Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

L’ACCOGLIENZA

 

QUINTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Muri.

Schengen e Frontex. L’Abbattimento ed il Controllo dei Muri.

Gli stranieri ci rubano il lavoro?

Quei razzisti come…

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i lussemburghesi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i bulgari.

Quei razzisti come gli inglesi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli etiopi.

Quei razzisti come i liberiani.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i Burkinabè.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come i sudsudanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli emiratini.

Quei razzisti come i dubaiani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come gli azeri.

Quei razzisti come i russi.

 

INDICE TERZA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

La Storia.

L’11 settembre 2001.

Il Complotto.

Le Vittime.

Il Ricordo.

La Cronaca di un’Infamia.

Il Ritiro della Vergogna.

La presa del Potere dei Talebani.

Media e regime.

Il fardello della vergogna.

Un esercito venduto.

Il costo della democrazia esportata.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

Fuga da Kabul. Il Rimpatrio degli stranieri.

L’Economia afgana.

Il Governo Talebano.

Chi sono i talebani.

Chi comanda tra i Talebani.

La Legge Talebana.

La Religione Talebana.

La ricchezza talebana.

Gli amici dei Talebani.

Gli Anti Talebani.

La censura politicamente corretta.

I bambini Afgani.

Gli Lgbtq afghani.

Le donne afgane.

I Terroristi afgani.

I Profughi afgani.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i giapponesi.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come gli australiani. 

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i brasiliani. 

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Olocausto dimenticato. La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Gli olocausti comunisti.

E allora le foibe?

Il Genocidio degli armeni.

Il Genocidio degli Uiguri.

La Shoah dei Rom.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Chi comanda sul mare.

L’Esercito d’Invasione.

La Genesi di un'invasione.

Quelli che …lo Ius Soli.

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Due “Porti”, due Misure.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Tunisia?

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Quei razzisti come i giapponesi.

Mako sposa senza festa. Il Giappone nasconde le nozze della vergogna. Gaia Cesare il 26 Ottobre 2021 su Il Giornale. Oggi l'unione borghese: la principessa perderà il titolo. Paese diviso e casa reale in imbarazzo. In fuga dal castello dorato, che era da tempo diventato una gabbia dorata. In fuga verso New York, Stati Uniti, dove il futuro consorte lavora per uno studio legale. In fuga dal suo Paese, il Giappone, dalla somma istituzione che lo rappresenta, l'Impero, e dalla sua stessa famiglia, lasciandosi alle spalle il titolo e pure l'appartenenza alla Casa imperiale. La principessa Mako, nipote dell'imperatore Naruhito, 30 anni compiuti appena due giorni fa, sposa oggi il suo compagno di università, il borghese Kei Komuro, e in uno dei riti più tradizionali compie una rivoluzione che lascia una ferita profonda nella Famiglia imperiale ma anche una traccia indelebile nella società giapponese, entrambe fieramente ingessate in abitudini millenarie. Figlia del principe ereditario Akishino, fratello dell'imperatore Naruhito ed erede al trono, la principessa Mako da oggi rinuncia a tutto per amore, dopo aver deciso di convolare a nozze con un uomo che non ha origini nobili e nel dissenso generale, accusata di aver anteposto gli interessi personali alla dinastia. Addio al titolo di principessa, addio anche alla successione dei suoi eventuali figli al trono, per realizzare - come aveva rivelato dopo l'annuncio del fidanzamento, nel 2017 - una «bella e affettuosa famiglia piena di sorrisi» e scappare dalle malelingue che in patria, a causa dei commenti al vetriolo sul suo matrimonio borghese, le hanno causato un disturbo da stress post-traumatico, come ha raccontato un assistente della principessa dando l'annuncio delle nozze a inizio ottobre. Niente cerimonia solenne, ma solo un rito civile, niente banchetto, nessuna tradizione come lo scambio di doni tra famiglie degli sposi (Nosai no Gi) oppure l'incontro ufficiale con l'imperatore e la consorte prima del matrimonio (Choken no Gi). Mako ha deciso di rinunciare perfino alla somma che la legge imperiale giapponese prevede per chi decida di sposare un commoner: 150 milioni di yen, circa 1 milione e 150mila euro. Più che una cerimonia, il matrimonio ha il sapore di una fuga, attesissima visto che le nozze sono state rinviate due volte dopo un fidanzamento cominciato otto anni fa. Il primo rinvio è del 2017, anno dell'annuncio, quando si reputò che non fosse opportuno festeggiare a breve distanza dall'abdicazione del vecchio imperatore Akihito, considerata un grave imbarazzo per la Famiglia Reale. Il secondo slittamento arrivò nel 2018, quando si scoprì che la madre dello sposo - udite udite - aveva osato indebitarsi con l'ex marito per coprire le tasse scolastiche del figlio. Un imbarazzo tutto giapponese, poi la pandemia ha fatto il resto fino a quando non è arrivato il via libera alle nozze del principe ereditario Akishino, padre della sposa, nel 2020. Adesso l'agognato momento è arrivato. Scambio di anelli e fuga per New York. Un po' borghesi come la commoner Kate di casa Windsor quando sposò William e un po' americani come Harry e Meghan in fuga dalla Gran Bretagna. Dopo la scambio degli anelli è prevista una conferenza stampa. Gaia Cesare

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 27 ottobre 2021. Non è stato un matrimonio da fiaba reale, piuttosto il tentativo di uscire da un brutto incantesimo: «Per sopravvivere dovevamo sposarci», ha detto lei. La principessa Mako, nipote dell'imperatore del Giappone, ha potuto finalmente sposare il giovane avvocato «plebeo» Kei Komuro. Hanno trent' anni, erano innamorati da dieci, promessi sposi da quattro, costretti a diversi rinvii e a una lunga lontananza per uno stillicidio di accuse, critiche e astio. Il matrimonio tra Mako e Kei non è stato celebrato con il fasto imperiale, sfilate, sciabole, pennacchi e paggetti, ma solo registrato all'ufficio dell'anagrafe. Così vuole la legge che custodisce la sacralità del Trono del Crisantemo: le principesse che sposano un uomo del popolo, un borghese, sono escluse dalla famiglia imperiale, perdono il titolo e se avranno figli maschi, questi non entreranno nella linea di successione. Anche ieri molti «benpensanti» in Giappone non hanno esultato per il lieto fine di questa storia molto tormentata; in un parco di Tokyo c'è stata una protesta con cartelli contro «Kei, opportunista e arrampicatore sociale». Il clima da caccia alle streghe era stato alimentato dai tabloid, che quattro anni fa avevano scoperto un presunto scandalo di vile denaro a carico della madre di Kei. Ma dietro la valanga di fango scaricata sul giovane c'era l'accusa di non essere all'altezza di un matrimonio imperiale. Nelle ultime settimane, la stampa popolare ha rinfacciato al fidanzato anche la scelta di un gessato scuro invece di un completo nero quando andò a far visita ai suoceri-principi; sui social media si sono rincorse voci su cattivi auspici incombenti sulle nozze: l'eruzione di un vulcano, una scossa di terremoto (che sono fatti ricorrenti e comuni in Giappone), anche il malore di un anzianissimo nonno materno di Mako. I due giovani si sono presentati alla stampa per cercare di chiudere le polemiche una volta per sempre. «Amo Mako e sogno solo di stare con lei per tutta la vita», ha detto Kei, che si è tagliato il codino. La (ex) principessa, in verde acqua molto semplice, arricchito solo da un filo di perle, ha letto ai giornalisti una frase scritta: «Mi rendo conto che ci sono opinioni diverse sul nostro matrimonio. Mi spiace molto per le persone a cui abbiamo dato disturbo. Sono grata a coloro che si sono preoccupati per noi e ci hanno sostenuti senza lasciarsi confondere da informazioni infondate che mi hanno portato grande tensione, paura e tristezza». Mako non ha accettato domande in diretta davanti ai microfoni, perché è schiacciata dall'ansia: il mese scorso le hanno diagnosticato «sindrome da stress post traumatico», un male oscuro che in passato ha colpito anche Masako, la moglie dell'imperatore, messa sotto pressione per non essere riuscita a dare al Giappone un figlio maschio capace di ereditare il trono. Ora lei si chiama Mako Komuro, ha preso il cognome del marito come vuole la legge. Andranno a vivere e lavorare a New York. È una fuga dalla frenesia che ha cercato di impedire la loro unione. Avevano annunciato il matrimonio imminente nel 2017. Ma scoppiò uno scandalo. Una questione di denaro che coinvolgeva la madre del ragazzo che, rimasta vedova, aveva ricevuto dal nuovo compagno 30 mila dollari, usati a quanto pare per gli studi di Kei negli Stati Uniti; poi la loro relazione era finita e l'uomo le aveva chiesto indietro la somma, che lei si era rifiutata di restituire. La faccenda è finita in tribunale e soprattutto sulle prime pagine dei tabloid giapponesi, con grande esecrazione. Scrissero che in realtà Kei puntava a diventare ricco e famoso, a mettere le mani sulla «buonuscita imperiale» che sarebbe spettata a Mako: 150 milioni di yen (1,1 milioni di euro). Nel 2018 l'Agenzia imperiale rinviò le nozze al 2020, per dare tempo alla vertenza di chiudersi. Nel 2020 è arrivato il coronavirus, che sconsigliava ogni cerimonia. Per sgomberare il campo dal denaro, Mako ha rinunciato ai 150 milioni di yen di dote. Mentre Mako e Kei fuggono all'estero, la Famiglia imperiale è a corto di eredi al trono, che debbono essere maschi. Sono solo tre: lo zio ultraottantacinquenne dell'imperatore Naruhito; il fratello Akishino, 55 anni e suo figlio Hisahito, 15, fratello minore di Mako.

La direttiva ministeriale a Tokyo. Stop ai colori nel braccio della morte, in Giappone vietati pastelli e temperamatite. Sergio D'Elia su Il Riformista il 15 Ottobre 2021. Un quadretto raffigura l’incontro di tre pesci in una bolla di vetro, uno rosso, uno bianco e nero, uno marrone. I tratti sottili disegnati da punte di matita di colore diverso creano un’immagine un po’ infantile ma significativa di uno stato d’animo. Forme di vita sospese in uno spazio senza orizzonte, in un tempo senza futuro. È forse questo il suo disegno più autobiografico. Akihiro Okumoto ha 33 anni ed è nel braccio della morte del centro di detenzione di Fukuoka. Aveva 22 anni quando ha ucciso con un coltello e un martello la moglie di 24 e la suocera di 50 nella sua casa nella città di Miyazaki nel marzo 2010. Ha anche ucciso suo figlio di 5 mesi strangolandolo e annegandolo in una vasca da bagno, seppellendo poi il suo corpo in un cortile vicino. Un disegno dedicato alla pace mostra proprio un bimbo piccolo che prova a prendere due farfalle, una azzurra e una più scura: ha gli occhi grandi neri, le gote rosa e veste un pannolino a pois e calzini verdi. Coltello e martello, le armi del delitto, sono ormai sotto chiave in un cassetto dei reperti di reato del tribunale che lo ha condannato a morte. Per dieci anni Okumoto ha usato armi diverse, leggere, colorate: le sue mani nude e le sue amate, inseparabili matite a colori, per lui vitali per disegnare animali e piante della città natale, il ricordo delle feste della semina del riso, gli uccelli variopinti, i ciliegi rosa in fiore in un mare di verde, le colline e altri paesaggi. Un disegno illustra un ciuffolotto maschio dal piumaggio rosa, celeste e nero, posato su un ramo di fiori di ciliegio. Un’altra immagine mostra due girasoli in un cielo azzurro: c’è il giallo oro dei petali che sfuma nell’arancio scuro della parte centrale, c’è il verde del fusto e delle ampie foglie. Il girasole è il fiore del cambiamento, della vita che volge, tramonta alla fine del giorno e rinasce ogni volta alla luce del sole. Col tempo anche i sentimenti dei famigliari di Akihiro Okumoto verso la sua punizione sono cambiati dopo che la sua condanna a morte è diventata definitiva nel 2014. Nell’aprile del 2017, un membro della famiglia delle vittime ha avanzato una richiesta di clemenza e chiesto un nuovo processo perché ora vuole che Okumoto espii i suoi crimini vivendo piuttosto che morendo. Per anni, il condannato a morte per omicidio ha disegnato immagini usando un set di matite a 24 colori, ha venduto i suoi disegni tramite i suoi sostenitori e ha inviato i profitti ai membri della famiglia in lutto. Ma un giorno, nell’ottobre 2020, il Ministero della Giustizia, nell’ambito di una “una revisione generale delle regole relative alla sicurezza”, ha rivisto la direttiva che stabilisce quali oggetti possono usare i condannati a morte. Così, le matite colorate e i temperamatite personali sono stati vietati. I colori dominanti nei bracci della morte sono ritornati a essere quelli monotoni, grigi e plumbei dei corridoi, delle celle, delle sbarre. Akihiro Okumoto, per riavere le sue matite e, con esse, i colori della sua nuova vita, ha intentato una causa al governo nazionale. Ha chiesto al governo di revocare la riforma delle direttive carcerarie che vietano l’uso di matite colorate, perché la nuova direttiva viola la sua libertà di espressione garantita dalla Costituzione giapponese. La prima udienza del processo avviato da Okumoto si è tenuta presso il tribunale distrettuale di Tokyo il 7 ottobre scorso. Il governo ha chiesto alla corte di archiviare il caso in quanto le direttive sono “ordini di servizio all’interno di un’organizzazione amministrativa e pertanto non devono essere oggetto di un ricorso giurisdizionale”. Rispetto alle matite meccaniche e ad altri strumenti di scrittura consentiti nei centri di detenzione, il rischio che uno faccia del male a se stesso o ad altri con matite colorate non può dirsi eccezionalmente alto. Per Okumoto, quindi, vietare totalmente l’acquisto delle matite è una restrizione crudele e insensata. Per lui, condannato a stare nel braccio della morte fino al giorno dell’esecuzione, disegnare immagini usando matite colorate significa riflettere sulla gravità del delitto commesso ed “evadere” dal rigore del castigo inflitto. Per lui significa anche, per quanto umanamente possibile, riparare il danno arrecato alle famiglie che hanno perso i loro cari. Lasciate a Okumoto, detenuto nel braccio della morte, almeno la facoltà di immaginare una vita a colori. Lasciatelo disegnare girasoli nel cielo azzurro e seguire con loro i raggi del sole. Per lui sarebbe un modo di sentirsi vivo anche nel luogo dove la vita è stata condannata a morte. Sergio D'Elia

La principessa Mako rinuncia a titolo e buonuscita per il suo amore borghese. Alessandra Muglia su Il Corriere della Sera il 27 settembre 2021. Dopo tre anni di intoppi e due rinvii, ormai è questione di giorni per le nozze tra la principessa e il suo fidanzato borghese. Mako, primogenita 29enne di Akishino, il fratello dell’imperatore giapponese e suo erede al trono, convolerà ad ottobre con Kei Komuro, l’ex compagno di università suo coetaneo che la colpì per il suo «sorriso come il sole». Lui le chiese la mano nel 2013, attratto da come «lei si prende cura di me, con calma, come la Luna». Ad avallare la notizia del matrimonio imminente, divulgata dai media nipponici, il fatto che il giovane sia appena rimpatriato da New York: non rientrava in Giappone dall’agosto 2018, quando si era trasferito negli Usa per una specializzazione in legge. Komuro è stato fotografato ieri al suo arrivo all’aeroporto di Tokyo con i capelli raccolti in una coda. E sono piovute critiche per quell’aria troppo sbarazzina che poco si confà, secondo gli standard giapponesi, a chi si sta unendo a una rampolla della famiglia imperiale. Vero è che Mako, per amore, perderà il titolo reale. Komuro a Tokyo. Non solo. La principessa ha deciso di rinunciare pure all’indennizzo — valutato intorno ai 152 milioni di yen (1,17 milioni di euro) — previsto per le donne della casa imperiale per garantire «il mantenimento di una vita dignitosa» dopo l’allontanamento dalla famiglia. Si tratterebbe della prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale che il compenso non viene corrisposto. Mako, a quanto pare, non vuole prendere soldi pubblici per un’unione che ha spaccato la società giapponese, soprattutto per la serie di annunci e smentite che l’ha preceduta. Nel novembre 2017 l’Agenzia imperiale aveva annunciato il fidanzamento ufficiale con nozze nel breve periodo, ma pochi mesi dopo, nel febbraio 2018, il programma è stato rettificato per «la mancanza di una adeguata preparazione per un evento di tale portata». Nel Sol Levante molti ipotizzarono che si voleva evitare di celebrare l’unione troppo a ridosso dell’abdicazione dell’imperatore Akihito. Poi però nel 2019 le nozze sono slittate di nuovo e stavolta per un motivo meno edificante: la situazione finanziaria disastrosa in cui versava la madre di Komuro. La donna si sarebbe indebitata con l’ex marito per coprire le tasse scolastiche del figlio. Un pasticcio imbarazzante per la famiglia imperiale, che ha diviso l’opinione pubblica ma non ha fatto desistere Mako. A fine 2020 suo padre, il principe Akishino, si è espresso a favore delle nozze, mettendo fine alle perplessità. Il matrimonio dunque si farà, a ottobre: la data verrà forse comunicata nella conferenza stampa che Komuro e Mako terranno alla fine della quarantena di due settimane imposta a chi rientra in Giappone dall’estero. A quanto risulta, non è prevista una cerimonia solenne. Mako non vorrebbe nemmeno, ha reso noto l’agenzia giapponese Kyodo, i riti con cui di solito le principesse abbandonano i propri diritti e status dinastici per sposarsi: nessun «Nosai no Gi», la festa con lo scambio di doni tra le famiglie dei promessi sposi e nessun «Choken no Gi», l’incontro con l’imperatore e consorte prima del matrimonio. Dopo le nozze Mako lascerà la residenza al centro della capitale e seguirà il marito con la coda verso una nuova vita a New York.

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" il 4 settembre 2021. Prima delle seconda guerra mondiale il Giappone annoverava più di 90.000 geishe, divise in migliaia di case di accoglienza disseminate per l'intero paese. Oggi i ranghi sono ridotti a poche centinaia, confinate in ristoranti d'alta classe che organizzano banchetti per i ricchi e per i turisti. Le specialità artistiche sviluppate dalle donne che scelgono questa professione sono in declino, e le limitazioni imposte dall'epidemia di Covid rischiano di seppellire una delle arti più antiche ancora coltivate nell'isola asiatica. La Cnn ha di recente dedicato ai fiori di Tokio, questo il nome con le quali le professioniste dell'accoglienza erano conosciute nel loro periodo d'oro, un articolo che passa in rassegna le trasformazioni che la professione ha subito nel corso degli anni, fino alle condizioni di precarietà nelle quali versa al momento. Le geishe sono l'incarnazione di canoni estetici accumulati nel corso di secoli, e che in gran parte erano già formati in Giappone prima della fine del primo millennio. Nella accezione più moderna sono ragazze che le famiglie indigenti destinano alla professione per salvarle da una vita di stenti. «Le geishe erano un grande business e parte integrante della società, ma ora sopravvivono solo come cultura da preservare», spiega Hisafumi Iwashita, professore alla Kokugakuin University. Le geishe sono tenute a rimanere celibi, ma possono lavorare finché vogliono senza andare in pensione. È ciò che sta facendo, a 80 anni, Ikuko, che non solo è a capo dell'Akasaka Geisha Association, ma è anche una geisha praticante. «Stiamo lottando per la sopravvivenza - spiega Ikuko - Tutto quello che possiamo fare è allenarci costantemente per essere pronti a esibirci in qualsiasi momento». Ma mentre il futuro è incerto per molti nel settore, la ottantenne Ikuko affermato che la professione le ha dato l'indipendenza economica, liberandola dalla pressione della società per sposarsi e fondare una famiglia. «Questo è il miglior lavoro che una donna possa avere, sono in buona salute e di buon umore fino a questa età. Non ho rimpianti per aver scelto di diventare una geisha». L'apprendistato dura più di un anno, durante il quale le candidate sono istruite al canto e al trucco cosmetico, ma anche all'arte della conversazione colta. Le geishe devono saper danzare e mostrare un portamento impeccabile nei movimenti. Una volta formata, il fiore è la quintessenza della raffinatezza. La sua presenza arricchisce l'ambiente e propizia le trattative tra i clienti maschi, sia nel commercio che nella politica. Il luogo che le raccoglie oggi è il ryotei, il ristorante di lusso di gusto tradizionale nei quali si svolgono i banchetti. I clienti siedono a gambe incrociate dopo aver rimosso le calzature intorno a tavolini bassi, e le geishe si muovono intorno a loro con la grazia di movimenti levigati dalla ripetizione ossessiva. Nel corso dei secoli alcune di loro sono assurte ad un tale livello di celebrità e di riverenza da diventare tesoro nazionale vivente, la massima onorificenza artistica insignita dal governo giapponese. Tale stato sociale è oggi minacciato da una parte dalla democratizzazione della professione. I banchetti organizzati dalla classe ricca e aristocratica sono sempre meno numerosi. Al loro posto sono i turisti stranieri affluenti a riservare i ryotei, e i consigli aziendali, a volte anche composti da sole donne. L'emancipazione della società giapponese ha reso poco rilevante l'immagine di una donna-ancella perfetta, specializzata nel servire e nell'accudire il piacere e l'intrattenimento del maschio intorno ad una tavola. L'epidemia ha poi aggravato la crisi del settore. Le geishe vengono pagate sulla base degli ingaggi, e il numero dei banchetti è caduto drasticamente negli ultimi due anni.

I documenti del 1948. Dopo 70 anni risolto il mistero di Hideki Tojo, il primo ministro giapponese durante la seconda guerra mondiale. Elisabetta Panico su Il Riformista il 17 Giugno 2021. Si è risolto il mistero delle ceneri di Hideki Tojo, il primo ministro giapponese che ha guidato lo sforzo bellico del suo paese durante la seconda guerra mondiale. Per più di 70 anni, la posizione dei resti è stato un mistero. Tojo, fu condannato per crimini di guerra da un tribunale internazionale. A fare la grandiosa scoperta è stato un professore giapponese Hiroaki Takazawa, che ha cercato nei documenti declassificati negli archivi nazionali degli Stati Uniti. Alla fine della sua ricerca, il professore ha scoperto che le ceneri del primo ministro sono state sparse nell’Oceano Pacifico poco dopo la sua esecuzione come criminale di guerra di classe A. Il professor Takazawa ha affermato di essersi imbattuto “per caso” nei documenti mentre svolgeva ricerche sui criminali di guerra. I suoi studi sono iniziati nel 2018 presso la National Archives and Records Administration degli Stati Uniti nel Maryland. “Non ero sorpreso, perché avevo sentito ‘voci’ che le loro ceneri fossero state disperse in mare”, ha scritto il professor Takazawa via e-mail, riferendosi a Tojo e ad altri sei criminali di guerra giustiziati il ​​23 dicembre 1948. Ha fotografato i documenti con il suo iPad, e li ha mostrati nelle interviste fatte dai notiziari giapponesi durante questo mese. Tojo prima di essere arrestato dall’esercito americano aveva tentato il suicidio dopo che i bombardamenti atomici americani portarono il Giappone a dichiarare la sconfitta nel 1945. Sotto il suo potere, milioni di civili e prigionieri di guerra soffrirono e vennero usati come cavie per esperimenti.

Successivamente all’esecuzione di Tojo e gli altri criminali di guerra condannati nel dicembre 1948, l’esercito americano iniziò una missione per smaltire le loro ceneri. L’obiettivo era quello di impedire che i resti venissero trovati dai sostenitori. In un documento, datato 23 dicembre 1948, e contrassegnato come “segreto”, un maggiore dell’esercito americano di nome Luther Frierson scrisse: “Certifico di aver ricevuto i resti, di aver supervisionato la cremazione e di aver sparso personalmente le ceneri dei seguenti criminali di guerra giustiziati a mare da un aereo di collegamento dell’Ottava Armata”. Il maggiore Frierson aveva sparso le ceneri “su una vasta area” dell’Oceano Pacifico a est di Yokohama. Spargendo le ceneri dei criminali di guerra, come ha affermato il professore di storia giapponese all’Università di Harvard David L. Howell, nel rilasciare le ceneri nell’oceano, le forze statunitensi molto probabilmente hanno violato alle proprie regole. In un manuale del 1947 americano c’è scritto che i resti dovrebbero essere sepolti o dati ai parenti più prossimi, quando possibile, dopo le esecuzioni militari. Lo smaltimento dei resti di Tojo non ha impedito ai suoi sostenitori di cambiare idea riguardo il primo ministro giapponese. Molti di loro ancora oggi percepiscono le azioni del proprio paese come atti di autodifesa. Il professor Takazawa ha affermato che la reazione pubblica alla sua scoperta è stata travolgente. “Alcune persone hanno espresso simpatia per Tojo e gli altri criminali di guerra i cui resti sono stati dispersi. Altre persone mostrano rispetto per il governo degli Stati Uniti per aver tenuto questi materiali nella National Archives and Records Administration invece di distruggerli”. Hidetoshi Tojo, 48 anni, pronipote di Tojo, ha detto in un’intervista al New York Times che le rivelazioni del professor Takazawa hanno messo un punto al mistero della sua famiglia. Aveva sempre pensato che alcuni dei resti del suo antenato fossero sepolti a Ikebukuro, nel nord-ovest di Tokyo. Ma aveva anche considerato la possibilità che i resti di Tojo fossero stati dispersi nell’oceano, viste le voci che erano circolate in Giappone. “Il mio bisnonno ha detto che la storia approderà sempre nel posto giusto”, ha detto il signor Tojo, senza esprimere la propria visione del ruolo del suo antenato nella storia. “Ora finalmente, dopo 75 anni, mi sento bene a pronunciare il mio nome Tojo ad alta voce. Questo tabù è cambiato nel corso degli anni”. Infine ha dichiarato che nonostante tutto è contento che il suo bisnonno fosse stato “restituito alla natura”.

Elisabetta Panico. Laureata in relazioni internazionali e politica globale al The American University of Rome nel 2018 con un master in Sistemi e tecnologie Elettroniche per la sicurezza la difesa e l'intelligence all'Università degli studi di Roma "Tor Vergata". Appassionata di politica internazionale e tecnologia

Antonio Palma per fanpage.it il 31 maggio 2021. Il macchinista di un treno alta velocità è stato punito e dovrà affrontare misure disciplinari dopo aver abbandonato la cabina di guida per alcuni minuti per andare in bagno, affidando i comandi al controllore che lavorava con lui ma che non è abilitato a guidare il convoglio. Il caso in Giappone a bordo di un cosiddetto treno proiettile Shinkansen. A rendere la storia ancora più singolare il fatto che nessuno avrebbe scoperto la breve pausa fisiologica se se il treno non avesse accumulato un minuto di ritardo. In un Paese famoso per la puntualità dei convogli, infatti, l'azienda ha subito avviato una inchiesta interna per capire dove era stato accumulato il ritardo e ha scoperto così il passaggio dei comandi non autorizzato tra colleghi controllando le telecamere interne. L'incidente è avvenuto lo scorso fine settimana, domenica 16 maggio, mentre il treno alta velocità Shinkansen trasportava 160 passeggeri lungo la trafficata linea Tokaido, che collega Tokyo e Osaka. Secondo quanto riferito, il conducente, un uomo di 36 anni, era alle prese con un mal di pancia quando ha chiesto al collega di prendere il suo posto mentre andava in bagno. Secondo la ricostruzione dell'azienda, la Japan Railways Group, intorno alle 8:15 ora locale, mentre il treno viaggiava tra la stazione di Atami e la stazione di Mishima nella Prefettura di Shizuoka, l'uomo si è allontanato lasciano il controllore ai comandi. Una procedura molto pericolosa visto che il treno viaggiava a circa 150 chilometri orari. Di conseguenza, entrambi i dipendenti sono nei guai. Secondo la procedura l'uomo avrebbe dovuto fermarsi in stazione per andare in bagno e in caso di urgenza avvisare la centrale e fermarsi. Il macchinista si è giustificato affermando di non essere andato in bagno alla stazione precedente perché non voleva causare un ritardo e quando il bisogno è diventato impellente non ha avvertito la centrale per vergogna. La direzione dell'azienda si è scusata con gli utenti, assicurando che il dipendente pagherà le "conseguenze" delle sue azioni.

Cristian Martini Grimaldi per “La Stampa” il 19 marzo 2021. La battaglia si è consumata in un’aula del tribunale di Osaka: «Sono stata discriminata per il colore dei miei capelli». Il racconto di una ex studentessa ha svelato una pratica abituale nelle scuole giapponesi: imporre agli alunni la tonalità oltre che l’acconciatura. La giovane, espulsa di fatto dal suo istituto, nonostante la mediazione dei genitori, è stata risarcita con l’equivalente di tremila dollari, per lo «stress emotivo». Ma i giudici sono stati chiari, non c’è spazio per la fantasia: «La scuola ha tutto il diritto di imporre queste regole». Lo scopo è quello di evitare ribellioni giovanili, anche nell’estetica. Così anche la gradazione del nero diventa decisiva e chi non si adegua è fuori. Quasi la metà delle scuole superiori pubbliche di Tokyo richiede agli studenti i cui capelli non sono neri corvino e lisci, di presentare una certificazione ad hoc per dimostrare che siano effettivamente naturali e non tinti o con la permanente, e questo vale anche per i figli di immigrati o di genitori di etnie diverse da quella nativa dell’arcipelago. Quando nel 2018 il caso della ragazza di Osaka è arrivato per la prima volta in tribunale, c’è chi addirittura ha avviato una campagna online (“Stop Extreme School Rules”) che ha raccolto 60.000 firme per chiedere al governo di rivedere alcune di queste regole (intimo e calzini bianchi, sopracciglia non curate) le cui ragioni perfino gli stessi studenti faticano a capire.

L’uniformità di gruppo. Essendo un popolo erede della tradizione confuciana, il concetto di uniformità di gruppo in Giappone (come in diverse altre nazioni asiatiche) non soffre dello stigma di «inibitore dell’individualità» come accade in occidente, ma è visto come uno strumento protettivo, un percorso di «binari fissi» che lubrificano lo scorrimento della vita sociale (gli scettici sono rimandati a sbirciare le statistiche della criminalità giapponese). Per districarsi tra le molteplici sfaccettature dell’esistenza il Sol Levante ha dunque previsto standard diversi rispetto ai nostri, il codice di abbigliamento è uno di questi. Il salaryman indosserà sempre la sua divisa classica, vestito scuro su camicia bianca. Un kimono richiesto per un'occasione formale non può essere semplicemente rimpiazzato con un paio di jeans, ciò che conta è il rispetto del contesto sociale e non il senso individuale di discomfort.

Questione di abbigliamento. In estate, uomini e donne indossano una forma casual di kimono chiamato yukata. Le yukata sono presenti anche nei resort termali (ryokan) tanto che tutti gli ospiti di un albergo tradizionale (anche gli stranieri che impazziscono per indossarne una) all’ora di cena si presentano vestiti con la stessa uniforme, diversa per colore per donne e uomini. Quando ragazzi e ragazze si presentano per lo shukatsu (reclutamento di laureandi) lo fanno seguendo manuali di istruzione che hanno imparato a memoria. Il manuale insegna cose per noi occidentali apparentemente sciocche come il rituale dello scambio dei biglietti da visita che ha una propria dinamica specifica. Ma anche la posizione che si sceglie durante un percorso in taxi denota il senso dell’ospitalità e delle buone maniere (la persona con lo status più alto deve sedere sempre direttamente dietro al conducente).

Gerarchia in ascensore. E chi pensa che si possa salire in ascensore distrattamente sbaglia di grosso. Anche qui è lo status di ognuno a stabilire chi entra ed esce per primo. L’albero più alto si spezza sotto il vento (kouboku wa kaze ni oraru) dice un vecchio proverbio giapponese. Insomma chi esce fuori dagli schemi, fosse anche per una meshes o un reggiseno colorato, va subito redarguito. Ma non per cattiveria, qui esiste la convinzione che sia proprio per il bene del singolo e difficilmente basterà una petizione sul web per cambiare le cose.

Luciana Grosso per "it.businessinsider.com" il 26 febbraio 2021. Che la piaga dei suicidi sia diffusa e grave, in Giappone, si sa. Quel che non si sapeva era che il Covid, tra le sue mille rovine, avrebbe portato non solo un aumento dei tassi di suicidio, ma anche che questi avrebbero riguardato soprattutto giovani donne. La ragione di questa ‘epidemia nell’epidemia’ non è chiara, ma il dato è drammatico: “Nel 2020- scrive BBC- per la prima volta in 11 anni, i tassi di suicidio in Giappone sono aumentati. La cosa più sorprendente, mentre i suicidi maschili sono diminuiti leggermente, i tassi tra le donne sono aumentati di quasi il 15%. In un mese, ottobre, il tasso di suicidi femminili in Giappone è aumentato di oltre il 70%, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente”. La ragione di tutto questo è ancora oggetto di studio, anche se la causa indiziata numero uno potrebbe essere legata al lavoro e all’economia, poiché  le industrie più colpite dalla crisi economica legata al CoVid sono quelle con maggiore incidenza di lavoratrici donne, spesso precarie: il turismo, la vendita al dettaglio e le industrie alimentari. È possibile che la crisi innescata dal corona virus abbia avviato una catena mortifera di depressione e ‘vergogna’ sentimento molto diffuso e molto grave in Giappone, che potrebbe aver portato numerose (troppe) donne a togliersi la vita.

La leggenda di Joichi Tomonaga: così si immolò per il suo Paese. La battaglia di Midway vista attraverso gli occhi di Joichi Tomonaga, pilota della Marina Imperiale Giapponese a bordo della portaerei Hiryu. Paolo Mauri - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale. Midway è un atollo corallino in mezzo all'Oceano Pacifico, a circa 1600 chilometri a ovest delle isole Hawaii, a “metà strada” tra il Giappone e la costa continentale degli Stati Uniti. Proprio per questa sua posizione strategica, nella vastità di quell'oceano, gli statunitensi ne hanno fatto una base di rifornimento per i “clipper” commerciali che volavano tra i due continenti negli anni '30 del secolo scorso. Parallelamente crebbe progressivamente anche la sua importanza militare (e questo dovrebbe far capire molto dell'uso duale, anche oggi, di certe installazioni), finché nel 1941 divenne una Naval Air Station, ovvero una base aeronavale dell'U.S. Navy. Quella che stiamo per raccontarvi oggi non è la solita storia di una delle più importanti battaglie del Secondo Conflitto Mondiale, bensì la storia di un uomo poco conosciuto, un giovane tenente pilota della Marina Imperiale Nipponica che vi partecipò perdendo la vita con un gesto estremo, in un certo senso antesignano di quei piloti spinti dal “Vento Divino” (la traduzione di kamikaze) che si infrangevano col loro velivolo sulle unità navali statunitensi in un ultimo disperato tentativo di fermare l'avanzata americana nel Pacifico.

Quell'uomo si chiamava Joichi Tomonaga, e questa è la sua storia. Tomonaga nasce il 9 gennaio del 1911, a Beppu nella prefettura di Oita. Dopo aver studiato al locale liceo, nell'aprile del 1928 entra all'Accademia Navale. A novembre del 1931 si diploma, come 59esimo del suo corso, e nell'aprile del 1933 ottiene la sua prima nomina entrando a far parte dell'equipaggio dell'incrociatore pesante Atago, della classe Takao, un vascello che affondò durante la battaglia del Golfo di Leyte nel 1944. A novembre dello stesso anno entra nella scuola di volo della Marina Imperiale e a luglio del 1934 ottiene “le ali”. Tomonaga però non va a finire sui caccia, ma diventa pilota di aereo d'attacco. A novembre dello stesso anno ottiene il suo primo imbarco su una portaerei, è la Akagi. Successivamente viene avvicendato e a dicembre del 1937 entra a far parte del gruppo di volo della portaerei Kaga. Tomonaga segue le sorti del Giappone, e pertanto partecipa, coi suoi commilitoni, alla guerra sino-giapponese guidando alcune incursioni delle forze da bombardamento della Marina Imperiale, contro alcune città principali cinesi. Nel giugno del 1938 viene nominato comandante di sezione, mentre poco prima dello scoppio della guerra nel Pacifico, a settembre del 1941, viene nominato comandante di squadra aerea. Gli eventi bellici lo colgono a bordo della portaerei Hiryu, con cui prende parte alle battaglie iniziali della campagna del Pacifico contro gli Alleati. In particolare, a bordo di questa unità, partecipa all'attacco su Pearl Harbor, alla conquista dell'isola di Wake e alla breve incursione del gruppo d'attacco della portaerei nell'Oceano Indiano. Nell'aprile del 1942 viene nominato comandante di stormo della Hiryu, legandosi indissolubilmente al destino dell'unità navale, che, di lì a pochi mesi, sarà coinvolta nella sua ultima grande battaglia. Proprio ad aprile, infatti, per uno scherzo del destino o forse perché il caso, a volte, non esiste, il raid ideato ed effettuato dal tenente colonnello Jimmy Doolittle che decollò alla testa di 16 bombardieri medi B-25 “Mitchell” dal ponte della portaerei Hornet per bombardare Tokyo, Yokohama, Kobe, Osaka e Nagoya, diede il via libera alla “operazione Mi” dell'ammiraglio comandante in capo della flotta nipponica, Isoroku Yamamoto. Stavolta l’obiettivo selezionato per l’operazione, malgrado le obiezioni di alcune figure legate alla Marina, era il piccolo atollo di Midway. Per confondere le acque e attirare gli americani in una trappola mortale, Yamamoto predispose un’azione diversiva sull’arcipelago delle Aleutine (operazione Al), obbligando i propri uomini a mantenere il completo silenzio radio: la riuscita del piano dipendeva infatti dal conseguimento dell’effetto sorpresa, condizione che venne a mancare nell’istante in cui i crittografi violarono anche l’ultima versione del codice Jn-25, nel maggio del ‘42, ma questa è un'altra storia, tutta americana. Il piano era, sostanzialmente, di sbarcare sull'isola in forze, per utilizzarne l'aeroporto e lo scalo marittimo per minacciare direttamente le Hawaii e la costa occidentale degli Stati Uniti, allontanando il più possibile così la possibilità che gli americani potessero spingersi verso il Giappone e le isole del Pacifico conquistate. Alla testa dell'imponente schieramento navale si trovavano quattro (Akagi, Kaga, Soryu e Hiryu) delle sei portaerei di squadra che componevano il Kido Butai, al comando dal vice-ammiraglio Chuichi Nagumo (per ironia della sorte uomo che nutriva scarsa fiducia nell’arma aerea). Più distante, dietro il gruppo d'attacco di Nagumo, a un intervallo compreso fra le 300 e le 600 miglia nautiche, navigava invece il resto della squadra d’invasione con le sue 9 corazzate, 15 incrociatori di vario tipo, 42 cacciatorpediniere, 7 dragamine e 12 trasporti truppe. Uno schieramento di forze imponente, ma del tutto inutile, come vedremo. Quando la squadra navale parte dalla baia di Hiroshima diretta verso Midway e le Aleutine (altro scherzo del destino per via degli ultimissimi eventi bellici), Tomonaga assume il comando dell'intera flotta aerea da attacco, in quanto il comandante Mitsuo Fuchida era stato messo fuori gioco da un attacco di appendicite. All'alba del 4 giugno, infatti, il giovane tenente di vascello decolla dal ponte della Hiryu per colpire, col suo velivolo B5N2 “Kate” l'atollo corallino: l'aereo di Tomonaga decolla insieme ad altri 132 velivoli da attacco con la scorta di 108 caccia Zero. Una potenza aerea enorme, che verrà sostanzialmente annientata entro la fine della giornata. Gli americani sanno che i giapponesi stanno arrivando, e fanno decollare la caccia di Midway, che viene letteralmente sterminata dagli Zero nipponici, ma l'attacco alla striscia d'asfalto dell'aeroporto è comunque poco preciso, forse per la foga o per la giovane età dei piloti giapponesi, e Tomonaga comunica “Kawa Kawa Kawa”, codice per richiedere un secondo attacco. Tale richiesta, insieme a una serie di coincidenze sfortunate, complicò il già difficile compito del viceammiraglio Nagumo, e contribuì a creare confusione sulle portaerei giapponesi nell'imminenza degli attacchi aerei americani. L'aereo del tenente viene colpito, forse dalla contraerea, e ha i serbatoi di carburante dell'ala sinistra sforacchiati, ma il pilota riesce comunque a tornare sulla Hiryu. Frattanto vengono scoperte le portaerei americane, che navigavano a nord est di Midway, e gli aerei nipponici rimasti sulle portaerei, che stavano per essere armati con bombe, vengono frettolosamente armati di siluri. Fattore che segnerà il destino delle quattro unità giapponesi. Mentre le unità stanno lanciando gli aerei, sulle loro teste piombano i bombardieri in picchiata della Task Force americana, e ne fanno strage. Sopravvive a questo primo assalto solo la Hiryu: Kaga, Akagi e Soryu, in fiamme ed in preda a gigantesche esplosioni date dalle bombe e dai siluri che esplodono nell'hangar, diventano presto un cumulo galleggiante di lamiere contorte e ardenti. In meno di 10 minuti il Kido Butai, che pochi mesi prima aveva colpito mortalmente la flotta americana a Pearl Harbor, è ridotto alla metà della sua forza. Alle 13:20 di quel giorno, gli aerei di Tomonaga ritornano sull'unica portaerei superstite. Alle 13:30, il “Tomonaga Thunder Squadron”, che si dice avesse a disposizione solo 10 aerei da bombardamento e sei caccia, guidati decolla dalla Hiryu per cercare di colpire le altre portaerei americane (la Yorktown era già stata colpita nel primo attacco nipponico). L'aereo di Tomonaga, però, ha ancora il serbatoio alare di sinistra bucherellato dai colpi americani, e la squadra dei meccanici di bordo non ha avuto il tempo materiale di ripararlo. Il tenente sale comunque sul suo B5N2, armato di siluro, per quella che sarà la sua ultima missione. Una missione che Tomonaga sa essere l'ultima, perché non avrà modo di ritornare alla portaerei anche se le sorti della battaglia dovessero miracolosamente mutare. Il pilota però, forse mosso dai primi aliti di quel “Vento Divino” che soffiò intensamente pochi anni dopo, non pensò minimamente alla sua vita, ma la offrì in olocausto per i suoi commilitoni, per la nave e per il Giappone. “Tutto per l'Imperatore”. Mentre le altre tre portaerei giapponesi stanno bruciando, si dice che l'ammiraglio comandante Tamon Yamaguchi, a bordo della Hiryu, vedendo Tomonaga salire sul suo aereo per una missione di sola andata, gli disse “la seguirei volentieri”. Chissà. Avendo in mente la statura e lo spirito di sacrificio di quegli uomini, è plausibile. Tomonaga è in volo, a cercare le altre portaerei americane per tentare di riequilibrare, disperatamente, le sorti della battaglia. La flotta nemica viene scoperta dopo un'ora in volo a un'altitudine di 3mila metri. Tomonaga ordina: “Totsure” (in formazione d'attacco). Il Thunder Squadron era diviso in due sezioni da cinque velivoli, la seconda guidata dal tenente Toshio Hashimoto. Tomonaga e gli altri piloti sono convinti di attaccare una seconda unità americana, credendo la Yorktown in fiamme, ma così non è: lo straordinario lavoro delle squadre antincendio e dei meccanici di bordo rimettono la nave in grado di combattere. I contrattacchi della caccia di scorta americana e il fuoco antiaereo sono estremamente feroci, e la sezione di Tomonaga attira i caccia. Il tenente si getta a pelo dell'acqua, puntando il quarto di poppa della Yorktown, ma alle sue spalle piomba un F4F Wildcat, pilotato forse da Jimmy Thach. Le mitragliatrici sparano. Tomonaga, nonostante il suo aereo sia gravemente danneggiato, mantiene la rotta e sgancia il suo siluro contro la portaerei. Subito dopo averlo fatto, la sua ala sinistra si spezza, probabilmente anche a causa dei danneggiamenti precedenti, e l'aereo si schianta in mare. Il suo siluro manca la Yorktown che però viene colpita da altri due: uno sganciato da Hashimoto. Un colpo fatale per l'unità navale americana, che la mette fuori combattimento definitivamente. La Yorktown, successivamente, viene affondata dal sommergibile giapponese I-168 mentre è a rimorchio di un cacciatorpediniere nel tentativo di tornare a Pearl Harbor. Anche la Hiryu, però, ha il destino segnato. Più tardi, quel pomeriggio, viene attaccata da una quarantina di bombardieri in picchiata Sbd Dauntless statunitensi e affonda. Joichi Tomonaga per l'eroismo in combattimento riceve una promozione di grado postuma. Oggi, nel suo luogo di nascita presso Noguchi Nakamachi nella città di Beppu, c'è un monumento commemorativo che lo ricorda. Nel cimitero municipale di Noguchihara è stata posta una tomba col suo nome, anche se il suo corpo è sepolto nelle profondità del Pacifico, non lontano dall'isola di Midway, dove tutta una serie di eventi, tra cui anche una buona dose di sfortuna, contribuì a mutare in modo irreversibile il corso della guerra del Giappone.

Saburo Sakai, la storia del "samurai del cielo". La storia di Saburo Sakai, il samurai del cielo dell'aviazione navale nipponica sopravvissuto alla guerra mondiale. Paolo Mauri, domenica 14/02/2021 su Il Giornale. “Nella Marina Imperiale imparai soltanto come diventare padrone del mio caccia e come uccidere i nemici del mio Paese. Questo fu il mio unico compito per quasi cinque anni, in Cina e nei cieli del Pacifico. Non conobbi altro genere di vita: ero solo un guerriero dell'aria”. Queste stringate parole che riassumono molto efficacemente il pensiero e la filosofia di vita dei piloti nipponici durante la Seconda Guerra Mondiale, sono di Saburo Sakai, il primo degli assi giapponesi ad essere sopravvissuto a quel conflitto sanguinoso. Sakai ha ogni diritto a definirsi un guerriero: la sua famiglia di contadini, prima del XIX secolo, apparteneva all'aristocrazia guerriera dei Samurai. Nato a Saga, nell'isola di Kyushu, il 26 agosto del 1916, Sakai cresce come un ragazzo ribelle che non riesce a esprimersi negli studi, pertanto, ad appena 16 anni, nel 1933 si arruola nella Marina Imperiale. Dopo un addestramento brutale, nel 1935 supera l'esame di ammissione alla Scuola di Artiglieria Navale e sei mesi dopo riceve il suo primo imbarco sull'incrociatore da battaglia Haruna, un'unità che ha combattuto in quasi tutti gli scontri navali maggiori della guerra nel Pacifico e che è stata affondata durante un attacco aereo nella baia di Kure il 27 luglio 1945, a pochi giorni della resa del Giappone. Sembra uno scherzo del destino, ma così come l'incrociatore, anche Sakai combatterà sino alla fine, come un vero Samurai. Nel 1937 Sakai fa parte dei 70 – su 1500 aspiranti – ammessi al corso di pilotaggio della Marina e qui il giovane dimostra di essere nato per quella vita: alla fine del corso è il primo classificato su 25 allievi rimasti. Comincia così la storia di uno degli assi della caccia giapponese, una storia che percorre tutta la guerra nel Pacifico e in Asia e che testimonia il valore non solo dell'uomo, ma di un'intera categoria: quella degli aviatori. Sakai viene inviato in Cina, dove il Giappone ha in corso un conflitto cominciato proprio nel 1937, e ai comandi del suo Mitsubishi A5M “Claude”, un caccia con carrello fisso e tettuccio aperto come da classico per le costruzioni dei primi anni '30, abbatte il suo primo aereo il 22 maggio 1938: un Polikarpov I-16 cinese. Sakai è fortunato: la sua inesperienza lo ha messo più volte in pericolo durante quel combattimento aereo, tanto che il suo comandante di stormo gli urla, letteralmente, che è un miracolo che sia ancora vivo. Il giovane però ha la stoffa del guerriero e affina le sue doti di pilota in breve tempo. Dopo un turno di riposo in patria, torna in Cina stavolta ai comandi dell'ultima creazione aeronautica di Mitsubishi: il caccia A6M tipo 0 modello 11, meglio noto come “Reisen” o Zero, che volò per la prima volta il primo aprile del 1939. Con lo Zero Sakai abbatte un secondo I-16 e ne distrugge un altro al suolo. Intanto la campagna di espansione nel Pacifico Occidentale del Giappone prosegue, e Sakai viene così spedito a Formosa a settembre del 1941, per prepararsi all'attacco alle Filippine, che sarà effettuato lo stesso giorno in cui la squadra di portaerei ai comandi dell'ammiraglio Nagumo attaccò Pearl Harbor, nelle Hawaii. Quella mattina dell'8 dicembre, il 7 nelle isole hawaiane, Sakai è di scorta con altri 44 caccia Zero a 53 bombardieri G4M che attaccano la base americana di Clark Field a Luzon. L'attacco coglie i velivoli americani a terra, che vengono falciati dalle mitragliatrici degli Zero, ma una pattuglia di P-40 riesce comunque a intervenire per cercare di contrastare i giapponesi. Sakai abbatte immediatamente uno dei caccia, facendo registrare la prima vittoria aerea in assoluto contro un velivolo americano della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico. Due giorni dopo Sakai è di nuovo in azione, e abbatte il suo primo bombardiere, un B-17 che viene attaccato frontalmente mettendo in pratica la tattica studiata da tedeschi e italiani per colpire efficacemente la Fortezza Volante americana pesantemente armata di mitragliatrici. L'avanzata nipponica è travolgente e punta alla Malesia: il 19 febbraio del 1942, nel cielo di Surabaja, 23 zero fanno strage di una cinquantina di caccia olandesi: Sakai in quella occasione ne abbatte 3 confermati giungendo, a fine mese, ad aver accumulato 13 vittorie totali, oltre a diverse non confermate. Il 12 marzo lo stormo di Sakai si trasferisce da Bali a Rabaul, nella Nuova Britannia, e quindi da qui a Lae, sulla costa orientale della Nuova Guinea, dove giunge l'8 aprile. L'11, mentre è in volo su Port Moresby sotto attacco nipponico, abbatte due P-39 Aircobra, e da quel momento comincia per lui, e per il suo stormo, un'intensissima attività che lo vedrà quotidianamente impegnato contro i caccia e i bombardieri statunitensi e australiani. Durante quella campagna Sakai fa registrare record su record: il primo maggio del 1942 abbatte un P-40 e due P-39 in soli 15 secondi di duello aereo, ma sarebbe meglio dire “di tiro al tacchino”, mentre il 16 giugno fa registrare quattro vittorie in un solo giorno. Intanto comincia la campagna di Guadalcanal, nelle Isole Salomone, e gli Zero affrontano i caccia F4F Wildcat dell'U.S. Navy. Il Wildcat è un velivolo inferiore sotto quasi tutti gli aspetti in confronto al Reisen, ma i piloti americani combattono con coraggio e aggressività. Proprio durante uno dei tanti attacchi nipponici alla testa di sbarco americana nell'isola, la fortuna sembra abbandonare Sakai. Una mattina 27 bombardieri G4M “Betty” scortati da 18 Zero giungono, a 4500 metri di quota, su Guadalcanal, e il pilota giapponese avvista una formazione di otto aerei, che al suo avvicinarsi si stringono invece di disperdersi: si tratta di aerosiluranti Tbf Avenger, un velivolo che Sakai non aveva mai visto prima e che, per le sue linee generali, può essere scambiato per un Wildcat dalla lunga distanza. Quando si accorge dell'errore è ormai troppo tardi, allora Sakai, a 300 metri dalla formazione, preme selvaggiamente il pulsante di sparo dei suoi cannoncini da 20 millimetri. Il suo Zero viene letteralmente investito da una grandinata di proiettili dalle mitragliatrici posteriori degli Avenger. I colpi mandano in frantumi il parabrezza dello zero, distrutto per circa i due terzi della sua grandezza, Sakai viene ferito alla testa e perde conoscenza. Per un miracolo, ma forse per l'aria fredda che entrava dal parabrezza distrutto, il pilota si riprende dopo che lo Zero aveva perso, precipitando, 3500 metri di quota ritrovandosi a 2mila metri di altitudine ancora col velivolo fuori controllo. Lasciamo ora che sia lo stesso Sakai a raccontare cosa successe in quei tragici momenti. “L'aereo stava precipitando fuori controllo quando d'un tratto pensai a un bombardamento suicida. Pensai che se devo morire tanto vale che mi porti dietro una nave americana. Ma non riuscivo a vedere nessuna nave! Non riuscivo a vedere nulla! Soltanto a quel punto mi resi conto che ero rimasto ferito al volto da alcune schegge e che ero cieco, ma stranamente non provavo alcun dolore”. L'aereo di Sakai, per miracolo, è ancora governabile e il pilota, dopo essersi vigorosamente strofinato gli occhi, riesce a recuperare la vista all'occhio sinistro in modo parziale. “Mi sembrava di guardare attraverso una pellicola rosso brillante, quando all'improvviso avvertii in testa un dolore lancinante. Mi tastati il capo e sentii la mano appiccicosa del mio sangue”. Sakai aveva infatti una profonda ferita al capo, che però, lo aiutò a restare lucido durante il volo di rientro alla base. “Incredibilmente mi sentivo lucido e iniziai a vederci meglio di prima, poi però sopraggiunsero ondate di debolezza e mi parve di sprofondare nel sonno”, il pilota allora si colpisce con un pugno in testa affinché il dolore possa tenerlo sveglio, tecnica che funziona alla perfezione perché Sakai, dopo un lungo ed estenuante volo, riesce ad arrivare in vista del suo aeroporto. Altrettanto miracolosamente il carrello e i flap dello Zero si estendono il pilota riesce ad atterrare. “Pilotai l'aereo come in trance, calcolando la quota e il rateo di discesa in base alla cime di un macchione di palme da cocco che riuscivo appena a distinguere, finché i parve di sentire le ruote toccare la pista e pensai 'sono tornato a casa!'”. Sakai viene estratto di peso dall'abitacolo del suo Zero, coi compagni che, battendogli sulle spalle, gli urlavano “Sakai! Sakai! Non dire mai muoio!”. Rimane in ospedale quasi un anno, ma alla fine di gennaio del 1943, è di nuovo in volo, ma per addestrare i giovani piloti. Il 20 giugno del 1944 viene spostato a Iwo Jima, per affrontare l'offensiva statunitense che con la tattica del “salto della rana” si sta avvicinando al territorio metropolitano giapponese conquistando isole su isole nel Pacifico Occidentale. Il 24 giugno Sakai si scontra per la prima volta col nuovo caccia dell'U.S. Navy, messo a punto proprio grazie alle esperienze fatte su uno Zero catturato: è F6F Hellcat, un caccia con un motore da 2000 Cv, più veloce in arrampicata rispetto all'A6M, corazzato (lo Zero non aveva corazzatura per risparmiare peso ma anche per la filosofia nipponica), più robusto strutturalmente e con serbatoi autosigillanti. Sostanzialmente un caccia superiore sotto ogni aspetto allo Zero eccetto per il raggio di virata. Sakai però, in quella occasione, grazie alle sue eccezionali doti di pilota riesce ad abbatterne due, giostrando disperatamente da solo contro 15 caccia americani che lo attaccano senza che un solo proiettile colpisca il suo Zero. I tempi del dominio del caccia che più di ogni altro è entrato nell'immaginario collettivo di quella guerra sono però finiti. Dopo l'Hellcat arriva l'F4U Corsair, un vero gioiello, che nelle mani dei piloti americani, diventati ormai veterani, spazza letteralmente via dal cielo i velivoli nipponici. L'avanzata degli alleati nel Pacifico spinge il Giappone sulla difensiva e lo stormo di Sakai torna in Patria: le missioni di scorta si fanno più rare e disperate, ma Sakai non molla, così come tanti altri suoi commilitoni che volano: il giorno stesso della resa abbatte, sempre ai comandi del suo vecchio Zero, un bombardiere B-29. La sua sessantaquattresima e ultima vittoria. Dopo la guerra, tra le mille difficoltà che ancora la vita gli riservò, in merito ai bombardamenti nucleari sul Giappone ebbe a dire: “se mi fosse stato ordinato di bombardare Seattle o Los Angeles per porre fine alla guerra, non avrei esitato. Quindi capisco perfettamente perché gli americani hanno bombardato Nagasaki e Hiroshima”. L'ultimo Samurai del cielo muore di infarto il 22 settembre del 2000, a 84 anni, dopo una cena ufficiale della Marina degli Stati Uniti in suo onore tenuta presso la Naval Air Station di Atsugi.

Tara Francis Chan per "it.businessinsider.com" il 12 gennaio 2021. Ogni anno, i giocatori d’azzardo giapponesi spendono 200 miliardi di dollari (171 miliardi di euro) in slot machine simili a dei flipper verticali chiamate pachinko. Questa spesa è 30 volte superiore alle entrate annuali del gioco d’azzardo di Las Vegas, il doppio del potenziale d’esportazione dell’industria automobilistica giapponese e più dell’intero Pil della Nuova Zelanda. In tutto il paese 10.600 sale gioco di pachinko attirano i giocatori con file e file di macchine colorate e lampeggianti. L’obiettivo è quello di far cadere il maggior numero possibile di sfere d’acciaio in una buca centrale facendo girare una singola ruota che controlla il modo in cui le sfere vengono sparate nella macchina, prima di rimbalzare contro i perni che la casa riconfigura regolarmente per assicurarsi che la sfera finisca sempre nella parte alta del flipper. Ma nonostante la loro popolarità, le sale pachinko operano in uno spazio non del tutto legale. Il gioco d’azzardo è stato per lo più bandito in Giappone con le sole eccezioni per le scommesse sulle corse dei cavalli e alcune gare automobilistiche. Min Jin Lee, l’autore di un libro di fantascienza ambientato in Giappone chiamato “Pachinko”, ha detto a Business Insider che le sale di pachinko usano una scappatoia avendo un passaggio intermedio tra la vittoria di sfere e la loro successiva conversione in denaro. “Ogni singola sfera equivale a una certa quantità di punti e quei punti vengono riscattati al contatore dei premi. Diciamo che puoi ottenere una saponetta o una borsa Hermes, a seconda di quanto vinci. Ma magari non vuoi avere 10 borse di Hermes o 100 saponette, quindi prendi le tue vincite e le converti in una somma in contanti “, ha detto Lee. Questo cambio di denaro prima era controllato dalla mafia giapponese yakuza, ma questo è cambiato in buona parte dei casi e Lee sostiene che in molti posti ora erigono una parete di vetro tra il banco dei premi e il cassiere. “Prendi le tue vincite che vengono convertite in, mettiamo, un disco di plastica e all’interno ci sarà una quantità effettiva di oro o argento, quindi la cosa ha un valore di mercato in sé ma poi quella cosa, il piccolo chip o il disco, viene convertito in contanti alla cassa”, ha spiegato Lee.

I giapponesi coreani controllano il business del pachinko. Quasi la metà di tutto il tempo libero in Giappone viene speso nelle sale di pachinko e l’industria assume più persone delle 10 principali case automobilistiche del paese. Uno dei più grandi operatori aziendali è Dynam, che gestisce 400 sale in tutto il paese che sono descritte come più pulite e silenziose rispetto alle sale tradizionali. Ma le sale sono in gran parte gestite dai giapponesi coreani, che hanno aperto la strada a questo business dopo la fine della seconda guerra mondiale. Durante il dominio coloniale, molti coreani avevano cercato lavoro o erano lavoratori forzati in Giappone e in centinaia di migliaia hanno dovuto affrontare l’isolamento e la discriminazione al termine della guerra. “La ragione per cui i coreani sono finiti nelle sale di Pachinko è perché non sono stati in grado di trovare lavoro altrove, quindi è diventato un posto di lavoro, un rifugio sicuro per le persone che non potevano raggiungere obiettivi regolari come essere un impiegato delle poste o diventare un camionista o ancora essere un insegnante “, ha detto Lee, aggiungendo che molte donne coreane hanno finito per lavorare nei ristoranti di barbecue coreani. “Le donne entrano nei servizi di ristorazione, gli uomini si dedicano al gioco d’azzardo e poi, di generazione in generazione, diventano molto importanti in questo ambito”. Lee ha trascorso cinque anni in Giappone mentre stava scrivendo il suo ultimo libro su una famiglia coreana multigenerazionale immaginaria ma ha intervistato diversi giapponesi coreani, a volte chiamati Zainichi, riguardo alle loro esperienze. “Non sapevo, fino a quando non ho vissuto in Giappone, che si trattava di un business dominato dai giapponesi coreani ma è anche considerata un’attività economica di seconda classe e in qualche modo volgare, sporca e pericolosa“, ha detto Lee aggiungendo che questo tipo di parole e atteggiamenti sono ancora comunemente associati ai giapponesi coreani, anche a quelli che hanno vissuto in Giappone per decenni. Sebbene molti coreani arrivati in Giappone nella metà del XX secolo provenivano da un paese unito, alcuni di questi ora sostengono il regime nordcoreano. Sung-Yoon Lee, professore di studi coreani presso la Fletcher School della Tufts University, ha stimato per il programma radiofonico Pri The World che i proprietari delle sale di pachinko hanno spedito centinaia di milioni di dollari alla Corea del Nord, quando il settore era al massimo del boom negli anni ’90.

Nei casinò stanno arrivando le sale di pachinko. Proprio come la popolazione del Giappone, anche il numero delle sale di pachinko si è andato restringendo. Ce ne sono quasi un terzo in meno rispetto al 2005, e le sale stanno sempre più cercando di attirare giocatori più giovani mentre il loro mercato invecchia rapidamente. Ma sono state introdotte nuove leggi per cercare di limitare le dipendenze dei giocatori tagliando di un terzo il premio massimo che ogni macchina può dare, il che significa che un giocatore non dovrebbe mai vincere più di 450 dollari (385 euro) nel corso di una sessione di quattro ore. Allo stesso tempo i legislatori hanno revocato il divieto del Giappone nei confronti dei casinò. Nel tentativo di controllare la dipendenza, i residenti locali verranno limitati a tre visite a settimana e dovranno pagare delle tasse per entrare ma è comunque previsto che i casinò rastrelleranno miliardi di profitti e tasse. Ogni anno, secondo il Financial Times, vengono ancora vendute 1,5 milioni di nuove macchine pachinko.

E le abitudini, anche se non sono dipendenze, sono difficili da rompere. “Un giapponese su undici ci gioca una volta alla settimana”, ha detto Lee. “Una volta alla settimana, quindi non è come se tu e io andassimo in uno di questi posti stupidi – non è come Vegas dove vai una volta all’anno o una volta ogni 10 anni e dici "Oh, sto andando a sposarmi quindi facciamo qualche pazzia". Non è affatto così”.

·        Quei razzisti come i sud coreani.

"Ho mangiato le mie vittime". La storia del serial killer con l'impermeabile. Rosa Scognamiglio il 15 Dicembre 2021 su Il Giornale. Yoo Young-Chul, l'assassino seriale di Seoul, uccise almeno 20 persone tra il 2003 e il 2004. Condannato alla pena di morte, attende da 17 anni l'esecuzione. Su Netflix la storia del "killer dell'impermeabile giallo". Aveva progettato di "uccidere 100 persone" e forse ci sarebbe riuscito, se la polizia di Seoul non gli avesse messo le manette ai polsi frenando la sua furia omicida. Venti furono le vittime accertate e per le quali Yoo Young-Chul, 35enne coreano, fu condannato alla pena di morte il 13 dicembre del 2004.

Nel 200, la rivista americana Life lo ha inserito tra i 31 serial killer più prolifici della storia (l'unico di origini asiatiche), secondo solo a Richard Ramirez (night stalker) e Jeffrey Dhamer (il cannibale di Minwaukee). La sua storia ha ispirato la trama di numerose pellicole cinematografiche tra cui "The Chaser" (2008), film del regista sudcoreano Na Hong-jin. Nell'ottobre del 2021 è sbarcata tu Netflix la docu-serie "Caccia al killer dell'impermeabile giallo" diretta da Joihn Choi e Rob Sixsmith, che racconta in tre episodi l'ascesa criminale di Yoo Young-Chul fino alla cattura.

L'infanzia e l'adolescenza a Seoul

Yoo Young-Chul nasce a Gochang, nella provincia sudcoreana di Jeolla, a circa 200 chilometri da Seoul, il 18 aprile del 1971. Figlio di una coppia di modesta estrazione sociale vive un'infanzia piuttosto turbolenta. I suoi genitori decidono di separarsi quando è ancora molto piccolo, affidandone le cure alla nonna materna. A sei anni va a vivere a Seoul col padre, reduce della guerra in Vietnam e gestore di un negozio di fumetti, che intanto si è risposato. In quella circostanza si ricongiunge ai suoi fratelli ma i rapporti con la matrigna, una donna dalle maniere forti, sono tutt'altro che idilliaci. A 8 anni decide di scappare insieme alla sorella minore per poi trasferirsi dalla madre che abita nel quartiere Mapo di Seoul, al tempo, tra i più poveri e malfamati della capitale sudcoreana. La casa in cui vivono è fatiscente: mancano l'acqua e la corrente elettrica. Nonostante le condizioni economiche disagiate, Yoo si impegna in modo profuso negli studi mostrando una spiccata inclinazione per le materie umanistiche. Ma a scuola, specie durante l'adolescenza, viene ripetutamente schernito dai compagni di classe per la sua povertà. Ha pochi vesti e per pranzo consuma quasi sempre una ciotola di riso con fagioli. Prova a reagire coltivando la passione per il canto e la pittura ma non può permettersi il liceo d'arte così, al termine delle medie, ripiega su un istituto tecnico. Tiene duro ma dentro di sé cova un sentimento di profondo disprezzo per quella società che sembra averlo condannato a una vita di stenti. Cresce, si fa uomo. Finché un giorno si scopre criminale.

I primi passi nel mondo del crimine

Non è ancora maggiorenne quando, nel 1988, Yoo mette a segno il suo primo colpo: trafuga dall'appartamento di un anziano benestante una chitarra e un mangianastri. Viene beccato con la refurtiva e finisce in un centro di detenzione minorile. Trascorrono 3 anni di inattività quando, nel 1991, riprende coi furti: ruba una macchina fotografica e del denaro contante da un ufficio. Anche stavolta, non riesce a farla franca e incassa una pena a 10 mesi di reclusione.

Una volta fuori dal carcere, in quello stesso anno, Yoo conosce la sua futura moglie: Ms. Hwang, una massaggiatrice di Seoul. I due convolano a nozze il 23 giugno del 1993 dando alla luce, l'anno successivo, il loro unico figlio. Ma le gioie coniugali e la paternità non distolgono Young-Chul dal desiderio di vendicare la propria condizione di emarginato sociale. Senza contare che ha necessità di sfamare la sua famiglia, vivono di stenti. Nel 1995 viene arrestato per detenzione di materiale pedopornografico mentre, nel 1998, finisce in carcere per aver falsificato il documento di identità spacciandosi per un ufficiale di polizia. Dopo due anni trascorsi in galera ritorna a piede libero. Comincia la discesa agli inferi.

Lo stupro e il periodo di detenzione

A marzo del 2000 Yoo Young-Chul viene arrestato per aver stuprato una ragazza di 15 anni. Sua moglie, che fino a quel momento gli era stata accanto nonostante i trascorsi turbolenti, chiede e ottiene il divorzio. Per il reato commesso, Yoo viene condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione presso il centro di detenzione di Jeonju. Durante il periodo di detenzione, il 35enne trascorre il tempo a studiare la vita di Jeong Du-young, un serial killer coreano che tra il giugno del 1999 e l'aprile del 2000 uccise 9 persone. Intanto il desiderio di rivalsa sulla società si inasprisce tramutando in furia omicida. Quando esce dal carcere, nel settembre del 2003, Yoo è profondamente cambiato. Ora ha in mente un vero e proprio piano criminale: uccidere 100 persone.

"Il serial killer dei treni fu libero di uccidere..."

L'ascesa criminale

È il 24 settembre del 2003 quando Yoo Joung Chul, tornato in libertà da soli 10 giorni, commette il suo primo omicidio. Nel piccolo monolocale in affitto alla periferia di Seoul, dove vive dopo la scarcerazione, fabbrica l'arma del delitto: un martello di circa 4 chili. Il 34enne è assetato di vendetta, un sentimento che intende assecondare passando sul cadavere di perfetti sconosciuti. Nel mirino finiscono anziani e famiglie facoltose su cui riversa tutto il rancore maturato durante il lungo periodo in cella. I primi a farne le spese, sono una coppia di coniugi 70enni, sorpresi nel loro appartamento di Gangnam-gu verso l'ora di pranzo: è quello il momento preferito dal killer sudcoreano per attaccare. I due vengono colpiti alla testa col martello e poi lasciati esanime in una pozza di sangue. Una settimana dopo, tra il 2 e il 16 ottobre, Yoo aggredisce mortalmente altre quattro persone. Tra il 4 e il 18 novembre miete due nuove vittime: fa irruzione in un appartamento di Jongro-gu (quartiere in vista di Seoul) uccidendo a martellate una donna di 57 anni e un anziano di 87 poi, brucia i cadaveri. In casa con loro c'è anche un bambino che però risparmia dalla mattanza.

Il killer del "gioco delle Coppie" che uccise oltre cento persone

La mutilazione dei corpi

Trascorrono due mesi dall'ultimo omicidio quando, nel dicembre del 2003, Yoo riprende la sua attività criminale. Stavolta si accanisce con massaggiatrici e giovani donne che sottopone a crudeli atrocità. II 34enne ha un nuovo modus operandi: attira la vittima nel suo appartamento e, a seguito di un rapporto sessuale, le fracassa la testa col martello. Il cadavere viene poi mutilato, fatto a pezzi (in 16/18 parti secondo quanto racconta il documentario Netflix) e i resti gettati in prossimità del tempio di Bongow, a Seodaemun-gu. È lì che la polizia ritrova alcuni dei corpi smembrati delle 12 donne uccise da Yoo fino al luglio del 2004, quando viene stanato. Reo confesso dei pluriomicidi dichiarerà: "Le donne non dovrebbero tr... e i ricchi dovrebbero sapere quello che hanno fatto".

Le indagini e la cattura

Nonostante la lunga scia di omicidi, il killer riesce a farla franca per circa un anno: non lascia tracce sulla scena del crimine né sui cadaveri. La scelta di colpire giovani donne o escort, inoltre, gioca a suo favore dal momento che nessuno ne denuncia la scomparsa. La svolta nelle indagini giunge per merito del proprietario di un centro massaggi alla periferia di Seoul. L'uomo ha notato che alcune dipendenti sono sparite dopo aver incontrato un presunto cliente, ovvero proprio Young-Chul, e così decide di allertare le autorità. D'accordo con gli investigatori, concorda al telefono un appuntamento con lo sconosciuto. Quando Yoo giunge sul luogo fissato per l'incontro, si ritrova al cospetto di un agente di polizia che gli mette le manette ai polsi. Tuttavia durante l'interrogatorio riesce a dileguarsi - pare abbia millantato un attacco epilettico. La fuga però dura solo 12 ore: lo spietato assassino seriale viene stanato dalla polizia vicino al Grand-mart di Mapo-gu all'alba del 15 luglio 2004.

La storia del killer clown che uccise 33 ragazzi

La condanna a morte

A soli 35 anni, Yoo Young-Chul ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue: 20 sono le vittime accertate e per le quali, il 13 dicembre del 2004, fu condannato a morte dai magistrati della Seoul Central District. Durante il processo confessò che avrebbe continuato a uccidere se non lo avessero fermato. "Ho mangiato alcune parti delle mie vittime per purificarmi", raccontò ai magistrati. Ma del presunto cannibalismo di Yoo non c'è mai stata prova certa.

Gli psichiatri e criminologi che, nel corso degli anni, lo hanno visitato in carcere ritengono sia perfettamente in grado di discernere il bene dal male nonostante la grave condotta antisociale. "Yoo, che ha ucciso 20 persone senza un motivo specifico, è il tipico serial killer che ha rinunciato a vivere in società con gli altri", spiegò il procuratore distrettuale quando formulò la richiesta della pena capitale per l'imputato.

La vicenda processuale dell'assassino di Seoul ha riacceso le polemiche sull'applicazione della pena di morte in considerazione della possibilità di sostituirla con un ergastolo non commutabile. Il dibattito tiene banco da circa un ventennio, lo stesso tempo in cui "il killer dell'impermeabile giallo" attende di conoscere il proprio destino. "Sarei ingiusto nei confronti del mondo se le persone con me continuassero a vivere – dichiarò Yoo nel lontano 2006 – Mi oppongo all'abolizione della pena di morte".

Successione cronologica degli eventi

1988: furto

1991: furto (pena a 10 mesi di prigione)

23 giugno 1993: matrimonio

1993: furto (pena a 8 mesi di prigione)

26 ottobre 1994: nascita del figlio

1995: vendita illegale di pornografia (sentenza 3 milioni di kwr (circa 36000 euro)

1998: furto, contraffazione, furto di identità (pena a 2 anni in prigione)

2000: abuso sessuale su bambino (stupro) (sentenza 3 anni e 6 mesi in prigione)

27 ottobre 2000: Divorzio dalla moglie

11 settembre 2003: rilasciato dalla prigione

Omicidi

24 settembre 2003 (età delle vittime 72, 67), Gangnam-gu, Seoul

9 ottobre 2003 (età delle vittime 85, 60, 35), Jongno-gu, Seoul

16 ottobre 2003 (età della vittima 60), Gangnam-gu, Seoul

18 novembre 2003 (età delle vittime 53 e 87), Jongro-gu, Seoul

11 dicembre 2003 Yoo uccide la prima escort

16 marzo 2004 (età della vittima 23) Mapo-gu, Seoul

Aprile / Maggio 2004 (vittima sconosciuta), Mapo-gu, Seoul

Maggio 2004 (età della vittima 25), Mapo-gu, Seoul: stessa procedura del sesto caso

1 giugno 2004 (età' vittima 35) Mapo-gu, Seoul: stessa procedura del sesto e settimo caso

Inizi di giugno 2004 (vittima sconosciuta) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi dei precedenti casi

9 giugno 2004 (età vittima 26) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

18 giugno 2004 (età vittima 27) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

25 giugno 2004 (età vittima 28) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

2 luglio 2004 (età vittima 26) Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

9 luglio ,2004 (età vittima 24 anni una escort di Aesongi ), Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

Quindicesimo caso: 13 luglio 2004 (eta' vittima 27 - Aesongi escort), Mapo-gu, Seoul: stesso modus operandi

13 dicembre 2004 condanna a morte 

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi

·        Quei razzisti come i nord coreani.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 16 dicembre 2021. In occasione del decimo anniversario della morte dell’ex leader Kim Jong II, ai nordcoreani è stato vietato di ridere o di bere per 11 giorni. Le autorità hanno ordinato ai cittadini di non mostrare alcun segno di felicità mentre la Corea del Nord commemora la sua morte. Kim Jong II ha governato la Corea del Nord dal 1994 fino al 2011, quando è morto. Gli è succeduto il terzo e più giovane figlio, l’attuale leader Kim Jong-Un. Ora, a dieci anni dalla sua morte, i nordcoreani sono costretti a osservare il periodo di lutto di 11 giorni in cui è consentito ridere o bere alcolici. «Durante il periodo del lutto, non dobbiamo bere alcolici, ridere o dedicarci ad attività ricreative» ha raccontato a Radio Free Asia (RFA) un nordcoreano della città di confine nord-orientale di Sinuiju. Inoltre il 17 dicembre, il giorno della morte di Kim Jong II, ai nordcoreani non è permesso neanche fare la spesa. «In passato molte persone che sono state sorprese a bere o a intossicarsi durante il periodo del lutto sono state arrestate e trattate come criminali ideologici. Sono stati portati via e mai più rivisti». «Se un tuo familiare muore durante il periodo del lutto, non ti è permesso gridare e il corpo deve essere portato via solo quando il lutto è finito. Le persone non possono neanche festeggiare i loro compleanni se rientrano nel periodo di lutto». Kim Jong II è morto per un attacco di cuore il 17 dicembre 2011 all’età di 69 anni dopo aver governato il Paese per 17 anni con una dittatura brutale e repressiva. Il periodo di lutto che si tiene ogni anno per Kim Jong II è di 10 giorni, quest’anno è stato allungato a 11 per celebrare il decimo anniversario. Un'altra fonte, un residente della provincia sud-occidentale di South Hwanghae, ha affermato che agli agenti di polizia è stato detto di controllare le persone che non sembrano adeguatamente turbate durante il periodo del lutto. Hanno detto: «Dal primo giorno di dicembre, avranno il dovere speciale di reprimere coloro che danneggiano l'umore del lutto collettivo. È l’incarico speciale di un mese per la polizia. Ho sentito che i funzionari delle forze dell'ordine non possono dormire affatto».  La fonte ha anche aggiunto che gruppi di cittadini e aziende statali hanno ricevuto l'ordine di prendersi cura di chi è in povertà durante il periodo del lutto, mentre il Paese è alle prese con una crisi alimentare. Hanno detto: «L'ordine sociale e la sicurezza devono essere garantiti, quindi le aziende sono responsabili della raccolta di cibo da dare a residenti e dipendenti che non possono venire a lavorare a causa della carenza di cibo. I residenti devono anche collaborare per aiutare i kotjebi [i mendicanti di strada della Corea del Nord]». Il residente anonimo ha aggiunto che il lutto per Kim Jong Il e suo padre Kim Il Sung sta influenzando la vita quotidiana del nordcoreano. «Spero solo che il periodo di lutto per Kim Jong Il sarà ridotto a una settimana, proprio come il periodo di lutto per Kim Il Sung.  I residenti si lamentano del fatto che i vivi sono costretti a piangere queste due persone morte». Tre generazioni della famiglia Kim hanno governato la Corea del Nord da quando Kim Il Sung ha preso il paese nel 1948. Quando Kim Il Sung è morto nel 1994, suo figlio maggiore, Kim Jong Il, ha ereditato il potere.  Kim Jong Un è il terzo e più giovane figlio di Kim Jong Il e ha assunto il potere alla morte del padre nel 2011. Per commemorare il decimo anniversario della morte di Kim Jong Il, varie province della Corea del Nord stanno organizzando mostre di sue fotografie e concerti in sua memoria. «La squadra di conferenze e propaganda dei vecchi soldati, composta da ufficiali militari congedati tra i 50 e i 60 anni, sta visitando ogni fabbrica, azienda e unità di controllo del quartiere per educare la gente sul duro lavoro e sulla dedizione di Kim Jong Il», ha detto una terza fonte RFA. Una residente della contea di Puryong ha affermato che le conferenze e gli spettacoli erano già iniziati nel luogo in cui vive. Ha detto: «Sono venuti e hanno cantato canzoni inneggianti a Kim Jong Il e hanno tenuto una breve conferenza sulla sua grandezza e sui suoi successi». «Probabilmente sarebbe un'idea migliore fornire ai residenti carbone o legna da ardere per farli passare l'inverno piuttosto che conferenze e propaganda, che è davvero utile quanto un pappagallo parlante». L'impoverita Corea del Nord è soggetta a molteplici serie di sanzioni internazionali per le sue armi nucleari e i suoi programmi di missili balistici e ha sofferto a lungo di una cronica carenza di cibo. Il Paese sta affrontando la sua peggiore crisi economica da anni, colpita sia dalle sanzioni che dal blocco autoimposto del coronavirus. Negli ultimi mesi, le immagini del leader hanno mostrato la sua acuta perdita di peso, «giocando con l'immagine di Kim per renderlo apparentemente più responsabile nei confronti della gente», secondo Jenny Town, membro anziano dello Stimson Center. La televisione centrale coreana ufficiale ha mandato in onda una rara intervista a un cittadino senza nome che diceva che le persone erano "distrutte" per il cambiamento nel suo fisico e che «tutti hanno iniziato a piangere» alla vista di Kim.

Dagotraduzione da Dnyuz il 16 dicembre 2021. Secondo un rapporto sui diritti umani pubblicato ieri, la Corea del Nord ha giustiziato pubblicamente almeno sette persone negli ultimi dieci anni per aver guardato o distribuito video K-pop dalla Corea del Sud, mentre reprime ciò che il suo leader, Kim Jong-un, chiama un «cancro vizioso». Il gruppo, Transitional Justice Working Group, con sede a Seoul, ha intervistato 683 disertori nordcoreani dal 2015 per aiutare a mappare i luoghi del Nord dove le persone sono state uccise e sepolte nelle esecuzioni pubbliche autorizzate dallo stato. Nel suo ultimo rapporto, il gruppo ha affermato di aver documentato 23 esecuzioni di questo tipo sotto il governo di Kim. Da quando ha preso il potere dieci anni fa, Kim ha attaccato l'intrattenimento sudcoreano - canzoni, film e drammi televisivi - che, dice, corrompe le menti dei nordcoreani. Secondo una legge adottata lo scorso dicembre, chi distribuisce intrattenimento sudcoreano rischia la pena di morte. Una tattica della repressione di Kim è stata quella di creare un'atmosfera di terrore giustiziando pubblicamente le persone ritenute colpevoli di guardare o far circolare i contenuti vietati. Resta impossibile scoprire la vera portata delle esecuzioni pubbliche nello stato totalitario isolato. Ma il gruppo di lavoro sulla giustizia di transizione si è concentrato sulle esecuzioni che hanno avuto luogo da quando il signor Kim è asceso e su quelle avvenute a Hyesan, una città nordcoreana e un importante snodo commerciale al confine con la Cina. Migliaia di disertori nordcoreani diretti in Corea del Sud hanno vissuto o sono passati da Hyesan. La città di 200.000 persone è la principale porta d'accesso per le informazioni esterne, compreso l'intrattenimento sudcoreano memorizzato su memory stick per computer e contrabbandato attraverso il confine dalla Cina. In quanto tale, Hyesan è diventato un punto focale negli sforzi di Mr. Kim per fermare l'infiltrazione del K-pop. Delle sette esecuzioni per aver guardato o distribuito video sudcoreani, tutte tranne una hanno avuto luogo a Hyesan, afferma il rapporto. I sei a Hyesan si sono verificati tra il 2012 e il 2014. I cittadini sono stati mobilitati per assistere alle scene raccapriccianti, in cui i funzionari hanno evocato la condanna al male sociale prima di metterli a morte con un totale di nove colpi sparati da tre soldati. «Le famiglie delle persone giustiziate sono state spesso costrette ad assistere all'esecuzione», afferma il rapporto. Il signor Kim governa la Corea del Nord con l'aiuto di un culto della personalità e di una macchina di propaganda di Stato che controlla quasi ogni aspetto della vita. Tutte le radio e i televisori sono impostati per ricevere solo le trasmissioni governative. Le persone non possono usare il servizio di nternet globale. Ma alcuni nordcoreani riescono ancora a guardare di nascosto i film e le serie televisive della Corea del Sud. Mentre l'economia del Nord è in difficoltà tra la pandemia e le sanzioni internazionali, le defezioni al Sud sono continuate. Il numero di disertori che arrivano in Corea del Sud è diminuito drasticamente negli ultimi anni, e, raccogliere nuove informazioni sul Nord è diventato più difficile. Il governo di Kim ha anche rafforzato ulteriormente le restrizioni alle frontiere durante la pandemia. Ma Daily NK, un sito web con sede a Seoul che raccoglie notizie da fonti clandestine nel nord, ha riferito che un abitante di un villaggio e un ufficiale dell'esercito sono stati giustiziati pubblicamente quest'anno nelle città più profonde dell'entroterra per aver distribuito o posseduto intrattenimento sudcoreano. E alcuni ritagli video di processi pubblici ed esecuzioni, filmati di nascosto, sono stati portati fuori dalla Corea del Nord di nascosto. Nel filmato mostrato sulla stazione televisiva sudcoreana Channel A l'anno scorso, uno studente nordcoreano è stato portato davanti a un'enorme folla di persone, compresi altri studenti, ed è stato condannato per il possesso di una chiavetta USB che conteneva «un film e 75 canzoni della Corea del Sud». Shin Eun-ha ha raccontato a Channel A di un'esecuzione pubblica che lei e i suoi compagni di classe erano stati costretti a guardare dalla prima fila quando era in seconda elementare in Corea del Nord. «Il prigioniero riusciva a malapena a camminare e ha dovuto essere trascinato fuori», ha detto, aggiungendo, «Ero così terrorizzata che non sono riuscita a guardare un soldato in uniforme per i sei mesi successivi». Kim ha a volte cercato di apparire più flessibile nei confronti della cultura esterna, permettendo alla televisione di stato di riprodurre la sigla di "Rocky" e di mostrare i personaggi di Topolino e Minnie sul palco. Ha persino invitato le star del K-pop sudcoreane nella capitale, Pyongyang, nel 2018, quando era impegnato nella diplomazia del vertice con il presidente Moon Jae-in della Corea del Sud. Ma in patria ha anche intensificato la repressione del K-pop, soprattutto dopo che i suoi colloqui con il presidente Donald J. Trump sono crollati nel 2019 e l'economia del Nord si è deteriorata negli ultimi anni. In mezzo al crescente controllo internazionale sulle violazioni dei diritti umani della Corea del Nord, il governo sembra aver adottato misure per impedire che le informazioni sulle sue esecuzioni pubbliche vengano divulgate al mondo esterno. Non sembra più giustiziare i prigionieri nei mercati, spostandosi in siti più lontano dal confine con la Cina o dai centri urbani e ispezionando più da vicino gli spettatori per impedire loro di filmare le esecuzioni, ha affermato il Transitional Justice Working Group. Kim ha anche cercato di creare un'immagine pubblica come leader benevolo, perdonando occasionalmente persone condannate a morte, specialmente quando la dimensione della folla riunita in un processo pubblico è grande, ha detto il gruppo. Ma il K-pop sembra essere un nemico che il signor Kim non può ignorare. La Corea del Nord si scaglia ripetutamente contro quella che descrive come un'invasione di influenze «antisocialiste e non socialiste» dal Sud. Reprime lo slang sudcoreano che si sta diffondendo tra i suoi giovani, incluso “oppa", che è diventato noto a livello internazionale attraverso la canzone e il video "Gangnam Style" di Psy. I media statali del Nord hanno anche avvertito che se lasciata incontrollata, l'influenza del K-pop farebbe crollare la Corea del Nord come un muro umido. 

Kim vieta di ridere per ricordare papà (e la sorella tenta di fargli le scarpe). Luigi Guelpa il 22 Dicembre 2021 su Il Giornale. In passato proibì jeans, capelli lunghi e cappotti di pelle. Adesso far spesa al supermercato e piangere ai funerali. Pena la galera. Babbo è morto, vietato ridere. Firmato Kim Jong-un. Messa giù così, in realtà, la risata nasce spontanea, alimentata da un dittatore che dopo aver vietato i jeans, i capelli lunghi, il piercing, i cappotti di pelle, il rap e la diffusione di Squid Game, adesso ha deciso di mettere al bando anche il riso, trasformandosi in un novello Jorge da Burgos. Qui però non siamo tra le pagine de Il Nome della Rosa, semmai Kim ripropone le solite restrizioni che sono spine per una democrazia calpestata a più riprese a Pyongyang. In Corea del Nord ricorre il decimo anniversario dalla morte di Kim Jong-il, padre dell'attuale leader. Per queste ragioni, il figlio ha imposto un lutto nazionale della durata di 11 giorni in cui è vietato lasciarsi andare a comportamenti gioiosi o allegri. Non si possono organizzare festeggiamenti di alcun tipo, e neppure funerali. Ma soprattutto non si può ridere in pubblico o consumare alcolici. Lo scorso 17 dicembre, primo degli 11 giorni di lutto, e anniversario della morte del «caro leader» che ha governato il Paese dal 1994 al 2011, è stato anche proibito ai cittadini di andare a fare la spesa al supermercato. In realtà non si tratterebbe di una novità dell'ultima ora. Un gruppo di blogger di Pyongyang, in contatto con alcuni coetanei di Seul, hanno rilasciato una testimonianza inquietante che è stata ripresa ieri anche da Radio Free Asia. In poche parole, anche nei precedenti anniversari della morte di Kim Jong-il erano stati vietati vendita e consumo di alcolici, le attività ricreative e qualsiasi festa di compleanno. «In passato molte persone sorprese a trasgredire sono state arrestate e trattate come criminali ideologici. Sono stati portati via e mai più visti. Se un tuo familiare muore durante il periodo del lutto, non ti è consentito piangere e la salma viene sistemata sulla porta di casa in attesa della prima data utile per il funerale», raccontano nel messaggio radio. Secondo un rapporto di Newsweek, i cittadini della capitale Pyongyang sono stati costretti venerdì 17 dicembre a chinare la testa e osservare tre minuti di silenzio mentre una sirena echeggiava in tutta la città in ricordo di Kim Jong-il. Inoltre, automobili, navi e treni hanno suonato all'unisono clacson per l'occasione. Secondo gli analisti anche Kim Jong-un farebbe bene a non ridere, e non per commemorare l'anniversario paterno. La scalata al potere di sua sorella Kim Yo-jong sembra avere tutti i crismi di un golpe mascherato. Dopo essere stata promossa alla guida della commissione degli Affari di Stato del governo, Yo-jong è diventata anche membro del Comitato centrale e direttrice del dipartimento Informazione e Istruzione del partito. I nuovi incarichi le sono stati assegnati nel corso dell'ultima riunione del politburo che si è tenuta una decina di giorni fa e i media di Stato hanno precisato che si è trattato della quinta riunione nel 2021. Questo significa che nel corso dell'anno che volge al termine è stato organizzato un summit che non è mai stato reso pubblico, e durante il quale potrebbero essere state assunte decisioni riguardanti la gerarchia di potere all'interno del Paese. Non è un mistero che Kim abbia qualche problema di salute, e Yo-jong sarebbe più che mai pronta a rimpiazzarlo. Luigi Guelpa

I dieci anni di Kim Jong Un alla guida della Corea del Nord. Federico Giuliani su Inside Over il 7 dicembre 2021. Il 28 dicembre 2011 le strade di Pyongyang sono affollate da migliaia di persone. Un’elegante Lincoln Continental adibita a carro funebre trasporta la bara di Kim Jong Il verso il Kumsusan Memorial Palace, il mausoleo dove il Caro Leader riposerà per l’eternità. La neve continua a scendere fitta, e la capitale della Corea del Nord sembra un unico, indistinguibile manto bianco. Il termometro segna parecchi gradi sotto lo zero, mentre i gelidi venti provenienti dalla Siberia rendono il freddo ancora più pungente. Il convoglio funebre è guidato da un giovanissimo Kim Jong Un, giacca nera e sguardo perso nel vuoto. In sottofondo risuona il pianto collettivo di migliaia di cittadini, disperati per aver perso la loro guida politica e spirituale. In quel momento, oltre il 38esimo parallelo, tutto sarebbe cambiato per sempre.

L’errore dell’intelligence

Piccolo passo indietro. Negli ultimi anni di vita, l’ex presidente nordcoreano Kim Jong Il aveva mostrato chiari segnali di cedimento fisico. Era dimagrito e non muoveva praticamente più la mano sinistra. I servizi segreti di mezzo mondo stavano osservando con attenzione ogni minimo indizio filtrato da Pyongyang nel tentativo di anticipare, o meglio prevenire, il momento che tutti stavano attendendo: la morte di Kim. A quel punto, nessuno aveva la certezza di quanto sarebbe successo. Gli apocalittici erano convinti che la Corea del Nord, senza la propria guida spirituale, sarebbe implosa su se stessa, tra rivolte popolari e colpi di stato ad opera dei militari. Altri analisti ipotizzavano una transizione morbida, con Kim terzo accompagnato da una figura più preparata, come lo zio Jang Song Thaek, poi estromesso dallo stesso Kim. Entrambi erano nel torto. Kim Jong Un avrebbe subito preso le redini del Paese, dando tuttavia l’impressione, almeno in un primo momento, di voler trasformare, rivedere, modellare una nazione troppo ancorata ai canoni stalinisti di epoca sovietica. Non sarebbe stato affatto così. Ma l’errore più grande dell’intelligence occidentale non è stato quello di non aver previsto il percorso che avrebbe imboccato il Grande Leader, quanto il fatto di aver appreso della morte di Kim Jong Il dalla tv nordcoreana. E per giunta con ben 51 ore di ritardo. Un ritardo clamoroso per chi, come Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, voleva tenere sotto controllo le mosse di Pyongyang onde evitare cambi di leadership improvvisi, test nucleari a sorpresa o sussulti socio-economici di vario tipo. Risultato: l’Occidente si è ritrovato a fare i conti con un 27enne sconosciuto.

L’ascesa di Kim

Kim Jong Un ha fatto piazza pulita della vecchia guarda politica che, secondo gli analisti, avrebbe dovuto accompagnarlo nella sua rapida ascesa ai vertici del governo nordcoreano. Come ricorda il Corsera, durante i citati funerali di Kim Jong Il, il carro funebre che trasportava la salma del padre di Kim terzo era affiancato da altri sette personaggi, ovvero coloro che avrebbero formato una specie di Consiglio di tutela del giovanissimo leader. Ebbene, oggi sono tutti spariti dai radar. Il caso più emblematico si collega al suddetto Jang Song Thaek, marito della zia di Kim Jong Un e responsabile del programma economico del Paese. Mister Jang, arrestato nel 2013, era in buoni contatti con la Cina e – si dice – avrebbe voluto spingere la Corea del Nord verso le riforme di mercato sul modello di Pechino usando Kim come una sorta di fantoccio. Gli altri desaparecidos erano quattro militari. Il vicemaresciallo Ri Yong-ho, all’epoca capo dell’Armata popolare, qualche mese più tardi è stato misteriosamente sollevato dal comando per non meglio specificati motivi di salute. Kim Ki Nam, capo della propaganda, è stato rimpiazzato dalla sorella di Kim Jong Un, Kim Yo Jong. Il responsabile degli affari esterni, Choe Tae Bok, è andato in pensione. L’altro vicemaresciallo, Kim Yong Chun, è evaporato come neve al sole, mentre il generale Kim Jong Gak e U Dong Chuk sono stati rispettivamente sostituiti e allontanati dalle rispettive cariche. Altro che assistenza e aiuto a un presidente inesperto: nel giro di una manciata di anni, Kim Jong Un ha fatto piazza pulita della vecchia guardia.

Previsioni smentite

Negli ultimi dieci anni Kim si è ritrovato al centro di notizie, voci e indiscrezioni di ogni tipo, fake news comprese. Cominciamo dai suoi presunti problemi di salute, poi smentiti categoricamente dai servizi Usa e di Seul. Anche se il Grande Leader è apparso una volta negli ultimi 52 giorni e ha perso una ventina di chili, non ci sarebbe niente da temere. Kim Jong Un è vivo e vegeto; ogni tanto riappare per tenere discorsi e riunioni, salvo poi ritirarsi probabilmente in una delle sue residenze. Per il resto, visto che il giovane Kim ha studiato in Svizzera e – pare – abbia avuto modo di viaggiare in Europa sotto falso nome (c’è chi parla addirittura di una “trasferta” allo stadio Meazza in San Siro per assistere a una partita dell’Inter), si pensava che la Corea del Nord sarebbe andata incontro a un graduale processo di apertura, proprio come accaduto alla Cina di Deng Xiaoping. È vero che Kim è riuscito a modernizzare Pyongyang, portando un po’ di freschezza in un sistema obsoleto, ma è altrettanto evidente che non ci sia stata alcuna trasformazione rilevante. Certo: abbiamo assistito ad esperimenti interessanti, ma niente da far gridare a possibili rivoluzioni di sistema. Kim Jong Un, l’amante di basket – al punto da aver invitato in Corea del Nord niente meno che Dennis Rodman, ex stella dei Chicago Bulls – continua a tenere ben saldo il timone del Paese più misterioso del mondo. Chi lo avrebbe mai detto che quel giovane sconosciuto avrebbe mantenuto il controllo di Pyongyang, incontrato per tre volte Donald Trump e trasformato, di fatto, la Corea del Nord in una potenza atomica a tutti gli effetti? Nel frattempo, il partito dei Lavoratori della Corea del Nord ha convocato una riunione plenaria del Comitato centrale alla fine di questo mese per rivedere le sue politiche in vista del 2021, dato che l’economia del Paese rimane stagnante a causa della pandemia di Covid-19. Chissà che Kim non ne voglia approfittare per lanciare qualche messaggio al resto del mondo come ci ha spesso abituati.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 4 dicembre 2021. «Il Maestoso compagno Kim Jong-un è sceso dal cielo, concepito dal sacro Monte Paektu». Lo presentò così il 20 dicembre del 2011 il Rodong Sinmun, megafono del regime di Pyongyang. Erano giorni di annunci sconvolgenti per il popolo nordcoreano e per la comunità dell'intelligence mondiale. Il 19 dicembre una singhiozzante presentatrice della tv statale aveva dato la notizia che il Caro Leader Kim Jong-il era spirato due giorni prima, il 17 dicembre, per un attacco di cuore mentre era in viaggio sul suo treno blindato. Fu comunicato che il figlio Kim Jong-un aveva assunto i pieni poteri come «Grande Successore». Aveva 27 anni ed era sconosciuto al grande pubblico. I servizi segreti, da Seul a Washington, a Tokyo furono sorpresi, nonostante da anni Kim Jong-il fosse dimagrito in modo impressionante e non muovesse più la mano sinistra, segno di una serie di malattie gravi. Fu uno smacco anche aver dovuto apprendere la svolta dalla tv nordcoreana, con 51 ore di ritardo. Eppure, centinaia di analisti occidentali passano le loro giornate a studiare ogni minimo dettaglio che filtra da Pyongyang, proprio per dare l'allarme in caso di instabilità, di una scossa al vertice di un Paese armato di missili nucleari. Non fu quello il solo errore dell'intelligence. Il 28 dicembre di dieci anni fa, sotto una tempesta di neve, per le strade di Pyongyang sfilò il corteo funebre. Il feretro del Caro Leader, su un letto di fiori bianchi, fu trasportato da una limousine nera, una Lincoln Continental di fabbricazione americana (arrivata di contrabbando), tra ali di folla in lacrime. In Nord Corea, queste cerimonie servono per cercare di decifrare i rapporti di forza, in base allo schieramento dei dignitari. La Lincoln trasformata in carro funebre era affiancata da otto uomini a piedi. Kim Jong-un e sette gerarchi, disposti su due file. Scrutando con la lente di ingrandimento quelle immagini, gli analisti sentenziarono che i sette del «de profundis» a Kim Jong-il avrebbero costituito il Consiglio di Tutela dell'«inesperto Kim III». Il giovane Kim si reggeva allo specchietto retrovisore dell'auto, forse per essere simbolicamente in contatto quasi fisico con il Caro Leader morto, forse per non scivolare nella neve. Dietro di lui marciava Jang Song-thaek, marito della zia di Kim. Zio Jang era l'uomo di collegamento con Pechino. Si disse che si fosse impegnato per garantire una serena successione al nipote, si è saputo poi che aveva complottato, forse con gli amici cinesi, per usare Kim come un fantoccio. Dall'altro lato dell'auto, il vicemaresciallo Ri Yong-ho, capo dell'Armata popolare, che aveva prontamente giurato fedeltà al nuovo leader: «Ogni elemento dell'esercito sarà fucile e bomba umana per difenderlo». Sei mesi dopo, Ri fu sollevato dal comando «per motivi di salute» e da allora non si è più visto. Sconvolgente l'uscita di scena dell'altro presunto tutore: zio Jang fu arrestato nel 2013, durante una seduta del Politburo. La propaganda mostrò il momento in cui due soldati lo trascinavano via, verso il plotone d'esecuzione. Si sono perse le tracce anche degli altri cinque del corteo funebre: Kim Ki-nam, capo della propaganda, sostituito da Kim Yo-jong, sorella minore di Kim; sparito Kim Yong-chun, vicemaresciallo; silurato Kim Jong-gak, generale; purgato U Dong-chuk, capo della polizia segreta; Choe Tae-bok è stato pensionato. Di quella processione degli scomparsi è rimasto solo Kim Jong-un, che ora compie dieci anni da Rispettato Maresciallo. Ha beffato le previsioni di sventura ancora nel 2020, quando non si fece vedere per più di un mese e fu dato per morto (per la cronaca, negli ultimi 52 giorni è apparso una sola volta). Ipotesi sbagliata anche quella iniziale che voleva Kim riformista, solo perché aveva studiato (sotto falso nome) in un college svizzero. Il dittatore non ha aperto l'economia, ha fatto produrre nuovi missili e ordigni nucleari, ha preso tempo con iniziative diplomatiche, si è tolto la soddisfazione di incontrare tre volte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Joe Biden è tornato alla vecchia «pazienza strategica», ignora Kim e i suoi sporadici test missilistici (9 nel 2021). Il presidente sudcoreano Moon Jae-in sogna invece una simbolica «Dichiarazione di pace» congiunta che ancora manca dopo la Guerra di Corea del 1950-1953. Moon ha fretta, a marzo scade il suo mandato. Ma Washington sospetta che dopo il trattato di pace tra le Due Coree, Kim invocherebbe il ritiro delle forze americane che proteggono il Sud. Il Maestoso Maresciallo ha ancora molte opzioni per sorprendere gli analisti.

