato un pacchetto di sigarette con la banconota contraffatta. Floyd viene ammanettato e portato in un'auto della polizia dove appare sempre più angosciato mentre lotta con gli agenti che stanno cercando di metterlo nella parte posteriore del veicolo. "Sono claustrofobico, amico", dice ripetutamente Floyd. "Perche' mi fai cosi'? Non mi piace quest'uomo." Dopo che Floyd e' caduto dall'auto in strada, tre agenti lo bloccano e Chauvin lo ferma inginocchiato sul collo. La telecamera del corpo di Chauvin e' caduta durante la lotta e va a finire sotto l'auto, ma le telecamere degli altri agenti hanno continuato a funzionare. Floyd ripete piu' volte che non riesce a respirare. "Mamma, ti amo", dice. "Mi fa male lo stomaco, mi fa male il collo". A un certo punto, uno degli agenti dice: "Penso che sia svenuto" e chiede se debbano "farlo rotolare su un fianco". Il filmato della videocamera continua fino all'arrivo di un'ambulanza che porta un Floyd privo di sensi in ospedale, dove e' stato dichiarato morto. Gli altri tre ex agenti di polizia coinvolti nell'arresto - Tou Thao, Thomas Lane e J. Alexander Kueng - saranno processati separatamente entro la fine dell'anno.

Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” il 13 marzo 2021. La città di Minneapolis pagherà 27 milioni di dollari di danni e interessi alla famiglia di George Floyd, il 46enne afroamericano morto lo scorso maggio sotto il ginocchio di un poliziotto bianco, che glielo aveva pressato sul collo per 8 minuti e 46 secondi. Le sue ultime parole - I can't breathe , «Non riesco a respirare» - sono diventate lo slogan delle manifestazioni di Black Lives Matter, alle quali la scorsa estate hanno partecipato un numero enorme - tra i 15 e i 26 milioni - di americani di ogni etnia e colore. Il Consiglio comunale di Minneapolis ha approvato ieri all'unanimità il patteggiamento nella causa civile intentata dalla famiglia contro la città e i quattro poliziotti coinvolti. Il risarcimento, che include 500mila dollari per la comunità in cui Floyd fu ucciso mentre veniva arrestato col sospetto che avesse usato una banconota falsa da 20 dollari, è il più alto mai pagato dalla città. Il precedente: 20 milioni di dollari nel 2019 alla famiglia di Justine Damond, una donna bianca uccisa dal poliziotto Mohamed Noor. La decisione di Minneapolis è arrivata prima dell'inizio del processo penale che vede l'ex poliziotto Derek Chauvin imputato di tre reati legati all'accusa di omicidio, per cui rischia fino a 40 anni di carcere. Il risarcimento potrebbe avere implicazioni per il processo: l'avvocato difensore di Chauvin aveva cercato di bloccare ogni menzione, per evitare che influenzasse la giuria, che potrebbe leggerlo come una ammissione di responsabilità e colpa. La selezione della giuria è iniziata lunedì scorso: al momento i giurati scelti sono sei, secondo indiscrezioni (cinque uomini e una donna, tre dei quali bianchi). Ora alcuni esperti legali, citati dal Washington Post, credono che l'annuncio dei 27 milioni alla famiglia di Floyd sia «un potenziale disastro» per Chauvin, e osservano che la difesa potrebbe tentare di chiedere l'annullamento del processo, il cui inizio è previsto per il 29 marzo. La presidente del Consiglio comunale Lisa Bender ha offerto le sue condoglianze: «Nessuna somma di denaro potrà mai compensare l'intensità del dolore o il trauma provocato da questa morte per la famiglia di George Floyd e gli abitanti di questa città. Minneapolis è stata profondamente cambiata dalle questioni razziali e il nostro intero Consiglio comunale vuole lavorare insieme alla comunità e alla famiglia per rendere Minneapolis una città più equa». In seguito all'uccisione di Floyd, oltre a diffuse manifestazioni pacifiche, ci furono anche episodi notturni di guerriglia urbana in diverse città americane. A Minneapolis vennero danneggiati 1.500 edifici, il Terzo distretto di polizia fu dato alle fiamme. Ora in vista del processo il centro della città, intorno agli edifici giudiziari, è stato blindato dal sindaco democratico Jacob Frey, che la scorsa estate fu criticato da Donald Trump per non aver preso misure più severe. Frey ha chiesto l'aiuto di agenti di altre zone del Minnesota e della Guardia Nazionale, anche perché dopo la morte di Floyd ha perso un quarto dell'organico tra dimissioni e pensionamenti.

Marxismo e capitalismo nel tradimento "black". "Non combatteremo il capitalismo bianco con il capitalismo nero, combatteremo il capitalismo con il socialismo". Maurizio Acerbi - Gio, 08/04/2021 - su Il Giornale. «Non combatteremo il capitalismo bianco con il capitalismo nero, combatteremo il capitalismo con il socialismo», afferma Fred Hampton, il presidente del Black Panther Party dell'Illinois. È la frase chiave, pronunciata nel 1968, per capire tutto il film, tratto da una storia vera, drammatica, su uno dei leader delle Pantere Nere e dei tragici eventi che lo coinvolsero. Con un titolo che fa pensare a qualcosa di cattolico, ma che è laico fino alle fondamenta. Ed è interessante notare come il cinema hollywoodiano, che sta sfruttando al meglio il filone d'oro e significativamente più creativo del «black cinema», punti ora a frantumare l'idea della totale identità della comunità afroamericana, focalizzandosi invece sulle discussioni e le contraddizioni al suo interno. Di recente, lo abbiamo visto nell'intenso e molto bello One Night in Miami e ora emerge, prepotente, in questo altrettanto potente Judas and the Black Messiah. Complimenti a Shaka King che riesce a mantenere un difficile equilibrio tra impegno civile e cinema di genere (poliziesco), rivolgendosi, in questo modo, a un pubblico più ampio e trasversale. A Chicago, il criminale Bill O'Neal (Lakeith Stanfield, strepitoso), usa un falso distintivo per rubare le macchine ai «fratelli neri». Lo beccano e l'Fbi gli propone di fare l'informatore per non finire dentro. Viene così infiltrato nel Black Panther Party, sempre più in ascesa, dove O'Neal giorno dopo giorno si fa un nome, scalando le gerarchie fino a diventare un confidente del leader Fred Hampton (complimenti a Daniel Kaluuya), che vaticina idee marxiste, prospettando un'alleanza interrazziale tra proletari contro il sindaco di Chicago. Il sistema non lo può accettare e studia il modo di farlo fuori sfruttando O'Neal che, in maniera tormentata, vive questo doppio ruolo, attratto dalle idee di Hampton, ma anche dalla «borsa di Giuda» promessa. L'idea vincente è quella di non fare un ritratto sugli altari del «Messia» Hampton, ma di raccontare la storia con gli occhi del «Giuda» O'Neal. Film con 5 candidature agli Oscar, tutte decisamente meritate.

Emilia Santini per “Libero quotidiano” il 13 marzo 2021. Vedrete: là dove non arrivano (perché non ci arrivano) i regolamenti stravolti dei premi Oscar o gli slogan alla «black lives matter», ci penserà quella cosa preziosissima alla quale tutti a Hollywood tengono fortemente. Chiamasi: i bigliettoni fruscianti. Ieri è stata infatti pubblicata dalla rivista Variety una ricerca sull' importanza della inclusività che fa leva sull' unica argomentazione davvero rilevante per la Settima Arte: il vantaggio economico. Rege-Jeans Page è il protagonista di «Bridgerton» e sarà il nuovo «Black Panther» L'analisi, condotta da McKinsey and Company, è riassumibile in un assai venale «se assoldi un regista o un attore dalla pelle scura risparmierai un sacco di soldi». I dati sciorinati prendono in esame gli ultimi dieci anni, con particolare attenzione per il periodo 2015-2019, e sono categorici: stando a quanto emerso, il sistematico atteggiamento razzista sarebbe costato all' industria Hollywoodiana la bellezza di 10 miliardi di dollari l'anno. Al contrario, se il cinema americano iniziasse a essere più inclusivo, aprendo le porte a registi e interpreti di colore, vedrebbe lievitare i propri ricavi annuali del 7% all' anno. Mica male. La ragione sarebbe da rintracciarsi nei diversi cachet: con buona pace della inclusività, una regista quotata come Ava DuVernay non sarà mai pagata come Steven Spielberg. E non frega nulla a nessuno se lei è la prima donna di colore ad aver diretto un kolossal da 100 milioni di dollari (il fantasy Nelle pieghe del tempo) o se ora sta lavorando al nuovo blockbuster della DC Comic: verrà pagata meno. Punto. Lo stesso dicasi per gli attori: Will Smith difficilmente avrà lo stesso ritorno economico di un Leonardo Di Caprio, così come la recente rivelazione Regé-Jean Page. L' attore, in pole position per diventare il nuovo Black Panther, può leccare tutti i cucchiaini della serie Bridgerton ma deve farne ancora di strada per essere pagato come Brad Pitt. Quindi, sì: se Hollywood sta aprendo alle quote black è anche perché gli conviene. E parecchio. La riprova è contenuta nella stessa ricerca di McKinsey and Company: stando alle comparazioni effettuate, i budget per i film il cui protagonista o coprotagonista è nero sono inferiori del 24% ai film con interpreti all white. Il gap si ingigantisce se a essere con la pelle scura sono due o più persone che lavorano dietro le telecamere, come nel caso di registi, direttori della fotografia, sceneggiatori o produttori: in tal caso lo scarto è addirittura del 43% in meno. Persino gli investimenti in pr e comunicazioni scemano, calando del -13%. Insomma, questa faccenda della inclusività potrebbe rivelarsi un affare d' altri tempi, ossia una nuova priorità economica prima ancora che etica. Insomma, si farebbe (o si sta già facendo?) la cosa giusta ma per la ragione sbagliata. Tuttavia secondo lo studio bisognerà impegnarsi parecchio per riprendersi quei 10 miliardi di dollari perduti all' anno. Non basta infatti la scelta della singola produzione: devono essere solidali anche «agenzie, sindacati, studi, critici, finanziari, festival, reti tv», come spiega a Variety una delle autrici della ricerca, Sheldon Lyn. È il sistema che deve abbracciare la causa. E poi, siccome gli americani sono dei furbi, ora tutti si stanno domandando: se guadagniamo di più combattendo il razzismo, quanto potremmo lucrare promuovendo anche donne, asiatici e qualsivoglia categoria finora snobbata? Il dado è tratto e chissà se davvero i soldi salveranno le persone discriminate...

Viviana Mazza per il "Corriere della Sera" il 25 febbraio 2021. Ilyasah Shabazz, figlia 58enne di Malcolm X, ha ricordi frammentari della vita del leader afroamericano. Aveva due anni quando lo uccisero davanti ai suoi occhi, con 16 colpi di pistola, il 21 febbraio 1965 durante un comizio all' Audubon Ballroom di Harlem. Ilaysah continuò a sperare che il padre tornasse a casa: guardava fuori dalla finestra ogni volta che sentiva un' auto passare. Nel giorno del 56° anniversario, lei e due sorelle sono tornate nel luogo dove il padre fu assassinato per rendere pubblica una lettera, scritta lo scorso 25 gennaio sul letto di morte da un agente di polizia che accusa l' Fbi e il New York Police Department (NYPD) di essere dietro l' uccisione di Malcolm X. Raymond Wood rivela di avere avuto all' epoca il compito di «infiltrare le organizzazioni per i diritti civili» al fine di trovare prove di crimini, screditarle e farne arrestare i leader dall' Fbi. Rimpiangendo di aver «partecipato ad azioni deplorevoli e dannose per l' avanzamento dei neri» (come lui), Wood spiega di aver ricevuto pressioni dai suoi capi del NYPD affinché spingesse due membri della sicurezza di Malcolm X a commettere dei reati pochi giorni prima di quel 21 febbraio. Reati che avrebbero allontanato i due dalla gestione della sicurezza, facilitando la realizzazione del complotto della polizia e dell' Fbi per ucciderlo. Per l' omicidio furono condannati tre membri del Nation of Islam, gruppo di cui Malcolm X aveva fatto parte ma dal quale si era allontanato: Talmadge Hayer, Norman Butler e Thomas Johnson. Gli ultimi due, arrestati una settimana dopo, si sono dichiarati sempre innocenti e diversi storici sospettano che lo fossero. L' anno scorso l' ufficio del procuratore di Manhattan Cy Vance ha riaperto le indagini sul caso, dopo l' uscita del documentario Who Killed Malcolm X? su Netflix. Malcolm Little era nato a Omaha, in Nebraska, in una famiglia povera politicamente attiva: aveva 6 anni quando suo padre finì sotto un tram, un incidente dietro il quale secondo alcuni storici c' era il Ku Klux Klan. Si trasferì a Boston dalla zia, lasciò la scuola e fu risucchiato nel ghetto, tra truffe e droghe. Finì in carcere per un furto appena ventenne. Fu allora che si convertì alla Nation of Islam e, una volta rilasciato, diventò uno dei portavoce più importanti della setta di Elijah Muhammad. Un Islam sui generis, secondo cui i bianchi erano demoni, geneticamente plasmati da un malvagio scienziato chiamato Yacub, mentre i neri americani appartenevano all' antica tribù asiatica degli Shabazz ridotta in schiavitù. La Nation of Islam chiedeva ai convertiti di ripudiare il cognome «da schiavi» sostituendolo con una X; predicava la separazione tra bianchi e neri; vietava di partecipare al processo politico. Dopo aver reclutato migliaia di membri ed essere arrivato quasi all' apice dell' organizzazione, Malcolm X se ne allontanò nel 1964, compiendo il pellegrinaggio alla Mecca e abbracciando l' Islam sunnita, guidato anche dal desiderio di fare attività politica e di lavorare con le organizzazioni dei diritti civili. Malcolm X diventò El-Hajj Malik El-Shabazz. Allo stesso tempo resta tuttora uno dei personaggi più controversi della storia americana. Nessuna figura del nostro tempo ha suscitato la paura e l' odio dell' uomo bianco quanto lui, per la sua rabbia, la sua denuncia della supremazia bianca, il suo appello a cercare la libertà «ad ogni costo», il famoso discorso sulla «scheda elettorale o il fucile» o frasi come «l' estremismo nella difesa della libertà non è un vizio» (1964). Malcolm X è spesso contrapposto a Martin Luther King, che predicava l' integrazione e la nonviolenza. Nel film Selma di Ava Duvernay, vediamo il presidente Lyndon Johnson e il capo dell' Fbi J. Edgar Hoover definire King come un male minore rispetto a Malcolm X (entrambi comunque venivano sorvegliati; il 6 giugno 1964 Hoover mandò un telegramma all' ufficio dell' Fbi di New York: «Occupatevi di Malcolm X»). In quel film c' è anche una scena in cui Malcolm incontra la moglie di King e le spiega che lui intende sostenere una posizione più estremista in modo da spingere i bianchi ad allearsi con il reverendo. Entrambi furono assassinati all' età di 39 anni.

Omicidio Malcolm X, la lettera di un ex poliziotto incolpa l'Fbi. La Repubblica il 21 febbraio 2021. La missiva, scritta in punto di morte, accusa anche il New York Police Department di aver ideato l'assassinio. Pochi giorni prima del discorso del leader dei diritti civili allontanarono due delle sue guardie del corpo per non fallire l'attentato. I familiari chiedono che l'indagine venga riaperta alla luce delle nuove prove.Cinquantasei anni dopo l'omicidio di Malcolm X è stata resa pubblica una lettera di Ray Wood, ora deceduto, che nel 1965 era un agente di polizia sotto copertura. La sua famiglia afferma che Wood scrisse la missiva sul letto di morte accusando l'Fbi e il New York Police Department di essere gli ideatori dell'assassinio nel 1965 dell'attivista afroamericano per i diritti civili. Nella lettera manoscritta Raymond Wood spiega di aver ricevuto pressioni dai suoi capi del New York Police Department affinché spingesse due membri della sicurezza di Malcolm X a commettere dei reati pochi giorni prima dell'uccisione del leader. I reati avrebbero allontanano i due dalla gestione della sicurezza, facilitando la realizzazione dell'agguato.  Nella lettera si dice anche che questa mossa avrebbe garantito che il leader si sarebbe trovato senza protezioni all'ingresso dell'Audubon Ballroom dove poi è stato colpito a morte. Per l'omicidio dell'attivista sono stati accusati tre membri del Nation of islam, gruppo di afroamericani musulmani. Diversi storici ritengono che l'accusa sia ricaduta sulle persone sbagliate e l'anno scorso il procuratore distrettuale di Manhattan ha avviato una revisione delle condanne. Le tre figlie di Malcolm X, insieme alla famiglia di Wood e al famoso avvocato per i diritti civili Ben Crump, chiedono che l'indagine sull'omicidio venga riaperta alla luce delle nuove prove. "Quello che vogliamo è cercare giustizia", ha detto l'avvocato Ray Hamlin. Nel 1950 l'Fbi ha aperto un fascicolo su Malcolm X dopo una lettera scritta al presidente Truman in cui esprimeva le sue posizioni contro la guerra di Corea e si dichiarava comunista. Nel marzo del 1953, anche la Cia iniziò a spiarlo. Il 14 febbraio 1965 Malcolm e la sua famiglia sono sopravvissuti a un attentato dinamitardo contro la loro abitazione. Esattamente una settimana dopo, il 21 febbraio, Malcolm X fu assassinato durante un discorso pubblico ad Harlem, all'età di 39 anni, con sette colpi di arma da fuoco. Al funerale, celebrato il 27 febbraio 1965 ad Harlem, parteciparono oltre 1.500.000 persone. Il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Ferncliff, ad Hartsdale, New York.

Anna Lombardi per “la Repubblica” il 19 febbraio 2021. «Le temperature sono crollate sotto lo zero, c' è stato il blackout e coi nostri figli di 5 e 7 anni ci siamo accampati intorno al camino, coi materassi per terra. Ma la legna è finita e per alimentare il fuoco stiamo usando i quadri alle pareti. Presto, temo, passeremo alle sedie...». Brianna Blake, 31 anni, residente a San Marcos, Austin, racconta il suo dramma al Texas Tribune : il quotidiano locale sulle cui pagine, in queste ore, si susseguono storie di anziani avvelenati dal monossido di carbonio per aver cercato tepore in auto col motore acceso e ospedali dove i generatori hanno smesso di funzionare lasciando spente le apparecchiature salvavita. E mentre Tim Boyd, sindaco repubblicano di Colorado City, è costretto a dimettersi per aver risposto a chi chiedeva assistenza: «Solo i deboli muoiono di freddo», a Houston il commerciante di materassi Jim McIngval apre i suoi magazzini ai bisognosi, trasformando l' esposizione in rifugio. Il Texas gela. Da giorni stretto in un'anomala morsa di freddo destinata a durare tutto il week end. Certo, le temperature sono crollate (di nuovo) in tutto il Paese. Ma il "Lone Star", raramente colpito da eventi del genere e dove i morti sono già 18, si è scoperto totalmente impreparato ad affrontare l' emergenza. Lo "snowado", mega tempesta di neve, ha infatti bloccato gli impianti petroliferi, le raffinerie, i gasdotti e le centrali elettriche, gelando pure l' acqua delle centrali nucleari e lasciando di fatto al buio 3,3 milioni di case (ieri ridotte a 2,6). Un disastro che nell' America divisa si sta già trasformando in rissa politica. Lo stato dei petrolieri, roccaforte repubblicana dal 1980, è d' altronde l' unico ad aver creato una rete elettrica "autarchica", la Ercot. Sganciata dal resto del Paese, ora non può avere aiuto energetico da nessuno. A scatenare il blackout, spiega il Washington Post, è stata soprattutto la mancanza di manutenzione degli impianti. conseguenza di un sistema di tariffe al ribasso, dove per mantenersi competitivi si sono ridotti al minimo gli interventi. Ma invece di assumersi la responsabilità del disastro, la leadership repubblicana, ha scelto di putare il dito sulle energie rinnovabili. E mentre il senatore trumpiano Ted Cruz se ne volava al caldo di Cancun, nel vicino Messico con la famiglia (scatenando un scandalo da dover precipitosamente rientrare), il governatore Greg Abbot, istigato dai commentatori di Fox News , se l' è dunque presa con «le politiche socialiste del Green New Deal». Sì, il piano, per ora solo su carta, presentato un anno fa da Alexandria Ocasio Cortez per far abbandonare all' America il carbon fossile e adottare solo energie rinnovabili, condiviso in parte pure da Joe Biden. «Eolico e solare ci hanno mollato. Serve il combustibile fossile» ha detto Abbott, sostenendo la necessità di continuare a ricorrere proprio a quelle fonti che tanto contribuiscono ai dissesti climatici. Mentre già lo smentiscono i dati: le rinnovabili coprano solo il 10 per cento del fabbisogno del suo stato. Ocasio Cortez non l' ha presa bene: «Il fallimento delle infrastrutture del Texas dipende proprio dal non aver perseguito l' agenda del Green New Deal» ha twittato. Intanto, mentre la politica litiga l' emergenza si aggrava: e pure cibo e acqua cominciano a scarseggiare. Dopo avere dichiarato lo stato d' emergenza, la Casa Bianca mobilita dunque la Fema, la protezione civile, affinché distribuisca coperte, cibo, generatori e diesel: «I cambiamenti climatici sono già una realtà» commenta la portavoce Jen Psaki.«E noi non siamo pronti».

Massimo Basile per "la Repubblica" il 17 febbraio 2021. Per la prima volta in quarant'anni Central Park è in deficit. E stavolta non c'è Spider Man a salvarlo. La pandemia ha cancellato tutti gli eventi più importanti legati al parco metropolitano più famoso al mondo, tenuto lontano le troupe cinematografiche delle saghe di Hollywood e migliaia di donatori, che hanno indirizzato gli aiuti verso altre emergenze, tra cui quella sanitaria. La Central Park Conservancy, organizzazione no-profit che da quarant'anni si occupa del polmone verde di Manhattan, ha inviato una lettera ai newyorkesi e ai finanziatori per lanciare una gigantesca raccolta fondi. Servono almeno dieci milioni di dollari. «Ora più che mai - ha scritto la presidentessa e ceo, Elizabeth W. Smith - Central Park ha bisogno del vostro sostegno». Le donazioni sono deducibili dalle tasse. Sul sito centralparknyc hanno pubblicato le quote mensili per due anni, con cifre che vanno da 33 a 111 dollari. Il 75 per cento del bilancio annuale viene coperto dalle donazioni, il resto arriva dalle tasse municipali. Negli ultimi 11 mesi la pandemia ha provocato un duplice effetto: il ripopolamento naturale del parco e il crollo degli affari. Se con l'abbattimento dell'inquinamento, migliaia di uccelli hanno fatto nido, tra cui il bianco Gufo delle nevi, apparso per la prima volta in 130 anni, la chiusura di attività e l'annullamento di eventi ha finito per creare un buco di bilancio senza precedenti. Non si girano neanche più film in quella che è considerata da sempre la location di ogni scena ambientata a New York, da Spider Man a Ghostbusters, da Hair a Colazione da Tiffany. Dopo il declino degli Anni '60 e '70 quando passare dal parco era considerato alla stregua di un piccolo Vietnam in cui cadere vittime di stupri e rapine, con la nascita nel 1980 della Central Park Conservancy è stato avviato un piano di recupero in grande stile. Vennero investiti subito 800 milioni di dollari per lanciare luoghi di ristorazione e rifare le strade interne. Eventi come la Maratona di New York o festival di musica e cinema come il Global Citizen e il Central Park Summer Stage hanno richiamato negli anni migliaia di persone e finanziato la manutenzione del parco. Con la pandemia è sparito tutto. Chiuse molte attività storiche, come l'iconico The Loeb Boathouse, il ristorante Art decò sul laghetto interno reso famoso dal film Harry ti presento Sally, chiusi anche i centri ricreazionali e annullato il "Winter Jam" di febbraio, specie di miniolimpiade di giochi da neve. "Sesto borgo" di Manhattan dei romanzi di Jonathan Safran Foer o universo parallelo di New York secondo Paul Auster, Central Park vive un periodo di marginalità, al punto che la notizia del primo deficit della storia non ha trovato molto spazio sui giornali. Dieci milioni non sono considerati cifra da allarme rosso a New York. Il parco ha fatto notizia più per il salvataggio di un ragazzo di 14 anni, finito dentro il laghetto ghiacciato, di fronte al Plaza. Un uomo che passava di lì si è calato nell'acqua e lo ha tirato fuori. A conferma di una delle massime più amate dai newyorkesi: «Central Park è il mio posto preferito perché non sai mai chi potrai incontrare».

Alberto Bellotto per it.insideover.com il 16 febbraio 2021. Per avere un’idea dei progetti dell’amministrazione Biden è necessario guardare alla costa Ovest. La California e la politica del Golden State saranno la stella polare della Casa Bianca per alcuni dei provvedimenti chiave del 46esimo presidente, come l’ambiente, il lavoro e le infrastrutture. Non a caso qualche settimana fa il documentarista Michael Moore ha intitolato una puntata del suo podcast “Make America California Again”. Il problema è che in questa fase storia il modello californiano non è poi così vincente.

La lista della spesa di Joe Biden. Osservare alcune delle misure varate in California dà un’idea del perché lo Stato sembra un paradiso liberal. Negli ultimi anni l’amministrazione democratica, che controlla Camera e Senato locali ed esprime anche il governatore, ha avuto mano libera e varato una serie di riforme radicali. Pannelli solari sopra le nuove costruzioni dal 1 gennaio 2020, divieto di auto a benzina dal 2035, una legge sulla privacy più restrittiva sul modello europeo, norme più restrittive per la polizia, introduzione e implementazione del salario minimo. Come ha ricordato il Los Angeles Times i dem si preparano a pescare a piene mani da quella esperienza come i programmi di decarbonizzazione della rete elettrica, la possibilità di college ad accesso gratuito, ma anche il salario minimo a 15 dollari l’ora e una rivoluzione delle infrastrutture come l’implementazione dei treni super veloci. La stessa squadra di governo varata da Biden mostra come la California sia centrale nel suo progetto. La vice presidente Kamala Harris è un ex senatrice dello Stato e sempre da lì arrivano Xavier Becerra, segretario della Salute, Janet Yellen, segretaria al Tesoro ed ex professoressa di Berkeley, Jennifer Granholm, segreteria all’Energia e Alejandro Mayorkas, designato come segretario per la sicurezza interna. A questi si aggiunge poi la speaker della Camere Nancy Pelosi.

Una vendetta contro Trump. Dalle parti del Golden State vivono questa nuova fase con un senso di rivalsa nei confronti di Donald Trump. Negli ultimi quattro anni lo Stato ha infatti intentato più di 110 ricorsi contro il tycoon e i provvedimenti della sua amministrazione, incassando almeno una ventina di successi soprattutto in materia ambientale e migratoria. Le ultime tornate elettorali hanno confermato uno stato sempre più a sinistra. Nel 2016 la differenza tra The Donald e Hillary Clinton è stata di oltre 4,2 milioni di voti, mentre nella tornata elettorale del 3 novembre scorso la forbice tra i due candidati si è allargata di un altro milione di voti, e questo nonostante Trump abbia richiamato alle urne un milione e mezzo di elettori in più rispetto alla sua prima candidatura.

Un modello che non funziona. Quando si parla di economia è facile scegliere fatti e dati che fanno più comodo distorcendo alcuni espetti tutt’altro che secondari e con la California il rischio è molto alto. Partiamo dai numeri da prima della classe: è il primo Stato per Pil, 3,1 trilioni di dollari, pari al 14,7% del Pil di tutti agli Stati Uniti, davanti allo Stato del Texas (8,4%) e New York (8,1%). Numeri che ne farebbero la sesta economia del mondo. Ospita anche il maggior numero di miliardari, 160 nel 2020, e alcune delle più importanti multinazionali del mondo: Google, Apple, Netflix, come pure l’industria cinematografica di Hollywood. Ma altri numeri mostrano uno Stato disfunzionale. Ad esempio un terzo dei suoi abitanti guadagna meno di 15 dollari l’ora, ma soprattutto mostra un elevato livello di povertà. Lo Us Census Bureau, un’agenzia del governo federale che si occupa di censimenti e dati statistici sull’economia, ha implementato un indice sul calcolo della povertà l’Spm (Supplemental Poverty Measure) che tiene conto anche del costo della vita e dell’intervento dei servizi sociali. Secondo questo indicatore la California esce come uno degli Stati più in difficoltà. Nel periodo 2017-2019 lo Stato ha fatto segnare un Spn del 17,2%, il più alto di tutta l’Unione e della media nazionale che ne conteggio si è fermata al 12,5%. Alle disuguaglianze si aggiungono anche una serie di altri problemi. Da un lato si è puntato in modo massiccio sulle rinnovabili, ma non sono stati investiti abbastanza fondi sulle infrastrutture di trasporto per questo in tutto lo Stato i blackout elettrici sono frequenti. E questo si ricollega anche a un altro problema, gli incendi che colpiscono ogni anno la regione e che sembrano essere diventati cronici. Spesso le linee di fornitura elettrica più vecchie vengono interrotte perché si teme che il forte vento e l’abbattimento dei tralicci possano causare nuovi focolai. L’ideale sarebbe il loro rinnovo ma molti fondi vengono dirottati verso l’eolico e l’energia solare. Ma gli effetti della massiccia transizione energetica sono stati anche altri. Nel 2020, per la prima volta in oltre vent’anni, la rete elettrica dello Stato ha sofferto una perdita nelle forniture proprio per l’eccessiva riduzione nell’utilizzo dei combustibili fossili. Questo ha fatto aumentare del 6% il presso dell’elettricità nel secondo e terzo trimestre del 2020 contro una generale diminuzione dei pressi a livello federale del 4%. In generale negli ultimi dieci anni il presso dell’elettricità in California è aumentato di circa il 30%, passando da 13,1 a 17 centesimi per Kilowatt ora tra il 2011 e 2019. Un amento considerevole se si considera che a livello nazionale il “salto” è stato da 9,7 a 10,1 centesimi. Il tutto mentre il prezzo di un’altra fonte come il gas naturale scendeva. In più il piano di riduzione dei gas serra ha avuto effetti diversi nelle varie zone, in particolare mancando gli obiettivi nelle aree più povere dello Stato, causando anche violente proteste in diverse comunità, in particolare nelle aree meridionali della California.

Il problema delle abitazioni e lo spopolamento. I problemi che turbano il sogno californiano però non mancano. Uno di questi è rappresentato dalla mancanza endemica di abitazioni. Negli anni i proprietari di case hanno fatto forti pressioni per limitare la realizzazione di nuovi alloggi per il timore che le proprie proprietà perdessero valore, spesso usando la bandiera dell’ambientalismo come scusa per non consumare suolo. Questo ha fatto sì che che il prezzo di case e affitti aumentasse vertiginosamente nel corso degli anni, ma soprattutto che all’aumento della forza lavoro seguito al boom della Silicon Valley non sia seguito anche un aumento dei posti letto disponibili. Arrivando al paradosso per cui a San Francisco una stanza può arrivare a costare 2.800 dollari al mese contro i 2.600 di New York. Nel frattempo lo Stato ha iniziato ad essere sempre più un territorio dal quale fuggire. Tra il 1 giugno 2019 e 1 giugno del 2020 i nuovi arrivi nello stato sono stati solo 21.200, il numero più basso dal 1900. E nel corso degli anni i nuovi arrivi sono andati via via diminuendo e dal 2017 il saldo tra partenze e arrivi è diventato negativo. Solo nel 2019 circa 653,000 persone hanno lasciato lo Stato a fronte di circa 480,000 ingressi e molte di quelle che hanno abbandonato i Golden State si sono diretta in Texas. Poi nel 2020 è arrivato il coronavirus che ha accelerato ancora di più il processo. Solo a San Francisco le poste hanno ricevuto quasi 90 mila domande per trasferire il proprio indirizzo di posta fuori dalla città, un vero e proprio esodo spinto anche dal lavoro in remoto che le grandi aziende hanno varato durante la pandemia. Oggi sulla California aleggia anche lo spettro di una sorta di declassamento simbolico e politico. Ogni dieci anni lo Us Census Bureau ridistribuisce il numero dei distretti che eleggono i singoli deputati al Congresso in base alla popolazione. Lo scorso anno si è tenuto il censimento e nei prossimi mesi dovrebbe uscire il nuovo rapporto. Secondo le prime informazioni la California potrebbe perdere un seggio passando da 53 a 52, con il primo passo indietro dal 1850, anno in cui lo Stato entrò a far parte degli Stati Uniti. Il clima che si respira in California resta pesante. Secondo un sondaggio condotto dal Public Policy Institute of California nel novembre scorso e somministrato a oltre due mila residenti in varie contee dello Stato, il 26% dei residenti ha detto di star pensando di muoversi in un altro Stato, ma soprattutto che per il 58% di loro è molto difficile poter esaudire il sogno americano stando in California.

Anche le aziende cambiano Stato. La fuga non ha riguardato solo le persone ma anche le imprese. Nel tempo alcuni colossi come Oracle, Hewlett­ Packard hanno annunciato di voler spostare la propria sede in altri Stati, in particolare in Texas, mentre altre storiche imprese, come Apple e Tesla, hanno deciso di mantenere lì il quartier generale, ma di allargare la loro presenza anche in altri stati. Il mondo del business ha sottolineato più volte come lo Stato sia diventato uno dei posti peggiori in cui fare affari. Come ha sottolineato al San Francisco Chronicle il presidente della Bay Area Council, un’organizzazione che raduna le aziende della Bay Area, si sta verificando un certo fuggi fuggi, spinto da una realtà troppo costosa, con eccessive regolamentazioni e con tasse troppo alte. La California, infatti, ha l’imposta sul reddito più alta del Paese, fissata al 13,3%, mentre in Texas non è presente questo tipo di tassa. Fattori che mescolati a tutte le altre difficoltà rendo il sogno californiano sempre più simile a un incubo.

Da "Agi" l'1 febbraio 2021. Arresto shock negli Stati Uniti: una bambina di 9 anni è stata ammanettata dalla polizia, che le ha anche spruzzato spray urticante per immobilizzarla. E' avvenuto a Rochester, a nord di New York. Le fasi dell'arresto sono state documentate dalle "body cam" in dotazione agli agenti, un uomo e una donna, chiamati da una telefonata che segnalava "problemi in una famiglia" e "un atteggiamento suicida" da parte di una bambina. Le immagini mostrano i poliziotti ammanettare la piccola e tentare di metterla in macchina per portarla in un centro di psichiatria mentale, mentre la bimba piange e chiede l'aiuto del padre. A un certo punto, durante le fasi concitate dell'arresto, uno degli agenti le dice: "Basta, ti stai comportando da bambina". E lei risponde: "Ma io sono una bambina". La piccola tenta di divincolarsi, scalcia l'agente, colpisce la "body cam". In un altro video, si sente la poliziotta minacciare: "Questa è l'ultima chance, altrimenti ti spruzzo lo spray negli occhi". Un minuto dopo, si sente il collega dire: "A questo punto USA lo spray". Le immagini mostrano la poliziotta tirare fuori la bomboletta e agitarla. Portata al Rochester General Hospital, la piccola è stata poi rilasciata. Ma il caso non è chiuso. La responsabile della polizia locale, Cynthia Herriott-Sullivan, ha definito l'atteggiamento degli agenti "non accettabile". "Non starò a dirvi - ha commentato, parlando con i giornalisti - che spruzzare lo spray su una bambina di 9 anni sia okay, perchè non lo è. Lavoreremo con impegno perchè queste cose non si ripetano più". La sindaca di Rochester, Lovely Warren, ha reso noto di aver parlato con la madre della bambina e di aver messo in campo un team per problemi mentali. "Dal video appare chiaro  - ha commentato - che dobbiamo fare di più per sostenere i nostri bambini e le famiglie".

DAGONEWS il 2 febbraio 2021. Proteste del movimento “Black Lives Matter” davanti alla stazione di polizia di Rochester dove alcuni agenti hanno spruzzato spray al peperoncino negli occhi di una bimba di 9 anni.  Lunedì notte i manifestanti hanno circondato una stazione di polizia abbattendo le recinzioni metalliche al grido di “Black Lives matter”.

Da "Ansa" il 2 febbraio 2021. Gli agenti di polizia che hanno ammanettato e spruzzato spray al pepe contro una bambina afroamericana di nove anni nella città americana di Rochester sono stati sospesi su richiesta della sindaca della città, Lovely Warren. «Quello che è successo venerdì è stato semplicemente orribile - ha detto la prima cittadina - e ha giustamente indignato tutta la nostra comunità. Sfortunatamente - ha aggiunto - la legge dello stato (di New York) e il contratto sindacale mi impediscono di intraprendere un'azione più immediata e seria». Warren non ha specificato quanti agenti siano stati sospesi, ma la misura durerà almeno fino alla conclusione dell'indagine interna avviata da parte della polizia di Rochester. Nel filmato si vedono almeno sette poliziotti. Il vice capo della polizia Andre Anderson ha anche reso noto che la bambina soffre di una grave patologia psichica e, nelle fasi concitate riprese nel filmato, ha minacciato di uccidere la madre e di suicidarsi. Gli agenti, che erano stati chiamati per placarla, l'hanno prima ammanettata, poi hanno tentato di farla salire su una volante. Di fronte alle resistenze opposte dalla bambina, hanno deciso di utilizzare lo spray.

Il caso. Usa, passano i presidenti ma non la violenza: bimba immobilizzata da sei poliziotti. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 3 Febbraio 2021. C’è un nuovo video dell’orrore arrivato fresco dagli Stati Uniti, la telecamera inquadra una sagoma a terra. Ha solo nove anni, grida che vuole il suo papà, implora tregua circondata da sei poliziotti: le spruzzano uno spray urticante in faccia, la sbattono giù, sulla neve, mani dietro la schiena, la infilano in macchina. Non è il vecchio e selvaggio West, è l’America di oggi, quella dei Democrat, di Biden e Kamala Harris alla Casa Bianca. È l’America vera, con una delle sue tante facce. Ogni volta, in Europa, ci sorprendiamo. Magari, sulla Nazione più “avanzata” del mondo abbiamo visto solo un film. E l’ondata di indignazione in Italia per l’assalto al Campidoglio americano, se non fossimo immersi in una tragedia collettiva, se non ci fossero stati 4 morti, un po’ farebbe ridere. E senza quei 4 morti pure l’assalto sarebbe poesia: lo sciamano che conquista il Congresso, gli assalitori che si portano a casa i trofei. Perché ai suoi Trump aveva promesso l’altare, quelli ci avevano creduto, e ci hanno creduto pure quando ha detto loro che li avevano imbrogliati, che il sistema li stava fregando. L’America sa eleggere Obama, dare la vice presidenza a Kamala Harris, ma continua, pure, a essere Frontiera, forse, per decenni, parecchi dei corrispondenti di giornali e televisioni che ce l’hanno raccontata erano pigri, forse avrebbero dovuto girare di più per le periferie, per la Provincia. Avremmo capito. Non ci sorprenderemmo ogni volta. Neanche stavolta ci sorprenderemmo guardando il video della bimba di Rochester, Upstate di New York, che urla, si dibatte fra i muscoli di sei omaccioni in divisa, con la faccia imbiancata dalla neve. Una bambina con problemi psichiatrici, nove anni di vita in continua cura medica, una madre disperata, problematica anch’essa, che non riesce a provvedere, che chiede aiuto, e non arrivano degli angeli in camice bianco, giungono al galoppo sei sceriffi. Ed ecco che ci tornano in mente le uccisioni brutali della polizia, le morti recenti che abbiamo visto quasi in diretta, ci ricordiamo che è questa l’America che ha portato sulla sedia elettrica pure i bambini, che va da Luther King a Floyd, sta nei grattacieli traslucidi di New York e nella infinita, depressa, Provincia. È un immenso organismo vivente con dentro cose straordinarie e terribili. È anche il villaggio in cui in un attimo tirano su la forca e cacciano fuori la Colt. Ma poi, in mezzo al disastro più grande, dal fumo di un’esplosione imponente viene fuori il mezzo sigaro di Clint Eastwood o gli occhi azzurri di Robert Redford, e tutto si aggiusta. Però se siamo di nuovo sorpresi e inorriditi per le manette ai polsi e lo spray urticante in faccia a una bimba nera di nove anni, finora abbiamo visto il film sbagliato.

Jesse Owens, il fenomeno che fece diventare gli ariani neri di rabbia. Piero Mei il 4 gennaio 2021 su Il Quotidiano del Sud. Era di sabato il 25 maggio 1935, giorno di San Gregorio VII, il Papa che “costrinse” l’imperatore, Enrico IV, ad “andare a Canossa”, scomunicato e pentito, inventando così anche un modo di dire: Enrico, scalzo e vestito solo di un saio, andò in quel comune del reggiano ed attese tre giorni prima che il pontefice lo ricevesse e perdonasse. In quell’anno 1935, come in quasi tutti, accaddero cose straordinarie, simpatiche o nefaste: Hitler firmò le leggi razziali di Norimberga, entrò in commercio il gioco del Monopoli, la basilica di Santa Sofia a Istanbul venne sconsacrata, i signori con la macchina di Oklahoma City si trovarono alle prese con il primo parchimetro, le truppe italiane entrarono in Etiopia e le mogli italiane donarono la fede alla patria in una raccolta d’oro per finanziare quella guerra. Il 25 maggio Jesse Owens stabilì in 45 minuti sei primati del mondo nell’atletica. Accadde in una città dello stato americano del Michigan chiamata Ann Arbor, per decisione dei due speculatori terrieri ed edilizi che l’avevano fondata nel 1824, John Allen ed Elisha Rumsey, speculatori ma romantici, in quanto dettero alla città quel nome dedicato ad Ann: ciascuno dei due aveva sposato una ragazza che Ann si chiamava, non la stessa. Nello stadio universitario, il 25 maggio, si teneva il Big Ten Meet, una riunione di atletica, frequentata dalle più grandi università americane. Jesse Owens portava la canottiera della Ohio University. Jesse non si chiamava così, ma James Cleveland. Era nato in Alabama, a Oakville, nel 1913; era nero; a scuola da piccolo l’insegnante gli chiese come si chiamasse e lui rispose “Jaysi” cioè J. C: e la maestra capì Jesse e lo registrò come tale. E tale rimase per sempre. Quella mattina si era svegliato con il mal di schiena, ricordo di una partita di football americano giocata qualche giorno prima con la squadra della sua università, che chiamavano i Buckeyes, gli ippocastani. Jesse era uno degli studenti: lo avevano visto sprintare e saltare in lungo da campione negli intervalli che gli concedeva il suo lavoro in una calzoleria dove lustrava scarpe e lo avevano ingaggiato grazie a un posto di lavoro garantito al padre. Aveva 21 anni e 7 mesi, era alto 1,78 metri e pesava 71 chili. L’allenatore Larry Snyder gli disse di non gareggiare visto che non stava bene, ma Jesse lo pregò di fargli disputare almeno la prima di quelle prove che aveva in programma e per le quali si era qualificato alla vigilia. Era la finale delle 100 yarde e la partenza venne data alle ore 14.45. 9:4 il crono, record del mondo uguagliato. “Coach, non ho più dolore alla schiena”, sorrise Jesse all’indirizzo di Larry.

Ore 15.18, pedana del salto in lungo: la pedana è d’erba, un fazzoletto bianco messo a terra indica la misura di 7.92, il record del mondo in vigore, del giapponese Nambu. Jesse atterra più in là: 8,13. Sarà record del mondo per 25 anni. Owens non fece altri tentativi quel giorno: aveva altro da fare.

Ore 15.20: è la gara delle 220 yarde in rettilineo. Il tempo è di 20:3, primato del mondo. Di “passaggio” (allora valevano anche i crono fermati così) Jesse stabilisce il record dei 200 metri.

Ore 15.30, sono in programma le 220 yarde a ostacoli in rettilineo: Jesse passa gli ostacoli alti 76 centimetri e vince in 22:6, altro record, e di passaggio migliora anche quello dei 200 metri.

In tre quarti d’ora ha migliorato cinque record del mondo e uguagliato un sesto. Il 25 maggio 1935 diventerà, per lui e per l’atletica, “the day of the days”, il giorno dei giorni. Avrà altri “magic moments” il “lustrascarpe negro dell’Alabama”, in particolare l’anno dopo, ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 quando vinse quattro medaglie d’oro (100 e 200 metri, staffetta 4×100 e salto in lungo) e dette inizio anche a due storie, una di “odio” e un’altra di amicizia, la prima molto narrata, la seconda realisticamente vissuta. La prima riguardò Jesse e Hitler.

Davvero il Fuhrer rifiutò di stringere la mano al “negro” che aveva sconfitto i suoi biondi ariani puri, come farebbero sospettare le scarsissime inquadrature che la regista di regime, Leni Riefenstahl, dedicò nel suo interminabile e magnifico film ufficiale, “Olympia”, al grande atleta americano? O è solo una fakenews generata da (graditi) disguidi protocollari?

Owens, anni dopo, raccontò di ritenere molto più razzista il comportamento del presidente americano Franklin Delano Roosevelt che, in piena campagna per la rielezione, non lo invitò con gli altri alla Casa Bianca per non inimicarsi, con l’inevitabile stretta di mano, l’elettorato bianco, o quello degli organizzatori della festa finale al Waldorf Astoria di New York dove, come nero, gli impedirono l’entrata dall’ingresso principale riservato ai bianchi e lo fecero salire con il montacarichi riservato ai fornitori. L’amicizia che andò oltre la vita, la guerra, la morte e la pelle, riguardò il “lustrascarpe negro” e Lutz Long, l’ingegnere ariano e biondo di Lipsia e nacque sulla pedana del salto in lungo, dove i due si incrociarono da favoriti. Il giorno delle qualificazioni, che era anche quello della gara dei 200 metri, Jesse effettuò due tentativi nulli. Gliene restava soltanto uno. Lutz si avvicinò all’americano disperatamente seduto per terra. I due si parlarono, non si sa in quale lingua se non in quella dello sport che, come la musica, è universale. Ha raccontato Jesse che Lutz gli fece capire che per evitare un altro nullo avrebbe dovuto prendere la rincorsa da un paio di metri più indietro. Lo fece e si qualificò. Il giorno dopo Owens vinse l’oro battendo Long. I due uomini restarono in contatto. Lutz, soldato tedesco, scrisse un giorno a Jesse: “Se mi capitasse qualcosa, occupati di mio figlio”. Il temuto qualcosa gli capitò in Sicilia, durante lo sbarco alleato: fu allora che Lutz Long venne ucciso dagli americani. Owens mantenne la promessa: finanziò gli studi e il futuro dell’orfano di Long. Lutz è sepolto in un cimitero militare in Sicilia. Owens, per fare soldi, corse anche contro i cavalli.

‘’PEGGIO DEL WATERGATE’’. Dagospia il 4 gennaio 2021. Ken Meyer su  mediaite.com. Carl Bernstein sostiene che la telefonata del presidente Donald Trump al segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger è "l'ultima pistola fumante" di un "presidente criminale" volta ad annullare la sua sconfitta elettorale. Fredricka Whitfield della CNN ha parlato con Bernstein domenica nel bel mezzo di un servizio sulla telefonata di Trump, dove ha fatto pressioni su Raffensperger per aiutarlo a ribaltare i risultati dello stato delle elezioni del 2020. Quando gli è stato chiesto se questo gli ha ricordato la rottura dello scandalo Watergate, Bernstein ha detto che "questo è qualcosa di molto peggio del Watergate". Abbiamo contemporaneamente un presidente criminale degli Stati Uniti e un presidente sovversivo degli Stati Uniti in questa unica persona che sovverte le basi stesse della nostra democrazia. Bernstein ha definito l'audio "l'ultimo nastro della pistola fumante" e la prova dei tentativi di Trump "di minare il sistema elettorale e tentare illegalmente, impropriamente e immoralmente di istigare un colpo di stato in cui rimane presidente degli Stati Uniti". "In qualsiasi altra presidenza", ha continuato, "questo nastro sarebbe una prova sufficiente per provocare l'impeachment del presidente degli Stati Uniti, la sua condanna al Senato degli Stati Uniti e davvero una chiamata immediata da parte dei membri del Congresso, anche del suo partito, che si dimetta immediatamente ". Mentre Bernstein ha applaudito Raffensperger per aver resistito a Trump, si è lamentato del fatto che è improbabile che il paese veda molti repubblicani al Congresso che denunciano la condotta del presidente. Invece, Bernstein ha ipotizzato che gli alleati "vili" di Trump continueranno con i loro sforzi a lungo termine per interferire contro la vittoria di Joe Biden. “Questa è fantasia. Non è un'illusione perché sanno cosa stanno facendo ", ha detto Bernstein. Ciò ha portato alla sua valutazione che sostenendo Trump, questa "potrebbe essere la fine del Partito Repubblicano come forza costruttiva e dignitosa nella nostra politica in questo paese".

Anna Guaita per "Il Messaggero" il 4 gennaio 2021. «Molto peggio del Watergate»: così sulla Cnn l'ex giornalista del Washington Post Carl Bernstein. Donald Trump è nei guai per una telefonata. La telefonata, durata un'ora, è quella in cui il presidente parla al telefono con il segretario di Stato della Georgia, il repubblicano Brad Raffensperger. Non sa che è registrata, e non nasconde quel che vuole, nonostante la richiesta sia ben oltre i confini del legale. Arrabbiato, implorante, suadente. Trump chiede che il funzionario responsabile delle elezioni nello Stato che il 3 novembre ha preferito Joe Biden «trovi» i voti necessari (oltre 11.770, quelli del vantaggio di Biden) per ribaltare il risultato: «Basta che lei dica che ha rifatto i calcoli» insiste il presidente. Il Washington Post la diffonde. Ed è un terremoto.

INSISTENZE. Il funzionario, che ha in questi mesi già soddisfatto le richieste di Trump richiedendo ben tre riconteggi dei voti e ottenendo sempre lo stesso risultato, non cede, però. Risponde tranquillo: «Siamo sicuri dei numeri che abbiamo ottenuto, crediamo che siano giusti». Trump non arretra: «Noi abbiamo vinto. Lei può ricontare i voti, ma questa volta tenendo accanto persone che vogliono trovare la risposta giusta, non gente che le risposte non le vuole trovare». Il segretario di Stato della Georgia ribatte: «Signor Presidente, il suo problema è che i dati che lei ha non sono corretti». Trump torna a citare frodi, a prendersela con la Dominion, la società che ha procurato le macchine, e sostiene che l'azienda sta «nascostamente rimuovendo alcune macchine e le sta sostituendo con altre». Di nuovo Raffensberger risponde che «non è vero». Trump attacca di nuovo: «Lei è un repubblicano e sta permettendo che ciò avvenga, lo sa che lei rischia conseguenze legali?» Raffensperger non si fa intimidire dall'implicita minaccia: «Signor Presidente lei non ha le prove di quel che dice, sono voci che girano nei social, non sono corrette».

SCANDALO. È chiaro che ci troviamo di fronte a un problema grave per i repubblicani, con il loro presidente colto in flagrante a chiedere di cancellare il risultato di un'elezione, nonostante i suoi 60 ricorsi ai tribunali e alla Corte Suprema siano falliti e abbiano solo dimostrato che frode non c'è stata. Molti anzi insinuano che a registrare e far trapelare la chiamata dalla Casa Bianca sia stato lo stesso Raffensperger, un repubblicano che è sempre stato filo-Trump, che voleva proteggersi dagli attacchi sempre più insensati del presidente. Difatti è successo che nella mattina di ieri Trump aveva twittato che nella telefonata Raffensperger gli aveva fatto dichiarazioni false, e quello gli aveva risposto a stretto giro di tweet: «Non è vero e presto la verità verrà alla luce». Poco dopo la registrazione della lunga conversazione compariva sul sito del Washington Post e poi dei maggiori media Usa.

IL BALLOTTAGGIO. È stata una vera bomba in questi giorni che già di per sé sono infuocati. Domani infatti si tiene in Georgia il ballottaggio dei due seggi senatoriali, dove i due candidati democratici e i due repubblicani sono testa a testa. Trump e Biden ci arriveranno per fare campagna, in un’ultima sfida di queste elezioni. Se i democratici vincessero, il Senato sarebbe diviso 50/50 fra i due partiti, ma Kamala Harris, presidente del Senato in quanto vicepresidente, con il proprio voto farebbe pendere la bilancia a favore del Dem. Dopodomani invece il Congresso deve ratificare i voti elettorali di Biden - Nancy Pelosi, intanto, è stata rieletta speaker della Camera - una cerimonia che fino ad ora è stata puramente formale, ma minaccia di trasformarsi in una sceneggiata grazie a 140 deputati e 11 senatori che intendono chiedere una riconta dei voti in alcuni Stati. Contemporaneamente nelle strade della capitale si riuniranno gruppi di destra, per dimostrare i loro sostegno al presidente, e alcuni hanno promesso di arrivare armati. Se la rivolta di deputati e senatori non ha alcuna speranza di riuscire a modificare le elezioni, e Biden si insedierà il 20 gennaio, ha comunque il potenziale per aggravare la divisione che il trumpismo ha creato nel Paese e rendere molto più difficile la promessa di Biden di tentare invece di riunire e pacificare gli americani. Nel frattempo ieri si è insediato il nuovo Congresso uscito dalle elezioni di novembre. La Camera rimane nelle mani Dem, anche se con una maggioranza più risicata, e a guidarla è stata di nuovo confermata la californiana Nancy Pelosi. Al Senato, i democratici hanno guadagnato un seggio, ma bisogna aspettare il risultato della Georgia per sapere se hanno portato anche la Camera Alta dalla loro parte. Chiama il segretario di Stato locale per cambiare il risultato delle elezioni di novembre. Ma incassa il suo rifiuto Domani il ballottaggio per due posti in Senato: una vittoria dem garantirebbe al presidente eletto il Congresso.

Federico Rampini per "la Repubblica" il 4 gennaio 2021. Donald Trump punta sulla Georgia per il suo ultimo tentativo di stravolgere l'elezione presidenziale calpestando il verdetto degli elettori. Telefona al segretario di Stato della Georgia, la più alta autorità locale deputata a certificare il risultato del voto, per convincerlo a cambiare il conteggio e a ribaltare l'esito, a quattro giorni dalla seduta solenne del Congresso che a Washington ratificherà la conta del collegio elettorale. Il segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, è un repubblicano. Nella registrazione della lunga telefonata - un'ora intera - avvenuta sabato e pubblicata ieri sul sito del Washington Post, Trump alterna lusinghe e minacce, evoca perfino la possibilità di un'azione penale contro Raffensperger. «Devi solo trovarmi 11.780 voti, perché la Georgia l'ho vinta io», dice il presidente al ministro locale. Quest’ultimo, nonostante l'inaudita pressione, non si lascia intimidire: «Signor presidente, i suoi conti non tornano». Ancora una volta l'offensiva del presidente uscente viene respinta, anche dalle autorità repubblicane che localmente hanno garantito la regolarità dell'elezione, e che rifiutano le accuse di "frodi e brogli". L'estremo tentativo di Trump colpisce per la sua gravità e aggiunge alla tensione già altissima che circonda due scadenze di questa settimana: il voto per due seggi di senatori proprio qui in Georgia domani, a cui segue mercoledì la riunione del Congresso a Washington per ufficializzare il risultato. Non sembrano esserci i numeri per un ribaltone parlamentare che rovesci il risultato del voto, ma il clima drammatizza la contesa della Georgia. La sua capitale, Atlanta, diventa per 48 ore il centro su cui converge l'attenzione di tutta l'America. La posta in gioco è immensa: l'agibilità di Joe Biden passa da qui. Atlanta si considera la capitale economica e morale del Sud. È la sede di grandi multinazionali - Coca Cola, Cnn, Delta Airlines - e un laboratorio di start-up tecnologiche che vuole competere con la Silicon Valley. È la città di Martin Luther King, il leader storico delle battaglie per i diritti civili; dietro di lui una borghesia afroamericana colta e benestante ha formato politici di statura nazionale come John Lewis e Andrew Young (primo nero nominato ambasciatore Usa all' Onu, da Jimmy Carter nel 1977). Dal novembre 2020 Atlanta esibisce un'altra prodezza: ha contribuito alla vittoria di Biden, ribaltando la tradizione repubblicana della Georgia, sia pure col margine risicato di 12.000 voti. Atlanta è stata decisiva: la sua area metropolitana concentra sei milioni di abitanti sui dieci milioni di tutta la Georgia. Ora è qui che i democratici sperano in un secondo exploit politico a due mesi di distanza dall' elezione presidenziale. Domani la Georgia torna alle urne per eleggere i due senatori che la rappresenteranno a Washington. La votazione di novembre non bastò: vinsero i due repubblicani di stretta misura ma senza raggiungere la soglia del 50%, e in base alle regole locali questo costringe a ripetere il voto. L'aritmetica nazionale dei risultati ha regalato alla Georgia un ruolo da arbitro supremo. I repubblicani possono conservare la maggioranza al Senato se conquistano almeno uno di questi due seggi. Se dovessero perderli tutti e due, il Senato passerebbe ai democratici. Di colpo questo cambierebbe lo scenario per Joe Biden, dandogli un sostegno legislativo (sia pure esile) che oggi non ha. Perciò domani in Georgia si gioca una sorta di rivincita dell'Election Day di novembre, con una posta in gioco altissima. L'attenzione e le risorse di tutta l'America convergono qui. Le donazioni elettorali hanno battuto ogni record per i candidati senatori, così come il volontariato: ci sono democratici di New York e della California che donano ore del loro tempo per telefonare a liste di elettori georgiani e mobilitarli. La grande incognita è l'effetto-Trump sull' affluenza alle urne. Tradizionalmente, al di fuori delle presidenziali l'elettorato repubblicano è il più disciplinato, e questo è uno Stato che pende a destra; ma un presidente uscente che denuncia brogli e frodi potrebbe aver scoraggiato la sua stessa base? I democratici sanno che possono vincere solo se ripetono una performance eccezionale di mobilitazione della loro base, soprattutto nella comunità Black. I quattro candidati che si affrontano domani offrono una rappresentazione estrema delle differenze tra i due partiti. Tra i repubblicani il senatore anziano, David Perdue, è un businessman con una carriera brillante alle spalle (in multinazionali come Reebok e Sara Lee) ma qualche scheletro nell'armadio: ha delocalizzato attività in Cina, distruggendo posti di lavoro americani. Fa campagna invocando «resistenza al socialismo di Biden, che aumenterà le tasse e impedirà la ripresa». L'altra senatrice repubblicana, Kelly Loeffler, è anche lei una esponente dell'élite del denaro. Il suo slogan: «Sono l'unica al Senato ad aver votato il 100% delle volte a favore di Trump». Così il voto diventa anche un test sul futuro del trumpismo. I due sfidanti da sinistra non potrebbero essere più diversi. Uno, il reverendo Raphael Warnock, è un sacerdote protestante afroamericano che rappresenta l'eredità di Martin Luther King: ne ha ereditato il pulpito, nella stessa chiesa battista Ebenezer di Atlanta. Warnock fa parte di una tradizione robusta, il protestantesimo sociale delle chiese nere, che traduce i Vangeli in impegno politico. Denuncia i suoi avversari come dei razzisti: «Ci sarà una ragione - dice Warnock - se tra gli amici della senatrice Loeffler ci sono i suprematisti bianchi, gli ex seguaci del Ku Klux Klan, i complottisti di Qanon». L'altro candidato della sinistra è un enfant prodige. A soli 33 anni Jon Ossoff ha battuto tutti i record di raccolta fondi per un singolo seggio senatoriale (oltre cento milioni). A 26 anni aveva già un incarico da chief executive in una società inglese produttrice di documentari di giornalismo investigativo. In politica Ossoff ha esordito nella squadra di John Lewis, il leader afroamericano scomparso pochi mesi fa, già compagno di Luther King nelle battaglie per i diritti civili. «Io sono la prova di quanto è cambiata la Georgia - dice Ossoff - visto che a rappresentare il partito democratico qui siamo un predicatore nero e il giovane figlio d'immigrati ebrei».

Trump: "Hanno truccato l’elezione presidenziale. Georgia ultima linea difesa per salvare l'America". La Repubblica il  5/1/2021. “Siete l’ultima linea per difendere l’America. Se vincono i due senatori democratici, con la maggioranza al Senato Joe Biden aprirà le frontiere all’immigrazione, aumenterà le tasse, taglierà i fondi alla polizia”. Donald Trump torna a fare il pienone in un mega-comizio elettorale. E’ a Dalton, nella Georgia settentrionale, nell’ultima serata prima del voto che in questo Stato assegnerà due seggi cruciali per la maggioranza al Senato. La folla dei fan è tornata in massa, è quella delle grandi occasioni, pigiata, senza distanziamento, con poche mascherine, tanti berretti rossi Make America Great Again. Trump rilancia le sue accuse sulle frodi: “Hanno truccato e rubato l’elezione presidenziale. Qui in Georgia avevo vinto io, hanno fatto votare i morti, i giovani sotto i 18 anni, hanno fatto sparire schede con il mio nome. Non lasciate che facciano lo stesso anche domani. Se vincono qui, non ci sarà mai più un’elezione regolare”. Poche ore prima il manager responsabile del sistema elettorale in Georgia – Stato governato dai repubblicani – in una conferenza stampa aveva confutato punto per punto tutte le accuse di Trump, dimostrandone l’infondatezza. Trump si esibisce in un equilibrismo spericolato: molti repubblicani temono che le sue accuse sulle frodi finiscano per demotivare alcuni elettori di destra, riducendo l’affluenza alle urne. Ma lui riesce a sostenere i due opposti: che le elezioni sono truccate, e che bisogna andare a votare lo stesso, “per salvare questa grande nazione”. Kelly Loeffler, senatrice uscente e candidata repubblicana, è con lui sul palco e lo sostiene senza riserve: “Mercoledì quando si riunisce il Congresso a Washington per convalidare l’elezione, io mi opporrò”. La Loeffler ha fatto la sua scelta di campo: contro la maggioranza dei senatori repubblicani, contro il capogruppo Mitch McConnell, decide di non riconoscere la vittoria di Biden. La stessa scelta l’ha fatta l’altro candidato repubblicano in Georgia, David Perdue, assente da questo comizio di Trump perché è positivo al covid. Tutti e due i candidati locali hanno temuto la vendetta del presidente uscente, hanno temuto di perdere consensi tra i suoi irriducibili. E’ una prova dell’influenza enorme che Trump continua a esercitare sulla base del partito, e che espone a emorragie di voti chi non si allinea con lui. Qui in Georgia il voto anticipato vede i democratici in vantaggio. Potrebbero riuscire a ripetere il miracolo del 3 novembre, quando Biden strappò per 12.000 voti la Georgia, Stato del Sud tradizionalmente conservatore. Se dovessero vincere i due candidati democratici, il reverendo Raphael Warnock erede di Martin Luther King, e il 33enne Jon Ossof, tutti gli equilibri nazionali cambierebbero: il Senato passerebbe ai democratici dando a Biden un margine di manovra per realizzare la sua agenda di governo. Perciò Trump è venuto in soccorso ai due repubblicani, perché vuole un Senato “che dica no, no, sempre no a Biden e ai suoi piani socialisti”. La divisione in campo repubblicano è ormai esasperata. A livello locale e in tutta l’America. Qui in Georgia Trump ha fatto pressione sul segretario di Stato, il repubblicano Brad Raffensperger, perché alterasse la conta dei voti ormai certificata ufficialmente. La telefonata di pressioni e minacce è stata pubblicata integralmente dal Washington Post. Raffensperger ha tenuto duro, come altri repubblicani che hanno certificato la vittoria di Biden in diversi Stati-chiave. Nel comizio Trump lo attacca duramente: “Quel pazzo del vostro segretario di Stato”. La spaccatura nel Grand Old Party è drammatica a livello nazionale. Dieci ex ministri della Difesa, tra cui dei notabili repubblicani come Dick Cheney e Donald Rumsfeld, hanno firmato un appello per diffidarlo pubblicamente dalla tentazione di usare le forze armate in un colpo di mano finale. Contro i senatori e deputati repubblicani che si apprestano a “tradire” il loro capo, è in arrivo a Washington una manifestazione proprio in coincidenza con la seduta del Congresso mercoledì 6. Si temono violenze, e stasera nella capitale è stato arrestato un capo dei Proud Boys, gruppo estremista pro-Trump. La sindaca di Washington ha mobilitato la Guardia Nazionale per prevenire disordini. In questo clima infuocato si distingue la calma di Biden. E’ stato anche lui in Georgia oggi: ad Atlanta, poche ore prima del comizio di Trump, il presidente-eletto ha parlato in un evento molto più contenuto, un comizio drive-in. Ha accusato Trump di “pensare solo a se stesso, non alla nazione stremata dalla pandemia”. Ha fatto una sola allusione indiretta alla telefonata-galeotta col presidente e agli ultimi tentativi di inficiare l’elezione: "Negli Stati Uniti il potere deriva dalla volontà popolare, nessuno può sequestrarlo". Trump invece mette sotto pressione anche il proprio vice, Mike Pence, che in base alla Costituzione presiederà i lavori del Congresso mercoledì: “Deve stare dalla nostra parte”. C’è poco che Pence possa fare, però, visti i numeri che sembrano escludere un golpe parlamentare dell’ultima ora per ribaltare il verdetto degli elettori.

“Solo 11.780 voti…”. Quella strana telefonata di Trump. Orlando Sacchelli su Il Giornale il 4 gennaio 2021. Il Washington Post non è mai stato tenero con Trump. Stavolta, però, il giornale di Jeff Bezos non muove critiche al presidente, si limita a pubblicare la registrazione di una telefonata che Trump ha fatto al segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensberger (repubblicano), lo scorso 2 gennaio. Trump gli chiede di “trovare 11.780 voti”, uno in più rispetto a quelli che hanno sancito la vittoria di Biden. Raffensperger ha respinto la richiesta affermando che il conteggio che ha assegnato a Biden la vittoria è stato equo e accurato e che i dati a disposizione del presidente sono “falsi”. “Le persone della Georgia sono arrabbiate – ha detto Trump – la gente di questo paese è arrabbiata. E non c’è nulla di male nell’ammettere che avete ricalcolato i risultati”. Il presidente si riferisce alla contea di Fulton, dove si trova Atlanta, principale bastione democratico dello Stato. “Tutto quello che voglio è questo. Voglio trovare 11.780 voti, che sono molti più di quelli che abbiamo. Perché abbiamo vinto lo Stato”. Il presidente ha poi avvertito che se Raffensperger e Ryan Germany, suo consigliere legale, non avessero trovato prove della distruzione illegale di migliaia di schede nella contea di Fulton, avrebbero potuto essere denunciati. “È un reato e non potete lasciare che accada”, ha detto, “è un grosso rischio per te e per Ryan, il tuo avvocato”. Trump ha quindi sostenuto che il rifiuto di soddisfare la sua richiesta avrebbe messo in pericolo la rielezione di David Perdue e Kelly Loeffler, i due senatori della Georgia che, se confermati al ballottaggio del 5 gennaio, garantiranno al Partito repubblicano di mantenere il controllo del Senato. “C’è una grossa elezione in arrivo e a causa di quello che avete fatto al presidente – perché la gente della Georgia sa che c’è stato un broglio – un sacco di persone non andranno a votare e molti repubblicani voteranno contro perché odiano quello che avete fatto al presidente. Ok? Lo odiano. E voteranno. E sarete rispettati, molto rispettati, se questa cosa può essere sistemata prima delle elezioni”. La telefonata di Trump è arrivata dopo un’audizione sulle presunte irregolarità elettorali tenuta dal Senato della Georgia. Durante l’audizione alcuni esperti forensi hanno denunciato la rimozione dai tabulati di circa 30mila voti per Trump e l’attribuzione a Biden di circa 12.173 voti per il presidente uscente. A muovere la grave accusa Lynda McLaughlin, dell’organizzazione Data Integrity Group, e due esperti del settore, Justin Mealey e Dave Lobue. Quest’ultimo in passato ha lavorato come tecnico per la guerra elettronica presso la Marina militare Usa e poi come contractor, analista di dati e programmatore per la Cia e per il Centro nazionale antiterrorismo.

Kamala Harris subito all’attacco. La vice presidente eletta degli Stati Uniti, Kamala Harris, dopo la pubblicazione della telefonata accusa Donald Trump di “sfacciato abuso di potere”. Le azioni di Trump mostrano la sua “disperazione”, ha detto Harris durante un comizio elettorale a Savannah, in Georgia. Proprio lo Stato del sud è al centro della scena politica americana.

Massimo Gaggi per corriere.it il 6 gennaio 2021. Oggi il Congresso recepisce il voto degli Stati dell’Unione e certifica la vittoria di Joe Biden: è il giorno del giudizio per Donald Trump, ma anche per il suo vice, Mike Pence che, dopo aver servito fedelmente per quattro anni il presidente, dovrà ufficializzare la sua sconfitta alle elezioni del 3 novembre. Quello che la Costituzione affida al vicepresidente, in quanto leader del Senato, è un compito puramente notarile — deve solo prendere atto della volontà espressa dagli Stati — ma Trump lo ha fatto diventare un momento politico essenziale sostenendo nel suo ultimo comizio di lunedì sera in Georgia, e poi nei suoi tweet, che Pence avrebbe «il potere di rifiutare di riconoscere collegi di Grandi elettori scelti in modo fraudolento». Ma tutti i tribunali ai quali si è rivolta la campagna elettorale di Trump hanno respinto la tesi delle «elezioni rubate», non avendo trovato tracce di furti. Ieri, in un tesissimo colloquio durante il tradizionale pranzo che ogni martedì il presidente ha col suo vice, Pence lo ha avvertito di non avere, in base alla legge, il potere di bloccare la certificazione congressuale dell’elezione di Biden. «Questo avrà per te serie conseguenze politiche», lo ha brutalmente ammonito Trump. Il significato è chiaro: Pence vorrebbe candidarsi alla Casa Bianca nel 2024 e la sua carta migliore per spuntarla è la fedeltà che l’ex governatore dell’Indiana ha mostrato a Trump nei 4 anni passati al suo fianco. Pence ha imparato a farcire tutti i suoi discorsi con riferimenti continui alla saggezza di Trump presentando ogni volta le sue decisioni come provvidenziali. Un lavoro che oggi sarà distrutto: se il vicepresidente si rifiutasse di ratificare la vittoria di Biden farebbe contento Trump, ma rinnegherebbe tutta la sua storia politica, violerebbe la Costituzione e si metterebbe contro i leader storici del suo partito. Rispettando la Costituzione farà infuriare il presidente e diventerà un traditore agli occhi dei numerosissimi fan del presidente che anche da ex continuerà ad avere grande influenza sul mondo conservatore. A un certo punto era circolata anche l’ipotesi di un forfait di Pence che potrebbe non presentarsi oggi in Senato accusando un malore. Ma sarebbe un’uscita di scena meschina e non risolutiva: verrebbe sostituito da Chuck Grassley, il senatore più anziano, che si è già detto pronto a rimpiazzarlo, chiarendo che per lui Biden è il nuovo, legittimo presidente. Pence, che dopo il voto del 3 novembre ha fatto di tutto per girare alla larga dalla Casa Bianca e dal presidente furioso, oggi berrà l’amaro calice fino in fondo. Forse cercherà di indorare la pillola menzionando le accuse del presidente sul «voto rubato» e facendo suoi alcuni dubbi, ma ratificherà comunque la nomina di Biden. Trump tuttavia non si mostra rassegnato a cedere il passo e nel pomeriggio ha parlato ai suoi sostenitori radunatisi non lontano dalla casa Bianca per la manifestazione «Save America»: «Non ci arrenderemo mai, «Non ci arrenderemo mai, non concederemo mai» la vittoria: Donald Trump ha esordito così davanti ad alcune migliaia di fan radunatisi nel parco a sud della Casa Bianca per la manifestazione `Save America´ contro i brogli. «Fermeremo il furto» dei voti, ha detto, usando lo slogan «stop the steal». Trump ha di nuovo definito Biden «presidente illegittimo» aggiungendo «Non possiamo permetterlo» anche perché, sempre sue parole «ci hanno rubato i ballottaggi in Georgia» .

Alberto Magnani e Marco Valsania per ilsole24ore.com il 7 gennaio 2021. L'ultimo, grande ripudio politico dell'era Trump è arrivato dalle elezioni per i due seggi al Senato della Georgia, dove si è profilata una vittoria democratica. Ma l'escalation della tensione istigata dal presidente uscente è degenerata, con scene senza precedenti nella storia contemporanea della capitale americana: manifestanti pro-Trump hanno fatto scattare il 6 gennaio un vero e proprio assalto al Congresso, a Washington, occupando le scalinate alle porte del Parlamento e riuscendo poi a fare irruzione all'interno, nell'aula del Senato e della Camera. Capitol Hill era in sessione a camere congiunte per certificare l'elezione alla Casa Bianca del democratico Joe Biden che ha battuto Trump ed è stata costretta a sospendere i lavori. Nel clima di enorme caos, è scattata l'evacuazione del Parlamento a Washington. Intanto il numero dei morti, durante i disordini, sale a quattro: oltre a Ashli Babbit, veterana dell'aeronautica colpita da un agente in uniforme della polizia del Campidoglio con la sua arma di servizio, altre tre persone sono morte durante le proteste al Congresso. Lo afferma, secondo quanto riportano i media americani, il capo della polizia di Washington, sottolineando che i decessi sono avvenuti per emergenze e complicazioni mediche. La polizia ha inoltre confermato che sono stati rinvenuti ordigni esplosivi davanti al quartier generale sia del Dnc (Democratic National Convention) e sia dell'Rnc (Republican National Convention). Tredici persone sono state arrestate, mentre le autorità hanno recuperato almeno 5 armi da fuoco. Dopo l'assalto al Congresso da parte dei supporter di Donald Trump secondo cui le elezioni erano truccate, Camera e Senato Usa sono tornati a riunirsi insieme per la proclamazione di Joe Biden. Bocciati tutti i ricorsi.

Campidoglio sgomberato, il Congresso riprende i lavori. Dopo ore di scontri, gli agenti sono riusciti a sgomberare i manifestanti dal Campidoglio, mentre alle 18 (ora americana, le 24 in Italia) è scattato il coprifuoco in tutta Washington. Il ripristino dell’ordine ha richiesto l’intervento della Guardia nazionale, dopo che in un primo momento il Pentagono non ne aveva autorizzato il dispiegamento. Il New York Times ha poi rivelato che l’ordine è partito dal vicepresidente Pence e non da Donald Trump. Il Congresso ha ripreso i lavori intorno alle 2 di notte (ora italiana), come già annunciato dalla speaker della Camera Nancy Pelosi. Quello che si è consumato il 6 gennaio, ha detto Pelosi, è stato un «assalto vergognoso alla nostra democrazia. Ma non ci può fermare dalla nostra responsabilità di certificare l'elezione di Joe Biden». In apertura di seduta, Pence ha condannato l’assalto dei sostenitori trumpiani: «Non avete vinto - ha detto - la violenza non vince mai». «Hanno cercato di distruggere la nostra democrazia, ma hanno fallito» gli ha fatto eco il leader dei repubblicani in Senato, Mitch McConnell, parlando di «falsa insurrezione», di una «ribellione armata» che non impedirà al Senato di fare il suo lavoro.

Trump: è il risultato di un’elezione rubata. Twitter e Facebook lo bloccano. Lo stesso Biden aveva parlato di una «minaccia alla democrazia senza precedenti» e di una «insurrezione», chiedendo a Trump di porre fine «all’assedio» che sta tenendo in ostaggio il Congresso. Trump si è rivolto ai sostenitori con un messaggio diffuso via Twitter: «L'elezione ci è stata rubata, ma dovete andare a casa. Non vogliamo che nessuno resti ferito (il contenuto è stato poi segnalato dal social network per il «rischio di incitamento alle violenze», proibendo il retweet, ndr)». Trump ha rincarato la dose, scrivendo che «queste sono le cose che succedono quando una vittoria elettorale a valanga è brutalmente strappata da patrioti trattati ingiustamente per molto tempo. Andate a casa». Twitter ha rimosso il contenuto, bloccando il profilo per 12 ore e minacciando una sospensione permanente dell’account in caso di nuove violazioni delle sue regole. Anche Facebook ha successivamente bloccato il profilo dell’ex presidente Usa.

Da Pompeo a Bush, la condanna del Gop. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha condannato l’assalto: quanto accaduto al Congresso «è inaccettabile - ha scritto - Ho viaggiato molto e ho sempre sostenuto il diritto di manifestare pacificamente». Anche l’ex presidente Usa, G. W. Bush, ha parlato di un una insurrezione «degna di una Repubblica delle banane». L'ex direttrice delle comunicazioni della Casa Bianca, Stephanie Grisham, attuale portavoce e chief of staff della first lady Melania, si è dimessa in seguito all'assalto al Congresso da parte dei fan di Donald Trump. Lo riferisce la Cnn citando un dirigente della Casa Bianca. La deputata repubblicana Cathy McMorris Rodgers ha rinunciato a contestare la vittoria di Joe Biden nel collegio elettorale dopo l'assalto al Congresso da parte dei sostenitori di Donald Trump. «Quello che è successo oggi e continua a succedere nella capitale della nazione è una vergogna e una cosa anti americana», ha dichiarato.

Il business contro Trump. Gli industriali: rimuovetelo dalla Casa Bianca. Il business si scaglia contro Trump. Condanne dell'assalto a Capitol Hill sono giunte dai Ceo di JP Morgan Jamie Dimon, come di Goldman Sachs, David Solomon. L'associazione Business Rountable ha domandato a Trump di «mettere fine al caos» e a «tentativi illegali di ribaltare legittime elezioni». La National Association of Manufacturers si è spinta oltre: ha invocato l'uso del 25esimo Emendamento della Costituzione per rimuovere subito Trump dalla Casa Bianca «per preservare la democrazia». Ha definito gli eventi una «sedizione» e condannato come «complice» chiunque promuova teorie cospirative sulle elezioni. Ha accusato Trump di aver incitato alla violenza.

Bill Clinton e Barack Obama: manifestanti istigati da Trump. «Un assalto senza precedenti al Congresso, alla Costituzione e al Paese». Lo afferma l'ex presidente statunitense Bill Clinton, sottolineando che il «fiammifero è stato accesso da Donald Trump e dai suoi più ardenti sostenitori, inclusi molti in Congresso, per capovolgere il risultato delle elezioni che ha perso». Anche Barack Obama, predecessore di Trump alla Casa Bianca, ha accusato Trump di aver «incitato» la violenza che si è poi consumata il 6 gennaio.

Usa: Michel,Congresso è tempio democrazia scene scioccanti. «Il Congresso Usa è un tempio della democrazia. Testimoniare le scene di oggi a Washington Dc è uno shock. Confidiamo negli Stati Uniti affinché assicurino un trasferimento pacifico del potere a Joe Biden». Così il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, su Twitter. L’alto rappresentante per la politica estera della Ue, Josep Borrell, ha elogiato le parole di Biden: «Agli occhi del mondo, la democrazia americana questa sera appare sotto assedio. Questo è un attacco inedito alla democrazia Usa, alle sue istituzioni e allo stato di diritto - ha scritto - Questa non è l'America. I risultati delle elezioni del 3 novembre devono essere pienamente rispettati».

Von der Leyen, credo nella forza della democrazia Usa. «Credo nella forza delle istituzioni e della democrazia Usa. La transizione pacifica del potere è al centro. Joe Biden ha vinto le elezioni. Sono ansiosa di lavorare con lui come prossimo presidente degli Stati Uniti». Così la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ritwittando la frase di Biden: «L'America è molto meglio di quello che stiamo vedendo oggi».

Senato verso il controllo democratico. Doveva essere la giornata dei democratici. In Georgia, con due poltrone al Senato in palio nel grande stato meridionale e tradizionalmente conservatore, i democratici hanno strappato nettamente un seggio e sono in vantaggio per aggiudicarsi il secondo. Ad un passo, se li conquisteranno entrambi, da una maggioranza alla Camera Alta che completerebbe il loro controllo del Congresso oltre che della Casa Bianca con Joe Biden.

Warnock primo senatore afroamericano in Georgia. Il reverendo Raphael Warnock ha fatto storia battendo la repubblicana uscente Kelly Loeffler e diventando il primo senatore afroamericano mai eletto dallo stato. L'altro candidato democratico, Jon Ossoff, è in vantaggio di oltre 17.000 voti: non abbastanza per sciogliere ogni riserva ma sufficienti a dar fiato al suo ottimismo. Se la sua vittoria sarà confermata, Ossoff a 33 anni sarà il più giovane senatore democratico dal 1973, quando il trentenne Biden vinse un seggio. Un controllo del Congresso darà importante spinta all'agenda di Biden. Può facilitare l'approvazione dei suoi candidati a ministro e di nomine di magistrati progressisti, che richiedono l'approvazione del Senato. Può dar fiato a piani di rilancio dell'economia, con nuovi stimoli e riforme fiscali più eque, una transizione energetica ispirata al Green New Deal, il rafforzamento dell'assistenza sanitaria in risposta alla pandemia. Incoraggiamento può inoltre ricevere il ritorno del multilateralismo su scala internazionale.

L’«onda blu» spinge i mercati. La prospettiva d'un superamento del terremoto politico è stata salutata anche da Wall Street, dove l'S&P 500 in mattinata ha guadagnato oltre l'1% e il Dow Jones fino a quasi il 2 per cento. Biden ha da parte sua guardato avanti e parlato di significativa vittoria in Georgia. «Avremo una leadership democratica alla Camera e al Senato», ha detto. «La Georgia offre un chiaro messaggio: occorre agire per combattere le crisi che affrontiamo», per «voltare pagina». Aggiungendo che intende lavorare in modo bipartisan «per raggiungere grandi obiettivi per il Paese» a partire da nuovi soccorsi agli americani.

Garland prossimo segretario alla Giustizia. Non si è fermato qui: ha proseguito nella transizione di potere, scegliendo il suo segretario alla Giustizia. Sarà il giudice Merrick Garland, ex candidato alla Corte Suprema di Barack Obama nel 2016, allora rifiutato dai repubblicani.

Le contestazioni repubblicane al Congresso. Il dramma di Capitol Hill era stato anticipato da alcuni segnali. L'aria era tesa già all'interno del Parlamento. Una fazione di decine di deputati e di 13 senatori repubblicani alleati del Presidente uscente ha cominciato a presentare obiezioni formali al risultato di almeno tre stati denunciando presunte irregolarità: il primo stato nel mirino è diventato l'Arizona. Contestazioni sono possibili contro i risultati di sei stati. Se però la procedura può allungare i tempi, anche di una intera giornata, non mette in discussione la certificazione. Ciascuna obiezione scritta, dopo due ore di dibattito, per squalificare delegazioni del Collegio elettorale presidenziale richiede una maggioranza sia al Senato che alla Camera. E i ribelli repubblicani non hanno i voti.

Pence scarica Trump. Lo stesso vicepresidente Pence, in uno schiaffo a Trump, ha affermato di non avere alcuna autorità costituzionale per «determinare quali voti dei grandi elettori» per la Casa Bianca «debbano essere contati e quali no». E il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, ha sfoderato torni durissimi nel condannare la fronda pro-Trump che ha spaccato il suo partito: «Se queste elezioni fossero ribaltate da semplici insinuazioni da parte di chi ha perso, la democrazia precipiterebbe in una spirale della morte».

’esplosione della protesta. L'azione si è spostata fuori dal Congresso. Trump ha arringato di persona migliaia di dimostranti nella captale sotto le insegne della Marcia per Trump/Salviamo l'America, ribadendo teorie di complotti ai suoi danni. Le proteste hanno portato a intensificate misure di sicurezza e allo schieramento della Guardia Nazionale per scongiurare disordini, con almeno sei arresti per scontri con la polizia e possesso di armi illegali già martedì. Non sono bastate a prevenire il dramma scattato, allungando inquietanti ombre su una giornata di vittorie del partito democratico e sul Paese.

Da repubblica.it il 7 gennaio 2021. Dopo l'assalto al Congresso da parte dei supporter di Donald Trump secondo cui le elezioni erano truccate, Camera e Senato Usa sono tornati a riunirsi insieme per la proclamazione di Joe Biden. Bocciati tutti i ricorsi. Intanto il numero dei morti, durante i disordini, sale a quattro e la polizia ha confermato che sono stati rinvenuti ordigni esplosivi davanti al quartier generale sia del Dnc (Democratic National Convention) e sia dell'Rnc (Republican National Convention).È stato inoltre individuato un veicolo vicino al Congresso con un fucile e molotov. Mentre a Washington è stato dichiarato lo stato d'emergenza fino al 21 gennaio, alla Casa Bianca circola sempre più insistente la voce di un'ipotesi di rimozione immediata di Donald Trump.

Pence: "La violenza non vince mai". Aprendo la seduta per certificare la vittoria di Joe Biden, Mike Pence ha condannato l'assalto dei sostenitori di Donald Trump. "Non avete vinto, la violenza non vince mai", ha detto. "Hanno cercato di distruggere la nostra democrazia, ma hanno fallito". Lo afferma il leader dei repubblicani in Senato, Mitch McConnell, parlando di "falsa insurrezione", di una "ribellione armata" che però non impedirà al Senato di fare il suo lavoro. "Gli Stati Uniti non saranno intimiditi", ha continuato, assicurando che non si inchinerà all'illegalità.

L'ipotesi della rimozione di Trump. Il Washington Post chiede che la responsabilità di questo atto di insurrezione ricada  sul "presidente, che ha mostrato di rappresentare un grave minaccia alla democrazia":  "Ha causato l'assalto al Congresso. Deve essere rimosso". Trump "non è adatto a restare in carica per i prossimi 14 giorni. Ogni secondo che mantiene i vasti poteri della presidenza è una minaccia all'ordine pubblico e alla sicurezza nazionale", aggiunge il board editoriale del Washington Post. "Trump è una minaccia e fino a quando resterà alla Casa Bianca il paese sarà in pericolo", osserva il Washington Post. L'ipotesi di invocare il 25/o emendamento per rimuovere Donald Trump si sta rafforzando nel gabinetto del presidente. Lo riporta Cbs citando alcune fonti, secondo le quali l'idea è in discussione all'interno della Casa Bianca ma non è stata ventilata al vicepresidente Mike Pence. Il 25/o emendamento della Costituzione prevede che il vicepresidente prenda i poteri nel caso il presidente muoia, si dimetta o sia rimosso dal suo incarico. A differenza dell'impeachment, dunque, consente di rimuovere il presidente senza che sia necessario elevare accuse precise. Tanto che il consigliere alla sicurezza nazionale di Donald Trump, Robert O'Brien, e il suo vice Matt Pottinger, stanno valutando le dimissioni dopo le violenze in Congresso. Anche il potente senatore repubblicano Lindsey Graham volta le spalle a Donald Trump, di cui è stato uno stretto alleato. "Io e Trump abbiamo avuto fatto un bel viaggio. Mi dispiace che finisca così ma oggi tutto ciò che posso dire è 'non contare su di me'. Quando è troppo è troppo. Ho provato ad essere utile", ha detto in Senato, affermando che Joe Biden e Kamala Harris "sono stati eletti legalmente e diventeranno presidente e vicepresidente".

A Washington è emergenza fino 21 gennaio. Il sindaco di Washington Muriel Bowser, dopo l'irruzione a Capitol Hill, con i manifestanti che hanno sfondato i cordoni di sicurezza e hanno fatto irruzione nel palazzo che ospita Camera e Senato Usa, estende l'emergenza pubblica nella capitale americana per 15 giorni, ovvero fino al 21 gennaio, il giorno successivo al giuramento di Joe Biden. Resta in vigore anche il coprifuoco.

Facebook blocca Trump. È battaglia anche sul fronte dei social. Facebook blocca Donald Trump per 24 ore. Lo riportano i media americani. Il blocco del social di Mark Zuckerberg segue quello simile di 12 ore deciso da Twitter. Zuckerberg, secondo le ricostruzioni di Axios, avrebbe definito la situazione a Washington un'"emergenza" e, in una email ai dipendenti, ha assicurato che si stavano valutando altre misure per tenere la gente al sicuro. 

I misteriosi cospiratori dell'assalto a Capitol Hill. Piccole Note il 23/24 giugno 2021 su Il Giornale. L’assalto a Capitol Hill, che tanto ha cambiato il volto dell’Impero, è al centro di nuove controversie. Mentre l’amministrazione Usa continua a ribadire la sua ferma volontà a stroncare il “terrorismo interno”, in America si dibatte su quanto accaduto in quei giorni. A rinfocolare le polemiche, Tucker Carlson, uno tra gli anchorman più seguiti degli Stati Uniti, che presta il suo volto a Fox News, che si è attirato l’ostilità dei media mainstream per la sua prossimità a Trump (fu lui a farlo desistere dal bombardare l’Iran dopo l’abbattimento di un Uav Usa sui cieli di Teheran).

L’inchiesta di Revolver. Carlson, che da tempo parla all’assalto del 6 gennaio, durante la sua trasmissione ha chiesto lumi sul ruolo che l’FBI ha avuto nell’evento. Ciò in base a un’accuratissima indagine giornalistica pubblicata su Revolver, un sito di destra. Inchiesta di parte, dunque, e però con puntuali riferimenti agli atti del procedimento aperto contro alcuni protagonisti di quel giorno. Revolver parte nella sua indagine giornalistica evidenziando una anomalia nell’indagine. Molti sono i casi in cui cosiddetti co-cospiratori non sono incriminati nonostante ricoprano ruoli determinanti o abbiamo atteggiamenti molto più aggressivi di altri che invece sono finiti alla sbarra. Tutti costoro hanno la caratteristica comune di essere individuati solo con sigle e numeri, mai con i loro nomi. L’ipotesi di Revolver è che questi misteriosi individui rispondano, a vario titolo, all’FBI: agenti sotto copertura o informatori. Dato il loro numero e i ruoli ricoperti se Revolver avesse ragione la storia di quella giornata andrebbe riscritta. Non accadrà, perché così va il mondo, nondimeno l’inchiesta desta curiosità, soprattutto perché rimanda puntualmente ad atti giudiziari. Impossibile riferirla nel dettaglio, data la lunghezza, proviamo una sintesi. L’inchiesta prende le mosse dalle conclusioni delle indagini del Congresso, che hanno evidenziato le enormi falle della Sicurezza, in particolare dell’FBI, che non ha saputo cogliere segnali evidenti di quanto si preparava e si è mobilitata con un ritardo impressionante, quando ormai tutto si era consumato. Quindi accenna alla conduzione delle indagini successive, che hanno individuato due diversi ordini di crimini: una parte degli imputati è sotto processo per aver violato l’edificio, senza però siano loro contestati reati gravi. Altri, invece sono sotto processo per aver organizzato e guidato l’assalto.

Questi ultimi sono risultati intruppati in tre organizzazioni eversive: gli Oath Keepers, i Proud Boys e i Three Percenters.

Il precedente in Michigan. L’inchiesta comincia con un salto indietro nel tempo, riferendo quanto è avvenuto in Michigan tre mesi prima. L’FBI arresta 14 persone accusate di aver pianificato di rapire il Governatore Gretchen Whitmer. Questi 14 facevano tutti parte dei Three Percenters e alcuni di loro sono poi risultati agenti sotto copertura o informatori dell’FBI. Il direttore dell’ufficio dell’FBI di Detroit, Steven M. D’Antuono, che ha supervisionato l’operazione di infiltrazione del complotto del Michigan, è stato poi promosso all’ufficio di Washington: a lui il compito di supervisionare le indagini sull’assalto a Capitol Hill…Ma la stranezza del complotto del Michigan è che sembra, in piccolo, una prova generale di quanto accaduto a Washington successivamente. Infatti, i malfattori prevedevano di “prendere d’assalto l’edificio del Campidoglio locale”, a Lansing, stornando, nell’occasione, una manifestazione di ignari oppositori che si sarebbe tenuta in quei giorni. Progetto poi ridimensionato al rapimento del Governatore.

Il Campidoglio di Lansing, o Campidoglio dello Stato del Michigan. Revolver evidenzia come nei verbali del’FBI prodotti nell’inchiesta del Michigan tutte le affermazioni più importanti sono attribuite a Confidential Human Sources (CHS) [Risorse umane riservate] o Undercover Employees (UCE) [collaboratori sotto copertura], che erano 4 su 14. A questi si deve aggiungere un quinto, identificato solo come “l’uomo del Wisconsin”, ma ne parleremo più avanti. Non solo si erano infiltrati, ma svolgevano compiti non secondari, tanto che appare legittimo quanto scrive Revolver: “Ad ogni livello della trama, gli agenti dell’FBI hanno svolto i ruoli di leadership più importanti… l’esperto di esplosivi…il responsabile dei trasporti…il capo della sicurezza” erano tutti collegati all’FBI.

I cinque infiltrati e “l’uomo del Wisconsin”. Un capitolo a sé stante merita la vicenda del quinto uomo della cospirazione in Michigan, colui che negli atti il Dipartimento di Giustizia (DOJ) è identificato solo come “l’uomo del Wisconsin”. Accade, infatti, che un mese dopo la presentazione degli atti di accusa sui fatti di Lansing l’uomo del Wisconsin decide di rivelare la sua identità. E si scopre che anch’esso è un collaboratore di lunga data dell’FBI, tal Steve Robeson, che per conto del Boureau si è infiltrato nei movimenti di destra per oltre 35 anni. “Robeson ha anche accumulato una lunga fedina penale. I documenti del tribunale del Wisconsin mostrano condanne per aver fatto sesso con un bambino di età pari o superiore a 16 anni” oltre ad altri reati di natura sessuale. Condannato per tali crimini, inizia a collaborare con l’Fbi, ma “non è autorizzato a possedere un’arma da fuoco.” (The Detroit News) Poco dopo la rivelazione, gli inquirenti scovano nella sua abitazione un fucile da precisione (quelli da killer) e lo arrestano. Revolver sospetta, e forse non a torto, che rivelandosi, abbia contrariato il Boureau, che l’aveva tenuto nascosto, da cui l’arresto. Necessario, forse, ipotizza anche, a evitare il ripetersi di simili incidenti, secondo la logica “colpirne uno per educarne cento”. Tutto ciò rivela un dato che potrebbe essere significativo anche per gli eventi di Washington, cioè che è uso dell’FBI e del Dipartimento della Giustizia Usa (DOJ) coprire i propri informatori, agenti o infiltrati con l’anonimato, citandoli negli atti dei processi con diciture generiche (individuo, uomo) e numeri. Un ultimo nota bene su questa vicenda. Forse l’FBI potrebbe evitare di arruolare fra le proprie file almeno i pedofili, ma questa è un’altra storia.

Così veniamo all’inchiesta sul 6 gennaio, intrapresa dal DOJ all’insegna dello slogan “Shock and Awe”, cioè, “colpisci e terrorizza” (peraltro lo stesso della campagna in Iraq…). Tanto che alcuni rei sono stati condannati a pene durissime.

Eppure gli atti del procedimento sono pieni di riferimenti a persone misteriose – identificate solo come “individuo due”, “individuo tre” e altro – che agiscono insieme ad altri che invece sono imputati e i cui nomi sono stati resi pubblici. Persone non identificate che sicuramente non hanno nemmeno patteggiato la pena, perché agli atti risulta che tale passaggio non è stato ancora portato a compimento da un solo reo.

I soliti ignoti. Questi soggetti ignoti compiono le stesse azioni degli imputati, ma non vengono inquisiti: nel processo si “‘cita il ‘ruolo di leadership nella pianificazione degli eventi del 6 gennaio’ di Caldwell, il quale, ad esempio, si dà da fare per “trovare un alloggio” per l’individuo tre. Si riferiscono persino esplicitamente all’Individuo tre come ‘un terzo co-cospiratore'”. Perché, si domanda Revolver, questi soggetti non sono stati incriminati? Si registrano poi altre analogie con gli eventi del Michigan dove, ad esempio, “sia il conducente del furgone [usato nell’azione] che il fornitore di esplosivi erano agenti dell’FBI sotto copertura… [a Washington] l’autista dell’autobus, e l’uomo accusato di aver fornito esplosivi agli Oath Keepers è un co-cospiratore non incriminato ed è semplicemente indicato come “Individuo tre”…O ancora, a Washington come in Michigan, qualcuno si occupa di redigere mappe disegnate a mano dei luoghi dell’assalto. A Washington è “l’individuo tre”, a Lasing un agente FBI sotto copertura. L’elenco delle attività di questi co-cospiratori ignoti nell’assalto a Capitol Hill è lungo, spazia dalla logistica (hotel e mezzi di trasporto) alle armi. Ma lungo è anche l’elenco di altri individui sconosciuti, numerati, dall’1 al 20, e altri ignoti che non hanno nemmeno un numero, quindi non si sa nemmeno quanti siano. Di loro si sa solo che non sono stati incriminati, nemmeno l’uomo che, attraverso una app che trasforma i cellulari in walkie-talkie, dirigeva uno dei gruppi come un generale sul campo di battaglia.

La legione segreta. La dinamica descritta vale per tutti i gruppi coinvolti: ai Proud Boys, ad esempio, l’individuo “UCC-1” [co-cospiratore non incriminato] fornisce “radio crottografate”. Merita particolare attenzione, tra l’altro, la costituzione dello stato maggiore dei Proud Boys, che risulta formato da sei persone: Enrique Tarrio il presidente, Joseph Biggs l’ideologo; i capi di Auburn e Philadelphia, Ethan Nordean e Zachary Rehl, più due UCC. Sia Tarrio che Biggs sono stati informatori dell’FBI, e Tarrio non sarà presente a Washington il 6 gennaio perché arrestato il giorno prima (in questo modo si è fortunosamente salvato da una pesantissima incriminazione…). Dopo l’arresto di Tarrio, entra in gioco “l’individuo uno”, che nel processo è identificato come appartenente alla “leadership di livello superiore” dei Proud Boys. Così il giorno fatidico a dare gli ordini ai PB sono UCC-1, individuo uno e individuo 2. In pratica quasi tutto il vertice di questo gruppo era gestito da individui rimasti misteriosi. La domanda di Revolver è banale. Nei fatti del Michigan le persone non identificate si sono poi rivelate essere collaboratori dell’FBI… anche questi misteriosi ignoti cospiratori dell’assalto a Capitol Hill erano agenti o collaboratori dell’FBI? E se sì, che ruolo effettivo hanno avuto, dato che l’infiltrazione, nel caso, risulta tanto massiva? I media mainstream hanno rigettato l’inchiesta come complottista, e come tale è stato identificato Carlson. Un marchio destinato a durare. Resta, però, che farsi e fare domande al potere è compito dei giornali, che sono nati per questo…

Fallimento dell’intelligence. Amy Klobuchar all’udienza in senato dell’FBI del 2 marzo 2021 ha definito l’assalto un “fallimento dell’intelligence”, avvalorando le conclusioni di “un’indagine bipartisan del Senato sull’insurrezione del 6 gennaio che ha riscontrato fallimenti della sicurezza e dell’intelligence a tutti i livelli” una tesi accreditata da subito da tutti i media. Ma forse il ruolo dei tanto bistrattati servizi di intelligence dovrebbe essere rivalutato alla luce, o meglio, nella nebbia degli omissis e degli “individui” in cui si sono mossi. Tucker Carlson in un articolo del Washington Examiner del 16 giugno rincara la dose e ipotizza che “gli agenti dell’FBI sotto copertura potrebbero aver orchestrato l’assalto la Campidoglio” e sostiene che “c’è una enorme differenza tra l’uso di un informatore per scoprire cosa potrebbe fare un gruppo e pagare le persone per organizzare un’azione violenta, che è quello che apparentemente è successo il 6 gennaio secondo i documenti del governo”. Non accreditiamo la tesi, semplicemente, al contrario di altri, la riferiamo, perché, come detto, ha puntuale riscontro negli atti giudiziari. Complottismo, forse, ma anche la tesi della fuga del Covid-19 dal laboratorio di Wuhan era stata etichettata come tale, e come tale rigettata dai media, per poi assumere la forma di un’ipotesi da verificare. Peraltro la grancassa sulle origini del Covid-19 sta relegando all’oblio quanto sta emergendo sulla vicenda dell’assalto a Capitol Hill, che ha avuto un peso sul destino del mondo se non uguale, almeno confrontabile a quello che ha avuto la pandemia, dato che, di fatto, ha determinato il corso dell’impero. 

Washington Dc come piazza Maidan. Piccole Note su Il Giornale il 7 gennaio 2021. Chi semina vento raccoglie tempesta. Così le scene di ieri al Campidoglio degli Stati Uniti ricordano da vicino quanto avvenne a piazza Maidan, quando la folla riempì la piazza principale della capitale ucraina per contestare l’esito delle elezioni, perché viziate da brogli, esattamente quel che è avvenuto ieri al Campidoglio americano.

Da Maidan  al Campidoglio. Anche a Maidan diedero l’assalto al Parlamento, ma allora politici e media che oggi sono scandalizzati da quanto avvenuto chiedevano al potere di costituito di “ascoltare la piazza” e aprire un dialogo con essa. Allora nessuno si accorse delle bandiere neonaziste che garrivano al vento a piazza Maidan, men che meno media e politici che additano i manifestanti pro-Trump come fascisti. Non solo Maidan, la richiesta di ascoltare la piazza si è ripetuta anche in Egitto, in Libia, in Bielorussia e nelle altre rivoluzioni benedette da Washington. Peraltro in tali occasioni si chiese con forza ai tutori dell’ordine di evitare la mano pesante. Tanto che l’uccisione di alcuni manifestanti destò debito scandalo. L’uccisione di quattro manifestanti pro-Trump – terribile il video della donna uccisa a sangue freddo all’interno del Campidoglio – non ha suscitato l’orrore del caso, anzi. Un mero incidente di percorso. Quattro uccisi in una sola sera sono davvero tanti. Evidentemente c’era licenza di uccidere a futuro monito.

Dubbi. Detto questo, restano i dubbi: davvero si può credere si possa entrare nel Campidoglio degli Stati Uniti con tanta facilità? Nonostante la manifestazione fosse stata annunciata da giorni, non c’era nessun agente di polizia all’orizzonte… In un video si vede un agente che, con un manganello in mano, si oppone a una folla che entra tranquillamente nelle stanze più sorvegliate del mondo…C’è qualcosa di strano in tutto ciò. Come se qualcuno avesse lasciato campo libero. Di certo l’assalto al Campidoglio non aiuta Trump, che pur rallegrandosi per le manifestazioni, come ovvio, ha chiesto a più riprese moderazione. Come resta bizzarro che il suo tweet in cui chiedeva alla gente di “tornare a casa” sia stato rimosso dai gestori del social media. Resta un altro tweet di Trump, nel quale si legge: “Si prega di sostenere la nostra polizia del Campidoglio e le forze dell’ordine. Sono davvero dalla parte del nostro Paese. Restate calmi!”. Inviti che i media hanno obliato, così che resta l’immagine di un presidente golpista, che come tale rischia  le conseguenze del caso.

Trump indebolito. Quanto avvenuto ieri non ha inficiato affatto la ratifica della nomina di Biden da parte del Congresso, solo ritardata. Mentre le iniziative legali del team di Trump per ribaltare le cose sono state, al solito, vanificate. I repubblicani della Pennsylvania e dell’Arizona, infatti, non riconoscendo come legittimo l’esito delle elezioni stabilito dalle autorità competenti, hanno inviato al Congresso una lista alternativa di delegati. Un’iniziativa senza alcuna speranza di successo, tanto che è stata respinta al mittente senza indugio. La residua speranza del team di Trump è ora riposta in un codicillo della Costituzione, nel quale si spiega che se entro la data ufficiale dell’insediamento del  presidente non c’è ancora certezza sullo stesso, tutto il procedimento pregresso sarà dichiarato nullo, rimettendo la cruciale scelta al Congresso. A votare non sarebbero tutti i membri dell’assemblea, ma solo uno per Stato, scelto tramite elezione interna all’assise. Nel caso si arrivasse a questo, i repubblicani avrebbero la maggioranza, e il team di Trump ha rassicurato il suo referente che sarebbe rieletto. In realtà anche questa sembra un’altra pia illusione, dato che tanti repubblicani hanno ormai abbandonato la nave che affonda e potrebbero votare Biden. Ma tant’è, di topiche il team del presidente ne ha prese tante, riuscendo a fargli perdere un’elezione vinta (il candidato più votato dalla storia degli Stati Uniti, se davvero avesse ragione sui brogli). Peraltro, dopo quanto avvenuto ieri, Trump rischia di esser dichiarato decaduto da presidente in forza di un emendamento della Costituzione. Eventualità sulla quale pare si stiano consultando i membri del Congresso, repubblicani compresi.

Battaglia esistenziale. Insomma, per gli Stati Uniti sono giorni movimentati. I sostenitori di Trump dicono che la battaglia è appena iniziata e potrebbero aver ragione. A sostenere Biden è un mondo virtuale, quello che domina la Tecnofinanza e i media mainstream, a sostenere Trump è un mondo reale, compresi tanti blogger che hanno sostituito gli antichi speaker radiofonici che nei vecchi film di Hollywood erano celebrati come alfieri della libertà americana. Un mondo antico che teme il nuovo Potere. E ciò conferisce alla battaglia una nota esistenziale, con tutto quel che consegue. Sviluppi da seguire. Intanto sembra che i democratici abbiano vinto le elezioni svoltesi ieri in Georgia nei quali erano in ballo gli ultimi due seggi del Senato. Se il dato sarà confermato, otterrebbero la maggioranza anche in questo ramo del Congresso. Sull’importanza decisiva di questo voto rimandiamo alla nota pregressa. Nota bene. Dopo la pubblicazione. Dopo gli scontri Trump ha dichiarato che ci sarà una “transizione ordinata” del potere. Non poteva non farlo, dopo, l’assalto al Campidoglio, che di fatto ha avuto l’esito di sancire la fine della sua resistenza alla nuova presidenza.

Il crepuscolo del trumpismo: l’inizio della fine del sovranismo? Andrea Muratore su Inside Over il 7 gennaio 2020. Donald Trump ha invitato alla calma i suoi sostenitori più esagitati nel momento in cui, dopo il suo discorso a Washington del 6 gennaio, prendevano d’assalto il Campidoglio di Washington, ma ben poco ha potuto fare per contenere la furia dell’orda di manifestanti che è entrata nei perimetri dei palazzi del potere statunitensi. Come un imperatore romano dell’era dell’anarchia militare incapace di controllare i pretoriani, Trump non ha saputo richiamarli all’ordine. Come un Faust incapace di richiamare i diavoli da lui evocati con mesi di campagna sulle “elezioni rubate” di Joe Biden, ha alimentato a furore di dichiarazioni incendiarie una polarizzazione tossica nella già frammentata America dell’era pandemica; come un leader di un Paese periferico e instabile qualsiasi, non ha fatto nulla per evitare la delegittimazione istituzionale e la perdita di credibilità dei processi democratici del Paese guida dell’Occidente in nome di interessi di parte. Il contrappasso per la sua eredità, il suo progetto politico e l’intera ideologia da lui incarnata rischia di esser pesantissimo. Poche parole resteranno iconiche come quelle del Segretario della Nato,il norvegese Jens Stoltenberg, che in un tweet ha invitato i cittadini e i politici statunitensi a rispettare ordinatamente l’esito delle urne. Una comunicazione che l’Alleanza Atlantica si era abituata a rivolgere ai rivali di Washington, dal Venezuela alla Bielorussia, ma che mai avrebbe pensato di presentare al suo Paese-guida. Shocking scenes in Washington, D.C. The outcome of this democratic election must be respected. — Jens Stoltenberg (@jensstoltenberg) January 6, 2021 In queste sintetiche dichiarazioni di Stoltenberg c’è tutto il disastro politico, comunicativo e d’immagine del mesto tramonto del trumpismo. Che rischia di fallire laddove si era presentato come forza di discontinuità, rinnovamento e rilancio del potere e delle prospettive del popolo contro élite di Washington ritenute corrotte e corruttrici. Un vero e proprio fattore di catarsi politica, analogamente a molti movimenti populisti e sovranisti che dall’innalzamento della stella trumpiana hanno tratto forza politica e influenza e hanno provato a mettere in campo una critica al mainstream liberal e progressista anche nel resto dell’Occidente. Una critica, come testimonia l’eccessiva focalizzazione sulla Cina e l’adesione ai dogmi economici del neoliberismo, molto spesso plasmata da Oltre Atlantico, sia ben chiaro, ma a cui si sono associati anche esperimenti politici ben più autonomi e pregnanti dal punto di vista ideologico e culturale, come quello di Viktor Orban in Ungheria e di Libertà e Giustizia in Polonia. Su cui il roboante “crepuscolo degli Dei” consumatosi a Washington il giorno dell’Epifania rischia di abbattersi duramente. Il populismo trumpiano fallisce, alla prova della storia, nell’obiettivo di salvare e rendere organicamente viva la democrazia statunitense, finendo per rinnegarne gli esiti quattro anni dopo il suo trionfo. Manca completamente l’appuntamento della conservazione dell’ordine, come i riots estivi e le immagini degli ultimi giorni fanno notare. Il trumpismo penetra culturalmente ma nel contesto di un’opinione pubblica già duramente polarizzata e col suo epilogo regala al mondo scene dell’America che ricordano la Rivoluzione Russa o i fatti di Mosca del 1993 e una nazione incapace di non pensarsi egemone globale. La controffensiva liberal non si è fatta attendere. Negli States la deputata progressista Ilhan Omar ha proposto l’immediata destituzione di Trump; Biden ha accusato il presidente uscente di aver fomentato la folla; di “un assalto senza precedenti al nostro Campidoglio, alla nostra Costituzione e al nostro Paese” ha parlato Bill Clinton, affermando che “questo assalto è stato sostenuto da oltre quattro anni di una politica fatta di veleni”; di “grande disonore e vergogna per la nostra nazione” ha parlato Barack Obama, buttando la palla nel campo di un Partito Repubblicano che dal processo elettorale era uscito sconfitto ma non con le ossa rotte, rafforzato nei consensi e nell’eterogeneità etnica e sociale, prima che le bizze di Trump sul non riconoscimento dell’esito delle urne trascinassero a fondo il nome del Grand Old Party. La colpa maggiore di Trump sarà forse proprio quella di aver riportato al centro dell’agone, fornendo loro il bersaglio perfetto, figure risultate a loro modo screditate o depotenziate dalle evoluzioni politiche negli ultimi anni. E di poter aprire a una nuova fase di consolidamento dell’egemonia politica e culturale del mondo liberal negli Usa e non solo. Sarà facile, d’ora in avanti, presentare il populismo e il sovranismo come fattori di caos, disordine e problemi dopo le immagini-choc dell’Epifania; sarà inevitabile che agli oppositori di ieri e di oggi sarà rinfacciata come una colpa la vicinanza, reale o presunta, al tycoon divenuto presidente. Tanto che in Italia, tra i Paesi sempre più pronti ad adattarsi plasticamente ai venti di oltre Atlantico, tale processo è iniziato mentre ancora i fatti erano in svolgimento. Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, è partito parlando di incompatibilità tra populismo e democrazia, seguito da Matteo Renzi e da Laura Boldrini, secondo la quale il sovranismo populista danneggerebbe tout court la democrazia. Terrificante ciò che sta accadendo negli #USA, dove il #Congresso è stato assaltato dai sostenitori di #Trump per impedire la ratifica della vittoria di #Biden. Una situazione eversiva di cui #Trump è responsabile. Il sovranismo populista è una minaccia per la democrazia! pic.twitter.com/AIkHVTtccM — laura boldrini (@lauraboldrini) January 6, 2021. Esagerazioni, in larga misura. Non prive del fondo di verità che per le forze progressiste ha fatto si che un non meglio definito “populismo” divenisse il nemico perfetto. Dalla lotta al politicamente corretto al contrasto agli apparati di potere vicino ai democratici, il trumpismo ha via via estremizzato anche le sue logiche e legittime prospettive di partenza. E ora il suo tracollo rischia di travolgere il Partito Repubblicano, che sarà atteso da una vera e propria lotta per la sua anima, ma anche un vasto ginepraio di movimenti politici, culturali e ideologici che da una prospettiva eterogenea (chi liberale, chi conservatore, chi sovranista) hanno abbracciato la contestazione trumpiana elevandola a stella polare politica. Dimenticando, spesso, di fare in questo modo gli interessi della Casa Bianca prima di quelli del proprio Paese, ma traendone facili consensi e vicinanza retorica. Chi potrà contare su un retroterra politico e culturale autonomo, da ora in avanti, se la caverà meglio (pensiamo a Fidesz in Ungheria e a Diritto e Giustizia), ma per un’ampia galassia ostile al mainstream c’è il rischio che le accuse di eccessiva sintonia con Trump possano riflettersi nell’inizio di una traversata del deserto politica. Da cui ripartire con energie proprie, riconoscendo l’ambiguità insita nell’adottare modelli esteri, da Trump al suo stratega Steve Bannon, come punti di riferimento. Errore uguale e simmetrico a quello, contestato alla parte avversa, di chi incensa altri “zii d’America” come George Soros come paladini di diritti e prospettive future per l’Europa.

Stefano Zurlo per “il Giornale” l'8 gennaio 2021. La logica di Trump? «Con tutta sincerità faccio fatica a comprenderla - spiega Giovanni Orsina, storico e direttore della School of government della Luiss -. Il presidente ha polarizzato lo scontro, alzando progressivamente l'asticella delle rivendicazioni e delle recriminazioni negli ultimi due mesi. Si poteva pensare che stesse perseguendo uno scopo squisitamente politico. Ma alla fine mi pare che si sia spinto troppo in là anche dal punto di vista del suo stesso interesse». Dalla sua cattedra romana, Orsina, volto noto della tv, ha osservato con sorpresa le sbalorditive evoluzioni delle ultime ore di là dell'Atlantico: «Francamente, non mi pare che si potesse davvero prevedere un finale del genere. Le manifestazioni sì, erano largamente preventivate, ma per il resto la storia si è sbizzarrita: i morti, i feriti, gli arresti, la profanazione del Congresso con quel signore con le corna seduto sullo scranno dello speaker».

Trump aveva calcolato tutto o la situazione gli è sfuggita di mano?

«Davvero non saprei. Certo, Trump è andato avanti a testa bassa di strappo in strappo, di delegittimazione in delegittimazione. Alla fine il discorso sulla vittoria rubata ha spinto i facinorosi fino a oltraggiare il cuore della democrazia americana».

Quale è la strategia?

«Il presidente uscente ha un'altissima concezione di sé, ha raccolto decine di milioni di voti, ha perso ma ha comunque un pezzo consistente del Paese con sé. È evidente che non ha metabolizzato la sconfitta e ha continuato ad alzare la posta».

Ma ora?

«Questa mossa ha costretto autorevoli leader repubblicani, a cominciare dal vicepresidente Pence, a smarcarsi e a prendere le distanze dal capo. Una dinamica impazzita che facilita l'insediamento di Biden, atteso ora come una benedizione. Questo comportamento, come abbiamo visto dal voto in Georgia, si è rivelato fallimentare anche sul piano elettorale e ora i Democratici controllano pure il Senato».

Che cosa accadrà adesso?

«Sarei comunque molto cauto. L'uomo ha un grande seguito, resta il profeta della masse che si sentono abbandonate dalle élite progressiste».

È in arrivo un partito personale del magnate?

«Vedremo se nascerà una sua piattaforma personale, anche in dipendenza dalle mosse dei repubblicani; ma nel sistema americano, un maggioritario con due partiti, il movimento di Trump rischierebbe di dividere soltanto la destra, a tutto vantaggio dei Democratici».

Insomma, il costruttore si è infilato in un vicolo cieco?

«Si può sempre proporre un'interpretazione psichiatrica del suo percorso, ma il problema è che la sua testa, con i suoi scatti e le sue reazioni rabbiose, si specchia in milioni di teste».

Che ora potrebbero perdere il loro punto di riferimento.

 «Senza la pandemia, che ha acuito in questa fase il bisogno di ordine e stabilità, Trump avrebbe probabilmente vinto le elezioni».

Trump è inadeguato davanti a un'emergenza senza precedenti?

«Così è stato percepito, ma la crisi non è finita e potrebbe preparare nuove sorprese».

Quali?

«Nessuno può davvero sapere come saremo dopo la pandemia. Potremmo uscirne con un riflesso d'ordine. Ma anche di disordine, e in quel caso potrebbero aprirsi nuovi spazi per Trump o per altri Trump».

Il sovranismo italiano, e non solo quello, guardava al Presidente come a un modello. Lodi e peana che dovranno essere dimenticati?

«Il sovranismo ha preso quota nel 2016 su due fatti: l'elezione di Trump e la Brexit. Anche se, non lo si dimentichi, nell'estate 2019 il tweet di Trump a Giuseppi Conte fu letto come uno sdoganamento del governo Pd-Cinque stelle: tutt' altro che un favore ai sovranisti nostrani».

Ora la Brexit è un fatto compiuto.

«Ora sappiamo che si può uscire dall'Europa, anche se ancora non possiamo valutare gli eventuali danni. L'era Trump si chiude invece in modo ambiguo».

Perché ambiguo?

«In alto finisce male, molto male. E mi pare che il futuro politico di Trump ne esca davvero compromesso. Ma a livello basso, diciamo di popolo, il consenso resta e i nodi politici non sono stati sciolti».

L'icona però è in pezzi. O no?

«Certo, il caos scatenato renderà ben difficile farne un modello. Sul versante europeo, invece, si è compiuta una virata spettacolare: la Banca Centrale Europea è entrata in campo più che mai esattamente come chiedevano i sovranisti e si appresta a darci i 200 miliardi circa del Recovery Plan. Lega e Fratelli d'Italia dovranno riflettere su quel che è accaduto. Il mondo si è capovolto e le vecchie bussole non funzionano più».

Mattia Feltri per “la Stampa” l'8 gennaio 2021. Fabrizio Barca, uomo di sinistra ed ex ministro di Mario Monti, scrivendo dell'assalto al Congresso ha ricordato a quali estremi portino le disuguaglianze. Ha fatto un passetto in più Vittorio Sgarbi: il popolo va ascoltato e rispettato, ha detto. Non hanno tutti i torti. Donald J. Trump ha preso una settantina di milioni di voti, e non arrivano da settanta milioni di scimuniti, e se a sinistra possono commettere una fesseria è di considerarli tali, come tali furono considerati gli elettori di George W. Bush o di Silvio Berlusconi, due che, nonostante spericolati pronostici, i palazzi non li hanno mai incendiati. Va bene, ascoltiamoli e rispettiamoli. Apriamo il dialogo. Dopodiché per aprire il dialogo con alcuni, con gli assedianti di Capitol Hill e i loro sostenitori, per esempio con Jake Angeli, detto lo sciamano, uno col copricapo cornuto e la pelliccia aperta sul petto nudo, una specie di frontman di QAnon, combriccola che considera Trump l'argine al dominio mondiale di un clan di pedofili e di ebrei (che associazione suggestiva), o con Enrique Tarrio, leader dei Proud Boys, suprematisti americani a cui si accede dopo aver subito un pestaggio da cinque affiliati finché non si siano pronunciati i nomi di cinque cereali (giuro), o ancora con monsignor Carlo Maria Viganò che pochi giorni fa, in un'intervista con Steve Bannon, ha ripetuto la sua teoria del Great Reset, la cospirazione del Male demoniaco contro il Bene divino (difeso da Trump) per instaurare una dittatura sanitaria e abolire la proprietà privata e la differenza di genere, ecco, senza colapasta in testa nemmeno si comincia.

Emanuele Lauria per "la Repubblica" l'8 gennaio 2021. Si possono almeno spiegare, se non giustificare, i tumulti di Washington con le disuguaglianze sociali degli Stati Uniti? Secondo l'ex ministro Fabrizio Barca sì. E l'economista lo ha scritto senza remore su Twitter. Postando le immagini dell'assalto al Campidoglio, Barca così ha commentato: «Scene che ci fanno riflettere sull'estrema fragilità della democrazia Usa. Ma, attenzione, è un segnale per tutte le democrazie. A quale risentimento arriva un popolo colpito da enormi disuguaglianze, che non crede più che esista un'alternativa?». Poche parole che volevano essere un monito per le forze progressiste, anche in Europa, e che arrivano da chi, tra l'altro, presiede il Forum internazionale "Disuguaglianze e diversità". Ma è un'affermazione che crea un putiferio sui social: diversi esponenti politici, anche del Pd al quale Barca aveva aderito, vedono in quel tweet una giustificazione all'azione dei rivoltosi pro-Trump. «Chiamare "popolo" un manipolo di golpisti violenti è davvero un grave infortunio», dice Andrea Romano, portavoce della corrente dem "Base riformista". A scagliarsi in modo molto duro contro Barca è il deputato renziano Luigi Marattin: «Di fronte a golpisti e terroristi c'è sempre stato, storicamente, qualcuno che li chiamava "popolo" e faceva intendere che, in fondo, "è colpa della diseguaglianza". Solo che non era mai accaduto così in fretta. Questo qui qualcuno lo voleva leader del centrosinistra». Ed è il "questo qui" riferito a Barca ad alzare ancora più il livello della tensione sul web:«Questo qui è stato abituato a pensare, non a urlare», replica e prova a spiegare l'economista, che in una raffica di messaggi chiarisce di non avere alcuna intenzione di giustificare gli autori delle violenze: «Giustificazioni? No, ragioni ... ogni essere umano che compie un'azione ha una sua "ragione" - scrive Barca - magari irragionevole. Se decine di milioni votano Trump e credono alle sue falsità, compito di chi pensa è chiedersi: perchè?». E, a parere dell'ex ministro, «in certi momenti della storia - Mussolini docet - questi personaggi esercitano un'attrazione fatale su chi non ha speranze e si sente accantonato dalle classi dirigenti». Ma sono riflessioni che non bastano a placare il dissenso dei tanti che su Twitter lo invitano a considerare i manifestanti che hanno fatto irruzione nel Campidoglio semplicemente come criminali. E che contestano a Barca anche il momento non azzeccato per il tentativo di comprendere le motivazioni sociali della rivolta. A difesa di Barca arriva Carlo Calenda, che sancisce una rottura - su questo tema - del patto siglato con Italia Viva. Attaccando Marattin: «Ma è normale che "questo qui" scriva un tweet del genere contro Fabrizio Barca, reo di aver ricordato qualcosa - afferma Calenda - di cui discutono da anni i liberali in tutto il mondo: il rapporto tra diseguaglianze e solidità della democrazia. Trattato come un fiancheggiatore delle Br. Boh».

Dagospia l'8 gennaio 2021. Dall'account twitter di Tomaso Montanari: È esattamente così purtroppo. La tragedia di una #democrazia che non riesce a costruire #eguaglianza e #giustizia. Queste immagini del Parlamento americano segnano un’epoca. Dalla quale non si esce senza giustizia ed eguaglianza. Dall'account twitter di Stefano Cappellini: Come trasformare un'insurrezione di suprematisti, razzisti, nazisti dell'Illinois e vichinghi dell'Alabama nella solita mozione "compagni, abbiamo dimenticato le periferie".

DAGONEWS l'8 gennaio 2021. Trump si è isolato rintanandosi nello studio Ovale dopo aver annunciato che snobberà la cerimonia di insediamento di Biden il prossimo 20 gennaio. E intanto il “Washington Post” riprende le testimonianze di alcuni membri del suo entiurage che parlano di un uomo “psicologicamente fragile” di un “pazzo” e di un “mostro”. «Molte persone non vogliono parlare con lui - ha detto un alto funzionario dell'amministrazione - È costantemente di pessimo umore, è sulla difensiva e tutti sanno che è stato un terribile errore. Ivanka è una delle poche che possono mettersi in contatto con lui». Un funzionario dell'amministrazione ha descritto il comportamento di Trump come quello di «un mostro. E c’è chi lo ha definito un «pazzo re Giorgio rimasto solo. Penso che Trump non capisca quanto sia precaria la sua situazione in questo momento». L'incontro Pompeo e Mnuchin E mercoledì sera, il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Segretario al Tesoro Mnuchin avrebbero discusso della rimozione di Trump dichiarandolo non idoneo invocando il 25° emendamento, ma hanno concluso che non era la via da seguire: ci sarebbe voluto troppo tempo, con solo 13 giorni rimasti. Infine, hanno convenuto che probabilmente avrebbe gettato ulteriore benzina sul fuoco facendo infuriare i sostenitori di Trump alimentando le fiamme dei disordini. Nancy Pelosi e Chuck Schumer hanno contattato direttamente il Vice Presidente Mike Pence giovedì per cercare di spingerlo ad agire immediatamente per rimuovere Trump dall'incarico, ma non sono riusciti a convincerlo. La vittoria dell'Electoral College di Joe Biden è stata certificata da Pence alle 3.41, ponendo fine a una vergogna di quasi 15 ore. 

Da “Ansa” l'8 gennaio 2021. «I 75 milioni di grandi patrioti americani che hanno votato per me, per l'America first, per renderla di nuovo grande, avranno una voce gigante a lungo in futuro. Non saranno disprezzati o trattati ingiustamente in nessun modo e forma»: lo twitta Donald Trump rivolgendosi ai suoi elettori. «A tutti quelli che lo hanno chiesto, non andrò alla cerimonia di insediamento del 20 gennaio» ha inoltre twittato. Il 20 gennaio sono in calendario le cerimonie per il giuramento di Joe Biden. L'avvocato della Casa Bianca Pat Cipollone ha discusso le proprie dimissioni con Donald Trump, dopo che il presidente ha fomentato l'assalto al Congresso da parte dei suoi sostenitori. Lo riferisce la Cnn citando fonti dell'amministrazione. Un agente della polizia del Congresso è morto in seguito alle ferite riportate durante l'assalto dei fan di Donald Trump a Capitol Hill. Lo ha reso noto la polizia. L'agente Brian Sicknick stava "rispondendo alle rivolte di mercoledì 6 gennaio al Campidoglio ed è stato ferito mentre si opponeva fisicamente ai manifestanti - si legge in una nota -. Tornato in caserma è poi crollato. Portato in ospedale è però morto in seguito alle ferite". Intanto Donald Trump, per la prima volta dopo settimane e settimane di tentativi per ribaltare l'esito del voto, riconosce la sconfitta elettorale, pur senza mai citare Joe Biden. "Il Congresso ha certificato i risultati delle elezioni. Una nuova amministrazione sarà inaugurata il 20 gennaio. Il mio obiettivo ora è quello di assicurare una transizione dei poteri tranquilla e ordinata". Il colpo di scena arriva con un video postato su Twitter in cui, il giorno dopo i tragici eventi dell'assalto al Congresso da parte dei suoi sostenitori, si rivolge agli americani condannando le violenze e lanciando un appello alla riconciliazione. "E' l'ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità dell'America", ha affermato il presidente uscente, parlando dalla Casa Bianca e usando parole dure contro i protagonisti delle violenze avvenute a Capitol Hill: "Voi non rappresentate il nostro Paese. E coloro che hanno infranto la legge pagheranno", ha affermato, dicendosi scioccato da quanto accaduto e ribadendo come l'America deve essere il Paese del 'law and order'. Stavolta nessun cenno ai presunti brogli e nessuna denuncia di elezioni truccate, ma solo un richiamo alla lotta per difendere la democrazia americana e assicurare l'integrità del voto: "Continuo fortemente a credere che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare davvero l'identità degli elettori e il diritto al voto e ripristinare la fiducia nel nostro sistema". E ai fan dedica la chiusura del video: "So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all'inizio". La svolta è arrivata dopo una giornata in cui si sono rincorse le voci su una possibile rimozione dall'incarico di Trump prima del 20 gennaio, giorno in cui Biden si insedierà alla Casa Bianca. I leader democratici in Congresso, Nancy Pelosi e Chuck Schumer, hanno richiesto il ricorso al 25mo emendamento e, in caso contrario, si sono detti pronti anche a un nuovo impeachment. Ma il vicepresidente Mike Pence, che ha un ruolo fondamentale per innescare l'eventuale rimozione del presidente, sarebbe contrario. E anche Joe Biden ha fatto sapere di non essere interessato a una discussione divisiva che non aiuta a riunificare il Paese. Dunque l'ipotesi di un Trump cacciato dalla Casa Bianca prima del tempo sembrerebbe tramontare. Anche se del ricorso al 25mo emendamento avrebbero discusso il segretario al Tesoro Steve Mnuchin e il segretario di Stato Mike Pompeo, fino a pochi giorni fa due dei fedelissimi di Trump nel governo. Ma sulla testa del presidente uscente aleggia anche lo spettro di un'incriminazione per aver contribuito ad incitare quanto accaduto in Congresso: "Il Dipartimento di Giustizia prenderà in considerazione l'ipotesi di capi accusa per reati penali contro chiunque abbia giocato un ruolo nella vicenda", ha assicurato il procuratore federale di Washington, senza escludere un coinvolgimento anche di Trump. Quest'ultimo, secondo il New York Times, intanto continuerebbe a coltivare l'idea di auto graziarsi prima della fine del mandato, per proteggersi da possibili futuri procedimenti giudiziari a livello federale. Una grazia preventiva che potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Mitch Prothero per businessinsider.com l'8 gennaio 2021. I sostenitori del presidente Donald Trump che hanno preso d’assalto il Campidoglio mercoledì per fermare la ratifica della vittoria elettorale del presidente eletto Joe Biden stavano tentando un violento colpo di stato che secondo diversi funzionari europei della sicurezza è sembrato avere almeno un tacito sostegno da parte di frange delle agenzie federali statunitensi responsabili di proteggere il complesso del Campidoglio. Giovedì mattina Insider ha parlato con tre funzionari: un funzionario della polizia francese responsabile della sicurezza pubblica in una sezione chiave del centro di Parigi e due funzionari dell’intelligence di Paesi della NATO che lavorano direttamente in operazioni di antiterrorismo e controspionaggio che coinvolgono Stati Uniti, terrorismo e Russia. Hanno detto che le prove circostanziali disponibili indicano quello che sarebbe stato apertamente definito un tentativo di colpo di stato in qualsiasi altra nazione. Nessuno è stato disposto a mettere le dichiarazioni a verbale a causa della gravità dell’argomento. Sebbene non abbiano fornito prove che gli ufficiali dell’agenzia federale abbiano facilitato il caos, Insider riporta queste informazioni perché illustrano l’ampiezza e la gravità degli eventi di mercoledì: gli alleati militari e di sicurezza internazionali dell’America sono ora disposti a dare serio credito all’idea che Trump abbia deliberatamente tentato di ribaltare violentemente un’elezione e che alcuni agenti delle forze dell’ordine federali – per omissione o altro – abbiano facilitato il tentativo. Una fonte della NATO ha posto le basi, utilizzando termini più comunemente usati per descrivere i disordini nei paesi in via di sviluppo. “Il presidente sconfitto tiene un discorso davanti a un gruppo di sostenitori dove dice loro di essere stato derubato delle elezioni, denuncia i membri della sua amministrazione e il partito come traditori e dice ai suoi sostenitori di prendere d’assalto l’edificio dove si tengono le votazioni“, ha detto il funzionario dell’intelligence della NATO. “I sostenitori, molti vestiti con abiti militari e sventolando bandiere in stile rivoluzionario, successivamente prendono d’assalto l’edificio dove le forze dell’ordine federali controllate dall’attuale presidente non stabiliscono un cordone di sicurezza, e i manifestanti travolgono rapidamente l’ultima linea di polizia. “Il presidente fa quindi una dichiarazione pubblica ai sostenitori che attaccano il Campidoglio dicendo che li ama, ma in realtà non dice loro di smetterla“, ha detto il funzionario. “Oggi informo il mio governo che riteniamo con un ragionevole livello di certezza che Donald Trump abbia tentato un colpo di stato che è fallito quando il sistema non ha ceduto.

“Non posso credere che sia successo.” Il funzionario di polizia francese ha affermato di ritenere che un’indagine scoprirebbe che qualcuno ha interferito con il dispiegamento di ulteriori agenti delle forze dell’ordine federali nel perimetro del complesso del Campidoglio; il funzionario ha conoscenza diretta delle procedure adeguate per la sicurezza della struttura. La sicurezza del Congresso è affidata alla US Capitol Police, un’agenzia federale che risponde al Congresso. È consuetudine che la polizia del Campidoglio si coordini con il servizio segreto federale, la Park Police e la polizia locale a Washington, DC, prima di grandi manifestazioni. Anche la Guardia Nazionale, comandata dal Dipartimento della Difesa, è spesso in stand by. Mercoledì, tuttavia, quel coordinamento era in ritardo o assente. “È ovvio che gran parte di un qualsiasi corretto piano di sicurezza sia stata semplicemente ignorata“. “Non puoi dirmi che non so cosa avrebbero dovuto fare. Posso volare a Washington domani e fare quel lavoro, proprio come può volare qualsiasi funzionario di polizia di Washington a Parigi e fare il mio lavoro”, ha detto il funzionario. Il funzionario dirige la sicurezza pubblica in un distretto di polizia centrale di Parigi pieno di edifici governativi e siti turistici. “Questi sono principi generali” per la gestione delle manifestazioni, “e si trasferiscono in ogni situazione”, ha detto il funzionario. “Questo è il motivo per cui ci addestriamo insieme alle forze dell’ordine federali statunitensi per gestire proprio queste questioni, ed è ovvio che gran parte di qualsiasi piano di successo è stata semplicemente ignorata”. La Guardia Nazionale, che è stata impiegata pesantemente per sedare le proteste di Black Lives Matter nel 2020, non si è presentata per assistere la polizia fino a due ore dopo l’inizio dell’azione mercoledì, secondo l’Associated Press.

Un video mostra la polizia che non fa nulla mentre i rivoltosi accedono all’edificio. Un video è apparso per mostrare alcuni agenti di polizia che aprono una barriera per consentire a un gruppo di manifestanti di avvicinarsi alla cupola del Campidoglio. Un altro video mostra un agente di polizia che permette a un rivoltoso di farsi un selfie con lui all’interno del Campidoglio mentre i manifestanti si aggiravano per l’edificio senza controllo. Kim Dine, che è stato il capo della polizia del Campidoglio dal 2012 al 2016, ha detto al Washington Post di essere sorpreso che la polizia del Campidoglio abbia permesso ai manifestanti di salire sui gradini del Campidoglio. Ha detto di essere anche sconcertato dal fatto che pochi rivoltosi siano stati arrestati sul posto. Larry Schaefer, che ha lavorato per la polizia del Campidoglio per più di 30 anni, ha detto a ProPublica qualcosa di simile: “Si tratta di una dimostrazione pianificata e nota per aver scatenato violenza in passato e minacce di portare armi – perché non dovresti prepararti come abbiamo fatto in passato? ” La polizia del Campidoglio non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di Insider.

Fallimenti sistematici. Il funzionario di polizia francese ha dettagliato più errori che ritengono sistematici:

1) Grandi folle di manifestanti dovevano essere gestite molto prima dalla polizia, che invece ha controllato la scena del primo gruppo di manifestanti a cui Trump si è rivolto, quindi ha ignorato la folla mentre si avvicinava al Campidoglio.

2) “Avrebbero dovuto essere circondati, gestiti e diretti immediatamente, e quella pressione non è mai stata messa in campo”.

3) Poiché la folla non è stata gestita e diretta, ha detto il funzionario, i manifestanti sono stati in grado di riunirsi senza ostacoli intorno al Campidoglio, dove si è verificato il successivo grande fallimento.

4) “Non è pensabile che non ci fosse un forte cordone di polizia lungo il perimetro del complesso. Recinzioni e barricate sono inutili senza un forte dispiegamento di polizia. Questo è quando si inizia a fare arresti, prendendo di mira persone chiave che sembrano violente, chiunque attacchi un ufficiale, chiunque infranga le barricate. Devi dimostrare che oltrepassare il confine finirà male e finirà con l’arresto “.

5) “Non posso credere che la mancata creazione di un cordone adeguato sia stato un errore. Questi sono funzionari di polizia molto qualificati, ma sono federali, e questo significa che alla fine rispondono al presidente. Questo deve essere indagato”.

6) “Quando la folla ha raggiunto i gradini dell’edificio, la situazione era già ad uno stadio avanzato. La polizia è lì per proteggere l’edificio dagli attacchi terroristici e dalla criminalità, non da un battaglione di fanteria. Tutto doveva essere gestito da centinaia di metri di distanza a meno che la polizia non fosse disposta ad aprire il fuoco, e posso rispettare il fatto che non lo fosse”.

Il terzo funzionario, che lavora nel controspionaggio per un paese membro della NATO, ha convenuto che la situazione potrebbe essere vista solo come un tentativo di colpo di stato, non importa quanto scarsamente pianificato e di probabile fallimento, e ha affermato che le sue implicazioni potrebbero essere troppo grandi per essere immediatamente comprese. “Grazie a Dio non ha funzionato, perché non riesco a immaginare quanto sarebbe difficile sanzionare il sistema finanziario degli Stati Uniti”, ha detto il funzionario. Per sanzioni, intende l’imposizione dei blocchi diplomatici, militari e commerciali che le nazioni democratiche di solito riservano alle dittature. “Il danno più ampio in tutto il mondo sarà esteso in termini di reputazione, ed è per questo che a Putin non importa affatto che Trump abbia perso. Deve essere felice di prendere le sue fiches e contare le sue vincite, che consistono nel fatto che dall’era Trump sarà un declino incredibilmente rapido del prestigio americano e dell’alto livello morale. “Ogni momento che gli americani trascorrono nel caos autoinflitto aiuta la Cina, aiuta Putin e, in misura minore, aiuta i mini-dittatori come [il presidente turco Recep Tayyip] Erdogan e [il primo ministro ungherese Viktor] Orban, che vivono di cinismo verso la politica, i diritti umani e la democrazia”, ha detto il funzionario. “Non sentiranno la mancanza di Trump; saranno felici di vedere la sua partenza avvolta nel dramma così potranno godersi il clima politico avvelenato”.

Maria Antonietta Calabrò per huffingtonpost.it l'8 gennaio 2021. Tre giorni prima dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti per “bloccare” la proclamazione della vittoria di Joe Biden, l’ex Nunzio Carlo Maria Viganò ha rilasciato (1 gennaio, festa di Maria Madre di Gesù) un’intervista a Steve Bannon resa pubblica il 3 gennaio su Lifesite (in Italia Stilum Curiae) in cui ha incitato i “figli della luce” ad agire “adesso”. Con questa motivazione: “Se gli Stati Uniti perdono questa occasione, adesso ( in corsivo nel testo,ndr) saranno cancellati dalla Storia. Se consentiranno che si insinui nelle masse l’idea che il verdetto elettorale dei cittadini, prima espressione della democrazia, possa esser manipolato e vanificato, essi saranno complici della frode e meriteranno l’esecrazione del mondo intero, che all’America guarda come ad una nazione che ha conquistato e difeso la propria libertà.” Visto quanto è successo ieri si può ben dire che i complottisti hanno avuto una benedizione “cattolica” da parte parte del controverso arcivescovo il cui pupillo è almeno dal 2018 Donald Trump e il cui nemico numero uno è Papa Francesco. Al grido di “Dio lo vuole”, grido di battaglia medievale per arruolare i crociati da inviare in Terra Santa a liberare il Santo sepolcro. Alla domanda di Bannon - “Lei è stato molto fiducioso che Dio desidera (da notare il verbo al presente, ndr) una vittoria di Trump per sconfiggere le forze del male insite nel Grande Reset dei globalisti. Cosa direbbe per convincere i contrari che sono ambivalenti all’idea che questa è una battaglia epocale tra i figli della luce e i figli delle tenebre?” - l’arcivesco Viganò ha infatti risposto: “Mi limito a considerare chi è il suo avversario, e quali siano i suoi legami con la Cina, con il deep state e con i fautori dell’ideologia globalista. Penso alla sua intenzione di condannarci a portare la mascherina, come ha candidamente ammesso. Penso al fatto che, incontestabilmente, egli sia soltanto un fantoccio nelle mani dell’élite, pronto a dimettersi non appena essa avrà deciso di sostituirlo con la vice Kamala Harris. Al di là dello schieramento politico, dobbiamo inoltre capire che – soprattutto in una situazione complessa come quella attuale – è indispensabile che la vittoria del futuro Presidente sia garantita nella sua assoluta regolarità, fugando ogni sospetto di brogli e prendendo atto delle prove schiaccianti, emerse in alcuni stati. Un Presidente proclamato tale dai media mainstream affiliati al deep state lo priva di ogni legittimità ed espone la Nazione a pericolose interferenze straniere, peraltro già provate nelle presenti elezioni” (ieri Trump ha affermato che il vero problema degli Usa è la stampa). Il bersaglio ultimo di Viganò appare Bergoglio e spera che “eventuali prove in possesso dei servizi segreti venissero alla luce, specialmente in relazione ai veri motivi che hanno portato alle dimissioni di Papa Benedetto XVI e alle cospirazioni soggiacenti all’elezione di Bergoglio, permettendo così di cacciare i mercenari che hanno occupato la Chiesa”. Infine sostiene che “per porre fine alla deep church e restaurare la Chiesa Cattolica, si dovrà rivelare quale sia stato il coinvolgimento degli ecclesiastici con il progetto massonico-mondialista, quali i casi di corruzione e i reati che possano aver compiuto rendendosi così ricattabili, proprio come in campo politico avviene per i membri del deep state”. Alla domanda - “Lei sembra suggerire che l’amministrazione Trump potrebbe essere strumentale per aiutare a riportare la Chiesa a un cattolicesimo pre-Francesco. Come fa l’amministrazione Trump a fare questo, e come possono i cattolici americani lavorare per salvare il mondo da questo “reset” globalista?”- Viganò ha risposto: “L’asservimento di Bergoglio all’agenda mondialista è palese, e il suo contributo all’elezione di Joe Biden è altrettanto evidente. Così come evidente sono l’ostilità e i ripetuti attacchi di Bergoglio contro il Presidente Trump, che egli considera il principale avversario, l’ostacolo da rimuovere, in vista della attuazione del Great Reset. Da un lato abbiamo quindi l’amministrazione Trump e quei valori tradizionali che essa ha in comune con quelli dei Cattolici; dall’altra il deep state del sedicente cattolico Biden, asservito all’ideologia globalista e alla sua agenda perversa, antiumana, anticristica, infernale”. A proposito di inferno, per qualche momento durante la rivolta di ieri sul seggio del presidente del Senato americano si è seduto lo sciamano dei complottisti di QAnon, Jack Angeli, vestito da bisonte. Ma assomigliava tanto a Sauron, il demone del Signore degli Anelli scritto dal cattolico Tolkien.

L’incoerenza di Biden agita i vescovi americani. Francesco Boezi su Inside Over il 10 marzo 2021. Joe Biden si dichiara cattolico, ma per i tradizionalisti ed i conservatori non lo è. Il discrimine principale, per quanto ce ne siano anche altri, è la posizione sull’aborto. Biden, da quando abita alla Casa Bianca, ha smontato pezzo per pezzo alcune linee guida giuridiche, comprese quelle sui finanziamenti per coadiuvare gli enti e le aziende che promuovono pratiche abortive negli Stati Uniti. I vescovi americani, al netto della linea tenuta in campagna elettorale nei confronti dell’ex presidente Donald Trump, hanno iniziato a studiare la questione. La sensazione è che Biden possa essere speculare a certi temi che la Chiesa cattolica intende portare avanti in Occidente, ma al contempo gli ecclesiastici avvertono un po’ di preoccupazione per una linea di demarcazione in bioetica che il neo presidente degli States vuole superare e anzi ha già superato. L’episcopato americano è sembrato dunque incline a non osteggiare Biden nella fase di ascesa propagandistica, salvo valutare poco dopo la reale portata del suo avvento al potere. I vescovi americani sono persino arrivati a creare una commissione, la cosiddetta “Biden”. La ratio è chiara: lanciare un segnale. I cattolici a stelle e strisce, che grazie anche all’ideologia trumpista sono polarizzati, sarebbero pronti a schierarsi contro Biden, e in parte già lo sono. Le istituzioni ecclesiastiche non possono, e non vogliono, perseguire una linea a-critica verso l’azione di un presidente degli States che smentisce la dottrina cristiano-cattolica. In queste settimane, è arrivato più di un mezzo avvertimento di Joseph Ratzinger. In Vaticano hanno piena consapevolezza che Biden sia un aperturista verso la cosiddetta “ideologia gender”. Del resto, l’esponente dei Democratici ha legittimato il gender mediante le prime disposizioni adottate. Provvedimenti, come quello riguardante le partecipazioni alle manifestazioni sportive, che la Chiesa potrebbe non aver digerito. Anche papa Francesco, del resto, si è più volte schierato contro la proliferazione di quella “teoria”, al netto della favorevolezza espressa invece sulle leggi che disciplinano la “convivencia civil”. Il presidente Biden, però, è un -“alleato” utile per lo sviluppo del multilateralismo diplomatico, del riconoscimento del “diritto a migrare” – un punto su cui Jorge Mario Bergoglio ha insistito anche tornando dall’Iraq – , dell’espansione del concetto di “ecologia integrale” cui il Santo Padre tiene molto e così via. Quella di Biden è una figura che può condividere meglio di Trump le istanze che la pastorale del pontefice argentino e della “Chiesa in uscita” vogliono far recepire all’intero mondo. I problemi però rimangono. Come ha spiegato Roberto Vivaldelli in questo articolo su IlGiornale.it, la “commissione Biden” potrebbe addirittura giungere a conclusioni in grado di sconvolgere, almeno in parte, la vita pubblica del successore di The Donald. Ad oggi, infatti, Joe Biden riceve la comunione eucaristica. Ma la questione è discussa sin da prima della campagna elettorale. Il cardinale conservatore Raymond Leo Burke, ad esempio, ha dichiarato ferma contrarietà a distribuire l’eucaristia agli abortisti. E l’ex vicepresidente di Barack Obama è a tutti gli effetti tra questi. Negli States e non solo si inizia così a parlare di un documento che i vescovi potrebbero decidere di strutturare nel corso dei prossimi mesi. Possibile che il testo episcopale preveda l’impossibilità per Biden di accedere alla comunione? Molto difficile. Però il fatto che si discuta di questa ipotesi svela quanto siano delicati i rapporti tra la nuova amministrazione Usa e i vertici della Chiesa statunitense, in specie dopo lo stralcio delle politiche pro life promosse da Trump. La Chiesa cattolica americana non è mai stata “trumpiana”, ma non può, in nome dell’anti trumpismo, rinunciare alla dottrina ed alle sue verità. Per questo è possibile che Biden, che nel frattempo procede spedito nel piano vaccinazione, trovi nei vescovi degli interlocutori più rigidi del previsto. Un ultimo aspetto: la pandemia non consente troppi spostamenti, ma è chiaro che in Vaticano attendono tempi migliori per un incontro ufficiale: sarà, quando si potrà, un’occasione per comprendere come vadano le cose tra due attori geopolitici che potrebbero guidare il mondo nel futuro post-pandemico.

Umberto Rapetto per "il Messaggero" l'8 gennaio 2021. All'11 Settembre, aggiungiamo il 6 gennaio. Anche stavolta l' attacco al cuore dell' America non è partito da lontano e ha nuovamente centrato un simbolo così da lasciare un segno indelebile non solo sul calendario. Negli scontri sono morte cinque persone: oltre alla veterana dell' Aeronautica Ashli Babbit, colpita da un colpo di pistola all' interno del Congresso, la polizia di Washington ha dato notizia di altre tre persone che hanno perso la vita «a causa di complicazioni mediche», e in seguito si è saputo di un agente deceduto per le ferite riportate. La Pearl Harbour dell'ordine pubblico e della tutela dei palazzi del potere non trova giustificazione e l' ombra del dolo oscura drammaticamente la scena. Tanto da spingere il deputato democratico Tim Ryan ad annunciare sin d' ora che molte teste dovranno cadere: «Ci sono persone che saranno senza lavoro molto, molto presto». E già ieri si è saputo di un primo responsabile silurato: il capo della polizia del Congresso si dimetterà la prossima settimana. Capitol Hill è normalmente avvolta in una cintura di sicurezza che inizia ad isolati di distanza, con strade sigillate con barricate e posti di blocco. Le ampie strade del parco di 58 ettari sono strutturate per sezionare le aree edificate e ogni corsia è una sorta di linea di demarcazione progettata per interrompere spostamenti ed attività. Le gradinate assicurano la miglior visibilità su chi si avvicina e la polizia del Campidoglio presidia gli ingressi, controlla i lati dei palazzi, dispone di ogni genere di veicolo per pattugliare la zona. I visitatori - spesso scolaresche in gita - entrano attraverso un unico ingresso aperto al pubblico dove vengono sottoposti a controlli rigorosissimi e devono disporre di specifiche autorizzazioni. Lo stabile è costruito come un labirinto, prodotto di numerose iterazioni di ricostruzione con un vortice di passaggi e corridoi che ruotano attorno alle stanze della politica e una raggiera di tunnel sotterranei che portano agli edifici adiacenti. Facile perdersi se non si conosce il dedalo o non si dispone di una planimetria dettagliata. Nonostante i favorevoli presupposti infrastrutturali, le caratteristiche ornamentali con i muri di arenaria sono serviti come scale, le balaustre sono state arpionate, le finestre infrante e l' invasione è andata a buon fine. Gli agenti della Capitol Hill Police non erano in tenuta antisommossa nèéavevano il relativo armamento perché in altre occasioni l' intervento delle forze dell' ordine all' esterno era idoneo ad impedire assalti di sorta. In questo caso, invece, i filmati hanno mostrato poliziotti che aprivano le barricate, non opponevano resistenza, addirittura scattavano selfie con chi si era introdotto abusivamente. Secondo l' agenzia di stampa Ap, tre giorni prima del raduno sia il Pentagono sia l' FBI si erano offerti di inviare i loro uomini, ma l' aiuto sarebbe stato rifiutato. Così la Guardia Nazionale, lasciata in stand-by da giorni, era assente all' inizio dell' aggressione. La squadra SWAT (Special Weapons Assault Team, ovvero la squadra d' assalto con armi speciali) dell' FBI ha impiegato un po' di tempo per arrivare ad intervenire. Persino il Department of Homeland Security (la Sicurezza Nazionale che aveva intrapreso una crociata per proteggere gli edifici federali durante le proteste a seguito della morte di George Floyd) ha avuto una reazione altrettanto mite ed inspiegabilmente lenta. Le previsioni del Pentagono immaginavano che 350 unità della Guardia Nazionale di Washington sarebbero state sufficienti a coadiuvare il personale del locale Dipartimento di Polizia. Qualcuno dice che si era scelto deliberatamente di non schierare militari sulle gradinate del Campidoglio per evitare una escalation della tensione. La successiva decisione di attivare altre 1100 persone della Guardia Nazionale sembra non fosse accompagnata da ordini precisi sulla loro dislocazione e sui rispettivi compiti. La baraonda ha innescato generosi quanto inconcludenti tentativi di aiuto da parte dei vicini di casa. Il Governatore della Virginia, Ralph Northamm, vedendo il disastro ha annunciato via Twitter l' invio di 200 militari e di un contingente della Guardia Nazionale del suo Stato. Analoga iniziativa l' hanno assunta Larry Hogan, Governatore del Maryland, che avrebbe esortato i suoi a fornire il massimo impegno nel ristabilire l' ordine a Washington, e il suo collega Phil Murphy del New Jersey. Un simile caos si poteva e doveva evitare.

Guido Olimpio e Viviana Mazza per il "Corriere della Sera" l'8 gennaio 2021. Un clamoroso fallimento della sicurezza. Non solo non hanno protetto il Congresso ma - come ha notato un osservatore - hanno sbagliato nell' immaginare la minaccia. Saranno le indagini a dover trovare i responsabili, per ora indicati nei vertici della Capitol Police, quella che veglia sul palazzo simbolo. Questa la cronaca del disastro annunciato.

Ore 13.10 Alla fine del comizio «Save America», il presidente Donald Trump invita i sostenitori a sfilare fino al Campidoglio, mentre il Congresso inizia il processo di certificazione dei voti del Collegio elettorale. «Andremo fino al Campidoglio, e applaudiremo i nostri coraggiosi senatori e deputati, ma solo se lo meritano. Non potremo mai riprenderci il nostro Paese con la debolezza, dobbiamo dimostrarci forti». Trump suggerisce che si unirà a loro, ma poi sale sul Suv e torna alla Casa Bianca.

Poco dopo le 13 Al grido «USA! USA!» un gruppo di sostenitori di Trump spinge a terra le transenne davanti al Campidoglio. In un video diversi agenti della Capitol Police indietreggiano e poi scappano. In altri casi ci sono scontri con team anti-sommossa, volano pugni e calci. La folla di migliaia di persone riempie le scalinate, preme sui lati occidentale e orientale del Campidoglio. È evidente che manca un doppio perimetro che li tenga distanti e il numero di poliziotti è ridotto, una linea esile. Cedono alla prima spallata. E non hanno unità nelle vicinanze pronte a intervenire. Il comando della polizia locale - struttura separata - ha confermato ieri che la richiesta d' aiuto è delle 13.

13.30 circa Primo allarme per il ritrovamento di un pacco sospetto, vengono evacuati alcuni edifici: il Cannon Building (uffici dei deputati), il James Madison Memorial Building. Più tardi è confermato che sono stati neutralizzati due ordigni improvvisati presso le sedi dei Comitati nazionali democratico e repubblicano.

14 circa Il Campidoglio è in lockdown. La sindaca Muriel Bowser chiede che la Casa Bianca schieri la Guardia nazionale. Lo aveva già fatto il 31 dicembre, ma avevano mandato solo 340 soldati con un vincolo: devono aiutare a gestire il traffico, niente ordine pubblico. Il Pentagono non voleva essere trascinato di nuovo nell' arena della politica.

14.30 circa I rivoltosi si arrampicano sui muri esterni del Campidoglio, la polizia chiede rinforzi: usa spray al peperoncino e gas lacrimogeni, cerca di barricare gli ingressi ma non riesce a impedire l' irruzione. Qualcuno rompe una finestra e la folla entra nell' edificio del Senato; dal lato opposto, vengono forzate le porte principali dell' ala della Camera. Nella Statuary Hall accanto alla Rotunda, l' edificio circolare sotto la cupola, alcuni trumpiani vandalizzano le statue, altri scattano selfie. Foto ricordo ma che hanno anche un altro scopo: servono per la propaganda, alimentano la narrazione «patriottica». La polizia, intanto, distribuisce maschere antigas e provvede all' evacuazione del vicepresidente Mike Pence e degli altri membri del Congresso a un livello inferiore degli edifici. Esistono tunnel e aree protette create dopo l' 11 settembre. Alcuni funzionari hanno la prontezza di portar via gli scatoloni con i voti del Collegio elettorale. Una dozzina di rivoltosi vengono arrestati davanti alla Camera, le armi da fuoco requisite; molti altri vengono lasciati andare, alla fine gli arresti sono una settantina. Solo uno è di Washington, gli altri vengono da fuori.

Intorno alle 14.45 I manifestanti entrano nell' Aula del Senato e nella galleria al livello superiore, poi anche nell' ufficio della Speaker della Camera Nancy Pelosi. Sul suo tavolo lasciano un messaggio: «Non molleremo». Secondo alcune immagini lei ha lasciato il computer aperto, sulla pagina della posta elettronica. Ora ci si chiede se siano state compromesse informazioni riservate, sottratti documenti importanti e personali. Una breccia nella breccia?

14.48 La sindaca Bowser annuncia il coprifuoco dalle 6 del pomeriggio.

15.13 Su Twitter Trump invita i manifestanti a «restare pacifici» e a «rispettare la legge», ma non di tornare a casa.

15.15 Ivanka Trump li definisce «patrioti» in un tweet poi cancellato.

15.21 Viene data la notizia che uno sparo ha ucciso Ashli Babbit, 35 anni, veterana di guerra e seguace di QAnon. L' ha colpita un agente (ora sotto inchiesta) all' interno della Camera. Sul social dell' estrema destra Parler, la sua morte viene definita un omicidio. Altre tre persone perdono la vita per «emergenze mediche».

15.25 circa. L' Aula del Senato viene sgomberata dalla polizia, ma i manifestanti sono ancora nella Rotunda.

15.36 . La portavoce della Casa Bianca Kayleigh McEnany annuncia che Trump ha inviato la Guardia nazionale.

Alcune ore prima, Pence avrebbe parlato al telefono con il capo di Stato maggiore Mark Milley suggerendo che fosse necessario schierare la Guardia nazionale per fermare i manifestanti. È incredibile la lentezza nella risposta mentre fuori è l' inferno.

15.44 . Almeno 50 poliziotti sono feriti, alcuni vengono portati in ospedale. Testimonianze della battaglia a dispetto delle immagini che mostrano qualche uomo in divisa fraternizzare con i dimostranti o persino lasciarli passare. Aspetto usato da chi crede alla complicità ma anche da coloro che credono ad una provocazione anti-Trump. Veleni.

15.51. Finalmente arriva la Guardia nazionale sul «terreno», circa 1.000 soldati. Altri rinforzi di poliziotti affluiscono da tutti gli Stati vicini. Finalmente si realizza una cintura per evitare altri disordini.

16.15. Joe Biden invita Trump ad apparire in tv per convincere i suoi seguaci a fermarsi.

16.17. Trump pubblica un breve video: ripete le accuse di brogli elettorali, poi dice ai manifestanti «Adesso dovete andare a casa. Bisogna rispettare la legge e l' ordine». Twitter ha rimosso i post e annunciato il blocco del profilo per dodici ore.

18.27. I leader del Congresso dichiarano che il conteggio può riprendere, dopo che la polizia ha sgomberato il Campidoglio dagli ultimi manifestanti.

Il giorno dopo la coda è polemica, tra veleni. Il sindaco di Washington chiede un' inchiesta indipendente per accertare i responsabili. L' Fbi apre una linea per ricevere segnalazioni, filmati, foto. Stessa cosa fanno le autorità della capitale mettendo a disposizione sul loro sito immagini dei rivoltosi: chiedono di riconoscerli, offrono una ricompensa. Parte un grande setaccio con l' esame delle telecamere a circuito chiuso in aeroporti, stazioni, hotel. Gli esperti indicano le tre falle: mancata valutazione del pericolo nonostante gli «avvisi»; schieramento debole e con equipaggiamento non adeguato; intelligence scarsa, avrebbe dovuto aiutare meglio la Capitol Police e gli altri dipartimenti. Aggiungiamoci la pletora di apparati, inevitabile che nascano ostacoli nel coordinamento. La folla degli assalitori, per quanto frammentata in mille anime, aveva un obiettivo e l' ha conseguito travolgendo tutti e tutto.

Parlamento Usa assaltato, i militari in assetto da guerra civile: l'inquietante video coi senatori. Libero Quotidiano il 07 gennaio 2021. Scene surreali a Capitol Hill, sede del Parlamento americano. Dopo lo sconvolgente assalto di centinaia di supporter di Donald Trump, che hanno occupato il Campidoglio per protestare contro la nomina ufficiale di Joe Biden a nuovo presidente Usa (una manifestazione ai limiti del golpe che ha provocato 4 morti), e un allarme bomba che ha provocato la sospensione dei lavori e il "lockdown" dell'edificio, i parlamentari rientrano in aula scortati dai militari in assetto di guerra. Roba da guerra civile, per la precisione, e il video condiviso su Twitter con i parlamentari che ringraziano i soldati per la loro presenza sta diventando virale. Scoppia però la polemica sulle scarsissime misure di sicurezza che nel giorno dell'Epifania hanno consentito al gruppo di esagitati di entrare semplicemente rompendo una finestra nel tempio della democrazia americana, liberi per lunghi minuti di scorrazzare sulle scale e nelle stanze con pochi, inermi e spaventati poliziotti costretti a indietreggiare.

Anna Lombardi per “la Repubblica” il 16 gennaio 2021. «Rapire e uccidere deputati e senatori»: era questa l' intenzione di almeno una parte della folla che lo scorso 6 gennaio ha assaltato Capitol Hill. Lo dice l' Fbi e lo scrivono gli investigatori dell' Arizona nel memo consegnato ai giudici che dovranno decidere se trattenere in carcere Jacob Chansley. Sì, il cospirazionista di QAnon conosciuto come Jack Angeli "lo sciamano", distintosi durante l' attacco dell' Epifania per il suo travestimento con tanto di finta pelle di bisonte cornuto sulla testa, costituitosi sabato scorso. Il suo avvocato, Albert Watkins - lo stesso che ottenne il perdono presidenziale per Mark e Patricia McCloskey, la coppia che un anno fa minacciò con fucile e pistola manifestanti Black Lives Matter solo perché sfilavano davanti casa loro - vuol chiedere la grazia anche per lui. Con parole che non aiutano il presidente appena sottoposto a impeachment: «Il mio cliente ha fatto ciò che ha chiesto Trump. Non era armato, non ha commesso violenze, è entrato in Campidoglio attraverso una porta aperta». Secondo gli inquirenti le cose stanno diversamente: «Chansley ha lasciato sullo scranno del vicepresidente Mike Pence un messaggio minaccioso: "è questione di tempo, la giustizia raggiungerà anche te"». Era dunque «parte attiva dell' insurrezione per rovesciare con la violenza il governo legittimo, non ancora del tutto sedata». Il numero due della Casa Bianca, per il quale alcuni rivoltosi avevano perfino innalzato una forca sul prato antistante il palazzo e nei corridoi gli davano la caccia gridando di volerlo «impiccare », gli sono arrivati pericolosamente vicini, ha scritto ieri il Washington Post . Il vice è stato infatti evacuato alle 14,13, ben 14 minuti dopo l' inizio dell' assalto. La folla ha fatto irruzione nella stanza dov' era riparato un minuto dopo: alle 14,14. Le indagini dell' Fbi rivelano che online da giorni si discuteva come e chi colpire. E molti sono arrivati a Washington attrezzati in tal senso. Come il colonnello texano Larry Rendall Brock, immortalato con elmetto, giubbotto antiproiettile e manette di plastica in mano. Secondo il procuratore Jay Weimer «voleva rapire, legare, processare all' istante e forse giustiziare membri del governo». Numerosi rivoltosi, d' altronde, conoscevano le tecniche di guerriglia per aver indossato la divisa della polizia o dell' esercito. Gente, insomma, che ha giurato fedeltà alla Costituzione, prima di attaccarne dritto il cuore. Oltre a numerosi suprematisti bianchi, fra i 200 sotto inchiesta - 80 già arrestati - ci sono, ad esempio, Thomas Robertson e Jacob Fracker, agenti di Rocky Mount, Virginia. A tirare un estintore sulla testa di un poliziotto, è stato un vigile del fuoco della Pennsylvania, Robert Sanford. Mentre Lonnie Coffman, il cui furgone era pieno di armi e molotov, ha combattuto in Vietnam. Veterana era pure Ashli Babbitt, la 35enne uccisa mentre scavalcava una finestra del Campidoglio, per 14 anni in Afghanistan e Iraq. Ad aiutarli, sono stati quasi certamente delle talpe interne: fra i sospetti c' è Lauren Boebert, 36 anni, neodeputata del Colorado che durante gli scontri ha twittato le posizioni dei colleghi più noti. Anche per questo ieri Nancy Pelosi ha annunciato di aver assegnato all' ex generale Russel Honoré il compito di riorganizzare le misure di sicurezza del Campidoglio. E l' intenzione di istituire una commissione in stile 11 Settembre su eventuali coinvolgimenti: «Niente resterà impunito ». Intanto il capitano afroamericano Eugene Goodman che ha bloccato per diversi prezioso minuti la folla permettendo di portare in salvo Mike Pence e altri legislatori, sarà insignito della medaglia d' oro del Congresso: «Senza il suo eroico coraggio ci sarebbero stati certamente dei morti».

Chi è Eugene Goodman, il poliziotto eroe che ha salvato la vita dei senatori Usa-Video. Andrea Marinelli su Il Corriere della Sera il 12/1/2021. Sostiene il deputato Jim Clyburn che i ribelli del 6 gennaio, quelli che hanno attaccato il Congresso, avessero indicazioni dall’interno. Sostiene Clyburn che, altrimenti, non avrebbero saputo come trovare il suo ufficio. «Non ti ci imbatti per caso», ha detto a Cbs il democratico nero della South Carolina, 80 anni, l’uomo che con il suo endorsement ha lanciato, poco meno di un anno fa, la clamorosa rimonta presidenziale di Joe Biden. «Non sono andati nell’ufficio su Statuary Hall, quello che ha il mio nome sulla porta, ma nell’altra stanza, dove svolgo gran parte del mio lavoro e che non ha nessuna targhetta, a molestare il mio staff. Come ci sono arrivati?», si è chiesto l’ottantenne Clyburn. «Sapevano dove andare: alcuni parlamentari mi hanno detto che i membri dei loro staff hanno visto persone che venivano fatte entrare da ingressi secondari». Fra i complici dell’assalto al Campidoglio ci sarebbe la neoeletta deputata repubblicana del Colorado Lauren Boebert, 36 anni, attivista per le armi eletta sull’onda delle teorie cospirative di QAnon. Titolare del ristorante Shooters Grill nella cittadina di Rifle — in Italia sarebbe forse la Locanda dello sparatore nella località di Fucile — Boebert ha prestato giuramento il 3 gennaio, poco dopo aver dichiarato in un video affidato ai social che avrebbe portato la sua Glock 9mm (carica) in aula e per le strade di Washington. «Contatteremo l’ufficio della deputata per essere sicuri che sia a conoscenza delle leggi in vigore nel District of Columbia», aveva immediatamente commentato il capo della polizia cittadina Robert Contee: i parlamentari possono portare armi in Congresso, ma non in aula. Tre giorni dopo, nel nefasto 6 gennaio americano, Boebert ha contribuito ad aizzare la rivolta. «Oggi è il 1776», ha scritto su Twitter riferendosi all’anno della Dichiarazione di indipendenza, prima di denunciare in aula frodi elettorali di cui non esistono prove, neanche dopo 63 azioni legali — tutte respinte — presentate dalla campagna di Trump. E quando la folla ha invaso i corridoi di Capitol Hill, Boebert ha cominciato ad aggiornare i suoi follower sulla posizione della speaker Nancy Pelosi, il principale nemico della destra trumpiana. «La speaker è stata rimossa dall’aula», ha scritto su Twitter, venendo subito denunciata dagli utenti che ne hanno chiesto — alternativamente — dimissioni, espulsione o arresto. Per la deputata con la Glock nella fondina è stata una prima settimana di fuoco, letteralmente, e davanti al suo ufficio di Pueblo sono già cominciati i sit-in di protesta di Rural Colorado United, un gruppo nato proprio contro l’estremismo di Boebert: «Ha appoggiato le milizie, non sa rispondere alle domande più semplici, è in cerca di celebrità partigiana», dicono. «Il terzo distretto del Colorado merita rappresentanti qualificati». Fra le macerie lasciate dai ribelli a Capitol Hill emerge però un eroe, il poliziotto buono che potrebbe aver salvato parecchie vite. Nelle ore dell’attacco il reporter parlamentare di HuffPost Igor Bobic aveva diffuso un video drammatico dei ribelli che si intromettevano nella casa della democrazia americana, fronteggiati da un solo poliziotto nero armato di manganello che, impotente, indietreggiava fino a portare la folla all’interno dell’edificio. Le immagini erano diventate subito virali, ma non chiarivano la dinamica. Ora è emerso che l’agente della Capitol Police — identificato domenica come Eugene Goodman da Kristin Wilson di Cnn — aveva una strategia: arretrando ha depistato gli estremisti trumpiani, portandoli lontano dall’aula e permettendo così ai senatori di fuggire. «Se i ribelli avessero svoltato a destra, invece che a sinistra, si sarebbero trovati a pochi metri dall’ingresso principale del Senato», ha spiegato il Washington Post in un’accurata ricostruzione dei fatti del 6 gennaio. «Dall’altro lato di quella porta, se fossero entrati, c’era mezza dozzina di agenti armati, incluso uno con un fucile semiautomatico che tenevano d’occhio tutte le entrate: il gruppo — composto solo da uomini bianchi — ha seguito invece l’agente nero nell’altra direzione, imbattendosi in un altro gruppo di poliziotti che stazionavano in un corridoio sul retro». Nel frattempo, i senatori riuscivano a fuggire e l’aula veniva sigillata. «È stata solo una questione di secondi», scrive ora Bobic, l’autore del video, ammettendo che sul momento non aveva compreso cosa stesse avvenendo davvero. «Ora è chiaro cosa ha fatto quest’uomo», ha scritto su Twitter Pamela Colloff, giornalista di ProPublica. «Ha depistato la folla portandola lontano dalla porta del Senato, usando se stesso — un uomo nero — come esca. È un eroe nazionale, ed è fortunato di essere ancora vivo». Ora c’è chi ringrazia l’agente Goodman, chi chiede per lui la medaglia d’onore del Congresso e chi, come Colloff, lo definisce un’eroe nazionale, che ha salvato molte vite. «Il suo nome è Eugene Goodman, ricordatevelo», ha scritto Kristin Wilson. «I miei ringraziamenti, agente Goodman».

Melania contro Trump? Disastro in famiglia dopo l'assalto al Parlamento: decisione drastica. Libero Quotidiano il 07 gennaio 2021. L'assalto al Campidoglio Usa trascina a picco Donald Trump. E forse fa incrinare anche il rapporto con la moglie Melania. Le scene di "quasi-golpe" al Congresso a Washington, con centinaia di sostenitori del presidente uscente all'assalto del Parlamento (ci sono scappati 4 morti) hanno choccato gli stessi repubblicani e lo staff del presidente uscente, facendo piovere critiche e dimissioni. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha condannato subito le violenze, l'ex presidente George W. Bush (mai tenero con Trump e i suoi sostenitori) le ha bollate come "degne di una Repubblica delle banane". Stando a quanto riferito dalla Cnn, che cita fonti della Casa Bianca, si sarebbe dimessa polemicamente anche l'ex direttrice delle comunicazioni della presidenza, Stephanie Grisham, attuale portavoce e chief of staff della First Lady Melania. Indizio di un malumore che probabilmente è condiviso anche dalla consorte del presidente.

Anna Lombardi per la Repubblica il 10 gennaio 2021. Sette frutti al giorno. Nemmeno il caos scatenato dal marito Donald Trump a poche centinaia di metri dalla sua casa - Bianca, s' intende - ha tolto l' appetito alla First Lady Melania. La sua routine fatta di pilates all' alba, passeggiate coi pesi alle caviglie e i sette snack a base di frutti diversi condivisi col figlio quattordicenne Barron, costretto dalla pandemia a studiare da remoto, non è stata interrotta neanche dalle violenze che il giorno dell' Epifania hanno sprofondato l'America nel caos. L' ex modella slovena, d' altronde, al ruolo di First Lady non ha mai veramente ceduto. E in questi ultimi giorni sembra essere più fedele che mai al motto sfoggiato nel 2018 perfino sulla giacca, visitando i bambini immigrati detenuti al confine col Messico: "I don' t really care. Do U?" (non me ne importa, e a te?). L' ultimo suo messaggio ufficiale, postato sull' account @FLOTUS il 1° gennaio («Vi auguro un 2021 di gioia, salute e pace») oggi suona perfino beffardo. Eppure, mentre i rivoltosi aizzati da colui che il New Yorker ha già soprannominato "Incitatore- in-Capo" assaltavano Capitol Hill, Melania, nelle sue stanze, ha continuato imperterrita a supervisionare i fotografi incaricati di immortalare i tappeti della Casa Bianca da lei fatti restaurare per un libro patinato, di quelli da tenere in salotto. Poi, è sparita. Un silenzio, insinua Vanity Fair America dovuto forse alle precipitose dimissioni, all' indomani della rivolta, delle sue collaboratrici più strette: la chief of staff Stephanie Grisham e la responsabile dell' agenda, Anna Cristina Niceta. Abbandonata da chi le scriveva i discorsi e le curava i social. Di sicuro, scrive Cnn , si è guardata bene dal precipitarsi nello Studio Ovale per far ragionare l' ostinato coniuge: lasciando che se la sbrigasse la figliastra Ivanka. E non a causa delle voci di divorzio più volte smentite da Grisham: semmai, perché Melania condivide le azioni del presidente, come ha twittato più volte: «Contate solo i voti legali, non gli illegali!». Posizione che accomuna l' intero clan Trump, con buona pace del fatto che fra Melania e i figli di primo e secondo letto del marito non corre buon sangue: e lei, in privato, li chiama addirittura «serpenti». C' erano infatti pure Don Jr. ed Eric, i rampolli cui nel 2016 The Donald affidò il suo (traballante) impero, fra i trumpiani raccoltisi all' Ellipse Park, il sei gennaio: compleanno, fra l' altro, del terzogenito, cui la folla ha cantato pure "tanti auguri a te". Da allora, Don dalla Florida ed Eric da New York, dove vive con la moglie Lara - l' unica con un futuro politico già tracciato, pronta a correre per il Senato nel 2022 nella natia Carolina del Nord - non fanno che twittare furiosamente: minacciando fisicamente i repubblicani che non li sostengono: «Verremo nel vostro cortile ». E accusando Twitter di «silenziare i conservatori». Don Jr. ha addirittura postato un video dove lo si vede in un tendone mentre con gli amici guarda le scene di Capitol Hill invasa, mentre brinda con la fidanzata Kimberly Guilfoyle intenta in una danza sexy. Nel giorno più lungo della democrazia americana, non è stata solo Melania a far finta di nulla. Pure Tiffany, nata dal matrimonio con Marla Maples, ha twittato: per fare gli auguri, con tanto di cuoricini, al fratellastro Eric, proprio mentre il Campidoglio veniva occupato. Pur impegnata nell' organizzazione del trasloco da Washington alla Florida - dove col marito Jared ha comprato una tenuta a Indian Creek Island, a largo di Miami - e nella stesura di un libro sui suoi anni alla Casa Bianca («la sua verità»), è toccato dunque a Ivanka convincere il padre a non eccitare ulteriormente la folla. La figlia maggiore, che secondo molti prenderà il testimone politico del presidente, si è precipitata nello Studio Ovale, cacciando tutti fuori e parlando a lungo con lui. Lo ha placcato solo in parte, hanno confidato a Cnn alcuni testimoni oculari: «Senza di lei, sarebbe andata peggio». Non solo Melania: Casa Trump è davvero alla frutta.

Flavio Pompetti per "il Messaggero" il 12 gennaio 2021. Melania Trump è «delusa e scoraggiata» da quanto è successo la settimana scorsa al palazzo del congresso di Washington. La first lady ha rotto ieri il lungo silenzio della Casa Bianca dopo la razzia del Campidoglio, e ha emesso un comunicato nel quale riflette sulle tante calamità che hanno costellato l' anno passato: dall' epidemia del covid alla crisi economica, fino alla perdita della vita di quattro sostenitori di suo marito durante l' assalto al Campidoglio. Melania implora che la violenza si fermi e che i cittadini del suo paese adottivo possano ritrovare la capacità di ascoltare la voce l' uno dell' altro, riappacificarsi e perseguire l' unità. Come al solito, la sua è una voce di moderazione, paragonata all' incitamento alla violenza che Donald Trump ha professato nelle scorse settimane, fino all' epilogo della tragedia. Come d' abitudine però, prima che dalla cronaca degli ultimi giorni, Melania sembra animata da motivi personali. Nel documento lamenta che «gli eventi drammatici si siano accompagnati a pettegolezzi salaci e ad attacchi personali ingiustificati». È successo infatti che nei cinque giorni nei quali era rimasta muta di fronte allo scempio della capitale, la sua ex amica Stephanie Winston Wolkoss, autrice del libro di denuncia: Melania ed io, abbia trovato il modo di rimestare commenti già espressi circa l' indifferenza e il cinismo che la ex modella slovena avrebbe di fronte alla sofferenza e ai problemi degli altri. Allo stesso tempo le agenzie stampa hanno raccontato come Melania fosse occupata mercoledì scorso ad ultimare il set fotografico per alcuni mobili che lei ha fatto comperare per la residenza presidenziale, e che finiranno in un libro platinato di prossima pubblicazione. La sessione fotografica sarebbe proseguita nonostante il saccheggio, fino alla conclusione del lavoro. La first lady non smentisce la notizia; si lamenta soltanto dello sciacallaggio mediatico del quale sarebbe ancora una volta oggetto. Negli ultimi quattro anni si è esposta in pubblico appena quanto necessario, e la grande stampa l' ha ricambiata con un certo disinteresse, persino quella di settore della moda che fino al 2016 le era restata più amica. Le polemiche intorno alla presidenza di suo marito l' hanno lasciata sempre più isolata, e nell' ultima settimana Melania ha perso per abbandono dell' incarico anche due collaboratrici preziose come la direttrice del cerimoniale Anna Cristina Nicetae la portavoce Stephanie Grisham, che scriveva per lei comunicati e discorsi da pronunciare in pubblico. Sarà anche per questo che il messaggio di ieri comprende interi paragrafi che sembrano essere stati clonati dal discorso che aveva registrato lo scorso mese di agosto dal giardino della Casa Bianca, e che era stato proiettato alla convention repubblicana. Una svista non indifferente data la carica istituzionale, ma purtroppo nemmeno una novità. Anche il suo discorso di esordio nella vita pubblica alla convention repubblicana del 2016, conteneva ampi stralci copiati da uno di Michelle Obama.

Da liberoquotidiano.it il 12 gennaio 2021. Mentre Donald Trump è costretto ad affrontare la seconda richiesta di impeachment depositata dai democratici, come conseguenza dell’assalto al Congresso americano messo in atto da migliaia di suoi sostenitori, per il presidente è arrivata una notizia in famiglia che lo ha scosso parecchio. La figlia Ivanka Trump - che nelle ore concitate dello scorso 6 gennaio era con lui nella stanza ovale della Casa Bianca per capire come gestire la situazione esplosiva - ha manifestato la volontà di partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente eletto Joe Biden. Il motivo è semplice: Ivanka vuole salvare le sue aspirazioni politiche. Una scelta legittima, ma che ovviamente ha mandato su tutte le furie il padre Donald: “È un insulto”, avrebbe reagito sconcertato. Alcune fonti riferiscono che Trump avrebbe avvisato la figlia che, partecipando alla cerimonia di insediamento, perderebbe in partenza migliaia di voti e sarebbe la “peggior decisione della sua vita”. 

Gloria, i balli e la festa: ecco il backstge del discorso di Trump. Prima dell'assalto al Campidoglio e del discorso di Donald Trump, dietro le quinte il suo staff ballava e si divertiva sulle note di Gloria. Francesca Galici, Sabato 09/01/2021 su Il Giornale. Le immagini della rivolta a Capitol Hill del 6 gennaio saranno ricordate a lungo. L'assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Donald Trump durante la ratifica dei voti per confermare la vittoria di Joe Biden sono una pagina di storia americana che va ad aggiungersi ai libri di storia per raccontare l'America degli anni Duemila. Alla fine si conteranno 4 morti, di cui una donna uccisa dalla polizia con un colpo di arma da fuoco. Nelle ultime ore è circolato un video che sta destando molto clamore in America e che vedrebbe protagonista una parte della famiglia Trump intenta a ballare sulla versione inglese di Gloria, successo internazionale di Umberto Tozzi. Va precisato che quello che sembrerebbe un party non si svolgeva durante l'assalto a Capitol Hill ma nei minuti precedenti, prima che il Presidente uscente salisse sul palco per pronunciare il discorso che ha poi portato i manifestanti a occupare Campidoglio. Il video sarebbe stato girato da Donald Trump Jr e nella brevissima clip si vedono anche il presidente uscente e i suo staff, nonché la fidanzata di Donald Trump jr. La versione di Gloria che si sente in sottofondo è quella di Laura Branigan, morta nel 2004. Dopo che è stato diffuso il video, il manager della cantante si è scagliato contro la scelta della famiglia Trump di utilizzare quella canzone: "È assolutamente spaventoso sentire suonare “Gloria” sullo sfondo di un video a larga diffusione del presidente Trump di ieri, visti i tragici, inquietanti e vergognosi avvenimenti accaduti al Campidoglio degli Stati Uniti". Il manager ha poi aggiunto che "né Laura, né la sua musica, meritano ricadute ingiustificate dovute alle azioni degli altri". Il video è stato girato dietro le quinte, prima del discorso del Presidente uscente. Una precisazione importante, visto che negli Stati Uniti è stato affermato da più parti che lo staff di Donald Trump e la sua famiglia si divertivano sulle note di Gloria come se fosse un inno di gioia per festeggiare l'assalto di Capitol Hill. Nel video si sente la fidanzata di Donald Trump jr che incita i sostenitori del suocero: "Fate la cosa giusta, lottate!". Una frase che non è passata inosservata e che sta destando molto clamore al pari di quella del figlio del tycoon, che definisce i manifestanti come "patrioti stanchi delle bugie". In tanti si sono chiesti cosa n pensasse Umberto Tozzi, che ha parlato nel tardo pomeriggio di oggi: "Ho sempre preferito l'amore alla violenza, il dialogo alla forza. Nelle mie canzoni canto la bellezza della vita. Per questo mi dissocio e sono pronto in qualità di autore a difendere le origini e i principi di questa canzone".

Da corriere.it l'8 gennaio 2021. Polemiche per un video che circola sul web in queste ore e che mostrerebbe lo staff di Donald Trump, insieme a Ivanka e allo stesso tycoon, osservare dagli schermi cosa accade a Washington sulle note di 'Gloria', celebre brano italiano nella versione inglese cantata da Laura Branigan, prima dell'assalto al Campidoglio da parte dei suoi sostenitori. Il video è stato girato da Donald jr, figlio di Trump, e nelle immagini si vede anche Kimberly Guilfoyle, fidanzata di Trump jr e avvocata e consigliera del presidente uscente. Si sentono anche alcuni membri dello staff dire di 'combattere' per Trump.

AGI il 10 gennaio 2021 - "Ai miei più cari fan. Recentemente mi è stato mostrato un video in cui una delle mie canzoni più care è stata usata da Donald Trump e dal suo staff della campagna prima che incitassero a violenze indicibili. Sono un artista e ogni giorno sceglierò l'amore all'odio e il dialogo alla forza". Con queste parole, in lingua inglese, Umberto Tozzi ha commentato sui social il video con la famiglia Trump che ascolta “Gloria”, prima del discorso del Presidente uscente precedente all'assalto di Capitol Hill. Il cantautore italiano prosegue: "Le mie canzoni parlano della bellezza della vita, e vorrei cogliere l'occasione per dissociare completamente me stesso e la mia musica da qualsiasi atto di violenza. Come musicista, difenderò sempre le origini e i principi dei miei testi come parole d'amore e non di odio. Umberto". In lingua italiana Tozzi conclude: "Ho sempre preferito l'amore alla violenza, il dialogo alla forza. Nelle mie canzoni canto la bellezza della vita. Per questo mi dissocio e sono pronto in qualità di autore a difendere le origini e i principi di questa canzone".

Da repubblica.it il 6 gennaio 2021. La sindaca di Washington Muriel Bowser ha proclamato il coprifuoco a partire dalle 18 (la mezzanotte italiana) a seguito delle proteste dei fan di Donald Trump contro la certificazione della vittoria di Joe Biden. Mentre è in corso la speciale sessione plenaria per la certificazione della vittoria di Joe Biden sono stati evacuati alcuni edifici del Congresso. I sostenitori di Trump hanno marciato verso il Campidoglio, anche sfondando le barricate della polizia, al grido di "Fight for Trump". Secondo Fox News, vi sarebbe stato un allarme bomba. La polizia ha ordinato l'evacuazione degli edifici della Camera, del Madison Building e della Madison Library of Congress. "Restate pacifici!". E' l'invito mandato su Twitter da Donald Trump ai manifestanti che hanno preso d'assedio il Congresso. "Per favore, sostenete la polizia e le forze dell'ordine, sono davvero dalla parte del nostro Paese", ha aggiunto il presidente Usa.

Da corriere.it il 6 gennaio 2021. Camera e Senato hanno interrotto a Washington il processo di certificazione della vittoria di Joe Biden in seguito alla proteste dei fan di Trump, mentre il vicepresidente Mike Pence è stato scortato fuori dall’aula del Senato. La protesta era stata incoraggiata dallo stesso presidente uscente durante il suo comizio all’Ellipse, il parco a sud della Casa Bianca. ««non riconosco la vittoria, Biden è un presidente illegittimo» aveva scandito il presidente uscente. Subito dopo i supporter, accorsi a migliaia ad ascoltare Trump si sono scontrati con la polizia che ha sparato anche gas lacrimogeni, hanno prima occupato la scalinata del Parlamenti e subito dopo sono riusciti a penetrare all’interno dell’edificio. Capito Hill è stata messa in lockdown dagli agenti di sicurezza e alcune parti del congresso sono state evacuate. La polizia ha rinvenuto anche alcuni pacchi sospetti.

La Stampa.it il 6 gennaio 2021. Situazione senza precedenti a Washington, dove gruppi di manifestanti pro Trump hanno fatto irruzione, alcuni armati, all'interno del complesso di Capitol Hill, dove il Congresso era riunito per certificare l'elezione di Joe Biden. Senatori e deputati sono stati evacuati dall'aula, dopo aver ricevuto dagli addetti alla sicurezza l'ordine di indossare maschere antigas. «La nostra democrazia è sotto un assalto e una minaccia senza precedenti. Il Presidente fermi questo attacco alla democrazia», ha dichiarato Joe Biden.

Al Congresso arrivati agenti anti-sommossa e Fbi. Agenti in tenuta antisommossa sono arrivati di fronte a Capitol Hill. Lo riporta la Cnn che dall'inizio dell'attacco del Congresso da parte dei sostenitori di Donald Trump ha sottolineato l'assenza di un apparato di sicurezza adeguato. Intanto, all'interno dell'edificio sono arrivate squadre dell'Fbi e dell'Atf per verificare l'eventuale presenza di ordigni.

Trovato un esplosivo vicino al Campidoglio. Pacco sospetto nella sede dei democratici. Un dispositivo esplosivo improvvisato è stato rinvenuto vicino al Congresso. Lo riporta Nbc, sottolineando che non è ancora chiaro dove sia stato trovato esattamente. Intanto la sede del partito democratico a Washington è stata evacuata per un pacco sospetto. Lo riporta il New York Times citando alcune fonti. 

Casa Bianca ordina l’invio della Guardia nazionale. «Su ordine del presidente Donald Trump, la Guardia Nazionale è in arrivo insieme ad altri servizi di protezione federali. Ribadiamo l'appello del presidente Trump contro la violenza e rimanere pacifici». Lo ha scritto su Twitter la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany.

Pentagono: attivata l’intera Guardia Nazionale. L'intera Guardia Nazionale di DC è stata attivata dal dipartimento della Difesa a seguito dell'attacco di Capitol Hill. «La Guardia di DC è stata mobilitata per fornire sostegno alle forze dell'ordine», ha detto il portavoce del Pentagono, precisando che il segretario alla Difesa ad interim, Miller, «è in contatto con la leadership del Congresso». 

Polizia con le pistole puntate in Campidoglio. Intanto all’interno del Congresso gli agenti hanno cercato di impedire l’ingresso dei manifestanti nell’Aula dove era in corso la certificazione della vittoria di Joe Biden impugnato pistole e utilizzando lacrimogeni. Le immagini diffuse dalle agenzie di stampa mostrano agenti con le pistole spianate e puntate verso vetri rotti dall'esterno, con tutta probabilità dai manifestanti pro-Trump. 

Donna ferita dentro al Campidoglio. Diversi agenti feriti. C'è almeno una persona ferita da colpi di pistola dentro al Campidoglio di Washington: non si capisce se si tratti di una sostenitrice di Trump o un membro dello staff del Congresso. Una donna è stata portata via in una barella: sarebbe in gravi condizioni. Mentre, secondo la Cnn, diversi agenti sono rimasti feriti nelle proteste. Almeno uno di loro sarebbe stato trasportato in ospedale.

L’irruzione nella Camera dei Rappresentanti. I manifestanti hanno fatto irruzione nell'aula della Camera dei Rappresentanti. La tensione è altissima. Uno dei sostenitori di Trump è riuscito ad entrare nell'aula del Senato ea sedersi sullo scranno di Mike Pence, che come presidente della Camera alta ha il ruolo di certificare la vittoria di Joe Biden. Lo mostrano le immagini della Cnn.

Evacuato Pence. Harris resta nel Campidoglio: "È al sicuro". Il vicepresidente Mike Pence, che presiedeva la seduta del Congresso per certificare la vittoria di Joe Biden, è stato evacuato da Capitol Hill. Lo riferisce la Cnn. Dentro al Campidoglio resta la vicepresidente eletta Kamala Harris, ma il suo staff fa sapere che è al sicuro.Joe Biden, è stato evacuato da Capitol Hill. Lo riferisce la Cnn. Dentro al Campidoglio resta la vice-presidente eletta Kamala Harris, ma il suo staff fa sapere che è al sicuro.

Sospesa la seduta per la conferma della vittoria di Biden. Camera e Senato hanno interrotto il processo di certificazione della vittoria di Joe Biden in seguito alla proteste, mentre il vicepresidente Mike Pence è stato scortato fuori dall'aula del Senato. 

Washington proclama il coprifuoco. La sindaca di Washington Muriel Bowser ha proclamato il coprifuoco a partire dalle 18 (la mezzanotte italiana) a seguito delle proteste dei fan di Donald Trump contro la certificazione della vittoria di Joe Biden.

Trump su Twitter: "Restate pacifici!". Intanto su Twitter il presidente uscente ha lanciato un appello ai manifestanti: «Restate pacifici!». «Per favore, sostenete la polizia e le forze dell'ordine, sono davvero dalla parte del nostro Paese». «Il voto è rubato ma ora andate a casa» ha aggiunto il presidente Usa.

Pelosi e McConnell chiedono a Trump fermare proteste. I leader di Camera e Senato, la democratica Nancy Pelosi e il repubblicano Mitch McConnell chiedono a Donald Trump di fermare le proteste, esortando i suoi sostenitori a lasciare Capitol Hill dove hanno fatto irruzione.

Appello anche di Donald Trump junior. Anche Donald Trump junior, il figlio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha invitato alla calma i manifestanti che preso hanno d'assalto il Congresso. «Questo è sbagliato e non è quello che siamo», scrive Trump Jr su Twitter, «siate pacifici e usate i diritti che vi sono garantiti dal primo emendamento ma non iniziate a comportarvi come l'altra parte. Abbiamo un Paese da salvare e questo non aiuta nessuno».

Evacuati altri due edifici. Poco prima altri due edifici erano stati evacuati semper per le proteste dei sostenitori di Donald Trump: il Madison e il Cannon Building. La polizia ha ordinato l'evacuazione del palazzo di Madison. Agli occupanti della Cannon House è stato chiesto di prendere i kit di emergenza e raggiungere il tunnel di collegamento con un edificio vicino. 

Anche il palazzo del Congresso della Georgia sarebbe sotto assedio. Secondo quanto indicato dai media americani, un gruppo di sostenitori pro Trump è radunato nei pressi dell'edificio, costringendo l'evoluzione del segretario di stato Brad Raffensberger e del suo staff.

Le reazioni. «Scene scioccanti a Washington DC. Il risultato di queste elezioni democratiche deve essere rispettato». Così il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, su Twitter.

Dagospia. Da axios.com il 7 gennaio 2021. A 13 giorni dalla fine del mandato del presidente Trump, i dirigenti del partito repubblicano stanno prendendo in considerazione misure drastiche per fermarlo. Queste misure includono la censura, l'impeachment o l'invocazione del 25° emendamento - una mossa, a lungo respinta come fantasia liberal, in cui il vicepresidente Pence interverrebbe se Trump fosse scoperto che non è in grado di svolgere i suoi doveri. Questo discorso proviene dagli attuali ed ex collaboratori della Casa Bianca e del GOP Hill, e da lobbisti repubblicani e consulenti politici - che lo hanno abbracciato o tollerato silenziosamente fino ad ora. Secondo due fonti coinvolte nelle discussioni, gli alti funzionari del Dipartimento di Stato stanno incoraggiando le discussioni del 25° emendamento insieme ad altri funzionari della Casa Bianca e di altri dipartimenti. I repubblicani sono furiosi con il presidente per aver fomentato un attacco alla democrazia americana, disonorato il loro partito e infangato l’integrità delle istituzioni. C'è preoccupazione sul fatto che il paese possa sopportare altre due settimane con Trump al timone e quale ulteriore caos e divisione potrebbero essere seminati. C'è anche rabbia all'interno del GOP nei confronti di Josh Hawley, Ted Cruz e altri i cui piani di opporsi alla certificazione di Biden hanno dato ossigeno a Trump, alle proteste e all'idea che il Congresso potrebbe essere utilizzato per ribaltare la volontà degli elettori. Dietro le quinte, Trump non vuole sentire che ha perso le elezioni contro Biden, che Pence non può ribaltare i risultati, che dovrebbe aiutare piuttosto che danneggiare il Partito Repubblicano. Il dubbio. Castigare Trump potrebbe essere un boomerang per renderlo ancora più un eroe popolare? Potenzierebbe o danneggerebbe ulteriormente il resto del Partito Repubblicano? Una censura ha scarso impatto. Anche se ci fosse la volontà bipartisan per un secondo impeachment di Trump, non resta abbastanza tempo per un processo al Senato. Il percorso del 25° emendamento richiederebbe il consenso di Pence e della maggioranza del gabinetto di Trump. Ma molti di quei membri del gabinetto sono stati anche lealisti al presidente e servono in qualità di recitazione, quindi non è chiaro che il sostegno o la volontà esista. Per ora, nessun leader repubblicano alla Camera o al Senato sta ancora sostenendo queste idee - ed è troppo presto per sapere se coloro che ne parlano si stanno solo sfogando dopo uno shock per la democrazia, o se esiste una massa critica per procedere.

Neanche nei film si vede ciò che è accaduto a Capitol Hill. Orlando Sacchelli il 7 gennaio 2021 su Il Giornale. L’assalto al Congresso, riunito per certificare l’elezione di Joe Biden, è una scena che neanche nelle serie tv si era mai vista. Penso ad House of Cards (per non dire della più pacata West Wing). Bisogna andare nei film di genere apocalittico, con “Attacco al potere“, per trovare qualcosa di ancora più violento: una cannoniera volante AC-130 inizia a crivellare di colpi la Casa Bianca e i terroristi capeggiati da un nordcoreano, infiltratisi tra i turisti, prendono il controllo dell’edificio presidenziale sequestrando il presidente. Oppure un’altra serie tv di fantapolitica abbastanza cruenta, “Designated Survivor“: durante un discorso del presidente sullo stato dell’Unione, che tradizionalmente avviene ogni anno al Congresso riunito in seduta comune, una terribile esplosione fa saltare in aria l’edificio. Muoiono tutti (presidente, ministri, parlamentari) tranne uno, il “sopravvissuto designato”, figura che realmente esiste: ogni anno, infatti, viene scelto un politico da tenere nascosto e ben protetto in un bunker, per assicurare al Paese che in casi estremi vi possa essere qualcuno in grado di esercitare il ruolo di commander-in-chief. Ciò che è accaduto a Washington Dc, dopo il discorso incendiario di Trump (che ha ribadito ancora una volta che le elezioni presidenziali sono state rubate da Biden) ha dell’incredibile. Chi è stato almeno una volta nella capitale degli Stati Uniti, ma anche a New York, potrà confermarlo: per strada non puoi fare ciò che ti pare. Se ti siedi su uno scalino perché sei stato in giro tutto il giorno e non trovi una panchina dove riprendere fiato, arriva un poliziotto e ti fa sloggiare in men che non si dica, specie se sei vicino a qualche palazzo importante. Non sentono storie le forze dell’ordine americane. Certo, le manifestazioni di massa sono un’altra cosa (lo abbiamo visto negli ultimi mesi), ma quella del 6 gennaio non solo era stata ampiamente preannunciata (quindi mettendo le forze di sicurezza nelle condizioni di prevederne portata e possibili rischi), ma addirittura coincideva con la giornata in cui il Congresso si riuniva in seduta comune per “certificare” il risultato delle elezioni presidenziali. Una procedura formale che solitamente si chiude in poco più di un’ora, anche se questa volta erano previste obiezioni da parti di alcuni parlamentari del Gop, rispetto alle quali ci sarebbero stati dei ritardi. L’irruzione di centinaia di persone nelle stanze del Congresso, avvenuta in modo sin troppo facile (era così difficile allestire un adeguato cordone di polizia per tenere in sicurezza il Congresso?) fa sorgere il sospetto che a qualcuno non dispiacesse l’idea di gettare il Paese nel caos. Per poi intervenire, alla fine, placando gli animi. Un’uscita di scena da “salvatore della patria”. O quasi…Un danno d’immagine incredibile per gli Stati Uniti. Chiunque, nel mondo, avrà giustamente pensato a una Repubblica delle banane. Cose che neanche nei film, dicevamo all’inizio di questo post. Gli sceneggiatori di Hollywood ora dovranno sbloccare i loro freni inibitori: niente è impossibile nella realtà, figuriamoci nella fantasia.

Giovanni Berruti per "lastampa.it" il 7 gennaio 2021. Quello che è successo a Washington sembrava impensabile. I drammatici fatti di Capitol Hill hanno tenuto il mondo intero incollati alla televisione. La violenta invasione dell’aula del Senato da parte dei sostenitori di Donald Trump per impedire la ratifica dell’elezione del democratico Joe Biden, vincitore delle elezioni del 3 novembre, che ha portato all’attuale bilancio di quattro morti e diversi feriti nello scontro con le forze dell’ordine, è stata legittimata dallo stesso Presidente in uscita. Figura, che aveva invitato immediatamente “alla calma” durante una diretta televisiva, ma che allo stesso tempo mostrava empatia per questi “criminali”, intenzionati a difendere la sua idea di “elezione rubata”, manifestata diverse volte dopo la sconfitta alle urne. Immagini drammatiche, che fino a ieri avremmo associato solo a film hollywoodiani e alle grandi serie tv. Ed è proprio al Capitol Hill che avviene l’attentato di apertura di “Designated Survivor”, dove nell’esplosione muoiono tutti i componenti del Governo, Presidente compreso, che porterà, come da protocollo, all’incarico all’unico membro del Gabinetto, interpretato da Kiefer Sutherland, che non era presente, per motivi di sicurezza, al Discorso sullo Stato dell’Unione, che si tiene ogni anno a Camere riunite. Sutherland diventa così il Presidente, per caso. Ben altri scenari da quelli dell’assalto reale, avvenuto a Washington. La democrazia americana anche sul grande schermo è stata spesso minacciata e infine salvata dopo mirabolanti sforzi di eroi di turno. Il primo pensiero va ad “Attacco al Potere”, saga cinematografica d’azione (il quarto capitolo è in cantiere, ma è prevista anche una serie televisiva), che vede Gerard Butler nei panni dell’agente al servizio del Presidente degli Stati Uniti, Mike Banning. Diretto da Antoine Fuqua, il primo film vede l’assalto alla Casa Bianca proprio da parte di un gruppo di terroristi nordcoreani e da qui parte la missione di Banning per gestire l’emergenza, tra rocambolesche sparatorie ed esplosioni, in omaggio ai grandi cult degli anni 80.

Capitol Hill sotto attacco, ma è un film. Nello stesso anno, il 2013, debutta un’altra pellicola piuttosto simile, che possiamo considerare una gemella: il simbolo del potere americano viene nuovamente colpito in “Sotto Assedio – White House Down”. Anche stavolta abbiamo l’eroe solitario, l’agente di polizia di Washington John Cale, interpretato da Channing Tatum, che deve proteggere il Presidente americano, James Sawyer (Jamie Foxx), che vuole stilare un accordo con l’Iran nell’intento di pacificare tutto il Medio Oriente. Ma stavolta la minaccia è interna, in quanto l’attacco terroristico è ad opera di un gruppo armato paramilitare, guidato del capo dei Servizi Segreti, il cui scopo è lanciare un attacco all’Iran per vendicare la morte del figlio e di migliaia di soldati americani morti in guerra, oltre che favorire l’industria bellica americana. Ma anche qui tra rocambolesche scene d’azione, l’happy ending è assicurato. La regia è di Roland Emmerich, autore di celebri “disaster movie”, che con la distruzione della Casa Bianca hanno sempre a che fare: da “2012”, passando per “The Day After Tomorrow” fino ad arrivare all’attacco alieno di “Independence Day” (quest’ultimo evento speculare anche nel cult di Tim Burton, “Mars Attacks”). Un’altra presa di possesso è in “G.I Joe – La Vendetta” da parte dell’organizzazione terroristica Cobra, dove il cattivo di turno assume le somiglianze dell’inquilino più famoso del mondo, e in altri film di supereroi da Superman 2 a due film della saga tratta dai fumetti Marvel, X-Men (entrambi diretti da Bryan Singer, assistiamo rispettivamente all’irruzione da parte del mutante Nightcrawler, che tenta di uccidere proprio il Presidente, e alla battaglia finale tra eroi e Magneto rispettivamente in “X-Men 2” (2003) e “Giorni di un Futuro Passato” (2014) ). C’è sempre stata dunque una certa ossessione da parte di Hollywood di assaltare il centro del potere, mostrando scene eccessive, spesso al limite della credibilità. Ma per tornare al mondo reale, la reazione da parte degli addetti ai lavori nella condanna agli inimmaginabili fatti di ieri non è mancata: dal regista di “Logan” James Mangold, che ha attaccato la famiglia Murdoch e Fox News per aver concesso spazio e giustificazione alla posizione dei trumpisti, a Sharon Stone, che invoca il 25° emendamento, quello per rimuovere subito Trump dalla sua carica istituzionale. Chissà che il dramma Capitol Hill non finisca per diventare il prossimo soggetto della cinematografia a stelle e strisce. Intanto il Congresso ha appena certificato la vittoria di Biden. Come ad Hollywood, nella realtà, per citare le parole del vicepresidente Mike Pence a seguito del drammatico evento, “la violenza non vince mai”.

Silvia Bizio per "la Repubblica" il 9 gennaio 2021. «È un film che ancora oggi ispira discussioni e dibattiti su problemi mai risolti»: il regista statunitense Joe Dante, 74 anni, convinto democratico, dopo l'assalto a Capitol Hill ammette con raccapriccio quanto profetico sia stato il suo film del 1997 La seconda guerra civile americana, una satira trasmessa in America in tv da Hbo, in Europa nei cinema. Ambientato in un'America del futuro populista, nel film Beau Bridges interpretava il governatore dell'Idaho, uno xenofobo innamorato però della sua amante messicana, che decide di chiudere i confini del suo Stato e impedire l'atterraggio a un aereo con bambini Pakistani in fuga da un disastro nucleare. Iniziano così disordini e sommosse che dividono l'America tra cittadini a favore o contro l'immigrazione: questi ultimi arrivano a bombardare la Statua della Libertà. Fino alla decisione del Presidente di invadere l'Idaho, atto iniziale della Seconda Guerra civile americana.

Dante, nel 1997 immaginava quello che è successo in questi giorni?

«Sì, ci avevo pensato. Il film è ambientato in un "futuro prossimo" che immaginava alcune tendenze nella società che erano già evidenti nel 1997. Nel corso degli anni quasi ogni situazione ritratta nel film è accaduta o potrebbe accadere. E la maggior parte di questi eccessi sono stati determinati da personaggi che avevano una loro agenda in mente e hanno dunque costruito disinformazione creando equivoci dai risultati apocalittici. In quel senso il mio film non è molto invecchiato, anzi, oggi mi sembra più rilevante che mai».

Il suo film è risultato profetico.

«Sì, ma un film ancora più simile alla realtà è Un volto nella folla di Elia Kazan (1957, ndr), in cui un sociopatico malato di fama usa la televisione per guadagnare potere imbrogliando tutti. Poi la gente capisce e lui finalmente inciampa su se stesso alla fine. Fino a pochi giorni fa non pensavamo potesse succedere anche nella realtà. Possiamo solo sperare che la prossima amministrazione riesca a mettere insieme di nuovo i pezzi e che il nostro paese ne esca solamente bruciato, non irrimediabilmente spezzato».

Cosa ha pensato vedendo l'attacco al Congresso?

«Non sono sorpreso: è l'inevitabile risultato degli scorsi quattro anni di perfidia, menzogne e leadership delirante cominciata quando un megalomane pericoloso è sceso dalla scala mobile del suo palazzo dorato e pacchiano stile Saddam e ha annunciato la sua intenzione di candidarsi come Presidente. Ha vinto per via del suo status di celebrità coltivato con attenzione: "Quando sei una star ti lasciano fare qualunque cosa"».

Quale è la sua opinione di Donald Trump?

«La peggior cosa che sia capitata all' America dall' 11 settembre. E dopo quattro anni di incompetenza, stupidità, in cui si sono girati dall' altra parte mentre vendeva i nostri alleati e spezzava il pane con dittatori autoritari che ammira, ora finalmente ha superato la linea incitando i suoi seguaci, tipo il culto di Jim Jones e della sua setta, a portare la violenza in quella che chiamiamo "la Casa della gente". E questo per non parlare dei 360.000 americani che sono morti per la folle politicizzazione di Trump del virus, mentendo ai suoi sostenitori creduloni che non era nemmeno una minaccia nonostante lui sapesse benissimo la spaventosa verità. Un uomo terribile, terribile».

Assalto al Congresso USA, se fossero stati neri sarebbero tutti morti. Giulio Cavalli su Notizie.it il 07/01/2021. Gli USA devono fare i conti una volta per tutte con una democrazia che uccide i neri per 20 dollari e che coccola gli assaltatori al Congresso. Il privilegio di essere bianco negli USA lo raccontano bene le istantanee che arrivano dall’insurrezione del 6 gennaio a Washington. Sono immagini che appena si posa la polvere dovrebbero diventare oggetto d’indagine di dibattito, sono la prova evidente e dolorosa di cosa significhi avere delle forze armate che discrezionalmente cambiano i propri atteggiamenti sulla base delle persone che si ritrovano davanti.

Usa, ecco cosa è accaduto durante l'assedio dei sostenitori di Trump a Capitol Hill. Caos al Campidoglio: con un’azione senza precedenti i manifestanti Pro Trump hanno fatto irruzione, provocando danni dentro Capitol Hill protestando contro la certificazione della vittoria di Biden....

Il primo quadro è un video, un video di pochi secondi, in cui dei poliziotti vigilano su delle transenne (transenne rimovibili da partita di calcetto con scapoli e ammogliati) di fronte al Congresso. I “patrioti” bianchi stanno lì accalcati e spingono. Nessuno dei poliziotti assume una posizione lontanamente minacciosa. Anzi, l’ala delle forze dell’ordine dopo qualche secondo si dispiega e con passo flemme lascia passare comodamente i manifestanti. Sembra l’apertura di una biglietteria e invece è il via libera per l’occupazione del palazzo simbolo della democrazia USA. Chi ha dato ordine di usare quella morbidezza? Chi ha pianificato la presenza di forze dell’ordine che passeggiavano armati come le guardie giurate in una fiera per bambini? Sarà curioso saperlo. Negli USA i poliziotti hanno consumato tutti i manganelli e la loro autorevolezza contro i neri. Per i bianchi suprematisti invece aprono i cancelli.

La seconda immagine invece è utile per un confronto: sono i soldati schierati qualche mese fa sulle scalinate del Congresso, armati di tutto punto durante la manifestazione del movimento Black Lives Matter. Se volete ci potete aggiungere anche i fumogeni, i manganelli, gli arresti faccia a terra, perfino Jane Fonda in manette (ve la ricordate?): quanti anche dalle nostre parti si erano inturgiditi per l’autorità manesca della polizia americana. Quanti avevano esultato per quell’auto della polizia che si faceva largo tra la folla scaraventando persone come birilli. In quanti avevano celebrato le maniere forti della polizia. “Ah, se potessero fare così anche da noi” dicevano i filotrumpiani de’ noartri.

Poi c’è una terza immagine, che sta passando molto sotto traccia: sulle scalinate del Congresso abusivamente occupate due “patrioti” (come li chiama Trump) mettono in scena la morte di George Floyd: uno si stende sulle scale e l’altro gli appoggia il ginocchio sul collo. Inscenare un omicidio per irridere gli avversari, sulle scalinate del simbolo della democrazia, e per sventolare al mondo la propria impunità. Tutto in mondovisione.

E per concludere metteteci tutto il resto: il sorriso fascista con cui un manifestante si porta via allegramente il podio del congresso mettendosi in posa per la telecamera, il vomitevole ardore con cui un fascista agghindato da vichingo occupa lo scranno, la foto fiera di quello che mostra una lettera di Nancy Pelosi sottratta dal suo ufficio dopo un bel selfie con le scarpe appoggiate sulla scrivania.

Diciamocelo con coraggio: se fossero stati neri i manifestanti di ieri oggi stremo contando morti, feriti, violenze e ascolteremmo le sirene stonate di un’indignazione mondiale. Quelle stesse sirene che oggi giocano a derubricare tutto come se fosse una semplice “bravata”. Se davvero gli USA vogliono fare i conti con ciò che è accaduto, con onestà intellettuale e con reale spirito di indagine, devono appurare quali siano le radici di questa insopportabile accondiscendenza a cui abbiamo assistito, quali siano le cause di un così morbido dispiegamento di forze per una manifestazione annunciata da giorni, quali siano gli ordini che sono stati impartiti. Che poi, sostanzialmente, significa fare i conti una volta per tutte con una democrazia che uccide i neri per 20 dollari e che coccola gli assaltatori al Congresso. Perché anche questo è un grave oltraggio alla democrazia.

Jacopo Iacoboni per la Stampa.it l'11 gennaio 2021. Antivaccinismo, negazionismo sul Covid, teorie sul deep state democratico che domina il mondo, la teoria che Hillary Clinton sia il capo di una setta mondiale di pedofili, la teoria che George Soros sia stato in realtà giustiziato (insieme a Marina Abramovic): ciò che chiamiamo approssimativamente «QAnon», e che nasce negli Stati Uniti nell' ottobre del 2017 con i post di un utente anonimo del social "4Chan" noto come Q., è in realtà una summa cospirazionista, cavalcata e usata da personaggi importanti dell' ascesa di Trump, dal generale Michael Flynn, primo consigliere per la sicurezza nazionale (un fan sfegatato di QAnon, a cui hanno appena chiuso gli account social), all' ex senior strategist Steve Bannon (fan e costruttore di reti di gamers su Internet), e tanti altri. L' ultima assurda teoria è mirata però all' Italia, e ci spinge a raccontare quanto peso abbiano i QAnon italiani. Spoiler: non poco. La tesi (folle ma non meno pericolosa) che le elezioni che hanno fatto vincere Trump siano state truccate dall' Italia, da un patto tra Obama e Renzi, complici il generale Graziano, l' ex agente Serafini e Leonardo-Finmeccanica, sta circolando molto in Italia perché da noi c' è un terreno favorevole a questo genere di operazioni, sul viscido confine tra mitomania e guerra ibrida. In questi giorni sono stati spinti molto in Italia due hashtag twitter creati per dire che «l' Italia ha rubato le elezioni a Trump»: #italydidit e #contecomeclean, brutto avvertimento a Conte (affinché «confessi», altrimenti i trumpiani, che prima lo sostenevano, lo prenderanno di mira). In Europa, secondo una ricerca di Coda Story, ci sono quattro grandi aree di diffusione degli account coordinati QAnon: la Germania, i Balcani («BalQanon»), l' UK e appunto: l' Italia. A luglio del 2020 una ricerca di Newsguard e dell' Institute for Strategic Dialogue (ISD) ha mostrato che - dopo la chiusura del 93% degli account QAnon su Facebook (meglio tardi che mai) e di una percentuale analoga su twitter - i gruppi erano migrati soprattutto su chat Telegram (e oggi, sul social Parler). Su 70 grandi gruppi legati a QAnon, sette su dieci erano europei. Quello più grosso tedesco, Qglobal-Change, aveva 145mila iscritti. In Italia il report di Newsguard cita come cruciale un sito, La cruna dell' ago, di Cesare Sacchetti (e i suoi account), come uno dei punti di irradiazione di QAnon, in una profonda rete di contatti americani. Su Telegram i due canali italiani più pesanti sono QAnonsItalia, e QAnon Italia Original. Il canale YouTube Qlobal-Change Italia è stato creato nell' ottobre 2019 e ha 23.900 iscritti diretti. Sono nate pagine Facebook come QAnon Italia e The Q Italian Patriot. Su twitter dal 2019-2020 il fenomeno spopola, in Italia, da@QanonItalia a @QAnon_seventeen. Il dominio del sito Qanon.it è stato registrato nel febbraio 2020. Giusto o sbagliato che sia, nessuno li chiude, in Italia. Mentre in America li stanno chiudendo pesantemente (ma loro migrano nei social più dark). E sono tutti profondamente coordinati e intrecciati con reti americane. L' intelligence ovviamente li tiene d' occhio. Questi account scrivono cose come: «Bill Gates e l' Oms hanno ucciso più persone con i vaccini di quelle morte a causa delle malattie». «Lo stesso Deep State che ha creato il Virus vuole simulare un attacco alieno, sarà 10 volte peggio dell' 11 settembre». Condividono documentari complottisti sul Covid (tipo «Plandemic»). Del resto l' Italia è il Paese in cui questi discorsi sono in Parlamento. In tutti questi anni le reti di propaganda pro M5S e pro Lega sono state profondamente intrecciate a QAnon: nel maggio 2020 la parlamentare ex 5S Sara Cunial tenne in aula un discorso no vax in cui si definiva Bill Gates «un criminale» sui vaccini. C' è un senatore 5S che twitta I Protocolli dei Savi di Sion, il più celebre falso antisemita del Novecento. Persino il presidente Rai voluto da Salvini e 5S, Marcello Foa, twittò un pezzo di Maurizio Blondet che sosteneva di cene sataniche di Hillary Clinton: «Mestruo, sperma, latte di donna. Tutti a cena con John Podesta».

Francesco Grignetti per la Stampa l'11 gennaio 2021.  Quando il virus della dietrologia statunitense tracima al di là di ogni immaginazione, e si rischia che dalla dimensione virtuale si passi a quella del reale, e lo slogan «Italydidit» (L' ha fatto l' Italia, ndr) che è ormai la bandiera dei cospirazionisti trumpiani in un giorno supera le 31 mila condivisioni, beh, qualcuno da questa sponda dell' Atlantico comincia a preoccuparsi. Così non meraviglia che l' agenzia dei servizi segreti che si occupa dell' estero abbia preso a monitorare ogni profilo, ogni condivisione, ogni rilancio della teoria cospirazionista. Non è sfiorata nemmeno di striscio, l' Aise. Però è ovvio che ci si ponga il problema di questa incredibile massa di fango e d' invenzione che ci investe. Da parte dei dietrologi vengono infatti affastellati nomi illustri, da Matteo Renzi (che annuncia querele) in giù. Prima o poi, qualcuno dei dietrologi arriverà a chiedere conto al governo Conte del perché sia successo tutto questo. E si avrà un bel faticare nel dire che non è vero nulla, che l' azienda di Stato non ha satelliti propri; che il generale Claudio Graziano, già capo di Stato maggiore della Difesa, di sicuro il militare italiano oggi più conosciuto nel mondo, presiede il board dei suoi omologhi europei e non ha alcuna carica nell' azienda; e che mai sarebbe possibile utilizzare un satellite militare italiano per sovvertire il voto americano. È ovvio che il cospirazionista non prenderebbe mai in considerazione una così semplice, prosaica, lineare realtà. E quindi all' Aise tengono d' occhio quel che accade sui social. Seguono i flussi. Controllano gli account. Tengono d' occhio le reazioni. Perché il loro mestiere è prevedere i rischi. Il danno reputazione già c' è. E se mai qualche fanatico negli States decidesse poi di passare alle vie di fatto contro i cittadini o contro i simboli dell' Italia? Il satellite italiano Il «grande complotto» passa per Leonardo e per Prisma, un satellite tricolore lanciato nello spazio dall' Agenzia spaziale italiana nel marzo 2019. Eccellenze della nostra tecnologia. I dietrologi pretendono che Leonardo abbia partecipato alla frode elettorale contro Trump, prestando il presunto satellite al complice svizzero. Già perché a elaborare la manomissione dei voti sarebbe poi occorso un algoritmo riconducibile a un' azienda di Stato elvetica. E ci sarebbe pure una manina spagnola. Ora, a parte il fatto che il tutto suona sempre più come una barzelletta, a Leonardo ovviamente non sono affatto contenti di essere stati infilati in questo minestrone indigesto. Perciò anche loro seguono da vicino la questione. Osservano che per il momento la storia è confinata a un recinto di cospirazionisti che ieri negavano lo sbarco sulla Luna, oggi sono passati alla manipolazione del voto. La vera novità, semmai, è che questi deliri trovino spazio nel giro più vicino a Trump. Quel generale Michael Flynn, ad esempio, che è stato il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, e però fu cacciato dopo 3 settimane perché aveva mentito al vicepresidente Mike Pence. Ma così va il mondo, da quelle parti. Leonardo non vuole replicare perché sarebbe un boomerang, aiutando la bufala planetaria a fare un passo in più. Però è facile vedere che uno dei capisaldi della teoria è presto smontato: non esistono «torri satellitari» nella piana del Fucino da dove controllare satelliti della Difesa. L' hacker napoletano Epperò c' è un altro elemento che li chiama in causa. Nel dicembre scorso, la procura di Napoli ha fatto arrestare un ex consulente di Leonardo, tal Arturo D' Elia, un hacker che ha sottratto milioni di files dai computer dell' azienda in una sede di Pomigliano d' Arco. I fatti sono avvenuti tra il 2015 e il 2108 e se ne sa poco. Pare sia una vicenda di spionaggio industriale. D' Elia è sempre in carcere: all' interrogatorio ha ammesso i fatti, ma anche minimizzato. Sennonché circola sui social complottisti un suo presunto «affidavit» per cui sarebbe a conoscenza di scottanti segreti relativi al 2020. Lo presentano come l' uomo dei misteri. Quando alla procura di Napoli hanno scoperto che l' inchiesta era finita in questo tritacarne, è dire poco che ne siano rimasti irritati. Di sicuro vorranno capire meglio anche loro.

L’assalto al Campidoglio è stato un tentativo di colpo di Stato? Matteo Carnieletto su Inside Over il 7 gennaio 2021. Ieri, gli Stati Uniti d’America si sono dimostrati fragili. Divisi. Le immagini dei sostenitori di Donald Trump all’interno del Campidoglio hanno ricordato a molti quanto successo in Medio Oriente con le Primavere arabe, oppure in Ucraina durante l’Euromaidan (vedi Piccolenote). La più grande potenza al mondo si trova oggi in bilico e i suoi storici avversari gongolano nel vedere l’incertezza americana. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha infatti scritto su Twitter: “Un presidente canaglia che ha cercato la vendetta contro il suo PROPRIO popolo ha fatto molto peggio al nostro popolo – e ad altri – negli ultimi quattro anni. Ciò che è inquietante è che lo stesso uomo ha l’autorità INCONTROLLATA per iniziare una guerra nucleare; una preoccupazione di sicurezza per l’intera comunità internazionale”. Il riferimento è ovviamente agli scontri di ieri, ma anche al raid che ha portato alla morte del generale Qassem Soleimani, proprio un anno fa, e all’inasprimento delle sanzioni nei confronti di Teheran. L’assalto al Campidoglio di ieri ha dunque aperto un vulnus negli Stati Uniti d’America. E questo nonostante Trump abbia cercato di fare il pompiere, promettendo, “anche se sono totalmente in disaccordo con i risultati delle elezioni, e i fatti mi danno ragione, una transizione ordinata il 20 gennaio”. Non ci sarà dunque – a meno di clamorosi colpi di scena – alcun golpe. Anzi: molto probabilmente, questo non è mai stato l’obiettivo di Trump, che ha spesso giocato col fuoco sui social network e che, di conseguenza, non può non esser considerato complice dell’assalto al Campidoglio.

A cosa ci troviamo di fronte, dunque? A una rivolta? A una sedizione? Oppure a un colpo di Stato? IlPost ha cercato di fare chiarezza, ripercorrendo alcuni dei più importanti media americani delle ultime ore. Il primo a porsi questo quesito su cosa stesse realmente accadendo negli Stati Uniti è stato John Daniszewski, il quale ha spiegato su Associated Press perché, per riferirsi ai fatti di ieri, sarebbe meglio utilizzare le parole “rivolta” e “insurrezione”, piuttosto che “colpo di Stato”: “Finora Ap non ha visto prove conclusive che lo scopo specifico dei manifestanti fosse quello di assumere il governo, quindi in questa fase stiamo evitando il termine (colpo di Stato, Ndr)”. Anche perché, per fare un golpe, è fondamentale il supporto delle forze armate, come spiega Naunihal Singh, docente al Naval War College: “Implicherebbe che il presidente usi l’esercito o i servizi segreti o qualche ramo armato del governo per ottenere ciò che vuole. Né direi che è quello che alcune persone hanno chiamato un colpo di stato civile”, ha affermato il professore. Ma non solo. Le armi in possesso ai sostenitori di Trump non possono minimamente far pensare a un golpe. Secondo quanto scrive l’HuffingtonPost, infatti, a Washington sarebbero state trovate “solamente” “una bomba artigianale dal Comitato nazionale democratico e un’altra bomba dal Comitato nazionale repubblicano. Sul terreno del Campidoglio degli Stati Uniti sono stati recuperati anche un refrigeratore di un veicolo insieme a una lunga pistola che includeva anche molotov”. Queste spiegazioni sono state necessarie dopo che Eugene Robinson, columnist del Washington Post, aveva scritto: “Lasciatemi essere chiaro: quello che è accaduto mercoledì pomeriggio al Campidoglio è stato un tentato colpo di Stato, incitato da un presidente che agisce al di fuori della legge e che cerca disperatamente di restare aggrappato al potere, e incitato dai suoi cinici sostenitori repubblicani al Congresso”. Secondo Robinson, il golpe sarebbe da ricercare nel fatto che, così facendo, i rivoltosi, hanno proibito “l’atto centrale della nostra democrazia, cioè il trasferimento pacifico e ordinato del potere”. Il termine più corretto per parlare dei fatti dell’altra notte è però “sedizione”, come suggerisce Singh, ovvero “sollevamento contro l’ordine costituito” (Treccani). E forse non poteva essere altrimenti. Se Trump ha avuto un merito, quello è stato quello di parlare all’America profonda, agli sconfitti della globalizzazione, ai reietti dimenticati dalla “politicanti”. Tra questi ci sono ovviamente anche elementi borderline e pericolosi, come Q-Anon e i Proud Boys, che non sono affatto da sottovalutare e che tanta parte stanno avendo all’interno della politica Usa. È stata questa sua capacità di parlare all’americano medio che ha permesso a Trump, pur perdendo, di aumentare il proprio consenso. Il tycoon è riuscito a far breccia nel cuore di tanti americani. Ha tracciato un solco. È entrato nella storia a stelle e strisce. Nel bene (si pensi alla politica estera non interventista e al rilancio dell’economia, frutto anche degli otto anni di Barack Obama) e nel male (l’uso spregiudicato del potere e la sensazione di sentirsi absolutus, sciolto da ogni legge, solo per citarne alcuni). Di certo questa uscita di scena getta un’ombra sulla sua presidenza e non gli permetterà, salvo miracolose riabilitazioni, di continuare a fare politica. Tutto questo è intollerabile nel cuore di un impero sempre più fragile. A proposito di impero, val la pena notare come fu proprio ai primi di gennaio del 49 a.C. che un altro arruffapopoli capace di parlare ai reietti di allora, Giulio Cesare, oltrepassò il Rubicone, iniziando così una guerra civile che durò quattro anni. Proprio quella che molti in America desiderano. Corsi e ricorsi della storia.

"Polizia connivente": via subito l'inchiesta. Partono le indagini sul numero insufficiente di forze dell'ordine a difesa di Capitol Hill in un giorno così cruciale e sul ritardo dell'arrivo dei rinforzi. Fausto Biloslavo, Venerdì 08/01/2021 su Il Giornale. I rivoltosi che scattano un selfie con un poliziotto del Campidoglio all'interno dello storico edificio occupato. Altri agenti, che sembrano far passare i ribelli pro Trump nell'assalto al Parlamento americano. Un numero chiaramente insufficiente di forze dell'ordine in difesa del sacro luogo istituzionale degli Stati Uniti. Migliaia di manifestanti aizzati dalle parole di fuoco dello stesso presidente Donald Trump, che poi fanno quello che vogliono almeno per tre ore dentro la grande cupola bianca di Capitol Hill. Tutti tasselli di un piano ben congegnato, probabilmente preparato da tempo, che ha coinvolto per banale sottovalutazione o grave complicità i responsabili della sicurezza a Washington, del Campidoglio e forse il nuovo vertice del Pentagono nominato in novembre dalla Casa Bianca. Il via libera alla marcia contro il simbolo della democrazia Usa sono le parole di Trump, che arringa la folla dei suoi sostenitori verso le 11.30 di mercoledì a Washington. L'inquilino uscente della Casa Bianca annuncia: «Andate al Campidoglio» e sottolinea che «non riprenderete mai il nostro paese con la debolezza». Parole di fuoco, ma l'incitamento alla rivolta era partito da settimane. Almeno 1.480 post del movimento cospirazionista Qanon spingevano alla violenza i «patrioti» per la manifestazione del 6 gennaio contro la nomina ufficiale di Joe Biden alla presidenza. La parola d'ordine era storm, tempesta. Ashli Elizabeth Babbitt uccisa a bruciapelo durante l'irruzione in Campidoglio ha scritto sui social: «Niente ci fermerà, la tempesta è qui e sta abbattendosi su (Washington nda) Dc in meno di 24 ore...». Impossibile che l'Fbi o le altre costole della sicurezza interna e l'intelligence Usa non si fossero accorti di nulla. Dopo il discorso la folla trumpiana si incammina minacciosa lungo la Pennsylvania Avenue verso Capitol Hill, dove si stanno riunendo deputati e senatori per la convalida della nomina di Biden. Il Campidoglio, in un momento così importante, è difeso da pochi agenti a differenza delle manifestazioni precedenti degli anti Trump. I poliziotti «ciclisti» armati di spray urticante e alcune unità anti sommossa, che fanno il possibile quando la folla comincia a premere verso la grande scalinata e l'ingresso. In un video sembra quasi che i poliziotti facciano passare i manifestanti spostando le barriere. Non arriva alcuna unità di rinforzo. Alle 14.10 il primo rivoltoso entra nel Campidoglio con la forza. Il tempio istituzionale americano dispone di un corpo di polizia di 2.200 uomini dedicati solo alla sicurezza dell'edificio e dei parlamentari. Nei video si vedono poche decine di agenti barricati o che tentano di respingere i ribelli senza successo. Solo uno spara un colpo di pistola al petto a una manifestante. Serve a poco e gli altri agenti pur minacciando non premono il grilletto di fronte a centinaia di rivoltosi furbescamente disarmati, che al massimo hanno un giubbotto antiproiettile sotto camicia, mimetiche o elmetti da corpi speciali con le go-pro per filmare tutto. Membri del Congresso e senatori vengono evacuati prima nel bunker sotto l'edificio e poi in una base vicina. Il risultato è che i ribelli occupano il Campidoglio, scorrazzando ovunque e immortalandosi con i telefonini per almeno tre ore. E portando via di tutto, probabilmente materiale classificato, compreso il computer del senatore democratico Alan Merkley, che parla di «golpe». Maxine Waters, deputato della California rivela su Twitter: «Ho avuto una conversazione di un'ora con il capo della polizia di Washington quattro giorni fa. Mi aveva assicurato che non sarebbero stati ammessi in piazza e che il Campidoglio sarebbe stato messo in totale sicurezza». Sembra che il dispiegamento delle forze dell'ordine, dentro e fuori, contasse su appena 300 uomini. Non solo esiste il fondato sospetto che non siano stati mandati apposta rinforzi per facilitare l'irruzione, ma un agente della Capitol police è ripreso in un video mentre fa un selfie con uno degli occupanti. E non sarebbe l'unico caso. Steven Sund, capo della polizia del Campidoglio, promette «un'indagine approfondita. Il violento assalto è incomparabile con qualsiasi cosa abbia visto in 30 anni nelle forze dell'ordine a Washington». Il segretario alla Difesa ad interim, Christopher Miller, aveva autorizzato la mobilitazione di soli 350 uomini della Guardia nazionale, che non si sono visti per ore. Alla fine sembra che sia stato il vice presidente Mike Pence, in rotta di collisione con Trump, ad appoggiare la richiesta di mobilitazione delle autorità locali di 1.100 uomini. La Guardia nazionale arriva poco prima del coprifuoco delle 18 e «libera» il Congresso con i rinforzi della polizia. Il Pentagono decide, dopo l'irruzione, di attivare 6.200 uomini della Guardia nazionale in vista dell'insediamento di Biden a Washington del 20 gennaio.

Come è stato possibile assaltare il Campidoglio? Lorenzo Vita su Inside Over il 7 gennaio 2021. La prima domanda che tutti ci siamo posti è come sia stato possibile che un esercito di scalmanati e variopinti estremisti pro Trump abbia potuto mettere a ferro e fuoco il cuore di Washington facendo tremare gli Stati Uniti. Capitol Hill dovrebbe essere uno dei luoghi più sorvegliati al mondo, con un controllo a tappeto di ogni movimento, servizio d’ordine ferreo e protocolli mirati per qualsiasi evenienza. A maggior ragione se si tratta di un Paese che ha subito i colpi del terrorismo. Eppure ieri qualcosa è andato storto. E le ipotesi iniziano a circolare nella stampa americana, che adesso si interroga su come sia potuto accadere che una manifestazione in favore di un presidente si sia trasformata in una macchia indelebile sull’ordine degli Stati Uniti. Il primo dubbio riguarda i numeri. I manifestanti pro Trump erano tanti, certo, ma non era un’orda barbarica impossibile da fermare. Gli uomini del servizio d’ordine presenti a Capitol Hill sono apparsi da subito però troppo pochi anche per il numero di sostenitori che hanno marciato verso il Campidoglio. E questo fa riflettere soprattutto perché è da settimane che ci si aspettava qualcosa a Washington. E tutti sapevano, specialmente controllando i social network, che nella capitale degli Stati Uniti sarebbe accaduto qualcosa durante il rituale della verifica del voto presidenziale. Il più contestato della storia Usa. Insomma, la minaccia c’era e tutti ne erano consapevoli. Come riporta Usa Today, John Magaw, ex direttore dei servizi segreti, ha detto che nella sua “esperienza di 50 anni nelle forze dell’ordine, questo è senza precedenti”, “il coordinamento della sicurezza è virtualmente andato in pezzi. Stiamo osservando il deterioramento della legge e dell’ordine negli Stati Uniti. Diventa solo caos”. Stessa amara constatazione di Ed Davis, ex commissario del dipartimento di polizia di Boston, che però ha posto l’accento su un altro tema: “Deve esserci la volontà politica di mettere in campo le risorse necessarie per fermare ciò che avrebbe dovuto essere visto… Questo è il risultato di una mancanza di volontà politica di controllare un tentativo di insurrezione”. La guerra di responsabilità è quindi già partita, ma è presto per dare giudizi. Innanzitutto perché non è ancora chiaro chi avesse il compito di gestire e coordinare tutto l’apparato di sicurezza coinvolto nelle violenze del Campidoglio. Nel mirino è entrata subito la Capitol Police, che avrebbe dovuto controllare la situazione. Ma rischia di essere un gioco pericoloso o, peggio, uno scaricabarile. Ed è possibile che vi sia un rimpallo di responsabilità tra Dipartimento di Giustizia e Dipartimento della Homeland Security. Su Axios sia l’Fbi che l’Homeland Security hanno fatto capire di essersi schierati per sostenere la Capitol Police: segno che nessuno vuole prendersi la responsabilità di quanto accaduto, scaricando tutto sul servizio d’ordine preposto. I buchi nella sicurezza sembrano evidenti. Le indagini sono ancora in corso ma alcune immagini parlano chiaro. Sui social network sono apparsi foto e video di una polizia ben poco intenzionata a fermare i rivoltosi, quasi che l’ordine ricevuto fosse quello della linea morbida. C’è chi addirittura accusa degli uomini del servizio d’ordine di aver aiutato la folla inferocita a entrare in Campidoglio rimuovendo le barriere che ne ostacolavano l’ingresso. Ma sono immagini che nessuno è in grado di verificare. Dimostrano però l’alone di sospetto su quanto accaduto a Washington. Altro problema riguarda la Guarda nazionale. Il generale Mark Milley ha detto che una volta appurati gli scontri in Campidoglio, l’intero corpo di Washington DC era stato attivato per sedare pacificamente la rivolta. Ma il sindaco della capitale, tre giorni prima degli scontri, aveva chiesto che fossero schierati trecento uomini della guardia, che però non sono stati mobilitati. Su Twitter l’amministrazione del Distric of Columbia ha segnalato il problema proprio ieri sera. Alcuni sospettano che il Pentagono si sia tirato indietro: non voleva essere coinvolto in quello che appariva come una pericolosa trappola nell’immagine dell’esercito e soprattutto non voler rimanere ingabbiato nello scontro politico in atto. Il problema è che poi la mobilitazione è avvenuta dagli Stati confinanti. Nancy Pelosi, il cui ufficio era stato appena invaso dai manifestanti, ha chiesto aiuto ai governatori di Maryland e Virginia per inviare i loro uomini, e solo in quel momento, quando sono stati mobilitate le unità degli altri Stati, è intervenuto il corpo della capitale. Secondo fonti accreditate sarebbero state circa mille unità. Ma anche in questo caso, i dubbi sono molti: la Difesa ha confermato che sarebbe stato Mike Pence e non Trump a dare l’ordine di mobilitare gli uomini. Stessa ipotesi che hanno ribadito fonti accreditate ai media Usa. Un modo per far capire che i repubblicani hanno provato, con il vice presidente, a fermare l’assalto? Possibile. E adesso in molti puntano il dito sulla Casa Bianca, colpevole, a detta degli opinionisti anti Trump, di aver reso possibile l’invasione di Capitol Hill.

DAGONEWS il 7 gennaio 2021. Che ruolo ha avuto la polizia nell’irruzione dei manifestanti pro-Trump dentro al Congresso?  Il deputato democratico Tim Ryan ha detto che vuole “andare fino in fondo” sullo scarso interventismo degli agenti a Washington. “Ci sono persone che saranno senza lavoro molto, molto presto”, ha detto Ryan, che ha definito le scene di ieri come “un tentativo di colpo di stato”. Ryan e molti altri democratici sono convinti che gli agenti abbiano aiutato i manifestanti, come dimostrerebbero alcuni video sui social network che mostrano i poliziotti spostare le transenne per far passare i supporter di Trump. Alcuni si sono addirittura fatti dei selfie con i manifestanti. Secondo i democratici, un ulteriore prova della connivenza della polizia sono gli arresti: sono finite in manette solo 52 persone. Il 1 giugno, per la manifestazione di Black Lives Matter, ci sono stati 289 fermi.

“Make America Worst”: Trump scatena la guerra civile. Umberto Rapetto per infosec.news il 7 gennaio 2021. La pagina peggiore nella storia della democrazia americana, la seconda peggior esperienza statunitense dopo quel funesto 11 settembre…L’assalto a Capitol Hill e la profanazione del tempio del buon governo – comunque la si pensi e qualunque sia l’orientamento politico – costituiscono la più truce ricostruzione delle invasioni barbariche. I ridicoli costumi – a metà tra i raduni di Pontida della Lega 1.0 e gli abiti di scena dei Village People – sono la ciliegina sulla torta. Da tempo non mi capitava di fare zapping sfrenato sui canali televisivi di informazione internazionale e la sera del 6 gennaio mi ha persino portato a rivisitare vecchi detti popolari, immaginando che “l’Epifania tutti i sogni li porta via”. Il sogno americano si è infranto crollando giù come una quinta del Truman Show: la terra della Libertà, quella in cui a tutti viene data una chance e prospettata una opportunità di riscatto, è finita sotto i riflettori per una tribale azione che, anche ad allarme scemato, fatica ad esser cancellata dalla mente. Ogni commento sulla violenta scelleratezza dei manifestanti è senza dubbio superfluo. Ogni valutazione a freddo sul come sia potuto accadere, invece, è d’obbligo. Qualcuno ha deliberatamente sottovalutato cosa avrebbe potuto succedere, quasi l’atmosfera di odio che trasudava da Twitter e dagli altri social non riguardasse questo pianeta, l’America, Washington. Per renderci conto della sproporzione tra minaccia e cautela, si può – senza andar lontani – ricordare quel che accadde dalle nostre parti con il referendum in cui gli italiani dovevano scegliere tra il Re o una repubblica. In epoca in cui il sentimento nazionale era percepito senza bisogno di computer, reti e strumenti di analisi informatica, si era sentita la necessità di correre ai ripari prevedendo una possibile reazione inconsulta degli insoddisfatti dal risultato delle urne. Come si legge sulle pagine web del Quirinale “Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica avvenne in un clima di tensione, tra polemiche sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, polemiche sulla stampa, ricorsi e reclami”. Si racconta di schieramenti militari tenuti pronti ad intervenire per sedare le sommosse, qualunque fosse il fronte a promuoverle. Ovunque e sempre si sarebbe configurato un dispositivo di emergenza per bloccare rivolte o gesti sensazionalistici. Nella capitale degli Stati Uniti non è successo. E quando il Congresso ha chiesto l’intervento della Guardia Nazionale il Pentagono ha inizialmente risposto “no” all’istanza di Nancy Pelosi, il cui ufficio è stato occupato e messo all’aria dai vandali che – non contenti – hanno violato gli scranni parlamentari e si sono seduti trionfanti al posto del Presidente del Senato. Perché non si sono immediatamente alzati in volo gli elicotteri? Perché gli SWAT hanno tardato a manifestarsi? Perché – soprattutto – la zona del Campidoglio non è stata preventivamente isolata per evitare che l’orda inferocita arrivasse al palazzo e lo conquistasse con lo stesso entusiasmo con cui nell’iconografia classica i marines conficcano la bandiera a stelle e strisce sulla vetta del monte Suribachi nell’isola di Iwo Jima? Il management militare e di polizia, cui va imputato il buon esito dell’incursione dei manifestanti, probabilmente ha confuso il proprio giuramento di fedeltà. Ha dimenticato di aver giurato alla Patria, agli Stati Uniti, e non al Presidente di turno che li ha collocati in quel ruolo. Ha scordato che era in gioco non solo la libertà, ma addirittura la storia del proprio Paese. Non si è reso conto che i tweet di “Mister President” avevano sui suoi fan la stessa capacità incendiaria del napalm lanciato in Vietnam. Il tardare ad adottare provvedimenti drastici e rigorosi non può essere giustificato dal timore che si potessero esacerbare gli animi di chi stava assediando Capitol Hill. Cosa mai avrebbero potuto fare di peggio? Nelle ore più drammatiche della presa del Campidoglio il discorso di Joe Biden da Wilmington, nel Delaware, ci ha fatto capire che l’America, quella “Grande” davvero, è ancora viva. Trump – chiamato in causa dal suo “erede” – è stato costretto a dire ai suoi “patrioti” di tornare a casa, ma troppo tardi. God bless America. E baci anche il resto del mondo che, rimasto ferito dalle immagini di ieri, sappia trarre insegnamento da questo episodio.

DAGONEWS il 7 gennaio 2021. I sostenitori di Trump non hanno fatto casino solo al Congresso di Washington, ma hanno circondato le sedi dei governi statali in Texas, California, Georgia, Michigan, Kansas e Oklahoma. Com’è stato possibile? C’è stata la complicità della polizia? Il dubbio sorge, se si considera per esempio che a fare la guardia davanti alla villa del governatore democratico di Washington Jay Inslee c’era un solo agente, nonostante le manifestazioni contro la “fraudolent election” fossero state invocate da mesi. Ovviamente quella guardia poco ha potuto di fronte alla folla urlante, che infatti è riuscita velocemente a circondare l’edificio e a occupare il prato di fronte, finché non sono arrivate squadre di supporto. Membri della milizia armata sono stati visti anche fare la guardia sui gradini del Campidoglio del Michigan a Lansing e il Segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger è stato evacuato ad Atlanta mentre le truppe trumpiane circondavano edifici federali in tutto il paese. Mentre la milizia armata circondava l'edificio del Campidoglio della Georgia, 200 manifestanti hanno fatto irruzione nella casa di stato del Kansas e gli edifici statali in New Mexico e Texas sono stati evacuati. Grandi proteste sono state segnalate anche in Colorado, Oregon, , Minnesota, Michigan, Mississippi, Utah, Ohio, Oklahoma, Nebraska, Florida, Arizona e in California, dove schiere di manifestanti sono scese in strada a Los Angeles fuori dal municipio, dove da allora è stata dichiarata un'assemblea illegale. "Il presidente Trump deve condannare ciò che è accaduto oggi, smettere di contestare illegalmente la volontà del pubblico americano e sostenere le istituzioni e i leader eletti che compongono la nostra democrazia", ha twittato il sindaco di Los Angeles Eric Garcetti.

Andrea Marinelli per "corriere.it" il 7 gennaio 2021. Nell’assedio al Congresso hanno perso la vita 4 persone, almeno 6 sono state ricoverate in ospedale e 52 sono state arrestate, secondo i dati diffusi dalla polizia di Washington, che ha rinvenuto 5 armi da fuoco e due esplosivi fra i manifestanti. Tre delle vittime — due uomini e una donna — sarebbero decedute in seguito a non meglio precisate «emergenze mediche», dopo essere state trasportate da Capitol Hill negli ospedali cittadini, ma le loro identità non sono state ancore rese pubbliche, a differenza di quella della donna morta in seguito a un colpo da arma da fuoco al petto: si tratta di Ashli Elizabeth Babbitt, 35 anni, una veterana dell’Air Force e decisa sostenitrice di Trump e delle teorie cospirative di QAnon, identificata dal marito Aaron alla rete televisiva californiana Kusi. La donna era residente a San Diego, dove aveva servito per 14 anni nell’esercito e poi aveva aperto un negozio — Fowlers Pool Service and Supply — insieme al marito, che non era andato a Washington insieme a lei. «Davvero non so perché abbia deciso di fare ciò», ha detto la suocera alla rete televisiva Fox 5 Dc, confermane l’identità. «Era una donna meravigliosa, con un grande cuore e una mente forte», ha dichiarato al San Diego Union-Tribune l’ex marito Timothy McEntee, con cui aveva servito nell’Air Force ed era stata sposata dal 2005 fino a maggio 2019. «Amava l’America con tutto il cuore». In serata, il capo della polizia di Washington Robert Contee ha confermato l’identità della donna, affermando che è in corso un’indagine per accertare cosa sia avvenuto nei corridoi di Capitol Hill. Fra i feriti, ha aggiunto Contee, ci sono anche 15 agenti, uno dei quali ricoverato in condizioni serie dopo essere stato colpito da un proiettile al volto. La polizia di Washington è in contatto con i familiari di Babbitt, come ha rivelato a Nbc 7 il cognato della donna, Justin Jackson. «Ashli era leale e aveva una grande passione per i suoi ideali, amava il Paese ed era onorata di aver servito nelle nostre forze armate», ha spiegato Jackson alla rete affiliata di Nbc a San Diego. «Pregate per la sua famiglia e rispettate la sua privacy in questo momento». Secondo i media americani, Babbitt sarebbe stata colpita attorno alle 15 davanti alla Camera, quando i ribelli hanno rotto i vetri della porta — dietro la quale erano barricati i deputati — e hanno provato a introdursi all’interno: nei video si sente un colpo di pistola e si vede poi una donna a terra, avvolta in una bandiera trumpiana blu con lo slogan Make America Great Again. A sparare, probabilmente, è stato uno dagli agenti di sicurezza armati che difendevano il parlamento e che si notano fra i manifestanti con i fucili puntati. «Una donna è stata appena colpita al collo mentre era vicino a me», ha scritto Taylor Hansen su Twitter, dove si definisce giornalista indipendente e attivista antiabortista, pubblicando due video della donna a terra. Dalle immagini si vede Babbitt perdere molto sangue, ma ancora cosciente: la donna è morta dopo il trasporto in ospedale. Sul suo account Twitter, Babbitt citava spesso le teorie di QAnon, il movimento che ritiene i democratici parte di una setta satanica di pedofili contro cui si batte Donald Trump: anche il 5 gennaio, il giorno prima della sua morte, la donna avvertiva che era arrivato il giorno «della tempesta», il momento della resa dei conti fra il presidente e i suoi rivali. «Nulla ci fermerà», scriveva. «Possono provarci quanto vogliono, ma la tempesta è qua e si abbatterà su Washington in meno di 24 ore. Dal buio alla luce!».

La rissa, le urla poi uno sparo: così è stata uccisa nell'assalto Ashli Babbitt. Ashli Babbitt è la prima vittima, accertata, morta ieri durante gli scontri tra i supporter di Trump e le forze dell'ordine all'interno del Campidoglio. Era una veterana dell'aeronautica. Roberto Vivaldelli, Giovedì 07/01/2021 su Il Giornale. È stata identificata una delle vittime dell'incredibile assalto al Campidoglio di ieri sera. Si chiamava Ashli ​​Babbitt ed è una veterana dell'aeronautica californiana supporter di Donald Trump e seguace della teoria cospirazionista di qAnon. Era sposata e viveva vicino a San Diego, come confermato dal marito Aaron ai media americani "Sono devastata. Nessuno di Washington ha informato me mio figlio e l'abbiamo scoperto dalla Tv", ha sottolineato al Post la madre del marito, Robin Babbitt. Tutto è "piuttosto surreale", ha aggiunto il fratello di Aaron, Justin. "È difficile, perché non siamo stati ufficialmente informati". Come mostrano i video pubblicati su Twitter e su altri canali social, Ashli Babbitt è stata colpita da una pallottola durante il caos all'interno del Campidoglio. Le riprese video hanno catturato il suono dello sparo e mostrano la donna accasciarsi sul pavimento. La scena intorno a lei è caotica. Le persone si scontrano, urlano, cercano di entrare nella Camera attraverso la porta. All'improvviso, senza preavviso, ci sono spari. Si sente uno sparo e Ashil Babbitt cade a terra. Le persone nel corridoio urlano. Secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stata colpita dalla polizia del Campidoglio, secondo fonti delle forze dell'ordine riportate dal New York Post. Sui social il marito l'ha descritta come "una grande patriota" e una "grande sostenitrice di Donald Trump". Come sottolinea l'anchorman di Fox News, Tucker Carlson, cosa possiamo imparare da questo? "Non è sufficiente definirla una tragedia. Immagina per un secondo che Babbit fosse tua figlia. L'ultima volta che le hai parlato, si stava dirigendo a Washington per una manifestazione politica. Adesso è morta. Non le parlerai mai più. Questo è quello che stiamo guardando" ha osservato ieri. "La violenza politica genera violenza politica" spiega. "Questa è una legge ferrea. Dobbiamo essere contrari, non importa chi commette la violenza o con quale pretesto, non importa quanti demagoghi egoisti ci assicurino che la violenza è giustificata o necessaria. Abbiamo il dovere di opporci a tutto questo, non solo perché la violenza politica uccide i figli degli altri, ma perché alla fine non funziona". Ashli ​​Babbitt era tra i sostenitori di Donald Trump entrati ieri all'interno del Campidoglio, costringendo le autorità preposte a sospendere la seduta in corso. In conferenza stampa il capo della polizia di Washington, Robert Contee, aveva spiegato che la vittima, militare in congedo, è stata colpita all'interno della sede del Congresso da un agente. Sulla sua morte è stata aperta un'inchiesta, ha spiegato Contee.

Dagospia il 9 gennaio 2021. Josh Boswell e Alan Butterfield per dailymail.com. La donna colpita a morte dopo aver preso d'assalto il Campidoglio mercoledì ha anche molestato, inseguito e speronato la ex fidanzata del marito con il suo SUV nel 2016, secondo i documenti del tribunale ottenuti da DailyMail.com. Ashli Babbitt, 35 anni, è stata accusata di aver aspettato la donna, inseguendola in Maryland sull’autostrada e cercando di tagliarle deliberatamente la strada tre volte in un apparente attacco di gelosia. La ex, Celeste Norris, ha scritto una dichiarazione giurata a sostegno delle accuse sul presunto attacco nel 2016, sebbene Babbitt sia stata successivamente assolta. Norris, 39 anni, ha anche presentato un'ordinanza restrittiva contro Babbitt il giorno dell'incidente automobilistico nel luglio 2016, e ne ha chiesto un secondo alla corte sette mesi dopo, sostenendo che la veterana dell'Air Force uccisa nell’assalto al Campidoglio avesse presentato alla polizia false denunce contro di lei, mentendo sotto giuramento in tribunale e molestandola con telefonate a mezzanotte. Gli ordini restrittivi sono stati confermati. Babbitt è stata accusata di pericolo sconsiderato, danni alla proprietà e guida pericolosa. È stata prosciolta dalla prima accusa e dichiarata non colpevole delle altre. La 35enne, che ha prestato servizio nell'aeronautica militare per 11 anni, è stata colpita dalla polizia del Campidoglio mentre cercava di arrampicarsi attraverso una finestra nelle Camere del Congresso in mezzo alla folla che ha fatto irruzione nell'edificio federale mercoledì. Oltre a raccontare una storia inquietante di stalking e violenza, la dichiarazione di Norris del luglio 2016 rivela che Babbitt stava uscendo con il suo futuro marito ed ex marine Aaron Babbitt da oltre due anni prima che il suo marito di allora, il sergente dello staff dell'Air Force Tim McEntee, chiedesse il divorzio. Secondo Norris, Babbitt ha iniziato a seguirla su una Ford Explorer bianca mentre lasciava un centro commerciale a Prince Frederick, nel Maryland, il 29 luglio 2016. “Si agitava in modo irregolare, suonava il clacson e sembrava molto arrabbiata", ha scritto Norris. Norris, un’ispettore edile per la Maryland State Highway Administration, ha affermato che Babbitt stava "sterzando da sinistra a destra sulla carreggiata" cercando di aggirare il traffico per avvicinarsi alla sua Ford Escape grigia. “Avevo paura che stesse tentando di colpirmi con il suo veicolo. Ho tentato di accelerare per allontanarmi. Ha guidato di nuovo fino al ciglio della carreggiata e sembrava che stesse cercando di venirmi addosso. Poi ho rallentato. Mentre lo facevo, è tornata sulla carreggiata e poi ha colpito il retro del mio veicolo. Ho sentito l'impatto della sua macchina sulla mia tre volte”. Mentre Norris ha chiamato i servizi di emergenza, Babbitt è scesa dalla macchina e ha iniziato a "urlare" e "minacciarla verbalmente", diceva la dichiarazione. "Mi stava urlando di scendere dal mio veicolo. Ho avvisato l'operatore del 911 che avevo paura, si comportava in modo molto irregolare. Sono rimasta all'interno del mio veicolo. Avevo paura che tentasse di farmi del male fisicamente". Un commissario della contea di St Mary ha scritto la dichiarazione per Norris perché lei "tremava e non era in grado di compilarla in modo leggibile" nelle ore successive al presunto attacco. Nel febbraio 2017 Norris ha presentato una seconda petizione contro Babbitt, sostenendo che l'ufficiale veterano del 113esimo squadrone delle forze di sicurezza aveva fatto false segnalazioni alla polizia e persino mentito nel processo per il presunto incidente stradale dell'anno prima. "Mi ha seguito mentre tornavo a casa dal lavoro", ha scritto Norris. "Ho ricevuto più chiamate a tutte le ore del giorno e della notte", ha scritto Norris. “Sto ancora ricevendo cure mediche per l’incidente”. "Ha presentato denunce false, nonché continue accuse contro di me che sono state riconosciute come non autentiche, e la sua testimonianza in tribunale si è dimostrata contraddittoria e molesta”. “Ha mentito in tribunale nell'agosto 2016, affermando che ero andata a sbattere contro la sua auto causando l'incidente, tuttavia nel dicembre 2016, quando era in tribunale per accuse penali, ha dichiarato in una testimonianza giurata di avermi colpito”, si legge nel documento del tribunale. “La mia testimonianza non è mai cambiata. Ricordo i suoi continui sforzi per sconvolgere la mia vita, tutto quello che volevo era andare avanti senza dovermi preoccupare di quegli attacchi”. "Senza un ordine restrittivo temo che possa causare altri incidenti automobilistici, lesioni personali intenzionali”. Un giornale nel 2014  ha raccontato come Babbitt sia entrata nell'Air Force nel 2006 ed è stata schierata otto volte. Giovedì, suo zio nella sua città natale, San Diego, ha detto a DailyMail.com che Babbitt si è iscritta subito dopo il liceo e ha scontato 11 anni, il che significa che ha lasciato il suo lavoro militare nel 2017, all'epoca del procedimento penale contro di lei. Babbitt si è poi trasferita dal Maryland a San Diego quell'anno e ha fondato la sua società di pulizie per piscine, Fowlers Pool Service and Supply. I registri del tribunale del Maryland mostrano che il primo marito di Babbitt, Timothy McEntee, che ha incontrato mentre era di stanza alla base dell'aeronautica militare di Eielson in Alaska, ha chiesto il divorzio nell'agosto 2018. Tuttavia, la dichiarazione di Norris afferma che Babbitt stava già uscendo con il suo ex Aaron Babbitt da luglio 2016. I registri di residenza mostrano che Babbitt viveva con Aaron a Huntingtown, nel Maryland, al momento del presunto attacco automobilistico. I documenti del tribunale mostrano che nel luglio 2016 Norris si era diviso con Aaron e si era trasferito a Hollywood, nel Maryland. Un veterano che ha prestato servizio con Babbitt l'ha descritta come un “petardo". "Mi sono schierato con Ashli McEntee nel 2014", ha scritto l'ex aviatore su Twitter, postando una sua foto con la manifestante pro-Trump uccisa. “Era chiassosa come un petardo, cercava sempre di essere nel bel mezzo delle cose. Rumorosa, presuntuosa, spaccona, ma simpatica. Oggi è stata colpita alla gola dalla polizia del Campidoglio mentre era disarmata”.

Usa, Enrico Ruggeri: “Spero che qualcuno si inginocchi anche per questa donna uccisa”. Adriana De Conto venerdì 8 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia. Enrico Ruggeri non è un politologo. Ma per provare pietà umana non c’è bisogno di esserlo. Per questo sull’assalto al Congresso Usa si sofferma sulla morte della donna  colpita a morte durante i disordini. ”Al di là dei giudizi politici, spero che qualcuno si inginocchi anche per questa donna. La nostra società deve ritrovare la pietas”. E’ quanto scrive  Ruggeri su twitter. E a corredo posta il terribile filmato dell’uccisione della donna colpita al petto mentre stava dando l’assalto, con altri sostenitori di Donald Trump, al Congresso. Il cantautore e conduttore che non si inchina al politicamente corretto e alle analisi mainstream  mette sul piatto del dibattito pubblico  un termine importante per la  nostra cultura, la pietas.  Un termine profondo e dimenticato . Ashli Babbitt, questo il nome della giovane donna, meriterebbe che qualcuno si inginocchiasse in sua memoria. Come avvenne prontamente per altre vittime, altrettanto ingiustificate, della follia collettiva. Interessanti i commenti sul profilo social di Enrico Ruggeri. Questa donna rimasta vittima.  “peraltro avvolta nella bandiera stelle a strisce”, scrive un utente. “Quella mano armata che prende la mira e spara senza pietà è l’emblema del “deep state” che sta avanzando…”, scrive un altro a commento di un video sconvolgente. C’è il commento più realista: “Se assali il Campidoglio devi mettere in conto che il rischio di perdere la vita è concreto”, è il pensiero di un altro “navigante”. Che non dimentica, però, che rischiare per qualcosa in cui si crede, non è un disvalore. Sono commenti che non entrano nel merito politico delle responsabilità di quanto accaduto negli Stati Uniti. Infatti,  il riconoscimento della pietas, appunto, non dovrebbe avere coloriture di parte quando si perde la vita. C’è poi il pessimista: “Speranza vana caro Enrico. Possiamo inginocchiarci noi, per  esempio. Ma non di certo la Boldrini che ha iniziato queste sceneggiate in Parlamento a senso unico“. Ancora: “E nessuna Me Too che si inginocchia per la morte di una ragazza veterana dell’Aeronautica sostenitrice di Trump. Dove sono le "maghe merlino" in ginocchio?” . Naturalmente c’è chi dissente da Ruggeri, anche aspramente: ” A dimostrazione che neanche di fronte alla morte si abbandona questo clima da derby”, scrive un altro in un commento. “”la pietà si dovrebbe provare sempre. Da quanto scriveva sui social la donna, voleva andare fino in fondo. Pietà tanta, vera . Una vita buttata”.

