Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

L’ACCOGLIENZA

 

QUARTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Muri.

Schengen e Frontex. L’Abbattimento ed il Controllo dei Muri.

Gli stranieri ci rubano il lavoro?

Quei razzisti come…

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i lussemburghesi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i bulgari.

Quei razzisti come gli inglesi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli etiopi.

Quei razzisti come i liberiani.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i Burkinabè.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come i sudsudanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli emiratini.

Quei razzisti come i dubaiani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come gli azeri.

Quei razzisti come i russi.

 

INDICE TERZA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

La Storia.

L’11 settembre 2001.

Il Complotto.

Le Vittime.

Il Ricordo.

La Cronaca di un’Infamia.

Il Ritiro della Vergogna.

La presa del Potere dei Talebani.

Media e regime.

Il fardello della vergogna.

Un esercito venduto.

Il costo della democrazia esportata.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

Fuga da Kabul. Il Rimpatrio degli stranieri.

L’Economia afgana.

Il Governo Talebano.

Chi sono i talebani.

Chi comanda tra i Talebani.

La Legge Talebana.

La Religione Talebana.

La ricchezza talebana.

Gli amici dei Talebani.

Gli Anti Talebani.

La censura politicamente corretta.

I bambini Afgani.

Gli Lgbtq afghani.

Le donne afgane.

I Terroristi afgani.

I Profughi afgani.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i giapponesi.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come gli australiani. 

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i brasiliani. 

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Olocausto dimenticato. La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Gli olocausti comunisti.

E allora le foibe?

Il Genocidio degli armeni.

Il Genocidio degli Uiguri.

La Shoah dei Rom.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Chi comanda sul mare.

L’Esercito d’Invasione.

La Genesi di un'invasione.

Quelli che …lo Ius Soli.

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Due “Porti”, due Misure.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Tunisia?

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

QUARTA PARTE

 

·        Quei razzisti come gli Afghani.

Fuga da Kabul. Il Rimpatrio degli stranieri.

Afghanistan: truppe statunitensi in arrivo a Kabul. (ANSA il 14 agosto 2021) Stanno arrivando a Kabul le truppe statunitensi con il compito di aiutare personale diplomatico e altri americani a lasciare il Paese, mentre i talebani risultano ancora accampati a una cinquantina di chilometri dalla capitale afghana, probabilmente in attesa del completamento delle evacuazioni dalle ambasciate. Lo riporta la Bbc. Il capo delle Nazioni Unite ha avvertito che la situazione sta andando fuori controllo con conseguenze devastanti per i civili. Finora più di 250.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case e molti di loro si sono concentrati a Kabul, nei parchi o in alloggi di fortuna. L'ambasciata degli Stati Uniti - riportano vari media internazionali, ha invitato il personale a distruggere ogni materiale sensibile presente nelle strutture, inclusi opuscoli e bandiere che potrebbero essere utilizzati per la propaganda. Anche il Regno Unito ha annunciato l'invio di 600 soldati per aiutare l'evacuazione dei cittadini britannici e dell'ex personale afghano. Come la Germania, manterrà aperta l'ambasciata con il personale al minimo. Danimarca e Norvegia stanno invece chiudendo del tutto le loro rappresentanze diplomatiche. 

Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 15 agosto 2021. La procedura è stata avviata la scorsa notte con la distruzione dei documenti classificati. Ieri pomeriggio è stato attivato il ponte aereo per riportare in Italia il personale dell’ambasciata a Kabul e i connazionali che vogliono rientrare. Via il personale diplomatico e i collaboratori, ma si cerca di portare fuori dall’Afghanistan anche le persone indicate dal ministero della Difesa che negli anni hanno collaborato con le nostre autorità, con il contingente e con l’intelligence e adesso devono essere protette dalla vendetta dei Talebani. Per questo è stato deciso che il rilascio dei visti per chi è già stato autorizzato avverrà direttamente a Roma.

I diplomatici. Una nota della Farnesina comunica che «alla luce del deterioramento delle condizioni di sicurezza in Afghanistan, sono state avviate le procedure per predisporre il rientro in Italia del personale dell’ambasciata italiana a Kabul». Si è deciso di lasciare «un presidio dell’ambasciata italiana presso l’aeroporto di Kabul, dove si stanno trasferendo la maggior parte delle altre ambasciate presenti in Afghanistan. Ai 50 dipendenti della Farnesina che hanno finora tenuto aperta la rappresentanza italiana guidata dall’ambasciatore Vittorio Sandalli, si aggiungono circa 30 collaboratori e i loro familiari. Ma anche i carabinieri del Tuscania che si sono occupati della sicurezza della sede.

La mail agli italiani. La situazione è fuori controllo, per questo il ministero degli Esteri ha deciso di rivolgere un appello a tutti gli italiani che si trovano in Afghanistan. Lo ha fatto con una mail trasmessa dall’Unità di crisi: «Facendo seguito agli inviti formulati a lasciare il Paese, le comunichiamo che, visto il grave deterioramento delle condizioni di sicurezza, viene messo a disposizione dei cittadini italiani un volo dell’Aereonautica militare nella giornata di domani 15 agosto (oggi, ndr) alle 21.30 circa dall’aeroporto di Kabul. Le formuliamo l’invito a lasciare il Paese con questo mezzo. La invitiamo a manifestarci immediatamente la sua adesione. Provvederemo a prendere a stretto giro contatto con lei una volta comunicata l’adesione al fine di raccordarci per l’ingresso in aeroporto».

I 4.000 collaboratori. Sono 238 afghani i collaboratori della Difesa già rientrati in Italia. Altri 390 sono a Herat e si sta cercando il modo di trasferirli a Kabul. Il numero di chi in modi e tempi diversi ha dato supporto al contingente — compresi i familiari — sfiora le 4.000 persone. «Non lasceremo soli gli afghani», ha promesso il titolare della Farnesina Luigi Di Maio. Per questo le autorità militari e i rappresentanti dell’intelligence hanno avviato una ricognizione con tutti i nominativi senza escludere di poter effettuare il trasferimento anche passando attraverso altri Stati in modo da garantire loro sicurezza. È l’operazione «Aquila» che prevede diverse fasi di intervento e mira a proteggere coloro che, soltanto per aver lavorato a contatto con i contingenti militari occidentali, potrebbero subire la ritorsione dei talebani.

L’evacuazione. Già nei giorni scorsi l’intelligence italiana aveva inviato un’allerta evidenziando come numerosi Paesi avessero deciso di ridurre o smobilitare le rappresentanze diplomatiche: «Gli Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di rischierare la propria sede presso la struttura militare di Hamid Karzai International Airport, così come il Regno Unito e la Turchia. Giappone, Germania e Canada si preparano a chiudere, mentre Danimarca e Norvegia hanno preannunciato una chiusura “temporanea”. L’abbandono delle sedi da parte di Stati Uniti e Regno Unito indebolirà la sicurezza nella “green zone”, dove insiste anche la sede dell’ambasciata d’Italia». L’ultimo avviso prima della ritirata finale.

Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” il 15 agosto 2021. Alle tre di pomeriggio di ieri, ora afghana, l'ambasciata italiana a Kabul ha iniziato a distruggere i documenti riservati e classificati. È il primo step. Il nostro corpo diplomatico si prepara a lasciare rapidamente l'edificio in Great Massoud Road. L'obiettivo è raggiungere il vicino aeroporto, distante poco più di 5 chilometri. Qui potrebbe proseguire il lavoro dell'ambasciatore Vittorio Sandalli e dei suoi più stretti collaboratori. Intanto stanotte partirà da Kabul un aereo dell'Aeronautica militare per rimpatriare tutti i nostri connazionali che sono stati allertati con una mail dall'ambasciata. Lo scalo è controllato dai turchi. Anche Ankara sta valutando il trasferimento dei diplomatici nell'aeroporto, così come i francesi, gli inglesi e gli americani. «Ci stiamo preparando ad ogni evenienza, anche quella dell'evacuazione. Dobbiamo pensare alla sicurezza del nostro personale», ha spiegato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Lo scenario, in una realtà complessa come Kabul, potrebbe cambiare rapidamente. Basti pensare che fino a giovedì il piano italiano prevedeva lo spostamento del nostro staff nella vicina ambasciata americana. Poi gli Usa hanno deciso di puntare sullo scalo, determinando un cambio di destinazione anche per il nostro Paese. Insomma il modo in cui lasciare la sede, evacuarla e anche dove andare dipendono da come i Talebani entreranno oggi a Kabul. Per esempio, fino a ieri sera, i 5 chilometri di strada che portano dall'ambasciata all'aeroporto erano valutati come sicuri. Già stamattina il quadro potrebbe modificarsi e richiedere, per gli spostamenti, i servizi di scorta dei corpi scelti dell'esercito italiano. Intanto i primi contingenti degli oltre 3.000 soldati americani mobilitati per aiutare ad evacuare l'ambasciata americana di Kabul sono arrivati ieri all'aeroporto. Altri 4.000 marines sono pronti ad intervenire dalle basi nel Golfo. Altre 600 teste di cuoio britanniche sono in arrivo. Si tratta dei militari della 16ma Brigata aerea di assalto. Come confermato dal ministero della Difesa di Londra che prenderà parte all'operazione, che faciliterà anche il trasferimento del personale e gli interpreti afgani loro collaboratori. Sono invece molto complesse le operazioni per portare a Roma gli afghani che hanno lavorato con l'Italia. In patria rischiano la vita, ma chi si trova lontano da Kabul, l'unica città da cui ad oggi si può partire, è in oggettiva difficoltà. Con l'operazione Aquila 1 sono state già evacuate 228 persone, con Aquila 2 sono pronte a partire in 390. Ma la maggior parte di loro si trova ad Herat. La città è in mano ai fondamentalisti islamici e chi ha lavorato con gli occidentali potrebbe essere giustiziato. Per loro l'unica chance è raggiungere nel più breve tempo possibile la capitale del Paese. Ma come fare a spostarsi in un Afghanistan in mano ai Talebani? Stessa situazione che attraversano 335 famiglie che hanno avuto rapporti con il nostro contingente militare (un totale di 2.000 persone). La loro posizione è al vaglio delle autorità italiane, ancora non è stato deciso se potarli a Roma o meno. Tuttavia, anche queste persone, si trovano ad Herat. Più fortunati sono invece i 430 afghani che hanno collaborato con il ministero degli Esteri e la cooperazione italiana. Quasi tutti vivono a Kabul, ad eccezione di una novantina che si trova a Herat. Perciò la rapidità inaspettata dell'evoluzione della situazione è un tema che ha condizionato la nostra strategia sui rimpatri. «I collegamenti con Kabul sono più pericolosi ma la pianificazione è stata modificata e aggiornata ora dopo ora. C'è un impegno massimo per trasportare in Italia chi ha collaborato con noi. Un impegno morale prima che politico. Già in 228 sono giunti in Italia e ora si sta lavorando per accelerare i trasferimenti degli altri, tra cui gli interpreti e i loro familiari. Sono stati amici dell'Italia e li porteremo con noi», promette il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Giuseppe Scarpa

Da "ilmessaggero.it" il 16 agosto 2021. Il livello di disperazione della popolazione afghana dopo la conquista del potere da parte dei talebani traspare bene dalle parole di una giovane ragazza afghana, che ieri ha pubblicato e diffuso online un video. «Non contiamo nulla perché siamo nati in Afghanistan. A nessuno importa di noi, moriremo lentamente nella storia, non è divertente?». Queste le parole della ragazza, pronunciate singhiozzando e piangendo. Non è noto il nome della giovane, ma probabilmente è appartenente alla cosiddetta “generazione Z”, una classe d'età che mai aveva visto in vita loro al potere i talebani e che è cresciuta nell'ormai ex Repubblica afghana. Da ieri invece è stata issata sul palazzo presidenziale la bandiera dei talebani. Dopo la fuga all'estero del presidente Ashraf Ghani, da ieri le milizie islamiste hanno proclamato ufficialmente il nuovo regime, cambiando di fatto nome al Paese. Emirato islamico dell'Afghanistan questa la dicitura ufficiale scelta dai talebani.

Ci sono già state sparatorie, morti e feriti nella capitale, Kabul, ma il pericolo più grande è corso da tutti gli uomini e le donne che negli ultimi due decenni hanno collaborato con la coalizione occidentale. Per loro in queste ore si teme che possano scatenarsi violente rappresaglie.

Le immagini shock: aggrappati agli aerei per fuggire da Kabul. Mauro Indelicato il 16 Agosto 2021 su Il Giornale. L'aeroporto della capitale afghana è stato preso d'assalto nel pomeriggio di domenica dopo l'arrivo dei Talebani in città: in migliaia temono ritorsioni da parte delle milizie islamiste e provano ad imbarcarsi nel primo volo disponibile, ma è caos nello scalo. In migliaia non si fidano degli annunci volti alla “clemenza” da parte dei Talebani. Quando la mattina del 15 agosto le prime avanguardie del movimento islamista hanno raggiunto Kabul, nella capitale afghana si è scatenato il panico. Molte persone hanno iniziato a temere per la propria sorte.

Si tratta soprattutto di collaboratori delle forze occidentali, tra traduttori, interpreti oppure semplici impiegati degli uffici della coalizione internazionale. Il timore per loro è che i Talebani possano avere dei conti in sospeso. Ma oltre ai collaboratori, ci sono altre fasce della popolazione preoccupate dall'avvento repentino degli studenti coranici. A partire dalle donne, quelle che ad esempio negli ultimi anni hanno provato a farsi una propria posizione sociale ed economica indipendente da quella degli uomini. Una circostanza inconcepibile per i Talebani, i quali al contrario vorrebbero tornare ad applicare le regole più rigide della Sharia, la legge islamica. Ci sono poi giornalisti, editori, attivisti e persone che, in generale, hanno provato a dare una sterzata sociale a Kabul in questo ultimo ventennio. Per tutti loro l'unica via di fuga è rappresentata dall'aeroporto. Prendere il primo aereo disponibile per fuggire ed evitare la possibile scure dei Talebani. Il traffico attorno lo scalo di Kabul ieri mattina era bloccato. C'è chi ha proseguito a piedi per chilometri pur di raggiungere il perimetro della struttura. In serata è stato il caos. In migliaia hanno preso d'assalto le scalette degli aerei in partenza, altri si sono assiepati lungo le piste. Una situazione degenerata soprattutto dopo l'annuncio del blocco dei voli commerciali. Dalla capitale afghana partono infatti soltanto aerei militari, gli stessi che stanno permettendo l'evacuazione del personale diplomatico dalle ambasciate occidentali lasciate di fretta e furia nell'ultimo fine settimana. Ma a terra ci sono decine di aerei civili che per gli afghani rappresentano l'ultima speranza per sentirsi al sicuro. Il loro auspicio è che quanto prima possano essere riprogrammati i voli commerciali e quindi andare via. Da Istanbul sono stati attivati diversi ponti aerei visto che la Turchia ha in capo la gestione della sicurezza dell'aeroporto, ma anche in questo caso si tratta soprattutto di voli destinati all'evacuazione di impiegati e diplomatici stranieri. La disperazione ha portato a decine di persone ad aggrapparsi letteralmente agli aerei. Le immagini parlano chiaro: da ora sui social circolano video dove si notano cittadini afghani provare a inseguire velivoli militari Usa lungo la pista, alcuni con le ultime forze rimaste si appoggiano anche ai carrelli degli aerei, un gesto che ben può far comprendere lo stato d'animo di chi sta provando a scappare. Si segnalano anche delle vittime. Almeno 5 secondo diverse fonti locali. Non si comprende se sono persone decedute a seguito della calca tra le piste oppure se si tratta di gente caduta dagli aerei appena decollati. In un video su Twitter si notano persone cadere da un velivolo militare che da poco aveva lasciato la pista dell'aeroporto di Kabul. Scene strazianti che vanno avanti da questa mattina. I Talebani, una volta dentro Kabul, hanno assicurato che chi vuole lasciare il Paese può farlo tranquillamente. Ma gli afghani fuggiti in aeroporto temono si tratti di un bluff. Così come non si fidano degli annunci dei governi occidentali, i quali hanno parlato di ponti aerei attivati per i prossimi giorni e fino a quando lo scalo sarà in sicurezza. Nell'attesa di capire quale sarà il loro destino, le migliaia di persone affluite fin dentro le piste di rullaggio sono in preda al panico. Si cerca un posto dentro un aereo a tutti i costi e per qualsiasi destinazione. Per loro l'importante è non sperimentare su sé stessi le reali intenzioni talebane.

Carlo Verdelli per il “Corriere della Sera” il 17 agosto 2021. È sicuro che non ce la farai, non hai speranze di restare vivo, nessuna. Qualsiasi futuro ti aspetti avrebbe almeno un piccolissimo margine di possibilità. Ma la cosa che stai per fare margini non ne ha, va contro la prima regola iscritta nel codice genetico: conservare la vita a ogni costo, contro ogni evidenza. Eppure sei arrivato a un punto che sta oltre il confine della nostra genetica, un punto nel quale ogni ragionamento o calcolo delle probabilità perdono valore. I fantasmi del presente che ti stanno travolgendo hanno la meglio. E allora ti butti da un grattacielo, sapendo che nessun angelo verrà a prenderti mentre precipiti, oppure ti aggrappi al carrello di un aereo in decollo con la certezza che le tue mani non potranno reggere la furia d'aria che ti costringerà a mollare la presa e a cadere come un sasso che si frantumerà a terra. Karl Marx ha sbagliato quando ha previsto che la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. Nelle immagini che ci ghiacciano gli occhi in queste ore, c'è sì una storia che si ripete: non come farsa, però, ma come replica di tragedia. Le ombre delle persone che si lanciarono dalle Torri Gemelle si sovrappongono plasticamente a quelle dei corpi in caduta libera dalla carlinga di un grande aereo, grande come quelli che sventrarono New York. Appartengono, quei corpi, ai più disperati nella folla dei disperati di Kabul, che la mattina del 16 agosto hanno preso d'assalto l'ultima via di fuga, prima di arrendersi ai nuovi padroni dell'Afghanistan, anzi dell'Emirato islamico dell'Afghanistan, come denominato dai talebani che ne hanno appena conquistato il completo e spaventevole possesso. Mancava poco meno di un mese per rendere perfetta la chiusura di un cerchio tragico: centro di Manhattan, 11 settembre 2001; aeroporto Hamid Karzai di Kabul, 16 agosto 2021. Vent' anni quasi esatti. In principio, l'attentato che apre, sconvolgendolo, il secolo. In coda, adesso, l'atto finale di un pieno di guerre, di morti, di devastazioni, di illusioni, che è andato accumulandosi finendo come in un paradossale gioco dell'oca alla casella di partenza: con gli eredi di Osama Bin Laden, il leader massimo di Al Qaeda, che si riprendono quello che gli Stati Uniti e l'Occidente unito gli aveva sottratto per ritorsione. Tutto il troppo che sta in mezzo tra inizio e fine di questo capitolo sconvolgente del mondo contemporaneo poggia su due piloni lontanissimi tra loro, separati da una distanza incommensurabile, eppure impastati dallo stesso cemento: esseri umani (americani i primi, afghani gli ultimi) che scelgono di morire prendendo sul tempo la morte, anticipandola, ingaggiando una sfida già persa in partenza col destino. Non si sa ancora, e mai si saprà con certezza, quante sono state le persone che, sentendosi perdute, si sono gettate dai piani altissimi dei due grattacieli di New York. Il simbolo di tutte queste vite sospese in eterno è la figura di un signore che precipita a velocità inconcepibile, a testa in giù, una camicia bianca, le mani lungo i fianchi, una gamba ad angolo sull'altra. La foto che lo ferma per sempre è di Richard Drew. Diventa «The falling man», l'uomo che cade, probabilmente dalla Torre Nord del World Trade Center. Forse è un impiegato del ristorante «Windows on the World», finestre sul mondo, centoseiesimo piano, le fiamme che divorano il palazzo sotto di lui, il panico che divora lui, che resterà senza un nome certo. Aveva una famiglia, dei figli, di che età, e quanti anni aveva lui, che bambino era stato, che programmi si era fatto per il suo futuro? La marea di uomini, tutti maschi, che nella Kabul appena caduta corrono come se avessero perso il senso delle cose dietro un enorme U.S. Air Force già in marcia verso il decollo, con quelli più veloci che si arrampicano sui carrelli delle ruote ancora aperti e si avvinghiano come gechi ai minimi appigli della fusoliera, rappresenta già molto di più dell'annuncio delle morti in volo che poi verranno. È la raffigurazione di una specie di tentato suicidio di massa. Lasciarsi qualsiasi cosa alle spalle, compresa la propria casa e la propria vicenda personale, pur di non essere costretti a tornare in quella casa, nella vita ormai data per perduta, vita propria o dei figli, delle figlie, delle mogli, delle madri. Nella folla smarrita che si accalca per scappare disordinatamente da un domani sfigurato, c'è l'epilogo insostenibile, inguardabile, di una guerra dei vent' anni dove l'ultimo atto si ricongiunge al primo, demolendo i pilastri e il ponte su cui questo abnorme spreco di denaro, di vite e di civiltà ci ha fatto credere di reggere. In una delle sue ultime interviste, il 14 maggio a Riccardo Iacona per Presa diretta, il fondatore di Emergency Gino Strada, che proprio in Afghanistan ha strappato decine di migliaia di vite straziate a morti certe, aveva già dato robuste picconate al ponte delle bugie e anche a quello delle illusioni. «Gli americani se ne vanno con una sconfitta, dopo aver speso più di 2 mila miliardi di dollari, e i talebani sono ancora lì. Gli afghani intanto sono più poveri del 2001, hanno avuto 4 milioni di profughi, un quarto della popolazione, più 150 mila morti, in prevalenza civili. Non si è speso per ricostruire un Paese ma per continuare una guerra. A cosa è servito? Zero». Il dottor Strada è morto il 13 agosto. Non ha visto gli afghani precipitare nel blu ma non ne sarebbe stato sorpreso.

Afghanistan, gli "uomini che cadono" dall'aereo Usa peggio dell'11 settembre. Giovanni Sallusti su Libero Quotidiano il 17 agosto 2021. La storia sta in due fotografie accostate, in mezzo vent' anni di dotte analisi che potete gettare al macero. 11 settembre 2001-16 agosto 2021: la storia non è cronologia, due decenni li puoi comprimere fino ad azzerarli, fino a questo contrasto plastico e simultaneo che a prima vista sembra la ripetizione dell'identico. "Falling men" allora nel cuore ipermoderno di Manhattan, "falling men" oggi all'aeroporto scalcinato della scalcinata Kabul, appena tornata sede di un Emirato nazi-islamico. Com' era all'epoca dell'altra istantanea, il giorno dell'attentato, come non è stata per quasi quattro lustri che diventano una parentesi evanescente tra queste due scene così dannatamente uguali nella loro essenza (dis)umana. 

GESTO DI LIBERTÀ - Qualcuno, con le Twin Towers sventrate, scelse un ultimo, paradossale, quasi blasfemo atto di libertà. Il salto volontario nel vuoto, contro le fiamme, le ossa arrostite e schiacciate dall'acciaio sconvolto, contro l'ineluttabilità dell'agonia. Al diavolo, piuttosto salto. Così è un teorema scaturito da una comoda tastiera, ovvio, per quegli uomini, e in particolare l'uomo immortalato dal fotoreporter Richard Drew, fu molto meno, e molto di più, di un ragionamento, fu uno scatto delle membra e dell'anima, fu afferrare l'ultimo granello di autodeterminazione che rimaneva loro: è finita, ma come lo decido io. Oggi, vien da dire, è persino peggio. Oggi non c'è nessuna scelta, nemmeno estrema, al massimo c'è una scelta estrema frustrata, c'è un'ennesima orribile pernacchia del destino di fronte alla disperazione umana, una minuzia agli occhi ipovedenti del Fato tragico (gli antichi Greci, sempre lì siamo, e forse sempre e solo questa minima consapevolezza possiamo opporre alle bestie islamiste ritornanti). Oggi ci sono uomini che tentano l'impossibile, sfidano la logica e la fisica, si aggrappano alle ruote di un aereo militare americano per volare via, più temerari e folli di Icaro, perché l'eventualità di finire di nuovo sotto la sharia dei Talebani addestrati a oppio e Corano non la contemplano neppure, non è vita e probabilmente nemmeno sopravvivenza. E cadono, ovviamente e irreparabilmente, piombano nel vuoto senza neanche la falsa eleganza percepita del "Falling Man" originario, rovinano al suolo insieme alle loro speranze obsolete. Eppure ci sono state, quelle speranze. Un'evidenza inaggirabile, che riapre il fossato tra le due immagini, tra l'allora e l'adesso. La storia non è nemmeno attimo, la storia succede, e in mezzo è successo tutto, fino a tornare al punto di partenza. Anzitutto, è successa la principale conseguenza della prima foto: la guerra al terrorismo dichiarata da George W. Bush e dall'amministrazione Usa (repubblicana, grazie a Dio, figuratevi l'approccio Biden-Obama a condurre il post-11 settembre), una guerra giusta come scandì in beata solitudine Oriana Fallaci, una guerra contro chi aveva travolto la vita del Falling Man originario e di altri 2976 civili americani. Contro la piovra di Al Qaeda, e contro chi la nascondeva, proteggeva e nutriva: il (primo, tocca purtroppo aggiungere oggi) regime talebano. Una guerra vinta, rispetto agli obiettivi iniziali: lo smantellamento della prima base operativa terroristica nel mondo, lo strangolamento nelle caverne di Tora Bora dell'immonda teocrazia dei mullah e infine anche l'uccisione diretta dell'uomo senza cui non ci sarebbe stato il primo scatto di questa pagina: Osama Bin Laden.

L'EQUIVOCO - Una guerra, poi, incredibilmente persa attorno a un equivoco generoso e idealistico, due aggettivi che in geopolitica suonano molto peggio che altrove: costruire in Afghanistan uno Stato di diritto, un pluralismo laico e liberale, perfino un esercito con canoni moderni. Un pericoloso ossimoro, nel Paese degli altopiani sperduti e dei tribalismi atavici, già noto come "tomba degli Imperi". Un tentativo infine irrevocabilmente fallito. Tuttavia, un fallimento non è nulla, è qualcosa. Torniamo lì, all'ovvietà temporale: in mezzo qualcosa è accaduto. In mezzo, ci sono state donne in giro da sole a volto scoperto, ragazze che andavano ogni giorno a scuola, giovani che conoscevano il diritto di discutere, dissentire, perfino ascoltare la musica bandita dai (primi) talebani in quanto aberrazione infedele. Se vi paiono dettagli, è perché non siete quelle donne, quelle ragazze, quei giovani. Agli afghani disperati che hanno preferito la scommessa pazza di appendersi alle ruote di un aereo occidentale non parevano dettagli, evidentemente. Tra queste due fotografie rimbalza una sola certezza, che di nuovo annulla i vent' anni accumulati: dove sta la libertà, e dove sta la barbarie. A dircelo, ancora una volta, dei falling men che precipitando scrivono la storia. 

Il dramma degli afghani: aggrappati ai carrelli dell’aereo per fuggire da Kabul, poi cadono nel vuoto. Le immagini drammatiche dall’aeroporto Hamid Karzai. Marta Serafini su CorriereTv il 16 agosto 2021. Immagini drammatiche che mostrano il caos all’aeroporto di Kabul scattato dopo che la capitale è caduta sotto controllo dei talebani. Centinaia di persone hanno circondato un aereo cargo militare americano con 800 persone a bordo tra personale statunitense e afghano questa mattina mentre si apprestava a iniziare il rullaggio per il decollo dall’aeroporto Hamid Karzai. Decine di civili si sono aggrappati ai carrelli e alla carlinga, a qualunque appiglio: è quanto si vede in un video di pochi secondi trasmesso da alcuni media, fra cui l’agenzia afghana Pajhwok su Twtter. In altre immagini postate in rete dall’agenzia di news afghana Asvaka New da due diverse angolazioni diverse si intravedono i corpi cadere da centinaia di metri dopo il decollo del C-17 della Us Air Force. Scene terribili che richiamano alla memoria il «falling man» delle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001. Questa mattina all’aeroporto di Kabul cinque persone sono morte a terra a causa di spari. Altre immagini diffuse da Tolo News mostrano i soldati statunitensi in assetto da guerra tentare di difendere il decollo del C-17.

La foto simbolo della fuga dai Talebani. Il dramma dell’esodo in Afghanistan, in 640 ammassati nella stiva di un aereo C-17 americano. Fabio Calcagni su Il Riformista il 17 Agosto 2021. Probabilmente sarà una delle foto simbolo della riconquista da parte dei Talebani dell’Afghanistan. È l’immagine diffuso dal sito americano Defense One che immortala l’interno di un aereo militare statunitense C-17 Globemaster III, utilizzato dalle forze armate USA per trasportare truppe o attrezzature militari, carico nella stiva di 640 afghani in fuga da Kabul. Dopo l’ingresso delle truppe talebane nella capitale sono state migliaia le persone che hanno tentato di scappare dal Paese per il timore del nuovo regime, in alcuni frangenti un tentativo finito con la morte: è stato il caso dei cittadini che si sono aggrappati agli aerei in partenza dall’aeroporto di Kabul per il trasporto del personale diplomatico e che sono poi precipitati al suolo da decine di metri di altezza. L’areo al centro della foto, secondo le stime, ha una capienza massima di poco superiore ai 150 posti, quindi non poteva trasportare un numero così elevato di persone. Ma, come ricostruito da Defense One, “è stato l’equipaggio a decidere di decollare” una volta che le persone erano salite a bordo e il portellone era stato chiuso, ha spiegato una fonte al sito. Il C-17 Globemaster III è poi atterrato regolarmente in Qatar, nella base dell’aviazione USA Al Udeid. Per garantire un volo sicuro ad un numero così elevato di persone, i passeggeri hanno dovuto seguire la procedura del “floor loading”, ovvero sedersi a terra e usare le cinghie di carico che vanno da una parete all’altra del velivolo come cinture di sicurezza.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 18 agosto 2021. Secondo quanto emerso sui social media afghani, i due clandestini precipitati dall’aereo americano partito da Kabul erano due fratelli adolescenti. Avevano 16 e 17 anni e di professione vendevano angurie. I due ragazzi, secondo il rapporto della polizia, erano poverissimi: per sopravvivere e provvedere alla mamma, rovistavano nei cassonetti e vendevano frutta. I corpi degli adolescenti - ritenuti fratelli - sono stati restituiti ai genitori, affermano i rapporti. Le identità delle persone cadute dal C-17 sono ufficialmente sconosciute, ma un utente di Twitter ha scritto che erano vicini di casa di sua zia. «Davvero in lacrime in questo momento. I due ragazzini caduti mentre erano aggrappati agli aerei degli Stati Uniti erano i miei vicini di zia. Entrambi i ragazzi di 16 e 17 anni, i corpi sono stati appena portati a casa dai loro genitori», ha scritto l'utente lunedì. «Entrambi i ragazzi vendevano cocomeri nei mercati di Kabul e si nutrivano dei bidoni per sopravvivere e provvedere alla madre. I 2 ragazzi erano gli unici figli della madre. Non ha altra famiglia e non ha idea di come sopravviverà sotto il regime dei talebani». Un altro filmato mostra la prospettiva dall’aereo in partenza: un gruppo di uomini sul passaruota dell'aereo da trasporto militare americano C-17 salutano mentre il mezzo rulla verso la pista. Alcuni di loro sembrano essere giovani. Non si sa cosa ne sia stato dell'uomo che ha filmato il video o di coloro che vi sono apparsi, ma le riprese di un jet simile rivelano come uno dei disperati sia stato schiacciato a morte dal carrello di atterraggio. L'aeronautica degli Stati Uniti (USAF) ha successivamente confermato che, nel vano ruota di un aereo C-17 che ha lasciato Kabul lunedì, sono stati trovati resti umani e ha annunciato un'indagine sull'incidente. L'aereo stava decollando dall'aeroporto internazionale di Hamid Karzai dopo aver consegnato attrezzature per aiutare l'evacuazione degli americani e del personale alleato da Kabul. «L'aereo era circondato da centinaia di civili afgani che avevano violato il perimetro dell'aeroporto», ha affermato l'USAF in una dichiarazione rilasciata martedì sera. «Di fronte a una situazione di sicurezza in rapido deterioramento intorno all'aereo, l'equipaggio del C-17 ha deciso di lasciare l'aeroporto il più rapidamente possibile. Resti umani sono stati scoperti nel pozzo della ruota del C-17 dopo l'atterraggio alla base aerea di Al Udeid, in Qatar». «L'aereo è attualmente sequestrato per dare il tempo di raccogliere i resti e ispezionarlo prima che venga restituito allo stato di volo».  Nel caos a terra, sono state uccise almeno altre cinque persone, tra cui due colpite a morte dalle truppe statunitensi e tre investite da jet in rullaggio.  

Dagotraduzione dal Daily Mail il 19 agosto 2021. Era solo un adolescente il ragazzo afghano rimasto intrappolato nel carrello di atterraggio del volo americano partito da Kabul dopo la presa dei talebani. Zaki Anwari, 19 anni, era un calciatore della nazionale giovanile aghana. Cresciuto sotto il regime di Karzai e Ghani, aveva frequentato una prestigiosa scuola internazionale a Kabul insieme ai figli dei diplomatici. Non aveva mai conosciuto il regime dei talebani, il cui emirato è finito nel 2001, e per questo tentava la fuga. I suoi resti sono stati scoperti nel vano ruota del jet C-17 una volta che è atterrato in Qatar. Oltre al ragazzo altre due persone sono state viste precipitare dall’aereo ormai in quota: a quanto riportato su Twitter da un vicino di casa, si tratterebbe anche in questo caso di due ragazzini, di 16 e 17 anni. I tre, insieme ad altri giovani, si erano issati sui fianchi dell’aereo mentre stava decollando, ma una volta decollato sono caduti nel vuoto da centinaia di metri. L’aeronautica statunitense ha fatto poi sapere che i piloti hanno deciso di decollare perché il jet era circondato e la sicurezza era in pericolo. La morte di Anwari è stata confermata dalla direzione generale dell'educazione fisica e dello sport dell'Afghanistan. Il promettente calciatore si era precipitato all'aeroporto poche ore dopo che Kabul era caduta in mano ai talebani, unendosi a migliaia di altri ragazzi nel riversarsi sulla pista e poi inseguire il jet dell'USAF nonostante risuonassero colpi di avvertimento. L’adolescente aveva frequentato la prestigiosa Esteqlal High School francofona, a Kabul, ed era stato convocato nella nazionale giovanile a 16 anni. In un commovente ultimo post su Facebook, il Anwari aveva scritto: «Sei il pittore della tua vita. Non dare il pennello a nessun altro!».  

Afghanistan, ragazzino morto incastrato nel carrello dell'aereo. Sconvolgente: chi era, perché fuggiva dai talebani. Libero Quotidiano il 19 agosto 2021. L'immagine degli uomini aggrappati all'aereo Usa in Afghanistan e poi precipitati nel vuoto dopo il decollo rimarrà impressa a lungo nelle nostre menti. Si tratta di una vicenda che ha sconvolto l'opinione pubblica mondiale: persone nella disperazione più totale, che al regime talebano - ormai presente in tutto il Paese - hanno preferito un viaggio impossibile. Ma chi erano quelle persone e cosa le ha spinte a un gesto così estremo? Stando a quanto riportato su Twitter da un vicino di casa, scrive il DailyMail, si tratterebbe di due ragazzini di 16 e 17 anni. I due adolescenti si erano issati sui fianchi dell’aereo mentre stava decollando. Dopo il decollo, però, non ce l'hanno fatta e sono caduti nel vuoto da centinaia di metri. L’aeronautica statunitense, dal canto suo, ha voluto precisare che i piloti hanno deciso di decollare, nonostante il grosso rischio per chi si era arrampicato ai lati, perché il jet era circondato e la sicurezza era in pericolo. Era un adolescente anche il giovane afghano rimasto intrappolato nel carrello di atterraggio del volo americano. Non aveva mai conosciuto il regime dei talebani, il cui emirato è finito nel 2001, e per questo tentava la fuga. I suoi resti sono stati scoperti nel vano ruota del jet C-17 una volta che è atterrato in Qatar. Si chiamava Zaki Anwari ed era un promettente calciatore. Si era catapultato all'aeroporto poche ore dopo che Kabul era caduta in mano ai talebani, unendosi a migliaia di altri ragazzi. Aveva frequentato la prestigiosa Esteqlal High School francofona, a Kabul, ed era stato convocato nella nazionale giovanile a 16 anni. In un commovente ultimo post su Facebook, Anwari aveva scritto: "Sei il pittore della tua vita. Non dare il pennello a nessun altro!".

Il 19enne non aveva mai visto i talebani al potere. Zaki Anwari, il giovane calciatore afghano si aggrappa all’aereo e cade nel vuoto. Giovanni Pisano su Il Riformista il 19 Agosto 2021. Venti anni fa, quando gli Stati Uniti e i Paesi occidentali iniziarono la guerra in Afghanistan contro i talebani, Zaki Anwari non era ancora nato. Nascerà nei mesi successivi senza la presenza degli studenti coranici che nei giorni scorsi hanno riconquistato l’intera nazione seminando terrore e caos tra i cittadini afghani. C’è chi è scappato in auto o piedi, raggiungendo il confine e attraversandolo, e chi ha preso d’assalto l’aeroporto di Kabul provando ad imbarcarsi sui voli militari in partenza per l’Europa o per l’America. Tra questi, lunedì 16 agosto, c’era anche Zaki, giovane promessa del calcio giovanile dell’Afghanistan. Aveva 19 anni. Ha provato a mettersi in salvo scappando dal suo Paese. Si è aggrappato a un aereo militare statunitense ma poco dopo è precipitato nel vuoto. La sua morte è stata confermata dalla direzione generale dell’educazione fisica e dello sport dell’Afghanistan. Zaki Anwari, che nelle immagini diffuse sui social viene fotografato con la maglia numero 10 della nazionale giovanile afghana, era uno delle migliaia di afghani che lunedì si erano riversati all’aeroporto internazionale "Hamid Karzai" della capitale. Ha provato ad aggrapparsi al carrello del Boeing C-17 della Usaf. “Anwari è caduto ed è morto” ha confermato la direzione sportiva locale.  “Con grande rammarico e tristezza, abbiamo ottenuto informazioni che Zaki Anwari, uno dei calciatori giovanili della squadra nazionale, ha perso la vita in un orribile incidente”, si legge nel comunicato. “Era in cerca di un futuro migliore in America. Possa la sua anima riposare in pace e la sua memoria essere ricordata” prosegue la nota. Il video del tentativo disperato degli afghani di aggrapparsi all’aereo è emerso poco dopo aver mostrato un C-17 che decolla da Kabul e dal quale si vedono cadere nel vuoto almeno due i corpi. 

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Le "guerre sbagliate". L’orrore nascosto degli altri Afghanistan: il massacro sterminato non raccontato dai giornalisti occidentali. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 25 Agosto 2021. C’è un solo motivo per cui le immagini dei precipitati dagli aerei in fuga dall’Afghanistan sono inedite: e cioè perché nelle altre parti del mondo, dove pure c’è disperazione e impera il terrore, non ci sono operazioni di salvataggio né telecamere disposte a riprenderle. C’è un solo motivo per cui appare strepitoso il gesto delle madri che affidano i loro bambini ai militari: e cioè perché altrove, dove pure l’infanzia è destinata alla sopraffazione, alla fame, alla morte, non c’è nemmeno quel filo spinato a delimitare una zona franca di possibile salvezza. Una buona quota degli ottanta milioni di profughi nel mondo viene da Paesi in cui uomini, donne e bambini sono liberamente imprigionati, torturati, uccisi, senza che quel massacro abbia un confine preciso. Letteralmente, un massacro sconfinato: senza giornalisti che ne raccontino la tragedia, senza l’interferenza delle “guerre sbagliate” dell’Occidente, senza che siano chiamate in causa le responsabilità internazionali ora evocate giusto perché si tratta di rimpallarsele. Ci si pensi: basta che abbiano una destinazione australe o verso Est, ed aerei uguali a quelli da cui precipitavano quegli afghani aggrappati sorvolano ogni giorno la scena infinita delle impiccagioni, delle lapidazioni, dei campi di concentramento, dell’infanzia infibulata, dei bambini addestrati all’uso del fucile nell’attesa che il braccio sia abbastanza forte per adoperare il machete nelle decapitazioni. Il dramma afghano ci rinfaccia in modo esemplare la verità di una situazione più vasta, della quale non dovremmo più far finita di non sapere nulla quando un barcone di disperati si accosta all’Italia. Iuri Maria Prado

LORENZO CREMONESI per il Corriere della Sera il 25 agosto 2021. «Ci ha colpito la loro fame. Tutta questa gente che carichiamo sui nostri aerei arriva davvero affamata. Ovvio che il volo dal Kuwait a Roma è soltanto l'ultimo tratto di un lunghissimo viaggio e noi cerchiamo di aiutarli per quanto possibile». A parlare sono Marco B. di Genova e Daniele B. di Roma, i due piloti 34enni dell'Aeronautica militare che conducono il grosso Boeing KC-767A nel contesto dell'operazione «Aquila Omnia». Li intervistiamo in piena fase operativa, sia in volo, che appena atterrati nella gigantesca base in Kuwait. Qui sta l'hub che funziona da supporto logistico per l'evacuazione degli afghani. Entrambi sono in servizio da una quindicina d'anni e larga parte della loro attività è stata nell'ambito di Isaf e comunque con i contingenti italiani che sino al giugno scorso operavano da Herat. «Ci sono tanti bambini. La nostra capacità massima è di un centinaio di persone. Ma ieri erano 119 dal momento che le mamme si portavano in braccio i figli piccoli, alcuni anche appena nati. Una donna al nono mese di gravidanza è stata assistita dal nostro personale medico a bordo. Oggi si trova in un ospedale di Roma per il parto», raccontano i due piloti. Il loro è uno sforzo continuo. Il ponte aereo viene intensificato, specie in vista della fine delle operazioni entro il 31 agosto. Gli ufficiali italiani hanno volato due volte in 24 ore e presto dovranno ripartire. «Dai volti di questa gente percepiamo il loro dramma. Ognuno è una storia, una fuga, lascia parenti e amici. Sono felici di scappare. Ma anche preoccupati per ciò che resta alle loro spalle. Con loro non possiamo parlare. Ma a bordo c'è un team di sostegno», spiegano. E aggiungono: «Atterrati in Kuwait vengono rifocillati. In genere con cibi secchi per evitare che stiano male in volo. Per i bambini abbiamo latte in polvere. Abbiamo distribuito anche biscotti e cracker. Il tempo del viaggio è lungo. Oltre sei ore con il C130: da Kabul a Islamabad, in Pakistan, per fare carburante e poi in Kuwait. Da qui una tappa sola sino a Roma. Il tutto può durare tra le 22 e le 26 ore». I due piloti ricordano che «si tratta di gente che è in viaggio per strada da settimane. Hanno trascorso giornate intere sotto il sole di fronte all'aeroporto di Kabul». Concordano: «Nei loro occhi c'è la paura, il terrore. Ai bambini diamo anche giocattoli e album da disegnare con i colori. Cerchiamo di aiutarli a superare il trauma». Tra poco ripartiranno. L'aereo viene ripulito e sanificato dopo ogni viaggio. Il tempo di un riposo nei prefabbricati della base e via. Fuori il sole picchia. A mezzogiorno si è vicini ai 45 gradi con il 25 per cento d'umidità: un clima difficile. Ma l'inferno di Kabul è finalmente dietro le spalle.  

Afghanistan, il C-17A imbarca 800 profughi a bordo: la missione eroica dell'equipaggio Usa. Anna Lombardi su La Repubblica il 17 agosto 2021. Se confermato, si tratterebbe di un salvataggio straordinario, letteralmente da record per numero di persone ospitate nel veivolo: l'equipaggio avrebbe preso autonomamente la decisione di portare via più gente possibile nel pieno delle tensioni che ieri hanno mandato in tilt l'aeroporto di Kabul. "Porca Vacca, ci sono davvero 800 persone sul tuo jet...? Ok...". Al comando della base aerea di Al Udeid, in Qatar, hanno reagito così alla notizia che un loro velivolo da trasporto tattico, un C-17A Globemaster, si apprestava ad atterrare con un numero enorme di profughi afghani nella "pancia". Almeno stando all'audio che in queste ore circola via Twitter e che accompagna una foto dove si vede un'enorme numero di persone - uomini, donne e bambini - pressate (ma sorridenti) all'interno del grande aereo lungo 53 metri, solitamente utilizzato per trasportare militari e paracadutisti.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 17 agosto 2021. Sono emerse le prime foto di jet cargo statunitensi stipati con centinaia di rifugiati afghani terrorizzati a bordo dopo che si sono imbarcati nell'aereo prima che il personale militare potesse chiudere le rampe su di loro domenica durante la fuga dai talebani. Gli Stati Uniti hanno finora pilotato almeno due jet cargo C-17 da Kabul e sono previsti altri voli per tutta la notte di lunedì e verso la fine di questa settimana, nonostante il caos a terra di lunedì che ha causato la morte di otto persone e l'interruzione dei voli. Domenica, uno dei primi voli in partenza è stato l'US Air Force C-17 numerato RCH 871, che ha volato da Kabul al Qatar. Mentre si preparava a decollare, centinaia di cittadini afgani terrorizzati sono corsi sull'aereo, sono saliti sulla rampa e si sono sistemati a bordo. Una foto ottenuta da Defense One li mostra tutti allineati, seduti sul pavimento dell'aereo che è attrezzato per trasportare comodamente 150 soldati, ma può trasportare 77.500 chili di carico. Inizialmente, l'audio di un controllore del traffico aereo suggeriva che ci fossero 800 persone a bordo, ma Defense One ha detto che il numero era di 640. I rifugiati, tra cui molte donne e bambini piccoli, sono corsi sulla rampa semiaperta dell'aereo prima del decollo e «l'equipaggio ha preso la decisione di andarsene», portandoli con sé, ha detto un anonimo funzionario della difesa. «Circa 640 civili afgani sono sbarcati dall'aereo quando è arrivato a destinazione», ha detto il funzionario.  Nonostante otto persone siano morte all'aeroporto lunedì e tra le critiche la caduta della città ricorda la caduta di Saigon, il presidente Biden ha difeso la sua decisione di ritirare improvvisamente le truppe statunitensi, dicendo che non sacrificherebbe più vite americane in una guerra civile afgana. È stato ampiamente condannato per come ha ritirato il sostegno degli Stati Uniti dopo 20 anni di aiuto delle forze afghane a stabilizzare la regione. Lunedì Biden ha interrotto brevemente la sua vacanza da Camp David per tenere un breve discorso alla nazione sulla catastrofe in corso a Kabul. «Abbiamo dato loro tutte le possibilità, ma non siamo riusciti a fornire loro la volontà di combattere», ha detto. È stato universalmente condannato per la sua risposta, con alcuni dei media americani che hanno definito la sua decisione di «lavarsi le mani» della situazione «una delle decisioni politiche più vergognose» della storia moderna. Il maggiore generale Hank Taylor ha dichiarato in una conferenza stampa lunedì pomeriggio che le forze armate statunitensi stanno «monitorando attivamente» la situazione. «Abbiamo circa 2.500 soldati che si sono trasferiti a Kabul. Entro la fine della giornata, prevediamo da 3.000 a 3.500 soldati a terra», ha detto. Un C-17 è volato fuori da Kabul lunedì che trasportava marines statunitensi, ha detto. Un altro è attualmente in volo ed è programmato per atterrare a breve. Uno, l'aereo numero RCH 885, è partito da Kabul lunedì con cittadini afgani disperati aggrappati alla fusoliera. Tre sono caduti dall’alto e morti. Il portavoce del Pentagono John Kirby ha affermato che la situazione all'aeroporto non è stata un «fallimento» nonostante migliaia di afgani abbiano inondato l'aeroporto e le truppe statunitensi abbiano sparato a due cittadini afgani armati. «Quando guardi le immagini di Kabul... sarebbe stato difficile per chiunque prevederlo», ha detto. Almeno otto persone sono state uccise all'aeroporto di Kabul lunedì: due uccise a colpi di arma da fuoco dalle truppe statunitensi, tre travolte da jet in rullaggio e tre clandestini caduti dai motori di un aereo dell'aeronautica statunitense che fuggiva.

La vicenda è stata resa nota dall'Air Mobility Command su Twitter. Donna afghana in fuga partorisce su aereo Usa: la storia a lieto fine tra gli orrori di Kabul. Roberta Davi su Il Riformista il 22 Agosto 2021. Tra le immagini strazianti di madri che hanno scelto di affidare i propri figli a sconosciuti soldati stranieri, piuttosto che tenerli con sé in una terra ormai conquistata dai talebani, e di tentativi disperati di fuga dall’Afghanistan, ecco irrompere una toccante storia di speranza. Durante le operazioni di evacuazione da Kabul, una donna afghana ha partorito la sua bambina su un aereo americano poco dopo l’atterraggio presso la base Usa di Ramstein, in Germania. La vicenda è stata raccontata dall’Air Mobility Command statunitense su Twitter.

Il travaglio a 8500 metri d’altezza. La donna è entrata in travaglio a bordo di un aereo da trasporto C-17 durante la seconda tappa del suo viaggio di fuga dai talebani. Il volo era partito da una base in Medio Oriente diretto in Germania: le doglie sono iniziate mentre si trovavano a più di 8.500 metri di altezza. “Il comandante ha deciso di scendere di quota per aumentare la pressione dell’aria nell’aereo, il che ha contribuito a stabilizzare e salvare la vita della madre”, si legge nel tweet dell’autorità statunitense.La piccola è venuta al mondo circondata da pareti di metallo e dalle tute mimetiche dei militari sabato 21 agosto, con il personale dell’86/mo gruppo medico dell’Air Force statunitense che ha fornito assistenza per il parto. Sia la bambina che la madre stanno bene e si trovano in una struttura medica, ormai al sicuro.

Alla ricerca di un futuro migliore. Sono oltre duemila gli sfollati che da venerdì sera sono giunti alla base americana nel Paese tedesco, trasformata in un punto di transito per tutti coloro che sono stati evacuati da Kabul. Ma migliaia di persone sono ancora bloccati in Afghanistan, in attesa della loro opportunità per un futuro migliore lontano dall’Emirato islamico. All’aeroporto della capitale continua a regnare il caos, mentre si aggiorna il bilancio delle vittime all’esterno e nei dintorni dello scalo afghano: sarebbero almeno 20 dal 15 agosto secondo gli ultimi aggiornamenti. Roberta Davi

L'sos per 81 studentesse: dovevano venire in Italia. Nuova stretta sulle donne. Gaia Cesare il 30 Agosto 2021 su Il Giornale. Fermate a Kabul, sono iscritte alla Sapienza. Il regime: basta classi miste e ragazze in tv e radio. I talebani hanno vietato le voci femminili in radio e in tv a Kandahar e hanno annunciato la fine delle classi miste all'università, segno della loro intenzione di continuare ad accanirsi sulle donne e a praticare la segregazione. È anche per questo che assume un significato ancora più simbolico la missione che il nostro Paese si prefigge in Afghanistan. Obiettivo: portare in Italia 118 studenti afghani, fra cui ragazze, iscritte all'Università degli studi di Roma «La Sapienza» e che erano sulla lista del Ministero della Difesa per essere trasferite in Italia ma sono rimaste bloccate a Kabul. Hanno fra i 19 e i 22 anni, provengono quasi tutte dalla capitale e da Herat, la città nel nord-ovest dell'Afghanistan della quale sono originarie anche le calciatrici del Bastan Fc, una delle squadre simbolo di emancipazione femminile in Afghanistan, arrivata al completo venerdì a Fiumicino. Anche loro inseguivano un sogno: studiare in una delle nostre più prestigiose università, dove presto avrebbero iniziato i corsi. «Avevano passato la pre-selezione online - ha spiegato il prorettore dell'ateneo, Bruno Botta - Poi sono andate al consolato per avere il visto e venire in Italia. Ma l'evolversi degli eventi, con gli attentati, ha reso difficile il tutto». Sono rimaste intrappolate nell'inferno di Kabul, arrivate nella capitale afghana qualche ora prima dell'attacco kamikaze in aeroporto, senza poter avere accesso allo scalo. Ottantuno in tutto le studentesse e con loro circa 9 bambini, che insieme agli studenti maschi portano il totale a 118. Le ragazze, in particolare, rischiano di diventare facile bersaglio degli integralisti islamici, che alle donne hanno già intimato di stare a casa e smettere di lavorare. Gli integralisti hanno giustificato la decisione con «ragioni di sicurezza», ma è evidente che il nuovo Emirato islamico non sarà clemente con le donne. I loro destini restano appesi agli annunci definitivi del nuovo governo talebano, in quel recinto ristrettissimo che i fondamentalisti hanno fatto sapere sarà certamente la sharia. «Se dovessero tornare indietro rischiano rappresaglie», ha avvertito il prorettore Botta, che ha lanciato l'allarme al Gr1. La notizia ha subito suscitato grande clamore e il prorettore ha fatto sapere di essere stato contattato dalla Farnesina «per stabilire una strategia per portare questi ragazzi e ragazze in Italia». «L'Unità di Crisi - ha spiegato - ci ha rassicurato dicendo che le ragazze e i ragazzi non verranno abbandonati esi cercherà di trovare una via per portarli qui». In tutto potrebbero essere duecento. «Stiamo lavorando anche per condurre in Italia gli altri 100 che non hanno passato la pre-selezione - insistono dalla Sapienza -. Vogliamo dare anche a loro la possibilità di studiare a Roma. I ministeri stanno tentando ogni via diplomatica per riuscire a condurre in Italia tutto questo gruppo di circa 200 studenti». Solo ieri il ministro dell'Istruzione pro-tempore dei talebani, Abdul Baqi Haqqani, ha annunciato che ragazze e ragazzi all'università d'ora in poi studieranno in classi separate, in conformità con la legge islamica. Ed è sempre di ieri la notizia che i talebani hanno vietato musica e voci femminili in radio e televisione a Kandahar, dopo aver vietato all'accesso al lavoro a diverse giornaliste. Come se non bastasse, dopo l'omicidio del comico afghano Khasha Zwan a luglio, nelle scorse ore i talebani hanno anche ucciso un noto cantante folk, Fawad Andarabi, nella Valle di Andarabi, da cui l'artista prendeva il nome. «Portava soltanto gioia alla sua valle e alla sua gente», ha commentato su Twitter l'ex ministro dell'Interno afghano Masoud Andarabi. Gaia Cesare

"Ora rischiano rappresaglie". Bloccate a Kabul 81 studentesse della Sapienza: “Non sono riuscite ad entrare in aeroporto”. Riccardo Annibali su Il Riformista il 29 Agosto 2021. Erano a un passo dal coronare il sogno della loro vita, studiare in una grande università europea. Poi la presa del potere da parte dei talebani a Kabul e il doppio attentato all’aeroporto, hanno spazzato via le speranze di un’istruzione e di una vita migliore fuori dall’Afganistan. Erano sulla lista degli afghani da recuperare ma dopo l’attentato dell’Isis non sono riuscite a entrare nell’aeroporto e sono rimaste bloccate a Kabul, in Afghanistan. L’allarme del prorettore della Sapienza, dopo l’attentato terroristico che ha causato oltre 170 morti all’aeroporto di Kabul: “Sono dovute tornare indietro 90 persone dirette in Italia – ha affermato Bruno Botta in un’intervista al Gr Rai – tra cui 81 studentesse afghane (Con alcune di loro sono presenti alcuni loro bambini, che portano il computo totale a 90 persone) che a breve avrebbero dovuto iniziare i corsi alla Sapienza. Con loro anche alcuni bambini. “Dopo l’esplosione – ha aggiunto Botta – le cose si sono complicate, siamo in contatto con l’unità di crisi della Farnesina che sta facendo tutto il possibile per aiutarci e ha detto che non lascerà soli gli studenti della Sapienza. La preoccupazione maggiore è per le studentesse andate da Herat fino a Kabul per imbarcarsi e che, se dovessero tornare indietro, rischiano rappresaglie”. A confermarlo anche l’ex rettore dell’Università Eugenio Gaudio, aggiungendo che “si sta lavorando a 360 gradi per sostenere gli studenti afghani iscritti alla Sapienza attraverso fondi con la Fondazione Roma-Sapienza. C’è impegno – ha detto all’Agi l’ex rettore che è anche presidente della Fondazione Roma Sapienza – per aiutare questi studenti in difficoltà”. Riccardo Annibali

Afghanistan, il sogno spezzato degli studenti che dovevano venire in Italia. Valentina Lupia La Repubblica il 30 agosto 2021. Erano a un passo dal sogno, a un passo dall'aeroporto di Kabul da dove avrebbero dovuto prendere un volo che le avrebbe portate lontano dall'incubo talebano, ad accarezzare la speranza, a Roma. E invece, il 26 agosto, 200 tra studentesse e studenti, docenti e le loro famiglie i cui nomi erano segnati sulle liste del notro ministero della Difesa, hanno dovuto fare retromarcia dopo l'attacco kamikaze dell'Isis-K che ha fatto strage nello scalo afghano. "Faremo qualunque sforzo per portare qui queste persone", si impegna Antonella Polimeni, magnifica rettrice dell'università Sapienza di Roma. Doveva essere l'ateneo più grande d'Europa, infatti, ad accogliere gran parte delle duecento persone attese tra le quali 37 studenti e 81 studentesse (una è incinta e altre hanno figli al seguito) che a breve avrebbero dovuto iniziare le lezioni di Global Humanities, corso di laurea che mira a fornire conoscenze e competenze nei campi degli studi umanistici e delle scienze sociali in una prospettiva globale e transculturale. La speranza, però, è che questi 118 giovani - a cui si aggiungono anche alcuni studenti che non avevano passato la selezione e di cui si stanno rivalutando i curricula - possano arrivare qui in Italia. E, magari, sedersi presto tra i banchi dell'ateneo. "Certo, la nuova esplosione di ieri vicino all'aeroporto ci preoccupa", prosegue Polimeni, che però si dice "ottimista". La situazione è delicata, in particolare per le 81 studentesse: "Per il momento sono al sicuro - spiega la rettrice - Una parte di loro proveniva da Herat, ma fortunatamente ora si nasconde a Kabul: tornare indietro sarebbe troppo pericoloso. Sono divise in gruppi da 12/20 con un coordinatore in contatto sia con noi che col governo. Ovviamente quando dico “al sicuro”, intendo che non si trovano in strada, ma in appartamenti provvisori: sono costrette a spostarsi ogni tre giorni, per ragioni di sicurezza". La prima richiesta ai ministeri dell'Interno e della Difesa è partita dall'università il 17 agosto. Supporto è stato chiesto anche al ministero degli Esteri. "I nostri uffici amministrativi dell'area internazionalizzazione - precisa la magnifica rettrice - hanno inviato la documentazione necessaria per far inserire nelle liste per il trasferimento queste persone, i nostri studenti afghani hanno aiutato con le traduzioni, un grande lavoro di squadra. Cosa è successo nel frattempo, fino al 26 agosto? Abbiamo dovuto aspettare che studentesse e studenti di Herat arrivassero a Kabul", a 800 km in un momento in cui spostarsi è non è semplice. "Il 26 agosto, divisi in gruppi, i giovani erano pronti a partire, poi c'è stata l'esplosione", racconta il prorettore Bruno Botta, a cui Polimeni ha dato mandato di mettere su una squadra di esperti che comprende anche il professore Carlo Cereti e la presidente del corso di laurea in Global Humanities, Mara Matta: "La paura c'è ma dobbiamo essere ottimisti - spiega - Il nostro dovere morale ed etico è far sì che la speranza non muoia. La nostra università è aperta, libera, inclusiva". Completamente diversa dall'aria che tira in Afghanistan: studenti e studentesse "continueranno a studiare ma in classi separate, come vuole la sharia", ha annunciato Abdul Baqi Haqqani, ministro dell'Istruzione talebano, riporta Tolo news. Secondo fonti della Farnesina, "l'attenzione nei confronti della vicenda è massima". Oggi è in programma una riunione: "Puntiamo molto sulla missione franco-inglese - dice la rettrice Polimeni - nell'auspicio di qualche corridoio o volo". Ma il tempo stringe e si spera in una svolta.

"Faremo di tutto, spero di incontrarti presto". Studente afghano scrive lettera al rettore di Padova: “Temo di arrivare in ritardo per le lezioni”. Riccardo Annibali su Il Riformista il 29 Agosto 2021. Una commovente email scritta con garbo e gentilezza da un ragazzo afghano al rettore dell’Università di Padova per avvisare che, forse, non riuscirà a raggiungere i propri compagni di corso per l’inizio delle lezioni. Il ragazzo, la cui identità è rimasta nascosta per non metterne a rischio l’incolumità, è solo uno dei 17 studenti afghani dell’Ateneo, che si trovano in questo momento bloccati in patria, dopo che i Talebani hanno preso il potere. Il breve testo scritto in inglese che si compone di una decina di righe è indirizzato alla casella di posta del professor Rosario Rizzuto, attualmente rettore dell’Università che quest’anno compie 800 anni, ma il cui mandato da Magnifico scadrà a ottobre quando gli subentrerà Daniela Mapelli, prima donna a ricoprire questo ruolo, in cui il ragazzo avvisa che “a causa dell’attuale orribile condizione probabilmente non riuscirà a presentarsi in orario per l’inizio delle lezioni”. Uno scrupolo che, considerati il momento storico e le condizioni in cui il giovane si trova, è stato accolto con commozione all’interno degli uffici di palazzo del Bo. Questo il testo integrale tradotto dell’email: “Caro signore, spero che lei stia bene. Sono stato ammesso all’anno accademico 2021-2022 e beneficio di una borsa di studio del governo italiano. Il programma di studi, come mi è stato detto, partirà ad ottobre 2021. Però l’ambasciata italiana, a causa dell’attuale situazione che si è venuta a creare in Afghanistan, è chiusa e il personale ha già lasciato il Paese. Mi è impossibile presentare la domanda di visto nei tempi richiesti e temo che le difficoltà in corso comporteranno un notevole ritardo sull’arrivo a Padova. Ho paura che questa orribile condizione non mi faccia arrivare in tempo per l’inizio delle lezioni. Dunque, vorrei chiederle gentilmente di tenere in considerazione il mio caso”. Il rettore si sta muovendo in questi giorni per mettersi in contatto con tutti gli studenti afghani che sarebbero dovuti approdare quest’anno nell’Università di Padova, anche se quattro risulterebbero ancora dispersi. Così Rizzuto replica: “Siamo perfettamente consapevoli e molto preoccupati di quanto accade in Afghanistan. Ti assicuro che non vediamo l’ora di averti come studente. So che potresti sforare i termini formali per l’immatricolazione a Padova, ma faremo di tutto per aiutarti ad ottenere il visto e a raggiungere in sicurezza il nostro Paese. Chiederemo al nostro governo di inserirti nell’elenco dei cittadini afgani che potranno imbarcarsi sui voli per Roma e ottenere il visto attraverso una procedura semplificata. E spero di avere presto l’occasione di incontrarti personalmente a Padova”. Riccardo Annibali

Donne e creativi, la classe media in fuga da Kabul. Daniele Castellani Perelli La Repubblica il 30 agosto 2021. Le persone scappate in aereo sono giovani, filo-occidentali, hanno famiglia: molte le donne. Un identikit diverso da quello di chi li ha preceduti che dovrebbe rendere la loro integrazione più semplice. Sono più istruiti e più filo-occidentali. Hanno un'età media più alta. Ci sono tra loro tanti professionisti e creativi e, soprattutto, ci sono molte più donne. L'identikit delle decine di migliaia di profughi afghani che grazie alle evacuazioni hanno raggiunto l'Occidente nelle ultime settimane è decisamente diverso da quello di chi li ha preceduti. Sono più istruiti e più filo-occidentali. Hanno un'età media più alta. Ci sono tra loro tanti professionisti e creativi e, soprattutto, ci sono molte più donne. L'identikit delle decine di migliaia di profughi afghani che grazie alle evacuazioni hanno raggiunto l'Occidente nelle ultime settimane è decisamente diverso da quello di chi li ha preceduti. Stavolta non sono migranti economici, ma perlopiù cittadini che hanno lavorato fianco a fianco con gli eserciti o le ong occidentali, temono rappresaglie nei propri confronti e comunque non ci pensano proprio a tornare nell'Afghanistan di 20 anni fa. Non ci sono ancora statistiche ufficiali, ma questo è il quadro dipinto da Didier Leschi, direttore dell'Ofii, l'Office français de l'immigration et de l'intégration, l'ente del Ministero degli Interni che in Francia organizza l'accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo. E che è rimasto colpito dal dato sulle donne. Parlando delle persone evacuate dalla Francia, Leschi ha spiegato in diverse interviste ai media che sono per un terzo bambini, e tra gli adulti c'è stavolta un equilibrio tra uomini e donne: "Donne istruite, con posti di responsabilità e la cui situazione sociale e lo stile di vita sono in diretta contraddizione con l'ideologia talebana". Un dato nettamente diverso dal passato, se si considera che prima, in Francia, per il 90 per cento i richiedenti asilo afghani erano uomini (un numero che fino a pochi giorni fa veniva usato come spauracchio dalla destra di Marine Le Pen). Il merito è anche delle campagne delle ong e delle associazioni occidentali, incluse quelle che in questi giorni stanno ancora scendendo in piazza da Washington, con il "Rally for Afghan women" di ieri, a Parigi, con il corteo femminista di sabato, mentre il lobbying di ex stelle dello sport australiano ha per esempio portato in salvo a Canberra 50 atlete afghane. Non è solo il genere a rappresentare però una novità. "Sono medici, artisti, gente del mondo della cultura. Persone che per professione, azioni e prese di posizione erano nel mirino dei talebani", ha spiegato Leschi, che ha seguito in prima linea gli arrivi e descrive i profughi come molto più borghesi rispetto agli afghani, spesso analfabeti, che l'Europa ha perlopiù accolto finora. Hanno un'età media più alta rispetto ai 27 anni dei predecessori, sono persone integrate "che si erano affermate professionalmente e non pensavano di partire". La loro connotazione sociale potrebbe aiutarli ora a integrarsi meglio nelle società occidentali. Tra le quali, secondo Leschi, proprio come i siriani potrebbero un domani preferire la Germania. È una massiccia "fuga dei cervelli" quella a cui stiamo assistendo. E preoccupa ormai i talebani, i quali si rendono conto di aver bisogno di professionisti che sappiano far funzionare il Paese, ingegneri e medici su tutti. Martedì il portavoce Zabiullah Mujahid ha esplicitamente invitato i suoi connazionali a smettere di fuggire: "L'Afghanistan ha bisogno delle loro conoscenze, che non possono finire in altri Paesi".

Voci dall'inferno. Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto il 24 Agosto 2021 su Il Giornale. I racconti di chi prova a lasciare Kabul: "Ho visto una donna morire schiacciata dalla folla". “Aveva 35 anni ed era la moglie di un interprete che lavorava ad Herat. È rimasta schiacciata nella calca ed i suoi due figli sono dispersi” è il drammatico racconto di Hamid, uno dei collaboratori del contingente italiano nell’Afghanistan occidentale che è riuscito, dopo cinque giorni di odissea, ad entrare nell’aeroporto di Kabul per mettersi in salvo. Via whatsapp invia al Giornale la foto del sacco bianco e freddo con il corpo senza vita della donna afghana, che è morta soffocata per scappare dal nuovo Emirato talebano. Sorelle separate, da una parte e dall’altra del muro di cinta dell’aeroporto, che significa salvezza o destino infausto. Il capitano dei corpi speciali diventato ufficiale in Italia che si nasconde in un pozzo e per arrivare all’ingresso dell’aeroporto, dove lo aspettano gli italiani, deve nascondersi dietro le donne con i burqa per passare il posto di blocco dei talebani. E chi non viene fatto passare dai miliziani di Allah neanche con il figlio malato di leucemia. Tutte storie vere e drammatiche della fuga verso la libertà seguite e vissute in prima persona passo dopo passo. Dopo la caduta di Kabul del 15 agosto e anche prima abbiamo cercato di dare una mano a interpreti, attiviste, collaboratori degli italiani in 20 anni di intervento in Afghanistan, che chiedono disperatamente aiuto. In una dozzina di casi ci siamo riusciti grazie alla nostra Task force d’evacuazione all’aeroporto di Kabul circondato da una massa umana di 20mila persone e al generale Luciano Portolano, che coordina da Roma le operazioni. Alla guida del Comando operativo di vertice interforze dorme poche ore per notte e spesso, attraverso gli interpreti afghani portati in Italia in sicurezza con la prima ondata dell’operazione Aquila, chiama al cellulare chi non ce la fa più, chi ha perso le speranze o è stato picchiato dai talebani per spronarli a non mollare. Non sempre, purtroppo, va tutto per il verso giusto. Una delle storie più dilanianti è quella delle due sorelle, che assieme hanno tentato disperatamente di arrivare al “gate”, uno degli ingressi dell’aeroporto presidiato dai soldati americani che li aprono e chiudono senza guardare in faccia nessuno. La più anziana, in dolce attesa, era un po’ indietro nel serpentone umano di disgraziata umanità in fuga. La più giovane, di appena 12 anni pochi passi più avanti, era riuscita a passare, ma la sorella è rimasta tagliata fuori per una manciata di metri. Alla fine anche la piccola ha deciso di voltare le spalle alla salvezza ed è tornata indietro per scappare assieme nella valle del Panjshir, l’ultimo lembo di resistenza al potere talebano. Hamid con la sua famiglia ha cercato per cinque giorni di penetrare la cintura umana attorno all’aeroporto. Il momento più terribile è stato quando la calca ha divorato non si sa quanti afghani, anche donne e bambini, morti schiacciati o soffocati. “Era un inferno, non si riusciva a respirare - racconta il nostro interprete - Il caldo e la ressa ci stavano uccidendo”. Alla fine ce l’ha fatta e in queste ore sta volando verso l’Italia con la famiglia. Molti non sono ancora in salvo. Fino ad oggi sono stati imbarcati 3200 afghani. J. è finito subito nel mirino dei talebani, che sono andati a cercarlo a casa per obbligarlo a giurare fedeltà all’Emirato, ma lui era già fuggito verso l’aeroporto. Da giorni è bloccato nella calca con il cugino. I militari italiani hanno l’ordine tassativo, nonostante ci siano anche i corpi speciali, di non uscire dal perimetro di sicurezza per portare dentro i più vulnerabili. Talvolta, però, si trova il sistema per fare l’impossibile. “Sono riuscito ad ottenere dagli americani un corridoio verso uno dei cancelli d’ingresso, ma non è mai facile” spiega il generale Portolano. Più che evacuazione in sicurezza, che sarebbe stata possibile a giugno quando avevamo ancora le truppe ad Herat, tutti sono consapevoli che si tratta del caos, della fuga disperata per la vita. E avere portato in salvo centinaia di afghani in questa situazione è già un miracolo. Qualcuno si arrende: S. è stato fermato in piena notte dai talebani mentre cercava di raggiungere l’aeroporto. Uno dei sette figli è tormentato dalla leucemia e spera di poterlo curare in Italia. “Non dovete passare. Oggi c’è troppa gente andate via” hanno intimato gli studenti di Allah senza alcuna pietà per il ragazzo malato. Diverse donne sono state bastonate brutalmente come rivela l’onlus milanese Pangea, che ieri è riuscita a far evacuare circa 200 persone. “Sono state picchiate dai talebani. Vedere le foto con i loro lividi è stato straziante - ha denunciato l’associazione - I bambini hanno assistito a scene di violenza inaudita e sono molto spaventati”. Un medico ancora nella calca ieri pomeriggio scriveva messaggi disperati: “Mia figlia è svenuta. Stiamo cercando di passare da oltre 24 ore. Siamo sfiniti”. In serata avrebbe dovuto essere messo in salvo con altri afghani in condizioni critiche. Il capitano Mohammadi Aijad, diventato ufficiale all’accademia di Modena, ha combattuto con i corpi speciali fino all’ultimo. I talebani gli avevano già decapitato il fratello e messo una taglia sulla testa. Per giorni si è nascosto in un pozzo fino a quando non ha avuto il via libera per andare in aeroporto con la famiglia. Una notte di tensione con messaggi vocali del seguente tenore: “Abbiamo dovuto cambiare cancello d’ingresso passando attraverso un posto di blocco dei talebani. Nel minivan mi sono nascosto dietro le donne coperte dal burqa. Se mi avessero visto sarei morto”. Ziad, ex tenente dei carabinieri, che vive da anni in Italia è nipote di Bismillah Khan, il ministro della Difesa del governo sconfitto. Quando Kabul è caduta era circondato con lo zio dai talebani. Poi è riuscito a dileguarsi e andare a prendere la famiglia nascosta in casa di amici. Per giorni si è immerso nel girone dantesco della massa umana attorno all’aeroporto. Alla fine è passato e una mattina sul telefonino manda una foto di lui e le sue tre bambine distrutte e sedute per terra, ma finalmente in salvo. Il messaggio non lascia dubbi: “Siamo dentro. Grazie di cuore”.

Afghanistan, scoperto un giro di mazzette: “Unico modo per scappare”, talebani arricchiti sulla pelle dei disperati. Libero Quotidiano il 24 agosto 2021. "Testimoni ci raccontano che uomini e donne che vogliono scappare dall'Afghanistan devono pagare ai talebani per accedere all'aeroporto una tangente di 1500-2000 di dollari". Così Simona Cataldi del Cisda, coordinamento italiano di sostegno alle donne afghane), parla dell'attuale situazione a Kabul. La Castaldi in questi giorni ha seguito in costante contatto con l'Unità di crisi della Farnesina i trasferimenti di persone dal Paese asiatico riconquistato dai talebani all'Italia. "L'aeroporto in questo momento è il posto più insicuro e caotico dove stare - spiega - tra check point e tangenti. Succede sempre quando ci sono questo tipo di evacuazioni che si debba pagare una mazzetta. Così i talebani consentono dei corridoi umanitari ma solo alle loro condizioni e nell'ambito di una trattativa che nulla ha a che vedere col riconoscimento politico e diplomatico. I soldi sono chiesti alle singole persone, non alle organizzazioni a cui eventualmente appartengono", aggiunge la Castaldi parlando con l'Agi. Intanto arriva una buona notizia per i rifugiati. "Airbnb e Airbnb.org annunciano che Airbnb.org fornirà alloggi temporanei a 20.000 rifugiati afghani in tutto il mondo; l’iniziativa sarà finanziata attraverso i contributi ad Airbnb.org da parte di Airbnb e Brian Chesky, così come dai donatori del Fondo per i rifugiati di Airbnb.org", si legge in una nota di Airbnb. "Airbnb e Airbnb.org sono consapevoli di come questa situazione evolva rapidamente. Airbnb.org collaborerà da vicino con i partner e le agenzie di reinsediamento per andare dove c'è bisogno e adattare questa iniziativa e il nostro supporto in base alle necessità. Inoltre, dato l'enorme bisogno, Airbnb esorta i membri della comunità imprenditoriale globale a unire gli sforzi per fornire supporto immediato ai rifugiati afghani", continua il comunicato.

 Marilisa Palumbo per corriere.it il 25 agosto 2021. Seimilacinquecento dollari a persona. Tanto chiede l’immarcescibile Erik Prince, il signore delle guerre private, spuntato all’aeroporto di Kabul per vendere «posti verso la libertà». Con un sovrapprezzo se il malcapitato ha bisogno di aiuto per arrivare allo scalo. Fondatore di Blackwater, una società che forniva guardie di sicurezza alla Cia e al dipartimento di Stato, molti dei quali impiegati accanto all’esercito ufficiale proprio in Afghanistan e in Iraq (e alcuni condannati per avere ucciso civili sul terreno), Prince è stato protagonista di innumerevoli polemiche e scandali. Tra gli ultimi una losca operazione di reclutamento di ex agenti americani e britannici per costruire attacchi a politici progressisti e sindacati americani e – la storia è uscita sul Time appena un mese fa – il piano a dir poco opaco da 10 miliardi di dollari per tirare su un esercito privato in Ucraina. 

La fuga dall’Afghanistan. Molto vicino a Trump, fratello della sua ministra dell’Istruzione Betsy DeVos, Prince ottenne da Steve Bannon l’incarico di presentare un piano per sostituire i soldati Usa impiegati in Afghanistan con un esercito di mercenari (voleva anche mandare dei contractor a fermare i migranti in Libia, qui lo raccontava al Corriere). Non se ne fece nulla, e ora, nell’ultimo atto di questa guerra eterna, ha trovato il modo di fare cassa anche sulla disperazione. Ma nella giungla dell’aeroporto di Kabul, come racconta il Wall Street Journal, che per primo ha dato notizia della presenza di Prince, i bene intenzionati per fortuna sono molti di più dei cinici. Piccole e grandi organizzazioni stanno provando ad aiutare in tutti i modi possibili con le evacuazioni. La Georgetown University, la Johns Hopkins, il Truman National Security Project, l’ex segretario di Stato Hillary Clinton attraverso al Clinton Foundation. E tanti altri. Un po’ come i privati che offrirono le loro barche per salvare le truppe alleate intrappolate a Dunkerque. 

I voli da Kabul. È una corsa contro il tempo: molti voli charter ripartono con posti vuoti, perché è sempre più difficile avvicinarsi all’aeroporto dopo che i talebani hanno annunciato di non voler più far passare afghani. Senza contare le continue difficoltà burocratiche. «E’ il caos più totale – ha detto al WSJ Warren Binford, professore di legge dell’università del Colorado che sta seguendo vari tentativi di evacuazione – Stiamo assistendo a una massiccia operazione di “ferrovia sotterranea” (la rete attraverso cui gli schiavi del Sud fuggivano verso gli Stati dove potevano vivere liberi, ndr), solo che invece di farla funzionare per decenni, ci serve in piedi per ore, al massimo giorni».

La Schindler's List afghana. Orrore totale, "costretti ad assegnare priorità alla gente in modo crudele". Libero Quotidiano il 24 agosto 2021. Si sta creando una sorta di Schindler's list afghana. "Il nostro obiettivo è quello di portare fuori dall'Afghanistan quante più persone possibile, ma le dimensioni del compito sono tali che non tutti riusciranno a lasciare il Paese. Stiamo assegnando priorità alla gente in modo crudele". Lo ha ammesso il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, in una intervista alla Bbc in cui ha precisato che nelle ultime 24 ore sono state evacuate duemila persone e 10mila da aprile. A poche ore dal vertice del G7, Wallace ha detto che è "improbabile" che si vada oltre la data del 31 agosto per il ritiro delle truppe dall'Afghanistan, anche se Londra sta cercando di convincere gli americani a estendere oltre quella data il ponte aereo da Kabul. "Penso sia improbabile - ha detto a Sky News - Non solo per quello che hanno detto i Talebani, ma anche per le dichiarazioni pubbliche del presidente Biden". "Vale sicuramente la pena provarci tutti - ha aggiunto - e lo faremo". Intanto uno scontro a fuoco tra le forze di sicurezza afghane e un gruppo di assalitori di cui non si conosce l'identità è scoppiato all'ingresso nord dell'aeroporto di Kabul. Lo riporta su Twitter l'esercito tedesco riferendo di un soldato afghano rimasto ucciso e di tre feriti. Nello scontro sono state coinvolte anche truppe della Germania e degli Stati Uniti che sono rimaste illese.

Afghanistan, donne frustate e bastonate all'aeroporto: "Eravamo in lista ma ci hanno picchiato". Libero Quotidiano il 21 agosto 2021. Erano in lista per poter andare all'aeroporto di Kabul e lasciare definitivamente l'inferno talebano. La furia dei nuovi padroni dell'Afghanistan, però, non ha lasciato scampo a Nahal e alle sue sorelle. Sono state frustate e insultate proprio davanti ai soldati americani che, dall'altra parte del muro, "stavano a guardare senza fare niente". Alle quattro di venerdì notte la giovane era partita dalla casa in cui era nascosta. L’obiettivo - come racconta il Corriere della Sera - era raggiungere l’aeroporto per salire sul volo di evacuazione organizzato dall'ambasciata italiana. Nahal, infatti, è una ex dipendente della cooperazione italiana. E con lei c'erano anche le sue tre sorelle. Una di loro incinta all'ottavo mese. Adesso devono uscire subito dal Paese per via della loro precedente collaborazione con gli stranieri. "Siamo partite verso le quattro. Ci avevano detto che dovevamo trovarci vicino all’ingresso principale - ha raccontato Nahal -. Quando è arrivato il messaggio siamo scoppiate a piangere dalla gioia". A lei e alle sue sorelle, però, è stato spiegato che devono raggiungere l'aeroporto da sole. "All’ingresso dell’aeroporto ci siamo subito rese conto di quanto fosse difficile passare. Prima di tutto i talebani insultavano e picchiavano con bastoni e fruste chiunque cercasse di entrare. Ma soprattutto la folla e la ressa contro il secondo cancello urlava e spingeva rendendo impossibile l’ingresso", ha proseguito Nahal. Da quando i talebani sono entrati a Kabul, infatti, l'aeroporto viene preso d'assalto tutti i giorni da chi desidera scappare via. Nahal ha provato a proteggere la pancia della sorella incinta: "Mi sono messa a gridare contro alcune persone, supplicavo di non colpirla. Ma anche tra la folla c’erano persone armate di bastoni, non solo tra i talebani". E infine: "Mi sono sentita umiliata, non solo per le botte ma anche perché ci hanno trattato come animali, come se fossimo qualcosa di diverso da un essere umano".

Usa a talebani, lasciate passare afghani con credenziali.  (ANSA il 25 agosto 2021.) Gli Usa stanno "chiarendo" ai talebani che gli afghani con le credenziali devono poter accedere all'aeroporto di Kabul: lo ha detto il portavoce del Pentagono John Kirby durante un briefing, rispondendo ad una domanda dopo che i talebani hanno annunciato che lasceranno passare solo gli stranieri. (ANSA). 

Berlino, talebani lasceranno partire afghani dopo il 31/8. (ANSA-AFP il 25 agosto 2021) I talebani hanno accettato che gli afghani lascino il Paese ancora dopo il 31 agosto, data del ritiro delle truppe occidentali dal Paese. Lo ha riferito l'ambasciatore tedesco Markus Potzel che sta trattando per l'evacuazione dei civili da Kabul.