Kim Jong-un, dieci anni di complotti e vendette al timone della Corea del Nord. Guido Santevecchi su Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Nel dicembre del 2011 ereditò il potere a Pyongyang. Da allora ha fatto sparire i sette tutori al suo fianco durante il funerale del padre. Cominciando dallo zio, fucilato. «Il Maestoso compagno Kim Jong-un è sceso dal cielo, concepito dal sacro Monte Paektu». Lo presentò così il 20 dicembre del 2011 il Rodong Sinmun, megafono del regime di Pyongyang. Erano giorni di annunci sconvolgenti per il popolo nordcoreano e per la comunità dell’intelligence mondiale. Il 19 dicembre una singhiozzante presentatrice della tv statale aveva dato la notizia che il Caro Leader Kim Jong-il era spirato due giorni prima, il 17 dicembre, per un attacco di cuore mentre era in viaggio sul suo treno blindato. Fu comunicato che il figlio Kim Jong-un aveva assunto i pieni poteri come «Grande Successore». Morto Kim II era asceso al trono della Repubblica democratica popolare di Corea (nome ufficiale della Nord Corea) Kim III, ventisettenne sconosciuto al grande pubblico. I servizi segreti, da Seul a Washington, a Tokyo furono sorpresi, nonostante da anni Kim Jong-il fosse dimagrito in modo impressionante e non muovesse più la mano sinistra, segno di una serie di malattie gravi. Fu uno smacco anche aver dovuto apprendere la svolta dalla tv nordcoreana, con cinquantuno ore di ritardo. Eppure, centinaia di analisti occidentali passano le loro giornate a studiare ogni minimo dettaglio che filtra da Pyongyang, proprio per dare l’allarme in caso di instabilità, di una scossa al vertice di un Paese pericoloso e armato di ordigni nucleari. Non fu quello il solo errore dell’intelligence. Il 28 dicembre di dieci anni fa, sotto una tempesta di neve, per le strade di Pyongyang sfilò un lunghissimo corteo funebre. Il feretro del Caro Leader, adagiato su un letto di fiori bianchi, fu trasportato da una limousine nera, una Lincoln Continental di fabbricazione americana (arrivata di contrabbando), tra ali di folla in lacrime, il silenzio rotto solo dalle urla di dolore di centinaia di migliaia di persone. In Nord Corea, queste cerimonie servono per cercare di decifrare i rapporti di forza, in base allo schieramento dei personaggi, all’elenco dei dignitari invitati. La Lincoln trasformata in carro funebre era affiancata da otto uomini a piedi. Kim Jong-un e sette gerarchi, disposti su due file. Scrutando con la lente di ingrandimento quelle immagini, gli analisti sentenziarono che i sette del «de profundis» a Kim Jong-il avrebbero costituito il Consiglio di Tutela dell’«inesperto e impreparato Kim III». Kim Jong-un si reggeva allo specchietto retrovisore dell’auto, forse per essere simbolicamente in contatto quasi fisico con il Caro Leader morto, forse per non scivolare nella neve. Dietro di lui Jang Song-thaek, marito della zia di Kim e altri due dignitari politici, a sinistra della Lincoln quattro generali. Zio Jang era da anni a capo del programma economico, uomo di riferimento per i rapporti con la potente Cina, che spingeva per riforme di mercato. Si disse che l’eminenza grigia Jang si fosse impegnato per garantire una serena successione al nipote, ma si è saputo poi che in realtà aveva complottato, forse con gli amici cinesi, per prendere il controllo e usare Kim come un fantoccio, un prestanome da esibire alle adoranti masse nordcoreane cresciute nel mito della Dinastia. Dall’altro lato dell’auto, quattro militari: la loro processione era guidata dal vicemaresciallo Ri Yong-ho, capo dell’Armata popolare, che aveva prontamente giurato fedeltà al nuovo leader: «Ogni elemento dell’esercito sarà fucile e bomba umana per difenderlo», scrisse il solito Rodong Sinmun. Sei mesi dopo Ri, fu rilevato dal comando «per motivi di salute» e da allora non si è più visto. Spettacolare e sconvolgente l’uscita di scena dell’altro presunto tutore: zio Jang fu arrestato a fine 2013, durante una seduta del Politburo. La propaganda del regime mostrò poi il momento in cui due soldati lo sollevavano di peso e lo trascinavano via, verso il processo sommario e poi il plotone d’esecuzione. «Ha perpetrato atti maledetti di slealtà, era peggio di un cane», commentò il Rodong Sinmun. Si sono perse le tracce anche degli altri cinque del corteo funebre: Kim Ki-nam, capo della propaganda, sostituito da Kim Yo-jong, sorella minore di Kim; svanito nel nulla Kim Yong-chun, vicemaresciallo e ministro; sostituito Kim Jong-gak, generale; emarginato e forse purgato U Dong-chuk, capo della polizia segreta; Choe Tae-bok, vecchio responsabile degli affari esterni è stato pensionato. Di quel manipolo in lutto, ribattezzato «la processione degli scomparsi», è rimasto solo Kim Jong-un, che ora compie dieci anni da Rispettato Maresciallo e si è tolto la soddisfazione di incontrare tre volte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ha beffato le previsioni di sventura ancora nel 2020, quando non si fece vedere per più di un mese e fu dato per morto. Per la cronaca, negli ultimi 52 giorni è apparso una sola volta, ma ora i servizi segreti sudcoreani sono convinti che stia benone in salute e che il dimagrimento di circa 20 chili gli abbia giovato. Previsione sbagliata anche quella iniziale che voleva Kim riformista, sulla base della sua apertura al mondo esterno: aveva studiato (sotto falso nome) in un college svizzero, si dice che abbia viaggiato per l’Europa in incognito, forse anche a Milano dove qualcuno giura di averlo scorto a San Siro per una partita dell’Inter. Di sicuro è un patito di basket, tanto da aver ricevuto più volte in Nord Corea l’ex campione americano dei Chicago Bulls Dennis Rodman, detto «the worm» (il verme). Il dittatore non ha allentato la presa, non ha aperto l’economia, non ha smesso di raffinare l’arsenale di missili e ordigni nucleari, ha solo giocato a prendere tempo con iniziative diplomatiche. Dal 2020, da Pyongyang arrivano solo comunicati ufficiali, distillati dalla propaganda. Sono partiti quasi tutti i diplomatici stranieri, sfiniti dalle restrizioni di movimento aggravate dalla paura del Covid (che pure ufficialmente e miracolosamente in Nord Corea non sarebbe arrivato). Le ultime immagini satellitari mostrano notevoli movimenti nella capitale. Non sono state annunciate celebrazioni e feste pubbliche per il decennale di Kim. Ma per «fine dicembre» è stato messo in calendario il Plenum del Partito dei lavoratori. Ne uscirà qualche annuncio a sorpresa? Joe Biden è tornato alla vecchia «pazienza strategica», di fatto gli Stati Uniti hanno deciso di ignorare Kim e i suoi sporadici test missilistici (nove nel 2021). Il presidente sudcoreano Moon Jae-in sogna invece di firmare con Kim una simbolica «Dichiarazione di pace» per mettere fine alla Guerra di Corea del 1950-1953, ancora congelata nell’armistizio di Panmunjom. Moon ora ha molta fretta, perché a marzo lascerà la Casa Blu di Seul e il successore potrebbe essere molto meno disposto a discutere con i nordcoreani. Gli Stati Uniti tacciono, sospettano che un trattato di pace tra le Due Coree darebbe a Kim l’opportunità di invocare il ritiro delle forze americane che proteggono il Sud. Il Maestoso Maresciallo ha ancora molte opzioni per sorprendere gli analisti.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" l'1 luglio 2021. Compare poco in pubblico negli ultimi tempi Kim Jong-un, ma quando decide di mostrarsi lo fa per annunciare sventure e denunciare errori e colpe dei suoi subordinati. «Un grave incidente» nella battaglia per prevenire il Covid-19 ha creato in Nord Corea una «crisi dalle conseguenze molto pesanti», ha detto il Maresciallo davanti ai gerarchi convocati in una riunione allargata e straordinaria del Politburo. Kim li ha voluti tutti davanti a sé per pronunciare la sua requisitoria e la sentenza: alcuni uomini del vertice sono stati rimossi seduta stante. Le immagini diffuse dalla propaganda lo mostrano mentre punta il dito verso l'aula. Ai suoi uomini il dittatore ha imputato «incompetenza e irresponsabilità», «pigrizia cronica» che hanno disatteso il piano sanitario contro la pandemia, compiendo errori materiali e scientifici, e messo in pericolo la sicurezza dello Stato e del popolo. Kim se l'è presa con i quadri del Partito dei lavoratori, accusandoli di «ignoranza coperta da fuochi di paglia di finto attivismo» e ha concluso che «serve immediatamente una rivoluzione nell'amministrazione del personale». La purga è arrivata subito: sono stati silurati alcuni membri del Politburo e funzionari della sanità, riferisce l'agenzia statale Kcna. Non sono stati fatti i nomi dei puniti, ma analizzando le foto del tavolo di presidenza, gli specialisti di Nk News hanno osservato che due generali non hanno alzato la mano durante la votazione, segno possibile della loro esclusione dal processo decisionale e la poltrona del direttore del dipartimento scientifico è rimasta vuota. Nessun dettaglio è stato rivelato riguardo al «grave incidente» nella prevenzione della pandemia. La Nord Corea ha sigillato la sua frontiera dal gennaio 2020, per evitare il contagio dalla Cina. Da allora non ha comunicato alcun caso di Covid-19 all'Organizzazione mondiale della sanità e ha rifiutato consulenza e forniture di tamponi e vaccini, sostenendo di aver sottoposto a test 31 mila cittadini senza aver trovato neanche un positivo (su 25 milioni di abitanti però, il dato non è statisticamente rilevante). Da mesi Kim parla delle conseguenze economiche disastrose della chiusura: la Cina era l'unico sbocco commerciale per Pyongyang. È andato male anche il raccolto agricolo, a causa di tifoni e poi siccità e, al solito, della «mancata esecuzione delle politiche statali». La situazione alimentare «è tesa», ha ammonito Kim ultimamente. Secondo gli analisti, la serie di ammissioni sulle difficoltà, economiche, agricole e ora sanitarie, seguirebbe un filo logico: l'obiettivo di Kim sarebbe di preparare il terreno per una richiesta di aiuto alle agenzie umanitarie internazionali. Ma si tratta solo di supposizioni, perché le informazioni sulla Nord Corea sono solo quelle che il regime vuole dare: comprese le recenti immagini che mostrano Kim dimagrito e un tg statale che ha dato voce all'ansia della gente per la salute del Rispettato Maresciallo. Di sicuro, di fronte alle molte crisi Kim prende le distanze dai suoi esecutori, per mantenere la presa sulla popolazione, che infatti secondo la propaganda «ha il cuore spezzato per il suo aspetto emaciato».

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 17 giugno 2021. La Nord Corea di Kim Jong-un ha sprecato la grande occasione di concludere un accordo con Donald Trump e ora, quasi ignorata da Joe Biden, ha perso anche la battaglia del grano. «La situazione alimentare per il popolo è tesa e peggiora, il settore agricolo ha fallito l'obiettivo nella produzione di cereali», ha ammesso il Maresciallo, parlando al Comitato centrale del Partito dei lavoratori. La colpa sarebbe dei tifoni che l'anno scorso hanno colpito il Paese dopo una siccità straordinaria e delle misure contro la pandemia, che hanno costretto a chiudere la frontiera con la Cina soffocando l'unica rotta commerciale praticabile. Il discorso di Kim rispecchia le analisi fatte all' estero sulle difficoltà di Pyongyang. Secondo la Fao, se il deficit nel raccolto non sarà colmato con importazioni e aiuti internazionali, tra agosto e ottobre la popolazione affronterà una crisi alimentare grave. Nel 2020 è mancato un milione di tonnellate di approvvigionamenti: significa che i nordcoreani hanno avuto 445 calorie in meno al giorno rispetto alle 2.100 raccomandate dall' Onu. Quest' anno mancheranno 1,35 milioni di tonnellate di alimenti, secondo l'agenzia sudcoreana che monitora il Nord. Kim già ad aprile aveva evocato la necessità di intraprendere una «Ardua marcia per alleviare la situazione delle masse». Quell' espressione entrò nel linguaggio del regime negli Anni 90, quando la carestia uccise centinaia di migliaia di persone. Non sembra che la crisi attuale sia paragonabile a quella di allora, ma le organizzazioni umanitarie avvertono che 10 dei 25 milioni di nordcoreani sono cronicamente malnutriti. Aveva grandi piani economici (oltre che missilistici) Kim, quando ereditò il potere dal padre nel 2011: «Il nostro popolo non dovrà più stringere la cinghia», proclamò. Dieci anni dopo, ha ammesso che il piano di sviluppo economico «ha dato pessimi risultati in quasi tutti i settori». Il colpo più duro, oltre alle alluvioni dei campi, è stato auto inflitto: la Nord Corea, sigillando per la pandemia la frontiera con la Cina, ha rinunciato agli scambi economici con il mondo esterno, già ridotti a causa delle sanzioni varate nel 2016 e 2017 per punire il regime che continuava a lanciare missili e fare test nucleari. Nel 2015 l'interscambio commerciale con la Cina valeva 6 miliardi di dollari all' anno; nel 2019 era calato a 2,8 miliardi e l'anno scorso si è ridotto a un rigagnolo di 540 milioni. Non c' è da aspettarsi una ripresa, perché Kim ha detto che l'isolamento contro il coronavirus deve continuare (evidentemente non si fida neanche della campagna di vaccinazioni in corso a Pechino). La propaganda invita la popolazione a riciclare ogni materiale, dalla plastica alla stoffa, la carta, il vetro. Mancano anche i fertilizzanti chimici per i campi e, secondo Radio Free Asia, ai contadini è stato ordinato di fornire alle fattorie statali due litri di urina al giorno. Forse sono solo voci, ma il regime a maggio ha annunciato che centinaia di adolescenti orfani si sono offerti volontari per lavorare in miniera e nei campi e «ripagare anche solo la milionesima parte dell'amore che ha dato loro il Partito». Andrei Lankov, professore russo basato a Seul, esperto di questioni nordcoreane, dice che per rilanciare il settore agricolo Kim sta tornando alla pianificazione centralizzata sul vecchio modello sovietico. La storia dell'Urss (e della Nord Corea sotto il nonno e il padre di Kim) ha insegnato però che il sistema delle aziende statali collettivizzate, che portavano il raccolto all' ammasso, non ha mai spinto i contadini a lavorare meglio e di più. Osserva Lankov: «I contadini dell'Urss dicevano: il Partito finge di pagarci, noi fingiamo di lavorare».

Vietati: jeans, slang e film occidentali. Corea del Nord, Kim vara la legge che vieta film stranieri e jeans. Elisabetta Panico su Il Riformista l'8 Giugno 2021. E’ stata introdotta nel Nord Corea una nuova legge che vieta ogni tipo di influenza straniera. Nel paese non sarà più possibile vedere film stranieri, indossare jeans o vestiti non nord coreani e per parlare o scrivere non si potranno più utilizzare slang. Il contrabbando sarà punito con la pena di morte. La cittadina Yoon Mi-so ha detto alla BBC che quando aveva 11 anni è stato costretto a partecipare come testimone all’esecuzione di un uomo condannato a causa di un film drammatico sud coreano. Insieme a Yoon Mi-so, tutto il quartiere ha dovuto assistere all’esecuzione. “Se non guardi, sei un traditore – ha raccontato la donna – Ho ancora un forte ricordo di quell’uomo con gli occhi bendati. Vedo ancora le lacrime scendere sul suo viso. Sono traumatiche per me. Le lacrime si immergevano nella benda”. La vita in Nord Corea non è semplice. I cittadini non hanno il libero accesso a Internet, ai social media e possono vedere solo pochi canali televisivi che sono controllati dallo stato. A tutti questi divieti, ora si è aggiunto anche il divieto contro un “pensiero reazionario”. Kim Jong-un ha scritto lo scorso mese una lettera alla Lega della gioventù, riportata dal Rodong Sinmun. La lettera ufficiale è stata inviata con lo scopo di reprimere “comportamenti sgradevoli, individualisti e antisocialisti” tra i giovani per fermare il linguaggio straniero, le acconciature e i vestiti che ha descritto come “pericolosi” e veleni” per la tenuta della società.  Il leader Kim ha messo al bando i jeans attillati e pratiche, come il piercing, ritenuti simboli dello “stile di vita capitalista”. Il Daily NK ha ricevuto una copia della legge. Il Daily NK è un giornale online con sede nel Sud Corea. Il suo focus principale è relativo ai problemi in Nord Corea. Sul sito sono uscite anche alcune notizie relative a tre adolescenti che per poco non venivano mandati in un campo di rieducazione per essersi tagliati i capelli come i K-pop. I tre ragazzi inoltre indossavano dei pantaloni con il risvoltino fin sopra le caviglie. “Se catturano un lavoratore, il capo della fabbrica viene punito. Se un bambino diventa problematico, anche i genitori sono puniti. Il sistema di monitoraggio reciproco del regime nordcoreano incoraggia ad agire in modo aggressivo” ha detto alla BBC l’editore Lee Sang Yong. In poche parole la legge intende “infrangere” qualsiasi sogno o fascino che i più giovani, che si vogliono adattare alle abitudini del Sud, hanno.

Elisabetta Panico. Laureata in relazioni internazionali e politica globale al The American University of Rome nel 2018 con un master in Sistemi e tecnologie Elettroniche per la sicurezza la difesa e l'intelligence all'Università degli studi di roma "Tor Vergata". Appassionata di politica internazionale e tecnologia

Barbara Costa per Dagospia l'8 maggio 2021. Perché ogni tanto Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, sparisce e poi riappare? Perché lui ha il "chukjibeop", il potere di viaggiare nel tempo, smaterializzarsi e volare, e di ricomparire quando e dove gli pare a lui. Fa ridere, lo so, ma a quanto pare a questa e altre assurdità i nordcoreani ci credono, o più di preciso, li indottrinano a credere. Chissà se sanno con chi il loro capo-dio sc*pa e come, ufficialmente con la moglie Ri Sol-ju, certo, ma, all’interno delle stanze segrete dei suoi 32 palazzi, dicono che Ciccio-Kim se la spassi con un eccezionale harem di concubine! E queste concubine sono tutte vergini (all’inizio) e, quando Ciccio-Kim è di buonumore, mette su party ad alto tasso alcolico, dove a lui piace giocare così: ci sono lui, qualche suo amico, e scelte concubine. A turno viene fatto un indovinello. Chi non sa la risposta, si deve togliere un indumento. Chi per primo rimane nudo perde e paga pegno che, prima del sesso, prevede questo preliminare: una ultima domanda, ancora più canaglia e, se non rispondi, a te, maschio, sono tagliate ciocche di capelli, e a te, concubina, ciocche… dalla tua vagina! Chi lo sa se l’acconciatura di Kim Jung-un è nient’altro che il risultato di queste orge alcoliche, fatto sta che lui pare si diverta così, e questo è il pochissimo che (forse) sappiamo. È il sunto di dicerie, libri autobiografici, rumors che ci provengono da uno dei paesi più chiuso al mondo e, per quanto riguarda l’harem di Kim Jung-un, ci si basa su quanto rivelato da disertori più o meno consanguinei diretti della famiglia reale, o membri dello staff di palazzo scappato anch’esso all’estero come Kenji Fujimoto, chef reale dal 1989 al 2001, e che quindi non ha servito direttamente Kim Jung-un, ma i suoi predecessori. Che poi, a dirla tutta, Ciccio-Kim non si inventa niente, lui non fa altro che portare avanti la tradizione di famiglia: le orge con le concubine giovanissime iniziarono a corte con suo nonno, Kim Il-sung, il "Presidente Eterno", il capostipite della dinastia, morto nel 1994 ma che in Corea del Nord tuttora credono vivo e vegeto e a guida del popolo (sennò che Presidente Eterno è?). Fu nonno-Kim a creare le "squadre del piacere" (in coreano "kippumjo"), manie orgiastiche tramandate a figlio e nipote. Raccontano però che l’appetito per tali ammucchiate da parte di Kim il nipote si sia sviluppato tardi: Ciccio-Kim, appena salito al potere, 10 anni fa, ne ordinò lo scioglimento, per poi ripensarci nel 2015. A giochi e sesso di gruppo sono "invitati" a partecipare alti funzionari del regime, dei quali non se ne sa il numero né il criterio di scelta, e addirittura si arriva a dire che le concubine siano migliaia. Mille fanciulle che vanno e vengono, poiché va messo in conto questo: in Nord Corea una concubina a 20 anni è ufficialmente vecchia e va liquidata con 4000 dollari. Un ritiro che per le più fortunate comporta un matrimonio con soldati delle forze armate. Queste ragazze o sono rapite (come succedeva ai tempi di nonno-Kim, e alcune erano bottino di guerra del Sud, e c’erano pure direttori di scuola incaricati di segnalare le ragazze migliori all’interno di ogni istituto, segnalazioni per cui ricevevano premi dal regime) o sono comprate o prese ai loro genitori con il pretesto di svolgere una missione per conto della nazione. Di sicuro sono attirate con la promessa di diventar ballerine di palazzo, di essere “predilette per il benessere e il progresso della nazione”. Ma sono ragazzine, appena adolescenti, dai 13 anni in su. Devono essere prive di cicatrici e macchie, non più alte di un metro e 60, e con una voce dolce e cinguettante. E devono essere vergini, e sono sottoposte a esame medico per accertarlo: in Nord Corea si crede che se fai sesso con una vergine, dalla rottura del suo imene fuoriesca il "ki", forza vitale che passa a chi quell’imene ha deflorato, e del suo sangue si è macchiato. Le squadre del piacere sono organizzazioni statali, le ragazze che ne fanno parte, una volta "selezionate", sono ordinate in diverse unità. Alcune sono istruite a mo’ di geishe, e devono imparare a ballare e a cantare, altre sono istruite a far massaggi. Solo quelle a loro volta vagliate per uno specifico settore della squadra del piacere (settore arci-segreto che dovrebbe chiamarsi "manjokjo") si stima siano serbate a "servizi" sessuali. Chissà che affidabilità hanno le parole di Mi Hyang, nordcoreana disertrice in Corea del Sud: lei dichiara di essere stata in una squadra del piacere per 2 anni. Mi Hyang dice di essere stata "presa" da scuola a 15 anni, da ispettori un giorno lì piombati a ispezionare le studentesse. Le vergini venivano messe da parte e poi visitate e poi portate al Koryo Hotel di Pyongyang, luogo del loro nuovo indottrinamento. Un parente di Ciccio-Kim, Yi Il-nam, ucciso nel 1997, ha lasciato un libro di memorie, "La famiglia reale", dove parla anche delle squadre del piacere, e delle feste selvagge, piene di sesso e alcool, con le ragazzine. Sono le stesse feste a cui forse si sollazza in segreto l’attuale dittatore Ciccio-Kim? Il quale ancora pochi mesi fa dava la colpa al “porno proveniente dai decadenti Sud Corea e Giappone”, di “influenzare negativamente il popolo e specie gli studenti nordcoreani”. E come mai uno così potente, un sovrano che vola e che è oltre le leggi del tempo e dello spazio, non riesce a fermare o a tener sotto controllo il web, e soprattutto il sesso lì esposto, su cui il popolo a lui devoto e felice, piomba avido occhi, mente e… mani? Perché il web a Ciccio-Kim gli serve, gli servono YouTube e Twitter, dove ha aperto i canali social ufficiali del Paese, per presentare al mondo una Corea del Nord “normale e moderna”, quando in realtà è un Paese che sta malfermo in piedi col cibo e medicine e soldi cinesi, comandato da uno che si crede un dio con aereo privato, automobili potenti, lussi di ogni genere, importati dal "nemico" Occidente: il "Daily Star" parla di milioni annui sperperati in lingerie sfarzosa per il suo harem, e in vini e pietanze europee, e migliaia di sterline per prodotti per la cura dei capelli (!?) e per luminari che gli tengono sotto controllo una salute precaria infestata di malanni tra cui gotta e diabete. Kim Jong-un è pieno zeppo di soldi come tutti i dittatori, e soldi che passano e stanno in una struttura apposita chiamata "Office 39".

L’harem di Kim Jong Un: tra fake news ed esagerazioni. Federico Giuliani su Inside Over il 10 maggio 2021. Parlare di Kim Jong Un è sempre un’impresa ardua. A maggior ragione se ci discostiamo dall’analisi delle sue mosse geopolitiche, legate al futuro della Corea del Nord nello scacchiere globale, e decidiamo di camminare sull’ancor più scivoloso terreno della vita privata del Grande Leader. In quest’ultimo caso è facile imbattersi in fake news, notizie sensazionalistiche gonfiate per screditare un Paese non democratico o, più semplicemente, indiscrezioni intrise di gossip, non confermate né confermabili. Nel corso degli anni i tabloid sudcoreani hanno raccontato innumerevoli storielle su Kim Jong Un, facendo passare il presidente nordcoreano per un personaggio goffo, bizzarro e capriccioso. Una simile narrazione, approssimativa e per niente accademica, è riuscita ad avvelenare anche il dibattito politico. I media internazionali, quasi per osmosi, hanno così iniziato a paragonare Kim Jong Un a un “dittatore pazzo” quando invece, pur governando una nazione nettamente più debole degli Stati Uniti, il leader di Pyongyang ha dimostrato di avere stoffa da vendere. Nonostante le sanzioni economiche, l’isolamento imposto dalla comunità internazionale e le condizioni economiche nazionali non proprio ottimali – soprattutto nell’ultimo periodo, a causa della pandemia di Covid-19 -, Kim ha giocato al meglio gli unici due jolly a propria disposizione: l’amicizia fraterna con la Cina di Xi Jinping e il fatto di poter contare su armi nucleari.

Kim: una figura complessa. Agli occhi dei nordcoreani, Kim Jong Un non è soltanto un leader politico come potrebbe essere per noi il nostro Presidente della Repubblica. Kim è una figura collocabile a metà strada tra una sorta di divinità teocratica, la massima carica politica del Paese e il simbolo del riscatto nordcoreano contro gli invasori “imperialisti”. Nelle vene del Grande Leader scorre il sangue reale, lo stesso sangue di Kim Il Sung, nonno di “Kim terzo” nonché fondatore della Corea del Nord, e di Kim Jong Il, padre di Kim ed ex presidente. In base a questo è pressoché impossibile distinguere la biografia dall’agiografia, le reali tappe esistenziali dell’essere umano Kim dalle gesta epiche della sua proiezione mitologica. I circa 24 milioni di nordcoreani vivono in un sistema politico e valoriale ben preciso, credono nell’ideologia Juche e, soltanto perché diversi da noi, non ha alcun senso criticarli pensando di essere culturalmente superiori. Ai loro occhi, e nella simbologia nordcoreana, Kim è tutto ciò che serve alla Corea del Nord per essere un Paese forte, prospero e rispettato.

L'”harem” del presidente. Tra le tante indiscrezioni emerse, ha fatto il giro del web la notizia secondo cui Kim Jong Un potrebbe contare su un harem di concubine, a sua completa disposizione in ciascuno dei suoi 32 palazzi privati. Non solo: pare che queste concubine siano inizialmente tutte vergini, e che Kim, di tanto in tanto, si diverta con loro in serate a luci rosse. Alla luce di quanto scritto, è impossibile verificare voci del genere. Le fonti dalle quali escono simili dicerie sono rifugiati o dissidenti, dunque figure accademicamente affidabili fino a un certo punto. Anche perché, data la loro condizione di fuggiaschi, e del presumibile astio che nutrono nei confronti della Corea del Nord, è difficile aspettarsi disamine obiettive. Se, poi, consideriamo l’impermeabilità del Paese, il gioco è fatto. Chiunque può gettare nella mischia dicerie più o meno plausibili, giocando sull’effetto sorpresa e sul fatto che nessuno, da Pyongyang, perderà mai tempo a confermare o smentire tali voci. Visto, inoltre, che il governo nordcoreano si basa su un sistema politico diametralmente opposto rispetto a quello occidentale, risulta ancora più semplice abbinare voci fantasiose a luoghi e personaggi etichettabili come “cattivi”. Del resto, la voce degli harem presidenziali nordcoreani non è certo una novità, dal momento che se ne parlava già all’epoca di Kim Jong Il. Il punto, al netto delle dicerie, è che non ci sono, né probabilmente ci saranno mai, elementi per confermare o smentire simili indiscrezioni. Nessun osservatore occidentale è in grado di sapere cosa accade sulla “superficie” nordcoreana. Figurarsi nei meandri delle residenze di Kim.

Guido Santevecchi per il “Corriere della sera” il 10 aprile 2021. Non ha potuto dare alcuna buona notizia al suo popolo Kim Jong-un nell'ultimo anno, ha preso anche l'abitudine di scusarsi per le sofferenze «imposte dalle circostanze e da errori della burocrazia». Ma ora la crisi deve essere terribile in Nord Corea se il Maresciallo ha deciso di paragonarla a quella degli Anni 90, quando la carestia uccise centinaia di migliaia di persone. Kim ha evocato quella tragedia dal palco dell'assemblea dei 10 mila capi sezione del partito unico, ammonendoli che dovranno guidare una nuova «Ardua Marcia per alleviare il patimento delle masse davanti alla peggiore situazione di sempre». Ardua Marcia è l'espressione partorita dal regime per descrivere la tragedia degli Anni 90, esplosa con il crollo dell'Unione Sovietica che fino ad allora aveva puntellato economicamente il regime (la Cina non era la superpotenza di oggi). In quegli anni le incapacità organizzative della Dinastia Kim, impegnata solo nella pianificazione militare, sommate a una serie di alluvioni e siccità devastarono anche l'agricoltura causando la carestia. Solo nel 1995 Pyongyang chiese soccorso all'Onu: 225 mila nordcoreani erano già morti di fame su una popolazione di 24 milioni di abitanti. Alcune stime fissarono a un milione il numero delle vittime tra il 1994 e il 1998. Le agenzie umanitarie scoprirono che per effetto della malnutrizione cronica i nordcoreani erano in media più bassi dei sudcoreani di 3-8 centimetri. Ancora nel 2012 il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite rilevava che un bambino su tre portava i segni della denutrizione. Ora a Pyongyang non ci sono più esperti delle agenzie umanitarie internazionali: le ulteriori restrizioni al movimento imposte per contenere il coronavirus hanno spinto la quasi totalità dei residenti stranieri ad abbandonare il Paese. I pochi diplomatici rimasti riferiscono che c'è carenza di tutto, dai medicinali al dentifricio. Dice Seo Jae-pyoung, segretario generale dei nordcoreani rifugiati a Seul: «Ardua Marcia per la gente comune significa morire di stenti». La crisi è dovuta a quattro fattori: 1) le sanzioni internazionali contro il programma nucleare e missilistico; 2) la spesa eccessiva per sviluppare le forze armate; 3) le alluvioni dello scorso anno portate da tre tifoni che hanno devastato il raccolto di cereali e riso; 4) la chiusura completa della frontiera con la Cina decretata dal gennaio del 2020 per evitare il contagio virale. Si calcola che il commercio con Pechino, l'unico grande partner del regime assediato, si fosse ridotto già nel 2017 dell'80% a causa delle sanzioni: il blocco sanitario della frontiera ha dato il colpo di grazia. Anche il contrabbando è stato fermato, per timore di importare il Covid-19: fonti di intelligence dicono che le guardie di frontiera nordiste hanno avuto l'ordine di sparare su chi cerca di arrivare dalla Cina. I primi segnali del disastro sono stati captati proprio nel comportamento dei soldati schierati al confine cinese: si tratta di reparti scelti e privilegiati, che di solito lucrano sui traffici esigendo tangenti e prelevando una quota dei prodotti di contrabbando. A fine marzo una pattuglia di disperati ha disertato. Dopo aver guadato il fiume Yalu i nordcoreani hanno raccontato ai cinesi che da mesi le razioni alimentari sono da fame. I fuggiaschi si erano ridotti a sparare al bestiame dei contadini, anche ai cani, per integrare il rancio. Secondo gli analisti, il Maresciallo dicendo che la situazione è gravissima ha due obiettivi: scarica la responsabilità sui suoi gerarchi e richiama l'attenzione di Pechino. A fine marzo Xi Jinping gli ha inviato un messaggio augurando «una vita migliore al popolo nordcoreano». Ora il leader cinese potrebbe inviare aiuti e permettere a Kim di presentarsi come il salvatore delle masse.

·        Quei razzisti come i cinesi.

Chiara Mariani per “Sette - Corriere della Sera” il 17 Dicembre 2021. Nel 1973 Giorgio Lotti è inviato in Cina da Epoca. Deve raccontare Pechino ma il suo desiderio è ritrarre colui che dal 1949 è a capo del governo. Un'impresa ardua ma non impossibile. Aggancia il suo entourage: avrà a disposizione un solo scatto. Zhou Enlai è seduto sulla poltrona, è l'ora del suo tè. Un segretario entra, lui si volta. Clic. Qualche tempo dopo riceve una telefonata dall'Ambasciata cinese: il primo ministro in persona richiede quella fotografia. La situazione rilassata e lo sguardo verso sinistra (che per i cinesi significa la capacità di percepire il futuro) convincono il leader che quello sarà il suo ritratto ufficiale. Sarà diffuso in migliaia di copie. Giorgio Lotti, fotogiornalista da decenni, e che del suo mestiere ha vissuto i tempi più gloriosi, di fotografie memorabili ne ha scattate a decine. In queste pagine, un assaggio della sua professionalità e del suo talento.

Cina, Hu Xijin pensionato o silurato? Si "ritira" la penna al veleno del regime. Gian Micalessin il 17 Dicembre 2021 su Il Giornale. Il direttore del "Global Times" ha trasformato il giornale fedele a Xi in un successo da 67 milioni di follower sui social network. Se n'è andato in pensione o è stato brutalmente silurato? La verità non la sapremo mai. Di certo, però, senza Hu Xijin il «Global Times» non sarà lo stesso. Senza la penna, e senza l'arrogante, velenoso e insolente nazional-comunismo dell'ormai ex direttore le sue pagine e la sua edizione in rete rischiano di ridiventare, come prima del suo arrivo nel 2005, una grigia versione minore del «Quotidiano del Popolo», l'organo di partito che nessuno vorrebbe sfogliare.

Con Hu Xijin al timone, il «Global Times» diventò, invece, tutt'altra storia. La versione inglese del quotidiano, spesso rilanciata su twitter, raccontava con vibrante tracotanza la voglia di potenza della Cina capital-comunista. Senza nascondere le sue pulsioni più oscure. Quando, nel 2019, difese a spada tratta la brutale repressione delle dimostrazioni di Hong Kong, a suo dire finanziate e appoggiate dagli Stati Uniti, Hu Xijin invitò a sparare sui manifestanti. E non esitò a invocare l'esenzione da ogni responsabilità per i poliziotti responsabili dell'eventuale uccisione di quegli oppositori paragonati ai «terroristi dell'Isis». E la stessa cinica grinta veniva impiegata anche per difendere la politica di potenza cinese.

Non a caso, nel marzo 2020, il Global Times invitava a mettere in cantiere più testate nucleari e a tener pronti i missili balistici intercontinentali per colpire i nemici della Cina. Proprio questa estroversa ed esplicita aggressività ha regalato alle edizioni in cinese e in inglese del «Global Times» un seguito senza precedenti garantendogli 67 milioni di follower su Facebook e Twitter. Ma parallelamente ha contribuito anche alla fama personale di un direttore libero di spadroneggiare su twitter - social inaccessibile a tutti i suoi connazionali - e randellare i nemici della Cina. Così nei «cinguettii» di Hi Xijin l'Australia, promotrice di un'incauta inchiesta sull'origine cinese del Covid, diventa una fastidiosa «gomma da masticare rimasta appiccicata alla suola della scarpa cinese». La Gran Bretagna, colpevole d'aver inviato nel Pacifico le proprie navi da guerra per violare uno spazio marittimo rivendicato dal Dragone è soltanto una «cagna meritevole di bastonate».

Eppure, nonostante il suo fervore nazional comunista, Hu Xijin ha sempre ammesso di aver partecipato, nella primavera 1989, a quelle manifestazioni di piazza Tienanmen spente nel sangue dal regime comunista. «Ero un giovane studente stavo in piazza, seguivo Radio Voice of America ed ascoltavo entusiasta i leader americani parlare di democrazia» - ha confessato nel 2019 in un intervista alla Cnn. Al termine della stessa intervista ha però rinnegato un'esperienza minata, a suo dire, dall'ingenuità dei dimostranti e dall'inesperienza del regime. Ma a cementare la convinzione in un Partito «ultimo difensore dell'ordine» avrebbe contribuito, nel racconto di Hu Xijin, la sua esperienza di inviato in ex-Jugoslavia dove scontri e contrapposizioni interne trascinarono un paese socialista nell'inferno della guerra.

Proprio la fiducia nelle libertà concessegli dall'amato Partito potrebbe, però, essergli costata cara. Settimane fa si vantò di sapere che la tennista Peng Shuai, scomparsa dopo avere accusato di violenza sessuale l'ex vice primo ministro Zhang Gaoli, stava bene e non godeva di limitazioni della libertà. Ma l'aver risollevato uno scandalo silenziato gli è, forse, stato fatale. Non a caso la notizia del ritiro di Hu Xijing è stata preceduta dall'anonima accusa di aver lasciato incinte due colleghe. Come dire che chi di sesso ferisce, di sesso perisce.

Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera” il 24 dicembre 2021. Sono entrati nel campus della University of Hong Kong di notte: una squadra di operai con elmetti gialli, guanti e mascherine. Hanno recintato l'area intorno al «Pilastro della Vergogna» che ricordava il massacro di Tienanmen con alte barriere di plastica, non per motivi di sicurezza, ma per non avere testimoni: sulla «scena del delitto» la polizia aveva l'ordine di tenere alla larga studenti e stampa. Ma le immagini, riprese di nascosto da un ballatoio, sono filtrate lo stesso, sfidando anche la Legge sulla sicurezza nazionale cinese che dal luglio 2020 ha spento la protesta democratica nell'ex colonia britannica. Così, sui social network internazionali ora corrono le scene dello smantellamento della statua: una colonna di rame alta 8 metri, composta da cinquanta corpi nudi, schiacciati da una forza opprimente come quella dei carri armati cinesi che il 4 giugno del 1989 avevano spazzato via in piazza Tienanmen a Pechino gli studenti che invocavano un governo decente. Una macchia vergognosa sul Partito-Stato, e per questo la statua era stata chiamata «Pillar of Shame», Pilastro della Vergogna. Donata dall'artista danese Jens Galschiot, la piramide commemorativa era arrivata a Hong Kong nel 1997, poche settimane prima che la città fosse restituita dai colonizzatori britannici alla Repubblica popolare cinese. Per ventiquattro anni la scultura era stata l'unico memoriale in territorio cinese del sacrificio di migliaia di giovani uccisi in una notte a Pechino. A Hong Kong vigeva il principio «Un Paese due sistemi», che formalmente dura ancora, ma in realtà è stato cancellato dalla Legge sulla sicurezza nazionale cinese e dallo stillicidio di arresti per sovversione e secessionismo che negli ultimi due anni hanno messo a tacere l'opposizione anti-comunista. Pochi giorni fa un tribunale di Hong Kong ha condannato ad altri 13 mesi di carcere Jimmy Lai, l'editore il cui giornale libero Apple Daily è stato soffocato e chiuso in estate: la sua colpa, aver partecipato il 4 giugno del 2020 all'ultima veglia in ricordo di Tienanmen. Jimmy Lai dalla cella ha scritto: «Se ricordare quei morti è un crimine, sono orgoglioso di condividere la gloria di quei giovani che hanno versato il loro sangue». Restava ancora la statua nel campus della più antica università della città e gli studenti ancora si facevano fotografare davanti nelle occasioni importanti, come la laurea. Inaccettabile nel nuovo corso «patriottico» imposto a Hong Kong. Già a ottobre era arrivato l'ordine di rimuoverla. Senza il clima di paura calato su Hong Kong, migliaia di studenti si sarebbero concentrati nel campus per difendere il simbolo. Invece ora nessuno ha sfidato le nuove norme repressive; per precauzione gli operai sono stati mandati nel cuore della notte. Il rettorato ha comunicato che «la decisione di smantellare la vecchia statua è stata presa sulla base di un consiglio legale e valutando il rischio per l'università. Eravamo anche preoccupati per la fragilità dell'opera». Una motivazione ipocrita. Il «Pillar of Shame», tagliato e avvolto in un telone bianco, è stato trascinato via come un cadavere. «Una fine brutale, sono sconvolto», ha detto lo scultore Galschiot.

La Cina come i talebani fa sparire da Hong Kong la statua di Tienanmen. Roberto Fabbri il 24 Dicembre 2021 su Il Giornale. Via dall'università il "Pilastro" che ricorda il massacro di regime. Rischia la distruzione. Continua senza sosta l'opera di «normalizzazione» di Hong Kong ordinata dal leader comunista cinese Xi Jinping dopo le proteste di massa del 2019. Anche il cosiddetto «Pilastro della Vergogna», la statua che da 24 anni si ergeva nel campus dell'Università per commemorare le vittime del massacro di piazza Tienanmen a Pechino del giugno 1989, è stata rimossa. La statua in rame, alta otto metri, rappresenta plasticamente l'orrore di quella strage, e raffigura cinquanta volti stravolti in un groviglio di corpi torturati. L'autore, l'artista danese Jens Galschiot, ha espresso il suo «assoluto choc» per l'accaduto, ma davvero non si può parlare di una sorpresa: da quando, il 1° luglio 2020, è entrata in vigore a Hong Kong la draconiana legge sulla sicurezza nazionale che vieta ogni minimo accenno di critica al regime, la governatrice Carrie Lam non ha fatto che attuare gli ordini dei suoi padroni e cancellare passo dopo passo gli elementi di democrazia che distinguevano l'ex colonia britannica tornata sotto sovranità cinese il 1° luglio 1997 dal resto della Repubblica Popolare. Le manifestazioni sono state proibite con il pretesto dell'emergenza sanitaria, i leader democratici incluso il famoso capo studentesco Joshua Wong sono stati arrestati e condannati al carcere, i giornali indipendenti sono stati chiusi e i loro editori a loro volta arrestati e incarcerati, la legge elettorale è stata cambiata per cancellare ogni parvenza di opposizione.

É stato anche chiuso il museo dedicato alle vittime del giugno 1989 e sono finiti in galera i dirigenti della Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements in China, l'associazione che ogni anno organizzava la manifestazione per Tienanmen e a cui Galschiot aveva donato la sua opera nel 1997. Mancava quasi solo l'eliminazione della statua commemorativa degli studenti cinesi pro democrazia. E a farla smantellare ha provveduto nel corso della notte - la stessa Università che la ospitava, che in una nota ha spiegato di aver dovuto agire così «sulla base di un parere legale esterno, valutando il rischio per il miglior interesse dell'ateneo». Una volta rimossa, la statua è stata montata su un container e trasportata in un magazzino, dove verrà custodita «mentre l'Università cercherà un parere legale per qualsiasi azione appropriata in seguito».

Questo anche perché Galschiot, che valuta la statua 1,4 milioni di dollari, aveva chiesto alle autorità di Hong Kong un'esenzione dalla famigerata legge sulla sicurezza per potersi presentare a recuperare la sua opera e riportarla in Europa (non è chiaro se abbia ottenuto risposta), promettendo al tempo stesso di chiedere un indennizzo qualora la statua venisse danneggiata. Anche se c'è chi si dice certo che lontano da sguardi indiscreti la statua verrà distrutta.

Normalizzazione a vele spiegate dunque, con relativo spiegamento dell'immancabile propaganda menzognera. Dopo aver diffuso un incredibile «libro bianco» dedicato ai «sinceri sforzi profusi per la democrazia a Hong Kong», il regime di Pechino ha ritenuto opportuno manifestare il suo pieno apprezzamento alla governatrice della città per il lavoro svolto. Il presidente Xi ha elogiato le recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento, che hanno attuato «il principio dei patrioti che governano Hong Kong stabilendo un modello politico di partecipazione ampia ed equilibrata di tutti i settori della società». Laddove «patrioti» significa, ovviamente, fedeli al regime comunista: gli altri sono stati fatti accomodare in carcere. Roberto Fabbri 

Le bugie cinesi di Stato sulla farsa di Hong Kong. E le minacce su Taiwan. Roberto Fabbri il 21 Dicembre 2021 su Il Giornale. La stretta del regime. Ira del partito per il voto col 30% di affluenza e oppositori in cella. "E Taipei tornerà a casa". Menzogne di Stato. È questa la cifra comune che unisce le notizie in arrivo oggi dalla Cina rossa di Xi Jinping, che si tratti della vicenda squallida delle violenze subite dalla campionessa di tennis Peng Shuai, delle elezioni addomesticate per il rinnovo del Parlamento di Hong Kong o delle polemiche con l'Occidente sulla crisi taiwanese. La propaganda di Pechino è sempre al lavoro, nella classica tradizione leninista, per fornire al mondo versioni falsificate della realtà a uso e consumo della conservazione del potere assoluto del Partito. E ieri ha dato o ha ritenuto di dare grande prova di sé.

Cominciamo dalla vicenda Peng. Una giornalista del Global Times, l'aggressivo tabloid ultranazionalista legato a doppio filo con il giornale ufficiale del Pc cinese Quotidiano del Popolo, ha pubblicato un brevissimo video e una foto della tennista, sostenendo di averli ricevuti da «un amico»: vi si riconosce la 35enne Peng Shuai in compagnia dell'ex stella cinese del basket Nba Yao Ming e di altri due noti sportivi cinesi. L'ambientazione è a Shanghai, nel corso di un evento tenuto sabato scorso per promuovere lo sci da fondo in vista delle imminenti Olimpiadi invernali di Pechino, e tutto deve servire a mostrare un'apparente normalità nella vita della campionessa che era a lungo scomparsa dopo che in novembre aveva sconvolto i vertici comunisti del suo Paese diffondendo un messaggio online in cui accusava l'ex vicepresidente cinese Zhang Gaoli di averla costretta a rapporti sessuali. Non è tutto. Un giornale cinese di Singapore ha diffuso un altro video, ripreso nel corso dello stesso evento a Shanghai, nel quale Peng precisa di ritirare le sue accuse di aggressione sessuale parlando di generici «fraintendimenti», non nomina mai Zhang e insiste essersi trattato di «affari privati». Nonostante questi sforzi della propaganda di Stato, che fanno immaginare le pressioni cui la tennista cinese è sottoposta, l'Associazione mondiale del tennis femminile ribadisce la sua richiesta di un'indagine «equa, completa, trasparente e senza censura» sulla vicenda.

Passiamo a Hong Kong. Dopo che meno del 30 per cento degli aventi diritto si sono presentati domenica scorsa a votare i candidati «patrioti» selezionati da Pechino per il rinnovo di un Parlamento ora addomesticato ai suoi voleri, il Partito è insoddisfatto. Lo dimostra l'uscita rabbiosa del portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, che attribuisce la scarsissima affluenza a «elementi anticinesi decisi a distruggere Hong Kong e all'interferenza di forze esterne». Altra musica ma sempre spiccatamente ipocrita ha cercato di suonare la governatrice dell'ex colonia britannica: «Non possiamo fare copia-incolla con il sistema o le regole cosiddette democratiche dell'Occidente ha detto Carrie Lam - Hong Kong è tornata sulla strada giusta, quella di Due Paesi e Due Sistemi, dopo una bella campagna elettorale»: svoltasi con gli attivisti dell'opposizione in carcere o in esilio all'estero. Secondo l'agenzia ufficiale cinese Xinhua «il voto dimostra la vera volontà del popolo della città cinese». Pechino ha anche diffuso per l'occasione un «libro bianco» (e chissà perché i libri pieni di bugie sono sempre bianchi...) dedicato «alla sincera buona volontà del governo centrale sullo sviluppo della democrazia a Hong Kong».

Infine, Taiwan. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha definito l'isola nazionalista alleata di fatto degli Stati Uniti che pure formalmente non la riconoscono «un vagabondo che tornerà a casa». «La Cina dovrà essere unificata e sarà unificata ha minacciato Wang -: non consentiremo agli Usa di usare Taiwan come una pedina per controllarci». Sul fatto che i taiwanesi non abbiano la minima intenzione di lasciarsi unificare dal regime di Pechino, come sempre, non una parola. Roberto Fabbri

Carlo Nicolato per “Libero quotidiano” il 12 dicembre 2021. Peng Shuai non ha mai denunciato di sua spontanea volontà le violenze subite dall'alto politico cinese Zhang Gaoli. Anzi è piuttosto probabile che la nota tennista quelle violenze non le abbia mai subite, ma in quanto ex amante di uno degli uomini più potenti della Cina sia finita in un ingranaggio di lotte intestine al partito comunista, giochi di potere di cui noi lontani occidentali abbiamo ben poca contezza. Una cosa è sicura, niente in Cina capita per caso, secondo il dissidente Wei Jingsheng, ex membro del Pcc, autore della Quinta modernizzazione e padre di una Cina democratica mai palesatasi, neanche il C vid è nato per caso, ma è stato deliberatamente diffuso durante i Giochi militari internazionali tenutisi a Wuhan nell'ottobre del 2019. Wei Jingsheng è ora convinto che tutta la storia di Peng Shuai sia una montatura nel quale l'Occidente stesso ha avuto un suo involontario ruolo anche se a Pechino forse ci si aspettava una reazione meno energica. Nel Partito comunista, racconta l'oppositore in un articolo pubblicato da Asianews, tutti sapevano che Peng Shuai era stata l'amante dell'ex vicepremier Zhang Gaoli e lo stesso racconto della tennista, cioè il post originale su Weibo poi rimosso, lo conferma. La Shuai peraltro non si limita ad accusare il suo ex amante di violenza, ma fa un racconto articolato nel quale a un certo punto la tennista, costretta dalle circostanze, si ritrova in una stanza da sola con lui e una guardia fuori «perché era impossibile far credere che tua moglie avrebbe acconsentito a una cosa del genere». «Quel pomeriggio» prosegue «sulle prime ti ho detto di no e sono scoppiata a piangere... Dopo cena, hai detto che non mi avevi mai dimenticata in quei sette anni, e che avrei dovuto essere carina conte, e via dicendo... Mi sentivo invadere dal panico, ma ho ceduto. Sì, abbiamo fatto sesso». La Shuai dice di non avere le prove di quello che è successo ma che poi «da quel giorno, ho sentito di nuovo sbocciare l'amore per te», come dieci anni prima. Poi un presunto litigio e lui che si nega di nuovo, «e sei sparito nuovamente, come avevi fatto sette anni fa. Hai detto che non c'era nessun impegno tra di noi». Anche senza voler essere maliziosi il racconto fa acqua da tutte le parti, ma diventa ancora più surreale quando la tennista fa presente che lui aveva sempre paura che l'amante avrebbe portato con sé un registratore «per raccogliere prove», come se fosse quello il nodo di tutta la questione. Il messaggio decisivo però arriva nel finale e non è una ripicca morale da amante ferito come sembrerebbe, ma un avvertimento politico: «Tu sei padre di un figlio e di una figlia. Dopo tutto quello che hai fatto in questa vita, saprai guardarli in faccia con la coscienza tranquilla?». Tutto questo però avrebbe certamente meno senso se non si fa caso all'ordine cronologico delle accuse di Peng Shuai e dei fatti che seguono. L'incontro tra i due risalirebbe infatti alla fine di ottobre, il post della tennista rimosso dopo pochi minuti dalla censura, ma rimasto abbastanza perché fosse notato, è del 2 novembre. Una settimana dopo, tra l'8 e il 12 novembre si è tenuto il 6° Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) che il più importante del ciclo di sette sessioni plenarie del Comitato tra un Congresso di partito e l'altro: rappresenta infatti l'ultima possibilità di dibattito prima che vengano prese le grandi decisioni al Congresso dell'anno successivo (il settimo Plenum serve invece a definirne l'agenda). Secondo Wei Jingsheng, nonostante le apparenze, Xi Jinping è arrivato al Plenum molto più debole di quanto non apparisse e soprattutto senza il sostegno necessario per una "terza risoluzione storica" di rottura che creasse una nuova tabella di marcia per il futuro come avrebbe voluto. Ne è risultata alla fine infatti una "risoluzione storica" che non è né carne né pesce, che imita le precedenti di Mao Zedong e di Deng Xiaoping ma non ci assomiglia. Per Xi l'operazione di è dimostrata una sconfitta, anche se all'esterno è stato detto ovviamente tutto il contrario (e i media occidentali l'hanno bevuta), dovuta principalmente alla fazione dell'ultranovantenne ex presidente Jiang Zemin, il cui uomo di punta è proprio il nostro Zhang Gaoli, secondo Jingsheng «l'unico uomo forte e sano» del gruppo. Far crollare la sua credibilità prima del Plenum era dunque una priorità per Xi. Avrebbe potuto accusarlo di corruzione, come si fa di solito, ma Zhang è molto potente e il presidente non aveva molto tempo a disposizione. Per cui si è giocata la carta dello scandalo sessuale utilizzando la vecchia e famosa amante. Fin troppo famosa però perché la cosa rimanesse nella cerchia del potere cinese e senza conseguenze esterne. Ne è venuto fuori un pasticcio in cui Xi ha dimostrato di essere solo una sbiadita fotocopia di ciò a cui ambisce. 

DATAROOM: Cina, 20 anni nel Wto: gli aiuti di Stato e tutte le altre regole violate nel commercio. Milena Gabanelli e Danilo Taino su il Corriere della Sera il 6 Dicembre 2021. Vent’anni fa, nel 2001, il Prodotto interno lordo (Pil) della Cina era di 1.339 miliardi di dollari. Quello stesso anno, esattamente l’11 dicembre, il Paese raggiunse l’obiettivo che si era posto da un quindicennio: entrare nella Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Essere cioè ammesso nel sistema di scambi internazionali fondato su regole e con dazi vantaggiosi. Il risultato è che nel 2021 il Pil della Cina supererà il 15 mila miliardi di dollari. Quell’11 dicembre fu un punto di svolta: ha dato forma al Ventunesimo Secolo. In positivo e in negativo. Oggi, è il problema che hanno di fronte le economie di mercato e le democrazie. 

Le ragioni di una svolta

Nella primavera del 2000 il Congresso americano dette il suo via libera all’accettazione di Pechino nella Wto. «Un passo storico – commentò l’allora presidente Bill Clinton – verso la continuazione della prosperità in America, la riforma in Cina e la pace nel mondo». Nel maggio dello stesso anno anche la Ue raggiunse un accordo con la Cina che ne apriva la strada all’Organizzazione. E così avevano fatto tutti i membri della Wto. «Il Dragone diventa globale» era il commento degli esperti di commercio e di politica internazionale, avidamente rilanciato dai media del mondo. L’idea era che portare l’allora quinta economia del pianeta nel sistema commerciale condiviso l’avrebbe aiutata a crescere ulteriormente, l’avrebbe spinta a riformarsi nel senso del libero mercato, avrebbe corretto le sue pratiche anti-competitive e l’avrebbe inevitabilmente spinta verso un’apertura politica. 

I benefici per i consumatori

Dal punto di vista macroeconomico, l’ingresso cinese nella Wto ha facilitato un boom dei commerci e uno spostamento del centro dell’attività manifatturiera dall’area atlantica a quella del Pacifico. Il processo era già in atto, sia per l’emergere di altre economie asiatiche nel dopoguerra, sia per l’apertura della Cina al mondo decisa da Deng Xiaoping nel 1978. Ma l’ingresso del gigante asiatico nell’Organizzazione degli scambi significava che avrebbe beneficiato di tariffe migliori per le sue esportazioni, in cambio di dazi minori al suo import e rispetto di una serie di regole. I benefici per il resto del mondo ci sono stati. Innanzitutto per i consumatori, i quali hanno visto arrivare nei propri mercati prodotti «made in China» di ogni genere a basso prezzo. In secondo luogo per le multinazionali, che hanno avuto l’opportunità di entrare in un mercato in crescita continua e potenzialmente enorme: nell’elettronica, le aziende americane e giapponesi; nel settore auto, le americane, le tedesche, le nipponiche, le coreane; nella moda e nel lusso, il «made in Italy» ma anche i francesi e gli americani; i produttori di semiconduttori e di tecnologia avanzata. La Cina è così diventata via via la «fabbrica del mondo» e un mercato in espansione senza precedenti. 

I vantaggi per la Cina

Dal 2001 le esportazioni cinesi negli Stati Uniti sono aumentate da 100 a 540 miliardi di dollari (2018). Quelle europee da 80 a 383 miliardi di euro nel 2020. La Cina ha esportato a ritmo infernale e ha registrato attivi della bilancia dei pagamenti straordinari. Nel frattempo nel Paese la povertà è diminuita e il presidente Xi Jinping può dire di averla eradicata: meno dell’1% dei cinesi vive al di sotto della linea che indica la povertà assoluta, 1,90 dollari al giorno: nel 1990 la quota era il 67%. Negli anni Ottanta, in Cina non c’erano di fatto imprese private, ma dalla fine dei Novanta il loro numero è esploso e oggi nelle città contano per l’85% dell’occupazione e per tutti i nuovi posti di lavoro creati. Dal 2001 il reddito delle famiglie urbane è aumentato del 431% (più del 60% della popolazione è urbanizzata). 

Usa e Ue: persi milioni di posti

Al tempo stesso, il cambiamento indotto dall’entrata dell’elefante nella stanza ha destabilizzato la realtà precedente. Sugli effetti sull’occupazione, provocati dell’arrivo della Cina nell’economia globale, il dibattito è aperto. Una serie di studi, per lo più americani, ha calcolato che l’impatto è stato consistente. Uno, condotto dall’Economic Policy Institute, ha stimato che da quando Pechino è entrata nella Wto al 2017 gli americani hanno perso 3,4 milioni di posti di lavoro. Il 74% dei quali nel settore manifatturiero. In sostanza, molto di quello che prima si produceva negli Stati Uniti è emigrato nelle fabbriche cinesi, a costi inferiori anche calcolando la logistica. Lo stesso, anche se in misura meno estrema, è stato vero per l’Europa. Uno studio di alcuni ricercatori dell’università di Stanford, però, ha sostenuto che nelle aree a prevalenza manifatturiera ci sono state sì chiusure di fabbriche, ma nelle zone a prevalenza di lavoro qualificato ci sono stati guadagni di occupazione. Una riallocazione, insomma: le multinazionali hanno trasferito posti di lavoro in Cina, ma hanno creato lavori di alta qualità in casa nei servizi, nel management, nelle vendite all’ingrosso, nella ricerca. In Italia, invece, patria delle piccole e medie imprese, la perdita di posti è stata in proporzione maggiore. 

Le regole mai rispettate

Quando la Cina entrò nella Wto si impegnò ad adeguare la propria economia alle regole e alle pratiche commerciali dei Paesi a libero mercato. Ma analisi svolte quest’anno, in vista del ventesimo anniversario dell’11 dicembre 2001, hanno stabilito che Pechino non si è mossa nella direzione promessa. La Information Technology and Innovation Foundation — un think tank non profit americano — ha stilato l’elenco degli impegni presi allora e non rispettati. Eccoli: la Cina non ha abbracciato politiche orientate al mercato; non tratta le imprese estere come quelle domestiche; le imprese di Stato non hanno ridotto il loro peso nell’economia, soprattutto nel settore tecnologico; le imprese di Stato non fanno acquisizioni fondate su logiche commerciali ma spesso politiche; i sussidi pubblici alle industrie non sono stati ridotti e informazioni su questi aiuti di Stato non vengono date tempestivamente; per operare in Cina devi cedere tecnologia ad un partner cinese; le violazioni e il furto di proprietà intellettuale non sono diminuite significativamente; gli standard tecnologici continuano a non essere trasparenti e in linea con le norme della Wto; le politiche sulla concorrenza sono ancora condotte in modo discriminatorio; gli accordi sulle forniture pubbliche non sono stati ratificati; il mercato dell’information technology non è stato aperto agli stranieri; la distribuzione di audiovisivi non è stata liberalizzata; le banche straniere continuano a non avere pari trattamento di quelle domestiche. 

I ripensamenti dell’Unione Europea

Quest’anno la Ue ha stigmatizzato il fatto che Pechino non abbia, a differenza di quanto promesso, aperto i mercati del digitale e dell’agricoltura, abbia continuato a produrre un eccesso di acciaio (sovvenzionato) — che mette fuori mercato i concorrenti esteri — e abbia continuato a dare sussidi di Stato alle proprie imprese. A fine 2020, sotto la presidenza di turno tedesca, la Ue ha firmato un accordo sugli investimenti con la Cina, molto voluto da Angela Merkel, molto contrastato da Washington e da alcuni partener europei. Da allora l’accordo è finito nella sabbia e difficilmente riprenderà vita. Oggi la posizione della Ue verso la Cina sta diventando via via più consapevole delle scorrettezze di Pechino in economia, e di quanto esse siano pericolose per gli scambi e per la politica internazionali.

Oggi la posizione della Ue verso la Cina sta diventando via via più consapevole delle scorrettezze di Pechino in economia, e di quanto esse siano pericolose (...)

La rinuncia a diventare economia di mercato

Lo scorso ottobre, i rappresentanti dei 164 Paesi presso la Wto hanno tenuto una riunione di valutazione a vent’anni dall’ingresso della Cina nella Wto. Su 50 interventi, la maggioranza ha criticato Pechino. Gli Stati Uniti e altri Paesi l’hanno accusata di minare il sistema degli scambi globali basato su regole. Il rappresentante americano David Bisbee ha detto che le aspettative di venti anni fa «non sono state realizzate e non sembra che la Cina abbia l’inclinazione a cambiare. Non possiamo nemmeno ignorare i rapporti dell’uso di lavoro forzato in numerosi settori da parte di Pechino». Quando entrò nella Wto l’accordo era che la Cina sarebbe stata dichiarata formalmente una «market economy» dopo 15 anni. Importante, perché contro un Paese che non è «economia di mercato» possono essere prese automaticamente misure antidumping, cioè di contrasto alla vendita sottocosto di prodotti. Nel 2015, dunque, Pechino chiese di essere definita economia di mercato. Ma Stati Uniti e Ue si rifiutarono di considerarla tale, dati i suoi pesanti aiuti di Stato alle imprese. La Cina di Xi Jinping ha insistito per un po’, poi nel giugno 2019 ha rinunciato a ottenere lo status prima che una decisione fosse presa formalmente da un panel della Wto. In altre parole: i cinesi sanno di non essere un’economia di mercato. 

44 volte accusata

Nel 2000, tra le 500 imprese globali elencate da Forbes, 27 erano cinesi; oggi sono 124, di cui 91 finanziate dal governo e dirette dal partito. È stata accusata dal tribunale 44 volte: sui limiti alle esportazioni di Terre Rare, sui trasferimenti di tecnologia, sulla violazione della Proprietà Intellettuale, sui sussidi ai produttori di alluminio. Però dal 2020 il tribunale è congelato: Trump ha bloccato la nomina di giudici scaduti e Biden non sembra avere intenzione di nominarli. 

Wto congelata

Che la Cina sia oggi pienamente integrata nell’economia globale e nel sistema degli scambi è un fatto incontrovertibile. È altrettanto innegabile che con la salita al potere di Xi Jinping, nel 2012, è diventato via via più chiaro che Pechino punta a un mondo dove è la Cina a dettare le regole commerciali, d’investimento e di concorrenza. Di fatto, in questa situazione, la Wto è impotente, con la seconda economia del mondo che non ne segue le regole. Washington e in parte la Ue infatti considerano l’Organizzazione, così com’è oggi, non più autorevole e nemmeno utile.

Cecilia Attanasio Ghezzi per "La Stampa" il 5 dicembre 2021. Follow the money. Anzi, follow the painting. Così sappiamo che il quadro di un importante artista cinese, Zeng Fanzhi, è stato venduto all'asta. Apparteneva a Duan Weihong, miliardaria molto vicina alla famiglia dell'ex premier Wen Jiaobao, ed ex moglie di Desmond Shum, imprenditore sino-britannico che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo evocativo, «Roulette rossa», in cui descrive la commistione tra affari e politica, corruzione e vendetta di cui è stato diretto testimone nei suoi anni di attività in Cina. Il venditore dell'opera risulta essere «un'importante istituzione», dando adito a chi pensa che i beni di Duan siano stati confiscati e che lei sia finita in una sorta di detenzione extra-giudiziaria. Di lei, infatti, non si hanno notizie dal 2017, quando è misteriosamente scomparsa poche settimane dopo che Sun Zhengcai - all'epoca il più giovane dei 25 membri del Politburo e considerato un potenziale successore del presidente Xi Jinping - è stato accusato di corruzione e condannato all'ergastolo. Un'unica eccezione: lo scorso settembre aveva chiamato l'ex marito pregandolo di fermare la pubblicazione del libro che raccontava i loro incontri privati e le loro relazioni d'affari con la famiglia Wen, Sun, l'attuale vice-presidente Wang Qishan e persino con la moglie del presidente: Peng Liyuan. Ma Desmond Shum, che nel 2015 si è separato e ha lasciato definitivamente la Cina, ha avuto l'impressione che la sua ex non fosse libera, che fosse stata costretta a fare quella chiamata. Ed è andato avanti con la pubblicazione. La sparizione di Duan non è un affatto caso isolato. Pechino ci ha abituati a processi a porte chiuse, confessioni pubbliche forzate e personaggi ricchi, potenti e famosi che scompaiono improvvisamente dai radar per riapparire, con tempi più o meno lunghi, nelle maglie del potere o della giustizia cinese. Nelle ultime settimane ha fatto scalpore la vicenda della tennista Peng Shuai, scomparsa dopo aver accusato di molestie sessuali un importante politico in pensione e ricomparsa, a seguito di una campagna di mobilitazione internazionale, in quelle che a molti appaiono foto e video forzati. Ma non dimentichiamoci del patron di Alibaba Jack Ma, eclissatosi ad ottobre 2020 subito dopo aver criticato pubblicamente il sistema della finanza cinese e riapparso un anno dopo in Spagna con 30 miliardi in meno. O dell'attrice Zhao Wei, 86 milioni di follower, completamente cancellata dall'internet cinese in concomitanza con una campagna governativa contro le influencer e ricomparsa un mese dopo in alcune foto che la mostrano nella sua città natale. Visto che da allora nessuno ne ha più avuto notizia, sono in molti a essere convinti che sia riuscita a scappare con suo marito in Francia, dove possiede una vigna nei pressi di Bordeaux. Per rimanere in tema di attrici c'è anche la vicenda della famosissima Fan Bingbing, scomparsa per alcuni mesi nel 2018 fino a quando non ha confessato pubblicamente di aver evaso le tasse. Si è poi saputo che in quel lasso di tempo era stata costretta a casa dal governo, in una sorta di arresto domiciliare informale. E ancora l'immobiliarista Ren Zhiqiang, condannato per corruzione a 18 anni dopo che aveva criticato pubblicamente la gestione della pandemia. O il mago della finanza Xiao Jianhua, che avrebbe aiutato la sorella e il cognato del presidente Xi Jinping a liberarsi di alcuni scomodi asset e che è stato prelevato nel 2017 da un hotel di Hong Kong e di cui non si è più saputo nulla se non che stesse «collaborando con le autorità» sulla terraferma. E poi ci sono stati Wu Xiaohui, presidente del colosso assicurativo Anbang e sposato con una nipote di Deng Xiaoping, portato via nottetempo e condannato a 18 anni per frode e ancora molti altri. Considerando che fare affari in Cina significa navigare in una zona grigia dove corruzione e politica vanno a braccetto, chi si è arricchito negli ultimi quarant'anni certo non può dormire sonni tranquilli. Specie se non è gradito a Xi. 

Dagotraduzione dal Guardian il 30 novembre 2021. Estratti di documenti inediti che collegano direttamente la repressione cinese sui musulmani uiguri e altri minoranze nella provincia dello Xinjiang alla leadership cinese sono stati pubblicati online. Tra questi, anche tre discorsi del presidente cinese Xi Jinping nell’aprile del 2014. Al centro dei documenti, c’è la sicurezza, il controllo della popolazione e la necessità di punire gli uiguri. Alcuni sono stati contrassegnati come top secret. I documenti sono trapelati attraverso l’Uyghur Tribunal, un tribunale del popolo indipendente con sede nel Regno Unito. Nei documenti, dirigenti di alto grado del Partito Comunista chiedono la rieducazione e il trasferimento degli uiguri per correggere lo squilibrio tra la loro popolazione e quella han nello Xianjiang. Il dottor Adrian Zenz, l'accademico tedesco a cui è stato chiesto dal tribunale di autenticare i documenti, ha affermato che i documenti top secret e riservati sono significativi perché mostrano molteplici collegamenti tra le richieste della leadership cinese del 2014 e ciò che è accaduto successivamente nello Xinjiang, compresa la massa internamento nei campi di rieducazione, trasferimenti coercitivi di manodopera e ottimizzazione della popolazione etnica aumentando le quote di popolazione Han. Zenz sostiene che i documenti mostrano l'intenzione a lungo termine della leadership di commettere un genocidio culturale con lo scopo specifico di salvaguardare il dominio del PCC. I documenti sono stati consegnati integralmente in forma digitale al tribunale a settembre, ma non sono stati pubblicati integralmente al fine di proteggere la fonte della fuga di notizie. Il dottor Adrian Zenz, l'accademico tedesco a cui è stato chiesto dal tribunale di autenticare i documenti, ha affermato che i documenti top secret e riservati sono significativi perché mostrano molteplici collegamenti tra le richieste della leadership cinese del 2014 e ciò che è accaduto successivamente nello Xinjiang, compresa l’internamento di massa nei campi di rieducazione, i trasferimenti coercitivi di manodopera e l’ottimizzazione della popolazione etnica aumentando le quote di popolazione Han. Zenz sostiene che i documenti mostrano l'intenzione a lungo termine della leadership di commettere un genocidio culturale con lo scopo specifico di salvaguardare il dominio del PCC. Sono state invece pubblicate le trascrizioni di alcuni documenti, lunghe citazioni, riassunti e analisi. I documenti originali sono stati sottoposti a revisione paritaria dal dott. James Millward, professore di storia intersocietale presso la Georgetown University di Washington, e dal dott. David Tobin, docente di studi sull'Asia orientale presso l'Università di Sheffield. Alcuni sono stati redatti per rimuovere i timbri di ricezione. La fuga di notizie copre 11 documenti e 300 pagine uniche. Vanno da aprile 2014 a maggio 2018. Zenz ha affermato che alcuni dei documenti sono stati attinti dal New York Times in un rapporto nel 2019, ma che la fuga di notizie comprende anche informazioni inedite. Alla fine del 2016, poco prima dell'attuazione di una serie di misure senza precedenti nello Xinjiang, le dichiarazioni dei leader sono state consegnate ai quadri dello Xinjiang come materiale di studio cruciale, preparandoli all'attuazione delle misure. In un discorso del 2014 coperto dalla fuga di notizie, Xi sostiene che l'iniziativa della cintura e delle strade, il suo progetto di politica estera distintivo, richiede un ambiente di sicurezza interna stabile. Afferma che la sicurezza nazionale dell'intero paese e il raggiungimento dei principali obiettivi della Cina nel 21° secolo saranno in pericolo se la situazione nel sud dello Xinjiang non sarà tenuta sotto controllo. Il discorso è stato pronunciato settimane dopo che Xi ha chiesto «sforzi a tutto campo» per consegnare alla giustizia gli assalitori che hanno ucciso 31 persone e ne hanno ferite più di 140 con coltelli e machete in un omicidio sanguinoso nella città sud-occidentale di Kunming il 1 marzo. Pechino ha incolpato i separatisti dello Xinjiang per l'attacco. Nel discorso Xi chiede che la regione si impegni in una battaglia a tutto campo per «impedire che le violente attività terroristiche dello Xinjiang si diffondano nel resto della Cina», sostiene che «la stabilità nello Xinjiang e persino in tutto il paese dipende dallo Xinjiang meridionale», e chiede «un duro colpo per farci guadagnare tempo». E dato che gli atti violenti si erano già diffusi in altre regioni della Cina, «proponiamo che lo Xinjiang sia attualmente in ... un doloroso periodo di trattamento interventistico». Gli estremisti religiosi, dice, sono «diavoli che uccidono senza battere ciglio». Avverte anche che l'estremismo religioso è «una potente droga psichedelica» e chiede riforme attraverso l'istruzione, in contrasto con una pratica di arresto e rilascio – un riferimento alla rieducazione e ai campi di detenzione. In un altro documento, il segretario del partito dello Xinjiang, Chen Quanguo, ordina personalmente ai funzionari di «radunare tutti coloro che dovrebbero essere rastrellati» e afferma che le strutture di rieducazione professionale della regione dovrebbero essere «gestite senza esitazioni per molto tempo». In uno dei discorsi, Xi sostiene che «la proporzione della popolazione e la sicurezza della popolazione sono basi importanti per la pace e la stabilità a lungo termine». Questa affermazione è stata successivamente citata testualmente da un alto funzionario dello Xinjiang nel luglio 2020, il quale ha poi sostenuto che la quota della popolazione Han dello Xinjiang meridionale era «troppo bassa». Altri documenti classificati lamentano «gravi squilibri nella distribuzione della popolazione etnica» e una struttura della popolazione «severamente monoetnica» (un'eccessiva concentrazione di uiguri) nel sud dello Xinjiang. Impongono che entro il 2022, 300.000 coloni (per lo più Han dalla Cina orientale) vengano trasferiti nelle regioni dello Xinjiang meridionale amministrate dallo Xinjiang Construction and Production Corps, noto anche come "bingtuan", un'entità paramilitare, con l'obiettivo esplicitamente dichiarato di aumentare le quote di popolazione Han nella regione. Lo stesso Xi ha ordinato l'abolizione delle politiche di controllo delle nascite preferenziali per i gruppi etnici nello Xinjiang meridionale che in precedenza avevano permesso loro di avere più figli degli Han. Ha chiesto che le politiche di controllo delle nascite nel cuore degli uiguri fossero rese «uguali per tutti i gruppi etnici». La nuova fuga di notizie è stata menzionata per la prima volta sabato in una sessione speciale del tribunale con sede nel Regno Unito. I rapporti del governo indicano che nel febbraio 2017, poche settimane prima dell'inizio di una campagna di internamento, i quadri dirigenti delle prefetture e delle contee sono stati sottoposti a un programma di studio intensificato di due dei discorsi di Xi per almeno due ore alla settimana. Zenz è stato denunciato dai difensori di Pechino come un fondamentalista cristiano determinato a distruggere il comunismo cinese. Il governo cinese gli ha imposto sanzioni. Ha sempre sostenuto che le libertà politiche, economiche e religiose nella regione dello Xinjiang sono «pienamente garantite». Zenz afferma che il nuovo materiale mostra che i massimi leader cinesi consideravano il raggiungimento del «mantenimento della stabilità» e degli obiettivi correlati, come la «e-estremizzazione» religiosa nello Xinjiang, una questione di sicurezza nazionale della Cina, cruciale per raggiungere obiettivi politici primari a lungo termine.

(ANSA-AFP il 24 novembre 2021) - Il tasso di natalità in Cina è crollato lo scorso anno, scendendo al livello più basso da oltre 40 anni, nonostante gli sforzi del regime comunista per convincere le coppie a fare più figli. Nonostante sia stato consentito dal 2016 di avere due figli, numero elevato quest'anno a tre, Pechino sta affrontando il rischio di un invecchiamento della popolazione e di un calo del numero dei lavoratori. Nonostante l'epidemia di Covid-19 che ha confinato milioni di coppie nelle loro case all'inizio del 2020, il tasso di natalità è diminuito drasticamente lo scorso anno, scendendo a 8,52 nascite ogni 1.000 abitanti. Secondo l'Annuario statistico 2021, pubblicato dal 1978, nel 2019 il tasso di natalità era ancora di 10,41 nascite ogni 1.000 abitanti. Secondo l'Ufficio nazionale di statistica, la cifra dell'anno scorso sarebbe addirittura la più bassa dalla fondazione del regime comunista nel 1949. Gli incentivi a fare più figli sembrano avere scarso effetto sulle famiglie, di fronte all'aumento del costo della vita, in particolare quello dell'istruzione e degli alloggi. Anche il numero dei matrimoni è crollato lo scorso anno, scendendo al minimo in 17 anni, con appena 8,14 milioni di coppie che hanno indossato l'anello. Anche il numero dei divorzi è diminuito per la prima volta in più di 30 anni, dopo l'imposizione all'inizio del 2020 di un periodo di riflessione di un mese alle coppie che vogliono separarsi. Tuttavia oltre 4,34 milioni di coppie hanno divorziato lo scorso anno, più della metà del numero dei matrimoni. L'agenzia Bloomberg ha calcolato che il numero delle nascite si è ridotto di 11,6 milioni tra il 2000 e il 2010 viste le differenze tra i dati annuali dell'Ufficio nazionale di statistica e dei risultati dei censimenti decennali.

Lorenzo Lamperti per “la Stampa” l'11 dicembre 2021. La parola chiave è sempre la stessa: pianificazione. Ma se prima era volta a ridurre le nascite, presto potrebbe essere volta ad aumentarle. La Cina osserva i dati demografici, in declino prima del previsto, e teme di diventare vecchia prima di diventare ricca. Dopo che nel 2015 è stata abbandonata la politica del figlio unico, c'è chi propone all'esecutivo di introdurre un obbligo al contrario: quello di avere tre figli. La richiesta arriva da un editoriale pubblicato sul media di stato China Reports Network, nel quale si propone che i membri del Partito comunista «si assumano la responsabilità e l'obbligo sostenere la crescita della popolazione». Nessuno di loro «dovrebbe utilizzare delle scuse, oggettive o personali, per non sposarsi o avere figli. E nemmeno per averne solo uno o due». Un obbligo che, se introdotto, riguarderebbe una popolazione superiore di oltre a un terzo a quella dell'Italia, visto che gli iscritti al Partito sono 95 milioni. L'articolo è stato rimosso dal web diversi giorni dopo la pubblicazione, ma quando ormai era diventato virale con diversi milioni di visualizzazioni e commenti sui social media cinesi. Negli scorsi mesi è stata annunciata la politica del terzo figlio, dopo che i dati del censimento decennale del 2020 hanno mostrato un rallentamento della crescita della popolazione. Il dato annuo dello 0,53% è il più basso dal primo censimento del 1953. Nel 2020 sono state registrate 8,52 nascite ogni mille persone, minimo storico dal 1978, vale a dire dall'anno prima dell'introduzione della politica del figlio unico di Deng Xiaoping. Allora Pechino era convinta che la sovrappopolazione fosse un pericolo per crescita e benessere. Quasi mezzo milione di funzionari furono destinati alla pianificazione familiare e molti di loro operano ancora nello stesso dipartimento: anche per questo il governo non ha per ora proceduto a eliminare tutti i vincoli sulle nascite, limitandosi ad alzarne il tetto. La strategia del figlio unico veniva rivendicata fino a un decennio fa in tutti i consessi internazionali per i suoi «risultati benefici» anche nel campo del contrasto al cambiamento climatico. Meno persone e meno emissioni, si diceva. In realtà, il modello ha anche creato un profondo squilibrio demografico: oggi in Cina ci sono 30 milioni di uomini in più delle donne, soprattutto nelle zone rurali. Ma ora il trend demografico allarma Xi Jinping. I dati parziali provinciali sulle nascite mostrano nel 2021 forti riduzioni rispetto a un 2020 già molto basso. Secondo il demografo He Yafu, la popolazione cinese potrebbe raggiungere il proprio picco già quest' anno, in netto anticipo rispetto alla previsione ufficiale del 2027, orizzonte oltre il quale avrebbe dovuto cominciare la discesa. Un recente studio della Xian Jiaotong University sostiene che la popolazione cinese potrebbe dimezzarsi entro il 2045, rivedendo drasticamente al ribasso le proiezioni delle Nazioni Unite. Lancet prevede invece il dimezzamento entro il 2100. Ma la tendenza sembra ormai inarrestabile e può avere un profondo impatto economico. La forza lavoro è diminuita quasi del 7% in un decennio, mentre gli over 60 sono in costante aumento. Ciò comporta una riduzione della manodopera qualificata e l'aumento dei salari. Per non parlare della crescita del carico su sanità e welfare. Non a caso si parla di una possibile riforma delle pensioni. Pechino sta provando a ridurre le conseguenze del calo demografico col passaggio da un modello basato sulla produzione a basso costo a una società di consumi. Ma il calo della natalità rischia di avvenire prima che la transizione sia completata e quando ancora diversi segmenti della società vivono appena al di sopra della soglia di povertà. E alzare il tetto sulle nascite non basta senza interventi strutturali. L'urbanizzazione e l'aumento del costo della vita hanno reso più difficile per i giovani cinesi creare una famiglia e fare figli. I cambiamenti culturali degli ultimi decenni hanno portato a un crollo dei matrimoni, che avvengono in età sempre più avanzata, e a un picco dei divorzi. Il governo ha appena deciso di abbassare i costi delle nozze, mentre cerca di alzare i sussidi familiari. Allo stesso tempo interviene abolendo la vasectomia in diversi ospedali pubblici, mentre la comunità Lgbt+ è percepita come un ostacolo alla politica di sostegno demografico. Il Partito ha deciso che servono più figli. Ma potrebbe non vederne venire alla luce quanti ne vorrebbe.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 24 novembre 2021. La Cina ha vietato alle sue celebrità di mostrare la propria ricchezza sui social media. La Cyberspace Administration of China ha annunciato ieri che alle celebrità del paese non sarà permesso di "mostrare ricchezza" o "piacere stravagante" sui social media. Le regole impediscono inoltre alle celebrità di pubblicare informazioni false o private, provocando i fan contro altri gruppi di fan e diffondendo voci.  Inoltre, Business Insider riferisce che gli account sui social media sia delle celebrità che dei fan dovranno rispettare «l'ordine pubblico e le buone abitudini, aderire al corretto orientamento dell'opinione pubblica e all'orientamento ai valori, promuovere i valori fondamentali socialisti e mantenere uno stile e un gusto sani». Le nuove regole rappresentano l'ultimo giro di vite sulla cultura in Cina mentre il paese continua a rafforzare la sua presa sull'industria dell'intrattenimento. A settembre, le celebrità cinesi sono state avvertite che dovevano «opporsi alle idee decadenti del culto del denaro, dell'edonismo e dell'individualismo estremo» in un simposio sull'industria dell'intrattenimento ospitato dal Partito Comunista. L'incontro di Pechino si è svolto con lo slogan: «Ama il partito, ama il Paese, propugna la morale e l'arte». Vi hanno partecipato alti funzionari del partito e capi dello spettacolo a cui è stato detto che devono conformarsi all'etica sociale, alla moralità personale e ai valori familiari. La Cina vede la cultura delle celebrità e la ricerca della ricchezza come una pericolosa importazione occidentale che minaccia il comunismo perché promuove l'individualismo piuttosto che il collettivismo. Ai partecipanti alla conferenza è stato detto che devono «abbandonare consapevolmente i gusti inferiori volgari e kitsch e opporsi consapevolmente alle idee decadenti del culto del denaro, dell'edonismo e dell'individualismo estremo», secondo i media statali. E, ad agosto è stato diffuso sui social media un elenco di «celebrità che si comportano male».

Marco Respinti per "Libero quotidiano" il 19 novembre 2021. Un fegato? 260mila yuan, cioè 40.700 dollari statunitensi. Un rene invece ne vale 160mila (25.000 dollari), un cuore 100mila (15.600 dollari) e un polmone 80mila (12.500 dollari). Per un pancreas servono 50mila yuan (7.800 dollari), come per un intestino tenue, mentre le cornee vengono via a 10mila yuan al pezzo, cioè solo 1.600 dollari. Per il regime neo-post-nazional-comunista è prassi mandare a morte qualche migliaio di prigionieri politici ogni anno, espiantandone gli organi per alimentare il mercato nero dei trapianti. Ma la novità introdotta dal "modello cinese" di Xi Jinping, che diversi vorrebbero importare in Occidente, è la normalizzazione tecnocratica dell'orrore e così adesso arriva anche il tariffario.

PREZZI PUBBLICI Come riporta il quotidiano statunitense The Epoch Times, in prima linea nel denunciare gli obbrobri di Pechino, diverse fra province e città della Cina hanno messo in pratica quanto previsto da un'ordinanza diramata in luglio dal governo in tema di parcelle e gestione finanziaria dei trapianti. Entro il 1° settembre, cioè, le amministrazioni locali e le regioni autonome (il nome dietro cui la burocrazia nasconde l'occupazione militare e coloniale di zone come il Tibet, lo Xinjiang e la Mongolia cosiddetta «interna») erano tenute a stilare listini prezzi e così hanno fatto. Nell'Henan, per esempio, cuore storico del Paese, 167mila kmq per 95 milioni di abitanti, se ne sono occupati con zelo sei dipartimenti, tra cui la Commissione Salute, il dicastero delle Finanze e l'Amministrazione per la supervisione del mercato. Sì, perché in Cina un mercato c'è, libero quanto serve allo Stato per incatenare i cittadini lucrandoci, e lo dimostra proprio la predazione di organi. L'Henan e lo Hubei (provincia sempre centrale di 186mila kmq per 58 milion di abitanti) sfoggiano prezzi diversi, diversi anche per organi di bambini e di adulti. Il che però aumentalo sgomento: se gli organi predati agli adulti vengono dai prigionieri politici giustiziati, da dove vengono quelli dei bambini? La domanda, angosciante, fa parte del mistero persistente dei trapianti cinesi. Il numero degli organi disponibili è infatti enorme e i conti non tornano, come documentano il «China Tribunal», svoltosi a Londra dal dicembre 2018 all'aprile 2019 e conclusosi con un atto di accusa di oltre 560 pagine, e il «World Summit on Combating and Preventing Forced Organ Harvesting», organizzato in settembre da DAFOH (Doctors Against Forced Organ Harvesting), l'organizzazione statunitense di professionisti leader a livello mondiale di questa battaglia. La Red Cross Society of China dice ufficialmente da sempre che gli organi disponibili sarebbero frutto di donazioni volontarie. Ma la Red Cross Society of China non c'entra con la Croce Rossa Internazionale e dipende dal governo cinese. Parlando al Circolo della stampa di Bruxelles il 27 ottobre, Hamid Sabi, consulente del «China Tribunal» citato da The Epoch Times, ha ricordato come il database delle donazioni di organi, gestito dal Partito Comunista al potere dal 1949, sostenga di ottenere da ogni singolo donatore volontario ben 2,8 organi: il che è letteralmente da Superman, essendo la cifra 180 volte superiore a quanto fanno Europa e Stati Uniti. Ma anche fosse, non si arriverebbe lo stesso ai 10mila trapianti vantati annualmente dalle stime ufficiali. Del resto è dal 2006 che David Kilgour (ex segretario di Stato canadese per l'area indo-pacifica), l'avvocato canadese David Matas e il giornalista Ethan Guttmann, oggi ricercatore sulla Cina della Victims of Communism Memorial Foundation di Washington, aggiornano studi e statistiche parlando di una forbice tra i 60mila e i 100mila trapianti reali l'anno. 

LEGALIZZARE L'ABUSO Cifre da capogiro, ma c'è un aspetto ancora più raccapricciante. Il tariffario del regime non è solo un distillato di cinismo: serve anche a puntellare la bugia. Cosa di meglio se non "legalizzare" l'abuso attraverso una regolare prezzatura della merce? È ciò che dice a The Epoch Times il dottor Wayne Shih-wei Huang, chirurgo, direttore di IRCAD Taiwan, il maggior centro di formazione per la chirurgia non-invasiva di tutta l'Asia. Una finzione colossale per fingere domanda e offerta. I costi per gli organi dei bimbi dovrebbero infatti essere più alti, e non inferiori, di quelli degli adulti, e non ha senso che un rene abbia un costo maggiore di quello di un cuore, più difficile da prelevare, conservare e trasportare. Bugie, insomma, persino raccontate male. Ma vale tutto, se non c'è chi voglia vedere. 

Il nuovo Mao. La svolta di Xi Jinping ha reso la Cina ancora più spietata. Dario Ronzoni il 18 Novembre 2021 su L'Inkiesta. Le restrizioni imposte dal Partito Comunista hanno reso più complicato il rapporto di Pechino con il mondo esterno. L’obiettivo è costruire un Paese nuovo, più socialista, compatto e uniforme dal punto di vista ideologico. Per il presidente è questa la struttura più adatta per affrontare alla pari gli Stati Uniti. Il primo segnale è arrivato a giugno. L’app di ride-sharing cinese Didi Chuxing aveva cercato di quotarsi alla borsa di New York, suscitando lo sconcerto dei vertici di Pechino, preoccupati che l’offerta pubblica mettesse i regolatori americani nelle condizioni di accedere a dati sensibili cinesi. Come risposta, il governo ha varato una serie di leggi che rendono più difficile alle società del Paese di cercare finanziamenti all’estero. Subito dopo è toccato all’istruzione. La stretta ha colpito le società private di lezioni online, fondamentali per superare gli esami per i college più esigenti. Da luglio viene impedito di servirsi di insegnanti stranieri per le materie fondamentali, da agosto entra in vigore l’obbligo di affiancare ai corsi anche l’insegnamento del pensiero di Xi Jinping, oltre al divieto per i ragazzi di giocare con i videogame più di tre ore alla settimana, in fasce della giornata ben definite. Non è finita: sempre ad agosto Xi Jinping ha deciso di colpire i redditi più alti. In nome della «prosperità comune», come ha detto, diventa necessario combattere le disuguaglianze nel Paese attraverso azioni specifiche: sviluppo delle campagne, miglioramento dei servizi sociali e regolamentazioni delle cosiddette entrate in eccesso. È a quel punto che i ricchi del Paese hanno cominciato a fare donazioni e beneficenza. Il messaggio era passato. Qualcosa sta cambiando, insomma: nelle grandi cose come nelle piccole. L’attacco alla celebrity culture ne è un ennesimo esempio, così come la messa al bando delle acconciature delle star giudicate poco mascoline (perché ispirate a quelle sgargianti dei vip coreani). Come spiega questo importante articolo dell’Atlantic, Xi Jinping vuole cambiare la Cina, riplasmarne la società e ribadire la superiorità dello Stato e del partito. Se possibile, eliminando ogni forma di contaminazione culturale straniera (leggi: occidentale) come l’individualismo e la ricerca del successo. È una operazione di nation building, spiega l’articolo, orientata a stabilire in via definitiva l’identità del Paese e dei suoi cittadini. Non è semplice comprenderne le ragioni. Da un lato i passati decenni di riforme e liberalizzazioni hanno portato a un boom economico, segnato da uno sviluppo improvviso e dalla nascita di piccoli poteri economici. La preoccupazione di Xi Jinping è proprio questa: occorre spegnere ogni forma di potere concorrenziale (come è avvenuto con la repressione nei confronti delle aziende Big Tech) ed è fondamentale farlo il prima possibile. La decisione dei tempi è tattica. Agendo subito, potrà presentarsi nel 2022 al Congresso del Partito Comunista in posizione di forza, da cui cercherà di garantirsi – unicum per la Cina moderna – un terzo mandato. L’operazione è complessa, richiede molta stabilità e un ampio consenso. La svolta in nome della «prosperità comune» avrebbe proprio questa funzione: una mossa populista volta ad assicurare al presidente il sostegno ideale dei cittadini. Ma oltre al calcolo politico, dietro alle manovre del governo c’è anche un’altra spiegazione (che non esclude ma, al contrario, rafforza la prima): Xi Jinping crede davvero in ciò che sta facendo. Se è facile bollare come retorici i richiami ufficiali al marxismo dei vertici e della propaganda, la realtà è che per il presidente il piano ideologico è importante. Stando ad alcune indiscrezioni, sarebbe davvero indignato di fronte all’esibizione sfrenata della ricchezza e al progressivo allentamento dei valori tradizionali. Riprendere in mano la Cina significa allora aumentare i controlli sulla ricchezza, passare al setaccio le attività delle banche, lottare contro la corruzione. Ma anche, su un piano diverso, ridurre le possibilità di abortire per contrastare il declino demografico. Xi Jinping sta soltanto seguendo la tradizione del partito comunista cinese: regolamentare ogni aspetto della società, anche a livello capillare. L’obiettivo, come ai tempi della fondazione del partito e della Rivoluzione culturale di Mao, sarebbe sempre quello: creare un Paese nuovo, più equo e più forte. È qui che il piano assume un valore internazionale. La nuova Cina voluta da Xi, più compatta, più uniforme e più disciplinata, sarebbe l’unica a suo avviso in grado di vincere il confronto con gli Stati Uniti. Di fronte a una super-potenza ormai considerata in declino e senza spinta morale, Pechino è pronta a fornire un’immagine di armonia e prosperità, capace di raggiungere grandi obiettivi e di accrescere il livello di benessere dell’umanità. In questo senso, le restrizioni imposte negli ultimi mesi sarebbero solo l’inizio di una svolta generale, che assicurerebbe a lui la permanenza al potere e alla Cina la prevalenza nel mondo. Il risultato sarà di nuovo lo scontro Est- Ovest, una riedizione della Guerra Fredda, ancora giocata sul confronto tra due sistemi e tra due modelli di vita: uno socialista e autoritario, l’altro capitalista e liberale. Certo, agli osservatori internazionali sembra paradossale che Xi, in nome del controllo, sia disposto a soffocare la spinta imprenditoriale e innovatrice che negli ultimi decenni ha arricchito il suo Paese. Ma a Pechino la cosa non sembra suscitare (almeno per ora) particolari problemi. A differenza degli occidentali la Cina è convinta che crescita economica e libertà non debbano per forza essere collegate. Se la fisionomia della Cina che verrà sembra sempre più precisa, è però meno chiaro capire se sarà in grado di reggere la sfida con l’Occidente, mantenere la stabilità sociale e raggiungere un livello più alto di benessere economico. Xi Jinping scommette di sì. Ma se non dovesse riuscire, gli esiti potrebbero rivelarsi devastanti.

La storia del Grande balzo e dell’utopia comunista di Mao. Andrea Muratore su Inside Over il 14 novembre 2021. Quella di Mao Zedong è una delle storie più complesse e controverse nel panorama della Cina contemporanea. Il Grande Timoniere vede il suo giudizio storico condizionato principalmente dal suo più importante e tragico fallimento politico: le disastrose conseguenze del Grande balzo in avanti, il tentativo di accelerata modernizzazione della Repubblica Popolare compiuto tra il 1958 e 1961 per modificare profondamente la società e l’economia del Paese e risoltosi in una serie di catastrofi.

Il dilemma della collettivizzazione

Vinta la guerra civile contro i nazionalisti nel 1949, Mao Zedong e il suo regime si trovarono di fronte alla necessità di fare i conti con la necessità di gestire un Paese profondamente segnato da disuguaglianze interne, fondato su un’economia essenzialmente agricola, impoverito in termini di collegamenti interni e ben lontano dai livelli di sviluppo delle principali aree economiche del pianeta. Il socialismo che Mao intendeva realizzare nella Repubblica popolare iniziò a essere strategicamente programmato dopo la fine dell’impegno cinese nella Guerra di Corea. Tra il 1953 e il 1957 andò in scena il primo piano quinquennale volto a dare forma giuridica e pragmatica ai programmi economici e sociali del nuovo regime.

In Cina l’obiettivo della collettivizzazione delle terre andava di pari passo con il progetto delle prime forme di sviluppo industriale del Paese. In seno al Partito comunista cinese i moderati, rappresentati come figura di punta da Liu Shaoqi, membro dell’Ufficio politico del partito e presidente della Repubblica dal 1959, sostenevano che il processo avrebbe dovuto essere graduale e la collettivizzazione avrebbe dovuto attendere i progressi dell’industrializzazione, che avrebbe fornito all’agricoltura le macchine necessarie. Mao, invece, guidava una fazione più radicale che puntava in tempi brevi al socialismo realizzato.

Quando tra 1956 e 1957 la vicina Unione Sovietica iniziò a progettare il distacco dallo stalinismo e le fazioni moderate dei locali partiti comunisti iniziarono a far sentire la loro voce in Germania Est, Polonia e, soprattutto, Ungheria la leadership di Pechino si sbilanciò sempre di più, per reazione, verso il rafforzamento della linea radicale.

La cinica utopia di Mao

Si ripropose in Cina quanto successo nell’Unione Sovietica di fine Anni Venti e inizio Anni Trenta: la spinta sulla collettivizzazione delle campagne doveva andare di pari passo con un programma di industrializzazione capace di bruciare le tappe per portare a marce forzate il Paese nella modernità. Mao progettò il secondo Piano quinquennale destinato a prendere il via nel 1958 denominandolo come il piano del “Grande balzo in avanti”. Lo spirito di tale piano fu concretamente enunciato a Wuhan, nello Hubei, in occasione dell’VIII congresso del Pcc, tenutosi nell’inverno 1958, mentre le politiche per metterlo in atto erano in dispiegamento da un anno circa.

La fuga accelerata nell’utopia mirava inoltre a consolidare e rafforzare il controllo politico sulle periferie e sul mondo agricolo, forzando la mano di un processo di collettivizzazione che, tra alti e bassi, era proseguito senza traumi dal 1949 al 1958, portando all’istituzione di diversi nuclei d’aggregazione: dapprima le Squadre di mutuo aiuto (5-15 famiglie), poi nel 1953 le Cooperative semplici (20-40 famiglie), infine nel 1956 le Grandi cooperative (100-300 famiglie).

Secondo Mao il “Grande Balzo in Avanti” doveva sostanziarsi in un gigantesco sforzo di produzione collettivo volto a cambiare sia la Cina che i cinesi, che a suo avviso erano troppo ancorati ai retaggi culturali e feudali del passato, facendo mobilitare le energie della cittadinanza e la manodopera portando la volontà collettiva a trionfare sulle difficoltà operative del parallelo processo di collettivizzazione e industrializzazione. Un forte slancio ideologico avrebbe dovuto, al ritmo di motti quale “Qualche anno di sforzi a di lavoro per diecimila anni di felicità”, oppure “Avanzare con entrambe le gambe” , portare i cinesi a convincersi di potersi sottrarre con le proprie energie alle difficoltà del passato. Per Mao i ritardi congeniti di sviluppo della Cina erano dovuti alla sua situazione medievale, da demolire per entrare ormai in un’era di rapida crescita e di prosperità continua.

Cuore pulsante del processo furono le 26mila Comuni popolari attorno a cui in media 5.000 famiglie avrebbero dovuto vivere in autosufficienza con i propri raccolti, il proprio ecosistema sociale ed educativo, le proprie aziende. Sulle Comuni veniva scaricato a valle il peso del processo di radicale ristrutturazione della Cina.

Ogni Comune avrebbe dovuto possedere, assieme ai campi, delle fornaci e degli altoforni di piccole dimensioni destinate ad essere utilizzate per la lavorazione dell’acciaio. Mao considerava il grano e l’acciaio come i pilastri portanti dell’economia e dichiarò che entro poco più di un decennio anni la Cina avrebbe raggiunto l’Inghilterra nella produzione di acciaio, spinto dalla visione comunitarista di Zeng Xisheng, primo segretario provinciale dell’Anhui, e parallelamente centinaia di milioni di persone furono chiamate a progettare, sviluppare o ristrutturare le infrastrutture idriche e di collegamento per l’irrigazione, il commercio, lo sviluppo della rete idraulica prevista come apparato di sostegno alle nuove forme di organizzazione.

Il disastro

In sostanza l’idea maoista del trionfo della volontà si doveva sostanziare in un grande sforzo di ingegneria sociale per portare a grandi passi la Cina nella modernità attraverso il socialismo. Il piano maoista scontava però alcuni problemi fondamentali:

Il rifiuto di qualsiasi logica di scala, premessa di dispersione di risorse e possibilità d’azione.

La mancanza di coordinazione tra le Comuni e le autorità centrali e il sostanziale sfruttamento delle prime come strumento di controllo della popolazione.

La mancanza di competenze tecniche nella gestione delle grandi opere idrauliche.

La sottovalutazione del ruolo culturale del retaggio ancestrale cinese nei rapporti sociali interni al Paese.

Questo sostanzialmente portava le Comuni ad essere di fatto prigioni per uomini liberi controllate dal Partito e dai suoi funzionari, perennemente vagliate dai censori maoisti e a costrette a sopravvivere solo grazie agli sforzi titanici dei lavoratori. Anche la scelta di decentralizzare la produzione siderurgica, mancando ogni ragionamento di politica industriale, deviò risorse e fu disastrosa.

In molti villaggi cinesi, i capi locali della zona furono torturati, umiliati e giustiziati e i leader locali del Pcc guidavano marce punitive, intimidazioni e violenze per portare i contadini a aderire al Grande balzo in avanti e ai suoi obiettivi. Lo stesso Liu Shaoqi, il numero due del Partito scrisse parole pesanti sui metodi coercitivi utilizzati: “Quanto ai modi in cui le persone vengono uccise, alcune sono sepolte vive, altre sono giustiziate, altre sono fatte a pezzi, e tra coloro che vengono strangolati o massacrati a morte, alcuni dei corpi sono appesi agli alberi o alle porte”.

Unitamente a ciò, bisogna aggiungere due fattori importanti. In primo luogo Mao volle consolidare il Grande balzo in avanti lanciando la campagna contro i quattro flagelli che a suo avviso infestavano le città: il Pcc diede ordine di fare tutti gli sforzi per contrastare e decimare i ratti, le mosche, le zanzare e i passeri. Questi ultimi, in particolar modo, erano indicati come il nemico pubblico numero uno, animali parassiti divoratori di raccolti. Per sterminarli, fu mobilitata in massa la popolazione rurale: i contadini davano la caccia ai passeri, li uccidevano in volo o nei rami, ne distruggevano nidi e ripari, ne uccidevano i pulcini.

Troppo tardi, nel 1960, i dirigenti cinesi si resero conto che i passeri non cacciavano solo i frutti dei raccolti dei contadini ma anche e soprattutto diversi insetti e parassiti. La loro eradicazione pressoché totale è ritenuta da diversi studiosi una delle cause del dilagare delle invasioni di cavallette in numero incontrollato.

In secondo luogo, l’invasione delle cavallette andò di pari passo con una serie di disastri naturali che tra il 1959 e il 1961 imperversavano ovunque nel Paese. Nel luglio del 1959, il Fiume Giallo ruppe gli argini nella Cina orientale, uccidendo due milioni di persone, nel Paese altre alluvioni e ondate di siccità aggiunsero caos e disordine e la mala progettazione dei lavori agricoli, delle opere idrauliche, delle Comune stesse amplificò il conto dei danni per la Cina.

La grande carestia

A valle di questo caotico processo subentrò una gravissima carestia data dalla complicità tra le utopie del Grande balzo in avanti e le situazioni contingenti sul piano naturale. Fu la carestia massicia che travolse la Cina, data dall’impossibilità di creare un sistema capace di resistere agli shock e dall’utopismo eccessivo, a condannare la rivoluzione maoista.

Lo storico Frank Dikötter, autore de La Grande Carestia di Mao, sosteiene che le conseguenze del Grande balzo in avanti avrebbero ucciso circa 45 milioni di persone. Di queste la stragrande maggioranza sarebbe morta principalmente a mezzo carestia, ma ci sarebbero stati almeno 2,5 milioni di morti tra assassinati, torturati a morte e vittime di stenti nei campi di prigionia. Tale stima è ritenuta la più radicale, ma anche calcoli più prudenti non riducono le stime sotto una cifra compresa tra i 22 milioni di morti (secondo l’ex titolare dell’Istituto nazionale di statistica cinese, Li Chengrui) e i 30 milioni calcolati da Judith Banister, direttrice di Global Demographics presso il Conference Board. Liu Shaoqi, nel parlare del problema del fallito piano nel 1962, sottolineò che formalmente il 30% della carestia doveva essere attribuita ai disastri naturali e il 70% a errori umani di vario genere.

Mao seppe uscire in maniera politicamente ardita dal disastro creato dalle sue politiche ammettendo, anzitempo, la responsabilità politica e puntando a consolidare la sua leadership morale sottolineando che erano stati i sabotaggi, i problemi interni e le condizioni avverse a frenare la marcia del socialismo cinese. Tanto da riproporre, pochi anni dopo, un nuovo piano di trasformazione integrale della società con la Rivoluzione culturale. Un processo accomunato al Grande balzo in avanti dalla negazione totale della volontà umana di fronte a un potere tanto autoritario quanto ottusamente pervasivo. E che provocò nuove devastazioni sociali e umane ritardando la marcia verso lo sviluppo di una Cina che l’avrebbe conosciuta solo a partire dagli Anni Ottanta.

(ANSA l'11 novembre 2021) - Il pensiero di Xi Jinping "sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era è il marxismo cinese contemporaneo, il marxismo del XXI secolo e l'essenza della cultura e dello spirito cinesi". Lo si legge nel comunicato diffuso dopo il Plenum del Pcc, che ha approvato il "rapporto di lavoro" di Xi. Il partito "ha stabilito il compagno Xi Jinping come 'nucleo' del Comitato centrale e dell'intero partito", e la sua posizione guida "nella nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi". È decisivo per "il grande ringiovanimento della nazione cinese".

(ANSA l'11 novembre 2021) - Il sesto Plenum del Partito comunista cinese ha chiuso oggi i suoi lavori, approvando una "risoluzione storica" presentata da Xi Jinping. Lo riferisce l'agenzia Xinhua. Il Plenum, in base a una lunga dichiarazione diffusa dalla Xinhua ai media ufficiali, ha sottolineato che "l'intero Partito deve sempre mantenere legami in carne e ossa con il popolo. Continueremo a realizzare, salvaguardare e sviluppare gli interessi fondamentali della stragrande maggioranza del popolo e a unire e a guidare il popolo cinese di tutte le etnie e gruppi nella lotta per una vita migliore". Tutto il Partito "deve tenere a mente che nasciamo nelle difficoltà e moriamo nella comodità, tenere a mente la lungimiranza, essere vigili in tempi di pace e continuare a portare avanti il “grande nuovo progetto di costruzione del Partito in la nuova era". Il Plenum ha rimarcato la necessità di sostenere "un governo rigoroso del Partito e di promuovere fermamente la condotta del Partito, un governo pulito e la lotta alla corruzione. Faremo in modo che la causa del socialismo con caratteristiche cinesi sia irremovibile e indomita". Il XX congresso del Pcc è stato convocato per la seconda metà del 2022.

(ANSA l'11 novembre 2021) - Aderendo "a 'un Paese, due sistemi" e portando avanti la riunificazione della madrepatria", il Comitato centrale del Partito comunista cinese ha adottato "una serie di misure per affrontare sia i sintomi sia le cause profonde, implementando fermamente 'i patrioti che governano Hong Kong e Macao" e spingendo "la situazione a Hong Kong per ottenere una transizione importante dal caos alla governance". Il Comitato centrale, si legge nel comunicato diffuso alla fine del sesto Plenum, si oppone "con assoluta determinazione agli atti separatisti dell'indipendenza di Taiwan" e alle "interferenze esterne".