Donald Trump, l'accusa di Renato Farina: "Per la manifestante morta nessuno si è inginocchiato". Renato Farina su Libero Quotidiano il 09 gennaio 2021. Sul "dramma della democrazia americana" si è aperto ampio e autorevole dibattito. Quello lo lascio perdere. Mi rendo conto. La storia in generale è importante, con i suoi giganti quasi sempre di paglia. Ma le pedine, i singoli sacrificati nella macina, spariscono subito: bisognerà pure che qualcuno se ne occupi. Da qui alcune considerazioni inattuali.

LA VITTIMA. Tanti hanno visto il filmato dell'omicidio a freddo, una pena di morte eseguita con perizia nel Campidoglio di Washington. Un colpo solo e ciao. Ashli Babbitt aveva 35 anni ed era una veterana delle guerre in Afghanistan e in Iraq. Aveva tutti i difetti del mondo. Non doveva essere lì. Non si invade la sede del parlamento, soprattutto se sei una sostenitrice di Trump e addirittura complottista seguace di "Qanon", setta antiglobalista. È caduta senza un grido, gli altri del gruppetto l'hanno chiamata per nome, le hanno sollevato la testa, non si sono buttati sui poliziotti intorno, ma sul corpo inerme della ragazzona per soccorrerla. Non c'erano armi, ma i soliti stupidi cellulari. La chiamavano per nome, gli agenti li tenevano a bada. Per ore si è detto che era stata ferita, per prudenza non è stato rivelato, neppure al momento della morte, da che parte era partito il proiettile. Giusto. Esiste un dovere nell'informare: mentre c'è un incendio non si versa benzina, bisogna evitare altre morti. Poi è spuntato il filmato. La mira presa con cura istantanea dal killer probabilmente dell'Fbi.

IL TIRO AL BERSAGLIO. Non ho trovato alcuna condanna in giro. Nessuno, proprio nessuno tra i politici e gli opinionisti ha eccepito in Italia e nel mondo su quest' atto deliberatamente mortale. Non è stata conteggiata neanche tra i femminicidi, figuriamoci. Eppure chi l'ha atterrata non era in pericolo imminente, non c'è stata legittima difesa come nel caso del carabiniere che ha sparato a Carlo Giuliani a Genova il 20 luglio del 2001: il manifestante gli stava tirando addosso un estintore, e intorno c'era un clima da linciaggio. Ci rendiamo tutti conto. Nello spostamento immane della storia, quella morte è un fatto minimo, un'inezia. Non riesco a non provare compassione per quella donna. Non solo per lei ma anche nei confronti di quei trentamila mobilitati da chi aveva quattro anni prima suscitato la loro speranza di uscire dal mondo dei dimenticati.

UN POPOLO INGANNATO. C'erano certo farabutti in quella piccola massa, altri esprimevano con l'entusiasmo dell'essere insieme che fa presumere di poter conquistare il mondo, una totale disistima verso l'establishment fatto di politici, finanzieri, padroni di Facebook e di Twitter, giornalisti e politologi, uniti contro di loro.

UN LEADER VILE. Personalmente non perdono Donald Trump per la sua viltà. È andato in mezzo a loro, li ha spinti al gesto disperato e assurdo, da cavalleria polacca contro i panzer. E poi se n'è stato davanti alla tivù a vedere l'effetto che fa il proprio carisma, ormai trasformato in venerazione di sé stesso che merita il sacrificio degli innocenti. Quindi, a danni fatti e morti a terra (cinque, tra cui un poliziotto), dal calduccio della Casa Bianca, per salvarsi le chiappe, ha chiesto alla gente da lui inviata ad assaltare la fortezza di tornare alle proprie dimore, non una lacrima per Ashli. Non era quello il tuo leader, Ashli. riproduzione riservata L'inutile tentativo di rianimazione di Ashli Babbitt, colpita da un proiettile sparato dagli agenti di sicurezza del Campidoglio il 6 gennaio.

Usa, assalto al Congresso: morto agente negli scontri. Notizie.it l'08/01/2021. L'agente rimasto ferito nell'assalto al Congresso purtroppo è morto dopo 24 ore. Un agente di polizia è morto durante gli scontri avvenuti mercoledì 6 gennaio al Congresso di Capitol Hill, durante l’assalto. Salgono a 5 i decessi, tra cui una donna. Una cinquantina di persone arrestate, la maggior parte per aver violato il coprifuoco e le transenne. Ora il sindaco di Washington proclama lo stato di emergenza per due settimane. L’agente rimasto ferito negli scontri dell‘assalto al Congresso purtroppo è morto a seguito delle ferite riportate. L’agente si chiamava Brian D. Sicknick e prestava servizio nelle forze armate americana dal 2008. Salgono così a quota 5 i decessi dopo gli scontri di Capitol Hill. Tra le vittima troviamo anche una donna, uccisa da un colpo di pistola. Secondo quanto riporta il capo della polizia di Washington Robert Contee, sono 52 le persone in stato di fermo. Ben 47 hanno violato il coprifuoco ed enrati illegalmente nel Congresso. Uno degli arrestati possedeva un’arma proibita. Il sindaco di Washington Muriel Bowser ha proclamato senza indugi lo stato di emergenza di ben 15 giorni per la capitale, dopo le conseguenze registrate nelle ultime 48 ore. Per il primo cittadino, infatti, i sostenitori di Trump rappresenterebbero tuttora un pericolo. Questa ordinanza aumenta i fondi per la sicurezza pubblica e permette ai funzionari di chiudere anticipatamente le attività commerciali. Inoltre, rimano vigente il coprifuoco. La direttiva resterà in vigore fino al 21 gennaio, ossia fino al giorno in cui il neo presidente Joe Biden giurerà davanti al Congresso.

Marco Alborghetti. Di Bergamo, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione e con l'ambizione di diventare giornalista. Lo sport è la mia passione, perché l'Atalanta è un mio pezzo di cuore. Divoro libri, onnivoro musicale, ma fino ad un certo limite. Ascoltare gli altri è un piacere, scrivere lo è ancor di più.

L’agente di polizia morto negli scontri al Campidoglio era un sostenitore di Trump.  Roberto Vivaldelli su Inside Over il 12 gennaio 2021. Brian D. Sicknick è il nome dell’agente 42enne rimasto ucciso il 6 gennaio durante l’assalto al Congresso lanciato da parte di sostenitori del presidente Donald Trump. Parlando da Wilmington, nel Delaware, il presidente eletto Joe Biden ha assicurato che i responsabili della morte si Sicknick “pagheranno” per le loro azioni mentre i leader del Partito democratico hanno presentato Sicknick come un martire della #Resistenza contro il tycoon. In questo senso, la speaker della Camera Nancy Pelosi ha descritto la morte dell’agente di Capitol Hill come un promemoria della necessità di “proteggere il nostro Paese da tutte le minacce, straniere e interne”. La pagina Twitter della Democratic Coalition ha chiesto ai repubblicani  di “condannare l’attacco terroristico al Campidoglio, mettendo sotto accusa il leader della rivolta, Donald Trump” in nome del poliziotto morto durante gli scontri.

L’agente del Campidoglio era un sostenitore Trump. Tuttavia, come nota il New York Post, c’è un dato di fatto che la sinistra dem ignora: Brian Sicknick era convinto un sostenitore del presidente Usa Donald Trump, come ha confermato la sua amica Caroline Behringer – assistente al Congresso di Nancy Pelosi – poco dopo la sua morte. Lungi dal condividere le opinioni della #Resistenza, si era opposto all’impeachment di Trump. Come molti sostenitori del tycoon che ora vengono censurati, credeva che il sistema fosse fondamentalmente truccato a favore di un’élite ristretta. In passato aveva persino chiesto un cambio di regime in America. Ma chi era Sicknick? L’agente “ha servito il suo Paese in modo onorevole” e ha reso la sua famiglia “molto orgogliosa”, ha detto suo fratello. Fu congedato con onore nel 2003, secondo il tenente colonnello Barbara Brown, portavoce della Guardia nazionale del New Jersey. Brian D. Sicknick era patriota e veterano di guerra convinto che l’America dovesse ridurre il suo impegno militare all’estero. Dopo aver servito il suo Paese e osservato il funzionamento del suo governo, si era convinto del fatto che l’America fosse governata da un’oligarchia egoista, insensibile e irresponsabile, scrive il New York Post. Sei mesi dopo il diploma di scuola superiore nel 1997, entrò a far parte della Air National Guard del New Jersey. Fu schierato in Arabia Saudita e Kirghizistan. Nel 2003, Sicknick espresse i suoi crescenti dubbi sulla Guerra al Terrore lanciata dall’amministrazione Bush in Afghanistan. “Il morale delle nostre truppe è pericolosamente basso. Comincio a vedere una tendenza crescente di soldati statunitensi che chiedono: “Perché siamo ancora qui?”. Era arrivato a credere che gli Stati Uniti fossero impegnati in una “guerra non necessaria”. E quelle promesse di disimpegno militare fatte da Donald Trump, probabilmente lo convinsero a sostenerlo nel 2016. 

Bandiere a mezz’asta. La polizia non ha confermato le circostanze della morte dell’agente, ma ha spiegato che “è stato ferito” durante l’assalto al Campidoglio da parte dei manifestanti. È tornato nel suo ufficio di divisione ed è crollato, quindi è stato portato in un ospedale locale dove è morto intorno alle 21:30 di giovedì. Secondo due agenti delle forze dell’ordine che hanno parlato con l’Associated Press, Sicknick è stato colpito alla testa con un estintore. Al fine di onorare la sua memoria e quella di Howard Liebengood, l’altro agente rimasto uccido durante gli scontri, il presidente americano Trump ha firmato un provvedimento con cui ha ordinato che le bandiere americane vengano fatte sventolare a mezz’asta su tutti gli edifici federali fino al 13 gennaio.

Luke Kenton per dailymail.com il 12 gennaio 2021. Si aggiorna il numero di morti tra i fanatici trumpiani protagonisti dell'assalto al Congresso americano. Un uomo della Georgia accusato di aver partecipato al violento assedio di Washington la scorsa settimana è stato trovato senza vita sabato nella sua casa di Alpharetta: si tratta di Christopher Stanton Georgia, 53 anni. Un'inchiesta sta cercando di appurare le cause della morte: gli ufficiali della polizia hanno rimosso dalla sua abitazione due fucili SKS semiautomatici. L'uomo era accusato di aver tentato di "entrare nell'area del Campidoglio degli Stati Uniti, contro la volontà della polizia". Intorno alle 19.15 di mercoledì scorso, la notte dei disordini, era fuori casa assieme ad altri manifestanti, in violazione del coprifuoco che scattava alle 18 proprio per tentare di arginare il caos provocato dalla folla pro-Trump. Quando gli agenti hanno intimato al gruppo di disperdersi, Christopher Stanton Georgia ha rifiutato, secondo il rapporto della polizia. Di conseguenza è stato messo agli arresti. Le accuse mosse nei suoi confronti prevedono una pena massima fino a 180 giorni di carcere e multe fino a 1.000 dollari. Restano comunque poco chiare le circostanze della sua morte. Finora, almeno 82 persone sono state arrestate e più di 55 sono state accusate per l'insurrezione. Le autorità sono sulle tracce di altre centinaia di persone che devono ancora essere trovate, comprese 25 indagate per terrorismo.

Assalto a Capitol Hill, era la deputata simpatizzante di QAnon a guidare i rivoltosi dall'interno? Le Iene News il 12 gennaio 2021. Il 6 gennaio un gruppo di estremisti di destra ha assaltato il parlamento mentre era in corso la certificazione della vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali. L’apparente facilità con cui i rivoltosi sono arrivati agli uffici di deputati a senatori ha fatto pensare a una “talpa” all’interno. Secondo alcuni potrebbe trattarsi della deputata Lauren Boebert, vicina alla setta QAnon di cui vi abbiamo parlato con Roberta Rei. A pochi giorni dall’insediamento del neoeletto presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nel paese non si placano le proteste per il violento attacco a Capitol Hill, la sede del parlamento americano. L’insurrezione, che ha causato la morte di 5 civili, ha stupito tutti per l’apparente facilità con cui i ribelli sono riusciti prima a entrare nell’edificio e poi a raggiungere le aule in cui si riuniscono i deputati e senatori. Solo il pronto intervento degli agenti di polizia ha evitato che gli insorti arrivassero ai parlamentari. E mentre si discute se mettere nuovamente sotto impeachment Donald Trump, c’è chi sostiene che i ribelli avessero una “talpa” all’interno per localizzare più facilmente i parlamentari e i loro uffici. A sostenere questa tesi è, tra gli altri, il numero 3 della Camera dei rappresentati Jim Clyburn, deputato afroamericano del partito Democratico. “Qualcosa è successo all’interno”, ha dichiarato. “Io lavoro in una stanza senza targhetta, irriconoscibile se non si sa dove sia. Ho anche un ufficio con il mio nome sulla porta, ma nessuno è andato lì. Invece sono andati nell’altra stanza a colpire il mio staff. Quindi qualcosa stava accadendo all’interno”. Un’accusa molto pesante. Alcuni commentatori e movimenti statunitensi puntano il dito in queste ore contro la deputata Lauren Boebert, estremista del movimento pro armi e vicina agli ambienti di QAnon. Non si sa se la Boebert abbia davvero cercato di guidare i rivoltosi, ma sicuramente durante l’insurrezione la deputata ha condiviso su Twitter la posizione dei colleghi. Mentre la polizia veniva travolta e l’edificio assaltato, la Boebert ha prima twittato “Siamo chiusi nella Camera dei rappresentati”, e poi ha aggiunto “La speaker Nancy Pelosi è stata portata via”. Un comportamento giudicato da molti come minimo irresponsabile, visto che uno degli obiettivi dei ribelli era proprio la presidente democratica della Camera Nancy Pelosi. Tra chi la accusa apertamente c'è il collega Eric Swalwell, deputato della California, che ha attaccato così la Bobert su Twitter: "Come qualunque cittadino che abbia commesso un crimine, Lauren Boebert ha il diritto di rimanere in silenzio. Le suggerisco di usarlo". In questi giorni intanto un gruppo di manifestanti si è riunito davanti all’ufficio di Lauren Boebert - eletta in Colorado - per chiederne a gran voce le dimissioni o la destituzione per le sue azioni apparentemente a favore dei ribelli. La Rural Colorado United, l’organizzazione che ha inscenato la protesta contro la Boebert, ha scritto in un comunicato che la deputata “ha tradito il popolo americano ed è una cospiratrice nell’insurrezione avvenuta a Capitol Hill”. Lauren Boebert, oltre che membro del gruppo di attivisti pro armi, è anche considerata molto vicina agli ambienti di QAnon, sebbene lei abbia smentito di farne ufficialmente parte. La setta di QAnon, come noi de Le Iene vi abbiamo raccontato con Roberta Rei, sostiene l’esistenza un piano del deep state e del nuovo ordine mondiale per spodestare dalla Casa Bianca Donald Trump, il “guerriero Q” che lotta contro questi “poteri forti” accusati di essere collusi con reti sataniste e di pedofili. L’Fbi ha iniziato a considerare una minaccia terroristica questo culto, a cui stanno aderendo tantissime persone e che diventando sempre più estremista. Alcuni dei ribelli che hanno assaltato Capitol Hill sarebbero appartenenti a questa setta. E anche Twitter, dopo aver bannato il presidente Trump, ha deciso per una stretta contro i membri di QAnon: 70mila account riconducibili al movimento sono stati chiusi. Ma quando comincia la storia di questa setta? Con lo scandalo delle email di Hillary Clinton, pubblicate da Wikileaks alla vigilia della campagna presidenziale del 2016. Secondo alcuni siti dell’estrema destra americana, in quelle conversazioni ci sarebbero dei messaggi segreti legati al mondo della pedofilia e del satanismo: Hillary Clinton e il suo staff avrebbero abusato, violentato e divorato bambini in una nota pizzeria di Washington che in realtà sarebbe un ritrovo di satinasti.

Federico Rampini per “la Repubblica” l'11 gennaio 2021. C' erano anche dei poliziotti, in libera uscita lontano dalla propria sede di lavoro, tra i manifestanti pro-Trump il 6 gennaio a Washington. Diversi dipartimenti di polizia di tutta l' America, dal Texas alla progressista California allo Stato di Washington (nord-ovest), hanno aperto indagini interne dopo aver scoperto che alcuni dei loro agenti erano andati al raduno di mercoledì scorso. A quella manifestazione era andato perfino un alto ufficiale, Dave Ellis, il capo della polizia nella città di Troy, New Hamsphire, e si era fatto intervistare dal New York Magazine mentre si trovava a Washington per esprimere il suo sostegno a Trump. Una donna tenente di polizia a San Antonio in Texas, Roxanne Mathai, ha messo sulla sua pagina Facebook delle foto in cui appare avvolta in una bandiera di Trump sulla scalinata esterna del Congresso. Ma sostiene di non aver partecipato all' assalto violento per penetrare nell' assemblea legislativa. Alcuni agenti-militanti sono già stati sospesi, altri sono sotto inchiesta e potrebbero essere colpiti da provvedimenti disciplinari, secondo il Washington Post. Non è chiaro, per adesso, se alcuni di quegli agenti abbiano anche preso parte all' assalto violento del palazzo del Congresso, che ha fatto cinque vittime. Ma il solo fatto che tra le migliaia di manifestanti pro-Trump ci fossero dei servitori dello Stato, getta una nuova luce su quell' evento. È un elemento in più per spiegare l' apparente impreparazione delle forze dell' ordine che avrebbero dovuto difendere il perimetro del Campidoglio e impedire l' irruzione dentro le aule parlamentari. Da giorni viene sottolineata l' assenza della Guardia Nazionale che avrebbe dovuto essere mobilitata dal Pentagono, quindi dallo stesso governo federale agli ordini di Trump. Si è messa sotto accusa anche la speciale forza di polizia alle dipendenze del Congresso, il cui capo è stato costretto alle dimissioni per aver sottovalutato il pericolo. Ma oltre ad aver schierato pochi uomini e male organizzati, è intervenuto un fattore "ambientale" che ora appare ancora più grave. Gli stessi poliziotti di guardia al Campidoglio non avevano la sensazione di avere a che fare con una manifestazione ostile. Anzi, qualcuno è stato visto mentre si faceva dei "selfie" con i manifestanti. Nella folla trumpiana c' erano magliette con lo slogan Blue Lives Matter: è la risposta a Black Lives Matter, che sostiene la difesa delle vite dei poliziotti (divise blu). La rivelazione sugli agenti venuti da altri Stati non per garantire l' ordine, ma per partecipare al raduno, conferma che "l' insurrezione" godeva di appoggi e complicità proprio tra chi avrebbe dovuto impedire la violenza. Le immagini degli scontri dicono che la collusione si è dissolta di fronte all' aggressione: tra le cinque vittime di quella tragica giornata c' è anche un ufficiale di polizia del Campidoglio, morto dopo essere stato colpito alla testa con un estintore. Ma le omertà e i silenzi sull' insurrezione del 6 gennaio non sono solo a destra. È evidente che non ci sono state vaste manifestazioni a favore del Congresso violato. Nei cinque giorni trascorsi, la reazione è stata fortissima tra i politici (democratici) e i media (progressisti). Quasi niente nelle piazze d' America. La sinistra che le aveva riempite dopo l' uccisione di George Floyd l' estate scorsa, non ha sentito il bisogno di manifestare solidarietà con le istituzioni aggredite. Ci sono state solo delle micro-manifestazioni, qui e là, soprattutto nei pressi di qualche Trump Tower. Nulla che assomigli a una mobilitazione in difesa della democrazia. Una chiave di lettura la offre Michael Lind, docente alla University of Texas, sul sito Tablet. Lind ricorda che l' assalto alla collina del Campidoglio di Washington ha avuto un precedente otto mesi prima, un' insurrezione di sinistra sull' altra costa degli Stati Uniti. Fu l' 8 giugno 2020: quel giorno la polizia di Seattle evacuò nel panico il Commissariato East sulla collina del Campidoglio di quella città. «Milizie radicali dell' estrema sinistra - ricorda Lind - assaltarono, saccheggiarono e devastarono la sede della polizia. Da quel momento e per i successivi 24 giorni il governo dello Stato di Washington permise che degli aspiranti rivoluzionari creassero una Comune anarchica, realizzando il loro sogno di "abolire la polizia", con l' appoggio di gran parte della sinistra La Comune anarchica fu creata sull' onda delle proteste nazionali contro l' uccisione avvenuta il 25 maggio di un afroamericano del Minnesota, George Floyd, da parte della polizia. Nella Comune anarchica ci furono sparatorie, in cui due afroamericani persero la vita, prima che la polizia la chiudesse il primo luglio ». Lo slogan "tagliare fondi alla polizia" nel frattempo era diventato nazionale, adottato dai sindaci democratici di New York e Los Angeles, con il risultato di spostare ancora più a destra i sindacati degli agenti.

Francesco Semprini per “La Stampa” l'11 gennaio 2021. È iniziata la prima ondata di licenziamenti e provvedimenti disciplinari nei confronti di rappresentanti delle forze dell' ordine che avrebbero preso parte all' occupazione di Capitol Hill. Nel frattempo, c' è una sesta vittima degli incidenti di mercoledì, si tratta di un agente del Congresso morto apparentemente suicida. I dipartimenti di California, Stato di Washington, Texas e New Hampshire sono tra quelli che hanno annunciato indagini sui loro ufficiali in base a testimonianze, post sui social media e altre prove. E in seguito alle quali un numero non precisato di agenti e almeno un dirigente di polizia sono stati soggetti a licenziamento, sospensione o altri provvedimenti disciplinari. Nei prossimi giorni potrebbero essere identificati altri membri delle forze dell' ordine prestati alla protesta. Emergono nel frattempo nuovi particolari sulla dinamica dei fatti. La Guardia nazionale del Maryland era pronta a intervenire pochi «minuti» dopo l' assalto al Congresso, ma ha dovuto attendere due ore prima di avere l' autorizzazione da Washington. La denuncia arriva dal governatore del Maryland Larry Hogan, il quale dice che i militari erano «mobilitati e pronti», ma hanno dovuto attendere «90 minuti prima di avere l' autorizzazione di varcare il confine di Washington». Polemiche anche sulla mancata mobilitazione della Guardia nazionale a Washington il cui potere spetta al segretario alla Difesa non appartenendo la capitale a uno Stato. Intanto, un secondo poliziotto assegnato alla protezione del Senato Usa è morto, apparentemente suicida, tre giorni dopo l' assalto al Capitol. Howard Liebengood, 51 anni, era tra gli agenti che hanno affrontato il 6 gennaio l' assalto degli ultrà trumpiani al Campidoglio, ha fatto sapere l' organizzazione sindacale della polizia del Capitol i cui vertici si sono limitati a indicare che l' agente non era in servizio il giorno della morte. L'uomo era un ufficiale di polizia del Campidoglio dal 2005 assegnato alla divisione del Senato. Il padre era stato a sua volta il capo della sicurezza del Senato dal 1981 al 1983. Un altro poliziotto del Capitol, Brian Sicknick, è morto a causa delle ferite riportate nell' assalto. Oltre a loro a perdere la vita sono state quattro persone, dimostranti che hanno partecipato ai fatti del 6 gennaio.

(ANSA il 28 gennaio 2021) Un secondo agente di polizia presente il 6 gennaio durante i violenti attacchi al Campidoglio si è suicidato. Lo fa sapere Politico, secondo cui il capo ad interim della Metropolitan Police, Robert Contee, ha rivelato che Jeffrey Smith, agente di polizia di Washington DC, e l'ufficiale della Capitol Police Howard Liebengood "si sono tolti la vita all'indomani di quella battaglia". Se il decesso di Liebengood era già stato reso noto, quello di Smith non era sinora stato rivelato. Un terzo membro delle forze dell'ordine, l'ufficiale della polizia del Campidoglio Brian Sicknick, è morto per le ferite riportate durante l'attacco. "Onoriamo il servizio e i sacrifici degli agenti Sicknick, Liebengood e Smith, e offriamo le condoglianze a tutte le famiglie in lutto", ha detto Contee nella sua testimonianza.

Assalto a Capitol Hill: il numero di poliziotti morti suicidi sale a quattro. Federica Palman il 03/08/2021 u Notizie.it. Trovati senza vita altri due poliziotti presenti a Capitol Hill la sera dell'attacco pro-Trump. Sono quattro gli agenti di polizia in servizio a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, il giorno della rivolta pro-Trump, che si sono tolti la vita. Gli ultimi due suicidi si sono verificati nel giro di pochi giorni. Il Dipartimento di Polizia Metropolitana del District of Columbia ha confermato che l’agente Kyle DeFreytag, 26 anni e nativo della Pennsylvania, è stato trovato morto sabato 10 luglio. La sera del 6 gennaio era in servizio presso il quinto distretto della capitale americana, Washington, ed era incaricato di far rispettare il coprifuoco imposto dopo che una folla di dimostranti, sostenitori del Presidente in uscita Donald Trump, aveva assaltato l’edificio del Congresso con l’obiettivo di impedire che venisse certificata la vittoria elettorale del Presidente Joe Biden. Il capo Robert Contee ha scritto in un messaggio, ottenuto dal media locale Wusa: “Scrivo per condividere la tragica notizia che l’agente Kyle DeFreytag del quinto distretto è stato trovato morto ieri sera. È una notizia estremamente dolorosa per tutti noi, e per tutti quelli che lo conoscevano bene”. Sempre il Dipartimento di Polizia Metropolitana del District of Columbia ha rivelato che anche l’agente Gunther Hashida è stato trovato senza vita in casa sua giovedì 29 luglio. “Siamo in lutto come Dipartimento: i nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alla famiglia e agli amici dell’agente Hashida”, ha dichiarato il portavoce del Dipartimento Hugh Carew. Hashida era un veterano in servizio dal 2003 e la sera del 6 gennaio era stato assegnato alla squadra di risposta di emergenza. “L’agente Hashida era un eroe, che ha rischiato la vita per salvare il Capitol, la comunità del Congresso e la stessa democrazia. Tutti gli americani sono in debito con lui per il suo grande valore e patriottismo, il 6 gennaio e durante tutto il suo servizio”, ha detto la speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi. I suicidi di Gunther Hashida e Kyle DeFreytag hanno seguito quelli degli agenti Howard Liebengood e Jeffrey Smith. Liebengood era entrato in polizia nel 2005 e si è tolto la vita tre giorni dopo l’assalto. Smith aveva 12 anni di servizio alle spalle nel Dipartimento e si è ucciso “dopo la battaglia”, come detto da Robert Contee a gennaio, durante un incontro a porte chiuse con i leader del Congresso. L’agente Brian Sicknick, ferito a Capitol Hill mentre provava a contenere la folla, è invece morto a causa di un ictus il giorno dopo l’attacco. I due uomini accusati dell’aggressione a Sicknick sono stati messi sotto accusa. 

S. Gra. per "la Verità" il 5 agosto 2021. È salito a quattro il numero di poliziotti che, dopo essere intervenuti per sedare l'irruzione in Campidoglio lo scorso 6 gennaio, si sono tolti la vita. L'ultimo, in ordine tempo, è il quarantatreenne Gunther Hashida: in attività dal 2003, è stato trovato morto nella sua abitazione il 29 luglio. Il Washington Dc Metropolitan police department ha inoltre recentemente riferito di un altro suicidio, riguardante l'agente Kyle DeFreytag, trovato senza vita lo scorso 10 luglio. Ventiseienne, costui aveva iniziato la sua attività presso il dipartimento nel novembre del 2016. Questi due suicidi si sono aggiunti ad altri due, avvenuti all'inizio dell'anno. Il 26 gennaio, il capo della Metropolitan police, Robert J. Contee, riferì infatti in un'audizione alla Camera dei rappresentanti che due agenti di lungo corso, Jeffrey Smith e Howard Liebengood, «si erano tolti la vita all'indomani di quella battaglia [l'irruzione in Campidoglio, ndr]». Oltre ai quattro suicidi, bisogna infine rammentare anche la morte di Brian Sicknick, agente rimasto ferito durante l'assalto e morto il 7 gennaio a causa di un ictus. Ricordiamo che circa 140 funzionari di polizia abbiano riportato ferimenti nel corso dell'irruzione, mentre tra i dimostranti si sono registrate quattro vittime. Sembra altamente probabile che questi suicidi siano una conseguenza di traumi dovuti ai fatti dell'Epifania. La scorsa settimana, il Washington Post ha per esempio riferito che svariati agenti intervenuti al Campidoglio stiano soffrendo di disturbi psicologici, parlando in particolare di un «miscuglio di traumi fisici ed emotivi». «Alcuni agenti che sono stati aggrediti il 6 gennaio hanno manifestato sintomi diversi o in peggioramento nelle settimane e nei mesi successivi, indicando che potrebbero aver subito lesioni più gravi di quanto inizialmente creduto», ha riportato la testata. Resta comunque preoccupante che questa scia di suicidi stia proseguendo, soprattutto alla luce del fatto che in tre casi su quattro si trattava di agenti con oltre dieci anni di servizio alle spalle. In tutto questo, ricordiamo che, al momento, sono 552 le persone accusate in relazione agli eventi dell'Epifania: di queste 27 si sono dichiarate colpevoli. Nel frattempo, un rapporto bipartisan del Senato ha messo in luce, lo scorso giugno, alcune delle gravi falle presenti nella sicurezza del Campidoglio il 6 gennaio. Come riassunto all'epoca da Politico, i senatori hanno innanzitutto riscontrato dei problemi nelle attività di intelligence, criticando inoltre le agenzie federali e i vertici della polizia del Campidoglio. Adesso il compito di far luce è passato a una commissione della Camera dei rappresentanti appositamente istituita: una commissione che ha avviato le audizioni lo scorso 27 luglio, ascoltando quattro funzionari di polizia presenti agli eventi del 6 gennaio. Il problema è che quest' organo è già finito preda di uno scontro politico: nei giorni scorsi, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha infatti bloccato due dei cinque componenti repubblicani che erano stati scelti dal capogruppo dell'elefantino, Kevin McCarthy. Quest' ultimo, per tutta risposta, ha ritirato l'intera delegazione da lui nominata, accusando l'asinello di partigianeria. Risultato: la commissione parlamentare è adesso costituita da sette deputati democratici e due repubblicani (di comprovata fede antitrumpista), tutti designati dalla Pelosi. Una situazione che certo non favorisce la costruzione di un clima bipartisan su una questione delicata come l'irruzione in Campidoglio.

Giuseppe Sarcina per "corriere.it" il 4 agosto 2021. Lo hanno trovato senza vita, nella sua casa a Dale City, in Virginia, giovedì 29 luglio. Gunther Paul Hashida era un agente del Metropolitan Police Department di Washington. Il 6 gennaio era a Capitol Hill, a fronteggiare l’assalto dei trumpiani al Congresso. Il 5 agosto avrebbe compiuto 44 anni, diciotto dei quali trascorsi con la divisa blu della polizia. Si è suicidato due giorni dopo la drammatica audizione della Commissione di inchiesta sui tumulti nel giorno dell’Epifania. Il 10 luglio scorso si è ucciso un altro poliziotto, il quarantenne Keyle DeFreytag: anche lui faceva parte dell’«emergency team» spedito nel primo pomeriggio sui gradini del Parlamento, a fare da argine a migliaia di dimostranti. La lunga scia del trauma, dunque, non si è ancora esaurita. A oggi sono quattro i suicidi tra i tutori dell’ordine. A Hashia e DeFreytag vanno aggiunti Jeffrey Smith e Howard Liebengood. Erano tutti veterani, con almeno 10-15 anni di servizio. Nel conto, naturalmente, entra anche Brian Sicknick, 42 anni, morto il 7 gennaio, dopo una giornata di battaglia, in cui fu colpito da un estintore e bersagliato con gas tossici. Va sempre ricordato che nelle violenze morirono anche quattro supporter di Donald Trump: Ashli Babbitt, 33 anni, di San Diego, uccisa dalla polizia con un colpo di pistola al petto; Kevin Greeson, 55 anni; Benjamin Phillipps, 50 anni, e Rosanne Boyland, 34 anni. Nove morti, quindi. In un’atmosfera ancora carica di tensioni, come si è visto nella seduta iniziale della Commissione insediata dalla Speaker della House, Nancy Pelosi, il 27 luglio scorso. In quell’occasione abbiamo potuto ascoltare per la prima volta le testimonianze dirette di quattro poliziotti schierati in prima linea. Le loro parole hanno scosso l’opinione pubblica. Daniel Hodges, agente della Metropolitan police di Washington, è una delle figure simbolo degli scontri. Rimase intrappolato tra le porte del Congresso, in balia dei dimostranti più violenti, che ha definito «terroristi»: «È stata una battaglia di tipo medievale. Uno dei terroristi ha cercato di togliermi la maschera antigas. Altri mi urlavano: “Sei un bianco, ma stai dalla parte sbagliata” e ancora: “oggi morirai sulle tue ginocchia”». Harry Dunn, invece, è un afroamericano. Non è riuscito a trattenere le lacrime in diretta tv: «Mi hanno insultato come non mi è mai successo da quando indosso la divisa. Mi dicevano “negro del c.” e poi “tu non sei americano”». Il sergente Aquilino Gonell è un veterano dell’Iraq: «Non mi sono mai trovato in una situazione del genere, neanche in guerra. Quel giorno ho pensato: “ecco come morirò oggi, cercando di proteggere questa porta del Congresso”». Il più rabbioso, il più dirompente è stato Michael Fanone, il poliziotto trascinato nel mucchio selvaggio dai dimostranti, disarmato e picchiato: «Sentivo qualcuno che gridava: “ammazzatelo con la sua pistola”». Poi Fanone ha guardato i nove componenti della Commissione è ha sbattuto la mano sul tavolo: «L’indifferenza verso ciò che abbiamo vissuto è vergognosa». In tarda serata Fanone ha chiarito a chi si riferisse, in un’intervista a Don Lemon della Cnn: «Trump e altri suoi alleati hanno aizzato la folla e ora continuano a negare la gravità di ciò che successo. Questo è vergognoso». Ci sarà tempo per ricostruire come e perché lo schieramento difensivo fosse così sguarnito. E ci sarà tempo per stabilire i vari livelli di responsabilità: quelli organizzativi e quelli politici. Al Congresso c’è chi ipotizza che la Commissione possa convocare d’imperio (subpoena) Trump, Rudy Giuliani e tutti coloro che fomentarono la rivolta.

Come chiedere aiuto. In Italia ci sono vari modi per chiedere aiuto se ci si trova a fare i conti con pensieri di suicidio. Per parlare con operatori e volontari che offrono supporto psicologico in forma anonima ci si può rivolgere al 112, il numero unico per le emergenze europeo. Sono attive anche diverse associazioni, ad esempio Telefono Amico (raggiungibile al 199 284284 dalle 10 alle 24, oppure scrivendo su WhatsApp al 324 0117252 dalle 18 alle 21), Progetto InOltre (al numero 800 334343) o la fondazione De Leo Fund Onlus (800 168678). Bambini e adolescenti possono contattare il Telefono Azzurro chiamando il 19696 (24 ore su 24) o scrivendo in chat sul sito (dalle 16 alle 20).

L'assalto a Capitol Hill e il mistero dei suicidi seriali. Piccole Note il 3 agosto 2021 su Il Giornale. Il Dipartimento di polizia di Washington Dc ha dichiarato che l’agente Kyle DeFreytag, in servizio durante l’assalto a Capitol Hill, si è suicidato. Non una rivelazione, ma una conferma di quanto rivelato da WUSA9, un network collegato alla CBS, che per primo aveva dato la notizia del suicidio dell’agente, avvenuto il 10 luglio scorso (The Hill). Una notizia che evidentemente era stata tenuta riservata e che, a fronte della rivelazione della WUSA9, non poteva più rimanere tale. Una conferma arrivata, aggiunge The Hill, nello stesso giorno in cui si è avuta la notizia del suicidio dell’agente Gunther Hashida, anche lui in servizio durante l’assalto del 6 gennaio. Sale così a quattro il numero degli agenti in servizio quel tragico giorno che si sono tolti la vita, dato che questi ultimi vanno ad aggiungersi agli agenti Jeffrey Smith e Howard Liebengood, morti suicidi alcuni giorni dopo i fatti (Piccolenote). Secondo le autorità, le prime due morti erano state causate dallo shock subito quel giorno, uno stress post traumatico o qualcosa del genere. Stress che ora sembra aver colpito a distanza, falciando altre due vite. In realtà, non convinceva molto la spiegazione, allora, e anche le autorità devono averla ritenuta debole, se hanno deciso di tenere riservato il suicidio del terzo agente, rivelato solo dopo lo scoop mediatico. C’è qualcosa di strano in tutto questo, com’è strano tutto quel che si muove attorno a quel giorno, sul quale è stata creata una consolidata narrativa ufficiale, tanto rigida quanto immodificabile. Come dimostra ad esempio la narrazione della morte dell’agente Brian Sicknick, che è stato celebrato come eroe della resistenza anti-fascista per esser morto a causa di una ferita ricevuta quel giorno, provocata, secondo la narrativa, da un colpo di estintore. Versione ufficiale smentita altrettanto ufficialmente dai medici, che dopo l’autopsia hanno escluso che l’agente avesse ricevuto colpi, concludendo che il suo decesso era stata causato presumibilmente da un ictus, come d’altronde aveva detto anche la famiglia, che, dopo i fatti, aveva ricevuto una telefonata dal loro caro che li rassicurava sul suo stato di salute. Nonostante questo, nella narrativa mainstream e della politica Usa Sicknick è ancora ufficialmente perito a seguito delle percosse ricevute nell’adempimento del suo dovere, per difendere il Campidoglio dall’orda fascista. Una narrativa rigida e immodificabile, appunto, che sarà consolidata dalla Commissione d’inchiesta della Camera istituita per indagare sull’accaduto, composta da esponenti democratici e da due repubblicani ferocemente anti-Trump, Liz Cheney e Adam Kinzinger. Il Gop ha boicottato la Commissione, ritenendo che non avesse la necessaria indipendenza per indagare sui fatti, cosa peraltro oggettiva, limitando però, in tal modo, il suo ruolo alla mera critica di quanto emergerà in quella sede, che sarà ovviamente in linea con la narrazione ufficiale. E però, tale Commissione, con l’adesione della Cheney e di Kinzinger, assume una veste bipartisan, e le sue conclusioni saranno consegnate alla storia come verità consolidata. Tutto ciò ricorda da vicino, mutatis mutandis, la Commissione Warren, che consegnò alla storia la dinamica e le causali dell’omicidio Kennedy, compreso il famoso proiettile magico, responsabile di diverse ferite ricevute dal presidente e dal governatore del Texas John Connally, col quale divideva l’automobile in quel tragico giorno. Se osiamo un parallelo tanto azzardato è perché anche diversi testimoni dell’omicidio Kennedy, o che comunque ebbero a che fare con l’accaduto, ebbero in sorte morti avvolte nel mistero. Ne accennava il film JFK, per citare una fonte ben documentata e di facile accesso, girato nel 1991 da Oliver Stone. Regista controverso e non consegnato alle verità ufficiali, ha prodotto un nuovo film sull’assassinio, che ha partecipato al festival di Cannes, “JFK Revisited: Through the Looking Glass”, silenziato da media e social. Al di là della digressione e delle suggestioni del caso, troppo spesso liquidate con tragica faciloneria come complottismo (parola magica per eludere legittime domande), resta il mistero dei suicidi seriali dei poliziotti di Capitol Hill, che lo stress traumatico spiega a quanti si accontentano di comunicati ufficiali e ricostruzioni d’accatto. Per quel che ci riguarda, queste morti, queste vittime, interpellano. E non poco. Restiamo in attesa di spiegazioni più convincenti.

Da tgcom24.mediaset.it il 28 gennaio 2021. Da quanto risulta da documenti giudiziari, il leader del gruppo di estrema destra Proud Boys, Henry Tarrio detto "Enrique", arrestato a Washington due giorni prima dell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio, precedentemente lavorava sotto copertura come informatore delle forze dell'ordine. Tarrio ha collaborato con gli investigatori dopo essere stato accusato di frode nel 2012. È quanto si legge sul New York Times, che cita documenti di un tribunale Usa e un ex procuratore secondo i quali, in riferimento a un'udienza nel 2014 in cui Tarrio ha cercato di ridurre la propria pena in un caso di frode, il leader dei Proud Boys ha aiutato le forze dell'ordine del suo stato di origine, la Florida, a indagare e perseguire alcune attività criminali, tra cui una società coinvolta in giochi d'azzardo illegali, un laboratorio per la coltivazione della marijuana, la vendita vietata di steroidi anabolizzanti e il contrabbando di immigrati. Il gruppo dei Proud Boys è stato fra i principali "agitatori" durante l'assalto al Congresso e si scaglia contro il cosiddetto "Stato profondo" e contro l'attuale sistema di governo, per cui le rivelazioni su Tarrio come informatore federale colgono di sorpresa. Che lo stesso Tarrio le ha smentite in un'intervista rilasciata a Reuters, che è stata la prima a riportare la notizia: "Nulla di questo, non ricordo nulla", ha assicurato.

Arrestati 3 ex militari che avevano organizzato veri e propri campi. Assalto al Congresso, i sostenitori di Trump reclutati e addestrati da novembre: erano pronti ad azioni violente. Redazione su Il Riformista il 28 Gennaio 2021. L’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio era stato preparato nel dettaglio. I federali hanno scoperto che tre degli arrestati, tutti ex militari, a Novembre avevano organizzato un vero e proprio reclutamento e addestramenti in Ohio e North Carolina. Tra i sostenitori di Trump c’era dunque anche un manipolo ben organizzato a sostenere qualsiasi tipo di azione violenta. È quanto emerge dall’incriminazione depositata ieri contro Jessica Watkins, 38 anni, Dovonav Ray Crowl, 50 anni, entrambi dell’Ohio, e Thomas Caldwell, 66enne della Virginia, che dovranno rispondere di gravi crimini, tra i quali il complotto contro l’attività del Congresso, per i quali rischiano condanne fino a 20 anni. Secondo quanto riportato dall’AdnKronos, tre sono stati arrestati la scorsa settimana e sono accusati anche di aver organizzato il viaggio a Washington con un autobus carico di sostenitori di Donald Trump e di armi. In particolare, gli inquirenti ritengono che Caldwell, tenente comandante della Marina a riposo, abbia coordinato decine di persone che hanno “stormed the castle”, preso d’assalto il Congresso per impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden. Gli inquirenti ritengono che anche Watkins – che nel 2002 è stata in Afghanistan con l’Esercito e durante l’assalto in Congresso è stata fotografata in completa tenuta militare – abbia svolto questo ruolo: sono in possesso di registrazioni di suoi messaggi ad un gruppo di 30-40 persone che vengono esortate a “rimanere insieme e seguire il piano”. Un piano, scrivono ancora i procuratori nelle 15 pagine di incriminazione, che l’attuale proprietaria di un bar in un paesino dell’Ohio stava elaborando già dal 9 novembre quando, sei giorni dopo le elezioni, e due dopo la dichiarazione della vittoria di Biden, inizia a reclutare persone per “basic training” un addestramento da svolgersi a Columbus, in Ohio, ai primi di gennaio “per essere pronti a combattere all’inaugurazione”. Watikins risulta tra i partecipanti anche ad una conference call criptata “solo per i leader”. E gli inquirenti hanno ricostruito i contatti, sia via messaggi che con una vera e propria visita che l’ex militare ha fatto in Virginia, tra Watikins e Caldwell: “non so cosa succederà ma sono molto preoccupato per il futuro del Paese, credo che dovremo diventare violenti per fermarlo, tu sei il mio tipo di persona e dovremo combattere la prossima volta”, scriveva Caldwell alla donna in una serie di messaggi in cui faceva spesso riferimento ad un certo Stewie, che secondo alcuni potrebbe essere Stewart Rhodes, fondatore della milizia di estrema destra Oath Keepers. Per quanto riguarda il terzo incriminato, Crowl, l’ex meccanico dei Marine avrebbe partecipato ad un campo di addestramento lo scorso dicembre in North Carolina. L’avvocato di Caldewell afferma che il suo cliente, “un reduce pluridecorato”, “non è membro degli Oath Keepers e non è mai entrato nel Congresso quel giorno” e definisce l’incriminazione “un tentativo deliberato di trovare un capro espiatorio per i fatti del sei gennaio”. Anche Watkins afferma la sua estraneità ad ogni episodio di violenza: “non ho commesso nessun crimine, non ho distrutto nulla”, ha detto in un’intervista prima dell’arresto, affermando di aver partecipato ad una protesta inizialmente pacifica. Ma gli inquirenti contro di lei citano quello che ha scritto nei mesi scorsi contro la possibilità di una presidenza Biden: “la nostra Repubblica sarebbe distrutta, è nostro dovere di americani combattere e morire per i nostri diritti”. Ed in altri messaggi esprimeva la volontà di seguire indicazioni dell’allora presidente: “Trump vuole che tutti i Patrioti abili vengano il 6 gennaio”, affermava il 29 dicembre dopo la convocazione di Trump. E nelle registrazioni dei messaggi della chat durante l’assalto al Congresso, un uomo assicura a Watkins che si eseguiranno “arresti, arresteremo questa assemblea, abbiamo elementi per processi per alto tradimento e frode elettorale”. Mentre un altro entusiasta assicura alla militare che l’ha reclutato “che questo è tutto quello per cui siamo stati addestrati”.

Tempo da sciamani. Piccole Note 11 gennaio 2021 su Il Giornale. Il 6 gennaio del 2021 resterà data storica. Una svolta negli accadimenti del mondo. Un colpo di Stato, tentato o riuscito che sia, nel cuore dell’impero. L’America si interroga sulla débacle della sicurezza, dato che l’Fbi aveva avvertito per tempo della possibilità di incidenti e che il  capo della polizia di Capitol Hill, Steven Sund, ha dichiarato di aver sollecitato per ben sei volte, durante la manifestazione, l’invio della Guardia Nazionale, sentendosi opporre dinieghi inspiegabili.

Incapaci e/o collusi. Sund ha dichiarato che Paul Irving, sergente d’armi responsabile della Sicurezza di Capitol Hill, non ha voluto intendere ragioni. E dire che Irving non è novellino: agente dei sevizi segreti per 25 anni, è stato assistente del “Direttore dei servizi segreti statunitensi dal 2001 al 2008” (cioè con George W. Bush), come da biografia ufficiale. Anche il Pentagono, che ha il compito di dispiegare la Guardia Nazionale, contattato, ha nicchiato. Insomma, dei veri incapaci…Ma i filmati mostrano anche altro: non solo alcuni poliziotti immobili, ma altri che aprono le transenne alla folla, invitandoli a entrare. Nel video diventato virale, mentre si svolge tale ouverture, si può notare, accanto al blocco della polizia, un uomo incappucciato che segue la scena presso i poliziotti, al di qua delle transenne. Nella sequenza finale del video il trizio si rivede: resta immobile mentre la folla tracima dal varco. Osserva quasi indifferente, sembra tanto un agente in borghese. Nel video, mentre gli agenti spalancano i cancelli, si vede un altro incappucciato che con ampi gesti invita la folla a entrare. L’incappucciato, si può notare, era oltre i cancelli prima che questi fossero aperti. Aveva varcato la soglia altrove o stava già là come l’altro? Saperlo. Insomma, non si tratta di una banale debacle, ma alcuni agenti della polizia hanno innescato l’assalto (sono tra gli arrestati?). Si tratta peraltro di agenti scelti, dato che a guardia del Palazzo più importante d’America non si mettono improvvisati novellini. Sono vagliati con attenzione dalla Sicurezza, com’è ovvio, eppure…

L’ufficiale della Psiops e BHL. Tra i manifestanti, rivela il New York Post, anche un ufficiale molto particolare dell’Us Army, Emily Rainey, appartenente al “4° Gruppo Operazioni psicologiche di Fort Bragg, secondo il Maggiore Daniel Lessard, un portavoce del 1 ° Comando delle Forze Speciali”. Si tratta del famoso PSYOPS, ramo dell’esercito che “utilizza informazione e disinformazione per plasmare le emozioni, il processo decisionale e le azioni degli antagonisti dell’America”. Quel ramo specializzato nell’allestire le rivoluzioni colorate in giro per il mondo, per intendersi, che cioè crea e alimenta manifestazioni di piazza indirizzandole secondo i desiderata delle Agenzie Usa. La donna aveva condotto sul luogo 300 attivisti su un autobus. Attivista molto partecipe, dunque. Ma al di là delle bizzarrie, che registriamo come tali senza trarre conclusioni, va registrato anche che Trump è rimasto incenerito da quanto avvenuto, dato che la sua chiamata alla piazza per protestare contro l’esito delle elezioni lo rende responsabile. Da qui il procedimento di impeachement, il secondo nel suo mandato – o terzo se si vuol contare anche quello tentato col Riussiagate. Sarà decisivo. Si avvera così la profezia di Bernard Henri Levy (BHL),, che all’inizio del mandato del tycoon aveva predetto che l’incubo Trump sarebbe terminato con l’impeachement (“Impeachement, istruzioni per l’uso” è il titolo del suo testo che ha avuto ampia diffusione anche in America, a cura di Project Syndacate – media che fa riferimento a George Soros -, come riferisce sul suo sito ufficiale). Nel suo testo aveva previsto che “il pericolo per Trump verrà da quelle stesse folle che egli ha lusingato”. Nel suo articolo, sperava che tale folla si rivoltasse contro di lui. Un po’ quel che è accaduto, anche se in forme diverse da quanto profetizzato dal vate che ha prestato la sua entusiastica penna alle guerre senza fine dei neocon.

La desolazione sciamanica. Tempi strani come da immagine icastica dello sciamano che presidia lo scranno più alto dell’Impero. Una photo opportunity scelta non a caso dal cornuto che, nella sua bizzarria, è simbolo e sigillo. Finalmente è stato arrestato, dopo giorni di strana latitanza, in cui ha avuto tempo e modo di rilasciare interviste, anch’esse strane, se vogliamo, dato che sapeva di essere l’uomo più ricercato d’America e in tale veste avrebbe dovuto darsi alla macchia piuttosto che esporsi. Personaggio bizzarro questo Jacob Anthony Chansley, detto Jake Angeli, alias Yellowstone Wolf, alias Loan Wolf alias “Q Shaman”, secondo il quale il male del mondo ha il suo rimedio nelle sostanze psichedeliche, in particolare quelle naturali, da cui l’importanza fondamentale dell’ambiente. Nazista, suprematista, comparsa e doppiatore, durante l’assalto si guadagna il ruolo di attore protagonista, venendo immortalato mentre interloquisce con alcuni basiti agenti della polizia. Pare che sia stato anche lui a dar ordine di abbandonare il Campidoglio (Agi). Nelle immagini, accanto a lui compare sempre a uno strano personaggio, robusto, con la barba, anch’esso con atteggiamenti da “santone”, del quale non si è scritto nulla né si sa il nome, nonostante la sovraesposizione mediatica (è stato arrestato?). Lo strano sciamano psichedelico ha rubato la scena a tutti, nel giorno fatidico, mettendo il suo sigillo sugli avvenimenti. Mala tempora currunt, tempi da sciamani. Ps. Mistero su un agente di polizia di Capitol Hill deceduto dopo l’assalto. Sabato scorso, secondo l’Associated Press ,si sarebbe suicidato. Non ne sono chiari i motivi.

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" il 9 gennaio 2021. Un ictus, un infarto, una morte per soffocamento. L'assalto al Campidoglio di mercoledì scorso ha affiancato tre decessi accidentali a due causati da episodi di estrema violenza. In totale cinque le vittime di una giornata campale, che, nelle scarse informazioni finora fatte trapelare dalle maglie dell'inchiesta, sembra essere stata programmata per causare danni e ingiurie ben più gravi per la capitale degli Usa. La prima morte è stata comunicata praticamente in diretta, dagli stessi selfie dei dimostranti che erano già penetrati nel palazzo e cercavano di accedere all' aula nella quale si stava tenendo il dibattito sulla conferma del voto dello scorso 3 novembre. La polizia capitolina aveva completamente fallito nel compito di contenere la folla, ma alcuni degli agenti presidiavano con le pistole spianate la porta di ingresso all'aula, per proteggere i pochi politici che non si erano ancora messi al riparo. I pannelli di vetro erano già frantumati e la visibilità era ostruita. Una pistola puntata ad altezza d'uomo ha esploso un colpo, e una donna dall' altra parte della porta si è immediatamente accasciata al suolo colpita in pieno petto. Ashly Babbitt era una sostenitrice accorata di Donald Trump, non certo un' agitatrice discesa sulla città per devastarla. Le ultime immagini che la ritraggono sono state riprese in un video girato al fianco della marcia che portava i dimostranti dal giardino davanti alla Casa Bianca al palazzo del Campidoglio. Ashli si rallegra delle dimensioni della folla, dice che è determinata a fermare il furto elettorale che Trump sta subendo. All'interno del palazzo si è trovata però nel centro dell' azione di sfondamento ed è stata l'unica tra i dimostranti ad essere uccisa dalla reazione della polizia. I suoi compagni hanno cercato di tamponare il sangue che usciva copioso dalla ferita, ma non sono riusciti a salvarla. Il poliziotto che ha sparato è stato sospeso dal servizio, in attesa della conclusione dell' inchiesta. È stata aperta un' inchiesta federale inoltre con l' ipotesi di omicidio per un' altra morte, quella dell' agente Brian Sicknick, 42 anni, colpito alla testa con un idrante durante gli scontri con l' avanguardia del corteo che cercava di entrare nel palazzo. La beffa del destino vuole che Sicknick fosse a sua volta un sostenitore di Trump; lo si vede dai messaggi che ha postato sui social negli ultimi due mesi, quando si è schierato nella protesta contro l' esito del voto. L' agente non ha avuto il tempo di spiegare la sua affinità politica alla persona ancora ignota che l' ha colpito. Ha accusato il colpo ma è rimasto in piedi ed è tornato al suo ufficio. Solo lì si è manifestata la probabile emorragia cerebrale che, in seguito, in ospedale, l' ha ucciso. A poco è servita la premura dei suoi colleghi, che, in fila, hanno donato il sangue nel tentativo di salvarlo. Ci sono poi le morti accidentali, anche queste amare, perché segnalano il parossismo che si è vissuto mercoledì, durante la violazione del Campidoglio. Roseanne Boyland, trentaquattrenne della Georgia, si era unita al corteo contro il parere dei familiari. Era la prima volta che scendeva in piazza a manifestare la fedeltà che la legava a Trump. Non è ancora chiaro se abbia avuto un malore o se sia stata spinta a terra nello spiazzo della Rotonda dalla foga all'ingresso nel palazzo. A terra è stata calpestata da altri e forse è stata soffocata. Il fratello Justin dà la colpa a Trump per la perdita e lo accusa di aver condotto i suoi sostenitori alla morte. Kevin Greeson, 55 anni, aveva viaggiato dall'Alabama per raggiungere Washington. Lo hanno tradito le coronarie: forse per l'eccessivo eccitamento durante la sommossa. Il cuore ha tradito anche Benjamin Philips, 50 anni e fondatore del sito Trumparoo, che aveva aiutato a raccogliere fondi per pagare il viaggio ad altri come lui, provenienti da Filadelfia. Ha subito un ictus durante la manifestazione ed è morto alcune ore dopo la fine dei tafferugli.

Anna Guaita per "Il Messaggero" il 9 gennaio 2021. Avrebbero fatto meglio a dare ascolto alle autorità mediche, perché se avessero indossato la maschera anti-covid ora non si troverebbero senza lavoro. Molti dei rivoltosi che il 6 gennaio hanno assaltato il Campidoglio di Washington non erano solo estremisti antigovernativi, ma anche convinti anti-mask, e così hanno esposto i loro volti alle telecamere, alle fotografie, e anzi si sono se stessi immortalati in un' infinità di selfie e video su YouTube e Twitter. E quando la polizia di Washington e l' Fbi hanno chiesto aiuto per identificarli, centinaia di segugi del web si sono messi al lavoro al grido di «let' s name them and shame them» (Diamo loro un nome ed esponiamoli alla vergogna). Alcuni sono stati facili da trovare, come il giovane che si è recato alla rivoluzione portando addosso il badge della sua azienda, la Navistar Direct Marketing del Maryland, che ha prontamente provveduto a licenziarlo. Licenziata anche una agente immobiliare di Chicago, Libby Andrews, nonostante abbia cercato di sostenere che si era solo fermata sulla gradinata del Campidoglio e non aveva partecipato agli atti di violenza. Senza lavoro l' avvocato texano Paul Davis che ha pensato bene di documentare la sua partecipazione all' assalto con un video su Instagram, in cui annuncia pieno di prosopopea di «voler entrare nel Campidoglio», ma di essere stato fermato dai gas lacrimogeni della polizia, che definisce «una reazione inaccettabile». Davis lavorava per una società di assicurazioni, la Gooshead, che ha reagito mettendolo alla porta. Un ex senatore statale della Pennsylvania e un suo collega attualmente in carica, Rick Saccone e Douglas Mastriano, sono nei guai per un video FaceBook in cui si dicono contenti di star per «invadere il Campidoglio, per cacciarne i Rino» (RINO sta per republicans in name only, cioé repubblicani solo di nome). I due hanno cercato di cancellare il video, dimenticando che Internet raramente dimentica qualcosa. Saccone si è dovuto dimettere dal Saint Vincent College, un' università privata cattolica dove insegnava da 21 anni, mentre Mastriano è al centro di una tempesta, con i colleghi democratici che gli chiedono di dimettersi. Quel che si nota comunque è come quasi tutti questi manifestanti non abbiano avuto nessuna reticenza a comparire sui social, e a vantarsi di quel che stavano facendo. E ora alcuni rischiano fino a dieci anni di carcere, e già gli arrestati sono tanti. Ma ci sono anche figure che rischiano la censura pubblica pur non avendo partecipato di persona. Ad esempio la moglie del giudice della Corte Suprema Clarence Thomas, Ginny, che aveva twittato in supporto della manifestazione e aveva mandato simboli di cuoricini mentre quelli marciavano. Ginny Thomas non è solo nota come la moglie del giudice più conservatore, ma anche per essere stata la spia che aveva fatto per Trump un elenco dei non fedelissimi, che poi il presidente ha usato per fare epurazioni nei ministeri. Sollevato dal proprio incarico infine il responsabile della sicurezza del partito repubblicano del Texas, Walter West, che pur non essendo andato a Washington, aveva però parteggiato per i rivoltosi: «Il partito repubblicano del Texas non sostiene in alcun modo gli atti illegali compiuti in Campidoglio» gli ha detto il Gop, annunciandogli il licenziamento.

DAGONEWS l'11 gennaio 2021. Altri due rivoltosi nel violento assedio di mercoledì al Campidoglio sono stati identificati come un pompiere della Florida e il fondatore di un gruppo chiamato "Baby Lives Matter". Dozzine di persone coinvolte nel violento assedio, etichettate come "grandi patrioti" dal presidente, devono ancora essere identificate e l'FBI ora sta chiedendo aiuto per rintracciarle. Ma alcuni di coloro che hanno preso parte sono già stati identificati online come membri di gruppi di estrema destra, nazionalisti bianchi, neo-nazisti e sostenitori della teoria del complotto QAnon. Altri che provengono da ambienti della classe media e da diversi stati del paese come Arizona, Michigan, Georgia, Pennsylvania, North Carolina e Oregon. Chi sono i rivoltosi:

Andy Williams - Pompiere della Florida. Andy Williams è stato identificato tra la folla  dopo una foto pubblicata sui social media che lo mostrava in posa acconto al cartello dell'ufficio della presidente della speaker Nancy Pelosi.

Indossava un berretto da camionista con il logo della campagna di Trump e aveva una maschera sotto il mento. Williams ha prestato servizio come vigile del fuoco a Sanford, in Florida, dal 2016 è stato messo in congedo in attesa di un'indagine da parte della città.

Tayler Hansen - Fondatore di "Baby Lives Matter". Tayler Hansen, che ha fondato un gruppo anti-aborto chiamato Baby Lives Matter, si identifica come un giornalista indipendente. È collegato ai disordini di mercoledì dopo aver pubblicato un video su Instagram che mostra la manifestante Ashli Babbit morta al Congresso.

Adam Johnson - Il papà casalingo sposato con un medico. Adam Johnson è un laureato in psicologia diventato produttore di mobili di Bradenton, in Florida. Ora è un casalingo che si occupa dei cinque figli; sua moglie è un medico. In passato è stato fermato per possesso di marijuana e violazione della libertà vigilata. Johnson, 36 anni, è stato fotografato all'interno del Campidoglio mentre si allontanava con un leggio.

Aaron Mostofsky - Figlio del giudice della Corte Suprema di Brooklyn. Aaron Mostofsky è stato fotografato mercoledì mentre scendeva le scale fuori dal Congresso vestito con una pelliccia e un giubbotto antiproiettile. È il figlio di Shlomo Mostofsky, giudice della Corte Suprema di Brooklyn. Mostofsky è stato visto camminare davanti a un uomo che portava la bandiera confederata. Ha detto al New York Post: «Le elezioni sono state rubate».

Kristina Malimon - Organizzatore di una parata di barche pro-Trump. Kristina Malimon, 28 anni, è stata arrestata insieme a sua madre, la 54enne Yevgeniya Malimon. Entrambi sono accusate di ingresso illegale e violazione del coprifuoco. Malimon ha contribuito a organizzare un evento pro Trump a Portland, nell'Oregon, in agosto, e ha provocato l'affondamento di una barca. È anche affiliata ai Young Republicans of Oregon e Turning Point USA.

Dipendente Navistar Direct Marketing. Una società di marketing del Maryland giovedì ha licenziato un rivoltoso pro Trump che è stato visto camminare per il Campidoglio con il suo pass per il lavoro appeso al collo. Navistar Direct Marketing ha rilasciato una dichiarazione giovedì in cui si diceva: «Navistar Direct Marketing è stato informato che un uomo che indossava un badge aziendale Navistar è stato visto all'interno del Campidoglio degli Stati Uniti il 6 gennaio 2021 durante la violazione della sicurezza. Dopo aver esaminato le prove fotografiche, il dipendente in questione è stato licenziato per giusta causa».

Richard "Bigo" Barnett. Il rivoltoso che ha messo i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi è un uomo dell'Arkansas di 60 anni che afferma che si candiderà come governatore dell'Arkansas nel 2022 e si descrive come un nazionalista bianco. Barnett è un imprenditore indipendente ed è stato il destinatario di un prestito di 9.300 dollari come parte di un pacchetto di aiuti COVID. L’uomo ha saccheggiato l’ufficio di Pelosi, ma poi si è difeso: «Non l'ho rubato. Ho lasciato un quarto di dollaro sulla sua scrivania. E le ho lasciato un biglietto sulla sua scrivania che diceva “Bigo era qui, stronza”».

Tim Gionet. Tim Gionet, personaggio noto online come Baked Alaska, è descritto dal Southern Poverty Law Center come un nazionalista bianco coinvolto nel raduno di estrema destra di Charlottesville nel 2017. Gionet ha pubblicato un video che mostrava i sostenitori di Trump in "Make America Great Again" e "God Bless Trump" che giravano e si scattavano selfie con i poliziotti. Gionet ha partecipato alla manifestazione mercoledì dopo aver detto ai follower il 4 gennaio di essere risultato positivo al COVID-19. Può essere visto nelle foto senza maschera. Non è chiaro se si sia negativizzato.

Rick Saccone, ex legislatore statale in Pennsylvania. Tra i rivoltosi c’erano anche politici. Rick Saccone, che ha corso per un seggio alla Camera degli Stati Uniti nel 2018 ed è stato legislatore statale in Pennsylvania, si è vantato su Facebook che stava per assaltare il Campidoglio. Saccone ha anche detto ai suoi seguaci: «Stiamo cercando di eliminare tutte le persone malvagie che hanno tradito il nostro presidente. Li faremo scappare dai loro uffici». In seguito ha cancellato quel post.

Derrick Evans. Derrick Evans, un membro della House of Delegates del West Virginia, ha trasmesso in streaming i filmati dal Campidoglio mentre si univa alla marcia. In seguito ha affermato di essere "semplicemente lì come membro indipendente dei media". Evans, che si definisce un attivista online, in seguito ha cancellato il filmato che lo mostrava tra la folla.

Joshua Pruitt, membro dei Proud Boy. Joshua Pruitt è l'unica persona arrestata con l'accusa di violazione del Riot Act finora. Il 39enne è stato arrestato al Campidoglio. Si dice che abbia collegamenti con il movimento Proud Boy.

Paul Davis, avvocato licenziato dal lavoro. Paul Davis ha trasmesso in diretta streaming da fuori del Campidoglio ai suoi seguaci online. Di conseguenza, si ritiene che sia stato licenziato dal suo lavoro alla Goosehead Insurance.

Jon Schaffer, musicista heavy metal. Jon Schaffer, chitarrista della band heavy metal Iced Earth, è stato anche fotografato mentre faceva irruzione al Campidoglio.

Leigh Ann Luck. Fuori dal caos del Campidoglio, un'altra sostenitrice di Trump, Leigh Ann Luck, si è vestita da Statua della Libertà mentre gridava in segno di protesta contro la vittoria di Biden.

Guido Olimpio per il “Corriere della Sera” il 16 gennaio 2021. Sono i ribelli. Con origini e appartenenze diverse, rappresentano tutte le categorie sociali d' America. Hanno dato l' assalto al Congresso, convinti di essere derubati della vittoria elettorale. Imprenditori, operai, studenti, pensionati, soldati, pregiudicati, campioni sportivi, personaggi da circo, il figlio di un giudice. Volti anonimi fino ad un certo punto. L' Fbi ne aveva molti in una lista di persone ritenute pericolose perché parte del suprematismo. Ora li accusano con incriminazioni pesanti: lo «sciamano» Jacob Chansley voleva uccidere i deputati - afferma la procura - mentre 37 sono sotto indagine per la morte dell' agente. Una foto mostra una fila di uomini con elmetto, apparato radio, corpetto. Risalgono la scalinata, ognuno tiene la mano sulla spalla di chi lo precede. È modo tipico del training militare. Gli stessi si scambiavano segnali o comunicavano con il cellulare con una modalità walkie-talkie (grazie ad una app). Gli inquirenti sanno che tra i manifestanti c' erano tanti soldati e poliziotti.

Il colonnello Larry Brock, 3 figli, razzista, aveva delle fascette con le quali - sospettano - poteva legare degli ostaggi.

Nel gruppo anche il capitano Emily Rainey, veterana, missioni in Afghanistan, specialista in guerra psicologica. E poi alcuni agenti, di Seattle e del Maryland. Una delle cinque vittime, Ashli Babbitt, aveva invece servito nell' Air Force. La grande paura è che l' infiltrazione negli apparati della difesa sia profonda.

Lonnie Coffman, 70 anni, padre e nonno, lo hanno beccato sul suo Suv vicino al Congresso con un fucile e tre pistole. Cleveland Meredith, partito dal Colorado è arrivato in ritardo per colpa di un guasto all' auto, trasportava un arsenale. Aveva spedito messaggini zeppi di minacce deliranti. I familiari sostengono che abbia problemi mentali. Come ha raccontato un professore, che per motivi di studio si è mescolato alla folla, i dimostranti parlavano di uccidere come fosse una cosa di tutti i giorni. Un discorso ricorrente. «Queste persone sono determinate e useranno la violenza - ha scritto con efficacia -. Molti erano eccitati o esaltati dalla violenza e dalla possibilità di usarla ancora».

Peter Stager, arrestato per aver bastonato un agente a terra, lo ha proclamato in un video: «La morte è l' unico rimedio contro quelli del Palazzo». Minacce finite negli atti della magistratura: c' era una volontà di rapire e assassinare in base ad un piano prestabilito. E si tengono d' occhio anche i miliziani di Boogaloo, con la passione per i fucili e le camice hawaiiane. Tra loro usano il neologismo boojahideen, versione bianca dei mujaheddin.

Alcuni sono affiliati a movimenti estremi, cospirativi, anti-immigrazione. Gli Oath Keepers, QAnon o i Proud Boys.

È il caso di Robert Sandford, 56 anni, pompiere fino a pochi mesi fa e ora in pensione. Ha tirato un estintore contro le guardie. Richard Barnett, detto Bigo, 60 anni, è l' uomo sedutosi, piedi sul tavolo, nell' ufficio di Nancy Pelosi dove ha lasciato un biglietto di insulti. Si definisce un nazionalista bianco, «entrato in questo mondo scalciando e gridando coperto di sangue altrui e pronto ad uscirne allo stesso modo».

Klete Keller, 38 anni, medaglia d' oro olimpica, era nel team di nuoto con Michael Phelps. Lunga carriera sportiva, poi una brutta spirale. Divorzio dalla moglie, battaglia legale per la custodia dei figli, vita da senzatetto. Dormiva in auto e si lavava in una palestra. Quindi il lavoro nel real estate in Colorado. Dicono che con il crescere dei guai familiari abbia abbracciato posizioni radicali. Era alla Rotunda insieme agli altri eversori.

Derrick Evans è stato fino a pochi giorni fa deputato della West Virginia, noto per le sue campagne accese contro l' aborto. Un intemperante. «Siamo dentro», ha proclamato dal suo cellulare dopo l' irruzione. Lo hanno costretto a dimettersi. C' è anche chi ha nostalgia del nazismo o dei suoi simboli più atroci. Robert Packer, fabbro della Virginia, indossa una maglietta con la scritta «Camp Auschwitz, il lavoro rende liberi». Gli amici spiegano che da tempo era furioso con il governo e lo Stato, sentimento condiviso dai protagonisti della marcia su Washington. E ad ascoltare le loro chat in rete sono pronti a ripeterla il 20 gennaio, questa volta - avvisa la Fbi - portandosi dietro molte più armi.

Assalto a Capitol Hill: c’era anche il campione olimpico Klete Keller tra i sostenitori di Trump. Giovanni Pasero giovedì 14 Gennaio 2021 su Il Secolo D'Italia. Il campione olimpico di nuoto Klete Keller è stata accusato di aver partecipato alla rivolta di Capitol Hill, dopo che è emerso un video che sembrava mostrarlo tra coloro che hanno preso d’assalto l’edificio la scorsa settimana. Keller ha vinto 5 medaglie olimpiche e ha partecipato alle edizioni di Sidney, Atene e Pechino.

I capi d’imputazione di Klete Keller. Secondo quanto riportano i media statunitensi, per Keller i capi di imputazione sono resistenza a pubblico ufficiale, accesso non autorizzato in edifici pubblici e comportamento violento. Keller sarebbe stato individuato grazie a un video pubblicato su Twitter nel quale si scontrava con dei poliziotti all’interno dell’edificio. L’ex nuotatore, tra l’altro, indossava una giacca della nazionale Usa. Il campione di nuoto spiccava inoltre per l’altezza, essendo alto circa due metri.

La Federnuoto Usa si dissocia. “Prima di tutto, condanno risolutamente i disordini al Campidoglio. In casa e all’estero, gli atleti del Team Usa devono mantenere elevati standard di comportamento perché rappresentano il nostro paese. Ciò che è successo a Washington è chiaramente al di sotto di tali standard”, il commento del presidente del Comitato olimpico Usa, Sarah Hirshland. Il 38enne Keller ha gareggiato nelle Olimpiadi estive del 2000, 2004 e 2008. Ha conquistato due ori e un argento come membro della staffetta degli 800 metri stile libero, oltre a un paio di bronzi individuali nei 400 liberi. Keller non ha voluto commentare la notizia. Anche la sorella, l’ex nuotatrice olimpico Kalyn Keller, si è rifiutata di parlare del coinvolgimento del fratello.

Klete Keller ha partecipato a 3 olimpiadi e vinto 5 medaglie. “Rispettiamo i diritti dei privati cittadini e dei gruppi di protestare pacificamente. Tuttavia non perdoniamo in alcun modo le azioni intraprese da coloro che sono andati al Campidoglio la scorsa settimana”. Così la Federnuoto Usa in una nota, sottolineando che Keller non è più un membro dell’organizzazione da quando ha si è ritirato dopo i Giochi di Pechino del 2008. La presunta partecipazione di Keller alla protesta del Campidoglio è stata segnalata per la prima volta questa settimana da SwimSwam, un sito dedicato all’attualità sul nuoto agonistico e altri sport acquatici.

Riccardo Liberatore per open.online l'11 gennaio 2021. Si chiama Brad Rukstales ed è il Ceo di una compagnia di marketing di Chicago. Ma non è l’unico: alla rivolta di Washington hanno preso parte avvocati, ex broker, professori universitari. Può essere rassicurante pensare che ad aver preso d’assalto il Campidoglio il 6 gennaio c’erano soltanto personaggi come lo sciamano Jake Angeli (che di nome fa Jacob Chansley) e altri seguaci della setta QAnon, ma in realtà non è così. Lo dimostra la storia di Brad Rukstales, Ceo di una compagnia di marketing, Cogensia, di Chicago, tra le persone arrestate negli ultimi giorni. Uno dei volti più “rispettabili” dell’insurrezione, un esempio vivente dell’eterogeneità del trumpismo, che serve anche da monito rispetto a spiegazioni che tendono ad archiviare i fatti dell’altro giorno – in cui sono morte cinque persone, tra cui un ufficiale di polizia – come la rivolta del popolo contro le élite. Come la maggior parte dei rivoltosi, Ruckstales, uomo d’affari di mezza età, era andato a Washington dall’Illinois per partecipare alla manifestazione promossa da Trump per contestare la certificazione del voto delle presidenziali. Come ha dichiarato in un’intervista a CBS Chicago, non aveva previsto che la protesta sarebbe presto degenerata, diventando violenta. La trasferta a Washington era il compimento di un percorso di fede che lo aveva portato a donare oltre 30 mila dollari a cause repubblicane nel corso dell’ultimo anno, di cui circa 12 mila dollari direttamente a Trump. Una volta finito il comizio del presidente però, Rukstales si sarebbe diretto al Campidoglio, con il resto della bolgia. Oggi su Twitter parla di «errore di valutazione» e si difende dicendo di aver semplicemente «seguito centinaia di altre persone, passando per le porte aperte del Campidoglio», un particolare significativo dato gli interrogativi che esistono rispetto alla condotta della polizia quel giorno. Insomma, si è lasciato “trascinare dagli eventi”. A differenza di altri reduci dell’insurrezione dell’Epifania, che non si mostrano per nulla pentiti e in alcuni casi sono passati a pianificarne altre, Rukstales dice di «condannare la violenza e la distruzione che ha avuto luogo a Washington».

Non solo lo sciamano Jake. È significativo anche il fatto che Rukstales sia stato rilasciato poco dopo essere stato arrestato, riuscendo a tornare a casa a Inverness, un sobborgo di Chicago, la sera stessa, tanto che è stato intervistato fuori da casa sua da un giornalista di una emittente locale. La società di cui è Ceo non è stata altrettanto clemente: Rukstales adesso si trova in congedo forzato e l’azienda ha preso le distanze in un comunicato su LinkedIn. Non è la sola ad aver agito così. Mentre le forze di polizia cercavano di identificare e rintracciare i “patrioti” – alcuni dei quali si erano auto-incriminati postando incautamente selfie e video di vario genere sui social media – partiva la caccia agli impiegati “deplorevoli” da parte di diverse aziende americane. È il caso di Navistar, un’azienda di marketing in Maryland, che ha licenziato un suo dipendente fotografato al Campidoglio con addosso il badge aziendale. Come racconta la Cnn, lo stesso vale anche per Libby Andrews, 56 anni, ormai ex-broker di una società immobiliare (che le ha comunicato il licenziamento via email), e per Paul Davis, avvocato, in precedenza impiegato presso la compagnia assicurativa Goosehead Insurance, la quale ha celebrato il divorzio con tanto di Tweet. Persino un ex rappresentante dello Stato della Pennsylvania ed ex professore universitario presso il Saint Vincent College, Rick Saccone, si è dimesso per aver pubblicato sulla propria pagina Facebook immagini di sé fuori dal Campidoglio. Ruckstales è stato arrestato per aver effettuato un ingresso illegale all’interno del Campidoglio, ma ci sono almeno 13 casi di persone che sono state accusate di crimini federali – tra cui Cleveland Grover Meredith Jr, che si era presentato al Campidoglio con un fucile d’assalto e con l’intenzione di «bucare la testa con un proiettile» alla speaker della Camera dem, Nancy Pelosi. Milizie, estremisti, cospirazionisti – ma anche “persone comuni”, o «everyday americans» come scrive il New York Times. Non dovrebbe sorprendere visto che alle scorse elezioni Trump ha ottenuto circa 74 milioni di voti. Benché il numero di cittadini americani con un livello di istruzione medio basso che votano dem è diminuito negli scorsi anni, come rivela una ricerca del Pew Research Center circa il 30% degli elettori di Trump ha un titolo universitario. È anche per questo che la decisione da parte di una serie di aziende e di amministratori delegati di scaricare il presidente nei giorni dopo l’assalto al Campidoglio è stata ritenuta una notizia dal conservatore Wall Street Journal. Il mondo del business scarica Trump.

Alice Mattei per businessinsider.com l'8 gennaio 2021. Non occorre essere strateghi di sicurezza per capire che qualcosa, al Campidoglio, non ha funzionato. E sulla scia di questa evidenza, il capo della polizia del Campidoglio degli Stati Uniti Steven Sund si è dimesso (non è chiaro se spontaneamente o su esplicita richiesta di Nancy Pelosi). Quel che occorrerà capire, da qui in poi, è se quella della Polizia è stata solo impreparazione o se c’è stata una certa, celata, collaborazione con i rivoltosi. In quel caso la posizione di Sund si aggraverebbe.

Viviana Mazza e Giuseppe Sarcina per corriere.it il 7 gennaio 2021. A guidare l’assalto nell’aula del Senato sarebbe stato lo «Sciamano di QAnon». Trentadue anni, vero nome Jake Angeli, è uno dei personaggi più riconoscibili delle proteste trumpiane di questi ultimi mesi — impossibile dimenticarlo, a torso nudo, con indosso una pelle di bisonte. Ha già manifestato in Arizona contro «l’elezione rubata», è un seguace delle teorie complottiste secondo cui il mondo è governato da una rete segreta di pedofili nemici di Trump, e ieri lo si vedeva alla testa di un drappello con le bandiere americane penetrato al cuore del «sistema». Nelle strade di Washington, le proteste contro «l’elezione rubata» hanno coinvolto gruppi di militanti organizzati accusati di legami con i suprematisti bianchi — come i Proud Boys e i Boogaloo — e complottisti di QAnon come lo «Sciamano» italoamericano, ma anche famiglie, tanti giovani, tante donne: la solita folla eterogenea dei comizi trumpiani. Almeno trentamila persone hanno partecipato alla marcia «Save America», organizzata dalla figlia di una dei fondatori dei vecchi Tea Party, Kylie Jane Kremer, che ha creato con la madre l’associazione «Women for America First»: in origine era una risposta all’impeachment di Trump, poi contro le mascherine per il Covid e in seguito hanno lanciato la pagina «Stop the Steal» bandita da Facebook. Ma c’erano state anche altre manifestazioni negli ultimi due giorni. Secondo il presidente, che ama esagerare, i suoi sostenitori erano centinaia di migliaia. I Proud Boys, che Trump ha chiamato «patrioti» e ai quali ha chiesto di tenersi pronti (Stand back and stand by), si erano organizzati da tempo. Il loro leader, Enrique Tarrio, 36enne di origini cubane di Miami, è stato arrestato lunedì a Washington, per aver bruciato ad un’altra marcia di un mese fa una bandiera di Black Lives Matter strappata da una chiesa nera. Gli hanno trovato addosso munizioni pesanti illegali, ma è stato rilasciato con il divieto di restare nella capitale. Ieri sera è riapparso su Parler — il social che ha accolto gruppi di estrema destra banditi dagli altri social. Qui sono state scambiate le indicazioni sulle postazioni della polizia, su come raggiungere Capitol Hill evitando gli sbarramenti delle forze dell’ordine e su quali attrezzi portare per forzare porte e finestre. Sembra che almeno una decina di persone abbiano invitato a portare armi nelle sale del Congresso. Tarrio ha promesso che avrebbe spiegato più tardi i dettagli dell'arresto, prima voleva «godersi lo spettacolo» al Congresso, raccontato su Parler sul profilo «Murder the Media» (uccidi i media). Alle 6 del pomeriggio, mentre stava per scattare il coprifuoco stabilito dalla sindaca di Washington Muriel Bowser, i trumpiani lentamente tornavano agli alberghi nei dintorni della Casa Bianca, verso stanze affittate con Airbnb o in casa di amici. All’altezza del monumento dell’obelisco, cinque uomini in completa tenuta paramilitare spiegavano: «Veniamo dalla North Carolina, siamo qui per difendere il nostro presidente. Ci hanno rubato le elezioni». Ma non tutti sembravano avere le idee chiare. Alla domanda: «D’accordo, ma chi vi ha rubato le elezioni?», la pattuglia farfugliava risposte diverse: «Il governo…», «Sì, il governo, i democratici». La città era sigillata, bloccate le due arterie che collegano la National Mall, con camion messi di traverso. Davanti al Campidoglio un imponente schieramento di agenti, guardia nazionale e rinforzi dalla Virginia. Su Parler, Tarrio giurava: «Non si può incatenare un’idea».

L’elmo dello sciamano era stato del Sempio. Michele Serra su L'Espresso il 17/1/2021. L’elmo cornuto di Jake Angeli detto lo Sciamano, star dell’assalto trumpista al Campidoglio, viene da Pontida ed era appartenuto al signor Ginepro Biagin detto il Sempio, uno dei leghisti della prima ora, recentemente scomparso nel corso di una battuta di caccia al bisonte in Val Manesca. Viene considerata una delle attività di bracconaggio più difficili al mondo, a causa dell’assenza di bisonti in quell’area. Si è risaliti a lui attraverso un’analisi del Dna dei capelli contenuti dell’elmo, fortunatamente mai lavato, dando modo agli scienziati di ricostruire nei dettagli la storia del suggestivo copricapo. Si spera, in tempi brevi, di riuscire a risalire, a ritroso, fino al paziente zero. La storia Prima di arrivare fortunosamente nelle mani del leghista Biagin, che lo aveva acquistato da un rigattiere per abbinarlo alla tuta da ginnastica indossata nelle grandi occasioni, l’elmo era stato dimenticato per anni nel magazzino del Teatro municipale di Tubinga dopo la prima e unica rappresentazione dello sfortunato musical “Ho sposato una valchiria”. Poi era stato notato sulla testa di Vercingetorige al Museo delle Cere della stazione di Milano. Fu scartato al Carnevale di Viareggio a causa del forte odore di formaggio, perché usato per alcuni mesi per la stagionatura della rinomata “toma di piede” del Cuneese. Venne adoperato nelle visite ufficiali dal sedicente Console onorario della Nazione Navajo a Roma, Sparviero Che Vola, poi smascherato e identificato come Gaspare Meniconi, già centurione senza licenza davanti al Colosseo, poi tassista abusivo. Una bruciatura sul corno sinistro conferma l’ipotesi che l’elmo, indossato nel corso di una Festa celtica da un metronotte di Varese, abbia toccato i fili dell’alta tensione, fulminando il metronotte e provocando un black-out in tutta la provincia. Infine, lo Sciamano Jake Angeli lo ha acquistato su Amazon insieme all’autobiografia di Mago Merlino e a una cassetta della posta a forma di alligatore. La domanda A questo punto, è inevitabile una domanda. Che cosa unisce tutte le persone che hanno indossato quell’elmo cornuto? È semplice, ed è evidente: la sinistra non ha mai fatto niente per nessuno di loro, abbandonandoli a se stessi. Forse che la sinistra ha fatto qualcosa per pagare uno psichiatra allo Sciamano Jake Angeli, per aiutare il bracconiere Ginepro Biagin a superare la frustrazione prodotta dall’assenza di bisonti in Val Manesca, per ristabilire la verità storica su Vercingetorige e riconoscere un vitalizio ai suoi eredi, per le comparse del musical “Ho sposato una valchiria”, per il falso console onorario dei Navajo, per garantire migliori condizioni di sicurezza alle feste celtiche in provincia di Varese? No, è evidente. E dunque la responsabilità morale, gravissima, dell’assalto trumpista al Campidoglio, del ridicolo abbigliamento durante i raduni di Pontida, della orribile sceneggiatura di “Ho sposato una valchiria”, del fatto che la statua di Vercingetorige, al Museo delle Cere, era collocata malissimo, del tragico incidente al metronotte di Varese, è tutta della sinistra. È quanto si desume da migliaia di editoriali, commenti, dichiarazioni politiche degli ultimi vent’anni, soprattutto di sinistra: quasi ogni cattiva azione, crimine, disgrazia, catastrofe sociale sia in atto nel mondo, dipende dalla negligenza dimostrata dalla sinistra. Secondo lo storico Levi-Pumpkin, «anche Hitler, Charles Manson, Barbablu, Attila, furono platealmente ignorati dalla sinistra, ed è a questo trauma originario che si devono i loro crimini». Il paziente zero Ora che abbiamo ristabilito, una volta per tutte, perché nel mondo accadono tante brutte cose, eccoci infine al paziente zero: chi per primo indossò quell’elmo? Si tratta del grande comico svizzero Hudo Zwinkler, che commissionò l’elmo cornuto a un artigiano del suo cantone, nel 1931, per il suo celebre monologo “lo scemo del paese”, considerato ancora oggi un capolavoro della satira alpina.

Massimo Basile per "la Repubblica" il 9 gennaio 2021. Ventimila manifestanti, meno di duemila decisi a entrare dentro Capitol Hill. E tra questi, poche decine, che sapevano dove andare, come in un' operazione militare, forse per prendere politici in ostaggio e avviare processi sommari. Il tutto favorito da un evento: il comizio di Donald Trump, che ha facilitato l' accesso di migliaia di persone all' area della Casa Bianca. Buffalo Bill, i volti stralunati da Armata Brancalone, il "patriota" Bigo con i piedi sulla scrivania della Speaker della Camera sono stati la schiuma di un magma più oscuro che puntava a ingoiare le istituzioni democratiche. Non c' è nessun effetto sorpresa per spiegare la facilità con cui il Congresso è stato violato. Secondo una fonte Fbi che ha parlato con Repubblica, i «manifestanti erano 20-30 mila, per lo più civili innocui, nei confronti dei quali non si poteva fare prevenzione». «All' interno - continua - c'erano gruppi di violenti, circa il 7 per cento, cioè meno di duemila persone. Hanno provato a isolarli, ma dopo che il presidente Trump li ha fatti entrare per il comizio, la prevenzione è saltata». La breccia è stata l'Ellipse, area di ventuno ettari sul lato sud della Casa Bianca, vicino a Constitution Avenue, il viale che porta al Congresso. Nei 60 minuti di discorso, Trump aveva infiammato i sostenitori, dicendo che «dopo questo assalto alla nostra democrazia» la gente «avrebbe dovuto dirigersi verso Capitol Hill». Lui, intanto, li aveva fatti entrare dentro l' area protetta. Da lì, i sostenitori hanno raggiunto facilmente a piedi l'area del Congresso, una zona di cinque chilometri quadrati tra le più protette, con più di duemila agenti al servizio dei 435 rappresentanti della Camera e i cento membri del "club" più esclusivo d' America, il Senato. Numero enorme paragonato agli 840 agenti destinati a proteggere i 425 mila abitanti di Minneapolis, ma mercoledì erano troppo pochi. Nonostante da settimane sui social di destra come Gab e Parler si parlasse di invadere il Congresso, non è stato alzato il livello d' allarme. Secondo l' agenzia Ap, la polizia di Washington ha rifiutato per due volte un aiuto: tre giorni prima ha detto "no" al Pentagono e, durante il caos, ha respinto l' ultima offerta del dipartimento di Giustizia. Non c' era neanche una centrale di comando. Il capo della polizia, Steven Sund, ha sostenuto di aver messo in campo un «piano robusto », ma è stato costretto alle dimissioni. «Per capire cosa sarebbe successo, bastava saper leggere», ha commentato al Washington Post Michael Chertoff, segretario alla Sicurezza interna sotto George W. Bush. Quando alle 14,24 Trump, in un messaggio poi oscurato da Twitter, ha scritto che «Pence non aveva avuto il coraggio di fare ciò che avrebbe dovuto», cioè ribaltare l' esito del voto, sulla piattaforma Gab erano apparse decine di messaggi rivolti a chi era dentro Capitol Hill perché andasse «a prendere» il vice. In alcuni video si sente urlare «Where is she?», Dov' è lei?, riferito a Pelosi, e «Where is Pence?». Dalle foto scattate all' interno, emergono due figure che chiameremo Uomo1 e Uomo2. Il primo indossa indumento militare, cappellino nero, il simbolo di Punisher, fantasma con il teschio utilizzato dall' ultra destra. Su un fianco porta quella che appare una pistola o un Taser Pulse Holster, sul petto il cellulare con la luce rossa della diretta. Nella mano sinistra stringe un mazzo di manette flessibili di plastica, di quelle in dotazione alla polizia ma anche in vendita online a 132 dollari per cento pezzi. Altri, ripresi nelle foto, hanno le stesse manette. Pensavano di fare ostaggi? E chi? I patiboli stile Ku Klux Klan montati fuori dal Congresso potrebbero essere una bravata o il paradigma della follia del cappio, già emerso nel fallito complotto per giustiziare la governatrice del Michigan, Withmer. L' Uomo2 è sui sessant'anni, aria da veterano, grande e grosso. Appare a capo dei manifestanti. La sera prima, in diretta streaming, aveva detto: «Di domani non voglio neanche parlare, perché so che verrò arrestato. Ma noi abbiamo bisogno di andare dentro Capitol Hill». Alla fine, dopo sei ore di assedio, nessun politico è rimasto ferito, quattro manifestanti sono morti, più un poliziotto. Il 20 gennaio ci sarà la cerimonia di insediamento di Joe Biden. «Molti di noi Patrioti - scrive "Colonel Perez" su Parler - ritorneremo il 19 gennaio 2021 portando le nostre armi in difesa della nostra nazione. A tutti coloro che non stanno con noi, sarebbe un buon momento per prendervi qualche giorno di vacanza».

Sinistra con la puzzetta sotto il naso. Il pd Gori: «I seguaci di Trump? Proletari, poveracci ignoranti». Marzio Dalla casta venerdì 8 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia. Non dite a Giorgio Gori che il 21 corrente mese il Pd cui appartiene celebrerà il centenario della nascita del Pci. Soprattutto non ditegli che nel teatro San Marco di Livorno, che ne fu culla, campeggiava la grande scritta «Proletari di tutti i Paesi unitevi». È una questione di stomaco. Già, pare che quello del pur bravo sindaco di Bergamo non riesca a mandar giù i destinatari del celebre appello conclusivo del Manifesto di Marx e Engels: i proletari, per intenderci. Non che gli facciano proprio schifo, ma stiamo lì. Così pare almeno di capire leggendo un suo tweet a commento dell’assalto dei seguaci di Donald Trump al Capitol Hill. Questo: «Chi sono? Proletari, mi verrebbe da dire. Poveracci poco istruiti, marginali, facilmente manipolabili, junk food e fake news, marionette nelle mani di uno sciagurato che li ha usati per il suo potere. È così che si diventa fascisti?». Che prosa padronale, eh? Più che il pensiero di Gori, sembra l’inizio di Contessa, vecchia canzone militante di Paolo Pietrangeli. Ricordate? «Che roba, contessa, all’industria di Aldo, han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti: volevano avere i salari aumentati (…)». La differenza è che a quei proletari che Gori guarda con compassionevole ribrezzo, il cantautore invece inneggia. E sì, perché una volta la sinistra era quella roba lì: operai e braccianti. «Compagni dai campi e dalle officine», per restare nel repertorio pientrangeliano. Al contrario, oggi è quasi tutto ceto medio riflessivo, residenti dei centri storici, pensionati (non al minimo) e tanti banchieri. I proletari del Pd vivono ormai come i nativi americani: confinati nelle riserve delle sezioni sopravvissute a svolte e a fusioni. Praticamente sono dei gadget, anzi testimonial del tempo che fu. Ne rivedremo tanti, immortalati in foto singole e/o di gruppo, per il centenario di Livorno. Ma a Gori è meglio non farle vedere. Per un fighetto come lui, scoprirsi discendente dell’incrocio tra Cipputi e una contadina potrebbe rivelarsi fatale.

Paolo Guzzanti per il Giornale il 9 gennaio 2021. Trump esce di scena forse trascinato fuori dalla Casa Bianca per i capelli, come vorrebbe Nancy Pelosi - ma il trumpismo è una realtà non creata dal presidente, che semmai lo ha generato e nutrito. Telefonando ad amici nel Midwest, in Pennsylvania, in Florida ho trovato gente sana di mente che pensa di aver subito un furto di democrazia. Ma noi seguitiamo ad applicare all' America i nostri schemi vecchi da cui poi i conti non tornano. Trump è un pericolo di estrema destra? Peccato che votino per lui i latinos e il ceto medio afro-americano, oltre a operai e contadini. Certo, è odiato dagli intellettuali. Ma, oltre ad aver tagliato le tasse e diminuito la disoccupazione non ha bombardato nessuno ma semmai riportato a casa truppe americane. Joe Biden non è ancora presidente ed è già ai ferri corti con la Russia e vedremo se riuscirà a contenere la Cina. Pochi hanno capito che la carnevalata finita con quattro morti di Capitol Hill non era un tentativo di colpo di Stato, ma una grottesca difesa della democrazia che molti americani pensano sia stata calpestata. Fra i trumpisti il modello iconico non è la camicia nera ma il partigiano libertario Yankee Doodle, con una piuma sul berretto e la fiasca della polvere alla cintura. Di qui l' abbigliamento con corna e pelle di bufalo, ispirata ai ribelli di montagna, come se da noi si fossero travestiti da carbonari. Per carità: tutto ciò è male, malissimo. Ma lasciamo stare, per favore, lo spettro del nazismo che è un incubo della cattiva coscienza europea.

Gli assaltatori di Capitol Hill non erano fascisti, con Trump nato un movimento rivoluzionario democratico. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'8 Gennaio 2021. L’abbiamo scritto in più occasioni su queste pagine e oggi dobbiamo confermare la nostra vecchia sensazione: è cresciuta intorno a un leader catilinario come Donald Trump, una America che non è quella raccolta intorno all’élite ricca e conservatrice, meno che mai intorno all’élite aristocratica delle grandi famiglie dinastiche come quella dei Bush. Ma è accaduto – da queste ultime settimane – anzi qualcosa che ha provocato una mutazione nuova e inquietante anche perché appare molto debole l’impegno in Europa, ma anche nel campo democratico americano, di afferrare i motivi che siano all’origine di quel che è accaduto mercoledì a Capitol Hill, con i quattro morti, l’invasione a mano armata di persone che hanno infranto i simboli del tempo e si sono sedute sugli scranni del senato, come avrebbero potuto fare gli invasori celtici nel Senato romano. Non è accaduto di colpo, non è accaduto senza che si potesse prevedere e non è accaduto senza perché. Tutto ciò era stato previsto e descritto da un osservatore accurato come George Friedman che di professione fa il “previsore”, essendo partito molti anni fa dalle previsioni del tempo. Secondo Friedman era in corso dall’inizio della Presidenza Trump un cambio della pelle, uno scossone, una di quelle rivoluzioni interne che periodicamente sconquassano l’America, di cui tutti i segnali erano già presenti e che hanno cassato sia l’elezione di Trump che la sua caduta. La questione dei pretesi brogli è centrale, anche se sembra ormai chiaro che non sono state vere e proprie frodi. Ma certo è che il Partito democratico ha usato i suoi giudici per ordinare contro il parere della Casa Bianca di ricostruire uffici postali abbandonati per offrire questo servizio non più eccezionale ma di massa che è il voto per posta, assistito dalla presenza di un addetto che si presenta nelle case dei votanti, fa compilare i moduli, raccoglie i voti e poi li avvia su furgoni postali. Trump fece il diavolo a quattro per impedirlo ma fu sconfitto. Quando in alcuni Stati come la Pennsylvania in cui Trump era in testa, il risultato è stato ribaltato dall’arrivo di alcun camion postali che portavano centinaia di migliaia di voti soltanto per Biden, è sembrato che il voto fosse stato manipolato. Ciò probabilmente non è vero, ma il fatto che l’elettorato sia lievitato malgrado la pandemia ha provocato molti sospetti e commenti, Trump è un narcisista di proporzioni gigantesche e la psicologia ha fatto il resto. Ma non si è trattato soltanto della psicologia di Trump, visto che milioni di americani lo consideravano il loro leader se non il loro dio perché ha troncato le tasse e moltiplicato i pani e i pesci dei posti di lavoro. Risultato: il voto latino, emigrato e una cospicua parte del voto nero ex democratico è andato a lui. Dunque, è nato il mito non infrequente della vittoria mutilata, anzi rubata. La vittoria fatta sparire con una frode, un gioco perverso delle alte sfere organizzative democratiche con i loro sindacati. Sarà tutto falso, ma ha funzionato per far crescere una agitazione che si è trasformata in ira. Il fatto paradossale è che l’assalto ai templi della democrazia non è avvenuto contro la democrazia, per rivendicare una quota di democrazia che secondo molti è stata sottratta con destrezza. Trump ha cavalcato la tigre, sta per fondare un network più potente di Fox News, è pronto a spendere tutto il suo capitale e vedremo se e come saprà modificare il futuro. Ma quel che è certo, a parte le sue personali ambizioni, è che è nato e ha preso forma questo nuovo soggetto politico che cerca le sue forme e i suoi riti nel passato rivoluzionario. Intanto un fatto: molti di coloro che si erano visti profittare delle manifestazioni a favore di Black Lives Matter sul fronte anti-Trump, sono riapparsi nella forza d’urto che ha investito Capitol Hill, incassando l’imbarazzante benedizione del Presidente uscente. Il quale, sia detto per inciso, ha fatto sapere di essere contentissimo che i due candidati repubblicani sono stati sconfitti in Georgia nella conquista di due seggi al Senato, perché si erano messi contro di lui. Il Partito repubblicano, che solo i vecchi ormai chiamano ancora il GOP, the Grand Old Party è morto: non è più il partito dei miliardari con lo yacht e il jet privato, ma è diventato con Trump un partito del “mob”, parola che si può tradurre canaglia ma anche sottoproletariato. Questo nuovo partito creato o evocato da Donald Trump è fatto di componenti tutti lontani dalla nostra mentalità europea e paradossalmente potrebbe essere definito come un movimento rivoluzionario democratico che almeno nelle forme si riallaccia direttamente alla rivoluzione americana e al motto del 1776 che recita: «Quando la tirannia diventa legge, la ribellione è un dovere». Questo gruppo che ieri l‘altro dava l’assalto a Capito Hill sostiene che quando fu necessario battersi contro gli inglesi soltanto il tre per cento del popolo prese le armi, ma dette il buon esempio a tutti gli altri portandoli alla vittoria. Purtroppo, noi europei siamo di solito sordi e ciechi di fronte a ciò che di più profondo giace nell’animo americano e che non ha l’uguale e nemmeno il simile alle nostre latitudini, salvo forse in Australia. Donald Trump ha coltivato più che l’elettore conservatore, quello del genere a noi meno noto del “libertarian”, un cittadino con la chitarra su una rocking chair, una poltrona a dondolo sotto il portico, avendo a portata di mano un fucile da usare se un agente del governo federale oltrepassasse la sua proprietà. Questi guerriglieri, che avevamo visto molte volte durante i tumulti seguiti alla uccisione di George Floyd indossano uniformi con cui passano da destra a sinistra: i petti ricoperti da un telo nero su cui è disegnata una mitragliatrice bianca su fondo nero con il motto “If you want it, take it”: “Se lo volete, venitevelo a prendere” (originariamente riferito a un cannone che gli uomini di Davy Crockett si rifiutavano di restituire ai messicani di Santa Ana). E poi camicie sgargianti e bisunte su giubbetti antiproiettile, molte ragazze nere e bianche, moltissimi neri e latinos di origine messicana e cubana che hanno sempre sostenuto Trump nella costruzione del famoso muro peraltro iniziata da Clinton e proseguita da Obama, barba e berretto da baseball e molti fucili d’assalto che i cittadini sono autorizzati a portare come prescrive la loro Costituzione, secondo emendamento, affinché tutto il popolo si senta come una brigata partigiana in armi. In genere questi aspetti genetici della seconda o terza rivoluzione americana in corso sono guardati con disprezzo e trattati con disprezzo alle nostre latitudini ed è un peccato, senza grandi sforzi per uscire dai recenti delle nostre geografie politiche, inapplicabili in America. Nei video abbiamo visto oggetti strani e misteriosi come il movimento boogaloo simboleggiato da un grande igloo su tela da indossare su camicie coloratissime. Nessun gusto militare per le uniformi, il fucile è un accessorio come il cappello, nulla di nazista o di fascista, è una concezione totalmente diversa. I modelli di riferimento sono quelli della misteriosa associazione carbonara del “tre per cento“ i cui simboli decorano i gilet antiproiettile, o l’inno alla rivolta: quando la politica diventa tirannia. la tirannia diventa legge, la ribellione è un dovere, e il congressman Josh Hawley, trumpiano di ferro, ha adottato come simbolo, già che c’era, anche il pugno chiuso delle pantere nere, lui che era in completo grigio e la cravatta. Nessuno si esercita in profezie e tutto può accadere: ma l’America si è ammalata di una delle sue sconcertanti e spesso esaltanti malattie di crescenza, che si svolgono più o meno ogni quarto di secolo e durante le quali questo popolo si contorce di tumulti e rabbie cercando soluzioni, e alla fine le trova. Biden dovrà dare prova di grande forza intellettuale, che gli fornirà forse la sua vice Kamala Harris. Ma l’America e il mondo sono di fronte a un nuovo scenario, mentre la Cina si avvicina sempre più ai limiti del conflitto col mondo occidentale, mentre i democratici hanno già riaperto il capitolo della guerra fredda con la Russia, che Trump aveva lasciato ai margini.

Dritto e Rovescio, Giuseppe Cruciani si mette le corna e sbotta: "Ma quale golpe, l'assalto negli Stati Uniti è stato una scampagnata". Libero Quotidiano il 09 gennaio 2021. Giuseppe Cruciani si presenta da Paolo Del Debbio con tanto di corna. Nella puntata di Dritto e Rovescio su Rete Quattro il conduttore de La Zanzara richiama il copricapo del supporter di Donald Trump entrato al Congresso. "Per me è stata una giornata folkloristica, perché poi tutto si è svolto regolarmente - ha definito l'assalto avvenuto il 6 gennaio a Washington - a parte i morti tra i manifestanti che erano disarmati (…) Per noi è inconcepibile che qualcuno entri dentro la Camera e non sia controllato, per cui qualche sospetto mi viene“. E ancora, contestato da Gaetano Pedullà: “È stata una scampagnata con qualche eccesso all’americana“. Per Cruciani il golpe organizzato dal punto di vista cinematografico dai Colonnelli di Ugo Tognazzi era una cosa più seria. "I golpe si fanno di notte - prosegue indispettendo gli ospiti in studio - ci sono i morti e i feriti. Il famoso golpe di ieri è stato organizzato da una persona che aveva le corna!“.

Antioco Fois per repubblica.it il 10 gennaio 2021. L'immagine con colbacco e maglione a stelle e strisce della responsabile a Sport e Commercio di Perugia, come il capopopolo dell'assalto a Capitol Hill. Imbacuccata con colbacco e maglione a stelle e strisce gioca a fare lo sciamano Jake e si schiera dalla parte del Trump “scomunicato” dai social. L’assessore a Sport e Commercio del Comune di Perugia, Clara Pastorelli (Fratelli d’Italia), in un selfie pubblicato sul proprio profilo Facebook mima davanti allo specchio il capopopolo che con lancia e corna da bisonte ha guidato l’assalto al Campidoglio di Washington, in un’azione violenta e vandalica, che si è conclusa con cinque morti. E che è stato arrestato proprio oggi. "Forza sempre e comunque Stati Uniti d’America. Spesso ciò che sembra reale non lo è. Fb bannerà pure me?”, ha scritto l’assessore della giunta Romizi nella story pro, poi non più visibile sui social. La storia social è stata poi riproposta dal capogruppo del Pd comunale, Sarah Bistocchi, che ha attaccato l’esponente dell’esecutivo: “Spesso ciò che sembra reale non lo è. Anche io vorrei che non lo fosse. Assessore al Comune di Perugia di Fratelli d’Italia”. Si è poi appellata alla “chiaramente non compresa, ironia” l’assessore Pastorelli in un successivo post su Facebook, precisando di non essere “trumpiana” e di non essersi travestita da Jake Angeli, ma “da zarina”, rimanendo comunque critica sui rischi dei “giganti del web, che oscurando e cancellando il profilo di un presidente di una nazione si sostituiscono con protervia e arroganza alla magistratura e/o alle istituzioni a ciò deputate, così calpestando, nel caso di specie, la più risalente costituzione del mondo”. Non c’è traccia apparente di ironia, invece, nella sortita del capogruppo della Lega al Comune di Orvieto, che in un post che prende spunto sempre dai fatti di Capitol Hill propone l’assalto al ministero dell’Istruzione. “Terminata l’indignazione per quanto accaduto in America, ricordate sempre che i vostri figli a gennaio sono costretti a seguire le lezioni a scuola con le finestre aperte! Io occuperei e assaltarei il ministero dell’istruzione... Ma siamo in Italia!”, ha scritto sul proprio profilo Facebook Andrea Sacripanti, in un post ripreso poco dopo dal deputato di Leu, Nicola Fratoianni. “Ora capisco la timidezza di Salvini nel condannare quanto accaduto a Washington. Siamo di fronte ad una destra sgangherata e pericolosa”, attacca l’esponente di Sinistra italiana, al quale non si fa attendere la replica del consigliere comunale leghista umbro, che si dice frainteso sul significato del suo intervento e sull’intento di occupare il ministero di viale Trastevere. “In riferimento all’incitamento alla violenza - replica Sacripanti - respingo ogni accusa in quanto, a parte il fatto che esistono occupazioni pacifiche, il post voleva soltanto evidenziare come in Italia ormai vi sia un forte sentimento di rassegnazione che ci costringe ad accettare di tutto senza alcun tipo di reazione”. 

Usa: lo sciamano che ha fatto vincere Biden. Piccole Note l'8 gennaio 2021 su Il Giornale. Si chiude l’era Trump, inizia ufficialmente la presidenza Biden. Questo l’esito dell’assalto a Capitol Hill avvenuto ieri. Un assalto attribuito a Trump, dato che avrebbe fomentato la folla. Cosa vera, ma un conto sono le manifestazioni di piazza, che son legittime, almeno fino a oggi, anche in America, un conto è assaltare il Congresso degli Stati Uniti, che Trump non voleva. Tant’è.

Sipario. Inutilmente il presidente cerca di difendersi, condannando l’accaduto: ormai è un morto (per ora solo politico) che cammina. Tanti, anche nel suo partito, ne chiedono la rimozione immediata in base al 25° emendamento. Se così fosse, a governare il Paese in questi ultimi giorni di transizione, cioè fino al 20 gennaio, data dell’inaugurazione ufficiale della presidenza di Joe Biden, sarebbe il vicepresidente Mike Pence. L’iniziativa non ha il  solo scopo di abbreviare il mandato di Trump, ma serve a porre su lui e sulla sua presidenza il marchio di infamia, come avvenne per Nixon. “Il 25 ° emendamento può rimuovere Trump, ma non dovremmo fermarci qui”. Così il titolo di una nota del New York Times a firma di due autorevoli legali che spiegano come il Congresso può anche sancirne l’inagibilità a ogni incarico futuro. Come forse avverrà.

Agenti & attivisti. Restano le tante domande sul perché non siano state predisposte difese adeguate presso l’edificio più importante degli Stati Uniti, nonostante il giorno fosse così cruciale, date le tensioni e la ratifica dell’elezione di Biden. E nonostante si sapesse da giorni che erano previste manifestazioni dei sostenitori di Trump, annunciate sui loro blog, che certo non abbiamo letto solo noi, ma anche i democratici e la Sicurezza Usa. E del perché poi i pochi agenti di polizia presenti abbiano spalancato i cancelli ai rivoltosi. Collusione tra agenti e manifestanti, si dice. Ma possibile che l’Fbi e l’intelligence, che presidiano, invisibili, i palazzi del potere, abbiano lasciato fare? Chi vuole si attenga alla narrativa ufficiale, ma riteniamo legittimo porre domande. Si scopre poi che a riprendere e a girare alla Cnn il video che immortala, purtroppo letteralmente, l’assassinio a sangue freddo della manifestante all’interno del Campidoglio è stato un “attivista di sinistra”, come annota la Cbs in un articolo in cui condanna severamente la “mafia” di Trump che ha assaltato il Palazzo (pure mafioso… già, non poteva mancare). Tale attivista si trovava insieme agli assalitori per “documentare” quanto stava avvenendo assieme a un’amica, la documentarista Jade Sacker. In realtà non si tratta di un attivista qualsiasi, dato che, come scrive sul suo profilo twitter, è il fondatore di Insurgence Us, uno dei movimenti che hanno dato vita alle proteste di piazza contro Trump che in questi mesi hanno infiammato l’America (anche la Saker sembra appartenere al movimento). Sul suo profilo ha anche rilanciato il tweet in cui Trump dava appuntamento ai manifestanti alle 11…

Il cornuto. A guidare l’assalto, lo strano sciamano Jake Angeli, col copricapo cornuto tipico di alcune tribù indiane (chi ha visto “Piccolo grande uomo” ricorderà). Ardente complottista di QAon e presente in vari raduni pro-Trump, il giorno prima, intervistato in una manifestazione a sostegno del presidente, porta la bandana a stelle e strisce, ma è impeccabile in giacca e cravatta. Evidentemente non c’era bisogno del vestito di scena, messo invece per l’occasione (ne aveva fatto sfoggio anche prima). Ingenuamente avevamo immaginato che l’uomo che ha tenuto in sospeso il mondo intero per ore fosse stato individuato e arrestato subito dai più che sofisticati servizi di sicurezza Usa. Peraltro il cornuto era alquanto appariscente. E, in aggiunta, nome e cognome sono diventati virali quasi subito. Invece il Sun racconta che, in un’intervista telefonica a Tik Root, il cornuto ha spiegato che stava tornando tranquillamente a casa, che non era stato contattato dalla polizia e non aveva alcuna paura di essere arrestato, aggiungendo: “Se potessi tornare per l’inaugurazione sarebbe fantastico”. Inaugurazione di chi? Magari nel frattempo è stato arrestato, ma un deficit di efficienza dei sofisticati servizi di cui sopra si può rilevare. Vada come vada, l’immagine dello sciamano cornuto che presiede il governo degli Stati Uniti getta una cupa ombra sul futuro, del Paese e del mondo.

La vendetta dei padroni dell’Universo. Trump ha gettato la spugna, dicendosi disposto a una transizione ordinata. Vedremo se basterà a salvarlo da quanto l’attende. Intanto, tra i repubblicani c’è chi mira a prendere il controllo del suo movimento, il Maga. Anzitutto Ted Cruz, repubblicano vicino ai neocon, il quale, da fiero antagonista di Trump, negli ultimi giorni ne è diventato il più stretto alleato. Del maiale non si butta niente, una volta ucciso. Il Maga, l’idea dell’America First, può benissimo essere gestita in futuro dai neocon e messa al servizio (all’opposto di quanto immaginato da Trump) delle loro guerre infinite. Ma questo dopo, oggi c’è da dare il colpo di grazia al tycoon che ha osato sfidare i padroni dell’Universo (così David Ignatius sul Washington Post). La punizione deve essere esemplare a monito di quanti, in questi anni, hanno pensato che ciò si possa fare impunemente. A margine si può notare che alcuni mesi fa i rivoltosi di Hong Kong occuparono il Parlamento della città Stato, tra l’entusiasmo dei loro sostenitori occidentali. Furono sfollati senza sparare un colpo e senza uccidere nessuno, al contrario di quanto avvenuto nella civile America, allora scandalizzata dalla brutalità della polizia cinese. Tant’è.

Giuseppe Sarcina per il "Corriere della Sera" il 18 Novembre 2021. Jacob Chansley, lo «Sciamano» a torso nudo, pelliccia e corna da bisonte, è stato condannato a 3 anni e 5 mesi di carcere dal giudice Royce Lamberth nel Tribunale federale di Washington. Jacob, 34 anni, noto anche con lo pseudonimo di Jake Angeli, è diventato uno dei simboli dell'assalto a Capitol Hill. I video e le foto di quei giorni lo ritraggono nell'avanguardia dei vandali che fecero irruzione nel Congresso da una porta laterale, intorno alle 14.15. Lo «Sciamano», seguace e divulgatore delle teorie cospirative di QAnon, raggiunse urlando l'Aula del Senato, prese posto sul scranno più alto, quello del presidente, e scrisse un messaggio per l'allora vice presidente Mike Pence, «il traditore» che si era rifiutato di rovesciare i risultati elettorali: «È solo questione di tempo. La giustizia sta arrivando». Invece, ieri, mercoledì 17 novembre, la Giustizia, quella vera, gli ha presentato il conto. Chansley doveva rispondere di sei capi di imputazione. Il più grave era «Entrata violenta e turbativa nell'edificio di Capitol Hill». In teoria la somma delle accuse prevede fino a 20 anni di prigione. Ma Jacob, assistito dall'avvocato Albert Watkins, è riuscito a contenere drasticamente la punizione per due motivi. Primo: non ha precedenti penali. Secondo: nonostante l'aspetto truce, le corna e la bandiera con l'asta appuntita, quel giorno non aggredì nessuno. La Procura aveva chiesto 51 mesi. Il giudice gliene ha comminati 41, più altri 36 in libertà vigilata, considerando che l'imputato era già dietro le sbarre dal 9 gennaio, più di 10 mesi. È comunque una sentenza dura, in linea con le altre tre pronunciate finora per reati simili commessi il 6 gennaio. Ieri l'icona dei sovversivi trumpiani si è presentata all'udienza finale completamente trasformata. Nessuna traccia dell'esagitato che, dalla sua casa di Phoenix in Arizona, chiamava alla rivolta i «patrioti», li invitava, via Social, «ad impiccare i traditori». Ha parlato per mezz' ora, riconoscendo di aver fatto qualcosa «non scusabile». Ha lasciato perdere i riti sciamanici e si è, invece, concentrato su Gesù e Gandhi. Ha citato la storia di redenzione carceraria raccontata nel film Le Ali della Libertà . Il giudice, 78 anni, repubblicano dichiarato, ha prima respinto il tentativo estremo della difesa: «l'imputato è in terribili condizioni mentali; soffre di disturbo schizotipico della personalità, ansia e depressione». Poi, rivolgendosi a Jacob, ha concluso così: «le sue parole di oggi sono le più notevoli che abbia mai sentito in 34 anni di servizio; alcune cose mi hanno ricordato i discorsi di Martin Luther King; credo che il suo pentimento sia autentico. Ma il 6 gennaio llei ha bloccato il nostro sistema politico. È orribile e devo condannarla».

Da liberoquotidiano.it il 10 gennaio 2021. Anche Jake Angeli, lo sciamano della setta complottista QAnon che, in capo un copricapo con corna bovine e il volto dipinto, è diventato il simbolo dell'assalto al Congresso, è stato arrestato. Secondo quanto ha reso noto il dipartimento di Giustizia, Angeli, il cui vero nome è Jacob Anthony Chansley e le cui origini non sarebbero italoamericane come inizialmente indicato, è stato incriminato per diversi capi di imputazione. L'uomo, originario dell'Arizona, è stato incriminato per essere entrato volontariamente e essere rimasto in un edificio governativo senza l'autorizzazione e per ingresso e condotta violenta all'interno del Congresso. Chansley «aveva in mano una lancia, lunga circa 2 metri, con una bandiera americana arrotolata sotto la lama». Agli inquirenti lo "sciamano" ha detto di "aver obbedito" all'appello del presidente uscente.

Giuseppe Sarcina per il Corriere della Sera il 10 gennaio 2021. Jake Angeli, lo «sciamano» seminudo, con la pelliccia e le corna da bisonte, è stato arrestato ieri e interrogato dall' Fbi. È il suo momento di celebrità. A torto o a ragione è diventato il simbolo dell' attacco a Capitol Hill del 6 gennaio. La Procura Generale del District of Columbia, Washington, lo accusa di «essere entrato con violenza, seminando disordine, negli ambienti del Congresso». Nel comunicato ufficiale non si fa riferimento ad armi o a specifiche azioni contro parlamentari o componenti dello staff. Lo «sciamano», secondo notizie di agenzia, avrebbe contattato gli agenti federali per costituirsi e agli inquirenti avrebbe dichiarato: «Sono entrato da una porta già aperta e ho fatto quello che aveva chiesto il presidente Trump». Dal documento ufficiale della Procura risulta che Jake si chiami, in realtà, Jacob Anthony Chansley, nato a Phoenix, in Arizona, 33 anni fa. In un primo momento si era pensato che avesse origini italiane, ma non ci sono conferme ufficiali: Jake Angeli, notano gli inquirenti, è il suo pseudonimo. È una figura conosciuta nel suo Stato, sempre presente a tutte le manifestazioni pro-trumpiane, ma anche nelle marce ambientaliste contro il «climate change». I media americani scrivono che si è diplomato nella Moon Valley High School della sua città. Sua madre, Marta Chansley, ha dichiarato che il figlio «è stato un veterano della Marina». Sulla sua pagina Facebook, ora ripulita, Jake si definiva «un cantante e un attore», ma soprattutto «un patriota» e un seguace di QAnon, la rete che diffonde le più assurde teorie cospirative e che appoggia senza riserve Donald Trump. Jake, così come i suoi compari, dice di odiare l' establishment sovvenzionato dal finanziere George Soros. Nella lista dei «nemici» ci sono anche i media. Però gli piace farsi fotografare, riprendere mentre celebra i suoi rituali da «sciamano». È accaduto anche a Washington, poche ore prima dell' assalto al Congresso. Gli inquirenti stanno pesando il suo ruolo effettivo in questa vicenda. È solo una comparsa, un tocco di colore? Oppure è uno dei leader di un pericoloso movimento sovversivo? Sono domande che riguardano gran parte dei vandali ripresi dalle telecamere di sicurezza e da decine di video, alcuni postati dagli stessi assalitori sui loro account social. Sempre ieri è stato arrestato, con le stesse accuse di «Jake Angeli», un altro di questi soggetti, Adam Johnson, 36 anni, della Florida, immortalato mentre ride, allontanandosi con il leggio della Speaker Nancy Pelosi. Venerdì 8, invece, manette per Derrick Evans, 35 anni, deputato statale della West Virginia. L' Fbi si starebbe muovendo su due livelli. Identificare e arrestare tutti coloro che sono entrati nell' edificio di Capitol Hill. Nello stesso tempo individuare e smantellare i gruppi più organizzati. Per esempio chi ha parcheggiato un camion pieno di armi, munizioni e bombe a mano davanti alla stazione di Metro Center, cioè nel pieno del distretto ministeriale di Washington? Difficile pensare sia stato lo «sciamano» di Phoenix. L' altra pista, delicata e potenzialmente dirompente, è capire se qualcuno nel Comando della polizia abbia volutamente sottovalutato l' impatto del corteo che, dopo il comizio di Trump, si è diretto verso il Parlamento.

Donald Trump, "lo chiamano lo sciamano": chi è Jake Angeli, l'italoamericano che ha guidato l'assalto al Parlamento. Libero Quotidiano il 07 gennaio 2021. Jake Angeli, 32enne di origini italiane come si può facilmente evincere dal cognome, è uno dei sostenitori di QAnon nonché un fedelissimo di Donald Trump, dato che nell’ultimo anno ha presenziato praticamente a tutte le manifestazioni politiche di destra avvenute in Arizona. Le foto di Angeli hanno fatto il giro del mondo, ma c’è ben poco da vantarsi, dato che insieme ad altri estremisti è riuscito a superare il cordone di sicurezza e a fare irruzione a Capitol Hill, seminando il panico dal quale sono scaturiti 4 morti, decine di feriti e oltre 50 arresti. Le immagini del 32enne non potevano certo passare inosservate, visto come era conciato: petto nudo, cappello con corna da vichingo, pelliccia e faccia dipinta. Negli ambienti di destra lo chiamano “lo sciamano di QAnon” ed è un fervente sostenitore della teoria cospirazionista secondo cui la sconfitta elettorale di Donald Trump sarebbe stata organizzata da non meglio precisati poteri occulti. Uno degli aspetti più sconcertanti dell’assalto al Parlamento americano è che è bastato uno “sciamano” vestito da vichingo per superare la sicurezza: una pagina davvero sconcertante per la storia degli Stati Uniti. 

Jake Angeli arrestato, la vera identità dello "sciamano" di Trump: "Ho obbedito all'ordine del presidente". Libero Quotidiano il 10 gennaio 2021. Anche Jake Angeli, lo sciamano della setta complottista QAnon che, in capo un copricapo con corna bovine e il volto dipinto, è diventato il simbolo dell'assalto al Congresso, è stato arrestato. Secondo quanto ha reso noto il dipartimento di Giustizia, Angeli, il cui vero nome è Jacob Anthony Chansley e le cui origini non sarebbero italoamericane come inizialmente indicato, è stato incriminato per diversi capi di imputazione. L'uomo, originario dell'Arizona, è stato incriminato per essere entrato volontariamente e essere rimasto in un edificio governativo senza l'autorizzazione e per ingresso e condotta violenta all'interno del Congresso. Chansley «aveva in mano una lancia, lunga circa 2 metri, con una bandiera americana arrotolata sotto la lama». Agli inquirenti lo "sciamano" ha detto di "aver obbedito" all'appello del presidente uscente. 

(ANSA il 12 gennaio 2021) Jake Chansley, noto come Jake Angeli, lo sciamano della setta complottista QAnon simbolo dell'assalto al Congresso, rifiuta di mangiare da quando è stato arrestato sabato scorso. Il suo avvocato Gerald Williams ha riferito che il suo cliente ha una dieta ristretta ma non sa se per ragioni religiose o motivi di salute. La madre Martha Chansley invece ha spiegato ai reporter che il figlio ha una dieta severa e "sta male se non mangia cibo organico". Il giudice Deborah Fine, che ha fissato un'udienza per venerdì, ha chiesto di risolvere il problema, ammonendo che il detenuto "deve mangiare".

Ecco chi è lo "sciamano" che ha guidato l'assalto al Congresso. Il volto più noto ed emblematico dell'assalto al Campidoglio è un italoamericano di 32 anni. Si chiama Jake Angeli ed è un seguace di qAnon, la teoria cospirazionista di destra. Roberto Vivaldelli, Giovedì 07/01/2021 su Il Giornale. Molti lo hanno ironicamente paragonato - per l'aspetto - al celebre Attila flagello di Dio interpretato da Diego Abatantuono. In realtà si chiama Jake Angeli ed è lo "Sciamano di QAnon" che ha fatto irruzione ieri sera a Capitol Hill con altri supporter del Presidente Usa Donald Trump. Un volto molto conosciuto negli Stati Uniti e presente a nolte manifestazioni organizzate dai fans del tycoon negli ultimi mesi. Come riporta l'Adnkronos, Jake Angeli si è presentato ieri al Campidoglio vestito da vichingo, cappello con le corna e la pelliccia e la faccia dipinta: nelle foto arrivate da Washington si vede il 32enne in mezzo ai manifestanti che hanno preso d'assalto l'edificio, facendo sì che entrambe le camere sospendessero la certificazione dei risultati delle elezioni presidenziali che il 3 novembre hanno consegnato la presidenza al democratico Joe Biden. L'italoamericano è diventato uno dei volti dell’assalto di Washington ed è un aspirante attore dell’Arizona che si fa chiamare "lo sciamano di QAnon", la teoria cospirazionista di estrema destra secondo la quale Donald Trump sarebbe impegnato in una battaglia contro i poteri forti mondiali. Come spiega Matteo Carnieletto su InsideOver, Q è una specie di oracolo. Non parla mai chiaramente, lancia il sasso e poi nasconde la mano. Lascia solamente intuire e questo è il suo punto forte. Walter Kirn, che si è occupato a lungo di questa teoria, ha affermato che Q riesce ad affascinare i suoi lettori perché offre loro indizi e non teorie:“Il pubblico delle narrazioni su Internet non vuole leggere, vuole scrivere. Non vuole risposte fornite, vuole cercarle”. Ed è quello che, quotidianamente, accade sui social. Chiunque si sente legittimato a leggere e ad approfondire il pensiero di Q. Anzi, a volte ci si spinge anche più in là, vedendo false flag ovunque. Jake Angeli è uno dei seguaci di questa bizzarra teoria che ha preso piede negli ultimi anni. Insieme ai seguaci di QAnon al Campidoglio c'era un'ampia rappresentanza del variegato universo di ultras trumpiano, come i Boogaloo Boys, che si oppongono con forza ai lockdown, e che vedono visto come un segnale di tirannia e dittatura. Quando ad aprile e maggio si sono svolti raduni anti-lockdown in diversi stati, alcuni membri armati del movimento Boogaloo sono stati avvistati in diverse manifestazioni, spesso indossando camicie hawaiane. Ci sono poi i Proud Boys, espressione di quell’America profonda dimenticata dalla globalizzazione e dall’amministrazione Obama. Tutti protagonisti di un'azione che, purtroppo, rimarrà nella storia americana.

Da repubblica.it il 6 marzo 2021. "Volevo solo riportare Dio in Senato". Così si è giustificato Jake Angeli, lo "sciamano di QAnon", nella sua prima intervista dopo l'assalto al Congresso del 6 gennaio, di cui è stato uno dei protagonisti. "Volevo portare lì la divinità, riportare Dio in Senato. Ho cantato una canzone. Ciò è parte dello sciamanesimo, si tratta di creare buone vibrazioni in un luogo sacro", ha detto alla Cbs il 33enne, il cui vero nome è Jacob Chansley. Lo sciamano, che è stato arrestato e rischia una condanna, si è mostrato pentito. "Chiedo alla gente di essere paziente con le persone pacifiche che, come me, hanno difficoltà a riunire i pezzi di quello che ci è accaduto, è accaduto attorno a noi e a causa nostra". Le nostre azioni "non erano un attacco al Paese", ha proseguito, dicendo di rimpiangere di aver ritenuto "accettabile" un'irruzione nel Campidoglio. Immortalato mentre si sedeva sullo scranno del vice presidente Mike Pence al Senato, con il volto dipinto e un copricapo di pelliccia e corna di bisonte, il pittoresco sciamano è diventato uno dei simboli dell'attacco al Congresso. Chansley si diceva seguace della teoria complottista QAnon. Fra i primi ad essere arrestato, ha prima chiesto la grazia a Donald Trump, poi ha dichiarato, tramite i suoi legali, che era convinto di "rispondere legalmente" alla chiamata dell'ex presidente, che aveva usato i social per indirizzare l'opinione pubblica.

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 31 gennaio 2021. Fino a qualche settimana fa era un illustre sconosciuto, doppiatore e comparsa di cinema a tempo perso, con un'intensa attività nell'area grigia del web dove fermentano le teorie cospirazioniste più creative e fantastiche. L'assalto al Campidoglio lo ha imposto all'attenzione dei media di tutto il mondo, con la forza delle corna da bisonte che quel giorno decoravano la sua testa, la bandiera tricolore dipinta sul volto, e i simboli nazisti tatuati sul torso nudo. Oggi Jacob Chansley, lo sciamano di QAnon, o Jake Angeli, come si fa chiamare all'interno del movimento, rischia di diventare parte centrale del dibattito al senato sull'impeachment di Donald Trump. L'avvocato di St. Louis che lo difende dall'accusa di aver violato l'ingresso del palazzo del parlamento di Washington ritiene che la testimonianza del suo assistito sia un elemento cruciale per chiarire cosa ha attirato la folla dei dimostranti all'interno del palazzo del congresso degli Stati Uniti. La festa mediatica è durata un paio di giorni dopo l'assalto, il tempo di farsi fotografare nelle strade della capitale, reclamare improbabili connessioni ancestrali alla comunità dei nativi americani, mettere avanti le mani con l'idea che era stato Trump con i suoi proclami a convincerlo a partecipare alla manifestazione del 6 gennaio. Al ritorno nella nativa Phoenix lo sciamano si è consegnato volontariamente alle forze dell'ordine che avevano un mandato di arresto: «In fondo non è toccato anche a Gesù Cristo di farsi arrestare?», ha detto di nuovo ai giornalisti, prima di paragonarsi al Mahatma Gandhi. Il giudice gli ha contestato sei capi di imputazione e ha rigettato la richiesta di liberarlo su cauzione, con una cavigliera elettronica che ne segnalasse i movimenti. Chansley ha protestato, poi si è lamentato che in carcere non gli veniva offerta cibo adeguato, e ha ottenuto uno speciale menù biologico che si adatta alla sua identità di sciamano. Nel frattempo l'avvocato Albert Watkins che lo rappresenta ha invocato un atto di clemenza da parte di Donald Trump: «Il mio assistito ha risposto all'invito di andare a Washington a manifestare contro la frode delle elezioni, e le parole di un presidente avranno pure un valore!». Trump non ha concesso il perdono, e nel frattempo il prigioniero è stato trasferito da Phoenix a Washington, su richiesta del giudice che ha in mano l'intero fascicolo della tentata rivolta. Watkins ora chiede la ribalta del senato e vuole che Chansley sia chiamato a testimoniare la responsabilità che lega l'ex presidente alla rivolta. Con o senza le corna, l'apparizione in aula di un soggetto che ha scritto sui social di sapere che dietro le immagini e le parole che appaiono in televisione, ci sono messaggi in ultrasuoni con i quali l'establishment si assicura l'obbedienza e il controllo degli spettatori, non è una associazione piacevole. Il senatore Lindsay Graham, a turno grande accusatore e poi migliore amico di Donald Trump, ha implorato venerdì di «risparmiare al paese la scena di un'udienza trasformata in un circo». Watkins giura che al momento non ha avuto nessun contatto con i senatori democratici che hanno messo Trump alla sbarra, ma preme per aprirne uno. Joe Biden ha già fatto sapere che ritiene il processo una distrazione rispetto alle tante emergenze che si trova ad affrontare. Non ne ostacolerà lo svolgimento, ma si augura che finisca presto. I democratici non mostrano altrettanta fretta. Chansley non è il solo cospirazionista che potrebbe essere chiamato a ripetere le bislacche teorie generalmente accettate dai frequentatori dei siti che fanno riferimento a QAnon. La presidentessa della camera Nancy Pelosi ha denunciato questa settimana che i «nemici della democrazia» sono presenti all'interno del legislativo e minacciano la sicurezza dei colleghi, come ha fatto in passato la neo deputata Marjorie Taylor Greene quando ha chiesto in pubblico l'esecuzione capitale per alcuni progressisti di punta. Trump l'ha prontamente chiamata al telefono e le ha raccomandato: «Non mollare, non ammettere e non rinnegare nulla»!

Assedio al Congresso: da dove viene la malattia dell’America? Alessandro Rico, 7 gennaio 2021, su Nicolaporro.it. La presidenza di Donald Trump finisce nel modo peggiore: un assedio al Congresso Usa, la pantomima di un golpe, tra invasori armati (gravissimo) e pagliacci abbigliati con pelli di bisonte. Il bilancio è osceno e tragico al tempo stesso: le Glock delle forze dell’ordine puntate ad altezza uomo per difendere l’Aula, materiale esplosivo davanti alla sede del Partito democratico, diversi feriti, quattro morti. La famiglia del tycoon che definisce “patrioti” quei teppisti, lui che insiste con il ridicolo e, a questo punto, pericoloso mantra delle “elezioni rubate”. Senza contare che, forse, Trump ha voluto indirizzare una personale minaccia alla classe dirigente dem, pronta a vendicarsi di lui: non crediate di spedirmi in galera, perché vi scateno la guerra civile. Sarebbe persino peggio di un tentativo maldestro di colpo di mano. Tutto molto triste. Uno spettacolo indegno che rimarrà purtroppo l’unico ricordo di una presidenza, almeno fino a gennaio 2020, caratterizzata da indubbi successi in economia e politica estera.

La fine ingloriosa di Trump. È la pietra tombale su un progetto politico che, nonostante i suoi limiti, nonostante le intemperanze dei suoi protagonisti (che confidavamo potessero rimanere nel recinto del folklore), persino al netto delle strizzate d’occhio ai più impresentabili rifiuti della società statunitense, pareva potersi strutturare come un’alternativa seria e credibile al globalismo. Purtroppo, la coda di un mandato, fatalmente arrovellatosi su una gestione grottesca della pandemia, è caduta nella trappola dell’identity politics. E alla destra serviva tutto, meno che un manipolo di Black lives matter di segno contrario. Quegli altri, almeno, non si sono mai permessi di invadere i palazzi delle istituzioni democratiche armi alla mano. Il punto vero è capire se, da questo vicolo cieco, la democrazia più antica e importante dell’Occidente, possa uscire. Dalla risposta a questa domanda dipendono in buona parte i destini del mondo che conosciamo. Specialmente in un momento storico cruciale, dinanzi alla sfida radicale delle autocrazie asiatiche, dinanzi a una Cina uscita incredibilmente a testa alta da quella che poteva essere la sua Chernobyl.

Democrazia in agonia. Se il problema fosse solo Trump, se, cioè, il presidente uscente fosse una specie di anomalia del sistema, basterebbe un reset affinché il meccanismo democratico torni a funzionare a pieno regime. Ma Trump non è il virus che un organismo sano deve espellere. Il fatto è che l’organismo non è sano. La democrazia americana è stata erosa da decenni di scientifico smantellamento della politica come “conversazione civile”. È stato l’ossessivo ricorso al dispositivo delle “identità”, che concepisce la società come il teatro di un conflitto permanente tra minoranze oppresse e maggioranze oppressive, a portare gli Usa sull’orlo di una guerra civile. Su questo, sinistra e destra si sono colpevolmente rincorse. La prima ha trovato in quello strumento il perfetto sostituto al paradigma marxiano della lotta di classe. Non è un caso che questa tendenza abbia trovato terreno fertile in America, il Paese orfano del marxismo ortodosso. La destra, che per ovvi motivi era associata alla categoria dei persecutori, ha prima neutralizzato la rivolta dei “reietti” con la l’ideologia del mercato, che relegava spontaneamente ai margini gli “ultimi”. Il gioco ha funzionato finché l’atroce mannaia globalista non s’è abbattuta pure su quella parte della comunità che un tempo faceva parte della classe dei privilegiati. Poi, sono state le forze progressiste a intercettare le dinamiche del nuovo capitalismo, associando, a quest’agenda economica, l’agenda sociale che giornalisticamente conosciamo come il “politicamente corretto”. In realtà, di “corretto” ha avuto ben poco ed effettivamente si è tradotta in un’inversione dei rapporti di dominio: stavolta, a sentirsi sotto minaccia sono stati i Wasp, già protagonisti dell’epopea reaganiana.

L’errore fatale della destra. Il resto è storia recente: per risalire la china, i Trump della situazione non hanno fatto altro che soffiare sul fuoco di questo disagio, volgendo a proprio favore esattamente le stesse alchimie dell’identity politics, oltre che le meraviglie tecnologiche del capitalismo dei big data (basti pensare al ruolo dei social nel trumpismo, ai canali d’informazione alternativa e all’affaire Cambridge Analytica). Insomma: la democrazia che suscitava la meraviglia (e le preoccupazioni) di Alexis de Tocqueville, è oggi un corpo in cancrena, pervaso dagli spasmi degli opposti fanatismi. In fondo, se The Donald ha montato l’imbarazzante messinscena sui brogli, Hillary Clinton, in campagna elettorale, aveva esortato Joe Biden a non concedere la vittoria a Trump. Tuttavia Biden, fin dalla notte delle presidenziali, ha assunto i toni del riconciliatore. Si è espresso, insomma, come se volesse tagliare i ponti con questo autodistruttivo scontro tra settarismi. Anche ieri, nonostante la gravità della situazione, ha rinunciato al linguaggio divisivo. Se riuscisse a spezzare la spirale perversa della politica delle identità, renderà un servizio non solo agli Stati Uniti, ma all’intero Occidente. Alessandro Rico, 7 gennaio 2021

Sandro Modeo per corriere.it il 9 gennaio 2021. Come ha scritto giustamente Erin Vanderhoof su Vanity Fair, le immagini di Capitol Hill sono «deeply unsetting» («profondamente inquietanti»), ma «not entirely surprising», non davvero sorprendenti. E questo non solo perché Capitol Hill è stata in due secoli teatro di tensioni e scontri di ogni ordine e grado; anche se, per vedere sequenze di portata simile, bisogna risalire all’estate 1814, quando, nel corso della «guerra civile» anglo-americana, le truppe inglesi bruciano l’edificio governativo di Washington D.C., trasformato — solo dopo l’incendio e la successiva ritinteggiatura — in Casa Bianca. La relativa mancanza di sorpresa è dovuta soprattutto al fatto che le immagini di Capitol Hill sono la foce o il delta inevitabile di un corso dal flusso ben preciso; di una concatenazione (o almeno correlazione) di sequenze fattuali e ideologiche riconducibile a sorgenti piuttosto remote. Sono quelle sequenze a portare a QAnon, il movimento complottista filo-trumpiano alla base dei fatti del Congresso, e alle sue caratteristiche-base: l’allarme su un movimento «satanico» trans-nazionale antiamericano, di lontane ascendenze giudaico-massoniche (le stesse che, in QAnon, caratterizzano l’establishment anti-trumpiano, da Obama a Hillary Clinton); la necessità di un «Grande Risveglio» evangelico che apra gli occhi alle masse; un set ideologico che mescola all’anticomunismo e al nazionalismo ferito vari gradi di razzismo, suprematismo bianco e antisemitismo. Semplificando, potremmo dividere quel corso — quel fiume — in cinque tratti (foce o delta compresi):

1. L’antefatto: l’eclissi della rappresentanza

2. La rabbia degli anni Novanta

3. Dall’offline all’online: Bannon e gli altri influencer

4. Ritratto di QAnon: cos’è, e come è nato il movimento

5. L’assalto al Congresso e la non-fine del «trumpismo»

1. L’antefatto: Richard Hofstadter e l’eclissi della rappresentanza. Si potrebbe, addirittura, risalire ai ghiacciai che alimentano la fonte del fiume. Su tutti, il legame delle classi dirigenti americane col nazismo (esempi arcinoti: Henry Ford o la General Motors): legame non solo economico-commerciale, ma di empatia ideologico-politica, se una parte consistente di quell’establishment (ma anche del «popolo» americano) riteneva di combattere la guerra contro il «nemico sbagliato». E non si tratterebbe, sia chiaro, di una venatura laterale, dato che l’ombra lunga di un Quarto Reich millenaristico inteso come «dimensione parallela» ha permeato tutto l’immaginario americano del dopoguerra, dai fumetti Marvel ai capolavori della science-fiction (su tutti The Man in High Castle di Philip K. Dick, in italiano La svastica sul sole, in cui i nazisti hanno vinto la guerra e invaso gli States, poi ripreso dal Philip Roth di Plot Against America) su su fino alla recente fiction-Netflix The Hunters, con Al Pacino. Forse, però, il punto migliore da cui partire non è il cripto-filonazismo di una parte — più o meno consistente — della società americana, ma il suo rovescio simmetrico, l’anticomunismo, ingrediente essenziale di una visione post-bellica fondata solo in parte sul bipolarismo della Guerra Fredda e concentrata, com’è noto, nel periodo e nella «visione» maccartista (dal nome del senatore Mc Carthy, protagonista di un’accanita «caccia alle streghe» contro gli infiltrati «rossi» non solo nell’esercito o nelle istituzioni, ma anche in ambienti culturali come il cinema hollywoodiano). Quindi il miglior punto da cui partire è forse un saggetto di Richard Hofstadter del 1964, The Paranoid Style in American Politics, di appena due anni successivo al capolavoro letterario di Dick. Dalla vita beve ma intensa (Buffalo 1916- New York 1970), Hofstadter è un classico immigrato «borghese e istruito»: genitori di origine tedesca (padre ebreo, madre «luterana»), segue una rigorosa formazione storica e filosofico-sociologica prima di spartire la carriera tra versante accademico (cattedra di Storia americana alla Columbia) e giornalistico-letterario, quest’ultimo culminato in un doppio Pulitzer, nel ’56 per The Age of Reform e sempre nel ’64 per il celeberrimo Anti-Intellectualism in American Life. Iscritto da giovane proprio al Partito Comunista, Hofstadter diventa via via un liberal indipendente e insofferente a ogni deformazione ideologica, vicino al disincanto radicale di un Isaiah Berlin. Il pretesto del saggetto sul «paranoid style» è la candidatura in quell’anno — la prima volta a livelli presidenziali — di un estremista di destra come Barry Goldwater (Arizona); ma lo sviluppo di tesi e implicazioni va molto oltre. Sulla scorza, infatti, il pamphlet psicosociale di Hofstadter cerca di registrare esempi di «paranoia» traendoli da serbatoi della realtà circostante, come quelli «dell’armamentario della John Birch Society»: l’opposizione al contenimento del commercio delle armi in nome del contrasto al «governo mondiale comunista» o quella all’aggiunta di fluoro all’acqua potabile per non ratificare «un progresso del socialismo sotto le mentite spoglie della salute pubblica». Nella polpa, però, Hofstadter ricollega queste stimmate del maccartismo a una visione complottista ben più estesa e stratificata, tale da contenere tutti, ma proprio tutti i tratti che ritroveremo in QAnon. Come ricorda Fabrizio Tonello— uno degli studiosi italiani più acuti della storia e dell’antropologia americane —, il libretto di Hofstadter presenta almeno altri due pregi. Il primo è quello di capire come la tentazione millenarista-cospirazionista non sia un’esclusiva delle destre, ma coinvolga certe frange liberal e molta sinistra: vedi la lettura macchiettistica dello stesso Quarto Reich su suolo yankee. Il secondo (il più importante in assoluto e il più carico di premonizione) consiste nella capacità di capire prima di giudicare: di focalizzare come lo schema «noi contro loro» rappresenti, specie nelle fasi di crisi economico-sociale, l’extrema ratio abbracciata da vaste masse di «esclusi»; da quelle aree di popolazione «tagliate fuori dalla contrattazione politica» e dalla «formazione di decisioni». Questa «eclissi della rappresentanza» per il «popolo» (non solo americano) è l’origine e la chiave di tutto; processo oggettivo, ma con un carico fatale di ambiguità e distorsioni.

2. L’innesco offline: la «rabbia» degli anni ‘90. Esce nel 1998 in America — in Italia verrà tradotto solo 4 anni dopo, all’indomani dell’11 settembre — un libro straordinario dello scrittore Joel Dyer, Harvest of Rage (Raccolti di rabbia), il cui asse portante consiste proprio nel dimostrare come le tante «teorie del complotto» alla base delle rivendicazioni avanzate in quel decennio dalla cosiddetta «destra rurale» rappresentino risposte devianti agli effetti obiettivamente devastanti della transizione politico-economica in corso. Il libro di Dyer si concentra soprattutto sugli Stati del Sud, ma abbraccia anche vaste aree del Midwest (specie il cosiddetto «Corn Belt», l’area di coltivazione del mais), tutte zone colpite in cui il progressivo oligopolio delle corporation agroalimentari (in 4 detengono l’80% del mercato) portano in 20 anni — dall’inizio degli ’80 alla fine dei ’90 — alla chiusura di quasi un milione di aziende familiari medie e piccole. L’esito è un impoverimento di massa che vede accompagnarsi al collasso economico quello socioassistenziale, coi drastici tagli sanitari che lasciano immense estensioni prive di ospedali in mezza America; e la crisi di reddito vira presto in crisi psicosociale e identitaria, con vaste fasce di popolazione che precipitano in quell’ampio range di reazioni «disadattative» costitutive di ogni alienazione: alcolismo, depressione, aumento delle violenze domestiche, suicidio. Fino a quando, dopo una lenta rielaborazione, lo «schema» descritto da Hofstadter trova nuova linfa. E qui— al fondersi del disagio socioeconomico con un quadro di deriva sottoculturale quando non di neoanalfabetismo funzionale e affettivo — si compie la tempesta perfetta. Le ingiustizie oggettive a livello di gestione politico-economica (in cui i liberal non sono meno colpevoli dei Repubblicani, anzi) non vengono ricondotte alle disfunzioni che le originano (per esempio a una legge Antitrust perennemente inapplicata): o meglio, quelle disfunzioni vengono ricondotte a loro volta proprio alle categorie archetipiche individuate da Hofstadter, cioè a un «Satana» federale e internazionale composito, in cui confluiscono «giudei, negri, omosessuali e Illuminati». Per contrastare l’«Armageddon incombente», nascono così movimenti cristiano-evangelici come i Patriots (nome che anticipa gli epiteti di queste ore) o sette «separatiste» che fondono KKK (Ku Klux Klan) e neonazismo, creandosi propri microeserciti e propri tribunali, il cui compito è quello di punire giudici e poliziotti «ingiusti» o «complici» del Sistema. Sbaglierebbe però chi limitasse quel movimentismo complottista alla sola dimensione rurale, come mostra un altro libro-chiave di quegli anni, il denso In Bad Company del criminologo Mark Hamm, che analizza la risorgenza neonazi nei contesti urbani. In particolare, Hamm dedica una lunga zoomata all’ARA, l’Esercito della Repubblica Ariana (quartier generale a Columbus, Ohio) decrittandone ogni aspetto: l’eterogeneità della milizia (che recluta reduci del Vietnam come skinheads); l’intricato mix tra high e low tipico di molte culture di destra (Rudolph Hess, Jung, Jim Morrison); e la complessa psicopatologia dei suoi leader, come il fondatore (e figlio di un funzionario Cia) Peter Langan (transgender passato per una durissima esperienza carceraria) o come Mark Thomas, un paranoico sosia di Hitler. E soprattutto, dopo aver ricordato le 22 rapine bancarie della setta, ne dimostra il coinvolgimento nella strage di Oklahoma City (19 aprile ’95, 168 morti), dato che tra le sue file milita l’esecutore materiale Timothy Mc Veigh, ex veterano della prima guerra del Golfo. Per una sintesi e un’interpretazione complessiva del complottismo di destra nell’America degli anni ’90, si può ricorrere di nuovo a Tonello, in particolare a un testo (Da Saigon a Oklahoma City, Limina) che completa bene il quadro dei deficit politico-istituzionali. Perché se i Democratici — con la loro miopia e sordità — hanno contribuito a incubare il «mostro», quelli Repubblicani ne hanno sempre fatto un uso strumentale a livello «centrale» e locale, in una sorta di quadratura del cerchio tra destra affaristica e plebea: vedi Reagan che cerca consenso con un cocktail di spiritualismo, antiabortismo e millenarismo; l’ex Gran Maestro del KKK David Duke che sfiora il soglio di governatore della Louisiana; e lo speaker della Camera Newt Gingrich che condanna pubblicamente le violenze di militanti cui lui stesso ha indicato i bersagli. Trump porterà questo schema al diapason: ma prima ci vorrà un altro passaggio decisivo.

3. Dall’offline all’online: Steve Bannon e gli altri influencer. Il substrato «ideologico-culturale» del trumpismo, com’è noto, è stato alimentato da figure a lungo macchiettizzate (e sottovalutate) sia dalle classi intellettuali che dall’opinione pubblica: vedi i casi di Alex (Emerick) Jones, conduttore radiofonico che fonda nel ‘99 il sito InfoWars, volano di ogni teoria complottista, dalle più triviali (il mai avvenuto allunaggio; il nesso tra vaccini e autismo) alle più fantasmagoriche e pericolose (la strage di Sandy Hook del 2012 «inscenata» da Obama per ledere la lobby delle armi); di Milo Yannopoulos, il bad boy inglese (di origine greco-irlandese) ex-redattore capo di Breitbart News e campione del «politicamente scorretto» a 360 gradi, che plana negli Usa nel 2016 per sostenere la campagna di «The Donald»; e, naturalmente, Stephen K. (Steve) Bannon. Posto a Trump come l’intellettuale russo Alexandr Dugin, un po’ abusivamente, a Putin, in una simmetria o specularità quasi inquietante (fondata, alla base, su una comune visione apocalittico-palingenetica, tra minaccia di fine del mondo e Resurrezione dell’Occidente purificato o della Stella Nera eurasiatica), Bannon ha un pensiero filosofico più contorto che complesso, come succede sempre nei cortocircuiti che cercano di ammantare di dignità intellettuale il vuoto dell’anti-intellettualismo. Quel pensiero, come quello di Dugin, è infatti in realtà liofilizzabile in poche categorie logore, ben note agli studiosi della «cultura di destra», a cominciare dal rimpianto Furio Jesi: il richiamo a concetti e lessico mitico-simbolici da impiegarsi — siano sacri o pagani — rigorosamente con la maiuscola (Tradizione, Radici, Razza, Patria, Sacrificio, Mistero); il mix (o insalata russa) di residui ideologici e teorici estremisti serviti in salsa post-ideologica, anche in forma chimerica (il fascio-socialismo o il nazi-leninismo) da opporsi alla «zona grigia» dell’establishment; l’ambivalenza-ambiguità tra realtà e fiction e tra cultura alta e bassa, con Bannon che declina il suo «Darkness is Good» citando Dick Cheney (lo spietato vicepresidente di Bush II), il Dart Fener di Star Wars e Satana stesso. Questo pacchetto, servito proprio dalla piattaforma web di Breitbart News (fondata nel 2005 da un giornalista «conservative» scomparso nel 2012 ad appena 43 anni) diventa presto «la» voce dell’Alt(ernative) o della Far Right; di una destra che altro non è, per certi versi, che la sintesi e l’evoluzione delle destre americane degli ultimi 60 anni, dal maccartismo ai Patriots cristiani degli anni ’90. Da lì, il maggior influencer politico degli ultimi anni si rivela uno dei vettori decisivi nell’ascesa di Trump e (soprattutto) del trumpismo; nel convincere l’«America profonda» — delusa comunque da Obama — a scuotersi dall’inerzia qualunquista e dall’assenteismo elettorale dell’antipolitica; a delegare a «The Donald», se non la speranza, almeno l’illusione di vedere finalmente rappresentate le proprie ragioni. Ma «The Donald», dopo essersene servito, se ne sbarazza in tempi brevi: prima lo rimuove dal CSN (a poco più di 2 mesi dall’inserimento), quindi, (il 18 agosto del 2017) gli toglie anche l’incarico di «capo stratega» della Casa Bianca, restituendolo a Breitbart News. Il sostegno ideologico deve mutare: come in una staffetta, l’exit di Bannon lascia spazio a un nuovo attore, anzi a una mente-alveare, a una Rete più partecipativa e proattiva. Il disagio di quell’America deve potersi dilatare e trasfigurare in delirio.

4. QAnon. QAnon esordisce ufficialmente nell’ ottobre 2017, quando — sotto quella lettera — una «talpa» anonima comincia a rivelare sulla piattaforma 4chan i tratti di un «piano segreto» con cui una sorta di «Deep State» parallelo starebbe tentando di rovesciare la presidenza Trump. Mai c’è stata continuità-contiguità più profonda rispetto al paesaggio descritto da Hofstadter. Abbiamo già visto all’inizio come questa cyber-versione della paranoia politica degli anni ’50 e ’60 ne riprendesse molti tratti; e a cornice di tutto, non si può non vedere nell’oggetto della paura di quell’America («l’esistenza di una vasta e insidiosa rete internazionale, di efficacia sovrannaturale, forgiata con lo scopo di perpetrare le azioni più diaboliche») la miglior descrizione possibile del «Deep State». Diversi sono gli enigmi destinati a restare tali in QAnon. La stessa lettera-sigla, che si riferisce alla Q-clearance (il presunto livello massimo di autorizzazione all’accesso di fonti top-secret nel governo americano, in realtà in uso solo al dipartimento dell’energia) e che qualcuno (gli stessi scrittori) riconduce all’ambiguo personaggio-ombra della narrazione post-postmoderna del «collettivo» bolognese Luther Blissett, poderoso racconto storico e plurimetaforico che ricostruendo le guerre di religione cinquecentesche condensa nella Controriforma l’archetipo di ogni repressione anti-utopista. O, va da sé, l’identità della talpa (delle talpe), collegata a decine di entità individuali e collettive, dai boss della piattaforma 8Chan, succeduta a 4 Chan (il proprietario Jim Watkins e l’amministratore, il figlio Ron) a un ufficiale dell’intelligence militare, da un insider dell’Amministrazione Trump a Trump stesso. In fondo, poco importa. Conta solo che la Q — legata all’Anon di Anonymous — sia diventata in breve la sigla del più vasto movimento complottista globale. Speziandosi, va da sé, di varianti locali: il QAnon italiano, dopo aver appoggiato il presunto filo-trumpismo di Conte, vira in fretta su Salvini. La continuità-continuità con lo schema di Hofstadter non può dissolvere però le specificità di QAnon, consistenti non tanto nelle venature del delirio (il «Deep State» sarebbe pervaso e guidato da una rete di pedofili, ovviamente satanisti), quanto nei tratti cyber. Permeato da codici, memi e hastagh degli «affiliati» e nutrito da un imaginario metaforico-metafisico insieme classico e contemporaneo (dal bianconiglio di Alice alla «pillola rossa» di Matrix, simbolo della rivelazione di una sotto-realtà criptata ai «dormienti»), QAnon somiglia a un infinito videogame, in cui «indizi e cornici» contino più delle certezze e la narrazione-confabulazione in sé, anche in senso psichiatrico, più di una conclusione sempre prorogabile. Non a caso, si nutre di profezie vaghe, alla Nostradamus: e siccome non si avverano (quasi) mai (vedi l’ondata mondiale di arresti — The Storm — con cui Trump avrebbe dovuto preparare l’insediarsi del revenant John Kennedy jr.) vengono rimpiazzate con altre.

5. La convergenza tra online e offline: anche QAnon scende in campo. A pochi mesi dalla sua occupazione della Rete, QAnon comincia a trasferirsi nella dimensione offline: alcuni suoi affiliati a far coincidere il proprio avatar col proprio corpo, punteggiando con la loro presenza, qua e là, «la società americana». Più o meno dal giugno 2018 (e per tutto il 2019), si susseguono episodi a macchia. A veri o sedicenti aderenti a QAnon vengono ricondotti nell’ordine: l’incidente della diga di Hoover, Nevada, con un certo Phillips che la blocca per un’ora con un blindato perché incaricato da QAnon «di costringere il Dipartimento di Giustizia a pubblicare il rapporto dell’FBI sulle mail di Hillary Clinton quand’era segretaria di Stato»; le minacce al legale Michael Avenatti, difensore dell’attrice Stormy Daniels in una causa contro Trump; le minacce alla cronista CNN Jim Acosta, circondata da un gruppo di QAnonisti a Tampa, Florida. E altri dello stesso tenore si registrano nel 2020, fino a poco prima del confronto elettorale. Tra i tanti: la bandiera col simbolo di QAnon impiantata da John Mappin (affiliato anche all’associazione filo-trumpiana Turning Point) fuori dall’Hotel Camelot Castle vicino al castello di Tintagel in Inghilterra; l’arresto di Jessica Prim, armata fino ai denti e intenzionata «a eliminare Joe Biden»; quello di Cecelia Celeste Fulbright a Waco, Texas (luogo evocativo: lì nell’aprile ’93 c’è il massacro della setta dei davidiani da parte dell’FBI), colta in stato di ebbrezza dopo aver speronato un’auto il cui autista era a suo dire «un pedofilo che aveva rapito una ragazza per traffico di esseri umani». Nel mezzo (marzo 2019), l’episodio più eccentrico: l’omicidio di Frank Cali, legato alla famiglia criminale Gambino da parte di Anthony Comelio (Staten Island), fanatico di QAnon convinto di agire guidato e protetto da Trump e che Cali fosse membro del «Deep State». Intanto, il movimento inizia una simultanea penetrazione nelle istituzioni: diversi candidati repubblicani al Congresso esprimono «interesse» e «simpatia» per QAnon (sono almeno 15 all’agosto 2020); in quello stesso mese, il Partito Repubblicano del Texas sceglie un nuovo slogan QAnonista («We are the storm»), cercando poi di venderlo puerilmente per citazione biblica; e nel settembre successivo il democratico Tom Malinowski riceve da QAnon minacce di morte per aver presentato al Congresso una risoluzione bipartisan (col repubblicano Denver Riggleman) di condanna del movimento. Il resto è cronaca di questi mesi e giorni, tesa a fissarsi subito in Storia. In un primo momento, l’appoggio incondizionato di QAnon ai lamenti trumpiani sul carattere «fraudolento» del voto (con decine di teorie deliranti, come quella sulle macchine della Dominion Voting Systems alterate ad arte per sottrarre milioni di voti al Messia); poi, l’epifania di Capitol Hill, dove — va da sé — QAnon è solo la venatura principale di un «Dark Carnival» che viene da lontano, lungo tutto il percorso che abbiamo seguito. Quella folla chiazzata di bandiere sudiste e effigi di Batman, suprematisti bianchi anziani e adolescenti (come quelli delle milizie dei Boogaloo e dei Proud Boys) è la convergenza spaziotemporale di tutte le folle di «esclusi» e «complottisti» di questi decenni: e non sembra un caso che Trump definisca gli stessi Proud Boys «Patriots», proprio come il vasto movimento cristiano-evangelico delle «campagne rabbiose» degli anni ’90. È una convergenza che invita a un paio di considerazioni urgenti, quasi brutali. La prima è sulle ragioni e sui limiti dell’«America profonda». È vero, quell’America continua a restare poco ascoltata nelle sue richieste economiche e sociali. A leggere, per esempio, la potente narrativa di Chris Offutt (su un Kentucky che nell’ultimo trentennio sembra congelato nel suo mix di «alcol e fucili, rabbia e rassegnazione») è impossibile non sintonizzarsi con quell’umanità disperata e abbandonata, e si potrebbe essere tentati di giustificarne il ricorso a Trump — in senso fideistico o pragmatico — come all’unico salvagente nella tempesta. Ma è solo il primo strato di una valutazione «realistica». Intanto, Trump stesso ha mantenuto solo in parte le sue promesse massimaliste: se da un lato ha elargito all’agroalimentare 25 miliardi di sussidi (più 3 per acquistare le merci invendute causa COVID-19) tutto questo non ha minimamente compensato — come hanno denunciato tanti agricoltori — il crollo dei prezzi dovuto alle contro-sanzioni nella «guerra dei dazi» con la Cina. E poi lo sguardo va allargato, collocando la crisi dell’America rurale nel contesto della transizione economico-produttiva generale. Non c’è dubbio — lo denunciava già Dyer 20 anni fa, come s’è visto— che la politica avrebbe dovuto e dovrebbe intervenire in modo più incisivo (vedi un antitrust effettivo), ma molto del crash occupazionale dipende all’introduzione di un bio-tech (ogm in testa) che ha determinato drastici miglioramenti nella produttività e nella tutela ambientale. La seconda considerazione è ancora più pressante, e anche in questo caso viene in aiuto uno scritto di Hofstadter, il già citato Anti-Intellectualism in American Life. La spaccatura — più sfumata, ma ancora marcata — tra «America profonda» e establishment — in estrema sintesi: il sud e il Midwest rurale e gli operai senza rappresentanza contro la borghesia urbana e i college delle coste — somiglia, più che a una guerra «tra» culture (lo stesso QAnon, nonostante i suoi pochi riferimenti letterari o pop, è un monumento all’antiintellettualismo) a una guerra «alla» cultura, mossa da una parte del Paese a un’altra. E in quanto tale, riattualizza prepotentemente una domanda posta già da uno dei Padri Fondatori del Paese, Thomas Jefferson, quando si chiedeva — riferendosi alla democrazia — se «il popolo nel nome del quale nasceva quell’esperimento politico» sarebbe stato all’altezza «nel gestirne le conquiste». Lo snodo, come si vede facilmente, non è solo americano, ma globale, se quella spaccatura — quella «guerra alla cultura», spesso combattuta indossando le maschere del nazionalismo-sovranismo — è estesa ormai a molti Paesi. In questo senso, la fine (?) di Trump non può coincidere con quella del trumpismo, qualunque forma o nome dovesse assumere il mix di interessi e valori cui l’ismo si riferisce; e in questo senso, Capitol Hill non è una foce o un delta, ma solo il segno di un altro tratto, di un’ansa, lungo un fiume destinato a scorrere ancora a lungo.

Usa, nuova rivelazione: il 6 gennaio al raduno pro-Trump c'erano anche degli agenti di polizia, come manifestanti. Federico Rampini su La Repubblica il 10/1/2021. Washington - C'erano anche dei poliziotti, in libera uscita, tra i manifestanti pro-Trump il 6 gennaio a Washington. Diversi dipartimenti di polizia di tutta l'America, dal Texas alla progressista California, hanno aperto delle indagini interne dopo aver scoperto che alcuni dei loro agenti erano andati al raduno di mercoledì scorso. Non per fare servizio d'ordine, ma per protestare e premere sul Congresso. A quella manifestazione era andato come privato cittadino perfino un alto ufficiale, Dave Ellis, il capo della polizia nella città di Troy, New Hampshire, e si era fatto intervistare dal New York Magazine mentre si trovava a Washington, per esprimere il suo sostegno a Trump. Una donna tenente di polizia a San Antonio in Texas, Roxanne Mathai, ha messo sulla sua pagina Facebook delle foto in cui appare avvolta in una bandiera di Trump sulla scalinata esterna del Congresso. La Mathai sostiene di non aver partecipato all'assalto violento per penetrare nella sede dell'assemblea legislativa. Alcuni agenti sono già stati sospesi, altri sono sotto inchiesta e potrebbero essere colpiti da provvedimenti disciplinari, secondo il Washington Post. Non è chiaro, per adesso, se alcuni di quegli agenti abbiano anche preso parte all'assalto violento del palazzo del Congresso, che ha fatto cinque vittime. Se hanno solo manifestato pacificamente non sarà facile sanzionarli: il Primo Emendamento garantisce anche agli agenti di polizia il diritto di esprimere le proprie opinioni, quando non sono in servizio. Ma il solo fatto che tra le migliaia di manifestanti pro-Trump ci fossero dei servitori dello Stato, getta una nuova luce su quell'evento. È un tassello in più per spiegare l'apparente impreparazione delle forze dell'ordine che avrebbero dovuto difendere il perimetro del Campidoglio e impedire l'irruzione dentro le aule parlamentari. Da giorni viene sottolineata l'assenza della Guardia Nazionale che avrebbe dovuto essere mobilitata dal Pentagono, quindi dallo stesso governo federale agli ordini di Trump. Si è messa sotto accusa anche la speciale forza di polizia alle dipendenze del Congresso, i cui capi sono stati costretti alle dimissioni per aver sottovalutato il pericolo. Ma oltre ad aver schierato pochi uomini e male organizzati, è intervenuto un fattore "ambientale" che ora appare ancora più grave. Gli stessi poliziotti di guardia al Campidoglio almeno all'inizio non avevano la sensazione di avere a che fare con una manifestazione ostile. Anzi, qualcuno è stato visto mentre si faceva dei "selfie" con i manifestanti (anche su questo è aperta un'indagine). Nella folla trumpiana c'erano magliette con lo slogan Blue Lives Matter: è la risposta a Black Lives Matter, che indica la difesa delle vite dei poliziotti. Ora la rivelazione sugli agenti venuti da altri Stati non per garantire l'ordine, ma per partecipare al raduno, conferma che "l'insurrezione" godeva di appoggi e complicità proprio tra chi avrebbe dovuto impedire la violenza. Le immagini degli scontri dicono che la collusione si è dissolta di fronte all'aggressione: tra le cinque vittime di quella tragica giornata c'è anche un ufficiale di polizia del Campidoglio, morto dopo essere stato colpito alla testa con un estintore.

Quando McCain mise in guardia i Repubblicani da Trump. Francesca Salvatore su Inside Over il 9 gennaio 2021. Nelle ultime ore concitate della storia americana emerge costantemente dal dimenticatoio politico, nel quale lo si era frettolosamente derubricato, la figura del senatore John McCain scomparso due anni fa per un tumore cerebrale. Conservatore, Repubblicano ma nemico giurato di Trump.

Il veterano gentiluomo. Un repubblicano vecchio stile, che impersonava l’ideale del politico-soldato: cresciuto nella profonda Virginia, McCain sembrò incarnare tutti gli stereotipi della retorica e del way of life repubblicano: un jacksoniano, direbbero gli americani, che al volgere del primo decennio del nuovo millennio si trovò a gestire la complessa eredità di otto anni di George W. Bush. Ma la figura del veterano del Vietnam non bastò per vincere e l’inesorabile legge del pendolo consegnò la storia ai Democratici. Ai tempi della corsa alle presidenziali del 2008, la figura di McCain venne travolta dal fenomeno Obama, complice anche una candidata alla vicepresidenza, Sarah Palin, le cui trovate spesso destarono imbarazzo presso il quartier generale della campagna elettorale. Veterano e galantuomo lo avevano definito in molti, soprattutto in quella campagna elettorale storica nella quale si era distinto per il garbo istituzionale con il quale aveva riconosciuto la vittoria dell’avversario, spendendo per lui parole lusinghiere, tanto da richiederne la presenza al suo funerale, quando sarebbe accaduto l’inevitabile, assieme a George Bush.

Le prime acredini con Trump. C’era una persona che, tuttavia, McCain aveva espressamente richiesto non si presentasse al suo funerale: Donald Trump, che risultò essere il convitato di pietra alla cerimonia funebre dal cordoglio mai così bipartisan. La sua idiosincrasia per il presidente era nota a tutti, ma negli ultimi anni di vita del senatore dell’Arizona era divenuta vera e costante acredine politica nonostante le punzecchiature fra i due fossero ancora più retrodatate: era appena il 2000 quando in un’intervista alla CBS il tycoon mise in dubbio la figura da veterano del senatore McCain, “colpevole” di essere stato catturato dal nemico. Dal 2015 McCain e Trump non se le sarebbero più mandate a dire: una delle prime occasioni riguardò le posizioni di Trump sull’immigrazione che McCain bollò come provocazioni “buone ad eccitare solo l’animo dei cretini”. “Burattino” gli rispose il futuro presidente degli Stati Uniti. Nello stesso anno, Trump avrebbe provocato più volte il senatore scomparso dandogli dell’incompetente e martellandolo sulle vicende del Vietnam. Come in un dissing fra rapper, McCain tirò fuori il suo asso dalla manica: Trump riuscì ad evitare la naja (ma soprattutto il Vietnam) grazie ad un medico compiacente.

La rottura nel 2016. Fino al 2016 i botta e risposta dei due vecchi leoni non sembrano far presagire una svolta politica epocale: la candidatura di Trump, invece, ha finito per segnare per sempre la storia dei Repubblicani. Nell’aprile del 2016, infatti, McCain minaccia di disertare la Convention Nazionale Repubblicana che rischia di trasformarsi in caotica e divisiva: proprio lui, che non ha mai perso un appuntamento come quello da più di trent’anni. La tensione nel GOP è alle stelle e McCain decide di impegnarsi a fondo nella sua rielezione da senatore che non è affatto scontata: ciò che più teme è che le bordate di Trump possano danneggiare anche la sua di campagna elettorale e fargli perdere l’elettorato ispanico, oltre che danneggiare l’intera immagine del Partito. Che McCain inizi a diventare una mina vagante ed un ispiratore per i Repubblicani dissidenti è palese: Trump lo teme e più volte, man mano che la convention si avvicina, cerca di indorare la pillola con commenti lusinghieri sui social sull’eterno nemico. Tuttavia, poco prima delle elezioni, nell’ottobre dello stesso anno, la frattura fra i due diventa definitiva, e con essa anche quella interna all’elefantino. L’occasione è offerta da una vecchia registrazione del 2005 a base di commenti volgari e sessisti: da quel momento McCain dichiara che sarà “impossibile continuare a offrire un sostegno incondizionato alla sua candidatura”.

Dopo l’elezione di Trump. Trasformatasi in scontro politico, l’acredine personale tra i due si abbatte come un uragano nel GOP sempre più in crisi. È evidente che Trump-l’istrione provocherà numerosi mal di pancia al partito con McCain capofila del “io l’avevo detto”. È il luglio 2017 quando, assieme ad altri senatori repubblicani, il senatore dell’Arizona interviene per bloccare l’abrogazione dell’Obamacare, oggetto delle picconate di Trump: la richiesta di McCain è di comprendere meglio il provvedimento sostitutivo, ancora fortemente lacunoso, ma soprattutto quella di lavorare in modo bipartisan. Trump non ci sta e sposta tutto, nuovamente, sul piano degli attacchi personali soffiando sulle nevrosi del Tea Party. Tenterà di smarcarsi dalle istanze conservatrici e prenderà le distanze da Trump anche in un’altra vicenda, quella della nomina alla CIA di Gina Haspel. In quell’occasione, nel maggio 2018, McCain si batterà contro quella nomina controversa a causa del coinvolgimento della Haspel nel programma di interrogatori sotto tortura dell’amministrazione George W. Bush. Il 25 agosto 2018 McCain muore e perfino il suo funerale diventa ragione di querelle tra la sua vedova e la famiglia presidenziale, compresi Ivanka Trump e Jared Kushner. La sua morte appare, paradossalmente, come il canto del cigno del conservatorismo da gentlemen agreement. La morte di un anticonformista che ha costretto i conservatori a fare i conti con la propria retorica, i propri valori e la propria piattaforma e che, in tempi non sospetti, cercò di avvertire l’establishment del partito dei rischi del metodo trumpista. Il resto è già storia.

L'intervista. “Usa sull’orlo di una nuova Guerra civile”, parla Sergio Romano. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 9 Gennaio 2021.  La notte più buia della democrazia americana e l’allarme che riguarda tutti i sistemi democratici occidentali. È il filo conduttore dell’intervista a uno dei più autorevoli analisti di politica estera, profondo conoscitore del “pianeta Usa”, come di quello russo: l’ambasciatore Sergio Romano. Nella sua lunga e prestigiosa carriera diplomatica, è stato, tra l’altro, ambasciatore presso la Nato e ambasciatore a Mosca (1985-1989), nell’allora Unione Sovietica. E stato visiting professor all’Università della California e a Harvard, e ha insegnato all’Università di Pavia, a quella di Sassari e alla Bocconi di Milano. Tra i suoi numerosi scritti, ricordiamo, per quanto riguarda l’America, Il rischio americano (Longanesi, 2003); Il declino dell’impero americano (Longanesi, 2014); Trump e la fine dell’American dream (Longanesi, 2017)

L’assalto a Capitol Hill, e la conseguente battaglia che ha provocato cinque morti. Il neo presidente che parla di un atto insurrezionale, il presidente uscente che con le sue esternazioni ha incendiato l’America. Ambasciatore Romano, quella americana è una democrazia malata e quanto di quella “malattia” ci riguarda, come europei e italiani?

«Effettivamente esistono due problemi: uno è quello dello stato della democrazia. E questo non vale soltanto per gli Stati Uniti. C’è una crisi della democrazia parlamentare, della democrazia rappresentativa abbastanza diffusa. L’abbiamo anche constatata alla Camera dei Comuni in Gran Bretagna, paralizzata per alcune sedute. E un problema molto serio, perché una certa risposta è già stata data a questa crisi della democrazia. Ed è una risposta non accettabile, vale a dire la diffusione di sistemi autoritari, che è sempre più frequente, e anche di partiti che giocano la carta sovranista, la carta del popolo contro la democrazia rappresentativa che intendono evidentemente attaccare. Il problema degli Stati Uniti può ricondursi a questo interrogativo: è una guerra civile o non è una guerra civile? Questo mi sembra il problema a cui tutti siamo interessati a trovare una risposta. Quando fu eletto Trump constatammo con quale rabbia e paura veniva accolto da una parte dell’opinione pubblica. Io, in un paio d’interviste dissi che c’era aria di guerra civile. Debbo dire che io stesso in seguito ho cercato in qualche modo di fare un passo indietro, perché guerra civile mi sembrava troppo per un Paese che poi oltretutto l’ha già fatta e sa che cosa rappresenta una guerra civile in termini di rotture, oltre che di perdite di vite. Ma un’aria di guerra civile c’era e continua ad esserci. Anzi, in queste ultime fasi abbiamo assistito ad un fenomeno che rasenta la guerra civile: l’attacco al Congresso l’occupazione del Congresso. Adesso c’è naturalmente il passo indietro di Trump, che mi sembra comprensibile perché oltretutto lui in questo momento è il condottiero di una parte importante del Paese ma vive ancora nella politica del Paese e non vorrebbe essere incriminato. Perché è questo che lui sta rischiando. E se lo incriminano, fanno una cosa giusta o una cosa sbagliata? Intendiamoci bene: questa incriminazione sarebbe del tutto meritata, ma se si va su questa strada, forse lo spingono allora ad essere ancor maggiore il condottiero degli avversari. Perché in questo caso non è più un presidente in carica, che in quanto tale contribuisce, perché così è la politica e la costituzione americana, a installare il suo successore. In caso di stretta, d’incriminazione, finirebbe per diventare il potenziale leader degli assalitori del Parlamento americano».

Trump si fa forte degli oltre 70 milioni di voti che lui ha ricevuto il 3 novembre. Si può dire che gli assaltatori di Capitol Hill a Washington, in qualche modo interpretano, estremizzandoli al massimo, i sentimenti che stanno nel profondo di questa parte, non marginale, dell’America che ha continuato a riconoscersi in lui?

«Questo è l’altro quesito che noi ci dobbiamo porre. A parte il giudizio che ciascuno di noi può dare di ciò che è accaduto, l’importante è sapere ma che cosa vogliono queste persone? Hanno un programma? Ci sono dei temi su cui possono essere al limite interpretati, compresi? Chi sono? Io ho avuto l’impressione che questo facesse, per l’appunto, parte di quella crisi della democrazia che ormai è abbastanza diffusa. I parlamenti non sono più depositari della verità e non sono neanche più la medicina per tutto. Lo abbiamo constatato, insisto su questo, alla Camera dei Comuni, quella è la madre di tutti i parlamenti. Abbiamo tutti copiato gli inglesi, e adesso gli inglesi sono in questa situazione. La democrazia rappresentativa, quella classica, non funziona. In Gran Bretagna come negli Usa. E quando la democrazia non funziona e l’economia ha favorito la crescita incontrollata e dominante del potere finanziario, allora c’è qualcosa che non va e di cui dovremmo seriamente preoccuparci. Per tornare all’America, bisognerà cercare anche di capire che cosa vogliono, non certamente per dargli ragione ma quanto meno per cercare di evitare che questo malcontento vada crescendo e si radicalizzi ancora di più. Perché se cresce negli Stati Uniti, non rimane soltanto lì. Cosa vogliono? Effettivamente i parlamenti non funzionano molto bene, non siamo al punto dell’autodistruzione, ma certamente qualche problema c’è. Non bisogna dimenticare poi che gli Stati Uniti hanno delle caratteristiche particolari che vengono in qualche modo non dimenticate ma accantonate per un certo periodo, per poi rivenire alla luce. Le dico questo, perché il Paese è sempre stato razzista. Sempre. L’America continua ad avere una forte componente sociale per cui il nero non è uguale al bianco. La guerra civile non ha vinto, nel senso che gli oppositori di Lincoln non sono riusciti a ritornare alla formula razzista per il Sud, quindi il Sud ha effettivamente perso, però nel Paese quel sentimento razzista c’è ancora. Le dico di più: se domattina dovessi constatare che c’è anche dell’antisemitismo visibile, non ne sarei sorpreso».

Come valuta il comportamento tenuto anche in questo drammatico frangente dal neo presidente, Joe Biden. Ritiene che sia all’altezza di questa sfida democratica?

«Biden non è un’aquila. Se avessimo parlato di Biden sei mesi fa, o avessimo ascoltato una conversazione fra americani sei mesi fa, avremmo sentito dire che Biden è un personaggio abbastanza mediocre, modesto, per carità molto per bene ma non un grande leader, etc. Se le sue azioni sono andate crescendo, fino al punto di spalancargli la soglia della Casa Bianca, lo deve soprattutto al fatto che il suo avversario preoccupa. La sua inattendibilità, inaffidabilità, imprevedibilità, spaventa, e non soltanto gli americani, anche chi stava fuori dal gioco non poteva non avere qualche preoccupazione. Trump ha fatto crescere le azioni di Biden. Noi siamo degli spettatori, certamente coinvolti, ma non siamo noi, l’Unione europea intendo in primo luogo, che cambiamo la politica americana».

Per tornare al sistema democratico. In una intervista a questo giornale, il professor Cassese ha sostenuto questa tesi: troppo potere a uno solo. La democrazia statunitense ha fallito. È stato un modello ma non ha retto alla prova dei tempi. È un giudizio troppo duro?

«No, no, va bene. Sono d’accordo. Questo, tuttavia, ci porta su un’altra strada. Perché noi giudichiamo la democrazia parlamentare come se dovesse essere adatta a tutte le situazioni. Per molto tempo abbiamo pensato che fosse veramente la formula sì criticabile per molti aspetti ma comunque di gran lunga la migliore di quelle che erano sul mercato. Ora, però, le situazioni cambiano, le sfide da affrontare non sono le stesse, da una generazione all’altra. Adesso noi ci troviamo in una situazione in cui è finita la Guerra fredda. L’abbiamo applaudita la fine della Guerra fredda. Ma non avremmo dovuto farlo…»

Perché, ambasciatore Romano?

«La Guerra fredda ci ha garantito mezzo secolo di pace. Grazie alla Guerra fredda, la guerra combattuta era diventata non dico impossibile, ma altamente improbabile. Perché tutti sapevano che un conflitto sarebbe diventato inevitabilmente nucleare e nessuno sapeva come si fanno le guerre nucleari senza mandare il mondo a pezzi. La Guerra fredda non c’è più. Ma, vede, per tenere coeso un Paese occorre un nemico. Gli Stati Uniti lo cercano a Pechino. Ma come si fa a far diventare un nemico, un enorme mercato su cui vivono centinaia di migliaia di operai americani. E per di più, un Paese nucleare. E allora i governi si muovono fra obiettivi difficilmente compatibili, come, appunto, il rapporto con la Cina. Un rapporto difficile, perché poi occorre tener presente che la Cina non è soltanto un grande mercato, è il maggior possessore di debito pubblico americano. Poi arriva una epidemia, che per certi aspetti non è diversa da altre epidemie, anche se pensavamo che i progressi nel mondo sanitario e della ricerca ci avrebbero allontanato da queste prospettive. La “spagnola” era una sciocchezza in confronto a questa. La “spagnola” ha provocato la morte di milioni di persone, e al momento detiene ancora questo triste primato, ma si usciva da una guerra, le industrie non ne hanno sofferto, non abbiamo mandato a casa centinaia di migliaia di operai per la “spagnola”, anzi stavano rientrando dal fronte. Adesso invece stiamo mandando a casa tantissimi lavoratori. Stiamo creando disoccupazione. È un problema che i governi devono affrontare e non sanno come farlo. O meglio, sanno benissimo che bisogna fare delle scelte. Hanno deciso di scegliere, ed è inevitabilmente la migliore delle scelte possibili, la sopravvivenza. Quindi il massimo di sicurezza possibile, ma il massimo di sicurezza possibile significa il massimo di disoccupazione possibile».

Francesco Merlo per la Repubblica il 9 gennaio 2021. Non finisce con Trump l’era del politicamente scorretto: l’istinto contro le regole, gli umori contro l’educazione, la piazza contro la legge, i muri contro la tolleranza, il turpiloquio contro la lingua, Rete e social contro i parlamenti. E farsi giustizia da soli, che è uno dei miti americani più scorretti, col rimando alle origini: la frontiera, l’isolazionismo, il cowboy. È comodo liquidare Trump come un matto, ma mezzo mondo ci crede davvero.

Antonio Riello per Dagospia il 7 gennaio 2021. Le scene accadute dentro e fuori di Capitol Hill a Washington la sera del 6 Gennaio 2021 hanno destato preoccupazione alternata a disgusto. C'è ovviamente anche il dolore condiviso per le 4 vittime. Il pensiero scivola comunque al sacco di Roma per opera di Alarico nel 410. I simboli di una civiltà violati. Ma qui, forse più grave, il bersaglio sono i segni e i paramenti della legalità democratica: si calpestano le sacre regole dell'Occidente. Le visioni politiche dell'Illuminismo sembrano evaporare in polverosa utopia. È l'irrazionalità complottista che cerca di sostituirsi alla Ragione. Molto peggio delle stragi dell’11 Settembre 2001: allora era minacciata la sicurezza, oggi l'identità. Il pericolo non è più una faccenda esterna. Se non si crede più nel fondamento della democrazia (libere elezioni) quale potrebbe essere il futuro? Molti pronostici catastrofici indicano dietro l'angolo una possibile tecno-barbarie digitale dove l'indottrinamento attraverso i social si alternerà alle bastonate vecchio stile. O almeno una specie di inedita guerra civile strisciante. La visione distopica dalla fiction televisiva scivola infidamente dentro ai notiziari: il contesto violento del "Trono di Spade" aggiornato da elementi stile "The Handmaid Tale" e "Mad Max". Il tutto ben condito da atmosfere algoritmiche tipo "Matrix". Cerchiamo di rimanere emotivamente distanti, per quello che è possibile, da tutto ciò e concentriamoci solo sulle immagini viste. Facendo finta di non sapere niente: né quando, né dove, né perché. In questo caso si vede una folla di gente comune (sicura di sé) che sfida dei poliziotti (visibilmente spaventati) in divisa e riesce a sopraffarli. Si impadronisce della Sancta Sanctorum del Potere e la fa (temporaneamente) propria. Potrebbe suonare di primo acchito quasi una bizzarra ricostruzione alter-modern della presa della Bastiglia. La massa ha l'apparenza di una innocua folla di tifosi di una partita di calcio, bardata in modo tribale e con le facce dipinte di bianco-rosso-blu, come fossimo a una finale dei mondiali. Non manca il folklore (quello Americano ovviamente). Impera lo stile Wild West (un misto tra cow-boy e stregoni indiani) con molta pelle, frange e pelli di animali della prateria (in genere finte): domina un colore ocra/cuoio. Si mescola con il nero degli equipaggiamenti para-militari: giubbetti tattici, guanti a mezza mano, ginocchiere, scull-cap, cartucciere (riaffiora il ricordo di certe foto dei mercenari dell'agenzia BlackWater in Iraq). È come se indossassero tutti la stessa uniforme, ma assolutamente informale e apparentemente casual. Quasi tutti senza mascherina protettiva. Qualcuno su Instagram ha cercato di individuare marca e tipo del vestire di questo pseudo-squadrismo a stelle e strisce. Il tizio noto come Jake (quello con le corna da sciamano che si vede in molte immagini, un italo-americano che vive in Arizona, affiliato alla più improbabile delle sette: il famigerato QAnon) porta probabilmente dei pantaloni in nappa di pelle Carhartt chiusi in vita con stringhe, un copricapo in pelo che potrebbe anche essere uscito dall'atelier di Dries Van Noten (ma che in realtà è mercanzia da turisti che visitano le riserve indiane) e guanti Timberland (quelli Touchscreen). Tutte suggestioni che comunque rischiano davvero di diventare l'ispirazione per le collezioni di qualche stilista d'assalto. Parecchi appaiono avvolti o bardati con bandiere. Non mancano quelle razziste e storicamente obsolete del Dixiland (Il Sud Confederato). Pare un raduno domenicale di bikers, moderatamente interraziale, ma sostanzialmente bianco. Molti sono armati, ma visivamente le armi hanno poca consistenza, quasi spariscono ingoiate nell'immagine d'insieme. Da lontano (certo, molto da lontano) odorano come un popolo affamato che chiede pane e libertà. Si fa in modo, artatamente, di dare dei riscontri visivi che, in qualche maniera, rimandano agli scontri di piazza avvenuti di recente in Bielorussia. Di fronte a loro un apparato fatto di uniformi (anche mimetiche, simbolo mondiale ormai di ogni forma di oppressione) che cercano di arginare la marea umana. Ma esitano e sono incerti. Non sanno che fare. I Vopos della Repubblica Democratica Tedesca il 9 Novembre 1989 a Berlino avevano più o meno le stesse facce. Quando i dimostranti "espugnano" l'interno si fanno dei selfie seduti sugli scranni dei potenti. Il popolo che si riappropria di quanto è legittimamente suo: questo è il subdolo messaggio. Il frustrato di turno ci si può facilmente immedesimare, come succede al cinema. Scene vagamente simili a quelle viste con presa dei palazzi di Gheddafi a Tripoli, di Ceausescu a Bucarest o di Saddam Hussein a Baghdad. È un balordo raid che cerca dei presupposti per diventare leggenda politica grazie al potere dei social e alla loro "certificazione di verità". Masse in movimento che seguono uno schema. La ricerca di un’empatia attraverso colori, ritmi, tempi e suoni. Quasi una coreografia da musical di Broadway. Le leggi dello spettacolo insomma. Anche se questa vicenda ha dato il colpo di grazia alla residua credibilità politica di Trump, bisogna ammettere (non senza dispiacere) che i suoi "manipoli" hanno realizzato un piccolo capolavoro mediatico: per chi guarda, senza le corrette informazioni del caso, gli aggressori potrebbero essere facilmente confusi con le vittime. E soprattutto la sua gente ha "bucato lo schermo" a livello planetario. Adesso, purtroppo, c'è anche un "martire" pronto (se necessario) per esser usato. Il geniale Guy Debord (1931-1994) con "La société du spectacle" (1967) aveva già paventato e teorizzato scenari del genere. L'estetica del potere è una cosa molto seria con le sue regole, che vanno aggiornate ed affinate continuamente. Albert Speer, lo scaltro scenografo delle adunate di propaganda del regime nazista, è superato. Una smorfia sotto un paio di corna di bufalo alla tele funziona meglio. Può suggerire una qualche forma di simpatia che oggi, ben sfruttata, potrebbe rendere più della paura.

Francesco Olivo per "la Stampa" l'8 gennaio 2021. Le maschere e le corna possono ingannare: «L' assalto al Campidoglio non è opera di una minoranza insignificante. Ci sono 20 milioni di americani radicalizzati». Alec Ross, per quattro anni consigliere dell' amministrazione Obama e già membro della squadra della transizione, crede che Biden sia «l'uomo giusto in questo momento», ma l' ottimismo finisce qui, perché «il Paese non si può ricucire in un anno e forse nemmeno in quattro».

Sorpreso per le scene di Capitol Hill?

«Nessuno dovrebbe essere sorpreso. Le retorica violenta di Trump va avanti da 5 anni. Lui non è cambiato. Ora il narcisismo gli impedisce di perdere con dignità».

Teme un'escalation violenta?

«La violenza già c'è. Colpire il Campidoglio è un atto violento in sé. Queste scene si potrebbero ripetere presto».

Chi c'è dietro ai manifestanti?

«Trump ha 74 milioni di elettori. Di questi, circa 20 sono radicalizzati. Il pericolo è qui».

Restano pericolosi anche senza Trump?

«Sì. Ci sono almeno altri venti o trenta Trump nel Congresso o tra i governatori. E poi c' è la base. Io sono del West Virginia e nel mio Stato posso vedere benissimo gli effetti del trumpismo. Ma il processo era in atto da anni, Trump è il prodotto non la causa. Così se fra due settimane dovesse prendere un volo di sola andata per la Scozia, e restasse lì tutta la vita a giocare a golf, il problema resterebbe».

E gli elettori non estremisti?

«Credo siano spaventati da quello che abbiamo visto. Il repubblicani devono scegliere: o il trumpismo o il conservatorismo di Reagan e Bush».

Cosa deve fare Biden per ricucire il Paese?

«Non deve fare il terzo mandato di Obama. Deve puntare sulle grandi infrastrutture per andare incontro ai problemi del centro del Paese. Il nostro capitalismo oggi funziona bene per New York e Los Angeles, ma esclude molte aree. L' estremismo, anche quello di sinistra, nasce da qui».

Mancano 12 giorni all' insediamento di Biden, cosa può succedere nel frattempo?

«Trump è isolato e senza social media: ormai non può fare molto. Se dovesse pretendere qualche assurdità, è probabile che i suoi collaboratori dicano di no. Per molti di loro sarà complicato trovare un lavoro prestigioso, il curriculum è già compromesso».

Facebook e Instagram hanno bloccato l' account di Trump, che ruolo giocano le grandi aziende tecnologiche?

«Conosco bene i fondatori di Facebook e di Twitter. Zuckerberg e Dorsey sono persone molto intelligenti. Ma c' è una differenza tra l' intelligenza e la saggezza. Loro sono ingegneri e, specie Zuckerberg, non conoscono l' America».

Senza social Trump è penalizzato?

«Sì, anche se non si può sottovalutare il ruolo che in questi anni hanno avuto Fox News e alcune catene radiofoniche. Ieri su Fox ho sentito raccontare che l' assalto a Capitol Hill fosse opera di infiltrati di sinistra. E in molti, anche tra i miei compagni di classe del West Virginia, ci credono. Siamo oltre le fake news: qui si nega il principio di realtà».

Lei è stato membro dello staff della transizione, al di là delle bizze di Trump, come sta andando questa fase?

«Dipende dai dipartimenti. Quello della Difesa non sta collaborando. In altri, come al Budget, sì. Al dipartimento di Stato, però, la squadra di Biden non ha bisogno di nessun aiuto».

Proud Boys, Boogaloo e Qanon: ecco chi sono i manifestanti pro-Trump. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 7 gennaio 2021. Sono stati protagonisti di un’insurrezione sconvolgente e senza precedenti nel cuore della democrazia americana. Come riporta il Corriere della Sera, a trainare la protesta dentro e fuori il Campidoglio sarebbero stati i “Proud Boys”, espressione di quell’America profonda dimenticata dalla globalizzazione e dall’amministrazione Obama. Insieme a loro, oltre a una schiera di manifestanti di varia estrazione, anche personaggi decisamente folkloristici, che si sono introdotti nel Campidoglio vestiti con elmi e corna, maglie mimetiche, giubbetti antiproiettile e armi in pugno, con l’obiettivo di bloccare la certificazione della vittoria di Joe Biden. Risultato raggiunto, con scene mai viste a Capitol Hill, che hanno scosso l’opinione pubblica mondiale. Segni evidenti di devastazione che il New York Post ha raccolto in un alcuni scatti emblematici. Donald Trump ha chiesto ai manifestanti di “tornare a casa con amore ed in pace”. “Queste cose succedono – ha scritto su Twitter – quando una sacra vittoria elettorale a valanga è in modo così brutto ed esplicito sottratta a grandi patriori che sono stati trattati male e in modo ingiusto per così tanto tempo”. “Ricordate questo giorno per sempre”, ha concluso Trump parlando ai suoi sostenitori.

Dai Proud Boys ai Boogaloo Boys. Nonostante Trump e molti leader repubblicani abbiano chiesto alla folla di rimanere pacifica, la situazione è degenerata. Anche perché i supporter del Presidente Usa rappresentano un universo piuttosto variegato e che fa riferimento alla cosiddetta “far-right” americana. Oltre ai già citati Proud Boys, come riporta l’Ansa, c’è il movimento dei Boogaloo Boys, in alcuni casi vere e proprie milizie strutturate in maniera paramilitare, oltre ai “cospirazionisti” che si ispirano a QAnon e alle immancabili bandiere “Don’t tread on me”. I Boogaloo Boys traggono ispirazione dal film del 1984 Breakin 2: Electric Boogaloo. Convinti del fatto che una seconda guerra civile americana sia inevitabile, il movimento nato su 4chan è cresciuto notevolmente di dimensioni negli ultimi anni, in particolare aiutato da dozzine di gruppi e pagine Facebook con decine di migliaia di membri e follower. Per eludere le restrizioni di Facebook circa la parola “Boogaloo”, vengono spesso utilizzati termini alternativi come “Big Igloo”, “Boog” e “Big Luau”. I Boogaloo Boys si oppongono con forza ai lockdown, che vedono visto come un segnale di tirannia e dittatura. Quando ad aprile e maggio si sono svolti raduni anti-lockdown in diversi stati, alcuni membri armati del movimento Boogaloo sono stati avvistati in diverse manifestazioni, spesso indossando camicie hawaiane. Oltre a loro ci sono i Patriot Prayer, nome salito all’onore delle cronache per via dei violenti scontri a Portland con i manifestanti Antifa e Black Lives Matter che hanno portato alla morte, lo scorso 31 agosto, di un sostenitore del presidente Usa Donald Trump. Come riportato da Fox News, Patriot Prayer è la creazione dell’attivista conservatore ed ex candidato al Senato di Washington Joey Gibson. L’uomo che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a Portland nella schermaglia con i manifestanti Black Lives Matter era un sostenitore di Patriot Prayer, gruppo che non ha grande importanza a livello nazionale ma che è ben noto nel Pacifico nord-occidentale. La vittima della sparatoria è stata identificata da Gibson come Aaron “Jay” Danielson, di Portland, soprannominato Jay Bishop.

La teoria dei trumpiani: “Infiltrati alla manifestazione”. Secondo alcuni supporter del Presidente Usa Donald Trump, le violenze del Campidoglio sarebbero state provocate da alcuni infiltrati “Antifa”. Lo sostiene, ad esempio, il commentatore conservatore ed esperto di intelligence Paul Sperry, secondo il quale “un autobous di teppisti Antifa” si sarebbe infiltrato fra i dimostranti pacifici del tycoon al fine di screditare i supporter del Presidente Usa e mettergli in cattiva luce provocando i disordini. In buona sostanza, un’operazione false flag. Teoria rilanciata anche dall’avvocato Sidney Powell, la quale ha pubblicato una foto di uno dei manifestanti entrati al Campidoglio e che sarebbe in realtà, un’attivista Antifa avvistato ad altre manifestazione in passato.

I fascisti pro-Trump pronti a scendere in piazza armati. I Proud Boys, dell'estrema destra americana, sono in crescita nel Paese. Vedono nella superiorità della razza bianca un mantra e nel superamento delle forze federali un obiettivo. E non è mai stato così alto il rischio di attacchi nei seggi e nei giorni subito dopo le elezioni. Davide Mamone su L'Espresso il 19 ottobre 2020. Quando William Luther Pierce, scrittore suprematista bianco di Atlanta, terminò nel 1978 il suo romanzo “The Turner Diaries”, il mondo distopico raccontato in quelle pagine sembrava destinato a rimanere finzione. Quarant’anni dopo però il libro, che racconta della rivoluzione da parte di un gruppo di nazionalisti antisemiti contro il governo federale americano e dello sterminio delle «razze non ariane», è ancora la Bibbia di diversi gruppi di estrema destra negli Stati Uniti. E una parte dei messaggi presenti in quelle pagine sta influenzando la mente di chi, la notte del 3 novembre, potrebbe non accettare il risultato delle elezioni qualora Donald Trump dovesse perderle.

Chi sono i complottisti di QAnon (e perché tifano per Donald Trump). Sono convinti che ci sia un complotto sanguinario globale ordito dai democratici e con in mezzo gli immancabili Soros, Bill Gates e il “deep state”. E adesso possono far  sentire il loro peso nella campagna elettorale. Federica Bianchi su L'Espresso l'08 settembre 2020. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti, senti solo che c’è», disse oltre vent’anni fa Morpheus al giovane ingegnere informatico Neo nel film Matrix: «Matrix è ovunque è intorno a noi. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità che sei uno schiavo. Ma nessuno di noi è in grado di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi cos’è». Vent’anni più tardi, quelle parole, che hanno marcato l’inizio della nostra epoca digitale, si sono staccate dal grande schermo per infilarsi nei social network, dove si sono nutrite di paure e frustrazioni, per crescere e incarnarsi in culti e sette che la pandemia ha amplificato, e tra le quali una, nata negli Stati Uniti tre anni fa, oggi con milioni di seguaci, è sul punto di diventare movimento globale, pesando sulle scelte politiche dei cittadini.

 “Niente può fermare QAnon”. Ecco chi sono i complottisti dell'assalto al Congresso Usa. Le Iene News il 7 gennaio 2021. Tra i gruppi di estrema destra che hanno dato il via alle proteste invadendo il Congresso Usa ci sono molti sostenitori di QAnon, una setta dalle folli teorie complottiste che vede in Trump il “guerriero Q”. Con Roberta Rei vi raccontiamo in cosa credono: già in ottobre avevano detto di “voler lasciare il segno”. Petto nudo e corna in testa, con tanto di pelliccia. È lo “sciamano di QAnon”, l’uomo che ha guidato l’assalto al Congresso americano a Washington assieme ai suoi fedelissimi. Si chiama Jake Angeli, ha 32 anni: l’aspirante attore di origini italo-americane è sostenitore e divulgatore della teoria del complotto di cui vi abbiamo parlato con Roberta Rei nel servizio che potete rivedere qui sopra. QAnon è una setta, una vera allucinazione collettiva, i cui sostenitori credono che a spodestare dalla Casa Bianca Donald Trump sia stato un piano del “deep state” e del nuovo ordine mondiale. Per loro il presidente uscente è il “guerriero Q” che lotta contro questi “poteri forti” accusati di essere collusi con reti satinaste e di pedofili. In ottobre la nostra Roberta Rei intervistando Nik, uno dei sostenitori della setta, aveva chiesto cosa sarebbe successo in caso di sconfitta di Trump alle elezioni. “Siamo in un periodo in cui le persone vogliono lasciare il segno”, aveva risposto il seguace di QAnon, “prendono le armi e vanno per le strade ad ammazzare la gente. QAnon è diventato un movimento del popolo e non c’è niente che possa fermarlo”. Le armi sono state prese veramente. Questi e altri gruppi di estremisti di destra hanno invaso le strade e preso d’assalto il Campidoglio nella notte italiana. Negli scontri è morta una sostenitrice di QAnon, Ashli Babbit, uccisa dal colpo di arma da fuoco di un poliziotto all’interno del Congresso (4 le vittime in totale e 52 gli arresti al momento). Le forze dell’ordine sono riuscite a sgomberare l’edificio dopo ore. Dopo questo attacco il Congresso Usa ha ratificato la vittoria di Joe Biden alle presidenziali. Chi crede alla teoria del complotto di Qanon pensa che ci sia una guerra invisibile che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. E che per i buoni sia sceso in campo un guerriero predestinato, il guerriero Q, ovvero Donald Trump. Come è iniziato tutto? Con lo scandalo delle email di Hillary Clinton pubblicate alla vigilia della campagna presidenziale del 2016. Secondo le folli teorie di alcuni siti dell’estrema destra, in quelle conversazioni ci sarebbero dei messaggi segreti legati al mondo della pedofilia e del satanismo: Hillary Clinton e il suo staff avrebbero abusato, violentato e divorato bambini in una nota pizzeria di Washington che in realtà sarebbe un ritrovo di satinasti. Già da tempo L’Fbi ha iniziato a considerare questa setta una minaccia terroristica.  A novembre scorso, come vi abbiamo raccontato qui, una sostenitrice di QAnon, la 46enne candidata per i repubblicani in Georgia Marjorie Taylor Greene, ha vinto un seggio entrando così alla Camera dei Rappresentanti.

Usa, la setta QAnon entra alla Camera dei Rappresentanti. Le Iene News il 4 novembre 2020. La sostenitrice della teoria del complotto QAnon, Marjorie Taylor Greene, ha vinto un seggio alla Camera dei Rappresentanti. Vi abbiamo raccontato l’assurdo “culto” del QAnon con Roberta Rei. C’è una sostenitrice della teoria del complotto QAnon alla Camera dei Rappresentanti in America. È Marjorie Taylor Greene, 46enne candidata per i repubblicani in Georgia che ha vinto un seggio alla Camera. Vi abbiamo raccontato cosa sia questa teoria complottista, che si sta rapidamente trasformando in una vera e propria allucinazione collettiva, nel servizio di Roberta Rei che potete vedere qui sopra. Questa setta ha giocato un ruolo importante nella campagna elettorale delle elezioni di oggi, riuscendo, con l’elezione di Taylor Green, a entrare nelle istituzioni. Nel servizio vi abbiamo parlato anche di questa candidata, che oltre a posare con una mitragliatrice, ha supportato pubblicamente QAnon. "Q è un patriota, lui ama molto il suo paese. Siamo della stessa idea e supporta il presidente Trump", dice in un video. E proprio da Donald Trump Marjorie è stata elogiata pubblicamente. Secondo l’assurdo “culto” del QAnon, esisterebbe un piano del deep state e del nuovo ordine mondiale per spodestare dalla Casa Bianca Donald Trump, il “guerriero Q” che lotta contro questi “poteri forti” accusati di essere collusi con reti sataniste e di pedofili. L’Fbi ha iniziato a considerarlo una minaccia terroristica questo culto, a cui stanno aderendo tantissime persone e che diventando sempre più estremista. Ma com’è iniziato tutto? Con lo scandalo delle email di Hillary Clinton pubblicate da Wikileaks alla vigilia della campagna presidenziale del 2016. Secondo alcuni siti dell’alt right americana, in quelle conversazioni ci sarebbero dei messaggi segreti legati al mondo della pedofilia e del satanismo: Hillary Clinton e il suo staff avrebbero abusato, violentato e divorato bambini in una nota pizzeria di Washington che in realtà sarebbe un ritrovo di satinasti. Roberta Rei parla con chi è riuscito a uscire da questa setta e chi invece è fermamente convinto delle teorie del culto QAnon.  

Perché Trump ha vinto.  Mario Furlan il 10 novembre 2020 su Il Giornale.

Donald Trump: una personalità infantile. I bambini, essendo infantili, pretendono che tutte le ciambelle riescano col buco. Vogliono vincere sempre, non accettano la sconfitta. E se non ottengono quello che vogliono frignano, pestano i piedi, si disperano. Fanno le vittime. E il vittimismo, come sappiamo, è una delle tante declinazioni del rifiuto ad assumersi le proprie responsabilità. Oppure diventano aggressivi. Può anche capitare che abbiano tutte queste reazioni insieme. Ricordo quando, a 5 anni, facevo la boxe con mio padre. Ci mettevamo entrambi i guantoni, e ci tiravamo pugni. Io con tutta la mia forza, lui delicatamente. Se non lo mettevo ko mi arrabbiavo. E lui, naturalmente, stava al gioco. Fino a quando, un giorno, mi mise al tappeto lui. Io mi infuriai. Al che lui mi diede una lezione preziosa: “Nella vita ti possono buttare a terra. Ma non importa. L’importante è non piangere; imparare dai propri errori; e ritirarsi in piedi. Solo così potrai vincere al prossimo incontro!”

Quando perdi, non perdere la lezione! Crescendo, impariamo infatti che prima o poi perdi. E’ matematico. Fa parte della vita. Ma la sconfitta può poi trasformarsi in vittoria, se capiamo la lezione e non commettiamo più lo stesso errore. Come ha detto il Dalai Lama, “quando perdi, non perdere la lezione”. Tutti, prima o poi, perdiamo. Perché tutti sbagliamo. Ma c’è chi è pronto a riconoscere i suoi errori, e a correggerli. E chi, invece, cerca di occultarli. Se rifiutiamo la sconfitta, fingendo di non aver sbagliato nulla e dando tutta la colpa agli altri, non impariamo nulla. E siamo destinati a ripetere lo stesso errore. Come sta facendo, e come continuerà a fare ad oltranza, Donald Trump: “Le parole Ho perso, come le parole Ho sbagliato, non fanno parte del mio vocabolario” ha proclamato. Lo avevo previsto lo scorso settembre, in questo blog: conoscendo il personaggio, non avevo dubbi sul fatto che rifiutasse un esito per lui negativo, accampando presunti brogli. Pretende, come un bambino, di avere vinto le elezioni, pur avendole perso. Ovviamente non cambierà mai idea, neppure di fronte a tutti i riconteggi del mondo. Non si arrenderà mai all’evidenza, né mai lo faranno i suoi sfegatati seguaci (tra cui alcuni dei miei affezionati lettori), per i quali la sua parola è Vangelo. Non c’entra la politica, c’entra la psichiatria: Trump non accetta la realtà. E ci dimostra, così, come si possa restare infantili anche in tarda età. Perché la maturità non è una questione anagrafica, ma mentale.

La Lettera di Giorgia Meloni al Corriere della Sera il 9 gennaio 2021. Gentile direttore, negli Stati Uniti sono accaduti, in queste ore, eventi clamorosi e gravissimi, culminati in una surreale irruzione nella sede del Congresso americano che ha causato diversi morti. Un quadro scioccante. Eppure per molti, in Italia, sembra tutto semplice. La tesi sostenuta, in sostanza, è: negli Usa c’era un dittatore pazzo che è stato sconfitto, ora ha vinto il bene sul male ma Giorgia Meloni non ha preso sufficientemente le distanze dal mostro Trump. A volte invidio chi ragiona in modo così banale, se non altro perché a fine giornata non rischia l’emicrania per aver fatto lavorare il cervello. Rispondo per punti alle stupidaggini che ho letto sul mio conto.

1. Non faccio parte in alcun modo dei «condannatori di violenza un tanto al chilo», quelli per i quali la violenza è giustificata se è di sinistra ed è uno scandalo se arriva da chi è contro la sinistra. Non ho mai avuto timidezza nel condannarla, perché la violenza è violenza, ed è sempre una implicita ammissione di inferiorità. È stato così anche stavolta, come le tante altre nelle quali ho denunciato violenze su cui quelli che oggi pontificano tacevano colpevolmente. Davvero sono sfuggite le recenti immagini delle devastazioni prodotte dai Black Lives Matter? E se si considera legittimo che possa pagare con la vita chi assalta le istituzioni— come accaduto a Washington — perché a chi si scagliava con un estintore contro le nostre forze dell’ordine sono state dedicate aule del Parlamento italiano? Non c’è una violenza giusta e una sbagliata, come una sinistra disperata ormai teorizza, e finché su questo non sentirò parole chiare, non accetto lezioni.

2. Ho scritto che le violenze dovevano cessare «come chiesto dal Presidente Trump» perché quando ho pubblicato il post Trump e altri del suo staff avevano già chiesto ai manifestanti di tornare a casa in pace, e mi pareva rilevante che a fare questo invito fossero coloro che più di tutti potevano essere ascoltati dai manifestanti. Ma evidentemente, in Italia, interessa più alzare il livello dello scontro che non placare gli animi. Aggiungo che a parere mio quelle violenze non rafforzavano certo la posizione di Trump e di chi contesta la regolarità delle elezioni. Valutazione forse troppo complessa per chi si limita a dividere il mondo tra buoni e cattivi.

3. «Trump è colpevole perché non vuole accettare il risultato elettorale». Personalmente, sono convinta che la volontà popolare vada rispettata sempre. Io. Ma lo pensa anche la sinistra? Non mi sembra, visto che teorizza da tempo che la quale la democrazia, in fondo, non possa che essere oligarchia, e se il popolo sbaglia e vota «male», allora è un dovere civico adottare delle contromisure. Tipo governare da dieci anni in Italia pur non avendo mai vinto le elezioni. Oppure tentare di rovesciare in qualsiasi modo Trump, richiesta di impeachment compresa.

4. «È un momento grave, è in gioco la democrazia». Su questo sono d’accordo, mi sorprende però che alcuni pericoli per la nostra democrazia siano sistematicamente taciuti, come il fatto che i giganti del web, società private, si arroghino il diritto di sostituirsi alla magistratura, alle istituzioni e alla costituzione americana oscurando e zittendo il Presidente Usa. Veramente non si vedono i rischi che questo comporta?

5. Non mi sono mai definita trumpiana, blairiana, putiniana, macroniana o merkeliana. Non ho mai fatto la cheerleader di nessuno. No, questo lo hanno fatto altri in Italia. Certo, da presidente dei conservatori europei, partito che ha tra i propri affiliati anche i Repubblicani, mi sento vicina alla loro visione politica e non ho fatto mistero di preferire Trump rispetto alla Clinton o a Biden, perché condivido in buona parte la sua visione economica e perché sul piano della difesa dell’interesse nazionale italiano — unico metro con il quale, da patriota, guardo la politica estera — ritengo che la dottrina Obama-Clinton (e dunque Biden) di sostegno alle primavere arabe e al fondamentalismo sunnita abbia prodotto per noi enormi disastri.

6. E veniamo all’aspetto più grottesco di questa vicenda. In queste ore Donald Trump viene dipinto dalla sinistra come un dittatore, un malato di mente, un uomo pericoloso da mettere al bando. Qualcosa mi sfugge. Parliamo dello stesso Trump considerato strategico nella nascita del Governo Conte bis, con il famoso tweet nel quale sperava di continuare a lavorare con «Giuseppi»?

Lo stesso Trump che veniva ringraziato da ministri del governo italiano per aver chiesto di investire in Italia, con accanto Conte sorridente, entusiasta di quel supporto? Sono colpita dalla superficialità della nostra classe dirigente. Non è mai prudente entrare nelle questioni interne di uno Stato estero, a maggior ragione quando si parla delle dinamiche democratiche della prima potenza al mondo. Non mi è sfuggito, ad esempio, che il Presidente Mattarella abbia preferito un cauto silenzio sulla vicenda. Ma se proprio si vuole entrare a gamba tesa, allora si deve comprendere il peso delle parole che si pronunciano, e le conseguenze che comportano. La domanda che faccio a tutti i politici italiani che oggi dipingono Trump come un mostro è: se tra quattro anni si dovesse per caso ricandidare, e dovesse vincere le elezioni, quali saranno le vostre contromisure? Chiederete all’Onu che gli Usa siano dichiarati Stato canaglia? Porterete l’Italia fuori dalla Nato per non condividere le scelte con un tale, impresentabile, figuro? E se pensate questo di Trump, perché non avete reagito in questi anni, preferendo un vigliacco silenzio? Serietà signori. Voi dovreste rappresentare gli interessi di una Nazione che agli Stati Uniti è legata a doppio filo, chiunque la guidi, e non potete permettervi di confondere la geopolitica col tifo da stadio. Ci sarebbero molte altre cose da dire direttore, ma non voglio abusare della vostra disponibilità. Posso solo augurarmi che l’Italia torni ad avere quanto prima una classe politica seria e degna. Presidente Fratelli d’Italia

Lettera di Giorgia Meloni a "la Stampa" il 12 gennaio 2021. Caro direttore, con un post sui social le avevo chiesto di argomentare meglio cosa intendesse dire chiamandomi lo "sciamano d' Italia". Mi ha risposto con un lungo editoriale confermando purtroppo la solita strategia di distorcere la verità e poi su quelle falsità costruire accuse contro i propri avversari politici.

1. Per dimostrare che siamo gli sciamani d'Italia lei cita il caso di un nostro assessore che posta una sua foto con la scritta Forza Usa e "una pelliccia di bufalo" perché, secondo lei, seguace di chi ha guidato l'assalto al Campidoglio. Falso. La signora, italoamericana, indossa un cappotto e un colbacco (ha dimenticato come è fatto, direttore?) come fa spesso (circostanza facilmente verificabile sulla sua pagina Fb), e ha ampiamente spiegato come il post non fosse fatto in sostegno dei "golpisti", ma della sua terra d'origine che attraversa un momento difficile. Ha ritenuto di non dover approfondire oppure ha ritenuto di dover mistificare per dare corpo alle sue convinzioni?

2. Lei scrive che io proverei "ammirazione per quello che Trump ha fatto a Washington" e motiva questa illuminazione dicendo che altrimenti non mi "laverei la coscienza limitandomi a ribadire che ho condannato le violenze" e non ricorderei di essere presidente di un partito europeo, Ecr, che ha tra i propri affiliati i repubblicani americani. Quindi, in sostanza, il problema è non essere diventata una sostenitrice di Biden ed essere rimasta coerente. Per questo sarei impresentabile? Mi rendo conto che la coerenza non va proprio per la maggiore tra i politici e neanche tra i giornalisti. Del resto mi ricordo quando lei denunciava "un capitalismo rapace e parassitario, che impone uno storytelling deviato e deviante" e la vedo oggi, a La Stampa, osannare un accordo in forza del quale l'Italia perde definitivamente la Fiat. E mi ricordo quando sostenne che il tweet di Trump in favore di "Giuseppi" andava letto nell' ottica di "preservare un ordine mondiale", mentre oggi ci spiega che Trump rappresenta il disordine mondiale. Io non sono così, non cambio idea per mettermi al riparo dalla tempesta, chinando il capo di fronte al nuovo padrone.

3. Forse, in fin dei conti, la questione è proprio qui. Lei scrive che l'Italia "non ha mai avuto una destra normale, europea e conservatrice, ma solo destre anomale". Anomalo a me pare il suo ragionamento, atteso che sta parlando al presidente del partito che racchiude tutti i movimenti conservatori occidentali. Evidentemente il resto del mondo non la pensa come lei. Ma il suo ragionamento tradisce quella presunta e mai dimostrata superiorità morale per la quale la sinistra pretende perfino di spiegare cosa dovrebbe essere la destra. Ma come sappiamo entrambi, una destra che piace alla sinistra non piace a chi è di destra, e quindi è destinata a essere marginale. Ci siamo già passati. La vostra "destra normale" è una destra che perde. Comprendo la legittima speranza, coltivatela pure. Quello che invece non potete fare è cercare in ogni modo di demonizzare la destra quando vince, dipingendo la realtà per quello che non è.

4. Si è sperticato anche per difendere i giochi di palazzo che da dieci anni circa tengono al governo il Pd senza che questo abbia mai vinto le elezioni. Considera "inquietante" che io lo denunci, perché "la nostra Costituzione prevede che un governo stia in piedi finché c' è un Parlamento che lo sostiene". La nostra Costituzione, direttore, dice anche all' art. 1 che "la sovranità appartiene al popolo". Come si garantisce che il popolo sia sovrano? Con il rispetto della parola data in campagna elettorale. Se prendo il 32% dei voti dicendo ai cittadini che intendo combattere il Pd e poi ci vado al Governo, non sto tradendo la volontà popolare? C'erano altre strade? Sì, la Costituzione prevede l'istituto dello scioglimento anticipato delle Camere proprio per offrire al Presidente della Repubblica uno strumento da utilizzare quando dovesse rilevare una eccessiva distanza tra la volontà popolare e l'agire del palazzo. Voglio cambiare queste regole? Sì. Non ho mai fatto mistero di essere a favore della Repubblica presidenziale, e ci sono fior fiore di proposte di Fdi in questo senso che giacciono in Parlamento.

5. Lei si indigna, direttore, perché ho contestato la politica di Obama di sostegno alle primavere arabe, e mi chiede "quindi lei si dissocia dai movimenti libertari dei giovani egiziani, tunisini, algerini, siriani, repressi anche nel sangue?". Temo che qualcosa le sia sfuggito di quanto accaduto in questi anni. Quelle rivolte hanno portato, tra le altre cose, al dilagare degli estremisti dei Fratelli musulmani in tutto il mondo islamico, a una guerra civile in Libia che rischia di consegnare l'area alla Turchia del sultano Erdogan, al rafforzamento del fondamentalismo e del terrorismo islamista in Europa. Dunque, non ho alcuna reticenza nel dissociarmi dalle scelte politiche che hanno portato a questo. Francamente, direttore, non scrivo queste parole per farle cambiare idea, e non replicherò oltre. Scrivo per chi legge, perché non c'è nulla del mio percorso politico di cui mi debba vergognare, e sono stufa di essere dipinta come un mostro solo per il fatto che ho scelto di non avere padroni e di continuare a difendere le idee della destra e dei conservatori. Chiedo a tutti di giudicare me e Fratelli d'Italia nel merito delle nostre azioni, e non per come la sinistra prova a rappresentarci nel tentativo di rendersi più presentabile.

Presidente di Fratelli d'Italia

Risposta di Massimo Giannini. Ringrazio Giorgia Meloni per questa sua “requisitoria” supplementare, che tuttavia non aggiunge granché a quanto aveva già scritto. Se non un’accusa finale, alla quale mi preme replicare: per sorreggere i suoi teoremi ideologici, si rivolge a me come se io fossi un politico del Pd. Com’è noto, non faccio politica e non c’entro nulla col Pd. Ma dopo aver letto la seconda lettera della presidente di Fd’I, da cittadino, sono ancora più convinto che la sua non sia una destra “normale”. L’ultima prova è di ieri: l’assessore all’Istruzione del Veneto, Elena Donazzan, “sorella d’Italia”, che in radio canta “Faccetta nera” e dice di preferirla a “Bella Ciao”. Facebook censura, ed è un errore. Meloni tace, ed è un orrore.

Giannini delira e definisce “sciamana” la Meloni, la reazione è durissima: “Vuole farci arrestare?” Redazione domenica 10 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia. Il delirio di Massimo Giannini è articolato, andrebbe dettagliato riga per riga, sulla base di una lettura attenta di quell’editoriale scritto oggi sulla Stampa di Torino, di cui è direttore, nel quale il giornalista mette insieme sciamani, fascisti, nazisti, americani, pericolosi dittatori alle porte, Woody Allen, con uno stile, in effetti, molto comico, proprio ispirato al popolare attore americano. La risposta alla lettera della Meloni su Trump, inviata al Corriere della Sera e non al suo giornale, lo ha avvelenato come un torello, più che come un bufalo. La conclusione dei ragionamenti apocalittici di Massimo Giannini è categorica: “In un momento così delicato tutto si dovrebbe fare tranne che sfasciare il poco che abbiamo costruito finora e magari lasciare il Paese di Meloni”. In più, quel popolo che ha manifestato in Campidoglio, a Washington, ha la fisionomia politica di quelli di destra, in Italia, un popolo “emarginato, arrabbiato e radicalizzato, esiste anche da noi e con quel popolo l’Occidente deve fare i conti”. Il delirio di Giannini prosegue così: “Ma anche se non si veste con le corna e la pelle di bufalo come Jake Angeli, quel “forgotten man” abita anche nelle nostre periferie. Si perde nelle stesse moltitudini solitarie, si nutre dello stesso risentimento e dello stesso cibo velenoso offerto dalla tavola calda per antropofagi del Web, coltiva la stessa sfiducia nei confronti della democrazia, che non lo vede, non lo aiuta, e dunque non gli serve…”. Poi il direttore passa a Renzi, attenzione, anche lui un pericolo per la democrazia: “Era giusto il 9 dicembre, quando Renzi ha aperto il fuoco amico contro il premier sul Recovery Plan, con una diretta sul suo profilo Twitter. Da allora, ed è passato un mese esatto, a parte i soliti Dpcm un po ‘confusi l’esecutivo è fermo e avvitato dentro una “verifica” di cui si è ormai perduto il senso. In un momento così delicato, tutto si dovrebbe fare, meno che sfasciare il poco che abbiamo costruito finora e magari lasciare il Paese alle cure di Salvini e Meloni. Gli Sciamani d’Italia…”. La replica di Giorgia Meloni, su Fb, è durissima: “Il direttore de La Stampa Massimo Giannini, non un qualunque Gad Lerner (le cui valutazioni violente e ridicole, che mostrano la pochezza delle idee, non suscitano da parte mia alcun interesse), mi definisce oggi uno ‘sciamano’ d’Italia. Il riferimento è a Jack Angeli, arrestato ieri a Washington per aver partecipato all’assalto di Capitol Hill entrando nella sede del Parlamento americano vestito unicamente di una lunga pelliccia e corna in testa, per poi farsi ritrarre dai media di tutto il mondo così. Ora, poiché sono stufa oltremisura della superficialità, della irresponsabilità, della cattiveria e della faziosità di certa stampa italiana, chiedo ufficialmente a Massimo Giannini di argomentare questa sua affermazione”. “Cosa intende dire, esattamente, direttore? Vuole fare intendere ai cittadini che siamo pericolosi perché potremmo assaltare le istituzioni in modo violento? Che siamo folklore? Che andremmo arrestati anche noi? Che siamo violenti, impresentabili, pericolosi? Che sarebbe bene oscurarci su Fb, Tw, Instagram?”. “Risponda a queste domande, direttore. Argomenti, se ne è capace. Perché la strategia di distorcere la verità e poi su quelle falsità costruire accuse contro gli avversari politici è buona per i regimi totalitari e liberticidi. E io, per rispetto della mia storia e della democrazia, non rimarrò in silenzio a guardare questi metodi utilizzati contro Fratelli d’Italia. P.s. Cos’è direttore, attacca me per sentirsi ancora di sinistra, visto come il suo giornale sta trattando l’operazione Stellantis?”. A proposito, a quando  un bell’editoriale critico di Giannini sugli aiuti agli Agnelli (che controllano il suo gruppo editoriale) e  che finiscono per aiutare o francesi?

Federico Garau per ilgiornale.it il 9 gennaio 2021. Giorgia Meloni preferisce Donald Trump a Joe Biden? Occasione perfetta per il giornalista di origini libanesi per attaccare la presidente di Fratelli d'Italia, strumentalizzando le parole da lei utilizzate nella lettera inviata a Il Corriere con lo scopo di rievocare addirittura la figura di Adolf Hitler. Quando si tratta di silurare gli avversari politici il conduttore televisivo non si preoccupa certo di soppesare le proprie parole, cosa che pretende invece a parti invertite senza mai risparmiare frecciate o lacrimevoli lamentele buoniste. Gad Lerner aveva affondato già i propri colpi nei confronti di Trump quando, intervistato da AdnKronos, aveva espresso la propria opinione sul blocco del profilo social del presidente uscente degli Stati Uniti. "Dovevano farlo prima. Si sarebbe evitata la convocazione di un esercito sedizioso, profondamente plasmato dalle menzogne diffuse da Trump. Se lo facessero anche in Italia con alcuni non sarebbe male". Insomma la censura non va bene in generale, ma applicata a certi individui avversi al giornalista di origini libanesi sarebbe cosa più che giusta. "Da sempre penso che i social hanno dei proprietari e degli editori che devono avere una responsabilità culturale. I social come colpa hanno quella di aver troppo poco filtrato le menzogne e le denigrazioni che ci sono state in questi anni perciò arrivano molto in ritardo", aveva aggiunto. Dopo gli incidenti di Washington, poi, Lerner aveva anche detto di attendere al varco le opinioni dei suoi obiettivi politici preferiti su quanto accaduto. "Donald Trump si conferma essere il criminale fomentatore di una destra golpista, fino a dare l'assalto al Congresso degli Usa. Vedremo se i suoi sostenitori nostrani Matteo Salvini e Giorgia Meloni ne prenderanno doverosamente le distanze", aveva twittato il conduttore televisivo. "Non ho mai avuto timidezza nel condannarla, perché la violenza è violenza, ed è sempre una implicita ammissione di inferiorità. È stato così anche stavolta, come le tante altre nelle quali ho denunciato violenze su cui quelli che oggi pontificano tacevano colpevolmente. Davvero sono sfuggite le recenti immagini delle devastazioni prodotte dai Black Lives Matter?", si legge nella lettera della Meloni, che prende dunque allo stesso modo le distanze da entrambi gli episodi da lei citati. "In queste ore Donald Trump viene dipinto dalla sinistra come un dittatore, un malato di mente, un uomo pericoloso da mettere al bando", spiega ancora la leader di FdI. "Qualcosa mi sfugge. Non è mai prudente entrare nelle questioni interne di uno Stato estero, a maggior ragione quando si parla delle dinamiche democratiche della prima potenza al mondo. Non mi è sfuggito, ad esempio, che il Presidente Mattarella abbia preferito un cauto silenzio sulla vicenda". Ma se il presidente uscente dovesse candidarsi nuovamente e vincere ancora cosa accadrebbe, specie in Italia dove si continua a rimandare il problema di nuove e quantomai più che necessarie elezioni democratiche, come ricorda ancora la Meloni. "Se proprio si vuole entrare a gamba tesa, allora si deve comprendere il peso delle parole che si pronunciano, e le conseguenze che comportano. La domanda che faccio a tutti i politici italiani che oggi dipingono Trump come un mostro è: se tra quattro anni si dovesse per caso ricandidare, e dovesse vincere le elezioni, quali saranno le vostre contromisure?", si domanda il presidente di Fdi."Chiederete all’Onu che gli Usa siano dichiarati Stato canaglia? Porterete l’Italia fuori dalla Nato per non condividere le scelte con un tale, impresentabile, figuro? E se pensate questo di Trump, perché non avete reagito in questi anni, preferendo un vigliacco silenzio? Serietà signori", affonda ancora la Meloni. Parole che hanno fatto trasalire Gad Lerner il quale, evidentemente punto sul vivo, non ha trovato altro da fare che creare un parallelo con la figura di Adolf Hitler. "'Preferisco Trump'. Per difendere il suo presidente ideale dall'accusa di golpismo Giorgia Meloni sul Corriere usa questo argomento: e se dovesse rivincere le prossime elezioni, lo chiamereste dittatore? Del resto chi meglio di lei lo sa, pure Hitler nel 1933 vinse le elezioni", ha twittato stamani il giornalista originario di Beirut.

Gad Lerner secerne odio contro la Meloni: anche Hitler nel 1933 vinse le elezioni come Trump…Adele Sirocchi sabato 9 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia. Gad Lerner non perde il vizio di demonizzare l’avversario. In replica alla lettera che la presidente di Fratelli d’Italia ha inviato al Corriere su Donald Trump, se ne esce su Twitter evocando Hitler. E’ il solito schema dei progressisti imbolsiti: tirare fuori fascismo e nazismo per zittire chi non la pensa come loro. Ecco il tweet di Gad Lerner: ” "Preferisco Trump". Per difendere il suo presidente ideale dall’accusa di golpismo Giorgia Meloni sul Corriere usa questo argomento: e se dovesse rivincere le prossime elezioni, lo chiamereste dittatore? Del resto chi meglio di lei lo sa, pure Hitler nel 1933 vinse le elezioni”. Parole che grondano malafede. Meloni dice di preferire Trump al disegno di Clinton e Obama che in politica estera ha fatto disastri. Da dove ricava poi che Trump sarebbe il presidente ideale per Giorgia Meloni questo Lerner non lo spiega. Ma il veleno è tutto concentrato in quell’espressione – “Chi meglio di lei lo sa…” – relativa alla vittoria di Hitler alle elezioni del 1933. Perché su Giorgia Meloni deve ricadere ancora la maledizione del “fattore F”. Il fascismo. Che la renderebbe pericolosa e impresentabile. In realtà Lerner dimostra proprio ciò che la Meloni ha scritto nella sua lettera. Ecco come la pensa la sinistra: “Se il popolo sbaglia e vota “male”, allora è un dovere civico adottare delle contromisure. Tipo governare da dieci anni in Italia pur non avendo mai vinto le elezioni”. E dunque, se i sondaggi premiano Fratelli d’Italia, ciò non avviene perché la gente preferisce le tesi di quel movimento a quelle degli altri ma perché in Italia c’è il pericolo del fascismo. Sarebbe davvero inutile sprecare altre parole per spiegare il distillato di pregiudizi che Lerner esprime ogni qualvolta si occupa del centrodestra, ora provocando, ora puntando il ditino censorio, ora facendo la vittima. E’ fatto così. E’ prigioniero delle sue ossessioni. Peggio di lui Alessia Morani, che ha commentato l’intervento della Meloni e lo ha letto così bene che lo ha scambiato per una intervista mentre si tratta di una lettera al direttore. Ma detto da lei, che affermò che il Tricolore era nato dalla lotta partigiana, è in fondo una nuance insignificante. Segue un elogio di Berlusconi, che ha avuto parole chiare nel condannare Trump. Sicuramente più chiare di quelle di “Giuseppi”, il suo presidente del Consiglio, lo stesso che disse: “Io e Trump rappresentiamo il governo del cambiamento”.

Da "agi.it" l'8 gennaio 2021. "La storia ricorderà a ragione la violenza di oggi al Campidoglio, incitata da un presidente in carica che ha continuato a mentire senza fondamento sul risultato di un'elezione legittima, come un momento di grande disonore e vergogna per la nostra nazione. Ma ci staremmo prendendo in giro se la considerassimo una totale sorpresa". Lo scrive in una nota l'ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. "Per due mesi un partito politico e il sistema mediatico che lo accompagnava non ha spesso voluto dire ai suoi seguaci la verità - che questa non era un'elezione particolarmente sul filo di lana e che ci sarà l'inaugurazione di Joe Biden il 20 gennaio", prosegue Obama. "Questa narrazione di fantasia si è allontanata sempre più dalla realtà ed è costruita sulla semina di anni di risentimento. Ora ne stiamo vedendo le conseguenze, avvolte in un violento crescendo", conclude. Anche l'ex segretario di Stato, Hillary Clinton ha commentato su Twitter: "Terroristi interni hanno attaccato un fondamento della nostra democrazia: il pacifico trasferimento di potere in seguito a elezioni libere. Dobbiamo ristabilire il dominio della legge e ritenerli responsabili", aggiunge "la democrazia è fragile. I nostri leader devono rispettare la loro responsabilità di proteggerla".

Trump non andrà all’insediamento di Biden, Bush invece nel ’93 scrisse a Clinton “Sii felice”. Rossella Grasso su Il Riformista l'8 Gennaio 2021. “Per tutti coloro che lo hanno chiesto: non andrò alla cerimonia di insediamento il 20 gennaio”. Con queste parole Donald Trump ha inaugurato il suo ritorno online su Twitter. Sebbene i suoi toni sembrano essere ridimensionati, sebbene sia evidente che non accetti la sconfitta, Trump sottolinea che lui alla cerimonia di insediamento del suo successore Joe Biden non ci sarà. E rincara anche la dose: “I 75 milioni di grandi patrioti americani che hanno votato per me, per l’America prima, e per rendere l’America di nuovo grande, avranno ancora una voce gigantesca in futuro”, ha scritto. Il 20 gennaio 1993 avveniva un altro avvicendamento tra un presidente Repubblicano e uno Democratico: George H.W.Bush lasciava il posto a Bill Clinton. Anche allora la lotta a colpi di voti fu dura ma lasciò spazio al fair play. Bush prima di lasciare la Casa Bianca scrisse a mano un biglietto per il suo successore. Lo fece sulla carta intestata della Casa Bianca che firmò con un semplice e confidenziale “George”. “Caro Bill – scrisse Bush – proprio adesso, entrando in questo ufficio, ho provato la stessa sensazione di meraviglia e rispetto che avevo vissuto quattro anni fa. So che la sentirai anche tu. Ti auguro di essere felice qui. Io non ho mai sofferto quella solitudine che altri presidenti hanno descritto. Verranno momenti difficili, resi ancor più difficili dalle critiche che percepirai come sleali. Non sono bravo a dare consigli; ma non lasciare che queste critiche ti scoraggino o che ti spingano fuori strada. Quando leggerai questa mia nota tu sarai il nostro Presidente. Ti auguro il meglio. Auguro il meglio alla tua famiglia. Il tuo successo adesso è il successo del nostro Paese. Faccio il tifo per te. Buona fortuna”. D’altra parte Trump ebbe a sua volta una buona accoglienza da Obama quando varcò la soglia della Casa Bianca. Arrivò dal retro e, come vuole la tradizione, trovò ad accoglierlo il presidente uscente. “È stata un’eccellente conversazione”, disse Obama al termine dell’incontro che sarebbe dovuto durare 30 minuti, ma si prolungò per oltre un’ora e mezza, “vogliamo e faremo di tutto perché lui e la moglie si sentano benvenuti e perché riescano al meglio nel loro compito”. “Sono stati discussi temi importanti”, aggiunse il presidente uscente. “È il momento di restare uniti”, aveva dichiarato Trump nel suo primo discorso dopo i risultati dell’elezione. Sebbene i due all’epoca apparvero abbastanza tesi, dopo una campagna elettorale dai termini infuocati, dissimularono il disagio posando insieme per le foto. “Non c’eravamo mai incontrati, lo rispetto moltissimo. Abbiamo affrontato temi difficili, ma abbiamo anche parlato degli importanti risultati raggiunti durante la sua amministrazione. È stato un grande onore”, disse Trump che invece adesso non è disposto a stringere la mano a Biden.

Da "corriere.it" il 3 aprile 2021. La zona di Capitol Hill a Washington è in lockdown dopo un allarme sicurezza scattato poco dopo le 19 (ora italiana): secondo le prime notizie un’auto è andata a schiantarsi contro le barriere di protezione che circondano l’edificio del Parlamento americano, lo stesso che il 6 gennaio scorso venne preso d’assalto da centinaia di attivisti di Donald Trump. L’uomo che era alla guida dell’auto è già stato fermato dagli agenti in servizio nella zona: avrebbe puntato contro due poliziotti in servizio nella zona travolgendoli. Nel frattempo le persone all’interno di Capitol Hill sono state invitate a mettersi al riparo e a non abbandonare l’edificio.

Auto contro la polizia a Capitol Hill: un agente muore accoltellato. Media Usa: "L'uomo è estremista islamico". Un'auto si è schiantata a gran velocità contro le barriere di Capitol Hill a Washington. Autista accoltella poliziotto e viene raggiunto dagli spari. Francesca Galici - Ven, 02/04/2021 - su Il Giornale. Non erano ancora le 19.30 in Italia quando una vettura si è lanciata a velocità sostenuta contro le barriere erette a protezione del Campidoglio di Washington, travolgendo due agenti di sorveglianza. Le prime fasi confuse e concitate hanno portato la polizia a ordinare il lockdown completo per tutto Capitol Hill per circa un'ora e mezzo. L'uomo è stato successivamente arrestato e condotto in ospedale per le ferite riportate. È morto pochi minuti dopo il ricovero, così come uno degli agenti feriti. A causa di "una minaccia esterna alla sicurezza, è vietato entrare o uscire dal complesso", recitava il messaggio diramato ai presenti all'interno della struttura governativa. "Sono ammessi gli spostamenti tra gli edifici ma tenetevi lontani da finestre e porte. Se siete all'esterno, cercate riparo", continuava il messaggio rivolto ai parlamentari e a tutti i funzionari. Fortunatamente, il complesso governativo in questi giorni è a ranghi ridotti per effetto delle imminenti festività pasquali, pertanto i disagi sono stati limitati. Il presidente Joe Biden in quel momento aveva appena lasciato il Campidoglio per dirigersi verso Camp David ed è ora costantemente aggiornato sull'evolversi dei fatti. La misura si è resa necessaria anche perché sarebbero stati uditi distintamente dei colpi di pistola a nord di Capitol Hill. Immediata la risposta del comparto sicurezza di Washington, che ha immediatamente inviato sul posto un elicottero di supporto. Tutte le strade attorno al Campidoglio sono state chiuse al traffico per motivi di sicurezza. I due agenti travolti dall'auto e il conducente del veicolo, tratto in arresto, sono stati condotti in ospedale per le ferite riportate ma il fermato sarebbe morto pochi minuti dopo l'arrivo presso la struttura sanitaria. Gli spari uditi a Capitol Hill sono quelli esplosi dagli agenti di sicurezza contro il conducente del veicolo nel tentativo di fermarlo. Fonti della polizia rifeiscono che il vero obiettivo dell'uomo alla guida dell'auto fossero proprio i poliziotti, contro i quali la vettura si è lanciata a gran velocità. La Cnn ha riferito che il sospetto fermato dalla polizia brandiva un coltello tra le mani, un'arma simile a un machete, quando è uscito dall'abitacolo della sua vettura. Ha, quindi, accoltellato uno dei due agenti dopo averlo investito ed è a quel punto che gli uomini della sicurezza hanno sparato, in risposta al suo atto di violenza. Visti i possibili problemi per la sicurezza nazionale, a Capitol Hill opera anche l'Fbi in supporto della polizia locale. "Non sembra essere legato al terrorismo, ma ovviamente continueremo a indagare per vedere se ci sia qualche tipo di nesso", ha riferito la polizia in conferenza stampa. La speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, ha ordinato di abbassare a mezz'asta le bandiere del Campidoglio Usa in onore dell'agente della polizia ucciso nell'attacco di oggi a Capitol Hill. L'autore del nuovo attacco contro Capitol Hill si chiama Noah Green, 25enne dell'Indiana con legami con la Virginia. Era un seguace del movimento 'Nation of Islam', lo riferiscono Msnbc e il New York Post. L'assalitore, che da diverse fonti viene identificato come un 25enne afroamericano dell'Indiana di nome Noah Green, sul suo profilo Facebook si definiva un "seguace di Farrakhan", riferisce il New York Post, che ha visualizzato il profilo prima che venisse messo offline, spiegando che il riferimento è al leader di 'Nation of islam', Louis Farrakhan. Dall'account Facebook sembra che Green stesse vivendo un periodo difficile L'agente morto, invece, si chiama William 'Billy' Evans, un veterano in servizio da 18 anni. Lo ha riferito Yogananda Pittman, capo ad interim delle forze dell'ordine di Capitol Hill. "Oggi il cuore dell'America è a pezzi per la morte di uno dei nostri eroi della Capitol Police: l'agente William Evans. Lui è un martire della nostra democrazia", ha dichiarato la speaker della Camera, Nancy Pelosi.

 Da unionesarda.it il 3 aprile 2021. Il secondo agente della Us Capitol Police rimasto ferito ieri nel corso dell'assalto avvenuto a Washington da parte di un 25enne - che con l'auto si è schiantato contro le barriere di sicurezza dopo aver travolto i due poliziotti - resta in condizioni stabili e non corre pericolo di vita. L'altro, invece, è morto a causa delle gravi ferite, così come l'aggressore, raggiunto dagli spari. Il presidente Usa, Joe Biden, si è detto "devastato" per quanto accaduto a Capitol Hill. Intanto si ricostruisce il profilo del giovane responsabile: Noah Green soffriva probabilmente di disturbi mentali. Secondo quanto riportano i media americani, sui social scriveva di avere paura dell'Fbi e della Cia e di essere nel mirino del governo federale che voleva ottenere il "controllo della sua mente". In vari post su Facebook e Instagram si professava un ammiratore e seguace di Louis Farrakhan, il religioso statunitense di 87 anni, musulmano, leader della Nation of Islam, più volte al centro di polemiche per alcuni suoi discorsi considerati antisemiti, omofobi e misogini. Il governo Usa "è il nemico numero uno" per la comunità afroamericana, aveva scritto poche ore prima dell'attacco.

Andrea Morigi per Libero Quotidiano il 4 aprile 2021. Noah Green, fa notare suo fratello Brendan, «soffriva di paranoia almeno dal 2019» e «aveva pensieri suicidi». Come del resto tutti i martiri della guerra santa, si potrebbe osservare, aggiungendo che il 25enne afroamericano dell'Indiana, che venerdì ha ucciso un poliziotto a Washington, prima di essere eliminato a sua volta a colpi d'arma da fuoco, si dichiarava un musulmano, aderente alla Nation of Islam di Louis Farrakhan. Potrebbe sembrare un dettaglio, visto che appare come un elemento piuttosto marginale a leggere le cronache, ma una patologia psichiatrica connessa a una prospettiva apocalittica è un rischio per la sicurezza di tutti. Per il paziente e per chi lo dovesse inavvertitamente incrociare, come l'agente Wiliam Evans, agente di guardia al Campidoglio e l'altro suo commmilitone, attualmente ricoverato in ospedale in gravi condizioni dopo essere stato investito dall'auto dell'assalitore. Matto, comunque, Green non doveva esserlo troppo due anni fa, quando si era laureato in finanza all'università Christopher Newport di Newport News, in Virginia. Secondo quanto risulta da una biografia online dell'ateneo, era nato a Fairlea, in West Virginia, e «il personaggio storico che avrebbe voluto incontrare più d'ogni altro è Malcom X». Scriveva di essere in cerca di una «guida spirituale». In un post del 17 marzo su Facebook, firmato "Fratello Noah X", il giovane aveva scritto che credeva che Farrakhan fosse «Gesù, il Messia» e che fosse uno «strumento per il mio risveglio e il lavoro della vita». Si è trasformato in uno strumento di morte, anche se il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nel suo messaggio di cordoglio per chi era lì a proteggere il suo potere, lo vuole ignorare e si limita a parlare di un «attacco violento» e non di terrorismo. Perché, se poi si finisse.

 (ANSA il 7 gennaio 2021) Le restrizioni di Facebook su Donald Trump saranno estese. Gli account del presidente saranno bloccati "indefinitamente e per almeno le prossime due settimane fino a quando una pacifica transizione di potere non sarà completata", afferma Mark Zuckerberg. (ANSA).

Laura Della Pasqua per “La Verità” il 18 gennaio 2021. Per capire come è stato possibile che il patron di Facebook, Mark Zuckerberg, abbia potuto oscurare l'account di Donald Trump, bisogna risalire a quella che è ancora l'unica norma che regola il mercato di Internet. Più che una legge sono 26 parole. Le parole di un comma inserito nella Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996, che recita così: «Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi». Su questa frase, i padroni delle reti sociali hanno costruito la loro fortuna e i loro business miliardari. La Sezione 230, oltre a sancire che le piattaforme non sono responsabili per ciò che viene pubblicato, dà anche ampia libertà alle società che le gestiscono di moderare i post e i contenuti in generale. Quindi, se un utente dice qualcosa di diffamatorio su una piattaforma, questa non è responsabile e non sarà perseguibile, ma può rimuovere il contenuto o filtrarlo perché in base alla legge ha la facoltà di gestire il servizio come vuole. Quando Zuckerberg dice che si sente responsabile per quello che accade sulla sua piattaforma, dice qualcosa di non vero, perché la legge dispone diversamente, ma può intervenire a gestire la piattaforma come più gli piace. Il patron di Facebook in uno degli ultimi interventi pubblici ha ammesso che i social network sono in un terreno ancora da regolamentare, a metà strada tra una società editrice e una di telecomunicazioni. Vivono in una zona franca in cui ciò che conta è solo il denaro; più il proprietario è potente e già può condizionare il mercato e ora, la politica, in modo spregiudicato. Nel 2016, durante la campagna per le presidenziali Usa, quando si affacciò l'ipotesi che interferenze russe sui social fossero in grado di condizionare le elezioni, sia i senatori democratici sia quelli repubblicani avevano sollevato il problema di riformare la Sezione 230. Non se ne è fatto nulla. L'assenza di regole, da una parte è condannata, ma dall'altra è ampiamente sfruttata dalla politica che ha sempre più affidato al Web la costruzione del consenso e del successo. Il presidente Barack Obama è stato il primo a usare i social in modo massiccio, il che lo ha fatto apparire nuovo, moderno, in sintonia con i tempi e con un elettorato iperconnesso. Poi è arrivato Donald Trump che ha attivato una campagna infuocata, mai vista prima, a colpi di tweet e post su Facebook a ripetizione. È stato lo stesso organizzatore della sua campagna elettorale, Steve Bannon, a rivelare che il segreto del successo virale sui social è nell'uso di toni forti con un crescendo che crea una sorta di dipendenza negli utenti. La grammatica esplosiva usata da Trump dello scontro estremo con gli avversari ha prodotto anche il risultato di costringere i media tradizionali, che pure gli erano ostili, a stargli dietro offrendogli spazi, altrimenti impensabili. Perché allora, nella sua ascesa, Facebook non ha fermato Trump? Proprio in virtù della legge 230, che solleva il proprietario da qualsiasi responsabilità, ma soprattutto perché il climax dello scontro politico aveva concentrato l'attenzione sui social. E più tempo gli utenti passano sulle piattaforme, maggiore è la raccolta pubblicitaria, quindi il business. La rivista Fortune ha riportato la testimonianza di un ex direttore di Facebook, Tim Kendall, che ha illustrato la strategia usata dal social per creare la dipendenza ai suoi utenti. Una strategia ispirata dalle multinazionali del tabacco che sembra anticipare quello che è successo a Washington. «Permettere a disinformazione, teorie cospirazioniste e fake news di fiorire», sostiene Kendall, «era come i broncodilatatori delle Big Tobacco, che permettono al fumo delle sigarette di coprire maggior superficie dei polmoni. Ma i contenuti incendiari non erano abbastanza. Per continuare a crescere il numero di utenti, e soprattutto il tempo e l'attenzione data a Facebook, si fece di più. Le aziende di tabacco aggiunsero ammoniaca alle sigarette per aumentare la velocità con cui la nicotina arrivava al cervello. Contenuti estremi, incendiari, immagini scioccanti, video, e titolazione che incitavano indignazione, seminavano tribalismi e divisione. Queste scelte di contenuti risultarono un ingaggio e profitto senza precedenti». Google deve il suo successo alla libertà concessa agli utenti di scrivere qualsiasi cosa anche falsa e violenta, indicizzata dal motore di ricerca senza che Google possa essere considerato responsabile. Ora però Facebook e Twitter hanno fatto un altro passo in avanti, si sono comportati come se fossero garanti, responsabili giuridicamente dei contenuti. Sospendere a tempo indeterminato l'account del presidente degli Stati Uniti è la rivendicazione di un potere illimitato e incontrastato. La Sezione 230 è stata al centro di una serrata offensiva di Trump che ha minacciato di abolirla scagliandosi contro le piattaforme, colpevoli, a suo dire, di avere un pregiudizio contro i politici repubblicani. Un'altra azione dura messa in campo in questi giorni è stata quella di Amazon che ha rimosso il social Parler, punto di riferimento del pensiero conservatore, dal suo cloud, con la motivazione di voler ostacolare i discorsi aggressivi veicolati. Parler è stato privato dello spazio per archiviare i dati, e di fatto è stato spento dal colosso di Jeff Bezos. Si è messo in moto un meccanismo a catena. A ruota Apple e Google hanno confermato la rimozione di Parler dai loro store mentre anche Twitch e Snapchat hanno disattivato l'account di Trump. Tutto questo mentre su Youtube, di proprietà di Google, e sul social Reddit continuano a circolare voci di violenza. Un social «punito» dai big del Web potrà comunque rivolgersi a un tribunale e far valere le proprie ragioni: ma nel frattempo è stato silenziato il che equivale, per il popolo del Web, a una condanna a morte. Quando si dice che Zuckerberg ha il monopolio della Rete, è perché le alternative sono marginali. Gli utenti mensili attivi di Facebook sono 2,6 miliardi. Ogni giorno si collegano a questo social 1,73 miliardi di persone e vi trascorrono in media 58,5 minuti. In Italia lo usano circa 1 italiano su 2. È la piattaforma più popolare con il 60,6% degli utenti Internet. Nonostante diversi forti competitor, come Instagram, Snapchat o Twitter, Facebook resta in testa alle preferenze degli utenti. Nel primo quadrimestre del 2020 ha generato 17,44 miliardi di dollari grazie alle inserzioni. Uno scossone allo strapotere di Zuckerberg è arrivato negli ultimi giorni quando il magnate ha obbligato gli utenti di Whatsapp a cedere i dati a Facebook contraddicendo quanto aveva assicurato nel momento di acquisire l'applicazione di messaggistica. Chi non accetta le nuove regole della privacy non potrà più usare l'app: inizialmente la scadenza era l'8 febbraio, poi slittata di 3 mesi sotto la pressione delle polemiche. L'operazione consente una maggiore integrazione tra il servizio di messaggistica e la casa madre, con una crescita importante di influenza e di business. Ma per l'utente significa consegnare, per di più gratuitamente, i propri dati a qualcuno che può farne ciò che vuole. Ed esporsi alla possibilità di essere condizionato da chi ha profilato i dati passando ai raggi X abitudini, consumi, salute e orientamento politico. Di fronte a questa ennesima prova di forza, molti utenti hanno lasciato Whatsapp scoprendo chat come Telegram e Signal. In 72 ore, Telegram ha registrato 25 milioni di nuovi iscritti e Signal 7,5 milioni. E la politica, davanti all'avanzata dei nuovi padroni della democrazia e del dibattito pubblico, che fa? Tace.

Censura a Trump, Cacciari: “Non può essere Zuckerberg a decidere chi può parlare e chi no”. Stefania Campitelli venerdì 8 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia. “C’è un problema di fondo, che è al di là e al di fuori di Trump”. Massimo Cacciari polemizza con il bavaglio messo all’ex presidente Usa dai "padroni" del web. Il filosofo ed ex sindaco di Venezia interviene sulle polemiche non ancora esaurite sul caso Trump. All’ormai ex presidente inquilino della Casa Bianca, infatti, Twitter ha eliminato alcuni post, giudicati out. Mentre Facebook, Instagram e altri giganti del web hanno addirittura eliminato l’account. Cacciari spiega: “Dovrebbe esserci una forma di autorità politica che decide. Esattamente così come c’è l’Autorità per concorrenza, per la privacy. Che decide ‘questi messaggi in rete sono razzisti, sono sessisti, incitano alla violenza’ e cosi via. E tu, Zuckerberg, li devi cancellare“. Insomma dovrebbe accadere il contrario di quanto è accaduto all’ex inquilino della Casa Bianca. E non solo a lui. “Cioè – conclude il filosofo – deve essere l’autorità che dice a Zuckerberg cosa cancellare, invece qui è lui che decide. E’ una cosa dell’altro mondo“. “Che sia l’imprenditore a farlo, che è il padrone di queste reti, è una cosa semplicemente pazzesca”, conclude Cacciari. “E’ uno dei sintomi più inauditi del crollo delle nostre democrazie. Non c’è dubbio alcuno. Perché come oggi è Trump, domani potrebbe essere chiunque altro. E’ una cosa semplicemente pazzesca”.  

Grave la censura a Trump. Orlando Sacchelli l'8 gennaio 2021 su Il Giornale. Chi segue questo blog sa che non ho mai nutrito grande simpatia per Trump. Ma non posso che essere amareggiato e preoccupato per la censura che egli ha subito sui social network. Un conto è la segnalazione, fatta agli utenti, dei contenuti ritenuti “controversi”, altra cosa eliminarlo, tappargli la bocca. È una cosa a mio parere gravissima. Mi soffermo ora su alcune dichiarazioni raccolte dall’agenzia Adnkronos.  “Dovevano farlo prima (censurare Trump, ndr) – ha detto Gad Lerner -. Si sarebbe evitata la convocazione di un esercito sedizioso, profondamente plasmato dalle menzogne diffuse da Trump. Se lo facessero anche in Italia con alcuni non sarebbe male. Da sempre penso che i social hanno dei proprietari e degli editori che devono avere una responsabilità culturale, i social come colpa hanno quella di aver troppo poco filtrato le menzogne e le denigrazioni che ci sono state in questi anni perciò arrivano molto in ritardo”. Anche Corrado Formigli (Piazzapulita) è d’accordo con Lerner: “La situazione è delicata, il discrimine è sottile, ma io penso che Facebook ormai non possa sottrarsi alla responsabilità che avrebbe un grande editore su quello che pubblica. Non ci vedo nulla di particolarmente scandaloso nel fatto di aver sospeso Trump: è anzi una scelta di responsabilità”. Il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, osserva che “se Trump pubblica qualcosa che è palesemente falso o che addirittura incita alla sovversione del sistema democratico, un intervento urgente, in una situazione come quella creatasi a Washington, è lecito” censurarlo. “Sono sempre per la libera circolazione delle opinioni – prosegue – ma i grandi social network come Twitter e Facebook sono strumenti che influenzano l’opinione pubblica al pari di tutti gli altri mass media ed è normale che debbano assolutamente avere delle regole in tal senso come le hanno tutti i media”. Di diverso avviso Marcello Veneziani: “Credo che ogni censura sia inaccettabile e tanto più se riguarda una persona che ha un seguito corrispondente a mezza America. Mi sembra veramente un segnale inquietante del ruolo sempre più ideologico e al tempo stesso censorio che hanno i grandi mezzi di comunicazione compresi i social. A me è sembrata una cosa assolutamente assurda perché se i mezzi espressivi devono essere in qualche modo esaminati da commissioni di censura siamo in un regime e non più in libertà”. Enrico Mentana, direttore del tg di La7:  “Ovviamente la questione pone un intreccio di contraddizioni. È chiaro che nel fatto che dei mezzi di comunicazione che hanno sede negli Stati Uniti si trovino a silenziare il presidente in carica degli Stati Uniti c’è un elemento di contraddizione, di sfida. È però anche vero che l’uso da parte di Trump dei social è stato sicuramente fuori misura. Il primo riflesso liberale è di dire "non si può chiudere", però è anche vero che ormai tutti invochiamo un po’ lo stop nei confronti di propalatori di fake news. È come se ora noi dicessimo che imporre il lockdown è pericoloso perché un domani uno chiude tutto anche se non c’è la pandemia oppure, per fare un altro esempio, quando c’è in corso una situazione di attacco terroristico, o una questione di sicurezza, le autorità possono chiudere nella zona i social network per non dare punti di riferimento a chi magari si è trincerato in un luogo”. “La censura fa schifo – dice Vittorio Feltri – ma se qui da noi le prime censure vengono fatte già a livello di servizio pubblico televisivo, poi non possiamo stupirci del fatto che Twitter o Facebook, che sono aziende private, mandano a fare in c…. anche Trump. Non sono un esperto di social, però ho visto che fanno quello che vogliono. Anche Twitter ad esempio, ci sono momenti in cui ti censura, ti blocca, non ti fa salire i followers. Quindi non è una novità: essendo delle aziende private purtroppo fanno quello che vogliono, e censurano quello che vogliono, e non da adesso”. Feltri però non vuol sentir parlare di attacco alla democrazia:  è “un’espressione che ha un’enfasi retorica che mi appartiene. Basta che uno parli ad un microfono e dice quello che vuole, non esistono solo i social. Ci sono i giornali, la televisione, la radio. Credo che si possa fare anche a meno dei social. Sicuramente siamo vissuti anche senza, e magari non stavamo meglio, ma nemmeno peggio”. A mio parere ricorrere alla censura nei confronti di un politico è ingiusto e sbagliato, a meno che questi non si macchi di reati gravissimi. Soprattutto per un motivo: chi è il “giudice” che decide che un leader abbia diritto di parlare oppure no? Il ceo di un’azienda? E sulla base di cosa? Chi può intervenire per correggere gli “errori” o gli eventuali abusi di questo arbitro? La censura, oltre che profondamente illiberale, è estremamente pericolosa, e colpisce che la soluzione arrivi da chi si è sempre professato simbolo, e strumento, della libertà di tutti noi.

Trump bannato dai social, giusto o no? Rispondono gli esperti. Giuseppe Mauro su Il Riformista l'8 Gennaio 2021. Gli eventi di Capitol Hill hanno attirato gli occhi del mondo intero sull’invasione dei sostenitori di Trump nel centro della democrazia statunitense. Il tutto grazie all’attenzione riservata dai media e dagli internauti. Mai come mai, i social si sono scatenati sia a favore che contro la scelta dei Big Tech, Facebook e Twitter, di applicare restrizioni ai profili social dell’attuale presidente degli USA Donald Trump. Una decisione che ha dapprima dato grande soddisfazione ai detrattori del linguaggio comunicativo del presidente sconfitto, ma ancora in carica fino al 20 gennaio, per poi aprire una riflessione sull’essenza di questo provvedimento e se sia pertinente con i principi della più grande democrazia al mondo. “Una scelta che dovrebbe essere inquadrata nel contesto degli ultimi mesi” dichiara al Riformista Livio Varriale, data journalist che da anni sensibilizza l’opinione pubblica sullo strapotere sempre più crescente della tecnocrazia americana nel mondo. “Trump ha avuto sempre una comunicazione aggressiva che gli è costata l’antipatia istantanea di Twitter, impegnata in prima linea in una battaglia più politica, che di merito, molto vicina ai Dem”. E Facebook? “Mark Zuckerberg ha giocato di fino, invece, perché ha prima resistito alle pressioni dei suoi dipendenti ed al un calo pubblicitario nei mesi di campagna elettorale perché i suoi grandi investitori pubblicitari non volevano figurare su una piattaforma dove Trump avesse visibilità. Il titolare di Facebook – continua Varriale – ha compensato le perdite con il massiccio investimento pubblicitario elettorale dei Repubblicani, per poi finalmente dare il benservito a Trump. La stessa Facebook si trova in crisi di identità per via di voci, sempre più frequenti, che vorrebbero lottizzarla politicamente, proprio come avviene per la Rai in Italia, ed è inoltre sotto pressione per delle cause intentate dal Governo nei suoi confronti”.

E’ stata giusta la scelta di escludere Trump dai social network? Secondo Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute, bisogna affrontare il discorso analizzando gli aspetti “di metodo e di merito. Nel merito potrebbe essere facile dare ragione a Zuckerberg, anche in funzione del fatto che l’incitamento alla rivolta non è qualcosa che è avvenuto esplicitamente, in un singolo messaggio (che sarebbe stato censurabile), ma ha riguardato in qualche modo un messaggio trasversale inviato nelle ultime settimane. È facile dare ragione a Facebook ed è facile prendersela con Trump, semplicemente perché in questo momento Trump è “il cattivo”. O almeno, lo è nella rappresentazione di quelli che si ritengono buoni, ma il problema resta soprattutto di metodo. Il punto è capire se un’azienda, in virtù del fatto che ha fatto firmare un accordo di servizio, possa esercitare delle scelte in linea con questo accordo anche se è un’azienda che influenza le decisioni di miliardi di persone. Non basta dire che Facebook è un privato e di conseguenza all’interno della sua piattaforma il suo proprietario può fare quello che vuole. Perché se questo privato influenza le decisioni di miliardi di persone il suo comportamento va regolamentato e d’altro canto questo punto è proprio quello che sostiene Trump quando chiede che venga rivista la famosa sezione 230, secondo la quale i social network sono equiparati a operatori di rete e non ad editori. Zuckerberg in questo caso si è comportato da editore e come tale, seppur molto particolare, dovrebbe sottostare a regole che sono ancora da disegnare e che riguardano le modalità con le quali la piattaforma può moderare meno i contenuti prodotti dai suoi utenti, a maggior ragione quando è coinvolto il presidente degli Stati Uniti d’America, ma è altrettanto importante per tutti coloro che quotidianamente e non hanno la visibilità per dare voce alla censura che avviene ai propri contenuti. Questo fa porre un interrogativo anche sul controllo della rete. Con il Digital Transformation Institute abbiamo proposto un manifesto contro le fake news che può essere facilmente declinato anche in questo contesto. La strada è tutta da disegnare, ma mai dovrà passare per meccanismi censori, in funzione del fatto che sono convinto del fatto che sia infinitamente maggiore il danno che si può fare oscurando un contenuto che non dovrebbe essere oscurato rispetto a quello che si evita oscurando giustamente un contenuto censurabile”.