Afghanistan: Nbc, i talebani a caccia delle donne giudici (ANSA il 25 agosto 2021.) Diversi giudici americani e di tutto il mondo stanno lavorando alacremente per far uscire dall'Afghanistan 250 magistrati donna e le loro famiglie dopo aver avuto notizia che i talebani le stanno dando la caccia casa per casa. Lo riferisce Nbc News, spiegando che molte delle giudici sono state formate negli Usa e hanno emesso dure sentenze sui combattenti talebani durante la guerra in Afghanistan, ma la maggior parte non ha diritto a visti speciali perché non sono mai state sul libro paga degli americani. "I talebani ci cercano porta a porta", ha rivelato una di loro nella provincia di Herat. Patricia Whalen, giudice in pensione del Vermont, è molto preoccupata di riuscire a portarle all'interno dell'aeroporto di Kabul e tenerle lontane dai talebani. Whalen, che dal 2007 al 2012 è stata anche giudice internazionale per i crimini di guerra della Bosnia-Erzegovina, fa parte di un piccolo gruppo di magistrati che stanno lavorando febbrilmente per evacuare le 250 afghane e le loro famiglie.  "I talebani ci cercano porta a porta", ha rivelato una di loro nella provincia di Herat, che non ha voluto essere nominata perché ha paura dei miliziani: "Siamo in pericolo". La donna, 31enne, ha spiegato che non dorme a casa da quando i talebani hanno preso Herat il 13 agosto, e non è neppure andata a lavorare. "La loro idea - ha aggiunto - è che le donne non possano essere giudici".

Afghani picchiati sulla via dell'aeroporto di Kabul. Da ansa.it il 25 agosto 2021. Sono salite ad almeno 82.300, secondo la Bbc e altri media, le persone evacuate finora dall'Afghanistan da Usa, Regno Unito e altri Paesi dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani. Nelle ultime 24 ore i militari americani hanno portato fuori quasi 20.000 sfollati, mentre Londra, seconda per numero di soccorsi, è arrivata in totale a quota 10.000 da inizio operazioni. Le persone considerate più a rischio - stranieri esclusi - sono tuttavia calcolate in circa 300.000 solo contando gli ex collaboratori afghani della missione Nato. E portarli fuori tutti entro la scadenza del ritiro confermata ieri per il 31 agosto sarà impossibile.  Secondo quanto riferiscono fonti della Difesa britannica alla Bbc,  cresce il numero delle persone picchiate dai talebani mentre tentano di raggiungere l'aeroporto di Kabul nella speranza di poter lasciare l'Afghanistan. Secondo le stesse fonti, inoltre, la minaccia terroristica resta alta con "un rischio reale di un attacco" nello scalo. In particolare preoccupano le minacce poste dalla branca afghana dell'Isis. Diversi giudici americani e di tutto il mondo stanno lavorando alacremente per far uscire dall'Afghanistan 250 magistrati donna e le loro famiglie dopo aver avuto notizia che i talebani le stanno dando la caccia casa per casa. Lo riferisce Nbc News, spiegando che molte delle giudici sono state formate negli Usa e hanno emesso dure sentenze sui combattenti talebani durante la guerra in Afghanistan, ma la maggior parte non ha diritto a visti speciali perché non sono mai state sul libro paga degli americani. "I talebani ci cercano porta a porta", ha rivelato una di loro nella provincia di Herat. Quasi il 60% degli afghani che sono stati costretti a lasciare le proprie case quest'anno sono bambini: secondo i dati diffusi dall'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Unocha) in Afghanistan, si legge sulla Bbc, dall'inizio di maggio più di 400.000 persone sono state registrate come nuovi sfollati a causa dell'intensificarsi dei combattimenti in tutto il Paese. In totale quest'anno sono stati sfollati quasi 550.000 afghani.

Francesco Semprini per “la Stampa” il 21 agosto 2021. Ancora morti, delirio all'aeroporto della capitale, paralisi delle attività, sfollati in fuga e restaurazione della Sharia. È il quadro del nuovo Afghanistan dopo la caduta di Kabul nelle mani dei fondamentalisti che ha innescato la fuga di chi vive con terrore il corso della storia e l'attesa della formazione del nuovo governo di intesa a trazione taleban. È di almeno quattro decessi, tutte donne, il bilancio dei disordini di ieri presso lo scalo Hamid Karzai, secondo la testimonianza sul terreno di «Sky News» che riferisce di una ressa letale. La folla continua ad accalcarsi all'aeroporto per cercare di andarsene dal Paese, ma tutti gli osservatori internazionali stimano che le possibilità di fuggire sono sempre meno, e che entro pochi giorni non ci saranno più voli. Gli americani diffondono un messaggio invitando le persone a non andare allo scalo, mentre il capo della diplomazia Ue Borrell commenta: «Impossibile finire l'evacuazione il 31 agosto». Molti funzionari pubblici a Kabul non sono potuti rientrare in ufficio perché gli è stato impedito. I miliziani vogliono aspettare la nomina dei nuovi ministri: «Ci hanno rimandato a casa dicendo di attendere indicazione dagli organi di informazione», affermano dipendenti e funzionari. Da quando i taleban hanno preso il potere il 15 agosto, edifici governativi, uffici passaporti, scuole e università sono rimasti in gran parte chiusi. Negli ultimi giorni hanno operato solo poche società di telecomunicazioni private. Le banche e i bancomat di tutto il Paese sono rimasti chiusi per il settimo giorno consecutivo, non ci sono contanti all'interno degli sportelli, nessuna banca è operativa, così come nessun ufficio Western Union, che le persone all'estero utilizzano maggiormente per trasferire denaro. Il Paese rischia la crisi di liquidità. Ieri nella capitale la maggior parte delle strade era gran parte deserta, ad eccezione dei posti di blocco taleban e delle loro pattuglie. Nella provincia occidentale di Herat, dove era di stanza il contingente italiano, i taleban hanno disposto il divieto di tenere lezioni a classi miste di ragazze e ragazzi nelle università governative e private. La direttrice nazionale del Programma alimentare mondiale in Afghanistan, Mary-Ellen McGroarty, afferma che decine di migliaia di sfollati interni sono destinate ad aggravare la già pesante crisi umanitaria. Ancor di più perché il Paese che sta affrontando una grave siccità e le scorte alimentari stanno già diminuendo in tutto il paese. A questo si aggiungono i timori di Pentagono e Sicurezza nazionale Usa sul fatto che i taleban potrebbero essersi impossessati non solo di armi leggere americane, come fucili d'assalto e mitragliatori, e di veicoli corazzati Humvee, come mostrano diverse immagini, ma anche di diversi elicotteri Black Hawk e di una ventina di aerei da combattimento A-29 Tucano, oltre ad altre armi pesanti e milioni di munizioni. Nel Nord, intanto, le milizie della resistenza hanno ripreso tre distretti della provincia di Baghlan vicino alla valle del Panjshir dove si sono radunati i resti delle forze governative e di altri gruppi di miliziani. Sono loro l'ultimo serraglio di resistenza anti-taleban che fa capo ad Ahmed Massoud, il figlio del "Leone del Panjshir" leader dell'Alleanza del Nord. Massoud ha smentito qualsiasi intenzione di resa. Notizie fatte girare ad arte dalla macchina della propaganda delle fake news dei fondamentalisti, divenuta ormai quarta dimensione delle guerre asimmetriche e non convenzionali. Il ministro della Difesa, il generale Bismillah Mohammadi, che ha promesso di resistere ai taleban, ha dichiarato in un tweet che i distretti di Deh Saleh, Bano e Pul-Hesar nella vicina provincia di Baghlan a Nord del Panjshir sono stati presi. Ad affiancare Massoud e Mohammadi è l'ex vicepresidente Amrullah Saleh a cui, sulla base dei disposti della Costituzione, spetta di sostituire il fuggiasco Ashraf Ghani. Secondo fonti vicine al figlio del Leone del Panjshir nella valle si sono radunati ad ora più di seimila combattenti, composti da resti di unità dell'esercito e delle forze speciali e da avanguardie di milizie locali.

Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera” il 21 agosto 2021. Da quando Kabul è caduta nelle mani dei talebani milioni di afghani terrorizzati cercano di cancellare le loro tracce digitali dai telefonini, dai computer, dal web. Panico comprensibile: in balia di radicali islamici che vent' anni fa avevano vietato perfino la musica, anche avere sullo schermo del cellulare solo il logo di Spotify può essere fatale. Ragazzi cresciuti nei vent' anni dell'occupazione americana, che sono anche i primi dell'era digitale, corrono a ritroso in una paradossale macchina del tempo cancellando dai loro apparecchi anni di messaggi, tutti i loro contatti, gli amici, le foto, i video, le canzoni. È un lavoro immane, svolto con l'aiuto di organizzazioni umanitarie come Human Rights First che hanno messo in rete guide su come cancellare la propria identità digitale basate su un lavoro analogo fatto in passato per i ragazzi di Hong Kong che hanno cercato di resistere alla repressione cinese. Manuali scritti in inglese, arabo e farsi che molti non capiscono perché parlano altri dialetti. Aiutano attiviste pachistane dei diritti umani con traduzioni in lingua pashto e dari. Sforzi commoventi, ma difficilmente basteranno a evitare di far scattare le trappole tecnologiche dei jihadisti: i talebani 2.0 che affermano di essere diventati più tolleranti con la modernità, di sicuro si sono modernizzati quanto a uso delle tecnologie digitali. Già cinque anni fa in un posto di blocco hanno controllato i passeggeri di un autobus usando uno strumento biometrico e ne hanno uccisi 12 identificati come collaboratori degli americani attraverso un database in loro possesso. E a Kabul secondo voci difficili da verificare, i talebani stanno già facendo perquisizioni casa per casa usando strumenti simili. Nei vent' anni della loro occupazione gli americani non hanno solo cercato di esportare democrazia: hanno esportato anche la digitalizzazione di ogni aspetto della vita pubblica. Il che vuol dire impronte digitali, scannerizzazioni dell'iride e riconoscimento facciale per votare, diffusione capillare di carte d'identità digitali zeppe di dati dei cittadini compresi quelli della provenienza etnica, e altro ancora. Come sempre nella cultura digitale della Silicon Valley - i problemi si affrontano solo quando si manifestano e montano le proteste - nessuno si è preoccupato di garantire in modo adeguato la sicurezza di queste banche dati. Solo che a Kabul, a differenza della California, queste sono questioni di vita o di morte. Gli americani hanno creato sofisticati sistemi informatici, affidandone poi la gestione al governo di Kabul: quello che si è liquefatto in poche ore meno di una settimana fa, lasciando database delicatissimi alla mercé dei nuovi padroni del Paese. È per questo che tutti gli sforzi dei singoli di cancellare le tracce digitali rischiano di risultare vani: queste impronte sono ormai ovunque, negli archivi pubblici come nei file privati. E non basta cancellare la propria identità digitale dal telefonino: basterà una foto nella quale si compare a un evento di una ong per passare guai seri. Un cellulare senza dati, poi, rischia di essere considerato dai talebani un'autodenuncia. Per questo molti preferiscono distruggere fisicamente i loro apparecchi. Ma questo è un lusso che molti non si possono permettere, una connessione col mondo che non possono perdere. Chi ha lavorato con gli americani è, poi, davanti a un dilemma: se cancella tutto per non finire nel mirino dei talebani non avrà più nulla per sostenere una richiesta di asilo negli Usa. Le associazioni umanitarie consigliano di fotografare i documenti, postarli su cloud (sperando che sfuggano all'intercettazione dei talebani) e bruciare gli originali cartacei. HIIDE potrebbe diventare il simbolo dell'insipienza tecnoburocratica americana: la sigla identifica un sistema di terminali mobili per l'identificazione dei cittadini creato da varie agenzie del governo Usa. Sono stati usati di villaggio in villaggio e contengono i dati biometrici e anche note biografiche degli abitanti. Secondo il sito The Intercept, americani e afghani in fuga hanno lasciato alcuni di questi strumenti nelle mani dei talebani. La speranza è che non li sappiano usare, il timore è che vengano aiutati da tecnici pachistani.

La minaccia dei Talebani a Biden: sloggiare entro il 31 agosto o ci saranno conseguenze e reazioni. Paolo Lami lunedì 23 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. Non bastava la figuraccia che Biden ha fatto fare agli Usa sull’Afghanistan con un ritiro pasticcione, disordinato, disastroso e umiliante. Ora ci si mettono anche le minacce esplicite e dirette dei nuovi padroni di casa, quei Talebani che avvertono l’inquilino democratico della Casa Bianca: non oltrepassare il limite del 31 agosto o saranno guai seri. Irriso pubblicamente, Biden deve incassare anche l’ultima minaccia dei Talebani: “E’ una linea rossa. Il presidente Biden ha annunciato che il 31 agosto ritireranno tutte le loro forze militari. Quindi se decideranno una proroga significherà che staranno prolungando l’occupazione mentre non ce ne è alcun bisogno – dice a Sky News Suhail Shaheen, un portavoce dei Talebani, dopo le parole di ieri di Joe Biden. – Se sono intenzionati a proseguire l’occupazione questo provocherebbe una reazione”. Parlando da Doha, il portavoce dei Talebani ha aggiunto: “Se gli Stati Uniti o il Regno Unito dovessero volere più tempo per proseguire i trasferimenti, la risposta è "no"”. “O ci sarebbero conseguenze”, ha minacciato, parlando della “sfiducia che si creerebbe”. “Se sono intenzionati a proseguire l’occupazione – ha avvertito Suhail Shaheen – questo provocherebbe una reazione”. E alla domanda se i Talebani vogliano dire qualcosa alle famiglie di chi in Afghanistan ha perso la vita cercando di aiutare il Paese, Shaheen ha risposto: “Hanno occupato il nostro Paese. Se noi occupassimo il vostro, cosa direste?”. “Penso che tutti abbiano sofferto molto. Spargimenti di sangue. Distruzione. Di tutto. Ma noi diciamo che il passato è passato – ha aggiunto il portavoce dei Talebani. – Ora vogliamo concentrarci sul futuro”. Già, il futuro. Quale può essere il futuro di un Paese che basa la sua economia sulla produzione di oppio ed eroina e che conculca i diritti delle donne e delle minoranze? Un Paese governato da gente che sparava un colpo secco di kalashnikov sulla testa delle afghane e degli afghani dopo un frettoloso e sommario processo per strada?

Andrea Nicastro per corriere.it il 25 agosto 2021. Fino a quando i talebani erano sulla difensiva, esposti ai droni e alle forze speciali in ogni frattura della terra, dicevano che gli occidentali avevano gli orologi e loro il tempo. Il tempo di aspettare, pazientare, soffrire fino alla vittoria. Ora che la più grande superpotenza del mondo ha deciso di perdere e ha abbandonato decine di basi militari sicure come fortezze per arroccarsi in un aeroporto civile indifendibile, anche i talebani si sono ricordati di avere non solo gli orologi, ma anche i calendari. «Non oltre il 31 agosto», hanno detto. L'evacuazione più rapida e colossale della storia deve finire entro il mese. «Altrimenti lo considereremo una provocazione e reagiremo». Un vero ultimatum. Il presidente americano Joe Biden aveva assicurato, con la solita autorevolezza, che se ci fosse stato bisogno di prolungare il periodo di evacuazione si sarebbe «sforata la data del 31 agosto». Invece ora, dopo la risposta talebana, tutti i comandanti militari si affrettano a spiegare che si farà di tutto per «stare nei tempi previsti». Secondo indiscrezioni stampa, lunedì il direttore generale della Cia, William Burns, avrebbe incontrato la figura più visibile del vertice talebano, il mullah Baradar. Non è certo una novità che la Cia parli con i talebani. È stata la Central Intelligence Agency a voler catturare proprio Baradar in Pakistan nel 2010. Ed è stata sempre la Cia a convincere Islamabad a liberarlo nel 2018. Cosa si siano detti non è dato sapere, ma non è difficile da immaginare. Fateci uscire da Kabul senza problemi, altrimenti ve ne faremo pentire. Andatevene senza crearci problemi, altrimenti sarete voi a pentirvi. Paradossalmente, la leva migliore oggi è in mano talebana. Con 5.800 soldati a difendere l'aeroporto, un aereo che decolla ogni 45 minuti, il rischio di non poter salire sull'ultimo volo perché nessuno a terra garantisce la sicurezza, l'America si è esposta a un'ulteriore figuraccia planetaria. Immaginarsi che gli ultimi 300, 400 marines siano fatti prigionieri da migliaia di talebani che semplicemente scavalcano le reti dell'aeroporto civile è un incubo peggiore della cattura dell'ambasciata Usa a Teheran nel 1979. E anche allora, il potere era appena passato da un governo filoamericano ad uno islamico fondamentalista. Non si sa da chi sia arrivata l'idea, ma dopo la riunione Cia-talebani è uscita una soluzione per eliminare dagli occhi del mondo le code di fuggiaschi: da ieri i talebani permettono l'accesso all'aeroporto solo a chi mostra un passaporto straniero. Gli afghani che hanno lavorato o collaborato con le forze straniere non possono neppure avvicinarsi al primo cerchio di sicurezza controllato proprio dagli «studenti del Corano». C'è da immaginare che le file diminuiranno. I talebani sanno essere convincenti. Eccetto la sacca di resistenza della valle del Panshir, i nuovi padroni di Kabul sembrano avere il controllo dell'intero Paese e cercano di rimetterlo in moto. Molti amministratori del governo precedente sono stati confermati, gli impiegati stanno tornando a lavorare. A Kabul sicuramente anche molte donne, altrove è più difficile da verificare. Nominato anche il nuovo ministro della Difesa. È un ex prigioniero della Base Usa di Guantanamo.

Francesco Grignetti per “La Stampa” il 25 agosto 2021. La finestra per fuggire da Kabul si sta inesorabilmente chiudendo. E i primi ad averlo capito sono gli afghani ammassati attorno all'aeroporto, alcuni ormai accampati da giorni. Attorno allo scalo afghano, sono ormai scene da esodo biblico. Caldo, sporcizia, sudore, fame, sete. Nulla viene risparmiato ai disgraziati che cercano di sfuggire alla morsa taleban. Si è saputo di una madre che ha visto il figlio travolto dalla calca. Gli si è spezzata una gamba. Lei pure sommersa dalla folla, non è più riuscita a trovarlo. Ora vaga disperata. Ma sono giorni che si sente di bambini separati dalle famiglie. È un caos indescrivibile. Un'altra famiglia piange in silenzio: è morto uno dei figli, di 11 anni, forse per la fatica, forse di malattia, ma loro hanno dovuto stringere i denti e non perdere il posto perché l'alternativa è la morte sicura per tutti. Nelle ultime ore si è raggiunto il panico, quando hanno tutti capito che la data ultima del ritiro americano non sarebbe cambiata. E sono a migliaia, lì ammassati contro il muro e il fio spinato, che premono e aspettano. Ma pensare che ci siano voli umanitari fino al 31 agosto è sbagliato. Gli ultimi quattro giorni serviranno esclusivamente alle forze armate statunitensi per portare via i loro marines. Ce ne sono 6.000. Occorre tempo anche per questo. E così nella programmazione con gli altri Paesi della Nato, si è stabilito che spagnoli e francesi termineranno i loro voli alla sera del 26. E i rispettivi ministri degli Esteri hanno ammesso: «Non ce la faremo a portare via tutti i nostri collaboratori». Stesso dicasi per i tedeschi. Gli italiani dovrebbero chiudere la loro presenza lì venerdì 27, nonostante il nostro console Tommaso Claudi stia implorando che gli diano più tempo. Il 28 dovrebbe partire l'ultimo volo passeggeri della Difesa da Kuwait City, dove si fa scalo e cambio velivolo. «È una tragedia», dicono quelli - giornalisti, operatori di Ong, militari - che in Italia sono coinvolti da amici e collaboratori afghani, e che in queste vengono tempestati di messaggi sempre più disperati. Anche se sono centinaia quelli che sono già saliti sugli aerei militari, infatti, altrettanti sono quelli bloccati a terra. I più penalizzati sono gli ex collaboratori del contingente militare, che venivano da Herat con le famiglie, hanno rischiato la vita percorrendo ben 1.200 km di autostrada, hanno sfidato tanti posti di blocco dei taleban, chi con la propria auto, chi in autobus, e ora però sono quelli più indietro nella fila. Attorno all'aeroporto, infatti, si è creata una marea umana invalicabile. Tutti sentono di avere il diritto di scappare. Tutti hanno il terrore di quel che accadrà. E chi però rischia di più, cioè chi ha collaborato con gli eserciti occidentali, è isolato nel cerchio più esterno e nemmeno può tornare indietro. «So di alcuni nostri interpreti di Herat che ce l'hanno fatta nella notte a superare i cancelli. Ma altri sono troppo fuori e non so come ce la potranno fare», racconta una persona che è in contatto diretto con molti di loro. I pochi eroici carabinieri del Tuscania, che erano a Kabul per proteggere l'ambasciata e da giorni stanno gestendo l'evacuazione, fino all'ultimo hanno sfidato l'ira degli americani e hanno fatto la spola tra dentro e fuori, varcando il cosiddetto «Abbey Gate», uno dei tre accessi all'aeroporto, per individuare nella calca le persone a cui gli italiani hanno promesso aiuto. Il punto, però, come detto, è che la finestra temporale si sta chiudendo inesorabilmente. Già ieri i marines avevano l'ordine di far passare solo chi ha un passaporto americano o occidentale, oppure il visto. Ma naturalmente con le carte in regola non c'è quasi più nessuno. Non meraviglia, allora, che anche i taleban, da parte loro, adottino la medesima regola. E sembra proprio di vedere un accordo tra le due parti, relativamente a questi ultimissimi giorni. Il ponte umanitario era uno sforzo doveroso. Ma non può nascondere il disastro di questo ritiro. I cui tempi e modi sono stati dettati esclusivamente dagli americani. Il nostro governo non vuole assolutamente polemizzare, ma negli interventi in Parlamento dei ministri Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini, ieri, qualche messaggio in codice c'è. Va letto bene tra le righe. Guerini ha tenuto a ribadire, per due volte, che «è stata scarsa se non nulla la resistenza delle forze di difesa afghane, scegliendo di fuggire oltre confine o di arrendersi, abbandonando ai taleban mezzi ed equipaggiamento». E poi: «Numerosi episodi di abbandono di mezzi e materiali». Che però erano tutti armamenti di fonte statunitense. «Nessun sistema d'arma o mezzo militare italiano è stato ceduto alle forze afghane al momento del rientro del contingente». Così come ha lamentato Di Maio: «Non possiamo permettere che il Paese torni rifugio sicuro e terreno fertile per gruppi terroristici». Solo che questa garanzia non si ravvede più tanto nell'intervento muscolare americano, quanto in «alleanze e coinvolgere tutti gli attori, specie quelli della regione, che condividono questa stessa preoccupazione, oltre Russia e Cina». Pare evidente che si pensa a un tavolo che veda insieme Iran, Turchia, Pakistan oltre le due grandi potenze citate. Non propriamente un tradizionale assetto atlantico.

Da lastampa.it il 26 agosto 2021. Spari contro un C-130J dell'Aeronautica militare italiana che era appena decollato da Kabul con a bordo altri evacuati afghani. Nessuna conseguenza per equipaggio e passeggeri. A quanto apprende l'AGI, il fuoco è stato aperto quando il velivolo aveva già staccato le ruote dalla pista dell'Hamid Karzai Airport, con i motori alla massima potenza per consentirne il decollo. Il pilota, un ufficiale donna dell'Aeronautica italiana, è stata rapida oltre che mantenere sangue freddo - si apprende ancora - nell'effettuare una manovra di emergenza che ha messo in sicurezza il C130J in volo, allontanandolo dalla traiettoria dei proiettili, probabilmente di mitragliatrice pesante posizionata all'esterno dello scalo aereo o su un'altura vicina. A bordo giornalisti e 98 civili. Il C130J ha quindi proseguito sulla rotta prevista che l'ha portato alla base aerea di Al Salem, in Kuwait, da dove poi le persone a bordo proseguiranno per l'Italia con KC767. In tutti questi giorni di evacuazione con ponte aereo italiano o di altre nazioni dall'Afghanistan è il primo episodio del genere di cui si ha notizia. A testimonianza di una tensione sempre più marcata nell'area dello scalo. 

Afghanistan, Anna Maria la pilota italiana eroina di Kabul. Spari contro il nostro aereo: così ha salvato tutti. Libero Quotidiano il 27 agosto 2021. Dalle prime notizie diffuse ieri sul decollo condito di spari di un nostro C-130, è trapelato solo il grado e il nome di battesimo della pilota, «maggiore Anna Maria». Ma l'ufficiale italiana è già un'eroina delle nostre forze armate, anche da un punto di vista simbolico. Mentre con la vittoria talebana, per le donne d'Afghanistan svanisce l'aspirazione a diritti e autodeterminazione, l'Italia dimostra che nei Paesi occidentali le donne capaci, intelligenti e coraggiose possono realizzarsi in ogni ambito. Diventando anche pilote militari, come Anna Maria. La quale, se da adulta è divenuta in grado di far volare a 600 km/h un bestione a 4 turboeliche come il C-130J Hercules, lungo 30 metri e con apertura alare di 40 metri, ha probabilmente coronato un "sogno azzurro" che la animava fin dall'infanzia. Ancora non è stata confermata ufficialmente l'identità della pilota. Ma non sembra molto probabile che nel reparto di volo del C-130, la mitica 46° Aerobrigata di base a San Giusto, presso Pisa, ci siano due Anne Marie. Azzardiamo quindi che si tratti della siciliana Anna Maria Tribuna, una «aviatrice di razza» come si sarebbe detto in altre epoche, di cui già in passato si era occupata la stampa, come testimoniano notizie che abbiamo reperito in rete. Nel 2019 l'allora capitano Tribuna si è distinta in missioni in condizioni climatiche difficili come il rifornimento aereo della Base Zucchelli, nella remota Antartide, una "fortezza della scienza" italiana che indaga sui ghiacci polari e sul futuro della Terra. Sembra che il C-130 di Anna Maria sia stato il primo aereo dell'Aeronautica Militare ad atterrare sul ghiaccio, presso la base, dopo 20 anni. Nel 2020, poi, con lo scoppio della pandemia Covid-19, la Tribuna è stata in prima linea nel trasporto aereo dei malati più gravi, e anche dei primi carichi di mascherine, specie quando il virus era ancora semi-sconosciuto e la corsa alle terapie intensive poteva fare la differenza fra vita e morte. All'Ansa aveva dichiarato: «Magari la mattina devo andare in missione in Antartide oppure, come pure non di rado è capitato, devo operare il trasbordo di un paziente in fin di vita. Portare a termine operazioni che devono essere perfette ha anche piccoli insospettabili costi personali, come banalmente quello della valigia da rifare ogni sera. Ma l'orgoglio e la soddisfazione di aver svolto un servizio che è aiuto concreto alla popolazione, ripaga di tutto». E lo ha dimostrato anche nel 2021 nei febbrili decolli e atterraggi sulla pista assediata di Kabul.  

"Si sono vissuti attimi di panico". Colpi di mitragliatrice contro aereo italiano a Kabul, gli 007 smentiscono: spari per disperdere folla. Giovanni Pisano su Il Riformista il 26 Agosto 2021. Colpi di mitragliatrice contro l’aereo militare italiano dopo il decollo a Kabul. Attimi di panico si sono vissuti a bordo del C-130 dell’Aeronautica militare italiana con a bordo cittadini afghani evacuati e giornalisti. Per fortuna non sono stati registrati danni. Solo tanta paura. L’episodio, così come raccontato dai reporter presenti a bordo, è avvenuto nella notte tra mercoledì e giovedì subito dopo il decollo. “Siamo sul Kc767 che porta in Italia noi e 98 civili afgani evacuati in queste ore. Un volo militare, un C-130. Pochi minuti dopo la partenza da Kabul hanno tentato di colpirlo con mitragliatrici pesanti, ma la pilota Annamaria ha reagito prontamente, attuando le manovre per evitare di essere colpiti. Si sono vissuti attimi di panico, per le manovre diversive si è ballato molto. Molte delle persone sono in terra ma in condizioni complicate perché questi voli sono riempiti per permettere di portare via più persone possibile dall’Afghanistan”. È il racconto dell’inviata di SkyTg2 24, Simona Vasta, che si trovava a bordo del velivolo preso di mira molto probabilmente dai talebani, ai microfoni del suo telegiornale. “Si sono vissuti attimi di panico, soprattutto tra i civili afgani, che non sapevano dell’attacco – continua Vasta -. Inizialmente abbiamo pensato a pesanti vuoti d’aria, poi abbiamo saputo dell’attacco, quando eravamo a 4mila piedi dal suolo, a poca distanza da Kabul”. L’inviato di Repubblica Giuliano Foschini aggiunge: “La comandante dell’Aeronautica è riuscita in una manovra d’emergenza che ha messo in sicurezza mezzo e passeggeri. Dentro siamo saltati tutti in alto, ma fortunatamente non ci hanno colpiti e tutti stiamo bene” L’inviato di Repubblica Giuliano Foschini, a bordo del C130, racconta così quanto accaduto. Atterrati alla base aerea di Al Salem, in Kuwait, il viaggio sta proseguendo con destinazione Roma, a bordo di un volo 767.

Ma l’Intelligence smentisce. “Nessuno sparo contro un aereo C-130 italiano” precisano all’Ansa fonti di intelligence secondo cui una mitragliatrice afghana ha sparato in aria per disperdere la folla che stava pressando verso il gate dell’aeroporto e nessun colpo è stato diretto verso l’aereo in decollo. Secondo quanto hanno riferito le fonti, un pick up afgano equipaggiato con mitragliatrici e situato lontano dalla pista, ha sparato alcuni colpi di mitragliatrice calibro 14.5 in alto per disperdere la folla che stava pressando verso il gate. La pilota del C130 italiano ha quindi effettuato un decollo tattico per sottrarsi ad una potenziale minaccia, ma nessuno sparo – ribadiscono le fonti – è stato diretto verso il velivolo italiano. Intanto sono circa 50 le persone morte all’aeroporto di Kabul negli ultimi giorni. Ad annunciarlo l’ambasciatore russo in Afghanistan, Dmitry Zhirnov, stando a quanto riporta Interfax. Con gli ultimi voli avvenuti nelle scorse ore è stato superato il muro delle 100mila persone evacuate da Kabul, in uno dei ponti aerei più grandi della storia. Nelle ultime 24 ore sono infatti state imbarcate circa 13.400 persone, di cui 5.100 su 17 voli militari americani e 8.300 tramite 74 voli della coalizione. Da fine luglio, sottolinea la Casa Bianca, sono state portate via circa 101.300 persone, di cui 95.700 dal 15 agosto, giorno dell’ingresso dei talebani nella capitale afghana.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Lorenzo Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 26 agosto 2021. Quando calchi finalmente la pista dell'aeroporto avverti subito la vampata di caldo sotto le suole. L'asfalto è bollente. Nell'area dove parcheggia il c-130 dell'aeronautica militare italiana sono fermi almeno 8 cargo grigi panciuti. Si notano le insegne americane e britanniche. Ai lati del nastro d'asfalto il popolo afghano in fuga attende, muto, paziente. I soldati della coalizione, compresi quelli italiani, fanno lasciare a terra, o parzialmente svuotare, i bagagli più pesanti e voluminosi. Tutta questa gente è stata già più volte controllata e perquisita nelle diverse fasi del suo calvario per arrivare al terminal, in coda per la lotteria tra la vita e la morte. Però non si vuole lasciare nulla al caso. Ogni chilo in più significano passeggeri che dovranno restare a terra. I bambini tengono stretto al petto un animale di pezza, una bambola. Le mamme un attimo sembrano protestare. Ma è solo un accenno, un gesto. Poi lasciano fare.  «Questi sono gli ultimi, la nostra missione è agli sgoccioli», dice il tenente colonnello Andrea Brozzetti, che ci viene a prendere sulla pista. «L'importante è partire. Via, andare via al più presto. Non abbiamo più neppure la forza per ribellarci. va bene tutto. Purché si decolli subito. I talebani avanzano, non sappiamo ancora per quanto tempo gli aerei potranno decollare», dice Usma, una ragazza di 19 anni dal sorriso esausto.  «Grazie Italia, grazie italiani», ripete. E vale la pena di ascoltarla, mentre qui, con gli otto membri della sua famiglia, sta per essere accompagnata dai soldati italiani verso gli ultimi metri che la separano dal portellone aperto del cargo militare che tra poco partirà per il Kuwait, alla volta infine di Roma. Solo pochi metri, forse una quindicina, ma da oltre una settimana le sembravano impossibili da superare. «Voi non capite, per voi europei è tutto garantito. Lo date per scontato. Ma per me questi 15 metri rappresentano un futuro di libertà e sicurezza. I talebani forse non mi avrebbero uccisa fisicamente. Ma certamente avrebbero assassinato il mio futuro di donna e di essere umano libero. Voglio venire in Italia, dovevo assolutamente farlo per me e per i miei figli», dice tutto d'un fiato. Non dorme da oltre quaranta ore. «Sono stata salvata dai vostri soldati che mi hanno trovata vicina ad un canale. Non ce la facevo più», aggiunge. Lei parla. Ma intanto il nostro telefono continua a squillare. È il passaparola tra gli afghani. Quando sanno che forse c'è qualcuno di conosciuto all'aeroporto, anche solo per sentito dire, che potrebbe aiutarli forse a superare le barriere di accesso, chiamano. Lo fanno con ogni mezzo. Sanno che il cerchio si sta stringendo. Terribilmente. Da martedì mattina i talebani hanno vietato l'accesso all'aeroporto per i civili afghani, anche quelli muniti di garanzie e accrediti dai Paesi della coalizione. Ciò significa che chi è dentro è dentro, e chi è fuori resta fuori. Lo si notava benissimo anche ieri pomeriggio atterrando. La pista è sgombra, nulla a che vedere col caos di una settimana fa. Non ci sono civili che invadono il terminal, o si aggrappano ai carrelli degli aerei in decollo. Oltre ottomila soldati americani hanno messo in sicurezza il perimetro delle piste. Di fronte al terminal i gruppi delle persone in partenza sono ben ordinati, divisi per voli, controllati a vista da guardie armate che soprattutto si preoccupano di aiutare i vecchi e dare bottiglie d'acqua fresca ai bambini. La calca vera, l'inferno, sta fuori dal perimetro, verso la strada che conduce al centro di Kabul. È nelle mani dei miliziani talebani che, ai posti di blocco, non esitano a menare botte con i calci dei fucili e frustare chi si attarda. Kabul è sempre più una città divisa tra la nuova normalità del centro e la precarietà dell'aeroporto. Il passato della coalizione è già un ricordo destinato a svanire. Dopo il 31 agosto sarà tutto diverso. Il futuro sta già nelle mani dei talebani. Ieri abbiamo visitato brevemente la sala comando americana. «Sappiamo che l'Isis è qui fuori. Ci sono informazioni di attentati in preparazione», ribadiscono allarmati dal servizio di intelligence. In questa frenesia delle partenze, tanti sono ben contenti di parlare con i giornalisti. «I talebani mi danno la caccia. I loro informatori sanno che ho lavorato per una guest house che serviva le ong europee. Questa è la mia ultima possibilità per mettermi in salvo», dice Walid, 32 anni, mentre si avvia a sua volta sul volo italiano. Con Nasratullah discutiamo della credibilità talebana. «Sì, ho visto che loro promettono che saranno diversi, ma lo fanno solo per illudere l'opinione pubblica occidentale. Hanno imbrogliato gli americani nei negoziati di Doha. E adesso hanno bisogno del vostro riconoscimento per governare. Ma a farne le spese saranno gli afghani che restano. Io non credo alle loro promesse e non sono disposto a stare qui per verificarle in diretta». Saleh, una cinquantina d'anni, è venuto con la famiglia dal Loghar, sette persone per un viaggio di tre giorni. Sorride felice. È disposto ancora una volta ad attendere sotto il sole. Suda copiosamente, non gli importa. «Vivremo nella libertà. Non voglio tornare a stare come due decenni fa. Sono contento. Abbiamo venduto tutto pur di partire. Ma ne valeva la pena. Ho tre figli adolescenti, non voglio che soffrano sulla loro pelle ciò che ho sofferto io da giova-ne», spiega. Ogni tanto le voci sono soffocate dal rombo del viavai dei giganti dell'aria. Davanti al padiglione dell'Italian Evacuation Center incontriamo accovacciate alcune giovani donne.  Stanno attendendo di essere accolte e esaminate. «Speriamo bene. Veniamo da Bamiyan, siamo professoresse e artiste. I talebani ci avrebbero vietato ogni attività e chiuse in casa», dice una di loro, Omena Rasai, 27 anni. Dentro la zona italiana tre medici militari si stanno dando da fare. Si vedono diversi bambini. «Abbiamo curato molti casi di disidratazione, la gente arriva stanca, disfatta, al lumicino. Sono consumati dal caldo. Una donna ha quasi partorito qui da noi. I bambini soffrono di dissenteria», spiegano. L'atmosfera appare comunque tranquilla, calma, gruppi di famiglie stanno sdraiate su grandi stuoie stese a terra nella penombra. Tra loro c'è anche il venticinquenne Fawzi Olulbik, uzbeko, comandante di un battaglione dell'esercito che era basato a Mazar-i-Sharif. «I talebani se mi prendono mi uccidono subito. Sono un ufficiale nemico, non avrebbero alcuna pietà», spiega, diretto. La moglie insegnava francese. «Grazie Italia, che ci salva», ripete. Volevo unirmi ai resistenti col figlio di Ahmad Massoud nel Panshir, ma non sono riuscito a raggiungerli. Le strade erano già presidiate dai talebani, dice ancora lui. Poco distante, seduta al tavolino di un caffè del terminal, adesso invaso di valigie, stracci e povere cose, siede Qadra, una ragazza venticinquenne originaria del Nord, ma che da cinque anni studia business administration negli Stati Uniti. «Ero in visita alla mia famiglia ma sono rimasta bloccata. Maledetto il momento che ho deciso di fare questo viaggio; ora devo scappare con mille rischi». Ma non ha dubbi: «Devo andare via subito. Questo Paese non ha futuro. Questo è l'esodo della sua gente migliore. Tra noi ci sono medici, ingegneri, avvocati, tecnici, persone che parlano le lingue. Dopo il 31 agosto l'Afghanistan sarà infinitamente più povero, avrà perso le sue menti, le sue energie migliori. Questa fuga epocale di cervelli, il frutto di una generazione vissuta nella libertà, permetterà ai talebani di governare indisturbati. Prevarranno i vecchi pregiudizi. Le donne saranno trattate come subumani da chiudere in casa. Una tragedia terribile», spiega. Mentre parla smanetta messaggi al marito rimasto negli Stati Uniti. Fortunato lui che è in Louisiana a casa. «Non riesco neppure a spiegargli ciò che capita qui», esclama poi scuotendo la testa. Tra poco dovrebbe imbarcarsi, il suo nome è già stato chiamato, non sembra avere rimpianti. Non si guarda indietro. Vuole chiudersi la porta alle spalle. 

Francesco Grignetti per “La Stampa” il 26 agosto 2021. Nella notte, una missione clandestina attraversa Kabul. C'erano da salvare un sacerdote, cinque suore della congregazione di Madre Teresa e 14 bambini disabili. Da giorni il governo sapeva di questo problema sempre più impellente, che non si riusciva a sbloccare. Già, perché doveva essere la Croce Rossa internazionale a recuperarli. Solo che giorno dopo giorno rinviavano il recupero della missione cattolica. E alla fine, quando ormai si era agli sgoccioli ci ha pensato un nucleo coraggioso di italiani. E ieri il ministero della Difesa ha potuto annunciare: «Sono stati tratti in salvo dai militari italiani». Queste suore più il gruppo delle Piccole sorelle di Gesù hanno rappresentato un presidio di cattolicesimo in ogni tempo. Sia durante l'occupazione sovietica, sia nella guerra civile. «Per tutti questi anni, non hanno mai lasciato Kabul: non durante l'occupazione sovietica, non sotto i talebani e neanche durante i bombardamenti». Le Piccole sorelle di Gesù sono rimaste al fianco degli afghani fin quanto hanno potuto, ha raccontato ad AsiaNews padre Giuseppe Moretti, il cappellano all'ambasciata italiana fino al 2015. E le hanno evacuate nello scorso febbraio. A Kabul, la comunità cristiana è composta da poche decine di persone, soprattutto funzionari e militari delle ambasciate. La congregazione si stabilì in Afghanistan nel 1956, le suore servendo come infermiere negli ospedali statali. Padre Moretti racconta la loro dedizione: «Ricevevano tanti aiuti internazionali, e cercavano sempre di farli avere alle persone di cui avevano cura. Nel 2013, un generale della Nato inviava ogni domenica dei pacchi di viveri, ma le suore, pur vivendo nella povertà, se ne privavano per darli ai più bisognosi di loro». Parlavano la lingua farsi, vivevano come afghane, dormendo su un tappeto a terra e indossando gli abiti tradizionali. Per questo, le sorelle sono state sempre stimate dalla comunità, tanto che negli ultimi anni avevano ottenuto la cittadinanza afghana. Quando fu riaperta l'ambasciata, nel 2001, c'era grande attesa per vedere come era stata lasciata dai taleban. E grande fu la sorpresa scoprendo che era stata rispettata.

Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera” il 26 agosto 2021. L'operazione Apagan potrebbe concludersi già stasera. Il ponte aereo Kabul-Abu Dhabi-Parigi ha portato in salvo quasi 3000 persone da quando i talebani hanno ripreso il potere, 10 giorni fa, e il governo francese non nasconde la soddisfazione per avere cominciato l'evacuazione con molti mesi di anticipo. «Abbiamo oltre 100 persone che lavorano 24 ore su 24 all'aeroporto di Kabul per salvare quante più vite possibili», dice una fonte dell'Eliseo, che ricorda l'impegno di lunga data a favore dei civili afghani che hanno aiutato i francesi. Prima del 2019 sono stati accolti in Francia oltre 800 afghani legati all'esercito francese, e nei primi mesi di quest' anno sono arrivati altri 623 afghani, con i loro famigliari, che avevano collaborato con l'ambasciata. «Gli americani hanno confermato il ritiro completo delle loro forze entro il 31 agosto - ha detto ieri il ministro per gli Affari europei Clement Beaune -, e per questioni di sicurezza non potremo continuare le operazioni oltre quella data». Sul posto a Kabul c'è l'ambasciatore David Martinon, che è considerato da molti come l'artefice del salvataggio. Senza aspettare il caos di metà agosto, intuendo forse che Kabul sarebbe caduta prima di quando pensava la Casa Bianca, dall'inizio del 2021 Martinon (ex portavoce dell'allora presidente Nicolas Sarkozy) ha cominciato a occuparsi dei visti per centinaia di persone vicine all'ambasciata: interpreti e traduttori, cuochi, autisti, personale addetto alle pulizie. La Francia si è fatta carico anche di 260 afghani in contatto con la Delegazione dell'Unione europea. In queste ore raggiungeranno Parigi dopo lo scalo nella base aerea 104 Al Dhafra, che la Francia conserva negli Emirati arabi uniti. Viene fatto il possibile perché non si ripeta, sia pure su scala ridotta, il caso degli harkis , gli algerini pro-Francia che vennero in gran parte abbandonati dopo la fine dell'Algeria francese nel 1962. Dopo la scoperta che tra i rifugiati c'erano cinque persone vicine ai talebani, il portavoce del governo Gabriel Attal ha cercato di rassicurare i francesi: «Ogni persona che entra nel nostro territorio da Kabul è monitorata, lo slancio umanitario non ci fa dimenticare la sicurezza».

Accordo segreto Cia-Talebani alle spalle dei leader del G7. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud il 25 agosto 2021. Il G7 si è aperto ieri con il botto. Una notizia sul Washington Post che doveva restare “segreta” ma che tutti dovevano sapere: il direttore della Cia, William Burns, ha incontrato a Kabul il capo dei talebani, il Mullah Abdul Ghani Baradar, presidente in pectore dell’Afghanistan. Non diversamente dai regimi autocratici che gli Usa criticano, l’amministrazione americana usa i giornali e i media per far sapere le cose che non vuol dire ufficialmente ma rendere ufficiali: i talebani sono ormai riconosciuti da Washington ai più alti livelli. L’ufficialità è una questione di tempo e di dettagli legata probabilmente alle concessioni che faranno i talebani sull’estensione del ponte aereo e il ritiro delle truppe straniere da Kabul. Ma abbiamo già una certezza: se anche si riuscisse a estendere l’ultimatum dei talebani oltre il 31 agosto, gli Usa e la Nato abbandoneranno al loro destino gran parte degli afghani che hanno collaborato con gli occidentali in questi due decenni. Lo ha ammesso ieri il ministro della Difesa britannico Wallace che ha versato lacrime di coccodrillo: questi sono degli ipocriti che avevano davanti perfettamente la situazione, così come gli americani. La notizia dell’incontro non può stupire se non gli sprovveduti politicanti e analisti di casa nostra che per giorni hanno detto e scritto stupidaggini del tipo “non bisogna trattare coi talebani”. Sono gli stessi che battono la grancassa quando il tagiko Massud proclama la resistenza ai talebani: sta negoziando con Kabul la sopravvivenza sua e della sua gente che rischia di vedere tagliate tutte le vie di rifornimento. Gli americani e i talebani si conoscono perfettamente avendo negoziato per due anni a Doha. Baradar è una creatura degli Usa: il Mullah era stato arrestato nel 2010 in Pakistan e sono stati proprio gli Stati Uniti a chiedere la sua scarcerazione a Islamabad nel 2018. Si può quindi affermare che quello tra Burns e Baradar sia stato un incontro tra vecchie conoscenze. Probabilmente i due avrebbero voluto che avvenisse in circostanze diverse ma il crollo delle forze afghane, che si sono arrese senza combattere, ha prodotto una situazione terrificante. In realtà gli Usa volevano andarsene dall’Afghanistan alla chetichella sapendo quanto sarebbe successo. Come settimane fa avevamo segnalato su questo giornale gli Usa se ne erano andati di notte dalla base di Bagram (già centro dell’occupazione sovietica conclusa nel 1989): in poche ore nel cuore pulsante dell’invasione Usa non restava nulla, neppure l’acqua e luce per la prigione. Gli americani l’avevano abbandonata così all’improvviso che tanta gente era entrata nella base rubando quel che poteva prima che arrivassero i talebani. I russi quando si ritirarono lo fecero via terra, di giorno, sotto gli occhi della popolazione e dei reporter di tutto il mondo. Definire la conquista talebana dell’Afghanistan “improvvisa” e “inaspettata” è un insulto alla moltitudine di osservatori – americani e altri – che hanno raccontato la graduale implosione dell’Afghanistan negli ultimi anni. I talebani controllavano il 40 per cento del Paese già sette-otto anni fa, come si può leggere in qualunque articolo di giornale minimamente informato. Non a caso si definiva allora il presidente Karzai il “sindaco” di Kabul, talmente era limitato il suo potere. Burns era consapevole del disastro imminente. Il 23 luglio il direttore della Cia ha affermato che i talebani erano “probabilmente nella posizione militare più forte in cui si trovano dal 2001” e ha riconosciuto la possibilità che “il governo afghano potesse cadere con l’avanzata dei talebani”. Più chiaro di così…Burns stava esprimendo quella che era chiaramente l’opinione della maggioranza tra gli analisti della comunità dell’intelligence statunitense, che, entro il 16 luglio, stavano costantemente dipingendo “un quadro desolante dell’avanzata accelerata dei talebani attraverso l’Afghanistan e della potenziale minaccia che rappresenta per la capitale di Kabul”, avvertendo che presto avere una stretta strangolamento su gran parte del paese sulla scia del ritiro delle truppe statunitensi”. Il 22 luglio, il generale Mark Milley, presidente del Joint Chiefs of Staff, ha fatto eco alle parole di Burns, avvertendo il Congresso della “possibilità di una completa acquisizione dei talebani” dell’Afghanistan, in seguito al ritiro delle truppe americane. Insomma se uno va leggere le carte e le più recenti di dichiarazioni dei capi americani era evidente la loro consapevolezza del disastro imminente. Perché non hanno fatto niente? Perché agli americani e a noi dell’Afghanistan non importa quasi nulla e restituirlo ai talebani costa molto meno che continuare a starci. Così adesso stiamo davanti alla tv dove mostrano i marines che danno da bere ai bambini, sono gli stessi soldati americani e occidentali che in 20 anni hanno fatto 71mila vittime civili nei raid aerei. L’Occidente vuole essere “buono” e umanitario, in realtà ha ancora uno sguardo da colonialista sugli altri. Ci sentiamo superiori quando gli aiutiamo dopo averli uccisi. E ci commuoviamo pure. Ipocriti.

Solo spari nella città ormai spenta. Chiara Giannini il 26 Agosto 2021 su Il Giornale. Fuori è già guerra. L'ultimo spazio libero è lo scalo dove i militari viaggiano senza sosta per portare in salvo il maggior numero di profughi possibile. "Siamo stanchi, ma andiamo avanti con il pensiero di salvare vite umane". Quando arriviamo a Kabul è già notte. Le poche luci della capitale afghana che si scorgono dal C-130 fanno capire che molte cose sono cambiate rispetto a poco più di un paio di mesi fa, quando ancora il Paese degli aquiloni era sotto al controllo della coalizione internazionale e la città risplendeva di mille bagliori. Solo l'aeroporto è illuminato. Ora gli unici rumori che si sentono sono quelli dei motori dei C-17 americani in partenza o in atterraggio, dei CH47 e di quelli che in lontananza sembrano spari. Scendiamo velocemente in fila dall'aereo, non prima di aver indossato giubbotto antiproiettile ed elmetto, fondamentali a causa dei rischi altissimi. La discesa verso Kabul con volo tattico è stata salvaguardata dai fucilieri dell'aria dell'Aeronautica militare, posizionati sul portellone posteriore dell'aereo. Non c'è tempo per i convenevoli, perché attorno all'aeroporto già si consuma quella che è una guerra ancora poco compresa: quella del terrorismo internazionale contro il resto del mondo. Il nuovo Emirato afghano dei talebani di fatto controlla quasi tutto il Paese. La verità è che questa è una corsa contro il tempo, visto che l'ultimo volo italiano dovrebbe partire tra domani e dopodomani e c'è da portare via quanta più gente possibile. In molti non ce la faranno a trovare la salvezza. Sono tutti ex collaboratori e interpreti che negli ultimi vent'anni hanno lavorato per il contingente italiano e con loro ci sono le loro famiglie. Donne e bambini, molti dei quali piccolissimi. Tutti tristi, con uno sguardo difficile da spiegare. Sembrano svuotati, apatici, rassegnati a lasciare la loro terra per un futuro in un Occidente che gli sta garantendo la salvezza, ma la certezza che in Afghanistan non torneranno mai più. È tutta gente che per riuscire a entrare nello scalo di Kabul ha lottato notte e giorno sotto al sole, senza cibo e acqua, con le unghie e con i denti, rischiando di essere uccisa dai talebani, schiacciata dalla folla, travolta. Sono persone che hanno perso i bagagli e in alcuni casi la speranza di riuscirci e, comunque, tutto ciò che avevano. In fila, coi bambini in braccio, si avviano verso il C-130. Salgono uno alla volta sul cargo militare e il personale di bordo li fa accomodare per terra, dove per otto lunghe ore rimarranno in attesa dello scalo in Kuwait, da dove partirà il KC-767 del 14esimo stormo alla volta dell'Italia. Per quanto possibile, donne e bambini vengono posizionati sui sedili laterali. I militari danno loro acqua e biscotti. Il pasto lo faranno solo alla seconda tappa, perché prima ne è prevista una a Islamabad, in Pakistan, per il rifornimento di carburante. Si parte. Il decollo avviene a forte velocità, visto il rischio di lancio di razzi o missili di breve portata da parte dei talebani. L'aereo è dotato di sistemi di difesa passiva, i razzi flair che si attivano in automatico se i radar intercettano l'arrivo di un'offensiva. «Stanchi? - ci racconta un militare della 46esima Brigata aerea -. Un po', ma il pensiero di salvare vite ci dà la forza di continuare. Devo dire che a guardare questa gente provo molta tristezza, perché si capisce che pur nella gioia di essere in salvo non avrebbero mai voluto lasciare la loro terra. Molti bambini piangono, ma noi cerchiamo di regalare loro qualche sorriso». L'atmosfera è surreale. Ovunque militari armati fino ai denti. I fucilieri continuano a difendere il perimetro intorno all'aereo. Tutto intorno ci sono militari internazionali, anche italiani e delle Forze speciali. Coordinati dal Covi (Comando operativo di vertice interforze), guidato dal generale Luciano Portolano, responsabile di tutte le operazioni per la parte italiana, i militari lavorano senza sosta. Qui non si dorme da giorni e non si dormirà fino al rientro. Ai diplomatici e agli uomini e alle donne in divisa ancora rimasti a Kabul non interessa la ribalta delle cronache. «L'importante per noi è solo salvare vite», dicono i militari ancora in Afghanistan. Sul posto ancora la sala operativa italiana che coordina le attività di imbarco e sbarco sia del personale che degli afghani. Sono tutti in prima linea a cercare di compiere il miracolo. È gente che lavora con uno scopo superiore: quello di portare in Italia persone che altrimenti finirebbero nelle mani dei talebani e sarebbero uccise. In una terra che ci ha tolto 53 vite militari e una civile, resta ancora poco da dare. Gli ultimi colpi di coda di una missione lunga vent'anni. È già tempo di ripartire.

Chiara Giannini. Livornese, ma nata a Pisa e di adozione romana, classe 1974. Sono convinta che il giornalismo sia una malattia da cui non si può guarire, ma che si aggrava con il passare del tempo. Ho iniziato a scrivere a cinque anni e ho solcato la soglia della prima redazione ben prima della laurea. Inviata di guerra per passione, convinta che i fatti si possano descrivere solo

(ANSA il 25 agosto 2021) "Sono contento di essere arrivato in Italia perché adesso i talebani girano casa per casa di chi lavora con Nato e Aisa. Gli italiani hanno fatto tanto per noi, è un piacere essere qui, siamo contenti, anche i miei figli. Io ringrazio per tutto i militari e l'Esercito italiano che ci hanno aiutati ad uscire". È una delle testimonianze di uno dei rifugiati afghani - un padre di famiglia - in quarantena nella base logistica dell'Esercito a Colle Isarco, in Alto Adige. La struttura, che già dal marzo 2020 è stata messa a disposizione della Provincia autonoma di Bolzano dal Ministro della Difesa per la gestione della pandemia (ANSA).

Herat è lontana. E i collaboratori della base italiana restano in trappola. Perché non tutti gli ex assistenti afghani sono riusciti a mettersi in salvo con le loro famiglie e cos’è successo dopo la caduta della provincia che per 18 anni è stata sotto il controllo dell’Italia: caos, ritardi e viaggi disperati. Gli errori e gli sforzi di una storia volutamente occultata da Roma. Carlo Tecce su L'Espresso il 26 agosto 2021. A Herat è buio anche di giorno. Adesso che non ci sono più occhi stranieri a illuminare le violenze dei talebani. A circa mille chilometri di strade insidiose se non letali dalla capitale afghana di Kabul, ancora due mesi fa, come per quasi vent’anni, Herat era una zona di controllo dei soldati italiani incaricati di importare e ripristinare una pace duratura o qualcosa di simile. E lì restano braccati centinaia di ex collaboratori, dipendenti, assistenti locali degli italiani, più di un migliaio di afghani se si computano le famiglie, generazioni di traditori per gli studenti coranici, obiettivi sensibili, fragili, immobili, non rassegnati, esposti alle ritorsioni. Il censimento non è ufficiale. Non ha un punto. Non si mette un punto alla disperazione. Ogni giorno l’elenco si amplia, si verifica, si corregge. Per aggiungere il posto a chi ha vinto la morte e si è imbarcato a Kabul. Per barrare il posto a chi a Kabul non ci è mai arrivato. Con cinismo si tratta di altri effetti collaterali di una guerra che tende la mano a un’altra guerra. Herat è un tormento per il ministero della Difesa. «Per me è un dolore professionale perché mi onoro di aver partecipato alla missione Nato e un dolore morale perché mi sento in debito nei confronti degli afghani che ci hanno aiutato. Oggi pensiamo a salvare vite umane, poi ripasseremo gli errori commessi. E soprattutto le lezioni apprese come siamo abituati a fare», dice il generale Luciano Portolano, quarta stella appuntata lo scorso luglio, militare stimato in maniera trasversale, comandante del Comando operativo di vertice interforze (Covi), di fatto il responsabile del ponte aereo fra Kabul e Roma con scalo in Kuwait che in una settimana ha recuperato 3.000 profughi. In Afghanistan la promessa di democrazia si è sbriciolata in pochi giorni e in quei pochi giorni il dramma di Herat si è dipanato per eventi di certo travolgenti, forse prevedibili, almeno arginabili. Quello che è successo, e non smette di succedere nel buio, merita un po’ di luce. 

IL PROLOGO. Quando l’8 giugno il ministro Lorenzo Guerini ha partecipato alla cerimonia dell’ammaina bandiera alla base di Herat per avviare il ritiro dall’Afghanistan dopo 54 caduti, 625 feriti, 50.000 donne e uomini impiegati, 9 miliardi di euro spesi, il Comando operativo di vertice interforze si era già preparato al rientro di oltre 500 afghani legati ai contingenti italiani e accolti a Roma per ragioni di sicurezza. Il piano a «condizioni permissive e non permissive» è rimasto in bozza tra aprile e maggio per le esitazioni americane sui tempi e sui modi di uscita. Com’è noto i ministri tedeschi e italiani erano contrari a un ritiro totale con una data fissata, che poi è la sciagurata opzione ordinata dalla Casa Bianca del presidente Joe Biden in sintonia con gli accordi di Doha (Qatar) fra i talebani e l’amministrazione Trump del febbraio 2020. Una lenta e però non inattesa imposizione per gli altri membri Nato. I comportamenti autonomi (o autarchici) di Washington a volte non consentono agli alleati di garantirsi varietà di scelte, ma da un anno e mezzo il programma afghano era palese. Un aneddoto ne chiarisce il senso: due governi e due anni fa, durante la stagione gialloverde con la prima versione di Giuseppe Conte, il ministro Elisabetta Trenta chiese allo Stato maggiore della Difesa di illustrare il piano di esfiltrazione a «condizioni non permissive», in caso di guerra improvvisa, per la vicina Libia e il lontano Afghanistan. Non c’era niente da illustrare per Herat e Kabul.

Gli americani si infuriarono alla semplice domanda perché la missione afghana non era in discussione anche se Donald Trump reiterava annunci e smentite. Con queste premesse e con i talebani in avanzata da sud, il Covi del generale Portolano ha organizzato l’operazione «Aquila», calibrata rispetto alle indicazioni dei generali di stanza a Herat. Il ministero degli Esteri ha sbrigato le pratiche burocratiche per i visti, il ministero dell’Interno ha effettuato le sue analisi e, con tre voli in giugno, 228 collaboratori afghani, appartenenti alla lista «h1», sono atterrati in Italia. L’ultimo segmento si è aggregato ai soldati italiani sbarcati a Roma il 30 di giugno. Giorno non casuale. Era la vigilia della consegna agli afghani dell’aeroporto di Herat. Gli altri 300 inseriti nella lista «h2» erano in procinto di partire da Herat per Kabul o direttamente da Kabul con voli civili dei turchi. 

L’EPILOGO. In tre settimane i talebani hanno sigillato l’aeroporto e conquistato Herat. E per la lista «h2» l’unico sbocco era Kabul o cercare riparo nei paesi confinanti come l’Iran. La maggioranza della popolazione di Herat è di origine persiana. In agosto il mondo ha guardato sgomento soltanto a Kabul, a quella massa terrorizzata, con in mezzo anche gente di Herat, gli amici degli italiani, che si è spinta contro il muro di cinta e il filo spinato dell’aeroporto in cui a ferragosto si sono asserragliati i militari Nato però non più sotto le insegne Nato, comunque gli stessi che portavano la pace e oggi se ne vanno sprovvisti. La prima contestazione, secondo le testimonianze e le ricostruzioni raccolte, che si può muovere al sistema militare italiano sulla imperfetta gestione di Herat: scaglionare ha rallentato i processi, era preferibile evacuare gli afghani con la base aperta. No, perché senza la copertura logistica, aeronautica e di intelligence degli americani, spiegano le fonti della Difesa, non era possibile prolungare la permanenza nella provincia di Herat. A ferragosto i talebani hanno issato la loro bandiera e gli occidentali si sono affrettati nel proteggere connazionali e collaboratori. Allora il Comando operativo di vertice interforze ha varato “Aquila omnia” che coinvolge 1.500 militari e 8 aerei fra C130J e KC767 con il compito di trasferire in Italia il maggior numero possibile di afghani in un contesto di estremo pericolo. Dopo la «h1» e «h2», le liste si sono allungate sino a «h5». I 500 di Herat sono diventati più di 2.500, quota parziale, e la metà risulta già in Italia. Gli altri, donne, bambini, uomini, sono in fuga per non morire verso ovest o verso est e dunque per l’aeroporto di Kabul attraverso i gironi infernali sorvegliati dai talebani armati. Gli altri, donne, bambini, uomini, conoscono un ufficiale, un tenente colonnello, un generale o proprio Portolano che li accompagnano, a distanza, alla pista per il decollo, mandano fotografie, messaggi, filmati. «Io non dimentico gli amici che mi hanno strappato dalla tragedia. Al momento sono in aeroporto e sto aspettando il volo per la Francia. Non ho parole per ringraziarla, generale. Mi sento sollevato», ha scritto un afghano di Herat a un ufficiale in servizio al ministero della Difesa. Non esiste una procedura per la salvezza. Chi sopravvive, si riprende la vita. Ogni precauzione è saltata. È un rischio, non calcolato, ma non eludibile. La confusione ha mobilitato i politici: la viceministra Marina Sereni ha segnalato i suoi afghani; la parlamentare europea Alessandra Moretti e il sindaco veneziano Luigi Brugnaro si sono contesi il merito di aver sottratto al regime la sorella di un imprenditore veneto; il presidente aggiunto del consiglio di Stato nonché già ministro degli Esteri Franco Frattini si è preoccupato degli alpinisti e poi la deputata Lia Quartapelle, le fondazioni, le associazioni. Anche la solidarietà delle relazioni va apprezzata. Chi non ne ha, di relazioni, è fregato. La seconda contestazione: non era meglio individuare in anticipo gli afghani di Herat da tutelare in uno scenario di dominio talebano. No, nessuno poteva ipotizzare, precisano dalla Difesa, un tracollo così repentino del governo riconosciuto di Ashraf Ghani o poteva calcolare i profughi «volontari» di Herat. La terza contestazione: un gruppo più folto di militari all’aeroporto di Kabul - dopo ferragosto c’erano 120 unità fra scorte ai funzionari italiani come al diplomatico Tommaso Claudi o al generale Giuseppe Faraglia con in supporto le forze speciali, compagine inferiore ai tedeschi, ai francesi, agli inglesi e ovviamente agli americani - poteva svolgere azioni di recupero nella capitale o addirittura a Herat. No, non c’erano le condizioni, ribattono dalla Difesa, per vaste sortite fuori dall’aeroporto. Lo scalo di Kabul era affidato ai turchi, poi sono subentrati gli americani con gli inglesi. I militari italiani sono in un corridoio di una parte a guida americana e attraverso quella porta si sale a bordo dei C130J che fanno la spola fra la capitale afghana e Kuwait City. Per situazioni di emergenza che riguardano gli italiani, anche se i connazionali sono dentro l’aeroporto, altri corpi speciali sono a tre ore di volo. Herat è isolata. Buia. Invece gli sbagli si cominciano a vedere. 

IL POTERE. Questa fase complessa e delicata per la Difesa avviene a pochi mesi da un giro di nomine che sancirà una nuova stagione e che ha già la sua influenza. A novembre va in pensione il generale Enzo Vecciarelli, capo di Stato maggiore della Difesa proveniente dall’Aeronautica, intenzionato a segnare la sua eredità con le promozioni. Per la turnazione delle forze armate, stavolta tocca alla Marina, però l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone conclude la carriera fra un anno e perciò non potrebbe terminare l’intero mandato. Il candidato principale per la successione a Vecciarelli è il generale Pietro Serino, già capo di gabinetto dei ministri Trenta e Guerini e da febbraio capo di Stato maggiore dell’Esercito. E di conseguenza per il ruolo di Serino il ballottaggio sarebbe fra il generale Portolano e il generale Figliuolo: il primo ha il consenso giusto e l’esperienza adatta, il secondo, commissario di governo alla pandemia, non può gareggiare. Oltre allo Stato maggiore della Difesa e allo Stato maggiore dell’Esercito, a novembre lasciano il generale Enzo Rosso, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e il generale Niccolò Falsaperna, segretario generale della Difesa. Le «lezioni apprese» di Herat si tengono ora e saranno preziose per l’autunno.

Il gioco dei traduttori sulle truppe statunitensi in Afghanistan: i talebani promettono la decapitazione. Aldobrandino Golino il 25 Luglio 2021 su lameziainstrada.com. I militanti talebani che entrano nella città di confine di Jalalabad sono la chiave per accedere al Khyber Pass in Pakistan. Europa Press. Una parola più o meno dalla parte del traduttore si riferirà alla morte di un giornalista di guerra o di un soldato. Trovare un traduttore intelligente con una buona padronanza dell’inglese È uno dei primi e più difficili compiti da svolgere per qualsiasi straniero in una situazione di conflitto. Ciò è particolarmente vero per i giornalisti e le truppe di occupazione che si fanno strada e fanno affidamento su queste premesse per muoversi in sicurezza. I traduttori sono essenziali. Sono anche primari Rifiuti non appena lasci il posto. Sta succedendo ora in Afghanistan, è successo prima in Iraq o in Vietnam. I traduttori passano dall’essere lavoratori che guadagnano un po’ più di dollari rispetto agli altri coetanei Esuli, apostati e collaboratori Meritano solo la morte. Questo è quello che è successo questa settimana Sohail Pardas, un ragazzo afgano di 32 anni Quella Ha servito per 18 mesi come traduttore per le forze statunitensi. Era già stato trovato dai talebani e gli avevano detto che lo avrebbero ucciso. Disattento è andato con sua sorella a festeggiare la fine del Ramadan. Lo hanno fermato a un posto di blocco talebano alla periferia di Kabul, gli hanno sparato con la macchina e lo hanno trascinato fuori, ferendolo. Quando lo riconobbero, Gli tagliarono la testa con una spada. Non ce ne sono, secondo l’organizzazione di sinistra 18.000 traduttori In vista della fine del ritiro delle truppe a settembre, Pardes dovrebbe accelerare il rilascio di visti speciali di immigrazione (SIV) da parte dei collaboratori e dell’ambasciata degli Stati Uniti nella stessa situazione. A gennaio, il presidente Joe Biden ha ordinato la fine della guerra più lunga della storia degli Stati Uniti. Quasi tutti i soldati e i paramilitari hanno già lasciato l’Afghanistan I talebani hanno continuato ad avanzare Controlla più della metà dei territori e il 90% dei confini. I servizi di intelligence occidentali ritengono che il governo democratico afghano di Kabul cadrà entro sei mesi dalla partenza delle truppe straniere. La situazione si estende a tutte le truppe Nato che si sono ritirate dall’Afghanistan o lo stanno facendo. Secondo il Ministero della Difesa tedesco, Le domande di visto di 471 lavoratori locali sono state accettate con 1.900 familiari. “Il 95% di loro otterrà i documenti di cui hanno bisogno per viaggiare in Germania”, ha detto alla presenza di Panteswer in Afghanistan. Nelle ultime settimane, I tedeschi affrettarono la ritirata Dopo che i suoi omologhi americani hanno lasciato la base strategica di Bakram, si sono seduti in un luogo chiamato Camp Marmal, senza alcuna preoccupazione per la sicurezza nella terza città più popolosa del paese, Masar-i-Sharif. I talebani stanno entrando. Mercoledì scorso, un militante talebano solitario che indossava un turbante nero è stato trovato nella parte occidentale della città La polizia e tutti gli ufficiali locali sono stati costretti a fuggire senza combattere. I tedeschi sono riusciti solo a mettere in sicurezza il loro sito e non hanno permesso a nessuno dei lavoratori locali che vi lavoravano di entrare. Molti distretti della provincia intorno a Masar-e-Sharif sono già sotto il controllo dei talebani. La via di terra per Kabul è molto pericolosa. L’ultimo aereo da trasporto tedesco A400M è decollato da Camp Marvel due settimane fa. Anche la pietra commemorativa da 27 tonnellate per i giocatori di droni, elicotteri, munizioni e bende caduti è già tornata in Germania. Il 22.500 litri di birra, vino e champagne I soldati non hanno bevuto. Ma 400 locali che hanno prestato servizio negli ultimi 12 anni fornendo, pulendo e traducendo truppe. Questo è il caso esposto dal quotidiano Der Spiegel, 49 anni, Abdul Raouf Nazari, che ha guidato le truppe tedesche attraverso le strette strade del mercato di Mazar-i-Sharif e dei villaggi deserti circostanti, ha lasciato cadere una lettera di ringraziamento per i suoi servizi. “Mi uccideranno. Non ho modo di sopravvivere in Afghanistan” Ha detto a un giornalista di un giornale tedesco. Il mese scorso, alcune ONG, guidate dall’International Refugee Assistance Program e guidate da Oxfam, UNICEF e Amnesty International, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta chiedendo aiuto per i lavoratori locali. “In fase di ritiro, Gli Stati membri della NATO devono agire con urgenza per garantire la sicurezza dei cittadini afghani passati e presenti. Il tempo stringe. “Il tempo, ovviamente, non è dalla tua parte. Il processo burocratico per il rilascio dei visti e l’espulsione fisica delle persone di solito dura fino a nove mesi”. Quel tempo non è più possibile “, affermano le ONG. Nel 2014 la maggior parte delle potenze straniere si è ritirata dal Paese e il resto è stato trasformato da ruolo di guerra a consulente. Da allora, Più di 26.000 afgani e le loro famiglie hanno cercato rifugio negli Stati Uniti. Ma ci sono almeno 18.000 persone in Afghanistan che hanno lavorato con gli americani. Inoltre, con le loro famiglie, si stima che saranno necessari circa 70.000 visti, che verranno rilasciati tra qualche giorno in più. Nessuno dice no al gruppo di sinistra Sono già stati implementati più di 300 traduttori Per aver prestato servizio con le forze statunitensi.

La caduta di Saigon nel 1975 e l’esodo caotico dei civili che lavoravano all’ambasciata americana. Una situazione simile si è verificata in Iraq. Servizio di immigrazione degli Stati Uniti Rilasciato 20.993 visti a civili iracheni che lavorano nei siti statunitensi In quel paese. 200.000 sono ancora in lavorazione. Un gruppo di questi lavoratori è già in un campo profughi sull’isola statunitense di Guam. Questo è lo stesso luogo in cui migliaia di vietnamiti hanno trascorso molti anni collaborando con le truppe statunitensi quando si ritirarono da Saigon nel 1973. Il Pentagono ha pianificato di ritirare truppe, carri armati e spie dalle operazioni in ogni conflitto nell’ultimo secolo, ma L’amicizia che rimase dopo la partenza fallì miseramente a proteggere il pubblico. A Saigon e nel Laos, appena usciti, iniziarono le atrocità. Milioni di persone morirono nel Vietnam del Sud, nei campi di lavoro o sulle navi dei rifugiati che si riversarono nel Mar Cinese Meridionale. In Laos, membri della tribù Hmong hanno sostenuto l’intervento degli Stati Uniti Sono stati massacrati dai guerriglieri Viet Cong. Infine, la tragedia di coloro che hanno cercato di fuggire su esili barche e il gran numero di americani, bambini lasciati dai militari, ha costretto il Congresso a intervenire, emanando leggi che ordinavano di far volare le deportazioni indonesiane nei campi di reinsediamento di Guam. Concesso speciale status di immigrato ai discendenti vietnamiti di soldati americani. “Abbiamo preso più di 200.000 persone con visti americani: c’era un forte senso di obbligo morale”, ha spiegato Becca Heller, direttrice del Wars Refugee Assistance Program, un gruppo di giovani e influenti avvocati che intervengono a favore dei deportati politici. . “Ha creato un modo per le persone che non possono ottenere visti regolari, ma per le quali abbiamo un obbligo umanitario. Questo è stato fatto male in Vietnam e dobbiamo fare meglio in Afghanistan e Iraq”. Concludo questa nota il ricordo di Alì, Sono stato il mio primo traduttore in Afghanistan poco dopo la caduta dei talebani nel novembre-dicembre 2001. Studente di medicina presso l’Università di Kabul Autodidatta con un inglese eccellente e film di Hollywood guardati di nascosto. Lavorava con me e altri giornalisti per 100 dollari al giorno, una fortuna in termini afgani. Quando ne ebbe abbastanza, andò a Londra per conseguire un master in pediatria. Non l’ho più sentito.

Aldobrandino Golino. “Studente di social media. Appassionato di viaggi. Fanatico del cibo. Giocatore pluripremiato. Studente freelance. Introverso professionista.”

Flaminia Savelli per “il Messaggero” il 17 agosto 2021. «I talebani stanno cercando i nostri colleghi casa per casa. In migliaia stanno rischiando la vita. La situazione negli ospedali è gravissima». Parla con le lacrime agli occhi Arif Oryakhail, consulente tecnico per la salute pubblica dell'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo del ministero degli Esteri. È anche il primo medico afghano a toccare il suolo italiano, ieri alle 14.30 a Fiumicino. Stravolto, dopo la fuga da Kabul e un viaggio di oltre 12 ore a bordo di un aereo dell'Aeronautica Militare. Un volo organizzato per il rimpatrio delle prime 74 persone tra diplomatici ed ex collaboratori afghani recuperati nell'operazione Aquila omnia. Le parole del medico Oryakhail spiegano il dramma e il caos che si sono scatenati nel Paese dopo che i talebani hanno annunciato in Afghanistan la rinascita dell'Emirato Islamico. Poi il dolore diventa rabbia: «Ci sentiamo traditi. I nostri collaboratori hanno creduto in noi e ora sono abbandonati e rischiano a vita - racconta il dottore rifugiato che ha collaborato a progetti sanitari - Abbiamo lasciato collaboratori a Kabul e non sappiamo ora come aiutarli, come dobbiamo fare. Donne che non possono muoversi». Pochi istanti dopo a uscire dal Terminal 5 è Giovanni Grandi, il direttore dell'Agenzia italiana per la cooperazione: «Mi è arrivato l'ordine di evacuazione, ho avuto solo il tempo di raccogliere pochi oggetti personali e affidarmi ai militari che ci hanno scortati. Sono state ore difficili - dice - ci hanno prima trasferiti nell'aeroporto militare e poi da lì, abbiamo dovuto aspettare ancora prima di poter rientrare. Sono state ore interminabili. La situazione che abbiamo lasciato - dice tra le lacrime Grandi - è drammatica». Eppure ne è certo: «Il nostro lavoro non è finito. Continueremo a lavorare per l'Afghanistan da qui». Appena qualche istante e il direttore Grandi abbraccia Oryakhail: si stringono, piangono. «Ce l'abbiamo fatta» dicono prima di salutarsi. Tra i primi ad arrivare a Roma c'è anche Domenico Fantoni, esperto di logistica e sicurezza sul lavoro. Era in Afghanistan dal 2006: «Una parte del mio cuore è rimasta lì accanto ai nostri collaboratori. Sono rimaste persone che confidavano in noi e sperano di poter arrivare in Italia. È stata una evoluzione rapida e siamo ancora sconvolti» conferma Fantoni. 

LE FAMIGLIE «Non potevo aspettare, volevo vedere con i miei occhi che stava bene», Antonietta è impaziente mentre tiene per mano la figlia. È la moglie di un diplomatico a bordo dell'aereo militare appena atterrato. Aspetta dietro il cordone della sicurezza organizzato al Terminal con decine di agenti della polizia e militari in divisa. Il racconto delle ultime ore vissute a Kabul, prima del volo, riporta immagini di un paese sprofondato nei disordini e nel caos: «Ci siamo parlati appena è arrivato all'aeroporto militare - spiega - solo lì si è sentito al sicuro. Durante il tragitto, non appena le persone in strada vedevano la Jeep si lanciavano sopra. Tentavano di fermarla, di salire. Cercavano anche loro di scappare via. Mi ha detto che è stato terribile non poterli aiutare, non poter far nulla per tutte quelle persone ora destinate all'incertezza». Si commuove Antonietta, poi prosegue: «Era preoccupato perché la situazione era ormai irreversibile. L'avanzata dei talebani è stata veloce, anche mio marito me lo ha ripetuto al telefono decine di volte. Non si rassegna a questo epilogo». 

AQUILA OMNIA Per i 74 passeggeri a bordo KC 767, una volta a Roma, è scatta la profilassi anti Covid. Dopo il tampone eseguito dalle squadre Uscar, sono stati accompagnati con i pullman dell'Esercito. I 54 diplomatici italiani, se non residenti a Roma, sono stati scortati alla Cecchignola per trascorrere la quarantena prima della destinazione definitiva. I venti passeggeri afghani invece sono stati trasferiti in un centro militare a Roccaraso, in Abruzzo. Anche loro in attesa della destinazione finale. 

Afghanistan, la fuga disperata dai talebani: «Per uno che riusciamo a portarne via troppi resteranno qui». Gli aerei diplomatici che hanno abbandonato la capitale sono stati per molti l’ultima speranza. Ma nella città che è stata consegnata senza resistenza, la gente urla agli Occidentali: “Ci avete traditi”. Francesca Mannocchi su L'Espresso il 17 agosto 2021. Una massa indistinta che si muove caotica intorno all'aeroporto, le auto bloccano le strade, non ci sono più i soldati dell'esercito nazionale. I talebani sono in città, è saltata la linea di comando. Ognuno, come può, tenta di mettersi in salvo. I ministeri si svuotano, così come gli uffici di polizia. I cittadini di Kabul che fino a poche ora prima, con i talebani a Wardak, ultima porta della capitale, ascoltavano con apprensione le notizie per capire quando si sarebbero avvicinati, si sono svegliati con i talebani davanti alla porta di casa. Pronti a dichiarare vittoria. È in quel momento che la libertà di andare via, a Kabul, ha preso due forme. La prima quella delle evacuazioni delle sedi diplomatiche, dei ponti aerei e dei mezzi militari pronti all'aeroporto Hamid Karzai per portare via i diplomatici, staff consolare e civili stranieri, e la seconda quella degli afghani, intrappolati, all'assalto dell'unica via d'uscita rimasta nel paese. Migliaia di uomini e donne, bambini aggrappati ai cancelli, gridavano disperati, una reazione collettiva, incontrollata, mentre i talebani si stavano insediando a Kabul quasi senza incontrare resistenza. La paura degli afghani era diventata rabbia. Assalti ai convogli blindati, lanci di pietre, e urla: "Vergognatevi". E urla più forti: "Dovete portarci via". È in questo clima che l'ambasciata italiana è stata evacuata, il 15 agosto. Troppo pericoloso per il convoglio blindato il tragitto via terra, si decide per il ponte aereo dalla sede diplomatica all'aeroporto. Dalle ricetrasmittenti una voce dice: "Si sta mettendo male". Si stava mettendo male su tutti i fronti. I talebani erano ormai nelle strade, gli afghani sapevano che l'aeroporto era rimasta l'unica via d'uscita dal paese. Tutti avevano capito che quella che si stava consumando non fosse un'entrata pacifica e senza spargimento di sangue come dichiarato dal portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, un'entrata verso la formazione di un governo di transizione.