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 9 novembre 2021. La Cina è ossessionata dalla Storia, fin dai tempi delle dinastie imperiali. Ora il Partito-Stato ha deciso di riscrivere la sua Storia: è questo il mandato affidato al Plenum del Comitato centrale comunista, circa 370 dirigenti che ieri sono entrati in conclave a Pechino per varare una «Risoluzione sui grandi risultati e l'esperienza del comunismo cinese nei suoi primi cento anni». Il documento è già pronto, sarà votato giovedì 11 e conterrà una quantità di frasi e allusioni che daranno mesi di lavoro ai «pechinologi». Ma l'obiettivo è già chiarissimo: ispirato da questa revisione storica, nel novembre 2022 il XX Congresso del Partito rieleggerà il segretario generale Xi Jinping, per un altro lustro. È la terza volta che il Pcc mette mano al suo passato per determinare il futuro. Nel 1945, Mao Zedong fece regolare «certe questioni nella Storia del nostro Partito», chiudendo a proprio favore le rivalità anche ideologiche con i compagni della Lunga Marcia verso il potere. Nel 1981, Deng Xiaoping ispirò una seconda «Risoluzione sulla Storia del Partito», che segnalò «alcuni problemi» come «il caos della Rivoluzione Culturale», affermando che Mao «aveva avuto ragione nel 70% dei casi e torto nel 30%»: così il nuovo leader mise a tacere i maoisti puri e duri e aprì la Cina all'economia di mercato. Ora è il turno di Xi Jinping, che è segretario generale dal novembre del 2012 e vuole restare al timone per altri cinque anni almeno. Il documento sulla Storia serve a dimostrare che il lavoro da compiere è ancora così gravoso da imporre una continuità di comando supremo. Non ci sono più «questioni» e conti da saldare con il passato, come ai tempi di Mao e Deng. Non c'è da aspettarsi che per esempio Xi riapra il capitolo sull'«incidente di Piazza Tienanmen». E poi, ha già fatto passare leggi penali che mandano in carcere per «nichilismo storico» chi mette in dubbio la linea ufficiale del Partito o l'eroismo dei suoi martiri. Questa terza Risoluzione sui cent' anni di imprese comuniste sarà un atto di autoaffermazione di Xi, l'apertura della nuova era che lui è destinato a guidare. Per preparare il terreno, l'ufficio propaganda ha appena pubblicato una «Storia sintetica del Partito»: non è brevissima, 531 pagine, un quarto delle quali dedicate ai primi nove anni di Xi. E alla vigilia del Plenum, l'agenzia Xinhua ha lanciato in Rete un profilo del segretario generale, nonché presidente della Repubblica, presidente della Commissione centrale militare e leader di un'altra dozzina di Gruppi guida. Sono 600 righe sotto il titolo «Xi Jinping, l'uomo che guida il Partito comunista cinese verso un nuovo viaggio». I biografi dell'agenzia sottolineano che Xi «ha ereditato un passato di successi gloriosi ma ha il coraggio di innovare, per rafforzare il Partito» e siccome è «un uomo d'azione oltre che di pensieri profondi», ce la farà. Per «rivitalizzare la nazione» è stata lanciata una campagna anticorruzione che solo «quest' anno ha punito o messo sotto inchiesta 20 alti funzionari, compresi due viceministri della sicurezza statale», scrive la Xinhua, ricordando che dal 2013 la Commissione di disciplina, la polizia e la magistratura hanno falciato «oltre 400 tra ministri, viceministri e dirigenti di livello superiore». La biografia prosegue esaltando «Xi uomo che marcia al fianco del popolo per coronare il sogno cinese», statista che nel 2019 ha preso parte a oltre 500 eventi di rilievo «e però trova il tempo per nuotare e tenersi in forma: e così ha la resistenza fisica per proseguire il lavoro». Nella sua missione, il segretario generale «visita spesso fattorie, villaggi di pescatori, case di contadini, osterie, supermarket, fabbriche, laboratori, ospedali, scuole, ispeziona anche porcili e gabinetti per vedere con i propri occhi come vive la gente». Il riassunto-fiume di pensieri e opere del leader indica già il prossimo obiettivo: un «socialismo moderno» entro il 2035 e finalmente la costruzione di «un Paese socialista grande, prospero, rinnovato, armonioso e bello» entro il 2049, primo centenario della Repubblica popolare. È un impegno arduo: «Non sarà una passeggiata nel parco», ha detto Xi, che oggi ha 68 anni e nel 2049 ne avrebbe 96 (ma chissà, i leader cinesi sono molto longevi). C'è la pandemia che minaccia ancora la Cina, nonostante la rigida politica «Zero Covid» che impone lockdown appena si individua un focolaio e ha chiuso il Paese da quasi due anni; c'è il nuovo modello economico che promette «prosperità comune» per tutti i cinesi e nuovo ordine in un «capitalismo cresciuto caoticamente», ma intanto ha causato un rallentamento nella corsa del Pil e bruciato centinaia di miliardi in Borsa; c'è lo scontro da nuova guerra fredda con gli Stati Uniti; il giuramento di riprendere Taiwan. I continui arresti di dirigenti, dietro la motivazione della lotta alla corruzione, fanno immaginare anche trame interne: due ex capi della sicurezza nazionale arrestati il mese scorso sono accusati di aver cercato di «costituire centri di potere e cricche». «Mi batterò per il comunismo per il resto della mia vita»: con questa frase tratta dal giuramento di fedeltà al Partito che Xi ama ricordare ai dirigenti, ai quadri e ai 95 milioni di tesserati, si chiude il lungo elogio della Xinhua. Nel caso di Xi è anche un programma di leadership a vita.

Giulia Zonca per “La Stampa” il 4 novembre 2021. Come una falena alla fiamma. Peng Shuai sa che il suo nome si brucerà nell'attimo esatto in cui pubblicherà il post con le accuse di molestie sessuali e lo fa comunque. La tennista non è la prima che denuncia un uomo potente in Cina, ma è l'unica che ha avuto il coraggio di accusare un pezzo grosso del partito comunista, un pezzo di governo, un ex vice primo ministro: Zhang Gaoli. Un tassello chiave del Politburo, quel monolite che è il regime di Pechino. Lei è la tennista bandiera, nel doppio è arrivata al primo posto della classifica Atp, un onore che nessun'altra sua connazionale ha vissuto. Ha vinto Wimbledon nel 2013 e il Roland Garros nel 2014, in singolo ha raggiunto la semifinale degli Us Open, vertice che solo tre donne cinesi hanno condiviso. Tutto ciò negli anni in cui Zhang era al massimo della carriera politica. I due si sono conosciuti prima e si sono frequentati in qualche contorto modo, che lei non spiega, tra il 2007 e il 2012. L'ombra di angoscia si è allungata tre anni fa quando lui l'ha invitata a casa sua a giocare a tennis, con la moglie. In quel pomeriggio Zhang l'avrebbe costretta a dei rapporti sessuali, l'avrebbe minacciata e convinta a riprendere una relazione malata con lui. Un incubo descritto così da Peng Shuai: «Non ero d'accordo e non ho fatto che piangere. So di non riuscire a spiegare e di non avere prove, ma è successo e lo voglio dire. Un uomo importante come lei, signor vice primo ministro Zhang Gaoli non ha paura, ma anche se sono solo io, un uovo contro una roccia, una falena intorno al fuoco che corteggia l'autodistrudizione, la denuncerò lo stesso». Le parole sono comparse su Weibo, il social più diffuso in Cina, e sono anche state eliminate dopo pochi minuti. Sparite eppure moltiplicate. Le foto di quel messaggio hanno continuato a circolare mentre a ogni ricerca Peng Shuai perde visibilità. Prima si sono bloccati i suoi profili, poi il suo nome si è smaterializzato ed è rimasto legato solo a risultati ormai datati e adesso persino la parola tennis si è bloccata. Via la sua identità e via il suo universo, ma non il coraggio. Dopo 16 titoli vinti in doppio, Peng Shuai si è sganciata dal sistema cinese, un affronto e una conquista. Ha rifiutato il tecnico assegnato dalla federazione, ha ottenuto il diritto di fare pubblicità e di tenersi gli introiti che di solito gli atleti devono girare al partito, ufficialmente per finanziare lo sport. Non solo, la maggioranza dei successi li ha firmati con Hsieh Su-wei, ragazza di Taiwan e insieme le due tenniste rappresentano anche un legame tra luoghi che vivono di cicliche tensioni. Come quelle di questi giorni. La denuncia quindi arriva da una donna considerata indipendente, una figura anomala che ora acquista forza in quei movimenti femministi perseguitati dal partito comunista. Di lei non si hanno più notizia, di certo dopo la fase cancellazione inizierà la denigrazione. Già ieri sera, oltre ai numerosi messaggi di sostegno, su account intenti a promuoversi come neutrali, circolavano penosi dubbi sull'intera carriera. Oltre alle foto di un suo traumatico ritiro agli Us Open, mentre esce dal campo in carrozzina. Sarà infangata, umiliata e purtroppo sarà in pericolo, ma quel post, subito copiato da decine di utenti e poi rimbalzato in milioni di copie resta un uovo tirato contro l'intera struttura retta da Xi Jinping. Il presidente alimenta la censura, indebolisce la libertà di espressione, stringe le viti di un autoritarismo che copre ogni abuso. E coprirà anche questo, di qualunque grado sia. Però quell'uovo stavolta lo hanno visto tutti. 

Maurizio Stefanini per “Libero quotidiano” il 2 Novembre 2021. Il governo cinese dichiara guerra ai grattacieli. Secondo le nuove disposizioni del ministero dell'Edilizia Abitativa e dello Sviluppo Urbano-Rurale, nelle città sotto i tre milioni di abitanti saranno completamente vietate le costruzioni oltre i 250 metri, mentre tra i 150 e i 250 ci saranno severe restrizioni. Oltre i tre milioni di abitanti sarà invece possibile superare i 250 metri, ma anche lì con severe restrizioni. Già da luglio era arrivato il divieto per tutte le costruzioni oltre i 500 metri. Verranno lasciati gli edifici più alti già esistenti, tra cui cinque oltre i 500 metri che si trovano nella top ten mondiale. Tra essi la Shanghai Tower, che con i suoi 632 metri è il secondo edificio più alto al mondo dopo il Burj Khalifa di Dubai (828 metri). 15 grattacieli meno alti erano però già stati fatti saltare lo scorso 27 agosto. Erano rimasti disabitati per troppo tempo, in base a quello stesso tipo di decisioni sbagliate che hanno portato alla crisi di Evergrande, dopo aver costruito città rimaste deserte. «Progetti di vanità che sprecano risorse» sono stati definiti, dimenticando di quando era lo stesso regime a pomparli per gonfiare le statistiche di crescita. Nella stessa logica, anche la distruzione di investimenti pari a 154 milioni di dollari in 45 secondi è stata trasformata in spettacolo in diretta tv. Situati su 500.000 metri quadrati della "Città a Stella" di Liyang nello Changzhou, a ovest di Shangai sono stati ridotti in macerie con 4,6 tonnellate di esplosivo piazzato su 85.000 punti. Prima ancora a maggio a Shenzhen, città nella provincia meridionale cinese del Guangdong, la torre SEG Plaza, alta 291 metri, aveva iniziato ad oscillare con dentro 15.000 persone, che sono state evacuate in 90 minuti. Oltre a non verificare la ricettività del mercato, la febbre dei grattacieli in Cina non verificava neanche troppo la solidità, cose su cui pure Xi Jinping dice ora di volere mettere un freno, con nuove norme anti-sismiche e di sicurezza. 

(ANSA il 2 Novembre 2021) - Yahoo Inc. ha annunciato la decisione di ritirarsi dalla Cina, citando un "ambiente commerciale e legale sempre più impegnativo". La società ha affermato che i suoi servizi non saranno più accessibili dalla Cina continentale a partire dal primo novembre: "Yahoo rimane impegnata nei diritti dei nostri utenti e in un Internet libero e aperto. Ringraziamo i nostri utenti per il loro supporto", si legge in una nota. Yahoo è la seconda grande azienda tecnologica Usa nelle ultime settimane a ridurre le sue operazioni in Cina, dopo LinkedIn di Microsoft.

Dagotraduzione da The Telegraph il 21 ottobre 2021. Gli utenti cinesi di Internet hanno perso una delle ultime vie di accesso alle notizie: l'app Yahoo Finance è scomparsa dall’Apple Store proprio mentre il Partito Comunista sta intensificando la censura sulle informazioni dall'estero. L'app Yahoo ripubblica notizie da media stranieri, tra cui anche testate bloccate in Cina come Bloomberg o Reuters, e i dati del mercato azionario. In questo modo gli utenti sono riusciti ad aggirare i divieti di censura ufficiali, il che deve aver attirato l’ira delle autorità cinesi. La repressione di Pechino sui contenuti stranieri e l'influenza in Cina ha colpito tutto, dai programmi delle scuole private alle canzoni dei bar karaoke. I censori del governo cinese hanno sempre controllato strettamente le notizie e le informazioni, bloccando l'accesso a siti Web di media stranieri e reti di social media, come BBC, New York Times, Facebook, Google e Twitter. «Di recente Apple ha rimosso molte app su richiesta delle autorità cinesi», ha detto Benjamin Ismail, direttore del progetto presso Apple Censorship, un'organizzazione che tiene traccia di quali app sono disponibili e dove. «Ma rispettare gli ordini dei governi è diverso dal rispettare la legge, specialmente in Cina, dove le autorità ricorrono spesso a mezzi extralegali per imbavagliare la stampa, i blogger, gli attivisti o qualsiasi voce di dissenso». Non è chiaro chi abbia rimosso l’appp, se Yahoo o Apple. Yahoo non ha risposto a una richiesta di commento, mentre Apple non ha commentato. Prima che l’app Yahoo scomparisse, Bloomberg aveva pubblicato un articolo sulla repressione della Cina nei confronti dell’industria tecnologica. Il pezzo spiegava in dettaglio come Apple fosse riuscita finora a rimanere in amicizia con Pechino, anche rimuovendo le app mobili su richiesta delle autorità. Nelle ultime settimane, almeno altre nove app che offrono agli utenti materiale religioso – testi, preghiere, interpretazioni e podcast – sono state rimosse dall'app store di Apple nella Cina continentale. Tra le app interessate ci sono Quran Majeed, Olive Tree Bible, Holy Bible King James e il Regno dei Testimoni di Geova. Il Quran Majeed è popolare tra milioni di musulmani in tutto il mondo e, secondo quanto riferito, è stato vietato a causa di "contenuti illegali". Il suo sviluppatore, Pakistan Data Management Services, non ha risposto a una richiesta di commento. Olive Tree Bible ha spiegato che durante una revisione era stato chiesto di «fornire un permesso» che dimostrasse che era autorizzato a distribuire l’app nella Cina continentale.  La società ha scelto di rimuovere l'app, e sta lavorando per ottenere le approvazioni necessarie. Impossibile raggiungere gli sviluppatori elencati per le altre app religiose. «Questa casualità è in realtà una strategia... della censura delle autorità cinesi», ha affermato Ismail. «Questa linea rossa è in costante movimento e ogni giorno puoi scoprire di aver attraversato la linea senza rendertene conto». Anche una manciata di giochi per cellulari a tema natalizio sono stati rimossi dall'app store cinese di Apple. Il Partito Comunista, ufficialmente ateo, ha condotto una campagna contro la religione, abbattendo croci, chiudendo moschee e imponendo che le immagini del leader Xi Jinping vengano esposte nei templi buddisti e nelle chiese cristiane. Il Telegraph ha verificato in modo indipendente che queste app non sono più disponibili per gli utenti Apple nella Cina continentale. La scorsa settimana, il servizio di networking professionale LinkedIn ha dichiarato che avrebbe chiuso la versione del suo sito disponibile in Cina poiché «stava affrontando un ambiente operativo significativamente più impegnativo e maggiori requisiti di conformità in Cina». LinkedIn, di proprietà di Microsoft, è stato uno degli ultimi social network stranieri ad aver operato apertamente in Cina. Recentemente è stata criticata per aver censurato alcuni profili, tra cui quelli di giornalisti del Telegraph, per contenuti considerati proibiti dalle autorità cinesi.

Gianluca Modolo per repubblica.it il 20 ottobre 2021. Se i bambini fanno i cattivi, in punizione ci finiscono i genitori. Questo il senso della nuova bozza di legge sulla promozione dell’educazione familiare allo studio dell’Assemblea nazionale del popolo cinese. “Ci sono molte ragioni per cui gli adolescenti si comportano male e la mancanza o l’inappropriata educazione familiare è la causa principale”, ha spiegato Zang Tiewei, portavoce della Commissione per gli affari legislativi dell’Assemblea, citato dall’agenzia Reuters. La legge, che si propone di sanzionare e formare padri e madri, punirà i genitori se i loro figli mostrano "comportamenti molto cattivi" o commettono crimini. Sembra essere dunque l’ultima mossa dei legislatori del Dragone per monitorare ancora più da vicino l’ecosistema delle famiglie cinese:  arriva dopo la stretta sull’uso dei videogiochi - bollati come “oppio dello spirito” - da parte dei minorenni (soltanto tre ore alla settimana, un’ora al giorno dalla 20 alle 21 nei weekend e nei giorni festivi) e dopo quella sui corsi di tutoring extrascolastico al di fuori dei normali orari di lezione, per alleviare l’ingente peso economico che grava sulle famiglie. Nella bozza una delle raccomandazioni principali rivolte ai genitori è quella di organizzare il tempo dei più piccoli assicurando loro il giusto equilibrio tra riposo, studio e attività sportiva.

Pechino più presentante con il boom. Perché i giovani cinesi sono più alti: in 30 anni cresciuti di 9 centimetri. Vittorio Ferla su Il Riformista il 12 Ottobre 2021. Rispetto alla metà degli anni 80 i giovani cinesi sono più alti di nove centimetri. La notizia – apparentemente minore – è rimbalzata la scorsa settimana in Cina, nel corso delle celebrazioni per il 72° anniversario del governo del Partito Comunista. Per esaltare il livello di patriottismo e salutare l’ascesa economica del paese e la crescita del suo peso politico, la propaganda dei media statali – in prima fila il tabloid nazionalista Global Times e l’emittente Cctv, entrambi controllati dal governo di Pechino – hanno ripubblicato i risultati di uno studio dell’anno scorso della prestigiosa rivista medica The Lancet. Dallo studio – che analizza l’evoluzione delle altezze medie in tutto il mondo – emerge che la Cina è il paese che ha conosciuto il più grande aumento di altezza nella popolazione maschile: in sostanza, tra il 1985 e il 2019, l’altezza media degli uomini di 19 anni in Cina è aumentata di quasi 9 centimetri. Una tendenza confermata anche dal rapporto pubblicato lo scorso dicembre dalla National Health Commission del paese, secondo il quale l’altezza media degli uomini cinesi di età compresa tra 18 e 44 anni è aumentata di 1,27 centimetri tra il 2014 e il 2019. L’aumento di altezza riguarda anche le donne, sebbene, in tal caso, la Cina non abbia il primato mondiale. La notizia dell’aumento dell’altezza fisica – circolato abbondantemente su Weibo, sito di microblogging cinese tra i più frequentati del paese – è diventata una metafora della crescita dello status economico dei cinesi. Lo sviluppo fisico dei giovani cinesi è considerato l’effetto della velocissima avanzata dell’economia nazionale che ha portato in pochi decenni al miglioramento della qualità della vita. Quando Deng Xiao Ping cominciò le riforme economiche negli anni 70, la Cina era un paese povero e sottosviluppato, afflitto dalla malnutrizione e dalla fame prevalenti. In quegli anni il ricordo delle carestie provocate dalle disastrose politiche del governo era ancora fresco nei ricordi della gente. Negli ultimi decenni, viceversa, con la crescita dell’economia più orientata al mercato – sebbene rigorosamente sotto il controllo dello stato – l’offerta di cibo e la ricchezza personale si sono estese. Come spiega lo studio del 2014 dell’Istituto di Pediatria di Pechino, «la crescita di bambini e adolescenti è migliorata di pari passo con lo sviluppo economico». In pratica, i bambini hanno ricevuto la nutrizione di cui avevano bisogno per crescere in modo sano: il che si riflette nella loro altezza. In alcune aree ricche del paese comincia perfino a comparire l’obesità, fenomeno tipico dei paesi più sviluppati. Non mancano, però, le contraddizioni. Secondo l’Ufficio nazionale di statistica cinese, il reddito disponibile pro capite per le famiglie rurali nel 2019 è stato tre volte più basso rispetto a quello delle famiglie nelle aree urbane. Ecco che l’aumento dell’altezza media dei bambini è cinque volte superiore nelle aree urbane rispetto a quelle rurali, dove la denutrizione è ancora presente e l’offerta di assistenza sanitaria è ancora modesta. Vittorio Ferla

Dagotraduzione dal Daily Mail il 12 ottobre 2021. La Commissionale nazionale per lo sviluppo e la riforma cinese ha proposto di vietare qualsiasi investimento privato nella «raccolta, redazione e trasmissione di notizie». In poche parole, la Cina vuole vietare tutte le testate giornalistiche non finanziate dal Partito Comunista. Secondo il South China Morning Post, uno dei giornali che potrebbero essere coinvolti nella riforma, le leggi che controllano chi può finanziare la raccolta di notizie sono in vigore dal 2005. Ma la loro applicazione, fino ad oggi, è stata permissiva e circoscritta ai giornali cartacei, consentendo all’online di proliferare. La nuova legge, che è stata redatta dalla Commissione nazionale, è attualmente in fase di revisione e dovrebbe colmare questa scappatoia. Così almeno risulta leggendo il Market Access Negative List, la lista che indica i settori in cui gli investimenti privati, cioè soldi che non provengono direttamente dallo Stato o da società statali, sono vietati o limitati. È qui, al sesto punto, che viene elencato un divieto ampio e quasi totale di investimenti privati in tutti i tipi di media, dalle agenzia di stampa, alla radio, alla Tv e ai contenuti online. La norma vieterebbe anche alle società private di trasmettere in diretta qualsiasi cosa abbia a che fare con «politica, economia, esercito e affari esteri, o importanti attività o incidenti nella società, nella cultura, nella tecnologia, nella salute, nell’istruzione e nello sport». Ai media di proprietà private sarebbe vietato «introdurre notizie rilasciate da enti stranieri», il che fa pensare che anche i media che operano all’interno della Cina potrebbero essere coinvolti nel divieto. Un docente in pensione dell’Università dello Shanxi ha detto a Radio Free Asia che il Partito Comunista «si sta accertando di controllare il suo messaggio. Vuole una voce dominante per governare su tutto. Il messaggio è molto chiaro: non scherzare con i media» ha detto.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 9 ottobre 2021. La riunificazione di Taiwan alla Cina «è storicamente inevitabile e sarà realizzata». Parola di Xi Jinping, che è tornato sulla questione in un discorso trasmesso in tv dalla Grande Sala del Popolo di Tienanmen dopo aver lanciato a inizio ottobre stormi di aerei da guerra intorno all’isola che ancora rifiuta di sottomettersi alla «inevitabilità». Xi da quando è al potere, nel 2012, ha parlato molte volte della questione taiwanese, alternando toni concilianti alla minaccia di uso della forza. In questa occasione ha scelto la linea più moderata quando ha affermato che «la riunificazione attraverso mezzi pacifici è quella migliore per gli interessi della nazione cinese, compresi i compatrioti taiwanesi». Ma ha aggiunto che «coloro che dimenticano le loro origini, tradiscono la madrepatria e cercano di dividere il Paese non faranno una bella fine, saranno disprezzati dal popolo e condannati dalla storia». In passato, Xi ha proclamato «missione storica» e «impegno irremovibile» riportare sotto il controllo del governo comunista l’isola dove nel 1949 si rifugiarono i nazionalisti Kuomintang di Chiang Kai-shek sconfitti nella guerra civile dall’Armata rossa di Mao. Nel 2019 ha esplicitamente sollevato lo spettro dell’azione militare dicendo di non volere e non potere fare «alcuna promessa di rinunciare all’impiego della forza, manteniamo l’opzione di ricorrere a ogni misura necessaria». Questa volta Xi si è appellato alla storia e all’inevitabilità del raggiungimento dell’obiettivo che fa parte della sua promessa di «rinnovamento della nazione cinese». I politologi del mondo globalizzato, da Taipei a Washington, si sono subito messi al lavoro per decifrare il discorso di Xi Jinping. Bisogna considerare che è stato pronunciato per celebrare i 110 anni della rivoluzione ispirata dal dottor Sun Yat-sen, che nel 1911 rovesciò l’ultimo imperatore della dinastia Qing fondando la Repubblica di Cina. Si tratta di una giornata di orgoglio nazionale, da una parte e dall’altra dello Stretto: Taipei la celebrerà domani. Xi ha invocato l’eredità del primo leader rivoluzionario Sun Yat-sen, che fondò il Kuomintang, e questo può essere letto come un segnale di rispetto nei confronti di Taiwan dove si ritirò il Kuomintang scacciato dal resto della Cina, osserva l’autorevole storico Rana Mitter, docente di politica cinese a Oxford. «Negli ultimi mesi, Pechino ha usato quasi solo un linguaggio minaccioso verso Taiwan e questo discorso di Xi può essere un tentativo di suggerire una via pacifica», dice il professore. Interpretazione sottile, ma bisogna ricordare che Xi ha più volte promesso che la risoluzione della questione taiwanese non può essere più lasciata alle generazioni future, come è stato fatto per oltre settant’anni dal dicembre 1949, quando Chiang Kai-shek sbarcò sull’isola e ci si arroccò. Da allora Taiwan si è autogovernata, evolvendosi da dittatura sotto legge marziale fino agli Anni 80 in democrazia matura, oltre che potenza economica. Quando dice che la questione taiwanese non può essere passata senza soluzione alla prossima generazione di leader, Xi rivela il suo obiettivo: vuole essere lui il grande riunificatore. Ha ancora diversi anni per compiere la missione, perché ha fatto cambiare la Costituzione per essere presidente senza limiti di tempo e l’anno prossimo il Congresso del Partito comunista gli accorderà un altro lustro da Segretario generale. Ma per portare a termine la missione «inevitabile» della riunificazione di Taiwan, Xi si è lasciato poche opzioni. La carta migliore era quella «Un Paese due Sistemi», usata per ottenere la restituzione di Hong Kong dai colonizzatori britannici. Ma a Taipei hanno osservato bene come si è chiusa la questione hongkonghese negli ultimi mesi e un’ipotesi di riunificazione su quel modello è ormai morta. Questa settimana il ministro della Difesa taiwanese ha dato l’allarme sui preparativi di attacco cinese, ammonendo che nel 2025 Pechino avrà la capacità per tentare l’invasione; la presidente Tsai Ing-wen ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché eviti la «catastrofe della caduta di Taiwan in mano cinese». Oggi la risposta di Taipei al discorso di Xi è stata formulata dal Consiglio per le Relazioni con la Cina: i 23 milioni di abitanti dell’isola hanno il diritto di decidere il futuro e lo sviluppo di Taiwan; il modello Un Paese due Sistemi si è dimostrato sbagliato. Domenica 10 ottobre parlerà la presidente Tsai Ing-wen, nel giorno che Taiwan ha scelto per celebrare la Festa nazionale per la rivoluzione repubblicana di Sun Yat-sen. Davanti al palazzo presidenziale di Taipei si svolgerà una parata militare con missili e sfrecceranno aerei, per segnalare a Pechino la volontà di resistere.

Yin e Yuan. Cosa (non) deve fare un imprenditore per piacere al partito comunista cinese. Simone Pieranni su l'Inkiesta.it il 2/10/2021. Il ritratto ideale per Xi Jinping è quello di Zhang Jian, filantropo vissuto nell’800. Come spiega Simone Pieranni nel suo ultimo libro (Laterza), la riscrittura storica attuale lo ha trasformato in simbolo di cura e responsabilità per la nazione. Un modello cui ha dovuto sottoporsi anche Jack Ma.

Cosa (non) deve fare un imprenditore per piacere al partito comunista cinese. Ma allora, visto il passato e visto il presente, ovvero il tentativo da parte del Partito comunista di ostacolare le grandi aziende private come Alibaba, esiste un modello di imprenditore che piace e soddisfa Xi Jinping e la dottrina del Partito comunista cinese? La risposta è positiva e va ricercata nella vita di una persona che fuori dai confini cinesi è pressoché sconosciuta. Si tratta di Zhang Jian, imprenditore e filantropo vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La sua vita ci permette di cogliere gli elementi essenziali affinché un imprenditore possa trovare la stima e il permesso di agire da parte del Partito comunista. Per introdurre Zhang, bisogna premettere che il simbolismo riveste un ruolo decisamente importante anche oggi in Cina. La leadership cinese ha ormai compreso come le logiche dello storytelling siano fondamentali per contribuire a una narrazione della Cina che sia consona ai propri desideri. Quando Trump, ad esempio, annunciò i dazi contro la Cina nel 2019, il presidente cinese Xi Jinping non rispose, a parole. Il giorno dopo, però, i media statali erano gonfi di pagine con il presidente cinese in visita a uno stabilimento per la lavorazione delle terre rare. Senza dire una parola Xi Jinping aveva lanciato un messaggio molto chiaro agli Stati Uniti: potete pure metterci i bastoni tra le ruote, ma se chiudiamo il rubinetto delle terre rare, come la mettiamo? Analogamente, nel novembre del 2020, mentre i media di tutto il mondo si chiedevano che fine avrebbero fatto Jack Ma e Alibaba, colpiti in quei giorni dalla volontà del Pcc di limitarne il campo d’azione, Xi Jinping si faceva fotografare dai media locali in visita al museo di Zhang Jian. In quel caso il numero uno cinese decise di parlare sottolineando che «gli imprenditori eccezionali devono avere un forte senso di missione e responsabilità per la nazione e allineare lo sviluppo della loro impresa alla prosperità della nazione e la felicità delle persone». Messaggio piuttosto chiaro. Zhang Jian rappresenta l’esempio di imprenditore ideale per il Partito comunista: superò gli esami della dinastia Qing (l’ultima a regnare in Cina) per diventare un funzionario, entrando così in una ristretta élite. Con il sostegno dello Stato, fondò quello che oggi potremmo definire un consorzio tessile di successo e svariate altre imprese: in pratica, quando il governo Qing decise di «invitare» i funzionari ad avviare imprese industriali, Zhang si offrì volontario per fondare e gestire una filanda di cotone. Il governo sostenne i suoi sforzi, regalandogli – in pratica – un monopolio, tanto che Zhang si allargò ben presto ad altri settori. Elisabeth Köll è una storica dell’Università di Notre Dame e su Zhang ha scritto un libro. Intervistata dal «Financial Times», ha raccontato che, osservando i ritratti dell’epoca, «appariva a suo agio nei tradizionali abiti da studioso, così come in abiti da lavoro occidentali preferiti dai moderni riformatori dell’epoca. Era molto abile nel muoversi avanti e indietro tra due mondi. Lo definirei un conservatore che, durante un periodo davvero difficile e disordinato, voleva stabilità e sviluppo pacifico». Zhang fu un imprenditore e un filantropo che – una volta ritiratosi nella città di Nantong – contribuì al suo sviluppo, fondando musei e opere assistenziali. La fama di Zhang – ha raccontato Köll al «The Diplomat» – «si basa sul suo successo imprenditoriale come fondatore della prima grande azienda industriale cinese con investimenti privati nel 1895, che nel 1905 divenne una delle prime società legalmente registrate con lo status di responsabilità limitata. I suoi numerosi enti di beneficenza, che vanno da scuole, biblioteche, orfanotrofi, una casa di lavoro per i poveri fino ai lampioni elettrici e al primo museo in stile occidentale della Cina nella città di Nantong, hanno contribuito a determinare la sua reputazione di imprenditore patriottico e filantropo illuminato tra le élite cinesi e gli stranieri». Ma anche Zhang, prima di diventare l’imprenditore preferito dal Partito comunista, ha dovuto passare attraverso le «fasi» della storia recente cinese, a dimostrazione di quanto il passato – come abbiamo visto nel capitolo «Memoria» – sia piuttosto malleabile in Cina. Durante la Rivoluzione culturale, infatti, Zhang Jian fu definito «nemico di classe» e «spietato capitalista» sfruttatore dei lavoratori nelle sue fabbriche. Tutto questo è cambiato negli anni Ottanta, quando le prime riforme economiche e l’attenzione del governo sulla promozione di iniziative imprenditoriali locali hanno portato Zhang ad essere elogiato per il suo contributo all’indipendenza economica della Cina tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Quando l’industrializzazione e la modernizzazione economica divennero questioni centrali delle riforme economiche della Cina negli anni Novanta, l’imprenditoria privata di Zhang e il successo dell’azienda furono celebrati dai governi locali e nazionali come un esempio dei primi risultati della Cina nello sviluppo economico, nell’industrializzazione e nella modernizzazione. Non solo dunque imprenditore ma anche innovatore. Per di più Zhang era stato un letterato, un funzionario: una persona quindi con uno spiccato senso dello Stato e dei poteri che può esercitare, nonché del suo fine ultimo, ovvero garantire il benessere alla popolazione. A quel punto in Cina cominciarono a spuntare ovunque pubblicazioni su Zhang, tanto che in qualsiasi libreria cinese ancora oggi si trovano numerose biografie e volumi sulle sue attività. In pratica, l’invocazione di Zhang come modello per gli imprenditori cinesi ben si adatta al desiderio dell’attuale governo di promuovere lo sviluppo del business privato cinese, cercando allo stesso tempo di rafforzare il proprio controllo sul settore mercantile. Quindi, Jack Ma ha ricevuto il messaggio che Xi Jinping ha voluto lanciare a lui e non solo a lui? Sembrerebbe proprio di sì: dopo tre mesi di assenza dalla scena pubblica – con rumors di ogni tipo che davano perfino Jack Ma prigioniero in qualche squallida prigione cinese – il fondatore di Alibaba è riapparso nel gennaio 2021, grazie a un incontro virtuale, guarda caso, con un centinaio di insegnanti di scuole situate in zone rurali molto arretrate rispetto alle metropoli cinesi. Jack Ma sembra avere collegato molto bene tutti i puntini, perché nel suo intervento ha sottolineato la necessità di fare beneficienza e di contribuire ad aiutare chi è rimasto indietro. E dire che Jack Ma, in realtà, non aveva lesinato effusioni nei confronti del Pcc. Aveva pubblicamente ammesso di avere la tessera del Partito e, nonostante avesse invitato i suoi dipendenti «a esserne innamorati ma senza sposarlo», ha finito per collaborare in molti modi con il governo, tanto quello cittadino di Hangzhou, dove Alibaba ha la sede, quanto quello centrale, sviluppando tra l’altro un’applicazione per promuovere il pensiero politico di Xi Jinping. Non è bastato. Per ora però, se non altro, è ancora a piede libero al contrario di molti imprenditori che negli ultimi quindici anni sono finiti in carcere o giustiziati a seguito di condanne a morte. In Cina, infatti, «arricchirsi è glorioso», come diceva Deng Xiaoping, ma entro certi limiti, proprio come fece Zhang. Altrimenti, diventa inesorabilmente «pericoloso».

Da “La Cina nuova”, di Simone Pieranni, Laterza, 2021, pagine 208, euro 16

Marco Respinti per "Libero quotidiano" il 30 settembre 2021. Per 10 giorni il «World Summit on Combating and Preventing Forced Organ Harvesting» ha documentato la predazione di organi umani di cui il regime neo-post-nazional-comunista cinese è responsabile. In concomitanza dell'assemblea generale dell'Onu, 38 esperti di 19 Paesi sono stati convocati da Dafoh (Doctors Against Forced Organ Harvesting), l'organizzazione statunitense di professionisti leader a livello mondiale di questa battaglia, e da altre quattro ong: Cap Freedom of Conscience, Francia; Taiwan Association for International Care of Organ Transplants, Taiwan; Korea Association for Ethical Organ Transplants, Seoul; e Transplant Tourism Research Association, Giappone. Hanno tutti documentato la mattanza che colpisce i prigionieri politici condannati a morte. Uno dei grandi misteri cinesi è infatti il numero delle esecuzioni capitali. È segreto di Stato, ma sono migliaia (negli Stati canaglia peggiori sono al massimo poche centinaia): e la parte più intrigante è che in Cina l'offerta di organi per trapianti è ogni anno numericamente in linea con la domanda. Per questo, a conclusione del World Summit, è stata lanciata una Dichiarazione universale che chiede la cessazione immediata dell'orrore al mondo intero nella speranza che il mondo smetta di volgere lo sguardo altrove. La Dichiarazione è sul web, in più lingue, all'indirizzo https://ud-cp-foh.info/. La possono sottoscrivere da subito singoli, organizzazioni e associazioni. Assieme al «China Tribunal», svoltosi a Londra dal dicembre 2018 all'aprile 2019, e conclusosi con un atto di accusa di oltre 560 pagine (pure quello sul web), il World Summit e la Dichiarazione universale di Dafoh sono l'iniziativa più importante sul tema. Francamente, di più nessuno potrà mai fare. Qualcuno se ne accorgerà oppure il comunismo continuerà indisturbato in questo crimine contro l'umanità che perpetra da decenni? Sì, da decenni, in Cina e altrove, per esempio a Cuba. In una delle sessioni del World Summit lo ha denunciato Zoé Valdés, giornalista, autrice di libri, cineasta e visual artist cubana che vive in esilio perché a Cuba il comunismo la perseguita. «L'estrazione del sangue dai prigionieri politici è stata cosa molto comune a partire dagli anni 1960, quando il comunismo trionfò con Fidel Castro», ha detto la Valdés. «Prima di consegnarli ai plotoni di esecuzione, prima del colpo finale, ne estraevano il sangue, sette pinte di sangue, lasciandoli esanimi e mentalmente esauriti». Comunismo sempre rosso come il sangue.

Marco Respinti per il “Corriere della Sera” il 28 settembre 2021. «Quante divisioni ha il Papa?», avrebbe chiesto ai sodali stupefatti l'ex seminarista Stalin a Jalta con fare da macho. La domanda aleggia sul mare nel nonsense da più di 70 anni, ma nella versione dello pseudo-taoismo tecnocratico del neo-post-nazional-comunismo cinese suona: «quanti figli servono oggi alla patria?». Oggi parecchi, quindi le famiglie-fabbriche li producano in serie, come ha stabilito ieri un pacchetto di misure varate dal regime per migliorare la «salute riproduttiva delle donne» che include la riduzione degli aborti per «scopi non medici». Questo però non perché Pechino sia stata convinta da Papa Francesco, che in materia usa le parole più dure di tutto il magistero pontificio, ma perché la Cina invecchia rapidamente. L'11 maggio l'Ufficio nazionale di statistica ha reso noti i dati del censimento effettuato nel dicembre 2020, documentando il tasso di crescita demografica più basso mai registrato dal 1955. Ora del 2050 il Paese perderà 32 milioni di abitanti e dei restanti un terzo sarà over 60 anni, vanificando quel po' di ceto medio che è comunque cresciuto dalla seconda metà degli anni 1970 e sgretolando la solidarietà intergenerazionale, cioè i due pilastri del welfare vero. Morale, la politica sulla popolazione perseguita sin qui da Pechino è un disastro. Perché, rispetto ai tanti altri Paesi che languono nell'inverno demografico, Pechino l'ha fatta ancora più grossa. Quando il fanatismo di Mao Zedong spinse il Paese, essenzialmente agricolo, a voler superare la produzione industriale occidentale, si aprì la stagione di carestie costate, contano specialisti quali Frank Dikötter (Paesi Bassi) e Yang Jisheng (Hong Kong), decine di milioni di vite, cannibalismo dei disperati compreso. Persino dopo Mao le bocche da sfamare restarono troppe e così, nel 1979, alle coppie fu imposto il figlio unico, sterilizzando le donne, praticando milioni di aborti, lasciando morire i neonati sfuggiti, vendendo come "orfani" gli scampati. Su Amazon Prime Video la regista cinese Nanfu Wang, una sopravvissuta e mica una pro-lifer accanita, ne offre un carotaggio agghiacciante nel documentario One Child Nation. Nel 1982 la pratica fu persino inserita nella Costituzione cinese, tanto la macchina funzionava bene. Nel 1998 la tv di Stato arrivò a vantarsi di avere impedito 338 milioni di nascite. Sin troppo. Per questo il 27 dicembre 2015 il regime ha aperto al secondo figlio (per i terzi stessa fine), il 31 maggio scorso al terzo (per i quarti medesima sorte) e oggi dà semaforo tutto verde. Molto presto, infatti, le braccia giovani non saranno in numero sufficiente a sfamare le bocche oramai invecchiate dei figli unici di uno Stato che si infila con il pallottoliere persino sotto le lenzuola dei propri cittadini. E che comunque, mai smettendo di considerare la demografia un'arma economica, cioè politica, continua - lo documentano rapporti indipendenti meticolosi - a impiegare volentieri sterilizzazione e aborto coatto nel genocidio di uiguri e tibetani. 

La Cina limita l’aborto per scopi non terapeutici.  Chiara Sgreccia su L’Espresso il 28 settembre 2021. Il governo del paese più popoloso al mondo mette le mani sul corpo delle donne per far fronte alla crisi demografica. Il Consiglio di stato cinese lunedì ha reso note le nuove linee guida per migliorare la salute riproduttiva delle donne, tra queste c’è il tentativo di ridurre gli aborti “per ragioni non terapeutiche”. Dalla politica del figlio unico a quelle che incentivano le nascite, negli ultimi anni il governo della Repubblica popolare ha strumentalizzato il corpo della donna per soddisfare gli interessi del paese: crescita economica, demografica, necessità di forza lavoro. La volontà del governo di ridurre le interruzioni di gravidanza mette le donne sotto il controllo dello stato, limitando anche la possibilità di accedere all’assistenza sanitaria, soprattutto se si tratta di donne non sposate o di coppie dello stesso sesso. Le ultime linee guida sono state annunciate in un periodo di cambiamento sociale, culturale e tecnologico per la popolazione cinese caratterizzata da un sempre più rapido invecchiamento. Sebbene il paese rimanga il più popoloso, i suoi tassi di natalità sono tra i più bassi al mondo, in seguito ad anni di sterilizzazioni forzate. I dati mostrano che le nascite sono diminuite di quasi due milioni nel 2020. «Questo governo negli ultimi 40 anni ha cercato di limitare i diritti riproduttivi delle donne, prima costringendole ad abortire con la forza, ora limitando gli aborti. Non so cosa significhi aborto per ragioni non terapeutiche ma tutti quelli che conoscono il governo sanno che non sarà qualcosa di buono» ha dichiarato Yaqiu Wang, ricercatrice per Human Rights Watch. Le implicazioni politiche e legislative di quello che secondo il governo cinese dovrebbe essere un piano migliorare la salute riproduttiva delle donne non sono ancora chiare perché non è stato esplicitato il significato di “non terapeutico”. Una spiegazione, però, sarebbe fondamentale per comprendere le conseguenze reali che le nuove direttive sulla salute riproduttiva avranno sulle donne cinesi. «Potrebbe essere una buona mossa se prevenissero l'aborto selettivo per il sesso (vista la tradizionale preferenza secolare per i maschi ndr). Mentre se, invece, costringono le coppie a portare avanti gravidanze indesiderate, si configurerebbero soltanto come un confine alla libertà di scelta» ha dichiarato al Financial Times Jane Golley, esperta di demografia cinese presso l'Australian National University. «Per promuovere una forza lavoro prospera e produttiva è necessario affrontare la disuguaglianza di genere e la discriminazione che le donne vivono sulla loro pelle. - continua - Sapere che anche le future figlie potranno avere una carriera di successo renderebbe le persone più propense a ridurre la loro preferenza per i figli maschi». Dopo la Polonia che a gennaio 2021 aveva annunciato l’entrata in vigore della legge che vieta l’aborto, salvo per incesto, stupro o pericolo per la vita della madre, e il Texas dove l’interruzione di gravidanza è illegale da quando si sente il battito del feto - intorno alle sei settimane - anche la Cina stringe sull’aborto, una delle tematiche che più scalda il dibattito contemporaneo nonostante si stia parlando, come dichiara anche Amnesty International, di una questione di diritti umani. 

Gad Lerner per il “Fatto quotidiano” il 23 settembre 2021. Da giovane non ho mai sventolato il libretto rosso e da vecchio non ho alcuna intenzione di dedicarmi allo studio dello Xi Jianping pensiero. I maoisti nostrani vestiti da guardie rosse mi facevano piuttosto ridere. Ma nel 2021, lasciatemelo dire, quella con la Cina è una guerra fredda che non ci conviene. Per intuirlo, basterebbe non lasciarsi irretire dalla nostalgia di un'alleanza atlantica che va disfacendosi e non rinascerà di certo in funzione anticinese. Quando la Nato si formò per tenere a bada Stalin e il blocco sovietico, la Cina era uno dei Paesi più poveri della terra. Ci ha messo meno di settant' anni per candidarsi a prima potenza economica mondiale: il sorpasso sugli Usa ormai è molto più di una probabilità. Passerò per veterocomunista e filocinese se suggerisco che da quel modello (che si calcola abbia sollevato dalla povertà 800 milioni di persone), per quanto autocratico e dirigista, purtuttavia avremmo qualcosa da imparare? Di certo il modello cinese esercita già il suo fascino su altre nazioni meno sviluppate. E, qualora la guerra fredda si inasprisse, non mi stupirebbe vederlo conseguire consensi oggi impensabili anche nelle nostre società rese fragili dall'accrescersi di disuguaglianze e povertà. Guai se in troppi cominceranno a pensare che la libertà sia un lusso cui vadano anteposte maggiori tutele sociali. Sapremo nei prossimi giorni se lo scoppio della bolla immobiliare cinese provocato dal crac di Evergrande avrà effetti devastanti dentro al sistema cinese che aveva ripreso a crescere impetuosamente dopo l'effetto Covid. Di certo sarebbe un guaio anche per noi: le nostre economie sono legate a doppio filo. Ma intanto, dopo la disfatta in Afghanistan, la storia si è messa a correre in fretta e a suscitare scalpore è ancora una volta l'ennesima frattura del campo occidentale: la Francia che denuncia la "coltellata alla schiena" e richiama i suoi ambasciatori da Washington e Canberra a seguito della cancellazione di una fornitura di sommergibili all'Australia per 56 miliardi di euro. È ben comprensibile che l'Australia, pur essendo una nazione grande quasi quanto la Cina, si senta minacciata dall'espansionismo di Pechino. Corre ai ripari formando con gli Usa e il Regno Unito una specie di Nato dell'Indo-Pacifico che esclude gli europei: la cosiddetta Aukus. Ne ottiene in cambio sommergibili più potenti, alimentati da reattori nucleari. Ebbene, basterebbe ricordare che gli australiani sono solo 25 milioni mentre i cinesi sono 1 miliardo e 400 milioni per rendersi conto che nessuna cortina di ferro, e nessuna deterrenza nucleare, potrà fermare un riequilibrio - speriamo pacifico - di quell'area, ormai divenuta il nuovo motore trainante dell'economia mondiale. La frattura determinata da Aukus verrà probabilmente ricomposta sul piano diplomatico, ma evidenzia un'insanabile divaricazione di interessi nelle relazioni con la Cina tra gli Usa e i singoli Paesi europei, Germania in testa, già precedentemente emersa di fronte alla richiesta americana di boicottaggio della rete 5G di Huawei. E poi nel tentativo sostanzialmente fallito di convocare un G20 straordinario sull'Afghanistan da parte del nostro Draghi. Intanto pure l'Italia subirà un danno economico dall'accordo Aukus, preceduto a giugno dall'annullamento di una fornitura di nove fregate militari all'Australia da parte di Fincantieri, per un ammontare di 23 miliardi. Se questo è lo scenario - un Occidente sempre meno compatto nelle sue relazioni commerciali e strategiche con la Cina - restano da interpretare le possibili ripercussioni esterne delle recenti svolte impresse da Xi Jinping alla politica del suo paese. C'è chi le semplifica brutalmente nella formula: "Ritorno al comunismo". Troppo facile. Per restare agli slogan, meglio sarebbe storpiarne un altro a suo tempo in gran voga: " NON fare come in Russia". Traduzione: il Partito-Stato cinese, dopo l'apertura all'economia di mercato che nel 2000 portò all'ingresso nel Wto e avviò una politica neocoloniale in Africa e America Latina, ha iniziato ad adoperare metodi brutali per non restare ostaggio dei nuovi oligarchi com' è avvenuto nella Russia post-comunista. Il 2021 si è aperto con l'esecuzione della condanna a morte di Lai Xiaomin, top manager della società di gestione crediti deteriorati Huarong, accusato di distrazione di fondi aziendali e bigamia. Prima fatto scomparire per mesi e poi ridotto al silenzio il fondatore di Alibaba, Jack Ma, magnate in precedenza potentissimo. Minacciosamente indotta a tagli di bilancio la famiglia Zhang che controlla la Suning (ne sappiamo qualcosa noi interisti, con la vendita forzata di Lukaku), peraltro invischiata nella crisi immobiliare di Evergrande. Vietato ai minorenni l'uso dei videogiochi per più di un'ora al giorno, e il colosso Tencent china la testa potremmo continuare. Orbene, lungi da noi auspicare un colpo di pistola alla nuca per i capitalisti disonesti, ma il messaggio giunge forte e chiaro. Così lo ha riassunto il segretario a vita Xi in un discorso del 17 agosto scorso: "Dobbiamo regolamentare i redditi eccessivamente alti e incoraggiare le imprese ad alto reddito a restituire di più alla società". Con metodi più civili, non dovremmo aspettarci qualcosa del genere anche dai leader politici nostrani? Alla direttiva di Xi, "ripulire e regolare i guadagni non ragionevoli per favorirne la redistribuzione", fa seguito l'obiettivo: "Una prosperità condivisa, requisito essenziale del socialismo e caratteristica chiave della modernizzazione cinese". Inquieta sapere che il Xi Jinping pensiero dal 1º settembre scorso è diventato materia di studio obbligatoria nelle scuole, con apposito sussidiario. Ma nessuno può negare la sua brutale aderenza allo spirito dei tempi. Anche chi vuole difendere i valori fondamentali della democrazia farebbe bene a non aggirare lo scoglio della crescente ingiustizia sociale. Se la Cina è diventata superpotenza egemone, lo deve anche alla capacità del suo regime di rispondere a una conflittualità sociale mai sopita: lo testimonia l'ondata di aumenti dei salari minimi, dopo il Covid. Altro che guerra fredda. 

La gravissima crisi del colosso immobiliare. Caso Evergrande, il crack immobiliare può coinvolgere tutto il calcio cinese. Vittorio Ferla su Il Riformista il 28 Settembre 2021. Il Guangzhou Zuqiu Julebu è la società di calcio più prestigiosa del campionato cinese. Gli appassionati italiani la conoscono bene perché è stata allenata da Marcello Lippi (dal 2012 al 2014) e da Fabio Cannavaro (in due puntate, nel 2014-15 e dal 2017 a oggi), già protagonisti della vittoria dell’Italia ai campionati del mondo del 2006 in Germania. Ma il team cinese è anche conosciuto come Guangzhou Evergrande poiché è controllato dall’omonimo colosso immobiliare asiatico oggi soverchiato da una montagna di debiti che potrebbe portare l’azienda al default. E ridurre al collasso l’economia cinese come accadde anni fa agli Usa con la Lehman Brothers. In estate il Jiangsu, campione in carica, era già stato costretto a sospendere le attività calcistiche per via del disimpegno da parte di Suning, la società proprietaria anche dell’Inter che vive una grande crisi di liquidità. Ma la crisi di Evergrande potrebbe travolgere non soltanto la squadra – una delle più vincenti del calcio cinese con 8 campionati vinti, dal 2011 al 2019, più due Champions League d’Asia – ma anche la Chinese Super League. Inoltre, il settore immobiliare rappresenta fino al 30% del Pil cinese: ecco perché le prossime settimane saranno critiche per tutta l’economia del paese asiatico. Evergrande fa parte della “Global 500”, la classifica annuale delle prime 500 aziende del mondo, compilata e pubblicata annualmente dalla rivista Fortune. Quotata alla borsa di Hong Kong e basata a Shenzhen, impiega circa 200 mila persone e alimenta indirettamente più di 3,8 milioni di posti di lavoro ogni anno. L’impero di Evergrande si basa sulla proprietà residenziale – più di 1.300 progetti in più di 280 città in tutta la Cina – ma il gruppo ha investito pure in veicoli elettrici, sport e parchi a tema. Inoltre vende acqua in bottiglia, generi alimentari, latticini e altri beni in tutta la Cina. Tra i suoi progetti ciclopici, c’è la costruzione del più grande stadio di calcio del mondo: un sito da 1,7 miliardi di dollari con la forma di un gigantesco fiore di loto, capace di ospitare 100 mila spettatori. Ma il Guangzhou potrebbe non vederne mai la conclusione. A causa dei prestiti accumulati per finanziare iniziative gigantesche come questa, i debiti di Evergrande sono aumentati a dismisura: con oltre 300 miliardi di dollari di passività, il gruppo immobiliare rischia l’insolvenza e il default. Una storia strettamente intrecciata alle spregiudicate strategie del governo di Pechino. Negli ultimi anni, infatti, la Cina ha pompato la sua crescita grazie agli investimenti finanziati dal debito: così, l’anno scorso, una sfilza di società statali cinesi è stata schiacciata dal peso di pesanti obbligazioni. A settembre, Fitch e Moody’s hanno declassato i rating di credito di Evergrande, a causa dei suoi problemi di liquidità. Il governo di Pechino cerca ora di correre ai ripari: la People’s Bank of China ha iniettato denaro nel sistema finanziario, per aumentare la liquidità a breve termine e calmare la tensione dei mercati. Secondo Bloomberg, l’iniezione netta per le banche è stata di 460 miliardi di yuan (71 miliardi di dollari) questa settimana, di cui 70 miliardi di yuan (10,8 miliardi di dollari) venerdì. Ma è già troppo tardi. Gli stessi media cinesi paragonano i problemi finanziari di Evergrande a “un enorme buco nero”. Se è così, nessuna somma di denaro potrà risolvere il problema. Vittorio Ferla

La “bomba” Evergrande pronta ad esplodere? Andrea Muratore su Inside Over il 23 settembre 2021. Il governo cinese è intento a mettere in guardia enti locali e imprese della Repubblica popolare sulla possibilità di un default di Evergrande. Lo riferisce il Wall Street Journal citando funzionari cinesi a conoscenza del dossier riguardante il grande gruppo di real estate al centro della tempesta finanziaria più importante della storia recente del Paese. Il Dragone non intende “punire” Evergrande condannandola al fallimento rifiutando esplicitamente un intervento, come è successo nel 2008 negli Usa con Lehmann Brothers, ma è disposta a ritardare l’intervento a quando sarà necessario per impedire lo scoppio della bolla. Secondo il Wsj il governo di Xi Jinping avvisa da giorni i funzionari locali ad essere “pronti per la possibile tempesta”. Le agenzie governative di livello locale e le imprese statali, scrive il quotidiano finanziario Usa, avrebbero ricevuto l’ordine di intervenire solo all’ultimo momento nel caso in cui Evergrande non riuscisse a gestire i propri affari. La comunicazione esplicita segnala che Pechino è pronta alle contromisure. Già nella giornata di ieri l’iniezione di liquidità fatta dalla Banca centrale cinese, pari a 18,5 miliardi di dollari, è stata sicuramente non indifferente ma non paragonabile al maxi piano di stimolo ai mercati che una minaccia di default con conseguenze sistemiche provocherebbe. I mercati, nelle fasi di panico ben studiate da Charles Kindleberger, sono soggetti alle profezie che si autoavverano. “Chiamare” possibili default in fasi tali rappresenta una scelta potenzialmente suicida perché li avvicina e, in quest’ottica, può scatenare la slavina. Significativo dunque che Pechino parli di “possibile tempesta”, segno che il livello di guardia non è stato ancora superato. La situazione resta seria, ma la Cina intende anticipare le misure. Del resto, in Estremo Oriente è ancora viva la memoria del crack del fondo Long Term Capital Management, inabissatosi nel 1998 trascinando con sé la stabilità dei debiti della regione. Perché questa comunicazione esplicita nella giornata di giovedì 23 settembre? In Cina è prossima alla scadenza una tranche di interesse di 83,5 milioni di dollari sul debito di 20 miliardi che Evergrande ha accumulato. Pechino parla nell’ora in cui l’acqua del mare si è ritirata ma non si sa ancora se sarà alta marea o tsunami, dopo un lungo giro di vite imposto contro le compagnie che a lungo hanno goduto del ricco piatto della crescita e che il Partito comunista ora vuole ricondurre all’ordine. Quella in atto è la più ampia e complessa operazione di ristrutturazione finanziaria mai messa in atto in un’economia avanzata: la Cina perimetra alcuni settori (dal tech a quello dell’istruzione privata) e subordina alla politica i loro profitti e vuole far saltare in anticipo la “mina” che potenzialmente giganti ipertrofici come Evergrande possono far detonare nei prossimi anni. Il cerino passa così in mano ai mercati internazionali e agli altri Paesi, che in una fase di subbuglio legata tanto al fatto che la ripresa post-Covid stenta a prendere vigore quanto alla permanenza delle tensioni geopolitiche internazionali hanno interiorizzato con forza le tensioni della crisi di Evergrande. Sapendo che in quest’ottica i grandi perdenti della crisi finanziaria sarebbero non tanto i colossi cinesi, su cui il Partito potrà sempre esercitare influenza e intervenire direttamente, quanto borse e apparati finanziari dopati da un’accumulazione eccessiva rispetto alle prospettive dell’economia reale. La Cina ha scaricato su Hong Kong e Hong Kong sul resto del mondo i costi finanziari della crisi di Evergrande, e ora utilizza una classica tattica della teoria dei giochi: chiamare in anticipo un rischio quando le conseguenze della diffusione di un’informazione sono ancora gestibili. E del resto depotenziare Evergrande rientra nell’ottica della strategia cinese tesa a riportare verso una crescita più sostenibile e meno “dopata” le politiche di investimento, spesso indirizzate verso una corsa al mattone senza freni. L’idea del governo di porre in essere il divieto di operatività nell’immobiliare residenziale per i fondi di private equity, non a caso, è emersa nelle stesse settimane in cui il colosso divenuto celebre in Occidente per essersi associato alla squadra calcistica del Guanghzhou è precipitato in borsa. Realizzando, nota Il Sussidiario, “ciò che strumentalmente occorre a Xi Jinping per proseguire con la sua agenda”. In tutto questo, è bene sottolineare che “le banche cinesi ed estere esposte a Evergrande stanno già operando accantonamenti sulle perdite”. La finanza occidentale e i decisori politici devono capire la big picture e rendersi conto del fatto che sostanzialmente il rischio Evergrande è già stato nelle scorse settimane prezzato, interiorizzato e messo in conto dai mercati e che ogni possibile slavina sarà unicamente dovuta allo sdoganamento del panico. La Fed, annunciando l’uscita dal Qe nel medio periodo, lo ha compreso non facendosi condizionare dalle notizie provenienti dalla Cina e in un certo senso, parlando proprio al Wall Street Journal, Pechino ha mandato un messaggio distensivo: non è ancora tempo per un’Apocalisse finanziaria.

Crisi Evergrande, è giallo. Due creditori non pagati. Rodolfo Parietti il 24 Settembre 2021 su Il Giornale.  Ipotesi taglio delle cedole, il secondo socio se ne va. E Fitch riduce le stime sul pil del Dragone. Piegando la massima di Confucio per esigenze di copione, si potrebbe dire che in Cina «(Ever)grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione è tutt'altro che eccellente». Sul destino del colosso immobiliare, sommerso dai debiti e a un soffio dal default, il caos è infatti totale. Alimentato dall'atteggiamento opaco di Pechino, tentennante fra l'alternativa di lasciar affogare Evergrande e quella di proteggere l'ex gallina dalla uva d'oro per evitare guai peggiori all'intera economia. Del resto le difficoltà del mattone hanno indotto Fitch a tagliare le stime di crescita del Dragone per il 2021 dall'8,4% all'8,1%. Il punto su cui prestare attenzione sono gli 83,5 miliardi di interessi, su un bond in dollari, che il gruppo di Shenzen avrebbe dovuto rimborsare giovedì. L'unico dato certo è che ieri alle 17, ora di Hong Kong, due obbligazionisti hanno detto di non aver visto il becco di un quattrino. Il mese di grazia ancora disponibile per saldare le pendenze non cambia la sostanza: Evergrande è, di fatto, già insolvente. Ma l'assenza di comunicazioni ufficiali, unita a voci contraddittorie, non aiuta a far chiarezza. Il Wall Street Journal ha riferito che le autorità di governo hanno messo in guardia i funzionari locali dalla «possibile tempesta» che potrebbe scatenarsi in caso di crac di Evergrande, avvisandoli che un eventuale intervento avverrà solo in extremis per evitare una propagazione del contagio. Bloomberg rivela invece il pressing esercitato dalle autorità finanziarie sulla società affinché termini le opere incompiute e faccia fronte agli impegni con gli investitori offshore. Non è però chiaro se al gruppo sia stato concesso sostegno finanziario, né se sia stato suggerito di imporre perdite ai creditori. Questo è, peraltro, l'escamotage usato mercoledì scorso per trovare un'intesa con gli investitori cinesi che aspettavano una cedola da 232 milioni di yuan (circa 36 milioni di dollari). Un deal premiato dalla Borsa di Hong Kong, dove ieri il titolo ha guadagnato il 18%. L'accordo non è una buona notizia per gli investitori internazionali: l'haircut sui rendimenti e il differimento delle scadenze di pagamento potrebbero essere il prezzo salato da pagare per evitare un crac totale. Così da poter far fronte, da qui alla fine dell'anno, ai rimborsi per 640 miliardi legati a emissioni in dollari. Nonostante il presidente del gruppo, Hui Ka Yan, abbia assicurato che «l'azienda cercherà di riprendere il lavoro e la produzione», il gruppo ha l'acqua alla gola, visto che non ha pagato gli stipendi di agosto della controllata che produce auto elettriche. E il secondo socio di Evergrande, la Chinese Estates Holdings, saluta e se ne va: dopo aver liquidato lo 0,82%, ora si prepara a cedere anche il restante 5,6% della società immobiliare.

Salvatore Riggio per corriere.it il 23 settembre 2021. La crisi economica in Cina si riflette anche nel calcio e le conseguenze sono pesanti, inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Ne sa qualcosa il Guangzhou Evergrande, che sta trattando con il suo allenatore — Fabio Cannavaro, il capitano dell'Italia campione del mondo a Germania 2006 e Pallone d'Oro di quell'anno — la risoluzione del contratto. Una notizia inattesa sul piano sportivo ma ineluttabile in quanto il colosso immobiliare cinese è sull’orlo del tracollo finanziario. Una vicenda, tra l'altro, che sta agitando le Borse internazionali ed è seguita con apprensione. Come riporta il portale cinese online Sohu.com, Cannavaro non è rientrato a Guangzhou per allenare la squadra giovedì 23 settembre, giorno previsto per il ritorno. Ma non è una vicenda che ha colto di sorpresa il club. Anzi, c'è un accordo fra le parti: stanno trattando una risoluzione consensuale sul quinquennale che scadrà a fine 2023 e prevede un ingaggio netto di 12 milioni di euro per l'ex capitano della Nazionale. La situazione è delicata, le cifre in ballo sono alte, la trattativa è ancora in corso ed è per questo che anche Cannavaro non ha commentato la vicenda in queste ore. A sostituirlo, secondo i media cinesi, dovrebbe comunque essere l'attuale capitano della squadra Zheng Zhi. Quello che sta accadendo al Guangzhou Evergrande dimostra quanto sia sottile il filo che unisce i ricchi proprietari cinesi ai club del paese. Si tratta di una società importante — la maggioranza delle quote è nelle mani dell'Evergrande Group, che sta appunto attraversando una devastante crisi finanziaria, e la minoranza di Alibaba Group — che nella sua storia ha vinto otto campionati cinesi, due coppe della Cina, quattro Supercoppe cinesi e due Champions asiatiche. Soltanto qualche mese fa la Chinese Super League aveva dovuto affrontare il fallimento dello Jiangsu, campione in carica (aveva battuto in finale proprio il Guangzhou Evergrande di Cannavaro), l'altro club di proprietà della famiglia Suning insieme all'Inter. 

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 23 settembre 2021. Gli piaceva giocare a poker con altri miliardari; si vantava di aver messo su la più grande squadra di calcio della Cina, con ambizioni di gloria sportiva internazionale, per compiacere i desideri di Xi Jinping. Soprattutto, la storia di Xu Jiayin, il fondatore di Evergrande, è lo specchio della corsa cinese verso la prosperità, cominciata negli Anni 80. Xu è nato nel 1958 in campagna, da una famiglia poverissima. La madre morì quando lui non aveva ancora compiuto un anno, il padre era un reduce della guerra di liberazione contro i giapponesi. Erano i tempi del Grande balzo in avanti ordinato da Mao, che portò al disastro economico e alla carestia. Xu Jiayin ricorda di essere stato sempre affamato da bambino e poi da ragazzo: «Per tutta la mia infanzia ho mangiato solo patate dolci e pane cotto al vapore, i vestiti erano stracci pieni di toppe». A quel tempo «sognavo solo di lasciare i campi, trovare un lavoro in fabbrica e mangiare meglio». Dopo la Rivoluzione culturale, chiusa nel 1976 alla morte di Mao, il diciottenne Xu ottenne una borsa di studio che gli permise di andare all’università, ingegneria metallurgica, poi fu impiegato in un’acciaieria statale. «Devo tutto allo studio e al Partito comunista che mi ha permesso di studiare», ha detto nel 2017, dopo essere diventato un capitalista d’assalto, con la benedizione del Partito-Stato. La sua ascesa non è diversa da quella di centinaia di altri capitani d’industria cinesi: alla fine degli Anni 80 sfruttò la grande apertura al mercato ordinata da Deng Xiaoping e la possibilità data ad alcuni di «arricchirsi per primi, perché anche arricchirsi è glorioso». Ora paga la nuova parola d’ordine lanciata da Xi: «Prosperità condivisa, basta con l’espansione caotica del capitalismo». Nel 1996 l’ingegnere metallurgico fondò a Guangzhou (Canton) l’azienda di costruzioni Hengda, che presto ribattezzò Evergrande, mezzo inglese e mezzo italiano per dire «Grande per sempre». Servivano case per gli operai che affluivano in massa in città dalle campagne, grandi edifici per gli uffici e l’ex ragazzo di campagna costruisce i primi palazzoni, torri di cemento e acciaio che diventano il simbolo del boom cinese. Si impose presto come il re dei costruttori di Canton e si meritò anche un nome in cantonese: Hui Ka Yan. Evergrande ha alimentato e sfruttato la grande urbanizzazione cinese, costruendo migliaia di grattacieli in tutta la Repubblica. Nel 2017, con 47 miliardi di dollari di fortuna personale, il super-palazzinaro fu classificato «uomo più ricco della Cina». Ha goduto a lungo di ottime relazioni politiche, si dice anche con il fratello dell’ex primo ministro Wen Jiabao. Nel 2009 ha quotato Evergrande a Hong Kong, raccogliendo miliardi di dollari. Ma sul mercato delle obbligazioni il suo gruppo è diventato sinonimo di eccessivo indebitamento, di quella bolla immobiliare che da anni è considerata il principale rischio finanziario della Cina. Xu Jiayin alias Hui Ka Yan è andato avanti per la sua strada di successi ed eccessi. Nel 2010 ha costruito il club calcistico Evergrande Guangzhou, spendendo centinaia di milioni per giocatori e allenatori comprati all’estero (il nostro Marcello Lippi campione del mondo lo ha guidato al successo in vari campionati, ora è guidato da Fabio Cannavaro).  Un segno della fitta trama di relazioni personali arriva nel 2014, quando vende metà della squadra a Jack Ma per 200 milioni di dollari: una cifra esorbitante. Il fondatore di Alibaba raccontò così l’investimento: «L’altra sera ero un po’ ubriaco, ho incontrato il mio amico Xu Jiayin che mi ha proposto l’affare e gli ho staccato un bell’assegno». Un investimento da ubriachi: ora che la bolla del pallone si è sgonfiata in Cina, rischia di crollare anche il progetto che doveva dotare l’Evergrande dello stadio più grande e più bello del mondo, una struttura a forma di fiore con capienza di 100 mila posti a sedere. È finito male anche l’investimento di Evergrande nell’auto elettrica: una incursione che non ha prodotto nemmeno un prototipo. Il miliardario rosso ha cominciato a scoprire di avere problemi quando nel 2017 Xi Jinping ha osservato che «la casa serve per viverci, non per speculare». Era il primo avvertimento del vento che stava per cambiare. Ora che il castello di carte immobiliare di Evergrande si è afflosciato, il Partito-Stato manovra per evitare che il crac annunciato contagi la seconda economia del mondo. I tecnocrati di Xi hanno in mano tutte le leve dell’economia nazionale e sapranno pilotare il ritorno a terra. Ma i sogni di grandezza di Xu sono finiti, anche se il miliardario ha giurato di battersi fino in fondo, evocando toni da ultima spiaggia che ricordano Winston Churchill: «Usciremo dai nostri giorni più bui, lo spirito di Evergrande non ammette la parola sconfitta, i nostri uomini in prima linea debbono continuare a costruire e consegnare palazzi e case», ha scritto in un messaggio ai circa 200 mila dipendenti. Sul web cinese l’accoglienza non è stata quella sperata: «Starnazza come un’anatra zoppa», ha scritto un investitore che aveva comprato le obbligazioni.

Angelo Allegri per "il Giornale" il 21 settembre 2021. Federico Rampini, naturalizzato americano (oggi abita tra New York e la California), ha vissuto per anni in Cina, dove è stato corrispondente per La Repubblica, di cui è editorialista. Per Mondadori ha appena pubblicato un libro il cui titolo dice già tutto: Fermare Pechino. Visto quello che sta succedendo sembra quasi uno slogan azzeccato.

Quale è la ragione più forte per cui dobbiamo temere Pechino?

«Perché con Xi Jinping la Cina ha gettato la maschera, non nasconde le sue ambizioni egemoniche, ostenta un enorme complesso di superiorità verso l'Occidente, minaccia e ricatta ogni paese già scivolato in una situazione di dipendenza economica (dai vicini asiatici all'Australia, dai Balcani fino all'Europa centrale). Perché vuole monopolizzare le tecnologie del futuro, a cominciare dall'auto elettrica. Perché a Hong Kong ci ha fatto vedere cosa può accadere a chi finisce dentro la sua sfera d'influenza».

L'ultimo virus in arrivo dalla Cina ha a che fare con il settore immobiliare. Il crac del colosso Evergrande potrebbe trasformarsi in un rischio per l'intera economia globale.

«Evergrande è la punta dell'iceberg, il boom cinese degli ultimi trent' anni è stato drogato anche da fenomeni speculativi e una overdose di debiti. Se nel 2008-2009 i mutui subprime americani fecero crollare Wall Street e contagiarono il mondo intero, è fisiologico che una delle prossime crisi globali debba nascere in Cina.

Dobbiamo augurarci che l'eventuale crac cinese avvenga prima che questa economia abbia sorpassato l'America, e prima che il renminbi sia diventato una vera moneta a status internazionale. Comunque soffriremo tutti, quando arriverà il 1929 cinese». 

In più ci sono i colli di bottiglia logistici, la guerra per le materie prime, la lotta senza quartiere per brevetti e tecnologie...

«Viviamo una transizione complicata e pericolosa. Ancora fino a ieri l'America e la Cina erano gemelle siamesi, con un livello di simbiosi avanzatissimo, una divisione dei compiti e una complementarietà. Non tutto è scomparso, anzi.

Quelli che nel libro chiamo i Trenta Tiranni, cioè i poteri forti del capitalismo americano che hanno fatto favolosi affari con la Cina (da Apple a Goldman Sachs a General Motors), continuano ad essere una quinta colonna filo-cinese nel cuore dell'America, e si oppongono a un decoupling o divorzio delle economie. Però in molti campi i legami sono entrati già in crisi, assistiamo a una deriva dei continenti che è il preludio a un nuovo capitolo di storia, un'economia un po' meno globalizzata, con catene produttive meno dilatate, anche per motivi di sicurezza, militare o sanitaria». 

La sua tesi di fondo è che siamo di fronte a una battaglia tra due sistemi di valori, uno dei quali (il nostro) ha perso ogni certezza...

«Questa è la debolezza dell'Occidente che mi spaventa di più. Nel libro racconto sulla base di esperienze personali, inclusi tre figli adottivi in Cina il sincero patriottismo che anima tanta parte dei giovani cinesi. Aggiungo una descrizione del confucianesimo dei Millennial: spirito di sacrificio, senso del dovere verso la comunità. In America, vedo lo specchio rovesciato. Mezza America di destra pensa che abbiamo un presidente illegittimo, un usurpatore, e qualche frangia estrema ha tentazioni eversive. A sinistra, la meglio gioventù descrive l'America come l'Impero del Male, l'inferno del razzismo, della xenofobia, del sessismo. Mentre Biden dovrebbe affrontare la sfida con Xi Jinping, i suoi pensano che il problema è l'America».

Come se ne esce?

«Io cerco di raccontare il mondo com' è, non come vorrei che fosse. Nel lunghissimo periodo non c'è gara. La Cina ha un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, 3.500 anni di storia, e per gran parte di quei millenni è già stata la civiltà più ricca e più avanzata. Fermare Pechino, in quest' ottica, è impossibile. Però esiste il breve periodo, quello che coincide con l'arco delle nostre vite. Il secolo americano non fu un'ascesa lineare, inciampò in gravi incidenti come la Grande Depressione. Quando la Cina sarà nei guai o farà mosse distruttive, dobbiamo contenerla e limitare i danni».

Il problema è però sempre lo stesso: trattare e fare affari distogliendo lo sguardo dai diritti umani o accettare un confronto duro, in cui si rischia di essere spiazzati dall'opportunismo di chi non si fa troppi problemi?

«Quando la Cina vuole rassicurarci, descrive se stessa come una potenza pacifica che vuole solo business, senza mescolarci la politica. Ma il giorno in cui il governo australiano pronunciò frasi sgradite (per esempio sul Covid) Pechino chiuse i suoi mercati rovinando interi settori economici dal vino ai minerali. Esempi simili potrei farli per Corea del Sud, Filippine. Perfino svedesi e norvegesi hanno subito castighi per aver difeso i diritti umani. Chi s' illude di poter praticare solo l'opportunismo degli affari, non sa i costi che pagherà». 

Qualche tempo fa l'«Economist» scrisse che l'area più pericolosa del mondo era il Mar Cinese meridionale. È d'accordo?

«Ho intitolato un capitolo del mio libro: morire per Taiwan. Il giorno in cui la Cina deciderà d'invadere quell'isola, scopriremo la sua importanza. Controlla rotte navali da cui transita il petrolio verso il Giappone. Produce il 60% di tutti i semiconduttori mondiali. Ed è l'unico esempio di una democrazia cinese». 

Dopo l'Afghanistan la credibilità dell'Occidente è ai minimi e c'è chi dice che nemmeno l'America sarebbe in grado di difendere l'isola.

«Purtroppo lo dice anche il comandante delle forze armate Usa nell'Indo-Pacifico. Ha annunciato che forse fino al 2027 i rapporti di forze consentirebbero agli americani di difendere Taiwan, poi non c'è speranza. Ma in quest' ottica aver chiuso la guerra infinita in Afghanistan era la cosa giusta da fare».

Il caso dei sommergibili ha seminato altra discordia tra i Paesi occidentali. Come la vedono, secondo lei, i dirigenti di Pechino?

«I cinesi sono felici che Emmanuel Macron faccia l'offeso, e semini confusione in Europa con le sue grottesche denunce. La Francia, non l'Europa, ha perso un contratto da 50 miliardi per fornire all'Australia dei sottomarini obsoleti. L'America li sostituisce con sottomarini a propulsione nucleare che hanno autonomia lunghissima e sono di difficile reperibilità da parte del nemico. È un passaggio indispensabile per reagire all'espansionismo militare della Cina in tutta l'Asia. Se l'Europa non c'è, nel teatro strategico dove si gioca il destino del mondo, è solo colpa sua».

13 settembre 1971: il mistero Lin Biao e il golpe fallito che poteva cambiare la Cina. Federico Giuliani su Inside Over il 13 settembre 2021. Sono passati 50 anni dalla misteriosa scomparsa del maresciallo Lin Biao, una delle figure storiche più importanti della Repubblica Popolare cinese. Fido alleato di Mao Zedong, con il quale contribuì a dirigere la Lunga Marcia (1934-35), ricoprì numerosi incarichi nella nuova Cina fondata dal Grande Timoniere, sia militari che civili. Ad esempio, guidò le armate cinesi in Manciuria (1947), fu ministro della Difesa (1959) e perfino vicesegretario del Partito Comunista Cinese (a partire dal 1969). Nella lotta per la pesantissima successione a Mao, uscì improvvisamente dai radar, tra indiscrezioni riguardanti un colpo di stato fallito da lui organizzato, altre voci ufficiose e notizie non confermate né confermabili. Sappiamo soltanto che il suo corpo fu rinvenuto il 13 settembre 1971 in mezzo ai rottami di un aereo Tridend della compagnia di bandiera cinese. In circostanze mai chiarite, il velivolo si schiantò al suolo nei pressi di Ondorhaan, a circa 400 chilometri dalla capitale mongola Ulan Baatar. L’allora governo cinese aprì subito un’inchiesta, secondo la quale, su quell’aereo, oltre a Lin Biao, erano presenti anche la moglie, Ye Qun, e il figlio, Lin Liguo, più altre cinque persone. Morirono tutti nell’impatto.

Il progetto 571. Lin Biao era stato designato da Mao come suo erede prescelto, ma non riuscì mai a ricoprire quella carica. Come abbiamo visto, morì in una notte di settembre di 50 anni fa, tra i monti della Mongolia assieme alla sua famiglia. Che cosa era successo? La versione ufficiale di Pechino fu la seguente: Lin Biao, uno dei dieci marescialli protagonisti della rivoluzione cinese, fuggì in fretta e furia dopo un tentativo, non andato a buon fine, di uccidere Mao. Quel presunto golpe prese il nome di progetto 571, visto che la pronuncia in cinese dei tre numeri 5, 7 e 1 evocano la parola “rivolta militare”. L’aereo sul quale stava viaggiando Lin, diretto in Unione Sovietica, forse a corto di carburante, urtò violentemente il suolo mentre stava cercando di effettuare un atterraggio di emergenza. I serbatoi avrebbero preso fuoco, causando l’esplosione del mezzo e la morte dei passeggeri. Nessun missile lanciato dalla contraerea mongola, come ipotizzato in un primo momento da alcuni, aveva quindi colpito il velivolo. Eppure, questa versione dei fatti non ha convinto proprio tutti gli storici. Certo è che la corrente ideologica di Lin Biao fu sopraffatta dalle altre correnti, emerse di pari passo con la graduale uscita di scena di Mao dall’arena politica cinese. Due, quindi, sono le ipotesi sul tavolo: Lin Biao ha cercato veramente di effettuare un golpe oppure, nel bel mezzo della Rivoluzione Culturale, finì schiacciato dai giochi di potere che si stavano creando all’epoca all’ombra della Città Proibita.

Il colpo di stato fallito e la fuga. La versione della fuga dopo il presunto golpe finito in malora è stata più volte messa in discussione. Non tanto per il colpo di stato in sé, quanto per altri particolari. Ad esempio, negli anni’ 90, Ochir Sanduijar e Damsansap Nyambayar, due tra i più importanti gerarchi militari dell’esercito mongolo, che all’epoca dei fatti avevano indagato sull’accaduto in prima persona, riferirono ai media internazionali un’altra verità. Quale? I due sostennero che tra le vittime del Trident non fosse presente il corpo di Lin Biao, che invece sarebbe rimasto in Cina. Qui sarebbe stato ucciso su ordine di Mao o dei suoi più stretti collaboratori nell’ambito della lotta per il potere in seno all’esercito e al partito. Il tema del colpo di stato torna sempre a galla, da qualunque prospettiva si guardi alla vicenda. Da questo punto di vista, tuttavia, ci sono altre due versioni da prendere in considerazione.

Due versioni. Nel libro Congiura e morte di Lin Biao (Garzanti, 1984) di Yo Ming – probabilmente lo pseudonimo di un gerarca cinese – si legge che il delfino di Mao fu eliminato per due ragioni. La prima: era diventato troppo potente; la seconda: ostacolava l’allora premier Zhou Enlai nei piani della graduale apertura cinese verso gli Stati Uniti. Lin vedeva Washington come fumo negli occhi e considerava ogni gesto di distensione alla stregua di un tradimento. Fu così che il maresciallo decise di uccidere Mao.

In che modo? Pianificando un attentato (lancio di missili) contro il treno con il quale Mao avrebbe dovuto raggiungere il Sud della Cina. Sembrava che tutto dovesse filare liscio, se non che la figlia di Lin tradì suo padre avvertendo Mao che, in fretta e furia, rientrò a Pechino. Il Grande Timoniere, sempre secondo questa versione dei fatti, fece finta di non sapere nulla del presunto attacco missilistico. Anzi: invitò Lin Biao e consorte in una residenza a nord della capitale, chiamata la Montagna di giada. Al termine della cena, gli ospiti sulla propria auto per tornare a casa ma, dopo appena 500 metri, il mezzo sarebbe stato disintegrato da tre razzi.

Secondo l’altra versione sul progetto 571 sarebbe stato il figlio di Lin Biao, Ling Liguo, a orchestrare la rivolta contro Mao Zedong. La prova? Il contenuto del rapporto, a quanto pare rinvenuto dai funzionari cinesi, sarebbe stato scritto da una mente troppo imprecisa per essere quella di Lin senior, considerato un fine stratega e uomo di cultura. Pare che Lin Biao non fosse neppure a conoscenza della volontà del figlio. In ogni caso, indipendentemente dalla versione corretta, Mao riuscì in qualche modo a scamparsela. Nel caso in cui Lin Biao fosse riuscito nel suo intento, oggi staremo probabilmente parlando di un’altra Cina.

Guido Santevecchi per "corriere.it" l'8 settembre 2021. Duan Weihong, 52 anni, nota nel mondo degli affari come Whitney Duan, è stata una delle donne cinesi più ricche e influenti nella business community mandarina. Si è occupata di investimenti immobiliari per conto dell’aristocrazia rossa, i familiari di politici potenti, era intima della moglie di Wen Jiabao, che è stato primo ministro a Pechino dal 2003 al 2013. È scomparsa nel 2017, inghiottita dal buco nero della campagna anticorruzione lanciata da Xi Jinping. In quattro anni, nessuna autorità di Pechino ha annunciato la sua detenzione o notificato l’accusa ai parenti, l’hanno semplicemente tolta di mezzo. Ora, secondo l’ex marito e socio in affari Desmond Shum, la signora si è fatta viva con due telefonate inquietanti e drammatiche. Shum, che aveva divorziato nel 2015 e si è prudentemente trasferito in Inghilterra, ha scritto un libro sugli anni ruggenti del capitalismo rosso: Red Roulette, sottotitolo «Il racconto di un insider su ricchezza, potere, corruzione e vendetta nella Cina di oggi». Nei giorni scorsi aveva detto al Financial Times, al Wall Street Journal e alla National Public Radio americana che, nelle sue intenzioni, le rivelazioni (e le ammissioni di investimenti sospetti) contenute nel memoriale avrebbero dovuto spingere le autorità cinesi a far luce sulla situazione giudiziaria della ex moglie. «È un rischio, ma è l’ultima possibilità, se c’è una possibilità, da avere chiarezza. Anche se lei resterà in una cella, è sempre meglio di questa incertezza». Il libro viene pubblicato oggi e proprio alla vigilia la signora Duan ha chiamato. Secondo l’uomo, le due conversazioni sono state drammatiche. La signora gli ha detto di essere stata rimessa in libertà temporaneamente e gli ha chiesto di cancellare la pubblicazione di Red Roulette. Lui le ha domandato dove fosse, di che cosa è accusata: «Mi ha risposto citando un vecchio modo di dire cinese: “chi si oppone allo Stato non vedrà una fine felice”. Penso che mentre parlava la controllassero, roba da servizi di sicurezza per conto di alti esponenti politici; il Partito è preoccupato per il contenuto del mio racconto. Lei mi parlava, ma ho capito che riferiva quello che le era stato imposto di dire, mi sono sentito come in un negoziato con dei sequestratori». Shum ha replicato che bloccare l’uscita del libro era ormai impossibile e a quel punto la donna gli ha parlato del figlio piccolo, che vive con lui: «Che sarebbe del nostro bambino se ti succedesse qualcosa di sfortunato?». Ma che cosa si nasconde dietro la vicenda di Duan? Si sa solo che la donna è scomparsa nel 2017, poche settimane dopo l’arresto di Sun Zhengcai, segretario del Partito nella megalopoli di Chongqing e più giovane membro del Politburo: si diceva che fosse un candidato forte per la successione a Xi Jinping; ma il presidente ha deciso di restare al potere senza limiti di tempo e ogni possibile erede è stato purgato. I rapporti tra la coppia Duan-Shum, che gestiva un fondo di investimento e Sun risalgono agli anni immediatamente precedenti al 2008, quando il politico Sun lavorava a Pechino e la capitale si preparava con un grande piano di sviluppo edilizio ad ospitare le Olimpiadi. Affari poco chiari. E poi c’è il rapporto tra Duan e la famiglia di Wen Jiabao, che secondo documenti ricevuti dal New York Times nel 2012, avrebbe accumulato una fortuna da 2,7 miliardi di dollari. In Red Roulette si legge che Duan chiamava Zhang Beili, moglie del premier cinese, «Zia Zhang», in segno di rispetto e di confidenza. Le rivelazioni del Nyt furono smentite con sdegno e furia da Pechino, che non poteva consentire che dubbi di corruzione arrivassero al vertice del Partito, ma secondo il racconto di Shum, nel 2013 Zia Zhang e i suoi familiari «donarono» allo Stato i loro asset sospetti in cambio dell’immunità. Shum precisa che il primo ministro Wen non era comunque al corrente delle operazioni finanziarie della moglie. Un altro passaggio chiave del libro è il ragionamento sui rapporti tra il Partito-Stato e gli industriali privati: «Non controllano tutta la ricchezza che possiedono, una parte del patrimonio è amministrata nell’interesse di politici rossi che restano nell’ombra». Ma secondo Shum si tratta di una alleanza temporanea: «Quando gli imprenditori miliardari on sono più necessari per costruire l’economia, per investire all’estero, diventano avversari da eliminare». Come dire che Whitney Duan Weihong, l’ex marito Desmond Shum e molti altri, hanno partecipato a un gioco molto più grande di loro e ora, uno a uno pagano le conseguenze di aver puntato d’azzardo sulla Roulette Rossa.

Claudio Antonelli per “La Verità” il 7 settembre 2021. Nei giorni scorsi Il Quotidiano del Popolo è andato in edicola con un lungo editoriale contro gli interventi di chirurgia estetica, soprattutto quelli a base di botulino. La testata di Pechino, primigenia espressione del pensiero del Partito e di Xi Jinping ha definito il botox una «tossina mentale». L'uscita ha scatenato un dibattito anche in tivù. O per meglio dire una serie di commenti univoci mirati a rafforzare l'editoriale e mettere in discussione la scelta estetica e il business sottostante. Un chiaro segnale che la prossima morsa del Pcc si abbatterà sulle società che si sono arricchite sul desiderio di molti cinesi di ritoccarsi e pure di sembrare un po' meno orientali. Le prime reazioni sono arrivate dai numerosi fondi di private equity che hanno investito miliardi nel comparto. Un esempio su tutti, riporta Bloomberg, tocca il fondo emiratino Mubadala che nel 2019 ha investito in una società coreana, Hugel, una cifra vicina al miliardo e mezzo di dollari. Hugel vende i propri di botox per 85 dollari a Seul, un prezzo basso per via della saturazione del mercato, mentre negli Usa si arriva a 400 dollari per le stesse quantità. L'obiettivo di Mubadala era però conquistare la Cina, mercato in forte espansione ma con grandi marginalità di crescita. Ora i fondi sono già pronti a tirare i remi in barca, consapevoli che gli investimenti di lungo termine sono molto complessi dentro la Grande Muraglia. D'altronde lo si era capito con il caso Alibaba, ma anche con quello delle app di mobilità modello Uber. In entrambi i casi, il partito è subentrato per evitare che il modello di business diventasse troppo grande per poter essere controllato. Alibaba si sarebbe sostituito alla banca centrale, per capirsi. Ma l'approccio totalitario di Pechino non ha nulla a che vedere con il vecchio concetto regolatorio dell'antitrust americano. Anzi le autorità cinesi sono consapevoli di sacrificare interi castelli di ricchezza e di mettersi in contrasto con i grandi flussi finanziari. Lo fanno pur di mantenere le redini del proprio modello di «capitalismo di sorveglianza». Lo stesso principio che viene applicato per limitare le ore di utilizzo dei giochi online. Ma anche per mettere al bando le società di tutoraggio scolastico che nel corso degli ultimi anni hanno accumulato ingenti ricchezze, ma al tempo stesso creato un nuovo percorso educativo. Inutile dire, non accettabile per il partito. Così, le principali quattro società del comparto sono state nazionalizzate nell'arco di una settimana e il mese successivo tutte le istituzioni scolastiche hanno dovuto inserire frasi motivazionali dei vertici del partito e le elementari hanno adottato il libro di Xi, dal titolo «Pensiero di Xi Jinping». Non è difficile immaginare la trama. Tanto meno le mire: semplificare le nozioni e appiattirle in modo da rendere le persone sempre meno capaci di analizzare i dati e formare un pensiero pieno di subordinate. L'obiettivo del totalitarismo digitale è portare all'ennesima potenza quanto studiato e sviluppato dalle grandi società della Silicon Valley. Non solo la possibilità di usare gli algoritmi per vendere i prodotti e tarare le pubblicità sugli occhi di chi la vede, ma anche usare l'algoritmo per anticipare i desiderata e renderli nostri. Lo Stato tecnologico mira ad applicare lo stesso concetto a tutti i dettami del vivere e superare il problema di fondo del capitalismo di sorveglianza. A minare la perfezione dell'algoritmo c'è il libero pensiero. Chi riuscirà a incanalare pensieri e opinioni dei cittadini in modelli binari avrà realizzato il tremendo obiettivo. Se l'algoritmo non coglie tutta la realtà, va modificata la realtà perché entri nei binari dell'algoritmo. Lungi da noi essere complottisti. La storia insegna che spesso non c'è la volontà di singoli dietro a una spinta sociale. Analizzare, però, le dinamiche è necessario, così come sollevare una serie di dubbi sull'utilizzo della tecnologia digitale da parte degli Stati. E se non ci permettiamo di fare la predica al modello cinese, riteniamo doveroso denunciarne i pericoli di annientamento della privacy per evitare che il modello venga utilizzato anche in Occidente. Dove chiaramente c'è un buco di potere per via della profonda crisi del sistema delle democrazie parlamentari. E a molti può far comodo sfruttare questi perversi «vantaggi» della digitalizzazione per fare politica o stare al potere. In fondo, l'estensione del green pass a logiche non sanitarie è la leva perfetta per fare il primo passo. Con la tecnologia si porta la burocrazia dentro le case degli italiani. E nonostante i «veri liberali» ci spieghino da anni che questo è il futuro perché sarà tutto più semplice, gli stessi forse per via del conflitto di interessi delle loro consulenze omettono che sarà invece peggio perché i danni della burocrazia diventeranno benchmark di riferimento incancellabile. La scorsa settimana, il sindaco di Genova, Marco Bucci, spiegava in una intervista che in realtà i domiciliati presso il Comune sono più dei residenti (in tutto 700.000 tolti i turisti). Ammettendo candidamente che per estrarre il dato sono state incrociate le utenze telefoniche. Immaginate quando ci sarà l'euro digitale e per stabilire chi paga l'Imu e dove si userà semplicemente lo smartphone dei contribuenti. E farà fede la geolocalizzazione, anche nel caso in cui sarà sbagliata. Cosa che spesso avviene. Distopia? Forse no. D'altronde la pandemia ci sta mostrando il volto cool dello Stato etico e da lì al capitalismo di sorveglianza pubblico è un attimo.

Da tgcom24.it il 3 settembre 2021. Le nuove regole varate dal governo cinese colpiscono ora anche il mondo dello spettacolo e dei talent show. A dichiararlo è l'Amministrazione Statale per la Radio, il Cinema e la Tv che si dice paladina dei valori tradizionali della propria cultura denunciando la creazione di "idoli" che "potrebbero influenzare negativamente i giovani". Nel mirino in modo particolare gli artisti con comportamenti più "effeminati". Strette che non riguardano più solo i giovani, dopo le limitazioni sull'utilizzo dei videogiochi per i minori, ma anche artisti e protagonisti del panorama televisivo. In una nota rilasciata dai media ufficiali dell'Amministrazione Statale si legge la volontà di "correggere con forza i problemi legati alla violazione delle leggi e della morale degli artisti" a favore di un'atmosfera che sostenga il pensiero del Partito comunista a capo del Paese. Una linea che il governo aveva già iniziato a sostenere chiedendo all'Università di Shangai di stilare una lista con i nomi degli studenti appartenenti alla comunità Lgbt. L'obiettivo del governo cinese è quello di crescere le prossime generazioni di uomini con valori maschili in linea con il pensiero del Partito, nella moralità e nelle idee politiche. Lontano quindi dagli attuali idoli dei giovani, tra cui i cantanti della scena pop coreana o gli influencer del social TikTok - il cui nome cinese è Douyin - come Feng Xiaoyi, un famoso blogger che si è visto bloccare il profilo proprio a causa dei suoi video, tra cui quello più famoso dove indossava un pigiama carino e un filtro per sembrare una giovane donna. A denunciare tale comportamento, definito da "femminuccia", sono stati alcuni utenti della piattaforma. In questa atmosfera sono state vietate quindi quelle trasmissioni che marcano posizioni politiche scorrette o che "sviluppino idoli e spettacoli di varietà e reality show". Già ad aprile 2021 si era alzata una polemica sugli spettacoli di cabaret e la violazione di contenuti sensibili. Come racconta il giornale Benijing Daily uno di questi spettacoli è stato anche multato per aver usato "termini volgari sulla sua rappresentazione che violano la morale sociale", creando un precedente a prova della sua linea di tollerabilità zero, condivisa anche da alcuni utenti e spettatori che per primi hanno denunciato di essersi sentiti male dopo aver ascoltato alcune barzellette a sfondo sessuale.

MARCO RESPINTI per “Libero Quotidiano” il 3 settembre 2021. Sì, rifare il verso al titolo del film girato da Marco Bellocchio nel 1967 ogni qualvolta ci sia in ballo Pechino stufa, ma se davvero la Cina è ormai vicinissima, e a nessuno però ne cale, occorre tornare nei panni di Cassandra. Sperando peraltro in esiti migliori di quelli presagiti dalla sacerdotessa di Apollo cantata da Omero. Adesso, infatti, il Comitato centrale del Partito Comunista Cinese inonda il web di veline e di fake news anche in italiano. Non è una novità (e gli esiti si vedono, e i ripetitori nostrani si contano), ma dal 1° settembre è nientemeno che il Quotidiano del Popolo a uscire in italiano sul web all'indirizzo italian.people.cn. Sembra la versione 2.0 della stampa albanese di Enver Hoxha e Ramiz Alia che si comperava nelle Librerie Feltrinelli o quella magnificante il «Genio dei Carpazi», Nicolae Ceausescu, e signora Elena Petrescu. Si strombazza e ripubblica l'articolo (in realtà una lettera) del Console Generale cinese a Milano, Liu Kan, pubblicato il 29 agosto dal Corriere della Sera con l'ennesimo blabla sulla lotta di Pechino al CoViD-19 e seguono pezzi non proprio da Pulitzer. Cose come «Xi Jinping pronuncia un discorso importante alla Scuola del Partito del Comitato centrale del PCC (Accademia nazionale di governance)»; «L'Ambasciatore Qin Gang ha assistito all'evento di benvenuto del CdA del Comitato nazionale per le relazioni Usa-Cina»; «Xi Jinping invia messaggio di condoglianze per la scomparsa dell'ex presidente del CIO Rogge»; «Messaggio di congratulazioni di Xi Jinping per il 64° anniversario dell'Indipendenza della Malesia»; o «Segnali trasmessi nella quinta conferenza sul lavoro per l'unità nazionale».

IL PARADISO DEI LAGER E davanti a «Xi Jinping chiede di focalizzarsi sull'antitrust e sulla concorrenza leale» sarà maleducato ridere, ma chi si tiene? Imperdibile poi la serie di video sulla «vita paradisiaca» in quello Xinjiang dove in realtà lavorano come bestie nei campi di rieducazione del Partito fino a tre milioni di uiguri e dove le donne vengono sterilizzate per non partorire nuovi «sovversivi», nel quadro di un genocidio, culturale e fisico, ormai riconosciuto dal Congresso degli Stati Uniti e dalle Camere di altri Paesi del mondo. Il Quotidiano del Popolo, cioè Rénmín Rìbào in cinese mandarino, noto ovunque con il titolo della versione inglese, People' s Daily, è il maggior quotidiano del gigante asiatico e la voce ufficiale del regime neo-post-nazional-comunista cinese. Nel mondo ne circolano fra i 3 e i 4 milioni di copie, e in più c'è la versione online. Oltre che appunto in cinese e inglese, e ora italiano, esce, fra carta e virtuale, in spagnolo, francese, portoghese, russo, arabo, swahili, giapponese e coreano, più tibetano, kazako, uiguro, mongolo, nonché altre lingue minoritarie fra cui quella degli zhuang, 16 milioni di persone cugine dei siamesi che abitano soprattutto il meridione del Paese. Giusto perché le minoranze represse non nutrano dubbi su ciò che gli aguzzini pretendono. Questa Pravda del comunismo cinese disponibile oggi pure nello Stivale nacque il 15 giugno 1948, più di un anno prima della Cina comunista, il 1° ottobre 1949. Per buggerare gli allocchi, fingendo la pluralità dell'informazione, in Cina esiste un secondo quotidiano sia cartaceo sia web, il Huánqiú Shíbào, che in inglese esce con il titolo Global Times, ma il proprietario è sempre il Quotidiano del Popolo. Poi c'è l'agenzia di stampa Xinhua, la maggiore del mondo, che risponde al Consiglio di Stato, il supremo organismo amministrativo cinese.

COSA C'È DIETRO Alla direzione del Quotidiano del Popolo siede, dal 2008, Zhang Yannong, nato nel 1948 come il giornale che guida. Da gennaio è anche presidente dell'Associazione dei giornalisti cinesi, creata sul finire degli anni 1930 e subito organizzata dal PC. Resta da capire perché Xi Jinping senta il bisogno di un Quotidiano del Popolo italiano. Prima ipotesi, in Italia Pechino conta su così tanti e influenti amici da giustificare lo sforzo. Seconda ipotesi, forse i trinariciuti nostrani qualche topica l'han pur presa, costringendo i compagni asiatici a rivolgersi loro senza intermediari. Terza ipotesi, Pechino applica con determinazione quel "Memorandum d'intesa" con l'Italia che fu siglato nel marzo 2019 dall'allora ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e ampiamente ispirato dal suo Sottosegretario, Michele Geraci, da molti considerato la nuova caduta di Roma.

Alessio Lana per il “Corriere della Sera” il 31 agosto 2021. Dobbiamo proteggere la salute mentale e fisica dei minori e quindi farli giocare meno con i videogiochi. L'ultimo attacco al mondo dei videogiochi non viene dalle organizzazioni per la protezione dei più piccoli o dalle associazioni di psicologi e psichiatri. Arriva direttamente dal governo di uno dei maggiori produttori al mondo di divertimenti online: la Cina. Il Paese ha appena adottato delle nuove regole che limitano il tempo passato davanti allo schermo dai minorenni. Chi ha meno di 18 anni può giocare online per massimo un'ora al giorno, dalle 20 alle 21, e solo il venerdì, nel weekend e durante le feste, per un tetto massimo di tre ore settimanali. Una scelta dura per un settore che solo in Cina vale intorno ai 50 miliardi di dollari (ed è previsto che cresca fino a 80 miliardi entro il 2027) e in cui i ragazzi (parliamo pur sempre di under 18) hanno un ruolo rilevante. Hanno più tempo, sono curiosi, sempre aperti alle novità e ormai abituati all'enorme quantità di pubblicità che ricevono durante le sessioni online. Eppure la stretta segue una linea adottata da tempo dal Paese. Una norma precedente infatti limitava il tempo di gioco in Rete a un'ora e mezza al giorno tutti i giorni che salivano a tre nei weekend ma mai dopo le 22 né prima delle 8. Sempre poco, secondo gamer, ancora troppo secondo il governo (e i genitori). Per fare in modo che le regole vengano rispettate, l'autorità cinese ha chiesto alle aziende di assicurarsi che i minori si registrino online con le loro vere generalità. Tencent, uno delle maggiori software house al mondo, ha perfino sviluppato un sistema di riconoscimento facciale ad hoc. Le limitazioni infatti funzionano solo se gli utenti si registrano con la loro data di nascita e come era facile immaginare sono tanti i ragazzi che usano i documenti degli adulti per aggirare le barriere e non spegnere mai lo schermo. La seconda mossa annunciata da Pechino è una stretta sui controlli per fare in modo che nessuno sfugga. La questione dopotutto è seria, lo si intuisce chiaramente dalle parole usate dalle autorità. A inizio agosto un rapporto di Pechino aveva definito i videogiochi «oppio spirituale», ora si parla di «dipendenza da videogiochi», si chiama in causa la protezione della «salute mentale e fisica dei minori» e si chiede ai produttori - in primis ai colossi Tencent e NetEase che continuano a vedere le proprie azioni crollare a ogni nuovo annuncio - di «dare sempre priorità al bene sociale e rispondere attivamente alle preoccupazioni della società». A quanto pare anche il comunismo di oggi deve affrontare il suo oppio dei popoli, solo che ha cambiato faccia.

Lorenzo Lamperti per “La Stampa” il 30 agosto 2021. Comunità Lgbt, star di cinema o tv e loro fan, utenti della Rete. Nella Cina permeata dal concetto di «sicurezza nazionale» di Xi Jinping c'è sempre meno spazio per tutto ciò che in qualche modo possa portare a una qualsiasi forma di attivismo. Poco importa se nel mondo fisico o in quello digitale. Poco importa se si tratta di gruppi passibili di rappresentare istanze politico-sociali, di diritti di alcune categorie di cittadini o semplicemente di comportamenti ritenuti immorali. Nella stretta sono coinvolte anche importanti istituzioni pubbliche. Nell'ambito di un "censimento"" interno, la Shanghai University ha chiesto ai suoi campus di schedare gli studenti non eterosessuali o che si identificano nella comunità Lgbt. La direttiva, non confermata dall'ateneo ma circolata sui social cinesi, richiede inoltre di raccogliere informazioni su posizioni politiche, contatti sociali e «salute mentale» degli iscritti. Il tutto a poche settimane dalla cancellazione di decine di account di gruppi universitari pro Lgbt da WeChat. Negli ultimi anni la comunità omosessuale ha subito una crescente marginalizzazione e ora viene vista anche come un ostacolo alle politiche di sostegno demografico. Più che una persecuzione omofobica, la vicenda sembra però rientrare all'interno di un più ampio bisogno del sistema cinese di identificare e monitorare possibili attivisti e forme di aggregazione potenzialmente operanti al di fuori della linea del Partito. Le minoranze, comprese quelle etniche, sono percepite come un possibile rischio: vanno private della loro componente associativa e dotate in maniera eterodiretta delle corrette «caratteristiche cinesi». Tra i gruppi presi di mira sono entrati anche i milioni di fan e follower delle star del cinema e della televisione. La Commissione centrale per l'ispezione disciplinare ha annunciato di voler mettere ordine alla «caotica» industria dell'entertainment, colpendo le abitudini «malsane» che «instillano valori scorretti» nei giovani. Uno sforzo che rientra in un vasto programma di salvaguardia della sicurezza politica e ideologica del mondo digitale. Qualche settimana fa, gli ammiratori di Kris Wu avevano annunciato un piano per farlo evadere dal carcere, dopo che il cantante sinocanadese era stato arrestato per l'accusa di stupro. Campanello d'allarme per le autorità, che hanno avviato un giro di vite sui fan club online, percepiti come possibili rischi per la sicurezza. Sono già stati cancellati 150 mila post, 4 mila account e 1300 gruppi, mentre sono state rimosse 39 app. Azione recepita dalla piattaforma di video streaming iQiyi, che ha cancellato tutte le "idol competition", programmi in cui le star si sfidano per conquistare i voti degli utenti. Stop anche alla terza stagione del popolarissimo talent show Youth with You. Tutto ciò che prevede la partecipazione attiva degli spettatori e tutti coloro in grado di attrarre le simpatie di masse di fan sono coinvolti in una «campagna di rettificazione» nella quale la fama deve essere accompagnata dal patriottismo. Nell'epoca della «prosperità comune» non esiste tolleranza per le paghe eccessive e, ovviamente, per l'evasione fiscale. La popolare attrice Zheng Shuang è stata condannata a una multa da 46 milioni di dollari per il mancato pagamento di tasse sui suoi compensi. Nei mesi scorsi era già finita nei radar del governo dopo aver avuto due figli negli Stati Uniti tramite la maternità surrogata, pratica proibita in Cina. Il nome di un'altra star del grande schermo, Zhao Wei, è stato invece bannato da tutte le piattaforme in cui appaiono film e drammi televisivi nei quali ha recitato. Non sono state fornite spiegazioni, ma potrebbe esserci un collegamento col suo rapporti privilegiato con Jack Ma, il fondatore di Alibaba caduto in disgrazia negli ultimi mesi. Zhao, tra le altre cose ex ambasciatrice di Fendi in Cina, e il marito avevano comprato anni fa quote di Alibaba Pictures. Di questi tempi, essere considerati vicini a Ma non è certo un vantaggio, come ha scoperto a sue spese Zhou Jiangyong. Il capo del Partito di Hangzhou, la città natale di Alibaba, è finito sotto indagine per corruzione contestualmente alla richiesta delle autorità centrali ai funzionari di tutti i livelli di interrompere qualsiasi rapporto con le imprese private in grado di rappresentare un conflitto di interesse. Ant Group ha smentito qualsiasi coinvolgimento ma sui media circola la voce che Ant Financial possieda poco meno del 15% di una compagnia guidata dal fratello minore di Zhou. Le celebrità sono chiamate a essere dei buoni esempi. Il noto attore Zheng Zhehan è diventato vittima di un boicottaggio dopo che sui social è circolata una sua foto del 2018 in cui si trovava davanti al Santuario di Yasukuni a Tokyo. L'edificio shintoista è dedicato a chi è morto servendo l'Impero giapponese, comprese 1068 persone condannate per crimini di guerra. Diversi brand hanno interrotto i contratti di collaborazione con Zheng. Non mostrare amore per la patria non è una possibilità.