“Facebook e Twitter hanno legittimamente limitato la presenza di Trump dai social” afferma Tommaso Ederoclite, esperto di politiche per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. “I social network sono società private che hanno delle loro policy e Trump le ha violate, più di una volta da ricevere già in passato diversi provvedimenti per incitamento all’odio, secondo anche quanto è stato riconosciuto dai maggiori leader mondiali.” Nonostante la fondatezza delle azioni intraprese dai due giganti del web “c’è bisogno di regolamentare non tanto le policy, ma capire come vengono trattati i nostri dati personali, che amo ricordare essere un bene pubblico di ogni singolo stato, e pretendere maggiore trasparenza unitamente alla consapevolezza che questi non siano uno strumento utile all’orientamento dell’opinione pubblica su tematiche inerenti le decisioni commerciali, e forse anche politiche, della massa”. Secondo Ederoclite il mondo dei social “non sarà per sempre cristallizzato sull’attuale composizione dove gli USA detengono il primato di mercato nel mondo occidentale e paesi con modalità di governo differenti come Cina e Russia nascondono i propri dati al resto del mondo. Questo potrebbe portare alla nascita di nuove realtà nel campo dei social media sul suolo Europeo, che diano maggiore considerazione alla territorialità delle relazioni tra gli utenti, ma i social, conclude l’esperto, non sono né buoni e né cattivi, ma nemmeno neutrali”.

Censura Facebook, Casaleggio difende Trump: “Forse social Zuckerberg è una società editoriale”. Redazione su Il Riformista l'8 Gennaio 2021. “Non essere d’accordo con qualcuno è il miglior punto di partenza per non essere d’accordo sulla sua censura. Ieri si è verificato un fatto emblematico: la piattaforma social media più partecipata negli Stati Uniti ha censurato preventivamente il Presidente degli Stati Uniti per le prossime due settimane in attesa dell’insediamento del nuovo Presidente. Le ragioni possono anche essere comprese dopo l’assalto al Parlamento statunitense durante la conferma del nuovo Presidente incaricato, scaturito proprio a seguito di un invito da Presidente uscente a protestare davanti alle porte di Capitol Hill. Ma a far riflettere dovrebbe essere il fatto che oggi esistono tutele democratiche affinché tutti possano parlare e dire anche cose non ritenute corrette da alcuni, o anche da molti”. E’ quanto scrive il presidente dell’Associazione Rousseau, Davide Casaleggio, in un post sul Blog delle stelle. “La libertà di parola è anche la libertà di dire ciò che non si vuole sentire, anche se dovesse configurarsi un reato di opinione. Salvo poi essere sanzionato se viene commesso – aggiunge -. Negare la possibilità ad una persona di poter parlare è prerogativa del potere democratico costituito”. “Fino ad oggi Facebook, come molti altri social network, si è qualificata come piattaforma software indipendente, ma oggi forse dovrebbero qualificarsi come società editoriale prendendosi quindi la responsabilità di tutto quello che viene reso pubblico e specificando in ogni occasione perché un post è tollerato e un altro no. Se Putin o Xi Jinping dovessero fare dichiarazioni contro gli interessi statunitensi o quelli del social media, sarà Zuckerberg a decidere se è il caso di censurarli?”, aggiunge Casaleggio. “Si può non essere d’accordo con qualcuno e persino temerne le opinioni. Tuttavia la censura porta con sé conseguenze se erogata al di fuori del contesto democratico, in particolar modo se legata a milioni di persone che legittimamente scelgono di seguire una persona, soprattutto e ancora di più se fatta su uno strumento diventato centrale per il confronto delle idee”. “La prima conseguenza è che i social network diventeranno di parte e le persone inizieranno a utilizzare i social network che meglio rappresentano le loro opinioni. E come sempre questa polarizzazione a priori non faciliterà il confronto sulle idee, ma cristallizzerà ancora di più qualunque tifoseria politica. Non è un caso il successo del nuovo social media Parler all’interno del quale stanno convogliando gli statunitensi esclusi dal dibattito su Twitter e Facebook e in generale milioni di sostenitori di Trump. Un social media divide”, continua nella sua riflessione Casaleggio. “Questa divisione rischia di diventare anche una divisione tra Stati. Cosa sarebbe successo se a censurare un presidente statunitense fosse stato TikTok, il social media cinese? I meccanismi di censura sono già in piedi, ma applicati solo a contesti politici domestici cinesi. Il problema in realtà è che già oggi Facebook e Twitter applicano censure politiche in altri Paesi fuori dagli Stati Uniti, creando non solo un cortocircuito tra politica e aziende private, ma anche diplomatico. Come è successo dopo le proteste di Hong Kong dove Twitter ha identificato e sospeso 200 mila account cinesi e YouTube sospeso oltre 200 account accusati di propaganda contro l’autonomia di Hong Kong. Il fenomeno è comunque globale e continuo se si pensa che Facebook chiude dai 3 ai 5 miliardi di account. Probabilmente in gran parte è giusto che vengano chiusi, ma se anche un solo account fosse stato chiuso senza motivazioni valide gli si sarà tolta la possibilità di parola su Facebook o su Twitter da parte di un’azienda. Twitter ha censurato anche tweet di capi di Stato come quello di Bolsonaro quando scelse di affrontare il Coronavirus con l’immunità di gregge e non con il lockdown descrivendone a suo avviso l’inutilità, ma non ha riservato lo stesso trattamento al premier inglese quando aveva le stesse posizioni”. E ancora: “Le commissioni di garanzia terze istituite dagli stessi social media, ad esempio l’Oversight Board di Facebook, finiscono per essere solo specchietti per le allodole se a decidere e a dichiarare la censura è il proprietario del social media di turno, come in questo caso Zuckerberg, poi rettificato dopo poche ore da una comunicazione aziendale che ridimensionava a 24h il blocco dell’account”, sottolinea il presidente dell’Associazione Rousseau. “Senza contare che la censura preventiva sembra più simile a dinamiche di giustizia preventiva in stile Minority Report che non all’applicazione di regole certe e uguali per tutti. In realtà il problema della falsa informazione non è ancora stato risolto neanche nei media tradizionali. Se penso a quale sia stata la più grande fake news degli ultimi trent’anni penso alle bombe nucleari possedute da Saddam Hussein, una notizia falsa che ha avuto un impatto devastante anche dal punto di vista delle conseguenze che ha determinato e che è stata proposta e rilanciata dai media tradizionali”. “In questi giorni c’è molto dibattito sul Bitcoin che sta acquisendo valore in seguito alla svalutazione generale delle valute di Stato. La realtà è che la tecnologia blockchain, sulla quale si basano i Bitcoin, sta portando alla creazione di nuove realtà auto-organizzate e distribuite dove non esiste un controllo centrale e all’interno della quali le persone possono agire all’interno di regole stabilite all’inizio e soprattutto verificabili da tutti. La verificabilità delle decisioni e la distribuzione delle decisioni si sta ponendo come modello contrapposto a quello centralizzato basato su scelte arbitrarie non condivise. Forse a breve nascerà anche un social media basato su questi principi che potrebbe risolvere l’eterno dilemma tra verità e libertà di parola”, conclude Casaleggio.

Trump pericoloso ma l’ufficio censura di Facebook (forse) lo è anche di più. Davide Varì su Il Dubbio il 9 gennaio 2021. Davvero un’azienda privata può decidere di interrompere la comunicazione di un presidente della Repubblica eletto da decine di milioni di cittadini? “Troppo grandi i rischi se permettiamo al Presidente di continuare a usare il nostro servizio”. E’ la frase, lapidaria, con cui il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha annunciato il blocco della pagina del presidente americano Donald Trump. “I nostri Servizi”, ha detto Zuckerberg. “Servizi”, proprio così: quasi fosse un funzionarietto dell’Acea o di chissà quale altra municipalizzata di luce, acqua o gas. Ma non si rende conto, il buon Zuckerberg – o finge di non rendersene conto – di essere a capo del più potente, diffuso e capillare strumento di comunicazione del mondo. Un colosso che controlla le vite di quasi 3 miliardi di persone influenzandone comportamenti, costumi, consumi e scelte politiche. Ora, iniziamo col dire che i tweet e i post che Trump ha lanciato nelle ore drammatiche dell’assalto a Capitol Hill rasentano la follia e l’irresponsabilità. Ma ci chiediamo: davvero un’azienda privata può decidere di interrompere la comunicazione di un presidente della Repubblica eletto da decine di milioni di cittadini? Davvero Zuckerberg pensa che il diritto alla comunicazione del presidente degli Stati Uniti debba passare all’esame degli algoritmi di Facebook? Ed è accettabile che  nel giro di poche ore , forse poche decine di minuti – “l’ufficio censura” di Zuckerberg abbia istituito un “processo” ed emesso una “sentenza” che è stata eseguita seduta stante? Certo, qualcuno potrebbe obiettare che le regole di Facebook sono chiare e valgono per tutti. E qui siamo al secondo delicatissimo  tema. I cittadini sono tutti uguali, ci mancherebbe, ma chi è investito da un mandato popolare attraverso libere elezioni deve per forza di cose poter contare su un grado di protezione delle proprie idee quasi assoluto. Insomma, chi afferma che Trump – il presidente Trump – deve poter essere bannato in qualsiasi momento compie la stessa semplificazione di chi, in questi anni, ha predicato e ottenuto la rimozione delle immunità parlamentari. Ma noi ci permettiamo di obiettare: chi varca la soglia delle istituzioni democratiche deve poter essere protetto dall’arbitrio giudiziario così come dalla censura mediatica. Chi sostiene il contrario, temiamo, confonde democrazia con demagogia e plebiscitarismo.

Tutte le ipocrisie dei censori di Trump. Andrea Amata, 9 gennaio 2021 su Nicolaporro.it. L’editore Simon & Schuster ha annullato la pubblicazione del libro del senatore repubblicano Josh Hawley – The Tyranny of Big Tech – reo di aver salutato, in segno di solidarietà, i sostenitori di Trump che si accalcavano nell’area antistante Capitol Hill e di essersi opposto ai risultati delle elezioni presidenziali del 3 novembre. Nel comunicato stampa della casa editrice si dichiara che «sarà sempre la nostra missione amplificare una varietà di voci e punti di vista: allo stesso tempo prendiamo sul serio la nostra responsabilità pubblica verso i cittadini e non possiamo sostenere il senatore Hawley dopo il suo ruolo in quella che è diventata una pericolosa minaccia per la nostra democrazia e libertà». La prima flagrante contraddizione, che si desume dalla decisione censoria dell’editore, sta nell’ostracismo di una voce in nome della difesa della libertà. Chi si proclama paladino della democrazia non può contemporaneamente negare l’espressione del pluralismo che ne rappresenta la sostanza. Non è credibile un editore che si richiama alla difesa della democrazia per esercitare una sorta di apartheid culturale verso un senatore, dissacrando la liturgia democratica che ha nel suo dna la libertà di opinione. Il bavaglio non è un simbolo celebrativo di quei valori democratici in nome dei quali si autorizza, fraudolentemente, il boicottaggio dei rappresentanti di una corrente di pensiero. In tale incoerenza logica si insinua il rischio che la democrazia possa precipitare su un pericoloso crinale, finendo sabotata da chi agisce in suo nome usurpandone l’autenticità. Sta prendendo sempre più piede una doppia morale per cui viene revocato il profilo di Facebook del presidente in carica degli Stati Uniti, Donald Trump, che si è sempre sottoposto ad uno schema democratico, e si tollera la permanenza sui canali social dei prevaricatori dei canoni liberali che in modo plateale sfidano i contenuti democratici come il dittatore venezuelano Maduro, il satrapo turco Erdogan, l’ayatollah Ali Khamenei e gli account del radicalismo islamico. La cancellazione di Trump da Fb e il ritiro della disponibilità a pubblicare il libro del senatore Hawley sono segnali preoccupanti che introducono una nuova fase: il discriminatorio processo alle idee ammantato, per giunta, dall’aureola della virtù democratica che in realtà è arbitrio. Occorre trovare un punto di equilibrio fra l’orgia della disintermediazione, che riconosce l’accesso incondizionato delle singole soggettività alla disputa pubblica, e l’enorme influenza in mano ai monopolisti delle società tecnologiche che concentrano un potere senza precedenti nel settore della comunicazione. Andrea Amata, 9 gennaio 2021

Giordano Bruno Guerri per il Giornale il 10 gennaio 2021. Oltre che vasto, il problema è nuovo, come nuove sono le tecnologie che consentono di comunicare direttamente con milioni di persone in tutto il mondo. Inedito è anche che a controllarle siano due società private quotate in Borsa, che si sono assunte la responsabilità di censurare prima, espellere poi, un capo di Stato. Oggi si parla di Trump, ma il problema riguarda la libertà di tutti, e da questo punto di vista deve essere considerato. Il controllo, naturalmente, è sempre esistito anche con altri mezzi. Per esempio, nessuno contesta a un direttore di giornale di pubblicare quello che vuole: può dire a qualsiasi collaboratore «il tuo articolo non mi piace», e buttarlo nel cestino. Anche una televisione può fare un' intervista e poi decidere di non mandarla in onda. Sono regole nemmeno discusse. (Ma mai si era visto un telegiornale troncare a metà la diffusione del discorso del proprio capo di Stato). In teoria, non ci sarebbe da discutere neanche la decisione di Twitter e Facebook. Iscrivendosi, l'utente accetta con un clic le regole di chi gli mette a disposizione lo spazio, quindi è tenuto a osservarle, pena l' espulsione senza diritto di protesta, chiunque sia. Però la faccenda in questo caso è più complicata, con la premessa da parte mia che ritengo sbagliato e grave quanto sta facendo Trump, che non vedo l' ora della sua uscita dalla Casa Bianca. Trump evidentemente ha un suo disegno politico personale non difficile da individuare: spacciandosi come vittima e chiamando a raccolta i suoi, punta a rafforzare un consenso personale che probabilmente gli permetterà, presto, di fondare un suo partito. Progetto più che lecito, in un sistema democratico, se realizzato in modo rispettoso delle leggi. Possono, i proprietari di due società private quotate in Borsa, decidere se lo fa in modo rispettoso delle leggi? Non valgono le osservazioni di quanti, proprio su Twitter e Facebook, polemizzano dicendo che gli ayatollah possono scrivere che Israele deve essere distrutta, o che non si censura Erdogan perché nessuno capisce il turco. Serve piuttosto osservare che a milioni, su quelle pagine, scrivono sciocchezze non verificate, frasi ingiuriose verso chiunque, diffondono teorie assurde. Le pagine internet dovrebbero essere vigilate all' origine, semplicemente verificando che un iscritto abbia un nome e un cognome rintracciabile, per assumersi la responsabilità di quanto scrive. Occorre anche, nei casi più gravi, che ci sia uno strumento di giudizio pubblico sulla liceità dei testi. Certo, noi abbiamo la polizia postale, impegnata soprattutto e giustamente a combattere la pedopornografia in rete, ma se quel che accade negli Stati Uniti accadesse da noi? Abbiamo sistemi di controllo e una magistratura in grado di intervenire con la rapidità e l' obiettività necessarie? Direi di no, e occorre dotarsi di questi due strumenti legislativi. Ritengo eticamente sbagliato avere espulso Trump dai social, perché più che una punizione per lui lo è per le sue decine di milioni di seguaci, che comunque hanno diritto a seguirlo. Se davvero è un pericolo, meglio sarebbe stato espellerlo dalla Casa Bianca: proprio in nome della libertà, che continua a essere il valore più importante. Giordano Bruno Guerri

VITTORIO FELTRI per Libero Quotidiano il 10 gennaio 2021. Ha suscitato scandalo la censura inflitta a Donald Trump da Twitter che lo ha tolto dal social network accusando l' ex presidente degli Usa di fomentare con i suoi cinguettii la violenza. Non voglio entrare nel merito della polemica scaturita da questo episodio. Ciascuno la pensa come crede. Il discorso è un altro. Certi mezzi di comunicazione elettronica sono privati e quindi, essendo simili a un club, agiscono senza controlli, ritenendosi padroni di accettare o respingere questo o quell' abbonato. Essi giudicano a loro piacimento chi è gradito o sgradito, e in determinati casi bocciano i messaggi di questo o quel personaggio senza fornire spiegazioni. Trump sta sulle scatole a Twitter, il quale evidentemente simpatizza per il partito democratico, ed è stato scacciato quale ospite indesiderato. La sua bocciatura non la condivido, essendo convinto che ciascuno è abilitato a esprimere qualsiasi idea, eppure non posso sostenere che essa sia illegale poiché i social, ripeto, sono paragonabili al Rotary (o a un altro club), dominus in casa sua. Però c' è un però che non va sottovalutato. Twitter ha avuto successo poiché ormai la gente, pure la più sprovveduta, ama sfogarsi, scrivendo qualsiasi sciocchezza senza freni. Peccato che i controllori della baracca, quelli che decidono i pensieri da veicolare e quelli da cestinare, spesso non capiscano ciò che leggono e pertanto fraintendano, forse sono ignoranti e incapaci di valutare il significato delle parole, quindi combinano disastri. Eliminano frasi corrette perché non ne afferrano il senso e sospettano che siano impubblicabili. La stupidità spesso è addirittura comica ma invincibile. Un esempio che mi riguarda. Un paio di giorni fa, quando Greta ha compiuto 18 anni, ho vergato questo tweet: "Ora la ragazza è maggiorenne e può andare a scopare il mare, pieno di schifezze umane". Ebbene, i soloni del social hanno concluso che scopare il mare sia una espressione sessista, mentre è un detto lombardo simile a "va a ciappà i rat". Di conseguenza, mi hanno sospeso e minacciato. Questo è il loro livello culturale. Rasoterra. Non sono arrabbiato, bensì divertito davanti allo spettacolo dell' insipienza.

Twitter oscura “Libero”, Feltri: “Una banda di ignoranti, stupidità senza freni”. Gabriele Alberti martedì 12 Gennaio 2021 su Il Secolo D'Italia. Brutto clima. Increscioso episodio. Twitter limita l’attività l’account del quotidiano Libero. “Noi siamo come Trump” commenta amaro all’Adnkronos il direttore editoriale Vittorio Feltri.  La segnalazione  suona così: “Attenzione: questo account è temporaneamente limitato”: è l’alert che appare sul profilo ufficiale del quotidiano ospitato dal canale social. Poi la spiegazione, molto vaga: “L’avviso qui presente ti viene mostrato poiché l’account in questione ha eseguito delle attività sospette. Vuoi davvero proseguire?”. “Attività sospette non meglio specificate. Brutti tempi per l’informazione che non si accoda al pensiero mainstream. Dove si arriverà di questo passo? E così, dopo la mannaia sui social caduta su Trump, la censura si abbatte sul quotidiano diretto da Pietro Senaldi, proprio dopo che in questi giorni molte voci autorevoli del giornalismo e del mondo intellettuale italiani avevano biasimato la deriva Usa. La reazione di Feltri è tipica del suo modo di essere, diretto e senza perifrasi: ”Non me ne frega un caz…” ha detto all’Adnkronos.  “Noi siamo come Trump, va bene. Io ritengo che Twitter sia guidato da una banda di poveri ignoranti che non capiscono le parole”. “Penso possano avere interpretato male alcuni interventi- tenta di interpretare il gesto censorio – . Mi fa anche piacere sottolineare la loro ignoranza. Sono cose incredibili! Ma penso anche che twitter abbia tutto il diritto di censurare: è un privato e i privati fanno quello che vogliono. C’è una ignoranza dominante e una stupidità senza freni che comanda. Libero come Trump!”, ripete Feltri.  ” La censura si allarga velocemente ai giornali che non si assoggettano al pensiero unico. Democrazia è pluralismo di voci, non intolleranza nei confronti delle voci avverse. Non stanno colpendo Libero, stanno minando le fondamenta della democrazia” . E’ il commento di Azzurra Barbuto, una delle firme più note della testata, al Riformista. Solidarietà a Libero è subito arrivata dal Responsabile Nazionale Innovazione di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone. “Twitter è come il Ministero della Verità di 1984, ormai decide cosa è giusto e cosa è sbagliato. La cancellazione arbitraria di contenuti giornalistici è una chiara violazione della libertà di stampa e di espressione, tutelate costituzionalmente. Chiediamo che intervengano immediatamente l’Agcom e l’Ordine dei giornalisti a tutela delle libertà garantite”. Attualmente  l’account del quotidiano diretto da Senaldi non è visibile, ma è comunque possibile per gli utenti visualizzare la sua timeline cliccando sul tasto di accettazione che prevede l’opzione di mostrare il profilo. “Assolve”, in qualche modo, il gesto di Twitter la Stampa. “Potrebbe trattarsi di una quantità anomala di segnalazioni, che hanno fatto scattare in automatico il provvedimento: magari perché a San Francisco, dove Twitter ha la sede, non sanno che Libero è  un organo di informazione e non di un privato cittadino”. Sarebbe grave lo stesso. 

Twitter oscura Libero. Ed è bufera su WhatsApp. Dall'8 febbraio i dati della App condivisi con Facebook. E Twitter sospende "Libero". Giuseppe Marino, Martedì 12/01/2021 su Il Giornale. Le rassicurazioni del portavoce di Whatsapp non cancellano i dubbi degli utenti. E nemmeno quelli dei Garanti della privacy europei. L'authority dell'Irlanda, dove ha sede legale il gruppo che comprende Facebook e Whatsapp, sta svolgendo accertamenti in coordinamento con le omologhe autorità del continente, si apprende dagli uffici del Garante della privacy italiano. I timori si sono diffusi alla velocità di un messaggio da quando, lo scorso 7 gennaio, ha cominciato a comparire un'informativa sulla privacy che si è costretti ad accettare pena la rimozione di Whatsapp dal telefonino. L'avviso menziona la condivisione con Facebook dei dati raccolti con Whatsapp. Ovvero proprio ciò che Mark Zuckerberg aveva giurato che non sarebbe mai accaduto al momento in cui Facebook acquisì Whatsapp. Del resto, si erano subito chiesti gli osservatori delle cose della Rete, per quale motivi spendere 19 miliardi di dollari quando Facebook ha già un servizio di messaggeria istantanea molto simile? «Chiaramente -spiega Federico Fuga, ingegnere del software e osservatore delle questioni della Rete- a Facebook interessava la base utenti di Whatsapp». Il pacchetto di dati che verrebbe condiviso tra le due aziende è estremamente penetrante: il numero di telefono, i dati sulle transazioni, le informazioni sulle interazioni con altri utenti o aziende, dettagli sull'apparecchio e l'indirizzo ip che identifica ciascun utente nel momento in cui si collega in Rete. Una nota diffusa da Whatsapp ha subito cercato di sminuire i timori spiegando che la condivisione dei dati con Facebook è limitata e non riguarda gli utenti dell'area europea. I Garanti hanno deciso di muoversi comunque per chiarire la situazione. «Non bisogna demonizzare le aziende e del resto i servizi in qualche modo vanno ripagati -spiega Fuga- però è vero che i potenziali sviluppi del trattamento di massa dei dati con gli strumenti dell'intelligenza artificiale possono creare effetti potenzialmente dannosi per gli utenti. Una macchina che mette in relazione tanti dati diversi potrebbe ad esempio incasellare l'utente automaticamente tra persone a rischio solvibilità per un prestito o a rischio salute per un'assicurazione, con modalità automatiche che nemmeno gli scienziati del settore controllano». A questo scenario distopico si è aggiunto da pochi giorni un elemento politico: i grandi social network come Facebook e Twitter hanno messo al bando il presidente degli Stati Uniti dopo l'assalto a Capitol Hill. Al di là delle considerazioni politiche, se aziende private si sono arrogate il diritto di decidere in totale autonomia delle comunicazioni di Donald Trump, figurarsi quali chance di controllo delle proprie informazioni ha il cittadino comune. Molti osservatori, tra cui incredibilmente anche giornalisti, non hanno colto le implicazioni generali, accecati dall'anti-trumpismo e difficilmente le coglieranno dopo che ieri Twitter ha fatto il bis oscurando temporaneamente l'account del quotidiano Libero con lo strano avviso di «attività sospette». Eppure nelle ultime ore pure i leader di Francia e Germania, hanno capito i rischi per la libertà che vanno ben oltre il caso Trump. Rischi confermati dalla sostanziale cancellazione di Parler, un piccolo social newtwork alternativo su cui si erano buttati i seguaci di Trump dopo la sua messa al bando da Twitter. Le aziende che gestiscono i server gli hanno staccato la spina, mentre Google e Apple hanno tolto l'app dai loro store. «Il problema -dice Fuga- è che certi estremismi sono anti-fragili: sotto attacco si rafforzano». Ieri un altro social alternativo usato dagli anti trumpiani, Gab, è cresciuto di 600mila iscritti in una notte. La censura ai tempi del web ha vita dura. Per fortuna.

Libero bloccato su Twitter, la solidarietà di Salvini e Meloni: "No alla censura", "Questa è la sinistra italiana". Libero Quotidiano il 12 gennaio 2021. "Solidarietà a Libero contro ogni tipo di censura". Matteo Salvini guida la carica di chi protesta e si indigna per lo stop al profilo ufficiale di Libero su Twitter. Una decisione ancora incomprensibile: al momento, infatti, dai responsabili dei social media non è arrivata motivazione su quella formula, "attività sospette", che da lunedì sera campeggia sulla nostra pagina Twitter impedendo di fatto la comparsa dei "lanci" delle nostre notizie sui feed dei lettori. Due le ipotesi: errore tecnico, un banale anche se dannoso inconveniente, oppure quella molto più inquietante di un "ban" sia pure temporaneo, sul modello di quello clamoroso stabilito contro il presidente americano uscente Donald Trump. Se molti utenti stoltamente festeggiano, sbeffeggiando Libero e i suoi giornalisti (una delle formule più usate è "2021 anno della speranza": auguri), non manca fortunatamente chi vede in quanto sta accadendo un pericolosissimo precedente che mette a rischio la libertà di stampa e di  pensiero. "Voltaire reinterpretato dalla sinistra dei giorni nostri - scrive Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: "Non sono d'accordo con quello che dici e combatterò fino a farti sparire perché tu non possa dirlo".  "La libertà di manifestare il proprio pensiero e la libertà di stampa sono valori non negoziabili e che mai, in uno stato democratico e di diritto, possono essere messi in discussione", sottolinea il governatore leghista della Lombardia Attilio Fontana. "A quegli idioti che brinderanno alle limitazioni social al quotidiano Libero, ricordo che un secolo fa il fascismo iniziò proprio dal controllo della stampa", scrive Giorgio La Porta. La leghista Susanna Ceccardi fa un ragionamento analogo: "Abbiamo riposto nei social grande fiducia, affidando a loro pensieri, amicizie, lavoro. Ora c'è il girone di ritorno. Ed è in pericolo cioò che di più sacro abbiamo: la nostra libertà". Per il consigliere lombardo Gian Marco Senna siamo di fronte a una "infamata di regime, per il direttore del Corriere dell'Umbria Davide Vecchi "è grottesco, spaventoso e sconcertante assistere persino all'assegnazione del diritto alla libertà di esprimersi a seconda delle simpatie. I democratici antifascisti sono i nuovi fascisti". Giusi Fasano del Corriere della Sera pone l'eterna questione ai commentatori di sinistra: "Decidetevi, Se Charlie Ebdo va bene perché è satira e la satira deve essere libera poi non potete gioire se Twitter sospende Libero". Chiude il cerchio mirabilmente Guido Crosetto: "Fate finta che non sia Libero ma il vostro quotidiano preferito. È un quotidiano e anche un'azienda. Un'azienda per cui la rete è business e sopravvivenza. Un'azienda con diritti inviolabili". Chiaro ora?

Portavoce Merkel, "problematico" blocco account Trump. (ANSA l'11 gennaio 2021) "La cancelliera Angela Merkel ritiene problematico che sia stato bloccato in modo completo l'account Twitter di Donald Trump". Lo ha detto il protavoce Steffen Seibert, in conferenza stampa a Berlino, rispondendo a una domanda specifica sull'argomento. (ANSA).

La Francia deplora l'esclusione di Trump da Twitter. (ANSA l'11 gennaio 2021) La Francia deplora la decisione di Twitter di escludere il presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump, sottolineando che regolamentare la rete non spetta ai colossi del web. "Ciò che mi sciocca è che sia Twitter a decidere di chiudere" il profilo di Trump, ha dichiarato il ministro francese dell'Economia, Bruno Le Maire, intervistato ai microfoni di radio France Inter. "La regolamentazione dei colossi del web - ha avvertito - non può avvenire attraverso la stessa oligarchia digitale". Una decisione che ha già suscitato numerose reazioni ai quattro angoli del pianeta, incluso nella classe politica francese. (ANSA).

La Cancelliera contro la censura di Twitter: «I limiti li stabilisca il legislatore». Il Dubbio il 12 gennaio 2021. Anche il commissario europeo Thierry Breton ha espresso la sua «perplessità» per la decisione delle piattaforme di bandire Donald Trump dai social network «senza controllo legittimo e democratico» e ha rilanciato i progetti europei per regolamentare i giganti del web. La cancelliera tedesca Angela Merkel ritiene «problematica» la chiusura da parte di diversi social network, tra cui Twitter, degli account del presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump: lo ha riferito il suo portavoce. «È possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale», ha spiegato in conferenza stampa Steffen Seibert. «Questo è il motivo -ha aggiunto- per cui il Cancelliere ritiene problematico che gli account del presidente americano sui social network siano stati chiusi in maniera definitiva». Anche il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton, ha espresso la sua «perplessità» per la decisione delle piattaforme di bandire il presidente americano, Donald Trump, dai social network «senza controllo legittimo e democratico» e ha rilanciato i progetti europei per regolamentare i giganti del web. «Il fatto che un Ceo possa staccare la spina dell’altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo e bilanciamento è sconcertante. Non è solo una conferma del potere di queste piattaforme, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale», ha affermato il commissario Ue in un editoriale pubblicato su Politico e su Le Figaro. Breton sottolinea che le piattaforme «non saranno più in grado di sottrarsi alla (loro) responsabilità» per il loro contenuto. «Proprio come l’11 settembre ha segnato un cambio di paradigma per gli Stati Uniti, se non il mondo, ci saranno, quando si parla di piattaforme digitali nella nostra democrazia, un prima e un dopo l’8 gennaio 2021», data in cui Twitter ha sospeso definitivamente l’account di Donald Trump, due giorni dopo l’assalto da parte dei suoi sostenitori al Campidoglio, ha confermato l’ex ministro francese dell’Economia.

Censura web per Trump, Meloni ironica: “Francia e Germania protestano, ora l’Italia si sveglierà”. Eugenio Battisti lunedì 11 Gennaio 2021 su Il Secolo D'Italia. A pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si indovina. E’ un po’ malizioso ma probabilmente veritiero l’ultimo post che Giorgia Meloni dedica al caso della censura dei social media a Donald Trump. E’ una scommessa quella della leader di Fratelli d’Italia. Che ha nel mirino la sinistra italiana. E il suo scarso coraggio. “Scommettiamo che ora che anche Francia e Germania hanno condannato Twitter e i social per aver cancellato le pagine di Trump, la sinistra nostrana e il governo usciranno dal loro silenzio vigliacco e prenderanno le distanze anche loro dalla deriva liberticida dei giganti del web?”. Forse accadrà. Di sicuro dal giorno del bavaglio all’ex presidente Usa da parte dei giganti del web (fa, Twitter, Instagram) la maggioranza giallorossa e la sinistra italiana si sono ben guardate dal commentare la cancellazione delle pagine social di Trump. Non una parola di condanna nei confronti dell’operazione bavaglio da parte di privati che decidono unilateralmente chi può esprimere le proprie idee e chi no. Chi può utilizzare la rete e chi non è degno. Una mossa così ardita che persino Frau Merkel e monsieur Macron, che pure non posso essere tacciati di simpatie per the Donald, non hanno potuto ignorare. La cancelliera tedesca ha parlato di faccenda problematica. A proposito del blocco dell’account Twitter del presidente Usa. “Gli operatori dei social network – ha dichiarato Steffen Seibert, portavoce dell’esecutivo tedesco – hanno la responsabilità di garantire che la comunicazione politica non sia avvelenata dall’odio e dall’istigazione alla violenza. La libertà di espressione, in quanto diritto fondamentale di significato basilare, può tuttavia essere limitata solo dal legislatore“.

In Francia, è stato il ministro dell’Economia Bruno Le Maire a commentare. Senza giri di parole. “Ciò che mi sciocca è che sia Twitter a decidere di chiudere il profilo di Trump. La regolamentazione dei colossi del web non può avvenire attraverso la stessa oligarchia digitale”.

Dagospia l'11 gennaio 2021. Traduzione dell’articolo del “Wall street journal” - Dalla rassegna stampa di ''Epr Comunicazione''. Il sentimento populista di destra può essere bandito dalla vita americana dalla forza bruta della censura dei social media? Stiamo per scoprirlo. Dopo l'invasione del Campidoglio da parte della folla di mercoledì che ha interrotto il conteggio dei voti elettorali, le grandi aziende tecnologiche si sono mosse, aggressivamente e all'unisono, contro Donald Trump e i suoi sostenitori. Le aziende dicono di voler emarginare la frangia violenta, ma la loro censura invece la farà crescere – scrive il WSJ nel suo editoriale. Giovedì e venerdì sono arrivati i divieti di Facebook e Twitter a Donald Trump. Date le circostanze straordinarie, alcuni commentatori che normalmente si oppongono alla censura del web sono rimasti tranquilli. Un'eccezione che merita di essere ascoltata è Alexei Navalny, il sostenitore della democrazia russa e flagello di Vladimir Putin, avvelenato l'anno scorso. Egli ha sottolineato che, a differenza del processo elettorale aperto che ha spodestato Trump, le decisioni dei social-media di "de-piattaformare" i funzionari eletti sono inspiegabili e arbitrarie. “Non ditemi che è stato bandito per aver violato le regole di Twitter. Ricevo minacce di morte qui ogni giorno per molti anni e Twitter non vieta nessuno", ha twittato Navalny. Ha aggiunto che mentre Twitter è un'azienda privata, "abbiamo visto molti esempi in Russia e in Cina di tali aziende private che sono diventate le migliori amiche dello stato  quando si tratta di censura". Poi i giganti della tecnologia si sono mossi contro Parler, il concorrente di Twitter che è un paradiso per i sostenitori di Trump e per le figure più estreme. Google e Apple hanno tolto a tempo indeterminato Parler dai loro app store durante il fine settimana, paralizzando la sua vitalità sui telefoni cellulari. Poi Amazon ha dato il colpo di grazia, annunciando che domenica avrebbe ritirato il servizio cloud su cui Parler si basa per archiviare i dati. I giganti della tecnologia in fuga dicono che Parler ospita materiale che incoraggia la violenza. Anche se Parler ha una politica contro l'incitamento, Apple ha indicato i recenti post violenti che il sito non ha eliminato. Non è come se i contenuti violenti non fossero stati pubblicati sulle piattaforme più grandi. La più lassista moderazione dei contenuti di Parler assomiglia all'approccio adottato dalle società di social-media all'inizio e a metà degli anni '20, prima che la Silicon Valley si inasprisse sulle sue precedenti teorie su un internet aperto che promuove la democrazia. Il Journal ha riferito sabato che "nei giorni scorsi, Parler ha raddoppiato il suo team di moderatori volontari chiamati "giurati", fino a più di mille" e ha proposto ulteriori misure di applicazione. Ma Parler è ora un obiettivo politico, e non sarà l'ultimo. I sociologi hanno documentato come le tribù politiche americane fanno sempre più acquisti in negozi diversi, vivono in luoghi diversi e hanno gusti diversi. Questo divario culturale ha contribuito all'ascesa di Donald Trump, e la segregazione politica di Internet lo amplierà. I conservatori di ogni tipo hanno visto Twitter e Facebook adottare misure straordinarie per oscurare i legittimi resoconti su Hunter Biden nel periodo precedente le elezioni. Ora una confederazione informale di guardiani del web sta metodicamente distruggendo un concorrente che è stato creato per assecondare le loro opinioni. Le opinioni dissenzienti non svaniranno perché gli amministratori delegati del settore tech lo vietano. I punti di vista andranno in clandestinità, forse si radicalizzeranno nella frustrazione, e alla fine esploderanno per le strade. Gli abusi politici percepiti dalle aziende tecnologiche stanno diventando uno dei principali motori del populismo nel XXI secolo, e le mosse delle aziende su Parler forniranno un'infusione di carburante. Tanto più che la Silicon Valley si sta avviando verso i progressisti che presto domineranno Washington. I democratici applaudono le nuove liste nere della tecnologia, e per mesi hanno minacciato Mark Zuckerberg su Facebook se non avesse censurato i contenuti politici a loro sgraditi. Le grandi aziende tecnologiche possono essere private, ma la loro censura su richiesta dei potenti del governo solleva questioni morali e legali. Nel caso Marsh contro Alabama (1946), la Corte Suprema ha stabilito che una città di proprietà privata non può limitare la distribuzione di materiale religioso perché la società è un governo di fatto. Anche le aziende tecnologiche che dominano il flusso di informazioni negli Stati Uniti e che censurano per volere dei potenti democratici meritano il controllo del Primo Emendamento. La messa al bando della Parler da parte delle aziende tecnologiche può anche violare le leggi antitrust. Joe Biden ha detto venerdì che l'America ha bisogno di un partito di opposizione "di principio e forte". Qualunque sia il futuro del GOP, e nonostante la diffusa repulsione per le azioni del Presidente della scorsa settimana, decine di milioni di suoi sostenitori saranno la base di questo partito di opposizione. I nuovi e aggressivi usi del potere aziendale, politicamente approvato, per mettere a tacere ampie fasce della destra, saranno distruttivi in un modo che tutti gli americani potrebbero rimpiangere.

Massimo Gaggi per il Corriere della Sera il 10 gennaio 2021. Dopo l' assalto al Congresso l' incendio della democrazia americana raggiunge il mondo della comunicazione digitale con una decisione forse dettata da preoccupazioni immediate di ulteriore escalation delle violenze, ma tardiva e sconcertante per le sue possibili implicazioni di lungo periodo: i giganti di big tech che hanno difeso per anni non solo la totale libertà del web ma anche l' irresponsabilità delle reti sociali per i contenuti diffusi (aprendo, così, un' autostrada davanti a Donald Trump), ora tolgono il megafono al presidente a 240 ore dalla sua uscita dalla Casa Bianca. Nei giorni scorsi Twitter e Facebook avevano censurato e provvisoriamente sospeso gli account di un leader responsabile di aver diffuso messaggi che si sono risolti in un' incitazione alla violenza. L'altra notte Twitter è andata oltre: ha cancellato il profilo di Trump chiudendo il canale principale usato dal presidente per comunicare col suo popolo: 88 milioni di follower. Il presidente-tycoon si è trasferito su Parler, la Rete senza vincoli nè controlli dove si sono già accasati i suoi figli insieme a molti esponenti della destra radicale, decisi a sottrarsi a ogni sorveglianza. Ma nelle stesse ore Google e Apple hanno cominciato a mettere al bando questa Rete (già eliminata da alcune piattaforme mentre altre le hanno dato un ultimatum di 24 ore). Per i dirigenti di Parler è in atto un vero tentativo di strangolamento: dicono che anche i loro server, gestiti da Amazon, stanno avendo problemi. Preoccuparsi dei gravi danni che Trump può ancora provocare nei giorni di presidenza che gli rimangono è legittimo anche se, come detto, l' intervento è tardivo e di dubbia efficacia: Trump ha scatenato l' assalto al Congresso con un comizio di piazza nel quale ha invitato i suoi seguaci a marciare su Capitol Hill. Le falangi di attivisti paramilitari che hanno invaso il Parlamento avevano preparato per settimane, indisturbati, il loro assalto con messaggi su queste stesse reti sociali. I tempi e i modi di questo intervento suscitano, comunque, diverse perplessità: in primo luogo è difficile da accettare l' idea che a stabilire cosa è lecito dire e cosa no sia una società privata. Che non solo non ha la legittimazione politica di un organismo pubblico, ma non è nemmeno tenuta a spiegare come è arrivata alle sue decisioni nè a offrire a chi viene punito la possibilità di un ricorso in appello. Sarebbe ancora peggio se dovesse emergere che c' è stata una concertazione sotterranea fra tre o quattro giganti che in alcune aree si configurano come veri monopoli digitali. Oggi può essere necessario spegnere il megafono di Trump nel timore di nuovi gesti insurrezionali in questi giorni difficilissimi, ma quando Twitter analizza post come quello nel quale il presidente conferma che non sarà presente all' inaugurazione del suo successore e giudica che, nel contesto attuale, contengono messaggi minacciosi, crea un pericoloso precedente. Inevitabile il sospetto di opportunismo politico: Trump messo al bando solo quando sta per perdere il potere mentre si tenta di riconquistare la fiducia (perduta negli anni scorsi) di un partito democratico deciso a regolamentare il web, che tra pochi giorni controllerà Casa Bianca, Camera e Senato.

(ANSA l'11 gennaio 2021) - Il social network conservatore Parler è stato messo offline, stando a quanto indica un sito specializzato di monitoraggio del web, all'indomani del monito di Amazon, Apple e Google con l'annuncio che non avrebbero più ospitato il social network sulle loro piattaforme.

Da tgcom24.mediaset.it il 10 gennaio 2021. Dopo Google anche Apple rimuove Parler, il Twitter della destra, dal suo App Store. La decisione è legata al fatto che Parler non ha preso le misure necessarie affrontare i discorsi di odio e violenza. "Abbiamo sostenuto che i diversi punti di vista dovessero essere rappresentati sull'App Store, ma non c'è spazio sulla nostra piattaforma per violenza e illegalità". "Parler non ha preso le misure adeguate per affrontare il proliferare di queste minacce". "Parler non ha preso le misure adeguate per affrontare il proliferare di queste minacce sulla sicurezza della gente"., recita una nota ufficiale di Apple. Scacciato da Facebook e censurato d Twitter, Donald Trump si era rifugiato su Parler, aveva riferito l'anchor "amico" della Fox, Sean Hannity. "Ho visto che il presidente ha un account. Almeno c'è un posto per lui. Ed è un bene perché altrove lo stanno censurando", aveva detto Hannity, riferendosi all'alternativa senza censure a Twitter su cui si sono spostati molti seguaci del presidente uscente e la stessa figlia Ivanka.

Raffaella Menichini per repubblica.it il 10 gennaio 2021. Gli eventi di Capitol Hill hanno provocato una deflagrazione nel mondo dei social network, con l'ultimo e clamoroso atto della cancellazione dell'account di Donald Trump su Twitter. Nelle ultime 24 ore sui social si discute ormai quasi solo del se e quanto la scelta sia stata tardiva o controproducente, illiberale o inevitabile, principio di una nuova era di "censura" o fine di un'epoca di strumentalizzazione delle piazze digitali pubbliche da parte di personalità potenti e apparentemente intoccabili. Il primo esito concreto, però, è stata la corsa di adesioni, e di allarme, verso un piccolo e fino a pochi mesi fa oscuro social che si candida a dare voce al radicalismo americano, e non solo. Parler è diventato fin da prima delle elezioni la voce dei trumpisti duri e puri che Twitter cominciava discretamente a silenziare e Facebook ad attenzionare: il social-fotocopia di Twitter (senza la moderazione su linguaggio razzista, sessista, incitamento all'odio e alla violenza), semplice e adatto a chi non si voleva addentrare nei più criptici ambienti di Telegram, 4Chan e Reddit dove pure continua a fiorire la comunicazione dell'estrema destra e del suprematismo bianco. Non si sa se anche Donald Trump sia emigrato sul social fondato nel 2018 da due informatici, John Matze e Jared Thomson, compagni di scuola in Colorado. La presenza di un account del presidente è stata segnalata proprio su Parler dal suo fedelissimo consigliere-ombra, l'anchor di Fox News Sean Hannity. Nel frattempo Trump ha cercato di twittare dall'account ufficiale della presidenza, @potus, proprio protestando contro la "censura" del social, e dopo pochi minuti Twitter ha cancellato i post perché aggiravano le regole del bando che impediscono agli individui bloccati di usare altri account. Twitter ha continuato a rincorrere l'irato presidente quando ha provato a usare @teamtrump: post cancellati e account bloccato. Una vera caccia all'uomo. Se Trump decidesse di cominciare a "parler" dal nuovo social, potrebbe ritrovare i suoi fedelissimi ma un social già nei guai. In questo caso il "deplatforming" (ovvero la cancellazione dalla piattaforma) sta avvenendo a monte: sono le stesse Google e Apple, da dove le app dei social network vengono scaricate, che ora non vogliono la responsabilità di far circolare il discorso d'odio che ha incendiato Washington il 6 gennaio. E così Google ha eliminato Parler dal suo "negozio" di app Play, e Apple ha dato a Parler 24 ore di tempo per garantire l'intervento di una moderazione sui post. Circolano già tutorial per aggirare il blocco, ma di certo il giovane social del Colorado è ora sotto la lente d'ingrandimento e l'Fbi lo sta spulciando a caccia di immagini che aiutino a individuare i responsabili del saccheggio di Capitol Hill. Perché i social sono una vera miniera di autodenunce (spesso involontarie e pure goffe), con gente che si riprende mentre distrugge le finestre, ruba il podio della presidenza (ricercato), mette tronfio i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi e le sottrae la posta (arrestato). Con una mossa abbastanza inedita la polizia metropolitana di Washington DC ha diffuso 26 pagine di foto segnaletiche digitali tratte dalle immagini postate sui social per aiutare a rintracciare i vandali. Siti di investigazione come Bellingcat e gruppi specializzati su Reddit stanno facendo un grosso lavoro di raccolta di informazioni con tanto di fogli di excel aperti alle segnalazioni. Nella furia della rimozione, però, alcune piattaforme come Facebook e Youtube potrebbero rendere difficile proprio questo lavoro di ricostruzione e per le forze dell'ordine occorrerà seguire la procedura di richiesta di apertura degli archivi digitali per recuperare le prove, rinunciando a tutto il lavoro di citizen journalism che si sta svolgendo in queste ore in loro aiuto. Così come non è chiaro che fine faranno, come e quando saranno accessibili i tweet di Trump: anch'essi, soprattutto nelle ultime settimane, possibili prove di un crimine. L'ultima teoria del complotto che circola in queste ore su Parler è che la polizia del Congresso - sotto accusa per non essere intervenuta contro gli assalitori e anzi averli fatti passare tranquillamente - dipendendo da una sindaca democratica abbia pianificato di "attirare" i manifestanti all'interno per poi addossargli la colpa del saccheggio. Peccato che le prove dell'esistenza di un piano di attacco violento a Capitol Hill fossero presenti sulle chat della destra già da giorni e a tutt'oggi circolano e si moltiplicano appelli alla mobilitazione per il 20 gennaio (già a partire dal 19), giorno del giuramento di Joe Biden e Kamala Harris. Ma continuano a circolare indisturbati anche attacchi violenti ormai non più solo ai democratici ("doveva finire così", titola un meme su Parler con l'immagine di Biden e Pelosi in ginocchio bendati davanti a un uomo che gli punta addosso un fucile), ma anche ai repubblicani "rei" di aver tradito Trump e i suoi reclami infondati sulle "elezioni rubate". Sotto accusa il vice presidente Mike Pence, il capo della maggioranza al Senato Mitch McConnell, persino un fedelissimo come Lindsey Graham che infatti in aeroporto ha rischiato il linciaggio: come gli altri, condannato pubblicamente alla gogna dallo stesso Trump che di lui aveva appena twittato "Tutte chiacchiere quando non serve, che truffatore". La spirale d'odio sembra infinita, e la storia delle piattaforme tech insegna che l'odio è il motore più potente di espansione dei contenuti, e dunque dei profitti. Tutti se ne sono avvantaggiati finora e adesso non stupisce che lo faccia Parler: "Io non mi sento responsabile per nulla di tutto questo - dice ora il Ceo John Matze, intervistato da Kara Swisher del New York Times - e neanche la piattaforma lo è, visto che siamo una piazza neutrale che obbedisce alla legge. Se la gente organizza qualcosa, vuol dire che è arrabbiata. Si sentono traditi. Hanno bisogno di leader che fermino questo odio di parte. Hanno bisogno di riunirsi e discutere, in un posto come Parler".

Viviana Mazza per corriere.it il 9 gennaio 2021. «Ha appena detto che i patrioti che hanno preso il Campidoglio la pagheranno. Smettetela di pensare che tutto dipenda lui. Dipende da TE, da me, da tutti noi in questo Paese e con le nostre libertà. Non fate le pecore. Pensate con la vostra testa. Trump ha appiccato il fuoco e poi se n’è andato, lasciandoci a gestire i resti carbonizzati». Sono passate poche ore dal video in cui Donald Trump si dice «indignato per la violenza, l’illegalità e il caos» dell’assalto al Congresso. Sul social che ha accolto l’estrema destra, Parler, il leader dei Proud Boys Enrique Tarrio dà voce alla delusione di molti: Trump li ha abbandonati nel mezzo di una battaglia che lui stesso li aveva incitati a combattere. «Non potrei essere più d’accordo. Quando la situazione si è fatta seria, ci ha mandati a casa. Non ha declassificato documenti, appena ha vinto ha rinunciato ad arrestare Hillary Clinton. Salviamo Dio e il Paese!», gli fa eco l’utente PatriotParty24. Anche sul forum 4chan, tanti si sentono traditi: «Wow, è un pugno nello stomaco»; «Sono sotto shock. Mi sento svuotato». Dove c’è rabbia c’è rissa. Uno se la prende con Tarrio perché non ha partecipato di persona all’assalto, essendo stato arrestato lunedì scorso e poi bandito da Washington: «Vaffanculo, hai fatto in modo di farti arrestare per una sciocchezza così da avere una scusa per non essere con noi a fare il tuo dovere patriottico. Sei scappato con la coda tra le gambe! Nessun ordine del tribunale avrebbe impedito a me di esserci. Non sei un patriota, sei un codardo». C’è poi chi è ancora al primo stadio del lutto: il diniego. Circola la teoria che il video del pentimento di Trump sia un falso oppure che abbia solo preso tempo. «Ti sbagli, non è finita per Trump, Qualcosa di grosso sta per accadere. Il male non prevarrà». Siti della destra come Breitbart e Daily Caller scelgono una copertura cauta, forse condizionati dalla fetta del partito che ora incolpa Trump non solo per l’assalto al Congresso ma anche per la sconfitta elettorale. C’è poi la linea del deputato della Florida Matt Gaetz o dell’ex candidata alla vicepresidenza Sarah Palin: ripetere che l’assalto sarebbe stato in realtà compiuto da attivisti di Antifa travestiti. Ma queste tesi fanno infuriare alcuni dei veri rivoltosi che sono orgogliosi e convinti di aver condotto un’impresa eroica: «Fa male vedere gente dare ad Antifa la gloria». Arriva il tweet del senatore texano Ted Cruz: fino a poche ore prima ha osteggiato la conferma della vittoria di Joe Biden, dopo la morte del poliziotto ferito nella sommossa parla di «attacco terroristico». Su Parler questa «indignazione ipocrita» viene accolta con disprezzo: «Non abbiamo fatto niente di peggio rispetto a Black Lives Matter», commenta il collettivo che gestisce il profilo Murder the Media (uccidi i media). Il loro mondo si è capovolto. La destra è quella che risponde «Blue Lives Matter» (blu come le divise degli agenti) agli slogan di Black Lives Matter. «Una cosa che ho capito durante l’assalto al Congresso —racconta su Twitter Elijah Shaffer, reporter conservatore diThe Blaze che era sul posto — è che c’è una crescita esponenziale del risentimento verso la polizia nella destra conservatrice, dovuta anche al fatto che in questi mesi gli agenti hanno applicato i lockdown anti-Covid. Strano vedere le cose capovolgersi». Ricercati dalle autorità, timorosi di essere inseriti in una no-fly list, licenziati o sospesi al lavoro (sta succedendo anche questo), ora i rivoltosi rischiano 10 anni di carcere per vandalismo o distruzione di monumenti e statue, a causa di un ordine esecutivo approvato in estate proprio dal loro presidente durante le manifestazioni di Black Lives Matter.

Tutti contro The Donald. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 12 gennaio 2021. Non bastava l’ingiustificabile e gravissima censura dei magnati della Silicon Valley e degli oligarchi dei social, l’esclusione della piattaforma Parler da Google e da tutti gli store, la “purga” a cui sono stati sottoposti  gli “influencer” e opinionisti conservatori di tutto il mondo: la dittatura del politicamente corretto si abbatte su tutto ciò che ha a che fare con Donald Trump. Dopo l’assalto al Campidoglio dei sostenitori del tycoon dello scorso 6 gennaio, che ha portato alla morte di cinque persone, e che ha in qualche modo sancito l’ingloriosa uscita di scena di The Donald, una nube di conformismo si addensa su chiunque abbia manifestato simpatie per il tycoon o che sia riconducibile in qualche modo al Presidente Usa.

Anche il Golf scarica The Donald. Nulla rimane escluso, a cominciare al golf. Come riporta l’agenzia LaPresse, la Pga of America ha deciso di tagliare i legami con il presidente uscente degli Stati Uniti votando a favore di una proposta di privare dell’organizzazione del Pga Championship 2022 il Trump National Golf Club di Bedminster, in New Jersey. È la seconda volta in pochi anni. Il presidente della Pga Jim Richerson ha annunciato che il Consiglio ha votato per esercitare il suo diritto di “terminare l’accordo” con il Trump National. “Ci troviamo in una situazione politica non di nostra creazione”, ha detto in un’intervista telefonica ad AP Seth Waugh, Ceo della Pga of America. “Siamo fiduciari per i nostri membri, per il gioco, per la nostra missione e per il nostro marchio. Il danno avrebbe potuto essere irreparabile. L’unico vero modo di agire era andarsene”, ha aggiunto. E sempre nel mondo dello sport, nel mirino della sinistra dem è finito anche il quarterback della Washington Football Team, Taylor Heinicke, colpevole, dicono i detrattori, di essere un sostenitore del Presidente Usa. Ma non finisce qui. Nei giorni scorsi anche Shopify, la piattaforma dell’e-commerce con oltre 800.000 esercenti in tutto il mondo, ha deciso di scaricare Donald Trump mettendo offline i siti gestiti dalla campagna del presidente e dalla Trump Organization in risposta alle violenze in Campidoglio. La società ha spiegato che le sue politiche vietano alla piattaforma di sostenere le organizzazioni che promuovono la violenza. Guai anche per l’avvocato del tycoon Rudolph Giuliani: l’Ordine degli Avvocati di Manhattan ha avviato un’indagine per rimuovere l’ex sindaco di New York dai suoi membri.

Da "lastampa.it" il 23 agosto 2021. Vuoi un messaggio personalizzato da Rudy Giuliani? Paga 225 dollari e lui te lo manderà sul tuo cellulare. L'ex sindaco di New York e potente avvocato, difensore di Donald Trump, si è trasformato in celebrity che si offre per messaggi privati a pagamento. Giuliani è in difficoltà economiche e così sembra essersi ridotto a racimolare dollari come vip su "Cameo", un sito che offre questo tipo di messaggi (ci sono anche stelle di secondo piano del mondo dello spettacolo, dagli attori Da Jerry Springer a Antony Anderson e Debby Allen). L'ex sindaco di New York City, non può più fare l'avvocato, perché è stato privato della sua licenza legale e sta affrontando una massiccia causa da 1,3 miliardi di dollari per diffamazione, intentata da Dominion Voting Systems dopo aver falsamente affermato che la società ha rubato le elezioni a Donald Trump ribaltando i voti per il presidente Biden. Giuliani sembra fare buon viso a cattivo gioco e ha postato il suo video sorridente su Twitter scrivendo: "Buone notizie: voglio connettermi con VOI su Cameo - Ora sto prendendo tutte le richieste!"

La caccia alle streghe dei “trumpiani” in Italia. La caccia alle streghe degli anti-trumpiani dell’ultim’ora si avverte anche in Italia. Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano, scrive: “Vorrei che Salvini, Meloni, la Maglie, insieme allo show permanente del Covid governo ladro continuassero a funzionare come promemoria. A ricordarci che i sovversivi se ne sono andati, ma che continuando a guardare da un’altra parte quel Trump, o un altro Trump, potrebbe presto ritornare e sarebbe molto, molto peggio”. “Salvini e Meloni non se la possono cavare solo invocando la fine della violenza a #CapitolHill. Serve una condanna netta, una presa di distanza senza ambiguità da #Trump, che ha la responsabilità politica di un attacco gravissimo contro la democrazia americana” scrive ancora Twitter il vice ministro all’Economia Antonio Misiani, del Pd. Grillini e Pd dimenticano però che se c’è un “trumpiano” vero, che ricevette persino la benedizione con un famoso tweet del tycoon (“Giuseppi”) quello è il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, colui che spalancò le porte all’ex attorney general William Barr e a John Durham facendogli incontrare con i vertici dei nostri servizi segreti nell’estate 2019.

La lunga lista delle piattaforme online che hanno cacciato Donald Trump. Prima Facebook e Twitter, poi la "chiusura" di Parler. E adesso Snapchat e TikTok e tanti altri. Ecco l'elenco di tutti i siti che in queste ore hanno sbarrato le porte al repubblicano. Giulia Egizi su  L'Espresso l'11 gennaio 2021. Nelle ore successive all'assalto a Capitol Hill da parte di gruppi di manifestanti pro Trump, Facebook e Twitter hanno deciso di muoversi per bloccare gli account del quasi ex Presidente degli Stati Uniti, accusato di aver più volte incitato alla violenza attraverso i suoi messaggi (e silenzi). Una decisione che ha diviso gli osservatori: da una parte chi ha definito l'intervento dei due social come una vera “svolta epocale” nel “momento più buio della storia americana”, e chi invece lo ha definito tardivo, inutile o addirittura un grave attacco alla libertà di stampa. Facebook e Twitter non sono tuttavia le uniche piattaforme digitali che hanno deciso di staccare la spina alla comunicazione del tycoon con l'intento di arrestare, o quantomeno tamponare, “l'effetto Trump”. Il sito statunitense Axios ha stilato una lista delle piattaforme , ancora in aggiornamento, che hanno bannato Donald Trump o gli account legati al suo staff della comunicazione. Un elenco che nelle ultime ore si è ingrossato non poco. Già la scorsa estate, la piattaforma di live streaming Twitch, di proprietà di Amazon, aveva temporaneamente disattivato il Trump Twitch Channel, in seguito alle proteste del Black Lives Matter. Trump infatti utilizzava il portale, specializzato nella trasmissione di partite con i videogiochi, per divulgare in tempo reale le proprie campagne elettorali e conferenze stampa. Oggi Twich, come spiega un portavoce dell'azienda, ha compiuto “il passo necessario”, chiudendo definitivamente il canale riservato all'ex inquilino della Casa Bianca, al fine di “proteggere la comunità ed evitare che la piattaforma sia utilizzata con il solo scopo di inneggiare alla violenza”. Drastica è stata anche la posizione assunta da Shopify, piattaforma canadese di e-commerce. La piattaforma, che consente la creazione di negozi online, ha disposto la chiusura di due negozi affiliati a Trump per “la violazione delle sue politiche in tema di violenza”. Nella lista redatta da Axios compare anche Google che ha ritirato dal suo store Parler, un'app lanciata nel 2018 come piattaforma di microblogging all'insegna della totale libertà di parola e definita dai fondatori John Matze e Jared Thomson “un luogo pubblico senza schieramenti”. Le regole di moderazione ultraflessibili adottate da Parler hanno reso la stessa applicazione uno spazio in cui abbondano commenti violenti e talvolta discriminatori. La decisione di Google è andata ben oltre quella precedente di Apple, che eludeva la rimozione dell'app attraverso l'eventuale presentazione di un piano di moderazione dei contenuti. Anche Amazon ha deciso di rimuovere Parler dai propri server, bollandolo come un social che non ha saputo moderare in modo adeguato i contenuti dei propri utenti. Nessun lucchetto, ma un primo avvertimento, per il canale YouTube (proprietà di Google) della campagna di Trump. Il portavoce Alex Joseph, ha dichiarato che «qualsiasi canale che pubblichi nuovi video con false affermazioni e in violazione delle normative, riceverà ora uno strik e- un avvertimento -, una sanzione che ne limita temporaneamente il caricamento e la pubblicazione streaming». Inoltre, la rimozione definitiva dei canali da Youtube si determinerebbe a seguito di tre strike definitivi nello stesso periodo di novanta giorni. L'intervento di Youtube si è mostrato ben più mite rispetto a quello degli altri concorrenti, limitandosi a cancellare il video di mercoledì sera in cui il tycoon alludeva alle elezioni rubate, senza sospendere il suo account ufficiale. Per Youtube, il video violava “le politiche sulla diffusione dei brogli elettorali”. Stop a tempo indeterminato, o almeno fino all'insediamento del nuovo Presidente americano , anche per l'account Instagram (dal 2012 di proprietà Facebook) di Trump. Il post pubblicato dall'amministratore delegato Mark Zuckerberg su Facebook, infatti, non lascia spazio a interpretazioni: “Riteniamo che i rischi nel permettere al Presidente di utilizzare il nostro servizio in questo periodo siano semplicemente troppo grandi”. Rachel Racusen, portavoce di Snapchat, ha dichiarato invece di aver chiuso l'account del presidente Trump per la presenza insistente di richiami alla violenza. Sulla stessa linea si pone TikTok: «I comportamenti ostili e la violenza non hanno spazio su TikTok», afferma una portavoce ad Axios. In queste ore Tik Tok sta promuovendo la rimozione di contenuti e tentando di reindirizzare i propri hashtag alle linee guida della community. Stripe è invece un'azienda statunitense che attraverso un sistema di software permette a privati e aziende di ricevere pagamenti via internet. Dalle colonne della propria sede a San Francisco ha annunciato che non elaborerà più pagamenti per le campagne di Trump. Un'ulteriore prova di come l'unione tra Trump e le piattaforme social sia giunta effettivamente al capolinea. Cacciata di Trump anche da Discord, piattaforma dedicata alle chat vocali e al gaming, che ha disposto la chiusura del canale The_Donald, divenuto oggetto di indagine a causa della sua palese connessione a un forum online utilizzato per incitare alla violenza, pianificare un'insurrezione armata negli Stati Uniti e diffondere disinformazione relativa alla frode elettorale negli Stati uniti del 2020.

Ilaria Zaffino per “la Repubblica” l'11 gennaio 2021. «Continuerà a parlare sui giornali, alle televisioni, è evidente che continuerà a parlare. Mica sto piangendo sulle sorti di Trump. È una questione di principio. Ha dell' incredibile che un' impresa economica la cui logica è volta al profitto, come è giusto che sia, possa decidere chi parla e chi no. Non è più neanche un sintomo. È una manifestazione di una crisi radicale dell' idea democratica e che alcuni democratici non lo capiscono vuol dire che siamo ormai alla frutta». Non usa certo mezzi termini Massimo Cacciari di fronte alla clamorosa espulsione di Donald Trump da tutti i social network, ma soprattutto da Twitter e da Facebook. «Adesso i mezzi con cui uno fa politica, piacciano o non piacciano, sono questi», continua Cacciari, «io ho smesso anche per questo motivo, non esiste per me. Il mezzo fa il messaggio, il mezzo è il messaggio, come sappiamo da qualche secolo».

Professor Cacciari, se lo immaginava che saremmo arrivati a questo?

«Che un politico, costretto per svolgere il suo mestiere a usare questi mezzi, possa averne accesso in base a decisioni del capitalista che detiene assoluto potere su questi mezzi stessi, a me pare inaudito. Dovrebbe esserci un' autorità politica costituita sulla base di procedimenti di legge, come quella per la privacy, un' autorità che sulla base di principi della Costituzione dica Trump non può parlare. Benissimo, allora io applaudo. Poi è evidente che Trump non dovrebbe parlare, che un politico non deve essere messo nelle condizioni di incitare all' odio, alla violenza: ma chi lo decide? Quello che fino al giorno prima era il suo sostenitore? Che non si capisca lo scandalo di questa cosa vuol dire che ormai siamo proprio pronti a tutto. Lo diceva anche Lacan: volete un padrone? Lo avrete».

Avrebbero potuto agire diversamente?

«Avrebbero dovuto. Twitter e Facebook sono dei privati, non possono togliere la parola. Oppure stabiliscano delle regole, mi diano un loro codice etico, come c' è nelle imprese, rendano pubblico questo codice in base al quale concedono l' accesso alle loro reti, indichino chi e cosa ha diritto di parola nelle loro reti e cosa no. Se non c' è una struttura politica che decide un controllo preciso su questi strumenti di comunicazione e di informazione decisivi ormai per le sorti delle nostre democrazie, è evidente che saranno gli Zuckerberg di questo mondo a decidere delle nostre sorti».

Secondo lei, assisteremo a nuovi casi, ci sarà una deriva in tal senso?

«E che ne so io? Lo chieda a Facebook. O a Twitter».

Twitter è percepita come una comunità dai suoi appartenenti e Trump ne ha violato le regole, istigando alla violenza, per questo è stato espulso. Potrebbe essere una motivazione.

«Non c' entra la motivazione. E poi la comunità che si è costituita intorno a questi mezzi coincide con la comunità politica, con lo spazio del lavoro politico».

È qui che sta dunque l'errore?

«È una tendenza storica, non è un errore. Non c'entra la storia con gli errori: quelli si fanno in matematica, in fisica, in biologia. È inevitabile fare politica su questi mezzi, questa è la tendenza storica, inappellabile. Ma è inconcepibile che quei mezzi siano proprietà di un privato che decide o meno il mio accesso al mezzo, senza alcuna possibilità di appello del pubblico, senza alcuna forma di controllo. Perché questo avviene, il pubblico è totalmente impotente sull' uso di quei mezzi, fuorché in Cina, ovviamente. E in Russia. È capitato a tutti noi di chiederci: ma è possibile che qualcuno possa aprire un profilo su Facebook a nome mio? Provi ad andare alla polizia postale e a chiedere come si fa a chiuderlo. Ma che vuoi chiudere?».

E allora che cosa ci resta da fare?

«Serve un' autorità politica legalmente costituita che, sulla base di principi della costituzione di quel Paese, può decidere se Trump non ha più accesso ai mezzi di comunicazione. Perché? Perché incita all' odio, alla violenza, perché è nazista, perché è razzista. E sulla base di principi costituzionalmente sanciti, o con mezzi analoghi a quelle che noi chiamiamo costituzioni, interviene. È palese che è questa la linea democratica, ma ormai».

Siamo al paradosso della tolleranza di Popper: nel nome della tolleranza non possiamo tollerare gli intolleranti?

«La tolleranza è una parola odiosa nel mio vocabolario. Non si tollera se non ciò che ritengo inferiore. Quindi la tolleranza postula una gerarchia di valori. Meglio essere tolleranti che intolleranti, ovviamente. Dopodiché se pensiamo che i Trump si sconfiggano così, saluti. Magari sconfiggeremo i Trump, più difficile sconfiggere qualche altro: forse non è proprio Trump il pericolo. Trump si manda a casa, come si stava già facendo. Twitter o non Twitter era stato mandato a casa. È folle che un politico si comporti come lui, non è questo il problema. Non è che noi possiamo decidere su questioni di principio in termini occasionali, quello ci piace allora parla, quell' altro non parla. Ma siamo pazzi?».

Giampiero Mughini per Dagospia l'11 gennaio 2021. Caro Dago, mentre leggo sulla “Repubblica” l’intervista a Massimo Cacciari in cui il filosofo veneziano lamenta che sia “un capitalista privato” (Google, Twitter) a “togliere la parola” a un politico (in questo caso Donald Trump) che può piacerci o non piacerci ma che ha il diritto di comunicare con la sua gente e di far valere le sue opzioni – senza essere pienamente d’accordo con Cacciari nel caso specifico, si tratta di argomentazioni cui sono sensibile - mi arriva dalla Francia una comunicazione da Gabriel Matzneff, il grande scrittore francese con cui sono in rapporti amicali. E’ successo che dopo la pubblicazione in Francia di un libro in cui Vanessa Springora - una donna che quindicenne aveva avuto un’intensa relazione amorosa con Matzneff - lo aveva denunciato come un uomo che si era approfittato della sua giovane età e l’aveva “usata” né più né meno di come faceva contemporaneamente con altre minorenni, l’editoria francese  ha sprangato le sue porte a quello che è uno dei maggiori scrittori francesi contemporanei, fino a poco tempo fa un pupillo dell’editore Gallimard. Nessun editore francese ne vuole sapere del libro che Matzneff ha scritto questa estate, durante un soggiorno in Italia, Paese che lui ama molto e di cui conosce perfettamente la lingua. Nessuno, assolutamente nessuno. Eppure uno scrittore non ha altro mezzo di difendersi se accusato di malefatte che non scrivere un libro, altro che Trump cui è stata tolta la possibilità di lanciare delle bestialità su Twitter. Nella comunicazione che mi è arrivata, Matzneff scrive che se non ha tentato il suicidio dopo la pubblicazione del libro è solo perché voleva che arrivasse ai lettori la sua versione dei fatti, la sua versione dell’innamoramento per la ragazza quindicenne che oggi lo maledice. Ovviamente io non vedo l’ora di leggere questo libro. Verrà tirato in 200 copie dallo stampatore Kolytcheff. Le prime dieci copie su carta speciale e tutte firmate dall’autore sono prenotabili al prezzo di 650 euro ciascuna. Le rimanenti 190 copie sono prenotabili al prezzo di 100 euro ciascuna. Ovviamente io ho subito prenotato. Chi di voi volesse farlo deve mandare una mail a vanessavirus2020@gmail.com. Ciao, Gabriel. A presto.

Così i padroni della Rete diventano arbitri e giudici. Le polemiche dopo il blocco dei social di Trump. Salvatore Sica, Direttore di IN. DI. CO. Ordinario di diritto privato ( Informazione- Diritto- Comunicazione), su Il Dubbio il 9 gennaio 2021. Chiariamo subito un aspetto: le scene dell’irruzione a Capitol Hill dei giorni scorsi mettono profonda inquietudine, tanto più se si considera il contesto della democrazia americana fin qui considerata leading! Episodio di una gravità senza precedenti, che impone una reazione immediata, civile, culturale e secondo i rimedi di cui dispone l’ordinamento di quel Paese. Ma in misura analoga – sebbene travolta dall’ovvia prevalenza mediatica dei fatti di cronaca segnalati – in questo momento – e non è la prima volta – si è consumata un’altra vicenda che impone una riflessione altrettanto decisiva per le sorti della democrazia a livello globale. Zuckenberg, il padrone della comunicazione social del nostro tempo, ha disposto unilateralmente il “blocco” dei siti riconducibili a Trump sino alla cancellazione di alcuni post “censurati”. Anche in questo caso occorre chiarezza, per evitare equivoci e strumentalizzazioni, tipiche della nostra difficile epoca: il contenuto dei post incriminati è inaccettabile da qualsiasi punto di vista li si consideri. D’altro canto non c’è una sola della affermazioni del guru di Facebook e Twitter che non sia da sottoscrivere, quando sostiene: «Gli eventi scioccanti delle ultime 24 ore dimostrano chiaramente che il presidente Donald Trump intende utilizzare il suo restante tempo in carica per minare la transizione pacifica e legale del potere al suo successore eletto, Joe Biden»; ed ancora: «La priorità per l’intero Paese deve essere garantire che i restanti 13 giorni e quelli successivi all’inaugurazione passino pacificamente e in conformità con le norme democratiche». Ma il tema è un altro: chi è Zuckenberg per assumere la veste di “censore” del pensiero altrui, in quest’ipotesi di un presidente degli Usa, che io non avrei votato, ma comunque ancora in carica sino al 20 gennaio 2021? La risposta richiede un ragionamento più ampio. Da circa un ventennio è in atto un fenomeno senza precedenti, che la terribile stagione della pandemia ha accentuato ed agevolato: il passaggio definitivo alla società della comunicazione globale, in una situazione di rovesciamento delle realtà, nel senso che oggi è prioritariamente vero ciò che risulta dalla diffusione social rispetto alla stessa effettività dei fatti storici. Il processo ormai ha connotati, direi, di definitività: tutto è on line, le relazioni interpersonali, gli scambi commerciali, la medicina, la giustizia, la didattica scolastica, la pubblica amministrazione. In quest’orgia comunicazionale, certamente ricca di aspetti positivi – basti pensare a che cosa sarebbe stato il periodo di lockdown in assenza di strumenti di comunicazione avanzata – tuttavia passa in secondo piano un profilo rilevantissimo e decisivo: l’intero processo è nelle mani di pochi soggetti “privati” detentori dello “strumento” tecnologico, custodi gelosi del segreto algoritmico che alimenta il processo, “proprietari” di una mole smisurata di dati personali, che finiscono per “mercificare” gli stessi titolari a cui si riferiscono. Senza che nessuno aprisse gli occhi e mentre tutti erano pazzi della sbornia da social, si è determinato un’inversione di rapporti di forza tra la sfera del pubblico – cioè del potere costituito, di cui è emanazione il diritto, il sistema delle regole – e quella del privato. Oggi sono i governi ad aver necessità degli Over the Top della comunicazione e non il contrario. Anzi, questa deriva è così avanzata che proprio Zuckenberg non ha fatto mistero in più di un intervento di sognare una società «a misura della comunicazione», come quando ha avanzato di modificare le disposizioni dei vari ordinamenti che fissano un’età minima per accedere ai Social: egli propone sei anni, perché è bene che i bambini imparino subito – e magari anche prima di leggere a scrivere – a frequentare le autostrade della Rete, di cui egli ha il controllo. La gravità della situazione è ormai evidente allorché la stessa politica si “inginocchia” dinanzi a tale potere privato costituito: le stesse scelte di governo – e sfido a sostenere il contrario – spesso sono dominate dalla ricerca di qualche like in più o dall’accaparramento del maggior numero di followers; anzi, lo stesso ceto politico si “modella” sulla stagione della comunicazione, altrimenti non si spiegherebbe come alcuni mediocri, del tutto privi di contenuto, che sarebbero stati cacciati a pedate in una vecchia sezione di partito, oggi diventano personalità o consiglieri dei principi! Il disegno dei “padroni del vapore” della Rete pare avviarsi alla fase finale: la pretesa, dopo aver creato dipendenza dal mezzo su cui esercitano il controllo, di gestirne i contenuti, assurgendo ad arbitri, censori, giudici. Insomma, le immagini dei seguaci di Trump che profanano il tempio della democrazia americana mettono tristezza e creano allarme; la presa di posizione del guru dei Social è, ribadisco, non meno inquietante. Il Diritto deve con urgenza recuperare il proprio spazio. Deve farlo con le masse ignoranti ed eversive che sfondano vetri e porte del Campidoglio, deve farlo con le multinazionali della comunicazione, che è tempo che paghino le tasse in base al profitto che realizzano, che consentano con trasparenza di tracciare la sorte dei dati che raccolgono a nostra insaputa, che intervengano, su ordine di un potere pubblico, a bloccare prontamente non i soli account di Trump, ma anche quelli dei milioni di haters che ogni giorno inquinano il mondo con notizie false e ed affermazioni e video indecenti. Ma è urgente che almeno qualcuno si riprenda dall’ubriacatura in cui siamo immersi!

Jaime D'Alessandro per "la Repubblica" il 12 gennaio 2021. Parla Alec Ross, già consigliere all' innovazione di Hillary Clinton. "Si dovevano discutere regole certe all' inizio del mandato presidenziale". E della politica dice: "Soffre di un grave gap tecnologico" È stato il consigliere all' innovazione di Hillary Clinton quando era Segretario di stato sotto la presidenza Obama, ha scritto un libro denso e sorprendente sulla tecnologia intitolato "Il nostro futuro", ha corso per i democratici per la carica di governatore del Maryland nel 2018. Alec Ross, 49 anni alcuni dei quali passati nel nostro Paese, è fra i pochi politici americani che si muove con la stessa disinvoltura sia negli ambienti di Washington sia in quelli della Silicon Valley. Ora è tornato in Italia dove insegna presso la Bologna Business School in attesa di capire cosa vuol fare "da grande". Ed è da qui che ha seguito l' evolversi della situazione negli Stati Uniti.

Qual è stata la sua reazione alla notizia che Twitter aveva chiuso per sempre l'account di Donald Trump?

«Sono rimasto sorpreso perché per molti anni i social network non hanno fatto nulla, non hanno alzato un dito. Sono passati direttamente dalla passività al bando».

Cosa avrebbero dovuto fare Jack Dorsey che dirige Twitter e Mark Zuckerberg che è a capo di Facebook? E quando avrebbero dovuto farlo?

«Conosco personalmente entrambi. È stato lo stesso Jack Dorsey a creare il mio account Twitter mentre eravamo seduti uno a fianco all' altro su un marciapiede a Città del Messico nell' ottobre del 2009. Sono due persone molto intelligenti ma non sono saggi: ingegneri poco sofisticati quando si tratta di politica e di società. Avrebbero dovuto dialogare con Donald Trump e con tutti gli altri politici che gli somigliano, stabilendo anni fa regole molto chiare, confini che se superati avrebbero portato a conseguenze certe».

Ora però dovranno farlo e non solo negli Stati Uniti.

«Un sistema di regole chiaro e coerente è necessario. Ma dubito che lo possano progettare nella Silicon Valley, non ne hanno la capacità».

C'è chi sostiene che la cacciata di Trump da Twitter e l'allontanamento dalle altre piattaforme sia stata una mossa politica.

«L'hanno sicuramente potuto fare perché Trump ha perso le elezioni e aveva solo poche settimane a disposizione. Se avesse vinto e avesse comunque provocato una rivolta, non credo si sarebbero comportati alla stessa maniera i colossi del web. In parte è però anche frutto della pressione che queste compagnie ricevono dai loro stessi dipendenti e da una parte dei loro utenti negli Stati Uniti».

Si è dibattuto sul ruolo dei social network in politica, e non certo da oggi. Svolgono la funzione di un servizio pubblico in mani private. Ma non sono testate giornalistiche. Come vanno trattati e chi dovrebbe stabilire cosa sono?

«Abbiamo tre grandi questioni da affrontare: la sicurezza pubblica e come difendere le comunità vulnerabili e l' integrità democratica sul web; la questione della privacy e più in particolare sia i sistemi di tracciamento dei dati personali sia le cosiddette camere di eco che online creano dei gruppi isolati che aumentano la polarizzazione; infine il rispetto della libera concorrenza e l' equità del mercato digitale. Sono tutte questioni che richiedono l' intervento dei governi».

Quale è stato il reale impatto della politica e della propaganda online sulla politica di questi ultimi quattro anni? E cosa c' è di differente rispetto a quando lei lavorava con Hillary Clinton?

«I social network, ma anche radio e tv della nuova destra estrema americana, hanno creato un universo alternativo alla realtà. Quando lavoravo per Barack Obama o per Hillary Clinton la disinformazione era un fenomeno comune, ma nulla che assomigliasse ai livelli che abbiamo raggiunto oggi. Ora è un mondo parallelo».

Alcuni alti dirigenti di Facebook, Mike Schroepfer per esempio che è a capo di tutta la parte tecnologica, sostengono che le polarizzazioni sono sempre esistite. Specie negli Stati Uniti.

«Mike Schroepfer conosce la tecnologia come pochi altri ma non sa nulla di geopolitica. Gli Stati Uniti sono più polarizzati oggi di quanto non lo siano stati durante la Guerra Civile e l' azienda di Mike ha una grossa responsabilità. Twitter ha di fatto dato alla luce il Donald Trump politico e ora lo stesso Twitter lo ha messo a tacere. Peccato abbiano agito a danni ormai fatti. Trump sapeva esattamente cosa stava facendo in questi anni mentre usava i social network e conosceva le conseguenze molto meglio dei giovani ingegneri che popolano i colossi della tecnologia. Già questo dice tutto».

Cosa spera che accada ora?

«Mi aspetto che i consigli di amministrazione di queste società attuino un cambiamento reale. È evidente che ci sono nuove figure che devono essere assunte e altre che andrebbero licenziate. La prima cosa che dovrebbe accadere è una revisione profonda del sistema gerarchico di queste multinazionali. Mark Zuckerberg, per esempio, ha troppo potere e ha già mostrato di non saperlo gestire. Ebbi con lui una discussione sulla destra estrema. Chiaramente non comprende le conseguenze che la sua piattaforma ha sulla politica e sulla società».

Il processo per regolare le grandi piattaforme web è stato avviato sia negli Usa sia in Europa, anche se con modi e toni differenti. Crede che i politici chiamati a scrivere queste leggi siano preparati?

«No, questo è l'altro grosso problema: c'è più conoscenza della tecnologia nelle scuole dei miei figli che nella maggior parte dei governi. È imperativo che la politica sia europea sia americana aumenti il livello di comprensione su questi temi».

Lei ha corso per i democratici per una poltrona da governatore. Qual è stata la sua personale esperienza nell'uso dei social network?

«Ho provato a usarli in maniera divertente e con passione, ma sono cose che non funzionano più molto. I social media sono diventati un luogo molto arrabbiato, cupo, dove come sappiamo l'odio funziona bene».

Ci proverà di nuovo a scendere in politica?

«Forse, ma ci sono molti altri modi per cambiare il mondo. La politica è solo uno fra tanti».

(ANSA-AFP il 12 gennaio 2021) - Twitter ha chiuso "oltre 70mila account" legati alla teoria cospirazionista di estrema destra QAnon: la decisione segue l'attacco contro Capitol Hill da parte di un gruppo di sostenitori del presidente Donald Trump. Lo ha annunciato la stessa società. Alla luce "dei violenti eventi di Washington DC e dell'accresciuto rischio di pericolo, venerdì pomeriggio abbiamo cominciato a sospendere in modo permanente migliaia di account dedicati soprattutto alla condivisione di contenuti QAnon", ha reso noto Twitter. "Da venerdì oltre 70.000 account sono stati sospesi come risultato dei nostri sforzi, con molti casi di numerosi account gestiti da un singolo individuo".

Da "il Giornale" il 12 gennaio 2021. Twitter crolla in Borsa nella prima seduta dopo la rimozione dell' account di Donald Trump. Il titolo «social» ha cominciato la seduta a Wall Street segnando perdite dell' 11%, per poi recuperare a metà seduta ma restando sempre molto negativo. A un' ora dalla chiusura le azioni, quotate al Nasdaq, perdevano il 6 per cento. Negativo anche Facebook, con le azioni in calo di oltre il 3% per lo stesso motivo, quello della censura a Trump. Venerdì scorso 8 gennaio il Twitter ha annunciato di aver bandito definitivamente il presidente Usa uscente dalla propria piattaforma «a causa del rischio di ulteriori incitazioni alla violenza». Con la cancellazione dell' account di Trump, Twitter ha perso uno dei suoi più grossi megafoni all' interno della piattaforma. The Donald contava oltre 88,7 milioni di follower, un seguito enorme, tra i profili più seguiti sul social dopo Cristiano Ronaldo (90 milioni), Rihanna (104), Katy Perry (109), Justine Bieber (113) e Barack Obama (127). Secondo i dati raccolti da Investing.com, Twitter è in procinto di riportare per la prima volta vendite trimestrali superiori a un miliardo di dollari quando presenterà il bilancio il prossimo mese. Ma nonostante le buone prospettive di crescita, sembra che aver staccato la spina a Donald Trump abbia disinnescato l' entusiasmo degli investitori che comunque hanno contribuito alla crescita di Twitter negli ultimi anni.

Anna Masera per "la Stampa" il 12 gennaio 2021. L'8 gennaio 2021, giorno in cui Twitter ha sospeso definitivamente l'account del presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo il tentativo di colpo di Stato al Campidoglio di Washington, sarà ricordato come una data spartiacque per le piattaforme digitali dei social media. Oltre a Twitter, anche Facebook, Youtube, Snapchat, Spotify, TikTok - e poi anche Amazon, Apple e Google che hanno disconnesso la app Parler -, sono tra quelle che hanno vietato o limitato gli account affiliati a Trump. Una svolta che ieri sera è arrivata anche in Italia, con Twitter che ha «temporaneamente limitato» l'account del quotidiano Libero. Ne abbiamo parlato con Derrick De Kerckhove, esperto di comunicazione digitale: sociologo belga naturalizzato canadese, ha diretto per 25 anni fino al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell'Università di Toronto prima di trasferirsi in Italia, dove è direttore scientifico della rivista Media Duemila. Diversi politici hanno espresso preoccupazione per la libertà di espressione, anche se a Trump non mancano i mezzi su cui esprimersi sia attraverso i media mainstream sia attraverso gli account social istituzionali della Casa Bianca. Ieri Angela Merkel ha fatto sapere di ritenere che il blocco sui social di Trump sia "problematico". Condanna bipartisan anche dalla Francia e da molti esponenti Ue.

Hanno ragione?

«È problematico perché crea un precedente che potrebbe avere conseguenze in futuro in altre circostanze, è naturale che ci si chieda se sia giusto che aziende private detengano tanto potere. Abbiamo bisogno di inventare una nuova forma di supervisione democratica. Ma è stata una risposta di emergenza, nell' immediato si è trattato di legittima difesa: Trump era stato avvertito più volte».

Gli stessi politici che insorgono per difendere la libertà di espressione di Trump non lo fanno per i cittadini comuni che praticano il cosiddetto hate speech o la disinformazione. Le piattaforme social sostengono che i loro termini di servizio valgono allo stesso modo per tutti i cittadini digitali. È così?

«Le piattaforme social sono aziende private che offrono un servizio e hanno loro regole, chi aderisce deve accettarle, quindi in casa loro hanno ragione loro. Però se qualsiasi comune cittadino avesse infranto le regole come il presidente Usa ha fatto in questi anni, sarebbe stato cacciato dai social molto prima. Quindi la domanda da farsi è perché abbiano aspettato così a lungo prima di applicare i loro termini di servizio a Trump. Appare chiaro che fino a settimana scorsa siano valsi due pesi e due misure. D'altra parte, perdere un cliente popolare e coinvolgente - nel bene e nel male - come il presidente americano era una scelta scomoda per i social network che campano di questo. Non a caso ieri c' è stato un tonfo dei titoli di Twitter e Facebook quando ha aperto Wall Street. L'errore è stato lasciare che i social lucrassero su odio e disinformazione».

Si tratta di censura?

«In questo caso no. Se le persone usano i social per invitare alla violenza vanno fermate così come sarebbero fermate se lo dicessero in diretta televisiva. Se i social sono il luogo i cui si forma l'opinione pubblica, devono essere regolati allo stesso modo della televisione».

Come conciliare il rispetto dei diritti fondamentali con una maggiore responsabilità delle piattaforme social?

«L'errore è lasciare decidere a Facebook o Twitter sui nostri diritti. Serve una riflessione. Ma non abbiamo ancora assorbito il fatto che siamo entrati da parecchio tempo in una cultura ibrida - letterata e digitale - dove le regole di comportamento e le relative conseguenze sono cambiate. La libertà di opinione come si intendeva nell' era analogica non si presta alla cultura digitale. La legge contiene indicazioni per far fronte alle falsità e all' incitazione alla violenza, ma per casi individuali, non per movimenti di massa e discorsi sulla rete. La necessità di una maggiore regolamentazione del mondo online non si può delegare ai privati e richiede competenze digitali. Se la proposta della Commissione europea del Digital Services Act dello scorso 15 dicembre sarà approvata, l'6Europa potrà esigere che le piattaforme spieghino in maniera trasparente come moderano i contenuti, stabiliscano in termini chiari quali sono le regole e informino su decisioni come quella di sospendere un account. Spero che sia d' ispirazione in tutto il mondo».

Chiara Rossi per startmag.it il 12 gennaio 2021. Google e Microsoft sono tra i 960 grandi finanziatori, tra aziende e singoli individui, dell’inaugurazione di Joe Biden alla presidenza il prossimo 20 gennaio. Tra le altre società tecnologiche che stanno iniettando fondi nelle casse dell’inaugurazione del prossimo inquilino della Casa Bianca anche Qualcomm, Comcast, Verizon e Charter Communications mentre l’America corporate taglia le donazioni ai repubblicani che hanno votato contro la certificazione della vittoria di Biden — dopo l’assalto a Capitol Hill — e mentre i social mettono al bando Donald Trump. Il comitato di Biden non ha elencato i totali individuali né fornito ulteriori dettagli sulle donazioni. Tuttavia sarà tenuto a farlo entro 90 giorni dall’insediamento. Ma quelle stesse big tech che oggi sostengono il democratico Biden avevano fatto lo stesso per il presidente eletto repubblicano nel 2016. Sempre Google e Microsoft hanno inviato denaro e fornito servizi per l’insediamento di Trump nel gennaio 2017. Le aziende tecnologiche hanno sempre donato alle inaugurazioni presidenziali, indipendentemente dal partito politico, per aumentare la loro influenza sull’amministrazione entrante. Basti pensare a Facebook. Oggi il fondatore e ceo Mark Zuckerberg banna l’account di Donald Trump da Facebook ma nel 2016 ha versato 1 milione di dollari alla Convention repubblicana di Cleveland che nominò proprio il Tycoon.

Tutti i dettagli. Google (di proprietà Alphabet Inc.) e Microsoft sono tra le oltre 960 realtà (società, enti, organizzazioni e individui) che hanno donato più di 200 dollari per l’inaugurazione del presidente eletto Joe Biden, secondo un elenco pubblicato dal comitato che ha organizzato l’evento. Google è stato incluso nell’elenco perché ha fornito protezioni di sicurezza online gratuitamente al comitato inaugurale, ha affermato José Castañeda, un portavoce di Google. Stessa cosa che ha fatto nel 2016. Come ha riportato Politico, Google ha fornito servizi tecnologici, tra cui un live streaming su YouTube dell’inaugurazione, oltre a una donazione in contanti non specificata, per l’insediamento di Donald Trump nel gennaio 2017. Non va dimenticato inoltre che alla fine di ottobre, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha intentato una causa antitrust contro Google. E ora il presidente eletto Biden dovrebbe portare avanti le stesse indagini avviate dal suo predecessore. Anche Microsoft che oggi figura tra i finanziatori dell’insediamento di Biden, ha fatto lo stesso per Trump nel 2016. Secondo il rapporto sappiamo che il colosso di Redmond ha finanziato l’inaugurazione di Trump 500mila dollari, metà del suo contributo era in contanti e metà in “prodotti e servizi”. Tornando a Biden, il comitato ha ricevuto donazioni anche da Boeing. Altre società che hanno donato sono Qualcomm, Comcast e Charter Communications. Il Comitato inaugurale presidenziale ha ricevuto donazioni anche dalla Federazione americana degli insegnanti e dalla United Food and Commercial Workers. Anche le aziende sanitarie sono in primo piano nell’elenco, tra cui Anthem, il gigante dell’assicurazione sanitaria, MedPoint Management, che fornisce servizi di gestione a gruppi di medici, e Masimo Corporation, un produttore di dispositivi elettronici di monitoraggio dei pazienti. Non ci sono limitazioni legali su quanto un donatore può dare a un comitato inaugurale, ma il comitato di Joe Biden ha volontariamente limitato i contributi dei singoli a  500.000 dollari e delle società a 1 milione di dollari. Il team di Biden ha proibito inoltre donazioni dalle industrie del petrolio, del gas e del carbone e dai lobbisti registrati. Se Microsoft, Google, Verizon e Anthem avevano finanziato anche il comitato inaugurale di Trump nel dicembre 2016. Ci sono dei grandi assenti quest’anno. Come Pfizer e Dow Chemical che entrambi hanno rivelato di aver versato 1 milione di dollari per l’insediamento di Trump. Exxon Mobil, Amgen e Altria Client Services avevano riferito di aver donato 500.000 dollari ciascuno. General Motors ha riferito di aver donato 200.000 dollari. Sei società hanno riportato contributi di 100.000 dollari: Verizon Communications, Valero Energy, MetLife Group, Clean Energy Fuels, Anthem e Aetna. Tornando alle big tech, le aziende tecnologiche hanno sempre donato alle inaugurazioni presidenziali, indipendentemente dal partito politico, come un modo per aumentare la loro influenza sull’amministrazione entrante. Tuttavia, la critica allo strapotere del settore tecnologico è una questione bipartisan e forse uno dei pochi argomenti in cui i legislatori democratici e repubblicani concordano entrambi su una regolamentazione più rigorosa. Ma se il GOP ha condotto una lotta contro le Big Tech principalmente a causa della censura delle voci conservatrici, i democratici hanno altre priorità, tra cui la mancanza di concorrenza. Dopo che Twitter e Facebook hanno sospeso l’account di Donald Trump, spaccando l’opinione pubblica fra chi parla di censura e chi di decisione tardiva, la decisione infiamma il dibattito già acceso sul ruolo e sul crescente peso dei social media. Eppure negli Stati Uniti le piattaforme digitali si sono sempre trincerate dietro la sezione 230 del Communications Decency Act, la norma del 1996 che protegge le aziende tecnologiche dalla responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti, garantendo la libertà di espressione sul web. Se Trump aveva emesso un ordine esecutivo prendendo di mira la Sezione 230 nel maggio dello scorso anno, anche Biden ha già parlato di una riforma della Sezione 230. I Democratici hanno già promosso la modifica della Sezione 230 del Communications Decency Act per arginare la diffusione di incitamento all’odio e la disinformazione. L’assedio di Capitol Hill potrebbe aumentare le probabilità che ci riescano, secondo Axios. L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio pone al centro del dibattito il ruolo delle piattaforme online nella pianificazione dell’assedio. Secondo Axios, ciò potrebbe spingere a una nuova e radicale legislazione antitrust che potrebbe seguire una roadmap fissata la scorsa estate. “Mentre continuiamo a indagare l’insurrezione del 6 gennaio, compreso il ruolo svolto dalle piattaforme di social media, lavorerò con i miei colleghi su entrambi i lati del corridoio per garantire che le piattaforme online non siano un terreno fertile per l’odio e la violenza”, ha dichiarato la senatrice dem Amy Klobuchar. Secondo Axios, probabilmente Klobuchar sarà il nuovo presidente del comitato giudiziario antitrust. Infine, anche in assenza di una nuova legislazione antitrust, l’amministrazione Biden potrebbe sostenere in modo aggressivo e possibilmente espandere le cause antitrust contro Google (dal Dipartimento di Giustizia) e Facebook (dalla Federal Trade Commission).

La censura incombe sul pensiero non conformista.  Mirko Giordani il 9 gennaio 2021 su Il Giornale. Twitter ha bannato definitivamente il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Jack Dorsey è riuscito nel miracolo di deviare l’attenzione dei media dalle azioni contro il Congresso verso la censura nei confronti del mondo conservatore e di destra. Un capolavoro tattico che neanche il più abile stratega avrebbe potuto pensare. Ormai siamo di fronte ad una realtà: i social network che conosciamo stanno bersagliando tutti coloro che non si allineano al pensiero progressista globale. Fine dei giochi. Facebook e Twitter ci hanno permesso negli anni di ingaggiare una battaglie delle idee dura ma giusta e leale contro gli avversari politici. Ora però l’arbitro, come un Byron Moreno qualunque, ha smesso i panni dell’imparzialità e gioca apertamente e senza vergogna contro i conservatori. Gia negli anni scorsi delle avvisaglie sul fatto che i social favorissero le idee progressiste, e Ted Cruz in America lo aveva già denunciato illo tempore. Chi controlla i controllori? Possiamo fare a meno dei social per diffondere le nostre idee? Dobbiamo aver paura della censura e delle conseguenze delle nostre idee? Quanto conta il diritto alla libertà di parola? E soprattutto, è venuto il momento di smontare pezzo per pezzo il monopolio di Big Tech sulle nostre vite virtuali? Queste sono le domande che dobbiamo porci se non vogliamo vivere la parodia di 1984 di George Orwell. Ascolta il mio ultimo podcast qui sotto: Ascolta “Gli esperti, il “colpo di Stato” di Trump ed il silenzio sulle malefatte cinesi ad Hong Kong” su Spreaker. 

Dal profilo Facebook di Mario Adinolfi il 12 gennaio 2021. Oggi dalla prima pagina del Corriere della Sera il buon Beppe Severgnini, cantore dell’establishment nostrano, si sbraccia a difesa del diritto di Twitter e Facebook di eliminare dal dibattito pubblico chiunque ritengano. Prima vennero a chiudere le pagine di Forza Nuova e CasaPound, li lasciammo fare, quelli sono fascisti. Poi fecero lo stesso con il presidente degli USA e i suoi più accesi sostenitori, li lasciammo fare, avevano toni che non ci piacevano. Ieri si sono presi anche i profili di un quotidiano italiano, Libero, oltre che di un politico italiano sgradito come l’assessore Donazzan. Accadrà anche a noi, presto. Solo quando se la prenderanno con Severgnini, Severgnini capirà e sarà troppo tardi.

Marco Bresolin per "la Stampa" il 12 gennaio 2021. Tutti al fianco di Donald Trump. O meglio: tutti (o quasi) contro la decisione di bannarlo presa dai principali colossi del Web. Perché l'arbitrio esercitato da Facebook, Twitter & C. preoccupa seriamente i governi occidentali, in particolare quelli europei. Non è tanto la difesa del principio della libertà di parola di cui sarebbe stato privato il presidente americano a suscitare perplessità, quanto la conferma che i Big Tech stiano ormai dettando la loro legge ponendosi al di sopra della legge. Oggi contro Trump, domani contro chissà chi. Per questo a Bruxelles e nelle principali capitali del Vecchio Continente si fa sempre più sentire la necessità di mettere mano al quadro normativo per cercare di porre fine al Far West che ha sin qui permesso loro di crescere a dismisura. E il caso esplode anche in Italia, con due episodi destinati a far discutere. Nella serata di ieri il profilo Twitter del quotidiano «Libero» è stato «limitato» dalla piattaforma perché «ha eseguito delle attività sospette». Per poterlo visualizzare era necessario dare il proprio esplicito consenso. Una sorte simile era toccata poche ore prima all'assessore regionale del Veneto, Elena Donazzan, che ha denunciato l'oscuramento dei suoi profili Twitter, Facebook e Instagram. L'esponente di Fratelli d'Italia si era prestata a intonare la canzone fascista «Faccetta nera» durante la trasmissione radiofonica «La Zanzara», in onda su Radio24, e per questo motivo i principali social avrebbero deciso di bloccarla. Il tema è al centro dell'agenda Ue. A dicembre la Commissione aveva lanciato il Digital Service Act, un quadro normativo che prevede una stretta proprio per costringere le grandi piattaforme Web alla responsabilità, ma secondo le modalità stabilite dalla legge. Le dure prese di posizione di Parigi e Berlino di ieri sembrano dimostrare che l'Ue è intenzionata a usare proprio i recenti episodi per rilanciare questa battaglia. Perché, per dirla con le parole di Angela Merkel, il blocco di Trump è «problematico». «La libertà di espressione - ha spiegato il suo portavoce - può avere dei limiti, ma deve essere il legislatore a fissarli, non un management aziendale». Sulla stessa linea, o forse addirittura oltre, la Francia, Paese attivo su più fronti per cercare di stoppare il dominio incontrastato dei «Gafam» (acronimo che sta per Google, Apple, Amazon, Facebook e Microsoft). «L'oligarchia digitale - ha sottolineato il ministro Bruno Le Maire - è una minaccia per le democrazie». Anche il governo italiano si è schierato al fianco di Parigi, Berlino e Bruxelles con la ministra per l'Innovazione, Paola Pisano: «In questo caso - ha detto - il fine non giustifica i mezzi». Sullo stesso fronte dei leader Ue, ma con argomenti diversi, anche leader che hanno un concetto un po' diverso della democrazia. Come il brasiliano Jair Bolsonaro, che ha subito espresso solidarietà e invitato i suoi fan ad abbandonare Twitter per trasferirsi su Parler. Peccato che il social network utilizzato dai conservatori e dalla destra americana (sul quale era appena sbarcato anche Matteo Salvini) sia sparito dal Web. Google e Apple hanno rimosso l'applicazione dai loro store, mentre Amazon ha bloccato l'accesso ai server per via dei messaggi inneggianti all'assalto di Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Un altro esempio di come i più grandi possano decidere arbitrariamente di schiacciare i più piccoli. Parler ha annunciato che farà causa contro Amazon, ma i fatti delle ultime ore si sono già ritorti contro i principali colossi del Web a Wall Street, dove il titolo di Twitter è arrivato a perdere oltre il 10%.

Alda Vanzan per "il Messaggero" il 12 gennaio 2021. Come Donald Trump, anche l' assessore regionale del Veneto, Elena Donazzan, è stata bloccata dai social: i suoi profili Facebook e Instagram da ieri sono stati oscurati. Ma non la sola: anche il quotidiano Libero è stato sospeso da Twitter, non è chiaro se per un eccesso di cinguetii (ipotesi che sembra improbabile nel clima degli ultimi giorni, dopo i fatti di Washington) o per contenuti inopportuni. Donazzan, invece, ha cantato Faccetta nera in radio, poi ha postato le minacce ricevute, commentando: «I benpensanti della sinistra mi vogliono appesa». E mentre il centrosinistra le chiedeva le dimissioni e il governatore Luca Zaia la invitava quantomeno a «scusarsi», l' esponente di Fratelli d' Italia si è trovata zittita dai social. «Mi hanno imbavagliata», ha protestato. Tutto comincia venerdì quando, al programma radiofonico La Zanzara, i conduttori chiedono all' assessore all' Istruzione e al Lavoro del Veneto di scegliere tra Faccetta nera e Bella ciao. Sullo sfondo c' è la polemica de La Molisana, che ha cambiato il nome di un tipo di pasta da Abissine a Conchiglie. Donazzan sceglie la prima, ricordando di averla «imparata da bambina», di avere uno zio, Costantino, che faceva parte delle milizie mussoliniane e di preferirla a Bella ciao «che piacerà alla Boldrini». E intona Faccetta nera. La polemica che ne segue è accesa, da più parti nel centrosinistra viene chiesto al governatore leghista Luca Zaia di revocarle la delega. Il presidente non chiede le dimissioni a Donazzan, ma le dice di scusarsi: «Non l' ho sentita, penso che le scuse siano doverose, Faccetta nera riprende un periodo buio, è inevitabile che in molte persone sia stata urtata la sensibilità». L' esponente di Fratelli d' Italia si scusa a modo suo: «Se qualcuno si è sentito offeso, me ne scuso. A chi cerca di strumentalizzare per ribadire odio e livore, non ho nulla da dire». E aggiunge: «Ecco di cosa si occupa la sinistra italiana nel periodo più tragico della nostra storia repubblicana: di fascismo. Ho scoperto dunque che trovano il tempo non solo per litigare tra loro per mantenere in vita un governo che sta falcidiando la nostra economia, ma anche per montare un caso nazionale sulla mia partecipazione a La Zanzara, trasmissione che tutti conosciamo come goliardica e a tratti irriverente». E rivela di essere sotto attacco: «Sto subendo minacce ed insulti: pazienza, non è la prima e non sarà l' ultima volta, non accetto però lezioni sull' approccio che l' Italia tutta dovrebbe avere sui temi relativi al secondo conflitto mondiale: un periodo da consegnare definitivamente alla storia per ottenere una reale ed effettiva pacificazione nazionale, assicurando dignità di memoria a tutti coloro hanno sacrificato la propria vita durante la guerra civile tra il 1943 ed il 1945».

IL BLOCCO. Le scuse, però, non placano la polemica: esprime «costernazione» l' Unione delle Comunità ebraiche, mentre a chiedere le dimissioni sono i consiglieri regionali veneti del Pd, +Europa, la Cgil, la Rete degli Studenti Medi del Veneto, Italia Viva e il M5s. Le dimissioni non arrivano, ma arriva il blocco dei social. Secondo quanto riferito dall' ufficio stampa dell' assessore, Facebook le ha contestato il post pubblicato domenica: era lo screenshot di un paio di commenti alla notizia del canto di Faccetta nera in radio. (Luhe Dred: Qualcuno abbiamo dimenticato di appenderlo). Donazzan commenta: «Mi hanno imbavagliata sui social, impossibilitata temporaneamente a postare e a commentare».

Dagospia l'11 gennaio 2021. Da “La Zanzara - Radio24”. “Faccetta nera, bell’abissina, aspetta e spera che già l’ora s’avvicina…”. L’assessore alla Formazione della Regione Veneto Elena Donazzan, Fratelli d’Italia, intona in radio, a La Zanzara su Radio 24, le strofe di una delle canzoni simbolo del Ventennio e scoppiano le polemiche con richieste di dimissioni da parte dell’opposizione. Cosa ha detto la Donazzan nell’intervento a Radio 24, mentre parlava della vicenda della Molisana, il pastificio sotto attacco per alcuni nomi di prodotti che ricordano il Ventennio? Ecco le parole dell’assessore.

Tra Faccetta Nera e Bella Ciao cosa scegli?: “Non ho nessun dubbio, scelgo Faccetta Nera.  Me l’hanno insegnata da bambina, in alcune case cantavano quella in altre Bella Ciao”. Ma non erano uguali, dice David Parenzo, una era espressione della libertà, l’altra della tirannide.

Donazzan: “Ah, non erano uguali? Io con Faccetta Nera ci sono cresciuta…”.

Parenzo: “Se un assessore in Germania avesse cantato l’inno delle Ss sarebbe stato cacciato a pedate nel culo”.

Donazzan: “Io l’ho cantata per difendere la Molisana, che ha fatto bene a fare quella pubblicità, è stata difesa persino dal Gambero Rosso. Faccetta Nera è parte della storia della mia famiglia. Se lei Parenzo pensa che io non faccia bene l’assessore è un’altra cosa, dica che mi tolgano e basta”.

Parenzo: “Magari anche Mussolini ha fatto una strada, però ha mandato milioni di persone nei campi di sterminio. E lei fa anche l’assessore all’istruzione”.

Donazzan: “La mia canzone di riferimento è Faccetta Nera, quella della Boldrini sarà Bella Ciao. Che problema c’è? Me l’ha insegnata mio zio”.

Parenzo: “Ma se avessero vinto quelli del suo amato zio io non sarei qui, questa è la differenza”.

Donazzan: “Mio zio Costantino era un militare fascista e una volta mi disse, quando gli chiesi perché aveva scelto il fascismo: Putea, se giura na volta soea, Bambina, si giura una volta sola.E’ rimasto fedele, e io lo amo. Punto”.

Parenzo: “Se avesse vinto lo Zio Costantino io non ci sarei, i miei sono stati costretti a scappare in Svizzera”.

Donazzan: “Giù le mani da Zio Costantino, però mi dispiace per la sua famiglia, le leggi razziali furono un’aberrazione”. Perché fece tante cose buone, giusto: “Bravi, vedo che cominciate a studiare. La cosa migliore che fece Mussolini fu l’Iri, oggi ne avremmo bisogno. Poi l’Inps, l’Inail, la retorica del Milite Ignoto, i sacrari, l’Opera nazionale dell’infanzia, ma che facciamo l’elenco, ce ne sono tante di cose buone…”

Da huffingtonpost.it l'11 gennaio 2021. “Chi canta inni fascisti non può stare in un’istituzione e, peggio, fare l’assessore all’Istruzione”. Lo afferma in una nota il gruppo Pd al Consiglio regionale del Veneto, con il capogruppo Giacomo Possamai, commentando l’accaduto alla trasmissione radiofonica ‘La Zanzara’, dove l’assessore Elena Donazzan (Fdi) ha intonato “Faccetta nera”. “Abbiamo assistito sconcertati alla ‘performance’ - proseguono i consiglieri dem - e presenteremo un’interrogazione a Zaia non solo per chiedergli di dissociarsi ufficialmente, ma per sapere se intende toglierle le deleghe, visto che lei non darà autonomamente le dimissioni. È un episodio gravissimo, purtroppo non il primo, che non può essere ancora derubricato a ricordo di infanzia o goliardata. È assolutamente fuorviante parlare di libertà di pensiero e libertà delle persone, come ha fatto la Donazzan per difendersi dalle accuse, perché il fascismo fu esattamente l’opposto: odio, razzismo e sopraffazione, il periodo più buio della storia d’Italia. La Giunta prenda le distanze, ma lo faccia sul serio, non a parole”, conclude la nota.

È stato giusto censurare Trump? La "libertà" ai tempi dei social. La chiusura dell'account di Donald Trump e il "boicottaggio" di Parler, social network vicino alle posizione della destra americana, impone una riflessione sulla libertà d'espressione. Ecco l'opinione delle "zanzare" David Parenzo e Giuseppe Cruciani. Francesco Curridori e Domenico Ferrara, Mercoledì 13/01/2021 su Il Giornale. La chiusura dell'account di Donald Trump e il 'boicottaggio' di Parler, social network vicino alle posizione della destra americana, impone una riflessione sulla libertà d'espressione. Ecco l'opinione delle 'zanzare' David Parenzo e Giuseppe Cruciani.

È giusto che aziende private, che svolgono comunque ormai un servizio pubblico, detengano il diritto di censurare autonomamente i profili?

Parenzo: “No, secondo me, queste grandi infrastrutture strategiche vanno regolamentate, o meglio si deve regolamentare l'ordine della discussione. Se uno avesse scritto una bestialità come: “W Totò Riina” che cosa sarebbe successo? Gli avrebbero chiuso il profilo. Quando, invece, qualcuno incita al fascismo si dice: “vabbè tanto è un'opinione...”. Qui la cosiddetta libertà d'opinione non viene messa in discussione. Qui c'è un altro tema. Twitter e Facebook hanno bisogno di silenziare Trump perché, in un momento molto critico, il presidente in carica non riconosceva il risultato elettorale e addirittura incitava i suoi alla rivolta tanto che c'è stato l'assalto a Capitol Hill. A quel punto il privato che gestisce quell'account, legittimamente, lo ha chiuso perché Trump ha violato le regole che si era impegnato a rispettare quando si è iscritto”.

Cruciani: “I social sono società private e hanno il diritto di fare quello che vogliono. Il problema è che spesso lo fanno per motivi politici. Pur essendo aziende private forniscono un servizio come il telefono e ormai sono talmente diffuse che chiudere un profilo è come privare qualcuno della libertà d'espressione. Il problema è che queste aziende agiscono in base a questioni politiche o algoritmi che capiscono solo loro. Se Trump fosse stato eletto, nonostante quello che ha scritto prima le elezioni (che non è diverso da ciò che ha scritto dopo), non gli avrebbero oscurato il profilo. Lo stesso avviene con la Donazzan in Italia che canta Faccetta nera. È chiaro che spesso ci sono pressioni politiche di alcuni gruppi che evidentemente scattare certe reazioni ora più che in altre occasioni”.

Perché se la censura colpisce ambienti di destra si grida meno alla scandalo e, anzi, spesso si applaude?

Parenzo: “Qui non è questione di destra o di sinistra. Se un imbecille scrivesse: “W le BR” o “W Totò Riina”, io vorrei che fosse censurato, mi indignerei ugualmente. La stupidità è pensare che il problema sia di destra o di sinistra. Certo, oggi siamo di fronte al fatto che un signore, grazie al suo incitamento, ha provocato l'assalto. All'opposto, mi incazzerei se qualcuno in Italia dicesse che la mafia ha creato molti posti di lavoro oppure che le BR hanno fatto bene a uccidere Aldo Moro. Chiederei la chiusura del profilo senza sé e senza ma e, non per questo, vorrei essere considerato un illiberale. Non è una questione di opinione tollerabile. Non si può essere tolleranti con gli intolleranti, come diceva Karl Popper, padre del liberalismo. Non confondiamo la libertà d'opinione con la libertà d'insulto e di istigare alla violenza. Io, poi, non accetto lezioni di libertà da una destra che fino a ieri considerava dei punti di riferimento Orban e Putin che hanno chiuso università e giornali. E ammetto che sia una contraddizione che loro siano ancora su Twitter".

Cruciani: “Questo avviene perché la libertà d'espressione è a corrente alternata. Con la scusa del fascismo, dell'incitazione all'odio, reati punibili già adesso attraverso le leggi attuali con una semplice denuncia, si vuole impedire di esprimersi e di comunicare con alcuni mezzi di comunicazione di massa che sono più importanti di Rai e Mediaset”.

Ci stiamo avviando a una dittatura del politicamente corretto stabilito dai Google, Amazon, Facebook e Twitter che hanno tarpato le ali al social Parler?

Parenzo: “No, è un'assoluta puttanata, anzi il polittically uncorrect è talmente mainstream che chi prova a dire: “guardate che questo, secondo me, non si può pubblicare”, divento io il censore. Ormai si può dire tutto e il suo contrario. Se Trump convoca una conferenza stampa, i giornalisti vanno e giustamente lo raccontano. Non diciamo puttanate. Oggi non si reprime nulla e impera il politicamente scorretto. E io che dico: 'guardate che le Br hanno fatto bene a uccidere Aldo Moro non è politicamente scorretto, è una stronzata', non sono politicamente corretto”.

Cruciani: “Il timore è questo: adesso dove si arriva? Siccome i padroni di questi social network sono molto potenti è evidente che non possono consentire lo sviluppo di strumenti di comunicazione dove nessuno può interferire. Di istigazione all'odio è pieno Twitter e Facebook e bastano le leggi attuali per punirlo”.

La chiusura del profilo Twitter di Libero mina la libertà di stampa?

Parenzo: "Beh, il giornale mi pare che sia uscito e lo stesso Feltri ha detto: “chi se ne frega”. Libero ha un suo direttore e un suo editore ed esce. Qui si parla della libertà d'opinione, ossia del fatto che il proprietario di Twitter ha deciso che alcune espressioni usate dal quotidiano Libero fossero incompatibili con la sua comunità. Sono il primo a dire che questa scelta non va lasciata in mano ai privati, ma o decidiamo che Twitter e Facebook sono responsabili dei contenuti che vengono veicolati e, quindi, fanno gli editori oppure se i social restano un campo libero in cui qualcuno può dire qualunque cosa, come in piazza, bisogna che qualcuno se ne assuma la responsabilità. Pensare che Twitter e Facebook siano delle zone franche dove ognuno è libero di dire quel che vuole oppure stabiliamo che insultare non è libertà”.

Cruciani: “Quello è un caso controverso. Non si è capito per quali motivi sia stato temporaneamente chiuso e, quindi, non mi avventurerei su questa polemica”.

La censura sui social dovrebbe essere regolamentata per legge? E se sì, come?

Parenzo: “Nel merito Twitter ha fatto benissimo a chiudere l'account di Trump, ma mancano una serie di norme che regolamentano questa infrastruttura strategica che, adesso, ci accorgiamo che può essere determinante nella creazione di un'opinione pubblica perché il social non è un giornale che ha dietro un editore che sceglie cosa pubblicare. Il dibattito pubblico sui social deve essere regolamentato, il che non lede la libertà d'opinione. Incitare alla violenza in una piazza non è possibile. Siccome oggi la piazza virtuale è come la piazza di una volta servono delle regole che c'erano anche quando i partiti facevano i loro comizi tant'è che se qualcuno incitava alla violenza interveniva la forza pubblica e, come minimo, ti multava. Ora non si capisce perché sui social tutto debba essere concesso”.

Cruciani: “No, ci sono già le leggi esistenti. Poi i social network privati hanno le loro regole che spesso, però, vengono applicate in maniera un po' distopica e arbitraria. Spesso qualcuno può sospettare che ciò venga fatto per motivi politici dal momento che i loro fondatori sono grandi elettori del Partito Democratico americano”.

Libertà di espressione e destituzione: Trump ci lascia due dilemmi. Biden e Pelosi hanno idee diverse sulla messa in stato d’accusa, ma resta anche il problema del bando di Twitter. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud il 12 gennaio 2021. Il caso Trump pone due dilemmi. Uno politico sulla sua destituzione, uno sulla libertà di espressione dopo il suo bando da Twitter. Esistono due modi per affrontare la questione della destituzione (impeachment) di Donald Trump. Il primo è quello di Nancy Pelosi, la presidente della camera dei rappresentanti che rifiuta l’impunità per un presidente che, secondo le sue parole, ha “incitato all’insurrezione”. Il secondo è quello di Joe Biden, il presidente eletto, che privilegia la “riconciliazione” e teme che un processo per la destituzione di Trump possa accentuare le divisioni nel paese. Questo dibattito dovrà essere risolto alla svelta perché Trump lascerà la Casa Bianca tra nove giorni. Ci sono poi le pressioni su Mike Pence perché attui il 25mo emendamento della costituzione per mandare a casa il presidente uscente: ma il vice di Trump non è mai stato un cuor di leone ed è difficile che imbocchi questa strada. Il Washington Post ritiene che sarà difficile ottenere anche un impeachment per cui suggerisce una strada più simbolica ma forse anche più concretamente politica: che il Congresso voti una mozione di censura che obblighi i repubblicani a schierarsi contro Trump, senza doverlo far fuori, su una questione di principio, ovvero che non si mettono in discussione i risultati del voto una volta che sono stati convalidati. Ne va della sopravvivenza della democrazia americana che in ogni caso ha bisogno di importanti e urgenti riforme a partire da un sistema elettorale che fa acqua da tutte le parti: per modificarlo, è bene ricordarlo, ci vogliono comunque i due terzi dei voti al Congresso, quindi servono un’unità di intenti e una convergenza che per il momento appaiono assai labili. Perché i democratici vogliono l’impeachment e la condanna di Trump, anche con un procedimento che si concluderà dopo il 20 gennaio? L’obiettivo dei democratici è quello di scongiurare attraverso la procedura di impeachment – la seconda dopo quella andata già a vuoto per abuso di potere – il rischio che Trump si ricandidi nel 2024. Dopo quanto accaduto il 6 gennaio questa prospettiva appare improbabile ma il presidente uscente conserva ancora l’appoggio di parte dei 74 milioni di elettori che l’hanno votato. La destituzione renderebbe un ritorno ancora più difficile. Emerge la spaccatura del paese insieme all’impatto delle menzogne ripetute da Trump sui presunti brogli, I primi sondaggi sono inquietanti. Il 68 per cento dei repubblicani non ritiene l’assalto al Campidoglio una minaccia per la democrazia, il 22 per cento approva addirittura l’iniziativa e il 77 per cento rifiuta di accettare che Trump lasci la Casa Bianca. L’effetto delle bugie ripetute da Trump a proposito dei presunti brogli è devastante sul panorama politico del Paese. La maggioranza degli elettori di Trump, tra l’altro, dichiara di essere fedele a lui, non al partito repubblicano. E questo la dice lunga sul punto in cui sono arrivati gli Stati Uniti e la paura di condannarlo da parte dei rappresentanti repubblicani che per quattro anni hanno avallato le sue menzogne e le sue fesserie, compresa la strategia anti-pandemia. Ecco perché tirare giù dal piedistallo Trump non è così semplice di fronte a un Paese spaccato. Poi c’è la questione Twitter. Anche qui c’è una divisione tra chi ritiene legittimo quanto ha fatto Twitter, buttandolo fuori dalla piattaforma, e chi invece pensa che sia stata esercitata una forma di censura. Chi appoggia la prima tesi sostiene che Twitter è una piattaforma privata e ha la facoltà di decidere _ anche su basi di sentenze della Corte suprema _ chi può farne parte e chi no. Le grandi aziende di social media, secondo questa posizione, hanno quindi il diritto di sospendere chiunque in quanto non sono canali di informazione. Ma è davvero così? In realtà sappiamo benissimo che un grande parte della popolazione, non solo negli Stati uniti ovviamente, prende le sue informazioni proprio dai social media. C’è chi ritiene che la decisione di censurare Trump non spetti a Twitter ma a un’autorità politica costituita per legge, come quella sulla privacy, che decida in base alla costituzione chi debba essere censurato o espulso. In poche parole si mette in dubbio che questi social media, pur essendo di proprietà privata, decidano o meno senza appello e senza possibilità di controllo. Ovviamente nelle autocrazie e nelle dittature il problema non si pone: sono questi regimi che decidono che cosa fare e infatti oscurano Twitter o Facebook quando gli pare e tengono strettamente sotto il controllo della loro censura i social media. Ma la questione c’è evidentemente, perché oggi la censura è stata applicata a Trump un giorno a chissà chi altro: la posizione che possono fare quel che vogliono perché si tratta di mezzi privati alla fine è debole. Intanto Twitter ieri ha perso in Borsa il 6,4 per cento e non è un caso: l’account di Trump era seguito da 88 milioni di persone.

Da ilmessaggero.it il 13 gennaio 2021. YouTube sospende il canale Donald Trump per una settimana per aver postato un video che incita alla violenza. Il presidente non potrà caricare nuovi contenuti per un «minimo di una settimana». La Camera intanto, approva la risoluzione che chiede al vicepresidente Mike Pence di invocare il 25° emendamento e rimuovere Trump. Mentre era in corso il dibattito in aula, Pence ha fatto recapitare una lettera alla speaker della Camera, Nancy Pelosi, nella quale spiegava che il ricorso al 25° emendamento non era nel miglior interesse del paese. Il no ufficiale di Pence spiana la strada all'impeachment.

Estratto dell’articolo di  Alex Shephard per newrepublic.it il 13 gennaio 2021. Venerdì, nel corso di alcune ore straordinarie, l’iPhone di Donald Trump è stato reso praticamente inutilizzabile – presumibilmente può ancora fare chiamate e fotografie, ma nient’altro. Il presidente è stato bannato non solo da Twitter e da Facebook, dove aveva più di 150 milioni di follower in totale, ma anche da YouTube, Shopify, Stripe, Twitch e, forse più assurdo, da Spotify. Se uno sconsolato Trump volesse ballare (da solo) “Macho Man”, dovrebbe comprarsi una copia fisica. (…) Il ban dei social media, in particolare da Twitter, il giocattolo preferito dal presidente, è stato immediatamente riconosciuto come una perdita incalcolabile per il presidente uscente. La carriera politica di Trump è stata costruita in gran parte sulla sua capacità di aggirare i media tradizionali e dettare l’agenda 140 (e poi 280) caratteri alla volta. "La presidenza Trump, e in effetti quasi tutta la sua carriera politica, è inscindibile dalla piattaforma", ha scritto Charlie Warzel del New York Times. Lo stesso Trump ha descritto questa dinamica come "Posso scrivere 'bing bing bing' e loro lo mettono su non appena lo twitto". Come presidente, Trump raramente ha rilasciato interviste o ha risposto alle domande della stampa. Il suo pulpito era Twitter, e ora non c'è più. Ma la stretta associazione tra Trump e Twitter oscura l’importanza che ha avuto e ha ancora per la sua ascesa politica un mezzo più datato: la televisione, e in particolare i network via cavo. Trump potrebbe aver perso il suo account Twitter, ma gli incentivi perversi che hanno portato li network a parlare di ogni sua espressione - su Twitter, a un raduno o in qualsiasi altro luogo - esistono ancora. Il modo in cui le notizie via cavo lo trattano dopo la sua istigazione alla rivolta del Campidoglio potrebbe avere maggiori conseguenze per il mondo politico rispetto a un Trump senza Twitter, in particolare se i cable network rimangono eccessivamente deferenti ai politici repubblicani che difendono o scusano il comportamento di Trump. (…) Le buffonate di Trump erano un buon affare per le reti. L'attenzione ossessiva rivolta a Trump, ha detto Leslie Moonves della CBS nel 2017, "potrebbe non essere un bene per l'America, ma è dannatamente buono per la CBS". Le reti - ad eccezione di Fox News - sono diventate sempre più antagoniste nei confronti di Trump e meno disposte a concedergli una copertura globale, ma il megafono è ancora lì. Sì, gran parte di quella copertura si è concentrata sui suoi tweet più roboanti, ma Trump è più che in grado di generare notizie senza social media. (…)

Le parole di Jack Dorsey. Trump bannato da Twitter, il patron del social: “Giusto, ma precedente pericoloso”. Redazione su Il Riformista il 14 Gennaio 2021. Giusto ma pericoloso. Questo, in estrema sintesi, il pensiero di Jack Dorsey, fondatore di Twitter, sul ban ai danni del Presidente Donald Trump dopo l’assalto e l’irruzione a Capitol Hill dello scorso 6 gennaio di suoi sostenitori che non accettano la transizione di potere verso il presidente eletto alle elezioni dello scorso 3 novembre Joe Biden. La decisione di ‘sospendere definitivamente’ l’account personale su Twitter Donald Trump è stata la scelta “giusta”, ma rappresenta anche un “fallimento” e un “precedente”, che è “pericoloso”. Dorsey ha scritto su Twitter il suo pensiero di non aver festeggiato e di non essersi sentito orgoglioso per la sospensione. E’ “un fallimento da parte nostra nel promuovere un discorso sano” e “dover prendere” queste misure “frammenta il discorso pubblico”. “Ci dividono – ha aggiunto – Limitano il potenziale per un chiarimento, un riscatto, per imparare. E costituiscono un precedente che ritengo pericoloso: il potere che un individuo o un’azienda ha su una parte del discorso pubblico globale”. Il presidente americano in carica è stato messo sotto accusa per la seconda volta con l’approvazione dell’impeachment alla Camera, proprio a causa dei fatti dello scorso 6 gennaio. Poche ore prima aveva tenuto un comizio nei pressi di Capitol Hill tornando ad agitare gli spettri di frode e di brogli. Dorsey ha comunque rivendicato come l’equilibrio di potere sia stato rispettato dal momento che “se le persone non sono d’accordo con le nostre regole possono semplicemente rivolgersi a un altro servizio”. Ma “questo concetto è stato rimesso in discussione la settimana scorsa quando un certo numero di fornitori di strumenti Internet fondamentali hanno deciso di non ospitare più quello che ritenevano pericoloso”. E su questo punto non crede si sia trattato di un coordinamento: “Più probabilmente le società sono arrivate alle proprie conclusioni o sono state spinte dalle azioni di altri”. E quindi “dobbiamo tutti esaminare le contraddizioni della nostra politica e della sua attuazione, dobbiamo pensare a come il nostro servizio possa incentivare follie e danni, c’è bisogno di maggiore trasparenza nelle nostre operazioni di moderazione” dei contenuti per un Internet “libero e aperto”.

Camilla Conti per “La Verità” il 15 gennaio 2021. «Non festeggio né mi sento orgoglioso di dover bandire @realDonaldTrump da Twitter o come siamo arrivati qui. Dopo un chiaro avvertimento che avremmo intrapreso questa azione, abbiamo preso una decisione con le migliori informazioni che avevamo in base alle minacce alla sicurezza fisica sia su Twitter che fuori. Era corretto?». È questo il primo di tredici brevi messaggi pubblicati nella notte di mercoledì - nel gergo del social network si chiama thread per indicare una discussione sviluppata da singoli utenti - con cui il gran capo di Twitter, Jack Dorsey, ha spiegato la sua scelta di bandire il presidente uscente Trump dalla piattaforma. Con una lunga riflessione che però rivela anche qualche indizio sulla futura strategia del colosso tech. Fare soldi con i bitcoin. Cosa ha cinguettato Dorsey? «Abbiamo affrontato circostanze straordinarie e insostenibili che ci hanno costretto a concentrare tutte le nostre azioni sulla sicurezza pubblica», si legge nel post del Ceo, secondo cui il pericolo che le conversazioni online producano danni reali è conclamato e concreto. Il nostro obiettivo in questo momento è quello di disarmare il più possibile», prosegue Dorsey riconoscendo però che bannare un account «ha implicazioni reali e significative. Nonostante ci siano chiare e ovvie eccezioni, ritengo che un ban rappresenti un fallimento per noi nel promuovere un dibatto sano». Al contrario «i divieti frammentano la conversazione pubblica. Ci dividono. Limitano il potenziale per chiarirsi, redimersi e apprendere. Il ban inoltre crea un precedente a mio avviso pericoloso: il potere che un individuo o un'azienda esercita su una parte della conversazione pubblica globale». Uno degli aspetti relativi alla politica di regolamentazione dei contenuti infatti è che gli utenti sono liberi di spostarsi altrove, se non si trovano d'accordo con le regole adottate da quella determinata piattaforma. «Questo concetto tuttavia è stato messo in discussione la scorsa settimana quando diversi provider di servizi Internet hanno deciso di non ospitare ciò che ritenevano pericoloso», ha aggiunto riferendosi indirettamente a Facebook, Youtube e a Snapchat. «Sebbene tali azioni potrebbero essere giustificate al momento attuale, «nel lungo termine potrebbero essere distruttive per il nobile scopo e gli ideali di un Internet aperto», ha poi sottolineato Dorsey. Quasi un mea culpa, ma solo all'apparenza. Perché il vero punto dove mister Twitter vuole arrivare è un altro. Lo si capisce a metà del ragionamento quando improvvisamente Dorsey vira su un argomento a lui assai caro: i bitcoin. «Una tecnologia Internet fondamentale che non è controllata o influenzata da nessun singolo individuo o entità. Questo è ciò che Internet vuole essere e nel tempo lo sarà ancora di più. Stiamo cercando di fare la nostra parte finanziando un'iniziativa attorno a uno standard decentralizzato aperto per i social media. Il nostro obiettivo è essere un cliente di questo standard per il livello di conversazione pubblica di Internet. Noi lo chiamiamo Blu Sky», ovvero cielo blu. Al netto dei nomi stilosi e della narrazione che piace tanto ai dem - il «cattivo» è stato silenziato sacrificandolo sull'altare della democrazia - Dorsey e altri big social della Silicon Valley hanno capito che la bolla sta per scoppiare, che il business model delle piattaforme social è arrivato a fine corsa e va rivisto. Senza dimenticare che la mossa «democratica» varata dopo la rivolta in Campidoglio piace molto ai fan del presidente designato Joe Biden ma meno a Wall Street dove hanno perso terreno le azioni di Twitter (solo dall'insediamento di Trump quattro anni fa erano balzate del 160%) che si ritrova con meno utenti e quindi una minor capacità di attirare inserzionisti. Ecco perché il capo di Twitter sta lavorando al nuovo modello decentralizzato per i social media (ovvero non di proprietà di una singola piattaforma) plasmato dalla cosiddetta tecnologia blockchain, tecnologia usata per i bitcoin che possa «fornire un sistema affidabile in un ambiente sfiduciato». E farlo guadagnare. Perché Dorsey è anche al timone di Square, una società di pagamenti su Internet, che ha acquistato 50 milioni di dollari di bitcoin come parte di una scommessa sulla criptovaluta. Non solo. Per conto di Square, il magnate della tecnologia sta combattendo contro una proposta federale che costringerebbe la società a monitorare con maggiore attenzione le transazioni di criptovaluta. Il co-fondatore di Twitter ha criticato le regole proposte dal Financial Crimes Enforcement Network statunitense in una lunga lettera aperta: i regolamenti richiederebbero a Square e ad altre istituzioni finanziarie di raccogliere il nome e l'indirizzo fisico di chiunque invii o riceva più di 3.000 dollari di criptovaluta in una singola transazione. Le società dovrebbero riferire tali informazioni ai federali per transazioni superiori a 10.000 dollari. Dorsey sostiene che richiedere tali informazioni creerebbe un obbligo oneroso per le società finanziarie e le nuove regole potrebbero offrire ai consumatori un incentivo a utilizzare i propri portafogli di criptovaluta invece di fare affidamento su società consolidate come Square. Ricordando anche, nella lettera, che non esistono requisiti di registrazione così rigidi per le grandi transazioni cash: «se una madre ha dato a sua figlia 4.000 dollari in contanti, la figlia potrebbe depositare i soldi in una banca senza che questa debba raccogliere alcuna informazione sulla madre». La lunga serie di post pubblicati mercoledì notte dal numero uno di Twitter si conclude con questo messaggio: «Tutto ciò che impariamo in questo momento migliorerà i nostri sforzi e ci spingerà ad essere ciò che siamo: un'umanità che lavora insieme». Affinché il cielo sia sempre più blu, soprattutto per Dorsey.

 (ANSA 12 gennaio 2021) Amazon difende la sua decisione di bloccare Parler e chiede alla giustizia americana di non ordinare di reintegrare il servizio. "Parler ha violato il contratto ospitando contenuti violenti e non agendo tempestivamente nel rimuoverli", afferma Amazon nei documenti depositati in tribunale. Amazon ha sospeso Parler nei giorni scorsi dopo che il servizio è stato usato dai sostenitori di Donald Trump per organizzare le proteste al Campidoglio. Parler ha fatto causa ad Amazon, chiedendo a un giudice federale di Seattle di ordinare ad Amazon il reintegro immediato.

Ina Fried per axios.com il 13 gennaio 2021. In una dichiarazione in tribunale martedì scorso, Amazon ha dichiarato di aver rimosso il social network di destra Parler dal suo servizio cloud AWS dopo aver segnalato dozzine di contenuti violenti a partire da novembre.

Perché è importante: Parler ha citato in giudizio Amazon, sostenendo che la sua espulsione viola le leggi antitrust. Nella sua risposta, Amazon cita tra le sue difese il contenuto violento e la sua protezione ai sensi della sezione 230 del Communications Decency Act.

Dettagli: Amazon sostiene di aver inviato per la prima volta una lettera il 17 novembre con due esempi di contenuti violenti e ha chiesto alla società se tali contenuti violassero le regole di Parler e cosa stesse facendo la società per moderare tali contenuti. Nelle successive 7 settimane, Amazon ha dichiarato di aver segnalato più di 100 contenuti al chief policy officer di Parler, comprese le minacce dirette specificamente ai membri del Congresso.

Il quadro generale: Parler si è trovata in difficoltà con quasi tutti i suoi partner tecnologici, inclusi Twilio e Amazon, nonché Apple e Google, che hanno entrambi rimosso l'app dai rispettivi app store.

Cosa stanno dicendo: nella sua causa, Parler ha sostenuto che Amazon ha cospirato con Twitter per “gambizzare” il servizio proprio mentre stava guadagnando terreno. Amazon ha risposto che le sue azioni non riguardavano "la soppressione della parola o il soffocamento dei punti di vista", né "una cospirazione per limitare il commercio". Piuttosto, dice Amazon, "questo caso riguarda la dimostrata riluttanza e incapacità di Parler di rimuovere dai server i contenuti di Amazon Web Services che minacciano la sicurezza pubblica, ad esempio incitando e pianificando lo stupro, la tortura e l'assassinio di persone citate. funzionari e privati cittadini ".

Marilisa Palumbo per "corriere.it" il 27 gennaio 2021. Lauren Wolfe ha il tipico profilo della giornalista impegnata. E lavora(va) al New York Times, il giornale liberal per eccellenza, che in questi anni ha rafforzato la sua posizione e i suoi abbonamenti anche in virtù della vigile copertura di un presidente come Donald Trump, insofferente ai rituali della democrazia e profondamente ostile alla stampa. Ma quando Lauren, il giorno dell’insediamento di Biden, vedendo le immagini dell’aereo del presidente eletto atterrare alla Joint Base Andrews diretto a Washington, ha scritto «ho i brividi» , su di lei si è scatenata una campagna di bullismo social da destra molto simile a quelle che la sinistra dura e pura ha lanciato nei mesi passati contro chi sosteneva posizioni «non ortodosse». E il quotidiano — con il quale, ha specificato il management, Wolfe aveva una collaborazione, non un contratto fisso — l’ha licenziata. Non solo per il tweet, specificano (Wolfe aveva anche scritto che era infantile per Trump non mandare un aereo militare a prendere Biden, e l’aveva poi cancellato ammettendo che fosse inaccurato), ma senza aggiungere altri dettagli. A luglio dal Times se n’era andata Bari Weiss, assunta perché doveva essere una giovane voce centrista aperta ad argomenti conservatori, che ha lasciato stufa degli attacchi, compresi quelli di molti suoi colleghi, ricevuti su Twitter. Forse Lauren è (era) tra chi pensa che la cancel culture non esiste, e si scopre a esserne l’ultima vittima. È chiaro che nel quotidiano newyorchese deve esserci una certa tensione rispetto alle accuse anche preventive di partigianeria nei confronti della nuova amministrazione. Semplici lettori moderati e «mob» di destra aspettano il Nyt al varco per sapere se mostrerà nei confronti di Biden la stessa severità usata nei confronti di Trump (FoxNews va già ripetendo che i media liberal coprono le bugie di «Santi Joe e Kamala»). Ma licenziare una giornalista per un seppure discutibile tweet? Negli Stati Uniti il caso ha riaperto la discussione sulla «polizia del pensiero» di Twitter, e cioè su come l’onda dell’indignazione decida chi può parlare e chi no, chi può dire cosa: con alcuni interessanti cortocircuiti che dimostrano quanto il dibattito sia ingarbugliato. Tra i difensori di Wolfe Alyssa Milano, attrice attivista e paladina del #metoo, che ha twittato l’hashtag #rehireLauren. Mesi fa Milano aveva scritto che la cancel culture è un’arma della destra, non degli ultrà liberal, ora lancia un «cancelletto» chiedendo ai suoi 3 milioni e mezzo di follower di fare pressione sul «New York Times» e subito molti di loro sono passati alle minacce: riprendete Wolfe o cancello l’abbonamento (Wolfe stessa ha pregato di non farlo, difendendo il valore del giornale). È un fatto che Wolfe abbia violato una policy del New York Times, quella di non esprimere opinioni personali attraverso i propri social media. Ma la punizione — a prescindere se sia vero o no, come dicono gli avvocati della giornalista, che la condizione non si applicasse a lei che non era assunta a tempo indeterminato — è proporzionata alla violazione? «I giornalisti dovrebbero essere giudicati dalla correttezza del loro lavoro, non da un tweet occasionale o un commento o una mail privata in cui sono espresse preferenze umane — ha scritto sempre su Twitter Wesley Lowery di 60 minutes —: Risposte vigliacche e reazionarie all’indignazione online sono più imbarazzanti e minano l’integrità dell’istituzione giornalistica più di qualunque cosa abbia twittato un membro dello staff». E ancora: perché,come ripetono tanti di quelli che stanno difendendo Wolfe, una giornalista come Rukmini Callimachi che ha commesso degli errori clamorosi nel pluripremiato podcast Caliphate, è stata solo assegnata a un altro desk, e chi l’ha «coperta» non è stato «punito»? La risposta di una serie di fonti del New York Times a Joe Pompeo, che ha ricostruito il caso per Vanity Fair, sulla gravità della sanzione a Wolfe è che la giornalista fosse stata già ammonita per il suo comportamento sui social. «Per ragioni di privacy non ci addentriamo nei dettagli di una vicenda personale, ma possiamo dire che non abbiamo chiuso il contratto di un impiegato a causa di un singolo tweet — ha detto a Pompeo un portavoce del Times — Per rispetto delle persone coinvolte, non intendiamo commentare ulteriormente». Un dettaglio che non chiarisce tutto, e sicuramente non chiude il dibattito.

(ANSA il 27 gennaio 2021) - Youtube ha annunciato di aver esteso per la terza volta la sospensione di Donald Trump, dopo le violazioni della politica della piattaforma e l'istigazione dei suoi fan ad assaltare il Congresso per bloccare la certificazione della vittoria di Joe Biden. Le prime due volte era stato per una settimana, l'ultima non indica un termine rendendo la sospensione a tempo indeterminato. Youtube ha anche vietato temporaneamente al suo avvocato Rudy Giuliani di partecipare ad un programma che gli consente di ricavare soldi, per le false accuse di brogli elettorali.

ANDREA DANIELE SIGNORELLI per lastampa.it il 27 gennaio 2021. Sono passati solo pochi giorni da quando Donald Trump ha smesso di essere il presidente degli Stati Uniti, ma il tempo trascorso sembra molto più lungo. È come se Trump avesse lasciato la Casa Bianca non il 20 gennaio, ma due settimane prima: quando Facebook, Twitter e altre piattaforme hanno deciso di sbarazzarsi almeno temporaneamente dei suoi account social, in seguito all’assalto al Campidoglio di Washington da parte di una folla aizzata proprio dal presidente. Abituati com’eravamo ad assorbire ogni giorno decine e decine di tweet incendiari di Donald Trump – ultimamente quasi tutti riferiti agli inesistenti “brogli elettorali” di cui sarebbe stato vittima –, il silenzio che è calato da qualche tempo a questa parte ha rappresentato una netta inversione rispetto ai cinque anni precedenti (contando anche la lunga fase che lo ha visto protagonista delle primarie repubblicane). Quanto durerà questa pace? E che effetti avrà sul panorama dei social network e di internet nel complesso? Prima di tutto, va detto che la figura di Donald Trump ha già cambiato per sempre il mondo social. Con la sua sola presenza, l’ex presidente ha costretto i colossi digitali a fare ciò che per oltre un decennio si sono rifiutati di fare: combattere in maniera proattiva la disinformazione, abbandonando la posizione, sempre meno sostenibile, secondo cui Facebook e Twitter sono “piattaforme neutrali”. È questo il lascito più duraturo di Trump: ormai Mark Zuckerberg e Jack Dorsey sanno, nel bene e nel male, che il loro compito non è solo quello di fornire a chiunque una voce online, ma anche di stabilire regole chiare su come questa voce possa essere utilizzata e agire di conseguenza quando vengono infrante. A dare l’idea di quanto fosse ingombrante la presenza di Trump sono però soprattutto alcuni numeri. Secondo un report di Zignal Labs, nei giorni immediatamente successivi alla sospensione di Donald Trump ci sarebbe stato un calo nella circolazione delle fake news sulle elezioni statunitensi del 73% (da 2,29 milioni di menzioni di presunti brogli a circa 600mila). Stando ai dati di un’altra società, CrowdTangle, lo stesso fenomeno si sarebbe verificato su Facebook: da 10.600 post pubblici che utilizzavano il termine “Stop the steal” (con cui i più accesi sostenitori di Trump denunciavano il supposto furto elettorale) a 7.700, un calo del 30% circa. Ovviamente, questo non è l’effetto del solo allontanamento di Trump dai social, perché contestualmente Twitter e Facebook hanno sospeso un gran numero di personalità legate alla teoria del complotto QAnon; alcune di queste – come l’ex consulente legale di Trump Sidney Powell o il suo ex consulente alla sicurezza Mike Flynn – con centinaia di migliaia di follower. Solo Twitter ha cancellato oltre 70mila di questi profili, riducendo enormemente la quantità di disinformazione che proprio da questi account era originata. Le azioni intraprese dalle piattaforme hanno avuto un immediato effetto rasserenante su tutto l’ecosistema social. Un analisi di Media Matters mostra come, prima della sospensione di Trump, l’engagement (like, commenti e condivisioni) generato dalle pagine di destra presenti su Facebook rappresentasse il 47,5% del totale delle pagine politiche; mentre quelle di sinistra si fermavano al 25,3%. In seguito alla sospensione di Trump, la situazione si è parzialmente riequilibrata: l’attività sulle pagine di destra oggi conta per il 37,5%, quelle di sinistra per il 30%. Secondo Media Matters, questo indicherebbe come la temperatura politica sulle pagine di destra, che nei giorni precedenti alla sospensione di Trump aveva raggiunto livelli febbrili, sia rapidamente calata. Al momento, Trump è stato sospeso da un totale di 17 società tecnologiche (YouTube, Snapchat, TikTok, Pinterest, Twitch, Shopify e altre), ma è probabile che nella maggior parte dei casi si tratti solo di una sospensione temporanea (il gran giurì di Facebook dovrebbe esprimersi a breve a riguardo). Cosa succederà in caso di ritorno? “Gli ex presidenti di solito hanno l’abitudine di tenersi lontani dai riflettori e di non commentare l’operato dei loro successori, ma Trump difficilmente osserverà questa convenzione come non ha osservato nessuna delle altre”, ha spiegato il docente di Scienze Politiche Christopher Federico. “Nella misura in cui rimarrà un opinion leader e figura cruciale del mondo repubblicano, il volume sui social potrebbe non abbassarsi quanto immaginiamo”. Lo stesso Trump, nel suo discorso di congedo, ha infatti annunciato di voler tornare al centro della scena “in una forma o nell’altra”. Secondo alcuni analisti starebbe pensando di dare vita a un suo partito politico (c’è già il nome: Patriot Party). Se così fosse, ci sarebbe un solo modo per prolungare la tranquillità che dopo il 6 gennaio è calata sui social: rendere la sospensione di Trump permanente su tutte le piattaforme; relegandolo agli angoli più oscuri di internet come Parler o Gab.

Roberto Vivaldelli per ilgiornale.it il 2 aprile 2021. L'ex Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump non solo non può avere un account su Facebook e Instagram - oltre a YouTube - ma non può nemmeno essere intervistato. Non è un lontano mondo dispotico ma è la realtà che stiamo vivendo, dove i colossi Big Tech stanno, sempre di più, decidendo chi può prendere parola o meno, cosa è verità e cosa non lo è, in maniera del tutto arbitraria e pericolosamente ideologica, ovviamente a danno dei conservatori di tutto il mondo. Lara Trump, moglie del figlio del tycoon, Eric, ha intervistato suo suocero sulla sua pagina in un videoclip subito rimosso da Facebook. Come riporta l'agenzia Adnkronos, si tratta di un'ulteriore mossa adottata da Facebook nei confronti di Trump, dopo che a gennaio aveva chiuso il suo profilo Twitter in seguito all'assalto al Congresso da parte dei suoi sostenitori. "In linea con il blocco che abbiamo posto agli account Facebook e Instagram di Donald Trump, ulteriori contenuti pubblicati con la voce 'Donald Trump' verranno rimossi e comporteranno ulteriori limitazioni sull'account", si legge in un'e-mail. Una decisione che Lara Trump ha definito "orwelliana". "Stiamo andando verso 1984 di George Orwell, è proprio così" ha commentato sui social media. Eric Trump ha pubblicato una copia di un'e-mail che ha ricevuto da un dipendente di Facebook, affermando che il blocco si applica a tutti gli account e le pagine della campagna, incluso il Team Trump, e a tutto ciò che riguarda l'ex Presidente Usa. "È così orribile - cosa sta diventando il nostro Paese?" ha scritto il figlio dell'ex Presidente Usa su Instagram. Per il senatore repubblicano Lindsey Graham è tempo di regolamentare i social media: "La guerra di Big Tech al conservatorismo e tutte le cose che riguardano Trump deve essere fermata. Ora, Facebook ha deciso che Lara Trump non può intervistare suocero. Chi prende queste decisioni? I liberal che gestiscono Big Tech. Tempo di abrogare la Sezione 230. Lotta con noi, Lara!" ha sottolineato Graham. Il testo della Sezione 230, che i repubblicani vogliono abrogare, dice infatti questo: "Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi". Una frase solleva i social network dalla responsabilità dei contenuti che vengono pubblicati sulle loro piattaforme. Che cosa ha detto l'ex Presidente Usa? Nell'intervista, durata circa 18 minuti, e pubblicata fra i podcast di Lara Trump, il tycoon è tornato a prendere di mira i social network e i media mainstream per aver censurato lo scandalo del computer di Hunter Biden, figlio del Presidente Usa Joe Biden: ha poi criticato l'agenda green del suo successore e si è scagliato contro la cancel culture imperante e contro il politicamente corretto. Ha poi anche parlato di una sua eventuale candidatura alle elezioni presidenziali nel 2024 e di come l'amministrazione Biden si stia dimostrando troppo debole nei confronti della Cina, avversario numero uno degli Stati Uniti a livello globale. "La domanda che tutti si pongono è: che cosa stai facendo ora?" ha chiesto Lara Trump all'inizio dell'intervista. "Sono in Florida, un bellissimo stato, dove abbiamo fatto un grandissimo risultato, come del resto in tanti altri stati. Ho vinto due volte le elezioni e la seconda di milioni di voti. In ogni caso amo la Florida, è un posto spettacolare".

La polemica. Rischio dittatura digitale, e se fossero gli Stati a spegnere i social? Massimiliano Capitanio, Deputato della Lega, su Il Riformista il 13 Gennaio 2021. Piattaforma sociale o dittatura digitale? Dirimere la questione è fondamentale per la sopravvivenza della cultura democratica. Staccando la spina a Trump, Twitter non ha solamente “spento” un cliente da oltre ottantanove milioni di followers. Bannando @realDonaldTrump e @Potus, ovvero President of The United States, il social network dei cinguettii ha tolto la libertà di espressione a un’intera Repubblica federale che, fino a prova contraria, trova rappresentanza nel suo Presidente. In Italia, poche ore dopo questa clamorosa censura, è stato “temporaneamente limitato” l’account del quotidiano Libero, reo, a detta dell’algoritmo di San Francisco, di aver “eseguito delle attività sospette”. Quali attività? Non vediamo l’ora di scoprirlo perché, come accaduto per Trump, in queste ore si poseranno le pietre angolari della e-democracy e scopriremo se il diritto d’impresa (Twitter, Facebook, Google, Amazon, Apple sono aziende) è superiore alle tavole della cultura democratica. Il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti tutela la libertà di parola e di stampa. L’articolo 21 della nostra Costituzione sancisce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. L’Italia che non legge i giornali (solo il 28% dei giovani tra i 20 e i 24 anni, dati Istat, dice di sfogliarne uno almeno una volta alla settimana) forse non si straccerà le vesti di fronte al totem della libertà di stampa. Ma la vicenda Twitter tocca un altro articolo della Costituzione fondamentale per le nostre libertà personali, il numero 41. Perché è vero che “l’iniziativa economica privata è libera”, ma è altrettanto indiscutibile che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Ed è per questo che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. La differenza non può sfuggire: non è l’algoritmo o il suo proprietario a determinare la legge, è la legge che controlla l’attività privata. In base a quale legge Twitter ha impedito l’accesso a un pubblico servizio a Trump o al quotidiano Libero? Sulla base di una sindacabile opinione? Sul presunto diritto di stabilire algebricamente il confine tra il bene e il male? Bisogna fare attenzione, perché in questo solco, a breve, potrebbe inserirsi la Commissione bicamerale d’inchiesta sulle fake news, già licenziata alla Camera e ora ferma al Senato. In assenza di una definizione condivisa e acclarata di “notizie false”, rischiamo di addentrarci in una pericolosa palude dove all’inizio sprofonderà il nemico, ma poco alla volta morirà la democrazia. E allora provocatoriamente chiediamoci se domani fossero gli Stati a spegnere i social network. Se fosse l’Italia, ad esempio, a stabilire, per legge, che certe piattaforme sono incostituzionali, che violano le regole che ci hanno portato fuori dalle dittature e che, forse, è venuto il momento di porre un freno al delirio di onnipotenza di chi è passato dai fasti della primavera araba al black out dell’inverno statunitense. È una provocazione, ma non troppo. Forse val la pena sedersi attorno a un tavolo e mettere dei paletti.

Giovanni Sallusti, autore del libro ''Politicamente Corretto - la dittatura democratica'' - Giubilei Regnani editore, per Dagospia il 13 gennaio 2021. Caro Dago, da buon erede dello stalinismo, anche il Politicamente Corretto rivolge le proprie purghe anzitutto al proprio interno. Allora voleva dire nella nomenclatura del Partito Bolscevico, oggi significa nello star system dell’industria culturale americana. Ivi compreso il fumetto, quest’opera di artigianato pop che esprime ancora oggi un bel pezzo di immaginario a stelle e strisce, a partire dal contrasto attualissimo tra l’idealismo buonista liberal e il realismo cupo conservatore, ovvero tra Superman e Batman. Transitando dall’universo Dc a quello Marvel, c’è un (non) eroe che è ancora più dark, più scorretto, più sospettabile di istinti paratrumpiani del Cavaliere Oscuro, ovvero Il Punitore. Che infatti in questi giorni ha scalato posizioni nelle liste di proscrizione, in perenne aggiornamento nella (fu?) patria del Primo Emendamento. Cerco di scriverla per com’è, conscio che il surrealismo è ormai sopravanzato dalla cronaca: poiché alcuni degli sciroccati che hanno invaso Capitol Hill (“golpisti”, obiettivamente, è troppo per le truppe sciamanesche, checché ne dica il politically correct trasversale avvezzo a trattare come legittimi capi di Stato macellai quali l’ayatollah Khamenei) ostentavano nell’abbigliamento il simbolo di The Punisher, il personaggio va censurato, o addirittura eliminato dal pantheon Marvel. A gettare il sasso è stato l’account specializzato ComicTropes, che ha sentenziato: “I manifestanti che hanno invaso Capitol Hill indossavano uniformi con il logo di Punisher. Credo che la Marvel debba evitare di proporre in maniera aggressiva questo marchio in modo che non venga pubblicato ovunque, oppure che abbandoni il character di Punisher”. Insomma, la casa editrice (che recentemente ha strombazzato l’introduzione nelle proprie saghe cinematografiche di eroi Lgbt e multiculti, alimentando quell’ideologia che ora le si ritorce contro) quantomeno dovrebbe iniziare a pubblicizzare la serie attenzionata con discrezione, magari riducendola a pubblicazione clandestina, auspicabilmente limitata ai mercatini dell’usato dell’Alabama. Ancora meglio, dovrebbe riscrivere da capo la psicologia e il carattere di Frank Castle, che da veterano di guerra ossessionato dalle ferite personali e collettive potrebbe diventare un hippie pacifista con un lavoro nella Silicon Valley, meglio se afroamericano, meglio ancora se aderente al Black Lives Matter. In caso contrario, non rimarrebbe che la cancellazione della collana (la “cancel culture” non è uno slogan, ma una prassi repressiva in azione quotidianamente), magari con un’ultima puntata in cui il reprobo viene sconfitto da un suo doppio Antifà. Paiono esagerazioni, invece queste castronerie fobiche ipercorrettiste sono state parecchio rilanciate sui social (d’altronde ormai le Big Company quando sentono odor di censura antisovranista trattengono a stento l’orgasmo, direbbe Bersani) e raccolte perfino da un disegnatore del personaggio, Mitch Gerads. Il quale cinguetta un classico politicamente corretto, la confessione con pubblica ammenda e richiesta di pene esemplari: “Ho lavorato sul personaggio per venti albi, ed ho disegnato un nuovo teschio. Ho lavorato anche ad una toppa per motivi di beneficienza. E vedendo queste immagini (fortunatamente quello non è il mio teschio) penso che sia giusto che la Marvel lo ritiri fino a quando non sarà più utilizzato a scopo di incitamento all’odio”. Salta così lievemente il principio della responsabilità individuale (noi biechi reazionari continuiamo a pensare che il problema degli imbecilli risieda nell’imbecillità, non nell’abbigliamento o nella gadgettistica), ma cosa volete che sia, in un Paese che sulla libertà dell’individuo è stato costruito.

Francesco Merlo per "la Repubblica" il 13 gennaio 2021. L'illiberale cacciata di Trump da Twitter finalmente illumina il mondo fuorilegge dei social. Solo la legge può regolare i servizi pubblici (acqua, luce) anche di proprietà privata. E se la legge non poteva impedire a Trump di fare il selvaggio su Twitter, di certo doveva impedire a Twitter di fare il selvaggio con Trump. La libertà d' espressione dicevano i rivoluzionari francesi "o è totale o non è". E il bullo vincente è peggio del bullo perdente.

Filippo Facci per "Libero quotidiano" il 13 gennaio 2021. È persino divertente guardare come i finti democratici e i giornalisti-intrattenitori stile Beppe Severgnini cerchino di giustificare l' esclusione di Donald Trump dai principali social-network, ora che l' ex presidente è rotolato dallo scranno ergo dargli il calcio dell' asino costa pochissimo. Lo capisce anche uno scemo che la cosa è grave, che si tratta di una censura pura e che la circolazione delle idee non può essere vincolata alla loro natura, a meno che siano tassativamente vietate dalle leggi: come il fascismo in Europa, il nazismo in Germania, ormai il giornalismo in Italia. Ne hanno convenuto statisti come Angela Merkel o Emmanuel Macron, in linea peraltro con un sacco di gente che con Trump non ha davvero niente a che fare, anche perché il ragionamento è semplice: non è possibile che un' azienda economica (che giustamente persegue il profitto) possa decidere chi parla e chi no, mettendo soavemente in discussione le fondamenta della nostra comunità democratica. Sono però vere tre cose: una è che il problema è vecchio e resta irrisolto dalla politica, tanto che negli anni c' è stata un sacco di gente censurata (persino da queste parti) senza che si alzasse un refolo; un' altra è che proprio sulla libertà delle idee, e sulla diffusione di idee anche balzane e manifestamente false (terrapiattisti, complottisti dell' 11 settembre, no-vax e fanatici religiosi) questi social network sono prosperati negli anni: se le regole valse per Trump fossero valse sin dall' inizio, Twitter e Facebook non avrebbero certo raggiunto miliardi di utenti e di introiti e di potere mediatico imbarazzante; e sarà anche vero che questi network sono dei privati che mirano al profitto (e alla sopravvivenza) e dovrebbero poter censurare chi vogliono, ma allora vale per tutti, anche per Libero, il Corriere della Sera, qualsiasi organo d' informazione privato che senza profitto non avrebbe la sopravvivenza. Resta che c' è una vacatio legis e un vuoto di potere riempito dai social, con le democrazie storiche che arrancano: ma non è che di conseguenza possiamo ridurci a trovare «opportuna» una decisione non democratica solo perché non piace a Beppe Severgnini, un giornalista-intrattenitore di Cremona. «I social non possono essere tubi vuoti dove passa di tutto», ha scritto l' intrattenitore sul Corriere, distratto per una volta dalle inezie quotidiane: perciò i social - non si scappa - dovrebbero essere dei tubi pieni dove passa quello che vuole Severgnini. Quella che è andata perduta, e che non sarà Facebook a restituirci, è la figura di intermediazione che gli opinion makers hanno rappresentato per almeno un secolo: negli ultimi decenni la rappresentavano i giornalisti, padroni del vero, del falso, dei fatti e del contraddittorio. Ora questa roba non c' è più, e non si torna indietro, purtroppo: i politici parlano direttamente al volgo (e sono volgo come loro) e ciascuno tende a raccontarsela, gli interessa solo di sé e dei propri problemi, si chiude nella famosa bolla che tende a escludere il resto del mondo: sono nate così le post-verità e le fake news. Però il tizio di cui stiamo parlando è (era) il presidente degli Stati Uniti democraticamente eletto, quindi non è che lo stesso Occidente, che intanto santifica democraticamente altri antidemocratici (arabi, cinesi, dittature con scranno all' Onu) possa spostare i confini e le regole secondo simpatia. Sentite Severgnini: «È ora che i social si sveglino e assumano le proprie responsabilità, visto che i governi democratici sonnecchiano e le autorità indipendenti arrancano». lo scenariO Ora provate a sostituire la parola «social» con «Hitler» oppure «Mussolini», o se volete sgravare scrivete «magistratura»: avrete lo stesso incerto scenario (compresa una crisi economica, ora anche pandemica) che precedette dei pieni che riempirono dei vuoti, cioè dei poteri che presero il posto di altri. È un discorso esagerato? Mica tanto: in fondo, negli Usa, l' insurrezione non c' è stata, e il risultato del voto democratico è stato accettato. L'unica cosa che c' è stata di sicuro è il silenziamento di Trump, che, piaccia o meno, rappresenta molti milioni di persone: questo mentre altre - dementi al cubo, haters, diffamatori, invasati, adescatori - hanno la fortuna di non essere così popolari. Insomma, no, non è il ritorno del dibattito tra politica e cittadini, non è una rinnovata separazione tra medium e contenuto coi giornalisti che vorrebbero continuare a rappresentare le regole, magari anche quelle dei social. Le regole e i codici dei social peraltro sono attualmente ridicoli, fanno ridere, sono discrezionali, i censori o decisori non hanno neppure una faccia. Non serve che si costituiscano come nazioni e magari si siano delle regole ferree, una polizia postale, una Costituzione: ci sono già gli stati normali, democratici, quelli che a mezzo delle loro leggi fatte da parlamenti eletti (e votati, se possibile) decidono chi incita all' odio o alla violenza o al razzismo all' insurrezione: decidono loro, non i sensi di colpa di Mark Zuckerberg o la banalità del bene di Beppe Severgnini da Cremona.

Social, Sgarbi: "Contro il moralismo non c'è vaccino". Vittorio Sgarbi commenta la chiusura del profilo Twitter del presidente Donald Trump e il "boicottaggio" del social network Parler da parte dei colossi del Big Tech. Francesco Curridori, Mercoledì 13/01/2021 su Il Giornale. "È una cosa enorme, gravissima". Così il deputato e critico d'arte Vittorio Sgarbi, nel corso di un'intervista rilasciata a ilGiornale.it, commenta la chiusura del profilo Twitter del presidente Donald Trump e il "boicottaggio" del social network Parler da parte dei colossi del Big Tech. Secondo Sgarbi, quella è stata una scelta sbagliata "perché è evidente che nessuno ha potere di censura se non è stabilito da un'autorità statuale". E, se da un lato "ci dovrebbe essere una regolamentazione", dall'altro "mi pare che tutto si deve poter dire", spiega il noto polemista, da sempre "preoccupato che qualcuno stabilisca quel che si può dire". Una censura che colpisce maggiormente la destra, sia negli Stati Uniti sia in Italia, per colpa del "perbenismo, un atteggiamento mentale di chi pensa di essere superiore agli altri e che è proprio specialmente della sinistra". Nel nostro Paese, infatti, proprio in questi giorni il profilo Twitter del quotidiano Libero è stato temporaneamente chiuso. Anche su questo Sgarbi ha le idee molto chiare: "È una cosa inaudita che, come tutte le forme di censura, mi auguro faccia aumentare le vendite di Libero". Sembra, dunque, ormai chiaro che ci si stia avviando, passo dopo passo, verso una sorta di dittatura del politicamente corretto che "è cominciata da un pezzo", spiega Sgarbi che aggiunge: "esattamente dopo l'estrema violazione del politicamente corretto fatta da Grillo, quando i suoi stessi accoliti hanno rovesciato questa posizione". Un voltafaccia che nel mondo della sinistra e dei pentastellati "il moralismo si moltiplica e si perpetua" come "una specie di malattia mentale che è iniziata con il Covid e le fake news". Il deputato del gruppo misto, a tal proposito, ricorda "quando si è immaginato di pensare a commissioni parlamentari e altri istituti per impedire ad altri di dire cose diverse" e conclude: "È molto inquietante, è una grave malattia e non so se ci sarà il vaccino per curarlo". Una presa di posizione, quella di Sgarbi, molto simile a quanto ha dichiarato sempre su ilGiornale.it il giornalista Massimo Fini: "L'odio è un sentimento, come la gelosia, e non si possono mettere le manette ai sentimenti. Non l'hanno fatto neppure i regimi totalitari, all'interno dei quali venivano proibite determinate azioni, ma non i sentimenti". Giuseppe Cruciani, invece, ha attaccato i padroni dei social network "che possono consentire lo sviluppo di strumenti di comunicazione dove nessuno può interferire" e aggiunge: "Di istigazione all'odio è pieno Twitter e Facebook e bastano le leggi attuali per punirlo”.

Alessandro Longo per repubblica.it il 14 gennaio 2021. Il nuovo rifugio dei movimenti dell’ultra destra, cacciati da Facebook e Twitter, si chiama Gab e sta accogliendo circa mezzo milione di nuovi utenti al giorno, con picchi di traffico di 20milioni di accessi quotidiani. A dichiarare i numeri è stato in questi giorni il suo fondatore, Andrew Torba, imprenditore texano con un passato nella Silicon Valley, con cui è in rotta da anni – dichiara – per le sue idee sovraniste, cristiano-radicali e vicino ai movimenti dell’alt-right (destra alternativa, estremista). Gab è attivo dal 2016, ma non è mai stato così popolare: in effetti, è sufficiente navigarci dentro per vedere che l’eccesso di traffico sta rallentando parecchio il caricamento delle pagine. Ma i server di Gab, ora sotto stress, sono anche il suo asso della manica: “Possediamo i nostri server, non ci possono spegnere facilmente", ha scritto ieri Torba, alludendo a quello che Amazon ha fatto con Parler, il social network prima preferito dall’ultra destra. Amazon ospitava Parler sui propri server, ma l’ha staccato per violazione delle sue policy, cioè perché la moderazione fatta dal social, sui post, era troppo blanda. Gli assaltatori del Congresso Usa avevano pubblicato istruzioni su come evitare la sorveglianza e annunciavano, su Parler, che avrebbero portato armi; oltre che lanciare minacce di morte a esponenti del partito democratico americano. Su Gab stanno arrivando quindi gli orfani di Parler, che era arrivato ad avere 2,5 milioni di utenti registrati. Ma non solo: anche chi si sente discriminato su Twitter e Facebook per le proprie idee sovraniste ora preferisce migrare in lidi che sente più affini. Qualche giorno fa ha consigliato di andare su Gab anche il quotidiano online italiano Primato Nazionale, che si definisce “sovranista”; suggerisce anche altri social in ascesa (anche se meno popolari di Gab), come MeWe e Rumble. Soprattutto consiglia VK, però, il principale social network russo. Si noti che Gab a differenza di Parler si presenta nettamente schierato a favore di una certa posizione politica. Se Parler, almeno nella facciata, si voleva posizionare come una “piazza neutrale” di dibattito, Gab è espressamente una casa, quasi un partito, per chi si identifica con idee della destra radicale. Ha un approccio chiuso e isolazionista: il fondatore scrive che ha scelto di limitare il motore di ricerca interno per ostacolare le indagini dei “giornalisti diabolici”. Tra i nemici che individua, non solo i democratici ma tutto il mondo del “capitalismo digitale”, delle big tech che considera pericolosi per i diritti della libertà di espressione. Di qui la scelta “autarchica” di essere quanto più possibile indipendente e quindi più resiliente, grazie a propri server, sui cui ora è in arrivo anche Parler; ma per lo stesso scopo offre anche un proprio browser, Dissenter, che blocca in automatico la pubblicità delle big tech come Google. Gab è bloccato da tempo, per i propri contenuti, da Apple e Google; ma loro chiedono agli utenti di accedere via browser anche da smartphone. A senso unico anche i gruppi che si trovano in Gab. “Joe Biden Is Not My President”, con quasi 100mila membri; “Stop the Steal” (che allude, come ha fatto il presidente uscente Donald Trump, al furto (“steal”) elettorale), con 140mila membri. Vari gruppi dedicati a Trump, ma anche ad altri della galassia sovranista, come Jair Bolsonaro, presidente del Brasile. Tra i gruppi consigliati a cui iscriversi anche quelli su cowboy, Qanon (la teoria del complotto che accusa i democratici di nefandezze, fino alla pedofilia, e che ha avuto un ruolo anche nell’assalto al Congresso Usa), la Chiesa cattolica “romana”, dieta e cucina a base di carne. Ovunque è possibile trovare post che accusano i democratici di complotti anti-americani, di essere corrotti e “satanici”; una teoria comune, lì affermata, è che gli Usa sono ormai un Paese “comunista” o “socialista”. Qua e là spuntano anche post contro i vaccini covid-19, accusati di essere pericolosi. Domina in generale un rifiuto della realtà fattuale ufficiale, quella secondo cui le elezioni Usa sono regolari, i vaccini sono efficaci e i democratici non sono una banda di criminali e pedofili. “Questa fuga da Facebook avrà due effetti”, commenta Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di Sociologia all’università di Urbino e tra i massimi esperti di digitale in Italia. “Da una parte, Facebook si svuoterà di certi contenuti e utenti conservatori. Dall’altra, si creeranno nuove “bubble”, circoli chiusi: frequentare una specifica piattaforma di social media può assumere il significato di identificarsi politicamente e alimentare un ambiente di contenuti a tua misura, in cui ti riconosci e che ti corrispondono emotivamente”. Un fenomeno che può contribuire, secondo vari esperti, a un’ulteriore polarizzazione e quindi radicalizzazione di idee e persone; in visioni totalmente contrapposte: non solo della politica, ma della realtà stessa.

"L'informazione è in trappola. In pericolo la libertà di pensiero". Dialogo con Marco Tarchi.

Il professor Marco Tarchi è sicuro: " L'homo digitalis intrappolato nella Rete coltiva ormai un’ambizione suprema e spesso unica: sentirsi un leader di opinione". Federico Giuliani, Sabato 16/01/2021 su Il Giornale. Non ha mai ceduto al richiamo dei social network. E a maggior ragione non intende farlo adesso, nell'epoca in cui le multinazionali del web hanno cambiato completamente - e forse definitivamente- le nostre vite. Marco Tarchi, politologo e professore ordinario di Scienza Politica a Firenze, si tiene ben lontano da piattaforme come Facebook e Twitter. Canali che, tra gli altri aspetti, hanno trasformato il nostro modo di socializzare, la comunicazione politica e perfino la democrazia. Di questo e tanto altro abbiamo parlato proprio con il professor Tarchi.

Professore, dopo i fatti accaduti in America, Twitter ha censurato l'account di Donald Trump (profilo che contava decine di milioni di follower). L'opinione pubblica si è spaccata in due: alcuni hanno ritenuto questa mossa corretta, altri l'hanno vista come un attacco alla libertà e alla democrazia. Lei come valuta la decisione del noto social di silenziare la voce del presidente americano?

"È l’ennesimo segnale della pericolosità, per la libertà di pensiero, dell’oligopolio informativo che si è costituito attorno alle multinazionali del web. Fino a non molti anni addietro, per far conoscere le proprie opinioni in sede pubblica si poteva disporre di una pluralità di canali influenti: tv e radio, siti web, ma anche giornali, riviste, libri. Nessuno di questi è scomparsa, ma la loro capacità di irradiazione si va sempre più riducendo a profitto dei social media. Chi frequenta questi ultimi non presta praticamente più alcuna attenzione ad altre fonti. E se qualche voce viene estromessa da Facebook, Youtube, Twitter, TikTok e via dicendo, è come se non esistesse più. Ben pochi andranno a cercarla, e ad ascoltarla, altrove. Siamo alla cappa di piombo della censura, come ha scritto di recente un intellettuale acuto – e censurato – come Alain de Benoist".

Da un punto di vista "tecnico", c'è il rischio che i social network possano influenzare la democrazia e il dibattito democratico? Se sì, in che modo?

"Certamente. Si è confermata l’osservazione che il grande scrittore e dissidente russo Solgenitsin – uno dei tanti grandi intellettuali non conformisti il cui nome è oggi dimenticato dai media mainstream – aveva fatto in un discorso, allora celebre, tenuto all’università di Harvard dopo essere arrivato negli Stati Uniti dopo una lunga detenzione nei campi di concentramento sovietici. Nell’Urss, aveva detto, non è consentito esprimere voci critiche. In Occidente in teoria è possibile farlo, ma basta che qualcuno tagli il filo del microfono agli interlocutori scomodi, e il risultato è lo stesso: la costrizione al silenzio di chi non si allinea alla volontà di chi è al potere".

La scure di Twitter è caduta anche sul quotidiano Libero, per il momento soltanto "ammonito". Che cosa rischiano i media (e in generale il mondo dell'informazione) "affidandosi" troppo ai social?

"L’oligopolio di cui ho accennato chiude l’informazione in trappola: se si rinuncia alle piattaforme telematiche si riduce l’audience, ma ci si espone al rischio della censura. Aver rinunciato alla battaglia contro lo strapotere del web, per quanto ardua fosse, è stato un grave errore per la stampa cartacea. Che comunque, spesso a sua volta ha censurato le voci scomode".

Dovessimo fare un bilancio, a suo avviso l'impatto dei social network sul mondo della comunicazione è positivo o negativo?

"Entrambi gli aspetti sono presenti. Da un lato, la rete offre la teorica possibilità di esprimere liberamente i più diversi punti di vista e di far circolare informazioni altrimenti difficili da ottenere. Dall’altro, di fatto non solo non annulla la possibilità di censura, ma ne amplifica gli effetti (si veda il caso di Trump, ma anche quello, in Francia, del comico Dieudonné, a cui le scorrettezze politiche erano già valse l’esclusione dal circuito di teatri e locali pubblici e che adesso si è visto bandire da YouTube, dove aveva trasferito i suoi spettacoli. E ci sono stati moltissimi episodi analoghi in varie parti del mondo)".

Com'è cambiata (in peggio e in meglio) la comunicazione politica nell'era dei social?

"In meglio: è diventata più immediata, diretta e ipoteticamente interattiva. In peggio: ha ingigantito la personalizzazione nei suoi aspetti più deplorevoli, con l’emarginazione dei temi propriamente politici a profitto del chiacchiericcio sui dettagli della vita privata degli esponenti dei vari partiti o dei titolari di cariche istituzionali – Instagram è il veicolo più dannoso in questo senso – e ha dato più spazio all’umoralità dei sostenitori e degli avversari. Per non parlare dell’ampia circolazione di notizie false e commenti destituiti di ogni fondamento, usati per screditare il "nemico"".

In che misura, invece, i social come Twitter e Facebook hanno peggiorato le relazioni personali e, in generale, l'esistenza umana?

"In misura amplissima. Hanno scatenato fino al parossismo le tendenze narcisistiche che, più o meno visibili, giacciono nel fondo dell’animo umano. E per apparire, per farsi notare, per guadagnarsi i famosi quarti d’ora di notorietà, c’è chi è disposto a dare il peggio di sé, a lasciarsi andare alle stramberie e agli eccessi più svariati. Le pagine – da molti definite “apocalittiche” che un politologo di grande acume qual era Giovanni Sartori aveva dedicato nel 1997 alle conseguenze nefaste della dipendenza dal video televisivo nel suo libro Homo videns hanno ritrovato una straordinaria attualità se proiettate nel contesto dei social media: indebolimento del sapere, trionfo della volgarità, successo di pubblico delle trovate più stupide e stravaganti. Anche in questo caso siamo dinanzi ad una mutazione antropologica: l’homo digitalis intrappolato nella Rete coltiva ormai un’ambizione suprema e spesso unica: sentirsi un leader di opinione. Molti individui, che in precedenza seguivano ideologie, programmi, progetti espressi da partiti, movimenti, associazioni e si accontentavano di un ruolo di sostenitori e collaboratori di quelle entità collettive, oggi mirano a costituire la propria cerchia di fedeli – i mitici “amici Facebook” –, magari destinati a non essere mai conosciuti di persona, e impartiscono lezioni urbi et orbi, emanano scomuniche, scaricano illazioni velenose o insulti su ogni soggetto non di loro gusto. La delazione e la diffamazione si sono moltiplicate, così come la credulità e la mancanza di senso critico. Si aggiunga a tutto ciò il fatto che le ore dedicate, nell’arco di una giornata, alla consultazione via cellulare o computer dei profili social propri ed altrui, allo scambio di post e di messaggi Whatsapp e così via, vanno a discapito di molte altre attività più produttive. Si legge molto meno di prima, si dedica un minor tempo ai rapporti intrafamiliari e alla frequentazione degli amici in carne ed ossa, si fa persino meno attività fisica e sportiva. Sugli studenti di ogni ordine e grado, tutto questo ha un effetto particolarmente deleterio, che quasi tutti coloro che si dedicano all’insegnamento constatano quotidianamente. Se c’è qualcuno che non se ne accorge, è perché passa il suo tempo libero sui social...".

Professor Tarchi, lei si è sempre tenuto fuori dal mondo dei social: è ancora convinto della sua scelta?

"Più che mai, e quanto ho detto sin qui dovrebbe essere sufficiente a spiegare perché. Preferisco spendere il mio tempo in altre maniere e non mi interessa minimamente condividere qualunque aspetto della mia vita privata con persone che con essa non hanno granché, o nulla, a che fare. Ma poiché nessuno è perfetto, ho anch’io una debolezza da confessare: mi diverte, quando sono in vacanza oppure ho un ritaglio di tempo libero, rendere conto di ristoranti, luoghi, musei che ho visitato nel corso dei miei viaggi (viaggiare è una delle mie passioni, e ho sempre interpretato questa vocazione come qualcosa di molto più importante e interessante dell’escursione turistica), per cui, nell’arco di sette anni, ho accumulato più di mille e trecento recensioni su Tripadvisor. Le pubblico anonimamente, anche se gli amici sanno come reperirle. Spero che servano ad altri appassionati del viaggio per orientarsi meglio e mi fa piacere quando qualcuno esprime un giudizio favorevole su quanto ho scritto o mi scrive per approfondimenti. Penso che le mie esperienze in paesi non molto frequentati, come Armenia. Georgia, Ucraina, Venezuela, Colombia, Ecuador ecc., siano utili ad altri come molte di quelle di altri lo sono state per me. Come vede, un qualche spazio al narcisismo lo lascio anch’io, non solo quando parlo in un’aula universitaria o in una sala per conferenze. E anzi, stavo dimenticando: mi piace anche recensire film su qualcuno dei siti specializzati. Quando era ancora possibile frequentare le sale – che rispetto allo schermo di un notebook dove guardare una pellicola in streaming danno ben altro piacere – ogni anno ne vedevo almeno un paio di centinaia. Commentarli con altri, in certi casi, mi veniva spontaneo".

Maria Giovanna Maglie, "di qua il torto di là i truffatori". Brogli, la clamorosa risposta a Borghi su Trump. Libero Quotidiano il 07 gennaio 2021. I fatti di Washington agitano anche l'Italia. Nel mirino, ovviamente, c'è Donald Trump, indicato non solo a sinistra come "l'ispiratore" dell'assalto al Campidoglio. Nella Lega, partito che certo non ha in antipatia il presidente americano uscente, Claudio Borghi esce allo scoperto e su Twitter accende la polemica: "Sono proprio curioso di vedere i risultati del gesto eclatante a Washington. Come passare di filato dalla parte del torto senza passare dal via. Complimenti". Gli risponde a stretto giro di posta Maria Giovanna Maglie, giornalista d'area sovranista e forse tra le più famose e agguerrite sostenitrici di Trump in Europa. "Ehi Borghi, eccomi qua, seduta dalla parte del torto, perché dall'altra o c'erano i truffatori o non avevano capito". La Maglie fa riferimento ai sospetti di brogli che hanno accompagnato la vittoria alle elezioni del democratico Joe Biden e più o meno direttamente provocato la protesta violenta a Capitol Hill. "Da questa parte invece - nota la giornalista - in troppi non hanno colto che guaio abbiamo passato. Parliamone quando vuoi di come hanno rubato un'elezione".

Maria Giovanna Maglie dopo Stasera Italia: "Una vera serataccia, un conformismo disgustoso". Libero Quotidiano il 07 gennaio 2021. Maria Giovanna Maglie contro Stasera Italia. Succede dopo la puntata del programma di Rete Quattro del 6 gennaio a cui la giornalista ha partecipato. “Una vera serataccia – commenta la giornalista stando a quanto riporta TvBlog – non ce l’ho col conduttore, è complicato in certe situazioni, ma il conformismo è stato disgustoso”. Tema principale della trasmissione condotta da Barbara Palombelli l'assalto dei repubblicani al Congresso statunitense. La Maglie se la prende in particolare con Alan Friedman che aveva definito Donald Trump "uno squilibrato e pericoloso. Diverso invece il pensiero della giornalista: “L’America non è mai stata un modello di fair play. Vorrei ricordare che questo è accaduto perché le elezioni sono state accompagnate da una grande ombra di sospetto su una quantità di voti postali arrivati prima, durante e dopo sproporzionati alla regola normale. C’è la guerra civile, questa roba qui c’era da aspettarsela e non l’ha aizzata Trump. Questa situazione è naturale". Un'uscita che non trova d'accordo la conduttrice: "Quello che stiamo vedendo è squalificante per il mondo, è una roba da Venezuela”.

Dagotraduzione dal "Sun" il 30 giugno 2021. Jill Biden sarà sulla copertina di Vogue America nel numero di agosto, in uscita il 20 luglio. Per l’occasione la first lady indossava un abito floreale di Oscar de la Renta. Il servizio di copertina è stato realizzato questa primavera alla Casa Bianca dalla fotografa Annie Leibovitz. Una seconda immagine mostra Jill nella East Sitting Hall dell’Executive Residence che lavora a un laptop. Nella terza foto si vedono il presidente con la moglie insieme. Nell’intervista che accompagna il servizio fotografico, Jill, prendendo di mira Trump, ha detto che suo marito «è un presidente più calmo. Abbassa la temperatura». La First Lady ha poi raccontato che durante la campagna elettorale «ho sentito così tanta ansia da parte delle persone, erano spaventate. Quando viaggio per il paese ora, mi sento come se le persone potessero respirare di nuovo». «Penso che sia parte del motivo per cui Joe è stato eletto. La gente voleva che qualcuno entrasse e guarisse questa nazione, non solo dalla pandemia». Erano quattro anni che una first lady non usciva sulla copertina di Vogue. Durante la presidenza Trump, a Melania non è stato dedicato nessun servizio, mentre Michelle Obama è apparsa tre volte sulla prima pagina del mensile durante il suo periodo alla Casa Bianca. Trump, a fine mandato, nel dicembre 2020, condivise un tweet per lamentarsi dell’esclusione: «Gli snob elitari della stampa di moda hanno tenuto la First Lady più elegante della storia americana fuori dalle copertine delle loro riviste per 4 anni consecutivi».

Alan Friedman shock: “Melania è la escort di Trump”. Nicola Porro, 20 gennaio 2021. Oggi è il giorno dell’insediamento di Joe Biden. E chi, per quattro anni, ha rosicato a vedere Donald Trump alla Casa Bianca, ora si scatena. Come Alan Friedman, che in Rai, tra l’ilarità generale – sorprendentemente, anche dei presenti di sesso femminile – definisce Melania, la ormai ex first lady, “escort di Trump”. Un siparietto: Friedman sembra confondere (ad arte?) inglese e italiano. Nella sua lingua madre, “escort” è una “accompagnatrice”. Nella nostra lingua, indica principalmente una prostituta d’alto bordo. E infatti subito dopo Friedman si corregge: “Ehm… la sua moglie”. Un lapsus? Sì, ma freudiano: perché tradisce il doppio standard femminista della sinistra. Se la donna è progressista, chiunque semplicemente non la ricopra di lodi è un sessista. Se la donna è di destra, la si può sbeffeggiare in qualunque modo. Come accade con Giorgia Meloni, definita “pesciarola” – e oggi, la leader di Fdi ironizza con intelligenza e senza vittimismo sui social, con in mano una vasca di buon pescato: “Vendere il pesce è un mestiere nobile”. Cosa sarebbe successo se qualche opinionista conservatore fosse “scivolato” sulla definizione di Kamala Harris? Nicola Porro, 20 gennaio 2021

Mara Carfagna, Deputata di Forza Italia, vicepresidente della Camera, per huffingtonpost.it il 21 gennaio 2021. La superficialità e il pregiudizio con cui una parte dell’opinionismo italiano tratta le donne che non gli piacciono ha raggiunto il suo culmine ieri, su RaiUno. Il culmine è la definizione di “escort” usata da Alan Friedman per Melania Trump durante una trasmissione molto seguita. Spero davvero che sia la goccia che farà traboccare il vaso. Spero davvero che, dopo questa brutta pagina diventi un tabù almeno sui giornali seri, sulle reti serie, ovunque si desideri risultare credibili, dare implicitamente o esplicitamente della prostituta a ogni donna associata a un pensiero o a scelte lontane o nemiche delle nostre. L’Italia, gli uomini italiani (almeno quelli che ricoprono posizioni di potere in politica o nei media), devono uscire dal vocabolario dell’adolescenza quando parlano di donne. Perché non riescano a farlo è per me un mistero. Lo fanno a ogni latitudine politica, con la stessa superficialità apparentemente inconsapevole, si tratti di Melania Trump o Teresa Bellanova, di Giorgia Meloni o di Renata Polverini, di Maria Elena Boschi o di Greta Thunberg, quasi che parlare il linguaggio del garbo e del rispetto fosse uno sciocco omaggio ai tempi del “politically correct” o al contrario un tributo al vecchio conformismo borghese. Non è nessuna delle due cose. Garbo e rispetto sono, innanzitutto, un obbligo dell’educazione, quella che ci hanno insegnato le nostre madri e le nostre nonne: la cosa più tradizionale e “identitaria” che io possa immaginare, la più “popolare” che mi venga in mente. Ma, oggi, il rifiuto interiore del sessismo – quello che dovrebbe impedire di far commenti sulle donne come i vecchi pappagalli a bordo strada – dovrebbe essere  anche precondizione di ogni impegno politico e giornalistico. Ogni grande potere con cui ci confrontiamo – dall’Europa di Angela Merkel e Ursula von der Leyen agli Usa della vicepresidente Kamala Harris – è largamente governato da donne. E oso solo immaginare come giudicherebbero (se ne fossero al corrente) la propensione italiana al “trattamento sciacquetta”. Dobbiamo crescere, dobbiamo diventare adulti, dobbiamo respingere la tentazione di trasformare lo spazio pubblico in uno spogliatoio di calcetto con le sue discutibili (ma, almeno in quel caso, invisibili) battute da caserma. Il caso Friedman ha, giustamente e una volta tanto, sollevato identiche proteste a destra e a sinistra: cogliamo l’occasione per dire “mai più”, in nessun caso, e per respingere con la stessa energia la battuta sessista contro chi apprezziamo ma anche quella contro chi detestiamo.

“Melania escort”: spunta un altro tweet di Friedman. Nicola Porro, 21 gennaio 2021. Ieri, quando ho pubblicato il video di Alan Friedman che dava della “escort” a Melania Trump, gli ho voluto concedere almeno il beneficio del dubbio. Si sarà confuso tra inglese e italiano, ipotizzavo: forse voleva dire “accompagnatrice” nel senso di “compagna”. Stamattina, quando il caso era montato, Friedman si è scusato con Myrta Merlino: “Battuta infelice”, l’ha chiamata. Eh no, caro Friedman: visto che voi passate ai raggi X ogni frase dei vostri avversari, e pretendente di affibbiare a tutti quelli con cui non siete d’accordo le patenti di sessismo, omofobia, fascismo e chi più ne ha più ne metta, noi siamo costretti a segnalarti che sulla “battuta infelice”, hai indugiato parecchio. Ieri, infatti, Friedman aveva già dato su Twitter oltre che in Rai. Un’utente scriveva: “Michelle Obama ha scritto il best seller “Becoming”. Quale sarà il titolo del libro di Melania?” (sottinteso, ovviamente: Melania è scema, non sa scrivere). Risposta sardonica di Friedman: “Escorting the Don”, cioè “Accompagnare the Donald”. Laddove “accompagnare” ha un significato ben preciso, ovviamente… Insomma, il sessista a targhe alterne è anche recidivo. Altro che “battuta infelice”. Perché non lo scrive su questo, un best seller? Nicola Porro, 21 gennaio 2021

Alan Friedwoman e le tre statuine. Che bello il sessismo di sinistra. Il giornalista definisce "escort" Melania Trump. Ma nessuno in studio si scandalizza. E pure Laura Boldrini...Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 22/01/2021 su Il Giornale. Alan Friedman i misogini non li sopporta. È contro ogni maschilismo. Quindi guai a dire che quell’escort riferito a Melania Trump fosse voluto. È stata solo una cattiva traduzione di "accompagnatrice", che sbadato, tradurre male può succedere pure a chi sull’Italia scrive libri a gogo e qui lavora da decenni. Guai poi a pensare che anche la parola "accompagnatrice", tipo cagnolino al guinzaglio, riferita ad una donna sposata, possa comunque essere offensivo e che la toppa sia peggiore del buco. Non sia mai. Alan Friedwoman (rubo la definizione all’amico Marco Gregoretti) come ogni buon progressista prova venerazione verso (quasi) tutte le donne: basta non s’accoppino con Donald Trump. Ho dovuto guardare più volte il video di Uno Mattina perché non credevo alle mie orecchie. Succede sulla tv di Stato che mentre si tessono le lodi a senso unico del duo Biden-Harris (già candidati al premio Nobel preventivo in stile Obama), Friedwoman se ne esca con una frase così: "Donald Trump si mette in aereo con la sua escort… sua moglie, e vanno in Florida". Per una "gallina" di troppo Mauro Corona c’ha rimesso la carriera televisiva. Ma questa è grossa: dare della puttana alla First Lady è qualcosa che neppure nei peggiori incubi di Laura Boldrini. Uno s’immagina che a quel punto lo studio televisivo possa venire giù. Grida di sdegno, urla inviperite. Biasimo a destra e reprimende a sinistra. Invece? Invece niente. Prima Friedwoman conclude il suo lungo discorso senza che nessuno osi interromperlo. E solo alla fine la conduttrice Monica Giandotti alza il ditino poco convinta. Troppo poco. "Sei stato molto duro", sussurra con assoluta vaghezza, "hai detto una cosa molto forte". Quale? Guai ripeterla, nel caso mettesse in imbarazzo Friedwoman. Lui infatti fa finta di nulla, lei sorride, lui aggiunge - a mo' di scusa - che pure Melania "è razzista" e lei s’accontenta di un "non è quella la cosa che hai detto, però voglio chiederti un’altra cosa". Cambiamo discorso, tutto dimenticato. Discorso chiuso. In studio la Giandotti non era da sola. Dunque a lei va dato almeno il merito di averci provato. Male, ma c’ha provato. Non pervenuto invece Marco Frittella, caduto dal pero. Lo stesso dicasi per Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, quotidiano solitamente starnazzante sul tema. Due statuine. E non s’è mossa neppure Monica Maggioni, ospite in studio, lei che da presidente Rai definì "errore folle, inaccettabile" quando a "Parliamone Sabato" s’elencarono i motivi per cui le donne dell’Est sarebbero perfette da maritare. Al tempo si sentì "coinvolta in quanto donna". Stavolta invece muta. Stendo un velo pietoso sulle scuse. Imbarazzanti quelle di Friedwoman, che all’inizio tenta la carta della cattiva traduzione da "accompagnatrice", poi s’indigna perché "mi sono corretto subito, non c’è da montarci su una questione". Infine, pungolato con amicizia da Myrta Merlino, la derubrica a "battuta" (usata però già un’altra volta su twitter). Che altro dire? Che se fosse successo in un altro studio, con un altro giornalista, contro un’altra donna (tipo Kamala Harris) negli studi di Uno Mattina avrebbero inviato i caschi blu. I conduttori si sarebbero strappati le vesti in diretta e non avrebbero aspettato la puntata successiva per rimarcare lo "spiacevole incidente" (incidente?!?!) per un "insulto sessista ad una donna" (senza mai citare Melania). Volete un esempio lampante del doppiopesismo radical chic? Laura Boldrini, dico Laura Boldrini, non ha condannato senza processo Friedman. Gli ha lasciato il beneficio del dubbio: "Ci auguriamo sia veramente inciampato sulla lingua come dice". Quindi "Melania accompagnatrice di Trump" per l’ex presidente si può dire. Capito? Lezione di Gaia Tortora al doppio standard femminista della sinistra: "Melania non è un'accompagnatrice, è la moglie". Punto. Non è che solo perché di destra la si può trattare da puttana.

Il precedente del caso Friedman. “Melania Trump escort”, la voce costata 3 milioni di dollari. Antonio Lamorte su Il Riformista il 21 Gennaio 2021. Ha chiesto scusa Alan Friedman per la sua uscita su Melania Trump. Il giornalista e commentatore politico l’aveva definita una “escort” commentando le sue immagini mentre lasciava la Casa Bianca con il Presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump, suo marito. “Donald Trump si mette in aereo con la sua escort e vanno in Florida”. A poco è servito il tentativo di correggersi: “ehm, la moglie…”. Ancora meno un secondo di addossare la responsabilità a un problema di traduzione. Una bufera. Si è scusato poi Alan Friedman. E la questione è diventata politica, con la destra a chiedere l’indignazione della sinistra, la sinistra a sentirsi dare delle accusa di femminismo a targhe alterne, la Rai a prendersi buona parte delle critiche. Non è la prima volta che Melania Trump è raggiunta da tali insinuazioni. L’ex First Lady, lontana anni luce da queste polemiche, almeno per il momento, modella, imprenditrice, in fuga dall’ex Jugoslavia comunista: il suo un sogno Americano non meno di quello del marito tycoon. La rampa di lancio tra Milano, Parigi e New York. E quindi, mentre il marito correva per la Casa Bianca, raggiunta dalla rivelazione totalmente infamante del The Daily Mail nell’agosto 2016. L’articolo scriveva che Melania aveva lavorato per un servizio di escort quando faceva la modella. Citando in giudizio il Daily Mail e General Trust la causa, chiedendo 150 milioni di dollari di risarcimento, accusava anche il media di aver pregiudicato un’opportunità di lavoro di valore multimilionario. Il 18 febbraio la causa venne modificata, spostando il focus sul disagio emotivo. Un paio di mesi è durata la cosa: risolta tra le parti con un “accettiamo che le accuse mosse alla Signora Trump non sono vere, le ritiriamo e le ritrattiamo … abbiamo raggiunto un accordo a pagare i danni”. L’accordo raggiunto tra le parti, come riportato da Reuters, è stato di 2,9 milioni di dollari. Un caso che ha preceduto quello di Friedman. Il giornalista e analista politico in prima battuta si era giustificato: “Stavo traducendo dall’inglese. La parola che volevo usare era accompagnatrice, mi è uscito escort”. E poi si è scusato, ritrattando tutto, riconoscendo la sparata fuori luogo: “Ho fatto una battuta infelice, di pessimo gusto, è andata male. Sai che sono contro i misogini e i maschilisti”, ha aggiunto in diretta a L’aria che tira a Myrta Merlino. Per il caso il direttore di Rai1 Stefano Coletta è stato convocato in commissione di Vigilanza Rai martedì prossimo, 26 gennaio, alle ore 20. Sul tavolo non solo la questione relativa a Friedman: la discussione riguarderà, come anticipato dall’AdnKronos, anche il capitolo ‘sicurezza’ del Festival di Sanremo, i mancati spazi di approfondimento della rete ammiraglia in casi come quello dell’assalto a Capitol Hill e altre questioni.

Giovanni Sallusti per “Libero quotidiano” il 22 gennaio 2021. Se ragionassimo come lui, diremmo che questo è un pezzo su un signore dal girovita indubbiamente più consistente del cervello. Invece, vi parleremo semplicemente di Alan Friedman, introducendolo col ritratto che ne fece il New York Times: «Famoso in Italia per essere americano». Da lustri infatti il nostro persegue scientemente un obiettivo: confermare i cliché più stilizzati dello yankee "presentabile" in voga nel Belpaese. Liberal, con curriculum a cavallo tra una sponda e l' altra dell' Atlantico, ovviamente della East Coast, ovviamente democratico (vanta uno stage giovanile nell' amministrazione Carter, quella che portò gli Usa ai minimi storici, prima che arrivasse Reagan a risollevare il Paese). Giornalista economico (anche se a lui piace presentarsi come «economista», confondendosi forse con ben altro Friedman, Milton), già battistrada mediatico dell'Eurocrazia con Maastricht-Italia e Mister Euro, ultimamente si era riciclato come vestale dell' antitrumpismo, intuendo prima di altri quanto fosse redditizio il filone. Del resto, un peso massimo come Enrico Cisnetto lo raccontava così: «Ha industrializzato la cortigianeria sfruttando la nostra stupida tendenza esterofila. E si è sempre rivelato pronto a muoversi a seconda di come girano le cose». Proprio perché conosce come le sue tasche (in senso letterale) la corte culturale, editoriale e televisiva italica, Friedman sapeva di giocare in casa, quando a Unomattina su Raiuno ha dato della «escort» a Melania Trump. Collegato per celebrare l'evento messianico dell' insediamento della coppia Biden-Harris, il buon (?) Alan ha annotato sornione: «E Trump si mette in aereo con la sua escort, la sua moglie... E vanno a Mar-a-Lago». Sorrisoni e risatine dei presenti, ovviamente tutti fieri avversari del becero sessismo fascistoide trumpiano: i conduttori Monica Giandotti e Marco Frittella, la giornalista Monica Maggioni e il direttore di Repubblica Maurizio Molinari (sì, è la stessa Repubblica che suona un giorno sì è uno pure l' allarme machismo). Tutti o quasi hanno preso le distanze a telecamere spente e frittata servita. Soltanto la Giandotti, consorte del caporedattore del giornale scalfariano Stefano Cappellini (chissà quali insinuanti conclusioni trarrebbe Friedman da un mero dato di cronaca come questo), prova - malamente - a mettere una pezza in diretta: «Sei stato molto duro con Melania. Lo rimarco, hai detto una cosa un po' forte». Ma lui quasi la bacchetta: «Ho detto che lui e la moglie vanno in Florida, Melania ricordiamo non è la vittima, è razzista come Trump». La prima difesa in diretta è quindi la rivendicazione, in un allucinato sillogismo buonista: Melania è una meretrice perché è razzista, è razzista perché è la moglie di Donald. Ma visto che se c' è una materia in cui il tuttologo Friedman eccelle è il paraculismo, si rende subito conto che così non tiene. E detta la (nuova) linea all' Adnkronos: «Non è stata assolutamente una cosa voluta. Stavo traducendo dall' inglese, la parola italiana che volevo dire era "accompagnatrice", ed è uscito escort». Qui piombiamo direttamente in una commedia di Alberto Sordi: confuso dal proprio stesso sdoppiamento tra italiano famoso e americano qualunque, è inciampato nel passaggio di idioma. Peccato che anche in italiano non c' era alcun bisogno di pensare l' equivoco «accompagnatrice», bastava pensare e dire «moglie». Deve rendersi conto anche lui che la giustificazione linguistica vacilla, perché ieri, ospite a L' Aria che Tira, vira ancora, rivelando un'insospettabile agilità mentale. La conduttrice Myrta Merlino è costretta (bontà sua) a «tirargli le orecchie» per aver definito la signora Trump una professionista del sesso a pagamento (il giorno prima usava l' espressione ben più pesante «voltastomaco» per presunte offese sessiste di Dagospia a Renata Polverini, ma transeat). È lo spiraglio benevolo che Alan aspettava e vi si getta a capofitto, con italo-americano maccheronico: «Posso dirti una cosa da vecchio amico? - per un attimo abbiamo tremato, visto il precedente recente col gentil sesso, ndr- Ho fatto una battuta infelice, di pessimo gusto, andato male, per cui chiedo scusa». Quindi, la terza versione in poche errore archivia anche l'errore di traduzione, e punta tutto sull' humor non riuscito: il competente analista reputava davvero di dire una spiritosaggine arguta, mentre dava della baldracca all' ormai ex First Lady, salvo accorgersi in un secondo momento che la facezia non era poi così azzeccata. Dopodiché, «io sono contro i misogini e i maschilisti». Certo Alan, certo, e sei anche l' americano più autorevole e amato dai tempi di Franklin Delano Roosevelt. O forse anche da prima.

Antonello Piroso per “la Verità” il 23 gennaio 2021. Anal Friedman... pardon, intendevo Alan. Chiedo scusa per la duplice mancanza. Nei confronti di quel simpatico bandito di Roberto D' Agostino, l'urticante nome anagrammato è coperto dal copyright di Dagospia, che l'ha usato più volte. Ma soprattutto dello stesso Alan Friedman, perché prima di parlare o di scrivere - e non solo della vita privata, vera o presunta, di personaggi pubblici - bisognerebbe maneggiare non l' ascia delle boutades sgradevoli ma le pinze dell'attenzione. Vale per noi ma pure per lui, considerato «autorevole» (ah, l'inguaribile esterofilia di noi scribacchini italici: ogni testata o collega straniero lo è per antonomasia).

Riassumiamo brevemente, ovvero, in omaggio all' amico americano: previously on Alan. Friedman, collegato con il contenitore Rai Unomattina, per commentare l' addio di Donald Trump alla Casa Bianca ha bollato la moglie Melania con quello che in Italia suona come un epiteto: «escort» (leggi: peripatetica). A caldo, al Franti che è in me è sorto il solito sospetto: pensa se un altro opinionista si fosse permesso tale etichetta nei confronti di Michelle Obama, o della nuova first lady, Jill Biden, chi l' avrebbe fermata la gioiosa macchina da guerra del politicamente corretto «de sinistra»? «Non è stata assolutamente una cosa voluta. Stavo traducendo dall' inglese, la parola italiana che volevo dire era accompagnatrice. Mi sono corretto subito, non c' è da montarci su una questione», ha puntualizzato dopo un po' Friedman, avvertendo in avvicinamento lo tsunami delle polemiche. Solo che la sua precisazione da Alice nel Paese delle meraviglie anziché farle scemare, le ha rinvigorite, con critiche che per una volta hanno messo d' accordo l' intero arco parlamentare, e non solo il gineceo (absit iniuria verbis: la Treccani lo indica come termine scherzoso e non offensivamente sessista) politico, da Giorgia Meloni a Laura Boldrini. Al che Friedman alzava bandiera bianca: «Chi sbaglia deve ammetterlo. Ho fatto una battuta infelice, chiedo scusa». Purtroppo, però, il trapasso lo trapassa. E no, qui non si vogliono riperticare le questioni sul conflitto d' interesse messo sotto la lente d' ingrandimento dal comitato etico della Bbc perché per la tv inglese Friedman produceva, attraverso la sua società Fbc, documentari sulla Malesia avendo come cliente della società... il governo malese. Oppure la vicenda dell' articolo del New York Times a firma Romano Prodi: «Come salvare l' Ucraina» (2014), scritto -secondo taluni dietrologi - su sollecitazione di Friedman. Ipotesi che costringeva un portavoce dell' ex premier a comunicare che «il presidente al massimo può avergli chiesto un aiuto sulla forma, Friedman è stato solo l' intermediario con il giornale»: quanto mai interessato, vista l'attività di lobbying, sempre attraverso la Fbc, a favore del l' ex presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich. Al soldo di chi?

Di Paul Manafort, già capo - nel 2016 - della campagna elettorale di... Donald Trump. Già questo sarebbe un cortocircuito meraviglioso - il critico di Trump che si ritrova messo in mezzo in una rete di finanziamenti riconducibili a un ex uomo dell' ex presidente - ma diamo assolutamente per scontato che nei due casi citati fosse tutto normale, regolare, trasparente. No. Qui segnaliamo che Friedman non può ciurlare nel manico facendo finta di ignorare cosa tutti abbiano concluso quando ha scelto di usare il termine «escort». Perché è recidivo. Per esempio, il 23 agosto scorso chiosa il tweet di Steven Beschloss sulle foto di una solitaria Melania nei giardini della Casa Bianca (tradotto: «Sto cercando la parola per descrivere il suo gusto estetico. Direi: senz' anima. Adesso capisco meglio come può stare con Trump»), con un fulminante: «Slovene escort chic?», che anche a voler ricorrere al beneficio del dubbio, di dubbi ne lascia pochini. Poi il 19 gennaio interviene sul tweet di una signora, il cui account è @idaho_blue (in inglese, il 19 gennaio , domanda: «Michelle Obama ha scritto il best seller Becoming. Quale sarà il titolo del libro di Melania?»), battendo sulla tastiera: «Escorting the Don?». Aridanga, verrebbe qui da infierire. Anche perché Friedman ha poi cercato di nascondere la smarronata, solo che tu puoi pure riuscire a cancellare le tue parole, ma non i commenti altrui alle medesime: «La Rai dovrebbe tagliare in tronco ogni collaborazione con un cafone poco intelligente come lei» (@AlbSovr); «Stanlio Friedman dovrebbe leggere la volpe e l' uva» (@dayflyer); «Cogl... Credevi che non ti avrebbero beccato?» (@m_daros). Prima di calare il sipario, vale la pena di leggere un passo de Io sono l' impostore, libro intervista di Andrea Sceresini al truffatore - ha patteggiato una pena di quattro anni nel novembre 2019 - Alessandro Proto, «broker». Pagina 82: «Proto mi ha confessato: "Volendo, avrei potuto inc... qualsiasi persona". Per dimostrarmelo, mi ha raccontato la seguente storia». Contattato dalla segretaria personale di Friedman, in cerca di aiuto per vendere per 25 milioni di euro la sua splendida magione, una villa del Cinquecento, nella campagna toscana, Proto inventa una bella fake news: a villa Orsetti andranno in luna di miele Kate e William, sì, proprio loro: i reali britannici. Friedman sapeva della bufala? A compulsare lo scambio di email tra lui e Proto, parrebbe di sì. Di certo, quando in quei giorni (maggio 2011) fu interpellato, il giornalista sfoderò - anche un po' snobisticamente - un classico: «Capisco che la questione interessi molto la stampa italiana, ma davvero non posso raccontare niente: no comment». L' operazione comunque non andò buon fine, la vendita non avvenne e Friedman cominciò a rincorrere Proto per riavere i 43.000 euro pretesi sull' unghia dal «finanziere» per attivarsi, come da email del 20 ottobre 2011: «Dear Alessandro, leggo di tuoi investimenti in Mediaset. Ma vuoi restituirmi i 43.000 euro che hai preso da me? Rispondi per favore. Subito. Alan». Non sappiamo come sia finita. Ci auguriamo solo che, per Friedman, Proto non si sia rivelato più caro di una escort.

Perché Melania è stata una grande first lady. Corrado Ocone, 24 gennaio 2021 su Nicolaporro.it. Credo che sia giunto il momento, dopo le sbracate dichiarazioni televisive di Alan Friedman, ma non solamente per questo (parole meschine che qualificano da sole chi le usa), di fare un elogio di Melania Trump, la quarantacinquesima first lady dell’America. Di farlo soprattutto per la dignità e il decoro, la compostezza e lo stile, con cui ha affrontato il suo ruolo, cosa che non era affatto facile e scontata considerate le intemperanze e le uscite spesso borderline del consorte presidente e considerato il non edificante esempio che aveva in chi l’ha preceduta, cioè Michelle Obama. Sia chiaro, qui non si vuole fare un discorso che rilega la donna in un suo cantuccio, come direbbe subito il falso femminismo di sinistra. Significa semplicemente capire che, come i soloni dell’altro campo pretendono di insegnarci solo quando fa a loro comodo, la democrazia, e quella americana più di tutte, è fatta di forme, liturgie, persino riti. E quello della first lady è un ruolo simbolico quanto altri mai perché richiama la tradizione e suoi valori, che per un “popolo senza storia” è un cemento sociale non indifferente. Bisogna rispettare il proprio ruolo, indipendentemente dal sesso, così come lo hanno rispettato, per fare solo due esempi nell’altro senso, il marito di Margareth Thatcher, a suo tempo, e quello di Angela Merkel, ancora oggi. Rispettare il proprio ruolo significa anche avere rispetto verso i propri concittadini che non hanno votato il o la consorte di un presidente e che perciò non debbono vedersi una tale persona fare politica o prepararsi, servendosi del consorte , una propria carriera politica (come ha fatto la Clinton e come, si capisce a mille miglia, ha fatto e continua a fare la Obama). Non era facile anche perché si aveva gli occhi puntati di un sistema dei media orientato da una sola parte, pronto a cogliere ogni piccola e umana défaillance per colpire il presidente per interposta persona. E, non esitando pur di raggiungere lo scopo, a mettere in campo il più spinto “sessismo”, come ha fatto Friedman con rozzezza ma come hanno fatto nei quattro anni trascorsi tutti quelli che dietro una mano negata a Trump o un volto più corrucciato del solito hanno immaginato chissà quali dissapori o dissidi coniugali. Già dimenticando che il loro è un matrimonio consolidato e di lunga data (senza contare l’altrettanto lungo fidanzamento) e con un figlio, Barron, che, in barba ad ogni rispetto per i minori, è stato persino preso in giro per certi suoi diffusi “disturbi” comportamentali da adolescente. Melania ha saputo sottrarlo agli sguardi indiscreti di questi famelici avversari e si è sottratta ella stessa a interviste o prese di posizione politiche. È stata però sempre presente e accanto al marito, come il ruolo esige. La sua intelligenza l’ha mostrata non straparlando, ma semplicemente con il suo comportamento. Se, come sembra, Jill Biden sarà molto presente accanto al marito ma per fare politica e dare manforte all’ideologia democratica, sempre più chiusa e arrogante, rimpiangeremo davvero questa donna e la sua saggezza. Corrado Ocone, 24 gennaio 2021

Maria Giovanna Maglie contro Alan Friedman: "Un avvoltoio, quello famoso in Italia per essere americano". Libero Quotidiano il 22 gennaio 2021. Anche Maria Giovanna Maglie dice la sua su uno dei casi delle ultime ore, gli insulti rivolti da Alan Friedman a Melania Trump, bollata come "escort" su Rai 1. Poi le scuse, a cui in pochi credono, anche perché si è scoperto che già in passato, su Twitter, il giornalista definì "escort" la moglie di Donald Trump. A far rumore anche il silenzio della sinistra, di chi è sempre pronto a indignarsi urlando al sessismo. "La frase di Alan Friedman e le reazioni ilari dei presenti si iscrivono nel metodo abituale del doppiopesismo italiano, che vale anche e soprattutto nello scandalizzarsi e e nel denunciare. E' il frutto di un politically correct che viene applicato un tanto al chilo ad alcuni soggetti che devono essere le vittime. Gli altri ne sono esenti", attacca la Maglie in una intervista alla AdnKronos.  "Ci sono alcune donne - riprende picchiando durissimo - che possono essere lapidate come l'adultera e ci sono le madonne. Anche qui in Italia, l'altro giorno cosa abbiamo visto? Insulti furibondi a Teresa Bellanova da parte della sinistra varia e Cinque Stelle. Poco più di un anno fa, quando Teresa Bellanova giurò da ministro, sui commenti che qualcuno osò fare al suo vestito si scatenò il mondo indignato delle femministe politically correct: Oggi tutti zitti". Da parte della Maglie, successivamente, altri giudizi pesanti anche su Friedman, "quello del quale il New York Times scrisse: famoso in Italia per essere americano. Campeggiano sul web le foto di lui che stringe sorridente la mano a Trump. Poi ha deciso di sposare, perché ha visto che era più popolare, la parte di denigratore, non si capisce in nome di quale democrazia visto che Trump è stato un presidente eletto e popolare. Ora festeggia come un avvoltoio, e come tutti gli avvoltoi ha bisogno di carne fresca e la carne fresca è la frase su Melania Trump", conclude la Maglie.

Giorgia Meloni inchioda Alan Friedman: "Melania escort? Non è stato un incidente, è sua abitudine". Libero Quotidiano il 23 gennaio 2021. Fa ancora discutere Alan Friedman. A picchiare duro contro il giornalista statunitense ci pensa Giorgia Meloni. Nel mirino la frase vergognosa su Melania Trump definita da Friedman una "escort". Salvo poi difendersi dicendo che è stata solo una battuta infelice. Non per la leader di Fratelli d'Italia però. La Meloni infatti ha pescato commenti simili e pubblicati tutti sulla sua pagina Twitter: "Quello di Alan Friedman non è stato un incidente. Ha l’abitudine di twittare contro Melania Trump definendola escort. - ha tuonato a corredo dell'immagine -. Ma per la sinistra va bene così: denigrare una donna di destra fa parte dei loro metodi e rivedremo presto Friedman in tv a diffondere altre menzogne e veleno". Sotto le varie uscite del "democratico" giornalista che ha sempre sparato a zero contro la moglie di Donald Trump.

Giorgia Meloni contro Alan Friedman: "Melania Trump escort? Silenzio surreale delle paladine femministe di sinistra". Libero Quotidiano il 21 gennaio 2021. L'uscita di Alan Friedman scatena anche Giorgia Meloni. "Grave episodio sulla tv pubblica - premette la leader di Fratelli d'Italia - Alan Friedman definisce Melania 'escort' prima di correggersi e chiamarla 'moglie' di Trump. Surreale che nessuna paladina del femminismo sia intervenuta. Cosa sarebbe accaduto se a essere definita così fosse stata un'esponente di sinistra?", cinguetta per poi rincarare la dose: "Surreale anche che Friedman non si sia scusato immediatamente per le gravi parole pronunciate, aspettando le polemiche per poi dare la sua versione". "Trump - sono le parole di Friedman pronunciate su Rai 1 - si mette in aereo con la sua escort". Poi, fingendo una svista si è corretto: "Con la sua moglie". Ma ormai la frase è stata detta e le risate in studio non sono mancate. "Ho fatto una battuta infelice - si è poi giustificato a L'Aria Che Tira - di pessimo gusto. Per questo chiedo scusa. Io sono contro i misogini e contro i maschilisti". Basterà?

Giuseppe Candela per Dagospia il 22 gennaio 2021. Laura Boldrini ha accennato (in ritardo) una reazione sulle parole di Alan Friedman su Melania Trump ("Escort"). Un tweet "frenato" complice la presenza in studio silente di Monica Maggioni? Le due spinsero per la chiusura di Parliamone Sabato della Perego per la famosa lista sulle donne dell'est. E come mai Repubblica ha evitato paginate indignate sul caso (pezzo presente sul sito)? La conduttrice di Unomattina Monica Giandotti, in onda mostratasi debolissima, è la moglie di Stefano Cappellini, nome di peso del giornale diretto da Maurizio Molinari.

Brunella Bolloli per “Libero quotidiano” il 22 gennaio 2021. Il direttore di Raiuno, Stefano Coletta, martedì sarà "a rapporto" in Vigilanza Rai ufficialmente per parlare dell' organizzazione del prossimo Festival di Sanremo, in realtà anche per il caso Friedman che gli è scoppiato in mano. Friedman, nel senso di Alan, il giornalista guascone che fa le battute sessiste su Melania Trump, poi dice che è colpa della traduzione, infine è costretto a scusarsi travolto delle polemiche non soltanto da parte delle donne. Quel «Melania escort» pronunciato a Uno Mattina, il primo contenitore della rete ammiraglia di Viale Mazzini, per un attimo è passato inosservato, forse qualcuno ci ha anche fatto una risatina sopra come fosse una battuta divertente, ma quando la conduttrice Monica Giandotti ha capito la gravità della situazione, appena l' ospite ha finito di pontificare si è dissociata pubblicamente e con lei anche Marco Frittella: «Incidente spiacevole». E l'espressione della Giandotti mentre Friedman insultava l' ex first lady americana non è passata inosservata in studio dov' era intervenuta Monica Maggioni, ex presidente Rai e attuale padrona di casa di Sette storie, il programma di approfondimento del lunedì sera, sempre su Raiuno. «Subito non avevo sentito bene. Ciò che ha detto Friedman è inaccettabile», dichiara la Maggioni a Libero, «il dissenso politico può essere lecito, Donald Trump può essere criticato da chi la pensa diversamente da lui, io stessa condanno le vicende che hanno caratterizzato le ultime settimane con l' assalto al Congresso, ma questo non autorizza a offendere una donna che è stata per quattro anni la first lady Usa». Alla domanda su cosa dovrebbe fare adesso Viale Mazzini, l' ex inviata di guerra risponde: «Non sono più presidente Rai e non mi sento di dire come dovrebbe comportarsi il vertice dell' azienda di fronte a questa vicenda. Parlo per me e dico che ciò che è accaduto è molto grave». Così grave da avere indignato l' Usigrai, il sindacato interno alla Rai, e quasi incredibilmente, unito donne appartenenti a diversi partiti politici: tutte compatte nel sostenere che Friedman ha toppato e le scuse non bastano. «Va bandito dalla televisione pubblica» dicono in coro gli esponenti di Fratelli d' Italia con Giorgia Meloni in testa, che ha suonato la carica alle femministe di sinistra all' inizio silenti sull' ennesima gaffe in chiave misogina della tv di Stato. Daniela Santanché e Federico Mollicone pretendono che in commissione di Vigilanza si prendano provvedimenti. «Alan Friedman dissemina odio», incalza Michaela Biancofiore, parlamentare di Forza Italia. «Ci sono tanti altri giornalisti, anche non della mia area politica, che sono garbati e argomentano le loro ragioni senza insultare. Mi auguro che Melania Trump si rivolga ai suoi legali». Furibondi anche quelli della Lega. «Dopo che Fabio Fazio ha permesso, con il sorriso, che Luciana Littizzetto umiliasse Wanda Nara con la frase sul "pomello della sella", adesso ci tocca ascoltare Friedman che apostrofa Melania Trump come escort», aggiunge il deputato del Carroccio, Massimiliano Capitanio, segretario della della commissione di Vigilanza, il quale consiglia ai conduttori di Uno Mattina «una condanna un po' più sollecita e sentita». L'appunto arriva anche dalla Pd Valeria Fedeli: «Le risatine di conduttrici e conduttori a battute sessiste non sono compatibili con il servizio pubblico, con il ruolo e la funzione dell' informazione Rai», mentre la sua collega di partito, Laura Boldrini, si augura che Friedman «sia inciampato sulla lingua». Sulla polemica è intervenuta anche Virginia Raggi: «Quale battuta infelice. È stato un insulto a tutte le donne».

Il matematico che ha svelato la frode elettorale della Pennsylvania: “Più di 500mila elettori fantasma”. Rec News il  4 Gennaio 2021. Se c’è una persona che avrebbe qualcosa da dire sui presunti brogli elettorali che hanno caratterizzato le presidenziali americane, quello è Robert Piton e c’è una persona che avrebbe qualcosa da dire sui presunti brogli elettorali che hanno caratterizzato le presidenziali americane, quello è Robert Piton. Matematico, il suo nome è passato piuttosto inosservato nell’ambito del dibattito europeo sulla diatriba Trump-Biden, ma negli States si parla molto dei suoi studi recenti. Piton ha esaminato oltre 9 milioni di “record”, giungendo a delle conclusioni sorprendenti: la presenza di oltre 500mila “cognomi univoci”, per citare le sue stesse parole diramate tramite un interessante thread (in basso) con tanto di fogli di calcolo. In pratica Piton si è trovato più di 500mila volta davanti a cognomi che non si ripetevano mai. “Persone” senza familiari, (padri, madri, sorelle, fratelli, nonni, nonne) nello Stato oggetto di rilievi, la già controversa Pennsylvania. Non casi isolati, ma un fenomeno ricorrente isolato dal matematico, che come accennato ha riguardato oltre mezzo milione di persone. “Sono a corto di parole mentre guardo questa folle frode”, ha twittato Piton, che ha aermato che “a quasi un milione di americani è stato rubato il voto.” Ambiguità dello stesso tipo avrebbero interessato la Georgia e l’Arizona (in basso, un’immagine dell’udienza che ha riguardato l’ultimo Stato).

Estratto dell'articolo di Massimo Fini per il "Fatto quotidiano" il 12 gennaio 2021. Io mi sento di dir grazie a Donald Trump. Per alcuni motivi. Perché almeno per un po' ci toglierà dalle palle il Covid, l'ossessivo e ossessionante parlar di Covid su tutte le Tv e tutti i giornali. Perché mi sono sbellicato dalle risa davanti all'ipocrita orrore che ha colto tutte le "anime belle" di fronte a quanto stava succedendo a Capitol Hill. Per il velo che The Donald ha tolto alla mitica democrazia americana, quella che vorremmo esportare nel mondo intero, e, sia pur con gradazioni diverse, anche alle altre democrazie occidentali. Persino Recep Tayyip Erdogan e il cinese Xi Jinping hanno osato darci lezioni in proposito. Siccome è da parecchio tempo che si parla di "crisi della Democrazia", sia pur in modo obliquo e vellutato senza mai andare alle origini del problema, chissà che la lezioncina di Trump non ci induca a promuovere qualche "Speciale" su questa questione fondante. Magari condotto da un sia pur invecchiato Gigi Marzullo.

Trump potrebbe rivelare la verità su Mifsud e sul Russiagate. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 13 gennaio 2021. Ultimi giorni alla Casa Bianca per il Presidente Usa Donald Trump, che potrebbe decidere, in questo ristretto lasso di tempo, di declassificare documenti top secret piuttosto significativi che potrebbero riguardare anche il nostro Paese, inerenti la controinchiesta sul Russiagate. Come spiega Aaron Matè su RealClear Investigations, voluminosi registri pubblici – inclusi i rapporti investigativi del consigliere speciale Robert Mueller, del Congresso e dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia – hanno stabilito che Trump e il suo staff sono stati presi di mira da un’accusa di collusione russa priva di fondamento. La teoria è nata per volontà della Campagna di Hillary Clinton, ed è stata alimentata da una fuga di notizie false o ingannevoli,  con la complicità dell’Fbi. Nonostante queste rivelazioni, la domanda rimane: chi ha fabbricato le false prove per incastrare Donald Trump al fine di provare una collusione con il Cremlino che poi si è rivelata falsa? Sia la Cia che l’Fbi hanno tardato a rendere noti i documenti top secret che Trump, secondo quanto riferito, vorrebbe declassificare. Le agenzie governative affermano che la divulgazione di tali documenti metterebbero a rischio la sicurezza nazionale. Prima di lasciare l’incarico il 20 gennaio, Trump potrebbe usare la sua autorità al fine di declassificare tutti i documenti più “scottanti”, come peraltro gli chiedono i suoi sostenitori, a cominciare dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael T. Flynn. Tutto questo in attesa che si concluda l’indagine del Procuratore speciale John Durham sulla condotta delle agenzie governative.

Prima possibile rivelazione: scoprire la verità su Joseph Mifsud. I documenti delcassificati potrebbero riguardare Mifsud. Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente maltese della Link Campus Joseph Mifsud, ad oggi scomparso, disse a Papadopoulos di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volta riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti tra Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate inconsistenti. È dal 31 ottobre 2017 che del professore Joseph Mifsud non si ha ufficialmente traccia. Come ha successivamente stabilito un’inchiesta della Verità, il misterioso docente maltese della Link è rimasto nascosto per qualche mese ad Esanatoglia, nelle Marche, ospite di Alessandro Zampini, compagno di Vanna Fadini (Gem), società che gestisce tutti i servizi e paga gli stipendi ai dipendenti della Link Campus. Come ha poi rivelato una fonte anonima a Panorama, il docente maltese era in Italia fino a marzo 2018, a Roma, in un bell’appartamento ai Parioli. Come sottolinea RealClearInvestigations, dopo che Mifsud è stato identificato come l’uomo che avrebbe parlato con Papadopoulos, la squadra di Mueller lo ha descritto come una persona con importanti contatti russi. Questa descrizione del docente maltese ignorava però i legami che lo stesso Mifsud aveva con governi, politici e istituzioni occidentali, inclusi Cia, Fbi e servizi di intelligence britannici. È davvero curioso che, nonostante il ruolo centrale di Mifsud nelle indagini, l’Fbi abbia condotto con lui solo una breve intervista in un atrio di un hotel di Washington, DC, nel febbraio 2017. Il team di Mueller ha successivamente affermato che Mifsud ha fornito false dichiarazioni agli agenti dell’Fbi ma non l’ha messo sotto accusa come accaduto con Papadopoulos. Secondo quanto emerge dai file declassificati, il professore ha raccontato agli investigatori del bureau di non essere mai stato a “conoscenza che la Russia fosse in possesso di e-mail dal Comitato Nazionale Democratico” e quindi di non aver mai formulato “offerte” o di “aver fornito qualsiasi tipo di informazione” a George Papadopoulos, ex advisor della Campagna di Donald Trump. I documenti affermavano che Mifsud e Papadopoulos nei loro incontri “hanno parlato di sicurezza informatica e hacking come un problema più ampio”.

L’Italia e il dossier Steele. I nuovi documenti declassificati potrebbe confermare che il fatto Roma è stata “l’epicentro della cospirazione” contro il tycoon. Come? La capitale, infatti, è il luogo del primo incontro fra l’ex advisor di Donald Trump George Papadopoulos e il docente maltese Joseph Mifsud. E come ricordava La Stampa lo scorso febbraio, proprio a Roma, il 3 ottobre 2016, si era svolto un incontro segreto e cruciale tra gli investigatori dell’Fbi e il loro informatore britannico Christopher Steele, autore del famoso rapporto sulle presunte relazioni pericolose fra Trump e il Cremlino. Un dossier che poi si è rivelato essere in larga parte infondato e falso, come lo stesso ex membro dell’agenzia di spionaggio per l’estero della Gran Bretagna ha ammesso in seguito, finanziato peraltro da Fusion Gps, dal Comitato nazionale democratico, dalla Campagna di Hillary Clinton e dal Washington Free Beacon. In buona sostanza, dai nemici di Trump. Steele, ricorda La Stampa, dopo la carriera nell’intelligence, aveva successivamente fondato una sua agenzia investigativa, la Orbis, e in tale vesta aveva conosciuto Michael Gaeta, assistente legale presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Una volta avviata l’inchiesta Crossfire Hurricane, l’Fbi aveva riaperto il canale con Steele attraverso Gaeta. Quindi il 3 ottobre del 2016 Gaeta aveva invitato l’ex agente dei servizi segreti a Roma, offrendogli 15.000 dollari per scambiare informazioni con tre agenti impegnati nell’indagine su Trump.

Le bugie del dossier anti-Trump rilanciate dai democratici e dai media. Come osserva The Nation, secondo il dossier Steele Trump e il Cremlino erano impegnati in una “cospirazione molto sviluppata”. La Russia, osservava Steele, ha “coltivato, sostenuto e assistito Trump per almeno cinque anni” e consegnato al tycoon “un flusso regolare di informazioni”, anche sui “rivali politici”. La cospirazione presumibilmente si è intensificata durante la campagna del 2016, quando l’allora avvocato di Trump Michael Cohen è entrato a Praga per “discussioni segrete con i rappresentanti del Cremlino e gli hacker associati”. Questo presunto complotto non era solo basato su reciproci interessi ma, peggio, su una vera e propria coercizione. Per mantenere la loro risorsa in riga, sosteneva Steele, i russi avrebbero filmato Trump con alcune prostitute in una stanza d’albergo del Ritz-Carlton di Mosca. Ma lungi dall’avere accesso a informazioni di alto livello, nulla di ciò che è stato scritto in quel dossier si è rivelato vero. È per questo motivo che le figure chiave del Russiagate non compaiono nel dossier di Steele, a cominciare da George Papadopoulos e Joseph Mifsud. Tutti i giornali liberal americani – a cominciare dal New York Times – hanno però dato credito a un dossier ampiamente screditato pur di danneggiare Donald Trump e alimentare la teoria della collusione con la Russia. Cosa ancor più grave, il dossier Steele è stato preso per buono dall’Fbi.

“L’Fbi conosceva sapeva dei contatti di Mifsud con l’intelligence”. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 16 gennaio 2021. Come vi avevamo anticipato in esclusiva su InsideOver pochi giorni fa, l’amministrazione Trump ha deciso di declassificare documenti top secret inerenti il Russiagate. Come riportato da Fox news, nella giornata di ieri, il presidente della commissione giudiziaria del Senato, il repubblicano Lindsey Graham, ha divulgato una serie di documenti declassificati definendo l’indagine Crossfire Hurricane “una delle indagini più incompetenti e corrotte del storia dell’Fbi e del Dipartimento di Giustizia”. In qualità di presidente della commissione giudiziaria del Senato, sottolinea Graham, “ho deciso di rilasciare tutte le trascrizioni delle deposizioni che coinvolgono la supervisione del comitato del Senato sull’indagine Crossfire Hurricane. Abbiamo pubblicato quanto più materiale possibile” sottolinea.

“L’indagine Crossfire Hurricane è una farsa”. Il tribunale Fisa, spiega Lindsey Graham, “è stato ingannato. Gli investigatori, con alcune notevoli eccezioni, erano incredibilmente prevenuti e hanno utilizzato i propri poteri per scopi politici. Le vittime dell’indagine hanno avuto le loro vite sconvolte. La mia speranza è che le indagini di controspionaggio vengano frenate e questo non accada mai più in America. La leadership dell’Fbi sotto James Comey ed Andrew McCabe era o grossolanamente incompetente o consentivano consapevolmente tremendi misfatti. Le richieste di mandato Fisa contro Carter Page – ex collaboratore di Trump, ndr – erano una farsa, e coloro che le hanno firmate hanno ammesso che se avessero saputo quello che sanno ora, non l’avrebbero firmato. È difficile credere che gli alti funzionari dell’Fbi non sapessero che il dossier Steele era stato rinnegato. È altrettanto difficile credere che gli avvertimenti della Cia e di altre agenzie sull’affidabilità di Christopher Steele e del suo dossier non fossero noti ai dirigenti”.

“L’Fbi sapeva dei contatti di Mifsud con l’intelligence”. Nel file Handling Agent 1 Redacted, verbale dell’interrogatorio del comitato giustizia del Senato Usa 3 marzo 2020 agli agenti dell’Fbi che conducevano l’inchiesta sul Russiagate, emerge anche il nome di Joseph Mifsud, il misterioso professore maltese che collaborava con la Link Campus di Roma. Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente maltese Mifsud, ad oggi scomparso, disse a Papadopoulos di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volta riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti tra Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate inconsistenti. Come nota l’esperto di intelligence Chris Blackburn su Twitter, sfogliando il verbale, “l’Fbi sapeva che Joseph Mifsud stesse lavorando con figure-formatori dell’intelligence italiana presso la Link Campus di Roma. Perché anche l’Fbi lavorava lì. Ovviamente Mueller non voleva includerlo nel suo rapporto”. Altro che “agente russo”, dunque. Come sottolinea RealClearInvestigations, dopo che Mifsud fu identificato come l’uomo che avrebbe parlato con Papadopoulos, infatti, la squadra di Mueller lo ha descritto come una persona con importanti contatti russi. Questa descrizione del docente maltese ignorava però i legami che lo stesso Mifsud aveva con governi, politici e istituzioni occidentali, inclusi Cia, Fbi e servizi di intelligence britannici. È davvero curioso che, nonostante il ruolo centrale di Mifsud nelle indagini, l’Fbi abbia condotto con lui solo una breve intervista in un atrio di un hotel di Washington, DC, nel febbraio 2017. Il team di Mueller ha successivamente affermato che Mifsud ha fornito false dichiarazioni agli agenti dell’Fbi ma non l’ha messo sotto accusa come accaduto con Papadopoulos. Come poteva essere un agente russo? E se lo sera, perché non è stato interrogato?

Il dossier Steele. Scavando fra i documenti declassificati e pubblicati da Graham, emergono nuove incredibili contraddizioni circa il dossier Steele che accusava Donald Trump di essere colluso con il Cremlino. Come nota John Solomon su Just the News, poco prima che l’Fbi usasse il suo dossier per ottenere un mandato di sorveglianza contro la campagna di Trump, Christopher Steele ha incontrato i funzionari del Dipartimento di Stato e ha trasmesso informazioni che suggerivano che Mosca stesse conducendo un’operazione presso il consolato russo a Miami. C’era solo un problema con quest’informazione dell’ex spia britannica: i russi non avevano un consolato nella più grande città della Florida. Questo la dice lunga sulla sua affidabilità. Lo scorso giungo, erano stati divulgati documenti declassificati dal direttore dell’intelligence nazionale John Ratcliffe e consegnati ai senatori Gop Chuck Grassley e Ron Johnson dimostrano che all’inizio del 2017 la comunità d’intelligence e i principali funzionai dell’amministrazione Obama sapevano che il screditato dossier sulla presunta collusione fra la Campagna di Trump e la Russia, realizzato dall’ex spia britannica Christopher Steele e finanziato da Fusion Gps, Washington Free Beacon, dalla Campagna di Hillary Clinton e dal Comitato nazionale democratico, non era attendibile. Ratcliffe ha diffuso l’allegato di due pagine, aggiunto alle conclusioni di gennaio 2017 di Fbi, Cia e della National Security Agency sulla presunta collusione russa dove è scritto nero su bianco che le informazioni fornite da Steele al bureau erano confermate “in maniera limitata”.

In attesa di Durham. All’inizio di dicembre, l’Attorney general William Barr ha nominato John Durham come Procuratore Speciale. Questo al fine di garantire a Durham, che sta indagando sulle origini del Russiagate, maggiore protezione ed evitare che possa essere licenziato dall’amministrazione Biden. Come riporta il documento citato dall’Associated Press, Barr scrive che Durham è “autorizzato ad indagare su qualsiasi funzionario federale, impiegato o qualsiasi persona o entità che abbia violato la legge riguardo alle attività di intelligence, o contro-intelligence” condotte nel 2016 nei confronti di persone collegate alla campagna di Trump.

(ANSA il 4 novembre 2021) - Igor Danchenko, un analista russo che lavorò con l'ex 007 britannico Christopher Steele al dossier sui presunti legami tra Donald Trump e la Russia, è stato arrestato dall'Fbi. L'arresto è avvenuto nell'ambito dell'inchiesta condotta dal procuratore speciale John Durham nominato dall'amministrazione Trump per indagare sulle origini delle indagini del Russiagate. Danchenko è stato il principale contributore al cosiddetto 'Steele dossier', che conteneva voci e fatti mai provati sui presunti contatti con Mosca di Trump e della sua campagna nel 2016. Contatti con cui si sarebbe cercato il sostegno del Cremlino per sconfiggere Hillary Clinton.

È stato arrestato Igor Danchenko, un analista che collaborò al dossier Steele sui legami tra Trump e la Russia. Il Corriere della Sera il 4 novembre 2021. Igor Danchenko, un analista russo che collaborò con Christopher Steele, l'ex agente dell'intelligence britannica autore di un dossier sui presunti legami tra Donald Trump e la Russia, è stato arrestato con l'accusa di aver fornito false informazioni all'Fbi quando è stato interrogato sul suo lavoro. Danchenko è la terza persona, e la seconda in due mesi, ad essere imputato nell'indagine del consigliere speciale John Durham sulle origini del dossier russo. Il Dossier Steele era stato finanziato dal Partito democratico Usa. Durham venne nominato dall'allora amministrazione Trump per indagare su possibili negligenze nella precedente indagine sui presunti legami tra l'ex presidente e la Russia. L'indiscrezione del New York Times riguardo all'arresto di Danchenko non è ancora stata confermata ufficialmente. L'ufficio del procuratore speciale Durham non ha voluto rilasciare commenti. Alcune delle accuse contenute nel Dossier Steele vennero usate dall'Fbi a sostegno della richiesta di intercettazioni nei confronti di uno dei consulenti della campagna presidenziale di Trump nell'ottobre 2016. Altre accuse contenute nel dossier, in particolare di natura sessuale nei confronti dell'ex presidente, vennero invece fatte trapelare alla stampa, scatenando una tempesta mediatica e politica nel gennaio del 2017, in coincidenza con l'insediamento del nuovo presidente. Trump ha sempre sostenuto che l'indagine sui legami della sua campagna elettorale con la Russia fosse una caccia alle streghe e che il dossier Steele fosse la prova di una operazione corrotta guidata dai democratici. Ma il dossier non ha avuto alcun ruolo nell'avvio dell'inchiesta Trump-Russia. Il consigliere speciale Robert Mueller incaricato di portare avanti l'indagine alla fine del suo lavoro ha rilevato legami discutibili tra la campagna di Trump e la Russia, ma non prove sufficienti per perseguire accuse penali. I democratici hanno criticato aspramente l'indagine di Durham come politicamente motivata, ma l'amministrazione Biden non l'ha fermata.

"Un golpe anti Biden". L'assalto al Congresso poi il piano era pronto. Valeria Robecco su Il Giornale il 12 dicembre 2021. Un colpo di stato alla vigilia dell'assalto al Congresso del 6 gennaio. Prima dell'insurrezione dell'Epifania girava un piano dettagliato per la ripresa del potere di Donald Trump, sconfitto alle urne da Joe Biden, e a rivelarlo è stato il suo ex capo di gabinetto. Mark Meadows ha infatti consegnato alla commissione della Camera che indaga sull'episodio un PowerPoint ricevuto via email, in cui si elencano i passaggi per attuare un golpe e mantenere il tycoon alla Casa Bianca. Meadows dice di non averci mai fatto nulla, ma il comitato è certo che ci sia stato almeno un coordinamento tra Pennsylvania Avenue e gli organizzatori del raduno sfociato nel caos. Il fatto che il capo di gabinetto fosse in possesso del PowerPoint, inoltre, suggerisce che sia stato almeno a conoscenza degli sforzi di Trump e dei suoi alleati per impedire che avesse luogo la certificazione della vittoria di Biden, fissata proprio per quel giorno. Come riportano il New York Times e il Guardian, nella presentazione di 38 pagine - intitolata Election Fraud, Foreign Interference&Options for 6 Jan - si raccomanda all'ex presidente come prima cosa di informare i membri del Congresso dell'interferenza straniera nel voto, e a quel punto di dichiarare subito lo stato di emergenza per questioni di sicurezza nazionale, definire non valido il voto elettronico e chiedere a Capitol Hill di concordare una soluzione accettabile. A mettere a punto il piano sarebbe stato Phil Waldron, ex colonnello dell'esercito texano sostenitore della tesi delle elezioni rubate, che prima del 6 gennaio lo avrebbe fatto pervenire a diversi senatori. Secondo il Nyt, Waldron ha affermato di non aver inviato personalmente il documento a Meadows, ritenendo tuttavia possibile che lo abbia fatto qualcuno del suo team. Le raccomandazioni contenute nel PowerPoint si basavano su affermazioni (infondate) di brogli, incluso il fatto che «i cinesi hanno sistematicamente ottenuto il controllo sul sistema elettorale Usa» in otto stati chiave. L'allora ministro della giustizia ad interim, Jeff Rosen, e il suo predecessore Bill Barr, entrambi nominati da Trump, il 5 gennaio avevano però stabilito che non c'erano prove sufficienti di frodi per cambiare l'esito delle elezioni. Gli investigatori della Camera hanno spiegato di essere venuti a conoscenza del documento dopo che è emerso in più di 6mila pagine che Meadows ha consegnato alla commissione. Pochi giorni fa, una Corte d'appello aveva respinto la richiesta di Trump di bloccare le carte richieste dall'organismo: il tycoon aveva invocato il privilegio esecutivo, che garantisce la segretezza delle conversazioni e degli atti del presidente, e ora è molto probabile che ricorra alla Corte Suprema. Intanto si consolidano le voci sulla possibile discesa in campo dell'ex Comandante in Capo per tentare di riprendersi la Casa Bianca nel 2024. Lui non ha ancora sciolto le riserve, ma in un'intervista radiofonica negli ultimi giorni ha detto: «Se decidessi di non farlo, la mia base si arrabbierebbe molto». Intanto, la procuratrice generale di New York Letitia James ha chiesto che The Donald testimoni sotto giuramento il 7 gennaio nell'indagine civile sulle presunte frodi della sua società, parallela a quella penale condotta dal procuratore distrettuale di Manhattan Cyrus Vance. Trump, secondo i media Usa, potrebbe tentare di bloccare la deposizione evocando il rischio che sia usata contro di lui nell'inchiesta penale o denunciando una politicizzazione della vicenda.

(ANSA il 14 dicembre 2021) - L'ex capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows, è accusato di oltraggio al Congresso americano dalla commissione di inchiesta che indaga sull'assalto del 6 gennaio. La commissione raccomanda alla Camera al suo completo di incolpare formalmente Meadows per essersi rifiutato di collaborare e testimoniare. La Camera americana dovrebbe votare nelle prossime ore sulla raccomandazione di incolpare formalmente di oltraggio al Congresso l'ex capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows. Se la Camera voterà oggi a favore dell'adozione della raccomandazione della commissione, la palla passerà poi al Dipartimento di Giustizia americano. Mark Meadows, l'ex capo dello staff della Casa Bianca di Donald Trump, ha ricevuto messaggini da Sean Hannity e Laura Ingraham di Fox e da Donald Trump Jr durante l'assalto al Congresso del 6 gennaio. Messaggini contenenti un appello a convincere l'allora presidente Usa a intervenire per placare la protesta. "Serve un messaggio dallo Studio ovale. Le cose si sono spinte troppo oltre, sono sfuggite di mano", gli ha scritto Donald Jr chiedendogli di intervenire e convincere Trump a parlare alla nazione. Messaggi dello stesso tenore sono arrivati da Hannity. "Puoi chiedergli di rilasciare una dichiarazione in cui chiede di lasciare il Congresso", ha scritto a Meadows il volto noto di Fox. "Tutto questo sta distruggendo la sua eredità e tutti noi", ha invece scritto Ingraham.

(ANSA il 14 dicembre 2021) - Donald Trump "deve condannare quanto sta accadendo. Il tweet della Capitol Police non basta". E' un tweet di Donald Trump Jr del 6 gennaio scorso, il giorno dell'assalto al Congresso americano, rivelato dalla repubblicana Liz Cheney, membro della commissione di indagine sui fatti di quella giornata. Non è chiaro a chi era indirizzato il cinguettio, che mostra come anche il figlio dell'ex presidente Usa - ardente sostenitore del padre - fosse preoccupato per l'attacco.

L’ira di Donald Trump: due dossier lo inguaiano, ma resta padrone del partito repubblicano. Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera il 10 dicembre 2021. L’ex presidente critica il vecchio amico Benjamin Netanyahu e teme per le indagini sull’assalto al Congresso e sui suoi affari. Intanto, però, ha raccolto 1,2 miliardi di dollari da «investitori istituzionali». Il risentimento e l’ira di Donald Trump non risparmiano neanche i vecchi amici come Benjamin Netanyahu. In un’intervista al giornalista israeliano Barak Ravid, l’ex presidente americano ha inviato un «vaffa» a «Bibi», perché si era congratulato «troppo presto» con Joe Biden, subito dopo la vittoria alle elezioni del 2020. Ma le vere insidie arrivano dall’interno. Giovedì 9 dicembre Trump ha subito due colpi da non sottovalutare. Il primo riguarda il suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill. Il tribunale federale di Washington ha respinto l’appello trumpiano per impedire alla Commissione della Camera che indaga sul 6 gennaio di acquisire i documenti della Casa Bianca relativi ai quei giorni. I tre giudici hanno confermato la prima sentenza della Corte distrettuale, che risale al 10 novembre scorso: le carte, ora custodite dagli Archivi Nazionali, non sono proprietà privata dell’ex presidente, ma appartengono agli Stati Uniti e possono essere messe a disposizione del Congresso, se necessario. I legali di Trump avevano già preannunciato che, in caso di esito sfavorevole, avrebbero portato il dossier davanti alla Corte Suprema. Si prepara, dunque, un altro passaggio delicato, un altro test per la massima istanza giudiziaria del Paese. Gli alti magistrati nominati da presidenti repubblicani sono sei contro i tre designati da democratici. Ma non è detto che si pronunceranno in automatico a favore di Trump. Il 12 dicembre 2020, in un momento drammatico per il Paese, la Corte Suprema si rifiutò anche solo di prendere in considerazione il ricorso presentato dal Texas per invalidare le elezioni in Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. Poi c’è l’altro versante: gli affari della Trump Organization. La Procuratrice dello Stato di New York, Letitia James, ha convocato di imperio (subpoena) l’ex presidente, perché chiarisca sotto giuramento gli aspetti più opachi dei bilanci societari. In particolare James sta indagando sui valori di asset che sembra siano stati gonfiati per ottenere più facilmente prestiti bancari. Ma anche qui gli avvocati di «The Donald» sono pronti alla controffensiva: faranno appello al giudice perché annulli l’istanza di James. La procuratrice, nel frattempo, ha deciso di ritirarsi dalla corsa per il posto di Governatore dello Stato di New York. Sul piano politico, però, Trump è sempre più padrone del partito repubblicano e sempre più centrale nel mondo conservatore. Nei giorni scorsi l’ex leader americano ha fatto sapere di aver già raccolto 1,2 miliardi di dollari da «investitori istituzionali» disposti a finanziare la sua piattaforma Social, chiamata «Truth», la verità. È una cifra enorme. Da dove arriva? I trumpiani parlano di «investitori istituzionali». La Sec, la commissione di vigilanza sui mercati finanziari, sta indagando. A Washington si fanno molte ipotesi. Una di queste chiama in causa Jared Kushner, ex consigliere alla Casa Bianca. Il marito di Ivanka Trump starebbe per ricevere un consistente finanziamento dal Fondo sovrano dell’Arabia Saudita. Soldi che andrebbero ad «Affinity», società di «servizi alle imprese» con base a Miami. Il Fondo dispone di 450 miliardi di dollari ed è controllato dal controverso principe Mohammad Bin Salman, uno degli interlocutori più stretti del clan Trump.  

Usa, assalto al Congresso: spunta un piano per un golpe. Paolo Mastrolilli su La Repubblica l'11 Dicembre 2021. Un documento fatto pervenire al capo staff di Trump, lo stesso che ordinò di indagare sull'Italygate, indica la strada per ritardare l'elezione di Joe Biden. Secondo l'estensore l'ex presidente avrebbe dovuto dichiarare la stato di emergenza nazionale e annullare tutti i voti elettronici. Dichiarare l’emergenza nazionale, accusare potenze straniere ostili come Cina e Venezuela di aver interferito nelle elezioni presidenziali americane del 2020, proclamare non validi tutti i voti espressi per via elettronica, e chiedere al Congresso di individuare un rimedio costituzionalmente accettabile. Sono gli elementi principali di quello che suona come un vero e proprio colpo di stato, ed era girato alla Casa Bianca alla vigilia dell’assalto al Congresso del 6 gennaio. Non ci sono prove che qualcuno abbia cercato di metterlo in pratica, ma il capo di gabinetto Mark Meadows, lo stesso che in quei giorni aveva ordinato al Pentagono di indagare sull’Italygate, lo aveva presentato a Trump con un PowerPoint di una quarantina di pagine. Questa notizia raggelante è stata pubblicata dal New York Times e dal Guardian, che hanno messo le mani sul documento, consegnato alla Commissione di inchiesta parlamentare sull’attacco del 6 gennaio. Il testo si intitola "Election Fraud, Foreign Interference & Options for 6 Jan", e in sostanza indica un percorso da seguire per impedire a Biden di diventare presidente. Come prima cosa Trump avrebbe dovuto proclamare lo stato d’emergenza, sostenendo che potenze straniere come Cina e Venezuela avevano manipolato le elezioni. Quindi avrebbe annullato tutti i voti espressi per via elettronica, perché erano quelli che avevano aiutato il rivale democratico a vincere. A quel punto il Congresso avrebbe dovuto rifiutare di certificare il successo di Biden, su ordine del vice presidente e leader del Senato Pence, e discutere un’alternativa praticabile in base al dettato costituzionale. Trump così non avrebbe mai lasciato la Casa Bianca. Non si parla dell’uso di forze armate, che però avrebbero dovuto assicurare comunque l’ordine, mentre tutto questo caos avveniva.

Meadows aveva ricevuto il piano e lo aveva fatto circolare alla Casa Bianca e tra alcuni parlamentari, ma ora sostiene di non averlo mai preso sul serio e di non aver agito in alcuno modo per metterlo in pratica. Lui però è la stessa persona che aveva ordinato al Pentagono di indagare sull’Italygate, ossia la screditata teoria complottistica secondo cui i satelliti della compagnia italiana Leonardo erano stati usati per cambiare i voti da Trump in favore di Biden. proprio in questi giorni Meadows è impegnato in una disputa legale con la Commissione di inchiesta, perché ha rifiutato la domanda di collaborare con l’indagine. Secondo il New York Times, il documento era stato scritto o comunque fatto circolare da Phil Waldron, un ex colonnello dell’Esercito molto influente nel movimento che voleva contestare l’esito delle elezioni. Il 4 gennaio alcuni collaboratori di Waldron avevano illustrato il piano ad un gruppo di senatori, il 5 era stato distribuito in maniera più estesa, e il giorno dopo c’era stato l’assalto al Congresso. Magari Trump non aveva mai preso sul serio questa ipotesi, ma aveva incitato i manifestanti. E il piano "Election Fraud, Foreign Interference & Options for 6 Jan" dimostra quanto la democrazia americana sia arrivata vicina al punto di non ritorno.   

Paolo Mastrolilli per “la Repubblica” il 16 novembre 2021. Il Pentagono, per ordine diretto della Casa Bianca di Trump, aveva indagato sull'Italia, sospettata di aver truccato le presidenziali americane dell'anno scorso a favore di Biden. Sembra la trama di un film della serie "Mission Impossible", ma invece è una storia vera, documentata nei dettagli dal libro "Betrayal" che il giornalista della Abc News Jonathan Karl pubblicherà domani. Resta solo da capire quanto sia andata a fondo l'inchiesta e cosa ne sapesse il governo di Roma, allora guidato da Giuseppe Conte, che in precedenza aveva dato al segretario alla Giustizia Barr un accesso inusuale ai vertici dei nostri servizi di intelligence, per investigare le origini del "Russiagate". «Questa storia - racconta Karl a Repubblica - è insieme pazzesca, affascinante e assurda». Tutto comincia la notte delle elezioni, quando Trump e i suoi alleati si rendono conto di aver perso contro Biden, e cercano qualunque pista che apra uno spiraglio per rovesciare il risultato. Una porta in Italia, dove i satelliti della compagnia Leonardo sarebbero stati usati per truccare i voti, durante il trasferimento per la conta. «È incredibile il solo fatto che una simile teoria sia stata presa seriamente in considerazione, anche per un istante. Eppure è arrivata all'attenzione del presidente degli Stati Uniti, che ha deciso di perseguirla». L'Italygate - scrive Karl in Betrayal - prende forma a metà dicembre dell'anno scorso: «Kash Patel, capo dello staff del segretario alla Difesa ad interim, tenta di utilizzare le risorse del Dipartimento alla Difesa per dare seguito ad un rapporto stravagante, secondo cui i satelliti militari italiani erano stati utilizzati per manipolare il voto negli Stati Uniti. Patel apparentemente credeva che due persone arrestate a Napoli avessero informazioni su questo piano ignobile. I due uomini erano stati recentemente accusati di hacking nei sistemi informatici di una compagnia di forniture militari con sede in Italia, ma Patel aveva sentito che uno di loro aveva confessato alle autorità locali che in realtà l'operazione era uno sforzo elaborato per utilizzare i satelliti allo scopo di truccare le presidenziali a favore di Biden. Era pazzesco, ma la teoria si era diffusa ai margini del web e negli account dei social media legati a QAnon. Aveva anche un nome: #ItalyGate». Le due persone a cui si riferisce "Betrayal" erano Arturo D'Elia e Antonio Rossi, arrestati dalla procura di Napoli con l'accusa di avere trafugato 10 gigabyte di dati e informazioni dal gruppo Leonardo: «Alla fine di dicembre - prosegue Karl nel libro - Patel chiede a Ezra Cohen di inviare l'addetto militare dell'ambasciata Usa in Italia a parlare con i due uomini in prigione. Come sottosegretario alla Difesa per l'intelligence, aveva la responsabilità di supervisionare i funzionari nelle ambasciate. Cohen risponde a Patel che è una pazzia e rifiuta di farlo». La storia però non finisce qui, perché gli alleati di Trump non si rassegnano. Anzi: «La stravagante cospirazione non sparisce. Infatti presto cattura l'attenzione della Casa Bianca. Il capo di gabinetto Mark Meadows telefona al segretario alla Difesa Chris Miller per discuterne. Poi, sabato 2 gennaio, Miller e Patel chiamano insieme il direttore dell'Agenzia per l'intelligence della difesa, generale Scott Berrier, e ripetono la stessa richiesta che Patel aveva fatto a Cohen. Vogliono che la DIA invii l'addetto militare di Via Veneto a vedere i due detenuti italiani, per scoprire cosa avevano da dire. Berrier accetta di indagare, e pochi giorni dopo riferisce a Miller che quella strana storia era del tutto falsa. Non è chiaro se l'addetto militare sia stato effettivamente inviato a parlare con gli uomini in prigione». Karl spiega a Repubblica che «una fonte mi ha confermato l'interrogatorio. Secondo questa persona, l'addetto militare americano era davvero andato a sentire i due detenuti. Non ho trovato una seconda conferma e quindi non posso darlo per certo». Se così fosse, bisognerebbe capire quale autorità italiana aveva consentito la visita in prigione, e perché. «Era una pazza teoria cospirativa di QAnon, frangia della frangia dell'estremismo politico. Eppure - si legge nel libro - aveva catturato l'attenzione del capo di gabinetto della Casa Bianca e della massima leadership del Pentagono, compresa la telefonata urgente di sabato col capo della Defense Intelligence Agency. E la cosa era andata oltre il Pentagono. Il 30 dicembre, Meadows aveva inviato una mail all'Attorney General Rosen, chiedendo di indagare su #ItalyGate. Le email di Meadows, rese pubbliche nel giugno 2021 dal Comitato di Vigilanza della Camera, includevano una lettera datata 27 dicembre 2020, presumibilmente scritta da un uomo di nome Carlo Goria, membro di una società identificata come USAerospace Partners. La lettera, indirizzata a "Illustre signor Presidente", spiegava la cospirazione e aggiungeva dettagli stravaganti, che collegavano la trama a Leonardo. La compagnia - si legge nella nota - "cambiò il risultato delle elezioni statunitensi dal presidente Trump a Joe Biden", e lo aveva fatto "usando capacità di crittografia militare avanzate"». Karl ha cercato di scovare l'origine del complotto, e l'ha trovata in Michelle Ballarin, fantomatica ereditiera della Virginia non nuova a simili avventure. In origine era stata lei a contattare Josh Steinman, direttore della cybersecurity al National Security Council della Casa Bianca, affinché la incontrasse nel parcheggio di un negozio di alimentari per ricevere informazioni sul complotto. Steinman non le aveva dato retta, ma lei era riuscita comunque ad infiltrare a Mar a Lago la sua collaboratrice Maria Strollo Zack, che la sera di Natale aveva informato personalmente Trump: «Gli dissi che avevo il miglior regalo di sempre. Sapevo chi aveva rubato le elezioni». Sembrerà pure una pazzia, ma il 6 gennaio tra i manifestanti che poi avrebbero assaltato il Congresso ce n'erano alcuni con la scritta "Italy Did It". La nostra ambasciata a Washington si era preoccupata, al punto di rafforzare le misure di sicurezza. «Io - dice Karl - ho sentito che l'ambasciatore americano Eisenberg è rientrato in anticipo dall'Italia, per un problema di protezione personale legato a questa vicenda». La spiegazione sarebbe che i trumpisti non lo ritenevano abbastanza leale, e ciò lo metteva in pericolo. Ora resta solo da capire quanto sapesse il governo italiano, e fino a che punto si è spinto per assecondare questa follia.

Italygate, quelle parole "sottovoce" al detenuto: ecco il verbale del comandante della polizia penitenziaria. Conchita Sannino su La Repubblica il 19 novembre 2021. Il documento redatto dopo la misteriosa visita all'hacker D'Elia della deputata Cunial e dell'avvocato Moriggia nel penitenziario di Salerno. Il giallo dei due americani. Entrarono nel carcere di Salerno e, durante la visita durata circa due ore, puntarono specificamente a quel detenuto e a quella cella. Provando a parlare "a bassa voce" col l'hacker recluso Arturo D'Elia, il 'pirata' che negli ultimi scomposti giorni della presidenza Trump era finito nel mirino degli americani che sostenevano la tesi della frode elettorale Italygate.

Che cos’è l’ItalyGate e cosa c’entra l’Italia con le presidenziali Usa.  Roberto Vivaldelli su Inside Over il 19 novembre 2021. Nelle ultime ore si è prepotentemente tornati a parlare di ItalyGate, il presunto complotto che vede il nostro Paese protagonista dei brogli elettorali ai danni dell’ex presidente Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali. Per Repubblica, infatti, il Pentagono, per ordine diretto della Casa Bianca, avrebbe indagato sull’Italia, sospettata di aver truccato le presidenziali americane dell’anno scorso a favore di Joe Biden. Come ha riportato poi l’agenzia AdnKronos, il Copasir si sarebbe attivato sul caso ItalyGate dopo le indiscrezioni di stampa sulla presunta visita di americani nel carcere di Salerno con l’intento di interrogare un hacker italiano detenuto, Arturo D’Elia. A quanto apprende l’Adnkronos, come avvenuto in altri casi, anche questa vicenda è all’attenzione del Comitato che agisce sempre per profili di sua competenza relativi cioè alla sicurezza nazionale.