Afghanistan, il terrore di chi non può scappare: «Noi che abbiamo collaborato con gli occidentali, ora siamo dei condannati a morte». Francesca Mannocchi su La Repubblica il 16 agosto 2021. Gli omicidi di interpreti che hanno lavorato con gli statunitensi erano all’ordine del giorno anche rima della caduta di Kabul. E ora non potrà che peggiorare. «Le truppe occidentali sono arrivate qui promettendoci stabilità e ci hanno lasciato nelle mani degli assassini e dei terroristi che avevano dichiarato di combattere». Il vicolo è stretto, i bambini agli angoli delle strade giocano con dei pezzi di legno muovendoli come spade. Non ci sono vincitori nella loro sfida, come non ci sono vincitori, oggi, in Afghanistan. Solo vittime che si contano, una dietro l'altra: civili intrappolati nelle battaglie, attivisti, giornalisti, e interpreti. Chiunque rappresenti la collaborazione con forze considerate occupanti o nemiche, chiunque rappresenti un diritto che contraddice l'interpretazione dell'Islam dei talebani. A Jalalabad sono le prime ore del pomeriggio, l'aria è rarefatta, le strade quando si trasformano in vicoli sembrano tacere, ma rumoreggiano. Tutti vedono tutti. Tutti possono tradire tutti. E tutti possono essere traditi. È in uno di questi vicoli che il due agosto è stato ucciso Hamdullah Hamdard. Aveva lavorato come interprete per tre anni con le forze Nato in Afghanistan, dal 2008 al 2011. Da tempo provava a chiedere il visto per gli Stati Uniti ma le sue richieste sono state sempre respinte. Due settimane fa è stato ucciso davanti casa sua, di fronte alla sua famiglia, la moglie e i tre figli. Il giorno dopo l'assassinio, gli uomini del quartiere entravano alla spicciolata in casa sua. Tra di loro anche i fratelli di Hamdullah Hamdard. «Hamdullah era fiero del suo lavoro, parlava sempre dell'addestramento a cui aveva partecipato a Logar, dei combattimenti contro i talebani, delle missioni per addestrare le forze afgane, l'ANP e l'ANA - la polizia e l'esercito. Viaggiava con le truppe, incontrava governatori di provincia, governatori dei distretti, la popolazione locale. Mi diceva: ho imparato più sul nostro Paese lavorando con gli americani che attraversandolo da solo». A parlare è Wesequllah Hamdard, il fratello più giovane di Hamdullah. L'ultima cosa che ricorda di suo fratello è un'immagine del giorno che ha preceduto la sua morte. Hamdullah l'aveva svegliato, voleva passeggiare, gli ha chiesto di andare insieme in città. Hanno camminato venticinque minuti fianco a fianco. Uno diretto in ufficio e uno all'università. Hanno parlato della situazione nel Paese, dei civili sfollati dalle battaglie, eppure nessuno dei due ha osato nominare le minacce che gravavano sulle loro vite. Il timore di essere considerati collaborazionisti degli infedeli. Poi in piazza si sono divisi, dandosi appuntamento per la cena con le famiglie, quella sera. Poche ore dopo Wesequllah si stava vestendo per andare alla bottega a comprare il pane quando ha sentito uno sparo, uno dei nipoti ha cominciato a urlare: hanno ucciso papà. Wesequllah è corso e ha visto il fratello sulla strada che porta alla moschea, morto. Ha preso la pistola, è andato tra i vicoli cercando i suoi assassini. Invano. La voce è rotta dal pianto del giorno prima. Anche Wesequllah è stato un interprete, per lui la morte del fratello rappresenta più di un lutto. È un avvertimento. Significa: sappiamo dove siete e possiamo uccidervi quando vogliamo. Per questo ora Wesequllah non fa un passo senza il suo fucile. Ha lavorato nella provincia di Helmand per tre anni, dal 2011 al 2014. Ora studia scienze politiche all'università al-Falah. Il giorno del funerale di suo fratello avrebbe dovuto recarsi all'università per sostenere un esame. Ma non si muove più di casa. Gli Stati Uniti hanno promesso asilo ai propri collaboratori, compresi traduttori e interpreti ma l'iter amministrativo del programma SIV è lunghissimo. Finora sono stati rilasciati 2500 visti e sono circa 18 mila gli afghani e le loro famiglie in attesa di una risposta. I talebani lo scorso giugno avevano invitato gli interpreti afgani che hanno collaborato con le forze internazionali a "pentirsi" e a restare nel Paese, assicurando che non avrebbero corso alcun pericolo: «Un numero significativo di afgani si è smarrito negli ultimi 20 anni di occupazione e ha lavorato con le forze straniere come interpreti, guardie o altro, e ora che le forze straniere si stanno ritirando, hanno paura e cercano di lasciare il paese. L'Emirato islamico vuole dire loro che dovrebbero esprimere rimorso per le loro azioni passate e non impegnarsi più in tali attività in futuro, che equivalgono a un tradimento contro l'Islam e il loro Paese. L'Emirato Islamico li chiama a tornare a una vita normale e a servire il loro Paese». Invece negli ultimi mesi gli omicidi mirati a danno di collaboratori delle forze straniere sono all'ordine del giorno, come quello di Sohail Pardis, anche lui era un ex interprete delle truppe statunitensi. Lo scorso luglio mentre guidava per andare a prendere sua sorella nella provincia di Khost per le celebrazioni dell'Eid che segnano la fine del Ramadan, è stato fermato ad un posto di blocco da un gruppo di talebani lungo la strada del Kabul.

I talebani l'hanno trascinato fuori dal veicolo e l'hanno decapitato. Il giorno del funerale di Hamdullah Hamdard i suoi fratelli si sono seduti in una stanza per pregare insieme, uno di loro è un imam. L'unico a non imbracciare un'arma. Wesequllah invece dall'arma non si separa più. Ha smesso di dormire quando le truppe americane hanno annunciato il loro ritiro e i combattimenti sono ripresi: "Le truppe occidentali sono arrivate qui promettendoci stabilità e ci hanno lasciato nelle mani degli assassini e dei terroristi che avevano dichiarato di combattere. Questo è un tradimento. E allo stesso tempo una condanna a morte per noi. Il nostro governo non ha modo di resistere all'offensiva talebana, e non vincerà questa guerra, solo loro possono salvarci, evacuandoci, ce lo devono". Prima di uscire dalla stanza afferra il suo fucile, lo sistema sulla spalla dicendo: «Non credo che ci rivedremo, sono un prigioniero, o peggio, un condannato a morte».

«Ho fatto tanto per loro. E loro non hanno fatto niente per me». Tre anni di lavoro, una medaglia al valore e una richiesta di visto rigettata. L'Afghanistan nelle parole di un giovane interprete che ha lavorato tre anni con le truppe statunitensi. Il racconto raccolto da Francesca Mannocchi da Kabul. L'Espresso il 13 agosto 2021. Mahmoud Omid ha 31 anni, vive a Kabul. Fino all’anno scorso era un interprete delle truppe statunitensi in Afghanistan. Quando gli chiedi di descriversi dice: Sono nato e cresciuto in un paese in guerra, e probabilmente morirò in un paese in guerra. In casa di Mahmoud non c’è elettricità, arriva solo la sera e non sempre. Vive nella parte settentrionale di Kabul, in una antica casa della sua famiglia. Sua madre non indossa il velo, ha lunghi capelli castani, stretti in una coda intorno al viso lungo, marcato dalle rughe. Era una dipendente statale prima che il regime dei talebani le impedisse di continuare a lavorare negli anni Novanta. «Viviamo al buio – dice – come è buio il nostro futuro.» Mahmoud Omid ha lavorato per tre anni con le truppe americane, era il ponte tra una cultura lontana e la cultura afgana, un mediatore più che un semplice traduttore. La sua base di lavoro era nel New Kabul Compound nella capitale, ma ha preso parte ad alcune missioni operative in altre province come Kandahar e Helmand. «Addestravo, consigliavo e assistevo le forze di sicurezza afghane mediando con le truppe americane» dice Mahmoud «mi definirei un consigliere culturale perché, vedi, la maggior parte degli americani quando sono venuti in Afghanistan non sapevano nulla della nostra cultura, non sapevano come salutare una donna senza porgere la mano, e noi gli insegnavamo che si porta la mano al petto. Non sapevano muoversi in una tradizione che hanno dimostrato di non saper rispettare.». «Cosa hai imparato dalla convivenza di culture così diverse?» «Dagli americani ho imparato cosa sia la libertà, ho imparato a credere nel valore di questa parola. Ora non ci credo più».

Operazione Enduring Freedom era il nome utilizzato dal governo statunitense per designare le operazioni militari avviate dopo gli attentati dell’11 settembre.

Libertà duratura. Quando si è unito all’esercito americano come interprete, Mahmoud desiderava contribuire alla libertà della sua gente, portare un cambiamento al suo Paese. «Invece sono passati vent’anni, i talebani si stanno riprendendo il Paese, l’Isis ancora minaccia il Paese, e i diritti sono di una ridotta elite. Sono arrivati promettendo di vincere la guerra al terrore e portare in Afghanistan una libertà duratura, oggi possiamo dichiararlo un totale fallimento». L’ultima missione di Mahmoud Omid con le truppe statunitensi, la divisione Kabul1, è stata un anno fa. Mostra i suoi amici, soldati americani con cui ha lavorato, tornati a casa in Okhlaoma, in North Carolina. Mahmoud ricorda bene il giorno in cui le truppe con cui lavorava gli hanno detto che se ne sarebbero andati. Stavano mangiando all’interno della base, dalla tv accesa la cronaca dei colloqui tra americani e talebani in corso a Doha, in Qatar. Il capitano della squadra gli ha detto: “Amico presto ce ne andremo, devi stare attento al tuo futuro.” Mahmoud ricorda di aver continuato per giorni ad ascoltare i tg scettico. La pace coi talebani per fermare la guerra?

«Trump aveva fretta di firmare gli accordi e la fretta ha rafforzato i talebani, col risultato che oggi in Afghanistan c’è una guerra piu’ brutale delle altre. Quando è entrato in carica Biden e ha confermato il ritiro senza condizioni i soldati americani alla base mi hanno detto: Fratello, è ora che lasci il paese». Da quel momento è stato un lento smobilitare culminato nell’abbandono della grande base di Bagram all’inizio dello scorso luglio, senza avvisare nessuno, senza passare le consegne alle forze di sicurezza afgane. Entrati senza chiedere permesso vent’anni fa e andati via, come ladri. Alla fine del 2020 Mahmoud ha richiesto il visto SIV, il visto speciale di immigrazione degli Stati Uniti ma quest’anno, il 29 marzo, ha ricevuto una lettera di diniego dall’ambasciata americana.

Domanda rigettata. Ha fatto appello, dopo aver ricevuto numerose lettere di raccomandazione dai soldati statunitensi che hanno lavorato con lui. L’appello è in fase di revisione ma Mahmoud è certo che sarà di nuovo rigettato. «Sono andato all’ambasciata americana a Kabul, come gli altri interpreti. Ci sottopongono al questionario con la macchina della verità, il poligrafo, collegano la mano destra alla macchina, controllano il battito cardiaco. Sei nervoso, mi hanno detto, il tuo battito è irregolare. Sono nervoso? Certo che sono nervoso. Vivo a Kabul, da quando sono nato non ho vissuto altro che guerra. I talebani hanno giustiziato parte della mia famiglia nel nostro villaggio di origine, mia madre è un’attivista e rischia la vita, io sono un’ex interprete degli americani e rischio la vita». Mahmoud aveva superato tre volte la prova del poligrafo all’ambasciata americana, l’ultima, invece, è andata male. «Mi hanno rifiutato perché sono troppo nervoso e il mio battito è irregolare, così hanno scritto, e questo secondo i loro standard fa di me una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale americana». Sono già numerosi gli interpreti ed ex collaboratori delle truppe americane che sono stati uccisi nelle ultime settimane, un amico di Mahmoud è stato catturato, torturato e decapitato dai talebani dieci giorni fa: «per loro non conta se hai lavorato per i paesi Nato e le truppe statunitensi un’ora, un giorno o dieci anni, se lo hai fatto sei sulla lista nera degli infedeli che vanno eliminati». Mahmoud non è solo, è uno dei circa 20.000 afgani, insieme a più di 50.000 dei loro familiari più stretti, che hanno chiesto di trasferirsi negli Stati Uniti attraverso il programma SIV, creato dal Congresso come un modo rapido per portare in sicurezza interpreti e appaltatori afgani negli Stati Uniti, ma i severi requisiti di controllo hanno intrappolato migliaia di persone per anni in un limbo burocratico che li espone al rischio di ritorsioni, e alla morte. Oggi Mahmoud vive da prigioniero, resta sempre in casa, non esce, non vede un amico, non riceve nessuno e non si fida di nessuno. La sua vita è lunga tre decenni, la guerra in Afghanistan quaranta, praticamente ininterrotti. I suoi ricordi, dice, sono solo legati al conflitto. Le libertà di cui sua madre è stata privata, i familiari uccisi a Baghlam per aver combattuto i talebani, nel mezzo una generazione di giovani cresciuti pensando che negli ultimi venti anni le cose sarebbero cambiate. Ma sono cambiate solo per un èlite, mentre il resto del paese restava fermo dov’era, progetti di pace lasciati a metà, con una cosa sola destinata a durare in questo paese: la guerra. «Noi siamo i lasciati indietro. Ognuno di noi, dimenticato e rigettato è un tradimento. Hanno usato la nostra tenacia, la nostra conoscenza, la nostra fiducia e ci hanno abbandonato».

Nel 2019 Mahmoud ha partecipato a una missione delicata in una delle 11 divisioni di Kabul. Le forze statunitensi e quelle speciali afghane dovevano incontrare un gruppo di anziani di un villaggio nella provincia di Nangarhar, est del paese. Quando uno degli anziani del distretto si è rifiutato di stringergli la mano chiamandolo ‘infedele’ perché lavorava con gli americani, le truppe gli hanno chiesto di trovare il modo di ottenere il suo numero di telefono per metterlo sotto controllo. «Mi ha detto: non ti stringo la mano, se lo facessi dovrei lavarla migliaia di volte» ricorda Mahmoud, che ha ottenuto il suo numero consegnandolo agli agenti della CIA che lavoravano nella base. L’uomo era un membro della Rete Haqqani, gruppo alleato di al Qaeda e responsabile di alcuni degli attacchi terroristici più gravi compiuti in Afghanistan negli ultimi anni. Dalle conversazioni intercettate sul suo telefono con i gruppi in Pakistan, gli agenti americani hanno trovato tracce di un piano per attaccare i comandanti delle brigate delle forze speciali afghane e di quelle statunitensi. «Il giorno che lo hanno arrestato gli americani mi hanno abbracciato, mi hanno baciato, mi hanno detto: “Da ora in poi tu non sei solo il nostro interprete, sei nostro fratello. Perché hai salvato la vita di tutta la squadra” e mi hanno detto che sarei stato loro fratello qui e negli Stati Uniti, non solo un fratello ma il fratello di tutta la squadra. E mi hanno dato una medaglia, sai?» Mahmoud la tira fuori dal cassetto, lucida, insieme alla targa, omaggio delle truppe statunitensi. Legge a voce alta: “Il dipartimento dell’esercito e il certificato dei risultati conseguito a Mahmoud Omid. Un riconoscimento per il tuo comportamento eccezionale in supporto alla squadra 2211. Il tuo supporto è stato cruciale e ha giocato un ruolo importante per il successo della missione dei nostri consiglieri, più di un semplice interprete, ci hai aiutato a capire e a rimanere vigili e vivi. Non possiamo ringraziarti abbastanza per il tuo tempo e cosa più importante per la tua amicizia.” Amicizia, amicizia, ripete. “Cosa significa la parola amicizia per te oggi, Mahmoud?” «Non lo so più. So solo che ho fatto tanto per loro. E loro non hanno fatto niente per me».

Caro presidente adesso salviamo i nostri interpreti. Fausto Biloslavo il 14 Agosto 2021 su Il Giornale. Caro Presidente Draghi, ci appelliamo a lei che è persona seria e pragmatica a nome di tutti i nostri ex collaboratori in Afghanistan che rischiano di rimanere indietro, di non venire portati in salvo in Italia, nonostante le promesse. Caro Presidente Draghi, ci appelliamo a lei che è persona seria e pragmatica a nome di tutti i nostri ex collaboratori in Afghanistan che rischiano di rimanere indietro, di non venire portati in salvo in Italia, nonostante le promesse. E di finire nelle grinfie dei talebani, che avanzano in tutto il Paese. Se anche solo a uno degli afghani, che sono stati spalla a spalla con i nostri soldati per vent'anni, capitasse qualcosa l'Italia si meriterebbe la medaglia della vergogna e del disonore. Il Giornale si è fatto paladino di questa giusta causa da mesi, voce quasi isolata nel panorama mediatico a parte qualche rara eccezione. Dopo la caduta di Herat delle ultime ore, decine di interpreti sono stati tagliati fuori e colti dalla disperazione. Molti sono scoppiati a piangere davanti a mogli e figli, che si rendono conto come il capo famiglia possa venire decapitato dai talebani in qualsiasi momento come «collaborazionista» degli occidentali e quindi «infedele». In queste ore i messaggi whatsapp che riceviamo da chi è stato anche ferito al nostro fianco sono di questo tenore: «Ci avete tradito, dimenticato, lasciato ingiustamente indietro». Il primo madornale errore della Difesa e dei vertici militari, che in alcuni casi non hanno mai sentito fischiare un proiettile vicino alla testa, è stato di prevedere gran parte dell'evacuazione dopo il ritiro del contingente. Quando il Tricolore è stato ammainato a Herat siamo riusciti a portare in salvo in Italia con l'operazione Aquila 1 appena 228 afghani, i primi collaboratori con i loro familiari. E talvolta li abbiamo accolti in sistemazioni da migranti di serie Z. Almeno sono in salvo, ma altri 389 afghani dovrebbero venire evacuati in agosto. Da oggi, viene assicurato, comincerà il rilascio dei visti e se l'aeroporto di Kabul non chiuderà per l'avanzata talebana dovrebbero imbarcarsi su voli commerciali. Anche l'ultimo dei soldati semplici sa che un'evacuazione si fa in sicurezza quando hai ancora le truppe sul terreno e non dopo. Altrimenti si rischia il caos di questi giorni con l'inarrestabile avanzata talebana. Lentezze burocratiche e nei controlli, scaricabarile fra ministeri coinvolti (Difesa, Esteri, Interno), difficoltà degli afghani di reperire i documenti, a cominciare dal passaporto, hanno lasciato nel limbo dozzine di collaboratori. L'operazione Aquila 2 con gli 81 nuclei familiari previsti (389 persone) forse andrà in porto se i talebani non arrivano prima a Kabul, ma restano ancora fuori in tanti. All'ambasciata sono arrivate ulteriori 300 richieste, molte saranno farlocche, ma altre no, a cominciare da oltre 50 interpreti in gran parte rimasti tagliati fuori a Herat. Questi disgraziati chiedono solo di sapere se sono stati accettati o meno nel piano di salvataggio. Poi sono pronti a rischiare la pelle raggiungendo con le famiglie Kabul via terra, ma con la certezza che avranno un visto umanitario per l'Italia. Dalla Difesa e dall'ambasciata non ottengono risposte. Le stime dei militari ai primi di luglio indicavano un massimo, compresi quelli già nel nostro paese, di 1.200-1.500 persone da evacuare, assieme ai familiari. Adesso si parla di 2mila. Molti non avranno diritto e possono venire stralciati, ma anche se fossero questi i numeri è un problema insormontabile dopo 20 anni di missione? Sulle nostre coste sono sbarcati 1.920 migranti, in soli tre giorni, dal 23 al 25 luglio, senza documenti e senza la minima idea di chi siano veramente, al contrario degli afghani. Li accogliamo sempre. Non possiamo fare velocemente lo stesso con gli afghani, che scappano veramente dai proiettili, approfondendo i controlli in un secondo tempo in Italia? Non c'è più tempo. Inglesi e americani mandano truppe a Kabul per l'evacuazione dei loro cittadini e dei collaboratori afghani, ma noi inviamo al massimo tre militari di supporto all'ambasciata per le pratiche. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha ripetutamente promesso che nessuno rimarrà indietro. Non è così e lo dimostra la caduta di Herat. Non siamo l'Italietta, ma un grande Paese, dove il Giornale invita tutti i media a battersi per salvare i collaboratori dei nostri contingenti e delle ong italiane in Afghanistan. E primo fra tutti è lei, Presidente, con i suoi ministri direttamente coinvolti, che deve evitare al nostro Paese la medaglia della vergogna e del disonore.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sett

Terminato il ponte aereo. Afghanistan, gli Usa lasciano dopo 20 anni: ultimo volo da Kabul, Paese in mano ai talebani. Carmine Di Niro su Il Riformista il 31 Agosto 2021. Venti anni dopo, gli Stati Uniti dicono ‘addio’ all’Afghanistan e alla loro guerra più lunga. Le ultime truppe Usa hanno lasciato il Paese nella notte locale, concludendo così con un giorno di anticipo il frenetico ponte aereo finale lasciando Kabul in mano ai talebani, ritornati vittoriosi dopo una riconquista rapida del territorio dopo il sostanziale via libera arrivato dalla ‘combo’ composta dagli accordi di Doha e dall’ufficializzazione del ritiro americano. Nell’annunciare il completamento dell’evacuazione e dello sforzo bellico, il generale Frank McKenzie, capo del comando centrale degli Stati Uniti, ha affermato che gli ultimi aerei sono decollati dall’aeroporto di Kabul alle 15.29 ora di Washington o un minuto prima della mezzanotte a Kabul. Secondo quanto riferito da McKenzie sono rimasti nel Paese anche alcuni cittadini americani che volevano lasciare l’Afghanistan. Una missione, ha aggiunto McKenzie, che “ha assicurato alla giustizia Osama Bin Laden insieme a molti cospiratori di Al-Qaida”, ma che ha avuto costi disastrosi: “2.461 militari e civili americani uccisi ed oltre 20 mila feriti, inclusi sfortunatamente i 13 marines morti la scorsa settimana”. Un addio festeggiato a Kabul con l’esplosione da parte dei miliziani talebani di colpi di arma da fuoco celebrativi, a segnare la fine di 20 anni di guerra e occupazione. Il ponte aereo ha permesso, da quando i talebani sono tornati al potere due settimane fa, di trasferire fuori dal Paese circa 116mila persone. Talebani che ora, secondo quanto riporta la Bbc, hanno preso il controllo dell’aeroporto. Il portavoce  Zabihullah Mujahid ha detto ai cronisti: “Congratulazioni all’Afghanistan, questa vittoria appartiene a tutti noi. Vogliamo avere buoni rapporti con gli Stati Uniti e con il mondo”. “Nessuno potrà utilizzare l’Afghanistan per lanciare attacchi contro altri Paesi e distruggere la pace”, ha dichiarato ancora Mujahid. “Ora l’autorità è in mano agli afghani – ha proseguito – formeremo un governo islamico e garantiremo la sicurezza”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

La risoluzione a New York. Partenze in mano ai talebani e niente safe zone: fumata nera all’Onu sull’Afghanistan. Vito Califano su Il Riformista il 30 Agosto 2021. È stata approvata nel tardo pomeriggio dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a New York, il documento invocato nei giorni scorsi da Francia e Regno Unito sull’Afghanistan. La tensione nel Paese è ancora altissima, a poco più di due settimane dall’entrata dei talebani a Kabul. Fumata nera sul punto cardine della proposta: ovvero la creazione di una safe zone, una zona protetta all’interno dell’aeroporto della capitale gestita dalle stesse Nazioni Unite, da Turchia e dal Qatar. Un’area che avrebbe dovuto garantire la sicurezza per l’arrivo di beni umanitari e per la partenza delle migliaia di afghani che ancora vogliono lasciare il Paese. E invece niente. Tutto resta nelle mani dei talebani. Dai fondamentalisti – tornati al potere dopo 20 anni, dall’operazione Enduring Freedom, provocata dagli attacchi di Al Qaeda negli Stati Uniti l’11 settembre 2001 – ci si aspetta il rispetto dei diritti umani, in particolare quelli delle donne e il rifiuto del terrorismo. Vent’anni fa Kabul fu obiettivo delle operazioni perché ospitava l’organizzazione fondamentalista di Osama Bin Laden. Tredici Paesi hanno votato a favore della safe zone mentre Russia e Cina si sono astenuti. “La safe zone è molto importante – aveva spiegato il Presidente della Francia Emmanuel Macron al Journal du Dimanche – Donerebbe una cornice Onu per agire nell’urgenza, metterebbe tutti davanti alle proprie responsabilità e permetterebbe alla comunità internazionale di fare pressione sui talebani. È un progetto totalmente realizzabile, non vedo chi potrebbe opporsi alla messa in sicurezza dei progetti umanitari”. Il portavoce della presidenza russa, Dmitri Peskov, aveva anticipato che la discussione era aperta ma che avrebbe dovuto tenere conto della posizione dei talebani. “La Cina ritiene che la comunità internazionale debba rispettare la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Afghanistan e la volontà del popolo afghano”, aveva dichiarato invece il portavoce del Ministero degli Esteri Wang Wenbin. Gli stessi talebani avevano bocciato l’idea. “La safe zone non è necessaria – aveva dichiarato il portavoce Suhail Shaheen, intervistato da FranceInfo – Siamo un Paese indipendente. Sarebbe possibile una cosa simile a Parigi o Londra?”. Espunta dunque dal testo della risoluzione la richiesta della zona protetta. Cassata. A preoccupare è la minaccia dell’Isis-Khorasan, il gruppo legato al sedicente Stato Islamico, che ha rivendicato l’attacco terroristico di giovedì 26 agosto nel quale sono morte centinaia di persone e il lancio di alcuni razzi intercettati stamattina. Oltre a condannare le operazioni del gruppo fondamentalista il documento chiede di scongiurare il ritorno dell’Afghanistan a essere una culla di terroristi, l’accesso pieno e sicuro per le operazioni umanitarie e la protezione di rifugiati e civili, l’importanza del rispetto dei diritti umani e in special modo di donne, bambini e minoranze. Si incoraggia inoltre una soluzione politica condivisa con l’inclusione delle donne e si chiede di lasciare aperto il passaggio per gli afghani che vogliono ancora lasciare il Paese. Alla vigilia del ritiro completo degli americani – sono partiti in serata da Kabul gli ultimi aerei – sarebbero ancora mezzo milione le persone che vogliono abbandonare il Paese, tra cui 300mila bambini. La Russia ha chiesto una “conferenza internazionale”, per discutere “la ripresa economica e sociale dell’Afghanistan”. La Cina ha attaccato la posizione degli Stati Uniti e degli alleati, accusandoli di aver “scaricato sul Consiglio di sicurezza e sui Paesi vicini” all’Afghanistan la responsabilità della situazione. Il rappresentante di Pechino al Consiglio di sicurezza, spiegando l’astensione della Cina alla risoluzione dell’Onu sulla crisi afghana, ha dichiarato: “La Cina ha partecipato in forma costruttiva, ma i nostri emendamenti, presentati assieme alla Russia, non sono stati accolti, purtroppo. Per questo ci siamo astenuti dal votare la risoluzione – ha aggiunto – Speriamo che si colga il fatto che i Paesi devono imparare la lezione, dopo vent’anni di occupazione in Afghanistan, e capire che ognuno deve decidere in forma autonoma il proprio governo. Questi Paesi che hanno voluto imporre la loro forza sono i responsabili di quello che è successo. Hanno lasciato uno scenario devastato e adesso vogliono scaricare la colpa al Consiglio di sicurezza e ai Paesi vicini”. Secondo quanto riferito da familiari al Washington Post, il secondo attacco degli Stati Uniti con un drone, che ha eliminato presunti kamikaze dell’Isis diretti in auto verso l’aeroporto di Kabul, avrebbe ucciso anche 10 civili afghani di una stessa famiglia, tra cui diversi bambini. Le vittime stavano uscendo da una vettura nel vialetto della loro casa quando il drone ha colpito il bersaglio. Gli Stati Uniti hanno aperto un’inchiesta. Il Pentagono non ha escluso vittime civili e ha annunciato un’indagine. Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha comunque “detto chiaramente ai suoi comandanti che non devono fermarsi davanti a niente” per “inseguire e uccidere” i membri dell’Isis, come riportato dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, in un briefing con la stampa. Clarissa Ward, reporter  della CNN, ha intanto riportato che i talebani avrebbero rivelato che combattenti dell’Isis si sarebbero mischiati con i talebani a Kabul e che adesso è difficilissimo distinguerli.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Alessandro Barbera per "La Stampa" il 31 agosto 2021. Una lunga lista di richieste ai nuovi padroni dell'Afghanistan e nessun accordo sulla zona protetta per chi vuole lasciare il Paese. L'iniziativa di Gran Bretagna e Francia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite è stata un mezzo fallimento. Mosca e Pechino - entrambi membri permanenti - stanno alzando il prezzo con il resto della comunità internazionale. Ecco come l'ambasciatore cinese annuncia l'astensione sulla risoluzione di Pechino e Mosca: «La situazione in Afghanistan è cambiata drammaticamente e qualsiasi misura del Consiglio deve puntare a ridurre, non aumentare il conflitto. Purtroppo gli emendamenti presentati insieme alla Russia non sono passati». In alcuni passaggi la bozza trattata dagli ambasciatori è piuttosto generica. Si chiede «il sostegno dei diritti umani, compresi quelli delle donne, dei bambini e delle minoranze». L'Onu chiede di «rafforzare gli sforzi per fornire assistenza umanitaria» all'Afghanistan e di «permettere un accesso pieno» a tutte le organizzazioni umanitarie. Il tono si fa severo solo sulla questione terrorismo: il Consiglio di sicurezza «esige dai taleban che il territorio afghano non venga utilizzato per minacciare o attaccare alcun Paese, per ospitare o addestrare terroristi, per pianificare o finanziare atti terroristici». Nella risoluzione non c'è invece alcun riferimento alla «safe zone» annunciata da Emmanuel Macron domenica. Il Consiglio chiede «la rapida e sicura riapertura dell'aeroporto di Kabul» e che i talebani aderiscano agli impegni presi «affinché gli afghani possano uscire dal Paese in qualunque momento». Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio non sembrava granché convinto della proposta francese: «Non possiamo fare corridoi umanitari dall'Afghanistan perché dovremmo dare le liste delle persone ai taleban». Semmai dobbiamo lavorare «per permettere le evacuazioni nei Paesi vicini, in Pakistan, Iran, Uzbekistan, Tagikistan». Ieri notte è partito l'ultimo aereo militare americano, eppure dentro i confini dell'Afghanistan restano migliaia fra occidentali e collaboratori afghani. I taleban sembrano intenzionati a evitare l'isolamento internazionale, ma di qui in poi tutto dipenderà dall'atteggiamento di Pechino e di Mosca verso i taleban e l'Occidente. La proposta di «safe zone» all'aeroporto di Kabul fatta da Macron prevedeva di affidare la gestione dello scalo a Turchia e Qatar. Mosca aveva condizionato il sì a due condizioni, entrambe indigeste a Washington e agli altri alleati occidentali, a partire dall'Italia.

La prima: riattivare gli aiuti congelati da Fondo monetario, Banca mondiale e Federal Reserve. Spiegava ieri l'inviato russo per l'Afghanistan Zamir Kabulov: «Se i nostri colleghi occidentali hanno a cuore il futuro del popolo afghano non dovrebbero creare ulteriori problemi». La sola Federal Reserve, di fatto la cassaforte della banca centrale afghana negli ultimi vent' anni, controlla l'80 per cento delle riserve monetarie.

La seconda condizione russa è invece più politica: lanciare una conferenza internazionale sull'Afghanistan a cui invitare tutti i Paesi confinanti, ovvero le tre repubbliche ex sovietiche (Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan), il Pakistan e l'Iran. Qui c'è un problema per Washington, che negli anni della presidenza Trump ha rotto ogni rapporto con Teheran, e sancirebbe la fine dell'iniziativa italiana per convocare un G20 straordinario a settembre.

La proposta di Mario Draghi è sempre più in bilico. Nei contatti diplomatici di questi giorni Palazzo Chigi ha fatto sapere di essere disponibile ad allargare il tavolo a qualche membro non permanente dell'organismo come il Pakistan, ma non può spingersi fino a invitare il regime degli ayatollah.

Washington, dopo aver fatto irritare pressoché tutti, ora ha ripreso l'iniziativa diplomatica. Il segretario di Stato Antony Blinken ha già convocato una riunione coi colleghi del G7 allargata a Turchia e Qatar. Col passare dei giorni l'emirato emerge come il migliore ponte coi taleban: non è un caso se l'inviato italiano per l'Afghanistan si è sistemato nell'ambasciata di Doha. 

26 anni fa uno dei più atroci crimini di guerra. Massacro di Srebrenica, cosa è successo e perché l’Onu ha fallito. Emma Bonino su Il Riformista il 14 Luglio 2021. Gli anni scorsi, nella ricorrenza della “Giornata in Memoria di Srebrenica”, non abbiamo mai dimenticato di ricordare che al Tribunale dell’Aja erano stati consegnati – non senza difficoltà – i mandanti del massacro dell’11 luglio 1995, Slobodan Milosevic e Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Ricordo benissimo quella data, come se fosse ieri. Da poco Commissario Ue per gli Aiuti Umanitari, quel giorno ero di rientro a Strasburgo da una missione nella regione dei Grandi Laghi in Africa e stavo facendo la mia relazione al Parlamento europeo. Quando abbiamo saputo che migliaia e migliaia di persone erano in cammino verso Tuzla, abbiamo deciso di andare subito a vedere cosa stesse succedendo. In piena guerra nella ex Jugoslavia, e con le milizie serbe di Mladic che da tempo avevano sotto tiro le enclave serbo-bosniache musulmane, l’Onu aveva allestito sei “safe area”, zone di sicurezza presidiate dai Caschi Blu che però non avevano il mandato atto a proteggere la popolazione. All’epoca, ancora si credeva che la bandiera dell’Onu potesse essere un deterrente. Srebrenica era una di quelle “safe zone”, una enclave in territorio serbo, Tuzla il campo profughi più vicino. Atterriamo in elicottero, e percorriamo il campo. In un silenzio spettrale, passiamo in lungo e in largo tra le tende, la mensa, l’astanteria, gli uffici, l’ospedale da campo. E a un certo punto mi accorgo di aver visto solo donne, vecchi e bambini. Quante persone ci sono qui?, chiedo. Ero certa, perché mandavamo aiuti, che a Srebrenica ci fossero 42 mila cittadini. A Tuzla fanno i conti, due volte, e ci accorgiamo che ne mancano 8 mila. Tutti uomini, o adolescenti maschi, in età per combattere. Torniamo in mezzo alle tende, parliamo con le donne, e loro ci raccontano che i serbi li hanno divisi, donne vecchi e bambini da una parte, uomini e ragazzi da un’altra.

Penso che devo tornare a Roma e denunciare la cosa. Saliamo sull’elicottero, ma si scatena un temporale, “rischiamo di sfracellarci sulle montagne”, dice il pilota, e torniamo indietro. Da Tuzla, mentre aspettiamo di ripartire, mi metto in contatto con la Croce Rossa. Solo il mese successivo, il Segretario di Stato americano, Madeline Albright, rese note le foto satellitari del massacro, che mostravano i campi degli uomini, brutalmente massacrati, mentre le donne subirono la ferocia dei “guerrieri” che lascio solo immaginare. Il tutto, ahimé, non solo senza una reazione immediata delle forze delle Nazioni Unite a ciò preposte, ma neppure dell’intera comunità internazionale che reagì soltanto a cose fatte, accelerando quantomeno il processo che avrebbe portato agli Accordi di Dayton che fermarono quella fase bellica ma, come sappiamo, non impedirono a Milosevic di perseguire la sua politica egemonica fino alla guerra del Kosovo del 1999. Il doloroso anniversario della strage di Sebrenica mi porta sempre alla mente da un lato la fierezza di avere almeno, e per prima, “suonato il campanello d’allarme”, organizzando poi l’aiuto umanitario per i superstiti, ma anche il rammarico per il comportamento dei caschi blu sul campo, e dell’intero sistema di peace keeping dislocato in Bosnia che fece cilecca, nonché della mancanza di un’azione preventiva efficace che avrebbe potuto scongiurare quella ed altre tragedie di una Guerra civile le cui ferrite non si sono ancora rimarginate. Da questo punto di vista, sono contenta che, poche settimane fa, anche il giudizio d’appello della Corte internazionale erede del Tribunale ad hoc per l’ex Jusoslavia abbia confermato l’ergastolo per il boia di Sebrenica, Ratko Mladic. Credo che agire diversamente sarebbe stato un affronto non solo alla memoria degli oltre 8 mila uomini e ragazzi vittime della strage, ma anche delle milioni di persone che nel mondo hanno perso la vita per atti di violenza ispirati dall’odio etnico. Questo è ciò che dobbiamo alla memoria delle migliaia di vittime di Srebrenica, come pure delle innumerevoli altre vittime della violenza e dell’oppressione ovunque nel mondo. Ma nel frattempo l’istituzione del Tribunale Penale per l’ex-Jugoslavia era stata creata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su proposta del Governo italiano, di Giuliano Amato, e di quello francese, di François Mitterand. E proprio recentemente Mladic, Karadzic e Milosevic sono stati condannati, un primo passo contro l’impunità. E con Non c’è Pace Senza Giustizia non ci siamo fermati: nel 1999 nasce la Corte Penale Internazionale che tra mille resistenze e difficoltà opera anche ai giorni nostri. Piccoli passi a difesa di grandi valori. Emma Bonino

"Piango gli amici al di là di quel muro". Fausto Biloslavo il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Il generale: provo angoscia per chi non è riuscito a lasciare l'aeroporto di Kabul. Il generale Luciano Portolano, veterano delle missioni più dure, racconta al Giornale la drammatica evacuazione degli afghani. Da Roma, al Comando operativo di vertice interforze, ha gestito in prima persona la difficile operazione dormendo poche ore per notte.

Come si è arrivati all'evacuazione all'ultimo minuto?

«Era stato previsto il trasferimento dei nostri interpreti e collaboratori da Herat a Kabul ed in Italia con aerei civili, ma la situazione è precipitata in tutto l'Afghanistan. Già alla cerimonia dell'ammaina bandiera ad Herat alla presenza del ministro della Difesa Guerini i talebani erano all'interno dell'area che ci era stata assegnata».

Quando i talebani sono arrivati a Kabul cosa avete fatto?

«Ci siamo trovati in una totale emergenza con dei piani di evacuazione che non riflettevano più la realtà sul terreno. Abbiamo rimodulato tutto facendo partire l'operazione Aquila Omnia».

Chi e quanti abbiamo messo in salvo?

«È diventata un'evacuazione di massa che ha portato via non solo interpreti ed ex collaboratori, ma attivisti, sportivi, intellettuali, organizzazioni non governative, religiosi. Sono stati trasferiti in Italia 4980 afghani».

L'aeroporto era circondato da una massa umana di 20mila persone in fuga. Come avete affrontato il caos?

«È stato un momento critico. Siamo riusciti ad aprire un corridoio umanitario, dedicato, verso l'Abbey gate (uno dei cancelli dello scalo, nda), dove purtroppo è avvenuta la strage del terrorista suicida».

Come portavate dentro gli afghani?

«Attraverso le liste di nomi che avevamo e altre che ci sono arrivate contattavano anche da Roma i capi dei nuclei familiari da mettere in salvo con gli interpreti già arrivati in Italia che hanno lavorato al mio fianco. Personalmente mantengo i contatti con 200-250 capi famiglia».

Via whatsapp?

«Ho tutti i messaggi che ci siano scambiati con le paure, i timori, le emozioni, le angosce. Dovevamo guidarli fornendo indicazioni su dove andare e gli orari di accesso per favorire l'estrazione da parte delle squadre sul posto».

In pratica come facevano?

«I nostri uomini con il generale Faraglia li prendevano di peso da un canale, che arrivava fino al gate, una fogna, e li tiravano letteralmente su dal muro di cinta».

Quali casi non dimenticherà mai?

«Ufficiali che erano arruolati nelle forze speciali o interpreti che inviavano comunicazioni drammatiche. Qualcuno si nascondeva nei pozzi con la famiglia, altri nei forni per sfuggire ai talebani. Poi in prossimità del cancello d'ingresso si stabiliva il contatto a tre: noi da Roma, gli afghani da salvare, il personale sul muro per portarli dentro».

E c'erano anche bambini.

«Tanti bambini, anche di sei mesi rimasti nella prossimità del cancello d'ingresso per giorni. Ne abbiamo salvati 1400».

E una volta in salvo qual è stata la reazione?

«Non ha prezzo la gioia dei messaggi di ringraziamento degli afghani che ti scrivono ci avete salvato la vita. La soddisfazione più grande? Essere chiamato brother, fratello, dagli afghani».

Quanti sono rimasti indietro?

«Se contiamo gli studenti, le organizzazioni non governative, altri afghani in pericolo. Direi altrettanti rispetto a quelli evacuati».

E adesso cosa bisogna fare?

«Nessuno verrà lasciato indietro, ma l'importante è non isolare l'Afghanistan. Stiamo creando un database di tutti quelli che hanno ancora bisogno del nostro aiuto. Si sono aperte delle vie di fuga con il Pakistan e Iran».

Quando lo Stato islamico ha attaccato dov'erano i militari italiani?

«Esistevano degli allarmi molto precisi su un imminente attentato. Qualche minuto prima erano proprio nella zona del canale dove è avvenuta la strage. Stavano portando via gli afghani tirati dentro dalla bolgia per scortarli al nostro hangar».

Cosa le rimane di queste settimane di fuoco?

«Da una parte la gioia di avere potato in Italia dei collaboratori che avranno una nuova vita, ma dall'altra l'angoscia di non avere potuto fare di più. Lo dico con un nodo alla gola: al di là del muro dell'aeroporto sono rimasti tanti miei amici».

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. Biloslavo è il primo giornalista italiano ad entrare a Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre. Nel 2003 si infila nel deserto al seguito dell'invasione alleata che abbatte Saddam Hussein. Nel 2011 è l'ultimo italiano ad intervistare il colonnello Gheddafi durante la rivolta. Negli ultimi anni ha documentato la nascita e caduta delle tre “capitali” dell’Isis: Sirte (Libia), Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria). Dal 2017 realizza inchieste controcorrente sulle Ong e il fenomeno dei migranti. E ha affrontato il Covid 19 come una “guerra” da raccontare contro un nemico invisibile. Biloslavo lavora per Il Giornale e collabora con Panorama e Mediaset. Sui reportage di guerra Biloslavo ha pubblicato “Prigioniero in Afghanistan”, “Le lacrime di Allah”,  il libro fotografico “Gli occhi della guerra”, il libro illustrato “Libia kaputt”, “Guerra, guerra guerra” oltre ai libri di inchiesta giornalistica “I nostri marò” e “Verità infoibate”. In 39 anni sui fronti più caldi del mondo ha scritto quasi 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali. E vissuto tante guerre da apprezzare la fortuna di vivere in pace. 

Afghanistan, Giorgio Mulè svela il "trucchetto" dei nostri soldati: "Così abbiamo fregato i talebani: cosa gli facevamo vedere al posto del visto". Libero Quotidiano il 31 agosto 2021. Ospite de L'aria che tira su La7, nella puntata di oggi 31 agosto, il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè, in tema di Afghanistan, svela uno stratagemma usato dalle forze armate italiane per salvare molte persone in Afghanistan: "Le condizioni all'aeroporto di Kabul erano difficilissime così abbiamo utilizzato i green pass vaccinali al posto dei visti. Li abbiamo inviati a queste famiglie per passare i controlli e i talebani l'hanno bevuta". Prosegue il sottosegretario: "Ci siamo inventati qualsiasi cosa. Senza i nostri militari non avremmo fatto nulla". E ancora, dice Mulè: "L'Italia ha fatto moltissimo in questa fase emergenziale: sono più di 5.000 i cittadini afghani che abbiamo 'salvato' in condizioni davvero al limite. Sono donne, bambini, profughi, vittime di una guerra che nega loro i diritti fondamentali di civiltà. Per questo grande sforzo operativo e umanitario vanno ringraziate le nostre Forze armate e l'intelligence che hanno svolto un lavoro straordinario: oggi alle 17 a Ciampino arriveranno gli ultimi militari di ritorno dall'Afghanistan e saremo lì a ringraziarli e ad accoglierli''.  ''Purtroppo ora a Kabul non volano gli aquiloni ma i razzi", conclude amaro il sottosegretario, "è il risultato della politica dei talebani che si fonda sulla violenza, sulla brutalità, sulla negazione dei diritti. E su questo l'Occidente è chiamato immediatamente ad intervenire e a proseguire innanzitutto un'azione di tipo umanitario e poi anche geopolitico. Il rischio è ben visibile ed è che l'Afghanistan diventi la nuova culla del terrorismo internazionale''. 

Lui è un maggiore dell'esercito afgano, è riuscito a fuggire grazie a un volo italiano. “Con i talebani eravamo condannati a morte”: la fuga di Abdul e Shabnam, salvati dall’Esercito Italiano. Rossella Grasso su Il Riformista il 31 Agosto 2021. “L’ entrata dell’aeroporto di Kabul o, come la chiamano, il Gate è la fine della vita. Arrivi lì e vedi che ci sono più di 10mila persone che vogliono entrare dentro. Di sicuro, c’è che tutte queste persone hanno due scelte: o entrare o morire in Afghanistan”. Inizia così il racconto di Abdul Basit Qasimi, 29 anni, maggiore dell’esercito afgano, fuggito da Kabul, insieme a sua moglie Shabnam Sarwary, 22 anni, grazie al ponte aereo italiano. Il veivolo partito da quel girone infernale che è diventata Kabul pochi giorni dopo la sua caduta in mano ai talebani è come se gli avesse dato una nuova vita e la speranza, vera e concreta, di un futuro. “Se fossi rimasto lì avrei fatto la stessa fine che stanno facendo gli altri militari: li stanno uccidendo uno dopo l’altro”, ha detto Abdul intervistato dal Riformista.

Sono giovanissimi Abdul e Shabnam, se fossero rimasti a Kabul sarebbero andati incontro a morte certa. Invece sono rientrati nella lista dell’Esercito Italiano che ha riportato nella penisola i suoi connazionali perché lui, oggi maggiore dell’esercito, ha studiato all’accademia militare di Modena per due anni, poi la scuola di applicazione di Torino per altri 3 anni. Abdul racconta che il loro è stato un matrimonio militare. “Ci siamo sposati in divisa – racconta – Io e mia moglie siamo andati contro la nostra cultura. Tutti telegiornali erano presenti al mio matrimonio nessuno prima di noi ha fatto una cosa del genere. Erano presenti il Ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore della Difesa e tutti i generali. Le nostre foto e i video della cerimonia sono ovunque. Durante il matrimonio il Ministro mi ha promosso al grado di maggiore”. Un evento che i talebani non avrebbero perdonato affatto e nemmeno la sua amicizia con gli italiani. “Per me rimanere lì era assolutamente pericoloso – continua il maggiore – Oggi ringrazio di cuore l’Italia e le forze armate italiane perché ci hanno salvato la vita”. Abdul e Shabnam hanno capito che dovevano scappare il prima possibile da Kabul appena i Talebani sono entrati in città. Si sono chiusi in casa per il terrore e lì hanno resistito per qualche giorno. “Un giorno un mio amico è venuto a bussarmi a casa – racconta – voleva che uscissi in strada con lui per guardarci intorno. Avevo paura ma ci sono andato: volevo capire che gente erano questi talebani. Non li avevo mai incontrati nella mia vita, è stato uno shock per me trovarmeli davanti”. “Appena esco da casa, dopo 10 metri mi trovo davanti due talebani con le armi in mano e i capelli lunghi e sporchi come dei mostri – continua il racconto del militare – Più avanti ce n’erano degli altri, uno più spaventoso dell’altro. Sono fuggito a casa e lì ho aspettato nascosto”. Poi finalmente dall’esercito italiano è arrivata la notizia che Abdul e sua moglie potevano tornare in Italia. “Mi hanno detto di farmi trovare davanti all’aeroporto – dice con commozione – Roberto Trubiani, addetto militare italiano, uomo di coraggio e di cuore, ha fatto di tutto per tirarci fuori dal paese. Non smetterò mai di ringraziarlo”. Così inizia il racconto drammatico dell’arrivo al gate e quella fuga tremenda con la paura che vibrava in ogni respiro. “Per entrare (nell’aeroporto, ndr) in tanti rischiano la vita, perché ci sono dei talebani ogni due minuti che sparano o in aria o ai piedi della gente che sta lì. Ci sono bambini che urlano, piangono e alcuni di loro perdono i propri familiari, però per i talebani non ha importanza perché loro non conoscono il valore dell’umanità. Sparare per talebani è un hobby: si divertono”. “Vorrei parlare della mia piccola, grande speranza: verso le 8 del mattino, parto da casa vestito di nero, con la barba non fatta e i capelli spettinati, con un aspetto, insomma, simile a un talebano (cioè sporco e vestito di sporco). Anche mia moglie fa la stessa cosa: esce tutta coperta di un velo nero. Usciamo da casa, prendiamo un taxi e andiamo verso l’aeroporto iniziando a pregare, dicendo: ‘Dio portaci sani e salvi fino all’aeroporto, la nostra ultima speranza è l’aeroporto e incontrare un italiano!’. Siamo arrivati al Gate Baran e vedo che ci sono più di 5mila persone che stanno provando a entrare. È un caos assurdo: fatti 20 passi mia moglie è caduta urlando aiuto. L’ ho aiutata a rialzarsi e l’ho vista con tutta la faccia rossa da quanto era impanicata. C’erano ovunque anziani, bimbi che cadevano, urlavano aiuto o chiedevano acqua”. “A un certo punto, davanti a me ho beccato un talebano che mi ha detto di tornare indietro; volevo spiegare che io avevo tutti documenti, ma lui mi ha tirato un schiaffo e mi ha colpito con il fucile. Mia moglie lo ha supplicato di non picchiarmi ma io non ho insistito perché sapevo che mi sparavano. Sono tornato indietro e ho visto che ad alcune persone che insistevano gli sparavano ai piedi. Mentre ero lì, hanno sparato a 6 persone: alcune di queste sono morte. Ci siamo allontanati più o meno 500 metri dalla porta; era verso mezzo giorno, quando gli americani hanno fatto pausa pranzo e la gente è diminuita un po’ e noi abbiamo cambiato Gate. Siamo andati al Gate Est, da poco aperto: erano più o meno le 13 e c’era poca gente. Mi sono messo in fila con mia moglie e dopo due ore di attesa sono arrivato alla porta e ho fatto vedere il mio passaporto con il visto ad un americano e ci hanno fatto entrare”. “Appena sono entrato dentro ho pensato di avere la possibilità di ricominciare una vita nuova. Dopo appena 10 metri, ho visto due soldati italiani e mi sono detto: “Ecco i nostri fratelli!” e ho iniziato parlare dicendo: “Buongiorno!”. Vorrei ringraziare lo Stato Italiano e il popolo italiano: non potremo mai dimenticare il vostro supporto!”. Ora si trovano in un centro di accoglienza a Chieri in provincia di Torino. Sono arrivati lì senza nulla, non un bagaglio, non un ricambio. Solo tanta voglia di vivere e ricominciare. La solidarietà è arrivata subito dagli ex compagni di corso e dai militari italiani che hanno raccolto beni di ogni tipo da mandargli per rendere migliore la loro permanenza. Intanto la coppia di afgani resiste e spera guardando a un futuro migliore. Abdul si è già rimboccato le maniche per trovare un lavoro in Italia. È un maggiore dell’esercito molto ben preparato e vorrebbe poter continuare a fare il mestiere che tanto ama. Ora Kabul è definitivamente in mano ai talebani. Dopo che l’ultimo militare americano ha messo piede su un aereo volato via, i talebani hanno festeggiato a Kabul con l’esplosione di colpi di arma da fuoco celebrativi, a segnare la fine di 20 anni di guerra e occupazione. Il ponte aereo ha permesso, da quando i talebani sono tornati al potere due settimane fa, di trasferire fuori dal Paese circa 116mila persone. Ma la famiglia di Abdul e Shabnam è rimasta lì. “Vivono con la paura – dice Abdul – Sono molto preoccupato. Cosa faranno?”.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Alessio Lana per corriere.it il 31 agosto 2021. La bandiera afghana aveva sventolato alla cerimonia di apertura delle Paraolimpiadi di Tokyo ma nessuno sapeva se i due atleti del Paese sarebbero mai arrivati a destinazione. Visti i disordini all’aeroporto causati dalla presa del potere dei talebani, nessuno avrebbe scommesso che la ventiduenne Zakia Khudadadi, che compete nel taekwondo, e il centometrista ventiseienne Hossain Rasouli ce l’avrebbero fatta. Diversi tentativi di evacuarli non erano andati a segno, migliaia di persone si erano radunate di fronte ai muri di cinta sperando di entrare nell'aeroporto e i talebani controllavano attentamente Airport Road, la strada che porta ai gate. Così autorità e Ong si sono messe in azione seguendo i due passo passo fin dalle loro abitazioni. Il Center for Sport and Human Rights di Ginevra, l’australiana Human Rights for All, il comitato paraolimpico francese e britannico e la federazione internazionale del taekwondo hanno collaborato a livello tecnico e legale per far arrivare i due all’aeroporto, aiutarli a smarcarsi tra la folla, compilare i documenti per il viaggio. Hanno anche offerto consigli. Gli hanno detto, per esempio, di attivare il Gps dei loro smartphone così da segnalare la propria posizione fuori dall’aeroporto e da poter essere guidati dagli attivisti ai gate dove ad accoglierli avrebbero trovato truppe occidentali. Gli hanno poi consigliato di prendere una sciarpa brillante, nascondervi documenti e soldi, e tenerla negli slip. Dopo aver passato il check point talebano dovevano tirarla fuori e agitarla in aria «come pazzi». Questo trucco gli ha permesso di farsi notare dai militari occidentali e di aprirgli le porte dell'agognato aerodromo. Qui però il comitato paralimpico ha perso le loro tracce. Il ponte aereo ha condotto i due prima a Dubai e poi, dopo ore con il fiato sospeso, a Parigi. La capitale francese li ha accolti dandogli vestiti e controlli medici, autorità ed interpreti li hanno aiutati a completare i documenti per andare a Tokyo ma soprattutto li hanno tenuti nascosti per una settimana. Nessuno sapeva dove fossero, meglio tenere lontani i riflettori, e intanto potevano allenarsi all’Institut national du sport, de l'expertise et de la performance, un centro d’eccellenza, e avere il supporto psicologico necessario non solo per competere ma per affrontare una situazione difficile da immaginare. Il Paese che ricordavano stava scomparendo ora dopo ora. Entrambi erano piccolissimi al tempo delle Torri gemelle e Khudadadi, con i suoi 22 anni, probabilmente neanche ricorda com’era l’Afghanistan prima dell’arrivo Usa, venti anni fa. Finalmente sabato notte i due sono arrivati a Tokyo. «È stato molto emozionante vedere che in qualche modo avevamo contribuito a realizzare il loro sogno», ha detto Andrew Parsons, il presidente del Comitato paralimpico internazionale che li ha accolti all’aeroporto, «Erano ovviamente molto stanchi e un po' persi. Tutto era stato così veloce per loro». Purtroppo Rasouli era arrivato tardi per la gara dei cento metri e il comitato gli aveva offerto i 400 metri piani ma l’atleta ha declinato. Quella distanza era una sfida troppo eccessiva e così ha gareggiato nel salto in lungo. Non è la sua specialità ed è arrivato ultimo. La gara di Khudadadi, per la categoria K44, è prevista per giovedì. Difficile fare previsioni ma una battaglia è giù stata vinta: sarà la prima donna afghana a partecipare alle Paralimpiadi dai Giochi di Atene del 2004. Adesso i due vengono tenuti a distanza dai giornalisti. «Gli atleti non vengono qui per avere una copertura mediatica», ha detto Craig Spence, portavoce del Comitato paralimpico internazionale, «sono atleti che realizzano il loro sogno di partecipare ai Giochi paralimpici, e poiché la vita umana, il loro benessere e la loro salute mentale sono la nostra massima priorità, non incontreranno i media durante questi Giochi». Ma Khudadadi e Rasouli sono già due star. Vivranno protetti nel villaggio paralimpico fino alla chiusura delle competizioni, il 5 settembre, e non è chiaro dove andranno dopo quella data ma già diversi Paesi, come l’Australia, si sono offerti di ospitarli.

Marta Serafini per il “Corriere della Sera” il 31 agosto 2021. Fino allo scorso settembre, Sayed Sadaat vestiva in giacca e cravatta, aveva un lavoro e uno stipendio di tutto rispetto, pur vivendo in uno dei Paesi più poveri del mondo, e non poteva certo lamentarsi della sua vita. Oggi l'ex ministro delle Comunicazioni afghano vive a Lipsia e fa il rider, consegnando panini e pizze in giro per la città. A convincerlo, un anno fa, a lasciare il suo lavoro e a riparare in Germania, gli accordi di Doha che sanciscono il ritiro delle forze internazionali dal Paese. Quando Sadaat, 39 anni, capisce che la fine del suo governo è alle porte, prende la decisione. Impacchetta tutto, prende moglie e figli e chiede il visto. Poi, una volta arrivato in Germania, si mette alla ricerca di un lavoro. La lingua e la mancanza di conoscenze lo costringono a ripiegare su un impiego decisamente più umile rispetto a quello che aveva in patria. E così finisce a fare le consegne. In un primo momento tutti lo criticano per la sua scelta. «Mi davano del pazzo», racconta oggi alla Reuters , appoggiato alla sua bicicletta. «Ma non ho decisamente nulla da rimproverarmi. Anzi, spero che anche altri politici afghani seguano il mio esempio e, invece di scappare, si trovino un lavoro all'estero». E se è difficile essere fiduciosi considerato che l'ex presidente Ashraf Ghani è fuggito all'improvviso a bordo di un elicottero carico di banconote, dopo aver consegnato il Paese ai talebani, a fronte di chi ha fatto i bagagli in fretta e furia dopo la caduta del 15 agosto e se l'è svignata in sordina a bordo di qualche volo di evacuazione, c'è chi ha deciso di restare e combattere. È l'ex ministro dell'Interno Masoud Andarabi. Licenziato a marzo da Ghani, oggi può parlare e accusa l'ex presidente di non aver fatto nulla per salvare il Paese. Sui social e in numerose interviste denuncia i misfatti dei talebani e non risparmia critiche al suo ex capo. «Ghani governava senza consultare i membri del suo gabinetto di sicurezza. E' questo processo decisionale ad averci portato nella situazione in cui siamo», spiega al Corriere . A scappare - ma per una ragione decisamente comprensibile - è stata Nargis Nehan, ex ministro del governo afghano e attivista per i diritti delle donne, che è riuscita a riparare a Oslo lasciandosi però alle spalle il padre malato e la sorella. «Non è la prima volta che lascio il mio Paese», ha raccontato in un'intervista a Channel 4. «Durante la guerra civile del 1992-1996 sono stata una dei milioni di rifugiati afghani sfollati in Pakistan». Da qui Nargis ha iniziato a lavorare per i diritti delle donne, con ong e associazioni. Dopo il 1996, tornata in Afghanistan, per conto di una ong svedese ha lavorato con l'Onu per la parità di genere, fino ad arrivare al palazzo di governo. «Ma ora», scuote la testa sconsolata, «devo ricominciare tutto da capo». Continua ad andare in ufficio ogni giorno invece Hazrat Omar Zakhilwal, ex ministro delle Finanze del governo Karzai che ora, tornato nel Paese dall'estero in assoluta controtendenza, cerca di dialogare con i talebani per un governo «più inclusivo». E durante un'intervista alla tv cinese ha affermato di avere fiducia «nella saggezza collettiva di questo Paese» e di sperare che il suo ritorno «possa rassicurare i suoi compagni a prendere posizione affinché l'Afghanistan possa essere stabile e pacifico».

La bufala dei cani militari abbandonati dagli Usa a Kabul. La denuncia era partita dagli animalisti di American Humane: ''Verranno torturati e uccisi''. Dal Pentagono è arrivata la smentita ufficiale. Today il 31 agosto 2021. No, l'esercito americano non ha abbandonato i propri cani in Afghanistan. Il Pentagono ha voluto smentire alcune notizie circolate nelle ultime ore sui social media nelle ultime ore attraverso il portavoce John Kirby: "Contrariamente a informazioni inesatte, l'esercito americano non ha lasciato cani in gabbia all'aeroporto internazionale Hamid Karzai, e in particolare nessun "cane militare". To correct erroneous reports, the U.S. Military did not leave any dogs in cages at Hamid Karzai International Airport, including the reported military working dogs. Photos circulating online were animals under the care of the Kabul Small Animal Rescue, not dogs under our care. Le foto, pubblicate sui social network, mostrano cani collocati in un rifugio per animali afghano e non animali sotto la responsabilità dell'esercito americano, ha aggiunto John Kirby, su Twitter. A rilanciare la notizia era stato il gruppo di animalisti American Humane. Secondo l'amministratore delegato Robin Ganzert, i cani che avevano lavorato al fianco dei militari americani ora sarebbero stati ''torturati e uccisi''. Ganzert si era anche detto pronto non solo ad aiutare a trasportare i cani soldato sul territorio americano ma anche a garantire loro cure mediche per tutta la vita. "Ci disgusta stare seduti a guardare i cani che valorosamente hanno servito il nostro Paese essere condannati a morte o peggio. Per evitare che si verifichi questa tragedia, i K-9 dovrebbero essere messi in salvo. Indipendentemente dall'esito, bisogna impedire che si ripeta questa grossolana svista": così si concludeva l'attacco degli animalisti alla gestione Biden, prima che arrivasse la smentita ufficiale del Pentagono.

Chiara Bruschi per “il Messaggero” il 31 agosto 2021. Aveva minacciato di restare a Kabul se i suoi animali non fossero stati messi in salvo con lui. Pen Farthing, ex Royal marine britannico originario dell'Essex, è riuscito nell'impresa ed è atterrato con circa 140 cani e 60 gatti all'aeroporto di Londra Heathrow. Sono arrivati a bordo di un volo charter affittato grazie al denaro raccolto con una campagna condotta nei giorni scorsi e con il supporto del Ministero della Difesa.

OPERAZIONE ARCA Nella cosiddetta Operazione Arca, però, Farthing non è riuscito a portare con sé 24 membri dello staff della Nowzad, la charity da lui fondata per dare rifugio a cani, gatti e asini. Persone costrette a rimanere nella capitale afghana. «È molto triste che sia stato obbligato a lasciarli indietro - ha raccontato Farthing al The Sun - Alcuni di loro erano venuti all'aeroporto con me ma non è stato loro permesso di superare i controlli. Abbiamo versato tante lacrime quando ci siamo salutati. Sono estremamente triste per loro ma sono sollevato per me e per gli animali». Il fondatore dell'associazione, in missione in Afghanistan nella metà degli anni 2000, ha inoltre fatto sapere di essere in contatto con i suoi ex collaboratori e che farà di tutto per cercare di portarli in salvo. Parole che tuttavia non attenuano le polemiche. Migliaia di persone che in questi venti anni hanno collaborato con le forze occidentali non sono riuscite a lasciare Kabul. L'ex soldato Tom Tugendhat, conservatore e membro del Foreign Affairs Committee, non ha usato mezze misure nel commentare la vicenda: «Considerata la grande difficoltà nel far entrare e uscire le persone dall'aeroporto di Kabul, abbiamo usato molti dei nostri soldati per far passare 200 cani. Perché mia figlia di cinque anni vale meno del vostro cane?, mi ha chiesto un interprete alcuni giorni fa. Non avevo una risposta: cosa avrei potuto dirgli?»

L'ACCUSA Controversa anche la posizione del Ministero della Difesa. Nelle ore decisive di venerdì si era consumato un duro botta e risposta con Farthing. L'ex marine aveva accusato lo staff del segretario Ben Wallace di aver «bloccato» volontariamente l'organizzazione del volo in partenza da Kabul che avrebbe dovuto trasportare il personale della Nowzad e gli animali. Accuse che l'esponente del governo Johnson aveva rispedito al mittente parlando ai media britannici: «Ho dovuto ascoltare parole di abuso ai miei consiglieri, ai miei funzionari, basate principalmente su falsità, che qualcuno di noi, da qualche parte, aveva bloccato un volo. Nessuno ha bloccato un volo». Il ministro aveva poi sottolineato come la vicenda stesse «rubando troppo tempo ai comandanti in loco che invece avrebbero dovuto gestire la crisi umanitaria». Poche ore dopo però la situazione si era sbloccata e il ministero aveva pubblicato un tweet in cui assecondava le richieste di Farthing. Un cambio di rotta che, secondo la stampa britannica, sembra essere stato influenzato dall'intervento di Carrie Johnson, la moglie del primo ministro britannico che, come noto, è una fervente animalista. Voci che Downing Street ha però voluto smentire.

IL CIBO L'ex soldato e i suoi animali sono stati supportati dalle forze militari britanniche durante il passaggio in aeroporto a Kabul e i militari, come precisa il Daily Mail, hanno aiutato a caricare 125 chili di cibo per animali, 72 lattine, 270 litri di acqua, 20 bottiglie di disinfettante e altro materiale per la pulizia. Gli animali, come previsto dalla legge britannica, dovranno restare in quarantena per quattro mesi ma se qualcuno di essi dovesse ammalarsi verrà abbattuto. Un triste destino dal quale questa volta sarebbe impossibile fuggire, come dimostra la vicenda dell'alpaca Geronimo che, proveniente dalla Nuova Zelanda, è risultato positivo alla tubercolosi bovina e nonostante gli sforzi della proprietaria, le petizioni online e una marcia animalista a Downing Street, ha tutt' ora le ore contate.

Marilisa Palumbo per il “Corriere della Sera”  l'1 settembre 2021. La sua immagine, lavata nel verde dell'obiettivo notturno, accanto a quella dei talebani «vestiti da americani» che entrano nell'hangar dell'aeroporto di Kabul abbandonato, sarà per sempre il simbolo della fine della guerra più lunga. Fucile d'assalto abbassato, così come lo sguardo, il generale Christopher T. Donahue, uno degli 800 mila americani ad aver combattuto in Afghanistan dal 7 ottobre del 2001 a oggi, è stato l'ultimo, alle 23.49 locali, a lasciare il Paese dove sono morti 2.461 suoi commilitoni. Donahue, comandante della storica U.S. Army 82nd Airborne Division, era tornato in Afghanistan qualche settimana fa quando l'avanzata impetuosa dei talebani aveva costretto Biden a mandare rinforzi per le operazioni di evacuazione. Ci era già stato tante volte, anche alla guida della task force congiunta a sostegno dell'Operation Freedom' s Sentinel. Ha prestato servizio in Iraq, Siria, Nord Africa ed Europa orientale, ed è stato anche assistente del capo di Stato maggiore: un soldato esemplare della guerra al terrore post 11 settembre. Prima di partire Donahue ha parlato con il comandante talebano con cui si era coordinato in queste settimane e ha mandato un ultimo messaggio nella chat interna dei militari: «Sono orgoglioso di voi». Il ponte aereo «più grande della Storia», come è stato definito da Biden in giù, ha portato fuori dal Paese oltre 123 mila persone. Ora che le operazioni sono finite emergono i dettagli degli accordi presi con i talebani, che avrebbero addirittura scortato da alcuni punti di Kabul gli americani fino agli ingressi dell'aeroporto. Annunciando la fine della guerra il generale Frank McKenzie ha definito «pragmatici» i nuovi padroni dell'Afghanistan, ma cosa succederà adesso che si sono liberati dalla presenza militare statunitense? Indietro, ha detto il segretario di Stato Antony Blinken, sono rimasti «più di 100 e meno di 200 americani». Decine sarebbero i francesi e almeno centomila gli afghani che hanno collaborato con gli alleati. Come portarli fuori in sicurezza? Blinken ha spiegato che ora la missione è diplomatica. Ma sul C-17 che ha portato via Donahue c'era anche Ross Wilson, il più alto diplomatico rimasto a Kabul. Di una delle più grandi ambasciate Usa al mondo (4 mila impiegati tra cui 1.400 americani), non resta niente. Una rappresentanza notevolmente ridotta si è trasferita a Doha. Il Qatar sta giocando un ruolo decisivo in questa partita. Assieme alla Turchia potrebbe prendere la gestione della sicurezza dell'aeroporto. Il problema è che Erdogan vorrebbe mandare del personale militare, e i talebani non vogliono soldati stranieri. Ma le trattative sono in corso. «Quello che stiamo cercando di spiegare loro - ha detto al Financial Times il ministro degli Esteri qatarino, lo sceicco Al-Thani - è che gestire un aeroporto implica molto più che metterne in sicurezza il perimetro». E mantenere l'aeroporto aperto è essenziale per far arrivare sostegno umanitario al Paese e continuare le evacuazioni. A questo proposito l'emirato sta spingendo perché i talebani - come «esige anche la risoluzione dell'Onu approvata con l'astensione di Russia e Cina - tengano fede alla promessa di continuare a far partire tutti coloro che ne hanno diritto. 

Dagospia il 31 agosto 2021. Reuters - Simon Cameron-Moore. Con il suo fucile al fianco, il generale Chris Donahue, comandante della leggendaria 82a divisione aviotrasportata, è l'ultimo soldato americano a imbarcarsi sull'ultimo volo in partenza dall'Afghanistan un minuto prima della mezzanotte di lunedì. Scattata con un dispositivo per la visione notturna da un finestrino laterale dell'aereo da trasporto C-17, l'immagine spettrale verde e nera del generale che cammina verso l'aereo in attesa sulla pista dell'aeroporto Hamid Karzai di Kabul è stata rilasciata dal Pentagono poche ore dopo gli Stati Uniti hanno concluso la presenza militare ventennale in Afghanistan. L'immagine della partenza di Donahue potrebbe essere affiancata a quella di un generale sovietico, che guidò una colonna corazzata attraverso il Ponte dell'Amicizia verso l'Uzbekistan, quando l'Armata Rossa fece la sua ultima uscita dall'Afghanistan nel 1989. A completare un'operazione militare che con l'aiuto degli alleati è riuscita a evacuare 123.000 civili dall'Afghanistan, l'ultimo carico aereo delle truppe Usa decollato col favore della notte. Sebbene sia un'immagine fissa, Donahue sembra muoversi vivacemente, il suo viso inespressivo. Indossa un completo equipaggiamento da combattimento, con occhiali per la visione notturna in cima al suo casco e fucile al suo fianco. Doveva ancora lasciarsi alle spalle l'Afghanistan e raggiungere la salvezza. Al contrario, le immagini del generale Boris Gromov, comandante della 40a armata dell'Unione Sovietica in Afghanistan, lo mostrano mentre cammina a braccetto con suo figlio sul ponte del fiume Amu Darya portando un mazzo di fiori rossi e bianchi. Il ritiro degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica da un paese che è diventato noto come un cimitero per gli imperi è stato condotto in modi molto diversi, ma almeno hanno evitato la disastrosa sconfitta subita dalla Gran Bretagna nella prima guerra anglo-afgana nel 1842. L'immagine costante di quel conflitto è il dipinto ad olio di Elizabeth Thompson "Resti di un esercito" che raffigura un cavaliere solitario esausto, l'assistente chirurgo militare William Brydon, che ondeggia sulla sella di un cavallo ancora più esausto nella ritirata da Kabul. Quando l'Armata Rossa russa se ne andò, un governo comunista filo-mosca era ancora al potere e il suo esercito avrebbe combattuto per altri tre anni, mentre il governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti aveva già capitolato e Kabul era caduta in mano ai talebani poco più di due settimane prima della 31 agosto, termine ultimo per la partenza delle truppe statunitensi. Facendo un'uscita ordinata, l'ultimo dei 50.000 soldati di Gromov subì ancora attacchi isolati mentre si dirigevano a nord verso il confine uzbeko, sebbene avessero pagato gruppi di mujaheddin per assicurarsi un passaggio sicuro lungo la strada. La colonna di Gromov attraversò il Ponte dell'Amicizia il 15 febbraio 1989, ponendo fine ai 10 anni di guerra dell'Unione Sovietica in Afghanistan, durante la quale furono uccisi più di 14.450 militari sovietici. Alla domanda su come si sentiva a tornare in territorio sovietico, si dice che Gromov abbia risposto: "Gioia, che abbiamo svolto il nostro dovere e siamo tornati a casa. Non mi sono voltato indietro". L'evacuazione finale da parte degli Stati Uniti di Kabul sarà giudicata da quante persone sono state portate fuori e quante sono rimaste indietro. Ma Donahue e i suoi compagni porteranno immagini strazianti dei loro caotici ultimi giorni a Kabul; genitori che passano loro i bambini attraverso il filo spinato, due giovani afgani che cadono da un aereo che si arrampicava in alto nel cielo e, peggio ancora, le conseguenze di un attentato suicida dello Stato Islamico fuori dall'aeroporto il 26 agosto che ha ucciso decine di afgani e 13 di loro.

 L'ultimo soldato. Fausto Biloslavo l'1 Settembre 2021 su Il Giornale. Il generale Chris Donahu mette fine alla drammatica evacuazione di Kabul e a 20 anni di missione. Ma l'Afghanistan non va abbandonato. O ripeteremo gli errori del passato. L' ultimo soldato americano ha lasciato l'Afghanistan. Non un fantaccino qualunque ma il generale a due stelle, Chris Donahue, comandante dell'82° divisione aviotrasportata che ha tenuto l'aeroporto di Kabul per l'evacuazione più possente e drammatica del mondo libero. La foto verdognola, da visione notturna, rende l'immagine simbolo ancora più drammatica. Il generale con elmetto, mimetica e arma in pugno è in mezzo alla pista e sta salendo a bordo dell'ultimo aereo americano che decolla da Kabul un minuto prima di mezzanotte e del 31 agosto. La foto storica ricorda un'altra disfatta: il ritiro dell'Armata rossa nel 1989 e il generale Boris Gromov, che per ultimo passava a piedi il ponte dell' amicizia sull'Amu Darja al confine con la repubblica uzbeka dell'Urss, dopo interminabili colonne di blindati. I sovietici se ne andavano, sconfitti, dopo 10 anni e 40mila caduti. L'Afghanistan, dopo avere ingoiato nel sangue l'Inghilterra, l'Urss e la Nato, si è dimostrato, ancora una volta, la tomba degli imperi. Il generale Donahue lascia per sempre l'Afghanistan dopo 20 anni di intervento concluso con la fulminea vittoria dei talebani. L'ufficiale, cadetto di West Point, ha alle spalle 17 missioni comprese la guerre in Iraq, Siria e Afghanistan. Dopo l'11 settembre si è presentato volontario nella Delta force, l'élite dei corpi speciali americani. "E' stata una missione incredibilmente dura, piena di molteplici complessità, con minacce attive per tutto il tempo" ha twittato il 18mo Corpo aviotrasportato commentando la foto del generale. Donahue, prima di andarsene ha comunicato la consegna dello scalo al comandante talebano che fremeva per entrare e iniziare la festa. Il motto dell'82ima, che ha una base anche in Italia è fino in fondo. E così è stato nonostante un attacco suicida che ha falciato 13 soldati americani e 160 civili in fuga verso la libertà. Per la Caporetto afghana non ci sarà mai un Piave che porterà alla vittoria. La sconfitta è cocente e bagnata di sangue con la strage kamikaze allo scalo. Vent'anni gettati al vento. Un mese e mezzo dopo il ritiro dell'ultimo soldato italiano da Herat i talebani hanno conquistato Kabul. Una guerra lampo che in soli 9 giorni ha fatto cadere 34 capoluoghi di provincia. La Nato ha sempre combattuto, soprattutto gli italiani, con un braccio legato dietro la schiena a causa del ritornello della missione di pace. L'esportazione della democrazia è stata una boiata pazzesca. Non è un frigorifero o lavatrice che funziona ovunque se la colleghi alla presa di corrente. Il mondo libero non è stato in grado di conquistare i cuori e le menti degli afghani e neppure di sradicare l'inettitudine e la corruzione del governo, che è crollato come un castello di carte assieme alle forze di sicurezza. I diritti acquisiti, le conquiste, come le bambine a scuola, le donne al lavoro, una parvenza di elezioni e di stato di diritto sbandierati all'ammaina bandiera ad Herat dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, si sono sciolti come neve al sole davanti all'avanzata fulminea dei talebani. Anche la musica ne ha fatto le spese e un noto cantante folk è stato passato per la armi. I talebani, come hanno sempre detto con inflessibile coerenza, non vogliono la democrazia e ancora meno i valori occidentali, ma solo l'interpretazione dura e pura della sharia, la legge del Corano. Dopo vent'anni di guerra cantano giustamente vittoria all'aeroporto di Kabul innalzando il vessillo bianco con i versetti neri dell'Islam ed i combattenti delle loro unità speciali, le Red unit, vestiti da Rambo grazie all'attrezzatura bellica Usa donata agli afghani. Adesso bisogna voltare pagina e fare tesoro degli errori compiuti per guardare al futuro del paese e dei rapporti con l'Emirato integralista. Il nuovo governo, che verrà annunciato fra non molto, sarà il primo banco di prova, ma al di là dei nomi di facciata per renderlo inclusivo i talebani andranno giudicati sui fatti di ogni giorno. Il paese non va isolato, altrimenti non tireremo mai fuori chi è rimasto indietro, pur avendo collaborato con noi, chi ha sempre guardato all'Italia come esempio e ancora di salvezza, chi non vuole vivere nel Medioevo talebano. La comunità internazionale deve monitorare e vigilare per evitare che l'Afghanistan ridiventi la culla del terrore come prima dell'11 settembre. I segnali sono pessimi e non solo per la costola locale dello Stato islamico che sta rialzando la testa. Ieri è tornato nella provincia natale di Nangarhar, da tempo hub del terrorismo, Amin-ul-Haq, ex capo della sicurezza di Osama bin Laden, che aveva protetto fino all'ultimo lo sceicco di Al Qaida nell'ultima ridotta di Tora Bora. La gente del posto l'ha accolto come un eroe reclamando selfie e baciandogli la mano.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerr

I talebani celebrano la vittoria: "È una lezione per il mondo". Torna l'alter ego di Bin Laden. Gaia Cesare l'1 Settembre 2021 su Il Giornale. Colpi di kalashnikov sparati in aria e fuochi d'artificio al decollo dell'ultimo aereo americano dall'aeroporto Hamid Karzai di Kabul. Colpi di kalashnikov sparati in aria e fuochi d'artificio al decollo dell'ultimo aereo americano dall'aeroporto Hamid Karzai di Kabul. Un finto funerale per sbeffeggiare le forze alleate inscenato a Khost, dove la folla ha visto sfilare false bare coperte con la bandiera americana, inglese e francese. La bandiera bianca talebana con la testimonianza di fede - «Non c'è nessun Dio al di fuori di Allah e Maometto è il suo profeta» - ha sventolato nelle principali città afghane e in provincia. È l'Afghanistan, anno zero, l'Emiro islamico ritrovato dei talebani, nel giorno in cui l'ultimo soldato americano, il maggior generale Chris Donahue, lascia Kabul e chiude vent'anni di intervento militare, la guerra più lunga della storia americana. Per i talebani e i loro seguaci è l'Independence Day, «un giorno storico e un momento storico», dice il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid dall'aeroporto, circondato dalle teste di cuoio dell'unità d'élite «Badri 313», vestite ed equipaggiate come soldati americani, dalla testa ai piedi. «La sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan rappresenta una grande lezione per tutti gli altri invasori e per le nostre generazioni future» oltre che «per il mondo intero». Gli fa eco Hanas Haqqani, esponente della rete Haqqani, guidata da Sirajuddin Haqqani, vice leader del movimento talebano. Esaltando l'alba del nuovo giorno, l'estremista spiega di come le persone in Afghanistan siano «felici» perché i talebani hanno «portato la pace». Lì fuori, ovviamente, è un'altra storia. Il Paese è al collasso. Chi non è in strada a festeggiare resta chiuso in casa per paura, oppositori e donne. Chi ha qualche risparmio è in fila davanti alle banche nel tentativo di ritirare contante con il terrore della vendetta degli «studenti» del Corano in strada. Privi dei fondi della Banca centrale afghana, con il rubinetto degli aiuti stranieri sospesi e il congelamento dei beni detenuti negli Usa, i talebani potrebbero non avere più denaro per garantire il pagamento dei dipendenti pubblici e il funzionamento delle strutture vitali, acquedotti, rete elettrica e comunicazioni, a rischio collasso. A questo si aggiunge la fuga di cervelli sui voli per l'Occidente, l'isolamento diplomatico e anche il timore di attentati da parte di gruppi integralisti islamici concorrenti. È un disastro, ma potrebbe peggiorare. Anche per questo per i talebani è tempo di finalizzare la formazione del nuovo governo, che lavorerà per strappare il riconoscimento diplomatico in ogni modo, mentre già si esortano le cancellerie straniere a riaprire le ambasciate. Del nuovo esecutivo hanno discusso, chiusi per tre giorni, nella roccaforte di Kandahar, dove si è riunito il Consiglio dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan, che avrebbe già preso, secondo Muhajid, «alcune decisioni per garantire servizi alla popolazione» e affrontato questioni sociali, politiche e di sicurezza dell'Afghanistan. Lo scalo di Kabul, fino ad agosto ancora di salvezza per migliaia di afghani in fuga dagli integralisti, riaprirà quando saranno risolti «alcuni problemi tecnici», dicono. In realtà i aspetta di trovare un'intesa con Turchia e Qatar, per la gestione congiunta dello scalo. Nel frattempo i talebani dispiegano le forze speciali: «Presto tutto tornerà alla normalità. Le forze Usa hanno lasciato gran caos. Sono in atto sforzi per riprendere i voli commerciali». Intanto nella regione di Nangarhar arriva Amin ul Haq, ex capo della sicurezza a Tora Bora, il rifugio di Osama Bin Laden nel 2001, prima che il capo di Al Qaida venisse ucciso, dalle forze statunitensi in Pakistan, dieci anni dopo. È il segno dei forti appetiti del radicalismo jihadista in Afghanistan, proprio mentre i leader europei ammettono che è «necessario» dialogare con i talebani. Gaia Cesare

Filippo Rossi per “La Stampa” il 31 agosto 2021. Il ponte bianco si riflette nelle acque dell'Amu Darya, lo storico fiume centro-asiatico che sancisce anche il confine fra Afghanistan e Uzbekistan. È questo il valico che nel 1989 segnò definitivamente il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan. Oggi, la bandiera bianca taleban sventola di fianco a quella uzbeka. Il simbolo di una vittoria sognata per anni. La vernice che rappresentava il tricolore afghano è stata grattata via da un muro delle strutture del posto di frontiera di Hairatan, primo villaggio afghano di là del fiume. Tutto è abbandonato. Nessuno controlla se non qualche mujahid taleban seduto sul prato che presidia, salutando cordialmente. Benvenuti nel nuovo Afghanistan. Oggi, di fatto, terra di nessuno. Sulla strada che dal confine porta alla città di Mazar-i-Sharif, una delle città principali del nord ovest del paese, i taleban hanno parcheggiato veicoli blindati dell'ormai dissolto esercito nazionale afghano come simbolo di vittoria. È l'inizio di una nuova era, positiva o negativa che sia. A due settimane dalla presa di potere, il nuovo regime non ha ancora deciso che forma di governo adottare, lasciando molti dubbi sul futuro alla popolazione. Se una parte di afghani sta cercando disperatamente di lasciare il paese, quelli rimasti, la maggioranza, aspetta con impazienza che le cose migliorino. «Non c'è lavoro, non ci sono soldi. Io non mi oppongo ai taleban, ma non abbiamo di cui vivere» commenta Navid, 32, un tassista di Mazar-i-Sharif. L'economia è in stallo senza esportazioni e uno spazio aereo inagibile per via delle evacuazioni occidentali che hanno paralizzato il paese, la valuta è crollata, il prezzo della benzina è raddoppiato. Una situazione che, insieme all'instabilità politica, soffoca gli afghani ancora di più: «Se prima guadagnavo 20 euro al giorno, oggi ne faccio un quarto» commenta invece Abdul Samad, 21, commerciante di tessuti in un mercato del centro città, mentre vende un tessuto a tre ragazze. A Mazar-i-Sharif le cose sembrano essere tornate alla normalità, anche se la gente dice che molte persone non escono di casa. I negozi sono aperti, le persone sono per strada. Le donne e le ragazze sono vestite esattamente come prima, senza dove indossare chadori (burqa) e senza restrizioni. «Non sappiamo cosa succederà domani, soprattutto con le ragazze» è invece il commento di un anziano per strada. «Non essendoci ancora un governo, è difficile dire cosa faranno loro. Spero possa partecipare alla vita quotidiana e politica». Ma un autista tuona: «Le ragazze non vanno più a scuola e le classi sono già separate». Chi critica lo fa a bassa voce. «Molti hanno paura dei taleban, nessuno parla», continua. È la situazione a creare incertezza: «Ora c'è molta più sicurezza. Prima dell'arrivo dei taleban era molto pericoloso. Speriamo anche che sia parallelamente uno sviluppo economico» dice un ausiliario del traffico, Mohammadullah, 38 anni, tornato a lavorare dopo che i taleban hanno richiesto la sua presenza. Cosa che non tutti hanno fatto. «Io non sono tornato a lavorare», commenta un presentatore televisivo - «vogliono che mi faccia crescere la barba e che cambi. A me non va bene. E non credo alle loro parole». I mujahid taleban sono forse l'attrattiva più interessante di questa nuova realtà. Per decenni sono stati un mito. In pochi li hanno potuti incontrare, parlarci e osservarli da vicino. Ora pattugliano le strade. Alcuni si vestono con equipaggiamento militare rubato dalle basi dell'esercito, ma la maggior parte indossa l'abito tradizionale, il peran tomban, di diversi colori, costantemente con mitragliatrici e giberne che traboccano di proiettili. Ai piedi hanno sandali, il viso incorniciato da barbe e capelli lunghi. Si spostano sui veicoli della polizia e dell'esercito afghano, che hanno sequestrato (secondo gli americani, i taleban sarebbero in possesso di circa 98 miliardi di dollari di materiale bellico Usa) e ai quali hanno aggiunto una bandiera taleban. Sono presenti anche nel santuario di Hazrat Ali, forse il luogo più sacro della città, dove donne, bambini e uomini passeggiano e si divertono. I taleban pattugliano. I più giovani fra loro scattano un selfie scherzando. «Siamo felici che l'Emirato islamico taleban abbia vinto. Ci sarà finalmente la pace» racconta uno di loro, giovanissimo. Forse troppo giovane per ricordare l'invasione Nato di 20 anni fa. Ma subito i comandanti si infastidiscono. I loro soldati non sono autorizzati a parlare. «Non ci fidiamo di loro, hanno già commesso dei reati - commenta F., un altro ragazzo che vuole rimanere anonimo - l'altro giorno sono venuti nella nostra strada gridando che dovevamo andare in moschea e farci crescere la barba. Ora sono solo parole, ma sono sicuro che le cose si metteranno male non appena il paese uscirà dai riflettori dei media internazionali». Riflettori che potrebbero spegnersi nei prossimi giorni, con la fine dell'evacuazione. È questa l'immagine che più colpisce: non sapere cosa succederà domani. E molti temono una recrudescenza del passato.