L'espianto forzato. Organi strappati ai detenuti, l’orrore made in Cina nelle galere. Elisabetta Zamparutti su Il Riformista il 27 Agosto 2021. L’espianto forzato di organi di detenuti appartenenti a minoranze etniche, linguistiche e religiose continua in Cina al punto da aver indotto sette Special Rapporteurs (SR) – tra loro Nils Melzer, SR sulla tortura – e il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite, a intervenire pubblicamente. Lo hanno fatto dopo aver ricevuto informazioni credibili su come questa tipologia di detenuti possa essere sottoposta con la forza a esami del sangue e degli organi, con ecografie o radiografie. I risultati di questi esami sono poi registrati in una banca dati degli organi che ne facilita l’assegnazione. Gli organi espiantati sono principalmente cuori, reni, fegati, cornee e, meno comunemente, parti di fegato. Alle famiglie dei detenuti e dei prigionieri deceduti non è consentito reclamarne i corpi. «Nonostante il graduale sviluppo di un sistema di donazione volontaria di organi, continuano a emergere informazioni su gravi violazioni dei diritti umani nell’approvvigionamento di organi per i trapianti in Cina», hanno alla fine affermato gli esperti delle Nazioni Unite che hanno auspicato un’indagine indipendente su quanto sta accadendo. La conclusione a cui giungono è in sintonia con quella a cui è pervenuto il Tribunale sull’espianto forzato di organi da prigionieri di coscienza in Cina, istituito in Inghilterra nel 2018 per accertare l’attendibilità delle rassicurazioni con cui, dal 2015, la Cina sostiene di aver bandito il prelievo degli organi dai condannati. Questa giuria, presieduta da Sir Geoffrey Nice, già procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, ha accertato che vengono condotti sistematicamente esami medici per identificare i prigionieri appartenenti al Falun Gong – un movimento spirituale che si ispira al buddhismo e a tecniche tradizionali di meditazione che il regime cinese vuole annientare – e gli uiguri. È altresì provato che vengono prelevati organi senza la constatazione formale della morte cerebrale e su prigionieri ancora in vita del Falun Gong. Inoltre la «tortura brutale e disumanizzante» viene praticata abitualmente su questi gruppi, con stupri e violenze sessuali. Per il Tribunale si tratta di crimini contro l’umanità e nelle sue conclusioni ha richiamato i Governi e ogni privato cittadino, attivisti e politici di ogni sorta a «fare ciò che ritengano sia il loro dovere rispetto a qualsiasi chiara malvagità che emerga dalla constatazione che l’espianto di organi sia avvenuto o stia ancora avvenendo nella Repubblica Popolare Cinese (RPC)… Un’azione tragicamente priva di controllo ha fatto sì che molte persone morissero in modo orribile e senza alcuna necessità al servizio di obiettivi che gli eredi dell’attuale Rpc potrebbero riconoscere come assolutamente non necessari per il benessere e la crescita dello Stato». In Cina l’espianto forzato di organi dai prigionieri è permesso dal 1984. Le Nazioni Unite hanno già affrontato la questione con il governo cinese nel 2006 e nel 2007. Si sono però sempre trovate di fronte a risposte evasive sulle fonti di provenienza degli organi e sul funzionamento dell’intero settore degli espianti e dei trapianti. Sta di fatto che grazie anche a campagne internazionali, la Cina dal 2010 si è impegnata a introdurre un sistema di approvvigionamento di organi su base volontaria. Il che ha significato passare da una fornitura carceraria a una ospedaliera di donatori volontari dichiarati morti. Funzionari cinesi hanno annunciato che dal 1° gennaio 2015 i donatori ospedalieri sarebbero stati l’unica fonte di organi. Eppure se si considera credibile che ogni anno sono stati effettuati fra i 60 e i 90mila interventi di trapianto, e che il numero ufficiale di donatori disponibili nel 2017 ammontava a 5.146, è lecito concludere che devono esistere una o più altre fonti di organi e cioè che deve esserci stato un gruppo di donatori non identificati. In questa macchina infernale sono coinvolti sanitari, medici, anestesisti chirurghi e infermieri. Tant’è che tra le organizzazioni più attive vi è quella dei Medici contro il prelievo forzato degli organi (Dafoh) che diffonde studi, rapporti e informazioni su questa immane tragedia che si consuma in un Paese dove il divorzio tra scienza e coscienza è prassi consolidata. Rabelais diceva che la scienza senza coscienza non è che la rovina dell’anima. Per salvare l’anima di un Paese come la Cina, e del mondo, è della coscienza allora che dobbiamo avere cura. I principi di compassione, verità e tolleranza praticati dal Falun Gong e violati dal regime cinese, ci vengono in soccorso per salvare con la Cina anche noi. Elisabetta Zamparutti

Cecilia Attanasio Ghezzi per “la Stampa” il 21 agosto 2021. «Il Tibet può svilupparsi e prosperare solo sotto la guida del Partito e del socialismo». Così, con una cerimonia in grande stile di fronte a ventimila partecipanti e trasmessa su tutto il territorio nazionale dalla tv di Stato, Pechino ha celebrato i 70 anni della «liberazione pacifica del Tibet», il «patto» del 1951 con cui i rappresentanti tibetani furono costretti a riconoscere la sovranità cinese che fu considerato illegittimo e ripudiato dal Dalai Lama nel 1959 quando, appena ventiquattrenne, scappò in India per formare un nuovo governo provvisorio. Da una gigantesca tribuna rossa dominata dai ritratti dei leader comunisti e da una gigantografia di Xi Jinping e posizionata proprio di fronte al Potala, palazzo iconico del buddhismo tibetano a Lhasa, i dirigenti cinesi hanno snocciolato le cifre del loro successo. Il Pil della regione nel 1951 era di appena 17 milioni di euro mentre oggi ha superato i 25 miliardi, l'aspettativa media di vita è passata dai 35 ai 71 anni, la povertà assoluta è stata definitivamente eradicata e tutta la popolazione è stata scolarizzata. E come se non bastasse ferrovie, autostrade e 140 collegamenti aerei hanno reso accessibile il tetto del mondo a 160 milioni di turisti solo negli ultimi cinque anni. Di fatto il turismo di massa ha trasformato i luoghi sacri in attrazioni per i visitatori e intere regioni, un tempo inaccessibili, in comodi hub provvisti di aeroporto e snodi autostradali. La narrazione dei dominatori è quella di un «progresso miracoloso» che non sarebbe stato possibile senza la tenacia con cui la Repubblica popolare ha saputo tenere a bada «la cricca del Dalai Lama» e le «influenze straniere». «Nessuno ha il diritto di puntare il dito contro la Cina sui temi legati al Tibet», è la versione delle autorità cinesi, che non si stancano di ripetere che il leader del buddhismo tibetano «non è solo una figura religiosa, ma un esiliato politico impegnato in attività separatiste» e che per questo Pechino «si oppone con fermezza ad ogni contatto tra funzionari stranieri e Dalai Lama». Ma nonostante sia vero che fin dal 1642 il ruolo della massima autorità tibetana è stato insieme politico e spirituale, nel 2011 Tenzin Gyatso ha abdicato al suo ruolo temporale proprio nella speranza, poi dimostratasi vana, di tranquillizzare la Cina. Mentre il suo governo, mai riconosciuto dalla Cina, è rimasto in esilio a Dharamsala a studiare le scritture e a meditare, il popolo tibetano è stato costretto a una sinizzazione forzata con tanto di campi di rieducazione politica e graduale sostituzione della lingua cinese a quella tibetana. A niente sono valsi gli oltre 150 monaci che si sono dati fuoco per protesta. Il controllo cinese si è espanso persino all'interno dei monasteri, mentre in molte case private il ritratto di Xi Jinping ha sostituito quello dell'ormai 86enne Dalai Lama. Così mentre Pechino si vanta da sempre di aver liberato il Tibet da una teocrazia di stampo feudale, il 14esimo Dalai Lama ha provato a difendere la sua autonomia nei consessi internazionali per decenni senza ottenere altro risultato che il premio Nobel per la pace nel 1989. Nel 1995 il Panchen Lama, seconda carica del buddismo tibetano e figura chiave per riconoscere la reincarnazione della guida spirituale suprema, è stato rapito e sostituito da un bambino che da allora vive nella capitale cinese. Inoltre il peso economico sempre maggiore della Repubblica popolare ha reso sempre più difficile l'incontro dell'attuale Dalai Lama con i capi di stato di altre nazioni. Così a Tenzin Gyatso non è rimasto altro che ipotizzare che anche il ruolo spirituale del Dalai Lama possa esaurirsi con la sua morte. Cosa succederà ce lo farà sapere quando compirà 90 anni ma nel frattempo Pechino, per non farsi trovare impreparata, ha emanato una legge che obbliga il leader spirituale del buddhismo tibetano a reincarnarsi all'interno territorio della Repubblica popolare. Cosa questo possa significare lo scopriremo solo sua alla morte. O alla sua reincarnazione.

(ANSA il 25 agosto 2021) La Cina incorporerà il "pensiero di Xi Jinping" nel suo curriculum nazionale per aiutare a "stabilire la fede marxista" nei giovani del Paese, in base alle nuove linee guida diffuse dal ministero dell'Istruzione. Il "pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era" di Xi sarà insegnato dalla scuola elementare fino all'università al fine di rafforzare "la determinazione ad ascoltare e seguire il Partito comunista" e i nuovi materiali didattici dovranno "coltivare sentimenti patriottici". Dalla salita al potere a fine 2012, il presidente ha cercato di rafforzare il ruolo del Pcc al potere in tutti i settori della società, comprese le imprese, le scuole e le istituzioni culturali. "Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era" è stato formalmente iscritto nel 2018 nella costituzione del Paese, parte di un percorso che ha portato nelle mani di Xi un accentramento di poteri come non accadeva dai tempi di Mao Zedong. Gli stessi mandati presidenziali sono stati emendati con l'eliminazione del limite ai due massimi, gettando le basi per una nomina a vita. In un discorso dello scorso primo luglio per il centenario della fondazione del Pcc, Xi promise di "rafforzare" la leadership del partito, sostenendone la sua centralità e rafforzando l'unità del popolo cinese. 

Paolo Salom per il “Corriere della Sera” il 26 agosto 2021. Il Xi-pensiero supera i confini - comunque nobili - della costituzione della Repubblica popolare per entrare nelle scuole di ogni ordine e grado. Tre anni dopo essere stato elevato al rango delle dottrine di Mao Zedong e Deng Xiaoping, le uniche riconosciute come «ideologie portanti» del Partito comunista e dunque parte della carta fondamentale, la teoria sul «socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era» dell'attuale presidente cinese arriverà a tutti i giovani a partire dalle elementari fino all'università. L'obiettivo, secondo il ministero dell'Istruzione in un articolo riportato dal Global Times, è quello di «aiutare gli adolescenti a stabilire credenze marxiste e rafforzare la fiducia nel percorso, nella teoria, nel sistema e nella cultura del socialismo con caratteristiche cinesi». Il pensiero di Xi Jinping sarà integrato nel curriculum che copre l'istruzione di base, professionale e superiore, ha quindi affermato Han Zhen, membro del Comitato nazionale per i libri di testo. Le scuole primarie si concentreranno sulla coltivazione dell'«amore per il Paese, il Partito comunista cinese e il socialismo. Nelle scuole medie, l'accento sarà posto su una combinazione di esperienza percettiva e studio della conoscenza, per aiutare gli studenti a formare giudizi e opinioni politici di base. Nelle università, ci sarà maggiore enfasi sulle fondamenta del pensiero teorico». La canonizzazione degli scritti del nuovo Timoniere conferma una sorta di «ritorno al passato» nella gestione della leadership ai vertici del partito (e dunque dello Stato) con l'equiparazione - di fatto - di Xi niente meno che a Mao, il cui Libretto Rosso, summa della sua visione della Cina e del mondo, è stato per lunghi anni il breviario di ogni suddito della Repubblica Popolare, a prescindere dall'età (per Deng gli onori si erano poi limitati all'incorporazione degli scritti nella costituzione). Una popolarità spontanea, almeno finché sono durati gli entusiasmi della Rivoluzione culturale (1966-1976), capace persino di superare i confini nazionali e arrivare a influenzare la gioventù «ribelle» occidentale che nel 1968 sfilava lungo i boulevard europei esibendo il volumetto scarlatto come fosse un'arma. Con questa decisione, il regime di Pechino non vuole certo incitare nuovamente a «sparare sul quartier generale», come recitavano i Tazebao - i manifesti che avevano influenzato (e perduto) un'intera generazione di studenti cinesi. Piuttosto, chiarisce Tian Huisheng, un alto funzionario del ministero dell'Istruzione, il «sistema ideologico del socialismo con caratteristiche cinesi di Xi Jinping nella nuova era è rigoroso, logico, ricco di connotazioni ampio e profondo». In sostanza, il Xi Jinping- sixiang - il Xi-pensiero - si fonda su 14 principi che sviluppano, tra l'altro, il ruolo (totalizzante) del Partito comunista nella società, confermano la strada intrapresa sulla base di «riforme profonde», invitano all'adozione di «idee nuove e innovative per uno sviluppo sostenibile», invitano a «vivere in armonia con la natura», ribadiscono l'importanza del modello «un Paese due sistemi» per Hong Kong e Macao con l'obiettivo «irrinunciabile della riunificazione di Taiwan con la madrepatria». Il tutto, per edificare una coscienza del popolo cinese capace di «vincere» le sfide aperte sulla scena del mondo «in modo pacifico». Chissà se l'ultimo slogan rivelato da Xi a Vladimir Putin, ieri, in una lunga telefonata - «Se le scarpe si adattano è noto solo a chi le indossa» - entrerà nel canone. Il presidente si riferiva all'applicabilità universale dei modelli occidentali (la democrazia): «Su quali sistemi possano funzionare in Cina e Russia, solo i cinesi e i russi hanno il diritto di parlare», ha chiarito il leader. Immaginiamo il sorriso di Putin.

Chi era Deng Xiaoping, l’architetto della Cina contemporanea. Federico Giuliani su Inside Over il 14 agosto 2021. Deng Xiaoping, pur senza aver mai ricoperto formalmente la carica di presidente della Repubblica Popolare Cinese, è stato de facto il leader della Cina dal 1978 al 1992. In seguito alla morte di Mao Zedong (1976), Deng emerse dalle macerie della Rivoluzione Culturale, ereditando un Paese sottosviluppato, povero e squarciato da mille lotte interne. Nel giro di pochi anni, attuò una linea economica di riforma e apertura, in palese rottura rispetto al passato, che consentì al Dragone di svilupparsi gradualmente, passo dopo passo. Deng fu dunque il primo promotore del miracolo cinese, nonché il primo fautore di una certa liberalizzazione economica. Gettò inoltre le basi per il socialismo con caratteristiche cinesi e per quella che sarebbe passata alla storia come economia di mercato socialista.

Guerra e studio. Deng nacque nel 1904 a Kuangan, nella provincia del Sichuan. Non vi è certezza assoluta sulla sua data di nascita, visto che il futuro leader cinese non ha mai autorizzato una propria biografia ufficiale o fatto scrivere le sue memorie. In ogni caso, era discendente di una stirpe di antiche tradizioni e nobili origini, visto che la sua famiglia poteva contare su una discreta prosperità economica. Il giovane Deng crebbe stringendo un ottimo legame con il padre, prima della morte di quest’ultimo, decapitato nel bel mezzo di un’imboscata da alcuni banditi. Dal punto di vista dell’istruzione, imparò la calligrafia – espressione artistica coltivata tutta la vita – da un istruttore privato. Nel 1916 Deng si trasferì a Chongqing per studiare da un vecchio rivoluzionario che preparava i giovani della provincia al programma di studio-lavoro in Francia. Nel 1920 sbarcò così a Parigi, dove completò la sua formazione. Nel 1922, all’ombra della Tour Eiffel, entrò nella Lega della Gioventù Socialista e, due anni più tardi, nel Partito Comunista Cinese, all’interno del quale ricoprì il ruolo di Segretario Generale del Comitato Centrale tra il 1927 e il 1929. Effettuò in seguito un soggiorno in Russia, a Mosca, dove imparò “sul campo” il modus operandi della gestione politica dei comunisti al potere. Rientrò quindi in Cina, dove ormai poteva contare su un eccellente bagaglio ideologico tanto marxista quanto leninista. Guidò in seguito la sommossa della provincia del Guanxi contro il governo del Kuomintang, i nazionalisti che all’epoca controllavano la Cina. La rivolta fallì, e Deng si spostò nello Jiangxi. Aderì alla Lunga Marcia (1934-1935) e organizzò varie campagne militari durante la seconda guerra sino-giapponese contro i nazionalisti. Nel 1949 Deng coordinò vittoriosamente l’assalto finale contro il Kuomintang nel Sichuan. Fu così nominato sindaco e commissario politico di Chongqing. Alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, assunse il ruolo di supervisore dei problemi nella regione sud occidentale nelle vesti di primo segretario.

Gli anni del maoismo. Con la sconfitta del Kuomintang, la Cina passò in mano ai comunisti. Deng, sotto Mao Zedong, lavorò in Tibet per consolidare il potere del partito nella regione. Rientrò a Pechino nel 1952 per servire tra le fila del governo centrale. Iniziò così la scalata verso il potere. Nel 1957 divenne segretario generale del Pcc, lavorando spalla a spalla con il presidente Liu Shaoqi. Nello stesso anno coordinò la campagna anti destra, una campagna che perseguitò centinaia di migliaia tra intellettuali e dissidenti politici. Pur essendo un sostenitore di Mao, Deng iniziò presto a nutrire un certo disincanto nei confronti del Grande Timoniere, soprattutto in seguito al Grande Balzo in Avanti e alla Rivoluzione Culturale. Negli anni ’60, Mao lasciò le responsabilità più grandi nelle mani del tandem Deng-Liu, i quali attuarono riforme economiche che rafforzarono il loro prestigio tra le file del partito e tra la popolazione. Era evidente come i due stessero collaborando per attuare una linea politica diametralmente opposta rispetto alle idee radicali di Mao. La spaccatura totale si verificò quando Mao intuì che il prestigio che stava conseguendo Deng avrebbe potuto ridurlo a figura secondaria se non simbolica. Fu anche per questo, secondo alcuni storici, che il Grande Timoniere lanciò la Rivoluzione Culturale, che costrinse Deng a ritirarsi da tutte le cariche fin lì acquisite. Non solo: durante quegli anni concitati, il figlio di Deng, Pufang, fu aggredito, picchiato violentemente e gettato dalla finestra del quarto piano dell’Università di Pechino che stava frequentando. Il ragazzo non morì, ma subì un danno permanente alla colonna vertebrale che, da lì in poi, lo costrinse a una vita sulla sedia a rotelle. Deng fu addirittura inviato nello Jiangxi a svolgere mansioni da impiegato, dove assaggiò la sua prima epurazione. Quando l’allora premier Zhou Enlai si ammalò di cancro, fu scelto come suo successore. Deng rientrò in politica nel 1973 nelle vesti di primo vicepremier, salvo essere riepurato di nuovo nel 1976 su azione della cosiddetta Banda dei Quattro, la quale concorreva per ottenere il potere all’interno del Pcc, con Mao prossimo alla morte. Il futuro leader cinese perse l’appoggio del partito e perse, di nuovo, le sue funzioni.

La rinascita. Deng resuscitò dalle ceneri per una seconda volta. Nel 1976, l’allora presidente del Comitato centrale del Pcc, Hua Guofeng, fece arrestare la Banda dei quattro e, di fatto, pose fine alla Rivoluzione Culturale. Deng Xiaoping fu graziato da Hua, che gli riaffidò le cariche precedentemente detenute. Iniziò così una battaglia silenziosa tra la fazione guidata dal suddetto Hua Guofeng, fautore dell’ortodossia maoista, e quella capitanata da Deng, portatrice di innovazione economica e aperture. Alla fine prevalse la linea pragmatica di Xiaoping, che si dedicò così alla ricostruzione economica della Cina dopo il pessimo Grande Balzo in Avanti. La linea di Deng aveva ormai prevalso, e l’architetto della Cina divenne il cuore pulsante dei leader della seconda generazione del Pcc. Grazie all’istituzione delle cosiddette Zone economiche speciali, alle riforme economiche e alla graduale apertura del Paese, l’economia del Dragone crebbe in maniera impressionante. Ecco come iniziò il miracolo cinese cavalcato dai futuri presidenti della Repubblica Popolare, tra cui l’attuale Xi Jinping.

La stagione delle riforme economiche. Deng Xiaoping sposò una linea politica capace di unire due tendenze apparentemente contrapposte: il primato del Pcc nella politica e, più in generale, nella gestione dello Stato cinese e degli affari pubblici, con l’introduzione di importanti ma controllate dosi di libero mercato. La Cina iniziava così ad aprirsi agli investimenti esteri, gli stessi che le avrebbero consentito, nel giro di qualche decennio, di accumulare così tanta ricchezza da poter competere ad armi pari con gli Stati Uniti, principale potenza globale. Riassumere in poche righe l’entità delle riforme varate da Deng è impresa pressoché impossibile. È tuttavia possibile, invece, fare una sintesi dei concetti più importanti. Innanzitutto, la finalità di Deng era riassumibile nel programma delle cosiddette quattro modernizzazioni, inerenti cioè all’agricoltura, all’industria, alla scienza e tecnologia e all’apparato militare. In altre parole, l’economia socialista di mercato avrebbe dovuto dare vita a una nazione moderna e industriale, così da diffondere benessere in tutta la popolazione. Negli anni in cui era formalmente leader della Cina, Deng incontrò vari capi di Stato occidentali. Nel 1979 volò addirittura negli Stati Uniti per incontrare, alla Casa Bianca, l’allora presidente americano Jimmy Carter. Qualche anno più tardi, rimasto impressionato da quanto visto oltreoceano, Deng accelerò il processo di liberalizzazione. In ogni caso, l’ideologia cinese era e restava una: la novità, semmai, consisteva nell’integrare il marxismo con la realtà presente in Cina. Nasceva così il socialismo con caratteristiche cinesi.

L'eredità di Deng. “Arricchirsi è glorioso”. Oppure: “Non importa che il gatto sia bianco o nero. Ciò che importa è se acchiappa i topi”. Queste sono soltanto due delle frasi attribuite a Deng, principale protagonista del complesso meccanismo volto a coniugare le riforme economiche, improntate a una graduale liberalizzazione del mercato, con gli equilibri politici interni alla Cina. Deng è morto nel1997, ma le sue innovazioni hanno continuato a plasmare lo sviluppo del Paese e continueranno a farlo per molti anni a venire. Li Hao, ex segretario del partito a Shenzhen, una delle primissime zone economiche speciali volute da Deng, ha dichiarato a Xinhua che “senza Deng, la Cina avrebbe impiegato molto più tempo a camminare sulle strade delle riforme e delle aperture”. È pur vero che Xiaoping ha dato prova di essere un conservatore che non ha mai messo in discussione il monopolio del partito Comunista, soprattutto durante le proteste studentesche del 1989. Certo è che la linea di Deng ha consentito alla Cina di tornare a essere un gigante nella scena mondiale, anche se certe riforme hanno generato un evidente gap tra ricchi e poveri, tra popolazione urbana e rurale (questo divario sarà colmato soltanto molti anni più tardi), oltre che un aumento della corruzione. Impossibile, insomma, ignorare l’eredità di Deng nella Cina del XXI secolo. Nel bene e nel male.

Chi è Jiang Zemin, il successore di Deng Xiaoping. Inside Over il 17 agosto 2021. Jiang Zemin è stato il presidente della Repubblica Popolare Cinese per due mandati, dal 1993 al 2003. Nella sua lunga carriera politica ha ricoperto varie cariche rilevanti, tra cui quella di sindaco di Shanghai (1985) e segretario generale del Partito Comunista Cinese (1989). Dal punto di vista ideologico ha ideato la teoria delle Tre Rappresentanze, evoluzione diretta della costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi avanzata dal suo predecessore Deng Xiaoping. Jiang è considerato uno dei massimi artefici della nuova assimilazione dell’economia capitalistica in un sistema comunista, nonché il leader più importante della Cina dagli anni ’90 all’inizio del Duemila.

Cenni biografici. Nasce a Yangzhou nell’agosto 1926 e qui, nella provincia dello Jiangsu, trascorre gran parte della sua infanzia. Il giovane Jiang cresce sotto il dominio dell’impero giapponese, durante il quale perde suo zio Jiang Shangqing, morto combattendo gli invasori. Frequenta l’Università di Nanchino, anch’essa occupata, salvo poi trasferirsi a Shanghai. Qui si laurea presso la Jiao Tong University in ingegneria elettronica. In base alle esperienze vissute, durante gli studi matura una forte avversione nei confronti dell’imperialismo nipponico. Entra a far parte del Partito Comunista Cinese a soli 20 anni, nel 1946. Terminati gli studi, Jiang lavora in diverse fabbriche come ingegnere, prima di ricevere un’ulteriore formazione tecnica in Unione Sovietica intorno al 1955. Successivamente passa a dirigere vari istituti di ricerca tecnologica in varie parti della Cina.

Da sindaco di Shanghai a presidente della Cina. Una volta entrato nel Pcc, la scalata verso il potere di Jiang è progressiva ma decisa. Prima di indossare le vesti di presidente cinese, il successore di Deng Xiaoping riveste vari incarichi nell’amministrazione statale, salvo diventare ministro dell’Industria elettronica nel periodo compreso tra il 1983 e il 1985. Entra nel Comitato centrale del Pcc nel 1982 e dell’Ufficio politico nel 1987. Tra il 1985 e il 1987 è sindaco di Shanghai, la città vetrina della Cina proiettata verso il futuro, mentre nel 1988 e 1989 ricopre la carica di segretario del partito della medesima megalopoli. Nel 1989 critica duramente la protesta studentesca e, in quell’occasione, sostituisce Zhao Zijang come segretario generale del Pcc. A quel punto la corrente collegata a doppia mandata a Deng ottiene la strada spianata verso il potere. Nello stesso anno, Jiang è a capo della commissione militare del partito, mentre nel marzo del 1990 diviene capo della commissione militare di Stato. In seguito alla morte di Deng, è eletto presidente della Repubblica nel marzo 1993. Viene confermato come segretario generale del Pcc nel 1997. Chiaro fin da subito, Jiang sottolinea di voler portare avanti la linea inaugurata da Deng: progressiva liberalizzazione economica unita al mantenimento del predominio politico del partito.

Il consolidamento del potere. In un primo momento sembrava che Jiang Zemin dovesse ricoprire un’investitura temporanea, in attesa che profili più potenti prendessero il timone del partito e della nazione cinese. Non fu però così, visto che Jiang riuscì, sfoggiando una singolare abilità politica, a consolidare alleanze chiave (anche attraverso favori) che ne blindarono la posizione. Da questo punto di vista fu decisiva la promozione dei suoi fedelissimi di Shanghai – dove, ricordiamo, era stato sindaco e segretario di partito –  in ruoli chiave dell’amministrazione statale. Jiang è il leader per eccellenza della cosiddetta terza generazione. Tra i suoi interventi più importanti menzioniamo l’iniziativa di riduzione del controllo statale su alcune industrie cinesi e il conseguente piano di privatizzazione, oltre al tentativo di migliorare le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Jiang contribuì inoltre a rafforzare il ruolo della Cina sullo scacchiere internazionale, dove, nel 2002, ottenne l’ingresso del suo Paese nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Nello stesso anno, il leader lascia la guida del partito, sostituito da Hu Jintao, il quale gli succederà anche come presidente della Repubblica.

Le Tre Rappresentanze: il partito "si apre". In occasione dell’80esimo anniversario della fondazione del Pcc, il primo luglio 2001, Jiang Zemin pronuncia un discorso nel quale enfatizza l’ultima esigenza del partito: accanto a operai, contadini e intellettuali (definiti “la spina dorsale” del Pcc), bisogna iniziare ad accogliere elementi provenienti da altri settori della società. Costoro avrebbero ovviamente dovuto sottoscrivere lo Statuto e il Programma del partito, e soddisfare le esigenze dello stesso. In altre parole, il Pcc si stava aprendo agli imprenditori e ai nuovi gruppi sociali emergenti affermatisi nel corso del periodo delle riforme economiche. Fu così che i manager delle imprese private iniziarono a competere per ricoprire ruoli rilevanti, e fu così che si concretizzò ufficialmente la teoria delle Tre Rappresentanze avanzata da Jiang Zemin. Il partito, insomma, diventava “avanzato” ed era chiamato a rappresentare le esigenze di sviluppo delle forze di produzione più avanzata, l’orientamento della cultura più innovativa e gli interessi fondamentali del popolo cinese.

I successi di Jiang. Sotto la presidenza di Jiang Zemin, la Cina stava iniziando a godere dell’effetto delle riforme economiche decise da Deng Xiaoping. La leadership di Jiang ha dunque goduto di un periodo di ascesa senza precedenti della Repubblica Popolare, con tassi di crescita del pil a doppia cifra e altri valori alle stelle. In quegli anni il Pcc poteva vantare un tasso di gradimento altissimo tra la popolazione, e questo nonostante le autorità politiche non avessero alcuna intenzione di concedere libertà democratiche in senso occidentale.

Da un punto di vista politico, la Cina ottiene nuovamente il controllo di Hong Kong (1997) e Macao (1999), mentre nel 2000 Pechino si aggiudica le Olimpiadi che si sarebbero svolte nel 2008. Da segnalare, inoltre, l’ingresso del Dragone nel WTO e la continua crescita economica. La stessa che avrebbe consentito ai leader futuri di guidare una Cina sempre più prospera e moderna.

Chi è Hu Jintao, l’ex presidente della Cina. Federico Giuliani su Inside Over il 17 agosto 2021. Hu Jintao è stato il presidente della Repubblica Popolare Cinese dal marzo 2003 al marzo 2013. Successore di Jiang Zemin e predecessore di Xi Jinping, è con lui al timone che la Cina ha spiccato il volo in campo internazionale, tanto dal punto di vista economico che politico. Nonostante l’ascesa cinese abbia coinciso per lo più con il suo doppio mandato, Hu Jintao ha sempre evitato di finire al centro dell’attenzione, mostrando un atteggiamento sobrio e misterioso (l’esatto contrario di Xi). È stato definito il leader più importante della cosiddetta “quarta generazione” dei comunisti cinesi, composta dalla schiera dei sessantenni maturati negli anni del boom industriale.

Gli anni della formazione. Nasce nel 1942 a Taizhou, città-prefettura situata nella provincia dello Jiangsu, sulla costa orientale cinese. I suoi antenati provenivano da Jixi, dove vissero finché il nonno non si trasferì a Jiangyan, uno dei distretti di Taizhou. Hu Jintao, appertenente alla fascia povera della classe piccola borghese, è stato fin da subito uno studente talentuoso. Il padre, Hu Jingzhi, gestiva un piccolo negozio di tè, mentre la madre morì quando il piccolo Hu aveva appena sette anni. Il giovane fu quindi in gran parte allevato dalla zia. Aderì alla Lega della Gioventù Comunista, considerata essere l’ala riformatrice del Partito Comunista Cinese (Pcc) e si unì al partito ancor prima dello scoppio della Rivoluzione culturale cinese, ai tempi della frequentazione dell’Università Tsinghua di Pechino. Nella capitale, Hu ha studiato ingegneria idroelettrica e si è laureato nel 1965. Qui conosce Liu Yongqing, la ragazza che diventerà sua moglie e gli darà due bambini, un figlio e una figlia. Al termine degli studi, diventa assistente universitario per poi trasferirsi nel Gansu, per lavorare presso un impianto idroelettrico. Accanto agli impegni professionali, Hu non ha mai smesso di essere politicamente attivo, tanto da farsi strada nelle gerarchie del Ministero della Tutela dell’Acqua e dell’Energia.

La carriera politica. La gioventù di Hu coincise con la Rivoluzione culturale. Durante la campagna contro i borghesi suo padre fu espropriato del piccolo negozio di tè, salvo poi essere accusato di peculato e processato pubblicamente in piazza dalle Guardie Rosse. L’uomo fu quindi incarcerato fino al 1978, anno della liberazione. Morì di stenti a 50 anni non appena uscito di prigione. Nel 1974 Hu Jintao ricopre la carica di segretario del dipartimento dell’edilizia del Gansu. Nel giro di poco tempo, diventa vice capo dello stesso dipartimento. Nel 1981 vola a Pechino assieme alla figlia di Deng Xiaoping, Deng Nan, per seguire un corso di formazione alla Central Party School. Un anno dopo, Hu viene trasferito nella capitale e nominato alla segreteria del Comitato Centrale della Lega della Gioventù Comunista. La carriera del giovane spicca il volo nel 1985, quando diventa governatore provinciale del Guizhou, una provincia rurale e lontana dalle sedi del potere. Eppure qui, nel 1987, Hu ottiene un avviso del partito per la sua ottima e attenta gestione delle proteste studentesche avvenute nel medesimo anno. Nel 1988 è promosso a capo del Pcc nell’irrequieta regione autonoma del Tibet. Nel 1989 silenzia le proteste che scuotono la regione e riceve, ancora una volta, il plauso da parte del governo centrale di Pechino.

L'ascesa a livello nazionale. La strada è ormai spianata e Hu è pronto al grande salto. Durante il XIV Congresso Nazionale del Pcc, nel 1992, il mentore di Hu Jintao, Song Ping, lo raccomanda come possibile futuro leader della Cina. A soli 49 anni, Hu diventa così uno dei sette membri del Comitato permanente del Politburo, la crème de la crème della leadership del Partito Comunista Cinese. Nel 1993 viene confermato erede apparente di Jiang Zemin, mentre nel 1998 diventa vicepresidente della Repubblica Popolare e, nel 2002, segretario generale del Pcc. La scalata si completa con la nomina a presidente della Repubblica (2003) e presidente della Commissione militare centrale (2004). Tre sono gli aspetti principali che, tra gli altri, hanno caratterizzato la sua leadership: 1) ha inaugurato una linea tecnocratica con l’obiettivo ultimo di conservare la stabilità interna alla nazione per la prosecuzione della crescita economica; 2) al contrario di Xi Jinping non ha mai voluto stringere i muscoli per proiettare un’immagine della Cina come super potenza; e 3) in politica estera ha spinto per far passare Pechino come fautore di uno sviluppo pacifico.

Boom economico (e non solo). La presidenza Hu Jintao è stata caratterizzata da una trasformazione nazionale che non ha eguali nella storia della Cina moderna, fatto salvo il periodo delle aperture di Deng Xiaoping. Nei dieci anni in cui ha presieduto il Paese, Pechino ha subito molteplici e radicali trasformazioni. La Cina è diventata la seconda economia mondiale, ha centrato tutti gli obiettivi che il Pcc aveva fissato per il millennio (per giunta prima del previsto) e ha ospitato le storiche Olimpiadi di Beijing del 2008, evento che ha consentito al Dragone di compiere un deciso passo avanti nella modernizzazione nazionale. La guida di Hu Jintao si è scontrata con qualcosa di molto simile all’attuale pandemia di Covid-19. Nel 2003 la Cina ha infatti dovuto fare i conti con lo scoppio dell’epidemia di Sars. All’epoca, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) criticò Pechino per aver inizialmente cercato di oscurare quanto stava accadendo e aver poi reagito con lentezza. In ogni caso, Hu è riuscito a superare anche questo ostacolo.

Il contributo ideologico. Possiamo dire che, in un certo senso, Hu Jintao ha preparato il terreno per l’ascesa della Cina di Xi Jinping. Seppur definito dallo studioso Kerry Brown “sovrano silenzioso”, Hu ha dato una notevole scossa alla storia della Repubblica Popolare. Il predecessore di Xi, considerato piuttosto liberale, ha coniato le idee di società armoniosa e ascesa pacifica. Già spiegato il secondo concetto, secondo il modello della società armoniosa, i successi economici della Cina dovevano essere portati anche nelle zone rurali mediante una maggiore libertà personale (attenzione: non certo politica), più impresa privata e più sostegno da parte dello stato.

Dulcis in fundo, è importante segnalare un altro contributo ideologico dato da Hu Jintao al socialismo con caratteristiche cinesi, composto dalla Teoria di Deng Xiaoping, dal pensiero delle Tre Rappresentanze di Jiang Zeming e dal Concetto di Sviluppo Scientifico di Hu. Con questo termine, il Pcc intende dare priorità allo sviluppo, mettere al centro le persone e considerare come condizioni fondamentali di questo sviluppo i criteri di completezza, equilibrio e sostenibilità. 

Cina-Usa: la crisi del '58 e la visita del vice di Blinken a Pechino. Piccole Note il 26 luglio 2021 su Inside Over il 26 luglio 2021. Le tensioni Usa-Cina su Taiwan preoccupano tanti ambiti, anche influenti. Da qui  la pubblicazione, nel maggio scorso, da parte del New York Times di documenti segreti sulla crisi dello stretto di Formosa (come si chiamava allora Taiwan), rivelato da Daniel Ellsber, noto ex analista militare e fonte dei Pentagon Papers, scandalo del 1971 che svelò inquietanti retroscena della guerra del Vietnam. Il report del Nyt si riferisce alla crisi del ’58, successiva alla guerra di Corea (terminata cinque anni prima), quando scoppiò un conflitto tra la Cina, guidata da Mao Zedong, e Formosa, retta dalle forze nazionaliste di Chiang Kai-shek, che interessò alcune isole dello Stretto di Formosa, controllate dai nazionalisti.

I generali e il presidente. Il dossier Ellsberg rivela le inquietanti pressioni che la leadership militare degli Stati Uniti, che schierarono proprie forze a presidio di Formosa, esercitò sull’allora presidente Dwight Eisenhower perché autorizzasse attacchi nucleari sulla Repubblica Popolare Cinese. Pressioni esercitate pur mettendo in conto una reazione “atomica” dell’Urss, che secondo i generali avrebbe difeso Pechino. Una prospettiva sbagliata, secondo il Nyt, date le discrasie emergenti tra le due potenze comuniste, che l’anti-comunismo considerava un monolite. E però è significativo che la prospettiva di una reazione dell’Urss non frenasse i generali Usa, indice della follia cui erano consegnati. Ellsberg, spiega il quotidiano della Grande Mela, avrebbe fotocopiato le carte riservate sulla crisi del ’58 insieme a quelle relative alla guerra del Vietnam, tenendole nascoste finora e decidendo di renderle pubbliche solo adesso, a causa delle nuove pericolose tensioni Usa-Cina. Così il Nyt racconta il contenuto delle carte: “Anche se si immaginava, a grandi linee, che gli Stati Uniti avevano preso in considerazione l’utilizzo di armi atomiche contro la Cina nel caso in cui la crisi fosse degenerata, le pagine del dossier pubblicato da Ellsberg rivelano nuovi e sconcertanti dettagli su quanto fossero aggressivi i capi militari nel fare pressioni per ottenere l’autorità di intervenire con le armi nucleari se le forze comuniste, che avevano già iniziato ad attaccare le cosiddette isole offshore [che si trovavano nello Stretto ndr], avessero intensificato i loro attacchi”. 

“Nuclearizzare” la Cina. I documenti mostrano che la possibilità dell’utilizzo di armi nucleari è stata più reale di quanto si pensasse finora. In particolare, il dossier descrive nel dettaglio le intenzioni del generale Laurence S. Kuter, massimo comandante delle forze aeree per il Pacifico, che tentò di ottenere un mandato per lanciare un attacco nucleare sulla Cina continentale. Si sarebbe dovuto iniziare mirando alle basi aeree cinesi, salvaguardando così i civili. Sulla stessa linea il generale Nathan F. Twining, per il quale, da quanto emerge dal dossier, se i bombardamenti nucleari mirati non avessero convinto la Cina ad interrompere le operazioni belliche, si sarebbe dovuto colpire in profondità il territorio cinese, arrivando fino al nord di Shanghai. Twining non mostra nessuna esitazione: “Per difendere le isole […] si devono accettare le conseguenze”… Dopo la guerra di Corea gli Stati Uniti non erano pronti ad affrontare un altro logorante conflitto, da questa consapevolezza la pressione per utilizzare le armi nucleari: efficienti e risolutive. Il presidente Eisenhower si oppose fermamente ai generali, decidendo di affidarsi alle sole armi “convenzionali”. Come riporta The Grey Zone, nelle sue memorie Eisenhower ha ricordato con una certa amarezza come, durante quella crisi, fosse “continuamente pressato – quasi perseguitato – da Chiang [Chiang Kai-shek] da una parte e dai nostri stessi militari dall’altra, che chiedevano fosse delegata loro l’autorità di autorizzare un’azione immediata”, non solo nel caso di un attacco all’isola di Formosa, ma anche nell’ambito degli scontri riguardanti le isole dello Stretto. Si registrò, dunque, un conflitto al vertice del potere Usa, con i generali che tentarono di avocare a sé prerogative proprie del presidente, scontro che secondo Gray Zone non fu caso isolato, essendosi riproposto più volte nel corso delle guerre americane.

Il monito e la visita. Come peraltro dimostra la storia, che vide il conflitto risolversi in tempi relativamente brevi, mentre l’utilizzo delle bombe atomiche avrebbe gravato sulla storia dell’umanità per secoli. Un monito per il presente, appunto, che sembra condiviso dall’attuale amministrazione Usa, che pur continuando a brandire lo scontro con la Cina a tutti i livelli, sembra però intenzionata a tenere la criticità sotto controllo. Lo dimostra anche la visita di questi giorni del Vice-segretario di Stato Wendy Sherman a Pechino,  accompagnata da una nota del Dipartimento di Stato che spiega come il viaggio sia “parte dei continui sforzi degli Stati Uniti per mantenere un dialogo sincero per promuovere gli interessi e i valori degli Stati Uniti e per gestire responsabilmente le relazioni” con la Cina (Reuters). Visita nella quale Sherman discuterà con i suoi interlocutori dei temi che suscitano le preoccupazioni Usa, ma anche di quelli “nei quali i nostri interessi convergono”.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 23 luglio 2021. Sono stati arrestati per sedizione a Hong Kong cinque membri di un'associazione di ortofonia, disciplina medica che studia e applica tecniche rieducative per i difetti di pronuncia. L'organizzazione aveva pubblicato tre libri a fumetti per bambini, che secondo la Squadra speciale che vigila sulla sicurezza nazionale cinese esaltavano il movimento antigovernativo e «incitavano la gente, soprattutto i più piccoli, all'insurrezione e alla violenza». Titolo del primo volumetto: «I guardiani del villaggio delle pecore». Nei cartoni, le pecorelle bianche sono un'allegoria dei cittadini del fronte democratico che nel 2019 si sono scontrati con i lupi grigi che assediavano il loro villaggio (i poliziotti di Hong Kong). La seconda puntata racconta l'avventura delle pecore scese in sciopero per evitare che i lupi venuti da fuori riempissero di spazzatura le loro strade: un riferimento al personale sanitario di Hong Kong, che nel gennaio del 2020, all'inizio della pandemia, scioperò per ottenere la chiusura della frontiera con la Cina, mentre il governo voleva tenerla aperta. La trilogia si conclude con «I 12 coraggiosi del villaggio»: un gruppo di agnelli che parte in barca per sfuggire all'assedio e continuare la resistenza in esilio. Una rivisitazione a fumetti del caso di 12 attivisti hongkonghesi arrestati mentre cercavano di fuggire a Taiwan su un motoscafo. La polizia dice che gli autori dei disegni hanno cercato di «abbellire episodi di violenza, attizzando l'odio contro il governo e la giustizia di Hong Kong». I cinque «cospiratori sediziosi» sono stati arrestati ieri mattina all'alba: si tratta di due uomini e tre donne tra i 25 e i 28 anni, ha comunicato la polizia, che li ha mostrati alla stampa in manette e incappucciati, per rispetto della privacy, come vuole la procedura ereditata dall'epoca coloniale. Tra le prove di colpevolezza c'è la circostanza che i cinque ortofonisti avevano organizzato sedute di lettura pubblica per bambini tra i 5 e gli 8 anni.  «Comportamento sinistro ed estremamente malvagio», spiega il rapporto del National Security Department della polizia, concludendo che «la gente deve conoscere la verità, non deve tollerare o glorificare la violenza e non può consentire che i bambini, la prossima generazione di Hong Kong, siano istigati da informazioni false o distorte». Replica di un membro anonimo dell'organizzazione che ha prodotto i fumetti: «Ormai a Hong Kong viene criminalizzata anche la metafora, che rappresenta un classico della letteratura fin da "1984" e "La fattoria degli animali" di George Orwell». La sedizione è un reato previsto da una legge lasciata in eredità dall'Impero britannico all'ex colonia restituita alla Cina nel 1997. Ha contorni vaghi. Ma da allora non era mai stata utilizzata. Ora viene usata in alternativa alla Legge sulla sicurezza nazionale cinese introdotta nel luglio del 2020. Il risultato è lo stesso: il carcere. Se fossero nati oggi a Hong Kong, non solo George Orwell, ma anche Esopo sarebbero finiti in manette come sovversivi.

Dagotraduzione da Spy Talk il 3 luglio 2021. Secondo Nicholas Eftimiades, uno dei massimi esperti di spionaggio cinese del governo degli Stati Uniti, l’intera comunità di intelligence degli Stati Uniti, 17 agenzie in tutto, è stata infiltrata da spie. Eftimiades, ex ufficiale senior dell’intelligence della Dia ed esperto di spionaggio cinese presso la Cia e il dipartimento di Stato per oltre tre decenni, ha fatto un quadro della situazione: «Se ce ne fossero uno o due dormirei sonni tranquilli», ha detto. «Ma penso ce ne siano molti, e non solo alla Cia, ma anche altrove nel governo». Ha aggiunto: «Penso che stiamo parlando del Dipartimento di Giustizia, della comunità dell’Intelligence, delle 17 agenzie tra cui il Dni, sarei sbalordito se non ce ne fossero dozzine». Eftimiades, che è andato in pensione nel 2017, ha subito avvertito che probabilmente solo un piccolo numero - "meno di una dozzina" - ha accesso a informazioni classificate. Molti altri sono impiegati per scoprire solo "chi è chi" nell'intelligence statunitense, "e dove vivono e cose del genere". Ma Eftimiades, autore di due libri sullo spionaggio cinese, ha affermato che ci sono "migliaia in più" di talpe in altre agenzie governative statunitensi non di intelligence, nonché tra appaltatori, società, gruppi di riflessione e uffici del Congresso. «La Cina non si preoccupa tanto dei segreti» ha detto. «Si occupa di politica: cosa pensano gli Stati Uniti? Al Congresso, chi voterà per cosa rispetto alla Cina? Quali membri dello staff hanno influenza su quali membri del Congresso... Quali gruppi di riflessione vengono ascoltati al Congresso e dall'amministrazione, in modo che possano influenzare quei gruppi di riflessione. Quali istituzioni accademiche hanno quel tipo di potere e influenza?». L'ex capo del controspionaggio dell'FBI Frank Figliuzzi ha convenuto che le società statunitensi, in particolare quelle che si occupano di tecnologia avanzata e armi, sono probabilmente piene di spie cinesi. Ma ha detto che «non era pronto a concordare» con l'affermazione di Eftimiades secondo cui «ci sono dozzine di talpe del governo cinese attive all'interno delle agenzie della comunità di intelligence degli Stati Uniti». Nel 2018, il Dipartimento di Giustizia ha istituito una "Iniziativa cinese" per concentrarsi sulle operazioni di spionaggio di Pechino, in particolare sul furto di segreti tecnici e commerciali. Dal gennaio 2020, il dipartimento ha ottenuto le condanne di 54 persone accusate di spionaggio per la Cina. Eftimiades, tuttavia, afferma che l'FBI è sopraffatto dall'offensiva di spionaggio cinese.  «L'FBI fa un buon lavoro. Gli do credito», ha detto. «Fanno un buon lavoro, ma voglio dire, sono completamente superati in numeri e volumi. E soffrono: non hanno capacità linguistiche, sono molto limitate. Hanno la mano molto pesante, credo... e la Cina balla molto intorno a loro».

Da Liberoquotidiano.it l'1 luglio 2021. Nel centenario del Partito comunista cinese, davanti alla folla in Piazza Tienanmen, risuonava la voce di Xi Jinping. Il presidente, vestito non a caso come Mao (fondatore del Partito nel 1921 e della Repubblica popolare nel 1949), ha voluto lanciare un chiaro messaggio: «La Cina, una grande muraglia d’acciaio. Il popolo cinese non ha mai oppresso nessuno e ora non permetterà ad alcuna forza straniera di intimidirlo, prevaricarlo, soggiogarlo, renderlo schiavo». E ancora: «Chiunque volesse cercare di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e quattrocento milioni di cinesi». Stati Uniti e mondo intero avvisati. E non è un caso che nel giorno del centenario del Partito comunista, nel deserto del Gansu a duemila chilometri a Ovest da Pechino, sono stati scoperti i lavori per la costruzione di un centinaio di silos. Il rapporto americano spiega che quanto trovato dai satelliti avrebbe un solo fine: celare missili intercontinentali. La Cina possiede infatti tra le 250 e le 350 testate e un centinaio di missili intercontinentali basati a terra. Un arsenale modesto se comparato a quello degli Stati Uniti. Per questo le 119 nuove postazioni di lancio darebbero alla Cina qualche vantaggio in più nella Guerra fredda ingaggiata con gli Stati Uniti. Questo almeno in prima ipotesi, perché alcuni esperti del "James Martin Center for Nonproliferation Studies" di Monterey non escludono che quanto catturato dai satelliti possa essere un depistaggio. In sostanza, è l'ipotesi al vaglio, quei silos altro non sarebbero che buchi nella terra arida per simulare la presenza di missili inesistenti (o al momento inesistenti). Il motivo? Quelle postazioni renderebbero più difficile il lavoro di controllo da parte del Pentagono, aprendo un nuovo fronte di incertezza alla Casa Bianca sulla reale capacità militare della Cina.

Il Partito comunista cinese festeggia un secolo di vita. La ricetta? Crescita economica, adattabilità e repressione. Il Riformista il 29 Giugno 2021. Il primo luglio prossimo, il Partito comunista cinese celebrerà in pompa magna il centenario della fondazione con una «grande cerimonia» e con festeggiamenti, manifestazioni e rassegne che metteranno in mostra, come ha scritto il quotidiano del partito Global Times, «il corso glorioso, i grandi risultati e la preziosa esperienza del PCC negli ultimi 100 anni». Non c’è dubbio che, all’inizio del suo secondo secolo di vita, il partito ha buoni motivi per vantarsi. Nessun’altra dittatura è stata in grado di realizzare una simile metamorfosi trasformando un paese preda della carestia (com’era la Cina ai tempi di Mao Zedong) nella seconda economia del mondo, le cui tecnologie e le cui infrastrutture all’avanguardia fanno vergognare le strade dissestate e le ferrovie americane (e, ovviamente, anche quelle di casa nostra). Grazie al pugno di ferro, alla flessibilità ideologica e alla disponibilità a condividere i frutti della modernizzazione, i comunisti cinesi sono diventati i despoti di maggior successo al mondo. Naturalmente, in vista delle celebrazioni, stanno arrivando in grande quantità indagini retrospettive e vaticini. L’Economist, che ha dedicato la copertina di questa settimana ad uno speciale sul Partito comunista cinese intitolato «Power and Paranoia», scrive che tra gli ingredienti fondamentali della ricetta segreta del partito ci sono «l’elasticità ideologica» (che ha permesso una svolta radicale dalla linea intransigente di Mao Zedong alla strategia paziente dei leader successivi) e, oggi in modo particolare, la sollecita e risoluta (e potenziata dalla tecnologia) repressione del dissenso. Insomma, la violenza, l’adattabilità ideologica e la crescita economica condivisa hanno mantenuto il Partito comunista cinese al potere. Ma quanto può restare ancora in sella? La rivista inglese scrive che anche se agli estranei il partito appare monolitico, in realtà «soffre di settarismo, slealtà e lassismo ideologico… Il momento di maggiore instabilità sarà probabilmente la successione» dopo il presidente Xi Jinping. «Nessuno sa chi verrà dopo Xi, né quali regole governeranno la transizione. Quando, nel 2018, ha abolito i limiti al mandato presidenziale, ha annunciato che vuole rimanere aggrappato al potere a tempo indeterminato. Ma questo potrebbe rendere solo più instabile il passaggio di potere finale. Sebbene le insidie per il partito non portino necessariamente quel governo illuminato che bramano gli amanti della libertà, prima o poi anche questa dinastia cinese finirà», osserva impassibile l’Economist. Inoltre, nonostante la rapida ascesa della Cina negli ultimi decenni, le analisi esterne evidenziano le nubi che si addensano all’orizzonte. Anche Foreign Affairs, l’autorevole rivista statunitense che si occupa di relazioni internazionali, dedica il suo ultimo numero al futuro della Cina e si chiede se possa «continuare a crescere» («Can China Keep Rising?»). Jude Blanchette scrive che proprio l’ambizioso presidente Xi Jinping potrebbe rivelarsi un ostacolo al successo futuro del paese, dato che abbandonando la strategia misurata e concentrata sul fonte interno dei suoi predecessori, si è assunto parecchi rischi. La Cina ha moltiplicato la sua quota del Pil globale diverse volte dal 1990, ma Dabiel H. Rosen e Matthew Boswell, nello stesso numero, sostengono che la crescita dell’economia cinese potrebbe aver raggiunto un limite invalicabile stante l’attuale modello regolato fortemente dallo Stato e che la liberalizzazione necessaria ad una ulteriore espansione potrebbe comportare parecchi problemi. Nel numero in edicola di Washington Quarterly, anche Scott Rozelle e Matthew Boswell scrivono, infatti, che la Cina ha per le mani un problema economico molto serio: centinaia di milioni di cinesi delle regioni rurali (che costituiscono circa il 7% dell’umanità) sono alle prese con la sottoccupazione, la mancanza di istruzione e scarsissime possibilità di partecipare o di contribuire al boom che interessa la classe media del paese. Il problema – ritengono – potrebbe essere così intricato da impedire alla Cina di entrare nei ranghi dei paesi ad alto reddito in tempi brevi.

Insomma, sebbene il partito continui a stupire politici e studiosi con il suo crescente illiberalismo accompagnato da una incessante capacità di adattamento e di tenuta, e contini a sfidare tutte le aspettative (di chi ritiene una maggiore moderazione o il collasso inevitabili), in molti vedono arrivare la tempesta. La serie di tensioni e di contraddizioni accumulate nel modo in cui Xi governa il paese, stanno creando dilemmi ai quadri e ai politici cinesi impegnati nello sforzo per risolvere le enormi sfide (economiche, sociali e politiche) che la Cina deve ancora affrontare. Resta il fatto che le celebrazioni del 4 di luglio in America e del centenario del Partito comunista cinese non faranno che intensificare la «guerra delle narrazioni» in corso tra le due potenze. Per gli Stati Uniti, il 4 luglio sarà l’occasione per celebrare la vittoria sulla pandemia, la rinascita delle alleanze e il rinnovato impegno nella leadership globale. Per la Cina, il primo luglio segna i cento anni al potere di un partito che governa uno dei miracoli economici più spettacolari della storia. «Washington rinnoverà la fiducia nei suoi valori democratici, Pechino festeggerà le realizzazione del suo modello economico e di governo», ha scritto Lucio Blanco Pitlo III sul South China Morning Post. Ma, aggiunge il ricercatore, per l’Asia sudorientale, la guerra delle narrazioni rappresenta il fossato sempre più ampio che divide due partner fondamentali per la regione e richiede «more astute hedging». Richiede, in altre parole, di pararsi, in modo più accorto, il sedere.

I cento anni del Partito comunista cinese: il gattopardo che cambia tutto per non cambiare affatto. Nato in un sottoscala a Shangai nel luglio del 1921, ha mutato pelle mille volte per mantenere il potere, fino a diventare il nuovo Impero. Tra repressione, ferocia e svolte economiche. E si prepara alla sfida finale contro gli Stati Uniti. Federica Bianchi su L'Espresso il 29 giugno 2021. Non è il partito comunista più longevo al mondo. Non ancora almeno. Ma è di gran lunga il più efficace. Il partito comunista cinese compie questo luglio un secolo di vita. Di strada ne ha fatta tanta dalla stanzetta del sottoscala di Shanghai in cui è stato fondato nel 1921 sulle rovine della secolare dinastia cinese. Talmente tanta che di quella struttura di potere è oggi riuscito a ricrearne i meccanismi di comando in chiave moderna e, nel farlo, a trasformare Pechino in una potenza mondiale che nessuno può permettersi di ignorare. Il Partito comunista cinese è diventato il nuovo Impero. E il dittatore Xi Jinping ne è il volto più potente e spietato, determinato a riportare il Paese “al centro (del mondo)”, traduzione letterale di Cina in cinese. A Pechino nessuno ha dubbi su fatto che questo sarà il secolo cinese così come il Novecento era stato americano e l'Ottocento europeo, ci fosse stata allora la nozione d'Europa. Ogni cento anni cambia la potenza mondiale, aveva detto Henry Kissinger, e il Partito aveva preso nota. Oggi, convinto che l'Occidente sia in un declino inesorabile, presenta il modello economico e politico su cui ha strutturato la sua società come quello che riporrà in un cassetto il capitalismo e la democrazia, considerati orpelli del passato alla stregua del comunismo sovietico. Non è chiaro ancora se Pechino nei prossimi anni riuscirà davvero a strappare lo scettro a Washington, distruggendo l'attuale ordine mondiale e rimpiazzandolo con l'ordine del suo Partito-Stato. Molte cose dovranno ancora cambiare, incluso il ruolo della moneta nazionale, a cui è impedito di fluttuare liberamente e diventare davvero un'alternativa al dollaro. Ma intanto, in questi cento anni, il Partito è riuscito a rimanere saldamente al potere e a trasformare una realtà rurale in un'economia digitale. Lo ha fatto secondo la logica gattopardiana del cambiare tutto perché nulla cambi. Un Gattopardo col volto del Dragone. Abilissimo e feroce. Per mantenere la presa sul potere e la sua permanenza nel tempo il Partito ha saputo sia adattarsi sapientemente ai nuovi tempi e alle loro esigenze, tenendo ben saldo in testa l'unico obiettivo, la cresciuta economica, sia adoperare la forza senza remora o pentimento alcuno, per eliminare qualsiasi minaccia al suo potere assoluto. Il primo grande momento di svolta è stato quello in cui il presidente cinese Deng Xiaoping decise nel 1978 di abbracciare la dinamica capitalista dell'economia (ma non l'ideologia che vi stava dietro) per traghettare la Cina fuori dalla melma della povertà. «Non importa che sia bianco o nero, l'importante è che un gatto acchiappi i topi», divenne la giustificazione ideologica del cambio di paradigma per acquisire quella spinta economica che alla fine degli anni Settanta la Cina comunista da sola non avrebbe mai generato. Aprendosi agli investimenti e alla tecnologia straniera oltre che agli investimenti privati, Pechino abbandonò il modello perdente dell'Unione sovietica senza mai rinnegare le proprie fondamenta socialiste. Il grosso dell'economia rimaneva saldamente nelle mani delle imprese di Stato ma importando, e a volte copiando senza scrupoli, tecniche manageriali e tecnologie sviluppate in Occidente, Pechino recuperava decenni di sviluppo economico in pochi anni. Un modello di successo ribattezzato col termine “socialismo con caratteristiche cinesi”. Cambiare il significato alle parole perché nulla cambi davvero. Con la crescita economica delle grandi città e l'apertura agli stranieri e al loro modo di pensare, crebbe internamente anche la domanda di maggiore libertà individuale. Economica e di pensiero. Ed è lì che il Partito mostrò il volto feroce e il 4 giugno del 1989, soppresse nel sangue qualunque tipo di rivendicazione economica degli operai o politica degli studenti. Divenne chiaro allora che l'apertura cinese fosse strumentale solo allo sviluppo economico. I diritti rimanevano quelli che il Partito concedeva, subordinando le esigenze popolari alla propria sopravvivenza. Gli anni Novanta furono forse i più tumultuosi e redditizi della recente Storia cinese. Quelli in cui manciate di contadini intelligenti e furbi, capaci di individuare tanto le opportunità quanto i limiti, costruirono fortune immense, sfruttando le autostrade economiche aperte dai leader. Erano gli anni in cui i nuovi ricchi cinesi indossavano i vestiti con la targhetta sulla manica per far vedere che potevano permettersi un abito europeo o che scambiavano la bici con l'automobile per entrare di corsa nel nuovo Millennio. Gli anni in cui l'Occidente poteva ancora permettersi di guardare alla Cina e alle sue usanze antiche con un misto di compassione e paternalismo. Gli anni in cui milioni di cinesi cominciarono a sfuggire alla povertà. La Cina, diventata culla manifatturiera del mondo, agli occhi esterni, sembrava sulla buona strada per entrare nell'ordine mondiale costituito e fare suo l'ordine liberale americano. Queste furono le basi con cui nel 2001 fu ammessa nell'Organizzazione mondiale del commercio con termini a lei estremamente favorevoli. D'altronde la crescita economica mondiale sembrava essere sfuggita alla logica del “somma zero": più cresceva la Cina, più crescevano le economie di chi con la Cina aveva intessuto strette relazioni commerciali, in Asia, ma anche in Europa, basta chiedere a Francia e Germania che già nel 2002 erano i Paesi europei con i maggiori investimenti esteri in Cina. Ma tra il 2002 e il 2006, a quindici anni dalla strage di Tiananamen, cominciarono a diffondersi le ong in soccorso di chi rimaneva tagliato fuori dal progresso economico consentito dal Partito: i migranti sfruttati nelle città, chi perdeva casa e campo in nome della crescente urbanizzazione, chi moriva di un cancro causato dalle nuove industrie o chi chiedeva maggiore trasparenza nelle modalità di accaparramento delle ricchezze. La distanza tra ricchi e poveri aveva preso a superare quella della capitalista America. Le ingiustizie si moltiplicavano ma politici locali e poliziotti corrotti non muovevano un dito. Uno dopo l'altro, giovani avvocati, dottori, dissidenti, premi Nobel sparirono nelle prigioni cinesi. Di loro non è più rimasta traccia. Quelle voci che lottavano per una società non solo più ricca ma anche più giusta oggi sono mute. Il Partito aveva dato loro spazio per un quinquennio nella misura in cui avevano aiutato l'opinione pubblica a sostenere la causa nazionale della costruzione di un futuro migliore. Quando hanno rischiato di trasformarsi in fonte di instabilità sono state spente senza incertezza. Ancora una volta il volto feroce del Gattopardo. Poco dopo, nel 2008, toccò al Tibet, la cui rivolta contro la propria diluizione etnica fu ancora una volta soppressa nel sangue. Esattamente quattro mesi prima di quelle Olimpiadi che consacrarono la Cina nuova protagonista dell'economia mondiale. Un decennio dopo lo stesso schema fu applicato agli uiguri, la minoranza islamica. Tra la repressione tibetana e quella Uigura è cambiato il leader cinese ma non la logica di governo. Semmai Xi Jinping, considerato oggi il presidente comunista più feroce dopo Mao, ha velocizzato repressioni e cambiamenti, cercando di eliminare sul nascere le minacce. Dalla democrazia di Hong Kong allo strapotere dei giganti informatici come Alibaba e Tencent, cruciali per un futuro da superpotenza ma destabilizzanti se non sottomessi alla politica. La sua velocità di reazione era stata chiara fin da quando, appena salito al potere, aveva fatto fuori il governatore Bo Xilai, che, riportando in auge la vecchia retorica comunista, aveva trovato ampio consenso popolare a scapito del pensiero unico del Partito. Peccato capitale. «Non ci sarà una Nuova Cina senza il Partito comunista cinese», ripete il governo. Ma i prossimi anni non saranno facili. Dopo anni di grande cautela, il Partito con Xi ha deciso di giocarsi il tutto per tutto e sfidare apertamente l'ordine liberale stabilito dagli Usa, definiti «potenza in declino» da Pechino. Ora dovrà dimostrare di essere davvero pronto a prenderne il posto. Esportando il proprio modello di economia illiberale e continuando a creare prosperità per la Cina senza mettere a repentaglio quella del resto del mondo. Una sfida tutta in salita. Tanto più che gli Usa non sono convinti di essere su una parabola discendente e hanno già preso a dar battaglia. Non è detto che al Partito per continuare a sopravvivere basterà soltanto l’ennesima “gattopardata”.

Così Xi Jinping controlla i colossi del web in Cina e impone la sovranità digitale. Simone Pieranni su L'Espresso il 3 giugno 2021. Multe ai giganti della Rete, obbligo di fornire scuse pubbliche, indagini sui personaggi troppo potenti, nuove norme anti trust. La strategia del Partito comunista per tenere a bada i nuovi giganti. Colpirne uno per educarne una trentina, intanto. A inizio aprile l’autorità cinese di regolamentazione del mercato delle piattaforme ha punito con una multa di quasi tre miliardi di dollari il gigante tecnologico Alibaba. La causa della sanzione risiederebbe nel comportamento monopolistico dell’azienda ed è legittimata dalle «nuove linee guida per le piattaforme», la legge anti trust cinese, in vigore dall’inizio di febbraio 2021. Alibaba è accusata di impedire ai commercianti che vendono prodotti sui siti di e-commerce della società, di accedere ad altre piattaforme. La multa, però, era chiaramente un avvertimento: pochi giorni dopo, 34 aziende tecnologiche cinesi sono state convocate dalle autorità per ricevere un ulteriore avviso, ovvero provvedere a dotarsi di organi interni per verificare eventuali comportamenti non conformi alle nuove norme anti monopolistiche. In pratica, è stato chiesto di autodenunciarsi. Poi, per rendere ancora più chiaro il messaggio, sono state aperte altre inchieste, proprio qualche settimana fa: una su Meituan, colosso del delivery, una su Tencent, l’azienda proprietaria della super app WeChat, e una sul fondatore di Alibaba, Jack Ma, a proposito della velocità con la quale il tycoon cinese ha provveduto a preparare la quotazione di Ant Financial alla borsa di Hong Kong, prima di essere bloccata dal Partito, per volere - pare - dello stesso numero uno Xi Jinping. Qualcun altro, invece, aveva fiutato l’aria e ha fatto in fretta e furia le valigie, come Huang Zheng, presidente di Pinduoduo - una delle piattaforme di consegna del cibo di maggior successo in Cina - che a fine marzo ha annunciato le sue dimissioni, creando stupore in tutto il mondo tecnologico cinese. Con il senno di poi, in molti gli riconosceranno una grande prontezza di riflessi. Nel resoconto ufficiale dell’incontro tra autorità e le 34 aziende convocate, erano state specificate alcune richieste con il consueto utilizzo dei numeri tanto cari ai cinesi: dopo «i quattro vecchiumi», i «tre anti», «le tre rappresentatività», che hanno attraversato la storia cinese, le aziende tecnologiche cinesi nel 2021 sono obbligate a seguire le «cinque prevenzioni» e le «cinque garanzie», mentre il governo si impegna ad applicare i «due obiettivi incrollabili»: garantire la concorrenza e la crescita del mercato delle piattaforme. Siamo di fronte alla prova plastica di quanto il socialismo di mercato, l’espressione che secondo Pechino condensa il proprio modello, non sia assolutamente una contraddizione per i cinesi. Il Partito controlla il mercato, lo indirizza attraverso la regolamentazione del rapporto tra privati e aziende di Stato, fa crescere e garantisce il successo delle società private, ma è sempre pronto a chiedere il conto di tutti i favori. È esattamente quanto sta accadendo con le piattaforme. Nel balletto di multe, ammonimenti, minacce, rientrano infatti alcuni elementi salienti del «modello cinese» per come lo abbiamo conosciuto e per come pare delinearsi nel futuro. Alibaba, Tencent e le altre devono il loro successo alla capacità del Partito comunista di mettere in pratica il concetto di «sovranità digitale». Nei primi anni Duemila, quando il Pcc si è trovato di fronte alla vastità della rete e alla sua quasi intrinseca assenza di limiti, di confini fisici e territoriali, la leadership ha traslato il concetto di sovranità al mondo digitale cominciando a diffondere un nuovo mantra, la «sovranità digitale» (“wangluo zhuquan”). Questo significa che Pechino concepisce la rete nel proprio territorio come fosse il territorio stesso. In questo senso il Pcc realizza alcuni obiettivi: tenere fuori le ingerenze straniere sgradite, esercitare un forte controllo sulle comunicazioni online, mantenere la propria potestà giudiziaria come si trattasse di un territorio fisico, da cui discende la considerazione dello spazio virtuale come prosecuzione o in ogni caso come qualcosa di connesso con la realtà. La definizione più esaustiva di cosa la Cina intenda con questo concetto, si ritrova nel documento del 2017 intitolato “International strategy on cooperation in cyberspace” dove si legge che, «i paesi dovrebbero rispettare il diritto degli altri di scegliere il proprio sviluppo e modello di regolamentazione e delle politiche pubbliche di Internet, e partecipare alla governance internazionale del cyberspazio su un piano di parità». Tra le prerogative di questo concetto c’è anche quello di escludere dal mercato interno le aziende che rischierebbero di bloccare l’innovazione nazionale. Se Facebook, per fare un esempio, non fosse stato tenuto fuori dal mercato cinese, probabilmente oggi Alibaba e Tencent non sarebbero quello che sono. Solo che a un certo punto il peso delle piattaforme è diventato eccessivo anche per il Pcc, tanto più che il business di queste società si è allargato - e non di poco - rispetto all’inizio della loro storia imprenditoriale. Alibaba oggi nei fatti è anche una banca, perché gestisce ed elargisce prestiti e pagamenti online e ha numerose partecipazioni nei mezzi di informazione (possiede, ad esempio, il 100 per cento del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post e partecipa in Weibo, la cosa più simile a Twitter che esista in Cina). Le piattaforme sono diventate troppo potenti in un mondo nel quale c’è un’unica autorità stabilita. E il Pcc non è solo un partito che controlla una nazione, ma è una specie di holding totale che in modo paternalistico si prende cura della popolazione, comprese le sue esigenze economiche. L’operazione contro le piattaforme è un esempio perfetto di come funzionino le cose in Cina: da un lato il Pcc vuole impedire che queste aziende abbiano un eccessivo potere, specie nel controllo e nella gestione dei Big Data che raccolgono spesso in modo non proprio legale; dall’altro vuole entrare in business particolarmente lucrativi come quello dei pagamenti online, il cui 93 per cento del mercato è controllato da Alibaba e Tencent. La Banca centrale cinese ha ormai lanciato da tempo lo yuan digitale (dopo diverse fasi di sperimentazione, l’utilizzo della moneta virtuale è già realtà in diverse città) il cui scopo è proprio quello di consentire pagamenti online sotto la tutela delle istituzioni finanziarie nazionali (oltre a ribadire l’intenzione di internazionalizzare la propria valuta e alla volontà di inserire all’interno del circuito finanziario chi non ha un conto in banca): in pratica Alibaba e Tencent sono considerati concorrenti dello Stato. C’è poi un ultimo aspetto da non sottovalutare: il Pcc ha da sempre molta attenzione al sentimento della propria popolazione. In un momento delicato come è quello attuale, tra scontro con gli Usa e pandemia, nonostante la Cina sia uscita dall’epidemia per prima e la sua economia abbia dato ampi segnali di crescita, il Partito non poteva non registrare un crescente malessere da parte di molti cittadini nei confronti delle piattaforme. La nuova legge anti trust e quella sulla privacy - molto simile a quella europea - hanno dato il via a numerose cause contro le grandi aziende, accusate di comportamenti monopolistici e di raccogliere in modo illegale i Big Data. Intervenendo contro le piattaforme, il Pcc può così rivendersi l’azione come un provvedimento teso a tutelare la società civile e a redistribuire, attraverso le multe, la ricchezza accumulata dai big tech cinesi. Non a caso nei giorni più caldi dello scontro contro Alibaba e Jack Ma in particolare, il presidente Xi Jinping si è fatto riprendere in visita al museo di Zhang Jian, imprenditore e filantropo vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, specificando che «gli imprenditori eccezionali devono avere un forte senso di missione e responsabilità per la nazione e allineare lo sviluppo della loro impresa con la prosperità della nazione e la felicità delle persone». Il messaggio era chiaro: è Zhang Jian a rappresentare l’esempio di imprenditore ideale per il Partito comunista. Dopo aver superato gli esami della dinastia Qing (l’ultima a regnare in Cina) per diventare un funzionario, con il sostegno dello Stato Zhang fondò quello che oggi potremmo definire un consorzio tessile di successo e svariate altre imprese per poi redistribuire la sua ricchezza attraverso enti di beneficenza, scuole, biblioteche, orfanotrofi, case per i poveri, perfino lampioni elettrici e il primo museo in stile occidentale della Cina nella città di Nantong, che fiorì grazie alle attività di benefattore di Zhang. Sarà un caso ma dopo i rimproveri e le non proprio velate minacce, tutte le aziende convocate dalle autorità hanno pubblicato dei comunicati di scuse, con la promessa di fare di più per rispettare le nuove leggi nazionali. E dopo la visita di Xi al museo di Zhang, Jack Ma, sparito per mesi, si era rifatto vivo in una conferenza online con una scuola situata in una zona rurale, promettendo sostegno e aiuti per le regioni del paese più indietro da un punto di vista economico. E non è bastato, perché al momento su di lui c’è un’indagine che non promette bene. Le campagne giudiziarie di Xi Jinping sono state portate avanti senza pietà forti dello slogan «colpiremo sia le tigri sia le mosche»: milioni di mosche sono finite sotto inchiesta, migliaia sono state arrestate. E i momenti più salienti di questi repulisti sono seguiti quasi sempre all’arresto di qualche tigre.

In Cina e Asia – Xinjiang: dagli Usa nuove restrizioni contro le aziende cinesi. Alessandra Colarizi il 25 Giugno 2021 su china-files.com.  

I titoli di oggi:

-Xinjiang: Gli Usa introducono nuove restrizioni contro le aziende cinese

-Covid: spariti campioni di test da una banca dati internazionali

-La Cina ricorre ai chip di seconda mano

-La propaganda cinese celebra la rivoluzione comunista. Ma si scorda le donne

Xinjiang: Gli Usa introducono nuove restrizioni contro le aziende cinese. Gli Stati uniti non potranno più rifornirsi dall’azienda cinese Hoshine Silicon Industry Co, uno dei principali esportatori di polisilicio, un materiale fondamentale per la produzione di pannelli solari.  L’amministrazione Biden ha affermato che il divieto di importazione – emesso ieri dalle autorità doganali – riguarderà anche i prodotti realizzati all’estero con polisilicio di Hoshine, che ha sede nello Xinjiang.  “I nostri obiettivi ambientali non saranno raggiunti sulle spalle degli esseri umani in un ambiente di lavoro forzato”, ha spiegato in conferenza stampa il segretario alla Sicurezza interna Alejandro Mayorkas, “estirperemo il lavoro forzato ovunque esista”. La Cina produce la metà del polisilicio reperibile a livello mondiale. Il ban è arrivato contestualmente all’inclusione di cinque entità cinesi – compresa Hoshine – nella lista nera del Commercio. L’accusa è sempre quella di sfruttare le minoranze etniche nella linea di produzione.    Xinjiang Production and Construction Corps (XPCC), Xinjiang Daqo New Energy Co; Xinjiang East Hope Nonferrous Metals Co, e Xinjiang GCL New Energy Material Co non potranno più importare “commodities, software e tecnologia” dagli Stati uniti. Con le nuove misure Washington rimanda ancora una volta il minacciato divieto totale sull’import di prodotti xinjianesi. Ma proprio ieri il Senato ha approvato una bozza di legge che – se ultimata – bandirà tutte le merci provenienti dalla regione autonoma cinese, a meno che le aziende non siano in grado di provare che non sia stato utilizzato il lavoro forzato nel processo produttivo. Mentre l’attenzione del governo americano è concentrata sulle transazioni commerciali, secondo il SCMP, negli ultimi anni i principali fondi comuni di investimento americano hanno investito massicciamente in aziende statali con base in Xinjiang e ufficialmente coinvolte nella lotta alla povertà attraverso dubbi piani di reclutamento della popolazione locale che includono la “rieducazione ideologica”. Intanto il dipartimento di Stato ha manifestato preoccupazione per le pressioni a cui sono sottoposte le organizzazioni incaricate di effettuare valutazioni sull’integrità etica della supply chain in Cina. [fonte Reuters, SCMP Axios]

Covid: spariti campioni di test da una banca dati internazionali. Gli scienziati cinesi hanno cancellato dati cruciali sui primi casi di Covid-19 con l’obiettivo di oscurare la verità sulle origini della pandemia. Lo ha dichiarato ieri l’agenzia americana National Institutes of Health confermando le indiscrezioni diffuse da il virologo statunitense Jesse Bloom del Centro di ricerca sul cancro Fred Hutchinson di Seattle. Decine di campioni di test sono stati eliminati da una banca dati internazionali usata per tracciare l’evoluzione dell’epidemia. I documenti, secondo Bloom, avrebbero potuto fornire informazioni cruciali sull’origine del virus e sulla sua circolazione.  La sparizione dei dati non convalida necessariamente la teoria della fuga da laboratorio. Tuttavia, sembra avvalorare quanto suggerito da recenti studi: ovvero che la diffusione della malattia in Cina precede i primi casi individuati a Wuhan. La scoperta riaccende le polemiche sulla scarsa trasparenza mantenuta dal governo cinese. Un punto su cui pare far luce una recente inchiesta del Washington Post, secondo cui all’interno dell’Istituto di virologia di Wuhan sarebbero stati condotti progetti e dibattiti coperti dal segreto di Stato cinese. Un tale livello di segretezza, sottolinea il quotidiano, può contribuire a spiegare come mai le indagini sull’origine del Covid-19 abbiano fatto così poca strada. [fonte FT, Wapo]

La Cina ricorre ai chip di seconda mano. Chip di seconda mano. Per ovviare alla carenza di semiconduttori, sono sempre di più le aziende cinesi a rifornirsi di circuiti integrati di seconda mano o difettosi, ma ancora utilizzabili normalmente. Un esperto intervistato dal Global Times spiega che alcuni paesi stranieri hanno requisiti più severi sui dispositivi elettronici che impongono la sostituzione dei chip dopo tre cinque anni, anche se funzionano ancora bene. Questi chip di scarto vengono importati in Cina come rifiuti elettronici e rimossi e rivenduti, mentre i chip difettosi finiscono direttamente nei mercati. Secondo l ‘Economic Observer il mercato dei chip di seconda mano – quasi inesistente fino al 2019 – è stato travolto dall’aumento della domanda, tanto che ormai il prezzo dei chip usati è quasi lo stesso di quelli nuovi. Fino a poco tempo fa era la metà. Secondo gli insider, potrebbe trattarsi di un fenomeno passeggero. Ma gli analisti americani confermano che le restrizioni sull’export introdotte da Trump e confermate da Biden stanno mettendo in difficoltà anche colossi come Taiwan Semiconductor Manufacturing Co (TSMC), United Microelectronics Corporation e SMIC: “un lungo processo di controllo” rende quasi impossibile importare nella Cina continentale macchinari per la produzione di chip da 22 nm e 28 nm, quelli meno avanzati ma necessari pertenere in vita molti settori, compreso l’automotive. [fonte GT, SCMP]

La propaganda cinese celebra la rivoluzione comunista. Ma si scorda le donne. Da giorni i media cinesi non fanno che accompagnare il countdown verso il centenario del partito con aneddoti storici sulle gesta degli eroi comunisti. Sixth Tone, pubblicazione della municipalità di Shanghai, si chiede che fine abbiano fatto le donne. L’esempio più eclatante è la serie tv in 32 episodi “The Age of Awakening” che racconta le gesta di personaggi storici come lo scrittore Lu Xun e i fondatori del Pcc Chen Duxiu e Li Dazhao, mentre le figure femminili rimangono sullo sfondo, ricoprendo un ruolo meramente ornamentale. Così l’educatrice femminista Ge Jianhao, pur avendo coltivato le proprie aspirazioni rivoluzionarie in Francia, viene rappresentata come una dimessa signora avanti con l’età, mentre Gao Junman è semplicemente la moglie di Chen Duxiu, sebbene abbia preso parte in prima persona alle attività rivoluzionarie del marito, compresa la fondazione della rivista d’avanguardia Gioventù Nuova. L’autore attribuisce l’incuranza al fatto che, come per la maggior parte delle pellicole patriottiche, a dirigere la produzione di “The Age of Awakening” sia stato un uomo. In Cina non mancano registe di talento, ma sono perlopiù ingaggiate nella rappresentazione di trame rosa e storie famigliari. [fonte Sixth Tone]

Cecilia Attanasio Ghezzi per "la Stampa" il 18 giugno 2021. Lo scontro frontale con Pechino non paga mai. All' alba ad Hong Kong, 500 poliziotti hanno fatto irruzione nella redazione dell'Apple Daily e nelle case di alcuni dei suoi più rinomati giornalisti e dirigenti. In cinque, tra cui il direttore Ryan Law, sono stati arrestati con l'accusa di essere collusi con potenze straniere e di aver pubblicato più di trenta articoli che trasgrediscono la legge sulla sicurezza nazionale. Inoltre sono stati confiscati quasi due milioni di euro di alcune aziende affiliate al giornale. Il titolo della holding Next Digital, quotato in borsa, è stato sospeso. E oggi sono in molti a chiedersi se l'Apple Daily sia destinato a chiudere definitivamente. Il raid non era inatteso. C' è stato addirittura un precedente, ad agosto scorso. Poi il suo fondatore Jimmy Lai è stato condannato a 14 mesi di prigione e i suoi beni, incluso il 71 per cento della sua azienda editoriale Next Media, confiscati. Allora lettori e attivisti hanno trasformato l'acquisto e la lettura di un giornale in gesto di ribellione. Per le strade venivano lasciate mazzette di Apple Daily in lettura, con tanto di scontrino che ne certificava il regolare acquisto. La foto di un ragazzo che legge quel quotidiano seduto su una panchina di una stazione che viene accerchiato dalla polizia è diventata un'icona. Ma è purtroppo evidente che i lettori, per quanto fantasiosi, non hanno le forze per confrontarsi con la potenza dalla Repubblica popolare cinese. Lo sanno loro, e lo sanno i giornalisti. E infatti, da quando il fondatore è finito in prigione, la redazione non ha mai smesso di chiedere al direttore come si sarebbe dovuta comportare nel caso in cui anche lui venisse arrestato. «Fate giornalismo», ha sempre risposto Law. «Sarà una storiona!». Ed è questo il punto in cui siamo. Quando ieri mattina gli agenti hanno fatto irruzione e hanno dichiarato la sede del giornale «scena del crimine», la redazione non si è fatta intimidire: documentare cosa stava accadendo e diffonderlo in diretta sui canali social è stato un gioco da ragazzi. Persino quando la polizia li ha costretti a uscire dall' edificio, hanno continuato a filmare la scena con una telecamera istallata sul tetto del palazzo. Chi ha avuto confiscato il computer ha scritto articoli dal proprio cellulare. E nonostante la giornata, il quotidiano è stato chiuso, anzi. Manderà in stampa 500mila copie invece che le solite 90mila. Ma certo, come sottolinea il braccio destro di Jimmy Lai, Mark Simon, sarà difficile mantenere uno staff di circa 700 persone con buona parte dei conti aziendali bloccati. Dalla sua fondazione nel 1995, l'Apple Daily è sempre stato un giornale scandalistico dove, oltre al gossip e alla cronaca sensazionalistica, si potevano trovare importanti inchieste su malaffare e corruzione governativa. Solo negli ultimi anni ha appoggiato il movimento pro-democrazia tanto da diventarne un simbolo. La polizia, spesso condannata sulle sue pagine, lo accusa di seminare odio, i media continentali ne chiedono la chiusura, ma il suo patron, che per tutta la vita ha combattuto la leadership comunista ed è un convinto trumpiano, crede di essere dalla parte giusta della storia e insiste nella sua linea. Ma di essere dalla parte giusta della storia lo crede anche Pechino che festeggia i suoi primi astronauti sulla nuova stazione spaziale e si prepara a celebrare con gran fanfara il centenario del Partito comunista. E nell' orchestra della propaganda cinese qualsiasi media che stona deve essere armonizzato. Così finisce la libertà di stampa. Anche ad Hong Kong.

Michele Serra per “Repubblica” il 18 giugno 2021. Ma se uno si sente, per formazione, cultura, valori, decisamente occidentale, deve dichiarare guerra alla Cina? E se uno invece è affascinato dall'Oriente, e preferisce il cinema cinese ai film con Bruce Willis, deve uscire dalla Nato? Lo chiedo perché si leggono e si sentono cose, in questi ultimi giorni, che paiono sortire dai bauli della Guerra Fredda quella vera, quella della crisi di Cuba, di Gladio e del Kgb, dei golpe orchestrati qui e là dalla Cia e del libretto di Mao ostentato in corteo come la reliquia del santo nelle processioni. Ma come, non eravamo entrati nel glorioso Evo postideologico? Ci sono dichiarazioni politiche, articoli di giornale e tweet (i modernissimi social!) che hanno la freschezza - anche lessicale - di una mummia. Come se il mondo fosse ancora diviso in due blocchi, che prima si chiamavano capitalismo e comunismo, oggi si chiamano Occidente e non Occidente. Nel secondo insieme, un po' per praticità, un po' per fare in fretta, ci si ficca dentro un poco di tutto, dall'Ottomano con la scimitarra a Putin con il polonio, dal comunismo cinese con le tasche piene a quello cubano con le tasche vuote. Poi basta un'occhiata appena meno distratta per scoprire, per esempio, che la scimitarra di Erdogan è un'arma della Nato, e quel fulgido esempio di democrazia che sono i governi ungherese e polacco fanno parte dell'Unione Europea. Che i sauditi sono solidi alleati economici e politici del famoso Occidente, così sensibile ai diritti. Per dire che, se davvero sono diritti civili e democrazia a fare la differenza, non è così semplice dividere il mappamondo in due tirando una riga con il pennarello.

Hong Kong risponde alla retata di giornalisti: le copie di Apple Daily vanno a ruba. Il Dubbio il 18 giugno 2021. Oltre agli arresti per sospetta violazione della legge sulla sicurezza nazionale, ieri, la polizia ha anche congelato asset per 18milioni di dollari di Hong Kong (2,3 milioni di dollari). E la città ha risposto prendendo d'assalto le edicole. Code fin dall’alba alle edicole di Hong Kong per comprare il tabloid Apple Daily, dopo l’arresto di cinque dirigenti del giornale fondato dal magnate dei media Jimmy Lai, di orientamento pro-democrazia. Il tabloid, che ha aumentato la tiratura a 500 mila copie – contro le 80 mila di ieri – è andato subito a ruba: molte edicole hanno visto esaurirsi già dalle prime ore del mattino le copie a loro disposizione e sono rimaste in attesa di altre da vendere nel corso della giornata. È la seconda volta in meno di un anno che la sede del giornale viene perquisita dagli agenti: oltre agli arresti per sospetta violazione della legge sulla sicurezza nazionale, ieri, la polizia ha anche congelato asset per 18milioni di dollari di Hong Kong (2,3 milioni di dollari). Sotto accusa ci sono circa trenta articoli pubblicati dal tabloid in cui si chiedono sanzioni a Hong Kong e alla Cina per la repressione delle libertà e delle autonomie nella città: poche ore dopo il blitz delle forze dell’ordine, ila testata aveva pubblicato un messaggio ai lettori nel quale parlava di libertà di stampa «appesa a un filo» a Hong Kong, e prometteva di resistere «a testa alta». Le code dei cittadini di Hong Kong – secondo quanto riferito dall’emittente pubblica di Hong Kong Rthk – si sono formate soprattutto attorno alle edicole, piuttosto che ai convenience store, dopo che era circolata su Facebook la voce che il giornale avrebbe potuto non usufruire dei ricavi provenienti dalle vendite nelle catene di piccoli supermercati per il congelamento degli asset. In particolare, sono il direttore del tabloid, Ryan Law Wai-kwong, e l’amministratore delegato del quotidiano, Cheung Kim-hung, i due dirigenti della testata incriminati per collusione con forze straniere, uno dei reati introdotti dalla legge sulla sicurezza nazionale imposta lo scorso anno da Pechino. La legge prevede pene fino all’ergastolo per i reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere. I loro nomi sono confermati dallo stesso Apple Daily che cita la polizia, laddove il comunicato delle forze dell’ordine aveva menzionato solo due dirigenti del tabloid di 47 e 59 anni. I due dirigenti dovranno comparire in aula al tribunale di West Kowloon nella mattina di domani. Gli altri tre arrestati nel blitz di ieri alla sede del giornale sono invece trattenuti per ulteriori indagini.

Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il "Corriere della Sera" il 14 giugno 2021. Che la Cina sia la più grande fabbrica di contraffazione al mondo è noto a tutti, ma come inganna i consumatori e a quali rischi li espone lo sanno in pochi. Grazie a uno studio in esclusiva della Banca dati antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e a un’analisi degli interventi della Guardia di Finanza nella lotta alla contraffazione possiamo vedere di quali prodotti si tratta e come funziona l’inganno. Il primo dato mostra che di tutti i prodotti falsi, vietati o pericolosi che entrano nel nostro Paese, la metà provengono dalla Repubblica cinese: 79 milioni di pezzi sequestrati negli ultimi tre anni.

Falso e contraffazione. Dal 2018 all’aprile 2021 solo l’Agenzia delle Dogane ha sequestrato in ingresso complessivamente 81,4 milioni di articoli illegali, di questi 36,5 milioni sono cinesi. Il reato più comune è la contraffazione. Ai varchi doganali sono stati intercettati 2,5 milioni di articoli di falso made in Italy e altrettanti contraffatti: giocattoli, carte da gioco, articoli per le feste, automobiline, bambole e peluche che violano principalmente i marchi Mattel, Walt Disney, Little Pony, Barbie, Hello Kitty. Mentre nel 2020, l’anno della pandemia, il 68% della merce bloccata perché falsa ha riguardato accessori personali ovvero borse, occhiali da sole, bigiotteria, orologi marcati Rolex, Patek Philippe, Bulgari che spesso poi entrano nel circuito legale corrompendo la catena di distribuzione. Il 17% sono calzature, il 10% abbigliamento, il 2% cellulari e loro parti, l’1% giocattoli, il resto apparecchi elettronici, come le casse audio per l’auto.

Frode in commercio. I prodotti spacciati per altro sono 14 milioni: dalla pasta concentrata di pomodoro venduta come conserva, all’olio di oliva venduto come extravergine dopo aver aggiunto conservanti e coloranti. E le note mascherine. Va detto che fra tutte le dogane europee, quella italiana è l’unica ad avere il laboratorio che accerta e certifica le caratteristiche organolettiche dell’olio d’oliva e gli aromi del tabacco, e l’unico laboratorio accreditato per la verifica dei requisiti delle mascherine generiche, chirurgiche, dpi. Motivo per cui questa merce viene spesso spedita attraverso altre dogane europee e arriva poi sul nostro territorio via terra.

Contrabbando e prodotti pericolosi. Farmaci non ammessi e sequestrati: 54.000, principalmente medicinali per la disfunzione erettile. Sigarette di contrabbando: 9,5 milioni. Poi ci sono articoli importati con documenti che dichiarano materiali diversi da quelli che sono in realtà per evitare i dazi, come le bici elettriche. Sotto la voce «prodotti che non rispettano le regole di sicurezza», ossia pericolosi, troviamo 17,6 milioni di pezzi fra elettrodomestici, parti di ricambio delle automobili, stufe elettriche con false certificazioni Ue, ma soprattutto articoli che contengono sostanze tossiche. Abiti, calzature e giocattoli.

Giocattoli tossici. Nel caso dei giocattoli l’allarme è particolarmente forte perché spesso fabbricati con prodotti chimici dannosi per la salute: sono stati trovati giochi con ftalati (aggiunti alle materie plastiche per migliorarne la flessibilità e la modellabilità). Negli articoli destinati all’infanzia non dovrebbero avere concentrazioni superiori allo 0,1% perché i bambini li masticano e li succhiano, e queste sostanze possono provocare lesioni al fegato e ai reni, anomalie del sistema riproduttivo, come l’atrofia testicolare e la riduzione della produzione spermatica. È stata trovata presenza di cromo (utilizzato per smalti e vernici), molto tossico se ingerito e irritante per gli occhi, la pelle e per le mucose; di cadmio, contenuto in macchinine metalliche, giochi in plastica o legno verniciati, bigiotteria per bambine e che a contatto con la saliva si scioglie e può venire ingerito causando nausea, vomito, diarrea ed effetti dannosi sui reni. Negli ultimi tre anni i giocattoli pericolosi fabbricati in Cina e sequestrati in ingresso in Italia sono stati oltre 560 mila (per un valore di mercato stimato di oltre 2 milioni e 700 mila euro). Il 30% di bambolotti prodotti e commercializzati nella Repubblica cinese contiene dosi massicce di metalli pesanti, che rischiano di danneggiare gravemente la salute dei più piccoli; e una parte arrivano anche in Italia. Poi ci sono i giochi non adatti all’età dei bambini a cui sono destinati, per la presenza di piccole parti che si staccano e possono essere ingoiati e provocare asfissia.

Come arrivano in Italia. Nonostante i grandi quantitativi, in termini economici di mercato quello che arriva illegalmente dalla Cina pesa 50,3 milioni di euro, su un totale delle importazioni illecite intercettate di 133,9 milioni. Un valore basso proprio perché la Repubblica cinese è specializzata in esportazione illegale di prodotti a basso prezzo. La merce viaggia insieme a quella regolare tramite navi container, voli cargo, oppure attraversando i confini terrestri dopo lo sdoganamento in altri Paesi dell’Unione dove i controlli sono meno rigidi. Le ispezioni scattano al momento dell’attraversamento del varco doganale e sono eseguite in base ad algoritmi, oppure a seguito di informazioni acquisite in tempo reale da un sistema informativo condiviso da tutti gli Stati dell’Unione Europea. I principali parametri considerati sono: importatore, ditta produttrice, vettore, qualità e tipo di merce. Si tratta di una attività che ritarda tutta la logistica, per questo viene mediamente controllato solo il 6% della merce importata attraverso verifiche documentali, poco meno dell’1% con l’apertura dei pacchi nei container, e lo 0,5% passa sotto lo scanner. Per aggirare le diverse procedure di controllo, i prodotti spesso circolano separati negli imballaggi o senza etichette, che vengono apposte in Italia dopo lo sdoganamento e prima della commercializzazione. Una volta entrata nel territorio nazionale, una parte della merce viene smerciata direttamente sulle bancarelle, perché prive di controllo, ma una grande quantità finisce in esercizi commerciali, grandi catene di distribuzione e negozi online.

I sequestri della Guardia di Finanza. L’attività di controllo sul territorio è svolta soprattutto dalla Guardia di Finanza che, sempre negli ultimi tre anni, ha sequestrato altri 42,5 milioni di prodotti contraffatti di cui 29,5 milioni di giocattoli, 6,4 milioni di prodotti elettronici, 3,3 milioni di capi di abbigliamento e accessori di moda. Il 65,5% è stato intercettato all’interno dei depositi, oltre il 25,5% in fase di commercio e il restante 9% durante il trasporto. Tuttavia sul mercato arriva comunque una quantità indefinibile di prodotti contraffatti, spesso pericolosi, o diversi da quel che ci aspettiamo al momento dell’acquisto. Basti pensare che su 100 prodotti importati legalmente in Italia 8 provengono dalla Cina, mentre su 100 importati illegalmente 44 sono cinesi. Un fenomeno le cui dimensioni sono esponenziali e difficilmente calcolabili e che danneggia tutta l’economia legale: dai produttori ai commercianti onesti. Anche noi consumatori giochiamo un ruolo in questa partita poiché, in ultima istanza, sono le nostre scelte ad avere il potere di alimentare o affossare questo mercato. In che modo? Prima di tutto guardando le indicazioni in etichetta. Il marchio CE deve essere quello della «Comunità Europea», mentre spesso viene mascherato da un altro molto simile che sta ad indicare «China Export». L’etichetta deve avere la traduzione in italiano: fondamentale per i giocattoli, ma vale anche per gli elettrodomestici. Bisogna poi seguire le regole di buon senso, quelle che contrastano gli imbroglioni qualunque sia la nazionalità: un prezzo troppo basso nasconde quasi sempre una fregatura.

Guido Santevecchi per il "Corriere della sera" l'8 giugno 2021. Si chiama «tangping»: è il nuovo manifesto nel quale si riconosce quella parte della gioventù cinese che si sente schiacciata da una società sempre più competitiva, dove contano solo la carriera e il potere d' acquisto. «Tangping» significa «stare sdraiati» ed è diventato sinonimo di rifiuto della rincorsa del successo, del denaro, del consumismo. Una forma di resistenza passiva al materialismo sfrenato. L' espressione ha preso piede da aprile, quando un millennial anonimo ha descritto su un forum online il suo stile di vita degli ultimi due anni. «Ho rinunciato ad avere un impiego fisso, lavoro solo pochi mesi, quello che basta per avere lo stretto necessario. Poi sto saggiamente disteso, faccio buone letture, non voglio comprare niente che non sia indispensabile. In Cina non abbiamo mai avuto una corrente ideologica che esalti la soggettività dell'essere umano, siamo in piena involuzione, così ho deciso di fare "tangping"». Il giovane deve aver studiato, perché ha citato nel suo ragionamento il filosofo greco Diogene, famoso per aver scelto di vivere in una botte e descritto così da Plutarco nelle Vite parallele: «Il re in persona (Alessandro Magno) andò a cercarlo e lo trovò disteso al sole... gli chiese se avesse bisogno di qualcosa e Diogene rispose: "Sì, spostati che mi togli il sole"». Il giovane cinese ha aggiunto al post una foto che lo mostra felicemente disteso sul letto di giorno. L' hashtag #Tangping ha cominciato a correre sul web mandarino. Si è creato un forum di discussione sul tema con commenti di questo tenore: «Inviare il proprio curriculum per trovare lavoro è come mettere un messaggio in bottiglia e affidarlo all' oceano»; «chi ha detto che ogni bravo cinese deve impegnarsi per accrescere la produttività, avere successo, acquistare un'auto, fare un mutuo per la casa, sposarsi e avere dei figli?»; «sì, rilassiamoci e sdraiamoci tutti per un po'». I social network hanno cominciato a popolarsi di meme con gatti e cani allungati supini su letti e divani. La diffusione del tormentone «tangping» è stata notata dalle autorità, che si sono preoccupate. Anzitutto perché ogni aggregazione intorno a un pensiero non ispirato dal Partito è vista con sospetto a Pechino. E poi, i pianificatori dell'economia statale temono che i tangpingisti diano il cattivo esempio alle masse giovanili, togliendo slancio patriottico al «Sogno cinese» di Xi Jinping, che non si stanca di ordinare ai cinesi di moltiplicare gli sforzi per produrre di più e consumare di più «per costruire una società prospera». Si inquadra in questa visione anche la nuova legge che permette alle coppie sposate di avere tre figli: i bambini crescendo diventano lavoratori e consumatori. Risposta via web di un ribelle del «tangping»: «Noi tutti pensiamo a sdraiarci e loro vorrebbero spingerci a riprodurci, non capiscono proprio». La stampa di Pechino ha cominciato a scrivere che «è una vergogna sentire ragionamenti rinunciatari e disfattisti nella nostra società socialista». Sono stati intervistati esperti come il professor Li Fengliang della prestigiosa Università Tsinghua che ha sottolineato come «stare sdraiati» sia un concetto irresponsabile, contrario all' etica socialista che permette all' economia di svilupparsi. Si è schierata anche la Lega della gioventù comunista, che in tono severo ha ricordato come «migliaia di giovani medici e infermieri si sono battuti senza risparmio per fermare il coronavirus: non si sono sdraiati supini, loro». Dopo questo pronunciamento ufficiale si è mossa la censura, che ha oscurato l'hashtag #Tangping e bloccato i forum che ne discutevano esaltando la tendenza come forma di resistenza a un sistema che vuole tutti uguali.

Cancellata la memoria di Tienanmen, sit-in vietato anche a Hong Kong. Nessuna commemorazione della strage per “ragioni sanitarie”. Il pretesto della pandemia per coprire l’imbarazzo del regime. Il ricordo solo sui social ma mascherato. Cinque anni di carcere per chi trasgredisce. Amélie Baasner su L'Espresso il 4 giugno 2021. Per la seconda volta, la Cina ha vietato a Hong Kong la commemorazione della strage del 4 giugno 1989. Il pretesto: la pandemia. Un argomento poco credibile. I numeri del contagio nella zona speciale sono bassissimi. Secondo le fonti del Guardian e del Wall Street Journal, la popolazione di Hong Kong può esprimere la propria solidarietà solo sui social e attraverso slogan allusivi come il popolare “Don’t forget to remember” (Non dimenticare di ricordare). Ogni raduno pubblico invece verrà punito con 5 anni di incarcerazione. La strage di Tienanmen del 1989 a Pechino, durante la quale migliaia di persone hanno perso la vita, è probabilmente la vicenda più importante della storia contemporanea cinese. Ogni tentativo di ricordare quanto è accaduto quel 4 giugno viene rigorosamente represso dal ben oliato apparato censorio della Repubblica Popolare Cinese. Persino online tale sistema riesce a bloccare simboli ed emoticon che possano essere utilizzati in riferimento al massacro di Piazza Tienanmen. Negli ultimi anni, nonostante le politiche liberiste di apertura su altri fronti, la Cina ha esteso e intensificato le maglie della censura anche nei territori di Macao e Hong Kong, dove la commemorazione del tragico evento è stata possibile fino al 2019. La veglia delle candele presso il Victoria Park di Hong Kong è un evento commemorativo importante, legato al movimento democratico e all’atto collettivo dell’esercizio politico della memoria. Dal 2020 Carrie Lam, capo del governo della regione speciale di Hong Kong, sta rigorosamente applicando la legge sulla sicurezza nazionale, già prevista nella costituzione di Hong Kong del 1997, anno in cui l’ex colonia britannica è stata ufficialmente consegnata alla Cina. Tale legge, secondo Amnesty International, è pericolosamente vaga perché qualsiasi cosa che contrasti o contraddica il potere assoluto del governo di Pechino può essere considerata una diretta minaccia alla sicurezza. Semplici manifestanti a Hong Kong possono facilmente essere considerati golpisti. La legge permette a Pechino di reprimere qualsiasi attività sovversiva, di perquisire gli appartamenti dei liberi cittadini e di arrestare chiunque sia sospettato di essere un soggetto pericoloso per la sicurezza pubblica del Paese. Contrariamente a quanto è accaduto nel 2020, quando migliaia di persone si sono opposte al divieto di partecipare alle veglie commemorative al Victoria Park, gli attivisti del fronte democratico di Hong Kong stretti attorno a Joshua Wong, Lee Cheuk Yan e Alberto Ho - ormai incarcerati - hanno dichiarato che quest’anno non ci saranno raduni o veglie. L’avvocata di 37 anni Chow Hang-tung, vice-preside dell’alleanza democratica, è stata arrestata stamattina. Aveva dichiarato di volersi recare a Victoria Park per motivi personali. Già domenica scorsa la polizia di Hong Kong ha arrestato Alexandra Wong, una sessantenne che stava commemorando Tienanmen da sola. La cancellazione della veglia commemorativa fa soltanto parte di un’influenza crescente di Pechino che incute paura, anche perché Pechino sta agendo di fronte al mondo intero senza timore di ripercussioni a livello internazionale.  L’ultimo grande attacco di Pechino è stata la riforma del diritto di voto, in vigore da marzo di quest’anno. Pechino controlla la scelta dei candidati che possono essere eletti. L’opposizione politica viene così circoscritta e, al Parlamento, sono eletti soltanto candidati vicino a governo cinese di Pechino. In tal modo Hong Kong non perde solamente la stima internazionale che ha mantenuto negli anni, ma rischia di diventare una città cinese come le altre, un territorio economicamente importante controllato da Pechino con il pugno di ferro.