Il complotto dell’ItalyGate. Facciamo un passo indietro. Poche settimane dopo l’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori di Trump, il 19 gennaio 2021, nel carcere di Fuorni, a Salerno, si presentano la deputata Sara Cunial con un avvocato e due americani, presumibilmente due addetti dell’ambasciata americana a Roma. Che cosa fa la Cunial con due americani? La radice va ricercata nel libro Betrayal: The Final Act of the Trump Show, del giornalista americano Jonathan Karl di Abc News. Kash Patel, al tempo sottosegretario alla Difesa di Trump, avrebbe chiesto di inviare degli uomini per parlare con il detenuto Arturo D’Elia, il consulente di Leonardo SpA arrestato lo scorso dicembre 2020 per un presunto attacco hacker ai danni della Ex Finmeccanica, finito suo malgrado al centro delle teorie complottiste di Q-Anon. Secondo quella tesi, rilanciata anche dall’avvocato di Trump, Rudy Giuliani, dietro la grande frode di voti che avrebbe consentito a Biden di vincere le elezioni ci sarebbero i server di Dominion e Smartmatic, la multinazionale che implementa i sistemi di voto elettronico nel mondo. Nei giorni successivi alle elezioni, alcuni gruppi legati a Q-Anon parlarono addirittura di un presunto raid delle forze speciali americane a Francoforte per acquisire i server di Dominion e, di conseguenza, svelare la truffa del partito democratico. Secondo alcuni supporter di The Donald, come Neal David Sutz, un cittadino statunitense che, attualmente, vive in Svizzera, nel complotto internazionale contro Trump l’Italia avrebbe inoltre ricoperto un ruolo fondamentale.

Il racconto di D’Elia: “Una grande bufala”

Il coinvolgimento del nostro Paese nei brogli elettorali sarebbe avvenuto tramite Leonardo Spa, l’azienda leader nel settore della Difesa. Nello stesso periodo post-elezioni Usa, circolava in fatti sui social media la foto di un documento datato 6 gennaio 2021. Era una presunta dichiarazione giurata (affidavit) nella quale un certo Prof. Alfio D’Urso sosteneva che l’esperto informatico Arturo D’Elia avrebbe sfruttato il satellite Leonardo per manipolare il voto e permettere così a Joe Biden di sottrarre voti legittimi a Donald Trump. Come avevamo già appurato su InsideOver, quest’ipotesi, però, è stata rispedita al mittente da Nicola Naponiello, l’avvocato dell’hacker.

D’Elia ha raccontato a La Repubblica che tutta la vicenda “è tutta una grandissima bufala. Un’emerita idiozia ha fatto il giro del mondo: all’inizio sembrava uno scherzo. Ma poi tutto è diventato incredibilmente serio. Non ho rubato nulla, non passo nulla a nessuno. Io ho solo creato un malware che ha provocato un buco, penetrando quei sistemi. Ma poi sono stato io stesso a ripararli” spiega. Secondo l’accusa, D’Elia spiò le Divisioni aerostrutture e velivoli e copiò 10 giga di dati. “È stato il mio errore, la mia caduta. Forse serviva a rendermi più indispensabile”, spiega, raccontando della visita in carcere della Cunial con i due americani: “Una storia che mi stupì – racconta – Era il 19 gennaio 2021. C’era una visita di una parlamentare in carcere, poi mi fu detto essere la deputata Cunial. Ma accade una cosa strana. Mentre eravamo lì, le celle sono aperte, due soggetti, con accento americano, mi avvicinarono, si capiva che volevano parlarmi separatamente. Ne fui sorpreso. Introdussero il tema delle elezioni americane, stavano per chiedermi delle cose… io li stoppai… Chiamai la polizia penitenziaria, segnalai la cosa, insomma cercai di proteggermi. Capii che quello che accadeva sotto i miei occhi, non era assolutamente normale. Ero già molto esposto, il mio nome era su tante testate anche estere. Percepii degli imbarazzi intorno a me”. “Ne chiesi conto alla direzione del carcere – aggiunge il legale – che si scusò, ma poi segnalai tutto anche ai pm”.

La storia del complotto italiano contro Biden

Le teorie cospirative sulle elezioni presidenziali Usa si basano perlopiù su un video di Brad Johnson, uomo della Cia, almeno è così che si presenta, nel quale si sostiene la veridicità del già citato raid delle forze speciali americane a Francoforte per acquisire i server di Dominion, l’azienda coinvolta nei sistemi di voto; le informazioni raccolte dai server sarebbero state successivamente trasferite presso l’ambasciata americana a Roma. A spingere sull’acceleratore di questa teoria sono state, in particolare, due donne. Come vi abbiamo già raccontato su InsideOver, è stato a suo tempo il Washington Post a rivelare l’identità delle due donne che hanno fatto circolare la teoria cospirativa che avrebbe consentito a Biden di vincere le elezioni rubando milioni di voti a Trump. Si tratta di una ex candidata Gop titolare di una piccola azienda della Virginia, e di un’attivista trumpiana della Florida, la cui ambizione era salvare il mondo dal “collasso morale”. Particolarmente significativo il ruolo di Michele Roosevelt Edwards, 65 anni, fino all’anno scorso nota come Michele Ballarin, titolare di una piccola compagnia in Virginia, la Institute for Good Governance, la società che ha divulgato la dichiarazione dell’avvocato Alfio D’Urso.

Italygate VS Spygate

L’ItalyGate non ha nulla a che vedere con il cosiddetto Spygate e con il filone italiano del Russiagate. “Lo Spygate potrebbe essere uno degli scandali politici più grandi della storia”, scriveva in un tweet del maggio 2018 il presidente Trump, nel quale puntava il dito contro l’amministrazione Obama, il dipartimento alla Giustizia e soprattutto l’Fbi. Successivamente, Trump diede mandato al procuratore generale William Barr di costituire un team investigativo guidato dal procuratore John Durham per indagare sulle origini delle indagini dell’Fbi sul Russiagate del 2016 e determinare se la raccolta di informazioni sulla campagna di Trump fosse “lecita e appropriata”. L’indagine – ancora in corso – ha lo scopo di accertare se funzionari di alto rango in varie agenzie governative americane abbiano abusato del loro potere al fine di condurre una raccolta di informazioni illecita su una campagna presidenziale a fini politici, nonché di chiarire il ruolo dei servizi segreti dei Paesi alleati degli Stati Uniti, fra cui l’Italia.

Che cosa c’entra il nostro Paese? Figura chiave di questa storia è il misterioso professor Joseph Mifsud, al tempo collaboratore della Link University, l’università romana fondata dall’ex ministro degli Esteri Vincenzo Scotti. Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente affermò in un incontro dell’aprile 2016 a George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. Papadopoulos avrebbe ripetuto tali informazioni all’Alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volte riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti tra Trump e la Russia. Come ha sempre sostenuto Papadopoulos, il nostro Paese è “l’epicentro della cospirazione”. È davvero così? Per scoprirlo, bisognerà attendere l’esito dell’indagine del procuratore speciale John Durham, che ha visitato l’Italia per ben due volte nell’estate 2019 in compagnia dell’ex Attorney general William Barr.

La bufala del Russiagate scoppia, ma è minimizzata. Piccole Note il 16 novembre 2021 su Il Giornale. Pochi ricorderanno il Russiagate, dal momento che l’informazione ormai ci ha abituato a una tempistica sincopata, fatta di notizie fatte esplodere nel villaggio globale per poi essere triturate in fretta e archiviate come cosa del passato.

E, però, la storia del Russigate va ripercorsa perché ha avuto un peso decisivo nella storia recente, tanto da cambiarla in maniera radicale. E la storia è semplice: all’inizio del mandato di Trump, il presidente americano fu fatto segno di un attacco pesantissimo, portato attraverso il famoso dossier Steele, che disvelava la laison tra Trump e la Russia. Un dossier che puzzava di polpetta avvelenata lontano un miglio, come abbiamo scritto fin dalla prima ora, ma fa nulla: allora serviva per affossare Trump e così fu usato. Le rivelazioni di Steele sono servite a rilanciare e a dare corpo al Russiagate, quando ormai questo scandalo iniziale, che voleva che Trump si fosse giovato dell’aiuto dei russi per vincere le elezioni, andava sgonfiandosi. Ed è stato usato in maniera ossessiva, come una clava, per colpire il presidente degli Stati Uniti, diventando oggetto di approfondimenti insulsi e pezzi di opinione altrettanto insulsi, che però hanno imperversato per mesi sui media mainstream, risultando decisivi nella recente campagna presidenziale, insieme alla crisi pandemica. Ora un giudice federale ha fatto luce sul documento, rivelando che la fonte che aveva permesso dell’ex spia britannica Christopher Steele di mettere insieme il dossier non era un imprenditore americano in affari con Mosca, ma un pataccaro, tal Igor Danchenko, un analista e ricercatore russo-americano, arrestato di recente. Un arresto giunto dopo che si è scoperto che Danchenko aveva mentito all’Fbi sulle fonti da cui aveva attinto le notizie, corroborate da  altre fonti interpellata da Steele altrettanto poco attendibili. Non solo una patacca. Riportiamo quanto riferisce il Washington Post: “Il dossier  Steele consisteva di informazioni grezze e suggerimenti non confermati da fonti non identificate, prodotto come parte di un progetto di ricerca sull’opposizione politica per conto di una società investigativa che lavorava per la campagna presidenziale di Hillary Clinton nel 2016”. L’inchiesta potrebbe quindi riservare ulteriori sorprese, dato che è evidente che si è trattato di una manovra politica messa in campo dall’antagonista di Trump. Ma un conto è arrestare Danchenko, un conto sarebbe incriminare lo stesso Steele (che ha accreditato in modo evidentemente forzato le informazioni ricevute) e addirittura qualche potente vicino alla Clinton, che al momento sembra comunque intoccabile. Ma al di là degli sviluppi, è interessante come i media mainstream, a iniziare dal Washington Post e dal New York Times, stiano minimizzando quanto sa venendo alla luce, riservando allo sviluppo imprevisto qualche articolo a margine. Più onesto, il Wp, ha deciso di riscrivere gli articoli di allora, correggendo parzialmente la narrazione, mentre il Nyt si è semplicemente interrogato su come sia stato possibile che dei cronisti, in assoluta buona fede, abbiano preso per buona una bufala del genere. Il punto è che non possono certo ammettere che tali cronisti non erano affatto in buona fede, anche perché non si tratta di semplici articoli, ma di una vera e propria campagna giornalistica che vedeva coinvolta quasi tutta la redazione, a iniziare dai proprietari e dai direttori, che hanno deciso di usare quel dossier come notizia del giorno per mesi, nonostante, va ripetuto, anche un novellino dell’informazione si sarebbe accorto che era una patacca. Non diverso è il discorso per i media nostrani, che certo non avevano interessi specifici nella vicenda, ma che soffrono di certi condizionamenti: se una notizia la dà il Nyt o il Wp è vera, punto e basta, e ci si adegua. Soprattutto se tale notizia è avversa a certi personaggi invisi al mainstream. Questa la stampa che negli ultimi tempi si sta prodigando in un’ossessiva campagna anti-fake News… Tant’è. Vada come vada, il dossier Steele passerà alla storia come le famose “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein. E, come per la bufala di allora, nessuno dei cronisti che hanno brandito il dossier ne avrà nocumento, anzi, la loro penna condizionabile è rimasta e rimarrà a disposizione di quanti vorranno condizionarla.

Ps. Axios titola: “Il fallimento epocale dei media”. Nella nota, si legge:  “Si tratta di uno degli errori giornalistici più eclatanti della storia moderna e la risposta dei media ai propri errori è stata finora tiepida”.

Ecco cosa ha scoperto finora John Durham sul Russiagate. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 17 novembre 2021. Il Procuratore speciale John Durham, incaricato dall’ex Attorney General William Barr di fare chiarezza sulle origini del Russiagate e sul presunto complotto ai danni di Donald Trump, ama agire nell’ombra e senza i riflettori dei media puntati addosso. Come ha osservato il professore di legge della George Washington University Jonathan Turley, “Durham è conosciuto come un pubblico ministero metodico, apolitico e implacabile”. In Connecticut lo conoscono come un procuratore integerrimo e dal curriculum costellato di successi. E dopo due anni, il suo metodo d’indagine rigoroso e scrupoloso comincia a dare dei risultati rilevanti. Il primo tassello è stato svelato lo scorso gennaio: Durham ha ottenuto una dichiarazione di colpevolezza da un  avvocato dell’Fbi, Kevin Clinesmith, per aver mentito alla corte Fisa e aver inviato un’e-mail modificata al fine spiare l’ex funzionario della campagna di Trump, Carter Page. Quest’ultimo fu accusato di essere l’uomo dell’entourage di Donald Trump più vicino al Cremlino e di aver incontrato, fra gli altri, Igor Sechin, amico di Putin, guida della petrolifera statale Rosneft, e Igor Diveykin, altro oligarca vicino al leader del Cremlino. Page, che fu dunque spiato in maniera illegittima dalle agenzie americane, fu “scagionato” dal Procuratore speciale Robert Mueller, il quale osservò nel suo rapporto che “non era in contatto con il governo russo nei suoi sforzi di interferire nelle elezioni presidenziali del 2016”.

L’avvocato dei Clinton nel mirino di Durham

La seconda persona finita nel mirino del Procuratore Durham è Michael Sussmann. Di chi si tratta? Come abbiamo già spiegato su InsideOver, Sussmann è un avvocato di Washington, Dc che ha lavorato con il suo studio per la campagna presidenziale della candidata dem Hillary Clinton. Sussmann ha mentito circa i rapporti con la sua illustre cliente all’agente federale James Baker mentre raccontava all’Fbi di presunte prove digitali che avrebbero collegato i computer della Trump Tower alla banca russa Alfa. Sussmann, che ha conseguito la laurea in legge presso la Brooklyn Law School e la laurea presso la Rutgers University, è entrato a far parte del comitato consultivo per la sicurezza informatica del Comitato nazionale democratico sin dal suo inizio nell’agosto 2016, mesi prima delle elezioni presidenziali di quell’anno. Secondo l’accusa, il mese successivo chiese un incontro con l’FBI per informare il Bureau dei presunti rapporto fra il tycoon e il Cremlino. 

Il ruolo di Sussmann nel Russiagate

In precedenza Sussmann era stato accusato dall’ex consulente di Trump, Carter Page, di aver diffuso le false informazioni contenute nel dossier Steele. Come nota il New York Post, è insolito che un’accusa di falsa dichiarazione, che può essere segnalata in un paragrafo, venga presentata in un atto d’accusa di 27 pagine. Ma John Durham ha scritto un resoconto molto dettagliato dei fatti e delle circostanze che circondano l’accusa di false dichiarazioni. Il Procuratore speciale sta tentando di dimostrare, un passo alla volta, che la narrativa della collusione Trump-Russia era essenzialmente una fabbricazione della campagna di Hillary Clinton nel tentativo di “incastrare” l’avversario.

Dal canto suo, Sussmann si è dichiarato non colpevole. I suoi avvocati difensori, Watkins Sean Berkowitz e Michael Bosworth, hanno definito l’accusa “motivata politicamente” e hanno affermato che il Dipartimento di Giustizia “normalmente non avrebbe mai perseguito un caso così infondato”. Al contrario, secondo RealClearInvestigations, l’avvocato avrebbe un ruolo centrale in questa vicenda. Come spiega Aaron Mate, infatti, l’incriminazione di Michael Sussmann con l’accusa di aver mentito all’Fbi “getta nuova luce sul ruolo fondamentale degli agenti democratici nell’affare Russiagate”. Sussmann e il suo collega Perkins Coie, Marc Elias, il principale consigliere per la campagna di Clinton del 2016, hanno infatti “sollecitato e diffuso disinformazioni” circa i rapporti fra Trump e Mosca. Non solo.

Nell’aprile 2016, l’avvocato dei Clinton assunse CrowdStrike, la società di sicurezza informatica che ha innescato pubblicamente la saga del Russiagate sostenendo la tesi – mai provata – che la Russia fosse dietro l’hacking delle e-mail del Comitato nazionale democratico rilasciate da WikiLeaks. Successivamente il suo socio, Marc Elis, assunse la società Fusion Gps e l’ex spia britannica Christopher Steele per scavare su Donald Trump e produrre un dossier che si è rivelato infondato e ricco di false informazioni. “Assumendo CrowdStrike e Fusion Gps, gli avvocati di Perkins Coie hanno contribuito a definire la narrativa Trump-Russia e ad influenzare il flusso di informazioni ai massimi livelli delle agenzie di intelligence statunitensi” sottolinea Mate. E anche secondo secondo il giornalista investigativo Glenn Greenwald, lo studio legale Perkins Coie, è un attore importante nella politica del Partito Democratico e nelle trame oscure del Russiagate.

Igor Danchenko e il legame con i Clinton

Nei giorni scorsi, John Durham ha messo a segno un altro “colpo” incriminando Igor Danchenko, analista russo che vive negli Stati Uniti. Secondo quanto riportato dall’Economist, l’accusa sostiene che Danchenko abbia consapevolmente mentito all’Fbi circa le informazioni che ha passato all’ex spia britannica Christopher Steele, autore del famoso dossier sui presunti rapporti tra Trump e il Cremlino. Finanziato in parte dalla Fusion Gps, dal Washington Free Beacon, dal Democratic National Committee e dalla campagna di Hillary Clinton, il dossier Steele contiene per l’appunto affermazioni infondate secondo cui gli agenti dell’intelligence russa avrebbero filmato il presidente Trump con delle prostitute in un hotel di Mosca. Inoltre, secondo il dossier, Michael Cohen, ex avvocato del tycoon, si sarebbe recato a Praga nell’agosto del 2016 per prendere accordi con gli agenti del Cremlino e con gli hacker. Cosa c’è di vero? Nulla. In seguito fu lo stesso Steele ad ammettere che il suo dossier conteneva false informazioni e un mare di bugie.

Le bugie di Dolan Jr, uomo di fiducia di Bill e Hillary

Come sottolineato da InsideOver, l’analista russo incriminato da Durham – uscito su cauzione – avrebbe inventato le informazioni che ha fornito o ottenuto parti di esse da una persona molto vicina ai Clinton, Charles Dolan Jr; quest’ultimo avrebbe a sua volta mentito all’analista russo sui rapporti fra Trump e la Federazione Russa, menzionando incontri che nella realtà non sono mai avvenuti. Dolan è un uomo di fiducia dei Clinton: ha condotto le campagne di Bill Clinton del 1992 e del 1996, è stato consigliere della campagna presidenziale di Hillary Clinton del 2008 e, come riporta l’accusa, “ha attivamente condotto una campagna e partecipato a serate ed eventi come volontario per conto di Hillary Clinton” nel 2016. Come nota Jonathan Turley, professore di Legge presso la George Washington University, “con l’incriminazione di Danchenko, il nome di Dolan è stato aggiunto a una serie apparentemente crescente di soci di Hillary Clinton a cui Durham ha fatto riferimento nello sviluppo dell’indagine”. Ora non è chiaro quali altri attori finiranno nel mirino del Procuratore del Connecticut, ma come sottolinea Turley, una cosa è chiara: “Troppi importanti democratici continuano a spuntare” nelle sue indagini.

Come osserva  Simona Mangiante, moglie dell’ex consulente di Donald Trump, George Papadopoulos, “gli indagati” nell’indagine di Durham “sono nomi notoriamente affiliati alla campagna elettorale della Clinton”. Ci sono poi due “principali filoni che stanno emergendo dalla investigazione di Durham” sottolinea. “Le false informazioni fornite dagli affiliati di Clinton agli agenti federali per fabbricare una ipotesi di collusione tra Trump e la Russia; la manipolazione di documenti ufficiali da parte degli agenti federali per giustificare lo spionaggio nella campagna elettorale di Trump”. In sintesi, osserva l’avvocato campano, “emerge un vero e proprio complotto”.

Stefano Graziosi per La Verità il 6 novembre 2021. Nuovo colpo di scena sul Russiagate. Il procuratore speciale, John Durham, ha incriminato Igor Danchenko: una delle principali fonti su cui si basava il dossier dell'ex spia britannica Christopher Steele. In particolare, Danchenko - che è stato nel frattempo arrestato l'altro ieri - avrebbe fornito una serie di informazioni false in alcuni interrogatori condotti dall'Fbi a marzo, maggio, ottobre e novembre del 2017: tra le dichiarazioni mendaci, secondo quanto riferito da Politico, «l'accusa sostiene anche che stava lavorando a stretto contatto con almeno un individuo vicino alla campagna presidenziale di Hillary Clinton e che Danchenko ha falsamente negato di avere contatti con quella persona». Ricordiamo che il dossier di Steele è un documento che fu a lungo usato per sostenere che Donald Trump intrattenesse degli indebiti legami politici con il Cremlino: legami che lo avrebbero portato alla vittoria elettorale del 2016. In particolare, come sottolineò il rapporto dell'ispettore generale del Dipartimento di giustizia Michael Horowitz nel dicembre 2019, il Bureau fece leva principalmente su questo documento per richiedere dei mandati di sorveglianza ai danni dell'allora consigliere di Trump, Carter Page. Con il tempo, il dossier di Steele è tuttavia stato fortemente screditato: non solo si scoprì che era stato infatti finanziato dalla campagna elettorale della Clinton, ma lo stesso Danchenko ammise di fatto - durante un interrogatorio condotto dall'Fbi nel gennaio 2017 - che ampie parti dell'incartamento contenessero informazioni non verificate. Non solo: a settembre 2020, Durham scoprì che, tra il 2009 e il 2011, Danchenko fosse stato posto sotto indagine dallo stesso Bureau come sospetto agente russo e quindi come una possibile «minaccia alla sicurezza nazionale». Quello che non è quindi ben chiaro è per quale ragione l'Fbi si sia fidato di una simile fonte nell'ambito della vicenda Russiagate: una «stranezza» contro cui ha puntato il dito un anno fa il senatore repubblicano, Lindsey Graham. L'incriminazione di Danchenko da parte di Durham è arrivata dopo quella - avvenuta lo scorso settembre - di Michael Sussmann: avvocato che, secondo il procuratore speciale, nascose fraudolentemente all'Fbi i suoi legami con la campagna della Clinton, mentre forniva nel 2016 al Bureau «prove» di connessioni tra la Trump organzation e la banca russa Alfa bank: prove che lo stesso Fbi ritenne successivamente insufficienti. Insomma, l'impianto del Russiagate (già da tempo screditato) continua a franare. Tutto questo, mentre, nell'inchiesta di Durham, non smette di affiorare (più o meno direttamente) la figura della Clinton. E attenzione perché la questione rischia di rivelarsi spinosa anche per l'amministrazione Biden. L'attuale consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, è infatti stato uno dei principali propalatori del dossier di Steele e delle accuse relative ad Alfa bank. Era novembre 2016 quando, proprio su Alfa bank, dichiarò: «Questo potrebbe essere il collegamento più diretto tra Trump e Mosca. Possiamo solo supporre che le autorità federali ora esploreranno questa connessione tra Trump e la Russia». Ricordiamo, per inciso, che all'epoca Sullivan fosse uno stretto consigliere di Hillary, con cui aveva già collaborato ai tempi del suo servizio come segretario di Stato. Il sospetto che il Russiagate fosse una polpetta avvelenata confezionata nel 2016 in ambienti clintoniani è quindi ben lungi dall'affievolirsi. Anzi, tutt' altro.

Russiagate, arrestato l’analista coautore del falso dossier anti Trump finanziato dai Dem. Roberto Frulli giovedì 4 Novembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Nuovo colpo di scena nel Russiagate. L’analista russo Igor Danchenko che collaborò con Christopher Steele, l’ex-agente dell’intelligence britannica autore di un dossier contro Donald Trump, infarcito di illazioni e asserzioni non dimostrate sui suoi legami con Mosca, è stato arrestato. L’arresto, rivela il New York Times, è avvenuto nell’ambito dell’indagine condotta dal procuratore speciale Johns Durham sull’origine del cosiddetto Russiagate. Il Dossier Steele, come emerso all’epoca, era stato finanziato dal Partito democratico Usa per infangare Trump e azzopparlo politicamente. Durham venne nominato dall’allora Amministrazione Trump per indagare su possibili negligenze nella precedente indagine sui presunti legami tra l’ex-presidente e la Russia. L’indiscrezione del New York Times riguardo all’arresto di Danchenko non è ancora stata confermata ufficialmente e l’ufficio del procuratore speciale Durham non ha voluto rilasciare commenti al riguardo. Alcune delle accuse contenute nel Dossier Steele vennero utilizzate dall’Fbi a sostegno della richiesta di intercettazioni nei confronti di uno dei consulenti della campagna presidenziale di Trump nell’ottobre 2016. Altre accuse contenute nel dossier, in particolare di natura sessuale nei confronti dell’ex-presidente Trump, vennero invece fatte trapelare alla stampa, scatenando una tempesta mediatica e politica nel gennaio del 2017, proprio in coincidenza con l’insediamento del nuovo presidente.

Chi è Igor Danchenko e qual è il suo legame con il Russiagate (e i Clinton). Roberto Vivaldelli su Inside Over il 12 novembre 2021. Ci sono le “impronte” dei Clinton sul dossier Steele che avrebbe dovuto provare i rapporti fra Donald Trump e la Russia. È ciò che sta sempre più emergendo dall’indagine del procuratore speciale John Durham sulle origini del Russiagate. Lo scorso 4 novembre Durham, nominato dall’ex Attorney general William Barr nel 2019, ha incriminato Igor Danchenko, analista russo che vive negli Stati Uniti. Secondo quanto riportato dall’Economist, l’accusa sostiene che Danchenko abbia consapevolmente mentito all’Fbi circa le informazioni che ha passato all’ex spia britannica Christopher Steele, autore del famoso dossier sui presunti rapporti tra Trump e il Cremlino: dossier che poi si è rivelato essere completamente infondato. Sempre secondo l’accusa, l’analista russo incriminato da Durham – uscito su cauzione – avrebbe inventato le informazioni che ha fornito o ottenuto parti di esse da una persona molto vicina ai Clinton, Charles Dolan Jr; quest’ultimo avrebbe a sua volta mentito all’analista russo sui rapporti fra Trump e la Federazione Russa, menzionando incontri che nella realtà non sono mai avvenuti.

Le mani dei Clinton sul dossier Steele

Dolan è un uomo di fiducia ai Clinton: ha condotto le campagne di Bill Clinton del 1992 e del 1996, è stato consigliere della campagna presidenziale di Hillary Clinton del 2008 e, come riporta l’accusa, “ha attivamente condotto una campagna e partecipato a serate ed eventi come volontario per conto di Hillary Clinton” nel 2016. Si riaccende dunque l’attenzione sul tentativo della Campagna della Clinton di incastrare Trump: Kimberley Strassel, editorialista del Wall Street Journal, spiega che queste nuove accuse dimostrano come il “dossier Steele” dovrebbe in realtà essere chiamato “dossier Clinton”. Come sottolinea l’Economist, è altresì una sconfitta per i media liberal che avevano montato il caso all’epoca: “Il dossier Steele – scrive l’autorevole quotidiano – è stato presentato da molti nei media di sinistra come un’indagine altamente credibile da parte di un ex spia britannica molto rispettata, con fonti che provenivano dalla Russia stessa. In realtà, venivano da persone al di fuori della Russia come il signor Danchenko, che apparentemente ha raccolto informazioni leggendo giornali e bevendo con gli amici”.

Ironia della sorte, come nota il Washington Examiner, se c’è qualcuno che ha stretti legami con il governo russo è proprio Dolan che, secondo l’accusa, ha effettivamente lavorato per il governo russo e per una società energetica statale dal 2006 al 2014, gestendo le sue “relazioni globali”. In tale veste ha “interagito spesso” con la “leadership senior della Federazione russa”. Paradossalmente, quindi, è stata la campagna di Clinton, attraverso Dolan, ad avere stretti legami con Mosca, e non Trump.

Terza incriminazione per Durham

La notizia dell’incriminazione di Danchenko arriva a poche settimane dalla presentazione di un atto d’accusa richiesto sempre dal consigliere speciale John Durham nei confronti Michael Sussmann. Chi è Sussmann? Un avvocato di Washington, Dc che ha lavorato con il suo studio per la campagna presidenziale della candidata dem Hillary Clinton. Durham, il procuratore federale incaricato di indagare sulle origini delle indagini sul Russiagate, ha preso di mira Sussmann per aver mentito circa i rapporti con la sua illustre cliente all’agente federale James Baker mentre raccontava all’Fbi di presunte prove digitali che avrebbero collegato i computer della Trump Tower alla banca russa Alfa.

Nel caso di Sussmann, l’avvocato avrebbe dichiarato a Baker che di non lavorare per alcun cliente mentre gli forniva informazioni sensibili su Donald Trump, anche se le fatture di Perkins Coie ottenute da Durham mostrano chiaramente che l’avvocato stava collaborando per la campagna di Hillary Clinton. A gennaio, Durham ha inoltre ottenuto una dichiarazione di colpevolezza da un agente dell’Fbi, Kevin Clinesmith, per aver mentito alla corte Fisa e aver inviato un’e-mail modificata al fine spiare l’ex funzionario della campagna di Trump, Carter Page. Più Durham scava e più emerge una responsabilità diretta della Campagna di Hillary Clinton nel tentativo di fabbricare false prove contro Trump.

Russiagate, Durham accusa l’avvocato di Hillary Clinton. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 24 settembre 2021. Emergono nuove scottanti rivelazioni sul Russiagate che provano il tentativo dei democratici di sabotare l’elezione di Donald Trump nel 2016 e alimentare la falsa tesi della collusione fra la campagna di The Donald e il Cremlino. Un gran giurì federale ha presentato un atto d’accusa richiesto dal consigliere speciale John Durham nei confronti Michael Sussmann. Chi è Sussmann? Un avvocato di Washington, Dc che ha lavorato con il suo studio per la campagna presidenziale della candidata dem Hillary Clinton. Durham, il procuratore federale incaricato di indagare sulle origini delle indagini sul Russiagate, ha preso di mira Sussmann per aver mentito circa i rapporti con la sua illustre cliente all’agente federale James Baker mentre raccontava all’Fbi di presunte prove digitali che avrebbero collegato i computer della Trump Tower alla banca russa Alfa.

Durham accusa l’avvocato di Clinton per falsa testimonianza. L’Fbi ha successivamente indagato sul presunto collegamento segnalato dall’avvocato sul libro paga di Clinton, ma non ha trovato prove sufficienti per sostenere un’accusa di questo genere. Poco dopo l’annuncio dell’atto d’accusa, lo studio legale di cui era socio, Perkins Coie, ha dichiarato di aver accettato le dimissioni di Sussmann. In una dichiarazione rilasciata prima dell’incriminazione, gli avvocati di Sussmann hanno insistito sul fatto che il loro cliente è innocente e non avrebbe mai rilasciato tale dichiarazione. Come nota Politico, l’accusa contro Sussmann da parte di un gran giurì di Washington è il primo segno di attività di Durham in quasi nove mesi. A gennaio, Durham ha ottenuto una dichiarazione di colpevolezza da un agente dell’Fbi, Kevin Clinesmith, per aver mentito alla corte Fisa e aver inviato un’e-mail modificata al fine spiare l’ex funzionario della campagna di Trump Carter Page.

Quel tentativo di “incastrare” Trump. Come nota il New York Post, è insolito che un’accusa di falsa dichiarazione, che può essere segnalata in un paragrafo, venga presentata in un atto d’accusa di 27 pagine. Ma John Durham ha scritto un resoconto molto dettagliato dei fatti e delle circostanze che circondano l’accusa di false dichiarazioni. Perché è importante? Durham sta dimostrando, un passo alla volta, che la narrativa della collusione Trump-Russia era essenzialmente una fabbricazione della campagna di Hillary Clinton nel tentativo di “incastrare” Donald Trump. Le prove a sostegno di questa tesi, come abbiamo più volte sottolineato su InsideOver, cominciano a farsi importanti e non più trascurabili. La “manina” dem in questa intricata vicenda, infatti, è comprovata da un castello di bugie che il procuratore speciale sta analizzando.

Lo studio legale Perkins Coie. Nel caso di Sussmann, l’avvocato avrebbe dichiarato a Baker che non stava lavorando per alcun cliente mentre gli forniva informazioni sensibili su Donald Trump, anche se le fatture di Perkins Coie ottenute da Durham mostrano chiaramente che l’avvocato stava lavorando per la campagna di Hillary Clinton. L’accusa descrive le informazioni che Sussmann avrebbe fornito a Baker come analisi di esperti che dimostravano una connessione tra il Cremlino e la campagna di Trump. È noto da tempo che la presunta connessione fra Trump e Alfa-Bank era una bufala. Un rapporto pubblicato nel dicembre 2019 dall’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia ha acclarato che “l’Fbi ha indagato se esistessero collegamenti informatici tra la Trump Organization e Alfa Bank, ma ha concluso all’inizio di febbraio 2017 che non esistevano tali collegamenti”. Secondo il giornalista investigativo Glenn Greenwald, lo studio legale Perkins Coie, è un attore importante nella politica del Partito Democratico. Uno dei suoi partner all’epoca del presunto crimine, Marc Elias, è diventato una star dei social media liberal dopo essere stato consigliere generale della campagna di Clinton 2016. Elias ha annunciato bruscamente che avrebbe lasciato lo studio tre settimane fa anche se finora non sono state presentate accuse contro di lui. Elias è colui ha ingaggiato la società (Fusion Gps) che ha redatto il falso dossier dall’ex spia britannica Christopher Steele contenente le false informazioni sui collegamenti fra Trump e la Russia. Nonostante tutte queste bugie e falsità che stanno via via emergendo, la campagna di Hillary Clinton, grazie al cieco supporto della stragrande maggioranza dei media statunitensi e internazionali, è riuscita a plasmare l’opinione pubblica sostenendo la tesi – poi smentita dai fatti – che Donald Trump fosse segretamente “colluso” con il Cremlino.

Donald Trump, la bomba nel libro: "Ragazze seminude e tracce di sperma sui pantaloni, ecco la foto con cui la Russia lo ricattava". Libero Quotidiano il 30 gennaio 2021. Da sempre accusato dai detrattori di essere una sorta di presidente - ormai ex presidente - al servizio di Vladimir Putin e della Russia, ora su Donald Trump si abbatte anche quanto rivelato da un un giornalista investigativo, Craig Unger, nel libro American Kompromat, da alcuni giorni nelle librerie degli Stati Uniti. La sintesi? Il tycoon sarebbe stato vicinissimo al Kgb, che aveva puntato su di lui fin dagli anni della gioventù. Il volume è il seguito del best seller: House of Bush, House of Saud, and House of Trump, House of Putin, nel quale l'autore ha denunciato i legami con le potenze straniere che avrebbero condizionato le scelte di politica estera dei due presidenti. Secondo quanto scritto da Unger, Trump sarebbe una sorta di "uomo del Kgb" da 40 anni, e i russi lo avrebbero salvato più volte dalla bancarotta. Nel volume, lo scrittore  parte dall'acquisto per un semplice dollaro dell'Hotel Commodore di Manhattan, un palazzo fatiscente gravato da debiti e da costi di manutenzione, che permise a Trump nel 1976 di fare il salto dalla periferia al cuore di New York. Edificio nel quale avrebbe comprato televisioni da un negozio sulla 23esima strada che recava all'esterno la scritta "si parla russo". Uno dei proprietari era Semyon Kislin, un ebreo ucraino emigrato quattro anni prima che si era specializzato nella vendita di macchine fotografiche e registratori dei quali era vietata l'esportazione verso la Russia, a beneficio dei funzionari diplomatici che transitavano a New York, sottolinea Il Messaggero, che tratta approfonditamente la vicenda. E ancora, scrive il quotidiano capitolino: "Di fatto i rapporti tra Trump e gli oligarchi russi è divenuto fiorente negli anni successivi. I possidenti moscoviti, ma anche noti malavitosi e capimafia russi sono divenuti grandi clienti delle operazioni immobiliari del gruppo newyorkese, alcune delle quali sono state finanziate con triangolazioni su banche estere che avevano rapporti con quelle russe". 

E ancora, le libro si parla di una triangolazione tra Trump, Jeffrey Epstein e fonti russe con le quali il finanziere di New York sarebbe stato in contatto. E ancora, legata a Epstein, una teoria dirompente: secondo quanto scritto da Unger, Epstein aveva foto di Trump circondato da ragazze in topless, una di queste con tracce di sperma sui suoi pantaloni. Foto che sarebbero state consegnate da Epstein ad alcuni russi e che poi sarebbero finite al Cremlino. Carte che la Russia si sarebbe poi giocata per facilitare l'ascesa del tycoon verso la Casa Bianca. L'inchiesta sul Russiagate, lo si ricorda, ha confermato che la Russia avrebbe voluto facilitare l'elezione di Trump, anche se il procuratore Muller non ha trovato alcun tipo di prova relativa alla presunta concussione tra il presidente e i servizi di Mosca.

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 30 gennaio 2021. I servizi segreti russi hanno coltivato relazioni con Donald Trump nell'arco di quarant' anni. Il Kgb aveva puntato sull'ambizioso e vanaglorioso imprenditore fin dagli anni della gioventù, fidando che un giorno il loro investimento avrebbe pagato con gli interessi. Questo è quanto sostiene il giornalista investigativo Craig Unger nel libro American Kompromat, da alcuni giorni nelle librerie degli Stati Uniti. Il volume è il seguito del best seller: House of Bush, House of Saud, and House of Trump, House of Putin, nel quale l'autore ha denunciato i legami con le potenze straniere che avrebbero condizionato le scelte di politica estera dei due presidenti. Il nuovo libro di Unger è uno scritto a tesi, nel quale i fatti elencati sono inanellati per allinearsi all'ipotesi iniziale. Qualche volta in modo più convincente, altre in una connessione logica più arbitraria. Lo scrittore parte dall'acquisto per un semplice dollaro dell'Hotel Commodore di Manhattan, un palazzo fatiscente gravato da debiti e da costi di manutenzione, che permise a Trump nel 1976 di fare il salto dalla periferia al cuore di New York. L'edificio ristrutturato divenne il moderno Hotel Hyatt, costruito sopra la stazione ferroviaria di Grand Central. Al momento di scegliere i televisori da installare nelle camere, Trump optò per una scelta curiosa: evitò i maggiori negozi di elettronica, e andò a comprare l'intero lotto da Joy Lud Electronics, un anonimo magazzino sulla 23ma strada che aveva all'esterno la scritta: «Si parla russo». Uno dei proprietari era Semyon Kislin, un ebreo ucraino emigrato quattro anni prima che si era specializzato nella vendita di macchine fotografiche e registratori dei quali era vietata l'esportazione verso la Russia, a beneficio dei funzionari diplomatici che transitavano a New York. L'ex agente del Kb Yuri Shvets ha raccontato a Unger che Kislin era a sua volta un uomo dei servizi russi e ha insinuato che dietro la strana installazione all'Hyatt di televisori dotati di doppio standard di trasmissione, e quindi capaci di trasmettere immagini di cassette magnetiche riservate al mercato russo, ci fosse stato il primo contatto di quello che con il tempo è divenuto il Kompromat. Di fatto i rapporti tra Trump e gli oligarchi russi è divenuto fiorente negli anni successivi. I possidenti moscoviti, ma anche noti malavitosi e capimafia russi sono divenuti grandi clienti delle operazioni immobiliari del gruppo newyorkese, alcune delle quali sono state finanziate con triangolazioni su banche estere che avevano rapporti con quelle russe. Shvets, e Unger tramite le sue parole, collega alcuni degli acquisti ad operazioni di riciclaggio di denaro sporco. La stessa fonte riporta poi il giudizio corrente negli anni '90 tra gli agenti dell'intelligence russa negli Usa nei confronti di Trump: «Non c'è niente di complicato in questo ragazzotto avrebbe detto a Shvets una spia russa . E' una persona di basso intelletto e con un ego ipertrofico; due componenti ideali per renderlo un soggetto manipolabile». Unger con l'aiuto di Shvets stabilisce poi un'altra triangolazione sospetta: quella che ha legato Trump e l'amico Jeffrey Epstein a fonti russe con le quali l'ambiguo finanziere newyorkese era in contatto. L'amicizia tra i due tycoon si era spezzata nel 2004 quando Epstein aveva chiesto un parere su una proprietà che intendeva comprare a Palm Beach in Florida e Trump l'aveva bruciato con un offerta di 41 milioni per lo stesso contratto, per poi rivendere la villa poco dopo a 125 milioni di dollari. Epstein era offeso e battuto, ma aveva i mezzi per vendicarsi. Lui e la partner Ghislaine Maxwell avevano un voluminoso archivio di filmati e registrazioni degli incontri sessuali che i due avevano propiziato negli anni tra l'harem di ragazze minorenni sotto il loro controllo e personaggi di alta visibilità. Negli scaffali c'erano anche foto di Trump circondato da ragazze in topless, e una in particolare che mostrava tracce di sperma fresche sui suoi pantaloni, mentre le giovani lo eccitavano. Quelle foto secondo Shvets sono state consegnate da Epstein ad alcuni russi suoi clienti, e hanno trovato la strada del Cremlino. Tutto questo secondo Unger spiega perché i russi abbiano avuto interesse a facilitare l'ascesa di Trump alla Casa Bianca, un fatto confermato dall'inchiesta Muller, anche se, e vale la pena ricordarlo, il procuratore speciale non ha trovato prove di concussione tra il presidente e i servizi moscoviti.

Stefano Graziosi per “La Verità” il 30 gennaio 2021. Conflitto d'interessi in vista per l'amministrazione Biden. Il caso Gamestop sta scuotendo la politica americana. L'app di trading Robinhood ha limitato le transazioni, dopo che numerosi piccoli investitori hanno acquistato titoli di una società in declino (Gamestop) rompendo le uova nel paniere agli hedge fund che avevano scommesso sul suo ribasso. La decisione ha suscitato polemiche. E, come detto, si scorge un problema anche per il presidente. Una delle società maggiormente colpite da quanto accaduto è stata Melvin capital che - pochi giorni fa - è stata salvata da due hedge fund, Citadel e Point72, attraverso un versamento di quasi 3 miliardi di dollari. E c'è chi ha ipotizzato che Citadel possa aver avuto voce in capitolo sulla stretta di Robinhood. Una tesi che l'hedge fund di Chicago ha smentito, per quanto vada ricordato che Citadel è il principale market maker utilizzato da Robinhood. E l'amministrazione Biden che cosa c'entra? C'entra perché - come riportato da Politico - il nuovo segretario del Tesoro, Janet Yellen, ha in passato ricevuto proprio da Citadel oltre 800.000 dollari come compenso per alcune conferenze. La stessa Yellen che, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca mercoledì scorso, sta «monitorando» la questione Gamestop. Domanda: è normale che una signora che intrattiene legami del genere con un soggetto coinvolto nella questione sia deputata a «monitorare» quella stessa questione per conto del governo americano? Senza contare che molti sostenitori di Joe Biden si erano detti favorevoli a una riforma di Wall Street. Una posizione un po' strana, visto che negli ultimi due anni la Yellen ha ricevuto 7,2 milioni di dollari come compenso per conferenze organizzate da grandi attori finanziari (tra cui Goldman Sachs e Barclays). Intenti riformatori, partendo da tali premesse, sono difficili da ritenere concreti. Ciò detto, bisogna anche evitare di incorrere nelle banalizzazioni. Quanto attuato dai piccoli investitori sul caso Gamestop nasce da una dinamica che sta sempre più prendendo piede nel mondo finanziario americano: a causa di quotazioni molto alte dei grandi colossi che di fatto escludono i singoli investitori individuali, questi ultimi si sono prima rivolti alle piattaforme che permettono il frazionamento dei titoli e poi buttati sui cosiddetti penny stock. Coordinarsi su Reddit è però un salto molto pericoloso. Le limitazioni introdotte da Robinhood si spiegano anche con il timore di un intervento della Sec. Bisogna infatti dire che il provvedimento è volto ad arginare un'eventuale manipolazione del mercato (fattispecie rispetto a cui le legge americana risulta notoriamente severa). Charles Whitehead, docente presso la Cornell law school, ha per esempio dichiarato al sito Vox che - rispetto al tema della manipolazione - la condotta dei piccoli investitori nel caso Gamestop si colloca in una «area grigia». Questo per dire che alcune prese di posizione verificatesi ultimamente risultano un po' demagogiche. È per esempio il caso della deputata dem Alexandria Ocasio-Cortez, che si è schierata contro gli hedge fund e chiesto «un'audizione se necessario». Ciononostante la legislazione che regola le attività di questi fondi è tutt' altro che tenera e si basa su una nutrita serie di norme. E la pratica dello short selling (la vendita di titoli non direttamente posseduta dal venditore) è disciplinata dalla cosiddetta Regulation sho, attraverso la Securities and exchange commission. È quindi curioso che anche Elon Musk si sia ritrovato a criticare lo short selling su Twitter, visto che proprio lui per anni ha venduto auto che di fatto non aveva. Più che sparate demagogiche a buon mercato, quel che occorrerebbe è forse altro: mantenere certamente alta la guardia verso i grandi hedge fund, ma - al contempo - studiare anche in che modo regolamentare fenomeni di investimento «dal basso», come quello del caso Gamestop.

Gianni Riotta per "la Stampa" il 3 febbraio 2021. «Pensavo di morire, mi sono detta questo è il giorno in cui morirai Alexandria»: la deputata democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, 31 anni, racconta con la voce rotta dall' emozione la sua fuga, la paura, il giorno dell' Epifania, quando i terroristi nazionalisti hanno preso d' assalto il Congresso per ribaltare la sconfitta dell' allora presidente Donald Trump alle elezioni di novembre. Un video trafelato, in diretta, come la telefonata a un' amica, le prime voci rauche degli aggressori sullo sfondo, i collaboratori che la costringono a chiudersi in un bagno, mentre dal tam tam dei messaggini WhatsApp e dagli slogan scanditi nei corridoi, appariva chiaro che quattro erano i bersagli della teppa. Il vicepresidente repubblicano Mike Pence, considerato un traditore per non avere contestato la vittoria del democratico Joe Biden, come Trump gli aveva imposto, il nuovo leader dei democratici al Senato Chuck Schumer, la Speaker della Camera Nancy Pelosi e lei, AOC, Alexandria Ocasio-Cortez. Per due volte eletta nel Bronx e Queens a New York, malgrado pesi massimi di Wall Street si fossero alleati contro di lei, idolo dei giovani, popolare online, capace di dire no agli investimenti di Amazon in città, in prima linea nei picchetti di piazza ma pronta, da influencer, a truccarsi in diretta o sfoggiare capi griffati, la Ocasio-Cortez è bersaglio dell' odio online dei gruppi eversori, QAnon, Proud Boys, Wolverines, Aryan Nation. La sua auto è stata circondata da dimostranti ostili, sui social media sono apparse le sue foto con la scritta «Ti uccideremo». Perfino, racconta emozionata la parlamentare, il poliziotto che tempestava di pugni la porta del bagno in cui si era asserragliata, le ha dimostrato «rabbia e ostilità, non si capiva bene da che parte stesse» e quando le ha dato indicazioni per rifugiarsi in un' ala del palazzo meno pericolosa, è subito scomparso, abbandonandola a se stessa. Solo la collega deputata Katie Porter, vedendo la AOC disperata lungo un corridoio, la invita a barricarsi nel suo ufficio, «Io sono una mamma, non ho paura, organizziamoci», con la Ocasio-Cortez che le mormora «Katie, io spero di fare in tempo a diventare mamma». La parlamentare racconta quindi di aver avuto paura di morire, di avere ancora attacchi di panico quando rientra in Parlamento o deve condividere l' aula con colleghe come la Marjorie Taylor Greene, militante della setta estremista QAnon, o Lauren Boebert, che solidarizzava con la rivolta. Ma, a sorpresa, qui la giovane leader politica fa una confessione, avvertendo prima «i familiari e le mie persone care, non tutti siete al corrente di quello che sto per dire», raccontando in pubblico di esser stata vittima di una aggressione sessuale, il cui trauma viene ora riaperto dal tono violento di avversari politici e commentatori ostili. Nell' America divisa degli Anni Venti la scelta della AOC le crea subito solidarietà in un campo e avversione in quello opposto, con toni di crudeltà grevi. Eppure, sia tra i democratici che tra i repubblicani, tutti dovrebbero meditare l' evoluzione della Ocasio-Cortez che, in una manciata di anni, matura da appassionata barista femminista del Bronx a icona globale del movimento per i diritti contro le disuguaglianze. Non si tratta di approvare ogni sua posizione, o il suo tono, o le sue scelte, che qualche volta irritano la Pelosi come la preside con la ragazza ribelle del primo banco, si tratta di comprenderne il meccanismo narrativo formidabile, che al nostro tempo è vincente. Fare, come già Barack Obama, della propria vita, della propria storia personale, un manifesto politico, una piattaforma ideologica, una chiamata comune di battaglia. È, per esempio, quello che manca alla sinistra di casa nostra, algida, anodina, sempre incapace di passioni vere, svelate. Ammettendo la propria debolezza, il terrore vissuto in Campidoglio, lasciando in pubblico la violenza sessuale subita, AOC dice alle altre vittime, alle donne, a chi subisce ingiustizie, «sono una di voi, vi rappresento, la mia voce è la vostra». I social media e la infosfera di oggi sono, è vero, inquinate dalla disinformazione, eppure hanno un istinto naturale per riconoscere le voci autentiche: e nel suo monologo sulla paura AOC ha interpretato questa fiducia con originalità.

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 20 settembre 2021. Gesù ammoniva che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra, e comunque la coerenza era la spina dorsale della credibilità anche da prima che lui scendesse sulla Terra. Questo principio basilare però è sfuggito ad Aurora James, che da una parte ha disegnato il vestito/manifesto con la scritta «Tax the Rich», indossato da Alexandria Ocasio-Cortez al gala del Met, ma dall'altra non paga le tasse. Subito se ne sono accorti i suoi nemici politici del New York Post, che l'hanno denunciata in prima pagina. Aurora sta con il milionario Benjamin Bronfman, ha appena comprato una villa da 1,6 milioni di dollari a Hollywood, ma la sua compagnia deve 14.798 dollari al fisco di New York, e 103.220 a quello federale, perché non ha corrisposto le ritenute sui compensi dei dipendenti. La credibilità ci vuole una vita a costruirla, ma basta un attimo a perderla.

Angelo Sica per “Chi” il 4 febbraio 2021. Avril Haines potrebbe esser il personaggio di uno spy-thriller di John Le Carré e invece è una 51enne mora dalla personalità dolce, dall'incredibile modestia che sembra confinare nella timidezza e con una grande empatia verso gli altri. Attenzione, però, aggiunge chi ha avuto a che fare con lei: queste qualità non vanno confuse con la debolezza. Ex vicedirettrice della Cia e già consigliere per la Sicurezza durante il mandato di Obama, Haines è stata nominata dal presidente Joe Biden direttrice dell'intelligence: è la prima donna nella storia degli Stati Uniti a ricoprire la carica più alta in fatto di servizi segreti. A lei adesso rispondono tutti gli 007 e le agenzie di spionaggio nazionale, Cia compresa. E pensare che Haines alla fine degli Anni 90 era un'anonima libraia che al massimo faceva notizia sui giornali locali per aver organizzato delle letture di romanzi erotici nel suo caffè-libreria a Baltimora. Eppure nei successivi vent'anni questa donna ha gestito i più scottanti dossier dello spionaggio americano, da quello sulle detenzioni extralegali e le torture operate dalla Cia in Medio Oriente ed Est Europa all'uso dei droni per uccidere terroristi, all'accoglienza dei profughi siriani dopo lo scoppio della guerra. Ha plasmato la politica estera e la strategia antiterrorismo degli Stati Uniti. Ha anche insabbiato molti segreti (soprattutto sullo scandalo delle torture). In fatto di spionaggio internazionale, James Bond potrebbe prendere ripetizioni da lei. Come è possibile che una libraia sia oggi boss mondiale delle spie? Haines non ama parlare del passato, anzi cerca di tenerlo nascosto il più possibile, ma la sua storia personale dice molto di lei. Avril è la figlia unica di Adrienne Rappaport, una scienziata diventata pittrice, e di Thomas Haines, biochimico e docente, quel tipo di uomo che ogni giorno chiedeva alla figlia se avesse fatto qualcosa di gentile per gli altri. Nell'appartamento dell' Upper West Side di Manhattan dove è cresciuta i libri riempivano gli scaffali, i quadri ricoprivano ogni parete ed erano impilati per terra negli angoli. Quando Avril ha 4 anni, la salute della madre peggiora drasticamente: un enfisema cronico e un'infezione batterica le compromettono i polmoni, costringendola a letto. Adrienne subisce anche una tracheotomia che la porta a respirare con una macchina. A 12 anni Avril è un'infermiera bambina che non si allontana mai dal capezzale della madre, tranne la mattina quando va a scuola. Se si addormenta, sfinita dalla stanchezza, il suo è un sonno vigile: deve essere sempre pronta a rispondere ai bisogni della mamma e a reagire in caso di emergenze. Una notte il tubo che collega la macchina respiratoria alla trachea si stacca: Avril, guidata al telefono da un medico, lo inserisce di nuovo nel collo della madre. Il sangue è ovunque. Nel 2011 Haines è stata chiamata da Barack Obama per guidare la squadra di esperti che doveva revisionare le politiche di uccisione mirate con i droni Predator, per evitare le vittime innocenti coinvolte nelle esplosioni e rendere meno distruttiva la guerra al terrorismo iniziata da Bush. Haines veniva chiamata nel cuore della notte per sapere se un sospetto terrorista poteva «essere incenerito legalmente da un attacco con droni». In molti restavano stupefatti dalla prontezza di questa donna, che decideva della vitae della morte di un uomo con incredibile calma e lucidità, nonostante fosse stata svegliata al-le tre del mattino. Come erano stupiti quelli che la vedevano comparire alle 5 e mezza del mattino nel suo ufficio a Langley, sede della Cia, quando era diventata vicedirettrice dell'agenzia, nel 2013. A quell'ora lei non stava entrando, ma stava lasciando l'ufficio per tornare a casa, fare una doccia, cambiarsi d'abito e rimettersi dietro la scrivania alle 7 e mezza. Il sangue freddo e la capacità di dormire poco, o di non dormire affatto, sono qualità che Haines ha imparato da bambina. La mamma muore quando Avril ha da poco compiuto 16 anni. E un'adolescente, col cuore a pezzi e indebolita nel fisico: decide di prendersi un anno sabbatico e si trasferisce in Giappone per ritrovare la forza interiore. Si iscrive al Kodokan judo institute, l'accademia di judo più importante di Tokyo, e in un solo anno diventa cintura marrone. Torna a Chicago, si iscrive a Fisica teorica e nel frattempo si mantiene agli studi lavorando in un' autofficina, diventa un asso nell' aggiustare i motori di vecchie Subaru. Ma la serena routine non dura. Un giorno mentre pedala in bicicletta viene investita da un'auto. Supera il dolore fisico delle sedute di riabilitazione decidendo di realizzare un sogno: acquistare un aereo e attraversare l'Atlantico. Inizia le lezioni di volo a Princeton, New Jersey. Qui succede qualcosa che non aveva messo in conto: si innamora del suo istruttore, David Davighi, che oggi è suo marito, e lo convince ad aiutarla nel suo sogno. I due partono dal Maine con un bimotore Cessna del 1961 da loro stessi aggiustato, con l'obiettivo di atterrare sulle coste inglesi il giorno seguente. Ma dopo alcune ore, sul Mar del Labrador, alcune parti dell'aereo congelano. Si spegne il primo motore, poi anche il secondo. Mentre scendono verso terra, la nebbia si dirada e riescono a vedere un tratto di costa. All'improvviso un motore ricomincia a funzionare: si salvano con un atterraggio di emergenza sull'isola di Terranova. Lo scampato pericolo non rende Haines meno intraprendente. Invece di iscriversi al dottorato in Fisica, segue un altro sogno: mettere su un caffè-libreria. Con David si trasferisce a Baltimora, vende l'aereo, chiede un prestito alla banca e acquista un locale appartenuto alla mafia. Nel 1992 apre l'Adrian's Book Café, in ricordo della madre. Per Haines avere a che fare con i libri è una passione che le dà una gioia enorme, ma non è l'unica. A Baltimora si appassiona alle cause sociali e all'attivismo locale. Capisce che le persone che più potevano cambiare le cose nella società sono gli avvocati. Nel 1998 si iscrive alla scuola di Legge della Georgetown university, dove si specializza nelle leggi internazionali e soprattutto sui trattati. Cinque anni dopo entra nella squadra legale del Dipartimento di Stato, nell'ufficio che si occupa dei trattati internazionali. Inizia così la carriera sfavillante che l'ha portata a essere oggi il boss degli 007. Rispettata da democratici e repubblicani, la sua nomina non è dovuta a simpatie politiche, ma all'enorme preparazione riconosciuta anche dai detrattori. E lei stessa, dopo la nomina, ha fatto a Joe Biden una promessa, ribadendo la sua imparzialità: «Non farò sconti al potere». 

Angelo Allegri per "il Giornale" l'11 marzo 2021. Alla verde età di 32 anni, Lina Khan non può davvero lamentarsi della sua carriera. Nata in una famiglia di immigrati pakistani, non aveva ancora finito gli studi che era già seduta in cattedra come professore alla Columbia University. Ma anche questo, per quanto precoce, era solo una tappa: ieri si è saputo che Joe Biden l'ha scelta come componente della prossima Commissione anti-trust americana. A lamentarsi della nomina (che avrà bisogno dell' approvazione del Senato) potrebbero essere solo i colossi dell' hi-tech. Perchè Lina Khan è considerata il loro nemico numero uno e perchè la notizia è arrivata in un periodo nero per i giganti del digitale: da Washington a Bruxelles, fino in Australia, sono sotto accusa praticamente ovunque. Sempre ieri ci si è messa pure la Russia che ha appena deciso di applicare in grande stile le norme approvate di recente sul cosiddetto Internet sovrano: dopo aver intimato a Twitter di cancellare una serie di account e dato che la società Usa si era ben guardata dall' eseguire l' ordine, l' Autorità di controllo moscovita ha rallentato in tutto il Paese il funzionamento del social network. A fornire, almeno in Occidente, alcune tra le armi concettualmente più appuntite nella battaglia contro i cosiddetti «Gafam» (Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) è stata la già citata Khan, ai tempi in cui, da studente, scriveva per la Yale Law Review. In un articolo intitolato il «Paradosso anti-trust di Amazon» «riformulò», come ha scritto il New York Times, l' intero tema delle politiche anti-trust. I monopoli tradizionali, sostiene la giovane studiosa, si riconoscono perchè la loro azione provoca un aumento dei prezzi. Un moderno monopolista come Google non aumenta i prezzi a carico dell' utente (di fatto nemmeno ci sono) ma le sue azioni vanno monitorate perchè hanno comunque un impatto sui consumatori, non solo in quanto tali, ma anche come lavoratori, cittadini e membri di una comunità. La corrente di pensiero, in America è detta «hipster antitrust», ha raccolto via via sempre più adesioni. E oggi i signori della Silicon Valley sono sotto scacco. Nel dicembre scorso la Commissione federale anti-monopoli e la bellezza di 40 Stati hanno accusato Facebook di aver soffocato la concorrenza comprando le società che potevano costituire un pericolo. La condanna potrebbe tradursi in uno spezzettamento dell' impero di Mark Zuckerberg, che comprende, oltre a Facebook, anche Instagram e Whatsapp. Due mesi prima, in ottobre, era stato il Ministero della Giustizia ad avviare un procedimento contro Google, accusato di proteggere illegalmente il monopolio pubblicitario legato al suo motore di ricerca. Anche Amazon e Apple sono sotto inchiesta e il partito democratico, ringalluzzito dalla recente vittoria elettorale, annuncia provvedimenti. Nel mirino ci sono strapotere di mercato, mancato rispetto per la privacy, disinformazione e fake news. E mentre in Australia Google deve venire a patti con gli editori per la pubblicazione dei loro articoli, anche l' Unione Europea ha cambiato marcia: in dicembre ha annunciato i due provvedimenti più incisivi mai messi in cantiere per la regolamentazione dell' attività hi tech. Il primo, il Digital service Act, ha a che fare con i contenuti pubblicati online: le grandi piattaforme dovranno darsi da fare per rimuovere quelli considerati illegali, sottoporsi allo scrutinio di autorità indipendenti e collaborare con loro. Il secondo pacchetto di norme, invece, con il nome di Digital market act, si occuperà del regime anticoncorrenziale in cui operano alcune società del mondo digitale. Nell' uno e nell' altro provvedimento le multe per le società inadempienti saranno miliardarie. Quanto alla Russia, la volontà di tenere a bada i colossi del big tech si sposa con il desiderio di mettere sotto controllo, per motivi politici interni, Internet e le sue voci, unica parte del sistema informativo che sfugge al vaglio del Cremlino. Se n' è avuta la prova per le recenti manifestazioni pro-Navalny, quando un social come TikTok fu costretto a cancellare migliaia di video per scampare alla chiusura. In tutti i casi e nonostante gli attacchi, per Facebook e compagnia c' è comunque una fonte di consolazione: i bilanci. Secondo dati dell' Economist, le prime 10 società digitali per dimensioni hanno realizzato nel 2020 utili per 261 miliardi di dollari, con un valore di Borsa pari a 3,9 migliaia di miliardi. Davvero non male.

La nuova America di Biden. Chi è Ngozi Okonjo-Iweala, la prima donna a capo del WTO. Vittorio Ferla su Il Riformista il 9 Febbraio 2021. Per la prima volta nella storia una donna africana sarà al vertice del commercio internazionale. Grazie a un ampio sostegno da parte dei paesi membri, tra cui Unione europea, Cina, Giappone e Australia, a guidare il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, conosciuta in italiano come Omc, sarà infatti la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala. Il via libera da Joe Biden. Finora, sotto la guida di Donald Trump, gli Usa hanno adottato politiche protezionistiche imponendo tariffe a Canada, Messico, Cina e Unione europea.

Hanno inoltre sostenuto Yoo Myung-hee, il ministro del Commercio sudcoreano, lasciando il Wto in una situazione di stallo. Il vertice dell’ente con sede a Ginevra, incaricato di promuovere il libero scambio, era vacante da quando Roberto Azevêdo si era dimesso, un anno prima del previsto, alla fine di agosto 2020. E la selezione del nuovo leader richiede l’unanimità. Con il suo sta bene, il neo presidente Biden conferma la novità politica del suo mandato: il ripristino del sostegno americano alle istituzioni multilaterali. Nel discorso della settimana scorsa al Dipartimento di Stato, Biden ha riaffermato l’impegno a riportare la diplomazia al centro della politica estera degli Usa. Per lui, però, la politica estera dovrà avvantaggiare la classe media americana. Ciò significa che procederà con molta cautela quando si tratterà di firmare nuovi accordi commerciali. Nata nel 1954 in Nigeria, Ngozi Okonjo-Iweala ha studiato economia all’Università di Harvard (1973-1976) e ha conseguito un dottorato in economia regionale e sviluppo presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) nel 1981. Ha trascorso 25 anni alla Banca Mondiale, fino a diventare il numero due dell’istituto (2007-11). Ha svolto due mandati come ministro delle Finanze nigeriano (2003-2006 e 2011-2015): prima donna a ricoprire l’incarico. Per un breve periodo è stata ministro degli Esteri nel 2006. Oggi siede nei board di importanti soggetti internazionali come Twitter, Standard Chartered Bank e Global Alliance for Vaccines and Immunization (GAVI). L’incarico a Okonjo-Iweala segna una svolta assai significativa sul piano globale perché proviene da una delle poche parti del mondo in cui il libero scambio è in ascesa. Proprio il 1 gennaio di quest’anno è entrato in vigore l’accordo che stabilisce l’African Continental Free Trade Area (Afcfta), firmato da 53 paesi su 54. Grazie a questa iniziativa, l’Africa diventa l’area di libero scambio più grande del Pianeta: 1,2 miliardi di persone e un Pil complessivo di 2.500 miliardi di dollari. Una vera e propria svolta per il continente africano. In una intervista alla Cnn dell’agosto scorso, successiva alle dimissioni di Azevêdo, Ngozi Okonjo-Iweala assicurava che il commercio giocherà un ruolo importante nella ripresa dalla pandemia di coronavirus. E aggiungeva: «Il Wto ha bisogno di un leader: un volto nuovo, capace di attuare le riforme e di lavorare con tutti i membri per assicurare che l’organizzazione esca dalla paralisi parziale in cui si trova». Il volto nuovo adesso c’è. E, per la prima volta nella storia, è quello di una donna africana.

LA DEMOCRAZIA A MODO MIO.

Quella data "sconosciuta" che ha cambiato l'America. Lorenzo Vita il 3 Giugno 2021 su Il Giornale. La guerra civile americana vista dalle due barricate. Il 3 giugno 1863, il generale Lee dava il via alla campagna di Gettysburg. Sull'altro fronte, a Vicksburg, un tenente nordista scriveva alla moglie. Il 3 giugno del 1863, l'America non sapeva ancora che il suo destino si sarebbe deciso nel giro di un mese a Gettysburg. La guerra civile insanguinava il territorio nordamericano mietendo migliaia di vittime tra i soldati e tra i civili. Ma nessuno poteva immaginare che proprio in quel giorno d'estate il fato aveva deciso di tessere la sua trama. Confederati e unionisti combattevano faccia a faccia su diversi fronti e il sangue bagnava di rosso i campi e i fiumi di un'America che non sarebbe stata più la stessa. E i soldati, così come i generali, proprio quel 3 giugno, si domandavano quando sarebbe finita quella immane guerra civile che stava per mettere la parola fine al sogno degli Stati Uniti. Il 3 giugno 1863, il generale Robert Edward Lee era pronto a colpire. Un mese prima, l'Armata Confederata della Virginia Settentrionale aveva ottenuta una vittoria insperata e per certi versi miracolosa nella battaglia di Chancellorsville. E dopo un mese in cui rifletteva su come assestare un colpo fatale agli unionisti, decise di muovere i suoi uomini in quel giorno di giugno nella speranza di assediare le grandi città del Nord e raggiungere anche Washington, dando una lezione morale che avrebbe portato i nemici alla resa. Lee sapeva che il suo esercito era allo stremo, anche se era convinto che i suoi uomini avrebbero distrutto gli avversari unionisti semplicemente facendo affidamento sulla propria forza di volontà. I giornali yankee - così i sudisti chiamavano i nordisti - parlavano di una popolazione stanca e ormai pronta a chiedere alle autorità di firmare un trattato di pace. E questo convinceva ogni giorno di più il generale nella buona riuscita della sua campagna militare. Dopo Chancellorsville, tutto appariva possibile. E Lee, più convinto anche degli stessi leader confederati, aveva la sensazione che l'ordine di lasciare Fredericksburg, in Virginia, per marciare verso nord sarebbe valso la vittoria finale. Decine di migliaia di uomini iniziarono a marciare insieme ai loro fucili, ai cannoni e ai cavalli. La terra della Virginia rimbombava sotto le scarpe dei soldati. E le ruote dei cannoni tracciavano solchi sul terreno come aratri nei campi. Paura e ambizione inondavano il cuore di ogni ragazzo. Chi era in prima linea sapeva che il rischio di morte era elevatissimo e non c'era modo di evitarlo se non fuggendo o sparando per primi. La morte non era una possibilità remota, ma un terrificante dato statistico che ogni ragazzo teneva bene in mente quando riceveva l'ordine di mettersi in marcia in attesa che prima o poi sarebbe arrivato l'incontro con le file di fucilieri degli unionisti. Ma i sogni di Lee e dei confederati non facevano i conti con una realtà che era molto più sfaccettata. L'armata della Virginia era stremata e senza rifornimenti. Ma se sul fronte orientale sembrava possibile la vittoria, a ovest, nel Mississippi le cose non si erano messe affatto bene. E i soldati unionisti che assediavano Vicksburg lo sapevano bene. Adoniram Judson Withrow era primo tenente della compagnia C del 25 ° reggimento di fanteria dell'Iowa. Era partito da Salem per unirsi all'esercito degli Stati Uniti e aveva lasciato nella sua città la seconda moglie Libertatia America Arnold, che lui chiamava "Lib". Withrow scriveva a sua moglie appena poteva, e sia lei che il marito iniziavano a capire che il vento stava cambiando. Se nelle città della East Coast temevano che Lee avrebbe raggiunto i suoi obiettivi, a Vicksburg le cose andavano in maniera diversa. E mentre il generale sudista dava l'ordine di marciare verso nord, inconsapevole della tragedia che incombeva sui suoi uomini a Gettysburg, Adoniram Judson Withrow scriveva queste parole in una lettera che è arrivata fino ai giorni nostri: "La tua lettera affermava che avevi appena ricevuto la notizia della cattura di Vicksburg e che ne eri contenta. Vorrei che fosse vero... anche se in un certo senso lo è, perché li abbiamo completamente rinchiusi, ed è solo questione di tempo perché per loro è impossibile uscirne". E il tenente raccontava di come ormai i nemici fossero ridotti alla fame e che "i disertori entrano ogni notte e danno un resoconto tremendo delle condizioni della città". Withrow non poteva immaginarlo, ma quella battaglia che stava per concludersi, il lungo assedio di Vicksburg, avrebbe significato la seconda grande sconfitta strategica dei confederati e l'inizio della fine per tutto l'esercito del Sud. Sbaragliati a Gettysburg, gli uomini della Virginia non poterono fare altro che ripiegare provando a respingere le numerose incursioni degli unionisti. Mentre nel Mississippi, una volta presa Vicksburg, i sudisti sarebbero stati praticamente tagliati fuori dal più grande corso d'acqua del Nord America e divisi da quel fiume che Abraham Lincoln ebbe a definire il grande "Padre delle Acque" che tornava a essere visto nel Golfo del Messico. Il 3 giugno del 1863 Lee ordinava di avanzare e Adoniram Judson Withrow scriveva una lettera entrata nella storia degli Stati Uniti. In quello stesso giorno entrambi pensavano di vincere, chi dava ordini, chi scriveva alla moglie, chi preparava i piani di attacco e chi pensava di eseguirli o di come sarebbe stato il rancio. Nessuno però sapeva che quella data avrebbe significato così tanto nella storia del loro popolo. E che entrambi, su fronti opposti e senza mai essere visti, avrebbero scritto in quella data una qualche frase che sarebbe rimasta per sempre scolpita nella memoria dell'America. Chi per parlare con la sua "carissima Lib", chi per dare il via al suono dei tamburi che ordinava l'avanzata.

Lorenzo Vita. Nato a Roma il 2 febbraio 1991, mi sono laureato in giurisprudenza nel 2016 con una tesi in diritto internazionale. Dopo la laurea, ho conseguito un master in geopolitica e ho seguito corsi sul terrorismo internazionale. Lavoro per ilGiornale.it dal 2017 e seguo in particolare Gli Occhi della Guerra. Da settembre 2018 mi sono trasferito a Milano e lavoro nella redazione del sito. Mi occupo prevalentemente di Esteri, con un occhio di riguardo alla politica estera del Nostro Paese: fin troppo dimenticata negli ultimi anni. Passioni sportive? Solo la Roma. 

La Guerra civile americana. Orlando Sacchelli l'8 febbraio su Il Giornale.

Chiariamo subito una cosa fondamentale: la schiavitù non fu la causa della Guerra civile americana, costata la vita a 620mila uomini (con circa 275mila mutilati). A spiegarlo, in modo inequivocabile, è un testimone d’eccezione, il presidente Abraham Lincoln, in una lettera pubblicata dal New York Times nel luglio 1862: “Se potessi salvare l’Unione senza liberare alcuno schiavo, lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, lo farei”. Eppure Lincoln ancora oggi viene ricordato come il presidente che “liberò gli schiavi”, oltre ad aver salvato l’unione americana. Per cosa combatterono, dunque, nordisti e sudisti? Alla base di tutto, come spiegato bene da alcuni storici tra i quali ricordiamo Howard Zinn, ci fu lo scontro politico-egemonico tra l’élite settentrionale e quella meridionale. La prima si batteva per l’espansione economica e chiedeva nessun vincolo su terra e lavoro, il mercato libero e, soprattutto, dazi elevati a protezione della propria industria. Il Sud, invece, la cui economia si basava in larga parte sulle piantagioni, aveva altri obiettivi: prima di tutto abolire i dazi doganali, riuscendo così a vendere i propri prodotti e ad acquistare dall’Europa i manufatti, di migliore qualità rispetto a quelli del Nord America, con costi per giunta inferiori. Poi voleva mantenere lo status quo sugli schiavi, formidabile serbatoio di manodopera a costo zero. I dissidi economici ovviamente finivano con l’influenzare anche la politica, creando non pochi problemi nella gestione del Paese. Lo sforzo fondamentale a cui si doveva guardare era l’equilibrio numerico fra gli stati favorevoli ad una fazione (semplificando diremo schiavisti) e l’altra (abolizionisti). Quando la Louisiana nel 1812 venne ammessa nell’Unione si arrivò ad una situazione di perfetta parità, che si tradusse nella perfetta rappresentanza in seno al Senato federale (dove ogni stato mandava due rappresentanti). Tradotto in soldoni ogni volta che si dovevano discutere questioni che, in un modo o nell’altro, finivano con l’incidere su uno dei due blocchi, si provocava lo stallo e nessuna decisione veniva adottata. In alcuni casi l’equilibrio cambiò e furono necessari dei compromessi “temporanei” per riuscire ad andare avanti. Avvenne, ad esempio, con l’ammissione di alcuni stati, facendo sempre ben attenzione a immettere contemporaneamente uno “schiavista” insieme a uno “libero”: lo schema venne seguito per gli ingressi di Missouri e Maine, poi Arkansas e Michigan e ancora Florida e Iowa. Nel 1850 con l’ammissione della California (stato libero) il blocco sudista disse sì a patto di una legge molto rigida per regolare gli schiavi fuggitivi: si prevedeva l’obbligo di restituirli ai loro legittimi proprietari, anche nel caso in cui fossero stati fermati in uno stato libero dalla schiavitù. Quattro anni dopo, nel 1854, il Congresso decise che per i nuovi stati la schiavitù dovesse essere scelta, o meno, tramite referendum popolari. Nel Kansas, però, si verificò un episodio di non poco conto: per incidere sul risultato della consultazione un gran numero di persone si spostò dal vicino Missouri, a poche settimane dal voto, determinando la vittoria dei sì. Le polemiche furono fortissime, si parlò di brogli e il voto alla fine non venne ratificato. Di estrema importanza fu l’elezione a sorpresa come presidente, nel 1860, di Abraham Lincoln, in rappresentanza del Partito repubblicano, nato nel 1854 dall’unione di ex esponenti dei “Whig” e del “Suolo Libero” con movimenti antischiavisti, per cercare di opporsi ai Democratici e al loro disegno di portare il sistema politico economico del Sud anche a Ovest. Il Grand Old Party sulle tematiche economiche e sociali posizionò alla sinistra del Partito democratico. Dicevamo che vinse Lincoln, detestato dalla élite dominante del Sud, perché in più di un’occasione aveva affermato che l’Unione non poteva andare avanti con due sistemi economici contrapposti. Alla grandi piantagioni Lincoln preferiva di gran lunga gli agricoltori con appezzamenti meno grandi. Il divario ideologico si acuì al punto che un gruppo di stati del Sud, prima dell’insediamento del nuovo presidente, decise di compiere il grande passo, dichiarando la secessione: a guidare la fronda furono South Carolina, Georgia, Florida, Alabama, Mississippi, Louisiana e Texas. A ruota si allinearono Virginia, North Carolina, Arkansas e Tennessee. Nacquero gli Stati Confederati d’America, con capitale Richmond (Virginia) e la “Croce del Sud” (croce di sant’Andrea blu con sfondo rosso e le stelle, pari al numero degli stati, lungo i bracci). A guidare i sudisti Jefferson Davis, politico e militare nonché proprietario di una piantagione (in cui aveva bandito le frustate e lasciato l’amministrazione della giustizia interna agli schiavi stessi). Alla dichiarazione d’indipendenza da parte dei sudisti Lincoln rispose, nel suo solenne discorso di insediamento come presidente, che la secessione non aveva alcun fondamento legale. L’inizio della guerra avvenne con la presa di una base militare posta in South Carolina, Fort Sumter, da parte dei sudisti: Lincoln reagì dando il via libera alla creazione di un esercito di volontari. La guerra andò avanti dal 12 aprile 1861 al 9 maggio 1865. Si concluse con la resa del generale Robert E. Lee ad Appomattox (Virginia) il 9 aprile 1865. Pochi giorni dopo, il 14 aprile, Lincoln fu assassinato con un colpo di pistola da un attore che sperava, in quel modo, di riaccendere la ribellione dei sudisti. A prendere il potere fu il vicepresidente, Andrew Johnson, che verrà ricordato come il primo nella storia americana costretto ad affrontare un impeachment (non gli fu perdonato l’atteggiamento conciliatorio verso i sudisti sconfitti). Per pochi voti conservò il posto di presidente. In un altro post torneremo sulla Guerra civile, cercando di soffermarci sul suo svolgimento. Quello che ci preme ora sottolineare è l’enorme impatto che questa sanguinosa guerra ebbe sugli Stati Uniti negli anni a seguire, a partire dalla riflessione culturale che si accese. Walt Whitman, poeta, scrittore e giornalista, nei poemi “Rulli di tamburo” (poi confluiti nella celebre raccolta “Foglie d’erba”) descrisse nei dettagli lo scontro fratricida. Un altro scrittore, Stephen Crane, si soffermò sull’angoscia e la confusione derivante dal conflitto, nel romanzo “Il segno rosso del coraggio”. Più tardi anche il cinema si soffermò su quegli anni: su tutti ricordiamo i film “Via col vento” (di Victor Fleming, 1939) e “La Legge del Signore” (di William Wyler, 1956). In un film del 1915, “The Birth of a Nation” (di D.W. Griffith), prevale un fortissimo senso di rivalsa sudista, in cui il profondo sud viene rimesso in sesto (e in ordine) grazie al Ku Klux Klan e alle loro scorribande con i cappucci bianchi.

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Per questo post sono stati consultati i seguenti libri: “Storia della guerra civile americana” (Rizzoli, 1985); “La guerra civile americana” (Il Mulino, 2003); “Americana” (il Saggiatore, 2012).

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera” il 20 marzo 2021. Il primo vertice Usa-Cina era iniziato malissimo, con uno scontro aspro, quasi una rissa verbale, davanti alle telecamere. È finito con «alcune convergenze su cambiamento climatico, Iran, Corea del Nord e Afghanistan», come ha riferito il Segretario di Stato, Antony Blinken. Da Pechino, l' agenzia ufficiale Xinhua, sostiene che i colloqui di Anchorage, in Alaska, sono stati «schietti, utili e costruttivi». Le delegazioni delle due super potenze si sono incontrate giovedì sera e si sono confrontate, «per numerose ore e in modo molto franco su un ordine del giorno esaustivo», ha aggiunto il Consigliere per la sicurezza americano Jake Sullivan. Si capirà presto se ad Anchorage si sia aperto un dialogo che possa portare al summit tra Joe Biden e Xi Jinping, il prossimo 22 aprile a margine della Conferenza sul clima. L' impatto, giovedì sera, era stato ad alta tensione. Con uno scambio durissimo tra Blinken e il plenipotenziario per la politica estera del partito comunista cinese, Yang Jeichi. Alla vigilia i padroni di casa avevano fatto sapere che non ci sarebbe stato un comunicato finale: un modo per evitare di passare la notte a litigare su poche righe. Ma gli americani non hanno neanche voluto cenare con gli ospiti, come di solito accade in queste occasioni. Uno strappo sorprendente, vissuto dalla delegazione cinese come uno sgarbo politico. Blinken ha aperto la sessione senza filtri: «Vogliamo discutere delle nostre profonde preoccupazioni per le azioni condotte dalla Cina, comprese quelle nello Xinjang (la repressione della minoranza musulmana degli Uiguri, ndr ) ad Hong Kong, a Taiwan; per non parlare delle aggressioni informatiche agli Stati Uniti.... Ognuno di questi atti minaccia l' ordine basato sul diritto che garantisce la stabilità globale». Breve replica del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi: «La Cina sollecita gli Stati Uniti a non interferire negli affari interni. È un atteggiamento non nuovo: è ora di cambiarlo». Poi ha preso la parola, Yang Jiechi e l' ha tenuta per 15 minuti, anziché i due concordati all' inizio: «Gli Stati Uniti usano la loro forza militare e la loro egemonia finanziaria per schiacciare gli altri Paesi; abusano della cosiddetta nozione della sicurezza nazionale per ostacolare gli scambi commerciali e incitare alcuni Stati ad attaccare la Cina». E ancora, una frase a metà tra l' avvertimento e una possibile apertura: «Dovete abbandonare questa mentalità da Guerra Fredda.. Gli Usa non hanno alcun titolo per sostenere di poter trattare con la Cina da una posizione di forza. Non è questo il modo per approcciare il nostro Paese... La cooperazione può beneficiare entrambe le parti, ma bisogna seguire il protocollo diplomatico». A quel punto si è inserito Sullivan: «Non vogliamo conflitti con voi, ma non ci spaventa una ruvida concorrenza». Tutto davanti alle telecamere e ai giornalisti richiamati nella stanza da Blinken. Interessante notare come le due parti si siano sfidate e anche insultate sui principi politici. Blinken e Sullivan si sono presentati come i portavoce di una larga parte di Nazioni in allarme per l'espansionismo cinese. Con l'avallo di Joe Biden, naturalmente, che ieri ha detto di «essere orgoglioso del Segretario di Stato». Yang Jiechi e Wang Yi hanno provato a smontare quello che considerano un illegittimo pulpito morale, notando come negli Usa siano negati pieni diritti agli afroamericani: basta osservare le proteste di Black Lives Matter. Un argomento ricorrente nella propaganda cinese sui Social, Twitter in particolare. Ora si riparte da «qualche convergenza» maturata nelle riunioni riservate, che alla fine sono durate più del previsto.

Mary Carey. Barbara Costa per Dagospia il 24 aprile 2021. “Sc*reggio, bevo, rutto, non sto a gambe chiuse. Sono una che si sa divertire. Mi piace fare cose stupide, ma sono intelligente. E adoro stare al centro dell’attenzione”. A men d’inciuci dell’ultima ora, il prossimo autunno in California si vota il "recall", ovvero ai californiani viene chiesto se vogliono andare avanti con Gavin Newsom, il governatore in carica, o se vogliono sostituirlo con un altro. Gli sfidanti scendono in campo, e tra i primi c’è lei, Mary Carey, 41 anni, biondona e tettona, ex pornostar di grido e stella dei reality tv. I 3.916,12 dollari che le servono per presentare la candidatura ci sono, le 7.000 firme pure, e Mary Carey è decisa a fare meglio del 2003, quando si candidò per la prima volta come governatore, arrivando decima su 135 candidati, raccogliendo la bellezza di 11.179 voti! Che, se non sono bastati a farla sedere sulla poltrona che fu di Reagan, e di Schwarzenegger, sono stati però più di quelli andati ad altri "seri" politici di professione, in corsa con lei. Come la nostra Cicciolina eletta in Parlamento, che nel Partito Radicale prese più voti di tutti eccetto Pannella, così Mary Carey dimostra che le tette in politica servono. E, se al momento il suo programma è in bozze, quello della sua prima campagna era chiaro, diviso in 11 punti, tra i quali spiccavano la facoltà di dedurre dalle tasse le lap-dance, il porno gratuito per chiunque rinunciasse alle armi, e tassare chi – come lei – ricorre a interventi di chirurgia estetica, equiparati a beni di lusso. Se Mary Carey nel 2003 fosse stata eletta, forse sarebbe finita sotto impeachment per spergiuro proprio per le sue tette. Lei ai tempi vantava fossero vere, e così grosse per scherzo di natura: a lungo Mary ha raccontato la storiella che lei a 16 anni ancora non aveva le mestruazioni e sono stati i medici, tramite iniezioni di ormoni, a farla di botto sviluppare. Ormoni che le hanno fatto scoppiare ghiandole mammarie… esagerate! Questa favoletta è durata fino a che il seno Mary se lo è rifatto, ma per sostituire le protesi iniziali con altre nuove e più grandi. Mary ha autografato e messo le vecchie protesi all’asta su eBay, con lo scopo di dare il 90 per cento del ricavo in beneficienza. Non ho mai saputo se e a quanto tali tette di plastica siano state vendute. Dopo le tette e il porno, la politica è la grande passione di Mary Carey: 2 anni dopo l’exploit del 2003, si è candidata luogotenente governatore (una specie di vice), ritirandosi per questi due guai: sua madre, che è schizofrenica, in pieno delirio si era gettata dal quarto piano, per fortuna non morendo ma rompendosi gambe, piedi e 4 vertebre, e così richiedendo cure e riabilitazione. Come non bastasse Mary Carey, che al lavoro di pornostar ha sempre abbinato quello di spogliarellista, veniva arrestata non essendosi limitata a spogliarsi ma facendosi dai clienti toccare, e evitando il carcere con una condizionale di 19 mesi. Sicché Mary annunciò che, per lo spavento del volo di sua madre, soffriva di insonnia, e stava male pure per Eric, cioè suo marito, che la voleva mollare rinfacciandole di uscire con le star dello sport e del rap (tra cui Eminem) invece di stare con lui (Mary ha ammesso di essere andata a letto con vari giocatori dei Lakers e degli Yankees). A questo punto, Mary Carey si dichiarò dipendente dallo Xanax, perciò con gli attributi idonei a fare da concorrente nel reality "Celebrity Rehab". Finito il reality, ritornò con successo al porno con "Celebrity Pornhab", porno-parody di quanto fatto in TV. Poi Mary ha divorziato per risposarsi con Mario, un elettricista. Ha quindi rivelato che è stato Mario a farla smettere con lo Xanax e pure con l’alcool, problema in precedenza negato da Mary. Ma a maggio 2020 si son lasciati, perché non sc*pavano più. Per Mary, Mario era un marito insopportabile: la voleva casalinga! Ora Mary è sposata con Joe Brownfield, medico di pronto soccorso. In tutto questo mix di porno, mariti, rehab e reality, Mary mai ha abbandonato la politica: quando Donald Trump era in corsa per la Presidenza, Mary Carey in un video, in giacca e tanga, gli offrì la sua "competenza" quale sua vice, ma quello sgarbato le preferì Michael Pence: che Trump sapesse che Mary ha girato tre porno con Stormy Daniels!? E quando in Florida Jeb Bush si ricandidò governatore, Mary fu pronta a sfidarlo. Ma la poltrona di governatore è rimasta salda sotto le chiappe dell’ultimogenito dei Bush fino a che Jeb non ha provato a correre per la Casa Bianca. Mary ha festeggiato la figura barbina di un Jeb umiliato dal ritiro dalle primarie repubblicane, in un video, in slip con su scritto "Jeb is out", per poi toglierseli e rasarsi i peli pubici. La candidatura a governatore della California di Mary Carey è stavolta tanto seria che, se non riuscirà nel recall di novembre, è pronta a ritentare nel 2022, quando il mandato governatoriale scadrà ufficialmente. Mary lo giura, sui media, ammettendo che la candidatura del 2003 fu un’idea del suo agente, nata per farle pubblicità (e per girarci il porno "The Governor"). Lei aveva solo 23 anni. Nessuno si aspettava riuscisse a ottenere voti reali. Ma oggi Mary è più adulta, e più preparata, e ben più decisa. Mary Carey si candida da indipendente, lei vuole aiutare i senzatetto e i lavoratori in difficoltà, e rimette sul piatto l’idea della rinuncia alle armi in cambio di porno gratis. Marycarey4governor.com è online ed è attivo, e lì si possono donare soldi per sostenerla, e ricevere spille, e gadget. "Finalmente un politico da cui vuoi essere f*ttuto!" è lo slogan di Mary Carey, chissà, forse prossimo governatore della California, un tempo pornostar a tal punto sincera da dire che, la prima volta che ha provato l’anale, poco le è piaciuto, e specie il giorno dopo, al momento di fare la cacca.

Articolo di "The Economist" dalla rassegna stampa di "Epr Comunicazione" il 19 aprile 2021. Se sei un emblema dell'armonia americana come la Coca-Cola, giochi le tue politiche con attenzione, specialmente su questioni così divisive come la razza e il voto. L'azienda di soft-drinks - scrive The Economist - lo fece brillantemente nel 1964 quando l'élite di Atlanta, sede della Coca-Cola e di Martin Luther King, minacciò di snobbare il leader dei diritti civili al suo ritorno dalla vittoria del premio Nobel per la pace. Sconvolti dal potenziale imbarazzo, i dirigenti della Coca-Cola lavorarono tranquillamente dietro le quinte per convincere altri industriali a partecipare a una cena in onore di King. La Coca-Cola è intervenuta anche quest'anno, prima e dopo che Brian Kemp, governatore repubblicano della Georgia, ha firmato il 31 marzo una nuova legge che, secondo i critici, avrebbe svantaggiato gli elettori neri. Gli sforzi discreti dell'azienda per ammorbidire alcuni aspetti della legge prima del suo passaggio si sono ritorti due volte. In primo luogo, i gruppi per i diritti civili l'hanno accusata di pusillanimità. Quando il suo capo, James Quincey, si unì successivamente ad altre aziende originarie di Atlanta come la Delta Air Lines nell'esprimere il proprio disappunto per il risultato, i repubblicani bollarono la Coca Cola e gli altri come ipocriti "furbi". Il 14 aprile centinaia di aziende, tra cui giganti come Amazon e Google, e grandi uomini d'affari, tra cui Warren Buffett, hanno pubblicato una lettera che si oppone a "qualsiasi legislazione discriminatoria" che renda più difficile votare. Un firmatario di spicco, Kenneth Frazier della Merck, una casa farmaceutica, ha detto al New York Times che la lettera voleva essere apartitica. Nelle parole di William George della Harvard Business School, egli stesso un ex CEO, la soppressione degli elettori "mette a rischio la democrazia, e questo mette a rischio il capitalismo". Il fatto che così tanti marchi i e grandi consiglieri di amministrazione, tuttavia, sempre più spesso agitino il dito contro il Partito Repubblicano, tradizionalmente favorevole agli affari, dimostra che sono pronti a rompere un codice di silenzio politico che ha servito bene le aziende fin dagli albori del capitalismo americano. Perché? E che effetto avrà alla fine sui loro affari? America Inc è stata costruita sopra un'innovazione legale: la società a responsabilità limitata. In origine, tali strutture societarie avevano ancora bisogno di assicurarsi uno statuto governativo per operare, il che spesso implicava l'ungere molti palmi delle autorità. Una successione di sentenze del tribunale nella prima metà del XIX secolo ha permesso alle aziende di mettere la politica a distanza. In seguito avevano bisogno solo di ambizione e di investitori volenterosi. Il risultato fu l'ambiente commerciale più fecondo di tutti i tempi. All'inizio del XX secolo alcuni capi riscoprirono la politica, usando la ricchezza delle loro aziende per comprare amici nel governo. All'indomani della seconda guerra mondiale, la porta tra l'industria e la carica politica non era tanto girevole quanto spalancata. "Electric Charlie" Wilson, capo della General Electric, e "Engine Charlie" Wilson, capo della General Motors, lavorarono per diverse amministrazioni negli anni 40 e 50. Il periodo fino agli anni '60 fu un'epoca di quello che John Kenneth Galbraith chiamò "contropotere". Il grande business era in una mischia ben bilanciata con il grande governo e il grande lavoro. Alcuni CEO si comportavano come statisti industriali, offrendo posti di lavoro a vita ai lavoratori, costruendo villaggi e campi da golf, e presentandosi come guardiani della società. Questo equilibrio fu scosso nel 1970 da Milton Friedman, un campione dell'economia del laissez-faire, vincitore del premio Nobel. Egli sosteneva che l'unica responsabilità dei dirigenti era verso gli azionisti. Finché i mercati erano liberi e la concorrenza feroce, la massimizzazione del valore per gli azionisti avrebbe aiutato la società, assicurando prodotti migliori per i clienti e migliori condizioni per i lavoratori. Le aziende che fallivano su entrambi i fronti vedevano acquirenti e dipendenti passare ai rivali. Repubblicani come Ronald Reagan abbracciarono Friedman attraverso la riduzione del governo e la deregolamentazione dell'economia. Questo ha dato origine a imprese superstar e al culto della celebrità CEO negli anni '80 e '90. Anche così, gli uomini d'affari tennero a freno la lingua sulle questioni politiche. Invece, hanno riposto la loro fiducia nei lobbisti pagati e hanno usato gruppi industriali come la Business Roundtable per fare campagne a loro favore. Il lobbismo riguardava quasi esclusivamente questioni di diretta preoccupazione per i loro profitti, come le tasse, i regolamenti o le politiche di immigrazione che potrebbero influenzare i loro dipendenti. Si sono tenute attentamente fuori dal più ampio tumulto politico. Il denaro delle aziende continua a fluire nella politica. Ma negli ultimi anni è accompagnato da un flusso parallelo di attivismo dei CEO. Weber Shandwick, una società di pubbliche relazioni, fa risalire questo fenomeno al 2004, quando Marilyn Carlson Nelson, capo della Carlson Companies, un'azienda di viaggi, prese posizione contro il traffico sessuale. I suoi colleghi capi del settore viaggi pensavano che tali dichiarazioni avrebbero danneggiato l'immagine neutrale dell'industria. Invece, è stata trattata come un'eroina dai clienti. Gli amministratori delegati di altre industrie presero nota. Con cautela all'inizio e più vistosamente negli ultimi cinque anni o giù di lì, hanno iniziato a pesare su argomenti che vanno dai movimenti #MeToo e Black Lives Matter alle leggi sulla libertà religiosa, il controllo delle armi, i diritti dei gay e le leggi sui bagni per i transgender. Le azioni divisive di Trump, come il divieto temporaneo di visitatori da alcuni paesi musulmani, il ritiro dall'accordo di Parigi sul clima o la reazione alle proteste razziste di Charlottesville, hanno causato indignazione in tutta l'America corporativa (anche se ha lambito i suoi tagli fiscali). Il mandato di Trump ha anche coinciso con un periodo in cui la fiducia del pubblico nel governo era già in declino, mentre quella nel business stava aumentando. Nonostante l'immagine dell'America corporativa come ancella del capitalismo senza cuore, gli americani si fidano un po' di più delle imprese che del governo o delle ONG. Edelman, un'altra società di PR, trova che il 63% degli americani pensa che i CEO dovrebbero intervenire quando i governi non risolvono i problemi della società. Ascoltando l'appello, nell'agosto 2019 i membri della Business Roundtable, tra cui i boss di 150 blue chip dell'indice S&P 500, si sono impegnati a considerare non solo gli azionisti ma anche i lavoratori, i fornitori, i clienti, l'ambiente e altri "stakeholder" nelle decisioni aziendali. Il problema con questo tipo di difesa dei CEO è la mancanza di chiarezza sulle sue motivazioni e l'impatto sui problemi stessi, così come sulle aziende in nome delle quali viene intrapresa. Anche se molto di questo è probabilmente ben intenzionato, è infangato da sospetti di ipocrisia e ostentazione. Prima di Natale The North Face ha rifiutato un ordine da una compagnia petrolifera del Texas per 400 delle sue costose giacche da esterno perché non voleva che il suo marchio fosse associato ai combustibili fossili. Questo mese un gruppo dell'industria petrolifera in Colorado ha premiato l'azienda con uno "extraordinary customer award". Ha notato che molti dei suoi prodotti di abbigliamento sono fatti con prodotti del petrolio, comprese le sue giacche. In termini di impatto sulle questioni più scottanti, l'attivismo aziendale può ritorcersi contro se fa sì che la parte contro cui è diretto si impunti. I dirigenti sostengono di non avere altra scelta che affrontare le preoccupazioni della società perché nell'era dei social media i loro clienti, dipendenti e azionisti lo richiedono. La prova di tali affermazioni è mista. Inizia con i consumatori. Alcuni sondaggi mostrano che i sostenitori di ogni partito comprerebbero più beni da aziende che si inclinano a destra o a sinistra. Ma altre ricerche hanno trovato che i consumatori erano più propensi a ricordare un prodotto che avevano smesso di usare in segno di protesta per quello che aveva detto un amministratore delegato, piuttosto che uno che avevano iniziato a usare in segno di sostegno. Dopo una sparatoria in uno dei suoi superstore nel 2019 Walmart ha vietato alcune vendite di munizioni per armi. Uno studio successivo ha scoperto che l'affluenza nei negozi Walmart nei distretti repubblicani è diminuita più bruscamente come risultato di quanto sia aumentata in quelli democratici. Anche l'impatto sui dipendenti è inconcludente. Molte aziende tecnologiche nell'economia della conoscenza sono felici di fare mostra delle loro inclinazioni di sinistra, credendo che questo attirerà brillanti lavoratori millennial che tendono a condividere tali opinioni. Poi ci sono gli azionisti. I capi raramente li consultano prima di fare dichiarazioni politiche. Lucian Bebchuk della Harvard Law School ha scoperto che tra i firmatari del Business Roundtable's stakeholder pledge solo uno dei 48 per i quali erano disponibili dati aveva consultato il loro consiglio di amministrazione in anticipo. Questo suggerisce che molta della retorica pro-sociale è un servizio verbale. Gli investitori sembrano vederla così. I prezzi delle azioni delle aziende dell'S&P 500 i cui capi hanno firmato quella dichiarazione - che, se presa al valore nominale, significherebbe che gli azionisti dovrebbero condividere il bottino con altri stakeholder - hanno avuto una performance quasi identica a quella delle aziende i cui CEO non erano tra i firmatari. Questo implica che i mercati non hanno considerato la retorica di importanza materiale. Il fatto che alcuni dei più rumorosi sostenitori del capitalismo degli azionisti, come Salesforce, abbiano licenziato lavoratori durante la pandemia, nonostante i ricavi record, suggerisce che gli investitori potrebbero essere sulla strada giusta. Col tempo, gli stessi azionisti potrebbero diventare più politici. L'aumento dei fondi d'investimento che considerano i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) suggerisce un appetito per certe forme di presa di posizione sociale nell'allocazione del capitale. Gli investitori ESG sono spesso disposti ad accettare rendimenti un po' più bassi per le obbligazioni societarie legate ad alcune metriche del bene. Dopo aver studiato dieci anni di proposte di interesse pubblico presso le aziende S&P 500, su tutto, dalla disuguaglianza economica al benessere degli animali, Roberto Tallarita, sempre della Harvard Law School, ha scoperto che praticamente nessuna di queste mozioni passa. Ma il loro sostegno è in aumento. Nel 2010 il 18% degli azionisti ha votato per loro, in media. Nel 2019 questo era salito al 28%. Un giorno la sala del consiglio potrebbe diventare politica. Nel frattempo, è probabile che il pontificare dei CEO diventi più rumoroso.

DAGONEWS DA dailymail.co.uk il 10 aprile 2021. Hunter Biden ha scherzato sul fatto che "il problema era tenere i pantaloni" mentre faceva uso di crack, durante un'intervista con Jimmy Kimmel per promuovere il suo nuovo libro di memorie. Osservazione ironica considerando che una delle foto trovate sul famoso laptop abbandonato mostra Hunter in piedi in mutande. Il 51enne è apparso al "Jimmy Kimmel Live" per promuovere il suo nuovo libro di memorie, Beautiful Things. Kimmel ha chiesto a Biden del suo laptop, che è diventato una fonte di interesse nel periodo precedente le elezioni. Biden ha affermato di non sapere se il famigerato laptop abbandonato fosse suo, nonostante sia stato verificato dai migliori esperti forensi per DailyMail.com. Il figlio del presidente ha insistito dicendo di non sapere se il laptop fosse suo perché era così distaccato dalla realtà mentre era sotto l'effetto di droghe - e ha continuato dicendo che lo scandalo intorno al computer è una "falsa pista". Biden ha parlato dopo che DailyMail.com ha confermato che il laptop era davvero suo, ingaggiando alcuni dei migliori esperti di cybersicurezza della Maryman & Associates per analizzare i suoi dati e determinare se i contenuti del laptop fossero reali. Il fondatore dell'azienda, Brad Maryman, è un agente speciale dell'FBI da 29 anni che ha lavorato come responsabile della sicurezza delle informazioni. Maryman e il suo socio in affari Dr. Joseph Greenfield hanno utilizzato gli stessi strumenti forensi utilizzati dalle forze dell'ordine federali e statali nelle indagini penali e hanno preparato un rapporto per DailyMail.com. Il rapporto afferma che i dati sull'unità "sembrano essere autentici" e Maryman e Greenfield non hanno trovato "alcuna prova" che ci sia stata una maomissione da parte dei russi o da parte di i chiunque altro. A ottobre, Joe Biden ha definito le fughe di notizie sulla posta elettronica di Hunter "un mucchio di spazzatura". Ma in un'intervista con la CBS domenica per promuovere il suo nuovo libro, Hunter ha detto che il laptop "potrebbe essere" suo. “Potrebbe esserci un portatile là fuori che mi è stato rubato. Potrebbe essere che sono stato violato. Potrebbe essere stata l'intelligence russa. Potrebbe essere che mi sia stato rubato", ha detto. Tra i 103.199 messaggi di testo sul disco rigido datati dal 2016 al marzo 2019 ci sono conversazioni compromettenti tra il presidente Joe Biden e suo figlio. La cache di 103.000 messaggi di testo, 154.000 e-mail, più di 2.000 foto e dozzine di video sono piene di rivelazioni che, ovviamente, sono state omesse nel libro di memorie, tra cui:

Come Hunter abbia implorato suo padre di candidarsi alla presidenza nel 2019 per salvare la sua reputazione;

Come abbia ripetutamente schivato le indagini della polizia contro di lui, nonostante abbia avuto costantemente a che fare con spacciatori di droga e prostitute e abbia avuto diversi scontri con le forze dell'ordine;

Hunter era sorvegliato da un agente dei servizi segreti durante un'abbuffata di droga e prostitute del 2018 a Hollywood, nonostante non avesse diritto alla protezione al momento e le smentite dell'agenzia federale;

Joe Biden temeva che le sue conversazioni con Hunter venissero hackerate;

Come il laptop traboccasse di prove di apparenti attività criminali da parte di Hunter e dei suoi collaboratori, tra cui il traffico di droga e prostituzione.

I messaggi rivelano come Joe sia stato risucchiato nella torrida vita amorosa di suo figlio, diventando un sacco da boxe per i suoi sproloqui alimentati dalla droga e avrebbe pagato i conti dei suoi nipoti quando Hunter aveva prosciugato i suoi conti bancari a causa delle sue spese per prostitute e crack. Quando l'ex senatore del Delaware è stato eletto vicepresidente nel 2008, ha posto fine alla redditizia carriera di Hunter come lobbista per evitare in apparenza che ci fossero conflitti di interesse. Hunter ha quindi intrapreso una serie di controverse iniziative imprenditoriali ed è caduto in un vortice di crack e prostitute, scandali e riabilitazione. Joe ha risposto, promettendo a suo figlio che si sarebbe candidato alla presidenza, ma aggiungendo che era preoccupato che i suoi messaggi fossero "un bersaglio" per gli hacker.

Il libro che conferma i lati oscuri di Hunter Biden. Francesco Giubilei l’1 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'appuntamento a novembre della Conferenza sui Cambiamenti climatici delle Nazioni Unite ha riportato la tematica ambientale al centro dell'agenda politica e l'Italia negli ultimi giorni ha avuto un ruolo da protagonista. Ieri il premier Draghi ha incontrato Greta Thunberg e gli attivisti per il clima sostenendo la necessità di agire subito e, rivolgendosi ai giovani, ha affermato: «Questa generazione, la vostra generazione, è la più minacciata dai cambiamenti climatici. Avete ragione a chiedere una responsabilizzazione, a chiedere un cambiamento». Parole che arrivano all'indomani del j'accuse dell'attivista svedese al mondo politico colpevole, a suo dire, di fare solo «bla, bla, bla» e di non impegnarsi per il bene del pianeta. In realtà, i dati ci dicono altro e, mentre l'Europa ha avuto un calo delle emissioni di Co2, la Cina ha intrapreso la strada opposta aumentando le emissioni negli ultimi quarant'anni da 2 a 12 miliardi l'anno. Eppure il silenzio di Greta Thunberg sul governo cinese è assordante. Ma c'è un ulteriore aspetto a destare preoccupazione; non è vero che gli ambientalisti ideologizzati sanno solo protestare e non offrire proposte, al contrario c'è una proposta ricorrente nella loro visione: le tasse. L'aumento del costo dell'energia di questi giorni è in parte determinato dallo scarseggiare dei combustibili fossili e dal fatto che chi li utilizza deve pagare i permessi di emissione di Co2. È l'esempio perfetto di come un approccio ideologico al tema ambientale abbia conseguenze negative sulla vita dei cittadini e delle imprese. Introdurre nuovi balzelli per contrastare il cambiamento climatico non è la soluzione, poiché la crescita del costo dell'energia provocherà gravi problemi alle aziende europee ed italiane, con il rischio della chiusura di numerose Pmi e della conseguente perdita di posti di lavoro. Magari proprio a favore di quelle aziende cinesi che non si curano minimamente della transizione ecologica. Agire subito, come affermato dal Presidente Draghi, non significa introdurre nuove tasse dirette e indirette con la scusa dell'ambiente, quanto favorire un approccio che premi i comportamenti virtuosi e non colpisca come sempre imprenditori e cittadini.

FRANCESCO GIUBILEI, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università Giustino Fortunato di Benevento e Presidente della Fondazione Tatarella. Collabora con “Il Giornale” e ha pubblicato otto libri (tradotti negli Stati Uniti, in Serbia e in Ungheria), l’ultimo Conservare la

Roberto Vivaldelli.  Su Inside Over l’1 ottobre 2021. “Disinformazione russa”. Così erano state bollate dalla gran parte dei media, nell’ottobre 2020, in piena campagna elettorale presidenziale statunitense, le rivelazioni del New York Post  circa i torbidi affari di Hunter Biden, figlio del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, e la compagnia ucraina Burisma, oltre che con il Partito comunista cinese. Il quotidiano conservatore affermava di essere entrato in possesso delle e-mail e materiale fotografico contenuto nel laptop appartenente al figlio del Presidente e abbandonato in un negozio del Delaware. Joe Biden – al tempo vicepresidente – avrebbe inoltre ospitato Hunter e il suo partner d’affari Jeff Cooper sull’Air Force 2 a Città del Messico nel 2016, dove Hunter ha organizzato un incontro con il figlio di Alemán per discutere di un “gigantesco affare”. A tutto questo si aggiungevano gli sms pubblicati da Fox News che includevano uno scambio tra Tony Bobulinski – socio di Hunter Biden – e che provavano l’interessamento del padre negli affari del figlio.

Il libro che smaschera Hunter Biden. Nonostante le prove e i documenti pubblicarti, la maggior parte dei media ha bollato queste rivelazioni come “fake news” e “disinformazione russa”. “La storia di Hunter Biden è disinformazione russa, dicono dozzine di ex funzionari dell’intelligence”, sosteneva Politico il 19 ottobre, appena cinque giorni dopo il primo articolo pubblicato dal Nyp, seguito a ruota dalla stragrande maggioranza dei media americani. Cosa ancora più grave, social media come Twitter sono intervenuti a gamba tesa nel dibattito politico – naturalmente a favore dei dem – censurando le notizie scomode sul figlio del Presidente. Un’alleanza fra Big Tech, media, e stato profondo dell’intelligence ha dunque protetto Hunter Biden dalla gogna mediatica. Ebbene, a un anno di distanza, nel silenzio generale, il giornalista di Politico Ben Schreckinger, ha pubblicato un nuovo libro intitolato The Bidens: Inside the First Family’s Fifty-Year Rise to Power. Schreckinger ha trascorso mesi a indagare sui documenti chiave pubblicati dal New York Post e ha trovato la prova definitiva che queste e-mail e i relativi documenti sono indiscutibilmente autentici, come spiega anche il giornalista investigativo Glenn Greenwald sul suo blog. Schreckinger ha parlato con più persone vicine ad Hunter Biden, confermando l’autenticità delle mail pubblicate dal New York Post e buona parte del materiale contenuto nel laptop e divulgato. “Una persona che aveva accesso indipendente alle e-mail di Hunter mi ha confermato che le e-mail pubblicate dal New York Post relative a Burisma e all’impresa CEFC corrispondevano alla sostanza delle e-mail che Hunter aveva effettivamente ricevuto” sottolinea il giornalista in uno dei passaggi chiave del suo lavoro, menzionato anche da Politico nella sua newsletter. A un anno di distanza, un netto cambio di narrativa. 

Che cosa dicono le email che inchiodano i Biden

Il 14 ottobre 2020 il New York Post pubblicava un’inchiesta bomba: secondo le e-mail ottenute dal giornale conservatore, infatti, Hunter Biden presentò suo padre, all’epoca vicepresidente, un alto dirigente di Burisma meno di un anno prima che Joe Biden facesse pressioni sui funzionari del governo di Kiev affinché licenziassero un procuratore che stava indagando sulla stessa società nel quale il figlio era un membro del cda. L’incontro è menzionato in un messaggio di apprezzamento che Vadym Pozharskyi, un membro del cda di Burisma, avrebbe inviato Hunter Biden il 17 aprile 2015, circa un anno dopo che il figlio dell’ex vicepresidente si era unito al consiglio di Burisma con uno stipendio di 50.000 dollari al mese. L’e-mail proviene proprio dal laptop di Hunter Biden, lasciato in un negozio del Delaware. Uno scandalo volutamente taciuto da buona parte dell’opinione pubblica, che ora torna a galla con nuove conferme.

Il figlio del Presidente e la società ucraina. Come già evidenziato in tempi non sospetti da InsideOver, per comprendere il ruolo di Joe Biden e del figlio Hunter occorre fare un passo indietro. Come ricorda il giornalista investigativo Max Blumenthal su Grayzone, l’allora vicepresidente di Obama fece la sua prima visita a Kiev nell’aprile 2014, proprio quando il governo post-Maidan stava lanciando la sua operazione militare contro i separatisti russi nel Donbass. Rivolgendosi al parlamento di Kiev, Biden dichiarò che “la corruzione non potrà più avere spazio nella nuova Ucraina”, sottolineando che gli Stati Uniti “sono la forza trainante dietro il Fmi” e stavano lavorando per assicurare a Kiev “un pacchetto multimiliardario per aiutare” il governo. Nello stesso periodo, Hunter Biden venne nominato nel consiglio di amministrazione di Burisma. La cacciata del presidente Viktor Yanukovych (febbraio 2014) pose il fondatore e presidente di Burisma, l’oligarca Mykola Zlochevsky, in una posizione delicata. Quest’ultimo era stato ministro dell’ambiente di Yanukovych, e il cambio di regime lo mise in difficoltà. Anche perché stava affrontando dei seri problemi legali: un’inchiesta sulla corruzione nel regno Unito aveva portato al congelamento di parte del suo patrimonio, pari a 23 milioni di dollari. L’oligarca aveva a necessità di farsi dei nuovi amici: si trattava di Hunter Biden, figlio del vicepresidente degli Stati Uniti, e dell’Atlantic Council. Il figlio di Joe Biden aveva già ottenuto un incarico presso il National Democratic Institute (Ned), un’organizzazione di “promozione della democrazia” finanziata dagli Stati Uniti che ha contribuito a rovesciare il governo filo-russo di Yanukovich insieme all’Open Society del finanziere George Soros. Hunter venne così arruolato in una posizione di grande prestigio in Burisma, a 50 mila dollari al mese, nonostante la sua totale mancanza di esperienza nel settore energetico e negli affari ucraini. Hunter Biden lo ripagò contattando un importante studio legale di Washington, Dc, Boies, Schiller e Flexner, dove aveva lavorato come consulente. Nel gennaio successivo, i beni dell’oligarca vennero scongelati nel Regno Unito. Nella primavera del 2014, l’Associated Press e persino il New York Times, sollevarono perplessità sul ruolo di Hunter Biden nella compagnia ucraina, nonostante Joe Biden assicurasse di non saperne nulla.

Tutti i guai di Hunter Biden. Roberto Vivaldelli su Inside Over 11 luglio 2021. Dai rapporti d’affari piuttosto torbidi con l’Ucraina e la Cina alla tormentata vita coniugale fino agli eccessi da rockstar: Hunter Biden, secondogenito del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, riesce sempre a far parlare di sé, e spesso e volentieri non in positivo, soprattutto per l’immagine del capo Casa Bianca. L’avvocato e lobbista, membro del consiglio di amministrazione della società ucraina Burisma Holdings dal 2014 al 2019 e già vicepresidente National Railroad Passenger Corporation, ora ha intrapreso una carriera da pittore che molto probabilmente gli frutterà un sacco di soldi, condite dalle solite polemiche. Come riporta il New York Post, i critici d’arte stanno infatti esprimendo non poche preoccupazioni mentre il figlio del Presidente Usa si prepara per la sua prima mostra d’arte personale quest’autunno, nella quale le sue opere verrano vendute tra i 75.000 e i 500.000 dollari, con acquirenti che – per scelta della Casa Bianca – rimarranno anonimi.

Hunter Biden si riscopre pittore ma l’accordo con la Casa Bianca fa discutere. Una scelta che, tuttavia, sta scatenando una serie di polemiche attorno alla reale valutazione delle opere di Hunter Biden e che sta sollevando una non poche criticità e perplessità dal punto di vista etico. In base all’accordo, un proprietario di una galleria d’arte privata fisserà i prezzi per il suo lavoro e gestirà tutte le offerte e le vendite, ma non condividerà alcuna informazione sugli acquirenti o potenziali acquirenti con Hunter o chiunque altro nell’amministrazione. L’accordo è stato riportato per la prima volta dal Washington Post. Il portavoce della Casa Bianca Andrew Bates ha dichiarato in una nota: “Il Presidente ha stabilito i più alti standard etici di qualsiasi amministrazione nella storia americana e l’impegno della sua famiglia in processi rigorosi come questo è un ottimo esempio”. Il figlio 51enne del presidente Biden sta dando gli ultimi ritocchi ai 15 dipinti che costituiranno la sua prima mostra personale, la cui apertura è prevista per ottobre alla Georges Berges’ Gallery di Soho, con una visita privata per i collezionisti Vip a Los Angeles a settembre. Dubbi anche sui prezzi spropositati delle sue opere: secondo Jeffry Cudlin, professore d’arte al Maryland Institute College of Art, i dipinti di Hunter Biden non dovrebbero costare più di 3.000 dollari. Walter Shaub, già direttore dell’Office of Government Ethics dal 2013 al 2017, ha scritto in un lungo thread su Twitter che il processo per la vendita delle opere d’arte di Hunter Biden è “molto deludente”.

La prova nel laptop che smentisce Joe Biden. Il Presidente Usa Joe Biden ha sempre ribadito di non aver mai avuto a che fare con gli affari del figlio Hunter. Come riportato il mese scorso dal Daily Mail, tuttavia, che ha potuto visionare alcune fotografie contenute nel laptop appartenente al figlio del Presidente e abbandonato in un negozio del Delaware, Joe Biden – al tempo vicepresidente – avrebbe intrattenuto i soci in affari di suoi figlio nel suo ufficio di allora, tra i quali i miliardari messicani Carlos Slim e Miguel Alemán Velasco. L’allora vicepresidente ha anche ospitato Hunter e il suo partner d’affari Jeff Cooper sull’Air Force 2 a Città del Messico nel 2016, dove Hunter ha organizzato un incontro con il figlio di Alemán per discutere di un “gigantesco affare”. Alla luce di queste rivelazioni, le domande – alle quali l’amministrazione Biden continua a non rispondere – sono più che lecite: Joe Biden era a conoscenza degli affari del figlio? Se sì, ha abusato del suo ruolo di vicepresidente per aiutare il figlio?

Le foto – pubblicate dal Daily Mail – sono datate 19 novembre 2015, e mostrano i sei uomini sorridere durante una riunione nella residenza di Joe Biden a Washington. Le e-mail mostrano inoltre che gli uomini hanno incontrato l’allora vicepresidente alla Casa Bianca. Tutto ebbe inizio quando l’amico di famiglia dei Biden, Jeff Cooper, mise a punto un piano nel 2013 per investire in più attività in Messico e in America Latina, sfruttando la loro relazione con la potente famiglia miliardaria messicana degli Alemán. E non finisce qui perché, come riportato da InsideOver, Joe Biden avrebbe inoltre incontrato i soci d’affari ucraini, russi e kazaki di suo figlio a una cena a Washington, Dc, mentre era vicepresidente. La conferma arriva dal solito laptop abbandonato, ora in possesso dell’Fbi. La cena, tenutasi il 16 aprile 2015, si è svolta nella “Garden Room” privata del Café Milano, Georgetown, dove si riuniscono gli uomini più potenti del mondo. Il giorno successivo, Hunter ha ricevuto un’e-mail da Vadym Pozharskyi, un dirigente della compagnia energetica ucraina Burisma, per ringraziarlo di averlo presentato a suo padre. “Caro Hunter, grazie per avermi invitato a Washington e avermi dato l’opportunità di incontrare tuo padre e di aver trascorso  un po’ di tempo insieme”, scrive Pozharskyi il 17 aprile 2015. Hunter Biden è attualmente indagato per i suoi “affari fiscali” dai pubblici ministeri federali del Delaware.

Affari con il partito comunista cinese. Fra i Paesi con cui il lobbista e avvocato figlio del Presidente Usa ha fatto affari c’è sicuramente la Cina. Come già riportato da IlGiornale.it, alcuni sms pubblicati in esclusiva da Fox News nei mesi scorsi sembrano far supporre che l’ex vicepresidente incontrò, nel maggio 2017, gli emissari di una società energetica cinese, nonostante Joe Biden avesse smentito questa ricostruzione. Fox News ha ottenuto gli sms da Tony Bobulinski, un tenente in pensione della Marina degli Stati Uniti, nonché ex Ceo di SinoHawk Holdings ed ex socio in affari di Hunter. “Fammi sapere se faremo cena presto con tuo zio e tuo padre e dove, anche per la traduzione dei documenti?” Bobulinski scrive ad Hunter il 2 maggio 2017. “Papà non sarà qui prima delle 11” risponde l’interessato. Ma c’è un altra mail scottante, inviata a Tony Bobulinski da un alto funzionario cinese il 26 luglio 2017 mostra che la compagnia energetica cinese Cefc propone un prestito “senza interessi” di 5 milioni di dollari alla famiglia del Presidente Usa “sulla base della loro fiducia”. Tony Bobulinski è peraltro il destinatario di una email pubblicata da New York Post, nella quale sembrerebbero indicati i dettagli di una transazione d’affari tra un’azienda cinese e membri della famiglia Biden. “Ho sentito Joe Biden dire che non ha mai discusso di affari con Hunter. Questo è falso” spiega Tony Bobulinski, citato da RealClearPolitics. “Ne ho una conoscenza diretta perché ho trattato direttamente con la famiglia Biden, incluso Joe Biden”. 

Nel cda di Burisma. Ma ciò che forse ha fatto più discutere è forse il controverso ruolo di Hunter Biden nel consiglio d’amministrazione di Burisma Holdings dal 2014 al 2019 a 83 mila dollari al mese. Come già riportato da InsideOver, secondo alcune testimonianze divulgate dalla commissione per la sicurezza nazionale del Senato e riportate dal giornalista investigativo John Solomon su Just the News, Hunter Biden, insieme ai rappresentanti della società ucraina Burisma Holdings, si erano assicurati almeno sei incontri di alto livello con alti funzionari dell’amministrazione Obama. Accadde poco prima che l’allora vicepresidente Joe Biden costringesse il procuratore ucraino che indagava sull’azienda produttrice di petrolio e gas, operante sul mercato ucraino dal 2002, a dimettersi. Nel maggio del 2016, Joe Biden in qualità di uomo di punta designato da Barack Obama per l’Ucraina, volò a Kiev per informare Poroshenko che la garanzia di un prestito ammontante a ben un miliardo di dollari americani era stata approvata per permettere a Kiev di fronteggiare i debiti. Era a tutti gli effetti un aiuto “condizionato”, Do ut des: se Poroshenko non avesse licenziato il procuratore capo nello stretto giro di sei ore, Biden sarebbe tornato negli Usa e l’Ucraina non avrebbe più avuto alcuna garanzia di prestito. Argomentazione piuttosto convincente, che costrinse Kiev ad accontentare l’allora vicepresidente con delega alla politica nell’ex Paese sovietico. Come se non bastasse, fu lo stesso Biden a vantarsi di aver minacciato nel marzo 2016 l’allora presidente ucraino Poroshenko di ritirare un miliardo di dollari in prestiti se quest’ultimo non avesse licenziato il procuratore generale Viktor Shokin che stava indagando proprio su suo figlio Hunter. Curiosa coincidenza, no? 

Il racconto di Hunter Biden alla prostituta: “I russi mi hanno rubato il laptop”. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 13 agosto 2021. Un nuovo scandalo coinvolge Hunter Biden, figlio del Presidente degli Stati uniti d’America, Joe Biden. Il Daily Mail ha pubblicato in esclusiva un video risalente al gennaio 2019 nel quale Hunter, nudo, racconta a una prostituta un fatto accaduto l’anno precedente, cioè quando dei spacciatori russi avrebbero rubato il suo laptop per ricattarlo. Si tratterebbe – fosse acclarato – del terzo laptop smarrito da Hunter Biden: il primo abbandonato in un negozio del Delaware, il secondo sequestrato dagli agenti federali e il terzo, almeno stando a quanto racconta alla prostituta, non identificata, rubato da dei presunti russi durante un soggiorno a Las Vegas. Tutti e tre, sottolinea il Daily Mail, potrebbero contenere informazioni sensibili su Joe Biden con immagini, video e comunicazioni imbarazzanti sul figlio.

Nuovi guai per Hunter Biden: in un video racconta di essere ricattato dai russi. “Hanno video di me mentre faccio questo” spiega durante il video, che dura 3 minuti e 40 secondi. “Hanno video di me mentre faccio sesso pazzo” rivela Hunter alla donna, secondo il Mail . “Cercheranno di ricattarti?” lei chiede: “Sì, in qualche modo, sì” lui chiosa. “Ho speso un sacco di soldi”, racconta ancora il figlio del Presidente Usa alla prostituta. “Ero con questi ragazzi. L’unica ragazza era, non come te comunque… ogni notte diceva ci saranno così tante persone qui, una fottuta festa pazzesca. e ogni notte non c’era nessuno”. Sempre secondo il Daily Mail le dichiarazioni di Hunter Biden sollevano la possibilità che il figlio del Presidente sia stato preso di mira da un’operazione di intelligence straniera contro Joe Biden. Ricordiamo che questa è una delle tesi portanti alla base del Russiagate contro Donald Trump: anche in quel caso, secondo il dossier redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele, i russi sarebbero entrati in possesso di una video nel quale The Donald stava facendo sesso con una prostituta, a Mosca, diventando così ricattabile. Dossier che, come è stato poi appurato, si è rivelato completamente infondato. Anche nel caso di Hunter Biden, la vicenda solleva parecchi dubbi.

Da lobbista a pittore: la tormentata vita di Hunter. Dai rapporti d’affari piuttosto torbidi con l’Ucraina e la Cina alla tormentata vita coniugale fino agli eccessi da rockstar: Hunter Biden, secondogenito del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, riesce sempre a far parlare di sé, e spesso e volentieri non in positivo, soprattutto per l’immagine del capo Casa Bianca. Ultimamente, come già trattato da InsideOver, Hunter Biden si è riscoperto artiste e pittore: i critici d’arte hanno espresso non poche preoccupazioni mentre il figlio del Presidente Usa si prepara per la sua prima mostra d’arte personale quest’autunno, nella quale le sue opere verrano vendute tra i 75.000 e i 500.000 dollari, con acquirenti che – per scelta della Casa Bianca – rimarranno anonimi. Una scelta che, tuttavia, sta scatenando una serie di polemiche attorno alla reale valutazione delle opere di Hunter Biden e che sta sollevando una non poche criticità e perplessità dal punto di vista etico. In base all’accordo, un proprietario di una galleria d’arte privata fisserà i prezzi per il suo lavoro e gestirà tutte le offerte e le vendite, ma non condividerà alcuna informazione sugli acquirenti o potenziali acquirenti con Hunter o chiunque altro nell’amministrazione. L’accordo è stato riportato per la prima volta dal Washington Post. Prima di intraprendere la carriera di artista, Hunter Biden si è arricchito facendo il lobbista in Paesi come l’Ucraina e la Cina. Come già riportato da IlGiornale.it, alcuni sms pubblicati in esclusiva da Fox News nei mesi scorsi sembrano far supporre che l’ex vicepresidente incontrò, nel maggio 2017, gli emissari di una società energetica cinese, nonostante Joe Biden avesse smentito questa ricostruzione.

Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” il 13 agosto 2021. «Dov'è Hunter?» chiedeva freneticamente Donald Trump ad ogni comizio della campagna per la presidenza in cui Joe Biden lo ha sconfitto. «Trump credeva che se avesse distrutto me, e per estensione mio padre, avrebbe potuto distogliere l'attenzione dal suo stesso comportamento corrotto», ha scritto il figlio del presidente nella sua autobiografia "Cose Belle" (Solferino), in cui racconta la perdita del fratello e la caduta nella trappola di droga e alcol. Adesso, Hunter vorrebbe essere a preparare la tanto anticipata (e criticata) asta dei suoi dipinti che il gallerista Georges Bergès metterà in vendita a Soho per lanciare la sua carriera di artista. Ma i siti conservatori continuano a scavare nella vita del figlio scapestrato del presidente. L'ultimo episodio è un video pubblicato dal Daily Mail. Risale al gennaio 2019, l'avrebbe registrato lo stesso Hunter, lo mostra nudo a letto con una ragazza, alla quale racconta come l'estate prima, mentre era semi-incosciente a Las Vegas, tre spacciatori russi gli avevano rubato un altro computer. Questo vorrebbe dire che in totale Hunter avrebbe perso tre portatili in pochi anni. Un altro fu trovato da agenti federali l'anno scorso nello studio dello «psichiatra delle celebrità» Keith Ablow, dopo che a quest'ultimo era stata sospesa la licenza con l'accusa di aver abusato di alcune pazienti. Ma quello che più ha fatto notizia è un terzo computer, dimenticato nell'aprile 2019 in un centro di assistenza in Delaware. Fu consegnato all'Fbi ma Rudy Giuliani, allora avvocato del presidente Trump, ottenne una copia dell'hard disk e la consegnò al New York Post, tabloid di proprietà di Rupert Murdoch, che vi trovò email definite compromettenti, sugli affari condotti da Hunter in Ucraina e in Cina usando il nome di papà. Il figlio si è detto pentito di essere entrato nel board di Burisma, una società del gas ucraina, negli anni in cui Joe Biden era il vice di Obama, ma solo perché ciò ha consentito a Trump di attaccare lui e il padre. Dopo le elezioni ha rivelato che la procura del Delaware sta indagando sulle sue tasse e su possibili violazioni delle leggi sul riciclaggio di denaro. Si sapeva che dentro l'hard disk del Delaware, di cui è giunta una copia anche al Daily Mail, ci fossero video come quello pubblicato ieri, che si aggiungono al repertorio di stripper, triangoli amorosi e overdose con cui Hunter continua ad aiutare a vendere i tabloid. Come l'anno scorso, i media si dividono, con i giornali progressisti che considerano la notizia irrilevante e la destra ossessionata dai computer di Hunter Biden. I sostenitori di Trump lamentano che centinaia di articoli sono stati scritti sul Russiagate, mentre ora un portatile del figlio del presidente finito in mano ai russi viene ignorato. Qualcuno lo dice per scherzo, come l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee che invoca il ritorno del superprocuratore Mueller per indagare e chiama i democratici ad avviare l'impeachment. Sean Hannity su Fox News, invece, chiede perché le autorità ci mettano tanto ad aprire un'inchiesta. Hunter non ha detto nulla e forse è meglio così perché, come nota Maureen Dowd sul New York Times, ha la tendenza a peggiorare le cose. Quando la Cbs lo intervistò sul suo libro, disse: «Sì, è possibile che ci sia un portatile che mi è stato rubato, possibile che io sia stato hackerato. Possibile che sia stata l'intelligence russa».

Luigi Bisignani, scoop su Joe Biden: "Verso le dimissioni, la conferma nei report dei servizi segreti". Libero Quotidiano il 28 marzo 2021. Una bomba, che Luigi Bisignani mette subito nero su bianco nel suo intervento su Il Tempo di domenica 28 marzo. "Caro direttore, a quanto pare per Joe Biden questa sarà la prima e ultima tradizionale caccia alle uova nel giardino della Casa Bianca. È la previsione contenuta nei report riservati che circolano da settimane nelle cancellerie e nei servizi segreti di mezza Europa. Tutto strictly confidential, ma sembra proprio che la fine anticipata del suo mandato sia stata decretata, confermando così che l'America non è un Paese per vecchi". Un'indiscrezione dirompente, quella rilanciata dall'uomo che sussurra ai potenti sul quotidiano diretto da Franco Bechis: presto, molto presto, Biden potrebbe dimettersi. E l'ipotesi, spiega Bisignani, emergerebbe dai report riservati redatti da governi e 007 del Vecchio Continente. Un passo indietro, quello di Biden, necessario "per accelerare la spettacolare corsa alla presidenza Usa della nuova star dei media: Kamala Harris, 57 anni, nata a Oakland da madre indo-americana immigrata da Chennai e padre di origine giamaicana - riprende Bisignani -. È il XXV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America che disciplina i casi in cui, a seguito di vacatio o inabilità del Presidente, subentra il suo vice. E, in effetti, nei primi cento giorni, Joe Biden ha dato più di qualche segnale di non essere più compos sui, con esternazioni che hanno fatto tremare il mondo", sottolinea. Dunque, Bisignani elenca i nove precedenti in cui il presidente degli Stati Uniti è stato sostituito dal suo vice in corso d'opera. E ancora, ragiona: "Gli indizi portano ad una certa disponibilità di Biden ad andare ufficialmente in pensione, accontentandosi del ruolo di Presidente emerito, visto che già oggi consente alla sua numero due di partecipare agli incontri più riservati nello Studio Ovale e nella Situation room, dove vengono discussi i casi gravi e le emergenze. Che Kamala svolga già, de facto e negli atteggiamenti, le funzioni di Commander in Chief, si è visto con l'ultima nomina di Inviata Speciale per l'immigrazione per gestire la patata bollente dei lager al confine con il Messico". Infine, Bisignani sottolinea come "anche nei rapporti con l'Europa, è stata lei la prima a debuttare al Parlamento Ue con un videomessaggio alla giornata internazionale della donna dell'8 marzo". Tutto pronto per Kamala presidente?

Navalny si fa i selfie con lo smartphone da un “campo di concentramento” . Rec News il  16 Marzo 2021. L’esponente di Russia del Futuro sta scontando due anni e mezzo presso la colonia penale numero 2 nella città di Pokrov, nella regione di Vladimir. Il motivo non è l’opposizione a Putin (il suo movimento che non è mai riuscito a trasformarsi in partito per irregolarità burocratiche ha un gradimento pari a quello di +Europa in Italia), ma l’affare Yves Rocher. I giudici nelle motivazioni della sentenza hanno rilevato come Navalny abbia truffato la filiale tramite la sua società GPA (Glavnoye Podpisnoye Agentstvo) assieme ad altri componenti della sua famiglia. Un ruolo preponderante è stato svolto dal fratello, Oleg Navalny, e dalla moglie Yulia Navalnaya, per la quale è stato emesso un ordine di cattura internazionale. Non a caso, la donna a febbraio è fuggita in Germania, dove i Navalny con buona probabilità godono di protezione e sussidio: sono infatti tedeschi i medici che hanno dichiarato l’avvelenamento da novichok, in netta discordanza rispetto a quanto è stato appurato attraverso i referti medici. Per tutte queste vicende, Navalny è attualmente detenuto a circa cento chilometri da Mosca. Il campo di Pokrov è sicuramente noto per la rigidità del clima in inverno, per il protocollo discretamente rigoroso (non ci vanno i ladri di merendine) e per le attività lavorative che vi si svolgono all’interno. Con tutto questo, l’esponente di “Russia del Futuro” sembra stia godendo di un trattamento discretamente privilegiato, al contrario di quanto sostiene. Il clima da dittatura è tale, in Russia, che un “oppositore” in carcere può utilizzare lo smartphone, scattarsi selfie e postarli su Instagram. Ovviamente il mainstream abbocca e questa mattina ha riportato le considerazioni di Navalny, che è apparso col cranio rasato in rispetto dei protocolli igienico-sanitari della struttura. Ha parlato di “etichette e numeri” sulla maglia ma, nei fatti, indossava una normale maglia verde militare con su una scritta.  “La routine, il quotidiano, l’osservanza letterale di regole infinite. Telecamere ovunque, tutti sono monitorati e alla minima infrazione viene fatta una denuncia. L’educazione attraverso la disumanizzazione”, scrive Navalny, teatrale come sempre. Una disumanizzazione che passa anche dalla possibilità di mantenere i contatti con l’esterno, con lo smartphone.

 (ANSA-AFP il 17 marzo 2021) La Russia ha richiamato il suo ambasciatore negli Stati Uniti per consultazioni dopo che in un'intervista il presidente Usa Joe Biden aveva definito il suo omologo russo Vladimir Putin un "assassino". Lo rendono noto fonti diplomatiche.

(ANSA il 17 marzo 2021) "La nuova amministrazione Usa è al potere da quasi due mesi, la pietra miliare simbolica dei 100 giorni non è lontana, e questa è un'occasione appropriata per cercare di valutare in cosa la squadra di Biden sta facendo bene e in cosa no. La cosa principale è capire se si possono trovare modi per migliorare le relazioni russo-americane che sono in una condizione difficile e che Washington ha sostanzialmente spinto in un vicolo cieco negli ultimi anni. Siamo interessati a prevenire il loro degrado irreversibile, se gli americani capiscono i rischi che questo comporta". Lo dice la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova.

Da "tg24.sky.it" il 17 marzo 2021. Joe Biden ha detto in un'intervista tv di ritenere che Vladimir Putin sia un killer. "Lei conosce Vladimir Putin. Pensa che sia un killer?", gli ha chiesto George  Stephanopoulos di Abc. "Lo penso", ha risposto il presidente americano, promettendo che il leader del Cremlino "pagherà un prezzo" per aver tentato di influenzare le elezioni presidenziali del 2020. E non si è fatta attendere la rezione di Mosca, con il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, che ha criticato il presidente americano Joe Biden affermando che "gli attacchi" contro Putin "sono attacchi contro il nostro Paese".  "Biden con la sua dichiarazione ha offeso i cittadini del nostro Paese, è un'isteria causata dall'impotenza. Putin è il nostro presidente e gli attacchi contro di lui sono attacchi contro il nostro Paese", ha scritto Volodin su Telegram secondo Ria Novosti...L'intelligence americana martedì ha diffuso un rapporto secondo il quale Putin ha autorizzato operazioni volte a screditare la candidatura di Biden e a sostenere quella di Donald Trump, minando la fiducia dell'opinione pubblica nel processo elettorale e seminando divisioni. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha respinto le accuse, definendole "completamente infondate". Nonostante la convinzione che Putin sia un assassino, il capo della Casa Bianca -riferisce Axios, dando conto dell'intervista- ha sostenuto che è possibile "lavorare insieme" laddove ci sono "interessi comuni"; un esempio è l'estensione dell'accordo per il controllo delle armi nucleari New Start.

Francesco Semprini per “La Stampa” il 17 marzo 2021. Influenzare l'opinione degli elettori senza sabotare le infrastrutture elettorali. È questa la strategia con la quale la Russia ha interferito nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti vinte da Joe Biden, secondo le conclusioni di un rapporto appena diffuso dalla direzione della National Intelligence, che coordina tutte le agenzie degli 007. Secondo gli esperti dei servizi segreti di Washington vi furono tentativi da parte di agenti stranieri, ed in particolare vicini agli ambienti di Mosca, di «denigrare la candidatura di Joe Biden e il partito democratico, sostenere l'ex presidente Donald Trump, minare la fiducia nel processo elettorale ed esacerbare le divisioni socio-politiche negli Usa». Così come avvenne quattro anni prima a detta degli 007, secondo cui però a differenza del 2016, «non si sono visti da parte della Russia sforzi persistenti di cyber attacchi per accedere alle infrastrutture elettorali». Secondo l'intelligence Usa, inoltre, «non c'è alcuna indicazione che attori stranieri abbiano tentato di alterare qualsiasi aspetto tecnico del processo di voto nelle elezioni del 2020». La valutazione è in linea con le precedenti dichiarazioni dell'amministrazione che descrivevano la propaganda e la disinformazione sui social media e l'uso di strumenti di "attori" per diffondere il messaggio russo, incentrato sulle accuse di corruzione di Biden. Una figura chiave in questo senso sarebbe stata Andre Derkach, un parlamentare ucraino con legami con l'intelligence russa che parlava regolarmente con l'avvocato di Trump, Rudy Giuliani. Il rapporto dice che Putin «era a conoscenza e probabilmente dirigeva» le operazioni di influenza, comprese quelle di Derkach. Tra gli altri Paesi che hanno provato ad interferire nelle elezioni ci sono anche Cina e Iran. Al contrario di quanto sostenuto dalla precedente amministrazione, Pechino «ha considerato eventuali azioni di interferenza ma non si è spesa in maniera significativa nel tentare di cambiare l'esito delle presidenziali». Teheran invece ha lavorato per minare la credibilità di Trump. «Riteniamo che l'Iran abbia condotto una campagna di influenza segreta su più fronti intesa a indebolire le prospettive di rielezione dell'ex presidente - sebbene senza promuovere direttamente i suoi rivali - minare la fiducia del pubblico nel processo elettorale e nelle istituzioni statunitensi, diffondere divisioni ed esacerbare le tensioni sociali negli Usa».

DAGONOTA il 18 marzo 2021. Joe, ma che ti è passato per la testa? La dichiarazione di Biden su Putin (“È un assassino e pagherà”) sta facendo molto discutere gli "addetti ai livori"  di Washington. Non era stata concordata con i consiglieri della Casa Bianca ed è considerata da tutti troppo violenta e inopportuna (eufemismo). La portavoce dell’amministrazione Jen Psaki ha minimizzato dicendo che non c’è “nessun rammarico”, ma il clima nell’inner circle del presidente americano è molto teso. Anche Tony Blinken, il fedelissimo di “Sleepy Joe” impegnato in questi giorni in un tour in Asia, non ha gradito l’uscita che rischia di compromettere le relazioni diplomatiche con la Russia.

Da ansa.it il 18 marzo 2021. "Chi lo dice sa di esserlo". Così il presidente russo Vladimir Putin ha commentato le parole del presidente americano Biden, che ieri ha detto di ritenere Putin "un assassino". Lo riporta Meduza. "Cosa gli risponderei? Gli augurerei salute", ha affermato Putin, secondo quanto riporta l'agenzia Interfax. "La Russia coopererà con gli Stati Uniti, ma alle sue condizioni", ha affermato Putin. "So che gli Stati Uniti, la leadership statunitense, è generalmente incline ad avere certe relazioni con noi, ma sulle questioni che interessano gli stessi Stati Uniti e alle loro condizioni. Pensano che siamo uguali a loro ma siamo diversi. Abbiamo un codice genetico, culturale e morale diverso. Ma sappiamo come difendere i nostri interessi. E lavoreremo con loro, ma nei campi che ci interessano e alle condizioni che riteniamo vantaggiose per noi stessi. E loro dovranno tenerne conto", ha detto Putin. Così Interfax. "Molto male". È il commento del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. "Non ci sono state dichiarazioni simili a queste nella storia delle relazioni fra la Russia e gli Usa", ha sottolineato. Lo riporta la Tass. Il Cremlino ritiene che il presidente americano Joe Biden non voglia migliorare i rapporti tra Mosca e Washington. "Queste dichiarazioni da parte del presidente degli Stati Uniti sono molto negative. E' chiaro che non vuole rimettere in sesto i rapporti con il nostro Paese e procederemo da questo", ha detto Peskov, dopo che in un'intervista Biden ha detto di ritenere il presidente russo "un assassino". La Russia ora valuterà il suo approccio alla cooperazione con gli Stati Uniti, ha proseguito Peskov. "Il nostro approccio sarà analizzato nel prossimo periodo, anche nelle consultazioni con il nostro ambasciatore, che è stato invitato a Mosca", ha detto Peskov commentando l'osservazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden secondo il quale, nonostante le sue valutazioni sul presidente russo Vladimir Putin, sostanzialmente definito un assassino, sarà possibile cooperare con la Russia sugli aspetti in cui i Paesi condividono interessi. Mosca vorrebbe una spiegazione sulle affermazioni del presidente americano. Lo ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. "Perché dobbiamo sempre tradurre le loro strane e incomprensibili sciocchezze politiche in un discorso normale?", ha detto Zakharova al canale televisivo Rossiya 1. "Forse i loro giornalisti, o i nostri giornalisti, cercheranno di convincere i rappresentanti dell'amministrazione statunitense a spiegare cosa significa tutto questo", ha aggiunto. Lo riporta Interfax. L'ex presidente russo Dmitry Medvedev, attualmente vice segretario del Consiglio di Sicurezza russo, ha reagito alle dichiarazioni di Biden su Putin con una citazione freudiana: "niente costa tanto nella vita quanto la malattia e la stupidità". Lo riporta la Tass. Intanto la Germania accoglie con favore "il linguaggio molto chiaro" usato dal presidente americano nei confronti della Russia, delle sue azioni in Siria e dei suoi tentativi di "influenzare le elezioni in Paesi terzi". Lo ha affermato il ministro degli Esteri Heiko Maaas in una intervista a Deutsche Welle, aggiungendo tuttavia di non volere "commentare o valutare" il termine di "assassino" per Vladimir Putin con il quale Biden si è detto d'accordo durante un'intervista alla Abc.

 (ANSA il 18 marzo 2021) "Chi lo dice sa di esserlo". Così il presidente russo Vladimir Putin ha commentato le parole del presidente americano Biden, che ieri ha detto di ritenere Putin "un assassino". Lo riporta Meduza. "Mi ricordo che quando eravamo piccoli quando litigavamo dicevamo: "Chi lo dice sa di esserlo". E non è un caso, non è solo un modo di dire per bambini, uno scherzo, vi è un significato psicologico molto profondo in questo", ha aggiunto Putin. "Vediamo sempre in un'altra persona le nostre qualità e pensiamo che essa sia come noi e basandoci su questo diamo la nostra valutazione in generale", ha continuato Putin, ripreso dalla testata online Meduza. "Cosa gli risponderei? Gli augurerei salute". Così il presidente russo Vladimir Putin ha commentato le parole del presidente americano Biden, che ieri ha detto di ritenere Putin "un assassino", secondo quanto riporta l'agenzia Interfax. La Russia coopererà con gli Stati Uniti, ma alle sue condizioni. Lo ha detto Vladimir Putin. "So che gli Stati Uniti, la leadership statunitense, è generalmente incline ad avere certe relazioni con noi, ma sulle questioni che interessano gli stessi Stati Uniti e alle loro condizioni. Pensano che siamo uguali a loro ma siamo diversi. Abbiamo un codice genetico, culturale e morale diverso. Ma sappiamo come difendere i nostri interessi. E lavoreremo con loro, ma nei campi che ci interessano e alle condizioni che riteniamo vantaggiose per noi stessi. E loro dovranno tenerne conto", ha detto Putin. Così Interfax.

Da corriere.it il 19 marzo 2021. Il presidente Usa, Joe Biden, è scivolato mentre saliva sugli scalini dell’Air Force One prima di partire per Atlanta, in Georgia. Il presidente è scivolato tre volte ma si è ripreso prontamente, poi ha continuato a salire le scale, a quel punto più lentamente, ed è entrato nell’aereo, dopo essersi voltato a salutare. Il presidente è atteso in Georgia dove incontrerà i leader della comunità asiatica dopo la sparatoria in tre sale massaggio.

Chris Jewers per dailymail.co.uk il 19 marzo 2021. Un altro lapsus per Joe Biden, che si è riferito a Kamala Harris chiamandola "presidente Harris" durante un discorso giovedì mentre riferiva alla stampa gli aggiornamenti sul programma di vaccinazione negli Stati Uniti. "Quando il presidente Harris e io abbiamo fatto…", ha detto "Sleepy Joe" prima di fermarsi un momento. La vicepresidente Harris era presente durante le dichiarazioni, ma la sua reazione non è stata catturata dalle telecamere. Non è la prima volta che Biden fa gaffe simili: ci è incappato spesso durante la sua campagna presidenziale. I suoi scivoloni gli sono costati diverse accuse da parte dei repubblicani, che hanno parlato esplicitamente di declino cognitivo (allusioni simili venivano fatte da parte dei dem e non solo nei confronti di Donald Trump). Biden ha parlato diverse volte in pubblico della sua lotta contro la balbuzie.

Nancy Pelosi da Fazio: "Sì, Putin è un killer". Perché il presidente Joe Biden ha dato dell'assassino a Vladimir Putin? "Perché lo è". Lo ha dichiarato poco fa la Speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, a Che tempo che fa, su Rai3. Roberto Vivaldelli - Dom, 21/03/2021 su Il Giornale. Dopo l'ex Presidente Usa Barack Obama e il fondatore di Microsoft Bill Gates, Fabio Fazio ha intervistato a Che tempo che fa su Rai3, poco fa, un altro pezzo da novanta dell'universo progressista americano, la speaker della Camera dei Rappresentanti Usa Nancy Pelosi. L'acerrima rivale di Donald Trump, 81 anni il prossimo 26 mazo, è una veterana del Partito democratico: nel 2007 è diventata la prima donna e prima italoamericana a ricoprire la prestigiosa carica di speaker della Camera ed è deputata - per la California - dal 1987. E, infatti, l'intervista di Fabio Fazio è un tripudio a senso unico di anti-trumpismo, elogio sperticato della nuova presidenza Biden e domande volte a screditare la controparte repubblicana, l'ex Presidente Usa e i suoi seguaci. Parlando dell'attacco a Capitol Hill del 6 gennaio scorso, Nancy Pelosi ha sottolineato che "non avremmo mai potuto immaginare che il presidente degli Stati Uniti potesse incitare all'insurrezione, incitare la gente a fare quello che ha fatto il 6 gennaio". Ha spiegato che, ora, "abbiamo bisogno di sapere come sono andate esattamente le cose, abbiamo bisogno di sapere la verità. E' stato un momento triste, il peggiore dopo l'11 settembre". Commentando le dichiarazioni choc del Presidente Usa Joe Biden, che ha definito nei giorni scorsi l'omologo russo Vladimir Putin un "assassino", Nancy Pelosi non ha fatto marcia indietro e ha deciso di ribadire il concetto espresso da Biden: "Perché ha detto che Putin è un killer? Perché lo è" ha replicato la Speaker della Camera rispondendo a una domanda del conduttore Rai. Un assist per tornare all'attacco dell'ex Presidente Usa Trump, accusato - per l'ennesima volta - di aver avuto rapporti non chiari con il Cremlino. Un mantra dei democratici e del Russiagate: "Sappiamo che Trump e Putin avevano un rapporto forte che non comprendiamo bene" ha osservato Pelosi ai microfoni di Fabio Fazio. Nell'intervista a Pelosi, grande spazio anche al tema dell'immigrazione. "Negli Usa c'è sempre stata una resistenza iniziale ai nuovi arrivi, ma poi la nostra democrazia è sempre stata rinvigorita. E non si capisce perchè adesso questi nuovi arrivi facciano paura" ha ricordato Pelosi. "Nei giorni scorsi, quando ho parlato degli attacchi agli asiatici, ho ricordato che Ronald Reagan da presidente ha detto 'Siamo al centro del mondo perchè la nostra forza viene da tutti gli altri Paesi del mondo, da qualsiasi angolo della terra. In questo modo possiamo continuare ad arricchire la nostra Nazione. Siamo ricchi di nuove idee e all'avanguardia proprio grazie a questo. Se dovessimo chiudere agli altri probabilmente la nostra leadership andrà persà. Lo ha detto nel suo ultimo discorso da presidente". Commentando le parole della speaker della Camera, Fabio Fazio ha sottolineato che quella sui nuovi arrivi e sui benefici dell'immigrazione rappresenta una visione "opposta al Muro voluto da Trump". Davvero? Peccato che nessuno dei due, e in particolare il conduttore, ricordi l'appello di qualche giorno fa del Presidente Usa Joe Biden, il quale ha chiesto ai migranti di non lasciare le loro case e di non recarsi negli Usa. Secondo appunto: il Muro non lo ha costruito Donald Trump ma un presidente di fede democratica. La costruzione delle prime barriere lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti, infatti, risale al 1994, sotto la presidenza di Bill Clinton, articolata in tre diverse operazioni messe in atto nei tre stati americani che condividono i 3140 km di frontiera con il Messico: Gatekeeper in California, Hold-the-Line in Texas e Safeguard in Arizona.

Che tempo che fa, Fabio Fazio istiga Nancy Pelosi: "Sì, Putin è un killer". Libero Quotidiano il 22 marzo 2021. "Sì, Vladimir Putin è un killer": con queste parole la speaker dem della Camera dei Rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, conferma le dichiarazioni choc del presidente Joe Biden, che nei giorni scorsi ha definito il leader russo "un assassino". Intervistata da Fabio Fazio a Che tempo che fa su Rai 3, la Pelosi non ha fatto marcia indietro e di fronte a una domanda specifica del conduttore ha risposto: "Perché Biden ha detto che Putin è un killer? Perché lo è". La speaker della Camera - prima donna a ricoprire quel ruolo in America - ne ha approfittato anche per mandare una stoccata all'ex presidente: "Sappiamo che Trump e Putin avevano un rapporto forte che non comprendiamo bene". E in effetti nel corso di tutta l'intervista si è parlato di Donald Trump. In particolare dell'attacco a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. "Non avremmo mai potuto immaginare che il presidente degli Stati Uniti potesse incitare all'insurrezione, incitare la gente a fare quello che ha fatto il 6 gennaio - ha commentato Nancy Pelosi in collegamento con Fazio -. Ora abbiamo bisogno di sapere come sono andate esattamente le cose, abbiamo bisogno di sapere la verità. E' stato un momento triste, il peggiore dopo l'11 settembre". Spazio poi al tema dell'immigrazione: "Negli Usa c'è sempre stata una resistenza iniziale ai nuovi arrivi, ma poi la nostra democrazia è sempre stata rinvigorita. E non si capisce perché adesso questi nuovi arrivi facciano paura", ha spiegato la speaker della Camera. Commentando le parole dell'ospite, Fazio ha sottolineato che la visione attuale sui nuovi arrivi e sui benefici dell'immigrazione rappresenta una visione "opposta al Muro voluto da Trump". Tuttavia, non è proprio così: qualche giorno fa Biden ha invitato i migranti a non lasciare le loro case e a non andare negli Stati Uniti. 

Medvedev e gli altri politici che hanno risposto alle accuse di Biden contro Putin. Rec News il 18 Marzo 2021.  "Putin è un assassino e la pagherà cara”. E’ quanto Joe Biden – il 78enne con un passato caratterizzato da due aneurismi cerebrali e a rischio demenza – ha dichiarato ieri sollecitato dal giornalista della ABC George Stephanopoulos. Le risposte da Mosca non sono tardate ad arrivare. La più criptica è stata quella di Dmitry Medvedev, Vicesegretario del Consiglio di Sicurezza nazionale “Niente costa tanto nella vita quanto la malattia e la stupidità”, è il commento a caldo che ha rilasciato all’agenzia di stampa Tass. Anche il presidente della Duma Vyacheslav Volodin ha rispedito le accuse al mittente: “La dichiarazione odierna di Biden va oltre il buon senso. Non è così che non può comportarsi il leader di un Paese che pretende di essere portatore di principi democratici e moralità”. Critico il Segretario del Consiglio Generale del partito Russia Unita (il partito di Vladimir Putin) Andrei Turchak: “Parliamo di un mondo interetnico: si baciano le scarpe in massa. Parliamo di una famiglia e dei suoi valori: hanno i generi e persone transgender. Questo è un grado estremo di aggressività da impotenza e una sfida per tutto il nostro Paese. La fiducia dei nostri cittadini in Putin va oltre la portata delle valutazioni di Biden”. Turchak ha inoltre definito le dichiarazioni di Biden come “vili e spudorate. Questo è solo il trionfo della follia politica degli Stati Uniti e della demenza legata all’età del loro leader”. Così, invece, Konstantin Kostin, presidente del consiglio del Fondo per lo sviluppo della società civile: “Incolpare pubblicamente il tuo collega per crimini senza prove è difficilmente accettabile anche per un politico comune, e del tutto inaccettabile per una istituzione al potere. Sono tuttavia sicuro che il presidente russo terrà conto della forma sica e intellettuale della sua controparte americana e sarà più magnanimo e più alto delle chiacchiere vuote che hanno caratterizzato la politica americana negli ultimi anni”. Il governo russo ha infine annunciato consultazioni con l’ambasciatore russo a Washington Anatoly Antonov per analizzare “cosa fare e dove muoversi nel contesto delle relazioni con gli Stati Uniti”. Il diplomatico è stato convocato a Mosca, non ritirato come annunciato dal mainstream.

Il presidente americano semina terrore. Bombe e minacce, Biden fa il bullo e la sinistra resta muta. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 19 Marzo 2021. C’è qualcosa di previsto, anzi di scoraggiante nell’atteggiamento della sinistra italiana di fronte alla politica estera americana. Ciò che sta facendo il nuovo presidente democratico Joe Biden era ed è assolutamente prevedibile e noi stessi l’avevamo scritto in largo anticipo su queste pagine al momento del cambio della Casa Bianca: Biden, nel solco degli Obama e dei Clinton (in entrambi i casi sia marito che moglie) è un crociato della guerra fredda, ma soltanto adesso la sinistra italiana ed europea comincia a sospettarlo. Donald Trump, l’odioso “bombastic” zazzeruto insopportabile tycoon, ha inondato il mondo di parole, ma non di bombe. Dette un’unica dimostrazione di forza e fuochi artificiali mentre ospitava nella sua residenza di Mar A Lago in Florida il presidente Cinese Xi, quando fece lanciare una salva di missili contro una base aerea siriana abbandonata, senza provocare una sola vittima, per mantenere un punto di principio. Biden, appena insediato alla Casa Bianca ha bombardato e fatto strage di sciiti siriani per recapitare un messaggio forte e chiaro a Teheran, ha appena dato dell’assassino a Putin (sia pure con parole ambigue determinate dalla domanda involuta di un giornalista), ha certificato la Russia come potenza ostile, sta riarmando in fretta e furia l’esercito ucraino nel momento in cui Kiev spera di arrivare ad un incidente armato con Mosca per rinsaldare i rapporti con la Nato. Non che non avesse le sue ottime ragioni, intendiamoci, ma Trump aveva evitato. E poi Biden ha inviato ultimatum intimidatori a Pechino anche se non ha fatto nulla per sostenere Hong Kong, ha accresciuto la presenza navale e aerea nel Mare del Sud della Cina, ha ordinato la fornitura di materiale strategico al governo di Taiwan per la costruzione di una flotta sottomarina di ultima generazione, non ha ritoccato in alcun modo la sacra alleanza fra Usa e Uk che coinvolge anche l’Australia, il Giappone, la Repubblica popolare del Vietnam. Non è detto che tutte queste iniziative portino a una guerra, probabilmente no, ma a tutt’oggi l’incertezza sta soltanto nella dubbia risposta cinese e russa alla posizione americana che è fermissima e potenzialmente ostile. Ci sono aree roventi del mondo di cui in genere in Italia poco ci occupiamo. Una di queste è quella che include la Bielorussia e l’Ucraina, ma anche la Polonia che ha ottenuto e seguita a mantenere una difesa armata fin dalla presidenza Obama consistente in una brigata supertecnologica costosissima, in grado di scoraggiare la Russia, che però è decisa a mantenere le sue posizioni in Ucraina rilasciando decine di migliaia di passaporti russi agli ucraini di lingua russa. Quanto a Pechino, Biden ha messo quel governo di fronte all’alternativa di seguitare a fare affari perdendo la faccia o di conservare la faccia e accettare la possibilità di una guerra nel mar della Cina. Questa è sempre stata la politica estera americana, cui Biden è tornato mansueto e sanguinario come un agnello mannaro. I rapporti di intelligence che confermano l’ingerenza russa nelle elezioni del 2020 sono palesemente superflui, anche se probabilmente veritieri. Ma il problema non è tanto di politica estera – studiarla, comprenderla – ma il tumore cerebrale del pregiudizio sinistrese nei confronti dei governi “di destra” americani, che sono stati quasi sempre quelli che hanno chiuso le guerre aperte dai democratici di sinistra e buoni: il presidente Richard Nixon chiuse la guerra del Vietnam aperta da Kennedy e rilanciata da Johnson, e Reagan chiuse la guerra fredda aperta da Truman. Gli americani si sono rivelati particolarmente pericolosi nelle loro valutazioni sulle intenzioni del nemico durante le guerre: non furono in grado di comprendere la determinazione del Giappone nella Seconda guerra mondiale e fecero molte confusioni durante la guerra fredda, sbagliarono tutto nel Vietnam e quanto all’Iraq, un velo pietoso, anche se quella fu una guerra repubblicana, con alcune giustificazioni identitario-ideologiche dopo l’undici settembre del 2001. Ma l’oggetto più degno di curiosità, oggi, è il paralizzato sgomento della sinistra per il normalissimo comportamento di Biden, pronto a giocare la carta della guerra. Lo splendido isolazionismo di Trump disegnava un’America che si ritirava da tutti gli scenari di conflitto chiamandosi fuori dalle beghe seguenti il post colonialismo europeo. Trump aveva dato dei codardi agli europei perché si aspettano sempre che alla fine la grande madre americana venga a salvarli da qualche bambino cattivo con la svastica o la falce e il martello, e frattanto seguitano a non fare nulla per la propria sicurezza guadagnando soldi a palate. Il malvagio Trump è stato castigato. È arrivata l’ora dei buoni. Ma i buoni compromettono la pace e la sinistra che si era schiacciata a piadina sulle posizioni Dem pur di trovare un aggancio esistenziale, ora è frastornata. Registra, ma avverte un’ombra di emicrania. Vecchia storia. Il suo è un ciclo continuo, come quello delle lavapanni.

Giuseppe Sarcina per il "Corriere della Sera" il 18 marzo 2021. Non esiste alcun rapporto stilato dai servizi segreti o dal Consiglio di sicurezza nazionale americano che definisca Vladimir Putin come un «killer». Almeno stando ai documenti di dominio pubblico. Non è chiaro, quindi, sulla base di quali elementi Joe Biden abbia usato quel termine nell' intervista dell' altro ieri con la Abc. Nella amministrazione di Washington l' imbarazzo è aumentato nel corso della giornata. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, si è limitata a rispondere ai cronisti: «Le nostre relazioni con la Russia saranno diverse. Useremo un linguaggio diretto, discuteremo con loro i temi che ci preoccupano». Ma, intanto, il ministero degli Esteri russo ha richiamato l' ambasciatore a Washington, con un gesto che ci riporta all' epoca della Guerra Fredda. Si discute se il presidente americano non sia scivolato sulla domanda-provocazione di un abile anchorman come George Stephanopoulos. Una gaffe, insomma. Certamente l' uscita di Biden non è coerente con l' impianto politico-diplomatico costruito dal segretario di Stato Antony Blinken, dal Consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, in stretto collegamento con la comunità dell' intelligen-ce e il Pentagono. Se ci fossero state prove dirette del coinvolgimento di Putin nel tentato omicidio di Alexei Navalny, ora agli arresti in Russia, i servizi segreti americani lo avrebbero scritto, così come hanno fatto con il principe Mohammed bin Salman per l' assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. L' avvelenamento del dissidente russo, invece, è stato punito dal governo americano sanzionando solo 7 funzionari dell' esecutivo di Mosca e l' intero Fsb, il servizio di sicurezza interno. Perché un conto è attaccare Putin nei comizi, o anche in qualche intervento al Congresso; altra cosa è imputargli una responsabilità personale al cospetto della comunità mondiale. Detto questo, l' uscita di Biden segnala, come si era già capito, la fine di una stagione. Non ci saranno più le ambiguità dell' era trumpiana. Il nuovo presidente non ha alcun interesse a costruire una relazione personale, quasi privata con i leader di Paesi considerati «avversari». Vale per la Cina, come per la Russia o l' Iran. L' ultimo rapporto della direzione nazionale dell' Intelligence, guidata da Avril Haines, mostra come il contro-spionaggio americano si stia rapidamente attrezzando per contrastare le aktivnye meropriyatiya , cioè le manovre di interferenza, di disinformazione messe in campo da Mosca. Una lunga tradizione russa che, come scrive l' analista Angela Stent in un saggio per Foreign Affairs, risale addirittura alla metà dell' Ottocento. Il problema è che con il Cremlino si deve anche trattare. Lo ha detto lo stesso Biden, un minuto dopo aver dato del «killer» a Putin. Blinken e Sullivan hanno messo a punto il metodo: razionale, pragmatico, depurato dall' emotività. Qualche risultato si è già visto: Stati Uniti e Russia hanno prorogato di cinque anni il «New Start», il Trattato per la non proliferazione delle armi atomiche. E in agenda ci sono altri temi cruciali: la Siria; la questione nucleare iraniana, gli equilibri nel Mediterraneo. L' idea guida, come ha detto lo stesso Blinken al Congresso, è rimettere Putin al suo posto, collaborare fin dove è possibile, senza alimentare tensioni. Anche perché le energie vanno concentrate per contenere la Cina, il nuovo, vero avversario degli Stati Uniti. Ora vedremo quanto peserà su questa strategia l' intervista di Biden.

Roberto Fabbri per "il Giornale" il 18 marzo 2021. Ci sono tre elementi principali da considerare per interpretare l' aggressività verbale di Joe Biden nei confronti di Vladimir Putin. Il primo è di politica interna americana, il secondo riguarda una certa continuità in politica estera, il terzo invece è di natura personale. Esaminiamo. Biden ha appena ottenuto dal Congresso, senza un singolo voto dell' opposizione repubblicana tuttora di fatto trumpiana, il sì al suo colossale piano da quasi duemila miliardi di dollari per il rilancio economico e il contrasto all' epidemia di Covid. Ha un progetto «tassa e spendi» difficile da far digerire all' opinione pubblica non di sinistra e quindi un problema da risolvere che è anche di immagine. Trump ha già chiarito che conta di tornare in pista dopo le elezioni di medio termine dell' anno prossimo, attraverso le quali confida di recuperare la maggioranza parlamentare: obiettivo non nascosto, le presidenziali del '24. Biden non può permettere al suo nemico di rialzare la testa dopo il mancato impeachment, deve liberarsi di lui prima che torni a essere pericoloso. La nomina del giudice Garland al ministero della Giustizia è un sicuro segnale della sua volontà di farlo perseguire nei tribunali su ogni dossier possibile, e non certo solo per il caso macroscopico dell' assalto a Capitol Hill: gli scheletri abbondano negli armadi di Trump. Ma ora che è diventato pubblico il contenuto del rapporto dell' intelligence sulle ingerenze russe contro di lui anche attraverso «forze oscure legate al Cremlino» (leggi tra l' altro: Rudolph Giuliani, avvocato di Trump), Biden ha un' occasione perfetta per schiacciare la testa del serpente rilanciando il filone della complicità di Trump con il Cremlino. Conta di sfruttarla, presentando il partito democratico come l' unico patriottico. Il primo tema si lega con il secondo. Esiste in tempi recenti una continuità nelle grandi linee della politica di contenimento e ostilità nei confronti della Russia delle amministrazioni democratiche almeno dai tempi di Barack Obama (più nelle parole che nei fatti) e di Hillary Clinton, che se fosse diventata presidente avrebbe messo Putin alle corde. Cosa che Putin sapeva benissimo, e per questo lavorò per favorire Trump nel 2016. Il quadriennio dell' ex presidente ha rappresentato una parentesi assai gradita a Mosca, anche se Trump è stato contenuto dal Deep State imperiale di Washington: sono state indebolite le relazioni transatlantiche e la Nato ha vacillato per colpa di un presidente americano insipiente e isolazionista. Con Biden la ricreazione è finita, e si può tornare a dire in faccia a Putin che è un assassino (mancato, nel caso di Alexey Navalny) e a minacciarlo apertamente di fargli pagar care le sue intromissioni nella politica degli Stati Uniti. Ed eccoci al terzo punto: il caso personale. Il quasi ottantenne Biden può sembrare un fragile nonnetto, ma ha esperienza da vendere e un fortissimo senso della famiglia. Conosce bene Putin e ne ha una pessima opinione, cosa che non mancò a suo tempo di dirgli di persona: «Io non penso che tu abbia un' anima», gli sibilò in viso e il riferimento era all' imprudente. L' ho guardato negli occhi e ho letto nella sua anima che posso fidarmi di lui pronunciato quasi vent' anni fa da George W. Bush. Putin ha commesso l' errore di fornire gli elementi per scatenare contro Biden una canea internazionale per un presunto caso di corruzione che riguarda suo figlio Hunter e le sue attività commerciali in Ucraina. Rudolph Giuliani ci costruì sopra per conto di Trump una campagna di denigrazione contro l' attuale presidente, che adesso ha l' opportunità di vendicarsi con tutti e tre. E lo farà.

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 18 marzo 2021. Magari Biden si è lasciato prendere un po' la mano, quando nell'intervista di martedì sera con George Stephanopoulos della Abc ha detto che Putin è un killer, non ha un'anima, e pagherà le interferenze nelle elezioni americane. Il suo giudizio franco però non deve sorprendere più di tanto, perché la linea è cambiata rispetto alla sospetta sudditanza di Trump. Poco prima dell'intervista, l'intelligence Usa aveva pubblicato un rapporto che accusava Mosca di aver influenzato le elezioni del 2020, come nel 2016. Anche in questo caso l'obiettivo era screditare l'avversario di Donald, stavolta Biden invece di Hillary. Stephanopoulos ha chiesto al presidente di commentare, e lui ha risposto così: «Putin pagherà un prezzo. Abbiamo avuto una lunga conversazione, io e lui. Lo conosco relativamente bene. All'inizio della conversazione gli ho detto: "Io ti conosco, e tu conosci me. Se arriverò alla conclusione che ciò è avvenuto, preparati"» al prezzo da pagare. Allora Stephanopoulos lo ha incalzato: «Lei ha detto a Putin che non ha un'anima». Biden ha sorriso: «Sì, eravamo nel suo ufficio. Bush aveva detto che lo aveva guardato negli occhi e aveva visto la sua anima, ma io ho commentato che lui non ha un'anima. La risposta di Putin è stata questa: "Noi ci capiamo"». Subito dopo, pensando al tentato omicidio di Navalny, Stephanopoulos ha chiesto: «Pensa che Putin sia un killer?». Biden ha risposto secco: «Lo credo». Non ha specificato le possibili punizioni, ma ha aggiunto che «possiamo camminare e masticare una gomma allo stesso tempo, dove fosse nel nostro interesse lavorare insieme. L'ho dimostrato prolungando il trattato New Start sulle armi nucleari». Il Cremlino ha rigettato le accuse di Biden come «un attacco alla Russia» e ha richiamato l'ambasciatore negli Stati Uniti per analizzare «cosa fare e come muoversi». Le relazioni russo-americane «sono in una condizione difficile» e Washington le ha spinte «in un vicolo cieco negli ultimi anni», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. La realtà è che clima e linea sono cambiati. La strategia nazionale della Casa Bianca di Trump aveva definito Cina e Russia «potenze revisioniste» che vogliono distruggere la primazia globale degli Usa, ma Donald era stato morbido con Vladimir per ragioni che neanche il "Russiagate" ha chiarito fino in fondo. Biden invece considera Mosca il rivale strategico più pericoloso, dopo Pechino, perché punta a demolire le democrazie. Ritiene che Putin lo abbia attaccato personalmente, sulle attività del figlio Hunter in Ucraina, perché già all'epoca di Obama accusava Washington di aver fomentato le proteste a Kiev e in Russia per farlo cadere. Ora le vecchie ruggini tornano. A questo però va aggiunto che Biden ha rimesso il rispetto dei diritti umani e la difesa della democrazia al centro della politica estera americana, e ciò gli impedisce di tollerare gli abusi di Putin, come il tentativo di eliminare Navalny. La nuova linea quindi è quella che il capo della Casa Bianca ha riassunto nella volontà di «camminare e masticare una gomma allo stesso tempo». Dove sarà possibile dialogare e lavorare con la Russia, nell'interesse nazionale degli Usa e degli alleati, lo farà; dove ci saranno divergenze, non darà concessioni. Come ci ha spiegato Mike Carpenter, storico consigliere di Biden sulla Russia, il presidente vuole «un approccio da una posizione di forza. Contenere l'aggressione russa, impedirle di sovvertire le nostre democrazie, assicurare stabilità strategica. Il futuro potrebbe portare ad una relazione più produttiva, ma non dobbiamo essere ingenui e pensare che sia dietro l'angolo». L'intelligence ad esempio sta completando l'analisi dei recenti attacchi digitali, e delle accuse secondo cui il Cremlino aveva offerto taglie ai talebani per uccidere i soldati Usa in Afghanistan. Se questi atti ostili verranno confermati, ci saranno rappresaglie. La nuova linea pone un dilemma anche all'Italia, che ha forti interessi energetici in Russia. Il problema è capire fino a che punto Washington sarà disposta a tollerare, e quando gli alleati dovranno invece fare una scelta di campo netta. 

(Adnkronos l'8 febbraio 2021). L'intervista di Barack Obama a Fabio Fazio, nella puntata di Che tempo che fa, diventa argomento di discussione su Twitter. Si parla delle domande rivolte all'ex presidente degli Stati ma rapidamente un argomento specifico monopolizza il dibattito e diventa l'oggetto di decine, centinaia di tweet: la traduzione delle parole di Obama. C'è chi si lamenta per la voce dell'interprete che sovrasta quella del prestigioso ospite, c'è chi avrebbe voluto ascoltare Obama senza la versione in italiano e chi avrebbe preferito i sottotitoli, senza considerare l'impossibilità di adottare una simile soluzione per un'intervista in diretta. Ma c'è anche chi si lamenta del tono di voce dell'interprete e, in sostanza, avrebbe gradito un doppiatore.

Da ansa.it l'8 febbraio 2021. Di sicuro "non avevo il sogno di diventare Presidente", ma "era comunque il mio sogno quello di essere un bravo ragazzo". Barack Obama si racconta così, intervistato da Fabio Fazio a 'Che Tempo Che Fa' su Rai3, per presentare 'Una Terra Promessa' (Garzanti), l'autobiografia del 44/mo presidente degli Stati Uniti, il primo afroamericano, in cui ripercorre i suoi otto anni alla guida dell'America. L'isolamento della vita alla Casa Bianca ("Sognavo di fare una passeggiata e bere un caffè senza essere riconosciuto"), ma anche il privilegio di servire il Paese. Fino al suo rapporto con la moglie Michelle che, ribadisce, "è superiore a me". Ma anche l'attualità più stretta, i fatti di Capitol Hill, le cui immagini, dice non vanno "mai cancellate, anzi ce lo dobbiamo stampare nella mente. Ci deve ricordare che la democrazia non è un dono che viene dal cielo. È una cosa che noi cittadini, nei nostri rispettivi Paesi, dobbiamo continuamente rinnovare. Dobbiamo sempre investire nella democrazia". Centinaia di pagine, due volumi, in cui l'ex presidente punta sui dettagli per "aprire il sipario" e mostrare che "i leader che si vedono in televisione sono degli esseri umani che devono prendere delle decisioni, che fanno errori e che bisogna imparare dagli errori commessi", ha spiegato nell'intervista con Fazio, con il quale ha esordito con un saluto in italiano: "Ciao!", auspicando una visita di persona in Italia presto, "quando la pandemia sarà finita". "Desideravo trasmettere, soprattutto ai giovani lettori, l'idea che è possibile occuparsi di politica mantenendo la propria integrità e mantenendo i valori che permettono di fare il meglio per gli altri", ha spiegato. "La politica è imperfetta come tutte le cose che fanno gli esseri umani, però è possibile farla bene". Sullo sfondo resta la Casa Bianca, un luogo quasi mitico anche per Obama evidentemente, che descrive con dovizia di particolari la peculiarità di viverci: "come un hotel a 5 stelle", dice, ma che comporta anche una sensazione di isolamento difficile da superare. "Michelle ha voluto cambiare l'arredamento delle camere delle bambine perché non voleva che avessero la sensazione di dormire in un museo, voleva che potessero appendere i poster delle loro popstar e degli attori preferiti, che si sentissero normali", ha spiegato. Molti gli spaccati di vita privata, ma un racconto così dettagliato non può però ignorare i momenti cruciali e difficilissimi da presidente, come eventi - ha detto - che "spezzano il cuore". Come la guerra in Siria: "La primavera araba era una promessa che lì è diventata una guerra civile, che ha portato all'intervento di russi e iraniani. Ho cercato di prendere una serie di decisioni per migliorare la situazione senza invadere un altro Paese del Medio Oriente, cosa che ritenevo controproducente". E ammette: "Ci sono momenti in cui ti sembra di non avere risposte".

L'intervista a Che tempo che fa. Obama e il suo rimpianto da Presidente: “La guerra in Siria mi spezza il cuore”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 7 Febbraio 2021. Intervista alla Rai del 44esimo Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, al programma Che tempo che fa di Fabio Fazio. “Ciao!”, ha esordito salutando in italiano l’ex inquilino della Casa Bianca che in collegamento dagli Stati Uniti ha illustrato il suo libro sulla sua esperienza da Presidente Una terra promessa, edito in Italia da Garzanti. “Essere presidente ti fa sentire potente ma ci sono eventi in tutto il mondo che non puoi controllare anche se sei coscienzioso, ci sono cose che ti spezzano il cuore, come quello che è accaduto in Siria: la Primavera araba era una promessa che è in Siria è diventata una guerra civile, che ha portato l’intervento di russi e iraniani. Ho cercato di prendere delle decisioni che migliorassero la situazione senza invadere di nuovo un altro Paese”, ha detto Obama tratteggiando la situazione disastrosa del Paese mediorientale come probabilmente uno dei suoi più grandi rimpianti da Presidente. Obama fu molto criticato per non essere intervenuto dopo l’uso, presumibilmente da parte del regime di Damasco del Presidente Bashar Al Assad, di armi chimiche (come il cloro) sulla popolazione. Era il 2013, e quello che era stato definito come il superamento di una linea rossa nel conflitto poi non venne in qualche modo fatto pagare. “La democrazia ci deve portare a credere ai fatti, alla verità, alla ragione, allo stato di diritto, cose su cui tutti dobbiamo essere d’accordo: non dobbiamo inventare fatti e cose, se no la democrazia non esiste e non è possibile avere un confronto democratico – ha detto facendo riferimento all’assalto a Capitol Hill dello scorso gennaio da parte dei sostenitori di Donald Trump, in tutto il mondo descritto come il giorno più buio della democrazia americana – Dobbiamo gestire meglio i social media ed educare i nostri bambini a distinguere la verità”. E quindi un passaggio sul capitalismo – “credo che il capitalismo debba essere attento e comprensivo” e che “il governo non deve essere avido” – e sul perché del suo memoir da presidente – “lo scopo del libro è dare alle persone la possibilità di aprire il sipario e vedere che tutti i leader sono esseri umani che stanno cercando di sbrogliare i problemi e fanno errori: bisogna imparare dagli errori. La politica è imperfetta come tutte le cose umane ma si può fare bene”. Infine un passaggio sulla moglie, l’ex first lady Michelle che qualcuno aveva anche avanzato come potenziale candidata alla Casa Bianca: “Michelle è molto critica e dura e mi spinge a fare sempre meglio. Alla fine del libro mi ha detto che avevo aver fatto una bella cosa. Ma alla fine mi ha chiesto perché ci ho messo così tanto. Tutti la conoscono, è il motivo per cui è migliore di me”.

Rula Jebreal Rula Jebreal intervista Michelle Obama per vanityfair.it il 24 marzo 2021. «Non ho mai pensato alle prossime elezioni, ma continuo a lavorare per le prossime generazioni. Gli investimenti che i singoli Paesi stanziano per l’istruzione delle ragazze sono, a mio parere, il metro di valutazione del livello di sviluppo e della qualità della vita. Le donne sono la linfa vitale di ogni comunità e di ogni famiglia. Se non investiamo nella loro istruzione, garantendo loro che abbiano le conoscenze giuste per portare al mondo figli sani e assicurare che, anche loro, ricevano un’istruzione, perderemo l’opportunità di far crescere circa metà della popolazione di un Paese.

«Non possiamo permettercelo, abbiamo già troppi problemi in questo mondo». Comincia così l’intervista esclusiva della giornalista Rula Jebreal a Michelle Obama per Vanity Fair Italia. L’ex First Lady americana si racconta in occasione del lancio di Waffles + Mochi, una serie tv rivolta ai bambini di cui è protagonista e che è stata prodotta per Netflix dalla casa di produzione degli Obama, la Higher Ground Productions, sul tema dell’alimentazione sana. Il cibo non è solo nutrimento, per Michelle Obama è una questione squisitamente politica: tra i parametri dello sviluppo di un Paese c’è infatti «la qualità del cibo che serviamo nelle nostre comunità, la capacità delle famiglie di avere accesso e di provare alimenti sani e nuovi, in modo da far crescere i nostri figli con la forza e gli strumenti necessari per realizzare i loro sogni e poi tornare e sostenere gli altri». L’alimentazione dei più piccoli dovrebbe quindi, secondo l’ex First Lady, essere prioritaria: «Al cuore della forza di una comunità c’è la salute dei suoi bambini che parte da quello che mangiano, da come si prepara il cibo e da quanto sono abituati ad assaggiare cose nuove». Michelle Obama racconta anche uno spaccato della sua vita familiare durante il lockdown, con le figlie Malia e Sasha che «sono diventate due eccellenti pasticcere, preparano dolci, torte, muffin… Era divertente guardarle sperimentare cose nuove, sbagliare e poi migliorare preparando le stesse ricette, più e più volte. Apprezzo molto la loro capacità di esplorare ed è stato bello constatare anche che sono in grado di nutrirsi da sole. Le mie figlie oggi hanno 22 e 19 anni; la più grande, Malia, si è appena laureata e presto andrà a vivere da sola. Ora vedo i frutti dei miei investimenti: due giovani donne che sono curiose e che amano sperimentare e adorano scoprire cose nuove quando sono in viaggio». Sul suo piatto preferito non ci sono dubbi: «Macaroni and cheese, una bella teglia ricca di formaggio! Da bambina la adoravo. Non la mangiavamo spesso, ma quando era in tavola, era sicuramente il mio piatto preferito e lo è ancora oggi».

Paolo Mastrolilli per “La Stampa” il 9 febbraio 2021. Complotto del presidente per sovvertire il risultato delle elezioni perdute il 3 novembre, o teatrino politico dei suoi avversari assetati di vendetta. Sono i due estremi intorno a cui si giocherà il destino di Donald Trump, nel processo per l'impeachment che apre oggi al Senato. La condanna è impossibile, perché servirebbero i voti di 17 repubblicani che al momento non esistono. Le ramificazioni politiche però sono parecchie, e non è detto che questa sia l'ultima parola sui guai giudiziari dell'ex presidente. Trump è stato messo per la seconda volta in stato di impeachment dalla Camera, perché spargendo bugie su frodi elettorali inesistenti, e incitando i manifestanti del 6 gennaio a lottare, ha fomentato l'assalto al Congresso. Ieri i suoi avvocati, Bruce Castor e David Schoen, hanno presentato una memoria difensiva di 78 pagine, in cui sostengono due punti: primo, il processo è incostituzionale, perché il loro cliente non è più in carica; secondo, il 6 gennaio non ha incitato la folla ad attaccare il parlamento, ma ha solo esercitato il suo diritto alla libertà di parola: «Soddisfare la fame dei democratici per questo teatrino politico è un pericolo per la nostra repubblica e i diritti a noi più cari». La chiamata a lottare era figurativa, così come la richiesta al segretario di Stato della Georgia di trovargli i voti per vincere. I democratici hanno risposto che «la Camera non ha sottoposto Trump all'impeachement perché ha espresso un'opinione politica impopolare, ma perché ha incitato un'insurrezione violenta contro lo Stato». I democratici hanno chiesto all'ex presidente di intervenire, ma lui si è rifiutato. La loro strategia non prevede molte testimonianze, perché l'accusa di baserà soprattutto sui video del discorso di Trump, i tweet, le confessioni degli aggressori all'Fbi in cui sostengono di essere stati spinti all'attacco da lui. Il punto non è se ha commesso un reato, perché ciò non è richiesto dall'impeachment, ma se il comportamento tenuto dal 3 novembre in poi ha cercato di rovesciare illegalmente il risultato delle elezioni, fino al punto di incitare l'insurrezione quando ogni altra via legale si era chiusa. Il dibattito comincerà oggi con quattro ore di discussione sulla costituzionalità del procedimento, che verrà poi votata a maggioranza semplice e quindi sarà confermata. Anche diversi giuristi repubblicani, come Chuck Cooper sul Wall Street Journal, hanno ammesso che la legge consente l'impeachment di imputati non più in carica, perché la rimozione è solo la pena minima comminabile. Poi c'è il bando dalle cariche pubbliche, vero obiettivo dei democratici, che andrebbe votato a maggioranza semplice dopo la condanna. Riaffermata la costituzionalità del procedimento, il Senato discuterà le accuse nel merito per 16 ore. Poi deciderà la sorte di Trump, che a meno di clamorose sorprese verrà assolto, perché 45 senatori repubblicani si sono già espressi contro il processo. I democratici però puntano a demolire l'immagine di Donald, e imbarazzare i compagni di partito costretti a difenderlo. Se poi si ricandidasse nel 2024, potrebbero usare il 14esimo emendamento della Costituzione, che bandisce dalle cariche pubbliche i complici di insurrezioni. È difficile, ma non richiede la maggioranza dell'impeachment. Nel frattempo procederanno le inchieste statali dei procuratori di New York Vance e James, che potrebbero portare a condanne penali per reati fiscali, chiudendo lo stesso la carriera politica di Trump.

È costituzionale mettere in stato di accusa un ex presidente? I giuristi Usa tendono al sì. Il Dubbio il 9 febbraio 2021. Al via l’Impeachment al Senato, dem e repubblicani spingono per un processo “lampo” a Donald Trump. Ma i suoi legali invocano la Costituzione. Donald Trump dovrà affrontare tra meno di 24 ore il processo di impeachment al Senato con l’accusa di «incitamento alla rivolta» in riferimento ai fatti del 6 febbraio al Campidoglio degli Stati Uniti, dove un gruppo di suoi sostenitori ha fatto irruzione per interrompere la certificazione del voto elettorale da parte del Congresso. Per l’ex presidente Usa è la seconda volta: un record assoluto. È stato «il più grave reato mai commesso da un presidente», stando ai manager dell’impeachment, i deputati dem che guidano l’accusa. Ma per i legali di Trump, «il vero obiettivo dei democratici è quello di “silenziare un oppositore con una sfrontata azione politica che è incostituzionale perché si tratta di un presidente non più in carica, che viola il Primo emendamento della Costituzione sulla libertà d’espressione e che è infondata perché l’attacco sembra sia stato pianificato prima del controverso discorso all’Ellipse del 6gennaio». Conclusa la presentazione di accusa e difesa, i senatori-giurati avranno quattro ore per presentare domande scritte alle parti, seguite da due ore di dibattito. A questo punto potrà essere avanzata la richiesta di presentare testimoni, che dovrebbe essere poi messa i voti. Se il Senato dovesse veramente decidere di ascoltare testimoni, si allontanerebbe l’ipotesi di un processo lampo, e maggioranza e minoranza dovrebbero negoziare un nuovo accordo per un programma che potrebbe durare ancora settimane. «Si apre un vaso di Pandora se si chiama anche un testimone», ha avvisato Lindsey Graham, senatore repubblicano che sta consigliando Trump sull’impeachment, sottolineando che se i democratici chiameranno i loro testimoni, anche i legali di Trump lo faranno paralizzando per settimane il Senato e la progressione dell’agenda legislativa dell’amministrazione Biden. Liberarsi politicamente di Trump piacerebbe tanto ai democratici quanto all’ala più moderata dei repubblicani. Ma la base conservatrice del Grand Old Party, quella “nazione rossa” che inondava i suoi comizi, resta saldamente trumpiana. L’assoluzione (e nel giorno di pochi giorni) viene data per scontata. Ai dem servirebbe l’appoggio di almeno 17 repubblicani per condannare Trump, in un Senato spaccato a metà, letteralmente fifty-fifty. Uno scenario improbabile. I repubblicani che votassero per la condanna, rischierebbero lo schianto alle primarie del 2022. La campagna per elezioni di metà mandato inizierà subito dopo il processo d’impeachment (se non è già iniziata) e il «fattore Trump» sarà cruciale nel definire le sorti dei candidati Gop. «Penso che Trump sarà il vitale leader del partito repubblicano. È molto popolare e sarà assolto», profetizza Lindsey Graham, fedele alleato di The Donald che ha collaborato con la sua squadra di difesa pur avendo criticato il discorso dell’ex presidente nel giorno dell’assalto al Capitol Hill.

La difesa. Gli avvocati dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ritengono che l’articolo di impeachment presentato contro di lui dalla Camera dei rappresentanti sia «costituzionalmente viziato». Lo riferisce il sito «Politico», citando uno scritto di 78pagine redatto dai legali che difendono dell’ex inquilino della Casa Bianca, secondo il quale l’articolo in questione viola la libertà di parola di Trump e non può portare alla sua condanna. I suoi avvocati sostengono che il Senato non possa condannare un presidente che ha terminato il suo incarico e che l’impeachment della Camera sia «viziato» perché raggruppa più presunti reati in un unico articolo. I legali, inoltre, respingono le affermazioni secondo cui Trump avrebbe esitato a prendere le dovute contro misure durante le violenze, a seguito delle quali hanno perso la vita cinque persone. Al contrario, secondo la difesa, durante l’assalto al Congresso c’è stata una «intensa attività all’interno della Casa Bianca» per «districarsi tra elementi procedurali complessi» al fine di ottenere maggiore sicurezza in Campidoglio.

La posizione del Partito Repubblicano. Il processo di impeachment di Donald Trump che inizia oggi al Senato «non è una perdita di tempo, è una questione di responsabilità: se il Partito repubblicano non prende una posizione, il caos di questi ultimi mesi, e degli scorsi quattro anni, potrà presto tornare». È quanto scrive il deputato repubblicano Adam Kinzinger in un articolo sul Washington Post che è un accorato appello ai suoi colleghi di partito al Senato affinché votino per la condanna dell’ex presidente accusato di aver istigato l’insurrezione del 6 gennaio. Il deputato dell’Illinois, che è stato uno dei 10 repubblicani che hanno votato per l’impeachment alla Camera, riconosce che «la stragrande maggioranza» dei repubblicani al Senato è convinta che il processo che parte oggi sia «una perdita di tempo, un teatrino politico che distrae da questioni più importanti». Ma non è così, avvisa, ricordando che «il futuro del nostro partito e del nostro Paese dipende da come affrontiamo quello che è successo in modo che non possa più succedere». Riguardo poi al merito delle accuse mosse all’ex presidente, il deputato ricorda che «il comizio di Trump che è sfociato nella rivolta a Capitol Hill non è venuto dal nulla, ma è il risultato di quattro anni di rabbia, vergogna e sfacciate bugie. Forse la più pericolosa, o almeno la più recente, è quella che le elezioni siano state rubate». I senatori Gop di fatto si son ogià espressi quando il mese scorso hanno votato in 45 su 50 a favore di una mozione che giudica incostituzionale il processo d’impeachment di Trump visto che non è più presidente. Alcuni giuristi concordano, come osserva il giornalista conservatore Byron York nella sua newsletter. «Presidente significa presidente» e Trump non è più in carica, segnala York citando l’Articolo secondo, quarta sezione della Costituzione. Il processo d’impeachment «serve a rimuovere» un presidente e non a punire un ex funzionario pubblico, prosegue l’analista, sottolineando la mancanza di precedenti, come indicato anche dai costituzionalisti John Yoo e Robert Delahunty. Ma è altrettanto vero, come sostengono i dem, che la Costituzione non proibisce l’impeachment di ex funzionari pubblici e dunque di ex presidenti.

(ANSA il 10 febbraio 2021) La procura della contea di Fulton, in Georgia, ha aperto un'inchiesta sui tentativi di Donald Trump di ribaltare il voto nel Peach State. Lo scrive il New York Times.

Paolo Mastrolilli per "La Stampa" il 10 febbraio 2021. Il processo per l’impeachment a Donald Trump è costituzionale, anche se lui non è più presidente. Lo ha stabilito ieri il Senato, aprendo così la porta al dibattimento, che comincia oggi con la requisitoria dell’accusa. Il giudizio è iniziato ieri con quattro ore di discussione sulla costituzionalità del procedimento. Gli avvocati di Trump l’hanno contestata, perché secondo loro l’impeachment è limitato ai presidenti in carica. I procuratori democratici però hanno risposto che non è vero, prima di tutto perché l’incriminazione di Donald era stata approvata dalla Camera quando era ancora alla Casa Bianca, ma soprattutto perché la costituzione non impone limiti alla sua applicazione. Anche diversi giuristi repubblicani, come Chuck Cooper sul Wall Street Journal, hanno ammesso che la legge consente l’impeachment di imputati non più in carica, perché la rimozione è solo la pena minima comminabile. Poi c’è il bando dalle cariche pubbliche, vero obiettivo dei democratici, che andrebbe votato a maggioranza semplice dopo la condanna. Il Senato quindi ha votato, e sei repubblicani si sono uniti ai 50 democratici per confermare la validità del procedimento. Alcuni di loro hanno criticato la strategia poco chiara dei difensori, che hanno fatto infuriare Trump, ammettendo in sostanza la sua sconfitta nelle elezioni del 3 novembre. Riaffermata la costituzionalità del processo, a partire da oggi le accuse verranno discusse nel merito per 16 ore. La condanna appare impossibile, perché servirebbero i voti di 17 repubblicani che al momento non esistono, se 44 di loro già ieri hanno votato per bloccare un procedimento che non considerano legittimo. Le ramificazioni politiche però sono parecchie, e non è detto che questa sia l’ultima parola sui guai giudiziari dell’ex presidente. Trump è stato messo per la seconda volta in stato di impeachment dalla Camera, perché spargendo bugie su frodi elettorali inesistenti, ed incitando i manifestanti del 6 gennaio a lottare, ha fomentato l’assalto al Congresso. I suoi avvocati, Bruce Castor e David Schoen, avevano presentato una memoria difensiva di 78 pagine, in cui sostenevano due punti: primo, il processo è incostituzionale, perché il loro cliente non è più in carica; secondo, il 6 gennaio non ha incitato la folla ad attaccare il parlamento, ma ha solo esercitato il suo diritto alla libertà di parola: «Soddisfare la fame dei democratici per questo teatrino politico è un pericolo per la nostra repubblica e i diritti a noi più cari». La chiamata a lottare era figurativa, così come la richiesta al segretario di Stato della Georgia di trovargli i voti per vincere. I democratici hanno risposto che «la Camera non ha sottoposto Trump all’impeachement perché ha espresso un’opinione politica impopolare, ma perché ha volontariamente incitato un’insurrezione violenta contro lo stato». Ieri infatti hanno aperto la requisitoria con un video 13 minuti, in cui hanno mostrato il discorso del 6 gennaio con cui Donald ha incoraggiato la folla a marciare sul Congresso. I democratici hanno chiesto all’ex presidente di intervenire, ma lui si è rifiutato. La loro strategia non prevede molte testimonianze, perché l’accusa di baserà soprattutto sui video del discorso di Trump, i tweet, le confessioni degli aggressori all’Fbi, in cui sostengono di essere stati spinti all’attacco da lui. Il punto non è se ha commesso un reato, perché ciò non è richiesto dall’impeachment, ma se il comportamento tenuto dal 3 novembre in poi ha cercato di rovesciare illegalmente il risultato delle elezioni, fino al punto di incitare l’insurrezione quando ogni altra via legale si era chiusa. A meno di clamorose sorprese, Trump non verrà condannato. I democratici però puntano a demolire la sua immagine, e soprattutto ad imbarazzare i compagni di partito costretti a difenderlo: i loro voti per l’assoluzione verranno poi rinfacciati, durante la campagna per le elezioni midterm dell’anno prossimo. Se poi Donald si ricandidasse nel 2024, i suoi avversari potrebbero usare il 14esimo emendamento della Costituzione, che bandisce dalle cariche pubbliche i complici di insurrezioni. È difficile, ma non richiede la maggioranza dell’impeachment. Nel frattempo procederanno le inchieste statali dei procuratori di New York Vance e James, che potrebbero portare a condanne penali per reati fiscali, chiudendo comunque la carriera politica di Trump.

Da "lastampa.it" il 10 febbraio 2021. Un video di soli 13 minuti mostrato dal deputato della Camera  democratico incaricato di procedere con la richiesta di  impeachment verso Trump, Jamie Raskin, come riassunto delle prove che giustificano l'imputazione. Sono le fasi cruciali dell'attacco a Capitol Hill del 6 gennaio, riprese dalle telecamere degli stessi manifestanti, che mostrano i momenti più drammatici, molti dei quali mai visti prima, introdotte dalle parti del discorso che Trump aveva pronunciato poco prima, davanti alla folla sul National Mall, poco distante  per invitarli ad andare ad riprendersi il Congresso e le "elezioni rubate"  come detto esplicitamente e la folla ripete e si muove per andare verso l'edificio, "Stop the Steal". Il video sintetizza in 13 minuti le ore dell'assalto che hanno sconvolto l'America. Come ha scritto l'editorialista Chris Cillizza della CNN : "il  video ha mostrato è ciò che possono creare l'impatto delle bugie e la potenza di faziosità, risentimento e vittimismo da parte del leader più potente della nazione: qualcosa di dannatamente vicino a un colpo di stato".

Giuseppe Sarcina per il "Corriere della Sera" il 10 febbraio 2021. Le immagini, le urla, la violenza, prima ancora degli argomenti giuridici e dei precedenti storici. Il secondo impeachment a carico di Donald Trump comincia così, alle 13.30 di martedì 9 febbraio, 34 giorni dopo l' assalto a Capitol Hill. Le misure di sicurezza sono imponenti. Parlamentari, assistenti e cronisti si mescolano ai poliziotti e ai militari della Guardia Nazionale. Tutto il perimetro del Congresso è recintato da barriere alte due metri e mezzo, sormontate da spirali di filo spinato. L' Aula del Senato è al completo. Sullo scranno più alto non c' è il numero uno della Corte Suprema, John Roberts, ma Patrick Leahy, 80 anni, democratico del Vermont, il presidente pro tempore della Camera Alta. Questo perché Donald Trump, accusato di «incitamento all' insurrezione», ha lasciato l' incarico. È il tema della prima giornata: la Costituzione consente di processare un ex presidente? La risposta è «sì» e arriva con il voto in serata: 56 a favore, 44 contro. Sei repubblicani si sono aggiunti ai 50 democratici che controllano il Senato. I «manager dell' impeachment», cioè i nove deputati che agiscono da pubblici ministeri, hanno iniziato la requisitoria con un filmato di grande impatto. Per venti minuti abbiamo rivisto le sequenze drammatiche del 6 gennaio, con alcune clip che sono sembrate inedite. Si comincia con il comizio di Trump davanti al monumento a Washington, la reazione della folla, la marcia verso il Congresso, l' assedio al Cupolone, gli scontri, i gas lacrimogeni, il colpo di pistola che uccide una manifestante, i tweet e i video del presidente. Il leader dell' accusa, Jamie Raskin, deputato del Maryland, tira le fila: «Siamo qui per giudicare ciò che tutti noi, in questa Aula, abbiamo vissuto direttamente. Il presidente Trump ha causato tutto questo». Raskin si emoziona, ricordando quei momenti: «Ho sentito i manifestanti battere alle porte, un rumore che non dimenticherò mai. Ho visto colleghi telefonare per dire addio ai famigliari». Dopodiché affronta l' obiezione numero uno: «La difesa sostiene che non si possa giudicare un ex presidente. Ma non è così. Significherebbe consentire al capo dello Stato l' impunità nelle ultime settimane del suo mandato. Fissare un precedente pericolosissimo: "l' eccezione di gennaio"». Le regole fissate alla vigilia da Chuck Schumer e Mitch McConnell, leader dei democratici e dei repubblicani, prevedono due ore a testa per le parti in causa. Tocca allora a Bruce Castor, uno dei legali di Trump. Castor, 59 anni, ex Procuratore generale nella Contea di Montgomery, in Pennsylvania, la prende molto alla larga. Almeno mezz' ora di retorica sul ruolo del Senato, del Congresso per arrivare alla prima conclusione: Trump «non ha incitato alla violenza», ma «ha esercitato il diritto più importante della nostra Costituzione, quello che garantisce la libertà di espressione e un robusto dibattito politico». Il suo collega David Schoen ripropone la tesi della «caccia alla streghe» e avverte: «qui è in gioco l' istituzione stessa della presidenza». Secondo le indiscrezioni a Trump non sarebbe piaciuta la performance dei suoi avvocati. Si riparte oggi. L' accusa avrà 16 ore, da suddividere in due giorni, per presentare le sue argomentazioni. Stesso tempo per la difesa. Non è ancora chiaro se i «manager dell' impeachment» chiederanno di ascoltare testimoni. Sia i democratici che i repubblicani vogliono chiudere in fretta. Il verdetto sembra scontato: non ci sono i numeri, 67 senatori, per condannare Trump.

(ANSA il 12 febbraio 2021) Nikki Haley, l'ex ambasciatrice Onu nominata da Donald Trump e possibile candidata alla Casa Bianca nel 2024, prevede che l'ex commander in chief non correrà nuovamente per la Casa Bianca dopo l'assalto al Congresso e ammette che "non avremmo dovuto seguirlo".  "Non penso che possa, è caduto così in basso", ha detto a Politico. "Dobbiamo riconoscere che ci ha deluso, ha imboccato una strada sbagliata e noi non avremmo dovuto seguirlo e ascoltarlo. Non possiamo lasciare che accada di nuovo", ha ammonito. Parole pesanti alle battute finali del processo di impeachment.

(ANSA il 12 febbraio 2021) Il presidente Joe Biden ha riferito oggi ai reporter di non aver visto il processo d'impeachment in diretta ieri ma ha aggiunto, riferendosi alle immagine inedite dell'assalto al Congresso, che a suo parere qualche parlamentare "potrebbe aver cambiato opinione".

Federico Rampini per “la Repubblica” il 12 febbraio 2021. «Donald Trump non si è mai pentito. Lo rifarebbe, metterebbe in pericolo altre vite umane, se gli consentiamo di ripresentarsi». Al terzo giorno di processo l' impeachment è sempre più un film, dieci, cento film. I video riempiono l' aula del Senato, le immagini agghiaccianti del 6 gennaio inondano gli schermi di tutti i network, i siti che seguono in diretta. La violenza dell' assalto al Congresso si ripete all' infinito, risucchia molti senatori, deputati, cittadini o poliziotti nella stessa angoscia, nello stesso terrore provato 36 giorni fa. L' accusa, cioè il partito democratico, spera di riuscire ancora a far breccia in un pezzo di establishment repubblicano moderato: secondo le ultime stime mancano all' appello 11 voti per la maggioranza qualificata che condannerebbe Trump, ma qualche repubblicano forse sta vacillando sotto l' impatto di quelle immagini tremende. Dieci, cento film ossessivi. Anche se l' insurrezione violenta fu seguita minuto per minuto nel mondo intero, nell' era dei social media ci sono sempre nuove fonti, nuove immagini opprimenti. Spesso riprese e diffuse dagli stessi aggressori, fieri della loro impresa, decisi a immortalarla. «Combattiamo per Trump!», urlano mentre sfondano le barriere. «Siamo stati invitati», dicono gli squadristi Oath Keepers ("fedeli al giuramento") mentre invadono il Senato. Nel film dell' attacco, c' è tutto il teorema dell' accusa. Un filo diretto collega le esortazioni alla rivolta lanciate da Trump pochi minuti prima durante il comizio davanti alla Casa Bianca, le sue sfide provocatorie al vicepresidente Mike Pence perché ribalti la conta dei voti, il grido di battaglia più volte rilanciato: «Fight», combattete per me, e poi la decisione dei più organizzati, dei più determinati, di passare alla violenza. L'accusa fa parlare ore di filmati. Lo spiega Jamie Raskin, "impeachment manager" cioè capo dei deputati democratici incaricati di esporre al Senato le ragioni per cui la Camera ha incriminato Trump. Il reato è "incitazione alla violenza contro le istituzioni degli Stati Uniti", istigazione alla sedizione contro la Costituzione. Le vittime non sono solo simboliche, cinque persone hanno perso la vita. Fra i tanti video inediti, nel bombardamento di immagini spuntano le riprese della fuga nel panico del vicepresidente Pence, del capogruppo democratico Chuck Schumer, del senatore repubblicano Mitt Romney. Alcuni di loro hanno temuto di finire nell' elenco delle vittime. Ad armare ideologicamente gli aggressori è Trump, lo sostengono loro stessi, nei video rivendicano di occupare il Congresso per salvare il presidente da un' elezione rubata, dicono di agire perché lo ha chiesto lui. «Può farlo ancora, non ha mostrato alcun rimorso», sostiene l' accusa. I democratici respingono la tesi dell' incostituzionalità, cioè l' obiezione che l' impeachment sia un istituto che la Costituzione prevede solo per un presidente in carica. Se così fosse - obiettano - ci sarebbe un pericoloso vuoto di giustizia, una sorta di "amnistia di gennaio". In futuro altri presidenti delusi per una sconfitta potrebbero commettere attentati alla democrazia nelle ultime settimane alla Casa Bianca, contando sull' impunità. Il film horror del 6 gennaio stana dal riserbo Joe Biden. Il nuovo presidente aveva preferito rimanere in disparte ma ha «una reazione emotiva » di fronte alle immagini spaventose, e fa questa dichiarazione rivolta all' opposizione: «Il Senato ha una missione importante da compiere. Ho l' impressione che oggi qualcuno può avere cambiato idea». Biden allude alla videocronaca del momento preciso in cui Trump fa una scelta di campo: abbandona il suo vice Pence colpevole di rispettare la Costituzione, lo addita come un traditore, lo consegna virtualmente alla folla. Aizzare gli squadristi contro i difensori delle istituzioni, è un' aberrazione che spinse molti collaboratori di Trump alle dimissioni, vedi la ministra Elaine Chao moglie del leader repubblicano al Senato. Il film corre veloce verso una conclusione che forse è scontata. Washington vive di nuovo giornate storiche. Il primo presidente che subisce due impeachment. Il primo che viene sottoposto a impeachment dopo avere concluso il suo mandato. Il primo attacco al Campidoglio dalla guerra con gli inglesi del 1812. I cinque morti. E quella profezia: «Trump impunito lo rifarebbe». La difesa - che molti anche in campo repubblicano giudicano inadeguata, incerta, confusa - si barrica dietro il Primo Emendamento: nessun politico in America viene processato se qualcuno commette violenze ispirandosi alle sue parole. Ritornano sugli attacchi insurrezionali della sinistra radicale contro le istituzioni, i palazzi governativi assaltati da Black Lives Matter nell' estate scorsa sotto gli applausi dei media. Oggi le arringhe finali, da lunedì si vota. Nonostante la potenza delle immagini, i numeri indicano una strada tutta in salita per i democratici. È significativo che ora si parli di una scissione di repubblicani anti- Trump per creare un partito indipendente, mentre poche settimane fa lo scenario era l' uscita di Trump dal partito. Il silenzio sorprendente dell' ex presidente forse gli è servito. L' esito più probabile rimane una seconda assoluzione. Anche questa, unica nella storia.

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera” il 12 febbraio 2021. Donald Trump è «ancora una minaccia per la democrazia americana». Il deputato Ted Lieu, uno dei nove «manager dell'impeachment», riassume il senso dell'ultima parte della requisitoria contro l'ex presidente. E aggiunge: «Mi fa paura l'idea che Trump possa di nuovo correre per la Casa Bianca. Non tanto perché possa vincere, ma perché perderebbe ancora», sollevando un'altra ondata di violenza nel Paese. Nei primi due giorni del processo, in corso nell'Aula del Senato, i «pubblici ministeri» democratici, hanno provato a dimostrare due tesi. La prima: l'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio fu non solo «incitato», ma anche da Trump. La seconda: «The Donald» ha abbandonato tutti i parlamentari e lo stesso vice presidente Mike Pence alla rabbia della folla. Ieri l'ultimo passaggio: il pericolo non è finito. Il vento dell'insurrezione non si è placato. Trump, «l'Incitor in Chief» deve essere non solo condannato, ma escluso a vita da ogni incarico federale. Il team dell'accusa ieri ha ripreso il racconto cominciato mercoledì pomeriggio, usando come colonna sonora le grida, le violenze dei manifestanti. Ancora immagini agghiaccianti e in gran parte inedite di poliziotti aggrediti, insultati come «traditori». Il deputato democratico David Cicilline insiste sul punto, perché i repubblicani si considerano i depositari della dottrina «law and order»: «Ci sono stati 140 agenti feriti, 81 aggrediti dai manifestanti. Uno è morto, due non si sono ripresi dal trauma e si sono suicidati. Un altro perderà un occhio». È l'ulteriore conferma della «grande umiliazione» subita dal Congresso, «l'istituzione più sacra della democrazia americana». L'altro giorno i nove deputati democratici hanno mostrato video girati dalle telecamere di sicurezza, all'interno di Capitol Hill. Sequenze mai viste prima. Si vede il vice presidente Pence uscire di soppiatto da una stanza con la famiglia e scendere per le scale in tutta fretta, mentre i vandali trumpiani gli danno la caccia 100 metri più in là. In quello stesso momento, le 14. 25 del pomeriggio, Trump lo sta attaccando via Twitter. Poi ecco iI senatore repubblicano Mitt Romney che sta per finire in bocca alla falange dei rivoltosi. È uno dei pochi repubblicani che voterà per la condanna dell'ex presidente, così come aveva già fatto, unico tra i conservatori, nel primo processo (febbraio 2020). Si salva perché incrocia l'ormai celebre poliziotto Eugene Goodman che gli grida: «Di qua». E ancora osserviamo il leader della maggioranza democratica Chuck Schumer, costretto a tornare indietro, e di corsa, guidato dalla scorta con le armi spianate. Infine il sussurro dei collaboratori della Speaker Nancy Pelosi, barricati in una stanza. Invocano l'aiuto della polizia, mentre i manifestanti negli uffici accanto gridano beffardi: «Nancy, dove sei?». I filmati hanno turbato il pubblico americano. È stato come rivivere lo shock del 6 gennaio, da una prospettiva interna, con gli occhi e le paure degli assediati. Ma l'ipotesi più quotata resta la stessa: alla fine gran parte dei senatori repubblicani salverà Trump.

Impeachment, Trump assolto dal Senato. Biden: «Democrazia fragile, dobbiamo essere sempre vigili». Solo 7 senatori repubblicani hanno votato contro l’ex presidente americano: il quorum non è raggiunto e The Donald esulta dalla Florida. Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera il 14/2/2021. Assolto. Donald Trump «non è colpevole per aver incitato l’insurrezione del 6 gennaio». La maggioranza dei senatori, in realtà, vota a favore dell’impeachment: 57 a 43. Ma non viene raggiunto il quorum di 67 «sì» necessario per condannare l’ex presidente. Nel febbraio 2020 Trump superò il primo impeachment, sul caso Ucraina; ora, unico caso nella storia, esce indenne anche dal secondo. Ed esulta da Mar-a-Lago, con una nota diffusa via mail dal suo «45 Office»: «Voglio innanzitutto ringraziare il mio team legale (...) e i senatori che hanno difeso la Costituzione (.. ). Nessun presidente ha dovuto subire quella che è la più grande caccia alle streghe mai vista (...). Il nostro storico, patriottico e meraviglioso movimento, “Make America Great Again”, è solo all’inizio. Nei prossimi mesi avrò molte cose da condividere con voi e non vedo l’ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme». Nonostante l’assoluzione di The Donald, le accuse contro di lui «non sono in discussione» e l’attacco dimostra che «la democrazia è fragile». Dice il presidente Joe Biden dopo il voto al Senato. «Anche se il voto finale non ha portato a una condanna - ha aggiunto - la sostanza dell’accusa non è in discussione». «Questo triste capitolo della nostra storia ci ha ricordato che la democrazia è fragile. Che deve essere sempre difesa. Che dobbiamo essere sempre vigili», ha concluso in una dichiarazione. Il blocco dei conservatori, quindi, perde qualche pezzo, ma non si sfalda. Con i 50 senatori democratici si sono schierati sette repubblicani: Richard Burr; Bill Cassidy; Susan Collins; Lisa Murkowski; Mitt Romney; Ben Sasse e Patrick Toomey. Il numero uno, Mitch McConnell, dopo settimane di oscillazioni e di ambiguità, ha annunciato poche ore prima della conta che si sarebbe espresso «per l’assoluzione». Lo stesso McConnell, subito dopo la decisione dell’Aula, ha pronunciato un discorso tanto duro quanto spiazzante: «Non c’è alcun dubbio che Trump sia praticamente e moralmente responsabile per ciò che è successo. E non solo per ciò che ha detto il 6 gennaio. Per settimane ha alimentato una crescente e spregiudicata propaganda fondata su una grande bugia, cioè che le elezioni fossero state rubate». Non basta: «Trump ha continuato a lodare i criminali che hanno fatto irruzione, mentre i poliziotti invocavano aiuto tra i vetri distrutti del Campidoglio». La conclusione di McConnell, però, è una brusca sterzata: «Dopo un esame attento della Costituzione, ho maturato la convinzione che noi non abbiamo l’autorità per giudicare un ex presidente». La linea, i sofismi di McConnell forse sono risultati decisivi. Per settimane aveva fatto filtrare la determinazione a «spurgare il partito» dalla presenza di Trump. Aveva l’occasione per impedire a Trump di correre per la Casa Bianca anche nel 2024. Ma non ha voluto coglierla, per un calcolo politico che farà discutere. McConnell si è allineato alle preoccupazioni di altre figure di primo piano, dai senatori Lindsey Graham e Marco Rubio, al numero uno dei deputati Kevin McCarthy. Vale a dire: senza Trump non ci sono speranze di conquistare Camera e Senato nelle elezioni di mid term nel 2022. Anche per questo motivo i repubblicani hanno sminato tutto il percorso dell’impeachment. Compreso l’ultimo ostacolo, comparso a sorpresa proprio nell’ultima giornata. Il team dell’accusa, guidato da Jamie Raskin, annuncia l’intenzione di convocare una testimone, Jaime Herrera Beutler, una dei dieci deputati repubblicani che alla Camera si pronunciò a favore dell’impeachment. Venerdì 12, Beutler rivela il contenuto di una telefonata con Kevin McCarthy, il leader dei repubblicani nella House. Nel mezzo dell’assalto a Capitol Hill, racconta la parlamentare, McCarthy chiamò Trump per chiedere aiuto. Ma si sentì rispondere:«Beh Kevin, penso che costoro siano arrabbiati più di te per le elezioni». McCarthy reagì con uno scatto di ira: «Con chi c. credi di parlare?». Beutler, 42 anni, eletta nello Stato di Washington (costa occidentale degli Usa) fa sapere di essere disponibile a deporre in Aula, anche con un collegamento via Zoom. Il team della difesa insorge. L’avvocato Michael van der Veen è furioso: «C’era un accordo per non convocare testimoni. Allora vogliamo farlo anche noi. Ne possiamo portare qui cento». È una mossa chiaramente azzardata: l’obiettivo dei repubblicani è chiudere al più presto. I democratici sono d’accordo. Alla fine prevalgono il realismo e il comune interesse. Nessuna testimonianza. Le dichiarazioni di Beutler vengono messe agli atti e si prosegue verso il finale già scritto.

Impeachment, Trump assolto: il Senato Usa vota contro la condanna. La Repubblica il 13 febbraio 2021.L'assoluzione era quasi scontata: i democratici non sono riusciti a convincere abbastanza repubblicani a schierarsi con loro. L'ex presidente festeggia: "Il nostro movimento ha appena cominciato". L'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato assolto dal Senato nel secondo processo di impeachment nei suoi confronti, quello scattato dopo l'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Il voto, che non era mai stato davvero in discussione, è arrivato al termine di una giornata tesissima, che poche ore fa aveva visto approvare la richiesta dei democratici di ascoltare testimoni, che avrebbe portato a far slittare il voto di parecchi giorni. Trump è accusato di aver istigato l'assalto al Campidoglio di Washington. Sette repubblicani hanno votato contro il presidente: il numero più alto di defezioni nel partito dell'imputato nella storia dell'impeachment. Ma un numero comunque insufficiente: per la condanna sarebbe stato necessario che almeno 17 senatori repubblicani gli votassero contro per raggiungere la maggioranza qualificata richiesta. A favore ci sono stati invece 57 voti, di cui appunto sette repubblicani. I no sono stati 43. Per la condanna erano necessari 67 voti, ossia i due terzi dei 100 senatori. Trump ha commentato la vittoria con un comunicato in cui parlava di "caccia alle streghe": "il nostro movimento ha appena iniziato", ha detto. Trump è il primo presidente Usa processato due volte per impeachment, la prima un anno fa. In caso di condanna si sarebbe poi passati alla decisione sulla ineleggibilità, ma con l'assoluzione l'ex presidente è libero di ripresentarsi alle elezioni fra quattro anni per tentare di tornare alla Casa Bianca. Un primo voto in occasione dell'avvio del processo martedì scorso ha chiarito i rapporti di forza: 56 senatori, di cui solo 6 repubblicani, hanno considerato che il processo fosse coerente con la Costituzione nonostante Donald Trump abbia già lasciato la Casa Bianca. Per due giorni, da quel momento, i rappresentanti dell'accusa alla Camera hanno esposto i fatti, coadiuvati dalla proiezione di video, spiegando che da "comandante in capo" il presidente si era tramutato in "istigatore in capo".  Successivamente, la difesa dell'ex presidente ha considerato "ingiusto" il processo, un "atto di vendetta politica". La speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, dopo l'assoluzione di Trump ha definito "codardi i repubblicani che hanno avuto paura di fare il loro lavoro rispettando le istituzioni". Pelosi ha criticato il leader dei senatori repubblicani McConnell per non aver convocato il processo quando Trump era ancora in carica e lo ha accusato di aver usato questo ritardo come pretesto per assolverlo.

Paolo Mastrolilli per “la Stampa” il 14 febbraio 2021. Anche stavolta Trump è riuscito a cavarsela. Ha evitato il secondo impeachment, nonostante 7 repubblicani abbiano votato al Senato per condannarlo. Ne esce però con un'eredità politica ancora più devastata, con cui dovranno fare i conti i compagni di partito che lo hanno salvato. Ma a sentenza arrivata l'ex presidente ha accusato «la caccia alle streghe» di cui si sente vittima e poi rilanciatola sfida per il futuro: «Il nostro movimento Maga (Make America Great Again) è solo all'inizio». I suoi avvocati avevano già comprato i biglietti per tornare a casa, e quando ieri mattina il leader dei repubblicani al Senato McConnell aveva scritto ai colleghi che avrebbe votato per assolverlo, la partita sembrava chiusa. La sorpresa però è arrivata dalla decisione dei procuratori democratici di convocare i testimoni al processo. Questo poteva allungarlo in maniera indefinita e aprire un vaso di Pandora. Il procedimento pareva concluso dopo l'arringa dei difensori venerdì sera. I procuratori avevano dimostrato il ruolo di Trump nel preparare il terreno per l'assalto al Congresso del 6 gennaio, ma secondo i repubblicani non avevano provato una sua responsabilità diretta. Sullo sfondo poi rimaneva il dubbio riguardo la costituzionalità dell'impeachment di un presidente non più in carica. In serata però è esploso un altro scandalo. La deputata repubblicana Jaime Herrera Beutler, uno dei 10 parlamentari del Gop che avevano approvato l'impeachment alla Camera, ha rivelato alla Cnn di aver assistito ad una telefonata infuocata tra il suo leader McCarthy e Trump, mentre gli assalitori sfondavano le porte del Congresso. Il capo del Gop aveva chiesto a quello della Casa Bianca di fermare i suoi sostenitori, che minacciavano la vita del vice Pence, ma Donald aveva risposto che erano Antifa. McCarthy allora aveva alzato la voce: «No, sono i tuoi uomini». Trump aveva risposto così: «Kevin, si vede che queste persone sono più arrabbiate di te per le elezioni». A quel punto il leader dei deputati repubblicani aveva perso il controllo: «Con chi ... (parolaccia ndr) credi di parlare?!». Questa rivelazione ha cambiato la dinamica del processo. Gli avvocati avevano basato la difesa sul fatto che l'ex presidente non era mai stato informato dei piani per assaltare il Congresso, e della gravità dell'attacco, ma la testimonianza di Herrera Beutler dimostrava il contrario. Trump sapeva e aveva preso le difese degli aggressori. Così ieri mattina il capo dei procuratori democratici Raskin ha chiesto di convocare i testimoni, a partire da Herrera Beutler, perché i fatti nuovi aiutavano a provare lo stato d'animo e la responsabilità di Donald. Il Senato ha votato sulla sua richiesta e l'ha approvata con 55 voti favorevoli, tra cui 5 repubblicani. Questo avrebbe allungato e complicato il processo, andando anche contro gli interessi di Biden, che vuole attuare la sua agenda e varare il pacchetto di stimoli per l'economia da 1,9 trilioni di dollari. Quindi è stato trovato il compromesso di mettere la denuncia di Herrera Beutler agli atti, senza però convocare testimoni. Così si è passati al voto, con 57 senatori favorevoli alla condanna e 43 contrari. Sette repubblicani, Romney, Murkowski, Collins, Sasse, Toomey, Burr e Cassidy, si sono uniti ai democratici, decretando il consenso bipartisan più ampio nella storia degli Usa per l'impeachment di un presidente. Non è bastato, perché per la condanna servivano 67 voti, ma ormai anche gli ex alleati di Trump dicono che la sua avventura politica è finita. L'imbarazzo però riguarda tutti i repubblicani, che già alle elezioni midterm dell'anno prossimo dovranno spiegare perché lo hanno assolto.

Il suo avvocato: "Proteste Capitol Hill come Black Lives Matter". Impeachment, Trump assolto per l’assalto a Capitol Hill: “Vi presento Maga”. Redazione su Il Riformista il 13 Febbraio 2021. Donald Trump è stato assolto al Senato nel procedimento di impeachment per l’accusa di istigazione all’insurrezione dopo l’assalto dei suoi sostenitori a Capitol Hill il 6 gennaio scorso dove si sono registrati quatto morti e decine di arresti. Solo 7 senatori repubblicani, contro i 17 necessari, si sono uniti ai 50 democratici che hanno votato compatti per l’impeachment. I no sono stati 43. Per la condanna erano necessari dunque 67 voti. Trump è stato assolto per la seconda volta in un procedimento di impeachment, ed è il primo caso nella storia Usa in cui questo procedimento viene avviato contro un presidente non più in carica. Trump ha commentato la vittoria in una nota dove  parlava di “caccia alle streghe”. “La mia avventura politica è appena iniziata” ha annunciato. “Il nostro movimento storico, patriottico e bellissimo per rendere di nuovo grande l’America, Make America Great Again, è appena iniziato. Nei mesi a venire ho molto da condividere con voi e non vedo l’ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per raggiungere la grandezza americana per tutta la nostra gente. Non c’è mai stato niente di simile”, ha sottolineato l’ex presidente Usa. Non sono tuttavia mancati i colpi di scena nella quinta giornata del processo di impeachment nei confronti di Trump. Era da poco cominciata la fase finale del processo, quando l’accusa ha chiesto a sorpresa di potere citare come testimone la deputata del Gop Jaime Herrera Beutler, finita sotto i riflettori dopo avere rivelato una telefonata tra il leader della minoranza repubblicana alla Camera, Kevin McCarthy, e il magnate, nella quale quest’ultimo avrebbe rifiutato di fermare i rivoltosi durante l’attacco a Capitol Hill. “È stato allora che, secondo McCarthy, il presidente ha detto: ‘Bene, Kevin, immagino che queste persone siano più arrabbiate per le elezioni di te'”, ha scritto la deputata in un post di Twitter, rivelando ciò di cui era venuta a conoscenza. La Camera alta in un primo momento ha approvato, con il voto favorevole di 55 senatori, compresi 5 repubblicani tra cui la ex fedelissima del tycoon Lindsey Graham, la richiesta dell’accusa, salvo poi fare marcia indietro con un accordo che prevede l’inclusione a verbale della dichiarazione di Beutler. L’avvocato di Trump Michael Van der Veen ha invece equiparato l’insurrezione del Campidoglio alle proteste di Black Lives Matter la scorsa estate. Van der Veen ha anche accusato Joe Biden di non condannare la violenza sorta in alcune proteste del BLM. Lo riporta il Guardian, che però sottolinea che Biden ha ripetutamente condannato la violenza durante le proteste e ha invitato i manifestanti a rimanere pacifici mentre marciavano contro l’uccisione di George Floyd da parte della polizia. Van der Veen ha affermato che tutti riconoscono l’orrore della rivolta al Campidoglio degli Stati Uniti il mese scorso, ma che l’ex presidente non era responsabile. Ha aggiunto che non ci sono prove che Trump abbia incitato una “insurrezione armata” per “rovesciare il governo degli Stati Uniti” e pensare che Trump lo abbia voluto è “assurdo”. Ha infine spiegato che l’evento del 6 gennaio doveva essere pacifico ma che un piccolo gruppo l’ha “dirottato” per i propri scopi.

Impeachment, Donald Trump assolto al Senato. Fallisce il tentativo dei democratici di condannare l'ex Presidente Usa accusato di istigazione all'insurrezione per l'assalto dei suoi sostenitori al Campidoglio il 6 gennaio scorso. Il voto finisce 57 a 43 ma erano necessari i due terzi del Senato. Roberto Vivaldelli, Sabato 13/02/2021 su Il Giornale. 57 a 43. Per la seconda volta l'ex presidente Usa Donald Trump è stato assolto nel processo di impeachment, giudicato non colpevole dell'accusa di istigazione all'insurrezione per l'assalto dei suoi sostenitori al Campidoglio il 6 gennaio scorso. Sono solamente sette, infatti, i repubblicani che si sono uniti ai democratici votando a favore della messa in stato di accusa del tycoon, ossia Richard Burr, Bill Cassidy, Susan Collins, Lisa Murkowski, Mitt Romney, Ben Sasse e Pat Toomey. Per la condanna era necessaria la maggioranza dei due terzi del Senato (composto da 100 seggi) e dunque il voto di 17 repubblicani. Il processo di impeachment a carico di The Donald era iniziato lo scorso 13 gennaio: secondo i democratici, Donald Trump era colpevole di aver incitato i suoi sostenitori ad assaltare il Campidoglio. L'assoluzione lascia aperta a Trump la possibilità di candidarsi nel 2024, anche se i democratici hanno lasciato intendere che potrebbero tentare di sabotare la sua candidatura invocando il 14 ° emendamento. "Voglio innanzitutto ringraziare il mio team di avvocati per il loro instancabile lavoro a favore della giustizia e della difesa della verità" ha dichiarato al termine del processo l'ex presidente Usa Donald Trump, in una dichiarazione riportata dai media internazionali. "I miei più sentiti ringraziamenti - aggiunge -anche a tutti i senatori e membri del Congresso degli Stati Uniti che si sono schierati con orgoglio per la Costituzione che noi tutti veneriamo e per i sacri principi legali nel cuore del nostro Paese". Trump ha condannato il processo di impeachment come "un'altra fase della più grande caccia alle streghe nella storia del nostro Paese". "Il nostro movimento storico, patriottico e bellissimo per rendere di nuovo grande l'America, Make America Great Again, è appena iniziato. Nei mesi a venire ho molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per raggiungere la grandezza americana per tutta la nostra gente. Non c'è mai stato niente di simile", ha sottolineato l'ex presidente Usa. Secondo il leader della maggioranza al Senato, il democratico Chuck Schumer, ha definito il voto "anticamericano" e ribadito l'ex Presidente Usa "ha ispirato, diretto e spinto una folla per impedire violentemente il trasferimento pacifico del potere, sovvertire la volontà del popolo e mantenere illegalmente il potere". "Abbiamo dimostrato che ha tradito il suo Paese, abbiamo dimostrato che ha tradito la Costituzione, abbiamo dimostrato che ha tradito il suo giuramento. Senatori, questo processo in ultima analisi non riguarda Donald Trump, il paese e il mondo sanno chi è Donald Trump. Questo processo riguarda chi siamo, chi siamo" ha dichiarato prima del voto il rappresentante dell'accusa Jamie Raskin, intervenendo in Senato a Washington. In quella che Fox News definisce una "folle giornata ricca di colpi di scena", a sorpresa non sono stati chiamati testimoni nel processo di impeachment a carico di Donald Trump, anche se il Senato aveva votato sabato mattina in senso contrario. Gli avvocati di Trump e i rappresentanti dell'accusa hanno raggiunto un accordo a sorpresa nel pomeriggio. Il Senato aveva votato 55-45 per estendere il processo convocando testimoni a testimoniare, con cinque repubblicani che si sono uniti a tutti i democratici, fra cui Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell'Alaska, Mitt Romney dello Utah, Ben Sasse del Nebraska e Lindsey Graham della Carolina del Sud, che ha cambiato il suo voto negli ultimi minuti. "Donald Trump è innocente. In nessuna delle registrazioni presentate durante il processo di impeachment vi è, da parte sua, istigazione alla rivolta", ha affermato durante il dibattito il suo avvocato difensore, Michael van der Veen, nell'argomento conclusivo al processo in Senato, denunciando "il tentativo disperato" dell'accusa di salvare il caso. "Dall'inizio alla fine, questo impeachment è una vendetta politica" ha sottolineato van der Veen, come riporta l'agenzia Adnkronos. L'accusa ha "violentemente violato" le norme processuali presentando, nell'argomentazione finale, prove che non erano state accettate nel dibattimento, ha aggiunto, precisando che il caso non ha avuto alcun riferimento a leggi, alla costituzione o al Primo emendamento. "La glorificazione della rivolta civile da parte di giornalisti e politici durata anni" ha creato il clima per quello che è accaduto il sei gennaio, un assalto portato a termine da "sinistra e destra", ha aggiunto van der Veen, accusando i manager dell'impeachment di aver "fabbricato" le prove, "inammissibili in qualsiasi tribunale", e di essersi macchiati di "frode". Van der Veen ha sottolineato che "i democratici sono stati ossessionati da un impeachment contro Trump dall'inizio del suo mandato" e ora che "è un privato cittadino senza incarico hanno messo in piedi questo processo show", ha aggiunto l'avvocato.

Da “il Giornale” il 12 febbraio 2021. In Usa decine di migliaia di persone sono morte di Covid19 a causa della gestione scellerata del presidente Donald Trump. Un giudizio senza sconti quello emesso dalla Lancet Commission on Public Policy and Health in the Trump Era pubblicato sulla rivista The Lancet mentre gli Stati Uniti stanno per segnare il triste record di mezzo milione di morti per Covid. «Trump ha tagliato tasse per trilioni di dollari alle fasce più abbienti creando un buco di bilancio, per giustificare il quale ha a sua volta tagliato la spesa sociale e quella sanitaria», scrive The Lancet. Gli esperti hanno anche sottolineato la fragilità e il degrado in cui versava il sistema sanitario americano. La spesa pubblica per la salute tra il 2002 e il 2009 è scesa dal 3,21 al 2,45 per cento, circa la metà di quella in Canada e nel Regno Unito. Per determinare quante vite si sarebbero potute salvare, la commissione ha paragonato il tasso di mortalità negli Usa con la media di quello di altri Paesi simili del G7, come Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone e Gran Bretagna. Si sarebbe potuto evitare dunque il 40 per cento delle vittime. Sotto accusa anche il tentativo di Trump di abrogare la riforma sanitaria di Obama. Tentativo fallito ma che ha comunque indebolito la copertura e aumentato il numero di persone non assicurate di circa 3 milioni di unità accelerando la privatizzazione dei programmi sanitari del governo. «Il disprezzo per la scienza e i tagli ai programmi sanitari globali e alle agenzie di sanità pubblica», conclude The Lancet hanno causato decine di migliaia di morti inutili.

Michele Galvani per ilmessaggero.it il 12 febbraio 2021. Donald Trump ha avuto il Covid-19 ed è guarito. E questo si sapeva. Ma non era noto che la gravità della sua malattia fosse «stata tenuta nascosta» dal suo staff e chiaramente dalla famiglia: l'ex presidente aveva infatti livelli di ossigeno nel sangue «estremamente bassi e un problema polmonare associato alla polmonite causata dal coronavirus», secondo quando riportato da quattro persone che avevano familiarità con la sua condizione. In sostanza, «ha rischiato di morire». La sua prognosi divenne così preoccupante, prima di essere portato al “Walter Reed National Military Medical Center” lo scorso ottobre, che i funzionari credevano che «avrebbe dovuto essere messo in ventilazione». La notizia è riportata in esclusiva dal “New York Times”, che snocciola tutta la storia tappa per tappa, con dichiarazioni di fonti che - chiaramente - preferiscono restare anonime. Le fonti vicine a Trump hanno detto che erano stati scoperti degli «infiltrati polmonari, che si verificano quando i polmoni sono infiammati e contengono sostanze come fluidi o batteri». La loro presenza, soprattutto quando un paziente mostra altri sintomi, può essere un segno di un caso acuto della malattia. A quel punto, il livello di ossigeno nel sangue di Trump è stato motivo di estrema preoccupazione, perché era sceso fino al valore 80. La malattia è considerata grave quando il livello di ossigeno nel sangue scende al di sotto dei 90. In precedenza era stato sostenuto che Trump avesse avuto problemi di respirazione e febbre il 2 ottobre, il giorno in cui è stato portato in ospedale, e il tipo di trattamento che ha ricevuto indicava che le sue condizioni fossero gravi. Ma non così gravi. I nuovi dettagli sulle sue condizioni e sullo sforzo all'interno della Casa Bianca per ottenere un accesso speciale a un farmaco non approvato per combattere il virus, aiutano a ricostruire uno degli episodi più terribili della presidenza di Trump. Le nuove rivelazioni  sul suo virus sottolineano anche la natura limitata e talvolta fuorviante delle informazioni divulgate all'epoca della sua presidenza. Trump non voleva essere portato dalla Casa Bianca al Walter Reed, cedendo solo quando gli assistenti gli hanno detto che poteva «morire da solo» o rischiare di aspettare fino a quando i servizi segreti statunitensi non fossero stati costretti a portarlo fuori se si fosse ammalato», raccontano due persone vicine a lui. Mentre Trump era ricoverato in ospedale al Walter Reed, il suo team medico ha cercato di «minimizzare la gravità della situazione, dicendo che era in ripresa». A 74 anni e in sovrappeso, era invece «a rischio di malattie gravi e gli è stato prescritto un ciclo di trattamenti aggressivi». Poi, ha lasciato l'ospedale dopo tre giorni. Ci sono poi ancora domande senza risposta sul fatto che Trump fosse già malato di Covid-19 quando ha partecipato a un dibattito presidenziale il 29 settembre, solo due giorni prima dell'annuncio pubblico che gli era stata diagnosticata la malattia e tre giorni prima del suo peggioramento. Il medico di Trump, il dottor Sean P. Conley, «ha ripetutamente minimizzato le condizioni dell'ex presidente durante la sua malattia». Ma quando gli è stato chiesto se c'erano prove di polmonite o danni al tessuto, ha risposto solo che c'erano «risultati attesi, ma niente di grande preoccupazione clinica». Il dottor Conley ha anche fatto sapere che il livello di ossigeno di Trump era al 93%, non era mai sceso ai valori bassi di 80». Trump invece, ha avuto serissimi problemi a respirare alla Casa Bianca. Gli è stato somministrato due volte ossigeno prima di essere portato al Walter Reed. Mentre era ancora alla Casa Bianca, ha ricevuto un farmaco sviluppato dalla società di biotecnologie Regeneron Pharmaceuticals. Il cocktail di anticorpi - non ampiamente disponibile in quel momento - aiuta le persone infettate dal virus a combatterlo. E ha ricevuto un corso di cinque giorni del famoso farmaco antivirale remdesivir. Gli esperti medici dell'epoca credevano che il suo corso di terapia farmacologica fosse un chiaro segnale di problemi significativi legati ai suoi polmoni. In una conferenza stampa fuori dall'ospedale quel fine settimana, il dottor Conley ha offerto dati che facevano sembrare che il suo paziente si stesse riprendendo rapidamente. Ha specificato che Trump è andato bene con un test spirometrico, che misura la capacità polmonare. «Sta andando al massimo», disse Conley. «Sta andando alla grande». Quando Mark Meadows, il capo dello staff della Casa Bianca, ha cercato di dire di nascosto ai giornalisti che la situazione era più grave, Trump «è esploso di rabbia», secondo le persone che hanno parlato con lui. Solo il4 ottobre, il dottor Conley ammise di aver fornito una versione rosea delle condizioni del signor Trump.  Il team medico parlò di "febbre alta" di somministrazione di ossigeno. Sabato il livello di ossigeno di Trump era sceso di nuovo. Trump sembrava ancora alle prese con la malattia quando è tornato alla Casa Bianca, dove si è piazzato su un balcone in una scena coreografata, strappandosi la mascherina e salutando il suo elicottero. I medici dell'epoca notarono come usasse i muscoli del collo per aiutarsi a respirare, un classico segnale che i polmoni di non stanno assorbendo abbastanza ossigeno. Nelle settimane successive al suo ricovero in ospedale, l'ex presidente era convinto che il trattamento Regeneron gli avesse salvato la vita, dicendo agli assistenti: «Sono la prova che funziona». Quella frase è diventata uno scherzo tra i massimi funzionari sanitari, che si chiedevano se qualcuno avesse intenzione di dire a Trump che era in realtà un risultato di sperimentazione clinica fallita per Regeneron, poiché l'obiettivo è impedire alle persone di essere ricoverate in ospedale.

Andrea Marinelli per il "Corriere della Sera" il 10 febbraio 2021. C' è ancora una speranza per gli adepti di QAnon, il movimento che ritiene il partito democratico e le élite occidentali complici di una setta satanica di pedofili. Secondo le rivelazioni del loro profeta Q., la «talpa» che dal 2017 sostiene di battersi contro «un piano segreto del deep state» per rovesciare l' amministrazione Trump, Joe Biden sarebbe stato arrestato e giustiziato insieme ai leader del partito il 20 gennaio, durante la cerimonia inaugurale, mentre l' ex presidente sarebbe tornato alla Casa Bianca. Ovviamente la storia è andata diversamente: Trump è volato a Mar-a-Lago e Biden ha regolarmente prestato giuramento su una bibbia appartenuta alla sua famiglia dal 1893. Per alcuni seguaci è stato un trauma, come nel caso di una madre della South Carolina che si è risvegliata dal suo torpore cospirativo e ha abbracciato la realtà; altri, incitati da Q, hanno semplicemente spinto il giorno del giudizio un po' più in là, al 4 marzo, giorno in cui è previsto che il «presidente illegittimo» Biden sarà arrestato e che Trump tornerà alla Casa Bianca. Il piano, assicurano dal 20 gennaio Q. e i suoi fedeli, «è ancora in corso». A confermare l' assurda teoria cospirativa, secondo loro, sarebbe lo strano aumento dei prezzi al Trump International Hotel di Washington, l' albergo dell' ex presidente dove una stanza costa di norma 596 dollari e le notti del 3 e 4 marzo sono schizzate a 1.331. Non è la prima volta, notano tuttavia i media americani, che l' hotel alza i prezzi in date significative per i sostenitori di Trump: dormire nell' ex ufficio postale della capitale la notte del 6 gennaio, ad esempio, costava 8 mila dollari. Ma perché proprio il 4 marzo? Secondo l' ultima profezia di Q., nel 1871 il Congresso approvò in gran segreto una legge che ha trasformato gli Stati Uniti in una azienda: alla Casa Bianca c' era Ulysses Grant, generale unionista che vinse la guerra civile e che per «il movimento dei cittadini sovrani» - considerati dall' Fbi una minaccia terroristica interna - sarebbe l' ultimo presidente legittimo degli Stati Uniti prima di Trump. Grant aveva prestato giuramento proprio il 4 marzo, giorno in cui - fino all' introduzione del Ventesimo emendamento, che nel 1933 spostò l' inizio del mandato al 20 gennaio - i presidenti si insediavano alla Casa Bianca. Per questo, secondo Q., il 4 marzo 2021 segnerà l' inizio della nuova Repubblica americana. D' altronde lo stesso Trump, nel suo discorso del 7 gennaio, aveva lanciato un segnale in codice: «Il nostro viaggio - aveva detto il presidente uscente - è solo all' inizio».

Elezioni Usa, svelata la “campagna segreta” contro Donald Trump. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 6 febbraio 2021. Una grande e vasta “cospirazione” per salvare gli Stati Uniti da una guerra civile. Mentre l’America attende l’esito del processo di impeachment ai danni dell’ex presidente Donald Trump che si apre il 9 febbraio in Senato, processo nel quale il tycoon è accusato di aver istigato con un suo comizio incendiario l’assalto al Congresso da parte dei suoi fan per bloccare la certificazione della vittoria di Joe Biden, emergono nuovi elementi che aiutano a far chiarezza sulle ultime elezioni presidenziali. Tutti ricorderanno le grave accuse di brogli avanzate dal team legale di Trump all’indomani della vittoria dell’avversario democratico, bollate come teorie “cospirative” e prive di fondamento. “Ci hanno rubato le elezioni” ha detto Trump davanti ai suoi sostenitori il 6 gennaio davanti a Capitol Hill, prima che gli eventi degenerassero verso l’assalto che – forse – ha posto fine alla carriera politica del tycoon.

La “cospirazione” contro Donald Trump? Sì, c’è stata. Forse non ci saranno stati brogli – che comunque non sono stati provati legalmente – ma The Donald non aveva così torto sulla “cospirazione” ai suoi danni. Il Time ha pubblicato un’inchiesta nella quale racconta il retroscena inedito e clamoroso di “uno straordinario sforzo” mirato a “garantire il voto che fosse libero ed equo”. “Per più di un anno, una coalizione di attivisti ha sostenuto le istituzioni americane mentre venivano attaccate simultaneamente da una pandemia spietata e da un presidente incline all’autocrazia” scrive il Time. In pratica, si ammette sì l’esistenza di un “complotto” ai danni di Trump, ma orchestrato al fine di tutelare le istituzioni americane. “Sebbene gran parte di questa attività si sia stata svolta dalla sinistra – ammette la testata – era separata dalla campagna di Biden e ha attraversato le linee ideologiche, con contributi cruciali da parte di attori apartitici e conservatori”. Questi “attivisti” non cercavano tuttavia di minare la possibile vittoria di The Donald, si precisa, ma di tutelare il regolare svolgimento delle elezioni, sostiene sempre il settimanale statunitense. “Ogni tentativo di interferire con il corretto esito delle elezioni è stato sconfitto”, afferma Ian Bassin, co-fondatore di Protect Democracy, una delle tante realtà coinvolte. “Ma è estremamente importante per il Paese capire che non è successo accidentalmente. Il sistema non ha funzionato magicamente”.

Convinte milioni di persone a votare per posta. Prima di tutto gli attivisti si sono mobilitati per far votare milioni di persone per posta e convincerle, a dispetto di ciò che affermava Donald Trump, che non c’erano pericoli di frode o presunti brogli. Secondo Bloomberg, nel 2020 almeno 161 milioni di cittadini si sono recati a votare. Il 3 novembre Vox riportava che ben 92 milioni di questi elettori avevano ricevuto le schede per posta, rispetto ai soli 42 milioni del 2016. Il partito democratico, durante la campagna elettorale, ha infatti esortato gli elettori a votare per corrispondenza, mentre Donald Trump ne ha costantemente messo in discussione l’affidabilità. Risultato: 3/4 dei voti per posta sono finiti a Joe Biden e sono risultati essere fondamentali nella sua vittoria. Come scrive il Time, infatti, gli attivisti hanno lavorato su “ogni aspetto” che riguardava le elezioni. “Hanno convinto gli stati a cambiare i sistemi di voto e le leggi e hanno contribuito a garantire centinaia di milioni di finanziamenti pubblici e privati. Hanno respinto le cause per la soppressione degli elettori, reclutato eserciti di sondaggisti e hanno convinto milioni di persone a votare per posta per la prima volta”. Inoltre, “hanno spinto con successo le società di social media a prendere una linea più dura contro la disinformazione”. Tutto questo perché Donald Trump aveva messo in discussione il voto per corrispondenza mentre i democratici ne hanno fatto una bandiera di prevenzione dal Covid-19. Era il maggio 2020 quando il Gop intentò una causa legale contro il governatore democratico dello Stato della California, Gavin Newsom, in risposta all’ordinanza firmata da quest’ultimo che dava istruzione di inviare a tutti gli elettori dello Stato una scheda elettorale per posta in vista delle presidenziali. Scontro che si è ripetuto anche in molti altri stati e che – alla luce di come sono andate le cose – ha visto trionfare il partito democratico.

Chi ha architettato il tutto? L’architetto di questa grande campagna ombra contro The Donald è Mike Podhorzer, direttore politico della AFL-CIO, la più grande federazione di sindacati negli Stati Uniti e stratega politico progressista. È anche presidente del consiglio di amministrazione di Analyst Institute e Catalist, oltre a far parte del cda di America Votes, Committee of the States e Progressive Majority. Tutte realtà che, in passato, hanno ricevuto importanti donazioni da parte del magnate liberal George Soros, dal mondo di Hollywood e Big Tech. L’Analyst Institute, ad esempio, collabora con organizzazioni e campagne progressiste in tutto il Paese “per misurare e aumentare l’impatto dei loro programmi”. Preoccupato dalle uscite di Donald Trump contro il voto per corrispondenza, unito al timore che avrebbe potuto non accettare il risultato delle elezioni, Podhorzer ha deciso di interpellare altre forze progressiste e di creare un’ampia coalizione contro il tycoon. Il 3 marzo, Podhorzer ha redatto una nota riservata di tre pagine intitolata “Minacce alle elezioni del 2020”. “Trump ha chiarito che questa non sarà un’elezione corretta e che rifiuterà qualsiasi cosa tranne la sua rielezione”, ha scritto. “Il 3 novembre, se i media dovessero riferire diversamente, utilizzerà il sistema di informazione di destra per stabilire la sua narrativa e incitare i suoi sostenitori a protestare”. La pandemia ha allargato i timori di Mike Podhorzer e di altre personalità legate al Partito democratico e agli ambienti progressisti (sindacati, associazioni, ecc.). Ad aprile 2020, Podhorzer cominciò a organizzare degli incontri su Zoom per radunare le forze. “Pod ha svolto un ruolo fondamentale dietro le quinte nel mantenere in comunicazione e allineati diversi elementi dell’infrastruttura del movimento”, spiega al Time Maurice Mitchell, direttore nazionale del Working Families Party. Il gruppo di Podhorzer si è poi allargato ed esteso man mano ai rappresentanti del Congresso e ai Ceo della Silicon Valley. Un’ampia coalizione che è riuscita a sconfiggere Donald Trump.

Estratto di un articolo di Mario Platero per “la Repubblica” il 25 luglio 2021. Cominciamo dal titolo del libro: Landslide, "valanga", il termine che in una elezione americana definisce la vittoria assoluta per un candidato. Con Landslide, Michael Wolff, giunto alla sua terza opera sulla presidenza Trump in tre anni, racconta dietro le quinte la campagna del 2020 e le trame di un presidente preso da un'unica ossessione, vincere ad ogni costo. Al punto che, nel celebre comizio del 6 gennaio, dice: «Abbiamo vinto. Abbiamo vinto a valanga (landslide). Questa è stata una landslide». Il titolo del libro, dunque, riassume in una parola la visione distorta, folle che solo Trump poteva avere di quelle elezioni e della realtà, visto che tutti, a partire dal vicepresidente Pence, avevano accettato la sconfitta. Detto questo, il 67% degli iscritti al partito repubblicano continua a credere al furto elettorale e che Trump abbia appunto vinto a "valanga". Con un problema evidente per il futuro del Paese: oltre a Trump, buona parte della popolazione è pronta a negare l'evidenza. Wolff racconta con ritmo da thriller atmosfere e dettagli inediti, affermazioni, aspirazioni, bugie, minacce, miraggi, fantasie del presidente sconfitto. Cita conversazioni off the record - stile Bob Woodward - con decine di persone dell'entourage più intimo, Trump incluso! Wolff è infatti invitato a Mar-a-Lago dove in una giornata rafforza la conclusione principale del suo libro: Trump è pazzo. Partendo da questa considerazione, Wolff ci dà una radiografia originale, diversa da molte interpretazioni che abbiamo ascoltato finora: non c'erano programmi, piani, complotti nell'ostinata proclamazione di vittoria o nella presa del Campidoglio. C'erano soltanto la frenetica descrizione di un'invenzione e un guitto in azione. Cosa che, mi dice Wolff, porrà «molti problemi "bipartisan" se Trump si ricandiderà alla Casa Bianca del 2024».

Qual è un esempio della follia di Trump?

«A luglio 2020 lo scontro è ormai fra Trump e Biden. I sondaggi per la Casa Bianca non vanno bene e si decide di chiamare Karl Rove, vecchio saggio del partito. E Trump, invece di ascoltare, spiega che non attaccherà Sleepy Joe per non cadere in una trappola democratica. Loro vogliono che lui distrugga Biden per poterlo sostituire all'ultimo istante con Andrew Cuomo e Michelle Obama come vicepresidente. Il burattinaio occulto è Barack Obama in persona. Rove è sconvolto, non credeva si potesse arrivare a tanta follia anche sul piano dei tecnicismi elettorali. Chiede da chi viene questa storia. E Trump risponde: da Sean Hannity (una star di Fox, maestro della manipolazione delle news). Ovviamente era tutto falso».

Un altro?

«Chris Christie, l'ex governatore del New Jersey, arriva alla Casa Bianca e Trump gli dice che invocherà un'emergenza nazionale Covid per sospendere le elezioni. Christie gli dice che la cosa non è possibile. Ma Trump vive in un suo mondo. E se i fatti non corrispondono a come li vede lui, o li ignora o si infuria».

Ma ti ha invitato a Mar-a-Lago!

«È la prova del nove: con il mio primo libro Fire and Fury mi attaccò con violenza: "porterò in tribunale il peggior giornalista del mondo". Poi, quando ha saputo che stavo preparando un nuovo libro non favorevole, mi chiama, invitandomi a passare un giorno con lui al suo club a vedere deputati e senatori che vengono a baciargli l'anello. La sera siamo a cena, con lui e Melania, noi tre al club, tavolo circondato da un cordone rosso. Una cosa surreale. Il suo bisogno di protagonismo supera qualunque inibizione». 

Come hai trovato Trump?

«In ottima forma, dimagrito, aggressivo, sempre lui, sempre pronto a creare una realtà che non esiste. E ho pensato che gli ex presidenti hanno tutti un'aria esausta, depressa per aver perso il potere. Lui stava benissimo. Trump è unico: non ha bisogno della Casa Bianca per essere Trump. Il potere non gli interessa. Gli interessa essere al centro dell'attenzione, recitare, colpire l'immaginazione con qualcosa di assurdo». 

La caduta dei Cuomo: il «fratellino» Chris sospeso dalla Cnn. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera l'1 dicembre 2021. Il conduttore cacciato per il sostegno all’ex governatore Andrew, travolto da scandali a sfondo sessuale. Dopo le dimissioni forzate, tre mesi fa, di Andrew da governatore, ora la sospensione di Chris dalla Cnn potrebbero segnare la fine della saga dei Cuomo: la famiglia italoamericana che ha dato all’America un amatissimo governatore, Mario, che avrebbe potuto diventare presidente degli Stati Uniti, mentre un figlio ha dominato per dieci anni la politica dello Stato di New York con l’altro divenuto il conduttore più popolare della celebre rete tv Usa. Mai amato dal partito democratico per il suo modo rude, a volte brutale, di fare politica, Andrew Cuomo era diventato assai popolare un anno e mezzo fa, per il suo modo empatico di parlare della pandemia agli americani. La Cnn ne aveva approfittato organizzando conversazioni televisive tra in due fratelli, quando Chris, contagiato e febbricitante, trasmetteva, isolato, dallo scantinato di casa. Quell’America che li guardava con simpatia non c’è più: Andrew è stato spazzato via da una serie di scandali a sfondo sessuale emersi all’improvviso. Chris vede ora la sua carriera televisiva distrutta dall’aiuto dato al fratello nei mesi in cui tentava di sopravvivere alle inchieste aperte su di lui. In imbarazzo da tempo, accusato di essere il consigliere di suo fratello, già ad agosto Chris si era difeso col suo pubblico: «Mi comporto da fratello, non da consigliere. Mai chiamato altri giornalisti per parlare di Andrew». L’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (ora candidata alla carica che fu di due Cuomo) lo ha smentito due volte. La prima facendo emergere che Chris aveva partecipato alle riunioni del team del governatore dedicate alla ricerca di una strategia difensiva. L’anchorman aveva ammesso, si era scusato con spettatori e azienda ripetendo di non aver indagato. Aveva violato le regole di comportamento della Cnn, ma venne perdonato in considerazione delle circostanze politiche straordinarie del caso. La rete non ha potuto, però, evitare d’intervenire quando dall’inchiesta è emerso che Chris aveva cercato di scoprire cosa altre testate (soprattutto il sito Politico e il magazine New Yorker) si preparavano a scrivere sul caso di Andrew e sulle donne che lo accusano. Con la redazione in rivolta e Chris attaccato dalla stampa liberal, da Atlantic al New York Times, i suoi capi sono stati costretti a sospenderlo. Gioisce Donald Trump («gran bella notizia») che lo chiamava spregiativamente Frido: un personaggio del Padrino simbolo di debolezza e ambiguità. Invece i conduttori della Fox, avversaria di destra della Cnn, solidarizzano, a modo loro, con Chris («è pessimo, ma stavolta ha ragione lui: la fedeltà al fratello e alla famiglia viene prima del lavoro»): cercano di acuire il caos nel campo avverso. Fine della storia? Andrew, personaggio vendicativo, medita rappresaglie e rivincite e la Cnn che aveva in Chris il conduttore di maggior successo, potrebbe farlo tornare quando le acque si saranno calmate. Forse non è la fine della storia, ma è la fine di una favola di successi.

Andrew Cuomo nel tritacarne del giustizialismo. Le accuse di molestie e il processo mediatico. Per ora l’unica vittima è l’ex Governatore di New York, Andrew Cuomo. Ecco la situazione giudiziaria. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 12 agosto 2021. Il crepuscolo politico di Andrew Cuomo sta tutto nella tragica dissolvenza incrociata tra l’eroe anti- pandemia adorato dai newyorkesi e il molestatore seriale emarginato dal suo partito. Un declino avvenuto in pochi mesi che si è consumato nel mesto messaggio di commiato rivolto ai suoi elettori con cui annuncia le dimissioni da governatore di New York: «Chiedo scusa e assumo le mie responsabilità, ho deciso di lasciare per le mie figlie». Denunciato da 11 donne che lo accusano di molestie sul luogo di lavoro, l’ex governatore non aveva nessuna intenzione di abbandonare la poltrona, fin dall’inizio ha denunciato «manovre politiche», dietro le inchieste, giurando di non aver mai passato il segno con le sue collaboratrici. Ma la bufera mediatica che si è abbattuta su di lui nel corso delle settimane è diventata insostenibile, con lo stesso presidente Joe Biden che gli ha chiesto di fare ufficialmente un passo indietro per non creare ulteriori imbarazzi ai democratici. La procuratrice generale di Letitia James ha pubblicato un nuovo rapporto che lo accusa di aver tenuto «comportamenti inappropriati» con alcune donne del suo staff. Per esempio la sua vecchia assistente Lindsey Boylan, alla quale avrebbe proposto «una partita di strip poker» a bordo del suo jet privato. O la collaboratrice Charlotte Bennet alla quale avrebbe chiesto se avesse mai avuto relazioni con uomini più anziani tentando di darle un bacio. Avrebbe tentato di baciare durante un matrimonio a cui erano invitati anche la conoscente Anna Ruch; i due sono anche stati fotografati e nelle immagini si vede l’ex governatore che appoggia una mano sulle spalle della donna, anche se lei lo ha denunciato per averle «toccato il fondoschiena». Tra le donne che lo hanno chiamato in causa c’è anche una poliziotta di servizio nel suo ufficio che sarebbe stata molestata in un ascensore: «Mi toccò il collo e la schiena, poi la pancia e il calcio della mia pistola», afferma l’agente di polizia. Denunce ritenute «inconsistenti» dai suoi avvocati ma che gli hanno alienato qualsiasi sostegno all’interno del partito, Nonostante i principali organi di informazione lo descrivano come una specie di maniaco, Cuomo per ora non è stato rinviato a giudizio ed è tecnicamente un presunto innocente. Almeno per il diritto penale, non per la vox populi e per il tritacarne mediatico che lo ha già condannato e impallinato prima del processo dall’ondata del metoo che mai era arrivata a colpire un politico così in vista. In attesa che la giustizia confermi o smonti le accuse, l’unica vittima sicura di tutto l’affaire è proprio Andrew Cuomo, costretto a terminare nella polvere la sua carriera politica. E dire che a inizio anno c’era anche chi parlava di lui come possibile candidato alla Casa Bianca. Ora sarà fortunato se gli americani si dimenticheranno di lui. C’è da dire che l’ex governatore ha gestito in modo catastrofico tutta la vicenda con dichiarazioni imbarazzanti, da autentico “boomer” come si dice oggi in gergo, che gli hanno praticamente scavato la fossa. «Non sono un molestatore, sono un uomo italo- americano che ha abbracciato e baciato in modo disinvolto», ha detto poche ore prima delle dimissioni sugli schermi di Fox news. Parole che in un sol colpo hanno fatto infuriare milioni di donne e milioni di italiani, equiparati a satiri dalla mano morta incapaci di trattenere i propri impulsi. Ma che non ne fanno un molestatore.

Francesco Semprini per "la Stampa" il 12 agosto 2021. Non solo i procedimenti giudiziari e l'annunciato esilio politico, ora Andrew Cuomo deve fare i conti con l'accanimento degli italiani. Certo il tentativo di spiegare la sua «affettuosità manifesta» sul posto di lavoro è stato piuttosto goffo, ma ad alcuni organi di informazione non è apparso vero coglierlo in fallo e assestargli il colpo del KO. Martedì l'ormai ex governatore di New York ha annunciato in diretta le sue dimissioni dopo le accuse di molestie sessuali avanzate da undici donne e un rapporto della procuratrice generale dello Stato, Letitia James, che sembrerebbe inchiodarlo alle sue responsabilità. «Date le circostanze, la cosa migliore che posso fare per aiutare è farmi da parte, per permettere al governo di tornare a governare», ha detto. Poi però si è avventurato in una spinosa interpretazione antropologica di alcuni dei gesti che gli vengono contestati, ad esempio il bacio sulla guancia, un braccio attorno al collo in posa per una foto e il «tesoro» detto per chiamare una collaboratrice. Ha così ammesso di essere stato sempre «troppo affettuoso con le persone» e che il suo senso dell'umorismo può essere stato «pesante e privo di tatto». «L'ho fatto per tutta la mia vita, è quello che sono da quando ho memoria di me stesso - ha aggiunto - nella mia mente non ho mai superato il limite con nessuno, ma non mi sono accorto che questo limite era stato ridisegnato». Ma è la chiosa che ha innescato il corto circuito: «Ci sono cambiamenti generazionali e culturali che non ho apprezzato appieno, e avrei dovuto». Probabilmente voleva intendere di non essere stato capace di adeguarsi ai cambiamenti che la cultura americana ha sviluppato rispetto a quella presunta italiana di decenni addietro. Andrew Cuomo è figlio di Mario Cuomo, storico governatore di New York ed esponente di spicco del partito democratico di origini campane, e di Matilda Raffa di origini siciliane. Le sue parole sono state così interpretate come un'accusa alle sue origini italiane per gli atteggiamenti inappropriati con le donne. A completare l'opera sono stati alcuni organi di informazione come Fox News, emittente di orientamento conservatore, che ha proposto un eloquente sottopancia a corredo dell'immagine del governatore: «Cuomo: non sono un pervertito, sono solo un italiano». La parafrasi - il termine italiano non è stato pronunciato dal governatore - ha scatenato l'offensiva sul web e sui social da parte di italiani, oriundi e simpatizzanti. Tra chi lo ha definito indegno di avere sangue tricolore e chi lo ha accusato di essere ignobile nel tentare di mascherare i suoi atteggiamenti da «predatore» come retaggi culturali. Per il 63enne democratico si tratta dell'affondo finale, costretto a uscire di scena con l'onta di aver tradito le sue origini. Sembrano lontanissimi i tempi del mito del «super Cuomo» costruito sulla brillante gestione dell'emergenza coronavirus. Lo stesso fratello Chris, volto noto di Cnn, lo ha caldeggiato nei giorni scorsi a dimettersi perché non sarebbe sopravvissuto alle ricadute del rapporto della procuratrice James. E così ieri a fare il suo esordio da governatrice ad interim è stata Kathy Hochul, che fra due settimane si insedierà ad Albany. Hochul, 62 anni, avvocatessa e già vice di Cuomo si è detta «pronta a guidare lo Stato di New York», dopo che aveva definito i comportamenti contestati al suo ex capo «disgustosi e fuorilegge».