La Chiesa nel mirino. Fausto Biloslavo il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. In clandestinità per non essere uccisi, si ritrovano nei sotterranei. Portato in salvo il barnabita dell'unica cappella in ambasciata e le suore. "Per Kabul non c'è più speranza". «Ai talebani dico: siate umani e rispettate sia gli uomini che le donne. E lo stesso rispetto vale per i luoghi di culto, come la chiesa dentro l'ambasciata» è l'appello che padre Giuseppe Moretti lancia attraverso il Giornale. Veterano barnabita, che ha passato a fasi alterne 18 anni in Afghanistan proprio nella piccola chiesa dentro l'aera della sede diplomatica del nostro paese, oramai abbandonata dopo l'arrivo dei talebani a Kabul. L'unica chiesa in Afghanistan, che chiude a 100 anni dal trattato fra il re Amanullah, il prima monarca dell'indipendenza e l'Italia del 3 giugno del 1921. L'impegno sempre rispettato dai barnabiti «era di non fare proselitismo - spiega Moretti - Il nostro compito è stato guidare i cristiani non afghani» come i diplomatici o le truppe straniere. Il barnabita ammette che «cristiani locali ce ne saranno, ma a chi si converte spetta la condanna a morte» anche prima dei talebani. I credenti di Gesù in Afghanistan, che sarebbero oltre un migliaio, vivono nascosti e professano la fede in segreto. Il Dipartimento di stato americano stima che ci possono essere fra i 500 e 8mila fedeli soprattutto evangelici e protestanti. L'edizione clandestina della Bibbia in farsi, una delle lingue nazionali afghane, circola anche in rete. Il Nuovo testamento è disponibile in pasthun, la lingua dell'etnia maggioritaria talebana. Ali Ehsani, esule afghano in Italia, è un cristiano che negli ultimi giorni ha lanciato l'allarme ai fedeli di Gesù: «Le violenze sono già iniziate. Il padre di una famiglia con cui sono in contatto è scomparso». La moglie e i cinque figli erano terrorizzati e si spostavano di continuo per non venire intercettati dai talebani. «Vorrei far conoscere questa storia a papa Francesco» ha dichiarato l'esule afghano. Grazie alla fondazione Meet Human la famiglia cristiana è stata mesa in salvo dal ponte aereo italiano. Secondo un rapporto della fondazione pontificia, Aiuto alla chiesa che soffre, «i cristiani afghani praticano il culto da soli, o in piccoli gruppi, esclusivamente all'interno di abitazioni private. Secondo le organizzazioni missionarie in tutto il paese vi sono piccole chiese domestiche sotterranee, ognuna delle quali non conta più di 10 fedeli». Una fonte afghana a Kabul spiega che «molti si convertono nella speranza di uscire dal girone della povertà». Nella capitale diversi convertiti lavoravano per le organizzazioni internazionali. «Viviamo una doppia vita. Non possiamo mostrare la nostra fede, verrei ucciso e sarebbe per prima la mia famiglia a pretenderlo» aveva rivelato al Giornale un cristiano di Kabul. Il convertito Abdel Rahman condannato a morte e poi espulso grazie all'intervento del nostro paese era diventato uno strumento di propaganda per i talebani. Nei vent'anni della Nato anche traduttori e collaboratori dei militari stranieri, a cominciare dagli americani della grande base di Bagram, sono stati irretiti dalla conversione. Non esisteva alcun «piano dei crociati», come invece accusavano i talebani. Singoli cappellani militari o soldati portavano con loro qualche volantino, un Vangelo o una Bibbia di troppo. Da Kabul sono stati evacuati mercoledì scorso con il ponte aereo il barnabita Giovanni Scalese parroco della chiesa in ambasciata e cinque suore con 14 bambini disabili che accudivano nella capitale. Le sorelle di Madre Teresa di Calcutta avevano avviato da vent'anni un'organizzazione fondata in risposta all'appello di Giovanni Paolo II di «salvare i bambini afghani». In pubblico non potevano professare la loro fede. Padre Moretti spiega che venivano apprezzate per la «presenza silenziosa, ma operosa». Le suore rientrate in Italia hanno tristemente ammesso: «Siamo distrutte. È tutto finito, non c'è speranza a Kabul». 

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. Biloslavo è il primo giornalista italiano ad entrare a Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre. Nel 2003 si infila nel deserto al seguito dell'invasione alleata che abbatte Saddam Hussein. Nel 2011 è l'ultimo italiano ad intervistare il colonnello Gheddafi durante la rivolta. Negli ultimi anni ha documentato la nascita e caduta delle tre “capitali” dell’Isis: Sirte (Libia), Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria). Dal 2017 realizza inchieste controcorrente sulle Ong e il fenomeno dei migranti. E ha affrontato il Covid 19 come una “guerra” da raccontare contro un nemico invisibile. Biloslavo lavora per Il Giornale e collabora con Panorama e Mediaset. Sui reportage di guerra Biloslavo ha pubblicato “Prigioniero in Afghanistan”, “Le lacrime di Allah”,  il libro fotografico “Gli occhi della guerra”, il libro illustrato “Libia kaputt”, “Guerra, guerra guerra” oltre ai libri di inchiesta giornalistica “I nostri marò” e “Verità infoibate”. In 39 anni sui fronti più caldi del mondo ha scritto quasi 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali. E vissuto tante guerre da apprezzare la fortuna di vivere in pace.

L'alto commissario e il sonno europeo. Paolo Guzzanti il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Il signor Josep Borrell, spagnolo, è nientemeno che l'Alto rappresentante della politica estera dell'Unione europea, funzione e ruolo che abbiamo cercato di capire leggendo la sua intervista a Federico Fubini, ieri sul Corriere della Sera. Avevamo da tempo capito che queste figure dai nomi altisonanti e scarsamente significanti del firmamento amministrativo europeo hanno una statura corta e tutt'altro che Alta, se ci si concede il gioco di parole. E questo è uno dei problemi che l'Europa dovrà affrontare man mano se, come parecchi indizi fanno sperare, la lezione amarissima del ritiro americano dall'Afghanistan dovesse avere come conseguenza un ripensamento sia sulla politica estera dell'Unione, che sulla politica della Difesa: ovvero se si debba finalmente fare e far funzionare una forza armata europea capace di esistere e operare senza la presenza americana o della Nato. Una faccenda amara e complessa. Ma per la quale è difficile intravedere una qualche funzione di tale Alto rappresentante, che peraltro esprime idee vaghe e anche confuse dal momento che attribuisce a Biden quel che è di Trump, l'aver stabilito una politica di ritiro totale, mentre rilutta ad attribuire a Biden quel che è proprio di Biden. E cioè aver guidato in una maniera sciaguratamente maldestra il ritiro con tutte le conseguenze che abbiamo e avremo sotto gli occhi, lasciando proprio gli alleati europei a leccarsi ferite di ordine morale oltre che politico e militare. Ci si sarebbe aspettati da una figura che ricopre una così «Alta» carica, se non un programma dettagliato, almeno una «vision», uno straccio di sogno comune che impegni in qualche modo il futuro. E invece purtroppo anche questo ritratto di una politica inesistente mostra la rappresentazione del vuoto benché verboso. Apprendiamo da questo Alto commissario ciò che già sapevamo ma con molte reticenze sull'encomiabile comportamento di chi ha aiutato in Afghanistan milioni di bambine, peccato che «la costruzione di uno Stato moderno non ha avuto tempo di mettere radici profonde». Che peccato, che novità. E come mai? Tutte le risposte sono prevedibili e generiche tipo quella temeraria secondo cui dovremmo nientemeno che «rafforzare l'idea dell'autonomia strategica» che potrebbe metterci «in grado di muoverci anche da soli rafforzando le nostre capacità e la Nato». Parole tutte talmente alte da non consentire la visione della loro traiettoria finale. Per carità, nessuna intenzione di mettere in berlina il signor Josep Borrell che probabilmente ce la sta mettendo tutta. Ma a che cosa dovrebbe servire un tale Alto responsabile se non è alto né responsabile? Non ha senso: una persona, comunque si chiami, che ricopre una carica definita «alta» capace soltanto di belare considerazioni nobilmente innocue, è non solo inutile, ma in qualche modo dannosa perché è parte integrante di un equivoco, fatto di reticenze, banalità e di sostanziale mancanza di coraggio, quella che ha impedito ai governi europei di avere una politica estera comune una forza militare in grado di sostenerla. Paolo Guzzanti

L’Economia afgana.

Catastrofe Afghanistan: non bastavano i talebani adesso il Paese sta morendo di fame per la siccità. Sono 18 milioni le persone che non possono mangiare tutti i giorni e a fine anno saranno 22 milioni. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud l'11 Dicembre 2021. Governare l’Afghanistan vuol dire far piovere. In Afghanistan la terra per la siccità è diventata dura come la pietra e a poco serve lavorarla. Manca l’acqua per irrigarla ma anche quella da bere. Il resto viene da sé. I pascoli sono bruciati, le greggi sono alla fame e con loro milioni di afghani. Si stima che 18 milioni di afghani non riescano a mangiare tutti i giorni e che alla fine dell’anno il numero possa arrivare a 22 milioni. Ma qui si parla soltanto dei talebani e di quello che avviene nelle città. Non c’è solo il caos politico in Afghanistan, c’è un Paese che sta morendo. La gente scappa dalle campagne sperando di trovare nelle città qualche cosa di cui nutrirsi: i profughi interni sono milioni. Non fuggono dai talebani, ma dalla fame. In un servizio di Euronews, viene intervistato Haji Khair Mohammad, un pastore nomade della provincia di Kandahar. Indica i suoi animali e dice che manca il cibo anche per loro: «Per questo sono magrissimi e non danno latte». Molti alla fine muoiono.

L’INTERVENTO FAO

Per conoscere l’Afghanistan bisogna andare nelle campagne. Circa il 70% degli afghani vive ancora nelle aree rurali e il 25% del Pil afghano è prodotto dal settore agricolo, il resto lo fa la coltura dell’oppio, visto che da qui viene l’80 per cento dei consumi mondiali di eroina.

Ma a parte il papavero, l’agricoltura resta il perno principale intorno a cui si sviluppa la vita economica del Paese, per questo la Fao ha deciso di sostenerla distribuendo sementi e formando i contadini: se si vuole aiutare gli afghani a sopravvivere bisogna umilmente partire da qui.

Il rapporto della Fao è disperante: «La situazione è disastrosa, tutti i contadini con cui abbiamo parlato ci hanno detto di aver perso il raccolto quest’anno e sono stati obbligati a vendere il bestiame, non hanno più soldi».

La campagna Fao raggiungerà 1,3 milioni di afghani consentendo ai contadini di non vendere il bestiame. È anche un’operazione rivolta a bloccare il flusso migratorio che parte da queste zone verso l’Europa. Ma non basta, se non vengono sbloccati anche gli altri aiuti internazionali.

DISASTRO ANNUNCIATO

Non possiamo dire che non lo sapevamo. A fine agosto la Fao aveva lanciato un allarme per l’Afghanistan senza pace appena conquistato dai talebani, invocando un aumento graduale degli aiuti umanitari: «Il Paese – diceva pochi mesi fa la Fao- continua a essere colpito da una sempre maggiore siccità che minaccia i mezzi di sussistenza di oltre 7 milioni di persone che vivono di agricoltura e allevamento. Molte di queste persone fanno già parte dei 14 milioni di afghani (uno su tre), colpiti da insicurezza alimentare acuta, che necessitano di aiuti umanitari urgenti».

Le conseguenze combinate della grave siccità, degli effetti economici causati dalla pandemia di Covid-19 e gli enormi sfollamenti avevano già colpito duramente le comunità rurali afghane, in particolare agricoltori e pastori, la spina dorsale dell’economia nazionale. Produzione alimentare e mezzi di sussistenza in agricoltura erano già sottoposti a enormi pressioni dalla siccità. 

Il direttore generale della Fao, Qu Dongyu, ha sottolineato che «nell’attuale crisi umanitaria è fondamentale dare subito un aiuto urgente agli agricoltori e agli allevatori per contrastare gli effetti della siccità e di una situazione che con l’inverno, nelle prossime settimane e mesi, andrà peggiorando in vaste aree rurali dell’Afghanistan. Se non aiutiamo le persone più colpite dalla grave siccità moltissimi si vedranno costretti ad abbandonare le loro terre, aumentando così il numero degli sfollati in determinate aree».

QUANTI SOLDI MANCANO

Questa situazione minaccia di aggravare ancora più l’insicurezza alimentare e rappresenta un’ulteriore minaccia alla stabilità dell’Afghanistan. Quanti afghani sta aiutando la comunità internazionale? Con la semina del frumento autunnale, la Fao puntava a sostenere 250mila famiglie di agricoltori vulnerabili (circa 1,5 milioni di persone). Ma con i fondi disponibili si è potuto aiutarne meno della metà, 110mila.

Per finanziare il piano di emergenza contro la siccità in Afghanistan mancano 18 milioni di dollari. Il costo di un caccia americano F-35 – tanto per avere un’idea – è di circa 100 milioni di dollari. E in Afghanistan nei venti anni di presenza occidentale di bombardieri, che hanno fatto migliaia di morti anche civili, ne sono volati a josa.

A causa della grave siccità è previsto un raccolto inferiore del 20% rispetto a quello del 2020 e inferiore del 15% alla media dei raccolti. Ecco come si muore in Afghanistan. Rispetto al 2020, si prevede un aumento di circa il 28% del fabbisogno di cereali dell’Afghanistan (essenzialmente frumento e farina). Ma il sistema statale tradizionale di distribuzione delle sementi, già quasi collassato in precedenza, sta crollando anche a causa della nuova situazione politica con l’ascesa dei talebani e un’amministrazione pubblica nel caos.

UN’ALTRA CRISI IN VISTA

Si muore di fame oggi e si morirà anche domani. Secondo il rapporto della Fao «gli agricoltori e i pastori colpiti dalla siccità hanno bisogno, in genere, per recuperare quasi totalmente, dai tre ai cinque anni. Un’altra crisi legata alla siccità e ai raccolti di frumento li colpirà molto duramente». Quando vedremo arrivare altri profughi afghani sulle rotte dei migranti non potremo dire «non lo sapevamo».

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Dagotraduzione dal Daily Mail il 24 novembre 2021. Senza lavoro e inghiottito dai debiti, Fazal, operaio della fornace di mattoni afghano, racconta che l'implosione dell'economia del paese gli ha lasciato una scelta difficile: dare in sposa le sue giovani figlie o rischiare che la famiglia muoia di fame. Il mese scorso, ha ricevuto una dote di 3.000 dollari dopo aver consegnato le sue figlie di 13 e 15 anni a uomini con più del doppio della loro età. Se i soldi finiscono, potrebbe dover sposare la sua bambina di sette anni, ha detto. «Non avevo altro modo per sfamare la mia famiglia e pagare il mio debito. Che altro avrei potuto fare?» ha detto alla Thomson Reuters Foundation dalla capitale afghana, Kabul. «Spero disperatamente di non dover sposare la mia figlia più giovane». I matrimoni precoci sono aumentati di pari passo con l'impennata della povertà da quando i talebani hanno preso il potere 100 giorni fa, il 15 agosto, con segnalazioni di genitori indigenti che promettevano persino bambine per futuri matrimoni in cambio di doti. Gli attivisti hanno previsto che il tasso di matrimoni precoci - che era prevalente anche prima del ritorno dei talebani - potrebbe quasi raddoppiare nei prossimi mesi. «Si paralizza (il mio) cuore sentire queste storie ... Non è un matrimonio. È stupro di minori», ha detto Wazhma Frogh, importante attivista per i diritti delle donne afghane. Ha detto di aver sentito parlare di casi ogni giorno, che spesso coinvolgevano ragazze di età inferiore ai 10 anni, anche se non era chiaro se le ragazze sarebbero state costrette a fare sesso prima di raggiungere la pubertà. L'agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia UNICEF ha affermato che ci sono state segnalazioni credibili di famiglie che offrono figlie di appena 20 giorni per un futuro matrimonio in cambio di una dote. Paralizzato dalla siccità e dal collasso economico, l'Afghanistan è destinato a diventare teatro della peggiore crisi umanitaria del mondo, secondo le agenzie delle Nazioni Unite. Con l'arrivo dell'inverno, l’agenzia ha affermato che milioni di persone saranno sull'orlo della fame e il 97% delle famiglie potrebbe scendere al di sotto della soglia di povertà entro la metà del 2022. L'improvviso ritorno al potere del gruppo islamico intransigente ha visto miliardi di dollari in beni afgani congelati all'estero e la maggior parte degli aiuti internazionali bloccati. I prezzi del cibo sono schizzati alle stelle e milioni sono disoccupati o non sono stati pagati. Frogh ha affermato che le famiglie sposano le loro ragazze per ridurre il numero di bocche da sfamare e per ottenere doti, che in genere vanno da 500 a 2.000 dollari, con i bambini più piccoli che attirano somme più elevate. I genitori stanno anche consegnando le figlie per saldare i debiti. Frogh ha citato un caso in cui un padrone di casa aveva preso la bambina di nove anni di un inquilino sconvolto quando non poteva pagare l'affitto. Nel nord-ovest dell'Afghanistan, ha detto che un altro uomo aveva lasciato i suoi cinque figli in una moschea perché non poteva dar loro da mangiare. Le tre ragazze, tutte ritenute sotto i 13 anni, si sono sposate lo stesso giorno. «Il numero di casi è aumentato così tanto a causa della fame. Le persone non hanno nulla e non possono nutrire i propri figli», ha affermato Frogh, fondatrice della Women & Peace Studies Organization, che lavora con le donne leader di base in tutto il paese. «È completamente illegale e non consentito nella religione», ha aggiunto. L'UNICEF ha affermato di aver avviato un programma di assistenza in denaro per aiutare a ridurre i rischi della fame e dei matrimoni precoci e di essere in collegamento con i leader religiosi per fermare le cerimonie che coinvolgono ragazze minorenni. Prima che i talebani prendessero il sopravvento, l'età minima legale per il matrimonio era di 16 anni per le ragazze, al di sotto del minimo riconosciuto a livello internazionale di 18 anni. I talebani però affermano di riconoscere solo la sharia che non prevede un'età minima, lasciandola aperta all'interpretazione. Il muratore Fazal ha affermato che i suoi problemi sono iniziati quando la crisi economica ha interrotto i lavori di costruzione. Come i suoi compagni di lavoro, era stato pagato in anticipo: 1.000 dollari per sei mesi di lavoro. Con l'esaurimento della richiesta di mattoni, il suo capo gli ha detto di restituire il suo anticipo, ma Fazal, che ha dato solo il suo nome, ne aveva già speso gran parte per le cure mediche per la moglie malata. I residenti locali hanno affermato che anche molti altri lavoratori delle fornaci sono stati costretti a sposare giovani ragazze per rimborsare gli anticipi. I dati nazionali più recenti mostrano che il 28% delle ragazze in Afghanistan si sposa prima dei 18 anni e il 4% prima dei 15. Ma Frogh e l'attivista per i diritti delle donne afghane Jamila Afghani hanno previsto che fino a metà delle ragazze potrebbero essere costrette a sposarsi prima dei 18 anni se la crisi dovesse continuare. Le ragazze che si sposano giovani sono a maggior rischio di stupro coniugale, abusi domestici, sfruttamento e pericolose complicazioni della gravidanza. «Rovina le loro vite, la loro salute psicologica, emotiva, fisica e sessuale», ha detto Afghani, presidente della sezione afghana della Women's International League for Peace and Freedom, che conta 10.000 membri in tutto il paese. «Queste ragazze sono spesso trattate come serve, come schiave». Afghani ha detto che gli attivisti sono recentemente intervenuti per fermare il matrimonio di una bambina di nove anni con un uomo di 30 anni per una dote di 50.000 afgani (538 dollari) nella provincia di Ghazni, nel sud-est.  Gli esperti dei diritti hanno affermato che la chiusura da parte dei talebani delle scuole superiori femminili è un altro dei motivi che spinge i genitori a far sposare le loro figlie. «I due più importanti fattori di rischio per favorire i matrimoni precoci sono la povertà e la mancanza di accesso all'istruzione», ha affermato Heather Barr di Human Rights Watch, che ha lavorato con le donne in Afghanistan per più di sei anni.

L’Afghanistan è un paese alla fame. A tre mesi dall’addio dell’Occidente, la fine degli aiuti svela il disastro climatico. Dove c’è guerra c’è siccità. Un terzo della popolazione è a corto di cibo. E un milione di bambini rischia di morire. Foto di Alessio Romenzi. Francesca Mannocchi su L'Espresso il 12 novembre 2021. «Quello che vediamo e analizziamo è che ovunque nel mondo c’è più conflitto e più violenza dove le temperature sono più alte della media», sono parole di Marshall Burke, professore presso il Dipartimento americano di Scienze ambientali del sistema terrestre e membro del Freeman Spogli Institute (FSI), centro studi internazionale su ambiente e insicurezza alimentare. Nel 2013 Burke è stato coautore di uno studio dal titolo «Clima e conflitti», la tesi delle sue ricerche è che i cambiamenti climatici aumentino vari livelli di conflitto, dalla violenza individuale fino a conflitti collettivi, le guerre civili, gli scontri tra nazioni, scrive Burke: «Il clima non è l’unico o il principale fattore di conflitto, ma sulla base dei nostri studi, la comunità internazionale non dovrebbe ignorare la minaccia rappresentata dal riscaldamento globale».

Al suo studio sono seguiti anni di polemiche, gli si contestava che ci fossero dati troppo scarsi, e una risicata letteratura a suffragio delle sue conclusioni, ma anche anni di ricerche e pubblicazioni di università, centri studi, organizzazioni internazionali.

Per tutti la sfida era studiare luoghi in cui il cambiamento climatico stava diventando un moltiplicatore di minaccia, e cioè stava inesorabilmente trasformando i disastri naturali in disastri sociali. Luoghi in cui l’aumento delle temperature, la riduzione delle piogge, la competizione per le risorse d’acqua sta influenzando l’andamento delle guerre e modificando i conflitti e le migrazioni.

Oggetto delle ricerche il Corno d’Africa, il Medio Oriente e, naturalmente, l’Afghanistan, Paese in cui l’intersezione tra clima e conflitto sta determinando minacce sempre più elevate alla stabilità interna e esterna.

I dati dimostrano anche come il cambiamento climatico sia lo schema di disuguaglianze globali: l’Afghanistan dalla metà del XX secolo ha assistito a un aumento medio della temperatura di 1.8 gradi Celsius (3.24 Fahrenheit), rispetto a una media globale dello 0.82. Cioè più del doppio, pur avendo contribuito al cambiamento climatico globale in maniera ridotta (un afgano medio produce 0,2 tonnellate di emissioni di anidride carbonica all’anno, rispetto alle quasi 16 tonnellate dell’americano medio).

Significa che pur avendo inquinato meno, l’Afghanistan è colpito più gravemente di altri dagli effetti del riscaldamento globale, dai disastri lenti provocati dalla siccità, dell’inaridimento del suolo, dell’acqua che scarseggia e dell’assenza di infrastrutture che possano arginare le conseguenze di un fenomeno destinato a peggiorare.

Il Paese non ha sbocchi sul mare, e l’80 per cento della popolazione dipende dall’agricoltura per la sussistenza. Le improvvise inondazioni, i terremoti, gli smottamenti provocati dallo scioglimento dei ghiacciai, uniti alle temperature estreme stanno rendendo ormai da anni sempre più difficile il lavoro nei campi, dunque il sostentamento, cioè il cibo, cioè la sopravvivenza quotidiana.

Lo scorso agosto mentre tutti i titoli dei mezzi di informazione si concentravano sulla riconquista di Kabul da parte dei talebani e sulle migliaia di persone che tentavano di fuggire dall’aeroporto Hamid Karzai terrorizzati dall’instaurazione del nuovo Emirato Islamico, minore attenzione è stata riservata agli effetti di lunga durata delle crisi precedenti, quelle croniche, come la crisi umanitaria prodotta dalla prolungata siccità che da anni non dà tregua al Paese e che, unita alla grave carenza d’acqua, ha portato 14 milioni di persone, cioè un terzo della popolazione, a vivere in una condizione di insicurezza alimentare acuta.

Siccità che, secondo le Nazioni Unite, rischia di trasformarsi da evento episodico a evento annuale entro il 2030.

Tre anni fa l’ultima, devastante, aveva prodotto 400 mila nuovi sfollati interni, cioè persone che avevano dovuto abbandonare i loro villaggi ormai non più coltivabili per spostarsi in altre aree del Paese in cerca di lavoro, e quattro milioni di persone in uno stato di bisogno di aiuti alimentari.

Oggi, con i talebani al potere, le forze guidate dagli Stati Uniti che hanno lasciato il Paese, gli aiuti economici internazionali congelati e l’inverno alle porte, la situazione si è aggravata e il Paese vive un’emergenza umanitaria senza precedenti: tre milioni di bambini sotto i cinque anni rischiano di soffrire di malnutrizione acuta entro la fine dell’anno e, se non arriveranno i trattamenti salvavita immediati, un milione di bambini rischiano di morire di fame nel giro di poche settimane.

Le scorte di cibo continuano a diminuire in Afghanistan anno dopo anno, e solo nel 2021, a causa dei combattimenti, migliaia di agricoltori e coltivatori non sono stati in grado di piantare i raccolti annuali, la metà di quelli coltivati è andato perso, il prezzo del grano è aumentato del 25 per cento.

Manca tutto, dunque. Manca il cibo. Manca l’acqua, mancano le infrastrutture che possano tamponare l’emergenza. Soprattutto dove i conflitti armati si intrecciano col riscaldamento globale.

L’Afghanistan ha vissuto guerre per quarant’anni e la guerra è l’opposto dello sviluppo: i contraccolpi dell’ultima offensiva militare vanno ad aggiungersi a decenni di conflitto che hanno privato l’Afghanistan della capacità di sviluppare infrastrutture necessarie a provvedere ai bisogni della popolazione come dighe e sistemi di irrigazione.

I contadini afgani coltivano ancora la terra con metodi antichi, come nel secolo scorso, lavorano tradizionalmente con i karez, antichi mezzi di irrigazione che trasportano acqua sotterranea dalle montagne evitando l’evaporazione.

In alcuni remoti villaggi sono ancora funzionanti, ma la stragrande maggioranza è andata distrutta in 40 anni di guerra. L’acqua vale più dell’oro: nelle principali città l’acqua potabile è di difficile reperimento, fino ai dati allarmanti sulla capitale: oltre il 70 per cento della popolazione di Kabul non ha accesso all’acqua potabile. Allarmanti e destinati a peggiorare: stando ai dati della John Hopkins University, la domanda d’acqua nel bacino di Kabul aumenterà di sei volte entro il 2050, proporzionalmente all’aumentare della popolazione che arriva dalle campagne nella città, sperando di trovare lavoro.

L’accesso all’acqua per scopi agricoli e dunque la possibilità di coltivare la terra ha inasprito il conflitto per generazioni ed è stata una delle principali ragioni di disaffezione e mancanza di fiducia verso i governi di Hamid Karzai prima e di Ashraf Ghani poi, ritenuti incapaci di migliorare le condizioni di vita dei cittadini e provvedere ai loro bisogni primari.

L’hanno capito i talebani, che negli anni hanno cominciato a usare le risorse naturali come strumento di consenso.

Corruzione e negligenza da una parte, conquista delle risorse vitali dall’altra: un pezzo della strategia dei talebani per la conquista del consenso è consistita, infatti, nel mettere le mani sull’acqua. È stato così nel tentativo di conquistare Herat, nella parte occidentale del Paese, dove i talebani avevano ripetutamente attaccato la diga, e lo stesso è avvenuto a sud, conquistare la diga per controllare Kandahar.

Una strategia ampia che da una parte garantiva l’accesso delle persone a beni primari come l’acqua, e dall’altro sfruttava la crisi sociale per reclutare nuovi sostenitori, lo schema del cambiamento climatico come moltiplicatore del conflitto, appunto.

La povertà, lo stato di bisogno, ha sempre reso più semplice per le organizzazioni fondamentaliste reclutare combattenti nelle comunità rurali, dove le persone non vedono altra prospettiva che impugnare le armi, così per anni i talebani hanno tratto vantaggio dalla crisi: le condizioni sempre più precarie dell’agricoltura affamavano le famiglie, qualcuno decideva di trasferirsi nelle aree urbane in cerca di lavoro, quelli lasciati indietro, soprattutto bambini e ragazzi, restavano esposti all’influenza dei talebani, che hanno reclutato giovani pagandoli una manciata di dollari al giorno, comunque più di quello che avrebbero guadagnato lavorando i campi.

Contestualmente i cambiamenti climatici hanno spinto moltissimi agricoltori ad abbandonare le colture alimentari come il grano a favore del papavero d’oppio più resistente alla siccità, in un Paese che è il più grande produttore mondiale dell’industria dell’oppio.

Cambiamento climatico, assenza d’acqua e risorse vitali, reclutamento, traffici illeciti e consenso.

Anche in questo caso, gli allarmi c’erano stati.

Già nel 2016 le Nazioni Unite avevano avvertito la comunità internazionale: «Il cambiamento climatico renderà estremamente difficile mantenere i risultati raggiunti in termini di sviluppo. Siccità e inondazioni sempre più frequenti e gravi e la desertificazione accelerata influenzeranno i mezzi di sussistenza rurali, l’economia nazionale e dunque la stabilità del Paese».

La stabilità, appunto. Tra le righe, il comunicato delle Nazioni Unite di cinque anni fa, cioè cinque anni prima del ritiro delle truppe occidentali, stava mettendo in guardia la comunità internazionale. Il messaggio era: in un Paese in guerra da quarant’anni, basato su un’economia agricola, in cui le infrastrutture sono danneggiate o inesistenti, non predisporre misure strutturali per contenere gli effetti del riscaldamento globale, significa rendere sacche di popolazione vulnerabili all’influenza dei gruppi armati.

I gruppi radicali costruivano consenso approfittando della crisi, mentre la comunità internazionale tamponava le emergenze con gli aiuti economici che negli anni hanno raggiunto il 40 per cento del Pil.

Praticamente sostenevano l’economia del Paese, pagavano stipendi, cibo, progetti umanitari, sanità.

Oggi il flusso di aiuti si è interrotto, e i soldi non arrivano più.

In risposta alla conquista del potere da parte degli “studenti di Dio” ad agosto gli Stati Uniti e i donatori internazionali hanno sospeso gli aiuti e congelato beni per miliardi di dollari.

Niente più stupendi, niente più supporto per l’agricoltura, niente soldi per pagare le organizzazioni internazionali, niente più denaro contante per gli afghani.

Niente che non si potesse prevedere, con anni di anticipo, ripetuti allarmi, report delle Nazioni Unite, pubblicazioni universitarie, e così via.

Oggi, mentre i governi europei sembrano giocare a una mosca cieca diplomatica, muovendosi a tentoni tra la necessità di negoziare con gli studenti di Dio e l’inopportunità di riconoscere il loro governo, i pastori e i contadini affamati vendono il bestiame e cedono le figlie in sposa in età sempre più giovane in cambio di denaro per potere provvedere al sostentamento del resto della famiglia.

Su questo, i talebani si giocano il consenso. Sono loro, oggi, a dover dimostrare di avere un piano, e saper provvedere al Paese. Trovare soluzioni per sfamarlo.

Oggi che sono al governo, sono i talebani a essere indeboliti dalla crisi e dalla fame. Sono i talebani che rischiano di perdere consenso, a favore di gruppi ancora più estremisti come l’Isis (qui chiamato Iskp) che stanno devastando il Paese con costanti attentati kamikaze.

In uno scenario di questo tipo, il cambiamento climatico e la povertà che ne deriva, sono stati e restano catalizzatori del conflitto, e l’interazione tra cambiamento climatico e strutture di governo deboli, ha spinto e rischia di spingere in futuro le persone verso l’economia illecita, la radicalizzazione. E costringerà milioni di persone ad abbandonare le loro case.

Un paradigma che riguarda l’Afghanistan e molti altri Paesi che vivono in uno stato di guerra: «Se si osserva una mappa dei Paesi più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico, confrontandola con una mappa dei conflitti attivi, sembrano sovrapponibili», dice Tara Clerkin, coordinatore per l’agricoltura e il clima di Irc, International rescue committee.

Cioè dove sono più allarmanti gli effetti della crisi climatica, più allarmanti sono anche gli effetti delle guerre. Continua Tara Clerkin: «Dico spesso che gli agricoltori sono i canarini nella miniera. Hanno sperimentato in prima persona gli impatti climatici per anni e ci hanno avvertito delle crescenti minacce ai mezzi di sussistenza umani. Il problema con questa analogia è che il canarino muore. La comunità globale ha la reale responsabilità di assicurarsi che non permettiamo che ciò accada».

Afghanistan a rischio collasso. I miliardi di Mosca e Pechino per aggirare il blocco degli Usa. Roberto Fabbri l'1 Settembre 2021 su Il Giornale. L'ultimo aereo militare con a bordo le rimanenti truppe americane e l'ambasciatore di Washington ha lasciato Kabul la notte scorsa accompagnato da razzi sparati nel buio e qualche fuoco d'artificio. I talebani festeggiano quella che chiamano «la riconquistata libertà che appartiene a tutti gli afghani» e che invece per la gran parte del loro stesso popolo è soltanto un altro incubo. Il resto del mondo si affanna a gestire il nuovo Afghanistan: l'Occidente scosso dalle ricadute della fallimentare ritirata americana si sforza di trovare unità d'intenti e di azione, magari coinvolgendo nelle trattative con il potere islamico che si insedia a Kabul quella Cina e quella Russia che si sono affrettate a ritagliarsi verso quel potere un ruolo privilegiato e pragmatico fino al cinismo. Pechino e Mosca, invece, cominciano appunto a giocare nell'Afghanistan sgomberato dagli occidentali la loro nuova partita geopolitica: la Cina non ha perso tempo nel denunciare «la sconfitta della pretesa americana di imporre con la forza nel mondo i propri valori» e annuncia «una nuova pagina per l'Afghanistan» in cui si vede in prima fila ma senza truppe sul terreno. Dopo il sostanziale insuccesso della mossa francese all'Onu (Macron puntava a far istituire a Kabul una zona di sicurezza per operazioni umanitarie sotto l'egida delle Nazioni Unite, ma il fronte talebani-Cina-Russia ha costretto a far mettere al voto solo una risoluzione che preme sui talebani perché tengano aperto un corridoio di libero espatrio) Stati Uniti e Paesi europei sono concentrati sulla continuazione delle evacuazioni: almeno 40mila persone che godono di protezione occidentale da far uscire dal Paese. Resta molto forte la pressione sui talebani affinché impediscano che l'Afghanistan torni a essere un santuario per il terrorismo islamico, e sono in corso contatti tra i principali Paesi dell'Ue più la Gran Bretagna per costruire «una presenza europea» in Afghanistan che non implichi di per se stessa il riconoscimento dei talebani. Domani il premier Mario Draghi, sempre impegnato a preparare un prossimo G20 a guida italiana con la questione afghana al centro, incontrerà a Parigi Emmanuel Macron. Sia Macron che la cancelliera tedesca Angela Merkel ritengono i colloqui con il nuovo regime di Kabul necessari, se non addirittura inevitabili. Merkel insiste sugli aspetti umanitari e mette le mani avanti: troppo presto per parlare di collocamento nei vari Paesi europei di «contingenti» di profughi afghani. Ma c'è un altro aspetto da non dimenticare. L'economia dell'Afghanistan, già poverissima di suo, è ora prossima al collasso: le riserve monetarie nazionali (poco meno di 10 miliardi di dollari) sono congelate negli Stati Uniti che si rifiutano di metterle a disposizione dei talebani, gli aiuti dall'estero (circa 450 milioni di dollari di prestito del Fmi attesi in queste settimane, ad esempio) sono bloccati, i capitali sono in fuga, le banche chiuse per esaurimento della liquidità, il che implica una mezza rivolta sociale a Kabul e il vano assalto ai bancomat. I miliardi dello Stato afghano sono investiti in titoli di Stato e oro in America, e la segretaria al Tesoro Janet Yellen ha disposto il loro blocco, sicché i talebani hanno accesso alla miseria dello 0,2 per cento dei fondi nazionali. Si teme un ritorno alla vendita di droga in grande stile e il mercato nero delle armi americane in mano talebana. La Russia ha chiesto a Biden di sbloccare i fondi «per sostenere il corso della moneta afghana al collasso», ma potrebbe essere la più ricca Cina a venire in interessato soccorso dei suoi nuovi amici di Kabul. Roberto Fabbri

I talebani contano sull'oppio. Afghanistan verso il crac: il Paese a un passo dal collasso rischia di tornare un narco-stato. Vittorio Ferla su Il Riformista il 31 Agosto 2021. Le finanze del paese sospese nel limbo. I beni congelati. Le banche chiuse. Gli aiuti dall’estero bloccati. La fiducia degli investitori crollata. I capitali in fuga. Secondo gli esperti, con la vittoria dei talebani e senza un’azione rapida da parte della comunità internazionale, l’economia dell’Afghanistan è diretta rapidamente verso il collasso. All’inizio della settimana scorsa, l’associazione delle banche afghane annuncia la nomina di Haji Mohammad Idris come governatore ad interim della banca centrale. È la prima nomina dei talebani in campo economico. Peccato che nessuno sappia chi sia Idris. Raggiunto dalla Nbc, l’ex viceministro delle finanze Gul Maqsood Sabit, che oggi vive in California dove lavora come docente universitario, cade dalle nuvole. «Idris ha prestato servizio nella Commissione economica dei talebani», spiega Sabit. Ma prima «era un insegnante in una scuola religiosa in Pakistan. Questo è tutto ciò che sappiamo di questa persona che ora gestisce la banca centrale. Probabilmente non ha alcuna esperienza». Per gli analisti economici questa è l’ulteriore prova che l’economia afghana rischia grosso. Dopo la caduta del governo di Ashraf Ghani il 15 agosto scorso, il valore dell’afghano, la valuta del paese, è crollato, perdendo l’8% rispetto al dollaro. Dal 17 agosto, la valuta locale è rimasta stabile perché è stata praticamente congelata: ora è quasi impossibile spostare denaro dentro o fuori dal paese. Con i dipendenti pubblici che non ricevono più lo stipendio e la serrata delle banche, anche il commercio quotidiano è difficile. Martedì scorso, a causa della instabilità politica, la World Bank ha messo in pausa gli esborsi finalizzati agli aiuti e ai progetti di sviluppo in Afghanistan. Per i talebani non è una buona notizia se si pensa che, dal 2002, la Banca Mondiale ha fornito un totale di oltre 5,3 miliardi di dollari per progetti di sviluppo e ricostruzione di emergenza. E che l’economia afghana dipende quasi completamente dagli aiuti esteri. Come ha scritto di recente su Twitter Atif Mian, professore di economia alla Princeton University, «il denaro straniero ha aumentato artificialmente il potere di spesa interno». Nel senso che tale aumento «non era associato a un aumento della produttività interna». I talebani devono ora mettere in piedi un governo che avrà il problema politico del riconoscimento. Senza legittimità internazionale, infatti, non potrà accedere ai miliardi di dollari di fondi di riserva – in gran parte detenuti negli Stati Uniti – o ai cosiddetti diritti speciali di prelievo di 450 milioni di dollari dall’International Fondo monetario. In queste condizioni, l’economia afghana può reggere al massimo un paio di mesi. Ne è convinto, tra gli altri, Hans-Jakob Schindler, ex diplomatico tedesco e funzionario delle Nazioni Unite, oggi è direttore senior del progetto no-profit contro l’estremismo: «A parte la droga, un po’ di estrazione mineraria e un po’ di produzione, non c’era molto da fare senza una iniezione di denaro da parte degli americani e di altre organizzazioni». Senza questo denaro, «il futuro economico a breve termine dell’Afghanistan è disastroso». Né la riapertura del commercio transfrontaliero con il Pakistan potrà fare una grande differenza. «Questo tipo di commercio transfrontaliero può riprendere, ma non è questo che fa funzionare l’economia: gli aiuti esteri sono stati ciò che ha fatto funzionare il paese», assicura Schindler in una intervista alla Nbc. La verità è che, nonostante in questi giorni si assista alla fiera del senso di colpa occidentale, nei due decenni di controllo dell’Afghanistan da parte degli alleati – e grazie agli aiuti internazionali – le condizioni di vita della popolazione sono notevolmente migliorate. Con enormi progressi nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione, nell’aspettativa di vita e nella limitazione della mortalità infantile. Ne è convinto, per esempio, Ajmal Ahmady, l’ex governatore della banca centrale afghana appena i jihadisti hanno riconquistato il potere: chiunque sminuisca il miglioramento della vita degli afghani negli anni recenti, «sminuisce il cambiamento che è avvenuto», ha dichiarato al Financial Times. Secondo la Banca mondiale, nel 2019, sono morti circa 60 bambini di età inferiore ai 5 anni ogni mille nati: una cifra che si è dimezzata dall’inizio del secolo. Tra tutti i paesi a basso reddito, l’Afghanistan ha visto la più rapida e rilevante riduzione della mortalità infantile. Nello stesso periodo, la percentuale di bambini sottopeso e di madri morte per il parto si sono più che dimezzate. Anche l’assistenza sanitaria è migliorata: quasi la metà della popolazione ha accesso ai servizi igienico-sanitari, rispetto a un quarto nei primi anni del 2000. Di conseguenza, gli afghani ora vivono quasi 10 anni in più rispetto a due decenni fa. Trend positivi anche nel campo dell’educazione e del lavoro. Rispetto al 2001 sono circa 8,2 milioni di bambini in più a scuola e la percentuale di iscritti all’istruzione secondaria è passata dal 12% nel 2001 al 55% nel 2018. Specie le ragazze hanno beneficiato di questi cambiamenti: il numero di studentesse è aumentato, i tassi di fertilità delle adolescenti sono crollati e molte più donne lavorano. Nel 2020 circa un quinto dei dipendenti pubblici afghani erano donne e un seggio parlamentare su quattro era occupato da donne: nel 2001 neanche una. «Negli ultimi venti anni sono stati fatti enormi progressi nell’istruzione delle ragazze», ricorda Susannah Hares, condirettore delle politiche educative presso il Center for Global Development. Oggi è grande il rischio che questi progressi siano rapidamente annullati: «È probabile che vedremo molte, molte ragazze afgane costrette ad abbandonare la scuola». Per tutti questi motivi, secondo l’ex governatore della banca centrale Ahmady l’inversione dei progressi degli ultimi due decenni avrà un impatto disastroso sulla vita dei cittadini afghani: «Sarà uno shock per la maggior parte di loro». L’assalto all’aeroporto di Kabul di queste settimane, con migliaia di civili in fuga dal paese, spiega meglio di ogni parola la paura di ritornare nel passato più buio. D’altra parte, l’economia dell’Afghanistan resta molto fragile e i tassi di povertà sono ancora elevatissimi. Basti pensare che l’economia locale è quasi interamente basata sul contante e che solo il 10% delle persone possiede dei conti bancari. Secondo Gareth Price, ricercatore senior presso il think tank Chatham House, «nessuno dei principali generatori interni di crescita – in particolare le riserve minerarie – è stato fin qui sfruttato in modo significativo». Forse è anche questo il motivo per cui l’accesso alle miniere fa gola alla Cina in cerca espansione economica. Il tenore di vita ha beneficiato di un’espansione economica a due cifre fino alla metà degli anni 2010. Ma la produzione, nell’ultimo decennio, è rimasta al palo. Appena le risorse provenienti dagli aiuti internazionali si prosciugheranno completamente sotto i talebani, la sopravvivenza dell’economia legale dell’Afghanistan sarà seriamente in dubbio. Secondo l’International Trade Centre, un’agenzia multilaterale, l’Afghanistan ha esportato legalmente solo circa 1 miliardo di dollari di merci nel 2020, meno del vicino Tagikistan, nonostante la sua popolazione sia quattro volte più grande. La metà delle sue esportazioni ufficiali è composta da uva e altra frutta fresca, sebbene l’importanza dell’agricoltura sia diminuita con l’espansione del settore dei servizi. In sostanza, però, è difficile affidarsi alle stime ufficiali di crescita visto che l’economia informale comprende fino all’80% dell’attività economica complessiva afghana. Come avverte Gareth Leather, economista asiatico di Capital Economics, i dati ufficiali contano poco se si pensa che «uno dei più grandi prodotti dell’Afghanistan è l’oppio illegale, che ovviamente non compare nei conti nazionali». La coltivazione del papavero da oppio nelle aree controllate dai talebani è aumentata dopo il 2001. Secondo una stima pubblicata dalla Bbc, i ricavi annuali dei talebani si aggirano tra i 100 e i 400 milioni di dollari. Secondo l’organismo di vigilanza statunitense per la ricostruzione afgana (Sigar) le droghe illecite rappresentano fino al 60% delle entrate annuali. La verità è che l’Afghanistan è il più grande produttore mondiale di oppio, con una raccolta che rappresenta oltre l’80% della fornitura mondiale. Lo United Nation Office of Drugs and Crime sostiene che la produzione di oppio sia pari all’11% dell’economia del paese. Nonostante le rassicurazioni anche recenti del portavoce Zabihullah Mujahid, i talebani raccolgono proprio dall’oppio la gran parte delle loro risorse. Ecco perché, per molti esperti di economia internazionale, l’Afghanistan è già da considerarsi un narco-stato. Vittorio Ferla

Eugenio Occorsio per “la Repubblica - Affari & Finanza” il 30 agosto 2021. Uno dei paradossi connessi all'addio degli americani all'Afghanistan con il disastro che ne è conseguito, è che poche settimane prima - il 28 giugno - il Fondo Monetario aveva completato un approfondito esame della situazione del Paese e ne era uscito un risultato incoraggiante. L'economia continuava a essere dipendente dagli aiuti esterni ma l'entità delle sovvenzioni, che non sembrava in discussione, aveva fatto sì che nel 2020, in cui anche qui la pandemia aveva colpito duro, la perdita del Pil fosse stata di non più del 2%, meno di Europa e Usa. Per quest'anno era previsto un rimbalzo del 2,5% grazie al continuo flusso di fondi americani, a 470 milioni di Diritti speciali di prelievo che il Fondo stava per concedere (ora congelati), ai 12 miliardi di aiuti straordinari che un pool di Paesi donatori aveva deciso di concedere nella conferenza di Ginevra di metà maggio per gli anni 2021-24. Niente più di tutto questo, e l'Afghanistan è entrato nel poco ambito club dei Paesi falliti. È in buona compagnia: questo gotha alla rovescia, in cui già da tempo figurano ospiti quali Somalia, Yemen, Libia o Venezuela, si era arricchito nel 2020, avverte Standard & Poor's, di sei membri, uno dei quali - il piccolo Stato sudamericano del Suriname - è fallito ben due volte in un anno, e un altro - l'Argentina - è una vecchia conoscenza di questi annali perché è al nono fallimento in quarant'anni. Gli altri sono Libano, Zambia, Belize, Ecuador. I motivi vanno dalla pandemia alla volatilità delle materie prime, fino ai crack bancari a catena (è il caso del Libano con l'aggiunta dell'esplosione dell'agosto 2020 con 210 morti). E ora c'è l'Afghanistan. Per tutti, il rating è impietoso: D (default) secondo la definizione di S&P' s e di Fitch, WR (without rating) per Moody's. Nessun creditore al mondo presterà più soldi a questi Paesi perché avrà l'assoluta certezza di non vederseli mai restituire. L'unica speranza di sopravvivenza per le popolazioni - oltre 580 milioni di persone fra Paesi già falliti e new entries - sono gli aiuti umanitari, o la fuga. Dal Venezuela, in bancarotta ufficialmente nel 2019 ma già da molti anni in spaventosa crisi (inflazione nei 12 mesi da luglio 2020 a luglio 2021: +2.763%), sono usciti finora 5,6 milioni di abitanti. Quanti lasceranno l'Afghanistan (dal quale sono usciti già in 3 milioni dall'insediamento del primo Stato islamico nel 1996), nessuno è in grado di dirlo. E in Somalia qualcuno sta tentando di rientrare ma solo perché i tre campi profughi di Dadaab, in Kenia, a ridosso del confine Sud, aperti nel 1991, ospitano 218mila profughi: senonché il Kenia è a sua volta fallito e ha dovuto interrompere gli aiuti (che vengono comunque per la maggior parte dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati). Così, sono 32mila i somali che hanno deciso di rientrare nel loro Paese in questi primi mesi dell'anno (secondo Unhcr) con un destino a dir poco incerto: a Mogadiscio non è stato ripristinato nulla di simile a uno Stato: legittimo governo, sicurezza, servizi pubblici, scuola, sanità. Le elezioni promesse dal 2012 sono appena state rinviate di altri due anni, le milizie di Al Shabaab spadroneggiano mentre il Covid dilaga e solo il 20 agosto sono arrivate grazie al Covax (l'alleanza fa Oms e Fondazione Gates) le prime 300mila dosi di vaccini. Povertà e conflitti sono un binomio inscindibile. La World Bank ha provato a fare i conti dei costi dei crack. Per ora ha assegnato all'International Development Association, il suo braccio per le situazioni più disperate, un budget di 15,2 miliardi di dollari nel corrente esercizio, ma calcola che le necessità ammontino ad almeno quattro volte tanto. Ha anche formulato una proiezione al 2030: a fine decennio due terzi delle popolazioni in estrema povertà (cioè che vive con meno di 1,5 dollari al giorno, oggi quasi 800 milioni) vivrà in Paesi tormentati da conflitti. O a ridosso di essi: la crisi del Libano (che la stessa Banca Mondiale ha qualificato come «la più clamorosa bancarotta del mondo da cinquant'anni») è alimentata dalla guerra in Siria che priva Beirut del suo mercato di riferimento. La crisi si è avvitata quando si sono essiccate le risorse di denaro dall'estero (lo chiamavano "la Svizzera del Medio Oriente"), bloccate dalla paura di investire in un Paese dove il 50% delle entrate fiscali serve a pagare gli interessi sul debito (170% del Pil), il deficit corrente è al 27% e la Banca centrale si è resa protagonista di operazioni di ingegneria finanziaria ben oltre il limite dell'incoscienza, vendendo al sistema bancario (il secondo al mondo in relazione al Pil con asset che valevano il 420% del prodotto) fette di debito pubblico in cambio di depositi in valuta estera su cui paga interessi insostenibili. Aggiungiamo un bel po' di corruzione e malaffare, che non mancano mai, ed ecco il crack. Dall'autunno 2019 la lira libanese ha perso il 90%, l'inflazione è all'86%, in due anni sono quadruplicati i prezzi dei beni di consumo. Il Paese non ha più soldi per comprare petrolio e sono agli sgoccioli le forniture veicolate clandestinamente tramite i buoni uffici delle milizie di Hezbollah dall'Iran (che è sotto embargo e infatti su questo l'Ue ha aperto un'indagine) col risultato di quotidiani blackout elettrici e interminabili file ai distributori. Il Fmi vorrebbe intervenire ma la stessa Hezbollah, prima forza politica, lo blocca perché vuole che prima l'America la cancelli dalla lista dei terroristi internazionali. Ancora più intricata la situazione dello Yemen - dichiarato fallito nel 2015 - diviso addirittura in quattro. Non c'è infatti solo il conflitto fra i ribelli Huthi e la coalizione di otto Stati arabi guidati dall'Arabia Saudita (con il supporto logistico degli Stati Uniti), ma una miriade di conflitti locali che hanno creato altre due enclave - compresa una in mano ad Al-Qaeda - del tutto ingovernabili. Ma ovunque una guerra civile è l'anteprima del crack: Etiopia e Myanmar, con le questioni rispettivamente del Tigrai e dei Rohinga, massacrati dall'esercito, sono sull'orlo del baratro. La stessa S&P' s afferma che il 60% dei Paesi emergenti hanno un indebitamento a elevato rischio, "non investment grade". Come sempre le questioni economiche sono alla base di genocidi, guerre, tragedie di popoli: il Tatmadaw birmano controlla il commercio di giada di cui il Myanmar detiene il 70% della produzione mondiale, che vale - secondo inchieste indipendenti - 31 miliardi di dollari: un terzo del Pil dell'intero Paese.

Il Governo Talebano.

Domenico Quirico per "la Stampa" il 24 novembre 2021. Cento giorni dopo il disastro il problema è irrisolto: trattare con il diavolo talebano? Questo avviene ogni qual volta il nemico viene tratteggiato come una delle figure del Male assoluto. Quando si deve rinunciare a questa identificazione, proficua per infiammare la guerra, e si passa alla diplomazia ci si accorge che non esiste Terrorismo senza terroristi, Fanatismo senza fanatici, Integralismo senza integralisti. Ed Emirato afgano senza taleban. Come lo raccontiamo allora dopo questo breve tempo? […] […] Se mai c'erano dei dubbi sul diavolo ora almeno questi sono fugati. Perché i taleban sono stati in questi cento giorni coerenti. Hanno disegnato fortemente i propri contorni. Nei loro piani era il progetto di ereditare intatto l'Afghanistan dal vecchio governo, compresi gli indispensabili aiuti umanitari internazionali. Hanno preso in mano il caos e questo li ha portati molto vicini al disastro. Ma non hanno fatto un passo indietro nei loro santificati soprusi. Chi li dipingeva panglossianamente come mutati dalle comodità del potere, tendenti al moderato, disposti a far le fusa all'Occidente perché assillati dalla necessità di riconoscimento e di aiuti, ha dovuto riporre le proprie carte. Pensavano che la vittoria accade e quindi si consuma. Spiano invece, come cento giorni fa, all'epoca dell'aeroporto di Kabul, i soliti volti tremendi, colmi di un selvatico, tetro potere. L'Afghanistan dei cento giorni appare saldamente talebano e l'unico nemico che li sfida è la versione locale del terrorismo dell'Isis, che sta infoltendo i ranghi. La promessa talebana di garantire almeno la sicurezza in un paese della guerra eterna appare dunque falsa. Purtroppo neppure i più cinici fautori della realpolitik potrebbero mai immaginare di investire sul Califfato indigeno come forza di resistenza. Anzi il loro attivismo sanguinario che mette freddo alla pelle sarebbe una tentazione in più per accomodarsi alla coesistenza con i taleban, jihadisti di una guerra santa micidiale ma paesana, rigorosamente ristretta ai confini nazionali. Non genereranno una vasta prole di fanatici capace di far saltare in aria il pianeta. Non invadono, non ingombrano, restano lì. L'emirato si presenta in pericolosa e rapida discesa verso il collasso, sospeso a una mezza vita anemica. Non ci sono soldi per pagare i funzionari e soprattutto i miliziani. Conseguenza di una economia da venti anni totalmente artificiale tenuta in piedi solo dal sostegno americano e dall'aiuto internazionale. Così, con i fondi della banca centrale bloccati dagli Stati Uniti come misura di pressione e dal fondo monetario, ventidue milioni di afgani sono in situazione di insicurezza alimentare acuta e nove già alla carestia. Ancora una volta come al momento della decisione di riconsegnare il Paese ai taleban l'Afghanistan si presenta innanzitutto, a noi, come un problema morale. Cercare, dopo una sconfitta una soluzione perfetta che garantisca sicurezza, un panorama mondiale immacolato e in più sia coerente con degli assoluti morali, proprio noi che abbiamo tradito gli afgani andandocene, appare come un errore arrogante. Facciamo collezione di ragionamenti pericolosi. E' la tentazione, neppur troppo nascosta, di politicizzare gli aiuti, ovvero subordinarli ad una accettazione di alcuni principi chiave capaci di rendere il diavolo talebano meno impresentabile, ovvero concessioni sulla libertà di donne e minoranze, e attenuazione dei bulloni della sharia sulla società. Si fanno tentativi un po' ipocriti in questa direzione, aiutando ma sotto spoglie anonime, consentendo l'invio di aiuti ma a non impegnative "organizzazioni non governative". Diciamolo: un affaruccio da usuraio, un po' vigliacco. Ai taleban è sufficiente per presentarlo come un implicito "riconoscimento". Non è affatto certo che il rapporto di forza basato sugli aiuti funzioni davvero e non renda semplicemente proprio coloro che dobbiamo aiutare come donne e bambini più esposti a fame e abbandono. I taleban da vincitori non hanno ceduto in nulla e sanno presentare la carestia come l'ennesima aggressione indiretta e vendicativa dell'Occidente a cui hanno saputo tagliare gli artigli. Strada maestra per scatenare un nuovo riflusso di odio contro gli stranieri. Ma alla luce dei primi cento giorni siamo poi sicuri che i taleban siano davvero così ossessionati dal patire quotidiano dei loro trenta milioni di sudditi? Che abbiano per attenuarlo bisogno di noi? I jihadisti, e i taleban lo sono, hanno scarsa attenzione al benessere minuto del popolo. La compassione non fa parte della loro arte di governo. Loro compito è assicurare con gesti inequivoci la virtù necessaria per meritarsi l'apoteosi bigotta non il miraggio della pancia piena o del tasso di sviluppo. Nel loro messianismo implacabile il povero affamato è avvantaggiato nell'ascesa. Al contrario di altre tirannidi apportano alla loro violenza uno scrupolo di purezza e di rigore che la rende ancora più salda, capace di mineralizzare l'uomo. Non facciamoci illusioni sul dinamismo delle vittime, non speculiamo, ferocemente e con troppe speranze, sulle rivolte della fame. Sullo sfondo c'è la Cina che fa fluire per ora un rivolo di aiuti, barattandoli però con forniture utili. Per i taleban. Una tentazione. E una soluzione.

Dalle fosse comuni di Gheddafi ai massacrati di Timisoara: così una fotografia può trasformare la realtà. Farhad Bitani e Domenico Quirico il 28 Ottobre 2021 su La Stampa. Guardi una fotografia e pensi che le parole sono inutili e sono date ai fannulloni solo per passatempo. Una immagine può contenere l’intero dolore del mondo e il guizzo di un obiettivo può sconvolgere più forte di una intera biblioteca di libri; quando escono lo fanno bruscamente, brutalmente come un urlo, una sfida, una offesa. Sono proiettili, coltelli. Fanno a pezzi. Già. Nulla è più vero della fotografia, l’infinito istante contro cui non c’è null’altro da fare che guardare e riflettere. E accusare. Perché le foto accusano, sono prove a carico inconfutabili, si dice, svelano i colpevoli, sono una antologia di indiscutibili di indizi che inchiodano ogni volta gli assassini, i crudeli, i fanatici. Non c’è più nulla in sospeso tra qui e là dove tutto è accaduto. C’è assoluta sicurezza in tutto, come se le immagini sapessero di più di sé stesse e della loro posizione nel mondo. Non si dubita più, perché si dovrebbe? Si sa. C’è una fotografia. Poi ti accorgi che la storia è gonfia di bugie di cui la fotografia è stata strumento. Perché mancava qualcosa di fondamentale: la didascalia, che testimoni il luogo e il tempo in cui era stata scattata, le circostanze, i nomi di coloro che vi erano effigiati, soprattutto chi l’aveva scattata e perché, e chi l’aveva diffusa e data ai giornali. Dalle false fosse comuni di Gheddafi ai massacrati di Timisoara le fotografie ritoccate, costruite, plagiate hanno reso buon servizio ai rivoluzionari e ai controrivoluzionari, ai tiranni e ai loro nemici, alle democrazie e ai totalitarismi. E fa spavento vedere quanto noi occidentali siamo diventati ingannabili, l’occidente che per tanti resta l’eterno nido della conoscenza. Perché in mezzo, tra noi e il ‘’vero’’ fotografico, si infila la propaganda, che svende finte verità, modifica i fatti, li abbiglia a sua immagine e somiglianza. E contro cui l’unica arma che ci resta è la prudenza, il dubbio infinito, il sospetto dell’inquisitore che non ha fretta ma vuole verificare sempre. Non sempre avviene. Per esempio l’Afghanistan del dopo: dopo di noi, dopo l’occidente, dopo la rotta, dopo una democrazia che in fondo non c’è mai stata se non nella sua figurazione propagandistica (fatta anche di immagini ahimè! con cui abbiamo colmato per tranquillizzarci questi venti anni), dopo altre decine di migliaia di innocenti finiti nella sovranazione dei fuggiaschi, dei profughi, dei mendicanti. L’Afghanistan del vuoto perché pieno degli Altri, dei talebani, dei nemici delle donne della tolleranza di tutto. Che ormai sembrano vivere da soli, senza testimoni. Sfondo perfetto per qualsiasi delitto. Fucina di voci, notizie non verificabili, disininformazione, propaganda, da mille parti. Da quel vuoto improvviso di immagini arrivano due fotografie. La prima riprodotta, moltiplicata, esibita, è tremenda: piedi di bimbi che escono da un mucchietto di stracci, fratellini morti per fame, per l’incuria, criminale disinteresse che gli studenti di dio hanno per tutto ciò che non è il loro paradiso di divieti e sharia. I volti non si vedono, non si scorgono gli occhi vitrei e inespressivi dei morti, spalancati nel corpo immobile, di una crudeltà eterna. La foto parla anzi urla: di dolore, di quell’Inumano che chiamiamo così per esorcizzarlo e invece, qui e ora, in questo terzo millennio, è ovunque intorno a noi, è umano, troppo umano. Davanti alla foto si inorridisce, si impreca e depreca, si chiede, che ingenuità! di far quello che non abbiamo fatto firmando la consegna di 34 milioni di persone a questi zeloti della violenza e della fame purificatrice. La foto forse è vera, purtroppo, forse davvero i bimbi sono morti per fame. Ma qualcuno con prudenza si è chiesto, prima di pubblicarla, chi l’ha scattata o inviata? Lo sguardo scende sulla dicitura. Spiega come la foto sia stata ripresa dalle agenzie di stampa dal profilo Facebook dell’ex deputato afgano Haji Muhammad Mohaqeq. Sapete chi è questa persona? Qualcuno prima di rilanciarla come documento indiscutibile di orrore ha fatto almeno qualche ricerca su di lui? Quest’uomo è uno dei più grandi criminali della guerra civile afgana! Tra i più spietati mujaheddin che gli americani hanno poi messo al governo. Durante la guerra civile i suoi uomini piantavano i chiodi nel cranio dei prigionieri. Lui e il suo gruppo nelle vie di Kabul erano capaci delle peggiori violenze. Mohaqeq conosce bene l’orribile pratica del “raqsi morda”, il ballo del morto: quando tagliavano le teste dei nemici, versavano olio bollente nel corpo che, ancora in preda alle convulsioni, per gli ultimi sussulti nervosi, si muoveva, e le accompagnava con la musica delle radio portatili, accese per lo spettacolo. Per non parlare della fine che toccava ai prigionieri che finivano nelle mani dei mujaheddin, lasciati all’interno di container sotto il sole, a 45 gradi, finché non morivano “cotti”. Dunque siamo certi di quella foto? Di cosa stiamo “postando” e incollando sui social? Come è accaduto giorni fa con la giovane pallavolista morta…senza nemmeno una ricerca, senza accertarsi del come e perché fosse morta. Ci siamo chiesti perché questa persona posti su Facebook una foto simile, quali interessi lo muovano…? Perché ha a cuore i bambini afghani? I bambini morivano di fame anche mesi fa, quando l’America controllava il paese, e Mohaqeq era deputato… E non solo i bambini hazara, anche quelli delle altre etnie morivano come mosche! Nessuno si è chiesto se questa foto sia vera… Quando sei alla fame, fare finta di essere bambini morti può farti guadagnare un pasto per tutta la famiglia. Non c’è certezza, non lo sapremo mai. Un’altra foto afghana, questa meno cruenta: il figlio del mullah Omar, Yaqoob, ministro della difesa, in turbante talebano e l’aria di saperla assai lunga, con accanto un generale, in uniforme gallonatissima che sembra una sopravvivenza di ragnatelosi bisnonni. Questa foto è stata messa in rete dai talebani. Semplice cronaca del nuovo Afghanistan? Ti accorgi di un particolare clamoroso: l’uomo, che indossa la divisa del vecchio esercito regolare che si è battuto a fianco degli occidentali contro i talebani, porta un voluminoso paio di baffi sovietici. Ma non ha la barba. Propaganda: serve a suggerire che i talebani non sono affatto fanatici, accanto a loro e in posti di alta responsabilità c’è posto anche per chi seppure un po’ sbattuto, spennacchiato dagli eventi, appartiene all’altro Afghanistan, quello nostro. E quindi…fidatevi di noi.

L’Afghanistan strozzato dalla crisi economica “dimentica” i diritti umani. Arshad Yusufzai su Inside Over il 23 ottobre 2021. Girovagando per le strade abbandonate e deserte di Kabul, appena due giorni dopo la presa della capitale afghana da parte dei talebani, l’unica cosa che era chiaramente visibile era l’incertezza. La popolazione non aveva alcuna idea del futuro del paese, né tantomeno della propria sicurezza personale, alimentare e finanziaria. Proprio come in ogni altro paese sottosviluppato, anche in Afghanistan l’incertezza per la popolazione con un reddito basso ed un’istruzione scarsa o del tutto assente riguarda principalmente la sicurezza alimentare.

L’ombra della crisi finanziaria

Ogni mattina quelle persone escono di casa con l’obiettivo di guadagnare a sufficienza per riuscire a nutrire le proprie famiglie, che spesso sono composte da oltre una mezza dozzina di figli per coppia. Lo stress di dover riuscire a portare a casa il pane ogni giorno oscura la necessità di avere diritti umani di base, quali la libertà di espressione in ogni sua forma, e ovviamente la vita. Tuttavia, in quei primi giorni, l’unica questione tra le file dei talebani che fosse degna di attenzione era quella di stabilire un controllo sulla nazione che si erano presi circa 40 ore prima. Trovandosi per la prima volta alla guida di un paese devastato dalla guerra, i talebani non erano ancora in controllo della famigerata provincia di Panjshir, e c’era sempre un rischio di attacchi da parte di gruppi rivali tra cui l’ISKP, che si trova principalmente nelle province di Nangrahar e Kunar, nell’Afghanistan orientale lungo il confine col Pakistan. Nel corso delle tre settimane successive, il sottoscritto ha presenziato ad una serie di importanti incontri tra rappresentanti più anziani dei talebani di medio ed alto livello. In tali occasioni l’incertezza riguardava piuttosto l’instabilità finanziaria in rapida crescita all’interno del paese. Vedendola come una questione prioritaria, i talebani si dedicavano esclusivamente ad assicurare fondi per pagare gli stipendi ai funzionari statali, che non venivano pagati ormai da diversi mesi, ed ovviamente a governare il paese. Temi quali diritti umani, istruzione femminile e libertà di espressione venivano citati durante le conversazioni soltanto nel momento in cui venivano poste delle specifiche domande al riguardo; mentre il paese stava precipitando repentinamente in una crisi finanziaria, tali questioni sembravano non essere altrettanto importanti.

La questione femminile

Guardando il lato positivo ci sono stati però alcuni passi in avanti: è scomparsa la maggior parte dei checkpoint dalle strade, è aumentato il traffico di veicoli e di persone, e le donne hanno ricominciato a frequentare i mercati; la cosa più bella è stata soprattutto vedere i bambini (e le bambine) tornare finalmente a scuola. Durante un incontro con il vice ministro talebano per l’Informazione e la Cultura, Zabihullah Mujahid, gli posi una domanda sulla ripresa dell’istruzione femminile. Come risposta il vice ministro ripetè la promesse talebana di offrire alle ragazze pari opportunità di formazione, illustrando inoltre le tre fasi del piano didattico che i talebani intendono implementare in tutto il paese. “Stiamo già consentendo ai ragazzi e alle ragazze delle elementari di andare a scuola. Tra questi sono inclusi i bambini fino alla quinta. Gli studenti delle classi 6-12 torneranno a scuola durante la seconda fase; mentre le classi più avanzate, tra cui l’università, ammetteranno solo studenti maschi fino a quando non avremo un sistema separato per le ragazze che includa un corpo docenti, aule didattiche, aule comuni e mezzi di trasporto”, ha spiegato Mujahid. Zabihullah Mujahid ha poi ribadito la posizione dei talebani di permettere alle donne di lavorare in vari settori. “In alcune professioni, come ad esempio quelle medico-sanitarie, le donne hanno un ruolo molto importante da svolgere. Non possiamo dimenticare i sacrifici di madri, sorelle e mogli che hanno perso i propri cari durante questa lunga guerra. L’Islam riconosce pari diritti a uomini e donne, e noi non priveremo metà della popolazione dei propri diritti garantiti dall’Islam. Tuttavia, per far sì che ciò accada servirà del tempo, poiché prima abbiamo altre questioni più urgenti da risolvere” ha aggiunto il vice ministro. La stessa narrativa è stata ripresa ovunque, anche durante un’incontro di alto livello tenutosi il 5 settembre con il Mullah Abdul Ghani Baradar, il quale ha evidenziato nello specifico i limiti finanziari come una delle principali cause del ritardo nelle ammissioni di ragazze all’università. Sarebbe lo stesso motivo per cui anche il rientro femminile al lavoro sta subendo dei ritardi, con i talebani che parlano di una mancanza di fondi per fornire strutture lavorative separate e segregate per le donne.

Il peso dell’evacuazione Usa

In un’altra sessione il giorno seguente, Haji Ibrahim Haqqani (zio del capo dell’Haqqani Network, Sirajuddin Haqqani) ha fatto riferimento allo scarso numero di docenti come altra importante ragione di fondo, sostenendo come l’evacuazione americana dall’Afghanistan sia stata di fatto anche una fuga di cervelli; fino al 31 agosto infatti, anche migliaia di abili professionisti (tra cui dottori, ingegneri, banchieri ed insegnanti) hanno evacuato il paese insieme agli altri civili. “Lo stato attuale sarà chiaro una volta che avremo ripristinato tutti i sistemi per la gestione del paese. Tra le altre cose saremo anche a corto di insegnanti e docenti, specialmente donne” commenta Ibrahim Haqqani. Ibrahim ha argomentato, inoltre, che fosse troppo presto perché i talebani mantenessero le loro promesse sui diritti umani e l’emancipazione femminile poiché erano saliti al potere soltanto da tre settimane, soddisfacendo sì alcune aspettative della comunità internazionale ma non tutte, e che solo per l’istruzione femminile servissero almeno dai 3 ai 6 mesi. I talebani vogliono sistemi educativi e lavorativi segregati per le femmine, all’interno dei quali quest’ultime dovranno studiare e lavorare separatamente dai maschi. Un’altra idea è quella di fornire alle donne sistemi di trasporto separati. Nella proposta dei talebani per il sistema educativo, le docenti insegneranno soltanto a studentesse, e in caso nessuna insegnante fosse disponibile (specialmente nelle classi più avanzate) se ne occuperanno docenti uomini, probabilmente facendo lezione dietro ad un velo o ad un telo. Nonostante i talebani più anziani abbiano ripetutamente impartito chiare istruzioni ai propri soldati affinché si comportino in maniera decente con chiunque, in particolare con le donne, vi è stato comunque un numero di incidenti durante le proteste femminili tenutesi recentemente a Kabul, dove alcuni talebani sono stati visti colpire delle donne con tubi di gomma e puntare armi da fuoco verso di loro.

La nuova visione talebana

Probabilmente alcuni talebani, specialmente quelli che hanno ricevuto un’istruzione più avanzata in Pakistan, Emirati Arabi, Qatar e Turchia, hanno una posizione più moderata in merito a diverse tematiche che dalla prima generazione di talebani erano viste invece come del tutto inaccettabili. Allo stesso modo, in molti ritengono che i talebani che una volta lavoravano nella sede politica di Doha abbiano mitigato la propria posizione su vari temi grazie ad un contatto prolungato con il mondo moderno. Anche se fosse davvero così, i talebani “di ampie vedute” rimangono un numero decisamente esiguo rispetto ad una maggioranza che vuole ancora seguire l’interpretazione più radicale della legge islamica della Shari’a. Un’altra sfida che si sta avvicinando rapidamente riguarda la rigida stagione invernale in Afghanistan, durante la quale i settori agricolo ed industriale del paese rasentano i livelli minimi di produttività, forzando la popolazione a ricorrere a tutti i propri risparmi per sopravvivere a questi lunghi inverni. Tutto questo rende ancora più urgente un tempestivo supporto finanziario da parte degli Stati più abbienti; tuttavia, collegare attività di assistenza umanitaria all’ottemperanza dei diritti umani o dell’istruzione femminile potrebbe risultare deleterio per i circa 39 milioni di afghani. Nonostante le diverse rassicurazioni verbali da parte dei talebani alla comunità internazionale in merito ai diritti umani, all’occupazione e all’istruzione femminile, pare che il mondo dovrà aspettare ancora qualche mese, un anno o anche due prima di vedere un netto cambio di rotta a favore dei diritti umani fondamentali della popolazione in Afghanistan. Per ora il problema più grande che devono affrontare i nuovi leader afghani e anche la popolazione locale è lo sgretolamento delle risorse finanziare del paese. I talebani, insieme a molti afghani, attribuiscono la responsabilità della propria miseria alle potenze che hanno invaso il paese 20 anni fa, e se il mondo non prestasse aiuto all’Afghanistan nemmeno oggi sarebbe un motivo più che valido per accusarlo di nuovo.

Afghanistan, talebani chiedono di intervenire all’Assemblea generale dell’ONU. Ilaria Minucci il 23/09/2021 su Notizie.it. I talebani, recentemente tornati al potere in Afghanistan, hanno inviato una lettera chiedendo di poter intervenire all’Assemblea generale dell’ONU. I talebani hanno chiesto di intervenire in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Uniti che si sta tenendo a New York nel mese di settembre. La richiesta è stata indirizzata al segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, sotto forma di lettera. Negli Stati Uniti d’America, si stanno tenendo una serie di incontri organizzati per l’Assemblea generale delle Nazioni Uniti. Gli incontri si stanno svolgendo nella città di New York. In questo contesto, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha ricevuto una lettera con la quale i talebani hanno chiesto di intervenire all’Assemblea Generale. La lettera è stata firmata dal nuovo ministro degli Esteri dell’Afghanistan, Amir Khan Muttaqi, nominato in seguito alla riconquista del potere da parte degli integralisti islamici. Con la missiva, il ministro degli Esteri talebano ha espresso il desiderio di prendere la parola in occasione del vertice internazionali e rilasciare alcune dichiarazioni alla presenza dei leader mondiali. A questo proposito, inoltre, è stato sottolineato che il portavoce talebano di stanza a Doha, Suhail Shaheen, è stato rivestito del ruolo di nuovo ambasciatore dello Stato afghano presso l’ONU e, di conseguenza, sostituirà Ghulam Isaczai che, sinora, ha ricoperto un simile ruolo.

Afghanistan, talebani chiedono di intervenire all’Assemblea generale dell’ONU: la lettera. La lettera è stata formalmente indirizzata al Comitato per le credenziali, composto da nove Paesi, tra i quali figurano la Russia e la Cina. A ogni modo, appare poco probabile che il Comitato per le credenziali riesca a riunirsi prima del prossimo incontro dell’Assemblea generale dell’ONU, fissato lunedì 27 settembre, e valutare la richiesta pervenuta. Pertanto, Ghulam Isaczai, incaricato di pronunciare un discorso durante l’ultima giornata del vertice internazionale, continuerà a essere considerato in via ufficiale l’ambasciatore afghano dinanzi alle Nazioni Unite, nonostante i talebani abbiano riferito che il diplomatico non rappresenta più il Paese.

Afghanistan, talebani chiedono di intervenire all’Assemblea generale dell’ONU: il riconoscimento. Intanto, nella giornata di martedì 21 settembre, i più importanti esponenti del nuovo Governo talebano hanno incontrato svariati funzionari del Pakistan, della Russia e della Cina ossia alcune delle realtà geopolitiche più coinvolte nella nuova situazione regionale che si è sviluppata nel corso delle ultime settimane. L’obiettivo principale dei talebani consiste nell’ottenere il riconoscimento del Governo che hanno istituito da parte degli altri Stati che compongono la comunità internazionale. Da un punto di vista ufficiale, infatti, una simile circostanza non si è ancora verificata e il ritorno al potere degli integralisti islamici non è ancora stato riconosciuto. In tal senso, dunque, nominare autonomamente e direttamente l’ambasciatore dell’Afghanistan all’ONU rappresenterebbe un passo determinante.

Stefano Graziosi per la Verità l'11 settembre 2021. Joe Biden e Xi Jinping sono tornati a parlarsi. Dopo sette mesi dall'ultima telefonata, i due presidenti hanno tenuto ieri un nuovo colloquio, in cui hanno sostenuto la necessità di una cooperazione tra Washington e Pechino. «Il presidente Biden ha sottolineato l'interesse duraturo degli Stati Uniti per la pace, la stabilità e la prosperità nell'Indo-Pacifico e nel mondo e i due leader hanno discusso sulla responsabilità di entrambe le nazioni di garantire che la concorrenza non si trasformi in conflitto», ha reso noto la Casa Bianca, mentre - da parte cinese - è stato evidenziato che Xi ha criticato la politica americana per aver creato delle difficoltà nel rapporto tra Washington e Pechino. Salta sicuramente all'occhio che, nei resoconti della telefonata, siano emerse delle informazioni piuttosto vaghe. Il che è un po' strano per un colloquio che, secondo quanto riferito, sarebbe durato ben 90 minuti. È tra l'altro difficile non immaginare che la telefonata abbia del tutto ignorato la crisi afgana, specialmente in vista del G20 previsto per il mese prossimo. Vale la pena sottolineare che Pechino ha cercato di presentare il colloquio come un sintomo della debolezza americana. Un articolo pubblicato ieri dal Global Times (organo del Partito comunista cinese) era infatti significativamente intitolato: «La seconda telefonata tra Xi e Biden è un segno positivo in mezzo ai rapporti tesi; segnala la crescente ansia degli Stati Uniti di cercare l'aiuto della Cina». Non solo: sempre il Global Times, l'altro ieri, aveva pubblicato un altro articolo, in cui si riportava che, secondo il portavoce dei talebani Suhail Shaheen, i miliziani dell'Etim (organizzazione nemica di Pechino, dai pregressi legami con i «barbuti») avrebbero lasciato l'Afghanistan e che il neonato governo di Kabul sarebbe pronto ad aprirsi a nuove figure. Insomma, sembrerebbe che la Repubblica popolare voglia convincere (o autoconvincersi) di trovarsi in una posizione di forza. Peccato per lei che la situazione è forse un tantino più complicata. Cominciamo col dire che i talebani non hanno mai brillato per affidabilità. E non sarà un caso che anche l'Iran stia iniziando a nutrire preoccupazioni per la composizione del nuovo governo di Kabul (quell'Iran che, ricordiamolo, soprattutto negli scorsi mesi si è notevolmente avvicinato a Pechino). Partecipando mercoledì a un meeting con le controparti di Cina, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Pakistan, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, ha dichiarato: «L'esperienza ha dimostrato che un governo non inclusivo non fa nulla per aiutare la stabilità, la pace e il progresso in Afghanistan, quindi la nostra aspettativa dai ministri degli esteri è di annunciare la necessità della formazione di un governo inclusivo con una voce unificata». Ricordiamo che, nonostante una storica inimicizia, il comune avversario statunitense avesse portato negli anni le Guardie della rivoluzione islamica a sostenere i talebani. Le parole di Amirabdollahian mostrano adesso però che Teheran non è troppo fiduciosa nei confronti dei «barbuti»: in particolare, Al Jazeera ha lasciato intendere che gli iraniani temono l'assenza di rappresentanti sciiti nel governo. In tutto questo, uno storico alleato dell'Iran come la Russia aveva annunciato che non avrebbe preso parte alla cerimonia di inaugurazione del nuovo esecutivo afgano. Una cerimonia che tuttavia, secondo quanto riferito ieri dall'agenzia di stampa russa Tass, sarebbe stata annullata. Un ulteriore problema è poi quello dell'Etim. Il sospetto è infatti che le promesse dei talebani su questa spinosa questione possano rivelarsi scritte sulla sabbia. Un rischio sottolineato, giusto ieri, dal South China Morning Post, che ha riferito come la suddetta garanzia di Suhail Shaheen risulta sostanzialmente impossibile da verificare. Sempre ieri, The Diplomat sottolineava che, con la vecchia guardia dei talebani al potere, sarà molto difficile per Pechino rafforzare la propria influenza politica ed economica sul Paese. Inoltre, che la Repubblica popolare tema la minaccia jihadista è testimoniato anche dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che ha accusato ieri l'intervento americano in Afghanistan di aver comportato un «significativo aumento delle organizzazioni terroristiche». In un simile quadro, i cinesi avrebbero disperato bisogno di un Afghanistan stabile. Uno scenario, questo, tutt' altro che certo. Il Paese è attraversato da proteste, tanto che ieri le Nazioni Unite sono intervenute per condannare le violente repressioni messe in atto dai talebani. Inoltre, sempre l'Onu ha sottolineato che l'Afghanistan rischia seriamente una crisi umanitaria sia in termini economici che sanitari. Insomma, i cinesi devono affrontare non pochi problemi. E non è affatto detto che gli americani abbiano realmente tutta questa voglia di cooperare con loro sul dossier afgano. D'altronde, per Washington vedere Pechino impelagata nelle tortuosità afgane è un'occasione allettante. Indubbiamente rischiosa. Ma senz'altro allettante.