Così Xi Jinping controlla i colossi del web in Cina e impone la sovranità digitale. Simone Pieranni su L'Espresso il 3 giugno 2021. Multe ai giganti della Rete, obbligo di fornire scuse pubbliche, indagini sui personaggi troppo potenti, nuove norme anti trust. La strategia del Partito comunista per tenere a bada i nuovi giganti. Colpirne uno per educarne una trentina, intanto. A inizio aprile l’autorità cinese di regolamentazione del mercato delle piattaforme ha punito con una multa di quasi tre miliardi di dollari il gigante tecnologico Alibaba. La causa della sanzione risiederebbe nel comportamento monopolistico dell’azienda ed è legittimata dalle «nuove linee guida per le piattaforme», la legge anti trust cinese, in vigore dall’inizio di febbraio 2021. Alibaba è accusata di impedire ai commercianti che vendono prodotti sui siti di e-commerce della società, di accedere ad altre piattaforme. La multa, però, era chiaramente un avvertimento: pochi giorni dopo, 34 aziende tecnologiche cinesi sono state convocate dalle autorità per ricevere un ulteriore avviso, ovvero provvedere a dotarsi di organi interni per verificare eventuali comportamenti non conformi alle nuove norme anti monopolistiche. In pratica, è stato chiesto di autodenunciarsi. Poi, per rendere ancora più chiaro il messaggio, sono state aperte altre inchieste, proprio qualche settimana fa: una su Meituan, colosso del delivery, una su Tencent, l’azienda proprietaria della super app WeChat, e una sul fondatore di Alibaba, Jack Ma, a proposito della velocità con la quale il tycoon cinese ha provveduto a preparare la quotazione di Ant Financial alla borsa di Hong Kong, prima di essere bloccata dal Partito, per volere - pare - dello stesso numero uno Xi Jinping. Qualcun altro, invece, aveva fiutato l’aria e ha fatto in fretta e furia le valigie, come Huang Zheng, presidente di Pinduoduo - una delle piattaforme di consegna del cibo di maggior successo in Cina - che a fine marzo ha annunciato le sue dimissioni, creando stupore in tutto il mondo tecnologico cinese. Con il senno di poi, in molti gli riconosceranno una grande prontezza di riflessi. Nel resoconto ufficiale dell’incontro tra autorità e le 34 aziende convocate, erano state specificate alcune richieste con il consueto utilizzo dei numeri tanto cari ai cinesi: dopo «i quattro vecchiumi», i «tre anti», «le tre rappresentatività», che hanno attraversato la storia cinese, le aziende tecnologiche cinesi nel 2021 sono obbligate a seguire le «cinque prevenzioni» e le «cinque garanzie», mentre il governo si impegna ad applicare i «due obiettivi incrollabili»: garantire la concorrenza e la crescita del mercato delle piattaforme. Siamo di fronte alla prova plastica di quanto il socialismo di mercato, l’espressione che secondo Pechino condensa il proprio modello, non sia assolutamente una contraddizione per i cinesi. Il Partito controlla il mercato, lo indirizza attraverso la regolamentazione del rapporto tra privati e aziende di Stato, fa crescere e garantisce il successo delle società private, ma è sempre pronto a chiedere il conto di tutti i favori. È esattamente quanto sta accadendo con le piattaforme. Nel balletto di multe, ammonimenti, minacce, rientrano infatti alcuni elementi salienti del «modello cinese» per come lo abbiamo conosciuto e per come pare delinearsi nel futuro. Alibaba, Tencent e le altre devono il loro successo alla capacità del Partito comunista di mettere in pratica il concetto di «sovranità digitale». Nei primi anni Duemila, quando il Pcc si è trovato di fronte alla vastità della rete e alla sua quasi intrinseca assenza di limiti, di confini fisici e territoriali, la leadership ha traslato il concetto di sovranità al mondo digitale cominciando a diffondere un nuovo mantra, la «sovranità digitale» (“wangluo zhuquan”). Questo significa che Pechino concepisce la rete nel proprio territorio come fosse il territorio stesso. In questo senso il Pcc realizza alcuni obiettivi: tenere fuori le ingerenze straniere sgradite, esercitare un forte controllo sulle comunicazioni online, mantenere la propria potestà giudiziaria come si trattasse di un territorio fisico, da cui discende la considerazione dello spazio virtuale come prosecuzione o in ogni caso come qualcosa di connesso con la realtà. La definizione più esaustiva di cosa la Cina intenda con questo concetto, si ritrova nel documento del 2017 intitolato “International strategy on cooperation in cyberspace” dove si legge che, «i paesi dovrebbero rispettare il diritto degli altri di scegliere il proprio sviluppo e modello di regolamentazione e delle politiche pubbliche di Internet, e partecipare alla governance internazionale del cyberspazio su un piano di parità». Tra le prerogative di questo concetto c’è anche quello di escludere dal mercato interno le aziende che rischierebbero di bloccare l’innovazione nazionale. Se Facebook, per fare un esempio, non fosse stato tenuto fuori dal mercato cinese, probabilmente oggi Alibaba e Tencent non sarebbero quello che sono. Solo che a un certo punto il peso delle piattaforme è diventato eccessivo anche per il Pcc, tanto più che il business di queste società si è allargato - e non di poco - rispetto all’inizio della loro storia imprenditoriale. Alibaba oggi nei fatti è anche una banca, perché gestisce ed elargisce prestiti e pagamenti online e ha numerose partecipazioni nei mezzi di informazione (possiede, ad esempio, il 100 per cento del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post e partecipa in Weibo, la cosa più simile a Twitter che esista in Cina). Le piattaforme sono diventate troppo potenti in un mondo nel quale c’è un’unica autorità stabilita. E il Pcc non è solo un partito che controlla una nazione, ma è una specie di holding totale che in modo paternalistico si prende cura della popolazione, comprese le sue esigenze economiche. L’operazione contro le piattaforme è un esempio perfetto di come funzionino le cose in Cina: da un lato il Pcc vuole impedire che queste aziende abbiano un eccessivo potere, specie nel controllo e nella gestione dei Big Data che raccolgono spesso in modo non proprio legale; dall’altro vuole entrare in business particolarmente lucrativi come quello dei pagamenti online, il cui 93 per cento del mercato è controllato da Alibaba e Tencent. La Banca centrale cinese ha ormai lanciato da tempo lo yuan digitale (dopo diverse fasi di sperimentazione, l’utilizzo della moneta virtuale è già realtà in diverse città) il cui scopo è proprio quello di consentire pagamenti online sotto la tutela delle istituzioni finanziarie nazionali (oltre a ribadire l’intenzione di internazionalizzare la propria valuta e alla volontà di inserire all’interno del circuito finanziario chi non ha un conto in banca): in pratica Alibaba e Tencent sono considerati concorrenti dello Stato. C’è poi un ultimo aspetto da non sottovalutare: il Pcc ha da sempre molta attenzione al sentimento della propria popolazione. In un momento delicato come è quello attuale, tra scontro con gli Usa e pandemia, nonostante la Cina sia uscita dall’epidemia per prima e la sua economia abbia dato ampi segnali di crescita, il Partito non poteva non registrare un crescente malessere da parte di molti cittadini nei confronti delle piattaforme. La nuova legge anti trust e quella sulla privacy - molto simile a quella europea - hanno dato il via a numerose cause contro le grandi aziende, accusate di comportamenti monopolistici e di raccogliere in modo illegale i Big Data. Intervenendo contro le piattaforme, il Pcc può così rivendersi l’azione come un provvedimento teso a tutelare la società civile e a redistribuire, attraverso le multe, la ricchezza accumulata dai big tech cinesi. Non a caso nei giorni più caldi dello scontro contro Alibaba e Jack Ma in particolare, il presidente Xi Jinping si è fatto riprendere in visita al museo di Zhang Jian, imprenditore e filantropo vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, specificando che «gli imprenditori eccezionali devono avere un forte senso di missione e responsabilità per la nazione e allineare lo sviluppo della loro impresa con la prosperità della nazione e la felicità delle persone». Il messaggio era chiaro: è Zhang Jian a rappresentare l’esempio di imprenditore ideale per il Partito comunista. Dopo aver superato gli esami della dinastia Qing (l’ultima a regnare in Cina) per diventare un funzionario, con il sostegno dello Stato Zhang fondò quello che oggi potremmo definire un consorzio tessile di successo e svariate altre imprese per poi redistribuire la sua ricchezza attraverso enti di beneficenza, scuole, biblioteche, orfanotrofi, case per i poveri, perfino lampioni elettrici e il primo museo in stile occidentale della Cina nella città di Nantong, che fiorì grazie alle attività di benefattore di Zhang. Sarà un caso ma dopo i rimproveri e le non proprio velate minacce, tutte le aziende convocate dalle autorità hanno pubblicato dei comunicati di scuse, con la promessa di fare di più per rispettare le nuove leggi nazionali. E dopo la visita di Xi al museo di Zhang, Jack Ma, sparito per mesi, si era rifatto vivo in una conferenza online con una scuola situata in una zona rurale, promettendo sostegno e aiuti per le regioni del paese più indietro da un punto di vista economico. E non è bastato, perché al momento su di lui c’è un’indagine che non promette bene. Le campagne giudiziarie di Xi Jinping sono state portate avanti senza pietà forti dello slogan «colpiremo sia le tigri sia le mosche»: milioni di mosche sono finite sotto inchiesta, migliaia sono state arrestate. E i momenti più salienti di questi repulisti sono seguiti quasi sempre all’arresto di qualche tigre.

Guido Santevecchi per "corriere.it" l'1 giugno 2021. La Cina cambia ancora la pianificazione familiare. Il Politburo del Partito comunista ha deciso che ogni coppia potrà avere fino a tre figli «per migliorare la struttura della popolazione». L’annuncio arriva poche settimane dopo la pubblicazione dei dati del censimento tenuto nel 2020 che hanno rilevato un nuovo calo nelle nascite: l’anno scorso sono stati registrati circa 12 milioni di neonati, un calo del 18% rispetto ai 14,6 milioni del 2019. Il «tasso di fertilità», il numero medio di figli per ogni donna, è caduto a 1,3 e quel livello indica la contrazione progressiva della popolazione. I cinesi sono 1,41 miliardi, ma di questo passo nel 2100 si ridurrebbero a un miliardo. Si è aperto uno scenario di diminuzione della forza lavoro, di aumento della popolazione anziana da sostenere, di sistema sanitario e pensionistico. Ecco il significato della nuova politica dei tre figli: un tentativo di riportare il tasso di fertilità a quota 2,1 per mantenere stabile la popolazione.

Come nacque la politica del figlio unico. Nel 1979 Pechino aveva imposto la legge del figlio unico: allora le famiglie cinesi avevano in media quattro figli e il peso di quelle bocche da sfamare rischiava di bloccare la grande rincorsa che ha portato la Repubblica popolare a diventare la seconda economia del pianeta. Nei villaggi di campagna comparvero striscioni con la scritta rossa: «Allevate più maiali e fate meno figli».

I milioni di aborti, e di sterilizzazioni. Nel 2015 la Commissione sanitaria nazionale pubblicò questi dati: in 36 anni i medici statali avevano praticato 336 milioni di aborti e sterilizzato 196 milioni di uomini e donne, oltre ad avere impiantato 403 milioni di spirali intrauterine. I pianificatori dell’economia in quel 2015 scoprirono un nuovo rischio: la Cina rischiava di «invecchiare prima di diventare ricca».

Il fallimento della politica del secondo figlio (e il rischio per la nuova svolta). Dall’1 gennaio del 2016 fu consentito il secondo figlio. Ma non c’è stato baby boom. Le nascite hanno continuato a calare. Un tratto di penna sulla norma del figlio unico non ha invertito la tendenza, anche la «libertà» di avere un terzo bimbo non riempirà le culle, a meno che il governo non metta in campo una politica di sostegno sociale. Le coppie cinesi ormai si limitano a un bambino, molte non si permettono neanche quello. Le motivazioni sociali indicate dagli esperti di Pechino sono simili a quelle che annotiamo in Occidente: conciliare lavoro e famiglia è difficile; in molte coppie giovani il matrimonio e la possibilità di avere figli vengono visti come un ostacolo alla carriera; esodo dalle campagne che erano il grande bacino di figli (braccia per la terra e sicurezza di sostegno per i genitori quando fossero invecchiati); costo di case e istruzione in continua ascesa. L’agenzia Xinhua ha lanciato un sondaggio volante online sulla nuova apertura: #SieteProntiperilterzoFiglio? Sulle prime 31 mila risposte, 29 mila sono state negative. Dopo pochi minuti l’agenzia statale ha pensato bene di eliminare il sondaggio. Oggi in Cina la fascia di popolazione oltre i 65 anni rappresenta il 13,5% del totale, rispetto all’8,9% del 2010; entro il 2040 il 30% circa dei cinesi saranno ultrasessantenni. La popolazione in età lavorativa (tra i 15 e i 59 anni) è calata al 63% nel 2020, dal 70% del 2010. Per continuare ad alimentare le catene di montaggio sarà necessario alzare l’età della pensione, che ora nell’industria è fissata a 60 anni per gli uomini e tra i 50 e i 55 per le donne. E per mantenere un bacino di consumatori che alimentino il mercato interno, il Partito chiede alle donne di dare più figli alla patria.

John Cena è l’ultimo vip a scusarsi con la Cina. Aveva definito Taiwan “uno Stato”. Luca Sebastiani su L'Espresso il 26 maggio 2021. L’ex combattente e attore di Fast and Furios è solo l’ultimo caso. Perché il mercato asiatico è diventato troppo importante, come insegnano i casi italiani di Hunziker e Dolce&Gabbana. 对不起. O per dirlo con il nostro alfabeto “Duìbùqì”, cioè “scusa” in cinese. Un’espressione che negli ultimi anni sembra essere particolarmente in voga anche tra chi cinese non è. L’ultimo è John Cena, noto ex-wrestler americano ora nelle vesti di attore, che sulla piattaforma cinese Sina Weibo ha inviato un messaggio pentito ai suoi sostenitori orientali. A inizio maggio, John Cena, impegnato nella promozione di “Fast and Furious 9”, aveva infatti lasciato un’intervista su un’emittente di Taiwan, definendo l’isola «il primo paese che vedrà il film». Uno smacco intollerabile per Pechino, che vede Taiwan come una propria provincia e non riconosce la sua indipendenza.  La Cina, in compenso, rappresenta un vastissimo mercato per il cinema. Il nuovo capitolo della saga Fast and Furious è uscito nelle scorse settimane nel paese del Dragone, facendo registrare un boom di biglietti venduti e un guadagno di circa 130 milioni di dollari. Dopo la sua frase su Taiwan sono piovute critiche asprissime e John Cena, per paura di censure o limitazioni, ci ha tenuto a scusarsi con i suoi fan con un video in cui sfoggia una invidiabile padronanza del mandarino: «Sono molto dispiaciuto per il mio errore». D’altronde al portafogli non si comanda. Una mossa che per Pechino si è trasformata in un ritorno d’immagine notevole: uno dei personaggi dello sport, e adesso del cinema, più conosciuti negli Stati Uniti che si cosparge il capo di cenere davanti alla Cina. In un’epoca in cui la sfida tra queste due grandi potenze domina il contesto internazionale si può mettere a referto come punto a favore per Xi Jinping. Non a caso è intervenuto l’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo, che su Twitter ha descritto il gesto come «un inchino al Partito Comunista Cinese». Il ministro degli Esteri di Taiwan ha invece preferito non rispondere. Ma quello di John Cena, come detto, è solo il più recente caso emerso. Anche l’Italia, suo malgrado, è stata coinvolta in questi episodi in cui vip ammettono di aver commesso sbagli, strafalcioni o “cantonate”. Ad aprile era scoppiata la vicenda con Gerry Scotti e Michelle Hunziker, che su Striscia la Notizia hanno lanciato un servizio riguardante la Cina mimando gli occhi a mandorla e usando una “pronuncia” cinesizzata. Caos, critiche e disapprovazioni hanno preceduto le scuse della presentatrice su Instagram, che si è detta dispiaciuta di aver offeso involontariamente le persone e le comunità cinesi. Una vicissitudine cavalcata anche dalla pagina Diet Prada, famosa per le sue battaglie sui diritti nel mondo della moda e dello spettacolo che ha collegato al nome di Hunziker quello di suo marito Tommaso Trussardi. L’italo-svizzera si è prontamente scusata per evitare problemi d’immagine e di guadagni per la casa di moda di Trussardi. Stessa cosa avvenuta con Dolce e Gabbana nel 2018. La loro azienda aveva pubblicato uno spot per promuovere una sfilata in Cina, con protagonista una modella cinese. Ma per l’opinione pubblica la pubblicità era piena di stereotipi sgradevoli. Come se non bastasse, poco dopo venivano pubblicate sempre da Diet Prada delle presunte chat in cui Stefano Gabbana insultava la Cina e la definiva «mafiosa, ignorante e puzzolente». A quel punto, per non veder rovinati gli affari in uno dei mercati più grandi del mondo, i due hanno registrato un videomessaggio chiedendo scusa «a tutti i cinesi nel mondo. Amiamo la vostra cultura e il vostro paese. La rispetteremo in tutto e per tutto». Anche qui il “Duìbùqì” è arrivato.  

Dagotraduzione dal DailyMail il 25 maggio 2021. Il Global Times, il quotidiano cinese che fa capo al Partito Comunista, ha avvisato l’Australia che il suo esercito sarà il primo ad essere colpito nel caso di un conflitto su Taiwan. Il messaggio arriva qualche giorno la fine di alcune esercitazioni militari portate avanti da Australia, Stati Uniti, Francia e Giappone nel Mar cinese orientale. L’esercitazione di addestramento tra le quattro nazioni, chiamata Esercizio Jeanne d'Arc 21 - o ARC21 – ha testato assalti anfibi, guerra urbana e difesa antiaerea. Un addestramento che Pechino ha bollato come «insignificante dal punto di vista militare», scagliandosi contro l’esercito di Canberra definito «troppo debole per essere un degno avversario». «L'esercito australiano è troppo debole per essere un degno avversario della Cina, e se osa interferire in un conflitto militare, ad esempio nello Stretto di Taiwan, le sue forze saranno tra le prime ad essere colpite» si legge nell’articolo. Che continua così: «L’Australia non creda di potersi nascondere dalla Cina in caso di provocazioni. Il paese si trova nel raggio d'azione del missile balistico a raggio intermedio DF-26 dotato di testata convenzionale». Il missile DF-26 è un missile intercontinentale a raggio intermedio (da 3.000 a 5.500 chilometri).

Articolo di "Le Monde" dalla rassegna stampa di "Epr Comunicazione" il 20 maggio 2021. Il modello cinese permette di affrontare le conseguenze delle epidemie che si susseguono sul suo territorio. Ma, se non risale alla loro causa principale, non impedirà la loro insorgenza, dice il politico Christophe Gaudin, in un articolo su "Le Monde". Sembra paradossale che l'epicentro della pandemia sia anche l'unica grande potenza ad emergere più forte. Di certo, poiché l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha condotto la sua indagine con le mani legate, le nostre conoscenze non ci permettono di stabilire in questo momento tra la teoria della trasmissione diretta dagli animali all'uomo e quella di un incidente di laboratorio. Tuttavia, non è scontato che la questione sia così decisiva come sembra, se contestualizziamo gli eventi. Dopo la SARS nel 2003 e l'H1N1 nel 2009, il Covid-19 è davvero la terza zoonosi di massa che devasta la Cina in meno di vent'anni. Perché una successione così ravvicinata? Come fa questo paese, che offre un terreno così favorevole alle epidemie, a contenere allo stesso tempo i loro effetti? Quali sono le conseguenze per le grandi democrazie occidentali, che difficilmente sono riuscite a offrire lo stesso livello di protezione? Tutta la complessità del modello cinese deriva dal fatto che pretende di porre rimedio ai danni, sanitari in particolare, che ne sono la causa. In questo senso, possiamo dire che vuole essere l'antidoto autoritario al suo stesso veleno. Bisogna rileggere Simon Leys a questo proposito, che mostra nel dettaglio come il maoismo ha rappresentato un'impresa di deculturazione unica nella storia dell'umanità, non solo per la sua durata o la sua ampiezza, ma più profondamente per la sua impregnazione. Questo può essere osservato in contrapposizione ad altri totalitarismi meno evoluti. Mentre i sovietici si gettarono sui libri proibiti non appena cadde la cortina di ferro, oggi non si può osservare nulla del genere nella stragrande maggioranza degli studenti cinesi che partecipano a scambi culturali, anche se la documentazione abbonda nella loro lingua madre. Il peggio deve forse ancora venire, poiché i leader al potere a Pechino, che si sono formati durante la cosiddetta rivoluzione "culturale", spingono costantemente per restrizioni ancora maggiori.

Acquisizioni a tutto campo. Il capitalismo cinese è unico in quanto non si sta svolgendo su un territorio vergine, ma piuttosto è stato solfatato in anticipo per sradicare il minimo accenno di opposizione - politica, sindacale, religiosa, ecc. Gli studenti che avevano preso la precauzione di proclamarsi "veri marxisti" tre anni fa sono finiti nelle stesse prigioni dei monaci tibetani o dei preti refrattari, senza distinzione. Gli incidenti sanitari si susseguono al punto che lo stesso latte materno è oggetto di traffico. Secondo le stime ufficiali, che non sono probabilmente allarmistiche, almeno un quinto delle terre coltivabili è diventato inadatto all'agricoltura nel giro di una generazione, ed è per questo che la Cina ha intrapreso una politica di acquisizione a oltranza nei cinque continenti. Allo stesso tempo, gli studi suggeriscono che i terremoti nel Sichuan sono anche il prodotto dell'attività umana, soprattutto dighe o miniere scavate nel modo sbagliato. Non importa, quindi, se il Covid-19 è il prodotto di un allevamento in batteria o di un'industria farmaceutica degna del dottor Frankenstein. In ultima analisi, è lo stesso modello economico che troviamo alla base delle cose nelle sue varie declinazioni. È notevole da questo punto di vista che la maggior parte dei regimi comunisti siano riusciti a mantenersi in Asia (come in Vietnam, Cambogia, Laos o, all'estremo, Corea del Nord), mentre negoziavano, ognuno a suo modo e al suo ritmo, la stessa mutazione del mercato. Niente è più istruttivo a questo proposito che rileggere le ricerche dello storico Karl Wittfogel (1896-1988), che negli anni Cinquanta del secolo scorso segnalava i pericoli di quello che chiamava, dopo Marx, "dispotismo asiatico", cioè i secoli di una concentrazione di potere resa possibile e necessaria dalle grandi opere di irrigazione. A differenza delle dittature anticomuniste di Taiwan e della Corea del Sud, che sono state costrette a cedere il passo alla democratizzazione dopo decenni di feroce repressione, questi regimi sono riusciti finora a stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di società civile.

Avanguardia del disastro. È anche qui che trapela tutta la dimensione del loro potenziale tossico, poiché la rigidità che li caratterizza permette di far fronte, almeno inizialmente, ai loro indesiderati effetti collaterali epidemici. Si capisce così il loro fascino ambiguo per un Occidente deindustrializzato e sempre più frammentato, dove la produzione di maschere di carta era ancora una sfida logistica nel 2020. Basta però considerare il loro modello nella sua globalità per notare i suoi limiti. Presi in una spirale che li supera, sono incapaci di frenare l'esaurimento delle risorse, l'artificializzazione dei suoli e quindi la proliferazione delle zoonosi, liberando così infezioni di cui ognuna sembra peggio della precedente. Ci sono quindi tutte le ragioni per temere che proteggendosi dai loro effetti secondari senza poter risalire alla loro causa ultima, che si sviluppa costantemente nel sottosuolo, alla fine non si fa altro che andare indietro per saltare in avanti. Per l'assenza di contro-poteri - si potrebbe quasi dire di anticorpi - a questa cieca sovrabbondanza, la Cina è all'avanguardia del disastro e della "salita agli estremi", di cui René Girard teorizzava alla fine della sua vita. L'Occidente è in una situazione altrettanto pericolosa, ma quasi al contrario. Mentre la Cina è presa in un vortice non riflessivo, sembra essere paralizzata dalle sfide di cui sta prendendo coscienza. Questo diventa chiaro quando si viaggia: la patria della modernità, è diventata anche la patria dei suoi critici, che a volte, ahimè, arrivano fino a un tetanico e irrazionale odio di sé. Il problema per noi ora è pensare senza disperare, soprattutto per porre fine a una dipendenza che ci sta trascinando verso l'abisso sotto ogni aspetto.

La Cina è stata superpotenza 5 volte nella sua storia.  Piccole Note il 15 maggio 2021 su Il Giornale. La sonda cinese è atterrata su Marte, poco tempo dopo l’arrivo di quella americana. Una competizione cruciale, dato che lo sfruttamento delle risorse spaziali sarà decisivo in un futuro, forse più prossimo di quanto immaginiamo (non nel prossimo secolo, ma già dalla seconda metà di questo). Immaginare che nel frattempo le due superpotenze possano mettere da parte le rivalità per convergere a beneficio del mondo al momento è esercizio ingenuo ché, anzi, la corsa rende più accese le conflittualità. Non solo Marte: nel dare la notizia, il New York Times rileva che l’atterraggio della sonda cinese “segue il lancio da parte della Cina, nel mese scorso, del modulo centrale di una nuova stazione spaziale orbitante, nonché una missione di successo a dicembre che ha raccolto quasi quattro libbre di rocce e suolo dalla luna e lo ha portato sulla Terra. Il mese prossimo, il Paese prevede di inviare tre astronauti nello spazio, inaugurando quella che potrebbe diventare una presenza cinese regolare nell’orbita terrestre”. Tale competizione non è che una parte – seppur destinata ad avere sempre più rilevanza, insieme alla corsa tecnologica – della competizione tra Washington e Pechino. Una rivalità che è troppo spesso consegnata alla propaganda, bloccata su narrazioni semplicistiche. Di interesse, un articolo di Martin Jacques sul Global Times e il suo commento su Ria Novosti di Dmitry Kosyrev che, benché di parte, evidenziano alcuni aspetti trascurati dalle opposte narrazioni. Martin Jacques è stato professore a Cambridge prima di trasferirsi a Pechino, esempio di una fuga di cervelli verso l’Impero d’Oriente o, se vogliamo, dell’attrazione che sta esercitando tale impero sulle “menti” occidentali, perché sembra offrire, almeno per alcune di queste, nuove opportunità, sia a livello scientifico che culturale. Jacques spiega che la differenza fondamentale tra i due Imperi è rappresentata dalla diversa forma di governo, con la democrazia multipartitica che si contrappone al mono-partitismo cinese. Modello che si propone come di portata universale quello occidentale, da cui la spinta a cambiare i sistemi di altri Paesi, contrapposto a un sistema che si accontenta di abitare un solo Paese, ché la Cina, anche dopo l’avvento del comunismo, e a differenza dell’Unione sovietica, non ha avuto la pretesa di esportare altrove il proprio modello. Tale schema di contrapposizione, però, che appare definitivo, è in vigore solo dal ’45, dal momento che la democrazia liberale, pure precedente, ha più volte conosciuto regressioni, come il periodo precedente la Seconda Guerra, con tanti Paesi occidentali consegnati ad autoritarismi e dittature. Non solo, tale modello è oggi pesantemente e progressivamente aggredito da varie spinte antidemocratiche, la più insidiosa delle quali è posta dalla Tecnofinanza, il cui dominio sta erodendo pesantemente le libertà democratiche, consegnando l’Occidente a un’oligarchia, peraltro niente affatto lungimirante e illuminata. D’altra parte, il sistema che si è instaurato in Oriente è alquanto stabile nella sua struttura, ma non per questo bloccato come appare da un’analisi semplicistica. Jacques spiega che tale sistema è stato in grado di reinventarsi e creare prosperità nel corso dei millenni, dando vita a un Impero che per ben cinque volte è stato tra i primi due-tre Paesi del mondo per ricchezza e potenza: sotto “le dinastie Han, Tang, Song, i primi Ming e le prime dinastie Qing”. “La ripresa ciclica della superpotenza cinese – commenta Kosyrev – è ben nota agli studenti del primo e del secondo anno di università specializzate. Sanno anche che l’impero, essendosi stabilito nei suoi confini attuali approssimativamente tra l’VIII e il X secolo, non cercò in alcun modo di conquistare il mondo o anche solo una parte di esso”. “Ha semplicemente fatto i suoi affari, rimanendo – al culmine del suo potere – la più potenzialmente forte, inavvicinabile e invulnerabile potenza al mondo semplicemente in virtù delle sue dimensioni e della sua ricchezza. Non è nemmeno una superpotenza, al modo di quella britannica o americana, o addirittura romana: lo status di superpotenza è temporaneo. La Cina è una sorta di iperpotenza permanente”. Un sistema “pragmatico” e resiliente, come dimostra anche l’ultima trasformazione, che ha consegnato la Terra di Mezzo al comunismo il quale, spiega Kosyrev, non è altro che un rinnovarsi del “sistema politico imperiale (anche Mao e gli altri dopo di lui sono imperatori, solo con un titolo diverso)”. Non solo, anche l’Impero comunista cinese, apparentemente immutabile, è cambiato tanto in questi anni. “Una critica fondamentale occidentale al sistema di governo cinese – scrive Jacques – è che, in quanto sistema monopartitico, non offra scelta; che solo un sistema multipartitico, con l’alternanza dei partiti al potere, assicura. Ma l’evidenza suggerisce il contrario. La transizione da Mao Zedong a Deng Xiaoping ha visto un enorme cambiamento nella politica e nella filosofia, con l’abbraccio del mercato, accanto allo stato e alla pianificazione, e il rifiuto del relativo isolamento in favore dell’integrazione della Cina con il mondo. Il cambiamento fu più profondo e di vasta portata di qualsiasi altro intrapreso da una democrazia occidentale dal 1945 a oggi”. Capire il passato aiuta a leggere il presente: si comprende, cioè, perché la Cina, che fu incenerita dalla guerra dell’Oppio scatenata dalle potenze coloniali, non potrà mai accettare una subordinazione sic et simpliciter all’Impero d’Occidente, come le viene chiesto. Insistere sul punto non farà altro che accrescere le conflittualità.

Così la Cina combatte il terrorismo nello Xinjiang. La Cina ha intrapreso una dura lotta contro terrorismo ed estremismo, le ombre che minacciano lo Xinjiang. Un documentario racconta la sfida di Pechino. Cinitalia - Lun, 12/04/2021 - su Il Giornale. Il terrorismo nello Xinjiang è un tema che in Occidente viene troppo spesso ignorato. La Cina, lasciata sola in questa sfida epocale, ha fin qui agito al meglio, mettendo in sicurezza una regione altamente strategica per lo sviluppo della Nuova Via della Seta – e quindi per i mutui benefici collegati al resto del mondo – e proteggendo l’armonia nazionale. Nelle ultime settimane i media internazionali hanno fatto un gran parlare dello Xijinang, diffondendo tuttavia report inesatti e notizie lontane dalla realtà con l’unico obiettivo di screditare la Cina. Per squarciare il velo d’ignoranza su questa regione, l’emittente cinese CGTN ha presentato un interessante documentario intitolato La guerra nelle ombre. Le sfide della lotta contro il terrorismo nello Xinjiang. Si tratta dell’ultima puntata della tetralogia che analizza in maniera approfondita e analitica il problema del pensiero estremista e tutte le sfide che la Cina deve affrontare per contrastare il terrorismo, tanto all’interno quanto all’esterno dello Xinjiang. Il documentario contiene immagini e interviste inedite, e cerca di rispondere ad alcune domande chiave. Ad esempio: perché le violenze provocate dal terrorismo hanno continuato ad affliggere quest’area?

I "soldati" di Allah. La Cina, per garantire la stabilità nazionale e - da potenza responsabile, quale è - sconfiggere una frangia dello stesso terrorismo che minaccia anche lo stesso Occidente, deve necessariamente bloccare la mano invisibile che dall’estero che favorisce l’estremismo violento all’interno del Paese. Innanzitutto, le autorità devono fare i conti con gli individui radicalizzati. Prendiamo il caso di Abdul Tursuntohti, che sta scontando 9 anni per incitamento al terrorismo e altri crimini vari. "Non ho commesso alcun crimine, sono orgoglioso di fare ciò che ho fatto", ha spiegato il ragazzo, imprigionato, al giornalista che lo ha intervistato. Alla domanda se sarebbe disposto a uccidere per Allah, la risposta di Abdul è chiara: "Se Allah lo comanda ucciderò anche mio figlio, per non parlare degli infedeli. Il mio più grande desiderio è eseguire gli ordini di Allah".

Il reclutamento via internet. Internet è diventato un vero e proprio campo di battaglia contro il terrorismo. L’Etim, cioè l’East Turkestan independence Movement, carica violenti file audio e video nella rete, nella speranza di reclutare nuovi giovani provenienti soprattutto dallo Xinjiang. Abduweli, un addetto dell’Ufficio per il Cyberspazio della regione autonoma del Xinjiang Uygur ha svelato i retroscena più inquietanti. In base alla sua esperienza, i video vengono classificati secondo varie categorie: predica, addestramento, fabbricazione di armi, e sono diretti a specifici gruppi, come donne e studenti. La lotta contro la radicalizzazione, il terrorismo e l’estremismo violento deve essere affrontata sul piano legislativo. Come racconta Li Juan, presidente del Comitato Affari Legali dell’Assemblea regionale dello Xinjiang, le misure locali della legge antiterrorismo sono in linea con quelle generalmente adottate dagli altri Paesi del mondo. Eppure, anziché unire gli sforzi per sradicare, una volta per tutte, la piaga del terrorismo, troppo spesso l’opinione pubblica internazionale (e alcuni governi) hanno puntato il dito contro la Cina. Senza conoscere la storia dello Xinjiang, né le ombre che potrebbero inghiottire, da un momento all'altro, questa regione e il resto dell'umanità.

Paolo Salom per il “Corriere della Sera” il 4 giugno 2021. Con la Cina o contro la Cina? Sul blog di Beppe Grillo è possibile trovare un «rapporto indipendente» sulla questione della provincia dello Xinjiang e della «presunta» persecuzione degli uiguri che vorrebbe confutare con prove «scientifico-storiche» le accuse occidentali originate soltanto dal desiderio di «colpire la Repubblica Popolare». Intitolato «Xinjiang. Capire la complessità, costruire la pace», il saggio è firmato da studiosi, giornalisti ed esperti italiani e stranieri, alcuni dei quali formati nelle università cinesi. Anche il senatore 5S Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri, ha apposto il suo nome perché, scrive tra l'altro in un tweet, sostiene l'iniziativa in quanto «la situazione sociale e politica nella Xinjiang (sic)» è «più complessa del sensazionalismo della stampa generalista occidentale». Che la storia della provincia più occidentale controllata da Pechino sia «complessa» è quasi una tautologia. Ma il problema del rapporto pubblicato sul blog del fondatore del Movimento 5S è, in fin dei conti, lo stesso di cui accusa l’Occidente (preso nel suo insieme come se fosse un blocco unico e compatto): la parzialità. Raccontare le vicende secolari (anzi: millenarie) dello Xinjiang o Turkestan Orientale come un tempo veniva chiamato, le sue relazioni conflittuali con l'Impero Celeste prima - a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.) - con la Repubblica di Cina e la Repubblica Popolare poi, non cambia la sostanza del problema che, oggi, si vorrebbe affrontare sulla base dei principi dei diritti dell'uomo, principi considerati universali secondo la Carta dell'Onu, cui anche la Cina aderisce. Dunque disquisire sul come e sul quando le popolazioni dello Xinjiang sono entrate nell' orbita di Pechino e se oggi i loro diritti di cittadini non vengono rispettati sono questioni del tutto differenti. Il rapporto, in particolare, ricostruisce la genesi dei movimenti insurrezionali di stampo islamista e panturco all'origine degli attentati terroristici che hanno provocato centinaia di vittime sia nello Xinjiang, sia nel resto della Cina (come gli attentati a Pechino e Kunming, 2013-2014) e inquadra in una «risposta culturale confuciana» - peraltro assente in Occidente - la «rieducazione sociale e politica» della popolazione uigura. Il difetto pare essere proprio nella lente culturale, distorsiva: le accuse internazionali nei confronti della Cina riguardano la forma della «punizione collettiva» di un milione circa di persone, la maggior parte delle quali non ha evidentemente avuto minimamente a che fare con sanguinosi atti di terrorismo senz' altro esecrabili. Cina e resto del mondo (almeno l'Occidente) non si capiscono principalmente sulla responsabilità individuale nei delitti: punire il reo e con lui famiglia, amici e anche il villaggio intero non è considerata giustizia ma persecuzione. Nessuno ha visto i «campi di concentramento» dove avverrebbero torture ed esecuzioni sommarie (Pechino non ne ha mai ammesso l'esistenza, nonostante le testimonianze di chi ci è passato); ma il governo centrale ha in più occasioni organizzato visite di giornalisti di media internazionali (tra cui il Corriere) nei centri di rieducazione dove migliaia di giovani e meno giovani sono tenuti a seguire lezioni che hanno lo scopo di «costruire buoni cittadini», rispettosi delle leggi cinesi. Non sono corsi facoltativi: e basterebbe questo a squalificare la «versione dei fatti» pubblicata sul blog di Grillo.

Il grave errore degli Usa: così Washington presta il fianco alla Cina. Federico Giuliani su Inside Over l'1 aprile 2021. E se la Cina avesse ragione? Se, davvero, le parole sparate in faccia al Segretario Usa, Antony Blinken, dal direttore dell’Ufficio della Commissione Centrale degli Affari esteri cinesi, Yang Jiechi, rappresentassero la realtà, che cosa dovremmo aspettarci da qui ai prossimi anni nelle relazioni tra Washington e Pechino? Gli Stati Uniti “non sono più qualificati per parlare con noi da una posizione di forza”, gridava dalla sua postazione, durante il tesissimo vertice di Anchorage, l’alto funzionario cinese, in risposta alle reprimenda di Blinken all’indirizzo del Dragone. L’uscita del signor Jiechi è stata soltanto una sbruffonata figlia del delicatissimo momento – un modo, insomma, per azzittire la controparte statunitense – oppure poggiava veramente su un fondo di verità? Come ha scritto Asia Times, l’influenza americana risulta fragile in diverse aree strategiche eurasiatiche. Allo stesso tempo, la Cina ha adesso tutte le carte in regola per ostacolare il tentativo degli Stati Uniti di costruire un’alleanza per limitare la propria ascesa geopolitica. Assistiamo così a due movimenti complementari. Mentre Washington è impegnata a bilanciare lo strapotere cinese mettendo radici nel continente asiatico, in una sorta di revival del Pivot to Asia di obamiana memoria, Pechino guarda all’Occidente, in primis, da un punto di vista commerciale.

Una questione di percezione. C’è tuttavia una sostanziale differenza tra Stati Uniti e Cina. Quest’ultima, infatti, risulta spesso “attraente” agli occhi dei Paesi che incontra sul proprio percorso, a differenza della potenza americana, spesso percepita come in declino. Percezione, appunto. È tutta una questione di percezione. Secondo quanto riportato da Asia Times, il modo attraverso il quale i politici americani stanno misurando il proprio potere nazionale, sarebbe ormai diventato obsoleto. In altre parole, l’amministrazione Usa adotta un metodo di misurazione inadeguato per il XXI secolo. Gli studiosi cinesi, al contrario, sembrano aver sviluppato un modus operandi molto più efficace. Si chiama Zonghe Gouli, o Comprehensive National Power (CNP), ed è la metodologia impiegata dalla Cina per misurare il potere della nazione rispetto ai concorrenti. È anche e soprattutto per questo motivo che Pechino si è trasformata, nel giro di qualche decennio, in un serissimo sfidante americano.

Il “segreto” di Pechino. La ricetta seguita dalla Cina unisce molteplici ingredienti. Accanto al cosiddetto hard power index, caratterizzato, ad esempio, dalla ricchezza economica, la potenza militare, le risorse naturali o la tecnologia, troviamo il soft power, inteso come cultura, istruzione e potere politico. Fin qui, siamo di fronte alla classica distinzione tra hard e soft power avanzata dal professor Joseph Nye. La novità sta in altri due tipi di “potere” sviluppati da Pechino: il coordinated power index e l’enviromental index. Nel primo caso, stiamo parlando della presentazione del processo decisionale politico cinese, della linea di comando e della struttura della leadership; aspetti, questi, recentemente emersi come più efficaci rispetto a quelli incarnati dal metodo democratico. Nel secondo caso, invece, siamo di fronte a una sorta di indice ambientale, da far valere in campo internazionale. A corredo del tutto, trova spazio un particolare sistema di valutazione che include, tra gli altri, obiettivi strategici nazionali, capacità decisionali e stabilità politica. Gli Stati Uniti, al contrario, pensano che tutto si basi sulla superiorità militare. D’accordo, Washington, non solo sulla carta, può contare su un esercito più forte e rodato rispetto a quello cinese. Ma, considerando i graduali miglioramenti, anche militari, apportati dalla Cina, quanto reggerà ancora questo equilibrio? Dulcis in fundo, le forze armate Usa dipendono dalla tecnologia, ovvero lo stesso cavallo di battaglia che sta facendo sfrecciare Pechino al vertice di tutte le classifiche economiche. L’America, dunque, non può più far finta di niente. Se la Casa Bianca non cambierà approccio, il definitivo sorpasso cinese non sarà soltanto una questione di tempo. Risulterà anche dolorosissimo e difficile da digerire.

Serena Console per "repubblica.it" il 26 marzo 2021. I resti di una maschera d’oro risalente a 3000 anni sono stati trovati nel sito archeologico di Sanxingdui, nella provincia meridionale cinese dello Sichuan. Gli archeologi stimano che la maschera, usata durante le cerimonie, sia composta per l'84 percento in oro, per un peso di 280 grammi. Da sei fosse sacrificali sono stati portati alla luce altri 500 oggetti tra cui bronzi, lamine d'oro e manufatti realizzati in avorio, giada e osso. I tesori aiutano a fare luce sull’antico Stato di Shu, un regno che governava nel Sichuan occidentale, fino alla sua conquista nel 316 a.C. Di Sanxingdui gli storici sanno relativamente poco, a causa delle scarse testimonianze scritte. Il sito è stato scoperto accidentalmente da un contadino mentre stava scavando un canale nel 1929.

Gaia Cesare per “il Giornale” il 26 marzo 2021. Il capitalismo di Stato contro il capitalismo etico. E viceversa. La questione dei diritti umani violati in Cina approda sugli scaffali, quelli virtuali, delle aziende occidentali leader nel settore abbigliamento e scarpe, dalla svedese H&M all' americana Nike, dai colossi Adidas a Zara. La Lega della Gioventù comunista, costola del Partito comunista cinese, ha lanciato una campagna di boicottaggio via Weibeo (il social network cinese alla Twitter) per punire la decisione del colosso svedese, che si rifiuta di acquistare il cotone della provincia dello Xinjiang, «preoccupata della tutela dei diritti umani» degli uiguri, minoranza musulmana perseguitata dal regime cinese. La guerra diplomatica, la guerra dei valori e la guerra economica con l' Occidente si combattono, oltre che a dosi di vaccini anti-Covid, anche a colpi di tute da ginnastica e tailleur da ufficio. Per questo, mentre dagli Stati Uniti Joe Biden invita l' Europa e l' alleanza atlantica a un' alleanza contro la Cina, la gioventù comunista si è mobilitata, per additare ai social la scelta anti-cinese di molte aziende occidentali. A cominciare da H&M, numero due al mondo dell' abbigliamento retail. Nel 2020 - ecco l' accusa lanciata via web dalla Lega, che su Wiebo ha 15 milioni di follower - l' azienda svedese aveva annunciato che avrebbe smesso di comprare cotone dallo Xinjiang, l' area in cui si produce l' 84% del cotone cinese, che è il 22% del totale mondiale. La ragione? La riduzione in schiavitù degli uiguri, costretti ai lavori forzati nei campi o nelle industrie tessili, la cui violazione dei diritti umani è stata condannata quattro giorni fa, con le sanzioni anti-cinesi decise da Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito e Canada per la prima volta a trent' anni da piazza Tienanmen. «Il gruppo è profondamente preoccupato... per la discriminazione delle minoranze nello Xinjiang - recitava il post di H&M rilanciato con orrore dai giovani comunisti cinesi - Ciò significa che il cotone per la nostra produzione non verrà più acquistato da questa zona». Parole interpretate come una dichiarazione di guerra. Tanto che i prodotti H&M sono stati rimossi dalle principali piattaforme locali di e-commerce, da JD.com a Taobao passando per Pinduoduo. Stessa sorte toccata a Nike, primo marchio di abbigliamento sportivo al mondo, che si era fatta identici scrupoli. È la ritorsione per la politica di aziende che al business vogliono unire l' etica, fosse anche per questione di puro marketing, per inseguire la nuova sensibilità dei consumatori o per scelte geostrategiche. A giudicare dall' aria che tira su social e media cinesi, le prossime nella lista nera sono Adidas e Zara. Che a Pechino non fosse andato giù il provvedimento concordato delle potenze occidentali Ue-Usa-Gb-Canada lo si era capito dalla ritorsione scattata subito dopo l' annuncio delle sanzioni il 22 marzo, con la Cina che ha ricambiato le misure ai danni di una dozzina fra deputati ed eurodeputati europei, ricercatori e istituzioni comunitarie come la Commissione per i diritti umani della Ue. Non c' è mercato senza il controllo del partito, è la linea del capitalismo in salsa cinese. E Pechino si muove forte non solo del suo potere di produttore ma anche di consumatore. Per H&M, il «Dragone» è il quarto mercato più grande di riferimento, secondo solo agli Stati Uniti per punti vendita aperti, con 520 negozi contro i 593 degli Usa. È un potere che può essere sfruttato anche in funzione geopolitica e la Cina lo sta facendo, anche grazie ad alcuni vip, tra cui l' attore Huang Xuan e il collega e cantante Wang Yibo, che hanno risposto alla chiamata alle armi annunciando la fine dei contratti di sponsorizzazione con H&M e Nike. «Diffamare e boicottare il cotone dello Xinjiang mentre si spera di fare soldi con la Cina? Non lo si può nemmeno sognare!». Parola di Gioventù comunista.

(ANSA il 12 febbraio 2021)La RTHK, il network pubblico e indipendente di Hong Kong finanziato dal governo locale, ha reso noto che dalle 23:00 di oggi smetterà di trasmettere il servizio di "Bbc World Service e Bbc News Weekly". La mossa è maturata dopo l'oscuramento imposto dalla National Radio and Television Administration, l'autorità di vigilanza in Cina, che ha accusato il canale britannico di aver gravemente violato i regolamenti con notizie "non vere e non imparziali", minando gli interessi nazionali e la solidarietà etnica cinese. La reazione di Pechino è legata, tra l'altro, alle inchieste della Bbc sullo Xinjiang e allo stop alla Cgtn in Gb.

Da rainews.it il 12 febbraio 2021. L'autorità di regolamentazione televisiva in Cina ha revocato le licenze alla Bbc World News per "grave violazione dei contenuti". L'emittente pubblica britannica non potrà più trasmettere nel Paese. L'accusa è di aver "gravemente violato i regolamenti sulla gestione della radio e della televisione e sulla gestione dei canali televisivi via satellite all'estero nei suoi rapporti relativi alla Cina, andando contro i requisiti secondo cui le notizie devono essere vere e imparziali e minato gli interessi nazionali e la solidarietà etnica della Cina". A darne notizia il canale di Stato cinese Cgtn riferendo che la decisione è stata presa dall'autorità regolatrice delle trasmissioni radiotelevisive (Nrta) che ha accusato la Bbc di avere trasmesso dei servizi sulla Cina che violano i principi di verità e imparzialità del giornalismo. Recentemente, in Cina avevano suscitato particolari polemiche alcuni servizi sulla repressione nello Xinjiang e sulla gestione della pandemia da coronavirus. "Poiché il canale non soddisfa i requisiti per trasmettere in Cina come canale estero, Bbc World News non è autorizzato a continuare il suo servizio all'interno del territorio cinese. La Nrta non accetterà la domanda di trasmissione del canale per il nuovo anno", ha riferito il regolatore in un comunicato rilanciato dall'agenzia Xinhua. Nei giorni scorsi, l'ente regolatore britannico Ofcom aveva revocato la licenza per le trasmissioni via satellite nel Regno Unito al canale di stato cinese Cgtn. Le autorità britanniche avevano motivato la decisione spiegando che la società che formalmente deteneva la licenza per le trasmissioni non aveva il controllo editoriale delle stesse, violando così le leggi britanniche. Il giorno seguente, il ministero degli esteri di Pechino - attraverso il portavoce Wang Wenbin - aveva accusato Londra di "pregiudizio ideologico" chiedendo "alla Gran Bretagna di cessare immediatamente le manipolazioni politiche e correggere i suoi errori", aggiungendo "La Cina si riserva il diritto di adottare le necessarie risposte".

Bbc: delusi da divieto, siamo imparziali La Bbc si dice "delusa" dalla decisione dell'Authority cinese per la radio e la televisione di oscurare Bbc World News, vietandone la trasmissione nel Paese. "Siamo delusi dalla decisione presa dalle autorità cinesi", ha affermato un portavoce dell'emittente britannica. "La Bbc è l'emittente internazionale più autorevole e racconta i fatti da tutto il mondo in modo corretto, imparziale e senza timori né favoritismi", aggiunge il portavoce. La condanna degli Usa Gli Stati Uniti condannano la messa al bando della Bbc in Cina e chiedono di rispettare la libertà d'informazione. Lo dichiara in una nota il portavoce del dipartimento di Stato americano, Ned Price.

Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera” l'11 febbraio 2021. La giustizia di Pechino ha molti modi per punire i dissidenti politici. Nell'era del «capitalismo con caratteristiche cinesi», se chi esprime dubbi sul Partito è un imprenditore, la via più semplice è accusarlo di reati economici. L'ultimo caso riguarda Geng Xiaonan, proprietaria di una casa editrice, condannata a tre anni di carcere per violazione dei diritti legali sulla pubblicazione di libri. Non saggi politici, ma di cucina, salute e stile di vita. Ma a Geng, 46 anni, interessava anche la politica e si era segnalata per aver appoggiato pubblicamente il professore universitario Xu Zhangrun, finito in carcere l'anno scorso dopo aver criticato Xi Jinping. La businesswoman è comparsa martedì davanti a una corte di Pechino assieme al marito e ad alcuni manager del suo gruppo editoriale. Erano tutti in carcere da settembre. Il tribunale era presidiato dalla polizia, schierata con una dozzina di camionette. Alcuni attivisti liberali amici di Geng hanno riferito di aver ricevuto l'ordine di stare alla larga. Strana procedura di sicurezza per un semplice processo su «illeciti commerciali». Strano anche che il tribunale avesse deciso di trasmettere in diretta l'udienza sul suo sito web, salvo poi rimuovere il link quando aveva raggiunto 80 mila contatti. Secondo gli amici di Geng, le autorità volevano mandare un segnale ai dissidenti, ma poi si sono preoccupate dal numero dei contatti. Geng Xiaonan si è dichiarata colpevole di irregolarità connesse con la pubblicazione di 200 mila copie di libri, ha chiesto clemenza per il marito e i suoi dipendenti, dicendo che avevano solo eseguito le sue direttive. Il marito è stato condannato a due anni e mezzo, con sospensione della pena. La signora era nota nell'ambiente culturale di Pechino, era in buoni rapporti con ex funzionari e intellettuali. Attivismo tollerato per anni, fino a quando ha espresso solidarietà per Xu Zhangrun, docente di diritto costituzionale alla prestigiosa università Tsinghua di Pechino, che nel 2018 aveva scritto contro il culto della personalità costruito intorno a Xi, quando era passato l'emendamento costituzionale che permette al leader del Partito-Stato di restare presidente a vita (se lo vorrà e la salute continuerà a sostenerlo). Xu aveva commentato in modo critico anche gli investimenti multimiliardari della Cina in Africa, osservando che quei fondi sarebbero stati meglio spesi nella pubblica istruzione in Cina. Nel 2019 il professore era stato sospeso dall'insegnamento; nel luglio del 2020 era stato arrestato con l'accusa di sfruttamento della prostituzione, che sarebbe stato commesso non a Pechino dove vive, ma nella lontana città di Chengdu. Una settimana in carcere, notizia passata alla stampa statale. Compiuta l'operazione di screditamento, Xu era stato rilasciato. Più facile accusare gli avversari per pratiche commerciali e rapporti sessuali a pagamento, piuttosto che per reati di pensiero facendone delle vittime della repressione.

Antonio Fatiguso per l'ANSA il 29 dicembre 2020. A quasi un anno dallo scoppio della crisi del Covid-19, Zhang Zhan, ex avvocato diventata giornalista-cittadina, è stata condannata a 4 anni di carcere per la copertura in diretta fatta da Wuhan, l'epicentro dell'epidemia in Cina trasformatasi in pochi mesi in pandemia. La sentenza del tribunale di Shanghai, maturata dopo una breve udienza, ha motivato la colpevolezza per aver "raccolto litigi e provocato problemi" in scia alla segnalazione dei fatti iniziali dell'emergenza quando, nella città dove il letale coronavirus è stato individuato per la prima volta, si parlava di "polmonite misteriosa". I resoconti di Zhang, 37 anni, furono a febbraio seguitissimi e diventarono virali sui social media, attirando inevitabilmente l'attenzione delle autorità. Il controllo del flusso di informazioni durante la crisi sanitaria è stato fondamentale per consentire alle autorità cinesi di definire la narrativa degli eventi a proprio favore, malgrado le incertezze iniziali la cui denuncia ha provocato conseguenze per i loro autori. Su tutti, la sorte di Li Wenliang, il giovane medico che per primo lanciò inascoltato l'allarme sul virus che gli ricordava la Sars: fu fermato dalla polizia, minacciato, screditato prima di essere riabilitato e fatto tornare al lavoro, morendo poi a soli 34 anni per il contagio del virus. "Zhang Zhan sembrava devastata alla lettura della sentenza", ha riferito Ren Quanniu, uno dei legali della difesa della gionalista-cittadina, secondo i media locali, confermando la pena detentiva di quattro anni fuori dal Tribunale popolare di Shanghai Pudong. La donna, in arresto da maggio, è in condizioni di salute preoccupanti a causa dello sciopero della fame iniziato a giugno e che ha portato all'alimentazione forzata tramite un sondino nasale. "Quando sono andata a trovarla la scorsa settimana ha detto: 'Se mi danno una condanna pesante, rifiuterò il cibo fino alla fine'... Pensa che morirà in prigione", ha aggiunto Ren. "È un metodo estremo per protestare contro questa società e questo ambiente". La condanna è maturata a poche settimane dall'arrivo in Cina del team internazionale di esperti dell'Oms per indagare sulle origini del Covid-19. Zhang è stata critica nei confronti della risposta messa in campo a Wuhan dal governo centrale, scrivendo a febbraio che il governo "non ha fornito alla gente tutte le informazioni sufficienti, quindi ha semplicemente bloccato la città (il lockdown di fine gennaio, ndr). Questa è una grande violazione dei diritti umani". Zhang è stata la prima ad avere avuto un processo nel gruppo dei 4 giornalisti cittadini - Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua -, detenuti dalle autorità all'inizio dell'anno per aver scritto degli eventi di Wuhan. Anche i gruppi per i diritti umani hanno richiamato l'attenzione sul caso di Zhang. Le autorità "vogliono usare il suo caso come esempio per spaventare altri dissidenti dal sollevare domande sulla situazione pandemica a Wuhan all'inizio di quest'anno", ha commentato Leo Lan, consulente di ricerca e difesa della Ong cinese per i difensori dei diritti umani, denunciando un gioco altamente rischioso.

·        Quei razzisti come i birmani.

(ANSA-AFP il 6 dicembre 2021) - Il Nobel per la pace e politica birmana Aung San Suu Kyi è stata condannata da un tribunale del Myanmar a 4 anni di prigione per le accuse di incitamento al dissenso contro i militari e violazione delle misure anti Covid. Lo ha annunciato un portavoce della giunta militare. Suu Kyi "è stata condannata a due anni di reclusione ai sensi della sezione 505(b) e a due anni di reclusione ai sensi della legge sui disastri naturali", ha detto il portavoce della giunta Zaw Min Tun. Oltre a San Suu Kyi è stato condannato a quattro anni con le stesse accuse l'ex presidente Win Myint. Il portavoce della giunta ha precisato che i due ex leader per il momento non saranno trasferiti in carcere. "Affronteranno altre accuse dai luoghi in cui si trovano ora" nella capitale Naypyidaw, ha aggiunto senza fornire ulteriori dettagli. La 76enne Suu Kyi è detenuta dal golpe dei generali lo scorso primo febbraio. Da allora la giunta ha accusato la premio Nobel di una sfilza di presunti reati, tra cui violazione della legge sui segreti ufficiali, corruzione e brogli elettorali. Rischia, se dovesse essere condannata in via definitiva, decenni di carcere. Tutta la stampa è stata bandita dai processi e di recente ai suoi avvocati è stato impedito di parlare con i giornalisti. Secondo un gruppo di monitoraggio locale, più di 1.300 persone sono state uccise e oltre 10.000 arrestate nella repressione del dissenso seguita al colpo di stato. 

Da "il Messaggero" il 7 dicembre 2021. Quattro anni di reclusione per due accuse farsesche in un processo a porte chiuse, a cui è scontato che seguiranno altre condanne: Aung San Suu Kyi, solo dieci mesi fa a capo di una Birmania avviata su un'imperfetta strada verso la democrazia, è da oggi una criminale per i militari che l'hanno deposta. E che ora sono chiaramente intenti a eliminarla politicamente, con l'obiettivo di cementare la presa del potere del generale Min Aung Hlaing. Suu Kyi, 76 anni, è stata condannata per violazione delle misure anti Covid e incitamento al dissenso assieme al fidato Win Myint, ex presidente mentre lei era di fatto la leader del Paese.

LE ACCUSE I due capi di imputazione sono solo i primi degli undici totali a cui deve far fronte il premio Nobel per la pace: le accuse vanno dalla corruzione alla rivelazione di segreti di stato, e persino l'importazione illegale di walkie talkie. Cumulando le possibili pene, si superano i potenziali cento anni di reclusione, malgrado la giunta abbia dimezzato a due anni la condanna di ieri. La comunità internazionale - a parte Cina e Russia - ha reagito con sdegno. L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha parlato di «processo truccato» e di sentenza «motivata politicamente». Non è chiaro dove Suu Kyi dovrà scontare la condanna, anche se la giunta militare ha rassicurato che non sarà un carcere. Dal colpo di stato del primo febbraio è detenuta in una residenza segreta nella capitale Naypyidaw È una situazione molto diversa dai complessivi 15 anni agli arresti domiciliari dai quali Suu Kyi fu rilasciata nel 2010: all'epoca era nella sua villa a Yangon, a volte vedeva ambasciatori o compariva nel giardino. Ora, specie partendo da leader di un partito che ha trionfato nelle due elezioni libere dalla fine della dittatura, la rimozione di Suu Kyi dalla scena è più drastica e fa trasparire la risolutezza della giunta nell'eliminare una volta per tutte l'icona del popolo. E mentre tutti gli occhi sono puntati su di lei, i Rohingya fanno causa a Facebook per 150 miliardi di sterline per il genocidio in Myanmar. L'accusa: non ha prevenuto l'incitamento alla violenza. 

Rohingya, causa a Facebook per 150 miliardi di dollari: favoriva l’incitamento all'odio in Myanmar. Riccardo Lichene su Il Corriere della Sera il 7 dicembre 2021. Colpevole di non aver investito in moderatori e fact checker che parlassero le lingue locali, Facebook è stato una piattaforma di diffusione dell’incitamento all’odio contro la minoranza etnica musulmana del Myanmar. Decine di rifugiati Rohingya hanno fatto causa a Facebook nel Regno Unito e negli Stati Uniti accusando il gigante dei social media di aver consentito la diffusione dell'incitamento all'odio contro di loro. Chiedono più di 150 miliardi di dollari di risarcimento, sostenendo che le piattaforme di Facebook hanno promosso la violenza contro di loro, una minoranza perseguitata dal regime militare al potere in Myanmar. Si stima che nel 2017 circa 10mila musulmani Rohingya siano stati uccisi durante la repressione militare nel Paese a maggioranza buddista. Facebook, ora Meta, non ha risposto immediatamente alle accuse.

Azioni legali forti

L'azienda è accusata di «aver continuato per anni a diffondere informazioni odiose e pericolose». Nel Regno Unito, uno studio legale britannico che rappresenta alcuni dei rifugiati ha scritto una lettera a Facebook, in cui elenca le colpe di Meta nella gestione della crisi: «Gli algoritmi di Facebook hanno amplificato l'incitamento all'odio contro il popolo Rohingya. L'azienda non ha investito in moderatori e in esperti di fact checking che conoscessero la situazione politica in Myanmar. La società non è riuscita a rimuovere i post o a cancellare gli account che incitavano alla violenza contro i Rohingya. E infine non è riuscita a compiere azioni appropriate e tempestive nonostante gli avvertimenti di no profit e media». Negli Stati Uniti gli avvocati hanno presentato una denuncia contro Facebook a San Francisco, accusandolo di essere «disposto a scambiare le vite del popolo Rohingya per una migliore penetrazione del mercato in un piccolo paese del sud-est asiatico». Nella denuncia vengono citati post di Facebook, apparsi in un'indagine dell'agenzia stampa Reuters, tra cui uno del 2013 in cui si legge: «Dobbiamo combatterli come Hitler ha fatto con gli ebrei».

Una "svista" gravissima

Facebook ha più di 20 milioni di utenti in Myanmar e per molti di loro il social media è il principale o unico canale di fruizione o condivisione di notizie. Facebook ha ammesso nel 2018 di non aver fatto abbastanza per prevenire l'incitamento alla violenza e l'incitamento all'odio contro i Rohingya. Dopo l'ammissione, Menlo Park ha commissionato un rapporto indipendente che affermava che la piattaforma aveva creato un «ambiente favorevole per la proliferazione degli abusi dei diritti umani». Nonostante la sua popolarità, l'azienda non ha compreso appieno cosa stesse accadendo sulla propria piattaforma perché non stava moderando attivamente i contenuti nelle lingue locali come il Birmano e il Rakhine. Se lo avesse fatto, avrebbe notato il proliferarsi dei discorsi di odio anti-musulmano e della disinformazione sui presunti complotti terroristici dei Rohingya. Gli analisti affermano che questa noncuranza ha contribuito ad alimentare le tensioni etniche che sono poi sfociate in brutali violenze. Mark Zuckerberg ha ammesso personalmente di aver commesso degli errori nel periodo che ha preceduto le repressioni.

La storia dei Rohingya e le colpe di Facebook

I Rohingya sono visti come migranti illegali in Myanmar e sono stati discriminati dal governo e dall'opinione pubblica per decenni. Nel 2017 l'esercito del Myanmar ha lanciato una violenta repressione nello stato di Rakhine dopo che alcuni militanti Rohingya hanno attaccato alcune postazioni di polizia causando delle vittime. Migliaia di persone sono morte e più di 700mila Rohingya sono fuggiti nel vicino Bangladesh. Vi sono anche diffuse accuse di violazioni dei diritti umani, tra cui uccisioni arbitrarie, stupri e incendi. Nel 2018, le Nazioni Unite hanno accusato Facebook di essere «lento e inefficace nella sua risposta alla diffusione dell'odio online». Secondo la legge degli Stati Uniti Facebook non è responsabile dei contenuti pubblicati dai suoi utenti. Tuttavia, la nuova causa sostiene che la legge del Myanmar, che non ha tali tutele, dovrebbe prevalere. Quello che rende questa causa particolarmente interessante è che Facebook non sta negando che avrebbe potuto fare di più. Questa causa potrebbe avere dei risultati concreti anche se, purtroppo, è improbabile. Mentre la sua società madre, Meta, cerca di attirare tutta l'attenzione su di sé, Facebook rimarrà ancora a lungo perseguitato dagli errori del passato.

San Suu Kyi condannata a 4 anni di prigione. L'Onu: "Processo truccato, così stop al dialogo". Fabio Polese su Il Giornale il 7 dicembre 2021. L'ex leader del Myanmar Aung San Suu Kyi è stata condannata a quattro anni di carcere, poi secondo quanto riportato dalla Tv statale ridotti a due da Min Aung Hlaing, il capo della giunta militare al potere dal colpo di Stato del primo febbraio scorso. La sentenza è stata pronunciata nella mattinata di ieri in un tribunale di Naypyidaw, la capitale del Paese. La donna è stata giudicata colpevole di «incitamento al disordine» e di aver «violato le restrizioni sul Coronavirus» durante la campagna elettorale. Con le stesse accuse, assieme a lei, è stato condannato anche l'ex presidente Win Myint. «La condanna non solo nega la libertà alla premio Nobel per la pace, ma chiude la porta al dialogo», ha dichiarato Michelle Bachelet, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. «In un processo truccato con una procedura segreta in un tribunale controllato dai militari non è altro che motivata politicamente», ha aggiunto. Le condanne arrivate ieri alla Suu Kyi potrebbero essere solo le prime di una lunga serie. Su di lei, infatti, pendono altri dieci capi d'accusa, che vanno dall'abuso di potere, alla violazione dei segreti di Stato, fino al possesso illegale di walkie-talkie e corruzione. Se ritenuta colpevole, la leader della National League for Democracy (Nld), il partito vincitore delle ultime elezioni, rischia fino a 104 anni di reclusione. Suu Kyi, 76 anni, 15 dei quali passati agli arresti domiciliari tra il 1989 e il 2010, è tenuta in un luogo sconosciuto nella capitale dall'alba del primo febbraio e non è chiaro se sarà subito trasferita in carcere. In questi mesi non le è stato consentito di comunicare con il mondo esterno e le notizie sul processo sono state molto limitate, poiché la giunta ha vietato ai suoi avvocati di parlare con la stampa. Dopo il colpo di Stato, centinaia di migliaia di persone sono scese per le strade del Paese per manifestare contro i militari e per chiedere la liberazione di Suu Kyi e degli altri politici arrestati. Le proteste, come è consuetudine in questa parte del Mondo, sono state represse nel sangue. Fino ad oggi, secondo quanto riporta l'associazione non governativa Assistance Association for Political Prisoners, sono state uccise 1300 persone e oltre 10mila sono state arrestate. Ma la repressione non ha fermato il dissenso. Le proteste pacifiche negli ultimi mesi sono cessate solo per dare spazio ai gruppi armati di autodifesa popolare addestrati dagli eserciti etnici che combattono da decenni per uno Stato federale e appoggiati dal governo ombra, il National Unity Government (Nug), che stanno compiendo quotidianamente azioni di guerriglia in molte zone del Myanmar. Intanto, mentre l'economia del Paese sta andando a rotoli e il livello di povertà della popolazione sta aumentando vertiginosamente, dopo le condanne di ieri, c'è il rischio che la situazione si infuochi sempre di più. E potrebbe portare presto ad una vera e propria guerra civile.

Dura la condanna della comunità internazionale. Aung San Suu Kyi, la scure dei militari contro il premio Nobel birmano: condanna a 2 anni “per istigazione al dissenso”. Redazione su Il Riformista il 6 Dicembre 2021. La giunta militare del Myanmar ha deciso di concedere una “grazia parziale”, riducendo da quattro a due anni la condanna inflitta al Nobel per la pace birmano Aung San Suu Kyi. Questa mattina, il tribunale speciale a Naypyidaw aveva condannato a quattro anni di carcere Suu Kyi, ritenuta responsabile del reato di incitamento al dissenso contro i militari e violazione delle restrizioni Covid-19 durante un comizio elettorale, organizzato in occasione del voto dello scorso 8 novembre. Anche per l’ex presidente birmano, Win Myint, è stata dimezzata anche la pena: Myint aveva ricevuto la stessa condanna di Suu Kyi. La pena comminata questa mattina alla Nobel per la pace e politica birmana si aggiunge alle altre condanne inflitte alla leader democratica, dopo il golpe militare dello scorso 1° febbraio. L’udienza del tribunale speciale a Naypyidaw si è svolta a porte chiuse. I giornalisti non hanno potuto assistere ai procedimenti del tribunale speciale nella capitale, e agli avvocati di Suu Kyi è stato vietato di parlare con i media. Il governo di unità nazionale di Myanmar, costituito in contrapposizione alla giunta militare golpista da forze politiche democratiche del Paese, denuncia come “illegittima” la condanna nei confronti della leader democratica. “Tutte le accuse del regime golpista riguardo questioni politiche sono state nulle sin dall’inizio e pertanto le sentenze dei tribunali su queste accuse sono assolutamente illegittime”, ha affermato il ministro della Giustizia del governo di unità nazionale, Thein Oo, citato dal sito di notizie Myanmar Now.

Fino a 120 anni di prigione

Dal giorno del colpo di stato militare, oltre 1.300 persone sono state uccise e più di 10mila arrestate nel corso di una drastica repressione del dissenso secondo le stime di una Ong locale che tiene i conti sulla base di testimonianze e denunce degli oppositori.

L’ex consigliera di Stato fronteggia diverse accuse e non si escludono ulteriori imputazioni, che potrebbero costarle pene detentive per un totale di oltre un secolo. La scorsa settimana, Aung San Suu Kyi è stata condannata per il reato di corruzione, relativo al nolo e al successivo acquisto di un elicottero tramite fondi pubblici, e per il reato di violazione di un codice sui segreti di Stato risalente all’epoca coloniale.

Il mese scorso l’ex consigliera di Stato è stata incriminata con l’accusa di frode in relazione alle elezioni de 2020. Assieme a Suu Kyi sono stati incriminati per il medesimo reato altri 15 ex funzionari, incluso l’ex presidente Win Myint e il presidente della commissione elettorale. Suu Kyi si trova agli arresti domiciliari dal giorno del golpe, e sul suo capo il governo militare ha post una lunga lista di capi di imputazione, inclusa l’accusa di aver importato illegalmente walkie talkie, sedizione e corruzione. Con la detenzione dell 76enne Aung San Suu Kyi è stata posta la parola fine alla breve parentesi democratica del Myanmar.

La risposta della comunità internazionale

Dura la condanna da parte della comunutà internazionale. Il governo britannico ha fortemente criticato il nuovo reato imputato alla Nobel per la Pace: “Un altro spaventoso tentativo del regime militare di soffocare l’opposizione e sopprimere la libertà e la democrazia”, afferma la ministra degli Esteri, Liz Truss, in una nota diffusa dal Foreign Office. E si legge ancora: “Il Regno Unito chiede al regime di rilasciare i prigionieri politici, impegnarsi nel dialogo e consentire un ritorno alla democrazia. La detenzione arbitraria di politici eletti rischia solo di creare ulteriori disordini”. Anche l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, si è unita al coro di critiche contro la giunta birmana. “La condanna a seguito di un processo farsa davanti a un tribunale controllato dai militari non è altro che una sentenza motivata politicamente”, ha denunciato Bachelet, che ritiene che questa condanna non solo neghi “la libertà” alla premio Nobel per a pace ma “chiude la porta al dialogo”. Per il segretario di Stato americano Antony Blinken la condanna inflitta al Nobel per la pace è “un affronto alla giustizia. “L’ingiusta condanna di Aung San Suu Kyi da parte del regime militare birmano e la repressione di altri funzionari democraticamente eletti sono un ulteriore affronto alla democrazia e alla giustizia in Myanmar. Il continuo disprezzo del regime per lo stato di diritto e il suo uso diffuso della violenza contro il popolo birmano sottolineano l’urgenza di ripristinare il percorso del Myanmar verso la democrazia”, si legge in un comunicato del dipartimento di Stato Usa. Washington, inoltre, ha fatto appello al rilascio dei detenuti politici e al dialogo e ha ribadito il suo sostegno al popolo birmano. “Esortiamo il regime a rilasciare Aung San Suu Kyi e tutti coloro che sono stati ingiustamente detenuti, compresi altri funzionari democraticamente eletti. Ribadiamo la nostra richiesta al regime di impegnarsi in un dialogo costruttivo con tutte le parti per cercare una soluzione pacifica nell’interesse del popolo, come concordato nel consenso in cinque punti dell’Asean”, prosegue il capo della diplomazia statunitense.

Anche il comitato che assegna il Premio Nobel per la pace ha espresso “inquietudine” per la condanna dell’ex leader birmana Suu Kyi, al termine di un processo definito “poco credibile”. La presidente del comitato norvegese Berit Reiss-Andersen si è detta “preoccupata per ciò che significa questa reclusione per il futuro della democrazia in Birmania”. Temendo anche i “costi personali per una lunga pena detentiva” che rischia di pagare la vincitrice del premio nel 1991.

Il rischio di guerra totale con tutte le etnie armate. Karen, Kachin, Arakan: i gruppi guerriglieri scendono in campo contro l'esercito golpista. Fabio Polese - Dom, 11/04/2021 - su Il Giornale. Bangkok. Ora internet ci sta facendo vedere in presa diretta la brutalità dell'esercito contro la popolazione. Spari sulla folla, uccisioni di bambini, arresti di massa, sparizioni e torture. La potenza dei social ci ha messo di fronte a una realtà che, però, non è certo nuova nel Myanmar governato dai generali. Lo spargimento di sangue è un modus operandi ben consolidato dal Tatmadaw l'esercito della ex Birmania che ha ripreso ufficialmente il potere con il golpe del primo febbraio. Ma che in realtà non l'hai mai perso, nonostante la vittoria alle elezioni della National League for Democracy (Nld) e la conseguente apertura occidentale. Il Myanmar è teatro di conflitti e violenze infinite. Il Paese, infatti, è composto da un centinaio di etnie forzatamente inglobate durante il periodo coloniale inglese. Alla fine del secondo conflitto mondiale, con il «Trattato di Planglong», Aung San il presidente del Paese di allora e padre di Aung San Suu Kyi, aveva concordato con i capi delle più numerose popolazioni, la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale entro dieci anni. Ma l'accordo non è stato mai rispettato. Aung San è stato ucciso nel 1947 e il potere è passato alla spietata giunta militare che ha iniziato sistematiche violenze contro tutte le etnie. Da quel momento molte di loro hanno imbracciato le armi e combattono per uno Stato federale. E ora non solo potrebbero approfittare della situazione per cercare di ottenere quel sogno, ma potrebbero anche cambiare le sorti del Paese. In questi giorni il Kachin Independence Army (Kia), la guerriglia della popolazione Kachin, sta attaccando diverse basi del Tatmadaw e della polizia in risposta all'uso della forza contro i manifestanti. «Il nostro esercito ha iniziato ad attaccare gli avamposti birmani nello Stato Kachin dopo la richiesta di aiuto dei cittadini locali», racconta al Giornale Brang Hkangda, uno dei reporter di Kachinland News, testata vicina al Kachin Independence Organisation (Kio), l'ala politica del Kia. «I vari leader dei gruppi etnici sono in contatto e non sono da escludere azioni coordinate in futuro». Intanto più a Sud è guerra. Nello Stato Karen i caccia del Tatmadaw hanno bombardato i villaggi civili centrando anche diverse scuole e costringendo oltre 15mila persone alla fuga. Molti si sono rifugiati nella fitta vegetazione della giungla, altri hanno attraversato il fiume Salween e sono arrivati in Thailandia. «Le truppe nemiche stanno avanzando anche via terra. Per questo non ci resta altra scelta che affrontare le gravi minacce per difendere il nostro territorio, il nostro popolo e il diritto all'autodeterminazione», ha dichiarato la 5° Brigata del Karen National Liberation Army (Knla) guidata dal comandante Baw Kyaw, soprannominato «la Tigre». La risposta dell'esercito è arrivata dopo che il gruppo ribelle ha conquistato diverse basi militari birmane e ha dato rifugio a molti dissidenti fuggiti dalle violenze dei generali. «Siamo pronti a combattere», ci dice un ufficiale della Karen National Defence Organization il più antico gruppo ribelle della regione Karen che ha voluto mantenere l'anonimato. «Bisogna farlo adesso e approfittare di questa situazione o non lo faremo mai più», aggiunge. «Appoggiamo il movimento di disobbedienza civile contro il golpe, l'abolizione della Costituzione del 2008 e la liberazione dei detenuti politici, ma chiediamo anche l'istituzione di una vera democrazia federale, il riconoscimento dei diritti all'autodeterminazione dei popoli etnici e la fine del conflitto politico e armato per vivere in pace nella nostra terra», ci spiega Hsa Moo, uno dei responsabili del Karen Environmental and Social Action Network, un'associazione che tutela l'ambiente e i diritti degli indigeni. La «Brotherhood Alliance», che comprende i gruppi armati dell'Arakan Army (Aa), il Ta'ang National Liberation Army (Tnla) e il Myanmar National Democratic Alliance Army (Mndaa), ha annunciato che si unirà alla rivolta se le forze di sicurezza non cesseranno immediatamente gli attacchi contro i civili. L'Aa è una delle principali milizie etniche nell'irrequieto Stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, che nei mesi scorsi ha tenuto sotto scacco i militari birmani compiendo attacchi sorprendenti anche in ambienti urbani. «La brutale repressione contro i civili nel 1988 e nel 2007 ha già allontanato la maggior parte dei Bamar (l'etnia maggioritaria, ndr) dalle forze armate e credo che la violenza commessa oggi dal Tatmadaw rischia di recidere radicalmente il legame che un tempo univa l'esercito alla popolazione birmana», dice Jean-Luc Delle, presidente del Center for Research on the Karens di Parigi. «La situazione attuale può certamente aiutare le minoranze a portare avanti le loro richieste. I Karen, i Kachin, gli Arakan e le altre etnie appaiono ora ai birmani come alleati e quasi amici. Tra l'élite Bamar il principio di un'unione federale è ormai ampiamente accettato e questo è un vero progresso che può anche portare i suoi frutti dopo un eventuale cambio di regime», conclude l'esperto. La strada è ancora lunga. Ma la componente etnica in Myanmar, se coordinata, potrebbe davvero mettere in seria difficoltà i generali birmani e cambiare il futuro del Paese.

Myanmar, strage infinita Cento morti in un giorno e proiettili contro i bimbi. L'esercito spara sulla folla, una delle vittime ha solo 5 anni. Un neonato ferito a un occhio. Fabio Polese - Dom, 28/03/2021 - su Il Giornale. Bangkok - Una strage annunciata. Venerdì la televisione di Stato aveva messo in guardia i manifestanti della possibilità di essere «colpiti alla testa e alla schiena». Ma nonostante la minaccia dell'esercito, centinaia di migliaia di persone sono scese nelle strade di tutto il Myanmar per protestare contro il golpe militare del primo febbraio. È stato l'ennesimo bagno di sangue. Le forze di sicurezza hanno ucciso più di 100 persone in diverse città del Paese. Il massacro è avvenuto a Yangon, Mandalay, Sagaing, Lashio, Bago e in altre località. Tra le vittime ci sarebbero anche quattro bambini di età compresa tra 5 e 15 anni. Le stime rilasciate quotidianamente dall'Assistance Association for Political Prisoners parlano di oltre 400 morti dall'inizio delle violenze. Ma secondo fonti raccolte dal Giornale nei giorni scorsi, le vittime sarebbero molte di più, soprattutto nelle zone etniche. In un video catturato da una telecamera di sicurezza e postato sui social, si vedono alcuni militari a bordo di due pick-up sparare contro un motorino che sta percorrendo una strada deserta, presumibilmente lontano dalle proteste. Una persona viene centrata e rimane a terra, altre due riescono a scappare via a piedi. Poco dopo gli uomini del Tatmadaw l'esercito birmano caricano in macchina il ferito e ripartono. Un'altra ripresa mostra una giovane ragazza in moto mentre si schianta senza vita dopo essere stata freddata da un proiettile. In altre immagini viene immortalato un uomo disperato che tiene tra le braccia il cadavere del figlio. Il comune denominatore di tutti i filmati pubblicati in rete è la ferocia dei militari, che senza nessuna pietà stanno compiendo l'ennesima carneficina di civili in un Paese già martoriato da decenni di conflitti e violenze. Il pugno duro dell'esercito verso i manifestanti, che da ormai quasi due mesi occupano le piazze del Myanmar, stanno continuando nonostante la condanna della comunità internazionale. L'Unione Europea, che nei giorni scorsi ha emesso sanzioni contro i leader dell'esercito, ha dichiarato che «le uccisioni di civili disarmati, compresi bambini, sono atti indifendibili». Anche Thomas Vajda, ambasciatore Usa a Yangon, ha attaccato i militari per il massacro di ieri. «Questo spargimento di sangue è orribile», ha detto. «Il popolo del Myanmar ha parlato chiaramente: non vuole vivere sotto il governo militare», ha aggiunto. Le violenze di ieri sono arrivate mentre a Naypyitaw sfilavano i carri armati del Tatmadaw, in occasione della «Giornata delle Forze Armate», che commemora l'inizio della resistenza all'occupazione giapponese nel 1945 organizzata da Aung San, il padre di Aung San Suu Kyi. Alla parata ha partecipato Alexander Fomin, vice ministro della Difesa russo, dopo aver incontrato gli alti dirigenti della giunta venerdì scorso. Secondo quanto riferiscono i media locali, hanno presenziato alla celebrazione anche rappresentanti di Cina, India, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Laos e Thailandia. L'appoggio di Mosca e Pechino risulta fondamentale ai generali birmani, visto che i due Paese sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e possono bloccare eventuali azioni dell'Onu. Mentre la giornata di ieri è stata ribattezzata dagli oppositori al regime come «giorno del disonore e del terrore», il generale Min Aung Hlaing a capo del Paese dal colpo di Stato ha incredibilmente dichiarato che l'esercito sta cercando «di unire le forze con l'intera nazione per salvaguardare la democrazia».

Da "tg24.sky.it" il 4 marzo 2021. Proseguono senza sosta le proteste in Birmania. Ieri la repressione armata è sfociata in un bagno di sangue, il più grave dall'inizio delle manifestazioni: almeno 38 persone sono state uccise in diverse città nel Paese, dove la polizia fa fuoco su migliaia di persone disarmate che protestano contro il golpe, nonostante i molteplici appelli della comunità internazionale. Oggi i manifestanti anti golpe sono tornati nelle strade di diverse città della Birmania dopo le proteste di ieri costate la vita ad almeno 38 persone, il bilancio più pesante dal colpo di Stato dell'1 febbraio scorso. Le proteste continuano sia a Yangon e Mandalay, sia in altre città del Paese. Oggi si è tenuto il funerale di Kyal Sin, una ragazza 19enne uccisa a Mandalay dalle forze di sicurezza e la cerimonia è stata trasmessa in diretta su Facebook nonostante la giunta militare abbia vietato il social network nel Paese Finora le autorità hanno arrestato circa 1.700 persone, di cui 1.200 sono tutt'ora in carcere. Su Internet i birmani implorano il mondo di aiutarli contro il pugno di ferro del nuovo regime, mentre i militari continuano a reprimere la protesta con la violenza. Ieri gli agenti hanno sparato proiettili veri a Monywa, Mandalay e Myingyan, a volte senza il preavviso di lacrimogeni e proiettili di caucciù. Il bilancio delle vittime ieri è stato annunciato dall'inviato dell’Onu e arriva dopo un altro weekend di sangue, con almeno 18 morti. Molto tesa la situazione anche nel nord di Yangon, nel quartieri di North Okkalapa: dalla zona, a cui le forze di sicurezza hanno vietato l'accesso ai media, sono stati diffusi video di guerriglia urbana, con barricate di fortuna date alle fiamme dalla polizia e foto di giovani uccisi con colpi alla testa. Con il Paese chiuso ai giornalisti stranieri anche per l'emergenza Covid, i birmani si appellano al mondo rilanciando sui social post disperati. Video di feriti trascinati dai poliziotti, un filmato in cui si vedono agenti picchiare il personale medico fatto uscire da un'ambulanza che trasportava feriti. Una 19enne di Mandalay è stata trafitta da un proiettile al collo, mentre indossava una maglietta con scritto “Andrà tutto bene”. Ai morti si aggiungono le centinaia di arresti. Sono stati presi di mira anche i giornalisti, con almeno sei in detenzione per reati che vanno dalla diffusione di informazioni false all'incitamento di dipendenti pubblici alla disobbedienza. A Yangon è stato riportato che ai posti di blocco gli agenti costringono gli automobilisti a fargli vedere i loro post su Facebook; se vengono trovati messaggi che simpatizzano con le proteste, scatta l’arresto. Il generale golpista Min Aung Hlaing si è dimostrato finora sordo a qualsiasi appello internazionale, sia a fermare la violenza sia a liberare i politici detenuti, a partire da una Aung San Suu Kyi, tenuta prigioniera con quattro capi di imputazione. Ieri è stato Papa Francesco a lanciare un appello al mondo "affinché le aspirazioni del popolo del Myanmar non siano soffocate dalla violenza". Anche le minacce di sanzioni da parte di Stati Uniti e Unione europea sono state finora inutili. Ad oggi si contano almeno 54 morti e 1.700 arrestati per le proteste dal giorno del golpe. A fornire il dato sono le Nazioni Unite che hanno lanciato un appello: l'esercito deve smettere di "assassinare" i manifestanti.

Colpo di Stato in Myanmar, Aung San Suu Kyi arrestata dai militari. L'appello della Lady: "Non vi piegate". La Repubblica il 31 gennaio 2021. La mossa è arrivata dopo giorni di crescente tensione tra il governo e l'esercito che contestava la regolarità delle elezioni. I militari annunciano un nuovo voto "libero ed equo". Stato d'emergenza per un anno. La condanna di Usa, Ue e Onu. Più cauta la Cina che invita a "salvaguardare la stabilità politica e sociale".  Colpo di Stato in Myanmar. La leader Aung San Suu Kyi, vincitrice delle ultime elezioni, e altri alti esponenti del partito al governo sono stati arrestati in un raid: lo ha comunicato il portavoce della Lega nazionale per la democrazia al governo. La mossa è arrivata dopo giorni di crescente tensione tra il governo civile e le potenti forze armate che ha suscitato timori di un colpo di Stato all'indomani di un'elezione che secondo l'esercito era fraudolenta. L'ex generale Myint Swe, nominato presidente ad interim dall'esercito del Myanmar, ha dichiarato che il colpo di Stato militare che ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi è stato costituzionale. Lo si legge in un comunicato di Swe, vicepresidente del Myanmar, che ha assicurato il suo "pieno sostegno" al golpe. Swe ha sostenuto la tesi dell'esercito secondo cui San Suu Kyi avrebbe attuato frodi per vincere le ultime elezioni, un "tentativo di usurpare la sovranità statale tramite mezzi illegali" che ha reso quindi necessario al vicepresidente dichiarare lo stato d'emergenza e cedere tutto il potere al comandante in capo Min Aung Hlaing. I militari hanno promesso nuove elezioni libere ed eque nel solco della Costituzione. "Proteste di massa contro la frode elettorale sono iniziate in molte regioni del Paese", recita la nota diffusa dalla televisione birmana, "a tale proposito, viene dichiarato lo stato di emergenza in accordo con gli articoli 417 e 418 della Costituzione". L'esercito birmano ha annunciato l'imposizione di uno stato di emergenza per la durata di un anno. Nel frattempo, l'ex generale Myint Swe - uno dei due vicepresidenti - ricoprirà la carica di presidente ad interim. L'annuncio è stato dato dalla tv statale. Tutti i voli sono bloccati. Il portavoce Myo Nyunt ha detto al telefono a Reuters che la premio Nobel per la pace Suu Kyi, il presidente Win Myint e altri leader erano stati "catturati" nelle prime ore del mattino. "Voglio dire alla nostra gente di non rispondere in modo avventato e voglio che agiscano secondo la legge", ha detto, aggiungendo che anche lui si aspettava di essere arrestato. Le linee telefoniche per Naypyitaw, la capitale, non erano raggiungibili già dal mattino. Anche I media statali birmani (Mrtv) stanno avendo problemi tecnici e non sono in grado di trasmettere. "A causa delle attuali difficoltà di comunicazione, vorremmo informarvi rispettosamente che i programmi regolari di MRTV e Myyanmar Radio non possono essere trasmessi", hanno detto in un post sulla sua pagina Facebook Myanmar Radio and Television.

Suu Kyi al popolo: "Non piegatevi". Il partito di Suu Kyi ha fatto sapere che la stessa leader ha lanciato un appello al popolo affinché si opponga ai militari. "Esorto la popolazione a non accettarlo, a rispondere e a protestare con tutto il cuore contro il colpo di stato", ha affermato la premio Nobel per la pace in una dichiarazione diffusa dalla Lega Nazionale per la Democrazia.

Le reazioni. Immediata la condanna degli Stati Uniti che hanno avvertito il Myanmar di invertire la rotta, ha riferito una portavoce della Casa Bianca. "Gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi tentativo di alterare l'esito delle recenti elezioni o di impedire la transizione democratica del Myanmar, e prenderanno provvedimenti contro i responsabili se questi passi non saranno invertiti", ha detto in dichiarazione la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki, aggiungendo che il presidente Joe Biden è stato informato sulla situazione. Anche Il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres ha condannato "fermamente" il colpo di stato dell'esercito: "Questi sviluppi sono un duro colpo alle riforme democratiche in Birmania", ha aggiunto in una nota  Guterres. "Le elezioni generali dell'8 novembre 2020 danno un forte mandato alla Lega nazionale per la democrazia (Nld), riflettendo la chiara volontà del popolo birmano di continuare sulla strada conquistata a fatica della riforma democratica", ha detto. Di conseguenza, i leader militari sono chiamati "a rispettare la volontà del popolo birmano e ad aderire a standard democratici, ogni controversia deve essere risolta attraverso un dialogo pacifico", ha detto nella sua dichiarazione". Sulla stessa lunghezza d'onda l'Ue, che ha parlato a più voci (la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen; il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il capo della diplomazia, Josep Borrell).  "Condanno fermamente il colpo di stato in Birmania e chiedo ai militari di rilasciare tutti coloro che sono stati detenuti illegalmente durante i raid in tutto il paese. I risultati delle elezioni devono essere rispettati e il processo democratico deve essere ripristinato", ha scritto il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, su Twitter. "Il popolo del Myanmar vuole la democrazia. L'Ue è con loro", ha aggiunto il capo della diplomazia europea, Josep Borrell sullo stesso social network. Alle proteste dell'Ue si sono uniti  il Regno Unito, l'Australia, l'India. Dura anche la nota della Farnesina, che ha chiesto l'immediato rilascio di Aung San Suu Kyi e di tutti i leader politici arrestati. Più cauta la Cina che ha invitato a "salvaguardare la stabilità politica e sociale". Da Pechino nessun commento ulteriore, tantomeno sulla possibilità che il capo dell'esercito, Min Aung Hlaing, oggi al potere, abbia fatto riferimento a un possibile colpo di Stato il mese scorso, durante la visita nel Paese del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a metà gennaio.

Colpo di Stato in Myanmar, l'eccezionale testimonianza di un'oppositrice: "Occidente, aiutaci". Khin Aye su La Repubblica il 12 febbraio 2021. Le riunioni di hacker improvvisati per aggirare i blocchi imposti alla rete, la distribuzione dei pasti ai manifestanti, il coraggio dei più giovani e le paure della famiglie. Una giornalista birmana racconta la battaglia contro i generali per riportare in libertà Aung San Suu Kyi e il sogno di democrazia. Se mi presento con un altro nome non è per vigliaccheria. Certo, ho paura come tutti, perché i militari del mio paese hanno già dimostrato di essere pronti a uccidere anche stavolta, e una ragazza sta ancora lottando tra la vita e la morte nella nuova capitale Naypyidaw dove è stata colpita alla testa da un proiettile. Ma le mie ragioni sono altre. La mia famiglia ha sofferto già troppo durante gli anni della dittatura che noi chiamiamo l’Era Oscura, e non voglio dare altro dolore ai miei genitori, a mio padre che ha passato sette anni in prigione sotto inaudite torture psicologiche e fisiche per conquistare lo sprazzo di libertà che ha permesso alla Lega della democrazia e a Daw Aung San Suu Kyi di conquistare decine di milioni di voti. E a me di diventare una giornalista, oltre che un’attivista dei diritti umani. La mattina del golpe, quando i colleghi hanno preso a chiamarmi per dirmi quello che era successo, sono andata a casa dei miei col cuore in gola e vedendo la loro disperazione ho promesso di stare attenta, anche se non mi hanno chiesto niente. In questi ultimi cinque anni di governo avevamo più volte parlato a casa del modo poco trasparente e coerente con il quale Amay (madre) Suu sembrava distorcere la sua stessa idea di democrazia. Ma da 11 giorni giro in lungo e largo Yangon per documentare uno straordinario e – sinceramente – per me inaspettato movimento che qui chiamiamo in sigla CDM, della disobbedienza civile, una rivolta vera e propria che sta ormai dilagando ovunque. E mi sono detta: chi sono io per giudicare il loro modo di amare il paese e l’idea di libertà per quanto imperfetta che ha trasmesso la nostra leader oggi di nuovo agli arresti? E’ come se avessi scoperto solo adesso che Daw Suu Kyi non avrà lasciato eredi della sua politica con nome e cognome, ma queste miriadi di persone hanno la forza d’animo e la determinazione di dire in suo onore e una volta per tutte basta alla dittatura dei militari. E’ un pubblico ben più vasto dell’élite di intellettuali alla quale bene o male io stessa appartengo. Il primo giorno, non sapevo che fare. Cercavo di connettermi e di connettere tra loro colleghi e altri attivisti ma molte linee erano tagliate. Ci siano incontrati in ufficio e cercato di fare dei piani, e quando a mezzogiorno Internet è tornato quelli più tecnologicamente avanzati tra noi ci hanno insegnato come usare il Vpn e scegliere il migliore. Aiutandoci l’un l’altro abbiamo capito che la stessa cosa stava succedendo inevitabilmente in tutto il paese. E infatti come d’incanto si sono tutti organizzati, hanno portato acqua e cibo ai manifestanti, distribuito fiocchi rossi simboli della Lega, una cosa incredibile da immaginare solo poche ore prima. Ho visto e parlato con uomini, donne e soprattutto ragazzi che se ne fregano delle opinioni dei media internazionali e delle mie stesse idee critiche verso quel silenzio che ha accompagnato nel mio paese le persecuzioni dei Rohingya e di altre minoranze etniche, vittime delle stesse logiche di appropriazione delle terre e dei diritti dei 60 lunghi anni di dittatura. Ieri per esempio era il giorno di festa nazionale del popolo Karen e al mattino presto sono andata al Padonmar Park nel quartiere di Myaynigone perché avevano segnalato al mio giornale un raduno del cosiddetto movimento delle nazionalità etniche contro la dittatura. C’erano Karen, ma anche Bamar, cioè birmani come me, assieme a Kachin, Mon, Rakhine, Kachin, Shan, Wa, Naga, Ta'ang. Per decenni sono rimasti divisi per tante ragioni sociali e culturali, ma erano tutti lì, sotto la bandiera dei Karen che sventolava e gridavano tutti la stessa cosa: “Liberate Amay Suu”, “Abbasso i dittatori tadmadaw”, che è il nome dei soldati birmani guidati dal comandante golpista delle forze armate Min Aung Hlaing.  Da lì mi sono spostata su Pyidaungsu Road, dove una grande folla ha sfilato davanti all’ambasciata della Cina, accusata di sostenere il regime. Da giorni circolavano notizie di cinque aerei carichi di tecnici informatici cinesi atterrati a Yangon per aiutare i militari ad applicare una nuova legge di “sicurezza informatica” dei dittatori, che intendono impedire alla gente di comunicare e organizzare la miriade di manifestazioni che continuano a tenersi in tutto il paese. A poco è servita la smentita ufficiale cinese, secondo la quale gli unici voli erano stati regolari cargo di merci come frutti di mare. “Non sostenete i dittatori, sostenete il Myanmar” dicevano molti dei cartelli che erano scritti anche in inglese. Negli slogan c’era il sarcasmo e l’ironia in qualche modo influenzata da quella dei giovani studenti thailandesi che ora, chissà forse entusiasmati dal coraggio dei coetanei birmani, hanno ripreso a sfilare a Bangkok contro i loro despoti. Come loro anche i nostri giovani e perfino gli anziani sfilano con le tre dita di Hunger games alzate. “Non ci date frutti di mare – diceva un altro slogan davanti all’ambasciata – ridateci Amay Suu”. Non so sinceramente che cosa stia davvero pensando la leadership comunista di fronte a tutto questo, se convenga a Pechino sostenere un regime militare che sta riportando nel paese tra i tanti fantasmi quello di un’ondata anti-cinese che nei decenni passati si manifestò violentemente lasciando dietro una scia di rancori mai sopiti. Penso che anche Xi Jinping sia di fronte a un bivio, considerando che in questi ultimi 5 anni ha più volte incontrato e trattato amichevolmente con Daw Suu. Certo se toglierà il supporto ai golpisti deviando dalla loro politica di non interferenza, il regime di Min Aung Hlaing avrà vita breve. Chi può escluderlo? Ma quante persone dovranno sacrificare la loro vita? C’è qualcosa altro che ferisce la mia gente quanto il timore di un nuovo supporto cinese ai generali. E’ la mancanza di azioni concrete degli altri paesi, non solo quelli asiatici poco democratici come il nostro, ma anche quelli occidentali. “E’ vero che solo la Nuova Zelanda ha ufficialmente rotto ogni rapporto diplomatico con il Myanmar?”, mi chiedeva un giovane studente, uno di quei cinque milioni di primi votanti che sono la base di questo movimento di disobbedienza civile. Mai come in questi 11 giorni ho parlato con tante persone sulla direzione presa dal precedente governo nella letale convivenza coi militari imposta dalla costituzione. Alle mie domande di scettica tutti mi hanno invitato a essere realista: adesso ci sono molte più infrastrutture di prima, strade dirette per destinazioni difficili da raggiungere in passato, molte nuove scuole, un servizio sanitario più efficiente, un più alto livello di istruzione. Il mio animo di attivista un po’ si ribella conoscendo aspetti di corruzione e di speculazione del sistema, ma tutti attorno a me sembrano considerare ogni ostacolo e mela marcia una cosa secondaria rispetto alla libertà conquistata. “Ora li possiamo criticare, e non ci mettono in prigione”, mi ripetono. Qualcuno mi ha perfino detto che i parlamentari della Lega “sono amichevoli”. Ai miei amici e colleghi che mi domandano se sono pentita di essere stata critica fino ad ora, rispondo di no, ho fatto la cosa giusta. Ma specialmente in momenti come questi, come giornalista e come attivista devo seguire ciò che sente la pubblica opinione. Non amo la Commissione elettorale accusata di frode dai militari, ma anche se non funziona non posso credere al partito dei militari Usdp che parla di frode, conoscendo ciò che l’esercito ha tentato di fare nei seggi senza successo. Per questo, indecisa fino all’ultimo anche io ho votato Nld, e come me quell’oceano di persone che oggi vogliono indietro Suu Kyi e non smetteranno di scendere in strada. Nonostante i pericoli e gli altri feriti delle ultime ore, c’è un clima di festa, “liberi dalla paura” come direbbe Daw Suu. Molti avranno visto le immagini delle ragazze vestite da principesse di Disney. Che dire? I giovani di Bangkok indossavano gli abiti di Harry Potter, qui l’immaginazione popolare è più semplice. A me questi ragazzi sembrano trasportati dallo stesso vento di vera democrazia dal basso che spira a Hong Kong e Bangkok, e che forse vedremo anche altrove. Ma intanto qui, nelle strade della mia Yangon, ho un flash che mi riporta indietro a quando ero ragazza anche io, e le strade venivano scarsamente illuminate, e i poliziotti del palazzo segnavano chiunque entrava dal cancello bussando alle porte di notte per controllare. Non sono la sola a voler tornare indietro e non mi sento vigliacca per non espormi come fanno altri nelle strade. E’ meglio che in questo momento lavori grazie alle mie nuove insospettabili abilità di hacker per la causa di tutti. Anche per i poliziotti costretti a seguire gli ordini che stanno abbandonando in numero consistente le loro caserme. Ma prima di chiudere un diario che non avrei mai voluto aprire, devo dire un’altra cosa importante a chi mi legge all’estero. In questo momento non possiamo essere sicuri se la Cina sta davvero sostenendo i militari o meno. Però l’Occidente non può fare finta di niente. In Myanmar è stato commesso un crimine punibile dal Tribunale internazionale di giustizia, perché è stata violata la stessa Costituzione scritta dai generali 13 anni fa. C’era scritto che solo il presidente può dichiarare lo stato di emergenza. Ma loro hanno arrestato il presidente, l’uomo scelto da Daw Suu, e ci hanno messo un soldato. Ora sparano sulla gente che aveva votato un partito che non gli piaceva. Forse non è un caso se anche i perseguitati Rohingya ci hanno mostrato solidarietà. Devo confessare una cosa. Ho scritto a una mia amica Rohingya e le ho chiesto perdono. “Ora sappiamo almeno un poco di ciò che avete sofferto voi”. (Testo raccolto da Raimondo Bultrini)

Sara Perria per lastampa.it il 6 febbraio 2021. Dopo giorni di disobbedienza civile e percussioni di pentole, questa mattina i birmani si sono riversati nelle strade della capitale commerciale Yangon. Poco dopo, i militari hanno imposto alle compagnie telefoniche di staccare internet. Le motivazioni ufficiali, spiegate in un comunicato dell’azienda Telenor, sono risibili: “circolazione di notizie false, stabilità della nazione e interesse pubblico.” Nei giorni scorsi si era cercato di ridimensionare l’accesso a Facebook, popolarissimo in tutto il Paese. Poi è stata la volta di Twitter, dove molti erano migrati condividendo video e foto delle proteste. Ieri i parlamentari eletti e censurati dai militari avevano anche deciso di sfidare il nuovo regime convocando un’assemblea virtuale su Zoom, poi riuscendo a postare il video online poco prima che internet venisse staccato. In molti temono che questo sia il preludio di un giro di vite contro i manifestanti, ma finora i militari sono stati cauti, puntando sul contenimento delle informazioni. Secondo il settimanale Frontier Myanmar, centinaia di giovani manifestanti in una delle arterie centrali di Yangon hanno cantato “pyithu ye”, la “polizia della gente”, nel tentativo di convincere la polizia a stare dalla loro parte. Una richiesta forse alimentata anche da foto che mostravano alcuni poliziotti birmani che di nascosto facevano il segno delle tre dita – già simbolo delle proteste in Thailandia, ora acquisito dai birmani. La parola d’ordine rimane manifestare pacificamente, secondo l’input della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi. Il partito della Lady, come la ex leader del governo civile viene chiamata, ha diffuso un comunicato ufficiale in cui chiede il supporto della comunità internazionale. Toni radicalmente diversi da quelli di qualche anno fa, quando si era creato un solco che si credeva incolmabile sulla questione Rohingya. “Aiutateci”, sono alcuni degli ultimi messaggi postati su internet da cittadini birmani di ogni provenienza sociale, mentre un numero ridotto di informazioni continua a circolare grazie a connessioni alternative. Intanto l’avvocato di Aung San Suu Kyi ha comunicato alla Reuters di non essere riuscito a parlare con la Lady, agli arresti domiciliari. Domani i manifestanti hanno già annunciato di voler tornare in strada. Secondo la AAPP, Associazione di Assistenza per Prigionieri Politici in Myanmar, sono state fino arrestate 152 persone, inclusi 18 attivisti.