ANDREW CUOMO SI DIMETTE IN DIRETTA TV. (ANSA il 10 agosto 2021) Andrew Cuomo ha annunciato le sue dimissioni in diretta tv. "Mi scuso profondamente se ho offeso qualcuno, sono stato troppo familiare con le persone, uomini e donne, ma non ho mai superato il limite con nessuno": così Andrew Cuomo si è rivolto in diretta tv ai newyorchesi, visibilmente scosso ma accusando il rapporto che lo accusa di molestie sessuali di "faziosità". "Quando c'è faziosità, attenzione, può colpire chiunque". "Accetto la piena responsabilità, sono scivolato, sono stato troppo familiare con i miei collaboratori". "Ma dietro alle accuse ci sono motivazioni politiche, e sono certo che i newyorchesi capiranno". Lo ha detto Andrew Cuomo tornando a difendersi in diretta tv. (ANSA).

Lo scandalo e le indagini sulle molestie: Cuomo si dimette. Orlando Sacchelli il 10 Agosto 2021 su Il Giornale. Il politico democratico ha annunciato in conferenza stampa le proprie dimissioni dopo essere stato accusato di aver molestato sessualmente 11 donne. Da giorni sulla graticola con l'accusa di aver molestato diverse donne, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo ha deciso di fare un passo di lato, rassegnando le proprie dimissioni. Parlando ai newyorchesi in un discorso trasmesso in diretta ha rigettato le accuse affermando che il rapporto della procuratrice generale Letitia James che lo accusa di aver molestato 11 donne è falso. Poi ha chiesto scusa alle donne "offese" e ha detto che si assume la responsabilità delle proprie azioni: "Ho agito totalmente senza pensare, ho agito in modo irrispettoso e insensibile verso alcune persone e io mi scuso". Cuomo è oggetto di una procedura di impeachment da parte dell'assemblea statale, che eviterà grazie alle dimissioni. Pur uscendo di scena, con le dimissioni, Cuomo si è difeso strenuamente: "Un'inchiesta basata su fatti non veri - ha detto il governatore -. Ho chiamato le persone tesoro, ho dato loro baci e abbracci, ma stavo scherzando. Ho preso piena responsabilità per il mio comportamento, il mio senso dell'humor può essere apparso insensibile a uomini e donne, ma io non ho mai fatto nella mia vita... non ho mai superato il confine con nessuno. Ci sono stati cambiamenti generazionali che io non ho considerato". L'avvocato Rita Glavin, che difende Cuomo, ha attaccato Jon Kim, uno degli investigatori dello staff della procura federale, sottolineando che "ha cercato per anni prove contro il governatore". Sotto accusa anche la stessa procuratrice generale. "L'obiettivo dell'inchiesta del suo ufficio - ha spiegato Glavin - era costruire un caso contro il governatore, non un'analisi onesta e indipendente delle accuse". Nel rapporto di 165 pagine presentato la scorsa settimana, sottolinea l'avvocato Glavin, dalla procuratrice generale ci sarebbero "pregiudizi" e non prove contro Cuomo. Glavin prosegue affermando che Cuomo era "totalmente lontano" dall'aver cercato una relazione con una delle sue accusatrici, Charlotte Bennett, a cui si era rivolto per un altro motivo: come persona che aveva subito un'aggressione sessuale, la sua esperienza poteva essere utile al governatore, per gestire un caso di violenza che aveva coinvolto un suo stretto familiare. Sessantaquattro anni a dicembre, figlio dell'ex governatore italoamericano Mario Cuomo, Andrew aveva seguito le orme del padre, divenendo un esponente di spicco del Partito democratico ed entrando nei "giri che contano" dopo aver sposato una delle figlie di Bob Kennedy: da ministro alla Casa e allo sviluppo urbano con Clinto alla Casa Bianca, a procuratore generale di New York, e infine governatore, entrato in carica il 1° gennaio 2011. Nell'ultimo periodo della presidenza Trump aveva duramente polemizzato con la Casa Bianca, specie nella gestione del coronavirus. Polemiche durissime, vere e proprie sfide personali, che per un certo periodo avevano posto Cuomo come l'alternativa (o il maggior oppositore) di Trump. Poi però la sua leadership si era sgonfiata, a causa di uno scandalo legato ai numeri taroccati sui morti per coronavirus nelle case di riposo per anziani. Un'altra brutta pagina che ha macchiato l'esperienza politica del governatore democratico, prima dello scandalo sessuale.

La reazione della Casa Bianca. "Questa è una vicenda di donne coraggiose che hanno raccontato la loro storia", afferma Jen Psaki, portavoce della Casa Bianca. La Psaki ha precisato che Joe Biden - che la scorsa settimana aveva detto che Cuomo avrebbe dovuto dimettersi - da allora non ha parlato con il governatore democratico e che la Casa Bianca non era stata avvisata in anticipo della sua decisione di dimettersi.

Orlando Sacchelli. Laureato in Scienze Politiche, ho scritto per La Nazione e altri quotidiani. Dal dicembre 2006 lavoro al sito internet de il Giornale. Ho fondato L'Arno.it, un sito per i toscani e per chi ama la Toscana. 

(ANSA il 3 agosto 2021) Il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha molestato sessualmente diverse donne e si è vendicato di un dipendente che aveva provato a denunciare la situazione. Lo ha dichiarato la procuratrice generale dello stato di New York, Letitia James dopo che Cuomo giorni fa è stato interrogato per ben undici ore dagli investigatori. La procuratrice, nel corso di una conferenza stampa, ha spiegato come tra le donne molestate ci sono un'attuale dipendente ed una ex dipendente statale. James ha accusato Cuomo anche di aver creato nei suoi uffici un ambiente di lavoro pervaso da un clima di paura e di intimidazione, oltre che ostile nei confronti di diversi membri dello staff. James ha quindi definito "eroiche" le donne, alcune giovani, che hanno avuto il coraggio di denunciare.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 4 agosto 2021. Il governatore Andrew Cuomo è stato formalmente accusato di molestie sessuali su undici donne dal procuratore generale di New Yor, Letitia James. Cuomo è stato accusato per la prima volta di cattiva condotta sessuale l'anno scorso, ma nella conferenza stampa di martedì sono state tirate in ballo diverse nuove vittime e sono stati resi noti i nove precedenti accusatori di Cuomo - le cui testimonianze sono risultare convincenti agli investigatori. Il governatore ha negato furiosamente la scorrettezza e ha rifiutato di dimettersi, nonostante il presidente Biden abbia aggiunto la sua voce alle richieste di Cuomo di lasciare l’incarico. Qui diamo uno sguardo dettagliato alle donne le cui affermazioni hanno innescato la più grande crisi della carriera di Cuomo, al terzo mandato.

Poliziotto di Stato n. 1. Cuomo è accusato di aver molestato sessualmente una poliziotta di stato, indicato nel rapporto come Trooper N. Il governatore avrebbe voluto la soldatessa senza nome nella sua cerchia ristretta nonostante avesse completato solo due anni di addestramento. Si dice che abbia chiesto a un membro anziano della sua scorta di sicurezza di aggiungerla alla squadra anche se non soddisfaceva i requisiti standard. «Ah ah, hanno cambiato il minimo da 3 anni a 2 solo per te», ha detto il membro senior della sicurezza al soldato in un'e-mail, inclusa nel rapporto del procuratore. Una volta entrata nella sua squadra, l'ha presumibilmente molestata in diverse occasioni, una volta le ha passato la mano sullo stomaco dall'ombelico all'anca destra mentre teneva la porta aperta per lui durante un evento. «Mi sono sentita... completamente violata perché per me... questo è tra il mio petto e le mie parti intime», ha detto il soldato, secondo Business Insider. È anche accusato di averle «passato un dito sulla schiena» mentre erano in ascensore insieme dicendo "hey tu", e baciandola sulla guancia di fronte a un altro soldato. «Ricordo di essermi sentiti ghiacciare, - pensavo, oh, come faccio a dire di no educatamente. E ora sono sulla cattiva lista», ha detto la soldatessa. Cuomo avrebbe anche chiesto a lei di aiutarlo a trovare una ragazza e ha detto che voleva qualcuno a cui «piacesse il dolore», e le ha chiesto perché volesse sposarsi, dicendo che così «il tuo desiderio sessuale diminuisce». «Il soldato n. 1 ha trovato queste interazioni con il governatore non solo offensive e scomode, ma notevolmente diverse dal modo in cui il governatore ha interagito con i membri del PSU che erano uomini, e ha comunicato questi incidenti ai colleghi», si legge nel rapporto. Il poliziotto ha detto che temeva di subire ritorsioni se si fosse ribellata.

Impiegato dell'ente statale n. 2. Un medico afferma di essere stata molestata sessualmente mentre somministrava a Cuomo un test COVID-19. La dottoressa che ha somministrato un test per il COVID-19 a Cuomo è stata molestata sessualmente durante l'incidente. Il 17 maggio 2020 Cuomo ha detto al medico, davanti alle telecamere «che piacere vederti dottore, fai sembrare bello quel vestito». Il medico, che si è presentato in completo DPI, non ha risposto al suo commento. Il rapporto afferma anche che prima del test, Cuomo le ha chiesto di non tamponarlo così forte da «colpirgli il cervello».  Lei ha risposto che sarebbe stata «gentile ma precisa» e lui ha detto «L'ho già sentito prima», che il dottore inteso come «riferito a qualcosa di natura sessuale». Il medico ha ritenuto che l'interazione fosse una molestia sessuale e gli investigatori hanno concordato. 

Un altro "impiegato dell'ente statale" senza nome n. 3. La dipendente non identificata, citata come "Dipendente dell'entità statale n. 1", ha affermato di aver partecipato a un evento con Cuomo nel settembre 2019. Dopo aver tenuto un discorso, si dice che Cuomo abbia posato per delle foto con lei. Mentre la foto veniva scattata, le «afferrava il sedere». «La dipendente è rimasta scioccata e ne ha discusso con un certo numero di amici, familiari e colleghi», afferma il rapporto. Ha anche «memorizzato il tocco inappropriato del Governatore» contemporaneamente, ma il rapporto non dice come.

"Assistente Esecutiva Uno" n. 4. Cuomo è accusato di aver palpeggiato una assistente esecutiva, la cui identità rimane anonima, in occasione di un evento lo scorso novembre, dopo aver regolarmente messo in atto uno schema di condotta improprio iniziato alla fine del 2019. Il rapporto afferma che Cuomo ha ripetutamente molestato sessualmente "L’Assistente Esecutiva Uno" quando lavorava per lui sottoponendola ad «abbracci stretti e intimi», «baci sulle guance e sulla fronte», «almeno un bacio sulle labbra» e «toccandole il culo». Si riferiva a lei e a un’altra assistente come «mamme miste» e le chiedeva ripetutamente se avrebbe mai tradito suo marito. Il 31 dicembre 2019, Cuomo le ha chiesto di farsi un selfie mentre lavoravano insieme nel suo ufficio all'Executive Mansion. Mentre sollevava la telecamera, Cuomo «ha mosso la mano per afferrarle il sedere e ha iniziato a strofinarlo» per almeno cinque secondi, sostiene il rapporto. L'assistente «tremava così tanto durante questa interazione» che le foto risultavano sfocate - e Cuomo ha suggerito ai due di sedersi per farne un'altra, dice il documento. Quella foto, che mostra Cuomo che sorride mentre si siede su un divano con l'assistente, è inclusa nel rapporto. Il governatore le avrebbe quindi detto di inviare lo snap a un'altra aiutante, Alyssa McGrath - che ha anche accusato Cuomo di molestie sessuali - e ha detto «di non condividere la fotografia con nessun altro». La donna ha detto di non aver denunciato l'accaduto perché terrorizzata. Cuomo ha ammesso che lui e lo staff hanno scattato una foto insieme, ma ha detto che è stata un'idea sua, perché "non gli piace fare selfie". Nel novembre 2020, avrebbe tentato di toccarle il seno all'Executive Mansion di Albany. «Per oltre tre mesi, l'assistente esecutiva n. 1 ha tenuto per sé questo incidente a tentoni e ha pianificato di portarlo "nella tomba", ma si è trovata a diventare emotiva (in un modo visibile ai suoi colleghi)». Il governatore ha dichiarato, in una conferenza stampa del 3 marzo 2021, di non aver mai «toccato nessuno in modo inappropriato». Si è poi confidata con alcuni dei suoi colleghi, che a loro volta hanno riferito le sue accuse al personale dirigente della Camera esecutiva, afferma il rapporto. L'assistente è stato convocato nella villa con il pretesto di dover assistere Cuomo con un problema tecnico che riguardava il suo telefono, secondo quanto riportato dal Times Union a marzo. I due erano soli insieme al secondo piano della residenza quando Cuomo avrebbe chiuso la porta, ha raggiunto sotto la camicetta della donna e ha iniziato ad accarezzarla. «Ci metterai nei guai», ha detto la donna e Cuomo le ha risposto: «Non mi interessa», secondo il rapporto. Il governatore poi «ha fatto scivolare la mano sulla sua camicetta e l'ha afferrata per il seno, mettendole il seno sopra il reggiseno», afferma il rapporto. Una fonte a conoscenza dell'incidente ha riferito al quotidiano che la vittima aveva chiesto a Cuomo di fermarsi. Questa è stata presumibilmente l'unica volta che l'ha toccata; tutti gli altri casi hanno comportato un comportamento civettuolo. 

Lindsey Boylan. Boylan, che è stata la prima accusatrice a parlare pubblicamente, ha affermato che Cuomo le ha fatto commenti inappropriati quando ha lavorato come capo dello staff per l'amministratore delegato dell'Empire State Development Corporation. Cuomo ha detto che la trovava attraente e che voleva giocare a strip poker. Ha anche detto che l'ha toccata fisicamente su varie parti del suo corpo, compresa la vita, le gambe e la schiena. Ha affermato che una volta denunciate le sue accuse, è stata vittima della sua squadra che ha condotto una campagna diffamatoria contro di lei mentre correva per la carica. Le presunte molestie sono avvenute tra il 2015 e il 2018.  I rapporti pubblicati all'inizio di quest'anno hanno rivelato che il principale aiutante di Cuomo ha cercato di screditare Boylan e avrebbe chiamato almeno sei ex dipendenti in cerca di notizie su di lei. 

Charlotte Bennett. Bennett ha lavorato brevemente per Cuomo come aiutante. Era una consulente per le politiche sanitarie nell'amministrazione del governatore di New York, assunta nella primavera del 2019 e rapidamente promossa a senior briefer e assistente esecutiva solo pochi mesi dopo. Il procuratore Letitia James ha confermato le sue accuse di molestie nei confronti di Cuomo. Tra le sue presunte osservazioni ci sono domande sul fatto che uscisse con uomini più anziani, chiedendole aiuto per trovare una ragazza e apparentemente interrogandola su un'aggressione sessuale che aveva subito. Bennett aveva una relazione amichevole con Cuomo grazie ai loro legami reciproci con la contea di Westchester e lo vedeva come un mentore. In un'intervista all'inizio di quest'anno, Bennett ha affermato che la sua prima conversazione imbarazzante con Cuomo è avvenuta il 15 maggio 2020. «Il governatore mi ha invitato a sollevare pesi con lui», ha scritto in un messaggio. «Mi ha sfidato a una gara di flessioni». Aveva detto ai suoi genitori quanto fosse stato sorpreso di apprendere che sollevava pesi e faceva boxe e che le aveva chiesto di fare flessioni in ufficio. In un'altra catena di testo ha detto che Cuomo «ha parlato della differenza di età nelle relazioni», definendo i suoi commenti «espliciti». Il rapporto includeva anche messaggi in cui Bennett dice a un confidente che era incredibilmente a disagio dopo un'interazione in ufficio. Bennett ha detto che stava «tremando» ed era «così sconvolta e così confusa». Nei messaggi a un altro aiutante, Bennett ha detto che Cuomo le ha ripetuto «più e più volte» che era stata «stuprata». Cuomo è stato anche registrato mentre cantava la famosa canzone d'amore degli anni '60 Do You Love Me?, dei Contours, a Bennett durante una telefonata nel 2019. Secondo il New York Post, Bennett ha avviato la telefonata dicendo: «Salve, governatore. Questa è Charlotte». Cuomo avrebbe risposto alla chiamata con «Sei pronto? Doo, doo, doo» e ha continuato a chiederle se conosceva la canzone. Cuomo avrebbe continuato a cantare: «Mi ami? Mi ami veramente? Mi ami? Ti importa?». 

Virginia Limmiatis. Virginia Limmiatis ha lavorato per National Grid e indossava una t-shirt con il nome dell'azienda scritto sul petto quando dice di aver incontrato Cuomo. Lui ha fatto scorrere le sue «due dita sul suo petto, premendo su ciascuna delle lettere mentre lo faceva e leggendo il nome dell'azienda mentre procedeva». Il rapporto dice che poi «si è sporto in avanti, con il viso vicino alla sua guancia, e ha detto "Dirò che vedo un ragno sulla tua spalla" prima di sfiorarle l'area tra la spalla e il seno». «SM. Limmiatis si è fatta avanti in questa indagine dopo aver sentito il governatore dichiarare, durante la conferenza stampa del 3 marzo 2021, di non aver mai toccato nessuno in modo inappropriato». «Come ci ha testimoniato la signora Limmiatis, “Sta mentendo di nuovo. Mi ha toccato in modo inappropriato. Sono costretta a farmi avanti per dire la verità... Non sapevo come riferire quello che mi ha fatto in quel momento ed ero gravata dalla vergogna, ma non farmi avanti adesso mi avrebbe reso complice della sua menzogna, e io non lo farò». 

Alyssa McGrath. McGrath, 35 anni, è stata la prima dipendente attuale ad accusare Cuomo e lavora come assistente esecutivo. «Nelle sue interazioni con un'altra assistente esecutiva, Alyssa McGrath, il Governatore ha fatto commenti inappropriati e si è impegnato in comportamenti molesti, tra cui: chiedere regolarmente informazioni sulla sua vita personale, compreso il suo stato civile e il divorzio; chiedere se la signora McGrath avrebbe detto all'assistente esecutivo n. 1 se avesse tradito suo marito - e se la stessa signora McGrath avesse pianificato di "mescolarsi" con gli uomini». Ha anche affermato che ha guardato la sua maglietta per complimentarsi con lei per la sua collana, le ha detto che è bellissima in italiano e l'ha baciata sulla fronte durante una festa di Natale in ufficio nel 2019. Il suo avvocato, Mariann Wang, ha detto martedì che McGrath e un altro accusatore che lei rappresenta, Virginia Limmiatis, sono stati sollevati. Le due donne «si sentono profondamente grate al team dell'AG per aver preso sul serio la questione e aver esaminato i loro rapporti in modo accurato». Wang ha continuato: «La misoginia e gli abusi di Cuomo non possono essere negati. Lo fa da anni, senza ripercussioni.  Non dovrebbe essere responsabile del nostro governo e non dovrebbe essere in alcuna posizione di potere su nessun altro». 

"Kaitlin". Kaitlin - il cui secondo nome non è pubblico - ha incontrato il governatore nel 2016 a un evento di raccolta fondi in cui sono stati fotografati insieme. In seguito, è stata assunta da lui in una posizione junior, ma le è stato dato uno stipendio di 120.000 solari - una cifra così alta che dice che è stata derisa nella sua intervista. Ana Liss. Liss, 35 anni, ha lavorato nella Camera esecutiva tra il 2013 e il 2015, durante i quali afferma che il governatore l'ha sottoposta a molestie sessuali che includevano l'essere chiamata «tesoro» e le ha messo una mano intorno alla vita. Le ha anche baciato le mani e la guancia, ha detto. Nonostante si senta a disagio, dice di non averli denunciati perché «nel suo ufficio le regole erano diverse». Ha aggiunto: "Era solo che dovresti vederlo come un complimento se il Governatore ti trova esteticamente abbastanza gradevole, se ti trova abbastanza interessante da porre domande del genere. «E così, anche se era strano, scomodo e tecnicamente non ammissibile in un tipico ambiente di lavoro, ero con questa mentalità che fosse la zona crepuscolare e... le regole tipiche non si applicassero». 

Anna Ruch. Ruch è stata ospite a un matrimonio, nel 2019 quando lei dice che ha messo le mani su una parte della sua schiena che era esposta da un taglio nel suo vestito. Ha afferrato il suo polso per allontanarlo e lui ha risposto dicendo «wow, sei aggressiva», secondo il rapporto. Cuomo poi le ha afferrato il viso con entrambe le mani e le ha detto «posso baciarti?». È stato raffigurato mentre le baciava la guancia. 

Karen Hinton. Karen Hinton, 62 anni, ha parlato al Washington Post di un incidente in cui Cuomo l'ha convocata nella sua stanza d'albergo «poco illuminata» e l'ha abbracciata dopo un evento di lavoro nel 2000.  Non era tra le 11 donne su cui il procuratore generale ha basato il suo rapporto. Hinton ha detto che ha cercato di allontanarsi da Cuomo, ma che lui l'ha tirata indietro e l'ha trattenuta prima che lei indietreggiasse e scappasse dalla stanza. Peter Ajemian, direttore delle comunicazioni di Cuomo, ha dichiarato al Post che Hinton è un «noto antagonista del Governatore che sta tentando di approfittare di questo momento per ottenere punti a buon mercato con accuse inventate di 21 anni fa». «Tutte le donne hanno il diritto di farsi avanti e raccontare la loro storia, tuttavia, è anche responsabilità della stampa considerare l'automotivazione. Questo è avventato», ha aggiunto. In risposta, Hinton ha detto al Post che «attaccare l'accusatore è il classico copione di uomini potenti che cercano di proteggersi» mentre ha detto che guardare la conferenza stampa di scuse di Cuomo «mi ha fatto impazzire». «Pensavo davvero che il flirt non riguardasse il sesso», ha detto Hinton. «Si trattava di controllare la relazione». Al momento del presunto incontro nella stanza d'albergo, Cuomo sarebbe stato a capo del Dipartimento per l'edilizia abitativa e lo sviluppo urbano degli Stati Uniti e Hinton era un consulente. Il Post riporta che Hinton e Cuomo hanno un passato conflittuale e che hanno avuto una grande discussione prima che lei lasciasse l'agenzia nel 1999, rimanendo come consulente.  Si era unita a Cuomo a Los Angeles per promuovere un programma HUD e in seguito aveva cenato nel suo hotel prima di ricevere una telefonata da lui che diceva: «Perché non vieni nella mia stanza e parliamo?».  Hinton ha detto che ha pensato fosse insolito perché Cuomo le aveva chiesto di evitare di essere vista da Clarence Day, il capo della sua sicurezza di lunga data.  «Ho fatto una pausa per un secondo», ha detto al Post per aver notato le luci basse nella stanza. «Perché le luci sono così basse? Non tiene mai le luci così basse». Hinton ha detto che si sono seduti su divani opposti e hanno parlato del loro lavoro all'HUD e che Cuomo le ha posto domande personali sulla sua vita e sul suo matrimonio, incluso se avrebbe lasciato suo marito. Afferma di essere diventata imbarazzata dopo aver parlato così tanto di se stessa e di essere andata via. «Mi alzo e dico: "Si sta facendo tardi, devo andare"» e ha descritto l'abbraccio che Cuomo le ha dato come "molto lungo, troppo lungo, troppo stretto, troppo intimo". «Mi tira indietro per un altro abbraccio intimo», ha detto. «Ho pensato che avrebbe potuto baciarmi, o fare altre cose, quindi mi sono allontanata di nuovo e me ne sono andata». Hinton ha detto al Post di aver visto la mossa come un «gioco di potere» per «manipolazione e controllo» e che la coppia non ha mai più discusso dell'incidente, sebbene siano rimasti in contatto. Ha elogiato pubblicamente Cuomo ed è stata critica, soprattutto quando ha lavorato come addetta stampa nel 2015 e nel 2016 per il sindaco di New York Bill de Blasio, con il quale il governatore ha un'intensa rivalità. Il Post ha parlato con due persone che hanno confermato che Hinton aveva parlato loro dell'incidente in hotel dopo che è successo.

Federico Rampini per “la Repubblica” il 14 marzo 2021. Era prevedibile, la sconfitta di Donald Trump trascina con sé una "caduta degli dèi" nel campo avverso. Eliminato il grande nemico, è iniziata la resa di conti dentro il Partito democratico. L' assedio al governatore di New York, Andrew Cuomo, è la storia più spettacolare: perché appartiene a una dinastia politico-mediatica (suo padre fu una star della sinistra, il fratello è un anchorman della Cnn), e perché ancora pochi mesi fa era idolatrato come il grande eroe di sinistra della lotta anti-covid. Ma sull' altra costa anche il governatore democratico della California Gavin Newsom è in difficoltà, esposto a un referendum popolare che lo vuole cacciare. Tutti e due sono finiti sotto accusa, prima di tutto, per una gestione tutt' altro che esemplare della pandemia. Ma Cuomo oltre a insabbiare i dati su una strage di anziani nelle case di cura, ha commesso un errore che è molto più grave nel contesto ideologico di oggi. Ha sottovalutato le accuse di ex collaboratrici sui suoi comportamenti allusivi o aggressivi. Si è illuso di potere reagire alle accuse chiedendo un'inchiesta regolare. Ha ignorato le nuove regole del gioco che valgono dalla nascita del movimento #MeToo. Per un politico della sua esperienza e sagacia, ha commesso un imperdonabile errore d' ingenuità, ha sottovalutato l'avversario. Su di lui si gioca infatti una battaglia per l'egemonia nel Partito democratico. La sinistra più radicale, che era uscita malconcia dal risultato elettorale di novembre - tanti seggi persi, e un presidente moderato - ha lanciato una controffensiva interna al partito e abbattere il centrista Cuomo sarebbe un trofeo ambito. La nuova sinistra non è quella del socialista Bernie Sanders, che non è riuscita a recuperare voti nella classe operaia. I nuovi movimenti che aspirano alla leadership sono quelli identitari legati a #MeToo e BlackLivesMatter. Biden spera di tenerli a bada offrendogli una manovra economica con un forte segno redistributivo, paragonabile alle riforme sociali di Lyndon Johnson (Great Society) e al New Deal di Franklin Roosevelt. Ma lo stesso Biden fatica a controllare le dinamiche di un partito sempre più eterogeneo. Il grosso delle truppe parlamentari, in particolare gli eletti che rappresentano il Midwest e l'America provinciale, sono moderati come lui. Ma sulle due fasce costiere, a New York come in California, domina la sinistra estrema delle università, del politically correct, della caccia alle streghe che scatena purghe nelle redazioni dei giornali, nei cataloghi delle case editrici. C' erano molte ragioni per sostituire Cuomo. Prima dello scandalo-covid, il malgoverno di New York era ben visibile da anni. Ma se cadrà sarà su un altro campo di battaglia.

Travolto dalle accuse. Perché si è dimesso Cuomo, il governatore dello Stato di New York in carica da 10 anni. Vittorio Ferla su Il Riformista l'11 Agosto 2021. Alla fine, Andrew M. Cuomo si dimette. Non sono bastati tre mandati come governatore di New York, né il credito accumulato nella lotta contro il coronavirus (e contro le mattane di Trump). Le accuse di molestie sessuali formulate da 11 donne e raccolte in una indagine dello stato di New York – insieme alla scoperta dei suoi tentativi di mettere a tacere, screditandola con la stampa, Lindsey Bolan, la prima delle sue accusatrici – sono state letali. «Sprecare energie in distrazioni è l’ultima cosa che il governo statale dovrebbe fare. E non posso esserne la causa», spiega Cuomo nel video in cui annuncia il passo indietro. «Date le circostanze, il modo migliore in cui posso aiutare ora è farmi da parte e lasciare che il governo torni a governare», conclude. Senza dubbio, una sconfitta schiacciante e disonorevole, ma una scelta necessaria per evitare l’impeachment che l’assemblea dello stato avrebbe avviato a breve e che lo avrebbe visto sicuramente capitolare. In questi mesi, Cuomo aveva cercato di difendersi dalle numerose accuse, negando di aver toccato le sue collaboratrici in modo improprio e giudicando l’accusa di molestie come una interpretazione errata di uno stile affettuoso e cameratesco. «Nella mia mente, non ho mai superato il limite con nessuno, ma non mi rendevo conto fino a che punto il confine fosse stato ridisegnato», spiega Cuomo. «Ci sono cambiamenti generazionali e culturali che non ho considerato fino in fondo e il mio comportamento non può avere scuse». La scelta di Cuomo è stata definitivamente presa dopo i suggerimenti del suo avvocato, Rita Glavin, e, soprattutto, costretta dall’isolamento politico in cui era precipitato: aveva perso il sostegno del presidente Biden, dei due senatori democratici dello stato e della maggior parte della delegazione del Congresso di New York. Allo stesso modo, ha pesato il clamoroso tonfo nei consensi. I sondaggi di questo mese della Quinnipiac University rivelano che il 70 percento degli elettori newyorchesi voleva le dimissioni del governatore, compreso il 57 percento dei democratici. Il 54% degli intervistati crede alle accuse delle donne molestate e ritiene Cuomo colpevole. «Penso che il governatore abbia fatto la cosa giusta», ha detto per esempio la senatrice Kirsten Gillibrand a Capitol Hill dopo il suo annuncio. «E voglio solo elogiare le donne coraggiose che si sono fatte avanti. Non è stata una cosa facile da fare». Il presidente della commissione giudiziaria dell’Assemblea di New York, Charles D. Lavine, ha dichiarato lunedì che potrebbero esserci motivi fondati per continuare l’iniziativa di impeachment contro Cuomo anche nel caso di dimissioni: in caso di impeachment, infatti, all’ormai ex governatore verrebbe negata ogni possibilità di ricoprire nuovamente la carica a New York. In ogni caso, le dimissioni saranno effettive tra 14 giorni. Per quella data sarà praticamente chiusa la carriera politica di questo vero e proprio “principe ereditario” di una importante dinastia politica americana. Andrew è infatti il figlio di Mario, già governatore di New York ai tempi di Ronald Reagan e faro della sinistra dell’East Coast. Cuomo sarà sostituito dalla vicegovernatrice Kathy Hochul che diventerà così la prima governatrice di New York e resterà in carica fino alla fine del mandato, nel novembre 2022. Vittorio Ferla

Da "il Messaggero" il 6 dicembre 2021. Prima sospeso, ora licenziato in tronco, con l'ombra anche di una denuncia per molestie sessuali: finisce così la carriera alla Cnn di Chris Cuomo (foto), il popolare anchorman di punta dell'emittente travolto dalle rivelazioni sull'attivo ruolo mediatico che giocò dietro le quinte per aiutare il fratello maggiore Andrew a difendersi dalle accuse di abusi sessuali da parte di una decina di dipendenti quando era governatore di New York. Ora però anche il giornalista rischia di trovarsi nei panni dell'aggressore nell'era del #Metoo. È stata una avvocata a informare la Cnn dell'accusa di molestie mossa da una sua cliente contro Chris Cuomo: una ex collega più giovane di un altro network, per ora rimasta senza nome. L'accusatrice ha deciso di farsi avanti perché è rimasta «disgustata» dalle dichiarazioni in tv di Chris Cuomo in difesa di suo fratello

(ANSA l'11 agosto 2021) È stato Chris Cuomo a consigliare e a convincere il fratello Andrew a mollare e a dimettersi da governatore. Secondo il New York Times, il popolare anchor della Cnn ha parlato con il fratello maggiore al telefono spiegandogli che non sarebbe potuto comunque sopravvivere alle conseguenze legate alle accuse di molestie sessuali. Solo ieri, poco prima che il governatore gettasse la spugna annunciando le sue dimissioni i tv, il Washington Post aveva riferito che tra i pochi consiglieri rimasti al suo fianco dopo lo scandalo c'era ancora il fratello Chris. L'anchor della Cnn era finito già in mezzo alle polemiche a maggio, quando emerse che al tempo delle prime accuse di molestie sessuali (a marzo), aveva aiutato il fratello a mettere a punto una strategia per uscirne pulito attraverso una campagna di comunicazione creata ad arte. Una vicenda che ha sollevato dubbi sul ruolo dell'anchor e sulla trasparenza dell'emittente.

Viviana Mazza per il "Corriere della Sera" l'11 agosto 2021. Era inevitabile, eppure è successo così in fretta da sorprendere tutti. Dopo dieci anni al potere, il governatore di New York Andrew Cuomo si è dimesso ieri in diretta tv. La sua ascesa e caduta resteranno tra le più memorabili della politica americana e segnano la fine di una dinastia. All'inizio sembrava una conferenza stampa convocata per difendersi dalle accuse di molestie sessuali delle 11 donne intervistate nel rapporto della procuratrice Letitia James. Cuomo si è fatto precedere dall'avvocata che per 45 minuti ha demolito la credibilità di quelle donne.  Poi ha preso lui la parola, negando le molestie ma scusandosi se ha offeso qualcuno («errori» dovuti a «cambiamenti generazionali e culturali» che gli sono sfuggiti). Dopodiché ha definito le accuse «politicamente motivate». Solo a questo punto il tono è cambiato: «La cosa migliore che posso fare è farmi da parte». Figlio del governatore Mario Cuomo, un faro della sinistra negli anni di Ronald Reagan, Andrew era il principe di una dinastia che per New York rappresenta ciò che i Kennedy sono per l'America (e lui, di Kennedy, ne aveva sposata una). Lascia a 63 anni senza poter realizzare il sogno di superare i tre mandati del padre toccando i quattro di Nelson Rockefeller - e di arrivare anche più in alto. Fa la fine, invece, del suo predecessore Eliot Spitzer, che si dimise nel 2008 per uno scandalo di prostitute. Ex funzionario dell'amministrazione Clinton, poi procuratore di New York, Cuomo si è visto respingere dalla classe politica in cui è cresciuto e che a lungo ha dominato in modo machiavellico, come osserva Ross Barkan nel suo libro Il Principe. Lo scandalo sessuale, iniziato con le accuse di Lindsey Boylan a dicembre, non può essere disgiunto da quello per la gestione della pandemia: per il primo rischiava l'incriminazione, per entrambi l'impeachment. Dopo essere stato per mesi elogiato come un eroe nazionale per la leadership nella battaglia contro il Covid e contrapposto a Trump, dopo essere apparso sulla Cnn in siparietti con il fratellino «anchorman» Chris e la madre Matilda cui aveva intitolato una legge per la protezione degli anziani, si è scoperto che il governatore aveva intenzionalmente fornito numeri falsi sui morti nelle case di cura: il 50% in meno, secondo un rapporto della stessa procuratrice James. A febbraio l'Fbi ha aperto un'indagine, mettendolo nei guai come non succedeva dai tempi in cui il suo consigliere Joe Percoco finì in prigione per corruzione. «Da New York - ricorda Ross Barkan - vengono le dinastie che ispirano e tormentano la nazione: i Roosevelt, i Rockefeller, i Trump». Trump, da presidente, sapeva che sarebbe sfuggito all'impeachment grazie al sostegno dei repubblicani, Cuomo sapeva di essere rimasto solo. Il presidente Joe Biden e la speaker della Camera Nancy Pelosi lo hanno invitato a dimettersi. Anche la fidata consigliera Melissa DeRosa domenica lo ha abbandonato. Gli amici gli ripetevano che la ritirata era preferibile all'umiliazione d'essere il primo governatore newyorchese sotto impeachment in oltre un secolo. Tra 14 giorni passerà le consegne alla sua vice, Kathy Hochul, una donna felice, ora, di essere stata dimenticata nelle memorie scritte dal suo capo sfruttando lo staff pagato dallo Stato. Cuomo non ha mai cercato veri alleati o amici, preferiva essere temuto anziché amato, vedeva la politica in modo transazionale, arrivando al punto di aiutare i repubblicani al Senato perché non si fidava dei progressisti del suo partito. Conquiste come i matrimoni gay, l'aumento del salario minimo, si alternano alle ombre. Tutto nelle ore buie della pandemia sembrava dimenticato. Ma i toni paterni allora rassicuranti stonano oggi, anche quando spiega di aver ascoltato per settimane le accuse di molestie seduto sul divano con le tre figlie ventenni: «Lo sguardo nei loro occhi, l'espressione sul loro viso mi hanno fatto male». La pandemia è stata per Cuomo il palcoscenico che l'11 settembre fu per Rudy Giuliani. «Il nemico è atterrato nello Stato di New York. Il Covid lanciò qui l'attacco. Veniva dall'Europa, non ne avevamo idea. Un'imboscata. Eravamo soli, era una guerra». Così il principe ha annunciato che non combatterà, sapendo di avere già perso, ma proclamandosi vincitore. 

G.R. per "la Stampa" l'11 agosto 2021. Per capire Kathleen Courtney Hochul, Kathy in politica, che succederà ad Andrew Cuomo come prima donna governatrice dello Stato di New York, risalite le ultime 100 miglia del Canale di Erie, a nord, oltre Buffalo, acque color metallo che arrivano fino a Chicago e hanno reso ricche, prima di ferrovia e autostrade, agricoltura e industria locali. Là non dominano i democratici, come a New York città, han perso Obama e Clinton, Biden ha stentato, è terra di repubblicani, irlandesi, italiani, polacchi, poveri per generazioni, che detestano la viziosa Manhattan. Kathy Hochul, 63 anni il 27 agosto, conosce bene queste rive conservatrici, ha debuttato qui con il senatore Daniel Moynihan, leggendario intellettuale che ammoniva contro gli eccessi del welfare. All'università, Hochul partecipa al movimento contro l'apartheid in Sudafrica e i costi eccessivi della laurea, ma il mentore Moynihan le insegna a lavorare alle riforme, senza grilli per la testa. Cresciuta in una tradizionale famiglia irlandese, papà senza un cent arrivato a essere manager nelle Public Relations, mamma casalinga, Kathy Hochul non manca una riunione di donne, sindacato, attivisti, fa la spola tra Buffalo e New York, suadente, pronta a mediare, ad ascoltare. Cuomo, a differenza del padre Mario, governatore per tre volte dello Stato e filosofo cattolico adorato nel partito, ha stile rabbioso, le accuse delle donne, molestie sessuali e avances aggressive che lo costringono a, tardive, dimissioni, evocano violenza per tutti sul lavoro, anche i maschi sono insultati con bullismo, «mammoletta», «femminuccia». Quando, nel 2014, Cuomo le chiede di candidarsi da vicegovernatrice, Hochul è consapevole del clima tossico che il governatore impone e dello scarso peso della carica, ruolo cerimoniale che presiede comitati economici di consultazione, ma senza potere reale. Con il realismo di Erie District, Hochul però sa di aver in quel momento poche carte in mano. Aveva fatto un vero miracolo, farsi eleggere alla Camera, nel 2011, dai ruvidi agricoltori, strappando il seggio alla Camera ai veterani repubblicani, ma dura poco, già nel 2013 perderà contro Chris Collins, populista, poi trumpiano di ferro e travolto dagli scandali. Hochul accetta dunque l'incarico, ma si tiene lontana dal governatore e dalla sua corte di yesman e donne terrorizzate, con le calunnie pronte per chi, pian piano, supera il muro del silenzio. Nel 2020, quando l'epidemia Covid spazza New York, Cuomo appare ogni sera sulla rete Cnn, a far finta di litigare col fratello Chris, giornalista, che gli tira la volata «Hai chiamato mamma?», «Sono io il preferito», «No, io!», Joe Biden sembra in difficoltà nelle primarie democratiche e Trump si dice certo di rivincere. Cuomo sogna la Casa Bianca, cui suo padre rinunciò, ancora non si sa perché, nel 1992. L'occasione svanisce, ma in attesa del 2024, Cuomo pubblica un saggio di autoelogio per il contrasto alla pandemia, in realtà assai inefficace dapprima. Titolo «Crisi americana, lezioni di leadership», il saggio è scritto da ragazzi non pagati, il governatore incassa invece 5 milioni di dollari (4,27 milioni di euro) scalando la classifica best seller 2021. Ma le voci contro Cuomo si moltiplicano, i senatori di New York, e lo stesso Biden, ne chiedono le dimissioni, la ministra della Giustizia di NY Letitia James avvia l'impeachment. Tocca allo staff della Hochul, febbrilmente, scorrere le 279 pagine, una sola lode corriva potrebbe significare morte politica. Invece, a conferma del suo egocentrismo politico e dei rapporti freddi tra i due, Cuomo non la nomina mai, e Hochul è libera di schierarsi dalla parte delle donne. New York, che ha avuto senatori come Bob Kennedy e Hillary Clinton, sembra saper rinnovare la carica di governatore solo dopo gli scandali, Hochul, prima donna nominata per le vergognose dimissioni di Cuomo, nel 2008 David Paterson, primo nero in carica, ma solo dopo la storiaccia di prostitute che travolge Eliot Spitzer. Sconosciuta alla maggioranza degli elettori, Kathy Hochul resterà in carica fino al 2023, ma la corsa tra i democratici per darle filo da torcere alle primarie 2022 è in corso, da mesi, donne incluse stavolta. E Andrew Cuomo deve guardarsi dall'inchiesta di James che continua e dai tribunali che hanno in corso varie inchieste contro l'ex enfant prodige di New York.

Massimo Fini per Il Fattoquotidiano – Estratto l'11 agosto 2021. (Dopo il vaccino anti-Covid), la seconda intollerabile intransigenza è quella del cosiddetto #Metoo. Il reato di molestie sessuali è il solo, mi pare, che prevede un'immediata presunzione di colpevolezza invece della presunzione di innocenza che, dal punto di vista giuridico, è il caposaldo di ogni democrazia che voglia definirsi tale. Adesso sotto il torchio di #Metoo, ma è solo l'ultimo di moltissimi casi analoghi, c'è il governatore di New York, Andrew Cuomo, accusato di "comportamenti inopportuni" e pressioni da undici donne. Il presidente Joe Biden ne ha chiesto le immediate dimissioni e la stessa richiesta l'ha fatta in una conferenza stampa la procuratrice generale di NewYork, Letitia James, che è un pm non un giudice. Vogliamo almeno aspettare una sentenza? In questi casi, come ho già scritto, io consiglio una querela per diffamazione, perché secondo le regole del diritto è l'accusa a dover provare l'esistenza del reato, non la difesa del presunto colpevole a dover provare la propria innocenza. E poi le "molestie sessuali" hanno assunto contorni sempre più estesi e sempre meno definiti. Che cos' è infatti un "comportamento inopportuno"? Tutto può essere "inopportuno". Se io seduto sul mio divano abbraccio le spalle della donna che mi sta a fianco è un comportamento "inopportuno"? Se la guardo con troppa intensità è un comportamento "inopportuno"? Ma allora come faccio a farle capire che mi piace e che la desidero? Dovrò forse presentarle una richiesta scritta, come già si fa in America? In quanto a lei ha mille modi per farmi capire che la cosa non le va. Il primo, e il più eloquente, è alzarsi e prendere la porta di casa. Il direttore dell'Orchestra Reale di Amsterdam, l'italiano Daniele Gatti, nel 2018 è stato licenziato in tronco per "comportamenti inappropriati". Poi si sono aperte le cateratte che hanno investito, fra gli altri, Depardieu, poi assolto per "insufficienza di prove", Placido Domingo, Vittorio Grigolo e da ultimo Kevin Spacey eliminato brutalmente dal cast di un film di Ridley Scott, carriera finita. Al ministro gallese, Carl Sargeant, non è bastato dimettersi, investito da una campagna stampa si è suicidato a 46 anni. Fin dove vogliamo arrivare? Quando io ero giovane c'era tra noi ragazzi un codice non scritto. Faccio il solito esempio del ballo, "il ballo del mattone" come canta Rita Pavone. Se lei ti metteva il braccio sul petto voleva dire che era meglio lasciar perdere, se ti metteva la mano sulla spalla il segnale era neutro, se ti metteva il braccio attorno al collo era incoraggiante ma non aveva nulla di decisivo, sarebbero seguite altre schermaglie. Era l'eterno gioco della seduzione. Oggi pare che i sessi, o generi, chiamateli come vi pare, non siano più capaci di intendersi. E comincia a diventare sinistramente vera un'affermazione del solito Nietzsche: "L'amore? L'eterno odio tra i sessi".

Enrico Franceschini per "la Repubblica" l'11 agosto 2021. "Si fa campagna elettorale in poesia, si governa in prosa", diceva Mario Cuomo, con una battuta diventata un assioma della politica, non solo americana. Ma quale stile sarebbe più adatto, i versi o la narrativa, per descrivere il doppio scandalo di abusi sessuali che ieri ha accomunato suo figlio Andrew con il principe Andrea, sulle opposte sponde dell'Atlantico? A parte lo stesso nome di battesimo, i due non potrebbero essere più diversi: uno, il governatore di New York, celebrato come l'alternativa saggia a Donald Trump durante la prima fase della pandemia negli Stati Uniti e a lungo considerato, come del resto fu il padre (detto l'Amleto dell'Hudson per la sua indecisione a candidarsi), un potenziale aspirante alla Casa Bianca: l'altro, il terzogenito della regina Elisabetta, da sempre la pecora nera della famiglia reale britannica, invischiato in casi di corruzione, golpe falliti, relazioni inappropriate. Eppure le dimissioni di Cuomo junior dopo innumerevoli accuse di violenze sessuali e la citazione in giudizio negli Usa contro il duca di York da parte di Virginia Giuffré Roberts, la "schiava del sesso" del suo amico Jeffrey Epstein, il miliardario morto suicida in carcere, vedono entrambi cadere sotto la mannaia del #MeToo, la rivolta contro gli uomini potenti che si approfittano delle donne. Cuomo senior, scomparso nel 2015, resterebbe inorridito davanti al comportamento e alla sorte di Andrew. Simile orrore prova probabilmente Elisabetta II, di fronte alla voragine che si apre sotto i piedi del principe. Per i due Andrea vale la medesima massima, lirica e drammatica, dal Re Lear di Shakespeare: "Finché possiamo dire, "questo è il peggio", vuol dire che il peggio può ancora venire". E adesso è arrivato, a New York come a Londra.

Orlando Sacchelli per ilgiornale.it l'11 agosto 2021. È stato uno dei più strenui oppositori di Trump. Poi, quando non serviva più, i democratici gli hanno dato il benservito. I primi a scaricare Andrew Cuomo sono stati proprio loro, i compagni di partito. C'è chi lo ha fatto con più enfasi - vedi la pasionaria Alexandria Ocasio-Cortez - e chi, invece, semplicemente gli ha consigliato di farsi da parte (Biden). Alla fine per evitare l'impeachment Cuomo si è dimesso, annunciandolo ai newyorchesi in diretta tv. Erano mesi che Cuomo era sulla graticola, con l'accusa di molestie sessuali. Ma la sua caduta era iniziata prima, con lo scandalo, maldestramente occultato, sulla gestione delle case di riposo per anziani, e il numero di morti per Covid occultato. I suoi collaboratori avrebbero modificato il numero di vittime per coronavirus: si parla di circa 4mila persone, morte in ospedale ma contagiate nei ricoveri per anziani. Questo dato non sarebbe finito nel computo delle vittime nelle case di riposo. Per quale motivo? Come hanno amesso i collaboratori di Cuomo al fine di evitare un’inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia di Trump, in un momento in cui lo scontro tra il presidente e il governatore era a livelli altissimi. Di un altro aspetto bisogna tenere conto. Il Partito democratico è cambiato, non è più quello dei tempi di Clinton, o anche prima. Tra le nuove correnti c'è quella ultraliberal che si batte per le minoranze e strizza l'occhio al MeToo (il movimento femminista contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne diffuso in modo virale a partire dall'ottobre 2017). Questa componente non poteva tollerare oltre i modi spicci e per certi versi arroganti di Cuomo. Stritolato uno dei protagonisti degli ultimi anni, i dem dovranno trovare un adeguato sostituto, in grado di tenere insieme i vari interessi forti che si erano stretti attorno a Cuomo: i grandi fondi finanziari, le società immobiliari e farmaceutiche, le banche, oltre alle minoranze in cerca di riscatto (vecchia anima della sinistra). Il mix tra il progressismo e il potere (economico) della Grande Mela è alla ricerca di un nuovo punto di equilibrio. Lo stesso discorso vale anche per gli Stati Uniti. Morto (politicamente) un Cuomo, se ne fa un altro...

La caduta di Cuomo.  Orlando Sacchelli il 4 marzo 2021 su Il Giornale. Il governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, in un anno è passato dalle stelle alle stalle. Se dodici mesi fa molti lo vedevano come il possibile “salvatore” dei democratici, l’unico in grado di tenere in piedi il partito dell’asinello, oggi le accuse nei suoi confronti si moltiplicano, e non solo dai repubblicani. A metterlo nei guai i dati nascosti sui reali decessi per Covid nelle case di riposo (davvero una brutta storia), a cui si aggiungono alcune accuse di molestie sessuali (si tratterebbe solo di frasi) che gli hanno mosso due sue ex collaboratrici, Charlotte Bennett e Lindsey Boylan. Cuomo afferma che alcuni comportamenti con le donne che lo accusano sono stati “interpretati erroneamente” come avance “indesiderate” e si dice disposto a collaborare con un’indagine sulle molestie sessuali condotta dalla procuratrice generale dello Stato. Poi assicura di non aver mai toccato in modo inappropriato nessuno, ma riconosce di aver preso in giro le persone e di aver fatto battute sulle loro vite personali per cercare di essere spiritoso. “Ora capisco che le mie interazioni potrebbero essere state insensibili o troppo personali – ammette – e che alcuni dei miei commenti, data la mia posizione, hanno fatto sentire gli altri in modi che non avrei mai voluto. Riconosco che alcune delle cose che ho detto sono state interpretate erroneamente” e “mi dispiace davvero per questo”. Forte imbarazzo in casa dem. Silenzio da Kamala Harris a Nancy Pelosi, le due donne più in vista del partito democratico. Silenzio anche da Hillary Clinton e dalla senatrice Elizabeth Warren. Ha parlato invece il sindaco di New York, Bill de Blasio, chiedendo un’indagine sulle accuse nei confronti del governatore. E lo stesso fa la deputata Alexandria Ocasio Cortez, altri sette parlamentari nazionali e alcuni senatori dello stato di New York, tra cui Alessandra Biaggi, presidente della Commissione Etica e Governance: “Sei un mostro, te ne devi andare, subito”. Sessantatre anni, figlio dell’ex governatore Mario Cuomo (morto nel 2015), Andrew Cuomo aveva sposato la settima figlia di Bob Kennedy, Kerry, da cui ha avuto tre figlie. I due hanno divorziato nel 2005. Laureato in legge, ha alternato il lavoro di avvocato a quello di pubblico ministero. Ha collaborato con il padre, tra gli anni Ottanta e Novanta, occupandosi di senza tetto e politiche abitative. Dal 1997 al 2001 ha ricoperto l’incarico di segretario della Casa e allo Sviluppo Urbano nell’esecutivo di Bill Clinton. Procuratore generale di New York dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2010, dal 1° gennaio 2011 è governatore dello stato di New York.

Usa, altre due donne accusano Andrew Cuomo di molestie: il governatore dello Stato di New York sempre più nei guai.  Anna Lombardi su La Repubblica l'8 marzo 2021. Dopo le ultime rivelazioni, anche alcuni colleghi di partito ne chiedono le dimissioni. Il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo è sempre più isolato. Altre due donne hanno sostenuto di aver subito molestie da parte sua, o quanto meno di essere state oggetto di attenzioni “inopportune”. E ora anche i colleghi di partito, con la leader democratica del Senato locale Andrea Stewart-Cousins in testa, ne chiedono le dimissioni. A svelare altri atteggiamenti un po’ troppo intimi del tre volte potentissimo governatore, già nei guai per aver omesso l’effettivo numero di anziani morti di Covid nelle case di riposo, sono ora Ana Liss, 35 anni e Karen Hinton che di anni oggi ne ha 62. La prima ne ha parlato al Wall Street Journal svelando di essere stata inizialmente divertita dall’atteggiamento flirtante: ma di aver poi avuto l’impressione che lui la considerasse solo per “la gonna”. Chiedendole ripetutamente se avesse un fidanzato, chiamandola "tesoro" e baciandola sì, ma sulla mano: «Mi piacevano le sue politiche, il lavoro era interessante. Ma non mi prendeva sul serio». L’altra donna, invece, una ex portavoce di Cuomo, ha raccontato al Washington Post un episodio del 2000: quando il politico, all'epoca alla guida del dipartimento per l’urbanistica, durante un viaggio a Los Angeles la chiamò nella sua stanza d'albergo dopo un evento di lavoro e la abbraccio. Lei lo respinse e lui la strinse ancora più forte. I nuovi racconti si aggiungono a quelli di altre tre donne. Lindsey Boylan, 36 anni, già capo dell’ufficio economico dello stato (e ora in gara per la presidenza della circoscrizione di Manhattan) ha descritto per prima le attenzioni sgradite del governatore sul sito Medium.com: «Mi toccava la schiena e le gambe, una volta mi baciò senza consenso. Durante un volo propose “giochiamo a Strip Poker”. Nel suo ambiente le molestie sono tollerate e pretese: un modo per gratificarti. Chi parla, paga». Un racconto rafforzato da e Charlotte Bennett, 25 anni, ex assistente del politico: «Nei giorni dell’emergenza chiedeva in continuazione della mia vita privata, dicendo di essere aperto a una relazione con una donna giovane. Non mi toccò mai ma mi fece capire di voler venire a letto con me, mettendomi a disagio e facendomi temere per il mio lavoro». Cui poi si è aggiunta Anna Ruch, 33 anni lo ha accusato di aver tentato di baciarla a un matrimonio. E c’è anche la foto. In realtà lui le tiene soltanto le mani sulle guance pure se nella foto la ragazza è evidentemente esterrefatta. «Troverete centinaia di foto come quella, insiste il governatore. È un mio gesto, lo ripeto con donne, uomini, bambini. È il mio modo di salutare la gente. La tocco, ma mai in modo inappropriato», insiste Cuomo. Che ribadisce: «Mi scuso, ma non mi dimetto. No, nemmeno se altre donne dovessero farsi avanti. Posso aver agito in maniera involontariamente indelicata, ma non ho mai fatto nulla di inappropriato. Non ho mai avuto intenzione di ferire o offendere qualcuno. Nessuno mi ha mai detto che i miei comportamenti erano fastidiosi. Ho ancora da imparare e questa esperienza mi sta insegnando molto». 

Cuomo, se il #MeToo vale sono contro Trump. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 6 marzo 2021. C’è tutta l’ipocrisia tipica del mondo progressista nello scandalo Cuomo. Nelle ultime settimane, infatti, la popolarità di Andrew Cuomo, democratico governatore dello Stato di New York, per mesi elevato a statista dai dem e dai media liberal e dipinto come l’antagonista “responsabile e competente” dell’ex Presidente Donald Trump per via della sua gestione del Covid-19 durante i primi mesi di pandemia, è caduta a picco. La prima tegola sulla sua credibilità politica era arrivata poche settimane fa : come riportato da IlGiornale.it, il New York Post diffuse un filmato di una videoconferenza con esponenti democratici durante la quale Melissa DeRosa, principale assistente di Cuomo, ammise che i suoi uffici nascosero il vero numero dei morti da Covid-19 delle case di riposo – circa 13 mila anziché 9.000 – temendo strumentalizzazioni da parte dei repubblicani e dell’ex Presidente Usa Donald Trump. Temevamo, spiega De Rosa, che quei numeri sarebbero stati “usati contro di noi” dai procuratori federali e per favorire la campagna elettorale del tycoon. Nelle ultime ore un nuovo rapporto questa volta pubblicato dal New York Times inchioda il governatore democratico: secondo le testimonianze, riporta l’agenzia Nova, i dati dei morti per Covid nelle case di riposo sono stati alterati per proteggere Cuomo dalle ricadute politiche delle incaute misure di profilassi sanitaria assunte dal governatore nelle prime e più concitate fasi dell’emergenza pandemica. SI tratta di un’accusa significativa: sino a questo momento, infatti, Cuomo e i suoi principali collaboratori hanno affermato che i dati erano stati omessi perché rilevanti ai fini di una indagine federale.

Bugie, omissioni e accuse di molestie sessuali. Dalle bugie sui morti per Covid nelle Rsa newyorkesi alle accuse di molestie sessuali. Già, perché ad affossare definitivamente la figura di Andrew Cuomo ci sono le testimonianze di tre donne sue ex collaboratrici che si sono fatte avanti per accusarlo di molestie sessuali, provocando le richieste di dimissioni anche da parte di molti democratici. Lo stesso sindaco di New York, il democratico Bill de Blasio, ha definito “grottesco”, “perverso” e “terrificante” il comportamento che Cuomo avrebbe avuto con le tre donne che lo accusano. “Se queste accuse sono vere, non può più governare”, ha anche affermato ai giornalisti. Piccata la risposta di Cuomo, che nega di aver assunto atteggiamenti inappropriati con le donne che ora lo accusano di molestie sessuali:  “Io non credo di aver mai fatto nella mia carriera politica qualcosa di cui i mi debba vergognare”, ha replicato alle accuse il governatore democratico. “Alcuni politici fanno sempre giochi politici – ha poi aggiunto – ma io non sono stato eletto dai politici, sono stato eletto dal popolo dello stato di New York”. La prima donna ad accusarlo è stata Lindsey Boylan – ex capo dello staff dell’agenzia statale per l’economia – che ha raccontato ai media di come il governatore l’abbia “toccata e baciata senza il suo consenso” durante un incontro privato.

L’ipocrisia dei democratici. De Blasio a parte, come nota Axios – testata non certo vicina ai repubblicani – la reazione (tardiva) dei democratici sullo scandalo Cuomo è stata tutto sommato piuttosto tiepida. Qualche condanna sì, ma esplicite richieste di dimissioni poche, quando il primo a pretenderle dovrebbe essere il presidente eletto Joe Biden. Molti democratici, infatti, ricorda Axios, hanno cavalcato l’onda del #MeToo e attaccato a suo tempo molto ferocemente l’ex Presidente Usa, Donald Trump, quando venne accusato di molestie sessuali formulate – tra gli altri – da Jessica Leeds e Rachel Crooks nel 2016 e poi dall’ex modella Amy Dorris. Le donne che accusano Cuomo sono forse meno credibili? Hillary Clinton, ad esempio, non ha proprio nulla da dire? Sul fronte della stampa più progressista, si registra un grande imbarazzo per lo scandalo che sta travolgendo il governatore. Molly Jong-Fast, caporedattrice del Daily Beast, una volta ha scritto un articolo circa la sua cotta per il governatore durante la pandemia. “All’improvviso, adoro il Governatore Cuomo, il suo rilassante accento del Queens, le sue storie su suo padre Mario”, ha scritto Jong-Fast nel marzo 2020. Ora è costretta a fare un’improbabile marcia indietro, giacché il suo ultimo pezzo di Jong-Fast è intitolato “‘La mia cotta per Cuomo si è rivelata essere la sindrome di Stoccolma”. Altri commentatori pro-dem, come il giornalista del New York Times Ben Smith, si sono addirittura messi a cancellare i vecchi tweet nei quali esaltava la figura politica di Andrew Cuomo.

DAGONEWS il 2 marzo 2021. Un video che mostra il governatore Andrew Cuomo che sfida una giornalista a "mangiare tutta la salsiccia" di fronte a lui alla New York State Fair 2016 è riemerso sui social media, scatenando l’indignazione del web dopo le accuse di molestie sessuali emerse contro il governatore. «Voglio vederti mangiare tutta la salsiccia» dice il governatore all'allora giornalista di NewsChannel 9 Beth Cefalu, mentre sua figlia Michaela siede in silenzio accanto a lui. «Non so se dovrei mangiare tutta la salsiccia di fronte a te, ma la mangerò sicuramente» risponde Cefalu scherzando. Cuomo quindi invita Cefalu - che si scatta un selfie con lui mentre alza il piatto - a sedersi al suo tavolo. «C'è troppa salsiccia in quella foto» dice Cuomo nello scambio imbarazzante, suscitando le risate degli altri commensali. Gli utenti hanno subito criticato Cuomo per le sue parole "inquietanti" e "imbarazzanti", ma è stata la stessa giornalista a difendere il governatore: «Non sono stata sotto pressione o molestata, eravamo due persone che si godevano l'unico evento - la fiera dello Stato di New York - che dà loro un po' più di libertà di essere informali - ha twittato Cefalu - È davvero triste che si sia stato trasformato in qualcosa di più». Il filmato è riemerso il giorno in cui Cuomo ha cercato di spiegare le accuse di molestie sessuali come "battute" che sono state interpretate erroneamente come "flirt indesiderati". Intanto dopo le accuse dell’ex membro del suo staff Lindsey Boylan, che sostiene che Cuomo l'abbia baciata sulle labbra senza preavviso, e di Charlotte Bennett, che sostiene che il governatore le abbia chiesto in via indiretta di andare a letto insieme, è emersa l’accusa di una terza donna: Anna Rouch, 33 anni, al "New York Times" ha raccontato che sarebbe stata oggetto di molestie da parte del governatore durante un matrimonio due anni fa.

Massimo Gaggi per corriere.it l'1 marzo 2021. Campane a morto per Andrew Cuomo, le cui dimissioni immediate vengono ormai chieste non solo dai repubblicani (per il caso dei dati nascosti sui morti da Covid nelle case di riposo), ma anche da molti democratici (per le accuse di molestie sessuali che gli vengono rivolte da due ex collaboratrici). Il governatore dello Stato di New York che un anno fa di questi tempi veniva invocato da molti progressisti come il leader capace, assai più di Biden, di battere Donald Trump alle presidenziali 2020, era già in caduta libera, come raccontato dal Corriere due settimane fa, per aver sottostimato (9.000 anziché 15 mila) il numero dei morti da coronavirus negli ospizi: numeri non dati — disse la sua assistente personale — temendo che venissero strumentalizzati da Trump contro i democratici. Quel caso aveva spinto molti democratici del Parlamento dello Stato a chiedere la revoca dei poteri straordinari per la pandemia a suo tempo conferiti a Cuomo. Del quale i repubblicani avevano, invece, chiesto l’impeachment. Ora i due casi a sfondo sessuale appena denunciati, anche se hanno contorni non del tutto definiti, stanno provocando una rivolta anti Cuomo nel suo stesso partito: il governatore è attaccato da almeno otto parlamentari nazionali (tra loro Alexandria Ocasio Cortez), dal sindaco di New York Bill De Blasio, e da molti senatori dello Stato, a partire dall’italoamericana Alessandra Biaggi, presidente della Commissione Etica e della Governance che già lo condanna: «Sei un mostro: te ne devi andare, subito». Il governatore cerca di difendersi negando gli abusi (baciata sulle labbra e invitata a giocare a strip-poker) denunciati da Lindsey Boylan, una ex assistente ora candidata alla guida amministrativa del distretto di Manhattan e ammettendo le conversazioni intime con Charlotte Bennett che, però, secondo lui erano paterne e non maliziose. Cuomo si mostra comunque rispettoso nei confronti delle donne che lo accusano e chiede di non essere giudicato (dalla politica e dall’opinione pubblica) fino a quando un’inchiesta non accerterà i fatti realmente accaduti.

Da ilmessaggero.it il 28 febbraio 2021. Nuovi guai per Andrew Cuomo. C'è un seconda donna, anche lei un'ex assistente del governatore di New York, che lo accusa di molestie sessuali, dicendo che il governatore ha fatto diverse domande sulla sua vita sessuale e l'ha fatta sentire «orribilmente a disagio e spaventata». Charlotte Bennett, che era una consulente per le politiche sanitarie e assistente esecutivo del governatore, ha fatto le accuse in un'intervista pubblicata dal New York Times. Bennett, 25 anni, ha detto al giornale che Cuomo le ha chiesto se avesse mai avuto una relazione con un uomo più anziano e se pensava che l'età facesse la differenza nelle relazioni. Il governatore avrebbe anche detto a Bennett al culmine della pandemia di Covid-19 che era solo e in cerca di una ragazza, che era aperto alle relazioni con donne sui vent'anni e le ha parlato della sua passata violenza sessuale in un modo che si sentiva come «qualcosa di un film dell'orrore». Bennett ha detto che Cuomo non l'ha mai toccata. Ma, ha detto al Times, «ho capito che il governatore voleva dormire con me... e mi chiedevo come avrei fatto a uscirne e ho pensato che fosse la fine del mio lavoro». In una dichiarazione Cuomo ha smentito tutto ed ha affermato che «la signora Bennett è stata un membro laborioso e stimato del nostro team durante il covid. Ha tutto il diritto di parlare». «Non ho mai nessun approccio nei confronti della signora Bennett né ho mai avuto intenzione di agire in alcun modo che fosse inappropriato», ha detto. «L'ultima cosa che avrei mai voluto era farle sentire le cose che vengono segnalate». Bennett ha detto che il suo disagio per la situazione è divampato nel tempo e ha deciso di parlare dopo aver visto un'altra ex aiutante di Cuomo, Lindsey Boylan, condividere la sua storia. Boylan, che ha lavorato come consigliere senior del governatore, ha detto che il più potente democratico di New York la toccava spesso in modo inappropriato, la metteva a disagio al lavoro e una volta l'ha baciata sulle labbra senza il suo consenso. L'ufficio di Cuomo ha definito le affermazioni «semplicemente false».

Dagotraduzione dal New York Post il 17 agosto 2021. Lunedì, Andrew Cuomo ha annunciato che entro il 27 settembre tutti gli operatori sanitari nello stato di New York devono essere vaccinati. L'annuncio è arrivato sei giorni dopo l’annuncio di Cuomo sulle sue dimissioni. Nel bel mezzo dei preparativi, ha imposto un mandato a 450.000 persone che entrerà in vigore un mese dopo la sua partenza dalla residenza del governatore. Cuomo è l'anatra più zoppa nella storia delle anatre zoppe. Ma non si comporta come tale. Dal punto di vista morale, non ha alcun diritto di stabilire regole unilaterali che entreranno in vigore 32 giorni dopo la sua fine. Ma soprattutto, non aveva alcun diritto di decidere unilateralmente che sarebbe rimasto governatore altre due settimane dopo le sue dimissioni. Robert Bentley, che si è dimesso da governatore dell'Alabama nel 2017 dopo un accordo che lo manlevasse, è uscito nel momento stesso in cui ha fatto il suo annuncio. Eric Greitens, che si è dimesso da governatore del Missouri nel 2018 nel bel mezzo di uno scandalo, si è dimesso martedì ed è uscito venerdì. Non il nostro Cuomo. Ha dato allo stato un preavviso di due settimane, come se fosse la nostra donna delle pulizie. Ma l'ha fatto? C’è qualcuno che ha visto una lettera formale di dimissioni di Cuomo con una firma in basso? Sicuramente un tale documento formale è legalmente necessario, data la natura dei poteri che Cuomo detiene come amministratore delegato dello stato di New York. Deve rinunciare al suo incarico per una questione di legge in modo che il seggio possa essere lasciato vacante prima che il suo successore, Kathy Hochul, presti giuramento. Le sue dimissioni dovrebbero entrare in vigore tra otto giorni. Dov'è la lettera? Potrebbe essere che Cuomo abbia uno schema da seguire? L'intera faccenda delle dimissioni potrebbe essere una specie di palloncino di prova - per vedere se le cose potrebbero cambiare così drasticamente a causa di circostanze impreviste che potrebbe avere motivo di revocare le sue dimissioni? David Paterson, a cui Cuomo è succeduto come governatore, lo ha detto la scorsa settimana: «È solo un po' sconcertante che volessero avere quella quantità di tempo... È sospetto, la metterò così». Questa idea ovviamente oltraggiosa potrebbe essere sembrata un po' meno oltraggiosa venerdì, quando il presidente dell'Assemblea Carl Heastie ha sospeso unilateralmente il procedimento di impeachment contro Cuomo. Una decisione presa perché le dimissioni di Cuomo avrebbero reso superflua qualsiasi indagine. Ma come l’avrà presa Cuomo, che quando non sembra psicopatico ha l’aria di delirare? Potrebbe pensare: «Bene, un proiettile è schivato. Forse ne eviterò ancora un po', e poi rimarrò nei paraggi». Di nuovo, proviamo a pensare come Cuomo. La marea si è definitivamente rivoltata contro di lui quando il presidente Biden ha detto che avrebbe dovuto dimettersi. Ora Biden è lui stesso in una crisi quasi senza precedenti dopo il disastro dell’Afghanistan. Se la prossima settimana Biden perde la fiducia del pubblico, Cuomo potrebbe credere di avere un buon motivo per restare…L'ordine di vaccinazione potrebbe essere il modo di Cuomo di provare a riaffermarsi come l'eroe del COVID che aveva finto essere l'anno scorso? Potrebbe pensare alle dimissioni di Al Franken dal Senato nel 2018 e a come i Democratici siano arrivati quasi immediatamente a pentirsi di aver insistito? Certo che potrebbe. Assolutamente potrebbe. E anche se così non fosse, anche se sa che se ne andrà tra una settimana, potrebbe passarla a prepararsi il terreno per le elezioni del prossimo anno? Certo che potrebbe. Assolutamente potrebbe. Greitens del Missouri, che ha lasciato il suo ufficio in disgrazia nel 2018, nel 2022 sarà  candidato al Senato nel suo stato d'origine. Perché Greitens dovrebbe divertirsi? Cuomo è seduto su 18,5 milioni di dollari in contanti come contributo per la campagna. Li spenderà. Su se stesso. A volte. Potremmo aver chiuso con Andrew Cuomo, ma lui potrebbe non aver ancora finito con noi.

DAGOSPIA il 21 gennaio 2021. PERCENTUALE DI AMERICANI CHE SI FIDANO DEI MEDIA TRADIZIONALI. Felix Salmon per axios.com il 21 gennaio 2021. La fiducia nei media tradizionali è scesa ai minimi storici, e molti professionisti del settore delle news sono determinati a fare qualcosa al riguardo. Perché è importante: La fede nelle istituzioni, specialmente nel governo e nei media, è il collante che tiene insieme la società. Quel collante si stava visibilmente dissolvendo già un decennio fa, e ora, per molti milioni di americani, è scomparso del tutto. Secondo i numeri: Per la prima volta in assoluto, meno della metà degli americani ha fiducia nei media tradizionali, secondo i dati del barometro annuale della fiducia di Edelman condivisi in esclusiva con Axios. La fiducia nei social media ha raggiunto il minimo storico del 27%. Il 56% degli americani è d'accordo con l'affermazione "I giornalisti e i reporter cercano di proposito di ingannare la gente dicendo cose che sanno essere false o grossolane esagerazioni". Il 58% pensa che "la maggior parte delle testate sia più interessata a sostenere un'ideologia o una posizione politica che a informare il pubblico". Quando Edelman ha sondato nuovamente gli americani dopo le elezioni, le cifre si sono ulteriormente deteriorate, con il 57% dei democratici e solo il 18% dei repubblicani  che si fidano dei media. Il quadro generale: Questi numeri hanno un'eco in tutto il resto del mondo: Non sono per lo più una funzione della guerra di Donald Trump alle "fake news". Come dice Heidi Larson (antropologa e fondatrice del Vaccine Confidence Project, ndD), "non abbiamo un problema di disinformazione, abbiamo un problema di fiducia". Le testate giornalistiche  si sono storicamente basate principalmente sulle entrate pubblicitarie, e mentre quei dollari confluiscono sempre più verso Google e Facebook, questo ha creato una debolezza istituzionale che si riverbera nei dati sulla fiducia. Invertire il declino è un compito mostruoso – un compito che alcuni giornalisti e testate stanno cercando di sobbarcarsi, ma avranno bisogno di aiuto - forse dagli amministratori delegati delle grandi società americane. Il problema: La sfiducia nei media è ormai parte centrale dell'identità personale di molti americani - un “articolo di fede” che non può essere messo in discussione. Cosa stanno dicendo: Secondo l'ex direttore del Financial Times Lionel Barber per riconquistare la fiducia del pubblico che legge serve un “factual reporting”, un’informazione legata ai fatti e alla concretezza. Axios ha la dichiarata missione di "aiutare a ripristinare la fiducia nelle notizie basate sui fatti". Margaret Sullivan, editorialista dei media del Washington Post, scrive che "il nostro obiettivo dovrebbe andare oltre il semplice mettere di fronte al pubblico un’informazione veritiera. Dovremmo anche fare del nostro meglio per assicurarci che sia ampiamente accettata". Come funziona: I media possono continuare a riportare fatti affidabili, ma questo da solo non cambierà la tendenza. Ciò che è necessario è che le istituzioni di cui le persone si fidano si stringano attorno ai media. E I CEO (che sono ormai il quarto ramo del governo americano) sono in cima alla lista delle istituzioni di cui le persone si fidano. Secondo i numeri: Il 61% degli elettori di Trump dice di fidarsi dei CEO. In confronto, solo il 28% si fida dei leader del governo e solo il 21% dei giornalisti. Morale della favola: Gli amministratori delegati si sono a lungo proposti come le persone in grado di aggiornare le infrastrutture fisiche dell'America. Ora è il momento per loro di usare la fiducia che hanno costruito per aiutare a ricostruire la nostra infrastruttura civica.

I gruppi neonazisti negli Stati Uniti hanno fatto molti più attentati dei terroristi islamici. Più della metà delle 893 azioni terroristiche compiute dal 1994 ad oggi negli States sono state organizzate da gruppi razzisti e di estrema destra, che si sono anche infiltrati dentro polizia e forze armate. Oggi minacciano la democrazia e sono una delle prime emergenze per il presidente Biden. Paolo Biondani e Leo Sisti su L'Espresso il 22 gennaio 2021. Odio politico. Armi facili. Razzismo. Leggi deboli. Propaganda incontrollata su Internet. Fake news. Crisi economica e sanitaria. Cospirazionismo. Complicità tra militari, poliziotti e politici reazionari. E coperture che per la prima volta hanno coinvolto un presidente degli Stati Uniti. È una combinazione di fattori che, dopo la sconfitta di Donald Trump e l’insediamento di Joseph Biden, rischia di innescare una miscela esplosiva. I democratici hanno vinto le elezioni conquistando anche la Camera e il Senato, ma l’America resta divisa e ferita, con spaccature territoriali, sociali e ideologiche che sembrano insanabili. In questo clima avvelenato, gli esperti temono nuove ondate di violenza politica. E una possibile escalation del terrorismo interno. Eversione di destra. Con appoggi anche dentro le istituzioni. Come negli anni più neri della democrazia italiana.

L’assedio: quante sono e dove colpiscono le milizie armate negli Usa. Alberto Bellotto su Inside Over il 28 gennaio 2021. I fatti di Capitol Hill del 6 gennaio hanno lasciato diverse questioni irrisolte. L’analisi dei video girati durante l’assalto ha gettato nuova luce sul gruppo eterogeneo degli insorti. Tra questi ha destato particolare preoccupazione la presenza degli esponenti di diverse milizie armate. Il tema è molto sensibile. Il 27 gennaio il dipartimento per la Sicurezza Interna ha diramato un allarme per l’intensificarsi delle minacce interne in riferimento a possibili azioni violente da parte di gruppi estremisti motivati ideologicamente. L’allerta, estesa fino a fine aprile, si inserisce in un contesto più ampio che prevede una possibile stretta contro il terrorismo interno da parte dell’amministrazione di Joe Biden. L’allarme parla di “extremists” ma a preoccupare sono soprattutto le milizie.  Ma quante sono e da dove provengono queste organizzazioni? La risposta è tutt’altro che scontata, perché il loro percorso storico è lungo e intricato, e nel corso della storia statunitense sono comparse e ricomparse più volte, seguendo andamenti ciclici.

Dalle milizie anti inglesi alla Guardia nazionale. Fin dall’indipendenza il termine “milizie” ha assunto significati diversi. Poco dopo la rivoluzione contro gli inglesi e l’indipendenza, con questo temine si indicavano uomini in armi che avevano prestato servizio nelle varie colonie sotto la supervisione delle autorità civili con il compito di dare appoggio alle forze federali per il controllo del territorio e per prevenire eventuali interventi controrivoluzionari britannici. Per garantire queste attività di pubblica sicurezza venne anche introdotta una riforma alla Costituzione, il famoso secondo emendamento, che permise ad ogni americano di detenere armi. Nel corso dell’ottocento queste milizie divennero sempre meno importanti e subirono profonde riforme che culminarono con la nascita della Guardia nazionale all’inizio del XIX secolo.

Il legame con le armi da fuoco. Oggi questi gruppi non svolgono più il ruolo di raccordo tra società civile e autorità, anzi si presentano soprattutto come entità antigovernative, dove con “governative” si intende il governo federale simboleggiato da Washington. Queste formazioni hanno assunto la forma attuale a partire dai primi anni 90, con l’inizio del mandato di Bill Clinton e in concomitanza delle proposte di introdurre leggi più restrittive sul possesso delle armi da fuoco. In quegli anni, infatti, si saldò la lotta al controllo sulle armi con l’attività delle milizie. I conservatori residenti nelle aree rurali temevano che la stretta fosse il preludio a un maggior controllo del governo federale. La loro attività raggiunse il culmine con l’attentato a Oklahoma City nel 1995 inseguito al quale le autorità federali incrementarono il controllo e la pressione su tutte le formazioni paramilitari. Tra la fine della presidenza Clinton e quella di George Bush il loro numero iniziò a diminuire, salvo poi crescere durante la presidenza di Barack Obama per nuovi timori legati a possibili restrizioni sulla vendita delle armi. Secondo i dati del Southern Poverty Law Center durante l’amministrazione Trump, in particolare a partire dal 2017, i numeri sono andati diminuendo, ma la possibilità che Joe Biden vari nuove strette potrebbe portare a un nuovo aumento. Le ultime stime parlano di circa 576 gruppi che in qualche modo hanno mostrato posizioni antigovernative e di queste il 31% sarebbe da ricondurre a milizie armate.

Legittimità e legalità delle milizie. Uno dei nodi fondamentali riguarda l’eventuale illegalità di queste formazioni. Per prima cosa è bene ribadire che come il Secondo emendamento dà il diritto a possedere armi da fuoco, il primo conferisce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente. A partire da questi due presupposti non c’è quindi un divieto formale alla nascita qualsivoglia gruppo. A complicare lo scenario intervengono però le varie legislazioni statali che possono varare provvedimenti più restrittivi sul controllo delle armi, ma soprattutto possono promuovere norme che vietino l’addestramento di tipo militare. Come ha raccontato Slate in quasi tutti gli Stati esistono regolamenti che impediscono di creare le condizioni per gruppi armati che svolgano funzioni di controllo del territorio al posto delle autorità di base. Ma chiaramente queste disposizioni non sono bastate ad arginare il fenomeno.

Perché se ne parla. Secondo un dossier pubblicato dall’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled) soprattutto nella seconda parte del 2020 a partire dalle proteste di Balck Lives Matter e dai risultati delle elezioni di novembre, il numero di manifestazioni che hanno coinvolto gruppi antigovernativi all’interno dei quali erano presenti anche le milizie sono andati aumentando. Stando ai dati raccolti pare che la partecipazione delle milizie a queste manifestazioni aumenti la possibilità che i cortei diventino violenti. Per Acled, che ha aggregato i dati di diversi osservatori, queste formazioni stanno diventando sempre meno improvvisate. Lavorano a tattiche di combattimento ibrido, si addestrano sia per muoversi in ambiente urbano che in contesti rurali, ma soprattutto migliorano in modo sensibile le loro pubbliche relazioni. Secondo l’osservatorio MilitiaWatch al fianco di normali azioni di propaganda hanno lanciato “operazioni sicurezza” online e offline per aumentare il reclutamento delle persone fuori dalla milizia. “Vi è”, scrive Acled, “una crescente narrativa secondo cui questi gruppi cercando di “integrare” le attività delle forze dell’ordine o addirittura sostituirsi nel ruolo di “protezione pubblica” in modo parallelo ai dipartimenti della polizia”. Queste milizie operano in tutti gli Stati Uniti, ma ci sono realtà in cui sono più attive di altre. Gli Stati più ad alto rischio sono Georgia, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin e Oregon, in particolare nelle capitali statali, negli agglomerati urbani ma anche nei suburbs. Più moderato il rischio in altre aree come Nord Carolina, Texas, Virginia, California e Nuovo Messico. Queste formazioni nascono, muoiono e si fondono con una certa fluidità. È difficile quindi che abbiano una vita lunga o siano abbastanza importanti da arrivare ad avere una rilevanza al di fuori di circoli ristretti. Alcune di loro sono però salite agli onori della cronaca. È il caso ad esempio degli Oath Keepers e dei Three Percenters. Nati entrambi dopo l’insediamento di Barack Obama nel 2009, si fondano sulla convinzione che il governo federale stia lavorando “per distruggere le libertà degli americani”. I primi, che si rifanno al giuramento di fedeltà alla Costituzione, avrebbero tra i mille e tremila adepti e si sarebbero fatti notare tra il 2014 e 2015 per aver appoggiato minatori e allevatori negli scontri contro diverse agenzie federali. I secondi, che prendono il nome da una leggenda secondo la quale solo il 3% degli americani avrebbe combattuto la Guerra di indipendenza contro gli inglesi, si sono distinti soprattutto tra il 2019 e 2020 con manifestazioni contro il controllo delle le armi da fuoco, ma anche contro i lockdown per fermare la pandemia e in funzione di contenimento dei manifestanti di Antifa e Black Lives Matter.

I legami con polizia ed esercito. Nell’ultima relazione annuale del Dipartimento per la Sicurezza Interna si legge chiaramente che i suprematisti bianchi e le milizie armate sono le minacce interne più pericolose per il Paese. A preoccupare è soprattutto un aspetto. La capacità di alcune milizie di attirare veterani dell’esercito e membri alle forze dell’ordine, non a caso tra gli assalitori del Congresso alcuni erano agenti di polizia. Ma il problema potrebbe riguardare anche il Pentagono. Come ha scritto il New York Times il dipartimento della Difesa sta lavorando per identificare militari e funzionari federali che hanno preso parte all’attacco di inizio anno. Secondo Associated Press almeno una ventina di poliziotti o membri delle forze armate sono finiti sotto inchiesta per i fatti del Campidoglio. Intanto circa un anno fa la commissione per le forze armate della Camera ha avvitato delle indagini per verificare l’avanzata dell’estremismo nelle forze armate. Sempre Acled ha scoperto che spesso negli avvisi per il reclutamento di nuovi adepti, le milizie indicano di preferire persone con pregresse esperienze in ambito militare o nelle forze di polizia. Hampton Stall, ricercatore del think tank, ha spiegato alla Bbc che è molto difficile riuscire a quantificare quanti veterani dell’esercito si siano uniti alle milizie, perché queste forme di adesione spesso sono fluide. Ad esempio i Three Percenters accolgono chiunque faccia una sorta di giuramento al gruppo, anche online. Molto spesso continua Stall, le nuove reclute dei gruppi con esperienza militare ottengono uno status superiore ai membri più anziani senza esperienza. Stewart Rhodes, fondatore degli Oath Keepers, è un veterano dell’esercito e questo ha contributo al successo della formazione tra gli ex combattenti. Questa fascinazione, spiega l’organizzazione non governativa Anti-Defamation League, riguarda soprattutto i veterani che non prestano più servizio attivo. Al contrario il tasso di adesione tra militari e poliziotti ancora in divisa rimane limitato.

Il male all'origine di tutti i mali (così si difende la democrazia). Pearl Harbor, JFK, le Torri Gemelle e l'assalto a Capitol Hill. Quattro date, quattro volte l'America sotto attacco. Ma cosa li lega davvero? Matteo Carnieletto e Andrea Indini, Domenica 17/01/2021 su Il Giornale. Un tweet. Quattro date. Una in fila all'altra. Il 7 dicembre 1941. Il 22 novembre 1963. L'11 settembre 2001. E il 6 gennaio 2021. L'indomani del blitz a Capitol Hill da parte di esagitati seguaci di Donald Trump, Alan Friedman ha affidato a un post semi muto, ma molto eloquente, il commento all'ultima puntata dell'addio alla Casa Bianca del tycoon. Si è parlato in lungo e in largo di un attacco alla democrazia. E così, seguendo questa scia di pensiero, il giornalista avrebbe accostato la pantomima dello "sciamano" Jake e degli ultrà in cerca di selfie e trofei - che, in un modo o nell'altro, è comunque costata vita a cinque persone, una delle quali ammazzata a bruciapelo - a quattro drammatici momenti (forse i peggiori) della storia americana: il brutale attacco condotto da una flotta di portaerei della Marina imperiale giapponese alla United States Pacific Fleet e le installazioni militari statunitensi di Pearl Harbor che si trovavano nell'arcipelago delle Hawaii; l'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy mentre sfilava con la moglie Jacqueline per le vie di Dallas; gli attentati di al Qaeda alle Torri Gemelle. Un paragone avventato? Un'esagerazione? Probabilmente sì. Ma obbliga comunque a più di una riflessione. Per due volte nella sua storia, l'America si è trovata il nemico in casa. Il 7 dicembre 1941 e l'11 settembre 2001, come giustamente nota Friedman. Ma pure, anche se pochi lo ricordano, il 7 maggio del 1915. Quel giorno, infatti, il transatlantico britannico Lusitania fu affondato dai tedeschi. A bordo c'erano non solo parecchi cittadini americani, ma anche molto materiale bellico. Secondo molti - che però forse ne amplificano la portata - questo evento determinò la discesa in campo degli Usa nella Prima guerra mondiale. In questo caso, colme negli altri citati dal giornalista, gli Stati Uniti si sono lasciati prendere alla sprovvista e la reazione, per molti versi, è stata scomposta. Il clima che si è venuto a creare dopo il bombardamento di Midway rivive nelle pagine scritte da James Ellroy ormai sette anni fa. Perfidia (Einaudi) che - insieme a Questa tempesta (sempre Einaudi), andrebbe riletto nuovamente oggi - è un romanzo "triste e malinconico" perché, come ammette lo scrittore stesso, è "imbevuto di quel tradimento morale che è stato, in America", cioè l'internamento dei cittadini giapponesi all'inizio della Seconda guerra mondiale. Il titolo viene dalla canzone Perfidia di Glenn Miller che, in spagnolo, significa proprio tradimento. Un tradimento che, negli occhi dello scrittore americano, non investe soltanto la politica, ma anche la storia stessa degli Stati Uniti e quindi i suoi principi di libertà. L'omicidio della famiglia Watanabe a Los Angeles diventa così l'occasione per raccontare l'odio razziale, le trame della Quinta Colonna, i rastrellamenti di 120mila giapponesi, che vivevano in California ("Un’ingiustizia di merda verso tanti innocenti"), e i soldi sporchi fatti da poliziotti corrotti e malavitosi cinesi per "proteggere" le stesse persone che avrebbero dovuto internare. Con questo male gli americani vissero a lungo e non ne ebbero mai abbastanza. Tanto che, a guerra pressoché finita, vollero definitivamente umiliare il Giappone con due devastanti attacchi atomici. Il 6 agosto 1945, poco dopo le 8 del mattino, fu asfaltata Hiroshima. Tre giorni dopo tocò a Nagasaki. Il mondo guardò senza fiatare l'uso di queste armi di distruzione di massa (la prima e per il momento unica volta nella storia) che uccisero tra 100mila e 200mila persone (quasi tutti civili). D'altra parte, come ricorda lo stesso Ellroy all'inizio di Questa tempesta, "solo il sangue muove le ruote della storia". Parole prese in prestito da Benito Mussolini. Il racconto di quei momenti drammatici e, soprattutto delle vicende che portarono ad essi, è fornito da La bomba, la graphic novel di Didier Alcante, Laurent-Frédéric Bollée e Denis Rodier pubblicata recentemente da L'Ippocampo. "In principio non c'era nulla. Ma in quel nulla c’era già tutto!", si legge nell'incipit del libro. Un inizio che quasi ribalta il Vangelo di Giovanni: "In principio era il Verbo e il verbo era presso Dio". Con l'atomica non c'è più spazio per questo. C'è solamente il vuoto. Il nulla. "In pincipio non c'era nulla. Ma in quel nulla c'era già tutto". La bomba è un'opera corale perché corale è la strada che ha portato alla strage di Hiroshima e Nagasaki. Ci sono i volti e le storie di Einstein, Enrico Fermi, il presidente Harry S. Truman, Julius Robert Oppenheimer e il generale Leslie Grove, il capo del progetto Manhatan. Strade diverse che, a un certo punto, si sono unite per fondersi nella bomba. Non una bomba. Ma la bomba. Quella che ha cambiato il corso della storia. Quella che in pochi secondi ha sancito la fine di un conflitto - la Seconda guerra mondiale - e ne ha aperto un altro. Non c'era alcun motivo per sganciare l'atomica su Hiroshima e Nagasaki. Se non uno: inviare un messaggio all'Unione sovietica e iniziare così la Guerra fredda. Ventidue anni dopo, un altro attacco. Questa volta in patria. A Dallas. Ci sono John e Jacqueline Kennedy: sfilano in un corteo di automobili "dentro il fuoco del mezzogiorno". In Libra (Einaudi), un altro romanzo da leggere e rileggere, Don DeLillo fissa quello che per il New Yorker è "il fotogramma di un istante tremendo". Un fermo immagine: Lee Harvey Oswald che dalla vetrata del Texas School Book Depository spara al presidente Kennedy. La Lincoln è scoperta. La traiettoria è precisa, taglia l'aria densa e calda e segue il bagliore di lampo che cambierà il destino del mondo portandosi dietro di sé un alone di mistero che la commissione Warren e la United States House Select Committee on Assassinations (HSCA) non riusciranno mai a dipanare. Perché Oswald è solo un burattino. E non è nemmeno l'unico a far fuoco. Questo è certo. In quel momento l'America, lacerata da una guerra interna tra la politica, frange deviate della Cia ed esuli cubani anticastristi ancora feriti dalla figuraccia fatta alla Baia dei Porci, perde un altro pezzo di sé. La guerra è in casa e rischia di destabilizzare l'intero impianto democratico. Se, però, oggi dobbiamo realmente pensare a un attacco all'America, probabilmente nell'immaginario di chiunque si materializzano le immagini delle Torri Gemelle che si sgretolano sotto i colpi dei due aerei lanciati dall'odio islamista. La fuligine che ricopre New York. Il dramma in mondovisione. Il male in diretta tivù. Ognuno di noi a boccheggiare, a sentire il crepitio delle fiamme, a pregare per quegli uomini che, per fuggire dall'incendio, si gettano giù dal grattacielo. L'odio contro la furia jihadista. "Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità", racconta DeLillo nel bellissimo L'uomo che cade (Einaudi). "Cerano persone che gli correvano accanto tenendosi asciugamani sul viso o giacche sulla testa - si legge nell'incipit del romanzo - avevano fazzoletti premuti sulle bocche. Avevano scarpe in mano, una donna gli corse accanto, una scarpa per mano. Correvano e cadevano, alcuni, confusi e sgraziati, fra i detriti che scendevano tutt’intorno, e qualcuno cercava rifugio sotto le automobili". L'orrore. Ce lo ricordiamo. È ancora stampato nei nostri occhi. Fa ancora male. "Nell’aria c’era ancora il boato, il tuono ritorto del crollo - scrive ancora DeLillo - il mondo era questo, adesso. Fumo e cenere rotolavano per le strade e svoltavano angoli, esplodevano dagli angoli, sismiche ondate di fumo cariche di fogli di carta per ufficio in formati standard dai bordi taglienti, che planavano, guizzavano in avanti, oggetti soprannaturali nel sudario del mattino". L'America avvolta nel suo sudario. Le immagini dei soldati della Guardia nazionale mentre dormono all'interno del Campidoglio mostrano che gli Stati Uniti oggi sono deboli. Ed è per questo che i suoi soldati vengono schierati in patria (a Washington in questi giorni ce ne sono oltre 20mila) al posto che all'estero (attualmtente si contano solamente 5mila uomini in Afghanistan). E c'è chi invoca con ansia il Boogaloo. La seconda guerra civile americana.

Dagospia il 15 gennaio 2021. Da Axios.com. Gli Stati Uniti, dilaniati dall'insurrezione e dalla disinformazione di massa, stanno assistendo a un riallineamento politico e sociale in tempo reale: ci stiamo dividendo in tre Americhe. L'America, nelle sue moderne componenti fondamentali, sta irrompendo nell'America blu dei repubblicani, nell'America rossa dei democratici e nell'America di Trump, tutte con politiche, social network e canali mediatici distinti. La domanda esistenziale per i repubblicani, e forse per l'America, è se Trump America - animata da soggetti del calibro di Newsmax + Rush Limbaugh + Tucker Carlson + Parler (o qualunque cosa lo sostituisca) - eclisserà la tradizionale Red America al potere nei prossimi anni. Il pericolo: parti di Trump America, cancellate dai social, stanno recidendo i loro legami con la realtà delle altre Americhe, e fondamentalmente stanno andando fuori dai circuito mainstream. Ci sarà meno consapevolezza e forse meno controllo di ciò che viene detto e fatto. Sara Fischer di Axios riferisce che Apptopia mostra un aumento dei download per i social network conservatori - Parler, MeWe e Rumble - negli ultimi due giorni, a seguito dei divieti di Trump da parte dei principali social media e tecnologia. Il Partito Repubblicano si sta dividendo in due, iniziando con i relativamente piccoli Never Trumpers che si sono staccati nel 2016 e si sono uniti quattro anni dopo da una nuova fetta dell'establishment repubblicano respinto dalle azioni post-elettorali del presidente Trump. Non abbiamo idea di quanto crescerà questa fazione. Ma sembra chiaro che la saga Trump contro loro dominerà i prossimi mesi, e forse anni. Non ci sono ancora prove concrete che Trump America si sia ridotto in modo significativo, nonostante le bugie sulle elezioni e sull'assalto al Campidoglio degli Stati Uniti. Ci sono prove concrete che i trombettisti trumpiani si stanno affollando a gruppi di social media e emittenti di estrema destra come Newsmax per ottenere e condividere notizie che rafforzino le loro opinioni. Ci vorrà del tempo per determinare se gli elettori condividono le opinioni anti-Trump del leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell o della senatrice Lisa Murkowski (R-Alaska). La decisione di Twitter di sospendere definitivamente Trump costringe questa fazione a rimanere defilata. Blue America è in ascesa in quasi tutte le aree. Ha vinto il controllo della Camera, del Senato e della Casa Bianca; domina i media tradizionali; possiede, controlla e vive sulle piattaforme sociali dominanti; e ha il potere a livello di dipendenti nelle aziende Big Tech di forzare le decisioni aziendali.

Alberto Simoni per “la Stampa” il 15 gennaio 2021. «Il vecchio ordine americano non c' è più. E non tornerà». Ian Bremmer, presidente e fondatore di Eurasia Group decreta lo stato morente della supremazia americana globale.

Non è troppo pessimista?

«L'America detiene la più grande economia del pianeta, custodisce riserve finanziarie ed è un colosso energetico. Sono elementi di supremazia, ma le dinamiche globali sono mutate ormai. La crescita della Cina è sempre più marcata da decenni, gli interessi e i tentacoli di Pechino sono sparsi ovunque. E questo genera uno scenario ben diverso rispetto a quello in cui è maturato il vecchio ordine basato sulla superpotenza egemone Usa. Questo, dico, non tornerà più».

Una dinamica in atto da un po' di tempo quindi. L'assalto al Campidoglio però ha inferto un brutto colpo all' immagine americana all'estero, fra preoccupazione degli alleati e ironia dei nemici.

«La foto di Capitol Hill sotto scacco è stata un colpo direi terrificante al cosiddetto soft power, la capacità di persuasione con la forza dell' esempio. Gli Stati Uniti hanno visto in un baleno dissolversi il mito dell'efficacia del suo potere fondato sul primato della Costituzione. E ci vorrà ben più di una generazione per rimodellare quel potere, se mai possibile».

Intanto a ricostruirlo dovrà pensarci il democratico Biden. Ma prima dovrà unire il Paese, sembra una missione impossibile...

«La nazione è polarizzata. C'è un sentimento anti-establishment radicato da tempo. Trump ha solo accelerato la rapidità con cui l' onda populista si è mossa, ma quella c' era ben prima e non svanisce adesso. In questo clima aggiustare le divisioni e lenire le ferite è una sfida generazionale, non basta un mandato di 4 anni».

Come può governare allora il presidente democratico?

«Partirà dagli stimoli per la ripresa economica e dagli aiuti ai cittadini più colpiti dalla pandemia. Su questo tenderà la mano ai repubblicani. Ma per far avanzare i punti chiave della sua agenda servono sessanti voti al Senato. Lì i democratici ne hanno 50».

Cosa farà la leadership repubblicana?

«L'attuale numero uno al Senato Mitch McConnell non convocherà più i colleghi. Poi dopo il 20 toccherà alla nuova maggioranza democratica scegliere come gestire l' iter dell'impeachment. Così facendo McConnell spera di "congelare l'effetto Trump". Ma l'esito di questa strategia è incerto. Poiché non sappiamo quanti fra deputati e senatori sono disposti a prendere le distanze da Donald Trump. Ci sono tanti deputati che temono di perdere il proprio seggio quando si tornerà a votare nelle elezioni di Midterm del 2022. Non dimentichiamo che ci sono 70 e passa milioni di elettori che hanno scelto Trump in novembre e che il vento anti-establishment non accenna a calare come testimoniano gli ultimi accadimenti».

Molti di questi fan si sono scagliati contro le piattaforme social che hanno "bannato" Trump. Era giusto farlo?

«È stato legittimo, non c'è stata alcuna discriminazione nei confronti di Trump. Parliamo di un settore privato che ha norme proprie e le ha applicate. Detto questo quanto accaduto solleva una questione enorme».

Quale?

«Twitter e Facebook hanno troppo potere e questo è un danno potenziale per la democrazia».

Perché?

«L' arbitrarietà della decisione. Trump in molte occasioni negli ultimi quattro anni ha diffuso fake news e seminato disinformazione pericolosissima per il Paese. I vertici dei social network potevano agire anche prima eppure hanno atteso che l' aria a Washington cambiasse. Si sono mossi quando al potere sono arrivati democratici. E poi perché Twitter non ha riservato lo stesso trattamento ad altri controversi leader come Khamenei?»

Dove sta l'errore?

«Facebook e Twitter si muovono in un regime di sostanziale monopolio. Servono regole più restrittive per il settore. Come in Europa». Anche in Europa i social media dilagano e la politica ne è influenzata, non crede? «Non come qui. Gli Usa vivono in perenne campagna elettorale, si vota ogni biennio, e c' è un panorama fatto di social, siti e tv via cavo, Newsmax e Fox, che si confrontano ferocemente ogni attimo a colpi di news. Tutto ciò ha creato un clima terribile per la democrazia».

Aldo Grasso per il "Corriere della Sera" il 12 gennaio 2021. I Simpson hanno già previsto tutto: durante i suoi 32 anni di vita, la famiglia ideata da Matt Groening ha più volte azzeccato il futuro, tanto da costruirsi una certa reputazione in merito. Correva l'anno 1999: Mel Gibson, aiutato da Homer, parte all'assalto del Congresso riunito. Armato di un fucile semiautomatico, distrugge tutto e semina il panico a Capitol Hill. Durante l'attacco, presidente e speaker rimangono uccisi mentre un senatore viene assassinato dallo stesso Gibson (che lo infilza con una bandiera a stelle e strisce). L'intero Campidoglio viene infine distrutto dalle fiamme. Per fortuna, nella realtà, le cose sono andate un po' meglio. Dalla performance di Lady Gaga al Super Bowl (preannunciata ben otto anni prima) alla diffusione della pandemia d'Ebola (il virus non si sarebbe diffuso fino al 2014, 17 anni dopo la messa in onda della puntata Il sassofono di Lisa), le anticipazioni continuano a destare stupore. In una puntata del 2000, Bart legge il futuro. Lisa, sua sorella, diventerà presidente degli Stati Uniti. Prenderà il posto di, guarda caso, Donald Trump. Circa 16 anni dopo, Trump viene eletto. I Simpson sono come la Bibbia, che aveva previsto tutto? Nella Bibbia c'è il futuro: dal primo uomo sulla luna alla depressione economica del 1929, dalla rivoluzione americana a quella russa, dalle due guerre mondiali allo sterminio per mano di Hitler e ancora dall'omicidio di John Kennedy all'elezione di George Bush. Così la pensano i non pochi predicatori americani che nei loro sermoni televisivi sostengono che il Pentateuco svelava il futuro già migliaia di anni fa. Circolano video in cui ci sono i nomi e le date di personaggi famosi, già prefigurati nel testo sacro. La Bibbia avrebbe previsto anche gli Ufo. Una cosa è certa: i Simpson sono la nostra bibbia-pop. Dietro il paravento del cartone animato (prodotto rivolto in prevalenza ai più piccoli), i Simpson mettono in scena un ritratto intelligente e spietato della nostra società. La famiglia (Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie) è investita dalla politica, dal lavoro, dai rapporti di coppia, dal potere delle grandi industrie, dai media, dalla quotidianità. Ma anche tutti gli altri abitanti di Springfield sono tratteggiati con acume e profondità, tanto da costituire, nella loro complessità, uno specchio ustorio della nostra società, puntellato da osservazioni e battute memorabili. Qualcuno sostiene che, dopo le prime otto stagioni, è cominciata a farsi strada una certa stanchezza e che Homer, il profeta dell'inadeguatezza, si trascina ormai pigramente. Può darsi, tuttavia i Simpson restano fra le cose più intelligenti mai trasmesse dalla televisione (e l'inadeguatezza, intanto, ha preso il potere, almeno da noi). Come fanno a predire il futuro? Come possono scoprire il bosone di Higgs? Nella decima stagione, Lisa invita il padre a inventare qualcosa seguendo le orme di Thomas Edison. Mentre Homer scarabocchia sulla lavagna, riesce a scrivere una complicata equazione che nel 2013 il Cern scoprirà essere quasi identica a quella del bosone di Higgs. O come hanno potuto prevedere che un giorno qualcuno avrebbe chiesto di coprire le nudità del David di Michelangelo? Preveggenza, fortuna, gioco combinatorio? Come tutti gli appassionati dei Simpson sanno, il primo episodio della serie animata Roasting on an Open Fire (Un Natale da cani) è stato trasmesso il 17 dicembre 1989. Con un crescendo di successo nel corso degli anni, i Simpson sono diventati la più importante sitcom della tv americana, riflesso e parodia della società occidentale. Creata da Groening, con i produttori James L. Brooks e Sam Simon, la famiglia più famosa di Springfield si è trasformata in un vero e proprio fenomeno mediatico globale, inconfondibile per la sua irriverenza. Ma i Simpson sono stati e continuano a essere uno dei più grandi esempi di cultura pop. Più che proporsi come specchio deformante della realtà - dove mettere alla berlina la contraffazione sociale, lo sfascio ambientale, la menzogna politica - rappresentano un geniale gioco linguistico che usa, svela, distrugge tutti gli stereotipi attraverso cui i media raccontano il mondo. I Simpson creano un loro universo coerente e complesso, e allo stesso tempo citano la tv, il cinema, la letteratura e perfino se stessi. I frammenti s'incastrano gli uni negli gli altri e si rimandano all'infinito, illuminando di altri significati la vicenda raccontata. Ogni puntata è una riflessione non solo sulla tv ma sul proprio modo di fare tv. Difficile trovare una serie che abbia un grado così elevato di autocoscienza. Se cultura pop significa anche dare dignità estetica alla rappresentazione del banale e del quotidiano o servirsi di immagini e di oggetti già esistenti che, manipolati e presentati in vario modo, si caricano di una nuova espressività, ebbene i Simpson hanno svolto un lavoro linguistico di rara complessità. Hanno trasformato l'ibridazione tecnologica (la famosa convergenza dei media) in fiction; hanno convertito la citazione in appropriazione indebita sviando i significati (come suggerivano i situazionisti); hanno infine usato il metalinguaggio in funzione autoironica, togliendo alla parola cultura ogni boria, ogni pretesa, ogni bardatura elitaria o ideologica. È come se la cittadina di Springfield (ne esistono migliaia nel mondo) fosse davvero il centro dell'universo, l'ombelico del mondo mediale, il luogo dove tutto viene contaminato, dove l'universo è ridotto alle articolazioni di un cartoon, dove nulla è più ciò che dichiara di essere. Le profezie dei Simpson non sono altro che il frutto di questa grandiosa, intelligente ars combinatoria. Come aveva previsto Jorge Luis Borges: «La Biblioteca è totale, e i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch'è dato di esprimere, in tutte le lingue».

Ottavio Cappellani per la Sicilia il 10 gennaio 2021. Anche se questa è una rubrica satirica, dopo i fatti di Capitol Hill, dopo l’assalto al Campidoglio, bisogna dirlo: la violenza è da condannare, senza se e senza ma, senza in con su per tra fra. Anche se sei convinto che Hillary Clinton beva il sangue dei bambini per restare giovane. Anche se sei convinto che Hillary Clinton sia stupida perché, voglio dire, è evidente che non funziona. Anche se sei convinto che la sua amica Marina Abramovich, al posto di continuare a fare messe nere private, farebbe bene a spiegare a Hillary come si fa il sanguinaccio di bambini in maniera da fare effetto, perché non è possibile sprecare così tanti bambini con la fame che c’è nel mondo. Ebbene, anche in questo caso la violenza è condannabile. Anche se Qanon ti ha detto che il Deep State è una rete di pedofili che vuole governare il mondo, e di Qanon, questo è ovvio, bisogna fidarsi, infatti sanno tutti che il pedofilo, se non governa, non pedofila, e che non esistono pedofili che non governano, e quando arrestano un pedofilo non governativo non è un vero pedofilo ma un attivista Antifa pagato per interpretare quella parte. Esatto, anche in questo caso la violenza non è ammissibile. Anche se, ormai lo sanno tutti, i media servono per il controllo mentale di “us, the people”, cioè di “noi, le persone”, perché è importante specificare che “noi” siamo “le persone” e non, che ne so, spinterogeni. E anche se oramai è di dominio pubblico che nelle riunioni di redazioni dei giornali si lavora per costruire una realtà parallela come Matrix, perché di notizie, al mondo, non ce ne sono, non esistono in natura, ma sono prodotti artificiali omg create dai poteri forti. E sì, anche in questo caso, la violenza non si deve usare. Anche se hai letto su internet che al comando del mondo ci sono i personaggi della serie televisiva “Visitors”, cioè reptiliani, e che tutti i reptiliani sono imparentati tra loro, perché le famiglie che comandano il mondo sono sempre quelle, e anche se hai il fermo immagine televisivo di Reagan con la pupilla verticale e della Regina Elisabetta mentre gli casca un orecchio e si vede il padiglione auricolara da serpente, la violenza non di deve usare neanche in questo caso. Anche se sai che non esistono prove che siano esistiti brogli elettorali, ma che proprio la mancanza di prove è quello che prova i brogli elettorali, perché tu sei furbo e a te non ti fregano con la solita solfa della mancanza di prove perché lo sanno tutti, anche i bambini (quelli sopravvissuti allo spremiagrumi di Hillary), che la mancanza di prove è essa stessa la prova, ecco, la violenza, anche in assenza di prove, no, non si può accettare. Anche se mentre eri ubriaco hai comprato un copricapo sciamanico del peso di sessanta chili fatto di pelliccia di topo a pelo lungo e corna di chianina e adesso non sai in quale occasione indossarlo e non ti sembra giusto avere buttato soldi così, per una cosa che non indosserai mai, eh no, neanche questo è un motivo valido per usare la violenza. E però, dopo avere fermamente condannato la violenza, in tutte le sue forme e in tutte le sue cause, dopo avere escluso ogni forma di giustificazione, dopo avere fissato questo punto fermo della civile convivenza, minchia però, ma come glielo darei un ceffone a freddo a Trump.

Martina Pennisi per il Corriere della Sera il 10 gennaio 2021. Twitter ha silenziato Trump. «Meglio tardi che mai», commenta Luciano Floridi, filosofo e direttore del Digital Ethics Lab dell' Università di Oxford. «Avrebbero dovuto farlo molto prima. Non si può lasciare che una delle persone più potenti al mondo si esprima come ha fatto Trump su Twitter durante la sua presidenza. L' ultimo anno in particolare è stato un' escalation di fake news, insinuazioni e ammiccamenti».

Twitter o Facebook sono piattaforme private: possono togliere la parola al presidente americano?

«Io credo che abbiano fatto bene, ma non vuol dire che apprezzi come hanno agito».

Che cosa vuol dire?

«Date le circostanze hanno preso la decisione giusta, ma sono molto critico sul fatto che determinino come il presidente degli Stati Uniti comunica con il mondo».

Entriamo nel merito.

«Trump ha continuato a usare Twitter perché le regole di moderazione della piattaforma escludono persone e comunicazioni ritenute di interesse pubblico. Io mi aspetterei l' opposto: più rigidità per chi è influente. Se è un utente sconosciuto dell' Oklahoma a inneggiare a un assalto al Congresso non succede niente, se lo dice il presidente degli Stati Uniti muoiono cinque persone».

Hanno sospeso il profilo a meno di due settimane dal passaggio di testimone a Biden.

«I giochi sono fatti e così è facile, non hanno rischiato nulla. In generale scelgono sempre la via che ha meno attrito in termini di popolarità».

Che fare?

«Oggi dobbiamo fare in modo che applichino le regole che si sono dati, e dobbiamo interrogarci sul concetto di interesse pubblico, che è stato modificato dalla rivoluzione digitale. Interesse pubblico è leggere le affermazioni pericolose di un presidente o far sì che non abbiano una cassa di risonanza da decine di milioni di follower?»

E domani?

«Riprenderci le chiavi di casa. Adesso sono nelle mani di queste aziende e dobbiamo rivolgerci a loro per sistemare quello che non funziona. È successo anche con le app per il coronavirus (come Immuni, ndr ): l' unico modo per farle funzionare era usare il sistema di Apple e Google. Le aziende devono essere responsabilizzate: se non fanno quello che ci aspettiamo devono pagare il costo delle scelte sbagliate».

Responsabilizzate come fossero editori?

«Non quelli tradizionali. La disintermediazione che ha dato a Trump la possibilità di rivolgersi a chiunque esiste, ma passa per una nuova mediazione fatta di algoritmi che non può essere regolamentata come quella vecchia. È come se dovessimo fare una sorta di costituente di un mondo che si sta materializzando sotto i nostri occhi. Bisogna intervenire con fermezza dal punto di vista etico e giuridico, con i regolamenti appena presentati l' Ue sembra sulla buona strada».

Mattia Marzi per “il Messaggero” il 16 gennaio 2021. Dimmi chi canta al tuo insediamento e ti dirò che presidente sarai. Sarà Lady Gaga il 20 gennaio, giorno in cui Joe Biden si insedierà come nuovo presidente degli Stati Uniti, a guidare la grande mobilitazione dello showbiz americano in favore di Sleepy Joe. La 34enne popstar di origini italiane interpreterà l' inno nazionale americano, The Star-Spangled Banner, nel corso della cerimonia che si svolgerà al Campidoglio di Washington. La notizia è stata confermata dalla stessa Stefani Germanotta - questo il vero nome della cantante - sui suoi canali social ufficiali: «Sono profondamente onorata», ha scritto. Alla cerimonia - evento mediatico da sempre tra i più seguiti della politica americana - sarà presente anche Jennifer Lopez, mentre il due volte premio Oscar Tom Hanks (vinse la statuetta come miglior attore nel 94 per Philadelphia e nel 95 per Forrest Gump) lo stesso giorno condurrà Celebrating America, uno show serale trasmesso da tutti i principali network televisivi statunitensi, con la partecipazione di star del pop e del roc«k internazionale come Bruce Springsteen, i Foo Fighters, Jon Bon Jovi, John Legend, Justin Timberlake e Demi Lovato.

IL CONFRONTO CON IL 2017. La lista degli ospiti è destinata ad allungarsi. Mica come nel 2017, quando l' allora presidente eletto Donald Trump e il suo staff dovettero bussare a mille porte prima di ricevere un sì dopo tanti, tantissimo no: si tirarono indietro Elton John, i Beach Boys, Andrea Bocelli, mentre il leader della rock band britannica dei 1975 Matt Healy si disse disposto a suonare per il tycoon solo in cambio di un milione di dollari. Il comico Alec Balwin, che durante la campagna elettorale del 2016 aveva più volte imitato Trump, si offrì scherzosamente per cantare Highway To Hell degli AC/DC (letteralmente: autostrada per l' inferno). Se per il secondo insediamento di Obama, nel 2013, a cantare l'inno nazionale era stata nientemeno che Beyoncé, star della black music internazionale, alla fine the Donald dovette accontentarsi della mezzosoprano statunitense Jackie Evancho, all'epoca sedicenne, salita alla ribalta da bimba prodigio nel 2010 partecipando ad America's Got Talent. Di star come Bob Dylan (nel 93 cantò Chimes Of Freedom per l' insediamento di Bill Clinton), Ricky Martin (nel 2001 si esibì alla cerimonia di George W. Bush), Aretha Franklin (nel 2009 commosse la sua My Country tis of Thee all' insediamento di Obama), figurarsi, nemmeno l' ombra. Solo Obama, prima di Biden, era stato capace di attrarre così tante star ad una cerimonia di insediamento: oltre alla voce di Think e all' ex Destiny' s Child accettarono di dare il loro contributo anche Springsteen (memorabile la sua The Rising nel 2009), Stevie Wonder, gli U2, Alicia Keys, Jay Z. Tra le star della musica, Lady Gaga - che cantò l' inno americano già nel 2016 in occasione del SuperBowl, la finale del campionato di football americano - è stata una delle più ferventi sostenitrici di Joe Biden. Nelle settimane che hanno anticipato l'election day del 3 novembre scorso la cantante ha fatto di tutto per incitare i suoi fan (il suo account Twitter ufficiale conta 83,2 milioni di follower, su Instagram la seguono in 45,7 milioni, mentre sono 54,7 i mi piace alla sua pagina Facebook) ad andare a votare per mandare a casa Trump. Alla vigilia del voto raggiunse pure Joe Biden a Pittsburgh, in Pennsylvania, per esibirsi sul palco del suo comizio: «Siete il più grande atto di gentilezza e di coraggio che l' umanità abbia mai visto», scrisse al presidente eletto e alla sua vice Kamala Harris commentando la vittoria su Trump.

Joe Biden giura come presidente, da oggi gli Usa tornano a sperare in un Paese normale. Davide Mamone su L'Espresso il 20 gennaio 2021. Una Washington blindata per il timore di attentati terroristici da parte dell’estrema destra, dà il buongiorno alla nuova amministrazione. «Vogliamo tornare alla normalità, è da quattro anni che non abbiamo pace». Passeggiando verso l’entrata della stazione di Mount Vernon Square a Washington, a due dozzine di isolati dal Campidoglio sigillato dalle misure di sicurezza, a dare il buongiorno alla nuova amministrazione Biden e a proteggerne l’inaugurazione sono sette agenti della guardia nazionale armati fino ai denti. Mitra in vista, sguardo attento, atteggiamento cordiale, salutano i passanti come se volessero scusarsi di essere lì. Scendendo dalla metropolitana verso Enfant Plaza, ultimo punto di accesso prima del Campidoglio ripercorrendo il Washington Memorial da sud-ovest, una piccola folla intimidita e infreddolita segue da lontanissimo i rumori della cerimonia. C’è chi beve da un termos di caffè, chi litiga con un sandwich e la mascherina. Sono tutti senza parole per la presenza delle imponenti barriere che circondano la zona rossa della città, divisi tra silenzi e fotografie agli agenti di sicurezza. Sono il popolo di Joe Biden. Pacati. Tranquilli. Cautamente speranzosi. «Vogliamo che Washington torni a essere una città normale, tranquilla, semplice da vivere», dice Josh, un ragazzo sulla quarantina che scruta attraverso la grata il Campidoglio. Ha sostenuto Elizabeth Warren alle primarie dei Democratici, che dice quasi di non ricordare nemmeno più. Ha votato Biden sperando nel ritorno della normalità. «È da sei mesi che qui non abbiamo pace», aggiunge, ripercorrendo gli scontri successivi alle proteste di George Floyd, la scorsa primavera, Donald Trump che si fa fotografare con la Bibbia in mano e l’insurrezione del 6 Gennaio. Poi si corregge: «Anzi, è da quattro anni che non abbiamo pace, non sei mesi».  "Questa è la giornata dell'America, della democrazia, della storia, della speranza". "La democrazia ha prevalso". Così il neo presidente Joe Biden nel suo discorso inaugurale sul palco del Campidoglio. "Chiedo a tutti gli americani di aiutarmi nell'unire il Paese". "Metterò tutta la mia anima per riunire la nazione". "Gli Usa hanno molto da fare in questo inverno di pericolo, molto da riparare e da risanare". "Vinceremo sul suprematismo bianco e sui terroristi interni". "Abbiamo il primo vicepresidente donna, Kamala Harris: non ditemi che le cose non possono cambiare". Quello attuale è "un momento di crisi, ma l'unità ci potrà salvare". Biden ha richiamato gli americani alla necessità di unirsi per affrontare la crisi della pandemia e le divisioni interne. "Il mondo ci guarda. Ripareremo le nostre alleanze". "E' il tempo del coraggio". "il Paese è messo a dura prova dalla pandemia, dall'attacco alla democrazia e alla verità, dalle ineguaglianze e dal razzismo sistemico, dalla crisi del clima". "Saremo giudicati per come affronteremo queste sfide". Il neo presidente ha fatto osservare un minuto di silenzio per le vittime della pandemia durante il discorso e ha concluso promettendo di "proteggere la Costituzione" e "difendere la democrazia e l'America". Nel suo discorso inaugurale Joe Biden non ha mai citato esplicitamente Donald Trump, evocandolo solo indirettamente parlando dell'"attacco alla democrazia e alla verità".  Una manciata di pareti di metallo e filo spinato e diversi isolati di distanza da Enfant Plaza, intanto, si fa la storia. Kamala Harris, prima vice presidente donna degli Stati Uniti giura sulla bibbia di Thurgood Marshall, primo giudice afroamericano della storia della Corte Suprema. Di fronte a lei, Sonia Sotomayor, prima giudice di origine ispaniche a celebrare una cerimonia di insediamento di una vice presidente. Ci sono tante prime volte nell’ingresso di Harris alla Casa Bianca. Ce ne sono molte meno quando tocca a Joe Biden, che a Washington ci va e ci torna da quasi quarant’anni e che nel suo discorso sobrio, pacato, normale, dignitoso, quasi da parroco della domenica, con continui riferimento a Dio, alla Bibbia e alla Costituzione, chiede agli americani di aiutarlo a ritrovare l’anima perduta del Paese. «Oggi non celebriamo la vittoria di un candidato ma della democrazia, che è preziosa e fragile, ma oggi ha vinto», ha chiosato Biden. Che ha chiesto di fermare “la guerra incivile” per evitare che si arrivi a una civile, ha esortato “all’unità perché senza quella non c’è pace”. Ha di nuovo celeberato gli americani che hanno perso la vita di Covid-19 promettendo nuove misure per uscirne il prima possibile. Nella Washington delle persone di Enfant Plaza, dove si sentono solo i suoni delle trombe dell’inaugurazione e gli applausi da lontano dei pochi che vi hanno partecipato davvero, con il Campidoglio all’orizzonte, gli intimiditi e sobri sostenitori del pacato neo-Presidente ripetono convinti le parole di Biden. Temono per il loro Paese e per la tenuta della loro città. Ma oggi tornano a sperare in Stati Uniti migliori. Kamala Harris, visibilmente emozionata, giura e diventa la prima vicepresidente donna, di origini afroamericane e indiane, della storia americana. Harris ha giurato nelle mani del giudice della Corte Suprema Sonia Sotomayor, prima giudice di origini ispaniche membro della corte suprema. Ha alzato la mano su due bibbie: una di Regina Shelton, ritenuta da Kamala e da sua sorella Maya una 'seconda madre'; l'altra dell'icona dei diritti civili Thurgood Marshall. «Noi, bloccati qui dietro a una parete installata dalla guardia nazionale: mi fa sembrare di essere in gabbia», dice Lily, una giovane attivista Black Lives Matter afroamericana che è giunta fin dal Minnesota per vivere Kamala Harris giurare sulla Bibbia per la sua vicepresidenza. «E quelle gabbie mi ricordano quelle che abbiamo visto al confine, ti ricordi? Alla fine Trump è riuscito a far giungere quel cinismo fino alla capitale del nostro Paese». Una capitale che però, ora, può fare un sospiro di sollievo. Il timore di attentati terroristici da parte dell’estrema destra, nella giornata dell’inaugurazione, è stato spento dalla presenza dei 25mila agenti della guardia nazionale e un’operazione di sicurezza senza precedenti per l’insediamento di un Presidente. Dopo la cerimonia di giuramento, Joe Biden e Kamala Harris hanno ricevuto i doni da parte dei leader del Congresso, la Speaker della Camera Nancy Pelosi e il leader repubblicano in Senato Mitch McConnell su tutti, in Campidoglio. Sullo sfondo, una bandiera americana. Nell’aria, un po’ di retorica istituzionale e ritrovata normalità. Non era scontato accadesse quattordici giorni dopo quel 6 Gennaio, quando proprio quelle sale, dove ora sono celebrati i nuovi inquilini alla Casa Bianca, erano state violate dai sostenitori di Donald Trump. In un tentativo di insurrezione fallito, certo, da cui però le persone di Washington sembrano  iniziare il loro lento percorso di guarigione soltanto da oggi.  

Il discorso di insediamento di Joe Biden pubblicato da "La Stampa" il 21 gennaio 2021. Traduzione di Carla Reschia. "Questo è il giorno della democrazia. Un giorno storico, di speranza, di rinnovamento e di determinazione forgiata nei secoli. L' America è stata nuovamente messa alla prova e l' America ha raccolto la sfida. Oggi celebriamo il trionfo non di un candidato, ma di una causa, la causa della democrazia. Il popolo, la volontà del popolo è stata ascoltata e la volontà del popolo è stata fatta. Abbiamo imparato di nuovo che la democrazia è preziosa. La democrazia è fragile. Ma in questo momento la democrazia ha vinto. D' ora in poi, su questo terreno consacrato, dove solo pochi giorni fa la violenza ha cercato di sovvertire le fondamenta stesse del Campidoglio, ci riuniamo come un' unica nazione, al cospetto di Dio, indivisibili per portare a termine il passaggio pacifico del potere, come facciamo da oltre due secoli. E intanto guardiamo al futuro nel nostro modo unicamente americano: indomito, coraggioso, ottimista, puntando il nostro sguardo sulla nazione che possiamo essere e dobbiamo essere. Ho appena prestato giuramento. Ciascuno di quei patrioti l' ha fatto. Il giuramento, che per primo prestò George Washington. Ma la storia americana non dipende da uno di noi, o da alcuni di noi, ma da tutti noi. Poche persone nella storia della nostra nazione si sono trovate di fronte a sfide più impegnative o a un momento più difficile di quello in cui ci troviamo ora. Un virus che assedia il Paese. E che ha reclamato in un anno tante vite quante ne perse l' America durante la Seconda guerra mondiale. Sono svaniti milioni di posti di lavoro. Centinaia di migliaia di aziende hanno chiuso. L' invocazione che chiede di mettere fine dopo 400 anni alla discriminazione razziale ci tocca il cuore. Il sogno di una giustizia che valga per tutti non sarà più rinviato. Vincere queste sfide, ritrovare la nostra anima e garantire il futuro dell' America richiede molto di più delle parole. Richiede il requisito più sfuggente di tutti in una democrazia: unità, unità. In un altro gennaio, il giorno di Capodanno del 1863, Abraham Lincoln firmò il Proclama di emancipazione. Quando appose la sua firma, il presidente disse, e io lo faccio mio, «se il mio nome passerà alla storia, sarà per questo atto. E ci metto tutta la mia anima». Oggi c' è tutta la mia anima in questo obiettivo: riunire l' America. E chiedo a ogni americano di unirsi a me in questa causa. Unirsi per combattere i nemici che dobbiamo affrontare: rabbia, risentimento, odio, estremismo, illegalità, violenza, malattie, disoccupazione e disperazione. Uniti possiamo fare grandi cose. Possiamo rimediare agli errori. So che di questi tempi parlare di unità può sembrare come una sciocca fantasia. So che le forze che ci dividono sono profonde e reali, ma so anche che non sono nuove. La nostra storia è ed è stata una lotta costante tra l' ideale americano che ci vuole tutti creati uguali e la dura, brutta realtà che il razzismo, la paura, la demonizzazione ci hanno a lungo separati. La battaglia è perenne e la vittoria non è mai assicurata. Attraverso la guerra civile, la Grande Depressione, la guerra mondiale, l' 11 settembre, attraverso la lotta, il sacrificio e le battute d' arresto, i nostri migliori angeli hanno prevalso. Può accadere anche adesso. La storia, la fede e la ragione indicano la via, la via dell' unità. Possiamo vederci non come avversari, ma come vicini. Possiamo trattarci con rispetto. Possiamo unire le forze. Perché senza unità non c' è pace. Nessun progresso, solo estenuante indignazione. Nessuna nazione, solo uno Stato di caos. Questo è il nostro momento. E l' unità è la via da seguire. E dobbiamo affrontare questo momento come Stati Uniti d' America. Se lo facciamo, garantisco che non falliremo. Non abbiamo mai, mai, mai, mai fallito quando abbiamo agito insieme. Eccoci, nel grande spazio dove il dottor King parlò del suo sogno. Eccoci, dove 108 anni fa migliaia di manifestanti cercarono di bloccare le donne coraggiose che sfilavano per il diritto di voto. E oggi abbiamo celebrato il giuramento della prima donna nella storia Usa eletta a questo incarico: la vicepresidente Kamala Harris. Non ditemi che le cose non possono cambiare. Ed eccoci qui dove pochi giorni fa una folla ribelle pensava di poter usare la violenza per mettere a tacere la volontà del popolo, per fermare la nostra democrazia. Non è successo. Non succederà mai. Il disaccordo non deve portare alla disunione. E lo prometto, sarò un presidente per tutti gli americani. La risposta non è ripiegarsi su se stessi, arroccarsi in fazioni antagoniste. Dobbiamo porre fine a questa guerra incivile. Possiamo farlo se apriamo le nostre anime invece di indurire i nostri cuori. Se siamo disposti a metterci nei panni dell' altro, come direbbe mia madre. Miei cari compatrioti, vi do la mia parola, sarò sempre leale con voi. Difenderò la Costituzione. Difenderò la nostra democrazia. Difenderò l' America e darò tutto, a tutti voi. Farò ogni cosa al vostro servizio, pensando non al potere, ma alle possibilità, non all' interesse personale, ma al bene pubblico. E insieme scriveremo una storia americana di speranza, non di paura. Di unità, non di divisione. Di luce, non di oscurità. Una storia di decenza e dignità. Possa questa essere la storia che ci guida. La storia che ci ispira. Possa Dio benedire l' America e possa Dio proteggere le nostre truppe. Grazie, America.

L'empatia di Biden contro la rabbia di Trump: cosa ci dice il discorso sul nuovo presidente. Le parole al momento dell'insediamento analizzate da Vinca LaFleur, speechwriter della Casa Bianca ai tempi di Bill Clinton e coautrice del libro di Kamala Harris. Che analizza anche i registri degli ex presidenti. Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni su L'Espresso il 21 gennaio 2021. «Un discorso non può trasformare un Paese. Ma può dettare l'inizio di un nuovo capitolo. Quando ha parlato alla nazione, davanti al Campidoglio, riaffermando il potere della verità e la promessa di un progresso comune, il presidente Joe Biden ha trovato il modo giusto per farlo». Nessuno sa meglio di Vinca LaFleur – ex speechwriter della Casa Bianca - quanto le parole siano in grado di plasmare il carattere di una presidenza. LaFleur, che ha lavorato nella West Wing durante il secondo mandato di Bill Clinton, è una esperta di discorsi presidenziali. Le è piaciuto il primo atto da presidente di Biden. «È stato chiaro: la democrazia ha prevalso; ora occorre lavorare duro, ma dobbiamo farlo insieme. Si è impegnato ad essere il presidente di tutti gli americani. Un gioco di equilibrio ben riuscito tra voli poetici e la schiettezza per cui è conosciuto». A supervisionarlo è stato Vinay Reddy che da oggi coordinerà lo staff di autori del 46esimo inquilino della Casa Bianca. Quello per cui ha optato Biden è un taglio stilistico completamente opposto a quello scelto quattro anni fa da Donald Trump per il suo insediamento. «Trump parlò di carneficina americana. Un'immagine molto forte. C'è sempre stata tanta rabbia, nella sua retorica. Ad esempio nelle storie che racconta durante gli eventi ufficiali o i comizi. Il più delle volte immagini forti, storie dure, perché a lui piace mostrare il lato oscuro» dice LaFleur. "Questa è la giornata dell'America, della democrazia, della storia, della speranza". "La democrazia ha prevalso". Così il neo presidente Joe Biden nel suo discorso inaugurale sul palco del Campidoglio. "Chiedo a tutti gli americani di aiutarmi nell'unire il Paese". "Metterò tutta la mia anima per riunire la nazione". "Gli Usa hanno molto da fare in questo inverno di pericolo, molto da riparare e da risanare". "Vinceremo sul suprematismo bianco e sui terroristi interni". "Abbiamo il primo vicepresidente donna, Kamala Harris: non ditemi che le cose non possono cambiare". Quello attuale è "un momento di crisi, ma l'unità ci potrà salvare". Biden ha richiamato gli americani alla necessità di unirsi per affrontare la crisi della pandemia e le divisioni interne. "Il mondo ci guarda. Ripareremo le nostre alleanze". "E' il tempo del coraggio". "il Paese è messo a dura prova dalla pandemia, dall'attacco alla democrazia e alla verità, dalle ineguaglianze e dal razzismo sistemico, dalla crisi del clima". "Saremo giudicati per come affronteremo queste sfide". Il neo presidente ha fatto osservare un minuto di silenzio per le vittime della pandemia durante il discorso e ha concluso promettendo di "proteggere la Costituzione" e "difendere la democrazia e l'America". Nel suo discorso inaugurale Joe Biden non ha mai citato esplicitamente Donald Trump, evocandolo solo indirettamente parlando dell'"attacco alla democrazia e alla verità". «Biden invece parla di unità. È molto più empatico, fa leva sulla compassione». Eppure Biden e Trump hanno in comune il fatto di non essere particolarmente propensi a seguire fedelmente le linee dettate dagli speechwriter. Ad entrambi piace giocare di improvvisazione. «Con risultati molto diversi», scherza l'autrice. «In verità noi scrittori non siamo dei burattinai che inseriscono semplicemente un testo nel teleprompter. Un bravo professionista è quello che rispetta il più possibile la personalità, lo stile, le passioni». Nel successo di una presidenza c'è anche la capacità di scegliere un team di autori talentuosi ed intuitivi. Se ad esempio il presidente non è un appassionato lettore, inutile disseminare il discorso di citazioni dotte. «Pensate a Clinton e Obama, entrambi penne molto fini ed esperti comunicatori. Si tratta di due personalità creative, curiose, intellettualmente affamate – ci spiega – Si interessavano di letteratura, poesia e musica, ma anche questioni sociali. Scrivere per personaggi del genere è molto intrigante, divertente. Con Trump, invece, è evidente che il suo staff abbia preferito mantenere la struttura più semplice, senza eccessi poco credibili». In altre parole gli autori hanno il compito di valorizzare la retorica del presidente, rispettandone la sensibilità. «George Bush invece era molto religioso, quindi il coordinatore dei suoi scrittori, Michael Gerson, puntava sul concetto di fede, di chiamata a conseguire il proposito più alto" racconta. Bill Clinton, invece, gravitava molto – almeno dei discorsi fatti all'estero – intorno alla questione della pace, dato il periodo storico di importantissimi negoziati internazionali. «Lavorare per lui è stato davvero stimolante». La penna di Vinca LaFleur ha steso alcune delle pagine più intense. Incluso un pezzo di storia. Nel 1995 Clinton fu il primo presidente americano a visitare l'Irlanda in visita ufficiale. Il discorso che tenne a Belfast è ancora oggi considerato uno dei più ispirati della sua presidenza. Dietro le parole di pace e speranza per il popolo irlandese, c'era anche la mano sicura di LaFleur. «Sulla via del ritorno, saliti sull'Air Force One si complimentò con me. I giornali ne avevano scritto benissimo. Mi lasciò una dedica su una copia del Telegraph». Con Clinton ha viaggiato in tutto il mondo. Oggi con dei colleghi ha fondato West Wing Writers, una società che provvede le parole giuste a politici, comunicatori e imprenditori. Ma la scrittura sapiente di LaFleur è quella che ha guidato anche la stesura del libro della neo vicepresidente Kamala Harris, best-seller del New York Times, “Le nostre verità" (in uscita in Italia il 28 gennaio per La nave di Teseo). «Il titolo del libro è un po' il suo mantra: raccontare la verità e non aver paura di dirla. Harris crede che sia davvero importante come leader». Nello stile retorico della vicepresidente, ci rivela LaFleur, traspare chiaramente il suo carattere. «La vice presidente non teme di prendere posizione per ciò che è giusto. E questo si capisce dal piglio determinato, sicuro. Al tempo stesso, però, è anche una persona estremamente calorosa, con un grande senso dell'umorismo. È una donna piena di energia, vibrante». Certo i tempi cambiano. «Oggi ci si aspetta che il presidente comunichi tutti i giorni, prima non era assolutamente così. Almeno non quando ho lavorato alla Casa Bianca». Al tempo di post e cinguettii, gli americani si aspettano che il commander in chief stabilisca con loro una sorta di linea diretta, ad esempio attraverso l'uso dei social media. Ed in questo Trump è stato un maestro. C'è da capire cosa riuscirà a fare Biden. Intanto l'account ufficiale @POTUS (President of the United States) è da qualche ora nelle mani del nuovo presidente. Vedremo quanto e come deciderà di comunicare. Ovviamente con l'aiuto dei suoi esperti autori.

Il discorso di insediamento di Joe Biden a confronto con la comunicazione di Trump. Patrick Facciolo su Notizie.it il 21/01/2021. Joe Biden struttura il suo discorso di insediamento sulla voce: unione ed empatia caratterizzano le parole del Presidente degli Stati Uniti. Un discorso incentrato sull’utilizzo della voce. Possiamo definire così il discorso di insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca nel giorno del passaggio del testimone.

L’analisi del discorso di Joe Biden. Joe Biden, infatti, ha utilizzato un tono di voce – e un volume di voce – più basso (o grave, in gergo) che ha permesso di sottolineare alcuni dei passaggi più significativi del suo discorso inaugurale. Le parole del nuovo Presidente degli Stati Uniti ruotano attorno al concetto di unione. Inoltre è centrato sull’idea di riunificare le persone aldilà delle loro differenze di vedute. Come nell’ultimo dibattito pre-elettorale, il democratico si rivolge al popolo, dicendo che non si festeggia la vittoria di un candidato, ma della causa della democrazia. “We come together as one Nation” (Ci uniamo come un’unica nazione), dichiara Joe Biden.

Il confronto con il discorso di Trump. Questa tematica dell’unità e dell’unificazione, però, risuonava anche nel discorso con cui Donald Trump si presentò alla Casa Bianca quattro anni fa. Ovviamente, con una variazione sul tema abbastanza consistente. “Today we’re tranfering power from Washington DC and giving it back to you, the people”. Con queste parole, Trump diceva che non si stava semplicemente trasferendo il potere da un’amministrazione all’altra, bensì da Washington DC restituendolo nelle mani del popolo americano. Anche qui, come nel discorso di Joe Biden, si può riscontrare una dimensione di unione e di unificazione. La sostanziale differenza è che, se quattro anni fa si parlava di unificare un popolo insoddisfatto, ora si vuole unificare un popolo diviso tra sé e sé. Come anticipato pocanzi, un passaggio importante del discorso di Joe Biden è la scelta del tono di voce. Un esempio chiaro e dimostrativo lo si incontra al minuto ’14. Un passo del discorso di Biden che sprona il popolo a porre fine a questa guerra incivile tra “rosso” e “blu” che ha contraddistinto l’ultimo periodo. Per questo passaggio, che forse è il più importante del suo discorso, il democratico abbassa il tono e il volume della voce, prediligendo un tono grave. E questo è un passaggio interessante che si presta ad un raffronto con il minuto ’14 del discorso tenuto da Donald Trump nel 2016. Il tycoon aveva infatti preferito utilizzare, non solo un linguaggio più sfidante, ma anche un tono di voce più acuto e un volume più alto.

Analogie musicali e voto finale. Per certi versi, il discorso di insediamento di Joe Biden, può ricordare – per struttura – quei rari esempi del panorama musicale in cui il cantante predilige un ritornello che “si abbassa” rispetto alle strofe della canzone. Parallelo che si pone in contrapposizione con i dogmi non solo musicali, ma anche del Public Speaking, in cui si tende a preferire un tono di voce più alto nella parte pregnante del discorso. Questa decisione – decisamente atipica – di affrontare l’arringa, mi fa dare voto 8 al discorso di insediamento di Joe Biden. Un voto basato anche, e soprattutto, sull’audacia e sull’empatia dimostrata dal nuovo Presidente. “As my mum said, just for a moment, stand in their shoes”, che corrisponde al nostro “mettiamoci nei panni degli altri”. Una scelta di parole molto profonda, pronunciata con un tono molto profondo. Un “ritornello” più grave che resterà memorabile nella storia del Public Speaking e nella storia dei discorsi d’insediamento dei Presidenti degli USA.

Da rainews.it il 21 gennaio 2021. Tra le immagini iconiche di questo Inauguration Day resterà quella del senatore del Vermont Bernie Sanders, ultimo democratico ad arrendersi nella corsa alle primarie con Joe Biden. Arrivato tra i primi a Capitol Hill, in una Washington sferzata dal gelo, il senatore si è messo a sedere, mascherina sul volto, Parka, e un paio di guanti di lana vecchio stile che non sono passati inosservati. Sui social l'ingrandimento dell'accessorio ha spopolato. La foto ha raccolto decine di migliaia di visualizzazioni in poche ore. Molti volevano sapere dove Sanders avesse comprato quei guanti alla Charlie Brown con rombi neri, marroni e bianchi. A fine serata, attraverso il tam tam dei social, si è risaliti all'origine. I guanti sono stati realizzati a mano da un'insegnante del Vermont, Jen Ellis, che li ha regalati al senatore due anni fa. Il materiale usato per quelli che sono diventati un hashtag, #BerniesMittens, è un inno all'ambientalismo: lana e plastica riciclata. Ellis li fa su ordinazione e li regala agli amici. Su Instagram i follower hanno recuperato una foto scattata un anno fa che mostra i vari disegni disponibili. Intervistato dalla Cbs, Sanders ha spiegato la sua scelta: "Noi nel Vermont siamo abituati al freddo e non siamo preoccupati molto della moda, a noi interessa stare al caldo, ed è ciò che è successo oggi".

Lucia Grosso per "it.businessinsider.com" il 27 gennaio 2021. Vendere guanti fatti in casa, nel tempo libero, con lana riciclata, e ritrovarsi, per caso, nel giro di poche ore, a ricevere più ordini di un colosso dell’ecommercee. É quello che è successo a Jen Ellis, quarantenne e insegnante in una scuola elementare del Vermont e guantaia per hobby, i cui guanti, indossati da Bernie Sanders hanno fatto, in poche ore, il giro del mondo. Così, i guanti del compagno Bernie, sono diventati, dalla sera alla mattina, l’accessorio del momento e alla miscosciuta insegnante del Vermont sono arrivate migliaia di richieste. Così tante che, vien da pensare, per soddisfarle ci sarebbe voluto un impianto di produzione industriale e una schiera di corrieri e aerei per consegnarli. Il che fa un po’ sorridere, visto che è l’antitesi di quel che chiede Bernie Sanders. E infatti, tutte le richieste che sono piombate nella mail dell’insegnante, rimarranno solo richieste. Per varie ragioni che Jen Ellis ha spiegato a Slate, in una brevissima intervista: la prima è che Ellis non fa la guantaia, ma l’insegnante, e quello ci tiene a continuare a fare. La seconda è che, di fatto, la lana di vecchi maglioni con cui faceva i guanti è finita, e dunque, Ellis ha smesso di far guanti. La terza, molto ‘sandersiana’ è che “non sempre si può avere quel che si desidera”. Già. Comunque, per chi proprio non potesse fare a meno dei guanti di Bernie, a loro è stato dedicato un accont twitter: BerniesMittens.

Da "rainews.it" il 20 gennaio 2021. Completo blu di Ralph Lauren per Joe Biden e cappotto di tweed e vestito celeste oceano della designer emergente Alexandra O'Neil per Jill Biden per la cerimonia di insediamento. L'abito sarà donato come da tradizione allo Smithsonian, che espone tutti gli abiti più importanti indossati dalle first ladies d'America. Kamala Harris sceglie invece i designer afroamericani Christopher John Rogers e Sergio Hudson, mentre anche per il marito Douglas Emhoff la scelta è caduta su Ralph Lauren, scelto per l'inaugurazione anche da Hillary Clinton e Melania Trump 4 anni fa Jill Biden. Niente rosso né bianco, due dei colori della bandiera americana, ma un celeste "oceano" che strizza l'occhio a quello indossato 4 anni fa da Melania Trump e 60 anni orsono da un'altra first lady americana, mai dimenticata e divenuta nel tempo un'icona di stile internazionale: Jacqueline Kennedy. Per la cerimonia di insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, la moglie Jill ha scelto abito e cappotto en pendant, disegnato dalla stilista Alexandra O'Neill per il brand newyorchese Markarian. A  completare il look, Lady Biden ha scelto un paio di guanti declinati nella stessa palette dell'abito e del cappotto.   

L'abito dell'addio di Melania. Total black e un apparente low profile hanno caratterizzato la mise scelta da Melania Trump per la sua ultima apparizione da First Lady: abito nero sotto al ginocchio e giacchino in tinta, in realtà uno dei look più lussuosi sfoggiati nei suoi anni alla Casa Bianca. L'ex modella indossava infatti la classica giacchina nera in tweed di Chanel, vestito Dolce & Gabbana, le amate Louboutine dalla caratteristica suola rossa e nella versione "tacchi vertiginosi" e per finire il tutto una borsa Birkin di Hermes, in pelle di coccodrillo nera, da oltre 70.000 dollari.

Lady Gaga in rosso e nero. Lady Gaga ha sfoggiato una mise rossa e nera, dall'ampia gonna a campana. Sulla giacca un enorme colomba dorata e una pettinatura con treccia che ricorda quella della principessa Leila di Star Wars. Prima di lasciare il podio, ha salutato Joe Biden, Kamala Harris e l'ex presidente Barack Obama. Jennifer Lopez in bianco Jennifer Lopez ha cantato 'This land is your Land' durante la cerimonia di insediamento di Joe Biden e Kamala Harris. Tutta vestita di bianco, Lopez ha poi parlato in spagnolo gridando: "Libertà e giustizia per tutti!".

Anna Lombardi per "repubblica.it" il 21 gennaio 2021. Un'incredibile parata di stelle per salutare l'inizio di una nuova era: e sopperire a quell'insediamento senza pubblico di Joe Biden, catapultando nel cuore di Washington - attraverso il piccolo schermo - l'America intera. Eccolo l'attesissimo "Celebrating America", lo show ideato per festeggiare l'avvio della nuova presidenza, condotto dalla leggenda di Hollywood Tom Hanks. Uno spettacolo televisivo che più ricco non si può. Un'ora e mezza di musica e politica in onda live dalla scalinata dal Lincoln Memorial, sotto lo sguardo della statua di marmo di Abe, l'onesto. Da Bruce Springsteen a Katy Perry, dai Foo Fighters a Demi Lovato. E poi John Legend che emoziona tutti con la sua versione di un grande classico come Feeling Good di Nina Simone. Jon Bon Jovi a misurarsi con Here Comes the Sun dei Beatles dal sole della California. E Justin Timberlake a duettare con Ant Clemons dalla loro Memphis. Senza dimenticare di ospitare, fra un brano e l'altro, i discorsi politici - sempre rigorosamente dal vivo - del nuovo presidente Joe Biden e della sua vice Kamala Harris. Insieme al siparietto preregistrato in mattinata dei tre ex presidenti Bill Clinton, George W Bush e Barack Obama: uniti - ma socialmente distanziati - per ricordare al paese perché la politica può e deve essere bipartisan.  Sì, a Washington la musica è davvero cambiata: e il pubblico se n'è accorto, fin dal mattino ascoltando Jennifer Lopez. La regina latina del pop, si esibisce subito dopo l'inno intonato da un'emozionatissima Lady Gaga (pettinata come la principessa Leia di Guerre Stellari, quasi a dire "abbiamo sconfitto la Morte Nera"). E canta This Land is your land, la celebre canzone folk di Woody Guthrie, diventata, negli anni Sessanta, un inno di protesta. A Washington, dunque, sono tornate le star: con gran scorno dell'ormai ex presidente Donald Trump, che per il suo insediamento - e nei 4 anni successivi - non ha mai trovato nessun grosso nome disposto a cantare per lui. Una parata di stelle, salutata da una pioggia di fuochi: quelli, che a fine serata, illuminano a giorno il cielo della capitale. Una nuova era è davvero iniziata. Viene davvero voglia di mettersi a cantare. 

Chi è Rachel Levine. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 24 gennaio 2021. Il suo nome è Rachel Levine e il 19 gennaio 2021 è stata indicata dal presidente Joe Biden per ricoprire la prestigiosa carica di assistente segretario alla sanità. Se confermata dal Senato, la Levine diventerebbe uno dei personaggi più influenti e potenti degli Stati Uniti: il ruolo per il quale è stata nominata prevede, infatti, che agisca in qualità di primo consigliere del Segretario della salute e dei servizi umani su tematiche relative a sanità, istruzione e benessere. La scelta della Levine ha dello storico: potrebbe essere la prima persona apertamente transgender a ricoprire un incarico federale su investitura del Senato. La sua nomina, però, è importante anche e soprattutto per un’altra ragione: è indicativa del percorso che intraprenderà l’amministrazione Biden nei riguardi dell’accettazione delle persone lgbtq+ nella vita pubblica, e della promozione dell’ideologia di genere e della legalizzazione delle droghe leggere a livello nazionale e internazionale.

Infanzia e formazione. Rachel Levine, originariamente Richard Levine, nasce a Wakefield (Massachusetts) nel 1957. Cresciuta in una famiglia di ebrei americani osservanti, trascorre l’infanzia tra scuola ebraica e sinagoghe sviluppando un senso di sconforto per il fatto che né a casa né altrove fosse dato spazio a tematiche relative al mondo lgbt; la Levine, infatti, ha manifestato un forte interesse verso l’argomento sin dalla gioventù. Dopo aver ottenuto un diploma presso la Belmont High School, per la Levine giunge il momento di capire cosa fare della propria vita. Decide, quindi, che la passione per la salute e per i bambini abbia un solo sbocco possibile: la pediatria. Si iscrive all’Harvard College, esperienza che termina con successo, dopo di che entra nella scuola universitaria di medicina di Tulane. Alla formazione fra Harvard e Tulane segue una residenza presso il prestigioso ospedale Monte Sinai di New York dal 1988 al 1993, periodo che si rivelerà fondamentale nel percorso di specializzazione professionale in pediatria. Forte di un curriculum a cinque stelle, la Levine si trasferisce in Pennsylvania per lavorare al Centro medico Milton Hershey, all’interno del quale costruirà la propria fama a livello nazionale.

L'ascesa nel panorama nazionale e l'arrivo della notorietà. Il momento della svolta per la Levine avviene nel 2015, quando il neoeletto governatore della Pennsylvania, il democratico Tom Wolf, la sceglie per ricoprire la posizione di medico generale dello stato. La Levine si rivela all’altezza dell’incarico: elabora e introduce un ordine che consente alle forze dell’ordine di trasportare e somministrare il naloxone, un farmaco anti-overdose, un palliativo utile per combattere la crisi degli oppioidi che sta affliggendo la Pennsylvania – circa 2.500 morti nel solo 2014 – e grazie al quale sarebbero state salvate più di mille persone nel primo anno di attuazione. Nel 2017, alla luce dei successi conseguiti in qualità di medico generale, il governatore Wolf le offre il posto di Segretario della Salute, che lei accetta e che viene approvato all’unanimità dal Parlamento della Pennsylvania. Esaltata dalle autorità federate per come ha gestito l’emergenza provocata dalla pandemia di Covid19, e oramai nota all’opinione pubblica statunitense, il 19 gennaio 2021 viene nominata ufficialmente da Biden per il ruolo di assistente segretario alla sanità.

La transizione di genere. Richard è divenuto ufficialmente Rachel nel 2011. La trasformazione, identitaria e biologica, è stata lo sbocco di un lungo, doloroso e complicato percorso introspettivo che, prezzo psicologico a parte, ha comportato anche dei costi a livello di unità familiare. Alla transizione di genere, infatti, ha fatto seguito il divorzio dalla moglie, Martha Peaslee Levine, conosciuta ai tempi della scuola medica di Tulane e anch’ella nel mondo della pediatria. Dal rapporto di lunga data, poi suggellato in matrimonio, sono nati due figli, David e Dayna. Il divorzio è avvenuto nel 2013, ovvero due anni dopo la transizione, ma i prodromi della rottura intra-coniugale erano apparsi già nel 2001, anno in cui l’allora Richard aveva iniziato un ciclo di sedute dal terapista. Il punto di rottura viene raggiunto nel 2008, quando il pediatra “inizia a farsi crescere i capelli prima di annunciare pubblicamente di essere una donna transgenere”. Continuare il matrimonio non sarebbe stato possibile; Richard comunica alla moglie di aver optato per la scelta più temeraria: accettare la propria condizione, anche a costo di sacrificare famiglia e carriera, nel perseguimento del benessere interiore. A partire dal 2008, il pediatra avrebbe iniziato a farsi chiamare Rachel. Il resto è storia.

Il significato della nomina. La Levine non è soltanto un medico esperto in pediatria e trattamento delle dipendenze da stupefacenti, è anche un’attivista ed un’autrice prolifica che si batte per una maggiore inclusione delle minoranze sessuali nella società e per la legalizzazione della cannabis ad uso ricreativo. Le battaglie per il miglioramento delle condizioni di vita delle persone lgbtq+ sono state condotte sino ad oggi all’interno dell’Equality Pennsylvania, la principale organizzazione arcobaleno dello stato federato, ma la Levine potrebbe esportare la sua visione a livello nazionale diventando la numero due del Dipartimento della salute e dei servizi umani. La Levine, in breve, se effettivamente nominata, avrebbe il potere di trasformare l’eredità trumpiana in cenere attraverso l’annullamento di tutte quelle leggi e disposizioni dell’ex presidente su temi lgbtq+, in primis le restrizioni all’accesso nelle forze armate a coloro che soffrono di disforia di genere, e indubbiamente apporterebbe nuova linfa vitale all’intera galassia arcobaleno. Inoltre, in considerazione del suo impegno nella legalizzazione delle droghe leggere, è altamente probabile che Levine possa sfruttare la permanenza al dipartimento per dare legittimità istituzionale al movimento di decriminalizzazione e legalizzazione della cannabis, che potrebbe contare su un portavoce influente a livello federale – un evento altrettanto storico. La sua nomina, quindi, è importante perché, transgenderismo a parte, è indicativa del percorso che intraprenderà l’amministrazione Biden nei riguardi dell’accettazione delle persone lgbtq+ nella vita pubblica, e della promozione dell’ideologia di genere e della legalizzazione delle droghe leggere a livello nazionale e internazionale.

Cultura. Che cosa rappresenta la spilla di Lady Gaga: l’outfit che ha conquistato il web. Vito Califano su Il Riformista il 20 Gennaio 2021. E’ stata Lady Gaga a cantare l’inno nazionale, The Star Spangled Banner, in occasione della cerimonia di insediamento del 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden. Un’interpretazione che ha richiamato l’attenzione in tutto il mondo, collegato con Washington e Capitol Hill. Dove solo due settimane fa, il 6 gennaio, si era verificata l’assalto e l’irruzione da parte di sostenitori di Donald Trump che non riconoscevano la vittoria di Biden alle elezioni dello scorso 3 novembre, oggi si è celebrata la democrazia, come ha detto il presidente eletto. L’esibizione è stata seguita da tutti i presenti in piedi, con la mano sul cuore. La star del pop è stata accompagnata dalla banda dei Marine. A richiamare l’attenzione dei telespettatori in tutto il mondo anche l’outfit della cantante. Lady Gaga ha sfoggiato una mise rossa e nera, un’ampia gonna a campana. I capelli pettinati in una grande treccia – si sono sprecati i paragoni con la capigliatura della principessa Leia di Star Wars. Appuntata sulla giacca un’enorme spilla, dorata. La spilla, che ha attirato in particolare l’attenzione, rappresentava una colomba. Simbolo di pace. Una spilla coerente con le parole di Joe Biden che nel suo primo discorso da Presidente ha lanciato appelli all’unità della Nazione. Prima di lasciare il podio, Lady Gaga ha saluto Joe Biden, la vicepresidente Kamala Harris e l’ex presidente Barack Obama. A esibirsi, oltre a Lady Gaga anche Jennifer Lopez. L’altra star del pop ha intonato la canzone This Land is your Land di Woody Guthrie. Dopo il giuramento e il discorso di Joe Biden è intervenuta anche Amanda Gorman, poetessa e attivista afroamericana 22enne, che ha letto la sua poesia The hill we climb.

Un componimento ispirato all'assalto a Capitol Hill. Chi è Amanda Gorman, l’attivista che ha letto la sua poesia all’insediamento di Joe Biden. Antonio Lamorte su Il Riformista il 20 Gennaio 2021. La poesia che ha letto Amanda Gorman in occasione dell’insediamento del 46esimo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden è intitolata The hill we climb, La collina che scaliamo. Che vuole scalare l’America, che vogliono scalare gli Stati Uniti, che vuole scalare il nuovo Presidente. Biden ha dedicato il suo primo discorso all’Unità della Nazione, quindi alla verità e alla democrazia. La poesia di Gorman è calzata a pennello. Il suo intervento ha richiamato l’attenzione di molti, la curiosità di chi non la conosceva. Gorman ha 22 anni. Prima di lei, sul palco del Campidoglio per la cerimonia di insediamento, hanno cantato Lady Gaga l’inno americano e Jennifer Lopez This Land is your Land. Quando hanno contattato la poetessa 22enne le hanno dato una sola istruzione. Il tema: l’America Unita, appunto. Perché hanno chiamato lei? Amanda Gorman è poetessa, attivista, laureata. È nata nel 1998, originaria di Los Angeles. Nel 2017 è diventata la più giovane vincitrice del prestigioso National Youth Poet Laureate. Si è laureata ad Harvard in Sociologia. Ha pubblicato un primo libro nel 2015, The One for Whom Food Is Not Enough, e ne pubblicherà un altro con illustrazioni alla fine del 2021, Change Sings. Da bambina le è stato diagnosticato un disturbo dell’elaborazione uditiva. Ha anche problemi di articolazione del discorso, che in alcuni casi le impedisce di pronunciare alcune parole e suoni. “Non vedo la mia disabilità come una debolezza”, ha detto. Un punto in comune con Biden che ha sempre sofferto di balbuzie. E nonostante questo è arrivato alla Casa Bianca dopo una lunghissima carriera politica. La poesia che ha scelto di leggere Gorman è in parte ispirata ai fatti del 6 gennaio scorso, quando sostenitori dell’ormai ex Presidente degli Usa Donald Trump hanno assaltato e fatto irruzione nel Campidoglio. Un evento che non succedeva dagli inizi dell’800, dall’assedio degli inglesi. La 22enne aveva detto di provare “eccitazione, gioia, onore e umiltà” per la sua partecipazione al grande evento. Ha detto di sognare un futuro alla Casa Bianca. Si vorrebbe candidare già nel 2036, quando avrà l’età minima per poterlo fare. C’è tempo.

DAGOREPORT il 21 gennaio 2021. (Essendo nere, io e mia madre non possiamo fare a meno di urlare di gioia per la squadra di calcio in gran parte afro-francese. Non porrà fine alla xenofobia, ma c'è qualcosa di magico nelle persone con radici africane che eccellono su un palcoscenico nazionale, che vengono celebrate dove una volta erano condannate)

Annachiara Sacchi per corriere.it il 21 gennaio 2021. Con Joe Biden ha in comune un problema di pronuncia contro cui ha lottato quando era bambina insieme a un disturbo dell’elaborazione uditiva. Ma potrebbe avere un altro punto di contatto con il presidente: al New York Times ha dichiarato di volere correre alle presidenziali del 2036. Sogni, talento, battaglie della nuova stella che ha portato luce alla cerimonia di insediamento del 46° presidente degli Stati Uniti d’America: Amanda Gorman, 22 anni, afroamericana di Los Angeles, una laurea in Sociologia con lode ad Harvard, attivista, la più giovane poetessa che abbia recitato durante una cerimonia dell’insediamento presidenziale oltre a vantare il titolo di National Youth Poet Laureate. Gorman, che conta un milione di follower su Instagram, ha recitato la sua «The Hill We Climb», composizione terminata dopo le violenze del 6 gennaio a Capitol Hill. Leggendo i suoi versi, la giovane — catturando l’attenzione di tutti — ha accennato alla sua personale esperienza di «ragazzina magra afroamericana cresciuta da una mamma single che sognava un giorno di diventare presidente e oggi recita all’insediamento di un presidente». «Essere americani — ha detto — è più di un orgoglio che ereditiamo; è il passato in cui entriamo e come lo ripariamo». E ancora: «Anche quando abbiamo sofferto siamo cresciuti, anche quando ci siamo feriti abbiamo sperato e quando ci siamo stancati ci abbiamo provato. Non ci faremo spingere indietro o piegare dalle intimidazioni perché sappiamo che la nostra inazione e la nostra inerzia diventeranno il futuro». Scelta da Jill Biden, che l’aveva sentita a un recital al Congresso, Amanda Gorman non ha ricevuto stringenti indicazioni per il suo intervento del 20 gennaio, e in «The Hills We Climb», ispirato al tema dell’Inauguration Day «America United», ha evocato «un nuovo capitolo» senza glissare sulle divisioni che hanno preceduto l’insediamento: «Abbiamo visto una forza che avrebbe distrutto il nostro Paese se avesse significato rinviare la democrazia. Questo sforzo è quasi riuscito. Ma se può essere periodicamente rinviata, la democrazia non può mai essere permanentemente distrutta». Nata nel 1998 da madre insegnante, talentuosa e bellissima (non sono passati inosservati il suo cerchietto rosso tra i capelli e il cappotto giallo firmato Prada), Gorman ha in uscita il libro per bambini (già prenotabile) Change sings (Penguin Random House) , mentre nel 2015 ha pubblicato il libro di poesie The One for Whom Food Is Not Enough. Con un’oratoria che per molti la avvicina John Kennedy e a Martin Luther King, Gorman ha emozionato i presenti dicendo: «Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo». Il suo sito è theamandagorman.com.

Ilaria Zaffino per "la Repubblica" il 15 marzo 2021. «La traduzione è un atto creativo in cui l'affinità principale deve essere con la propria lingua. Io, per esempio, mi sono occupata di poeti eschimesi e sono anche molto freddolosa, ma questo non mi ha impedito di farlo. E tra le mie prime traduzioni c'è stato l'ultimo libro di Céline, Rigodon, che come è noto era un autore antisemita e filonazista, un grandissimo scrittore che ammiro profondamente, ma il fatto che io non fossi né antisemita né filonazista non mi ha creato difficoltà. Sarebbe stato anzi imbarazzante prendere un antisemita per tradurlo. Si traduce la lingua, non il colore». Non ha dubbi Ginevra Bompiani, 81 anni, scrittrice, editrice, traduttrice, una vita passata in mezzo ai libri, prima nella casa editrice creata dal padre Valentino, poi nel 2002 ha lei stessa fondato con Roberta Einaudi le edizioni nottetempo. Il suo ultimo saggio, L'altra metà di Dio, è uscito per Feltrinelli nemmeno due anni fa. Ma a tradurre ha cominciato che non aveva neanche vent' anni: Shakespeare, Emily Brontë, Sylvia Plath, tanta poesia. La notizia che la Viking Books per tradurre i versi della poetessa americana Amanda Gorman abbia stilato una sorta di identikit del traduttore, o meglio della traduttrice - che nello specifico deve essere donna, giovane, attivista e preferibilmente di colore - non può lasciarla indifferente.

Tradurre significa gettare un ponte tra le culture. Qui invece si stanno mettendo dei paletti precisi. Cosa ne pensa?

«Penso quello che pensano tutti: è una sciocchezza. Però è una tale sciocchezza che viene da chiedersi: perché? Alla Viking non sono mica degli sprovveduti, è una grande casa editrice americana, ha pubblicato grandissimi autori. Perché improvvisamente fa una cosa del genere? E la sola ragione che mi viene in mente è che si tratti di una trovata pubblicitaria. Sanno anche loro che è difficile replicare in Europa il successo che Amanda Gorman ha avuto in America. Sì l'abbiamo vista recitare la poesia, anche bene, molto graziosa, spigliata, insomma brava ma ce la siamo già quasi dimenticata. Ecco perché credo si tratti di una trovata pubblicitaria. Mi sono anche chiesta se possa essere stata un'idea sua. Dopo tutto Amanda Gorman è anche una modella, sa cosa vuol dire stare su una passerella, non è un poeta restìo e nascosto, è una persona che si sa gestire molto bene, basta vedere il colore del suo cappotto Mi immagino sia andata così: uno dice una battuta, che un maschio bianco non può tradurre Amanda Gorman, e la Viking salta sopra questa battuta, questa sciocchezza ed escogita questa fantastica trovata pubblicitaria».

In Olanda e in Spagna però le traduzioni sono state bloccate perché i traduttori non rispondevano a questi requisiti.

«Immagino che l'acquisto dei diritti sia costato un sacco di soldi, non credo potessero permettersi che la Viking glieli togliesse. Ma tradurre è un'arte, che si fa a tavolino e non girando in cappotto giallo. Non è che se non sono greco non posso tradurre Omero e via dicendo».

Non crede dunque che il background culturale di un traduttore possa influire in qualche modo sulla resa della traduzione?

«Nel senso che deve avere un background modesto, intende? (ride, ndr). I traduttori che sono stati scelti in questi paesi hanno certamente un background culturale superiore a quello della bellissima Amanda Gorman. Io trovo graziosa la poesia che ha letto, non è male, soprattutto l'ha letta bene. Però, e questo è il vero problema della traduzione, è una poesia molto difficile da tradurre, perché è tutta fatta di giochi di parole e di assonanze. È come tradurre Lewis Carroll. Ci vuole una persona abile in questo. Il fatto che sia attivista di questo o di quello lo trovo totalmente irrilevante».

Non solo attivista. Dovrebbe anche essere una donna, under trenta e preferibilmente di colore.

«Questo la dice lunga su quale è oggi lo statuto dell'intelligenza, si pensa che per capire una cosa bisogna essere quella cosa. Come se non ci fosse un lavoro, un movimento dell'intelligenza. Dimostra quanto l'intelligenza si sia molto ridotta ultimamente. Ecco, questo piuttosto mi preoccuperebbe».

Non si corre anche il rischio in questo modo di sfociare nel fanatismo, di sollecitare una discriminazione al contrario?

«È talmente assurda come richiesta che non ci vedo una cosa del genere. Allora, al rovescio, per tradurre uno scrittore maschio, antisemita, filonazista io avrei dovuto essere maschio, antisemita, filonazista? Non ha nessun senso, ripeto è una trovata unicamente pubblicitaria, che non andrebbe presa tanto sul serio. Però quello che invece è preoccupante è che per capire qualche cosa non servano qualità intellettuali ma solo identità. Si capisce quello che si è, non posso capire quello che non sono. Questo vorrebbe dire che quell'unione di cui tanto parla Biden è impensabile: è proprio il contrario del messaggio che si voleva dare».

Tradurre è un'arte: come si fa a restituire al meglio l'anima di un testo?

«Ho sempre pensato che tradurre volesse dire rifare in macchina lo stesso percorso che l'autore ha fatto in barca. Si parte da Napoli e si arriva a Genova, però io sono in macchina. C'è poco da fare. Devo seguire una strada e devo fare delle cose che si fanno in macchina e che lui, invece, ha fatto molto più liberamente sull'acqua. La differenza è proprio quella, cambia il mezzo, dunque è tutto il percorso che deve essere rifatto con un altro mezzo. Per questo è un atto veramente creativo».

E mai neutrale.

«Il traduttore ci mette sempre del suo, ci mette il suo rapporto con la lingua. Il rapporto con la propria lingua è primario, poi ovviamente deve conoscere quella straniera. Per questo spesso i traduttori sono anche scrittori. È come nella scrittura: ti addormenti con una parola nella lingua straniera e, se ti va bene, ti svegli con quella parola, o con l'espressione o il giro di frase giusto in italiano. È una cosa che continua a lavorare nella tua testa. Per farlo ci vuole una certa affinità con l'autore? Beh, non avrei tradotto mai un libro sul calcio, questo è vero. O un libro di un grande cuoco, perché il rapporto con la lingua non è lo stesso. L'importante è che il tuo rapporto con la lingua sia altrettanto forte, altrettanto creativo del rapporto che ha l'autore con la sua di lingua. In questo senso diventa più comprensibile la richiesta della Viking, perché Amanda Gorman ha un modo di leggere la poesia come se questa fosse pensata per essere recitata, quindi forse gli editori temevano una resa troppo letteraria, troppo colta, da parte del traduttore. Perché è chiaro che l'editore europeo avendo pagato molto per i diritti avrebbe utilizzato il suo migliore traduttore. Magari avranno temuto che potesse essere un po' troppo sopra le righe, troppo colto».

Ma il compito di un buon traduttore non dovrebbe essere quello, in ogni caso, di restituire la voce dell'autore?

«Naturalmente, ma se questa voce dell'autore gli fosse totalmente estranea deve ritrovarla in sé. Deve averla dentro di sé».

Quindi alla fine un po' giustifica quello che ha fatto la Viking?

«No, assolutamente non la salvo. Penso sempre sia una stupidaggine, una brutta stupidaggine. Però cerco di spiegarmela, perché la Viking è una grande casa editrice, non credo siano degli sciocchi. Quindi continuo a interrogarmi su cosa possa esserci dietro. Può essere stata un'idea per lanciare una simpatica poetessa? Penso che questa trovata pubblicitaria sia stata escogitata per darle uno spolvero in più. Era sicuramente questo lo scopo. Spero per lei che non la accontentino».

Marco Grieco per mowmag.com il 12 marzo 2021. Ha solo 23 anni Amanda Gorman e oggi la conoscono tutti per essere la più giovane poetessa d’America. Ma fuori dagli Stati Uniti, le “colline da scalare” hanno poco a che fare con i “ponti” della sua chilometrica poesia di 723 parole recitata sugli spalti di Capitol Hill. Sembra infatti che, per tradurre le sue poesie, non basti la bravura, ci vuole anche l’estetica. Ci sarebbe questo dietro il “profilo inadatto” del traduttore catalano Victor Obiols, forse troppo bianco per le sue poesie: “Non hanno messo in dubbio le mie capacità, ma cercavano un profilo diverso, che doveva essere una donna, giovane, attivista e preferibilmente nera - ha detto lo scrittore catalano all’AFP -. Se io non posso tradurre una poetessa solo perché è una donna, giovane, nera, un’americana del XXI secolo, non posso nemmeno tradurre Omero perché non sono greco, né dell’VIII secolo a.C. o non avrei potuto tradurre Shakespeare perché non sono inglese o del XVI secolo”. È il secondo caso in Europa. In Olanda la scrittrice Marieke Lucas Rijneveld, che forse non avrà declamato davanti ai reali, ma è celebre per ave vinto il prestigioso premio International Booker, si è dimessa dopo che il suo editore Meulenhoff le aveva affidato l’incarico. “In un momento di crescente polarizzazione, Amanda Gorman mostra nella sua giovane voce il potere della parola, il potere della riconciliazione, il potere di qualcuno che guarda al futuro invece di guardare in basso” aveva detto la scrittrice appena accettato l’incarico – poi toltole -, perché scelta dalla stessa Gorman, come ricorda The Guardian. Tutti vogliono tradurre la raccolta di poesie di una ragazza contesa da editori e case di moda, che negli Usa è schizzata in cima alle classifiche Amazon in pochissimo tempo: "Il mio profilo Instagram è letteralmente impazzito, questo non è un gioco, questo non è uno scherzo. Ho guardato e avevo un milione di follower " ha detto la 23enne commentando la sua reach. Alcuni giorni prima della sua declamazione nel discorso presidenziale, era stata annunciata la pubblicazione della sua raccolta The Hill We Climb. Questione di valori o anche di marketing? E cosa c’insegna questa strana faccenda? Lo abbiamo chiesto a Barbara Alberti, scrittrice con la maiuscola, che ha fatto del coraggio delle idee la cifra distintiva della sua letteratura “politicamente scorretta”.

Barbara, ma a lei la poesia di Gorman è piaciuta?

“Io di lei conosco solo i versi della poesia recitata a Capitol Hill, e li ho trovati mediocri. E poi, che poeta sei se fai distinzioni del genere? È la negazione stessa della poesia”.

In che senso?

“Perché tutto questo è molto esteriore. Posso capire se a farlo ci fosse un grande poeta, perché quel gesto sarebbe accompagnato da un significato diverso. Questa è incultura moderna”.

Che poi, come diceva Eco, tradurre è tradire. Quale “autenticità” si vuole richiedere?

“Tutto quello che questa scrittrice fa è totalmente mediatico, non c’è autenticità. È una star del web, come gli influencer di oggi. È l’antipoesia, una unità di consumo della grande macchina della comunicazione. È una comunicatrice, non una poetessa”.

E a chi la accusasse di razzismo?

“Tutto questo non c’entra nulla con la lotta al razzismo, che è legittima e va ribadita con forza. Ma se ci facciamo ricattare da questo diventiamo stupidi in tre ore”.

Marco Ciotola per mowmag.com il 12 marzo 2021. La questione ha già sollevato un polverone mediatico non indifferente. La sostanza è riassumibile in una breve domanda: solo un afroamericano può tradurre un autore afroamericano? Apparentemente è infatti questa la posizione di editore e agente della famosa poetessa Amanda Gorman, sempre più conosciuta dopo aver recitato una delle sue poesie durante la cerimonia di insediamento del nuovo presidente USA, Joe Biden. La Viking Books ha di recente respinto il lavoro – pure ottimo – del traduttore catalano Victor Obiols perché quest’ultimo sarebbe “di profilo inadeguato”. Non dunque un giudizio sul suo periodare né sulla capacità di trasmettere ritmo e stile della poetessa, ma su un non ben specificato modo di presentarsi dell’uomo. Malgrado resti poco chiaro quanto di tutto questo sia opera e volere dell’ampio entourage dietro alla giovane autrice o a una decisa volontà del famoso editore statunitense (già in passato dietro a una decisione simile), resta una vicenda parecchio spinosa e con responsabilità certe di (quasi) tutti i protagonisti in ballo. Ma è una vicenda di sola immagine per lo scrittore e poeta Aldo Nove, che evidenzia come il riscontro mediatico del tutto abbia innescato una spendibilità politica che è stata prontamente cavalcata, mentre sul piano poetico e artistico “basta un minimo di buon senso per dire che una traduzione non è una questione genetica, ma di cultura”. Cultura che è appunto “studio” e non colore della pelle né provenienza per Nove, di recente vincitore del Premio nazionale di poesia Elio Pagliarani per i suoi “Poemetti della sera” (Einaudi, 2020). La politicizzazione dell’affare e i vari modi di cavalcarlo non rispecchiamo la realtà dei fatti, il “problema reale”, che è invece piuttosto semplice per l’autore lombardo: “Non c’è nessuna influenza reale dell’etnia sugli esiti del lavoro artistico”. “È chiaro che questa cosa ha avuto un riscontro mediatico per una sua spendibilità politica – spiega Nove, raggiunto telefonicamente da Mow per un commento sul tema – ma sul piano filologico-poetico è una questione che non esiste. Ci si appropria di una cultura e di una lingua attraverso lo studio, quindi tutto da questo punto di vista è giocato sul piano politico, non su quello artistico. Direi che la questione nella sua essenza non si debba proprio porre: è una scelta di immagine, ma non corrisponde al problema reale.”

Francesco Olivo per “La Stampa” il 12 marzo 2021. C'è un problema con i traduttori di Amanda Gorman. Gli editori si contendono The hill we climb, il poema che la giovane attivista californiana ha letto a Capitol Hill durante l'inaugurazione di Biden. L'edizione olandese è stata assegnata e poi tolta a Marieke Lucas Rijneveld, poetessa impegnata, ma bianca. Il motivo lo ha spiegato l'editore che detiene i diritti delle opere di Gorman: la traduttrice deve essere donna, giovane attivista e preferibilmente nera. Il problema si è riproposto con l'edizione catalana: il traduttore incaricato, il poeta Víctor Obiols, non risponde a nessuno di questi criteri.

Obiols, cos'è successo?

«Mi ha chiamato il mio editore, Enciclopèdia, dicendomi che dall'America avevano fermato tutto. Non rispondevo ai requisiti giusti per tradurre Amanda Gorman».

Con quale motivazione?

«Mi hanno detto che il mio profilo e il mio curriculum non erano adeguati. Sono uomo, bianco, non più giovane e pure catalano».

Lei aveva già cominciato a tradurre?

«Avevo finito e consegnato il testo. L'editore catalano era molto imbarazzato».

Si è stupito?

«Molto. Quando era uscita la vicenda della traduttrice olandese i miei amici mi hanno preso in giro: "Ora tocca a te". Ne ho riso, senza immaginare quello che sarebbe successo pochi giorni dopo».

Come ha reagito?

«All'inizio ha prevalso l'indignazione. Ho scritto dei tweet e poi li ho cancellati perché il tema è delicato e non voglio che le mie parole vengano strumentalizzate».

Lei ha tradotto Shakespeare e Oscar Wilde si sente inadatto per Amanda Gorman?

«No. Mi sembra una vicenda assurda. Io capisco molto bene la discriminazione culturale, la mia lingua, il catalano, era stata praticamente cancellata dalle dittature spagnole. Però questi temi trattati così sfociano nel fanatismo. Quando si cerca a tutti i costi la purezza si arriva al dogmatismo».

Non è giusto assegnare la traduzione a una giovane donna nera?

«Io mi rendo conto che c'è un torto secolare che si è perpetrato. Ma in fondo io, nel mio piccolo, sto subendo quello che hanno patito le persone di colore per secoli: la discriminazione per questione di razza, genere ed età».

Traducendo il poema ha mai avuto contatti con Amanda Gorman?

«No. E sto pensando di scriverle una lettera».

Per dirle cosa?

«Vorrei capire se lei conosce queste manovre. Penso di no. In fondo non le giovano. Poi vorrei dirle che non sono certo uno del Ku Klux Klan. Al contrario: sono sempre stato a favore dei diritti civili. Faccio parte di una Ong che costruisce pozzi in Burkina Faso. Sono amico di Bell Hooks, scrittrice femminista afroamericana».

Cosa pensa di Amanda?

«Quando l'ho vista in tv all'inaugurazione è stato come un balsamo, dopo gli anni del trumpismo. Certo, alla luce di quello che mi è successo, devo notare che è un po' incoerente mettere il veto su un traduttore perché non risponde a certi canoni e invece recitare in pubblico per un presidente bianco».

Visto che la sua traduzione è da buttare, come si pubblicherà una versione in catalano?

«Non è facile trovare una persona di colore, giovane che traduca in catalano. E quando si troverà non è detto che sia intellettualmente più affine ad Amanda Gorman, che è una ragazza di Los Angeles che ha studiato ad Harvard, di quanto lo sia io».

Cosa pensa del poema?

«Io sono più ermetico, amo Montale, quella di Gorman è una poesia di altro tipo. Un genere da pamphlet. Ma non è affatto male».

Come gestirà questa improvvisa notorietà?

«Di certo non l'ho cercata. Sono anche un cantautore, scriverò una canzone su queste vicenda».

POETESSA DEI MIEI STIVALI (FIRMATI) – PERCHÉ HANNO CHIAMATO AMANDA GORMAN ALL’INAUGURAZIONE DI BIDEN? PERCHÉ HA IL CAPPOTTO PRADA, È GIOVANE, BELLA, NERA, FEMMINISTA, FORSE NON ETEROSESSUALE, RAZZISTA AL CONTRARIO E SCRIVE DA CANI? NON ERA PIÙ DEMOCRAT ESTRARRE A SORTE UNA SCOLARA PER LEGGERE UNA POESIA (TANTO UNO VALE UNO)? – PER NATALIA ASPESI, IL FATTO CHE GORMAN SIA “IMPROVVISAMENTE PASSATA DA CENTOMILA A UN MILIONE DI FOLLOWER” NON TESTIMONIA L’IGNORANZA E IL CONFORMISMO DEI SOCIAL BENSÌ “LA FAME DI CULTURA”

DAGOREPORT il 22 gennaio 2021. Per capire la comica tragedia nella quale è finita l’ex autoproclamata intellighenzia progressista basta concentrarsi sulla differenza che c’è tra la vita di un Bukowski e di un Ferlinghetti e quella della poetessa Amanda Gorman, la differenza che c’è tra -  non oso quasi scriverlo – i versi del tipografo disoccupato Walt Whitman  e la black poet griffata Prada, tra - lo metto tra parentesi -, (la cultura di T.S.Eliot e Sotto il vestito, niente). Il diavolo, nelle sue diverse epifanie, veste davvero Prada e veste anche la nuova Greta Thunberg della poesia (come Greta s’imbarca sullo yacht di Casiraghi, così Amanda ha volo pagato e Hotel 5 stelle ospitata da Prada), quell’Amanda Gorman che griffata dal cerchietto alla scarpetta è stata chiamata al giuramento di Biden. Negli anni Settanta, i poeti amati dalla sinistra rappresentavano il Contropotere. S’inneggiava a Joan Baez, Paul Bowles alla Beat generation e quindi ora alle femministe d’antan come Aspesi e Maraini non par vero di rivivere giovanili frisson cercando in questa Amanda e in quella Greta di rivivere i tempi magici della giovinezza, quando la Pivano inseguiva Gregory Corso, qualcuna di loro idealizzava Simone de Beauvoir e l’amore libero e altre pubblicavano “Mara e le altre. Le donne e la lotta armata”. Solo che la nostalgia, la coazione a vedere in ogni giovinetto che finisce sotto i riflettori un riflesso del “primo giovanil errore” e ardore, le porta fuori strada, all’inversione. Per Maraini “Amanda Gorman è già una poetessa affermata, un segnale fortissimo contro il razzismo”; talmente affermata che, mai tradotta, i suoi versacci arriverebbero secondi persino anche al “Premio Vattelapesca - sezione poesia inedita”. Per Aspesi, il fatto che Gorman sia “improvvisamente passata da centomila a un milione di follower” non testimonia l’ignoranza e il conformismo dei social bensì “la fame di cultura” (domani, immaginiamo staranno tutti a compulsare l’Antologia di Planude). La non-poesia è vestita da Prada e questo spinge la Aspesi a dire che il “cappotto giallo di Prada è l’unico riferimento italiano della cerimonia”: non le piaceva il vestito italiano di Schiaparelli della più italiana (ma, ahimé, bianca) Lady Gaga o, forse, dimenticava l’origine siciliana della first lady? Insomma, per “Repubblica” non c’è dubbio, “è nata una stella. Amanda Gorman incanta l’America. La poetessa di 22 anni ha emozionato tutti con i suoi versi all’insediamento di Biden. Un talento riconosciutole fin dal 2017 quando a 16 anni fu incoronata prima National Youth Poet Laureate, sorta di Nobel per giovani vati” (così è stampato nero su bianco),  “grazie alle sue rime femministe e antirazziste”. Antirazziste? Leggiamo un tweet pubblicato dalla signorina Gorman: “Essendo mia madre nera, non posso che urlare di gioia per il team di calcio afro francese. Non smetterà la xenofobia, ma c’è qualcosa di magico che persone di radici africane siano eccellenti, siano celebrate…”. Dunque, se uno scrive “Essendo mia nonna bianca, non posso che tifare per la Germania perché sono alti e biondi” come Tony Kross, che ha i tratti degli ufficiali della Conferenza di Wannsee, va tutto bene? La poetessa dei miei stivali (firmati) è stata una volta in Italia, a Milano. Per un reading alla Casa della Poesia? Ma va là! Viene per il fashion, un evento di Prada, borsetta (direi fatta trovare sul comodino come regalo) Hotel 5 stelle e dinner party. Davanti al Duomo la poetessa si fa un selfie presentando i suoi occhiali “di moda” (e la casa del Manzoni a due passi?). Poi va alla sfilata e tra le molte modelle bianche, posta la foto di che modella? Una nera con la scritta “Shout out to all the beautiful women of color”. Andiamo avanti, vediamola più da vicino, con quello che lei stessa dice di se stessa su Instagram (non è una autobiografia letteraria?). Eccola con il/la suo/a idolo/a, detto “il re”, Blair Imani (nata Blair Elizabeth Brown) un nero/a convertito/a all’Islam, queer (traduco: “sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone”), multirazziale e membro/a di Black Lives Matter, naturalmente. Vediamo poi la poetessa impegnata a fare da influencer a vari marchi della moda e del Luxury, scendere da una rossa fuoristrada sempre abbracciata a una “amica” (?), nera ovviamente, impegnata in sfilate di fashion. In una foto rivela il suo “amore” per Kristie Dash (una produttrice di brand nel fashion e influencer). “Chi sposerei”, si autochiede in un post? Per la risposta serve un dizionario dalla neolingua a una lingua conosciuta: “Are u an intersectional feminist voting bachelor with an INTJ/INFJ personality and Harry Potter obsession? If so, catch me outside. If not…”. Che più o meno, scusate, come Leporello “non ho imparato a leggere ai raggi della luna”, sarebbe: “Sei single, votante per il  femminismo intersectional (termine coniato nel 1989 dall’avvocato civile nero Kimberlé Crenshaw  che accumula il femminismo ad altre forme di discriminazione) con una personalità di tipo INTJ (ovvero introversa, con intuizione, pensiero razionale e giudizio) e INFJ (ovvero gentile e premuroso) e ossessionato da Harry Potter? Allora vediamoci fuori. Altrimenti…”. La sua poesia “migliore” sarebbe “In this Place” (non è che ce ne siano molte) composta per Poet Laureate Tracy Smith. Qualcuno dei celebranti di questa nuova Emily Dickinson l’ha letta? Ebbene, è  un’anafora continua (“There’s a poem, There’s a poem, There’s a poem…) con metafore tipo: “C'è una poesia in Florida, nel Texas orientale / dove le strade si gonfiano in un nesso di fiumi, / mucche che galleggiano come boe screziate nel marrone” o, più avanti, un elenco continuo: “la nostra lirica americana da scrivere  / una poesia del popolo, dei poveri, / il protestante, il musulmano, l'ebreo, / il nativo, l'immigrato, / il nero, il marrone, il cieco, il coraggioso, / i privi di documenti e gli imperterriti, / la donna, l'uomo, il non binario, / il bianco, il trans…” (c’è anche il bianco, penultimo, ma è la prima volta che c’è!). Vabbé, si dirà: ha vent’anni (li aveva anche Leopardi quando…) non è giusto giudicarla per i versi. Allora perché è lì all’inaugurazione? Perché ha il cappotto Prada, è giovane, bella, nera, femminista, forse non eterosessuale, razzista al contrario e scrive da cani? Non era più Democrat estrarre a sorte una scolara per leggere una poesia (tanto uno vale uno)? Perché il risultato, come scrivono le entusiaste ancelle di “Repubblica”, è che “due suoi libri, non ancora pubblicati, dominano da ieri le classifiche di Amazon: la raccolta The Hill We Climb e il libro per bambini Change Sing”. Ecco, così Amanda (beata lei) diventata una ricca ragazza può passare dal luxery al lusso, dagli inviti di Prada a invitare gli industriali che vogliono conoscere il presidente. Grazie all’ideologia e ai giornali democrat, ora passa dai versi ai versamenti in banca, con buona pace della Poesia.  E dire che a Milano è appena morto il comunista anarchico Franco Loi!

Da ansa.it il 7 febbraio 2021. Ha fatto storia recitando una poesia alla cerimonia di insediamento del presidente Joe Biden con gli occhi del mondo intero puntati su di lei. A soli 22 anni Amanda Gorman è stata la più giovane poetessa che abbia recitato durante una cerimonia dell'insediamento presidenziale, oltre a vantare il titolo di National Youth Poet Laureate, una sorta di Nobel per giovani scrittori americani. Eppure è terrorizzata dal pubblico. Lo ha rivelato lei stessa durante una conversazione con Michelle Obama per Time. L'ex First Lady ha indossato i panni della giornalista e ha intervistato la Gorman per il numero in cui lei stessa è in copertina. Amanda Gorman ha un mantra per superare la paura. Ogni volta ripete a se stessa dei versi contenuti nella traccia 'I Am Moana (Song of the Ancestors)' della colonna sonora scritta da Lin Miranda del film della Disney "Moana" (2016). La poetessa ha anche rivelato che la sua paura del pubblico deriva dal fatto di essere afro-americana e di non sentirsi accettata. A terrorizzarla, lo scorso 20 gennaio, anche il timore di inciampare prima di arrivare sul podio o di non riuscire a girare le pagine della sua poesia perché aveva le mani congelate per il freddo. (ANSA).

Anna Guaita per “Il Messaggero” il 7 febbraio 2021. Arte e moda, impegno ed eleganza, a soli 22 anni Amanda Gorman è riuscita a coniugare linguaggi spesso giudicati contrastanti. La poetessa che ha letto la sua «The Hill we climb» all'insediamento di Joe Biden si sta dimostrando una personalità poliedrica, effervescente, capace di conquistare un pubblico trasversale, dai giovani afro-americani alle donne bianche dei sobborghi, dai poveri ai ricchi, dal mondo serio della cultura a quello spumeggiante della moda. Ieri abbiamo saputo che Amanda sarà presto anche un'eroina del mondo dello sport: domenica 7 febbraio sarà la prima persona invitata a leggere una poesia durante il Super Bowl, la finale del football trai Kansas City Chiefs e i Tampa Bay Buccaneers. Il Super Bowl è un fenomeno televisivo seguito da centinaia di milioni di spettatori, famoso per i suoi spettacoli nell' intervallo, caratterizzati da cantanti pop di fama mondiale. Quest'anno, con il Paese ancora nella morsa mortale del coronavirus, l'Associazione nazionale americana di football si è impegnata a offrire uno spettacolo più sobrio. Sull'onda delle manifestazioni Black Lives Matter, inoltre, ha deciso di dare più spazio anche agli artisti di colore. E se la musica è affidata al cantante canadese The Weeknd (il cui vero nome è Abel Makkonen Tesfaye), ad Amanda sarà chiesto di ringraziare in poesia coloro che nella pandemia si sono sacrificati. La comparsa di Amanda nel più importante evento sportivo dell'anno può sembrare strana, ma è perfettamente in linea con il tracciato inusuale che la giovane ha seguito sin dai suoi esordi nella poesia. In questi giorni, la giovane ha firmato un contratto con la nota agenzia di modelle Img perché la aiuti a costruire un' immagine di eleganza nuova costruita «sulla sostenibilità, sullo scardinamento dei codici del passato, e l'abbandono delle strade già percorse» come lei stessa ha declamato tre anni fa a una sfilata di Prada, il suo designer preferito. La Img nel suo pool ha nomi come Kate Moss, Gigi Hadid e Gisele Bundchen, moglie del famosissimo campione di football Tom Brady, che guiderà i Buccaneers di Tampa Bay nel Super Bowl contro i Chiefs di Kansas City. Laureata in sociologia ad Harvard, poetessa da quando aveva otto anni, attivista politica con il sogno di candidarsi alla presidenza nel 2034, vincitrice del titolo di Giovane Poeta Nazionale, autrice di tre libri in arrivo con la casa editrice Penguin (un milione di copie ciascuno, numeri mai visti da un poeta), pochi possono immaginare che Amanda fino a poco tempo fa non riuscisse a declamare le sue poesie per una difficoltà dell' eloquio. Amanda ha una gemella, Gabrielle, con la quale condivide l'impegno politico, e con la quale ha girato un video che è stato di ispirazione per la marcia di un milione di donne a Washington. Gabrielle è una regista di documentari e fotografa, Amanda è una poetessa. Ma le due ragazze condividono una nascita difficile, prematura, che ha lasciato Amanda per anni a lottare con una difficoltà di udito e di pronuncia, che ha faticosamente sconfitto solo dopo essere arrivata all' università. Molti pensavano che fosse questo ad averla resa cara a Joe Biden, un ex balbuziente, e a farla scegliere per il giorno dell'insediamento. Invece a spingere Jill Biden a convocare la ragazza, la sera del 30 dicembre, con una telefonata che la fece «saltellare di gioia per tutta la casa», è l'appello all'unità che la poesia di Amanda ha avuto sin dall'inizio: «Per essere uniti non c'è bisogno di annullare le nostre differenze», spiega Amanda, che nel video Rise up as one girato dalla sorella declama una poesia dallo stesso titolo, «Solleviamoci come se fossimo uno solo». Il giorno dell'insediamento, con quel cappotto giallo e i capelli legati con una fascia rossa (entrambi firmati da Prada) Amanda apparve come un raggio di sole sul palco che solo due settimane prima era stato scavalcato dai rivoltosi che si erano introdotti nel Campidoglio. Prima di recitare la sua poesia, ha alzato lo sguardo e ha fatto un lungo sorriso. Poi ha spiegato: «Da lassù avevo davanti a me la spianata dei monumenti, vedevo il monumento a Washington, il memoriale di Lincoln, e mi sono sentita parte della storia, da discendente di schiavi». È raro che la parola schiavo sia accompagnata da un sorriso, ma questa è la forza di una giovane poetessa che ha conquistato l'America con le parole: «Alziamo lo sguardo non su quello che sta fra di noi/ ma su quello che sta davanti a noi/ .... Deponiamo le armi/ e spalanchiamo le braccia».

Francesco Semprini per La Stampa il 7 marzo 2021. «Una guardia di sicurezza mi ha seguita mentre camminavo verso casa stasera. Mi ha chiesto se vivessi lì perché "sembri sospetta"». È così che Amanda Gorman si è vista costretta a spiegare che stava solo rientrando a casa ad un agente che l' ha fermata sulla soglia. Amanda Gorman è la giovane poetessa afroamericana diventata famosa in tutto il mondo dopo il suo intervento alla cerimonia di insediamento alla presidenza di Joe Biden. «Mi ha chiesto se vivessi lì, ha detto che "gli sembravo sospetta". Gli ho mostrato le chiavi e ho aperto la porta. Se ne è andato senza una parola. Niente scuse», ha scritto Amanda su Twitter, proseguendo in un altro messaggio: «In un senso sono una minaccia. Una minaccia nei confronti dell' ingiustizia, le diseguaglianze e l' ignoranza. Chi dice la verità e cammina con speranza è un ovvio e fatale pericolo per i poteri costituiti». Il caso ha sollevato una marea di polemiche legate soprattutto alla questione del comportamento discriminatorio di una certa parte delle forze dell' ordine ostaggio di pregiudizi nei confronti delle minoranze, in particolare afroamericane. Episodi che sono stati definiti con l' espressione «Walk while black». Una lunga narrativa che ha visto cittadini neri che finiscono per diventare individui sospetti e vittime di «forza eccessiva» da parte delle autorità solo per essere tali. Da Michael Brown a Ferguson a George Floyd a Minneapolis, sono quasi sempre giovani dei ghetti, e il rischio di venir malmenati e talora uccisi per loro è assai maggiore. Un periodo quello di Floyd di giustizia violenta che ha fatto riemergere in tutti gli Stati Uniti tensioni razziali mai sopite, rilanciando il dibattito sull' operato discriminatorio di una certa parte delle forze dell' ordine. Ne sono seguite settimane di dimostrazioni guidate dal movimento Black Lives Matter, in alcuni casi fagocitate da manifestazioni violente, saccheggi e scontri con la polizia. E successivamente tra gruppi radicali della sinistra e formazioni e milizia della destra estrema. A volte però non capita soltanto ai ghetti. Afro-americani ricchi e famosi non sono esenti dal «marchio di infamia», come quando Oprah Winfrey a Zurigo, cercando di comprare una borsa di Tom Ford, fu presa per una taccheggiatrice, o Danielle Watts, l' attrice di «Django Unchained» di Quentin Tarantino fu scambiata a Los Angeles per una prostituta mentre era in macchina con il fidanzato. Nel 2009 Henry Louis Gates, il decano degli studi afroamericani a Harvard, venne arrestato mentre rientrava a casa da un lungo viaggio: il poliziotto bianco troppo zelante lo aveva preso per uno scassinatore e la vicenda portò al «vertice della birra» alla Casa Bianca con l' allora presidente Barack Obama e il suo vice Joe Biden nel ruolo di mediatori. «Questa è la realtà che vivono le ragazze nere: un giorno sei un' icona e l' indomani una minaccia», ha detto Amanda Gorman. Nonostante «The Hill we Climb», la sua stessa poesia dell' insediamento recitata un mese e mezzo fa per milioni di persone in tutto il mondo, presentasse la visione di un' America che continuamente corregge la rotta puntando verso un futuro impegnato a includere tutte le sue culture.

Pietro Senaldi, il sospetto su Joe Biden: "Si è “rubato” il vaccino degli italiani (con l'aiuto della Germania) per fare bella figura?" Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 20 gennaio 2021. Donald Trump ha finanziato la ricerca per i vaccini anti-Covid con circa dieci miliardi di dollari, ha assunto l'immunologo Anthony Fauci anziché Domenico Arcuri e ha promesso alla sua gente: «Prima gli americani», anche nelle profilassi. Siccome però è sovranista e non si porta la mascherina anche alla toilette, media e politici progressisti gli hanno appiccicato l'etichetta del negazionista. Il suo successore, Joe Biden non ha fatto ancora nulla sul fronte Covid, se non confermare Fauci e vaccinarsi con una dose di Pfizer, alla quale Donald ha stanziato due miliardi, ma passerà per l'uomo che avrà immunizzato gli Usa. Il neopresidente ha giurato infatti che in tre mesi saranno vaccinati cento milioni di americani. Bravo lui, anche se su questo proposito aleggia un inquietante sospetto, che il governo italiano e il commissario Arcuri, a diretta domanda, non smentiscono.

Si ha ragione di credere che il rallentamento che la vaccinazione sta avendo nel nostro Paese sia collegato strettamente all'accelerazione programmata oltre Oceano. Per essere più espliciti, si dà il caso che Biden nei fatti sia più sovranista di Trump e abbia applicato il motto «prima gli americani» in termini spietati nei confronti dell'alleato Europa. Si vocifera che il taglio del 29% della fornitura di dosi Pfizer attese per le prossime settimane in Italia non sia dovuto a una indifferibile riprogrammazione della capacità produttiva dello stabilimento europeo della multinazionale americana volto a renderla più efficiente. La sensazione, anzi l'accusa, è che l'azienda farmaceutica abbia distratto verso gli Stati Uniti quantità di siero inizialmente destinate a Europa e Italia, così da consentire a Biden di rafforzare la propria immagine e mettere il suo Paese in sicurezza prima di noi, pronto a bruciarci nella ripartenza economica attesa dopo la pandemia. Pfizer smentisce, ma non sa motivare l'improvviso cambio di programma, caduto sull'Europa infetta come un fulmine a ciel sereno. La decisione di privilegiare Biden sarebbe perfettamente in linea con la politica aziendale del colosso Usa. Due mesi fa, pubblicamente ringraziata dai progressisti, anche di casa nostra, la multinazionale attese il voto presidenziale Usa prima di annunciare la messa sul mercato del proprio vaccino, notizia che avrebbe potuto favorire Trump.

TEMPISTICHE SOSPETTE. A voler essere maliziosi, si potrebbe ricordare che il mese scorso Pfizer fu protagonista di un incedente diplomatico. Si scoprì che la Germania aveva comprato solo per sé trenta milioni di dosi di vaccino, in aggiunta ai trecento milioni acquistate dalla Ue per ripartirle tra gli Stati membri. Come se Berlino sospettasse che era il caso di far rifornimento extra perché la fornitura comunitaria avrebbe potuto essere tagliata. D'altronde, beffa, si è scoperto in questi giorni che gli accordi d'acquisto siglati dall'Europa, capitanata dalle feldmarescialle Merkel e von der Leyen, con l'azienda americana non impongono tempi di consegna, a differenza di quelli fatti da Berlino autonomamente. Ne consegue che, mentre tedeschi e statunitensi si inoculano il siero a ritmi da catena di montaggio, noi dobbiamo attendere in seconda fila senza neppure poter chiedere i danni. Fantapolitica? Biden si insedia domani ma da tempo manda segnali distensivi alla Germania, rassicurando che il suo mandato sarà l'opposto di quello di Trump, che contro Berlino scatenò una guerra commerciale che determinò la prima crisi economica tedesca da vent' anni a questa parte. Tra Casa Bianca e Cancelleria si sta consolidando un patto di ferro che vede la Merkel e chi le succederà come punto di riferimento europeo per gli States nella lotta a Cina e Russia. Le pressioni della leader tedesca, lo scorso anno, per favorire l'acquisto da parte di Pfizer della piccola azienda germanica Biontech, detentrice del brevetto del vaccino, sono parte integrante dell'accordo.

MOTIVAZIONI POLITICHE. E il resto dell'Europa, Italia in particolare? Il taglio delle forniture rallenta la profilassi in 14 Regioni del nostro Paese su venti. Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Friuli Venezia-Giulia e Veneto sono le più danneggiate. Il nostro Paese attende la data salvifica del 29 gennaio, quando l'Agenzia Europea del Farmaco (Ema) potrebbe dare il via libera al siero anglo-italiano Astrazeneca-Irbm, che dovrebbe garantirci sedici milioni di dosi nei prossimi mesi e cinquanta entro l'anno. Si tratta di un vaccino naturale, a differenza di quelli sintetici di Pfizer e Moderna, e dal bassissimo costo (2 euro contro 28 a dose). Sempre i maligni sostengono che ci sia anche la motivazione economica alla base del rallentamento del via libera da parte dell'Europa filo-tedesca. Ci si aspetta che l'Ema vieti di somministrare Astrazeneca-Irbm a chi ha più di 55 anni. La motivazione è che il siero è stato testato per lo più su cavie non anziane. Ma non si può non notare che il tetto all'età è funzionale a tenere aperta un'ampia quota di mercato al costoso vaccino americano-tedesco. Anche perché i primi casi di effetti collaterali, tra cui anche la morte, tra anziani immunizzati con Pfizer dimostrano che la sicurezza totale non appartiene al mondo della farmacologia e i vaccini tradizionali sono forse meno efficaci ma forse anche più sani. Ieri, nel suo discorso alla Camera, per puntellarsi il premier Conte ha millantato rapporti con Biden e messo in guardia dal pericolo di consegnare l'Italia ai sovranisti di casa nostra. Il nostro premier, pur di fermare Salvini e Meloni, tifa per i sovranisti stranieri, Angela e Joe. L'ultima mazzata è arrivata in serata, quando Arcuri ha dovuto annunciare altri «incredibili ritardi» nella consegna delle dosi di vaccino Pfizer attese per questa settimana. La conseguenza è che non potremmo somministrare il siero a diecimila medici e slitterà di un mese la profilassi per gli ottantenni.

I PRIMI 100 GIORNI DI BIDEN: INTESA SULLE TESTATE NUCLEARI E 1.400 DOLLARI A CITTADINO. Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 22 gennaio 2021. Dopo i proclami ideali e i fuochi d' artificio, l' amministrazione Biden ha iniziato a muovere gli ingranaggi, arrugginiti da un processo di transizione reso ostile dall' ostruzionismo. I primi sviluppi non sono incoraggianti. Il nuovo leader della maggioranza al senato, Chuck Schumer, sta già incontrando una grossa difficoltà nel tentativo di negoziare con l' accordo del collega di minoranza Mitch McConnell le regole che governeranno l' azione della camera alta per il prossimo quadriennio, e l' intoppo prefigura forse il ritorno all' ostruzionismo più totale da parte dell' opposizione. L' ambizione del nuovo presidente resta comunque alta: nei primi 100 giorni di governo Biden ha promesso che cambierà il corso politico degli Stati Uniti in modo radicale, e i suoi funzionari stanno già lavorando per stringere sui risultati. Avril Haynes, la donna che è stata scelta come nuova direttrice della National Intelligence, e la prima nomina a incassare la conferma dal senato, ha già riaperto la trattativa con i russi per un' estensione quinquennale del New Start, l' accordo sul controllo delle testate nucleari, che ha una data di scadenza minacciosa per il 5 di febbraio. L' amministrazione Trump non era riuscita a portare a casa la proposta di prolungare la validità del trattato per tre anni. I suoi negoziatori insistevano perché la Cina entrasse a far parte di una nuova intesa trilaterale, ma Pechino non ha mai aperto la porta alla proposta. Haynes ha accettato il limite e ha rilanciato sulla durata, ma allo stesso tempo ha annunciato che ci sarà un giro di vite nei rapporti con Mosca. Presto arriveranno sanzioni punitive per le interferenze che ancora una volta i servizi russi hanno cercato di esercitare durante le recenti elezioni, e per l' arresto dell' oppositore di Putin Alexei Navalny al suo ritorno in patria dopo essere stato vittima di un tentato omicidio. Le conferme dei ministri sono tutte in ritardo, ma Biden ha già iniziato a muoversi sul primo punto della sua agenda: la risposta all' epidemia. Ha firmato ieri altri dieci decreti che cercano di delimitare il campo, con l' estensione dell' obbligo di indossare la mascherina negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie e altri posti di aggregazione. Per aumentarne la produzione, il presidente ha firmato il ricorso a una vecchia legge di guerra, il Defense Production Act del 1950. Ha poi ordinato di accelerare l' acquisizione delle dosi, e l' apertura di nuovi centri di somministrazione del vaccino all' interno degli stadi; ha chiesto alla guardia nazionale di attivarsi nella distribuzione dei materiali di protezione, a spesa del fondo federale di emergenza. Infine ha annunciato l' obbligo di sottoporsi a test e alla quarantena per chiunque entri in aereo negli Stati Uniti. L' obiettivo da centrare prima della fine di aprile è la completa riapertura delle scuole, una nuova definizione dei parametri di prevenzione, e il raggiungimento di quota 100 milioni di statunitensi vaccinati.

Il secondo dossier che è partito con precedenza assoluta è quello sull' immigrazione, anche questo però sostenuto finora solo da ordini presidenziali, i quali si rivelano poi fragili di fronte alle sfide processuali che i singoli stati propongono per invalidarli. Al centro delle polemiche al momento è l' iniziativa di congelare i rimpatri per i clandestini che sono arrivati a partire dal primo di gennaio, e che riusciranno a passare la frontiera entro la fine di aprile. Biden vuole riformare l' intera disciplina con una legge quadro che dovrà passare al congresso, e qui avrà bisogno di una maggioranza più qualificata del semplice 51% che i democratici vantano al senato. Stesso discorso per il nuovo piano di sostegno all' economia depressa dalla crisi sanitaria. E' già pronto il testo di una legge che prevede fondi per 1.900 miliardi di dollari, e che include un assegno di 1.400 dollari per ogni contribuente entro una fascia fiscale media, ma anche l' innalzamento della paga minima per un' ora di lavoro a 15 dollari l' ora, una soglia molto impopolare tra i repubblicani. La sorpresa è che almeno su questo punto, si partirà questo fine settimana con un incontro bipartisan, al quale parteciperanno 16 politici dell' opposizione.

Anna Guaita per "il Messaggero" il 10 febbraio 2021. I bombardieri B-1 sono snelli e neanche tanto lunghi, eppure ciascuno può portare a bordo fino a 24 missili Lrasm, l' ultima letale invenzione del Pentagono per la guerra navale convenzionale. Con il loro carico di missili, i B-1 a stelle e strisce sono destinati alla base norvegese di Orland, da dove si leveranno in volo per partecipare ad allenamenti sia con gli F-35 dell' aeronautica norvegese, sia con i convogli navali e le flotte aeree di altri Paesi Nato dell' Europa del nord. Alcuni media Usa parlano di un dislocamento di soli due B-1, ma fonti vicine all' aeronautica Usa insistono che saranno 4, accompagnati da 200 fra piloti, tecnici e membri del personale, prelevati dalla base dell' aeronautica di Dyess in Texas.

GRANDI MANOVRE. L' arrivo di questo piccolo plotone aereo in Norvegia segue di pochi mesi il dislocamento dei giganteschi B-52 in Gran Bretagna la scorsa estate. Era dall' epoca delle grandi manovre congiunte degli anni Ottanta, quando gli Usa e la Nato sentivano come imminente la caduta dell' Urss e sfoggiavano tutta la loro potenza nella speranza di accelerarla, che Stati Uniti e alleati Nato non si dimostravano così interessati a mandare messaggi muscolari a Mosca. Perché - come recita un famoso detto militare Usa - «i bombardieri non hanno bisogno di sganciare bombe per mandare un messaggio». E i B-52 in Gran Bretagna, e i B-1 in Norvegia un messaggio lo stanno mandando, «e - sostiene il noto esperto militare Jerry Hendrix - questo è un messaggio che Putin capisce». Il messaggio della forza. Joe Biden è presidente da sole tre settimane ma ha già reso chiaro che su alcuni fronti di politica estera il suo impegno a cercare il dialogo e a negoziare non significa che intenda fare l' agnellino. E se ha subito accettato di rinnovare il trattato nucleare New Start, che doveva scadere il 5 febbraio, non fa retromarcia su nessuno dei punti caldi di cui aveva parlato nella campagna. Ad esempio, sulla questione di Aleksei Navalny il presidente ha già espresso sia telefonicamente direttamente a Putin, sia per via diplomatica, disapprovazione per la sua condanna, e la richiesta che venga rimesso in libertà. E il nuovo segretario di Stato Toni Blinken ha anche detto a chiare lettere che gli Usa hanno riaperto l' indagine sull' avvelenamento del dissidente e sull' elemento chimico usato contro di lui: «Quell' elemento viola la Convenzione sulle armi chimiche - ha detto Blinken - Stiamo studiando la questione con grande attenzione, e una volta che avremo i risultati agiremo in modo appropriato». Gli altri due fatti su cui Biden chiaramente non intende lasciar correre sono sia le interferenze nelle elezioni del 2016, sia la taglia posta dal Cremlino sulle teste dei soldati americani in Iraq.

LE NOMINE. Nella pioggia di nomine arrivata tutta d' un colpo per i ritardi causati dalle resistenze dell' Amministrazione uscente di Donald Trump, pochi hanno notato due nomi molto significativi scelti da Biden come vice al Dipartimento di Stato e al Consiglio di Sicurezza Nazionale: rispettivamente Victoria Nuland e Andrea Kendall-Taylor. La prima è una delle più note menti neo-con, grande esperta di Russia, e convinta sostenitrice della necessità di rafforzare la Nato per impedire ulteriori allargamenti della minaccia russa, tipo l' Ucraina, e l' altra è una ex analista di punta della Cia, specializzata sul rischio nazionale rappresentato dalle interferenze russe. Due nomi che promettono che dietro quel suo tono pacato, Biden sta preparando le sue sfide a Putin su tutte le sue mosse anti-Usa degli ultimi anni. L' arrivo dei bombardieri in Norvegia è il primo segnale concreto.

Gian Micalessin per “il Giornale” il 22 gennaio 2021. Dall'«America First» ai «migranti prima di tutto» il passo è stato assai breve. A neanche 12 ore dall' addio di Donald Trump alla Casa Bianca Joe Biden aveva già ripristinato le priorità progressiste. E per farlo non ha esitato a sottoscrivere ben sei decreti esecutivi studiati per far piazza pulita di controlli e restrizioni su immigrazione legale e illegale imposti dal proprio predecessore. Una fretta comparabile solo alla smania, altrettanto progressista, con cui, qui in Italia, il governo giallorosso di Conte e compagnia ha riaperto i porti, cancellato i decreti sicurezza e salutato l' arrivo di decine di migliaia di clandestini. Oltreoceano il vizietto «dem» non sembra destinato a garantire risultati migliori. Mentre il coro dei media elogia e sottolinea la ritrovata umanità di un' America libera dagli influssi «maligni» dell' odiato Trump il nuovo corso mostra già il suo volto. Tra Honduras e Guatemala s' allunga, infatti, una carovana di 7mila disperati decisi a bussare al confine meridionale statunitense per approfittare delle nuove opportunità. Difficile dar loro torto. Se in un paese decimato dalla pandemia, affossato dalla crisi e diviso da una conflittualità senza precedenti il nuovo Presidente dedica ai diritti dei migranti sei dei suoi primi 17 decreti esecutivi allora è facile capire quali siano le priorità della nuova Amministrazione. E diventa assolutamente giustificato illudersi che dietro quella frontiera si celino futuri radiosi e occasioni da non sprecare. A confermarlo contribuiscono i contenuti dei decreti con cui Biden ha cancellato i provvedimenti trumpiani. Il più insidioso, quello che imponeva ai richiedenti asilo di attendere nei campi in territorio messicano l' eventuale via libera negli States, è stato eliminato con effetto immediato. Dunque il diritto a restare in America una volta posatoci il primo piede è nuovamente garantito. E con esso la speranza di poter - anche in caso di rifiuto - sottrarsi alla deportazione. Anche perché uno dei sei atti esecutivi pro-migranti firmati da Biden riguarda proprio una moratoria di cento giorni sulle deportazioni oltre frontiera. Da ieri, insomma, nessun migrante pescato ad attraversare illegalmente il confine messicano può venir rispedito al mittente. E lo stesso vale per gli undici milioni di clandestini nascosti tra le pieghe della società americana. Fino a ieri rischiavano l' immediata espulsione. Da domani possono sperare nella clemenza di un Presidente deciso a garantirne la regolarizzazione grazie ad una proposta di legge che regalerà la cittadinanza in otto anni. Ben cinque di meno rispetto ai 13 previsti dalla legge «bipartisan» approvata nel 2013, in piena era Obama, per garantire l' integrazione dei cosiddetti «dreamer» (sognatori). Per i «sognatori» comunque si aprononuove opportunità anche lungo il confine messicano. A farlo capire contribuisce il decreto esecutivo che affossa definitivamente una delle promesse simbolo dell' era trumpiana ovvero l' impegno a sigillare ermeticamente il confine erigendo muraglie di calcestruzzo e barriere elettroniche capaci di scoraggiare qualsiasi intrusione. E assieme al tanto discusso muro trumpiano diventano reliquie storiche anche le regole del Muslim Ban. Decadono insomma i severi controlli per tutti i viaggiatori provenienti da paesi islamici a rischio terrorismo introdotti, tra accuse di razzismo, all' inizio del precedente mandato. Insomma nonostante pandemia e crisi l' America di Biden regala sogni facili a tutti. Il difficile è solo crederci.

Federico Rampini per “la Repubblica” il 13 febbraio 2021. Joe Biden comincia tra una settimana a mantenere una delle promesse più impegnative e simboliche: riaprire il confine col Messico ai richiedenti asilo. Lo fa con cautela, col contagocce, consapevole che una crisi al confine, un boom di ingressi illegali, diventerebbe subito il suo tallone d' Achille. E prolunga comunque gli accordi con Messico e Guatemala perché siano le loro forze dell' ordine a fare una guardia dura al confine. Il tema è rovente, Biden è stretto fra due fuochi. Da una parte c' è la sinistra "no border" di Alexandria Ocasio-Cortez, che vorrebbe addirittura un referendum per abolire la polizia di frontiera. Dall' altra c' è un partito repubblicano che è già pronto a usare un eventuale boom di profughi per la prossima campagna elettorale (le legislative del 2022). Biden ricorda quanto lui e Barack Obama pagarono un' altra crisi al confine, finendo con l' introdurre quelle gabbie di detenzione per minorenni che poi furono attribuite a Donald Trump. È alla fine della prossima settimana, venerdì 19 febbraio, che al confine col Messico comincerà il test della nuova politica. Sostituisce quella detta "Rimanere in Messico". Il nome ufficiale del programma introdotto dall' Amministrazione Trump, in accordo con il presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador, era Migrant Protection Protocols. L' intesa prevedeva che i richiedenti asilo rimanessero a Sud della frontiera, in centri di accoglienza organizzati dalle autorità messicane, durante l' esame delle loro domande da parte degli Stati Uniti. 65.000 richiedenti asilo furono respinti alla frontiera, ma solo una parte sono rimasti in Messico. Dalla prossima settimana Biden darà il via libera perché vengano esaminate 25.000 domande di asilo. I richiedenti devono registrarsi online o al telefono, passare un test covid in Messico, poi recarsi in un passaggio di frontiera specifico nella data dell' appuntamento. I Migrant Protection Protocols o Remain in Mexico sono già cancellati per decreto esecutivo dal 20 gennaio, Inauguration Day, ma è solo venerdì prossimo con la riapertura dell' esame degli arretrati che comincia la nuova fase. Il ministro della Homeland Security, l' ispanico Alejandro Mayorkas, è stato netto nell' escludere ingressi in massa: «Tutti coloro che non sono designati per l' ingresso in questa fase iniziale, devono attendere istruzioni, e non mettersi in viaggio verso la frontiera». La Homeland Security è il superministero degli Interni che gestisce anche le polizie di frontiera. Mayorkas ha aggiunto che gli Stati Uniti saranno rigidi nel difendere la propria sicurezza sanitaria: «A causa della pandemia, le restrizioni al confine restano in vigore e saranno applicate ». Gli ha dato manforte il presidente messicano riecheggiando lo stesso messaggio: «I migranti non devono credere che la nostra frontiera settentrionale è aperta. Non date retta ai trafficanti che ve lo dicono». Nella prima fase l' Amministrazione Biden convocherà solo migranti che abbiano già una domanda di asilo in corso di esame presso un tribunale degli Stati Uniti. All' inizio il flusso d' ingresso sarà limitato a 300 persone al giorno in ciascuno dei "porti d' accesso", città di frontiera così designate perché hanno strutture di polizia adeguate. L'Amministrazione Biden non ha voluto nominare i "porti d' ingresso", per non attirare nuovi migranti. Coloro che vengono ammessi negli Stati Uniti non saranno detenuti ma sottoposti a misure di sorveglianza alternative come i braccialetti elettronici. «Cominceremo su scala ridotta», hanno ribadito le fonti della Homeland Security. Il vero segreto per evitare flussi massicci all' ingresso è un altro: per adesso Biden punta a mantenere in vigore gli accordi passati con le polizie messicana e guatemalteca, perché siano loro a ridurre al minimo gli attraversamenti.

Fabio Dragoni per "la Verità" il 21 giugno 2021. «Io comincio di solito a soffrire dal ventunesimo chilometro perché la mezza maratona ce l'ho nelle gambe. Fin da bambino ho fatto il mezzofondo. Sono cresciuto in Belgio con la tradizione inglese del cross country. Le corse di inverno, sotto la pioggia e nel fango». Federico Rampini, corrispondente da New York di Repubblica, è sicuramente l'italiano più esperto di cose americane e si è appena iscritto alla maratona di New York. Vorrebbe sorvolare sul tema, io no. «Quando abitavo in California e avevo venti anni di meno ce la facevo in tre ore. Ora vado sopra le quattro ore». 

E la maratona di Biden in Europa? Quattro vertici: G7, Nato, Usa-Ue e Usa-Russia. Che giudizio dare?

«Nessuna sorpresa. Si può concludere con un "missione compiuta". Biden si era posto l'obiettivo di rassicurare gli europei. Questa America crede nelle alleanze. Il messaggio è stato chiaro. L'accordo sulla Global minimum tax fa comodo a tutti pur senza esagerarne la portata nell' immediato. 

Biden può spenderlo nel dibattito al Congresso sulle prossime manovre fiscali. Terreno tutt'altro che semplice. E anche la pace sui dazi derivanti dal contenzioso Airbus-Boeing mette fine a un'antichissima guerra commerciale».

E con la Russia?

«Mosca torna a essere trattata come nemico. Un vertice quasi banale. Nessuno cercava un accordo se non sulle cose su cui già si sapeva ci fosse. Rinnovato il trattato sulle armi nucleari. Cosa per fortuna già decisa prima. Insomma, sempre la stessa logica.

Rassicurare gli alleati. Far vedere da che parte stiamo e chi è il nemico». 

Rendere le relazioni Usa-Russia prevedibili come hai sottolineato.

«Su questo non sono sicuro che Washington ci riuscirà. Putin non ha tutto questo interesse a rendere le relazioni prevedibili. La stabilità va a vantaggio del più forte.

Il più debole ha interesse a usare tattiche destabilizzanti, asimmetriche, non convenzionali». 

Trump ha raccontato in maniera quasi caricaturale che Biden fosse in mano alla Cina. In passato era facile vedere nell'Unione Sovietica il nemico. Più difficile con Pechino. Tutti fanno affari

«Sì. Tutti intravedono la pericolosità della Cina come rivale strategico. Ma passare dalle parole ai fatti è molto complicato». 

L'americano medio crede veramente che Pechino che sia il grande nemico?

«È un'espressione che cerco di non usare. L'America è un Paese talmente diviso e polarizzato, che il concetto di americano medio non esiste più. Qui io intravedo una continuità forte fra Trump e Biden. Già alla fine della presidenza Obama vi è stato un inizio di autocritica su temi come Cina e globalizzazione. Trump ha avuto il merito di dare una spallata forte al pensiero unico neoliberista secondo cui il globalismo era l'unica possibile ideologia del nostro tempo. Ha colto una reazione di rigetto fortissima tra le classi lavoratrici. Queste avevano capito di essere state fregate. I patti di libero scambio erano accordi firmati da altri nell' interesse di altri. Non il loro». 

I democratici americani sono cambiati?

«L'ingegnere informatico che lavora da Apple o il trader di Wall Street stanno fra i vincenti della globalizzazione, pur non essendo miliardari. Le classi lavoratrici no. 

Ma Trump, interpretando per primo la loro rabbia, ha accelerato una revisione dentro il partito democratico. Tutta la squadra di Biden che si occupa di commercio estero, relazioni internazionali, relazioni con la Cina ha cambiato completamente ideologia rispetto al neoliberismo di Bill Clinton e del primo Barack Obama. Il mantra adesso è: la politica commerciale degli Stati Uniti deve fare l'interesse dei lavoratori. Infatti, Washington ha rimosso i dazi contro l'Europa ma non quelli contro la Cina».

Gordon Gekko (icona del film «Wall Street» di Oliver Stone, ndr) oggi come voterebbe?

«Democratico. Tutta Wall Street è democratica come anche i giganti big tech della Silicon Valley. Il grande capitalismo si identifica con l'establishment di sinistra». 

Ci ha colpito un tuo tweet feroce sull'inadeguatezza di Biden. Gli elettori americani ritengono veramente che sia «unfit» (inadatto) o così ce lo raccontiamo fra di noi?

«Viaggiando al seguito di Biden durante la tournée europea sono rimasto colpito da come il Covid sia diventato un pretesto per stringere intorno lui un cordone sanitario micidiale e potentissimo. Con la scusa del Covid cercano di ridurre al minimo il contatto fisico fra Biden e il resto del mondo. È da quello che lo proteggono più che dai germi. Sia chiaro, Biden faceva gaffe pure da giovane. Ora la situazione chiaramente peggiora. Perde il filo. Deve leggere gli appunti. I suoi minimizzano. E neanche riesco a dargli torto. Un presidente degli Stati Uniti è il Papa che dirige una gigantesca struttura cui basta poco per tirare dritto da sola».

Nel 2022 si rinnova l'intero Congresso e un terzo del Senato. Che succederà?

«Quelli che fanno le previsioni di mestiere prendono cantonate disastrose e imbarazzanti. E io non le faccio. Partiamo dai dati di fatto. La vittoria del novembre 2020 è stata una mezza vittoria per Biden. Margine sicuro e confortevole, ma alla Camera i democratici hanno perso seggi. Al Senato solo il voto del vicepresidente dà loro la maggioranza. Situazione precaria. Basta poco perché Biden perda la maggioranza in uno dei due rami del Congresso, il che significa che la sua agenda riformista sostanzialmente si fermerebbe, come accadde a Obama. Riuscì a fare l'Obamacare poi stop». 

È un classico. Il presidente americano perde le elezioni di midterm. Ci è riuscito pure Trump.

«Diciamo che dovremmo smetterla di guardare alle elezioni americane come svolte epocali. Come un voltar pagina irreversibile. Gli Stati Uniti sono un paese che ha un ciclo politico molto breve. Ogni due anni le cose possano cambiare».

Che dire dell'economia americana oggi?

«Ripresa economica formidabile. Sia chiaro. Riprese economiche e recessioni non sono mai né merito né colpa di un presidente. L'economia obbedisce a ben altre leggi più complesse che di solito noi non capiamo. Ma di questo Biden trarrà giovamento. Potrebbe arrivare alle elezioni di midterm con la disoccupazione al 3,8%. Quasi il pieno impiego. Durante il lockdown eravamo all' 11%. Ma vi sono anche debolezze. La crisi migratoria al confine con il Messico può far perdere voti e pure il tema della sicurezza dell'ordine pubblico. Qui a New York nelle primarie per il sindaco non si parla d'altro».

L'America è in pieno boom ma mancano 10 milioni di posti di lavoro rispetto al picco pre Covid. La potenza dei sussidi? Gli americani non si dannano l'anima per trovare un lavoro?

«La situazione sta cambiando velocemente, ma questo è un paradosso. Dieci milioni di disoccupati e 9 milioni di offerte di lavoro. Mai nella sua storia l'America ha reagito a una crisi così piccola, con un volume di spesa pubblica così gigantesco. Gli economisti che avevano parlato di grande depressione dovrebbero cambiare mestiere. È stata una recessione breve e modesta. A fine 2020 l'America ne era già uscita. Biden ha avuto la spregiudicatezza di far finta che fossimo ancora in una grave crisi per far passare la terza manovra di aiuti alle famiglie. 1.900 miliardi a gennaio. E molti si sono letteralmente arricchiti durante questa crisi. Oltre i tre quarti dei cittadini americani hanno ricevuto qualcosa dallo Stato. Anche chi non ne aveva bisogno. Nel mercato del lavoro, sono stati censiti cittadini che standosene a casa guadagnano fino al 30% in più di quello che guadagnavano prima quando lavoravano. In più la giungla dei sussidi è complicatissima. Ogni Stato ha le sue regole. Uno stimolo fiscale superiore a quello che è stato speso durante la Seconda guerra mondiale».

Che succede fra i repubblicani?

«Il vecchio partito repubblicano dei Bush e dei Romney c'è ancora ma è marginale. Il partito oggi guarda ai bianchi non laureati che si sentono futura minoranza assediata. Non è un fenomeno nuovissimo. Pure Reagan negli anni Ottanta sapeva parlare a loro. Forse meglio di Trump. Che però mantiene una presa dentro il suo partito». 

Nessun nuovo leader?

«Ci sono personaggi interessanti da seguire. Uno è l'italo-americano De Santis che governa la Florida. Due i grandi poli. Texas e Florida che sono repubblicani contro California e New York, Stati democratici. Ma De Santis non è per niente amico di Trump. Lui è ancora il più forte anche se indebolito dalla censura dei social, ma non è affatto impensabile che si ricandidi».

Draghi da che parte sta? Washington o Bruxelles?

«Gli anni alla Bce ne hanno fatto un simbolo dell'europeismo, ma a mia memoria l'Italia non ha mai avuto un presidente così filo atlantista dai tempi di Alcide De Gasperi. E nessuno in Europa è più filoamericano di lui. In Francia nessun presidente può storicamente avere questo ruolo. Per non parlare della Germania che ambisce al ruolo di terza potenza». 

Trump con il tweet su Giuseppi incorona il governo giallorosso. E Biden con il suo arrivo ne decreta la fine. Io non ci capisco nulla.

«Rinunciamo alle teorie delle grandi trame internazionali. Qualcuno ci ha fatto grandi fortune giornalistiche. Negli anni Sessanta e Settanta c' era questa capacità di tessitura. Oggi non più. È tutto più caotico e casuale. L' America non ha il potere di allora».

Francesco Semprini per "La Stampa" il 23 gennaio 2021. Joe Biden prosegue l'attuazione della sua agenda politica per i primi cento giorni di governo con la firma di due decreti volti a far fronte all'emergenza economica causata dal Covid. Misure che tradiscono un ricollocamento del neopresidente su posizioni progressiste e sullo sfondo di una faida in Senato sull'impeachment di Donald Trump. Il primo ordine esecutivo fissa a 15 dollari l'ora il salario minimo per dipendenti pubblici e società coinvolte in appalti federali. La seconda prevede un rafforzamento del programma di buoni pasto pari al 15%, tale da tradursi in circa 50 dollari in più al mese per ogni famiglia con tre figli. Il presidente ha poi dato disposizione al dipartimento dell'Agricoltura di estendere gli aiuti ad altri 12 milioni di persone e di rivalutare la base sociale per determinare i cittadini meritevoli di tali benefici. Il dipartimento del Lavoro dovrà invece erogare sussidi di disoccupazione nel caso di incapacità ad accettare un impiego per accertati rischi di salute. Si prevede anche l'introduzione di un meccanismo di coordinamento tra agenzie federali per agevolare i cittadini ad orientarsi meglio nell'intricato sistema dei sussidi e comprendere più agevolmente a quali categorie si ha diritto ad accedere. «Porre fine alle sofferenze è un obbligo morale e un imperativo economico», afferma Biden in merito al fatto che nonostante negli Usa 16 milioni di persone stiano al momento ricevendo un qualche tipo di sussidio di disoccupazione, altri 29 milioni hanno ancora difficoltà all'accesso di generi di prima necessità, ovvero soffrono la fame. Questo anche a causa della pandemia, che oltre ad aver ucciso 410 mila persone, ha anche polverizzato milioni posti di lavoro. I decreti, giunti nel giorno del via libera del Senato all'ex generale Lloyd Austin (primo afroamericano) a guidare il Pentagono, servono a contrastare la crisi in attesa che il Congresso approvi il piano di stimoli da 1.900 miliardi di dollari, spiega il direttore del Consiglio economico nazionale, Brian Deese. «Non si tratta di misure sostitutive ma di un'ancora di salvezza» per milioni di cittadini che hanno bisogno di assistenza immediata. La "Bidenomic", tuttavia, tradisce lo spostamento a sinistra del baricentro economico di Biden il quale a parole professa azioni di governo improntate a moderazione e centrismo, ma di fatto si allinea alla virata progressista del partito democratico. Col rischio di complicare il dialogo in Senato già minato dall'arrivo lunedì della messa in stato di accusa di Trump per istigazione all'insurrezione degli attivisti che il 6 gennaio hanno occupato Capitol Hill. La Camera alta si trasformerà così in aula di tribunale, con conseguenti spaccature tra democratici e repubblicani destinate a influire su altri iter legislativi, al punto da rappresentare un primo banco di prova per la tenuta dell'amministrazione Biden.

CASA BIANCA,BIDEN FIRMERÀ DECRETO PER FAVORIRE MADE IN USA. (ANSA-AFP il 25 gennaio 2021) - WASHINGTON, 25 GEN - Il presidente americano firmerà oggi un decreto che chiederà alle agenzie federali di acquistare in primo luogo prodotti 'Made in Usa' con l'obiettivo di rilanciare l'economia nazionale e salvare posti di lavoro. Un tema caro al suo predecessore Donald Trump. Lo ha annunciato il consigliere economico della Casa Bianca parlando con i giornalisti. Il decreto, ha spiegato, "ha l'obiettivo di accrescere gli investimenti nell'industria manifatturiera" americana.

Articolo del “Wall Street Journal” - dalla rassegna stampa estera di “Epr comunicazione” il 25 gennaio 2021. Il presidente Biden firmerà un ordine esecutivo lunedì che imporrà regole più severe sulle pratiche di approvvigionamento del governo per aumentare gli acquisti di prodotti realizzati negli Stati Uniti, un passo verso la realizzazione della sua campagna Buy American per rafforzare la produzione nazionale – scrive WSJ. Le nuove politiche includeranno un inasprimento delle regole sugli acquisti governativi per rendere più difficile per le agenzie federali l'acquisto di prodotti importati, la revisione della definizione di prodotti made in USA e l'aumento dei requisiti di contenuto locale. L'ordine esecutivo assicura inoltre che le piccole e medie imprese avranno un migliore accesso alle informazioni necessarie per partecipare alle gare d'appalto per gli appalti pubblici. Anche se i loro stili sono diversi, l'iniziativa Buy American di Biden ha delle analogie con la politica di preferenza interna di Trump, che faceva parte della sua politica America First che prevedeva guerre tariffarie con la Cina e altri partner commerciali. La politica Buy American di Mr. Biden è seguita con attenzione dagli alleati, che sperano in relazioni commerciali più amichevoli rispetto all'amministrazione Trump. Biden ha ripetutamente affermato che avrebbe lavorato a più stretto contatto con gli alleati e con le regole commerciali multilaterali. Il Ministro degli Esteri canadese, Marc Garneau, ha detto domenica al Primo Ministro Justin Trudeau che il Primo Ministro ha riferito a Biden, durante una telefonata tra i leader nordamericani, le preoccupazioni del Paese in merito al programma Buy American. Garneau ha detto che sperava che si potesse trovare una soluzione. "Penso che ci saranno consultazioni ogni volta che verrà fuori qualcosa che potrebbe mettere a repentaglio le catene di fornitura molto forti e integrate che esistono tra i nostri due paesi", ha detto. Un alto funzionario dell'amministrazione Biden ha detto che un obiettivo della politica Buy American è quello di rafforzare la catena di fornitura statunitense dopo che la pandemia di Covid-19 ha rivelato la debolezza del sistema di distribuzione delle forniture mediche critiche e delle attrezzature di sicurezza. "Rimaniamo molto impegnati a lavorare con partner e alleati per modernizzare le regole del commercio internazionale per essere sicuri di poter usare i nostri dollari dei contribuenti per stimolare gli investimenti nei nostri paesi e rafforzare le catene di fornitura", ha detto il funzionario. Evitare di dipendere da altri Paesi che non condividono gli stessi interessi è anche un obiettivo, ha detto il funzionario. L'ordine esecutivo mira a ridurre le deroghe alle norme sugli appalti pubblici che consentono l'acquisto di prodotti esteri. Tra i passi da compiere vi sarà la creazione di un sito web per monitorare le attività di approvvigionamento di tutte le agenzie e la nomina di un alto funzionario dell'Ufficio di gestione e di bilancio per monitorare l'attuazione dell'ordine. Cambierà anche il modo in cui vengono calcolate le percentuali di contenuto domestico dei prodotti per le regole Buy American, innalzando al contempo le soglie di contenuto per i prodotti da considerare made in America. Alcuni membri del Congresso chiedono a Biden di utilizzare la politica Buy American per aiutare le industrie nei loro stati. Il Sen. Sherrod Brown (D., Ohio) e il Rep. Kathy Manning (D., N.C.) hanno chiesto all'amministrazione  di dare priorità all'acquisto di dispositivi di protezione personale di fabbricazione americana. "Le capacità di produzione nazionale per prodotti essenziali come camici isolanti, maschere N95, tamponi di prova e altri prodotti critici sono cresciuti in modo esponenziale dall'inizio della crisi", hanno scritto i legislatori a Biden. "Tuttavia, purtroppo, abbiamo troppi produttori nei nostri stati e in tutta la nazione che hanno capacità ma non ordini da fornire". Anche Trump ha iniziato il suo mandato con un impegno Buy American. La proposta più significativa di cambiare la politica di approvvigionamento è stata rilasciata il giorno prima della sua partenza dalla Casa Bianca, con una regola del 19 gennaio per rafforzare il Buy American Act del 1933. La regolamentazione di Trump, tra le altre cose, prevede l'aumento della percentuale di contenuto domestico richiesto per un prodotto da considerare americano dal 50% al 95% per i prodotti siderurgici, e al 55% per gli altri prodotti. L'ordine esecutivo di Biden prevede un aumento sia della soglia per i contenuti locali che delle preferenze di prezzo per i prodotti nazionali - la differenza di prezzo oltre la quale il governo può acquistare un prodotto da un fornitore non statunitense se il prezzo dei prodotti nazionali concorrenti è ritenuto eccessivamente elevato - ma non stabilisce livelli specifici.

Da "huffingtonpost.it" il 26 gennaio 2021. Joe Biden continua a intervenire su molti provvedimenti presi dall’amministrazioni Trump a suon di ordini esecutivi. Gli ultimi su cui ha posto la sua firma prevedono il ripristino delle restrizioni di ingresso dai paesi a rischio - Europa, Brasile, Sudafrica -, l’incentivo all’acquisto di prodotti “made in Usa” e la revoca del divieto che nega alle persone transgender di arruolarsi nell’esercito. (…) Un atto di totale discostamento rispetto alla vecchia amministrazione riguarda la possibilità ai transgender di entrare nell’esercito. Donald Trump aveva lasciato su Twitter l’annuncio che prevedeva il divieto a queste persone di arruolarsi, mentre Biden sembrerebbe volerlo ripristinare. “Sostengo il piano del presidente o il piano per ribaltare il divieto”, ha dichiarato Lloyd Austin, primo afroamericano alla guida del Pentagono, che proprio oggi giurerà alla Casa Bianca. “Se si è in forma e se si è qualificati per prestare servizio e mantenere gli standard, dovrebbe essere consentito prestare servizio”, ha aggiunto. La possibilità per i transgender di arruolarsi non era prevista prima dell’amministrazione Obama. La data, a partire dalla quale alle persone transgender sarebbe stato consentito di arruolarsi, era stata fissata dall’esercito a luglio del 2017, ritardata più volte da Donald Trump il quale sorprese tutti annunciando che il governo federale non ne avrebbe mai accettato che nell’esercito potessero entrare soldati transgender, “con nessun tipo di competenza”. Trump giustificò la sua scelta dopo aver avviato diversi studi che dimostrassero come i trans potessero avere delle ripercussioni su prontezza ed efficacia: “Il nostro esercito deve essere concentrato su una vittoria decisiva e schiacciante e non può avere il peso degli enormi costi medici e dei disagi che la presenza di transgender nell’esercito porterebbe con sé”. Nel 2019 si arrivò a quello che assomigliava tanto a un divieto totale, che negò alle persone transgender già militari o reclute di cambiare sesso e richiese alla maggior parte delle persone di prestare servizio nel loro genere di nascita. Nel 2014, uno studio del William Institute presso la UCLA School of Law aveva stimato come i soldati trans all’interno dell’esercito ammontassero a circa 15.500. Ora il cambio di rotta, già testimoniato dalla volontà di Biden di fare sottosegretario alla Sanità Rachel Lavine, ministra della Salute della Pennsylvania dichiaratamente transgender, e dall’invito che il neo presidente ha rivolto a tutte le agenzie federali nel far rispettare la sentenza della Corte suprema dello scorso anno, con cui si è ampliata la definizione di discriminazione sessuale includendo così anche quella basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, con un esplicito riferimento alle scuole superiori e agli sport universitari. “I bambini dovrebbero essere in grado di imparare senza preoccuparsi se gli sarà negato l’accesso ai servizi igienici, agli spogliatoi o agli sport scolastici”, si legge nella direttiva con la quale l’amministrazione Biden ribadisce il suo impegno a “prevenire e combattere la discriminazione sulla base di identità di genere o orientamento sessuale”. 

Paolo Mastrolilli per “La Stampa” il 29 gennaio 2021. Joe Biden resuscita Obamacare, riapre all'aborto, e soprattutto continua quella che i critici denunciano come una silenziosa svolta a sinistra, condotta per soddisfare l'ala più forte o rumorosa nel Partito democratico, pur senza annunciarlo ufficialmente per mantenere l'aura moderata. E questo non riguarda solo sanità, clima o immigrazione, ma anche l'economia, che nel 2020 ha perso il 3,5% del Pil, confermando di avere bisogno di stimoli. Come ormai avviene quasi ogni giorno, il capo della Casa Bianca ha agito con gli ordini esecutivi. Perché ha bisogno di risultati immediati, pur tenendo accesa la speranza di far passare in Congresso qualche provvedimento bipartisan, almeno per il pacchetto da 1,9 trilioni di dollari contro il Covid e i suoi effetti. Il primo decreto firmato ieri rilancia l'Affordable Care Act (Aca), dopo tutti i tentativi fatti da Trump per cancellare o azzoppare la riforma sanitaria, proprio nel mezzo della pandemia. «Devo rimediare ai danni», ha detto. Obamacare prevedeva che i cittadini potessero sottoscrivere le polizze per un periodo di sei settimane alla fine dell'anno, ma l'amministrazione precedente ha fatto tutto il possibile per non pubblicizzare il programma e limitare le adesioni. Perciò Biden ha riaperto le iscrizioni dal 15 febbraio al 15 marzo, in modo da aumentare la partecipazione. Per boicottare l'Aca, Trump aveva anche autorizzato la sottoscrizione di polizze alternative a breve termine, che costavano poco ma offrivano meno copertura. Il nuovo presidente chiede che siano riviste, magari non per eliminarle, perché ciò lascerebbe molte persone senza assicurazione, ma per vietarle in futuro. Biden poi vuole rafforzare Medicaid, l'assistenza pubblica offerta ai più poveri, cancellando alcune limitazioni imposte dal predecessore, come quella che richiede certi obblighi lavorativi per ottenere la copertura. La seconda parte dei provvedimenti firmati ieri riguarda invece l'aborto, per difenderlo all'estero e negli Usa. Biden ha annullato la «Mexico City Policy», che nega i finanziamenti federali alle organizzazioni non governative (Ong) promotrici dell'interruzione di gravidanza nel mondo. Ormai questa è una prassi abituale: le amministrazioni repubblicane riaffermano la «Mexico City Policy», quelle democratiche la cancellano. Il capo della Casa Bianca però ha chiesto di rivedere anche l'applicazione dell'Hyde Amendment, e quindi le limitazioni per i finanziamenti federali a chi promuove l'aborto negli Usa. Biden in passato era favorevole a questa regola, ma ora ha cambiato posizione. Lo deve all'ala progressista del partito, ma così si mette al centro della «guerra culturale», attirandosi i rimproveri dei conservatori nella gerarchia cattolica. Karl Rove, consigliere di Bush figlio, ha scritto sul «Wall Street Journal» che il presidente sta svoltando a sinistra con questi provvedimenti, ma soprattutto perché si prepara a far approvare il pacchetto di stimoli da 1,9 trilioni di dollari senza voti repubblicani. Anche «Washington Post» e «New York Times» hanno sollecitato Biden ad usare meno decreti e cercare accordi bipartisan. Lui ha sentito le critiche, perché ieri si è giustificato così: «Non sto facendo nuove leggi, ristabilisco il passato». Su Covid ed economia però si gioca la presidenza, e quindi non è disposto ad aspettare in eterno il Gop.

Stati Uniti, Fauci oltre Trump: "Far parlare la scienza è qualcosa di liberatorio. La normalità in autunno". Repubblica tv il 22 gennaio 2021. Sorridente e rilassato, il virologo americano si mostra la prima volta nell'era Biden e si mostra disteso. Cancella le teorie poco scientifiche sui farmaci per curare o prevenire il Covid rilanciate spesso in pubblico dall'ex presidente: "È molto chiaro che c'erano cose che sono state dette, sia riguardo l'idrossiclorochina e altre cose del genere, che erano davvero scomode, perché non erano basate su fatti scientifici. L'idea che salire qui e parlare di ciò che sai, di scienza è un sentimento liberatorio. Se riusciremo a vaccinare entro l'estate il 70-80% della popolazione, arriveremo in autunno a una specie di normalità".

Da corriere.it il 25 gennaio 2021. Alla Casa Bianca e nel giro del presidente Trump avevano trovato un nomignolo per Anthony Fauci, il responsabile scientifico, diciamo così, «dissidente», della task force anti-Covid. Lo chiamavano simpaticamente «la puzzola al picnic». Non è una bella cosa, il paragone con l’animale appestato e puzzolente per antonomasia. Ma Fauci ne parla con leggerezza al New York Times, senza fare l’offeso, in quella che vogliamo considerare la confessione definitiva dell’ottantenne infettivologo su questo anno di pandemia da lui vissuto cocciutamente sul filo di lana: da una parte le verità scientifiche, dall’altra le cosiddette «realtà alternative». Ecco alcuni punti salienti nel racconto del «dottor puzzola», the skunk che (per fortuna) Donald Trump non ha potuto cacciare dal picnic.

Primi screzi. Tra lo scienziato e il presidente le cose cominciano a mettersi male «nel periodo della prima grande emergenza nel Nord-Est», soprattutto a New York. «Gli dicevo che la situazione era grave, e la sua risposta era: “Be, non è poi così male, vero?”».

L’escalation. «C’era gente che chiamava il presidente, amici suoi, persone nel mondo del business, e gli parlava di certi rimedi fenomenale contro il Covid. Me ne parlava e io ribattevo che non c’erano studi clinici a provare la loro efficacia, e lui rispondeva: “No, no, no, no, no, questa roba funziona davvero”».

Rispetto e scontri. «Ho grande rispetto per la carica di presidente, ma non potevo avallare certe falsità. Nessuno però mi ha mai detto: “Smettila di contraddire il presidente”. Una volta Peter Navarro (consigliere di Trump, ndr) mi affrontò a muso duro: “Come osi sostenere che l’idrossiclorochina non funziona? Ho 25 studi che dimostrano il contrario”. La situazione quella volta si fece parecchio tesa nella Situation Room».

Telefonate. «Certe volte — racconta Fauci — il presidente mi chiamava e diceva: “Hei, perché sei così disfattista? Devi avere un approccio più positivo, sei negativo»”.

Le minacce. «Sono cominciate in primavera. Il 28 marzo. Dopo due settimane mi hanno dato la scorta. La cosa che più mi ha preoccupato sono state le minacce a mia moglie e ai miei figli. Sapevano dove abitavano i miei ragazzi, li chiamavano direttamente a casa. Come diavolo facevano ad avere queste informazioni?».

La polvere nella busta. «Un giorno ho ricevuto una busta nella posta dell’ufficio: l’ho aperta e una nuvola di polvere si è sparsa sulla mia faccia e sul petto. Gli esperti l’hanno analizzata. Non era niente di velenoso, ma è stato brutto. I miei familiari si sono preoccupati più di me. Certo, fosse stata ricina, sarei rimasto secco: bybye Fauci».

Licenziamento. Quando il presidente in pubblico ha ventilato la possibilità di licenziarlo, Fauci non si è preoccupato: «Non ho mai pensato che volesse farlo. Sapete com’è, era soltanto Donald Trump che faceva la parte di Donald Trump».

Dimissioni. «Mai pensato di dimettermi. Mia moglie, che è una persona incredibilmente saggia, mi diceva di prendere in considerazione questa possibilità. Ma alla fine mi dava ragione. Se avessi lasciato, si sarebbe creato un vuoto. Ci doveva pur essere qualcuno che non aveva paura di dire la verità. Loro avevano la tendenza a minimizzare sempre la gravità dei problemi, a farsi la loro piccola conversazione felice su come le cose andavano bene».

La puzzola. «E io saltavo su — racconta Fauci —: “Un momento, folks, questa è roba seria”. Nel gruppo usavano un’espressione scherzosa, certo amichevole, per definirmi: io ero la puzzola al picnic». Donald McNail gli chiede se pensa che l’atteggiamento di Trump sia costato all’America decine o centinaia di migliaia di vite. E il dottore risponde con un no comment: “La gente me lo chiede sempre, facendo un collegamento diretto. Ma io non voglio entrarci. Sorry».

Il futuro. Passerà i prossimi quattro anni collaborando con il presidente Biden? Anthony Fauci, l’uomo che ha consigliato i presidenti Usa da Ronald Reagan in poi sui temi di salute pubblica, risponde che non lo sa. «Affrontiamo una pandemia storica, una di quelle che non si vedevano da 102 anni». Quello che vorrebbe l’ex puzzola che ha rovinato i picnic di Trump è «continuare a dare il mio contributo finché non sarà finita». E poi ha ancora qualche lavoretto: «L’Aids, per cui ho investito la maggior parte della mia vita professionale. E poi l’influenza, la malaria, la tubercolosi. Insomma, il mio lavoro».

Da "huffingtonpost.it" il 25 gennaio 2021. Come una “puzzola al picnic”. Così Anthony Fauci, immunologo a capo della task force americana anti-Covid, era percepito e apostrofato con un’espressione idiomatica alla Casa Bianca durante la presidenza Trump. A raccontarlo è lo scienziato stesso in un’intervista al New York Times, ripercorrendo quest’anno di pandemia. Tra l’esperto e il tycoon un rapporto non semplice, fin dall’inizio dell’epidemia. “Nel periodo della prima grande emergenza nel Nord-Est, gli dicevo che la situazione era grave, e la sua risposta era: ‘Be, non va poi così male, vero?’”, ha ricordato Fauci. L’immunologo ha proseguito affermando che talvolta, dinanzi al presidente che gli parlava di potenziali rimedi contro il Covid, si trovava costretto a ribattere che non c’erano studi clinici a provare la loro efficacia. E Trump rispondeva: “No, no, no, no, no, questa roba funziona davvero”. “Certe volte” - ha proseguito lo scienziato - “il presidente mi chiamava e diceva: "Perché sei così disfattista? Devi avere un approccio più positivo, sei negativo"”. “Ho grande rispetto per la carica di presidente”, ha raccontato Fauci sottolineando come però non potesse avallare decisioni e posizioni che avrebbero compromesso la sua integrità. L’esperto ha riferito che una volta Peter Navarro, consigliere di Trump, lo affrontò dicendogli: “Come puoi sostenere che l’idrossiclorochina non funzioni? Ho 25 studi che dimostrano il contrario. Allora la situazione si fece parecchio tesa”. Ricordando il momento in cui il tycoon ventilò in pubblico la possibilità di licenziarlo, il capo della task force anti-Covid ha affermato di non essersi preoccupato: “Non ho mai pensato che volesse farlo davvero. Sapete com’è: era soltanto Donald Trump che faceva la parte di Donald Trump”. “Dimissioni? Mai pensato di rassegnarle. Mia moglie, che è una persona molto saggia, mi diceva di prendere in considerazione questa possibilità. Ma alla fine mi dava ragione. Se avessi lasciato, si sarebbe creato un vuoto. Serviva qualcuno senza paura di dire la verità. Loro avevano la tendenza a minimizzare sempre la gravità dei problemi, a conversare su come le cose andassero bene. E io dicevo sempre: "Aspettate un attimo, questa è una cosa seria". Quindi c’era una battuta amichevole: dicevano che ero la ‘puzzola al picnic’”, ha continuato. Durante quest’anno, per Fauci anche la brutta esperienza delle minacce anonime, iniziate in primavera, il 28 marzo scorso. “La cosa che più mi ha preoccupato sono state le minacce a mia moglie e ai miei figli. Sapevano dove abitavano i miei ragazzi, li chiamavano direttamente a casa. Come diavolo facevano ad avere queste informazioni?”, ha detto il capo della task force anti-Covid americana. “Un giorno ho ricevuto una busta nella posta del mio ufficio: l’ho aperta e della polvere mi è finita in faccia e sul petto.... Gli esperti l’hanno analizzata. Non era niente di velenoso, ma è stato spaventoso. Mia moglie e i miei figli si sono preoccupati più di me”, ha ricordato lo scienziato. 

Cnn, Trump ha lasciato una nota per Biden. (ANSA il 20 gennaio 2021) Donald Trump ha lasciato una nota per Joe Biden alla Casa Bianca. Lo riferisce la Cnn citando una fonte dell'amministrazione.

Trump modifica anche lo scambio della valigetta nucleare. (ANSA il 20 gennaio 2021) Con la scelta del presidente uscente Donald Trump di non partecipare alla cerimonia per l'insediamento del suo successore Joe Biden a Washington, cambia anche il protocollo per la consegna della 'football', com'è nota in gergo la valigetta con i codici nucleari del presidente Usa. Con tutta probabilità infatti, stando alla Cnn, la valigetta fino ad ora in possesso di Trump lo seguirà in viaggio in Florida - dove il commander in chief è già diretto con Melania dopo aver lasciato la Casa Bianca - e rimarrà a lui accessibile ed attiva fino alle 11.59 ora di Washington. Mentre a Biden verrà consegnata una seconda valigetta dopo il suo giuramento a Capitol Hill. Non cambia la sostanza, ma di sicuro di tratta di un'altra novità nella ultima giornata di presidenza Trump e che richiede maggiore attenzione sul piano della sicurezza. Di valigette ne esistono più d'una. Normalmente lo scambio è un'operazione di routine consolidata: la valigetta è affidata ad un militare che segue il presidente ovunque e nella giornata dell'insediamento del nuovo presidente lo stesso militare non fa altro che consegnarla al collega designato a svolgere lo stesso compito al fianco del nuovo inquilino della Casa Bianca.

Per Trump e Melania cori dei fan e salve di cannone. (ANSA il 20 gennaio 2021) Al suo arrivo alla base di Andrews Donald Trump e Melania sono stati salutati dai cori dei di fan e da salve di cannone. (ANSA). "Sono stati quattro anni incredibili, abbiamo raggiunto tanti risultati insieme". Lo afferma Donald Trump nel suo ultimo discorso a Washington prima di imbarcarsi sull'Air Force One diretto a Mar-a-Lago, in Florida. Fra la piccola folla ci sono tutti i figli di Donald Trump, da Ivanka a Tiffany, passando per Eric e Donald Jr. L'atmosfera è più da comizio che da discorso di commiato. "E' stato un grande onore essere la vostra First Lady". Lo afferma Melania Trump alla base di Andrews. (ANSA). "Abbiamo tagliato le tasse, abbiamo snellito la burocrazia. Abbiamo centrato molti obiettivi". Lo afferma Donald Trump davanti ai suoi sostenitori, che gli cantano "We Love You". Lui risponde: "We love you too, dal profondo del mio cuore". (ANSA). "Abbiamo sviluppato un vaccino" contro il Covid "in pochi mesi, un miracolo medico". Lo afferma Donald Trump nel suo discorso d'addio. "E' stato un onore e un privilegio essere il vostro presidente". Lo afferma Donald Trump nel suo discorso di addio. (ANSA). "Ritorneremo, in qualche modo". Lo ha detto il presidente Usa Donald Trump nel suo discorso di addio. "Continuerò a lottare per voi", ha aggiunto. "Auguro buona fortuna e successo alla nuova amministrazione". Lo afferma Donald Trump. (ANSA).  "Abbiamo il più grande Paese e la più grande economia del mondo": lo ha detto Donald Trump nel suo discorso di addio, dove ha vantato i successi della sua amministrazione. (ANSA).

Da "Ansa" il 20 gennaio 2021. Low profile solo apparentemente. La mise scelta da Melania Trump per la sua ultima apparizione da First Lady poteva sembrare discreta, abito nero sotto al ginocchio e giacchino in tinta, ma è una delle più lussuose indossate nei suoi anni alla Casa Bianca. L'ex modella, che sarà ricordata per i suoi outfit più che per le sue azioni, indossava infatti una 'petite veste noire' di Chanel, la classica giacchina nera in tweed il cui costo si aggira attorno ai 5.000 euro e decollete' in coccodrillo nere di Christian Loboutin dai tacchi vertiginosi (800 dollari). Per finire, borsa Birkin di Hermes, anch'essa in pelle di coccodrillo nera, da oltre 70.000 dollari. 

DAGONEWS il 22 gennaio 2021. L'ex First Lady Melania Trump ha chiarito di essere pronta per una pausa dai riflettori quando si è rifiutata di fermarsi e posare per i fotografi al suo arrivo in Florida. Melania ha mollato il puzzone per le ultime foto di rito mentre lei ha allungato il passo davanti a fotografi allontanandosi senza nemmeno un cenno di saluto. Il video è diventato virale e sui social c’è già chi ipotizza che Melania abbia strappato il suo “contratto”: «La farsa è finita. A Melania non frega più niente…»

Melania Trump "non ha rispettato la tradizione": niente messaggio al personale della Casa Bianca, ma solo una nota a Jill Biden. Libero Quotidiano il 21 gennaio 2021. Un'uscita di scena inusuale. Donald Trump e la consorte Melania non hanno partecipato al passaggio di consegne al nuovo presidente degli Stati Uniti. I due, lasciando la Casa Bianca, si sono limitati a ringraziare gli elettori e fare gli auguri alla nuova amministrazione. Non solo, perché l'ex modella slovena non ha rispettato la tradizione che vuole che la padrona di casa lasci un messaggio di ringraziamento scritto a mano alle circa 80 persone che si sono prese cura di lei e della "first family" nei quattro anni di potere. Melania avrebbe infatti lasciato una breve nota di benvenuto solo a Jill Biden. Nulla di più. Nel discorso di addio Melania ha detto che "essere first lady è stato il più grande onore della mia vita". Ancora una volta la moglie del tycoon ha voluto ringraziare i cittadini "che hanno elevato la nostra nazione con la loro gentilezza, il loro coraggio, la loro bontà, la loro grazia". Mai una parola per Joe Biden. D'altronde - è la promessa di The Donald - "torneremo".

(ANSA  il 20 gennaio 2021) - NEW YORK, 20 GEN - Ostracizzati a New York, Ivanka Trump e Jared Kushner stanno per trasferirsi in Florida: secondo il “Wall Street Journal”, la figlia di Donald Trump e il marito, entrambi fidati consiglieri del rispettivo padre e suocero nei quattro anni alla Casa Bianca, starebbero per trasferirsi a Miami. Un esilio dorato sotto il sole della Florida: la coppia, che ha tre figli tra i nove e i quattro anni, ha firmato un contratto di affitto per un appartamento all''Arte Surfside', il palazzo extralusso disegnato dall'architetto italiano Antonio Citterio in uno dei quartieri trendy a nord di North Beach. In tutto 16 residenze con vista sul mare, il condominio prende il nome da una piccola collezione di opere che arredano gli spazi comuni tra cui una delle iconiche sculture ART di Robert Indiana. L'edificio di 12 piani, da poco completato, si ispira alla tradizione architettonica di Miami degli anni Trenta. Gli appartamenti sono tra i più costosi della città: l'attico, ed è sempre il 'Wall Street Journal' a riferirlo, è stato di recente venduto a un executive di Wall Street York per 33 milioni di dollari. Uno dei costruttori di 'Arte' ha legami con Donald Trump. Alex Sapir ha lavorato con la Trump Organization per costruire l'hotel-condominio Trump SoHo a New York prima della crisi finanziaria di del 2008. I Kushner hanno firmato per almeno un anno. Secondo il Wall Street Journal, l'affitto potrebbe aggirarsi sulle decine di migliaia di dollari al mese. Si tratterebbe comunque di una misura "ponte" per Ivanka e Jared, in attesa che finiscano i lavori su una nuova casa che i due si stanno costruendo su un terreno recentemente acquistato nell'isola Indian Creek, una delle enclave più esclusive di Miami, per 32 milioni di dollari. Quanto a Manhattan, l'altra isola dove Ivanka e Jared avevano abitato fino al trasferimento a Washington, sembra ormai lontana mille miglia: piuttosto che a New York, dove fino a quattro anni fa facevano presenza fissa tra feste, teatri e gallerie d'arte corteggiando i media e il mondo dell'entertainment, la Trump e Kushner potrebbero spostarsi in New Jersey, dove un cottage nel club del golf paterno di Bedminster è in via di ristrutturazione.

(ANSA  il 20 gennaio 2021) Ad attendere Donald Trump e Melania alla base di Andrews per la cerimonia di di addio tutta la famiglia, a partire dalla figlia consigliera Ivanka e dal genero-consigliere Jared Kushner. (ANSA).