Mattia Sorbi per repubblica.it l'11 settembre 2021. È crisi umanitaria nel Panshir. Le strade della valle per quasi tutta la giornata sono state chiuse dai talebani impedendo alla popolazione di scappare verso Kabul. Le auto dei profughi hanno formato chilometri di coda, con diversi fuggitivi uccisi dai talebani. Quel che resta della residenza guidata da Ahmad Massud, il figlio del mitico Leone del Panshir, parla di «genocidio e pulizia etnica» con rastrellamenti «casa per casa, di villaggio in villaggio per uccidere i giovani». Le notizie non sono confermate, in tutta la provincia di Bazarak sono assenti elettricità e comunicazioni. Certo è che la popolazione sta tentando un vero e proprio esodo - che invece i talebani vogliono impedire per non ritrovarsi con la valle spopolata - con la fuga non solo verso Kabul, ma anche sulle montagne dove si rifugiano migliaia di persone. Si parla anche in questo caso di vittime, colpite dai colpi dell'artiglieria talebana ancora in battaglia con i superstiti della resistenza di Massud. Lungo la strada per la capitale, invece, testimoni parlano di persone uccise. Secondo il quotidiano turco Vatan Today gli studenti coranici starebbero costringendo centinaia di civili dentro a dei container, per farli morire asfissiati. Altra notizia non confermata, con i talebani che anzi smentiscono. Una fonte conferma invece che i guerriglieri talebani uccidono i civili nei villaggi, specialmente bombardando le montagne o talvolta, se sospettati di aiutare l'esercito nazionale, sul posto di lavoro, ma ha smentito qualsiasi forma di massacro di massa. È accertata la morte di Roulllah Saleh, il fratello maggiore del vice presidente Amrullah Saleh, numero due del governo Ghani schieratosi con Massud dopo la presa di Kabul. Roullah Saleh è stato fatto scendere dall'auto in coda verso Kabul e giustiziato dai talebani. A Kabul invece un portavoce dei talebani, Sayed Zekrullah Hashim, ha affermato che «una donna non può fare il ministro, sarebbe metterle sul collo un peso che non può sostenere. Non è necessario che le donne siano nel governo, loro devono fare figli». L'inviato dell'Onu in Afghanistan, Ghulam Isaczai, ha esortato, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a non riconoscere alcun governo a Kabul. «Vi chiedo di non riconoscere alcun governo in Afghanistan a meno che non sia veramente inclusivo e non sia formato sulla base del libero arbitrio del popolo». Secondo Isaczai le recenti proteste a Kabul sarebbero un chiaro messaggio «ai talebani che il popolo non accetterà un sistema totalitario». Posizioni che dovranno convergere, alla luce delle dichiarazioni del Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che un'intervista alla France Press ha dichiarato: «Il nostro dovere è quello di estendere la nostra solidarietà a un popolo che soffre enormemente, dove milioni e milioni di persone rischiano di morire di fame. Bisogna mantenere un dialogo con i talebani, in cui noi riaffermiamo i nostri principi in maniera diretta». Da parte sua il Pakistan ha negato di aver sostenuto l'offensiva dei talebani contro il Panshir. Il portavoce del ministero degli Esteri, Asim Iftikhar, ha respinto tutte le accuse, definendole «parte di una campagna maliziosa» orchestrata dall'India. Si tratta di un «tentativo disperato di diffamare il Pakistan e fuorviare la comunità internazionale», si legge nel comunicato.

Afghanistan, tra gli hazara di Kabul. «Ci attaccano. Per i talebani siamo schiavi degli infedeli». Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera il 12 settembre 2021. La minoranza sciita vive nel terrore di nuove persecuzioni. Gli hazara hanno oggi una dannata paura dei talebani. Si è chiuso il cerchio: dalle memorie dolenti delle persecuzioni del passato, seguite dalla ventennale parentesi felice della promozione sociale in una comunità di eguali garantita dalla coalizione internazionale, al ritorno improvviso delle angosce per un futuro di segregazione e oppressione. «In tre settimane, dalla caduta di Kabul il 15 agosto, siamo precipitati al fondo della scala sociale afghana. I talebani si vendicheranno. Hanno vinto e noi sciiti siamo ormai alla loro mercé», dicono giovani e anziani. Li abbiamo incontrati nel quartiere di Barci, abitato da un milione e 800mila hazara, la loro roccaforte nella capitale, che oggi conta in tutto quasi sei milioni di persone. Zigomi alti, occhi a mandorla, barbe rade, sono tra coloro che più tenacemente cercano di non togliere camicie e pantaloni di taglio occidentale per tornare a vestire i shalwar kameez tradizionali imposti dai nuovi padroni. «Ci fermano ordinando di lasciare a casa gli abiti degli infedeli. Ma in verità lo fanno perché siamo hazara», ricordano in coro. Le donne rifiutano il burka e preferiscono scialli sgargianti, che non coprono tutto il viso. Le loro fattezze asiatiche si distinguono nettamente da quelle delle barbe lunghe e i nasi aguzzi degli ariani pashtun con gli ampi turbanti in testa. Sembravano distinzioni superate dalla modernità. Ma il ritorno dei talebani le riporta fortemente in auge. I poco meno di 7 milioni di hazara (il 20% della popolazione del Paese) temono come la peste i circa 14 milioni di pashtun. Chi pensava che le dinamiche della diffidenza sociale, così ben raccontate nel Cacciatore di Aquiloni di Khaled Hosseini, fossero ormai morte, scoprirebbe venendo a Barci quanto invece sono adesso più vive che mai. «I giornalisti picchiati a sangue mentre filmavano le proteste delle donne erano hazara. E così pure i manifestanti arrestati. Le miliziacce dei contadini pashtun arrivati dalle provincie rurali ci individuano subito come nemici e inferiori. I loro criteri seguono canoni razziali. Considerano ogni hazara come un alleato degli americani, uno schiavo degli infedeli», racconta Hazem, docente di economia. Non serve che sui muri di Kabul le loro pattuglie abbiano appena scritto slogan in cui bollano la persecuzione razziale come «antislamica». Gli hazara li considerano «pura propaganda». Come reagire? Qualche giovanissimo accenna alla possibilità di unirsi alle milizie hazara del comandante Alipoor, tra le montagne del Wardak. Ma per ora restano pochi. L’imam 25enne Mohammad Zakharia Rasooli ci racconta nella penombra della sua moschea quanto gli agenti dei servizi talebani siano attenti a controllare il dissenso. «Mi hanno già cercato e portato in caserma tre volte. Nei miei sermoni avevo appellato all’unità della nostra comunità e messo in guardia contro i delatori. Sapevano tutto di me e delle mie attività, chiaramente tra noi c’è una spia. Ma mi hanno offerto di collaborare con loro. Esigevano che firmassi un documento in cui mi impegnavo a non criticarli mai più. Ho rifiutato, mi hanno minacciato di morte. Poi però si sono resi conto che ciò avrebbe generato una vampata di rivolte nel quartiere e hanno deciso di liberarmi. Per loro resto un osservato speciale», dice. Lui è rimasto colpito dalla loro organizzazione. Nulla a che vedere con le milizie primitive di due decenni fa. «Hanno agenti che intercettano le nostre telefonate, seguono la nostra attività sui social. Qui ci sono stati alcuni arresti mirati. Gente presa a casa di notte e di cui si sa più nulla. Dalle province giungono voci di torture ed esecuzioni. I talebani gli hanno anche contestato il suo ultimo libro, che riguarda il ruolo della donna nella Ashura, la principale festività religiosa sciita. «Ho ricordato loro che le donne nella vita del Profeta sono state molto importanti. Ne è nata una discussione accesa», ricorda. Nella vicina moschea «Imam Zaman» indicano la lapide con i 52 nome di sciiti uccisi da un kamikaze di Isis il 18 ottobre 2017. Da allora gli attentati contro gli hazara non hanno fatto che crescere causando centinaia di vittime. «I talebani proteggono Isis, sebbene dichiarino il contrario», dice Boniat Alì, un 36enne che partecipa ai servizi di controllo sulla porta.

Cristiana Mangani per “il Messaggero” il 9 settembre 2021. Come data per ufficializzare il nuovo governo hanno scelto l'11 settembre, giorno in cui cade il ventesimo anniversario delle Torri Gemelle. Una risposta molto chiara alle democrazie americane e occidentali. I talebani sono pronti a inaugurare il nuovo esecutivo e lo fanno forti dell'endorsement della Cina e della Russia che ha già comunicato la sua presenza diplomatica per la cerimonia che si terrà dopodomani. Da Pechino si sono detti pronti a dialogare con i neo ministri e hanno annunciato aiuti per 31 milioni di dollari. «La Cina rispetta la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale dell'Afghanistan - ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin -. Siamo disposti a mantenere le comunicazioni con il nuovo governo e i leader afghani», ha sottolineato Wenbin. La Cina ha anche messo in guardia sulla mutata situazione in Afghanistan che ha complicato il contesto dell'antiterrorismo internazionale e regionale e su «alcuni terroristi internazionali in Afghanistan che stanno pianificando di infiltrarsi nei Paesi vicini». I LEADER In una intervista ad Al Jazeera, il primo ministro ad interim, il mullah Hassan Akhund, ha dichiarato in serata: «Il tempo degli spargimenti di sangue è finito. I leader dei talebani hanno una grande responsabilità nei confronti del popolo afghano». Akhund ha quindi lanciato un appello ai funzionari e agli esponenti dell'ex governo chiedendo loro di tornare, e assicurando che «la loro sicurezza sarà garantita». Ma se la Cina approva la lista dell'esecutivo, che vede nomi di ricercati dall'Fbi e di personaggi riconosciuti come terroristi dall'Onu, Europa e America insistono sull'approccio attendista prima di impegnarsi, soprattutto perché il nuovo governo afghano è composto da ranghi lealisti con estremisti affermati in tutti i posti chiave, e non ha donne nell'organico.  «Dobbiamo parlare con chi è al potere» - ha dichiarato l'Alto rappresentante Ue, Joseph Borrell - principalmente per garantire gli sforzi di evacuazione, ma anche per prevenire una crisi umanitaria. Ma ciò non implica in alcun modo il riconoscimento politico internazionale dei talebani. Saranno giudicati sulla base delle loro azioni piuttosto che sulle promesse».  Gli Usa, poi, «faranno tutto ciò che è in loro potere» per riprendere i voli di evacuazione dall'Afghanistan, ha chiarito il segretario di Stato Antony Blinken nella riunione con i ministri degli Esteri di Nato e G7, spiegando che finora i talebani non stanno permettendo la loro partenza, «perché mancano alcuni documenti». Il portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha aggiunto: «Non consentiremo l'atterraggio nelle nostre basi militari all'estero di aerei provenienti dall'Afghanistan con centinaia di passeggeri afghani senza documentazione e adeguati controlli di sicurezza». E questo è facilmente spiegabile con il timore che negli stessi voli possano arrivare dei terroristi.  Intanto, la situazione nel Paese comincia a delinearsi. E infatti, tra le prime decisioni prese, i talebani hanno stabilito che saranno vietate le manifestazioni non autorizzate e che le donne dell'Afghanistan non potranno fare più sport, perché «non è necessario». E perché durante l'attività sportiva «potrebbero scoprire il volto e il corpo». A comunicarlo è stato il vice capo della commissione culturale, Ahmadullah Wasiq, che giustifica all'emittente australiana Sbs la scelta. «Non credo che alle donne sarà permesso di giocare a cricket perché non è necessario che giochino a cricket - ha detto Wasiq -. Nel cricket potrebbero affrontare una situazione in cui il loro viso e il loro corpo non saranno coperti. L'Islam non permette che le donne siano viste così». Siamo nell'«era dei media - ha proseguito -, ci saranno foto e video. E la gente le guarderà. L'Islam e l'Emirato Islamico non consentiranno alle donne di giocare a cricket o di praticare un tipo di sport in cui vengono esposte». Le donne, dal canto loro, stanno provando a resistere, e per il terzo giorno consecutivo sono scese in strada a Kabul per protestare. Ma sono state disperse in malo modo. «L'Afghanistan non può ridiventare un terreno fertile per il terrorismo e una minaccia alla sicurezza internazionale - è intervenuto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio - Dobbiamo garantire che i talebani rispettino il loro impegno di impedire che i gruppi terroristici operino nel Paese. La Coalizione Internazionale per combattere Daesh potrebbe fornire una piattaforma per discutere di qualsiasi azione che potremmo intraprendere in futuro». Cristiana Mangani

Lorenzo Cremonesi per corriere.it il 9 settembre 2021. Un mondo senza sport femminili, senza musica che non siano le nenie religiose, senza giochi, senza volti di donne, senza immagini, ma dominato da uomini barbuti che sorvegliano rigorosi fantocci di burqa blu o, ancora meglio, neri dalla testa ai piedi. Soltanto tre settimane fa i nuovi padroni talebani, ebbri di vittoria, promettevano magnanimi che il nuovo Afghanistan del ritorno dei mullah sarebbe stato accondiscendente nei confronti della società civile sviluppatasi negli ultimi vent’anni sotto l’influenza culturale e sociale della coalizione occidentale a guida americana. Ebbene, non era vero. Gli ultimi due giorni sono stati una drammatica doccia fredda per chiunque si fosse lasciato illudere. Martedì la presentazione del loro nuovo governo ha riportato in auge figure e modi di pensare legati a filo doppio alla loro teocrazia radicale tra il 1994 e il 2001. L’incubo che l’Afghanistan torni ad essere una base logistica del terrorismo internazionale diventa concreto. E ieri l’ulteriore passo all’indietro. «Le donne non potranno giocare a cricket, né praticare alcun altro sport che esponga i loro corpi e li mostrino ai media. Ma in realtà, che necessità c’è che le donne facciano sport? L’Islam vieta che il corpo della donna sia visto in pubblico», ha dichiarato Ahmadullah Wasiq, che è il numero due della Commissione culturale talebana. Ad ascoltarlo tornano alla mente tutti i lenti progressi compiuti dalle donne, ma in realtà dall’intera società afghana, in quei primi anni post-2001. Allora la nascita di una nuova squadra di basket femminile, l’apertura di ogni palestra alle donne, le neo-giornaliste assunte nel proliferare di giornali, radio e televisioni, l’apparire sul mercato del lavoro di professioniste pronte a prendere il proprio posto in uffici che sino ad allora erano stati solo per uomini, sembravano successi destinati a durare, a cambiare il Paese per sempre. Le cronache degli ultimi giorni provano che non è così. I talebani hanno vietato da ieri anche le manifestazioni non autorizzate, ordinando di essere informati 24 ore prima circa gli scopi e gli slogan delle proteste. Gli Stati Uniti e l’Europa, incluso il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, hanno espresso preoccupazione per il nuovo governo: «Non è inclusivo», ha detto il segretario di Stato Usa Antony Blinken in una riunione ministeriale virtuale cui hanno partecipato 22 Paesi.«I talebani saranno giudicati dalle loro azioni: qualsiasi legittimità dovrà essere guadagnata». L’illusione di un progresso irreversibile si schianta in un deserto di delusioni e paure per il futuro. Questo senso di rottura radicale col recente passato diventa un collettivo trauma identitario e trova la sua espressione plastica nelle tende che adesso vengono tirate nelle classi scolastiche per dividere le donne dagli uomini. Abbiamo visitato alcune università private che sono state riaperte l’altro ieri (quelle pubbliche restano chiuse). «Le nostre facoltà di Legge formano giudici e avvocati. Valorizziamo i diritti civili. Io stesso faccio parte della commissione che sino al 15 agosto era incaricata di supervisionare la stesura della nuova Costituzione afghana. Ora tutto questo non ha più valore. I talebani imporranno la loro lettura radicale della legge religiosa islamica. Ci considerano nemici, siamo inutili nel loro Stato. Tanti giovani studenti mi dicono che non intendono continuare i nostri corsi. A che servono? Non troverebbero lavoro», spiega Yarmohammad Baqri, 61enne rettore della Ibn Sina University.

Contano circa 1.600 iscritti, il 35 per cento donne, ma ieri erano presenti in tutto solo una quarantina. Lui stesso mi legge le nove disposizioni appena rese note dal nuovo ministro dell’Educazione talebano. Prevedono la totale separazione tra donne e uomini. «Se ci sono più di 15 studentesse è obbligatorio organizzare classi separate. Se il loro numero è minore occorre tirare un telo divisorio dai compagni maschi. Le ragazze devono entrare in classe cinque minuti prima dei ragazzi e uscire cinque minuti dopo, per evitare occasioni d’incontro. Le classi femminili dovrebbero avere insegnanti donne. Se mancassero, dovrebbero allora trovarsi professori anziani, mai giovani», recita dal testo. Nell’università Tolo-e-Aftab (l’Alba) sono quattro studentesse ventenni a mostrare come funziona la tenda divisoria. In alcune classi i bidelli la stanno ancora montando. Nella loro è color blu scuro, corre lungo il soffitto e arriva sino al pavimento. «Questa tenda è una vera vergogna. Un abuso. Disturba la nostra concentrazione e non vedo alcun motivo di tenerci separate dai nostri compagni maschi», dice Nadia, iscritta al primo anno della facoltà di Economia. Fasilat vede nella tenda l’ennesimo segnale della politica talebana, che toglie alle donne qualsiasi prospettiva di carriera. «Non ci lasceranno lavorare. Studieremo, ma sarà inutile, saremo discriminate per sempre. I talebani non permetteranno che le nostre lauree ci diano accesso a posizioni di rispetto», spiega. Il rettore Mohammad Arunstanzai mostra dal portatile le nuove disposizioni che pubblicano anche le immagini di lunghi vestiti neri destinati ad essere presto obbligatori per le studentesse. «Ma questo è l’abuso dell’Islam. Non c’è nessun verso del Corano che costringa ad indossare tali brutture», reagisce a caldo Nadia. Le compagne annuiscono. Il rettore scuote la testa e confessa di temere per il futuro dell’intera università. «Abbiamo oltre 2.000 iscritti, di cui almeno 500 ragazze. Ma oggi si sono presentate solo 10 studentesse e 40 studenti. Tanti ci dicono che intendono lasciare. La crisi economica costringe le famiglie a mandare i figli a lavorare. L’università sta diventando un lusso inutile». Tra le spese supplementari imposte dalle regole della separazione tra i sessi c’è anche quella del personale universitario. Lui è stato costretto a trovare una stanza riservata alle 10 docenti, che non possono più stare con i 65 colleghi. E lo stesso vale per il personale della segreteria. I muratori hanno modificato la porta di accesso al loro ufficio. Sembra quella di una cella, con gli studenti costretti a comunicare con loro attraverso una fessura. Le donne stanno sedute nella penombra col capo coperto. Sembrano fantasmi.

(ANSA-AFP il 7 settembre 2021) I talebani a Kabul hanno sparato per disperdere una manifestazione di protesta contro il Pakistan. Lo rivelano fonti giornalistiche sul posto. La manifestazione di una settantina di persone, in maggioranza donne, ha protestato davanti all'ambasciata pachistana. ToloNews su Twitter parla di "centinaia di manifestanti oggi a Kabul" che "gridano slogan contro il Pakistan". Nelle foto di ToloNews si vedono in prima fila diverse donne che reggono uno striscione. (ANSA-AFP).

Afghanistan, due giornalisti picchiati dai talebani per aver ripreso una manifestazione: “Siamo stati torturati”. La Repubblica il 9 settembre 2021. La libertà di stampa era solo una delle tante promesse al vento dei talebani tornati al potere: il nuovo regime non vuole testimoni tra i piedi. Lo hanno capito a loro spese anche due giovani giornalisti afghani, Taqi Daryabi, fotoreporter di 22 anni, e Nematullah Naqdi, cameraman di 28, che volevano seguire per il loro giornale Etilaat Roz (uno dei principali quotidiani dell'Afghanistan) una manifestazione di donne che protestavano per i loro diritti davanti a un commissariato di Kabul. Prima le minacce per strada e il tentativo di togliere loro la telecamera - che i due reporter sono però riusciti a consegnare di nascosto a una dimostrante -, poi sono stati trascinati di forza dentro lo stesso commissariato e picchiati per ore. “Ci hanno catturati – racconta Taqi Daryabi - e poi picchiati fino a farci svenire. Ci hanno colpito con dei bastoni con tutta la loro forza. Dopo le botte, ci hanno trascinati in una cella assieme ad altre persone”.

Afghanistan, ecco i talebani "buoni": giornalisti sfigurati, come li hanno ridotti perché facevano loro lavoro. Libero Quotidiano il 09 settembre 2021. Rinchiusi e malmenati per ore per aver raccontato la protesta di un gruppo di donne nella capitale. Due giornalisti afghani sono stati picchiati e detenuti per ore dai talebani, colpevoli di aver documentato la protesta di un gruppo di contro il regime a Kabul. I giornalisti hanno mostrato i lividi lasciati dai bastoni con cui sono stati brutalmente picchiati. Il due giornalisti si chiamano Taki Daryabi, 22 anni, Nematullah Naqdi, 28 anni, e lavorano per il quotidiano Etilaat Roz. Lo si vede nel video pubblicato dal sito del Corriere della Sera. Nel video si vedono i due giornalisti del quotidiano Etilaatroz con lividi e contusioni dopo il loro arresto avvenuto nella capitale Kabul. Uno di loro, Taqi Daryabi, ha riferito alla Bbc di essere stato portato in una stazione di polizia dove è stato preso a calci e picchiato. Mercoledì anche ai reporter della Bbc è stato impedito di lavorare. I due, che lavorano per uno dei principali quotidiani dell'Afghanistan, raccontano di essere andati ad una manifestazione di donne che protestavano per i loro diritti davanti a un commissariato di Kabul. Prima le minacce per strada e il tentativo di togliere loro la telecamera - che i due reporter sono però riusciti a consegnare di nascosto a una dimostrante -, poi sono stati trascinati di forza dentro lo stesso commissariato e picchiati per ore. “Ci hanno catturati – racconta Taqi Daryabi - e poi picchiati fino a farci svenire. Ci hanno colpito con dei bastoni con tutta la loro forza. Dopo le botte, ci hanno trascinati in una cella assieme ad altre persone". Scene ormai che sono sempre più quotidiane nella capitale dell'Afghanistan.

Lorenzo Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 10 settembre 2021. I loro corpi parlano da soli delle violenze subite. Spalle, schiena, braccia, glutei, fianchi, retro delle cosce, polpacci sono coperti di ecchimosi ed ematomi. Hanno i volti gonfi. Taki Daryabi, che ha 22 anni, mostra anche larghe lacerazioni sotto il mento. È stato colpito agli zigomi, pochi millimetri dagli occhi. Il suo collega Nematullah Naqdi, 28 anni, ha un'ampia garza incerottata sulla guancia destra. Picchiati a sangue, frustati, colpiti con i fucili, presi a calci per una decina di minuti da una quindicina di talebani infuriati. Non per la strada, ma nel chiuso di una stazione di polizia, dove poi sono rimasti prigionieri per quattro ore, prima di poter tornare al loro giornale e da lì medicati quindi in ospedale. Li incontriamo negli uffici di Etilaat Roz (Informazioni Quotidiane), il giornale per cui lavorano: Taki come fotografo, Nematullah da reporter. Ancora si muovono a fatica, per fare le scale devono essere aiutati. «Se non fosse per gli antidolorifici dovremmo rimanere stesi a letto», ammettono. Sono anche frastornati dall'improvvisa pubblicità. Noi giornalisti stranieri siamo venuti numerosi per intervistarli. E loro si tolgono i vestiti quasi in automatico per mostrare i segni delle botte. Incarnano con le loro ferite la smentita più clamorosa delle promesse talebane sulla «futura libertà di stampa» nell'Emirato dei mullah. «È avvenuto ieri mattina (due giorni fa per chi legge ndr ), dai social avevamo saputo che ci sarebbe stata una nuova manifestazione di donne nel Distretto numero tre della capitale. Siamo arrivati presto, abbiamo incontrato una trentina di loro che stavano preparando cartelli e volantini. Quando hanno iniziato a sfilare sono arrivati i talebani armati. Mi hanno catturato una prima volta. Sono riuscito a divincolarmi. Le donne si sono messe attorno per proteggermi. E questo perché i talebani picchiano e persino minacciano di uccidere gli uomini che li contestano. Con le donne sono relativamente più leggeri. Poi però mi hanno preso una seconda volta e non c'è stato scampo», spiega Taki. Lo trascinano nella vicina stazione di polizia. S' illude che si limiteranno a registrare le sue credenziali. Ma subito lo chiudono in una piccola stanza per imbottirlo di botte. «Sono svenuto una prima volta. Mi hanno buttato in faccia un secchio d'acqua e hanno ripreso. Ho perso di nuovo i sensi. Uno di loro mi aveva legato mani e piedi, premeva la suola di una scarpa sul collo mentre gli altri bastonavano. Poi ho visto che picchiavano anche Nematullah», continua. Il direttore del giornale, Zaki Daryabi, 33 anni, sottolinea che almeno 5 dei suoi 45 giornalisti sono stati arrestati negli ultimi giorni. «Per noi è l'eclissi dell'era della libertà di stampa in cui siamo cresciuti negli ultimi vent' anni. Siamo tutti minacciati, non ci resta che denunciare pubblicamente gli abusi nella speranza che la comunità internazionale possa aiutarci», spiega. Ma è ben consapevole del fatto che le pressioni delle democrazie possono ben poco contro la brutalità dei nuovi padroni dell'Afghanistan. «Temo che dei nostri e vostri appelli a loro importi molto poco. Sono un regime allo stesso tempo teologico e politico. I loro poliziotti e militari si presentano come custodi della vera fede. Criticarli è come criticare Allah», dice sconsolato. Nei locali di Tolo Tv, la più importante televisione nazionale nota per i reportage graffianti e il coraggio nel denunciare scandali e corruzione, impera già un nuovo clima di remissiva sottomissione. Una volta le porte erano aperte ad ogni ora del giorno. Ieri abbiamo dovuto attendere a lungo davanti al cancello, quindi siamo arrivati alla redazione grazie a vecchie conoscenze. Tutte le sedi regionali sono chiuse. Almeno una decina dei reporter più coraggiosi sono scappati all'estero. Tanti altri non vengono a lavorare. «Abbiamo dovuto assumere una decina di giornalisti, ma sono tutti giovani senza esperienza. Inevitabilmente i programmi ne soffrono», ammette Ismatullah Niazi, uno dei nuovi dirigenti che non nasconde l'imbarazzo. Le reporter donne sono quasi sparite. I notiziari spesso si limitano a leggere i comunicati dei capi talebani. «Mandiamo meno troupe a lavorare sul campo. La pubblicità è caduta ai minimi storici, mancano i fondi per viaggiare. Non è neppure chiaro che regole sulla stampa imporranno i talebani. Non ci resta che sperare e attendere», ci dice ancora. Un loro fotografo, Wahid Ahmadi, non si tira indietro però nel condannare i talebani. «Tre giorni fa mi hanno arrestato per sei ore. Un talebano mi ha detto: "Noi abbiamo sofferto vent' anni per combattere la jihad. Ora tocca a voi soffrire e se fosse necessario saremmo anche pronti a uccidere tutti i giornalisti". Con me era stato arrestato anche un giornalista norvegese. Ho sentito due talebani dire che volevano ucciderlo perché infedele».

Afghanistan, l'inviata Rai sfida il talebano: "Perché non mi guardi in faccia quando parlo?", attimi di paura. Libero Quotidiano il Lucia Goracci è l’inviata del Tg3 in Afghanistan, dove sta raccontando la nuova vita del Paese passato sotto il dominio dei talebani. Le immagini dell’ultimo servizio mandato in onda testimoniano come i nuovi padroni dell’Afghanistan girino tra le strade armati fino ai denti per garantire “la sicurezza contro la sedizione”. “Ma perché non mi guarda mai quando mi parla?”, domanda a un certo punto la giornalista a un talebano. “Non mi è permesso di parlare con le donne”, è la risposta: e quindi in realtà si rivolge a lei senza rivolgersi a lei. Sono strani questi talebani, ma soprattutto pericolosi dato che hanno avuto accesso a tutte le armi lasciate dagli americani. La giornalista del Tg3 ha avuto un bel coraggio a rivolgersi in questi termini a uno di loro, anche se poi ha precisato che “almeno per ora, noi giornalisti stranieri non veniamo malmenati né arrestati”. Si percepisce però una costante tensione: “Anche il mercato sembra avere orecchie e occhi pronti a spiarci. I murales sono stati coperti con scritte "con l’aiuto di Dio abbiamo sconfitto l’America". Le donne scivolano lontano dalle nostre domande”. Qualcuna di età più giovane si ferma a lamentarsi: “Si sono presi il nostro Paese e ora non possiamo neanche mostrare i nostri volti”. “L’Afghanistan è finito, non ci è rimasto più nulla” è la triste constatazione di un altro cittadino. In realtà si sbaglia: sono rimasti i talebani che hanno tante armi e nessun problema a usarle…

“Io arrestato e liberato dai talebani”. Fausto Biloslavo su Inside Over l'8 settembre 2021. (Dal nostro inviato a Kabul) La sparatoria infuocata e le botte che disperdono il corteo di uomini e donne coraggiosi che manifestano contro il nuovo Emirato e per la democrazia non è la fine, ma l’inizio di una disavventura nelle mani dei talebani. Sapevo bene come andava a finire e non potevo tagliare la corda, ma dovevo filmare le fucilate dei talebani. Durante gli spari un miliziano dell’Amyati mili, le forze di sicurezza del nuovo Emirato equipaggiate come gli americani, si avventa sul mio telefonino, che ha filmato tutto. La lotta è furiosa, ma non mollo la presa e mi lancio in mezzo alle donne terrorizzate e accovacciate a terra perché so che non mi correrà dietro in mezzo a decine di afghane velate e urlanti per la paura. Adesso arriva la parte più difficile: vestito alla talebana spero di dileguarmi grazie al caos. Gian Micalessin è cinque metri più avanti con il nostro fido interprete afghano. Un barbuto comandante talebano mi squadra in cagnesco e grida: «Giornalista!». I suoi uomini mi afferrano e non c’è verso di esibire passaporto italiano e permesso dell’Emirato islamico. I talebani mi rinchiudono in uno dei loro fuoristrada trasformato in cellulare dove incontro un altro «catturando», il giornalista norvegese Anders Hammer. Un talebano gli ha assestato una brutta botta sul braccio con il calcio di kalashnikov. Dopo il primo momento del bastone arriva la carota con un altro comandante che arriva e accende l’aria condizionata per farci stare meglio. Fuori dal finestrino va in scena il caos di pestaggi, arresti e ammanettanti dei manifestanti. Anche altri giornalisti sono stati fermati e mi trasferiscono sul retro di un fuoristrada zeppo delle falangi dell’Emirato. Un talebano mi guarda come se volesse tagliarmi la gola. Un altro mi aiuta a stare più comodo. La colonna dei prigionieri arriva in una base della capitale dove, appena scesi a terra, ci sequestrano l’attrezzatura e ci provano anche con la mascherina. Non è la prima volta che vengo arrestato in Afghanistan o in situazioni critiche e per questo avevo già nascosto il telefonino con le immagini in una scarpa. Seduti tutti in fila a terra vedo che i manifestanti hanno i polsi segati dai legacci di plastica. Qualcuno è insanguinato e pieno di lividi per i pestaggi. Quasi tutti giovani, anche se circola voce che alcuni manifestanti siano stati pagati da non ben identificate «forze straniere», forse gli indiani. L’obiettivo era provocare la reazione armata il giorno della proclamazione del nuovo governo, duro e puro, dell’Emirato. Un talebano mi porta una bottiglia d’acqua, ma accanto ho un ragazzo con i polsi legati dietro la schiena e i segni delle botte, che sta soffrendo di più per la sete. Gli verso l’acqua in bocca e non finisce più di ringraziare. Uno degli organizzatori della protesta, ammanettato, si alza in piedi e protesta per l’arresto. Il comandante talebano che ci stava facendo la predica si avvicina e lo prende per i capelli con violenza. Poi lo fa portare via sibilando: «Ti ammazziamo». Il tempo passa e i talebani si accorgono che fra i fermati ci sono anche degli afghani che erano in fila per riscuotere i pochi soldi concessi dalle banche. I poveretti si sono trovati per caso in mezzo alla manifestazione interrotta dalla sparatoria. Li dividono dagli altri chiedendo come prova il conto corrente. Dopo un paio d’ore ci trasferiscono, quattro giornalisti, nel salotto del comandante, un giovanotto alto con turbante nero che parla inglese. E dichiara subito che la manifestazione di protesta non «era autorizzata». Gli spiego che stavo filmando proprio i suoi uomini a un posto di blocco quando è arrivato il corteo. E lo abbiamo solo seguito fino alla sparatoria. Il giornalista norvegese si lamenta del braccio ammaccato e il comandante sostiene che i suoi uomini «devono avervi scambiati per manifestanti». In realtà c’era la «caccia» ai giornalisti per non far circolare le immagini della repressione violenta. Alla fine quasi si scusa per l’arresto, ci riconsegna l’attrezzatura e insiste per un invito a pranzo, che decliniamo con gentilezza. Di nuovo libero penso: per fortuna hanno sparato sopra le teste dei manifestanti e non ad altezza d’uomo.

Roy: “I talebani non si vergognano di aver nascosto Bin Laden”. Pietro Del Re su La Repubblica il 10 settembre 2021. Intervista con l'orientalista francese nel ventennale dell'11 settembre nel pieno della crisi afghana: "Gli studenti coranici sono sempre gli stessi e ancorati alla cultura tribale. Nel mondo libero c’è molta ipocrisia". «I talebani non si sentono colpevoli di nulla, neanche di aver ospitato l’Al Qaeda di Osama Bin Laden», dice l’orientalista e politologo francese, Olivier Roy, professore all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Autore di numerosi saggi, tra i quali Afghanistan: l’Islam e la sua modernità politica, Roy fu amico del comandante Shah Ahmed Massud, che raggiunse più volte nelle montagne della valle del Panshir.

Il governo dei talebani "proclama" la fine del Novecento americano. L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo tutta la loro fragilità. Nei 20 anni successivi hanno confermato che il loro primato economico e militare non è sinonimo di incontrastata leadership politica. Michele Marchi su Il Quotidiano del Sud l'11 settembre 2021. A venti anni esatti dal giorno dell’imponderabile, quando la fantascienza si tramutò in realtà, i talebani inaugurano il loro esecutivo a Kabul e gettano non pochi interrogativi sulla stabilità di un’area che dal Mediterraneo orientale giunge sino all’Oceano Indiano. Come abbiamo letto con diverse sfumature e sensibilità, a volte preoccupate e altre con una buona dose di compiacimento, si chiude il ventennio della “guerra al terrorismo” e dell’“esportazione della democrazia” ed è contestualmente proclamata la fine del “lungo Novecento americano”. Come di recente ricordato da Mario Del Pero, uno dei più acuti conoscitori di politica estera statunitense, nel ventennio intercorso tra il drammatico 11 settembre 2001 e le scene di fine agosto 2021 provenienti dall’aeroporto di Kabul, Washington ha mostrato una progressiva e definitiva erosione dei tre assi portanti alla base della sua risposta all’attacco portato sul suolo statunitense. Eccezionalismo, logica di potenza ed unilateralismo hanno mostrato i loro limiti e la loro inefficacia per poi giungere a questo 11 settembre 2021: con il decollo dell’ultimo aereo statunitense da Kabul si chiude qualsiasi ipotesi di leadership globale così come emerso dal dopo Guerra fredda. Se proviamo però ad allargare un po’ lo sguardo e ad estenderlo all’intero “secolo americano”, cioè il Novecento, è impossibile esimersi dal sottolineare l’indubbio primato economico, tecnologico e di conseguenza anche militare di Washington, al quale ben presto si deve aggiungere un pervasivo utilizzo del soft power della cosiddetta american way of life, fatta di trionfo dei consumi di massa quanto del modello cinematografico hollywoodiano. A questo primato corrisponde però una leadership politica statunitense a livello internazionale molto più riluttante, perlomeno sino all’ingresso di Washington nel secondo conflitto mondiale. Si tende a dimenticare quanto tardivo e complicato per l’internazionalista Wilson fu l’ingresso statunitense nel primo conflitto mondiale e quanto si fece sentire l’assenza americana nei decisivi anni Venti e Trenta, con l’Europa che preparava la seconda catastrofe mondiale. Se si accetta questa logica si può allora racchiudere il vero e proprio trionfo della leadership politica globale statunitense al trentennio del XX secolo che va dal 1941 al 1971, cioè dalla decisione di entrare nel secondo conflitto mondiale a seguito dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, a quella di Nixon di chiudere formalmente con il sistema di Bretton Woods, uno dei cardini dell’internazionalismo rooseveltiano, vero ed unico esempio della volontà di leadership politica americana nel corso del “lungo Novecento”. Nessuno vuole in questa sede affermare che dal 1971 gli Stati Uniti si siano ritirati e progressivamente chiusi in un eccezionalismo ispirato alla dottrina Monroe. Si vuole soltanto sottolineare che da quel momento, unito alla successiva exit strategy in Vietnam e all’avvio del processo di regolarizzazione delle relazioni con la Cina, da Washington è partito un importante segnale nella direzione di quell’Europa che in due occasioni era stata salvata e che, nel secondo caso, era stata ricostruita e all’interno della quale erano state gettate le basi di una progressiva unificazione, economica ma in prospettiva anche politica. Questo richiamo al processo di integrazione, formalmente apertosi nel 1951 con la nascita della Ceca (non dimentichiamolo parte del progetto dell’internazionalismo statunitense), permette di spostare l’attenzione proprio sul punto di vista europeo. Vi è stata la percezione che la leadership politica statunitense avrebbe anche potuto andare verso una fase di futuro disimpegno e che il cosiddetto Empire by invitation avrebbe potuto perdere molte delle sue caratteristiche così favorevoli per il Vecchio Continente? La risposta europea è stata ambivalente. Da un punto di vista economico l’Europa ha avviato una sua peculiare reazione alla fine di Bretton Woods e il percorso che ha portato all’introduzione della moneta comune ne è l’esito virtuoso. Non altrettanto si può affermare da un punto di vista politico e strategico. Il rilancio reaganiano degli anni Ottanta (euro-missili e guerre stellari), il crollo del Muro di Berlino e quello successivo dell’Urss e le garanzie offerte dalla Nato di fronte all’impotenza europea nel proprio “cortile di casa” balcanico, hanno finito per spazzare via qualsiasi ipotesi di creazione di una forma, anche embrionale, di autonomia strategica da parte dell’Ue. In definitiva e in maniera forse un po’ brutale, vista da questa prospettiva l’affrettata chiusura del dossier afghano da parte di Biden costituisce soltanto il gradino più basso di un processo di disimpegno statunitense le cui origini affondano nel 1971. Il peccato originale delle principali leadership politiche europee è quello di non essersi spese per accostare al meritorio lavoro svolto sul piano economico-finanziario un altrettanto e forse anche più necessario lavoro di razionale e coerente costruzione di una strategia diplomatica e militare. L’impotenza mostrata nei Balcani, le divisioni di fronte alla seconda guerra in Iraq, il pasticcio in Libia e quello altrettanto inguardabile in Siria sono tutti tasselli che fanno parte di questa tragica inconsistenza strategica dei Paesi europei uniti all’interno del processo di integrazione. L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo tutta la loro fragilità. Nei 20 anni successivi hanno confermato che il loro primato economico e militare non è sinonimo di incontrastata leadership politica, sia perché in un mondo asimmetrico ma fortemente integrato (basti pensare al livello di integrazione economico-finanziaria tra Washington e Pechino) il passaggio non è automatico, sia perché la leadership statunitense è sempre più riluttante. Se ci spostiamo sulla nostra sponda dell’Atlantico e guardiamo l’Europa dell’ultimo cinquantennio, non possiamo che registrare alcune manovre tattiche ma nessuna davvero strategica. E come ricorda il generale Sun Tzu: “La strategia senza tattica è la via più lunga per giungere alla vittoria. Una tattica senza strategia è il rumore della sconfitta”. Kabul 2021 conferma il ritiro statunitense, e non solo dall’Afghanistan, almeno quanto l’assenza di battito del “cuore europeo”. Cos’altro dovrà accadere per tentare una sua ultima, disperata, manovra di rianimazione? La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio.

"Sono gli stessi di vent'anni fa, solo il loro look è cambiato". Chi è Tooba Lofti, la 34enne che organizza le proteste contro i talebani in Afghanistan. Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Tooba Lofti viene dal Panjshir, ha 34 anni, e sta organizzando un piccolo movimento di protesta che si sta opponendo al ritorno al potere dei talebani in Afghanistan. E questo mentre fanno il giro del mondo le fotografie di due giornalisti, un reporter e un fotografo, della testata Etilaaz Roz (Informazioni Quotidiane), segnati da ecchimosi ed ematomi. Erano stati fermati durante una manifestazione contro il ritorno al potere degli “studenti di dio”. Sono stati portati in una stazione di polizia. È la mano dura dei talebani contro le manifestazioni. Di questo movimento di protesta parlano diversi media in tutto il mondo. Si oppone all’ingerenza dell’Isi, i servizi segreti del Pakistan, in Afghanistan; ai divieti per le donne di lavorare; all’Emirato Islamico. “Le loro dichiarazioni concilianti finora sono state soltanto dichiarazioni, senza nulla di concreto. Questi talebani sono gli stessi talebani di vent’anni fa, soltanto il loro look è cambiato”. Tooba Lofti lavorava in una ong e ha un negozio di cambiavalute. Non ha intenzione di fuggire all’estero. Si è raccontata in una lunga intervista a Daniele Raineri de Il Foglio, giornalista di lungo corso di esteri e inviato di guerra. La 34enne organizza le proteste su whatsapp e i social media. A giocare un ruolo centrale nelle proteste, a partire dalla presa di Kabul lo scorso 15 agosto, è anche Rawa, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane. Lofti è addirittura ottimista sulla resistenza ai fondamentalisti e si aspetta un aiuto dall’Europa e dagli Stati Uniti: “Non siamo più le donne di vent’anni fa, gli Stati Uniti, la Nato e l’Europa qui hanno raggiunto molti risultati positivi e non vorranno vederli sparire. Ci vorrà tempo, la dittatura non sarà un successo e dopo pochi anni comincerà una lotta contro di essa, e se non ci sarò io, ci sarà qualcun altro”. Ed è sicura: “I paesi che ci hanno abbandonati prima o poi pagheranno un prezzo”. Proprio oggi uno dei portavoce del governo, Sayed Zekrullaj Hashim, ha ribadito a Tolo News la linea: “Una donna non può fare il ministro. È come se le mettessi sul collo un peso che non può sostenere. Non è necessario che le donne siano nel governo, loro devono fare figli”. I talebani hanno anche chiarito che le donne non potranno più praticare sport in quanto espone i loro corpi. Il governo ha anche annunciato che chi vorrà manifestare d’ora in avanti dovrà ottenere un’autorizzazione specifica del ministero e chiarire in anticipo gli slogan. Ai giornalisti è inoltre vietato riprendere le “manifestazioni illegali”. Sanzione: equipaggiamenti con videocamere, telefoni e computer sequestrati. Di fatto hanno vietato di documentare le proteste. I giornalisti stranieri devono inoltre ricevere un’autorizzazione specifica dal ministero dell’Informazione per muoversi nella capitale e lavorare. E per andare nel Panjshir, la provincia nell’Est della quale i talebani hanno annunciato la conquista, ma dove una resistenza continua a combattere, serve un’ulteriore autorizzazione. Tooba Lofti spera comunque che la gente in piazza possa continuare a scendere e la partecipazione aumentare. E questo nonostante tante delle persone che erano scese in piazza con lei sono state arrestate e di loro, dice, non si sa più nulla. “Quando stavamo andando via, ho chiesto ai talebani cosa succederà alle persone che portavano via, hanno detto: li uccideremo tutti”. È diversa invece la situazione nei centri rurali dove, a differenza delle grandi città, non si sono verificate simili mobilitazioni così come non si erano verificati quei passi avanti nei diritti e nelle libertà dopo la caduta dell’Emirato nel 2001.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

«Insegno a donne e bambini. I talebani mi uccideranno per questo ma lo faccio per il mio Afghanistan». La resistenza di Matiuallah Wesa sotto il regime: «La conoscenza è l’unica arma possibile. E all’Italia dico: sostenete il nostro popolo e il sapere». Simone Alliva su La Repubblica il 9 settembre 2021. «Se mi ammazzeranno non importa. È una responsabilità l’educazione delle donne e dei bambini. È un dovere». Responsabilità. Matiullah Wesa 29 anni ripete questa parola più volte al telefono. «Lo faccio per senso di responsabilità», insiste. Nato e cresciuto nel distretto di Maruf, provincia di Kandahar attraversa l’Afghanistan per riaprire le scuole e costruirne di nuove, insegnare ai bambini ma soprattutto alle bambine («Sono il futuro»). Al momento si trova nella provincia di Kunar situata nella parte sud-orientale dell'Afghanistan al confine con il Pakistan, qui, dove i talebani addestrano i bambini-soldato, continua la sua campagna per PenPath, l’associazione che ha fondato nel 2009 per promuovere l’educazione di donne e bambini.

La voce è ferma e non si incrina neanche quando racconta della sua infanzia: all’età di otto anni un gruppo di talebani armati entrò nella sua scuola che non era altro che un ammasso di tende messo in piedi da suo padre, ricorda la pistola puntata contro l’insegnante e poi le fiamme. I talebani avevano dato fuoco a ogni cosa. Anche alla sua casa e all’attività di famiglia che consisteva nella produzione di frutta secca. La sua ong è il risultato di una staffetta con passaggio di testimone, destinata ad affrontare le stesse sfide di suo padre e di suo nonno che hanno fatto campagna per l'istruzione sotto il regime dei talebani alla fine del 1990. In un incrocio di sguardi che posano sul futuro, Wesa attraversa il paese per salvare le donne con l’unica arma possibile: la conoscenza.

Matiullah Wesa, si trova al sicuro? Cosa sta facendo a Kunar?

«Continuiamo la nostra campagna con i capi delle tribù e i capi religiosi. La preoccupazione per il futuro dell’Afghanistan è totale in questo momento, ma noi siamo qui per infondere speranza. Parliamo di scuole, università. La speranza è tutto quello che abbiamo si può infondere alle ragazze e alle donne attraverso la conoscenza. Siamo a lavoro per salvare le nuove generazioni. In questo momento stiamo distribuendo dizionari, libri, libri per bambini, quaderni». 

E i talebani ve lo consentono? Qual è la situazione?

«Con i miei volontari siamo arrivati al check-point. Ci hanno chiesto chi fossimo e cosa dovessimo fare. Hanno controllato i nostri documenti, quello che portavamo con noi e ci hanno detto che non c’erano problemi. Ci hanno lasciato andare».  

E si fida?

«Noi dobbiamo lavorare e continuare la nostra missione. È nostra responsabilità. È un dovere di donne e uomini. Siamo consapevoli delle difficoltà e se qualcosa dovesse andare storto lo segnaleremo sui social, lo condivideremo sulle testate internazionali che vorranno aiutarci. Internet ci da una mano. Non resteremo in silenzio. Il mio compito è preciso: negoziare con gli studiosi religiosi e i leader delle tribù per il diritto all’educazione di questi bambini. È nostro dovere, capisce? Sa ci sono dei momenti in cui bisogna dare speranza al futuro, questo è il nostro Paese, non possiamo abbandonarlo». 

Con la sua ONG “PenPath” cosa avete ottenuto fino ad oggi e quali sono i prossimi obiettivi?

«Ci sono 39 biblioteche, 46 nuove scuole e abbiamo riaperto 100 scuole chiuse. Abbiamo esteso il diritto all’istruzioni a 54 mila bambine e bambini nei posti più remoti dell’Afghanistan. E poi abbiamo creato un servizio di libreria mobile. Funziona così: dei volontari salgono sulle loro motociclette attraversano le terre devastate dalla guerra e consegnano i libri ai bambini.  Vogliamo cambiare la nostra società, le nostre persone. Chiedere pace, educazione, diritti umani. È tutto qui. Vogliamo educazione e scuole. Dal 2017 a oggi siamo riusciti a ottenere il sostengo dalle tribù e dai leader religiosi. I nostri volontari continuano ad andare porta a porta nei villaggi dimenticati per introdurre soprattutto le giovani donne allo studio. E ho scoperto che c’è tantissima voglia di conoscenza, abbiamo circa duecento volontari e tantissime richieste di persone che vogliono unirsi per sollevare il nostro paese».  

Ha parlato dell’educazione delle donne. Lei insegna a tantissime ragazze.  Il portavoce dei talebani Suhail Shaheen ha dichiarato a Sky News che le donne afghane potranno accedere all'istruzione, compresa l'università. 

«Noi monitoriamo la situazione. Siamo in contatto con moltissime donne e al primo problema renderemo tutto pubblico. Facciamo un lavoro di vigilanza. Non resteremo in silenzio». 

Non ha paura? Non teme ripercussioni? 

«Io non appartengo a nessuno. Solo alla gente di Kabul che vuole l’educazione. Non è facile lavorare qui. So che chiedere l’educazione per le ragazze porta moltissimi problemi. Di recente ho ricevuto un messaggio: «Fermati, perché se non ti fermi ti uccideranno». Sa cosa? Non importa. Forse mi uccideranno ma avrò lottato per il futuro. E quindi per risponderle: no, non mi preoccupa. Voglio l’educazione, sono responsabile per me e il mio paese. Non voglio lasciare l’Afghanistan, non voglio scappare. Non mi preoccupa la mia vita, mi preoccupa il mio Paese. Ho fatto lezioni a tre chilometri dalle zone di guerra e dagli scontri. La mia organizzazione era a Kabul quando sono arrivati i talebani. Sentivo le bombe, le urla ma non mi sono fermato. Non possiamo fermarci. La nostra generazione può cambiare questo Paese e fermare queste violenze». 

E la comunità internazionale può fare qualcosa? 

«Sostenerci. Non sostenete le organizzazioni violente, sostenete l’educazione. Sostenete le nostre scuole, le nostre università. Noi non chiediamo pistole, bombe, armi ma libri, penne, quaderni, università, tende o edifici. Ho un messaggio per l’Italia: sostenete il nostro popolo e il sapere. La violenza terminerà solo così. La conoscenza è potere. L’unico modo per uscire da qui è restare e studiare».  

Da "corriere.it" l'8 settembre 2021. I posti più importanti a jihadisti e terroristi ricercati dall’Fbi e nessuna donna: dopo diversi giorni di incertezza, i talebani hanno sciolto le riserve sui primi nomi del nuovo governo ad interim. L’annuncio è arrivato dal principale portavoce, Zabihullah Mujaahid, in una giornata in cui si sono registrate nuove proteste nelle strade. Il mullah Mohammad Hasan Akhund, nella lista Onu dei terroristi, è stato nominato primo ministro ad interim del nuovo governo «provvisorio» dei talebani. Suo vice il mullah Abdul Ghani Baradar, co-fondatore del movimento, negoziatore con gli Usa a Doha e capo politico in pectore del gruppo. Lo ha reso noto in conferenza stampa il portavoce degli studenti coranici Zabihullah Mujahid (nella foto sopra) che ha comunicato i primi nomi del nuovo esecutivo afghano. Il mullah Yaqoob, figlio del fondatore dei talebani, il mullah Omar, sarà ministro della Difesa mentre Sirajuddin Haqqani, ricercato dall’Fbi, ricoprirà l’incarico di ministro dell’Interno. Agli Esteri Amir Khan Muttaqi, alto ufficiale già ministro in passato (Istruzione e cultura) e negoziatore a Doha. Si profila dunque un governo dominato dalla vecchia guardia talebana. 

Le altre nomine. A completare il nuovo governo dei Talebani sono il Mullah Hidayatullah Badri nel ruolo di ministro delle Finanze, Shaykhullah Munir titolare dell’Istruzione, Sher Muhammad Abbas vice ministro degli Esteri e Khalil-ur-Rehman Haqqani ministro dei Rifugiati. Qari Fasihuddin è stato invece scelto come capo di Stato Maggiore dell’esercito.

Agenda. Il nuovo esecutivo «dovrà affrontare i problemi immediati, soprattutto la povertà», ha detto il portavoce Mujahid, dopo avere annunciato la lista dei ministri. «Il problema della sicurezza è risolto, perché non c’è più la guerra», ha aggiunto. 

Il nuovo premier. Originario di Kandahar, Hasan Akhund guida da vent’anni il Consiglio direttivo (Rahbari Shura) del movimento. Dal 2001 è considerato uno dei «più pericolosi terroristi talebani» dalle Nazioni Unite, sanzionato dal Consiglio di sicurezza, ed è considerato un terrorista anche dall’Ue e dal Regno Unito. Il mullah è stato ministro degli Esteri sotto il regime dei talebani tra il 1996 e il 2001, governatore di Kandahar e consigliere politico del mullah Omar, di cui era uno stretto collaboratore. 

Il vicepremier.

Il vicepremier Abdul Ghani Baradar, nato nel 1968 nella provincia di Uruzgan (Sud), cresciuto a Kandahar, considerato il genero del mullah Omar, ha combattuto contro i sovietici negli anni ‘80. E’ stato liberato su richiesta degli americani nel 2018 e ha firmato gli accordi di Doha. Baradar è considerato l’artefice della vittoria militare del 1996, quando i talebani presero il potere. Nei cinque anni di regime talebano, fino al 2001, ha ricoperto una serie di ruoli militari e amministrativi e quando l’Emirato cade, occupa il posto di vice ministro della Difesa. Nel 2010, quando è stato arrestato a Karachi, in Pakistan, Baradar era allora il capo militare dei talebani. Durante il suo esilio, durato in tutto 20 anni, ha saputo mantenere la leadership del movimento. Ascoltato e rispettato dalle diverse fazioni talebane, è stato successivamente nominato capo del loro ufficio politico, stabilito in Qatar, da dove Baradar ha portato avanti i negoziati con gli americani, che hanno portato al ritiro delle forze straniere dall’Afghanistan e ai fallimentari negoziati di pace con il governo afghano.

All’Interno. Sirajuddin Haqqani, capo del dicastero dell’Interno,è il numero 2 dei talebani e il leader della potente rete che porta il nome della sua famiglia. La rete Haqqani, fondata dal padre come jihad anti-sovietica, è ritenuta terroristica da Washington, che l’ha sempre considerata una delle fazioni più pericolose per le truppe Usa e Nato durante due decenni. La rete è nota per il suo utilizzo dei kamikaze, che hanno messo a segno gli attentati tra i più devastanti perpetrati in Afghanistan negli ultimi anni.

Agli Esteri. Il titolare degli Esteri è Amir Khan Muttaqi, uno dei negoziatori dei talebani a Doha, anche lui membro del primo governo del regime. 

Alla Difesa. Il nuovo ministro della Difesa è Mohammad Yaqoob, figlio maggiore del mullah Omar. Fino a cinque anni fa non aveva mai voluto ricoprire ruoli di leadership. Poi è partita la scalata che lo ha portato nel 2020 a diventare il capo delle operazioni militari ed è considerato uno dei vice più importanti di Hibatullah Akhundzada, sostenuto dell’Arabia Saudita e dal Pakistan (si è laureato a Karachi). 

Andrea Nicastro per il “Corriere della Sera” l'8 settembre 2021. I «nuovi talebani moderati» sono gli stessi intollerabili e terroristi di 20 anni fa. Hanno solo qualche chilo e qualche pelo bianco in più. Li abbiamo combattuti per 20 anni e adesso ci dovremo sedere con loro a trattare se non vogliamo che l'Afghanistan cada nella fame, ci sommerga ancora di più di eroina e produca milioni di profughi pronti a bussare alle porte dell'Europa. Sempre senza considerare la possibile riapertura delle scuole per shahid, gli attentatori suicidi. Il crollo del governo filoamericano di Kabul e, prima, la decisione unilaterale di Washington di ritirarsi dal Paese mostrano il cartellino del prezzo. Ed è salatissimo. Il governo annunciato ieri è solo provvisorio. Ma l'impianto è evidente. Al di sopra di qualsiasi carica politica c'è il capo del movimento degli studenti del Corano, Mullah Hibatullah Akhundzada. Un leader «religioso» che ha l'ultima parola su tutto perché unica stella polare del governo è la concezione talebana della sharia, la legge islamica, risciacquata in urf, dowd e deen (costumi, tradizione e fede) del Pashtun Wali (il Codice tribale). Il modello istituzionale sembra simile a quello iraniano. Invece della Guida Suprema della Repubblica islamica di Teheran qui c'è un capo che forse avrà prima o poi il titolo di Emiro, ma che è comunque il vertice di una serie di equilibri tribali e militari che ricalcano quelli di chi ha combattuto per venti anni per tornare al potere. Avrebbe dovuto essere un governo «inclusivo», aggettivo suggerito dai negoziatori Usa per tranquillizzare le varie minoranze etniche e religiose del Paese, invece, è una sorta di mono colore: una sola etnia, quella pashtun, e un unico gruppo di potere, quello che ha sostenuto la guerriglia, gli attentati e le stragi di civili in tutti questi anni. Non c'è neanche un esponente del governo filoamericano. Neppure il ministro degli Esteri che aveva cantato le lodi dei talebani appena fuggito il suo presidente. Neppure l'ex presidente Hamid Karzai che era rimasto a Kabul per trattare. Coraggiosamente, bisogna ammetterlo, visti i precedenti degli studenti coranici. L'ultima volta che i talebani avevano incrociato in città un ex presidente era il 1996 e l'ex di turno era il filosovietico Doctor Najib. Andarono a prenderlo nel compound dell'Onu, dove aveva garantita la protezione internazionale, lo castrarono, lo trascinarono attorno al palazzo per tre volte e poi lo appesero a una garitta. Quella piccola costruzione di cemento era ancora lì quando Karzai serviva il Paese da presidente. La vedeva quando rientrava a palazzo scortato dal suo piccolo esercito di guardie del corpo americane. Chissà quante volte gli saranno venuti i brividi a guardare quella garitta? Eppure Karzai ha deciso di restare. E' stato costretto tre giorni agli arresti domiciliari a casa del suo ex vice e rivale Abdullah Abdullah, altro coraggioso che non è fuggito. Per il momento sono vivi. Vivi, ma esclusi da tutto. Se il nuovo governo voleva essere un segnale di apertura nei confronti della comunità internazionale, ha mancato l'obiettivo. Sarà imbarazzante, di più, umiliante, sedersi a trattare con personaggi che sono nella lista del terrorismo internazionale da 20 anni o più. Ministri che hanno vestito la tuta arancione nelle carceri di Guantanamo o nelle celle segrete di Bagram, ricercati da Fbi, Unione Europea e Nazioni Unite.  La Cia ha ancora una taglia di cinque milioni sulla testa del novello titolare dell'Interno. Erano il Male e ora sono il governo. Un governo di mullah. Ovviamente, bisogna dirlo?, senza neppure una donna. Non una tra i 33 ministri e vice ministri del nuovo esecutivo. In compenso è ritornato il famoso ministero per la repressione del vizio e la promozione della virtù. Era da quel dicastero che uscivano le regole più assurde del vecchio Emirato. No alla tv, non ai rasoi da barba, no alle scarpe bianche che occhieggiano da sotto i burqa o quegli erotici richiami che sono i tic tac dei tacchi delle donne quando camminano nascoste sotto al naylon della loro prigione. Per il momento, il nuovo emirato sembra chiedere «solo» donne invisibili con veli anche diversi dal burqa, donne separate dai maschi a scuola o al lavoro e niente musica. Chissà cosa inventerà lo sceicco che ne è il nuovo titolare. Il nuovo premier afghano è mullah Mohammad Hasan Akhund, discendente in linea diretta da Shah Durrani colui che unì le tribù afghane nel 1700. Fino a ieri, mullah Akund era «presidente» della Rehbari Shura, Concilio supremo, camera di compensazione del movimento. Sostanzialmente non cambierà mestiere, continuerà a fare da pietra di volta nel tenere assieme le diverse fazioni. Durante il primo Emirato (1996-2001) era stato ministro degli Esteri e vice premier. E' nella lista delle persone sanzionate dalle Nazioni Unite: in teoria non può viaggiare, avere conti in banca e così via. In pratica dovrà comprare un'agenda per decidere quale mediatore internazionale incontrare. Suo vice è un ex galeotto, incarcerato per otto anni in Pakistan su richiesta degli Stati Uniti, mullah Baradar. Era un compagno di giochi del mullah Omar e con lui ha percorso l'intera storia del movimento, dagli esordi come «preti giustizieri» alla gloria del primo Emirato alle fatiche dell'esilio. Appeso il kalashnikov al chiodo, da quando ha responsabilità politiche preferisce sistemare le cose a parole piuttosto che con le bombe. Per questo gli americani l'hanno tirato fuori di cella e gli hanno chiesto di sondare i suoi sodali in vista di una ritirata dei marines. Mullah Abdul Ghani Baradar è tornato libero nel 2018 e ha firmato gli accordi di Doha nel 2020. Il presidente Trump gli ha parlato al telefono. Il suo commento: «a good man», un brav' uomo. In effetti ha fatto quel che gli è stato chiesto e, ufficialmente, nessun talebano ha sparato alle spalle degli americani in ritirata. Vuol dire che mullah Baradar è riuscito a convincere anche i duri ad aderire al patto con gli infedeli occupanti. Un uomo, magari non buono, ma di mediazione. Difesa e Interno, due posti chiave da cui controllare le braccia armate del Paese, vengono spartiti tra i due gruppi più potenti del movimento. La Difesa va alla shura di Quetta, il consiglio del nucleo originario dei talebani fuggiti in esilio. E' fatto dai pashtun del sud, i più tradizionalisti dal punto di vista dei costumi. La loro leadership è passata in via ereditaria dal padre fondatore mullah Omar, al figlio 32enne Yaqub, anche lui ovviamente mullah.  L'Interno va invece al network Haqqani, un gruppo alleato dei primi talebani, ma diventato sempre più potente negli anni grazie al contrabbando, ai finanziamenti dai servizi segreti pachistani e ai legami con il terrorismo internazionale. Sirajuddin Haqqani, il ministro, è nella top list dei ricercati dell'Fbi. I 5 milioni per chi darà informazioni su di lui, oggi, hanno troppi pretendenti.

La presidenza a Muhammad Hassan Akhund. Afghanistan, ufficiale il nuovo governo: Baradar vice, il figlio del mullah Omar alla Difesa. Serena Console su Il Riformista il 7 Settembre 2021. Dopo venti giorni dalla conquista del paese, i talebani hanno annunciato il nuovo governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Decisiva la conquista del Panjshir, la roccaforte ribelle guidata dal Ahmad Massoud. In conferenza stampa, il portavoce dei talebani, Zabibullah Mujahid, ha reso noto la composizione del nuovo governo ad interim. A guidare l’esecutivo sarà il mullah Muhammad Hassan Akhund, il leader religioso dei talebani che ha preso le redini del movimento nel 2016. Il suo vice sarà Abdul Ghani Baradar, il capo politico che ha negoziato con gli Stati Uniti per l’accordo di Doha. A capo della Difesa Mohammad Yaqoob, il figlio del mullah Omar noto anche con lo pseudonimo di Mullah Yaqoob. Il dicastero dell’Interno passerà nelle mani di Sarrajuddin Haqqani, l’uomo su cui l’Fbi ha posto una taglia di cinque milioni di dollari come ricompensa per la sua cattura, relativo al programma Rewards for Justice del governo degli Stati Uniti. La diplomazia sarà affidata ad Amir Khan Muttaqi, anche lui a Doha a negoziare con gli Stati Uniti; il dicastero delle Finanze sarà gestito da Hadaytullah Badri, che dovrà gestire la grave crisi economica che pesa su circa 35 milioni di afghani. Non sorprende l’assenza di donne nell’esecutivo, nonostante i proclami di un governo “inclusivo”.

Cina e Russia invitati speciali. I talibani hanno invitato sei paesi a partecipare alla cerimonia per l’insediamento del nuovo governo in Afghanistan, la cui presenza risulta cruciale nella regione. Oltra al Pakistan, Qatar, Iran e Turchia, ci sono anche Cina e Russia. Nel frattempo, Mosca ha fatto sapere che non prenderà parte alla riunione ministeriale sull’Afghanistan di domani. In precedenza la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, aveva evidenziato come non ci fosse chiarezza da parte dei partner occidentali sul formato dell’incontro: Parigi e Berlino, infatti, si erano limitati a parlare di un vertice, mentre Tokyo aveva chiaramente parlato di G7.

Violenza sulle donne scese in strada. Prima dell’annuncio del nuovo governo c’è stata una violenta repressione delle proteste a Kabul ed Herat. Ancora una volta, le donne scese in strada hanno conosciuto la brutale forza degli studenti coranici. Centinaia di persone hanno intonato slogan anti-Pakistan, relativi al probabile intervento di Islamabad nella valle del Panjshir per sostenere i talebani. Per sedare le proteste e disperdere i manifestanti afghani, i talebani hanno sparato in aria colpi di arma da fuoco. Con l’annuncio del nuovo governo si teme per la condizione delle donne nel paese. Sebbene inizialmente i talebani avessero proclamato la formazione di un governo inclusivo, negli ultimi giorni hanno dimostrato di non essere cambiati e di mantenere un approccio duro, repressivo e violento contro le donne.

“Possibile presenza congiunta Ue/Onu in Afghanistan”. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi di Maio, in un informativa al Senato ha presentato l’idea di una presenza congiunta Ue/Onu nel paese che è nelle mani dei talebani. “Stiamo riflettendo sulla creazione di una presenza congiunta in Afghanistan con funzioni prevalentemente consolari e che serva da punto di contatto immediato. Si tratterebbe di una soluzione innovativa, per la quale sarà necessario un efficace coordinamento preventivo, sia per gli aspetti di sicurezza sia per la necessità di definire un mandato chiaro. Qualunque modalità prescelta dovrà in ogni caso essere inclusiva, condivisa con tutti i Paesi potenzialmente interessati a contribuire“. Serena Console

Il leader della Rete che ha preso Kabul. Chi è Sirajuddin Haqqani, il nuovo ministro dell’Afghanistan ricercato per 5 milioni di dollari dagli Usa. Antonio Lamorte su Il Riformista il 7 Settembre 2021. Ricercato dall’Fbi per terrorismo con una taglia di cinque milioni di dollari e appena insediatosi come ministro dell’Interno. Sirajuddin Haqqani è entrato nel nuovo governo dei talebani in Afghanistan. L’annuncio del ristabilito Emirato Islamico è arrivato oggi pomeriggio. Nominato primo ministro a interim del governo provvisorio Mohammad Hasan Akhund, nella lista Onu dei terroristi. Suo vice il mullah Abdul Ghani Baradar, co-fondatore del movimento, negoziatore con gli Stati Uniti degli accordi di Doha sul ritiro a inizio 2020 e capo politico del gruppo estremista. L’annuncio del nuovo esecutivo era stato rinviato da giorni. È arrivato oggi pomeriggio, durante la conferenza stampa con il portavoce degli studenti coranici Zabihullah Mujahid. Il nome sul quale si stanno concentrando maggiormente i titoli dei giornali in queste ore è quello di Sirajuddin Haqqani, ricercato dall’Fbi e ricompensato di un incarico di primo livello dopo anni di guerriglia. La Rete Haqqani è un gruppo attivo dagli anni ’80 nella regione di Loya Paktia nel sud-est del Pakistan. Si è unita ai talebani sin dalla fondazione del gruppo nei primi anni ’90. Dal 2004 si mise agli ordini della cosiddetta Shura di Quetta, il consiglio dei mullah che dopo l’invasione degli alleati si organizzò attorno ai suoi leader. Il fondatore Maula Jalaluddin Haqqani è morto nel 2018, era il padre dell’appena insediato ministro, che come il padre si è formato nella madrasa Darul Uloom Haqqania di Akora Khattal, vicino Peshawar – che ha dato il nome alla Rete. Gli Haqqani dal 2006 hanno preso la responsabilità del fronte di Kabul. Con Serajuddin alla guida del gruppo, dopo che il padre si ammalò, la Rete si rese sempre più autonoma rispetto alla Shura. La riconciliazione solo nel 2015 quando il leader Akhtar Mohammad Mansur ha nominato Serajuddin suo vice. “Le tattiche degli Haqqani sono sempre state strettamente ‘asimmetriche’: attacchi di guerriglia, mine e attacchi terroristici. Gli Haqqani si sono anche distinti per la loro ‘professionalizzazione’ degli attacchi suicidi e nel corso del tempo hanno conquistato un quasi monopolio di questa tattica all’interno dei talebani”, ha scritto su La Repubblica Antonio Giustozzi, visiting professor del King’s College di Londra, in un ritratto del terrorista. Serajuddin ha anche intensificato i rapporti della Rete con la jihad globale, come con Al Qaeda e il sedicente Stato Islamico. La NATO ha sempre considerato la Rete una delle forze più pericolose nella guerra e infatti è stata proprio questa fazione a guidare la presa di Kabul lo scorso 15 agosto.

La scheda FBI. Sul sito del Federal Bureau of Investigation è ancora visibile la scheda di Sirajuddin Haqqani, nato tra il 1973 e il 1980, tra l’Afghanistan e il Pakistan. Sulla sua testa la taglia di cinque milioni di dollari. È “ricercato per essere interrogato in relazione all’attacco del gennaio 2008 a un hotel a Kabul, in Afghanistan, che ha ucciso sei persone, tra cui un cittadino americano. Si ritiene che abbia coordinato e partecipato ad attacchi transfrontalieri contro gli Stati Uniti e le forze della coalizione in Afghanistan. Haqqani sarebbe stato anche coinvolto nella pianificazione dell’attentato al presidente afghano Hamid Karzai nel 2008”. 

Il nuovo governo. A prevalere nel nuovo esecutivo sembra essere la vecchia guardia del gruppo fondamentalista. I talebani sono cresciuti nella lotta mujaheddin contro l’Armata Rossa dopo l’invasione da parte dell’Unione Sovietica nel 1979 e quindi dopo la guerra civile avevano instaurato l’Emirato Islamico dal 1996 al 2001, quando l’invasione degli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre spazzarono via gli estremisti. Dopo 20 anni proprio l’ala originaria del gruppo sembra essere tornata al potere. A quanto emerso dalla conferenza stampa il nuovo esecutivo affronterà i “problemi immediati, soprattutto la povertà” mentre “il problema della sicurezza è risolto, perché non c’è più la guerra”. Il capo del governo, Hasan Akhund, è originario proprio della città dove gli “studenti di dio” si sono formati a metà degli anni ’90, Kandahar. Ha guidato per vent’anni il Consiglio direttivo del movimento ed è stato ministro nel governo talebano prima dell’invasione degli Usa. All’interno della squadra anche il mullah Yaqoob, figlio del fondatore dei talebani, il mullah Omar, che sarà ministro della Difesa. Il ministro degli Esteri sarà l’alto ufficiale e già ministro, oltre che tra i negoziatori a Doha, Khan Muttaqi.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Otto Lanzavecchia per formiche.net l'8 settembre 2021. A tre settimane dalla presa della capitale e dall’annuncio della rinascita dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, i talebani hanno annunciato la costituzione del governo di transizione. La comunicazione è stata preceduta da una serie di proteste in strada, a cui hanno partecipato molte donne che chiedevano di non essere emarginate dalla vita del Paese, e a cui i militanti integralisti – che pure avevano rassicurato la popolazione di essere cambiati e che le donne avrebbero avuto un certo grado di libertà e partecipazione – hanno risposto con le pallottole. Il nuovo esecutivo sarà guidato dal mullah Mohammad Hassan Akhund, originario della regione del Kandahar, culla dei talebani negli anni Novanta. Considerato tra i fondatori originari del gruppo e inserito nella lista dei terroristi stilata dalle Nazioni Unite, da vent’anni Akhund è a capo del Rehbari Shura, il “consiglio supremo” degli integralisti islamici. Si ritiene che Akhund, già ministro degli esteri e poi vicepremier del precedente regime talebano, sia una figura più religiosa che militare. È considerato vicino al leader spirituale del gruppo, lo sceicco Hibatullah Akhundzada, che probabilmente in futuro vestirà la carica di leader supremo (in maniera non dissimile dall’ayatollah iraniano Khamenei). Al fianco del mullah Akhund siederà un altro cofondatore dei talebani, Abdul Ghani Baradar, il quale finora ha ricoperto il ruolo di capo politico e volto pubblico del gruppo. Il nuovo vicepremier ricevette il titolo onorifico di mullah e il nome Baradar, “fratello”, direttamente dal fondatore del gruppo e leader del precedente governo, il mullah Omar. Dopo la caduta del regime nel 2001 Baradar fu tra i leader talebani a fuggire in Pakistan, dove fu catturato dagli americani nel 2010. Venne rilasciato nel 2018 dall’amministrazione di Donald Trump per consentirgli di partecipare alla firma degli Accordi di Doha, che sancirono la data originaria del ritiro delle forze occidentali. Tra le altre nomine vanno segnalati i due vice del leader supremo, rispettivamente il nuovo ministro della difesa Mohammad Yaqoub (figlio più anziano del fu mullah Omar, componente del Rehbari Shura e capo della commissione militare dal 2016) e il nuovo ministro dell’interno Serajuddin Haqqani, a capo del famigerato, storico distaccamento talebano noto come “rete Haqqani” e most wanted dell’Fbi. “Sappiamo che la gente del nostro Paese stava aspettando un nuovo governo”, ha detto il portavoce Zabihullah Mujahid all’annuncio dei nomi. “Il gabinetto non è definitivo, è solo transitorio. Proveremo a includere persone dalle altre parti del Paese”, ha aggiunto, conscio dell’elemento etnico e del fatto che il gruppo avesse segnalato, a poco tempo dalla presa della capitale, di voler formare un governo “inclusivo”; “il nostro governo non sarà basato sull’etnia. Non permetteremo questo tipo di politica”. Come ampiamente previsto, nessuna donna è stata inclusa nel processo di formazione del governo. L’annuncio era stato anticipato di dodici ore dall’invito di partecipare alla cerimonia di formazione del nuovo governo, esteso dagli integralisti a Cina, Iran, Pakistan, Russia, Turchia, Qatar. Difficile che altri Paesi, o anche solo questi sei, riconoscano a breve il nuovo esecutivo talebano. 

Chi sono i talebani.

Da leggo.it l'1 novembre 2021. La furia omicida dei talebani in Afghanistan non si ferma. Tre miliziani hanno sparato e ucciso due giovani e ferito altri 10. Il motivo? Stavano ascoltando della musica, una pratica proibita da alcune frange di islamisti radicali, a una festa di nozze. È accaduto a Surkh Rod, nell'est dell'Afghanistan. A Kabul il portavoce del governo talebano ha fatto sapere che l'esecutivo si oppone a tali atti di violenza. E, secondo quanto riferisce la Bbc, due degli uomini che hanno sparato sono stati arrestati.  Il terzo attentatore, invece, sarebbe ricercato. «Le indagini stanno continuando. Finora non è chiaro come sia successo - ha detto in una conferenza stampa il portavoce del governo Zabihullah Mujahid -. Tra le fila dell'emirato islamico nessuno ha il diritto di far allontanare qualcuno dalla musica o altro, solo di cercare di persuaderlo. Questo è il modo principale. Se qualcuno uccide da solo, anche se è un nostro uomo, è un reato e per questo sarà processato».

Elogi di mujaheddin, poesie, aneddoti: cosa leggono i talebani. Biografie di combattenti, raccolte in versi, memorie. Tra censure e divieti, ecco come i fondamentalisti afghani alimentano il loro immaginario. «Quando beviamo l’acqua, grazie al potere di Dio, miracolosamente diventa dolce». Giuliano Battiston su L'Espresso il 25 ottobre 2021. «Sono nato nel piccolo villaggio di Zangabad nel 1968. Zahir Shah, il re pashtun che ha governato tra il 1933 e il 1973, era ancora sul trono». È l’inizio della biografia di mullah Abdul Salam Zaeef, tra i fondatori del movimento dei talebani, funzionario di alto livello del primo Emirato islamico d’Afghanistan tra il 1996 e il 2001. Combattente contro i sovietici negli anni Ottanta del secolo scorso, protagonista della progressiva ascesa dei talebani negli anni Novanta, come ambasciatore dell’Emirato a Islamabad, in Pakistan, nel 2001 è testimone diretto dei momenti che portano al rovesciamento militare dell’Emirato, dopo gli attentati dell’11 settembre. Sbattuto nel carcere di massima sicurezza di Guantanamo, rilasciato nel 2005 senza accuse formali, diversi anni dopo incontra a Kandahar, nel profondo sud dell’Afghanistan, due ricercatori stranieri, Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn. I due, alle prese con un progetto di catalogazione e raccolta di fonti primarie sui talebani, lo convincono a redigere una biografia. Nasce così “My Life with the Taliban. Abdul Salam Zaeef”. Pubblicata nel 2011 dalla casa editrice Hurst, è rilevante ancora oggi. A partire dalle pagine conclusive: «Il più grande sbaglio dei politici americani finora è la loro profonda mancanza di comprensione del loro nemico». Raccontati perlopiù dai media, i talebani in questi lunghi anni di clandestinità e guerriglia, costata la vita a decine di migliaia di afghani, si sono raccontati poco all’esterno. Ma hanno “parlato” molto al proprio interno. Lo dimostra un altro libro curato da Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn, “The Taliban Reader. War, Islam and Politics” (Hurst 2018). Circa seicento pagine di documenti, per la maggior parte pubblicati sui canali di comunicazione del gruppo, prima cartacei poi digitali, tra resoconti personali, brani di biografie, interviste, dichiarazioni ufficiali e necrologi. Una lente privilegiata per comprendere l’evoluzione del movimento, a partire dagli inizi. 

IL JIHAD CONTRO I SOVIETICI

In chiave storica, ciò che più ha segnato l’identità e la coesione dei giovani studenti religiosi che nel 1994 avrebbero dato vita al movimento dei talebani è il jihad contro i sovietici, scrivono i curatori di “The Taliban Reader”. Vale anche per mullah Zaeef, che nel 1983, a soli 15 anni, torna a Kandahar per combattere i russi, rientrando in Afghanistan dal Pakistan dove era rifugiato. «Sono partito per Chaman in un bus con nient’altro che i vestiti e 100 rupie pachistane in tasca», scrive. I mujaheddin non sono soltanto afghani. Ci sono anche quelli che oggi definiamo foreign fighters, i combattenti stranieri. In Afghanistan vengono chiamati gli “arabo-afghani”. Tra loro c’è un giovane algerino che fino al 1983 non sapeva «neanche dove fosse l’Afghanistan». Poi «presi in mano l’equivalente arabo del National Geographic, Majalla al-Mujtama’, gestito dalla Fratellanza musulmana del Kuwait, e trovai una fatwa», scrive Abdullah Anas in “To the Mountains. My Life in Jihad from Algeria to Afghanistan” (Hurst 2019, scritto con Tam Hussein). La fatwa è redatta da un gruppo di autorevoli studiosi islamici, tra cui il clerico palestinese Abadallah Azzam, l’inventore della carovana del jihad, l’internazionale jihadista. Per tutti i musulmani maschi, andare a combattere il jihad in Afghanistan è un obbligo religioso. Sono gli anni in cui a Peshawar Azzam e Osama bin Laden gestiscono una sorta di anagrafe dei combattenti stranieri. I più conosciuti sono “gli arabo-afghani”. Abdullah Anas nelle sue memorie ne smonta il mito. «Molti dei fratelli arabi sono fogli bianchi. Il loro cuore era pieno di zelo, la loro testa era piena di Sylvester Stallone e visioni del paradiso». La maggioranza di loro ha letto un testo cruciale di Abdallah Azzam: una raccolta di aneddoti miracolosi. I mujaheddin dispongono della fede. Dalla loro parte c’è Allah. In “I Am Akbar Agha” (First Draft Publishing 2020), libro di memorie scritto dal combattente Sayyed Mohammad Akbar Agha, l’autore racconta il viaggio da Quetta, in Pakistan, verso il deserto meridionale afghano di Registan. Le condizioni climatiche sono estreme. C’è un fiume, ma l’acqua è amara, ripetono i residenti. «Quando beviamo l’acqua, grazie al potere di Dio, miracolosamente diventa dolce», ricorda Akbar Agha. Il topos letterario più comune riguarda però i corpi dei mujaheddin morti in battaglia. «Alcuni martiri odoravano naturalmente, senza che venissero usati profumi. Inoltre, era miracoloso che i loro corpi restassero intatti nelle loro tombe». Dall’esperienza del jihad anti-sovietico sarebbero nate poi tutte le principali tendenze del jihadismo contemporaneo, ricostruiscono gli autori di “The Arabs at War in Afghanistan” (Hurst 2015): Leah Farrall, una ex analista dell’intelligence per il controterrorismo della Polizia federale australiana, e Mustafa Hamid, ex combattente, autore di altri dodici libri tra biografia e cronaca storica. 