(ANSA il 3 febbraio 2021.) La Cina ha bloccato una bozza di dichiarazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che condannava il colpo di Stato militare in Birmania. Secondo quanto riporta la Bbc, il Consiglio - che si è riunito ieri - non è riuscito a trovare un accordo su una dichiarazione congiunta a causa dell'opposizione di Pechino, che ha il diritto di veto come membro permanente dell'organismo. Durante la crisi dei Rohingya nel 2017, Pechino aveva bloccato qualsiasi iniziativa del Consiglio per tenere riunioni sulla Birmania o rilasciare dichiarazioni congiunte. La leader birmana Aung San Suu Kyi, arrestata nei giorni scorsi nell'ambito di un colpo di stato militare, è stata accusata di aver violato la legge sull'import-export. Lo rende noto il portavoce del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia. Un tribunale birmano "ha ordinato la detenzione provvisoria" di San Suu Kyi "per un periodo di 14 giorni, dal primo al 15 febbraio, con l'accusa di aver violato una legge sull'import-export". Lo scrive su Facebook Kyi Toe, portavoce della Lega nazionale per la democrazia (Lnd). I 14 giorni partono dunque dal giorno dell'arresto e del colpo di stato militare. L'ex presidente Win Myint è invece stato accusato per aver violato la legge sulla gestione delle catastrofi naturali, ha aggiunto il portavoce. I ministri degli Esteri del G7 si sono detti oggi "profondamente preoccupati" del colpo di Stato in Birmania ed hanno esortato i militari a porre fine "immediatamente" allo stato di emergenza nel Paese. È quanto si legge in un comunicato congiunto diffuso oggi da Londra. "Siamo profondamente preoccupati per la detenzione di leader politici e attivisti della società civile, tra cui il Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente Win Myint, e per l'attacco ai media", hanno affermato i ministri di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Giappone. "Chiediamo ai militari di porre immediatamente fine allo stato di emergenza, ristabilire il potere del governo democraticamente eletto, liberare tutti coloro che sono stati ingiustamente detenuti e rispettare i diritti umani e lo stato di diritto", conclude il comunicato.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 2 febbraio 2021. Il tempo ha fatto un salto indietro a Myanmar. Aung San Suu Kyi è tornata prigioniera dell'esercito, come lo fu per quindici anni, fino al 2010 quando finalmente i generali fecero un passo indietro, non per decenza ma per convenienza. I golpisti decisero di condividere il potere dopo che le loro giunte susseguitesi per cinquant'anni avevano fatto sprofondare il Paese nel sottosviluppo e nell'isolamento. Aprirono i cancelli della villa dove la signora era stata confinata dal 1989 e le permisero di parlare a una popolazione che la adorava, in quanto figlia di Aung San, l'eroe dell'indipendenza nazionale raggiunta nel 1948. Forse, la sintesi della sua vita, è in una frase della motivazione per il Nobel per la pace che le fu assegnato nel 1991: «Un esempio del potere di chi non ha potere». Guardando al suo viaggio tragico e tormentato, quel giudizio resta valido anche ora che l'icona (scolorita) della libertà ha 75 anni. Il padre fu assassinato nel 1948, quando ancora non aveva potuto esercitare il potere. La madre è stata ambasciatrice in India negli anni 60, quando il Paese era già retto da una dittatura militare, nominalmente socialista. Aung San Suu Kyi ha potuto avere una formazione cosmopolita: una prima laurea a New Delhi, la seconda a Oxford, poi un periodo di lavoro al Palazzo di Vetro dell'Onu; di nuovo in Inghilterra dove sposò un professore britannico da cui ha avuto due figli. Una vita privilegiata, lontana dalla politica. Ma c'è il destino. Nel 1988 tornò in patria per assistere la madre morente. Pensava a un viaggio di poche settimane, ma proprio allora la Birmania fu scossa da una ribellione popolare contro la giunta. L'esercito aprì il fuoco facendo una strage. E quella donna esile ed elegante decise di esporsi: «Non posso restare indifferente». Ispirata da Martin Luther King e dal Mahatma Gandhi, organizzò un movimento per la democrazia che diventò partito. Lanciò appelli alla pacificazione, chiese alla gente di rispettare l'ordine e alle forze armate di riconquistare la fiducia. I generali nel 1989 la arrestarono. Nel 1991 le fu assegnato il Nobel che non poté andare a ritirare; nel 1999 non accettò la via d'uscita offertale dal regime: il marito era malato di cancro, in fin di vita a Londra e lei avrebbe potuto essere liberata per stargli vicina un'ultima volta. Un espediente per chiuderla fuori dalla patria, appena ribattezzata ufficialmente Myanmar. Per altri dieci anni lei sopportò la prigionia con inflessibilità e grazia. Nel 2010, liberandola per dare una patina di nobiltà alla loro ritirata tattica, i generali le hanno permesso di guidare la «Lega nazionale per la democrazia» alla vittoria elettorale nel 2015; ma le hanno negato la possibilità di diventare presidentessa, con la scusa che aveva sposato un inglese e i suoi figli erano cittadini britannici. Suu Kyi da allora è stata Consigliera di Stato. Il colpo di genio dei generali è stato di trasformare l'icona della democrazia in donna politica, costretta a fare i conti con il potere reale. E facendo questi conti, la ex pacifista ha rifiutato di spendere anche una sola parola di solidarietà per i musulmani Rohingya braccati dall'esercito, massacrati, costretti a fuggire all'estero a centinaia di migliaia tra il 2017 e il 2018. Convinta di proteggere la democrazia imperfetta e fragile, nel 2019 si è prestata a difendere la pulizia etnica per conto dei militari, davanti alla Corte internazionale dell'Aia. Ha cavalcato il sentimento nazionalista prevalente forse per prendere tempo, per consolidare la situazione ambigua. Ma quando ha trionfato di nuovo nelle elezioni dello scorso novembre, i generali hanno deciso di riportare indietro il tempo. Non hanno più bisogno di una Premio Nobel per dare credibilità al loro potere camuffato. Troppo tardi Aung San Suu Kyi, ora che è chiusa nella sua residenza circondata dai soldati, ha chiesto al popolo di «non accettare la situazione, protestare contro il golpe».

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 2 febbraio 2021. I generali hanno gettato la maschera della «democrazia imperfetta», per riprendere il controllo totale del potere. Ma neanche Aung San Suu Kyi, la vittima eccellente di questo ennesimo golpe birmano è innocente. Quando le Nazioni Unite denunciarono «la pulizia etnica a fine di genocidio» compiuta dalle forze armate contro la minoranza Rohingya, la Signora rispose: «Siamo un Paese giovane e fragile che deve affrontare molti problemi, non possiamo solo concentrarci su pochi». Secondo quel ragionamento ambiguo e cinico, se il governo civile avesse sfidato i generali chiedendo di fermare l'orrore, questi avrebbero potuto organizzare un nuovo golpe ai danni di tutto il popolo; meglio quindi chiudere gli occhi e fingere che i Rohingya non esistessero. L'equilibrismo ipocrita ha isolato il Myanmar e la «democrazia imperfetta» è stata comunque di nuovo calpestata dagli scarponi dei soldati. I militari sanno giocare con la geopolitica. Dopo essersi fatti scudo con la Premio Nobel in disarmo, credono di potersi infilare nella sfida tra Washington e Pechino. Il generale Min Aung Hlaing, uomo di punta del golpe, è già sottoposto a sanzioni personali da parte degli Stati Uniti per il dossier Rohingya e non ha niente da perdere da una nuova crisi al buio; i suoi commilitoni possono sperare che la Casa Bianca abbia difficoltà etiche nel trovare un modo per inasprire la pressione senza far soffrire ulteriormente la popolazione. I generali sanno che il loro Paese è strategico, i 2.500 chilometri di costa sull'oceano offrono uno sbocco importante per i progetti della Via della seta cinese. Ieri la Cina si è limitata a dire di aver «notato» il mutamento della situazione, auspicando «stabilità politica e sociale». Xi Jinping penserà anzitutto a garantire i 21 miliardi di dollari di progetti impegnati nel Paese. Che non sono pochi neanche per la Cina. Che cosa succederà? «Il nostro è un Paese già in guerra con se stesso, pieno di armi, con milioni di persone in lotta contro la fame, un popolo diviso da spaccature etniche e religiose, il futuro è buio, temo che nessuno sarà davvero capace di controllare la catena di avvenimenti», dice lo storico Thant Myint-U.

Paolo Salom per il “Corriere della Sera” il 24 gennaio 2020. La Birmania (Myanmar) deve agire rapidamente per «evitare atti che portino al genocidio» della comunità musulmana dei Rohingya. Così, ieri, ha stabilito la Corte penale internazionale dell' Aia, sollecitata a intervenire sulla questione da un ricorso del Gambia su richiesta dell' Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic). Una sentenza che non lascia spazio a interpretazioni: la minoranza, che nell' agosto del 2017 è in gran parte fuggita in Bangladesh per salvarsi dalla repressione dell' esercito birmano, è stata fatta segno di «crimini contro l' umanità». Da allora, circa 740 mila persone hanno superato i confini tra lo Stato birmano di Rakhine e il vicino Bangladesh, andando ad aggiungersi a decine di migliaia di altri profughi, in un contesto precario che Onu e Ong cercano di tenere sotto controllo. Ma altri 600 mila Rohingya restano ancora in Birmania, «confinati» nei loro villaggi o in campi di fortuna - qualcuno li ha definiti «di concentramento» - senza libertà di movimento e in condizioni igienico-sanitarie al limite. Il governo rappresentato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi ha cercato di prevenire la condanna: prima partecipando alla sessione introduttiva dell' inchiesta all' Aia; poi ordinando un' indagine «sul campo» raccolta in un rapporto di oltre 400 pagine che riconosceva possibili «singoli episodi» di brutalità da parte di soldati ma escludeva ogni «volontà esplicita di genocidio». Ora il Tribunale delle Nazioni Unite con sede all' Aia afferma che «genocidio» è stato. È la prima volta che un' istituzione internazionale affronta, senza giri di parole, una questione complessa come quella dei Rohingya, peraltro eredità della (ormai ex) giunta militare. Ma il punto è proprio questo: tornata ufficialmente alla democrazia, ritrovata in Aung San Suu Kyi un leader di prestigio, la Birmania alla prova dei fatti si è ripetuta affrontando una crisi umanitaria con le pratiche spicce di una dittatura. E Aung San Suu Kyi ha dilapidato, in poco tempo, un patrimonio di stima e ammirazione accumulato attraverso sofferenze evidentemente dimenticate.

Alessandro Ursic per “la Stampa” l'11 dicembre 2019. Da simbolo della lotta per la democrazia e i diritti umani, a primo difensore di un esercito - lo stesso che l' ha tenuta prigioniera per 15 anni - accusato di genocidio contro una minoranza etnica. Alla Corte internazionale di giustizia dell' Aja, ieri Aung San Suu Kyi è rimasta impassibile ascoltando gli orrendi crimini contro i musulmani Rohingya di cui la Birmania da lei guidata si è macchiata. Sebbene lei non sia formalmente imputata, l' immagine simbolo di quanto la reputazione della «Signora» sia cambiata gli occhi del resto del mondo è tutta qui. Con i fiori tra i capelli Avvolta in un tradizionale vestito birmano e con i capelli raccolti tenuti insieme con gli usuali fiori, Suu Kyi (74 anni) non ha proferito parola prima, durante o dopo l' udienza davanti ai 17 giudici della più alta corte dell' Onu, dove il caso è finito su iniziativa del Gambia con l' accusa che la Birmania ha violato la Convenzione sul genocidio. Abubacarr Tambadou, ministro della Giustizia del piccolo Paese africano a maggioranza musulmana, ha implorato il premio Nobel per la Pace a «fermare questi atti barbari che continuano a mettere sotto choc la nostra coscienza collettiva». Tambadou, un ex procuratore al tribunale per il genocidio in Ruanda, ha letto testimonianze dei sopravvissuti a crimini che comprendono «omicidi, torture e stupri di massa», oltre a «bambini bruciati vivi nelle loro case e in luoghi di culto». La risposta di Suu Kyi, che dal 2016 è la leader di fatto della Birmania nonché ministro degli Esteri, arriverà oggi. Dato l' intento dichiarato di «proteggere il nostro interesse nazionale», sarà probabilmente in linea con le sue dichiarazioni degli ultimi due anni: una difesa dei militari e della controffensiva scatenata nell' agosto 2017 contro «terroristi» Rohingya nel nord dello Stato Rakhine, ribadendo la sua legittimità. E ciò anche se tali operazioni hanno fatto fuggire in Bangladesh oltre 700mila uomini, donne, bambini e anziani, con immagini satellitari a dimostrare come interi villaggi Rohingya siano stati rasi al suolo, innumerevoli testimonianze di sopravvissuti ancora sotto choc nei pietosi campi profughi in Bangladesh, e persino un rapporto dell' Onu che parlava di genocidio. Il contrasto tra l' immagine di moderna santa di Suu Kyi e la sua freddezza nello sminuire tali orrori era evidente già durante quel massiccio esodo di Rohingya, solo cinque anni dopo altre violenze che avevano spedito in campi profughi 140mila persone. È vero che le operazioni militari del 2017 erano iniziate dopo attacchi contro le forze di sicurezza che avevano causato una dozzina di morti. Ma la sproporzione tra quei crimini e la terra bruciata dell' esercito era lampante. Gli ammiratori stranieri di Suu Kyi all' inizio preferivano credere che lei non avesse colpe: dopotutto, l' esercito è un potere a sé in Birmania, e «la Signora» era al governo da solo un anno. Ma poi la sua risolutezza nel negare il problema è continuata. E come i militari, lei stessa nega ai Rohingya persino il loro nome, considerandoli «bengalesi» clandestini senza diritto di cittadinanza. In patria Suu Kyi rimane popolarissima anche per la linea dura contro i Rohingya, disprezzati da una popolazione in maggioranza buddista terrorizzata dalla prospettiva della crescita demografica dei musulmani. Anche ieri, all' esterno della Corte c' era un gruppetto di sostenitori, mentre a Yangon migliaia di suoi fan sono scesi nelle strade per darle man forte a distanza. Con le elezioni previste il prossimo novembre, le possibilità che Suu Kyi - nota per la sua irremovibilità - ceda alle pressioni internazionali sono minime. La lotta di 56 Paesi Suu Kyi non finirà in carcere. Formalmente questo è un procedimento tra il Gambia - con l' appoggio di 56 Paesi musulmani - e la Birmania. Per la sentenza dei giudici dell' Aja ci vorranno anni, e in ogni caso la Corte non ha il potere di far rispettare eventuali pene, anche se un verdetto di colpevolezza potrebbe portare a sanzioni internazionali e a un enorme danno d' immagine per il Paese. Ma Suu Kyi, la sorridente icona che sfidò i torvi generali sordi di fronte ai desideri della sua gente, ora è l' immagine di un potere stanco che non riconosce i diritti più elementari di un altro popolo. Ed è una pena che «la Signora» si è auto-inflitta.

La caduta della “santa laica” della Birmania. I silenzi sulle persecuzioni non evitano il golpe. Aung San Suu Kyi arrestata dagli stessi militari che l’avevano tenuta in sella con la strage dei musulmani che lei si era rifiutata di condannare. Alberto Negri il 2 febbraio 2021. Con un golpe militare è caduta la “santa laica” della Birmania Aung San Suu Kyi, nota universalmente come “The Lady” (la signora), premio Nobel per la pace per la lunga battaglia contro il regime militare e poi diventata complice di un genocidio contro la popolazione musulmana. Dagli Stati Uniti all’Europa adesso tutti fanno finta di essere indignati ma “The Lady”, messa sotto arresto dei militari, da tempo aveva perso la sua aura di democraticità.

LA CADUTA NELLA POLVERE. Una progressiva caduta nella polvere che in Occidente è stata largamente ignorata e assai poco condannata, oscurata dalla vittoria elettorale del novembre scorso in cui il suo partito aveva ottenuto una vittoria larghissima. Aung San Suu Kyi ha esortato il popolo birmano a «non accettare il colpo di Stato» mentre i militari hanno proclamato lo stato di emergenza per un anno e affidato la presidenza ad interim generale Myint Swe, uno dei due vicepresidenti. Nel 2011 la percezione generale sul Myanmar – dove le maggiori compagnie internazionali tra cui l’Eni hanno interessi nel gas – faceva sperare in una transizione verso la democrazia dopo decenni di governo militare. Nel 2015 il paese ha tenuto le sue prime elezioni democratiche dalla metà del Ventesimo secolo e questa notizia era stata accolta con ottimismo da tutto il mondo. La vincitrice del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi era diventata capa di stato de facto e molti pensavano che questo avrebbe annunciato un’era di riforme liberali. Gli ultimi cinque anni, tuttavia, hanno raccontato una storia molto diversa. La costituzione del paese, redatta dal regime militare, assegna all’esercito un quarto dei seggi parlamentari, conferendogli quindi il potere di bloccare le riforme costituzionali. La forte influenza dell’esercito sulla politica del Myanmar si è poi ulteriormente evidenziata dalla persecuzione dei Rohingya, un gruppo etnico musulmano che vive nello stato di Rakhine a cui è stata continuamente negata la cittadinanza.

LA PERSECUZIONE DEI ROHINGYA. Considerati una delle minoranze più perseguitate al mondo, soltanto nel 2017 oltre 700mila rohingya sono stati costretti a lasciare le proprie case, la maggior parte di loro fuggiti nel vicino Bangladesh dove ora vivono come rifugiati. Le Nazioni Unite hanno descritto la repressione dell’esercito che ha causato questo esodo di massa come “scopo genocida” e le notizie di stupri di massa, torture ed esecuzioni sommarie contro i rohingya hanno portato la Corte internazionale di giustizia a intraprendere delle indagini per stabilire se le azioni del Myanmar costituiscano una violazione della Convenzione sul genocidio. Aung San Suu Kyi si era rifiutata di riconoscere i crimini perpetrati contro i rohingya negando ripetutamente gli abusi e arrivando persino a evitare di chiamare per nome la minoranza etnica. Ai membri della comunità rohingya che rimangono in Myanmar è stato negato il diritto di voto nelle recenti elezioni perché non sono considerati cittadini del paese. Alla maggior parte dei politici che rappresentano questo gruppo è invece stata impedita la partecipazione alle elezioni e negato il diritto di voto. Se da un lato il silenzio di Suu Kyi sulla questione poteva essere visto come una strategia per non inimicarsi i militari e mettere a repentaglio i processi democratici del Myanmar negli ultimi dieci anni, molti critici sottolineavano che era imperdonabile ignorare gli abusi e le sofferenze inflitte a questa e ad altre minoranze etniche nel paese. In realtà la leader di fatto del Paese è arrivata a negare l’evidenza del genocidio pur di mantenere il favore della maggioranza etnica buddista Bamar che costituisce la parte sostanziale dell’elettorato. Nel settembre 2017 Aung San Suu Kyi era anche  stata oggetto di critiche da parte di un’altra premio Nobel per la pace, la pakistana Malala Yousafzai, che a proposito delle violenze perpetrate dall’esercito birmano contro la minoranza musulmana Rohingya aveva chiesto che la Lady condannasse le violenze contro i rohingya. Condanna che non è mai arrivata.

LA DENUNCIA DI HUMAN RIGHTS WATCH. La ong Human rights watch aveva descritto le recenti elezioni come “fondamentalmente sbagliate”, denunciando la privazione dei diritti civili dei rohingya, l’accesso ineguale dei diversi partiti ai mezzi di comunicazione statali e l’arresto e la persecuzione dei critici del governo in vista delle elezioni. Il giorno delle elezioni, l’8 novembre scorso, i seggi in tutto lo stato di Rakhine dove vive la popolazione musulmana era stati chiusi, privando oltre un milione di persone della possibilità di votare e aprendo la strada a una vittoria al partito dalla Lady in uno stato in cui era profondamente impopolare. E ora la Signora è caduta per mano degli stessi militari che l’avevano tenuta in sella con la strage della popolazione musulmana che si era rifiutata di condannare. Una triste parabola del potere.

·        Quei razzisti come gli indiani.

Da “ANSA” il 12 dicembre 2021. "L'odio ha vinto, l'arte ha perso. Ne ho abbastanza, vi dico addio": con questo post su Instagram il comico indiano Munawar Faruqui ha commentato la cancellazione del suo show in cartellone a Bengaluru, la capitale dello Stato meridionale del Karnataka, e ha annunciato il suo ritiro dal palcoscenico. Qualche ora prima dell'inizio dello show, un'iniziativa di beneficenza per la quale erano già stati venduti 600 biglietti, la polizia ha notificato agli organizzatori che lo spettacolo "avrebbe suscitato problemi di ordine pubblico". Gli agenti di sicurezza hanno definito Faruqui, di religione musulmana, "una figura controversa". L'artista era stato arrestato lo scorso 1 gennaio per la denuncia del Hind Rakshak Sangathan, un gruppo estremista indù, che lo ha accusato di "avere offeso divinità del Pantheon induista". Liberato su cauzione dopo un mese, per l'intervento della Corte Suprema, da allora non ha più tenuto in India nessuno spettacolo. Quello di Bangaluru è il 12esimo show cancellato negli ultimi due mesi. Migliaia i commenti indignati comparsi in rete a favore del comico, più o meno tutti di questo tenore: "Faruqui fa ridere, il governo fa piangere: chi preferite?". Gli attacchi censori nei confronti della satira stanno diventando sempre più frequenti in India: recentemente il comico stand-up Vir Das, uno dei più amati dal pubblico, è stato accusato di avere diffamato il suo Paese con il monologo "Vengo da due Indie", messo in scena a Washington. 

Tommaso Rodano per “Il Fatto Quotidiano” il 28 novembre 2021. Matrimonio rosso in Kerala, India: si sposa il signor Engels e tra gli ospiti della cerimonia ci sono anche Marx, Lenin e Ho Chi Minh. Non è una barzelletta da comitato centrale, è successo davvero, come spiega il Guardian: "La falce e il martello rimangono in voga in tutto il Kerala, dove il partito comunista ha governato per gran parte degli ultimi sei decenni, e nomi rivoluzionari come Stalin e Trotsky sono ancora popolari". Nella fattispecie, "Engels e Lenin sono fratelli, mentre Marx e Ho Chi Minh sono i figli di un attivista del partito locale. Tutti e quattro gli uomini erano membri attivi del partito comunista, ma Marx è tornato in aereo dalla città iper-capitalista di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, appositamente per partecipare al matrimonio ad Athirappilly. L'India si è avvicinata all'Unione Sovietica durante la guerra fredda e nomi russi come Pravda non sono inconsueti, in particolare nel sud. L'attuale primo ministro del Tamil Nadu si chiama MK Stalin".  

Da ansa.it il 17 novembre 2021. Prima molestata dal padre, poi data in sposa a 13 anni ad un quarentenne e per due interminabili anni venduta a centinaia di clienti. La scioccante storia, l'ennesima, in India è approdata sui titoli di testa dei media. Riaprendo tutti gli interrogativi e l'indignazione sulla piaga della violenza sessuale nel Paese. "È il caso di stupro più tragico della nostra storia. Quella ragazza è stata torturata ogni giorno", ha detto Yogita Bhayana, attivista dei diritti delle donne, che ha chiesto a gran voce l'incriminazione dei poliziotti ai quali la ragazza aveva chiesto aiuto, che non hanno registrato la sua denuncia contro gli aguzzini. La giovane, di cui non viene rivelata l'identità, fuggita dalla casa del marito, si era rifugiata nell'autostazione di Beed, una cittadina nello stato di Mumbai. Nel caos di quel luogo di passaggio viveva mendicando, sotto le pensiline dove è facile scomparire, come un qualsiasi bagaglio dimenticato. E lì tre uomini l'hanno stuprata, imprigionata e costretta a prostituirsi per quasi due anni. La salvezza è arrivata con l'incontro con un angelo custode, una assistente sociale del Comitato per la protezione dei minori. Oggi la ragazza è al sicuro, in una casa protetta, mentre otto uomini sono finiti in carcere.

Monica Ricci Sargentini per il "Corriere della Sera" il 29 luglio 2021. Paswan sognava di diventare una poliziotta. Il padre, Amarnath, si era spezzato la schiena nei cantieri edili a Ludhiana, una cittadina del Punjab, per mandarla a scuola e poterle offrire il futuro che desiderava. Invece una settimana fa è stata uccisa, ammazzata di botte per un paio di jeans. Accade ancora questo alle ragazze in India, giovani donne di oggi che non possono sentirsi al sicuro neanche all'interno delle loro case. A Neha piaceva vestirsi in modo moderno, racconta la Bbc, così spesso indossava un paio di jeans e un top, un abbigliamento inusuale nel villaggio di Savreji Kharg, dove la ragazza viveva, nel distretto di Deoria, una delle regioni meno sviluppate nello Stato dell'Uttar Pradesh. Lunedì scorso la giovane aveva osservato un giorno di digiuno religioso e si era messa a pregare in jeans quando è stata ripresa dai nonni paterni per il suo abbigliamento. Lei si è ribellata, ha replicato che non si sarebbe cambiata e la discussione è degenerata. I suoi parenti l'hanno picchiata con dei bastoni fino a renderla incosciente. La madre Shakuntala Devi Paswan ha raccontato all'emittente britannica che i suoi suoceri hanno chiamato un taxi e hanno assicurato che l'avrebbero portata in ospedale dove, però, non è mai arrivata. Il suo corpo è stato trovato senza vita, appeso sul ponte che passa sopra il fiume Gandak. Il video della folla intorno al cadavere è agghiacciante. La polizia ha arrestato quattro persone: i nonni, uno zio e l'autista dell'auto. Ma altri parenti potrebbero essere coinvolti. La signora Shakuntala ha raccontato che i suoceri facevano pressioni sulla giovane affinché lasciasse i suoi studi in una scuola locale. Le ragazze e le donne in India, non soltanto nelle zone rurali, vivono in costante stato di pericolo: le femmine rischiano di essere abortite a causa della preferenza per i figli maschi. Crescono spesso in luoghi dove la vita è scandita da rigide regole patriarcali. Ogni gesto di ribellione deve essere punito. La violenza domestica è dilagante, sono diffusi i matrimoni precoci e in media venti donne vengono uccise ogni giorno per aver portato doti insufficienti alle famiglie dei loro sposi. Per questo il caso di Neha è solo una goccia nel mare. Lo scorso mese è diventato virale un video che mostrava una giovane di vent'anni a Alirajpur, nello Stato di Madhya Pradesh, che veniva picchiata dal padre e dai tre fratelli perché era scappata dal marito violento. Qualche giorno prima, nel vicino distretto di Dahr, due ragazzine sono state prese a calci per aver parlato al telefono con un cugino. I filmati mostrano una delle due giovani tirata per i capelli, buttata per terra e colpita con dei bastoni. Sette persone sono state arrestate. I jeans strappati sono diventati il segno della ribellione delle donne indiane. A marzo in migliaia hanno condiviso sui social le loro foto con l'hashtag #rippedjeans dopo che il nuovo primo ministro dello Stato dello Stato dell'Uttarakhand, Tirath Singh Rawat, aveva detto che questo abbigliamento era sia un sintomo che una conseguenza della depravazione morale nella società indiana. Neha Paswan era una di loro. 

Da "Ansa" il 10 luglio 2021. Non tramonta in india l'obbligo del pagamento di una dote per le nozze delle figlie: lo rivela uno studio della banca mondiale, pubblicato sul blog dell'istituto, condotto su 40 mila matrimoni in aree rurali del paese, dal 1960 al 2006. i ricercatori, basandosi sui dati del 2006 del rural economic and demographic survey (reds), hanno scoperto che in quel periodo, a dispetto della legge che la proibisce dal 1961, la pratica è stata mantenuta nel 95 per cento dei matrimoni. la tradizione della dote, che può consistere in denaro contante, capi di abbigliamento o gioielli, è una delle maledizioni che incombono sul destino delle indiane: le famiglie che vivono sul filo della sussistenza cercano spesso di eliminare le neonate femmine per non doversi poi indebitare anni dopo, al momento del matrimonio. Gli analisti hanno esaminato dati relativi ai 17 stati in cui vive il 96% della popolazione indiana, scoprendo che il valore medio della dote per le spose è rimasto praticamente immutato nell'intero periodo, a dispetto dell'inflazione vissuta dal paese in alcuni momenti. mentre per la famiglia dello sposo la spesa è in media di 5 mila rupie (63 euro) per l'acquisto di doni per la famiglia della ragazza, i genitori di lei affrontano costi sette volte superiori, che arrivano a toccare le 32 mila rupie (400 euro), mentre la spesa media è di 27 mila (337 euro). La dote consuma ampie porzioni del reddito o dei risparmi delle famiglie: nell'india rurale, nel 2007 il costo medio di una dote equivaleva al 14% del reddito annuale delle famiglie. e spesso costringe le famiglie a indebitarsi, attraverso prestiti a tassi altissimi, o a vendere animali o appezzamenti di terreno coltivabile. le famiglie di religione cristiana e sikh hanno mostrato una crescita maggiore dei costi, rispetto a quelle indù o musulmane.

Da lastampa.it il 5 giugno 2021. Ancora una storia di matrimonio combinato in India. Un uomo si è travestito da donna e si è intrufolato allo sposalizio della sua ragazza che la famiglia aveva destinato ad un altro uomo, per poterla vedere l'ultima volta. E' accaduto nel distretto di Bhadohi dell'Uttar Pradesh, uno stato nel nord. L'uomo aveva fatto il make-up, indossava sandali e un velo e portava una borsa cercando di farsi passare per una delle tante donne invitate alla cerimonia. Il suo obiettivo era raggiungere la sposa e parlare con lei, ma è stato scoperto, da un gruppo di parenti, come si vede nel video, che lo ha spintonato e schiaffeggiato. Il ragazzo è riuscito a sottrarsi alla rabbia dei congiunti della sposa, fuggendo in bici con due amici che lo aspettavano fuori. La scorsa settimana una donna è morta durante la cerimonia nuziale spingendo successivamente le famiglie ad accettare che sua sorella prendesse il suo posto e sposasse lo sposo. Come in altri paesi, i matrimoni combinati, anche in India sono un serio problema e una violazione dei diritti delle donne all'autodeterminazione.

Da "tgcom24.mediaset.it" il 3 giugno 2021. Una giovane sposa è morta, colpita da un infarto, durante il suo matrimonio, ma la famiglia ha deciso di continuare le celebrazioni, dando in moglie allo sposo la sorella minore della donna. E' successo in India a Etawah, nello Stato settentrionale dell'Uttar Pradesh. La ragazza, Surbhi, è svenuta nel corso delle celebrazioni, che nel Paese durano più giorni. A nulla è servito l'intervento di un medico, che l'ha dichiarata morta a causa di un grave attacco cardiaco. Nonostante il dolore, le famiglie degli sposi hanno deciso di proseguire con la cerimonia. Il fratello della vittima, intervistato dai giornali locali, ha raccontato che tutti "si sono riuniti e qualcuno ha proposto di continuare le nozze scegliendo come sposa la sorella minore" della donna morta. I parenti "hanno concordato", il marito Manjesh Kumar è stato informato e il matrimonio è continuato, come se nulla fosse accaduto. 

La festa e il lutto. Il corpo senza vita di Surbhi è stato spostato in una stanza defilata, per permettere alle celebrazioni di continuare nel resto del palazzo. "Nessuno poteva aspettarsi di vivere emozioni così contrastanti", ha detto uno zio della defunta. "Il dolore per la morte di mia nipote e le gioia per le nozze fanno fatica a convivere". Solo alla fine della festa, sono state celebrate le esequie di Surbhi e il corpo è stato cremato. Le motivazioni della famiglia. Sarebbe stata la mamma delle due spose a insistere per la continuazione delle nozze, temendo di perdere la ricca dote di Manjesh. I parenti dell'uomo, invece, avrebbero voluto evitare lo stigma del ritorno a casa in solitaria senza la sposa. 

Remo Sabatini per ilmessaggero.it il 25 gennaio 2021. Le immagini sono tremende. Così come quelle urla di dolore lanciate dal povero elefante prima di morire che risuonano nella notte prima di scomparire nella foresta. Siamo in un villaggio del distretto di Nilgiris nel Tamil Nadu, nell'India Meridionale. Lì, da qualche tempo, si aggira un elefante. E' un animale tranquillo di quasi cinquant'anni e chissà per quale bizzarro motivo, ogni tanto, soprattutto di notte, si intrufola lungo quelle strade deserte. Non fa danni. Stando alle testimonianze rilasciate all'Indian Times da alcuni residenti, le sue passeggiate solitarie non hanno mai arrecato fastidi nemmeno alle persone. Poi, improvvisamente, qualcosa cambia. Nel novembre scorso, infatti, l'elefante viene avvistato dai forestali. E' nella macchia e sembra ferito. Poi, nelle settimane successive, quelle ferite che sembravano infette, sembrano migliorare. Qualcuno, è chiaro, sta cercando di curarlo.

L'incendio. Nel frattempo, le visite dell'elefante nel villaggio, ricominciano. Fino a quando non succede qualcosa che ha dell'incredibile. Sì perchè, evidentemente, c'è qualcuno al quale quelle passeggiate, proprio non vanno giù. Così, durante l'ultima visita dell'elefante nel villaggio, quel qualcuno approfitta del buio per incendiare un pneumatico e lanciarglielo addosso. La gomma colpisce il pachiderma sulla testa e, sciolta dalle fiamme, vi rimane appiccicata come una terribile torcia che non finisce mai. Il resto sono fiamme, che bruciano la testa e le orecchie del pachiderma e grida. Le grida di dolore lanciate dall'animale terrorizzato che tenta di fuggire da quell'inferno. Stavolta, però, le terribili ferite provocate dalla gomma in fiamme si riveleranno ben più gravi delle altre e per il povero animale, nonostante i soccorsi, non ci sarà nulla da fare se non vederlo morire. Dopo la pubblicazione delle immagini, diffuse dai forestali poche ore fa, sono stati resi noti gli arresti di due dei tre responsabili dell'assurdo attacco all'elefante che non aveva fatto mai del male a nessuno.

(ANSA il 25 gennaio 2021) Truppe indiane e cinesi si sono scontrate lungo il confine conteso dell'Himalaya lasciando feriti da entrambe le parti. Lo riportano fonti militari e media locali. L'incidente è avvenuta la settimana scorsa, a sei mesi da una battaglia nella quale sono morti almeno 20 soldati indiani e un numero imprecisato di militari cinesi. Secondo la ricostruzione di funzionari indiani, gli ultimi scontri sono avvenuti a Naku La, nello stato del Sikkim. Una pattuglia cinese, hanno riferito, ha cercato di attraversare il territorio indiano ed è stata respinta. Naku La collega il Sikkim alla regione del Tibet, in Cina. (ANSA).

Anna Muzio per “il Giornale” il 25 gennaio 2021. Il pomo della discordia tra le due superpotenze asiatiche, Cina e India, non è una lucida mela rossa ma una sorta di pigna rosa fucsia. Lo ha deciso il governo dello stato indiano del Gujarat, che ha pensato di cambiare il nome del frutto del dragone, introdotto recentemente e coltivato da quasi 200 contadini su 600 ettari di terreno, perché ricorda troppo l' ingombrante vicino cinese e dunque «non sembra appropriato». Così il dragon fruit, un bizzarro e un po' inquietante e leggermente insapore frutto con la buccia che ricorda le scaglie di un drago e l'interno bianco o rosso cosparso di piccoli semi neri simili a quelli del kiwi, d' ora in avanti, per decreto del primo ministro dello stato Vijay Rupani, si chiamerà «kamalam», che in sanscrito significa loto, fiore al quale il frutto somiglia. Sembra di leggere un racconto di Pirandello, ma la surreale vicenda è in realtà un riflesso delle crescenti tensioni tra le due superpotenze. Mentre il dragone infatti notoriamente richiama la Cina, il loto è fiore sacro dell' induismo, ma anche simbolo del Bharatiya Janata Party (BJP), partito del primo ministro indiano Narendra Modi che del Gujarat, tra l' altro, è originario. Inconsapevole terreno delle tensioni geopolitiche è diventato quindi il frutto del Hylocereus cactus, nome scientifico, anche detto pitaya, che, in questa disputa tutta asiatica in realtà asiatico non è. È infatti originario delle zone aride tropicali del Centro e Sud America e nel XIX secolo fu impiantato dai francesi in Vietnam, oggi maggior produttore mondiale, e da lì si diffuse in altre parti dell' Asia. Al momento non risulta che gli altri stati produttori sparsi un po' ovunque in India, dal Karnataka al Kerala, dal Tamil Nadu al Gujarat alle isole Andamane, abbiamo intenzione di seguire il cambio di nome. Mentre i coltivatori locali si dicono convinti che una denominazione più «patriottica», priva di associazioni con il poco amato e decisamente ingombrante vicino, potrebbe portare a un maggiore apprezzamento del bizzarro cactus, magari con un boom di vendite, non sono mancate le critiche dall' opposizione, che ha invitato a occuparsi di problemi reali, a partire da una pandemia di Covid-19 tutt' altro che sotto controllo. E non sono mancati gli sfottò, via social, con l' hashtag #KamalaMakkhi con il quale ironicamente si invita a risolvere i grandi problemi dell' umanità cambiando il nome anche della libellula (in inglese Dragonfly). Sullo sfondo di questa disputa da biblioteca che avrebbe appassionato Jorge Luis Borges ci sono le crescenti tensioni tra le due potenze asiatiche, con al centro la disputa sui confini della regione di Ladakh, a nord del Paese, che lo scorso giugno è sfociata in combattimenti nella valle di Galwan tra i due eserciti con il tragico bilancio di 20 soldati indiani uccisi e accuse reciproche di aver varcato la linea di controllo effettivo. Nonostante otto incontri diplomatici, la contesa sui confini è lungi dall' essere risolta e la tensione cresce. Lo scorso giugno nello stato del Bengala Occidentale, in occasione delle celebrazioni in onore della dea Durga, al posto del demone massacrato dalla dea c' era un' immagine del presidente cinese Xi Jinping. La lingua, non è la prima volta, diventa terreno di battaglia di questioni politiche. Ma la contesa tra due superpotenze nucleari non potrà certo essere risolta dalla locale Accademia della Crusca.

·        Quei razzisti come gli indonesiani.

Raimondo Bultrini per "la Repubblica" il 9 agosto 2021. Ci sono voluti decenni per mettere la parola fine, anche se non ancora formalmente, al "test di verginità", una delle pratiche più umilianti alle quali sono sottoposte le donne indonesiane che vogliono entrare nell'esercito o nelle forze di polizia dell'arcipelago a maggioranza islamica. Con un messaggio a tutti gli ufficiali il capo dell'esercito generale Andika Perkasa ha annunciato che il controllo medico previsto per il reclutamento dovrà essere simile a quello degli uomini, ovvero una semplice valutazione della capacità dei candidati a poter prendere parte al pesante addestramento. La svolta riguarderà un'altra norma ancor più surreale, l'obbligo di illibatezza per le stesse fidanzate che vogliono sposare un ufficiale. Numerose organizzazioni dei diritti umani come la Commissione nazionale sulla violenza contro le donne si erano battute per abolire l'obbligo dell'umiliante test fisico, irrilevante e «privo di validità scientifica» come ha stabilito l'Oms nel 2014. Nel maggio 2015 anche la Commissione europea bollò il test vaginale come «discriminatorio e degradante». La decisione dell'esercito non è stata facile per le reticenze e la fortissima resistenza di influenti ambienti militari, politici e religiosi ortodossi. Il rappresentante indonesiano di Human Rights Watch Andreas Harsono ha accolto con soddisfazione le dichiarazioni del generale Perkasa, ma attende ora di vedere il provvedimento scritto nero su bianco. Harsono ricorda che il test, formalmente ancora in vigore, prevede «l'inserimento di due dita nella vagina per valutare se l'imene della donna sia intatto». A questa dolorosa umiliazione hanno detto di essere state sottoposte molte poliziotte, soldatesse e mogli di ufficiali intervistate da Hrw, che ha anche raccolto testimonianze di medici civili e militari costretti ad eseguire controvoglia un ordine a loro giudizio irragionevole. «Molte delle donne che abbiamo ascoltato - ha detto Harsono - hanno subito la pratica dagli Anni '70 (in piena dittatura del generale Suharto ndr ) fino al 2012 e 2013. Ma una poliziotta in pensione era stata "ispezionata" con lo stesso brutale metodo già nel 1965», ovvero durante il governo democratico di Sukarno, mentre nel Paese avvenivano quotidiani massacri di anti-comunisti e anti-cinesi. Hrw ha anche ottenuto copie dei controlli sanitari richiesti ai medici militari con una sezione "Ob-gyn" dove andava indicato il risultato del test sull'imene e due caselle da barrare con scritto "Intatto/ non intatto". A difendere la legittimità del test, rimasto in vigore sotto l'attuale presidente Joko Widodo, sono stati diversi ufficiali e mufti islamici secondo i quali misura «la personalità e la mentalità della persona» chiamata a «proteggere la nazione». Che una certa mentalità sia dura a morire lo ha ribadito ancora Harsono, per il quale le forze armate indonesiane dovrebbero non solo far seguire subito alle parole un provvedimento scritto, ma anche riconoscere che attraverso i test di verginità si è verificata una violenza di genere. Solo una trasformazione culturale verso il mondo femminile può creare «un modello per le generazioni future».

Fabio Polese per “il Giornale” il 22 aprile 2021. Ieri un sottomarino della flotta indonesiana è scomparso nelle acque a Nord dell'isola di Bali. Con 53 membri dell'equipaggio a bordo, stava conducendo un'esercitazione militare a circa cento chilometri dalla costa, quando all'improvviso è stata persa la comunicazione. Julius Widjojono, ammiraglio della Marina, ha detto che il ritrovamento potrebbe rivelarsi complicato, perché «potrebbe essere sceso fino a una profondità di settecento metri». Nella ricerca sono impegnate diverse navi dotate di sonar un dispositivo che utilizza la propagazione del suono sott'acqua per individuare la presenza di corpi e misurare la profondità del mare e alcuni aerei che hanno rilevato una fuoriuscita di petrolio proprio vicino al punto di immersione. L'analista Soleman Ponto, che è stato un ufficiale di alto rango e capo anche dell'agenzia di intelligence strategica indonesiana, ha precisato che è ancora troppo presto per determinare il destino del mezzo militare. «Bisogna aspettare almeno tre giorni. Non sappiamo ancora se le apparecchiature di comunicazione si sono rotte o se sia realmente affondato». Il sottomarino da 1.395 tonnellate è un il KRI Nanggala-402. Fabbricato in Germania nel 1977 dalla società di costruzioni navali Howaldtswerke-Deutsche Werft (Hdw), è entrato a far parte della Marina indonesiana nel 1981. Nel 2010 è stato poi revisionato per due anni in Corea del Sud, nell'ambito di un programma di aggiornamento dei mezzi militari. L'Indonesia in passato gestiva una flotta di dodici sottomarini acquistati dall'Unione Sovietica per pattugliare le acque del suo vasto arcipelago. Attualmente ne ha cinque, ma prevede di arrivare ad almeno otto entro il 2024. Il Paese asiatico ha cercato di migliorare le sue capacità di difesa, ma alcune delle sue attrezzature ancora in servizio sono obsolete e negli ultimi anni si sono verificati incidenti mortali che hanno coinvolto in particolare aerei da trasporto militari. Ma è la prima volta che perde uno dei suoi sottomarini, anche se incidenti simili sono accaduti in più occasioni in altre parti del mondo. Uno dei più gravi è stato quello del K-141 Kursk, il mezzo nucleare russo impegnato in un'esercitazione militare nel mare di Barents - parte del mar Glaciale Artico a Nord della Norvegia e della Russia - che è affondato nell'agosto del 2000 a seguito dell'esplosione per una perdita improvvisa di perossido di idrogeno di due dei siluri con i quali era equipaggiato. In quell'occasione nessuno dei 118 membri dell'equipaggio è riuscito a salvarsi. Molti sono morti sul colpo, altri sono sopravvissuti per qualche giorno e sono rimasti in vita nel fondale profondo 108 metri grazie alle riserve di ossigeno di emergenza. Ma quando i mezzi impegnati nelle operazioni di soccorso sono riusciti ad agganciarlo era ormai troppo tardi. Nell'aprile del 2003, in un incidente ancora oggi misterioso, sono morti 70 militari cinesi a bordo del sottomarino 361 del tipo 035 Ming, durante una probabile esercitazione nel mar Giallo. Fonti ufficiali di Pechino hanno attribuito la tragedia a vaghi «problemi di natura meccanica», in contrasto con il fatto che il mezzo non presentava tracce di esplosione, di allagamenti o di incendi, né tentativi di fuoriuscita dell'equipaggio. Il sottomarino è stato ritrovato da alcuni pescatori in condizioni di semiaffondamento e in stato di abbandono. Più recentemente, nel novembre del 2017, l'ARA San Juan in dotazione alla marina militare argentina, è scomparso nell'Oceano Atlantico meridionale con 44 uomini mentre era in missione. L'ultimo messaggio inviato dal sottomarino segnalava problemi alle batterie, poi il silenzio radio. Il relitto è stato ritrovato esattamente un anno dopo dalla società di ricerca statunitense Ocean Infinity. L'Argentina aveva assunto i suoi servizi dopo che un'operazione internazionale non era riuscita a localizzarlo. Anche quella volta, le acque profonde non hanno ridato alla luce nessun superstite.

Indonesia, trovato spezzato in tre il relitto del sottomarino affondato. "I marinai sono tutti morti". su La Repubblica il 25 aprile 2021. E' stato individuato a 850 metri di profondità. Ancora mistero sulle cause della tragedia. E' stato rintracciato il relitto del sottomarino indonesiano scomparso nei giorni scorsi al largo delle coste di Bali con 53 persone a bordo. Lo ha reso noto il capo delle Forze armate di Giacarta, Hadi Tjahjanto, dopo che ieri erano stati recuperati alcuni detriti del KRI Nanggala 402. "Possiamo confermare che il sottomarino è affondato e che tutti i 53 marinai a bordo sono morti in servizio", ha detto Tjahjanto. Il KRI Nanggala era impegnato in esercitazioni militari al largo di Bali, quando mercoledì scorso erano stati persi i contatti. Il sottomarino indonesiano era scomparso dai radar mercoledì 100 chilometri a nord di Bali ed è stato individuato questa mattina da un mezzo di soccorso subacqueo inviato da Singapore. Nessun superstite, come si temeva, tra i 53 membri dell'equipaggio che erano a bordo del KRI Nanggala 402 di fabbricazione tedesca in dotazione alla marina di Giacarta, affondato per cause ancora tutte da chiarire mentre era impegnato in un'esercitazione. Il sottomarino era spezzato in tre tronconi a 850 metri di profondità. "Con profonda tristezza posso dire che tutti i 53 membri del personale a bordo sono morti", ha detto il comandante dell'esercito indonesiano Hadi Tjahjanto ai giornalisti nel corso di una conferenza stampa con il capo di Stato maggiore della Marina Yudo Margono, che ha dato i dettagli del ritrovamento. "Il KRI Nanggala è diviso in tre parti, lo scafo, la poppa e le parti principali sono tutte separate. La parte principale è incrinata", ha detto mostrando le immagini del relitto.  E' stato forse un guasto del sistema elettrico a impedire le manovre di riemersione, ma quello che è certo è che una volta precipitato oltre i 300-400 metri di profondità che era in grado di sopportare, la pressione dell'acqua lo ha squarciato. Centinaia di soldati e venti imbarcazioni erano mobilitate per localizzare il KRI Nanggala 402, un sommergibile di quarant'anni di costruzione tedesca. La marina aveva stimato in 72 ore le riserve massime di ossigeno disponibili per i membri dell'equipaggio in caso di interruzione di corrente e questo termine è stato superato sabato mattina presto. "Sulla base di ciò che crediamo provenga dal KRI Nanggala, abbiamo cambiato lo stato del sottomarino da "disperso" a "affondato", avev detto in una conferenza Yudo Margono, portavoce della Marina indonesiana. I detriti trovati "non sarebbero potuti uscire dal sottomarino senza pressione esterna o senza danni al suo sistema di lanciasiluri". La Marina aveva recuperato diversi oggetti tra cui un pezzo del sistema di siluri e una bottiglia di grasso usata per lubrificare il periscopio del sottomarino. Ha anche trovato un tappeto da preghiera, usato dai musulmani. Il sottomarino, uno dei cinque a disposizione della marina indonesiana, si è immerso all'alba di mercoledì durante le esercitazioni militari previste a nord dell'isola di Bali. Subito dopo si perse il contatto. Le autorità militari non hanno formulato ipotesi su ciò che potrebbe essere accaduto o sul motivo per cui aveva più persone a bordo rispetto alle prescrizioni. Una marea nera individuata nell'area in cui si è immerso è un altro indizio di una possibile rottura del serbatoio. Questo tipo di sottomarino è fatto per resistere a pressioni fino a 300 o 400 metri di profondità. Il loro guscio può rompersi in caso di maggiore pressione. La Marina ha affermato in precedenza che il sottomarino, consegnato in Indonesia nel 1981, era in buone condizioni per il servizio nonostante la sua età. L'arcipelago del sud-est asiatico non ha capacità di salvataggio sottomarino e ha chiamato marine straniere. Gli Stati Uniti hanno inviato truppe aviotrasportate mentre due navi della Marina australiana sono arrivate nell'area. Sono giunti rinforzi dall'India e dalla Malesia e, una nave di Singapore specializzata nel soccorso sottomarino, la MV Swift Rescue. L'arcipelago del sud-est asiatico non ha mai subito incidenti gravi legati ai suoi sommergibili, ma molti altri paesi sono stati colpiti da incidenti mortali. Nel 2000, il sottomarino a propulsione nucleare Kursk, l'ammiraglia della flotta settentrionale russa, affondò durante le manovre nel Mare di Barents (Russia nord-occidentale), provocando la morte di 118 membri dell'equipaggio. Nel 2017, il sottomarino argentino San Juan, con 44 marinai a bordo, è scomparso a circa 400 chilometri dalla costa.

·        Quei razzisti come gli australiani. 

Dal "Corriere della Sera" il 24 marzo 2021. Dopo le proteste per gli abusi sul lavoro denunciati da una dipendente del Parlamento, si aggrava la crisi in Australia. Ieri sono trapelate prove che in Parlamento sono entrate spesso prostitute per i deputati, oltre a un video hard girato sulla scrivania di una deputata da un membro del suo staff. Il premier Morrison: «Atti vergognosi». Licenziato il funzionario.

Veronique Viriglio per agi.it il 24 marzo 2021. In Australia il governo del premier Scott Morrison è destabilizzato da un nuovo scandalo a sfondo sessuale: la diffusione di video e foto che mostrano impiegati dell'esecutivo impegnati in atti sessuali e gesti spinti all'interno degli uffici del Parlamento. "Sono sotto shock e disgustato da questi comportamenti scandalosi", ha reagito il primo ministro. "Dobbiamo risolvere questo problema e mettere in ordine questa casa", ha insistito. Il video che ha destato maggiore scalpore è stato quello di un dipendente del governo che si masturba sulla scrivania di una parlamentare. Foto e video, risalenti a 2 anni fa, erano stati condivisi su una chat interna agli uffici dell'esecutivo, e poi sono stati inviati al telegiornale di The Australian e al Chanel 10. Le rivelazioni di questi comportamenti moralmente reprensibili da parte di esponenti delle istituzioni hanno suscitato critiche e sdegno della società civile che da tempo contesta una certa cultura politica australiana, dominata dal sessismo. A diffondere quel materiale compromettente è stato un certo Tom, un ex dipendente governativo, che ha riferito altri particolari scabrosi ai media, parlando ad esempio di rapporti sessuali nella sala di preghiera del Parlamento e di prostitute lasciate entrare nell'edificio "per il piacere di deputati". Ancora, ha denunciato scambi di fotografie pornografiche. "Vige una cultura di uomini che pensano di poter fare tutto quello che vogliono. Moralmente sono irrecuperabili" ha detto un informatore. In seguito a queste prove imbarazzanti, un consigliere è già stato destituito e il governo si è impegnato a varare provvedimenti più restrittivi e sanzioni più severe. "Sono rivelazioni spaventose che non fanno che rafforzare la necessità di un'inchiesta sulla cultura del lavoro" nelle istituzioni, ha commentato Marise Payne, ministro per le Donne e degli Esteri. La popolarità del premier Morrison è già stata minata da altre vicende a sfondo sessuale, che coinvolgono due ministri del governo di centro-destra. Il mese scorso un'ex impiegata, Brittany Higgins, ha affermato di avere subito la violenza di un collega nel 2019 all'interno dell'ufficio in Parlamento di Linda Reynolds, allora ministro dell'Industria. Successivamente passata al ministero della Difesa, Reynolds è stata criticata per come all'epoca il suo ufficio aveva accolto le accuse della giovane donna. All'inizio del mese di marzo, il procuratore generale, Christian Porter, principale consigliere giuridico dell'esecutivo, ha smentito di aver stuprato nel 1988 un'adolescente di 16 anni, deceduta lo scorso anno, e ha denunciato per diffamazione l'emittente pubblica Abc. La polizia ha chiuso il caso per mancanza di prove. Neanche l'opposizione laburista, che sta lavorando ad una sistema di quote per rafforzare la presenza femminile, è però esente dalle accuse di sessismo e abusi. La scorsa settimana decine di migliaia di persone hanno partecipato a una campagna di proteste chiamata #March4Justice (Marcia per la giustizia) per denunciare le violenze sessuali, gli abusi diffusi sulle donne e rivendicare la parità di genere.

·        Quei razzisti come i messicani.

Il Messico, la Conquista e il sangue dei vincitori. Gabriele Morelli il 2 Settembre 2021 su Il Giornale. L'ondata di revanscismo che attraversa il Paese travolge anche i valori delle nazioni occidentali. Ricorreva in questi giorni il quinto centenario della conquista del Messico; e alla fine del mese il Paese celebrerà il secondo della sua indipendenza. Due buoni motivi per aprire o riaprire dibattiti, aggiornare libri e edizioni classiche come La conquista del Messico (1993) dello storico inglese Hugh Thomas. Materiali e documentazione che riaccendono il fuoco della protesta e fomentano il processo di critica nei confronti degli spagnoli, e dei navigatori ed esploratori europei. A partire da Cristoforo Colombo che, in questi ultimi mesi, ha visto le sue statue abbattute, rimosso il nome nelle vie delle metropoli americane e non di rado la sua effigie esposta al pubblico ludibrio. Un'ondata di protesta, diventata furia iconoclasta, ha investito i grandi e piccoli protagonisti della scoperta e della colonizzazione delle Indie, coinvolgendo anche figure ufficiali dell'attuale politica nazionale. Come il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, che ha chiesto al re di Spagna Felipe IV le scuse ufficiali per le atrocità commesse dai conquistatori spagnoli, dimenticando che già il domenicano Bartolomé de las Casas nella sua Brevísima relación de la destrucción de las Indias (1542) aveva denunciato (con molte esagerazioni) i delitti commessi dagli invasori, chiedendo l'intervento della corona. È anche sua la bella idea di andare a prendere i neri nella lontana Africa, portarli in America e impiegarli come schiavi nei lavori della colonizzazione che gli indios non erano in grado di sopportare. La celebrazione dei due centenari ha fatto esplodere la protesta sull'onda del revanscismo coltivato dai movimenti di rivendicazione dell'identità del nativo, alimentata dalle trasformazioni avvenute nella politica, nella società e nelle ideologie portatrici di una maggiore sensibilità nei confronti di ogni forma di sfruttamento ed emarginazione. Critica più che legittima, ma snaturata da una visione populista e manichea che non tiene conto dei tempi della storia, dei diversi valori e contenuti che regolano le civiltà e le culture del passato. Ciò non ci esime da esprimere un giudizio di condanna contro ogni forma di sopruso e violenza esercitati su popolazioni inermi, ma è doveroso considerare le ragioni e i valori diversi espressi in epoche lontane dalle nazioni occidentali, fortemente legate - è il caso soprattutto della Spagna - alla fede e al vangelo, i cui simboli esterni (la croce) precedono la spada, mentre il frate domenicano o francescano che accompagna il conquistatore è interessato soprattutto all'evangelizzazione e a tale scopo apprende la lingua, le leggende e la letteratura orale dell'indio, che conserva e trasmette. Per meglio comprendere i diversi criteri di giudizio legati al contesto storico, ricordiamo l'esempio edificante narrato da Santa Teresa d'Avila che racconta come una sua consorella, addolorata dal rifiuto di un marinaio inglese a convertirsi, chiede al Signore di mandarle tutti i mali di questo mondo purché l'eretico abbracci la vera fede: mali subito scomparsi non appena l'uomo, sfinito dagli interrogatori e dalle ferite, bacia la croce. Il marinaio è subito portato, fra il tripudio della folla, sul palco dell'auto de fé per essere garrotato, mentre il carnefice in ginocchio lo prega di raccomandarlo a Dio che presto raggiungerà. Non una parola sull'obbrobrio della tortura e l'orrore dell'atroce esecuzione del povero marinaio, preso in una bettola di Barcellona e portato a Valladolid: a Santa Teresa interessa solo la salvezza spirituale dell'uomo e per questo ricorda il singolare esempio. Torniamo ai giorni della conquista che conosciamo attraverso le testimonianze trasmesse dal conquistatore Hernán Cortés, le cinque Cartas de Relación inviate a Carlo V, e quelle del soldato Bernal Díaz del Castillo che scrive la Historia verdadera. Il primo - ispirandosi alla decisione coraggiosa di Giulio Cesare di valicare il Rubicone - ordina di affondare le poche navi con cui è arrivato ed entra nella nuova terra mentre l'imperatore Montezuma continua a inviare ambasciatori e doni per scoraggiare la sua avanzata. La conquista avviene con uno sparuto manipolo di soldati, accompagnati da una moltitudine di indios tlaxcaltecas, acerrimi nemici degli aztecas che li avevano sconfitti e resi schiavi. Cortés, come Cesare, è storico della propria impresa, mentre Díaz del Castillo è la memoria e la voce narrante dei soldati caduti nell'anonimato. Affascinanti sono le pagine della sua cronaca che descrivono Tenochtitlán, la capitale dell'antico Messico, fondata sulle acque, di cui elenca le svariate mercanzie, le case maestose e i grandi templi dove, nell'alto delle piramidi, si celebrano orribili sacrifici umani a cui un giorno, accompagnato da Montezuma, Cortés assiste con i suoi capitani, che reagiscono violentemente contro i sacerdoti lordi di sangue, intenti a estrarre i cuori palpitanti degli uomini sacrificati. Cortés e Díaz del Castillo raccontano anche la rivolta e la fuga precipitosa da Tenochtitlán, in cui molti spagnoli muoiono e i loro corpi sono dati in pasto alle belve, mentre altri compagni fuggendo, carichi d'oro e argento, cadono nei canali della città. L'inarrestabile avanzata di Cortés termina il 13 agosto del 1521 con l'occupazione della capitale azteca. Nella vera storia leggiamo - insieme allo stupore «per le cose mai viste o immaginate» - il racconto di due soldati perdutisi nella selva e diventati indios, in cui uno rifiuta di tornare a essere spagnolo. È l'inizio del processo di meticciato avvenuto tra le diverse culture, subito attuato dallo stesso Cortés che sceglie come interprete, compagna e madre del figlio Martín, poi battezzato, l'india Malinche. Da questi incontri e scontri - ha detto il grande scrittore messicano Octavio Paz - siamo nati noi, non più aztechi e neppure spagnoli, ma ispanoamericani aperti a una nuova visione del mondo. Rileggere oggi la storia della conquista del Messico significa fare uno sforzo di comprensione e non creare nuove ferite. Gabriele Morelli 

"Trovati 800 mila resti umani". Ecco i 7 centri di sterminio. Gerry Freda il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. I 7 "forni crematori" sono stati individuati, grazie all'impegno di attivisti di ong, nello Stato del Nuevo León, al confine tra Messico e Texas. Il Messico è sotto choc per la recente scoperta di 7 "centri di sterminio", individuati, tra montagne e aree semidesertiche, grazie a ricerche avviate nel 2014 su iniziativa di attivisti intenzionati a dare degna sepoltura ai "desaparecidos", ossia alle vittime di rapimenti e faide tra bande criminali. Ad annunciare la scoperta di quei luoghi di morte, individuati nello Stato nordorientale del Nuevo León, è stato, nel dettaglio, il sodalizio Fuerzas unidas por nuestros desaparecidos (Fundel), che raggruppa i familiari di persone scomparse ed è finanziato dall'esecutivo locale, dall’ufficio del procuratore generale dello Stato e dalle Commissioni di ricerca nazionali. I 7 centri incriminati sono stati scoperti in porzioni di territorio poco distanti dalla città di Monterrey e tristemente famose per le operazioni condotte lì dai narcotrafficanti. Gli scopritori delle strutture citate hanno ultimamente affermato di avere rintracciato nei pressi di queste ultime "867.556 resti umani": femori, tibie, crani e mani. I resti in questione presentano, denunciano gli attivisti di Fundel, evidenti "segni di bruciatura", a dimostrazione del fatto che gli assassini dei malcapitati intendevano rendere irriconoscibili i cadaveri delle vittime e impedirne ritrovamento e riconoscimento. Gli stessi militanti hanno poi spiegato che, in quei siti di morte e di interramento, avrebbero perso la vita persone cadute nelle spire della multiforme criminalità che attanaglia il Messico: vittime della guerra tra le bande dei narcotrafficanti, uomini e donne sequestrate e mai più liberate, persone ammazzate per il traffico di organi, migranti che non avevano più nulla con cui pagare i passatori. I soggetti massacrati lì sarebbero originari di diversi Stati federati e avrebbero sperimentato, in quelle strutture, un "livello massimo di crudeltà". In particolare, le aree in cui sorgono i 7 centri di sterminio costituirebbero principalmente, a detta dei rappresentanti di Fundel, il campo di azione delle bande dei narcos, prima fra tutte quella del cartello Los Zetas, che da anni conduce azioni violente per ottenere rispetto e terrore da parte della popolazione e per stroncare la concorrenza nel mondo malavitoso. Sempre quelle 7 strutture emerse dal deserto messicano sono state paragonate da Karla Quintana, titolare della Commissione nazionale di ricerca dei desaparecidos, a dei "forni crematori", analoghi a quelli "attivi nella Seconda Guerra Mondiale" e dove "hanno cercato di fare sparire, polverizzandole, centinaia di persone affinché non ne rimanesse traccia”. Quegli oltre 860mila resti umani rinvenuti sono ora a disposizione di 4 procuratori di Stato e del procuratore generale della Repubblica, in attesa di identificazione attraverso analisi genetiche, se il deterioramento delle ossa lo consentirà; i familiari di migliaia di persone scomparse e di sospette vittime delle gang sono, di conseguenza, in attesa di potere finalmente prendere parte alle procedure di riconoscimento delle spoglie di quelle persone massacrate nei 7 centri scoperti nel deserto. L'individuazione di quei resti ha però immediatamente scatenato feroci accuse, da parte di Fundel e degli esponenti di altre associazioni locali a difesa dei diritti umani, contro le autorità statali e federali. I militanti sostengono infatti che il recente macabro ritrovamento è avvenuto solamente dopo un lungo "braccio di ferro" con i funzionari formalmente preposti a proteggere le comunità. Alcune critiche si sono concentrate verso una determinata figura politica, ossia l'ex presidente del Messico Felipe Calderón; ad avviso degli attivisti, l'ondata di violenze alla base delle migliaia di uccisioni testimoniate dai resti umani rinvenuti nel Nuevo León sarebbe esplosa, con la complicità o il silenzio governativi, proprio durante la presidenza del Capo di Stato citato, tra il 2006 e il 2012.

Gerry Freda. Nato ad Avellino il 20 ottobre 1989. Laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Relazioni Internazionali. Master in Diritto Amministrativo. Giornalista pubblicista. Collaboro con il Giornale.it dal 2018.

Il Messico vuole processare trent'anni di politiche nazionali. Il partito di Amlo: una commissione parlamentare per giudicare le responsabilità degli ex presidenti. Repubblica.it il 2 agosto 2021. Un referendum voluto da Lopez Obrador per ottenere il sostegno popolare al riesame ha visto una maggioranza schiacciante di sì, ma l'affluenza è stata bassa. L'opposizione: "Operazione demagogica". Il partito di maggioranza del Messico, Morena (Movimento di rigenerazione nazionale) ha promesso che porterà in Parlamento la proposta di creare una commissione "della verità" per giudicare "i reati commessi nel passato da diversi personaggi politici". Un impegno che segue la chiusura della consultazione popolare sull'apertura dei processi "di chiarimento" delle responsabilità degli ex presidenti: un quesito appoggiato da percentuali schiaccianti di "si'", ma con un'affluenza molto inferiore al 40 per cento utile perché producesse effetti. 

·        Quei razzisti come i brasiliani. 

Luca Zanini per il “Corriere della Sera” il 24 settembre 2021. «Abbiamo avuto la fortuna di poter convivere con la nostra preistoria». Lui la riassume così, con una battuta, ma l'esperienza alle spalle dell'ultimo libro (edizioni Taschen) e dell'ultima mostra di Sebastião Salgado - Amazônia , in programma al Maxxi di Roma dal 1° ottobre al 13 febbraio - è molto di più. È il frutto di un'immersione totale nella foresta amazzonica: Salgado ha viaggiato per 7 anni, insieme alla moglie Lélia Wanick Salgado, in territori spesso inesplorati; realizzando 48 reportage. Ci sono voluti una équipe di 12 persone (dal conducente di piroga, agli interpreti, al cuoco) e l'aiuto dell'esercito brasiliano per arrivare laddove altri esploratori non erano mai giunti. Ed è stato l'ultimo grande viaggio del grande fotografo: «Ho quasi 78 anni, sono vecchio», dice. Ma pesa anche il suo personale scontro con il presidente brasiliano Bolsonaro: «Non avrò mai più il permesso di andarci». Un viaggio che lo porta a dire: «Dietro gli incendi e l'allarme per la deforestazione, l'Amazzonia è un paradiso che possiamo ancora salvare». Non diamo per persa la foresta, dunque, perché «non è soltanto quella che vedete bruciare (il 18%) nei notiziari: l'82 per cento del suo territorio è vivo, reale». Il cuore vero dell'Amazzonia, assicura Salgado - che iniziò a esplorarla nel 1980 -, è ancora intatto: «Ci siamo arrivati con viaggi lunghissimi, cambiando imbarcazioni, sempre più piccole: fino a spostarci su piroghe». E avverte: «Dobbiamo essere tutti noi a salvare questo paradiso in Terra, cambiando i nostri modi di consumare». La sua protezione, oggi, è un affare di tutti, «possiamo e dobbiamo fermare deforestazione, agricoltura intrusiva, costruzione di nuove strade». Dal suo racconto emerge il senso di un lavoro non facile, anche se supportato da grandi risorse. Ogni volta, prima di partire per un reportage, c'erano le trattative. Sì perché per poter visitare i popoli «incontattati» - i gruppi etnici che non hanno mai avuto contatti o ne hanno soltanto di sporadici con gli stranieri sono ancora più di 500 - è necessario ottenere l'autorizzazione preventiva dei capi tribù attraverso un agente del Funai, l'Associazione Nazionale Indiana del Brasile che sovrintende tutti i contatti tra gli esterni e gli indigeni. «Senza il loro permesso non si può entrare. Per arrivare in fondo alla foresta abbiamo impiegato settimane. Le distanze sono enormi, la superficie della sola Amazzonia brasiliana è circa 17 volte quella dell'Italia». Ma poi gli incontri sono andati benissimo, sono stati straordinari, come testimoniano le nuove foto dell'economista-esploratore. Quella che aprirà al Museo nazionale delle arti del XXI secolo, dunque, è un'esposizione dedicata non solo alla natura ma agli uomini della foresta: «Non abbiamo mai avuto problemi con loro - assicura Salgado -, gli indios sono persone di pace, le uniche aggressioni si registrano a volte da parte di quelli che sono a contatto con le popolazioni bianche: siamo noi ad aver insegnato loro la violenza». Tra gli indios non ci sono litigi pericolosi: le liti si risolvono sedendosi in cerchio con la tribù, «amano parlare anche per 2-3 ore e alla fine il problema è risolto». Le loro feste «sono incredibili» ed è «davvero bello vivere con loro». Ci sono donne, spiega Salgado, «con 4 o 5 mariti: uno per la caccia, uno per la pesca, uno che bada ai bambini e li fa giocare...». Quanto all'equilibrio ambientale, nelle aree più remote dell'Amazzonia sembra resistere ancora all'attacco dell'uomo «evoluto».  «Abbiamo raggiunto le montagne più lontane, catene sconosciute. Abbiamo fotografato i sistemi idrici, l'acqua in ogni sua forma: ruscelli, torrenti, fiumi, nuvole», ricorda il fotografo rivedendo le immagini che lui stesso ha fissato su carta. «L'Amazzonia è il paradiso in Terra», ribadisce, con le sue montagne sconosciute, i suoi «fiumi volanti». L'umidità che ogni albero della foresta riesce a far evaporare (fino a mille litri d'acqua al giorno) «è alla base del ciclo dell'acqua nel Pianeta, forma ruscelli e fiumi, forma i cumulonembi e altre incredibili nuvole (immortalate dalle sue foto nel libro, ndr ) e parte di quella umidità arriva anche in Europa». La mostra è divisa in due parti. Nella prima i grandi pannelli con le foto dal cuore della foresta aprono squarci su un mondo «preistorico», come lo ha definito il fotografo, che lasciano senza fiato: è la sezione dedicata all'ambientazione paesaggistica. «Con Salgado ogni volta è una scommessa diversa - nota Roberto Koch, editore di Contrasto e presidente della Fondazione Forma per la Fotografia - e siamo ormai alla sua quarta mostra a Roma. Ogni volta c'è qualcosa che ci sorprende e incanta nel suo incredibile lavoro». Nella seconda parte dell'esposizione entriamo in quello che era un tempo definito «inferno verde» per conoscere da dentro la foresta e le sue popolazioni indigene. «Con questa mostra che ci conduce in un viaggio nella bellezza, nella forza e nella fragilità di un ambiente unico al mondo, il Maxxi vuole contribuire a diffondere il messaggio di Salgado: questo tesoro umano, naturale e culturale va protetto a ogni costo - sottolinea Giovanna Melandri, presidente di Fondazione Maxxi, che per oltre un anno ha lavorato a questo progetto -. Anche perché i suoi custodi, le popolazioni che lo abitano, rischiano l'estinzione. Salgado ci ha abituato a sentimenti forti. I suoi occhi hanno forgiato la nostra coscienza, le sue immagini ci fanno indignare, ammutolire ma anche riscoprire la meraviglia».

Lgbt contro il Brasile: squadra omofoba, "nessuno usa il 24 perché associato alla comunità gay". Carlo Nicolato su Libero Quotidiano il 04 luglio 2021. La Confederación Brasileña de Fútbol (CBF), cioè la Federcalcio brasiliana, è accusata di omofobia e dovrà risponderne di fronte a un tribunale, così come prevede la legge brasiliana. Il torto della CBF sarebbe quello di essersi scientemente rifiutata di far indossare ai giocatori della nazionale verdeoro la maglia 24, numero che generalmente in Brasile viene associato spregiativamente all'omosessualità. Secondo la spiegazione più logica l'origine di tale associazione risale al "Jogo do bicho", un gioco d'azzardo molto popolare in Brasile, il quale prevede una tabella numerata e per ogni numero un animale. Al 24 corrisponde il cervo, che da noi potrebbe essere al massimo associato ai cornuti di ogni fede sessuale, mentre in Brasile dicendosi "veado" viene facilmente accostato alla parola "viado", la cui traduzione in italiano è superflua. Un'altra spiegazione è ancora più triviale e si gioca su un'altra assonanza, quella tra "vinte e quatro", cioè ventiquattro, e "vim de quatro", ovvero "vieni a quattro", nel senso di posizione sessuale.

STORIA E CULTURA

Quale che sia la spiegazione poco importa, secondo il Grupo Arco Iris (Arcobaleno), ovvero il gruppo della comunità LGBT brasiliana che ha sporto denuncia, «la possibilità che la numerazione della selezione brasiliana salti il numero 24, considerata la connotazione storica e culturale che circonda questo numero, associandolo agli omosessuali, deve essere intesa come una chiara offesa alla comunità LGBTI+ e come atteggiamento omofobo».

REATO DAL 2019

Val la pena ricordare che in Brasile l'omofobia è reato dal 2019, da quando cioè il Tribunale Superiore Federale con una sentenza molto contestata ha deciso a maggioranza di equipararla, insieme alla transfobia, al razzismo. Chi si macchia di tale reato può essere condannato a una pena fino 3 anni di carcere, che è quanto in teoria rischiano i responsabili della Confederación Brasileña de Fútbol qualora la Corte di giustizia di Rio de Janeiro stabilisca le eventuali condanne. Per il momento il tribunale ha ordinato alla CBF di dare una sua versione dei fatti, cioè di spiegare per quale motivo la nazionale brasiliana risulti essere l'unica partecipante alla Copa America che salta un numero di maglia dal 23 al 25. La versione dell'associazione calcistica dovrebbe arrivare a ore, ma pare ovvio che la motivazione sia che evidentemente nessuno tra i calciatori volesse indossare quella maglia. È anche vero che a molti è sembrata assurda la rigidità perfino antidemocratica con cui il tribunale di Rio ha accolto le richieste della comunità LGTB. Il giudice Ricardo Seifer ha spiegato che il calcio in Brasile è uno sport ancora tradizionalmente maschile e come tale permeato di cultura patriarcale. «Vista la sua popolarità» ha aggiunto, «sarebbe importante che questa cultura venga sostituita da un'altra» e per tale motivo «è importante adottare misure severe nel contesto delle competizioni più importanti».

Brasile, Corte suprema annulla le condanne di Lula: l'ex leader si può ricandidare nel 2022. Daniele Mastrogiacomo su La Repubblica l'8 marzo 2021. Ripristinati i diritti politici. Ora potrebbe correre contro Bolsonaro alle elezioni del prossimo anno. Luiz Inácio Lula da Silva torna in campo. Esce pulito dalla lunga vicenda giudiziaria che lo ha inseguito per tre anni. Il giudice del Tribunale Supremo Federale Edson Fachin ha annullato tutti i quattro processi in cui il padre della sinistra brasiliana è imputato. Il motivo è di procedura: il Tribunale che lo ha giudicato e condannato prima a dieci anni e poi in appello a 17, dei quali 580 giorni scontati in carcere, era incompetente. Si azzera tutto. La decisione era nell’aria, il Supremo era chiamato a pronunciarsi sull’ultimo ricorso della difesa. Le rivelazioni di The Intercept Brazil avevano svelato un rapporto diretto tra il giudice Moro e il pool dei pm dell’inchiesta Lava Jato. Il primo suggeriva ai secondi quali prove trovare e come usarle nello scontro che avevano con il due volte presidente del Brasile. Il Di Pietro brasiliano, con quei messaggi su Telegram, aveva messo in discussione la sua imparzialità. L’accanimento era più che un sospetto. Lula si è sempre proclamato innocente, ma si è fatto il carcere uscendo a testa alta quando gli sono stati concessi i domiciliari. È rimasto un po’ in silenzio godendosi il suo momento di passione con la sociologa militante del Pt che ha conosciuto durante le giornate di prigione a Curitiba. Poi ha rilasciato interviste, ha partecipato all’ultimo congresso del Pt, ha ascoltato più che parlato e a chi gli chiedeva se tornava sulla scena rispondeva in modo vago. «Io sono sempre qui. Ma ho la mia età, ci sono ottimi dirigenti». Nell’ultima intervista a El País si era spinto oltre: «Certo, se poi la gente vuole me, mi chiede di tornare in campo, sono pronto. La politica è la mia vita, ho sempre fatto questo». Lula è libero di candidarsi per il 2022. Può fare quello che gli hanno impedito di fare nel 2018. Jair Bolsonaro ha vinto ma non ha stravinto. Haddad ha fatto quello che poteva, candidato solo all’ultimo dopo il lungo tormento all’interno del Pt su cosa fare e chi candidare in attesa di una sentenza assolutoria che invece si trasformò in condanna ancora più severa. Jair Bolsonaro resta “sorpreso” della sentenza che annulla i processi contro Lula. “E’ una decisione monocratica, del giudice Faccio che notoriamente è legato al Pt”. Il presidente sostiene che questo non cambia il giudizio sulla gestione del Pt del Brasile che è stata “catastrofica”. Aggiunge che Lula non può essere il candidato del 2020. 2Deve decidere prima il plenum del Supremo. Poi diventa effettiva”. Bolsonaro tradisce un evidente timore: avere Lula come avversario è altra cosa.

Caso Lula, la Corte Suprema annulla tutte le sentenze di condanna. Per il giudice la giustizia del Paranà non aveva la competenza giuridica sull’inchiesta Lava Jato, per la quale Lula era stato condannato nel 2018. L'ex presidente del Brasile potrà correre alle prossime elezioni del 2022. su Il Dubbio l'8 marzo 2021. Brasile – Il giudice della Corte suprema Edson Fachin ha invalidato tutte le condanne penali a carico dell’ex presidente Lula da Silva, ripristinando i suoi diritti politici e rendendolo di nuovo idoneo a correre contro Jair Bolsonaro alle presidenziali 2022. Lula era in testa a tutti i sondaggi quando fu condannato nel 2018 in seguito all’inchiesta dalla giustizia federale del Paranà per l’operazione Lava Jato. Fachin ha stabilito che la giustizia del Paranà non aveva la competenza giuridica richiesta per analizzare le azioni criminali. Il giudice ha anche stabilito che i rispettivi casi vengano inoltrati alla giustizia del distretto federale. Il caso giudiziario dell’ex presidente del Brasile era tornato davanti alla Corte Suprema in seguito a nuove rivelazioni della polizia federale che ha messo le mani su delle chat dalle quali sarebbe emerso che il giudice Sergio Moro, allora a capo dell’operazione anti-corruzione Lava Jato, avrebbe aiutato il pubblico ministero Deltan Dallagnol a istruire la causa contro Lula. In quel processo, l’ex presidente brasiliano fu condannato a otto anni e dieci mesi di carcere con l’accusa di corruzione, per poi essere rilasciato a novembre del 2019 dopo oltre 500 giorni di detenzione. Già allora le chat tra i due magistrati scatenarono un terremoto politico, a seguito dello scoop del sito di inchiesta “The Intercept” che aveva pubblicato il contenuto della corrispondenza tra i due. In quell’occasione a intercettare i messaggi erano stati alcuni hacker, che li avevano poi forniti ai giornalisti, ed essendo stati acquisiti illegalmente, non erano utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni. Mentre ora è la stessa polizia federale – nel tentativo di scovare gli hacker – ad essere entrata in possesso del contenuto completo di quelle chat, acquisite anche dalla difesa di Lula che aveva chiesto e ottenuto dalla Corte Suprema di visionare i messaggi. I colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l’articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice «sospetto di non essere imparziale». E di chiedere quindi l’annullamento del giudizio.

Daniele Mastrogiacomo per "la Repubblica" il 10 marzo 2021. Il riscatto e il ritorno. La giustizia restituisce la dignità umana e politica a Lula e apre la strada verso una sua nuova candidatura alle presidenziali del 2022. Sarebbe la terza volta per il padre della sinistra brasiliana, già alla guida del grande Paese sudamericano dal 2003 al 2011. A chi gli chiedeva solo pochi giorni fa se non si considerasse troppo vecchio, ha replicato con una battuta che esprimeva il suo momento di straordinaria lucidità e forza spirituale: «Ho i miei 75 anni ma c' è qualcuno più vecchio di me che è stato appena eletto come presidente degli Stati Uniti d' America». Uscito dal carcere poco più di un anno fa (8 novembre 2019) Luiz Inácio da Silva, detto Lula, è già riuscito a liberarsi delle tossine e della rabbia che ha dovuto sopportare per 580 giorni in una cella all' interno della sede centrale della Polizia federale. Senza poter comunicare all' esterno, tenendo allenata la mente con un piccolo televisore e il fisico grazie agli attrezzi da ginnastica. L' uomo che aveva incarnato il riscatto di milioni di poveri e diseredati, sfamato chi non aveva neanche da mangiare, che aveva aperto scuole e università anche a chi ne era stato escluso, che aveva saputo placare le tensioni e la violenza che assediano le favela e le metropoli, esce a testa alta da un incubo durato cinque anni. La sentenza che annulla i cinque processi che lo vedono imputato di riciclaggio e corruzione passiva non è solo la ricompensa per un torto giudiziario che ha impedito la sua corsa verso Planalto e favorito la vittoria della destra di Jair Bolsonaro. Appiana dolori e umiliazioni. Come la diffusione dei dialoghi intercettati con l' allora presidente Rousseff desecretati illegalmente dal giudice Sergio Moro. Il divieto a partecipare ai funerali del fratello, fino al duro confronto in aula con il suo grande avversario, l' eroe della tangentopoli brasiliana, che lo dipinse come il regista di una organizzazione criminale. Lula sapeva di essere innocente. Ma non si rassegnava al clima che schiacciava il Paese sotto il mantello nero della reazione, alle manifestazioni oceaniche che invocavano l' uomo forte. L' ex tornitore diventato presidente affrontava la tempesta come aveva sempre fatto. Non ha mai sbandato davanti alle confessioni dei suoi vecchi compagni di partito. Ha sopportato il dolore per la morte della moglie Marisa Leticia. Ha resistito all' arresto disposto dal giudice Moro dopo una sentenza che aveva lacerato il Tribunale Supremo Federale chiamato a decidere se spedire in cella, per la prima volta, un ex presidente del Brasile. Ha chiamato a raccolta il sindacato dei metallurgici, il suo, quello delle origini. Ha evitato scontri e violenze. Ha tenuto il suo ultimo comizio tra una folla in lacrime, ha trasmesso coraggio e forza. Ma una volta scarcerato non si è buttato nella mischia. Si è goduto l' amore ritrovato con una giovane sociologa. Oggi, ammette, si sente rinato. «Come un trentenne». Pronto a candidarsi per il 2022 «se i brasiliani me lo chiederanno ». La sfida è con Bolsonaro. La stessa che avrebbe voluto fare tre anni fa. Per vincere e fare di nuovo grande il suo Brasile.

L'ex presidente del Brasile scagionato da tutte le accuse. Lula come Craxi: massacrato dai Pm ne è uscito pulito e vivo. Piero Sansonetti su Il Riformista il 10 Marzo 2021. Lula come Craxi, abbiamo intitolato in prima pagina. Perché le due storie si assomigliano. Craxi era più anziano, Lula è più giovane. Sono stati due grandi leader socialisti. Craxi alla fine del secolo scorso. Primo presidente del consiglio socialista della storia italiana. Riformista d’acciaio. Ha sfidato la borghesia, ha sfidato il Pci e la Cgil, ha sfidato gli americani e gli israeliani, i dittatori sudamericani e quelli dell’est Europa. Ha sfidato i giudici. È dovuto scappare dall’Italia perché i magistrati volevano farlo prigioniero. È morto in esilio. Quando Craxi guidava il Psi, e poi governava, Lula era un giovane e combatteva contro il regime militare fascista brasiliano. Poi la dittatura è caduta e Lula è diventato il capo del sindacato, e subito dopo il capo del partito socialista (il Pt, partito dei Trabalhadores) e infine per sette anni è stato Presidente del Brasile. Da presidente ha realizzato grandi riforme, ha ridotto la povertà, l’analfabetismo, le differenze sociali. Ha sfidato i latifondisti e la vecchia classe borghese che fino a quel momento avevano dominato in Brasile. Ha lasciato la presidenza con un indice di popolarità dell’80 per cento. Cifra mai vista. Craxi e Lula hanno pagato cara la loro spavalderia. Sono stati messi nel mirino della magistratura e perseguitati in modo drammatico. Craxi è stato condannato a molti anni di carcere, è stato abbandonato da tutto il mondo politico, è dovuto riparare all’estero, in esilio a Tunisi, si è ammalato, è stato curato male, è morto a sessantacinque anni, solo solo, in un lettino scassato di ospedale, dopo essere stato operato in una sala di fortuna, con una infermiera che teneva la lampada per illuminare la ferita, assistito solo dai suoi figli e dalla moglie. I magistrati vietarono ad alcuni suoi parenti di partecipare ai funerali. Me li ricordo i funerali di Craxi, la nipotina che piange sulla bara e il prete che tuona leggendo il vangelo di Matteo: “Beati i perseguitati per causa di giustizia…”. Già. La morte di Craxi è una delle ferite vergognose ancora aperte nella storia della repubblica italiana. Non sarà facile sanarla. È una ferita che brucia non solo per i militanti del suo partito e per gli eredi del Psi (cerchia alla quale io non ho mai appartenuto) ma per tutto il paese, per la gente per bene, quelli che credono nel diritto e nella democrazia. La storia di Lula è simile. Però forse è a lieto fine. Anche lui è stato preso a bersaglio dai magistrati. In particolare da un magistrato, un certo Sergio Moro, che è un allievo proprio dei suoi colleghi italiani di Mani Pulite. Moro lo ha sempre dichiarato: “Ho imparato tutto da loro”. In particolare da Davigo, che ha invitato varie volte in Brasile. Moro ha accusato Lula di tanti possibili reati di corruzione. Convinto che fosse lui il capo del sistema di finanziamenti a tutti i partiti, che negli anni duemila aveva fatto irruzione nella politica brasiliana. Moro però voleva proprio lo scalpo di Lula, soprattutto perché Lula era popolarissimo nel suo paese. Voleva eliminarlo dalla politica. E lo ha perseguito e condannato senza uno straccio di prova. La contestazione essenziale è stata quella di avere ricevuto in dono illegittimo un appartamento sulla riva del mare, a San Paolo, e poi un casolare in campagna. Ma per ricevere in dono un appartamento bisogna che questo appartamento diventi tuo, o di tua moglie, o di un tuo parente o amico. E questo non è successo. Le proprietà immobiliari oggetto dell’accusa non erano mai appartenute né a Lula né a nessuno riconducibile a lui. Moro decise lo stesso la condanna, e lo fece arrestare, in modo spettacolare, mentre Lula si preparava a correre per tornare Presidente. Arrestandolo lo tagliò fuori della corsa e permise la vittoria elettorale della destra, cioè di Bolsonaro. Pochi giorni dopo Moro fu nominato da Bolsonaro ministro della giustizia. Un golpe vero e proprio, palese. Che diventò ancora più palese quando uscirono le intercettazioni di alcuni colloqui tra Moro e il di magistrati che sosteneva l’accusa a Lula, dalle quali risultava del tutto evidente la congiura, e la illegittimità delle accuse, e il carattere di lotta politica che aveva il processo. Lula intanto era in prigione. È rimasto in cella per quasi due anni, prima di ottenere la libertà provvisoria. L’altro giorno finalmente il tribunale supremo ha fatto giustizia. Ha accertato che Moro non aveva la competenza per giudicare Lula. Le condanne sono cadute tutte. Lula torna di nuovo candidabile alla presidenza. Si vota nel 22. I sondaggi dicono che oggi Lula sarebbe già in vantaggio su Bolsonaro: 50 a 38. Lula ieri ha detto che finalmente il Brasile potrà liberarsi di un “troglodita”. Bolsonaro invece ha tuonato contro le toghe rosse, che qui in Brasile fanno il lavoro opposto – evidentemente – rispetto alle toghe rosse italiane: scarcerano, invece di mettere le manette. Oggi qui in Italia esultano per Lula anche molti esponenti di partiti che si sono sempre dichiarati dalla parte dei giudici. Anche Grillo esulta. Può darsi che Grillo abbia ripensato all’orrore di tanti anni passati nel fronte forcaiolo. E che ci abbia cambiato idea. Benissimo: però farebbe bene a spiegare il suo pensiero. A dichiarare: viva Lula, viva Craxi. Allora sì. In Italia, negli anni passati Lula è stato difeso, forse, solo da D’Alema. La sinistra non osava sfidare i giudici. La destra non osava schierarsi con un socialista. Peccato.

Celle aperte per altri 5000. Liberato Lula, salta in aria la Mani pulite brasiliana. Angela Nocioni su Il Riformista il 14 Novembre 2019. Oh meu Deus, è arrivato il colpo di spugna! Così all’opinione pubblica brasiliana è stata sostanzialmente venduta la sentenza del Tribunale supremo che la settimana scorsa ha dichiarato incostituzionale la detenzione prima del compimento del terzo grado di giudizio. E’ illegale mettere in cella chi non ha ancora esaurito le possibilità di ricorso, ha stabilito l’Alta corte. Immediata conseguenza: il detenuto più famoso del Brasile, l’ex presidente Lula da Silva, condannato in appello a otto anni per corruzione, ha chiesto e ottenuto la liberazione. Seguito a ruota da altri carcerati eccellenti dell’inchiesta Lava Jato, la Mani pulite che negli ultimi cinque anni ha terremotato la classe politica e imprenditoriale brasiliane radendo al suolo le principali aziende pubbliche e private tra cui Petrobras, l’impresa petrolifera di Stato, la più grande azienda pubblica dell’America latina ed Odebrecht, la principale azienda privata di costruzioni del continente accusata, con prove, di avere un sistematico metodo di corruzione per aggiudicarsi appalti in Brasile e all’estero. I rami dell’inchiesta su Odebrecht hanno portato all’arresto di politici di primo piano in molti altri Paesi.  Sono 4895 le persone detenute in Brasile, con una condanna in appello, che ora potrebbero ottenere la scarcerazione. Trentotto di loro sono dentro per l’inchiesta Lava Jato. I detenuti sono 726.000, il 35,9% dei quali non ha condanne, nemmeno di primo grado: sono in attesa di giudizio, sono quasi tutti neri poveri, la loro posizione rimarrà inalterata. Lo scandalo percepito riguarda quei 38, considerati gli eccellenti, i miracolati dalla giurisprudenza del Supremo. Nella guerra all’ultimo sangue in corso tra poteri dello Stato in Brasile l’immediata risposta allo schiaffo del Supremo da parte del Parlamento, la cui la maggioranza è in mano alla destra radicale, è stato l’avvio di una proposta di modifica costituzionale. L’articolo 5 della Carta, in rispetto del quale s’è pronunciato il Supremo, dice che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva? Allora si cambia l’articolo 5 della Costituzione, basta modificare il comma 57. La Commissione Giustizia della Camera ha già cominciato la discussione.  Se passa l’emendamento, e i voti per farlo passare ci sono, la Costituzione stabilirà che nessuno può essere considerato colpevole fino alla condanna in secondo grado.  Quindi dovranno tornare tutti dentro? Se non i 4895, almeno i 38 che nel frattempo avranno avuto modo di far ricorso ed essere scarcerati? Sarà così salva la Mani pulite che ha ridiseganto la mappa politica del Brasile portando il giudice Sergio Moro, quello che ordinò l’arresto di Lula, a fare il super ministro della giustizia del presidente Jair Bolsonaro diventato tale grazie a quell’arresto (senza che il mondo si scandalizzasse per questo)?  Tutto da stabilire. Esimi costituzionalisti di ogni risma si stanno già scannando per sancire se, e in base a quale norma, un emendamento costituzionale possa o non possa scavalcare una decisione del Supremo. Intanto le stesse tv che Sergio Moro, ai tempi in cui era ancora giudice di primo grado della procura di Curitiba, allertò perché andassero a coprire con gli elicotteri la convocazione a testimoniare dell’allora candidato alle presidenziali Lula da Silva mentre alla sua porta si presentavano gli agenti di polizia come si fosse trattato di un arresto – mentre il candidato Lula non era stato nemmeno avvisato e quindi non aveva nemmeno avuto modo di rifutarsi (impossibile per uno spettatore televisivo distinguere le immagini di quel singolare accompagnamento coatto a testimoniare sotto scorta da quelle di un clamoroso arresto: sembrava avessero suonato alla porta di Jack lo squartatore, c’era uno stuolo di macchine di polizia a sirene spiegate, agenti armati fino ai denti, sirene, cordoni di folla) martellano ora immagini e dibattiti preventivi sull’imminente probabile scarcerazione dei grandi protagonisti della telenovela politico giudiziaria brasiliana. Per cominciare: Eduardo Azeredo, ex presidente del Psdb, il partito dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso (l’unico grande nome della politica brasiliana a non essere finito stritolato dall’inchiesta, cominciata quando lui era ormai lontano dal potere visibile) e José Dirceu del Partito dei lavoratori, il creatore politico di Lula, l’uomo che mise la cravatta al Lula sindacalista e lo scortò fino a portarlo alla presidenza della Repubblica. Dirceu, sempre rifiutatosi di collaborare con gli inquirenti, sta scontando una pena a 30 anni, 9 mesi e dieci giorni per corruzione e lavaggio di denaro. Entrambi hanno chiesto la liberazione tre giorni fa. Non si può capire cosa sta accadendo in Brasile, né come il 52% degli elettori di una delle democrazie più grandi del mondo abbia votato un anno fa un oscuro ex poliziotto ciclotimico dalle sparate violtissime presentatosi come outsider dopo aver passato gli ultimi 23 anni su uno scranno da deputato a Brasilia, se non si considerano i toni e la potenza della gigantesca copertura mediatica di cui dal 2005 (il partito di Lula è andato al potere nel 2003) godono le inchieste sui fondi neri ai partiti prima e quelle sulla corruzione in Petrobras poi. Entrambe talmente ben cadenzate sui tg della sera con suspance, colpi di scena, tradimenti e vendette da essere seguite in tv, ormai da quattordici anni, come si segue la telenovela delle otto. E la Lava Jato garantisce pathos, scandalo e guizzi di regia di una qualità incomparabile con quelli delle migliori telenovelas delle otto.  Quando fu mandato in prigione José Dirceu, per dirne una, il suo personale fustigatore all’Alta Corte fu un giudice ex protetto di Lula e Dilma e di Dirceu stesso, Joaquim Barbosa, l’unico giudice nero della storia dell’Alta corte brasiliana. Se non fosse esistito Dirceu, probabilmente Barbosa non sarebbe mai diventato giudice del Supremo. Questo nel senso comune brasiliano era fatto forse non certo, ma dato per assodato. Barbosa, assurto al ruolo di super giustiziere, fu con Dirceu di una severità inedita. La sua requisitoria è diventata presto un classico per i toni implacabili utilizzati. Al Carnevale di Rio la sua maschera è andata più di moda di quella di Batman. Il clima creato allora attorno al ruolo di angelo vendicatore del giudice nero, scagliatosi contro i potenti bianchi corrotti, spiega molto del brodo di coltura da cui poi è uscito, a sorpresa, Bolsonaro. Al di là della sostanza racchiusa nelle appassionanti pagine processuali. Tra le tante porte spalancate dalla sentenza del Supremo sulla incostituzionalità della detenzione prima del terzo grado di giudizio, ce ne è forse anche una che mette in discussione l’esito delle ultime presidenziali visto che Lula, il candidato favorito al primo turno secondo tutti i sondaggi, fu fatto fuori dalla corsa elettorale a causa dell’arresto finmato da Moro dopo una condanna in appello? No. La legge brasiliana è in materia molto simile a quella statunitense: il presidente può esser rimosso soltanto con una procedura di impeachment. Nemmeno se Lula riuscisse a dimostrare che Moro non è stato un giudice imparziale e ad ottenere quindi l’annullamento del giudizio, i giochi per lui si potrebbero riaprire. Nemmeno se un tribunale potesse riconoscere che è stato condannato senza prove.  E da una futura competizione elettorale, ora che Lula è libero, è fuori comunque. Perché esiste una legge, la Ficha limpa (fedina pulita) che gli impedisce di partecipare. Lula ha anche altre cinque processi pendenti, uno con una condanna per corruzione in primo grado, oltre a quello per l’appartamento al mare costatogli l’arresto e la fine della corsa per le elezioni. Appartamento che la sentenza di condanna ritene gli sia stato messo a disposizione come tangente e che, curisosamente, non risulta essere mai stato abitato nemmeno per un giorno né da lui né da nessuno della sua famiglia, appartamento per il quale non risulta esistere nessun documento di proprietà da far risalire all’ex presidente. L’attico, il famoso triplex di cui da anni si favoleggia, affaccia su una delle spiagge più brutte del Brasile, sporca e affollatissima. Chissà perché l’uomo più potente del Paese, uno che è considerato una sorta di semidio in tutto il Nord est, avrà fatto carte false per avere a disposizione un attico in un postaccio che sembra tutti i giorni Ladispoli a ferragosto? Lungo un litorale triste sul quale non potrebbe neppure metter piede senza essere assediato dai bagnanti? Mistero irrisolto, ma non spettava a Moro risolverlo. Dovesse, però, saltar fuori che c’è stato un accordo per far condannare Lula in secondo grado, e renderlo così incandidabile, frenare lo scandalo potrebbe diventare complicato anche per Moro. Complicato, ma non impossibile. Perché il consenso popolare sta dalla parte dell’ex giudice sceriffo diventato ministro dopo aver giurato pubblicamente che mai avrebbe accettato un incarico politico. E’ lui il candidato che la maggioranza degli elettori brasiliani vorrebbe alla presidenza della repubblica, a dar retta ai sondaggi. Il presidente Bolsonaro ha già detto ai suoi di volerlo come vice per il prossimo mandato, invece di nominarlo per meriti membro del Supremo. C’è una conseguenza possibile della sentenza dell’Alta Corte che ha portato alla liberazione di Lula di cui si parla poco. L’effetto più temuto sulla Lava jato non è tanto la scarcerazione dei tanti condannati in appello che riescano a farsi accogliere il ricorso, ma la ricaduta che quella sentenza potrebbe avere sull’armageddon della Mani pulite brasiliana: la legge sulla delazione premiata, una versione locale (con alcune differenze) delle norme italiane sui collaboratori di giustizia. La delação premiada – il testo di legge dice proprio “delazione premaiata”, non collaborazione, né testimonianza: delazione, tu fai la spia io ti premio, il lessico del legislatore di Brasilia è meno ipocrita del nostro – prevede un vero e proprio contratto firmato tra accusato e inquirente. Sostanziosi sconti di pena e, in alcuni casi, la liberazione da ogni pendenza penale per chi collabora con gli inquirenti. Un bell’incentivo a vuotare il sacco, certo. Ma anche a mentire con intelligenza. A offrire verità verosimili, difficili da ricostruire e quindi da smentire, tenute in piedi da brandelli di indizi in grado di somigliare a una prova senza esserlo. Molti avvocati brasiliani rifiutano la delação premiada come strategia difensiva. Alcuni grandi studi legali hanno denunciato in una pubblica lettera l’uso diffuso di “metodi da Inquisizione” nelle inchieste. Hanno invitato, inascoltati, “con urgenza il potere giudiziario” a “una postura rigorosa di rispetto e di osservanza delle leggi e della Costituzione”. La questione è la solita: come si devono usare le dichiarazioni di chi accusa qualcun altro in un’inchiesta? E soprattutto: cosa è legittimo fare per ottenerle? In alcuni casi sono saltate fuori le prove dei fatti contestati, presentate come tali in processi arrivati a sentenza. Ma a tenere in piedi la Lava Jato sono le delazioni premiate a tappeto di detenuti in via preventiva che, magicamente, escono dal carcere appena indicano il nome di un presunto corrotto. Che non viene mai trattato come tale, ma finisce sbattuto nelle aperture dei tg come fosse un reo confesso. A osservare il dettaglio delle principali inchieste, a controllare sul calendario i nomi di chi esce e di chi entra dalla cella, il timore che la prigione preventiva sia usata per forzare la chiusura degli accordi di collaborazione, sembra fondato. Nel bel mezzo della guerra in corso, anche dentro l’avvocatura brasiliana si è scatenata più di una battaglia. Approfittando del rifiuto di alcuni studi legali di difendere gli imputati che firmano accordi di delazione premiata, spuntano come funghi avvocati che si stanno specializzando nella contrattazione con l’accusa, per conto dell’assistito, per accedere ai benefici offerti a chi collabora. Benefici che, a volte, somigliano a un regalo. Prendiamo il caso di Joesley Batista, il proprietario della principale azienda mondiale per l’esportazione di carne, la Jbs. Incastrato da intercettazioni pesanti, Batista ha confessato e descritto il giro vorticoso di tangenti che gli ha consentito, tra l’altro, di evadere tutte le tasse sull’export. Il contratto di delazione premiata da lui firmato gli ha permesso di dirsi colpevole della corruzione dell’intera classe dirigente brasiliana degli ultimi quindici anni – destra, sinistra, centro, più alcuni giudici – pagata secondo le sue accuse con milioni di dollari per un’enormità di favori illeciti, e di scampare illeso dal processo vendendo la testa dei politici da lui accusati in cambio dell’impunità. Ha confessato crimini clamorosi ed è improcessabile.  La notizia non è stata presentata come scandalosa e non ha fatto scandalo. Il biglietto da pagare per lo show.

Emiliano Guanella per "La Stampa" l'11 marzo 2021. Ha chiesto il permesso per togliersi la mascherina e poi via a parlare per tre ore filate, come ai vecchi tempi, nel discorso che segna, di fatto, la partenza della sua corsa per riprendersi il Brasile. Graziato dalla Corte Suprema, che ha annullato le sue condanne per corruzione e mandato a rifare tutti i processi a Brasilia, Lula da Silva ha esordito parlando proprio dei suoi guai giudiziari e dei 580 giorni passati in prigione. «Sono stato vittima della peggiore ingiustizia nella storia del nostro Paese, ma il mio dolore non vale nulla rispetto a quello dei milioni di disoccupati e delle 270.000 famiglie che hanno perso un loro caro per il Covid». Pandemia e crisi economica, le due piaghe che affliggono il Brasile; quasi 2.000 morti al giorno per il virus e il record di 14 milioni di disoccupati. Tutta colpa, secondo lui, di Jair Bolsonaro. «Un governo che non governa, che non si occupa della salute e dell'economia, del lavoro e dell'educazione. Vanno avanti a fake news, che sono pericolose perché corrono veloci, mentre la verità cammina lenta, come la tartaruga». Prende tempo, invece, sulla candidatura per le presidenziali del prossimo anno. «Ho 75 anni, la prossima settimana sarò vaccinato, mi sento con l'energia di un trentenne e ho voglia di percorrere in lungo e in largo il Paese. Dovremo costruire un grande fronte progressista e democratico, i nomi verranno dopo». Ha ringraziato molti leader che gli sono stati vicini in questi ultimi tre anni, da Papa Francesco a Bernie Sanders, per l'Italia l'amico Massimo D'Alema. Prudentemente, non ha nominato il venezuelano Maduro, ma i mercati sembrano per ora terrorizzati dal suo ritorno, il «fantasma Lula» fa ancora paura. «Mi danno del radicale, voi avete imparato che non dovete avere paura; io vado alla radice dei problemi per migliorare la vita della gente». Facile, per lui, il confronto con gli anni dorati del suo governo, quando il Brasile era la sesta potenza economica mondiale e «tutto il mondo ci ammirava». Ha glissato, ovviamente, sulla corruzione, sugli appalti truccati alla Petrobras con le tangenti sui conti di diversi dirigenti del suo partito e degli alleati; per Lula il problema della «Lavajato» è stato piuttosto quello di bloccare l'economia del Paese, di fermare la macchina. Se il nemico da battere è Bolsonaro quello di cui si vuole la testa oggi è proprio l'ex giudice Sergio Moro, sul cui operato deve esprimersi la Corte Suprema. E poi c'è l'inflazione, con gli aumenti consistenti nei prodotti di uso quotidiano come riso, fagioli, olio da cucina, bombole del gas. E la benzina, sei ritocchi in due anni, con Bolsonaro che ha commissariato la Petrobras con un generale dell'esercito e liberalizzato il prezzo nelle stazioni di servizio. «Solo una piccola parte della popolazione oggi va al cinema, a teatro, cammina nei parchi, visita i musei. Per il progetto neoliberale i lavoratori devono pensare solo a lavorare e i poveri devono aspettare gli aiuti del governo. Dieci anni fa, invece, noi davamo a tutti la possibilità di sognare». Il passato glorioso contro l'incerto presente e la paura del futuro; questo il verbo del nuovo Lula ed è difficile pensare che si accontenterà di fare da sponsor ad un candidato del suo partito, come ha fatto Obama con Joe Biden. Oggi parla a due grandi blocchi di elettori, promettendo impiego e incentivi sociali per poveri e disoccupati, rigore contro la pandemia alla classe media. «Non seguite le decisioni stupide dell'attuale presidente, non credete al suo negazionismo. Vaccinatevi, usate la mascherina, rispettate l'isolamento sociale. Siamo governati da gente che crede che la terra sia piatta, ma noi siamo più intelligenti di loro». A Brasilia il ritorno di Lula preoccupa, anche perché obbliga a radicalizzare il discorso bolsonarista. La popolarità del governo è legata alla possibilità di erogare un nuovo sussidio d'emergenza almeno fino a quando durerà la pandemia. Ma tra variante amazzonica e il collasso generale del sistema di salute si teme che l'incubo Covid durerà ancora parecchi mesi. Una crisi generale che fa solo gioco al ritrovato leader dell'opposizione.