DAGONEWS  il 20 gennaio 2021. Dal “DailyMail”. I figli del presidente Trump sono stati sopraffatti dall'emozione quando il loro padre ha lasciato Washington, sull'Air Force One per l'ultima volta. Ivanka ha iniziato a piangere mentre guardava suo padre arrivare alla Joint Base Andrews e imbarcarsi su un aereo diretto in Florida. Accompagnata dal marito e dai figli, a fianco della “First Daughter” c’erano anche i fratelli Eric, Don. Jr., e Tiffany e i loro figli, mentre guardavano partire “The Donald”. Ivanka indossava un grande classico per il clima freddo di Washington, un cappotto Altuzarra color crema da 2.994 dollari, con bottoni neri che possiede dal 2017, e degli stivali neri con il tacco. È arrivata insieme al figlio più piccolo, Theodore, mentre suo marito Jared Kushner teneva per mano il figlio Joseph e la figlia Arabella. Ivanka deve aver utilizzato un mascara impermeabile, visto che il trucco non le è colato mentre si commuoveva durante il discorso del padre. Anche Don Jr, Eric e Tiffany si sono emozionati…

Donald Trump, clamoroso ultimo atto nel giorno dell'addio: la grazia a Steve Bannon, terremoto alla Casa Bianca. su Libero Quotidiano il 20 gennaio 2021. Poche ore prima dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, Donald Trump ha fatto la sua ultima mossa da presidente. Ha infatti deciso di concedere la grazia a 73 persone, tra cui il suo ex consigliere e stratega Steve Bannon. Una notizia destinata a far discutere, dato che le posizioni estreme di Bannon sono ben note: tra l’altro è stato arrestato lo scorso agosto per la maxi truffa sulle donazioni per la costruzione del muro al confine con il Messico. L’accusa dei procuratori di New York è di aver intascato oltre un milione di dollari nell’ambito della campagna di raccolta fondi volta a sostenere Trump. La grazia di Bannon sarebbe stata inserita in extremis proprio da Donald, che tra l’altro pare che stia pensando di fondare un nuovo partito: ovviamente non si tratta di una spaccatura con i repubblicani, con i quali è comunque risentito per non aver ricevuto tutto il sostegno che avrebbe voluto nella sua battaglia sulle presunte frodi elettorali, bensì di un’iniziativa mediatica e pubblicitaria. “Patriot party”, il partito dei patrioti: così si potrebbe chiamare per prendere momentaneamente le distanze dai repubblicani, considerando che la base elettorale di Trump è molto forte e ampia e quindi da non sottovalutare. 

Attacco a Capitol Hill, Bannon si consegna all'Fbi . (ANSA il 16 novembre 2021) - Steve Bannon, l'ex stratega di Donald Trump, si è presentato agli uffici dell'Fbi di Washington dopo essere stato incriminato per oltraggio al Congresso per aver negato la sua collaborazione alla commissione della Camera che sta indagando sull'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Oggi è attesa la sua comparizione in tribunale. Due i capi di imputazione, uno per non aver testimoniato e l'altro per non aver consegnato i documenti richiesti, invocando il fatto che Trump ha invocato il privilegio esecutivo sugli atti della sua presidenza. 

Bannon si consegna all'Fbi e trasforma l'arresto in show. Valeria Robecco il 16 Novembre 2021 su Il Giornale. Incriminato per oltraggio al Congresso, compare davanti al giudice. Alle tv: "Combatteremo il regime di Joe Biden". Steve Bannon si è consegnato all'Fbi. L'ex controverso stratega di Donald Trump si è presentato agli uffici del Bureau di Washington ed è stato arrestato dopo l'incriminazione per oltraggio al Congresso per aver negato la sua collaborazione alla commissione della Camera che sta indagando sull'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Il 67enne comparirà in Tribunale giovedì prossimo, ma non sarà detenuto in attesa di giudizio: ha acconsentito a presentarsi per controlli settimanali, consegnare il passaporto, e riferire di ogni spostamento al di fuori del distretto. In ottobre Bannon si era rifiutato di testimoniare e venerdì scorso un gran giurì federale lo ha accusato per due capi di imputazione: uno per non aver testimoniato e l'altro per non aver consegnato i documenti richiesti. Su questo secondo punto, il suo avvocato Robert Costello ha spiegato che le carte erano protette dal privilegio esecutivo invocato dall'ex presidente americano: «I privilegi esecutivi appartengono a Trump» e la sua richiesta deve essere «onorata», ha precisato. L'ex direttore del sito di estrema destra Breitbart News - che se verrà condannato rischia fino a due anni di carcere e una multa di mille dollari - è arrivato negli uffici dell'Fbi su un Suv nero poco prima delle 10 di mattina e prima di consegnarsi ha detto ai giornalisti che lo aspettavano: «Stiamo abbattendo il regime di Joe Biden. Voglio che voi, ragazzi, restiate concentrati sul messaggio. Nessuno deve distogliere l'attenzione da ciò che facciamo ogni giorno, questo è tutto rumore». Con la sua incriminazione il dipartimento di Giustizia di Biden si trova di fronte al difficile test di perseguire uno dei maggiori consiglieri di un ex inquilino della Casa Bianca, rischiando di spaccare ulteriormente l'opinione pubblica. Intanto, alla luce della decisione del gran giurì trema anche Mark Meadows, l'ex capo di gabinetto di Trump, chiamato a deporre dalla commissione che indaga sull'assalto a Capitol Hill. Tramite i suoi legali pure lui ha fatto sapere che non intende adempiere al mandato ricevuto fino a che non sarà più chiara la definizione e l'applicazione del privilegio esecutivo che il tycoon e i suoi legali rivendicano. Il deputato democratico Adam Schiff e la deputata repubblicana (acerrima nemica di Trump) Liz Cheney, che siedono nella commissione istituita dalla speaker della Camera Nancy Pelosi, hanno detto che stanno lavorando per deferire rapidamente l'ex capo di gabinetto per oltraggio criminale. La strada scelta da Bannon e Meadows «non prevarrà sugli sforzi della commissione di ottenere risposte sul 6 gennaio e assicurare che una cosa del genere non si ripeta», ha detto Cheney, sottolineando come l'incriminazione dell'ex capo stratega della Casa Bianca «dovrebbe inviare un messaggio chiaro a chiunque pensi di poter ignorare il panel o cercare di ostruire la nostra indagine, ossia che nessuno è al di sopra della legge». In totale sono circa una decina gli ex funzionari e alleati di Trump che hanno ricevuto citazioni a testimoniare o condividere documenti con la commissione. L'ex Comandante in capo, invece, ha festeggiato nei giorni scorsi due importanti vittore legali: l'ex concorrente dello show televisivo Apprentice, Summer Zervos, ha rinunciato alla causa contro di lui per diffamazione, e un giudice di New York ha accolto la mozione di The Donald per archiviare l'azione legale del suo ex avvocato Michael Cohen contro la Trump Organization. Zervos aveva fatto causa al tycoon nel 2017 dopo che lui aveva negato di averla assalita sessualmente e il 23 dicembre era stata fissata la sua deposizione. Valeria Robecco

Schiaffo finale prima dell'era Biden. Usa-Cina, l’ultima “bomba” di Trump: “In corso genocidio contro gli uiguri”. Redazione su Il Riformista il 19 Gennaio 2021. “Genocidio contro gli uiguri“. E’ l’ultimo schiaffo di Donald Trump ai rapporti diplomatici tra Usa e Cina prima di uscire di scena e lasciare spazio al neo presidente Joe Biden. “Il genocidio è in corso e stiamo assistendo al sistematico tentativo della Cina di distruggere gli uiguri”, afferma il segretario di stato, Mike Pompeo, secondo quanto riporta il New York Times. Gli Stati Uniti sono il primo Paese al mondo ad adottare il termine “genocidio” per descrivere le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. In una nota firmata da Pompeo nell’ultimo giorno dell’amministrazione Trump, si legge che la campagna di “internamenti di massa, lavori forzati e sterilizzazioni coatte” da parte della Cina nei confronti di un milione di musulmani uiguri nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Repubblica popolare, costituisce “un genocidio” e “un crimine contro l’umanità”. “Dopo un attento esame di tutti i fatti disponibili, ho determinato che almeno dal marzo del 2017 la Repubblica popolare cinese, sotto la direzione e il controllo del Partito comunista cinese, ha commesso crimini contro l’umanità nei confronti degli uiguri e di altri membri dei gruppi etnici e religiosi minoritari nello Xinjiang”, si legge nel documento. Tali crimini, prosegue Pompeo, sono ancora in corso e includono “l’imprigionamento arbitrario di oltre un milione di persone”, “le sterilizzazioni forzate”, “la tortura dei detenuti”, “il lavoro forzato”, “le restrizioni alle libertà di culto, di espressione e di movimento”. Lo Xinjiang, un territorio autonomo nel Nord-ovest della Cina, è una vasta regione di deserti e montagne che ospita circa 11 milioni di uiguri e altre minoranze musulmane che da tempo denunciano una dura repressione “religiosa e culturale” da parte del Partito comunista cinese.

DAGONEWS il 12 gennaio 2021. L'atteso discorso di addio di Donald Trump è stato perculato dall’uomo che lo interpreta da anni, Alec Baldwin, che ha immaginato il presidente che avverte gli americani: «Presto direte, abbiamo bisogno che torni subito dopo che centinaia di migliaia di cattivi hombres si saranno presentati nelle tue periferie e nelle città». Nel discorso, Trump-Baldwin si paragona a George Washington con la sua "grande e bella piantagione" e insiste sul fatto che il suo addio sia "volontario" dopo aver "deciso di non restare a Washington". Baldwin, che ha interpretato Trump durante il “Saturday Night Live” negli ultimi quattro anni, ha ripreso il ruolo di presidente per l'audiolibro "Hasta la Vista, America" che  fa la parodia al discorso di addio del presidente. Il progetto di 42 minuti, scritto dallo scrittore Kurt Andersen e interpretato da Baldwin, è il seguito del libro del 2017 “You can't spell America without me: The really tremendous inside story of my fantastic first year as President Donald J. Trump (A so-called parody)”. In un’anticipazione di tre minuti Baldwin è il presidente che avverte di una "presa di potere totale da parte dei comunisti": «Compagni americani, buon anno. Per un po’ sarete ancora liberi di dire Felice Anno Nuovo come se foste liberi a Capodanno di riunirvi e fare feste fantastiche e abbracciare, cantare e baciare senza mascherine», dice, riferendosi alla festa a Mar-a-Lago che ha infranto le restrizioni. Poi si sente un mormorio in sottofondo e Trump corregge le sue parole sulle mascherine: «Va bene, con le mascherine, soprattutto se non siete immuni, come me e la mia famiglia. Ma presto, a marzo o aprile o in qualsiasi momento, provate a entrare in un ristorante o in un negozio, se non sono già tutti chiusi, e dite "Buon anno". Vi urleranno contro, vi sbatteranno fuori, anche se indossate una mascherina. L'America sarà di nuovo molto meno grande».

Da ansa.it l'11 gennaio 2021. Secondo George Clooney, Donald Trump appartiene alla "pattumiera della storia". Messaggero di Pace dell'Onu e uno dei divi più impegnati politicamente a Hollywood, l'attore e regista di "The Midnight Sky" si è unito ad altre voci del mondo del cinema che hanno duramente condannato le drammatiche scene dell'occupazione del Campidoglio di Washington. "Il suo nome sarà d'ora in poi per sempre associato con insurrezione", ha detto Clooney parlando in un nuovo episodio del podcast "The Business" in cui ha definito "devastante" vedere "la casa del popolo profanata in questo modo". L'attore ha accumulato nella condanna alla "pattumiera della storia" il resto della famiglia Trump e in particolare la figlia Ivanka e il figlio Don Jr. Commentando le dichiarazioni dell'ex capo di gabinetto John Kelly sul ricorso al 25/o emendamento, Clooney le ha definite "importanti", perché "dobbiamo trovare qualcosa che ci dia speranza mentre usciamo da questo disastro". L'ex pediatra Doug Ross di "E.R. - Medici in Prima Linea" non è il solo vip di Hollywood che nelle ultime ore ha condannato le scene di violenza e devastazioni degli ultrà trumpiani a Capitol Hill: molti nella mecca del cinema sono rimasti inorriditi per la timida reazione della polizia rispetto al muscoloso spiegamento di forze durante le manifestazioni Black Lives Matter. Invocando anche lui il 25/o emendamento che consente al Cabinet di rimuovere un presidente incapacitato o uscito di senno, Mark Ruffalo ha osservato che "se fossimo stati noi al loro posto sarebbero scorsi fiumi di sangue", mentre Shonda Rhimes, la creatrice di "Bridgerton", e Michael Moore ("Fahrenheit 911") hanno parlato di "un colpo di stato". James Mangold, il regista di "The Wolverine" e "Walk the Line" ha chiesto un boicottaggio totale della Fox, chiedendo ai colleghi di cancellare interviste e di fare il possibile perché i loro film e le loro serie non appaiano sulla rete amica di Donald Trump. Mentre Sacha Baron Cohen ha implorato Facebook, Twitter, YouTube e Google di censurare il presidente "per avere incitato un attacco violento alla democrazia". L'attore e regista britannico ha annunciato oggi di aver mandato in pensione il personaggio di Borat dopo l'enorme successo del sequel sul giornalista kazhako in America. Non è chiaro se la decisione sia in alcun modo legata all'assalto al Campidoglio o alla fine della presidenza Trump.

Da "tgcom24.mediaset.it" l'11 gennaio 2021. L'attore ed ex governatore della California, Arnold Schwarzenegger, paragona l'assalto al Congresso alla Germania nazista e definisce Donald Trump un "leader fallito". In un video, pubblicato sui suoi account social, dice: "Passerà alla storia come il peggiore presidente. La cosa buona è che sarà presto irrilevante come i suoi vecchi tweet". "Mercoledì è stata la Notte dei Cristalli negli Stati Uniti", afferma Schwarzenegger rivelando alcuni dettagli "dolorosi" sul suo passato. Suo padre, aveva raccontato in precedenza, era entrato a far parte del partito nazista. Ora rivela: "Tornava a casa ubriaco una o due sere alla settimana e urlava contro di noi, e ci colpiva, spaventava mia madre. Non l'ho mai ritenuto interamente responsabile perché il nostro vicino faceva la stessa cosa con la sua famiglia, e così il vicino del vicino". "Tutto è iniziato con bugie e intolleranza. Essendo stato in Europa ho visto di prima mano come le cose possono finire fuori controllo", aggiunge. "Mio padre e i nostri vicini sono stati ingannati con le bugie, quindi so dove possono portare le bugie". Nel finale del video Schwarzenegger sfodera la mitologica spada di "Conan, il barbaro", uno dei suoi più iconici ruoli da protagonista, e la paragona alla democrazia, messa a repentaglio dall'assalto al Congresso, ma divenuta più forte proprio grazie a quella dura prova che l'ha temprata. 

Gogna Hollywood : Trump non mi piace e quindi lo cancello. Daniele Zaccaria Il Dubbio il 17 gennaio 2021. Soppresso il cameo di Donald Trump in “Mamma ho riperso l’aereo” Presto la sua immagine potrebbe sparire da decine di pellicole? Dice Chris Columbus, regista di Mamma ho riperso l’aereo, che all’epoca Donald Trump fece il «bullo», che pretese di apparire nel film in cambio dell’autorizzazione a girare una scena nella hall dell’hotel Plaza di New York, all’epoca di sua proprietà. Non avrebbe mai creduto, The Donald, che quel cameo sarebbe un giorno stato cancellato in seguito a una “petizione online” sottoscritta peraltro anche dal protagonista Macaulay Culkin che si è detto «entisasta» dell’iniziativa. Dopo essere stato bandito da ogni social network del pianeta il presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump rischia ora di sparire anche da decine di pellicole, tra film e serie tv, in cui appare quasi sempre nella parte di se stesso. Una lista impressionante di comparsate e cameo, dal Principe di Bel Air con un giovanissimo Will Smith a Sex in city, da Zoolander a Celebrity di Woody Allen, passando per la sitcom La Tata e la commedia Two weeks notice con Hugh Grant e Sandra Bullock giusto per citare i lavori più noti. Prima di approdare alla Casa Bianca squadernando la vita politica americana e planetaria, Donald Trump non era solo un ricco e famoso imprenditore newyorkese ma una vera e propria icona pop, citato dalle pubblicità, evocato dai più seguiti presentatori tv, invitato nei reality show, protagonista di barzellette e modi di dire, testimonial di concerti, serate di gala, incontri di boxe e di wrestling, un’icona un po’ trash e pacchiana ma in fondo accettata dagli americani come una parte della cultura popolare del Paese. In appena quattro anni quell’ingombrante imprenditore si è trasformato in un “mostro”, nel nemico pubblico numero uno, una specie di supercattivo dei fumetti Marvel, un Lex Luthor della quinta strada o un Joker miliardario, specialmente adesso che è naufragato nel basso impero di una presidenza fatta a pezzi dal suo smisurato ego e dalla determinazione degli oppositori. La doppia procedura di impeachment che aleggia sulla testa di Donald Trump, le accuse di eversione e incitamento all’insurrezione, lo spirito di rappresaglia dei suoi tanti avversari, la frustrazione accumulata durante il suo mandato, oltre naturalmente ai modi intrattabili dello stesso tycoon, sono tutti elementi che hanno contribuito alla sua demolizione che ora si affina nella sistematica opera di dannatio memoriae. Un po’ come accadeva alle effigi dei faraoni deceduti che nellantico Egitto venivano fatte distruggere dai loro successori perché credenza voleva che le vestigia degli antichi sovrani contenessero «una forza spirituale che doveva essere disattivata con la distruzione» per citare le parole dell’archeologo americano Edward Bleiberg. Deve averne moltissima di “forza spirituale” Donald Trump che non viene semplicemente contrastato dal punto di vista politico, perché non basta averlo sconfitto alle elezioni e probabilmente interrotto per sempre i suoi sogni di potere, Donald Trump deve sparire. Con un colpo di gomma o di photoshop, fatto fuori dal ritocco digitale inghiottito dallo sfondo dello schermo come un incubo da quale ci si è svegliati e che si dissolvono al mattino. Lui e soprattutto la sua immagine, Neanche Adolf Hitler o Osama bin Laden hanno subito un simile trattamento, la cancel culture che dilaga oltreoceano sembra averli risparmiati per concentrarsi sulla cattiva coscienza della nazione, in un bizzarro esercizio di psicanalisi collettiva che passa per il tritacarne del metoo, per l’abbattimento delle statue degli antichi colonizzatori come Cristoforo Colombo fino alla crociata iconoclasta di Hollywood, l’America è impegnata in un bellicoso regolamento di conti con se stessa, in un corpo a corpo con la sua storia e i suoi demoni. E lo fa con l’ irruenza puerile tipica della sua cultura, intrecciando vendetta e politically correct, nell’illusione che tenere “lontano dagli occhi” i fantasmi del suo passato lontano e recente possa servire alla sua evoluzione sociale e culturale, come i bambini che si tappano le orecchie per non ascoltare un rimprovero, o cacciano via il “male” mettendo la testa sotto il cuscino. La distruzione dei simboli non è un prurito postmoderno, ma una pratica che ci accompagna dall’alba delle civiltà, tratto distintivo delle società complesse, che provenga dal “basso” o che sia promossa dalle élite. Ma in pochi potevano pensare che sarebbe diventata uno strumento ordinario di eliminazione di un avversario politico che, per quanto sgradevole e divisivo, non è certo un satrapo o un sadico colonnello di una giunta militare sudamericana. Nella mente scorrono ancora le immagini dell’abbattimento dei monumenti dei dittatori come quello di Saddam Hussein a Baghdad o delle statue di Stalin dopo l’implosione del socialismo reale. Momenti emblematici del cambiamento violento che si abbatteva su quelle società al di là della strumentalizzazione politica e mediatica. Oggi basta il capriccio di un produttore di Hollywood, il fastidio di un attore in disgrazia. una sciatta petizione promossa dal popolo di internet o la pressione di qualche intellettuale annoiato per assegnare la condanna dell’oblio.

 (ANSA il 14 gennaio 2021) Via Trump da “Mamma, ho riperso l'aereo: mi sono smarrito a New York” (Home Alone 2: Lost in New York)', il film del 1992 sequel di “Mamma, ho perso l'aereo”. La petizione per rimuovere la scena in cui appare brevemente il magnate ha cominciato a girare sui social media ed è stata sottoscritta anche dal protagonista Macaulay Culkin, nel film con il ruolo del protagonista Kevin McCallister. "Petizione - si legge in un tweet - per sostituire Trump in Home Alone 2 con il 40enne Macaulay Culkin". "Affare fatto", ha risposto l'attore. L'attuale presidente compare nella scena all'interno del Plaza Hotel, di cui all'epoca era proprietario, ed indica a Kevin come raggiungere la reception. In un'intervista lo scorso dicembre il regista Chris Columbus dichiarò che Trump aveva insistito per avere la parte in cambio dell'autorizzazione a filmare nel suo hotel.

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 17 gennaio 2021. Joe Biden lo ha battuto e presto lo caccerà dalla Casa Bianca, i politici del congresso vogliono esautorarlo ancora prima della scadenza del mandato, a mezzogiorno di mercoledì, e il sito Shopify ha rimosso dal catalogo online ogni articolo che porta il suo nome. Ora contro Donald Trump si accanisce perfino l' industria di celluloide. Sul web sta montando una campagna per cancellare il presidente uscente dal cameo più noto tra quelli che ha effettuato in passato: il breve istante nel quale incontra nella lobby della Plaza Hotel il bambino che ha perso i genitori in Mamma, ho riperso l' aereo, sequel del 1992 del fortunato film uscito due anni prima. La protesta è esplosa dopo l' attacco al Campidoglio da parte dei sostenitori del presidente undici giorni fa. I fan del classico film chiedevano fuori dai denti un atto di cesura che rimuovesse l' immagine bonaria del proprietario del palazzo, così come hanno già fatto le reti social nel web. Alcuni dei cibernauti più burloni hanno già provveduto in proprio e hanno sostituito la silouette di Trump nell' iconica sequenza con quella più rassicurante della regina della country music Dolly Parton o quella dissacrante di Darth Vader di Guerre Stellari. Il regista del film Chris Columbus racconta oggi che Trump al tempo forzò il suo ingresso nella scena con un ricatto. La produzione aveva già negoziato il compenso per l' utilizzo dello stabile nelle riprese, ma all' ultimo minuto l' immobiliarista, che quattro anni prima aveva acquistato per la favolosa cifra di 400 milioni lo storico albergo all' angolo di Central Park, lanciò un ultimatum: la sequenza si poteva girare solo se gli fosse stata concessa la possibilità di apparire a fianco del giovanissimo attore Macaulay Culkin, che interpretava la parte di Kevin McCallister. Trump a quel tempo era già un uomo ricchissimo e conosciuto in ogni angolo del mondo, ma non perdeva mai l' occasione di collezionare un' altra copertina di giornale o di presenziare ad un evento di alta visibilità. Home Alone (titolo del film in inglese) era al tempo uno dei marchi più popolari al mondo e in effetti quella associazione breve e insignificante sul set ha accompagnato Trump nel resto della sua carriera. «Nella squadra di produzione molti chiedevano che la sequenza fosse tagliata in montaggio racconta Columbus ma ad una delle prime proiezioni sperimentali che ancora la conteneva, la sala scoppiò in un applauso dopo averla vista. Per questo decisi di lasciarla nella versione finale». Il regista difendeva ancora la sua scelta un anno fa, quando la televisione canadese mandò in onda per Natale il film con la scena tagliata. Seguì un botta e risposta tra Trump e il premier canadese Trudeau, con il primo che definiva la decisione «patetica» e addebitava la censura alla guerra commerciale in atto tra i due paesi e il secondo che si difendeva dicendo che la versione esportata oltre frontiera non aveva mai incorporato la sequenza. Solo negli ultimi giorni Columbus ha cambiato idea, e si è associato alla campagna. Lo stesso Macaulay Culkin è a favore della rimozione e della proposta che l' immagine del severo gigante vestito come sempre con un lungo cappotto nero, sia sostituita da lui stesso, nella versione odierna di un attempato quarantenne. Questa volta invece il presidente uscente è rimasto atipicamente muto di fronte alla minaccia. Cancellazioni ben più gravi del suo nome sono in atto al momento, come quelle dell' associazione del golf professionista che sta cercando di recidere ogni rapporto con lui e con le sue proprietà. La cittadina di West Palm Beach in Florida ha annunciato ieri che annullerà il contratto che assegna a Trump la gestione del locale club golfistico e decine delle maggiori aziende nazionali hanno già interrotto il flusso di finanziamenti nelle casse della fondazione politica che amministra le sue campagne elettorali. L' amore per la propria immagine ha portato Trump ad apparire in ben ventisei film, senza mai aver preso una lezione di recitazione, e senza d' altronde aver mai rappresentato null' altro che sé stesso. Il suo carnet parte alla fine degli anni '80, e al tempo delle riprese di Home Alone II, nel 1992, vanta già tre altre presenze. Gli spettatori lo ricordano anche il Bel Air e in Zoolander, oltre che nell' inevitabile apparizione in Sex and the City, come una delle presenze iconiche della città di New York.

Da rainews.it il 12 gennaio 2021. L'allenatore dei New England Patriots Bill Belichick ha annunciato che non intende accettare la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza degli Stati Uniti, dicendo che "rimanere fedeli alle persone, al team e al Paese che amo vale molto di più di qualsiasi premio individuale". In una breve dichiarazione accuratamente soppesata, l'allenatore sei volte vincitore del Super Bowl ha evitato di dire esplicitamente di aver rifiutato l'offerta del Presidente Donald Trump ma ha spiegato che ha preso "la decisione di non andare avanti con il premio" in conseguenza dell'assalto al Campidoglio della settimana scorsa. Domenica scorsa, cioè quattro giorni dopo i disordini, un funzionario della Casa Bianca aveva annunciato che Trump avrebbe conferito a Belichick la più alta onorificenza civile della nazione all'interno di una lista di premiazioni dell'ultima ora rispetto alla scadenza del mandato presidenziale che comprendeva anche campionesse e campioni del golf del presente e del passato come Annika Sorenstam, Gary Player e, in memoria, 'Babe' Zaharias; una premiazione che già non aveva mancato di suscitare polemiche proprio perché avvenuta a poche ore dall'assalto. Belichick avrebbe dovuto ricevere la medaglia giovedì. "Sono lusingato [...] per ciò che il riconoscimento rappresenta e per l'ammirazione che ho nei confronti di chi lo ha ricevuto prima di me", ha detto l'allenatore in una dichiarazione, "Poi, sono successi i tragici eventi della scorsa settimana ed è stata presa la decisione di non andare avanti con il premio. "Più di ogni altra cosa, sono un cittadino americano con un grande rispetto per i valori, la libertà e la democrazia della nostra nazione. So di rappresentare in questo anche la mia famiglia e la squadra dei New England Patriots". Sebbene si definisca apolitico, Belichick si era già esposto politicamente in passato. L'architetto dei successi dei Patriots, scrisse nel 2016 una lettera di sostegno a Trump che il tycoon lesse in pubblico la notte prima delle elezioni durante un comizio nel New York Hampshire, una roccaforte dei tifosi della squadra. Sebbene Trump allora presentò la lettera come una esplicita adesione di Belichick al suo programma-slogan, "Make America Great Again" che gli valse la sorprendente vittoria contro Hillary Clinton, Belichick ha poi dichiarato che si trattava solo del sostegno a un amico. Nel 2015 Belichick indossò una spilla con la bandiera armena alla Casa Bianca quando la squadra era ospite dell'allora presidente Barack Obama per festeggiare la sua quarta vittoria nel Super Bowl. Si trattò di un segno di solidarietà al dirigente della squadra, Berj Najarian, che è di origine armena. Il mese scorso, Belichick ha invitato il governo degli Stati Uniti ad agire contro la Turchia e l'Azerbaigian per gli "attacchi non provocati e violenti contro gli Armeni". All'indomani della morte di George Floyd, i giocatori dei Patriots hanno elogiato Belichick per aver consentito di aprire un forum dove poter esprimere i propri sentimenti sulla questione razziale e l'ingiustizia sociale in America. Nella sua dichiarazione Belichick ha definito quegli elogi "una delle cose più gratificanti della mia carriera professionale [...]  Continuare questo lavoro e rimanere fedeli alle persone, alla squadra e al Paese che amo vale molto di più di qualsiasi premio individuale". 

DAGONEWS il 14 gennaio 2021. Il dottor Harold N. Bornstein, l'ex medico di Donald Trump che una volta lo definì "l'individuo più sano mai eletto alla presidenza" (solo per poi affermare di essere stato costretto a scriverlo), è morto venerdì.  Bornstein, 73 anni, era un gastroenterologo ed è stato il medico personale di Trump dal 1980 al 2017. Dopo che Trump è stato eletto alla presidenza nel 2016, Bornstein sperava che sarebbe stato nominato medico della Casa Bianca e ha fatto pressioni per ricevere l’incarico. Ma si è scontrato con il presidente ed è stato bandito dalla sua cerchia ristretta dopo aver rivelato che Trump stava assumendo Propecia, un farmaco contro la calvizie. Nel 2015 il medico divenne famoso quando Trump lanciò la sua candidatura alla presidenza. All'epoca, Trump accusava il suo avversario Hillary Clinton di non avere la resistenza per fare il presidente. Per sostenere che il suo stato di salute fosse migliore, Trump ordinò a Bornstein di scrivere un rapporto medico. In una lettera pubblicata nel dicembre 2015, Bornstein scrisse che Trump sarebbe stato "inequivocabilmente" il presidente più sano della storia e ha ritenuto le condizioni del celebre uomo d'affari "sorprendentemente eccellenti". In seguito, però, rivelò di aver scritto la nota in cinque minuti e di essere stato costretto a dare a Trump il brillante certificato medico. Bornstein ha detto di essersi sentito "come uno schiavo che eseguiva gli ordini che venivano dalla Fifth Avenue": «Ha dettato l'intera lettera. Non ho scritto quella lettera».

Complotti en plein air. Le cinque prove evidenti del tentato golpe di Donald Trump. L'Inkiesta il 28 Settembre 2021. Dalla sconfitta alle elezioni, l’ex presidente americano ha dichiarato apertamente di voler fare di tutto per ribaltare l’esito del voto. Come spiega un lungo articolo dell’Atlantic non ha solo tramato in segreto, ma anche alla luce del sole, attraverso metodi illeciti. È quasi un anno ormai che Donald Trump grida al colpo di Stato come il cane che abbaia alla luna. Fin dalle ore successive all’election day dello scorso novembre l’ex presidente americano reclama la vittoria, definisce irregolare il voto che ha premiato Joe Biden, prova a corrompere le istituzioni democratiche americane per ribaltare il risultato delle urne. Diversi mesi fa uno degli avvocati del team legale di Trump, John Eastman, aveva perfino redatto un documento – piuttosto assurdo – in cui spiegava che l’allora vicepresidente Mike Pence avrebbe potuto ribaltare le elezioni del 2020 con un decreto. Cosa ovviamente non vera, come hanno riportato anche i giornalisti del Washington Post Bob Woodward e Robert Costa nel loro ultimo libro “Peril”. Anche l’ex vice presidente Mike Pence aveva pensato sul serio di poter fare un’operazione del genere, e che solo l’intervento di Dan Quayle (vicepresidente prima di lui, durante l’amministrazione di George H. W. Bush) l’aveva dissuaso. Tutte tessere di un mosaico complottista che oggi appare più che mai evidente. «A quanto pare Trump e i suoi consiglieri avevano escogitato dei piani veri e propri per sovvertire la sconfitta elettorale», scrive l’Atlantic. L’articolo della rivista statunitense, firmato da Adam Serwer, individua cinque punti, cinque evidenze del tentato golpe trumpista. Il primo passo è stato il tentativo di fare pressione su molti segretari di Stato – funzionari del governo di ogni singolo Stato della federazione – affinché non certificassero il voto. Infatti i risultati elettorali statunitensi venivano conteggiati a scaglioni, poco per volta, seguendo le dinamiche di uno spoglio che non solo attraversa diversi fusi orari, ma ha visto procedure differenti e più di una modalità di voto. In particolare, i voti per corrispondenza sono stati conteggiati dopo. E quelli, secondo Trump, avrebbero fatto parte di una teoria del complotto: l’ex presidente insisteva sul fatto che i Democratici stavano in qualche modo inserendo schede fraudolente nel conteggio dei voti (a quanto pare si sarebbero dimenticati di fare lo stesso anche per il voto alla Camera e al Senato, dal momento che lì il voto è andato peggio di quanto previsto dai sondaggi). «E per corroborare queste falsità, chi gestiva la campagna elettorale di Trump ha tentato di fare pressione sui segretari di Stato per non certificare i risultati o “trovare” schede elettorali fraudolente. In alcuni Stati, spinti dalle bugie del presidente, la folla pro-Trump si è presentata ai seggi al momento del conteggio dei voti e ha tentato di interrompere il procedimento», si legge nell’articolo. Dopo i segretari di Stato, Trump ha puntato i parlamenti statali: ha personalmente tentato di costringere alcuni membri delle assemblee a ribaltare i risultati delle elezioni, soprattutto negli Stati che hanno votato in maggioranza per Biden. Faceva affidamento sulla dubbia teoria giuridica secondo cui quei parlamenti avrebbero potuto semplicemente ignorare i risultati del voto popolare nei propri Stati.

In Pennsylvania, Michigan, Arizona e Georgia, Trump ha pubblicamente esortato le autorità statali controllate dai repubblicani a «intervenire per dichiararlo vincitore» e ha twittato: «Speriamo che i tribunali e/o le assemblee abbiano il CORAGGIO di fare ciò che deve essere fatto per mantenere l’integrità delle nostre elezioni e gli stessi Stati Uniti d’America». La terza strada battuta dall’ex presidente per cambiare l’esito del voto – visto che proprio non poteva accettare la sconfitta – è quella dei tribunali. Il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha intentato una causa assurda chiedendo che la Corte Suprema annullasse i risultati delle elezioni in Wisconsin, Georgia, Michigan e Pennsylvania, quattro Stati vinti da Biden. La grande maggioranza della delegazione repubblicana al Congresso, così come quasi 20 procuratori generali dello Stato repubblicano del Texas, ha sostenuto questo tentativo di chiedere alla Corte suprema, controllata dai conservatori, di annullare i risultati delle elezioni del 2020 per decreto. «I giudici – scrive l’Atlantic – hanno rifiutato di incoronare Trump, ma la quantità di sostegno che questa offerta ha ricevuto dai funzionari eletti repubblicani è di per sé allarmante. Trump ha tentato di costringere il Dipartimento di Giustizia a fornirgli un pretesto per ribaltare i risultati, ma il procuratore generale, Bill Barr, si è rifiutato di farlo». Poi Trump ha fatto pressione sul vicepresidente Mike Pence. Una strategia «ridicola», nelle parole dell’Atlantic, per tentare un golpe. «Insistere sul fatto che il vicepresidente abbia il potere di decidere unilateralmente chi ha vinto un’elezione è una delle cose più assurde che ci siano. Trump ha pubblicamente perseguitato Pence per rifiutare i risultati prima del conteggio dei voti elettorali tradizionalmente cerimoniale al Congresso. Secondo lui Pence avrebbe potuto rifiutarsi di certificare i risultati in alcuni Stati. E pare che Pence avesse preso tale richiesta abbastanza seriamente», si legge nell’articolo. Falliti tutti i tentativi di invertire l’esito delle elezioni, anche quelli più ridicoli, Trump ha deciso di coinvolgere direttamente l’elettorato. «Il raduno di gennaio che ha preceduto la cerimonia che avrebbe certificato la vittoria di Biden – spiega l’Atlantic – aveva l’obiettivo di fare pressione sul Congresso, e in particolare su Pence, affinché ribaltassero i risultati delle elezioni. Trump ha detto ai suoi seguaci “Se Mike Pence fa la cosa giusta, vinciamo le elezioni”. Sappiamo che la folla ha saccheggiato il Campidoglio e ha costretto i legislatori a fuggire. Ma se la folla fosse riuscita a raggiungere i membri del Congresso, le conseguenze avrebbero potuto essere catastrofiche. Trump è stato messo sotto accusa per il suo incitamento, ma i repubblicani del Senato lo hanno protetto impedendogli di essere condannato. Le persone che hanno tentato di sovvertire la democrazia, inoltre, hanno subito poche conseguenze politiche o legali». C’è poi un dettaglio spesso lasciato in secondo piano, in questa vicenda: i pochi politici repubblicani che si sono opposti a questo tentativo di distruggere la democrazia americana sono gli unici a dover affrontare le reali conseguenze politiche del loro partito. Tanti esponenti del Grand Old Party, infatti, sono stati messi in discussione, si sono ritrovati invischiati in nuove primarie, o hanno perso la loro leadership: i funzionari repubblicani che non erano disposti a usare la loro posizione politica per ribaltare i risultati delle elezioni si ritrovano in una condizione difficile, con avversari aggressivi come i fan trumpiani più accesi. Ad ogni modo, al centro di questi tentativi di golpe trumpista c’è un’ideologia pericolosa: la presunzione che poiché i sostenitori di Trump rappresentano “veri americani”, la volontà di una maggioranza democratica può essere ignorata. Questo non significa che il Partito Repubblicano sia incapace di conquistare la maggioranza su base nazionale o in Parlamento, ma vuol dire che i loro risultati elettorali saranno irrilevanti fin quando i fedeli trumpisti all’interno del partito continueranno a credere di avere il diritto di stare al potere. La loro pretesa di essere gli unici autentici eredi della tradizione americana significa che si considerano gli unici in grado di governare legittimamente, e sono quindi legittimati a prendere il potere con qualsiasi mezzo. Questa è l’incarnazione moderna di una vecchia ideologia, spiega l’Atlantic, un’ideologia che in passato ha giustificato l’esclusione di alcuni gruppi di americani dal suffragio e dall’esercizio della democrazia. «Le tradizioni americane di non-libertà – conclude Adam Serwer sull’Atlantic – sono sempre rappresentate da chi si crede un protettore della democrazia, e questa vicenda non è diversa. Tant’è vero che il documento di John Eastman diceva che se a Biden fosse stato concesso di entrare alla Casa Bianca “avremo cessato di essere un popolo che si autogoverna”. Il dramma, insomma, non è solo che Trump ha cercato di rovesciare l’esito di un’elezione. È che così tanti americani lo appoggiavano».

Dagotraduzione dal Washington Post il 25 settembre 2021. La Casa Bianca si è detta favorevole a rilasciare informazioni al Congresso su quello che Donald Trump e i suoi collaboratori stavano facendo durante l’attacco del 6 gennaio al Campidoglio. Barricate da parte di Trump, alla notizia, che ha subito fatto sapere che si appellerà al «privilegio dell'esecutivo» (una sorta di immunità) per bloccare le richieste di informazioni del comitato ristretto della Camera che indaga sugli eventi di quel giorno. Ma, secondo le persone che hanno familiarità con l’ambiente, il presidente Biden, data la gravità degli eventi del 6 gennaio, prevede di pendere dalla parte della divulgazione. Il portavoce di Biden, Michael J. Gwin, ha fatto sapere che il presidente considera l’attacco al Campidoglio «una macchia oscura nella storia del nostro paese», è «profondamente impegnato a garantire che qualcosa del genere non accada mai più ed è favore di un’indagine approfondita». I membri della commissione investigativa sostengono che Trump non goda più della protezione del privilegio dell'esecutivo, e incoraggiano la Casa Bianca a mettere da parte le preoccupazioni istituzionali sulla condivisione delle informazioni con il Congresso e aiutare il panel in un'indagine incentrata su ciò che i democratici e una manciata di repubblicani hanno definito «un assalto alla democrazia». Cosa stava facendo Trump durante l’assalto? Con chi stava parlando? Sono alcune delle grandi domande rimaste senza risposta su quel giorno. Il dibattito sulla validità della richiesta di privilegio dell'esecutivo arriva mentre il Comitato sta entrando in una fase più aggressiva dell’indagine. Dopo aver richiesto materiale alla società di telecomunicazioni, ai social media e alla Casa Bianca, e aver ricevuto qualche risposta, il Comitato sta ora esaminando il modo migliore per costringere a testimoniare e a fornire documenti coloro che sono riluttanti a partecipare. Il presidente del comitato Bennie G. Thompson ha detto questa settimana che il suo gruppo di esperti emetterà presto citazioni in giudizio per testimoni e organizzazioni, aggiungendo che il comitato ha iniziato a programmare testimonianze a porte chiuse con chi è cooperativo. Giovedì sera, il comitato ha emesso una citazione per l'ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows, l'ex vice capo dello staff Dan Scavino, l'ex funzionario del Pentagono Kash Patel e per il consigliere di lunga data di Trump Stephen K. Bannon. Il comitato sta cercando documenti e testimonianze dei quattro uomini. Trump ha bollato il lavoro del comitato come partigiano e promette di combattere i suoi sforzi per raccogliere informazioni e testimonianze relative all'attacco. In risposta alla richiesta del panel della Camera, i National Archives hanno già identificato centinaia di pagine di documenti della Casa Bianca di Trump rilevanti per l’inchiesta. Come previsto dallo statuto, il materiale viene consegnato alla Casa Bianca di Biden e agli avvocati di Trump per la revisione. La lettera del comitato del 25 agosto agli Archivi Nazionali è stata ampia e dettagliata, e ha richiesto «tutti i documenti e le comunicazioni all’interno della Casa Bianca il 6 gennaio del 2021». Tra i documenti è stato chiesto anche di sapere se la Casa Bianca o gli alleati di Trump abbiamo lavorato per ritardare o fermare il conteggio dei voti elettorali e se si è discusso di impedire il trasferimento pacifico del potere. La lettera chiedeva anche i registri delle chiamate, gli orari e le riunioni svolte non solo da Trump, ma anche dai figli adulti dell’ex presidente, dal genero, dal consigliere senior Jared Kushner e dalla first lady Melania Trump, nonché da una serie di aiutanti e consiglieri, come il suo avvocato Rudolph Giuliani. Il comitato si è concentrato, in parte, sulla ricerca di informazioni sull'eventuale ruolo svolto dalla Casa Bianca di Trump e dai membri del Congresso nell'incoraggiare le manifestazioni, che hanno interrotto la certificazione costituzionalmente obbligatoria dei voti elettorali e scatenato una serie di violenti scontri con la polizia del Campidoglio degli Stati Uniti. Finora, più di 650 persone sono state accusate di crimini in relazione alle manifestazioni violente che hanno ritardato il voto. Molti sono stati accusati di intralcio a una procedura federale e di essere entrati o rimasti consapevolmente in un edificio riservato. Secondo i membri dello staff del Congresso, documenti e testimonianze potrebbero mostrare se i funzionari della Casa Bianca e i membri del Congresso hanno incoraggiato o sostenuto tali azioni. I documenti della Casa Bianca richiesti dal panel devono essere identificati dal personale degli Archivi nazionali e poi inviati agli avvocati di Biden e Trump. La prima tranche è stata inviata il 31 agosto, secondo una persona che ha familiarità con il trasferimento. Trump ha 30 giorni dalla consegna dei documenti per decidere se opporsi al loro rilascio, secondo lo statuto. Anche se si oppone alla consegna, la Casa Bianca di Biden ha autorità decisionale e può rilasciarli, nonostante le obiezioni di Trump, dopo che sono trascorsi altri 60 giorni. L'opzione rimanente di Trump sarebbe quella di andare in tribunale per cercare di fermare il rilascio. «La legge che abbiamo non è favorevole all'ex presidente», ha detto Bob Bauer, che è stato consigliere della Casa Bianca sotto il presidente Barack Obama. «Un ex presidente ha la possibilità di rivedere i materiali, sollevare questioni di privilegio e se l'ex presidente e l'attuale presidente non riescono a raggiungere un accordo, portare la controversia in tribunale». «Le circostanze qui - l'ex presidente che agisce in quel momento nella sua veste di candidato che cerca di sfidare la sua sconfitta alle urne - rendono questa battaglia in salita molto, molto più dura», ha detto. 

Da "liberoquotidiano.it" il 14 settembre 2021. Un clamoroso scoop della Cnn. Si deve tornare allo scorso 6 gennaio, il giorno dell'assalto al Congresso da parte dei sostenitori di Donald Trump e suprematisti, il tutto a pochi giorni dall'insediamento di Joe Biden, che aveva vinto le elezioni contro il tycoon, presidente uscente. Come è noto, Trump minacciava battaglia legale contro Biden, insistendo su presunto brogli. Ma, si diceva: il giorno dell'assalto al Congresso, il giorno in cui il mondo suo malgrado ha conosciuto - tra gli altri - lo "Sciamano", Jake Angeli. Bene, secondo quanto rilanciato ora dalla Cnn, Melania Trump si rifiutò di lanciare un appello per la pace e la non violenza nel corso dei disordini a Capitol Hill. Secondo quanto riporta la Cnn, l'allora assistente dell'ex first lady e moglie di Trump le inviò un messaggio di testo nel quale, testuali parole, chiedeva: "Vuoi twittare che  le proteste pacifiche sono un diritto di ogni americano, ma non c'è posto per l'illegalità e la violenza?". La risposta di Melania fu secca, tranchant: "No". Insomma, nessun margine per le ambiguità. Un'indiscrezione che, se confermata, a Melania potrebbe costare parecchie critiche e problemi. Insomma, avrebbe potuto provare a fermare l'assalto a Capitol Hill, ma non lo fece. Le fonti citate dalla Cnn, in particolare, spiegano che l'assistente in questione è Stephanie Grisham. E ancora, sempre la Cnn ha riferito a gennaio che Melania Trump era alla Casa Bianca durante l’insurrezione e stava guardando un servizio fotografico su un tappeto. In nessun momento del 6 gennaio, ha spiegato il network, la first lady ha pensato di annullare questo suo impegno. E ora si scopre che, oltre a non annullare l'impegno, avrebbe rifiutato anche l'appello in pubblico.

Da ilfattoquotidiano.it il 15 settembre 2021. “Il presidente poteva fare la canaglia, ho agito in buona fede”. Dopo l’assalto dei suoi sostenitori a Capitol Hill lo scorso 6 gennaio, le cospirazioni sulle elezioni e la rabbia per una sconfitta difficile da accettare, Donald Trump poteva fare di tutto. A sostenerlo è Mark Milley, capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, finito al centro del fuoco politico dopo le rivelazioni contenute in “Peril“, il nuovo libro scritto dal commentatore politico del Washington Post, Robert Acosta, e di Bob Woodward – che nel 1972, insieme a Carl Bernstein rivelò lo scandalo Watergate, contribuendo alle dimissioni di Richard Nixon. Le rivelazioni del giornalista, ormai celebre, sembrano tornate a far tremare le alte cariche americane: le maggiori autorità militari del Paese, dietro consiglio di Milley e oltrepassando i loro poteri istituzionali, avrebbero infatti tentato di limitare le azioni di Trump nei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca. “Non si sa mai a che punto possa arrivare un presidente”. Sarebbero state queste le parole di Milley allo staff del capo degli Stati Uniti: “Non importa cosa vi dicono. Fate quello che vi dico”. Donald Trump infatti era – secondo il Capo di stato maggiore – un leader psicologicamente instabile, ma con un potere tale da causare un’emergenza militare se lo avesse voluto. Un attacco ingiustificato alla Cina e l’uso di armi nucleari erano i timori principali di Milley. Per questo avrebbe chiesto alle altre autorità militari, al capo della Cia e della National Security, il generale Nakasone, sorveglianza massima sulle azioni del presidente uscente. Nessuno doveva infatti accettare ordini riguardanti l’arsenale nucleare, senza che lo sapesse lo stesso Capo di stato maggiore. L’8 gennaio Milley – dopo aver consultato la speaker democratica della Camera Nancy Pelosi, anche lei preoccupata dalle condizioni di Trump – avrebbe persino comunicato la decisione anche al suo omologo cinese, il generale Li Zuocheng. Anche Pechino temeva infatti colpi di testa da parte del magnate newyorkese. Ora la destra statunitense accusa Milley di tradimento per aver preso delle decisioni che non gli competevano. Senatori come Marco Rubio e Rand Paul chiedono il licenziamento con disonore e che il generale venga degradato. Mentre la Fox – rete televisiva marcatamente conservatrice – parla di insurrezione e invoca addirittura la corte marziale: un militare non eletto ha di fatto sostituito nel ruolo di comandante in capo il legittimo titolare di questa carica, cioè il presidente. Secondo il sito Dayly Beast, il magnate newyorkese – intervistato nelle ultime ore dall’emittente Newsmax – avrebbe invitato i suoi sostenitori ad andare in televisione a sostenere la tesi del golpe militare. Allo stesso tempo però starebbe tentando di mettere in dubbio la veridicità delle rivelazioni contenute nel libro: “Le persone che hanno fabbricato questa storia sono malate e dementi, e quelle che l’hanno pubblicate sono della stessa risma”. La sinistra invece assolve Milley: anche se le sue azioni – al momento non ancora smentite – costituiscono un reato, sarebbero state commesse a fin di bene. Il Capo di stato maggiore – si legge nel libro – avrebbe infatti agito “per precauzione e in buona fede”, perché era spaventato dal “declino mentale di un uomo che ormai gridava contro tutti compresi i militari e costruiva nella sua mente realtà alternative a base di teorie cospirative sul voto”. A sorpresa però anche esponenti militari non vicini all’ex presidente disapprovano le azioni di Milley: “Se è vero, il generale Milley deve dimettersi – ha twittato Alexander Vindman, tenente colonnello a riposo che ha testimoniato contro Trump nel primo processo di impeachment – ha usurpato l’autorità civile, interrotto la catena di comando e violato il sacrosanto principio del controllo dei civili sui militari”. È vero però che Milley non godeva già da tempo di buoni rapporti con l’allora leader degli Stati Uniti: a giugno 2020 si era scusato pubblicamente in televisione per aver accompagnato a piedi Trump sul sagrato della chiesa di fronte alla Casa Bianca. Quello da cui aveva tenuto un discorso – ostentando una copia della Bibbia – di sfida alle manifestazioni per l’uccisione di George Floyd. In quegli stessi giorni, il Capo di stato maggiore si era poi opposto all’intervento dell’esercito per reprimere i disordini. Il compito per legge spettava alle polizie, non alle forze armate. 

Camilla Lombardi per wired.it il 14 gennaio 2021. Mercoledì 13 gennaio Donald Trump è diventato il primo presidente degli Stati Uniti a essere sottoposto a procedura di impeachment due volte nel corso del suo mandato. Dai terribili fatti del Campidoglio di Washington D.C., il presidente è diventato sempre più isolato all’interno del Partito repubblicano e rancoroso nei confronti dei suoi più stretti collaboratori, secondo lui “incapaci di difenderlo” in maniera efficace dalle accuse di “incitamento all’insurrezione” mosse nei suoi confronti dalla Camera dei rappresentanti. Molti di loro, nel cerchio più intimo dei suoi fedelissimi, sono rimasti in silenzio dopo il voto a favore dell’impeachment da parte dei deputati. Come hanno riportato alcune fonti al Washington Post, infatti, Trump non solo è “incredibilmente furioso” nei confronti del vicepresidente Mike Pence, ma sta anche rompendo i rapporti con il suo avvocato di fiducia, Rudy Giuliani. Secondo il quotidiano statunitense Trump ha incaricato gli assistenti di non pagare le spese legali di Giuliani e si è detto intenzionato ad approvare personalmente eventuali rimborsi per le spese sostenute durante i viaggi per conto del presidente per contestare la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 3 novembre. Alcuni funzionari vicini al tycoon, riferisce il Washington Post, hanno detto che “Trump ha espresso privatamente preoccupazione per alcune delle mosse di Giuliani e non ha apprezzato la sua richiesta di 20mila dollari al giorno come tariffa per il suo lavoro nel tentativo di ribaltare le elezioni” (una cifra che l’avvocato nega, sottolinea il Guardian, ma che a quanto pare è stata messa per iscritto). Ai dipendenti della Casa Bianca è stato persino ordinato di non passare al presidente nessuna delle chiamate di Giuliani. La cosa paradossale è che anche Giuliani ora è indagato per il suo presunto ruolo nell’incitamento dei sostenitori di Trump alla rivolta a Capitol Hill la scorsa settimana. Durante il rally trumpiano Save America a Washington, poco prima dell’insurrezione, l’ex sindaco di New York aveva arringato la folla: “Sono disposto a mettere in gioco la mia reputazione, il presidente è disposto a scommettere la sua reputazione, sul fatto che troveremo degli illeciti criminali”. Riferendosi ai presunti brogli elettorali (inesistenti) da parte dei democratici, aveva aggiunto: “Risolviamo il processo con un duello”.

DAGONEWS il 6 marzo 2021. Come avrà preso Rudy Giuliani il racconto del viaggio nel mondo della sessualità della figlia Caroline? La regista 31enne ha scritto un articolo per “Vanity Fair” in cui  descrive nel dettaglio l’estasi che può dare il sesso a tre e si è definita un unicorno. Caroline ha raccontato che sapeva di essere bisessuale, ma aveva avuto relazioni monogame che «non erano favorevoli alla crescita personale e sessuale». «Ora capisco che la mia curiosità, l’apertura mentale e il senso di avventura sono tre elementi che definiscono la mia identità e non sono negoziabili». Ma è stato solo quando ha iniziato ad avere rapporti a tre che si è sentita se stessa: «Trovare la forza per esplorare questi aspetti più complicati e appassionati della mia personalità è diventata la chiave per sfruttare la mia voce e la scintilla creativa, che a sua volta mi ha aiutato ad affrontare meglio la depressione, l'ansia e gli effetti cognitivi persistenti dell'anoressia adolescenziale». Giuliani si è descritta come un unicorno e ha parlato della sua ricerca di appagamento sessuale: «Una volta single, ho subito iniziato a recuperare il tempo perduto. Ho fatto viaggi psichedelici nel deserto con gli amici. Ho rotto il telaio del mio letto in acciaio inossidabile con tonnellate di sesso fantastico (e sicuro). Di tutte le varianti di estasi che ho sperimentato in quel periodo, l'estasi della scoperta sfrenata di me stessa è stata la più metamorfica». E sul sesso a tre ha aggiunto: «La fluidità della situazione ha reso impossibile azionare il pilota automatico, il che mi ha fatto capire quanto spesso vado con il pilota automatico, negli appuntamenti. Ho pensato con più consapevolezza a ciò che volevo fare o dire in ogni momento». Giuliani ha concluso dicendo che spera ancora di trovare una relazione "monogama", ma si è divertita a trovare la sua strada. Suo padre, che non è menzionato nell'articolo, non ha commentato. Caroline è la figlia dell'ex avvocato di Donald Trump e della sua seconda moglie, la giornalista Donna Hanover. Suo fratello Andrew, 34 anni, lavorava alla Casa Bianca ed era un frequente compagno di golf dell'ex presidente, ma Caroline si è allontanata dal padre e a ottobre ha scritto un articolo di accusa sulle sue politiche su “Vanity Fair”.

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" il 13 gennaio 2021. Dopo Twitter e Facebook, la seconda punizione per il ruolo che Trump ha avuto nel saccheggio del palazzo del congresso una settimana fa arriva da due settori a lui cari e cruciali per la sua attività di imprenditore: la finanza e l'industria. Ieri mattina due delle grandi banche con le quali il presidente uscente ha condotto finora gran parte degli affari, la Deutsche e la Signature, hanno chiuso i conti, e hanno annunciato che nel futuro non avranno più rapporti con lui. La decisione è particolarmente gravosa per quanto riguarda l'istituto tedesco, che nel corso degli anni gli ha concesso prestiti per un totale di 2,5 miliardi di dollari. Al momento il debito ammonta a circa 400 milioni, con contratti che prevedono scadenze di pagamento nel 2023 e 2024. I mutui della Deutsche coprono le passività di grandi proprietà di Trump come il Doral Club di Miami e le Trump Tower ed Hotel di Chicago e di Washington. Il presidente ha depositi presso diverse altre banche minori, ma la Deutsche è stata quella che finora lo aveva accompagnato nelle operazioni di maggiore calibro, specialmente quelle effettuate all'estero. L'annuncio è giunto nel giorno in cui si è sparsa la notizia della morte di Sheldon Adelson, il magnate degli alberghi e dei casinò di Las Vegas che è stato negli ultimi cinque anni il principale finanziatore delle campagne presidenziali dell'amico-rivale. La sua scomparsa lascia Trump ancora più isolato, in un momento molto delicato per le finanze dell'intero partito. Diverse dozzine delle blue chip, le maggiori aziende degli Stati Uniti, hanno reagito alla violenza di mercoledì scorso, e alla vergogna per aver visto violare il tempio della politica, con la decisione di sospendere tutti i finanziamenti, sia quelli destinati al partito democratico che a quello repubblicano. Altre, come American Express, Airbnb, Dow Chemicals, Mastercard, le società di comunicazioni AT&T, Comcast e Verizon, Amazon, General Electric e Morgan Stanley, hanno calato la scure in modo selettivo. Il loro bando ai finanziamenti colpisce il partito repubblicano, e in particolare i 120 deputati conservatori che hanno votato la notte stessa dell'assalto al Campidoglio a favore dell'obiezione voluta da Trump, che avrebbe invalidato il risultato delle elezioni. La censura non è una presa di posizione nel dibattito politico: le grandi aziende nazionali finanziano di regola in modo uguale i due partiti, perché hanno bisogno del supporto di entrambi quando si trovano a governare il paese. La chiusura dei rubinetti dai quali scorrono i contributi non sarebbe venuta senza la rivolta di Washington, un episodio che ha scosso l'opinione pubblica e ha minato l'orgoglio e l'identità nazionale. Persino la città natale del presidente sta considerando di infierire contro di lui. La Trump Organization gestisce a New York alcune proprietà pubbliche, come un campo da golf, una giostra e due piste di pattinaggio, delle quali una a Central Park. Il sindaco de Blasio intende rescindere i contratti che nell'insieme producono un reddito annuo di 17 milioni, sempre sulla base della condanna per quanto è avvenuto nella capitale, e della responsabilità personale che lega il presidente al tentativo di sommossa. L'atmosfera di accerchiamento contagia anche la politica estera. Il segretario di Stato Mike Pompeo è stato costretto a cancellare il viaggio che questa settimana l'avrebbe portato a Lussemburgo e a Bruxelles per una serie di incontri con esponenti europei e una cena nella residenza del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Entrambi gli appuntamenti erano stati annullati dagli alleati continentali.

Vittorio Da Rold per businessinsider.com il 12 gennaio 2021. Lloyd Blankfein, l’ex presidente e CEO di Goldman Sachs, la maggior banca d’affari del pianeta, ha criticato pesantemente Wall Street per aver chiuso gli occhi sui rischi rappresentati da una presidenza di Donald Trump. Gli operatori di Wall Street si sarebbero, secondo l’ex protagonista dei mercati e della finanza americana, collettivamente “turati il naso con una molletta”. Una metafora di montanelliana memoria. Blankfein ha detto che il mondo di Wall Street ha sopportato Donald Trump semplicemente per ciò che poteva offrire, principalmente meno tasse aziendali e meno regolamentazioni. “Trump stava offrendo quello che volevamo così ci siamo messi una molletta sul naso. Non ignoravamo il tipo di rischi che stavamo correndo. Li abbiamo repressi“, ha detto con sincerità Blankfein in un’intervista concessa e raccolta da uno dei giornalisti più famosi del New York Times, Andrew Ross Sorkin, autore del best seller “Too Big to fail” sulla crisi dei mutui subprime del 2008 che a sua volta provocò la crisi dei debiti sovrani del 2010 in Europa. Poi Blankfein nella sua intervista lancia la stoccata più dura, dopo aver ricordato che molti hanno fatto finta di non aver visto il nastro del video della NBC che parlava dei comportamenti inaccettabili di Trump verso 20 donne e dei dubbi sulla correttezza delle dichiarazione dei redditi del tycoon di New York. L’ex ceo di Goldman Sachs tenta un riferimento storico facendo un salto agli anni ’30: “Pensiamo ai plutocrati della Germania dei primi anni ’30 a cui piaceva il fatto che Hitler si stesse riarmando e industrializzando, spendendo soldi e facendoli uscire dalla recessione e guidando l’economia attraverso il suo stimolo alla spesa in materiale bellico. Non voglio andare troppo lontano con questo paragone, ma solo per mostrare cosa penso”. Blankfein prosegue nel corso dell’intervista riferendosi ai molti pentiti dell’ultima ora: “Quindi, sì, lo hanno sostenuto. E penso che il sostegno non sia annullato da qualche confessione sul letto di morte da un minuto a mezzanotte che, “Oh mio Dio, questo era troppo per me”.

L’assalto al Campidoglio. I commenti di Blankfein arrivano giorni dopo che una folla violenta incitata da Trump è penetrata nel Campidoglio degli Stati Uniti, alimentata da teorie del complotto infondate secondo cui la sconfitta per la rielezione di Trump era il risultato di una frode elettorale mai documenta da nessun tribunale. La violenza dell’assalto ha causato cinque morti. Blankfein, che ha lasciato Goldman nel 2018, non ha votato per Trump. Anzi a settembre, è sembrato suggerire su Twitter che i mercati sembravano pronti alla vittoria del candidato democratico Joe Biden. La biografia di Blankfein sembra un romanzo dove il protagonista parte da origini umili per arrivare alle massime vette del successo. Nato a New York nel settembre del 1954 in una famiglia di origine ebraica, Blankfein cresce in un’area di edilizia popolare noto come Linden Houses. Suo padre, Seymour Blankfein, è dipendente del servizio postale mentre la madre fa la centralinista. Da studente Lloyd guadagna qualche dollaro vendendo bibite allo Yankee Stadium. Il balzo lo fa quando viene accettato ad Harvard, alla facoltà di legge e dove si laurea nel 1978. Poi nel 1982 passa alla società di trading sulle commodities Aron & Co, che successivamente viene acquistata da Goldman Sachs. E da lì inizia la scalata fino al vertice della banca d’affari.

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 12 gennaio 2021. «Il pericolo più grave per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti viene ora dal presidente. Trump è matto, e quindi va rimosso al più presto possibile dalla sua carica, per il bene del popolo americano e del resto della comunità internazionale. Poi, se volete, discuteremo dei social media e la libertà di espressione, ma questo non è né il momento, né il contesto. La questione è assolutamente mal posta. Il problema più urgente che abbiamo ora è salvare il paese da un pazzo, non interrogarci sul grado di libertà di espressione a cui avrebbe diritto». Quando squilla il telefono di Carl Bernstein, la sua reazione è molto cortese ma netta: è troppo impegnato, non ha un momento libero per commentare le disavventure di Trump con Twitter o Facebook. Del resto si capisce: lui e Bob Woodward costrinsero Nixon alle dimissioni per il Watergate, e adesso tutti lo cercano per commentare il secondo impeachment di Donald. Sette minuti dopo, però, è lui stesso a richiamare. Perché vuole chiarire un punto, che è più forte della sua capacità di resistere.

Prego, cosa tiene a chiarire?

«Donald Trump è matto. È evidente che non è più nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, e quindi va rimosso immediatamente. In questo momento il pericolo più grave per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il presidente, e in realtà lo è già da molto tempo. La minaccia che pone la sua permanenza alla Casa Bianca deve avere la precedenza su tutto».

Quindi la prima cosa da fare è l'impeachment?

«No, perché questa procedura ha precise regole costituzionali che la rallenterebbero. Il vicepresidente Pence, insieme alla leadership repubblicana che finora è stata complice di Trump e completamente irresponsabile, dovrebbero fare una dichiarazione pubblica in sostegno dell' invocazione del Venticinquesimo emendamento, cioè quello che consente la rimozione dei presidenti incapacitati».

Ma anche l'uso del Venticinquesimo emendamento pone condizioni costituzionali per certi versi più complicate di quelle dell' impeachment. Ad esempio, se la proposta di rimuovere il presidente arrivasse al Congresso, andrebbe votata da una maggioranza qualificata di due terzi.

«Esatto, ma questa è la ragione per cui io sto sollecitando un pronunciamento pubblico da parte di Pence e della leadership repubblicana, che imporrebbe una pressione molto forte su Trump, aldilà del meccanismo per attivare il Venticinquesimo emendamento. Bisogna mettergli addosso una camicia di forza costituzionale».

E questo a cosa dovrebbe portare?

«A quanto era accaduto con Nixon, che non lasciò la Casa Bianca al termine della procedura di impeachment. I capi repubblicani andarono dal presidente per dirgli che era finita. Pretesero le dimissioni, e Nixon fu costretto a rassegnarle, perché comprese che non aveva alternative. Ciò deve accadere adesso nel caso di Trump, che va disarmato».

Per punirlo delle sue azioni, e impedirgli di ricandidarsi in futuro?

«Non voglio neanche entrare in questo argomento, perché è assurdo, così come la discussione sui social media, il bando, e la libertà di espressione».

Perché?

«Io faccio il giornalista, e la libertà di espressione è stata il principio più sacro della mia esistenza. Senza non sarei potuto esistere. Però è un principio che si applica alle persone sane di mente, non ai matti. Mercoledì scorso Trump ha usato la sua libertà di espressione per fomentare una folla inferocita e incitarla ad assaltare il Congresso, allo scopo di impedire ai parlamentari di compiere il loro dovere di riconoscere il risultato legittimo delle elezioni, già certificato dal Collegio elettorale. Con questo atto, il capo della Casa Bianca ha dimostrato di essere il principale nemico della repubblica costituzionale che sono gli Stati Uniti, ponendosi in sostanza sullo stesso livello del presidente secessionista Jefferson Davis. Dobbiamo difendere questa libertà di espressione, che diventa un atto potenzialmente criminale? Il problema più urgente ora è impedire che un simile attacco alla democrazia possa ripetersi, e che la condanna della storia sia assoluta e definitiva».

(ANSA il 12 gennaio 2021) "Non vogliamo alcuna violenza". Lo ha detto Donald Trump prima di partire per il Texas. Parlando con i reporter, non ha risposto alla domanda se si dimetterà. I passi verso un possibile impeachment stanno causando una rabbia terribile e sono "assolutamente ridicoli": lo ha detto Donald Trump prima di partire per il Texas.

Antifa infiltrato arrestato per l’assalto al Congresso, è il fondatore di Insurgence Usa. Roberto Frulli venerdì 15 Gennaio 2021 su Il Secolo D'Italia. C’è un antifa estremista di sinistra e infiltrato fra gli arresti compiuti dagli agenti federali che stanno indagando sull’assalto al Congresso Usa del 6 gennaio scorso. L’Antifa si chiama John Sullivan ed è stato arrestato dai federali nello Utah. Sullivan non è uno qualsiasi, è il fondatore di un gruppo estremista di sinistra chiamato Insurgence Usa. Ed è accusato dagli invedtigatori di aver partecipato all’assalto al Congresso insieme ai sostenitori di Donald Trump. Il 26enne antifa è il primo di estrema sinistra tra gli oltre 100 arrestati dal 6 gennaio ad oggi, tutti sostenitori di Trump e membri delle milizie di estrema destra. In diverse interviste, Sullivan aveva cercato di sostenere che era presente ai fatti per documentarli come giornalista. Ma l’Fbi lo ha smentito. E lo accusa di aver partecipato in prima persona alle violenze. In particolare l’agente speciale Matthew Foulger contesta all’Antifa una serie di dichiarazioni fatte in un video in cui incita alla violenza. “Abbiamo fatto questo insieme, siamo parte della storia, bruciamo tutto”, si sente dire in un video a Sullivan. Che, in un’altra parte del video portato dai federali come prova, offre il suo coltello per spaccare una delle vetrate dell’ingresso di Capitol Hill. L’Fbi poi contesta, secondo “Politico”, il fatto che, in realtà, l’Antifa non aveva alcuna  credenziale o altro rapporto con testate giornalistiche. Insomma Sullivan ha mentito. L’arresto dell’Antifa infiltrato fra i sostenitori di Trump rappresenta ora un grosso problema per la narrazione a senso unico fatta, finora, dal mainstream. E che carica di responsabilità Trump ed i trumpisti per gli scontri. Immediatamente dopo l’attacco, infatti, diversi esponenti repubblicani più fedeli a Trump ed il presidente stesso hanno sostenuto che l’attacco al Congresso era dovuto alla presenza di diversi infiltrati dell’estrema sinistra Antifa. Una versione dei fatti contestata e smentita come falsa da più parti, anche dal leader dei repubblicani alla Camera Kevin McCharty prima in un colloquio riservato con il presidente – “non erano Antifa, erano Maga, lo so, io c’ero”, avrebbe detto secondo le ricostruzioni – e poi anche nel suo intervento mercoledì durante il dibattito alla Camera della mozione di impeachment per Trump. Ma ora gli ultimi fatti sembrano dargli torto. C’erano infiltrati all’assalto al Congresso. Ed uno di questi era certamente Sullivan. E, intanto, il legale di Jake Angeli, l’uomo che con il suo copricapo da vichingo è diventato il simbolo dell’attacco al Congresso, ha presentato la richiesta di perdono presidenziale affermando che il suo assistito, che è stato arrestato la scorsa settimana, “ha accettato l’invito del presidente Trump a marciare su Pennsylvania Avenue verso il Campidoglio“. L’avvocato Albert Watkins ha aggiunto che, in considerazione del “comportamento pacifico mostrato da Jacob Chansley“, che è il vero nome di Angeli, “sarebbe appropriato ed onorevole per il presidente concedergli la grazia“. Lo stesso provvedimento viene chiesto per gli altri “individui pacifici che hanno accettato l’invito del presidente con intenzioni onorevoli”. Durante il comizio prima dell’assalto, Trump ha detto ai suoi sostenitori di “combattere come all’inferno” per fermare la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden che era in corso al Congresso. “Dopo marceremo ed io sarò con voi, marceremo verso Capitol Hill“, ha detto ancora il presidente contro il quale la Camera ha approvato l’impeachment con l’accusa di avere istigato l’insurrezione del 6 gennaio scorso.

 FBI al lavoro sui fatti di Capitol Hill. Le prove che potrebbero far saltare le accuse di Impeachment   Zaira Bartucca su Rec News il 15 Gennaio 2021. Filmati, registri di viaggio, comunicazioni e segnalazioni. I reperti investigativi che potrebbero riscrivere la storia dell’assalto al Campidoglio americano assalto a Capitol Hill non sarebbe stato compiuto da parte di supporters di Trump – come sostenuto dal mainstream – ma da disturbatori che avrebbero agito col preciso ne di gettare discredito sul repubblicano, allontanando da lui anche le possibilità di ricandidarsi alla fine della 46esima legislatura. E’ quanto James Comey, funzionario delle Forze dell’Ordine federali, ha detto alla CNN. Il piano sarebbe stato funzionale all’avvio del procedimento per Impeachment, che è basato totalmente sulle accuse dei democratici al presidente Trump di aver incitato alla rivolta. Comey ha spiegato all’emittente televisiva che l’FBI è attualmente allo studio dei filmati di sorveglianza, dei registri di viaggio e delle comunicazioni. Nei video si scrutano con attenzione le armi e le tattiche utilizzate: entrambe – è quanto riferisce il Former Director – lasciano presupporre agli investigatori un livello di pianicazione tale da far pensare a un attacco debitamente premeditato, dunque non riconducibile al discorso di Trump  che aveva avuto luogo poco tempo prima. Mercoledì mattina, il Federal Bureau of Investigation ha riferito di aver ricevuto oltre 126mila suggerimenti dagli utenti sull’attacco al Campidoglio. Tutto il materiale – assieme ai rilievi degli inquirenti – è ora in fase di analisi, e potrebbe cambiare la narrazione sui fatti che si sono vericati a Capitol Hill, fino a influire sulle accuse di Impeachment.

 “Golpe in arrivo!”. I dem Usa come la sinistra italiana: “le milizie armate si stanno preparando, vogliono ucciderci…” Redazione martedì 12 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia. Come nelle migliori tradizioni della patetica sinistra italiana anche i dem statunitensi evocano il golpe puntando il dito contro Trump e i suoi fans. E giurano che la notte scorsa, durante una conference call, la Capitol Police li avrebbe avvertiti: sarebbe in preparazione, da parte dei seguaci di Trump, “la più grande protesta armata mai avvenuta in America“. Secondo i dem, le milizie di estrema destra e gli altri insorti che il 6 gennaio hanno partecipato all’assalto al Congresso, stanno preparando un piano per circondare i centri simbolo delle istituzioni democratiche americane: Campidoglio, Casa Bianca e Corte Suprema. La storia del golpe sarebbe venuta fuori nel corso di una conference call a cui hanno partecipato i democratici del Congresso assieme alla Capitol Police. Secondo i dem l’allarme lanciato dall’Fbi riguarda la  minaccia di milizie armate che si starebbero muovendo verso Washington e le altre capitali statali per il prossimo weekend. I particolari emersi sul presunto golpe vengono dichiarati “sconvolgenti” dai democratici. Che spiegano come, nel piano degli insorti, vi sia anche quello di impedire loro di entrare al Congresso, anche uccidendoli. È tutto per permettere ai repubblicani di prendere il controllo del governo, riporta il sito dell’Huffington Post. La descrizione del piano da parte dei dem è veramente quella di un golpe. E prevederebbe che le milizie vengano messe alla difesa di Donald Trump, circondando la Casa Bianca, e intorno alla Corte Suprema per bloccare il potere giudiziario. Hollywood certamente ringrazia per l’idea. Resta da capire quanto siano veri i presunti allarmi e quanto, invece, faccia parte della poderosa fantasia dei dem americani. Che, da questo punto di vista, non hanno nulla da imparare dalla sinistra italiana, da questo punto di vista. Ad essere colpiti, sempre secondo lo scenario tratteggiato dai dem, non sarebbero solo i democratici, ma anche tutti i repubblicani che non hanno sostenuto Trump nella contestazione delle elezioni. “E’ abbastanza sconvolgente“, ha detto uno dei democratici che ha partecipato al briefing spiegando che la polizia ha chiesto loro di non diffondere molti dettagli sulle manifestazioni, tempi e contromisure adottate. Anche perché i gruppi che le stanno organizzando puntano sui media ufficiali per diffondere informazioni ora che “alcuni dei principali mezzi di comunicazione che hanno usati per organizzarle sono stati tagliati”. Il riferimento è, ovviamente, a Twitter che ha cancellato di botto gli account di 70.000 trumpisti. Ma anche al social preferito dai trumpisti, Parler. Che è stato messo fuori uso dalla decisione di Amazon  di sottrarre alla piattaforma i sottostanti servizi di Amazon Web Services. Secondo quanto riferito dalla Capitol Police a preoccupare è anche un’altra manifestazione indetta per onorare Ashli Babbitt, l’ex-militare sostenitrice di Donald Trump, rimasta uccisa da un proiettile esploso da un agente che si difendeva durante l’attacco dei rivoltosi all’ingresso dell’ufficio della Speaker, Nancy Pelosi.

Usa, Nancy Pelosi a Pence: «O rimuovi Trump o scatterà l’impeachment per insurrezione». Redazione lunedì 11 Gennaio 2021 su Il Secolo D'Italia. Un attacco in due mosse per mettere in scacco matto Donald Trump. Entrambe in forma epistolare con destinatari i deputati del Congresso. Ed entrambe a firma di Nancy Pelosi. La prima è un vero e proprio ultimatum al vicepresidente Michael Pence. La speaker della Camera gli dà 24 ore di tempo per rimuovere Trump dalla Casa Bianca sulla base del 25esimo emendamento della Costituzione americana. In pratica, dovrà dichiararlo «incapace di eseguire i compiti del suo incarico». La relativa risoluzione è già pronta e oggi stesso il leader della maggioranza democrat, Steny Hoyer, la presenterà alla Camera. Se non lo farà –  e siamo al contenuto della seconda missiva – è pronta a scattare la richiesta di impeachment. Anche per questa seconda procedura è tutto predisposto, con il testo dell’articolo già depositato. Vi si legge che Trump «ha minacciato l’integrità del sistema democratico, interferito con la pacifica transizione dei poteri e messo in pericolo un ramo del governo». «Quindi – è la conclusione dell’atto di accusa – ha tradito il suo giuramento da presidente, ad evidente danno del popolo degli Stati Uniti». Se ne deduce che il capo d’imputazione a carico del presidente uscente non concerne solo il discorso dello scorso 6 gennaio. Secondo i suoi accusatori, infatti, a pesare sulla condotta di Trump sarebbero anche le «ripetute e false affermazioni riguardo al fatto che avrebbe vinto le elezioni». E quindi «il tentativo di rovesciare i risultati legittimi che indicano Joe Biden come vincitore». A sostegno, il testo d’accusa cita la telefonata che il 2 gennaio scorso Trump avrebbe fatto al segretario di Stato della Georgia, anch’egli repubblicano, per esortarlo a «trovare» i voti e quindi dichiarare nulla la vittoria di Biden. La palla è ora nelle mani di Pence. Se cede all’ultimatum della Pelosi, sarà lui ad assumere i poteri presidenziali fino all’insediamento di Biden del 20 gennaio. In caso contrario si passerà al “piano B“. La procedura dell’impeachment, tuttavia, non è né semplice né veloce. Trump cesserà ufficialmente dal mandato presidenziale il prossimo 20 gennaio. E questo rende scontato che la procedura arrivi a conclusione ben oltre quella data. Le conseguenze per Trump sarebbero comunque pesantissime: gli vieterebbero di concedere perdoni giudiziari e sbarrerebbero il passo ad un’eventuale ricandidatura. Dimettersi è l’unico modo per schivarle.

Da ansa.it il 13 gennaio 2021. Mike Pence non intende invocare il 25/o emendamento e strappare i poteri a Donald Trump. "Non è nell'interesse del paese o in linea con la Costituzione", ha detto in una lettera indirizzata alla Speaker della Camera, Nancy Pelosi. Una missiva che è arrivata mentre in aula era in corso il dibattito sulla risoluzione per chiedere proprio al vicepresidente di ricorrere al 25/o emendamento e rimuovere Trump. Il dibattito e il voto sono andati avanti lo stesso: la risoluzione è stata approvata con 223 voti a favore e 205 contrari. Ma si tratta di un via libera puramente simbolico dopo lo schiaffo di Pence che, oltre a chiudere alla rimozione di Trump, ha esortato anche Pelosi e il Congresso a "evitare azioni che dividerebbero e infiammerebbero ulteriormente la passione del momento". Con il no secco di Pence i democratici si preparano ora a procedere con l'impeachment, il secondo per Trump. Il presidente è sempre più isolato e il suo stesso partito ne sta prendendo le distanze. L'elenco dei deputati repubblicani che intendono votare a favore dell'impeachment si allunga con il passare delle ore. A rompere il ghiaccio è stato John Katko di New York, seguito da Liz Cheney. La figlia dell'ex vicepresidente Dick Cheney e terza nella gerarchia repubblicana alla Camera ha usato parole dure contro Trump, accusato di aver "acceso il fiammifero" delle proteste. L'annuncio di Liz Cheney segue le indiscrezioni su Mitch McConnell. Il leader dei repubblicani in Senato, e per anni alleato del presidente, sarebbe furioso con Trump per le proteste in Congresso e lo riterrebbe responsabile di offese da impeachment. McConnell - riporta il New York Times - vedrebbe la messa in stato di accusa come la strada maestra per "liberare" il partito da Trump. Nelle ultime ore McConnell avrebbe avuto contatti anche con Joe Biden. Il presidente eletto gli avrebbe chiesto se riteneva che il Senato potesse in parallelo occuparsi della conferma delle sue nomine e dell'impechament. McConnell gli ha assicurato una risposta al più presto. Intanto proseguono i preparativi per la cerimonia di insediamento di Biden. I 15.000 agenti della Guardia Nazionale a Washington saranno in parte armati, e il Secret Service sta allestendo una maxi-operazione di sicurezza per blindare la città. Il timore è di nuove proteste violente: almeno 16 gruppi, di cui alcuni armati, si sono fatti avanti per manifestare.

Da huffingtonpost.it il 13 gennaio 2021. Il leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell ha detto ad alcuni collaboratori che a suo avviso Donald Trump ha commesso reati da impeachment e che è contento che i dem lo mettano in stato d’accusa, convinto che sarà più facile cacciarlo dal partito. Lo scrive il New York Times citando fonti vicine a McConnell. “Abbiamo assistito ad azioni all’interno del Campidoglio che non sono coerenti con la legge. Il diritto alla libertà di parola e al riunirsi non concede a nessuno il diritto di ricorrere alla violenza, alla sedizione e all’insurrezione”. Lo affermano il capo dello stato maggiore congiunto, Mark Milley, e i vertici della difesa. “Sosteniamo a difendiamo la costituzione. Ogni atto per distruggere il processo costituzionale - aggiungono - non è solo contro le nostre tradizioni e i nostri valori, è anche contro la legge”.

I dem presentano la richiesta di impeachment contro Trump per «incitamento all’insurrezione». Il Dubbio il 12 gennaio 2021. L’atto di accusa è stato formalmente presentato alla Camera. Il voto è previsto per mercoledì prossimo. I Repubblicani della Camera dei Rappresentanti Usa si sono opposti alla discussione immediata della risoluzione presentata dai Democratici per chiedere al vicepresidente, Mike Pence, di ricorrere al venticinquesimo emendamento per destituire il presidente, Donald Trump. I dem hanno quindi presentato la messa in stato d’accusa nei confronti di Trump, che potrebbe essere votata già mercoledì prossimo. L’articolo di impeachment è stato formalmente presentato alla Camera: l’accusa contro Donald Trump è di aver «incitato l’insurrezione» che ha portato all’assalto del Congresso. L’atto, un singolo articolo di quattro pagine che ha come primi firmatari David Cicilline, Ted Lieu e Jamie Raskin, non è stato letto durante la brevissima seduta della Camera perché ancora non è stato portato in aula per il voto. L’accusa si basa in particolare su due punti: la «reiterata e infondata» denuncia di brogli alle elezioni dello scorso 3 novembre e il discorso tenuto a Washington il 6 gennaio poche ore prima dell’attacco al Campidoglio, che ha causato la sospensione temporanea della sessione del Congresso a camere congiunte per la ratifica dell’elezione di Joe Biden a presidente degli Stati Uniti. La risoluzione preparata dai Dem fa tuttavia riferimento anche alla telefonata con la quale Trump a inizio gennaio ha chiesto al segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, di «trovare i voti» necessari a invertire il risultato delle elezioni presidenziali in quello Stato. «In tutto questo, il presidente Trump ha gravemente messo a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti e delle sue istituzioni. Ha minacciato l’integrità del sistema democratico, ha interferito con la pacifica transizione dei poteri e ha messo in pericolo il governo. Ha dunque tradito la fiducia in lui riposta come presidente, recando evidente danno al popolo degli Stati Uniti», si legge nel testo ottenuto in anteprima dalla «Cnn». Se la Camera dovesse approvare la risoluzione, questa passerebbe al Senato dove tuttavia non potrebbe essere votata prima del 19 gennaio prossimo, ovvero prima della vigilia dell’insediamento della futura amministrazione Biden. Per Trump si tratterebbe della seconda messa in stato d’accusa da parte del Congresso: all’inizio di quest’anno, il presidente uscente è stato prosciolto dal Senato dall’accusa di abuso di potere formulata sulla base delle pressioni sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky perchè indagasse sulle attività in quel Paese di Hunter Biden, figlio di Joe. Ieri la presidente della Camera, la leader democratica Nancy Pelosi, ha chiarito che i Dem procederanno con il procedimento di impeachment se il vice presidente Mike Pence non invocherà il 25mo emendamento, che comporterebbe la destituzione di Trump attraverso una strada più rapida ma difficilmente percorribile. Nella seduta odierna i repubblicani hanno bloccato una mozione dei democratici per ottenere il consenso unanime necessario a costringere Pence a invocare il 25emendamento. Secondo fonti della «Cnn», la risoluzione è attualmente appoggiata da 214 rappresentanti. Perchè venga approvata occorrono 217 voti alla Camera. I leader democratici stanno facendo pressione sui colleghi repubblicani perchè sostengano l’iniziativa e contano di raccogliere almeno una decina di voti conservatori. Al Senato la partita sarebbe più difficile, sebbene diversi repubblicani – Ben Sasse del Nebraska, Pat Toomey della Pennsylvania, Lisa Murkowski dell’Alaska e Mitt Romney dello Utah – hanno già auspicato le dimissioni di Trump e potrebbero votare a favore dell’impeachment.

Impeachment, seconda volta per Trump. Orlando Sacchelli il 13 gennaio 2021 su Il Giornale. Per la seconda volta il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dovrà affrontare una messa in stato d’accusa. In un clima molto teso, con un Congresso letteralmente blindato dai militari dopo lo choc per l’assalto del 6 gennaio, la Camera ha approvato la procedura di impeachment con 232 voti a favore, 197 contrari e 5 non votanti. Hanno detto sì all’impeachment 10 repubblicani. Quella di oggi è stata la votazione più bipartisan della storia americana: contro Bill Clinton nel 1998 votarono a favore dell’impeachment cinque democratici. I repubblicani che scelto di processare Trump sono: John Katko di New York, Liz Cheney del Wyoming (figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney), Adam Kinzinger dell’Illinois, Fred Upton del Michigan, Jaime Herrera Beutler dello Stato di Washington, Dan Newhouse dello Stato di Washington, Peter Meijer del Michigan, Tom Rice della South Carolina, Anthony Gonzalez dell’Ohio e David Valadao della California. “Speravo fossero di meno”, ha detto Jim Jordan, deputato Gop fedelissimo di Trump. È il primo caso, nella storia, in cui un presidente viene posto sotto accusa per due volte durante il suo mandato. L’accusa è di aver incitato alla rivolta violenta (High Crimes and Misdemeanor) quei manifestanti che, il 6 gennaio, dopo aver ascoltato il suo discorso infuocato (rilanciando le accuse dei brogli) hanno preso d’assalto il Congresso, riunito in seduta comune per la certificazione dei risultati delle presidenziali. La Camera trasmetterà subito l’atto di accusa al Senato, ma l’attuale leader repubblicano, Mitch McConnell, fa sapere che intende aspettare che si insedi la maggioranza democratica al Senato, il 19 gennaio prossimo, per aprire il processo. “La nazione sarà servita meglio – ha detto – se il Congresso e il ramo esecutivo trascorreranno i prossimi sette giorni completamente concentrati nel facilitare un insediamento sicuro e un trasferimento ordinato del potere all’amministrazione Biden”.

Dibattito infuocato. Trasmesso in diretta tv, il dibattito alla Camera ha palesato la divisione in seno al Partito Repubblicano. Jim Jordan, il deputato dell’Ohio che aveva guidato la difesa di Trump nel primo impeachment (caso Ucraina), ha ricordato ai colleghi che per mesi e mesi sono state sin troppo tollerate le gravi violenze scatenate nel paese dagli estremisti di sinistra, puntando il dito soprattutto contro il movimento dei Black Lives Matter. La maggior parte dei deputati conservatori gli ha dato ragione, ma qualcuno ha ricordato che Trump ha delle responsabilità sui fatti del 6 gennaio. C’è chi proposto di concludere tutto con una censura bipartisan, per evitare l’impeachment, ma questo tentativo di compromesso è sfumato.  Al momento della votazione dieci esponenti repubblicani hanno votato contro il presidente. Tra loro spicca Liz Cheney, esponente di quell’anima del Gop che mai ha sopportato il trumpismo. In aula Cheney ha detto che “Trump ha acceso le fiamme a Capitol Hill”. Democratici compatti dietro a Nancy Pelosi, che ha dettato la linea: “Il presidente ha incitato all’insurrezione, non ha difeso la Costituzione e rappresenta ancora un chiaro pericolo per la Nazione. Se ne deve andare. Il Senato lo deve condannare”.

Cosa succederà al Senato? Per l’approvazione l’impeachment necessita del voto dei 2/3 dei senatori (67 su 100). McConnell ha già anticipato che non convocherà una sessione di emergenza. Questo avrà come conseguenza il ritardo della discussione, che i democratici avrebbero voluto accelerare per non rallentare in alcun modo i lavori dell’amministrazione Biden subito dopo l’insediamento. Ma cosa succederebbe se Trump venisse “condannato”? La pena è la rimozione dall’incarico e, in alcuni casi, l’interdizione dai pubblici uffici. Nel caso di Trump, giunto a fine mandato, l’unica conseguenza è che non potrebbe più ricandidarsi nel 2024, qualora volesse farlo (l’impeachment negli Stati Uniti, tra storia e regole). Dal 1967 la costituzione americana prevede anche la possibilità di ricorrere ad una procedura di emergenza (il 25° emendamento): il vicepresidente e la maggioranza dei membri del governo possono inviare una lettera al Congresso accusando formalmente il presidente di non assolvere ai propri doveri. Successivamente, se il presidente non si fa da parte, il Congresso decide che fare con una votazione alla Camera e al Senato. Mike Pence, però, ha rifiutato di ricorrere a questa possibilità. E così i democratici hanno fatto partire la procedura classica di messa in stato d’accusa. L’impressione è che il voto al Senato, al di là di come vada a finire, sia una nuova resa dei conto in seno al Partito Repubblicano, che tra vendette e ripicche cerca di individuare una linea e una leadership per il dopo Trump.

Si temono nuovi scontri. Intanto  il presidente eletto Joe Biden e la sua squadra temono che si possano verificare nuove violenze dopo i fatti del Campidoglio. Si quanto si legge in una dichiarazione di Biden e della sua vice, Kamala Harris, dopo che il presidente eletto ha partecipato ad una riunione con alti funzionari dell’intelligence per discutere di alcuni temi legati alla sicurezza.

Messa in stato d'accusa per "incitamento all'insurrezione" dopo l'assalto al Campidoglio. Usa, Camera approva impeachment: Trump primo presidente messo due volte in stato d’accusa. Redazione su Il Riformista il 13 Gennaio 2021. La Camera dei rappresentanti americana ha dato il via libera alla messa in stato d’accusa del presidente uscente Donald Trump per “incitamento all’insurrezione” dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, ad opera dei sostenitori del magnate. Il repubblicano è il primo presidente in assoluto a essere sottoposto all’impeachment per due volte nel corso del suo mandato. La mozione è passata con 232 voti a favore, tra cui quelli di dieci membri del Grand Old Party. Ora il testo dovrà passare alla Camera alta, dove per l’approvazione serve il via libera dei 2/3 dei componenti. Il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, ha riferito che non convocherà una sessione di emergenza. Questo ritarderà la discussione che i dem volevano accelerare per evitare di rallentare i lavori dell’amministrazione Biden nei primi giorni dall’insediamento, previsto per il 20 gennaio. Dopo il via libera dei rappresentati sulle regole del dibattito, la speaker della Camera Nancy Pelosi ha aperto la discussione definendo Trump un “pericolo evidente per la nazione che amiamo”. “Sappiamo che il presidente degli Stati Uniti ha incitato questa insurrezione, questa ribellione armata contro il nostro Paese. Deve andare via”, ha detto la presidente, che è uscita a ringraziare i membri della Guardia nazionale schierati per difendere Capitol Hill. Il comportamento tenuto da Trump prima e durante l’assalto al Campidoglio ha diviso il partito repubblicano, tra chi vorrebbe le dimissioni del presidente uscente e chi gli è rimasto fedele. Secondo quanto riferito dal New York Times, McConnell avrebbe definito la messa in stato d’accusa fondata e si sarebbe rallegrato della mossa dei dem che consentirà al Grand Old Party di espellere il magnate più facilmente. Il leader della maggioranza ha detto ai colleghi di non aver ancora deciso come voterà. Il senatore Lindsey Graham, che negli ultimi giorni aveva preso le distanze da Trump, ha invece esortato i colleghi di partito a opporsi all’impeachment, considerato un “danno” per il Paese. La procedura d’impeachment, che se approvata impedirebbe a Trump di ricandidarsi nel 2024, ha preso il via dopo il rifiuto del vicepresidente Mike Pence di utilizzare il 25esimo emendamento per rimuovere il magnate dall’incarico prima della scadenza del suo mandato. Pence lo ha annunciato in una lettera scritta a Pelosi dove ha spiegato di voler evitare di applicare misure che potrebbero dividere il Paese. La condotta sull’assalto del Campidoglio ha portato a Trump problemi non solo politici ma anche economici. Il sindaco di New York Bill de Blasio ha annunciato che verranno interrotti tutti i contratti che la città ha con la Trump Organization. Intanto continua la scia di sangue provocata dall’attacco a Capitol Hill. Una delle persone accusata dei disordini, Christopher Stanton, è stato ritrovato morto. Il medico legale che ha eseguito l’autopsia ha stabilito che si è trattato di un suicidio. È stato invece arrestato l’uomo che durante l’assalto indossava la maglia con la scritta "Camp Auschwitz". L’ondata di violenza del 6 gennaio ha scatenato timori di nuovi tumulti durante l’inaugurazione di Biden. Per ridurre il rischio di incitamento all’odio Google ha deciso di bloccare gli spot politici fino al 21 gennaio, mentre YouTube ha sospeso per 7 giorni il canale di Trump. Airbnb ha inoltre annullato e bloccato le prenotazioni a Washington, dove secondo l’Fbi proteste di sostenitori di Trump potrebbero iniziare già il 16 gennaio. Secondo Cnn oltre 20mila uomini della Guardia nazionale verranno schierati nella capitale per garantire la sicurezza durante il giuramento di Biden ed evitare gli errori della scorsa settimana.

«Incitamento all'insurrezione» Trump, secondo impeachment. Giuseppe Sarcina per il "Corriere della Sera" il 14 gennaio 2021. È un' altra giornata storica, ancora una in questa drammatica crisi americana. Il presidente degli Stati Uniti viene messo sotto accusa per la seconda volta. Non era mai accaduto. Ieri, con una sola seduta, la Camera dei deputati ha approvato l' impeachment a carico di Donald Trump, con 232 «sì» e 197 «no». Si sono espressi a favore i democratici in blocco più dieci repubblicani. E altri quattro deputati conservatori hanno preferito non partecipare. L'accusa è contenuta in un solo articolo, ma pesantissimo: «Incitamento all' insurrezione». A metà giornata, mentre il dibattito era in pieno svolgimento, il presidente in carica ha diffuso una nota conciliante: «Alla luce dei rapporti su altre dimostrazioni, lancio un pressante appello perché non ci siano violenze, violazioni della legge e vandalismi di alcun tipo. Io non mi batto per questo e non è per questo che si batte l' America. Chiedo a tutti gli americani di collaborare per ridurre le tensioni e calmare gli animi. Grazie». Forse una mossa estrema per cercare un compromesso con i democratici. Oppure un tentativo per ricompattare i repubblicani. Nella serata Trump ha diffuso un video in cui non cita il voto della Camera, ma si limita a «condannare la violenza» e protestare per la sua espulsione dai social: «sbagliata e pericolosa, è un attacco senza precedenti alla libertà di parola». Ma solo l' altro ieri, parlando ad Alamo, in Texas, Trump aveva detto che l' impeachment avrebbe prodotto «rabbia e pericolo per il Paese». Il problema è che nessuno appare in grado di decifrare quello che accade in una Casa Bianca allo sbando. Al momento il presidente in carica non avrebbe neanche formato il pool legale per difendersi al Senato, dove il 19 o il 20 gennaio dovrebbe iniziare la fase finale del processo, quella del verdetto. Il dibattito alla Camera si è tenuto in un clima di assedio, con centinaia di militari della Guardia nazionale accampati nella Rotunda di Capitol Hill. Il dibattito, trasmesso in diretta televisiva, ha mostrato quanto la divisione tra i repubblicani sia sempre più profonda. I conservatori hanno affidato il coordinamento al deputato Jim Jordan, protagonista all' inizio del 2020 del primo impeachment a carico del presidente per il caso Ucraina. L' 11 gennaio lo stesso Trump lo aveva ricompensato con la più alta onorificenza, la «Medal of Freedom», per «aver tenuto testa alla caccia alle streghe». Per tutta la mattina Jordan ha provato a ripetere lo stesso schema, rinfacciando ai democratici di voler montare un' altra campagna pretestuosa, dopo aver tollerato per mesi «le violenze degli estremisti di sinistra durante le manifestazioni di Black Lives Matter. Ma non ha convinto tutti i suoi colleghi. Persino il leader dei repubblicani, Kevin McCarthy, ha riconosciuto che Trump «ha delle responsabilità per il 6 gennaio». Tuttavia, ha aggiunto, l' impeachment servirebbe solo a riaccendere lo scontro, ad aizzare i violenti. Alcuni conservatori hanno proposto di sottoscrivere in modo bipartisan «una mozione di censura». Ma in dieci si sono schierati apertamente contro «Donald». Come Liz Cheney, la figlia dell' ex vice presidente Dick Cheney e numero tre nell' organigramma repubblicano della Camera: «Trump ha acceso le fiamme a Capitol Hill». Il Partito democratico si è presentato compatto. Molti interventi sono stati rabbiosi. La Speaker Nancy Pelosi ha tracciato la linea: «Il presidente ha incitato all' insurrezione, non ha difeso la Costituzione e rappresenta ancora un chiaro pericolo per la Nazione. Se ne deve andare. Il Senato lo deve condannare». E, tirando le conclusioni, il capogruppo Steny Hoyer ha paragonato, per gravità politica, il 6 gennaio agli attentati dell' 11 settembre 2001. Ora l' attenzione si sposta su Mitch McConnell, il numero uno dei repubblicani al Senato. Ieri ha confermato che la Camera Alta non si riunirà prima del 19 gennaio. Ma, in una lettera ai colleghi di partito ha scritto: «Non ho ancora preso una decisione su come voterò; intendo ascoltare le ragioni legali alla base dell' impeachment».

Da “il Giornale” l'1 febbraio 2021. Brusco divorzio fra Donald Trump e i due principali avvocati che lavoravano alla sua difesa per il processo di impeachment che si aprirà al Senato il prossimo 9 febbraio. A questo punto, la strategia legale dell'ex presidente rischia di andare alla deriva. Butch Bowers e Deborah Barberi, due famosi avvocati della Carolina del Sud, non fanno più parte della squadra di Trump, ha spiegato una fonte ai media americani, descrivendo la mossa come una «decisione condivisa». Ma Bowers e Barbieri non sono soli. Anche altri tre avvocati associati al team, Josh Howard del North Carolina e Johnny Gasser e Greg Harris del South Carolina, si sono infatti separati da Trump. Ma cosa ha causato la rottura? Secondo i media statunitensi, Trump avrebbe avuto profonde divergenze con Bowers sulla strategia prima del processo. E il punto di partenza resta sempre lo stesso: l'ex presidente continua infatti a sostenere di essere stato vittima di frodi elettorali di massa nelle elezioni del 3 novembre vinte da Joe Biden. In ogni caso, la squadra di difesa di Trump è in pieno subbuglio mentre si prepara per un processo che inizierà il 9 febbraio e che dovrà prendere in considerazione un articolo di impeachment approvato dalla Camera e che accusa il tycoon di aver incitato i suoi sostenitori a prendere d'assalto il Campidoglio, a Washington, il 6 gennaio scorso. Non era chiaro chi avrebbe rappresentato l'ex presidente al processo. I suoi avvocati della Casa Bianca al suo primo processo di impeachment lo scorso anno, Pat Cipollone e Patrick Philbin, non dovrebbero far parte del procedimento. «Gli sforzi dei Democratici per mettere sotto accusa un presidente che ha già lasciato la carica è totalmente incostituzionale e così dannoso per il nostro paese», ha detto Jason Miller, consigliere di Trump. «In effetti, 45 senatori hanno già votato che è incostituzionale. Abbiamo svolto molto lavoro, ma non abbiamo preso una decisione definitiva sul nostro team legale, che sarà presa a breve», ha concluso il consigliere. Quarantacinque repubblicani del Senato hanno infatti votato contro la messa in stato d'accusa di Trump, proponendo invece una più blanda «censura». Una dimostrazione di unità di partito, parso a molti il chiaro segno che l'ex presidente non sarà condannato per gli scontri che hanno sconvolto il Paese e il mondo.

Trump, fallito l’impeachment i dem ci riprovano con i giudici. Come la sinistra in Italia. Roberto Frulli venerdì 5 Marzo 2021 su Il Secolo d'Italia. Fallito il misero tentativo di sfregiare l’ex-presidente statunitense Donald Trump con l’impeachment i dem Usa ci riprovano attraverso i giudici. Proprio come fa abitualmente la sinistra in Italia. Che invece di battere gli avversari politici nelle urne cerca di farli perseguire dalla magistratura. Da questo punto di vista va letta l’iniziativa del deputato democratico Eric Swalwell. Che è stato uno dei manager del processo di impeachment contro Donald Trump. Ora Swalwell accusa l’ex-presidente, il figlio maggiore, Rudy Giuliani ed altri di aver incitato l’attacco contro il Congresso del 6 gennaio scorso. “Gli orribili fatti del 6 gennaio sono una diretta e prevedibile conseguenza delle loro azioni illecite”, si afferma nel ricorso di 65 pagine in cui Trump e gli altri oratori del comizio svolto poco prima dell’assalto vengono accusati di incitamento alla violenza. “Per questo sono da considerarsi responsabili delle vittime e dei danni provocati”, conclude il ricorso. Che chiede risarcimenti non specificati e che il Tribunale imponga che Trump e gli altri comunichino con almeno una settimana di anticipo l’organizzazione di altri eventuali rally. La precedente è firmata da Bennie Thompson. Che, insieme alla Naacp, accusa l’ex-presidente Trump e le milizie di estrema destra Proud Boys e Oath Keepers di aver violato il cosiddetto Ku Klux Klan Act, una legge che risale agli anni della ricostruzione dopo la guerra civile americana per proteggere sia gli ex-schiavi afroamericani che i deputati del Congresso dalla violenza dei suprematisti bianchi. Inoltre Trump è stato messo sotto inchiesta in Georgia con l’accusa di aver esercitato pressioni che avrebbe esercitato sui vertici repubblicani dello Stato a cui, sostiene l’accusa, avrebbe chiesto di rovesciare i risultati elettorali. E anche nello Stato di New York la Trump Organization è al centro di un’inchiesta per presunti crimini finanziari.

La Corte suprema sospende Rudy Giuliani dall’ordine degli avvocati. La Corte ha infatti stabilito che l’ex sindaco di New York ha «fatto dichiarazione false e fuorvianti» in tribunali, al Congresso e di fronte al pubblico nel rappresentare Donald Trump e la sua campagna nel tentativo di rovesciare l’esito delle elezioni dello scorso novembre. Il Dubbio il 25 giugno 2021. La Corte Suprema di New York ha annunciato di aver sospeso Rudy Giuliani dall’ordine degli avvocati, impedendogli di praticare la professione. La Corte ha infatti stabilito che l’ex sindaco di New York ha «fatto dichiarazione false e fuorvianti» in tribunali, al Congresso e di fronte al pubblico nel rappresentare Donald Trump e la sua campagna nel tentativo di rovesciare l’esito delle elezioni dello scorso novembre. Nella sentenza di 33 pagine, i sommi giudici newyorkesi affermano che la gravità «dell’evidente comportamento scorretto» dell’ex procuratore «non può passare sotto silenzio». Donald Trump contesta la decisione di un tribunale di New York di sospendere la licenza da avvocato a Rudy Giuliani. In una nota, The Donald definisce l’ex sindaco di New York, suo storico legale e advisor, «l’Eliot Ness della sua generazione», paragonandolo al famoso funzionario del Tesoro statunitense che guidò la squadra di investigatori, nota come «Gli intoccabili» (da cui il famoso film di Brian De Palma), che riuscì a trovare le prove per far condannare Al Capone per evasione fiscale. «Il più grande sindaco della storia di New York, l’Eliot Ness della sua generazione, uno dei grandi della lotta al crimine del paese, e guardate cosa gli fa la sinistra radicale», attacca Trump che definisce «illegale» la sospensione della licenza «perchè si batte contro quelle si si sono già dimostrate elezioni fraudolente».

Nel futuro repubblicano 4 governatori e il nodo Ivanka. G.Sar. per il "Corriere della Sera" il 14 gennaio 2021. Quattro outsider, in realtà trumpiani ripuliti, per ripartire. Nel Partito repubblicano, diviso, traumatizzato dai tumulti del 6 gennaio, si prova a guardare avanti. Hanno suscitato grande attenzione le parole attribuite dal New York Times a Mitch McConnell, il leader dei conservatori al Senato. Di solito imperscrutabile, McConnell si sarebbe lasciato andare: «Sono contento che i democratici abbiano avviato l' impeachment; in questo modo potrebbe essere più facile spurgare il partito dalla presenza di Trump». Non ci sono conferme e vedremo se, al momento decisivo, McConnell voterà davvero per condannare il presidente in carica, quando il processo approderà nella Camera Alta. È vero, però, che nel partito «la questione Donald» si è aperta già all' indomani della vittoria di Joe Biden. Poi due mesi di campagna incendiaria e costruita sul nulla hanno portato alla sconfitta nei ballottaggi in Georgia, decisivi per il controllo del Senato. L' assalto a Capitol Hill, infine, ha accelerato e drammatizzato il confronto. Spiega Grover Norquist, 64 anni, fondatore dell' Americans for tax reform, uno dei più importanti think tank di Washington, la sponda tecnica che ha messo a punto la riforma fiscale del 2017: «Il partito repubblicano non è una struttura personalistica, non è Forza Italia di Berlusconi. Stiamo entrando in una nuova fase. Si tornerà a guardare ai contenuti, a quello che succede sul territorio. I repubblicani hanno 27 governatori su 50. La nuova leadership potrebbe maturare da queste esperienze». Certo, il mondo conservatore deve fare i conti con il consenso, le risorse organizzative accumulate da Trump. La strategia, dunque, sarebbe quella di mantenere la continuità sui contenuti del trumpismo su tasse, imprese, immigrazione, «spurgati», come dice McConnell, da un leader impresentabile. A Washington da qualche settimana circola una lista inedita con quattro nomi per le primarie repubblicane del 2024. Sono, appunto, governatori: Ron DeSantis, 42 anni, Florida; Greg Abbott, 63 anni, Texas; Kristi Noem, 49 anni, South Dakota; Doug Ducey, 56 anni, Arizona. Sono tutti accesi sostenitori di Trump. O almeno lo sono stati fino a un minuto fa. Lo hanno sempre spalleggiato, anche nell' approccio alla pandemia. Abbott e DeSantis, in particolare, hanno a lungo sbeffeggiato la mascherina, pur di compiacere il boss della Casa Bianca. I quattro sarebbero degli esordienti sulla scena nazionale e andrebbero ad aggiungersi all' elenco di candidati finora più gettonato: il vicepresidente Mike Pence, il segretario di Stato, Mike Pompeo, l' ex ambasciatrice Onu Nikki Haley, i senatori Ted Cruz (Texas) e Josh Hawley (Missouri). Si potrebbe pensare che questo schema presupponga l' uscita di scena di Trump. Magari perché condannato dal Congresso o perché incriminato dalla Procura generale di Washington per «incitamento all' insurrezione». In realtà la leadership del partito sarà in gioco anche se Trump dovesse rimanere in campo: i quattro governatori, dicono nella capitale, si candideranno comunque. Così come Haley, Cruz e Hawley. Resta, poi, l' incognita Ivanka. La figlia prediletta del presidente, 39 anni, cercherà di mantenere intatte le sue smisurate ambizioni. Ma ora con una deviazione. Nel '22 o nel '24 potrebbe candidarsi per un seggio al Senato, provando a capitalizzare quello che resta del patrimonio politico del padre. Poi si vedrà.

Giampaolo Pioli per “QN - la Nazione - il Resto del Carlino - il Giorno” il 10 febbraio 2021. Ivanka e Jared Kushner si sono sempre vantati di non aver preso un dollaro per il loro lavoro come consulenti alla Casa Bianca nei passati quattro anni. Secondo alcuni giornali usa però i loro guadagni, glissando su eventuali conflitti d'interesse, sarebbero stati favoriti da enormi sgravi fiscali e si aggirerebbero tra i 172 e i 640 milioni di dollari in quasi cinque anni, legati soprattutto ai profitti immobiliari che sia Jared che Ivanka avrebbero realizzato sia con il Trump Hotel di Washington sia con gli affitti di grandi spazi commerciali e di uffici prima della pandemia di proprietà di Kushner. Da quando Donald Trump ha lasciato la Casa Bianca, l'intero clan con tutti i figli e i nipoti dell'ex presidente, che sta affrontando in queste ore il secondo impeachment, si è trasferito in Florida tra Palm Beach e Miami per sottrarsi alle forti antipatie che i Trump hanno accumulato nella Grande Mela dove un tempo erano invece invitatissimi nei salotti e ai gala della finanza. Se Donald ha fatto ristrutturare a Melania i suoi appartamenti nel resort di Mar a Lago, Ivanka e Jared con i loro tre figli hanno comprato una villa in costruzione che sta per essere ultimata a Indian Cre ek Island, a Miami Beach, in una zona definita "il bunker dei miliardari". Nel frattempo abitano in un vasto appartamento in affitto che si affaccia sull'Oceano e che costa 47.000 dollari al mese, forse per rimanere vicini al cantiere e seguire i lavori nei dettagli. Le loro giornate trascorrono tra spiaggia, gelati e passeggiata col cane. Molto golf invece per Donald in attesa che il Senato emetta la sua sentenza e stabilisca con questa se avrà o meno un nuovo futuro politico. Ma il trasloco in Florida per i Trump, sembra piuttosto un esodo collettivo dell'intera famiglia perché a New York li attendono i magistrati che vogliono verificare se hanno commesso o meno reati fiscali con le loro società o ottenuto prestiti Immeritati gonfiando smisuratamente il valore dei loro beni messi a garanzia. Per quello però ci vorrà ancora qualche settimana e un nuovo ministro della giustizia. Nel frattempo senza più lo scudo del presidente gli investigatori potrebbero muoversi in modo molto più spedito.

DAGONEWS il 14 gennaio 2021. Che senso ha una procedura di impeachment per un presidente che tra una settimana non sarà più in carica? Nessuno, a meno che l’obiettivo non sia cancellarlo, rimuoverlo, fare in modo che non si possa ricandidare. Ma anche in quel caso, la sua gente starà con lui, e c’è il rischio di martirizzarlo Il partito repubblicano e soprattutto la sua base elettorale, sono ancora schierati (quasi) totalmente con Trump, come scrivono in due articoli Margaret Talev e Mike Allen di Axios. Stamani il sito americano ha pubblicato un sondaggio realizzato da Ipsos che dimostra come la maggioranza dei repubblicani pensano che Trump abbia ragione a rivendicare la vittoria, non lo incolpa per l’assalto al Campidoglio e anzi vuole che sia lui il candidato repubblicano nel 2024, nonostante i 10 deputati del GOP che oggi hanno votato la richiesta di impeachment. L’unica speranza per i democratici – e questo Nancy Pelosi forse l’ha capito – è bandirlo dai pubblici uffici o giudicarlo colpevole al Senato (cosa molto difficile).

Mike Allen e Margaret Talev per axios.com il 14 gennaio 2021. Ha mentito sulle elezioni. Ha incitato un attacco che ha causato cinque morti al Campidoglio degli Stati Uniti. È stato messo sotto accusa. Due volte. Ma i sondaggi dicono che i repubblicani gli coprono le spalle. Perché è importante: chiunque pensi che Trump sia un uomo politicamente morto che cammina sembra decisamente sbagliato. Basta guardare i numeri: Due terzi dei repubblicani alla Camera hanno votato per non certificare i risultati delle elezioni - nelle ore successive all'insurrezione. Il 93% dei repubblicani ieri ha votato contro l'impeachment. In un sondaggio Axios-Ipsos fatto martedì e ieri:

Il 64% dei repubblicani ha detto di sostenere il recente comportamento di Trump.

Il 57% dei repubblicani ha affermato che Trump dovrebbe essere il candidato del partito repubblicano nel 2024.

Solo il 17% pensa che dovrebbe essere rimosso dall'incarico.

I repubblicani della Camera e del Senato dicono di credere fermamente che Trump rimarrà una potenza per le elezioni del 2022 e del 2024, anche se dovesse essere condannato nel prossimo processo al Senato e bandito da ogni incarico. Uno dei motivi per cui potrebbe sfuggire alla condanna è che alcuni repubblicani di alto livello credono che ciò lo renderebbe un martire e lo rafforzerebbe. Preferiscono lasciarlo svanire. Tucker Carlson di Fox News ha detto ieri sera: "Mettendo sotto accusa il presidente durante la sua ultima settimana in carica, il Congresso non riuscirà a screditare Trump tra gli elettori repubblicani. Anzi, migliorerà Donald Trump tra gli elettori repubblicani. Ovviamente!" Tra le righe: la maggioranza dei repubblicani nel sondaggio - il 56% - si considera repubblicano tradizionali; Il 36% si definisce “repubblicano di Trump”. Questa è una base formidabile per Trump, che controlla anche gli oltre 150 milioni di dollari che ha raccolto per il suo super PAC dalle elezioni.

Barbara Costa per Dagospia il 23 gennaio 2021. Abbasso Kamala Harris! Signori, il "Daily Beast" ha una nuova editorialista, si chiama Cherie DeVille ed è una pornostar! E il primo bersaglio della nuova penna giornalistica è la neo vice presidente degli Stati Uniti, sì donna, sì liberal, sì dalla parte dei non etero, ma pure una arci-nemica della prostituzione! Non è una novità, che la signora Kamala avversi il sesso mercenario, è così da quando ha iniziato la sua carriera in campo giudiziario. La vicepresidente (scusa ma secondo te: perché molti insistono a definirla “di colore” come se pure la pelle rosa non fosse colorata, ma soprattutto perché insistono a chiamarla “afro”, quando afro non lo è affatto essendo figlia di un’indiana e di un giamaicano?!) Kamala Harris ha un curriculum fitto, è una tutta d’un pezzo, tutta law & order, e proprio non sopporta che ci siano donne che offrono sesso per soldi. Soltanto le donne?!? Kamala, quanto sei indietro! Metti sotto accusa solo le vagine mercenarie quando il mondo dalla notte dei tempi è pieno di prostituti che danno pene e c*lo, e davvero non riesci a concepire che ci siano persone che liberamente si prostituiscono? Queste persone (e una bella parte dell’opinione pubblica) considerano ciò che fanno una autonoma professione, e ci vorrebbero anche pagare le tasse! Ma per te Kamala no, non se ne parla, non è possibile, e da procuratrice distrettuale di San Francisco fermamente ti sei opposta a una iniziativa popolare che chiedeva di legalizzare la prostituzione per togliere i/le squillo dalle strade, dai magnaccia e da una vita infernale. Non sia mai! Per te, Kamala, “le prostitute sono donne vulnerabili” (aridaje, ci stanno pure i piselli!!!) e regolarizzarle “è ridicolo: la prostituzione fa proliferare droga, caos, le malattie sessualmente trasmissibili, e compromette la qualità di vita di una comunità”. È qui che entra a gamba tesa (e a coscia tornita, e a tettone agguerrite) Cherie DeVille, pornostar e fisioterapista laureata, attiva e con licenza in regola, perché Cherie porna a Los Angeles e segue i suoi pazienti in studio a Nashville: Cherie vota democratico, e le fa rabbia che una persona preparata come Kamala Harris sia così bigotta in tema di prostituzione. Il fatto è che la realtà è tutto il contrario di quanto dice Harris: è proprio la non legalizzazione del sesso mercenario che non toglie i/le prostitute dalle strade e dalla tirannia dei magnaccia; è proprio la vita non libera che fanno – e che molte non vogliono fare e sono costrette dai magnaccia a fare – che le porta a una vita di caos. È proprio tale sudiciume che dequalifica i quartieri dove una prostituzione illegale espone corpi e violenza e squallore allo sguardo altrui. Cherie DeVille se la prende con Harris anche per la sua lotta ai siti web che permettono a chi vuole prostituirsi di reclamizzarsi. Infatti, da procuratore federale della California, Kamala Harris ha fatto chiudere dei siti accusati di traffico di minori. Erano siti che sì ospitavano tale monnezza, ma pure la réclame di gente onesta. Il web è un toccasana per chi vuole in libertà prostituirsi, perché ti mette a diretto contatto coi clienti: sei libera, decidi tu, senza magnaccia-intermediari. L’accusa di Cherie DeVille si collega alla guerra in corso contro Pornhub: è sacrosanto togliere i video di minori e di violenze e postati senza il permesso di chi in quei video appare, ma il boicottaggio fatto a Pornhub da 2 grandi nomi di carte di credito ha portato Pornhub a buttare nel secchio video in cui di illegale nulla c’è. Video pure di Cherie DeVille, entrata nel porno a 34 anni, cioè da Milf: alcuni suoi porno legali titolati "mommy", "stepmom" e simili, sono finiti nel cestino di pulizia generale di Pornhub, togliendo a Cherie fonti di reddito. Vice-presidente Harris, sveglia! Ma non come nel 2019, quando parevi rinsavita, e proclamavi di averci ripensato, sulla prostituzione: quella volta dicesti che “forse non dovremmo criminalizzare condotte sessuali che non danneggiano chi le fa”, e per questo… niente più galera per le donne, siano puniti i clienti, che li si identifichi col numero di targa delle auto, anche attraverso la delazione! Niente da fare, mi sa che Harris non cambia idea, da senatrice ha pure votato sì al FOSTA-SESTA Act, la legge che rende responsabili i siti porno per ciò che gli utenti fanno e dicono sulle loro piattaforme (un pasticcio: pensata per combattere il traffico di minori, colpisce chiunque online offra servizi legali legati al sesso, quindi anche prostitute e pornostar, le quali dovrebbero chiedere a ogni utente-cliente età e consenso, e poi inserirne i dati in un database gestito non si sa bene da chi). Cherie DeVille ha ragione quando scrive che non è giusto che le società di carte di credito decidano di togliere a un lavoratore la capacità di fatturare in legalità: le carte di credito sono l’unico strumento legale che pornostar e chiunque via web lavori col e nel sesso ha per ricevere soldi. Ancor di più sotto pandemia: come le sue colleghe, Cherie DeVille ha trasferito il suo lavoro porno online, e chiede ai neoeletti alla Casa Bianca che intervengano decisi anche sulle arbitrarie censure che Mark Zuckerberg fa sui social contro chi vuole esporre il suo corpo per pubblicizzarlo. Giustissimo combattere la pornografia minorile e chi ne fa social-abuso, ma perché immettere in questo calderone censorio le pornostar, le spogliarelliste, ma pure chi fa massaggi? Nel 2021, dove altro sponsorizzi la tua attività se non via social? Non è finita qui: c’è chi difende lo zelo di Kamala Harris dicendo che Cherie DeVille in realtà la attacca perché rosica! Vorrebbe esser lei al posto della Harris, e invero Cherie ci ha provato, si è candidata alle scorse primarie, in ticket col rapper Coolio. Hanno presentato il loro programma copiato pari pari a quello di Bernie Sanders, con già pronta parte della loro squadra di governo: la modella Kennedy Summers alla Salute, la modella Khloe Terae agli Esteri, la pornostar Alix Linx alle pubbliche relazioni. Poco dopo si sono ritirati per “sostegno insufficiente” (tradotto: non se li è filati nessuno!), sebbene il porno presidential-ticked girato da Cherie abbia fatto buone views. Meglio le è andata su un altro "versante" politico: sua la porno-parodia di una Hillary Clinton oralmente in fiamme per Donald Trump, nel porno "Making porn great again". Altri tempi!

Kamala Harris: cortocircuito liberal sulla copertina di Vogue. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 12 gennaio 2021. Cortocircuito nel politicamente corretto. Nel mirino dei liberal questa volta c’è la rivista Vogue, accusata di “razzismo” per aver mancato di rispetto alla vicepresidente degli usa Kamala Harris pubblicando due foto dal look eccessivamente “casual” della senatrice americana, facendola sembrare la pelle “sbiancata” e ritraendola con delle normali converse sneakers ai piedi. Come riporta l’Huffpost, Vogue, secondo la ricostruzione, ha deciso senza avvisare lo staff di Harris, di usare un ritratto più istituzionale per la copertina digitale e di riservare la foto contestata e “casual” per la copertina cartacea. Di lì a poco, infatti, “Vogue” ha pubblicato un’altra immagine meno casual della senatrice: Kamala Harris in tailleur pantaloni Michael Kors azzurro polvere e la didascalia “Mrs. America”.

Liberal infuriati con Vogue. Troppo tardi, per la polemica era già entrata nel vivo. Scegliendo quest’ultima foto, ha scritto il critico senior del Washington Post Robin Givha , la rivista non ha dato a Harris il “dovuto rispetto”. “Che disastro”, ha scritto Wajahat Ali, collaboratore di sinistra del New York Times. “[Il direttore di Vogue] Anna Wintour non deve davvero avere amici e colleghi neri”. Peccato che, come ha confermato il corrispondente della Cbs Vladimir Duthiers, sia il fotografo, sia il giornalista che si è occupato dell’articolo siano di colore. Il fotografo, infatti, è Tyler Mitchell, che è diventato il primo fotografo nero a scattare per una copertina di Vogue America quando ha fotografato Beyoncé per il numero di settembre 2018 della rivista. Mitchell ha pubblicato solo una delle copertine su Instagram, quella di Harris in abito blu.

Il cortocircuito del politicamente corretto. Ai liberal non basta che Kamala Harris sia finita sulla copertine di Vogue, storico periodico mensile fondato nel 1892 a New York da Arthur Baldwin Turnure: no, ci deve andare con un look che i fan del politicamente corretto ritengono consono. Le converse? No, non abbastanza alla moda per i palati fini della critica liberal. Che per la loro beniamina volevano ben altro. Come ricorda Fox News, Vogue, una rivista non certo filo-trumpiana o conservatrice, non voleva ferire o danneggiare l’immagine di Harris. “Al contrario – sottolinea l’emittente Usa –  ha confessato agli organi di stampa di aver usato l’immagine di Harris con le scarpe da ginnastica perché ha catturato la sua natura autentica e accessibile, che riteniamo sia uno dei tratti distintivi dell’amministrazione Biden-Harris”. Vogue, dunque, voleva catturare un’immagine di Kamala Harris accessibile e “popolare” ma i liberal hanno ritenuto quest’atteggiamento offensivo e “razzista”. Incredibile? No, per come ci ha abituato il politically correct, con il suo moralismo puritano e quel snobismo figlio dei salotti più chic. Se a Kamala Harris le copertine sono piaciute, non è dato saperlo. Nel frattempo, la vicepresidente, riporta l’agenzia Agi, è intervenuta nel dibattito politico accusando il governo di aver usato due pesi e due misure nella risposta alle mobilitazioni di Black Lives Matter da una parte e all’assalto dei supporter di Donald Trump al Campidoglio. “Abbiamo visto due sistemi di giustizia, in uno dei quali gli estremisti sono stati lasciati prendere d’assalto il Campidoglio e un altro che ha gettato gas lacrimogeni sui manifestanti pacifici la scorsa estate”, ha detto Harris durante la presentazione delle nomine al Dipartimento di Giustizia, “sappiamo che questo è inaccettabile. Sappiamo di dover essere meglio di così?”.

Da "rainews.it" il 12 gennaio 2021. Kamala Harris sulla copertina di Vogue di febbraio era destinata a far discutere ma probabilmente il mensile di moda più influente non si aspettava la pioggia di critiche rimbalzate sui social subito dopo la diffusione di due anticipazioni. Sul banco degli imputati, il volto più chiaro del solito e lo stile troppo casual.  In particolare, in uno degli scatti, la prima vice presidente donna e afroamericana degli Stati Uniti indossa le amate sneaker Converse, sfoggiate in più occasioni in campagna elettorale, un completo sportivo e ha sullo sfondo due grandi drappi verde e rosa, i colori dell'associazione studentesca Alpha Kappa di cui faceva parte quando studiava alla Howard University. Il volto è "sbiancato" e lo sguardo ricorda Jennifer Beals nel ruolo di Alex in “Flashdance”, si legge su Twitter. Un altro utente definisce la foto "un pasticcio slavato". "Kamala Harris ha la pelle del colore delle donne nere e Vogue ha comunque sbagliato le luci", scrive. Insomma alla fine ne è quasi scoppiato un caso politico mentre dallo staff di Kamala Harris non nascondono la sorpresa: "Non era quella la foto su cui ci eravamo accordati". Il magazine ha divulgato anche un altro scatto, più glamour e istituzionale. La Harris indossa una giacca azzurra, bandierina americana sul rever, braccia incrociate e sfondo dorato, "per rispondere alla serietà del momento storico e al ruolo che è chiamata a giocare nel guidare il nostro paese". La foto istituzionale sarà la cover della versione digital della rivista e sarà comunque tra quelle inserite all'interno del numero di febbraio. Le critiche hanno investito direttamente Anna Wintour, direttrice del giornale. "La Wintour se ne deve andare", ha commentato una fan paragonando la copertina di "Vogue" con quella dedicata alla Harris da "Elle" in novembre e rincarando la dose sulle critiche di insensibilità alle questioni della razza rivolte negli ultimi mesi alla "regina della moda". "Che pasticcio" ha scritto la collaboratrice del NY Times Wajahat Ali. "Anna Wintour non deve avere amici e colleghi neri. Scatterei foto gratis di Kamal Harris con il mio Samsung e sono certa che sarebbero migliori della copertina di Vogue". La rivista ha smentito di aver schiarito la pelle di Harris dopo la seduta fotografica, ma non è bastato a fermare le critiche. "La foto in sé non è tremenda. Ma è molto inferiore agli standard di Vogue. Non ci hanno pensato, come un compito finito la mattina stessa della consegna" ha twittato l'attivista LGBTQ Charlotte Clymer. Anche il Washington Post è intervenuto contro la "Bibbia della moda" per la cover che giudica "troppo familiare, troppo facile", paragonando la foto all'editoriale del Wall Street Journal che aveva dato alla prossima first lady, Jill Biden, della "ragazzina", chiedendole di rinunciare a farsi chiamare "dottore". "La copertina non è sufficientemente rispettosa di Kamala Harris", scrive Robin Givahan del Wp, "come se le desse del tu senza permesso". Il servizio fotografico è stato affidato a Tyler Mitchell, balzato alla fama a 23 anni nel 2018 con una foto di Beyoncé e in sua difesa si è mossa Anna Wintour in persona: "Non era assolutamente nostra intenzione sminuire in alcun modo l'importanza dell'incredibile vittoria della vice presidente eletta", dice. "Alla redazione di Vogue - continua - sono piaciuti gli scatti di Tyler Mitchell e ha creduto che un'immagine più informale catturava la natura autentica e cordiale della vicepresidente eletta Harris, la quale è anche il tratto distintivo dell'amministrazione Biden/Harris". Se la Harris è rimasta davvero scontenta, non lo ha fatto ancora sapere. Quella che invece potrebbe esserci rimasta male è Melania Trump: in quattro anni di Casa Bianca la terza moglie di Donald Trump non ha ottenuto nessuna cover story sui magazine di moda pur avendo un look e un passato da modella. Cosa di cui il marito si era lamentato a fine dicembre attaccando il "fashion system" per aver snobbato "la First Lady più elegante di tutta la storia americana". 

(ANSA l'8 giugno 2021) - La vice presidente americana Kamala Harris ha detto ai migranti di Guatemala e Messico di "non venire negli Stati Uniti" perché saranno respinti. Durante la sua prima visita all'estero da quando ha assunto l'incarico, Harris ha parlato del "pericoloso viaggio verso nord" che intraprendono i migranti invitandoli a "non venire. Gli Stati Uniti continueranno a far rispettare le nostre leggi e a proteggere i nostri confini". "Se verrete al nostro confine, sarete rimandati indietro", ha detto la vice presidente sottolineando che ci sono "strade per un'immigrazione legale e sono queste che vanno percorse".

Giogria Meloni smaschera i compagni con Kamala Harris: "Immigrati rispediti a casa? E la sinistra fa finta di niente". Libero Quotidiano l'08 giugno 2021. Giorgia Meloni attacca la sinistra e l'arcinota ipocrisia dei "compagni" sul tema dell'immigrazione. Lo fa in un post sul suo profilo Facebook, dove riprende le parole della vicepresidente americana Kamala Harris, che nelle ultime ore ha tuonato contro l'immigrazione illegale negli Stati Uniti. "Il vice presidente Usa e idolo della sinistra Kamala Harris ora parla come Donald Trump e rivolgendosi ai migranti che vorrebbero entrare negli Stati Uniti dice chiaramente che l'immigrazione illegale sarà contrastata", scrive la Meloni. "Gli Stati Uniti continueranno a difendere i propri confini e le proprie leggi, anche 'respingendo' chi prova a entrare illegalmente. Così come fa qualsiasi Nazione al mondo, tranne l'Italia ostaggio della sinistra immigrazionista. Che dite, sentiremo il solito grido sdegnato di politici, giornalisti e intellettualoni nostrani o questa volta faranno finta di niente?", conclude il post della leader di Fratelli d'Italia con una domanda retorica che chiama in causa la sinistra italiana da sempre critica con le politiche dell'immigrazione attuate dal centrodestra. La vicepresidente Usa durante una missione in Guatemala ha discusso del fenomeno migratorio dal Paese dell’America centrale con il presidente Alejandro Giammattei, la numero due di Joe Biden ha avvertito i potenziali immigrati che si dovessero mettere in viaggio nel prossimo futuro verso il sogno americano a “non venire” negli Usa perché “sarete rispediti indietro. Vogliamo sottolineare che l’obiettivo del nostro lavoro è aiutare i guatemaltechi a trovare la speranza a casa. Voglio dire chiaramente alle persone in questa area. Non venite”. Insomma la vicepresidente Usa che un’icona dem nata a Oakland da madre indiana, immigrata da Chennai, e da padre di origine giamaicana, è 49º vicepresidente degli Stati Uniti d’America, ha spiegato in maniera chiara quale sarà la visione dell'amministrazione Biden sull'immigrazione. Ed ecco che la Meloni chiede proprio alla sinistra italiana che per anni ha criticato Donald Trump, cosa ne pensa ora di questa chiara presa di posizione.

L'idolo della sinistra vuole cacciare i migranti. Lorenzo Mottola su Libero Quotidiano l'08 giugno 2021.

Lorenzo Mottola. Milanese sulla quarantina, storico bocconiano, nel senso che la Bocconi l'avevo cominciata, ma poi mi sono laureato in storia (altrimenti mica sarei qui a fare il giornalista). Caporedattore centrale di Libero da parecchi anni, mi occupo principalmente di politica. Ma anche di pandemie, quando qualche genio decide che è giunto il momento di scoprire di cosa sa un pipistrello alla piastra. Su questo blog cercheremo di trattare di tutto. Il nuovo idolo della sinistra italiana sull’immigrazione ha più o meno le stesse idee del vecchio leghista Pier Gianni Prosperini: “Ciapa 'l camél, ciapa la barchétta, e te turnet a cà”. Parliamo di Kamala Harris, braccio destro di Joe Biden, che in questi giorni si trova in centro America per la sua prima missione diplomatica all’estero. Una volta giunta in Guatemala, la vicepresidente - donna di colore e figlia di migranti - ha pronunciato un discorso che pare scritto all’ultimo piano della Trump Tower: “Voglio essere chiara con le persone di questa regione che pensano di fare il viaggio pericoloso al confine tra Stati Uniti e Messico. Non venite, non venite. Gli Stati Uniti continueranno a far rispettare la legge e garantire la sicurezza alla frontiera”. Confini chiusi, sbarrati per i clandestini.  Per i regolari se ne può parlare, ma sappiamo che gli Usa hanno regole rigidissime. Unica certezza: con chi prova a violare la legge, anche per fame, non c’è dialogo. “Se verrete al nostro confine, verrete respinti”. E non a carezze, si suppone. Certo, Kamala ha inserito nel suo ragionamento anche altri elementi. Ha spiegato che Washington collaborerà per migliorare il futuro delle persone che hanno avuto la sfortuna di nascere a sud del confine degli Stati Uniti. Perché nessuno deve essere messo nella condizione di desiderare di lasciare la propria patria per cercare un briciolo di fortuna e felicità. Un discorso già sentito, che ricorda un po’ il vecchio “aiutarli sì, ma a casa loro”. Insomma, torniamo per una sorta di anaciclosi alla dottrina del Prosperini, che oggi potrebbe denunciare i democratici Usa per il plagio dei suoi vecchi comizi televisivi (quei comizi che pronunciava prima dell’arresto per aver ospitato nel suo ufficio dei guerriglieri etiopi, ma questa è tutta un’altra storia). In Italia, ovviamente, qualcuno resterà deluso. Per esempio Roberto Speranza, che all’insediamento di Biden stappava dicendo che “gli Stati Uniti d'America inizieranno una nuova epoca più aperta, solidale e democratica”.  O Laura Boldrini, convinta che bastasse l’insediamento di Kamala per veder ristabiliti <i valori della democrazia nel mondo>. Sarà d’accordo l’ex presidente della Camera con la dottrina “i clandestini vanno rispediti a casa loro”?.  Nicola Zingaretti era arrivato a scrivere a Biden “ridurre le disuguaglianze prodotte da una globalizzazione che non ha ancora al centro l'obiettivo dello sviluppo umano integrale”. Aspetta e spera. Per la politica italiana è un rituale ormai consolidato: ci si innamora di un politico americano sperando che si tratti di un compagno di ferro e poi si scopre che la sinistra come noi la conosciamo praticamente neanche esiste oltreoceano. E infatti ieri anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni sfottevano: “Cosa diranno ora i nostri intellettualoni?”. Ma cosa è capitato a Kamala per farla diventare improvvisamente così rigida sull’immigrazione. La spiegazione è semplice: con la fine dell’amministrazione Trump centinaia di migliaia di centroamericani hanno pensato che i confini degli Stati Uniti si sarebbero improvvisamente spalancati. Risultato: nel mese di aprile è stato raggiunto un picco record, 178mila persone hanno cercato di entrare negli Stati Uniti violando la legge. Un simile numero secondo le autorità statunitensi non si registrava in almeno 20 anni. Da qui la decisione dell’amministrazione Biden di tornare rattamente sui propri passi e di lanciare un messaggio diverso. Insomma, “state a casa vostra”. E anche negli Usa qualcuno l’ha presa male. Per esempio, Ocasio Cortez, esponente democratica, che ha giudicato “deludente” il discorso di Kamala.   "Primo, chiedere asilo in qualunque punto del confine Usa è un metodo di arrivo legale al 100%. Secondo, gli Usa per decenni hanno contribuito a cambi di regime e destabilizzazione in America Latina. Non possiamo aiutare a dare fuoco alla casa di qualcuno e poi accusare di scappare". Qualcuno negli Stati Uniti le darà retta? Difficile.

Carlo Nicolato per "Libero quotidiano" il 2 luglio 2021. «Kamala è la persona giusta per ricostruire il Paese», disse in campagna elettorale Biden della sua futura vice Harris, secondo gli illuminati di sinistra è anche la persona giusta per prendere il posto di Biden quando sarà il momento. Peccato che a quanto pare Kamala Harris non è nemmeno capace di dirigere il suo ufficio vicepresidenziale, figurarsi la prima potenza mondiale. Lo dicono ben 22 impiegati che in quell' ufficio lavorano e che a Politico.com hanno rivelato di sentirsi «trattati come delle merde». «Non è un ambiente sano e le persone spesso si sentono maltrattate» ha detto un diretto interessato aggiungendo che sebbene la responsabilità prima di tale atmosfera d'inferno ricada su Tina Flournoy, capo dello staff della Harris, la prima responsabile è la stessa vice-Biden. I dipendenti raccontano che la Flournoy nello sforzo di proteggere la Harris ha invece creato un ambiente malsano in cui le idee vengono ignorate o vengono accolte con rifiuti e le decisioni vengono sempre rimandate. Spesso, hanno detto, si rifiuta di assumersi la responsabilità per questioni delicate e incolpa il personale per i risultati negativi che ne conseguono.  La situazione è talmente tesa che diversi dipendenti nonostante la posizione prestigiosa si starebbero cercando intorno per trovare un'altra sistemazione lavorativa, mentre due hanno già dato le dimissioni. Si tratta di Karly Satkowiak e Gabrielle DeFranceschi, due importanti membri dello staff, ufficialmente dimissionari secondo «partenze pianificate da tempo», ma a quanto pare in forte attrito con la Flournoy e la Harris. Perfino la corsa per le primarie democratiche dello scorso anno sarebbe fallita amaramente per la cattiva gestione che la Harris ha fatto dei suoi collaboratori. Giorni prima che si ritirasse, il New York Times pubblicò una lettera di dimissioni del direttore della campagna che affermava: «Questa è la mia terza presidenziale e non ho mai visto un'organizzazione trattare il suo personale così male». Mentre un assistente al senato licenziato da Kamala ha commentato la sua esperienza sostenendo che «le aspettative del capo non sono sempre prevedibili». Symone Sanders, primo portavoce della Harris, ha liquidato la faccenda definendo gli impiegati scontenti dei «codardi», ma soprattutto ha sottolineato che «la vicepresidente è concentrata sul lavoro, non sulle chiacchiere al distributore dell'acqua», che è come dire alla Cevoli «fatti, non pugnette». Ma se Kamala tratta così i suoi dipendenti chissà da presidente come tratterebbe i suoi cittadini.

Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera” il 4 luglio 2021. A desso è partita l'operazione salvataggio della Casa Bianca: mentre Ron Klain, capo di gabinetto di Joe Biden, elogia Kamala Harris e il suo team, scende in campo perfino un ex presidente, Bill Clinton, che fa un ritratto straordinariamente positivo di Tina Flournoy, la donna divenuta braccio destro della vicepresidente degli Stati Uniti dopo una lunga carriera politica nel partito democratico iniziata negli anni Novanta proprio nella Casa Bianca di Clinton della quale fu capo dello staff. Ma il caso che sta scuotendo l'ufficio di Harris non è chiuso, dopo la rivolta anonima di diversi membri della squadra dei collaboratori che, intervistati dal sito Politico.com, hanno parlato di un ambiente di lavoro conflittuale e disorganizzato, di un clima irrespirabile. Sono in molti a notare che le cose non devono proprio filare lisce se, a pochi mesi dall'insediamento della nuova amministrazione, Harris è già stata abbandonata da due dei suoi collaboratori più stretti, mentre si è dimesso anche il direttore delle attività digitali. E qualcuno ricorda che non è la prima volta che Kamala appare poco efficace sul piano organizzativo: due anni fa anche il team della sua campagna elettorale per le presidenziali si sfasciò prima ancora dell'inizio delle primarie tra dispute, accuse di maltrattamenti e l'imprevisto, rapido esaurimento dei fondi elettorali, probabilmente spesi male. L'anno scorso è stata poi recuperata da Biden, che l'ha inserita nel suo ticket presidenziale. Piove, insomma, sul bagnato per la vicepresidente, attaccata da destra e da sinistra per come sta gestendo l'emergenza immigrati clandestini (il compito, oggettivamente proibitivo, affidatole da Biden): dal viaggio in Messico e Guatemala (la destra la accusa di essere poco efficace, la sinistra critica l'invito a tornarsene a casa da lei rivolto ai migranti del Centro America) alla sua recente missione in Texas, al confine di El Paso. Una visita che sarebbe stata decisa troppo tardi (94 giorni dopo la nomina di Kamala a «zar» dell'immigrazione) e forse solo per non farsi scavalcare da Donald Trump, andato anche lui in Texas pochi giorni dopo. Quel viaggio è stato anche il detonatore dello scontro nel team della vicepresidente. Secondo Politico.com a pochi giorni dal viaggio nessuno, nemmeno chi doveva organizzarlo, sapeva che lei sarebbe andata a El Paso. Una decisione criticata da molti perché, scegliendo il punto di frontiera più tranquillo anziché quelli più problematici come i centri di raccolta di McAllen o di Tucson, in Arizona, Harris ha dato la sensazione di fare una parata mediatica più che una missione davvero operativa. I 22 assistenti ed ex assistenti della vicepresidente intervistati da Politico.com attribuiscono disastri organizzativi e tensioni a Tina Flournoy che, con l'intenzione di proteggerla, avrebbe isolato la vicepresidente e reso difficili le comunicazioni. Poi, quando qualcosa va storto, Flournoy sarebbe sempre pronta a scaricare tutte le responsabilità su qualche subordinato. Symone Sanders, la portavoce della Harris, difende Flournoy e rivendica la sua gestione «muscolare»: «Noi non stiamo certo qui a disegnare arcobaleni e coniglietti tutto il giorno», mentre «per noi donne nere è sempre tutto più difficile». C'è sicuramente del vero in queste difese, anche perché alla Harris sono stati dati molti compiti impegnativi (oltre all'immigrazione anche la difesa dei diritti elettorali, lo Spazio, le reti digitali e il lavoro) e la sua squadra, a differenza di quella di Biden, è piccola e con poca gente esperta. Ma è chiaro che dietro gli attacchi c'è anche il malessere di alcuni ambienti democratici convinti che Harris non riuscirebbe a mettere insieme una coalizione elettorale ampia come quella costruita da Biden, qualora il presidente non ce la facesse a ricandidarsi nel 2024.

Giovanni Sallusti, autore del libro ''Politicamente Corretto - la dittatura democratica'' - Giubilei Regnani editore, per Dagospia l'8 giugno 2021. Caro Dago, basta, la misura è colma, anche il recalcitrante tenutario di questa rubrica sceglie di dire qualcosa di Politicamente Corretto, perché di fronte alla barbarie manifesta bisogna prendere atto e reagire. Che spettacolo gretto, questo vicepresidente degli Stati d’Uniti America che, in visita nel povero Guatemala, con alle spalle tutta l’opulenza del capitalismo yankee e la sicumera del complesso militare-industriale, si rivolge in quel modo agli ultimi, ai diseredati, ai dannati della terra. “Voglio parlare molto chiaro con chi sta pensando di fare quel pericoloso viaggio tra Stati Uniti e Messico”. E già qui sguazziamo in un pericolo equivoco sovranista, quei disgraziati non “stanno pensando” di migrare, sono obbligati a farlo, per impellenti motivi economici, sociali, perfino climatici, che ormai solo i pochi miscredenti del Vangelo secondo Greta negano. Ma il peggio viene ora: “Non venite. Non venite”. Scandito così, due volte, con pausa scenica e una durezza d’animo che nemmeno “Salvini&Meloni”, ormai un unico sintagma per indicare l’abiezione umana e politica, come da sacrosanto utilizzo sdoganato da Roberto Saviano. Insiste, il vicepresidente, e sicuramente da qualche parte deve ancora tenere gelosamente custodita la tessera del Ku Klux Klan: “Gli Stati Uniti continueranno a far rispettare le nostre leggi e a proteggere il nostro confine”. Questo è davvero inaudito, la persuasione razzista che la legge oltre che per i cittadini del proprio Paese debba valere anche per gli immigrati clandestini e i loro “organizzatori”, come se una Carola Rackete non fosse libera di forzare blocchi, speronare motovedette militari e mettere a rischio la vita di uomini in divisa, siamo davvero alla notte della civiltà. “Esistono modi legali con cui la migrazione può e deve avvenire”, è il virgolettato a rinforzo, di chiara ispirazione trumpiana. E poi la sottolineatura ridondante, tipica di una nazione buzzurra costruita sulla Colt: “Se verrete al nostro confine, sarete rimandati indietro”. Teorizza il respingimento sistematico dei clandestini, questo vicepresidente, siamo all’instaurazione del fascismo in America. E quando cerca di indorare la pillola è perfino peggio, perché rispolvera la retorica tipica di tutte le destre nazionaliste, quella dell’ “aiutiamoli a casa loro”. “L’amministrazione Usa vuole aiutare i guatemaltechi a trovare spazio in patria”. Chiude proprio così, con la parola proibita, maledetta, bandita dagli aperitivi arcobaleno della gente che piace, “patria”, questo pseudoconcetto etnicista, novecentesco, in odor di mai sopite nostalgie nazionalsocialiste. Come dici, caro Dago? Il vicepresidente in questione è una vicepresidentessa? Una vicepresidentessa di colore, di madre indiana e padre di origini giamaicane (per stare all’obsoleta distinzione reazionaria precedente a genitore 1/ genitore 2)? È la vicepresidentessa di colore nuova star indiscussa del Partito Democratico, l’ala sinistra e patinata rispetto a quell’attempato maschio bianco di Joe Biden, così indietro sui tempi? La Madonna Pellegrina del politically correct globale, quella che risplende al riparo dalla critica e dall’ironia (chiedere a quel becero del professor Marco Bassani, sospeso dalla Statale di Milano perché aveva condiviso spiritosaggini social sulla vicepresidentessa), quella che a detta del Giornalone Unico avrebbe spalancato un’era di magnifiche sorti e progressive e inclusiviste dopo l’orrenda stagione dell’orco Trump (un altro che voleva contrastare l’immigrazione di massa e presidiare le frontiere, ma senza alcuna grazia e con la stampa contro), insomma stiamo parlando di Kamala Harris? Chiedo venia, cancella tutto, mi scuso e sollevo questo sito da ogni responsabilità. 

Gaia Cesare per "il Giornale" l'8 giugno 2021. È radicale quanto Alexandria Ocasio Cortez, non a caso ha appena ricevuto il suo endorsement. Anche lei sta giocando la sua partita politica sulla piazza più simbolica d' America, New York, roccaforte progressista e seggio d' elezione di Aoc, rieletta deputata a novembre, come rappresentante del 14° distretto del Queens. Ma bisognerà aspettare le primarie del Partito democratico il 22 giugno per capire se sarà Maya Wiley, 57 anni, avvocata per i diritti civili, a spuntarla fra gli otto candidati a sindaco nella corsa per la Grande Mela e se diventerà lei la prima donna a guidare la metropoli americana e il secondo sindaco di colore della città dopo David Dinkins, negli anni '90. A quel punto condividerebbe anche il brivido del primato con la Cortez, che nel 2018, a 29 anni, fu la più giovane deputata eletta al Congresso. Afroamericana, nata a Syracuse (New York) da un attivista per i diritti civili, George, Wiley è stata presidente dell'agenzia di supervisione della polizia di New York e anche ex consigliere legale del sindaco uscente Bill de Blasio. Pronto a dire addio alla sua poltrona il 31 dicembre di quest' anno, De Blasio sa che conoscerà il nome del suo successore alla fine delle primarie democratiche, tra due settimane esatte. L' elezione di un Dem a sindaco di New York è una certezza, viste le scarsissime chance dei repubblicani in una delle città più progressiste d' America. C' è solo da capire chi conquisterà la pole position il 22 giugno. E da qualche ora tira un'aria nuova. Il sostegno della Ocasio Cortez sembra aver cambiato le carte in tavola a danno dei favoriti - Andrew Yang, avvocato di origini taiwanesi ed ex candidato alla Casa Bianca, ed Eric Adams, presidente di Brooklyn - ed è certamente vento che soffia sulle vele di Wiley nella corsa per lo scettro di amministratore della «città che non dorme mai». La metropoli vuole definitivamente togliersi di dosso l'incubo della pandemia facendo da traino al rilancio americano, dopo aver avviato le riaperture a fine maggio e Wiley ha buone chance anche sull' altra candidata che sogna di diventare prima sindaca di New York, la moderata Kathryn Garcia. «Maya Wiley è quella giusta», ha detto Aoc senza esitazione nel suo endorsement pubblico. Il sostegno della deputata di origini portoricane, che sfiora i 13 milioni di follower su Twitter i 9 milioni su Instagram, toglie quasi tutto il terreno sotto i piedi degli altri due contendenti dell'ala radicale dei Dem, Scott Stringer e Dianne Morales, tramortiti dall' intervento della Ocasio-Cortez. Che non ha dubbi: Maya va votata perché «è un momento cruciale, dobbiamo migliorare New York e abbiamo una scelta, decisamente più opportuna che privatizzare il sistema scolastico e lasciare che le case vengano costruite solo per i più ricchi». Maya «può mettere al centro le persone, la giustizia razziale, la giustizia economica e quella climatica. Ha esperienza e una vita dedicata a questi temi», ha spiegato Aoc. Più case, meno polizia e giustizia razziale, è lo slogan di Maya Wiley, che ha supervisionato il Dipartimento di polizia di New York, il più grande d' America, ma preme per forti tagli dei fondi. «Scegliete una nera per New York», è il suo invito all' epoca del «Black Live Matter», mentre si dice entusiasta del supporto della deputata Ocasio-Cortez: «Significa il mondo per me. Nessuno dice e intende il cambiamento come lei». Basterà per arrivare al «second toughest job in America»? Di certo aiuterà per approdare al lavoro che dai tempi dell'italoamericano Fiorello La Guardia, sindaco dal '34 al '45, è considerato il più duro dopo la presidenza.

Due pesi e due misure? Ebbene sì. Accettate la legge del “botto per mille”. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 09 gennaio 2021.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore. “Ah, ma allora sono due pesi e due misure!” si ripete spesso ingenuamente a destra di fronte alle patenti e mostruose distorsioni dell’informazione “seria”. Sì: esatto. Sono proprio due pesi e due misure. Prima lo capiamo, meglio sarà per tutti. Come ha commentato un autorevole opinionista del Washington Post, “non conta più quello che fai, ma CHI SEI”. Se i pesi e le misure fossero uguali, ci sarebbe un cordiale scambio di opinioni fra le due grandi macro fazioni di cui abbiamo scritto qui. E invece no: è GUERRA TOTALE, non certo “a pezzi” come dice Bergoglio, ma ben divisa fra due schieramenti universali. Qualche esempio? Se sono due picchiatori bianchi (di nome e di fatto) ad ammazzare, a botte, un povero ragazzo di colore, se ne parla per tre mesi. Se ad essere uccisa a martellate e violentata da un immigrato di colore è una donna africana, se ne parla per 3 giorni, a spizzichi e bocconi. Fate un giro sul web e vi renderete conto. Se a ricevere insulti sessisti sui social è la neo-musulmana Silvia Romano, è un orrore, se altrettanto avviene per la scrittrice catto-conservatrice Costanza Miriano va tutto bene. Se ad essere leggermente ferita all’occhio dal lancio di un uovo è una ragazza di colore, apriti cielo, se a perdere un bulbo oculare è una donna bionda e italiana per un sasso lanciato da un clandestino di colore, quasi non se ne parla. E così se a mettere a ferro e fuoco intere città per settimane sono quelli del Black Lives Matter, se ne parla a margine, si discutono le loro motivazioni, si cercano le cause, si comprendono le ragioni del malessere sociale. Se ad essere accolti dai poliziotti per rovesciare quattro seggiole nella sede del potere Usa sono quattro pittoreschi energumeni, che peraltro incassano 4 morti, è la fine del mondo, l’Apocalisse. Eppure, molti di questi “salomonici” commentatori, da ragazzi, okkupavano le loro scuole in nome della Democrazzia e della Libbertà. Adesso invece? Siccome a protestare per democrazia e libertà (a torto o a ragione) sono quelli di destra, allora ci si riscopre irriducibili pretoriani del potere costituito. Ma tutti quegli antichi entusiasmi per la Rivoluzione francese, per le Primavere arabe, per la Revoluciòn, adesso dove sono finiti? Poi abbiamo Mentana che presenta, impacciato, il lanciafiamme di “Project X”, il Batman e la demolizione della statua di Colombo dal Black Lives Matter come filmati provenienti da Capitol Hill, con un preoccupato Gerardo Greco, ospite in studio, che commenta: “Eh, deve essere successo nei sobborghi”. Allora, la domanda è lecita: sicuramente è stato un errore di regìa, ma come mai La7 si tiene pronti in canna proprio quegli spezzoni? Se hanno confuso i filmati, perché non è andato in onda, per esempio, una puntata de “La Casa nella prateria” e invece proprio immagini di proteste e violenze urbane? Non vi meravigliate: SONO DUE PESI E DUE MISURE DIVERSI. SI’. Finiamola tutti di scendere dal pero. Per par condicio, almeno, gli altri dovranno accettare che se è pur vero che dei “gomblotti” di Trump sui  brogli abbiamo visto pochino, un dubbio il cittadino se lo fa venire. Anzi, se si vuole fare tesoro della lezione americana, sarebbe ora che i politici sovranisti nostrani si dessero una svegliata e cominciassero ad attrezzarsi per bene. Fate riprendere ogni vostra manifestazione: coi droni, con le telecamere nascoste, identificate chiunque vi partecipi, imponete una severissima disciplina ai vostri sostenitori, utilizzate al massimo la tecnologia e perfino la nanotecnologia, se occorre. E’ la LEGGE DEL “BOTTO x 1000”: Se a una vostro raduno qualcuno farà scoppiare una miccetta, i media parleranno di “attentati dinamitardi”. Se un ragazzo disegnerà un pisellino sul muro, i giornali scriveranno di “devastazioni della città a sfondo sessista”; se qualcuno sventolerà un tricolore sabaudo, parleranno di “rigurgiti reazionari e antidemocratici”; se un manifestante farà merenda con la banana  scriveranno di “propaganda razzista”; se un altro indosserà un elmo di plastica con le corna o se esibirà un tatuaggio celtico farà scandalo “l’esoterismo nazista”. Del resto, la tradizione del botto per mille, a sinistra, è vetusta, tale da essere oggetto di ironie e barzellette fin dagli anni ’50. Abbarbicatevi spasmodicamente alla verità e all'oggettività schiacciante: monitorate tutto perché solo prove inconfutabili possono spazzare via la menzogna. Affidatevi a dei professionisti della comunicazione, magari anche reclutati nelle file avversarie, che fungano per voi da “avvocati del diavolo” suggerendovi in anticipo che tipo di strumentalizzazione verrà fatta di ogni minima sbavatura goliardica. Sotto Carnevale, poi, divieto assoluto, per tutti gli iscritti, di mascherarsi, se non da hot dog o da Teletubby. E anzi, a dirla tutta, un’ideaccia non sarebbe nemmeno quella di cominciare a premunirsi con criteri di sicurezza massima e futuristica per le prossime votazioni. Se vi propongono di passare al televoto, al voto online o a qualche diavoleria postale, ora sapete cosa rispondere. P.S. *La foto di testata è uno scherzo, eh... Non ve la prendete troppo.

"Celebrare Colombo è razzista": la follia liberal che nega la storia. Stefano Magni su Il Giorale il 12 ottobre 2021.  Il secondo martedì di ottobre è il Columbus Day, negli Usa, come da tradizione da 129 anni. La festa della scoperta dell’America da parte del navigatore genovese, però, a Philadelphia, si celebra con la sua statua coperta da un box. Un po’ come le statue dei Musei Capitolini fatte coprire dal governo Renzi in occasione della visita del presidente iraniano Rouhani. In questo caso, la copertura non è motivata dalla religione, o dal pudore: la statua di Colombo non riproduce un corpo nudo. Ma, secondo le motivazioni della Corte del Commonwealth di Pennsylvania, mostrarla potrebbe dare origine a gravi disordini. "Rimuovere la copertura durante il fine settimana di questa celebrazione, potrebbe porre un serio pericolo alla sicurezza pubblica". Questo pronunciamento della Corte ribalta la decisione della Corte delle udienze comuni di Philadelphia che, il giorno prima, aveva ordinato di “liberare” la statua dalla sua gabbia. Il sindaco Jim Kenny si era rifiutato di eseguire l’ordine e lunedì, all’ultimo minuto, la Corte del Commonwealth gli ha dato ragione. 

La campagna contro le statue

Se Philadelphia fosse un caso singolo, sarebbe semplicemente un fatto curioso. Ma non lo è. Quest’anno, infatti, ben 25 Stati degli Usa, la metà dei governi locali americani, hanno rimosso la celebrazione del Columbus Day. Nella maggior parte dei casi, l’hanno sostituita con l’Indigenous Peoples Day, quest'anno celebrato l'11 ottobre: il giorno dei popoli indigeni, dei nativi americani. Lo scopo di questa sostituzione, nell’anno delle contestazioni di Black Lives Matter, è ovviamente l’antirazzismo, un omaggio a chi, la colonizzazione europea, la subì. Già 33 fra statue, monumenti e busti sono stati distrutti dai manifestanti. Altri monumenti come quelli di Columbus (che porta il nome del navigatore), sono stati rimossi per volontà delle autorità locali. Se non altro per quieto vivere, comuni come Philadelphia preferiscono nascondere.

A fronte di questa ribellione, il presidente Joe Biden, quest’anno, ha fatto l’equilibrista. Ha infatti proclamato il Columbus Day, come tutti i predecessori, ma ha anche riconosciuto le ragioni dei suoi contestatori: "Oggi riconosciamo la storia dolorosa dei torti e delle atrocità che molti esploratori europei hanno inflitto alle nazioni native e alle comunità indigene. È una misura di grandezza della nostra nazione quella di non seppellire questi vergognosi episodi del passato".

L'origine del Columbus Day

Se però la causa dell’Indigenous Peoples Day contro il Columbus Day è motivata dalla memoria dei crimini ed è contro il razzismo, di quale razzismo parliamo? Nei confronti di chi? Cristoforo Colombo, a partire dal 1892 (a 400 anni dalla scoperta), è stato celebrato come un simbolo della comunità italiana in America. Un anno prima, undici italo-americani, accusati ingiustamente dell’uccisione di un ufficiale di polizia (e assolti per non aver commesso il fatto) erano stati barbaramente trucidati dalla folla a New Orleans. Benché i linciaggi nell’America dell’Ottocento non fossero così rari, il massacro degli italiani a New Orleans fece scalpore e divenne un caso internazionale (l’Italia, allora governata da Giolitti, richiamò l’ambasciatore).

Per motivi di pubbliche relazioni, nonostante buona parte della stampa di allora arrivasse a sostenere il linciaggio, il presidente Benjamin Harrison aveva annunciato una celebrazione nazionale del giorno di Colombo. Il primo Columbus Day fu quello del secondo martedì di ottobre nel 1892, poi divenne consuetudine negli anni Trenta, dal primo mandato del presidente Roosevelt (che era fortemente sostenuto dagli elettori italiani di New York) e infine fu istituzionalizzato, a livello nazionale, nel 1968, sotto il presidente Johnson.

Abolire il Columbus Day, dunque, è quantomeno un atto di disprezzo nei confronti della comunità italiana e delle sue vittime: vittime del razzismo. Però, evidentemente, c’è una gerarchia anche nel razzismo. Come constata il ricercatore James Brown dell’Intercollegiate Studies Institute, "Cristoforo Colombo è una triplice minaccia: bianco, maschio e cattolico, proveniva dalla Spagna dell’era dell’Inquisizione, come se non bastasse".

La rilettura della storia

Il Giorno dei Popoli Indigeni è praticamente un’invenzione di Berkeley, l’università di San Francisco dove iniziarono sia il movimento per la pace che il ’68 americano. Berkeley fece sua la battaglia, che durava già da anni, del movimento indigenista internazionale, sia del Nord che del Sud America. L’idea venne proposta, a mo’ di provocazione, il 12 ottobre 1992, in occasione dei 500 anni della scoperta dell’America. Lo scopo è la completa rivisitazione della storia del Nuovo Mondo. Secondo questa visione del passato, Colombo fu il “primo dei genocidi” e il “primo degli schiavisti”.

Una condanna che ha un certo fondamento nella storia, considerando che il grande navigatore genovese governò col pugno di ferro Hispaniola la primissima colonia europea in terra americana. Per questo venne rimosso dalla corona spagnola e arrestato dopo la sua terza spedizione. Fu una dimostrazione di civiltà non comune: la Spagna cristiana dimostrava di riconoscere i crimini come tali, anche se commessi contro nativi americani. Purtroppo nella rilettura della storia compiuta alla fine del Novecento, questo merito non viene riconosciuto. Si riconosce solo la brutalità del colonialismo europeo, senza neppure volerlo confrontare con la violenza estrema e sistematica degli imperi americani pre-colombiani.

Celebrare i popoli nativi e non Colombo, vuol dire anche riabilitare gli imperi aztechi e maya? Già sta succedendo, come dimostrano certi piccoli (ma significativi) fatti nel mondo dell’istruzione pubblica. Come la scelta del Dipartimento dell’istruzione della California, per questo anno scolastico, di proporre programmi scolastici di studi etnici (Ethnic Studies Model Curriculum, ESMC) che includono canti comunitari inneggianti agli dei aztechi. La proposta (facoltativa), include l’insegnamento ai ragazzi di inni basati su In Lak Ech che insegna “amore, unità, rispetto reciproco” e Panche Be che descrive il “trovare le radici nella verità”.

Sono concetti nobili ed eterni, che però nascondono una realtà storica e religiosa estremamente crudele. Secondo i proponenti del nuovo programma di studi, nomi come Tezkatlipoca e Huitzilopochtli verranno presentati solo come concetti che, nei popoli indigeni, racchiudevano il significato di riflessione e di azione. Ma, se le parole hanno un senso, Tezkatlipoca è anche il nome di una divinità azteca, potentissima quanto capricciosa, che chiedeva sacrifici umani. In suo nome, prigionieri venivano sacrificati in grotteschi combattimenti gladiatorii. Huitzilopochtli era il dio azteco del Sole e della guerra. E nei riti si estraeva il cuore della vittima sacrificale. Insomma, se l’eredità della colonizzazione europea e cristiana, con Colombo, viene sepolta e dimenticata, eredità crudeli di altri popoli torneranno inevitabilmente alla ribalta. Perché la storia non ammette vuoti.

Giuseppe Sarcina per il "Corriere della Sera" il 12 ottobre 2021. In bilico tra storia e scontro politico. Tra i conquistadores del Cinquecento e il movimento Black Lives Matter. Il Columbus Day è la festa più controversa d'America. Sempre più Stati decidono semplicemente di ignorarla. Oggi sono 25, dalla California al Minnesota; dall'Alaska alla Louisiana. In altri territori, come il South Dakota, il 12 ottobre (o dintorni) è diventato l'«Indigenous Day», il giorno dedicato alla memoria dei nativi sterminati dagli esploratori europei. Joe Biden prova a mediare, a tenere insieme la grande impresa del navigatore genovese e il revisionismo promosso non solo dalle comunità di indigeni e dalle tribù. Nel 2020 il movimento di protesta per l'uccisione dell'afroamericano George Floyd guidò la «strage delle statue», abbattendo in diverse città, specie nel Sud, i simboli del passato schiavista. La contestazione si allargò anche alle origini «dell'oppressione coloniale». Una catena che inizia, secondo questa logica, con Cristoforo Colombo. A oggi sono 33 i suoi busti o i suoi monumenti distrutti,da Boston a Richmond in Virginia. Oppure rimossi dai comuni come a Columbus in Ohio o, ancora, «impacchettati» come accade a Philadelphia. Ecco perché la «proclamazione» di Biden, diffusa l'8 ottobre, è soprattutto un esercizio di equilibrio: «Colombo è stato il primo di molti esploratori italiani ad arrivare in questa terra, il 12 ottobre del 1492, che saranno conosciute come Le Americhe. Molti italiani seguiranno il suo percorso nei secoli successivi, rischiando la povertà, la fame, la morte. Oggi milioni di italo-americani...danno un grande contributo al Paese. ...Oggi, vogliamo anche ricordare la storia dolorosa dei misfatti e delle atrocità che molti europei hanno inflitto alle Tribù e alle comunità indigene». La conclusione è in puro stile Biden: «Facciamo in modo che sia un giorno di riflessione, sullo spirito americano di esplorazione, sul coraggio e il contributo degli italo-americani attraverso le generazioni, sulla dignità e la capacità di reazione delle tribù dei nativi e delle comunità indigene, sul lavoro che ci resta da fare per realizzare la promessa di una Nazione per tutti». Il messaggio della Casa Bianca allude anche alla genesi e al significato profondo del Columbus Day. Nel 1892 il presidente Benjamin Harrison decise di celebrare l'anniversario come un'occasione per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, l'anno dopo che a New Orleans erano stati linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all'omicidio del capo della polizia David Hennessy. Erano gli anni, come ha raccontato il giornalista e scrittore Brent Staples, in cui «gli immigrati italiani cominciarono a diventare bianchi». L'8 giugno del 1912 il presidente repubblicano William Taft inaugurò il monumento tuttora più importante: «la Columbus Fountain», la prima cosa che un viaggiatore vede uscendo dalla Union Station di Washington dc. Nel 1934, infine, Franklin Delano Roosevelt istituì formalmente il Columbus Day a livello federale. Le organizzazioni degli italo-americani, riuniti nella «Conference of presidents» hanno protestato, ricordando l'eccidio di New Orleans e sottolineando come la storia degli Stati Uniti sia segnata dalla schiavitù degli afroamericani e dal confinamento dei nativi nelle Riserve. Ieri, comunque, le celebrazioni sono filate via lisce. Una delegazione dell'Ambasciata italiana ha deposto una corona alla Columbus Fountain nella capitale; a New York nessun problema nella tradizionale parata, di nuovo per le strade dopo la pandemia. 

Gabriele Gambini per "la Verità" il 12 ottobre 2021. Il Black lives matter perde colpi. Il movimento statunitense che, soprattutto in ambito sportivo, si è intestato il ruolo di capofila nella lotta alla discriminazione etnica attraverso la ritualità scenografica dell'inginocchiarsi prima di ogni competizione, non è più un blocco monolitico. Forse non lo è mai stato, ma domenica, in occasione della partita valevole per il terzo posto di Nations league tra Italia e Belgio, il suo condizionamento ideologico è stato scalfito da un atleta che, in teoria, dovrebbe rappresentarne le istanze. Mentre tutti giocatori in campo si prostravano come da copione in attesa del calcio d'inizio, Michy Batshuayi, ventottenne attaccante della nazionale belga, è rimasto all'impiedi, la testa alta e lo sguardo orgoglioso. Batshuayi è un virgulto di 185 cm, soprattutto è di carnagione nera, ascendenze congolesi più volte sbandierate con fierezza identitaria. Non è la prima volta che accade, a dirla tutta. A fine febbraio scorso, durante il match di Premier league tra Crystal Palace e West Bromwich Albion, Wilfried Zaha, ivoriano in forza al Palace ed ex compagno di squadra proprio di Batshuayi, inaugurò un precedente destinato a far discutere. Rifiutò il siparietto della prostrazione simbolica, dribblando le forzature a costo di essere tacciato di collaborazionismo sovranista, per poi ammettere schiettamente in un'intervista rilasciata a The Judy Podcast: «Secondo me inginocchiarsi è degradante, i miei genitori mi hanno sempre detto di mostrarmi orgoglioso di essere nero». Continua Zaha: «Dovremmo rimanere in piedi, non inginocchiarci. È una cosa che facciamo sempre prima delle partite, ma la facciamo così, giusto per farla, e per me non è sufficiente. Non mi inginocchierò e non indosserò una maglietta con la scritta Black lives matter. Si cerca di dire che siamo tutti uguali, ma la verità è che ci stiamo isolando con questi gesti, secondo me non stanno nemmeno funzionando. Questa è la mia posizione sulla vicenda». Il cortocircuitò è evidente. Mentre la nazionale italiana durante gli Europei aveva dapprima lasciato libertà di scelta ai suoi calciatori sull'adesione alla ritualità del Black lives matter, poi si era corretta, proponendo di inginocchiarsi solo se l'avessero fatto anche gli avversari, e domenica scorsa vi ha aderito in toto per evitare polemiche, sono proprio gli atleti di colore a manifestare perplessità sull'utilità del gesto, al netto del plauso di prammatica dei social media. Sottolineando un aspetto essenziale della faccenda: la lotta a ogni forma di discriminazione non può essere appannaggio di un'unica area politica sorta per di più in un contesto storico e culturale preciso come quello degli Stati Uniti d'America, che hanno una storia diversa rispetto ad altre nazioni europee. In più, proprio la valorizzazione di ogni tipo di identità dovrebbe obbligare a rifuggire da una forma globale di conformismo ideologico. Con parole simili si era già espresso di recente il difensore spagnolo in forza al Chelsea Marcos Alonso: «Sono contro il razzismo e mi oppongo a ogni tipo di discriminazione», ha spiegato a Sky Sport «ma preferisco solo mettere il dito sullo stemma che dice no al razzismo, come si usa fare in altri sport e nel calcio di altri Paesi. Ribadisco molto chiaramente che rispetto tutti e non discriminerò mai nessuno». Alonso non gradisce essere tirato per il bavero in questioni di squisita tenzone politica, spesso inerti davanti alle misure doverose anti emarginazione: «Penso che il mettersi in ginocchio stia perdendo forza simbolica, quindi preferisco solidarizzare in altra maniera». La scelta non ha generato alcun attrito con Romelu Lukaku, suo compagno nei Blues e alfiere delle istanze Blm: «Quando ci troviamo negli spogliatoi, siamo una famiglia. Ho un ottimo rapporto con tutti, amo tutti e fino a ora non abbiamo affrontato la questione. Non credo che ce ne sia bisogno, ma, naturalmente, se devo confrontarmi con qualcuno, dirò la stessa cosa che ho appena affermato e non credo sorgeranno problemi». Il suo allenatore Thomas Tuchel lo difende: «Tutti noi sportivi vogliamo dare un contributo decisivo per frenare ogni ghettizzazione. A volte occorre fare qualcosa di diverso per spezzare la routine, penso che Marcos intenda questo con le sue parole. Di sicuro posso assicurarvi al cento per cento che non è affatto razzista, anzi». Il succo è: libertà di scelta e di coscienza nel decidere come comportarsi all'inizio delle partite, lotta concreta alle discriminazioni, ma rifiuto deciso di assecondare la foga all'incasellamento tipica di quest' era. Una fregola che punta a uniformare comportamenti e gesti secondo dogmi universali e che va a braccetto con la cultura della cancellazione, quella che spinge molti dei militanti Black lives matter ad abbattere le statue di Cristoforo Colombo o di Winston Churchill, a far passare i libri inediti sotto al vaglio della censura, magari a cancellare i classici dai programmi universitari perché non conformi al modo di pensare corrente. Insomma, quell'ideologia che, con la scusa di valorizzare le libertà, alimenta le misure coercitive che di quelle libertà sono la loro perfetta negazione.

Giovanni Sallusti, autore del libro ''Politicamente Corretto - la dittatura democratica'' - Giubilei Regnani editore, per Dagospia l'8 gennaio 2021. Caro Dago, Vedo che le anime belle sono molto preoccupate dai colpi di coda del trumpismo. Hanno anche delle ragioni, visto che, con un capolavoro all’incontrario, il Potus uscente sta inspiegabilmente regalando loro gli argomenti per seppellire una presidenza che è stata manna per gli scorretti e i libertari, prima dell’allucinato finale di partita. Ma vorrei tranquillizzare lorsignori: l’outsider col toupè, buona o cattiva che sia, ormai è storia. Gli autorevolissimi, competentissimi, insiderissimi democratici invece sono la cronaca, e il futuro prossimo dell’America e del mondo. Gente come Nancy Pelosi, che ormai pare Speaker della Camera a vita, per investitura divina, colei che in queste ore invoca contro Trump il 25esimo Emendamento (sostanzialmente la rimozione per incapacità), insomma la nemesi perfetta del Puzzone. Ebbene, l’illuminata signora, insieme al Presidente del Comitato del Regolamento James McGovern, ha presentato alcuni giorni fa un piano di modifiche, appunto, al regolamento dell’aula. Il suddetto Comitato l’ha così presentato: “Questo pacchetto include riforme etiche radicali, aumenta la responsabilità per il popolo americano e rende questa Camera dei Rappresentanti la più inclusiva della storia”. Sì, abbiamo capito bene: nel parlamento della più grande democrazia liberale della terra si impongono “riforme ETICHE radicali”, espressione che fino ad oggi avremmo collegato alla frangia più ortodossa degli ayatollah iraniani. Da parte sua, la Pelosi ha così esternato il proprio entusiasmo: “I Democratici hanno elaborato un pacchetto di riforme coraggiose e senza precedenti, che renderanno la Camera più responsabile, trasparente ed efficace nel nostro lavoro per soddisfare le esigenze del popolo americano”. Un mega-piano di aiuti per aziende e lavoratori piagati dalla pandemia, superiore a quello pur considerevole che il pur Puzzone ha approvato? Una nuova strategia per affrontare la guerra commerciale contro la Cina, che sta ancor più pressando l’economia Usa nella morsa concorrenza sleale-effetti del Covid? Incentivi per far recedere i molti colossi a stelle e strisce che hanno percorso la via della delocalizzazione? Macché, l’abolizione di “padre” e “madre” dal vocabolario. Mi piacerebbe ammettere un’esagerazione etilica del cronista, caro Dago, invece il dispositivo nella clausola 8(c)(3) della regola XXIII (la libertà oggi muore così, per persecuzione burocraticamente asettica) prevede la rimozione dei “termini di genere”, irrimediabilmente obsoleti per la neolingua politically correct. E ne fornisce l’elenco completo: “padre, madre, figlio, figlia, fratello, sorella, zio, zia, cugino, marito, moglie, suocero, suocera, genero, nuora, cognato, cognata, patrigno, matrigna, figliastro, figliastra, fratellastro, sorellastra”. Nell’augusta aula tempio della democrazia mondiale potranno risuonare soltanto parole neutre e sessualmente corrette (cioè tecnicamente asessuate) come “genitore” o “coniuge”. Il tutto al fine di (Orwell oggi getterebbe la spugna, non è più immaginabile nessuna distopia sulle spoglie di questa realtà) “onorare tutte le identità di genere cambiando i pronomi e le relazioni familiari nelle regole della Camera per essere neutrali rispetto al genere”. Cioè: il regolamento interno del Congresso a guida democratica censura il linguaggio, per non cadere nello psicoreato sovversivo e reazionario secondo cui esistono un maschile e un femminile. E l’idea viene direttamente dalle teste d’uovo (o d’altro...) installate nel primissimo cerchio del Gotha democratico, coloro che avranno in mani i destini del globo per i prossimi quattro anni. Ma mi raccomando, anime belle, voi perseverate a twittare contro l’inesistente fascismo dell’ormai inesistente Trump.

Dalla secessione al Vietnam: quando l’America ha visto l’abisso. Andrea Muratore su Inside Over il 7 gennaio 2021. L’ora più buia della democrazia americana nell’ultimo secolo e mezzo; una pagina senza precedenti, una vergogna nazionale, l’equivalente per l’immagine statunitense nel mondo di ciò che l’Undici Settembre era stato per la sicurezza del Paese di fronte al resto del mondo. La giornata di follia del 6 gennaio, culminata con l’assalto e l’occupazione del Campidoglio ad opera dei sostenitori di Donald Trump ha già attratto su di sé definizioni forti, che a tratti potrebbero apparire quasi iperboliche se non parlassimo di un periodo storico così critico per le prospettive future degli States. Usciti col fiato corto dall’anno della pandemia e delle più contestate elezioni della storia contemporanea. Tra millenarismo, polarizzazioni estreme, faglie sociali sempre più evidenti (il caso George Floyd insegna) e trincee di odio sempre più profondo tra le parti politiche, da più parti il rischio che il Paese si stia incamminando verso un clima di guerra civile latente e a bassa intensità è percepito come forte e immanente. Nei mesi scorsi l’anchorman Tucker Carlson aveva avvertito circa la presenza di “piromani” desiderosi di incendiare la società statunitense, e la spirale di violenze che ha coinvolto in questi mesi teppisti di strada, Antifa, attivisti di Black Lives Matter, gruppi di estrema destra come i Boogaloo Boys e i Proud Boys, assieme alla marea montante dei tossici complotti del web sulle “elezioni rubate” da Joe Biden a Donald Trump hanno avvelenato un clima già teso. Il richiamo alla guerra civile porta in mente ai cittadini americani i paragoni con il conflitto di secessione combattuto tra il 1861 e il 1865. La più tragica epopea della storia della repubblica nordamericana, un duro e violento antesignano dei conflitti contemporanei che forgiò l’equilibrio politico, istituzionale e economico dell’America proiettatasi a divenire egemone globale nel secolo successivo. Una tragedia fondativa di un nuovo equilibrio, ma anche un conflitto brutale e fratricida attorno a grandi temi: la schiavitù, l’atteggiamento del Paese rispetto al resto del mondo, la libertà d’azione economica, i valori del governo. Temi su cui il conflitto diede risultati definitivi e il compromesso politico guidato dai successori di Abraham Lincoln costruì l’America moderna. Da allora in avanti più volte il Paese è stato squassato da tensioni e odi interni che hanno riportato in movimento le nubi più cupe e portato analisti e protagonisti degli avvenimenti ad azzardare paragoni con l’epoca della guerra civile.

Il voto del 1876. Nel 1876 il contestato esito delle elezioni presidenziali portò a nuovo braccio di ferro tra repubblicani e democratici. L’esito divisivo del voto aveva portato il candidato democratico Samuel Tilden, sostenuto dai consensi degli Stati del Sud che poco prima si erano ribellati nella Confederazione, sopravanzare nei consensi popolari l’avversario repubblicano Rutherford Hayes, ma conquistare un voto elettorale in meno di quelli necessari per vincere, pari a 185. Hayes, fermo a 165, reclamava i venti voti elettorali rimanenti sparsi tra Florida, Louisiana e South Carolina. Dopo un lungo braccio di ferro in cui più volte gli Stati Uniti andarono vicini a una nuova frattura, il 1877 portò con sé un compromesso: Hayes ottenne i voti elettorali insediandosi alla Casa Bianca, ma in cambio il governo federale terminò la più che decennale occupazione degli Stati del Sud ad opera dello United States Army, aprendo alla fase di egemonia dei Democratici del Sud al loro interno.

L’escalation razzista del Kkk. Alcuni decenni dopo, la minaccia interna agli Stati Uniti venne da una vera e propria battaglia per l’anima dell’America. La massiccia ondata migratoria verificatasi a cavallo tra XIX e XX secolo aveva messo profondamente in crisi il tradizionale modello “Wasp” su cui gli Usa fondavano la loro identità e la loro autopercezione. Nuove forze vive, dagli immigrati di ceppo tedesco e scandinavo a quelli provenienti dall’Italia e da altri Paesi dell’Europa mediterranea, modificavano la popolazione e la sua struttura, assieme agli equilibri politici e sociali. Durante e dopo la Grande Guerra, in reazione a un percepito pericolo, le forze politiche “nativiste” si organizzarono nel secondo Ku Klux Klan, che da organizzazione segreta divenne movimento di massa per difendere quella che era ritenuta l’identità ancestrale dell’America, bianca, anglo-sassone e protestante, contro i ceppi allogeni: cattolici “papisti”, mediterranei, ebrei e afro-americani. Il Klan mobilitò fino a 4-5 milioni di persone come suoi membri attorno al 1925 e fu solo l’avvento della Grande Depressione e la necessità di una risposta a questioni sociali ed economiche ben più impellenti che ne diluì la dirompente carica ostruzionismo e il radicalismo razzista. Nemici giurati del Klan erano esponenti “populisti” come padre Charles Coughlin, il celebre telepredicatore cattolico, e il governatore della Louisiana Huey Long, che popolarizzarono il sostegno alle misure di rilancio economiche poi fatte proprie da Roosevelt.

L’America spaccata degli Anni Sessanta. Tribalizzazione e divisioni interne non sono mancate in epoche diverse della storia Usa seguita alla guerra civile. Il filone narrativo è sempre stato molto simile, in ogni caso: rivolta di una componente consistente della popolazione per questioni di principio ritenute esistenziali, shock interni ed esterni come fattore di accelerazione o riflusso della crisi, formazione di gruppi culturali e politici autoreferenziali nel quadro di una dialettica complessa. La storia più recente ha presentato una trama dallo svolgimento simile nel corso del decennio più lungo degli Usa nel secondo dopoguerra, gli Anni Sessanta. La sovrapposizione tra l’eruzione magmatica della rivendicazione afroamericana di maggiori diritti e della fine delle discriminazione, che i legislatori ebbero l’acume di tradurre in leggi, l’ascesa delle varie forme di contestazione e controcultura e, soprattutto, la “sindrome del Vietnam” misero a più riprese in ginocchio il Paese. Proteste, rivolte, scioperi, scontri di piazza e un’ondata di depressione generalizzata travolsero il Paese, provocando un malcontento generalizzato che influì sull’ammissione finale della disfatta in Vietnam. Opposti estremisti prendevano piede, con l’obiettivo dichiarato di minare la convivenza civile tradizionale del Paese e arrivare addirittura a ghettizzare esplicitamente il Paese. La Nation of Islam dell’afroamericano Elijah Muhammad ebbe addirittura dal 1961 contatti con i suprematisti bianchi del redivivo Kkk, mentre nella storia è entrata la visita ufficiale fatto dal leader dei neonazisti statunitensi, George Lincoln Rockwell, a un convegno della stessa organizzazione presieduto da Malcolm X, incentrato sulla necessità della segregazione etnica. Il riflusso avvenne sia perché la politica seppe in parte accogliere le manifestazioni più ragionevoli della necessità di un cambio di passo (soprattutto sugli afroamericani e il Vietnam) sia perché a tempo debito non fece mancare la sua autorevolezza: Richard Nixon vinse due elezioni presidenziali, nel 1968 e nel 1972, appellandosi al buon senso di una maggioranza silenziosa lavoratrice e desiderosa di sicurezza che mostrò al Paese la sua compattezza di fronte alle frange più estremiste e criminose, che si ritrovarono ipso facto isolate anno dopo anno.

L’America del 2021 è nella palude. Nel bene e nel male, anche nei casi più estremi, questi episodi parlavano di un Paese in profonda crisi di identità ma al cui interno si presentavano posizioni chiare, nette e, nei limiti del possibile, inquadrabili e figlie del loro tempo. Le faglie odierne che stanno consumando gli Usa sono senz’altro strutturali ma riflettono un disagio più profondo, esistenziale, animato da una generica paura del futuro che si esprime in una concezione negativa ed ostile del potere, nell’ascesa di complottismi irrazionali, in un selvaggio tutti contro tutti. Lo stesso assalto al Campidoglio parla di uno scenario di questo tipo, di una rabbia senza una causa vera se non le trincee di odio politico e sociale scavate in questi anni. Lo stesso Donald Trump è conseguenza, causa e vittima della grande polarizzazione che sta dividendo gli Usa: conseguenza, perché senza di essa sarebbe stata impossibile la vittoria elettorale del 2016; causa, perchè Trump ha interpretato la presidenza come un campo da gioco personale a favore dello zoccolo duro degli elettori a lui favorevoli; vittima perchè, unitamente alla gestione del Covid, la sua figura l’ha trasformato nel nemico perfetto per traghettare un rilancio delle ambizioni politiche del Partito Democratico all’ultima tornata elettorale. E il crepuscolo del trumpismo inizia proprio con la folle giornata dell’Epifania in cui i buoi sono scappati dalla stalla e il malessere profondo che corrode l’America si è palesato. I paragoni col passato insegnano che nei momenti in cui la casa comune stava per andare in fiamme l’America ha trovato nel compattamento attorno a posizioni di compromesso, leader certi e visioni di lungo periodo un punto di sintesi capace di creare una nuova costituzione materiale e un nuovo ordine sociale. Dando fondo al significato etimologico del termine, ogni crisi ha risolto diverse questioni aperte, accelerando fasi di stabilizzazione politica e sociale. Ma dove sono ora gli uomini, le idee e i progetti per il futuro dell’America? Trump non ha saputo dare vere risposte, e nemmeno Biden appare in grado. Restano rivalità e tensioni, pensieri ostili e rabbia repressa. Resta una nazione che mai come ora deve evitare di fare altri passi verso l’orlo dell’abisso.

DAGONEWS il 7 gennaio 2021. I nemici degli Stati Uniti hanno perculato Trump dopo l’assedio dei suoi sostenitori al Campidoglio: il presidente iraniano Hassan Rouhani ha gongolato parlando della “fragilità della democrazia occidentale”, la Cina ha preso in giro le “belle” immagini di una folla che assalta il Campidoglio e i media russi hanno goduto davanti alle scene di caos. In un discorso trasmesso dalla televisione di stato, Rouhani ha detto: «Quello che abbiamo visto ieri sera e oggi negli Stati Uniti mostra soprattutto quanto sia fragile e vulnerabile la democrazia occidentale». In Cina i tabloid statati come Global Times hanno messo a confronto le immagini delle manifestazioni di Hong Kong con quelle di Washington. Nel mirino è finita soprattutto Nancy Pelosi: «La speaker Pelosi una volta ha parlato delle rivolte di Hong Kong come uno spettacolo bellissimo da vedere. Resta ora da vedere se dirà lo stesso dei recenti sviluppi a Capitol Hill». Anche la Lega della Gioventù Comunista cinese ha descritto i disordini come un "bellissimo spettacolo" sul social Weibo. Nel frattempo i media russi si sono rallegrati per il caos negli Stati Uniti. L'agenzia di stampa statale russa RT ha pubblicato un editoriale in cui sottintendeva che gli Stati Uniti stavano ricevendo ciò che si meritavano a causa della loro politica estera: «Ti rendi conto ora di quello che hai fatto? Gli Stati Uniti ora hanno il tipo di "democrazia" che hanno sostenuto all'estero» si legge nel titolo dell'editoriale, in cui si aggiunge: «gli Stati Uniti hanno denunciato come illegittime le elezioni presidenziali in Bielorussia, Bolivia e Venezuela». E dal Venezuela arriva un’altra trollata in una dichiarazione ufficiale: «Con questo deplorevole episodio, gli Stati Uniti stanno soffrendo della stessa cosa che hanno generato in altri paesi con le loro politiche aggressive. Speriamo che il popolo americano possa aprire un nuovo percorso verso la stabilità e la giustizia sociale».

MINATA LA CREDIBILITÀ DEGLI STATI UNITI. L’azione squadrista ha rivelato il vero volto degli Usa: un Paese dove la violenza determina i rapporti interni e internazionali. Alberto Negri su il 9 gennaio 2021 su Il Quotidiano del Sud. La credibilità internazionale degli Stati Uniti, già fortemente incrinata, è stata minata dalle fondamenta e nei suoi princìpi. Questo oggi è il vero problema di Biden, oltre agli ovvi e devastanti riflessi interni. Prima di affrontare la fase calda della campagna elettorale il neo presidente aveva messo in cima alla sua agenda internazionale l’idea di ospitare negli Stati Uniti “un vertice globale per la democrazia”, ispirato all’esperienza del vertice sulla sicurezza nucleare realizzato dall’amministrazione Obama-Biden. Con ogni probabilità allora non pensava minimamente che gli Usa da modello di democrazia sarebbero entrati nel novero dei Paesi a rischio. Questo 6 gennaio 2021 americano è paragonabile alla caduta del Muro di Berlino ed è forse peggio dell’11 settembre 2001 e degli attentati di Al Qaida a New York e Washington: cadono l’immaginario e il contenuto di quello che è stato contrabbandato come il “faro internazionale” della democrazia mondiale, come ostinatamente si continua a sostenere nei nostri giornali e nelle tv da giornalisti e politici ammantati di un’indigeribile retorica. L’azione squadrista che si è impadronita del Campidoglio ha rivelato il vero volto degli Usa: un Paese dove la violenza determina i rapporti interni e internazionali, un Paese di gente armata fino ai denti che dal Vietnam, all’Afghanistan all’Iraq ha condotto guerre dissennate costate la vita a milioni di persone. Altro che democrazia compiuta. L’America è un ottimo posto per fare ricerca, finanza, per tentare di diventare super ricchi o acquietarsi in una “middle class” precaria e discretamente noiosa che volta la testa dall’altra parte quando le raccontano in che posto vive. Un Paese pieno di disuguaglianze, di periferie terrificanti, che ricordano quelle del Sudafrica ai tempi dell’apartheid, con un sistema sociale e sanitario che in Europa non accetterebbero neppure in Albania. E infatti è il Paese al mondo con il più alto numero di morti per la pandemia da Covid. Trump ha ben rappresentato questa America che nonostante sia la potenza scientifica, tecnologica ed economica maggiore del pianeta (ancora per poco visto quel che fanno i cinesi) vive in una profonda ignoranza: infatti ogni volta che muove una guerra anche quelli che comandano devono correre a guardare una mappa per vedere dove stanno bombardando. Celebre fu la battuta di Bush junior in campagna elettorale quando un giornalista gli fece una domanda sui Talebani afghani: “I Taleban? Il gruppo rock intende dire?”, fu la sua risposta. Se ne accorse di chi erano quando diventò presidente con l’11 settembre. Chi ci sia sotto a prendersi le bombe americane è abbastanza relativo e in genere la popolazione ignora che cosa stiano facendo le loro forze armate all’estero a meno che, come avvenne in Iraq, non tornino le bare dei patria dei soldati Usa. L’8 settembre scorso la Brown University ha reso pubblico un rapporto sui dati raccolti dopo l’11 settembre 2001 fino al 2019: dall’inizio della cosiddetta guerra americana al terrore, i conflitti iniziati o partecipati dagli Stati uniti in otto paesi (Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, Somalia e Filippine) hanno provocato almeno 37 milioni tra rifugiati e sfollati interni, quattro volte il numero dei profughi rifugiati provocati dalla prima guerra mondiale, tre volte quello della guerra Usa in Vietnam e quasi pari a quello della seconda guerra mondiale. Un numero enorme e decisamente sottostimato: è molto più probabile che si aggiri sui 59 milioni. Una popolazione pari all’Italia. Non uno che nei nostri dibattiti tv faccia lo sforzo di ricordare questi dati: ormai siamo anche noi diventati ignoranti, o più probabilmente degli ipocriti. Il principio fondamentale, a ogni tornata elettorale americana, è ricordarsi una frase del grande musicista Frank Zappa: “La politica in Usa è la sezione di intrattenimento dell’apparato militare-industriale”. La democrazia negli Stati Uniti è una sorta di cortina fumogena che con le tv, gli Oscar, Hollywood e i Grammy Awards serve a tenere al guinzaglio il pianeta delle scimmie che in gran parte imita lo stile americano e si illude di essere “democratico”. Tutte queste non sono buone notizie, i regimi autoritari, sottolinea Pierre Haski sull’Internazionale, ne approfitteranno. La crisi della democrazia americana scatenata dal presidente uscente ha provocato derisione e sarcasmo nelle capitali alle quali gli Stati Uniti rimproverano costantemente il mancato rispetto della democrazia. Questa ironia è un pò rustica ma serve su un piatto d’argento nuovi argomenti di propaganda agli autocrati e ai regimi liberticidi. La Cina in primo luogo, ma anche l’Iran, la Russia, la Turchia, il Venezuela e gli stessi alleati degli americani come l’Egitto, l’Arabia saudita e Israele. Ma con che faccia Biden potrà rimproverare il generale Al Sisi oppure il principe saudita Mohammed bin Salman? Già gli Usa, chiunque sia il presidente, non fanno niente nei confronti dei dittatori loro alleati: basti pensare al caso eclatante di Bin Salman, un macellaio che ha fatto fare a pezzi il giornalista Jamal Khashoggi. Washington ha le prove evidenti che lui è stato il mandante.

Sulle colonne di Foreign Affairs, Biden ha scritto di volersi impegnare in tre aree di intervento: la lotta alla corruzione, la difesa dei popoli contro l’autoritarismo e la promozione dei diritti umani sia all’interno dei propri confini nazionali che in tutto il mondo. Ecco, se è ben intenzionato, può partire proprio dagli amici degli americani nel Golfo che sono anche i maggiori acquirenti di armi americane. Staremo a vedere ma non ci facciamo nessuna illusione.

Dini, Monti, Conte: 3 governi dopo 3 sconfitte. Su Trump la sinistra non dia lezioni di democrazia. Valerio Falerni giovedì 7 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia. Il solito tic della sinistra nostrana, più puntuale di una cambiale. E capace di trasformare anche l’assalto al Congresso Usa da parte dei trumpiani in un’arma per attaccare Salvini e Meloni. Le agenzie di stampa battono incessantemente pelosi appelli ai due leader «a condannare» e a «prendere le distanze». Non perché servano davvero a qualcosa, ma solo perché nel genoma della sinistra la politica estera è solo una miniera da sfruttare per fini interni. Inforcare le lenti deformanti del nostro asfittico dibattito interno per “leggere” eventi così drammaticamente epocali è solo un mix di provincialismo e malafede. Il primo si spiega da solo. Per la seconda occorre rinfrescare la memoria. E ricordare agli immemori che se c’è un pulpito da cui è impossibile impartire lezioni sul rispetto della volontà popolare, è quello della sinistra. I suoi esponenti sono gli unici nel mondo libero a governare dopo aver perso le elezioni. È così oggi con il Conte-bis, ma è stato così ieri con Monti e l’altroieri con Dini. I buzzurri e cattivi del centrodestra mietevano consensi, ma loro si beccavano i ministeri. E, alle strette, non disdegnavano di dar una mano alla fortuna. Un po’ come fanno i bari al tavolo da gioco. Su di loro ancora incombe la nube tossica del 2006. Ricordate? Partita tra le fanfare orchestrate da tv e giornaloni, che l’accreditavano di incolmabile vantaggio, la sinistra cominciò a sbiancare man mano che le urne sfornavano i voti veri. La remuntada berlusconiana s’interruppe alle latitudini campane, fermandosi a meno 24mila voti dall’Unione prodiana. Praticamente, tre voti a Comune. Lo spoglio era ancora in corso quando nottetempo Prodi e Fassino si auto-proclamarono vincitori. Particolare non trascurabile: il centrodestra “sconfitto” era al governo. Protestò, ricorse utilizzando gli strumenti legali e regolamentari di cui disponeva, ma poi sgombrò il campo. Lo stesso avvenne nel ’94, dopo il ribaltone di Bossi, e nel 2011, quando spread e manine varie ri-disarcionarono il Cavaliere.  Dal conto, solo carità di patria ci impone di scomputare girotondi, raccolte di firme, agguati mediatici e giudiziari. Tanti oppositori, un solo fine: sovvertire la volontà popolare. No, signori della sinistra: davvero non potete dare lezioni di democrazia. Anzi, quella americana è l’occasione buona per liberarvi del Trump che è in voi.

DEMOCRATICI SOLO A PAROLE. Mercoledì 9 novembre 2016. Elezione Presidente degli Stati Uniti d’America.

Come si elegge il presidente degli Stati Uniti, scrive il 7 novembre 2016 "Il Dubbio". Regole e procedure per la vittoria: elezione indiretta, collegi elettorali e insediamento. Queste le procedure di voto negli Stati Uniti per l'elezione del presidente. 

COLLEGIO ELETTORALE. L'elezione del presidente degli Stati Uniti è indiretta. Formalmente l'inquilino della casa Bianca è nominato il 19 dicembre (il primo lunedì dopo il secondo mercoledì del mese di dicembre) da 538 grandi elettori (i delegati, pari ai 435 deputati, ai 100 senatori e a 3 espressione della capitale) espressi dai 50 Stati in proporzione alla popolazione: la California che a 38,8 milioni di abitanti è il più politicamente pesante perchè ne assegna 55, mentre lo sterminato Alaska, dove vivono però solo 736.000 persone, ne attribuisce solo 3. Vince chi ottiene almeno 270 voti elettorali. Tranne che in Nebraska e in Maine, dove vige un sistema proporzionale, negli altri Stati chi vince anche di un solo voto popolare conquista l'intero pacchetto di grandi elettori. Caso emblematico resta quello delle elezioni del 2000. Sedici anni fa il democratico Al Gore, che aveva conquistato la maggioranza del voto popolare (50.999.897 voti contro i 50.456.002 del rivale repubblicano George W. Bush), perse per soli 537 voti gli allora 27 grandi elettori della Florida (oggi sono 29). Il tutto al termine di una lunga battaglia legale durata 6 settimane che vide a Bush assegnati 271 grandi elettori, uno in più della soglia di 270, e 266 a Gore.

IMPASSE. In caso di parità di grandi elettori tra i due candidati la scelta, prevede il XII emendamento approvato nel 1804, è affidata al Congresso: la Camera sceglie il presidente e ogni Stato esprime un voto; il Senato sceglie il vicepresidente. Lo stallo si verificò due volte nella storia americana (quando il numero di gradi elettori non era ancora di 538): nel 1800, quando Thomas Jefferson (il terzo presidente) e Aaron Burr ottennero ciascuno 73 voti e Jefferson vinse solo al 36esimo ballottaggio. E nel 1824 Andrew Jackson ottenne 99 voti elettorali, John Quincy Admas (che aveva in effetti avuto più voti popolari) 84, William Crawford 41 e Henry Clay 37, dal momento che nessuno aveva raggiunto la maggioranza di 131, decise la Camera e vinse Jackson al primo ballottaggio. 

ELECTION DAY. La data delle elezioni è fissata dalla Costituzione Usa nel martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre quattro anni dopo l'ultima elezione del presidente. Per candidarsi sono necessari tre requisiti imprescindibili: avere almeno 35 anni, essere nati negli Stati Uniti e risiedervi da almeno 14 anni. 

INSEDIAMENTO. Chi vincerà la sfida dell'8 novembre si insedierà alla Casa Bianca a mezzogiorno del 20 gennaio 2017. Il presidente giura nelle mani del presidente della Corte Suprema con la stessa formula usata da George Washington nel 1789: "Io solennemente giuro che svolgerò fedelmente l'incarico di presidente degli Stati Uniti e, al meglio delle mie capacità, preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti".

Baba Vanga, la profezia nerissima: Obama ultimo presidente. Cosa vuol dire, scrive il 9 novembre 2016 “Libero Quotidiano”. Secondo Baba Vanga, la mistica bulgara morta nel 1996 dopo 50 anni dedicati alla chiaroveggenza, Barack Obama sarebbe stato l'ultimo presidente degli Stati Uniti d'America: "Il 44° presidente degli Stati Uniti sarà afroamericano e sarà l'ultimo della loro storia". Cosa voleva dire la veggente? Che Donald Trump sarà un dittatore? Che sarà un fantoccio di Putin? O forse che durerà troppo poco? Difficile interpretare in questo momento le sue previsioni. Di certo Baba Vanga ha previsto molti eventi che poi si sono avverati come lo tsunami del 2004, l'attentato dell'11 settembre in America, il conflitto in Siria, il disastro di Chernobyl. Per il 2016 ha previsto poi la fine dell'Europa (Brexit?) e un'invasione dell'Europa da parte degli estremisti musulmani (la serie di attentati terroristici islamici in Francia e Germania). Per gli anni a venire, Baba Vanga ha previsto: 2018 la Cina diventerà una potenza mondiale, scioglimenti ghiacciai nel 2045, tra il 2170 e il 2256 una colonia su Marte vorrà rendersi indipendente dalla Terra; avremo una capsula del tempo entro il 2340, dal 4674 l'umanità e gli alieni saranno un unico popolo. L'Universo finirà nel 5079.

Nostradamus aveva previsto tutto: "Donald Trump presidente, poi la fine", scrive il 9 novembre 2016 “Libero Quotidiano”. Nostradamus, il veggente che ha anticipato nelle sue quartine la rivoluzione francese, Hitler, la bomba atomica e gli attentati dell'11 settembre, aveva previsto anche le vittoria di Donald Trump. Secondo i sostenitori dell'attendibilità delle visioni di Nostradamus, nella Prima centuria (Quartina 40) c'è scritto che il "false trumpet" (Trump, appunto) da presidente degli Stati Uniti "farà sì che Bisanzio (per molti la Grecia, Paese-chiave nella rotta dei migranti, ndr) cambi le sue leggi". Nella Quartina 57 si legge: sempre il false trumpet "provocherà grande discordia. Un accordo si spezzerà" e, con riferimento al "volto ricoperto di latte e miele giace a terra", molti hanno pensato a Israele che, secondo la Bibbia (Numeri 13, 27-29) e la Torah ebraica, è il "Paese dove scorre il latte e il miele". E ancora, la Quartina 50: "la Repubblica della grande città", intesa come Stati Uniti d'America, sarà portata "by trumpet" a impegnarsi in" costose operazioni militari. E se ne pentirà (the city will repent).

La profezia dei Simpson nel 2000: "Donald Trump sarà presidente degli Stati Uniti d'America". Donald Trump presidente degli Stati Uniti? Nel 2000 i Simpson lo avevano predetto. Nell'episodio intitolato "Bart to the Future", il maggiore dei fratelli Simpson ha l'opportunità di dare un'occhiata alla sua vita da adulto. Scopre di essere un perdente, come il padre, mentre la sorella Lisa è diventata la prima presidente Usa donna. "Come sapete, abbiamo ereditato una bella crisi di bilancio dal presidente Trump", si sente nella scena successiva.

Dilaga la protesta anti Trump dei "democratici" solo a parole. In America scende in piazza l'odio. I finti democratici non riconoscono il voto popolare. E marciano contro il nuovo presidente (eletto democraticamente), scrive Andrea Indini, Giovedì 10/11/2016, su "Il Giornale". Sono democratici solo a parole. Perché non rispettano il voto popolare, perché schifano che Donald Trump possa essere stato votato legittimamente da tutti gli americani, perché non accettano che il loro candidato (Hillary Clinton) non possa essere stato eletto. Così, questi finti democratici sono scesi in piazza in tutta l'America al grido "Not my president". Non lo riconoscono, insomma. E sputano su ogni singolo voto che è stato depositato nell'urna e, quindi, su ogni singolo americano che ha voluto dare fiducia al tycoon. È bastato realizzare che Trump avesse vinto davvero le elezioni e che quindi fosse il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti perché i finti democratici iniziassero caroselli, proteste e sit in. Fosse successo il contrario, avesse cioè vinto la Clinton, i repubblicani non avrebbero certo sfilato lungo le strade d'America gridando "Not my president". Ma questi sono, appunto, democratici. E così hanno inscenato decine di manifestazioni anti Trump in diverse città degli Stati Uniti. Da New York a Philadelphia, da Boston a Chicago. E così via: Portland, San Francisco e Washington. A Manhattan sono state arrestate una trentina di persone. A Seattle, in una sparatoria nello stesso quartiere in cui si svolgeva la protesta, sono rimaste ferite cinque persone, una delle quali in modo critico. La polizia della città ha, tuttavia, precisato che la protesta e la sparatoria, "una qualche forma di lite personale", non sembrano essere episodi collegati. L'autore della sparatoria è, però, riuscito a fuggire. Le parole di Trump, appena incassato il risultato pieno della vittoria, sono state distensive. "Sarò il presidente di tutti gli americani", ha detto invitando anche chi non lo ha votato a lasciarsi indietro i rancori e le divergenze. Ma i democratici sono per natura rancorosi se le cose non vanno come piace a loro. È così in tutto il mondo. Fa parte del loro dna. "Not my president" è il nuovo slogan scandito dai manifestanti scesi in piazza, ma anche l'hashtag sui social dedicato alla protesta contro l'elezione del candidato repubblicano. A New York la protesta si è svolta lungo la sesta avenue, fino alla Trump Tower. "No Trump! No KKK! - hannop urlato i manifestanti per le strade di Chicago - no agli Usa fascisti!". "He Made America Hate Again", il banner di uno dei manifestanti a Boston giocando sullo slogan usato da Trump in campagna elettorale. Eppure la Clinton è stata sportiva dopo la sconfitta: "Dobbiamo accettare questo risultato... Donald Trump sarà il nostro presidente. Gli dobbiamo una mentalità aperta ad una chance". Gli elettori del Partito democratico, invece, non lo sono. A Washington sono scesi in piazza, diretti alla Casa Bianca, persino un centinaio di liceali.

Trump rovina la festa agli ultras di Hillary, Bruno Vespa mattatore triste, scrive il 10 novembre 2016 Fabio Camillacci su "L'Altro Quotidiano". L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, arrivata contro tutti i pronostici della vigilia, ci ha insegnato molte cose. Che i media planetari di oggi (giornali, radio, tv e web) sono sempre più schierati, che i sondaggisti non ne azzeccano più una (Brexit docet) e ciò che è più grave, ahimè, che i giornalisti si sono trasformati in autentici ultras: fideisti, fondamentalisti, mai obiettivi tranne rare e preziose eccezioni. Piccola riflessione sui sondaggi: comincio seriamente a pensar male. Siamo proprio sicuri che siano sbagliati? O sono semplicemente truccati per influenzare e quindi pilotare un’elezione o un referendum? Forse si diceva che avrebbe vinto il “Remain” per invitare i cittadini britannici a non votare “Brexit” e forse Hillary Clinton veniva data in vantaggio per invitare il popolo americano a votare per lei, la presunta favorita delle masse. Ritengo assurdo ad esempio averla sempre considerata vincitrice dei duelli televisivi che hanno preceduto l’Election Day: duelli di basso profilo finiti al massimo con semplici “pareggiotti”, a volte con reti, altre volte a reti bianche. Errori clamorosi o premeditazione? In entrambi i casi, c’è da preoccuparsi. Nessuno riesce più a capire veramente le intenzioni di un popolo, a intercettarne le istanze, le necessità, le intenzioni di voto. Trump alla fine ha vinto contro tutti i pronostici, contro tutti i media (CNN e Fox News in primis) e contro i “radical chic” italiani e mondiali. Ma soffermiamoci sui guasti di casa nostra. Porta a Porta: un triste teatrino pro Hillary. Bruno Vespa colpisce ancora. Da Forlani a Renzi, passando per Berlusconi e il famoso contratto con gli italiani, Vespa invecchia, perde il pelo, ma, non il vizio: schierarsi sempre dalla parte del Potere, quello con la “p” maiuscola. Pregustando la vittoria, grazie ai sondaggi e all’immenso schieramento dei media in favore della Clinton, ha ovviamente scelto di parteggiare per l’ex first lady, l’ex Segretario di Stato americano, la donna forte dell’establishment a stelle e strisce. Ci viene un sospetto: forse stavolta il buon Vespa si è schierato con Hillary, anche per piaggeria nei confronti del presidente del Consiglio Matteo Renzi, reduce dall’indottrinamento ricevuto alla Casa Bianca dalla coppia Barack-Michelle: tifa per la Clinton. Una coppia che ha pure consigliato al premier di dare più spazio a sua moglie Agnese. C’è una piccola differenza però tra Obama e Renzi: Barack è stato eletto per due volte Presidente degli Stati Uniti raccogliendo in due tornate quasi 140 milioni di voti, Renzi no. Renzi non è stato eletto dal popolo, è stato “nominato” dall’ex Presidente della Repubblica Napolitano. Quindi, caro ex sindaco di Firenze, non prenda in parola Obama; anche perchè il redde rationem potrebbe essere dietro l’angolo. Nel frattempo, Renzi, la Boschi e tutto il cerchio magico della maggioranza dem, si sono trasformati in fan sfegatati di Hillary Clinton, salvo poi correre ai ripari a elezione di Trump avvenuta. Vespa e i suoi “pupi siciliani”. Porta a Porta di martedi 8 novembre sembrava più il “Grande Fratello Vip” dove non esistono vip, che una trasmissione di approfondimento e servizio. A proposito, il servizio pubblico Rai che fine ha fatto? Sono anni che latita, però, continuano a farci pagare il canone. Paghiamo il canone per trasmissioni da “tv spazzatura”. Uno studio televisivo abilmente trasformato in una sorta di Curva Sud scatenata nel tifo per Hillary Clinton, la vincitrice erroneamente annunciata. Uno studio trasformato in pollaio, in cui dalla tarda serata all’alba e oltre, sfila chiunque: renziani, politici, dinosauri della politica come Casini, diplomatici, professori universitari, giornalisti più o meno competenti e tante, tante donne. Tutti ovviamente tifosi sfegatati di Hillary, tranne qualche eccezione tipo La Russa, la Santanchè e pochi altri. Mosche bianche in studio. Vespa fa il direttore d’orchestra: stimola, istiga, riprende i suoi ospiti, li sgrida perchè stanno esagerando nel tifo per la Clinton (!?), cita aneddoti da “Guerra Fredda”, da “Compromesso Storico”. Incredibile. Ma perchè? E per chi poi? Per una come Hillary Clinton che sta nella “stanza dei bottoni” da anni, che fa parte di un’altra “Dynasty” come quella dei Kennedy o dei Bush. Per la donna paladina del femminismo (!?), per la Giovanna d’Arco del terzo millennio dell’universo femminile (!?), chiamata a battere lo spauracchio Donald Trump. Uno che peraltro secondo loro partiva battuto, che non sarebbe mai potuto diventare Presidente degli Stati Uniti perchè “sessista” (altro neologismo usato con troppa disinvoltura), evasore fiscale, cialtrone, incapace, buzzurro e chi più ne ha più ne metta. Dall’entusiasmo per i primi numeri elettorali, al de profundis. All’arrivo dei risultati è Vespa show. La Clinton è data al 70% in uno stato con appena 3 seggi scrutinati? E Bruno gongola cominciando a ipotizzare una valanga di voti per la candidata democratica. Arriva un dato analogo favorevole a Trump? In questo caso Vespa sottolinea che si tratta di pochissime sezioni. A un certo punto poi, quando lo “tsunami” Trump diventa concreto, il nostro va completamente in tilt, cominciando a dare i numeri: è proprio il caso di dirlo. Moltiplica i “Trump rischia di vincere” e i “peccato” in riferimento ai deludenti risultati di Hillary. Buca i momenti salienti della serata, cioè l’assegnazione di Stati decisivi, mandando in onda servizi patinati in cui viene letteralmente esaltata la figura della Clinton, proprio mentre la stessa riceve bastonate repubblicane dalle urne. Ribadiamo: ma perchè tutto questo ridicolo spettacolo? Sulle altre reti televisive non è andata meglio. Mentana su La 7 e Rainews 24 hanno offerto un ottimo servizio dal punto di vista giornalistico senza però rinunciare a fare il tifo per la Clinton, inviati e redattori compresi. Il direttore Di Bella e Friedmann in lutto per la sconfitta di Hillary. Addirittura in studio su La 7 c’è stato pure chi ha paragonato la vittoria di Trump al crollo del Muro di Berlino (avvenuto sempre il 9 novembre ma del 1989) e Mentana gli ha dato ragione. Follìa totale insomma, chiacchiere in libertà. La chicca dell’Election Day vissuto in salsa de ‘noantri, spetta però a Piero Sansonetti che in un talk-show pomeridiano ha avuto una crisi mistica e alzando gli occhi al cielo ha esclamato: “Signore ti prego non far vincere Trump!”. Senza parole.

Trump: la sconfitta dei giornalisti-tifosi, degli inviati nei grattacieli e degli analisti da salotto, scrive il 09/11/2016 Guido Paglia su “L’Ultima Ribattuta”. Che goduria guardare in tv le facce delle vedove dei vedovi di Bill e Hillary Clinton dopo le legnate rimediate nelle elezioni USA. E che sghignazzate a rileggere oggi le previsioni degli “esperti”: giornalisti, analisti, diplomatici e naturalmente sondaggisti. Da rotolarsi su tutti i pavimenti dei presuntuosi media americani ed europei. Ancora una volta, l’Italia si è particolarmente distinta, non c’è che dire. Da mesi i nostri giornalisti-tifosi ci martellavano sull’ineluttabilità della vittoria della Clinton, riciclando come analisi autonome le loro discutibilissime opinioni su Donald Trump. Nessuno che abbia avuto l’umiltà di girare davvero per gli Stati Uniti per tastare il polso degli elettori. Al massimo, ci hanno concesso di ammettere che neppure la moglie di Bill era la candidata democratica migliore. E finché hanno potuto, hanno tifato per il candidato più di sinistra, cioè Bernie Sanders. Facendo finta di ignorare che con lui la zuppa sarebbe stata ancora peggiore. Faziosi e incompetenti, oltre ogni limite deontologico. Ce ne fosse stato uno con il coraggio di sottolineare come l’aspirante prima Presidenta (così anche la Boldrini sarà contenta) Usa si sia sempre tenuta ben stretta il cognome del popolare marito, un po’ adultero, ma utilissimo per fare carriera. Qualcuno si ricorda che lei si chiama Rodham? Macché, Clinton nella buona e nella cattiva sorte. Appunto. E avete per caso sentito qualcun altro criticare il Presidente (in carica) Barack Obama e la sua dolce metà per aver fatto da agit-prop per quella signora che fino a pochi mesi fa odiavano e disprezzavano. Per carità, intoccabili. Peccato che proprio i disastri di Obama abbiano spinto gli americani ad accettare e votare perfino un personaggio come Trump, che certo non si è presentato nel migliore dei modi. Almeno per quanto riguarda gli standard europei. Pensate che adesso i giornaloni e i media tv richiameranno in patria i loro espertissimi corrispondenti, per spedirli al desk o in qualche lontana provincia dell’impero? Illusi. Al massimo li trasferiranno a Londra (Brexit docet), o ancora meglio a Parigi, dove potranno illuminarci sulle presidenziali francesi del 2017 e sull’ulteriore crescita del Front National di Marine Le Pen. E poi piangono perché la gente non compra più i giornali e i giovani si informano solo sulla rete. Ben gli sta. Perché di faziosità e di incompetenza si può benissimo morire.

La prima pagina senza pudore: Pd vergognoso, lo sfregio contro Hillary, scrive il 9 novembre 2016 “Libero Quotidiano”. Il quotidiano l'Unità ha preso una grande cantonata durante l'ultima notte. Mentre dagli Stati Uniti lo spoglio dell'Election day procedeva a rilento, i redattori del quotidiano un tempo gramsciano dovevano chiudere l'edizione del giorno e tornare a casa. I dati a disposizione nel cuore della notte non potevano indicare un vincitore, ma che importa: queste elezioni per i compagni dell'Unità erano già state vinte da Hillary Clinton. E allora perché non piazzare l'ex segretario di Stato in prima con un bel titolazzo-gufata "la notte di Hillary". E che nottataccia.

Accuse deliranti, sfottò violenti e poi silenzio: Zucconi l'ha presa bene, scrive il 9 novembre 2016 “Libero Quotidiano”. Vittorio Zucconi, emblema dell'intellighenzia sinistra e firma di Repubblica, nonché esperto di Stati Uniti e dintorni, ha smesso di Twittare intorno alle 5 del mattino, quando ormai era chiaro che le elezioni le avrebbe vinte Donald Trump. Già, troppo dura la botta, per lui. Lo si capisce anche dal rosicamento-maximo che trapelava dal suo account Twitter. Nella foto, uno screenshot degli ultimi cinguettii: accuse deliranti a Vladimir Putin, sfottò altezzosi a chi scordava un apostrofo e la resa ("il sogno di vedere la bandiera rosa finalmente issata sulla Casa Bianca torna nel cassetto per almeno 4 anni).

Il delirio degli irriducibili che ora schiumano rabbia. L'ascesa del «gorilla» Trump scatena lo psicodramma della sinistra chic: una catastrofe peggio del terremoto, scrive Paolo Bracalini, Giovedì 10/11/2016, su "Il Giornale". È in corso un vero dramma tra i democratici italiani dopo la tranvata clamorosa arrivata dagli Usa. Giornalisti liberal filo Pd, tifosi della Clinton, «esperti» di politica americana (col cuore a sinistra) che dopo aver twittato pronostici trionfali di vittoria e insulti al «gorilla» Trump sono spariti dai radar, generando profonda ansia tra i loro follower. «Qualcuno ha notizie di Vittorio Zucconi?» si chiedono su Twitter, in attesa che il corrispondente di Repubblica dia segni di vita, dopo aver descritto per giorni il tycoon come un troglodita sessuomane («Hillary sa cosa sono i codici nucleari. L'altro pensa che siano numeri di telefono di modelle e starlet disponibili»). Compatibilmente col fuso orario, Zucconi poi riappare, afflitto per la discesa nel baratro degli Usa come tutti gli altri vedovi inconsolabili della stagione Obama. Tipo Beppe Severgnini, americanista (ma anche anglista) del Corriere traumatizzato dopo la valanga Trump. Consegnare a lui l'America, assicurava Severgnini, «è come affidare lo Space Shuttle a un gorilla», a nessuno verrebbe in mente. Tranne agli elettori americani. A questo punto, l'unica è pregare: «God bless America - twitta la penna brizzolata - Dio benedica l'America. E, già che c'è, butti un'occhiata a tutti noi...». Lapidario Carlo De Benedetti, l'imprenditore tessera numero uno del Pd: «Trump è un imbroglione, dice di valere due miliardi di dollari ma ne vale 200 milioni». Dopo le magre figure fatte con la Brexit, ripetersi con le presidenziali Usa non è il massimo. Fortuna che almeno Gad Lerner ha un capro espiatorio cui attribuire la cantonata pubblicata sul suo sito alla vigilia del voto: «Dieci motivi per dormire ragionevolmente tranquilli e svegliarsi senza Trump». La profezia diventa virale sui social, che sbeffeggiano Lerner (nuovo acquisto della RaiTre a guida Bignardi), finché il giornalista è costretto a intervenire, scaricando la colpa sul giovane collaboratore («Di previsioni sbagliate ne ho collezionate parecchie - scrive a Dagospia - ma questa va invece attribuita al suo legittimo autore, bravo e in questo caso sfortunato: il mio amico Andrea Mollica»). In pieno shock, con sintomi evidenti, la deputata Pd Ileana Argentin che la spara grossa: «Questa elezione è una tragedia, non potevamo avere una notizia più brutta, dev'essere che il 2016 è un anno bisestile. Incredibile, una disgrazia dopo l'altra. Per me l'elezione di Trump è peggio del terremoto francamente» azzarda la parlamentare Pd, prima di affrettarsi a precisare - dopo le polemiche sul paragone col sisma - che «i terremotati sono nel mio cuore, non si può strumentalizzare quel che ho detto». Effetti collaterali della vittoria di Trump sui nervi sensibili della sinistra italiana. Tradita ancora una volta dai sondaggi, pompati dai media amici. «Tiè, beccate sta sventagliata blu» (il blu è il colore dei Democratici Usa) ha twittato improvvidamente Filippo Sensi, portavoce del premier Renzi, davanti ai primi exit poll che sembravano confermare la mappa del voto favorevole alla Clinton. Tutto sbagliato. Mancava l'esperienza di Walter Veltroni, un altro democratico listato a lutto per Trump alla Casa Bianca. L'ex leader del Pd, sull'Unità, aveva consigliato prudenza: «I sondaggi ormai sono cinquine al lotto». Quel che è certo, spiegava Veltroni, è che la sua vittoria sarebbe una catastrofe planetaria: è «il candidato più estremista che sia mai apparso sulla scena delle elezioni americane», con lui si apre «una grave crisi delle sue istituzioni democratiche», tanto che Veltroni sente ormai chiaramente «scricchiolare la democrazia», nientemeno. La soluzione? Il renziano Fabrizio Rondolino, nell'attesa, individua il problema: «Il suffragio universale comincia a rappresentare un serio pericolo per la civiltà occidentale». Luciana Littizzetto, comica politicamente schierata e profumatamente retribuita dalla Rai, sente invece altri tipi di rumori, visto che pubblica - con la consueta eleganza - la foto di un gabinetto con il volto di Trump sul muro e un water al posto della bocca del tycoon: «Questo è quello che ci riserva il futuro, buongiorno un corno». Messaggio quantomeno più incisivo di quello di Laura Boldrini, che si dice «sorpresa per l'esito del voto negli Stati Uniti», ma da femminista ci tiene ad assicurare che «Hillary non è stata sconfitta perché donna ma perché percepita come espressione dell'establishment». Si consola invece, con una lettura originale, l'ex piddino Stefano Fassina, convinto che la vittoria di Trump è «la vittoria degli operai contro il neoliberismo». Convinto lui. Meglio così che inconsolabili.

Sorpresa, Severgnini torna in vita dopo la batosta e sputa sopra a Berlusconi, scrive il 9 novembre 2016 “Libero Quotidiano”. Tranquilli, Beppe Severgnini è vivo e lotta insieme a noi. L'espertone di questioni americane per il Corriere della sera era praticamente scomparso da oltre 12 ore, ben prima che Donald Trump trionfasse alle presidenziali Usa. Qualcuno potrebbe essersi preoccupato del silenzio che ne è seguito sul profilo Twitter del giornalista. I più fedeli hanno tenuto il fiato sospeso fino alle 7.20 (ora italiana) perché il nostro beniamino tornasse a cinguettare con una preghiera straziante rivolta a Dio, affinché potesse proteggere l'America da un minaccioso Trump seduto alla scrivania della Sala ovale "e già che c'è, butti un'occhiata a tutti noi...". La delusione sembra essere stata forte, ma la stanchezza per la nottata passata a seguire lo spoglio si è fatta sentire anche nelle dita del nostro zazzeruto scrittore. Troppe ore in piedi per scrivere un commento su quanto gli stesse accadendo davanti agli occhi, così ha pensato bene di riciclare un suo pregiatissimo pezzo pubblicato nientemeno che sul sito del New York Times del settembre 2015. Non un articolo a caso, ma un bel confronto tra il "demagogo" Silvio Berlusconi e Donald Trump. Severgnini ci aveva provato a mettere in guardia gli americani dalla pericolosissima minaccia che gli italiani avevano già conosciuto e dalla quale erano miracolosamente sopravvissuti. E invece niente, testardi questi americani che non lo hanno voluto ascoltare.

Giovanna Botteri, la più ostinata delle giornaliste contro Donald Trump, scrive “Libero Quotidiano" il 10 novembre 2016. Non solo Hillary Clinton: dal voto americano escono distrutti anche giornalisti e sondaggisti. E non solo quelli a stelle e strisce. Sui nostri quotidiani, infatti, autorevoli commentatori hanno speso lunghe giornate e fiumi d'inchiostro per spiegarci che Donald Trump aveva già perso. E l'Oscar per la peggiore informazione possibile, come nota con un pizzico di ferocia Italia Oggi, forse lo conquista Giovanna Botteri, la storica inviata della Rai3, la quale ha cannoneggiato per mesi contro il "magnate sfrontato e offensivo" Trump, l'uomo che si sarebbe piegato al trionfo inevitabile di Hillary, per la quale al contrario sprecava encomi e toni enfatici. Per la Botteri, infatti, la Clinton non era tanto simbolo di banche e alta finanza, ma nume tutelare delle minoranze. Una lunga campagna elettorale, quella di Giovanna, dall'esito disastroso. Una campagna elettorale dopo la quale dovrebbe meditare in una sorta di buen retiro...

Il ciclone Trump. Il naufragio dei giornalisti ignoranti e una certezza: Renzi porta sfiga, scrive Augusto Grandi il 9 novembre 2016 su "Destra.it". Le conseguenze del trionfo di Trump alle presidenziali americane si inizieranno a comprendere quando verrà scelta la squadra che contornerà il presidente. Si vedrà, allora, quali promesse verranno mantenute e quali accantonate. Ma le conseguenze che non vedremo mai, purtroppo, sono quelle che dovrebbero trarre i troppi inviati, corrispondenti, analisti, esperti, conduttori che riempiono spazi sui giornali italiani e blaterano in tv. Ancora una volta non hanno capito nulla e ancora una volta non si sono vergognati e stanno continuando ad occupare spazi ed a blaterare in tv. Che fossero tutti schierati con la Clinton è un problema loro: solo gli ignoranti credono ad un giornalismo italiano super partes. Ma se il tifo è ormai legittimo, l’incapacità di comprendere non è altrettanto legittima. A maggior ragione se sei una giornalista strapagata dalla Rai con i nostri soldi del nostro canone. Sei pagata per capire, non per tifare. E adesso, con il canone, dovremo pagare le damigiane di Maalox necessarie per metter fine ai dolori della signora delle cattive notizie (incapace di sorridere anche quando annuncia una vincita al superenalotto)? Gli altri, almeno, sono strapagati con i soldi di chi si ostina ad acquistare giornali sempre meno credibili, sempre meno documentati. I Severgnini, i Riotta, i Lerner avranno il buon gusto di tacere? I Gramellini, i Fazio la smetteranno di blaterare? Pia illusione. Non è colpa loro se Clinton ha perso. La colpa è di questo stramaledetto popolo che crede ancora nella democrazia, che utilizza il suffragio universale per scegliere un candidato invece di farselo imporre da una fondazione, da una loggia, dal gruppo di giornalisti politicamente corretti. Un popolo bue che vota male, che non si lascia guidare dalle star di Hollywood. Ma come si permettono? Madonna sostiene la Clinton, promettendo performances sessuali, e loro la snobbano e votano Trump? Inaccettabile. Bisogna tornare al voto per censo. E poi la divisione territoriale diventa fondamentale. Le città politicamente corrette, dove vivono gli oligarchi, scelgono Clinton. Le campagne dove lavorano i bruti, dove vivono i rozzi che zappano invece di dedicarsi a visitare mostre di arte d’avanguardia, scelgono Trump. Già da queste divisioni appare chiaro che è necessario intervenire subito. Togliendo il diritto di voto ai campagnoli, riservandolo agli urbanizzati con reddito particolarmente elevato. E togliendolo anche agli afroamericani, che non sono andati a votare, così imparano. Oddio, togliere il diritto di voto a chi non vota non è particolarmente geniale, ma è meglio non dirlo a Rondolino. Ed i maledetti latinos? I grandi inviati italiani dei giornali e delle tv avevano annunciato la sicura vittoria di Clinton perché si stava registrando un boom di votanti latinos. E invece questi ingrati tendenzialmente fascisti hanno votato in massa, ma per Trump. Ne avessero azzeccata una, i servi dell’informazione di palazzo. Ed hanno pure sorvolato sull’effetto sfiga del bugiardissimo, volato negli Usa a portare il suo sostegno a Clinton, con gli stessi risultati ottenuti con il suo sostegno a Nibali o alla Pellegrini.

Trump: e le stelle di Hollywood stanno a guardare, scrive Maurizio Acerbi il 9 novembre 2016 su “Il Giornale”. E adesso come la mettiamo con tutti gli endorsement dei divi di Hollywood? Con la lista delle 167 star che hanno appoggiato pubblicamente la Clinton, la candidata alla Casa Bianca con il maggior numero di testimonial della storia? Le stelle, per quattro anni, staranno a guardare, interrogandosi sul loro reale appeal sulla gente, pari a zero. Da DiCaprio a Clooney, da De Niro a Hoffman, da Damon a Penn (e mi fermo qua), tutti hanno fatto a gara per salire sul carro del presunto vincitore, ritrovandosi a piedi. A questi, aggiungeteci i “grandi elettori” del mondo musicale, sorpresi, sconvolti, increduli (come, ad esempio Madonna, che la vittoria di Trump ha lasciato a bocca aperta) e vedrete che lo scorsa notte si è materializzata una verità ai più invisa: lo star system conta in politica come il due di coppe quando la briscola è bastoni. A cosa è servito mandare messaggi sempre più espliciti e meno subliminali nei film? Mostrare thriller con (casualmente, of course) protagoniste candidate alla presidenza donne, ovviamente positive (mi riferisco a La notte del giudizio: Election Year), che avevano la meglio sul becero candidato maschio guerrafondaio e violento? E che dire del film strappalacrime che racconta la storia del primo appuntamento tra Obama e la sua Michelle (da noi esce la prossima settimana)? Insomma, loro ci hanno provato, fino alla fine, ma gli americani hanno scelto diversamente. Andranno a vedere i loro film, li apprezzeranno come attori, ma finisce qua. Quando si tratta di decidere del proprio destino politico, non c’è divo che tenga. Che Hollywood se ne faccia una ragione.

Madonna resta a bocca asciutta e Hollywood ora non ride più. Dalle minacce alle proposte di sesso orale, le star le hanno provate tutte per frenare la corsa del tycoon, scrive Paolo Giordano, Giovedì 10/11/2016, su "Il Giornale". In fondo la più coerente è stata Lady Gaga che ieri, dopo aver appoggiato Hillary Clinton, è malinconicamente andata a protestare davanti alla Trump Tower di New York. Ma tutti gli altri nisba. Nessuno, compresa la generosa Madonna che aveva promesso più sesso orale per tutti gli elettori di Clinton, fino a ieri sera ora italiana ha fiatato dopo lo sberlone elettorale della loro protegèe. E dire che in questi ultimi dodici mesi erano scesi in campagna elettorale manco fossero candidati. Molti in modo garbato, come negli ultimi giorni Beyoncé o Rihanna o Meryl Streep o Katy Perry. Altri in maniera molto meno civile come un insolitamente arrabbiato Robert De Niro che non ha usato giri di parole: «Trump è un maiale, lo prenderei a pugni, mi fa arrabbiare che questo paese sia al punto di consentire a quest'idiota di arrivare sin qui». Noblesse oblige. Nel complesso, la lista dei clintoniani è lunghissima: da Leonardo Di Caprio, Richard Gere, Jessica Alba, Ben Affleck fino a Jennifer Aniston, Justin Timberlake, Bruce Springsteen, Jon Bon Jovi e via dicendo. Uno spiegamento di grandi nomi che, secondo gli analisti, non ha spostato gli equilibri di voto. Né stavolta né nelle altre campagne elettorali. L'unica eccezione (e sono sempre gli analisti a confermarlo) è stato l'endorsement di Oprah Winfrey nel 2007 a Barack Obama. E lo conferma anche la schiera di vip che nel corso di questi ultimi mesi si è espressa a favore di Donald Trump. La stampa americana, sempre assai snob quando gli conviene, l'ha definita una «C-List», ossia una lista di serie C, nonostante il nome più grande tra i sostenitori Vip di The Donald fosse in realtà il più famoso oltre che il più blasonato di tutti: Clint Eastwood, che oltretutto ha incontrato più volte Trump nel corso del 2016. Tra gli altri supporter si contano Puff Diddy (vero nome Sean Combs), ex di Jennifer Lopez che invece ha tifato per Hillary, poi Mike Tyson, Chuck Norris, il leader dei Kiss Gene Simmons, il giocatore di football Tom Brady, l'eroe della chitarra rock Ted Nugent, la Tila Tequila famosa per il suo decollète, e uno dei personaggi cult della tv anni Settanta e Ottanta: Lou Ferrigno, celebre per L'incredibile Hulk nonché due volte Mister Universo. Due metri e 137 chilogrammi di peso che sono arrivati a dire: «Donald è il migliore». Naturalmente una frase accolta tra i sorrisi di sufficienza della grande stampa. Dopotutto, la «C-List» non spostava voti. Ma solo ieri si è confermato che non ne ha spostato neanche la roboante «A-List». E ora che Clinton ha perso e Clint ha vinto, si fanno i conti. Ovviamente è iniziato il cosiddetto «band wagoning», ossia quel fenomeno tipicamente italiano di salire sul carro del vincitore. Negli Stati Uniti, Lady Gaga a parte, si mette in pratica per lo più con il silenzio, a meno di non essere come Susan Sarandon che, odiando pubblicamente Hillary Clinton, ha subito espresso il suo favore per l'altro candidato democratico Bernie Sanders e poi ha evitato altre dichiarazioni. Una situazione più o meno simile a quella verificatisi dopo l'elezione di George W. Bush, quando alcune rockstar (tra le altre anche Pearl Jam, Neil Young e REM) avevano addirittura organizzato un tour musicale negli Stati Uniti contro il candidato repubblicano. Centinaia di migliaia di biglietti venduti ma zero influenza alle urne. Idem adesso. Con una differenza. Si è creata una «Zero-List», ossia la lista delle celebrità come Madonna o Bruce Springsteen o Robert De Niro che risultano ininfluenti ai fini elettorali. Per loro probabilmente è stato l'ultimo endorsement presidenziale e, senza dubbio, l'ultimo apertamente invocato dai candidati. A conferma che, per restare credibile, il pop deve essere popular e trasversale. Se smette di esserlo e si schiera apertamente, dimostra di non avere più alcun peso specifico.

Usa 2016, elettore di Hillary si presenta da Madonna per il sesso orale. Soltanto qualche settimana fa Madonna aveva promesso del sesso orale a tutti quelli che avrebbero votato per Hillary Clinton, ma ora la pop star si rimangia tutto, scrive Anna Rossi, Mercoledì 09/11/2016, su "Il Giornale". Madonna non mantiene le promesse e respinge tutti gli elettori di Hillary Clinton. Soltanto qualche settimana fa, la pop star aveva annunciato durante un suo concerto che avrebbe praticato del sesso orale a tutti coloro i quali avrebbero votato per la Clinton. Ma al termine dell'elezioni tutti i nodi vengono al pettine e si scopre che la proposta indecente di Madonna era soltanto propaganda politica. Come riporta il DailyNews, infatti, un fan della cantante, ieri, si è presentato con tanto di foto della scheda elettorale all'ingresso della townhouse della cantante, nell'Upper East Side di Manhattan, rivendicando il tanto millantato sesso orale. Ma quando si è recato dai responsabili della sicurezza per spiegare che era venuto a ritirare il suo "premio", la guardia si è messa a ridere e ha precisato: "Non ho informazioni a questo proposito, mi dispiace". Il fan della pop star ha subito raccontato il fatto sui social e si dice deluso per il comportamento e per la promessa non mantenuta.

Monica Lewinsky, drammatica confessione: "Quello che ho fatto a Clinton è perché avevo problemi di salute mentale". Libero Quotidiano l'1 ottobre 2021. Monica Lewinsky, 23 anni dopo lo scandalo con Bill Clinton, ha dichiarato di aver sofferto di "gravi problemi di salute mentale" durante lo sua relazione con l'ex presidente degli Stati Uniti mentre, ventenne, stava facendo uno stage alla Casa Bianca. La donna, che oggi ha 48 anni, si è confessata in una intervista per il podcast The Axe Files del canale televisivo statunitense CNN. L'indagine sullo scandalo, che ha portato alla procedura di impeachment di Clinton, riporta il Messaggero, le ha fatto venire "pensieri suicidi" sulla scia del suo scoppio nel 1998. "Non riuscivo a vedere una via d'uscita. E ho pensato che forse quella fosse la soluzione", ha detto al suo intervistatore, il commentatore David Axelrod, che è rimasto sconcertato. La Lewinsky ha confessato di aver persino chiesto: "Che cosa accadrebbe se morissi?" agli avvocati che lavoravano per l'allora giudice americano Kenneth Starr. Nella sua attuale riflessione, Monica Lewinsky ha detto che all'epoca le sarebbe servito "uno psicologo" per affrontare quello scandalo pazzesco. I commenti della Lewinsky seguono la première americana della serie Impeachment: American Crime Story, una nuova serie sul caso Lewinsky che racconta lo scandalo sessuale di Bill Clinton, che gli costò quasi la presidenza degli Stati Uniti.

Dagotraduzione da Hollywood Reporter il 15 giugno 2021. La 20th Television ha firmato un accordo di produzione preliminare con Monica Lewinsky e la sua società. La notizia arriva mentre la Lewinsky sta ultimando l’ultima puntata della serie antologica di “American Crime Story”, “Impeachment: American Crime Story” per la quale è produttrice. Come suggerisce il titolo, “Impeachment” racconterà gli eventi che hanno portato al primo impeachment di un presidente in carica in oltre un secolo. Beanie Feldstein di Booksmart interpreta l'ex stagista della Casa Bianca, Clive Owen sarà Bill Clinton, Edie Falco vestirà i panni di Hillary Clinton e Sarah Paulson quelli di Linda Tripp. La serie sarà presentata in anteprima il 7 settembre su FX. «Poiché il nostro team ha conosciuto Monica attraverso il suo coinvolgimento con la nostra prossima edizione di American Crime Story, siamo rimasti molto colpiti dal suo istinto di produttrice e dal suo desiderio di portare sullo schermo storie provocatorie e mai raccontate. È formidabile e appassionata del lavoro, e siamo fiduciosi che questo accordo preliminare porterà a molti progetti di successo insieme», ha detto il presidente della 20a TV Karey Burke in una dichiarazione rilasciata lunedì. Negli ultimi anni, Lewinsky si è riciclata con successo come scrittrice, oratrice e attivista, un cambiamento che è iniziato con un saggio del 2014 per Vanity Fair, in cui ha riesaminato le sue esperienze personali al centro del vortice mediatico del 1998. Il suo Ted Talk del 2015, “The Price of Shame”, è stato visto quasi 20 milioni di volte. Negli anni successivi, il lavoro di advocacy di Lewinsky si è concentrato sulla creazione di un ambiente di social media più sicuro e spesso la Lewinsky affronta argomenti tra cui la resilienza digitale, la privacy e la coltivazione della compassione online. Tra i suoi altri progetti imminenti: il documentario HBOMax 15 Minutes of Shame, che esplora ciò che la piattaforma ha soprannominato «l'epidemia di vergogna pubblica» nella nostra cultura. Lewinsky è un produttore esecutivo. «Sono interessata a una narrazione che sia divertente, stimolante e commovente, che faccia avanzare una conversazione esplorando la condizione umana da una lente inaspettata. Questo è ciò che mi entusiasma nel formare la Alt Ending Productions e nel lavorare con la 20th Television», ha aggiunto Lewinsky in una sua dichiarazione. «La mia storia è stata manipolata per molti anni, sono molto interessata alle voci o alle prospettive che storicamente non sentiamo o vediamo. Sono piene di potenziale non sfruttato. Non vedo l'ora di lavorare e imparare da donne visionarie come Karey Burke e [20th executive vp development] Carolyn Cassidy e ho un debito speciale con Ryan Murphy per avermi sostenuto come produttore».

Usa 2016: Fiorello, gli endorsement dei vip portano sfiga.  Gabriele Muccino ospite Edicola Fiore da LA, "Trump devastante", scrive l'Ansa il 09 novembre 2016. "Gli endorsement dei personaggi di spettacolo portano sfiga": è la conclusione di Fiorello che commenta con ironia l'esito del voto americano che ha dato ragione a Donald Trump nonostante l'appoggio a Hillary Clinton delle star, da Madonna a Lady Gaga a Bruce Springsteen. Gabriele Muccino, visibile su un iPad in collegamento con Edicola Fiore da Los Angeles, non nasconde la sua preoccupazione per il trionfo di Trump. "Sono devastato, triste e preoccupato", ha detto il regista, che vive e lavora da tempo negli States, ma non vota lì, come ha spiegato. "C'è un clima bruttissimo. L'America è divisa - ha aggiunto Muccino - e anche le famiglie sono divise" perché Trump trasmette "messaggi forti, che riguardano i valori". Divertente l'audio in cui la Clinton, doppiata, ringrazia tutti, inclusi gli amici di Edicola Fiore. E mentre Fiorello legge una ultim'ora sul futuro di Hillary, "assessore al Bilancio del comune di Roma", Giorgia Meloni, imitata da Gabriella Germani, ci ricorda che da Casa Bianca a Casapound il passo è breve. 

Elezioni Usa, il coro stonato di sondaggi e analisti-tifosi. Le fonti di tanti scenari farlocchi? Sempre gli stessi ambienti, lontani dagli elettori, incapaci di captare il linguaggio di chi sta fuori, di chi sta lontano e che dunque vota in modo bizzarro e imprevedibile, scrive Pierluigi Battista il 9 novembre 2016 su "Il Corriere della Sera". Risultato straordinario nelle elezioni presidenziali americane. Sicuro, anche perché non era prevedibile una tale concentrazione di sondaggi farlocchi, di previsioni fallaci, di analisi sballate, di certezze finite in frantumi, di ironie controproducenti, di teoremi infondati, di desideri scambiati per realtà. Risultato straordinario di strafalcioni e deduzioni semplicistiche. Si era detto. Meglio: avevano detto. Meglio ancora: avevamo detto, tutti noi dei giornali e dei media. C’era sempre l’inviato di punta che cominciava le sue riflessione: «gli analisti dicono», i più prudenti ammorbidivano, «tra gli analisti circola la sensazione». Gli «analisti». E cioè, chi sarebbero, che titoli hanno, dove si è formata la loro sicumera: nelle aule universitarie, o nelle cattedre del sentito dire, o in qualche bistrot con un bicchierino come ausilio per la dissertazione chic? E le fonti degli «analisti» dove si trovano? Difficile da dire. Però facile da immaginare che siano persone che frequentano gli stessi ambienti, hanno gli stessi tic, parlano lo stesso linguaggio. E che perciò sono incapaci di captare il linguaggio di chi sta fuori, di chi sta lontano e che dunque vota in modo bizzarro e imprevedibile. Per dire, sostenevano come se stessero rivelando una verità incontrovertibile che l’establishment repubblicano riottoso con Trump, spodestato da elezioni primarie che ne hanno messo in crisi la stessa identità, avrebbe fatto mancare il suo appoggio condannando Trump alla sconfitta sicura. Per dire, vedendo Obama ma anche Michelle (lei con magnifici discorsi, peraltro) mobilitati nel sostegno incondizionato a Hillary, dicevano che gli elettori afro-americani si sarebbero presentati in massa nei pressi dei seggi elettorali seppellendo con i loro voti l’odiato Trump. Non è vero, questa mobilitazione non è stata poi così massiccia, la previsione spacciata come una certezza si è rivelata molto fragile, Trump non è stato seppellito dal voto nero: un desiderio, non una conclusione da freddi «analisti». I quali, in Italia anche, fino a stanotte hanno continuato con lo stesso mantra, un po’ esagerato. Freddi «analisti», poi. Hanno calcolato che su un totale di 59 giornali americani grandi e piccoli, solo uno è stato filo-Trump, contro i 16 filo-Romney di quattro anni fa contro Obama. In Italia non è stato molto diverso, e le fonti sono rimbalzate da un continente all’altro, ma sempre all’interno di uno stesso mondo. Sempre gli stessi sondaggi, accolti come oracoli, anche sbagliando date, con la diffusione di dati per esempio che hanno preceduto l’affaire delle mail di Hillary e scambiati per dati successivi alla notizia dell’indagine Fbi. Dicevano: dopo le brutte, anzi orrende frasi sessiste di Trump, le donne avrebbero votato in massa per Hillary Clinton. Dicevano, anzi dicevamo, perché nessun giornale, nessuna tv, nessuna radio può dirsi immune da questa falsa coscienza spacciata per scientificità: certamente i latinos della Florida faranno pagare a Trump le sue frasi sul muro da alzare contro gli immigrati. E invece Trump ha vinto in Florida, e anche con un distacco che ha escluso l’incubo degli riconteggi. Dicevano, anzi dicevamo che gli stati del Michigan, del Wisconsin, della Pennsylvania erano sociologicamente e culturalmente una cassaforte elettorale nelle mani di Hillary, totalmente invulnerabili ai richiami trumpisti: si è proprio visto. E anche quando i risultati sorprendenti hanno cominciato a incrinare le certezze degli «analisti» e dei sondaggisti, tra i numerosi e non vinti rappresentanti delle due categorie ci si è detti certi che nel suo discorso di trionfo Donald Trump avrebbe spinto sull’acceleratore dello scontro, e invece Trump è stato molto «presidenziale», «inclusivo» come usa dire. Non ne hanno, non ne abbiamo azzeccata uno, sulle donne, sui neri, sui latinos, sui repubblicani dissidenti, eppure ci si stupisce, come se la realtà avesse fatto un dispetto agli «analisti» — non adeguandosi alle loro ingiunzioni e alle loro previsioni. Analisi. O meglio: tifo. Tifo accecante, almeno stavolta.

Liberali italiani alla prova del Trump. Guardando la Clinton vs. The Donald, riflessioni sull’offerta politica a destra nel nostro paese e sul surrogato renziano. Parlano l’economista Alesina, l’avvocato De Nicola, il direttore Ostellino e lo storico Orsina, scrive Luciano Capone il 28 Settembre 2016 su “Il Foglio”. Il confronto televisivo tra Donald Trump e Hillary Clinton, la coppia di candidati alla Casa Bianca più impopolare della storia degli Stati Uniti, ha forse chiarito le idee all’elettorato americano. Per i liberali duri e puri, orfani di Ronald Reagan e a cui di questi tempi non dispiacerebbe neppure la terza via di Bill Clinton, la decisione è ancora più complicata. Visto dall’Italia, poi, dove la rappresentanza politica liberale è quanto mai frastagliata (per non dire eterea), quel confronto americano può causare invidie ma anche fornire spunti ideali per un domani possibilmente più radioso. Parla Alesina: “Trump sta depurando il Partito repubblicano dalle infiltrazioni liberal” Uberizzare il pil. Un’idea (renziana). Abbiamo chiesto ad alcuni opinionisti italiani di rifletterci su. Meglio Hillary o The Donald? “Penso che Trump non sia adatto a fare il presidente degli Stati Uniti, ha idee protezionistiche pericolose, non ha mai espresso politiche credibili, ma solo slogan populisti – dice Alberto Alesina, economista a Harvard e visiting professor alla Bocconi – Dall’altro lato la Clinton continuerà a fare ciò che è stato fatto finora, anzi, propone di aumentare le tasse e la spesa pubblica. Se vince non sarebbe una catastrofe immediata, ma non farà molto per risolvere i due grandi problemi del paese: un debito pubblico enorme e il rallentamento della crescita”. Alesina, che in passato ha appoggiato Mitt Romney contro Barack Obama, dice che questa volta “manca un candidato liberal sui diritti civili ma conservatore e pro market in economia, a causa della crisi del Partito repubblicano”. E’ più o meno lo stesso scenario che si trova di fronte l’elettorato italiano? “In Italia, per un liberale l’unico sbocco è attualmente nell’area centrista della sinistra, un po’ come accade negli Stati Uniti, dato che i repubblicani sono nelle mani di estremisti religiosi e populisti”. Di fronte all’alternativa Trump-Clinton, Alessandro De Nicola, presidente dell’Adam Smith Society, preferisce il candidato libertario: “Se fossi americano voterei per Gary Johnson. E’ un candidato leggerino e un po’ matto ma bisogna evitare l’elezione di Trump, sarebbe la rovina degli Stati Uniti e un grave colpo alla stabilità mondiale”. Perché non votare per Hillary allora? “La Clinton è un Nixon in gonnella con politiche più deleterie di Nixon, ma è un male rimediabile. Spero che venga eletta con un mandato debole, così che il paese rinsavisca e tra quattro anni non riproponga i candidati peggiori di sempre”. Per un liberale è la stessa crisi di coscienza che si presenta in Italia? “Renzi, con tutti i suoi difetti, è meno peggio della Clinton: mentre la prima sposta l’asse dei democratici verso sinistra, lui sposta il partito lievemente verso l’area liberale e centrista. In un ballottaggio con Grillo o Salvini non avrei dubbi: voterei per Renzi”. Piero Ostellino, editorialista del Giornale, si è fatto un’altra idea. “Trump viene delegittimato perché populista, ma la sua immagine è distorta da una stampa schierata con la Clinton. Trump in realtà rappresenta una posizione diffusa nel mondo occidentale, su temi che riguardano la gente comune”. Il magnate americano quindi incarna una frattura reale tra popolo e élite che viene oscurata dai media: “Le élite sono tutte con la Clinton, mentre Trump nella sua rozzezza rappresenta l’opinione pubblica americana meglio di un prodotto artificiale della cultura di sinistra, che è tanto vicina agli intellettuali quanto lontana dall’uomo comune”. Per l’ex direttore del Corriere della Sera non ci sarà l’Apocalisse se dovesse vincere il candidato repubblicano: “Perché non c’è stata una mutazione genetica dell’elettorato, gli americani sono gli stessi e l’America resterebbe la guida dell’occidente”. Anche per Giovanni Orsina, storico all’Università Luiss, l’irruzione di The Donald è il segnale di sommovimenti più profondi: “Il confronto Trump-Clinton è una riproduzione perfetta del conflitto che stanno vivendo tutte le democrazie. E’ in corso una ribellione delle masse contro un establishment che non è più capace di dire nulla sull’attualità e sul futuro. L’élite deve guidare e dirigere, ma qui non dirige più nessuno. Anche il Santo padre dice “Chi sono io per giudicare?”. Si vede il giudicare come un’accusa a qualcuno, ma il giudizio deriva da un senso del bene e del male”. E mentre nessuno giudica, Trump fa una campagna elettorale tutta basata su giudizi netti. “Trump dice che i valori americani devono essere salvaguardati dagli immigrati, c’è il bene e il male. Ortega y Gasset nel 1930 descriveva a cosa avrebbe portato la crisi delle élite: ‘Fra poco si udrà un grido in tutto il pianeta, come l’ululato di innumerevoli mastini, fino alle stelle, chiedendo qualcuno che comandi’”. Insomma, il fenomeno Trump non è passeggero. “Se milioni di persone votano per qualcuno non è uno scherzo. Trump affronta problemi seri con una ricetta seria: l’America first, la chiusura. Da liberali possiamo dire che non è la ricetta giusta, ma dobbiamo cercare di capire per quale motivo il partito di Reagan è finito in mano a lui”.

Perchè i media di tutto il mondo parteggiano per la Hillary Clinton?

Clinton confessa nelle mail rubate: “Aiuto le banche a crescere”, scrive “Azione Tradizionale” il 12 ottobre 2016. Se ti stavi chiedendo perchè i media italiani stiano spingendo la Clinton e infangando Trump come se gli italiani avessero diritto di votare alle presidenziali americane, ecco la risposta che cercavi. Perchè Hillary è legata a doppio filo con banche e finanza. La prova? Lo dice lei stessa nelle e-mail trafugate. Il peggior nemico di Hillary Clinton è la posta elettronica. Dopo lo scandalo del server privato usato per la corrispondenza al dipartimento di Stato e i messaggi per mettere fuori gioco Bernie Sanders da parte del Dnc, è ora la volta delle email trafugate da Wikileaks a John Podesta, capo della campagna della candidata democratica, per un totale di 2060 messaggi e 170 mila allegati. Email che conformano la «distanza» tra la candidata democratica e la gente comune, ovvero gli elettori. Lo dice lei stessa durante una serie di simposi di Goldman Sachs, Morgan Stanley, Deutsche Bank e grandi Corporation Usa, per i quali la signora Clinton era pagata 225 mila dollari l’uno, per un totale di 22 milioni di dollari intascati dalla fine della sua direzione a Foggy Bottom. «Clinton ha ammesso di aver perso il contatto con la realtà», scrive Tony Carrk, direttore delle ricerche della campagna Dem a Podesta. «Sono ben lontana dai sacrifici della classe media per la vita e l’agio in cui sono vissuta, capite, per la fortuna che mio marito ed io ci godiamo», ammette Hillary ad un evento di Goldman Sachs del 4 febbraio 2014. A un altro simposio di Goldman Sachs del 24 ottobre 2013, Hillary dice che il fatto di considerare le banche Usa responsabili della crisi finanziaria del 2007 era una convenienza politica. Quasi a voler chiedere scusa alle «vecchie signore» di Wall Street per le critiche ricevute. L’indomani, allo stesso simposio, e qualche giorno prima davanti ai vertici di Deutsche Bank, Clinton spiega invece che dovrebbero essere proprio le banche le autrici della riforma finanziaria perché «solo Wall Street sa cosa fare per mettere a posto Wall Street». Mentre alcuni mesi dopo si professa strenua sostenitrice del Keystone, il controverso oleodotto, e a favore dei grandi accordi di libero scambio. Non mancano gli ammiccamenti: «Clinton ammette di avere bisogno dei soldi di Wall Street», scrive Podesta. «Sapete – spiega la futura candidata a un convegno di General Electric del 6 gennaio 2014 a Boca Raton, in Florida – sarebbe difficile correre per la presidenza senza una enorme quantità di denaro». E a chiosa «ricorda le note relazioni con Wall Street di quando era senatrice», scrive Podesta. «Ho rappresentato e lavorato con molti a Wall Street – afferma Hillary ai banchieri –. E ho fatto tutto quello che ho potuto per fare in modo che continuassero a prosperare». Affermazioni distanti da quelle pronunciate per catturare i voti del popolo dell’ex rivale socialdemocratico Bernie Sanders. O per conquistare la collega Elizabeth Warren, lo sceriffo di Wall Street, che dandole il suo sostegno parlò di Hillary come il presidente che si opporrà agli accordi di libero scambio, si batterà contro le lobby di Capitol Hill e metterà in riga banche e grande finanza. 

Clinton, Isis e sauditi: una rivelazione clamorosa, scrive Giampaolo Rossi su “Il Giornale” il 12 ottobre 2016. “I governi di Qatar e Arabia Saudita stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”. A scriverlo è Hillary Clinton in una mail indirizzata nell’agosto del 2014 a John Podesta (da sempre uno dei più stretti collaboratori della famiglia Clinton ed oggi a capo della sua campagna elettorale). La mail, rilasciata da Wikileaks, è clamorosa. Se l’America fosse ancora una democrazia sana e non sottomessa ad un’élite tecnocratica e finanziaria che pilota crisi internazionali e guerre umanitarie (di cui la Clinton è la rappresentante), lo scandalo di questa mail costringerebbe la candidata Presidente al ritiro. Il motivo è evidente: nonostante fosse a conoscenza dell’appoggio che i regimi del Golfo alleati degli Usa danno all’Isis, la Clinton ha continuato ad accettare milioni di dollari di finanziamento per la sua Fondazione proprio da questi regimi che lei stessa riconosce essere sponsor del terrorismo islamista. Dell’imbarazzante finanziamento saudita alla signora abbiamo ampiamente parlato in questo articolo dell’agosto scorso che invito a rileggere per sopperire alle “distrazioni” del mainstream democratico. In altre parole: la candidata alla Presidenza degli Stati Uniti riceve enormi quantità di denaro da “stati canaglia” che lei stessa sa essere fiancheggiatori del terrorismo e ispiratori di coloro che poi in Usa e in Europa uccidono cittadini americani ed europei. Basterebbe questo per capire l’ipocrisia che alimenta la retorica occidentale della “lotta al terrorismo” e della difesa delle democrazie dal pericolo di coloro che le vogliono distruggere. Difficile difendersi quando sei sul libro paga dall’amico del tuo nemico; e l’eventualità che su questo libro paga ci possa essere un futuro Presidente degli Stati Uniti rende oscuro il futuro dell’America. In questa campagna elettorale per le Presidenziali, Trump, il rivale della Clinton, è stato ripetutamente attaccato per il suo atteggiamento non ostile nei confronti della Russia di Putin; è stato dipinto come una sorta di Manchurian Candidate manipolabile da potenze straniere. Nell’ultimo dibattito televisivo, la Clinton è arrivata ad affermare: “non è mai successo prima che un avversario(Putin) si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni”. Ma Putin non finanzia la campagna elettorale di Trump; e la Russia è impegnata a combattere l’Isis e il terrorismo islamista sia in Siria che in Asia centrale. Al contrario, i sauditi amici della Clinton finanziano la sua Fondazione di famiglia con la stessa mano con cui finanziano l’Isis, Al Qaeda e diffondono l’integralismo islamico in Europa. Questo cinismo, questa spregiudicatezza nell’uso di un potere senza regole, nella manipolazione dei media sui quali non troverete queste notizia, sommati ad una visione (da lei incarnata quando è stata Segretario di Stato) del ruolo degli Stati Uniti come gendarmi del mondo ed autorizzati a scatenare guerre umanitarie dietro pretesti inventati (come nel caso della Libia), ad orchestrare crisi nazionali e “colpi di Stato democratici” (come nel caso dell’Ucraina), rendono la Clinton un pericolo reale per l’America e per il mondo. Nel suo appello agli elettori, la Clinton ha ammonito con tono profetico: “io sono l’ultima cosa tra voi e l’Apocalisse”. Sarà, ma per ora lei è la prima cosa tra i tiranni sauditi e i tagliagole dell’Isis; questo dovrebbe preoccupare l’America.

La cronaca raccontata dai media è diversa dalla realtà.

TRUMP HA VINTO? “DI BRUTTO”. Scrive Maurizio Blondet l'11 ottobre 2016. (Dialogo via Whatsapp con un amico di Washington dopo il faccia a faccia Trump-Hillary).

Io: Trump ha vinto?

Lui: Di brutto. L’ha fatta nera. (Pausa) Non capisco perché al primo dibattito ha fatto il cretino.

Io: vado ad accendere un cero…Per la gente è andata così.

Lui: O era minacciato o gli hanno fatto fare le strategia sbagliata. Di fare il gentile e rompere l’immagine di duro. Lo avevano snaturato. GROSSO errore. Ora ristabilirà la sua egemonia politica e morale. Tutti i punti deboli di Hitlary dovranno essere colpiti senza remissione.

Io: che intendi?

Lui: Hitlary ha fatto l’attacco subdolo attraverso i suoi agenti sui media sul video del 2005 [quello dove Trump dice cosacce sulle donne, tipo che dai ricchi si lasciano fare di tutto…]

Io: Capirai, col Bill che si ritrova – era meglio se non toccava l’argomento.

Lui: “Ora Trump può attaccare sullo stesso terreno e nessuno potrà accusarlo di bullismo.

Io: Palate di sesso…Bill Clinton violentatore…è opportuno scendere così in basso?

Lui: Per i consigliori di Hitler e i media Trump è debole, è finito, ha perso, è in imbarazzo...

Io: stessa cosa sui media italiani. Per CNN, è andata così.

Lui: Quindi un under dog: in un certo senso, un’ottima posizione per Trump per scatenarsi.

Io: anche qui i media riconoscono che “Trump ha fatto un po’ meno peggio dell’altra volta”, anche se aggiungono: ma la Clinton ha stravinto.

Lui: è incredibile come la stampa sta perdendo ogni credibilità.

Io: Dici?

Lui: Ormai è una guerra tra la popolazione e la stampa di regime. La popolazione resiste quasi in segreto.

Io: come, resiste?

Lui: “Non lo posso dire in pubblico. Non mi far parlare. Ma io vado a votare e la fotto, lui, il marito e tutta questa razza impunita”: idea di quel che pensa l’americano medio non cultural-chic.

Io: E’ la stessa cosa che ha detto Michael Moore: la gente ha adottato Trump come una “molotov umana da lanciare in faccia all’Establishment. La gente s’è innamorata dell’idea di far saltare il sistema.”. (Anche Pat Buchanan e Angelo Codevilla, senatore ed uomo dei servizi, evocano un clima “rivoluzionario” nel pubblico americano. Quando Donald ha detto a Hillary “Dovresti essere in prigione”, il pubblico ha festeggiato rumorosamente). Ciò non significa che Trump vincerà le elezioni.  Se il pubblico non voterà bene, soccorreranno i brogli elettorali. Come mostra la mappa, Sedici stati, dove abita il 38 per cento della popolazione, non chiedono alcun documento di identità a chi si presenta al voto; in altri dove abita il 16% dei cittadini, si può esibire un documento senza foto. Così si vota nella Nazione che dà lezioni di democrazia al mondo.