PAROLA DI MULLAH

Nella sua biografia, mullah Zaeef, futuro ambasciatore dei talebani in Pakistan, racconta l’entusiasmo per la vittoria contro i sovietici, che si ritirano nel 1989. Gli studenti religiosi tornano nei loro villaggi, nel triangolo fertile tra i due rami del fiume Arghandab, nella provincia meridionale di Kandahar. Ma la guerra civile tra i gruppi mujaheddin dissemina odio e sangue. Anche le comunità rurali sono minacciate. Occorre reagire. Dopo mesi di incontri e discussioni, nasce il movimento dei talebani. «Il momento fondativo di quel che sarebbe diventato il movimento dei “talebani” si è tenuto nel tardo autunno del 1994. Qualcosa come quaranta-cinquanta persone si sono riunite nella moschea bianca di Sangisar», scrive mullah Zaeef. L’ascesa è graduale, ma implacabile: da Kandahar a Zabul, poi l’Helmand e l’Uruzgan, Herat nel settembre 1995, Jalalabad e Kabul nel settembre 1996. Viene instaurato il primo Emirato. I talebani sono ancora poco conosciuti. È necessario spiegarne nascita, obiettivi, metodi. A Kandahar, tramite la radio ufficiale La voce della sharia, è lo stesso Amir ul-mumineen, l’Emiro dei fedeli e dei combattenti mullah Omar, a rispondere. «La gente potrebbe chiedersi: Quando è cominciato il movimento? Chi c’era dietro? Chi lo finanzia? Chi lo dirige e gestisce? L’inizio del movimento risale a quando ho riposto i miei libri nella scuola di Sangisar, ho preso con me un’altra persona e abbiamo camminato fino all’area di Zanjawat. Lì ho preso in prestito una motocicletta da un certo Surur e siamo andati a Talikan. Questo è stato l’inizio del movimento». L’inizio della fine, invece avviene quando, conquistata Jalalabad, ereditano un ospite particolare, Osama bin Laden, cacciato dal Sudan. I rapporti non sono facili. Nel novembre 1996, raccontano gli autori di “The Arab at Wars”, «un elicottero è in attesa all’aeroporto di Jalalabad». Osama bin Laden è stato convocato da mullah Omar, che governa l’Afghanistan da Kandahar. Lo sceicco saudita è convinto che i talebani vogliano giustiziarlo. Ha contravvenuto ai loro ordini, proclamando nell’agosto precedente la sua “Dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti”. Osama Bin Laden esce indenne dall’incontro con mullah Omar, dopo una reprimenda. Tre anni dopo, pianifica e compie gli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono. I talebani non erano al conoscenza del piano, ma ne pagano le conseguenze, riepiloga mullah Zaeef nelle sue memorie. Seguono gli anni del jihad, della resistenza alla nuova occupazione. 

POESIA DI RESISTENZA

Per capire come i talebani vivano quegli anni, vale la pena leggere “Poetry of the Taliban” (a cura di Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn, con introduzione di Faisal Devij, Hurst 2009). Una raccolta di 235 poesie scritte, recitate o cantate dai “turbanti neri” dagli anni Novanta del secolo scorso, fino al 2008. Costante è la percezione che la lotta contro gli stranieri sia legittima, l’occupazione un’ingiustizia. Come nella poesia in cui si contrappongono le luci di Bagram, la base militare cuore dell’intervento militare della Nato, alle case bombardate degli afghani durante l’Eid, la festività islamica: «Durante il vostro Natale, Bagram è accesa e luminosa, durante il mio Eid, perfino i raggi del sole sono morti. All’improvviso, le vostre bombe portano la luce. Nelle nostre case, perfino le lampade a olio sono spente». Dall’agosto scorso, i talebani sono tornati al potere. Il ministro della Cultura è mullah Khairullah Khairkhwa, anche lui tra i fondatori del movimento, nel 1994. È alle prese con un ambizioso progetto di incontri culturali e poetici, a livello nazionale. Per i poeti dissidenti, la censura. O la galera.

I talebani nelle ex basi italiane: “Così colpivamo i vostri soldati”. Fausto Biloslavo, Gian Micalessin su Inside Over il 17 settembre 2021. Adraskan (Afghanistan) «Ho combattuto per anni contro i soldati italiani. Abbiamo piazzato trappole esplosive per far saltare in aria i vostri blindati. E attaccato questa base con razzi e colpi di mortaio. Non siamo nemici del vostro popolo, ma dovevamo difendere l’indipendenza dell’Afghanistan» spiega senza peli sulla lingua il comandante dei talebani Amrullah. Barbone nero come il turbante ha conquistato la base di Adraskan, a sud di Herat, dove i carabinieri addestravano per anni la polizia afghana e le truppe che si sono sciolte come neve al sole davanti all’avanzata talebana. La prima tappa di un «war tour» nelle nostre ex roccaforti lungo la strada che porta a Kandahar, la capitale spirituale dei talebani. Gli italiani avevano soprannominato il tratto che da Herat arriva fino al confine con la provincia di Helmand, l’ «autostrada per l’inferno» a causa delle trappole esplosive che i talebani, come Amrullah, piazzavano di continuo. Quando ci presentiamo all’ingresso della base di Adraskan i giovani jihadisti di guardia sono stupefatti. In realtà il comandante non vedeva l’ora di raccontare ai giornalisti la battaglia finale: «Abbiamo scatenato una valanga di fuoco. Potevamo fare tabula rasa e uccidere tutti, ma gli anziani e i familiari ci hanno chiesto clemenza. Alla fine i governativi hanno ceduto le armi». La piazzaforte utilizzata per anni dai carabinieri è un cimitero di mezzi sforacchiato dai proiettili o carbonizzato da armi pesanti. Il comandante sostiene che un paio di grandi prefabbricati anneriti dalla battaglia erano gli alloggi degli italiani, che però avevano lasciato da tempo Adraskan. Su un’altana di sorveglianza lungo il perimetro della grande base resiste ancora, seppure centrato da un colpo, un vetro antiproiettile incastrato fra i sacchetti di sabbia. Uno dei talebani anziani racconta come colpivano la base: «Lanciavamo razzi Rpg dai dossi là fuori contro queste postazioni. Gli italiani hanno inviato i blindati verso di noi, ma uno è saltato in aria su una mina e si sono ritirati». Verità o leggenda che sia i combattenti ci accolgono a braccia aperte e il comandante ripete che «la guerra è finita. Ora abbiamo bisogno del vostro aiuto per rimettere in piedi il paese». La lama d’asfalto si immerge in un paesaggio affascinante e selvaggio: picchi montuosi all’orizzonte, deserto di pietra, case di fango e paglia fra il nulla. I convogli italiani sfrecciavano in colonna a tutta velocità con i soldati tappati nei blindati Lince e incollati alle cuffiette con il brano degli Ac-Dc «Highway to hell», che dava il nome alla strada maledetta. La seconda tappa del «war tour» è la base di Shindand, costruita ai tempi dei sovietici come perno delle operazioni aeree in Afghanistan occidentale. L’installazione militare è enorme, ma semi abbandonata. Durante la missione italiana l’Aeronautica è stata impiegata a Shindand con un distaccamento di elicotteri. La lunga pista utilizzata dai caccia bombardieri è deserta. Negli hangar sono rimasti solo due mezzi inutilizzabili. Alcuni ridotti a un groviglio di lamiere dimostrano che si è combattuto, ma non troppo. «Con questi elicotteri ci bombardavano, ma non penso riusciremo a ripararli e farli alzare in volo» spiega il comandante Makhporullah davanti ai pachidermi volani immobilizzati a terra. L’ex autostrada per l’inferno non è più disseminata dai crateri delle esplosioni degli ordigni improvvisati. L’uomo in ralla, fuori dalla botola dei Lince, era la vedetta che salvava la vita a tutti individuando terra smossa sul ciglio della strada, fili elettrici semi nascosti o altri segnali di allarme per le famigerate trappole esplosive. Nella provincia di Farah, base Tobruk a Bala Baluk, è stata per anni un caposaldo italiano da dove uscivano le colonne impegnate nelle battaglie contro i talebani. L’avamposto, passato di mano agli afghani, è completamente distrutto. All’interno c’è un cimitero di mezzi delle forze armate di Kabul. Le altane dove i paracadutisti avevano inciso i nomi dei reparti cadono a pezzi. Il comandante Haji Ekmad prima ci accompagna dentro la base, ma poi riceve via telefonino il contrordine. Però racconta degli attacchi. «Abbiamo lanciato macchine minate contro gli italiani e combattuto con loro per anni quando erano in questa base. Siamo pronti a rifarlo con la stessa forza e determinazione se torneranno in Afghanistan» dichiara il capoccia talebano, che non gira neppure armato. E aggiunge: «Non riceviamo un salario e mangiamo patate, ma siamo stati in grado di combattere per 20 anni. E alla fine abbiamo vinto. Non ci interessano soldi o vita agiata. Il nostro obiettivo è l’Islam».

Chi sono i talebani e cosa vogliono gli studenti coranici. La storia del gruppo radicale islamista che sta riconquistando l'Afghanistan, a vent'anni dall’intervento militare americano. Il Post.it il 28 agosto 2021. Nelle ultime settimane il gruppo radicale islamista dei talebani ha riconquistato ampie zone dell’Afghanistan, grazie alle poche resistenze del malconcio esercito afghano e al progressivo ritiro dei soldati americani. La guerra in Afghanistan, quella che portò le truppe statunitensi nel paese, iniziò vent’anni fa, in risposta agli attentati compiuti a New York e Washington da al Qaida, gruppo terroristico che allora era protetto dal regime dei talebani, che stava governando l’Afghanistan in maniera autoritaria dal 1996. L’intervento militare americano provocò il rovesciamento di quel regime, ma non la fine dei talebani, che si riorganizzarono pazientemente e aspettarono il momento giusto per rifarsi sotto: cioè quando i paesi occidentali se ne sarebbero andati, lasciando il governo afghano in balìa di se stesso. Quel momento sembra essere arrivato, e sta producendo quello a cui stiamo assistendo in questi giorni: una ormai inevitabile riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani. Il gruppo dei talebani venne formato nel 1994 nella città di Kandahar, in Afghanistan, dal mullah Mohammed Omar, che aveva combattuto tra i mujaheddin, guerriglieri di ispirazione islamica, nella guerra contro i sovietici che avevano occupato il paese dal 1978 al 1989. Come il mullah Omar, anche il resto dei talebani proveniva prevalentemente da tribù di etnia pashtun e aveva studiato nelle madrasse, le scuole coraniche pakistane (da cui il nome talebani, che significa “studenti” pashtu, la seconda lingua più parlata in Afghanistan dopo il dari). Il primo gruppo del 1994 era formato da circa 50 studenti, ma in poco tempo ne vennero reclutati molti altri. Il suo iniziale obiettivo era quello di ripristinare la pace e la sicurezza dopo il ritiro dei sovietici, e instaurare nei territori che controllava un’interpretazione molto radicale della sharia, la legge islamica. L’ascesa dei talebani fu favorita anche dalle divisioni tra i mujaheddin, che dopo avere combattuto contro i sovietici tornarono a essere molto divisi, e a scontrarsi per ottenere il potere. I talebani, che nel frattempo erano diventati un gruppo armato con un’azione particolarmente efficace, conquistarono rapidamente Kandahar, la città dove si erano formati, e poi Kabul, la capitale. La loro azione fu favorita dall’appoggio della popolazione, che in quel periodo particolarmente caotico per la storia del paese era in parte rassicurata dal ruolo che erano riusciti a ritagliarsi nei territori che controllavano. Il gruppo di fatto si era sostituito al governo, svolgendo parte delle sue funzioni: aveva cercato di stimolare la ripresa economica, ripristinato i collegamenti stradali distrutti, contrastato atti di corruzione e illegalità. I talebani avevano anche imposto la sharia nella sua forma più rigida, con punizioni ed esecuzioni pubbliche per chi violava la legge, e l’obbligo per gli uomini di farsi crescere la barba e per le donne di indossare il burqa. Quando presero il controllo di Kabul, nel 1996, i talebani fondarono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan – senza un vero e proprio capo politico, ma con la forte leadership del mullah Omar – e due anni più tardi arrivarono a controllare il 90 per cento del paese, tranne alcune piccole regioni a nord-est controllate dalla cosiddetta “Alleanza del Nord”. L’Emirato venne riconosciuto solo da Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Arabia Saudita: questi ultimi due paesi continuarono a fornire ai talebani aiuti logistici, economici e umanitari. I talebani vietarono la televisione, la musica e il cinema, oltre che la coltivazione del papavero da oppio, di cui l’Afghanistan era ricchissimo, perché contrario alla legge islamica. Ciononostante, la produzione di oppio continuò in maniera illegale, seppur in numeri assai ridotti, anche grazie al tacito assenso dei talebani che grazie alle estorsioni imposte ai coltivatori si arricchirono notevolmente. Il nuovo regime introdusse inoltre norme molto restrittive delle libertà personali delle donne: oltre all’obbligo di indossare il burqa, fu loro vietato di guidare bici, moto e auto, di utilizzare cosmetici e gioielli e di entrare in contatto con qualsiasi uomo che non fosse il marito o un parente. Tra gli atti più noti compiuti dai talebani ci fu la distruzione dei Buddha di Bamiyan, nel marzo del 2001, cioè di due enormi statue di Buddha scolpite nella roccia della valle di Bamiyan, circa 250 chilometri da Kabul, più di 1.500 anni fa. La distruzione venne ordinata perché le statue erano considerate raffigurazioni di idoli, quindi contrarie alla legge islamica. Dal 1996 i talebani ospitarono inoltre in Afghanistan le basi dell’organizzazione terroristica al Qaida, fondata all’inizio degli anni Novanta dal saudita Osama bin Laden, figlio di un ricchissimo costruttore yemenita. Bin Laden aveva avuto in precedenza un ruolo nella resistenza dei mujaheddin contro i sovietici, contribuendo al loro finanziamento con i soldi dell’impresa di costruzioni di famiglia. Il 7 agosto del 1998 al Qaida fu responsabile degli attentati alle ambasciate statunitensi di Kenya e Tanzania, a cui gli Stati Uniti risposero bombardando quattro siti militari in Afghanistan. Negli anni seguenti bin Laden continuò a godere della protezione dei talebani e ad avere le basi della sua organizzazione in Afghanistan: fu da lì che organizzò gli attentati dell’11 settembre del 2001 contro gli Stati Uniti. Il 7 ottobre successivo Stati Uniti e Regno Unito dichiararono guerra all’Afghanistan, per distruggere al Qaida e rovesciare il regime dei talebani. Nel giro di poche settimane il regime fu rimosso dal potere e molte importanti figure di al Qaida e dei talebani fuggirono nella zona vicina al confine col Pakistan, se non direttamente oltre confine. Fu proprio in Pakistan che il gruppo riuscì a riorganizzarsi, grazie soprattutto all’appoggio dei servizi segreti pakistani. Da dopo l’11 settembre il consiglio supremo dei talebani è stato la Shura di Quetta, dal nome della città in cui l’organo ha la sua base, Quetta, nella regione del Belucistan, in Pakistan. Dopo la morte del mullah Omar, avvenuta nel 2013 ma resa ufficiale solo nel 2015, a capo del gruppo c’è stato prima Akhtar Mansour, ucciso da un drone americano in Pakistan nel 2016, e poi Hibatullah Akhundzada, che di Mansour era il vice e che durante il regime dei talebani era stato il responsabile della Giustizia. Il gruppo in questi anni è riuscito a rimpiazzare in maniera continua i propri membri uccisi in guerra, anche nei periodi più sanguinosi del conflitto. Questo continuo reclutamento, così come il pagamento delle spese sostenute dai miliziani, si deve anche alla struttura che i talebani si sono dati dopo l’11 settembre. Oggi infatti è molto più decentrata e i leader delle singole unità o singole province hanno ampi margini di autonomia, compreso appunto il reclutamento. La fragilità del governo afghano riconosciuto dalla comunità internazionale ha fatto sì che in molte zone dell’Afghanistan i talebani siano diventati una specie di “governo ombra”: hanno iniziato per esempio a riscuotere le tasse, mandandone circa il 20 per cento alla leadership centrale in Pakistan e tenendo il resto per sostenere la guerriglia, e si sono dedicati all’estrazione illegale delle risorse dalle miniere del paese, alla tassazione dei beni e soprattutto allo sfruttamento dei proventi del traffico dell’oppio. Nonostante vent’anni di invasione statunitense, insomma, i talebani non sono mai stati sconfitti realmente, tanto che l’accordo di pace raggiunto con gli Stati Uniti nel febbraio del 2020 è stato giudicato da molti una vittoria del gruppo islamista. L’accordo, firmato a Doha, in Qatar, prevedeva il ritiro graduale dei circa 13mila soldati americani in Afghanistan, ma secondo il governo locale era stato concluso troppo frettolosamente dall’amministrazione dell’allora presidente statunitense Donald Trump, concedendo troppe cose ai talebani e senza molte garanzie. Tra le altre cose, come conseguenza dell’accordo erano stati liberati 5mila prigionieri talebani. In cambio, il gruppo aveva promesso di diminuire il numero di attacchi impegnandosi a non trasformare il paese in un luogo sicuro per i terroristi jihadisti. Mentre il ritiro è stato confermato dal nuovo presidente statunitense Joe Biden, i colloqui di pace tra governo e talebani sono sembrati fin da subito molto difficili se non impossibili da portare a termine. Il presidente Ashraf Ghani, appoggiato dagli Stati Uniti, è stato accusato di non avere un piano per fronteggiare i talebani e di avere preso decisioni frettolose e poco efficaci: mesi fa per esempio licenziò in tronco una parte della sua struttura di comando e creò un nuovo organo, il Consiglio di stato supremo, che da allora non si è quasi mai riunito. La debolezza del governo afghano, unita a un esercito armato e addestrato male e all’improvvisa mancanza del supporto militare americano, ha lasciato spazio ai talebani per avanzare quasi senza incontrare resistenza nella loro opera di riconquista del paese. Le ultime vittorie sono particolarmente significative. Il 12 agosto hanno conquistato le due principali città nell’ovest e nel sud del paese: Herat, un importante centro economico e culturale, e Kandahar, città centrale per l’economia del sud. Ormai rimangono quindi solo poche grandi città sotto il controllo del governo centrale, e nel giro di poche settimane i talebani potrebbero completare la riconquista del paese. 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 4 settembre 2021. Sulla tv di stato afghana, i talebani hanno mandato in onda il filmato di una parata di armi, giubbotti per attacchi suicida e bombe, alternandoli a filmati in cui i combattenti davano prova delle loro tecniche. Una voce fuori campo intanto presentava «l’industria militare dei mujaheddin» per «distruggere i veicoli ordinari e blindati del nemico». La processione, che si è svolta a Kandahar davanti ai leader talebani, seduti a guardare in uno stand improvvisato, è durata 40 minuti. I talebani hanno anche pubblicato un video di propaganda in cui combattenti jihadisti e si esibiscono nelle arti marziali e in tecniche di combattimento. Nel filmato, sfondano tavole di legno a calci, distruggono oggetti in ceramica a pugni e mettono in scena intense scene di combattimento di karate. Nel video, diffuso dai leader talebani sui social, si vedono anche altri combattenti esercitarsi con le armi da fuoco.   

I mullah 2.0: in tv col mitra e folle lapidate. Ma si esercitano con elicotteri e aerei hi-tech. Manila Alfano il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Un arsenale di ultima generazione dietro la solita immagine tradizionalista. Vent'anni dopo i talebani hanno imparato ancora meglio la lezione: l'immagine conta. E allora eccoli lì, schierati davanti alle telecamere con i fucili messi bene in evidenza mentre si lasciano intervistare. Una scenografia horror perfettamente studiata ad arte per creare quell'effetto al limite del surreale dove nessun elemento è lasciato al caso, a partire dall'intervistatore, del suo aspetto. Per raccontarsi al mondo hanno scelto un giornalista in abiti occidentali, non uno di loro ad accentuare la distanza tra due mondi, vestito di tutto punto, in giacca e cravatta con la sua brava penna appesa al taschino. Uno solo dei talebani è seduto davanti a lui, al tavolo. Probabilmente il capo, dietro il plotone di estremisti barbuti e con turbante che lo fissano seri. Armati fino ai denti. Il video diffuso nelle ultime 22 ore è diventato virale sui social afghani. Messaggio arrivato forte e chiaro dunque. Come se la loro fama non fosse ancora nota. «Televisione nella nuova era dei talebani», è scritto. Ai combattenti il presentatore chiede cosa pensino del ritiro americano. «Gli invasori occidentali finalmente se ne vanno con i loro alleati. Grazie a Dio, noi torniamo a controllare il nostro Paese in nome dell'Islam», replicano loro. Parlando di libertà di stampa e diritti per le donne, ancora i talebani ripetono che saranno regolati dalla «sharia». Non proprio una garanzia. «Presto i nostri leader ci diranno cosa dobbiamo fare seguendo i dettami della legge religiosa». Intanto sono schizzate le vendite dei veli integrali e le donne sono sparite dalle strade, hanno abbandonato le scuole, le università, i posti di lavoro. Anche le giornaliste di Tolo Tv, sono state costrette a rinunciare. Ma nessuno sa cosa stia succedendo davvero. I gruppi di combattenti sarebbero già andati casa per casa nei villaggi a rastrellare giovani spose bambine. Il panico è il comune denominatore per tutti. Le folle vengono disperse a colpi di sassaiole. C'è fame di soldi, e le banche sono prese d'assalto, e rischiano di replicare le scene dell'aeroporto di Kabul. Centinaia di persone si accalcano davanti alle banche, i bancomat sono vuoti da giorni. Una carrellata inquietante di dejà vu se non fosse per un particolare: hanno armi talmente sofisticate che tra loro c'è chi non sa ancora usarle. Migliaia di fucili, munizioni, aerei e altri equipaggiamenti di ultima generazione da miliardi di dollari, 32 elicotteri, 23 aerei leggeri d'attacco ma è probabile che abbiamo altri armamenti. Alcuni vestono le tenute dei marines. È l'eredità lasciata sul campo dai militari americani, il crollo lampo delle forze di sicurezza afghane poi, ha fatto sì che gli integralisti si impossessassero di un arsenale così moderno e diversificato. Ce li ricordavamo con fucili datati a bordo di pickup scassati, ma quell'immagine non c'è più. I talebani, si affrettano a far sapere dalla Casa Bianca, non hanno avuto la necessaria formazione di cui aveva goduto l'esercito locale. Ma è un ostacolo troppo misero per far stare tranquillo l'Occidente. Manila Alfano

Chi era il Mullah Omar. Mauro Indelicato su Inside Over il 29 agosto 2021. Il Mullah Omar è ricordato sia come fondatore dei Talebani, il movimento integralista diffuso in Afghanistan, che come capo del Paese asiatico tra il 1996 e il 2001. Nonostante le sue rare apparizioni in pubblico, la sua figura ancora oggi è vista come quella più importante e carismatica tra i sostenitori talebani. Ricercato dagli statunitensi dal 2001, la morte del Mullah Omar avviene nel 2013 ed è resa nota dagli stessi integralisti soltanto nel 2015.

La provincia di origine del Mullah Omar. Il vero nome è Mohammed Omar. Il titolo di Mullah arriva poi in un secondo momento, quando all’inizio degli anni ’90 i suoi seguaci lo nominano come “guida spirituale”. Omar nasce nel 1959 nel villaggio di Nodeh. Si tratta di una località non distante dalla città di Kandahar, la più grande del sud dell’Afghanistan. All’epoca nella zona non sono presenti scuole. A dominare la scena qui sono i Pasthun, etnia più diffusa nel Paese e a cui lo stesso Mohammed Omar appartiene. I codici sociali delle tribù Pasthun vengono rispettati anche dalla sua famiglia, composta soprattutto da braccianti. Quando è ancora adolescente, Omar perde il padre e diventa a tutti gli effetti il capofamiglia. Deve essere lui a provvedere al sostentamento dei fratelli e dei parenti. Così come anche delle sue mogli. Sono tre le donne che sposa e da loro ha sei figli. Il modo di vivere della sua provincia è uno degli elementi destinati a caratterizzare l’opera politica e ideologica di Omar.

L'adesione alla guerra anti sovietica. Nel 1979 inizia l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica. Nel Paese affluiscono migliaia di combattenti islamisti per iniziare la guerriglia contro la presenza dei soldati di Mosca. Non si conosce bene né il momento e né il motivo che spingono il poco più che ventenne Omar ad aderire alle campagne contro l’Urss. Ma è in questo periodo che inizia la sua radicalizzazione. Aderisce infatti all’Harakat-i Inqilab-i Islami, ossia il Movimento rivoluzionario islamico. Si tratta di una delle più grandi formazioni di futuri jihadisti che, in nome della guerra santa, combattono i sovietici. Omar si distingue come uno dei miliziani più tenaci. Secondo le cronache emerse dalle trincee afghane, durante la guerra viene ferito quattro volte. In uno di questi episodi perde l’occhio destro. Omar rimane a combattere contro i sovietici fino alla fine della missione di Mosca, conclusa con un ritiro dall’Afghanistan nel 1989. Dopo il conflitto, il futuro Mullah viene segnalato in Pakistan. Probabilmente nella città di Quetta inizia a studiare in una delle tante madrase ed acquisisce maggior formazione integralista. É qui che nasce il suo pensiero ideologico e politico, vocato a una rigida interpretazione dell’Islam e a un’applicazione ferrea della Sharia, la legge islamica.

La fondazione dei Talebani. Nei primi anni ’90 Omar ritorna a Kandahar. Secondo una ricostruzione fatta delle forze di intelligence, nella sua provincia natia inizia ad insegnare nelle scuole coraniche. Non scrive manoscritti e non lascia traccia del suo pensiero, se non nelle sue lezioni che tiene nel sud dell’Afghanistan. Il suo nome circola nelle varie madrase e tra i vari imam della zona. In quel periodo il Paese è nel caos. Dopo la cacciata sovietica rimane in piedi un governo filorusso retto dal presidente Najibullah, il quale però è circondato da diversi signori della guerra e da molte milizie islamiste. Un contesto quasi di anarchia, dove abbondano la corruzione e il malaffare. Leggenda narra che alla notizia del rapimento di quattro giovani donne nei pressi di Kandahar da parte di un locale signore della guerra, Mohammed Omar chiama a raccolta alcuni combattenti per andare a liberare le vittime e punire gli aguzzini. In tal modo il futuro Mullah diventa molto popolare e attorno a lui inizia ad avere dei seguaci, soprattutto dalle scuole coraniche. Allievi chiamati “Talebani”, termine che in pasthun indica per l’appunto “studenti”. Al di là della veridicità o meno della storia, il gruppo attorno a Omar si consolida con l’idea di combattere la corruzione e il malcostume. Diversi studenti dal Pakistan e dal sud dell’Afghanistan si uniscono al gruppo, il quale fa parlare di sé a partire dal 1994. Omar viene insignito del titolo di guida e adesso diviene noto con la nomina di Mullah. I Talebani, imbracciate le armi, iniziano a combattere per diffondere il proprio ideale permeato dalla visione religiosa e ideologica di Omar. A loro fianco ci sono molte tribù Pasthun, che vedono negli studenti coranici un riferimento in chiave etnico e nazionalistico. L’obiettivo talebano è formare un emirato in Afghanistan. Nel 1994 viene conquistata buona parte della provincia di Kandahar. Tutto questo grazie anche all’appoggio che arriva soprattutto dal Pakistan, così come dall’Arabia Saudita. Soldi e armi permettono al movimento di avanzare e dilagare in tutto il Paese.

I Talebani conquistano Kabul. Il 27 settembre 1996 i seguaci del Mullah Omar entrano a Kabul. In questo momento inizia la storia del primo emirato islamico dell’Afghanistan. Il titolo di emiro è affidato proprio ad Omar. Il Mullah diventa formalmente capo di Stato, anche se il governo talebano è riconosciuto soltanto da tre Paesi: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La sua è una carica tanto politica quanto religiosa. Ma soprattutto il Mullah Omar diventa un riferimento spirituale di tutti coloro che appoggiano l’ideologia talebana.

Il Mullah Omar guida l'Afghanistan da Kandahar. Anche se la capitale è Kabul, il Mullah Omar rimane nella sua provincia di origine. Raramente gli afghani lo vedono. Le Tv sono vietate, lui non va in giro, non si reca in visita in altre città, né tanto meno lancia molti discorsi. Amministra i Talebani e l’Afghanistan da un ufficio di Kandahar, vedendo ogni giorno soltanto pochi collaboratori. Quelli più stretti, tra cui il Mullah Baradar, considerato suo vice e suo braccio destro. Durante il suo governo, viene applicata un’interpretazione molto rigida della Sharia. Le donne devono indossare il burqa e non possono uscire da sole, in molte scuole la loro presenza è preclusa. Sono vietate le televisioni, le radio, le esibizioni musicali. Gli uomini devono portare una barba lunga almeno tre dita. Un dossier importante che gestisce dal suo quartier generale è quello relativo alla presenza di Osama Bin Laden. Il fondatore e leader dell’organizzazione terroristica Al Qaeda è in Afghanistan da prima della presa di potere dei Talebani. I rapporti tra il Mullah Omar e lo sceicco del terrore non sembrano molto cordiali. Ma al tempo stesso Bin Laden porta nel Paese i propri soldi per costruire strade ed edifici e la sua presenza è quantomeno tollerata. Tutto si rivela poi controproducente all’indomani dell’attentato delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Per l’attacco agli Usa viene accusato proprio Bin Laden e il regime talebano viene messo sotto controllo.

L'intervento Usa del 2001. Alcuni documenti negli anni successivi mostrano contrattazioni risalenti già al 1998 tra la cerchia del Mullah Omar e l’intelligence Usa per la consegna di Bin Laden, ma ogni trattativa risulta poi naufragata. Per questo il 7 ottobre 2001 gli Stati Uniti attaccano l’Afghanistan. L’obiettivo di Washington è appoggiare l’opposizione armata dell’Alleanza del Nord e spodestare i Talebani dal Paese. Il Mullah Omar continua a seguire anche questa situazione dalla sua Kandahar. Kabul capitola il 12 novembre 2001, pochi mesi dopo la stessa sorte tocca alla sua provincia di origine. Il Mullah Omar perde il titolo di emiro dell’Afghanistan, ma continua a essere in latitanza il capo dei Talebani. Diventa uno degli uomini più ricercati dagli Stati Uniti, subito dopo lo stesso Osama Bin Laden. Sulla sua testa pende una taglia da 25 milioni di Dollari.

Gli ultimi anni e la morte. Di lui, dopo il 2001, non si sa più nulla. I Talebani catturati in Afghanistan dagli americani lo continuano a indicare come il vero leader. Non si sa però se nel frangente rimane nel Paese oppure se trova rifugio in Pakistan. Un mistero ancora più accentuato dalla totale assenza di suoi video o messaggi. Tra il 2010 e il 2011 viene dato per morto in due diverse circostanze. In entrambi i casi però si tratta di notizie non confermate. Anzi i Talebani ne approfittano per smentire e per sottolineare come il Mullah Omar sia sempre alla guida del gruppo. Una svolta sul mistero della sua sorte si ha il 29 luglio 2015, quando il governo afghano dichiara di essere certo della morte del leader degli islamisti. Pochi giorni dopo sono gli stessi Talebani a confermare: il Mullah Omar è morto due anni prima, nel 2013, a causa di una tubercolosi. Ufficialmente come luogo della sua morte viene indicato il Pakistan, dove forse si reca poco prima del decesso per curarsi. Di fatto il Mullah Omar muore da latitante. Non si sa dove si trova il suo luogo di sepoltura, anche questo un mistero forse custodito soltanto dal figlio Yaqoob, diventato negli anni successivi il leader militare dei Talebani.

Sami-ul-Haq, il padre dei Talebani. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 29 agosto 2021. I talebani degli anni Venti del Duemila, i talebani 2.0 di Hibatullah Akhundzada, stanno portando avanti un’ingegnosa ed accattivante opera di pulizia della propria immagine che, cominciata all’alba della cattura di Kabul, è stata formulata con l’obiettivo precipuo di persuadere la comunità internazionale ad accettare lo status quo post bellum – una misura propedeutica ad un riconoscimento ufficiale della loro legittimità. A meno di imprevisti, tra i quali figurano gli scenari della guerra civile e dell’insurgenza concentrata, la curiosa opera di personal branding dei talebani potrebbe e dovrebbe funzionare, conducendo il secondo Emirato dell’Afghanistan a conseguire una legittimazione limitata nel mondo – non si dimentichi che il primo Emirato, quello del mullah Omar, era stato riconosciuto da Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – e, dunque, a divenire una destinazione di investimenti internazionali ed una stazione centrale delle rotte commerciali che traversano la trepida Eurasia. Che i talebani della contemporaneità siano più avvezzi all’utilizzo dei social, comunque, è irrilevante. Il loro non è che un camuffamento, una trasformazione apparente. Perché dietro ai tweet e ai salti in giostra, invero, si cela il medesimo scopo del passato: il dominio esclusivo dell’Afghanistan, una nazione al cui interno non tollereranno ingerenze esterne di nessun genere. E per comprendere chi sono i talebani, di oggi come di ieri, sviscerare il loro sistema di credenze non è sufficiente. Quest’attualità che sa di ritorno al passato rende obbligate la riscoperta e la riesumazione di tutti quei personaggi storici dai quali gli studenti del Corano traggono ispirazione – come il leggendario emiro Dost Mohammad Khan –, che li hanno guidati – come il mullah Omar – e che li hanno plasmati, dandogli una forma, uno scopo e qualcosa in cui credere – come i due loro padri, il generale Akhtar e l’imam Sami-ul-Haq.

Le origini. Sami ul Haq nasce il 18 dicembre 1937 ad Akora Khattak, che oggi è Pakistan ma che all’epoca era India britannica. Nato e cresciuto in una famiglia conservatrice e religiosa, Haq era un figlio d’arte. Suo padre, invero, era Moulana Abdul Haq, un imam piuttosto popolare tra i musulmani di Akora Khattak. Haq padre era uno zelota dell’islam deobandita – aveva studiato e ricevuto formazione presso la Darul Uloom Deoband, il cuore pulsante della scuola deobandita – e aveva fondato un proprio istituto di formazione allo scopo di popolarizzarlo nella sua terra natale. Un istituto, ribattezzato Darul Uloom Haqqania, che avrebbe frequentato anche il piccolo Haq. Il futuro padre dei talebani avrebbe appreso ogni cosa dal proprio carismatico genitore – la lingua urdu, la lingua araba, la conoscenza mnemonica del Corano –, ereditandone anche il culto di quella patria in divenire che era il Pakistan. Un bagaglio, quello trasmessogli dal genitore, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. E un istituto, il Darul Uloom Haqqania, che si sarebbe rivelato fondamentale durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Il "padre dei Talebani". Sami-ul-Haq, capitalizzando politicamente il proprio cognome, sarebbe divenuto uno dei personaggi più importanti del Pakistan indipendente. Fervente patriota, nonché deobandita indefesso, Haq avrebbe plasmato la società e la politica del Pakistan curando personalmente l’espansione della rete Darul Uloom Haqqania – di cui ne assunse il comando alla morte del padre – e ricoprendo un ruolo direttivo all’interno del Jamiat Ulema-e-Islam, uno dei partiti politici più sciovinisti della scena nazionale. L’influenza culturale di Haq, ben conosciuta nelle alte sfere della politica pakistana, si sarebbe rivelata estremamente utile negli anni dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Contattato dal generale Akhtar nell’ambito dell’operazione Ciclone, Haq sarebbe divenuto la guida spirituale dei mujaheddin e il Darul Uloom Haqqania la loro alma mater, cioè la loro nave-scuola. Haq avrebbe introdotto i combattenti in arrivo da ognidove all’islam deobandita, arricchito per l’occasione di elementi politici – l’anticomunismo – e culturali – i valori senza tempo del pashtunwali –, seguendo il percorso formativo di una serie di personaggi che, di lì a breve, avrebbero costituito la prima generazione di talebani. Tra i tanti combattenti che avrebbero seguito le lezioni di Haq, invero, figurava anche Mohammed Omar, il futuro mullah degli studenti del Corano. Omar, studente modello, sarebbe stato a lungo celebrato da Haq, in quanto da lui ritenuto il suo allievo migliore, e fra i due, al termine del ciclo di studi, sarebbe nata un’amicizia genuina, sincera e molto stretta. Perché se Omar era in debito con l’ex maestro per le conoscenze acquisite sull’Islam, sul nazionalismo pashtun e sulle relazioni internazionali, Haq avrebbe dovuto all’ex allievo la ritirata sovietica da Kabul, il successivo stabilimento di un Emirato islamico in loco e la trasformazione definitiva dell’Afghanistan nella prolungazione vitale del Pakistan.

L'eredità di Haq. Ribattezzato dal giornalismo pakistano il “padre dei talebani” per via del ruolo determinante giocato nell’indottrinamento dei mujaheddin ai tempi dell’invasione sovietica e della prima generazione di studenti del Corano, incluso il mullah Omar, Haq sarebbe stato ricompensato egregiamente per i servigi resi a Islamabad e avrebbe continuato a fare proselitismo attraverso il Darul Uloom Haqqania e i propri libri. Scrittore prolifico – autore di più di venti libri, tra i quali si ricordano “Islām aur ʻasr-i hāz̤ir” (Sull’islam e il mondo moderno) e “Afghan Taliban War of Ideology: Struggle for Peace“, e redattore capo del mensile Al-Haq –, il dopoguerra del papà dei talebani sarebbe stato caratterizzato dall’entrata in Senato e dall’assunzione della direzione del potente Consiglio di Difesa del Pakistan (Difa-e-Pakistan Council). Quest’ultimo è l’organizzazione ombrello che rappresenta la lobby antiamericana del Paese e ha svolto una funzione-chiave nel complicato processo di allontanamento da Washington, accompagnato e seguito dall’avvicinamento a Pechino; perciò non sarebbe né errato né esagerato considerare Haq il “papà della svolta cinese” di Islamabad. E forse, ma non è per forza detto, è nella scomodità di un personaggio come l’influente Haq che va ricercato il movente del suo assassinio, avvenuto il 2 novembre 2018. Assassinio inizialmente ricondotto a questioni private per via delle modalità che lo hanno contraddistinto – accoltellamento in casa –, ma che nel tempo si è trasformato in una matassa inestricabile per gli investigatori, incapaci di trovare sia un movente sia un colpevole. Soltanto un mese prima, in ottobre, Haq si era incontrato con l’allora presidente afghano Ashraf Ghani. I due avevano discusso dello stallo afghano ed è noto che Haq avesse avanzato una proposta indecente al capo di Stato: avviare un tavolo negoziale con i talebani, renderli partecipi del processo di pace e considerarli quali possibili co-costruttori della nazione, pena il proseguimento della guerra suscettibile di culminare in una loro possibile vittoria. Forse è proprio lì, in quel luogo che ha ospitato la Haq-Ghani, che gli inquirenti avrebbero dovuto (e dovrebbero) concentrare la ricerca del movente. Perché forse qualcuno, eliminando Haq, confidava di allontanare lo spettro di un accordo tra Ghani e i talebani. E che sia andata così o meno, in effetti, importa poco: la storia ha dato ragione a Haq, i cui figli, il 15 agosto 2021, sono entrati (di nuovo) a Kabul.

Maria Grazia Cutuli per “Epoca” (ottobre 1996). "Che ci fa una donna qui? Come vi è saltato in mente di portarla?". Lo "studente coranico", il Taleb che vigila al primo check point fuori Kabul, turbante bianco e bazooka in mano, lancia uno sguardo minaccioso all' interno del taxi. Me ne sto rannicchiata dentro una tunica, con la testa coperta da un velo, pentita di non aver indossato la "burqa", il mantello integrale, prescritto dalla legge islamica. La sentinella ripete: "Con lei non passate". Dieci minuti di litigio. Poi, finalmente, il via libera. E' il giugno 1995. Sono arrivata nella capitale dell'Afghanistan, per tentare di raggiungere i Talebani, gli "studenti" reclutati dalle scuole coraniche, che da aprile tengono sotto tiro la periferia della città. L' assedio (destinato a finire nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1996, con centinaia di morti e la caduta di Kabul, vedi riquadro a pagina 81) è solo agli inizi. Ma la prima linea, che corre tra colline aride e postazioni di artiglieria, segna già la divisione tra due mondi. Dietro di noi, l'Islam "illuminato" delle forze governative fedeli al presidente Burhanuddin Rabbani. Davanti, i territori dove gli "studenti coranici" hanno dato ampia prova della lora intransigenza. Arriva voce di donne picchiate a sangue per aver mostrato il volto, di uomini bastonati per aver giocato a scacchi, guardato la televisione, ascoltato la radio; si rincorrono notizie di lapidazioni, impiccagioni, di mani e piedi mozzati...Non è la prima volta che vengo a contatto con i Talebani. Avevo parlato con un loro portavoce a Peshawar, in Pakistan. Una frase scappata di bocca a un funzionario dell'Onu ("sì, ci risulta che qui in città gli "studenti" abbiano un ufficio mobile, segreto") mi aveva messa sulle loro tracce. Li avevo trovati grazie al personale del Consolato americano, una sorta di filiale della Cia che a Peshawar, leggendaria capitale del terrorismo internazionale, retrovia dei mujaheddin durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan, funziona a meraviglia. "Volete incontrarli?", aveva detto un diplomatico, mentre scribacchiava su un biglietto. "Fate questo numero di cellulare". Normale che gli Stati Uniti, sospettati di essere tra gli sponsor degli "studenti islamici", siano in contatto con loro. Ma, a giugno dell'anno scorso, sembra invece il Pakistan lo Stato interessato a mandare in avanscoperta le milizie coraniche. Soprattutto per liberare le grandi vie commerciali afghane dal controllo delle altre fazioni. Una prima telefonata. Un altro numero, poi un altro ancora. Alla quarta o quinta chiamata, la risposta: "Tra mezz' ora". E subito lo "spelling" di una strada alla periferia di Peshawar. L' "ufficio mobile" era all' interno di un palazzo formicaio, dentro una stanzetta dalla moquette logora e le pareti in finto legno. Ad accogliermi, Muhammad Tariq Khattak, un signore calvo, barbuto, dall' aria distinta, e il suo interprete: "Io sono solo un portavoce", aveva detto. "I comandanti si trovano a Kandahar, quartier generale delle nostre forze in Afghanistan". Khattak aveva spiegato l'origine della "guerra santa": "Alcuni dei Talebani sono soldati che hanno combattuto contro i russi. Altri sono "mullah" (cioè preti islamici) che hanno fondato le "madrasse", le scuole coraniche. Abbiamo un esercito di 30 mila uomini, jet, elicotteri, armi pesanti". Anche se, aveva aggiunto, "siamo riusciti a conquistare due terzi dell'Afghanistan senza sparare un colpo". Questo era successo grazie all'appoggio delle popolazioni rurali del Sud che sono della loro stessa etnia, pashtun. "Che cosa vogliamo fare? Sconfiggere il governo di Kabul che sta ingannando il popolo afghano e liberare il Paese dal traffico di droga". Pie intenzioni: peccato che gli "studenti", se da una parte proibiscono il consumo di stupefacenti, dall' altra gestiscono le più vaste coltivazioni d' oppio dell'Asia centrale. Sul fronte di guerra il comando dei Talebani si trova a una cinquantina di chilometri da Kabul, a Maidan Shar, un villaggio semideserto e polveroso. E' ospitato dentro una costruzione con un portale ad arco, semidiroccata, che si erge gialla e piena di tracce di proiettili in mezzo a una spianata. I soldati di campagna non si perdono in convenevoli. Nemmeno un saluto. Con me ci sono il tassista, l'interprete e un fotografo italiano. Ci portano immediatamente in una stanza, ingombra di giacigli, e ci chiudono dentro, mentre una sentinella ci tiene d' occhio dai vetri rotti della finestra. Il comandante, Mohammed Rabbani (oggi a capo del consiglio di sei "mullah" che governa Kabul), è assente. Ma un suo vice, Hafiz Neda Mohammed, un giovane dalla barba rada, vestito di bianco, accetta di rilasciare un'intervista all' interprete afghano (con le mie domande), mentre io resto chiusa nell' altra stanza: "Grazie a Dio abbiamo la "sharia" che non ci autorizza a parlare con le donne", sbuffa. "Mi fa infuriare il fatto che da Kabul, dove dovrebbe esserci un governo islamico, ci mandino una femmina". L' interprete controbatte: "Si tratta di una giornalista...". Ma il "mullah" fa una smorfia di disgusto: "E' forse mia sorella? La "sharia" dice che un uomo può rivolgere la parola solo alle parenti strette". E il rispetto dei diritti umani? "Esistono solo i diritti sanciti dalla "sharia". Le donne sono libere di parlare con i mariti, di studiare in scuole separate, di andare in ospedali separati, non certo di farsi vedere in giro nei bazar e negli uffici". Anche quando parla di restaurare gli "atti islamici" la musica non cambia. In altre parole: "L’ordine sancito dal Corano e dall' Hidith, la legge di Maometto, come è stata applicata dai quattro califfi durante il loro regno, alla morte del profeta. Un governo come quello dell'Arabia Saudita". Poi si corregge: "Volevo dire, come quello che abbiamo instaurato nei territori controllati da noi. C'era la guerra prima. Banditi e fazioni taglieggiavano e rapinavano tutti. Noi abbiamo portato ordine e pace". Avete proibito il gioco degli scacchi, il calcio, la tivù, la radio, dice l'interprete. "Perdite di tempo", urla il vicecomandante, che è un "mullah", cresciuto a Karachi in Pakistan. "Il nostro dovere è pregare, studiare, combattere". Una delle sentinelle entra nella nostra stanza. E' un soldato sui 18 anni, dalle guance tonde e lo sguardo accigliato. Originario di Kandahar, racconta al tassista (ignorandomi) di essersi trovato a Kabul nel 1992, durante la caduta di Najibullah. "Che cosa non hanno visto i miei occhi! I mujaheddin si scannavano come belve. No, non potevo vivere tra gente che tradisce l'Islam così". Il giovane guerriero si è rifugiato a Quetta, in Pakistan. Lì ha frequentato una delle tante "scuole coraniche", istituzioni di stampo medievale, finanziate dalle associazioni integraliste, ma anche da potenze come l'Arabia Saudita, dove gli allievi si indottrinano ai rigori dell'Islam e si addestrano all' uso delle armi. "Quando i Talebani hanno cominciato la marcia verso Kandahar, sono saltato su una jeep, ho preso il kalashnikov e sono partito per la guerra". Non fa in tempo a raccontare altro. Il vicecomandante ci manda via. Si comincia a combattere. Sulla strada per Kabul, arrivano un paio di missili. Siamo nel pieno della "guerra santa", anche se nella capitale, in questo giugno 1995, il pericolo dei Talebani è ancora sottovalutato. La gente li liquida come omosessuali ("Taleb" è diventato sinonimo di "frocio"), riferendosi alla promiscuità che lega i capi ai giovani soldati e alla loro avversione per le donne. E lo stesso comandante Massud, il "leone del Panshir", eroe della resistenza contro i sovietici, oggi capo delle forze militari del presidente Rabbani, mi dirà qualche giorno dopo: "La loro è una forza morale, non militare. Hanno conquistato le regioni del Sud con la "sharia", ma non possono prendere Kabul. Qui la gente non tollererebbe mai il taglio della mano o del piede, la lapidazione per le donne...". Si sbaglia Massud. La cronaca di oggi, il cadavere di Najibullah che penzola sulla piazza principale della capitale, il terrore per le strade, la gente bastonata, le donne recluse in casa, ha dimostrato che i Talebani sanno fare di peggio.

Bernardo Valli per “L’Espresso” il 23 agosto 2021. I Talebani ("studenti in teologia") erano una formazione molto attiva ma non tanto organizzata di musulmani radicali quando mi aggiravo in territorio pakistano, al confine con l'Afghanistan negli anni Ottanta. Mohammed Omar, indicato come il loro fondatore, li avrebbe battezzati e rafforzati durante la guerriglia contro i russi. I quali erano sul piede di partenza dopo dieci anni di occupazione e quando non si profilava ancora la guerra americana, cominciata nel 2001 come reazione all'attentato alle torri gemelle di New York. Nel frattempo, i Talebani si erano rafforzati al punto da poter governare gran parte del Paese, dopo essersi distinti dagli altri gruppi di resistenza impegnati contro gli invasori sovietici. Erano accampati alla frontiera afghana che superavano per andare ad alimentare la guerriglia antisovietica. Era facile distinguerli dagli altri gruppi di resistenti. Erano più disciplinati e diffidenti con gli estranei. Una volta individuati, sia pure ancora senza nome, avevano un'identità in quella striscia di confine. Il contatto si rivelava più facile del previsto. Erano guerriglieri, terroristi, con una propensione alla diplomazia spiccia. Che usavano con me, giornalista straniero maschio, ma non per la giornalista francese, femmina, mia compagna di lavoro. A lei i futuri Talebani non rivolgevano mai la parola. Neppure uno sguardo. Un'occhiata a una femmina era come una bestemmia. Le femmine non meritavano attenzione quando erano in pubblico. Bisognava comportarsi come se non esistessero. Entrambi, la mia collega e io, sapevamo che nelle zone controllate dai Talebani, allora piccole isole nel cuore dell'Afghanistan, era proibito alle ragazze di frequentare le scuole. Erano confinate in casa, dove non venivano loro risparmiate severe punizioni, anche corporali, se ascoltavano musica o indossavano abiti che non le coprivano abbastanza. Ma in quel momento, negli anni Ottanta, non pensavo al loro fanatismo. Se ne parlava senza darvi troppa importanza. Contava l'aperto aiuto del Pakistan ai Talebani. Continuato fino ai nostri giorni. Gli americani, da amici nascosti, sarebbero diventati occupanti, i nuovi invasori. La loro, era un'altra superpotenza destinata a perdere un conflitto con un Paese del Terzo Mondo, un tempo praticamente amico, se non alleato, perché nemico dei propri nemici. L'alleanza con quei musulmani radicali, ancora impegnati nella lotta contro i sovietici, cercava di essere clandestina. Non era troppo sbandierata ma decisiva perché avrebbe contribuito in seguito alla sconfitta dell'Armata rossa, al ritiro dall'Afghanistan della potenza comunista, nonostante disponesse nel paese di alleati anche ideologici. Un'umiliazione politica e militare dell'Urss che fu una delle cause, tra le tante, della sua dissoluzione. Ricordo quel primo contatto con i Talebani, dei quali allora conoscevo ben poco. Mi colpì il loro rigido atteggiamento nei confronti della cronista francese che cercava invano di incrociare il loro sguardo. Sono regole che si sono poi allentate in molte regioni, ormai tutte in mano ai Talebani, diventati la forza militare senza veri rivali nel Paese. Anche negli anni americani, durante i soggiorni in Afghanistan, ho avuto contatti con loro, senza che i miei interlocutori dichiarassero la loro affiliazione. Gli americani se ne sono andati, gli ultimi se ne stanno andando. Uno pensa al Viet Nam. I musulmani di stampo radicale sono diventati una potenza della regione. Hanno rapporti con i Paesi vicini, l'Iran e naturalmente il Pakistan. Ma anche con la Cina e con la Russia un tempo nemica. L'Afghanistan, mosaico di gruppi etnici, ha sconfitto, ha costretto a ritirarsi dal suo territorio le più grandi potenze. Nell'epoca coloniale annientarono una colonna britannica che cercava di inoltrarsi nel Paese per assumerne il controllo. Poi nel 1979 è intervenuta l'Unione Sovietica che ha rimpatriato i suoi soldati dopo avere tentato di aiutare invano gli alleati afghani per dieci anni. Gli americani hanno resistito di più: dal 2001 al 2021. In questi giorni i Talebani stanno estendendo il loro potere all'intero Afghanistan. Una terra tra le più povere, tra le più arretrate, ha messo alla porta due tra le nazioni più armate del pianeta. L'Unione sovietica, anche in seguito al fallimento afghano, ha smarrito la sua rivoluzione, ed è ritornata a essere la Russia. E gli Stati Uniti sono in un questo momento castigati. Sono prudenti poiché lasciano di gran fretta il campo in cui erano impegnati. I loro alleati afghani (300mila negli effettivi ufficiali) esibivano cifre false. Molti battaglioni che esistevano sulla carta ricevevano aiuti americani senza avere un solo soldato.

Dagotraduzione da MarineCorpsTimes il 23 agosto 2021. Dopo la loro ascesa al potere, i talebani non hanno perso tempo e hanno lanciato subito una nuova campagna di propaganda. In particolare, in una foto pubblicata questa settimana si vedono i membri del battaglione Badri 313 che sembrano evocare l’iconica immagine del 1945 di Joe Rosenthal dei militari statunitensi che alzano la bandiera sul monte Suribachi durante la battaglia di Iwo Jima. Nell'immagine dei talebani, i combattenti appartenenti al Badri 313, che alcuni chiamano l'unità di comando d'élite dei talebani, indossano uniformi mimetiche, stivali da combattimento, equipaggiamento tattico e occhiali per la visione notturna. Fotografie simili rilasciate nei giorni scorsi mostrano combattenti talebani che trasportano armi ed equipaggiamenti rilasciati dagli Stati Uniti o dalle nazioni alleate, tra cui carabine M4 e quelli che sembrano essere mirini ottici da combattimento avanzati Trijicon, o ACOG. Le immagini si allontanano molto dalle rappresentazioni tradizionali dei combattenti talebani, che raramente apparivano con armi pesanti o in completo abbigliamento militare, bottino lasciato dall'esercito afghano. «Quando un gruppo armato mette le mani su armi di fabbricazione americana, è una specie di status symbol», ha detto giovedì a The Hill Elias Yousif, vicedirettore del Security Assistance Monitor del Center for International Policy . «È una vittoria psicologica. ... Chiaramente, questo è un atto d'accusa nei confronti dell'impresa di cooperazione per la sicurezza degli Stati Uniti in generale. Dovrebbe davvero sollevare molte preoccupazioni su quale sia l'impresa più ampia che si svolge ogni singolo giorno, sia che si tratti del Medio Oriente, dell'Africa sub-sahariana, dell'Asia orientale». Yousif ha aggiunto che gran parte dell'attrezzatura rimarrà probabilmente inutilizzata, data la scarsità di addestramento del gruppo quando si tratta di pilotare una collezione di velivoli che, a luglio, includeva 45 elicotteri UH-60 Black Hawk e quattro aerei da trasporto C-130. «Non abbiamo un quadro completo, ovviamente, di dove sia finito ogni articolo di materiale per la difesa, ma certamente una buona parte è caduta nelle mani dei talebani», ha detto ai giornalisti la scorsa settimana il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan. «E ovviamente, non abbiamo la sensazione che ce lo consegneranno prontamente all'aeroporto».  Il cupo messaggio di Sullivan è stato rafforzato dall'apparizione del battaglione Badri, che prende il suo nome dalla vittoria del profeta Maometto del VII secolo durante la battaglia di Badr. 

Afghanistan ai talebani, torna il mullah Baradar: "Non ci aspettavamo questo successo". Libero Quotidiano il 21 agosto 2021. "Non ci aspettavamo, che avremmo avuto un tale successo in Afghanistan. È stato possibile solo con l'aiuto di Allah Onnipotente. Allah ci ha concesso vittorie e risultati che non hanno equivalenti nel mondo e quindi abbiamo assistito a questo giorno". Il cofondatore e numero due dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, è arrivato sabato a Kabul per colloqui con altri membri del movimento e politici per stabilire un nuovo governo afghano. Ascoltato e rispettato dalle varie fazioni talebane, è capo del loro ufficio politico, situato in Qatar. Da lì, ha guidato i negoziati con gli americani che hanno portato al ritiro delle forze straniere dall'Afghanistan. Quindi ai colloqui di pace con il governo afghano, che però non hanno portato a nulla.

Haqqani, il terrorista che dividerà il potere con i talebani. Antonio Giustozzi su La Repubblica il 26 agosto 2021. Serajuddin Haqqani è leader del gruppo responsabile di gran parte degli attentati a Kabul degli ultimi anni. La Rete Haqqani ha rapporti con Al Qaeda e Stato islamico. Di Serajuddin Haqqani si è detto molto, soprattutto riguardo ai suoi stretti rapporti con i gruppi della jihad globale (Al Qaeda e Stato Islamico) e a quelli con i servizi pachistani, nonostante l’apparente contraddittorietà di queste relazioni incrociate. Di certo, Serajuddin ha controllato per 15 anni la campagna di attacchi terroristici a Kabul. Il 15 agosto, i suoi uomini hanno preso Kabul e tutti si aspettano che dopo questo exploit il suo network venga ricompensato nella divisione delle spoglie che sta per cominciare.

L’Afghanistan verso il nuovo governo: ecco chi gestirà il potere. Mauro Indelicato su Inside Over il 25 agosto 2021. Da un lato i talebani sembrano voler prendere tempo: “Il nuovo governo arriverà soltanto quando gli americani lasceranno l’aeroporto di Kabul”, hanno dichiarato all’unisono diversi portavoce del gruppo integralista. Dall’altro però, sono gli stessi studenti coranici a dare per imminente la nascita del nuovo esecutivo. Probabilmente a Kabul i colloqui stanno andando avanti anche in queste ore. E non solo tra diversi esponenti afghani. Nelle scorse ore ad esempio si è diffusa la notizia, non confermata ma nemmeno smentita, di un incontro tra il direttore della Cia, William Burns, e il capo politico del movimento, Abdul Ghani Baradar. Qualcosa si sta muovendo, in attesa di capire chi realmente prenderà le redini della politica nel tormentato Paese asiatico.

Governo affidato a un consiglio di 12 membri. Baradar si trova a Kabul da diversi giorni. A ferragosto è stato lui a parlare da Doha subito dopo l’arrivo dei talebani nella capitale afghana. Da lì ha lanciato una sorta di “quadro programmatico” per i mesi successivi. Subito dopo è volato a Kandahar, base politica del movimento islamista, prima di giungere a Kabul. Baradar non è soltanto il capo politico, ma anche l’uomo di maggior fiducia del Mullah Omar, fondatore del gruppo. Gli americani li conosce molto bene. Sono stati loro prima a volerlo in carcere nel 2010 dopo la sua cattura in Pakistan, poi invece a promuoverlo come principale mediatore talebano in vista del ritiro delle truppe statunitensi. Per questo da molti Baradar è indicato come il vero futuro capo dello Stato. Anche se è ancora molto difficile capire se gli studenti del Mullah daranno al “nuovo” Afghanistan una tradizionale conformazione statale. Per loro il Paese si è trasformato in un emirato, a capo ci sarà quindi un emiro e non necessariamente una figura politica. Molto probabilmente non ci sarà nemmeno un governo per come è comunemente inteso. Fonti russe parlano di un consiglio composto da 12 membri, in cui inserire alcune delle più importanti personalità politiche afghane. Tra queste lo stesso Baradar. La creazione di un consiglio sarebbe la soluzione in grado di garantire quella “inclusività” chiesta a livello internazionale e promessa dagli stessi talebani. Fare in modo cioè che nel futuro assetto afghano, a prescindere dalle scelte che verranno fatte dagli islamisti, ci sia una larga rappresentanza. Non solo quindi gli studenti coranici, non solo membri dell’etnia Pasthun, ma anche ex ministri, ex presidenti ed esponenti di etnie minoritarie.

Chi farà parte del consiglio. Come detto, Baradar è il primo nome indicato per l’ingresso nel futuro consiglio afghano. Al suo fianco dovrebbero esserci, sempre secondo fonti russe, altri esponenti di spicco dei miliziani. A partire dal Mullah Yaqoob, figlio del Mullah Omar e attualmente a capo della commissione militare talebana. Possibile anche la nomina di Khail-ur-Rahman Haqqani, a capo della brigata Haqqani e quindi del gruppo che dal 15 agosto è responsabile della sicurezza di Kabul. Il suo nome potrebbe far storcere il naso a molti, visto che è inserito nella lista dei terroristi più pericolosi ricercati dagli Usa. Fuori dalla cerchia talebana, dovrebbero esserci due vecchie conoscenze dello Stato afghano collassato a ferragosto. Hamid Karzai, primo presidente eletto e capo dello Stato fino al 2014, dovrebbe far parte del consiglio. Così come il suo ex antagonista, Abdullah Abdullah. Entrambi dal 15 agosto hanno assunto un importante ruolo di mediatori tra i talebani e i vari gruppi con cui si sta cercando di formare un esecutivo. Dovrebbe essere della partita anche l’ex ministro degli Esteri, Hanif Atmar. Così come, a sorpresa, anche il leader del Partito dell’Islam, tra i principali oppositori dei talebani, Gulbuddin Hekmatyar. Quest’ultimo ha avuto ruoli importanti sia nella guerra contro i sovietici che nel successivo conflitto civile di inizio anni ’90 ed è stato spesso etichettato come tra i principali “signori della guerra”. Sono ancora in corso consultazioni per gli altri nomi da inserire nel consiglio. Ma al momento non si sa il vero ruolo dell’organo che dovrebbe nascere a breve. Se cioè avrà funzioni di esecutivo oppure se sarà una sorta di consiglio presidenziale. Né, tanto meno, è ancora noto se il consiglio dei 12 sarà soltanto transitorio oppure se rappresenterà un apparato definitivo del nuovo Afghanistan.

Giordano Stabile per “la Stampa” il 22 agosto 2021. Il capo politico dei taleban Abdul Ghani Baradar arriva a Kabul e mette le basi del secondo Emirato islamico dell'Afghanistan. Se l'ideologia è la stessa del regno del terrore del mullah Omar, la forma sarà diversa, in modo da offrire all'Occidente almeno la parvenza del promesso "governo inclusivo", che non sia una semplice replica della dittatura jihadista del 1996-2001. Baradar era anche allora il numero due, il braccio destro dell'emiro, oltre che ministro della Difesa. Ma i tre anni passati a Doha, in Qatar, a trattare con gli americani, gli hanno fornito un'infarinatura di inglese e di linguaggio istituzionale: da braccato dalle forze speciali alla foto assieme a Mike Pompeo. La sua idea è cooptare i vecchi mujaheddin anti-sovietici, poi signori della guerra fra il 1992 e il 1996, ed esponenti della repubblica appena abbattuta, su tutti l'ex presidente Hamid Karzai e l'ex premier Abdullah Abdullah. Sul fronte esterno può contare sull'appoggio di Mosca. Ieri l'ambasciatore Dmitry Zhirnov ha detto che «non ci sono alternative» ai taleban. Baradar lavora anche per se stesso, punta a diventare "presidente" in uno Stato che non prevederà democrazia né elezioni ma che dividerà il potere in due strati. Al vertice massimo l'emiro Haibatullah Akhundzada e il Consiglio della Shura a supervisionare il rispetto della sharia. Sotto, un governo presidenziale a gestire gli affari correnti. Ha aperto il dialogo perché ha due problemi urgenti da risolvere. Da una parte deve facilitare l'evacuazione degli occidentali ancora presenti a Kabul, centinaia se non migliaia. Prima se ne vanno, prima le truppe della Nato lasceranno l'aeroporto. Il secondo obiettivo è impedire che si coaguli, anche minima, la resistenza armata. Baradar, che ha visto il primo Emirato cadere in sei settimane sotto i colpi dell'Alleanza del Nord, non vuole ripetere l'esperienza. Nella valle del Panshir, il figlio del leggendario comandante Massud, Ahmad Massud, ha raccolto reparti dell'esercito fedeli al vicepresidente Amrullah Saleh, assieme a mujaheddin leali alla memoria del padre e lanciato "la resistenza". Poca roba, ma se il malcontento cresce fra i tagiki potrebbe diventare una minaccia seria. Bisogna "includere", cooptare. A fargli da sponda c'è uno dei personaggi più usurati, Gulbuddin Hekmatyar, soprannominato «il macellaio di Kabul» dopo che nel 1993 le sue milizie in lotta con il comandante Massud distrussero un terzo della città. L'uomo ha fatto molte capriole. Nel 1979 entra nell'operazione "Ciclone" finanziata dalla Cia contro i sovietici. Dopo il 1996 si accorda con i talebani, poi li segue in Pakistan e nel 2004 dichiara la jihad contro i vecchi alleati americani. Oggi Hekmatyar si è messo alla testa di un trio con Karzai e Abdullah per trattare la spartizione del potere. Classe 1947, è il più navigato e quello che ha i rapporti di più lunga data con l'Isi, i famigerati servizi pachistani. Anche Islamabad non intende ripetere l'errore del 2001 e preme sulla leadership taleban perché mostri moderazione. Karzai, ex uomo più elegante del mondo e presidente dal 2001 al 2014, è un pashtun influente al Sud, soprattutto fra "i signori dell'oppio". I taleban potrebbero averne bisogno per blindare il controllo di Kandahar. In cambio Karzai vuole garanzie sui suoi affari dall'emiro Akhundzada, molto geloso nel gestire il business della droga. Abdullah, madre tagika e padre pashtun, è influente al Nord, ha partecipato alla resistenza antisovietica da medico, sotto il comandante Massud. Ha provato tre volte a farsi eleggere presidente, e due volte è stato fermato dai brogli. Dopo la fuga del presidente Ashraf Ghani si è fiondato negli spazi politici della transizione, e parla con tutti. Ha incontrato persino Khalil Haqqani, un altro "macellaio", leader della branca più sanguinaria dei Taleban. Haqqani, fra i terroristi super ricercati dagli Stati Uniti, con una taglia da 5 milioni di dollari sulla testa, è entrato venerdì a Kabul. Esponente dell'ala "pachistana" dei taleban, è in concorrenza con Baradar, che guida l'ala "qatarina". Haqqani ha preso in mano la gestione della sicurezza nella capitale e si sta creando una sua rete di alleanze. Ieri ha ricevuto il giuramento di fedeltà del fratello di Ashraf Ghani, Hashamt Ghani Ahmadzai. Abdullah lo ha invitato nella sua residenza, e gli ha offerto di mediare con Ahmad Massud, asserragliato nell'imprendibile valle del Panjshir. È quella la grana più urgente, per i nuovi padroni del Paese. Oltre alle proteste delle donne a Kabul, che ieri sono tornate a sfidare gli studenti barbuti. «Non rinunceremo alle conquiste di questi vent' anni», ha ribadito l'attivista Fariha Esar. Sarà questo il primo test su quanto "inclusivi" siano davvero i nuovi taleban.

Cristiano Tinazzi per “il Messaggero” il 22 agosto 2021. «Sicurezza delle persone, processo politico inclusivo, rispetto dei valori nazionali, inclusa la bandiera». Questi alcuni dei temi sui quali si sta lavorando a Kabul in queste ore. Con un obiettivo: formare il nuovo governo che guiderà il Paese. E proprio ieri, su questo fronte, c'è stata un'importante accelerazione con l'arrivo nella capitale del mullah Abdul Ghani Baradar, numero due del movimento e capo dell'ufficio politico. Il vice leader e cofondatore del movimento talebano non metteva piede in Afghanistan da vent' anni. Baradar è infatti rientrato il 17 agosto scorso dal Qatar (dove dirigeva l'ufficio politico del movimento), dopo due decenni di assenza dal Paese. Arrestato nel 2010 nel vicino Pakistan, tenuto in prigione per otto anni, è stato rilasciato nel 2018 quando gli Stati Uniti hanno intensificato i colloqui con i Talebani con l'obiettivo di lasciare l'Afghanistan. Nel febbraio 2020 è stato protagonista degli storici negoziati con gli Usa che hanno portato alla firma dell'Accordo per portare la pace in Afghanistan. Baradar ha anche incontrato lo scorso luglio in Cina il ministro degli Esteri Wang Yi. Diversi altri leader talebani sono arrivati intanto a Kabul da Doha, dove in precedenza avevano partecipato ai negoziati con gli Usa. Ad accoglierli, riferisce la Bbc, anche Abdullah Abdullah, l'ex inviato per i colloqui di pace del governo. Sul suo profilo Facebook, Abdullah ha pubblicato una foto in cui lo si vede mentre saluta l'ex ambasciatore talebano in Arabia Saudita Shahabuddin Delawar, l'ex ministro degli interni talebano Mullah Khairullah Khairkhwa, Abdul Salam Hanafi e altri. Altre immagini, aggiunge la stessa fonte, mostrano gli stessi leader che parlano con Hamid Karzai, presidente dell'Afghanistan dal 2001 al 2014 e rimasto a Kabul quando i talebani hanno preso il potere. Il post di Facebook afferma che durante l'incontro sono stati discussi «l'attuale situazione nel Paese, la sicurezza delle persone, il processo politico inclusivo, il rispetto dei valori nazionali, inclusa la bandiera». Il capo dell'Alto consiglio di riconciliazione Abdullah Abdullah e l'ex presidente afgano Hamid Karzai stanno continuando a organizzare una serie di colloqui per tentare di portare a termine questo processo politico di integrazione con i Talebani (che ieri hanno incassato il giuramento di fedeltà da parte del fratello dell'ex presidente Ghani) per la formazione di un governo che rappresenti tutte le realtà del Paese. I Talebani però non sono un monolite. Sulla sua pagina Facebook Abdullah ha riferito di aver incontrato alcuni loro leader, tra cui Shahabuddin Delawar, Abdul Salam Hanafi, Khairullah Khairkhaw e Abdul Rahman Fida. Si è discusso, ha scritto, dell'attuale situazione nel Paese, della sicurezza e di un processo politico inclusivo. Resta sulla carta la questione della minoranza Hazara e quella relativa alla presenza di donne. Nella compagine governativa. Karzai e Abdullah hanno anche incontrato Abdurahman Mansoor, nuovo governatore della capitale, per parlare della sicurezza in città. Tutti assicurano che l'obbiettivo primario è quello di riportare pace e sicurezza, ma l'aeroporto della capitale è ancora nel caos. Almeno tre morti ieri per la calca. Decine di migliaia di persone cercano di andarsene dal Paese e ci sono ancora migliaia di stranieri che devono essere imbarcati. Un testimone ha riferito che colpi d'arma da fuoco continuano ad essere sparati quasi incessantemente fuori dal complesso che ospita lo scalo. Tutto questo mentre arriva la prima fatwa dei Talebani: nelle università pubbliche e private della provincia di Herat, nella parte occidentale del Paese, non sarà più permesso alle ragazze frequentare classi miste. Intanto, sul fronte della resistenza, Massoud Jr ha smentito le voci di ritirata: «Non molleremo». 

Andrea Nicastro per il “Corriere della sera” il 22 agosto 2021. L'ex presidente Karzai ha avuto guardie del corpo americane per anni. Lui, di etnia pashtun, non si fidava dei soldati afghani, in massima parte tajiki. Il mullah Baradar vive un imbarazzo simile. Di etnia pashtun, della tribù popalzai, Baradar non poteva fidarsi di arrivare in una capitale controllata dal clan Haqqani, sempre talebani, sempre pashtun, ma di una tribù diversa, la jadran. Così, prima ha fatto tappa nel suo bastione a sud (Kandahar) e solo quando un numero sufficiente di popalzai si è sistemato a Kabul è comparso. Sei giorni dopo la vittoria. Baradar è il terrorista che gli Usa hanno tirato fuori di prigione per trattare. È il negoziatore che ha garantito l'uscita di scena di Washington. È il talebano che tante capitali sperano controlli il futuro Afghanistan perché sotto la barba incolta hanno visto uno che conosce il mondo e ne apprezza le comodità. Il problema è che Baradar non è un Cesare trionfatore. Non voleva l'avanzata fulminea di settimana scorsa. Dall'hotel cinque stelle di Doha, offerto dal Qatar, avrebbe voluto procedere come deciso con gli americani: lentamente, senza attriti con la superpotenza in ritirata. Voleva più tempo perché il governo afghano mediasse mantenendo il consenso internazionale e con quello gli aiuti economici. Invece, ora, con quel liquefarsi dell'esercito regolare, con la fretta dei suoi barbuti combattenti di approfittarne, tutto rischia di saltare. Il Paese può scivolare nell'anarchia, avere milioni di profughi e, magari, qualche incidente spingere la Casa Bianca a mostrare di nuovo chi è più forte. Mullah Baradar ha curriculum e titoli perfetti per fare da sintesi alle tante anime talebane sotto la guida del capo supremo mullah Haibatullah Akhundzada. Una possibilità di chiudere i 40 anni di guerra afghana c'è. Indigesta, ma c'è. Baradar ha già fallito quattro volte: le prime due con la forza, le altre con la diplomazia. Perché questa diventi quella buona deve ancora superare parecchi ostacoli. Il suo pedigree di talebano è indiscutibile. Compagno di giochi del futuro Mullah Omar, si chiama Abdul Ghani Baradar Akhound, ha 53 anni e ha sposato una sorella dell'amico scomparso. Omar e Baradar combattevano assieme i sovietici e, cacciati gli «infedeli», pensavano di sistemarsi come mullah (preti) di una madrassa (scuola coranica). Invece il caos postsovietico divenne intollerabile. Dalla loro piccola scuola escono per punire i signorotti che vessavano la popolazione. Diventano popolari. Nel 1994 con altri due amici fondano il movimento degli «studenti del Corano», il Pakistan fa loro reclutare all'interno dei suoi confini e con quell'esercito invasato conquistano l'Afghanistan. Dal 1996 al 2001, Baradar ricopre varie posizioni nell'Emirato, ma mai di vertice. Resta un tessitore con la fiducia del capo. Quando gli Usa scatenano i bombardamenti per vendicare gli attentati di Al Qaeda alle Torri Gemelle, Baradar contatta Karzai, uno della sua stessa tribù che però stava con gli americani. Vuole patteggiare la resa. Washington non ascolta e il tentativo fallisce. Baradar scappa in Pakistan, forma la shura (assemblea) talebana di Quetta. Nel 2009 capisce che la guerra sarà lunga e difficile. Scrive un libretto per i combattenti: non rubare, non stuprare, non fare vittime civili, la guerra si vince con il consenso della gente. È il momento del terzo tentativo di finire la violenza afghana: chiama ancora Karzai, ormai diventato presidente. Lo fa attraverso il fratello di questi, trafficante di droga. Chiede di trattare, Karzai accetta, ma pachistani e americani non si fidano (o non vogliono la pace) e lo arrestano. Dal 2010 al 2018 resta prigioniero ed è scarcerato solo quando il presidente Donald Trump decide lo stop alla missione in Afghanistan. In due anni, Baradar fa quello per cui è stato liberato. Convince tutti i gruppi talebani che la pace conviene. Ci riesce anche mostrando loro di potersi autofinanziare. È sua l'idea dei semi di papavero da oppio geneticamente modificati che raddoppiano il raccolto. Riceve una telefonata direttamente da Trump, ma resta diffidente, non firma per primo il foglio dell'intesa con Washington. Garantita la fine dell'occupazione pensa al dopo. Viaggia a Mosca, Teheran, Pechino. Ovunque riceve disco verde: il nuovo Emirato non ha nemici. Basta che i soliti tajiki della valle del Panshir non facciano gli eroi. Basta che gli amici di Al Qaeda del network Haqqani non facciano attentati. Basta che l'Occidente non inorridisca subito, adesso che le telecamere sono ancora accese, per l'idea di mondo che hanno i talebani. Basta che tanti imprevisti non accadano e Mullah Baradar porterà la pace in Afghanistan. Pace sotto un burqa di oscurantismo.

Guerra tra correnti talebane per comandare il governo. L'Ue: nessun riconoscimento. Gian Micalessin il 22 Agosto 2021 su Il Giornale. Arrivati a Kabul i leader più estremisti. Ma senza un giorno "inclusivo" a rischio legittimazione e fondi internazionali. Meglio i soldi della comunità internazionale o una zelante adesione ai principi del defunto Mullah Omar? Davanti questo bivio anche la travolgente vittoria dei talebani sembra esitare. E la formazione del governo chiamato a guidare il nuovo Emirato Islamico diventa il nodo della discordia capace di esporre le divisioni interne del movimento. Un movimento dove, beninteso, non esistono agnelli, ma soltanto interessi di potere confliggenti. Quelli innanzitutto del 61enne emiro Hibatullah Akhundzada, dal 2016 leader spirituale del movimento con il titolo di «comandante dei fedeli» ereditato dal defunto mullah Omar. Da questo fanatico islamista, a cui il capo di Al Qaida Ayman Zawahiri, dedicò all'indomani della nomina una «bay'a», ovvero un giuramento di fedeltà, è difficile attendersi concessioni. Legato a doppio filo al Pakistan, da dove non è mai uscito, è il punto di riferimento di quei talebani duri e puri decisi a liquidare come un tradimento sia un' intesa con gli esponenti del deposto regime, sia un emirato dove il potere non sia nelle mani di una magistratura islamista di rigida ispirazione talebana. E l'arrivo a Kabul, con il compito di garantire la sicurezza, di Kalil Haqqani, uno dei «padrini» di quel clan familiare degli Haqqani collegato ad Al Qaida e grande intermediario tutti gli affari e traffici alla frontiera con il Pakistan, è un altro segnale. Attraverso di lui l'ala dura talebana, manovrata in parte dai servizi segreti di Islamabad, si prepara a indirizzare i negoziati per la formazione del nuovo esecutivo. Proprio per questo la nascita di un presunto governo «inclusivo» sotto la presidenza del numero due talebano Mullah Abdul Ghani Baradar con la presenza, irrilevante, di qualche «badogliano» come l'ex presidente Hamid Karzai o il negoziatore tagiko Abdullah Abdullah non è affatto scontata. Questo non significa che il candidato alla presidenza sia un moderato. Amico d'infanzia di un Mullah Omar che lo soprannominò Baradar, ovvero «fratello», Mullah Abdul Ghani è stato uno dei quattro fondatori del movimento nel 1994 per diventare, nel 2018, il protagonista indiscusso delle trattative sul ritiro con gli americani. Ma Baradar può anche contare sull'appoggio di potenze come la Cina o di plutocrazie islamiste come quel Qatar che non ha esitato ad allestirgli un aereo militare farlo arrivare da Doha a Kandahar all'indomani della caduta di Kabul. Ma proprio questo punto rischia di far saltare il banco talebano. Senza un governo inclusivo, come ribadiscono sia la Commissaria dell'Unione Europea Ursula von der Leyen, sia il Segretario di Stato americano Antony Blinken, sia il premier inglese Boris Johnson l'Emirato non otterrà alcun riconoscimento. «Nessun riconoscimento dei talebani, chi nega i diritti non avrà un euro», ha detto ieri la presidente dell'europarlamento. Senza quel riconoscimento, oltre a venir cancellati i 450 milioni di dollari di aiuti del Fondo Monetario Internazionale erogabili dal 23 agosto, verrà bloccato anche l'accesso ai 9 miliardi di dollari di riserve valutarie depositate presso la Federal Reserve di New York. Ma i 36 milioni di afghani rimasti nel paese non vivono, più come nel 1996, con meno di un dollaro al giorno. E gli stessi talebani hanno abbandonato l'austerità delle origini per convertirsi alla rete e ai telefonini. Dunque mandar avanti il paese potrebbe non essere facile. Anche perché gli attuali 8 miliardi annui d'importazioni , i talebani contrappongono, secondo le stime Onu, un fatturato, basato su traffici di oppio, estorsioni, rapimenti e attività criminali che va dai 300 milioni al miliardo e 600 milioni di dollari annui. Un po' poco per sfamare il paese. Anche con l'aiuto di Allah, dei petroldollari del Qatar e la svendita a Pechino di tutte le risorse minerarie.

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria passando per le guerre della Ex Jugoslavia, del Sud Est asiatico, dell’Africa edell’America centrale. Oltre agli articoli per “Il Giornale” – per cui lavoro dal 1988 – ho scritto per le più importanti testate nazionali ed internazionali (Panorama, Corriere della Sera,Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L’Express, Far Eastern Economic Review). Sono anche documentarista ed autore televisivo. I miei reportage e documentari sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali ed internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1, Ndr, Tsi, Canale 5, Rai 1, Rai2, Mtv). Ho diretto i video giornalisti di “SeiMilano” la tv che ha lanciato il videogiornalismo in Italia. Ho lavorato come autore e regista alle prime puntate de “La Macchina del Tempo” di Mediaset. Ho lavorato come autore di “Pianeta7”, un programma di reportage esteri de “La 7”. Nel 2011 ho vinto il “Premio Ilaria Alpi” per il miglior documentario con un film prodotto da Mtv sulla rivolta dei giovani di Bengasi in Libia. Nel 2012 ho vinto il premio giornalistico Enzo Baldoni della Provincia di Milano.