Il “golpe” giudiziario contro Lula è crollato come un castello di carte. Lula è pulito. Immacolato come un foglio di carta bianca. Il giudice del Tribunale supremo federale Edson Fachin ha invalidato tutte le condanne penali a carico dell’ex presidente Lula da Silva. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 10 marzo 2021. Lula è pulito. Immacolato come un foglio di carta bianca. Il giudice del Tribunale supremo federale Edson Fachin ha invalidato tutte le condanne penali a carico dell’ex presidente Lula da Silva, ripristinando i suoi diritti politici e rendendo di nuovo possibile la sua corsa contro Jair Bolsonaro alle presidenziali 2022. Il motivo è di procedura: il giudice Fachin si è limitato a segnalare che la corte federale della città di Curitiba, nel sud del Paese, che condannò Lula per corruzione, non aveva competenza territoriale per perseguire l’ex presidente. Deltan Dallagnol, a capo della task force di “Lava Jato”, l’inchiesta su Petrobras, la potente compagnia petrolifera, che ha travolto la politica brasiliana, e che tanto sembrò somigliare alla “nostra” Mani Pulite, ha commentato che la sentenza potrebbe chiudere l’intero caso contro l’ex presidente perché ormai prescritto. Per quelle condanne, Lula ha trascorso 580 giorni in carcere. L’inchiesta Petrobras comincia nel marzo del 2014, e coinvolge i dirigenti della compagnia petrolifera di stato Petrobras e le principali aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici (Btp). Alcune di queste sono multinazionali che hanno delle filiali in tutto il mondo. Odebrecht, per dire, ha ottenuto degli appalti a Cuba, in Venezuela e in Africa grazie alla mediazione di Lula. Queste società si occupavano della costruzione delle infrastrutture per l’estrazione del petrolio al largo delle coste brasiliane. La Btp gonfiava i contratti e in cambio i partiti che facevano parte della coalizione di governo hanno ricevuto tangenti e finanziamenti illeciti. Tra questi, il Partito dei lavoratori di Lula, che governava il paese dal 2003. La procura definì l’inchiesta “il più grande scandalo di corruzione della storia del Brasile”: una novantina di politici, deputati e senatori, ne vengono travolti. La presidente, Dilma Roussef, rieletta per il secondo mandato il 26 ottobre 2014, dato che Lula che aveva guidato il paese dal 2003 al 2010 non poteva ripresentarsi, non era coinvolta direttamente nell’inchiesta. Tuttavia una parte dell’opinione pubblica brasiliana sembrò convinta che Rousseff fosse al corrente del sistema di tangenti e corruzione. Nel 2016, il Parlamento brasiliano vota a favore dell’impeachment per la Rousseff, accusata di aver manipolato i dati sulla situazione economica del Brasile. Dopo il lungo periodo di boom economico, che aveva permesso a Lula di varare imponenti riforme a favore delle fasce sociali più deboli, erano arrivati negli ultimi anni i segnali di una crisi che aveva portato il Brasile in recessione. Negli ultimi mesi poi, gli scandali legati alla corruzione. Rousseff aveva cercato di proteggere Lula, nominandolo a un incarico di governo, ma il decreto di nomina era stato bloccato da un giudice. Il paese è letteralmente spaccato a metà. Roussef accusa i sostenitori dell’impeachment di un vero e proprio colpo di stato. Lula era stato condannato la prima volta nel luglio 2017 per corruzione prima a dieci e poi a diciassette anni di reclusione. Soprattutto, era stato privato dei suoi diritti politici, e così costretto a rinunciare a candidarsi alle presidenziali del 2018, eppure tutti i sondaggi lo davano vincente, lasciando campo libero alla destra di Bolsonaro. L’accusa ruotava attorno alla proprietà di un appartamento di 216 mq a Guarujà, una delle località più esclusive del litorale di San Paolo, che sarebbe stato donato dal gigante delle costruzioni Oas in cambio di importanti commesse con la compagnia petrolifera statale Petrobras. Il giudice Sergio Moro, suo principale accusatore, divenne poi ministro della Giustizia nel governo di Bolsonaro, salvo rinunciare nell’aprile dello scorso anno per «divergenze con il presidente». Dopo la condanna a dodici anni e un mese per corruzione e riciclaggio di denaro, nell’aprile 2018 Lula si consegna. Aveva partecipato a una messa in ricordo della moglie, Marisa Leticia Rocco, morta nel 2017, e in un comizio improvvisato aveva promesso che si sarebbe consegnato, ribadendo però la sua innocenza: «Mi sottoporrò al mandato» di arresto, aveva detto parlando davanti alla folla che si era radunata di fronte la sede del sindacato dei metalmeccanici di San Paolo. Sul palco, insieme a Lula, c’era anche l’ex presidente Dilma Rousseff. A giugno Lula presenta ricorso, chiedendo che si sospendesse la condanna e gli si concedesse la libertà condizionale, ma la Corte Suprema brasiliana lo respinge. Cadono così le speranze del Partito dei Lavoratori che Lula potesse essere liberato in modo da avviare la campagna per le presidenziali di ottobre. Lula non si arrende: Il Partito dei Lavoratori registra formalmente la candidatura di Lula alle elezioni presidenziali. Ma Raquel Dodge, procuratrice generale elettorale, presenta al Tribunale elettorale una richiesta di impugnazione in base alla cosiddetta “legge della scheda pulita”, che dispone che una persona condannata in seconda istanza da un tribunale collegiale non possa candidarsi a un’elezione. Poi, nel 2019, il sito d’inchiesta “Intercept Brasil” pubblica il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra il giudice Moro, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare. I due – si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi – si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell’indagine. Il materiale è stato acquisito illegalmente – da alcuni hacker – e quindi non può essere portato in tribunale. Lula intanto deve far fronte a un altro processo, per un’altra casa, stavolta non sulla costa, ma in campagna, i cui lavori di ristrutturazione sarebbe stati pagati dalla Odebrecht. Lula dice che la casa non è sua, i giudici dicono che lo è “di fatto”. Ma qualcosa del castello di accuse comincia a vacillare. Il Tribunale supremo ribalta la sentenza del 2016 secondo la quale era prevista la detenzione obbligatoria in carcere per imputati condannati in secondo grado. Lula può uscire. La norma che prevedeva la carcerazione dopo il secondo grado di giudizio era stata introdotta per “facilitare” il lavoro dei pubblici ministeri nelle inchieste per corruzione: attraverso la carcerazione, infatti, si sperava di poter esercitare pressione sugli imputati per convincerli a dare informazioni, in cambio di accordi premiali. In questi anni, però, la legislazione era stata criticata duramente dai giuristi, i quali ritenevano che violasse la Costituzione. Poi è la stessa polizia federale – nel tentativo di scovare gli hacker che avevano passato il materiale a “Intercept” – a entrare in possesso del contenuto completo, chat che sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017. È a questo punto che va in discussione l’intero processo: i colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l’articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice «sospetto di non essere imparziale». E di chiedere quindi l’annullamento del giudizio. In questi ultimi mesi Lula non ha smesso di attaccare Bolsonaro, soprattutto per la conduzione della pandemia. I sondaggi lo danno ancora fortissimo nel gradimento dei brasiliani. Bolsonaro è nervosissimo e attacca i giudici che hanno liberato Lula. Sarà una campagna elettorale molto dura.

Brasile, il caso Lula torna davanti alla Corte Suprema: il giudice istruiva il pm. Il Dubbio il 6 febbraio 2021. La polizia federale rivela una nuova serie di messaggi tra il pubblico ministero e il giudice Sergio Moro che gli avrebbe suggerito strategie e fonti nell’ambito dell’operazione Lava Jato. Il caso giudiziario dell’ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva torna davanti alla Corte Suprema dopo nuove rivelazioni della polizia federale: il giudice Sergio Moro, allora a capo dell’operazione anti-corruzione Lava Jato, avrebbe aiutato il pubblico ministero Deltan Dallagnol a istruire la causa contro Lula. In quel processo, l’ex presidente brasiliano fu condannato a otto anni e dieci mesi di carcere con l’accusa di corruzione, per poi essere rilasciato a novembre del 2019 dopo oltre 500 giorni di detenzione. Già allora le chat tra i due magistrati scatenarono un terremoto politico, a seguito dello scoop del sito di inchiesta “The Intercept” che aveva pubblicato il contenuto della corrispondenza tra i due. In quell’occasione a intercettare i messaggi erano stati alcuni hacker, che li avevano poi forniti ai giornalisti, ed essendo stati acquisiti illegalmente, non erano utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni. Mentre ora è la stessa polizia federale – nel tentativo di scovare gli hacker – ad essere entrata in possesso del contenuto completo di quelle chat. Che potrebbero rimettere in discussione l’intero processo: la difesa di Lula ha infatti chiesto e ottenuto di visionare i messaggi dalla Corte Suprema, che si pronuncerà sul caso entro giugno. I colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l’articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice «sospetto di non essere imparziale». E di chiedere quindi l’annullamento del giudizio. Stando a quanto riporta il quotidiano Avvenire, la comunicazione tra il pm e il giudice sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017, con quest’ultimo che «arrivava a suggerire strategie e fonti da interrogare».

Lo scoop di “The Intercept”. L’inchiesta di Sergio Moro – l’ex giudice sceriffo diventato ministro della giustizia, nemico mediatico di Lula – aveva spalancato prima delle elezioni dell’ottobre del 2008 le porte del carcere all’ex presidente brasiliano, candidato favorito secondo tutti i sondaggi, liberando così la strada per il Planalto all’allora candidato di estrema destra e attuale presidente Jair Bolsonaro. Ma quel giudice «non era imparziale»: è questa l’accusa emersa dallo scoop clamoroso del sito Intercept Brasil, diretto dal giornalista statunitense Glenn Greenwald, quello del caso Snowden. Il sito d’inchiesta aveva pubblicato il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra l’attuale ministro ai tempi in cui era ancora giudice di prima istanza a Curitiba, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula da Silva, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare. I due, si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi, si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Si dice insoddisfatto dell’evidenza di una prova. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell’indagine. Gioisce per il successo mediatico e per le ricadute politica dell’inchiesta. Si complimenta via chat con se stesso e con il pm per il repulisti provocato. «Complimenti a tutti noi» scrive. Le accuse, sempre passate al vaglio dell’allora giudice Moro, di questo secondo processo sono molto simili a quelle per cui hanno condannato Lula per corruzione passiva e riciclaggio di denaro. Si tratta sempre di una casa vicino a San Paolo messagli a disposizione, secondo l’accusa, da una grande azienda in cambio di contratti di favore con imprese di Stato. Stavolta non un appartamento sulla costa, ma una casa di campagna. La denuncia della pubblica accusa accolta a suo tempo da Moro parla di una ristrutturazione del valore di 280 mila dollari pagata interamente dalle imprese di costruzione Odebrecht, Oas e Schahin, in cambio di contratti con l’impresa petrolifera statale Petrobras. La villa è stata frequentata dalla famiglia di Lula, ma non è di sua proprietà. Lo sarebbe “di fatto” secondo i pm. Secondo la difesa le accuse “si riferiscono a contratti firmati da Petrobras che lo stesso giudice ha riconosciuto, in un’altra sentenza, non aver portato nessun beneficio a Lula”.

·        Quei razzisti come gli haitiani.

Haiti: come si uccide un presidente. Piccole Note il 9 luglio 2021 su Il Giornale. L’assassinio del presidente di Haiti Jevenel Moïse ha precipitato il Paese caraibico nel caos, dato che ha innescato una lotta di potere tra aspiranti successori, che potrebbe degenerare in uno scontro aperto, aggravando vieppiù le gravissime condizioni di uno dei Paesi più poveri al mondo e martoriato da una violenza dilagante e non arginabile.

Il tragico destino di un presidente. Violenza che negli ultimi tempi si era incrementata a causa dello scontro sociale innescato dallo stesso presidente, che ha rinviato più volte le elezioni politiche previste per il 2018 e governato da solo fino al momento del suo omicidio. Nel frattempo Moïse, eletto nel 2016, aveva modificato Costituzione per rafforzare il potere presidenziale, cioè il suo, con decisione che doveva essere confermata da un referendum previsto per il prossimo 26 settembre, quando gli haitiani dovrebbero eleggere anche un nuovo presidente e un nuovo parlamento. Moïse aveva quindi preparato il terreno per consolidare il suo potere attuale, ma qualcuno ha pensato di eliminarlo prima, troncando i suoi sogni di gloria. Restano ignoti sia il mandante che il movente dell’assassinio, che probabilmente tali resteranno. Tre cose si possono affermare con certa sicurezza: l’operazione che ha portato all’omicidio di Moïse è costata un mucchio di quattrini ed era ben pianificata. E evidentemente qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote, da cui il mezzo fallimento successivo.

Piano perfetto. La realizzazione dell’operazione è stata affidata a un commandos di mercenari formato da 28 persone, 26 colombiani e due haitiani con passaporto Usa. Mercenari che erano sbarcati sull’isola un mese fa, dato che operazioni di questo genere abbisognano anche di pianificazioni in loco oltre che da remoto. Mercenari ben preparati e operazione ben pianificata, come dimostrano i video pubblicati dal New York Times. In questi si nota come l’attacco alla residenza del presidente sia avvenuto con una tranquillità sorprendente. Una colonna di camion e di Suv si è avvicinata alla residenza, identificandosi come agenti della Dea, l’anti-droga americana (accreditamento ovviamente falso). Quindi il corteo ha percorso il viale che porta alla casa di Moïse procedendo con calma, urlando che era in corso un’operazione anti-droga e facendosi consegnare la armi dalle guardie della presidenza. Così sono entrati indisturbati in casa di Moïse, dove hanno portato a termine la missione. Stona non poco la sicurezza con cui si sono mossi i commandos: evidentemente per Haiti è qualcosa che appartiene alla sfera della normalità che la Dea possa entrare senza permesso nella casa di un presidente straniero e disarmare le sue guardie…

Finale a sorpresa. L’altra stonatura è che, però, gli assassini siano stati presi come polli dalla sicurezza haitiana. Impossibile che una missione del genere non prevedesse una manovra di esfiltrazione altrettanto ben pianificata. Invece, la polizia di Haiti, evidentemente aiutata da qualcuno, li ha individuati e presi quasi tutti. La cattura più bizzarra riguarda undici di questi bravi ragazzi, che sono stati arrestati nell’ambasciata di Taiwan – Haiti è uno dei pochi Stati a riconoscere l’indipendenza di Taiwan – nella quale avevano cercato riparo. L’ambasciata, per lo più deserta per via del Covid, sembra sia stata violata dai killer in fuga, con violazione notata dal personale residuo, che avrebbe avvertito la polizia, intervenuta tempestivamente. Certo, l’ambasciata si trova nei pressi della residenza del presidente, ma resta la stranezza dell’intrusione violenta in una sede diplomatica che avrebbe potuto essere difesa, come prassi, da guardie armate, con possibile scontro a fuoco che delle persone in fuga dovrebbero evitare. Ma al di là delle lacune di tale ricostruzione, resta che un’operazione così ben pianificata si è conclusa con un caotico rompete le righe, con i mercenari scappati ognuno per conto suo e presi in fretta da una polizia che certo non brilla per efficienza. Da cui la possibilità – o sicurezza che sia – che qualche forza che ha una sua presenza nell’isola abbia avuto contezza di quanto stava avvenendo troppo tardi per salvare il presidente – o era semplicemente impossibilitata a salvarlo -, ma in tempo per mobilitare la caccia all’uomo.

La conga delle banane. Ciò detto, resta che quanto avvenuto sembra appartenere al passato, ai bei tempi delle repubbliche delle banane, quando le autorità dei Paesi latinoamericani godevano i frutti effimeri della compiacenza di potenti yankees che, grazie ai loro fantocci locali, potevano lucrare sulla pelle degli abitanti locali. Fantocci che, all’occorrenza, potevano essere rimpiazzati, quando si facevano troppo esosi o quando i loro padrini cadevano in disgrazia e altri ne prendevano il posto. D’altronde la storia di Haiti si è intrecciata in modo indissolubile con quella del potente vicino americano, da quando, nel 1915, Washington ha conquistato l’isola governandola fino al ’34. Storia passata che conserva certa attualità. Certo, nel caso specifico, non c’è nessun elemento che colleghi la vicenda a qualche faida di potere consumata in ambito statunitense, così la suggestione resta tale. Una suggestione in qualche modo indotta anche dal precedente lavoro di Moïse, che era impresario e commerciava in banane, da cui l’appellativo di “Banana Man”, come dal titolo della nota di France 24. Nota a margine. Riportiamo un titolo di Dagospia di oggi: “un gruppo hacker prende il controllo dei tabelloni elettronici dell’aeroporto di Caracas e pubblica un messaggio contro il presidente Nicolas Maduro [Maduro dictator ndr] – Il testo era accompagnato dall’acronimo "Dea", l’Agenzia antidroga degli Stati Uniti che ha messo una taglia di 15 milioni di dollari sulla sua testa”.

Da Repubblica.it il 18 luglio 2021. Il futuro politico di Haiti è diventato più incerto dopo il ritorno a sorpresa della first lady Martine Moise, che è stata dimessa dall'ospedale di Miami dove è stata curata per le ferite riportate a seguito dell'attacco in cui è stato assassinato il presidente. Martine Moise non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica dopo essere scesa da un jet privato indossando un abito nero, un giubbotto antiproiettile nero, una maschera facciale nera e una fascia nera a tenere il braccio destro ingessato mentre piangeva per il marito Jovenel Moise, ucciso il 7 luglio nella loro casa privata. Molti in questo Paese di oltre 11 milioni di persone sono rimasti sorpresi dalla rapidità con cui Martine Moise è ricomparsa ad Haiti e si sono chiesti se avesse intenzione di essere coinvolta nella politica del Paese. «Il fatto che sia tornata potrebbe suggerire che intende svolgere un ruolo», ha affermato Laurent Dubois, esperto di Haiti e professore della Duke University. «Lei può intervenire in un modo o nell'altro». Martine Moise è arrivata poche ore dopo che un importante gruppo di diplomatici internazionali ha rilasciato una dichiarazione che sembrava ignorare il primo ministro ad interim Claude Joseph, che attualmente gestisce il Paese con il sostegno di polizia ed esercito. Il nome di Joseph non è mai stato menzionato nella dichiarazione rilasciata dal Core Group, composto da ambasciatori di Germania, Brasile, Canada, Spagna, Stati Uniti, Francia, Unione Europea e rappresentanti delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione degli Stati americani. Il gruppo ha chiesto la creazione di «un governo consensuale e inclusivo», aggiungendo: «A tal fine, incoraggia fortemente il primo ministro designato Ariel Henry a continuare la missione affidatagli per formare un tale governo». Henry era stato designato primo ministro il giorno prima che Jovenel Moise venisse ucciso. Non ha risposto alle richieste di commento. L'Onu, l'Oas e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti non hanno offerto ulteriori spiegazioni quando sono stati contattati. Dato lo stato attuale della politica haitiana, Dubois ha affermato di ritenere che l'arrivo di Martine Moise potrebbe avere un impatto. «Lei è ovviamente in grado di svolgere un ruolo... vista la vastità delle cose», ha detto, aggiungendo che la dichiarazione del Core Group è sorprendente perché non fa alcun riferimento a Joseph. «Ci si deve chiedere se gli sviluppi dell'inchiesta abbiano qualcosa a che fare con questo. Sono tutti questi pezzi di puzzle che cambiano momento per momento. In questo momento sembra molto difficile capire come metterli insieme». Le autorità di Haiti e della Colombia affermano che almeno 18 sospetti direttamente collegati all'omicidio sono stati arrestati, la maggior parte dei quali ex soldati colombiani. Almeno tre sospetti sono stati uccisi e la polizia afferma di essere alla ricerca di numerosi altri. Funzionari colombiani hanno affermato che la maggior parte degli ex soldati sono stati ingannati e non erano a conoscenza del complotto dell'assassinio. Un giorno dopo l'omicidio, il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti Ned Price aveva detto che gli Usa riconoscevano Joseph come primo ministro ad interim prima dell'assassinio: «Continuiamo a lavorare con Claude Joseph in quanto tale», ha detto. L'11 luglio una delegazione di rappresentanti di varie agenzie statunitensi si è recata ad Haiti per esaminare le infrastrutture critiche, parlare con la polizia nazionale haitiana e incontrare Joseph, Henry e il presidente del Senato haitiano Joseph Lambert in una riunione congiunta. L'intensificarsi dei disordini politici ha spinto dozzine di haitiani a visitare l'ambasciata degli Stati Uniti a Port-au-Prince negli ultimi giorni per chiedere un visto o asilo politico.

Emiliano Guanella per "la Stampa" il 13 luglio 2021. Svolta nelle indagini sulla morte del presidente di Haiti Jovenel Moïse; la Fbi ha arrestato a Miami un medico haitiano indicato come mandante dell'omicidio che ha scosso il più povero Paese delle Americhe. Christian Emmanuel Sanon, 63 anni, risiede da almeno 20 anni in Florida; nella sua casa gli agenti hanno trovato un distintivo falso della Dea, l'agenzia antidroga americana, simile a quello usato per entrare nella residenza di Moïse, armi, bersagli e munizioni. Nel 2011 aveva lanciato una campagna anti- corruzione per il suo Paese, dicendosi disposto a mettersi in gioco per difendere «le ricchezze naturali svendute dai politici disonesti». Da allora, però, era rimasto sostanzialmente in sordina. Secondo gli inquirenti sarebbe atterrato un mese fa a Port au Prince a bordo di un aereo privato assieme a 6 dei 28 mercenari colombiani che hanno preso parte al commando responsabile della morte del presidente. Sono stati gli stessi contractors a fare il nome di Sannon, che gli avrebbe promesso una paga di 2.200 euro al mese, ma hanno chiarito che l'obbiettivo del raid era quello di sequestrare e non uccidere Moïse. Dietro a Sannon ci sarebbero altri politici di spicco dell'isola, la cui identità, per ora, è top secret. Un tentato colpo di Stato finito male, quindi, anche se la vicenda non è affatto chiarita. Le autorità haitiane stano guidando le indagini assieme ad una delegazione statunitense composta da agenti della Fbi e funzionari del dipartimento di Stato. Le riunioni si tengono presso la residenza dell'ambasciatore americano e vi partecipano i tre dirigenti politici che si contengono attualmente il potere; il primo ministro dimissionario Claude Joseph, che si comporta come fosse ancora in carica, il suo successore Ariel Henry e il Capo del Senato Joseph Lambert, nominato presidente ad interim dai nove colleghi senatori, gli unici politici rimasti in carica dopo lo scioglimento del Parlamento ad inizio anno. Sono ancora in stato di fermo i responsabili della sicurezza presidenziale, mentre si è appreso che i colombiani lavoravano per una ditta di sicurezza privata fondata da Antonio Intriago, un venezuelano emigrato negli Stati Uniti. Nicolas Maduro ha accusato Intriago di essere uno stretto collaboratore dell'opposizione venezuelana. Le domande sono ancora tante. Il partito di Moïse, il Phtk, è lacerato da faide interne, le gang armate che dominano nel Paese non si sentivano sufficientemente protette dal presidente e poi c'è la corruzione dilagante, che fa spesso cambiare di bandiera agli attori in gioco. "Quale messaggio - si chiede l'analista Aly Acacia sul sito Le Nouveliste - hanno voluto trasmettere gli autori di questo delitto al punto da trasformare in martire un presidente che non godeva di appoggio popolare né della simpatia dei suoi pari ? ". Ad Haiti si dovrebbe votare a fine settembre e questo sarebbe anche il desiderio di Washington, visto che l'amministrazione Biden è restia ad un intervento armato in una situazione così caotica. Al momento, però, a Port au Prince nessuno sa cosa potrà succedere nelle prossime settimane. 

·        Quei razzisti come i cileni.

L'ex leader studentesco ha 36 anni. Chi è Gabriel Boric, il nuovo presidente del Cile: il più giovane nella storia del Paese. Antonio Lamorte su Il Riformista il  20 Dicembre 2021. Gabriel Boric eletto nuovo presidente della Repubblica del Cile. A soli 36 anni sarà il più giovane Presidente della storia della Repubblica. Il leader della sinistra ha staccato di undici punti percentuali il rivale José Antonio Kast: una vittoria dal largo margine sul candidato ultraconservatore. 55,86% contro il 44,14%. Affluenza record: oltre il 50% degli aventi diritto. Fuori dal ballottaggio, per la prima volta da trent’anni, le forze che avevano governato il Paese dalla fine della dittatura, Chile Vamos e l’ex Concertación. “Sarò il presidente del Cile di tutti i cileni e non governerò solo tra quattro mura”, ha dichiarato Boric, candidato della coalizione di sinistra Apruebo Dignidad, in una telefonata con il presidente uscente Sebastián Piñera. Boric, ex leader studentesco, dal 2014 alla guida di una coalizione di sinistra che riunisce il Frente Amplio e il Partito Comunista, ha raccolto l’eredità del movimento che nel 2019, prima dello scoppio della pandemia, aveva portato in piazza migliaia di persone a manifestare contro le politiche ultraliberiste di Piñera. 30 le vittime di quelle proteste in strada. Boric ha tagliato i capelli e la lunga barba. Ha ottenuto il sostegno dell’ex presidente Ricardo Lagos e di Michelle Bachelet, attuale Alto commissario per i diritti umani dell’Onu. Ha sminuito le critiche che lo accostavano al modello bolivariano e chavista del Venezuela e promesso il rafforzamento del ruolo dello Stato nell’economia, l’aumento delle tasse ai “super ricchi” per finanziare la spesa sociale, la cancellazione dei debiti di studio e la fine del sistema pensionistico privato ereditato dalla dittatura. Festa e caroselli nelle strade con il canto “el pueblo unido jamás será vencido”. Il futuro presidente ha iniziato il suo discorso nella lingua indigena dei Mapuche. Ha assicurato un “governo aperto, perché un governo non avanza da solo. Con noi, la gente entra a La Moneda”. Ha concluso il discorso con una citazione del discorso di Salvador Allende nella notte del 4 settembre 1970: “Vayan a sus casas con la alegría sana de la limpia victoria alcanzada”, ha detto. Si è imposto in particolare nei quartieri popolari, tra le donne e gli elettori under 30. Entrerà ufficialmente in carica il 22 marzo del 2022. Kast, candidato del Frente Social Cristiano di estrema destra, di origini tedesche e figlio di un nazista, ha riconosciuto la sconfitta. “Da oggi il nuovo presidente del Cile si merita tutto il nostro rispetto”. Al primo turno aveva ottenuto più voti. Aveva elogiato in più occasioni il dittatore Augusto Pinochet, presidente del Cile dal colpo di stato del 1973 al 1990. La vittoria di Boric viene considerata come il capitolo finale della dittatura di Pinochet: la settimana scorsa, a 99 anni, era morta Lucia Hiriart, vedova del despota. E anche in quel caso tanti cittadini erano scesi in piazza praticamente a festeggiare la dipartita della donna considerata “di ferro”, che aveva un grande potere durante gli anni del regime. Il marito aveva riconosciuto la moglie, sposata nel 1943, tra le persone che più avevano influenzato la decisione di mettere in atto il terribile colpo di stato del 1973.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Chi è Gabriel Boric, nuovo presidente del Cile che dovrà cancellare Pinochet. Angela Nocioni su Il Riformista il 21 Dicembre 2021. Non è vero che la rivolta non serve mai a nulla. Nel grigio, serio e cattolicissimo Cile, con istituzioni e società tuttora irregimentate nella gabbia di norme sopravvissute alla dittatura di Augusto Pinochet (’73-’90) , dove anche la socialista Michelle Bachelet per governare è rimasta incatenata ai vincoli imposti dalla Democrazia cristiana sua alleata, è stato eletto domenica presidente Gabriel Boric, un trentacinquenne spuntato dalle barricate in fiamme che in due ondate successive, nel 2011 e nel 2019, hanno bruciato le strade di Santiago, di Valparaiso, giù giù fino alle terre sperdute del sud.

E con il 56 % dei voti. Nelle elezioni più partecipate da quando, dieci anni fa, è stato abolito il voto obbligatorio. Con 11 punti di vantaggio sul rivale, Antonio Kanz, un pinochettista nostalgico nonostante abbia 55 anni. Il candidato più a destra che il pur fascistissimo Cile abbia mai avuto dalla fine del regime militare. Boric non ha alle spalle anni da leader. Non è del partito comunista e non è nemmeno gruppettaro. È solo uno dei tanti che hanno bloccato Santiago negli ultimi anni di proteste contro l’uscente governo di Sabastian Piñera. Alle elezioni s’è presentato lui, invece di un altro, quasi soltanto perché era uno dei pochissimi di quelli in strada a superare l’età minima prevista dalla legge per candidarsi. È figlio di immigrati poveri, viene dalla provincia profonda verso l’Antartide.

Al ballottaggio, domenica, era atteso un testa a testa al cardiopalma con Kanz al quale si supponeva arrivassero anche tutti i voti di Parisi, l’outsider piazzatosi terzo al primo turno, un trumpiano che non mette piede in Cile da undici anni perché ha un arretrato di milioni di alimenti non pagati ai figli e che ha fatto il pieno di voti al nord grazie alla campagna giocata tutta contro gli immigrati: “fuori boliviani, peruviani e pezzenti vari dal Cile”. Slogan molto graditi nelle terre settentrionali, le terre arse delle miniere, dove i minatori non sono più gli operai comunitari antiregime degli anni Settanta, ma immigrati che si muovono in jeep 4×4 e odiano gli altri immigrati arrivati dopo di loro. Soprattutto se sono venezuelani accampati in tende di fortuna aspettando un passaggio per Santiago. Gente caraibica, caciarona e spiantata. Invasori planati da un altro pianeta.

La sorpresa del distacco di Boric sul rivale è stata data dal voto in massa , senza precedenti e non previsto, arrivato dai quartieri marginali da cui si sono mosse a piedi colonne di elettori. Perché domenica, in molti sobborghi poveri della capitale, i trasporti pubblici si sono magicamente bloccati. Invece del solito riot di protesta, è partita una lenta marcia verso i centri elettorali. Invece del corri e brucia, un cammina e vota. Fenomeno inedito. Boric aveva certi solo i voti, per loro natura incerti, del Frente Amlio, rete di sigle nata dopo la rivolta del 2019, e quelli del partito comunista (che rischiavano di costargli al ballottaggio la perdita di tutto il centro moderato spaventato dal rischio Kanz ma terrorizzato dal rischio Pc). Ha guadagnato verso il secondo turno l’appoggio di una parte del Partito socialista. Ma non avrebbe mai vinto se non fosse riuscito a recuperare quella valanga di voti di sinistra per anni naufragati nell’astensione.

Domenica sera nel primo discorso di piazza – una piazza di ragazzi in festa dove chi c’era racconta che non sarebbe entrato nemmeno un filo d’erba, non si respirava, non ci si muoveva, gente ovunque – Boric ha detto che formerà “un governo con un piede nella strada”, ha confermato che abolirà l’odiatissimo sistema dei fondi pensione (osannato negli anni Novanta come modello puro di liberismo classico da imitare) e ha promesso una riforma strutturale della società in senso paritario, cominciando dal sistema scolastico inaccessibile ai non ricchi perché interamente privatizzato.

Tutti l’attendono ora al varco per capire chi farà ministro delle finanze (si dice sia disposto a nominarlo subito) chi farà il ministro dell’interno (grande tumulto nel Pc e nel frente Amplio accusati di non aver mai condannato davvero le violenze nei riot degli ultimi due anni) e chi farà ministro degli esteri (e lì i comunisti hanno prontamente già detto che la diplomazia la farà il presidente dalla Moneda, così da non dover rivedere i loro rapporti con i regimi in Nicaragua, Venezuela e Cuba, rapporti troppo fraterni perché non vengano comunque rinfacciati al neopresidente il quale può solo sperare che ad ottobre vinca Lula le presidenziali in Brasile per poter contare su una robusta sponda sennò finisce fritto).

Quelli che Boric rischia di pagare cari e subito sono i voti arrivati all’ultimo minuto dal Partito socialista. La cofana anni Ottanta di una sempreverde Isabel Allende già spuntava ieri da tutti i telegiornali anche se solo per sussurraree (per ora): avevamo detto che il nostro appoggio era gratuito. Il terremoto di domenica, per la verità, era già stato annunciato dai risultati delle elezioni per la Costituente un anno fa. Lì la destra politica, potere solidissimo mantenutosi assai influente nella società cilena dopo la fine della dittatura, non aveva raggiunto che uno smilzo 20%. Si era allora votato insieme alle amministrative e la destra era quasi scomparsa lasciando tutto a una diffusa sinistra uscita dalle mobilitazioni di piazza di due anni fa.

Con grande stupore di tutti era risorto anche il vecchio partito comunista cileno che da solo e con candidati perlopiù giovanissimi s’è preso il 5 % degli scranni nella Costituente e raggiunge il 19,8% nell’alleanza con Frente Amplio. Oltre ad essersi conquistato il governo del comune di Santiago. Mai stata prima governata dai comunisti, nemmeno ai tempi del governo di Unidad popular di Salvador Allende. I cileni già in quella stupefacente tornata elettorale avevano mostrato di non volersi buttare su un voto di protesta antipolitico di destra e di scegliere candidati usciti dalle mobilitazioni di piazza. Michelle Bachelet durante i suoi sofferti governi di centrosinistra aveva promesso di spazzare via la Costituzione pinochettista – fu una delle mosse più astute di Pinochet saper imporre alla transizione democratica una Costituzione che gli sopravvivesse facendo sopravvivere così alcuni assetti di potere fondamentali della dittatura, tra i quali l’insieme dei privilegi economici e degli strumenti di influenza delle forze armate – ma si trattava di una promessa impossibile da mantenere perché non avrebbe mai avuto dalla Dc e dalle varie destre (pinochettiste e non) i voti necessari a farlo.

Il testo costituzionale è sempre stato il grande totem della parte reazionaria, non necessariamente minoritaria, dell’establishment cileno. Toccare la Costituzione ha sempre significato sfidare la cultura profonda di un Paese in cui il generale Pinochet ha potuto contare a lungo su un vasto consenso anche tacito. Ora che il tabù è infranto, il Cile si ritrova un presidente eletto per risolvere in favore dei più poveri la questione eterna nazionale: quali costi sociali ha il modello economico adottato durante la dittatura. Il grande problema resta la forbice tra ricchi e poveri. La differenza sociale è perpetuata dal funzionamento del modello di studi universitari adottato finora. Un laureato entra nel mercato del lavoro con 30 o 40 mila dollari di debito da restituire alle banche che gli hanno erogato il prestito scolastico per accedere alle prestigiose università di Santiago. È quello il soggetto sociale che ha travolto la destra a Santiago, la destra più conservatrice e più razzista d’America. Sabato scorso il capo degli industriali diceva alle tv in disperato appello al voto: se vince Boric in Cile si instaurerà la dittatura del proletariato. Angela Nocioni

·        Quei razzisti come i venezuelani.

“Così i narco militari hanno trasformato il Venezuela in una prigione”. Francesca Salvatore su Inside Over il 31 luglio 2021. Lorent Saleh, classe 1988, un ragazzo non lo è stato mai. L’anima, il fisico, il volto segnati dalla peggiore delle sventure: quella di voler essere un uomo libero in un Paese come il Venezuela che libero non è.  Dal 2007 Saleh combatte per il rispetto dei diritti umani: è questa la colpa che deve “espiare” secondo il regime nei quattro anni di prigionia (dal 2014 al 2018), prima di essere esiliato in Spagna. Di quei quattro anni di agonia, due trascorrono presso “La Tumba”: cinque piani nel sottosuolo di Caracas, con celle di tre metri per due, luce sempre accesa, pareti bianche, telecamere 24 ore su 24, solo 40 minuti d’aria a settimana. Tortura bianca: gelo, isolamento totale, mancanza di suoni, colori, movimento. Due anni di sevizie prima di approdare in un altro luogo di morte, “El Helicoide”: qui, al posto della “tortura bianca”, le torture fisiche ma, soprattutto, la costrizione ad ascoltare il martirio inferto ad altri uomini. Nel 2017, per la sua battaglia per un Venezuela democratico, Saleh viene insignito del premio Sacharov per la libertà di pensiero in rappresentanza dell’opposizione democratica della sua terra. Da allora, è iniziato il suo rapporto speciale con l’Europa; come testimonia la sua presenza, il 16 luglio scorso, alla prima Global State of Human Rights Conference svoltasi in sincrono tra Venezia e Brussel. Ed è proprio in questi giorni che raccogliamo la sua testimonianza.

Lorent, Com’era il Venezuela in cui sei cresciuto?

Il Venezuela in cui sono nato è stato il Venezuela della metamorfosi, è stato il Venezuela che si è fermato per diventare un’intera prigione. Sono cresciuto in un luogo che ha smesso di essere libero e democratico per diventare una dittatura militare, distorta dall’avidità e dal populismo. La dittatura militare è arrivata in Venezuela dalla mano di Hugo Chavez nel 1998, quando avevo 10 anni; questa cospirazione, tuttavia, risale al 1992, quando Chavez tentò un colpo di Stato insieme a un gruppo di soldati uccidendo un centinaio di innocenti. Non posso avere più ricordi di un Venezuela libero, che, per la mia generazione e per quelle che sono venute dopo, sono solo storie di genitori e nonni, quasi miti.

La generazione dei tuoi genitori ha conosciuto la libertà. Com’è stato possibile per il Venezuela diventare un paese affamato?

Sì, sono nati e hanno vissuto la democrazia, per questo sentiamo e ricordiamo in modo diverso. Voglio confessarti una cosa: una delle questioni più delicate nel trattare con i miei genitori è proprio la percezione e i sentimenti con il Venezuela. I nostri genitori hanno, nei loro pensieri e nei loro cuori, una fotografia diversa dalla nostra, perché il Paese che conoscevano e in cui sono cresciuti era libero e democratico, dove persone da tutto il mondo venivano a vivere in pace e a coltivare i loro sogni, il Venezuela della ricchezza e del baseball, dei concorsi di bellezza e della civiltà; il Venezuela che ha promosso la democrazia nella regione quando le dittature militari governavano l’America Latina.

Nella mia cella, rinchiuso senza poter misurare il tempo, mi sono chiesto tante volte “Cosa è successo nel mio Paese, come è passato dall’essere un luogo di libertà e progresso a diventare una prigione di fame e violenza? Quindi, una delle mie risposte l’ho trovata nel libro Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: “l’essenziale diventa invisibile agli occhi”. Ebbene, i nostri genitori sono nati in libertà, con la possibilità di esprimere le proprie idee senza paura, con accesso all’informazione, all’istruzione, alla salute e al cibo e credo che non si rendessero conto di quanto fossero essenziali queste cose, perché le davano per scontate. Quando trascuriamo qualcosa, difficilmente ne comprendiamo il valore; ciò che non è valorizzato, non è curato, ciò che non è curato è perduto… Poi, recuperare qualcosa che ti è stato tolto, qualcosa di essenziale come la libertà, costa molto. La democrazia e la libertà sono più di uno status, non sono qualcosa di statico, né una conquista. La libertà e la democrazia sono modi di vivere, qualcosa che si muove e si sposta nel tempo, qualcosa di così essenziale che si rischia di trascurare.

Che tipo di paese è il Venezuela oggi?

Il Venezuela è un ex Paese, è un territorio controllato da organizzazioni criminali (alcune nascoste dietro striscioni ideologici per ottenere sostegno internazionale, ma che in definitiva sono organizzazioni criminali senza scrupoli). Il Venezuela è un territorio in cui la popolazione civile è soggetta a violenze e terrorismo da parte dei istituzioni statali sequestrate dai narcotrafficanti militari.

Quando hai perso la tua libertà e dove?

Se intendi la mia detenzione fisica, allora è stato il 4 settembre 2014, quando sono stato rapito nella città di Bogotà da agenti dell’intelligence e dalla Polizia Nazionale della Colombia. Mi hanno portato in un hangar all’aeroporto, mi hanno messo su un aereo e mi hanno portato al confine con il Venezuela, dove mi hanno consegnato al Servizio di intelligence nazionale bolivariano, cioè la polizia politica della dittatura venezuelana.

Ci sono diversi modi per torturare un uomo. Violenza fisica, mancanza di sonno… ma cosa fa più male del dolore fisico?

La tortura psicologica, l’ansia, l’incertezza, il panico, possono ferire più di un colpo. Beh, rimangono lì dentro, strappando tutto dentro il pensiero. La tortura bianca, quella che non è fisica ma può causare sofferenze estreme, è qualcosa che è stata usata nel corso della storia e continua ad essere usata, con crescente violenza ed efficacia. Sfortunatamente, i protocolli e i meccanismi di protezione contro la tortura sono rivolti principalmente alla tortura fisica, lasciando un enorme spazio vuoto a regimi e criminali per torturare senza essere puniti. La tortura psicologica è lì, in molti spazi della nostra vita, sia all’interno di una cella che all’interno della propria casa o spazio di lavoro.

Cosa pensavi in ​​prigione? Qual è il pensiero che ti ha tenuto in vita?

Quando sei in isolamento, una cosa che può ritorcersi contro di te è pensare. Esausto, stanco di esistere, una vittima di tortura in una cella vuole smettere di pensare, spegnere la mente e smettere di esserci, poter riposare, smettere di soffrire. Ho pensato tante cose, mi sono trovato lì e dentro di me ho affrontato Dio. La famiglia è il filo che ti sostiene per non lasciarti andare, la famiglia è ciò che ti spinge a continuare a combattere in mezzo all’inferno. Un attivista rapito in un carcere spera che tutto abbia un senso, che esistere abbia un ragione, che la causa in cui credi sia viva, battendo in altri cuori fuori dalla tua cella.

Secondo il regime, qual è stata la tua colpa?

Complotto per ribellione, ma non lo hanno mai provato, in più di 4 anni mai emesso un giudizio. Tutto è stato una farsa mediatica. L’obiettivo era mettere a tacere le denunce che abbiamo fatto e spaventare altri difensori dei diritti umani.

A un certo punto cerchi sicurezza in Colombia, ma qui il tuo destino si è incrociato con lui processo di pace con le FARC. Cosa è successo?

Il governo dell’ex presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, stava negoziando un accordo con la narcoguerriglia colombiana FARC; avevo denunciato le operazioni della guerriglia colombiana in territorio venezuelano, dove rapivano e addestravano minori, il tutto sotto la protezione e gli auspici del regime venezuelano. Ho denunciato l’occultamento di vittime delle FARC, dentro e fuori il territorio colombiano, questo ovviamente non andava bene all’allora presidente della Colombia. Nicolás Maduro è stato invece uno dei firmatari dell’accordo con le FARC, in qualità di garante. Ricordo che si sono svolte trattative all’Avana tra Juan Manuel Santos, Nicolás Maduro e Castro (a Cuba), è stato conveniente per loro neutralizzare il nostro lavoro, avevano tutti un interesse comune.

Questo 22 luglio, il Consiglio di Stato della Colombia ha accolto la nostra richiesta contro il governo della Colombia, per il quale le stesse Nazioni Unite e la Commissione interamericana per i diritti umani hanno definito la mia una detenzione arbitraria e illegale la responsabilità dello Stato colombiano.

Il regime, e anche la stampa estera, ti accusano di essere un neonazista. Come hanno costruito questa accusa?

Di me si legge di tutto: che sono comunista, socialista, globalista, ecc. Ogni cosa. Dipende a quali interessi obbediscono. Quando si decide di difendere i diritti umani, si decide di confrontarsi con i poteri costituiti, i poteri di qualsiasi discorso ideologico o travestimento, per cui ti attaccheranno da diversi fronti e diranno qualsiasi cosa, non importa. Ho tenuto conferenze sui diritti umani in spazi di ogni tipo, a un pubblico di diverse tendenze; dagli ex neonazisti ai gruppi radicali antifascisti, filopalestinesi e sionisti, comunisti e liberali. La polarizzazione è la grande sfida per un difensore dei diritti umani, la polarizzazione è il terreno fertile per l’abuso di potere e la mancanza di rispetto per l’altro, la polarizzazione giustifica tutto, ecco perché è così utile per i populisti. Quelli che difendono la dittatura a Cuba e in Venezuela mi accusano di essere l’estrema destra e i seguaci di Trump, invece, mi chiamano comunista.

Quali sono i fallimenti della comunità internazionale nei confronti del Venezuela?

Gli stessi nel resto del Pianeta. L’accordo che tutti hanno firmato il 10 Dicembre 1948, mi riferisco alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non è accettato da tutti. In esso, siamo tutti impegnati a promuovere e difendere i diritti umani in tutto il mondo, oltre i confini nazionali. Le democrazie del mondo non possono sorridere alle dittature, come fanno attualmente, in cambio di risorse o affari succosi. I Paesi democratici continuano a consentire ai responsabili di gravi crimini contro l’umanità di entrare e uscire dai loro paesi, come l’Unione europea, e fanno affari e godono dei benefici della democrazia, mentre nei loro Paesi d’origine la società è oppressa. Ci sono meccanismi, accordi, più trattati per rispondere in casi come il Venezuela, vanno solo rispettati. La comunità internazionale può e deve agire sotto la responsabilità di proteggere una popolazione civile e salvaguardarne la vita in caso di minaccia, per la quale vengono utilizzate azioni economiche, politiche e militari. Ma prima le democrazie devono smettere di riciclare il denaro delle dittature e dei loro partner. Basterebbe questo.

Cosa ha significato per te il Premio Sacharov? In che modo ha aiutato la tua battaglia per il Venezuela?

Il Sacharov non è stato un premio, ma un abbraccio forte e caloroso in quel freddo isolamento della mia cella. E’ arrivato nel momento in cui stavo per arrendermi, stanco e sfinito da anni di lotte dal carcere, per dirmi che non eravamo soli, che dall’altra parte del pianeta loro sanno e capiscono cosa sta succedendo. È stata un’iniezione di energia. Il Sacharov è stata una piattaforma per la difesa e la promozione dei diritti umani in tutto il mondo, dando istituzionalismo e sostegno al lavoro di molti difensori dei diritti umani. A differenza di altri riconoscimenti o decorazioni internazionali, il Sacharov è vivo e lavora ogni giorno da Bruxelles nel mondo.

Come si può salvare il Venezuela e chi/cosa può salvarlo?

Con l’educazione, aiutando i più piccoli a pensare, sentire e conoscere il significato e il potere della democrazia, contribuendo a invertire il danno antropologico causato da una dittatura prolungata. La comunità internazionale ha un grande compito, come ho spiegato, ed è quello di smettere di servire le dittature, ma noi abbiamo il lavoro più grande con i più giovani.

·        Quei razzisti come i cubani.

Strasburgo, Pd e M5S non votano la condanna del regime comunista di Cuba. Lo sdegno della Meloni. Redazione il 17 dicembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Ci sono i diritti e ci sono i dritti. E non sempre collimano. È il caso della Risoluzione contro il regime castrista approvata ieri dall’Europarlamento e che ha visto le delegazioni di Pd e M5S – i dritti, appunto – letteralmente squagliarsi proprio quando bisognava difendere i diritti degli abitanti di Cuba. Strano, ma vero: i signori dem, solitamente lestissimi ad ergersi a difensori degli oppressi, hanno mostrato evidente imbarazzo nel condannare la repressione comunista made in Caraibi. Tanto è vero che non l’hanno condannata. Un’ambiguità non sfuggita ai parlamentari di FdI-Eccr a Strasburgo, che in una nota hanno attaccato la pilatesca posizione dei loro colleghi della sinistra.

Cuba nega i diritti umani

In due (Gualmini e Toia) si sono astenuti, mentre un terzo (Smeriglio) ha votato contro. Così come hanno fatto gli ex-grillini ora accasati nel gruppo dei Verdi. Quelli ortodossi, invece, hanno preferito astenersi. Sia come sia, nessuna condanna del regime di Cuba è venuta da Pd e M5S. Se per i primi è evidente il retaggio del legame ideologico che tuttora unisce i cascami del castrismo agli ex-comunisti nostrani, tra i secondi vige un vago e confuso terzomondismo che li ha portati prima ad orbitare intorno al regime venezuelano di Maduro e ora a simpatizzare per quello di Miguel Diaz-Canel.

Com’era immaginabile, la votazione di ieri ha infiammato il dibattito anche in Italia. Giorgia Meloni ha chiesto a Letta e a Conte «di dissociarsi pubblicamente» dal voto delle loro delegazioni. «La sinistra – ha sottolineato la leader di Fratelli d’Italia – si riempie la bocca di stato di diritto in Ue, ma non ha il coraggio di condannare un regime brutale che da oltre 60 anni regala miseria e repressione al popolo cubano». Pd e M5S rappresentano anche un pezzo della maggioranza. Un motivo in più per chiamare in causa anche  Draghi e Di Maio. «Al premier e al ministro degli Esteri – ha concluso la Meloni – chiediamo di ribadire ufficialmente il sostegno del governo italiano per una Cuba finalmente democratica e libera dal comunismo».

Cuba e Algeria, destini paralleli. Bernardo Valli su L'Espresso il 29 novembre 2021. Il giovane cronista negli anni Sessanta simpatizzava naturalmente per le rivoluzioni anticoloniali. E poi quei regimi sono diventati autoritari. Ho visto nascere, come i miei coetanei del secolo scorso, tante nuove nazioni, o meglio tanti Stati indipendenti che prima erano colonie. Il Novecento è stato ricco di rivoluzioni. Alcune erano definite tali perché il loro obiettivo era di liberarsi da regimi impopolari, inefficienti o corrotti, al potere in Paesi già indipendenti. Nei due casi, pur cercando di attenersi ai fatti, il giovane cronista era in generale favorevole ai “rivoluzionari”, perché anticoloniale o incline ad appoggiare chi si opponeva a regimi autoritari. Ho visto nascere, come i miei coetanei del secolo scorso, tante nuove nazioni, o meglio tanti Stati indipendenti che prima erano colonie. Il Novecento è stato ricco di rivoluzioni. Alcune erano definite tali perché il loro obiettivo era di liberarsi da regimi impopolari, inefficienti o corrotti, al potere in Paesi già indipendenti. Nei due casi, pur cercando di attenersi ai fatti, il giovane cronista era in generale favorevole ai “rivoluzionari”, perché anticoloniale o incline ad appoggiare chi si opponeva a regimi autoritari.

Cuba, repressione continua: verso una giornata di fuoco? Andrea Muratore su Inside Over il 14 novembre 2021. Tra proteste sempre più forti e l’arroccamento del governo di L’Avana Cuba rischia di infiammarsi nelle prossime giornate. Il 15 novembre, in particolare, rischia di essere la data cruciale da guardare con attenzione per analizzare quanto potrà succedere sull’Isla Bonita nella seconda tornata di proteste antigovernative dopo la fiammata di luglio e agosto.

Come cambia l’opposizione

Tra il regime del presidente Miguel Diaz-Canel e le opposizioni si preannuncia uno scontro aperto. Il 4 novembre la ong Cuban Prisoners Defenders (Cpd) aveva denunciato come nell’ultimo anno a Cuba siano state incarcerate 683 persone per motivi politici, 370 delle quali arrestate dalle proteste dell’11 luglio in avanti. Tra i protestanti si sta facendo strada la figura di  Yunior Garcia Aguilera, attore e commediografo che a luglio ha guidato un movimento di piazza di fronte al Cuban Institute of Radio and Television (ICRT) per chiedere un confronto diretto alle autorità sulle motivazioni che spingono i cubani nelle strade: e nel corso delle settimane, complice l’ambivalenza di Diaz-Canel, oscillante tra apertura e repressione, ha preso piede come figura chiave nell’opposizione. In estate le proteste erano state accese dalla nuova ondata del Covid-19, dalla durissima crisi economica e dalle rivendicazioni sociali che si erano manifestate sotto forma di somma delle proteste degli oppositori anticomunisti (Unione Patriottica Cubana), dei movimenti per i diritti dei dissidenti (come San Isidro) e della folla disorganizzata che si è riversata nelle strade da luglio in avanti. Come nota Americas Quarterly, tutte queste persone chiedevano una correzione di rotta sul futuro di Cuba e delle strutture che ne condizionano la politica e l’economia. Garcia Aguilera ha nel corso dei mesi strutturato la piattaforma “Arcipelago” per cercare di unire il più possibile le forze dell’opposizione, convocando per il 15 novembre un’ampia manifestazione di popolo. Garcia Aguilera è stato accusato di essere un agente al servizio degli Usa: il sito online “Las Razones de Cuba” ha pubblicato le dichiarazioni di un membro dei servizi segreti di L’Avana, un certo “agente Fernando” della sicurezza nazionale cubana, che svelerebbero i collegamenti tra Yunior García Aguilera e apparati anti-regime finanziati da Washington. Tale prova appare sicuramente condizionata dalla natura filo governativa della fonte, ma va senz’altro ricordato che un grande sostenitore di Arcipelago è il quotidiano con sede a Madrid Diario de Cuba, ben finanziato dal Dipartimento di Stato americano. Nel frattempo Garcia Aguilera e “Arcipelago” hanno invitato la popolazione a scendere in piazza in tutte le città il 15 novembre vestita con magliette bianche, e nei loro comunicati hanno esteso le convocazioni a livello internazionale parlando di marce in solidarietà con quelle di Cuba programmate in un centinaio di città (senza specificare quali) in varie nazioni. Il bianco è un riferimento all’autoproclamata innocenza dei manifestanti, ma anche un richiamo all’identità nazionale cubana: una rosa bianca era infatti il simbolo dell’eroe dell’indipendenza dalla Spagna, José Marti. La natura delle proteste, in ogni caso, non può far perdere attenzione sulle problematiche insite nel governo di Diaz-Canel, che nel corso dell’ultimo triennio ha di fatto dilapidato ogni possibile potenziale crisma di credibilità come erede dei fratelli Castro, irrigidendo il regime politico cubano.

Lo stato di Cuba

Cuba è oggi un Paese abitato da una popolazione giovane e molto istruita, ben attenta alle dinamiche politiche esterne e agli sviluppi di altre nazioni grazie all’accesso a Internet, desiderosa di avanzamenti materiali e personali e colpita in prima persona dal tracollo del settore chiave dell’economia, il turismo; l’embargo statunitense, ripreso dall’amministrazione Trump, si fa sentire in tutta la sua durezza ma non è la causa unica della crisi strutturale di un governo che paga, in primo luogo, il fatto di essere orfano dell’era Castro e si è irrigidito sulla nuda e cruda repressione. La risposta di Diaz Canel alle mosse di Arcipelago lo testimonia: il governo ha ordinato alla popolazione di non indossare abiti bianchi il 15 novembre e di restare in casa alla televisione, dissuadendo anche chi non vorrà andare in corteo a mostrare solidarietà con i protestanti indossando abiti bianchi, stendendoli dalle proprie case e applaudendo. Una “grida” manzoniana che mostra la difficoltà oggettiva di tenere il controllo della situazione. Diaz-Canel ha visto però la situazione complicarsi a inizio novembre mentre a sostegno dei protestanti si è schierata un’autorità morale di peso come la Chiesa cattolica nazionale, scesa in campo attraverso due azioni forti, ricordate da Tempi: dapprima, l’invio di “una lettera aperta rivolta alle forze repressive del regime resa nota il 10 novembre scorso da 15 preti cubani, molto amati dai fedeli ed assai apprezzati sull’isola”. In seguito, giovedì 11 novembre, è uscito “un inedito (e significativo) comunicato della Conferenza episcopale cubana in cui i vescovi chiedono «i cambiamenti necessari tanto a lungo desiderati»”. Il 15 novembre può segnare dunque una nuova ondata di proteste sistemiche nel Paese, capaci di spaccare ancora di più la già tormentata isola caraibica. E la consapevolezza, per i membri del regime di L’Avana, è che indipendentemente dalla natura delle proteste qualcosa si sia rotto nella capacità del governo di Cuba di leggere i cambiamenti di una nazione complessa. La strada è in ogni caso difficile: assecondare le voci della piazza in una fase ancora incerta per il permanere della crisi pandemica e delle incertezze o abbandonarsi alla repressione delle voci di dissenso anti-regime? La problematica sarà, in ogni caso, di legittimazione del potere centrale. A testimonianza di quanto sia difficile per Cuba un castrismo condotto in assenza dei fratelli Castro.

Dopo Haiti, Cuba: turbolenza nel mar dei Caraibi. Piccole Note il 13 luglio 2021 su Il Giornale. Un’ondata di turbolenza ha investito i Caraibi che dopo l’assassinio del presidente di Haiti, Jovenel Moïse, vede aprirsi un’insolita crisi cubana, con manifestazioni di piazza contro il governo. Sull’assassinio del presidente haitiano le tracce di una possibile mano americana iniziano a essere pesanti, come evidenziato dalla Cnn.

Il ruolo della “agenzie” americane. In un servizio del 13 luglio, Evan Perez ha rivelato che una delle persone arrestate era un informatore della Dea, come confermato anche dall’Agenzia anti-droga Usa. Curiosa la ricostruzione, che vede l’informatore in questione contattare l’attaché della Dea ad Haiti subito dopo la missione. In seguito al contatto, spiega la Cnn, l’uomo della Dea e un funzionario del Dipartimento di Stato americano avrebbero a loro volta contattato le autorità haitiane per “guidarle” alla cattura dell’uomo. Da ricordare che i commandos si erano avvicinati alla residenza del presidente dichiarando che era in corso un’operazione della Dea (l’Agenzia ha ovviamente smentito il coinvolgimento). Non solo l’agente della Dea, anche altri componenti del commandos sarebbero collaboratori dell’Fbi, spiega la Cnn, che ha contattato anche il Boureau per conferme, che ovviamente non sono arrivate (non si danno informazioni sui collaboratori, hanno risposto).

Gli arresti e l’ambasciata di Taiwan. Le autorità haitiane hanno arrestato il presunto capo del complotto, Christian Emmanuel Sanon, un medico haitiano residente in Florida, che aveva contattato un’Agenzia di contractors Usa per mettere su una squadra di armati allo scopo dichiarato di vigilare sulla sua sicurezza in vista di una sua partecipazione alle elezioni haitiane. La squadra si era poi trasferita ad Haiti, dove nel frattempo era sbarcato anche lui, ma alla spicciolata, in forma anonima, particolare che stride con un servizio di vigilanza. Un mese dopo, il commandos ha messo in atto l’operazione contro Moïse. Operazione che, abbiamo scritto in altra nota, deve esser stata bruciata da un qualche intervento esterno, che ha impedito agli assassini di lasciare indisturbati l’isola. Qualcuno, infatti, deve aver avvertito le autorità locali, spiegando loro i dettagli della missione e i responsabili. Solo questo spiega la tempestiva caccia all’uomo della polizia haitiana: sapeva chi cercare. Così l’informatore della Dea, sentendo il fiato sul collo, ha subito contattato il suo referente ad Haiti, al quale deve aver chiesto protezione. È evidente che l’attaché ufficiale della Dea deve aver contattato il suo referente al Dipartimento di Stato, il quale, avendo visto la mala parata, ha consigliato di consegnare il loro uomo: c’era il rischio di un coinvolgimento ufficiale degli Stati Uniti in questa torbida vicenda. Quel che è avvenuto per l’uomo della Dea sembra essersi ripetuto con i funzionari dell’ambasciata di Taiwan: anche qui la polizia locale è stata guidata ai fuggiaschi dai funzionari della sede diplomatica, che hanno segnalato la presenza di 11 uomini del commandos all’interno della loro residenza.

“Per aiutare Haiti, smettila di cercare di salvarla”. In altra nota abbiamo accennato alla bizzarria di cercare rifugio in una sede diplomatica: il parallelo tra la segnalazione del Dipartimento di Stato e quella dei funzionari dell’ambasciata può suggerire cose. Al di là delle bizzarrie, resta che anche la Cnn non può che registrare che l’operazione haitiana è stata “almeno in parte programmata negli Stati Uniti”, anche se probabilmente al di fuori delle catene di comando. Un’operazione ben pianificata, come dimostra il fatto che gli agenti preposti alla sicurezza del presidente sono rimasti inerti (alcuni di loro sono stati fermati), ma bruciata da qualche interferenza imprevista, di qualche agenzia presente nei Caraibi e sottovalutata… ipotizzare che ad allertare la polizia locale siano stati i servizi cubani è azzardato, ma ha una certa suggestione. Com’è probabile che l’allarme pervenuto da Haiti abbia non poco irritato il Dipartimento di Stato Usa, che ha agito prontamente per evitare di essere coinvolto nella missione bananera. Ipotesi, mere ipotesi, ma che spiegherebbero tante incongruenze. E magari anche l’incendio cubano, con manifestazioni improvvise e imprevedibili solo il giorno prima, come accade per le rivoluzioni colorate made in Usa. Un modo per segnalare che certe interferenze non sono gradite. Ma al di là delle suggestioni, restano alcune domande. La prima riguarda Cuba, dove le manifestazioni potrebbero essere un fuoco di paglia – relativamente troppo improvvisate per durare – oppure l’inizio dell’incendio. La seconda riguarda il futuro di Haiti: a prendere il potere nell’emergenza è stato il primo ministro Claude Joseph, il quale ha chiesto all’America aiuto per l’indagine e di inviare suoi militari a presidio dei gangli vitali dello Stato. Biden nicchia, forse condividendo i dubbi espressi da Bret Stephens sul New York Times in un articolo dal titolo: “Per aiutare Haiti, smettila di cercare di salvarla”, nel quale descrive i tanti fallimenti Usa riguardo l’isola, a iniziare dall’invasione del 1915 per finire con l’interventismo dei Clinton degli ultimi anni, che ha suscitato imbarazzanti domande. Come domande suscita il ruolo di Claude Jospeh, che Usa e Onu hanno riconosciuto come autorità dell’isola nonostante fosse stato sostituito dal defunto Moise il giorno prima del suo omicidio con Ariel Henry. Tanti, nell’ambito dell’opposizione, chiedono che a decidere del governo sia il Parlamento. Dinamiche che purtroppo non appartengono alle repubbliche delle banane, almeno a quelle che gli Usa considerano tali.

Da Rsi News il 12 luglio 2021. Migliaia di cubani hanno manifestato, ieri domenica, contro il Governo cubano nelle strade di una piccola località a sud-ovest dell'Avana, ma anche in altre paesi e città, in un evento senza precedenti per l'isola. Al grido di "Patria e vita!", titolo di una canzone critica contro il Governo del presidente Miguel Diaz-Canel, ma anche di "Abbasso la dittatura!", e "Non abbiamo paura!", i manifestanti, per lo più giovani, hanno sfilato, principalmente, a San Antonio de los Banos, un comune di 50.000 abitanti a una trentina di chilometri dalla capitale. Dall'inizio della pandemia del coronavirus nel marzo 2020, i cubani hanno dovuto affrontare lunghe file per fare scorta di cibo e hanno vissuto una carenza di medicinali che ha generato forti disordini sociali. La manifestazione si è svolta nel giorno in cui Cuba ha registrato un nuovo record giornaliero di contagi e morti per coronavirus. Sotto l'hashtag #SOSCuba o #SOSMatanzas, sui social si moltiplicano le richieste di aiuto, così come gli appelli all'Esecutivo per facilitare l'invio di donazioni dall'estero. Sabato, un gruppo di oppositori ha chiesto l'istituzione di un "corridoio umanitario", iniziativa che il Governo ha respinto, dichiarando che "i concetti di corridoio umanitario e aiuto umanitario sono associati alle aree di conflitto e non si applicano a Cuba".

Paolo Mastrolilli per "La Stampa" il 13 luglio 2021. La disperazione è diventata più forte della paura. Solo così si spiegano le manifestazioni scoppiate in tutta Cuba, per rimproverare al regime castrista la mancanza di beni basilari come cibo e medicine, sempre esistita ma acuita dal Covid. Il presidente Díaz-Canel ha usato il solito gioco di scaricare ogni colpa sull'embargo americano, sollecitando i rivoluzionari a scendere in piazza: «Dovranno passare sopra i nostri cadaveri». Ma è evidente che non funziona più. Può darsi che la repressione riesca a rinchiudere la gente nelle case, ma resta da capire fino quando. Perciò il presidente Biden ha difeso i manifestanti, chiarendo che se L'Avana si aspettava un rapido ritorno alle aperture di Obama, ha sbagliato i calcoli. Un po' perché Joe deve recuperare i voti di cubani e ispanici persi in Florida, ma anche perché forse intravede una nuova strada per premere sul regime. Le proteste sono cominciate domenica pomeriggio a San Antonio de los Baños, vicino alla capitale. Poco dopo si sono estese a tutto il Paese, fino a Santiago de Cuba, la «ciudad rebelde siempre» dove i Castro erano nati, cresciuti, e avevano avviato la rivoluzione. Fonti della dissidenza, raggiunte per telefono a L'Avana, hanno detto di essere rimaste sorprese dalle manifestazioni: «Non c'è stato alcun complotto, non sapevamo niente. È una protesta spontanea, nata dal fatto che la gente non ne può più. Mancano cibo e medicine, il Covid dilaga, e adesso sono cominciati pure i blackout dell'elettricità. La gente non sa più come sopravvivere, scende in strada per disperazione». Una roba del genere non si vedeva grosso modo dal Maleconazo del 1994. Allora c'era la scusa del crollo dell'Urss, mentre adesso l'accelerazione è stata provocata dal Covid, ancora più difficile da gestire senza mezzi e competenza. Secondo il ministero della Sanità, i casi attivi a Cuba sono 32.000, su una popolazione di 11 milioni. Solo domenica, però, si è registrato un picco di 6.932 contagi e 47 decessi. Soltanto il 15% della popolazione è vaccinato, ammesso che le iniezioni di Soberana e Abdala garantiscano la protezione del 92% vantata dal governo. La pandemia ha complicato le condizioni economiche già difficili, aggiungendo alle sanzioni rimposte da Trump la chiusura del rubinetto del turismo. Anche il Venezuela è in difficoltà, complicando gli approvvigionamenti di petrolio e la crisi energetica. Díaz-Canel, che ad aprile ha assunto tutti i poteri dopo il ritiro di Raul Castro dalla guida del Partito comunista, sa che la situazione è grave. Perciò domenica sera ha interrotto i programmi televisivi, per rivolgersi alla popolazione. Ha ripetuto che la colpa della crisi è dell'embargo, accusando imprecisati provocatori di approfittarne. Quindi ha detto: «L'ordine di combattere è stato dato. Rivoluzionari, andate in strada!». Gli hanno obbedito in fretta, e i gruppi paramilitari del regime sono apparsi nelle zone calde. Un centinaio di dissidenti sono stati arrestati, fra cui José Daniel Ferrer e gli artisti Luis Manuel Otero e Amaury Pacheco. La Russia ha subito difeso Cuba, denunciando interferenze esterne. Biden ha risposto con questo avvertimento: «Siamo al fianco del popolo cubano e del suo forte appello alla libertà, e al sollievo dalla tragica morsa della pandemia e dai decenni di repressione e sofferenza economica, a cui è stato sottoposto dal regime autoritario cubano. Il popolo afferma con coraggio i diritti fondamentali e universali. Tali diritti, compreso quello alla protesta pacifica e a determinare liberamente il proprio futuro, devono essere rispettati. Gli Usa chiedono al regime cubano di ascoltare il proprio popolo e servire i suoi bisogni in questo momento vitale, piuttosto che arricchirsi». Biden era vice presidente dell'amministrazione che aveva ristabilito le relazioni con Cuba, e lo ha pagato perdendo migliaia di voti in Florida. Il suo punto, però, non è solo recuperarli. Prima delle proteste voleva riaprire voli e rimesse, per assistere la popolazione senza aiutare il regime. Ora potrebbe rivedere la linea.

Da Agenzia Nova il 14 luglio 2021. Un uomo di 36 anni è rimasto ucciso lunedì 12 luglio durante gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine a Cuba, diventando così la prima vittima nell’ambito delle proteste in corso nell’isola centramericana. Lo riferisce la “Agencia Cubana de Noticias” (Acn). «Nel pomeriggio del 12 luglio 2021 – si legge sul sito dell’organo di stampa - gruppi organizzati di elementi antisociali e criminali nel Consiglio popolare di Guinera, appartenente al comune di Arroyo Naranjo (a sud dell’Avana), hanno violato l'ordine pubblico cercando di dirigersi verso la stazione della polizia rivoluzionaria del territorio, con l'obiettivo di attaccare le truppe e danneggiare la struttura». I manifestanti «sono stati intercettati dalle forze del ministero dell'Interno e dalla popolazione e, nel tentativo di eluderne l'azione, hanno vandalizzato abitazioni, dato fuoco a container e danneggiato le linee elettriche», prosegue l’agenzia di stampa locale. «Allo stesso tempo, (i dimostranti) hanno attaccato gli agenti e i civili sul posto con coltelli, pietre e oggetti contundenti». Nello scontro, diversi cittadini sono stati arrestati e altri sono rimasti feriti, inclusi funzionari delle forze dell'ordine. Tra i partecipanti ai disordini, è stato ucciso il cittadino Diubis Laurencio Tejeda, residente nel comune stesso e con precedenti di vilipendio, furto e condotta disordinata, per il quale ha scontato una sanzione. Il resto dei feriti è stato trasferito negli ospedali per le cure. Le circostanze di questo evento sono in corso di indagine.

Dagotraduzione dall’Ap il 13 luglio 2021. Lunedì grandi contingenti di polizia cubana hanno pattugliato la capitale dell'Avana dopo le proteste in tutta la nazione insulare contro la carenza di cibo e i prezzi elevati durante la crisi del coronavirus. Il presidente di Cuba ha affermato che le manifestazioni sono state fomentate sui social media dai cubani americani negli Stati Uniti. Le proteste di domenica sono state una delle più grandi manifestazioni di sentimento antigovernativo nel paese. Cuba sta attraversando la peggiore crisi economica degli ultimi decenni, per via delle sanzioni statunitensi imposte dall'amministrazione dell'ex presidente Donald Trump, e per l’epidemia di coronavirus. Molti giovani hanno preso parte alle manifestazioni all'Avana. Le proteste si sono svolte anche altrove sull'isola, anche nella piccola città di San Antonio de los Baños, dove le persone si sono opposte alle interruzioni di corrente e sono state visitate dal presidente Miguel Díaz-Canel. È entrato in alcune case, dove ha risposto alle domande dei residenti. Le autorità sembravano determinate a porre fine alle manifestazioni. Più di una dozzina di manifestanti sono stati arrestati, incluso un importante dissidente cubano che è stato preso dalla polizia mentre cercava di partecipare a una marcia nella città di Santiago, 900 chilometri a est. I manifestanti hanno interrotto il traffico nella capitale per diverse ore fino a quando alcuni hanno lanciato sassi e la polizia è intervenuta. Il servizio Internet è stato altalenante, forse per impedire ai manifestanti di comunicare tra loro. «Abbiamo visto come la campagna contro Cuba è cresciuta sui social media nelle ultime settimane», ha detto lunedì Díaz-Canel in un'apparizione televisiva nazionale in cui era presente anche il suo intero governo. «È così che si fa: cerca di creare insoddisfazione manipolando emozioni e sentimenti». In una dichiarazione lunedì, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha affermato che i manifestanti cubani stanno affermando i loro diritti fondamentali. «Stiamo con il popolo cubano e il suo strenuo appello alla libertà e al sollievo dalla tragica morsa della pandemia e dai decenni di repressione e sofferenza economica a cui è stato sottoposto dal regime autoritario di Cuba», ha affermato Biden. Gli Stati Uniti esortano il governo cubano a servire il proprio popolo «piuttosto che ad arricchirsi», ha aggiunto Biden. Il vice portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq lunedì ha sottolineato la posizione delle Nazioni Unite «sulla necessità di rispettare pienamente la libertà di espressione e di riunione pacifica, e ci aspettiamo che sarà così». Le manifestazioni sono state estremamente insolite su un'isola dove è tollerato poco dissenso contro il governo. L'ultima grande manifestazione pubblica di malcontento, per le difficoltà economiche, ha avuto luogo quasi 30 anni fa, nel 1994. L'anno scorso ci sono state piccole manifestazioni di artisti e altri gruppi, ma niente di così grande o diffuso come quello scoppiato lo scorso fine settimana. Nella protesta dell'Avana di domenica, la polizia inizialmente è rimasta indietro mentre i manifestanti cantavano "Libertà!" "È abbastanza!" e "Unisciti!" Un motociclista ha tirato fuori una bandiera degli Stati Uniti, ma gli è stata strappata da altri. «Siamo stufi delle code, delle carenze. Ecco perché sono qui», ha detto un manifestante di mezza età all'Associated Press. Ha rifiutato di identificarsi per paura di essere arrestato in seguito. Più tardi, circa 300 manifestanti filo-governativi sono arrivati con una grande bandiera cubana, gridando slogan a favore del defunto presidente Fidel Castro e della rivoluzione cubana. Alcuni hanno aggredito un videogiornalista di AP, rompendogli la macchina fotografica. Il fotoreporter di AP Ramón Espinosa è stato poi picchiato da un gruppo di agenti di polizia in uniforme e abiti civili; ne è uscito con un naso rotto e una ferita all'occhio. La manifestazione è cresciuta fino a poche migliaia nelle vicinanze di viale Galeano e i manifestanti hanno incalzato nonostante alcune accuse da parte di agenti di polizia e raffiche di gas lacrimogeni. Le persone in piedi su molti balconi lungo l'arteria centrale nel quartiere Centro Habana hanno applaudito i manifestanti che passavano. Altri si sono uniti alla marcia. A circa 2 ore e mezza dall'inizio della marcia, alcuni manifestanti hanno tirato su dei ciottoli e li hanno lanciati contro la polizia, a quel punto gli ufficiali hanno iniziato ad arrestare le persone e i manifestanti si sono dispersi. I giornalisti di AP hanno contato almeno 20 persone che sono state portate via in auto della polizia o da individui in abiti civili. Sebbene molte persone abbiano cercato di estrarre i loro cellulari e trasmettere la protesta in diretta, le autorità cubane hanno interrotto il servizio Internet per tutto il pomeriggio di domenica. Lunedì, le autorità cubane stavano bloccando Facebook, WhatsApp, Instagram e Telegram, ha affermato Alp Toker, direttore di Netblocks, una società di monitoraggio di Internet con sede a Londra. «Questa sembra essere una risposta alla protesta alimentata dai social media», ha detto. Twitter non sembra essere bloccato, anche se Toker ha notato che Cuba ha la capacità di tagliarlo se lo desidera.

Marta Serafini per il “Corriere della Sera” il 16 luglio 2021. «L'Avana è militarizzata, le linee telefoniche e internet sono bloccate. Aleggia un silenzio surreale, sembra di vivere in un'altra città». Della dissidenza a Cuba Yoani Sánchez è ormai una delle voci e dei volti più noti. In prima linea fin dagli inizi, quando ancora Fidel era vivo e cedeva il passo al fratello Raul. Oggi, passati più di 10 anni, Yoani è ancora all'Avana e insieme al marito Reinaldo, a sua volta intellettuale e dissidente, fa sentire la sua voce e continua il suo lavoro di giornalista con il portale «14ymedio». 

Il governo ha ammesso un morto durante le manifestazioni. Lo confermate?

«Sì, si tratta di un cittadino di 36 anni che ha partecipato ad una protesta lunedì a La Güinera, uno dei barrio più depressi dell'Avana. Ma i video sui social raccontano di diversi morti, feriti, detenuti e dispersi. Non si sa con precisione quanti o dove, perché linee sono interrotti, ma qualche notizia filtra attraverso le Vpn (il software per aggirare la censura, ndr )». 

Sul «14ymedio» si parla di oltre 5 mila arresti...

«Sì, finora non c'è un numero ufficiale, ma gli attivisti hanno diffuso una lista di circa 120 persone. Tra loro ci sono attivisti, artisti e giornalisti di spicco, come José Daniel Ferrer, leader dell'Unione Patriottica di Cuba (Unpacu), Manuel Cuesta Morúa, Luis Manuel Otero Alcántara, Amaury Pacheco, Camila Acosta o Henry Constantín». 

Come operano le squadre di repressione? Avete paura?

«Le strade dell'Avana sono invase da poliziotti e paramilitari vestiti da civili. Gli agenti della polizia politica sciamano sulle loro moto Suzuki, si fanno riconoscere. Ma io non ho paura, sono loro che devono temere».

Cosa ha scatenato le proteste? La sensazione è che le motivazioni non siano politiche...

«Sì, la pandemia ha peggiorato il quadro: manca il cibo e i blackout sono sempre più frequenti. Il sistema sanitario cubano è molto buono, non a caso sta sviluppando quattro vaccini. Ma la campagna vaccinale è iniziata da poco, con una parte ancora minima dei cubani (il 15%) che ha concluso il ciclo vaccinale». 

Trump aveva stretto le maglie dell'embargo. Joe Biden però potrebbe riaprire la partita sulle sanzioni, inoltre la Casa Bianca sta invitando il governo cubano a non usare la violenza. Questo non basta?

«Fin qui Biden non ha fatto granché per Cuba e non ci si può aspettare certo lo stesso impegno messo in campo da Obama: non ha la stessa forza e non può scontentare l'elettorato. Pechino potrebbe essere di sostegno ma difficilmente si metterà contro Washington in questa zona del mondo. Il Venezuela di sicuro non è in grado di aiutare. Di fatto, Cuba è sola».

Il presidente Mario Díaz-Canel è il primo dell'era post castrista dopo l'addio in aprile di Raul. Farà delle concessioni alla piazza?

«Fin qui non si poteva immaginare maggiore goffaggine. Siamo di fronte alle proteste più grandi mai viste sull'Isola dal "maleconazo" dell'agosto 1994. La differenza fondamentale rispetto ad allora che ora anche qui ci si può connettere a internet sebbene con grandi difficoltà. Dunque pensare di gestire le proteste con le stesse tecniche del passato è una follia. Sebbene faccia parte dello stesso circolo, Díaz-Canel non è Fidel o Raul: dovrà per forza fare qualche mossa se vorrà restare al potere».

 I cubani sono scesi in piazza e potrebbero restarci. Alessandro Maran, Consulente aziendale, appassionato di politica estera, su Il Riformista il 16 Luglio 2021. Domenica scorsa, migliaia di cubani, in modo del tutto inconsueto, sono scesi in piazza per contestare pubblicamente il governo. Tanto che parecchi cronisti e opinionisti sono stati colti di sorpresa. Su GZero Media, Carlos Santamaria ha riassunto i problemi che hanno alimentato le proteste: dal collasso economico (nel 2020 il Pil ha subito un calo dell’11%) alla carenza di beni alimentari, di medicine e di vaccini contro il Covid-19. Senza contare che le restrizioni americane volute da Trump hanno limitato il flusso di petrolio dal Venezuela e hanno reso più difficile per i cubano-statunitensi mandare rimesse a Cuba. Per la prima volta dal 1959, dopo che lo scorso aprile Raúl (il fratello di Fidel) ha lasciato la guida del Partito comunista cubano, l’isola non è governata da un Castro. Non è chiaro, osserva Santamaria, come farà fronte al malcontento, nel medio periodo, il presidente Miguel Díaz-Canel. Per ora, come da copione, ha accusato gli Stati Uniti di essere all’origine della crisi e delle proteste (con l’embargo economico e il sostegno ai dissidenti) e si è appellato ai sostenitori del governo perché si mobilitino contro i dimostranti. I filmati diffusi anche da Human Rights Watch hanno mostrato squadre armate di bastoni, pestaggi e arresti; e secondo un rapporto diffuso dal sito 14ymedio sarebbero più di cinquemila le persone arrestate durante i tre giorni di proteste contro il governo, tra cui 120 attivisti e giornalisti. Come ha scritto Frida Ghitis per la CNN, finora sembra che il governo abbia scelto la strada della «forza bruta» (sebbene non sia così scontato che possa funzionare anche stavolta), ma nel frattempo, in seguito alle manifestazioni, ha temporaneamente revocato i dazi sull’importazione di cibo, medicinali e altri beni essenziali. «Manifestazioni di questa ampiezza non si vedono da decenni», scrive Ghitis. «L’ultima volta, nel 1994, (Fidel) Castro ha allentato la pressione consentendo ai cubani di andarsene», e qualcosa come 35.000 cubani sono scappati con le barche e le zattere verso gli Stati Uniti. Ma, scrive Ghitis,  dopo il giro di vite imposto nel 2012 con la Ley Migratoria, aprire semplicemente i cancelli potrebbe non funzionare. Sebbene la polizia abbia ridotto al silenzio, come le cattive, i manifestanti, i problemi di Cuba non se ne andranno così facilmente. E, come scrive l’Economist, la grande incognita ha a che fare con la capacità di resistenza dei dimostranti. «I prossimi giorni ci diranno se la riposta di sempre del regime, quella di schiacciare ogni segno di dissenso, sarà in grado di funzionare ancora». «Cuba – prosegue il magazine – è stata colpita duramente dal Covid-19 e dal crollo verticale del turismo, dal quale dipende pesantemente. La carenza di valuta straniera con la quale pagare le importazioni ha condotto ad una acuta carenza di cibo e all’interruzione di corrente elettrica. Sotto l’amministrazione di Donald Trump gli Stati Uniti hanno rafforzato le sanzioni su Cuba. E queste hanno aggravato i problemi economici dell’isola». Il regime autoritario cubano ha perciò uno spazio di manovra molto limitato. E non è detto che riesca a «comprare» la pace sociale.

"Cuba resiste". Grillo si schiera con il regime. Luca Sablone il 18 Luglio 2021 su Il Giornale. Il garante del M5S rilancia la lettera di Frei Betto, teologo che sta con la Rivoluzione. Ira di Fratelli d'Italia: "Di Maio prenda le distanze o si dimetta". Continuano le proteste a Cuba contro il governo. Esattamente una settimana fa sono iniziate le prime contestazioni a San Antonio de Los Banos, una cittadina a circa 25 chilometri a sud della capitale L'Avana, per poi estendersi a tutte le principali città cubane. I manifestanti - al grido di "Libertà", "Patria e vita" (la canzone simbolo dell'opposizione che sbeffeggia lo slogan della rivoluzione "Patria o morte"), "Abbasso la dittatura" e "Non abbiamo paura" - chiedono le dimissioni del presidente Miguel Diaz-Canel. I cittadini hanno espresso il loro forte malcontento sia per la grave crisi economica (vista la mancanza di cibo e generi di prima necessità) sia per la gestione della pandemia. Sui fatti di Cuba ha preso posizione Beppe Grillo. Ma, anziché schierarsi col popolo in ginocchio, ha preso le parti del regime rilanciando sul proprio blog la lettera di Frei Betto, teologo e scrittore brasiliano che sta con la Rivoluzione.

Grillo sta col regime. Betto, attualmente consulente del governo cubano per l'esecuzione del Piano per la sovranità alimentare e l'educazione alimentare, ha commentato i disordini di questi giorni e si è schierato con il regime comunista dell'Avana. Il teologo sostiene che la Rivoluzione sarà in grado di assicurare tre diritti umani fondamentali: "Cibo, salute e istruzione, oltre a casa e lavoro". "Potreste avere un grande appetito perché non mangiate ciò che più vi piace, ma non avrete mai fame. La vostra famiglia avrà istruzione e assistenza sanitaria, compresi gli interventi chirurgici complessi, totalmente gratuiti, come dovere dello Stato e diritto di ogni cittadino", ha aggiunto. In realtà la situazione è ben lontana da quella prospettata da Betto, come già sottolineava qualche giorno fa Silvio Berlusconi: "La grande manifestazione di protesta dei cittadini cubani contro il regime comunista al grido di "libertà" è motivata dalla grave situazione economica, sanitaria e sociale". La pandemia ha infatti aggravato una situazione già fragile facendo mancare cibo e soprattutto forme alternative di sostentamento rispetto al turismo che di fatto è stato bloccato per oltre un anno e mezzo a causa del virus. Il governo di Díaz-Canel ha risposto con agenti in tenuta anti sommossa, arresti di massa e soprattutto chiusura di internet, forse uno dei motori più importanti della protesta. Già nel 2020, coi primi segnali di mal contento, L'Avana aveva stretto le maglie del controllo e secondo l’Osservatorio Cubano per i Diritti Umani almeno 1.800 persone, tra attivisti e oppositori, sarebbero finite in manette.

Gli attivisti Blm in ginocchio dai comunisti. Sempre seconod Betto la situazione a Cuba è figlia delle sanzioni degli Stati Uniti, inasprite dall'amministrazione di Donald Trump, e delle pressioni internazionali. "Gli insoddisfatti della Rivoluzione, che gravitano nell'orbita del 'sogno americano', sono stati quindi i promotori delle proteste", è la convinzione di Betto. Che infine ha sottolineato come questa fragilità "presta il fianco alle manifestazioni di malcontento, senza che il governo abbia dispiegato truppe o carri armati nelle strade". "La resilienza del popolo cubano, alimentata da esempi come Martí, Che Guevara e Fidel, si è dimostrata invincibile. È a lei che noi tutti, che lottiamo per un mondo più giusto, dobbiamo solidarietà", ha concluso. Il punto è che oltre all'embargo Cuba soffre di un sistema economico che semplicemente non funziona. La burocrazia socialista dei barbudos non ha permesso uno sviluppo economico adeguato. I margini di autonomia imprenditoriale sono assenti e gli investimenti per la crescita ridotti ai minimi termini. Come ha raccontato l'Economist agli allevatori è persino proibito macellare una mucca se non ha raggiunto un certo peso o prodotto almeno almeno un certo quantitativo di latte durante la sua vita. Uno scenario tutt'altro che prospero.

Bufera contro Grillo. La presa di posizione di Grillo ha scatenato subito la polemica. In Fratelli d'Italia Carlo Fidanza ha espresso lo sconcerto totale: "Gravissimo! Beppe Grillo sul suo blog difende il regime comunista cubano e inneggia alla rivoluzione castrista". Il capodelegazione al Parlamento europeo di FdI-Ecr e responsabile Esteri del partito di Giorgia Meloni, attraverso un post su Facebook, ha ricordato che la forza politica di cui il comico genovese è ancora garante (ovvero (Movimento 5 Stelle) esprime il ministro degli Esteri nell'attuale governo guidato da Mario Draghi.

L'appello di Fidanza infatti è rivolto proprio a Luigi Di Maio: "Cosa ne pensa Di Maio? È questa la posizione sua e del governo italiano sulla gravissima repressione in corso a Cuba? Di Maio prenda le distanze da Grillo o, per coerenza, si dimetta". Gli ha fatto eco Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d'Italia: "Allucinante! Oggi Beppe Grillo sul suo blog elogia il regime comunista di Cuba. Possibile che i 5 Stelle siano sempre al fianco delle spietate dittature!? Di Maio cosa avrà da dire?". La scelta di Grillo di rilanciare il lungo testo di Frei Betto ha trovato l'assoluta contrarietà anche di Fabrizio Cicchitto, presidente dell'associazione Riformismo e libertà e già presidente della commissione Esteri: "Benissimo. Grillo oltre che amico dei cinesi lo è anche del governo cubano che sta massacrando i dimostranti. Non è chiaro qual è la posizione su Maduro. Nel passato tutto il M5S era per Maduro. Quindi abbiamo un movimento del tutto affidabile sulla politica estera. E adesso vogliono anche dare lezioni sulla giustizia. Certamente ispirati dai testi cubani e cinesi".

Luca Sablone. Classe 2000, nato a Chieti. Fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. Estrema passione per il calcio, prima giocato e poi raccontato: sono passato dai guantoni da portiere alla tastiera del computer. Diplomato in informatica "per caso", aspirante giornalista per natura. Provo a raccontare tutto nei minimi dettagli, possibilmente prima degli altri. Cerco di essere un attento osservatore in diversi ambiti con quanta più obiettività possibile, dal...

Le difficoltà politiche di Cuba e l’eredità sempre più pesante dei Castro. Andrea Muratore su Inside Over il 31 luglio 2021. Fidel Castro, nel suo lungo mandato alla guida del governo cubano, ha dovuto in una sola occasione affrontare proteste paragonabili a quelle sprigionatesi nell’ultimo mese nel Paese. Correva l’anno 1994, e il Paese era allo stremo colpito dal combinato disposto tra gli effetti della crisi economica interna, l’impatto dell’asfissiante embargo statunitense e le conseguenze della caduta dell’Unione Sovietica, partner privilegiato di L’Avana. L’imposizioni di restrizioni e contingentamenti nella distribuzione dei beni, la carenza di generi di prima necessità e una durissima recessione (-35% del Pil) causarono allora l’ondata di proteste del Maleconazo, culminata nella fuga di decine di migliaia di cubani verso la Florida e il resto degli Usa.

L’ora più dura per Cuba. Oggigiorno, quello che si trova a vivere Cuba è un periodo simile a quello patito a metà Anni Novanta e poi superato, principalmente, per la stipulazione di accordi privilegiati con il Venezuela di Hugo Chavez. Ma la pandemia di Covid-19 e le sue conseguenze hanno impattato sull’isola caraibica con una forza, potenzialmente, ancora più dirompente. Mettendo a nudo le fragilità interne a un sistema come quello sanitario, ove è indubbio che Cuba abbia raggiunto picchi d’eccellenza, per quanto non uniformi; impattando su un Paese molto mutato rispetto a quello governato dal Jefe, abitato da una popolazione giovane e molto istruita, ben conscia di quanto accade in altri contesti e modelli grazie all’accesso a Internet, desiderosa di avanzamenti materiali e personali; colpendo su un sistema in continua transizione e in cui, soprattutto, da pochi anni i Castro hanno passato la mano. Dopo aver preso il potere nel 2018 l’attuale presidente Miguel Diaz-Canel si è trovato di fronte a una triplice sfida: in primo luogo, consolidare un consenso politico paragonabile a quello conquistato negli anni da Fidel Castro e dal fratello Raul per consolidare l’esperienza del governo rivoluzionario inaugurato nel 1959; in secondo luogo, guidare una transizione economica, politica e sociale in grado di sistematizzare l’ideologia che il carisma personale dei suoi predecessori aveva, con diversi riferimenti, costituito. Il castrismo si era consolidato, nel corso degli anni, imperniandosi su tradizionale trittico costituito dal nazionalismo rivoluzionario cubano caro al Libertador José Marti, dal richiamo populista e millenarista al dualismo tra popolo ed élite corrotte (definito da Loris Zanatta in un omonimo saggio il “populismo gesuita”) e da uno strumentale riferimento al socialismo legato alle logiche della Guerra Fredda, cui nel corso degli anni si era aggiunta una sempre più spiccata retorica panamericana e anti-statunitense. Diaz-Canel, asceso nel periodo del declino del socialismo del XXI secolo latinoamericano, ha puntato in questo contesto a cercare un’ibridazione tra modello tradizionale e società di mercato con una svolta “cinese” culminata nella promulgazione di una nuova Costituzione. Terzo punto degli obiettivi del nuovo governo è stato il tentativo di sottrarre Cuba al suo status di eccezionalità negli scenari internazionali che è rimasto in larga parte legato al suo ruolo di ultimo baluardo del Novecento e del bipolarismo, principalmente per l’onda lunga dell’impegno castrista a esportare la rivoluzione in Africa e America Latina condotto negli Anni Ottanta, per il suo conseguente complemento di internazionalismo medico e per il richiamo ideale rappresentato da Cuba per tutti gli oppositori di Washington nel mondo. Un posizionamento che ha reso un faro mondiale una nazione di soli 11 milioni di abitanti, ma al contempo ha reso sempre difficile proporre svolte o transizioni politiche interne volte a risolvere problemi pragmatici, complice il surplus di attenzione che ciò che accade a Cuba ottiene nel resto del mondo.

Le questioni più urgenti per Cuba. Ebbene, tutti e tre questi obiettivi sono stati largamente mancati, sino ad ora, e questo si è riflesso in una perdita di credibilità e carisma che ha reso il governo vulnerabile di fronte alle eterogenee rivendicazioni degli oppositori anticomunisti (Unione Patriottica Cubana), dei movimenti per i diritti dei dissidenti (come San Isidro) e della folla disorganizzata che si è riversata nelle strade nelle ultime settimane. Come nota Americas Quarterly, con il suo ambivalente andirivieni tra aperture e irrigidimenti, con la sua ostilità a molte voci della piazza, con la sua sostanziale mancanza di polso Diaz-Canel si è messo nelle condizioni di non poter dare risposte ottimali a una folla in larga parte non politicizzata ma che, in sostanza, chiede una correzione di rotta sul futuro di Cuba e delle strutture che ne condizionano la politica e l’economia. Castro, figura unica nella storia del Novecento per carisma e esposizione mondiale tra i leader del “Terzo Mondo”, ha saputo a lungo giocare con astuzia e abilità politica con le contingenze, riuscendo o a costruire compromessi politici e tattici che garantivano fiato a Cuba (dagli accordi “zucchero contro petrolio” con Mosca all’alleanza energetico-sanitaria con Caracas) e a mobilitare contro il bloqueo Usa, indubbio fattore di difficoltà per l’isola, le energie espresse nelle proteste per la carenza di generi essenziali. Su Diaz-Canel si è invece abbattuto il cigno nero della pandemia e delle sue conseguenze devastanti per L’Avana: -10,9% di Pil nel 2020, un ulteriore -2% a inizio 2021, contrazione del turismo e dell’ingresso di valuta pregiata, insicurezza sociale crescente. A cui si sommano gli effetti della continua riduzione della spesa pubblica in servizi e beni essenziali (a favore, a detta degli oppositori, dell’investimento in hotel e resort di lusso) che si manifesta sotto forma di carenze di approvvigionamento e continui blackout elettrici. Trasversalmente a ciò, il dannoso e politicamente inutile embargo Usa rilanciato da Donald Trump ha fatto il resto.

Il castrismo senza Castro è un problema? Sotto i colpi della pandemia, in particolare “sta franando però quel sentimento identitario in qualche modo legato alla Revolución, che ha tenuto insieme la massa del popolo cubano attraverso sessant’anni di sfide”, ha scritto il giornalista Livio Zanotti, tra i massimi esperti italiani di America Latina, su StartMag. Un sentimento associato inequivocabilmente al nome Castro: perché difficilmente a Cuba si può parlare di “governo socialista”, “regime” o “rivoluzione” senza associarli all’aggettivo “castrista”. Il castrismo, alla luce di un perenne slancio secondo cui “volere è potere”, è stato il collante di Cuba dalla Guerra Fredda ad oggi. Zanotti sottolinea che “le proteste dell’11 luglio scorso, una domenica d’incontenibili passioni, ha mutato il rapporto tra governo e governati. Era un sentimento via-via sempre più contraddittorio, a cui orgoglio nazionale e furbizie quotidiane, solidarietà e mercato nero, magniloquenza e piccoli tradimenti andavano togliendo il respiro”, prima che l’arrivo del Covid finisse per travolgerlo. Diaz-Canel non è né Fidel né Raul Castro, gli manca il carisma per poter chiedere al popolo, anche solo furbescamente, di tirare a campare per non tirare le cuoia nel periodo più duro; gli mancano la capacità retorica, l’inventiva e la tenacia per sobbarcarsi una vasta richiesta di cambiamento. Soprattutto, al governo gerontocratico di Cuba manca l’abitudine a mediare con i problemi quotidiani della popolazione: e conquistare questa capacità, Covid o non Covid, bloqueo o non bloqueo, sarà la sfida più grande per il governo dell’Avana. La fortuna di Diaz-Canel sta nel fatto che né gli Usa né tantomeno i protestanti hanno un progetto o la forza reale, attualmente, di spingere per un cambio di regime nel Paese: ma il modello cubano dovrà farsi più strategico, pragmatico e attento ai bisogni di una popolazione che, tra istruzione, cultura e alfabetizzazione, vanta uno dei migliori capitali umani del continente. Una forza che sarebbe un grave errore disperdere.

Chi fa il tifo per la rivolta cubana si chieda chi paga la fine di un regime. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud il 16 luglio 2021. OGNI volta che sui giornali si parla di Cuba arrivano quelli che devono impartire la lezione alla sinistra che non condanna mai abbastanza il regime ereditato dal castrismo.    Avranno pure ragione su certi silenzi della sinistra – a Cuba si vive molto male, il regime, sotto sanzioni Usa, è fallimentare e importa i due terzi degli alimenti – ma sui giornali scrive anche gente che non si è mai mossa dal giardino di casa, non è mai andata a Cuba, in Medio Oriente, in Africa o in Afghanistan. I regimi liberticidi sono vergognosi ma bisogna anche andarci nei posti, non per dare impossibili giustificazioni dell’esistente ma per conoscerli.    E soprattutto per farsi anche una o due domande: cosa può venire dopo il crollo di un regime? E chi paga per la sopravvivenza di questi popoli?  Gli ultimi decenni dovrebbero indurre i nostri eroici giardinieri della stampa a fare qualche riflessione. Nel 2001 dopo l’11 settembre siamo andati a liberare il popolo afghano dai talebani e da Al Qaida. Missione compiuta? Oggi ci ritiriamo e la gente che ha lavorato con gli occidentali scappa come può perché ha percepito perfettamente che i talebani rioccuperanno il Paese. E’ possibile che quando tornerò in Afghanistan mi torni utile il vecchio visto sul passaporto dell’Emirato dei talebani che ottenni pochi mesi prima dell’11 settembre. Nel 2003 gli Usa hanno deciso di abbattere il regime di Saddam Hussein, sulla scorta delle false accuse che possedeva armi di distruzione di massa. Com’è andata lo sappiamo fin troppo bene. L’Iraq si è disintegrato, precipitando in un caos infinito e nella guerra civile, poi è stato occupato dal Califfato e ancora oggi si dibatte in una crisi senza sbocchi. Qui l’Italia ha appena assunto il comando delle forze Nato: non si sa bene perché andiamo in Iraq ma non siamo stati capaci recentemente di intervenire in Libia, paese che ci riguarda molto da vicino e dove ora, in Tripolitania, la fa da padrone Erdogan. Eppure nel 2011 l’Italia fu spinta a bombardare Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, contribuendo a creare il caos in cui oggi ci troviamo non solo nel Mediterraneo e ma in tutto il Sahel dove stiamo aprendo una missione militare in Niger. Nessuno si è mai preoccupato allora cosa potesse significare la caduta del regime gheddafiano, il crollo delle frontiere libiche e le sue conseguenze. Per non parlare della Siria. Nel 2011 i nostri strateghi occidentali – compresi quelli nostrani che non avevano mai visto la Siria neppure in cartolina – sostenevano che le proteste avrebbero abbattuto il regime baathista della famiglia Assad. In fondo bastava dare una spintarella.  Fu così che americani ed europei diedero il via libera alla Turchia per far passare alla frontiera siriana migliaia di combattenti jihadisti: in questa maniera l’Isis ha potuto espandersi dall’Iraq alla Siria mentre la bandiera nera del Califfato sventolava a venti chilometri dal centro di Damasco. Ma il mantra rimase per molto tempo quello di abbattere il regime: che fine facessero i siriani, da una parte soffocati da Assad e dall’altra dai jihadisti, importava poco o nulla.  Come non aveva avuto rilevanza il destino degli afghani, degli iracheni o dei libici. Ora di abbattere Assad, specialmente dopo l’intervento russo del 2015, non ne perla più nessuno mentre il Paese resta sotto embargo e la ricostruzione è lontana: chi paga? Già chi paga i crolli di regime? Pagano i popoli con milioni di morti, intere città distrutte, rimaste senza luce, acqua, elettricità, pagano i giovani, senza lavoro e senza alternative, pagano le donne e le persone più vulnerabili. Fateci caso: ultimamente nessuno si pone più il problema di ricostruire l’Iraq, la Libia, la Siria e tanto meno l’Afghanistan. Come se non parlarne coprisse anche i fallimenti occidentali.  Ma come vive questa gente interessa poco o niente. A noi piace descrivere la rivolta cubana come un momento decisivo della storia (magari lo sarà pure), partecipiamo alle sorti dei manifestanti, condanniamo la repressione e i silenzi complici del regime e ci indigniamo se le cose non vanno come diciamo noi. Tutto vero, tutto giusto. Oggi però nessuno si ricorda più del venezuelano Guaidò che due anni tentò un colpo di mano davanti a una pompa di benzina: eppure venne riconosciuto come presidente del Venezuela al posto di Maduro da Usa, Francia e Gran Bretagna. Poi più nulla, il vuoto. Ma i nostri giardinieri del giornalismo continuano a sentenziare, condannare, confezionando articoli come si potano le rose e distribuendo petali di saggezza. Sempre da lontano, però.