La macchina del fango contro Donald Trump. Scrive Massimo Mazzucco il 15 Maggio 2016. Provate ad immaginare se i tre più importanti quotidiani italiani - Corriere, Stampa e Repubblica -decidessero tutti insieme di scatenare una campagna mediatica di discredito contro un singolo personaggio politico: persino i morti si accorgerebbero che c'è qualcosa di poco "giornalistico" in un'operazione del genere. Ebbene, è proprio quello che sta succedendo negli Stati Uniti in questi giorni: i tre più importanti quotidiani americani, e cioè il New York Times, il Washington Post e il Los Angeles Times, hanno deciso di sparare ad alzo zero contro Donald Trump. Già da tempo il Los Angeles Times usciva con articoli apertamente denigratori contro il magnate americano, definendolo ripetutamente un ciarlatano, un buffone senza credibilità, oppure addirittura una star da soap-opera. Adesso si sono aggiunti il New York Times e il Washington Post, che in un'azione chiaramente concertata stanno cercando di distruggere la credibilità dell'uomo che nell'arco di pochi mesi ha completamente stravolto le regole delle elezioni presidenziali. Il Washington post ha pubblicato un paginone nel quale raccoglie tutte le presunte bugie e false affermazioni pronunciate da Trump negli ultimi mesi. Naturalmente, pur di aumentare il volume delle presunte "bugie", il Washington Post non si fa scrupoli nell'elencare anche delle semplici opinioni di Donald Trump, che fa passare come "falsità" solo perché non sono supportate dai fatti ("unsupported claim"). Il New York Times è andato addirittura oltre, mettendo insieme una squadra di 20 giornalisti che sono stati incaricati di scavare nel passato di Trump, pur di far saltare fuori qualcosa di spiacevole sul suo conto. Ne è uscita una lista con dozzine di donne che sostengono di aver avuto con Trump un rapporto "ambiguo", dove lui le avrebbe "usate" e contemporaneamente "denigrate" per il solo fatto di essere donne.

Naturalmente, a nessuno del New York Times è venuto in mente che in certi casi possa essere la donna stessa a cercare questi rapporti "ambigui", per ottenerne un chiaro vantaggio personale. Si chiama dare per avere. Berlusconi docet. Insomma, lo sbilanciamento contro Trump da parte delle testate più importanti è talmente evidente che porta a fare una riflessione: come mai in media di sistema temono così tanto un personaggio come Trump? Lo detestano semplicemente perchè è razzista e maschilista, o c'è sotto qualcosa di ben più grosso? (Di certo una presidenza Trump metterebbe un grosso freno alla politica imperialista espansionistica di USA e Israele in Medio Oriente, tanto per dirne una). Ma la cosa più divertente è che i direttori di tutte queste testate si sono dimenticati di una cosa fondamentale: chi vota Donald Trump non legge certo né il Los Angeles Times, né il New York Times o il Washington Post. All'elettore razzista e xenofobo dell'Alabama non può fregar di meno di come Trump tratti le donne, e gliene frega ancor di meno del fatto che racconti bugie, visto che queste bugie coincidono regolarmente con quello che l'elettore repubblicano vuole sentirsi raccontare. Abbiamo quindi una totale spaccatura, sia a livello mediatico che a livello popolare, fra l' "intellighenzia" americana (localizzata sulle coste dell'Atlantico e del Pacifico) e il cuore profondo degli Stati Uniti, localizzato nel grande Mid-West, che ancora batte per veder sventolare in cima al Campidoglio la bandiera dei confederati. In America la Guerra Civile non è ancora finita. Quella di novembre sarà certamente una elezione che va ben oltre la semplice scelta fra un candidato democratico e uno repubblicano.

Tutta la stampa al servizio di Hillary: ecco le prove, scrive Marcello Foa il 13 ottobre 2016 su “Il Giornale”. Comunque finisca il duello Trump-Clinton, c’è sicuramente un grande sconfitto: la stampa americana. La pubblicazione delle email di John Podesta, il responsabile della campagna elettorale di Hillary, sta rivelando un quadro che definire sconcertante è riduttivo. Per decenni qualunque giornalista occidentale si è avvicinato alla professione con il mito del Watergate, la straordinaria inchiesta giornalistica del Washington Post che costrinse il presidente Nixon alle dimissioni. Un giornale che fa cadere il capo della Casa Bianca, che storia! E, in genere, che forza i media a stelle e strisce! Chi non conosce il Premio Pulitzer? Chi non ha visto i tanti film di Hollywood che magnificano l’indipendenza e la rettitudine dei reporter? E invece…Lo scoop di Wikileaks fa emergere una realtà ben diversa. Ad esempio la firma del New York Times Nick Kristoff che anticipa a Bill Clinton le domande di un’intervista o la cronista del Washington Post che scrive un pezzo sui lobbisti nella capitale e, prima della pubblicazione, fa sapere a un preoccupatissimo Podesta che “è citato solo in una riga in mezzo al pezzo”. E che dire del responsabile della pagina dei commenti del Boston Globe, Marjorie Pritchard, che la scorsa primavera si prodigava a dare consigli “per massimizzare la presenza di Hillary durante le primarie”? Di nuovo la Signora in grigio, come viene chiamato il New York Times, appare in un messaggio che riguarda il reporter Mark Leibovich, il quale ottiene un’intervista con la Clinton in cambio… di un diritto di veto sulle sue dichiarazioni prima della pubblicazione. Un volto notissimo, il conduttore televisivo della rete televisiva Cnbc John Harwood (nonché editorialista del New York Times) in un’email a Podesta svela che sta “scrivendo un pezzo come vuole Hillary” e in un’altra gli consiglia di “fare attenzione al candidato repubblicano Ben Carson”. E’ lo stesso Harwood che ha moderato, naturalmente come giornalista indipendente, un dibattito televisivo durante le primarie, durante il quale provocò Trump definendolo “una versione da fumetto della campagna presidenziale”. Dimenticavo: la Cnn è sospettata di aver passato in anteprima al presidente del partito democratico alcune domande del pubblico, mentre qualche settimana fa il sito The Daily Beast ha rivelato che la Clinton organizzò il 10 aprile 2015 un cocktail off-the-record, ovvero riservato, con 37 giornalisti di 14 testate quali BC, Bloomberg, CBS, CNN, Daily Beast, Huffington Post, MSNBC, NBC, New Yorker, New York Times, People, Politico, Vice, and Vox. Lo scopo? Preparare i media all’annuncio formale della candidatura. E, ancora una volta, il New York Times brilla nei cuori della campagna elettorale di Hillary, che passa “storie preparate” alla reporter Maggie Haberman, la quale “non ha mai deluso”. Cosa dicevamo? Ah sì che c’era una volta la stampa americana, quella stampa che un osservatore autorevole e coraggioso come Paul Craig Roberts da tempo sferza con il neologismo di “Presstitute” da press (stampa) e prostitute, parola che non necessita traduzione. Una esagerazione, certo; ma con un fondo di verità sapendo che il 70% degli americani dichiara di non aver più fiducia nelle grandi testate tradizionali. Le trova poco credibili.

Bombe di New York, media italiani preoccupati… da Trump, scrive Giorgio Nigra su Il Primato Nazionale il 19 settembre 2016. Esplodono una bomba a New York e torna la paura. Del terrorismo? No, di Donald Trump. A sentire i giornali italiani, il principale effetto negativo di quello che sembrerebbe a tutti gli effetti un attentato sarebbe dato dal possibile effetto di tale attacco sul consenso riscosso dal candidato repubblicano. Il picco del teatro dell’assurdo è rappresentato dal pezzo di Repubblica, che immagina una sorta di sdegno civile generalizzato degli abitanti di Chelsea – quartiere benestante e, viene sottolineato, a forte presenza gay – contro Trump. Ecco quindi che vengono intervistati borghesi alle prese con lo jogging, che pure trovano il tempo di inveire contro il politico conservatore: “Donald Trump farebbe meglio a non utilizzare le bombe di New York per farsi campagna elettorale. Non vincerà facendo paura alla gente. Può cavalcare l’onda emotiva oggi, ma a novembre gli elettori penseranno solo a cose concrete. E lui, finora, non ne ha detta nessuna”, dice a Repubblica un passante diretto in sinagoga. “Trump ha detto delle cose scontate: proprio quelle che ci si aspetterebbe da lui. Ma tanto chi lo sta a sentire?”, aggiunge un’altra tizia, tale Tonia. E alla fine anche l’inviato del giornale di De Benedetti è costretto a chiosare che in realtà è “quasi mezza America” quella che sta a sentire il candidato della destra. Segue commentino video svogliato di Federico Rampini. Anche l’inviato del Corriere della Sera non può esimersi dal raccontare di come “Donald Trump ha parlato delle bombe di New York ancor prima della polizia e ha subito cavalcato l’allarme provocato dal nuovo attacco”, aggiungendo che la sua sortita “tocca corde emotive che anche stavolta potrebbero rendere il suo messaggio più efficace di quello della candidata democratica”. E, par di capire, il vero dramma del terrorismo è questo. Riotta, sulla Stampa, spiega che “Trump è stato invece lesto a cercare consensi nella paura, mentre Clinton, come ormai sembra fare da troppo tempo, s’è limitata a una dichiarazione di maniera, chiedendo chiarezza e prudenza”. Curiosa analisi, che stigmatizza chiaramente l’atteggiamento dell’uno per poi quasi rimproverare all’altra di non fare altrettanto. Titolo de La Stampa? “La violenza irrompe sulle elezioni, così Trump cavalca rabbia e paura”. Corriere: “Ora Trump cavalca le paure”. Rampini su Repubblica: “Trump cavalca la paura, Clinton prudente”. È appena andato in onda il giornale unico del potere.

Secondo i nostri media la Clinton ha vinto il dibattito con Trump...COL CAZZO! Scrive Gianni Fraschetti su “Informare” il 27 Settembre 2016. In tutti i media (Rai, Mediaset, Sky e La7, più tutti i quotidiani) troviamo che Hillary Clinton" secondo i sondaggi" avrebbe "vinto" il dibattito di stanotte contro Donald Trump. Non che le balle dei media italiani contino nulla, ma è utile sapere per capire quanto i media ci disinformino. Tutti questi media propinano, per avvalorare la loro tesi, il "sondaggio" della CNN. Intanto quello della CNN non è un sondaggio, ma è l'opinione dei lettori online che hanno votato (che sappiamo tutti non avere valore statistico), ma poi va ricordato che la CNN è il canale di sinistra americano e nessuno che non sia un democratico clintoniano convinto segue la CNN (come RAI 3 in Italia). Tant'è che i sondaggi della FOX, della CNBC e di quasi tutte le altre TV e testate dicono l'esatto contrario. CIOE' che TRUMP ha vinto il dibattito... Non per niente siamo in fondo alla classifica della libertà di stampa. Servi, venduti, spacciatori di falsità

Il trionfo tv della Clinton su Trump (che non c’è stato), scrive Giuliano Guzzo il 28 settembre 2016. Ieri mattina l’Italia intera si è svegliata con una notizia – quella della vittoria, nel primo duello tv Clinton-Trump, di Hillary – che i principali media italiani, con titoli sprizzanti entusiasmo, hanno presentato quale verità indubitabile, quasi un dogma. Ebbene, a prescindere da come la si pensi sulle elezioni presidenziali, quei titoloni erano, molto semplicemente, falsi. Non perché la signora Clinton abbia in realtà fatto figuracce o abbia perso il match, che invece ha affrontato in modo brillante, ma perché l’esito del confronto televisivo è stato diverso dal tonfo di Trump, somigliando invece ad un pareggio. Di «sostanziale pareggio» ha difatti parlato, per esempio, Federico Rampini di Repubblica, valido giornalista ma tutto fuorché un simpatizzante del candidato repubblicano, e lo stesso New York Times, smaccatamente e da alcune ore dichiaratamente pro-Hillary, ha offerto un resoconto tutto sommato bilanciato dell’attesissimo duello tv. Non solo: nelle ore successive, quando secondo molti giornalisti italiani Donald Trump sarebbe dovuto essere tra la disperazione e il pianto, sono stati diffusi sondaggi di provenienza non secondaria – Time, CNBC, Fortune solo per fare tre nomi – e dall’esito opposto: una vittoria del magnate repubblicano. Proprio così: secondo molti americani, anche se non secondo tutti, ovvio, a spuntarla nel dibattito da noi presentato come la sua Caporetto, è stato lui, l’Impresentabile. Ora, che significa tutto ciò? Che Trump sarà il nuovo Presidente Usa? No. E nessuno, tanto meno il sottoscritto, osa avventurarsi in pronostici simili. Tuttavia un paio di considerazioni è comunque possibile svolgerle. La prima: esiste uno spaventoso servilismo dei media italiani al Pensiero Unico. Sai che scoperta, potrebbe ribattere qualcuno; in effetti non è certo uno scoop. Che però i nostri Corriere e Repubblica tendano a deformare la realtà in chiave pro-Hillary più degli stessi giornali americani che la sostengono, è significativo e preoccupante al tempo stesso. Soprattutto considerando che stiamo parlando degli stessi giornali che, da qui al 4 dicembre prossimo, data del referendum costituzionale nonché appuntamento-chiave del Governo Renzi, dovrebbero fornire un’informazione equilibrata. Se il buongiorno si vede dal mattino, e se pensiamo che gli Usa sono assai favorevoli alla riforma Boschi-Verdini, stiamo freschi. Una seconda considerazione credo utile, tornando alle elezioni Usa, è questa: Hillary non entusiasma (quasi) nessuno, incluse fette importanti sia dell’elettorato progressista sia dei suoi simpatizzanti più celebri, da Susan Sarandon, («Molto pericolosa, è un’interventista accanita che non ha imparato nulla dall’Iraq. E’ una donna che ha commesso cose orribili») a Michael Moore («Accettiamo la realtà dei fatti: il nostro problema principale non è Trump, è Hillary […] quasi il 70% degli elettori pensa che sia disonesta e inaffidabile. Rappresentante della vecchia politica, che non crede a niente se non a farsi eleggere»). Certo, la signora Clinton piace ai Bush, specie a George H.W. Bush, ma non sono sicuro sia una bella cosa. Eppure da noi già la incensano come una dea; figurarsi se Hillary venisse eletta veramente: avremmo conduttori televisivi, editorialisti ed opinionisti delle principali testate in estasi permanente, i suoi interventi sarebbero presentati come apparizioni miracolose, con tanto di musichette strappalacrime, e le sue parole come Vangelo 2.0. E poco importa che si stia parlando di una donna in politica da una vita – una specie di Mastella d’Oltreoceano -, guerrafondaia, abortista e con un passato costellato da episodi inquietanti (significativo, in tal senso, il video in cui sghignazza della sorte toccata a Gheddafi, linciato da una folla di barbari): l’imperativo dei pennivendoli tricolore è parlarne bene, a prescindere. Fortuna che si tratta degli stessi cervelloni che, anni fa, s’interrogavano ironicamente sull’esistenza degli elettori di Berlusconi, prima che le loro sciocchezze fossero travolte alle urne. La professionalità, evidentemente, è la stessa. Giuliano Guzzo

La censura della stampa italiana su Trump. In Italia diverse testate giornalistiche applicano la censura sul candidato repubblicano. Nonostante ciò, Donald Trump anticipa problematiche di frattura sociale di cui l’Italia è parte. In qualità di free lance invio in Italia un pezzo sulle elezioni presidenziali 2016. Il Redattore capo risponde esprimendo delle sue preferenze politiche, scrive Giovanni Carlini.

L’ARTICOLO PROPOSTO SCARTATO PER ASPETTI POLITICI: Elezioni presidenziali americane: cosa sta accadendo. By Giovanni Carlini.

"Ad agosto inoltrato è possibile iniziare a proiettarsi su novembre 2016 all’atto delle elezioni presidenziali. Nonostante i candidati siano 2, in realtà ci sono 3 anime politiche. La prima è quella più aggressiva, riconducibile a Donald Trump. Segue la più conservatrice del partito democratico. Infine la posizione di Bernie Sanders. E’ saggio anticipare come: Donal Trump sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Sarà Presidente, Trump perchè è stato capace di dare un volto al bisogno di frattura. Rompere con la globalizzazione che si è rivelata un male. Frantumare con una pubblica amministrazione anonima. Porre a nudo i problemi razziali esistenti. Il punto debole di Trump non è nella sua capacità di far emergere i problemi, quanto risolverli! Putroppo Sanders, un uomo molto genuino, pur restando nel cuore degli americani è un socialista. Essere socialista nelle elezioni presidenziali americane è un male. Significa, ad esempio, offrire un salario statale ai disoccupati anzichè un lavoro. Una posizione del genere potrebbe anche essere condivisa in Europa non in America. Tornando alla posizione di Trump e della Signora Clinton, purtroppo entrambe sono nebulose. Vuol dire che in questa elezione NON CI SONO PROGRAMMI. Quali sono le rispettive idee sulla scuola, la sanità, difesa, politica estera? Non è dato sapersi. Solo nei dibattiti potrà emergere qualcosa. Questo è sempre accaduto nella storia americana. Lo stesso Presidente Obama si è limitato al “yes we can” privo di contenuti. Non è quindi una novità che si eleggano dei personaggi sull’onda emotiva, senza progetti politici definiti. Una proiezione così personalizzata sulle elezioni è simbolo di superficialità? In effetti si. Tant’è vero che di 8 anni d’amministrazione Obama non resta nulla. Cosa ha fatto il Presidente Obama per gli Stati Uniti? Nessuno lo sa. Certo si parla dell’Obama-care come di una riforma incompiuta. Tutto qui? Ecco i frutti di un’elezione basata sull’effetto emotivo e mediatico. Lo stesso che ora spinge Donald Trump alla Presidenza. Sarà Trump un altro buco nell’acqua come Obama? Ovviamente non è dato sapersi, soprattutto in assenza di un programma politico. Intanto, ad esempio, la California resta senza acqua. Certamente, dicono tutti è un problema della California non della Nazione. Ragionando in questo modo anche le sparatorie contro e dalla polizia sono un limitato fatto razziale. Nel futuro degli Stati Uniti al momento c’è Trump. Il resto è tutto da discutere. Si spera che l’effetto mediatico di un’altra elezione non ripeta gli errori degli ultimi 8 anni".

QUELLO CHE RISPONDE IL REDATTORE CAPO: "Buongiorno carissimo. Come stai? Scusa se rispondo solo ora ma sono partito il 29 luglio per stare un po’ di tempo con i miei e ho proprio staccato nelle ultime due settimane. Ho letto il tuo articolo che purtroppo non posso pubblicare perché mi pare una presa di posizione troppo netta nei confronti di un candidato che personalmente mi inorridisce e che ogni giorno viene abbandonato anche dai suoi più stretti collaboratori. Pur con tutte le sue magagne (ma chi non le ha ormai in politica?) io direi Clinton tutta la vita".

LA RISPOSTA AL REDATTORE: "Il mio ruolo non è quello di stare nel coro ma studiare gli eventi e anticiparne lo sviluppo. Così è stato per la Brexit (occasione perduta per la tua testata se avesse pubblicato i miei studi) e così sarà ancora per Donald Trump. Trump e la Clinton sono 2 cretini. Tu scegli la cretina o il cretino? C’è un movimento che preferisce “votare la pizza”. Di fatto tra 2 cretini, vincerà quello che farà più spettacolo e indovina chi sarà il giocoliere più audace che entrerà alla Casa Bianca? A te la scelta (non perdere anche questa seconda opportunità), Giovanni."

CONCLUSIONI: Ecco applicata la censura. L’Italia non riesce a capire il fenomeno Trump e quindi a fare autocritica. Peccato. Esploderanno i problemi senza far tesoro dell’esperienza altrui.

(ANSA il 21 ottobre 2021) - Donald Trump ha annunciato il lancio di una nuova piattaforma social. Si chiamerà 'Truth', verità. In un comunicato si legge come il nuovo social, la cui proprietà sarà chiamata Trump Media and Tecnolgy Group (Tmtg), dovrebbe vedere la luce il prossimo mese. "Ho creato Truth Social per combattere la tirannia di Big Tech", afferma l'ex presidente Usa in un comunicato. "Viviamo in un mondo dove i talebani hanno una enorme presenza su Twitter, mentre ancora il vostro presidente preferito viene silenziato. Questo è inaccettabile!", aggiunge Trump che per le affermazioni fatte prima e dopo il 6 gennaio, il giorno dell'assalto al Congresso americano, è stato temporaneamente bandito sia da Twitter che da Facebook. L'annuncio secondo alcuni osservatori rafforza l'ipotesi di una candidatura di Trump alle presidenziali Usa del 2024.

Valeria Robecco per "il Giornale" il 22 ottobre 2021. Donald Trump scalda i motori verso il 2024 e lancia il suo nuovo social. Si chiamerà Truth, «Verità», la verità per combattere la tirannia dei Big Tech. Già nei mesi scorsi, dopo essere stato sospeso in maniera permanente da Twitter, e per due anni da Facebook (in seguito alle sue affermazioni riguardo l'assalto al Congresso del 6 gennaio), aveva promesso che avrebbe aperto una nuova piattaforma. Ora il momento è arrivato, e diversi osservatori interpretano la mossa come un ulteriore segnale che il tycoon è pronto a tornare nell'arena politica per tentare di riprendersi la Casa Bianca. «Ho creato Truth Social per combattere la tirannia di Big Tech - fa sapere The Donald - Viviamo in un mondo dove i talebani hanno una enorme presenza su Twitter, mentre ancora il vostro presidente preferito viene silenziato. Questo è inaccettabile». Il nuovo social, la cui proprietà sarà chiamata Trump Media and Tecnology Group (Tmtg), dovrebbe vedere la luce il prossimo mese con un avvio pilota solo «ad inviti», secondo un comunicato del gruppo, e il lancio vero e proprio per il pubblico sarebbe nel primo trimestre del prossimo anno. Intanto, Truth è già disponibile per il pre-ordine nell'App Store di Apple. «Sono emozionato all'idea di lanciare la mia prima verità su Truth social molto presto», aggiunge l'ex Comandante in Capo, spiegando che il Trump Media & Technology Group è stato «fondato con la missione di dare una voce a tutti»: «Tutti mi chiedono, perché qualcuno non si erge contro i Big Tech? Noi lo faremo presto». Tmtg - si legge nella nota - intende poi lanciare un servizio di video-on-demand su abbonamento. Un'operazione valutata 875 milioni di dollari.

Articolo di "El Pais" - dalla rassegna stampa estera di "Epr comunicazione" il 21 ottobre 2021. L'ex presidente degli Stati Uniti, escluso dalle principali piattaforme, valuta la possibilità di candidarsi nel 2024. Donald Trump – leggiamo su El Pais - sta cercando un modo per tornare in prima linea nel fuoco dei media dopo l'espulsione dalle grandi piattaforme. L'ex presidente repubblicano ha annunciato mercoledì sera il lancio di una nuova media company quotata in borsa, così come un nuovo social network chiamato Truth Social, con la missione, secondo la dichiarazione, "di creare un rivale al consorzio dei media progressisti e combattere contro i giganti tecnologici della Silicon Valley, che hanno usato il loro potere unilaterale per opporsi alle voci negli Stati Uniti". Nel frattempo, il repubblicano sta ancora riflettendo sulla possibilità di candidarsi alla presidenza nel 2024. La nuova società, chiamata Trump Media & Technology, andrebbe avanti attraverso una fusione con Digital World Acquisition Corp, una società veicolo di acquisizione a scopo speciale che vende azioni al pubblico ed è già scambiata sul Nasdaq, l'indice azionario statunitense per le grandi tecnologie. L'accordo è ancora in attesa di approvazione normativa. L'imprenditore immobiliare stava esplorando le possibilità di creare una propria piattaforma da quando ha lasciato la Casa Bianca. Google, Facebook e Twitter hanno deciso di chiudere i suoi account dopo l'assalto al Campidoglio da parte di un gruppo di suoi sostenitori a gennaio, così come le bufale che stava diffondendo su presunti brogli elettorali nelle elezioni presidenziali del 2020, e la presenza pubblica dell'ex presidente è crollata. Le sue dichiarazioni, anche se altrettanto vulcaniche come i suoi messaggi su Twitter, non hanno più grande impatto. Su Facebook, Twitter, Reddit e Pinterest, le menzioni dell'ex presidente sono crollate di ben il 95 per cento tra gennaio e l'inizio di giugno, secondo il monitoraggio condotto dal Washington Post. All'inizio di maggio ha lanciato un blog personale, ma ha avuto poco successo personale e ha chiuso un mese dopo. Ora torna ai suoi affari con gli occhi puntati sull'arena politica, ancora convinto del suo potere sul Partito Repubblicano e sulla base. Non ha ancora confermato se correrà o meno nel 2024 per cercare di tornare alla Casa Bianca, ma lo ha accennato in diverse occasioni, e ha pianificato di lanciare il proprio apparato mediatico fin dall'inizio. Secondo il New York Times, è entrato in funzione a Miami un mese dopo la sconfitta elettorale di Trump, che sta per compiere un anno, ed è entrato in borsa in primavera, raccogliendo 283 milioni di dollari.

Il pasticcio dell’amministrazione Obama e i soldi ad Al Qaeda. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 30 dicembre 2020. Con l’avvallo dell’amministrazione Obama, l’organizzazione evangelica umanitaria senza scopo di lucro World Vision United States ha negoziato in maniera impropria, nel 2014, con l’Islamic Relief Agency (Isra) inviando fondi governativi a un’organizzazione sanzionata per terrorismo e legata ad al-Qaeda. Come riporta Yahoo News, il presidente della commissione per le finanze del senato, il repubblicano, Chuck Grassley, ha recentemente pubblicato un rapporto che descrive in dettaglio i risultati di un’indagine iniziata dal suo staff nel febbraio 2019 circa il legame tra World Vision e l’Isra. L’indagine ha rilevato che World Vision non era a conoscenza del fatto che l’Isra fosse stata sanzionata dagli Stati Uniti dal 2004 dopo aver inviato circa 5 milioni di dollari a Maktab al-Khidamat, fondata da Osama Bin Laden.

200mila dollari all’associazione che ha finanziato al-Qaeda. “World Vision lavora per aiutare le persone bisognose in tutto il mondo e quel lavoro è ammirevole”, ha detto Grassley in una dichiarazione. “Anche se potrebbe non essere a conoscenza del fatto che l’Isra fosse sulla lista delle associazioni sotto sanzione o che fosse nell’elenco a causa della sua affiliazione al terrorismo, avrebbe dovuto farlo. L’ignoranza non può bastare come scusa. I cambiamenti di World Vision nelle pratiche di controllo sono un buon primo passo e attendo con impazienza i suoi continui progressi”. L’indagine è partita dopo che Sam Westrop, direttore dell’Islamist Watch del Middle East Forum, ha pubblicato un articolo su The National Review nel quale spiegava come l’amministrazione Obama avesse avvallato una donazione di 200.000 dollari all’Isra.

“Mancanza di controllo”. In buona sostanza, il rapporto del senatore repubblicano accusa l’organizzazione umanitaria – e di conseguenza l’amministrazione Obama, che avrebbe dovuto vigilare attentamente – di non aver prestato sufficiente attenzione nell’assicurarsi che l’Isra non fosse un’organizzazione già sanzionata dagli Usa per finanziamento al terrorismo. Non c’è la volontarietà, insomma, ma è totalmente mancato il controllo. World Vision ha scoperto che l’Isra era stata sanzionata solo dopo che l’organizzazione umanitaria evangelica senza scopo di lucro ha discusso una collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) su un progetto umanitario separato in Sudan. Nell’eseguire un controllo di routine di World Vision e dei suoi partner, l’Iom ha scoperto che l’Isra era sotto sanzioni e ha contattato il team di conformità dell’Office of Foreign Assets Control (Ofac) per comunicare la cosa. Come spiega il rapporto del senatore Chuck Grassley, l’Islamic Relief Agency (Isra) ha sede a Khartoum, in Sudan, e dispone di oltre 40 uffici in tutto il mondo. Il governo degli Stati Uniti ha imposto sanzioni all’Isra nel 2004 dopo che quest’ultima aveva incanalato circa 5 milioni di dollari a Maktab Al-Khidamat, controllata da Osama Bin Laden.

Che cos’è al-Qaeda? Come spiega Alberto Bellotto su InsideOver, al-Qaeda nasce ufficialmente l’11 agosto del 1988. Si tratta di un’organizzazione terroristica di stampo sunnita. Il nome può essere tradotto con “la base”. È nota soprattutto per essere stata la responsabile degli attacchi dell’11 settembre condotti contro gli Stati Uniti che costarono la vita a quasi 3mila persone. Per anni il suo nome è stato legato a quello di Osama Bin Laden che la guidò fino alla sua morte nel 2011. Oggi il network di sigle che la compone è sotto la supervisione di Ayman al-Zawahiri.

Flavio Pompetti per ''Il Messaggero'' il 30 dicembre 2020. È disputa condominiale alla Casa Bianca tra la squadra uscente di Donald Trump e quella entrante di Joe Biden. La fase di transizione si sta trasformando in una guerra aperta tra i due inquilini, con il rischio di far saltare il cerimoniale sacro dell' insediamento e del giuramento del nuovo presidente. L' amministrazione Trump una settimana fa aveva inviato un messaggio di posta elettronica diretto ai funzionari dell' Ufficio esecutivo che dettagliava tutti i preparativi necessari in vista dell' avvicendamento. Una sorta di lista della spesa dei lavori necessari: dalla pulizia dei frigoriferi e dei forni a microonde alla disinfezione delle scrivanie, dei telefoni e delle stampanti.  A distanza di poche ore la smentita, anche questa con una e-mail che ordinava: «Ignorate il contenuto del messaggio precedente». Le retribuzioni dei collaboratori sono state confermate fino al 19 di gennaio, giorno precedente l' insediamento della presidenza Biden, e nella serata di martedì 22 dicembre, mentre Trump chiudeva le valigie per andare a Mar a Lago, sul suo profilo Twitter è apparsa la promessa sibillina: «La prossima amministrazione sarà la mia». La contraddizione è segno della confusione imperante nella dimora presidenziale, con i fedelissimi sostenitori di Trump ancora impegnati a disegnare impossibili architetture di rovesciamento dell' esito elettorale, mentre gran parte dell' amministrazione cerca di agevolare un momento di passaggio che è rigidamente prescritto per dare certezza e continuità all' istituzione della presidenza.

Non è la prima volta che ostilità e boicottaggio turbano il processo. Quando l'amministrazione di Bill Clinton lasciò la piazza a quella di George W. Bush nel 2000, agli sherpa fu ordinato di portare via ogni apparecchio telefonico e ogni cavo di stampanti e copiatrici. I bagni furono vandalizzati, e dalle tastiere dei computer scomparse la lettera W. La squadra di Gerald Ford ebbe una sola notte di tempo per trasferirsi nell' edificio, mentre i collaboratori del dimissionario Richard Nixon ne uscivano, e il traffico generò incidenti ripetuti. Per non parlare poi del processo tumultuoso che portò sette stati a dichiarare la secessione tra la data dell' elezione di Abraham Lincoln e quella dell' insediamento, cinque mesi dopo. Sotto la superficie degli screzi, la macchina istituzionale ha però sempre fatto conto sulla data del 20 di gennaio successivo al voto, che dall' adozione del 20mo emendamento nel 1933 chiude la porta alle contese e apre quella della successione. Ma a tre settimane di distanza dalla boa, l' incertezza resta sovrana. Trump è stato occupato negli ultimi giorni a organizzare il gala di fine d' anno a Mar a Lago, un assembramento di persone ancora imprecisato nel numero, in uno stato che ha già 1,3 milioni di contagi da coronavirus e 21.000 morti. Ma ai suoi amici su Twitter ha promesso un ritorno alla grande il 6 di gennaio, giorno della lettura al senato del voto dei grandi elettori che confermeranno l' investitura di Biden. La costituzione prevede l' ipotesi di una contestazione sollevata anche da un solo parlamentare nelle due camere, che deve però essere poi confermata da due voti di maggioranza. Nulla lascia prevedere che il congresso si presterà al gioco. Resta aperta l' incognita sul giorno dell' inaugurazione: Trump boicotterà il giuramento di Biden? Si leverà in cielo con l' elicottero presidenziale mentre il suo successore starà ponendo la mano sulla Bibbia? I suoi sostenitori provocheranno scontri? Biden si sta preparando al peggio mentre denuncia i danni che la mancata cooperazione sta provocando al paese. Ma nel frattempo ha fatto sapere che non entrerà alla Casa Bianca se l' intero edificio, che ha ospitato negli ultimi mesi della pandemia grandi feste a volto scoperto, non sarà prima completamente disinfettato.

Bill Clinton. Dagotraduzione da TheWrap il 25 agosto 2021. “Impeachment: American Crime Story” di Ryan Murphy racconta la storia della famigerata relazione tra il presidente Bill Clinton e l'ex stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky. Mentre l'imminente antologia di FX si tufferà in molti dettagli sullo scandalo, non includerà le rappresentazioni di atti sessuali avvenuti tra Lewinsky (interpretato da Beanie Feldstein) e Clinton (Clive Owen). In effetti, l'interazione più intima che i due condivideranno nei primi episodi di "Impeachment", che debutterà il 7 settembre, è un bacio. Gli elementi più espliciti della relazione vengono rivelati durante le telefonate di Lewinsky con l'ex dipendente della Casa Bianca Linda Tripp (interpretata da Sarah Paulson). E la ragione di questa decisione, secondo la scrittrice Sarah Burgess, è che un numero sufficiente di persone conosce già il «dettaglio sessuale grafico» dello scandalo degli anni '90, come l'abito blu che Lewinsky teneva macchiato dello sperma di Clinton dopo aver fatto sesso orale su lui. «È sempre stato il mio istinto scriverlo nel modo in cui l'hai visto», ha detto Burgess a TheWrap. «In realtà non ne abbiamo discusso molto. È davvero scioccante... Ero una preadolescente quando è uscito questo articolo e ricordo che il rapporto [del consigliere indipendente Kenneth Starr] era apparso sul Washington Post, che è il giornale della mia città natale. Poiché il dettaglio sessuale grafico era il titolo nel 1998, sembrava... prima di tutto, qualcosa che gran parte del pubblico già sapeva». Ha continuato: «Per esempio il vestito blu: tutti conoscono esattamente i meccanismi di quello e di cosa si tratta. E penso che molto del mio pensiero sia sempre stato quello di mettermi nei panni di Monica attraverso Beanie, questa persona estremamente giovane che si presenta a Washington con tutta la sua vita davanti a sé. E sentire chi era come essere umano, quali erano i suoi sentimenti e il suo rapporto con Bill, non mi è mai sembrato il cambiamento. E non ricordo... nessuna discussione intensa su come farlo in un altro modo». "Impeachment: American Crime Story" è incentrato sulla «crisi nazionale che ha travolto Paula Jones, Monica Lewinsky e Linda Tripp come personaggi principali nei primi procedimenti di impeachment del paese in oltre un secolo», con Annaleigh Ashford nel ruolo di Jones e Sarah Paulson nei panni di Tripp. «Vedrai che siamo molto consapevoli di cosa mostriamo quando, e perché, e cosa non mostriamo, e perché», ha detto Jacobson. «Ed è stato sicuramente un istinto molto calcolato e penso davvero buono da parte di Sarah e qualcosa che penso che abbiamo saputo presto, presto, collettivamente, che volevamo affrontarlo nel modo in cui viene affrontato alla fine. Ma lascia che la serie parli anche di questo mentre arrivi agli ultimi episodi». Feldstein ha aggiunto di essere "completamente" d'accordo con il modo in cui "Impeachment" ha gestito le scene intime tra Lewinsky e Clinton. Oltre a Feldstein nei panni di Lewinsky e Owen nei panni del presidente Clinton, “Impeachment: American Crime Story” vede Paulson nei panni di Linda Tripp, Edie Falco nei panni di Hillary Clinton, Ashford nei panni di Paula Jones, Billy Eichner nei panni di Matt Drudge e Cobie Smulders (che ha recentemente sostituito Betty Gilpin ) come Ann Coulter. "Impeachment" è il terzo capitolo della serie "American Crime Story" di Murphy, seguito dalla prima stagione, "The People vs. OJ Simpson" e dalla seconda, "The Assassination of Gianni Versace".

·        Kennedy: Le Morti Democratiche.

Il mito dei Kennedy. Tutto a sinistra. Un'elezione risicata e la guerra "democratica" e tra democratici.

Maria Antonietta Calabrò per formiche.net il 24 ottobre 2021. Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato un altro rinvio nel rilascio degli ultimi file segreti degli Archivi americani che riguardano l’assassinio di John F. Kennedy, nonostante stiano per scoccare i 58 anni dall’attentato di Dallas in cui JFK morì il 22 novembre 1963. Un Memo della Casa Bianca, firmato da Biden venerdì, afferma che “il nuovo rinvio temporaneo è necessario per proteggere da danni identificabili alla difesa militare, alle operazioni di intelligence, alle forze dell’ordine o alla condotta delle relazioni estere di tale gravità da superare l’interesse pubblico alla divulgazione immediata”. L’ordine arriva in risposta all’Archivista degli Stati Uniti, David Ferriero, che secondo il Memo aveva invece raccomandato al presidente di “gestire due diffusioni pubbliche di informazioni”, che alla fine di un processo rallentato dalla pandemia da coronavirus “sono state determinate come appropriate per diffusione al pubblico”, con una prima pubblicazione provvisoria il 15 dicembre prossimo e un altro release completo alla fine del 2022. Invece dal 15 dicembre Biden ha ordinato soltanto la digitalizzazione completa da parte dei National Archives, NARA, dell’enorme numero di documenti (il 90% circa dei 250 mila riguardanti l’assassinio di Kennedy) già resi pubblici, a partire dal 1992 quando il Presidente George W. Bush ne ordinò la desecretazione per contrastare le teorie del complotto seguite all’ uscita del film di Oliver Stone (che nel 2017 è stato l’unico a scrivere un libro intervista con Vladimir Putin) “JFK “, nel 1991. Donald Trump aveva ordinato nel 2018 che la documentazione fosse mantenuta segreta  per ragioni di sicurezza nazionale solo fino al prossimo 26 ottobre 2021, “per volontà dell’intelligence community”. Come si vede la ragione invocata ieri dal presidente Biden è molto più ampia, e coinvolge le relazioni internazionali degli Stati Uniti che potrebbero essere minate in maniera grave, probabilmente nei confronti della Russia. Secondo The Intercept, infatti, tra le informazioni che non sono state rese pubbliche ci sono dettagli altamente sensibili sulle operazioni degli Stati Uniti contro Cuba nel 1963. Ci sono anche passaggi sulle tecniche di sorveglianza che hanno rilevato le visite di Oswald (che si era recato anche in URSS, precedentemente) alle ambasciate sovietiche e cubane a Città del Messico settimane prima dell’assassinio di Kennedy. In occasione dei 50 anni dall’assassinio di Kennedy, un’analisi della Rossiyskaya Gazeta nel 2013 ha messo in evidenza che, ancor prima dei tragici eventi di Dallas, durante gran parte del 1963 sulla stampa sovietica l’immagine di John F. Kennedy aveva acquisito tratti del tutto insoliti, rispetto ad altri leader della Casa Bianca nel periodo della Guerra Fredda. Nei confronti di Kennedy, infatti, “non vennero quasi mai mosse critiche”. “La gigantesca campagna condotta sulla stampa sovietica – vi si legge – così traboccante di simpatia sincera verso questo giovane e lungimirante Presidente, ucciso nel fiore degli anni, ebbe un effetto davvero potente sulla società. Le sue tracce si possono osservare ancora oggi nella Russia moderna. Molti della vecchia generazione distinguono tuttora Kennedy rispetto ad altri Presidenti degli Stati Uniti, ricordano gli eventi più importanti legati al suo nome, e sono sempre pronti a offrire la loro versione circa il mistero del suo assassinio”. Ma l’articolo si chiede “come mai questo Presidente, che, in realtà, aveva discusso e si era scontrato con Mosca più di ogni altro (basti pensare al fallito Vertice di Vienna, al blocco di Berlino e alla crisi di Cuba), divenne all’improvviso, agli occhi del Cremlino, un’icona, l’incarnazione di tutto ciò che era buono e progressista.” Una vera e propria campagna disinformativa di cui il KGB era maestro? E si mette in evidenza che dopo neppure un anno dopo la morte di Kennedy, Krusciov dovette lasciare il potere.

Dagotraduzione dall’Ap il 15 luglio 2021. Presentando il suo ultimo film a Cannes, il regista statunitense Oliver Stone è tornato su uno dei suoi temi preferiti: l’omicidio del presidente John F. Kennedy, secondo il regista assassinato dalla CIA per la sua opposizione all'esercito americano. Stone, che al Festival ha mostrato in anteprima il suo nuovo documentario sull'omicidio, ha anche detto ai giornalisti che crede sia stata la paura di essere buttato fuori a impedire a Barack Obama di sfidare i militari e le agenzie di intelligence durante il suo mandato. «Una delle maggiori preoccupazioni di Obama quando era presidente era essere assassinato in quanto primo presidente nero», ha detto Stone ai giornalisti. «Penso che avesse delle paure. Non lo so, lo deduco solo dal suo comportamento: non offendere nessuno, sii moderato in tutto». Il nuovo documentario di Stone, "JFK Revisited: Through the Looking Glass", riunisce le prove raccolte nei tre decenni successivi al suo film "JFK", in gran parte pubblicato a causa del furore suscitato da quel film. Il regista di 74 anni ha detto che ora era noto «per certo» che Lee Harvey Oswald, per tutti l’assassino di Kennedy, non era presente nel deposito di libri da dove avrebbe dovuto sparare al presidente. Ha detto che Oswald era «molto coinvolto con la CIA». «Sappiamo che le prove originali che la Commissione Warren ci ha presentato - i proiettili, le traiettorie, il fucile, l'autopsia - sono fraudolente», ha detto Stone. «Il motivo era il cambiamento. Kennedy stava cambiando troppo le cose. Da Kennedy in poi, nessun presidente americano si è avvicinato a queste mosse. Ora abbiamo un settore militare che consuma il 50% del nostro budget. È oltraggioso. Non possiamo toccare il militare, non possiamo toccare le agenzie di intelligence». «Le cose sono cambiate» - Kennedy «è stato l'ultimo presidente americano che ha davvero lottato per la pace nel mondo», ha aggiunto. «Siamo dove siamo per questo. Le cose sono cambiate il 22 novembre 1963». Si è lamentato del fatto che i finanzieri statunitensi si siano rifiutati di sostenere il suo nuovo documentario, costringendolo a cercare finanziamenti in Europa, proprio come ha fatto quando ha realizzato "Snowden", il suo film del 2016 sull'informatore Edward Snowden. «È deprimente che dobbiamo andare in Gran Bretagna per ottenere soldi per raccontare questa storia che è intrinsecamente americana», ha detto il produttore del documentario Robert Wilson. Ma non tutti erano convinti del documentario, e Variety ha offerto una lunga smentita delle sue argomentazioni. «In 'JFK Revisited', Oliver Stone ci guida attraverso lo specchio, va bene, ma la vera domanda è se ha trovato la verità o una bugia ancora più ipnoticamente spettacolare», ha scritto il giornale. L'Hollywood Reporter ha detto che Stone aveva messo insieme un «bel pacchetto tecnico», ma temeva che mancasse di credibilità. «Non è un regista noto per il suo approccio equilibrato e sfumato alle questioni geopolitiche, dopotutto», ha scritto. «Qualcuno può prenderlo di nuovo sul serio dopo quelle adulazioni documentaristiche con Castro e Putin?». Il regista anticonformista è stato accusato questa settimana di glorificare l'ex presidente dittatoriale del Kazakistan Nursultan Nazarbayev in un altro nuovo documentario, "Qazaq: History of the Golden Man". «Chiama #Nazarbayev come vuoi: dittatore, uomo forte, tiranno, fondatore», ha twittato Stone in risposta ai suoi critici. «Lo troverai un uomo modesto che spiega la fine dell'impero #sovietico e la transizione del suo importante paese verso una nazione indipendente». 

I soliti irlandesi antitaliani, seppur con origini italiche.

Kennedy, il fascino di una dinastia. E le origini italiane. Da Firenze a Boston passando per l’Irlanda. Foto e cimeli in mostra a Bologna. Cesare De Carlo il 5 aprile 2019 su quotidiano.net. Prosegue a Bologna, a Palazzo Belloni, la mostra fotografica “The Kennedy Years”. Dedichiamo alla celebre dinastia statunitense una serie di articoli di approfondimento. Il primo, di Cesare De Carlo, si occupa delle origini della famiglia. Quando mettono piede a Palazzo Belloni, a Bologna, per la mostra sui Kennedy, in pochi probabilmente sanno delle loro origini italiane. Ma ci sono carte antiche. Quelle che, circa vent’anni fa, mostrai al senatore Ted Kennedy. Ero accompagnato dallo storico fiorentino Stefano Sieni, autore delle ricerche. Ci rispose: certo, italiani. "Il nonno ce lo ricordava spesso". Si chiamava John Francis Fitzgerald. Fu sindaco di Boston ai primi del Novecento e poi Congressman. Era il padre di Rose, destinata a diventare la matriarca della dinastia. Una dinastia che poi sarebbe stata amata con devozione quasi monarchica da un popolo che aveva conquistato l’indipendenza combattendo contro la monarchia. Paradossi della storia. Più tardi, a un pranzo tenuto dall’allora ambasciatore italiano Ferdinando Salleo, Ted Kennedy mi spiegò: Fitzgerald in lingua gaelico-irlandese significa figli di Gerald. E Gerald era una contrazione di Geraldo, anzi di Geraldini. E i Geraldini o Gherardini erano una nobile e ricca famiglia fiorentina. A una Geraldini pare si sia ispirato Leonardo da Vinci. Dunque imparentato anche con Monna Lisa? Sorrise. Nel dodicesimo secolo durante le lotte fra Guelfi e Ghibellini un ramo della dinastia fuggì da Firenze. Approdò in Normandia. Poi in Inghilterra. Si mise al servizio di Guglielmo il Conquistatore. Finì in Irlanda. Infine l’emigrazione nel Nuovo Mondo. "Ero a Firenze – mi ricordò ancora il senatore – all’indomani dell’alluvione. Ero uno di loro". Le foto lo ritraggono nel fango di Santa Maria Novella. Ted era il più giovane dei quattro fratelli. Il primo, Joseph Jr., fu abbattuto con il suo bombardiere nel 1944. Il secondo, John detto Jack, fu assassinato a Dallas nel 1963. Il terzo, Robert, fu assassinato a Los Angeles nel 1968. Ted morì dieci anni fa. Aveva anche cinque sorelle. Altro dramma. Rosemary fu lobotomizzata per controllare una forte schizofrenia. La madre Rose non ebbe vita facile. E Joe Kennedy non fu un marito modello. Fra le amanti viene annoverata Gloria Swanson. D’altra parte il vecchio Fitzgerald non voleva che la figlia sposasse “quel tipo”. E solo dopo sette anni di martellamento cedette. Le informazioni da lui raccolte pare non fossero delle migliori: traffici sospetti durante gli anni del proibizionismo, imbarazzanti vicinanze con i boss delle mafie irlandese, italiana, ebrea. È un fatto però che Joe non ebbe mai grane con la giustizia. Anzi il presidente Roosevelt lo mandò a Londra come ambasciatore. Salvo pentirsene per le sue dichiarazioni filohitleriane. Richiamato in patria, Joe si mise in testa di portare uno dei suoi figli alla Casa Bianca. Morto Joseph Jr. ripiegò su John. Il quale giovanissimo divenne senatore per lo Stato del Massachusetts e poi nel 1960 tentò la scalata alla presidenza. All’epoca si disse e si scrisse che John Kennedy aveva vinto perché nel dibattito televisivo il suo stile disinvolto aveva avuto la meglio sul grigiore di Richard Nixon. Più tardi Sam Giancana, boss dei boss a Chicago, avrebbe dato una versione diversa: aveva vinto perché gli aveva comprato i voti dell’Illinois e del West Virginia. Fantasie? Fra le molte amanti di John ce n’era una, Judith Exner, la quale affermò di essere andata a letto con tutti e due. Una notte alla Casa Bianca. Una notte a Chicago. E John Rosselli, altro noto boss, lasciò scritto: (Kennedy) fu un ingrato, l’avevamo eletto noi. Si riferiva alla crociata antimafia che il fratello Robert, diventato Attorney General, aveva scatenato contro la mafia italo-americana. Di qui le illazioni sui mandanti dell’omicidio di Dallas. Illazioni, speculazioni, ombre. Eppure non hanno scalfito nei decenni il fascino di questa dinastia, che tanto è stata discussa e tanto ha sofferto, tanto è stata contestata sul piano politico quanto amata su quello personale. Diamo un’occhiata alla politica estera. Nel giugno 1961 Kennedy incontrò Kruscev a Vienna. Era impreparato. Diede un’impressione di debolezza. Risultato: dopo pochi mesi veniva eretto il muro di Berlino e l’Urss cominciava l’installazione dei missili a Cuba. Tardiva la sua reazione alla sfida. Il mondo si trovò sull’orlo di una guerra nucleare. Inoltre incoraggiò l’invasione anticastrista a Cuba per poi abbandonare gli esuli al massacro. Ma fu anche l’uomo della «grande frontiera» e del programma spaziale in risposta a un’altra sfida sovietica. Aveva una retorica affascinante, un carisma senza eguali, una First Lady seducente, un sex appeal irresistibile. L’uccisione ne fece un martire.

Kennedy, un mito costruito in famiglia. John cresce fra i privilegi, le ambizioni e i soldi del padre puntano sulla sua carriera politica. Enel dramma della morte è Jacqueline a “volere funerali uguali a Lincoln”. Gianni Riotta il 20 Novembre 2013, modificato il 16 Luglio 2019 su La Stampa.  Nel romanzo di Stephen King «22/11/’63», data dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, il protagonista Jack Epping trova una «porta» per viaggiare nel tempo e cerca di salvare a Dallas il giovane presidente americano, bloccando Lee Oswald. Fantasia formidabile, salire al magazzino dei libri, disarmare il killer dal fucile italiano Mannlicher-Carcano con il quale aveva già cercato di uccidere il generale Walker, cambiare la storia in bene. Mezzo secolo dopo i Mille Giorni kennedyani ripercorriamo in tanti il tunnel del tempo come Epping, un viaggio impossibile, realtà e mito sono così intrecciati da lasciare senza risposta l’enigma cruciale, non «Chi ha ucciso JFK?», ma «Chi era JFK?». La mitologia propone un leader che – senza l’ex marine Oswald, convertito al comunismo, emigrato in Urss dopo avere lavorato al progetto degli aerei spia U2 – avrebbe chiuso la guerra in Vietnam, eliminato la segregazione razziale, chiuso la Guerra Fredda. I documenti contrastano con la fiaba, Kennedy era un anticomunista radicale detestato dalla moglie di FDR, Eleanor Roosevelt, perché tiepido sulla caccia alle streghe del senatore McCarthy, di cui il fratello Bob era collaboratore, che in Congresso si appoggia ai segregazionisti del Sud, attaccato dal reverendo King, da sua moglie Coretta, dal primo asso nero del baseball Robinson: «Io voto repubblicano!». La maturazione di Kennedy gli farà progettare solo nel 1963 le storiche leggi che poi il suo successore Johnson varerà, il «Civil Rights Act 1964» e il «Voting Rights Act 1965», fine della segregazione seguita alla Guerra Civile. Perfino le riforme sanitarie per poveri e anziani, Medicare e Medicaid – nonne della controversa Obamacare –, passano in Congresso perché il manto del martirio del primo presidente cattolico è fresco di sangue. Dalla bellicosa e grottesca sortita alla Baia dei Porci contro Fidel Castro, così mal concepita dalla Cia che Kennedy la riterrà poi «una trappola», il Presidente – temprato dal summit a Vienna in cui si sente trattato dal leader sovietico Kruscev «Come un ragazzino» – evolve in statista che afferma la superiorità morale della democrazia in una trionfale missione europea, e prevale nella crisi dei missili a Cuba 1962, quando il giovane Kissinger gli propone invece «Guerra nucleare tattica», avviando il disgelo con il Cremlino. Alla sua morte papa Paolo VI lo definirà «Un saggio». A 20 anni dalla morte, nel 1983, il fratello senatore Ted Kennedy, il vero progressista della dinastia fondata dal magnate irlandese Joseph, astuto, avido, tenero con Hitler quando era ambasciatore a Londra, condensa la nostalgia «We miss you Jack, and always will», «Ci manchi Jack e per sempre». Lo conferma un sondaggio dell’Università di Virginia: Kennedy batte tutti i Presidenti del ’900 in una pagella da 1 a 10 con 7,6, davanti a Reagan 6,5, Clinton 6,7, Bush padre 4,9, Johnson 4,9, Carter 4,6, Nixon 3,7. L’America ama la Nuova Frontiera, persuasa che in suo nome Vietnam, crisi morale e politica, Watergate, si sarebbero evitati. Illusioni? Sì, ma anche le illusioni fanno Storia e Politica. John Fitzgerald Kennedy era cresciuto nel privilegio, non subendo la supremazia del primogenito Joe junior, con cui fa a botte finché Joe non muore in guerra e le ambizioni del padre non cadono su di lui, «Jack», come in casa lo chiamano. Eroe nel Pacifico, salva l’equipaggio del suo PT 109 dai giapponesi, riceve ferite che piagano la già fragile colonna vertebrale, ma scherza «Mi son guadagnato le medaglie, facendomi spaccare in due la barca!». A casa, come tanti giovani veterani, si stanca del conformismo dell’era Eisenhower, c’è aria di leader nuovi, JFK diventa il più giovane presidente eletto a 43 anni, ma Nixon era stato vicepresidente repubblicano a 39 anni. I soldi del padre lo eleggono prima deputato, poi senatore del Massachusetts. Con il sorriso da star di Hollywood, Kennedy sogna la vicepresidenza 1956, non la ottiene ed è una fortuna perché il candidato democratico Stevenson perde e gli apre la strada contro Nixon. I rivali accusano Kennedy di contare troppo «sulla fortuna Kennedy», lui ride a cena: «Mio padre ha detto ok, i voti te li compro, ma vinci di misura, scordati il trionfo». E la vittoria 1960 arriva sul filo di lana, 118.574 voti di scarto. In due Stati chiave, Illinois e Texas, Kennedy passa grazie al sindaco di Chicago Daley (giusto per 8.858 voti), e al vicepresidente texano Johnson, (46.257 voti di scarto). Le voci di brogli sopravvivono fino a noi. Nel nuovo studio «The Kennedy half century» il saggista Larry Sabato nega che il celebre dibattito tv Nixon-Kennedy abbia «deciso le elezioni», anche se il repubblicano era emaciato per un intervento chirurgico e il democratico abbronzato per avere studiato al sole sul tetto dell’hotel, ma la stampa decise così e il mito prevale. La presidenza Kennedy ha pochi, fondamentali, capitoli politici. Il taglio alle tasse, vigoroso, del 1962 (per il ceto medio 14%, per i ricchi 65%, giù dal 91%), una misura da repubblicani, per un democratico moderato. La guerra contro il capo del cartello siderurgico Blough, che aumenta il prezzo dell’acciaio di 6 dollari la tonnellata: «Mi hai fottuto? Ti fotto io» dice Kennedy, si appoggia ai sindacati, ordina di girare le commesse militari alle aziende indipendenti come Lukens, spedisce l’Fbi nelle acciaierie e fa revocare l’aumento, misura antimonopolio storica, Kennedy populista. Manovra sui diritti civili con prudenza, ma quando i governatori democratici del Sud cacciano gli studenti afroamericani dai colleges, lo sceriffo «Bull» Connor lancia cani lupo contro i non violenti e i terroristi fanno strage con le bombe, mobilita la Guardia Nazionale e avvia le riforme. Kennedy resterà sempre cauto, cercando di cancellare la Marcia a Washington di «I have a dream», «Mi danneggerà», mentre il fratello Bob definisce il braccio destro di King, Bayard Rustin, «un frocio». Nel 1960 Kennedy è allarmato dal Laos con la guerra civile del Pathet Lao, non dal Vietnam. Anticomunista Doc, promette di «sopportare ogni peso in difesa della libertà» e non fa passi indietro. Ma l’invasione fallita a Cuba e l’esperienza da tenente lo animano contro lo Stato Maggiore. Quando i monaci buddisti si danno fuoco contro il governo cattolico di Diem in Sud Vietnam (non «contro la guerra») e la crudele signora Nu commenta «Bonzo al barbecue? Passategli fiammiferi e benzina», Kennedy manda come ambasciatore a Saigon il repubblicano Cabot Lodge, non si oppone al golpe contro Diem ma intuisce che la strategia è perdente. Poteva ritirarsi alla vigilia delle elezioni 1964? Improbabile, ma la richiesta che fa il giorno prima di morire, «revisione totale» dell’impegno americano e lo stupendo discorso del «disgelo» sulla «Pace nel mondo» all’American University (commosse perfino Kruscev), autorizzano a pensare che avrebbe potuto smarcarsi come Nixon nel 1973, senza l’escalation tragica di Johnson. Non grazie all’idealismo, grazie al pragmatismo copiato da Obama a Baghdad e Kabul. Non si vince? A casa. Da Baia dei Porci e fallimento del vertice a Vienna, Kruscev deduce che Kennedy è un debole. Lo sfida spedendo i missili a Cuba nell’ottobre del 1962. Secondo il consigliere McGeorge Bundy solo al tempo della crisi delle isolette davanti Taiwan Quemoy e Matsu il mondo va così vicino alla tragedia atomica. I falchi, come il generale LeMay (il «dottor Stranamore» del film), provocano «Testate nucleari contro Mosca!», il presidente opta per il blocco navale. Quando le navi sovietiche Kimovsk e Gagarin arrivano alla linea fatale scortate da un sottomarino, la guerra è legata all’ordine, «Macchine indietro» che arriva in extremis dal Cremlino. Vince Kennedy, dà in cambio assicurazione che non invaderà l’Avana e che, mesi dopo, ritirerà missili dalla Turchia. Con il programma spaziale, un uomo sulla Luna in 10 anni promette Kennedy, è il suo momento migliore, anche se in realtà il Presidente voleva andare su Marte con sbarco congiunto di astronauti Usa-Urss e la Nasa fatica a dissuaderlo! L’aria giusta per il Trattato contro gli esperimenti nucleari che finalmente, nel 1963, firmano Usa e Urss. Il look comprende i chinos chiari, il sigaro in bocca, gli occhiali Ray Ban e l’aria da skipper olimpico mentre il Presidente era un invalido, che spesso si reggeva a stento in piedi, con dosi massicce di novocaina spacciate dal dottore-stregone «Dr. Feelgood». Ma il mito non sarebbe nato senza la moglie Jacqueline, icona del Novecento nei quadri di Warhol, tradita con tale foga («i 15 secondi più memorabili della mia vita» dirà l’attrice Angie Dickinson e brutalità (tre volte con amanti diverse la notte dell’Inaugurazione) che i kennedyani ritengono prova di vitalità, gli anti perversione morale. Jackie strega Kruscev con gli abiti Dior «Presidente non mi annoi con le statistiche a cena la prego», convoca gli artisti alla Casa Bianca, Pablo Casals, Ella Fitzgerald, Sinatra, Laurence Olivier, Bette Davis, Sidney Poitier, Tony Curtis. Quando il presidente cade a Dallas la vedova telefona allo storico Robertson, ancora con l’abito rosa intriso di sangue e cervello del marito: «Voglio funerali uguali a quelli di Lincoln», l’altro presidente martire. Al cimitero di Arlington, l’ex fattoria del generale sudista Lee, la fiamma votiva della tomba di JFK è allineata sull’asse ideale che lega Lincoln Memorial, Monumento a Washington, Campidoglio: particolare che l’architetto Warnecke studia in segreto per Jacqueline. I miti nascono così, e così, in segreto, vivono nella realtà. «Un liberal guarda al futuro non al passato, accoglie le idee nuove senza rigidità, si preoccupa del benessere della gente, salute, casa, scuola, lavoro, diritti civili e libertà, crede alla fine dei blocchi, dei sospetti, al cammino verso la pace… e per questo sono liberal» (JFK 4 novembre 1960).

“BANDA KENNEDY”, ECCO IL LIBRO-VERITÀ. Luca Bagatin il 27 novembre 2013 su opinione.it. Il primo a smascherare la più terribile dinastia della Storia del Novecento, ovvero i Kennedy, fu Pier Carpi, classe 1940, giornalista d’inchiesta e prima ancora fumettista e regista, scomparso nel 2000 povero e dimenticato da tutti, in particolare da quell’intellighenzia culturale “politically correct” che ha sempre mal digerito i liberi pensatori ed i liberi ricercatori. Con “La banda Kennedy”, edito per la prima volta nel 1980 (Centroedizioni) e ripubblicato nel 1992 (Gribaudo editore), Pier Carpi - nella forma del romanzo - racconta l’ascesa e la caduta dei Kennedy: da Patrick J. Kennedy, ex taverniere e successivamente politico statunitense, figlio di immigrati irlandesi e già con le mani in pasta con la mafia d'Irlanda infiltratasi negli Stati Uniti; passando per il figlio Joseph “Joe” Kennedy, il “grande burattinaio” della dinastia; sino a John Kennedy, Robert “Bobby-Bob” Kennedy e Teddy “The Kid”. Una dinastia che, come racconta e documenta Pier Carpi nel suo romanzo, si è fatta strada grazie alla collaborazione della mafia irlandese ed italiana negli anni Venti e Trenta del secolo scorso e successivamente collaborando con il nazismo hitleriano. Andando con ordine, ne “La banda Kennedy” possiamo osservare all’azione Joseph Kennedy, prima imprenditore nell’ambiente cinematografico, amante di Gloria Swanson e successivamente promesso sposo - per interesse politico ed economico - di Rose Fitzgerald, figlia del sindaco democratico di Boston, “Honey Fitz”. Joseph “Joe” Kennedy, il quale aveva fatto i soldi grazie al proibizionismo e dunque alla sua amicizia con Al Capone, che, purtuttavia, su richiesta della Cia guidata da Edgar Hoover, troverà il modo di farlo arrestare ed in questo modo si garantirà le simpatie dei servizi segreti americani, diventando ben presto diplomatico statunitense in Europa. Sarà proprio qui che inizieranno le sue simpatie per il regime di Hitler, al punto di tentare di influenzare la Corona Britannica in un’alleanza con il dittatore nazista e facendo pressione affinché la sua amica Wallis Simpson sposasse il Duca di Windsor Edoardo, di dichiarate simpatie naziste. E questa operazione tentò di orchestrarla per mezzo di un oscuro figuro, che agirà sempre nell’ombra, anche negli anni a venire, ovvero il barone Erwin Von Honnestein, già amante del Duca di Windsor. Su pressione di Churchill, ad ogni modo, Edoardo di Windsor non salirà mai al trono, bensì sarà allontanato dallo stesso Regno Unito con la carica onorifica di Governatore delle Bahamas. Da allora e anche dopo la fine del nazismo e della Seconda guerra mondiale, i rapporti fra Joe Kennedy ed Erwin Von Honnestein si intensificheranno e, scopo del “patriarca” dei Kennedy, sarà quello di far giungere un Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti d’America, orchestrandone lui stesso la politica. Cattolico di ferro, Joseph Kennedy, farà iniziare i suoi figli John e Robert, ai Cavalieri di Colombo, ovvero una confraternita cattolica legatissima al Vaticano, di cui era già grande dignitario. Sarà così che otterrà il pieno appoggio della Chiesa cattolica per i suoi piani successivi. Grazie all’appoggio della Chiesa, della mafia irlandese, di quella italiana, dei sindacati di Jimmy Hoffa e della Cia, Joe Kennedy riuscirà nell’impresa di far eleggere alle primarie del Partito Democratico e successivamente a Presidente degli Usa, suo figlio John che, come ricorda Pier Carpi, era sostanzialmente un fifone nelle mani del padre e del fratello Robert, detto Bobby. Joe Kennedy riuscì nell’impresa pur avendo contro Eleanor Roosevelt, moglie dell’ex presidente Usa ed Harry Truman, ex presidente, i quali lo consideravano un tipo pericoloso e squallido. Fu così che iniziò l’Era di John Kennedy alla guida degli Stati Uniti, con una moglie, Jackie, che fu purtuttavia l’amante ufficiale del fratello Bob, oltre che dell’armatore greco Aristotele Onassis, che, dopo la morte del marito, sposerà. E fu così che il padre del presidente, ovvero il “grande burattinaio” Joe, manovrerà la politica estera ed interna del figlio, grazie al prezioso contributo del nazista Erwin Von Honnestein, sopravvissuto al secondo conflitto mondiale. L’idea di invadere la Cuba di Fidel Castro con armi statunitensi fu infatti del padre di John Kennedy, il quale fece infiltrare ex ufficiali tedeschi fra i ribelli cubani, che avrebbero dovuto essere appoggiati dagli Usa contro il regime di Fidel Castro. Ufficialmente, ad ogni modo, si sarebbe dovuto trattare di semplici ribelli cubani... Nacque così, in sostanza, lo storico “sbarco nella Baia dei Porci”, appoggiato dalla Cia, ma successivamente fallito. Sbarco sostenuto particolarmente, più che dal Presidente Kennedy, da suo fratello Bob, entrato ormai in ottimi rapporti con Von Honnestein e vero pupillo del padre Joe. Pochi, peraltro, sanno o ricordano che Bobby Kennedy e suo fratello John, su indicazione del padre, furono fra i maggiori sostenitori della politica maccartista, ovvero della famosa “caccia alle streghe” anticomunista ideata dal senatore repubblicano Joseph McCarthy. Una caccia alle streghe condotta senza esclusione di colpi e con azioni dal sapore illiberale, fatta di interrogatori, pestaggi e persino espulsioni celebri quale quella dell’attore Charlie Chaplin, al quale fu cancellata la possibilità di rientrare negli Usa. Robert Bobby Kennedy, fu peraltro consulente del dipartimento di investigazioni istituito da McCarthy, ma, ciò, come il resto, si è preferito dimenticarlo e/o occultarlo, facendolo passare come un “paladino dei diritti civili”, quando in realtà era un arrivista della prima ora, a caccia dei voti delle persone di colore, pur mantenendo il suo intimo razzismo e disprezzo per le minoranze. Tutte cose che la sua amante Marilyn Monroe sapeva molto bene e minacciava di raccontare e proprio sul suo presunto suicidio e sul relativo coinvolgimento di Bob Kennedy, il romanzo di Pier Carpi getta una nuova e sinistra luce. Una volta ucciso a Dallas - da un colpo di arma da fuoco - il fratello John, che non aveva mai amato, Bobby tentò di fare pressione su suo padre Joe affinché manovrasse al fine di accaparrarsi la sedia di nuovo Presidente degli Stati Uniti. Il padre, questa volta, ad ogni modo, gli negò ogni aiuto in quanto Bob, nel suo mandato di Ministro della Giustizia, ci era andato “troppo pesante” con i mafiosi ed i sindacalisti di Hoffa, che sempre avevano rappresentato un ottimo bacino elettorale democratico e per i Kennedy, a cominciare dall’amicizia di Frank Sinatra con il Clan. Robert Kennedy, ad ogni modo, vinse comunque le primarie del Partito Democratico, ma anch’egli fu ucciso. Probabilmente, si ipotizza, su mandato del capo dei sindacalisti Usa, Hoffa, che si sentì tradito dal Clan dei Kennedy, con il quale pure aveva sempre curato ottimi affari. Seppellito anche il patriarca Joe, rimaneva solo il senatore Ted Kennedy, soprannominato “Teddy the Kid”, il quale, a causa del suo basso quoziente intellettivo, era stato rifiutato persino dall’iniziazione nei Cavalieri di Colombo. Amante di orge al limite del grottesco e della violenza, alcolista come la moglie, Ted non fece mai una grande carriera politica. Ma sarà ricordato, nel libro di Pier Carpi, come colui il quale fu coinvolto nell’omicidio della giovane Mary Jo, probabilmente incinta di lui ed il cui scandalo cercò di far placare solo il presidente Jimmy Carter. A causa della pubblicazione di questo romanzo-verità, Pier Carpi subì proprio le minacce del senatore Ted Kennedy. Ce lo ricorda lo stesso autore nella prefazione alla seconda edizione, affermando che lo minacciò di “rompergli le ossa” e di “farlo assassinare”. Ad ogni modo l’autore non fu mai nemmeno querelato. Comunque, scientemente o meno, dagli anni Novanta ad oggi, Pier Carpi è stato quasi dimenticato, forse proprio grazie alle scottanti verità che raccontò e documentò. È del settembre 2010 il libro “Kennedy Shock”, edito da Kaos Edizioni, a cura del giornalista di Radio Radicale Lanfranco Palazzolo, il quale riprende proprio queste scottanti verità (riportate anche sul relativo blog kennedyshock.blogspot.it). Morto anche l’ultimo dei Kennedy, Ted, nel 2009, le verità sulle trame occulte, i segreti, i delitti ed i crimini della terribile dinastia dei Kennedy, stanno dunque finalmente venendo a galla. Come ha scritto nell’incipit alla seconda edizione de “La banda Kennedy” lo stesso Pier Carpi, anche noi, che pur con difficoltà siamo riusciti a reperire questo prezioso libro, dedichiamo tutto ciò... “Al Sogno Americano, che una sola famiglia è riuscita a distruggere, violentando la realtà”. Affinché tutto ciò faccia riflettere le menti libere e prive di condizionamenti.

AMERICAN TABLOID. AUTORE James Ellroy TRADUZIONE DI Stefano Bortolussi EDITORE Mondadori. Andrea Colelli su  mangialibri.com. “L’America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto”. Tra il 1958/1959 e il 1963, tra la liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista ad opera di Fidel Castro e l’anno dell’assassinio di J. F. Kennedy a Dallas, l’America è un luogo cinico, che inquieta per quello che nasconde, nel quale campeggiano uomini di potere senza scrupoli (ma quale uomo di potere ne ha?): Jimmy Hoffa, capo del potentissimo sindacato dei trasportatori, legato agli ambienti della mafia italo-americana, J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI, fanatico anticomunista e nemico giurato della famiglia Kennedy, Howard Hughes, editore miliardario sempre alla ricerca di notizie scandalistiche, spadroneggiano, prima di arrivare a John e Robert Kennedy. Attorno ai Kennedy, spesso da loro stessi manovrati, si muovono e operano personaggi che fanno parte del sottobosco più sordido della società americana: trafficanti di droga, mafiosi, agenti segreti doppiogiochisti, pronti a vendersi al miglior offerente, esponenti del Ku Klux Klan collusi con la malavita organizzata, squillo d’alto bordo, assassini prezzolati ingaggiati dalla CIA per organizzare la resistenza degli esuli cubani, uomini politici senza morale e senza ideali, alla ricerca del protettore giusto che garantisca loro una carriera sicura…American tabloid è semplicemente blasfemo: la famiglia Kennedy viene fatta a pezzi. Il padre Joe, miliardario irlandese, arricchitosi grazie all’appoggio della mafia, compra, sfruttando anche le vecchie amicizie, la Casa Bianca al figlio John, a sua volta donnaiolo impenitente e amorale. JFK, eletto per una manciata di voti grazie agli appoggi dei boss italo-americani, non li ostacola, anzi fornisce loro un tacito assenso allo sbarco nella Baia dei Porci, organizzato con l’appoggio della CIA, per rovesciare il regime castrista e riprendere il controllo sui casinò cubani e sul traffico di stupefacenti. Il giovane Robert, infine, diametralmente opposto al fratello, nutre l’ossessione calvinista di combattere con tutti i mezzi, propri e impropri, l’influenza del crimine organizzato: la sua ossessione diventerà anche la sua rovina. Già dal primo capitolo di una annunciata trilogia si comincia a respirare la fosca, quasi sulfurea, eppure attraente, atmosfera della contro-storia americana, che ci accompagnerà fino all’ultimo episodio.

Gli uomini che fecero a pezzi il sogno americano.  Paolo Vitaliano Pizzato il 21 Gennaio 2013 su ilconsigliereletterario.com. Recensione di “American Tabloid” di James Ellroy. L’America non è mai stata innocente. Si apre così, con questo durissimo giudizio di condanna, American Tabloid, il romanzo-capolavoro di James Ellroy, primo capitolo della “trilogia americana”, un ruvido, feroce spaccato di storia recente, un’istantanea fredda e spietata di una nazione, della sua deriva e degli uomini che, nei cruciali anni che vanno dal 1958 al 1963, ne sono stati responsabili. Ellroy scrive come se sussurrasse segreti inconfessabili; il suo stile secco, deciso e diretto guarda esclusivamente ai fatti, li inquadra, quasi fosse un’arma da fuoco puntata contro il bersaglio, e li svela, lasciando alla nudità di quel che accade, alla realtà (e allo squallore e all’orrore che porta con sé) il compito di scuotere il lettore. A metà strada tra storia e cronaca, lo scrittore americano racconta di ricatti e violenze, omicidi e complotti, doppi giochi e tradimenti con la dettagliata precisione della testimonianza; l’impressionante forza d’urto del passato, del passato svelato, confessato (non per rimorso o senso di colpa, ma come libera scelta di verità), amplifica l’effetto di una prosa allo stesso tempo essenziale e ricchissima; tanto nelle descrizioni d’ambiente quanto nel disegno dei personaggi (dove Ellroy raggiunge l’eccellenza), all’autore sono sufficienti pochi tocchi, periodi corti e perfetti, implacabili come sentenze, per restituire nella loro complessità momenti e decisioni di capitale importanza. Il direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover, i fratelli John e Robert Kennedy, bramosi di potere, e il loro padre, implicato in attività di contrabbando e loschi traffici con la mafia, le occulte manovre politiche della Cia, priva di scrupoli nel reclutamento e nell’utilizzo dei peggiori pendagli da forca in circolazione pur di raggiungere i propri scopi, Castro e la presa del potere a Cuba ai danni del dittatore Fulgencio Batista, amico degli Stati Uniti, del capitalismo e della criminalità organizzata (che attraverso l’attività dei casinò presenti sull’isola guadagnava milioni di dollari), Lanny Sands, cabarettista, figura di secondo piano del sottobosco criminale a conoscenza di informazioni compromettenti su molti uomini importanti, James Riddle Hoffa, potentissimo capo del sindacato dei trasportatori, truffatore corrotto legato a doppio filo a boss mafiosi, Howard Hughes, miliardario eccentrico, drogato, paranoico, compromesso in più di un’attività illecita e grande amico di Hoover; questi i principali protagonisti del tragico affresco di James Ellroy. Accanto a loro, tre comprimari divenuti figure chiave per ambizione, fortuna e desiderio di vendetta: gli agenti dell’Fbi Kemper C. Boyd e Ward J. Littell e Pete Bondurant, ricattatore, picchiatore e factotum al soldo di Hughes, uomo privo di qualsiasi morale ma di grande intelligenza e capace di dare alle proprie perverse azioni un’ammirevole grandezza. Sono loro, e i loro moventi, a innescare un folle cortocircuito di caos e morte, a gettare sull’America ombre impossibili da spazzare via; incapaci, forse per scelta deliberata, forse per astuto calcolo o forse semplicemente perché malvagi, di distinguere il tornaconto personale dal dovere, questi uomini – “sbirri corrotti e artisti del ricatto”, scrive Ellroy, “intercettatori, soldati di fortuna e cabarettisti froci” – plasmano destini collettivi inseguendo i propri sogni e fuggendo da ossessioni e paure: Robert “Bobby” Kennedy, pronto a qualsiasi sacrificio pur di combattere la mafia e portare in tribunale Hoffa, finisce per perdere di vista la propria crociata, schiacciato prima dalla candidatura alla presidenza degli Stati Uniti del fratello e poi dalla sua elezione; Hoover sigla uno scellerato patto di non belligeranza con la criminalità organizzata (“La mafia non si può sconfiggere”, dichiara a più riprese, “dunque perché sprecare tempo e risorse provandoci?”) e dedica ogni energia (sua e del bureau) per consolidare la propria posizione e combattere il “nemico numero uno” del Paese, il comunismo; la Cia, nel più assoluto segreto, all’indomani della presa del potere da parte di Fidel Castro a Cuba organizza milizie clandestine in previsione di un’invasione dell’isola e finanzia le proprie attività grazie al traffico di eroina; Kemper C. Boyd accetta di lavorare per chiunque (i Kennedy, Hoover, la Cia) pur di garantirsi lauti guadagni; Ward J. Littell, assetato di giustizia tanto quanto Kennedy, scopre quanto sia alto il prezzo da pagare per restare fedeli a se stessi e finisce per trasformarsi in quel che ha sempre cercato di annientare; Pete Bondurant non si ferma davanti a nulla, ma per quanta strada faccia il suo sordido passato di ricattatore e galoppino del potente di turno, sia esso Hughes, la mafia o la Cia, continua a restargli incollato addosso. American Tabloid è un romanzo splendido, scintillante; un mosaico che illumina un’impressionante teoria di macerie, una lucida sentenza, un’eredità preziosa e un’opera letteraria di grandissimo valore. Leggetelo, non vorrete più smettere.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Si faceva sempre alla luce del televisore.

Alcuni latinoamericani agitavano armi da fuoco. Il capo del gruppo si piluccava insetti dalla barba e fomentava i suoi. Immagini in bianco e nero: tecnici della Cbs in divisa mimetica. Cuba, brutta storia, disse un annunciatore. 

I ribelli di Fidel Castro contro l’esercito regolare di Fulgencio Batista.  

Howard Hughes trovò la vena e si iniettò la codeina. Pete lo osservò di soppiatto: Hughes aveva lasciato la porta della camera socchiusa. La droga giunse a destinazione. Il volto di Big Howard si fece vacuo.  

Dall’esterno giunse lo sferragliare dei carrelli del servizio in camera. Hughes si tolse la siringa dal braccio e prese a scanalare. Howdy Doody rimpiazzò il telegiornale: perfetto per il Beverly Hills Hotel.  

Pete uscì sulla veranda: vista sulla piscina, punto ottimale per la ricognizione. Pessimo tempo, oggi: nessuna stellina in bikini. Controllò l’ora, teso. A mezzogiorno doveva procurare un divorzio: il marito si scolava i suoi pranzi da solo e adorava la passera in erba. 

Procurarsi flash di qualità: le fotografie sfocate facevano credere che a scopare fossero due ragni. 

Per conto di Hughes: scoprire chi si occupa di consegnare i mandati di comparizione per l’indagine dell’antitrust sulla Twa e convincerli a suon di dollari che Big Howard è partito per Marte.  

Howard il Furbacchione l’aveva messa così: – Non voglio combattere questa causa, Pete. Me ne starò segregato a tempo indefinito e farò salire i prezzi finché non dovrò vendere. Sono stufo della Twa, ma non la venderò finché non potrò tirarci fuori almeno 500 milioni di dollari.

Il male all'origine di tutti i mali (così si difende la democrazia). Pearl Harbor, JFK, le Torri Gemelle e l'assalto a Capitol Hill. Quattro date, quattro volte l'America sotto attacco. Ma cosa li lega davvero? Matteo Carnieletto e Andrea Indini, Domenica 17/01/2021 su Il Giornale. Un tweet. Quattro date. Una in fila all'altra. Il 7 dicembre 1941. Il 22 novembre 1963. L'11 settembre 2001. E il 6 gennaio 2021. L'indomani del blitz a Capitol Hill da parte di esagitati seguaci di Donald Trump, Alan Friedman ha affidato a un post semi muto, ma molto eloquente, il commento all'ultima puntata dell'addio alla Casa Bianca del tycoon. Si è parlato in lungo e in largo di un attacco alla democrazia. E così, seguendo questa scia di pensiero, il giornalista avrebbe accostato la pantomima dello "sciamano" Jake e degli ultrà in cerca di selfie e trofei - che, in un modo o nell'altro, è comunque costata vita a cinque persone, una delle quali ammazzata a bruciapelo - a quattro drammatici momenti (forse i peggiori) della storia americana: il brutale attacco condotto da una flotta di portaerei della Marina imperiale giapponese alla United States Pacific Fleet e le installazioni militari statunitensi di Pearl Harbor che si trovavano nell'arcipelago delle Hawaii; l'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy mentre sfilava con la moglie Jacqueline per le vie di Dallas; gli attentati di al Qaeda alle Torri Gemelle. Un paragone avventato? Un'esagerazione? Probabilmente sì. Ma obbliga comunque a più di una riflessione. Per due volte nella sua storia, l'America si è trovata il nemico in casa. Il 7 dicembre 1941 e l'11 settembre 2001, come giustamente nota Friedman. Ma pure, anche se pochi lo ricordano, il 7 maggio del 1915. Quel giorno, infatti, il transatlantico britannico Lusitania fu affondato dai tedeschi. A bordo c'erano non solo parecchi cittadini americani, ma anche molto materiale bellico. Secondo molti - che però forse ne amplificano la portata - questo evento determinò la discesa in campo degli Usa nella Prima guerra mondiale. In questo caso, colme negli altri citati dal giornalista, gli Stati Uniti si sono lasciati prendere alla sprovvista e la reazione, per molti versi, è stata scomposta. Il clima che si è venuto a creare dopo il bombardamento di Midway rivive nelle pagine scritte da James Ellroy ormai sette anni fa. Perfidia (Einaudi) che - insieme a Questa tempesta (sempre Einaudi), andrebbe riletto nuovamente oggi - è un romanzo "triste e malinconico" perché, come ammette lo scrittore stesso, è "imbevuto di quel tradimento morale che è stato, in America", cioè l'internamento dei cittadini giapponesi all'inizio della Seconda guerra mondiale. Il titolo viene dalla canzone Perfidia di Glenn Miller che, in spagnolo, significa proprio tradimento. Un tradimento che, negli occhi dello scrittore americano, non investe soltanto la politica, ma anche la storia stessa degli Stati Uniti e quindi i suoi principi di libertà. L'omicidio della famiglia Watanabe a Los Angeles diventa così l'occasione per raccontare l'odio razziale, le trame della Quinta Colonna, i rastrellamenti di 120mila giapponesi, che vivevano in California ("Un’ingiustizia di merda verso tanti innocenti"), e i soldi sporchi fatti da poliziotti corrotti e malavitosi cinesi per "proteggere" le stesse persone che avrebbero dovuto internare. Con questo male gli americani vissero a lungo e non ne ebbero mai abbastanza. Tanto che, a guerra pressoché finita, vollero definitivamente umiliare il Giappone con due devastanti attacchi atomici. Il 6 agosto 1945, poco dopo le 8 del mattino, fu asfaltata Hiroshima. Tre giorni dopo toccò a Nagasaki. Il mondo guardò senza fiatare l'uso di queste armi di distruzione di massa (la prima e per il momento unica volta nella storia) che uccisero tra 100mila e 200mila persone (quasi tutti civili). D'altra parte, come ricorda lo stesso Ellroy all'inizio di Questa tempesta, "solo il sangue muove le ruote della storia". Parole prese in prestito da Benito Mussolini. Il racconto di quei momenti drammatici e, soprattutto delle vicende che portarono ad essi, è fornito da La bomba, la graphic novel di Didier Alcante, Laurent-Frédéric Bollée e Denis Rodier pubblicata recentemente da L'Ippocampo. "In principio non c'era nulla. Ma in quel nulla c’era già tutto!", si legge nell'incipit del libro. Un inizio che quasi ribalta il Vangelo di Giovanni: "In principio era il Verbo e il verbo era presso Dio". Con l'atomica non c'è più spazio per questo. C'è solamente il vuoto. Il nulla. "In principio non c'era nulla. Ma in quel nulla c'era già tutto". La bomba è un'opera corale perché corale è la strada che ha portato alla strage di Hiroshima e Nagasaki. Ci sono i volti e le storie di Einstein, Enrico Fermi, il presidente Harry S. Truman, Julius Robert Oppenheimer e il generale Leslie Grove, il capo del progetto Manhatan. Strade diverse che, a un certo punto, si sono unite per fondersi nella bomba. Non una bomba. Ma la bomba. Quella che ha cambiato il corso della storia. Quella che in pochi secondi ha sancito la fine di un conflitto - la Seconda guerra mondiale - e ne ha aperto un altro. Non c'era alcun motivo per sganciare l'atomica su Hiroshima e Nagasaki. Se non uno: inviare un messaggio all'Unione sovietica e iniziare così la Guerra fredda. Ventidue anni dopo, un altro attacco. Questa volta in patria. A Dallas. Ci sono John e Jacqueline Kennedy: sfilano in un corteo di automobili "dentro il fuoco del mezzogiorno". In Libra (Einaudi), un altro romanzo da leggere e rileggere, Don DeLillo fissa quello che per il New Yorker è "il fotogramma di un istante tremendo". Un fermo immagine: Lee Harvey Oswald che dalla vetrata del Texas School Book Depository spara al presidente Kennedy. La Lincoln è scoperta. La traiettoria è precisa, taglia l'aria densa e calda e segue il bagliore di lampo che cambierà il destino del mondo portandosi dietro di sé un alone di mistero che la commissione Warren e la United States House Select Committee on Assassinations (HSCA) non riusciranno mai a dipanare. Perché Oswald è solo un burattino. E non è nemmeno l'unico a far fuoco. Questo è certo. In quel momento l'America, lacerata da una guerra interna tra la politica, frange deviate della Cia ed esuli cubani anticastristi ancora feriti dalla figuraccia fatta alla Baia dei Porci, perde un altro pezzo di sé. La guerra è in casa e rischia di destabilizzare l'intero impianto democratico. Se, però, oggi dobbiamo realmente pensare a un attacco all'America, probabilmente nell'immaginario di chiunque si materializzano le immagini delle Torri Gemelle che si sgretolano sotto i colpi dei due aerei lanciati dall'odio islamista. La fuliggine che ricopre New York. Il dramma in mondovisione. Il male in diretta tivù. Ognuno di noi a boccheggiare, a sentire il crepitio delle fiamme, a pregare per quegli uomini che, per fuggire dall'incendio, si gettano giù dal grattacielo. L'odio contro la furia jihadista. "Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità", racconta DeLillo nel bellissimo L'uomo che cade (Einaudi). "Cerano persone che gli correvano accanto tenendosi asciugamani sul viso o giacche sulla testa - si legge nell'incipit del romanzo - avevano fazzoletti premuti sulle bocche. Avevano scarpe in mano, una donna gli corse accanto, una scarpa per mano. Correvano e cadevano, alcuni, confusi e sgraziati, fra i detriti che scendevano tutt’intorno, e qualcuno cercava rifugio sotto le automobili". L'orrore. Ce lo ricordiamo. È ancora stampato nei nostri occhi. Fa ancora male. "Nell’aria c’era ancora il boato, il tuono ritorto del crollo - scrive ancora DeLillo - il mondo era questo, adesso. Fumo e cenere rotolavano per le strade e svoltavano angoli, esplodevano dagli angoli, sismiche ondate di fumo cariche di fogli di carta per ufficio in formati standard dai bordi taglienti, che planavano, guizzavano in avanti, oggetti soprannaturali nel sudario del mattino". L'America avvolta nel suo sudario. Le immagini dei soldati della Guardia nazionale mentre dormono all'interno del Campidoglio mostrano che gli Stati Uniti oggi sono deboli. Ed è per questo che i suoi soldati vengono schierati in patria (a Washington in questi giorni ce ne sono oltre 20mila) al posto che all'estero (attualmente si contano solamente 5mila uomini in Afghanistan). E c'è chi invoca con ansia il Boogaloo. La seconda guerra civile americana.

Le morti di JFK, RFK, Malcom X e MLK: un “assalto coordinato alla democrazia”. In occasione del Martin Luther King Day, più di 60 firmatari, tra cui i figli di RFK, chiedono nuove indagini sui 4 omicidi che sconvolsero l'America. Giulia Pozzi su lavocedinewyork.com il 21 Gennaio 2019. L'appello degli oltre 60 eminenti cittadini americani chiede l'apertura di una inchiesta pubblica sui "quattro principali assassini degli anni '60 che insieme hanno avuto un impatto disastroso sul corso della storia americana". Un processo che, ad avviso dei firmatari, dovrebbe ispirarsi alle udienze all'insegna di "Verità e Riconciliazione" tenutesi in Sudafrica dopo la fine dell'apartheid. Quest’anno c’è una nuova iniziativa per certi versi storica a marcare il tradizionale Martin Luther King Jr. Day, promossa da un gruppo di oltre 60 accademici, giornalisti, avvocati, artisti di Hollywood, attivisti, ricercatori e intellettuali. Tutti uniti nel chiedere, innanzitutto, verità sulle circostanze in cui personaggi storici fondamentali, come John F. Kennedy, Robert F. Kennedy, Malcolm X, Martin Luther King Jr., sono morti, cambiando per sempre il corso della storia americana e mondiale. Secondo la dichiarazione uscita in queste ore, queste quattro uccisioni “sono state, tutte insieme, un assalto violento e coordinato alla democrazia americana e le tragiche conseguenze di questi assassini continuano a perseguitare la nostra nazione”. Tra i firmatari che chiedono al Congresso di riaprire le indagini sui 4 assassinii, spiccano Isaac Newton Farris Jr., nipote del reverendo King e già presidente della Southern Christian Leadership Conference; il reverendo James M. Lawson Jr., stretto collaboratore di Martin Luther King, e Robert F. Kennedy Jr. e Kathleen Kennedy Townsend, figli del defunto senatore. Non solo: tra gli illustri nominativi figura anche quello di G. Robert Blakey, principale consigliere della Commissione d’inchiesta che nel 1979 affermò che il presidente Kennedy era vittima di una probabile cospirazione; Robert McClelland, uno dei chirurghi del Parkland Memorial Hospital di Dallas che cercò di salvare la vita del Presidente, e che fu testimone del fatto che JFK era stato colpito da proiettili da davanti e da dietro; Daniel Ellsberg, l’informatore dei “Pentagon Papers”,  già consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca di Kennedy; Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University e una delle principali autorità mondiali sui diritti umani; gli artisti di Hollywood Alec Baldwin, Martin Sheen, Rob Reiner e Oliver Stone; il comico Mort Sahl e il musicista David Crosby. Firmatari illustri, dunque, per un appello ufficiale al Congresso perché, tra le altre cose, stabilisca una decisa supervisione sulla pubblicazione di tutti i documenti governativi relativi alla presidenza e all’assassinio di Kennedy, come stabilito dal JFK Records Collection Act del 1992. Una legge sulla trasparenza, quest’ultima, sistematicamente ignorata dalla CIA e dalle altre autorità federali. Come i nostri lettori si ricorderanno, uno dei primissimi atti della presidenza di Donald Trump fu la decisione di desecretare 2891 documenti sulla morte di JFK, circostanza preceduta da alte aspettative e seguita da una delusione generale. Sì: perché la verità sulla morte dell’ex presidente degli Stati Uniti si annida, probabilmente, nei file tenuti ancora riservati. Eppure, se è vero che le pagine desecretate dalla presidenza Trump non contengono né la pistola fumante, né la prova incontrovertibile che, quel 22 novembre 1963, Lee Harvey Oswald non avesse agito da solo, è pur vero che hanno restituito l’impressione di una trama ben più complicata rispetto a quella cristallizzata dalla verità “ufficiale”. Ad ogni modo, l’appello degli oltre 60 eminenti cittadini americani chiede addirittura l’apertura di una inchiesta pubblica sui “quattro principali assassini degli anni ’60 che insieme hanno avuto un impatto disastroso sul corso della storia americana”. Un processo che, ad avviso dei firmatari, dovrebbe ispirarsi alle udienze all’insegna di “Verità e Riconciliazione” tenutesi in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid. Un’inchiesta, dunque, che dovrebbe mirare a riportare a galla la verità dei fatti in relazione ad atti organizzati di violenza politica sui quali, ancora, non tutti i dubbi sono stati dissipati. Non è un caso che i promotori della campagna definiscano se stessi proprio “Comitato per la Verità e la Riconciliazione”. Tra le richieste del gruppo, anche quella di riaprire le indagini sull’assassino di Robert F. Kennedy, fratello del Presidente e già ministro della Giustizia. Il presupposto dei firmatari è infatti che la condanna di Sirhan Sirhan sia basata su un “processo farsa”, visto che le sole prove forensi avrebbero dimostrato che Sirhan non poteva aver sparato il colpo fatale che ha raggiunto il senatore. Una teoria, questa, sostenuta addirittura dal dottor Thomas Noguchi, colui che eseguì l’autopsia ufficiale sul corpo senza vita di RFK.

Ecco il testo dell’appello: Chiediamo al Congresso di stabilire una supervisione continua sul rilascio di documenti governativi relativi alla presidenza e all’assassinio del presidente John F. Kennedy, per assicurare la trasparenza pubblica come richiesto dal JFK Records Collection Act del 1992. Il comitato della Camera per la Supervisione e la Riforma del governo dovrebbe tenere delle udienze sul fallimento dell’amministrazione Trump nel far rispettare il JFK Records Act. Chiediamo una grande inchiesta pubblica sui quattro principali assassini degli anni ’60 che, insieme, hanno avuto un impatto disastroso sul corso della storia americana: gli omicidi di John F. Kennedy, Malcolm X, Martin Luther King Jr. e Robert F. Kennedy. Questo tribunale pubblico, facendo luce su questo capitolo oscuro della nostra storia, sarà modellato sul processo di verità e riconciliazione tenutosi nel Sudafrica post-apartheid. L’inchiesta – che terrà conto delle testimonianze di testimoni viventi, esperti legali, giornalisti investigativi, storici e familiari delle vittime – è intesa a dimostrare la necessità che il Congresso o il Dipartimento di Giustizia riaprano le indagini su tutti e quattro gli omicidi. In occasione del Martin Luther King Jr. Day, chiediamo un’indagine completa sull’assassinio del reverendo. La condanna di James Earl Ray per il crimine ha progressivamente perso credibilità nel corso degli anni, con un processo civile del 1999 promosso dalla famiglia del reverendo King che metteva in luce le responsabilità delle agenzie governative e di elementi del crimine organizzato. A seguito del verdetto, Coretta Scott King, la vedova del leader ucciso, ha dichiarato: “Ci sono prove abbondanti di una cospirazione importante di alto livello nell’assassinio di mio marito”. La giuria del processo di Memphis ha determinato che varie agenzie federali, statali e locali “sono state profondamente coinvolte nell’assassinio… Il signor Ray è stato messo lì per prendersi la colpa”. L’assassinio del reverendo King è stato il culmine di anni di crescente sorveglianza e molestie dirette al leader dei diritti umani da parte dell’FBI di J. Edgar Hoover e da altre agenzie. Chiediamo un’indagine completa sul caso dell’omicidio di Robert F. Kennedy, il cui processo è stata una presa in giro, demolita da numerosi testimoni oculari, investigatori ed esperti – incluso l’ex medico legale della contea di Los Angeles Thomas Noguchi, che ha eseguito l’autopsia ufficiale sul senatore Kennedy –. Le sole prove forensi stabiliscono che i colpi sparati da Sirhan Sirhan di fronte al senatore Kennedy non lo uccisero; il colpo fatale che ha colpito RFK in testa è stato sparato a distanza ravvicinata da dietro. Di conseguenza, il caso dovrebbe essere riaperto per una nuova indagine esauriente mentre ci sono ancora testimoni viventi, come in tutti e quattro i casi di omicidio.

Dichiarazione congiunta sugli assassinii dei Kennedy, di King, di Malcom X e sui rispettivi insabbiamenti:

1. Come concluso nel 1979 dal Comitato ristretto di selezione degli assassini, il presidente John F. Kennedy fu probabilmente ucciso a causa di una cospirazione.

2. Nei quattro decenni trascorsi da questa constatazione del Congresso, una grande quantità di prove raccolte da giornalisti, storici e ricercatori indipendenti conferma questa conclusione. Questo crescente numero di prove indica con forza che la cospirazione per assassinare il presidente Kennedy è stata organizzata ad alti livelli della struttura di potere degli Stati Uniti, ed è stata implementata dai principali elementi dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense, avvalendosi, tra gli altri, di figure criminali per aiutare a realizzare il crimine e il successivo insabbiamento.

3. Questa straordinaria conclusione è stata raggiunta anche dallo stesso fratello del presidente, il procuratore generale Robert F. Kennedy, che è stato assassinato nel 1968 mentre era candidato alla presidenza, dopo aver detto a tutti gli stretti collaboratori che intendeva riaprire le indagini sull’omicidio di suo fratello se avesse vinto l’elezione.

4. L’amministrazione del presidente Kennedy fu gravemente fratturata dai suoi sforzi per porre fine alla Guerra Fredda, comprese le sue trattative informali di pace con l’Unione Sovietica e Cuba e il suo piano di ritirare le truppe americane dal Vietnam dopo le elezioni presidenziali del 1964.

5. Il presidente Kennedy è stato a lungo ritratto come un falco della Guerra Fredda, ma questa visione grossolanamente inaccurata è stata fortemente messa in discussione nel corso degli anni da storici e ricercatori revisionisti, che hanno dimostrato che Kennedy era spesso in disaccordo con i suoi stessi generali e funzionari di spionaggio. Questa interpretazione revisionista della presidenza Kennedy è ora ampiamente accettata, anche dai principali biografi di Kennedy.

6. L’investigazione ufficiale sull’assassinio di JFK cadde immediatamente sotto il controllo delle agenzie di sicurezza degli Stati Uniti, assicurando un insabbiamento. La Commissione Warren era presieduta dall’ex direttore della CIA Allen Dulles e da altri funzionari con forti legami con la CIA e l’FBI.

7. I media corporativi, con le loro innumerevoli connessioni con l’establishment della sicurezza nazionale, hanno aiutato la copertura con la loro fretta di sposare le conclusioni del rapporto Warren e di disprezzare giornalisti o ricercatori che hanno sollevato domande sulla storia ufficiale.

8. Nonostante il massiccio insabbiamento dell’assassinio di JFK, i sondaggi hanno costantemente dimostrato che la maggioranza del popolo americano crede che Kennedy sia stata vittima di una cospirazione, cosa che ha portato alla profonda erosione della fiducia nel governo e nei media degli Stati Uniti.

9. La CIA continua a ostacolare le prove sull’assassinio di JFK, bloccando regolarmente richieste legittime di libertà di informazione, sfidando il JFK Records Collection Act del 1992, e impedendo il rilascio di migliaia di documenti governativi come richiesto dalla legge.

10. L’assassinio di JFK è stato solo uno dei quattro principali omicidi politici che hanno sconvolto la vita degli americani negli anni ’60 e hanno gettato un’ombra sul Paese per decenni a seguire. John F. Kennedy, Malcolm X, Martin Luther King Jr. e Robert F. Kennedy erano ciascuno a proprio modo impegnati ad allontanare gli Stati Uniti dallo spettro della guerra e ad avvicinarli agli obiettivi del disarmo e della pace, portandoli lontani dalla violenza domestica e dalla divisione e promuovendo l’amicizia e la giustizia civile. Le loro uccisioni sono state, tutte insieme, un assalto violento e coordinato alla democrazia americana e le tragiche conseguenze di questi assassini continuano a perseguitare la nostra nazione.

Giulia Pozzi. Classe 1989, lombarda, dopo la laurea magistrale in Filologia Moderna all'Università Cattolica di Milano si è specializzata alla Scuola di Giornalismo Lelio Basso di Roma e ha conseguito un master in Comunicazione e Media nelle Relazioni Internazionali presso la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI). Ha lavorato come giornalista a Roma occupandosi di politica e affari esteri. Per la Voce di New York, è stata corrispondente dalle Nazioni Unite a New York. Collabora anche con "7-Corriere della Sera", "L'Espresso", "Linkiesta.it". Considera la grande letteratura di ogni tempo il "rumore di fondo" di calviniana memoria, e la lente attraverso cui osservare la realtà.

Bob ucciso a LA a colpi di pistola. Il giorno in cui morì la sinistra americana: l’omicidio di Robert Kennedy. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'1 Settembre 2021. Purché fossimo nati e con memoria, tutti ricordiamo dove eravamo e che cosa facevamo quando uccisero John Kennedy, il Presidente; quando uccisero Martin Luther King (“Ho raggiunto la vetta della montagna e sono felice” disse prima che un colpo gli fracassasse mandibola e arterie sul terrazzino di un Motel a Memphis. Quando il 6 giugno del 1968 uccisero Bob Kennedy, il fratello minore e amato di John, quel quarantenne era diventato l’incarnazione della speranza delle sinistre di tutto il mondo. Solo i sovietici lo guardavano con sospetto visto che col fratello John erano quasi arrivati alla guerra per Cuba. Ognuno ricorda sé stesso: che cosa facevi e dove eri quando…? Io insegnavo storia e filosofia in una scuola in cui il mio amico algebrista amico Giorgio Catalano insegnava matematica: Giorgio spalancò la porta e disse rivolto a me e agli studenti: “E’ finita. È finito tutto, non ci sono più speranze. Hanno ammazzato Bob”. Bob fu ucciso (senza per questo escludere la teoria del più vasto complotto) da un palestinese di nazionalità giordana, Shiran Shiran, settantasette anni, oggi, di cui cinquantatré in prigione durante i quali à stato anche accoltellato, che adesso potrebbe essere liberato. Non è sicuro: dipende dal governatore uscente. Lui ha dichiarato al giudice: “Non sono più quel giovane ardente e sconsiderato che ero. Non sono più io”. Che Shiran abbia sparato, non c’è dubbio: esplose undici colpi da un revolver d’occasione. Sul movente, permangono i dubbi: disse che voleva punire la politica filoisraeliana di Bob Kennedy, il quale era andato in Israele, l’anno prima, dopo la guerra dei Sei Giorni fulmineamente vinta dal generale Mosè Dayan con la benda su un occhio. Con quella guerra, Israele non aveva soltanto sbaragliato tutti gli eserciti arabi e inseguito gli egiziani fino in casa loro, prendendo il Golan siriano. Quella guerra persa era diventata il simbolo diabolico della sconfitta araba e della necessità della vendetta: e Bob era andato a Gerusalemme e dichiarando la sua assoluta ammirazione per Israele. Di qui, disse Shiran Shiran, all’epoca 23 anni, la sua decisione di uccidere Bob alla prima occasione. Vero o falso che sia, è certo che quella guerra aveva distrutto l’onore militare dell’Egitto e il morale di tutti gli arabi musulmani, anche se Shiran Shiran non è musulmano ma cristiano. Da quella guerra vinta dagli ebrei seguì la tentata e fallita rivincita la Guerra del Kippur dell’ottobre 1973 in cui l’Egitto e gli arabi persero dopo le prime vittorie dell’attacco a sorpresa e che portò agli accordi fra Sadat e Dayan per cui Sadat fu assassinato dai Fratelli Musulmani durante una parata militare al Cairo. Morte e rappresaglia si incatenavano in modo inestricabile fin da quando il killer americano addestralo a Mosca Lee Harvey Oswald assassinò a fucilate il Presidente Kennedy a Dallas, e fu subito a sua volta ucciso mentre passava ammanettato in un corridoio, da un certo Ruby: il primo omicidio in diretta televisiva mondiale in bianco e nero: Ruby sparò una nuvoletta bianca nello stomaco di Lee che era pieno di ecchimosi e ferite sul volto e, che con espressione disgustata, si piegò già morto sul pavimento. Tutto in diretta (da noi in Europa, differita. ma fu un trauma lo stesso). Quando uccisero suo fratello John, Bob non era soltanto un caro parente, ma faceva parte di una vera corte in tempi in cui Buckingham Palace contava pochissimo ed Elisabetta era gelosa di Jacqueline. I prolificissimi Kennedy, molto cattolici e poco casti, formavano con le rispettive mogli, amanti, e amanti delle amanti con l’ammissione del più glamorous jet set cinematografico ma anche criminale, formavano quel castello incantato nella Casa Bianca che tutti chiamarono Camelot, prendendolo in prestito dalla mitica casa di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Fra i meno nobili dei cavalieri c’era anche questo Sam Giancana, che sembra condividesse le grazie di Marilyn Monroe (la bionda più bella di tutti i tempi) sia con il Presidente John che con suo fratello Bob. Marilyn, di cui eravamo tutti innamorati, morì per una overdose di barbiturici perché era sempre depressa e disperata per la vita e gli inganni della reggia di Camelot e secondo una delle leggende nere fu fatta fuori proprio da Giancana per fare un favore ai due dioscuri. Giancana aveva fatto la fortuna di John accordandosi con suo padre Joseph, il quale gli aveva chiesto il voto dei sindacati in cambio di uno sbianchettamento del suo dossier criminale da parte di Bob, che lavorava per la Procura di Stato. A Bob non era piaciuta questa mossa del padre che per favorire l’elezione di suo fratello alla Casa Banca lo aveva usato per uno sporco baratto. Però non si ribellò. Ma quando John ormai eletto lo nominò Attorney General, cioè ministro della giustizia, riprese il dossier e dichiarò guerra a Giancana. Una torbida storia che secondo alcuni spiega le ragioni dell’attentato di Dallas e forse anche quello di Los Angeles in cui Bob perse la vita. Era stato il fratellino adorante e adorato di John, ma aveva anche una visione diversa dal fratello sul Vietnam, una guerra iniziata da John che mandò i primi Berretti Verdi nelle ex colonie francesi nel Tonchino, sicuro di avere a che fare con una sorta di tribù selvaggia di comunisti che combattevano indossando un pigiama nero, detti Viet Cong, in americano “ViCi” subito trasformato in Victor-Charlie. I “Charlies” si rivelarono tutt’altro che guerriglieri arrampicati sugli alberi, visto che disponevano del miglior esercito tradizionale moderno del Vietnam, del Nord, lo stesso che aveva umiliato militarmente l’esercito francese a Diem-Bien-fu. Dopo la morte di John, era diventato presidente il suo Vice, Lyndon Johnson, un uomo del Sud di estrema destra ma anche convintissimo assertore dei diritti civili: fu lui a portare a vittoriosa conclusione la battaglia per imporre la fine sella segregazione razziale. Ma nella politica estera, Lyndon, la cui First Lady era chiamata “Lady Byrd”, la signora uccellino, era un falco: la guerriglia nel delta del Mekong si era trasformata in guerra aperta, in America era stata introdotta la coscrizione obbligatoria, migliaia di giovani se la squagliavano in Canada per evitare “the Nam” (il Vietnam) da cui i soldati rientravano strafatti di oppio e marijuana, di acido lisergico, funghi allucinogeni e allucinogeni sintetici che dettero inizio alla musica e all’arte psichedelica fondata su spirali colorate e di tutte le sostanze che immediatamente si diffusero in tutto il mondo. Era il momento dei figli dei fiori, del libero amore, del primo timido femminismo e delle continue manifestazioni che scuotevano gli Stati Uniti come non mai dai tempi della guerra civile. Riemerse proprio la Guerra Civile di un secolo prima in cui si mescolavano antichi odi e nuovi orrori, primo tra i quali il Vietnam dove i soldati neri morivano accanto ai bianchi con gli stessi cantando le stesse canzoni: mai come in quegli anni la prepotente bellezza della lotta per i diritti civili era emersa con magnifica musica, eccellenti opere grafiche, rallies, ribelli, pacifisti che si lasciavano trascinare per i capelli dalla polizia senza reagire, riempiti di botte dagli sceriffi e dalla Guardia Nazionale. Bob era diventato il leader di tutto ciò. Aveva stretto amicizia con Martin Luther King e si sentiva dalla stessa parte e lo diceva: ancora una volta un presidente democratico – peraltro integrazionista – svolgeva un ruolo di guerrafondaio. Bob si oppose all’uomo succeduto a suo fratello e lo sfidò presentandosi alle primarie. Johnson si ritirò dalla corsa alla Presidenza e lanciò il suo vice Hibert Humphrey, un progressista moderato. Tra Bob e Humphrey iniziò una gara incertissima. le primarie della California erano importantissime. Si svolsero proprio il 6 giugno. Vinse Bob. La sua elezione a quel punto era data per probabile: l’America era con lui, compresi i repubblicani liberali tutti gli intellettuali del mondo, i cantanti, i poeti, i gay, i reduci mutilati e poi piano piano i sindacati e i metalmeccanici. Fu allora, quando tutta la tensione era inarcata per lui, che una salve di spari lo abbatté come al mattatoio, proprio mentre nelle sale di un grande albergo di Los Angeles stava festeggiando la vittoria.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

"La vostra rabbia è la mia rabbia". L’America dimentica Bob Kennedy, il suo discorso del ’68 una lezione per Trump e Biden. Vittorio Ferla su Il Riformista il 18 Giugno 2020. Robert Fitzgerald Kennedy muore per un colpo di arma da fuoco nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1968, mentre attraversa le cucine dell’Ambassador Hotel di Los Angeles. Ha appena festeggiato con i suoi sostenitori la vittoria nelle primarie della California. Sono passati 52 anni da allora, eppure, in questi giorni di proteste razziali, la figura di Bob sembra più attuale che mai. Al momento della sua morte, infatti, Rfk è l’uomo bianco più apprezzato e stimato nell’America nera. Si è opposto ai leader razzisti su entrambi i versanti della Mason-Dixon, la linea che segna il confine tra l’America schiavista del Sud e quella liberale – ma pur sempre a suo modo bigotta – del Nordest. Si è impegnato contro la disoccupazione e la fame diffuse tra gli afroamericani del tempo. Ha usato il suo scranno da senatore per avviare i primi programmi anti-povertà dal Delta del Mississippi al Bedford-Stuyvesant di Brooklyn, il più grande ghetto degli Stati Uniti. In questi giorni in cui i neri americani si rivoltano contro il “ginocchio” della discriminazione che ancora schiaccia il loro “collo” – proprio come quello dell’agente Derek Chauvin che ha ucciso il povero George Floyd – la testimonianza di Bob è più moderna che mai. Sempre nel 1968, il 4 aprile – esattamente due mesi prima della morte di Kennedy – Martin Luther King viene ucciso a colpi di arma da fuoco fuori dalla sua stanza al Lorraine Motel di Memphis. In quel momento, Bob si trova in Indiana per la prima tornata delle primarie per la campagna presidenziale. Viene informato della morte di King appena atterrato a Indianapolis. Di lì a poco avrebbe dovuto partecipare a una manifestazione all’aperto proprio nel cuore del ghetto nero di Indianapolis. Il capo della polizia, afroamericano, temendo per la sua sicurezza e per paura di disordini in città, gli sconsiglia di partecipare. Ma Bobby non vuole nemmeno sentirne parlare: «Vado lì e basta», dice, chiedendo alla sua scorta di allontanarsi poco prima del suo arrivo. Il discorso di quella sera è rimasto celebre e ancora oggi è possibile riascoltarne l’audio: «Ho alcune notizie molto tristi per tutti voi. Martin Luther King è stato colpito e ucciso questa sera», annuncia dal piano del camion adibito a palco, il cappotto scuro stretto per proteggersi dal freddo, ma forse anche per timore delle reazioni, mentre il pubblico urla “No! No!” con una sola voce. Continua alzando la voce, ancora tremante: «A quelli di voi che sono neri e oggi sono colmi di odio e di sfiducia contro tutti i bianchi per l’ingiustizia subita, dico solo che anche io riesco a sentire nel mio cuore lo stesso sentimento. Anche io ho un membro della mia famiglia ucciso da un uomo bianco». Il ricordo del fratello John gli dà autorevolezza. L’impegno per superare le diseguaglianze razziali fa il resto. «Ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è la divisione; ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è l’odio; ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è la violenza e l’illegalità, ma è l’amore, la saggezza e la compassione reciproca e un sentimento di giustizia verso coloro che ancora soffrono nel nostro Paese, siano bianchi o neri». E conclude: «Vi chiedo quindi stasera di tornare a casa, di dire una preghiera per la famiglia di Martin Luther King, ma soprattutto di dire una preghiera per il nostro Paese, che tutti noi adoriamo». Come spiega Larry Tye, ex giornalista del Boston Globe e autore di Bobby Kennedy: The Making of a Liberal Icon, le parole di quel discorso, della durata di appena cinque minuti, erano perfette: «Nessun altro come Bobby sarebbe stato altrettanto credibile nel parlare della riconciliazione razziale o del dolore per l’uccisione di una persona cara. Era la prima volta che si apriva in pubblico parlando di suo fratello Jack. I suoi ascoltatori avvertivano la sua sincera emozione. Sembrava che desiderassero confortarlo proprio mentre cercava di calmarli». John Lewis a quei tempi era uno dei giovani Freedom Riders che, a cominciare dal 1961, percorsero in autobus le tratte interstatali nel Sud degli Stati Uniti per far valere le sentenze della Corte Suprema che vietavano la segregazione dei neri sui mezzi di trasporto. Oggi Lewis, eletto nel frattempo alla Camera dei Rappresentanti per lo Stato della Georgia, ricorda: «Fare quel discorso quella notte è stato un gesto incredibilmente potente, capace di unire le persone ed emotivamente onesto». Per Lewis, la candidatura di Bobby per la Casa Bianca prometteva davvero la costruzione di nuovi ponti tra le etnie. «Quella notte ho detto ai miei amici che non avevamo più King, ma che avevamo ancora Kennedy», ricorda Lewis. L’attualità della testimonianza di Bob, insomma, risuona oggi più che mai nel clima di divisione di questi giorni. Quella notte di aprile di 52 anni fa, Kennedy non solo bypassa il sindaco e il capo della polizia, ma riesce a disperdere una folla incattivita e, in alcuni casi, armata. Durante l’insurrezione afroamericana per l’omicidio di King – che vede scoppiare rivolte in oltre 100 città degli Usa – Indianapolis rimane un’isola di calma. «Il modo in cui Kennedy incantò il pubblico – ricorda Larry Tye – sarebbe stato inimmaginabile per i suoi rivali politici più ingessati: il presidente Lyndon Johnson, il vicepresidente Hubert Humphrey o il senatore Eugene McCarthy». Il pensiero corre subito a Joe Biden, oggi in lizza per la Casa Bianca. Il candidato ci prova, partecipando a eventi simbolici o inginocchiandosi con tanto di mascherina – come hanno fatto i poliziotti di Houston e Minneapolis – nel ricordo di George Floyd. Ma resta un personaggio goffo e impacciato, facile alla gaffe: «Un nero che non sa scegliere tra me e Trump non è un nero», ha detto, pensando di fare il simpatico, qualche giorno fa. Nessuno pretende un nuovo Kennedy, certo. Ma tanti temono che un ex vicepresidente a fine carriera sia un po’ poco per licenziare Trump dalla Casa Bianca. Vittorio Ferla

L’intervista a Furio Colombo. “L’assassinio di Bob Kennedy è ancora un mistero, mai provata la colpevolezza di Shiran Shiran”. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista l'1 Settembre 2021. “E’ tornato in libertà un ‘fantasma’. Ma oltre mezzo secolo dopo, l’assassinio di Robert Kennedy resta avvolto in un mistero, come quello di JFK”. Se c’è un giornalista e scrittore che conosce ogni sfaccettatura del “pianeta Usa”, questi è Furio Colombo. Negli Stati Uniti è stato corrispondente de La Stampa e di La Repubblica. Ha scritto per il New York Times e la New York Review of Books. E’ stato presidente della Fiat Usa, professore di giornalismo alla Columbia University, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. In questa conversazione con Il Riformista, legata alla scarcerazione di Shiran Shiran, – condannato 54 anni fa per l’assassinio del senatore Robert Kennedy, candidato alle primarie del partito democratico per la presidenza degli Stati Uniti – storia e politica s’intrecciano indissolubilmente E non poteva essere altrimenti. Al “pianeta Usa”, Colombo ha dedicato una parte importante della sua ricca produzione saggistica. Tra i suoi libri, ricordiamo La scoperta dell’America (Aragno, 2020); Trump power. Dalla Nuova Frontiera di JFK al Muro di Donald. Che cosa è successo all’America (Feltrinelli, 2017); America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Dalai Editore, 2005); Religione e politica in Usa (Mondadori); e L’America di Kennedy (Dalai Editore, 2004.). In questo libro, Furio Colombo, che allora viveva a New York, e scriveva per il Mondo e L’Espresso, racconta un’avventura esaltante, che la brutale soluzione di Dallas ha reso subito mitica nella memoria e nel confronto. Colombo frequentava la Casa Bianca, conosceva il presidente e gli uomini di cui si era circondato, allora giovani poco più che trentenni – Arthur Schlesinger, Theodore Sorensen, Robert Kennedy – e in questo libro ne analizza l’attività e le capacità di risolvere positivamente momenti storici drammatici come l’invio dei missili atomici di Kruscev a Cuba.

Dopo 54 anni di detenzione, Shiran Shiran è tornato in libertà. Lei che quell’America ha conosciuto e raccontato in ogni sua piega, che sensazione prova di fronte a questa notizia?

La sensazione di ripensare ai giorni del mistero. Perché l’assassinio di Robert Kennedy è stato e resta, a oltre mezzo secolo di distanza, un mistero, come quello di suo fratello il Presidente, JFK. Non ha nessun senso la motivazione che era stata usata per fermare una emozione immensa, che era quella del palestinese. Di Shiran Shiran in tutti questi anni non è venuto fuori nulla, né famiglia, né precedenti, né motivazioni politiche, né ragioni o legami. L’impressione è che una volta identificata una persona incolpabile, nel senso di incapace di elaborare qualsiasi tipo di differenziazione dal presunto colpevole o di difesa, una volta stabilito che l’idea del colpevole reggeva, un po’ come si è fatto con Martin Luther King – con il presunto assassino che addirittura era difeso dai familiari dell’assassinato – la ricerca è finita. Come per Martin Luther King, anche con Robert Kennedy abbiamo un presunto assassino. Il fatto che non ci siano state reazioni di alcun tipo, tranne alcune modeste e marginali, all’idea della sua scarcerazione, è dovuta a una serie di motivazioni…

Quali?

La prima certamente deriva da una sua colpevolezza assolutamente incerta e assolutamente mai provata. In secondo luogo, corriamo tutti dentro una storia lunga, 54 anni sono impressionanti nel momento in cui li pronunci per chiunque. Terzo, non c’era alcun aggancio con la realtà che facesse o spingesse i responsabili di questo ramo della giustizia americana, a ripensarci. Praticamente è uscito 54 anni dopo un “fantasma”, il quale ha tenuto per 54 anni un camuffamento da assassino di cui non si sa nulla. Quindi non poteva e non può provocare emozioni. Non poteva e non può provocare scandalo. Il numero degli anni di prigione di cui stiamo parlando è molto grande, il personaggio di cui stiamo parlando è molto piccolo, il vuoto di vere notizie in questo grande avvenimento rimane intatto, non è mai diventato la motivazione di una inchiesta vera, di conseguenza io trovo comprensibile, e nell’ambito del Diritto americano perfettamente legittimo, quello che è accaduto, visto che non esisteva un fine pena mai, ma esisteva un fine pena: per quanto incredibile, ci sono condanne americane a 150-200 anni. In questo caso gli anni che sono trascorsi sono comunque tantissimi e giustificano sia la decisione delle autorità giudiziarie americane sia la mancanza totale di emozione nel pubblico americano, che non è dimenticanza o modo di accantonare una terribile tragedia che l’America ha sofferto. In America, come tutti i paesi che hanno un pesante passato-presente sulle spalle, c’è chi ricorda e chi non ricorda, chi sa e chi non lo sa, chi si ne fa carico e chi no. Questa dinamica non è qualcosa che riguarda solo l’America. In Italia, noi lo sperimentiamo continuamente. Arriviamo fino all’idea di intitolare un giardino di una città al fratello di un assassino, Arnaldo Mussolini assassino non lo era, ma fratello di un assassino certamente sì. Come si può spiegare la proposta di intitolare a lui un giardino? Si spiega perché il passato a un certo punto ha anche questa sua caratteristica, oltre al fatto di portar via le cose: se non le porta via le cancella, le appanna o rende la gente insensibile a quello che succede.

Certo, la storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia, la storia è fatta anche dalle soggettività individuali. Cosa sarebbe stata, a suo avviso, l’America con Robert Kennedy alla Casa Bianca?

Sarebbe cambiata in modo profondo. Perché il pensare politico e il pensare umano di Robert Kennedy era diverso e profondo. Alcune delle cose che ha detto sono tra le più belle di tutto ciò che è citabile nella retorica politica contemporanea. La sua capacità di leadership era molto alta e per me la sua elezione a Presaidente sarebbe stato un fatto notevole. Ci sarebbero stati dei cambiamenti e delle variazioni profonde. Non è il pensiero “era così buono, che peccato”, che dedichiamo alle persone perbene che vengono eliminate prima che possano lasciare il proprio segno, la propria impronta indelebile nella storia dei presidenti americani. Non ne ha avuto il tempo. Non gli si è lasciato il tempo. Tuttavia, la sua storia, quella parte che è riuscito a vivere nel suo agire politico, dice che sarebbe entrato nel pantheon della storia americana, come ci è entrato Franklin Delano Roosevelt. Uno può immaginare per un momento che Roosevelt potesse essere assassinato prima di diventare presidente degli Stati Uniti o durante la sua presidenza. Se ciò fosse accaduto, l’intera America come l’abbiamo conosciuta, almeno fino a Trump che quel filo ha spezzato, sarebbe stata diversa e infinitamente minore. Per il fatto di avere avuto Roosevelt come presidente, l’America è diventata il paese che è stato per la mia generazione e per quelle successive. Robert Kennedy è il Roosevelt che è stato assassinato prima di essere Roosevelt. L’America ha avuto uno dei doni più grandi che poteva avere, Roosevelt presidente, e la lezione più grave che ha potuto avere, quella dell’eliminazione di Robert Kennedy presidente.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Marilisa Palumbo per il “Corriere della Sera” il 27 agosto 2021. L'uomo che ha ucciso il sogno americano vive da 53 anni in una cella californiana. Sirhan Sirhan dice di non ricordare nulla di quel 5 giugno del 1968 quando poco dopo la mezzanotte sparò con la sua calibro 22 a Bobby Kennedy all'Ambassador Hotel di Los Angeles, dove il senatore stava ringraziando i sostenitori per la vittoria appena ottenuta nelle primarie democratiche dello Stato. Martin Luther King era stato ucciso ad aprile, e proprio Bobby, che aveva preso la torcia kennediana dal fratello assassinato a Dallas, aveva consolato un Paese frastornato e ferito. Quando ammazzarono anche lui, per l'America si chiuse tragicamente un'intera stagione. Ecco perché tanti non riescono ad accettare il fatto che oggi Sirhan potrebbe uscire di prigione. «Non riesco a comprendere perché l'assassino di Bobby Kennedy dovrebbe mai uscire dal carcere. Anche a 77 anni, potrebbe essere una minaccia. Il danno di lunga durata che ha inflitto è stato incalcolabile. Se non fosse stato per il suo atto feroce, il resto della Storia degli Stati Uniti sarebbe stato diverso», ha scritto su Twitter il costituzionalista di Harvard Laurence Tribe. E Josh Mankiewicz, giornalista figlio di Frank, famoso reporter che fu in quella campagna elettorale il portavoce di RFK e comparve esausto e stravolto dopo 24 ore di bollettini per annunciarne la morte, è lapidario: «Mio padre non è più qui per dirlo quindi lo farò io: liberare un assassino politico qualunque sia la ragione è folle». Originariamente Sirhan, palestinese con cittadinanza giordana, era stato condannato a morte, una sentenza commutata con il carcere a vita quando la California abolì per un breve periodo la pena capitale. A fare la differenza dalle quindici volte precedenti in cui ha chiesto la libertà condizionata c'è che i procuratori non si opporranno. È una decisione legata non al singolo caso, bensì alla volontà della Procura progressista di Los Angeles di facilitare o almeno non opporsi al rilascio di prigionieri che hanno passato decenni dietro le sbarre, non sono più considerati un rischio per la società e le cui spese sanitarie peserebbero sulle casse del sistema penitenziario man mano che invecchiano. Sono circa 20.000 i casi che potrebbero essere sottoposti a revisione e la policy di default è che l'ufficio del procuratore non si presenti alle udienze e in alcuni casi (non in quello di Sirhan dove resterà «neutrale»), presenti una lettera a sostegno del rilascio. Come per tutti i grandi omicidi politici, a cominciare da quello del fratello a Dallas, la morte di RFK è circondata di dubbi, teorie, punti oscuri. Sirhan non ha mai spiegato bene il perché del suo gesto, salvo dire, anni dopo in una intervista televisiva, di essersi sentito tradito dal sostegno di Kennedy a Israele nella guerra dei Sei giorni del 1967. In tanti hanno espresso dei dubbi sulla sua colpevolezza, o sul fatto che quella sera fosse l'unico a sparare. Sirhan infatti era davanti a Kennedy, mentre l'autopsia parla di un colpo a bruciapelo da dietro, e secondo successive ricostruzioni 13 colpi furono esplosi nelle cucine, mentre la pistola di Sirhan ne aveva solo otto. Qualche anno fa Robert Kennedy jr. - ora più tristemente noto per le sue campagne no-vax - aveva detto al Washington Post di aver passato tre ore in carcere con l'assassino del padre, e di esserne uscito più confuso di prima. Tanto che sia lui sia una delle sorelle, l'ex vice governatrice del Maryland Kathleen Kennedy Townsend, hanno chiesto più volte una nuova inchiesta. Il sindacalista e consigliere di Kennedy Paul Schrade, tra le altre cinque persone rimaste ferite quella notte, oggi 96enne, da anni si batte per dimostrare che Sirhan sparò a lui, ma fu un secondo uomo armato a uccidere Kennedy. Nessuno della famiglia del senatore sarà oggi all'udienza. Se la commissione deciderà per il rilascio, Sirhan potrebbe essere deportato: non ha mai ottenuto la cittadinanza americana.

Entro 90 giorni Sirhan affronterà il Board of Parole. Accanimento dei Kennedy contro il killer di Bob: 53 anni di carcere sono pochi…Valerio Fioravanti su Il Riformista il 3 Settembre 2021. In Italia usiamo il termine “doppiopesismo” per definire quelle persone che un principio teorico lo applicano in senso favorevole per gli amici e sfavorevole per i nemici. Le recenti cronache statunitensi ci confermano che questa forma di pensiero, il “double standard”, è più diffusa di quanto sembri. Potremmo dire che “capita nelle migliori famiglie”. Sirhan Sirhan, l’uomo che nel 1968 aveva assassinato Bob Kennedy, ha avuto un primo parere favorevole alla libertà condizionale. I media italiani hanno tutti semplificato, sostenendo che la “libertà sulla parola” gli era stata concessa. In realtà l’uomo, arrestato a 24 anni, ora che ha 77 anni, dopo un’udienza in videoconferenza, ha ottenuto “solo” un parere di “ammissibilità”. Questo è il termine che useremmo in Italia, e sta a significare che in suo favore si sono pronunciati i 2 membri di una commissione “specializzata in ergastolani” che ha l’incarico di stabilire, tenendo una cosiddetta Lifer Hearing, se un detenuto ha i requisiti necessari perché il suo caso venga discusso. Entro 90 giorni Sirhan affronterà il Board of Parole. Se anche il secondo esame sarà positivo, la “raccomandazione di clemenza” verrà inviata al Governatore, il quale entro 30 giorni potrà accettarla, modificarla, oppure respingerla. “Clemenza” è il termine generico che negli Stati Uniti comprende qualsiasi forma di riduzione della pena. La “clemenza” viene “raccomandata” da quello che in Italia chiameremmo “tribunale di sorveglianza”, ma poi sta all’autorità politica, che negli Usa ha esplicitamente il controllo sulla magistratura, confermarla. Sirhan, Palestinese nato a Gerusalemme, di nazionalità giordana, cristiano, nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1968, a Los Angeles, sparò a Bob Kennedy. Kennedy Junior, bianco, importante esponente del Partito Democratico, cattolico, fratello minore di JFK assassinato a Dallas nel 1963, padre di 13 figli, aveva 42 anni. Morì in ospedale 24 ore dopo. Venne condannato a morte nell’aprile 1969. Nel 1972, dopo che la legge capitale della California era stata dichiarata incostituzionale, e prima che una modifica legislativa la rendesse nuovamente “costituzionale”, Sirhan ebbe la pena commutata in ergastolo. Secondo le leggi in vigore all’epoca, un ergastolano può chiedere “clemenza” dopo aver scontato 25 anni. Sirhan ha presentato la richiesta 15 volte, ed è sempre stata respinta. Quest’anno, anche grazie a una innovativa presa di posizione del procuratore distrettuale della Contea di Los Angeles, George Gascon, la sua richiesta ha superato il 1° esame. Gascon, Democratico, fervente ammiratore dei Kennedy, che in passato è stato anche vicecapo della polizia di Los Angeles, la città dove Sirhan ha ucciso Kennedy, ritiene che il compito del pubblico accusatore termini con il processo, e che la Procura non debba interferire con chi è chiamato a valutare l’eventuale percorso rieducativo di un condannato. Per questo motivo, a differenza degli scorsi anni, la Pubblica Accusa non si è opposta alla richiesta di condizionale di Sirhan. Se non si è opposta la Procura, a favore di Sirhan si sono espressi 2 degli 8 figli viventi della vittima, Robert e Douglas Kennedy, e anche Paul Schrade, un sindacalista amico di Kennedy che venne ferito gravemente, seppure involontariamente, da Sirhan. Nei giorni scorsi, dopo che la stampa aveva diffuso la notizia dell’esito positivo della prima udienza di Sirhan, gli altri 6 figli (Joseph, Courtney, Kerry, Christopher, Maxwell e Rory Kennedy) hanno espresso il loro disappunto, invitando il governatore della California, Gavin Newsom, a non ratificare il provvedimento. Cattolici e progressisti quanto si vuole, ma per Sirhan nessuna pietà. Che è poi la stessa cosa che è successa nell’agosto 2020 a Mark David Chapman, il giovane che, immedesimatosi nel “Giovane Holden” di Salinger, nel 1980 aveva sparato a John Lennon. La cui canzone più famosa, Imagine, viene ancora oggi considerata “Un inno alla fratellanza, all’amore universale, alla pace”. E la seconda canzone più famosa, Give Peace a Chance, cantata assieme a Yoko Ono, è considerato l’inno mondiale del pacifismo, e invita, appunto, a dare una chance alla pace. Bisogna dare una chance alla pace, ma a Chapman no, dice la signora Ono, che pure, artista molto “liberal”, vive dei diritti d’autore di quelle due canzoni. Come dire, predicare la pace va bene, purché il concetto rimanga astratto. Perché se poi si passa alle persone in carne e ossa, allora la vendetta è molto meglio. Valerio Fioravanti

Assassinò Bob Kennedy e cambiò la Storia. Presto sarà in libertà. Dopo 53 anni e alla sedicesima presentazione davanti al Parole Board, Sirhan Bishara Sirhan ce l’ha fatta: tornerà liberò. Fu lui, oggi settantasettenne, che la notte tra il 5 e il 6 giugno 1968, sparò a Robert F. Kennedy. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 31 agosto 2021. Ora, potrebbe capitare che a Mark David Chapman, l’uomo che l’ 8 dicembre 1980 sparò a John Lennon con una calibro 38, sotto il Dakota Building, New York, oggi detenuto in un carcere a Wende, Buffalo, alla prossima presentazione davanti al Parole Board – che è la commissione di libertà condizionale che decide se un criminale possa essere rilasciato dal carcere in libertà vigilata dopo aver scontato almeno una parte della pena, siamo già all’undicesima volta – vada bene. Ha pure scritto, nel novembre 2020, una lettera a Yoko Ono, in cui dichiara “spregevole” quel suo gesto. Di certo, è andata bene, dopo cinquantatré anni e alla sedicesima presentazione davanti al Parole Board a Sirhan Bishara Sirhan, oggi settantasettenne, l’uomo che la notte tra il 5 e il 6 giugno 1968, nelle cucine dell’Hotel Ambassador di Los Angeles, sparò tutti gli otto colpi della sua calibro 22 contro Robert F. Kennedy. Cambiando la storia americana. È il giugno 1968. Il 4 aprile hanno sparato al dottor Martin Luther King al Lorraine Motel a Mulberry Street di Memphis. King doveva cenare a casa del reverendo Kyles, che alle 17 e 30 giunse al motel chiedendo al pastore di seguirlo. Salomon Jones, l’autista di King, gli consigliò, visto il freddo, di coprirsi con un cappotto. Alle 18 e un minuto King uscì sul balcone del secondo piano del motel, dove venne colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa; un singolo proiettile calibro 30- 06 sparato da un Remington 760 da James Earl Ray. Il proiettile entrò attraverso la guancia destra di King, spaccando la mascella e diverse vertebre mentre scendeva lungo il suo midollo spinale, tagliando la vena giugulare e le arterie maggiori prima di fermarsi sulla spalla. King cadde violentemente all’indietro sul balcone, incosciente. Trasportato al St. Joseph’s Hospital, i medici constatarono un irreparabile danno cerebrale, e la sua morte venne annunciata alle 19 e 05. Il presidente Johnson chiese al popolo di non cedere alla violenza, ma in più di cento città si erano scatenati tumulti. Ci furono quarantasei morti, più di duemila feriti e più di ventimila arresti. Ora è giugno. Robert si è candidato alle primarie a marzo e si sarebbe votato a novembre. Sfidava il presidente in carica, Lyndon Johnson, il vice che aveva giurato il giorno che a Dallas avevano sparato all’altro Kennedy, al presidente, e che poi era stato riconfermato nel 1964. A gennaio la rielezione di Johnson – una delle presidenze più controverse: suo era il piano di riforme della Great Society, come il Medicare e il Medicaid, suo il Civil Right che aumentava i diritti degli afro- americani, sua la “guerra alla povertà” come suo l’impegno colossale nell’escalation della guerra in Vietnam – era data per certa, tanto che Robert aveva detto pubblicamente che non intendeva candidarsi. Alla fine di gennaio però i vietcong lanciarono la più grande offensiva dall’inizio della guerra in Vietnam, “l’offensiva del Tet”, il giorno del capodanno vietnamita: l’attacco mostrava con ogni evidenza che la guerra era molto lontana dall’essere vinta e che gli sforzi bellici della presidenza Johnson erano stati inutili. L’offensiva del Tet rafforzò nel Partito democratico la posizione di Eugene Mc-Carthy che si era sempre opposto alla guerra e indebolì Johnson che a marzo si ritirò. È a questo punto che Robert, da sempre contrario alla guerra, aveva deciso di presentarsi. Così, il “fronte pacifista” aveva due candidati, McCarthy e Kennedy, mentre il ritiro di Johnson aprì la strada al suo vice, Hubert Humphrey, appoggiato dall’establishment dem. Quando a aprile sparano al dottor King, Kennedy è in Indiana. Viene informato della morte di King appena atterrato a Indianapolis. Di lì a poco avrebbe dovuto partecipare a una manifestazione proprio nel cuore del ghetto nero di Indianapolis e il capo della polizia, afroamericano, temendo per la sua sicurezza e per paura di disordini in città, gli sconsiglia di partecipare. Ma Bob non volle sentir ragioni, andò lì, mise un cappotto, salì sul piano del camion e disse: «Anche io ho un membro della mia famiglia ucciso da un uomo bianco». Era la prima volta che parlava in pubblico della morte di John. La campagna di Kennedy andò abbastanza bene ma McCarthy non mollava e, alla fine, sarebbe stata la California a decidere chi dei due si sarebbe giocata la partita con Humphrey alla convention. La California premiò Kennedy e si decise di festeggiare la vittoria all’Hotel Ambassador, alla mezzanotte. Dopo il discorso, Kennedy avrebbe dovuto raggiungere un’altra stanza dove lo aspettavano alcuni attivisti della sua campagna. Però i giornalisti chiesero una conferenza stampa e convinsero il direttore della campagna elettorale a cambiare il programma. Kennedy avrebbe raggiunto la sala stampa passando attraverso le cucine dell’albergo. Lo avvisarono all’ultimo momento, circondato dalla folla e un maitre dell’albergo lo prese per il polso, guidandolo verso le cucine. Le cucine erano affollate e Kennedy si fermava di continuo per stringere mani e salutare. Procedeva lentamente, e arrivò a una strettoia tra una macchina del ghiaccio e un portavivande. Kennedy si fermò a salutare un ragazzo. In quell’istante Sirhan si avvicinò rapidamente, muovendosi da dietro un portavassoi che si trovava poco lontano dalla macchina del ghiaccio. Impugnava un piccolo revolver calibro 22. Sparò il primo colpo a pochi centimetri dalla testa di Kennedy. Il proiettile entrò da dietro l’orecchio sinistro, disperdendo frammenti d’osso in tutto il cervello. Altri due colpi gli entrarono sotto l’ascella. Un quarto colpo passò attraverso i vestiti e ferì un’altra persona. Ci fu una colluttazione, Shiran venne bloccato non prima di avere finito tutti i suoi colpi, ferendo altre cinque persone. Kennedy era a terra, ancora cosciente. Arrivò la moglie Ethel. Lo portarono all’ospedale del Buon samaritano dove morì ventisei ore dopo. L’ 8 giugno il suo corpo venne trasportato da New York a Washington a bordo di un treno. Centinaia di migliaia di persone si allinearono lungo i binari per salutarlo. Quel corteo funebre rimase nella storia degli Stati Uniti come il “Funeral train”. Alle presidenziali Hubert Humphrey sfidò Richard Nixon e perse malamente. Sirhan Bishara Sirhan era nato nel 1944 in Palestina in una famiglia di origine cristiana, che, quando lui aveva dodici anni, si traferì negli Stati uniti, prima a New York e poi in California. Nel 1968 aveva perciò ventiquattro anni, e aveva sviluppato una ossessione contro Kennedy, colpevole, a suo avviso, di avere appoggiato Israele. Almeno, questo è quello che scriveva nel suo diario e quello che dichiarò successivamente, anche se della sequenza precisa dell’attentato ha sempre detto di non ricordare nulla. Negli anni ha sempre più preso consistenza l’ipotesi che a uccidere Kennedy Sirhan non fosse da solo, cioè che la sua non sia stata l’unica pistola che abbia sparato nelle cucine dell’Hotel Ambassador, e la famiglia ha chiesto ripetutamente che vengano riaperte le indagini, ma inutilmente. Sulla sua liberazione, i numerosi figli di Bob – erano undici, ma due sono intanto morti – si sono divisi. Due, al tempo piccolissimi, si sono dichiarati d’accordo e una terza ha ripetuto la volontà di riaprire il caso, convinta dell’innocenza di Sirhan. L’ultima parola spetterà al governatore della California, Gavin Newson, che difficilmente cambierà la decisione: per la prima volta la procura non si è presentata in aula per opporsi, seguendo la nuova linea del procuratore distrettuale della Contea di Los Angeles, George Gascon, convinto che il lavoro dell’accusa si fermi al momento della condanna. «È passato più di mezzo secolo e quel giovane ragazzo impulsivo che ero non esiste più», ha detto Sirhan durante l’ultima udienza. È passato più di mezzo secolo. E la storia continua a inseguirci.

Fine pena (forse) per il killer di Bobby Kennedy, Sirhan Sirhan: l’uomo che sparò sul sogno americano.  Walter Veltroni su Il Corriere della Sera il 26 agosto 2021. Venerdì l’udienza per la libertà condizionata a Sirhan Sirhan, il palestinese che a giugno 1968 sparò a Bobby Kennedy, determinando l’elezione di Richard Nixon. Non tutti gli omicidi politici hanno la stessa devastante precisione chirurgica che dimostrò l’attentato a Robert Kennedy. Era il 5 giugno del 1968, anno di mille svolte e mille eventi, e nelle cucine dell’Hotel Ambassador di Los Angeles un uomo arabo, Sirhan Sirhan, scaricò l’intero caricatore della sua scalcinata pistola contro l’uomo che aveva appena vinto le primarie presidenziali della California e si avviava, finalmente, a conquistare la candidatura con la quale avrebbe affrontato il suo avversario repubblicano Richard Nixon. Sirhan sparò a Kennedy, sostenne, per punirlo in ragione del suo sostegno a Israele in occasione della guerra dei Sei giorni di cui, in quell’alba di giugno, ricorreva il primo anniversario. Alcol, squilibrio e odio furono l’impasto che trasformò un uomo normale in assassino e lo proiettò nel ristretto numero di persone che con un gesto hanno deviato il naturale corso della storia. Fu condannato a morte, pena poi rapidamente trasformata in ergastolo e ora , dopo più di cinquanta richieste di grazia, potrebbe uscire dal carcere, ormai quasi ottantenne. Chi non pensa che il carcere sia il luogo della vendetta dello Stato sul corpo del recluso, chi ritiene la pena di morte uno strumento barbarico di punizione umana, non può avere nulla da dire sul percorso della carcerazione e scarcerazione di Sirhan. Ma dal punto di vista storico e politico è difficile sottrarsi alla considerazione che quei colpi d’arma da fuoco abbiano mutato il destino della storia umana e dunque quello di ciascuno di noi . Come accadde con Moro, Martin Luther King, Rabin, Palme… E come John Kennedy. Come Falcone e Borsellino, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto dalla Chiesa, Pio La Torre. Colpi sparati da killer lunatici o da professionisti della morte. Ma l’effetto è sempre lo stesso: edificare muri resistenti al libero fluire delle cose, dighe improvvise capaci di essere più potenti di lotte e voti, di parlamenti e partiti. Sirhan Sirhan balbettò dopo l’omicidio parole deliranti, non diverse da quelle che aveva vergato su uno sconclusionato diario. Ma c’era del genio, in quella follia. Come in quella di Harvey Lee Oswald, James Earl Ray, Ygal Amir, Nathuram Godse, l’uomo che tolse la vita al Mahatma Gandhi. Sirhan elesse Nixon. Dopo che in quella maledetta cucina il senatore Kennedy pronunciò le sue ultime parole — solo sua moglie Ethel che gli teneva la testa in quel momento sa quali fossero — l’America sterzò a destra come non aveva fatto neanche dopo la morte di suo fratello John. I democratici erano fiaccati da una guerra sbagliata, i cui segni percepiamo ancora ora nelle decisioni inerenti i conflitti lontani da casa, divisi tra fazioni in aspro conflitto tra loro. E solo attorno a Bobby, la più lucida e coraggiosa mente politica della famiglia, i giovani dei movimenti di protesta, gli operai e gli intellettuali più radicali si erano ritrovati uniti. Alla candidatura più radicale di un galantuomo come Eugene McCarthy, RFK contrapponeva non il volto moderato dei democratici ma un impasto originale di pacifismo e realismo, di critica radicale a un modello sociale e di forte tensione contro ogni discriminazione. Robert Kennedy avrebbe vinto le elezioni di novembre. McCarthy fu sconfitto anche nella convenzione democratica di Chicago, segnata da scontri violenti con morti nelle strade. Quel mondo che la radicalità democratica di Kennedy riusciva a esprimere non si riconobbe nel moderatismo istituzionale di Hubert Humphrey che perse malamente contro Nixon. Quel Nixon che si sarebbe macchiato dello scandalo Watergate. Qualche settimana prima della sua morte Bobby Kennedy non aveva avuto paura di tenere un comizio nella comunità afroamericana di Minneapolis alla quale aveva dovuto annunciare la morte del loro leader Martin Luther King. John Lewis, uno dei capi del movimento contro il razzismo, disse: «Quella notte ho detto ai miei amici che non avevamo più King, ma che avevamo ancora Kennedy». Ancora, per poche settimane. Poi nulla, per anni. Sirhan Sirhan colpì non come un folle, ma come il più lucido dei cecchini politici del Novecento. L’uomo che forse uscirà, buon per lui, dal carcere ha sparato non solo su un innocente, ma sui sogni di milioni di persone in tutto il mondo.

Marilisa Palumbo per il “Corriere della Sera” il 29 agosto 2021. L’uomo che il 5 giugno del 1968, all’Ambassador hotel di Los Angeles, uccise il sogno americano, potrebbe uscire di prigione dopo 53 anni. Venerdì, a differenza delle quindici volte precedenti in cui Sirhan Sirhan, palestinese con cittadinanza giordana killer di Robert Kennedy, ha chiesto la libertà condizionata, la procura di Los Angeles non si è opposta, e la commissione ha dato parere favorevole. Ora la decisione spetta al governatore, ma nella famiglia Kennedy si apre una drammatica frattura. Douglas Kennedy, che aveva un anno quando il papà fu assassinato, ha testimoniato in favore del rilascio: «Sono sopraffatto dall’emozione al solo vederlo in faccia – ha detto ai membri del board - Ho vissuto la mia vita temendo il suo nome, in un modo o nell’altro. E sono grato di vederlo oggi come un essere umano meritevole di compassione e amore». Anche un altro figlio di Bobby, RFK junior, di recente tristemente noto alle cronache per le sue campagne che diffondono bugie anti vax, ha inviato una lettera favorevole al rilascio in cui ha raccontato l’incontro in carcere con Sirhan: «Ha pianto, mi stringeva le mani, e, chiedeva perdono». E ancora: «Anche se nessuno può affermare con certezza cosa direbbe mio padre, credo fermamente che sulla base del suo impegno per la giustizia e l’eguaglianza, incoraggerebbe questa commissione a rilasciare il signor Sirhan considerato il suo impressionante percorso riabilitativo». Ma la grande maggioranza dei figli di Bob ancora in vita, sei dei nove, compresa Kerry Kennedy e l’ex deputato Joe, si sono detti scioccati dalla decisione e hanno invitato il governatore Gavin Newsom a bocciarla quando arriverà sulla sua scrivania. «Sirhan ci ha portato via nostro padre, l’ha portato via all’America – si legge nel comunicato – siamo sconcertati che possa essere raccomandato il suo rilascio». La svolta della procura di Los Angeles non è legata al singolo caso, bensì alla volontà di facilitare o almeno non opporsi alla scarcerazione di prigionieri che hanno passato decenni dietro le sbarre, non sono più considerati un rischio per la società e le cui spese sanitarie peserebbero sulle casse del sistema penitenziario man mano che invecchiano. Ma Sirhan non è un detenuto come tutti gli altri. Quando poco dopo la mezzanotte di quel lontano 5 giugno sparò con la sua calibro 22 al senatore che stava ringraziando i sostenitori per la vittoria appena ottenuta nelle primarie democratiche dello Stato, cambiò probabilmente il corso della Storia americana. Martin Luther King era stato ammazzato ad aprile, e proprio Bobby, che aveva preso la torcia kennediana dal fratello assassinato a Dallas, aveva consolato un Paese frastornato e ferito. La sua morte chiuse un’epoca di lotta e speranza. Ecco perché tanti non accettano che oggi Sirhan possa uscire di prigione. «Non riesco a comprendere perché l’assassino di Bobby Kennedy dovrebbe mai uscire dal carcere. Anche a 77 anni, potrebbe essere una minaccia. Il danno di lunga durata che ha inflitto è stato incalcolabile. Se non fosse stato per il suo atto feroce, il resto della Storia degli Stati Uniti sarebbe stato diverso», ha scritto su Twitter il costituzionalista di Harvard Laurence Tribe. E Josh Mankiewicz, giornalista figlio di Frank, famoso reporter che fu in quella campagna elettorale il portavoce di RFK e comparve esausto e stravolto dopo 24 ore di bollettini per annunciarne la morte, è lapidario: «Mio padre non è più qui per dirlo quindi lo farò io: liberare un assassino politico qualunque sia la ragione è folle». Come per tutti i grandi omicidi politici, a cominciare da quello del fratello a Dallas, la morte di RFK è circondata di dubbi, teorie, punti oscuri, che dividono anche gli eredi del senatore. Sirhan dice di non ricordare nulla della notte dell’omicidio, e non ha mai spiegato bene il perché del suo gesto, salvo dire, anni dopo in una intervista televisiva, di essersi sentito tradito dal sostegno di Kennedy a Israele nella guerra dei Sei giorni del 1967. In tanti hanno espresso dei dubbi sulla sua colpevolezza, o sul fatto che quella sera fosse l’unico a sparare. Sirhan infatti era davanti a Kennedy, mentre l’autopsia parla di un colpo a bruciapelo da dietro, e secondo successive ricostruzioni 13 colpi furono esplosi nelle cucine, mentre la pistola di Sirhan ne aveva solo otto. Proprio Robert Kennedy jr. qualche anno fa aveva detto al Washington Post di avere forti dubbi sulla colpevolezza di Sirhan. Tanto che sia lui sia una delle sorelle, l’ex vice governatrice del Maryland Kathleen Kennedy Townsend, hanno chiesto più volte una nuova inchiesta. Il sindacalista e consigliere di Kennedy Paul Schrade, tra le altre cinque persone rimaste ferite quella notte, oggi 96enne, da anni si batte per dimostrare che Sirhan sparò a lui, ma fu un secondo uomo armato a uccidere Kennedy.

CONTRO I DEMOCRATICI DEL SUD.

John Fitzgerald Kennedy e i diritti civili negli USA. Da library.weschool.com. Il 7 novembre 1960 fu eletto presidente degli Stati Uniti d’America il senatore democratico John Fitzgerald Kennedy. Non si trattò di una vittoria elettorale clamorosa: il giovane presidente (era nato nel 1917, da una famiglia di origine irlandese) riuscì ad arrivare alla Casa Bianca, grazie ad un pugno di voti di vantaggio rispetto a quelli ottenuti dal candidato repubblicano, Richard Nixon. Kennedy avrebbe goduto di grande popolarità, e sarebbe diventato ben presto un simbolo dei diritti civili, non solo del popolo americano. Già durante la campagna elettorale, aveva fortemente impressionato l’opinione pubblica, parlando della necessità di scoprire una “nuova frontiera”, ovvero della necessità di rimuovere le cause che impedivano alle fasce degli emarginati di godere appieno del diritto all’uguaglianza, alla libertà politica e al benessere. Kennedy avrebbe ripreso questi toni nel discorso di insediamento, scandalizzando i reazionari, ma ottenendo consensi negli ambienti progressisti di ogni parte del mondo. Gli Stati Uniti, d’altronde, al momento della sua elezione erano in una fase di difficoltà economica, malgrado l’imponente apparato produttivo di cui disponevano. Ciò aveva ulteriormente accentuato gli squilibri interni e soprattutto aveva esasperato i conflitti razziali. A fomentare le disparità e l’ostilità tra le varie etnie contribuiva il cosiddetto “maccartismo”. Tale termine deriva da Joseph McCarthy (1908-1957), un politico repubblicano, che si era fatto promotore di una violenta campagna anticomunista. Il clima da "caccia alle streghe" che ne seguì viene ancora oggi ricordato come uno dei più cupi della storia americana: bastava difatti che un individuo fosse sospettato di simpatizzare per i “rossi” (e questo accadeva soprattutto ai danni dei “diversi”, ossia genti di colore, emigranti, artisti, ecc.), per essere praticamente escluso dalla vita civile. Il maccartismo, con l’esaltazione dell’americano Wasp (White, Anglo-saxon, Protestant: ovvero di razza bianca, anglosassone e protestante), fu una delle ragioni che finì per deprimere ogni forma di giustizia sociale, contribuendo a incoraggiare in quel periodo le discriminazioni razziali, soprattutto ai danni dei neri, ai quali era riservata una forte disparità sociale (per esempio nelle scuole e nelle università era fortemente limitato il loro accesso). A partire dagli anni Cinquanta, i neri avevano tentato di far valere i loro diritti, organizzandosi in due movimenti principali: il primo cercava di collegarsi con le forze liberali favorevoli ad un’integrazione dei neri nella società americana, ed era capeggiato dal pastore protestante Martin Luther King (1929-1968). Su altre posizioni, certamente più radicali, si attestava il movimento che propugnava una contrapposizione al potere dei bianchi, e che vide emergere nel gruppo dei “Black Power” il leader Malcom X (1925-1965).  Maggior successo ebbe il movimento di King, che basandosi sui valori della non violenza e della moderazione riuscì a far breccia in molti settori dell’America progressista. La richiesta di riforme da parte dei neri sarebbe stata certamente accolta se la presidenza Kennedy non fosse stata tragicamente interrotta da forze ostili all’emancipazione sociale. Nella cittadina di Dallas, il 22 novembre del 1963, un tale Lee Oswald troncò a colpi di arma da fuoco la vita del presidente Kennedy. La dinamica dell’attentato e soprattutto i mandanti non sono mai stati chiaramente identificati; lo stesso Lee fu a sua volta ucciso nel carcere di Dallas a poche ore dall’arresto. La morte di Kennedy inaugurò una serie di omicidi che avrebbero colpito le personalità più impegnate sul fronte dell’integrazione razziale. Sotto i colpi dei sicari caddero Robert "Bob" Kennedy (1925-1968), fratello minore di John, che si apprestava a candidarsi alla presidenza, Martin Luther King e lo stesso Malcom X. Quest’ultimo stava per dare un’impronta più moderata al suo movimento con aperture verso le correnti democratiche dei bianchi. Il programma riformista di Kennedy fu ripreso, sebbene in modo parziale, dal suo successore Lyndon Johnson (1908-1973), sotto la cui presidenza fu approvata la legge che poneva fine alle limitazioni riguardo l’esercizio del voto della popolazione nera. Questa riforma tuttavia non attenuò le tensioni sociali. Nel periodo 1964-68 nei quartieri neri di diverse grandi città americane scoppiarono tumulti che esprimevano la solita, disperata richiesta di libertà e giustizia. Ad aggravare in quegli anni l’instabilità sociale degli USAcontribuì la guerra del Vietnam (iniziata sotto la presidenza Kennedy doveva concludersi nel 1973, dopo estenuanti trattative diplomatiche), causa del moltiplicarsi dei movimenti di opposizione, che videro tra i protagonisti soprattutto i giovani. 

Bibliografia essenziale: 

- M. L. King, Il sogno della non violenza, Milano, Feltrinelli, 2008.

- G. Kolko, I limiti della potenza americana, Torino, Einaudi, 1975.

- G. Procacci, Storia del XX secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2000.

- A. M. Schlesinger, I mille giorni di John F. Kennedy, Milano, Rizzoli, 1992.

CONTRO TUTTI I DEMOCRATICI.

L'assassinio di Kennedy, 1.500 pagine desecretate e... ancora mistero. Giorgio Ferrari su Avvenire il 17 dicembre 2021. Desecretare quelle millecinquecento pagine che hanno riposato per anni negli archivi nazionali per poi scoprire che nulla di più e nulla di meno si saprà circa la morte di John Fitzgerald Kennedy e dei legami sovietici del suo assassino, Lee Harvey Oswald, è praticamente scontato. Da quasi sessant’anni ci si arrovella attorno alla verità ufficiale – quella della Commissione Warren – e a quella indagata, suggerita, scarnificata (pensiamo solo al «JFK» di Oliver Stone, ma anche al bel biopic di Don De Lillo, «Libra» e alla saga kennediana di James Ellroy in «Sei pezzi da mille»), senza che mai si riesca a venire a capo di quel mistero nazionale che al pari dell’approdo della Mayflower sulle coste del New England, del Lincoln Address all’indomani della battaglia di Gettysburg è oramai potentemente infisso nella memoria collettiva quale mito fondante della perduta innocenza americana. Lee Harvey Oswald, ex marine, piccolo uomo della Louisiana, una vita sbandata e priva di soddisfazioni, al punto da indurlo a chiedere asilo all’Unione Sovietica, per poi sposare una donna bielorussa a Minsk e rientrare in America ancor più deluso e smarrito, è l’uomo dei grandi misteri americani. Dai documenti d’archivio emerge ora una supposta relazione pericolosa con un agente del Kgb. Ma è poi così strano che un cittadino americano che aveva chiesto asilo a Mosca e si era tagliato le vene dopo che la cittadinanza sovietica gli era stata rifiutata incontrasse membri del controspionaggio russo? Non sappiamo forse già tutto? Non conosciamo già la sua manifesta ammirazione per Fidel Castro, il bisogno ossessionante di compiere un gesto rivoluzionario che lo spinse a prendere di mira il generale ultraconservatore Edwin Walker (attentato fallito, ma che lo convinse a puntare al bersaglio supremo, al presidente che aveva tentato di rovesciare il regime castrista), fino a quei tre colpi sparati dal tetto di un deposito di libri che raggiunsero e uccisero Kennedy a Dallas? Non abbiamo forse nelle orecchie quell’insistente ipotesi che affianca la mafia americana alla Cia agli esuli cubani nel complotto per uccidere il presidente? O forse la sua morte faceva comodo a Krusciov? O ai suoi nemici? Sì, sappiamo tutto, e quella massa imponente di documenti non farà che intorbidare ulteriormente invece di chiarire quel mistero americano che è talmente avvolto e ingarbugliano nelle sue cento e cento congetture da restare inestricabile. Del resto una non piccola porzione di americani ritiene che non sia stata detta tutta la verità sull’assassinio di Kennedy. Un’ipotesi che attraversa ormai tre generazioni, e che persiste, permane, tiene in vita il più grande dei misteri nazionali; che forse, inconsciamente, appassiona proprio perché è un groviglio insolubile. Scrive De Lillo: «Tu pensa a due linee parallele. Una è la vita di Lee H. Oswald. L’altra è il complotto per assassinare il presidente. Che cosa congiunge lo spazio fra le due linee? Che cosa rende inevitabile l’incontro? C’è una terza linea. Esce dai sogni, dalle visioni, dalle intuizioni, dalle preghiere, dagli strati profondi della personalità. Non è generata da causa ed effetto come le altre due. È una linea che interseca la casualità, attraversa il tempo. Non ha una storia che possiamo riconoscere o capire. Ma impone una congiunzione. Mette un uomo sulla strada del suo destino». Entro la fine dell’anno prossimo verranno rese note altre migliaia di pagine, altri faldoni, altri documenti finora conservati negli archivi federali. Il Congresso li sta reclamando fin dal 1992, e Joe Biden ha promesso di farla finita, di consegnare finalmente tutto. Servirà? C’è davvero da dubitarne.

Valeria Robecco per “il Giornale” il 16 dicembre 2021. Si riaccendono i riflettori sulla morte di John Fitzgerald Kennedy. L'amministrazione di Joe Biden ha pubblicato circa 1.500 pagine di documenti finora rimasti segreti sull'assassinio dell'ex presidente americano nel 1963 a Dallas, carte che gli storici sperano possano far luce su alcuni interrogativi ancora rimasti irrisolti. E alcuni dei documenti rispolverano la presunta pista sovietica, partendo dai dettagli dell'incontro tra il killer Lee Harvey Oswald e un agente del Kgb. Sono circa 10mila le pagine che il Congresso ha chiesto di desecretare già nel 1992 con l'approvazione del John F. Kennedy Assassination Records Collection Act, in parte dopo lo scalpore suscitato dal film di Oliver Stone «JFK». La legge chiedeva che tutti i documenti fossero resi pubblici entro il 2017, ma Donald Trump prima e Biden dopo hanno consentito diversi rinvii. Ad ora, in totale, gli Archivi Nazionali hanno diffuso oltre il 90% delle informazioni, e la prossima scadenza fissata dall'attuale inquilino della Casa Bianca è il 15 dicembre 2022, quando le carte rimanenti verranno sottoposte ad una rigorosa revisione e quindi pubblicate. Stando all'ordine di Biden, le agenzie che desiderano continuare a trattenere determinate pagine oltre il termine del prossimo anno devono fornire a Pennsylvania Avenue «un indice non classificato che identifichi per ciascuno i motivi per i quali l'agenzia propone il rinvio». Secondo le anticipazioni dei media, negli ultimi documenti diffusi dagli Archivi Nazionali ci sono appunti di agenti della Cia subito dopo la sparatoria e la notizia che il killer Lee Harvey Oswald vide il console Valeriy Vladimirovich Kostikov - del Kgb - il 29 settembre 1963 (due mesi prima dell'assassinio) a Città del Messico. Dell'incontro è stato fatto riferimento in precedenza, ma oggi sono emersi nuovi dettagli, anche se non è chiaro chi abbia chiesto l'appuntamento. Compare poi un memo su telefonate anonime all'ambasciata Usa a Canberra, in Australia, nel 1962, dove la persona che ha effettuato la chiamata ha detto che il governo sovietico stava tramando per uccidere Kennedy. Un'altra telefonata è stata fatta invece il 24 novembre 1963, due giorni dopo l'omicidio, sostenendo che dietro alla morte di Jfk c'erano i russi. Menzionata in tutti i file è la moglie di Oswald, Marina, che era russa. Per la Cnn la diffusione delle carte probabilmente prolungherà il dibattito tra il governo federale e gli esperti che si occupano della morte di Jfk, i quali hanno sempre sostenuto che Cia, Fbi e altre agenzie di sicurezza nazionale abbiano continuamente ostacolato un rilascio ordinato dei documenti da parte del Congresso. E peraltro, secondo numerosi sondaggi, la maggioranza degli americani non crede alla conclusione ufficiale della Commissione Warren secondo cui Kennedy è stato ucciso da Oswald che ha agito da solo. In ottobre, quando Biden aveva deciso il rinvio della nuova tranche di informazioni, i nipoti di Kennedy hanno fatto pressione per una immediata divulgazione. «È un oltraggio alla democrazia americana. Non dovremmo avere governi segreti all'interno del governo - aveva detto Robert F. Kennedy Jr. - Sono passati 58 anni, cosa può giustificare la mancata pubblicazione di questi documenti?».

Il giorno che Johnson diventò presidente. La gran storia dell'altra persona la cui vita fu sconvolta il 22 novembre 1963: arrivò a Dallas da politico fallito, depresso e finito, se ne andò da uomo più potente del mondo. Francesco Costa il 22 novembre 2013 su  Il Post. La mattina del 22 novembre 1963, Lyndon Johnson era al capolinea. Il giorno prima, a San Antonio, era stato umiliato da un senatore del Texas, Ralph Yarborough, che si era platealmente rifiutato di salire in macchina con lui nel corteo presidenziale: Yarborough era il leader di una corrente di sinistra del partito democratico e aveva sfidato apertamente il governatore Connally, vicino a Johnson. Secondo molti la spaccatura nel partito rischiava di compromettere la vittoria di Kennedy in Texas nelle elezioni presidenziali dell’anno successivo. Johnson era il vicepresidente ed era texano: in teoria nessuno meglio di lui avrebbe potuto ricomporre la situazione, ma il primo tentativo fu un disastro. La mattina del 22 novembre 1963, i giornali che Lyndon Johnson stava sfogliando in albergo avevano dei gran titoloni: non parlavano del presidente Kennedy, che stava proseguendo la visita in Texas organizzata per tentare di risolvere la disputa e prepararsi alla campagna elettorale, ma di lui. Il Dallas Morning News titolava “Yarborough snobba Johnson”. Su un altro giornale c’era un titolo ancora più pesante: “Nixon: Kennedy mollerà Johnson”. La tesi circolava molto persino prima dell’umiliazione di San Antonio. In molti pensavano che Johnson, scelto da Kennedy come vice nonostante un rapporto personale non eccezionale, fosse ormai un peso morto: era stato imbarcato per via del suo consenso negli stati del sud e ora in quegli stati del sud stava creando problemi, invece che risolverne. Come se non bastasse, una commissione d’inchiesta del Congresso stava indagando sulle spese sospette di uno stretto collaboratore di Johnson, sospettato di aver compiuto illeciti per finanziare la sua attività politica. Anche su questo erano già arrivati i giornali: sempre quella settimana uscì su Life un lungo articolo intitolato “Lo scandalo Johnson continua a crescere a Washington”. Lyndon Johnson aveva 55 anni. A 29 anni era stato eletto deputato, a 42 senatore, a 48 era il capo della maggioranza democratica al Senato: uno degli incarichi più importanti e influenti al Congresso. Era un tipo pacato che non sorrideva molto, ma non era di carattere debole – era freddo, controllato, con una presenza carismatica. Si candidò alle primarie presidenziali democratiche del 1960: non ottenne abbastanza voti da vincere ma riuscì a impedire a Kennedy – che aveva attaccato furiosamente per tutta la campagna elettorale – di avere la maggioranza dei delegati alla convention. Nonostante la forte opposizione di suo fratello Robert, Kennedy decise di offrire a Johnson la vicepresidenza. Johnson accettò, Kennedy vinse le elezioni, Johnson arrivò alla Casa Bianca e si ritrovò privo di poteri. In poche settimane passò dall’essere uno degli uomini più potenti di Washington all’essere un taglia-nastri, uno la cui principale occupazione era stringere mani e sorridere nelle fotografie. Kennedy e i suoi non si fidavano di lui e lo tenevano ai margini dell’attività di governo. Una cosa doveva fare, Johnson: essere utile in campagna elettorale. Non gli riusciva nemmeno quello. Gli anni di Johnson – prima o dopo il 22 novembre 1963 – sono stati raccontati moltissimo da giornalisti, scrittori e storici. Su tutti spicca il lavoro monumentale di Robert Caro, giornalista due volte premio Pulitzer, che dal 1982 ne sta scrivendo una grande biografia in cinque volumi, di cui quattro sono già usciti. Proprio Robert Caro ha raccontato sul New Yorker che sarebbe forse riduttivo considerare il 22 novembre 1963 come una giornata sconvolgente per Lyndon Johnson solo per il fatto che diventò presidente; fu ancora più sconvolgente perché quella giornata stravolse la sua vita e forse anche la sua personalità. Il 22 novembre 1963 Johnson è politicamente un morto che cammina. Uno che non conta niente, irriso dalla stampa, che sta per essere investito da uno scandalo giudiziario e che sarà presto rimpiazzato. Secondo chi gli stava vicino, Johnson era depresso. Dicevano che l’espressione del suo volto era cambiata. Una volta disse ai suoi assistenti che per loro era meglio andare a lavorare per qualcun altro, per un politico che avesse un futuro, e non per lui. La mattina del 22 novembre 1963 John Fitzgerald Kennedy sapeva che lo aspettava una lunga giornata: in albergo a Fort Worth aveva indossato un busto con scheletro in metallo, ancorato alle cosce, per distribuire meglio il peso, così da alleggerire il più possibile il carico sulla sua schiena debole e malandata (Kennedy aveva la malattia di Addison). L’aereo decollò per Dallas poco dopo le undici. Tre ore prima, in una sala del Senato a Washington, due membri della commissione d’inchiesta sullo scandalo Johnson iniziarono l’audizione di un broker accusato di far parte delle presunte operazioni illecite del vicepresidente. Alla stessa ora, nella sede di Life a New York, si tenne una riunione di redazione per discutere che cosa fare di un’inchiesta sulle origini della ricchezza personale di Johnson. L’Air Force One atterrò a Dallas alle 11.38. C’era John Fitzgerald Kennedy con la moglie Jacqueline, c’era Lyndon Johnson con la moglie Lady Bird (sì, Lady Bird era una specie di nome), c’era il governatore John Connally con la moglie Nellie, più un esercito di assistenti, portavoce, giornalisti, fotografi. A terra trovarono tantissime persone: la giornata era spettacolare, John e Jacqueline Kennedy erano apprezzati e popolari. L’agenda non prevedeva che si fermassero a salutare le persone sulla pista, una volta atterrati, ma lo fecero comunque. Poi salirono in macchina – stavolta, su pressione di Kennedy, Yarborough viaggiò in quella di Johnson – e si diressero verso il centro della città. Dealey Plaza non è esattamente una piazza: è un grande slargo con molto verde – quel giorno occupato dalle persone che aspettavano di vedere Kennedy – e una strada in mezzo. A un certo punto, mentre passavano per quella strada, chi faceva parte del corteo presidenziale sentì un suono secco e forte, come uno scoppio. Connally, che era un grande appassionato di caccia, riconobbe lo sparo di un fucile. Johnson, che viaggiava due macchine più indietro, disse poi che gli era sembrato un petardo. Anche la sua guardia del corpo non era certa di cosa fosse successo, ma pochi secondi dopo vide movimenti strani nell’auto del presidente, urlò «Get down!» e si gettò con tutto il suo peso contro Johnson. Quando arrivarono gli altri due colpi, tutti avevano ormai chiaro cosa stesse accadendo. Johnson si ritrovò a terra, con la faccia schiacciata sui tappetini dell’auto, i gomiti e le ginocchia di un agente premuti contro la sua schiena. Percepì la macchina accelerare e dopo qualche secondo, dalla radio attaccata alla spalla dell’agente, sentì: «L’hanno colpito! Presto, l’hanno colpito!». La sua guardia del corpo aveva visto tutto: aveva visto il secondo colpo centrare Kennedy dietro la testa – se non avesse avuto il busto dopo il primo colpo si sarebbe accasciato: invece restò eretto – e aveva visto qualcosa di grigio e rosa uscire dalla sua testa; aveva visto Jacqueline arrampicarsi sulla limousine come per raccoglierla; aveva visto un altro agente salire al volo sulla macchina e mettere entrambi al riparo. Le macchine arrivarono all’ospedale di Parkland, distante pochi chilometri. Johnson e la moglie furono portati dentro da un gruppo di agenti e in seguito non ricordarono nemmeno se i loro piedi toccarono terra, corridoio dopo corridoio. Gli agenti trovarono una piccola stanza libera, dissero a Johnson e sua moglie di aspettare lì, mentre loro si appostavano fuori per sorvegliarla. Johnson chiese che rintracciassero le sue figlie e che portassero da lui il suo staff. Qui bisogna sforzarsi di immaginare una cosa importante: nessuno sapeva esattamente cosa fosse accaduto. Qualcuno aveva sparato, stop: era una persona sola o era più di una? Era un matto o erano i russi? Era stato un attentato o una dichiarazione di guerra? Col presidente in sala operatoria inizierà un attacco missilistico? L’obiettivo era soltanto Kennedy o anche Johnson? In fin dei conti anche Connally era stato gravemente ferito. E soprattutto: era finita? Ci sarebbero state altre aggressioni, cecchini all’aeroporto, esplosioni, a Dallas o altrove negli Stati Uniti? Johnson e la moglie aspettarono diversi minuti in quella stanza, lei seduta, lui in piedi appoggiato a un muro, immobile. Arrivarono i membri più fidati del suo staff. Chi c’era raccontò che Johnson era molto calmo, al contrario degli altri che sembravano – comprensibilmente – pronti a crollare. Un funzionario entrò nella stanza, disse che probabilmente Kennedy non ce l’avrebbe fatta e suggerì che Johnson prendesse l’Air Force One e lasciasse immediatamente l’ospedale, per tornare a Washington. Lo staff di Johnson concordava. Johnson prese la prima delle molte decisioni che avrebbe preso quel giorno: disse no. Avrebbe aspettato almeno di sentire un medico riguardo le condizioni di Kennedy. Passò dell’altro tempo prima che alle 13.20 l’assistente personale di Kennedy, Kenneth O’Donnell, entrasse nella stanza in lacrime e dicesse: «È morto». Nel frattempo, a New York, la redazione di Life seppe della sparatoria e interruppe la riunione per decidere cosa fare dell’inchiesta su Johnson. La pubblicazione fu rinviata, così come le ulteriori indagini sulle finanze di Johnson: «Pensai che avremmo dovuto dargli una chance, concedergli un po’ d’aria», disse poi il direttore. A Washington, invece, nessuno si era premurato di dare la notizia ai membri della commissione d’inchiesta e al broker impegnati nell’audizione sui presunti reati commessi da Johnson. Seppero tutto in una volta, sparatoria e morte del presidente, quando una segretaria entrò di corsa nella stanza e piangendo urlò che Kennedy era stato ucciso. La riunione fu interrotta. Nel momento in cui seppe che Kennedy era morto, Johnson prese il comando. Chi era con lui raccontò di aver rivisto lo sguardo e l’atteggiamento che aveva avuto per tutta la vita, prima di diventare vicepresidente: improvvisamente aveva di nuovo qualcosa di importante – di incredibilmente importante – di cui occuparsi. Chi era attorno a lui trovava confortante il fatto che fosse apparentemente sicuro di cosa fare, in pieno controllo della situazione. Gli suggerirono di nuovo di tornare a Washington, lui rifiutò e chiese dove fosse Jacqueline Kennedy. Gli risposero che Jacqueline non voleva lasciare l’ospedale senza il corpo di suo marito e che lui sarebbe dovuto tornare a Washington senza di lei. Lui disse di nuovo no: sarebbe tornato a Washington con lei e con il corpo di Kennedy. Johnson non ignorava i rischi collegati alla sua presenza a Dallas, il rischio che l’attentato non fosse finito e che lui stesso, nella città, fosse ancora in grave pericolo: ma pensava che lasciarsi i Kennedy alle spalle sarebbe stato particolarmente brusco per lui e brutto da vedere per il paese. Gli agenti lo convinsero almeno a lasciare l’ospedale e a spostarsi sull’Air Force One, a terra, su una pista dell’aeroporto di Dallas. Prima che si avviassero, un funzionario gli chiese – rivolgendosi per la prima volta a lui come «signor presidente» – se comunicare la notizia alla stampa. Johnson disse di farlo non appena fosse arrivato sull’Air Force One. I giornalisti fuori dall’ospedale videro Johnson uscire ma non lo seguirono, nessuno voleva lasciare il posto dove si trovava Kennedy, che loro credevano ancora vivo. Solo il fotografo ufficiale della Casa Bianca, Cecil Stoughton, andò col corteo di auto. Johnson chiese che, oltre al suo staff, venissero con lui anche alcuni politici locali, suoi vecchi amici e alleati, che nel frattempo erano arrivati in ospedale. Arrivato dentro l’Air Force One, Johnson passò davanti alla porta della camera da letto presidenziale: ordinò che restasse libera, «a completa disposizione della signora Kennedy». Nel frattempo l’ospedale annunciò la morte di Kennedy. La voce di Walter Cronkite, grande giornalista statunitense, interruppe così uno sceneggiato della CBS. Johnson si sistemò col suo staff in un ufficio. Bisognava prendere un’altra decisione: se prestare giuramento lì o aspettare di tornare a Washington. Si trattava solo di un atto formale – Johnson era diventato presidente nell’istante in cui Kennedy era morto – ma era un atto formale di enorme importanza simbolica. C’erano delle ragioni per preferire un giuramento immediato: il fatto che il presidente fosse stato ucciso, e non morto per cause naturali come per esempio Roosevelt, rafforzava l’argomento per cui era opportuno che il paese e il mondo sapessero che qualcuno era alla sua guida, che qualcuno era in charge. Davanti a un fatto così scioccante bisognava dare un segnale di stabilità, di continuità, di forza delle istituzioni. Johnson decise così. Ma non era finita: Johnson doveva fare una telefonata molto importante e delicata, per cui aveva bisogno di privacy. Decise allora di utilizzare la camera da letto dei Kennedy. Doveva chiamare Bobby Kennedy. Fratello di John, Bobby aveva un pessimo rapporto con Johnson, di cui diceva cose terribili che trapelavano puntualmente sui giornali, ed era considerato l’astro nascente della famiglia Kennedy, quello che secondo la stampa un giorno si sarebbe candidato alla presidenza. Bobby Kennedy era il procuratore generale degli Stati Uniti – il ministro della Giustizia, più o meno – e Johnson lo considerò la persona più indicata per ottenere una consulenza legale sul giuramento e chi potesse amministrarlo. E serviva anche la formula esatta del giuramento, quella che avrebbe dovuto recitare. Le risposte a queste domande si potevano ottenere anche da qualcuno che non fosse il fratello del presidente ucciso: da un funzionario, da un ufficio legale del dipartimento. Robert Caro, il biografo di Johnson, spiega che già in quel momento si vedevano alcuni dei tormenti che avrebbero perseguitato Johnson per tutta la vita: il fatto di sentirsi “abusivo” e cercare una legittimazione; il fatto di essere arrivato alla presidenza senza essere particolarmente popolare, a causa di due proiettili; il fatto che tutto questo fosse accaduto a casa sua, in Texas – tutto ciò lo portò a cercare in quel momento l’approvazione e la vicinanza dei Kennedy. Ma le telefonate con Bobby – alla fine furono due – non andarono bene e ognuno ne ha raccontato versioni diverse. Bobby Kennedy aveva saputo della morte del fratello pochi minuti prima, da una telefonata di J. Edgar Hoover, il capo dell’FBI. Johnson disse di aver tentato di confortarlo e distrarlo per qualche minuto facendolo parlare di questioni legali, di codici, di cose concrete, e che Bobby era stato molto disponibile e professionale nonostante il momento complicato. Johnson gli disse che aveva intenzione di giurare subito, come gli era stato consigliato; gli chiese se avesse obiezioni o cose da suggerire. Bobby non rispose. Johnson disse poi di aver interpretato quel silenzio come un assenso, Bobby raccontò invece di aver trovato eccessiva la fretta di Johnson e che gli sarebbe piaciuto che suo fratello fosse tornato a Washington da presidente, per quanto in una bara; disse che Johnson lo spiazzò e per quanto poi capì che giurare immediatamente fosse stata la cosa migliore, trovò incredibile il fatto che lo chiamò – tra tutti, proprio lui – per ragioni così poco “indispensabili”. In una seconda telefonata il vice di Bobby, Nicholas Katzenbach, dettò a Johnson la formula del giuramento: «I do solemnly swear that I will faithfully execute the office of President of the United States, and will to the best of my ability, preserve, protect and defend the Constitution of the United States». Johnson riattaccò e diede altre disposizioni in vista del giuramento. Disse che avrebbe voluto nella stanza quante più persone possibile. Chiese di trovare e portare lì Sarah Hughes, un giudice federale di Dallas che conosceva, perché amministrasse lei il giuramento: ironicamente, la storia di Hughes – alleata e amica di Johnson, la cui nomina fu clamorosamente bocciata una volta dal Congresso texano – simboleggiava quanto Johnson fosse privo di poteri da vicepresidente. C’era un’altra cosa che Johnson voleva, molto più importante e delicata: niente avrebbe potuto rendere la transizione più legittima agli occhi del mondo, niente avrebbe indebolito di più le accuse di avere “usurpato” l’incarico, della presenza di Jacqueline Kennedy al giuramento. Ma Johnson rischiò di compromettere il tentativo di portare Jacqueline al giuramento prima ancora di cominciare. Mentre era al telefono, infatti, dall’altra parte dell’aereo iniziò la rimozione dei sedili per far spazio alla bara di Kennedy, che stava per essere portata sull’Air Force One insieme con la moglie Jacqueline. Johnson non sapeva che Jacqueline stava arrivando, insomma. Dall’altro lato, Jacqueline non sapeva che avrebbe trovato Johnson sull’Air Force One: dava per scontato che fosse tornato a Washington con l’Air Force Two, l’aereo del vicepresidente. I due si incontrarono nel peggior posto possibile: quando Jacqueline, stravolta e sporca di sangue, aprì la porta della sua camera da letto, ci trovò dentro Johnson, in maniche di camicia, sul letto, al telefono. Johnson raccontò poi che in realtà stava per alzarsi e uscire. Si incrociarono rapidamente e non si sa che cosa si dissero. Poi Johnson uscì. Poco dopo uscì anche Jacqueline, che si sedette nell’aereo vicino alla bara di Kennedy. La moglie di Johnson si mise vicino a lei – le due mogli di Kennedy e Johnson, al contrario dei mariti, avevano un buon rapporto – e scambiarono qualche parola. Anni dopo, la moglie di Johnson raccontò così quel momento: «Fu una cosa davvero molto difficile. Il vestito della signora Kennedy era macchiato di sangue. Una delle sue gambe era praticamente coperta di sangue e il suo guanto destro era incrostato, il guanto di quella donna immacolata era incrostato del sangue di suo marito. Lei metteva sempre i guanti, era abituata a indossarli. E vedere quel guanto fu particolarmente struggente: Jacqueline era vestita divinamente e imbrattata di sangue». Quando la moglie di Johnson chiese a Jacqueline Kennedy se intendeva cambiarsi, lei rispose con una delle frasi più famose di quel giorno: «No. Voglio che vedano cosa gli hanno fatto». Poi si avvicinò anche Lyndon Johnson e fece la richiesta. «Dunque, riguardo il giuramento…». Lei rispose subito: «Ah, sì, lo so, lo so». Robert Caro scrive che Jacqueline capì il significato della sua presenza, e anche senza dire esplicitamente di sì fece capire a Johnson che ci sarebbe stata. Johnson tornò nel suo ufficio. In una stanza cinque metri per cinque si trovavano adesso gli agenti dei servizi segreti; gli assistenti e le segretarie di Kennedy, arrivati con la bara; un maggiore dell’esercito; quattro assistenti di Johnson; Bill Moyers, il portavoce della Casa Bianca, l’uomo che suggerì di togliere la copertura dell’auto di Kennedy vista la bella giornata. Erano tanti e faceva caldo: il pilota aveva spento l’aria condizionata e l’avrebbe riaccesa soltanto al decollo. Molti nella stanza singhiozzavano. Mancava un’altra cosa: un fotografo. L’importanza simbolica di un giuramento immediato accanto a Jacqueline Kennedy si sarebbe persa se non ci fosse stata almeno una fotografia di quel momento. Fortunatamente sull’aereo era salito anche Cecil Stoughton, il fotografo ufficiale della Casa Bianca, che aveva lasciato l’ospedale con Johnson invece di aspettare Kennedy: grazie a quell’intuizione ebbe l’opportunità di scattare una delle fotografie più famose di sempre. Fu Stoughton a dire a Johnson dove si sarebbe dovuto mettere, perché la foto venisse bene, e dove spostare le altre persone. A quel punto si aspettava soltanto l’arrivo del giudice Hughes. I testimoni e gli assistenti di Johnson raccontano che videro l’uomo tornato in sé, dopo anni. La smorfia della sua bocca era sparita, l’aria spenta non c’era più, la sua notevole altezza gli dava una figura non più goffa ma imponente. “Tra tutta la confusione, la disperazione e il caos di quel giorno”, scrive Robert Caro, “una cosa diventò evidente per chi si trovava con lui: qualcuno si stava occupando di mettere ordine”. Johnson fece soltanto un’altra cosa, prima che arrivasse il giudice Hughes: raggiunse i due principali collaboratori e consiglieri di Kennedy, Kenneth O’Donnell e Larry O’Brien – li chiamavano “la mafia irlandese”, per quanto erano potenti e influenti alla Casa Bianca – e gli chiese di non dimettersi e mantenere il loro incarico. Disse loro, guardandoli negli occhi, che aveva bisogno di loro, che aveva tanto da imparare e che lui non era intelligente come Kennedy. «Non c’è nessuno qui a cui io possa rivolgermi che abbia più esperienza di voi. Ho bisogno di voi più di quanto ne avesse bisogno il presidente Kennedy». I due sul momento non risposero, ma negli anni seguenti O’Brien diresse la campagna elettorale di Johnson, mentre O’Donnell fu uno dei suoi principali consiglieri. Poi arrivò il giudice Hughes. Si prepararono tutti al giuramento. Qualcuno andò a chiamare Jacqueline, che raggiunse la stanza. Johnson chiese che si mettesse accanto a lui anche Evelyn Lincoln, la segretaria di Kennedy. Johnson posò la sua grossa mano sinistra su un messale che apparteneva a Kennedy, coprendolo quasi del tutto. Di quella scena incredibile – una stanzetta calda, dentro un aereo, col tetto basso; piena di gente, aria viziata; si sentono il motore acceso e i singhiozzi, si parla sottovoce; una di quelle persone è sporca del sangue di suo marito, un’altra sta per diventare l’uomo più potente del mondo – ci rimangono qualche fotografia e una registrazione audio fatta rocambolescamente con un telefono. Johnson recitò il giuramento, abbassò la mano e disse: «Ora partiamo». Johnson fu confermato alla presidenza alle elezioni del 1964 (non si può dire “rieletto”, anche se presidente lo era già). Gli anni della sua amministrazione sono ricordati come il punto più alto raggiunto dalla politica liberal americana nella seconda metà del Novecento. Durante la presidenza Johnson, infatti, troveranno compimento molte importante e storiche riforme, alcune avviate da Kennedy: la storica approvazione della legge sui diritti civili, che bandiva la segregazione razziale; una riforma che favorì l’immigrazione; un grande aumento dei finanziamenti all’istruzione e alle scuole pubbliche; una legge sul controllo delle armi all’epoca molto severa; l’avvio dei programmi di assistenza sanitaria Medicare e Medicaid, a vantaggio degli anziani e dei poveri. Durante la presidenza Johnson la percentuale degli americani che vivevano in povertà si ridusse dal 23 al 12 per cento. Johnson allargò moltissimo il contingente militare in Vietnam tentando di dare una svolta alla guerra, ma senza grandi risultati. L’inchiesta giornalistica sulla sua ricchezza fu pubblicata anni dopo e non generò grande scandalo. L’indagine del congresso sui suoi soldi si concluse soltanto con la condanna del broker. Nel 1968, dopo un primo tentativo deludente alle primarie democratiche, rinunciò a candidarsi di nuovo alla presidenza. Non fu mai popolarissimo, soffrì per alcune teorie che lo indicavano come il responsabile della morte di Kennedy, una parte dell’opinione pubblica continuò sempre a contestarlo dandogli dell’usurpatore.

La tragedia di un Presidente: Lyndon Johnson e la guerra del Vietnam. Simone Pelizza il 31 marzo 2020 su ilcaffegeopolitico.net.

In breve: Nel 1968 la guerra del Vietnam mette fine alla presidenza di Lyndon Johnson e ai suoi ambiziosi progetti di riforma sociale.

Ristretto – 31 marzo 1968: Lyndon Johnson annuncia in televisione che non si ricandiderà per le elezioni presidenziali di novembre. È la fine drammatica di una delle presidenze più controverse nella storia degli Stati Uniti, iniziata con grandi speranze di cambiamento sociale e terminata con l’orrore della guerra in Vietnam.

Nato a Stonewall, in Texas, Johnson è un politico di lungo corso e ha guidato la rappresentanza del Partito Democratico in Senato sin dai primi anni ’50. La sua personalità carismatica e la sua indubbia abilità politica lo rendono presto un potenziale candidato per la presidenza, ma nel 1960 il successo schiacciante di John F. Kennedy nelle primarie distrugge le sue speranze per la nomination democratica. Kennedy però lo sceglie come candidato per la vice-presidenza, cosa che garantisce al ticket democratico il voto cruciale degli Stati del Sud nella sfida finale contro Richard Nixon. Ma la vittoria non sana il contrasto politico e personale tra i due uomini, con Johnson che tenta ripetutamente di rafforzare il suo ufficio di Vice-Presidente a scapito della Casa Bianca. D’altra parte, Kennedy e i suoi collaboratori più stretti non nascondono il loro disprezzo verso il senatore texano, affidandogli spesso incarichi di mera rappresentanza o spedendolo in missioni diplomatiche all’estero per sbarazzarsi della sua fastidiosa presenza. Nel 1963 le accuse di corruzione a Bobby Baker, amico e consigliere di Johnson, mettono in dubbio il futuro politico del Vice-Presidente, ma Kennedy sembra comunque deciso a tenerlo come “running mate” per la campagna elettorale dell’anno successivo. I drammatici eventi di Dallas cambiano però tutto: di colpo Johnson si ritrova infatti a capo di un Paese traumatizzato dall’omicidio di Kennedy e alla prese con difficili sfide sia interne che esterne. E si dimostra sorprendentemente duttile e capace nei suoi nuovi doveri presidenziali, collaborando con successo con molti consiglieri del suo predecessore e dando nuova forza al programma riformistico portato avanti dopo la vittoria elettorale del 1960. In particolare, Johnson mette tutto il suo peso politico a sostegno della legislazione per i diritti civili degli afroamericani e delle altre minoranze etniche, che Kennedy aveva già cercato di far passare inutilmente durante gli ultimi mesi della sua vita. La scelta del Presidente non è dettata solo da ragioni di prestigio personale, ma anche dalle sua fervida fede cristiana e da ideali di giustizia sociale maturati all’epoca della presidenza Roosevelt. Grazie a spregiudicate tattiche parlamentari e alle manifestazioni del movimento popolare guidato da Martin Luther King Jr., con cui Johnson ha una relazione piuttosto difficile, il Congresso approva finalmente il Civil Rights Act nella primavera del 1964 e la Casa Bianca lo trasforma in legge alcuni mesi più tardi, dando un grosso contributo alla trionfale rielezione del Presidente in autunno. Johnson conquista infatti quasi tutti gli Stati dell’Unione, ad eccezione di alcuni nel Sud, e ottiene un vasto mandato popolare per proseguire sulla strada delle riforme sociali. Questo mandato si traduce nell’ambizioso progetto della “Great Society”, ovvero una serie di misure legislative e investimenti statali volti a diminuire la povertà e a migliorare la qualità della vita del popolo americano. Vengono raddoppiate le spese federali per l’istruzione, ad esempio, e viene lanciato un programma di assicurazione sanitaria nazionale (Medicare) a sostegno di anziani, disabili e altri soggetti vulnerabili. Inoltre il Voting Rights Act del 1965 garantisce il diritto di voto degli afroamericani e delle altre minoranze, infliggendo un colpo mortale al vecchio sistema segregazionista del Sud. Ma i piani di Johnson per un’America più giusta si infrangono rapidamente sullo scoglio della guerra in Vietnam, perseguita ossessivamente dal Presidente e basata su una grave incomprensione della realtà socio-politica del Paese asiatico. Prigioniero degli schemi mentali della guerra fredda, il Presidente sostiene una netta escalation militare in Vietnam che va molto oltre gli interventi limitati dei suoi predecessori e che finisce per polarizzare l’opinione pubblica americana, dando vita a proteste e scontri violenti nelle strade. Inoltre questa escalation non è accompagnata da una strategia politica chiara, cosa che rende vani i successi tattici riportati dalle forze USA contro vietcong e nordvietnamiti. Le contraddizioni esplodono rovinosamente con l’Offensiva del Tet nel gennaio 1968: nonostante il sostanziale fallimento degli attacchi vietcong, l’umiliazione pubblica di Washington è così marcata da scatenare la rabbia popolare e da rendere insostenibile il proseguimento della guerra a Saigon. Alla fine lo stesso Johnson è costretto a gettare la spugna, annunciando in diretta televisiva le prime mosse per il disimpegno dal Sud-est asiatico e la fine della propria carriera politica. Ma la tragedia americana in Vietnam continuerà ancora per diversi anni, oscurando l’eredità del Presidente e delle sue riforme sociali.

Simone Pelizza. Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni. Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

CONTRO LA MAFIA.

Quando i Kennedy inventarono l’antimafia nel libro di Gabriele Santoro. Stefano Friani il 29 luglio 2020 su avantionline.it. Quando bisogna immaginare possibili ucronie a stelle e strisce il primo pensiero va agli assassinii di Abraham Lincoln, Martin Luther King, John e Bobby Kennedy: che piega avrebbero preso gli eventi se, tra le tante nella storia americana, proprio quelle armi da fuoco avessero fatto cilecca? Di solito, il what if meno vistoso tra questi riguarda la morte di RFK, ma leggendo La scoperta di Cosa nostra: la svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia di Gabriele Santoro (Chiarelettere editore, euro 18) la domanda salta agli occhi: e se Bobby Kennedy fosse riuscito a portare a termine la propria campagna elettorale nel 1968? Settimo di nove figli, erede designato del fratello in quella che è stata per decenni la vera casata reale americana, il Galahad nel ciclo arturiano della Camelot dei Kennedy, Bobby è forse stato l’ultimo candidato a incarnare le speranze e compattare il vecchio elettorato democratico rooseveltiano di colletti blu, minoranze e classe media. Citava Eschilo nei suoi discorsi, era approdato con colpevole ritardo al pacifismo e con più di qualche tentennamento si era votato alla causa dei diritti civili, d’altronde era pur sempre il manicheo anticastrista dietro ai piani dell’operazione Mangoose e un ex sgherro del senatore McCarthy nella lotta alle attività antiamericane. Con tutte le sue luci e molte ombre però Bobby Kennedy era e sarà sempre ricordato come il castigatore indefesso di Cosa nostra: «il nemico che abbiamo in casa». Ignorata a bella posta dalle agenzie investigative che avevano altre gatte da pelare e al contrario del rampollo kennediano faticavano a uscire dall’èra maccartista, la crociata contro la mafia, una delle «industrie nazionali più prospere e in costante crescita», un «secondo governo» del paese che fruttava «40 miliardi di dollari, oltre due terzi della somma che l’America stanziava ogni anno per la difesa» darà al giovane procuratore generale la ribalta che cercava. «Il gangster più pericoloso non ha la pistola in mano ma il pubblico ufficiale nella propria tasca» soleva ripetere RFK, e la mafia poteva contare allora su circa cinquemila affiliati e un sistema di connivenze affaristiche che la mettevano al riparo da sguardi indiscreti, secondo alcuni perfino da quelli dell’FBI diretto da J. Edgar Hoover, il quale per anni ne aveva negato l’esistenza. Sarà il pentimento di Joe Valachi a dettagliare per la prima volta cinquant’anni di Cosa nostra, da quando scugnizzo sgambettava a East Harlem rubando borse e vestiti per aiutare con l’affitto di casa fino alla commissione McClellan. Rituali, affiliazioni, codici, metodi, nomi: tutto nero su bianco. Valachi diventerà un personaggio mediatico grazie alla diretta televisiva in cui rompeva il muro d’omertà che celava le pratiche delle cosche al grande pubblico da casa. RFK «produceva una grande mole di notizie e coltivava un rapporto quotidiano con la stampa», ben conscio della potenzialità spettacolarizzante della macchina giudiziaria e con la necessità di dare un volto alla sconosciuta entità malavitosa e trovare un nuovo nemico interno dopo gli anni della lotta ai rossi. Perfino Dino De Laurentiis deciderà di suggellare la sua prima produzione americana con un film intitolato Joe Valachi: i segreti di Cosa nostra, con Charles Bronson e Walter Chiari. La pellicola non avrà le fortune del Padrino, anche perché alla figura di Valachi mancava la statura criminale e il physique du rôle richiesto da Hollywood: «tarchiato, la mascella cadente, i capelli tinti di un colore rossiccio, il sessantenne ex gangster non risponde affatto all’immagine del pistolero creato dal cinema: eppure ha detto di avere commesso cinque omicidi, di essere stato a capo di un racket per lo smercio di stupefacenti e di essere un criminale da quarantacinque anni». A Little Italy si faranno pochi dubbi nel definire «canaglia» la «nuova star» dei network televisivi Joe Valachi e ancora meno nel formarsi un’opinione piuttosto precisa e poco lusinghiera dei metodi di Bobby Kennedy. Nella percezione collettiva la scoperta di Cosa nostra si saldava a un radicato pregiudizio antitaliano che in futuro avrebbe spesso precluso «l’accesso a carriere soprattutto politiche senza che venisse appurata la reale sussistenza di legami criminali». RFK, agli occhi di molti, aveva messo all’indice un’intera comunità e per poco non gli è toccato pagar dazio alle elezioni per il senato del 1964 con l’avversario repubblicano Kenneth Keating che aveva buon gioco a aizzargli contro gli italoamericani. Per il sindacalista Jimmy Hoffa, interpretato da Al Pacino in The Irishman, la grande speranza democratica sarebbe diventata «solo un altro avvocato» dopo la morte del carismatico fratello a Dallas. I due si erano guerreggiati a lungo e senza risparmiarsi, ma la previsione di Hoffa verrà smentita dai fatti. Il padre padrone del sindacato dei Teamster sarebbe stato dietro le sbarre mentre il suo zelante persecutore veniva ucciso all’Ambassador Hotel di Los Angeles in circostanze che ancora oggi dànno fiato a vaste teorie complottiste. Prima che si compisse il suo destino però, come procuratore generale RFK ha avuto un ruolo decisivo nello scoperchiamento della cupola identificando un modus operandi che sarebbe stato copiato anche dalle nostre procure anni dopo, come dimostreranno i casi dei pentiti Leonardo Vitale – «il Valachi della mafia siciliana» – e Tommaso Buscetta. RFK avrebbe poi anticipato di decenni Giovanni Falcone nell’invocare una Direzione nazionale antimafia, per non dire del reato di associazione mafiosa che da noi sarebbe arrivato solo dopo gli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del parlamentare Pio La Torre. Già negli anni ’60, infatti, RFK si domandava piuttosto sbrigativamente: «Non possiamo rendere reato il fatto di essere un membro della mafia?». In un lavoro esemplare in cui al «clan» Kennedy fa da contraltare quello mafioso, La scoperta di Cosa nostra mette in fila le vicende che ancora oggi, costituiscono il vero romanzo epico degli Stati Uniti. Quella che Gore Vidal chiamava la «Holy Family» ha dominato la scena politica americana anche e soprattutto grazie a un’ingombrante eredità di se e ma inesplorabili. «A cinquant’anni dalla morte, Robert Kennedy raffigura il presidente mancato» scrive Santoro, e come il Galahad della Tavola rotonda è morto in odore di santità, prima però di venire assiso sul Seggio Pericoloso destinato al più puro dei cavalieri.

Cosa c’è di vero in “The Irishman”.  Matthew Adams il 30 novembre 2019 su Il Post. Tutti i personaggi e molti degli eventi, tranne – forse – il più importante di tutti. The Irishman, il molto apprezzato film di gangster di Martin Scorsese, con Joe Pesci, Al Pacino e Robert De Niro, è su Netflix da mercoledì, dopo che all’inizio del mese era stato in alcuni cinema. The Irishman è tratto da I Heard You Paint Houses, un libro del 2004 scritto dall’avvocato ed ex pubblico ministero Charles Brandt, dopo che Frank Sheeran, l’irlandese del titolo, gli aveva raccontato la sua vita. Il libro è anche stato tradotto in italiano e ne girano due versioni: una, di alcuni anni fa, con una confessione-spoiler nel titolo; l’altra, più recente, intitolata The Irishman. Nel libro Sheeran racconta la sua vita, a metà tra il mafioso Russell Bufalino e il sindacalista Jimmy Hoffa. Tutte persone realmente esistite, le cui storie si incastrano più volte con alcuni grandi eventi della storia statunitense. Da qui in poi si parla di chi fossero davvero i personaggi di The Irishman e di quanto siano fedeli o attendibili gli eventi mostrati. In altre parole: spoiler. The Irishman – un film in cui «i sindacalisti sono quasi indistinguibili dai gangster, la morale si scioglie in una rete di alleanze in conflitto tra loro e gli amici sono più pericolosi dei nemici» – è in genere molto fedele a quel che viene raccontato nel libro da cui è tratto. Il fatto, però, è che negli ultimi anni molti esperti di mafia americana e molti studiosi o giornalisti che si sono occupati della misteriosa scomparsa di Hoffa hanno espresso diversi dubbi sulla versione dei fatti di Sheeran, e quindi del libro, e quindi del film. Una cosa che, comunque, non toglie niente al notevole valore del film. Perché appunto è un film, non un documentario. Tra l’altro, quasi tutti i dubbi riguardano quel che Sheeran dice di sé e quella che sostenne essere la fine di Hoffa. Di molte altre cose che succedono nel film, e di molti altri personaggi che ci compaiono, si può dire, al contrario, che siano probabilmente molto simili a come furono nella realtà. Partiamo dai personaggi.

Frank Sheeran. Il tuttofare di origini irlandesi interpretato da De Niro – e combattuto tra la fedeltà al capo mafioso Bufalino e quella al sindacalista Hoffa – è il narratore del film, che si basa su quel che raccontò a Brandt pochi mesi prima di morire. Sheeran però è un narratore non necessariamente affidabile. Per chi si sta chiedendo perché mai qualcuno dovrebbe inventarsi un omicidio come quello di Hoffa, la risposta ha a che fare con i soldi. Chi non crede a Sheeran spiega infatti che negli ultimi anni di vita non aveva molti soldi e pensa che per rendere interessante e cinematografica la sua storia, e quindi far guadagnare più soldi alla sua famiglia, l’abbia in parte inventata. Sheeran nacque nel 1920 e morì nel 2003. Una notevole differenza con De Niro sta nell’altezza: era alto quasi due metri, circa venti centimetri più dell’attore. È certamente vero che combatté in Europa durante la Seconda guerra mondiale, ma non c’è modo di sapere se e quanti prigionieri nemici uccise in quella guerra. È vero che incontrò Bufalino e finì a lavorare anche per la mafia, e in seguito per Hoffa, diventandone amico. Sono veri anche gli altri principali dettagli della sua biografia, compresi i due matrimoni. Ma non ci sono prove rilevanti del fatto che possa aver compiuto decine di omicidi per la mafia – come quello di Joe Gallo e soprattutto come quello di Hoffa – e che abbia avuto un ruolo in eventi come l’omicidio del presidente Kennedy o nell’invasione della Baia dei Porci di Cuba. Come ha scritto Time, dipende a chi chiedete: «Per qualcuno era un sindacalista da quattro soldi di Philadelphia, per qualcuno uno dei più prolifici killer della storia mafiosa».

Russell Bufalino. Il mafioso interpretato da Joe Pesci nacque nel 1903 e morì nel 1994. Apparteneva a una delle storiche famiglie della mafia americana ed era noto per essere in genere pacato e riservato (uno dei suoi soprannomi era “The Quiet Don“), ma era considerato molto influente in vari settori: dalla politica, persino quella estera, al cinema (Vulture ha scritto che si pensa fosse stato lui a far scritturare Al Martino per una parte in Il padrino). Bufalino era nato in Sicilia ma era cresciuto in Pennsylvania e un articolo del 1973 parlò di lui dicendo che era stato spesso accusato ma mai dichiarato colpevole, «nemmeno di qualche infrazione stradale». Il New York Times ha scritto che una volta gli Stati Uniti provarono a farlo espatriare, ma non ci riuscirono perché l’Italia non volle accoglierlo. È famoso, tra le altre cose, per il grande incontro di mafiosi che contribuì a organizzare nel 1957; un incontro che venne scoperto e diede il via alla lotta alla mafia dell’FBI diretta da J. Edgar Hoover. Non ci sono vere conferme, ma molte versioni – non solo quella di Sheeran – dicono che fosse uno dei mafiosi a cui la CIA chiese una mano per organizzare l’assalto alla Baia dei Porci. Nel 1981 finì in carcere perché ritenuto colpevole di aver cercato di far uccidere un testimone protetto dall’FBI, che aveva testimoniato contro di lui in un precedente processo. Una rilevante differenza rispetto al film è che morì in un ospizio quattro anni dopo essere stato rilasciato; non in carcere, dopo essere andato in chiesa.

James Riddle Hoffa. Il personaggio interpretato da Al Pacino è senza dubbio il più famoso tra quelli principali di The Irishman: per quanto fece in vita, raggiungendo una popolarità che nel film si dice essere paragonabile a quella dei Beatles, ma ancora di più per la sua morte. Hoffa era nato nel 1913 ed era diventato sindacalista dell’International Brotherhood of Teamsters (IBT), in breve “Teamsters”, la principale associazione di autotrasportatori del Nordamerica. Hoffa entrò nel sindacato a meno di vent’anni e ci restò per più di quaranta, diventandone presidente nel 1958. Lo rese molto potente e influente, portandolo a un milione e mezzo di iscritti. In parte perché sapeva fare il suo lavoro, in parte perché non sempre operò nella legalità. Fu coinvolto in diversi processi – per frode, uso illecito di fondi e tentata corruzione – e fu in effetti vicino a molti esponenti della criminalità organizzata. Nel 1967 fu condannato a 13 anni di carcere, ma cinque anni dopo uscì grazie a una decisione del presidente Richard Nixon, provando – senza riuscirci – a riprendersi il controllo del sindacato. È vero che Robert Kennedy, fratello di John Fitzgerald, provò con insistenza a farlo incriminare, molto probabilmente a ragione. Come ha scritto Time, Robert Kennedy una volta disse: «Tolto il governo, i Teamsters sono l’istituzione più potente del paese». Hoffa sparì nel luglio 1975 e mai nessuno è stato condannato per il suo omicidio. Per alcuni anni proseguirono le ricerche, finché nel 1982 fu ufficialmente dichiarato morto, sebbene non si fosse trovato il cadavere.

Sheeran uccise Hoffa su ordine di Bufalino? In The Irishman, l’evento che decide la sorte di Hoffa è la serata organizzata a Philadelphia in onore di Sheeran, a cui sono presenti sia Bufalino che Hoffa, ancora ostinatamente convinto di riprendersi il sindacato, nonostante gli evidenti messaggi per fargli capire che non era cosa. In questo caso il film si è preso qualche libertà rispetto al libro – in cui l’incontro decisivo tra i tre è la sera prima dell’evento, in un vicino ristorante – ma è lecito pensare che, bene o male, le posizioni degli interessati fossero più o meno quelle. Hoffa che non voleva cedere, Bufalino che glielo chiedeva con sempre maggiore decisione, e Sheeran nel mezzo. È vero anche che nel 1975 ci fu un matrimonio a cui Hoffa avrebbe dovuto partecipare. Quel che si sa è che Hoffa fu visto per l’ultima volta il 30 luglio 1975 in un ristorante fuori Detroit, dove secondo l’FBI è probabile che si trovasse anche Sheeran. Il problema è che, come ha scritto Esquire, da allora almeno «14 persone hanno detto di aver ucciso Hoffa». Dal 31 luglio 1975 non è possibile sapere cosa successe a Hoffa. È evidente, per i legami tra Hoffa e la malavita, che la mafia potesse avere dei motivi per ucciderlo, ma non ci sono conferme davvero attendibili del fatto che qualcuno abbia effettivamente ordinato quell’omicidio, per non parlare di eventuali informazioni su chi potrebbe averlo compiuto. La critica principale al racconto di Sheeran è stata fatta alcuni mesi fa in un lungo articolo di Slate, intitolato “Le bugie dell’Irlandese”, a cui la casa editrice del libro ha risposto con un’altrettanto lunga lettera. Le critiche alla versione di Sheeran – che in altre versioni si trovano qui, qui e qui – girano tutte intorno al fatto che sia improbabile che un tuttofare apparentemente senza grandi ruoli nella mafia – anche perché di origini irlandesi, e quindi non italoamericane – possa aver fatto tutto quello che Sheeran disse di aver fatto, compreso un omicidio di grande rilevanza come quello di Hoffa. Per di più, come scrive Slate, l’unico ad aver concretamente accusato Sheeran di un qualche omicidio – non solo quello di Hoffa – è Sheeran stesso. Come scrive il sito History vs. Hollywood, ottimo per approfondire anche altri aspetti di quel che viene mostrato in The Irishman, dopo la confessione di Sheeran l’FBI provò a cercare conferme sul suo racconto: andò nella casa in cui lui sostenne di aver ucciso Hoffa e, diciamo dietro la vernice, trovò alcune tracce di sangue. Nessuna di quelle da cui si riuscì a recuperare almeno un po’ di DNA apparteneva ad Hoffa. The Irishman, comunque, è un film: un’opera di finzione tratta da un libro, che racconta – provando alcune cose e non potendone provare molte altre – il resoconto di un uomo, che non necessariamente va preso per vero. In più, The Irishman usa personaggi veri ma non cerca in nessun modo di far passare per vera la storia che racconta. In una delle tante interviste fatte per promuovere il film, hanno chiesto a Scorsese la sua opinione in merito. Ha risposto che non gli interessa.

Il mistero di "Irishman". Così l'ultima soffiata riapre il caso Jimmy Hoffa. Luigi Guelpa il 20 Novembre 2021 su Il Giornale. Una leggenda metropolitana sostiene che il corpo di Jimmy Hoffa sia stato sepolto sotto il manto erboso del Giants Stadium di New York, dove, tra gli altri, si esibivano i Cosmos di Pelé, Beckenbauer e Chinaglia. A distanza di 46 anni dalla scomparsa del potente sindacalista americano, potrebbe forse arrivare la tanto attesa svolta sulla fine di uno degli uomini più controversi della storia a stelle e strisce. Come riporta il New York Times, l'Fbi starebbe da giorni perlustrando un appezzamento di terra di Jersey City (che dallo stadio dista appena 7 chilometri) dopo la confessione resa sul letto di morte da tal Frank Cappola. L'uomo, deceduto nel 2020, ha rivelato a un amico che suo padre Paul, operatore ecologico, sarebbe stato incaricato da una banda di uomini non identificati di sotterrare il corpo di Hoffa in una discarica di Jersey City. Cappola non avrebbe mai visto il cadavere, ma ricevuto l'ordine di occultare una bara in acciaio che conteneva i suoi resti. La notizia è stata confermata dall'Fbi che, pur non rivelando i particolari, ha riferito di aver «acquisito dati in elaborazione». Jimmy Hoffa era un sindacalista del «Teamsters», organizzazione che rappresenta ancora oggi i camionisti in Canada e negli Stati Uniti. Nato nel 1913, ci entrò a meno di vent'anni e ci rimase per più di quaranta, diventando presidente nel 1958. Sotto la sua guida i Teamsters diventarono il più grande e il più potente sindacato americano, con circa 1,5 milioni di iscritti. Fu coinvolto in parecchi processi, con accuse come frode, utilizzo illecito dei fondi pensione del sindacato e tentata corruzione di una giuria popolare in un processo che lo riguardava. Nel 1967, condannato a 13 anni, entrò in carcere ma ne uscì dopo meno di cinque grazie a un intervento del presidente Nixon. Era ancora ben inserito nelle lotte di potere interne al sindacato, quando fu visto per l'ultima volta all'ora di pranzo del 30 luglio 1975, nel parcheggio del Machus Red Fox, un ristorante nei sobborghi di Detroit. Hoffa si trovava lì per incontrare due personaggi con cui avrebbe voluto riallacciare i rapporti: Anthony Provenzano, sindacalista dei Teamsters in New Jersey che aveva stretti rapporti con la criminalità organizzata, e Anthony Giacalone, mafioso di Detroit. Hoffa aspettò, ma gli diedero buca. Chiamò sua moglie, avvertendola del ritardo, e le assicurò che sarebbe rientrato per le quattro a cucinare bistecche. Ma non tornò mai a casa, e il suo corpo non fu mai ritrovato. Secondo la ricostruzione dell'Fbi, che però non è mai stata provata a livello processuale, i due uomini fecero uccidere Hoffa perché il suo ritorno al potere avrebbe destabilizzato gli equilibri formati in sua assenza. Non è la prima volta che saltano fuori rivelazioni sulla fine di Hoffa. Secondo Anthony Zerilli, negli anni Settanta esponente di punta della mafia di Detroit, venne sepolto in un campo del Michigan, a circa una trentina di chilometri dal ristorante nel quale fu visto per l'ultima volta. Gli accertamenti degli inquirenti non portarono a prove concrete. Anche il regista Martin Scorsese si appassionò del caso Hoffa, riadattando il libro di Charles Brandt in «The Irishman». È un film crepuscolare, con i grandi vecchi del cinema americano in un'ultima epocale interpretazione: Al Pacino nei panni di Hoffa e Robert De Niro in quelli di Frank Sheeran, il suo body guard. Il sentimento di redenzione, la coscienza della famiglia e il senso di colpa porteranno l'anziano Frank a confessare (da una casa di cura) di aver tradito e ucciso Hoffa. Ma quella è fiction, e la realtà porta a pensare che forse potrebbe essere la volta buona per concedere una decorosa sepoltura all'uomo che favorì la rielezione di Nixon e che, forse, fu coinvolto nell'omicidio di Bob Kennedy. Luigi Guelpa

Magnicidio, cinquant'anni dopo. Giorgio Bongiovanni il 22 Novembre 2013 su antimafiaduemila.com.

Perché la Mafia e la Cia hanno ucciso John Fitzgerald Kennedy. “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”. A pronunciare queste frasi fu il giudice Giovanni Falcone, ucciso da Cosa Nostra, la mafia siciliana, il 23 maggio del 1992. Erano ormai trascorsi 18 anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy e Giovanni, come John, stava imboccando l’arduo sentiero della lotta per la giustizia che lo avrebbe portato a diventare martire. E profeta della sua morte. L’immenso potere della mafia, collegato a poteri occulti e deviati dello stato, lo stesso che lui aveva servito con onestà e fermezza, riuscì ad assassinarlo perché lui era solo. Solo come John Kennedy, il presidente della nazione più potente del mondo che non avendo i necessari appoggi, sostegni, alleanze è rimasto vittima di quei poteri che solo apparentemente erano a lui sottomessi. Il dossier che presentiamo di seguito, già da noi pubblicato sulla rivista Terzomillennio, illustrerà nei dettagli l’implicazione della Cia, della mafia e di altri poteri economici nell’assassinio di Kennedy. Verranno esposte inoltre le motivazioni politiche che hanno portato il presidente alla morte e vedremo come la commissione Stokes o altre fonti autorevoli hanno conferito ufficialità alla tesi del complotto nell’omicidio di Dallas. Un recente sondaggio dimostra che oltre il 60% dell’opinione pubblica americana non crede alle conclusioni presentate dalla Commissione Warren, secondo la quale l’uccisione del presidente è da attribuire al gesto di un individuo isolato, ma pensa si tratti di una cospirazione. Il noto giornalista e autore Gianni Bisiach, del quale ci onora l’amicizia e del quale abbiamo vantato la collaborazione, è stato tra i primi giornalisti italiani ad indagare sulla morte del presidente Kennedy e forse l’unico a spiegare, tramite il film “I due Kennedy” (1969) e il libro “Il Presidente - la lunga storia di una breve vita”, il complotto mafia -Cia - petrolieri - grandi industriali in relazione ad essa. Il lettore scettico potrebbe guardare con diffidenza a tali considerazioni ed è questo il motivo per cui, in conclusione alle indagini presentate, abbiamo riportato il Rapporto finale della commissione Stokes, il Select Committee on Assassination of the U.S. House of Representatives, che conferma quelle che fino al 1979 potevano sembrare solo teorie. Lo stesso ex direttore della Cia William E. Colby, morto in circostanze misteriose, ha ammesso, durante la presentazione del libro di Gianni Bisiach, che la Central Intelligence Agency ha collaborato con la mafia, pur escludendo categoricamente la sua partecipazione nell’assassinio del Presidente. John Fitzgerald Kennedy era figlio di Joseph Kennedy, plurimiliardario, il cui nome appariva nella lista delle 50 persone più ricche d’America. Era pertanto membro di quelle famiglie occulte che gestiscono il potere economico nel mondo e che quindi influenzano i movimenti politici per tutelare gli interessi del potere che rappresentano e continuare ad esercitare il proprio dominio sul mondo. John era figlio di un miliardario che, mentre esercitava la carica di ambasciatore a Londra, non prese mai una netta posizione contro Hitler o Mussolini e si batté affinché l’America non prendesse parte al secondo conflitto mondiale che avrebbe potuto compromettere gli interessi del suo Paese. John era quindi un ragazzo dell’alta società, nato e cresciuto nella ricchezza, lontano dai problemi del mondo e, apparentemente, da quei valori spirituali e altruistici che vanno a scontrarsi con le idee di predominio e di potere assoluto al quale mira il clan delle famiglie economiche. E’ infatti per ragioni di prestigio e di potere che il padre Joe lo spinse a diventare presidente e agevolò, “con ogni mezzo”, la sua carriera politica. Ma una volta conquistato il titolo di capo degli Stati Uniti John tradì le aspettative del padre che sperava in un figlio che governasse l’America allo stesso modo in cui l’avevano governata altri presidenti democratici. Cosa successe a John Kennedy? Come “folgorato sulla strada di Damasco” già prima di assumere la massima carica della politica statunitense, John, detto Jack, iniziò da senatore la sua battaglia contro la criminalità organizzata, affiancato dal fratello Robert. Una volta raggiunta la Casa Bianca e consolidato il suo potere decise di intraprendere una politica pacifista basata sull’uguaglianza sociale e sulla cooperazione con gli altri governi della Terra. Per quanto riguarda la vita privata, non abbandonò mai il lusso e, nonostante amasse la moglie e i figli, ebbe più d’una relazione extraconiugale. La più conosciuta è sicuramente quella con Marilyn Monroe basata, a nostro avviso, su un sentimento profondo e misterioso. Non è certo un caso che la Monroe sia morta in condizioni sconosciute e in molti si sono chiesti quali segreti potesse nascondere l’amante del presidente degli Stati Uniti e di suo fratello Bob. Era a conoscenza di informazioni occultate dal governo americano? Ma, nonostante i suoi difetti umani, nella vita politica, in quella che lui considerava una missione, John cercò di mantenersi sempre coerente. L’errore commesso a Cuba gli fece comprendere l’importanza di evitare qualsiasi compromesso diplomatico e di agire secondo i piani da lui stabiliti. E’ in questo momento che il suo spirito scelse di mettere in atto un programma superiore e Jack diede una svolta decisiva alla sua politica. Dichiarò di voler porre fine alla guerra nel Vietnam, appoggiò attivamente la battaglia di Martin Luther King a favore dell’uguaglianza sociale, impose nuove tasse agli industriali e, affiancando la battaglia del fratello Bob, ministro della giustizia, sferrò uno dei più potenti attacchi governativi mai registrati nel corso della storia contro Cosa Nostra. E’ da sottolineare che negli anni ‘60 e ‘70, la mafia americana possedeva un potere immenso, paragonabile a quello dell’odierna mafia siciliana. Fu in seguito alla politica di Kennedy che la Cia e l’Fbi si impegnarono nella lotta contro la criminalità organizzata diminuendone fortemente il potere ma senza mai riuscire a distruggerla. Le cinque famiglie mafiose americane esistono tutt’oggi. John Fitzgerald Kennedy intraprese quindi una politica basata sulla vera giustizia, sulla vera democrazia, sull’unione tra i popoli partendo da un’operazione di “pulizia” all’interno degli organismi governativi posti sotto la sua diretta responsabilità. Certamente né lui né Bob avrebbero mai potuto immaginare che la malavita organizzata sarebbe riuscita ad infiltrarsi fino ai più alti vertici della struttura governativa e che sarebbe riuscita a corrompere anche alcuni dei loro più stretti collaboratori, tra i quali lo stesso Johnson. Kennedy lottò per il miglioramento dell’attuale società e sacrificò la propria vita per un ideale di giustizia. Nello stesso periodo, anche Papa Giovanni XXIII si impegnò in una battaglia per gli stessi ideali e, durante la crisi di Cuba, risultò determinante nella risoluzione tra lo stesso Kennedy e Krusciov. Un passo che nel 1963 portò l’umanità intera di fronte alla straordinaria possibilità di instaurare nel mondo un nuovo governo di pace e di solidarietà tra i popoli e di lasciarsi finalmente alle spalle un passato fatto di guerre, ingiustizie, sofferenza e paura. Ma il 22 novembre di quell’anno gli spari che echeggiarono a Dallas fecero crollare il sogno di un futuro migliore e il mondo ritornò nell’abisso dal quale, per un attimo, era riemerso. Il cammino si fa sempre più difficile ma l’esempio di chi continua a lottare a favore della vita deve far riscoprire in noi la speranza di poter raggiungere la Nuova Frontiera in cui Kennedy aveva così fermamente creduto come scritto nel discorso che avrebbe dovuto pronunciare proprio quel 22 novembre, “In questi giorni riuniamoci nei templi dedicati al culto e nelle case illuminate dagli affetti familiari per esprimere la nostra gratitudine per i gloriosi doni di Dio, e preghiamo con fervore e umiltà affinché Egli continui a guidarci e sostenerci nelle grandi opere incompiute di conseguire la pace, la giustizia e la comprensione fra tutti gli uomini e le nazioni, e di porre fine alla miseria e alle sofferenze dell’umanità”. Per questo motivo possiamo considerare Jfk un “pentito vero” che ha trasformato la sua vita da capitalista miliardario, con alleati mafiosi, a capitalista democratico, generoso ed onesto che ha imbracciato una missione di Pace nel mondo. Un'evoluzione che lo ha visto impegnarsi, assieme al fratello, per estirpare il potere di Cosa nostra americana. Non solo. Si oppose con forza al potere della Cia e a quello dei capitalisti fascisti americani. Un “triunvirato” che contrastava con il desiderio di rinnovamento del movimento giovanile americano, bianco e nero, che lottava per la libertà e l'uguaglianza tra i popoli che vedeva come figure simbolo proprio i Kennedy e Martin Luther King. Individuati gli ostacoli ecco che Mafia, Cia e Capitalismo si sono impegnati per l'eliminazione degli stessi. Omicidi diversi, modalità d'esecuzione diverse, stessi mandanti. E' per questo che possiamo paragonare l'assassinio del presidente Kennedy, pur rispettando le storie, i ruoli e le vicende diverse, con le Stragi italiane di Capaci e via d'Amelio. Sono tutti degli omicidi di Stato.

CONTRO L’FBI. 

FBI, C' E' UNA CAROGNA DI NOME EDGAR HOOVER. Corrado Augias su La Repubblica il 16 marzo 1993. Più o meno sapevamo tutti che J. Edgar Hoover, mitico direttore dell'altrettanto mitico Fbi, è stato un acceso reazionario, un uomo eccentrico, un tipo non esattamente favorevole ai negri, agli omosessuali, agli ebrei e alle donne. Adesso, senza tema di smentita, possiamo dire che J. Edgar Hoover è stato molto di più, e di peggio: un fascista paranoico, un ricattatore di presidenti a sua volta ricattato dalla mafia. Ci racconta la sua storia Anthony Summer, brillante "investigative journalist", già autore di inchieste di grande impegno come quelle sull' omicidio Kennedy o sulla vita (e la morte) di Marilyn Monroe. Ce lo racconta in un libro (J. Edgar Hoover, pagg. 528, lire 35.000 - Bompiani) che per abbondanza di documentazione e di aneddoti, per velocità di narrazione e di scrittura, potrei definire di gradevole lettura, se non fosse che l'argomento diventa di tanto in tanto ripugnante. Ammetto, a costo di sembrare un po' provinciale, che non m' aspettavo tanto. Non m' aspettavo cioè che la più grande democrazia del mondo avesse potuto tollerare per mezzo secolo, alla testa di un organismo delicato e potente come l' Fbi, un autentico "figlio di puttana", un "finocchio bastardo" (le definizioni sono del presidente L.B. Johnson), uno psicotico come J. Edgar Hoover. Anche noi abbiamo e abbiamo avuto i nostri "bastardi" in questo campo, ma riconosco che di fronte alla magnitudine delle violazioni commesse da Hoover, i fascicoli del Sifar spariti, gli "omissis" capziosi sui documenti di Stato, le deviazioni del Sid, il piano Solo, Pazienza e De Lorenzo, diventano barzellette. A suo modo Hoover ha incarnato una delle anime dell'America, più esattamente l'anima prevalente in alcune zone rurali e del Mid-West. Quindi, se da un lato la sua permanenza alla testa dell' Fbi offendeva lo spirito illuminato della costituzione americana, dall' altro un uomo come lui incarnava, piaccia o no, i sentimenti profondi di una larga parte del popolo degli Stati Uniti. Quando morì (2 maggio 1972), all' età di 77 anni, J. Edgar Hoover era ancora in servizio. Era diventato direttore dell'Fbi quasi mezzo secolo prima, nel 1924. Aveva diretto quell' istituto ai tempi di Dillinger, Capone e dei gangster degli anni Trenta, era lì durante la seconda guerra mondiale e poi ancora all' epoca di McCarthy e della guerra fredda. Aveva fatto spiare gli amori clandestini tra Eleanor Roosvelt e il suo giovane amante (lei 58 anni, lui 33), e gli amori sfacciati dei fratelli Kennedy, aveva tessuto rapporti con i più potenti capi mafia, ostacolato l'avanzamento dei negri e la nascita della commissione d' inchiesta contro il crimine presieduta dal senatore Kefauver. Due erano state per quei lunghissimi decenni cruciali le idee-guida della sua azione: l' Fbi e l' America. Non tutta l'America, beninteso. La "sua" America, l'unica che, ai suoi occhi, valesse la pena di difendere, a costo di violare la costituzione, se necessario piazzando un microfono sotto la scrivania del presidente, o in una delle sue stanze da letto. Il suo accanimento nel perseguitare quelli che considerava i nemici della "sua" America, sconfinava nella ferocia. Charlie Chaplin, per esempio. Amico dell'ebreo Einstein, Chaplin era l'incarnazione di tutto ciò che scatenava la paura e l'ira di Hoover. L' Fbi aveva giudicato Chaplin "pericoloso" e i suoi film "comunistoidi" prima ancora che Hoover ne diventasse il direttore. Ma è curioso apprendere che molti anni dopo che Chaplin s' era stabilito in Svizzera, Hoover continuava a tenere il suo nome nel "Security index", ovvero l'elenco di coloro che bisognava arrestare in caso di emergenza nazionale. Come dire i "catturandi" del piano Solo - in versione Magnum. Un'altra delle sue vittime fu l'attivista nera Angela Davis. Gli agenti che la sorvegliavano rischiarono il licenziamento perché non erano riusciti a fotografarla mentre faceva del sesso col suo amante. Furore superato soltanto da quello che Hoover provò quando Martin Luther King jr ottenne il Nobel per la pace. Hoover non conosceva le mezze misure. A Miami Beach, dove si recava a passare il Natale, scendeva sempre (finché ci furono) negli alberghi che esponevano il cartello "No jews, no dogs allowed" - niente ebrei, niente cani. Quando divenne direttore, nel ' 24, l'Fbi aveva solo tre donne agenti. Due vennero licenziate immediatamente. La terza finì in ospedale psichiatrico. Passava le giornate ripetendoche appena fuori avrebbe ammazzato "quel cane di Hoover". Il suo ingresso nel Bureau segnò un punto di svolta. Fino a quel momento, l' Fbi era stato un ente federale piuttosto corrotto e sgangherato. Nella sede centrale c'era una stanza, detta "gabbia degli avvoltoi", dove gli agenti senza incarico passavano le giornate a bere whisky e a raccontarsi storielle oscene. Hoover licenziò la maggior parte di loro e fece sigillare la stanza. Scrive Summer: "Dall' inizio della sua permanenza in carica fino al giorno d' oggi, non s' è più sentito parlare di corruzione tra gli agenti dell'Fbi". Hoover combatté disperatamente i comunisti e gli omosessuali essendo egli stesso, non comunista, ma omosessuale. Quella con Clyde Tolson fu una relazione strettissima che durò per alcuni decenni, e fino alla fine. Ma l'omosessualità di Hoover ebbe anche aspetti pericolosi e Summer fa anzi risalire a questo, la debolezza della sua azione contro la mafia: "A partire dagli anni Trenta, la guerra dell'Fbi contro la mafia divenne una pura formalità". Nel corso degli anni sono state date varie spiegazioni del fenomeno. L' idea di Summer è che Hoover fosse ricattato. Frequentava i ristoranti dei mafiosi a New York e in Florida, giocava spesso alle corse dei cavalli e anzi "Le corse lo mettevano", scrive, "in uno stato di sovreccitazione. Un pomeriggio, dopo una scommessa fortunata, salì per errore sull' auto di qualcun altro e se ne servì per tornare a Washington". Il fratello del gangster Sam Giancana, Chuck, raccontava che Hoover non era diverso da tutti gli altri politicanti e piedipiatti, solo più carogna: "Hoover non voleva una bustarella al mese, per cui non gli davamo mai contanti, ma qualcosa di meglio: dritte sulle corse truccate. Volendo, poteva scommettere diecimila dollari su un cavallo che veniva dato venti a uno...e l'ha fatto". Ma con questo non siamo ancora al cuore del ricatto. C' è dell'altro. L' uomo che veramente ricattava Hoover, che lo "teneva per le palle", per esprimersi nel crudo linguaggio dei gangster, era il capomafia ebreo Meyer Lansky. Lansky era un genio e in una cassaforte aveva delle foto di Hoover in pose compromettenti con Clyde Tolson: "Era quella la ragione, dissero, per cui non avevano nulla da temere, e per un pezzo, dall' Fbi". Alcuni tra i capitoli più appassionanti del libro, riguardano gli scontri tra Hoover e i fratelli Kennedy: John il presidente e Bob il ministro della giustizia. Sono anche i capitoli nei quali compaiono, mescolati insieme, la mafia e la figura, tragica e seducente, di Marilyn Monroe che i due fratelli si portavano a letto e che Hoover faceva fotografare e registrare. La guerra era cominciata al momento della "convention" democratica dove Hoover, contro Kennedy, avrebbe voluto candidare Johnson. Quando si vide che Kennedy avrebbe avuto la meglio, premettero perché accettase Johnson come vicepresidente: "John Kennedy decise quella candidatura, sotto la minaccia di rovinose rivelazioni a sfondo sessuale che avrebbero distrutto la sua immagine...i ricattatori, stando a questa versione, erano lo stesso Johnson ed Edgar". E' difficile riassumere questi capitoli, bisogna leggerli per decidere quale delle parti faccia peggior figura. Corrado Augias su la Repubblica il 16 marzo 1993.

 CONTRO I NERI.

Jacqueline Kennedy, Luther King faceva orge. Questo contenuto è stato pubblicato il 12 settembre 2011 su   swissinfo.ch. Martin Luther King "un uomo terribile, un disonesto", che organizzava "orge". Charles De Gaulle "un maniaco egocentrico", Indira Gandhi "una prugna secca, amara e arrogante, una donna orribile". Madame Nhu, cognata del presidente sud-vietnamita e Clare Boothe Luce, ex-ambasciatrice in Italia, "probabilmente lesbiche". Così parlò Jacqueline Kennedy all'inizio del 1964, pochi mesi dopo l'omicidio del marito. La famosa "first lady" concesse queste "perle" nel corso di una lunghissima intervista a Arthur M. Schlesinger Jr, il maggiore storico dell'era dei Kennedy. Si tratta di oltre otto ore di registrazioni audio, rimaste sinora inedite che saranno diffuse nei prossimi giorni ma che sono state anticipate da diversi media americani, dal "New York Times", che "spara" la storia in prima pagina, alla rete tv Abc. Jackie O. parla di tutto, dalle paure di quegli anni difficili, ai suoi rapporti con i fratelli Kennedy, fino ai suoi incontri con i grandi della Terra, ma mai un cenno alle relazioni extramatrimoniali del marito. Descrive il filosofo francese André Malraux "l'uomo più affascinante con cui abbia mai parlato", ma rivela anche dettagli importanti della storia politica americana. Confida che Jfk, pochi mesi prima di morire, era "molto preoccupato" dall'ipotesi che il suo vice, Lyndon Johnson, potesse diventare un giorno presidente degli Stati Uniti. In particolare, prima dell'attentato del novembre 1963, esprimeva alla moglie i suoi forti dubbi che il suo vice fosse all'altezza di correre per la Casa Bianca nel 1968, quando sarebbero scaduti i suoi due mandati alla presidenza. Jfk, rivela Jackie, stava già pensando a come muoversi all'interno del partito democratico per aiutare una candidatura alternativa. "John - racconta - non era felice dell'idea che Lyndon potesse essere eletto alla Casa Bianca perché era preoccupato per il paese. Di questo ne parlò anche con il fratello Robert. Ricordo che avevano qualcuno in mente da lanciare nel 1968, ma non era Bobby." Poi Lyndon Johnson, in seguito all'attentato di Dallas, divenne presidente molto prima. Alle elezioni successive, quelle del 1968, era in corsa tra le fila del partito democratico ma si ritirò appena scese in campo Robert Francis Kennedy (il quale venne poi ucciso all'Hotel Ambassador di Los Angeles, quando era considerato il favorito per la nomination). Ma fanno ancora più scalpore le frasi su uno dei miti della storia moderna americana come Martin Luther King. La vedova Kennedy ne parla molto male: "quando vedo la sua foto - racconta - non posso fare a meno di pensare a quanto sia terribile. Un uomo terribile, disonesto". Racconta di essersi fatta questa idea dopo aver letto delle intercettazioni dell'Fbi in cui il reverendo stava organizzando un'orgia nel suo albergo di Washington, proprio nei giorni prima della famosa Marcia per la libertà, in cui pronunciò lo storico discorso "I have a dream". Racconta poi che Martin Luther King ai funerali di suo marito "cominciò a prendere in giro il cardinale Cushing dicendo che era ubriaco, e che per poco avrebbero fatto cadere per terra la bara". Ma ci sono anche ricordi teneri e a tratti drammatici della sua vita matrimoniale. Una volta il marito la chiamò mentre si trovava in vacanza in Virginia invitandola a tornare alla Casa Bianca senza dire il perché. Erano i giorni della crisi dei missili sovietici a Cuba, quando il mondo fu sull'orlo di una guerra nucleare: "dalla sua voce capiì che qualcosa non andava. Tornai subito a Washington e da quel giorno non dormimmo più come prima. Qualsiasi cosa accada - le disse al telefono prima di rientrare nella Capitale - sappi che io e i bimbi staremo sempre con te. Vorrei morire tutti insieme, compresi i bambini, piuttosto che vivere senza di te". Erano i primi mesi del 1961. Poco più di due anni dopo, il 22 novembre 1963 a Dallas, la storia prese tutta un'altra piega, per Jacqueline, la sua famiglia, l'America e il resto del mondo.

Robert Kennedy autorizzò nel 1961 le prime intercettazioni «illegali». Robert Kennedy, il padre di tutte le intercettazioni telefoniche. Gli Stati Uniti sono un paese dove le intercettazioni telefoniche sono un grave danno per l'immagine della...iltempo.it il 27 ottobre 2013. Robert Kennedy, il padre di tutte le intercettazioni telefoniche. Gli Stati Uniti sono un paese dove le intercettazioni telefoniche sono un grave danno per l'immagine della politica. Il primo politico a farne uso su larga scala, per combattere i nemici del fratello e controllare le amicizie scomode della famiglia Kennedy, fu indubbiamente Robert Kennedy ai tempi in cui era ministro della Giustizia. La polemica che toccò il fratello di Jfk rischiò di fermare l'ascesa politica del fratello dell'ex presidente ucciso a Dallas circa 50 anni fa. Tutto accadde tra il 1966 e il 1967 nei mesi in cui Robert Kennedy era impegnato ad attaccare la figura del Presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson. Nel maggio 1966 la Corte suprema degli Stati Uniti respinse la condanna di Fred B. Black Jr, vicino di casa di Johnson ai tempi in cui era vicepresidente. Black, che era stato condannato per aver evaso al fisco 91 mila dollari, era socio di affari del braccio destro di Johnson quando era al Senato, tale Bobby Baker. La Corte suprema respinse quella condanna perché si era scoperto che il ministero della Giustizia, guidato da Bob Kennedy, aveva investigato su questo personaggio con sistemi poco leciti come le intercettazioni. Secondo la tradizione avviata dal Presidente democratico Roosevelt e dal ministro della Giustizia Biddle, negli Usa erano autorizzate solo le intercettazioni sui reati potevano mettere a rischio la sicurezza nazionale. I retroscena di quella vicenda vennero alla luce il 5 dicembre 1966, quando il deputato repubblicano H.R.Gross scrisse una lettera al capo dell'FBI Hoover per chiedere delucidazioni sui sistemi utilizzati da Robert Kennedy: «Le sarei grato se lei volesse inviarmi qualsiasi documento in suo possesso in cui si autorizzi l'FBI a usare 'sistemi illegali di ascolto». Hoover rispose immediatamente inviando al deputato dello Iowa un documento che incastrava Robert Kennedy e che provava la complicità del ministro nell'utilizzazione dei «metodi illegali di ascolto». Hoover scrisse che le intercettazioni furono autorizzate «per sua insistenza», riferendosi a R. Kennedy. La lettera che Hoover aveva allegato alla risposta era chiarissima. Nel documento, datato 17 agosto 1961, Robert Kennedy autorizzava, con tanto di firma, le intercettazioni «illegali». Ma le sorprese non erano finite. Nella seconda metà del dicembre 1966 spuntò un verbale del giudice A. Evans, ex vicedirettore dell'FBI ai tempi di Kennedy ministro della Giustizia: Kennedy, era scritto in quel documento riservato, «si è compiaciuto per il fatto che avessimo adottato la sorveglianza microfonica…ovunque fosse stato possibile per indagare sulle questioni del crimine organizzato». Aggiungeva inoltre che Bobby aveva detto che «avrebbe voluto vedere una lista delle sorveglianze tecniche in atto». Nell'altro memorandum spuntato, si scoprì che era stato Evans a proporre a Kennedy le intercettazioni di massa il 17 agosto 1961. Ma le risposte di Kennedy diventavano ogni giorno più ridicole. L'indomani della polemica, l'ex ministro dichiarò: «In due occasioni ho ascoltato delle conversazioni sul crimine organizzato che sembravano registrate ma non pensavo affatto che fossero registrate illegalmente o per tramite di un'agenzia federale». Al termine di quella polemica Robert Kennedy era esausto e, senza un minimo di dignità, tentò di ottenere l'aiuto della Casa Bianca. Secondo quanto scrisse allora il «Washington Post»: «un collaboratore di Kennedy ha avvicinato due alti funzionari della Casa Bianca per sollecitare il loro aiuto e soffocare la polemica. I collaboratori di Johnson, esprimendogli tutta la loro solidarietà, hanno sostenuto che il Presidente non poteva 'controllare Hoover».

 LE DONNE E L’ADULTERIO.

La notte in cui Jacqueline Kennedy tradì JFK per sempre. Un lutto sotto agli occhi di tutti, un cognato che l'ha sempre amata, una casa che ora vale oro (per quella notte). Manuela Ravasio il 16/10/2016 su marieclaire.com.it. A vederla con quei mattoni rossi, il patio bianco perla e le finestre geometricamente disturbanti, la casa che fu di Jacqueline Kennedy a Georgetown, nello stato del Delaware, sembra una casa qualunque in un quartiere - bene - qualunque. Ma questa è la casa dove Jackie Kennedy si è rifugiata dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy il 22 novembre 1963. Casa che oggi torna al centro della discussione immobiliare: con le sue sette camere da letto e il suo stile intatto del 19° secolo a sancire che qui ha vissuto per neanche 12 mesi la donna più inconsolabile degli Stati Uniti d’America, la magione è ora in vendita per 8.995.000 dollari. Una cifra folle per una casa molto borghese il cui interno è rimasto stile anni Sessanta, gli stessi che imposero lo stile Jackie Kennedy. Ma in un’America che passa in rassegna i conti (finti) del suo improbabile presidente, la notizia della vendita della casa in cui Jackie Kennedy consumò il lutto diventa altro dalla mera vendita di un immobile di pregio. Il perché dell’impennata del mercato immobiliare al solo sentire il nome di un Kennedy è nell'ingombrante verità celata in quelle mura. La dinastia Kennedy custodisce segreti inespugnabili: lo sanno bene gli acquirenti delle lettere molto emotive, quasi hard, che sono state ritrovate a firma John Fitzgerald Kennedy. Indirizzate a Marilyn Monroe? No, alla segretaria di JFK, Mary Pinchot Meyer, donna ombra della grande politica kennediana. La casa che Harper’s Bazaar conferma aver raggiunto cifre notevoli per un mercato un filo stanco, è l’esempio lampante di un segreto che ha cambiato per sempre la vita di Jackie Kennedy. E di Onassis. E di Maria Callas. Quando Jackie Kennedy sull’auto presidenziale si trova a stringere il marito freddato “dall’uomo X” nella folla di Dallas la sua storia con Bobby Kennedy, il fratello che ha costruito la dialettica del prediletto John, è nell'aria. La notizia non esiste, il gossip ufficiale è che JFK è un galantuomo che ama le dive di Hollywood. Jackie Kennedy è solo la first lady più elegante del pianeta. E Bobby è il marito cattolicissimo di Ethel, in attesa, all’epoca, del nono figlio (in tutto ne avranno 11). Dunque: quando JFK muore Jackie si trasferisce nella casa attualmente in vendita. In quella casa di Georgetown Bobby Kennedy consola la cognata, lei che terminato il funerale del marito John ha deciso volutamente di tornare nella città dove la loro storia era cominciata, nella Georgetown dove JFK andò vivere nel 1947 quando diventò membro del Congresso. La vedova più famosa del 1963 in Bob Kennedy trova una spalla ma anche il modo di chiudere un capitolo kennediano e aprirne un altro. E mentre tutti lucrano sulle foto di gossip tra Bob Kennedy e Kim Novak, Jackie rimane il grande amore non dichiarato di Bob: anche nel 1963 in pieno lutto per il grande sogno d’America. L’anno dopo, quando Jackie deciderà di cambiare vita e ri-mettere radici a Manhattan, Bobby aiuterà Jackie nel trasloco, soggiornerà nell’attico newyorkese, dove allungherà le visite di lavoro con momenti di ristoro in mezzo a una campagna presidenziale che diventerà rovente (e con l’esito all’hotel losangelino il 6 giugno del 1968 che getterà nello sconforto, di nuovo, Jackie Kennedy). Dal 1963 al 1968 i due, secondo fascicoli su fascicoli dell’FBI, sarebbero stati amanti. E neanche troppo celati dichiarerà il boss dell'FBI, J.Edgar Hoover. La fine della relazione sarebbe avvenuta per permettere a Bob Kennedy di correre - e vincere - la presidenza. Ethel sapeva e pur di diventare First Lady avrebbe taciuto la relazione (le due si incroceranno di nuovo quando, negli anni Settanta, fingeranno solidarietà nel nome della famiglia Kennedy, entrambe vedove troppo giovani). In quella casa di Georgetown ora in vendita a cifre stellari, si sarebbero dunque consumate le prima grandi notti d’amore tra Jackie e Bob: un’unione viscerale che si confermava dopo anni di non detto, di "flirt intellettuale" dirà sempre Jackie. Come riporta la lunga inchiesta del Times di qualche anno fa, fu lo stesso Bob a convincere il fratello John sullo sposare Jackie Kennedy. Bob sostenne Jackie nel suo essere diventata vedova, madre di due figli piccoli. Piano piano Jackie diventa la donna che rassicura Bob sul suo futuro politico, che gli rischiarA le idee nella nebbia del mito di JFK, che si fa da parte nei ritratti ufficiali, quando Ethel mal cela la sua gelosia. Perché ha capito tutto: e ha capito che dalla notte in cui Bob Kennedy ha accompagnato Jackie Kennedy nella sua casa di Georgetown l’amore tra il marito e la cognata è diventato una realtà, non più un’illazione. In quella casa elegante, un piccolo giardino sul retro, si consumano pianti, ricordi, gossip, come confermerà la ballerina Dame Margot Fonteyn, amica di Jackie e sua ospite nel 1964, che si lascia scappare di aver visto quasi tutti i giorni Bob durante il suo soggiorno. Bob tornava sempre meno a Hickory Hill, profonda Virginia dove viveva Ethel con i figli. La conferma però arriva a Manhattan: con la foto storica di Bob che esce, furtivo, a mezzanotte dal palazzo di Jackie sulla Fifth Avenue. Scatto che ha reso politica il gossip. E a quel punto arriva Aristotele Onassis. E inizia un altro capitolo della vita di Jacqueline Kennedy: lo conosce da tempo, Bob lo detesta apertamente (e userà epiteti coloriti per mettere in allerta l'amata cognata). Onassis è l'uomo per cui, da anni, Maria Callas piange tormenti sul palcoscenico con quel sacro fuoco. Jackie lo sposa di fretta, sorprendendo tutti, il 20 ottobre del 1968: Bob è morto quattro mesi prima. E Jackie ha così bisogno di togliersi di dosso il cognome dell'uomo che ha amato più di tutti.

DAGONEWS da dailymail.co.uk il 4 maggio 2021. Le intime lettere d'amore scritte dal presidente John F. Kennedy alla sua amante svedese sono state messe in vendita all’asta. Le lettere scritte a mano che Kennedy scrisse all'aristocratica svedese Gunilla von Post fanno parte della vendita di autografi e manufatti di RR Auction. Si stima che le lettere saranno vendute per circa 25.000 euro. "Se non ti sposi, vieni come. Vorrei vederti", si legge in una lettera con del febbraio 1956. “Ho passato dei bei momenti con te la scorsa estate. È un bel ricordo della mia vita: sei meravigliosa e mi manchi.” Von Post conobbe Kennedy nell'estate del 1953 in Costa Azzurra. JFK era allora un senatore dello stato del Massachusetts, poche settimane prima di sposare Jacqueline Bouvier, in seguito conosciuta come Jackie Kennedy. Per i successivi tre anni, i due si scambiarono lettere da una parte all'altra dell'Atlantico, con Kennedy che pianificava persino di lasciare sua moglie per von Post, secondo il suo libro di memorie del 1997 "Love, Jack". Secondo von Post, i due avrebbero trascorso una settimana insieme in Svezia nell'agosto 1955 e si rivederono solo una volta, per caso in un gala al Waldorf Astoria nel 1958 mentre la von Post era incinta del suo primo figlio. L'asta include la busta originale del Senato degli Stati Uniti indirizzata a mano. "Questa è l'unica lettera di Kennedy da noi offerta che mostra aperto affetto a un'altra donna mentre era sposato", osserva RR Auction's Fine Autographs and Artifacts.

Spuntano le lettere di Kennedy all'amante. Mariangela Garofano l'8 Maggio 2021 su Il Giornale. Saranno messe all'asta alcune lettere che il presidente americano Kennedy scrisse ad una nobildonna, di cui il presidente si innamorò e per la quale avrebbe divorziato da Jackie. Saranno vendute all’asta tre lettere d’amore che il presidente John Fitzgerald Kennedy scrisse ad una delle sue amanti. Che l’ex presidente, assassinato a Dallas nel 1963, fosse un Casanova era risaputo all’interno dei circoli politici e nei salotti mondani, tanto che come si legge su Dagospia, si narra di una domanda piccante che Kennedy rivolse all'allora premier britannico. "Come funziona per te, Harold? Per me, se non faccio sesso spesso mi viene mal di testa", disse il presidente candidamente al termine di un summit tra Usa e Gran Bretagna. Come riporta People, le lettere rinvenute, che verranno vendute dalla casa d’asta RR di Boston il 12 maggio, sono indirizzate a Gunilla von Post, una nobildonna svedese per la quale Kennedy aveva perso la testa, al punto da chiedere al padre di annullare le nozze con Jackie. Il colpo di fulmine tra i due scoccò in Costa Azzurra nel 1953, quando Kennedy era un giovane senatore del Massachusetts e prossimo sposo di Jacqueline Bouvier, che sposò tre settimane dopo. “Se solo ti avessi incontrato un po' prima, avrei cancellato il matrimonio”, si legge in una delle lettere indirizzate a Gunilla. Negli anni che seguirono il presidente non dimenticò mai la nordica aristocratica e i due inizieranno una fitta corrispondenza, che la Von Post racchiuse in un memoir pubblicato nel 1997, ‘Love, Jack’. “Arriverò in Svezia il 12”, scrive Kennedy in una delle missive, che continua:" Fammi avere l’indirizzo di dove soggiornerai a Bastaad”. Le intenzioni di Kennedy si fanno più chiare quando scrive: “Sto arrivando, sono ansioso di vederti. Non è strano dopo tutti questi mesi? Forse inizialmente sembreremo due sconosciuti, ma non è così. Sono sicuro che andrà tutto bene”. Fu dopo quella lettera che i due innamorati consumarono il loro primo rapporto, in un romantico castello di famiglia di Gunilla. Le parole di Kennedy lasciano intendere che tra i due ci fosse più che una semplice relazione, come rivela la terza lettera del 1956, in cui si legge: “Ho passato dei momenti fantastici con te l’estate scorsa. È un ricordo luminoso della mia vita. Mi manchi”. Dopo il viaggio in Svezia, il presidente chiese a Gunilla di “rinunciare a tutto e trasferirsi a New York”, ma la ragazza pose una condizione: diventare sua moglie. L’allora senatore chiese al padre di poter divorziare da Jackie ma il padre rifiutò la richiesta del figlio, per evitare che ciò compromettesse la sua ascesa a presidente degli Stati Uniti. Ma Kennedy continuò a scrivere alla bionda e raffinata Gunilla, anche quando la donna gli comunicò di aver sposato quello che in una delle lettere il futuro presidente definì in modo dispregiativo “un contadino”. I due amanti si incontreranno un’unica altra volta ad un ricevimento al Waldorf Astoria di New York, nel 1958, quando Gunilla era incinta. Anche se all’ex presidente degli Stati Uniti si attribuiscono diverse love stories con bellissime donne famose, tra cui Anita Ekberg e Marilyn Monroe, dalla casa d'aste rivelano: “Queste sono le uniche lettere in cui Kennedy mostra un sentimento verso un’altra donna durante il suo matrimonio”.

Mariangela Garofano. Il giornalismo è la mia passione fin dai tempi dell’università. Per ilGiornale.it scrivo di cronaca e spettacoli. Recensisco romanzi per alcuni blog letterari da diversi anni. Da sempre appassionata di scrittura e libri, ho svolto il lavoro di correttore di bozze. Per amore della lettura, ho gestito anche una libreria a Bologna

Anna Guaita per “il Messaggero” l'8 maggio 2021. Alla fine di un summit bilaterale Usa-Gran Bretagna sulle armi nucleari, il presidente americano John Kennedy si rilassò insieme al primo ministro britannico Harold Macmillan, di cui era diventato amico, e gli confidò: «Come funziona per te, Harold? Per me, se non faccio sesso spesso mi viene mal di testa». L'iperattività amatoria del bel presidente era effettivamente cosa risaputa nei circoli politici più ristretti, mentre il mondo e la gente comune credevano che fosse il marito e padre devoto che le foto ufficiali volevano rappresentare. Eppure lui non si nascondeva granché, anzi proprio in questi giorni vengono a galla nuove lettere private, scritte alla nobildonna svedese che fu sua amante negli anni Cinquanta e per la quale aveva invano chiesto al padre il permesso di divorziare da Jackie.

LA COPPIA Le lettere verranno messe all'asta a Boston la settimana prossima, e si calcola che frutteranno 30 mila dollari, nonostante siano poche, appena una lettera nella sua interezza e parte di altre due. Ma vanno a completare le altre 11 messe all'asta anni fa dopo la morte della donna, Gunilla von Post, nel 2011. L'insieme conferma quello che Gunilla scrisse nel 1997 in un libro-ricordo dedicato alla relazione, «Love, Jack». La coppia si era incontrata tre settimane prima che John e Jackie scambiassero gli anelli in una favolosa cerimonia nel settembre del 1953. Kennedy, allora senatore del Massachusetts, era in vacanza nella riviera francese a Cagnes-sur-mer e Gunilla era anche lei lì per una vacanza-studio. Lui aveva 36 anni, lei 21. Il loro incontro fu casto e romantico. Nelle sue memorie Gunilla ricorda che passarono una notte a ballare e a camminare sulla spiaggia e che la serata si concluse con un bacio: «Nella luce della luna e delle stelle i suoi occhi apparivano più blu del mare». Kennedy le avrebbe allora detto: «Se solo ti avessi incontrato un po' prima, avrei cancellato il matrimonio». Rimasero comunque in contatto e lui le scriveva quanto quell'incontro fosse una «memoria luminosa» e quanto fosse «ansioso di rivederla». Ma passeranno due anni prima che si rivedano, quando John riuscirà a fare un viaggio in Svezia, dove lei lo «rubò per una intera settimana», portandolo in un castello di famiglia. Lì si consumò il loro rapporto, il primo per lei, che ne scrisse come di una esperienza di «grande dolcezza e tenerezza». Kennedy le chiese allora di «rinunciare a tutto e trasferirsi a New York». Lei però pose una condizione: sarebbe andata, ma solo come futura moglie. A questo punto, siamo nel 1956, John avrebbe chiesto al padre di divorziare da Jackie, ma il padre gli negò il suo consenso e gli spiegò che un divorzio avrebbe rovinato le sue speranze di diventare presidente.

IL FIDANZATO Kennedy tentò comunque di attirare Gunilla, e anche quando questa gli scrisse di essersi fidanzata con un ricco proprietario terriero, lui cercò di convincerla ad andare negli Usa, e liquidò acidamente il fidanzato come un «contadino». Ma la loro storia era finita. Jackie era incinta, e la presidenza diventava un sogno sempre più possibile. Kennedy e Gunilla si rivedranno per caso durante un ricevimento, nel 1958, oramai quasi degli estranei. Lei si era sposata, e aveva due figlie. Rimarrà presto vedova e si risposerà, con un alto manager della Ibm, e verrà negli Usa, da sposata, ma a un altro uomo. Lui continuerà a stare al fianco di Jackie, mentre continuerà a tradirla con una lunga lista di altre donne di rara bellezza. Marilyn Monroe cederà al suo fascino, come Anita Ekberg e Marlene Dietrich.

IL MISTERO Fra le sue conquiste, si conterà anche la 19enne stagista Mimi Alford, e l'ultima in ordine di tempo, Mary Pinchot Meyer, un'artista sposata a un agente della Cia. Mary era la compagna di sesso e spinelli di Kennedy ogni volta che Jackie era lontana da casa. Mistero mai risolto: un anno dopo l'assassinio di Kennedy, nel novembre del 1963, anche Mary venne uccisa, e non si è mai trovato il suo killer.

Matilde Amorosi per “Oggi” il 23 gennaio 2021. Jacqueline Bouvier, la più ammirata e discussa first lady della storia, moglie del presidente degli Stati Uniti John Kennedy, padre dei suoi due figli Caroline e John F. Jr., vive ancora nell’immaginario collettivo come un’icona di stile ineguagliabile. Di origine francese, Jackie fece parlare di sé fin dai primi tempi del suo matrimonio col giovane John, già avviato a una brillante carriera politica. Un’unione tormentata la loro, soprattutto per l’infedeltà del marito, che si concluse tragicamente con il suo assassinio a Dallas, nel 1963. Jackie non superò mai il trauma di quella perdita drammatica, ma anni dopo, stanca del ruolo quasi sacrale di «vedova di Stato», sposò l’armatore greco Aristotele Onassis, uno degli uomini più ricchi del mondo, ma l’unione fu infelice e rimasta vedova finì la sua vita da sola. Ebbene, per uno strano gioco del destino, a un certo punto, la vita di Jackie si intreccia a quella di un’altra icona leggendaria, diversissima da lei, Marilyn Monroe, che fu l'amante di John, coinvolgendo la famiglia Kennedy nella sua morte misteriosa, archiviata come un suicidio. Col sospetto, alimentato da numerose inchieste e testimonianze, che invece a deciderla fosse stato John con la complicità del fratello Bob, il quale era passato anche lui nel letto di Marilyn, che li ricattava entrambi minacciando uno scandalo. Una vicenda oscura, che riemerge ora da un libro, non ancora pubblicato in Italia, della cantautrice Carly Simon, amica di Jackie: Touched by the Sun. (Farrar, Straus and Giroux). Un libro che ha suscitato scalpore negli Stati Uniti, soprattutto per il capitolo in cui l'autrice racconta il dramma di Jacqueline, quando il figlio, definito da un sondaggio del 1988 del settimanale People «l'uomo più sexy del mondo», ebbe una relazione con Madonna.

SI DISSE «INORRIDITA». «Jackie che era stata sempre diffidente verso le attrici conquistate dal figlio, come Daryl Dannali e Sarah Jessica Parker, fu addirittura inorridita", per usare una sua espressione, dal fatto che Madonna fosse entrata nella vita di John: non la riteneva alla sua altezza ed, essendo cattolica, era scandalizzata dalle trasgressioni ostentate dalla rockstar e dall'uso dei simboli sacri nelle sue esibizioni, peraltro condannate dal Vaticano», scrive Carly Simon, raccontando una guerra al femminile con un retroscena doloroso, di sapore psicoanalitico. A esasperare ravversione di Jacqueline per Madonna fu, in realtà, la sua rassomiglianza con Marilyn, imitata spesso dalla rockstar, anche in una storica coper-tina di Life: una immedesimazione nel suo celebre modello così perfetta da causare una specie di suggestione collettiva che prese anche Jackie, dandole l'impressione di ritrovarsi ancora una volta di fronte alla Monroe. Al punto che definì «oltraggiosa» la mossa del figlio di presentarle Madonna, dalla quale John John era affascinato per gli stessi motivi che avevano legato il padre a Marilyn. Cosse si desume dal fatto che il giovane facesse ascoltare all'amico Billy Noonan alcune registrazioni ad alta tensione erotica della Material Girl, definendola «una dinamo del sesso». Una situazione difficile per l'ex first lady, legatissima al figlio che alla morte del padre aveva appena tre anni ed era cresciuto sotto la sua ala protettrice, creando con lei, nel tempo, un rapporto particolare, fatto anche di complicità. Lo rivela un altro libro biografico del 2015, Jacqueline Kennedy Onassis di Barbara Leaming (Ed. Odoya), spiegando che il livello di simbiosi spirituale tra Jackie e John era talmente forte da spingere l'ex first lady a confessare al figlio: «Se tuo padre tornasse da me e mi chiedesse perdono, pur avendolo amato tanto, credo che lo manderei via».