Luigi Guelpa per “il Giornale” il 20 agosto 2021. Zabihullah Mujahid è tutt' altro che uno sprovveduto. Alto un metro e ottanta, 34enne, barba d'ordinanza e sguardo che buca lo schermo, non ha molta dimestichezza con il kalashnikov, ma è il perfetto esempio del «talebano 2.0». La tecnologia, così come la propaganda media e social, sono diventate il nuovo strumento di guerra dei fondamentalisti afghani. Mujahid non è il classico self made man, si occupa di comunicazione almeno dal 2007, ed è stato in Siria, dove ha prima appreso nozioni di giornalismo, arrivando poi a collaborare con la rivista Dabiq, dal 2014 al 2016 organo ufficiale del Califfato Islamico. Di sicuro ha contribuito alla stesura dell'ottavo numero dal titolo «Consolidamento ed Espansione», così come la sua firma appare nel 15esimo, quando farnetica sull'importanza di «rompere la Croce per assicurarsi che il Vaticano diventi musulmano». Dal punto di vista mediatico l'Isis è stato precursore del progetto che i talebani, un po' a sorpresa, stanno portando avanti dalla presa di Kabul. Gli uomini di Al Baghdadi arrivarono persino a confezionare pellicole sulle esecuzioni che non avevano nulla da invidiare, per girato, grafica, effetti scenici e sonori, ai più famosi giochi della Playstation. Mujahid ha imparato, studiato, appreso e messo a disposizione le conoscenze acquisite ai due suoi principali collaboratori: Shail Shaheen e Muhammad Naeem. Sono nomi difficili da memorizzare, ma impareremo presto a farlo, essendo tutti e tre compulsivamente presenti su twitter, instagram e in tv. In passato i talebani inviavano alle redazioni delle più importanti emittenti del mondo video di propaganda o di esecuzioni di ostaggi in formato vhs. Erano contenuti artigianali, spesso non pubblicati per l'estrema violenza. Il filtro occidentale si è interrotto grazie all'utilizzo delle nuove tecnologie che ad esempio hanno consentito a Shaheen nei giorni scorsi di contattare in diretta la Bbc presentandosi come portavoce ufficiale, incaricato dei rapporti coi media internazionali. Shaheen ha garantito che «la presa di Kabul non è avvenuta nel sangue. Le vite e le proprietà dei cittadini sono al sicuro. Siamo i servitori del popolo e dell'Afghanistan». Affermazioni condite da un video in cui si vedono le ragazzine di Herat che tornano a scuola indossando hijab bianchi e tuniche nere, non come negli anni Novanta, quando venne imposta una versione integralista della sharia, che negava per gran parte l'istruzione e il lavoro alle donne. A loro favore gioca la diffusione di internet in Afghanistan, che è in forte crescita. Nel 2018 la rete era a disposizione dell'11,5% della popolazione, oggi sfiora il 15%. La piattaforma preferita rimane Twitter, dove Mujahid appare come Official Twitter Account of the Spokesman of Islamic Emirate of Afghanistan e racconta con dovizia di particolari le avanzate dei talebani postando video e comunicati. Nelle immagini si vedono aree distrutte o villaggi in fiamme, ma non cadaveri di persone. Se Mujahid «cinguetta» in arabo, Shaheen lo fa in inglese. Il suo compito principale è quello di fare terra bruciata attorno alle divulgazioni anti-talebane. A ferragosto twittava che «è falso e infondato che stiamo uccidendo, facendo prigionieri, forzando le persone a darci in sposa le proprie figlie». Affermazioni che però fanno a pugni con quelle delle principali associazioni umanitarie che proverebbero l'esatto opposto. Il lavoro di Muhammad Naeem, il vero esperto d'informatica della triade, è molto più sottile e subdolo. Da un lato scova e oscura i profili delle donne afghane istruite, quelle che da anni, proprio attraverso i social, avevano smascherato gli atteggiamenti violenti dei jihadisti. Dall'altro gestisce e pilota account di cittadini comuni trasformandoli in megafono della propaganda.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 19 agosto 2021. I giovani combattenti talebani in Afghanistan hanno abbandonato l'aspetto austero dei loro predecessori in favore di abiti più trendy completi di occhiali da sole, scarpe da ginnastica eleganti e berretti da baseball marchiati con la bandiera dei talebani. Durante il primo periodo al potere dei talebani - dal 1996 al 2001 - i loro combattenti erano noti per il loro aspetto irsuto e severo, con l'abito tradizionale indossato con la barba folta. Ma i combattenti di oggi - che sono stati ironicamente soprannominati "talebani 2.0" per il loro fascino mediatico e le vane pretese di avere una visione più progressista delle donne - hanno adottato un modo di vestire molto più moderno e occidentalizzato, anche se reprimono l'influenza occidentale nel paese. Le fotografie scattate a Kabul nei giorni scorsi mostrano combattenti talebani che indossano occhiali da sole da aviatore, cappellini da baseball e merchandising adornato con la bandiera dei talebani. Alcuni sono persino ben rasati, e hanno abbandonato la barba richiesta dalla rigida legge islamica. Posano sfacciatamente ai posti di blocco, agli angoli delle strade e fanno predoni in mezzo alla strada in gruppi intimidatori mentre continuano a cementare il loro potere nella capitale Kabul. Gli utenti dei social media si sono così ritrovati a deridere i combattenti come fashion victims "avant-garde" che lavorano con "designer" per creare i loro look. Un utente ha commentato: «Sembra che i talebani abbiano anche assunto uno stilista per vestirli. Mostrano tutti i segni di supercriminali. Poiché tutti hanno fallito, è rimasto solo un uomo per fare il lavoro @AustinPowers». Un altro ha aggiunto: «Si tratta di un taleb o di qualcuno che è scappato da una passerella dell'avanguardia parigina?» Un terzo ha aggiunto: «Adoro davvero le ultime tendenze della moda talebana».

 Jacopo Storni per corriere.it il 19 agosto 2021. Quando abbiamo visto i talebani dalla finestra, siamo scappati di corsa. Stavano controllando tutti gli appartamenti della nostra zona e sicuramente sarebbero arrivati anche a noi, se ci avessero scoperto probabilmente ci avrebbero ucciso. Quando sono andati via, ci siamo nascosti nella casa dei nostri parenti. Abbiamo recuperato i nostri computer, i nostri tablet, le nostre foto, poi abbiamo bruciato tutto». Nesrine (nome di fantasia) parla dall’appartamento di sua cognata dove è nascosta insieme al marito. Lei lavora per un’associazione locale per i diritti umani e per l’emancipazione femminile, lui è un giornalista. In queste ore, come molti altri afghani, stanno distruggendo la loro identità: documenti, profili sui social network, contratti di lavoro, articoli di giornale. Tutto al macero pur di non rivelare al nuovo regime l’attività che stanno svolgendo e che potrebbe compromettere la loro vita. La linea telefonica viene e va perché il suo cellulare ha la batteria continuamente scarica: «In casa non abbiamo elettricità e di conseguenza non abbiamo neppure l’acqua». A volte anche comprare da mangiare può costituire un problema, soprattutto perché molte persone hanno paura di uscire. «Io e mio marito siamo prigionieri in casa - racconta Nesrine -. Abbiamo paura ad uscire perché potrebbero scoprire il nostro attivismo in difesa della libertà e della democrazia». Una libertà conquistata con fatica negli ultimi anni: «Avevo 8 anni quando i talebani sono stati cacciati dall’Afghanistan, da allora lotto con tutta me stessa per offrire al mio Paese un presente e un futuro di pace e stabilità, ho fatto tanti sacrifici, ma adesso tutti questi sacrifici sono stati cancellati dalla mattina alla sera. Il governo afghano che ha preceduto l’arrivo dei talebani ci ha traditi, non si è impegnato e così ha sacrificato la vita di molte persone che avevano realmente creduto nel cambiamento. Siamo improvvisamente tornati indietro di vent’anni». Nesrine non crede alle paventate aperture dei talebani: «Quando vedo i loro volti per strada scorgo nei loro occhi un atteggiamento aggressivo, se per caso incroci i loro sguardi sembra che tu sia il loro più grande nemico, in questi giorni le strade sono silenziose e la gente ha paura». Adesso Nesrine insieme al marito sta provando a contattare le ambasciate internazionali in America e in Europa per chiedere un visto e lasciare l’Afghanistan. «È la nostra unica possibilità di salvezza, però al momento nessuno ci ha risposto».

Da corriere.it il 20 agosto 2021. Sui social è stato diffuso il video scioccante che mostra la figura inginocchiata, ammanettata e bendata di Haji Mullah Achakzai, capo della polizia della provincia di Badghis, vicino a Herat. L’uomo è stato poi ucciso da una raffica di proiettili. Il comandante sarebbe stato arrestato dai talebani dopo aver conquistato l’area vicino al confine con il Turkmenistan, durante la loro avanzata la scorsa settimana. L’autenticità del video sarebbe stata confermata da ufficiali di polizia e del governo, secondo quanto ha affermato un consigliere di sicurezza afgano, Nasser Waziri. Achakzai, circa 60 anni, era un nemico dichiarato dei talebani ed era conosciuto come un combattente esperto nel lungo conflitto tra il gruppo e le forze del governo civile afghano. Intanto, diversi funzionari del governo afgano precedentemente in carica sono stati arrestati dai talebani dopo che i ribelli islamisti hanno preso domenica scorsa la capitale Kabul, e si trovano tuttora in stato di detenzione. Lo denunciano i familiari delle persone arrestate, secondo quanto riferisce l’emittente afghana «Tolo News». L’ex governatore di Laghman, Abdul Wali Wahidzai, e Lotfullah Kamran, capo della polizia della stessa provincia, si sono arresi ai talebani cinque giorni fa ma sono ancora detenuti dai talebani, hanno detto i parenti. «I talebani hanno rilasciato tutti i funzionari governativi, ma Kamran no», ha detto un parente, Abdul Ghani. Manca all’appello anche l’ex capo della polizia di Ghazni, Mohammad Hashem Ghalji, secondo quanto ha denunciato il figlio.

Le violenze in Afghanistan. “Poliziotta uccisa dai talebani, era incinta”, l’esecuzione di Banu Negar davanti ai parenti. Vito Califano su Il Riformista il 5 Settembre 2021. I talebani avrebbero ucciso una poliziotta a Firozkoh, capoluogo della provincia di Ghor, nelle zone montuose nel centro dell’Afghanistan. Si chiamava Banu Negar, un’agente che lavorava nella prigione locale. La notizia è stata ripresa dalla Bbc e confermata a quanto risulta da molteplici testimonianze. Una violenza che sta facendo il giro del mondo. La donna era incinta di otto mesi. A quanto ricostruito finora l’agente sarebbe stata uccisa da una squadra di sicari mandata direttamente a casa sua. Una sorta di esecuzione, che si è consumata di fronte ai parenti della donna. Un delitto che smentisce la promessa secondo la quale gli estremisti tornati al potere dopo vent’anni dalla caduta dell’Emirato Islamico non avrebbero perseguitato le forze dell’ordine del vecchio regime di Ashraf Ghani. Circolano sui social locali, ripresi dalla Bbc, le immagini del muro della casa della vittima macchiato di sangue e del viso della donna sfigurato dai proiettili. A far sapere che la donna era incinta la stessa famiglia. A quanto emerge Negat era “doppiamente colpevole” di essere donna e poliziotta, “collaborazionista”, del governo legato agli invasori statunitensi. È un altro episodio che sottolinea il clima sempre più incandescente dalle parti di Kabul. I talebani hanno fatto slittare la formazione del governo ma hanno comunque chiarito che non ci saranno ministre donne. Sabato scorso, decine di donne a Kabul, ma anche in altre città, sono scese in strada a manifestare. La marcia a viso scoperto verso il palazzo presidenziale nella capitale. La risposta dai talebani non ha lasciato spazio ad ambiguità: lacrimogeni e bastonate. Le manifestazioni delle donne sono state così disperse. L’ultima roccaforte a resistere ai talebani è il Panjshir, nel nord del Paese. I ribelli sarebbero circondati ma hanno smentito di essere stati sconfitti. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha fatto sapere oggi che l’ambasciata italiana in Afghanistan sarà spostata a Doha, in Qatar, dove a inizio 2020 gli Stati Uniti di Donald Trump avevano firmato l’intesa del ritiro con i talebani.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 24 agosto 2021. A fine luglio i talebani hanno rapito e ucciso Nazar Mohammed, meglio conosciuto come Khasha Zwan, comico afghano. In questi giorni è diventato virale il video girato poche ore prima l’esecuzione del comico, in cui si vede l’uomo continuare a deridere i talebani nonostante lo stiano trascinando via da casa per fucilarlo. Nel filmato si vede Zwan seduto nel retro di un’auto, accanto a lui un talebano che brandisce un kalashnikov. Secondo Human Rights Watch, Zwan è stato ucciso dai talebani alla fine di luglio a Kandahar dopo che quella città era caduta in mano ai jihadisti. Era noto per le scenette in cui prendeva in giro i talebani attraverso canti e balli, tra cui alcuni che caricava sul suo account TikTok. Nel video dei suoi ultimi momenti, Mohammad continua a fare battute sul gruppo dopo la sua cattura, tanto che il combattente talebano alla sua destra inizia a schiaffeggiarlo in faccia. L'uomo alla sua sinistra invece ride per tutto il tempo prima di cambiare minacciosamente la sua pistola con un'arma da fuoco ancora più grande. Nazar è stato poi ucciso dopo essere stato colpito più volte. Secondo i rapporti, le foto lo mostravano appoggiato contro un albero e poi sdraiato a terra con la gola tagliata. I talebani inizialmente hanno negato il coinvolgimento nella morte della star prima di ammettere la responsabilità - e hanno confermato che i due uomini nell'auto erano talebani. Il gruppo ha detto che i sospetti sono stati arrestati e saranno processati in un tribunale talebano.  Il gruppo ha affermato che Nazar, della provincia di Kandahar, era coinvolto nella tortura e nell'uccisione dei talebani, aggiungendo che avrebbe dovuto affrontare un tribunale talebano invece di essere immediatamente messo a morte. Nazar ha lavorato in precedenza per la polizia nazionale afgana, il che lo ha reso un bersaglio degli omicidi per vendetta, ed era noto per le sue battute crude e le canzoni divertenti. La sua brutale uccisione alla fine di luglio ha suscitato timori di omicidi per vendetta.  Zwan ha lasciato moglie e figlie. Dopo la sua morte, Ziauddin Yousafzai, la cui figlia Malala Yousafzai è sopravvissuta a un colpo alla testa da parte di militanti talebani in Pakistan nel 2012 - è stato tra coloro che hanno reso omaggio sui social media. Tra gli altri che hanno denunciato la morte c'era Sarwar Danesh, il vicepresidente afghano prima che i talebani prendessero il controllo di Kabul questo mese. Ha detto che schiaffeggiare Zwan era lo stesso che schiaffeggiare tutto il popolo afghano e ha detto che la sua uccisione era contro la cultura afghana. È stata anche una delle prime grandi ammaccature nel tentativo del gruppo di insorti di definirsi talebano 2.0.

Storia di un comico morto sorridendo in faccia ai suoi aguzzini talebani. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera il 10 settembre 2021. Questa settimana non una foto: troppo doloroso – anche fuori fuoco – sarebbe stato vedere in carne e ossa il volto sorridente di un uomo ucciso a sangue freddo, proprio a causa della sua ironia. Un uomo che si sarebbe macchiato di un’unica “colpa”: aver deriso i talebani. Tutte le altre che gli vengono attribuite sono solo fango. In questo ritratto di Farand Arts, ecco Khasha Zwan, nome d’arte di Nazar Mohammad Khasha, cittadino di Kandahar, comico. Ucciso lo scorso luglio, è ormai noto come il comico che è morto ridendo in faccia ai talebani, come mostra un video di questi giorni. Tutto è accaduto lo scorso luglio, ma qui ce ne siamo accorti solo con i talebani nel pieno controllo di Kabul. A luglio e a Kandahar, dove erano già entrati. Qualche giorno fa è stato diffuso sul web un video che riprendeva un uomo sulla sessantina, Nazar Mohammad Khasha, conosciuto come Khasha Zwan, noto a Kandahar come comico. Il video è straziante: mostra Khasha Zwan con le mani legate dietro la schiena, è ammanettato, viene caricato in auto tra due talebani che lui inizia a prendere in giro. Il miliziano alla sua sinistra ride fino a quando, invece, quello alla sua destra (armato di kalashnikov e smartphone), stizzito, inizia a schiaffeggiarlo, costringendolo al silenzio. Il corpo di Zwan viene trovato senza vita, torturato; i talebani, in un primo momento, negano ogni responsabilità. Poi però, dopo la diffusione del video in cui Zwan irride i suoi aguzzini, rivendicano l’uccisione di un uomo “colpevole” di aver deriso il sacro potere taliban. Questa è l’unica “colpa” di cui Khasha Zwan si sarebbe “macchiato”: aver deriso i talebani. Tutte le altre, che gli vengono attribuite post mortem, sono solo fango gettato su un corpo mortificato. Questa settimana non una foto, dunque: troppo doloroso – anche fuori fuoco – sarebbe stato vedere in carne e ossa il volto sorridente di un uomo ucciso a sangue freddo, proprio a causa della sua ironia. Poi accade che, quando il video dell’arresto di Khasha Zwan diventa virale, bisogna diffondere una verità alternativa. E così, tra i soliti spazi dell’estremismo rossobruno, rimbalza la bufala, condivisa da ignare persone e da colpevoli mistificatori, secondo cui Khasha Zwan sarebbe stato un torturatore.

COME PUÒ ACCADERE CHE UN UOMO UCCISO A SANGUE FREDDO SIA ACCUSATO DI ESSERE «PEDERASTA E TORTURATORE»?

E chi lo dice? Gli stessi che l’hanno schiaffeggiato e sgozzato: i talebani. E quindi accade che le persone si trovano a credere a coloro che hanno pestato, sgozzato, insabbiato e poi rivendicato l’omicidio di una persona che ora cercano di infangare. Ma come può accadere che un uomo arrestato e ucciso a sangue freddo sia accusato di essere «un pederasta e un torturatore»? La bufala, diffusa da fonti talebane, nasce da una notizia: Khasha Zwan era diventato un agente della polizia locale di Kandahar, scelta che per sopravvivere hanno fatto in molti negli anni di guerra. Ora, siccome la polizia di Kandahar è stata accusata di violenze e abusi nei confronti della popolazione civile, la propaganda taliban ha traslato questa accusa su Khasha.

Meccanismo semplice e tipico: dare la colpa al singolo per vicende che riguardano una categoria. Siti complottisti hanno sostenuto questa tesi riportando come fonte il Washington Post, che non parla di Khasha come un criminale, ma dice testualmente: «Non è chiaro il suo rapporto di poliziotto con la comunità ». Quindi il Washington Post riporta le affermazioni di un ex soldato dell’esercito afghano, secondo il quale Khasha era al comando di una unità locale della polizia di Kandahar. Di contro, il Washington Post cita anche le parole di artisti che hanno condannato l’uccisione di Khasha come un deliberato attacco alla libertà di espressione. Sondare tutte le prospettive, riportare tutte le ipotesi, anche quelle prive di fondamento, è una pratica che talvolta – come qui – produce disinformazione. Non tutto ciò che accade può avere somma zero. Non tutte le testimonianze hanno lo stesso grado di attendibilità. Perché credere ai talebani? Perché qualsiasi cosa provenga da chi si dice antiamericano – siano pure i talebani – è vista con favore.

PERCHÉ CREDERE AI TALEBANI? PERCHÉ QUALSIASI COSA PROVENGA DA CHI SI DICE ANTI AMERICANO È VISTA CON FAVORE

Detesto la politica militare estera Usa, ma non mi sognerei mai di considerare i talebani una alternativa. Combatto da sempre la logica furba delle false scelte, che obbliga a prendere posizione tra Assad e Isis, tra Saddam e i marines. In queste ore non si deve scegliere con chi stare, ma sforzarsi di comprendere. Per prima cosa, che non si giustificano le esecuzioni sommarie. Che bisogna provare la colpevolezza, non l’innocenza. E che questa è l’esecuzione di una condanna a morte senza processo. Nel video del suo arresto, Khasha Zwan diceva ai due miliziani «avete i baffi sul culo», ridicolizzando il sommo simbolo di virilità… è morto perché le sue battute, passando di bocca in bocca, scacciavano la paura dai volti degli afghani sciogliendoli in sorrisi. Khasha Zwan è morto facendo battute, sorridendo in faccia ai suoi aguzzini, con la potenza anarchica dell’ironia spesa sino alla fine.

Le immagini che volevano umiliarlo gli hanno invece riservato un posto nella Storia. Gli ultimi istanti di vita del comico afgano: battute e sorrisi prima di essere sgozzato dai talebani. Riccardo Annibali su Il Riformista il 26 Agosto 2021. Ecco come muore un comico, le ultime immagini di Khasha Zwan che col potere della satira ha ferito profondamente il fondamentalismo talebano. Il video ripreso dalla fotocamera di un cellulare, lo vede consegnato ai miliziani che dopo pochi secondi lo schiaffeggeranno e sgozzeranno. Sorride come ha sempre fatto in questi ultimi frame che lo ritraggono ancora vivo. Perché è un comico e perché oltre a ridere dei suoi aguzzini ride anche della morte a cui sta andando incontro. Kasha Zwan è di nuovo protagonista in queste ore, a più di 30 giorni dalla sua morte, per il video emerso online che lo ha fatto conoscere al mondo. Cinquanta secondi che sbugiardano già “al pronti via” le parole del nuovo regime talebano il giorno dell’ingresso nella capitale Kabul. Oggi i talebani hanno interesse che i media rimangano per dare prova di una nuova cultura, ma la verità è spesso un’altra. Il percorso che porta al potere è fatto di sangue e violenza, torture e immagini raggelanti. Kasha Zwan è morto consapevole che i suoi giustizieri e torturatori erano arrabbiati, perché fino all’ultimo momento li ha presi per i fondelli. È il lavoro di un comico, scherzare sulle cose, su tutte le cose. Anche sulla morte, anche sulla sua. Perché se è vero che sarà sempre una risata a seppellire “i regimi”, il ricordo di Zwan, il comico che ha fatto ridere anche i suoi boia, probabilmente non si spegnerà mai. Quelle immagini che volevano umiliarlo invece gli hanno riservato un posto nella Storia. Perché quando nel video parla l’uomo alla sua sinistra ride, e l’altro alla sua destra armato di Kalashnikov e smartphone, stizzito, inizia a schiaffeggiarlo, costringendolo al silenzio. Una brutalità che da l’idea di quanto un uomo armato abbia sofferto le parole di un comico. Zwan è stato trovato in campagna, sgozzato e torturato. I talebani, in un primo momento, hanno negato la responsabilità della sua morte, poi, dopo la diffusione di questo video, hanno rivendicato l’uccisione di un comico colpevole di aver deriso il sacro potere taliban. Considerato da sempre un nemico da abbattere è infatti tra i primi ad essere epurato perché le sue battute passando di bocca in bocca, scacciavano la paura dagli afgani. Ecco come muore un comico, ridendo in faccia ai suoi assassini. Con la potenza anarchica dell’ironia spesa sino alla fine. Riccardo Annibali

Afghanistan: cantante folk ucciso dai talebani. Da ansa.it il 29 agosto 2021. L'ex ministro degli Interni afgano, Masoud Andarabi, ha denunciato l'uccisione da parte dei talebani del cantante folk Fawad Andarabi. Lo riporta il Guardian citando un tweet del politico. Il "brutale omicidio", ha riferito, è avvenuto è avvenuto ad Andarab, nella parte meridionale della provincia di Baghlan. Il musicista è stato prelevato da casa sua e colpito dai talebani. "Non ci piegheremo alla loro brutalità", ha scritto l'ex ministro. 

Mauro Indelicato per "ilgiornale.it" il 31 agosto 2021. Un uomo in giacca e cravatta che legge un comunicato e delle domande e, dietro di lui, due miliziani talebani armati in modo piuttosto evidente che sembrano voler “marcare” stretto il giornalista. È stata questa l'immagine da ieri diventata virale sui social arrivata da una tv in Afghanistan. A diffonderla è stato il giornalista della Bbc Kian Sharifi, il primo a parlare di “scena surreale” all'interno dell'edificio di Peace Studio, una tv con sede a Kabul dove nel pomeriggio di domenica un conduttore stava presentando Parvaz, uno dei programmi più seguiti. La prima immagine ha mostrato il giornalista con alle sue spalle due uomini con in braccia dei fucili. La foto però altro non è un che frame di un video ben più lungo in cui, allargando poi il campo visivo, si notano almeno altri otto talebani imbracciare le armi. Seduto al fianco del giornalista vi è invece un esponente del movimento integralista. È lui il “protagonista”, l'intervistato dal presentatore costretto a subire la minaccia di otto combattenti posizionati alle sue spalle. L'immagine che ne è uscita fuori ha dell'incredibile: sotto l'insegna di “Peace Studio” ci sono gli uomini armati il cui sguardo è rivolto verso il giornalista. Ancora più surreale il tono della conversazione. Nonostante la presenza dei fucili in studio, il talebano intervistato parla di “tranquillità”, di ordine ristabilito e di vittoria contro le forze occidentali. Prima ancora però i miliziani hanno fatto leggere al giornalista un comunicato in cui si è invitato il pubblico a “collaborare con l'Emirato Islamico” e a non aver paura. La scena, oltre che per la sua drammaticità, è diventata virale per quello che può testimoniare della situazione attuale della tv in Afghanistan.

Una tv destinata a cambiare. I talebani, una volta entrati a ferragosto a Kabul, hanno dichiarato di voler rispettare la libertà di stampa e che nulla sarebbe cambiato. Il giorno dopo, quando su Tolo Tv una giornalista afghana ha intervistato un membro talebano, sembrava che la situazione potesse minimamente sembrare "tranquilla". Ben presto, però, i fatti hanno smentito tutto. Lei, la protagonista di quell'intervista, oggi ha dovuto lasciare Kabul. Behesta Arghand, questo il suo nome, alla Cnn ha riferito di aver abbandonato l'Afghanistan per paura delle ritorsioni talebane. La tv afghana dalle scorse ore non può più trasmettere voci femminili. Difficilmente negli studi si vedranno da ora in poi donne presentare programmi o leggere telegiornali. La presenza di uomini armati nel programma di ieri inoltre potrebbe essere servito come monito. I talebani cioè, da padroni di Kabul, potrebbero sentirsi legittimati a controllare anche fisicamente le televisioni e i contenuti dei programmi.

Afghanistan, Beheshta Arghand, la giornalista di Tolo News lascia Kabul: "Temo i talebani". Libero Quotidiano il 30 agosto 2021. Il volto femminile di Tolo News, Beheshta Arghand, ha rinunciato a proseguire il suo lavoro di giornalista e ha deciso di lasciare Kabul, secondo quanto riporta un articolo  della Cnn. Due settimane fa la reporter aveva fatto parlare i media di tutto il mondo con la sua intervista a un alto esponente talebano e anche perché il primo notiziario del Paese aveva riportato una donna a condurre sul suo schermo. Non solo. Due giorni dopo quella intervista la Arghand aveva fatto un altro scoop, riuscendo a intervistare Malala Yousafzai, l'attivista pakistana e premio Nobel sopravvissuta nel 2012 a un tentato omicidio da parte dei talebani pakistani. La Arghand stava cercando di continuare a svolgere la sua professione ma il suo lavoro è stato sospeso: ha deciso di lasciare l'Afghanistan facendo riferimento ai pericoli che stanno affrontando i giornalisti e l'intera popolazione. In un messaggio inviato alla Cnn via WhatsApp, infatti, Arghand ha ammesso: "Ho lasciato il Paese perché, come milioni di persone, temo i talebani". Da parte sua, il proprietario di ToloNews, Saad Mohseni, ha commentato che il caso di Arghand è emblematico della situazione in Afghanistan: "Quasi tutti i nostri noti reporter e giornalisti se ne sono andati", ha detto Mohseni all'emittente Usa. "Stiamo lavorando come matti per sostituirli con nuove persone". Fare il giornalista è diventato un mestiere troppo pericoloso a Kabul. Soprattutto per le donne.  

Afghanistan, il kamikaze pentito scappato in Italia: "Chi sono veramente i talebani". Libero Quotidiano il 26 agosto 2021. "Gli unici giocattoli che avevamo erano armi vere. La violenza permeava le nostre vite. Tutti i giorni vedevo persone frustate, picchiate a morte, impiccate". Lo racconta Walimohammad Atai, classe 1996, oggi educatore pedagogico in una comunità per minori in Italia, traduttore e interprete giurato per i nostri tribunali, che ha raccontato la sua storia nel libro Il martire mancato e ne parla in una intervista al Giornale. "Mio padre era un medico che i talebani li ha contrastati politicamente e per questo è finito impiccato, il corpo fatto a pezzi e chiuso in un sacco. Mio zio materno era invece un comandante talebano. Frequentai così due scuole coraniche. Poi venni reclutato da un centro di addestramento per kamikaze, in Afghanistan e poi in Pakistan. Ero stato scelto, insieme a quattro ragazzi più svegli e attivi, da un gruppo di arabi arrivati apposta. Ero incaricato di costruire bombe. Ma tutto cambiò quando scoprii da mia nonna paterna che mio padre era stato ucciso dalle persone che erano con me in madrasa", racconta. "Con l'aiuto della famiglia paterna, istruita e illuminata, imparai inglese e informatica e cominciai a insegnarli ai coetanei. I soldati americani ci aiutarono, procurando penne e sedie. Ci fu subito un attentato, con una bomba in cui due miei studenti furono uccisi. Nulla è cambiato. Sono peggio del '96, i talebani hanno solo imparato a parlare ai media. Le donne per loro non sono esseri umani, sono spazzatura, bestie riproduttive", ricorda angosciato. Che reazione le fa il ritorno degli integralisti e il ritiro americano? "Sono andati distrutti vent' anni di lavoro. Tutto è stato trasformato in macerie in cinque giorni. Come fosse stato un gioco. L'Occidente ci ha tradito. A questo punto poteva fare anche prima l'accordo con i talebani. Hanno perso miliardi di dollari, le vite dei loro soldati e quelle degli afghani. Per rimetterci nelle mani dei terroristi. Se americani e alleati vogliono salvarci, mettano in sicurezza il nostro Paese. Altrimenti anche quei bambini sono solo armi di propaganda. Anche perché l'istruzione è diventata una questione di vita o di morte per il mio popolo".

"Io, kamikaze mancato vi racconto l'orrore della vita sotto il regime". Gaia Cesare il 26 Agosto 2021 su Il Giornale. L'interprete da tempo rifugiato in Italia: "Ogni giorno assistevo a frustate e lapidazioni". Ricorda ancora di quando, da bambino, la sua gioia più grande, come quella dei coetanei, era usare le pietre che aveva raccolto con cura, scelte una per una, per partecipare alle lapidazioni in strada, in un villaggio del distretto di Goshta, est di Kabul, Afghanistan. «Gli unici giocattoli che avevamo erano armi vere. La violenza permeava le nostre vite. Tutti i giorni vedevo persone frustate, picchiate a morte, impiccate». Non gli veniva nemmeno consentito di giocare con la sorella, «perché relazionarsi con persone del sesso opposto era peccato». Eppure Walimohammad Atai, classe 1996, oggi è un educatore pedagogico in una comunità per minori nel nostro Paese, traduttore e interprete giurato per i nostri tribunali, che ha raccontato la sua storia nel libro «Il martire mancato» (edito da Multimage), un racconto puntiglioso e agghiacciante della vita sotto i talebani, anche dopo l'arrivo delle forze occidentali. Una storia a lieto fine, la sua, dopo la fuga a 15 anni via Iran e Turchia, e l'arrivo a 17 in Italia, dove ottiene lo status di rifugiato politico.

Quando decise di ribellarsi ai talebani?

«Quando scoprii la storia di mio padre, un medico che i talebani li ha contrastati politicamente e per questo è finito impiccato, il corpo fatto a pezzi e chiuso in un sacco».

La storia di suo padre le era stata tenuta nascosta?

«Sì, da mia madre e mio zio materno, che era invece un comandante talebano. Furono loro a farmi frequentare due scuole coraniche. Poi venni reclutato da un centro di addestramento per kamikaze, in Afghanistan e poi in Pakistan».

Volevano che dedicasse la sua vita alla guerra santa e diventasse un martire?

«Sì, ce n'era uno in ogni famiglia del mio villaggio. Io ero stato scelto, insieme a quattro ragazzi più svegli e attivi, da un gruppo di arabi arrivati apposta. Ero incaricato di costruire bombe. Ma tutto cambiò quando scoprii da mia nonna paterna che mio padre era stato ucciso dalle persone che erano con me in madrasa».

Che fece allora?

«Con l'aiuto della famiglia paterna, istruita e illuminata, imparai inglese e informatica e cominciai a insegnarli ai coetanei. I soldati americani ci aiutarono, procurando penne e sedie».

Gli integralisti la presero subito di mira?

«Ci fu subito un attentato, con una bomba in cui due miei studenti furono uccisi».

Lei come si salvò?

«Ero in bici a comprare del latte. Sentii il boato».

Cosa le insegnavano in madrasa?

«Che siamo ospiti in questo mondo e dobbiamo fare quello che vuole Allah, uccidere gli infedeli e fare la jihad per andare in paradiso».

È vero che dicevano: «Le donne devono stare solo in casa o nella tomba»?

«Certo. E nulla è cambiato. Sono peggio del '96, hanno solo imparato a parlare ai media. Le donne per loro non sono esseri umani, sono spazzatura, bestie riproduttive».

Che reazione le fa il ritorno degli integralisti e il ritiro americano?

«Sono andati distrutti vent'anni di lavoro. Tutto è stato trasformato in macerie in cinque giorni. Come fosse stato un gioco. L'Occidente ci ha tradito. A questo punto poteva fare anche prima l'accordo con i talebani. Hanno perso miliardi di dollari, le vite dei loro soldati e quelle degli afghani. Per rimetterci nelle mani dei terroristi».

Le cose erano cambiate in questi anni? Un'illusione?

«Qualcosa era cambiato. È nato un nazionalismo, gli afghani vivevano sotto una bandiera, molte donne nelle città studiavano e lavoravano, c'era di nuovo una rete commerciale, stavamo diventando a fatica un Paese riconosciuto».

Tutto è perduto? O vede speranza in quei bimbi salvati all'aeroporto?

«Se americani e alleati vogliono salvarci, mettano in sicurezza il nostro Paese. Altrimenti anche quei bambini sono solo armi di propaganda».

Da dove può ripartire l'Afghanistan martoriato?

«L'istruzione è diventata una questione di vita o di morte per il mio popolo». Gaia Cesare

Paolo Mastrolilli per “La Stampa” il 24 agosto 2021. Il capo taleban, diciamo un sergente, si rivolge al sottoposto: «Vai a mettere la bomba là sotto, dietro la curva. Non la vedranno». Il soldatino obietta: «Può aspettare fino a domattina». Il capo insiste: «No, non può. Gli americani potrebbero arrivare prima, e noi abbiamo bisogno che l'esplosivo sia giù per ammazzarne il massimo possibile». Il sottoposto punta ancora i piedi: «Credo che aspetterò». Il superiore si irrita: «No, non aspetterai! Vai giù e piazza la bomba». Il soldatino, che nella mente di un lettore italiano avrà assunto la fisionomia di Alberto Sordi nella "Grande Guerra", capisce che si mette male: «Devo proprio andare?». Il sergente perde la pazienza: «Sì! Vai e fallo!». Il sottoposto tenta un'ultima insubordinazione: «Non voglio». Il superiore allora fa il comprensivo: «Fratello, perché no? Noi dobbiamo combattere la jihad!». Il soldatino allarga le braccia: «Fratello... è troppo freddo per fare la jihad». Non è il canovaccio di una commedia di serie B sulla guerra in Afghanistan, ma una vera conversazione avvenuta fra due taleban sulle montagne gelate del loro paese, ascoltata e registrata da Ian Fritz. Ian ha servito dal 2008 al 2013 nell'Air Force, per fornire alle truppe americane i "threat warning". Sorvolava i teatri di guerra su aerei speciali, attrezzati per intercettare le comunicazioni radio dei taleban. Era uno di circa venti soldati addestrati a comprendere il Dari e il Pashto, principali lingue locali, e perciò era stato assegnato all'Air Force Special Operations Command. Ascoltava il nemico, sentiva cosa preparava, e poi informava i superiori sul suo stesso aereo, attrezzato per bombardare subito chi poneva pericoli. «Ho volato su 99 missioni di combattimento - ha scritto Fritz sulla rivista Atlantic - per un totale di 600 ore. Forse 20 di queste missioni e 50 di queste ore hanno riguardato vere battaglie. Altre 100 ore hanno prodotto informazioni di intelligence utilizzabili a fini pratici. Il resto erano chiacchiere. Ma queste cose fluivano naturalmente dal grande talento verbale dei taleban, il discorso motivante. Nessun incontro fra commessi viaggiatori, set cinematografico o spogliatoio sportivo ha mai visto il livello di preparazione iper entusiastica che i taleban dimostravano prima, durante e dopo ogni battaglia. Forse dipendeva dal fatto che erano ben addestrati, e avevano fatto la guerra tutta la vita. Forse credevano genuinamente alla santità della loro missione. Ma più li ascoltavo, e più capivo che questa perpetua sbruffonaggine era qualcosa che dovevano fare per continuare a combattere. Altrimenti come avrebbero potuto lottare con un nemico che non esitava ad usare bombe disegnate per distruggere un edificio allo scopo di uccidere anche un solo uomo?». Per spiegarsi, Fritz racconta un episodio avvenuto il giorno prima del suo ventiduesimo compleanno. I bombardieri americani avevano appena scaricato un ordigno da oltre 220 chili di esplosivo su un campo di battaglia, «polverizzando 20 uomini. Io - ha ricordato su Atlantic - pensai che ne avessimo ammazzati abbastanza. Ma non era così. Quando altri due elicotteri d'attacco erano arrivati, li avevo sentiti urlare: "Continua a sparare. Si ritireranno!". Mentre noi attaccavamo, loro ripetevano: "Fratelli, stiamo vincendo. Questo è un giorno glorioso". Non importava che stessero combattendo con fucili vecchi di trent'anni contro elicotteri e caccia. Non contava che cento di loro fossero morti. I taleban conservavano i loro spiriti alti, si incoraggiavano, insistevano che stavano vincendo». Nella primavera del 2011, Fritz aveva accompagnato le Special Forces in un villaggio dove avevano subito un agguato. Gli afghani parlavano come contadini che seminano, gli americani erano certi che nascondessero armi. L'aereo di Ian aveva sparato, un uomo aveva perso una gamba, e tutti gli altri lo avevano soccorso fino a quando era morto, invece di difendersi. «La mia sensazione era che stessimo sempre conducendo le stesse missioni, negli stessi posti, ri-liberando i villaggi già liberati tre anni prima». Una volta aveva accompagnato una squadra in un paesino a parlare con gli anziani per scavare un pozzo. Era andato tutto bene, ma al momento della partenza, i taleban avevano attaccato: «Fratello, ne hai beccato uno. Vai avanti, continua a sparare. Possiamo prenderne altri!». La conversazione si era interrotta li, perché l'aereo di Ian aveva bombardato i taleban che sentiva parlare. La storia di Fritz insegna due cose. Primo, queste missioni di intelligence ora nessuno le condurrà più, facilitando la vita ai terroristi. Secondo, il destino della guerra era segnato, anche se le missioni fossero continuate: «Quando tornavano a casa, i taleban andavano nel villaggio vicino, non come noi a 6.000 miglia di distanza. Forse erano veri contadini, forse no. In ogni caso, le nostre bombe significavano che sempre più giovani del loro paese si sarebbero uniti ai taleban. In quelle conversazioni che ascoltavo, mi dicevano una cosa che molti altri si rifiutavano di sentire: l'Afghanistan è nostro».

Afghanistan, irruzioni nelle case e omicidi: il terrore della resa dei conti. Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera il 20 agosto 2021. In Afghanistan chiunque abbia collaborato con la coalizione internazionale si sente un animale braccato. Le finestre di opportunità per partire si stanno inesorabilmente chiudendo col trascorre delle ore. Sono le cronache delle perquisizioni casa per casa, degli arresti e omicidi mirati da parte delle squadracce talebane sino al centro di Kabul ad alimentare la sindrome del fuggifuggi a tutti i costi. Un brivido di panico si è diffuso ieri mattina, quando i voli sono stati congelati per alcune ore. «I talebani agiscono di notte, ma adesso anche in pieno giorno. Sanno benissimo dove cercare, hanno i nostri nomi, i nostri indirizzi, i dettagli delle nostre famiglie. Siamo convinti che i loro servizi di intelligence siano aiutati da quelli pakistani, che negli anni hanno sempre visto chiunque lavorasse per la coalizione a guida Nato e lo stesso governo Ghani come collaborazionisti al soldo di Washington e Nuova Delhi», ci racconta per telefono Salim, un ricercatore universitario, che da tre giorni cerca di raggiungere il terminal dell’aeroporto. Sono in tanti tra la classe medio-alta della capitale ad insistere sulle liste di nomi e indirizzi di «collaborazionisti» ricercati. Sui social girano le foto di automobili sospette riprese a Kandahar con ben visibili le targhe del Pakistan. La mancanza di contanti, le banche chiuse, i salari bloccati (ieri si è fermata anche Western Union) contribuiscono alla febbre delle partenze. I portavoce della Nato segnalano che nell’ultima settimana il ponte aereo ha portato in salvo oltre 18.000 persone. Tra loro anche i circa 1.200 saliti sui voli italiani (da giugno sono in tutto 1.500). E l’attività potrebbe andare avanti ben oltre la fine di agosto. Molti mancano all’appello. Si è scoperto che anche tanti internazionali, tra loro americani, canadesi, tedeschi, si trovavano nelle province al momento della travolgente avanzata talebana meno di due settimane fa. Per loro raggiungere Kabul sta rivelandosi una sfida impossibile. Le strade del Paese sono insicure, gruppi di banditi si sovrappongono alle milizie. I comandanti talebani a parole garantiscono che si eviteranno le violenze. La realtà dal campo prova tutto l’opposto. Un rapporto di Amnesty International diffuso nelle ultime ore dettaglia l’esecuzione di 9 uomini hazara (di religione sciita detestata dai pashtun sunniti) nel villaggio di Mundarakht tra il 4 e 6 luglio. Anche l’associazione internazionale Giornalisti senza Frontiere racconta dello sterminio della famiglia di un reporter locale che la lavorava per la pubblicazione tedesca Deutsche Welle. «I talebani avevano il suo nome e sapevano dove abitava. Ma lui aveva già preso il volo da Kabul offerto dall’esercito tedesco. Lo hanno cercato, quando non lo hanno trovato si sono vendicati sui suoi parenti», specificano. Sono noti i casi di almeno altri 3 reporter locali ricercati nelle loro abitazioni. Chi cerca di scappare sa bene che al momento la strada più sicura resta quella dell’aeroporto della capitale. I talebani controllano ormai tutte le frontiere e i loro accessi attraverso le regioni rurali. Pare che circa 20.000 persone siano assiepate sui punti di passaggio verso il Pakistan. L’Iran ha chiuso i confini. A Kabul una folla di parecchie migliaia di persone (c’è chi ne segnala sino a 50.000) continua a premere per raggiungere il terminal. «Ho provato tre volte. Ma resta troppo pericoloso. Proverò semmai a prendere la via del Pakistan tra qualche mese», ci ha detto ieri Mohammadot, un autista che per due decenni ha lavorato per le organizzazioni non governative internazionali. Tanti si adattano a bivaccare in luoghi di fortuna in attesa di passare. Circa 3.000 sono assiepati nel terminal. Valige, scarpe abbandonate, un acre olezzo di escrementi ammorba l’aria. Pare che alcuni bambini piccoli si siano persi nella calca. «Tornare indietro e ritentare è un terno all’otto. Nulla garantisce che la strada sia ancora aperta domani», aggiunge Mohammadot. Nelle ultime ore i testimoni sul posto indicano che i talebani si sono dimostrati più propensi a lasciare passare coloro che sono in possesso dei permessi Usa. Ma il comportamento delle loro pattuglie appare erratico. In alcuni casi bloccano e schedano come «collaborazionisti» proprio coloro che hanno la luce verde americana. In altri li accompagnano sino alle pattuglie avanzate dei Marines.

Omicidi e vendette: in Afghanistan finisce le "tregua" talebana. Lorenzo Vita il 20 Agosto 2021 su Il Giornale. I rapporti che giungono dall'Afghanistan mostrano una realtà molto diversa da quella promessa dai talebani nel nuovo Emirato islamico. L'Afghanistan vive il quinto giorno di potere in mano ai talebani. Gli "studenti coranici" promettono calma, amnistie e di evitare qualsiasi rappresaglia. Mostrano il loro volto migliore confidando nel riconoscimento internazionale. Ma il Paese sembra essere ben diverso dall'immagine che gli insorti vogliono dare al mondo. Mentre continuano i tentativi di fuga di migliaia di civili, le proteste sono esplose, pur isolate, in diverse parti dell'Afghanistan. Ieri, in concomitanza con la festa dell'Indipendenza, si sono registrati alcuni morti e diversi feriti per le strade di Jalalabad, Asadabad e Kabul. Sventolare una bandiera che non sia quella dei talebani, oggi, è un crimine che si può pagare con la vita. In risposta a queste manifestazioni, i talebani hanno organizzato parate militari nelle città di Kandahar e Qalat. Per le strade, riporta Agenzia Nova, i miliziani hanno mostrato le armi sequestrate all'esercito afghano, facendo sfoggio dell'arsenale che è passato adesso tra le mani degli "studenti coranici".

Le rappresaglie e i primi omicidi. Il mondo continua a interrogarsi sul comportamento da tenere con la nuova dirigenza talebana. L'Europa appare tramortita da quanto accaduto a Kabul nei giorni scorsi e solo ora prova - con tentativi maldestri - di evitare di abbandonare gli afghani al loro destino. Risposta tardiva, mentre giungono le tragiche notizie di primi rastrellamenti alla ricerca di collaboratori delle forze occidentali e omicidi mirati, come quello del comandante dell'esercito Haji Mullah Achakzay e di un familiare di un giornalista della tedesca Deutsche Welle. Quello che traspare dall'Afghanistan sembra ben diverso da quanto promesso dai leader del nuovo Emirato islamico. È di oggi anche il report di Amnesty International sulle brutali uccisioni e torture avvenute a luglio nella provincia di Ghazni contro uomini di etnia hazara. Il ritorno a casa per recuperare viveri dopo essere fuggiti in montagna è costato loro la vita. A essere i primi bersagli delle rappresaglie talebane, oltre ai collaboratori delle truppe Nato, sono gli esponenti delle autorità locali, accusati di essere legati al precedente governo e agli occupanti. Secondo Tolo News, una delle principali reti del Paese, sarebbero diversi i comandanti locali della polizia o i funzionari diventati irreperibili o catturati dai talebani.

Il rischio di un esodo. Esiste quindi una realtà ben diversa da quella descritta dai talebani e dai loro sostenitori. Rispetto all'immagine di una Kabul in un caos controllato, dove regna la paura ma in cui sembra esserci un'apparente calma, il Paese subisce il suo destino. Dove i riflettori si spengono, si attiva la vendetta. Ed è anche per questo che ora la comunità internazionale si sta muovendo per salvare chi ha collaborato con le forze Nato e chi sceglie di fuggire per non vedere i propri figli condannati a un destino drammatico. La stessa volontà che ha mosso le madri che nei giorni scorsi hanno lanciato i bambini oltre il filo spinato dell'aeroporto chiedendo ai soldati britannici di imbarcarli sul primo volo verso l'Occidente. Una fase estremamente complessa per il rischio di una bomba migratoria che l'Europa teme di dover gestire da sola e su cui la diplomazia è già al lavoro. Ma le disattenzioni e l'assenza di coordinamento dimostrata durante l'avanzata talebana, quando tutto questo era quantomeno preventivabile, lasciano molti dubbi sulle possibilità che Ue e Paesi alleati trovino accordi e una strada condivisa per evitare l'esodo.

Lorenzo Vita. Classe 1991, laurea in Giurisprudenza, master in geopolitica e corsi su terrorismo e guerra ibrida. Amo la storia, il mare, sogno viaggi incredibili e ho nostalgia del grande calcio e degli stadi pieni. Una passione mi ha cambiato la vita: raccontare quello che succede nel mondo. E l'ho trasformata in lavoro. Così, nel 2017, sono entrato nella redazione de ilGiornale.it. Vivo diviso tra Roma e Milano, nell'eterna lotta tra cuore e testa. Ho scritto un libro: "L'onda turca"

La stretta integralista. Cos’è la sharia, la "legge islamica" che intrappola le donne afghane nella stretta integralista. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 20 Agosto 2021. La bambina di sei sette anni con lunga treccia che si arrampica sul muretto agile e veloce come una leprotta e si tuffa tra le braccia di uno dei pochi soldati occidentali ancora rimasti a Kabul. E poi le donne che gettano i loro bambini piccolissimi, e soprattutto le bambine, al di là del filo spinato. Per sottrarre all’orrore di una vita futura, in regime di Talebani, le ragazzine e le donne tutte, ma anche i bambini che spesso erano diventati oggetti di trastullo sessuale per uomini, annientati nella personalità e destinati a un futuro di prostituzione maschile. Chi sta cercando di scappare dall’Afghanistan vuole sottrarsi a qualcosa che ha già vissuto e non ha dimenticato negli ultimi vent’anni di speranza. Le donne e le ragazze, prima di tutto. Ci si può fidare di chi, come il portavoce dei Talebani Zabihullah Majahid, ha esibito “garanzie” che puzzavano di imbroglio già mentre ogni parola usciva dalla sua bocca? Non ci saranno discriminazioni, ha assicurato, le donne potranno uscire di casa e anche andare al lavoro. Poi ha messo lì un “MA” grande come un grattacielo: ma nel rispetto della sharia, ha detto. Sappiamo tutti che la sharia è la legge islamica che domina qualunque altra norma, più forte delle costituzioni, e che orienta le decisioni di governi e parlamenti. È il documento fondamentale con cui, usandolo come un elastico, si danno e si tolgono i diritti. Quelli delle donne, soprattutto. C’è un punto fondamentale, che pare invincibile, quello che, considerando impuro il corpo della donna (in quanto induce l’uomo a “peccare”), lo rende prigioniero non solo del burka e del niqab, ma soprattutto degli uomini di casa. È tra quelle mura che la donna deve stare, salvo che non venga accompagnata da uno dei suoi “proprietari” e paludata dalla testa ai piedi. Di lavorare, studiare e guidare l’auto neanche parlarne, ai tempi dei Talebani. E guai a mostrare il corpo malato a un medico di sesso maschile. I più radicali erano arrivati a imporre alle “proprie” donne di famiglia di coricarsi vestite: fosse mai capitato un terremoto o un incendio e qualcuno avesse dovuto constatare la morte di un corpo femminile seminudo… I Talebani sono arrivati a Kabul con un anticipo che ha lasciato smarriti un po’ tutti. E il primo giorno abbiamo assistito sgomenti, soprattutto noi donne, a quel vero assalto che torme di afghani, tutti uomini, stavano dando agli aerei diretti al mondo occidentale. Uomini così disperati da mettere in discussione la propria vita, e infatti alcuni l’hanno persa. Ma dove erano le donne, ci siamo domandate, in quale trappola da topi erano state lasciate? E il sospetto era forte, che quelle parole morbide che in realtà non avevano rassicurato nessuno, del portavoce dei Talebani, fossero dirette solo al mondo esterno, mentre all’interno del Paese già giravano le liste con i nominativi delle donne nubili dai 12 ai 45 anni. Donne da far proprie, da possedere con i matrimoni forzati o gli stupri. In nome della sharia, magari. Intanto alcune famiglie di cittadini e cittadine afghane sbarcavano anche in Italia, le immagini diffuse da ogni rete tv. Sono collaboratori della nostra ambasciata, dei consolati e di altri uffici che si sono radicati in Afghanistan nel corso di vent’anni. C’è un particolare che colpisce: quasi nessuna delle donne è vestita come le italiane, un gruppo di ginecologhe e altre professioniste. Non è un fatto formale, tant’è che molti commentatori, ma soprattutto commentatrici, si stanno chiedendo in questi giorni se davvero questi due decenni abbiano inciso nel profondo della parte più retrograda della cultura islamica. Se lo è domandato, in modo anche autocritico, perché è vero che sappiamo ben poco di quel che è capitato alla maggior parte delle donne in tutto questo tempo, Natalia Aspesi su Repubblica: «Davvero sino a pochi giorni fa non erano velate? Davvero riempivano le università? Davvero sposavano chi volevano? Davvero erano libere?». Non sono domande da poco. Il sospetto è che siano ben poche quelle in grado di rispondere in modo affermativo ai quesiti. Le “privilegiate” della città, non quelle delle piccole comunità rurali. Per le rivoluzioni culturali forse vent’anni sono ancora pochi. Chissà se davvero si riuscirà a parlare anche di questo al G20 di santa Margherita Ligure del prossimo 26 agosto, anche se in realtà il tema è quello dell’empowerment lavorativo ed economico. Naturalmente l’urgenza oggi è prima di tutto quella di tirar fuori queste donne dalla trappola per topi in cui sono state infilate, aiutandole a partire o difendendole là dove sono. «L’Europa deve agire. L’Italia deve reagire». Come hanno scritto 78 associazioni in un documento unitario.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Nell’Inferno dei Talebani. L’Afghanistan ripiomba nel Medioevo barbaro dopo la fuoriuscita di Americani e Occidentali. Carlo Franza il 21 agosto 2021 su Il Giornale.  Bestie talebane, così le ha apostrofate il collega Nicola Porro nel suo blog “Zuppa di Porro”, il 15 agosto 2021. Pienamente d’accordo.  Questi talebani rozzi e  barbuti hanno appena conquistato Kabul la capitale e l’Afghanistan. Mi sono chiesto ed è domanda che rivolgo ai politici, agli Analisti e all’Intelligence, come sia stato possibile che un’orda di 85.000 (ripeto ottantacinquemila) talebani abbiano potuto avere la meglio su 38.000.000 di afghani?  Chi sono i talebani? I talebani (che davvero significa “seminaristi”, o comunque “studenti delle scuole della fede islamica ”, talib è il singolare, taliban il plurale) a quel tempo nel 2001  erano  -e sono ancora oggi- una banda ogni giorno più folta che si mostrava all’apparenza come una qualche armata Brancaleone d’Oriente, ma che in realtà era compatta e omogenea, tutti pashtun del Sud afghano, tutti misticamente segnati dall’appartenenza ad Allah, tutti indifferenti alla morte che li avrebbe portati nel paradiso della loro fede. Ed era questa compattezza, questa determinazione mistica, che li faceva imbattibili, capaci di sconfiggere gli scalcagnati eserciti dei “signori della guerra” locali. Alla fine, tuttavia, la loro arma vincente, quella che gli diede a poco a poco, di vallata in vallata, il controllo dell’intero Afghanistan, fu il loro principio di stabilire un rigido ordine sociale e politico là dove prima dominavano l’insicurezza, la corruzione, lo stupro, i rapimenti, gli abusi. I talebani portavano una loro pace sociale, amara certo, ch’era una pace basata sulla sharia e sul ritorno mistico al Medio Evo; e in una società arcaica e tradizionalista, questa garanzia era vincente sulla paura e sull’angoscia quotidiana. Quando i B-52 americani li sconfissero, nel novembre del 2001, i talebani si divisero in tre gruppi. Uno se ne andò alla macchia dietro Omar e il fantasma di Bin Laden, un altro (più sparuto) consegnò le armi e si fuse con il nuovo potere del pashtun Karzai, il terzo si ritirò e si mimetizzò tra la gente dei villaggi del Sud e del Sud Est, tutti pashtun tra i pashtun, protetti dal codice d’onore tribale che condanna il tradimento degli ospiti del villaggio. Il nuovo potere che s’installò a Kabul non ebbe mai la forza di allargare il proprio controllo al di là della capitale (di Karzai si è detto che è stato “il sindaco di Kabul”), per troppa corruzione e troppi pochi dollari da investire nel crearsi alleanze locali, e nel tempo l’insofferenza per la presenza oppressiva dei soldati stranieri, i kafir invasori, si è andata mescolando con l’insofferenza per i soprusi e gli abusi che i signorotti locali avevano intanto ripreso a praticare dappertutto, impuniti, impunibili, sugli stenti della vita quotidiana. Le centinaia, e poi migliaia, di morti ammazzati dai bombardamenti indiscriminati degli americani hanno riacceso il “nazionalismo” afghano – tre guerre aveva combattuto l’Impero britannico in Afghanistan, e tre volte si era dovuto ritirare sconfitto – e hanno ricostituito quel brodo di coltura nel quale progressivamente è germinata la nuova offensiva talebana, collegata e fusa con quel secondo gruppo di ribelli che si erano rifugiati sulle montagne con il mullah Omar e avevano intanto continuato la loro guerra. Nessun volto buono, nessun buonismo, il lupo cambia il pelo ma non il vizio. Hanno lo stesso volto che avevano vent’anni fa prima dell’arrivo degli americani e degli occidentali, sguardo torvo, la violenza tra le braccia, la testa imbottita di versi coranici. Gattopardi, falsi, usano eccome la “dissimulazione” (fa parte della taqiyya) ovvero che è previsto il mentire nell’islam per difendere la propria fede.  Gli americani avrebbero dovuto trarre lezione dal detto romano «Carthago delenda est», abbreviato in «Delenda Carthago» (“Cartagine deve essere distrutta”) è una famosa frase latina pronunciata da Marco Porcio Catone passato alla storia come “Catone il Censore” al termine di ogni suo discorso al   Senato romano a partire dal suo ritorno dalla missione di arbitraggio tra i Cartaginesi e Massinissa (re di Numidia) avvenuta nel 157 a. C. praticamente fino alla sua morte nel 149 a. C.  E Catone, convinto che non fosse possibile né conveniente per i Romani venire a patti con il secolare nemico, aveva fatto di questo argomento il motivo centrale di tutta la propria azione politica, tanto che ogni suo sermone, di qualsiasi argomento trattasse, finiva sempre con questa esortazione: “Ceterum censeo Carthaginem delendam esse” (“Infine credo che Cartagine debba essere distrutta”). La storia insegna, eccome. Questa frase è divenuta proverbiale e viene spesso citata per significare una profonda convinzione strategica che sta dietro e a cui sono finalizzate tutta una serie di azioni di natura tattica. Si dice che nel momento in cui Catone pronunciò questa frase per la prima volta egli tirò fuori da sotto la tunica un cesto di fichi provenienti da Cartagine, volendo così dimostrare che se il fico – frutto assai delicato – poteva resistere al viaggio da Cartagine, quest’ultima era troppo vicina a Roma e quindi andava distrutta. Ma torniamo all’attualità, alla presa dei talebani dell’Afghanistan, alla loro rozza e violenta politica medioevale. Oggi ha abbandonato il Paese anche Clarissa Ward, la corrispondente della Cnn diventata la giornalista più famosa al mondo per aver raccontato la caduta di Kabul e per la sua immagine avvolta nel velo nero impostole dalle milizie talebane. L’ultimo servizio dall’aeroporto mostrava la giornalista confrontarsi con i miliziani che le chiedevano di coprirsi il volto e spegnere la telecamera, mentre minacciavano di colpire l’operatore della sua troupe. E nel paese dei papaveri e dell’oppio che ammorba il mondo è arrivato il barbuto Mullah Abdul Ghani Baradar. È lui l’uomo che ha condotto le trattative con gli Stati Uniti fino all’accordo di Doha del 2020. Ed è lui che, secondo molti osservatori, sarà il primo leader dell’Emirato islamico; bene, questi ha dato subito il primo altolà alle frequentazioni di maschi e femmine, con il basta a classi miste all’Università di Herat. Intanto circolano già in rete le prime fustigazioni pubbliche di donne trovate a girare da sole. L’accoglienza indiscriminata dei profughi afghani in fuga dai talebani, potrebbe essere la rovina dell’Italia e dell’Europa; a sostenerlo non un “pericoloso” teorico dei porti chiusi e dello stop all’immigrazione, ma Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito afghano e scrittore; “Basta con questo buonismo – spiega ad HuffingtonPost -. Ora tutti vogliono essere dalla parte dei buoni, aiutare l’Afghanistan accogliendo le persone, ma ci stiamo chiedendo che fine faranno questi profughi tra un anno o due? Cosa gli accadrà nel nostro Paese, se non gli garantiamo un futuro, se non pensiamo ad un progetto prima di parlare di accoglienza?”. Piccolo particolare: Bitani è arrivato in Italia come rifugiato politico e oggi vive a Torino, dove è impegnato nello sviluppo del dialogo interreligioso tramite l’Afghan Community in Italia. Secondo l’ex militare, si deve tentare il dialogo con le grandi potenze dell’area asiatica, dalla Cina all’India e al vicino Pakistan. “Soprattutto il Pakistan ha un ruolo chiave. I talebani non sono cambiati, alle loro promesse non ci ho mai creduto, neanche per un secondo. Mi hanno ricordato quelle del 1996, dopo le quali hanno ricominciato a tagliare mani e teste”. “Le donne potranno lavorare e studiare ma nel contesto della sharia», giurano i talebani. Ma che bravi questi seminaristi islamici, si sono convertiti al buonismo e sono diventati “talebuoni”, hanno commentato gli illusi. Basterebbe però informarsi su cosa sia la sharia per capire come i talebani siano dei gattopardi: fingeranno di cambiare tutto per non cambiare nulla. E allora vale la pena approfondire i precetti principali (e più inquietanti) della sharia, grazie a Souad Sbai, presidente dell’associazione Donne marocchine in Italia. Con un’avvertenza: la sharia, legge islamica basata su Corano e Sunna (raccolta di scritti e detti di Maometto), può avere un’applicazione soft, come codice di comportamento etico, in Paesi più laici quali Marocco o Tunisia; e un’applicazione hard, come complesso di norme capaci di disciplinare ogni aspetto della vita, in Stati teocratici come Iran, Pakistan e Afghanistan. In 15 punti ecco allora le ragioni per cui la sua reintroduzione a Kabul non è affatto una buona notizia. Ecco da oggi cosa devono “patire” le povere donne afghane considerate, dai talebani, diavolesse.

MATRIMONI FORZATI – In nome della sharia le donne non avranno possibilità di scegliere il marito. «Dovranno accettare l’uomo loro imposto dal tutor, cioè da padre fratello, zio o cognato», nota la Sbai. “Per via della stessa mancanza di autodeterminazione, le donne non potranno divorziare”.

POLIGAMIA – Essa sarà praticata dai talebani sulla base del Corano (4:3): «Se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono».

SPOSE BAMBINE – “L’estremizzazione della sharia, con le tradizioni tribali afghane, consentirà i matrimoni precoci, ossia il fenomeno delle bimbe spose”, avverte la Sbai. Questa prassi era in vigore prima dell’intervento americano del 2001.

DIVIETO DI GUIDARE – Alle donne sarà proibito guidare l’auto. Esse non possono essere in una posizione di guida, in quanto la loro sottomissione è prescritta nel Corano: «Gli uomini sono anteposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre» (4:34). Per la stessa ragione, la donna deve farsi accompagnare da un maschio maggiorenne quando esce di casa o viaggia. «Le donne afgane non esisteranno più come individui», rileva la Sbai. «Esse saranno private anche di carta di identità e passaporto».

LAPIDAZIONE ADULTERE – Le donne fedifraghe verranno lapidate pubblicamente dai talebani, con la benedizione della sharia. Il Corano “si limita” a prevedere la fustigazione con 100 frustate. Ma sono gli hadith, i detti di Maometto nella Sunna, a benedire la lapidazione. Questa prassi trova fondamento nell’interpretazione letterale di un versetto del Corano (4:34): «Ammonite le donne di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele».

DIVIETO DI ESSERE SINGLE – I talebani stanno facendo la lista delle donne non sposate dai 12 ai 45 anni per costringerle alle nozze. «La legge islamica prevede l’obbligo di matrimonio. Le donne non maritate saranno discriminate», dice la Sbai. NO LAVORO E STUDIO «Non è vero che le donne studieranno e lavoreranno», sottolinea la Sbai, perché l’interpretazione rigorosa della sharia non lo prevede. «Questa promessa dei talebani rientra nella taqiyya, la dissimulazione, ossia la possibilità prevista nell’islam di mentire per difendere la propria fede».

NO ATTIVITÀ POLITICA – Le donne potranno fare parte del governo, dicono i talebani. Ma ciò non è previsto dalla sharia. Anche questo proclama rientra nella prassi della taqiyya.

VELO INTEGRALE – Le donne dovranno indossare l’hijab, velo che lascia scoperta la faccia, ma non il burqa, garantiscono i talebani. Ma l’applicazione radicale della sharia determinerà l’obbligo di coprire volto e occhi; quindi, di indossare il burqa.

MORTE PER OMOSESSUALI – «Gli omosessuali saranno uccisi sulla base della legge islamica», avverte la Sbai. «Né sarà possibile abbandonarsi per chiunque a baci ed effusioni in pubblico».

Ecco cosa è oggi l’Afghanistan talebano, un inferno in terra, con il benestare degli Americani che hanno operato un abbandono senza se e senza ma, di quella popolazione che tenta di scappare  in  tutti i modi dalle grinfie di questi studenti islamici  il cui cervello è imbevuto di versi coranici, e hanno riportato un territorio  a vivere una vita bestiale, sotto dittatura teocratica.

Mariangela Garofano. Il giornalismo è la mia passione fin dai tempi dell’università. Per ilGiornale.it scrivo di cronaca e spettacoli. Recensisco romanzi per alcuni blog letterari da diversi anni. Da sempre appassionata di scrittura e libri, ho svolto il lavoro di correttore di bozze. Per amore della lettura, ho gestito anche una libreria a Bologna

L’Afghanistan non sarà una democrazia. Estratto da corriere.it il 18 agosto 2021. Il Paese seguirà la legge islamica e non sarà una democrazia. L’annuncio è arrivato da un leader dei talebani che ha confermato ciò che in molti temevano in Occidente. 

Dagotraduzione dal New York Post il 18 agosto 2021. I combattenti talebani hanno sparato e ucciso una donna per non aver indossato il burqa in Afghanistan martedì, lo stesso giorno in cui il gruppo si è impegnato a inaugurare una nuova era inclusiva nel paese che onora i "diritti delle donne". È emersa una foto di una donna nella provincia di Takhar che giace in una pozza di sangue, con i suoi cari accovacciati intorno a lei, dopo che è stata uccisa dagli insorti per essere stata in pubblico senza copricapo, secondo Fox News. Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha tenuto una conferenza stampa per dire che gli insorti avrebbero onorato i diritti delle donne nell'ambito della legge della sharia. I militanti hanno esortato le donne a tornare a scuola e al lavoro, e un altro portavoce talebano ha concesso un'intervista televisiva a una giornalista. Mujahid ha anche promesso di concedere l'amnistia agli afgani che hanno lavorato con l' ormai rovesciato governo sostenuto dagli Stati Uniti. Quando i talebani hanno governato l'Afghanistan prima dell'11 settembre, hanno impedito a donne e ragazze di uscire di casa senza un accompagnatore maschio, e non hanno permesso loro di lavorare o ricevere un'istruzione. Gli insorti hanno anche giurato martedì di non interferire con gli sforzi di evacuazione degli occidentali e dei loro alleati afghani guidati dagli Stati Uniti, ma è stato invece segnalato che controllavano gli ingressi dell'aeroporto internazionale di Hamid Karzai e attaccavano coloro che stavano cercando di fuggire. «C'erano bambini, donne, neonati, donne anziane, riuscivano a malapena a camminare», ha detto a Fox un ex appaltatore del Dipartimento di Stato afghano. «Sono in una situazione molto, molto brutta, te lo dico. Alla fine, stavo pensando che c'erano circa 10.000 o più di 10.000 persone, e stanno correndo verso l'aeroporto... I talebani [stavano] picchiando le persone e le persone saltavano dal recinto, dal filo spinato e anche dalla parete». Altrove a Kabul, i combattenti talebani sono stati visti mentre sparavano mentre pattugliavano i quartieri che ospitano attivisti e dipendenti del governo.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 18 agosto 2021. I talebani "moderati" hanno già iniziato a incastrare presunti ladri, che legano a un camion e lasciano sfilare attraverso Kabul, hanno sparato alla folla che cercava di fuggire verso l'aeroporto e stanno andando di casa in casa per radunare i saccheggiatori. I cosiddetti "Angeli della salvezza", armati fino ai denti, stanno trascinando via dalle loro case i sospetti dopo la presa di potere da parte dei talebani. Il filmato girato online mostra un presunto ladro d'auto con la faccia coperta di catrame nero, incastrato sul retro di un camion, con le mani legate dietro la schiena. Un vigile si trova nelle vicinanze e si muove nel traffico, apparentemente imperturbabile mentre il trambusto si accumula intorno all'uomo accusato. Altri filmati mostrano combattenti talebani fuori dall'aeroporto di Kabul che brandiscono AK-47 e lanciarazzi, marciando verso la folla terrorizzata e sparando colpi di avvertimento in aria. Gli ex dipendenti pubblici e coloro che hanno lavorato per l'estero sono prigionieri nelle proprie case e vivono nella paura mentre i talebani vanno di casa in casa per interrogare le persone su chi sono e cosa fanno.  Un ex interprete ha riferito di aver visto la sua casa essere perquisita tramite un'app sul suo telefono mentre rimaneva rintanato in un rifugio. I jihadisti sono stati soprannominati "talebani 2.0" per il loro tentativo di persuadere il mondo che si sono moderati rispetto ai talebani di 20 anni fa.

Una responsabilità dei segretari generali e dei governi europei. “Talebano buono non esiste, dittatura soft della sharia è insulto all’intelligenza”, intervista a Stefano Silvestri. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 20 Agosto 2021. «Per carità, possiamo inventarci di tutto per giustificare errori o “fughe”. Ma per favore, evitiamo di inventare la favola del talebano “buono”. Una dittatura soft della sharia è peggio di una fake news. È un insulto all’intelligenza». A sostenerlo è uno dei più autorevoli studiosi italiani di politica internazionale: il professor Stefano Silvestri. Già presidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), è stato anche docente sui problemi di sicurezza dell’area mediterranea, presso il Bologna Center della Johns Hopkins University e ha lavorato presso l’International Institute for Strategic Studies di Londra.

Per definire gli accadimenti in Afghanistan, si sono utilizzati termini quali fuga, tradimento etc. Fuori dal definizionismo, qual è la sua lettura?

La tragedia afghana in realtà è il prodotto del caos politico in America e in Europa. È un fatto di politica interna, americana ed europea. In questo caso, Biden, con un Parlamento diviso, non poteva non andarsene dall’Afghanistan dopo le prese di posizione e gli accordi di Trump con i talebani. E se n’è andato forse nella maniera peggiore, assumendosi così anche responsabilità non sue, o non soltanto sue. Però devo dire che tutta questa storia, che è una storia di cattiva gestione, ricorda un po’ le avventure imperiali, anche all’epoca degli antichi romani, quando si abbandonava o si conquistava una provincia per ragioni interne al Senato romano più che perché servisse effettivamente all’impero o perché ci fosse dietro una strategia. Si occupava e poi s’inventava una ragione postuma. Per tornare all’Afghanistan, direi che è mancata una visione strategica, politica della faccenda. Ma dall’inizio. Perché abbiamo cambiato politica praticamente ogni anno. E agendo in questo modo, il risultato non può che essere la confusione.

A proposito di confusione. Adesso va di moda fare il Dna del talebano. C’è chi, anche nei palazzi che contano al mondo, prende sul serio affermazioni su una sorta di dittatura della sharia soft, rimarcando un atteggiamento più politico nei conquistatori di Kabul. Professor Silvestri, allora esiste il talebano “buono”?

La sharia soft la devo ancora scoprire, visto come la interpretano i talebani. Altro discorso è l’approccio al tema dell’islamismo moderno, peraltro odiato dai talebani. No, io non ci credo. I talebani sono diventati un po’ più educati, in questi vent’anni hanno imparato a parlare alla stampa e in pubblico. Ma da qui a dire che sono evoluti culturalmente e politicamente, non mi sembra proprio. Creano il loro emirato, applicano la sharia. Probabilmente faranno qualche piccola concessione, anche perché questo gli serve per avere delle entrature internazionali. Oggi come oggi sono appoggiati dalla Cina. E la Cina non è certo una fanatica della sharia, anzi come vede sharia manda soldati, crea campi di concentramento come abbiamo visto con gli uiguri. L’idea di un Afghanistan militante non piace di certo al Tagikistan, all’Uzbekistan, al Turkmenistan che hanno già abbastanza problemi con i loro fondamentalisti. Per cui faranno un po’ di melina, però nella sostanza io non credo che siano cambiati minimamente e mi aspetto che ricadano negli stessi errori che portarono alla loro caduta nel 2002, e cioè che riaprano le frontiere al terrorismo internazionale.

Per restare su questo aspetto. La guerra dell’Occidente in Afghanistan si aprì, vent’anni fa, dopo l’11 Settembre per assestare un colpo mortale ad al-Qaeda e a Osama bin Laden. Guerra vinta, proclamò Barack Obama annunciando l’uccisione dello “sceicco del terrore”. Lo stesso ha fatto Donald Trump dopo l’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, sostenendo urbi et orbi che la guerra all’Isis si era conclusa con una vittoria totale, definitiva. Ma le cose stanno davvero così?

Il terrorismo è un fatto endemico, l’abbiamo capito. Certo, può avere degli alti e dei bassi. Noi possiamo controllarlo, ridurne la portata e la pericolosità, ma difficilmente potremo estirparlo. Tanto più in una situazione in cui l’Islam è ancora fortemente confuso sui suoi orientamenti politici. Perché non abbiamo soltanto i terroristi che dicono fesserie, abbiamo governi che dicono fesserie, dall’Arabia Saudita alla Turchia, dall’Egitto all’Algeria… Il problema è che l’evoluzione dell’Islam verso una religione, come la intendiamo noi, moderna, di tipo laico, prima di tutto è dottrinalmente più difficile che nel caso cattolico o cristiano, dove la distinzione tra quel che è di Cesare e quel che è di Dio era in qualche modo presente anche nel Vangelo, sia pure in genere ignorata dalla Chiesa. Il caso dell’Islam è più complicato. Richiederà tempo. In realtà l’evoluzione dell’Islam moderno la vediamo molto più in Europa che non in questi Paesi dove il peso della cultura tribale è ancora molto forte. Questo è un Islam tribale prim’ancora che una religiosità fanatica. Se noi fossimo rimasti un paio di secoli in Afghanistan suppongo che ci saremmo riusciti, ma non ce n’era la volontà. Adesso si dice che dovevamo trattare l’Afghanistan come la Corea, insediandoci a sempiterna vita. Ma non era questa l’idea. Non era questa la missione che avevamo iniziato.

E quale era, professor Silvestri?

La nostra missione era quella di assestare un brutto colpo ad al-Qaeda, possibilmente ammazzare bin Laden, cosa che è successa anche se con un po’ di ritardo, e quindi convincere gli afghani che non era il caso di allearsi con i terroristi. Questo risultato lo abbiamo sostanzialmente raggiunto nel ’92-93. Dopodiché ci si è immischiati troppo nel processo di consolidamento di uno Stato afghano. Lo Stato afghano dipende, in ultima analisi, da quello che vogliono gli afghani, non è che possiamo insegnarglielo, e tanto meno imporglielo noi. Se poi loro trattano male le donne, picchiano i bambini, tagliano le mani ai ladri, noi gli possiamo dire che questo ci fa schifo. Ma non vedo come possiamo noi cambiare questa cultura se non con l’isolamento. E ogni qual volta si dirigono contro di noi, con una punizione. Solo che questo non piace ad esempio a noi europei. Una delle ragioni per cui il modello di guerra è evoluto verso la ricostruzione del Paese e della democrazia, è anche su insistenza di noi europei che volevamo essere dalla parte degli “angeli”, se dovevamo intervenire in Afghanistan. E quanto più eravamo angelici, meglio era. Solo che gli angeli stanno in cielo, non stanno in Afghanistan.

Mentre la bandiera bianca sventola su Kabul, l’Europa teme una “invasione” di profughi afghani…

Io credo che sarà molto difficile una invasione di profughi afghani. Perché sono molto lontani dall’Europa e non è facile per loro andarsene a questo punto. I numeri non saranno molto grandi. Devono comunque essere filtrati attraverso l’Iran e la Turchia, che sono i due principali canali d’ingresso. Il vero problema è per l’Iran che ha un forte numero di profughi. E potrebbero esserci problemi per il Turkmenistan, il Tagikistan, per quelli che hanno la stessa etnia e che dovrebbero fuggire in quelle aree. In Europa abbiamo il problema di quelli che collaboravano con noi e che sarebbe decente accogliere e non lasciare alle vendette locali. Questi rifugiati hanno tutto il diritto di venire da noi. Prima abbiamo garantito loro l’uscita dal tribalismo e ora li stiamo lasciando nelle mani di quella stessa realtà, che minaccia la vita di molte persone. Lasciarli ai loro carnefici, sarebbe un crimine.

Per tornare al futuro dell’Afghanistan. Lei in precedenza ha parlato di una società tribale, composta da diverse etnie. Ma i talebani sono in grado di unificare quello che nei secoli non è stato unificato?

Questo era quello che loro sostenevano di voler fare fin dall’inizio. Ma fin dall’inizio non aveva funzionato perché i talebani sono quasi tutti di etnia pashtun. Questo non alimenta la fiducia degli altri. In teoria, l’Islam dovrebbe unificare tutti i credenti in Allah. Ma non mi pare che funzioni così.

La metto giù molto brutalmente. L’Afghanistan è considerato, nella storia, il “cimitero degli imperi”. È anche il “cimitero” della Nato?

La Nato ha fatto una ben magra figura. Non solo perché è stata coinvolta in questa sconfitta, ma perché in realtà non ha avuto nulla da dire in tutto questo periodo. Non è stata quasi consultata. È stata al più informata. Questo, secondo me, è una responsabilità in primo luogo dei Segretari generali dell’Alleanza che si sono appecoronati agli americani. Ma è una responsabilità anche dei governi europei che non hanno rivendicato il ruolo del Consiglio atlantico. Probabilmente perché nessuno poi sapeva bene cosa dire o cosa fare, o aveva paura che gli americani dicessero: allora assumetevi più responsabilità. Il risultato è stato molto mediocre. Non è che la vicenda afghana metta in crisi la Nato in quanto tale, la mette in crisi in quanto strumento di proiezione della forza al di fuori della sua area (Articolo V). A questo punto uno si deve domandare che senso ha coinvolgere la Nato se è semplicemente per farle fare la portatrice d’acqua.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Battute e capricci. I talebani inclusivi e l’umorismofobia dei nostri valorosi cancellettisti. La vignetta di Andrea Bozzo che critica l’ipocrisia talebana diventa lo scandale du jour un po’ per la solita confusione tra oggetto e bersaglio, un po’ perché i militanti postmoderni hanno la coda di paglia. Guia Soncini su L'Inkiesta il 20 Agosto 2021. Pur essendo la massima studiosa vivente di scandali da 36/48 ore dell’internet, mi sono – in coincidenza col penultimo scandale du jour – resa conto d’aver trascurato una statistica importante: quanti degli sdegni occorsi negli ultimi anni sono dovuti alla confusione tra oggetto e bersaglio d’una battuta? 

Capitò alla capostipite delle linciate dall’internet, Justine Sacco. Era il 2013, e il bersaglio della battuta «vado in Africa, spero di non prendermi l’Aids, ah no: sono bianca» erano chiaramente i razzisti e i tic del loro ragionamento. «Chiaramente» è chiaramente l’avverbio sbagliato, considerato che, come spessissimo sarebbe accaduto in seguito, la confusione fu grande e la Sacco tuttora è quella che, per carità, ha pagato un prezzo troppo alto, ma aveva comunque fatto un’inaccettabile battuta razzista. 

(Ci sarebbe da discutere del concetto di «battuta inaccettabile», sensato come le lasagne vegane: se non disturba nessuno, che battuta è?). 

Nel mio minuscolo, capitò a me una volta che qualche passante chiese a Elena Stancanelli se conoscesse (di fama, suppongo) Pasolini e se Pasolini, al posto della Stancanelli, avrebbe rimproverato quel ragazzino di borgata che, nel discutere coi neofascisti, dimostrava la scarsa familiarità con la lingua italiana che è tipica dei romani. M’intromisi dicendo che no, Pasolini sarebbe stato impegnato a ingropparselo, il ragazzino. 

In mezzo a moltissimi offesi in-quanto-fan-di-Pasolini, che è un tic scemo ma aveva una sua logica nell’occasione, venni redarguita per giorni da gente che, scambiando oggetto e bersaglio della battuta, riteneva avessi insultato il ragazzino. 

Andrea Bozzo è un disegnatore che non conoscevo fino all’altroieri, e il fatto che ora sappia chi è dimostra che ha ragione lui quando dice che «diventi un marchio a costo zero»: i linciaggi dell’internet sono un aggiornamento del vecchio detto secondo cui non esiste la cattiva pubblicità. 

L’altro giorno i talebani hanno promesso un governo «inclusivo». Inclusivo è una parola totem del postmoderno. Sei inclusivo se non abbandoni i cani in autostrada e non declini le parole secondo generi escludenti. Sei inclusivo se per recitare nel tuo film scritturi un nero un cinese un indiano un paio di trans e una paraplegica, senza farti distrarre dal fatto che il tuo film parla della squadra olimpionica della Germania nazista. 

«Inclusivo» rappresenta tutto ciò che immaginiamo come opposto ai talebani nello spettro della civiltà. Siamo inclusivi perché rispetto ai diritti fondamentali siamo così coperti che ci resta lo spazio mentale per scandalizzarci se un’opera d’arte non è accessibile in sedia a rotelle. 

Se di mestiere osservi lo scarto, non quello tra la sedia a rotelle e i gradini dell’opera d’arte ma quello tra le buone intenzioni e la logica, o tra le cattive intenzioni e la nostra capacità di notarle, il talebano che parla d’inclusività non può non farti ridere. 

Bozzo ha fatto una vignetta che ha messo sulla sua pagina Facebook. Chi fa mestieri che hanno a che fare con l’esprimersi lo sa: i social sono una palestra. Li usi per vedere l’effetto che fa, per calibrare, per capire come funzionano le cose. Se sei intelligente, lo fai essendo consapevole che la stragrande maggioranza del pubblico affronterà quel che vede come fosse l’opera finita; ma, se quella cosa lì la fai per lavoro, non ne avrai certo concesso il primo sfruttamento a Mark Zuckerberg o a Jack Dorsey, che non ti pagano. 

Ma non voglio che questa sembri una scusa, facciamo che della confusione tra prove generali e première parliamo un’altra volta, e oggi restiamo alla confusione tra oggetto e bersaglio. Nella vignetta di Bozzo, c’è un talebano così grandemente inclusivo che parla una lingua senza generi: «Tranquill*, stavolta facciamo i brav*» (sì, «i» è articolo maschile, ma l’italiano non riescono a renderlo neutro quelli – quell* – che ci provano sul serio, possiamo pretendere ci riescano le vignette?). 

La vignetta, il cui bersaglio è ovviamente l’ipocrisia talebana, diventa lo scandale du jour un po’ per la solita confusione tra oggetto e bersaglio, un po’ perché i militanti postmoderni hanno un fienile in fiamme in luogo del culo (versione breve: la coda di paglia). Invece di dire che l’occidente serve a questo – a difendere i capricci, le stronzate, la libertà di fare come ci pare in tema d’irrilevanze – hanno deciso d’indispettirsi moltissimo con chi fa notare che i capricci sono tali. Rubo la battuta a qualcuno su Twitter: chissà quanti uomini afgani in questo momento si percepiscono donne. Ma torniamo alla vignetta di Bozzo. 