Cuba, il regime ha paura. Il piano di Raùl Castro per fuggire in Sudafrica. Paolo Manzo il 21 Luglio 2021 su Il Giornale. L'ex presidente spaventato dalle manifestazioni. "Servizi allertati per farlo espatriare domenica". Il 90enne Raúl Castro aveva giù preparato la sua fuga domenica scorsa, 11 luglio, quando sembravano inarrestabili le proteste quasi ovunque pacifiche e diffusesi a tempo record in almeno 40 città di Cuba. Proteste che hanno fatto tremare i polsi del regime comunista che da oltre 62 anni ininterrotti fa il bello e cattivo tempo all'Avana ed hanno provocato una vera e propria ondata di panico ai vertici del potere, poco più di una settimana fa. Lo scoop con i dettagli della fuga programmata in fretta e furia di Raúl Castro lo ha pubblicato ieri il quotidiano spagnolo ABC, a firma del suo capo degli Esteri, l'esperto e sempre ben informato Alexis Rodríguez. Grida «libertà, libertà!» la gente di Camaguey, Holguin, Ciego de Ávila e Santiago de Cuba, mentre la massa di cubani furenti con il regime comunista sembra inarrestabile e le immagini in diretta social delle proteste davanti al Campidoglio, il simbolo del potere politico della capitale cubana, fanno il giro del mondo. In quelle ore la dittatura si spaventa e scopre che la chiusura di Internet sull'isola non riesce a fermare i manifestanti perché la generazione under 40 sa usare le reti private virtuali (VPN) per aggirare la censura. I militari si riuniscono d'urgenza in Consiglio di Sicurezza, l'esecutivo del governo gestito dai militari e dal partito comunista (sinora un tutt'uno) con Raúl in testa ma senza la partecipazione del debole presidente Miguel Díaz-Canel. In quelle ore concitate «l'autostoppista», così i militari chiamano sprezzantemente il presidente, viene mandato nelle strade di San Antonio de los Baños, la cittadina a 26 chilometri dall'Avana da dove la protesta si è diffusa su tutta l'isola, per tentare (inutilmente) di calmare gli animi del pueblo. Viene sonoramente fischiato, le sue guardie del corpo spinte e Díaz-Canel «consuma quel poco di capitale che aveva in quei giorni», scrive Rodríguez. Intanto nella riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza si vedono scene di tensione con «grida, discussioni, disaccordi e dimissioni mai vissute nelle alte sfere del potere cubano» da quando, il primo gennaio del 1959 i barbudos guidati da Fidel Castro, Camilo Cienfuegos, Raúl, Che Guevara e Huber Mattos presero il potere. Impossibile accordarsi sulle misure da adottare per fermare le proteste perché i più giovani generali dell'Esercito e della Polizia Nazionale Rivoluzionaria, si rifiutano di usare la forza contro la popolazione civile. Il viceministro degli Interni, il generale di brigata Jesús Manuel Burón, presenta le sue dimissioni dopo aver messo in discussione il processo decisionale all'interno del ministero e del Consiglio di Sicurezza, criticando l'uso eccessivo delle forze di polizia per reprimere il popolo. Il personale militare più vicino a Raúl ed i servizi segreti intanto attivano il piano di fuga che hanno sempre pronto in caso possano sorgere situazioni altamente pericolose per il fratello di Fidel. Il vecchio leader, che si sta curando per il suo cancro all'esofago ed al retto soffre anche di cirrosi epatica cronica a causa della sua vecchia dipendenza dall'alcol e deve essere portato al sicuro nel caso la situazione precipiti. I servizi segreti addestrati dalla Stasi dell'ex DDR e dal KGB hanno pronto l'Ilyushin Il-96 al piccolo aeroporto civile di Baracoa. La destinazione più logica sarebbe il Venezuela, ma forse proprio per questo e per altri aspetti considerati in quella concitata giornata, decidono che l'opzione migliore è il Sudafrica. Il velivolo può arrivarci senza problemi, inoltre il Sudafrica non ha un trattato di estradizione con Cuba ed i gerarchi del regime fanno da tempo affaroni in quel paese. Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, il poderoso deus ex machina di Gaesa, il conglomerato di aziende statali gestite dai militari che tutto decide in materia economica a Cuba nonché ex cognato di Raúl, era in Sud L'Africa 50 giorni fa. Inoltre, lì ci sono dei vecchi amici che devono dei favori alla dittatura cubana dai tempi della guerra in Angola. Poche ore dopo, però, non appena il governo ha ripreso il controllo di internet e i militari quello delle strade con una repressione brutale, il piano di fuga viene disattivato. Almeno per ora. Paolo Manzo

Permessi per macellare una mucca e altre follie del regime cubano. Alessandro Ferro il 19 Luglio 2021 su Il Giornale. L'isola che era di Fidel Castro sta vivendo una crisi alimentare eccezionale: nonostante la penuria di cibo, il processo che porta alla macellazione di una mucca è lento e macchinoso: ecco cosa accade. Cuba soffre la pandemia, la mancanza di turismo ma soprattutto la fame: l'isola comunista sta affrontando la peggiore carenza di cibo dagli anni '90.

Quali le motivazioni. In un luogo che importa circa il 70% del suo cibo, l'ultimo anno ha visto i propri negozi di alimentari vuoti e su Internet o al mercato nero i prezzi per acquistare la merce sono proibitivi. Inoltre, gli agricoltori non vogliono più vendere i prodotti per sfamare loro stessi. Il governo cubano attribuisce la carenza di cibo principalmente alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti che, il 24 giugno, l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato di condannare come succede quasi ogni anno dal 1992. Balzo dei prezzi globali (+40%), mancanza di turismo che dal 10% di Pil si è ridotto drasticamente passando da 4,2 milioni di visitatori nel 2019 a poco più di un milione nel 2020. Ma Cuba si sa, è l'isola anche di stranezze e follie dettate dal regime, come quella che riguarda la carne di mucca macellata prima del tempo, illegale fino ad un mese fa ma diventata prassi comune adesso.

Una mucca uccisa ogni tre vitelli. Lo Stato aveva stabilito che se una mucca non avesse raggiunto un certo limite d'età non si poteva toccare, adesso i contadini possono ucciderle sia per vendere la carne che per mangiarla loro stessi. Ma, prima di farlo, devono saltare attraverso una serie di burocrazie, inclusa la certificazione che la mucca abbia prodotto almeno 520 litri di latte all'anno. Come riporta l'Ecomomist, inoltre, non sono autorizzati a lasciare che la loro mandria si riduca più di tanto e possono macellare soltanto una mucca ogni tre vitelli: un compito arduo a lungo termine, anche perché chi fa i conti? Come si fa a mantenere questa media? Insomma, è più un'utopia che qualcosa di veramente realizzabile. Al momento, tra l'altro, Cuba ha difficoltà anche a mantenere la sua attuale mandria di bestiame: l'anno scorso, nella sola provincia di Las Tunas, più di settemila mucche sono morte per disidratazione. In tutto questo marasma, anche gli agricoltori devono completare i documenti e attendere una settimana per l'approvazione. “Il processo di candidatura per mangiare una mucca è sufficiente per farti perdere l'appetito", dicono dall'isola.

Altre follie burocratiche. Ma ciò che riguarda il bestiame è solo l'ultima delle stranezze cubane: la popolazione è concorde nell'affermare che nonostante il governo abbia fatto alcuni tentativi per liberalizzare l'economia, è "sconcertantemente scarso" nell'incrementare la produzione agricola o nel corteggiare gli investitori stranieri. Le aziende che producono cibo a Cuba guadagnano solo Pesos che hanno poco valore a livello internazionale, ma devono acquistare quasi tutti i loro input all'estero in valuta estera. Il governo impone agli agricoltori di vendere il loro raccolto allo Stato a prezzi non competitivi e impone regole draconiane sulla gestione del bestiame. Per far fronte alla crisi, molti cubani residenti all'estero stanno cercando di aiutare i loro familiari a combattere la fame inviando i propri pacchi di assistenza. Ma anche questi sono diventati più difficili e costosi da inviare: le merci dagli Stati Uniti che una volta richiedevano due settimane per essere consegnate, ora possono impiegare fino a quattro mesi per arrivare poiché la carenza di carburante e camion a Cuba rende più difficile l'ultima tappa della consegna. Le risposte politiche pasticciate hanno peggiorato le cose: il 10 giugno la Banca Centrale cubana ha annunciato che, dal 21 giugno, i cubani non potranno depositare dollari sui loro conti bancari per un periodo di tempo non dichiarato. Questo nonostante il fatto che, per acquistare merci nei negozi statali, i cubani abbiano bisogno di una carta prepagata carica di dollari. Ora dovranno scambiare i loro dollari con euro o altre valute, il che comporta una commissione. Emilio Morales, il capo dell'Havana Consulting Group a Miami, pensa che questo sia stato un modo per spaventare le persone e spingerle a depositare di più prima della scadenza. Piuttosto che stabilizzare l'economia, è probabile che la politica faccia il contrario: le banche cubane sono state sopraffatte da file di persone in preda al panico che cercavano di depositare i dollari di cui avevano bisogno per acquistare generi alimentari. "Cuba ha 11 milioni di ostaggi e si aspetta che gli esuli cubani paghino il loro riscatto", afferma Morales. Ricardo Cabrisas, il vice primo ministro, è stato recentemente a Parigi per negoziare un'altra proroga sui circa 3,5 miliardi di dollari di prestiti dovuti a governi stranieri: l'isola è in arretrato dal 2019. Un ultimatum dei creditori potrebbe aiutare a spiegare il desiderio del governo di recuperare i biglietti verdi.

Alessandro Ferro. Catanese classe '82, vivo tra Catania e Roma dove esercito la mia professione di giornalista dal 2012. Tifoso del Milan dalla nascita, la mia più grande passione è la meteorologia. Rimarranno indimenticabili gli anni in cui fui autore televisivo dell’unico canale italiano mai dedicato, Skymeteo24. Scrivo per ilGiornale.it dal mese di novembre del 2019 occupandomi soprattutto di cronaca, economia e numerosi approfondimenti riguardanti il Covid (purtroppo). Amo fare sport, organizzare eventi e stare in compagnia delle persone più... 

Cuba, Renato Farina senza mezzi termini: "Fa schifo, anche la sinistra se n'è accorta dopo 62 anni". Renato Farina su Libero Quotidiano il 15 luglio 2021. Ieri Repubblica ha lanciato uno splendido appello in prima pagina. Dice: «Sinistra, apri gli occhi su Cuba». Ma cari amici di Repubblica, la sinistra siete voi. Contenti che li apriate adesso, ma sarebbe il caso li spalancaste anche sul vostro album di famiglia. Conviene intanto stare sull'edizione di ieri. Per un elogio. Vi si racconta della tenebrosa dittatura. Si parteggia con accenti mai uditi prima da queste parti per la ribellione contro il regime, intonando con la folla a ritmo di rap lo slogan «Patria y Vida» contro quello canagliesco dei comunisti «Patria o Muerte» (degli altri). Soprattutto a parlare è una fotografia grande e tremenda eh funge da copertina, incredibile e coraggiosa scelta del direttore Maurizio Molinari, conoscendo i gusti che da mezzo secolo dominano il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: si vedono gli squadristi agli ordini della mummia di Fidel, muniti di nodosi bastoni, che - come abbiamo scritto ieri su Libero - vanno a spaccare le ossa e a raddrizzare le idee storte dei disperati che hanno fame di pane e libertà, e percorrono avanti e indietro le strade. Non riescono a fermarli, gli scherani del Partito comunista al potere. Li percuotono, li arrestano, e ne arrivano di nuovi. Tutto questo lo ha scritto Gianni Riotta, che non è mai stato un osservatore banale. Dimentica una cosa da niente però. E mi ripeto, ma bisogna: amici, anzi compagni di Repubblica, la sinistra siete voi! Quel giornale è stato la voce guida prima del Partito comunista, poi di tutte le sue varie denominazioni. E lo è tuttora. Ovvio, non parliamo qui di singoli giornalisti, non è che sono tutti inquadrati, ma il corpaccione del quotidiano è questa roba qui. Ho scritto che è stato ed è la voce: ho sbagliato per difetto, è di più. Interpreta, ricrea e rafforza il «deep sentiment», l'autocoscienza profonda della sinistra nel suo baricentro culturale che concima le teste del popolo rosso. Ci sono state evoluzioni, che sono ben rappresentate dal cambiamento delle denominazioni. Una nicchia segreta, in tutte le evoluzioni possibili e immaginabili del Partito-Repubblica, è sempre però rimasta intatta. Una specie di cripta dove di tanto in tanto i suoi giornalisti-bandiera si recano in visita. Cuba! Nessun reportage entusiasta, non è Il Manifesto, ma pennellate di poesia, un po' mesta, senza mai neppure sfiorare l'indignazione, mica c'è il fascismo lì. Il grande Bernardo Valli, che se n'è andato da Repubblica di recente per protesta contro il neo-direttore Molinari troppo filo americano, quando si recò all'Avana nel 2016 per la morte di Fidel Castro, riuscì a dare un'idea dell'isola come se fosse Macondo, un po' triste, governata da un patriarca un po' così ma comunque da favola: «Fidel non era un caudillo. Era qualcosa d'altro. Il suo coraggio, la sua abilità, la sua ambiguità gli hanno consentito di vivere fino a novant' anni. I cubani ne sono fieri, ma anche stupiti. Forse esausti. I padri troppo longevi non sempre sono i più amati. Gli esuli, e nemici, di Miami esultano. Ma hanno torto». La sofferenza tremenda della gente non esiste. I mucchi di cadaveri con un proiettile nella nuca accumulati dal 1958 in poi neppure, i più di duecentomila carcerati figuriamoci. Il popolo non c'è, sono omuncoli tutti rispetto all'immenso corpo del barbuto dittatore un po' fatto alla sua maniera, cui sono dedicate sistematicamente negli anni interviste mitologiche. Bellissima quella di Inge Feltrinelli, che racconta le giornate passate da lei, il marito miliardario Giangiacomo da Fidel Castro in pigiama. A proposito. Si cita anche Valerio Riva, genio dell'editoria, il quale stava con loro, raccolse per giorni le memorie del comandante, e comprese studiandole l'orrore che celavano. Lo fece sapere al mondo. Nessuno ha raccontato come lui i malvagi predatori barbuti di quell'isola ridotta a fattoria orwelliana degli animali (gli uomini) comandata dai maiali (i comunisti). Scrisse e curò con il Nobel Mario Vargas Llosa "Il manuale del perfetto idiota latinoamericano" (Binetti, 1997). Verrebbe voglia di dire a Repubblica: recensitelo quel testo, sono passati 25 anni, magari scoprirete che gli idioti di cui parlava avevano piantato le tende proprio a Repubblica, ma sarebbe un bel modo per risvegliare la sinistra.

Corsi e ricorsi giornalistici. Nel 2003 Repubblica- guarda nell'archivio caro Gianni Riotta - lanciò un titolo che pare la fotocopia di quello di ieri. «Sui delitti di Fidel Castro la sinistra ha girato la testa». A parlare era Carlos Franqui, un rivoluzionario della prima ora, che aveva aperto gli occhi, e rivelava la natura di un regime di cannibali. Non servì a nulla, a quanto pare, quel monito. Dopo due anni, Repubblica, al seguito del Paìs di Madrid prestò il megafono alla lettera di duecento intellettuali in difesa del governo comunista: non c'è tortura, né oppressione. Ah sì? Ezio Mauro si inchinò a Dario Fo, Gianni Vattimo, Gianni Minà, Claudio Abbado, c'era anche Red Ronnie. Ed ecco arriva Riotta. Auguri.

Cuba in rivolta, cosa c’è dietro le proteste anti regime. Andrea Walton su Inside Over il 12 luglio 2021. Cuba è sconvolta dalle proteste più massicce degli ultimi trent’anni ed il governo marxista dell’isola, ora, inizia a temere per il proprio futuro. Le dimostrazioni hanno avuto inizio nella città di San Antonio de los Baños ed in quella di Palma Soriano ma si sono poi estese, grazie ai social media ed ai mezzi di comunicazione, anche nella capitale L’Avana dove migliaia di persone hanno marciato nel centro cittadino. Le motivazioni delle proteste sono semplici, quasi basilari e riguardano la scarsità di cibo, l’alto costo della vita paragonato al salario medio ed il risentimento nei confronti del governo marxista. Le manifestazioni sono ben presto degenerate in atti di violenza ma è anche vero che le autorità non sono sembrate disposte ad ascoltare la voce del popolo. Le forze di sicurezza hanno picchiato alcuni dimostranti con i manganelli, hanno fatto uso di spray al peperoncino ed hanno arrestato centinaia di manifestanti caricandoli sulle autovetture della polizia. I dimostranti, perlopiù giovani, hanno tentato di occupare alcuni dei luoghi più iconici dell’Avana ma non ci sono riusciti anche perché, oltre alla polizia, hanno dovuto fare i conti con una controprotesta di anziani seguaci del governo, pronti a tutto pur di difendere i vertici del potere.

Cosa sta succedendo. I cubani sono provati dai lockdown imposti dal governo per fronteggiare la pandemia. Le misure hanno portato all’interruzione dei flussi turistici diretti a Cuba e delle entrate valutarie ad essi connesse oltre ad aver privato molte persone del proprio lavoro. Il governo cubano ha accusato gli Stati Uniti per la situazione ed il Presidente Miguel Díaz-Canel ha affermato che Washington è la principale responsabile delle difficoltà economiche di Cuba. Díaz-Canel potrebbe non avere tutti i torti dato che le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump hanno un peso e che l’economia cubana si è contratta dell’11% nel 2020, la peggior recessione degli ultimi decenni. La cattiva gestione della pandemia, però, non ha di certo aiutato. La nazione è alle prese con un aumento di casi di Covid-19 che, nella giornata di domenica, sono stati ben 7mila, un vero e proprio record. Ci sono stati problemi anche con la campagna di vaccinazione che, al momento, latita. Solamente il 15 % dei cittadini di Cuba è stato completamente immunizzato ed il 26.7% ha ricevuto almeno una dose di vaccino.

Problemi storici. Cuba è, sin dal 1959, la dittatura comunista più longeva dell’Emisfero Occidentale. Le dimissioni di Raúl Castro da presidente, avvenute nel 2018, non hanno alterato la catena di comando. Castro continua ad essere a capo del Partito Comunista e delle forze armate, che controllano buona parte dell’economia. Il sistema economico cubano, come ricordato dal sito Heritage, è tra i meno liberi del mondo e versa in questa condizione sin da quando ha iniziato a realizzare i propri monitoraggi nel 1995. La Costituzione del 2019 riconosce, almeno in teoria, la proprietà privata ma lo Stato possiede la maggior parte dei mezzi di produzione. Non esiste alcuna separazione tra l’Assemblea Nazionale, il sistema giudiziario ed il Partito Comunista, che può nominare o rimuovere giudici a suo piacimento. La presenza di imprese a conduzione statale ha un effetto profondamente distorsivo sull’economia e l’accesso al credito per le attività del settore privato è complicato. In alcuni casi, seppur limitati, è stato consentito alle imprese private di assumere e sono stati effettuati tagli tra i posti di lavoro statali. Il quadro, poco incoraggiante, è reso ancora più complesso dalle relazioni tra Cuba e il Venezuela. Il deterioramento del settore petrolifero venezuelano ha provocato scarsità di benzina ed elettricità a Cuba. A Cuba il dissenso politico è un reato e gli oppositori sono sistematicamente perseguitati, arrestati ed imprigionati per reati minori. I partiti politici sono illegali e l’Osservatorio Cubano per i Diritti Umani ha segnato oltre 1800 detenzioni arbitrarie di dissidenti pacifici nel 2020. Il settore dei media è posseduto e controllato dallo stato ed è vietata l’esistenza di mezzi di informazione privati. La stampa indipendente del Paese è così costretta ad operare al di fuori della legge. 

Cuba, rivolta di popolo contro il regime. Paolo Manzo il 13 Luglio 2021 su Il Giornale. Migliaia nelle strade per chiedere libertà. La minaccia di Diaz Canel: pronti a rispondere. Cuba sta esplodendo e a detta di molti analisti, il presidente/dittatore Miguel Díaz-Canel potrebbe fare la fine di Nicolae Ceausescu. Da vedere quanta repressione la dittatura sarà disposta a esercitare e per quanto le manifestazioni di massa cominciate l'altroieri andranno avanti sull'isola caraibica. Di certo c'è che da quando il primo gennaio del 1959 Fidel prese il potere non si erano viste proteste di tale entità. Persino più gente del 1994, quando vi fu il Maleconazo, la ribellione del Malecón, il lungomare dell'Avana, repressa con violenza e che provocò un esodo di 35mila cubani in Florida. Da domenica scorsa, tuttavia, non è solo la gente della capitale a essere scesa in strada al grido «Libertà, libertà», «Abbasso la dittatura», «Non abbiamo paura», «Patria e vita» (la canzone simbolo dell'opposizione che sbeffeggia lo slogan della rivoluzione «Patria o Morte») e «Díaz-Canel singao» (figlio di puttana in slang cubano) ma di tutte le principali città dell'isola. Migliaia di persone di ogni età esasperate dalla mancanza di cibo, medicinali, blackout continui e un sistema sanitario al collasso da settimane a causa del Covid con «gli anziani che muoiono come mosche in casa», denuncia Roberto, uno dei manifestanti che dall'alto dei suoi 60 anni dichiara di non avere «mai visto qualcosa del genere». In un messaggio in diretta tv domenica scorsa Diaz Canel ha garantito che «la repressione sarà implacabile». «Siamo pronti a morire e dovranno passare sopra i nostri cadaveri se vogliono sfidare la rivoluzione» ha minacciato il dittatore. Immediata è arrivata la represssione, con un centinaio di arresti, soprattutto giovani, che stavano trasmettendo in diretta via Facebook le marce di protesta. Ieri il regime ha interrotto Internet e ha mobilitato il gruppo d'élite dell'esercito «rivoluzionario» dei «Berretti Neri», squadra d'assalto tristemente celebre per la violenza con cui reprime il popolo. Díaz Canel ieri è tornato in tv: «I manifestanti hanno avuto la risposta che meritavano, come in Venezuela». Il presidente Joe Biden ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno «dalla parte del popolo cubano che sta coraggiosamente chiedendo il riconoscimento di diritti fondamentali dopo decenni di repressione e di sofferenze economiche dovute a un regime autoritario». Ma su Cuba si consuma l'ennesimo scontro con la Russia, che mette in guardia contro le interferenze esterne. Contattato da Il Giornale, l'ex ambasciatore italiano a Cuba tra 2005 e 2009, Domenico Vecchioni, descrive così la situazione: «Per la prima volta la dittatura deve far fronte a una protesta spontanea della popolazione, stremata dalla penuria, la crisi economica, la mancanza di libertà e il Covid 19. Per la prima volta i cubani hanno mostrato di avere il coraggio di protestare, il coraggio della disperazione, il coraggio di dire basta al sistema comunista e alla dittatura». Poi Vecchioni si sofferma sulla risposta del presidente Diaz Canel che nei fatti «incita alla guerra civile. Chiama i veri rivoluzionari' a scendere in piazza». Mossa simile a quella di Ceausescu, poi ucciso nel Natale del 1989 e, per prevenire un bagno di sangue, «bene hanno fatto gli Usa a mettere in guardia il regime». La lezione da trarre? «A 60 anni dalla presa del potere di Fidel, i cubani sono ancora lì a reclamare pane, libertà e migliori condizioni di vita. Prova del drammatico fallimento della Revolución. È giunta l'ora di prenderne atto», chiosa Vecchioni in un appello mai così opportuno nel nostro Paese, dove la cultura dominante ha mascherato dietro una patina di romanticismo ideologico la più antica dittatura d'America latina, che ha trasformato il suo popolo in miserabili, mentre l'élite castrista naviga nel lusso più sfrenato. Paolo Manzo

Gli "orfani" di Fidèl? Desaparecidos. Da Vauro ai grillini, sinistra in silenzio. Paolo Bracalini il 14 Luglio 2021 su Il Giornale. Niente appelli del Pd o di M5S, nessun tweet indignato e zero solidarietà alle vittime della dittatura. La colpa? Tutta degli Usa. Secondo il Manifesto la protesta a Cuba è «insolita». É utile leggere come il quotidiano comunista racconti la situazione a Cuba perchè fa capire quanto la manifestazione di popolo contro il regime cubano metta in difficoltà la sinistra italiana, non a caso in silenzio. La tesi, che poi è anche quella del governo e degli organi di stampa cubani, è che non si tratti di una rivolta popolare contro il governo, anche se gli slogan in piazza sono «libertà», «abbasso la dittatura», «a morte il comunismo» e il rap «Patria y vida» (che prende di mira il motto castrista «Patria o muerte»). No, nelle strade sono scese persone «provate dalla pandemia» e dalla «carenza di generi alimentari» dovuti all'embargo degli Stati Uniti. Insomma quello che protesta non è il popolo stanco del regime ma, come dice anche il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, successore dei fratelli Castro, si tratta di «rivoluzionari confusi» sulle vere cause dell'attuale crisi economica, «in gran parte riconducibili al tentativo degli Usa di soffocare l'isola con tutti i mezzi possibili», scrive Il Manifesto. Almeno se ne parla, mentre altrove a sinistra regna il silenzio. Dal Pd si leva solo qualche isolata voce, quella del deputato Andrea Romano che ha partecipato alla manifestazione dei cittadini cubani in Italia davanti alla Camera dei Deputati. Dai vertici del Pd, però, segretario in testa, nessuno sente il bisogno di pronunciarsi sulla situazione a Cuba, mentre anche l'Ue ha condannato gli arresti di attivisti politici e giornalisti. Come li giustificano gli intellettuali dell'Associazione Amici di Cuba, che conta tra i suoi sostenitori il vignettista Vauro, la cantante Fiorella Mannoia, il filosofo ex eurodeputato Gianni Vattimo, il giornalista Gianni Minà e altri, tutti freschi sottoscrittori dell'appello «Contro il blocco a Cuba»? Sul suo twitter la Mannoia qualche mese fa scriveva: «Cuba ha bisogno di materiale medico. Togliete questo embargo criminale». In queste ore invece nessun tweet su Cuba. Così anche gli altri filo-cubani di casa nostra, tutti desaparecidos. Forse allineati alla versione che l'Associazione Amici di Cuba dà di quanto sta avvenendo, postando un video di Prensa Latina, l'agenzia di stampa cubana, secondo cui «Gli intellettuali riaffermano l'appoggio incondizionato al processo rivoluzionario di Cuba». Non si sente Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, che invece si era commosso per la «meravigliosa lezione al mondo data da Cuba per aver sviluppato un suo vaccino (peccato che stia registrando anche un record di contagi e morti per Covid). Non pervenuti neppure i rivoluzionari del M5s, gli ammiratori dei regimi sudamericani. Alessandro Di Battista, in vacanza in Bolivia, non ha proferito verbo, e come lui neanche Manlio Di Stefano, che è pure sottosegretario agli Esteri, nel 2017 aveva guidato una delegazione in visita in Venezuela, primo firmatario di una mozione M5S in cui si registravano i successi del Venezuela sotto il chavismo («la fame è stata ridotta del 21,10%») e si attaccava l'opposizione a Maduro (che ieri ha espresso «piena solidarietà al governo rivoluzionario di Cuba»). Nessuna preoccupata analisi, neppure di fronte alla repressione delle manifestazioni di piazza a Cuba, arriva dagli intellettuali che invece, in questi anni, hanno lanciato continui allarmi sul pericolo di derive antidemocratiche in Europa. Lo scandalo è una legge anti-Lgbt di Orbàn, ma guai a dire che a Cuba c'è una dittatura comunista. Paolo Bracalini

Paolo Manzo per "il Giornale" il 19 aprile 2021. «Raúl soffre di un cancro all' esofago e al retto». Eravamo stati i primi a scriverlo in Italia lo scorso ottobre: Raúl Castro ha un cancro che gli impedisce di continuare al potere. La nostra fonte era stata Nelson Bocaranda, autorevole giornalista venezuelano che già aveva fatto uno scoop mondiale, dando per primo la notizia del tumore di Hugo Chávez curato in gran segreto proprio all' Avana. Adesso la diagnosi esatta arriva dal quotidiano spagnolo ABC, che ieri ha spiegato in prima pagina perché all' ottavo congresso del partito comunista cubano che si conclude oggi è stato deciso di pensionare il fratello di Fidel. Una scelta obbligata più che dalla voglia di cambiamento dal fatto che Raúl sta molto male. Come nel caso di Bocaranda anche per il navigato giornalista Alexis Rodríguez, che guida la redazione esteri di ABC, le fonti sono interne all' apparato militare del regime cubano e, probabilmente, saranno smentite o ignorate dal neoleader del partito unico comunista dell' isola, il presidente Miguel Diaz-Canel, che punta invece a far passare la narrativa del «rinnovamento nella continuità». Nei nuovi dettagli rivelati dallo scoop di Rodriguez, Raúl soffre anche di «diarrea cronica». Inoltre, deve combattere contro «una cirrosi epatica causata dalla sua vecchia dipendenza dall' alcol». Ma soprattutto «le forti medicine che gli sono somministrate gli provocano perdita di memoria ed assenze mentali frequenti. Sintomi compatibili anche con una malattia neurogenerativa». Altri dettagli sulla gravità di Raúl. All' ultimo dei Castro al potere è stato fatto di recente un abboccamento chirurgico tra colon e parete addominale (colostomia) per permettere al contenuto fecale di fuoriuscire attraverso una via alternativa a quella naturale. L' ex presidente trascorre «la maggior parte del suo tempo nella sua casa natale di Birán, nella provincia di Holguín, nell' est del paese». Inoltre, quando ha crisi di salute, come quella del 20 ottobre scorso quando ne ebbe una terribile, viene trasferito all' Avana per essere assistito al meglio presso il Cimeq, il Centro di ricerca medica chirurgica, un gioiello della sanità cubana. Ma soprattutto un' istituzione dipendente dai ministero dell' Interno dove non manca nulla, nonostante la gravissima crisi economica, sanitaria ed alimentare che invece soffre «el pueblo» sull' isola. Una crisi aggravata dal crollo degli aiuti da un Venezuela in crisi umanitaria (e messo da Chavez e Maduro al servizio del castrismo) dalla pandemia e dall' inflazione alle stelle causate dalla riforma monetaria di inizio gennaio. Oggi la situazione all' Avana è forse persino peggiore di quella vissuta nel «periodo speciale» degli anni 90, dopo il crollo del muro di Berlino e la fine dell' Urss. Una situazione difficile, cui si aggiungono le proteste crescenti di strada. E con una lotta per la successione del potere destinata a durare. Da un lato il figlio di Raúl, Alejandro, che controlla gli Interni, il ministero delle Forze armate ed il G2, l' intelligence cubana. Dall' altro il suo ex genero (aveva sposato una figlia di Raúl), il generale López-Calleja, che controlla Gaesa, il gruppo statale d' impresa che si intasca l' 80% del Pil cubano e da cui si deve passare per fare business all' Avana. Lotta il cui esito Raúl difficilmente potrà vedere. «Raúl Castro sarebbe molto grave per un cancro terminale», scriveva già su Twitter il 13 ottobre Bocaranda. Ora ABC aggiunge i particolari ma, allora come adesso, a seguire l' ultimo dei Castro al potere all' Avana durante le sue crisi, sempre più frequenti, c' è sempre la sua adorata figlia Mariela.

Sara Gandolfi per il "Corriere della Sera" il 14 aprile 2021. A Cuba finisce l'era Castro, 62 anni dopo l'ingresso trionfale dei barbudos all'Avana. L'89enne Raúl va in pensione e lascia ufficialmente la politica. L'annuncio è programmato per venerdì, all'apertura dell'VIII Congresso del Partito Comunista, quando Raúl l'eterno secondo, rimasto il più possibile nell'ombra perfino dopo esser rimasto solo al comando, si dimetterà dalla presidenza del Pcc, tre anni dopo aver lasciato quella dello Stato. E se Raúl non è mai stato carismatico e onnipresente quanto il fratello maggiore e «líder máximo» Fidel - «non mi piace comparire in pubblico, eccetto quando è necessario», ammise una volta - l'uomo che ha da tempo preso le redini del Paese, il sessantenne Miguel Díaz-Canel, lo è ancor meno. È il successore designato pure ai vertici del partito, ma tra i giocatori di domino nel Parque Central de la Habana Vieja - uno dei pochi luoghi di libera discussione sui segreti movimenti di Palazzo - gira voce che potrebbe scattare nei prossimi mesi una lotta per la leadership. O farsi più dura la repressione del dissenso, per allontanare ogni illusione di «de-castrizzazione». Chi si aspetta aperture democratiche dalla nuova nomenklatura, che non ha mai combattuto sulla Sierra e in gran parte non era neppure nata quando la Revolución trionfò nel 1959, resterà quindi probabilmente deluso. Come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, a Cuba tutto cambia perché nulla cambi. #SomosContinuidad è l'ultimo hashtag inventato da Díaz-Canel, che usa spesso Twitter e YouTube. Dopo l'auto-pensionamento dell'ormai malato Fidel, nel 2008, e ancor più dopo la sua morte a novembre 2016, a Cuba sono in effetti successe molte cose. Raúl ha permesso l'uso dei cellulari e dei computer: oggi quasi il 60% dei cubani ha accesso a Internet, benché la linea resti debole. Ha abolito i visti di uscita per l'estero, ha riallacciato le relazioni diplomatiche con gli Usa e stretto la mano a Barack Obama dandogli il benvenuto all'Avana. Soprattutto, ha dato il via alla liberalizzazione economica, autorizzando la piccola imprenditoria privata e spalancando le frontiere agli investimenti stranieri e perfino alle sfilate di moda sul Malecón. Non c'era alternativa, dopo la caduta dell'Urss. Ma «non sono stato scelto per far tornare il capitalismo a Cuba», aveva avvertito Raúl nel 2013, annunciando le tappe del suo graduale pensionamento: «Sono stato eletto per difendere e continuare a perfezionare il socialismo». A lui, leader del «socialismo attualizzato», va dato atto di aver gestito con sapienza il fragile mix di riforme economiche e dirigismo di Stato, dando una spallata alla gerontocrazia. Sembrava pure vicino all'allentamento delle sanzioni Usa, ma con Trump la distensione s'è fermata. Vedremo cosa accadrà con Biden, che ha chiarito di non considerare Cuba «una priorità». Quest'anno il governo di Díaz-Canel ha avviato nuove riforme, aprendo ancor più ai privati. Ma la repressione contro il dissenso interno non si è affievolita. Anzi. Il Pcc ha promesso pugno di ferro contro «la sovversione politico-ideologica» sui social - preoccupato, pare, anche del successo del video musicale «Patria y vida», un reggaeton che fa il verso all'iconico «Patria y muerte» di Fidel Castro - mentre la polizia ha affrontato con durezza le recenti proteste di artisti e intellettuali riuniti nel Movimiento de San Isidro. Qualcuno vede ancora lo zampino di Raúl, che certo non finirà in plan pijama, come si definisce sull'isola chi subisce le purghe politiche. La sua influenza resterà forte. Semmai è probabile una graduale de-militarizzazione del regime, per far fronte alla crescente crisi economica dovuta all'embargo e alla pandemia, che ha fermato turismo e rimesse dall'estero. Buona parte delle 280 sanzioni imposte da Trump ha preso di mira proprio le società gestite dai generali. Se passeranno in mano ai civili, per aggirare le sanzioni, cambieranno anche gli equilibri. Forse non basterà a placare i nervosismi. La riforma monetaria di gennaio ha fatto schizzare l'inflazione, alcuni beni sono aumentati del 500% e il rialzo del salario minimo non ne ha compensato gli effetti. Fuori dai negozi sono tornate le code; la popolazione sbuffa e ascolta «Patria y Vida».

La svolta di Cuba: via libere alle imprese private. La Repubblica il 6 febbraio 2021. L'annuncio della ministra del Lavoro Marta Elena Feito: "L'elenco delle industrie autorizzate è passato da 127 a più di 2.000". Cuba ha annunciato che consentirà alle imprese private di operare nella maggior parte dei settori, in quella che è una grande riforma della sua economia controllata dallo Stato. La ministra del Lavoro Marta Elena Feito ha detto che l'elenco delle industrie autorizzate è passato da 127 a più di 2.000. “Solo una minoranza di industrie resta di Stato”, ha detto. L'economia del paese è stata duramente colpita dalla pandemia e dalle sanzioni statunitensi introdotte dall'amministrazione Trump. L'anno scorso la sua economia si è ridotta dell'11% - il peggior calo in quasi tre decenni – e i cubani hanno dovuto affrontare carenze di beni di prima necessità. "Che il lavoro privato continui a svilupparsi, è l'obiettivo di questa riforma", ha affermato Feito. “Questa mossa aiuterà a liberare le forze produttive" del settore privato. Oltre a centinaia di migliaia di piccole aziende agricole, il settore non statale di Cuba è composto principalmente da piccole imprese private gestite da artigiani, tassisti e commercianti. Circa 600.000 persone, circa il 13% della forza lavoro, sono entrate nel settore privato quando se ne è presentata l'opportunità. Tuttavia, un gran numero di imprese private sono coinvolte nell'industria turistica dell'isola, che è stata duramente colpita dalla pandemia e dalle sanzioni.

Cuba si arrende alla crisi. Sì alle aziende private (ma si sospetta un bluff). La riforma storica annunciata da "Granma" Vera apertura o solo una lusinga per Biden? Paolo Manzo, Lunedì 08/02/2021 su Il Giornale. Annuncio shock del regime cubano: da oggi le attività economiche consentite alle imprese private passano da 127 a oltre 2mila, mentre solo una minoranza (124, le più strategiche) rimangono sotto il controllo della dittatura. L'ammissione della superiorità del capitalismo sul comunismo, o il tentativo di passare ad un modello «alla cinese»? Difficile rispondere ma, di certo, la riforma annunciata dal quotidiano di regime Granma è stata un passo obbligato, viste le proteste che sull'isola crescono ogni giorno e data l'esasperazione di una popolazione martoriata dalle restrizioni per il Covid19 e da un'inflazione mai vista prima in 62 anni di regime comunista. Già, perché oltre alla pandemia che ha distrutto il turismo - principale fonte di introiti in dollari della dittatura - dal 1° gennaio di quest'anno il presidente Diaz-Canel ha unificato le due monete presenti sull'isola da quasi 30 anni. Il peso cubano è così tornato a essere la sola valuta nazionale mentre quello convertibile (1 a 1 con il dollaro), il cosiddetto CUC creato negli anni Novanta, è stato eliminato. Quando Fidel lo aveva introdotto aveva detto, «il CUC seppellirà l'egemonia del dollaro». La realtà, come al solito, è stata diversa e la morte del peso convertibile l'ennesimo fallimento economico della revolución sta già causando sconquassi, con un'inflazione che in un mese ha già dimezzato il potere d'acquisto del 90 per cento dei cubani, ossia di tutti quelli senza accesso ai dollari. «Che il lavoro privato continui a svilupparsi è l'obiettivo della riforma», ha detto ieri il ministro del Lavoro cubano, Marta Elena Feito. La mossa, nelle sue intenzioni, «aiuta a liberare le forze più produttive» del settore privato. I risultati sono però tutti da vedere, anche perché già 13 anni fa l'ex presidente Raúl Castro aveva aperto al settore privato, promettendo libertà d'impresa ai lavoratori autonomi (i cosiddetti cuentapropistas) ma, in realtà, da allora il regime ha messo loro più i bastoni tra le ruote, con multe e abusi, che concedere libertà di intraprendere. Alcuni esperti, come il corrispondente della Bbc all'Avana Will Grant, affermano che la riforma di oggi apre in modo essenziale quasi tutta l'attività economica dell'isola a una qualche forma d'impresa privata. «Rappresenta un bel colpo per quelle famiglie che nutrono speranze di far crescere le loro piccole attività in imprese di medie dimensioni», sostiene il giornalista. Di tutt'altro avviso chi a Cuba ci sta da quando è nato, lottando per la libertà, come José Daniel Ferrer, leader dell'Unpacu, la principale associazione di resistenza dal basso al castrismo, oggi appoggiata da un numero crescente di contadini. «Questo circolo vizioso lo conosciamo bene: quando sono con le spalle al muro aprono un po' sulle questioni economiche ma, quando poi escono dai guai, tornano a chiudere». Il vero busillis per lui è che «finché non ci sarà un quadro giuridico che garantisca i diritti degli imprenditori e protegga i loro interessi, finché non avremo tribunali indipendenti e imparziali, finché i dirigenti (di partito, ndr), la polizia e gli ispettori deprederanno lavoratori autonomi e popolo, niente migliorerà». Per Ferrer è indubbio che «l'intenzione è quella di far innamorare il neopresidente degli Stati Uniti Joe Biden con una presunta apertura economica interna, ma l'unico obiettivo è che gli Usa eliminino le sanzioni e aprano il flusso delle rimesse, dei voli e dei viaggiatori, che poi è la formula che piace ai comunisti: farsi mantenere al potere dai soldi del capitalismo».

·        Quei razzisti come i canadesi.

Sara Gandolfi per il "Corriere della Sera" il 28 giugno 2021. Bruciano le chiese cattoliche nelle terre delle Prime nazioni in Canada. A pochi giorni dal ritrovamento di altre centinaia di tombe nei pressi di una delle famigerate Scuole residenziali per indigeni, gestite dalla Chiesa Cattolica fino al 1969, sono già quattro gli edifici di culto dati alle fiamme all' interno dei territori delle comunità native nella provincia di British Columbia. Sabato mattina il fuoco ha raso al suolo la St. Ann e la Chopaka Church (Lower Similkameen Indian Band). Lunedì, in concomitanza con la Giornata nazionale dei popoli indigeni, ne erano bruciate altre due, a Penticton e Oliver (Sud Okanagan). Non ci sono feriti e, per il momento, non sono stati compiuti arresti, ha dichiarato un portavoce delle Giubbe Rosse, l'iconica polizia reale a cavallo che sta conducendo le indagini, ma pare evidente il collegamento con le recenti macabre scoperte in due ex collegi cattolici. Giovedì scorso, nei pressi della Marieval Indian Residential School erano state ritrovate le salme di ben 751 corpi, in gran parte bambini, ultimo tassello di uno scandalo che ha scioccato il Canada ed è diventato sempre più difficile da ignorare per papa Francesco, che a inizio giugno aveva espresso «dolore» per quanto accaduto. L'ex scuola di Marieval, nel Saskatchewan orientale, rimase attiva per 98 anni, sino alla chiusura nel 1997. Gli scavi erano cominciati a maggio, su iniziativa della comunità dei Cowessess, subito dopo la scoperta dei resti di 215 bambini vicino a quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, il più grande istituto della rete di collegi istituita dal governo canadese nel 1863 e amministrata fino al 1969 dalle Chiese (cattolica e anglicana), dove venivano «educati» alla cultura bianca dominante i bambini e gli adolescenti delle comunità indigene più remote. Più di 150.000 giovanissimi, perlopiù Inuit o Metis, a volte di appena 2-3 anni, furono prelevati con la forza dalle proprie case, separati dalle famiglie e trasferiti a migliaia di chilometri di distanza. La maggior parte non rivedeva i genitori per anni, molti non sono mai più tornati. «Le scuse formali del Papa aiuterebbero i sopravvissuti a iniziare il viaggio della riconciliazione», ha detto in un'intervista al Corriere la direttrice esecutiva del National Centre for Truth and Reconciliation, Stephanie Scott, secondo cui i morti potrebbero essere oltre 6.000. I bambini soccombevano per la tubercolosi o altre malattie a causa delle pessime condizioni igieniche in cui erano costretti a vivere. Nel 2015 la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, istituita in Canada sette anni prima, dopo aver ascoltato migliaia di testimonianze equiparò la politica di assimilazione delle Residential Schools ad un «genocidio culturale». Il 50% delle denunce riguardava forme gravi di abuso fisico e sessuale. Casi di stupro ripetuti, che nella gran parte dei casi hanno portato alla distruzione psicologica della vittima e hanno poi avuto un impatto di lunghissimo periodo: incapacità di stabilire relazioni interpersonali, psicosi, alcolismo, disoccupazione, incapacità di essere buoni genitori. Dopo la scoperta dei resti umani di Kamloops sono stati avviati scavi in tutto il Canada con l'assistenza delle autorità governative. E presto lo scandalo potrebbe estendersi agli Stati Uniti, il cui ministro degli Interni ha di recente annunciato l'apertura di un'inchiesta sulla travagliata eredità dei collegi per i nativi americani, «con particolare attenzione ai cimiteri o ai potenziali luoghi di sepoltura». Venerdì scorso il premier canadese Justin Trudeau si è scusato «per i terribili errori» compiuti dallo Stato e ha invitato papa Francesco a fare lo stesso, incontrando le Prime nazioni in Canada: «Ho parlato personalmente con Sua Santità per insistere su quanto sia importante non solo che si scusi ma che lo faccia con gli indigeni canadesi sul suolo canadese», ha detto. Il vescovo di Montreal, monsignor Christian Lépine, in una lettera aperta ha parlato di «un lato oscuro della storia rispetto al quale nessun uomo, donna, credente o no, può giustamente rimanere indifferente». Ma i nativi americani insistono anche che vengano al più presto resi pubblici tutti gli archivi delle scuole residenziali. All' esterno di quella che un tempo fu la Marieval Residential School i membri della comunità Cowesses hanno eretto un tepee - la tradizionale tenda conica con pelli e corteccia di betulla - per la preghiera e posizionato 751 luci a energia solare per illuminare le tombe anonime dei bambini mai tornati a casa.

Canada, trovati resti di oltre 700 persone nel sito di una ex scuola. La Repubblica il 24 giugno 2021. Si tratta soprattutto di bambini nativi. La macabra scoperta nella provincia di Saskatchewan, meno di un mese dopo il ritrovamento dei corpi di 215 minori nella British Columbia. Nuova terribile scoperta in Canada: nel sito di una ex scuola nella provincia occidentale di Saskatchewan sono stati trovati i resti di 751 persone, in gran parte bambini nativi. La notizia è stata data da un gruppo indigeno meno di un mese dopo il ritrovamento dei corpi di 215 bambini a Kamloops, nella British Columbia, vicino a un'altra delle scuole fondate a fine Ottocento dal governo canadese e gestite dalla Chiesa cattolica. "Abbiamo cominciato i rilevamenti il 2 giugno e alla data di ieri abbiamo trovato 751 tombe anonime", ha reso noto Cadmus Delorme, capo della comunità Cowessess, durante una conferenza stampa. "Non è una fossa comune - ha precisato - si tratta di tombe senza nomi". Fino agli anni Novanta del secondo scorso circa 150mila bambini indigeni furono portati con la forza in 139 pensionati in tutto il Paese, strappati alle loro famiglie di origine e alla loro cultura. Secondo una commissione d'inchiesta, molti di loro hanno subìto maltrattamenti e abusi sessuali e oltre quattromila sono morti. All'inizio di giugno papa Francesco è intervenuto sulla prima scoperta esprimendo il proprio dolore ed esortando le autorità politiche e religiose del Canada a continuare "a collaborare con determinazione per fare luce su quella triste vicenda e impegnarsi umilmente in un cammino di riconciliazione e guarigione". Il premier canadese, Justin Trudeau, ha detto che il Paese deve riconoscere il suo passato di razzismo contro le popolazioni indigene per "costruire un futuro migliore", dopo la macabra scoperta di oltre 750 tombe, in un ex pensionato cattolico per bambini indigeni, nella provincia di Saskatchewan, nell'Ovest del Paese. Si tratta di un "vergognoso ricordo del sistematico razzismo, discriminazione e ingiustizia che le popolazioni indigene hanno affrontato, e continuano ad affrontare, in questo Paese", ha denunciato Trudeau, riferendosi sia alla scoperta di Saskatchewan che a quella simile fatta nella provincia della Colombia britannica, dove il mese scorso era stata rinvenuta una fossa comune con i resti di 215 bambini indigeni nei terreni di una ex scuola cattolica. "Insieme dobbiamo ammettere questa verità, imparare dal nostro passato e camminare il sentiero condiviso della riconciliazione", ha detto Trudeau, "in modo da costruire un futuro migliore".

E' il secondo caso in un mese. In Canada trovati i resti di oltre 700 persone in una ex scuola cattolica “per indigeni”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 24 Giugno 2021. Sono di 761 persone, principalmente bambini, i resti senza nome trovati nel sito di un’ex scuola residenziale per bambini nativi in Canada. La scoperta drammatica è stata riferita da un gruppo indigeno locale a un mese dal primo ritrovamento dei resti di 215 bambini in un’altra scuola. I corpi sono stati scoperti presso la Marieval Indian Residential School, che ha operato dal 1899 al 1997, dove ora si trova Cowessess, a circa 87 miglia a est di Regina, la capitale del Saskatchewan. Il capo della Federazione delle prime nazioni indigene sovrane Bobby Cameron ha detto di aspettarsi che verranno trovate più tombe nei terreni delle scuole residenziali in tutto il Canada. “Questo è stato un crimine contro l’umanità, un assalto alle Prime Nazioni”, ha aggiunto, sottolineando che “non ci fermeremo finché non avremo trovato tutti i corpi”. Cadmus Delorme, capo della comunità indigena canadese Cowessess, ha detto che un tempo le tombe erano contrassegnate, ma coloro che gestivano la scuola rimuovevano le lapidi. La Cowessess e la Federation of Sovereign Indigenous First Nations, che rappresenta le First Nations del Saskatchewan, avevano dichiarato il giorno prima che “il numero di tombe senza nome sarà il più significativo fino ad oggi in Canada”. Come già accennato, il mese scorso i resti di 215 bambini, alcuni di appena 3 anni, sono stati trovati sepolti nel sito di quella che un tempo era la più grande scuola residenziale indigena del Canada vicino a Kamloops, nella Columbia Britannica. L’ennesima notizia devastante per il Paese, col premier canadese Justin Trudeau che ha sottolineato come il Paese debba riconoscere il suo passato di razzismo contro le popolazioni indigene per “costruire un futuro migliore”. Per Trudeau si tratta di un “vergognoso ricordo del sistematico razzismo, discriminazione e ingiustizia che le popolazioni indigene hanno affrontato, e continuano ad affrontare, in questo Paese”. Insieme, ha continuato il primo ministro canadese “dobbiamo prendere atto di questa realtà, imparare dal nostro passato e imboccare il percorso condiviso della riconciliazione, in modo da costruire un futuro migliore”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

La scoperta choc: fossa con i corpi di 751 bambini. Novella Toloni il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. L'agghiacciante ritrovamento è avvenuto durante gli scavi nell'ex collegio di Marieva. Solo un mese fa, a Kamloops, nella British Columbia, erano stati dissotterrati i cadaveri di 215 bambini. Il Canada si risveglia con un'altra macabra scoperta: decine di cadaveri di bambini ritrovati nei pressi di una scuola cattolica. Dopo il ritrovamento di un mese fa dei corpi di 215 bimbi, sotterrati nei terreni adiacenti alla Kamloops Indian Residential School, altri 751 cadaveri - in gran parte di bambini - sono stati dissotterrati dai giardini dell'ex collegio di Marieva. Lo riporta la Cbc canadese. Si tratta della seconda scuola cattolica - dove negli anni '80 e '90 i bambini nativi americani veniva mandati per integrarli alla cultura locale - dove sono stati ritrovati i cadaveri di minori sotterrati nei giardini circostanti agli edifici. Un orrore che da oltre un mese sta scuotendo una nazione intera, riportando a galla sconcertanti avvenimenti consumatisi nei decenni passati in Canada, nella provincia occidentale del Saskatchewan. A maggio la terra aveva restituito alla luce i corpi senza vita di 215 bambini, sotterrati nei pressi della Kamloops Indian Residential School, in British Columbia. Il ritrovamento ha dato il via a tutta una serie di indagini, che hanno portato a nuovi scavi nei pressi di un'altra ex scuola cattolica canadese, la Marieval Indian Residential School di Saskatchewan. Qui, grazie all'utilizzo dei radar, sono stati dissotterrati i cadaveri di oltre settecento persone, tra adulti e bambini nativi americani. La notizia è stata ufficializzata con un comunicato dalle comunità indigene della Federation of Sovereign Indigenous First Nations, che hanno spiegato come questi istituti facessero parte di una rete di scuole, attive dagli anni '70, fondate dal governo canadese e amministrate dalle Chiese cattoliche. Queste scuole accoglievano i figli degli indigeni sottraendoli alla loro cultura per educarli a quella canadese. Come riporta la Cbc locale, si tratterebbe di tombe non contrassegnate e non fosse comuni come era stato segnalato inizialmente. A confermarlo è stato il capo della federazione First Nation, Cadmus Delorme: "Questo non è un sito di fosse comuni. Queste sono tombe senza nome". Il ritrovamento rimane comunque sconcertante e drammatico. Dietro alla sepoltura dei corpi ci sarebbe, infatti, un mistero legato forse ad abusi e orrori. Per Delorme ai cadaveri verrà dato un nome nei prossimi mesi e i siti dove sono stati scoperti i resti saranno trattati "come una scena del crimine". Il capo della FSIN, ente dei nativi americani, ha detto inoltre che per loro si tratta di "crimine contro l'umanità" e che i ritrovamenti sono solo l'inizio di un rastrellamento a tappeto di "ogni sito del Saskatchewan - scuole, sanatori e altri luoghi simili - per identificare possibili vittime sotterrate in luoghi".

Novella Toloni. Toscana Doc, 40 anni, cresco con il mito di "Piccole Donne" e del personaggio di Jo, inguaribile scrittrice devota a carta, penna e macchina da scrivere. Amo cucinare, viaggiare e non smetterò mai di sfogliare riviste perché amo le pagine che scorrono tra le dita. Appassionata di social media, curiosa per natura, il mio motto è "Vivi e lascia vivere", perché non c’è niente di più bello delle cose frivole e leggere che distolgono l’attenzione dai problemi

Luigi Gelpa per "il Giornale" il 23 giugno 2021. In fiamme due edifici religiosi nei territori dei nativi. La polizia: «Possibile rappresaglia» Esattamente dopo un mese dal macabro ritrovamento, in una fossa comune in Canada, dei resti di 215 bambini in una scuola per indigeni, due chiese sono state incendiate. Gli episodi sarebbero collegati tra loro e gli investigatori, pur con cautela, parlano di «possibile rappresaglia». Gli edifici religiosi, come riporta la Bbc, sono stati dati alle fiamme lunedì. La polizia nazionale sta indagando sui roghi avvenuti nella British Columbia, ed è già riuscita a stabilire l'azione dolosa. I due edifici, rispettivamente del Sacro Cuore e di San Gregorio, sono stati letteralmente rasi al suolo dalle fiamme. Erano stati edificati più di un secolo fa e sorgevano a meno di 50 chilometri di distanza l'uno dall'altro, nelle riserve di Penticton Indian Band e di Osoyoos Indian Band. Non sembrerebbe trattarsi per nulla di una coincidenza, considerando la giornata particolare in cui si sono sviluppati gli incendi: lunedì, infatti si celebrava il giorno nazionale dedicato alle popolazioni indigene. Sull'episodio si è espresso il capo dei vigili locali della regione Bob Graham. L'uomo ha spiegato che osservando la scena e l'ambiente circostante «si evince che sia stata utilizzato un acceleratore liquido. Sono elementi che ci portano a pensare che gli incendi siano dolosi e per altro preparati con cura». Come accennato, tutto farebbe pensare all'agghiacciante scoperta di un mese fa. Un episodio che ha scosso l'opinione pubblica e creato tensioni tra i rappresentanti della Prima Nazione (gli indigeni) e i coloni, riaprendo così la pagina di uno dei capitoli più tristi della storia del Paese guidato ora da Justin Trudeau. Il premier ha definito i ritrovamenti dei resti «una fase di cui dobbiamo provare vergogna». Negli anni Settanta e Ottanta i bambini venivano strappati alle loro famiglie dal governo e dalle autorità religiose affinché venissero avviati all'educazione bianca, quasi sempre in istituti gestiti dalla Chiesa. Nel giardino di una di queste scuole, la «Kamloops Indian Residential», è stata rinvenuta con l'aiuto di un radar la fossa comune. I rappresentanti della Prima Nazione stanno lavorando con gli specialisti forensi per stabilire le cause e il periodo dei decessi. Non sarà un lavoro facile, perché i bambini scomparsi sono morti senza documenti e molti di loro non avevano compiuto tre anni. Il governo canadese sta tentando in qualche modo di placare gli animi. Il ministro degli Interni, Lawrance MacAulay, ha ribadito che «sarà fatta giustizia e che deve comunque prevalere su qualsiasi forma di vendetta». Purtroppo la fossa comune ha esacerbato gli animi degli indigeni, che già da tempo avevano denunciato il genocidio culturale perpetrato dai canadesi. «Hanno prelevato con brutalità i bambini dalle loro famiglie nelle riserve, esponendoli a condizioni atroci - racconta Roberta Joseph, rappresentante di uno dei gruppi di Prima Nazione - li hanno condotti in centri sovraffollati dove soffrivano il freddo e la fame ed erano vittime di epidemie. Molti di loro sono morti di tubercolosi, altri mentre tentavano la fuga, a volte aggrediti e sbranati da cani da guardia». Il premier Trudeau ha fatto sapere che stanzierà un ulteriore budget di cinque miliardi di dollari per migliorare la vita delle popolazioni indigene, in particolare l'educazione, le condizioni delle abitazioni, la salute dei bambini e la qualità dell'acqua nelle comunità. Sperando che la situazione torni alla normalità.

Sara Gandolfi per il Corriere della Sera il 31 maggio 2021. Il Canada torna a fare i conti con quello che il suo premier, Justin Trudeau, definisce «il capitolo più vergognoso della nostra storia». Un periodo di omertà generalizzata. Tutti sapevano, perché in ogni provincia dello Stato nordamericano, nel secolo scorso, operavano le «scuole residenziali», gestite dalle Chiese cristiane. Il governo di Ottawa sosteneva che fosse il miglior sistema per integrare «gli indigeni». I bambini venivano strappati alle loro famiglie fin da piccolissimi, per essere avviati «all'educazione bianca». Nel giardino di una di queste scuole, la Kamloops Indian Residential School, in British Columbia, è stata scoperta una fossa comune con i resti di 215 bambini. I resti sono stati trovati con l'aiuto di un radar e ora i leader delle Prime Nazioni, come sono oggi chiamati gli abitanti originari del Canada, sono al lavoro con gli specialisti forensi per stabilire le cause e il periodo dei decessi. «Sono morti senza documenti, alcuni avevano appena tre anni», ha detto Rosanne Casimir, capo della comunità Tk'emlups te Secwépemc. La Kamloops Indian Residential School era la più grande scuola del «sistema residenziale». Aperta dalla Chiesa cattolica nel 1890, negli anni Cinquanta contava 500 studenti. Nel 1969, il governo di Ottawa ne prese la gestione fino alla sua chiusura definitiva, nove anni dopo. In totale, tra il 1863 e il 1998, si stima che più di 150.000 bambini indigeni vennero prelevati con la forza per essere chiusi in questi istituti, dove era loro vietato parlare la lingua o praticare la cultura delle proprie comunità, spesso a migliaia di chilometri di distanza dai genitori, che non vedevano per anni, a volte mai più. Una commissione istituita nel 2008 ha rivelato che un gran numero di bambini indigeni non è tornato a casa. Il rapporto «Verità e riconciliazione», pubblicato nel 2015, ha definito tale sistema come un «genocidio culturale». Tredici anni fa, il governo canadese ha chiesto scusa ai sopravvissuti e a tutte le Prime Nazioni sul suo territorio. I vertici della Chiesa cattolica non l'hanno mai fatto. Nel 2018, il Papa dichiarò di non essere intenzionato a chiedere perdono, nonostante l'invito formale di Trudeau. La Conferenza episcopale in una lettera ai nativi spiegò che Francesco riteneva di «non poter rispondere personalmente» alla richiesta da loro avanzata, ma incoraggiava i vescovi locali a proseguire il «cammino di riconciliazione e solidarietà». Il 50% delle denunce presentate alla Commissione per la Verità riguardava forme gravi di abuso fisico e sessuale. Casi di stupro ripetuti, che nella gran parte dei casi hanno portato alla distruzione psicologica della vittima e hanno avuto un impatto di lunghissimo periodo: incapacità di stabilire relazioni interpersonali, psicosi, alcolismo, disoccupazione, incapacità di essere buoni genitori. In alcune comunità il tasso di suicidi è ancora oggi il più alto al mondo, sedici volte superiore alla media del Canada. E, finora, sono stati identificati più di 4.100 bambini deceduti mentre frequentavano una scuola residenziale. La soppressione o sottomissione degli indigeni seguiva una strategia precisa: prima colonia di cui Gran Bretagna e Francia sfruttavano le risorse, poi Stato nato intorno al mito del «territorio vergine» da popolare, il Canada impedì a chi abitava quelle terre da secoli di partecipare alla costruzione del Paese: nessun diritto di voto, divieto di assembramento per più di tre persone, rimozione forzata dalle terre e dei propri figli.

Sara Gandolfi per il “Corriere della Sera” il 29 maggio 2021. «Agli uomini e alle donne che sono stati portati nei campi di prigionia o in prigione senza accusa, alle persone che non sono più con noi per ascoltare queste scuse.... ai figli e ai nipoti che hanno portato la vergogna e il dolore di una generazione passata, e alla loro comunità, che ha dato tanto al nostro Paese, ci dispiace». Con queste parole il premier canadese Justin Trudeau, giovedì alla Camera dei Comuni, ha rivolto le scuse formali agli italo-canadesi internati durante la Seconda guerra mondiale nel Paese. «Erano imprenditori, lavoratori e medici. Erano padri, figli e amici - ha detto Trudeau -. Una volta arrivati in un campo, non c'era durata della pena. A volte, l'internamento è continuato per alcuni mesi. A volte, per anni. Ma gli impatti, quelli sono durati una vita». Ha aggiunto che il Canada era nel giusto ad opporsi al regime italiano che si schierava con la Germania nazista, ma fu un errore trasformare «gli italocanadesi rispettosi della legge in un capro espiatorio». «È ora di fare ammenda», ha concluso in francese. Nel 1939 al ministro della Giustizia canadese fu conferito il potere di internare, sequestrare proprietà e limitare le attività dei residenti nati in Stati che erano in guerra con il Canada, con l'intento di proteggere il Paese da tentativi di sabotaggio o sovversione. A farne le spese furono soprattutto i giapponesi. Dopo che Mussolini strinse l'alleanza con Hitler, circa 600 italo-canadesi vennero chiusi nei campi d'internamento, quattro donne finirono in carcere e circa 31.000 altri italo-canadesi furono dichiarati «alieni nemici», provocando maltrattamenti e discriminazioni. Nel porgere le scuse, il premier ha raccontato la storia di un uomo, Giuseppe Visocchi, arrestato nell'estate del 1940 durante un matrimonio a Montreal. La polizia disse alla sua famiglia che sarebbe tornato subito. Fu invece mandato in un campo di prigionieri di guerra a Petawawa, costretto ad indossare un'uniforme con un numero sul retro che lo contrassegnava come internato. Sono passati due anni prima che potesse tornare alla sua casa. «Questa non è la storia di un solo uomo, o di una sola famiglia», ha detto il primo ministro Trudeau. Quindi ha concluso ringraziando chi è rimasto, nonostante tutto. «Gli internati e le loro famiglie hanno mostrato la via: integrità, solidarietà, fede e lealtà al Canada. Per questo, il nostro Paese è loro grato». Oggi sono 1,6 milioni i canadesi di origine italiana - una delle più grandi diaspore italiane nel mondo - anche se molti sono discendenti da immigrati giunti in Nord America dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Pur non giustificando i campi di prigionia, alcuni storici criticano la lettura un po' troppo semplicistica di quanto avvenuto in quegli anni, ricordando che molti degli internati facevano propaganda attiva per il fascismo. Positivo invece il commento a caldo degli esponenti della comunità italo-canadese. Come James Malizia, ex vice-commissario per la sicurezza nazionale della Polizia reale canadese a cavallo, il cui nonno venne internato per tre anni: «È un momento di guarigione, le famiglie sono state finalmente ascoltate dopo essere state messe a tacere per molti anni», ha detto in un'intervista a CTV News Channel.

·        Quei razzisti come gli statunitensi.

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera” il 16 dicembre 2021. O.J. Simpson chiude il conto con la giustizia americana. Da ieri è tornato un uomo completamente libero. La Commissione penale del Nevada ha interrotto il periodo di libertà vigilata che sarebbe scaduto il 9 febbraio 2022. Il condannato più famoso d'America, hanno dichiarato i commissari, «si è comportato in modo esemplare» dal 1 ottobre 2017, quando uscì dal penitenziario del Nevada, dopo nove anni di reclusione. L'ex star del football ed ex attore era stato riconosciuto colpevole per rapina a mano armata, sequestro di persona e altri dieci capi di imputazione. Era il 2008. Il momento più buio. Aveva 61 anni e davanti a sé 33 anni in prigione. Eppure Simpson continuò a firmare autografi fino all'ultimo momento utile. Anche oggi, a 74 anni, mantiene un suo pubblico. Vive a Las Vegas, gioca a golf, commenta regolarmente le partite di football su Twitter, a beneficio di 896 mila follower. Il «caso Simpson» ci racconta qualcosa di unico sulla società americana, sulle sue contraddizioni, le sue fisime. Di norma gli ex carcerati, specie se afroamericani, faticano a scrollarsi di dosso lo stigma della condanna. Evidentemente la celebrità, qualunque sia la sua origine, rende possibili le eccezioni. Simpson diventò una star planetaria, quando fu accusato di aver ucciso l'ex moglie Nicole Brown e l'amico Ron Goldman. Restano nella storia della televisione le immagini della fuga del giocatore, su una Ford bianca, inseguito da decine di auto della polizia. Orenthal James, O.J., voleva suicidarsi, ma fu arrestato quando rientrò nella sua casa di Las Vegas. Era il 17 giugno del 1994. Uscì indenne dal processo, assistito dall'avvocato Robert Kardashian, il padre di Kim. Fu assolto dopo un dibattimento durato tredici mesi e trasmesso in diretta tv: uno spettacolo che appassionò gli americani e che segnò gli anni Novanta. In seguito, pero, Simpson fu condannato, in una causa civile, a versare 33,5 milioni di dollari ai familiari delle vittime. Cosa che non ha mai fatto. Simpson si mise nei guai tredici anni dopo, nel settembre del 2007. Con l'aiuto di quattro complici fece irruzione nella camera d'albergo occupata da due collezionisti di cimeli sportivi. O.J. si difese, sostenendo che aveva organizzato la spedizione per recuperare «oggetti di sua proprietà». Alcuni ricordi della sua strepitosa carriera. Nato in un quartiere di case popolari a San Francisco, aveva frequentato la «University of Southern California». Nel 1968 era stato il miglior giocatore del torneo universitario nazionale. Nel 1972 approdò al campionato della Nfl, la lega dei professionisti. Per quattro anni fu la stella assoluta, con la maglia dei «Buffalo Bills». Lasciato lo sport, si dedicò al cinema, con risultati decisamente meno brillanti. Ha recitato, tra l'altro, nella serie televisiva «Una pallottola spuntata». Ora Simpson è in cerca di rivincite e, soprattutto, di soldi. Il suo avvocato, Malcolm LaVergne, ha sapere che chiederà 60 milioni come risarcimento per«le ingiuste cause giudiziarie subite». O.J. Simpson vive con le pensioni della Nfl e del sindacato attori.

Dagospia il 21 dicembre 2021. Da “La Zanzara - Radio24”.

D: Signora Reade, lei ha detto di essere stata molestata sessualmente da Joe Biden, attuale presidente degli Stati Uniti d’America 

Sì, ero parte del suo staff, ho lavorato per Joe Biden nel suo staff del Senato dal 1992 al 1993 e, quando ho lavorato lì, mi ha aggredito sessualmente. 

D:Quando è successo esattamente

Nel 1993, mi è stato chiesto di portargli la borsa della palestra e quando l’ho incontrato a Capitol Hill, mi ha spinto contro il muro e mi ha infilato le dita dentro, senza il mio permesso. 

D: E’ successo solo una volta?

Mi molestava sessualmente (“sexual harrassment”), nel senso che mi metteva le mani sulle spalla e nei capelli, ma la violenza è avvenuta solo una volta, quando mi ha spinto contro il muro, mi ha baciato, aveva le mani dentro la mia camicia e sotto la mia gonna 

D: Lei ha detto di essere stata penetrata con le dita, cosa accadde concretamente?

Sì, gli stavo porgendo la borsa della palestra, ha iniziato a baciarmi, chiedendomi di andare da qualche altra parte, ha detto che voleva scoparmi e poi ha messo le dita dentro di me. Ho cercato di allontanarmi da lui, ed ero scossa perché è stato tutto all'improvviso, non me l'aspettavo. Ed era il mio capo, aveva l'età di mio padre. E non volevo. 

D: La cosa è finita con quell’episodio?

Sì. E quello che è accaduto dopo è stato emotivamente forte per me perché avevo tanta paura. Sapevo che, dicendogli di no, la mia carriera sarebbe finita. 

D: Ed è quello che è successo?

Sì, dopo mi ha detto: e dai, pensavo ti piacessi. Poi ha agitato un dito, me lo ha puntato contro e mi ha detto: tu non sei niente per me, non sei niente. 

D: Perché non l’ha denunciato subito, ma solo dopo la sua candidatura alla presidenza? Questo lascia perplessi…

Per una serie di ragioni. Ho provato a farmi avanti nel 1993. Ho fatto una denuncia per molestie sessuali all’interno dello staff di Biden, ma un membro dello stesso staff mi disse: "Ti distruggeremo, cazzo". 

Avevo vent’anni, mi hanno messo a tacere. Poi quando altre sette donne si sono fatte avanti nel 2019, prima che Joe Biden fosse candidato ufficialmente alla Presidenza, mi sono fatta avanti anch’io, pensando che il movimento ‘Me Too’ mi avrebbe aiutato 

D: E invece?

No, loro stanno con i Democratici, con l’élite democratica

D: Lei ha votato per Trump alle ultime elezioni?

No, non sono mai stata una Repubblicana, sono sempre stata per i Democratici in tutta la mia vita da adulta. Ho lavorato per i Democratici, con Panetta e poi con Joe Biden. Ero una Democratica. 

Quando ho raccontato la verità su Biden loro hanno vissuto questa cosa come un tradimento. E hanno tentato di distruggere la mia vita 

D: Ripeto. Personalmente ho dei dubbi sulle denunce fatte tanti anni dopo i fatti. Lo stesso Biden ha chiesto scusa per alcuni atteggiamenti verso le donne

Biden non mi ha mai chiesto scusa e non è mai stato indagato.  Le sue scuse non hanno nulla a che fare con lo stupro. E comunque ho provato a denunciare nel 1993 e sono stata bloccata. Ho seguito il protocollo interno per gli uffici, ci sono dei files, dei documenti, ma Joe Biden non li renderà mai noti

D: Perché all’epoca non andò dalla polizia?

Mia madre mi ha pregato di andare alla polizia, ma avevo troppa paura. Avevo paura di quello che sarebbe successo se fossi andata in Polizia, perché succedono brutte cose alle donne che cercano di farsi avanti. Quindi ho cercato di stare attenta e sono passata prima attraverso il protocollo. 

D: Cosa c’è di nuovo oggi, si potrebbe riaprire il caso contro Biden?

Sì, potrebbe esserci un'indagine del Congresso, perché ora è emersa la corruzione di Cuomo e che Cuomo aveva parlato con Biden, lo staff di Cuomo avrebbero chiesto a Biden consigli su come  distruggere le vittime di molestie, ora è stato tutto reso pubblico dal procuratore generale. Quindi, se i Repubblicani vinceranno, potrebbe esserci un'indagine del Congresso 

D: Oltre al suo racconto che prove ci sono?

L’ho detto all'epoca dei fatti, c'è la denuncia per molestie sessuali che ho presentato ed è abbastanza per giustificare un'indagine. Non so quali saranno gli esiti, ovviamente, finché non ci sarà l’indagine, ma penso che permetterebbe ad altre donne di farsi avanti. E so che oltre alle sette che si sono fatte avanti, ce ne sono altre due che hanno paura di farsi avanti

D: Dunque lei considera Biden un molestatore seriale?

Secondo me Joe Biden è un predatore. Per la mia esperienza con lui. È la mia opinione. Ma ciò che è più preoccupante è che il Partito Democratico sta proteggendo i predatori: Clinton, Epstein, Cuomo, Biden. 

E incolpano i Repubblicani di tutto, e anche i Repubblicani hanno i loro problemi, come Trump. Ma quello che sta succedendo con i Democratici è che sventolano la bandiera del "Me Too", che è ipocrita perché protegge l'élite 

D: Però si tratta sempre della sua parola contro quella del Presidente, per fatti avvenuti tanti anni fa…Non c’è nulla di accertato

Ascoltate bene. Io volevo davvero, ero molto seria sulla mia carriera quando avevo vent'anni…volevo lavorare con Joe Biden e lo vedevo con rispetto. 

È stato scioccante vedere la mia vita distrutta...ed è stata distrutta... la mia carriera, non una, non due, ma ha distrutto la mia vita altre volte quando ho cercato di parlare.

Mi hanno chiamato “agente russo”, perché avevo detto pubblicamente che sostenevo la leadership russa di Vladimir Putin e non sostenevo la xenofobia. E ho detto che doveva esserci equilibrio nel mondo. E hanno usato questa contro di me, ma molto semplicemente non è vero: non sono un agente russo, sono un’americana che lavorava per il Governo americano, e che ci credeva (Piange, ndr) 

D: Come considera Joe Biden come uomo?

Penso che sia un predatore bugiardo, un misogino, che si è dimostrato una specie di razzista che si nasconde dietro le sue risorse e i suoi soldi. 

Non so perché lo sostengano, a questo punto è l’ombra di un uomo e ha problemi nel tenere in ordine il suo cervello. In ogni caso secondo me non credo che debba essere consentito a un predatore sessuale, a qualcuno che ha aggredito sessualmente qualcuno, di essere il leader del Paese

D: Lei davvero pensa che possa essere incriminato?

Non si tratta di incriminare Joe Biden. Si tratta di non avere stivali a schiacciare la gola. Le donne devono poter parlare quando succede loro qualcosa senza che la loro carriera sia rovinata. 

Ciò che proprio non va è che quell'aggressione è avvenuta, è stato un episodio isolato, traumatico. Ma rimetterci la mia carriera solo perché ho detto la verità, ecco questa è un’infamia.

D: Ogni tanto lei ripensa alle dita di Biden dentro di lei?

Oh, questa è una buona domanda. Perché, per molto tempo, ho cercato di non pensarci affatto. E poi, quando mi sono fatta avanti e l'ho raccontato, ho ricominciato ad avere gli incubi. Incubi con lui che mi afferra. E mi costringe. 

E ricordo il dolore delle mie ginocchia, di quando mi aprì le gambe con il ginocchio contro le mie rotule. E quindi, sì, ho ancora gli incubi. E di recente mi hanno minacciato via mail di spedirmi in prigione. Mi accusano di essere una spia russa. E questo è spaventoso, perché, sai, molta gente può pensare che io sia una traditrice

D: Grazie, signora Reade. Ci può ripetere bene in conclusione quello che avvenne nel 1993 nei corridoi del parlamento americano?

Lui mi metteva le mani sulle spalle, mi massaggiava le spalle, mi metteva le mani nei miei capelli. Una cosa molto strana, era il mio capo e non avevo mai parlato con lui... 

Un giorno mentre gli riportavo una borsa nei corridoi di Capitol Hill, all’improvviso mi ha spinto contro un muro, con il ginocchio mi ha allargato le gambe…è successo tutto all’improvviso…diceva che voleva scoparmi, di andare in un posto privato, mi ha infilato le mani sotto la camicetta e sotto la gonna…mi ha messo un dito dentro la vagina. Io non lo volevo, non lo volevo, ero molto spaventata e ho cercato di liberarmi

D: Continui…

“Quello stesso dito me lo ha puntato contro, quando l’ho rifiutato, e mi ha detto: tu non sei niente per me, non sei niente. E in quel momento il mondo si è chiuso dietro di me, sapevo che stava andando tutto a rotoli e che la mia carriera sarebbe finita. 

Non è stato solo l’assalto a essere orribile, è stato il tutto. Mi ricordo il freddo del muro, il suo odore, sapeva di lavasecco. L'ultima cosa che mi ricordo è che mi ha cinto le spalle col braccio dicendomi "va tutto bene", e poi se n’è andato via senza nemmeno guardare indietro. Io mi sono seduta sulle scale, tremavo e le mie gambe non reggevano. 

Ero molto spaventata. Quando sono arrivata a casa mia madre mi ha detto di andare dalla polizia ma io non volevo, ero troppo spaventata. E’ stata una delle cose peggiori che sono successe nella mia vita

Luigi Guelpa per "il Giornale" il 23 dicembre 2021. Un anno fa, proprio di questi tempi, Wang Zhi Gang, a capo del dicastero scientifico, aveva dichiarato al comitato centrale del partito comunista cinese che il suo Paese avrebbe compiuto notevoli sforzi per l'autosufficienza di scienza e tecnologia, «perché non possiamo affidarci all'estero per le tecnologie chiave». Purtroppo era solo propaganda, perché la Cina si definisce autonoma, ma non rinuncia agli accordi sottobanco e alle attività di spionaggio pur di raggiungere risultati sempre più eclatanti nell'innovazione. Il caso Charles Lieber è l'esempio lampante di quanto Pechino investa illecitamente nel mondo accademico americano nel tentativo di rubare informazioni confidenziali e tecnologiche dalle aziende Usa e persino dal governo federale. Ieri, dopo quasi tre ore di camera di consiglio, la corte federale ha dichiarato il 62enne Lieber, uno dei maggiori ricercatori degli Usa e capo del dipartimento di chimica di Harvard, colpevole di aver mentito al suo Paese. Studioso della sintesi della nano-materia e in odor di Nobel, aveva preso parte a un programma finanziato dal governo cinese per attrarre i più importanti scienziati stranieri. Lieber, finito in manette il 28 gennaio 2020, aveva aderito al Thousand Talents Program (il Ttp, avviato nel 2008 e tuttora attivo), un discusso programma del governo cinese per finanziare accademici stranieri. Era stato pagato profumatamente per stabilire un laboratorio di ricerca alla Wuhan University of Technology, ma ha nascosto l'affiliazione alle agenzie di sovvenzione statunitensi. Nei tre anni in cui ha collaborato al piano, Lieber ha guadagnato 50mila dollari al mese, più 150mila per coprire le spese e 1,5 milioni di finanziamento per l'attività di laboratorio tra Harvard e quello di Wuhan, famoso per la possibile diffusione del Covid. Mantenere legami con un'università cinese e partecipare al Ttp non è illegale negli Stati Uniti. Nel 2018 però l'amministrazione Trump lanciò un'operazione, la China Initiative, per controllare in maniera più stringente questi rapporti: di fatto, costrinse decine di scienziati di alto profilo a dichiarare esplicitamente i propri legami con Pechino. Il caso del professor Lieber (rischia fino a 26 anni di carcere) sembra essere tuttavia la punta di un iceberg: parte da lontano e potrebbe portare all'arresto di altri ricercatori americani. È il secondo procedimento giudiziario contro un accademico a finire in aula. In precedenza ad affrontare un processo con l'accusa di integrità della ricerca toccò al professore dell'Università del Tennessee-Knoxville Anming Hu, prosciolto da ogni accusa per un errore giudiziario. In questo momento ci sono altri cinque casi pendenti nel database governativo. Tant' è che lo scorso settembre centinaia di accademici provenienti da istituzioni tra cui la Stanford University e la Princeton University, avevano firmato una lettera invitando la procura generale che si occupava del caso Lieber a far chiarezza sul Ttp. «L'iniziativa si legge nel testo - si è allontanata dalla sua missione originale, persevera il furto di proprietà intellettuale e sta danneggiando la competitività della ricerca americana». Lieber, in congedo amministrativo retribuito da Harvard, e malato di tumore, gestiva un importante laboratorio specializzato nella costruzione di nanofili di silicio in elettronica, laser e persino una rete neurale che potrebbe essere iniettato come interfaccia cervello-computer.

Michigan, l’antirazzismo si insegna anche a medicina. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 23 dicembre 2021. Negli Usa per diventare medico devi essere “antirazzista”. La facoltà di medicina dell’Università del Michigan ha infatti deciso di insegnare ai propri studenti la discussa e controversa Teorica critica della razza, nata in seno al mondo degli studiosi della New left americana degli anni ’70 e ’80 e ai docenti di diritto e giurisprudenza afroamericani – come il defunto docente di Harvard Derrick Bell o Kimberlé Williams Crenshaw – e diventata oggi uno dei pilastri del politically correct e del pensiero postmodernista diffusosi a macchia d’olio nei campus americani e nei circoli più progressisti d’America. È ciò che ha previsto il Comitato di vigilanza antirazzista della Facoltà di Medicina del Michigan.

Ora l’antirazzismo s’insegna anche a medicina

La decisione di insegnare la Teoria critica della razza, come riporta il documento pubblicato da City Journal, arriva “in risposta a un appello nazionale alla solidarietà contro il razzismo” dopo il quale la facoltà “ha formato l’Anti-Racism Oversight Committee (Aroc)” chiedendo a docenti, personale e studenti “come eliminare il eliminare il razzismo e le disuguaglianze che possono esistere” nell’Università. I membri del comitato sono stati divisi in sei sottocomitati e hanno chiesto sviluppare dei piani d’azione”. Nei mesi scorsi, un gruppo di studenti ha pubblicato una lettera indirizzata ai vertici dell’ateneo chiedendo azioni concrete contro il razzismo. “La correzione di secoli di ingiustizie storiche perpetrate contro la comunità nera”, si legge nella lettera, “richiede un allontanamento radicale da ciò che stiamo facendo attualmente”. La lettera elencava più di una dozzina di richieste. “La Facoltà di medicina del Michigan deve supportare i medici nell’assumere un ruolo attivo negli sforzi di advocacy”, cioè “un ruolo attivo nel sostenere il cambiamento nelle nostre comunità e nel governo”. In particolare, la lettera richiedeva una revisione dei piani studio, aprendo le porte alla Teoria critica della razza.

Il piano d’azione adottato successivamente dalla facoltà esaudisce i desideri degli studenti antirazzisti, prevedendo l’assunzione di esperti esterni e la formazione ai docenti su come insegnare, fra le varie voci, la Teoria critica della razza. I medici del futuro non devono dunque essere “solo” in grado di curare le persone, ma essere militanti altamente politicizzati, ovviamente di sinistra. L’Anti-Racism Action Plan costituisce solo una componente di un progetto più ampio della facoltà di medicina. Nell’ottobre 2020, ad esempio, la facoltà ha pubblicato un piano strategico di 47 pagine su diversità, equità e inclusione, strizzando l’occhio al politicamente corretto e all’ideologi (trans)gender.

L’antirazzismo liberal a scuola e nelle università

È bene sottolineare che l’antirazzismo di oggi non ha nulla a che vedere con gli insegnamenti di Martin Luther King. Come abbiamo già osservato sulle colonne di questa testata, per comprendere appieno il nuovo antirazzismo, dobbiamo ricordare la definizione tradizionale di razzismo: “stereotipizzazione, denigrazione, emarginazione o esclusione delle persone sulla base della razza”. Definizione che ha cambiato radicalmente significato in “emarginazione e/o l’oppressione delle persone di colore basate su una gerarchia razziale socialmente costruita da chi privilegia i bianchi”. Dopo la morte di George Floyd e le proteste di Black Lives Matter, questo modo di pensare e concepire il razzismo ha cominciato a dilagare nei campus universitari, sui media liberal, nell’opinione pubblica, diventando un dogma indiscutibile. L’aspetto centrale di questa nuova concezione di “razzismo” è che non è più neutrale rispetto alla razza. Ora è impossibile, per definizione, che i bianchi siano vittime del razzismo.

Tutto si basa sulla controversa Teoria critica della razza che ora si insegna anche alla Facoltà di medicina del Michigan: tale teoria, come descritta dalla UCLA School of Public Affairs, “riconosce che il razzismo è radicato nel tessuto e nel sistema della società americana. Il razzismo istituzionale è pervasivo nella cultura dominante”. I bianchi, cioè, sono responsabili sin dalla nascita di aver schiavizzato gli afroamericani e devono espiare le loro colpe. I repubblicani si stanno opponendo all’insegnamento dell’antirazzismo militante nelle scuole: come riporta il Washington Times, il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott ha firmato una legge per vietare l’insegnamento della teoria e del progetto 1619 del New York Times, celebre inchiesta del quotidiano che guarda alla storia del Paese mettendo al centro il fenomeno dello schiavismo, arrivando a mettere in discussione la bontà della Costituzione emanata nel 1787.

«È la migliore»: una donna guiderà i poliziotti di New York. Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera il 15 Dicembre 2021. La scelta del sindaco Adams: nera, outsider, ha superato una selezione «brutale». Il nuovo sindaco di New York, Eric Adams, punta su una donna di colore per combattere i criminali che hanno rialzato la testa nella metropoli, per ripristinare un rapporto di fiducia tra agenti e cittadini e per riconquistare il rispetto e l’impegno di un corpo di polizia indispettito e demoralizzato: finito sotto accusa, soprattutto dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, per i metodi a volte brutali usati nei confronti degli afroamericani.

La nomina di Keechant Seawell, 49 anni, 22 dei quali passati nella polizia, è sorprendente. A colpire non è tanto il fatto che sia stata scelta una donna come capo per la prima volta nei 172 anni di storia del Dipartimento, il Nypd, né che la Seawell sia nera. La città ha già avuto altri due capi della polizia afroamericani e Adams ha sempre detto che, se fosse stato eletto, avrebbe scelto una donna, considerata più empatica, per dirigere la polizia. Ma si pensava a un personaggio noto, esperto, con incarichi importanti: si scommetteva su una delle due donne che guidano le polizie di Filadelfia e di Seattle o, restando a New York, su Juanita Holmes capo delle pattuglie della volante che sorvegliano la città.

Invece per guidare un esercito di 36 mila poliziotti che, a New York, è dotato anche di un suo servizio segreto, di unità antiterrorismo e, addirittura, di una forza aerea, il sindaco ha scelto una poliziotta che oggi comanda i 125 detective della contea di Nassau a Long Island, estrema periferia orientale dell’area metropolitana (la zona dell’aeroporto Kennedy). Adams sa di aver fatto una scelta che lo esporrà a critiche se le cose andranno male, ma, prima di decidere, ha esaminato i «papabili» sottoponendoli a varie prove, compresa una finta conferenza stampa in cui al candidato venivano poste domande brutali ipotizzando episodi di terrorismo, sequestri di persona e uccisioni di neri disarmati da parte di poliziotti bianchi.

La Seawell è quella che l’ha convinto di più fino al punto di definirla pubblicamente «la personificazione dell’intelligenza emotiva» quando, ieri mattina, l’ha presentata alla città durante una cerimonia davanti alle Queensbridge Houses, le case popolari di Long Island City, nel Queens, nelle quali Keechant è cresciuta.

È chiaro che Adams, un ex capitano di polizia che ha fatto politica negli ultimi 15 anni diventando anche presidente del borough (quartiere) di Brooklyn, ha puntato su un personaggio che considera capace di ricucire i rapporti, oggi lacerati, tra polizia e cittadini.

Ma la Seawell con la sua vita dedicata al Nypd (non è sposata e non ha figli) non è solo un tipo da pubbliche relazioni: ha fatto i corsi antiterrorismo all’accademia dell’Fbi di Quantico, ha svolto attività di agente sotto copertura ed è capo del team incaricato di negoziare quando vengono presi ostaggi.

La sua sfida principale sarà quella di conquistare il rispetto degli agenti, risollevare il loro morale e convincerli a tornare a fare il loro lavoro in modo efficace ma anche più rispettoso dei cittadini. Compito non facile, visto che da più di un anno gli agenti, offesi per l’ostilità che percepiscono intorno a loro e impauriti, dato che ogni loro intervento viene filmato dai passanti e messo sui social, fanno il meno possibile.

Anche per questo il crimine è di nuovo in ascesa. Il potente sindacato di polizia che, ostile al sindaco uscente De Blasio, aveva invece appoggiato la candidatura di Adams, ha accolto la Seawell con un caloroso messaggio di auguri che contiene, però, un avvertimento implicito: «Speriamo tu abbia successo nello svolgere il secondo incarico più duro di New York: il primo, lo sai, è quello di poliziotto». 

Una donna a capo della polizia di New. York. La storia cambia (e non è un film). E da noi? Maria Latella per leggo.it il 16 dicembre 2021. Così come nelle serie Tv sono donne i capi dei servizi segreti, della polizia e pure della Casa Bianca, così anche la realtà si adegua aggiornando l’ultimo simbolo del maschio da film e telefilm. Finora i capi della polizia di New York erano sempre stati uomini. Prima irlandesi, poi italoamericani, afroamericani in due occasioni. Da gennaio invece e per la prima volta nella sua storia New York avrà una donna al vertice. Donna e afroamericana. La detective Keechant Sewell, già a capo degli agenti della contea di Nassau, assume il ruolo per scelta del nuovo sindaco di New York, Eric Adams, e dovrà vedersela con una metropoli nella quale dopo la pandemia furti, rapine e violenze sono sensibilmente aumentate. Uno degli episodi recenti, l’omicidio di Davide Giri, il ricercatore italiano in forze alla Columbia University, accoltellato ad Amsterdam Avenue nella stessa sera e dallo stesso 25enne Vincent Pinkney che era in libertà vigilata ma evidentemente vigilato fino a un certo punto. Non credo che la scelta della detective Keechant Sewell sia stata fatta in ossequio al politically correct che, per ora soprattutto negli Stati Uniti, impone di far emergere le minoranze. Sarebbe molto rischioso per il sindaco Adams affidare la guida della polizia a un capo selezionato più per “titoli” che per capacità. La sicurezza per chi vive, lavora, studia a New York è troppo importante così come lo è per la reputazione della città nel mondo. Non a caso il New York Times scrive che la decisione assunta è la scelta più importante tra quelle che il nuovo sindaco è chiamato a fare. Keechant Sewell dunque dev’essere proprio in gamba e deve averlo dimostrato sia quando ha lavorato alla Narcotici sia per le sue qualità di negoziatrice in casi di ostaggi sotto sequestro. Un altro baluardo dell’eroe cinematografico par eccellence, icona del machismo, viene dunque a cadere. Nei film, come nella vita, i capi della polizia sono sempre stati maschi, dall’ispettore Ginko a caccia di Diabolik al commissario Maigret. Ora invece la polizia di New York risponderà a una donna e sarà interessante vedere come la nuova boss saprà gestire da un lato la diffidenza di una parte della popolazione afroamericana e dall’altro l’inquietudine delle stesse forze dell’ordine, messe sotto accusa dopo il caso Boyd. Resta il fatto che ora gli USA hanno donne al vertice della Casa Bianca (Kamala Harris), al vertice della CIA (Avril Haines), al vertice del Tesoro (Janet Yellen) e ora al vertice della polizia dì New York. Quelle ai vertici in Europa non se la stanno cavando male e infatti una nuova competitor, Valerie Pecresse, si è aggiunta al gruppo dei candidati all’Eliseo. In Italia? No, da noi si parla si parla, ma alla fine il potere resta saldamente maschile. Come si vede dai segretari di partito. Di donna ce n’è una sola: Giorgia Meloni. 

Carlo Nicolato per "Libero quotidiano" il 20 giugno 2021. L'ultimo della lista in ordine cronologico è proprio quello della città più grande e popolosa degli Stati Uniti, ovvero New York. Eric Adams, 61 anni ed ex poliziotto, è il secondo sindaco afroamericano della Grande Mela. Il primo fu David Dinkins in altri tempi, tra il 1990 e il 1993, quando la questione razziale era sì certamente uno dei maggiori problemi americani, e sfoggiare un sindaco di colore per i democratici era magari ritenuta una scelta coraggiosa e una medaglia al valor politico, ma non era ancora un sacro, quanto ipocrita dovere. Tale invece sembra ormai diventato in tempi di "risveglio" (Woke) e Black Lives Matter, tanto che quasi non vi è città tra le maggiori, quasi tutti in mano ai Dem, che non abbia il suo bel sindaco di colore, anche se poi la maggior parte dei suoi collaboratori e colleghi di partito sono bianchi. Niente di sbagliato o di male ovviamente, ma è quantomeno singolare, e puzza pure un po' di populismo, sì proprio basso populismo, visto e considerato che fino a prova contraria gli afroamericani rappresentano il 12,7% della popolazione americana, e ad esempio tale accortezza non viene concessa ai latino-americani che sono oltre il 17% della popolazione e in costante crescita. Le quote nere dunque sono andate ben oltre le statistiche soprattutto là dove conta e fa fare più bella figura. Oltre a New York, infatti, non poteva che essere nera, donna e perfino Lgtbqi dichiarata, il sindaco della roccaforte Dem per eccellenza, che è anche la terza città più grande d'America, ovvero Chicago. Lori Lightfoot peraltro non sta vivendo il suo periodo migliore alla guida della capitale dell'Illinois, tra litigi con i suoi collaboratori, cali di popolarità tra gli elettori (sotto il 40% di approvazione) e per ultimo il discusso accordo da quasi tre milioni di dollari che il comune ha concesso ad Anjanette Young, una donna di colore che ha fatto causa all'Amministrazione dopo che la polizia è entrata in casa sua per sbaglio mentre disgraziatamente si trovava nuda. Le donne di colore vanno per la maggiore, nella logica "Woke" nero e donna vale di più di semplicemente nero, e così negli ultimi anni oltre a Chicago le candidate afroamericane Dem si sono prese anche altre delle principali città degli Stati Uniti.

RIPENSAMENTI Come San Francisco ad esempio, dove nel 2018 si è imposta la 47enne London Breed che di sé ha fatto parlare quando dopo le rivolte Blm dello scorso anno aveva annunciato un taglio di 120 milioni di dollari alla polizia della sua città, salvo fare marcia indietro qualche giorno fa, annunciando «più risorse per combattere il crimine dilagante». Muriel Bowser, 49 anni, sindaco di Washington DC, è una delle veterane in questo gruppo. Eletta nel 2014, confermata 2108, dopo l'uccisione di George Floyd ha fatto scrivere "Black Lives Matter Plaza" in giallo a caratteri cubitali lungo la 16a Strada che incrocia Pennsylvania Avenue proprio di fronte all'ingresso della Casa Bianca. 

«TERRORISTI» Nera e donna è anche LaToya Cantrell, 49 anni, sindaco di New Orleans, e pure la 65enne Sharon Weston Broome, prima cittadina della vicina Baton Rouge. Sarà probabilmente confermata il prossimo anno anche l'afroamericana Vi Lyles, 69 anni, attuale sindaco di Charlotte, mentre a St. Louis si è appena imposta la 49enne democratica Tishaura Jones, ovviamente nera. Nera è anche il sindaco di Boston uscente Kim Janey, 56 anni, ora sostituita dalla candidata democratica di origini cinesi Michelle Wu. Atlanta, città a maggioranza afroamericana, non poteva che avere un primo cittadino della stessa etnia: lo è il nuovo sindaco Andre Dickens, 47 anni, e lo era quello uscente, Keisha Lance Bottoms, 51 anni, contestata duramente lo scorso anno per aver chiamato «anarchici e terroristi» i manifestanti Blm che devastavano la sua città. Le texane Houston e Dallas invece non sono due città a maggioranza afroamericana come Atlanta, ma vantano ugualmente due sindaci neri, entrambi Democratici. Si tratta del 67enne Sylvester Turner e del 46 enne Eric Johnson, considerato ex astro nascente dei Dem che ha però recentemente accusato il partito di aver un grosso problema razziale, «come un gorilla di 800 libbre nella stanza che tutti fingono di non vedere». Nero, e gay dichiarato, pure il giovane sindaco di San Diego Todd Gloria, 43 anni. Alla conta delle città californiane manca Los Angeles, la seconda città più grande degli Stati Uniti. Attualmente il mayor è un bianco, il cinquantenne Democratico Eric Garcetti, ma ci sono buone probabilità che il prossimo anno lasci il passo alla nuova candidata Dem, la 68enne deputata afroamericana Karen Bass. Ai caucasici americani, come amano definirsi da quelle parti, non resta dunque che chiedere le "quote bianche".

Flavio Pompetti per “Il Messaggero” il 19 giugno 2021. Stato d'emergenza a San Francisco. La sindaca Democratica e progressista London Breed ha deciso che l'unico modo per affrontare la crisi di morti da overdose che colpisce il quartiere Tenderloin è sospendere lo stato di diritto, e autorizzare la polizia a lottare contro il crimine con scorciatoie e procedure abbreviate. Misure straordinarie, ancora più sorprendenti in quanto sono decise da una giovane rappresentante dell'ala più liberal del partito democratico, nella città notoriamente più tollerante e permissiva degli Stati Uniti. Misure dovute, dopo i 700 decessi da droga registrati l'anno scorso, e probabilmente pareggiati dal totale del 2021. La crisi delle morti da eroina, fentanil e oppiacei di provenienza legale non si ferma alle porte della città californiana: poche settimane fa il totale delle morti per overdose da droghe su scala nazionale ha superato il tetto di 100.000 unità, il doppio rispetto ai 50.000 di tre anni prima. Gli Stati Uniti sono il primo consumatore al mondo di droghe pesanti. Il Fentanil proveniente dalla Cina ammazza quotidianamente almeno cento persone nelle grandi città, mentre le periferie sono inondate dalla metanfetamina prodotta in Messico. A questo volume di veleni si aggiunge poi un altissimo numero di ignari pazienti, ai quali i medici hanno prescritto per anni antidolorifici a base di oppio solo recentemente banditi dal commercio, e che hanno creato milioni di dipendenti. Tenderloin è stato sempre un quartiere problematico per la polizia cittadina a San Francisco. Lo stesso nome, che indica un taglio del sottopancia di un bovino, pare che sia stato coniato per descrivere il cuore delle viscere purulente del tessuto urbano. È da sempre il quartiere dei reietti, dei paria sociali, dei senzatetto. Nemmeno l'ondata di estrema ricchezza che ha investito la città con l'invasione delle dot com all'inizio del secolo è riuscita a sanare il contrasto dickensiano tra la ricchezza del margine settentrionale di Union Square, quello meridionale dell'area municipale, e la sacca di povertà cronica che affligge Tenderloin in mezzo ai due confini. La disparità si è forse aggravata nei tempi in cui l'immobiliare del resto del piccolo centro urbano saliva alle stelle, sotto la spinta dei lauti salari dei lavoratori di Silicon Valley. Ed è stato forse l'altrettanta improvvisa ritirata della stessa superclasse di lavoratori, risucchiati dallo spostamento delle aziende digitali dalla California verso il Texas e il New Mexico, ad esporre una piaga che nell'ultimo decennio era stata seppellita sotto il peso dei dollari. D'improvviso la fatiscenza di alcuni palazzi del quartiere è venuta a galla, così come la rabbia del resto dei cittadini di fronte ai tanti baraccati che vivono per le strade, la cui presenza in tempi di Covid minaccia la salute pubblica. Non appena il consiglio comunale avrà ratificato la decisione della sindaca, la polizia avrà il potere, per un periodo di novanta giorni, di ignorare alcune delle procedure di arresto che garantiscono il rispetto dei diritti delle persone sospette. Potrà organizzare retate e portare a giudizio in tempi abbreviati i mercanti di droga. Breed non nasconde che lo scopo finale è ripulire le strade dalla presenza dei tanti abitanti della città che dormono sui marciapiedi, e che spesso campano di piccoli crimini per andare avanti. Questa popolazione di derelitti è anche la più fragile e permeabile al mercato della droga pesante, e la sindaca ritiene che senza una rimozione totale, il problema delle overdose non sarà mai risolto. Non è la prima volta che un tale proposito viene annunciato in una delle grandi metropoli degli Usa. La sorpresa è che avvenga nella liberal San Francisco piuttosto che in una città amministrata da un sindaco conservatore. Se l'intervento dovesse avere successo e ridurre il volume dei reati, c'è una lunga lista di centri urbani amministrati dai democratici (Chicago, Baltimora, Washington, New York) che soffrono degli stessi problemi, e che potrebbero essere tentati di seguire l'esempio della città californiana.

Gian Micalessin per "il Giornale" il 20 giugno 2021. Tre di notte del 19 luglio 2016. Un'unità delle forze speciali americane segue una colonna in fuga da Manbij, una città siriana occupata dall'Isis a nord-est di Aleppo. Quando la colonna raggiunge il villaggio di Tokhar e si accampa attorno ad un gruppo di case sull'Eufrate i «berretti verdi» ordinano l'intervento di droni e aerei per colpire la presunta «area di sosta» del Califfato. In pochi minuti missili e bombe trasformano il villaggio in una distesa di rovine e cadaveri. Un primo rapporto parla di 85 militanti dell'Isis uccisi. La verità è ben diversa. Dalle rovine di Tokhar emergono i corpi di 125 civili, tra cui molte donne e bambini, in fuga da Mambij proprio per evitare i bombardamenti della coalizione. Ma tragedia di Tokhar non è un caso isolato. Come rivela la prima parte di un'inchiesta pubblicata ieri dal New York Times centinaia degli oltre 50mila raid aerei messi a segno in Afghanistan, Iraq e Siria hanno colpito bersagli sbagliati causando migliaia di vittime innocenti. È il lato oscuro e segreto di una guerra assai più sporca di quella che il Presidente Barack Obama definì «la più precisa campagna aerea della storia». Tutto inizia nel 2009. Proprio mentre riceve il Nobel per la Pace Obama ordina un cambio di strategia rivolto a risparmiare le vite dei propri soldati. E così mentre le missioni terrestri si riducono al minimo si moltiplicano, invece, i raid di droni e aerei armati di sofisticati ordigni intelligenti. Quella scelta spinge Obama a vantarsi di aver minimizzato le perdite di civili innocenti. In verità la nuova strategia, adottata poi anche dai suoi successori, nasconde una verità addomesticata venduta all'opinione pubblica grazie alla sistematica archiviazione delle prove in grado di smentirla. Ma il lato più indigeribile di quell'orrore sono le ragioni che lo rendono possibile. Non una serie di inesplicabili e imprevedibili errori, ma bensì la sistematica faciloneria, negligenza e superficialità con cui vengono approvati raid. Raid in cui la millimetrica e devastante precisione di droni e bombe intelligenti contribuisce non ad eliminare il vero nemico, ma a far strage di bambini, donne e padri di famiglia. Ora il Pentagono si giustifica attribuendo gli errori a quella «nebbia della guerra» che ottenebra le valutazioni di chi sta sul campo spingendolo ad agire in fretta pur di sventare le minacce nemiche. Ma a condannare le direttive politiche di Obama e l'operato dei militari contribuiscono gli oltre 1300 documenti saltati fuori dagli archivi del Pentagono grazie a una serie di cause legali basate sulla libertà d'informazione avviate dal New York Times. L'indagine, accompagnata da un centinaio ispezioni in Siria e Iraq, inizia dopo la scoperta che l'attacco di un drone condotto a Kabul a fine agosto non ha eliminato un commando dell'Isis pronto a colpire i soldati americani impegnati nell'evacuazione dell'aeroporto, ma bensì una famiglia innocente. Un errore costato le vite di sette bambini e tre adulti innocenti. A quel punto il New York Times chiede di esaminare la documentazione di tutti i raid aerei condotti in Iraq e Siria durante le operazioni contro l'Isis avviate dopo il 2014. Documenti da cui si deduce come «la morte di migliaia di civili molti dei quali bambini» sia figlia di una costante e pervasiva superficialità derivante - scrive il New York Times - da «informazioni d'intelligence imprecise, decisioni precipitose e scelte d'obbiettivi inadeguati». Insomma la banalità dell'orrore sommata a quella dell'errore.

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" il 20 giugno 2021. Migliaia di vittime civili mai ufficialmente riconosciute; cinquantamila e più operazioni militari, lanciate spesso con poca conoscenza dei bersagli ed eseguite con fretta maldestra, a volte con la totale ignoranza della popolazione locale e delle sue abitudini. E mai un processo di revisione di quello che è accaduto. Mai un atto di riflessione e di ricerca delle responsabilità. Il New York Times pubblica un suo rapporto sulle attività del Forze armate statunitensi in Medio Oriente tra il 2014 e il 2018, e il quadro che viene fuori è impietoso. Altro che precisione chirurgica delle armi a disposizione. Altro che guerra al laser, capace di minimizzare l'impatto tra la popolazione. Le guerre combattute negli ultimi anni dalla US Army in Iraq, in Siria e in Afghanistan si sono lasciate dietro una lunga fila di morti inutili.

I DOCUMENTI

Il quotidiano newyorkese ha bussato alla porta degli archivi del Pentagono, grazie alla legge che prevede l'obbligo di garantire accesso ai media. Ha ottenuto 5.400 pagine di documenti finora riservati, che raccolgono 1.311 fascicoli relativi ad altrettante inchieste interne scaturite da denunce di possibili irregolarità negli attacchi che hanno portato a decessi collaterali. L'autorità militare ha preso in considerazione come credibili soltanto 216 tra loro. Su questa base sono partite le indagini interne del quotidiano, la cui direzione ha ordinato quasi cento visite ai luoghi colpiti, per lo più da bombardamenti aerei. Il confronto tra i dati è sufficiente per concludere che i numeri negli archivi del ministero della Difesa degli Stati Uniti sono quasi sempre riportati in difetto, e che i dettagli delle inchieste non corrispondono quasi mai alla memoria della popolazione che ha subito gli attacchi. 

AZIONI ANONIME

Le morti non sono quasi più causate da scontri a terra. A partire dal 2009, dal secondo incremento delle operazioni militari in Afghanistan voluto dal generale Petraeus, la guerra condotta dai marines si è trasformata in azioni anonime, lanciate a sorpresa da droni invisibili. Il passaggio ha subito un'accelerazione durante la campagna militare contro l'auto-proclamato Stato Islamico, a cavallo tra Siria ed Iraq. L'inchiesta del Times rivela che dietro la sorpresa c'è spesso l'improvvisazione. Il racconto si ferma qui, in attesa della pubblicazione della seconda parte del servizio. da parte sua, un portavoce del Pentagono riconosce che gli errori sono possibili, ma assicura che si sta lavorando per migliorare il sistema e che in futuro andrà meglio.