LE VEDEVA TROPPO SIMILI. La colpa più grave del marito per Jackie fu quella di avere amato Marilyn umiliandola pubblicamente, causandole così la perdita delPautostima e una conseguente ossessione per la diva. Al punto, scrive ancora Barbara Leaming, da cadere in depressione e da chiedere conforto a un sacerdote, Padre Richard McSorley, il quale cercò di distoglierla dai propositi di suicidio. E annotò nei suoi diari una frase di Jacqueline significativa di quanto avesse segnato la sua vita la Monroe, che lei pensava si fosse tolta la vita: «Sono contenta che Marilyn abbia deciso di mettete fine alla sua infelicità e credo che il buon Dio possa comprendere certe scelte». John John conosceva i tormenti della madre, ma era troppo preso da Madonna per rinunciare a lei, alimentando anche la cronaca per essere venuto alle mani con Sean Peno, suo primo marito. Fino a quando, svaniti i primi ardori, si rese conto che la madre aveva ragione e sposò una donna raffinata e algida, Carolyn Bessette, morta con lui in un incidente aereo nel 1999, avvalorando la leggenda della maledizione dei Kennedy. Nel ricordo di queste storie tragiche e romantiche di molti anni fa, Jackie e Marilyn rivivono, unite dall'amore per lo stesso uomo, mentre, nell'intreccio dei loro destini si inserisce ora Madonna. Anche se per accedere all'alone magico del loro mito, senza nulla togliere al suo carisma, la rockstar si è dovuta calare, fugacemente, nei panni di Marilyn.

2021. 27 anni dalla morte di Jacqueline Bouvier in Kennedy - Onassis.

"I am Jackie O", in un doc vita, amori e segreti della first lady padrona del suo destino. Silvia Fumarola su La Repubblica il 15 gennaio 2021. Venerdì 15 gennaio su Sky Arte il ritratto di Jacqueline Bouvier Kennedy Onassis, dall'infanzia al matrimonio con Jfk, alle nozze con l'armatore greco fino al ritorno a New York. I biografi: "La donna che tutte le americane hanno copiato". La sua vita è stata raccontata al cinema nel film Jackie, del regista Pablo Larrain, con Natalie Portman e in varie serie tv. È un'icona di stile, la first lady più celebrata: Jackie Kennedy Onassis è stata una delle donne più famose al mondo. Viene celebrata dal documentario I am Jackie O  diretto da Anna Wallner e Tanya Maryniak in onda venerdì 15 gennaio alle 21.15 su Sky Arte (canali 120 e 400 di Sky). Le registe provano a svelare l'enigma Jackie Bouvier, la moglie in carriera, la madre che prova a difendere i figli Caroline e John dai paparazzi, la signora del jet set. I testimoni e i biografi ripercorrono le tappe della sua vita, ragazza di buona famiglia che inizia a lavorare come fotografa, innamorata della scrittura, che conquista la Casa Bianca. "I media non sapevano realmente chi fosse Jackie, divenne l'autrice del grande romanzo epico della sua vita. Sapeva di essere enigmatica, c'era altro dietro l'immagine scintillante che il mondo vedeva. Facemmo di Jack e Jackie i nostri sovrani". Racconta Christopher Andersen, biografo dei Kennedy: "Fu invitata a casa dei Bartlett, cercarono per un anno di farli incontrare: Jack e Jackie si incontrarono a quella cena e andarono subito d'accordo". Il biografo di Jackie, Laurence Leamer conferma: "Non voleva sposare un uomo ordinario e Jack era fuori dal comune". Le immagini della ragazza che non cambiò mai pettinatura, stilosa e chic, accompagnano questo racconto che fa sognare e la incorona. Le donne di casa Kennedy erano dei maschiacci, la prendevano in giro. Quando comincia a frequentare John Fitzgerald Kennedy, Joe, il padre del futuro presidente, capisce che quella ragazza col filo di perle d'ordinanza è la donna giusta. Dice al figlio, che aveva avuto molte donne, di sposarsi. È colpito da Jackie e secondo lui è perfetta nel ruolo. Il 12 settembre 1953 si celebrano le nozze, evento sociale dell'anno: una donna brillante padrona del suo destino sposa un giovane senatore del Massachussetts astro del partito democratico, che punta alla Casa Bianca. Non proprio un matrimonio intimo, 800 invitati, da far invidia alle star hollywoodiane. Quando torna dalla luna di miele da Acapulco, Jackie Kennedy racconta del pesce vela di tre metri pescato dal marito. È incantevole, parla in spagnolo e in italiano, convince gli elettori e sorprende tutti. Nella sfida con Nixon vince Kennedy per centomila voti, l'intervento di Jackie per gli osservatori ha il suo peso. Certo è la donna più copiata d'America, abiti (cappellino a tamburello, guanti), pettinatura, viene celebrata nei Flinstones, trasformata in un'icona. Un esempio di classe e buon gusto, sceglie Dior, Chanel, Givenchy, Pierre Cardin, mandava schizzi e tessuti. Lo stile Jackie spopola. È una donna da copertina e la madre che vuole proteggere i suoi figli, voleva che avessero una vita riservata. "Come posso far crescere i miei figli come bambini normali se nessuno li tratta come tali?" si chiedeva. Era stata una bambina ricca, figlia di divorziati: il padre di Jackie era un donnaiolo, diceva alla figlia che "gli uomini erano dei ratti", di essere misteriosa e non disponibile. La madre era possessiva e crudele con lei, da piccola ammirava il padre. I biografi notano che nel marito ritrovò un libertino menefreghista simile al genitore. Quando scoprì che Jfk aveva molteplici relazioni, lo considerò parte dell'accordo. L'unica donna di cui si preoccupava era Marilyn Monroe: "Finché non veniva umiliata, sopportava la cosa". "Jack ama la caccia e si stanca delle conquiste, come mio padre" annota Jackie. Jackie Kennedy Onassis è stata una delle donne più famose del mondo. Complessa e discreta, viene raccontata nel documentario  “I am Jackie O”, in onda il 15 gennaio su Sky Arte e in streaming su Now Tv. Diretto da Anna Wallner e Tanya Maryniak, esplora la sua vita, da leggendaria first lady a vedova e icona della moda. Con filmati d'archivio e interviste, il film offre uno sguardo intimo, un ritratto intenso e approfondito di una donna che ha incantato il mondo. A Dallas, il 22 novembre 1963, il sogno si spezza: viene ucciso Jfk. L'America piange il suo presidente, le immagini di Jackie con i figli fanno il giro del mondo; quando il 6 giugno 1968 viene ucciso Bob Kennedy, Jackie confessa che sta impazzendo e ha paura. Diceva che l'avrebbero uccisa e avrebbero ucciso i suoi figli. Pochi mesi dopo, il 20 ottobre 1968 diventa la signora Onassis. I giornali la attaccano, i paparazzi non le danno tregua. L'armatore greco sa che deve lasciarla libera: Jackie aveva un appartamento a New York, i bambini crescono in America come tutti i Kennedy. Lo chiamavano "signor Onassis", anche se portava John jr a vedere le partite dei Mets. Leaman non ha dubbi: "Onassis aveva l'attenzione su di sé, lei aveva molti soldi. Non fu un vero matrimonio". Quando in un incidente aereo muore a 21 anni il figlio Alexander, Aristotele Onassis pensò che Jackie si fosse portata dietro la sua maledizione. Le immagini delle esequie di Onassis vedono tutte le donne della famiglia che la escludono dal corteo funebre. Quando torna a vivere a New York, va a abitare nell'Upper East Side, a pochi passi dal Metropolitan Museum. Fa quello che desiderava fare da ragazza. Lavora in una rivista, anima la vita culturale della città, si batte per la riqualificazione di alcuni quartieri. Muore il 19 maggio 1994, per gli americani resta la first lady d'America.

JOHN FITZGERALD KENNEDY.

Jfk: la lunga storia di una breve vita. Tratto dal libro "Il Presidente" per gentile concessione di Gianni Bisiach a cura di Monica Centofante il 22 Novembre 2013 su antimafiaduemila.com. La terribile carestia che a metà del secolo scorso investì il territorio irlandese, condannò buona parte della popolazione all’espatrio e, tra il 1848 e il 1849 il numero degli irlandesi emigrati in America raggiungeva il milione. E’ in quegli anni che Patrick Kennedy, futuro bisnonno del presidente John, lascia New Ross, nella contea di Kilkenny, per raggiungere Boston, la città in cui solo qualche anno più tardi, nacque la “mafia irlandese”. Alla morte di Patrick Kennedy l’ultimogenito tra i suoi figli, Patrick Joseph, aiuta la madre a gestire un piccolo emporio e grazie al suo spiccato senso degli affari e alla sua brillante carriera politica (a 28 anni viene eletto deputato e a 32 senatore dello stato del Massachusetts) diviene in breve tempo il “boss del partito democratico per tutto lo stato del Massachusetts”, come lo definisce una scheda dell’Fbi. Lascia poi l’incarico di deputato per assumere quello di “grande elettore” per il partito. Dall’unione con Mary Hickey nascono quattro figli, uno dei quali è Joseph Patrick detto “Joe”, il quale ereditando l’astuzia e l’ambizione del padre accumula un patrimonio di 250 milioni di dollari. Nel 1913, un anno dopo aver conseguito la laurea presso l’Università di Harvard, sposa Rose Fitzgerald, figlia del più volte eletto sindaco di Boston John F. Fitzgerald, detto “Honey” Fitz. Rose darà alla luce nove figli, tra i quali il futuro presidente degli Stati Uniti John detto Jack, che nacque a Brookline (Boston), il 29 maggio 1917. Joe è uno dei pochi che riesce a trarre beneficio dalla crisi di Wall Street del 1929 e sostiene economicamente la corsa alla Casa Bianca di Franklin Delano Roosevelt. A spingerlo in tale impresa è soprattutto l’idea di poter trarre profitto dall’abolizione del proibizionismo, uno dei propositi di Roosevelt. Siamo nel 1932, l’anno successivo all’arresto di Alfonso “Al” Capone, uno dei grandi boss della mafia italiana. Negli anni del proibizionismo Capone è il re delle distillerie clandestine e con il suo patrimonio valutato in milioni di dollari la mafia siciliana finanzia i partiti politici e domina su tutti gli Stati Uniti. Il crimine organizzato riesce a corrompere elementi della polizia, grandi nomi della politica e perfino Edgar Hoover, direttore del Federal Bureau of Investigation, tanto che per “incastrare” Al Capone il governo degli Stati Uniti deve ricorrere all’Ufficio delle tasse. Evasione fiscale fu il movente dell’arresto del padrino di Chicago. Grazie alla cessazione definitiva, imposta dal neo presidente Roosevelt, del divieto legale alla produzione a allo spaccio di liquori, Joe Kennedy guadagna una fortuna con il commercio di alcolici. Ottiene poi da Roosevelt la nomina di capo della Security and Exchange Commission, il comitato governativo che svolge un’azione di controllo delle illegalità del mercato azionario e della borsa. A valergli la nomina è la sua perfetta conoscenza del mondo della finanza. Non mancano le proteste alle quali il presidente risponde che “nessuno meglio di un aguzzino può smascherare altri aguzzini”. D’ora in poi, su richiesta di Hoover, l’Fbi terrà sempre sotto controllo i Kennedy. Nel 1936 Joe finanzia anche la seconda vittoriosa campagna elettorale di Roosevelt fino a diventare una pedina insostituibile nella politica finanziaria del presidente. Nel 1937 viene designato alla carica di ambasciatore a Londra e qui stringe una forte amicizia con il primo ministro conservatore Neville Chamberlain. I due sono d’accordo nell’affermare che la cessione a Hitler della Cecoslovacchia sarà il passo decisivo verso la pace. Ma la guerra non tarda ad arrivare e l’ambasciatore Kennedy, convinto della superiorità militare dei tedeschi sostiene che “la Gran Bretagna non combatte per la democrazia ma per la propria sopravvivenza” e che sarebbe bene che gli Stati Uniti non interferissero nel conflitto. Queste ed altre dichiarazioni creano dei dissapori tra l’ambasciatore e il presidente tanto che, una volta richiamato in patria, Joe Kennedy rassegna le dimissioni. Si ritirerà poi dalla vita politica per dedicarsi alle speculazioni immobiliari e all’industria del petrolio. Acquisterà interi isolati a New York e nella zona di Wall Street, dove la mafia di Frank Costello possiede la maggior parte delle proprietà. Nel frattempo due dei figli di Joe, John e Joe Kennedy Junior, partono per prendere parte alle azioni di guerra. Anche il fratello Robert, detto Bob, si arruolerà come volontario in marina, prima di raggiungere la maggiore età. Durante una missione segreta il primogenito Joe Junior, per il quale il padre aveva pensato ad un futuro da presidente degli Stati Uniti, perde la vita a causa dello scoppio del suo aereo da combattimento. John, invece, ritorna a casa nel dicembre del 1943 a causa delle sue precarie condizioni di salute, conseguenti ad una grave lesione alla colonna vertebrale riportata nel corso di una partita di rugby e aggravatasi in seguito ad un violento colpo alla schiena subito durante un attacco alla motosilurante della quale gli venne affidato il comando. In quell’occasione, il giovane Kennedy salvò la vita a due membri dell’equipaggio e ricevette in seguito due medaglie al valore: la “Purple Heart” e la “Navy and Marine Corps”. Nel febbraio del 1945 John scrive un breve saggio dal titolo “Let’s try an Experiment in Peace” (Tentiamo un esperimento per la pace) nel quale invita Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica a limitare gli armamenti e intraprende la strada del giornalismo che lascerà presto per mancanza di interesse: “Invece di agire mi tocca riferire quello che fanno gli altri…” è la sua dichiarazione. E’ in questo momento di crisi che Papà Joe spinge il figlio ad intraprendere la carriera politica e a prendere quindi il posto del fratello morto in guerra. Nel 1947 Jack viene eletto rappresentante al Congresso degli Stati Uniti e così il 27 novembre del 1959, la rivista “Look” ricorda l’ingresso di Kennedy nel mondo politico: “Non fu facile per John seguire le orme del fratello Joe ed entrare in politica. Allora era un giovane timido e riservato… Spiccò il volo verso il Congresso dall’XI distretto del Massachusetts, comprendente East Boston dove era nato suo padre, North End dov’era nato il nonno Fitzgerald, e Cambridge dove i Kennedy avevano frequentato l’università di Harvard. Malgrado queste radici, John si sente praticamente un estraneo, essendo cresciuto a New York”. I suoi nemici diranno presto che alla base dell’elezione del ventinovenne John c’erano i soldi del padre. Ma ad attirare i 22.183 voti che gli valsero la vittoria sul suo rivale Lester W. Bowen ha giocato, paradossalmente, la sua inesperienza nel tenere comizi, la sua oratoria semplice e diretta, il suo desiderio di trovare una risposta ai problemi dell’XI distretto piuttosto che alle battute provocatorie del suo avversario. Nello stesso periodo viene eletto alla Camera anche Richard M. Nixon ed entrambi entrano a far parte della Commissione lavoro. Il deputato Kennedy denuncia più volte la Casa Bianca, presieduta da Truman, per errori nell’amministrazione democratica in Cina o per la condotta della guerra in Corea. Conosce intanto Jacqueline Lee Bouvier, ragazza della buona società, che sposerà nel 1953. John prepara, in questo periodo, la sua ascesa al Senato e nell’aprile del 1952 sfida il repubblicano Henry Cabot Lodge, considerato da tutti imbattibile. La candidatura del giovane Kennedy suscita l’ilarità della crema dell’aristocrazia bostoniana ma grazie al suo carisma e all’eccellente rapporto di collaborazione che riesce ad instaurare con il fratello Bob, al quale affida la direzione della campagna elettorale, John risulta vincitore. Secondo quanto dichiarato da Arthur M. Schlesinger Jr., l’uomo che affiancherà Jack nel suo impiego alla Casa Bianca, “John pareva invulnerabile; Robert era disperatamente vulnerabile. Gli amici tendevano a proteggere il fratello più giovane; nessuno di noi pensò mai che il fratello maggiore avesse bisogno di protezione. John dava l’impressione di amare le persone, e Robert di avere bisogno di loro”. Anche in questo caso, però, i soldi di Papà Joe giocano un ruolo fondamentale. Pare, per esempio, che la rinomata rivista “Boston Post”, in seguito ad un prestito di 500.000 dollari concesso da Joe Kennedy al proprio direttore, abbia deciso di appoggiare ideologicamente la campagna di John, che fino a quel momento aveva contrastato. Il senatore democratico entra a far parte della Commissione del lavoro e della previdenza sociale e della Commissione per le operazioni di governo presieduta da Joseph R. McCarthy, senatore del Wisconsin che ottenne la nomina grazie ai finanziamenti di Papà Joe. Il senatore, che dirige il comitato per le attività antiamericane, assume Robert Kennedy e da quel momento in poi i due fratelli acquisteranno fama su tutto il territorio nazionale. McCarthy, intanto, per assicurarsi la rielezione al senato intraprende una violenta campagna anticomunista che arriva a rasentare la follia e a suscitare la ribellione del Pentagono. Bob, che si era già dimesso dalla Commissione a causa del rapporto conflittuale instaurato con Roy Cohn, capo consigliere, è tra gli iniziatori della censura contro McCarthy e Cohn. Anche Papà Joe si troverà costretto ad abbandonare Joseph mentre a causa di un forte dolore alla schiena il senatore John Fitzgerald Kennedy non parteciperà alla votazione contro l’amico Joe, compagno di armi, che cacciato dal senato morirà alcolizzato tre anni dopo. La salute di John si fa sempre più precaria, tanto che nel 1954 rischia la vita in seguito ad un intervento di doppia fusione di dischi spinali al quale farà seguito, il 15 febbraio del 1955 una seconda operazione che darà migliori risultati. La lunga convalescenza lo spingerà a scrivere un libro, “Profiles in courage” (I profili del coraggio), per il quale vincerà il Premio Pulitzer e attirerà parecchie invidie e sospetti. Alla Convenzione democratica del 1956 John ha il compito di presentare il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti: l’amico Adlai E. Stevenson. Quando proporrà la sua nomina a vice presidente la disapprovazione dei delegati riporterà alla memoria i suoi rapporti di collaborazione con McCarthy. Ma il senatore Kennedy non si perderà d’animo. Membro della Commissione McClellan, la quale si occupa di scoprire la verità sulle “infiltrazioni comuniste” e sulle relazioni tra mafia e sindacati, aiuta suo fratello Bob a diventarne responsabile investigativo. Al centro dell’indagine vi sono i rapporti tra la malavita organizzata e il sindacato degli autotrasportatori il cui presidente è Jimmy Hoffa, a cui Bob attribuisce numerosi delitti. Il Senato intanto accusa il pugile Joe Louis di lavorare per Hoffa e John Kennedy propone una legge contro l’influenza dei gangster nei sindacati. Il giovane senatore riuscirà a dimostrare che Hoffa protegge gli interessi della mafia e grazie ad un’inchiesta di Pierre Salinger, un giornalista del “Los Angeles Times” che diventerà l’addetto stampa di Jack alla Casa Bianca, viene a conoscenza di alcune dichiarazioni rilasciate dai camionisti e relative ai ricatti della malavita organizzata. Tra i mafiosi implicati nello scandalo Bob scopre Salvatore Momo Giancana, detto Sam e Filippo Sacco, detto John Roselli. Hoffa dichiara guerra ai Kennedy e minaccia Bob di “rompergli la schiena”. Dovrà rispondere di quella frase di fronte al Senato. Gli autotrasportatori minacciano poi un gigantesco sciopero ma i due fratelli non si lasciano intimorire e attaccano altri personaggi, appartenenti alla mafia e infiltrati nei sindacati; tra questi Giovanni Ignazio Dioguardi, detto Johnny Dio (che fece accecare Victor Riesel, un giornalista che aveva fatto delle ricerche su di lui), Frank Costello (che influenzò le elezioni del partito democratico), Lucky Luciano, Mickey Cohen, Calogero Minacori, detto Carlos Marcello. In quel periodo O’Dwyer, ex sindaco di New York, dichiara che la legge, in qualche modo, protegge i mafiosi dal pericolo dell’incriminazione. Alcuni gangster, tra i quali Lucky Luciano, che durante la guerra aveva collaborato con i servizi di informazione americani vengono premiati con la deportazione in Italia. Nel corso del secondo conflitto mondiale, infatti, il governo statunitense teme le infiltrazioni di tedeschi o giapponesi nei porti della costa occidentale americana. In quegli anni le aree portuali sono controllate dalla malavita organizzata la quale garantisce ai lavoratori miglior “protezione” rispetto alla polizia. E’ per questo che la Cia chiede aiuto a Lucky Luciano il quale, dal carcere nel quale è detenuto, organizza una rete di controllo dei porti statunitensi. Lo stesso Luciano, che è considerato uno dei più potenti boss mafiosi dell’epoca, aiuta la Cia anche in occasione dello sbarco degli americani in Sicilia. In qualità di boss di Cosa Nostra negli Stati Uniti, Luciano chiede alla mafia siciliana di aprire la strada ai soldati americani: lo sbarco dei militari statunitensi in Sicilia si rivelerà un’autentica “passeggiata”. Dopo la liberazione e la deportazione in Italia, il gangster continuerà ad incontrarsi, a Cuba, con Carlos Marcello e altri malavitosi implicati nello spaccio di sostanze stupefacenti. Cuba era, negli anni cinquanta, la capitale delle attività illecite e, soprattutto, dello smercio della droga. Anche Frank Sinatra ammette di aver stretto rapporti di amicizia con alcuni boss della malavita ma nega di aver partecipato ad azioni illegali. L’arrivo di Fidel Castro a Cuba costringe il crimine organizzato ad uno spostamento. Albert Anastasia viene ucciso, Frank Costello ferito alla testa da colpi di arma da fuoco; secondo quanto dichiarerà Joe Valachi, un mafioso che nel 1962 chiederà la protezione del governo, il mandante degli attentati sarebbe Vito Genovese, considerato il capo supremo della malavita organizzata. Nel 1954, quando Patricia Kennedy sposa l’attore Peter Lawford, il clan dei Kennedy entra in stretto contatto con quello di Sinatra. Nel 1959 inizia la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 1960, l’occasione definitiva dei Kennedy di riscattare le umiliazioni subite a causa delle loro modeste origini. Sinatra, grazie alle sue “amicizie” farà ottenere al giovane senatore i voti delle comunità italiane in America. Una scheda dell’Fbi, redatta dall’agente Rosen e diretta a Hoover riferisce che “Durante l’investigazione sul capo mafia Joseph Bonanno, gli agenti dell’ufficio di Phoenix hanno interrogato il reverendo della chiesa dei Ss. Pietro e Paolo di Tucson, in Arizona. E’ venuto fuori che Bonanno, insieme a uno dei suoi migliori amici, Peter Licavoli, che possiede un ranch per la raccolta del cotone in Arizona, si è recato in chiesa sabato 23 febbraio 1958, per sentir messa al fianco del senatore John Kennedy del Massachusetts. Va sottolineato che Kennedy si trovava a Tucson per parlare all’università dell’Arizona la sera stessa”. Pare inoltre che durante la campagna elettorale qualcuno abbia offerto a Robert Kennedy un’ingente somma di denaro in cambio della cancellazione di alcuni nomi dai rapporti delle indagini della commissione McClellan. Bob rifiutò l’offerta ma non rivelò mai i nomi di chi tentò di corromperlo. Nelle elezioni primarie John salta senza problemi l’ostacolo costituito da Hubert Humphrey, della sinistra democratica. Intanto, un aereo della Cia, in missione segreta sulla Russia, viene abbattuto da un missile sovietico mentre Krusciov sta trattando a Parigi con Eisenhower. Questi dichiara la sua assoluta estraneità ai fatti scatenando l’ira del presidente sovietico. John Kennedy sostiene pubblicamente che al posto di Eisenhower avrebbe semplicemente presentato le sue scuse ai russi e la promessa che fatti del genere non si sarebbero presentati in futuro. Krusciov si rifiuterà di trattare ancora con il leader della Casa Bianca fino all’elezione del prossimo presidente che, come lui stesso afferma, “non dovrà essere Nixon”. Kennedy ha quindi un amico in Russia ma dovrà battersi contro Lyndon Johnson per ottenere la nomination a candidato democratico alle elezioni presidenziali. La lotta sarà dura ma Jack avrà la meglio, grazie anche alla propaganda del fratello Bob e ai soldi di Papà Joe; il Wyoming darà il voto decisivo. Vista l’influenza di Johnson sugli stati del sud John, su consiglio del padre, sceglie l’ex avversario come candidato alla vice presidenza deludendo molti suoi amici e sostenitori. Durante i comizi elettorali Kennedy promette, tra le altre cose, una politica più energica nei confronti di Berlino e di Cuba, parla dell’arretratezza del governo americano nella conquista dello spazio, della disoccupazione giovanile e di altri temi di pubblico interesse, evitando di portare il discorso su argomentazioni di carattere personale (come invece fa Nixon). Viene poi accusato da Nixon di essere un “sovvertitore della pace sociale” e di appoggiare Martin Luther King. E sarà proprio la sua amicizia con King a valergli i voti della popolazione di colore. Al voto dei neri si aggiunge quello degli emigrati, i diseredati, i grandi sindacati e anche i magnati del petrolio e dell’acciaio, memori del fatto che Joe Kennedy è uno dei loro. Il 9 novembre del 1960, alle 5.45 del mattino, con 303 voti elettorali a fronte dei 210 di Nixon, John Fitzgerald Kennedy diventa presidente degli Stati Uniti d’America.

LA PRESIDENZA. Passarono i due mesi e mezzo, previsti dalla legge americana, che separano l’elezione del presidente dal suo definitivo insediamento e in una fredda mattina di gennaio la folla raccolta nella piazza del Campidoglio attendeva con impazienza il sospirato discorso d’inaugurazione. La neve bianca incorniciava il suggestivo paesaggio invernale mentre un vento di rinnovamento soffiava su tutti gli Stati Uniti. Erano finalmente terminati i lunghi anni del dopoguerra, quelli della “caccia alle streghe” e nel cuore degli americani il viso giovane e bello di John Kennedy incarnava la speranza di un futuro migliore. Apparve alle dodici e venti e in uno scrosciare di applausi prese il suo posto sul podio. Alle 12.51 il presidente della Corte Suprema, il giudice Earl Warren, diede inizio alla cerimonia di giuramento alla quale fece seguito il discorso d’insediamento: “Da questo tempo e da questo luogo, giunga agli amici e ai nemici l’annuncio che la fiaccola è stata trasmessa a una nuova generazione di americani, nati in questo secolo, temprati dalla guerra, plasmati da una pace aspra e amara, fieri del loro antico retaggio”. Il discorso assunse poi toni di speranza: “Cominciamo daccapo, e ricordiamoci tutti che il contegno civile non è segno di debolezza e che la sincerità è sempre soggetta a riprova. Non negoziamo mai per timore, ma neppure temiamo mai di negoziare… Tutto ciò non sarà compiuto in cento giorni, né in mille giorni né durante questo nostro mandato né forse nel corso della nostra vita su questo pianeta. Ma cominciamo… Perciò, concittadini americani, non chiedete che cosa potrà fare per voi il vostro paese, chiedetevi che cosa potrete fare voi per il vostro paese… Concittadini del mondo, non chiedete che cosa farà per voi l’America, ma che cosa potremo fare insieme per la libertà dell’uomo”. Il calore degli applausi lo avvolse in abbraccio di speranza e di emozione che lasciò poi il posto ai festeggiamenti. La sera, alla Casa Bianca, fu la volta del “galà” e Danielle, la moglie di Richard N. Gardner, sottosegretario agli affari esteri con Kennedy e futuro ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, così ricorderà l’arrivo di John e Jacqueline al ballo d’inaugurazione: “Quando Jacqueline vestita di bianco entrò, con accanto a lei John Kennedy in frac, nella sala ci fu un grande ‘Oh!’ di ammirazione. Era forse la giovane coppia reale che l’America desiderava e che non aveva mai avuto prima”. Il giovane John Kennedy diventò così il capo della nazione più potente del mondo. Lo aspettavano lunghi giorni di intenso lavoro, durante i quali avrebbe dovuto dirigere i rapporti diplomatici con più di cento governi stranieri. Riconfermò alla direzione di Fbi e Cia rispettivamente J. Edgar Hoover e Allen W. Dulles, mentre, in un coro di proteste, nominò ministro della giustizia il fratello Bob. In “Kennedy, un’epoca nella memoria” il fotografo Jacques Lowe, amico del presidente, così commenta il fatto: “quando John F. Kennedy nomina suo fratello Bob, ministro della Giustizia, si leva una protesta generale sia fra i repubblicani che fra i democratici. Negli Stati del Sud, in particolare, sono seccati che un ministro della Giustizia si occupi del problema dei diritti civili, e il New York Times esce con l’editoriale: ‘Se Robert Kennedy fosse stato uno degli avvocati più famosi del Paese, una figura di spicco fra gli esperti di problemi giuridici, un Pubblico Ministero conosciuto… la situazione sarebbe diversa…’. Il New Republic lo definisce ‘non adatto alla carica’. Lo stesso presidente Kennedy, quando gli viene chiesto come avrebbe annunciato la nomina, disse scherzosamente: ‘Mah, penso che aprirò la porta principale della casa di Georgetown un mattino, più o meno alle due, guarderò prima a destra e poi a sinistra e, se non ci sarà nessuno in giro, sussurrerò: è Bobby’. Ma la decisione di proporre la nomina e di accettarla non è stata facile per i due fratelli. Robert Kennedy è incerto su ciò che avrebbe desiderato fare, combattuto se iniziare una carriera politica propria, oppure entrare a far parte del governo in una posizione meno esposta. Per la verità aveva rifiutato l’offerta. Ma il presidente insistette. Voleva che Bobby facesse parte del governo. Aveva bisogno di qualcuno che gli dicesse assolutamente la verità, anche se dolorosa, e sapeva bene quanto fosse difficile per un presidente avere vicino una tale persona”. Robert Kennedy, infine, accettò l’incarico, decise di fare del suo ministero un potente organo di lotta contro l’ingiustizia e si impegnò in modo particolare nella battaglia alla criminalità organizzata, un problema che, come lui stesso affermò, “è diventato sempre più serio negli ultimi dieci anni”. Bob sosteneva che la mafia avesse una sorta di comitato direttivo e che i suoi traffici fossero diramati ovunque, ma la sua dichiarazione trovava la disapprovazione dei criminologi. Tra i suoi collaboratori ricordiamo Byron White, Nicholas Katzenbach, ministro della Giustizia aggiunto, i premi Pulitzer John Seingethaler e Edwin O. Guthman e Walter Sheridan, al quale Bob affidò il compito di dirigere lo speciale gruppo investigativo. Alle dipendenze del ministro Kennedy c’era anche l’Fbi ma Hoover si dimostrò subito contrario all’ascesa al potere di colui che riteneva essere un giovane inesperto. D’altra parte non era il primo ministro della Giustizia ad avere problemi con lui, l’uomo che “saltava” il ministero per riferire direttamente al presidente. In breve tempo Bob e John fecero in modo di ristabilire l’ordine e obbligarono l’Fbi a tornare alle dipendenze del ministero della Giustizia. Come dirà l’esperto Cyril Connolly, “…Robert Kennedy ordina al Federal Bureau of Intestigation di unirsi al ministero prendendo parte non soltanto alla lotta contro la criminalità organizzata, ma anche alla battaglia per l’applicazione dei diritti civili. Ciò che è notevolmente estraneo ai principi di Hoover che, notoriamente, non ha simpatia per i negri”. L’ufficio del presidente si riempiva intanto dei rapporti provenienti da ogni parte del mondo i quali richiamavano la sua attenzione su problemi di ordinaria amministrazione che non potevano essere trascurati: i suoi grandi progetti per migliorare il mondo dovevano, momentaneamente, essere messi da parte. Già nelle prime settimane di mandato John Kennedy si trovò ad affrontare un’importante e difficile decisione: lo sbarco a Cuba. Un gruppo di esuli cubani, addestrati dalla Cia, era pronto ad invadere il feudo di Castro e a scatenare una rivolta contro il dittatore. Kennedy si assicurò presso Dussell e Bissel, il direttore aggiunto del settore operativo della Cia, che la popolazione cubana fosse veramente intenzionata a liberarsi di Castro e che l’operazione non avrebbe coinvolto gli Stati Uniti incrinando pericolosamente i rapporti con l’Unione Sovietica. Dussell e Bissel si dichiararono decisamente convinti della buona riuscita dell’operazione e il direttore della Cia consegnò al presidente un dossier relativo alla storia di Cuba. E’ interessante notare che proprio mentre John esaminava con estrema attenzione il dossier, ricevette una lettera da Lee Harvey Oswald, un emigrato nell’Unione Sovietica, che chiedeva di tornare negli Stati Uniti mentre un certo Jack Ruby si stava sempre più facendo strada nel giro della mafia statunitense e cubana e stava allacciando stretti rapporti di collaborazione con Santo Trafficante, il boss di Cosa Nostra della Florida. Oswald e Ruby saranno strettamente legati all’omicidio di Dallas. Tornando a Cuba, la Cia tentò di infangare l’immagine di Castro agli occhi dell’opinione pubblica cubana e decise infine di assoldare un killer allo scopo di assassinare il dittatore. A Robert Maheu, ex agente della Cia e dell’Fbi alle dipendenze di Howard Hughes e che era proprietario di un’agenzia investigativa, fu affidato il compito di cercare il mandatario dell’omicidio. Si fece intermediario tra il governo e i boss mafiosi i quali avevano tutto l’interesse a sbarazzarsi di un uomo che intralciava i traffici illeciti a Cuba e a guadagnarsi la clemenza del dicastero di Bob Kennedy. La squadra che si sarebbe dovuta occupare della cosa era infine composta da Johnny Roselli, un boss infiltrato nel sindacato dello spettacolo, Santo Trafficante, Sam Giancana, Charles Nicoletti, un gangster di Chicago. Ma Bob e John sono tenuti all’oscuro circa le manovre della Cia, delle quali è al corrente anche l’Fbi e, poco tempo dopo, il piano per eliminare Castro è pronto ma non avrà successo. Si deciderà quindi di prendere nuovamente in considerazione il piano dello sbarco. Il 15 aprile del 1961, 1400 uomini sbarcano alla Baia dei Porci ma la popolazione non si ribella al dittatore, anzi lo appoggia nella battaglia contro i ribelli che chiedono, via radio, alla Cia, l’intervento dell’aviazione americana. Fidel Castro protesta all’Onu contro gli Stati Uniti ai quali attribuisce la responsabilità dell’accaduto prendendo alla sprovvista l’ambasciatore americano Adlai Stevenson, che non è stato informato dal presidente circa il piano d’attacco. Bissell, intanto, tenta di convincere Kennedy dell’importanza della partecipazione dell’esercito statunitense in difesa dei ribelli. Ma il presidente, infuriato, si rifiuta categoricamente di partecipare alla guerriglia che potrebbe accentuare la tensione già esistente tra mondo comunista e anticomunista e sfociare in una terza guerra mondiale. 72 ore dopo l’attacco 1214 volontari anticastristi vengono fatti prigionieri e interrogati in un pubblico teatro. Alcuni di loro ricevono la condanna a morte. Dagli Stati Uniti si levano cori di proteste contro Kennedy mentre Krusciov esprime con forza la propria disapprovazione. L’acuirsi della tensione con gli Usa spinge Castro ad avvicinarsi ancora di più all’URSS. Risale al 2 dicembre dello stesso anno la sua dichiarazione: “Sono marxista -leninista e lo sarò finché avrò vita”. In seguito all’incidente di Cuba e alle indagini svolte da Bob sull’operato della Cia, Allen Dulles, costretto a dimettersi, viene sostituito da John McCone, un miliardario repubblicano, magnate del petrolio. La scelta di McCone è legata al fatto che i servizi segreti, nel mondo diviso in comunisti e anticomunisti, lavoravano soprattutto nei paesi più ricchi di risorse minerarie e di giacimenti petroliferi. Possedere il petrolio significava avere il predominio sul mondo e maggiori probabilità di vincere una guerra. Nell’ottobre del 1962 un aereo spia americano fotografa, in territorio cubano, rampe di missili pronti a colpire gli Stati Uniti. Kennedy, memore dell’esperienza della Baia dei Porci, si accerta che non ci siano errori nelle fotografie prima di denunciare pubblicamente quanto sta accadendo. Lancia poi un ultimatum a Krusciov dicendo che se i sovietici non avessero provveduto immediatamente alla demolizione delle basi ci avrebbero pensato gli americani. Al consiglio di sicurezza dell’Onu, Adlai Stevenson chiede lo “smantellamento delle basi e il ritiro delle armi offensive da Cuba” mentre il delegato sovietico Zorin sollecita le Nazioni Unite ad opporsi “all’azione americana di aggressione contro Cuba”. La situazione è critica e il mondo trema di fronte alla minaccia di un’imminente conflitto termonucleare. Robert Kennedy ricorda in seguito che “Nessuna delle due parti voleva una guerra per Cuba ma era possibile che una di esse compisse un passo, che avrebbe potuto causare, per ragioni di “Sicurezza”, di “Prestigio”, di “Orgoglio”, una risposta dall’altra parte, il che avrebbe automaticamente provocato una reazione e alla fine una spirale, che avrebbe potuto portare al conflitto armato… Che era ciò che desideravamo evitare… Credo che quei pochi minuti furono il momento di maggior preoccupazione per il presidente. Il mondo si trovava sull’orlo di un olocausto? Era colpa nostra? Un errore? C’era qualcos’altro che avremmo potuto fare? Egli portò la mano al viso e si coprì la bocca. Aprì e serrò il pugno. Il suo viso sembrava tirato, lo sguardo era addolorato, quasi cupo”. Il 22 ottobre Kennedy parlò alla televisione: “Chiedo al premier Krusciov di fermare e eliminare questa clandestina, sconsiderata e provocatoria minaccia alla pace e alle relazioni stabili fra i nostri due Paesi. Gli chiedo inoltre di abbandonare la ricerca del dominio sul mondo e di aderire allo sforzo storico di porre fine alla corsa agli armamenti per trasformare la storia del genere umano… Il prezzo della libertà è sempre molto alto - ma gli americani l’hanno sempre pagato. E se esiste un cammino che non sceglieremo è quello della resa e della sottomissione. Il nostro obiettivo non è la vittoria della forza, ma la rivendicazione dei diritti - non è la pace ai danni della libertà, ma la pace e la libertà, indissolubili…”. Prima di prendere la decisione definitiva il presidente americano decide, con eccellente abilità, di attendere ancora per dare a Krusciov il tempo di meditare. Il 26 ottobre, travolto dalle accuse provenienti da ogni parte del mondo, il premier russo decide di ritirare i missili a patto che gli Stati Uniti garantissero di non consentire più alcun attacco militare contro Cuba. Kennedy accetta e registra il primo vero successo presidenziale. Anche Fidel Castro esprime la sua riconoscenza al presidente americano restituendo gli uomini catturati durante lo sbarco alla Baia dei Porci. Chiederà e otterrà poi dagli Stati Uniti viveri e medicinali. Kennedy, insieme alla moglie Jacqueline, saluterà poi i volontari in un grande stadio e questi gli faranno dono della loro bandiera da combattimento. Il presidente farà poi una promessa che non riuscirà a mantenere: “Il mio apprezzamento va alla vostra Brigata per aver scelto gli Stati Uniti come custodi di questa bandiera. Io posso assicurarvi che questa bandiera sarà restituita a questa Brigata in una Avana libera!”. L’intenzione di Kennedy è infatti quella di intraprendere relazioni pacifiche sia con Krusciov che con Fidel Castro. Ne “Il malaffare”, Roberto Faenza scrive che “Il ‘Gruppo speciale aumentato’ torna ad essere il Gruppo speciale di un tempo e il comando delle nuove iniziative contro il governo di Castro viene assunto da McGeorge Bundy, l’assistente speciale del presidente. Robert Kennedy, constatato il mutamento politico in corso verso Cuba, passa ad occuparsi di operazioni meno clandestine e più consone alla sua figura di ministro della Giustizia. Stranamente, però, nonostante lo smantellamento dell’operazione (si riferisce all’operazione Mongoose, un piano che prevedeva anche l’assassinio di Fidel Castro), nessuno dei collaboratori di Kennedy si preoccupa di ordinare alla Cia di cessare le ostilità contro Castro e i rapporti con la mafia. Dall’esame dei documenti interni, si direbbe anzi che, per quanto Kennedy stia ormai maturando l’opinione di arrivare a patti con Castro, la speranza di eliminare il leader cubano dalla scena continui ad albergare negli animi dei responsabili del governo e dello stesso presidente, con questa ‘politica del doppio binario’. Tant’è che alla Casa Bianca McGeorge Bundy continua ad autorizzare lo studio dei progetti contro Cuba e alla Cia William Harvey persevera nei collegamenti con i gangster”. Sempre nel 1962, i magnati dell’industria siderurgica annunciano l’aumento dell’acciaio di sei dollari la tonnellata infrangendo l’accordo raggiunto solo poco tempo prima tra governo, sindacati operai e imprenditori. L’11 aprile Kennedy afferma con forza durante un discorso ufficiale che “Il popolo americano troverà difficile, come lo trovo io, sopportare una situazione in cui un pugno di industriali dell’acciaio, la cui ricerca del potere privato e del guadagno supera il senso di pubblica responsabilità, dimostra un assoluto disprezzo per gli interessi di 185 milioni di americani”. Settantadue ore dopo gli industriali si vedono costretti ad abolire l’aumento e cominciano a temere una rielezione del presidente, cosa che fa già paura ai sudisti, alla mafia e ai petrolieri: il 16 ottobre del 1962, la legge “Kennedy Act” determina un crollo dei profitti dei petrolieri sui capitali investiti all’estero dal 30 al 15%. Il presidente intende inoltre abolire il vantaggio dell’esenzione dalle tasse sul reddito dei petrolieri per il 27.5% dei loro guadagni come “compensazione dell’esaurimento delle riserve petrolifere”. Il colpo è duro da “incassare”, soprattutto perché l’unico motivo per cui i magnati dell’oro nero avevano appoggiato la presidenza di Kennedy era l’investimento di Papa Joe nel mercato del petrolio. Da sottolineare che lo stesso vice -presidente Johnson era stato eletto grazie al voto dei petrolieri, i quali hanno il loro punto di concentrazione nel Texas. I grandi industriali accusano John di voler annientare lo spirito di libera iniziativa di chi è in possesso di denaro “onestamente guadagnato con l’aiuto e la volontà di Dio”. Haroldson Lafayette Hunt, l’uomo più ricco del mondo nonostante il suo nome non appaia nella lista delle 500 maggiori società internazionali, dichiara a Dallas che eliminare i privilegi fiscali dei petrolieri costituisce “un delitto contro il sistema americano”. Agli inizi del 1963 Bob e John preparano un progetto di legge sulle “Libertà Civili” e appoggiano la marcia a Washington di 250.000 neri guidati dal pastore Martin Luther King. E’ il 28 agosto del 1963 e King pronuncia il suo più celebre discorso: “Io sogno un giorno in cui i figli degli ex schiavi e degli ex proprietari di schiavi potranno sedersi assieme al tavolo della fratellanza. Io sogno il giorno in cui anche lo Stato del Mississipi sarà trasformato in un’oasi di libertà e giustizia. Questo è il momento per risorgere dall’oscura desolata valle della segregazione, verso la strada luminosa della giustizia razziale. Io ho un sogno per i miei poveri figli: che un giorno in questa nazione essi non saranno giudicati dal colore della loro pelle, ma dal vero valore della loro personalità. Questo è un sogno oggi. Ma con questo sogno noi potremo lavorare insieme, insorgere per la libertà insieme, sapendo che anche noi saremo liberi un giorno”. I conservatori sudisti cominciano ad esprimere la loro rabbia verso i fratelli Kennedy, soprattutto quando questi incaricano i Marshal federali e unità dell’esercito a scortare a scuola James Meredith, un ragazzo nero che dopo essere stato espulso dall’Università dell’Alabama a causa del colore della sua pelle, si appella al tribunale. John e Bob vengono paragonati a Fidel Castro e a suo fratello Raul. Dal 2 al 6 luglio del 1963 Kennedy si trova in Europa dove visita la Germania, Berlino Ovest, l’Irlanda, la Gran Bretagna e l’Italia. A Berlino catturerà il cuore della popolazione parlando della differenza tra mondo libero e mondo comunista. “La libertà è indivisibile - dice - e nessuno di noi è libero se anche un solo uomo è in schiavitù”. Nell’autunno dello stesso anno si occupa con particolare dedizione alla lotta per l’eguaglianza razziale e la sospensione degli esperimenti nucleari, consapevole che ciò gli avrebbe causato impopolarità. Un sondaggio Gallup effettuato a novembre confermerà le sue previsioni: il favore del Paese nei confronti del presidente è sceso al 59% mentre il 38% delle proposte di legge avanzate dal suo governo non è stato approvato da nessun ramo del Congresso. Come è riportato nel libro “Il presidente”, di Gianni Bisiach, “Il giorno in cui il Senato ratifica il trattato, Kennedy lascia Washington per un giro nell’Ovest. Degli undici Stati compresi nell’itinerario, otto lo avevano visto sconfitto nel 1960; con il sud che gli si rivolta contro, egli ha bisogno di procurarsi nuovi sostenitori; in dieci Stati nel 1964 si sarebbero tenute le elezioni per il Senato; in molti, la John Birch Society è molto attiva. Alla fine del secondo giorno, parlando a Billings, nel Montana, e notando che è presente anche il presidente del Senato Mike Mansfield, Kennedy lo loda per la parte che ha svolto nella battaglia per la ratifica del trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari. Con sorpresa, l’uditorio scoppia in lunghi applausi. Incoraggiato, Kennedy parla allora della sua speranza di ridurre ‘la possibilità di un conflitto militare fra le due grandi potenze nucleari che insieme posseggono i mezzi per uccidere 300 milioni di individui nel breve spazio di un giorno’. L’accoglienza ricevuta a Billings lo induce a fare, con sempre maggior insistenza, della battaglia per la pace il tema del suo viaggio”. A migliaia accorrono per ascoltare e applaudire i suoi discorsi e nei volti radiosi di quanti allungano le mani per stringere la sua, Kennedy vede la sicurezza della rielezione alla Casa Bianca. In uno dei suoi numerosi discorsi disse: “La mia speranza va a un grande futuro per l’America, un futuro in cui la forza militare del Paese sia pari alla nostra coscienza morale, la sua ricchezza alla nostra saggezza, la sua potenza alla nostra fermezza… La mia speranza va a un’America che susciti rispetto in tutto il mondo non solo per la sua forza, ma anche per la sua civiltà, e a un mondo che garantisca non soltanto la democrazia e la libertà, ma anche il riconoscimento dei meriti dell’individuo”. Nell’ottobre del 1963 Robert Kennedy, nel ruolo di accusatore e grande testimone, interroga davanti alla Commissione del Senato presieduta dal senatore McClellan, Joe Valachi il quale è pronto a fornire importanti informazioni sulla criminalità organizzata che lui chiama “Cosa Nostra”. Bob, grazie anche all’aiuto di Valachi, rivela all’opinione pubblica i nomi dei dodici capi mafia che comandano l’America e riconosce in Vito Genovese il capo dei capi. Questi comanda dal carcere il traffico dell’eroina nel mondo. Con i miliardi di dollari guadagnati dalla malavita - sostiene Robert Kennedy - è più che possibile corrompere autorità politiche e pubblici rappresentanti. In California Bob accusa Mickie Cohen mentre l’11 settembre del 1963 inizia le indagini contro l’amico Frank Sinatra che aveva ospitato il boss Sam Giancana nel suo albergo -casinò di Lake Tahoe. Robert scoprì che Sinatra era, all’inizio della sua carriera, un protetto di Willie Moretti, amico di Frank Costello, Lucky Luciano, Mickie Cohen e dei fratelli Fischietti, cugini di Al Capone. Per la malavita organizzata si prospettava un periodo difficile. Come riporta lo storico Arthur Schlesinger Jr: “A New York, Robert Morgenthal, l’avvocato federale, processò con successo un capo sindacale dopo l’altro. La banda Patriarca nel Rhode Island e la banda De Cavalcante nello Stato del New Jersey vennero sgominate. L’incarcerazione di gangster da parte della sezione per il crimine organizzato e per le tasse, aumentò: 96 incarcerati nel 1961, 101 nel 1962, 373 nel 1963”. Bob Kennedy continua intanto ad indagare sulle relazioni tra gangster e capi dei sindacati e, in particolare, su Jimmy R. Hoffa e i suoi rapporti con Anthony Giacalone, un boss di Detroit. I loro incontri avvengono nel Rancho La Costa Country Club, in California, costruito grazie ai soldi provenienti dal fondo pensioni degli autotrasportatori. Kennedy riesce nel frattempo a distendere i rapporti con il blocco comunista e chiude i campi di addestramento (compresi quelli clandestini) degli esuli cubani che vedono nell’eliminazione di Kennedy la possibilità di fare rientro in patria. Questi si trovano momentaneamente in Florida, la zona controllata dal boss Santo Trafficante, e a New Orleans, controllata da Carlos Marcello. Nel novembre del 1963 Jack Ruby si reca a Las Vegas per incontrarsi con l’amico Lewis McWillie che lavora per Giancana, Trafficante e Jimmy Hoffa. Come precedentemente accennato, a Dallas vive anche Hunt, l’industriale che si era opposto alla legge di Kennedy sull’abolizione del vantaggio dell’esenzione dalle tasse sul reddito dei petrolieri. Ventiquattro ore prima della morte di Kennedy, Jack Ruby, l’assassino di Lee Harvey Oswald, si era recato nell’ufficio di Hunt a Dallas. Nel frattempo il presidente si dimostra ben disposto a trovare una mediazione con Cuba e a tal proposito il fratello Bob decide di incontrarsi con Che Guevara. I conservatori non comprendono l’atteggiamento dei Kennedy tanto che Edgar Hoover confida ad alcuni amici che “i più stretti collaboratori del presidente sono diventati tutti comunisti o simpatizzanti comunisti”. La Cia non intende appoggiare il presidente il quale si rivolge all’Fbi mentre la giornalista Lisa Howard informa la Casa Bianca che i leader cubani sono pronti a venire ad un accordo e che è possibile organizzare un incontro con Ernesto Che Guevara (con la morte di Kennedy tali trattative verranno immediatamente sospese e il suo successore incaricherà la Cia di riprendere in mano i progetti dell’assassinio di Fidel Castro e Che Guevara). La cosa non piace ai boss della mafia che erano stati assoldati dalla Cia per uccidere Castro e che dovevano costantemente ripararsi dagli attacchi del ministro della giustizia Kennedy. In un’intervista concessa a Gianni Bisiach, Ralph Salerno, inquisitore del Congresso a Washington raccontò di aver letto 360 volumi di trascrizioni dell’Fbi e che “leggendo quei documenti mi resi conto che la malavita organizzata negli Stati Uniti era molto infastidita dai Kennedy, ma principalmente da Robert Kennedy. Talvolta, parlando degli ‘sporchi Kennedy’, qualcuno diceva: ‘John non è male, è Robert il figlio di puttana’ erano molto risentiti nei confronti di Robert. John compariva spesso nelle loro conversazioni, ma non quanto Robert. Ma se mi si chiedesse se la malavita organizzata avesse avuto un movente per uccidere il presidente, risponderei senz’altro di si”. Le dichiarazioni di Carlos Marcello e di Santo Trafficante contro Kennedy erano note a tutti. Trafficante aveva detto a José Aleman, un leader delle organizzazioni anticastriste: “Kennedy deve essere colpito. Ricordati quello che ti dico: Kennedy è finito e qui si prenderà quello che si è meritato!” Aleman comunica a Edgar Hoover le intenzioni del gangster ma questi non si preoccupa affatto di parlarne con il presidente il quale, qualche giorno più tardi, verrà assassinato a Dallas. La decisione di John Kennedy di recarsi a Dallas è mossa dal desiderio di raccogliere consensi tra coloro che si dimostravano ostili nei suoi confronti. Tra i suoi più stretti collaboratori vi era il timore di un attentato ma il presidente non era il tipo che si sottraeva ad un impegno per non mettere a rischio la propria incolumità fisica. Il 22 novembre del 1963, alle 7.30, il presidente consuma la sua ultima colazione, si veste e scende in piazza per raggiungere, tra una stretta di mano e l’altra, la macchina che lo avrebbe condotto all’aeroporto dove lo attendeva l’aereo per Dallas. Proprio quel giorno Jacqueline manifestò la sua preoccupazione, condivisa tra l’altro dall’assistente speciale del presidente, Kenneth O’Donnell, per gli attentati che potrebbero manifestarsi mentre lui cammina tranquillamente tra la folla. John risponde: “Se qualcuno vuole veramente uccidere il presidente degli Stati Uniti, la cosa non è affatto difficile: basta appostarsi dall’alto di una finestra di un palazzo a più piani con un fucile munito di cannocchiale. Non c’è niente da fare per sventare un attentato del genere”. Quel giorno viene pubblicata, sul “Dallas Morning News”, una pagina piena di insulti e di attacchi all’amministrazione Kennedy. La firma a fondo pagina e di Bernard Weissman, presidente del “Comitato Americano per la Ricerca dei Fatti” tra i cui principali membri figurano un coordinatore locale della John Birch Society e Nelson Bunker Hunt, figlio del petroliere Hunt. Alle 11.40, ora del Texas, l’aereo del presidente atterra a Love Field di Dallas. John e Jacqueline salutano la folla radunatasi per dare il benvenuto al presidente e poi salgono sulla limousine Lincoln Continental insieme al governatore del Texas John Connally e la moglie per dare il via alla parata. La giornata è calda e il servizio segreto fa togliere la volta di plastica che serve a proteggere i passeggeri dalla pioggia e dagli attentati. Il corteo presidenziale sorpassa il grattacielo nel quale abita Haroldson Lafayette Hunt che, il giorno prima, si era incontrato con Jack Ruby e con altri uomini appartenenti alla malavita organizzata. La Lincoln Continental raggiunge la Elm Street, nella quale si trova il Book Depository, il deposito di libri scolastici del Texas. Tra il deposito e il cavalcavia che il corteo è costretto a sorpassare un certo Abraham Zapruder, fabbricante di indumenti femminili, ha piazzato una telecamera amatoriale per riprendere il passaggio del presidente. Un ragazzo, Arthur Rowland, che si trova di fronte al deposito di libri indica una finestra e rivolgendosi alla moglie dice: “Vuoi vedere due agenti del servizio segreto?”. Nella cornice della finestra si vedono due uomini, uno dei quali munito di fucile telescopico. Improvvisamente si odono degli spari e poi le grida di Jacqueline: “Oh, no, no… Dio mio, hanno colpito mio marito”. Alle 13.00 non c’è più nessuna speranza: John Fitzgerald Kennedy è morto. La salma, in attesa di essere sottoposta all’autopsia, viene posta in una bara e portata all’aeroporto di Love Field. Jacqueline segue il carro funebre e alle ore 14.00 la bara viene caricata sull’aereo presidenziale. Nella cabina anteriore dell’aereo Lyndon Johnson giura solennemente di esercitare con fedeltà la carica di presidente degli Stati Uniti e di proteggere e difendere la costituzione. Jacqueline scoppia in lacrime. Nel frattempo la polizia cattura Lee Harvey Oswald accusandolo di essere l’assassino di Kennedy e di J.D. Tippit, un agente della polizia che viene ucciso lo stesso giorno alle ore 13.16. Due giorni più tardi Oswald viene ucciso da Jack Ruby, proprietario di night club e legato alla mafia. Sette giorni dopo l’assassinio di Dallas, Johnson costituisce una commissione diretta dal presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti, Earl Warren incaricata di eseguire le indagini sull’omicidio del presidente Kennedy. Il 28 settembre 1964 il rapporto della Commissione Warren è pronto ma presenta numerose contraddizioni e alcune conclusioni in esso riportate appaiono addirittura ridicole. Secondo le indagini della commissione, per citare un esempio, una delle pallottole avrebbe colpito e attraversato da parte a parte il presidente e provocato le ferite alle spalle, al torace, ai polsi e al ginocchio del governatore Connally. La pubblicazione del rapporto spinge quindi giornalisti e avvocati a moltiplicare le inchieste per cercare la verità sull’omicidio del presidente Kennedy e molti di loro perdono la vita in strani incidenti. La stessa sorte tocca ai vari testimoni le cui dichiarazioni smentiscono categoricamente il rapporto Warren. Un altro importante tassello che testimonia il complotto mafia -petrolieri nell’omicidio del presidente è quello costituito dal gangster Eugene Brading, amico di James Fratianno e Mickey Cohen. Questi avrebbe ottenuto, il 20 novembre del 1963, dall’ufficiale giudiziario che controllava la sua libertà vigilata, il permesso di recarsi a Dallas per discutere un accordo petrolifero con Lamar Hunt, il figlio di Haroldson Lafayette Hunt. Il permesso era di un giorno soltanto ma Brading si trattene anche il giorno successivo e il 22 novembre venne arrestato dalla polizia in un palazzo posto di fronte al famoso deposito di libri. Giustificò la sua presenza lì dicendo che era alla ricerca di un telefono per chiamare la moglie e, una volta portato alla stazione di polizia, dice di chiamarsi Jim Braden. Ritornato a Los Angeles viene interrogato dall’Fbi che non si accorge dell’inghippo e stila un rapporto su Jim Braden, “produttore di petrolio, arrestato a Dallas, nei pressi del luogo dove avevano sparato al presidente, mentre tentava di telefonare da un palazzo vicino (il DAL - TEX Building). Dopo tre ore, è stato interrogato e rilasciato. Non sa nulla di Lee Harvey Oswald e di Jack Ruby”. In seguito ad indagini condotte da privati si venne però a sapere che un testimone oculare, un certo Gary Campbell, dopo aver udito gli spari vide un uomo armato di carabina nel parcheggio sulla sommità della collina. Gli vennero mostrate alcune fotografie e Campbell identificò in Eugene Brading l’uomo della collina. Secondo il giornalista canadese Bud Thomas, Brading fece visita a Hunt insieme ad altri tre gangster, anch’essi in libertà vigilata. Dopo la morte di John, Robert Kennedy si dedicò con forza al suo lavoro ed appoggiò con tutto se stesso la battaglia di Martin Luther King per l’emancipazione dei neri d’America. Nel 1968, quando Bobby annuncia la sua prossima candidatura alle elezioni presidenziali, King gli assicura i voti della popolazione di colore e tiene un discorso a Memphis, lo stato del Tennessee dove Carlos Marcello è moltO influente: “Io ho guardato lontano e ho visto la terra promessa. Forse io non sarò con voi, quel giorno, ma voglio che voi tutti sappiate che il nostro popolo arriverà alla terra promessa. Oggi sono felice. Non ho paura. Non ho paura di niente, non ho paura di nessuno. I miei occhi hanno visto la gloria del Signore che arriva”. King viene ucciso con un colpo di fucile alla fronte mentre si trova in un motel di Memphis. Nonostante le testimonianze raccolte e in base alle quali almeno due erano i responsabili dell’omicidio, il ministro della Giustizia, Ramsey Clark sostiene che non si tratterebbe di un complotto ma “del gesto di un individuo isolato”. L’Fbi giudicherà Earl Ray, un criminale del clan di Carlos Marcello, come unico responsabile della morte di Martin Luther King. Interessante notare che Earl Ray era stato arrestato anche a Dallas, in quel triste 22 novembre, sulla collina dalla quale partì il colpo che raggiunse la fronte del presidente. Come documentato da Bisiach, “secondo gli amici di Martin Luther King, Earl Ray non ha sparato a King, ma è stato solo un complice obbligato. Un’organizzazione segreta lo aiuta a fuggire nel Canada, nel Portogallo e in Inghilterra, spendendo migliaia di dollari. Gli indizi sono contro ‘Cosa Nostra’ e il Ku Klux Klan”. I neri, infuriati, si riversano sulle strade di Washington e devastano, saccheggiano, incendiano. Robert Kennedy raggiunge gli amici neri e parla con loro: “Ho brutte notizie per voi, per tutti i nostri amici di questa città e per la gente nel mondo che ama la pace: Martin Luther King è stato colpito e ucciso stanotte. A coloro di voi che sono negri e sono fortemente tentati dall’odio e dalla sfiducia nei confronti di tutti bianchi, posso solo dire che nutro nel mio cuore lo stesso sentimento…”. Il senatore comincia poi ad attaccare l’amministrazione Johnson chiedendosi perché il presidente abbia appoggiato la dittatura in Brasile e interrotto gli aiuti al Perù. Egli denuncia: “Fatemi capire bene, mi state dicendo che l’Alleanza per il Progresso si è ridotta a questo: se nel Perù c’è una presa di potere da parte dei militari, i partiti politici fuorilegge, la chiusura del parlamento, gli oppositori politici messi in prigione e le libertà civili soppresse, gli autori di tutto questo ottengono ogni aiuto dal governo americano. Ma se mettono le mani su una compagnia petrolifera americana noi tagliamo tutti gli aiuti”. “E’ così”, è la risposta del vicesegretario di Stato per gli affari latino americani. Bob decide quindi, definitivamente, di candidarsi alla presidenza e promette che la sua elezione significherebbe la fine della guerra in Vietnam, per la quale si batteva anche il fratello John, e la pace in tutta l’America. Nel maggio del 1968, Michael Dorman pubblica per mezzo della rivista “Ramparts” un articolo che rivela che la carriera di Lyndon Johnson e di Tom Clark, giudice della corte suprema degli Stati Uniti e padre di Ramsey Clark, erano state favorite dai soldi e dai voti procurati dal boss Carlos Marcello e da Jack Halfen, uno dei suoi soci. Johnson non contestò mai l’articolo il quale lo accusava di aver usato la propria forza politica “sulle sporche strade delle città del Texas da lui controllate: Houston e Austin, San Antonio e Dallas, in un’orgia di connivenze fra politicanti, petrolieri, costruttori e mafiosi… l’uomo che pagava l’allora senatore Johnson e gli altri politici era il gangster Jack Halfen, del giro di Carlos Marcello”. Pare che Johnson avesse addirittura tentato di far scarcerare Halfen quando questo fu arrestato e che anche il deputato Albert Thomas fosse in contatto con il gangster. L’articolo parla inoltre di un’implicazione di Sam Rayburn, il potente leader del Congresso di Washington che presentò Johnson a Roosevelt. In cambio dei favori della mafia, Johnson contribuì all’eliminazione delle leggi anti -gangster che avrebbero potuto nuocere all’amico Halfen. L’amicizia tra il politicante e il gangster è ampiamente documentata grazie anche alle indagini svolte dal procuratore federale di Houston, il repubblicano Malcom R. Wilkey. Sempre all’interno dell’articolo Dorman, il quale sostiene che Robert Kennedy si era in passato rifiutato di indagare sui rapporti tra Halfen e i politici poiché vi erano troppi democratici coinvolti, si dichiara convinto che l’elezione di Bob avrebbe, oggi, riportato l’ordine. Durante la campagna elettorale Bob deve scontrarsi con molti nemici tra i quali Frank Sinatra e Mickey Cohen, il gangster che Robert aveva fatto incarcerare e alle dipendenze del quale lavora un certo Sirhan Sirhan, ex fantino di origine palestinese. E sarà proprio Sirhan, al termine di un comizio tenutosi a Los Angeles, a sparare contro Robert Kennedy otto colpi di pistola, uno dei quali, quello mortale, alla testa. E’ il 5 giugno del 1968. Il 6 giugno Bob muore e, come era accaduto per Martin Luther King, il ministro Ramsey Clark esclude l’ipotesi del complotto. In riferimento alla morte di entrambi i fratelli Kennedy, Gianni Bisiach scrive che “secondo le prove e le testimonianze che riuscii a raccogliere, i mandanti della congiura erano stati i boss di Cosa Nostra, Calogero Minacori (alias Carlos Marcello) capo della ‘famiglia’ di New Orleans; Salvatore Giancana, capo della ‘famiglia’ di Chicago; Santo Trafficante, ‘padrino’ del traffico mondiale dell’eroina e capo della ‘famiglia’ della Florida; Jimmy Hoffa, boss del sindacato degli autotrasportati, con sede a Chicago e Detroit; Filippo Sacco (alias John Roselli) boss del sindacato di Hollywood; il petroliere di Dallas, Haroldson Lafayette Hunt e i suoi figli. Alcuni agenti dell’Fbi e della Cia erano al corrente dell’esistenza di Oswald a Dallas, lo controllarono strettamente nelle settimane precedenti l’attentato e inviarono numerose comunicazioni di servizio che lo riguardavano e che non furono segnalate a Kennedy. Non è del tutto chiaro, da questo punto di vista, il livello di responsabilità e di eventuale connivenza dell’allora direttore dell’Fbi, Edgar Hoover… Sei anni dopo, la commissione senatoriale Church chiamò a testimoniare i boss Giancana, Hoffa e Roselli. Tutti e tre furono uccisi prima di arrivare a Washington. I due superboss Marcello e Trafficante non ebbero bisogno di farsi uccidere: si fidarono del proprio silenzio”. Nel luglio del 1979 il Final Report della Commissione Stokes della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, o meglio Select Committee on Assassination of the U.S. House of Representatives (Investigation of the Assassination of President John F. Kennedy), confermò autorevolmente l’ipotesi presentata da Gianni Bisiach nel film “I due Kennedy” (1969) del complotto mafia -petrolieri -esuli cubani -servizi segreti. Nell’appendice del libro “Il Presidente”, dal quale abbiamo tratto le indagini presentate in questa sede, tra le altre cose leggiamo: “William E. Colby, direttore della Cia dal 1973 al 1976, ha lavorato all’ambasciata americana di Roma dal 1954 al 1958 ed è stato nel Vietnam negli anni ‘60. E’ venuto a Roma per presentare il libro “Il Presidente” di Gianni Bisiach. Nella trasmissione “Pegaso” del TG 2 del 18 marzo 1991, ha così risposto alle domande di Bisiach: … … Io ho analizzato con grande attenzione questa questione, cioè degli eventuali legami della Cia con la morte del nostro presidente. La risposta che posso darle è no, non abbiamo avuto nessun collegamento diretto… Però Bisiach ha ragione nel dire che noi avevamo dei rapporti con la mafia. Questo è stato un nostro terribile errore. Effettivamente è vero, Bisiach ha ragione ad affermarlo”.

Dossier Kennedy: intervista a Gianni Bisiach. Nella fierezza del suo sguardo e nelle sue parole, abbiamo compreso che quest'uomo non aveva mai avuto paura della morte...Giorgio Bongiovanni il 22 Novembre 2013 su antimafiaduemila.com. Come è possibile convivere per anni con il pensiero di venire ammazzati…? Recarsi in luoghi dove si sa che i possibili assassini sono in agguato, apposta per far vedere che non si è perduta la dignità e che si è pronti a morire per quello in cui si è creduto…?! Probabilmente non esiste una risposta razionale, o forse c’è ma non è facile da comprendere… In una calda giornata d’autunno abbiamo incontrato un uomo che si è dato “quella” risposta, accettando tutti i rischi che un atteggiamento del genere comportava, con grande determinazione ed umiltà. Quest’uomo è Gianni Bisiach. Al di là del suo noto trascorso radio televisivo, Bisiach ha parlato del suo passato “a rischio” con grande lucidità e senza alcuna retorica. Al termine dell’intervista, si è intrattenuto ulteriormente con Giorgio Bongiovanni pranzando insieme a lui. E proprio in quel lasso di tempo, a microfoni spenti, il giornalista, lo scrittore e l’inviato… ha lasciato posto all’uomo, alle sue battaglie, alle sue sconfitte… alle sue aspirazioni e alle sue paure… La paura vissuta sulla propria pelle, respirata fino in fondo… quel senso di solitudine che non muore mai e che accompagna ogni uomo che cerca la verità, sfidando se stesso e tutte le avversità. E poi… la vittoria sulla morte… il suo “distacco” da questo evento così “naturale” ma ugualmente “contro natura” quando avviene nella sua manifestazione più brutale quale è l’omicidio. Nella fierezza del suo sguardo e nelle sue parole, abbiamo compreso che quest’uomo non aveva mai avuto paura della morte… Un sentimento di “devozione” nei confronti del Presidente Kennedy traspariva anche nelle espressioni più semplici da lui usate per commentare le foto che ritraevano John Kennedy durante i comizi, con i suoi figli, fino all’ultima, sul banco della camera mortuaria… Mentre nei confronti della mafia, degli sporchi giochi politici della CIA e di tutta la cospirazione creata per eliminare il Presidente, ha sempre mantenuto un atteggiamento di dispregio, deplorando apertamente le connivenze criminali e i depistaggi voluti dagli ‘alti vertici’. A mano a mano che passava il tempo, Bisiach ci ha fatto rivivere il suo excursus nella ‘trincea’ della lotta alla mafia. Il suo primo reportage per la RAI a Corleone, nel 1963, i “segnali in codice” dei mafiosi, quel linguaggio fatto di silenzi e di ammiccamenti… L’incontro con l’avvocato del mafioso Luciano Liggio e quella sua intimidazione <<… Dott. Bisiach… nel suo reportage si limiti a parlare dei morti e lasci in pace i vivi…>>, quello stesso avvocato che lo farà incontrare con Luciano Liggio (che all’epoca era latitante e si nascondeva in una clinica psichiatrica ndr), con Totò Riina e con Bernardo Provenzano (un incontro storico per l’unico giornalista che è riuscito ad incontrare l’attuale latitante numero uno). Ricordando i tanti nemici che aveva in RAI e che dopo il suo reportage sulla mafia gli hanno impedito di svolgere bene il suo lavoro, non si è mai espresso con rancore, ma con il sorriso di chi sa che alla fine è la storia che condanna o assolve. Al momento dei saluti, un abbraccio spontaneo ha racchiuso l’essenza dell’incontro con un uomo sereno, che ha portato a termine il compito che si era prefisso, felice di aver trovato un amico per continuare una battaglia piena di insidie e non ancora vinta.

INTERVISTA A GIANNI BISIACH

D. Vorrei iniziare a chiederle se oggi, nel 1999, ha mai avuto paura di essere ucciso così come nel 1969?

R. Io non ho mai avuto paura di essere ucciso. Ho sempre affrontato la morte coscientemente e credo che proprio questo mi abbia salvato, perché “loro” sapevano che non mi interessava… Non è che io vada a cercare la morte, ma ho messo in gioco anche questa possibilità… Probabilmente oggi le cose sono cambiate, la situazione mondiale è cambiata. In genere rischia di essere ucciso colui che è il solo a conoscere una certa realtà… che disturba il potere. Per un certo periodo mi sono occupato del caso Kennedy e “loro” avevano tutto l’interesse ad eliminarmi, così come decine di persone che sono state eliminate in quel periodo…

D. Lei è stato, in qualità di giornalista della Rai, il primo in assoluto a dire, (come è scritto nel Suo libro “Il Presidente”, nel Suo film “I due Kennedy”) che John Kennedy era stato ucciso dalla Mafia, in collaborazione con alcuni settori della CIA. Fece i nomi di Carlos Marcello, Santo Trafficante… A quell’epoca, quando lo disse, quali furono le reazioni del nostro Governo e degli americani? E’ noto che il Suo libro venne presentato dal senatore Andreotti che poi lo lesse…

R. Lei mi sta parlando del libro, ma il film uscì molto prima, nel 1969, e si faceva il nome di Carlos Marcello che all’epoca era ‘sconosciuto’. Sono stato molto attento, durante la ricerca delle immagini, a non far uscire mai il suo nome. Cercavo i filmati in cui c’era Marcello con dei pretesti diversi, chiedevo per esempio panorami di New Orleans o altre cose… L’importante era che nessuno sapesse… Chiunque avesse saputo che io mi stavo occupando di Carlos Marcello, avrebbe fatto in modo che io venissi eliminato all’istante. Tutta la lavorazione del film venne fatta in modo da rimanere un mistero fino all’uscita nelle sale cinematografiche, così che sarebbe stato anche inutile eliminarmi. Non avrebbero attentato alla mia vita… cosa alla quale io andavo incontro con lo spirito di chi è pronto a sacrificarsi. In ogni caso l’importante era che il film uscisse. Feci l’inchiesta sulla mafia ‘Rapporto da Corleone’ che andò in onda prima di TV7, nella rubrica RT, rotocalco televisivo di Enzo Biagi. Sono stato il primo a parlare della mafia a Corleone e dei corleonesi, quindi di Luciano Liggio, Totò Riina e Provenzano. All’epoca fare questo significava essere il ‘primo’, essere colui che era a ‘conoscenza’ di questi fatti, colui che ‘loro’ ritenevano utile eliminare.

D. Perché la CIA ha chiesto aiuto alla Mafia per uccidere Kennedy e perché John Kennedy è stato ucciso?

R. La CIA aveva chiesto aiuto alla Mafia per uccidere Fidel Castro. Quando Fidel Castro prese il potere a Cuba, in un primo tempo l’America lo aveva appoggiato, così come la CIA che gli aveva fornito le armi, lanciate con il paracadute. Questo perché gli americani non volevano più Batista al potere. Ma quando Castro arrivò al potere, la prima cosa che fece fu quella di nazionalizzare le società americane, quindi la United Fruit per quanto riguarda l’agricoltura, le società petrolifere ecc. Gli industriali americani si indignarono di fronte al comportamento di Castro, che aveva in precedenza usufruito del loro aiuto, e decisero di eliminarlo prima politicamente e poi fisicamente. Quando Castro andò al potere cacciò i mafiosi da Cuba, chiuse le case da gioco, le case di tolleranza, il traffico della droga e il traffico degli aborti (gli americani andavano ad abortire a Cuba). La mafia si infuriò con Castro perché aveva distrutto i loro affari e la CIA pensò di rivolgersi ai mafiosi che avevano ancora a Cuba alcuni uomini. Ad esempio Santo Trafficante, che all’epoca era in prigione a Cuba e con il quale la CIA aveva rapporti per conto di Sam Giancana di Chicago, con Jack Rubi, quello che poi uccise Oswald. Jack Rubi era un trafficante di armi e di droga e aveva diversi night club a Dallas. Era nel giro di Sam Giancana di Chicago (il braccio destro di Al Capone, che era passato da essere autista a suo luogotenente). Rubi andava a Cuba a portare le arance a Trafficante che stava in carcere. La CIA, sembra con l’appoggio dei Kennedy, decise di uccidere Fidel Castro, con dei modi anche abbastanza ridicoli… Kennedy aveva un comportamento contraddittorio, nel senso che come presidente degli Stati Uniti (come tutti i capi di Stato), doveva accettare anche certe operazioni infami dei servizi segreti, pur mantenendo una sua morale. John seguiva una certa linea e poi con il fratello, il ministro della Giustizia (Robert Kennedy ndr.) combatteva quegli stessi mafiosi che aiutavano la CIA. Ora ne sto parlando con semplicità ma i fatti furono molto complessi. Dopo la crisi dei missili di Cuba (quando il mondo si era salvato dal rischio della Terza Guerra Mondiale), Kennedy decise di rappacificarsi con Fidel Castro e con l’Unione Sovietica. Per questo aprì la ‘linea rossa’, il telefono con il Cremlino. Fece disdire “l’incarico” ai mafiosi, chiuse i campi della CIA dove venivano addestrati i cubani che si preparavano per lo sbarco a Cuba. Robert Kennedy cominciò poi al senato una inchiesta a tutto campo su Cosa Nostra e all’epoca non si sapeva ancora che si chiamava Cosa Nostra (ne parlò Joe Valachi nel mese di settembre del 1963, due mesi prima dell’assassinio di Kennedy). Questi grandi mafiosi decisero quindi di uccidere Kennedy. Alcuni settori della CIA erano sicuramente contro il presidente. In particolare lo era Allen Dulles, che Kennedy aveva cacciato via, insieme a quelle persone (citate nel mio libro, con tanto di foto) che fecero lo scandalo Watergate; quegli stessi che poi furono arrestati nella Dealy Plaza dopo gli spari contro Kennedy e che insieme a Calogero Minacori (alias Carlos Marcello ndr.) decisero di eliminarlo. Si è trattato di un “cambio di obiettivo”: la Mafia doveva uccidere Fidel Castro, quando Kennedy cambiò idea, la Mafia decise di uccidere lui durante il viaggio a Dallas… con un’organizzazione di tipo militare…

D. All’epoca, così come oggi, Cosa Nostra aveva una “commissione”, una “cupola”. Quando Carlos Marcello, Santo Trafficante ed altri decisero di uccidere Kennedy, Don Vito Genovese, il capo di tutti i capi, doveva esserne a conoscenza. Si tratta quindi solo di un’ipotesi il fatto che tutta la mafia americana acconsentì all’uccisione di Kennedy?

R. Non è un’ipotesi, è una certezza. Vito Genovese fu accusato dai fratelli Kennedy fin dal 1957, prima che John diventasse presidente.

D. Recentemente il direttore dell’FBI, Luis Fry, ha ammesso ufficialmente che la mafia americana, per paura delle persecuzioni della polizia, concedeva l’esclusiva della vendita dell’eroina nel mondo alla mafia siciliana in cambio di una buona percentuale sugli incassi. Nel 1957 all’Hotel Delle Palme a Palermo, Lucky Luciano era il “mediatore” fra la mafia siciliana e quella americana. In questa riunione venne ufficialmente sancita la questione. Ma quanto la Mafia siciliana era interessata all’assassinio di Kennedy? O ne venne esclusa completamente?

R. Non venne esclusa la Mafia siciliana e in particolare Luciano Liggio e i corleonesi. Durante il processo Valachi al senato, Valachi disse innanzitutto che si chiamava “Cosa Nostra” e poi che i due gruppi egemoni erano i corleonesi e i castellamaresi. Castellamare del Golfo fu battuta, fu vinta e la mafia vincente ancora oggi è quella dei corleonesi, quindi come tali appoggiavano i loro referenti in America. Non so se sia vero che Lucky Luciano avesse in mano tutto questo, io credo che il comando mondiale del traffico dell’eroina, da quello che a me risulta, era di Santo Trafficante. Il potere di Carlos Marcello e di Santo Trafficante era immenso. Santo Trafficante aveva in mano tutto il traffico mondiale dell’eroina, era d’accordo con la CIA all’epoca del Vietnam…

Ricordiamoci che il capo di tutti i capi era Vito Genovese, il quale aveva “strappato” a Lucky Luciano il potere. Quando si incontrarono a Cuba, mi pare nel 1948, in un albergo, Lucky Luciano andò in una stanza, incontrò Vito Genovese e lo picchiò selvaggiamente, quasi lo uccise, dicendogli che era stato scorretto nei suoi confronti in un momento nel quale si trovava in “disgrazia” in Italia. Successivamente cercarono in tutti modi di far “compromettere” Vito Genovese che era molto abile a dissimulare la sua ricchezza come risultanza del gioco dei cavalli ad Agnano. Proprio ad Agnano arrivò un personaggio folcloristico della camorra, Pascalone Nole, un uomo enorme. Lucky Luciano non era un uomo enorme e portava gli occhiali. Pascalone Nole andò da Lucky Luciano chiedendogli “l’onore” di giocare con lui. Luciano rifiutò rispondendo che non giocava mai con gli altri, bensì sempre da solo. Pascalone insistette dicendo che lui non si poteva rifiutare, mentre Lucky Luciano era irremovibile nel suo rifiuto. Pascalone gli diede allora due schiaffi, con la sua mano “gigante”, così forti da rompergli gli occhiali (Luciano aveva un forte problema alla vista). Lucky Luciano, senza proferire alcuna parola, si chinò a raccogliere i vetri, li mise in un fazzolettino e se ne andò. Quella stessa sera a casa di Lucky Luciano, che abitava sul lungomare di Napoli, si presentarono gli uomini di Pascalone Nole dicendo che gli mandava le sue scuse per quello che aveva fatto. Lucky Luciano rispose molto tranquillamente che Pascalone non doveva scusarsi di nulla, visto che non era successo niente… La mattina dopo, alle 10.30, al mercato ortofrutticolo di Napoli (come poi Francesco Rosi ha raccontato nel suo film “La sfida”) Pascalone Nole venne ucciso con due colpi di pistola. La moglie che prese il suo posto cercò in tutti i modi di scoprire l’omicida, ma inutilmente. I sospetti, ovviamente, caddero su Lucky Luciano, che comunque sapeva che lo stavano emarginando. Dapprima scrisse un libro (del quale non esiste nemmeno una copia, ma che io ho letto), da questo libro voleva trarre un film sulla sua vita. Andò all’aeroporto di Napoli per incontrare due produttori americani. Mentre aspettava l’arrivo dell’aereo, il maresciallo della Guardia di Finanza che stava con lui gli offrì una bibita, dopo averla bevuta morì stecchito. Non gli fecero l’autopsia, venne messo dentro ad un enorme cassa, fecero un funerale spettacolare e lo mandarono in America. Ecco perché io non so se in quel periodo lui avesse in mano tutto il controllo della situazione, credo piuttosto che fosse Santo Trafficante…

D. Ritornando a John Kennedy, lei è stato il primo nel mondo a dire che la Mafia aveva ucciso John Kennedy con l’aiuto della CIA o viceversa. Il giudice Jim Garrison, condusse un’inchiesta per alcuni versi strabiliante, dimostrando anche che la CIA era stata aiutata da “altri”, per esempio dall’FBI, nominando solo marginalmente la Mafia, anche se sapeva che la malavita organizzata era implicata nell’omicidio del presidente.

R. Essendo Garrison un giudice “elettivo”, nominato per elezioni, aveva bisogno di una “base elettorale”. La “base elettorale” di New Orleans era governata in gran parte da Carlos Marcello e per di più lui era molto amico di uno dei luogotenenti di Marcello. Quando ci fu quel noto processo al quale io ero uno dei pochissimi giornalisti ammessi, l’avvocato Alright di Dallas mi chiese di nascondere i testimoni che servivano a Jim Garrison nella mia stanza. Quella notte non dormii nella mia stanza, dormii nella stanza dei testimoni perché c’era il rischio che li ammazzassero. I testimoni erano l’autista di taxi Raymond Camings e un’altra persona. Quella sera l’avvocato mi invitò a cena al Playboy club di Dallas, c’era anche Garrison che era tutto bruciato dal sole. Gli domandai cosa fosse successo, mi rispose che era stato a Las Vegas e che si era addormentato sotto il sole, bruciandosi in tal modo in un hotel, che “stranamente” era gestito dal braccio destro di Carlos Marcello. La rivista “Life” pubblicò una serie di articoli, in parte riportati nel mio libro, dove si diceva che lui era sul libro paga di Cosa Nostra…

D. Quindi la figura “dell’eroe” che viene descritta nel film di Oliver Stone...

R. Forse era anche un eroe, ma aveva bisogno di essere aiutato da qualcuno… e cercava i soldi dove li trovava… Garrison non poté essere così esauriente, accennò alla Mafia, ma senza fare dei nomi… Il film di Oliver Stone è un film, per certi versi importante perché ha portato ai giovani di tutto il mondo la storia di questo assassinio, però manca “l’equilibrio” della partecipazione al complotto di Mafia e CIA.

D. Lindon Johnson, il 36 esimo presidente degli Stati Uniti, faceva parte del complotto o diede un “tacito consenso” all’assassinio di Kennedy?

R. Questo rimane ancora oggi un mistero. Secondo alcuni, Johnson non c’entrava direttamente, ma si dice che un suo collaboratore texano (anche Johnson era texano, nei modi di fare, era grossolano anche con la vedova Kennedy) abbia determinato lo spostamento della Motorcade. L’automobile doveva andare dritta su Daily Plaza e invece fece quel doppio giro e alla seconda curva, che era molto stretta, rallentò a 7/8 Km all’ora l’andatura dell’autoveicolo, favorendo quindi gli sparatori. Colpire un obiettivo su una “carovana” che va a 30/40 Km all’ora è cosa molto difficile…

D. E il petroliere Hunt?

R. Quello era sicuramente coinvolto, sia lui che il figlio, avevano incontrato proprio in quei giorni alcuni capi mafia della California e anche alcuni killer. C’è poi una cosa molto strana, molto misteriosa. Nixon si trovava a Dallas il giorno prima dell’assassinio di Kennedy, a partecipare ad una grande riunione della Pepsi Cola, della quale lui era un testimonial. Nixon partì dall’aeroporto di Dallas, la mattina fra le 8 e le 10 e Kennedy arrivò alle 11.30 con il suo aereo. Naturalmente questo non significa nulla… oppure significa molto… coincidenze strane…

D. Bob Kennedy venne ucciso più o meno per lo stesso motivo… Allora perché quando la famiglia Kennedy parlò con lei non voleva dire niente dell’assassinio?

R. Anche adesso non ne vogliono parlare. Io penso che abbiano paura di essere uccisi. Anche Ted Kennedy ha subìto tre attentati: dopo la morte del presidente è caduto con l’aereo, poi una donna armata di un coltello è stata fermata all’ultimo momento, poi lui venne portato a Chappaquiddick, non si sa bene come. Io ho dei sospetti su quegli amici che lo portarono lì, che drogarono le ragazze, che lo fecero ubriacare, una vittima di qualcosa che non fu molto chiaro…

D. E la morte di John John?

R. Anche John John in qualche modo voleva arrivare alla Casa Bianca. Quando gli venne chiesto da un intervistatore perché la rivista “George” non affrontava la morte di suo padre a Dallas, John John rispose che era inutile affrontare un’altra inchiesta sulla morte di suo padre. Avrebbe potuto anche dedicarvi 40 numeri di “George”, ma non avrebbe portato a niente… <<Per poter fare questo tipo di inchieste - diceva - bisogna avere il potere>>. Il potere significava la Casa Bianca. Lui voleva arrivare alla Casa Bianca, lo ha detto anche Salinger in una dichiarazione ufficiale, così come Schlesinger il giorno dopo la sua morte. John John non ci voleva arrivare tra 4 o 6 anni, ma piuttosto verso il 2008. Penso che la sua morte abbia fatto piacere a molti, l’aereo è caduto nel punto in cui, tre anni prima, è precipitato l’aereo della TWA. E si dice che l’aereo della TWA come l’aereo di Ustica sia caduto perché per errore gli hanno sparato contro dei missili militari. Proprio lì c’è una base militare che spara dei missili. Tutto questo l’ha detto anche Salinger, capo ufficio stampa di Kennedy; ci sono centinaia di persone che hanno visto questo missile che partiva dal basso e che ha colpito il TWA. Per quanto riguarda John John, è prevalente l’ipotesi della disgrazia, dell’incidente, visto che è stato molto imprudente a partire con quelle condizioni atmosferiche. E’ più difficile immaginare un complotto…

D. Quando venne a Roma, William Colby, il direttore della CIA, le disse che la Central Intelligence Agency aveva commesso l’errore di collaborare con la mafia ma negò che ci fosse un collegamento diretto della CIA nell’assassinio di Kennedy…

R. Non poteva che negarlo essendo il direttore, però era molto importante la sua ammissione. Lui era stato nel Vietnam; erano morti più di 30.000 vietnamiti, nel periodo nel quale si trovava lì con i gruppi della CIA. Colby ammise questa “collaborazione”… c’era Santo Trafficante… e proprio dal Vietnam e dal Laos, (le popolazioni degli altipiani del Laos), caricavano sugli aerei del AirAmerica, (una linea privata della CIA), i sacchi con l’oppio, con la morfina, con la base per l’eroina…

D. Un’organizzazione criminale come Cosa Nostra che riesce ad uccidere il presidente degli Stati Uniti. Cosa Nostra in Italia che uccide quando vuole: Falcone, Borsellino, per non parlare di tutti i magistrati e delle scorte… il fatto che la CIA chieda aiuto a questa gente fa pensare molto… La Mafia italo - americana, che poi è diventata la leader delle organizzazioni criminali del mondo… Ma perché i governi, o comunque i servizi segreti ne hanno bisogno?

R. Perché questa organizzazione ha due elementi che le danno questo grande potere: da un lato il terrore, perché “loro” sono spietati e quindi minacciano la vita delle persone e dei loro familiari, un potere di “persuasione” terribile, e poi perché hanno una ricchezza sconfinata. Il traffico della droga parte da un prodotto che costa pochissimo e viene venduto a prezzi altissimi. Una dose di eroina che può valere 300 lire, viene venduta a 100/150 mila lire. C’è un guadagno enorme e quindi loro hanno una enorme quantità di denaro liquido. Nessuna industria del mondo, nessun governo del mondo può disporre di una quantità di denaro pari a quella della malavita organizzata. La chiamo volutamente malavita organizzata perché si dice che oggi si sia differenziata dalla mafia russa… Io credo che predomini ancora la mafia siciliana, perché è organizzata meglio ed è ramificata ovunque… Poi c’è il potere del danaro… il fatto che qualcuno disponga di tanto danaro… è tutto. Gli industriali non dispongono di tanto danaro, gli industriali hanno materie prime, chi vende automobili, avrà milioni di automobili, ma non ha il contante… La Mafia invece dispone di questi contanti con i quali può corrompere persone in vari ambiti… “Loro” in genere corrompono coloro che sono al potere, corrompono i governi. Ovviamente non è detto che debbano corrompere il Presidente del Consiglio. Nella macchina di un partito ci sono persone che possono influenzare le decisioni anche da livelli vicini al vertice, in un modo che non è esplicito. In America si dice che John Kennedy abbia avuto dalla Mafia di Chicago il voto dell’Illinois, che gli serviva. Io non so se questo sia vero, se è vero forse è avvenuto in maniera indiretta. Frank Sinatra era “innamorato” della figura di Sam Giancana, che per lui era come un mito. Nel film “Il Padrino”, il padrino sarebbe Giancana e il cantante Fontane, Frank Sinatra. Può darsi che Sinatra, così come collegava le donne di Giancana a Kennedy, può aver collegato a Kennedy i mafiosi dell’Illinois che gli portavano certi voti. Non è che direttamente Kennedy andasse nell’Illinois a stringere la mano ai mafiosi… anche se devo dire che ci sono delle immagini nel mio film nelle quali si vede che Kennedy stringe la mano a dei mafiosi in giro per l’America, come Bonanno ed altri (che però faceva parte della comunità italiana e forse Kennedy non sapeva chi realmente fosse).

D. Perché per i governi è necessario che la mafia esista?

R. Perché la macchina politica ha bisogno di danaro. Ad esempio, adesso c’è la questione della par-condicio, degli spot ecc., è chiaro che chi ha gli spot vince più facilmente le elezioni. Non è detto che chi ha gli spot vinca alle elezioni, ma sicuramente ha più probabilità di parlare direttamente al pubblico e si trova quindi avvantaggiato. Masse di danaro così ingenti e la possibilità di usarle direttamente o indirettamente per corrompere personaggi appartenenti a “certe macchine politiche” danno effettivamente alla mafia un potere… Io credo che il mondo di oggi, con la circolazione dell’informazione, delle notizie, con Internet (mettendo a disposizione dei giovani, di tutti i cittadini una grande informazione circa quello che sta succedendo) renderà più difficile la vita alle organizzazioni mafiose. Più se ne parla meglio è… ma “loro” trasformeranno l’organizzazione, ci sarà una mutazione: “loro” diventeranno industriali, diventeranno capi di stato, “loro” entreranno dentro il potere… Mentre prima stavano fuori, avendo dei “referenti” (così come si accusa Andreotti ed altri di essere stati dei referenti della mafia), “loro” avranno il loro uomo che direttamente sarà eletto ai livelli superiori e quindi con il danaro potrà mantenere queste posizioni… Può darsi anche che venendo in possesso di grandissime organizzazioni industriali, possano trasformare in qualcosa di “onesto”, di “lecito”, di “legale” quello che prima era illegale, anche se questa è solo la speranza… Credo che battere la Mafia oggi, richiederebbe da parte di tutti quasi la “santità” e i santi sono pochi… le persone che vivono secondo dei principi morali, religiosi assoluti, sono pochissimi. In genere l’uomo è debole… C’è però la speranza che ci sia questa mutazione in positivo e che la Mafia venga lentamente schiacciata da organizzazioni politiche… Tutti noi che abbiamo attaccato la mafia, anche rischiando, lo abbiamo fatto ovviamente nella speranza che la si potesse battere e io spero che presto questo possa avvenire…

D. In questo momento è più forte la Mafia o i servizi segreti?

R. E’ una forza diversa. Il servizio segreto non ha danaro ma ha il potere dello stato, la mafia non ha il potere dello stato, deve corrompere, ma ha il danaro. Chi ha il potere, ottiene il danaro con la corruzione e chi invece ha il danaro corrompe chi ha il potere. In tutti e due i casi ci vuole una volontà di delinquere sia da parte del potere politico sia da parte della mafia e dei servizi segreti…

D. La ringrazio a nome della redazione per aver scritto il suo libro…

R. Quando ho fatto il film e poi il libro, speravo semplicemente di rendere pubblico quello che io avevo imparato, anche rischiando un po’… Per fortuna che il rischio poi non si è verificato, anche se c’era, io sono rimasto vivo… Ora ho la soddisfazione di verificare che le notizie sono circolate discretamente, non quanto pensassi… Non basta scrivere un libro, non basta fare un film, a volte la gente legge il libro, vede il film e poi continua a parlare come prima…

D. Cosa ne pensa del fatto che dei giovani editori parlino della mafia per attaccarla?

R. Devono spiegare, soprattutto ai giovani, che conviene essere onesti, oltre ad essere morali, è anche più utile, non conviene delinquere. Prendiamo ad esempio Totò Riina, che vive in un carcere, che vita fa? Proprio lui che era il “più grande”, il “più potente”, che poteva uccidere chiunque, ora vive da miserabile in una cella. Avrà pure corrotto qualcuno, ma vive male lo stesso… Un giovane invece che fa una carriera pulita, che ha degli obiettivi puliti, che utilizza la sua vita per degli scopi nobili, così come voleva fare il giovane Kennedy, ha una vita più giusta e più bella e la vivrà anche meglio di chi vive male, di chi delinque… E’ importante che il giovane editore coraggiosamente dica delle cose esplicite. E’ ugualmente importante che chi possiede dei grossi mezzi di comunicazione dica anche delle “piccole parole”, perché la piccola parola detta a una grande massa prepara il terreno a una conoscenza.

D. La ringrazio ancora per quello che ha fatto e per quello che sta facendo.

R. Buon lavoro…

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 4 marzo 2021. Lee Harvey Oswald aveva ucciso John Kennedy per obbedire ad un ordine di Nikita Krusciov. E questa è sola una delle rivelazioni esplosive contenute nel libro Operation Dragon, appena pubblicato dall'ex direttore della Cia Jim Woolsey e dall'ex capo dei servizi segreti romeni Mihai Pacepa. Perché quando poi passiamo all' Italia, escono notizie che varrebbero ognuna un libro: Stalin aveva cercato di eliminare Pio XII; Enrico Fermi aveva contribuito a passare i segreti della bomba atomica a Mosca; Togliatti era stato fatto fuori in Urss perché aveva urtato Krusciov. Più di recente, poi, sono credibili l'audio di Gianluca Savoini all'albergo Metropol che documenta la corruzione della Lega, le interferenze nelle elezioni italiane, e gli obiettivi nascosti della missione inviata in Lombardia per il Covid.

Perché è convinto che Oswald lavorasse per Mosca?

«Krusciov era uomo emotivo ed impetuoso, e odiava Kennedy dall' epoca delle crisi dei missili a Cuba, perché lo aveva fatto sembrare uno stupido costringendolo al ritiro. L'ordine per eliminare il capo della Casa Bianca era stato emesso. Poi Krusciov aveva capito che così rischiava la guerra con gli Usa, e aveva bloccato il Kgb. Oswald però era un fanatico e non era riuscito a fermarsi».

Jack Ruby fu parte dell'operazione?

«Il Kgb gli ordinò di uccidere Oswald, perché altrimenti avrebbe sicuramente parlato».

Perché gli investigatori e la Commissione Warren non lo avrebbero scoperto?

«L'analisi delle comunicazioni fra Krusciov ed Oswald non fu fatta in maniera efficace. Il mio coautore Pacepa, che operava in quel mondo, ne era convinto. Ora speriamo nella revisione dei fatti».

Voi scrivete che dopo l'uccisione di Kennedy l'Urss aveva lanciato una campagna di disinformazione, anche attraverso la pubblicazione di libri, a cui aveva partecipato l'editore di origini italiane Carlo Aldo Marzani.

«I russi fanno sempre disinformazione, è un aspetto centrale del loro rapporto col mondo esterno. A volte ci incappano buoni autori, altre volte quelli cattivi. Sarebbe bello poter verificare credenziali e motivi di tutti, ma su Kennedy sono stati pubblicati oltre 3.000 libri, e buona parte contiene bugie».

Denunciate che Marzani era «un noto agente del Kgb (nome in codice Nord)».

«Il Kgb ha sempre usato centinaia di "illegali", cittadini stranieri che passano l'intera vita a disposizione di Mosca, magari per essere chiamati all'azione una sola volta, o anche mai. Ruby era uno di questi. In genere fanno lavori e conducono esistenze normali, fino a quando vengono attivati».

Scrivete che uno di loro era Teodoro Castro, ambasciatore della Costa Rica in Vaticano, che in realtà era l'agente Iosif Grigulevich mandato da Stalin a Roma per eliminare Pio XII.

«La Chiesa cattolica è sempre stata un target del Kgb, per molti motivi. Pio XII era inviso per varie ragioni. È una vergogna, perché durante la Seconda Guerra Mondiale aveva compiuto molti passi per proteggere gli ebrei ed ostacolare i nazisti. I papi avevano operato in onestà, a differenza di chi uccideva».

Dite che il complotto era stato cancellato per la morte di Stalin.

«Il processo decisionale somiglia a quello che aveva usato Krusciov nei confronti di Kennedy».

Denunciate che il padre della bomba atomica, Oppenheimer, aveva passato i segreti delle armi nucleari ai sovietici, parlandone con i colleghi del Manhattan Project, incluso Enrico Fermi.

«La condivisione di questi segreti con Mosca è avvenuta, con l'accordo di Oppenheimer e gli altri colleghi».

Perché?

«Ragioni ideologiche, e la preoccupazione che i nazisti arrivassero prima. Coinvolgendo i sovietici speravano di accelerare».

Fermi sapeva ed era d'accordo?

«Questo ho letto, e credo sia così».

Riportate una conversazione di Pacepa con il leader romeno Gheorghe Gheorghiu-Dej, in cui il suo amico Chivu Stoica dice che Togliatti era stato ucciso in Crimea, non era morto di malattia.

«È una conversazione che ha ascoltato di persona».

Nel libro sostenete che questi comportamenti sono una costante dei russi, anche oggi. È credibile che abbiano interferito nelle elezioni in Italia e il referendum del 2016?

«Assolutamente. I russi interferiscono nella politica dei vicini da decenni, è quello che fanno. Semmai bisogna chiedersi perché non lo fanno, quando non avviene. Lo considerano un loro diritto, e non è limitato alle operazioni digitali o all'uso dell'intelligenza artificiale. Include anche l'omicidio, come nel caso di Ruby».

L'audio di Gianluca Savoini, collaboratore di Matteo Salvini che discuteva di corruzione all'hotel Metropol, è credibile?

«Certo. È sfacciato parlarne seduti nella hall di un hotel a Mosca, ma i russi vanno oltre la sfacciataggine. Sono molto diretti nelle operazioni di interferenza».

Danno soldi per ottenere favori, o come strumento di ricatto?

«Usano entrambe le tecniche. L'Italia è da sempre un target. Pacepa era informato sulle operazioni nell'area del Mediterraneo e lo confermava».

Quando la Russia aveva inviato la missione in Lombardia per il Covid, La Stampa aveva rivelato che era condotta da personale militare dell'intelligence. Il ministero della Difesa di Mosca aveva reagito con un comunicato minaccioso.

«Noi americani - ride Woolsey - definiremmo una simile risposta come "spararsi nei piedi", ma i russi hanno un approccio filosofico diverso».

Il New Yorker ha scritto che hanno usato ceppi di Covid italiano per fare i test del loro vaccino Sputnik.

John Fitzgerald Kennedy, "il fotogramma fatto sparire". Attentato a Dallas, l'orrore che non vi hanno fatto vedere. Libero Quotidiano il 21 giugno 2021. Se ne è andato a 92 anni Dick Stolley, primo direttore della rivista People e autore di uno dei più grandi scoop della storia. Il 22 novembre 1963 riuscì ad ottenere da Abraham Zapruder il filmato in 8 millimetri della morte di John Kennedy, le uniche immagini esistenti dell'assassinio. Stolley, 35 anni, dirigeva la redazione della rivista Life a Los Angeles. Una collaboratrice della rivista, gli rivelò l'esistenza di quel filmato e il nome dell'autore. Stolley prese allora l'elenco del telefono della città di Dallas, lo scorse fino alla lettera Z e trovò il numero di un certo Abraham Zapruder: chiamò per ore, ogni 15 minuti, finché alle 23 rispose qualcuno con voce stanca. "Mi presentai e chiesi se fossi il primo giornalista a chiamare", raccontò Stolley anni fa. Zapruder rispose di sì, ma rifiutò di incontrarlo quella sera stessa perché era esausto dopo quella giornata tragica. "Non feci nessuna pressione: a volte in questo lavoro c' è un sesto senso che ti dice di evitare. È stata la miglior decisione della mia vita". Guardò poi il filmato, 26,6 secondi, insieme a due agenti del secret service. Stolley, scrive il Corriere della Sera, offrì a Zapruder 50 mila dollari per i diritti di pubblicazione - in seguito divennero 150 mila - e la promessa che Life non avrebbe messo in pagina i frame più espliciti. Il sarto accettò e la rivista pubblicò 31 frame, ma non il 313, quello in cui si vedeva la testa del presidente esplodere per l'impatto con il proiettile. Quella parte, rivelò Stolley decenni dopo, gli faceva ancora saltare un battito del cuore. "Tutti sapevamo cos' era successo, ma nessuno sapeva come". Quel frame è stato visto e inserito nel film Jfk di Oliver Stone. Zapruder morì nel 1970, e nel 1999 il governo americano pagò ai suoi eredi 16 milioni di dollari per la pellicola originale, che nel frattempo Life aveva restituito alla famiglia per un dollaro simbolico.

Andrea Marinelli per il "Corriere della Sera" il 21 giugno 2021. Se ne è andato a 92 anni Dick Stolley, primo direttore della rivista People e autore di uno dei più grandi scoop della storia. Fu lui, il 22 novembre 1963, a ottenere dal sarto di origine ucraina Abraham Zapruder il filmato in 8 millimetri della morte di John Kennedy, le uniche immagini esistenti dell'assassinio. Quel giorno Stolley, che aveva 35 anni e dirigeva la redazione della rivista Life a Los Angeles, saltò su un aereo e si precipitò a Dallas come centinaia di suoi colleghi giornalisti, arrivati da tutto il Paese in cerca di una notizia in più - grande o piccola - sulla tragica morte del presidente americano. Appena atterrato Patsy Swank, una collaboratrice della rivista, gli rivelò l'esistenza di quel filmato amatoriale e il nome dell'autore, di cui però conosceva soltanto la pronuncia. Stolley prese allora l'elenco del telefono della città di Dallas, lo scorse fino alla lettera Z e trovò il numero di un certo Abraham Zapruder: chiamò per ore, ogni 15 minuti, finché alle 23 rispose qualcuno con voce stanca. «Mi presentai e chiesi se fossi il primo giornalista a chiamare», raccontò Stolley anni fa. Zapruder rispose di sì, ma rifiutò di incontrarlo quella sera stessa perché era esausto dopo quella giornata tragica. «Non feci nessuna pressione: a volte in questo lavoro c' è un sesto senso che ti dice di evitare. È stata la miglior decisione della mia vita». Si accordarono per vedersi alle 9 del mattino seguente a casa del sarto, ma Stolley arrivò un'ora prima, anticipando i giornalisti che nel frattempo avevano rintracciato Zapruder. Guardarono il filmato - 26,6 traumatici secondi, 486 frame che sarebbero entrati nella storia - insieme a due agenti del secret service. Poi, mentre i colleghi bussavano con foga alla porta, Stolley offrì a Zapruder 50 mila dollari per i diritti di pubblicazione - in seguito divennero 150 mila - e la promessa che Life non avrebbe messo in pagina i frame più espliciti. Il sarto accettò e la rivista pubblicò 31 frame, ma non il 313, quello in cui si vedeva la testa del presidente esplodere per l'impatto con il proiettile. Quella parte, rivelò Stolley decenni dopo, gli faceva ancora saltare un battito del cuore. «Tutti sapevamo cos' era successo, ma nessuno sapeva come». Zapruder morì nel 1970, e nel 1999 il governo americano pagò ai suoi eredi 16 milioni di dollari per la pellicola originale, che nel frattempo Life aveva restituito alla famiglia per un dollaro simbolico. Stolley fu chiamato invece nel 1974 a dirigere People, che stava nascendo da una costola di Time per raccontare il mondo delle celebrity: nei suoi otto anni al comando raggiunse una diffusione di 2,35 milioni di copie e divenne la rivista più venduta d' America. Per decidere quale star dovesse finire in copertina - una scelta che poteva far decollare una carriera o precipitare le vendite della rivista, nota il Washington Post - aveva scovato una formula, che di questi tempi non filerebbe liscia nelle redazioni americane: «Giovane è meglio di vecchio. Bello è meglio di brutto. Ricco è meglio di povero. Tv è meglio di musica. Musica è meglio di cinema. Cinema è meglio di sport.Tutto è meglio della politica. Niente è meglio di una celebrità morta». Quest' ultimo passaggio lo aveva imparato sulla sua pelle, decidendo di non mettere in copertina Elvis Presley dopo la morte, in quello che definiva il peggior errore della sua carriera. A chi invece storceva il naso per quel giornalismo poco impegnato, Stolley rispondeva che People «racconta il genere umano come non fa nessun altro». Erano gli anni Settanta, che non erano soltanto la «Me Decade» dell'individualismo come sosteneva Tom Wolfe: per Stolley erano anche la «You Decade», un'epoca di grande curiosità nei confronti degli altri o, come diceva il motto della rivista, verso «gente straordinaria che fa cose ordinarie, e gente ordinaria che fa cose straordinarie». Gente ordinaria come il sarto Zapruder, che si ritrovò protagonista di un evento straordinario.

ROBERT FRANCIS KENNEDY.

Robert Kennedy su biografieonline.it. Biografia.

Il sogno spezzato. Nato il 20 novembre 1925, Robert Francis Kennedy, chiamato amichevolmente anche Bob oppure Bobby, si laurea all'università di Harvard nel 1948, dopo una breve esperienza nella marina militare. Consegue la specializzazione in Legge all'Universita della Virginia nel 1951 e guida la campagna per le elezioni al Senato (1952) che vede candidato, poi vincente, il fratello maggiore John. Robert Kennedy si costruisce un nome entrando tra i principali consulenti legale del senato che lavorano per le udienze del "Comitato anti-rackets", nel 1956. Lascia il comitato nel 1959 per guidare e sostenere la campagna presidenziale del fratello. Durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, Robert svolge un ruolo di consigliere chiave nelle questioni cubane dell'invasione della baia dei porci del 1961 e la crisi dei missili 18 mesi più tardi, nell'escalation dell'azione militare del Vietnam e la diffusione e l'allargamento del Movimento per i Diritti Civili e della relativa violenza di rappresaglia. Robert Kennedy lascia il governo per un posto al Senato degli Stati Uniti, rappresentando New York. Viene eletto nel novembre del 1964 e quattro anni più tardi annuncia la sua candidatura per la presidenza. Il 4 aprile, durante un viaggio promozionale ad Indianapolis, viene a conoscenza dell'assassinio di Martin Luther King. Durante il suo discorso Bob Kennedy chiede e sottolinea fortemente quanto sia necessaria una riconciliazione fra le razze. Kennedy vince le primarie in Indiana e nel Nebraska, perde in Oregon e il 4 giugno 1968, la sua candidatura riceve una grande spinta con la vittoria in South Dakota e California. Ma dopo aver incontrato i suoi sostenitori quella stessa sera all'Ambassador Hotel di Los Angeles, Robert Kennedy viene assassinato con un colpo di pistola. Robert Kennedy muore all'alba del 6 giugno 1968, a soli 42 anni. La sua salma riposa vicino a quella del fratello nell'"Arlington National Cemetery".

Jfk: sulle tracce degli assassini. Muliduri.blogspot.com 6 marzo 2019 dal sito Il Corsivo Quotidiano domenica 25 dicembre 2011.

TUTTA LA VERITA’ SULL’ OMICIDIO DI BOB KENNEDY. L’UOMO CHE AVREBBE CAMBIATO IL MONDO dal sito Il Corsivo Quotidiano. Semplicemente il più grande insabbiamento della storia. La storia ufficiale racconta che un ragazzo palestinese disturbato, Shiran Shiran, sia riuscito ad intrufolarsi nel blindatissimo Hotel Ambassador di Los Angeles e uccidere a colpi di pistola il futuro presidente degli Stati Uniti, Robert Kennedy, fratello di JFK. É il 5 giugno 1968. Bob Kennedy avrebbe cambiato l’America e di conseguenza l’intero Mondo Libero: indignato dalla morte del fratello voleva davvero cambiare le cose: basta guerre, basta dominio delle banche e della politica corrotta. Un personaggio troppo scomodo. Che doveva essere messo a tacere. Bobby stava transitando per la cucina dell’hotel, dopo il discorso di ringraziamento per aver vinto le primarie della California. La sala congressi era così gremita che per uscire dall’hotel bisognava per forza passare per le cucine. C’erano centinaia di persone e telecamere al seguito del terzogenito della famiglia Kennedy. L’omicidio é stato filmato e fotografato. Si vede Shiran (foto qui a fianco) che punta la pistola contro Bobby e spara. Il futuro presidente cade a terra. Viene immediatamente soccorso. morirà il giorno seguente al Good Samarithan, l’ospedale di L.A. É l’ 1:44 del 6 giugno 1986. La seconda operazione chirurgica per salvare Bobby, é appena fallita. Aveva 42 anni. Il caso sembra chiuso. Uno psicopatico ha eluso la sicurezza, ha seguito Kennedy nelle cucine e l’ha ucciso. Incastrato da centinaia di testimonianze oculari. Un filmato. Foto. Registrazioni audio. Il processo stesso sembrerebbe addirittura un optional. Tutti vorrebbero friggere Shiran sulla sedia elettrica. Immediatamente.

Eppur non é come sembra..: Come ci rimanete se vi dicessi che non é stato Shiran a uccidere Bob Kennedy? Sembra paradossale, ma é così. Ci sono diverse cose che non quadrano:

La pistola di Shiran poteva sparare solo 8 colpi. Sulla scena del delitto ce ne sono 11.

I test sulla balistica dimostrano che dal punto in cui si trovava Shiran era impossibile colpire Bobby in quel modo.

Shiran era in stato di tranche. Ciondolava meccanicamente a destra e sinistra. Continuava a ripetere l’agghiacciante cantilena “Bob Kennedy must die”. Non ricorda più nulla dell’accaduto. La perizia psichiatrica parla di reale amnesia, indotta da psicofarmaci ed LSD. E se vi dicessi che gli hanno fatto il lavaggio del cervello? Non sto scherzando. (leggi tutta la verità sul progetto MK-ULTRA della CIA)

La guardia del corpo di Kennedy venne sostituito all’ultimo da un certo Eugen Then Caesar. La sua pistola non venne mai ritrovata o analizzata.

Il difensore d’ufficio di Shiran non fece nulla per difendere il suo assistito.

La polizia di L.A. si sostituì misteriosamente all’F.B.I. in un caso così importante.

Lo stipite della porta con due colpi conficcati venne fatto sparire. Venne ritrovato anni dopo in un magazzino di L.A. Era una prova schiacciante che a sparare non fu Shiran.

L’Autopsia ufficiale del dottor Nogouchi parla di tracce di polvere da sparo sull’orecchio di Bobby. Solo un colpo a bruciapelo, da 2-3 cm avrebbe potuto lasciare quelle tracce. Shiran era ad un metro e mezzo. Le improbabili traiettorie dei proiettili, ufficialmente scoppiati dalla pistola dello sprovveduto ragazzo palestinese, non sono affatto compatibili con gli esami del dottor Nogouchi. L’unica spiegazione compatibile é che a sparare i colpi mortali sia stato proprio Caesar, il sostituto della guardia del corpo, mentre trascinava a terra Bobby, subito dopo i primi colpi a vuoto scoccati da Shiran e che si sono conficcati, guarda caso nello stipite che é stato fatto sparire.

Un ragazzino di nome Scott Henyart é riuscito a scattare un rullino intero di foto e lo ha consegnato alla polizia di L.A. Solo anni dopo gli é stato restituito. All’appello però mancano 8 fotografie.

Sandra Cerrano poteva essere una testimone chiave. Ha visto due personaggi scappare urlando: “il piano é riuscito, abbiamo ucciso Kennedy!” Dopo ore di interrogatorio i poliziotti di L.A. Hanno costretto la teste a cambiare testimonianza. La registrazione dell’interrogatorio parla chiaro. Sandra Cerrano é stata costretta a ritrattare.

Il 1968 fu un anno cruciale per la storia americana, con la drammatica escalation in Vietnam (a cui Kennedy avrebbe immediatamente posto fine), l’esplosione contemporanea dei movimenti giovanili e di quelli per i diritti civili. Kennedy e Martin Luther King rischiavano di unificare in una miscela inarrestabile di rinnovamento.

Un’ipotesi evidentemente inaccettabile, per chi decise di far uccidere Martin Luther King in aprile e Kennedy a Giugno.

Guarda il docufilm “L’Altra Dallas” (in quattro parti) L’inchiesta che spiega in dettaglio tutti i punti oscuri dell’omicidio di Bob Kennedy. Rimarrai allibito nel constatare in che modo subdolo ci hanno mentito fino ad oggi.

Bobby Kennedy for President: recensione della docu-serie di Dawn Porter. La serie documentario di Dawn Porter, disponibile su Netflix, esamina l'intero percorso politico di Bobby Kennedy, spiegando e mostrando quanto ha rappresentato per il popolo americano.. Lucia Tedesco su cinematographe.it il 7 Maggio 2018. Bobby Kennedy for President è una docu-serie originale Netflix, diretta da Dawn Porter, incentrata sulla vita politica e amministrativa di Robert F. Kennedy e sull’eredità di un uomo che, con il suo operato e la sua vocazione, ha ridefinito un paese contraddittorio e singolare come gli Stati Uniti d’America. La serie è stata rilasciata nell’anno del 50° anniversario della corsa presidenziale di Kennedy, che durò 83 giorni, ufficialmente iniziata il 16 marzo 1968 e conclusasi tragicamente con il suo assassinio all’Ambassador Hotel di Los Angeles. Bobby Kennedy for President mostra, attraverso quattro puntate da un’ora, il lascito politico di Robert F. Kennedy ed esplora la sua trasformazione da ministro della giustizia a candidato alle elezioni presidenziali del 1968, fino a sostenitore delle minoranze, della giustizia sociale e dei diritti civili. Bobby Kennedy for President è una serie impreziosita da immagini di repertorio, filmati d’archivio rari e mai visti prima, molti dei quali sono stati digitalizzati per la prima volta grazie a Netflix. Si possono ammirare video tratti dalla campagna elettorale di Bobby Kennedy, altri durante la sua partecipazione a rivolte, marce, manifestazioni. Inoltre il documentario è intervallato da interessanti interviste a membri del suo staff, ex colleghi, amici e attivisti come John Lewis, Marian Wright Edelman, Dolores Huerta, l’assistente William Vanden Heuvel e Paul Schrade, che fu ferito durante l’assassinio. Robert Kennedy era un uomo percettivo, meticoloso che riuscì a catturare l’attenzione dei giovani americani e la lealtà delle minoranze poiché parlò al cuore dei suoi elettori, discutendo di tematiche sensibili come il Vietnam, la povertà, il disordine civile e captò una certa insoddisfazione nei giovani, provocando attraverso i suoi discorsi e i suoi comizi democratici la loro immaginazione e una speranza, che le cose potessero cambiare. Ma il sogno fu infranto: la morte di Kennedy arrivò solo due mesi dopo l’uccisione di Martin Luther King Jr. e meno di cinque anni dopo la morte del fratello maggiore, il presidente John F. Kennedy. Chiaramente c’era (e c’è) qualcosa di marcio, corrosivo e infausto nel sistema americano, qualcosa che ha portato il politico e leader dei diritti civili John Lewis a chiedersi: “Cosa sta succedendo in America? Perdere Martin Luther King Jr. e poi Bobby Kennedy? È troppo.” Bobby Kennedy for President è una serie che riesce a svincolarsi dalle convenzioni, mostrandosi come un ibrido, come un documentario non biografico, un’indagine che si focalizza su tematiche socio-politiche e anche, in parte, sull’assassinio di Kennedy. Il regista è stato abile nel non perdersi troppo nel complottismo, nel lacrimevole, mostrando realmente la vita politica di Bobby Kennedy forse come non era mai stata raccontata. C’è così tanto nella sua carriera e nella sua vita di cui non si è mai discusso, e ciò a cui si assiste è una storia puramente immersiva che fa vivere allo spettatore i turbolenti anni ’60. Attraverso foto rare e video d’archivio viene mostrato e rivelato il vero volto di Bobby Kennedy, un uomo coraggioso che si è evoluto sullo sfondo del suo stesso dolore, durante un momento storico delicato e divisivo del suo paese e della sua vita personale. Viene mostrato senza glorificazioni, con i suoi difetti, come quando dubitò del suo coinvolgimento nelle questioni dei diritti civili perché pensava che ciò avrebbe allontanato gli elettori bianchi nel Sud. Viene rammentato anche quando firmò per le intercettazioni dell’FBI della casa e degli uffici di King e inoltre, anche dopo l’assassinio di John F. Kennedy, viene mostrato quanto era poco ben voluto quando egli cercò un incarico pubblico: molti asserirono di averne abbastanza della famiglia Kennedy. Ma ovviamente viene mostrato anche tanto altro, le sue visite ai quartieri poveri, l’incontro con gli attivisti César Chavez e Dolores Huerta durante lo sciopero dei lavoratori agricoli del 1965 a Delano, le sue battaglie contro la guerra in Vietnam e ancora Martin Luther King, Malcolm X, il Watergate, Cuba. Una cosa è certa: Kennedy ci rammenta che la politica deve servire al bene pubblico. Bobby Kennedy for President è diviso in quattro puntate: Una nuova generazione, Vorrei servire il paese, Si vive una volta sola e Fare giustizia per Bobby. Una serie che è riuscita a coprire l’intero percorso politico di Bobby Kennedy, spiegando e mostrando quanto ha rappresentato per il popolo americano e quale insegnamento è riuscito a lasciare dietro di sé al mondo intero. 

Rosemary, la figlia oscura dei Kennedy che il padre fece lobotomizzare. Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 26 Novembre 2021. Terzogenita di Joseph e Rose, sorella del futuro presidente degli Stati Uniti, era vissuta come un ostacolo dal padre. Che nel 1941, a ventitré anni, la fece operare al cervello. «Dopo avere sedato Rosemary in modo leggero, aprimmo la sua fronte all’apice. Penso fosse sveglia, le avevamo dato solo un debole tranquillante. Feci due piccole incisioni chirurgiche. Da entrambe le parti. Non più larghe di un pollice», racconterà anni dopo James W. Watts, il chirurgo del George Washington University Hospital, a due passi da White House, che si era prestato a operare la ragazza al posto di Walter J. Freeman, il santone della lobotomia che non era autorizzato a usare il bisturi ma girava l’America con un furgone chiamato «LobotoMobile» dove «quietava» i pazienti per 25 dollari cash. Usava, spiegherà Watts in quell’unica sua intervista, uno strumento che «aveva l’aspetto di un coltello per il burro» e lui muoveva «avanti e indietro, sopra e sotto, per tagliare sulla fronte il tessuto cerebrale» mentre lo stregone Freeman chiedeva alla paziente di recitare una preghiera, cantare God Bless America o contare a ritroso: 100, 99, 98, 97... «Le sue pulsazioni divennero più rapide, la sua pressione sanguigna salì. Decidevamo quanto tagliare in base alle sue risposte... Io facevo le incisioni, il dottor Freeman stimava via via quanto dovevamo tagliare in base a quanto lei rispondeva... Quando diventò incoerente lui disse: “Adesso basta’”. E ci fermammo». Rosemary Kennedy da quel momento non era più un problema. Entrata in sala operatoria bella, florida, con tutta l’esuberante vitalità dei suoi 23 anni un po’ svitati, era ora ridotta a una disabile semiparalizzata, incapace di intendere e volere, gravemente limitata nella parola, fuori portata per ogni vitellone biondo e aitante che avesse mirato a lei o alla sua dote familiare creando imbarazzi a quella sorta di «Famiglia reale» americana. Era il novembre 1941. Ottant’anni fa. Era stato lui, Joseph P. Kennedy, ambizioso, ricchissimo e «disinvolto» imprenditore nipote d’un irlandese cattolico immigrato in Massachusetts, a volere la lobotomia. Sposato con la figlia dell’allora sindaco di Boston, Rose, lanciato in politica al punto d’esser nominato ambasciatore nel Regno Unito ma presto mortificato da Franklin D. Roosevelt col richiamo in patria per sospette simpatie verso Hitler, era decisissimo a portare un figlio, grazie alle sue disponibilità finanziarie e alle influenze, alla Casa Bianca. Ma Rosemary? Come doveva regolarsi, con Rosemary? Nata nel settembre 1918 nella villa di famiglia, dov’era stata allestita una stanza asettica con tanto di ostetrica, la bimba era infatti rimasta vittima di un parto complicato. Colpa delle doglie improvvise? Dell’infermiera che consigliò a Rose di tener duro in attesa del dottore? Della mala sorte? Fatto è che la piccola era nata con un ritardo mentale che sulle prime era parso lieve ma col tempo s’era aggravato. «Era una bambina bellissima, somigliava alla mamma», scriverà in un articolo pubblicato nel 1962 sul «Saturday Evening Post» la sorella Eunice, che diventerà col marito Robert Sargent Shriver una storica sostenitrice dei diritti dei disabili e delle Paralimpiadi, «per molto tempo la mia famiglia pensò che tutti noi, lavorando insieme, potessimo offrire a mia sorella una vita felice in mezzo a noi». Per anni, insisterà, «questi sforzi sembrarono funzionare. I miei genitori e noi altri otto fratelli cercavamo di includere Rose in tutto ciò che facevamo». A tavola però «non era in grado di tagliare la sua carne, che le veniva servita già tagliata. Più tardi, durante l’adolescenza, fu sempre più difficile per lei. Nella competizione sociale non poteva tenere il passo». Il passo dei Kennedy, poi! «Nel 1941, quando tornammo negli Stati Uniti, Rosemary non faceva progressi, ma pareva anzi andare indietro. A 22 anni stava diventando sempre più irritabile e difficile. La sua memoria, la sua capacità di concentrazione e il suo giudizio stavano declinando. Mia madre la portò da dozzine di psicologi e dottori. Tutti dissero che le sue condizioni non sarebbero migliorate e che sarebbe stata molto più felice in un istituto, dove c’era molta meno competitività e dove le nostre numerose attività non avrebbero messo a repentaglio la sua salute». Testuale. La storica Kate Clifford Larson, la prima ad aver accesso a tutte le lettere della ragazza (piene di errori) e autrice del libro Rosemary: la figlia nascosta di Kennedy, ricostruisce un quadro del ritorno in patria ancora più drammatico. Anzi, disastroso, per usare le parole della scrittrice e accademica Meryl Gordon sul «New York Times»: «Era regredita, aveva convulsioni e violenti scoppi d’ira, colpiva e feriva quanti si trovavano nelle vicinanze. I genitori la mandarono in un campo estivo nel Massachusetts (cacciata dopo poche settimane), in un collegio di Filadelfia (pochi mesi), quindi in una scuola conventuale a Washington dove la ribelle Rosemary si allontanò di notte...». A farla breve: Joseph e Rose Kennedy erano sempre più angosciati all’idea che qualcuno potesse «approfittare sessualmente della loro figlia vulnerabile» e che uno scandalo potesse scardinare «le prospettive politiche della famiglia». Vero? Falso? Possibile. Fatto è che a un certo punto, pare senza parlarne alla moglie, Joseph si pose il problema di «disinnescare», diciamo così, la ragazza (che nelle lettere scriveva al papà: «Farei qualsiasi cosa per renderti felice») e decise di affidarsi a quella lobotomia fino ad allora sperimentata, con esiti molto controversi, sulle scimmie (i primi erano stati due scimpanzé, Lucy e Becky, che avevano perso ogni aggressività ma pure ogni interesse al mondo intorno) e su un ristretto numero di pazienti. Una «cura» ad alto rischio, rifiutata dall’American Medical Association perché, come scriverà in The Sins of the Father il saggista Ronald Kessler, «a causa del danno cerebrale i pazienti diventavano essenzialmente degli zombi». Era consapevole, Joe Kennedy, di tutti i rischi? Certo è che li accettò. Né la famiglia, a quanto pare, glielo rinfacciò mai pubblicamente. Unica eccezione, forse, una frase di Eunice in quell’articolo del ’62, mentre il fratello John Fitzgerald era presidente degli Stati Uniti e un altro, Robert Kennedy, ministro della Giustizia. Articolo dove, spiegando che comunque a Rosemary il ricovero in istituto «unito alla comprensione delle suore responsabili» rendeva «la vita gradevole», scriveva: «Mi riempie di tristezza pensare che questo cambiamento non sarebbe stato necessario se avessimo saputo allora ciò che sappiamo oggi». Era dunque un passo «necessario»? Mah... Certo in un’America che aveva visto 29 Stati (ventinove!) promuovere orribili leggi di sterilizzazione eugenetica, lei stessa si sentiva in dovere di spiegare che «come il diabete, la sordità, la poliomielite o qualsiasi altra disgrazia, il ritardo mentale può verificarsi in qualunque famiglia. È successo nelle famiglie dei poveri e dei ricchi, dei governatori, dei senatori, dei premi Nobel, dei dottori, degli avvocati, degli scrittori, degli uomini di genio, dei presidenti delle corporation, del presidente degli Stati Uniti...». Segno che nella Casa reale americana Rosemary, che sarebbe morta nel 2005 sessantaquattro anni dopo essere stata spenta, era rimasta una ferita aperta. 

·        La Guerra Fredda.

Storia dell’operazione Valuable: il fiasco di Cia e Mi6 durante la Guerra fredda. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 25 giugno 2021. Agli albori della Guerra fredda, sullo sfondo dei primi conflitti per procura, delle prime rivoluzioni pilotate e delle prime elezioni manipolate da burattinai operanti per conto di Stati Uniti e Unione Sovietica, nella Terra delle Aquile, la Shqipëria, ebbe luogo una delle missioni segrete più segrete del secondo Novecento: l’operazione Valuable. Esperti di strategia militare e guerra irregolare provenienti da una costellazione variegata di Paesi, Italia inclusa, unirono gli sforzi con l’obiettivo di abbattere la dittatura di Enver Hoxha, il litigioso comunista di ferro che fra il 1948 e il 1978 avrebbe saputo inimicarsi la Iugoslavia di Tito, l’Unione Sovietica di Nikita Kruscev e la Cina di Deng Xiaoping. Gli agenti senza nome e senza volto dell’operazione Valuable erano certi che sarebbero andati a colpo sicuro, perché convinti di aver calcolato ogni variabile e previsto ogni scenario. Avevano torto: non avevano tenuto in considerazione la più imprevedibile delle variabili, quella del tradimento. Questa è la loro storia.

Sognando di detronizzare Hoxha. Bucarest, 28 giugno 1948: il Cominform accusa il maresciallo Tito di revisionismo e collusione con l’Occidente, all’acme di una stagione di tensione e schermaglie fra Iugoslavia e Unione Sovietica, dando formalmente inizio al primo conflitto intestino al mondo comunista. Quella frattura rappresenta una potenziale miniera d’oro per l’Occidente: da un lato si manifesta l’opportunità unica e irripetibile di de-satellizzare la pivotale Iugoslavia, dall’altro alcuni temerari credono che sussistano dei margini di manovra per agire sull’Albania. Convinzione degli strateghi di CIA e MI6 era che quella albanese fosse la dittatura più fragile e vulnerabile dello spazio comunista per via di una serie di fattori sfruttabili a scopo destabilizzativo: il pluralismo religioso, la povertà endemica, la netta divisione urbano-rurale, la presenza di realtà clanistico-tribali nell’Albania montana e, ultimo ma non importante, l’esistenza di comunità diasporiche nel resto d’Europa sulle quali fare affidamento per condurre attività spionistiche, consumare sabotaggi e stabilire contatti utili con la resistenza interna. Gli analisti dei servizi segreti occidentali avevano ragione e torto allo stesso tempo: quei talloni d’Achille esistevano, sì, ma utilizzarli per rimuovere Hoxha si sarebbe rivelato più arduo del previsto. L’idea del MI6 era semplice, oltre che economica, perciò avrebbe attratto e convinto la CIA: reclutare insurgenti tra le comunità diasporiche stanziate fra Grecia, Italia e Turchia, addestrarli alla guerra irregolare in campi ad hoc allestiti tra Europa e Africa settentrionale e, infine, una volta armati, paracadutarli negli altopiani popolati da clan indomiti e nostalgici di re Zog. La speranza-aspettativa degli analisti era che gli albanesi, venuti a conoscenza dell’esistenza di una resistenza armata e supportata dall’estero, avrebbero acceso dei focolai di insurrezione e condotto rapidamente al collasso del regime dittatoriale.

Hoxha sapeva. Alla pianificazione dell’operazione super-segreta avrebbero partecipato i più importanti personaggi dell’intelligence angloamericana dell’epoca, da William Hayter a Franklin Lindsay, incluso il famigerato Kim Philby. Hayter e Lindsay non potevano sapere né immaginare che l’operazione Valuable sarebbe fallita a causa del tradimento dell’insospettabile Philby. Quest’ultimo, che all’epoca era un agente di alto rango del MI6, alcuni anni più tardi sarebbe fuggito in Unione Sovietica, svelando al mondo intero il suo vero credo e un’attività doppiogiochistica lunga un trentennio. Philby rese edotti i sovietici di ogni singola fase dell’operazione Valuable: dal reclutamento degli insurgenti al loro armamento, passando per la mappatura del territorio e il dialogo nel dietro le quinte tra Washington e l’esiliato re Zog. Grazie alle informazioni di Philby, inoltrate tempestivamente da Mosca a Tirana, Hoxha poté elaborare un efficace ed efficiente piano anti-golpe, venendo a conoscenza, ad esempio, delle date e dei luoghi degli sbarchi e dei paracadutaggi di insorti e dei centri da mettere sotto sorveglianza perché caratterizzati dall’alta concentrazione di anticomunisti o perché a rischio sabotaggio.

Il fallimento dell’operazione. Fu nel contesto dell’operazione Valuable che gli esuli albanesi in Occidente diedero vita al Comitato nazionale per l’Albania libera (Komiteti Kombëtar “Shqipëria e Lirë”), fondato a Roma a cavallo fra il 1948 e il 1949 e supportato attivamente dal governo italiano allo scopo di ripristinare l’antica influenza sulla terra delle Aquile. Protetti dai servizi segreti italiani, e addestrati (e armati) da quelli britannici e americani, i primi soldati del Comitato nazionale per l’Albania libera salparono per la loro terra ai primordi dell’ottobre 1949. Partiti da un porto italiano sull’Adriatico, i “folletti” – come furono ribattezzati dal MI6 – sbarcarono nei pressi di Valona, dove ad accoglierli, però, avrebbero trovato le forze di sicurezza (e la morte). Uno scenario che si sarebbe ripetuto periodicamente, a cadenza regolare, impedendo all’operazione di decollare e al Comitato di farsi conoscere tra la popolazione. L’ultimo tentativo di approdo sulle coste albanesi avvenne alla vigilia della Pasqua 1952, concludendosi nella stessa maniera dei precedenti: arresti e uccisioni. All’indomani dell’ennesimo fallimento, nella consapevolezza di aver versato sangue senza conseguire nessun risultato, da Washington sarebbe giunto l’ordine di sospendere l’operazione e di riporla gelosamente nel cassetto delle memorie da dimenticare. Nel complesso, il triennio di sbarchi dall’Adriatico e di incursioni terrestri via Iugoslavia e via Grecia sarebbe costato caro all’Occidente: almeno trecento i civili e i soldati del Comitato nazionale per l’Albania libera e della Compagnia 4000 – un’altra sigla anticomunista costituita nell’ambito dell’operazione Valuable e con sede nella Germania Ovest – assassinati dalle guardie armate dell’onnisciente Hoxha. Un bagno di sangue che alcuni imputarono alla miopia degli analisti e che altri addossarono ai combattenti. Un bagno di sangue di cui nessuno volle addossarsi la responsabilità e che, in effetti, più che dagli errori di calcolo degli analisti e dalla scarsa preparazione degli insorti, fu causato da un insospettabile fedifrago: Philby, la spia di Sua Maestà al servizio del Cremlino. 

La lezione di Brzezinski su Usa e Europa: così ha previsto il mondo del 2021. Emanuel Pietrobon su Inside Over l'1 luglio 2021. Il futuro è risultato del presente nella stessa maniera in cui il presente è figlio del passato; una regola che vale tanto nella vita quanto nelle relazioni internazionali. E non si possono comprendere né il passato recente né l’attualità senza fare riferimento a Zbigniew Brzezinski, il Richelieu polacco al servizio di Vaticano e Stati Uniti, che aiutò rispettivamente a liberare la Polonia dal comunismo e a trasformare l’Afghanistan nel Vietnam dei sovietici, in particolare durante la sua attività di Consigliere per la sicurezza nazionale durante l’amministrazione di Jimmy Carter. Preservare la memoria di Brzezinski è più che fondamentale, perché trattasi di una delle eminenze grigie che più hanno contribuito a plasmare la storia dell’umanità. È al suo genio che gli Stati Uniti debbono la loro vittoria nella Guerra fredda. È alla sua lungimiranza che gli Stati Uniti debbono la forma della loro strategia per lo spazio postsovietico. Ed è soltanto a partire da una rilettura di ciò che ha scritto dal dopo-guerra fredda al 2016, anno della sua ultima pubblicazione, che si potranno comprendere eventi del passato, decifrare accadimenti del presente e pronosticare tendenze del futuro.

L’uomo che ha scritto il nostro tempo. Uno spettro si aggira per lo spazio postsovietico (e per l’Eurasia): lo spettro di Brzezinski. Uno spettro che provoca poltergeist distruttivi tra Europa, Asia e Medio Oriente dagli anni Ottanta e che ha scritto – letteralmente – la nostra contemporaneità. Perché le relazioni internazionali del 2021 sono come le aveva immaginate Brzezinski ne “La grande scacchiera” (The Grand Chessboard), opera magna che, pubblicata nel lontano 1997, risulta quanto mai valida e attuale. Lì, in quel testo per addetti ai lavori, Brzezinski delineava quella che sarebbe divenuta la grande strategia degli Stati Uniti per l’Eurasia, il cuore della Terra da mantenere sotto assedio per il bene dell’Impero americano e per la continuazione del momento unipolare nel ventunesimo secolo. Una strategia sempiterna, quella del geopolitico polacco, perché concepita per essere resistente all’erosione del tempo e all’albeggiare dell’era multipolare. Una strategia evidentemente interiorizzata da coloro in alto loco, ovvero dagli strateghi che sceneggiano e dirigono l’agenda estera della Casa Bianca, come mostrano e dimostrano gli accadimenti dell’ultimo ventennio: Brzezinski aveva suggerito di incorporare l’intero ex patto di Varsavia all’interno di Unione Europea e Alleanza Atlantica. È accaduto. Brzezinski aveva suggerito di investire sulla crescita economica e militare della Polonia, una nazione geopoliticamente unica, perché perfettamente incuneata tra Germania e Russia e, dunque, in grado di sabotare la traslazione in realtà dell’antico incubo mackinderiano di una “Gerussia”. È accaduto: oggi la Polonia è, a tutti gli effetti, il cuore pulsante del neo-maccartismo e il grande polmone di quell’euroscetticismo dalle venature antitedesche che periodicamente viene utilizzato al di là dell’Atlantico per indebolire tanto l’Ue quanto la Germania. Brzezinski aveva suggerito di profittare dell’ottenimento dell’indipendenza dell’Azerbaigian e degli –stan dell’Asia centrale per creare un “arco di instabilità”, afflitto da guerre civili e radicalizzazione religiosa, funzionale ad aumentare i costi di mantenimento dell’egemonia sullo spazio postsovietico al Cremlino. Parimenti importante sarebbe stato l’ingresso della Turchia in questo paragrafo di spazio postsovietico, perché indispensabile ai fini della (ri)turchificazione e della (re)islamizzazione. È accaduto in parte: l’emergere di regimi autoritari e/o dittatoriali di ispirazione sovietica ha favorito la stabilità interna, ma i processi di radicalizzazione religiosa sono effettivamente avvenuti – l’Asia centrale è uno dei principali bacini di reclutamento dell’internazionale jihadista sin dai primi anni Duemila – e la Turchia sta poco a poco dando vita ad un “corridoio panturco” esteso da Istanbul a Samarcanda. Brzezinski aveva suggerito di inglobare l’Ucraina nell’orbita euroamericana. È accaduto, come è noto, nel 2014. Brzezinski aveva previsto il consolidamento dell’asse franco-tedesco, mettendone in luce i potenziali rischi per il disegno americano per l’Europa: l’economia di Berlino e il militare di Parigi avrebbero potuto alimentare la comparsa di un europeismo velatamente antiamericano, cioè mirante ad una maggiore autonomia dagli Stati Uniti in campo estero. È accaduto di recente, con l’alleanza di ferro siglata da Emmanuel Macron e Angela Merkel. Brzezinski aveva previsto la formazione di un’intesa cordiale tra Russia e Cina, possibilmente estesa all’Iran, nel dopo-allontanamento dell’Ucraina dalla sfera di influenza del Cremlino – fondamentale, secondo lui, per espellere definitivamente la Russia dall’Europa e renderla un “impero asiatico”. È accaduto in parte: Russia e Cina hanno effettivamente dato vita all’alleanza tattica più importante della contemporaneità, ma né l’una né l’altra hanno manifestato l’interesse di dar vita ad una veridica coalizione antiegemonica includente l’Iran.

L’importanza di studiare Brzezinski. I posteri continuano ad interrogarsi sulla reale natura di Brzezinski, il teorico di quella geopolitica della fede che avrebbe ironicamente sconfitto l’Impero dell’ateismo con l’aiuto di preti e imam, di croci e mezzelune, e le cui analisi, più che il frutto di una vista aquilina, sembrano provenire dalla sfera di cristallo di un chiaroveggente. Brzezinski, colui che ha scritto la grande strategia per l’Eurasia della Casa Bianca e che ne aveva lucidamente anticipato e meticolosamente descritto gli effetti collaterali, può essere considerato, in tutto e per tutto, il padre della contemporaneità. Perché è a lui che si debbono fenomeni quali l’accresciuta satellizzazione dell’Unione Europea, la progressiva turchificazione dello spazio postsovietico, il mantenimento del mondo musulmano in una condizione di conflittualità cronica e l’accadere dell’evento spartiacque del nostro tempo, Euromaidan. Ed è a lui che si debbono, inoltre, alcune disamine profetiche sullo stato di salute precario della società americana – fra le quali risalta Il mondo fuori controllo (1993) –, che negli anni recenti ha cominciato a patire al chiarore del giorno a causa di quella “cornucopia permissiva” diagnosticata con largo anticipo. Non è una coincidenza che Brzezinski, un nome paradossalmente semi-sconosciuto nelle università europee, sia stato riscoperto e approfondito negli ambienti accademici di quei “due giocatori geostrategici” ai quali gli Stati Uniti avrebbero dovuto prestare attenzione – ovvero Russia e Cina – nel nome dell’antico e sempreverde “conosci il tuo nemico” – l’ultima analisi che gli è stata dedicata, targata The Global Times (il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese), è dell’aprile di quest’anno. E perché a Mosca e Pechino sia Brzezinski-mania è piuttosto chiaro: studiarlo significa capire come, dove, quando e perché lo scacchista Stati Uniti muoverà i propri pedoni in quella grande scacchiera che è l’Eurasia, l’Isola-continente da cui dipende – e sempre dipenderà – il destino del mondo. 

Chi è Carlos, sciacallo e custode di segreti. Emanuel Pietrobon su Inside Over l'1 luglio 2021. La Guerra fredda è stata un’epoca di conflitti per procura, rivoluzioni pilotate, omicidi politici, terrorismo e misteri, tanti misteri. Fra i personaggi più enigmatici ed emblematici del periodo storico più misteriosofico del Novecento ve n’è uno che risalta in maniera particolare. Questi, un guerrigliero ed un terrorista che ha dedicato la propria esistenza alle cause più disparate, dall’anti-imperialismo di stampo marxista-leninista all’antisionismo, è ancora in vita e si chiama Ilich Ramírez Sánchez, sebbene il mondo lo conosca come Carlos lo sciacallo.

Infanzia e gioventù. Ilich Ramírez Sánchez nasce a Michelena (Venezuela) il 12 ottobre 1949. Figlio di una coppia molto sui generis, la devota cattolica Elba María Sánchez e l’avvocato marxista José Altagracia Ramírez Navas, Ramírez Sánchez sarebbe cresciuto seguendo le orme e subendo l’influenza del carismatico e autoritario padre. Perché se è vero che nomen omen, il giovane venezuelano nulla avrebbe potuto per fuggire da un fato ascritto alla nascita ed emblematizzato anagraficamente in Ilich, il secondo (e meno conosciuto) nome del rivoluzionario più celebre del Novecento: Lenin. Educato al rispetto e alla venerazione del comunismo, a soli dieci anni entra a far parte del movimento giovanile del Partito comunista venezuelano e a diciassette – gennaio 1966 – partecipa con il padre alla storica Conferenza Trilaterale di L’Avana, un evento allestito nell’ambito della guerra culturale agli Stati Uniti da parte del paragrafo latinoamericano dell’internazionale rossa. Entro fine anno, il giovane avrebbe assistito all’inevitabile divorzio dei genitori: troppo differenti per stare insieme, troppo rancore da parte della madre per il modo in cui l’avvocato José aveva deciso singolarmente di educare il primogenito Ilich e i fratelli minori, Vladimir e Lenin. Partito con la madre alla volta di Londra, sceglie comunque di seguire la via alla quale è stato iniziato dal padre. Separati da un oceano, ma uniti dall’amore per un’ideologia, padre e figlio trovano un accordo riguardante il percorso di studi dell’ultimo: obiettivo laurearsi all’università Patrice Lumumba di Mosca (oggi RUDN, Università russa dell’amicizia tra i popoli). Gli studi, però, non fanno per Ilich. Espulso dall’università nel 1970, lo stesso anno avrebbe deciso di lasciarsi alle spalle la vita di rivoluzionario rosa, da comunista da salotto, partendo in direzione di Beirut. Sarebbe stato l’inizio di una lunga carriera, ma nella guerriglia e nel terrorismo, che anni dopo lo avrebbe trasformato ne “lo sciacallo”.

Il terrorista internazionale. Giunto a Beirut, Ramírez Sánchez si arruola come combattente straniero volontario nelle milizie del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Inviato ad Amman (Giordania) per apprendere i segreti della guerra asimmetrica, verrà poi reindirizzato lungo il confine siro-iraqeno per trasformare la teoria in pratica. Ed è qui, tra Libano e Siria, che Ilich, dimentico della vita precedente da rivoluzionario rosa, avrebbe assunto una nuova identità, e dato inizio ad una nuova esistenza, assumendo un nuovo nome: Carlos. Il “venezuelano venuto da Mosca” avrebbe scalato rapidamente i vertici piramidali del FPLP, distinguendosi per l’ardore, la disciplina e il notevole bagaglio culturale posseduto, un retaggio della gioventù passata a studiare geometricamente ogni angolo del confronto tra capitalismo e comunismo. In prima linea durante quel periodo passato alla storia come “settembre nero in Giordania”, ovverosia la guerra tra re Hussein e i combattenti palestinesi, Carlos si costruisce una reputazione di duro e di combattente sfrontato. Quando la battaglia finisce, con la cacciata del FPLP da Amman, lui si sposta a Londra per riprendere gli studi all’università di Westminter, ma il suo nome avrebbe continuato a riecheggiare in lungo e in largo per i circoli filopalestinesi di tutto il Medio Oriente. A Londra, Carlos avrebbe ricordato una verità dimenticata: l’avversione allo studio. Nuovamente agganciato dal FPLP, o forse mai del tutto allontanatosi da esso, nel 1973 tenta di uccidere Joseph Sieff, il numero due della Federazione Sionista Britannica, come rappresaglia per la recente eliminazione di Mohamed Boudia, ucciso a Parigi dal Mossad. Sempre a Londra, Carlos orchestra un attentato (anch’esso fallito) contro la sede locale della “cassaforte del sionismo”, la Banca Hapoalim. Costretto alla fuga, perché il terreno ha ceduto sotto i colpi dei gravi eventi delittuosi, il guerrigliero-terrorista ripara nell’Europa continentale, altalenando fra Paesi Bassi e Francia, dove continua a operare al fine della realizzazione dell’agenda estera del FPLP. Gli anni dell’Europa continentale coincidono, tra i vari eventi, con l’attacco all’ambasciata francese dell’Aia (1974), gli attentati all’aeroporto di Orly (1975) e l’uccisione di due agenti dell’intelligence civile francese. Di nuovo, dopo aver bruciato il terreno sul quale cammina, cambia teatro operativo facendo ritorno in Medio Oriente. Tornato in Europa, a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ha inizio una lunga stagione di attentati, consumati con successo o falliti, dietro alla quale è stato provato, o supposto, il suo coinvolgimento. Nell’elenco del terrore rientrano l’attentato agli uffici tedeschi di Radio Europa Libera (1981), la strage sul Capitole ad Ambazac (1982), l’attacco alla sede parigina della rivista Al-Watan al-Arabi (1982), l’attacco con razzi alla centrale elettronucleare Super-Phénix (1982), le bombe alla stazione centrale di Marsiglia e sui TGV (1983) e l’attentato al consolato francese a Berlino Ovest (1983) compiuto con la collaborazione dell’Esercito segreto armeno per la liberazione dell’Armenia. Il triennio di sangue, determinante nel consacrarlo al pubblico come “lo sciacallo”, si sarebbe concluso con un bollettino di guerra: più di 15 morti e oltre 230 feriti. Inutile sottolineare che continui ad essere avvolto dal manto del mistero l’argomento “la rete di Carlos”, esistendo teorie – non per forza reciprocamente escludenti – che collegano la sua persona, oltre che al FPLP, a KGB, Stasi, Securitate e servizi segreti di altre nazioni comuniste.

Lo storico assalto alla sede dell'OPEC. Dei numerosi fatti di sangue che hanno trasformato il venezuelano venuto da Mosca in Carlos lo sciacallo, uno risalta fra tutti: lo storico assalto al quartier generale dell’OPEC di Vienna. È un gelido giorno di inverno nella capitale austriaca, il 21 dicembre per l’esattezza, e i ministri del petrolio dell’OPEC sono riuniti in conferenza. Il clima di quiete dei lavori viene interrotto improvvisamente da un commando armato composto da sei persone, le quali irrompono nell’edificio e prendono in ostaggio gli oltre sessanta presenti. Dicono di appartenere al fronte palestinese e che uccideranno un ostaggio ogni quindici minuti. Dicono che vogliono inviare un messaggio al mondo intero, gettare l’attenzione sulla questione della Palestina, e sono guidati dal più celebre dei terroristi internazionali dell’epoca: Carlos. Per dare prova della serietà delle loro intenzioni, i sei uccidono un membro della delegazione libica, un impiegato iraqeno e un poliziotto austriaco. Le trasmissioni televisive di tutto il mondo si fermano, da Vienna a Buenos Aires, interrotte per dare comunicazione dell’assalto. Il governo austriaco, dopo aver discusso dell’argomento con i vertici dei Paesi OPEC, opta per la linea del non-intervento: è tassativo che la vita degli ostaggi abbia la precedenza su ogni altra cosa. Le autorità acconsentono alla messa a disposizione di un volo di fuga per i sequestratori. Il 23, due giorni dopo, Carlos, i cinque terroristi e quarantadue ostaggi partono alla volta di Algeri – dove sarebbero stati poi liberati –, non prima di aver meticolosamente caricato il velivolo di esplosivo da utilizzare come ultima spiaggia.

L'arresto e la vita in carcere. Nessuno avrebbe mai dimenticato il bagno di sangue provocato dallo Sciacallo in tutta Europa, perciò il terrorista a cavallo fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 avrebbe trovato rifugio in Medio Oriente. Costretto “all’inattività” dal governo siriano, suo protettore e garante, il richiamo all’azione lo avrebbe tradito. Dopo aver accettato una proposta di collaborazione dall’Iraq di Saddam Hussein all’alba della prima guerra del golfo, Carlos viene espulso da Damasco. Il lavoro per l’Iraq non verrà mai portato a termine, né è noto di cosa si trattasse, ma il “no” della famiglia Assad è categorico. Lo sciacallo, dopo un breve soggiorno in Giordania, trova rifugio in Sudan, a Khartoum. Qui, il 14 agosto 1994, al termine di trattative segrete tra Khartoum e Parigi, e triangolate da Washington, viene sedato nel sonno e trasportato nella capitale francese per affrontare gli innumerevoli processi che lo attendevano da più di un decennio. Condannato all’ergastolo tre anni più tardi, lo Sciacallo avrebbe comunque trovato il modo di far parlare di sé: dapprima inaugurando un rapporto epistolare con l’allora presidente venezuelano Hugo Chavez e dopo tentando di trasformare (senza successo) il proprio regime carcerario duro in un caso di violazione dei diritti umani.

Ramirez: sciacallo e scrittore. Il carcere non ha ucciso il lato più profondo di Ramírez Sánchez che, proprio dietro le sbarre, nel 2001 è rinato nell’islam e nel 2003 ha pubblicato un libro, Islam rivoluzionario, rivelatosi un piccolo successo editoriale. Il testo, molto controverso, è un’affermazione energica e perentoria di ciò in cui Carlos ha creduto: l’anticapitalismo, la lotta di classe e l’anti-imperialismo. I capitoli mescolano letture indubbiamente interessanti sull’assetto delle relazioni internazionali e sulla questione del divario tra mondo avanzato e sottosviluppato e passaggi elogiativi di difficile digestione indirizzati al terrorista internazionale più ricercato dell’epoca, Osama bin Laden, colui che riuscì dove Carlos fallì: portare il terrore nel cuore dell’America.

·        La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

La minaccia della Cina e le mire straniere sui porti italiani. Il “caso Taranto” e quegli strani rapporti del M5S con il governo cinese. Il Corriere del Giorno il 19 Dicembre 2021. Tra gli accordi sottoscritti dal governo Conte , dove alcuni strani incontri fra Beppe Grillo ed i rappresentanti del Governo Cinese, c’è una complessa operazione nel  discusso porto di Taranto che con la promessa di costruire edifici e capannoni per circa 65.500 metri quadri coperti su un’estensione totale dell’area di circa 220.000 mq creando 200 posti di lavoro diretti. E’in corso una vera e propria “guerra” tra i colossi del trasporto marittimo delle merci, con il chiaro obiettivo di conquistare la gestione di porti dove far approdare le navi container la cui richiesta dopo la fine del lockdown, è cresciuta in maniera importante facendo esplodere i prezzi. Un vero e proprio “monopoli” che vede i porti italiani oggetto di risvolti geopolitici di sicuro interesse e preoccupazione. Lo strapotere economico cinese rappresenta per l’Europa un serio timore dopo la discussa conquista nel 2009 del porto del Pireo da parte di Cosco, uno dei colossi dello shipping della Repubblica popolare, nel periodo della peggiore crisi economica ellenica. E’ bastata la semplice voce dell’interessamento di due gruppi cinesi sul porto di Palermo, diffusasi qualche settimana fa, ha generato allarme presso il governo e ha scatenato richieste di attivare il “golden power” da parte delle forze politiche del centrodestra. Ma ciò nonostante il ministro per il Sud e la Coesione territoriale Mara Carfagna la settimana scorsa al termine della riunione con tutti gli attori istituzionali del Cis Taranto si è dichiarata “soddisfatta per l’intesa raggiunta al Tavolo per il Contratto Istituzionale di Sviluppo per Taranto. Ha prevalso il pragmatismo e la voglia di non sprecare neppure un centesimo dei fondi disponibili: apriamo le porte ai cantieri navali Ferretti” enfatizzando la bonifica nell’area Ex-Yard Belleli-che vorrebbe segnare il ritorno della cantieristica nella città jonica con un cantiere per yacht di lusso. “Le decisioni che abbiamo assunto – ha concluso la Carfagna – avranno ricadute occupazionali, infrastrutturali e ambientali importanti e in tempi certi. Abbiamo compiuto, inoltre, una operazione di trasparenza verso i cittadini di Taranto: ora è chiaro a tutti cosa si finanzia e con quali obiettivi”. L’ Italia si trova ad avere firmato nel 2019 sotto il Governo Conte I (quello “gialloverde” frutto di un alleanza M5S–Lega) un memorandum d’intesa con la Cina nell’ambito della stessa iniziativa, la “Nuova Via della Seta”, anche se non alle condizioni sfavorevoli come quelle elleniche. Tra gli accordi sottoscritti dal governo Conte , dove alcuni strani incontri fra Beppe Grillo ed i rappresentanti del Governo Cinese, c’è una complessa operazione nel  discusso porto di Taranto che con la promessa di costruire edifici e capannoni per circa 65.500 metri quadri coperti su un’estensione totale dell’area di circa 220.000 mq creando 200 posti di lavoro diretti. L’ asse M5S-Cina trova conferma in questa foto scattata il 24 giugno 2013 nella quale compaiono i due fondatori del movimento, lo scomparso Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all’ambasciatore cinese Ding Wei. Più che una stretta di mano sembrava una vera e propria rimpatriata tra vecchi amici, la stipula di un patto, una mano sopra l’altra. È una foto poco nota per una precisa volontà. Di quella visita non venne fornita alcuna notizia, né sul blog di Grillo né agli organi di stampa. L’unica traccia era rimasta traccia in un laconico comunicato pubblicato dall’ Ambasciata Cinese in Italia che venne rimosso poco tempo dopo la pubblicazione. In quel comunicato l’ambasciatore cinese cinese in Italia Wei affermava di aver incontrato i fondatori del M5s “con i quali ha scambiato vedute sui temi di comune interesse”. L’incontro inoltre stranamente avvenne, non all’Ambasciata o consolato cinese, ma nella sede della Casaleggio Associati srl in via Morone a Milano. La concessione demaniale al Ferretti Group, controllato all’85% dai cinesi di Weichai Group (società del Governo Cinese) di una delle aree più grandi del porto (la ex Belleli) è stata l’ultima iniziativa dell’ottobre 2020 (governo Conte II – M5S, Pd, LeU) portata a termine dai cinesi mentre già gli americani rumoreggiavano ed il Copasir, il Comitato parlamentare sui servizi segreti voleva vederci chiaro. Un mese prima si era riusciti a bloccare un analogo tentativo da parte dei cinesi questa volta sul Porto di Trieste, annullando il memorandum d’intesa precedentemente firmato dall’Autorità portuale con la China Communications Construction Company . Ferretti è un’azienda leader mondiale nel settore della progettazione e costruzione di yacht con nomi prestigiosi nel suo portafoglio tra cui la mitica Riva. Nata nel 1968 l’azienda ha visto rilevare nel 2012 il pacchetto di maggioranza dalla cinese Shandong Heavy Industry controllata dallo Stato cinese . La nomina di Alberto Galassi 57 anni, modenese, come amministratore delegato di Ferretti è stata presa proprio dal presidente Tan Xuguang, capo anche del gruppo Weichai. L’amministratore delegato di Ferretti Group, l’ avvocato Alberto Galassi, e Michele Emiliano presidente della Regione Puglia, , avevano celebrato lo scorso 16 luglio l’accordo raggiunto per un investimento mirato alla creazione di un cantiere navale a Taranto, nella zona ex Yard Belleli (dove un tempo venivano varate le piattaforme petrolifere destinate ai mari di tutto il mondo) che verrà interamente bonificata con la partecipazione diretta della Regione e con un impegno di spesa di 41,5 miliardi. Il passo compiuto ha formalizzato la domanda di accesso al CIS Taranto , il contratto di sviluppo nazionale con la controllata Ferretti Tech, per un investimento di soli 62,6 milioni di euro. L’ ’investimento complessivo che si realizzerà nell’area di Taranto prevede un intervento pubblico aggiuntivo di 137,6 milioni di euro necessari ad assicurare il pieno recupero ambientale dell’area. Ma l’investimento cinese sulla città di Taranto, come dicevamo, sovvenzionato in gran parte dal Governo Italiano e dalla Regione Puglia, non è il solo ad aver fatto discutere. Un’altra banchina di 1.900 metri è finita in mano ai turchi della Yilport Holding, società controllata al 100% da Yildirim Holding che a sua volta possiede il 24% della francese Cma Cgn, operatore al quarto posto nella classifica mondiale del trasporto container. Se tra quelli che vengono definiti “armatori” vi sono non pochi “terminalisti” cioè le società che acquistano le concessioni nei porti) non si tratta di un errore. Ci sono sempre più compagnie marittime che sono riuscite a svilupparsi verticalmente espandendosi nel business dei terminal, dunque movimentano le merci e poi gestiscono in esclusiva le banchine dei porti dove farli sbarcare. In Italia il 41,41% dei contenitori imbarcati e sbarcati nei porti italiani nel 2020, è passato attraverso i terminal controllati da Msc che, dopo avere “occupato” il porto di Gioia Tauro in Calabria, si è allargato anche nel porto di Genova ed in quello di Trieste dove all’ inizio del 2021, sono arrivati i tedeschi di Hhla con il tacito accordo del governo italiano che non ha opposto il “golden power“.

Maurizio Stefanini per "Libero quotidiano" il 25 novembre 2021. "Timeo danaos et dona ferentes". La frase con cui Laocoonte nell'Eneide dopo aver visto il Cavallo di Troia ammonisce i suoi concittadini a non fidarsi dei greci neanche quando portano doni è stata evocata martedì nella seconda e conclusiva giornata del convegno "Countering China' s Influence in Europe and Italy", organizzato da Farefuturo assieme a International Repubblican Institute e Comitato Atlantico. Il presidente della Fondazione Farefuturo senatore Adolfo Urso è presidente anche del Copasir, e nel corso del dibattito sono state appunto ampiamente citate le conclusioni di un rapporto dello stesso Copasir sulla penetrazione dei capitali cinesi nel nostro Paese. Il punto è che, nel clima della crisi iniziata col 2007-08, ricorrere alla immensa liquidità cinese è sembrato un modo ovvio per poter risolvere vari problemi di bilancio, e anche fare importanti investimenti infrastrutturali di cui si sentiva il bisogno. D'altra parte, ha ricordato pure Urso, la Cina fu fatta entrare nel Wto nel 2001 - quando era lui ministro del Commercio Estero - in un clima post-11 settembre. Quando si sentiva il bisogno di tirare anche Pechino nell'alleanza mondiale contro il terrorismo, e nella speranza che il "contagio" del mercato favorisse l'evoluzione democratica. Invece ne è nata una tentazione egemonica di cui sono segnale l'inserimento della strategia della Via della Seta sia nel preambolo dello Statuto del Partito Comunista Cinese che nella Costituzione. Regista di questa evoluzione è Xi Jinping, che superando lo status di "primo" nel Partito Comunista per non più di due mandati stabilito per il segretario del Partito da Deng Xiaoping si è ora trasformato in un "unico", rieleggibile a vita e equiparabile a un imperatore. Partito, governo, Stato, intelligence, potere economico e finanziario, riarmo, guerra ibrida di hacker sono tutti strumenti utilizzati per esportare e imporre valori autoritari antitetici a quelli dell'Occidente. Un esempio dei relativi rischi è nell'accordo tra le agenzie spaziali cinese e italiana concluso nel 2017 dopo la visita in Cina di Mattarella e annullato nel 2019 perché comportava il rischio di mettere in mano a Pechino tecnologie Nato. L'Italia non arriva ai livelli di esposizione a Pechino dei Balcani, ma nella due giorni vari ospiti stranieri hanno espresso sorpresa per ingenuità tipo permettere ai poliziotti cinesi di pattugliare da noi, come fossero la stessa cosa uno Stato di diritto e uno che reprime e esporta repressione. Nel 2014 invece a StateGrid è stato consentito di acquistare il 35% del capitale di CDP Reti S.p.A.: la finanziaria che controlla quote di circa il 30% delle nostre reti energetiche Snam, Terna e Italgas. Pubblica è anche China National Chemical Corporation, che ha acquisito il 45% delle azioni di Pirelli, con diritto di esprimere il presidente. E Pubblica è Shanghai Electric Corporation, che al gennaio 2021 possedeva il 12% di Ansaldo Energia. Secondo la Banca d'Italia, i flussi di investimento diretti esteri provenienti dalla Cina sono passati da 573 milioni di euro nel 2015 a 4,9 miliardi di euro nel 2018. A fine 2019 erano direttamente presenti in Italia 405 gruppi cinesi, di cui 270 della Repubblica Popolare Cinese e 135 con sede principale a Hong Kong, attraverso almeno un'impresa partecipata. Le imprese italiane così partecipate sono 760, con 43.700 dipendenti e un giro d'affari di 25,2 miliardi di euro. Non tutte le imprese cinesi presenti in Italia sono pubbliche. È privata ad esempio la CK Hutchison Holdings Limited di Hong Kong che possiede WindTre (30% del traffico telefonico in Italia). E Haier Group Corporation, che controlla dal 2016 la Candy, storico marchio di elettrodomestici di Monza. E la Weichai Power Company Limited, che dal 2012 detiene la maggioranza azionaria del Gruppo Ferretti, multinazionale italiana della cantieristica navale. Ma in Cina il confine tra privati e partito non è mai troppo sicuro. Pubblica è comunque People' s Bank of China: banca centrale della Repubblica Popolare Cinese che possiede quote di Eni, Tim, Enel e Prysmian. E altre società cinesi hanno partecipazioni di minoranza in Intesa Sanpaolo, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo, Prima Industrie. Nel marzo 2019 l'Italia aveva firmato un memorandum d'intesa con Pechino a sostegno della nuova via della seta in cui interessi cinesi avrebbero potuto acquisire un ruolo chiave in porti come Genova, Trieste, Taranto e Gioia Tauro. Proprio la preoccupazione tra gli alleati nata da quella notizia provocò però la reazione in base a cui questa invadenza ha iniziato a essere messa in discussione. C'è però il porto di Vado Ligure: il più importante scalo europeo per lo sbarco della frutta e uno dei maggiori a livello nazionale per il traghettamento marittimo verso Corsica, Sardegna e Nordafrica, oltre che una delle porte d'accesso meridionale d'Europa alle merci trasportate via mare in contenitori. Il 12 dicembre 2019 è stata inaugurata la piattaforma contenitori denominata Vado Gateway come terminali marittimo della "Nuova via della seta" per il collegamento fra i mercati di Nord Italia, Svizzera, Germania e Francia nord-orientale con il resto del mondo. La Vado Gateway SpA è partecipata al 40% da Cosco Shipping Ports, con sede a Hong Kong, e al 9,9% da Qingdao Port International, cinese. E nel dibattito Vado è stata appunto citata come porto in cui la presenza cinese starebbe acquisendo caratteristiche da tenere sotto osservazione. 

Andrea Morigi e Carlo Nicolato per "Libero Quotidiano" il 23 novembre 2021. Più che una rete, la lobby cinese in Italia negli anni ha costruito una ragnatela. Vi sono rimaste impigliate anche scuole di ogni ordine e grado. Alla sezione D del liceo linguistico Ferraris di Taranto la lezione del 19 novembre termina con il canto dell'inno nazionale. Se fosse quello di Mameli, insorgerebbero pacifisti e antisovranisti refrattari al richiamo della Patria. Ma, visto che si tratta delle trionfanti strofe che hanno accompagnato la rivoluzione più sanguinaria della storia mondiale, nessuno si permette di protestare quando gli alunni intonano le note comuniste. Anzi, l'iniziativa si svolge nell'ambito di un protocollo d'intesa fra gli uffici centrali dell'Istituto Confucio dell'Università di Macerata e il Ferraris della città ionica. Come riporta metodicamente la giornalista del Foglio Giulia Pompili nella sua newsletter Katane. Notizie da Asia e Pacifico, le occasioni per assoggettarsi all'espansionismo del governo di Pechino sono ormai sempre più frequenti. Presso la scuola secondaria di I grado San Nicola, a Bari, «su richiesta di un gruppo di genitori» è stato attivato il primo corso di cultura e lingua cinese, diretto dalla professoressa Chen Qian. L'insegnante, per sgombrare il campo da equivoci, inizia la prima lezione mostrando agli alunni una cartina geografica che ingloba l'isola di Taiwan all'interno del territorio cinese, come pure le Isole Paracelse, nel Mar cinese meridionale. Così, il giorno in cui avverrà l'invasione militare, saranno già formati gli agenti esperti che potranno spiegare ai propri connazionali che era giusto schiacciare la resistenza anticomunista e imprigionare gli esponenti contro-rivoluzionari. È l'attuazione pratica di quanto denunciato dal Rapporto di Sinopsis e del Comitato Globale per lo Stato di Diritto Marco Pannella, anticipato da Libero: «La propaganda esterna ("exoprop"), è una componente fondamentale del lavoro di propaganda, con agenzie specializzate tra cui organi di informazione in lingua straniera, enti controllati da agenzie di propaganda - come i Ministeri dell'educazione, della cultura e del turismo - e avamposti stranieri come gli Istituti Confucio». In Francia hanno capito che si tratta di un'opera di penetrazione nella mentalità da parte del totalitarismo rosso e, per primi al mondo, a Noisy-le-Grand, alla periferia esterna di Parigi hanno avviato una collaborazione con l'Association Linguistique et Culturelle Chinoise, che fa capo al governo di Taiwan, per promuovere i corsi di lingua mandarina. In questo caso si tratta di valori compatibili con i diritti umani, calpestati invece quotidianamente nella Cina comunista. È ancora poco per sfidare il sistema che conta più di 500 Istituti Confucio in oltre 134 Paesi. Ma, dopo la Francia, anche in Svezia, nei Paesi Bassi, in Belgio, negli Stati Uniti e in Canada ne hanno chiuso le filiali perché considerate una sovrapposizione e un'emanazione degli apparati di sicurezza statale di Pechino, il cui personale svolgerebbe opera di spionaggio o cercherebbe di soffocare la ricerca accademica indipendente sulla Cina. Non è l'unica minaccia. Le preoccupazioni sulla sicurezza sono anche più serie. Negli Stati Uniti, la CIA protegge l'incolumità - fornisce loro una nuova identità e talvolta li fa passare addirittura per deceduti - dei dissidenti fuggiti da Paesi totalitari come la Repubblica Popolare Cinese proprio perché gli Istituti Confucio fungono da sistema informativo per le "squadre di cacciatori" comunisti che cercano attivamente i "traditori della Patria". Uiguri, tibetani e Falun Gong rifugiati all'estero sono i primi obiettivi, ma in base a un articolo di legge cinese che in teoria rende possibile colpire chiunque critichi il regime all'estero, anche gli attivisti per i diritti umani potrebbero essere rapiti e rinchiusi in Cina. Altri strumenti vanno aggiungendosi all'arsenale cinese. Da oggi al 25 novembre, a Istanbul, l'Interpol eleggerà i propri vertici, fra i quali potrebbe esserci anche un rappresentante di Pechino, individuato dalle agenzie umanitarie in Hu Binchen, alto funzionario del ministero della Pubblica sicurezza, l'apparato repressivo che il regime utilizza come scure sui dissidenti. Il pericolo che anche il network delle polizie mondiali possa essere strumentalizzato è altissimo.

Cina, "parlamentari italiani agli ordini del Dragone": il dossier esplosivo con tanto di nomi. Marco Respinti su Libero Quotidiano il 21 novembre 2021. L'Italia è una prateria dove il Partito Comunista Cinese (PCC) dilaga. Lo denuncia Una preda facile. Le agenzie di influenza del PCC e le loro operazioni nella politica parlamentare e locale italiana, 60 fitte pagine firmate da Livia Codarin, Laura Harth e Jichang Lulu, ricercatori per il Comitato globale per lo Stato di diritto «Marco Pannella» e Sinopsis, un progetto della Ong ceca AcaMedia e della facoltà di Sinologia dell'Università Carolina di Praga. Un vasto sistema di agenzie di influenza organizzato dal PCC agisce sui media italiani grazie al China Media Group, dipendente dal Dipartimento cinese per la propaganda e padrone dei quotidiani di Stato, e a Radio Cina Internazionale, con strumenti come il periodico bilingue Cinitalia. Poi ci sono gli istituti di cultura, analoghi ai Confucius Institute che spargono propaganda fingendo d'insegnare il mandarino. Ma è soprattutto il Parlamento italiano che fa gola al Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito, di facciata l'alleanza fra gli otto partiti cinesi legali per fingere l'esistenza del multipartitismo, in realtà un'agenzia di intelligence per infiltrare partiti stranieri, gruppi religiosi, mondo degli affari, ambienti accademici e persino la diaspora dei dissidenti.  

NEMICI-AMICI

Occorre infatti, si afferma nel dossier, «coltivare relazioni con un nucleo pienamente allineato al PCC e circondare questo nocciolo duro di sostenitori con ulteriori "strati" di individui altrettanto efficaci nel legittimare il PCC, sia per la loro maggiore popolarità sia per le loro critiche costruttive». Gran parte del lavoro la svolgono peraltro infatti i «"nemici-amici", che mettono a disposizione la loro rispettabilità: il supporto al PCC appare infatti più credibile quando proviene da critici dichiarati di alcuni aspetti delle politiche del Partito». Ora, la diplomazia alternativa la fanno realtà come l'Associazione di Amicizia del Popolo Cinese con l'Estero (CPAFFC), di cui partner chiave in Italia è l'Italy China Friendship Association, nata nel 2012 e guidata dall'ex presidente della Camera, e conduttrice televisiva, Irene Pivetti. Ma uno dei perni maggiori di questa "Spectre neo-post-nazional-comunista" per nulla di fantasia è il Dipartimento per i contatti internazionali (ILD). Il suo referente italiano è l'Associazione parlamentare Italia-Cina, o Associazione Amici della Cina. Vinicio Peluffo, già deputato del Partito Democratico (PD) e oggi suo segretario regionale in Lombardia, l'ha presieduta dal 2013 al 2019. Poi è subentrata Maria Rizzotti, senatrice di Forza Italia, che nel marzo 2020 bucò i media di Pechino per le lodi rivolte alla gestione cinese del CoViD-19, altra lancia della più recente propaganda cinese verso lo Stivale. Nel 2019 delegazioni degli "Amici" sono state a Pechino e in Tibet, ripetendo sul secondo le fake news della prima. A guidarle era Mauro Maria Marino, deputato di Italia Viva, all'epoca presidente della Commissione Bilancio del Senato. Altro membro notevole dell'Associazione è Marina Berlinghieri, deputato del PD, che nel 2016 era nello Yunnan e che nel 2019 ha incontrato l'ILD. Oggi però più degli "Amici" conta l'Istituto per la Cultura Cinese. Fondato nel 2016 dall'allora senatore PD Alessandro Maran e dell'ambasciata cinese in Italia quando Matteo Renzi era premier, prevede per statuto la partecipazione di rappresentanti sia del ministero italiano degli Esteri sia dell'ambasciata cinese nelle riunioni dirigenziali. Alla presidenza Maran è poi seguita quella di Vito Petrocelli (M5S), presidente della Commissione Esteri del Senato. Oggi presiede invece Ettore Rosato, vicepresidente della Camera e coordinatore nazionale di Italia Viva. L'ambasciata cinese si congratulò per la sua nomina due settimane dopo avere tuonato contro i parlamentari italiani che avevano osato videocollegarsi con l'attivista democratico di Hong Kong, Joshua Wong, come pure aveva espresso "disappunto" la Farnesina.

ALTE CARICHE

Davide Antonio Ambroselli, impiegato nell'ufficio legislativo del Senato per Italia Viva, è l'attuale vicepresidente e direttore dell'ICC. Il comitato scientifico lo guida Stefania Giannini, già ministro dell'Istruzione del governo Renzi, poi al vertice del Dipartimento Istruzione dell'UNESCO. Nel 2017, all'assemblea pubblica dell'ICC in Senato, c'erano Pier Ferdinando Casini (Centristi per l'Europa), già presidente della Camera, e soprattutto l'allora presidente del Senato Pietro Grasso (Partito Democratico e ora Liberi e Uguali), che due anni prima incontrò il premier Li Keqiang in Cina e svolse una lezione di "etica politica" alla Scuola centrale del PCC. Quando lo stesso anno l'ICC organizzò la presentazione della traduzione del libro di Xi Jinping, Governare la Cina (Giunti), Grasso tenne l'orazione inaugurale. Oltre all'allora vicepresidente della Camera e attuale viceministro degli Esteri, Marina Sereni (PD) e all'ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli, vi era anche l'allora ambasciatore d'Italia in Cina Ettore Sequi. Sequi è poi diventato prima Capo di gabinetto poi Segretario generale del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Lo stesso Di Maio che nel marzo 2019 firmò da vicepremier e da ministro per lo Sviluppo economico il "Memorandum d'intesa" con Pechino, ispirato dal suo Sottosegretario, Michele Geraci, che è un mero inginocchiamento politico del nostro Paese alla strategia tentacolare della cosiddetta «Nuova via della seta» con cui la Cina vuole sinizzare la globalizzazione. E Sequi ha gestito il Piano d'azione triennale per il rafforzamento della collaborazione, 2021-2023 fra Italia e Cina, denunciato in giugno su Formiche.net da Laura Harth, una delle autrici del dossier Sinopsis. Il linguaggio del "Piano" è infatti l'opposto di quello usato da Mario Draghi quando, al G7 di Carbis Bay, manifestò l'intenzione di rivedere il "Memorandum Geraci/Di Maio". Che infatti non è ancora stato riveduto.

La Terza guerra mondiale? Di certo è qualcosa di grosso. Il futuro è incerto, come nel 1938…Paolo Guzzanti su Il Riformista il 5 Agosto 2021. La guerra di Troia non si farà, proclamava dalle scene teatrali Jean Giraudoux. E quando la guerra arrivò la chiamarono la drole de guerre, la funny war o la buffa guerra. Tutti si erano dichiarati guerra, Hitler se ne andava a zonzo con le sue armate colpendo qualsiasi luogo da cui sprizzasse petrolio, ma in fondo la vera guerra non c’era ancora e quando arrivò quasi nessuno ci voleva credere: morire per Danzica era davvero una stupida idea, ma vedrai che gli inglesi faranno la pace coi tedeschi che sono anche cugini, figurati poi gli americani che producono solo film western. E invece finì come finì. Quella fu una guerra poco annunciata, molto realistica, e più che una guerra fu la più grande tragedia che l’umanità ricordi. Quando ero bambino o anche adolescente quando si parlava della guerra, la gente intendeva la Prima guerra mondiale, quella chiara, combattuta da una parte dall’altra e poi vinta. La Seconda guerra mondiale era solo un incubo. E come sarà la terza? Ce ne sarà una terza? Per la prima volta il mondo delle grandi potenze ha conosciuto settantacinque anni di pace, salvo le guerre intermedie che non sono mai cessate. Ma dovunque ci fosse il rischio della bomba atomica, la guerra si è fermata. Ma oggi? Quando vediamo gli hackers che attaccano la Regione Lazio e pensiamo che si tratti di odiosi sprovveduti no-vax, veniamo smentiti dai servizi segreti perché in realtà si tratta di attacchi militari condotti con mezzi militari su obiettivi militari quali sono l’organizzazione di uno Stato, i suoi servizi, i suoi ascensori, aeroplani banche bancomat autostrade ponti treni scuole ospedali reti stradali. Tutto sta avvenendo nel mare del Sud della Cina, ma noi specialmente in Italia facciamo finta che quella zona del mondo non esista. Eppure, persino la Merkel, una signora così restia a mandare persino dei vigili urbani a fare le esercitazioni della Nato in Polonia, ha spedito una nave da guerra nel mare della Cina del Sud per recapitare il seguente avvertimento: la Germania non tollera che la Cina si appropri del mare del Sud della Cina, perché non è della Cina ma è di tutta la comunità internazionale. Anche gli inglesi hanno mandato la loro super potente porta aerei Queen Elizabeth The Second. Emmanuel Macron ha mandato le navi francesi dopo averle mandate anche nell’Egeo a schierarsi con la Grecia contro la Turchia. La Francia non perde mai d’occhio gli scenari internazionali. Quanto al Giappone, tre giorni fa ha rilasciato una strabiliante dichiarazione con cui si avverte la Cina che Tokyo considera Taiwan un’isola protetta per i propri interessi e che qualsiasi limitazione della sua sovranità sarà considerata dal governo giapponese come un atto di guerra. Il Vietnam? Il glorioso Vietnam comunista si schiera anch’esso dalla parte degli americani con l’Indonesia e le Filippine, l’Australia e il Borneo. Secondo George Friedman che è il miglior forecaster, quello delle previsioni del tempo che nel corso dei decenni si è trasformato nel massimo previsore degli eventi della storia, la Cina ha ormai eguagliato gli Stati Uniti con una potenza navale pari a quella americana per qualità e quantità. Ciò vuol dire che Cina e Stati Uniti sono due avversari di pari forza? No, questo non si può dire, perché nessuno è in grado di valutare l’efficacia e l’efficienza delle forze armate cinesi dal momento che non hanno una storia pregressa né di sconfitte né di vittorie navali. A Pechino si sono fabbricati un giocattolo all’altezza delle loro aspirazioni, ma hanno un handicap. L’handicap sta nel fatto che gli Usa potrebbero, se lo volessero (e per ora non ne hanno intenzione) bloccare tutti i porti cinesi sul Mar della Cina e impedire l’uscita e l’arrivo di qualsiasi nave. Questo i cinesi lo sanno e purtroppo per loro non hanno una contromossa altrettanto efficace. Altra grande novità: in queste ore si stanno svolgendo modernissime esercitazioni comuni tra russi e cinesi di aria, mare, terra e spazio. Bisogna sempre ricordare che la prossima guerra si combatterà sui computer e sulla Luna, tra satelliti come Guerre Stellari. Cinesi e russi sembrano uniti in un’unica forza militare che però non è una alleanza. L’altro campo di battaglia che coinvolge queste potenze è l’Afghanistan dove talebani stanno riconquistando le posizioni abbandonate e la Cina ha già fatto sapere di essere per la prima volta interessata a quel grande snodo su cui nell’ottocento andavano a morire i piccoli soldati cantati da Kipling nel poemetto The little British Soldier: «se sei ferito e sperduto nelle pianure dell’Afghanistan e già vedi le donne che arrivano con i loro coltelli per fare a pezzi quel che rimane di te, allungati fino al tuo fucile e fatti saltare le cervella e vai dal tuo Dio come un soldato». Si chiamava allora “Il grande gioco” tra Russia, impero inglese, poi tedeschi, americani. Questi attori sono in parte scomparsi ma arrivano i cinesi che, d’altra parte sono ovunque in Africa dove costruiscono ponti, strade, scuole, ospedali, servizi di polizia e sanitari e indebitano ogni paese perché sono di manica larga nel vendere aiuti, ma sono esattori implacabili dei loro creditori. L’Africa sta diventando una colonia cinese ma non è un mercato sufficiente per assorbire quanto ai cinesi serve per avere ciò che loro occorre. Ciò che a loro occorre è certamente una pace con gli Stati Uniti, ma nuove condizioni. Tuttavia, e questo è un elemento attuale di guerra reale, i cinesi hanno fatto qualcosa che mai prima d’ora fin dai tempi di Tucidide un paese bellicoso aveva fatto: hanno indicato qual è il loro primo obiettivo militare. Il primo obiettivo militare della Repubblica popolare cinese è Taiwan. Taiwan formalmente è un’isola che appartiene alla Cina continentale, dunque alla Repubblica popolare, ma non lo è mai stata fin dai tempi dell’occupazione giapponese negli anni Trenta. E non ha alcuna intenzione di diventarlo. Taiwan in questi giorni ha accolto esperti americani andati a insegnare come installare ed usare i missili Patriot, cosa che ha mandato ulteriormente in bestia Pechino. Fin dagli anni Cinquanta Pechino rilascia comunicati alla radio da cui si apprende che la cosiddetta Taiwan è una provincia continentale cinese. Prendere Taiwan non è un’impresa logisticamente facile: 200 km di mare devono essere assaltati con mezzi anfibi e una volta sbarcati dopo l’accanita resistenza taiwanese devono poter installare delle teste di ponte e far funzionare un rifornimento continuo di uomini e mezzi dalla Cina continentale. Questi rifornimenti sono vulnerabili e se gli Stati Uniti decidessero di intervenire colpirebbero nei rifornimenti più che nelle basi su Taiwan. L’isola è diventata importantissima perché è l’unica produttrice di alcuni tipi di microchip con cui sono fatti i nostri telefonini e la maggior parte delle attrezzature elettroniche militari. Solo a Taiwan hanno i metalli adatti e la tecnologia per farli. Molte di queste aziende sono dislocate negli Stati Uniti ed altre in Giappone punto ma il grosso sta lì e Pechino lo vuole. Tuttavia è stranissimo che Pechino abbia annunciato quale sarebbe la prima mossa a sorpresa- attaccare Taiwan- che però non sarebbe una mossa a sorpresa. E tutti sono ormai d’accordo a non lasciar correre. Ma se le cose restano come sono oggi, la Cina perde la faccia e il regime perderebbe la fiducia dei suoi cittadini che, per quanto coatti militarizzati, sembrano concedergliela. Ma la Cina anche due altri gravi problemi: il primo è che manca una popolazione maschile sufficiente per garantire la nascita di nuove generazioni. La sciagurata politica di Mao di un figlio solo ha condotto all’affogamento ai piedi del letto di tutte le neonate femmine per mezzo secolo sicché non esistono bambine e poi non esistono donne, quindi, non esistono mogli e madri in Cina, e non nascono i figli che dovrebbero nascere. Inoltre, la popolazione cinese come anche quella africana e asiatica in generale dà segni di contrazione spontanea nelle nascite. La seconda è la crescita esponenziale di uno spirito nazionalista di conquista che si esprime non soltanto nella vocazione militare, ma anche nella voglia revanscista di supremazia persino nelle arti, che spinge il governo cinese e i suoi funzionari ad esplorare il resto del pianeta e considerarlo una sua possibile provincia da cui imparare ogni tecnica per poi riprodurla sulla madre patria, ma con un sostanziale di disprezzo nei confronti degli altri. Una larga parte della Cina si sente americana perché ha studiato in America, parla inglese e vive addirittura in città cinesi dal nome americano, con negozi e ristoranti americani, ma al tempo stesso è totalmente cinese: sono quei milioni di americani cinesi nati e vissuti in America che poi hanno scelto la Cina. I cinesi sono i migliori hacker del mondo insieme ai russi. Nessuno può batterli e insieme sono scatenati in una serie di miglioramenti ed esercitazioni delle loro capacità di penetrazione nei sistemi di cui quello della Regione Lazio che abbiamo visto in questi giorni potrebbe, anche se non ne abbiamo assolutamente le prove per ora, essere un esempio tipico. Come disarticolare un sistema sanitario programmato, come creare il terrorismo attraverso la mancanza di sanità, facendo saltare gli appuntamenti medici di qualsiasi genere, come far crollare la fiducia nei servizi, nei trasporti, nelle scuole, negli ospedali nelle strade nei mercati che distribuiscono cibo. Ultimo elemento: la Cina sta affrontando una nuova ondata di Covid partendo proprio dalla zona di Wuhan dove l’epidemia è nata e ha ripreso azioni drastiche di cui si ignora l’entità, essendo sicuro che le informazioni che finora la Cina ha dato sono totalmente non controllate e probabilmente non vere. Gli Stati Uniti non sono sicuri della migliore posizione da prendere e così l’Europa. Oggi come nel 1938 il mondo si trova di fronte a un futuro incerto, in cui prevale negli animi quello che allora si chiamava l’appeasement: l’appeasement, la certezza che alla fine la pace prevarrà e quello fu lo spirito di Monaco quando l’inglese Chamberlain e il francese Daladier, ospitati da Mussolini a Monaco, firmarono carte false pur di salvare la pace guadagnandosi disprezzo e scherno di Churchill che sibilò: «Avete sacrificato l’onore per la pace ed avrete entrambe le cose: il disonore e la guerra!». Oggi i tempi non sono quelli, la storia non si ripete mai nemmeno sotto forma di farsa, ma certamente siamo alla vigilia di qualcosa. Nessuno sa dire che cosa, anche se le previsioni sono tutte sotto i nostri occhi. Ma non abbiamo esperienza e strumenti per prevedere. Sappiamo solo che qualcosa di troppo grosso sta accadendo da tempo e che va sempre peggio. Non abbiamo idea di che cosa hanno in mente i giocatori. Intanto da un giorno all’altro possono venir meno i servizi essenziali e tutto quello che sappiamo dire è che ci sono dei cattivi hacker in giro, un po’ come gli acari tra le lenzuola o nei tappeti per i quali occorrerebbe ogni tanto una buona passata di aspirapolvere. Ma l’aspirapolvere come metafora è una pessima scelta perché l’ultima volta fu a Hiroshima e da allora si è preferito evitare. Ma oggi? Non solo non abbiamo strumenti per decifrare, ma ci lesinano anche le notizie, il che aggiunge allarme ad allarme.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 15 giugno 2021. La Cina ha attaccato i leader del G7 con un'inquietante vignetta sull'"ultima cena" dell'Occidente dopo che l'Australia ha ricevuto sostegno nella sua spinta per una nuova inchiesta sull'origine del virus Covid-19. Il cartone animato, intitolato "l'ultimo G7", è una parodia del dipinto di Leonardo da Vinci e raffigura Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Canada, Giappone, Germania, Francia, India e Australia con le sembianze dei loro animali nazionali intenti a tramare per «governare il mondo». Nell'illustrazione, pubblicata dall'artista “Bantonglaoatang” su Weibo e successivamente ripubblicata dai portavoce del Partito Comunista tra cui The Global Times, gli animali sono seduti attorno a un tavolo con una torta a forma di mappa cinese. La vignetta, diventata virale sui social media cinesi domenica dopo che i leader mondiali si sono incontrati in Cornovaglia, nel Regno Unito, per il vertice del G7, raffigura l'Ultima Cena di Gesù e dei suoi apostoli prima della sua crocifissione. Il titolo dell'immagine recita «così possiamo ancora governare il mondo» e mostra i leader circondati da pile di denaro. Gli utenti dei social media in Cina hanno condiviso la vignetta su Weibo e hanno deriso i leader del G7. Il nuovo attacco arriva dopo che il primo ministro australiano Scott Morrison ha ottenuto il sostegno chiave dei leader mondiali al vertice, con un impegno multilaterale per affrontare la distorsione economica cinese e le repressioni autoritarie a Hong Kong. Nel fumetto gli Stati Uniti sono ritratti come un'aquila calva al centro del tavolo, mentre il Regno Unito è un leone, l'Australia un canguro, la Francia un gallo, l'India un elefante, il Canada un castoro, l'Italia un lupo, il Giappone un cane e la Germania un falco. Nella vignetta satirica, il canguro - che rappresenta l'Australia - si allunga sul tavolo per raggiungere i soldi che gli Stati Uniti hanno stampato. «Il canguro simboleggia l'Australia dalla doppia faccia che collabora attivamente con gli Stati Uniti nel contenere la Cina, ma è anche desiderosa di guadagnare denaro dalla Cina, il suo più grande partner commerciale», ha affermato il Global Times.

Dalla Dc a Berlinguer fino a Berlusconi, la Cina e la linea soft dei politici italiani. Filippo Ceccarelli su La Repubblica il 17 giugno 2021. Al netto degli exploit di Grillo e delle intemerate di Massimo D'Alema, tutta la Prima Repubblica e buona parte della Seconda ha avuto un atteggiamento morbido rispetto al gigante asiatico. Nel 1954, durante il suo primo viaggio, il futuro ministro degli Esteri Pietro Nenni si sentì chiedere da Mao se era vero che Mussolini era stato socialista. A Nenni piacque molto la Cina anche se, come rivelò maliziosamente Pertini, "faceva assaggiare dalla moglie i cibi prima di provarli". Il dettaglio non è ovviamente risolutivo. Ma certo alcuni anni dopo Nenni si spese molto per il riconoscimento della Cina da parte dell'Onu.

Gabriele Carrer per formiche.net l'1 agosto 2021. Primo giugno: sul “sacro blog” di Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle, appare un articolo del titolo “Per un’iniziativa di pace” che presenta “finalmente” un rapporto “scientifico” sulla questione dello Xinjiang. Si tratta della regione nord-occidentale cinese fondamentale snodo della Via della Seta, al centro delle tensioni geopolitiche per via delle persecuzioni del governo cinese sulla minoranza uigura che gli Stati Uniti e diversi loro alleati definiscono genocidio. Come raccontato da Formiche.net, tra i firmatari di quel documento stilato da “ricercatori indipendenti” non specificati ci sono, tra gli altri e oltre a Grillo, Thomas Fazi, figlio dell’editore Elido Fazi che aveva affidato la collana saggistica ad Alessandro Di Battista, il senatore pentastellato Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri, e Marco Ricceri, segretario generale dell’Eurispes. Il Foglio ha ipotizzato che tra gli autori ci fosse Fabio Massimo Parenti, professore associato dell’Istituto Internazionale “Lorenzo de’ Medici” e assiduo frequentatore del blog di Grillo, per via di alcune coincidenze tra i suoi scritti e quel rapporto. Un documento di meno di 40 pagine in cui ci sono molti riferimenti a fonti ufficiali del governo cinese, come la testata Global Times, l’agenzia di stampa Xinhua e documenti dell’amministrazione. Il rapporto è stato “promosso in collaborazione” con il laboratorio Brics dell’Eurispes, l’Istituto Diplomatico Internazionale e il Centro Studi Eurasia-Mediterraneo (CeSEM), che a distanza di due mesi dalla pubblicazione ancora lo colloca in bella vista sulla homepage del proprio sito. Ed è stato rilanciato – amplificato, potremmo dire – anche da Aaron Maté di Grayzone, blog statunitense che il think tank australiano Aspi ritiene parte della propaganda del Partito comunista cinese. Nei giorni scorsi Alexander Reid Ross, docente di geografia alla Portland State University, ha pubblicato un’analisi del documento sul quotidiano israeliano Haaretz che parte da una delle prime frasi, una citazione di Lev Gumilëv, riferimento del presidente russo Vladimir Putin come raccontato in passato dal Financial Times e di Aleksandr Dugin, ideologo del populismo che ha ammiratori anche nelle destre sovraniste di Francia e Italia. Ross parla di “bizzarro riferimento” che “ha senso alla luce dell’organizzazione che ha condotto questo sforzo”, ossia il CeSEM, definito “think tank dal nome banale”. Che, prosegue, è nato dalla rete di Claudio Mutti, che si descrive come un “nazi-maoista” unendo neofascismo a idee di estrema sinistra. In pratica, un cosiddetto rossobruno, antisemita e antioccidentale. Mutti è stato più volte arrestato per terrorismo e poi prosciolto (anche in relazione all’attentato di Piazza Fontana) e si è convertito all’Islam sciita con il nome di Omar Amin, lo stesso che scelse Johann von Leers, ex SS che fu consigliere del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. Negli anni Mutti ha costruito rapporti nella Libia di Muammar Gheddafi, in Cina, in Iran (fondando anche una rivista, Jihad, sostenuta dall’ambasciata di Teheran a Roma) e in Russia. Oggi dirige la rivista Eurasia, strettamente legata al CeSEM come dimostrano i rispettivi siti e i molti eventi organizzati assieme, ai quali è spesso presente Dugin. Secondo Ross il rapporto nato nella rete del nazi-maoista Mutti e firmato dai pentastellati Grillo e Petrocelli è soltanto “semplice, volgare negazionismo”. “Se l’obiettivo è quello di guadagnare credibilità per i punti di vista negazionisti del genocidio, gli alleati italiani della Cina sembrano aver fatto più male che bene”, scrive il docente. “D’altra parte, molte, molte meno persone leggeranno effettivamente il rapporto (e quindi avranno la possibilità di notare i suoi enormi difetti) rispetto a quelle che saranno esposte alla disinformazione concentrata di Maté e dei suoi compagni di Grayzone, i ‘giornalisti’ ‘indipendenti’ dedicati a tempo pieno a coprire i dittatori dal Venezuela alla Siria alla Cina, e a diffamare coloro che osano difendere i diritti umani e il dissenso”, conclude.

Da Pechino all’Iran, la fascinazione grillina per i regimi anti-Usa. Concetto Vecchio su La Repubblica il 21 agosto 2021. Gli elogi alla Cina e i viaggi da Maduro, la presenza al congresso di Russia unita e quella vecchia proposta di Di Battista: dialogare con l’Isis. Era l’agosto del 2014. L’Isis seminava il terrore, i grillini in Parlamento non parlavano con nessuno e il deputato M5S Alessandro Di Battista propose di aprire un tavolo di confronto con i jihadisti. Pubblicò un post per dire che «dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella».

L’amore di Grillo e dei Cinquestelle per la Cina non nasce per caso: ecco che cosa c’è dietro. Fortunata Cerri sabato 21 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. I cinquestelle flirtano con la Cina comunista. Un amore che si è manifestato già durante il governo Conte ma che avrebbe radici lontane. Ecco perché l’apertura al regime talebano non apparirebbe casuale. A ricostruire il flirt del M5S nei confronti del Dragone è il Giornale: «Basta cercare nell’archivio del Blog di Beppe Grillo la parola “Cina”». Ecco una breve panoramica. Nel 2008, ricorda il quotidiano, in occasione delle Olimpiadi di Pechino le frasi erano di questo tenore: «La Cina ha intenzione di far partire la fiaccola olimpica proprio dal Tibet, dalla cima dell’Everest. È come se la Germania la facesse partire da Auschwitz». Ma i tempi cambiano. E così «nel 2020 il fondatore del Movimento profetizzava: “Coronavirus: la Cina ne uscirà più forte”». Ci sono anche “reclamizzazioni” delle politiche del Dragone. «Cina: agevolazioni fiscali per incoraggiare l’innovazione» del 31 maggio 2019.  «La Cina inaugura il ponte sul mare più lungo del mondo» del 23 ottobre del 2018.  Il caso più controverso, ricorda ancora il Giornale, di sostegno grillino alla Cina è sulla questione dello Xinjiang. La regione in cui il governo cinese da anni perseguita la minoranza musulmana degli Uiguri. Su questo tema c’è un documento del 19 maggio di quest’anno, ancora scaricabile in pdf dal Blog di Grillo. «Si tratta – scrive il Giornale – di un rapporto intitolato “XinJiang. Capire la complessità, costruire la pace”. (…) Il testo è deliberatamente filo-Cina e tende a colpevolizzare chi si oppone alla segregazione».

La posizione di Conte. E anche Giuseppe Conte pare abbia subito il fascino del Dragone. «A ottobre dell’anno scorso l’allora premier – in visita a Taranto – ha dato il via libera all’acquisizione da parte della società cinese Ferretti Group di un’area di 220mila metri quadri nel porto della città jonica». Per arrivare ai nostri giorni. Solo ieri, ricorda il quotidiano, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha parlato di «ruolo cruciale della Cina in Afghanistan» in una telefonata con il suo omologo cinese Wang Yi. Lo stesso Di Maio ha firmato, in epoca gialloverde, il memorandum sulla Via della Seta.

DDS. per “il Giornale” il 21 agosto 2021. Sugli smartphone di qualche parlamentare del M5s da ieri circola uno screenshot. È un titolo con alcune parole pronunciate da Alessandro Di Battista il 16 agosto del 2014. La notizia di sette anni fa parla di «un post pubblicato sul Blog di Beppe Grillo» dall'allora deputato pentastellato in commissione Esteri. Si tratta del tristemente famoso articolo in cui Di Battista invitava a «trattare con i terroristi». Per poi spiegare così la sua quantomeno discutibile posizione: «Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione». «Avete capito adesso da dove arriva l'uscita di Conte?» sibilano con perfidia dalle parti dei governisti. Nel gruppo parlamentare collegano la gaffe del presidente del Movimento a certi toni barricaderi del passato, incarnati alla perfezione dalle prodezze di Dibba, che Conte rivorrebbe nei Cinque Stelle. Non solo a proposito della Cina, nel corso degli anni troppi grillini si sono distinti per le posizioni borderline in politica estera. Antica la passione per il dittatore venezuelano Hugo Chavez e il suo erede Nicolas Maduro. Il 13 marzo del 2015 Di Battista e l'attuale sottosegretario alla Farnesina Manlio Di Stefano organizzano un convegno a Montecitorio dal titolo «L'alba di una nuova Europa». Durante l'evento si prende a modello l'alleanza dei governi filo-chavisti di Centro e Sudamerica. Luciano Vasapollo, un professore della Sapienza, esalta Maduro. Di Battista e Di Stefano battono le mani. Sempre Di Stefano, accompagnato dalla deputata Ornella Bertorotta e dal senatore Vito Petrocelli, nel 2017 va a Caracas. La Bertorotta si distingue per una brillante dichiarazione: «Anche in Italia si sta male con Renzi». A giugno del 2020 il quotidiano spagnolo Abc rivela la storia di un presunto finanziamento in nero del regime chavista al M5s, soldi che secondo il giornale sarebbero stati ricevuti da Gianroberto Casaleggio nel 2010. La vicenda, controversa, si conclude con una querela da parte di Davide Casaleggio. Chavez, Maduro, Fidel Castro, Evo Morales. Senza trascurare gli ayatollah iraniani. A gennaio dell'anno scorso gli Usa uccidono il generale Qassem Soleimani, numero due del regime. Di Battista commenta e definisce «vigliacco» e «stupido» il raid americano. Quindi aggiunge: «L'Iran non ha mai rappresentato una minaccia per il nostro Paese». Qualche mese prima, a novembre 2019, il sottosegretario Manlio Di Stefano aveva avuto un cordialissimo incontro con l'ambasciatore di Teheran a Roma. Noti anche i rapporti del senatore Petrocelli con l'Azerbaijan, governato col pugno di ferro dalla dinastia degli Aliyev a partire dal crollo dell'Unione Sovietica. Più volte ospite nella capitale Baku, Petrocelli ad aprile scorso ha guidato una delegazione del Comune di Matera (amministrato dal grillino Domenico Bennardi) in visita nel paese del Caucaso. Infine Grillo, ancora lui. Tra il serio il faceto il Garante il 15 settembre dell'anno scorso interviene in collegamento durante un incontro con i senatori. Eloquenti le sue parole, a proposito della democrazia diretta nel mondo: «Chiedono delle domande nei Paesi dove hanno un dittatore. Allora oggi è paradossale che funzionino più le dittature che le democrazie».

Il peccato originale del Movimento. Francesco Maria Del Vigo il 21 Agosto 2021 su Il Giornale. Si chiamerebbe intelligenza con il nemico, se di intelligenza ce ne fosse traccia. Già in tempo di pace l'animo duplice del Movimento Cinque Stelle era un problema per la politica italiana. Si chiamerebbe intelligenza con il nemico, se di intelligenza ce ne fosse traccia. Già in tempo di pace l'animo duplice del Movimento Cinque Stelle - a tratti vagamente di governo, più spesso barricadero e violento - era un problema per la politica italiana, ora, in un momento così delicato per la geopolitica mondiale, è un vulnus per la democrazia. Ci spieghiamo meglio: l'apertura di Giuseppe Conte che ha definito quello dei talebani come un «regime distensivo» non si può declassare come una sparata o liquidare come una voce dal sen fuggita. È una dichiarazione assolutamente coerente con un movimento che sin dalla sua nascita ha sempre strizzato l'occhio ai regimi. Se per anni idolatri Chavez, benedici Maduro e dipingi l'Iran come il paradiso terrestre, poi diviene quasi naturale considerare «distensivo» chi taglia le gole, spara sui manifestanti e fa rastrellamenti porta a porta. Non è che andando con lo zoppo s'impara a zoppicare è che, dal punto di vista democratico, il movimento ha sempre avuto un evidente problema di deambulazione. Ora la fascinazione autoritaria si somma e si salda a un altro pericoloso flirt: quello con la Cina. Non è un mistero che tra i grillini e il Dragone ci sia una corsia preferenziale che durante il governo Conte ha preso forma con gli accordi della Via della Seta, ma che affonda le radici addirittura nel 2013. Ad allora risale il primo incontro tra Beppe Grillo (in quel caso partecipò anche Gianroberto Casaleggio) con l'ambasciatore cinese in Italia, l'ultimo è avvenuto a Roma appena due mesi fa. Una trama fitta di rapporti personali, politici e soprattutto economici, che si è sempre mossa in una zona di totale opacità. Non è neppure un mistero - e lo abbiamo scritto più volte in questi giorni -, che il Dragone da tempo abbia esteso le sue mire sull'Afghanistan e proprio ieri il ministro Luigi Di Maio ha telefonato al suo omologo cinese per complimentarsi per il ruolo cruciale di Pechino. E così il cerchio trova la sua quadratura. I grillini filo cinesi tendono la mano ai talebani ai quali la Cina tende ben più di una mano. Chi si stupisce non conosce l'essenza anti Occidentale dei grillini o, peggio ancora, è in malafede.

Francesco Maria Del Vigo. Francesco Maria Del Vigo è nato a La Spezia nel 1981, ha studiato a Parma e dal 2006 abita a Milano. E' vicedirettore del Giornale. In passato è stato responsabile del Giornale.it. Un libro su Grillo e uno sulla Lega di Matteo Salvini. Cura il blog Pensieri Spettinati.

Alessandro Sallusti contro Beppe Grillo: traditore dell'Occidente e infiltrato della peggiore dittatura. Libero Quotidiano il 17 giugno 2021. Beppe Grillo ha postato ieri sul suo sito un lungo articolo contro il segretario della Nato Stoltenberg e contro il premier Draghi che nel corso del G7 in corso in Cornovaglia hanno lanciato un appello all'Occidente a "difendere i nostri valori" dall'aggressione politica, culturale ed economica di Russia e Cina. Grillo, insomma, ci vorrebbe fuori dall'Alleanza atlantica e al fianco dei regimi comunisti che intendono spadroneggiare nel mondo. Affari suoi, come è affare suo tifare Iran nella contesa con Israele. Ma sarebbero affari suoi se non fosse che al momento sia il capo riconosciuto di uno dei principali partiti di governo che esprime, tra l'altro, il ministro degli Esteri, il sindaco di Roma e che in questi anni ha allungato le mani sui nostri servizi di sicurezza nazionale. Non sappiamo che cosa ne pensi a proposito l'europeista e atlantista Enrico Letta, non il reggente dei Cinque Stelle Giuseppe Conte fresco di patti di ferro con i leader dei paesi occidentali, ma sappiamo di che cosa siano capaci i politici pur di vincere una elezione per cui c'è il rischio reale di finire nelle mani di un traditore dell'Occidente, di un infiltrato delle peggio dittature. Io non mi fido della "moderazione" di Di Maio né di Conte. Non perché li ritenga pericolosi sovversivi ma perché le chiavi dei Cinque Stelle le ha ancora in mano il fondatore senza il cui assenso nessuno può fare nulla di veramente importante. Pensare a una Italia fuori dalla Nato, sganciata dall'America e isolata nel cuore dell'Europa al fianco di Cina, Russia ed Iran è cosa troppo grave e troppo seria per essere presa come scherzo di un vecchio pazzo magari anche un po' ubriacone. Conte, Di Maio e Letta devono dire a tal proposito una parola chiara e a questo punto definitiva sia sulle alleanze internazionali che su Beppe Grillo. Passi il reddito di cittadinanza e utopie simili ma tradire l'Occidente non potrà mai essere in agenda.

Domenico Di Sanzo per "il Giornale" il 16 giugno 2021. Beppe Grillo, i giallorossi e la variante cinese. Tornata di moda l'unità dell' Occidente in funzione anti-Cina, vedi G7 in Cornovaglia, a Roma le simpatie di parte del M5s per Pechino potrebbero diventare un' altra trappola sul cammino della coalizione con i democrat. Ascoltando le perplessità all' interno dei Cinque Stelle, la variabile impazzita della politica estera è sostanzialmente Grillo. Dopo la discussa visita di cortesia di venerdì scorso all' ambasciata cinese in Italia, il Garante non si smentisce e pubblica sul suo Blog un intervento filocinese a firma di Andrea Zhok, docente di filosofia all' Università di Milano, già collaboratore de L' Espresso e di Micromega. L'articolo è un contraltare alla rinnovata compattezza del blocco occidentale, uscita fuori dal G7 e dalla successiva riunione della Nato. «Una parata ideologica come non se ne vedevano dalla caduta del muro di Berlino», stronca i summit lo studioso sul Blog di Grillo. Il condimento del commento è tutto a base di antiamericanismo e terzomondismo. «Il messaggio veicolato dai leader occidentali, capitanati dal mite Biden - scrive Zhok - è che ci siamo noi», l'Occidente, e poi ci sono loro, gli altri, dalla cui aggressività ci dobbiamo difendere e che minacciano i nostri valori». Sotto accusa la frase «dobbiamo difendere i nostri valori», pronunciata anche dal premier Draghi. Il post pubblicato da Grillo è un rovescio della politica filo-atlantica intrapresa con decisione dal governo. Siamo di nuovo al grillismo strampalato di qualche tempo fa. Tra «servizi a salve sui diritti degli Uiguri, missili terra-aria sulle violazioni degli hacker russi, siluri sulle origini del virus nel laboratorio di Wuhan». Come se tutte e tre le questioni fossero trascurabili, notizie diffuse dalla propaganda occidentale. Zhok infilza: «Finché erano gli Usa ad estendere il proprio potere a colpi di accordi commerciali e flussi di capitale strategici, quella era l'apoteosi del libero commercio. Quando lo fa la Cina, questo è perfido imperialismo economico». Insomma, «ad averci reso le colonie e i protettorati che siamo non sono né i russi né i cinesi». L' atteggiamento del comico in politica estera indispettisce gli alleati, solidamente filo-atlantisti, del Pd. Ma ubriaca anche il M5s, avviato verso un complicato aggiornamento delle sue posizioni. «Quel post è una follia», taglia corto con Il Giornale una fonte pentastellata di governo. Moltissimi parlamentari del Movimento chiedono un intervento di Giuseppe Conte per chiarire la linea. La grana della Cina scoppia nei Cinque Stelle. «Grillo parla a titolo personale o per il M5s?» si chiede un parlamentare. Anche nel Pd invocano una sterzata chiarificatrice da parte di Conte. Il fattore cinese mette in crisi i rapporti tra i giallorossi, già divisi in quasi tutte le città al voto in autunno. Ma a sinistra ci si mette pure Massimo D' Alema. L' inossidabile ex premier elogia il comunismo in un'intervista all' emittente New China Tv, in occasione dei cento anni dalla fondazione del Partito comunista cinese. D' Alema sottolinea lo «straordinario salto verso la modernità e il progresso» compiuto dalla Cina, «il grande merito storico del Partito comunista cinese». L' intervista è stata rilanciata su Twitter da Hua Chunying, portavoce del ministro degli Esteri cinese. La stessa che durante la prima ondata di Covid in Italia aveva postato un video taroccato in cui si faceva credere che gli italiani fossero scesi in strada a Roma, suonando l'inno cinese per ringraziare degli aiuti ricevuti durante l'emergenza.

Domenico Di Sanzo per "il Giornale" il 16 giugno 2021. Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, e l’ultrà filocinese per eccellenza nel M5s, il senatore Vito Petrocelli. Ma soprattutto Beppe Grillo. O meglio, il suo Blog. Il rapporto tra i Cinque Stelle e la Cina ha attraversato diverse fasi. L' iniziale avversione per il Dragone, testimoniata ancora da vecchissimi post sulla vicenda della minoranza degli Uiguri e sulla questione del Tibet. Poi c' è stato l'appoggio monolitico alla causa del regime comunista di Xi Jinping. E adesso i grillini sono divisi anche sul supporto a Pechino. Molto più freddo da parte di Di Maio e dei suoi, intatto per Grillo e per l'ex stellato Di Battista. Ma dicevamo del Blog del fondatore. Ecco alcuni titoli di articoli dedicati alla Cina negli ultimi anni: «La Cina e il governo del cambiamento» (11 giugno 2018), «Coronavirus: la Cina ne uscirà più forte» (12 febbraio 2020), «Cina - Italia: un destino condiviso» (12 marzo 2020), «La Cina inaugura il ponte sul mare più lungo del mondo» (23 ottobre 2018), «In Cina sul mercato le prime auto senza guidatore» (26 marzo 2018). E sono solo alcuni degli innumerevoli post dedicati, soprattutto negli ultimi tre anni, a magnificare le magnifiche sorti e progressive del paradiso cinese. Un feeling culminato nei due faccia a faccia in due giorni di Beppe Grillo con l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua nel novembre del 2019, con tanto di pesto donato al diplomatico. Sul Blog di Grillo a fine marzo scorso compariva un articolo di Fabio Parenti, docente di Economia politica a Pechino. Nel commento si negava la persecuzione da parte del governo cinese ai danni della minoranza musulmana degli Uiguri nella regione dello Xinjiang. Per il collaboratore del Blog le accuse dell'Occidente farebbero parte di un complotto «per bloccare lo sviluppo della Cina e la sua rinnovata influenza internazionale». Ancora più ardite le tesi sostenute dal senatore Vito Petrocelli, vicepresidente Commissione Esteri a Palazzo Madama, che ha apposto la sua firma in un controverso rapporto sullo Xinjiang. Nel testo viene ridotta a «sensazionalismo» la violenza contro gli Uiguri, vittime di quelle che sono definite «presunte repressioni». Elogi e difese d' ufficio anche da Alessandro Di Battista. Gli ultimi complimenti ad aprile 2020, quando l'ex deputato scriveva sul Fatto Quotidiano che «la Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo». E che l'Italia sarebbe stata dalla parte giusta in virtù «di un rapporto privilegiato con Pechino, merito di Di Maio». Il ministro degli Esteri in realtà si stava cominciando già ad allontanare dalle sirene cinesi e aveva costruito buone relazioni con l'ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo. Di Maio però aveva firmato il memorandum della Via della Seta da ministro gialloverde. Un patto che vale 2,5 miliardi di euro, con un potenziale di 20 miliardi. Secondo un rapporto del Copasir del novembre dell'anno scorso, a fine 2019 erano 405 gli investimenti diretti di società cinesi in Italia, con un flusso di capitali pari a 4,9 miliardi nel 2018. Senza dimenticare il nodo del 5g. Ed ecco le parole del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, che ad aprile 2020, intervistato dal giornale South China Morning Post, faceva professione di fede: «L' Italia è ancora orgogliosa di far parte dell'Ue, ma vogliamo essere il più vicino possibile alla Cina».

Il duro attacco di Grillo al G7 e alla Nato. Federico Garau il 15 Giugno 2021 su Il Giornale. Grillo ripropone le riflessioni di Andrea Zhok: "Quando le èlite economiche occidentali percepiscono qualche minaccia scatta il riflesso condizionato: chiamano alle armi la plebe a "difendere i nostri valori"". Pesantissimo attacco di Beppe Grillo nei confronti del G7 e della Nato, dove il neo presidente degli Stati Uniti Joe Biden ed altri leader politici hanno alzato i toni nei confronti di Russia e Cina. Un comportamento che, come si legge sulla pagina Facebook del garante del Movimento 5Stelle, ricorda tristemente i modelli comunicativi impiegati durante la guerra fredda.

Il post sui social. Hanno lasciato il segno le parole del 46esimo presidente degli Usa nel corso del G7 e del successivo vertice della Nato. Durante l'incontro con il segretario generale dell'Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg, l'attuale inquilino della Casa Bianca ha annunciato il pugno duro nei confronti di Cina e Russia, definite come "due nuove sfide". "Voglio che l'Europa sappia che gli Usa ci sono. Abbiamo la Russia che non agisce nel modo in cui speravamo, così come la Cina", ha dichiarato Joe Biden. E ancora: "Dirò a Putin che ci sono delle linee rosse da non superare. Difenderemo l'integrità territoriale dell'Ucraina. Non cerchiamo il conflitto con la Russia ma risponderemo". Parole, quelle del presidente degli Stati Uniti, che hanno naturalmente provocato la piccata risposta della Cina. A criticare pesantemente le affermazioni che sono state fatte al G7 ed al vertice della Nato (in entrambe le occasioni Cina e Russia sono state tirate in ballo) è anche Beppe Grillo, che su Facebook ha postato alcune riflessioni tratte da un articolo pubblicato dall'accademico Andrea Zhok proprio sul blog del comico genovese. "Negli ultimi due giorni abbiamo assistito ad una parata ideologica come non se ne vedevano dalla caduta del muro di Berlino", scrive il docente di Antropologia filosofica e Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano. "Il G7 prima e la riunione della Nato poi hanno colto l’occasione per sparare a palle incatenate contro il 'nemico' nelle vesti di Russia e Cina. Il messaggio veicolato dai leader occidentali capitanati dal 'mite' Biden è che ci siamo 'noi', l’Occidente, e poi ci sono 'loro', gli 'altri', dalla cui aggressività ci dobbiamo difendere e che minacciano 'i nostri valori'. A più riprese, vari leader, dal segretario della Nato Stoltenberg al presidente Draghi hanno ripreso questo punto: 'dobbiamo difendere i nostri valori'". Preoccupano, dunque, le affermazioni del G7 e della Nato, paragonate al modello argomentativo "della 'guerra fredda', dove i popoli occidentali erano chiamati a difendere la propria identità valoriale di fronte agli attacchi del perfido nemico trinariciuto". Qualcosa su cui è bene scherzare poco, secondo Zhok, dal momento che "davanti ad un appello identitario a base valoriale per la difesa dal nemico è opportuno drizzare le orecchie". "Questo è il tipo di discorso che tipicamente serve a preparare la manovalanza plebea ai 'sacrifici della guerra per difendere ciò che è più sacro'", prosegue l'articolo del professore, che continua: "Quando le èlite economiche occidentali percepiscono qualche minaccia al proprio stile di vita scatta il riflesso condizionato: dalla Prima Guerra Mondiale alla guerra del Vietnam, chiamano alle armi la plebe a 'difendere i nostri valori'. Al contempo procedono a dipingere il nemico in termini caricaturali e disumanizzanti, in modo da farne risaltare la profonda incolmabile diversità antropologica. Un grande classico, e funziona sempre".

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger).

Mattia Feltri per "La Stampa" il 17 giugno 2021. Massimo D'Alema ha recapitato un video a New China Tv nella fausta circostanza dei cento anni del Partito comunista cinese a cui si devono, secondo la complessa contabilità degli storici, fra i quaranta e gli ottanta milioni di morti soltanto nella stagione del comando di Mao. Il comunismo ha fatto uscire ottocento milioni di persone dalla povertà, ha detto D'Alema col medesimo approccio costi-benefici di chi ricorda il miracolo economico di Hitler, che ereditò la Germania di Weimar sfiancata da disoccupazione e inflazione e ne fece una potenza. Mai nessun paese nella storia dell'umanità è riuscito in una tale impresa, ha aggiunto D' Alema (parlando della Cina, non della Germania) forse sedotto dall'attuale corso capitalistico del comunismo, cioè soldi e tirannia, a occhio e croce il più affine al nostro ex premier, che non per niente intrattiene felici rapporti d' affari con Pechino. Dei molti passaggi, sublime fra i sublimi è quello in cui D'Alema si rallegra di quanto fatto dalla Cina per l'ambiente (sarebbe delizioso se si riferisse a Mao quando insegnava che i cadaveri dei borghesi sono ottimi nella concimazione dei campi). Sono molto comprensivo verso l'indignazione permanente per i nostalgici del fascismo e verso la fascinazione irresistibile per i nostalgici del comunismo: da noi il fascismo ha messo in piedi una dittatura, il comunismo un'opposizione consociativa e per cui sì, mi sembra un'ovvietà insignificante e vagamente cretina quella di chi sostiene che il fascismo ha fatto anche qualcosa di buono. Volete mettere la creatività di D'Alema, secondo cui il comunismo non ha fatto niente di male? 

La Cina rispolvera D'Alema per celebrare il comunismo. Daniele Dell'Orco il 15 Giugno 2021 su Il Giornale. L'ex premier, proprio mentre Mario Draghi rafforza l'alleanza con gli Stati Uniti, viene intervistato dalla tv cinese in occasione dei 100 anni del Partito comunista. È team Cina contro team Usa. L'Italia si conferma tra i due fuochi anche dal punto di vista politico e intellettuale. C'è un'anima fortemente atlantista, quella capeggiata da Mario Draghi e uscita rafforzata dal G7 in Cornovaglia, e quella giallorossa che, sulla scia dell'ambiguità del governo Conte II, continua con gli ammiccamenti nei confronti di Pechino. Draghi, forte di una intesa praticamente totale con la nuova amministrazione Biden, ha detto che l'obiettivo dell'alleanza atlantica sarà quello di "affrontare tutti coloro che non condividono i nostri stessi valori e il nostro attaccamento all'ordine internazionale basato sulle regole" e che sono "una minaccia per le nostre democrazie". In più, ha intenzione di rimettere mano al memorandum con cui l'Italia ha aderito alla Via della Seta nel 2019, quando tra i vertici del Movimento 5 Stelle e il regime di Xi Jinping l'intesa era fortissima. Il Ministro degli Esteri che firmò il memorandum è lo stesso di adesso, Luigi Di Maio, che sembra essersi "riconvertito" in chiave filo-occidentale, approccio indispensabile per mantenere la poltrona anche con Draghi. A fatica, però, il premier è riuscito a costringere Giuseppe Conte a rinunciare alla visita organizzata da Beppe Grillo all'ambasciatore cinese a Roma. Segno evidente che l'estro grillino pro-Dragone disturba non poco Palazzo Chigi. Dalla Cina, allora, hanno deciso di rispolverare i pezzi da novanta nostrani. Per celebrare la "gloria" del comunismo cinese, che quest'anno festeggia cento anni, New China Tv ha intervistato Massimo D'Alema, che ha scelto il momento meno adatto della storia recente per elogiare gli "straordinari" progressi compiuti dal Paese. L'intervista, rilanciata su Twitter dalla portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, mostra l'ex premier proteso verso il sogno di una "collaborazione" tra Oriente e Occidente. Un sogno da marziani, viste le conclusioni del G7. Ma pur di non abbandonare la propria vocazione comunista, D'Alema continua a fare ciò che gli riesce meglio: vivere distaccato dalla realtà. Subito dopo aver rievocato la sua visita a Pechino nel 1978, al tempo in cui era segretario dei giovani comunisti italiani, il proletario col panfilo ha elogiato "lo straordinario salto verso la modernità e il progresso" compiuto dalla Cina, che ha "fatto uscire almeno 800 milioni di persone dalla povertà. È un risultato straordinario. Mai nessun Paese nella storia dell'umanità - sostiene - è riuscito a realizzare una così immensa trasformazione della vita delle persone". Insomma, dichiarazioni pregne di una retorica simile a quella mostrata da Matteo Renzi al cospetto del principe saudita Bin Salman. I politici di sinistra, piccoli tra i grandi, non si smentiscono. Come non smentiscono la tendenza a mistificare la realtà. Renzi parlava di "Rinascimento" ospite di un Paese che non rispetta i diritti umani più basilari, D'Alema parla di una "forte collaborazione internazionale" con la Cina per risolvere problemi come la ripresa economica e i cambiamenti climatici. Problemi, cioè, per lo più creati dalla Cina stessa, tra i Paesi più inquinanti al mondo e allo stesso tempo capace di distruggere un intero mercato del lavoro a livello globale con aziende che operano in regime di semi-schiavitù, con prodotti di livello spazzatura che invadono i nostri mercati e con l'arte del plagio che crea seri problemi di concorrenza sleale per le eccellenze occidentali. Ma siccome per D'Alema è già tempo di vacanze, avrà modo di rifletterci meglio sul suo 18 metri.

Daniele Dell'Orco. Daniele Dell’Orco è nato ad Alatri nel 1989. Giornalista pubblicista, è laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Ha conseguito il Master in giornalismo Eidos e ha perfezionato gli studi presso la Cuny University di New York. Ha diretto la rivista trimestrale cartacea Nazione Futura.

Maurizio Tortorella per "La Verità" il 17 giugno 2021. I filocinesi d'Italia? Sono tanti e potenti, e stanno tutti venendo fuori. Dopo tre anni in cui i due governi a maggioranza grillina guidati da Giuseppe Conte hanno stretto una rete di legami tra Roma e Pechino, ora il governo di Mario Draghi cerca d'imporre un'inversione di marcia. Draghi spinge per riportare il Paese in una collocazione più lontana dal regime di Pechino, schierandolo in quel fronte occidentale che vede l'aggressività della Cina come minaccia per la libertà globale. Come insegna la fisica, però, ogni spinta provoca controspinte. Così la pressione di Draghi ha costretto gli amici di Xi Jinping a esporsi, e se ne sono schierati alcuni di peso. Il primo è stato Beppe Grillo, che con la sua verve da provocatore è corso a far la riverenza all'ambasciatore cinese Li Junhua proprio mentre il G7 era al culmine, e poi ha usato il suo blog per negare la pulizia etnica che da anni Pechino conduce contro la minoranza islamica di 10 milioni di Uiguri, e per criticare la «propaganda atlantista» che lancia sospetti più che ragionevoli sui laboratori cinesi come origine della pandemia di Covid. Nelle stesse ore, Massimo D'Alema s'è fatto intervistare da New China Tv ed è riuscito nell'impresa di appuntare al petto del dittatore Xi Jinping - e dei suoi predecessori fino a Mao Zedong - un'improbabile medaglia umanitaria: «Credo che la cosa più importante che la Cina è riuscita a fare è togliere almeno 800 milioni di persone dalla povertà». Questo ha dichiarato l'ex presidente del Consiglio, nonché primo premier postcomunista d'Italia, dimenticando milioni di oppositori morti o reclusi nei campi di concentramento cinesi, e tutti gli altri orrori di uno dei più sanguinari totalitarismi della storia. Poi D'Alema ha aggiunto, ammirato: «Nessuno nella storia dell'umanità era riuscito a realizzare una così immensa trasformazione». Si parla di trasformazioni (meglio, di trasformismo) ed ecco viene in mente un altro grande filocinese: e cioè Conte, l'ex presidente del Consiglio che nella primavera 2019 per primo in Europa ha messo la firma sotto i protocolli con cui Xi Jinping spinge per la creazione di un ponte infrastrutturale tra Pechino e il Vecchio Continente. Il giorno in cui Grillo è andato a fare la riverenza all'ambasciatore cinese, Conte doveva essere con lui, ma aveva percepito il rischio di una polemica e s'era tirato indietro. Resta il fatto che per tutto il 2020, sotto Conte, Palazzo Chigi ha celebrato un'ininterrotta apoteosi della Cina come salvifico fornitore di mascherine e di respiratori. Peccato sia scoperto che le mascherine made in China erano per metà farlocche e che i respiratori, di cui guarda caso proprio D'Alema aveva spinto l'acquisto attraverso l'amico supercommissario Domenico Arcuri, non funzionassero. Sono questi i grandi filocinesi di oggi. Cui si aggiunge qualche esponente nei media, come Marco Travaglio che giorni fa, per difendere Grillo, ha scritto che «basta leggere i numeri dell'economia per capire che l'Italia può fare a meno più degli Stati Uniti che dalla Cina». Di certo non è il solo giornalista ad aver scoperto inclinazioni filopechinesi, se si pensa alla quantità di accordi siglati due anni fa tra Cina e Italia nella tv e nella carta stampata sotto l'attenta regia di Vito Crimi, allora sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio con delega all'editoria: nell'elenco c'erano l'Ansa, l'Agi, il Sole 24 Ore, la Rai. Certo, dietro e prima di tutto questo c'è una lunga marcia, più lunga ancora di quella del compagno Mao. Una marcia iniziata poco prima del 2000, quando Romano Prodi stava per concludere la sua missione da presidente dell'Ue. È da allora che Prodi dice che Pechino abbia realizzato «un comunismo sui generis in cui conta la meritocrazia», ed evidentemente è un modello che gli piace. Per questo può dirsi l'alfiere della via italiana alla Cina o, per chi la vede nell'altro modo, dell'invasione cinese dell'Italia. Prodi ha lavorato per quell' obiettivo anche da capo dei governi dell'Ulivo, ed è questa forse la sola cosa (con l'antiberlusconismo) che lo vede d'accordo con D'Alema. Ancora un anno fa, del resto, era Prodi a premere perché il governo Conte accelerasse sugli accordi con la Cina per il 5G, la tecnologia per le telecomunicazioni che oggi si teme sia il «cavallo di Troia» tecnologico con cui colossi come Huawei potrebbero regalare una messe di dati strategici al governo di Pechino. Anni fa era stato l'ex ministro prodiano dei Lavori pubblici Paolo Costa, nonché ex presidente dell'Autorità portuale di Venezia, ad aprire i porti italiani all'occupazione cinese. A spendersi per le intese con la Cina sulla Via della seta, nel 2019, è stato un altro filocinese di peso: l'economista Michele Geraci, allora sottosegretario allo Sviluppo economico per la Lega, ma che il capo dello Stato Sergio Mattarella nel 2015 aveva nominato Cavaliere dell'Ordine della stella d'Italia per le sue attività tese a creare un «ponte culturale» verso la Cina. Due anni fa è stato Geraci ad adoperarsi per la strana visita di Xi Jinping a a Palermo, la città di Mattarella, che a sua volta ha accolto il presidente cinese al Quirinale con una cerimonia dei corazzieri a cavallo, solennità che non aveva riservato ad esempio a Donald Trump. La stessa deferenza filocinese ha mostrato fin dall'inizio del suo pontificato papa Francesco. Nel 2020 il suo Vaticano ha rinnovato un accordo che ha dato al Partito comunista cinese il diritto di nominare il capo della Chiesa nella Repubblica popolare. A nulla sono servite le proteste di Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, il quale un anno fa prediceva che l'accordo avrebbe «ucciso la Chiesa in Cina». Da allora, gli arresti di religiosi sono continui. In maggio un vescovo, sette sacerdoti e dieci seminaristi sono stati fermati e costretti alla «rieducazione politica». La Chiesa non ha detto una parola. Da questo punto di vista, forse il filocinese più potente d'Italia sta in Vaticano e si chiama Jorge Bergoglio.

VIA DELLA SETA. Il partito cinese d’Italia: da Massimo D’Alema a Beppe Grillo, così Pechino sfida gli Usa da noi. Vino, mediazioni e affari. L’ex premier rappresenta il governo di Xi Jinping: “Quando erano la fabbrica del mondo nessuno si spaventava, poi hanno puntato al cervello”. Il comico ne diffonde il messaggio, altri 5S fanno presenziano agli eventi di Huawei e Zte. Carlo Tecce su L'Espresso il 5 luglio 2021. Se ci fosse il Partito cinese d’Italia, in sigla Pcd’I per suggestiva rievocazione storica, qui ci sarebbe la sede, fra lettere scritte in mandarino, schermi di produzione orientale, ammennicoli di altre epoche, le riviste della Fondazione Italianieuropei, proprio di fronte all’ambasciata francese di piazza Farnese a Roma. Se ci fosse il partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe il segretario. Il segretario onorario. Poiché il compagno D’Alema non esercita più il mestiere di politico dopo mezzo secolo e ha sancito il ritiro con una comunicazione formale al compagno Roberto Speranza che l’ha espunto dalla nomenklatura di Articolo 1. Il ministro della Salute è di fatto l’ultimo segretario della Volpe del Tavoliere, epiteto di Luigi Pintor, che esordì fra i giovani comunisti con Luigi Longo e soprattutto con Enrico Berlinguer. Oggi D’Alema, capigliatura marezzata di grigio, la solita affilata ironia, camicia bianca idonea alle conferenze milanesi, procaccia affari per le sue aziende e i clienti della multinazionale Ernst & Young, di cui in Italia è il principale consulente, si può dire lobbista, e opera nei Balcani e si spinge pure oltre. Anche in Cina. Il compagno D’Alema è considerato un carissimo amico dal ’78. Aveva 29 anni, indossava dolcevita di lana sotto la giacca e guidava la Federazione italiana giovani comunisti (Fgci) quando partì in missione a Pechino, su delega di Berlinguer, per riavviare il dialogo col partito comunista cinese dopo la stagione maoista. Non è più il capo dei giovani comunisti o dei democratici di sinistra o il primo ministro o il ministro degli Esteri, non più politico di incarichi seppur sempre collocato nella buca dei suggeritori di chi quegli incarichi riveste, però D’Alema viene ancora ricevuto a Pechino con i migliori onori, come capitava a Romano Prodi. Appena sbarca in aeroporto viene prelevato dal cerimoniale di Stato e accompagnato negli alloggi riservati agli illustri ospiti della Repubblica popolare cinese. Ha le credenziali adatte per decifrare, con sguardo benevolo su Pechino, la competizione fra Usa e Cina che investe l’Italia: «Finché i cinesi erano la fabbrica del mondo, offrivano prodotti a basso prezzo e utilizzavano la liquidità in eccesso per comprare il debito degli americani, nessuno si lamentava. Poi hanno lasciato riposare un po’ le braccia, la manifattura, e si sono concentrati sul cervello, le nuove tecnologia, l’innovazione digitale, e allora li hanno spaventati: Washington non può perdere l’egemonia in quel settore che muove il pianeta e il futuro. I pericoli per lo spionaggio con le connessioni internet in 5G, che vengono agitati in Italia e altrove nel continente, c’entrano poco». Però in tre anni l’Italia è passata dalla mania - si ricordi il simbolico memorandum per la nuova Via della seta - alla fobia per il regime di Xi Jinping. Il governo gialloverde di Giuseppe Conte (giugno 2018/agosto 2019) era assai accogliente con le imprese cinesi che si insinuavano nel mercato italiano del 5G come la famosa Huawei e la ancora più temuta Zte, la coppia poi messa al bando negli Stati Uniti dal presidente repubblicano Donald Trump. I voli da Roma o Milano verso Pechino erano frequentati assiduamente dai parlamentari e addirittura da influenti ministri, per esempio Luigi Di Maio (Sviluppo Economico), Giovanni Tria (Tesoro), Gian Marco Centinaio (Agricoltura). Anche il premier Conte decollò. A ogni taglio del nastro dei cinesi in Italia c’era un esponente del M5S a officiare la funzione mediatica: la sindaca Virginia Raggi per il palazzo di Huawei, il sottosegretario Angelo Tofalo (Difesa) per il centro di sicurezza cibernetica di Zte. Nel mentre, il viceministro professor Michele Geraci (Sviluppo Economico), cooptato dai leghisti e poi adottato dai grillini, tentava di ingaggiare al dicastero una cinese ventenne che non parlava italiano e il custode dell’ortodossia grillina Davide Casaleggio, agli eventi della Casaleggio Associati, offriva un palco ai vertici di Huawei e intensificava i suoi contatti con le società cinesi. L’apoteosi fu raggiunta con la trasferta imperiale in Italia del presidente Xi Jinping per la Via della seta. Il governo giallorosso di Giuseppe Conte (agosto 2019/febbraio 2021), invece, fu benedetto da Trump e si presentò con un provvedimento punitivo per Huawei e la sorella Zte. I 5Stelle rimasero in parte in armonia con Pechino, ma il Pd garantiva la più granitica fedeltà ai valori (e voleri) di Washington. Col governo di Mario Draghi la questione neppure si pone: il comitato di Palazzo Chigi per la “golden power” - i poteri speciali in materia di sicurezza nazionale - è sempre più vigile e severo sui contratti che riguardano le infrastrutture di comunicazione e le società cinesi legate al regime e perciò ha esteso le sue capacità di intervento. Altra annotazione: l’amministrazione democratica di Joe Biden ha rinsaldato l’alleanza europea contro gli «autocrati», citazione di Tony Blinken, il segretario di Stato, per il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo digitale e la trasparenza sulla pandemia. Il racconto di questo folle triennio a palazzo Farnese ha un suono diverso nelle parole di D’Alema: «Gli americani sanno che devono trattare con la Cina, ma prima di iniziare, riparati i danni di Trump, vogliono che l’Europa sia più o meno compatta alle loro spalle. Le posizioni non sono identiche. Si veda la Germania. Anche Bill Clinton assecondava gli imprenditori che cercavano di aggirare l’embargo a Cuba. Tutti tutelano interessi legittimi, tranne noi». Con più chiarezza: «Ciascuno si fa i cazzi propri, l’Italia si fa i cazzi degli altri». D’Alema rimane perfettamente in sintonia con sé stesso. Non ha bisogno di correggersi. Capaci di adeguarsi a qualsiasi contesto geopolitico e climatico, i M5S si sono riscoperti americani. Con qualche distinzione. L’ex sottosegretaria Mirella Liuzzi (Sviluppo Economico) non voleva escludere i cinesi dal 5G e in dicembre al seminario di Zte era tra i principali oratori con D’Alema. Il senatore Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri, si è dichiarato “filocinese”. Il leghista Tony Iwobi, il suo vice, ha espresso «profondo disappunto», ma nella primavera del 2019 partecipò, assieme a numerosi colleghi senatori (unici assenti Fratelli d’Italia), a un viaggio a Pechino organizzato dall’ambasciata cinese e poi racchiuse le sue emozioni in un testo per Cinaitalia esaltando il ruolo dell’Italia come tramite fra l’Africa e la Cina. E poi c’è Giuseppe Piero Grillo, detto Beppe o anche Beppe Mao. Grillo è andato all’ambasciata cinese di Roma lo scorso 11 giugno. Le visite note a sua eccellenza Li Junhua sono due. La prima fu nel novembre 2019. Il ministro Di Maio, che deve la sua longevità istituzionale al riscoperto entusiasmo per l’atlantismo, spiegò alla Camera che Grillo era un «esponente della società civile» e la vicenda non riguardava il governo. La seconda, quella dell’11 giugno, si è tenuta durante il G7 in Cornovaglia che si è schierato contro Pechino. Niente di casuale. Grillo era il messaggio. Come l’intervista a D’Alema, registrata un mese prima dalla televisione di Stato e rilanciata dai cinesi per il G7. Per l’appuntamento da Li Junhua il comico genovese aveva invitato Conte. L’ex premier, incautamente, aveva accettato. Poi la notizia è trapelata, pare dalla stessa ambasciata, per la troppa foga di segnalare un successo agli esigenti superiori di Pechino, e Conte si è defilato. Grillo si è offeso e da lì si è generato il ruvido duello personale. Quando c’era Barack Obama alla Casa Bianca e gli americani e i britannici studiavano il fenomeno grillino, Beppe Grillo si affacciava a villa Taverna dall’ambasciatore David Thorne. All’improvviso tre anni fa, come successo con i computer, che prima li sfasciava e poi li ha venerati, ha sposato le cause e le tesi cinesi sul 5G e persino sulla repressione degli uiguri. Il blog di Grillo veicola, senza filtri, la propaganda del regime cinese e lo fa utilizzando testi di accademici vicini a Pechino o già pubblicati sul Global Times, una sorta di versione inglese del Quotidiano del popolo, l’organo ufficiale del partito comunista cinese. Questo livello di rapporti con la Cina non se lo può permettere Conte, che ha l’ambizione di ricoprire cariche politiche e istituzionali. E l’ex premier, se lo ritiene, sugli esteri può sempre chiedere il parere di D’Alema, un vecchio amico di famiglia. Il compagno Massimo, in Puglia a occuparsi di comunicazione per il partito, negli anni Ottanta incontrò Nicola Conte, il papà di Giuseppe, segretario comunale a San Giovanni Rotondo, il paese (non natale) di Padre Pio nel foggiano. E poi D’Alema ha un’antica simpatia per l’avvocato Guido Alpa, il mentore di Conte, che firmerà un articolo sulla riforma della giustizia su Italianieuropei. Proprio questa consuetudine con Conte nonché con Domenico Arcuri di Invitalia, ex commissario alla pandemia, ha sollevato polemiche sul coinvolgimento di D’Alema in una commessa di respiratori polmonari cinesi, alcuni sospesi perché sprovvisti di marchi a norma, acquistati dalla Protezione civile nel marzo 2020. La versione ufficiale di D’Alema: «In virtù delle mie buone relazioni internazionali coi cinesi, mi è stato chiesto», ha detto al Corriere, «di dare una mano a recuperare dei ventilatori. Il problema era che lo Stato italiano poteva pagare alla consegna mentre i cinesi chiedevano che si saldasse al momento dell’ordine. Un’associazione internazionale, di cui faccio parte, si fece carico di comprare questi ventilatori per conto del governo italiano, anticipando di fatto i soldi». L’associazione si chiama Silk Road Cities Alliance, un consorzio, uno strumento geopolitico del governo cinese. D’Alema è nel gruppo dei presidenti e nel direttivo. La notizia, tra le altre, è che l’ex premier sia riuscito a convincere i suoi referenti cinesi a reperire ciò che l’Italia cercava e sborsare l’anticipo di circa 2 milioni di euro. La Silk Road Cities Alliance annovera tra i suoi marchi la cantina la Madeleine, l’azienda agricola di D’Alema in Umbria. Però l’intuizione geniale l’ex capo della Fgci l’ha avuta con la società Silk Road Wines di cui è amministratore unico e le cui quote sono divise fra i suoi figli, il fondo lussemburghese Amana e la famiglia dell’enologo Riccardo Cotarella. Silk Road Wines offre un servizio di uvaggio su misura. Come le camicie. Il cliente, spesso un distributore, acquista una grossa partita di vino creato per l’occasione, che poi viene etichettata e imbottigliata a piacere. Per un dirigente di un’azienda della ristorazione cinese, Cotarella ha studiato un vino adatto a piatti con salse molto piccanti: base di Merlot, per un retrogusto dolce, tagliato con un altro rosso più corposo. Jiang Zemin, Hu Jintao e Xi Jinping, il compagno D’Alema rivendica con orgoglio il primato di aver conosciuto dal ’93 tre presidenti della Repubblica popolare cinese e già vent’anni fa di aver mediato l’ingresso di assicurazioni Generali in terra comunista. Ha il vezzo di congedarsi con un monito: «La Cina è un interlocutore necessario. Inevitabile». Anche per gli astemi. 

Dagotraduzione da The Sun il 15 giugno 2021. «Non arrabbiarti con lo specchio se sei brutto». Così Vladimir Putin ha commentato le critiche di Biden in un’intervista alla Nbc, la prima concessa a un media statunitense negli ultimi tre anni. Il leader russo ha anche accusato gli Stati Uniti di «prendere di mira i cittadini sulle loro opinioni politiche». Le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono al punto più basso degli ultimi decenni, un fatto che Biden e Putin hanno pubblicamente riconosciuto nelle ultime settimane. Gran parte del logoramento delle relazioni può essere attribuito a una serie di attacchi informatici su settori di interesse statunitensi, tra cui la chiusura della Colonial Pipeline e l'hack di SolarWinds. Putin ha affermato che qualsiasi accusa contro il Cremlino coinvolto negli attacchi è una «farsa» e ha esortato Washington a fornire «prove» per le «affermazioni infondate». Il leader in carica ha anche discusso delle critiche recentemente mosse da Biden secondo cui la Russia stava contribuendo all'instabilità globale. Putin ha accusato la Casa Bianca di fare lo stesso in Libia, Siria e Afghanistan. Biden ha anche ripetutamente accusato Putin di violazioni dei diritti umani, indicando l'avvelenamento e la detenzione del critico del Cremlino Alexei Navalny. Tuttavia, Putin ha risposto nella sua intervista con la NBC, insistendo sul fatto che il suo governo non sta reprimendo il dissenso interno più di quanto non stiano facendo attualmente gli Stati Uniti. Ha poi indicato le centinaia di arresti effettuati sulla scia dei disordini del 6 gennaio e la morte di un rivoltoso, Ashli Babbitt, come cosiddetta prova che gli Stati Uniti prendono di mira anche i propri cittadini per le loro opinioni politiche. «Abbiamo un detto: “Non arrabbiarti con lo specchio se sei brutto”», ha detto. «Non ha niente a che fare con te personalmente. Ma se qualcuno ci incolpa di qualcosa, quello che dico è, perché non vi guardate? Vi vedrete allo specchio, non noi». Contrariamente alle affermazioni del leader russo, dopo l'insurrezione gli arrestati dall'FBI sono stati accusati di una serie di reati, tra cui violazione di domicilio e condotta violenta, e non sono stati incarcerati per le loro convinzioni politiche. Putin ha continuato: «Hai ordinato l'assassinio della donna [Babbitt] che è entrata al Congresso e che è stata colpita e uccisa da un poliziotto?». «Sapete che 450 individui sono stati arrestati dopo essere entrati al Congresso? E non sono andati lì per rubare un computer portatile. Sono andati con richieste politiche». Altrove nell'intervista, Putin ha offerto parole affettuose per l'ex presidente Donald Trump, accusato per tutto il suo mandato di quattro anni di essersi avvicinato al leader russo. «Mr. Trump è un individuo straordinario, un individuo di talento. Altrimenti, non sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti», ha detto Putin. «È un individuo colorato». Tuttavia, Putin ha aggiunto che c'è bisogno di «prevedibilità e stabilità» nelle relazioni della Russia con gli Stati Uniti. «Questo è qualcosa che non abbiamo visto negli ultimi anni», ha detto Trump. Biden e Putin si incontreranno mercoledì a Ginevra, in Svizzera. Il presidente degli Stati Uniti non ha detto niente sugli argomenti di cui intende discutere con Putin, anche se si pensa che la recente ondata di attacchi informatici sul suolo americano sia in cima all'agenda di Biden. Parlando degli hacker legati alla Russia, Putin ha negato ogni responsabilità, insistendo: «Siamo stati accusati di ogni genere di cose. Interferenze elettorali, attacchi informatici e così via. E non una volta, non una volta, non una volta, si sono presi la briga di produrre alcun tipo di prova. Solo accuse infondate. Sono sorpreso che non siamo ancora stati accusati di aver provocato il movimento Black Lives Matter», ha aggiunto.

Tra Biden e Putin clima di disgelo. Orlando Sacchelli il 17 giugno 2021 su Il Giornale. “L’immagine del presidente degli Stati Uniti Joe Biden fornita dalla stampa non ha nulla a che fare con la realtà”. Vladimir Putin l’ha detto durante un incontro, a Mosca, con alcuni neo laureati. “Voglio dire che l’immagine del presidente Biden, ritratta dalla nostra e anche dalla stampa Usa, non ha nulla a che fare con la realtà”. Cosa vorrà dire Putin? Di certo qualcosa si sta muovendo negli equilibri geopolitici, e non è detto che i rapporti tra Stati Uniti e Russia debbano continuare ad essere così tesi come negli ultimi anni. Biden si è guadagnato il rispetto dei russi, secondo Kadri Liik, analista dell’European Council on Foreign Relations: “Non perché è stato duro o perché ha “usato toni di confronto con Putin. Ma perché ha dimostrato di saper scegliere con saggezza le sue battaglie e ha dimostrato di saper mantenere sia l’equilibrio che l’integrità”. Certo, non bastano un colloquio o una stretta di mano per modificare i rapporti di forza e le ataviche diffidenze tra le due super potenze. Ma almeno i due presidenti si sono detti in faccia, con chiarezza, su quali terreni possono collaborare/interagire e su quali invece non è possibile farlo, come ha sottolineato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: “Dal punto di vista dei leader (il summit, ndr) è stata un’opportunità di esprimere direttamente la loro posizione e capire più o meno dove possono interagire e quale interazione invece non è possibile al momento data la completa divergenza delle posizioni e anche questo è un plus”. I disaccordi restano, a partire dai diritti umani, ma anche sull’Ucraina e il ruolo (per meglio dire l’allargamento della sfera d’influenza) della Nato. A complicare le cose c’è anche il “caso Navalnj”, il dissidente russo incarcerato, su cui l’Occidente intero chiede la liberazione. Ma su tante altre questioni non meno importanti sembra ci sia la piena disponibilità a dialogare da “persone adulte”, senza prendersi in giro e farsi false promesse. Qualcuno sussurra che la “guerra fredda è tornata”, ricordando però che mai come durante la guerra fredda il mondo abbia vissuto un periodo di così lungo equilibrio e pace. Interessante registrare anche la reazione da parte della Cina, che accoglie con favore l’intesa raggiunta tra Biden e Putin per il proseguimento del dialogo bilaterale e la stabilità strategica. Significativo l’apprezzamento anche da Mikhail Gorbaciov. L’ex presidente dell’Unione Sovietica in un’intervista all’agenzia Interfax sottolinea che “i presidenti hanno fatto il primo passo verso la garanzia della stabilità strategica, la cosa principale ora è non deviare da questo cammino (…). I presidenti hanno superato i dubbi e l’ambiguità, comprendendo che la sicurezza è la questione principale e che la questione nucleare è particolarmente pericoloso per il mondo (…). Accolgo con favore gli accordi dei nostri leader che, come facemmo non molto tempo fa io e Reagan, hanno affrontato la questione della sicurezza (…) fu allora che iniziò lo sforzo per il disarmo nucleare, un impulso che non si è esaurito perché la gente ha creduto nella sicurezza nucleare (…) Sono convinto che tutti saranno soddisfatti dei risultati”, ha concluso Gorbaciov, “la gente vuole crescere le future generazioni in pace e bisogna creare le condizioni per questo”.

Biden e la “prova del budino”. Nonostante i rapporti tesi, da tempo, tra i due Paesi, il vertice è andato bene. Parlando ai giornalisti prima di salire sull’Air Force One per tornare a Washington Biden dice di “sentirsi bene” dopo il meeting. Ma ribadisce che solo le azioni di Mosca potranno confermare (o meno) se sono stati fatti progressi. “C’è la concreta possibilità di un miglioramento delle relazioni”, ammette Biden. “È stato importante incontrarsi di persona, per evitare fraintendimenti su quello che intendevo comunicare. Ho fatto quello che dovevo fare. Questa non è una questione di fiducia ma di interessi e di verifica degli interessi. La prova del budino si ha quando lo si mangia. Molto presto sapremo”…

Biden - Putin: barlumi di speranza. Piccole Note su Il Giornale il 17 giugno 2021. L’atteso incontro tra Putin e Biden è andato bene. Così sul Wp: “Date le basse aspettative […] Putin e Biden sono usciti dagli incontri con una piacevole sorpresa: progressi incrementali su una manciata di questioni”. Così sul Nyt: “Nonostante i leader abbiano conservato le loro visioni del mondo nettamente divergenti, ci sono stati momenti nelle loro conferenze stampa separate in cui sono apparsi sorprendentemente in sincronia”.

Di accordi non raggiunti e trattative avviate. Molti pseudo-analisti hanno denunciato l’inanità del summit, stante la mancanza di accordi. Ma era ovvio non si concludesse con i fuochi d’artificio. Aspettarsi che Biden e Putin si presentassero ai cronisti per firmare qualche trattato era, infatti, folle. Gli accordi non si fanno in un vertice, che semmai serve a concluderli. Perché ciò avvenga servono lunghe trattative preparatorie tra le parti, come accadde ad esempio per i trattati sull’atomica siglati da Gorbacev e Reagan. E nulla era stato preparato per il vertice di Ginevra, sede peraltro di quel lontano summit (scelta presumibilmente proprio per richiamare tale fausto precedente). Né ci si poteva aspettare che Putin uscisse dai colloqui annunciando la scarcerazione di Navalny o che Biden dichiarasse che l’America avrebbe riconosciuto Assad come legittimo presidente della Siria. E nemmeno ci si poteva attendere accordi sulle armi nucleari o sulla sicurezza informatica – temi indicati come focus dei colloqui -, che appunto avrebbero dovuto essere preceduti da intense trattative, che invece sono state annunciate dai due presidenti, i quali hanno ovviamente rimandato a negoziati di più basso livello il compito di cercare soluzioni condivise. L’incontro serviva ad altro: a evitare che l’attuale Guerra Fredda andasse fuori controllo e scatenasse una guerra globale. Obiettivo non da poco…Da qui il comunicato congiunto: “Stati Uniti e Russia hanno dimostrato che, anche in periodi di tensione, sono capaci di compiere progressi sull’obiettivo condiviso di garantire prevedibilità in ambito strategico, riducendo il rischio di conflitti armati e la minaccia di una guerra nucleare”. “La recente estensione del nuovo Trattato START esemplifica il nostro impegno per il controllo degli armamenti nucleari. Oggi riaffermiamo il principio che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”. Per gli Stranamore, a cui serve non escludere tale orizzonte per promuovere le loro folli strategie muscolari, è una mazzata (e forse per non urtare suscettibilità in tal senso il comunicato non stato pubblicato subito sul sito ufficiale della Casa Bianca, tanto che il Nyt rimanda al sito del Cremlino…). Certo, l’incontro di Ginevra doveva pur dare un risultato concreto, anche minimo, da qui la trovata di tenere a casa i rispettivi ambasciatori, da tempo richiamati in patria dalle due super-potenze, per poter annunciare in questa occasione il loro ritorno nelle rispettive sedi, come simbolo di un ritrovato dialogo.

I temi riservati. Nelle conferenze stampa separate, nuova trovata dei circoli che promuovono il conflitto permanente per ribadire le asperità dei rapporti tra le due potenze, i due hanno parlato anche di scambi di prigionieri e di altre possibilità, evitando però di parlare di temi di certo meno banali che pure devono essere stati affrontati nel vertice.

A dare indizi in tal senso, la composizione delle due delegazioni, che per la Russia comprendeva “il vice capo dell’ufficio presidenziale russo Dmitry Kozak e l’inviato presidenziale speciale russo per la Siria Alexander Lavrentyev”, come scrive Itar Tass, che spiega la loro presenza come necessaria per “discutere di questioni regionali, in particolare Ucraina e Siria”. Il fatto che l’Ucraina sia stata oggetto di colloqui è denotato anche dalla presenza, nella delegazione Usa, di Victoria Nuland, attuale sottosegretario di Stato per gli affari politici, resa celebre dal suo “fuk off Europe” durante la rivoluzione di Maidan. Più che probabile che tali delicate questioni siano state affrontate in ambito riservato dai rispettivi ministri degli Esteri, presenti anch’essi a Ginevra e non certo come spettatori. Com’è ovvio che si sia parlato della questione delle risorse dell’Artico, che tanto interessa gli Stati Uniti, i quali sul tema hanno cercato un dialogo con i russi, molto avanti rispetto a essi. E certo hanno parlato di Cina, convitato di pietra del vertice, preceduto, non a caso, da una dichiarazione congiunta Mosca – Pechino sulla indissolubilità dei loro rapporti. Washington sa che non può ledere tale alleanza, nondimeno può tentare di rendere la Russia non partecipe di alcune diatribe aperte con Pechino. Di certo, comunque, si è parlato dell’accordo sul nucleare iraniano, che poi è il tema più delicato e importante del momento, che l’amministrazione Usa vorrebbe chiudere in fretta, nonostante le avversità.

Sul punto Biden ha un alleato in Putin, e forse è un caso o forse no, ma alla vigilia del summit il ministro degli Esteri della Svizzera, che ha ospitato il vertice e la cui ambasciata rappresenta gli Usa in Iran, ha annunciato che Washington incrementerà l’invio di aiuti umanitari a Teheran tramite il suo Paese (al Manar). Vertice positivo, appunto, come evidenzia la risata di Putin a una battuta di Biden, catturata da un video, e il pollice all’insù di quest’ultimo al termine dell’incontro. Cenni che rimandano alla conclusione del Nyt: “Lev Tolstoj una volta disse: ‘Non c’è felicità nella vita, ce ne sono solo barlumi’”, ha detto Putin. “Penso che in questa situazione non possa esserci nessun tipo di fiducia o familiarità. Ma penso che abbiamo intravisto dei barlumi”.

Da Ginevra a Ginevra: Putin e Biden come Gorbaciov e Reagan? Andrea Muratore su Inside Over il 17 giugno 2021. Joe Biden e Vladimir Putin chiedono una cosa ben precisa dal loro rapporto bilaterale: una sostanziale prevedibilità. Questo il risultato principale del vertice di Ginevra, il primo che ha visto incontrarsi in presenza il leader del Cremlino e il nuovo presidente degli Usa dopo l’uscita di Donald Trump dalla Casa Bianca. Da navigati esperti della politica internazionale, Putin e Biden sanno quanto le relazioni tra Stati siano anche, se non in certi punti soprattutto, un fattore di relazioni umane. E in questo contesto è fondamentale tracciare un paragone tra il summit ginevrino di ieri e quello che a novembre 1985 avviò il disgelo tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov. Gli obiettivi del vertice del 19-20 novembre 1985 che vide l’incontro tra il presidente russo e il leader sovietico nella città svizzera erano piuttosto ambiziosi: avviare un dialogo per ricostruire le relazioni diplomatiche fra le due potenze mondiali e iniziare una trattativa per arginare l’escalation della corsa agli armamenti nucleari. Un vastissimo programma per il quale sarebbe servita, prima di ogni altra cosa, una presa di consapevolezza della comune volontà a trattare e della necessità di costruire un clima di fiducia condivisa. Oggi le questioni sono meno esplicite ma, in un certo senso, ancor più complesse. Washington rinfaccia a Mosca di essersi comportata negli ultimi anni come potenza ostile, di tentativi di influenza sul suo sistema elettorale interno, di azioni destabilizzanti contro gli alleati europei, di programmare e eseguire offensive cyber, di voler minare l’ordine liberale internazionale. Mosca invece contrattacca dichiarando di ritenere gli Usa sleali, minacciosi e potenzialmente destabilizzanti per l’ordine globale per le loro azioni unilaterali. In un certo senso lo scoglio è ancora più ostico, dicevamo, proprio perché manca, ad ora, quel fattore unificante che poteva far lavorare i leader in nome di un obiettivo comune. Ma il vertice Gorbaciov-Reagan del 1985 e quello Biden-Putin di ieri hanno un fattore di continuità: in prospettiva, possono essere accomunati dalla loro natura di momenti di “rottura del ghiaccio” tra le due superpotenze. Nel 1985, a Ginevra, in fin dei conti non si decise nulla di concreto. Ma si sancì un momento di tregua dopo l’escalation degli anni precedenti: l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il boicottaggio Usa alle Olimpiadi di Mosca del 1980 e l’analoga risposta sovietica ai Giochi di Los Angeles 1984, gli affondi di Reagan sul cosiddetto “Impero del Male” e il sostegno Usa ai mujaheddin in lotta contro i sovietici, il rilancio del duello nucleare in Europa avevano riportato ai minimi dall’era della crisi dei missili di Cuba le relazioni tra Mosca e Washington. Oggigiorno, il contesto che divide Russia e Usa non è meno perturbato: lo influenzano gli anni di sfiducia creati dalle annose partite mediorientali, dall’allineamento a Mosca di rivali strategici degli Usa sparsi per il mondo, dal contenimento anti-russo rilanciato da Washington in Europa orientale, le rivalità energetiche, la sfida portata agli Usa dalla convergenza russo-cinese, la nuova corsa allo spazio, l‘anarchia delle relazioni internazionali. Il vertice del 1985 aprì la strada alla stipulazione del trattato Inf che sancì lo smantellamento dei missili nucleari a medio raggio installati da Usa e Urss sul territorio europeo; quello di oggi parte proprio dalla denuncia di tale trattato da parte dell’ex amministrazione Trump per ricostruire un nuovo contesto di relazioni chiare e sincere. In fin dei conti sono proprio questi due i presupposti che Biden e Putin vogliono ristabilire: Usa e Russia non potranno, nei prossimi anni, divenire alleati a tutto campo, difficilmente troveranno negli scenari internazionali un terreno su cui dialogare in forma comune e con obiettivi convergenti. Sono e resteranno rivali: il punto di caduta della questione è il fatto che stabilire le opportune linee rosse, riattivare la volontà di dialogo degli apparati securitari dei due Paesi, rilanciare le opportunità di confronto dopo gli anni di gelo seguiti all’invasione russa della Crimea nel 2014 è nell’interesse di entrambi i leader. Le mosse tattiche compiute in vista dell’avvicinamento al summit dai due leader, con  Putin che ha annunciato con forza l’avvio del completamento del gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 e Biden che ha rilanciato la Russia come avversario sistemico della Nato, non cambiano questa necessità: la competizione potrà essere aspra, decisa e a tutto campo. Purché Mosca e Washington capiscano l’eccezionalità del momento e la necessità di cooperare per raffreddare le tensioni negli scenari più roventi. L’obiettivo di lungo termine, la ricerca di nuove intese multilaterali, magari estese anche alla Cina, sul controllo della competizione bilaterale, della corsa agli armamenti e degli altri fattori di criticità delle relazioni russo-americane, rimane oggi sullo sfondo. Ma da politici astuti e con consolidata esperienza Biden e Putin sanno di doversi confrontare con cautela e creare quel clima di fiducia che Reagan e Gorbaciov seppero instaurare nel 1985. Archiviando definitivamente la Guerra Fredda dopo quarant’anni di rivalità strategica.