Su GayPost (chissà chi è il loro social media manager) esce un articolo dai toni così deliranti che non saprei renderli riassumendolo, quindi ne ricopierò stralci. «Una vignetta rilanciata dalle solite realtà transescludenti e queerofobe» (ma come parlate, nota di Soncini); «folklore ideologico, spacciato per esercizio di libero pensiero» (questa frase non ha alcun senso nella lingua italiana, chissà se ne sono consapevoli gli autori dell’articolo, ndS); «sulla pelle di donne che verranno cancellate realmente» («sulla pelle» sempre segno di scarsità dialettica, ndS); «vignette vergognose e sostanzialmente cretine sull’uso di asterischi e schwa» – eccetera, con tanto di mischione retoricamente pasticciatissimo con gli isterici della dittatura sanitaria, assai più vicini agli isterici della neutralizzazione della lingua di quanto lo siano a chiunque rida di qualunque cosa. 

Il fatto è che ridere è, attualmente, la più grave delle ipotesi. Che ci infilino in un burqa o ci privino dei diritti civili ci sembra meno devastante rispetto all’idea che qualcuno rida di noi: dei nostri diritti, desideri, tic, caratteri. Verrebbe da dire che si sta come nello Scherzo di Kundera, inquisiti all’idea che si sia osato fare una battuta, non fosse che a chi ha un qualche senso dell’umore viene da ridere all’idea di paragonarsi alla dittatura in cui è ambientato Lo scherzo. 

«C’è chi ha tempo e fantasia di ironizzare», ha stigmatizzato, condividendo l’articolo di Gaypost, Monica Cirinnà (chissà chi è il suo social media manager), la senatrice che ricordiamo perché, quando Carrefour stampò una maglietta in cui un marito uccideva la moglie, minacciò «chiariscano, o dovrò buttare la mia tessera», col piglio di Rosa Parks che cambia posto in autobus invece che di una che rinuncia ai punti sulla spesa. 

Mentre Bozzo veniva indicato come nemico del progresso da gente che si scrive in bio «Riot. Feminist. Foucaultian» (tutte le mancanze di senso del ridicolo portano a Foucault) e la definisce «una vignetta orrenda, atroce», mi sono procurata il suo numero di telefono. Anche per chiedergli se la vignetta rimossa da Facebook facesse di lui un martire, o il nuovo Gipi (che ebbe per analoghe ragioni una striscia oscurata da Instagram). 

Mi ha risposto uno che rideva molto, il che avrebbe fatto partire l’embolo ai militari di Kundera e ai militanti del cancelletto, e che era persino un po’ lieto d’essere il capro espiatorio del giorno, giacché ove c’è un’accusa arriva una difesa: «La solidarietà fa piacere perché siamo tutti un po’ narcisisti». E che trovava giustamente esilarante che Facebook gli avesse comunicato che lo riteneva responsabile d’incitamento al terrorismo (sotto il talebano, l’autore aveva scritto: «Diamogli una chance»). 

Il problema, però, trascende lui, e ci riguarda tutti: è lo svuotamento di senso delle parole. «Se quella è una vignetta vergognosa, la gente che cade dalla fusoliera dell’aereo cos’è? Non c’è una parola per dirlo». 

Bozzo ci tiene a precisare cose che gli potrebbero valere un supplemento di linciaggio: «Non sono una vittima di niente», ma anche «ci sta che non siamo d’accordo, mica è la negazione dell’individuo», ma soprattutto «pensi che ho fatto una battuta del cazzo? A me continua a far ridere ma vabbè, passiamo oltre». 

Metà della platea social gl’ingiungeva di scusarsi, l’altra metà se ne appropriava. «Ho unito il paese», ride, notando che, in chiave anticancellettista, l’avevano lodata da Marco Rizzo a Mario Adinolfi: il nemico del mio nemico, eccetera. 

Mentre si paragonava alla nonna di Gaber che non era lei che cambiava idea, erano i partiti che si spostavano, mi ha raccontato d’una volta in cui l’aveva seguito gente convinta fosse vicino ai Cinque stelle perché aveva fatto qualche battuta contro il Pd, poi «quando ho iniziato a prendere per il culo quegli scappati di casa mi scrivevano: sei cambiato, una volta non eri così» – un meccanismo noto a chiunque sia così balzano da non essere tifoso, vivendo nell’epoca delle curve di stadio. 

Pur essendo la massima studiosa eccetera, non ero ancora riuscita a capire come la sinistra potesse intestarsi una battaglia contro la libertà d’espressione e per quella che Guido Vitiello ha chiamato l’«umorismofobia». Me l’ha spiegato Bozzo, senza che neppure glielo domandassi: «Le cose serie le facciamo fare a Draghi, per fortuna; ai partiti che resta? Le battaglie identitarie». 

Gli uomini che governeranno il Paese. Chi sono i Talebani che guideranno l’Afghanistan: gerarchia, nomi e ruoli degli “studenti coranici”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 18 Agosto 2021. Conquistata domenica la capitale Kabul, i Talebani sono al lavoro per preparare la transizione al potere in Afghanistan, abbandonato in fretta e furia dalle forze armate americane e dal personale diplomatico occidentale dopo l’avanzata pressoché incontrastata degli “studenti coranici”, avvenuta in poche settimane. Un gruppo, quello islamico, basato su una rigida gerarchia. Ma non è chiaro, al momento, se l’attuale ripartizione del potere sarà rispecchiata nei prossimi giorni o settimane negli incarichi di governo del Paese. Un ruolo fondamentale lo avrà in ogni caso il mullah Habaitullah Akhundzada, il “president” dei Talebani e comandante supremo dell’organizzazione dal maggio 2016 dopo la morte del fondatore mullah Mohammed Omar (nel 2013) e del suo successore il mullah Mansour, ucciso nel 2016 in Pakistan da un drone americano. Attualmente Akhundzada, 60 anni, è il responsabile degli affari politici, militari e religiosi. In realtà è proprio quest’ultimo il "pezzo forte" del numero uno dei Talebani ed è per questo che gli analisti immaginano un ruolo chiave per Abdul Ghani Baradar, il negoziatore che a Doha ha posto le basi, grazie alla “complicità” dell’amministrazione americana di Donald Trump, per la riconquista del Paese. A Baradar, già protagonista della prima conquista dell’Afghanistan da parte dei Talebani con operazioni sul campo, potrebbe spettare il ruolo di presidente ad interim. Altro personaggio chiave sarà Mohammad Yaqoob. Giovane, si ritiene abbia poco più di 30 anni, è il figlio del fondatore dei Talebani, il mullah Mohammed Omar. Dopo la morte del padre parte del movimento lo voleva come nuovo comandante supremo, salvo poi ‘eleggere’ il mullah Mansour a causa della scarsa esperienza del giovane figlio di Mohammed Omar. Attualmente Yaqoob è a capo delle operazioni militari e responsabile finanziario del gruppo. Dovrebbe avere lo stesso potere e le stesse responsabilità di Mohammad Yaqoob il 45enne Sirajuddin Haqqani. Quest’ultimo è figlio di Jalaluddin, fondatore della rete omonima e che come ricorda Repubblica fu definito da Ronald Reagan “un combattente per la libertà” ai tempi della lotta contro l’Unione Sovietica. All’organizzazione, protagonista di alcuni degli attacchi più violenti e sanguinosi contro le forze occidentali nel Paese negli ultimi 20 anni di ‘occupazione’, è attribuito anche l’attentato del 2009 a Kabul in cui morirono sei paracadutisti italiani. Infine Abdul Hakeem, a capo del team di negoziatore Talebani che a Doha firmarono l’accordo con gli Stati Uniti. Anche per lui, come per il mullah Baradar, si prospetta un ruolo di primo piano nel governo del Paese.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Il qaedista, il reduce e la guida spirituale. Ecco i tagliagole al governo di Kabul. Gian Micalessin il 19 Agosto 2021 su Il Giornale. C'è il teologo del martirio che ha offerto il figlio a un attacco suicida, il comandante di un gruppo terrorista e il figlio del mullah Omar. Che guideranno da lontano un esecutivo farsa. I nuovi, veri padroni dell'Afghanistan potrebbero anche non mettere piede a Kabul. E accontentarsi di governare da dietro le quinte di un gabinetto, apparentemente inclusivo, i cui esponenti saranno, in realtà, semplici marionette. L'ambigua prospettiva sta prendendo corpo in queste ore. A confermarla contribuiscono le voci secondo cui Amir Khan Muttaqi, ex-ministro dell'educazione nel primo emirato talebano è nella capitale per trattare con l'ex-presidente filo-americano Hamid Karzai e Abdullah Abdullah , già presidente di quel Consiglio per il Dialogo incaricato, fino a domenica scorsa, dei colloqui con gli insorti. E alle discussioni parteciperebbe da remoto anche Zalmay Khalilzad, l'enigmatico inviato americano di origini afghane, già ambasciatore a Kabul e Baghdad, che ha trattato per conto di Trump e di Biden il ritiro americano. Ma quel che ne uscirà non sarà certo un vero governo. E, come già avvertono i leader talebani, non si ispirerà ai precetti della democrazia, ma a quelli della legge islamica. Sarà dunque una finzione istituzionale utile sia al potere talebano, sia all'amministrazione Biden. I primi potranno esibirla per sostenere di esser cambiati e ambire a riconoscimenti e aiuti internazionali. Biden potrà invece usarla per dribblare le accuse di fallimento e difendere un ritiro che ha permesso la nascita di un esecutivo di compromesso. Ma la verità sarà ben diversa. Per capirlo basta esaminare i vertici del potere talebano. Il 61enne emiro Hibatulla Akhunzada nominato comandante supremo nel 2016 con il titolo, ereditato dal Mullah Omar, di «comandante dei fedeli», probabilmente continuerà ad indirizzare dall'ombra le scelte del movimento. Esponente della magistratura islamica nel primo emirato è non solo il leader politico- spirituale del movimento, ma anche il più entusiasta sostenitore del martirio religioso. Non a caso ha sostenuto la scelta del figlio 23enne Abdul Rahman offertosi, nel 2017, come volontario per un attentato suicida nella provincia di Helmand. A rendere ancora più impenetrabile la nebulosa del potere talebano s'aggiunge la figura del Mullah Muhammad Yaqoob, figlio del Mullah Omar. Se del padre circolava un'antica e sfocata immagine in bianco e nero di lui non esiste neppure quella. Nessuno, al di fuori di una ristretta cerchia di comandanti, può dire d'averlo mai incontrato. Eppure il poco più che trentenne, Yaqoob è oggi il vero comandante militare del movimento. Altrettanto inquietante è la figura del 48enne Sirajuddin Haqqani indicato come il braccio destro di Akhundzada. Figlio di un leggendario leader dei mujaheddin antisovietici il 48enne Sirajuddin guida una formazione terrorista parallela al movimento talebano che rappresenta la vera interconnessione con Al Qaida. E comanda una rete di alleanze tribali con cui controlla scuole religiose e centri commerciali a cavallo di quella frontiera pakistana dove mantiene stretti contatti con i servizi segreti di Islamabad. In questa inquietante galleria di fantasmi la figura più conosciuta resta quella di un Mullah Abdul Ghani Baradar su cui tutti scommettono come futuro presidente dell'Afghanistan. Amico d'infanzia del Mullah Omar, che lo chiamava con il soprannome di Baradar (fratello), il mullah Abdul Ghani è stato uno dei fondatori del movimento per poi diventare governatore della provincia di Herat e vice ministro della difesa nel primo Emirato. Più ambiguo il suo ruolo dopo il 2001 quando - pur partecipando alla shura di Quetta ovvero all'organo decisionale del nuovo movimento talebano - è anche protagonista, dopo il 2006, di una serie di negoziati segreti con l'ex presidente Karzai. Proprio questi negoziati, malvisti dall'ala più dura del movimento, avrebbero spinto - nel 2009 - i servizi segreti pakistani ad arrestarlo. Liberato su richiesta degli americani nel 2018 è diventato l'interlocutore fisso di Khalilzad in quei colloqui di Doha al termine dei quali ha avuto persino un colloquio telefonico con Trump. I suoi trascorsi negoziali lo rendono il candidato perfetto per la presidenza di un governo di coalizione in cui gli esponenti dei passati governi, come Karzai e Abdullah, rappresenteranno la foglia di fico del nuovo emirato.

Kabul: «I talebani moderati non esistono». Fausto Biloslavo il 6 Aprile 2007 su Il Giornale. «Seguaci del mullah Omar aperti al dialogo? Un’invenzione dell’Occidente». l ministro degli Esteri afghano rigetta la proposta di un tavolo di pace con gli integralisti, che tanto piace alla sinistra italiana e tedesca. Il ministro degli Esteri afghano rigetta la proposta di un tavolo di pace con gli integralisti, che tanto piace alla sinistra italiana e tedesca. Il governo afghano boccia, senza mezzi termini, la proposta di invitare i «talebani moderati» a un’improbabile conferenza internazionale sull’Afghanistan. Lo stop arriva dal ministro degli Esteri di Kabul, Rangin Dadfar Spanta, che spiega: «In quanto entità politica e militare, non vedo talebani moderati e non moderati», una tale distinzione «è un'invenzione di quelli che non conoscono l’Afghanistan». Spanta replica ai microfoni della televisione e radio tedesche, dopo che il leader dell’Spd (socialdemocratici), Kurt Beck, partito che fa parte della Grande coalizione di governo a Berlino, aveva lanciato la proposta di invitare i «talebani moderati» a una conferenza internazionale da tenersi in Germania. La stessa idea avanzata qualche settimana fa dal segretario dei Democratici di sinistra, Piero Fassino. Beck nei giorni scorsi era in visita alle truppe tedesche in Afghanistan e ha ipotizzato la conferenza con i talebani sullo stile di quella di Bonn del 2002, dopo il crollo del regime di mullah Omar. «Da lungo tempo - ha spiegato ieri il ministro afghano Spanta - stiamo cercando in Afghanistan dei talebani moderati e non li troviamo. Se i politici occidentali li conoscono, potrebbero darci gli indirizzi e i contatti, così che possiamo confrontarci con loro». La stilettata riguarda anche gli italiani, che soprattutto nell’estrema sinistra vagheggiano di talebani «bravi ragazzi» con i quali si potrebbe discutere. «Una classificazione di questo tipo è un’invenzione di quelli che non hanno la minima idea dell’Afghanistan», ha spiegato il ministro degli Esteri afgano. Spanta non a caso ha risposto a muso duro a Beck, perché è vissuto molti anni in esilio in Germania. Il capo della diplomazia di Kabul era fuggito dall’Afghanistan durante l’invasione sovietica degli anni Ottanta per poi rientrare solo dopo la fine del regime talebano. In Germania ha insegnato all’università scientifica Rwth Aachen e militato nel partito dei Verdi. Per questo conosce bene i suoi polli e ha sfidato il leader dell’Spd su un terreno minato. «È come se io da Kabul dicessi che si dovrebbe stringere una coalizione con l’Npd o con i “moderati” dell’Npd in Renania-Palatinato», il Land tedesco di cui Beck è governatore dal 1994. L’Npd è uno dei tre partiti di estrema destra in Germania accusato di simpatie filo naziste. La pietra tombale sull’idea di Beck e Fassino è arrivata con una dichiarazione di Spanta alla televisione tedesca, che l’ha raggiunto a Nuova Delhi in occasione di un summit: «Al momento non vedo nessun senso per organizzare e realizzare una conferenza simile». Spanta è un pashtun originario di Herat e fedelissimo del capo di stato afghano, Hamid Karzai, che ancora prima di nominarlo ministro nel 2006 lo aveva chiamato all’ufficio presidenziale come consigliere per gli affari internazionali. L’idea che non esistano talebani moderati è un cavallo di battaglia della fazione tajika erede del famoso comandante Ahmad Shah Massoud, ucciso da Al Qaida due giorni prima dell’11 settembre. Yunes Qanooni, oggi presidente del parlamento e Amrullah Saleh, potente capo dell’Nds, la polizia segreta afghana, vedono come fumo negli occhi l’idea di una conferenza internazionale di pace assieme ai talebani. In realtà era stato proprio Karzai nell’ottobre del 2006 a invitare pubblicamente il mullah Omar, il leader guercio dei talebani ad abbandonare le armi e aprire un negoziato. Gli aveva risposto Mohammed Hanif l’allora portavoce talebano, poi arrestato. «Abbiamo già spiegato la nostra posizione su un eventuale negoziato - aveva replicato Hanif al presidente Karzai -: nessuna trattativa è possibile con la presenza degli invasori (le truppe della Nato)». La sparata di Beck è arrivata in concomitanza con l’invio in Afghanistan di sei caccia Tornado tedeschi, dotati di apparecchiature speciali, che serviranno non a bombardare, ma a individuare e fotografare i covi dei talebani. Inoltre Berlino deve gestire anche il caso dei due ostaggi tedeschi nelle mani dei terroristi in Irak, che chiedono il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Non a caso la proposta di Beck ha scatenato una valanga di critiche da parte della Cdu della cancelliera Angela Merkel e qualche appoggio dai Verdi.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. Biloslavo è il primo giornalista italiano ad entrare a Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre. Nel 2003 si infila nel deserto al seguito dell'invasione alleata che abbatte Saddam Hussein. Nel 2011 è l'ultimo italiano ad intervistare il colonnello Gheddafi durante la rivolta. Negli ultimi anni ha documentato la nascita e caduta delle tre “capitali” dell’Isis: Sirte (Libia), Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria). Dal 2017 realizza inchieste controcorrente sulle Ong e il fenomeno dei migranti. E ha affrontato il Covid 19 come una “guerra” da raccontare contro un nemico invisibile. Biloslavo lavora per Il Giornale e collabora con Panorama e Mediaset. Sui reportage di guerra Biloslavo ha pubblicato “Prigioniero in Afghanistan”, “Le lacrime di Allah”,  il libro fotografico “Gli occhi della guerra”, il libro illustrato “Libia kaputt”, “Guerra, guerra guerra” oltre ai libri di inchiesta giornalistica “I nostri marò” e “Verità infoibate”. In 39 anni sui fronti più caldi del mondo ha scritto quasi 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali. E vissuto tante guerre da apprezzare la fortuna di vivere in pace.

In Afghanistan tra i talebani irriducibili: «Solo senza stranieri e con la nostra idea di Islam qui potrà tornare la pace». Iniziato il ritiro delle truppe Nato. Il paese resta diviso tra i governativi appoggiati dalla comunità internazionale e le fazioni secessioniste che combattono per un’indipendenza totale. E la fondazione di uno Stato islamico. Filippo Rossi su L'Espresso il 12 maggio 2021. «Abbiamo sconfitto gli inglesi, i russi e ora la Nato. Siamo la nazione più fiera. Che il mondo se ne faccia una ragione. Siamo la tomba degli imperi», suona il nasheed (canzone religiosa) cantato da un anziano leader tribale, di fronte allo sguardo attento, emozionato del talebano mullah Abdul Manan Niazi. Il suo viso segnato dalla guerra e dall’età è illuminato dai raggi solari del tramonto che trapassano i vetri della finestra di una casetta in fango, in cima a una montagna brulla e desertica nei dintorni della città di Herat, nell’ovest dell’Afghanistan. La barba è lunga, grigia e rossastra, un turbante nero in testa e uno shalwar kameez (vestito tradizionale) azzurro. Personalità influente al tempo del mullah Omar, il mullah Manan, guida dal 2015 un gruppo talebano secessionista, formato da migliaia di soldati che combattono la Nato, esercito governativo ma anche la fazione più grande dei Talebani formata dal gruppo di Doha, oggi al tavolo dei negoziati con americani e governo afghano per la pace. «Dopo la morte del mullah Omar nel 2013, i servizi segreti pachistani (Isi) volevano fare dei talebani una loro marionetta. Ecco perché ho deciso di separarmi. Ora, i talebani a Doha non rappresentano il popolo afghano né il vero Emirato islamico dell’Afghanistan - la vera vittima di questa guerra - che ha combattuto per 25 anni contro gli invasori». Il mullah Manan siede a gambe incrociate, solenne, sotto il sole e con il vento che batte sulla faccia. Di fronte, un fucile di produzione italiana, ottenuto durante un combattimento. Attorno, vicino alla casetta di fango, ha radunato decine dei suoi mujaheddin armati fino ai denti, che, in silenzio, ascoltano la sua predica. Nel mezzo del suo discorso, alcuni gridano «Takbir!», seguito dal grido religioso galvanizzante: «Allahu Akbar!». Il mullah Manan scaglia le sue ire contro la leadership talebana a Doha: «Un vero talebano è al servizio dell’umanità e la guida implementando le leggi di Dio. Loro sono solo degli infedeli perché uccidono musulmani con i soldi non musulmani che arrivano da paesi come Russia, Cina, e anche Pakistan e Iran». La Nato poi, sconfitta, secondo lui non rappresenta più un problema: «Abbiamo distrutto l’occupazione occidentale», esclama, ricordando che a Herat hanno affrontato le truppe italiane. «Gli italiani? Certo, li abbiamo fatti esplodere molte volte. Loro, come la Nato e tutti gli imperi. Siamo più forti. Ora, devono andarsene». Il mullah si riferisce ai 31 soldati del contingente italiano Nato morti in azione durante la ventennale presenza a Herat per stabilizzare la regione. La sua guerra è difficile. I suoi mujaheddin sono impegnati incessantemente su molti fronti. «Il processo di pace in corso andrà a rotoli perché gli americani trattano con dei talebani che non vogliono la pace. Noi vogliamo proteggere il paese, che ha bisogno di un vero regime islamico ma senza interferenze della comunità internazionale». Un suo mujahid, Rajan, 25, segue il suo leader portando su e giù per le montagne armi pesanti. «L’occupazione Nato e i talebani di Doha sono un pericolo e continueremo a combatterli. Spero che in futuro nessuna madre afghana debba piangere un figlio e nessun figlio perdere una madre». La fazione secessionista talebana del mullah Manan, presente soprattutto nell’ovest del paese, è un esempio di quanto lo scacchiere afghano sia frammentato. È però sempre il gruppo talebano di Doha ad avere il controllo sulla maggior parte dei territori e a essere la principale resistenza contro la Nato e i loro alleati dell’esercito governativo. A pochi chilometri da Kabul, nella provincia di Wardak, dove gli scontri sono costanti e violenti, i mujaheddin talebani, più forti, accerchiano le forze governative nel capoluogo Maidan Shahr dal distretto adiacente di Nerkh, bersagliando i checkpoint e i fortini, dai quali i soldati non escono mai. A volte, i mujaheddin attaccano le principali arterie stradali, segnate da crateri solcati dalle mine posate per distruggere i blindati governativi. A pochi chilometri dall’asfalto le bandiere bianche talebane sventolano al posto del tricolore afghano. Sulle loro moto, i Talebani sono pronti all’agguato, nascosti. Kalashnikov sulla schiena, uno shalwar khameez - tagliato sopra le caviglie per motivi religiosi - barba incolta con capelli lunghi, bruni, raccolti sotto il desmal (uno scialle) e il turbante. Il colore verde e azzurro degli occhi è messo in risalto dal surma (khol), la matita per gli occhi, una tradizione musulmana: «Lo faceva il profeta Maometto», commenta, devoto, il mujahid Abdullah. Il comandante del distretto di Nerkh, è Mohammed Nazir, 42 anni, nome di battaglia Mawlawi Saber. Nel 2001 - racconta - ha seguito il richiamo alle armi del Mullah Omar, per affrontare gli americani. «È un nostro dovere religioso combattere l’invasore». Nel frattempo, invisibili agli occhi, gli aerei militari sorvolano la zona rumorosamente. Da lontano, si sente qualche sparo. «Di notte colpiamo i soldati del governo con i fucili a puntatore laser, di giorno con altre armi. Ora i soldati usano i civili per proteggersi», commenta Saber. Il suo messaggio è però pacifico: «Noi siamo pronti alla pace. È così difficile vivere in guerra che tutto sarà molto più facile. Torneremo ad essere fratelli con gli altri afghani. Non c’è problema. Ma vogliamo che gli stranieri si ritirino e che venga instaurato un governo con valori islamici. Un buon talebano è colui che esegue gli ordini del nostro leader. Ci dirà cosa fare», sorride. Non c’è rancore nelle voci dei combattenti. Anche un suo mujahid, Hajmal, 25 anni, ha deciso di abbandonare gli studi per combattere il jihad. «Molti di noi hanno perso familiari e amici. Ma il nostro dovere religioso è più importante. Vogliamo un governo islamico, e quando la pace arriverà, non vediamo l’ora di sederci con i nostri fratelli dall’altro lato». Nelle aree del distretto di Nerkh controllate dai talebani, la guerra è visibile negli occhi della gente. È segnata indelebilmente sui loro corpi. Bambini camminano claudicanti con bastoni. Giovani portano protesi nascoste dai vestiti. Tutti hanno ferite interne irreparabili, che si riaprono con il rombo dei jet militari e che ricordano loro gli attacchi notturni perpetrati dalle forze governative e quelle straniere. «Un drone americano mi ha portato via la gamba», racconta pieno di vergogna Samiullah, 22 anni, un sarto del villaggio di Oryakhil. «Avevo 12 anni e tornavo da scuola. All’inizio non lo accettavo, avrei tanto voluto raggiungere le fila dei talebani e combattere. Ma non posso. Cucio loro i vestiti oppure dono dei soldi. Gli stranieri se ne devono andare, sono la causa di tutti i nostri mali». A qualche chilometro da Oryakhil, nelle fitte valli verdeggianti, attorniate dalle cime innevate dell’Hindu Kush, sorge il villaggio di Shahid Khil. Un cimitero, pieno di bandiere bianche in onore delle vittime, è posto all’entrata in segno di benvenuto. Dal portone di un casolare esce un uomo, Janatmir Shahid Khil, 50 anni, accompagnato dai figli. «Due anni fa i soldati del governo e gli stranieri, dopo aver bombardato, hanno attaccato uccidendo 8 persone. Studenti, professori, ingegneri: civili innocenti», urla concitato. «Abbiamo educato i nostri figli a combattere gli stranieri e li combatteremmo anche noi. Ma vogliamo solo la pace e che loro se ne vadano». Un po’ più a valle, un professore del villaggio di Sarmarand, Rahimullah, 58 anni, ha subito la stessa sorte 3 anni fa, perdendo 7 membri della sua famiglia: «Prima hanno bombardato, poi sono entrati in casa, puntandomi il fucile addosso. Hanno picchiato me e i miei figli, accusandoci di essere talebani. Dopo 24 ore se ne sono andati, lasciandosi dietro i cadaveri e la distruzione. Sono pronto a perdonare tutti. Ma gli stranieri sono venuti qui solo per uccidere. Devono andarsene. Ancora oggi», aggiunge, «non riesco a chiudere occhio». A poche centinaia di metri dal distretto controllato dai talebani di Saber, il drappello della polizia nazionale afghana del tenente Mirwali presidia l’ultimo punto di controllo governativo all’uscita di Maidan Shahr. I diretti avversari provengono dalle stesse aree: «Combattiamo per difendere il paese. Loro ci bersagliano con i fucili a puntatore laser», dichiara Mirwali, corroborando l’informazione talebana. «Ci conosciamo tutti, è pericoloso per noi portare la divisa. Si possono vendicare sulle nostre famiglie». Un uomo di Mirwali, Qudratullah, 25 anni, ne è stato vittima: «Hanno ucciso mio padre e due zii perché ero nelle forze speciali dell’esercito. Lo sapevano. Ora sono tornato a combattere vicino a casa per prendermi cura di loro. Spero che tutto questo finisca. Torneremo ad essere fratelli e sederci allo stesso tavolo». Le vere vittime della guerra afghana - civili, soldati, talebani e miliziani al fronte - difendono le proprie convinzioni. In comune però, hanno il sogno di un nuovo Afghanistan. Tuttavia, rimangono ai margini della politica internazionale, usati come pedine. L’Afghanistan, difatti, è diviso. In balia della comunità internazionale, in un momento decisivo caratterizzato dall’inizio del ritiro delle truppe Nato (circa 3500 unità) entro l’11 settembre - come annunciato di Joe Biden venendo meno all’accordo firmato fra Trump e i talebani nel febbraio 2020, che stabiliva il ritiro completo entro il primo maggio di quest’anno - e la decisiva conferenza sulla pace in Afghanistan organizzata prossimamente ad Istanbul (e fortemente voluta dagli Stati Uniti). In Turchia, si potrebbe arrivare ad uno storico accordo fra talebani e governo afghano per la formazione di un governo di transizione e un cessate il fuoco totale. Il rischio di tutto ciò è però un nuovo conflitto civile. Se la violazione dell’accordo fra Usa e talebani ha suscitato una reazione drastica da parte della leadership di Doha, che ha minacciato di riprendere le ostilità su scala completa, un eventuale accordo ad Istanbul, quasi certamente imposto dalla comunità internazionale e dagli Usa - noncurante della situazione sul campo - creerebbe le basi per nuovi scontri. A dirlo è Rahmatullah Nabil, ex-direttore dei servizi segreti afghani (Nds): «Un accordo forzato permetterebbe alla Nato e agli Usa di uscire degnamente da una sconfitta, creando un governo di transizione basato su valori ideologici e etnici, ma rischiando una guerra e una balcanizzazione del paese. Una volta fuori, per la comunità internazionale, sarebbe facile incolpare gli afghani per le future violenze». Secondo alcune indiscrezioni, confermate da esponenti di entrambi i lati, i talebani potrebbero però accettare una proroga del ritiro in cambio del rilascio di prigionieri e la fine di ogni appoggio aereo e terrestre all’esercito governativo. Nabil è preoccupato: «Abbiamo molte paure e speranze per Istanbul. La comunità internazionale tratta con il governo, signori della guerra e talebani. Sono sì parte della realtà, ma non tutta. Gran parte della popolazione non si riflette più in questi schemi e ignorarlo sarebbe un grave errore». Se i talebani sono divisi, lo è altrettanto il governo, poco rispettato dalla popolazione e dai suoi stessi rappresentanti corrotti a Kabul, i quali accusano i talebani di non volere la pace ma armano milizie segrete e private per combatterli, cercando di difendere i propri interessi (spesso sostenuti da stati come Iran, India e Russia). Ghulam Farooq Wardak, ex-ministro e uno dei principali creatori della costituzione afghana del 2004 lo dice chiaramente: «Questo governo, sostenuto dagli stranieri, è corrotto e arma milizie. È stato votato da un milione di persone su 34. Non rappresenta nessuno». «Il presidente Ashraf Ghani fa lo stesso. A nessuno interessa il popolo afghano», tuona Nabil, indignato. Tutto è corroborato da Jalal, 53 anni, un signore della guerra del suo villaggio, Khinjan, nella provincia di Baghlan: «Siamo sostenuti dalle Nds (i servizi segreti afghani). Ci danno soldi e qualche arma per difenderci». Jalal combatte da quando aveva 16 anni. Nel 2004, un bombardamento Nato sulla sua casa ha ucciso ventisei persone della sua famiglia. Una ferita che non si rimarginerà. Duro e inespressivo, oggi difende il suo villaggio dai talebani con centinaia di civili assoldati: «Il governo senza di noi non riuscirebbe a difendersi. È come il marito di una moglie che lo tradisce. Quando lo scopre in casa sua, invece di sfidarlo da solo chiama il vicinato per farsi aiutare. Noi vogliamo la pace, ma senza che i talebani ci impongano i loro valori. Quando tutto sarà finito, consegneremo le armi». Di miliziani come Jalal, l’Afghanistan ne è pieno. «I programmi di disarmo protratti negli anni sono andati a rotoli. Sono gruppi inaffidabili e più pericolosi dei talebani. Ci aspetta una nuova guerra», ammette Belqis Roshan, parlamentare indipendente per la provincia di Farah, «Il governo arma le milizie perché non vuole la pace». Afghanistan, bomba a orologeria. Tutti contro tutti. Soldati e popolazione sono vittime dei politici. Come su una scacchiera: i pedoni scoperti, vittime della regina. Non ha importanza. Tutto è lecito per fare scacco al re.

Com’era e come potrebbe essere l’Afghanistan in mano ai talebani. Federico Bosco il 14 agosto 2021 su open.online.it. Prima dell’invasione statunitense dell’ottobre 2001 l’Afghanistan era un emirato islamico nelle mani dei talebani del Mullah Omar, un buco nero dell’Asia centrale distrutto da vent’anni di guerra dove regnavano la Sharia e il terrore. L’avanzata dei talebani continua, dopo aver conquistato gran parte del nord, sud e ovest dell’Afghanistan si stanno avvicinando alla capitale Kabul con l’obiettivo di rovesciare il debole governo del presidente Ashraf Ghani. Nel giro di una settimana hanno preso il controllo di un capoluogo di provincia dopo l’altro, e negli ultimi giorni avanzano senza neanche dover combattere. Dopo aver catturato Kandahar, Herat e Lashkar Gah, solo la città di Mazar-i-Sharif, una roccaforte settentrionale dei signori della guerra anti-talebani locali, e Jalalabad, a sud di Kabul, sono le ultime grandi città che resistono ai miliziani in marcia verso la capitale. Durante l’avanzata i talebani liberano i prigionieri che trovano nelle carceri e li invitano a unirsi a loro, reintroducendo l’obbligo del burqa e i tutti divieti dell’interpretazione più integralista della legge islamica. Le donne non possono studiare o lavorare, né andare in giro senza essere accompagnate da un uomo della famiglia. Tutti coloro che sono stati in contatto con statunitensi e alleati vengono considerati dei traditori, anche se venerdì i talebani hanno promesso con un comunicato ufficiale una sorta di «amnistia generale» per chi ha collaborato con Kabul e le «forze occupanti», e assicurando che i diplomatici stranieri non saranno toccati. I talebani quindi si considerano pronti a prendere il potere, e mentre le milizie portano avanti l’offensiva sul campo, i rappresentanti politici sono in Qatar per colloqui con una serie di governi tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Pakistan, Cina, India e altri. Tuttavia, è in dubbio anche la reale capacità dei rappresentati talebani a Doha di far rispettare gli eventuali accordi presi a tutti i miliziani sul campo, e non viene escluso lo scenario di una guerra civile. Guardando alla storia recente, parlare di talebani moderati con cui negoziare appare come un controsenso.

Com’era l’Afghanistan dei talebani. I talebani hanno dominato il paese dal 1996 al 2001 dopo la rapida caduta e i conflitti del governo dei Mujaheddin che avevano sconfitto l’Unione Sovietica. Nati come movimento politico-militare per la difesa dell’Afghanistan, appena raggiunto il potere hanno proclamato l’emirato islamico e istituito nel paese la versione più estrema della Sharia, punendo con estrema violenza ogni minima deviazione. Durante il loro governo – riconosciuto solo da Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita – hanno commesso massacri contro i civili, negato le forniture alimentari delle Nazioni Unite agli afghani, e condotto una politica distruttiva bruciando vaste aree di terra fertile e demolendo decine di migliaia di abitazioni. In caso di adulterio le donne «colpevoli» venivano lapidate pubblicamente, gli uomini adulteri presi a frustate. Cose accadute anche durante questi anni nei villaggi sotto il loro controllo. Da quel momento in poi l’Afghanistan è stato considerato un buco nero dell’Asia centrale, fedele alla fama di «cimitero degli imperi» che si è conquistato nei libri di storia. Un luogo distrutto da vent’anni di guerra in cui nessuno voleva mettere piede: non c’erano infrastrutture, acqua corrente, le reti elettriche e le reti telefoniche erano quasi inesistenti, con pochissime strade asfaltate e i beni di prima necessità drammaticamente scarsi. La mortalità infantile era la più alta del mondo, mentre la Sharia imperante aveva disarticolato anche quella struttura di clan e famiglie che forniva agli afghani una minima rete di sicurezza sociale per sopravvivere.

La distruzione dei Buddha di Bamiyan. Nel marzo del 2001 i talebani, all’apice del loro potere, finirono al centro dell’attenzione internazionale per la distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan. Si trattava di due gigantesche statue (una alta 38 metri e l’altra 55) risalenti al VI secolo inserite nel lato di un dirupo nella valle Bamiyan, tesori archeologici di valore inestimabile risalenti a più di 1500 anni fa, espressione dell’arta greco-indiana del Gandhara.

Il governo del Mullah Mohammed Omar dichiarò che le statue erano «idoli da distruggere», una sentenza eseguita dalle milizie talebane piazzando prima degli esplosivi alla base e alle spalle dei Buddha, e poi concludendo il lavoro a cannonate. Delle statue non è rimasto niente. I governi del mondo reagirono con rabbia e indignazione, tutta la comunità internazionale si era offerta di prendere in consegna i Buddha e portarli via dall’Afghanistan, ma neanche la mediazione del Pakistan – unico paese in buoni rapporti con i talebani – riuscì a far desistere il Mullah Omar dalla sua decisione. Qualche mese dopo, il mondo intero guardava con orrore le immagini degli attentati dell’11 settembre, e le cose cambiarono. A ottobre gli USA invasero l’Afghanistan per rimuovere i talebani dal potere dopo che questi si erano rifiutati di consegnare Osama Bin Laden, all’epoca «ospite» dell’emirato dei talebani da dove comandava al-Qaeda. Da lì in poi la Nato e la maggior parte dei paesi occidentali si è unita alla missione USA, fino al disimpegno di questi giorni.

Le incertezze e le possibili conseguenze geopolitiche. Nessuno sa cosa succederà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, la situazione sul campo e ai tavoli della diplomazia – tra i più fragili di sempre – è in costante evoluzione. Di sicuro c’è che il ritiro occidentale lascia Cina, Russia e Iran a fare i conti con una fattore di instabilità che preoccupa tutta la regione. Mosca prova a fare asse con Teheran per cercare sicurezza per suoi alleati in Asia centrale, mentre Pechino vorrebbe coinvolgere chiunque governi in Afghanistan (fossero anche i soli talebani) nei suoi progetti infrastrutturali e sfruttare le risorse minerarie del paese, ma anche per i cinesi le preoccupazioni superano di gran lunga le presunte opportunità. Tutti vorrebbero trovare accordi ragionevoli e vantaggiosi, ma nessuno è consapevole di quale tipo di accordi è possibile prendere con i talebani. Andandosene in questo modo Washington crea difficoltà a tre dei suoi principali avversari pagando il prezzo (internazionale) della vergogna per un’operazione fallita, ma ottenendo il risultato (a uso interno) desiderato dal presidente Joe Biden di non mandare più i giovani americani a combattere una guerra infinita per inseguire una vittoria impossibile. Per l’Europa invece la faccenda è più spinosa, per i rifugiati in fuga dall’Afghanistan le frontiere dei paesi europei non sono così lontane, non ci sono oceani di mezzo. L’Unione europea dovrà affrontare un’altra ondata migratoria avendo come unico argine l’Iran degli Ayatollah e la solita Turchia di Recep Tayyip Erdogan, a cui tra l’altro è stato affidato anche il controllo militare dell’aeroporto di Kabul. Anche per gli USA però non sarà possibile archiviare in fretta l’Afghanistan come desidera Biden, c’è il rischio che il paese torni a essere un porto sicuro e un vivavio per i terroristi di al-Qaeda, dell’ISIS o di altre organizzazioni terroristiche dello stesso tipo, obbligando la Casa Bianca a rivedere drasticamente le decisioni prese. Intanto, l’unica certezza a cui assiste il mondo intero è che in poche settimane i talebani hanno distrutto vent’anni di impegno economico, militare e umanitario dell’intero schieramento occidentale: gli USA, la Nato, l’Ue e anche le Nazioni Unite hanno perso credibilità. Se le cose non migliorano in fretta per Biden sarà molto difficile portare avanti il messaggio che «l’America è tornata».

Afghanistan, l’emirato dei talebani è tornato e fa paura più di prima. Si sentono padroni del Paese: è la prova del fallimento dell’Occidente costato soldi e vite umane. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud il 7 luglio 2021. Su un vecchio passaporto ho ancora il visto dell’Emirato dell’Afghanistan fondato dai talebani. Per come stanno andando le cose – Kabul è quasi sotto assedio – ho l’impressione che dovrò rispolverarlo. L’Emirato dei talebani, quello dove si mozzavano le teste, è già risorto. Dopo il ritiro delle truppe americane e straniere dal Paese è sempre più concreto il rischio di un caos inarrestabile. I talebani stanno avanzando quasi ovunque, hanno già recuperato ampie porzioni di territorio ed è questione di mesi, se non settimane, prima che conquistino anche la capitale Kabul. Le fragili strutture di sicurezza afghane non sembrano in grado di reggere l’impatto dell’offensiva. L’esercito di Kabul, costato miliardi di dollari americani e di aiuti occidentali (molti anche nostri), si sta squagliando e non pare in grado di resistere di fronte a un’avanzata che, venuto meno il sostegno delle truppe straniere, appare senza freni e opposizione alcuna. Un’ulteriore prova si è avuta nelle ultime ore: oltre un migliaio di soldati afghani, costretti a confrontarsi con i guerriglieri islamisti, hanno preferito fuggire nel vicino Tajikistan. I talebani si sentono ormai padroni della situazione: è la prova lampante dell’enorme fallimento occidentale. Hanno anche minacciato ritorsioni nel caso in cui soldati stranieri rimanessero nel Paese dopo il prossimo settembre, mese in cui è previsto il completamento del ritiro delle truppe della Nato. “Se le forze straniere saranno lasciate nel Paese, violando l’accordo di Doha, sarà la nostra leadership a decidere come procedere”, ha avvertito il portavoce Suhail Shaheen in una intervista alla Bbc, descrivendo l’attuale governo afghano come “moribondo”. Per Shaheen, inoltre, l’Afghanistan è un “emirato islamico”: la conferma, dunque, che il gruppo prevede di dare una base teocratica al governo e che si guarderà bene dall’accettare la richiesta di indire elezioni. Le minacce di ritorsioni nei confronti dei militari stranieri che resteranno nel Paese è stata l’immediata risposta dei talebani alle voci secondo le quali un migliaio di soldati statunitensi potrebbero rimanere nel Paese, insieme ai turchi, per presidiare le ambasciate e l’aeroporto di Kabul. Ma gli stessi militari americani sono disorientati e, almeno in apparenza, privi di ogni strategia. “Mi piacerebbe non dover voltare le spalle al popolo afghano, aveva detto domenica il generale Austin Scott Miller, comandante della coalizione Nato in Afghanistan. Pochi giorni fa l’alto ufficiale americano aveva messo in guardia dal rischio di lasciare il Paese ai talebani che stanno rapidamente riguadagnando terreno. L’offensiva dei talebani negli ultimi due mesi è stata imponente: hanno riconquistato decine di distretti in varie zone del Paese, mai così tanti in uno spazio così limitato di tempo. Nelle ultime ore il gruppo fondamentalista islamico ha conquistato anche il distretto chiave di Panjwai, nella sua ex roccaforte di Kandahar, la vera capitale dell’Emirato afghano dove risiedeva anche il Mullah Omar. I talebani invece avevano preparato da tempo i loro piani di guerra. L’offensiva per riconquistare territori nelle aree rurali del Paese è in corso dai primi di maggio, quando gli Stati Uniti hanno avviato il loro ritiro definitivo, il cui completamento è atteso per fine agosto. La caduta di Panjwai arriva due giorni dopo che le forze Usa e Nato hanno lasciato la base aerea di Bagram, vicino Kabul, da dove hanno guidato per due decenni le operazioni contro i talebani e i loro alleati di al-Qaeda. Nelle ultime settimane, i combattimenti si sono intensificati in diverse province: i talebani hanno annunciato di avere il controllo di oltre 100 dei quasi 400 distretti del Paese. Le autorità nazionali e l’ufficio del presidente Ashraf Ghani, un passato da economista e antropologo, hanno contestato la cifra ma hanno ammesso di essersi ritirati da diverse zone. E con la partenza delle forze straniere da Bagram, la base aerea da cui gli Usa fornivano vitale sostegno all’esercito afghano, ha alimentato i timori che i talebani possano intensificare ulteriormente la loro offensiva anche su Kabul. Il presidente americano Biden ha confermato di voler completare il ritiro entro l’11 settembre, anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, ma probabilmente gli Usa vogliono ulteriormente accelerare i tempi. E adesso si pone l’interrogativo di chi possa prenderne il posto, anche se la Russia ha smentito che stia considerando l’opzione di inviare truppe. Nell’ultima settimana è diventata più concreta la possibilità che la Turchia si faccia carico della sicurezza dell’aeroporto di Kabul: una missione complicata e allo stesso tempo fondamentale per la stabilità dell’Afghanistan, tenendo conto che l’aeroporto costituisce un punto strategico da sempre nel mirino dei talebani, snodo fondamentale per missioni umanitarie, convogli diplomatici e visite ufficiali da parte del traballante governo afgano. La perdita dell’aeroporto segnerebbe la fine del governo di Kabul. Per evitare un fallimento completo gli americani probabilmente ricorreranno a Erdogan, l’unico leader e membro della Nato che ai tempi negoziò direttamente con l’Isis e che ha utilizzato i combattenti jihadisti in tutte le sue operazioni militari recenti, dalla guerra in Siria, all’occupazione della Tripolitania in Libia, all’offensiva contro gli armeni, insieme agli azeri nel Nagorno-Karabakh. Il più radicale ed estremista esponente della Nato adesso torna di nuovo utile: al di là della retorica, in realtà si continua a legittimarlo pienamente. Così è stato raggiunto un accordo verbale tra Biden ed Erdogan durante l’ultimo vertice dell’Alleanza atlantica e pochi giorni più tardi, in una visita ad Ankara una delegazione americana ha fatto pressioni perché la Turchia si faccia carico da sola della sicurezza dell’aereoporto di Kabul continuando una missione iniziata nel 2013, ma al fianco degli eserciti di Usa, Francia e Ungheria. Il punto critico è che il ritiro occidentale ha accelerato la demoralizzazione delle forze afghane, anche perché senza il loro appoggio aereo diventa più difficile rifornire e sostenere gli avamposti più remoti. E così in alcune aeree è cominciata la grande fuga dei soldati afghani. La fuga è stata scatenata dagli scontri in corso nella provincia del Badakhstan. Le autorità tagike hanno spiegato che i 1.037 soldati sono riparati oltre confine per “salvarsi la vita” mentre i combattimenti hanno raggiunto la periferia di Faizabad, la capitale del distretto, una città di 2,8 milioni di persone. Alla base militare di Bagram – già centro dell’occupazione sovietica conclusa nel 1989 – stazionavano 100mila soldati ma adesso nel cuore pulsante dell’invasione Usa non resta nulla, neppure l’acqua e luce per la prigione. Gli americani l’hanno abbandonata di notte, così all’improvviso che tanta gente è entrata nella base rubando quel che poteva prima che arrivassero le forze afghane. I russi quando si ritirarono lo fecero via terra, di giorno, sotto gli occhi della popolazione e dei reporter di tutto il mondo. Degli americani di Bagram gli afghani hanno sentito soltanto gli aerei che decollavano.

Afghanistan tra Jihad e clero, i nuovi talebani sul modello Iran. Antonio Giustozzi su La Repubblica il 13 agosto 2021. I talebani sono visti come i discendenti del movimento del Mullah Omar, ma in realtà molto diversi. Molta acqua è passata sotto i ponti e pochi dei talebani di allora sono ancora vivi. Molti gruppi etnici e tribù che poco avevano avuto a che fare con i talebani in passato, ne sono oggi parte integrante. Il loro leader attuale, Haibatullah Akhund, 60 anni, viene dal sud come il leggendario Mullah Omar, ma non ha un passato di combattente. È molto meglio preparato di Omar dal punto di vista teologico e non è un capo carismatico, piuttosto un mediatore tra le diverse componenti del movimento. Il suo progetto di stato, che sta ancora prendendo forma, si avvicina al modello iraniano, nel tentativo di riconciliare il clericalismo dei talebani con istanze di altra origine. I talebani sono, in ultima analisi, il prodotto dell’ipertrofia clericale alimentata dagli anni ’80 in poi dai finanziamenti esterni ai gruppi che combattevano contro il regime pro-sovietico e le forze armate sovietiche. I vari gruppi d’opposizione, tutti più o meno di matrice islamica, utilizzavano i mullah come quadri per l’irreggimentazione ideologica della popolazione nelle aree sotto il loro controllo e investivano massicciamente nella formazione di seminari religiosi, per espandere la capacità di preparare i mullah. Nel corso del tempo si è creata la base sociale per un regime clericale, favorito anche dalla costante diminuzione, dagli anni ’90 in poi, dei finanziamenti esterni a favore del clero. Il movimento dei talebani si è espanso attraendo queste reti clericali, orfane dei loro sponsor originali. Dopo il 2001 i talebani hanno cominciato anche ad attrarre vari gruppi di miliziani delusi ed emarginati dal nuovo regime, installatosi dopo l’intervento americano. La massa dei miliziani mobilitati per le guerre degli anni ’80 e ’90 rappresenta un’altra “nuova classe” desiderosa di proteggere i propri interessi e in cerca di nuovi referenti politici. Pur avendo combattuto i talebani per molti anni, anche questa “nuova classe” si è andata pian piano avvicinando a loro. Nel corso della loro quasi ventennale insurrezione, i talebani hanno anche cominciato a condividere spazi con una varietà di gruppi criminali e reti sotterranee, dedite a tutti i tipi di traffici, soprattutto di droga. In questo modo, hanno creato solidi rapporti con questa parte della “società civile” afgana e si sono create una fonte di finanziamenti aggiuntiva. Nel corso degli anni, questi interessi “ombra” sono diventati sempre più influenti all’interno dei talebani. Tutti oggi si chiedono se e in che modo i talebani siano cambiati ideologicamente, rispetto al rigido regime clericale che fu l’Emirato Islamico del 1996-2001. Dalla loro area di origine nel sud dell’Afghanistan, i talebani hanno incorporato molti membri di vari partiti ispirati alla Fratellanza Musulmana nell’est, nel nord e nell’ovest del paese. L’ideologia di questi gruppi ha alcuni elementi in comune con quella dei talebani, in particolare il principio che il governo debba basarsi sulla legge islamica. Ci sono però anche differenze significative, prima tra le quali il fatto che i Fratelli Musulmani non sono “clericali” e credono invece che debba essere l’intellighenzia islamica (ovvero i quadri dei partiti islamisti) a governare il paese. Sebbene queste componenti relativamente nuove dei talebani abbiano appena cominciato a ricevere rappresentanza al livello superiore dell’organizzazione dei talebani, la cultura politica di cui si fanno portatrici ha inevitabilmente un impatto. I talebani hanno dovuto cambiare anche per sopravvivere alla pressione militare degli Americani e dei loro alleati occidentali. La loro organizzazione è cambiata considerevolmente. Lo stile autocratico del Mullah Omar è stato abbandonato dopo il 2001 ed è stato rimpiazzato da un sistema di leadership collegiale, incentrato attorno alla Rahbari Shura (Consiglio della leadership), una sorta di “politburo” dei talebani. Il leader deve interagire con i suoi pari e non può prendere decisioni solitarie, senza pagare un elevato prezzo politico. Il più grande successo organizzativo dei talebani è stata la loro abilità nel costruire uno stato ombra sulla base di queste variegate “reti di reti” che rappresentano la base sociale del movimento. Negli ultimi anni hanno creato una forma armata ibrida, capace di compiere complesse manovre militari e di affrontare con successo le forze armate afgane. La domanda che più ci si pone è se i talebani si siano in qualche modo ammorbiditi ideologicamente nel corso degli ultimi 20 anni. Molti giornalisti hanno posto domande di questo tipo a quei comandanti e capi dei talebani che sono riusciti a raggiungere, di solito figure junior. Non sorprende che il profilo ideologico degli intervistati in larga misura mostri poca evoluzione rispetto alle rigidità degli anni ’90. In fin dei conti, non potevano essere dei “moderati” quelli che nel corso degli anni si sono arruolati nei talebani per fronteggiare le bombe e le tecnologie americane. Agli alti livelli della gerarchia dei talebani le cose sono un po’ diverse. Non è tanto che ci sia stato un ammorbidimento in quanto tale, ma si è certamente sviluppato un considerevole pragmatismo. Già del 2005 i talebani, bisognosi di assistenza, avevano accettato di stabilire rapporti (a quell’epoca ancora allo stato embrionale) col loro vecchio nemico, l’Iran sciita. Quei rapporti sono poi fioriti in anni più recenti. Una dose di pragmatismo ancora più elevata è stata mostrata quando nel 2015-16 i talebani hanno cominciato a stringere relazioni con la Russia. Mentre l’Iran, tutto sommato, ha per lo più avuto relazioni decenti con i qaedisti ed è pur sempre rispettato in molti ambienti jihadisti per il suo impegno contro Israele, la Russia viene vista come un nemico giurato di tutti i jihadisti, alla pari dell’America, se non di più. La mossa della leadership dei talebani fu molto dibattuta internamente all’inizio, ma nondimeno andò avanti e sbocciò in un legame alquanto stretto tra Russia e talebani, che oggi vedono nella Russia uno dei loro tre alleati principali (dopo Pakistan ed Iran). I capi politici dei talebani pertanto sono capaci di pragmatismo. Piuttosto che sperare nell’improbabile “ammorbidimento” dei talebani come risultato di una guerra feroce, che è costata ai talebani almeno 100mila morti, sarebbe probabilmente più realistico contare sul loro pragmatismo. I talebani dovranno pur affrontare il problema di come tenere a galla un’economia devastata e per questo hanno bisogno di tenere i confini aperti ed anche di continuare a ricevere aiuti esterni. È improbabile che i siano disposti a concessioni più che modeste su questioni come i diritti delle donne, ad esempio. Su questioni come i loro rapporti di lunga data con i qaedisti, invece, concessioni più significative sono più probabili, in cambio di riconoscimento e legittimazione internazionale. In ultima analisi, i dibattiti interni tra i talebani e i loro rapporti in fase di consolidamento con vari gruppi islamisti afgani (futuri alleati in un governo di coalizione) suggeriscono che i talebani si muoveranno verso un regime simile a quello iraniano, senza peraltro mai riconoscere la parentela per non irritare gli elementi più ostili all’Iran, che rimangono all’interno dei loro ranghi. Non potrà quindi essere un completo clone, anche perché i talebani, prigionieri della dottrina sunnita, mai potranno produrre qualcosa sul tipo del cosiddetto Velayat Faqih - l’innovazione teologica di Khomeini che restringe il ruolo di Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran ad esponenti del clero. Tuttavia, un adattamento di quel modello potrebbe conciliare sia le istanze clericali dei talebani che le richieste dei Fratelli Musulmani, che saranno probabilmente i principali futuri partner di governo dei talebani. 

Antonio Giustozzi, senior research fellow al Rusi di Londra e affiliato al King’s College, comincia con questo articolo una collaborazione con Repubblica. Tra i suoi libri, Taliban at war (2019), The Islamic State in Khorasan (2018) e Decoding the New Taliban (2009)

L'entrata a Kabul. Chi sono i talebani, il gruppo di fondamentalisti islamici che stanno riconquistando l’Afghanistan. Antonio Lamorte su Il Riformista il 15 Agosto 2021. I talebani sono entrati stamattina a Kabul, capitale dell’Afghanistan, e il Paese è ormai in mano al gruppo di fondamentalisti islamici. Come vent’anni fa, come prima di quell’intervento degli Stati Uniti, a seguito degli attacchi dell’11 settembre, che sollevò il regime teocratico imposto dagli “studenti di Dio”. Lasciano le ambasciate gli americani e anche gli italiani – il cui volo di rientro è in partenza stasera alle 21:00. La ritirata viene raccontata come un nuovo Vietnam per Washington. I talebani stanno facendo sapere in queste ore che l’ordine è “di attendere alle porte della città, ma senza entrare” secondo il portavoce Zabihullah Mujahid e di non prendere la capitale con la forza. I negoziatori sono diretti al Palazzo Presidenziale per il trasferimento “pacifico” dei poteri. La Cnn riporta che otto o nove delegati sono al Palazzo Presidenziale. Si va verso un governo di transizione. I talebani hanno anche assicurato che le persone che vorranno partire potranno farlo e che i diritti delle donne saranno rispettati, compreso il loro diritto all’istruzione. Garanzie che arrivano in ore febbrili e terribili: nei giorni scorsi, durante l’avanzata sulle città del Paese, sono state raccontate le violenze su civili e avversari con uomini sgozzati e liste di donne nubili.

Le origini dei talebani. Talebano in lingua pashtun – la seconda più parlata in Afghanistan dopo il dari – vuol dire “studente”. Studente del corano. E indica un gruppo di fondamentalisti islamici che si sono formati nelle scuole coraniche tra Afghanistan e Pakistan, le cosiddette madrasse. La nascita del movimento di etnia prevalentemente pashtun risale al 1994, nella città di Kandahar, dal mullah Mohammed Omar. Le divisioni tra i mujaheddin favorirono l’ascesa rapida del gruppo. Gruppo che si armò subito e che conquistò la città di Kandahar e Kabul. Anche l’appoggio della popolazione favorì la loro ascesa e questo perché il gruppo – in un Paese nel caos, spezzato tra etnie e clan – aveva cercato provato una forma di welfare: riorganizzazione della società, miglioramento della viabilità, stimoli all’economia. L’Afghanistan era un Paese ancora in ginocchio da quell’invasione del 1979 da parte dell’Unione Sovietica che rappresentò un pantano per la stessa Armata Rossa. Lo stesso Mullah Omar aveva combattuto con i guerriglieri di ispirazione islamica, i mujaheddin, contro i sovietici. Dopo la conquista di Kabul i talebani istituirono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, senza un capo politico vero e proprio ma con sotto la leadership del Mullah Omar. Il 90% del Paese venne conquistato nel giro di due anni. A riconoscere l’Emirato soltanto gli Emirati Arabi Uniti, il Pakistan e l’Arabia Saudita. Quella dei talebani era una teocrazia autoritaria: venne imposta la sharia, la legge islamica, nella sua forma più rigida, con punizioni ed esecuzioni pubbliche; gli uomini avevano l’obbligo di farsi crescere la barba, le donne di indossare il burqa; la televisione, la musica e il cinema vennero vietate; alle donne fu vietata la guida di bici, moto, auto e l’uso di cosmetici e gioielli. I Buddha di Bamiyan, enormi statue nella roccia a circa 250 chilometri da Kabul, vennero distrutti nel marzo del 2001 perché raffigurazioni contrarie alla legge islamica.

L’appoggio ad Al Qaeda. Come il Mullah Omar anche Osama Bin Laden, saudita, figlio di un ricco costruttore dello Yemen, aveva avuto un ruolo centrale nella guerra contro l’invasione dell’URSS. Fondò all’inizio degli anni Novanta l’organizzazione terroristica Al Qaeda, le cui basi furono ospitate proprio in Afghanistan. Dopo gli attacchi in Kenya e Tanzania quelli dell’11 settembre agli Stati Uniti – furono colpite le Torri Gemelle a New York e la sede del Pentagono. Meno di due mesi dopo il regime talebano veniva rimosso con l’operazione Enduring Freedom. Molti talebani fuggirono in Pakistan dove si riorganizzarono grazie soprattutto alla connivenza con i servizi segreti di Islamabad. Il Mullah Omar è morto nel 2013, il Consiglio Supremo dei talebani è diventato la Shura di Quetta, le vittime dell’organizzazione rimpiazzati costantemente con nuove reclute. Da anni avevano ripreso il controllo di alcune zone e messo in atto attacchi terroristici. Non sono mai stati sconfitti del tutto. A febbraio 2020 hanno firmato un accordo di pace con gli Stati Uniti, a Doha, capitale del Qatar, che prevedeva il ritiro graduale di circa 13mila soldati in Afghanistan e la liberazione di circa cinquemila prigionieri. Il gruppo aveva promesso di diminuire il numero di attacchi e di non rendere di nuovo il Paese una base e un porto sicuro per i jihadisti. Il Presidente americano Joe Biden, entrato in carica a gennaio 2021, ha confermato il ritiro statunitense. “Adesso tocca agli afghani combattere per l’Afghanistan”, ha detto solo qualche giorno fa. La debolezza del governo afghano e dell’esercito hanno permesso ai talebani di avanzare senza intoppi e senza resistenze. La caduta di Kabul era stata calcolata in sei, poi in tre mesi, e invece la città è stata circondata già da ieri. I talebani avevano ricominciato a guadagnare terreno nel 2015. A spingere gli “studenti” anche l’avanzata anche del sedicente Stato Islamico; lo scontro tra i due gruppi è stato piuttosto forte nel Khorasan. Non è chiaro se i talebani siano in grado di contrastare e contenere lo Stato Islamico in Afghanistan, al momento noto con la sigla Islamic State Khorasan Province, ISKP.

Chi sono i talebani oggi. Domenico Quirico, storico inviato di guerra de La Stampa, ha scritto oggi un articolo sugli “studenti di Dio che hanno sconfitto l’Occidente”; una lunga e appassionata riflessione sui talebani e su quello che sta succedendo in questi giorni in Afghninstan: “Trent’anni dopo sono mutati i capi e i guerriglieri. I capi trattano alla pari con i dirigenti cinesi, ormai più dell’oppio i loro maggiori finanziatori. Pechino ha progetti ambiziosi su questa parte della Via della Seta ora che gli americani sono fuggiti. I combattenti sono reclutati nelle zone marginali del Paese, le più povere e dimenticate da un potere centrale che non ha mai usato i dollari americani per ricostruire uno Stato. Venti anni di occupazione americana, invece di ridurre le distanze sociali tra i clan dei ricchi manipolano i prezzi e le classi povere, le hanno moltiplicate. I nuovi taleban non sono più in maggioranza studenti arrabbiati che non riescono a diventare ulema, ma i senza lavoro, giovani che inseguono una avventura, o la vendetta, inselvaggiti dagli innumerevoli danni collaterali delle nostre indifferenti guerre per la democrazia. Arruolati sfruttando le solidarietà claniche e famigliari, i legami sociali”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Domenico Quirico per “La Stampa” il 16 agosto 2021. Ora che la sconfitta è vicina, (la parola la si sussurra, come il mormorio di chi non ha più speranza), è il momento di ammetterlo: l’America, l’Occidente sono rimasti venti anni in Afghanistan, hanno condotto una guerra, scelto e gettato via alleati e governanti, distribuito denaro (150 miliardi dollari l’anno), ucciso migliaia di persone, sulla base di una antropologia immaginaria, bizzarra, affettata, gracilina, tutta agghindata di mediocri astuzie, pretenziosa. Una bugia della distanza e della semplificazione, verità di favola che dava una forma confortante ai nostri desideri. Insomma: non sappiamo chi sono davvero i taleban che ci hanno cacciati via, sono rimasti qualcosa di inaccessibile e di oscuro. Intendo quali classi sociali rappresentino, se tra loro prevalga alla fine il fanatismo wahabita o il nazionalismo jihadista, dove reclutino martiri e guerrieri come se bastasse, mitologicamente, battere il piede per terra. Perché, ridotti a turbe di fuggiaschi sconfitti del 2002, siano diventati la bufera che si sta avvicinando a passi di lupo alla capitale. Intorno a loro ora tutto è sbandamento, dubbio, esitazione logorio e fuga.

Chi sta a guardare. In Afghanistan bisogna un po’ morire per poter resuscitare davvero. Le guerre si vincono nella testa di quelli che stanno a guardare, convincendo chi tentenna. Quelli che non hanno dubbi son pochi, non se ne ricavano eserciti. Per venti anni anche nella narrazione ci siamo accontentati della parola: taleban. Bastava. Era anche troppo: i taleban, sì, i fanatici, i nemici delle donne, gli iconoclasti di Bamyan. Che altro c’è da dire? Perché non si perde tempo a far la sociologia del Male. Che invece spesso è provvidenziale. Si esita a esplorare, ci si concentra sulla propria ripugnanza. Ci bastavano le fotografie di barbuti avvolti in clamidi miserande, in pose minacciose con i loro Kalashnikov. Confessiamolo: al di là del folklore e della storia non ci siamo mai veramente occupati di chi siano gli afghani; non erano infatti i loro guai la ragione per cui eravamo andati in Afghanistan. Dai militari e dalle cancellerie, ma ahimè anche dall’Onu e molte Ong, l’Afghanistan è stato maneggiato sulla base di programmi che non avevano presa nella realtà ed erano legati semmai alle supreme esigenze della Sicurezza universale, la nostra. Al resto provvedeva il mediocre abracadabra di slogan «democratici». Abbiamo dato fondo laggiù a tutte le forme storiche che l’Occidente possiede. E invece il fondamentalismo è una componente chiave delle élite afghane. I taleban sono una parte dell’Afghanistan. 

Le leggi e il credo. All’inizio di tutto c’è sempre la guerra, il vivere immersi da decenni ogni giorno nella violenza. È qualcosa che muta antropologicamente, che forma e deforma. I taleban come tutti i ribelli, sono persone che a dispetto dei conquistatori, i russi prima, gli occidentali poi, vivono secondo le proprie leggi e il proprio credo, si avvolgono delle loro tragedie e leggende, e con questo fanno la Storia. Hanno rischiato di essere annientati per non violare il codice detto «htoun wali» che impone ai pashtun di proteggere e non consegnare al nemico un ospite: era Ben Laden, era il 2001. Sarebbe stata una scelta su cui meditare. Un amico afghano mi ha raccontato che in questi giorni i guerriglieri hanno conquistato, tra le tante città, la capitale di un famoso signore della guerra, uno di quei capitribù corrotti, crudeli, mescolati ai loschi traffici della droga a cui gli americani affidarono venti anni fa la guerra ai taleban per vincerla a buon mercato. E a cui sciaguratamente ora pensano di delegare la resistenza. Ebbene: hanno girato un video che hanno poi diffuso nei loro canali di comunicazione (i primitivi taleban, i distruttori di musicassette che maneggiano videocamere, c’è da riflettere): hanno filmato il palazzo del notabile, un monumento allo sfarzo e allo spreco da quattro milioni di dollari, le scuderie dove cento purosangue ruminavano pastoni costosi. E poi, alternate, immagini della città, una delle più derelitte del Paese. I comandanti taleban non hanno palazzi, vivono mescolati ai loro miliziani, ne condividono le povere abitudini. 

Il consenso della gente. Alla fine del Novecento i taleban del mullah Omar erano reclutati tra gli studenti delle madrase, delle scuole coraniche, e tra i contadini della cintura tribale pashtun, arruolati e armati dai Servizi pachistani, quelli della ammagliante ma sciagurata Benazir che cercava in Afghanistan alleati che fossero pashtun e fondamentalisti. Taleban: definirsi vuol dire cominciare a separarsi. Divennero un temibile movimento politico militare in un Paese dilaniato da una guerra etnica che opponeva i pashtun a tagiki, uzbeki e hazara, ogni campo appoggiato logisticamente e politicamente da soggetti stranieri. Nel 1996, per la prima vittoriosa marcia su Kabul, sfruttarono il vuoto creato da quel caos e la rabbia della maggioranza per essere stata esclusa dal potere. La durezza della sharia, la paura per i loro metodi spietati, servì per piegare l’anarchia violenta dei capi tribali, riaprire la circolazione sulle strade del Paese. La gente chiedeva ordine e sicurezza, ad ogni costo. Uno scenario che abbiamo visto in altri luoghi della rivoluzione islamica.

Le mani di Pechino. Trent’anni dopo sono mutati i capi e i guerriglieri. I capi trattano alla pari con i dirigenti cinesi, ormai più dell’oppio i loro maggiori finanziatori. Pechino ha progetti ambiziosi su questa parte della via della seta ora che gli americani sono fuggiti. I combattenti sono reclutati nelle zone marginali del Paese, le più povere e dimenticate da un potere centrale che non ha mai usato i dollari americani per ricostruire uno Stato. Venti anni di occupazione americana, invece di ridurre le distanze sociali tra i clan dei ricchi che manipolano i prezzi e le classi povere, le hanno moltiplicate. I nuovi taleban non sono più in maggioranza studenti arrabbiati che non riescono a diventare ulema, ma i senza lavoro, giovani che inseguono una avventura, o la vendetta, inselvaggiti dagli innumerevoli danni collaterali delle nostre indifferenti guerre per la democrazia. Arruolati sfruttando le solidarietà claniche e famigliari, i legami sociali. Su cui è modellata la loro organizzazione militare e politica. In ogni villaggio una cellula costituita da pochi quadri, alcune decine di combattenti a tempo parziale, e fiancheggiatori ben motivati. Religiosi e anziani assicurano che le decisioni siano accettate dalla popolazione. La Shura suprema detta la strategia complessiva. Il mondo a cui gli occidentali, nonostante una zuccherosa propaganda fitta di soldati che distribuiscono caramelle, sono sempre rimasti estranei, nemici. E poi il nazionalismo afghano, integrale, che spesso si riduce al potere dei morti sui vivi. Quella che non è cambiata, purtroppo, è la loro idea del mondo, teologicamente totalitaria. Senza la quale non esisterebbero. Ma quando abbiamo accettato la sconfitta ne eravamo consapevoli.

Domenico Quirico per “la Stampa” il 17 agosto 2021. La parola più vera, la parola più esatta, quella più densa di significato per questo Otto Settembre afghano è la parola interesse. L'ha pronunciata il segretario di Stato americano: restare in Afganistan non è nel nostro interesse. Dando un nome alle cose si rischia di ferirle in mezzo al cuore con un colpo irrimediabile. Ho provato a immaginare un afghano all'aeroporto di Kabul impegnato in una caparbia opera di sopravvivenza, con i taleban all'uscio, collerici, farnetichi, sentenziatori di morte, vittoriosi. O uno di quelli che vivono nascosti perché sanno che i taleban stanno spuntando i nomi nelle liste abbandonate dagli occidentali, e si sentono già imputati in bieche aule di tribunali supremi, da impietose inquisizioni. In poche ore il mondo nuovo si è dissolto di colpo nelle profondità di campo del tempo. E quello che rimane loro è la frase del segretario di Stato americano, uno di quelli che avevano promesso di buttar giù a spallate la loro storia medioevale. Si dovrebbe scrivere come si respira. Un respiro armonioso, con le sue lentezze e i suoi ritmi all'improvviso affrettati. Ma come si fa a non ruggire di fonte a una così sfacciata, volgare manifestazione di nichilismo interiore? Raramente si è visto qualcosa di più anchilosato, rabberciato, malfatto di questa vile ritirata, di più vanitoso, lercio e appunto interessato di questo tradimento. Che il buio risorga Fa capolino già la successiva vergogna, cancellare gli afghani dalla memoria, si appronta il cassetto dove riporli accanto ai vietnamiti, ai cambogiani, ai somali, ai curdi e agli iracheni. In Occidente i perseguitati non hanno fortuna, non suscitano simpatie perché sono deboli. A Kabul il nostro mondo, esportato a forza, provvisorio, tarlato, è crollato in poche ore. Ma era da tempo che noi ce ne andavamo con i nostri pregiudizi, i nostri soldati invincibili, i canti e le bandiere. Non abbiamo nemmeno provato, per nasconder la vergogna della sconfitta, a stendere la mano a coloro che sono rimasti lì, per cui non ci sarà nessun ponte aereo, nella speranza che non la rifiutassero con troppo disgusto: che avete fatto perché noi si sia meno infelici? Ci chiederanno essi: che cosa avete fatto perché vivessimo in pace? In un altro luogo del mondo dove perdiamo altre guerre, il Sahel, un vecchio con l'aria vigorosa e tranquilla di un menhir, a cui daresti dieci secoli, che ha la giovinezza e la serenità di una montagna, mi disse sospirando: voi occidentali non avete amici, avete soltanto interessi Già: gli afghani gli darebbero adesso ragione. Il loro peccato è di essere soltanto esseri umani, troppo poco per diventare interessi, per questa trasmutazione non sono bastati venti anni. Dietro ognuno, anche quelli che non ci amavano, sì, anche i taleban, c'è una identità: retti, astuti, malvagi, pratici, dolci, autoritari, fanatici, secoli di fatiche durissime tra quelle pietre li hanno induriti. Invece sono rimasti ombre anonime e scialbe che si possono abbandonare, in fondo senza nemmeno l'ingombro di troppi rimorsi. Eppure loro eravamo noi, il loro destino eravamo noi. C'è in questa realpolitik così sguaiata un rischio mortale. I nostri proclami sono ormai cose morte ma non mute. Testimoniano, accusano. Chi dopo questo tradimento così esplicito presterà ancora fede alle nostre parole, chi penserà che i nostri annunci di democrazia, tolleranza, la nostra magnifica parola diritti, siano altro che polvere se non coincide con i nostri interessi? Dove troveremo alleati visto che cerchiamo solo caudatari e complici provvisori? Le assonanze tra Kabul e Saigon, tra la fuga dal Vietnam e quella dall'Afghanistan assordano: la trattativa con l'Arcinemico fino a un minuto prima impronunciabile, il ritiro, gli alleati locali lasciati soli con satrapi balbettanti e corrotti, con eserciti fatiscenti e abituatati a far da comparse, regimi che si sciolgono, presidenti che fuggono, divise e armi gettate via, gli elicotteri, sempre loro, che portano via i nostri e, se c'è posto, anche qualcuno di loro. La stessa domanda: perché i loro combattono e i nostri no? E' solo a distanza di cinquant' anni la replica della stupidità militare di qualche nuovo impomatato Westmoreland? No. E' un metodo.

Chi comanda tra i Talebani.

IL LEADER SUPREMO DEI TALEBANI È USCITO ALLO SCOPERTO. (ANSA-AFP il 31 ottobre 2021) - Il misterioso 'leader supremo' dei talebani, il mullah Hibatullah Akhundzada, la cui apparizione pubblica non era mai stata ufficializzata dalla sua nomina nel 2016, ha preso parte a una cerimonia ieri sera a Kandahar, nell'Afghanistan meridionale. Lo hanno reso noto funzionari talebani. "Il comandante dei credenti, lo sceicco Hibatullah Akhundzada, è apparso in un grande raduno presso la famosa madrassa Hakimiya e ha parlato per dieci minuti con i valorosi soldati e discepoli", ha dichiarato oggi il governo talebano con un messaggio audio a sostegno. In questa clip audio diffusa, si sente il mullah può recitare preghiere e benedizioni indistinte. Secondo una fonte locale, Akhundzada è arrivato in questa scuola coranica a Kandahar con un convoglio di due auto sotto massima sicurezza e non sono state autorizzate fotografie. Dopo essere rimasto a lungo in silenzio su dove si trovasse, i talebani hanno annunciato a settembre che Akhundzada aveva vissuto "fin dall'inizio" a Kandahar e sarebbe apparso "presto in pubblico". Dopo essere salito al potere, il mullah Akhundzada ha rapidamente conquistato la lealtà dell'egiziano Ayman al-Zawahiri, il leader di al-Qaeda, che lo ha definito un "emiro dei credenti", rafforzando così la sua credibilità nel mondo jihadista e nell'universo sunnita. Nella sua funzione di "leader supremo", Akhundzada è responsabile del mantenimento dell'unità all'interno del movimento islamista, una missione complessa poiché le lotte interne che hanno fratturato per anni il movimento jihadista persistono dal loro ritorno al potere a metà agosto.

Chi sono i signori della guerra che controllano i destini dell’Afghanistan. Mauro Indelicato su Inside Over il 15 settembre 2021. La storia dell’Afghanistan è stata scandita negli ultimi 40 anni dal ruolo dei cosiddetti “signori della guerra”. Un termine coniato già negli anni ’90 per quelle figure che hanno guidato e comandato brigate, fazioni e singoli gruppi di combattenti. Buona parte di loro sono figli del conflitto contro l’invasione sovietica. É durante le battaglie condotte tra il 1979 e il 1989 a danno dei soldati inviati da Mosca che i signori della guerra hanno acquisito fama, prestigio, soldi e territorio. Ancora oggi il loro appoggio risulta fondamentale. Lo Stato afghano nato dopo il 2001 con l’intervento Usa ha dovuto includere molti ex capi combattenti per poter controllare intere province e anche i talebani, negli ultimi mesi per avanzare hanno dovuto concludere molti accordi per evitare bagni di sangue.

I principali signori della guerra. I nomi sono ben noti e dalla fine degli anni ’80 tirano le sorti di ogni governo che ha provato a controllare Kabul. Forse il più noto è colui che ha fondato il Partito Islamico, dando un forte impulso ai mujaheddin durante la guerra contro l’Urss. Si tratta di Gulbuddin Hekmatyar, più tristemente conosciuto come “il macellaio di Kabul”. La sua storia è emblematica del percorso politico e militare compiuto dai signori della guerra. Dopo essersi affermato come uno dei leader della guerriglia anti sovietica, Hekmatyar ha continuato il conflitto con il proprio gruppo di combattenti islamisti per prendere Kabul. Per la verità la sua fazione contro i soldati Urss non ha mai ottenuto significativi successi militari, ma era comunque riuscita ad ottenere ingenti somme di denaro dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti. Il giornalista statunitense Peter Bergen in alcune sue inchieste ha parlato di almeno 600 milioni di Dollari Usa girati in appoggio di Hekmatyar. Con quelle cifre dal 1992 al 1996 il leader islamista ha assediato Kabul, bombardandola ripetutamente fino al primo arrivo dei talebani. In quel periodo, secondo diverse fonti di intelligence è stato proprio lui a far entrare Osama Bin Laden in Afghanistan. Dopo un periodo di esilio, nel 2017 il signore della guerra ha stretto un accordo con il governo di Ghani per un suo rientro nel Paese. Nelle ultime settimane il suo nome è apparso tra quelli dei membri di un possibile governo “inclusivo” con i talebani, circostanza poi non avveratasi. Appare però indubbia la sua influenza tra alcuni ambienti islamisti di Kabul e non solo. Chi nella capitale afghana si è recato alla vigilia del nuovo ingresso talebano dello scorso ferragosto è un altro noto signore della guerra. Si tratta di Ismail Khan, noto anche come “leone di Herat”. Anche lui è emerso dai meandri della guerra anti sovietica. Ha guidato i gruppi di combattenti della sua provincia di origine, di cui dopo il 2001 è diventato anche governatore. All’arrivo dei talebani ad Herat, è stato lui a mediare la consegna del territorio agli studenti coranici prima di volare a Kabul dove ha provato un’ulteriore mediazione con l’ex presidente Ghani. Chi invece ha riparato all’estero ad agosto è Abdul Rashim Dostum. Di etnia uzbeka, negli anni ’90 ha guidato interi battaglioni soprattutto nelle proprie roccaforti del nord dell’Afghanistan. Dalla sua comunità è visto come un protettore, ma altri hanno puntato il dito contro di lui per presunti crimini di guerra. Per diversi anni è stato tra i vice presidenti di Ghani, a conferma della sua influenza politica e militare. Adesso si troverebbe in Uzbekistan assieme alla sua famiglia. Nell’ultimo ventennio tra i signori della guerra ad avere un ruolo politico c’è stato anche il tagiko Mohammed Fahim, morto di infarto nel 2014 quando era vice presidente. Ci sono poi gli uomini della famiglia Haqqani. Il capostipite, Jalaluddin Haqqani, ha combattuto contro Mosca e poi ha costruito una vasta rete di guerriglieri legata a doppio filo anche ad Al Qaeda. Oggi il figlio Serajuddin è a capo del ministero dell’Interno nel neonato nuovo governo talebano.

Come nascono i signori della guerra. Questi sono soltanto alcuni dei nomi dei principali signori della guerra. Tanti altri hanno orbitato nell’intricato mosaico afghano e sempre dall’avvio della guerra anti Urss. Spesso la loro caratteristica è quella di essere rappresentanti di una determinata comunità, tanto etnica quanto religiosa. L’Afghanistan del resto è un Paese frammentato al suo interno, con un potere centrale raramente forte. Ogni gruppo si è quindi trincerato attorno a una guida. Ismail Khan, ad esempio, è un riferimento per quei tagiki che abitano nelle province occidentali, mentre Dostum, dalla fine degli anni ’80, è considerato una guida per la comunità uzbeka. Questo è uno dei motivi che pone ad esempio la figura del defunto generale Ahmad Massoud, anima della resistenza anti sovietica prima e anti talebana poi nella “sua” valle del Panjshir, a metà tra quella di un eroe e quella di un altro signore della guerra. Gli stessi talebani vengono visti come difensori degli interessi dei Pasthun, l’etnia predominante in Afghanistan. A prescindere quindi da chi prende il comando di Kabul, per governare il Paese il ruolo dei signori della guerra, capaci di controllare intere comunità e quindi interi territori, è imprescindibile. La mancata resistenza all’ultima avanzata talebana ne è stato un ulteriore esempio. Gli studenti coranici hanno potuto prendere il possesso dell’Afghanistan perché nessuna milizia ha deciso di ostacolare realmente il loro cammino. Eccezion fatta per i combattenti del Panjshir guidati dal figlio del generale Massoud. Non è detto però che in futuro non possano accadere ulteriori e clamorosi sconvolgimenti. Perché nel Paese asiatico la parola fine dipende spesso dalla volontà di singoli leader locali. 

Lorenzo Cremonesi per corriere.it il 16 settembre 2021. Non è la prima volta che un movimento rivoluzionario si ritrova diviso da laceranti lotte interne non appena riuscito a conquistare il potere. Ma certamente lo scontro che sta sbriciolando la coesione dei talebani, a poco più di una settimana dalla nascita suo nuovo «governo ad interim», comporta ripercussioni gravi per l’Afghanistan e per gli equilibri internazionali. Nell’ultimo paio di giorni hanno trovato diverse conferme le voci di un violento alterco, forse anche a colpi d’arma da fuoco, tra il fronte che per semplicità chiameremo «moderato» capeggiato dal vicepremier Abdul Ghani Baradar, e invece quello più radical-islamico legato al ministro degli Interni Sirajuddin Haqqani. Sui social locali, rilanciati soprattutto tra Kabul e Kandahar, si racconta che le tensioni erano cresciute già prima dell’annuncio del nuovo esecutivo lo scorso 7 settembre. Baradar, uno dei leader fondatori del movimento negli anni Novanta, ex prigioniero per 9 anni in Pakistan, quindi capo negoziatore a Doha con gli americani per l’accordo sul ritiro della coalizione internazionale in agosto, avrebbe voluto un governo davvero inclusivo. La Bbc riporta che le sue fonti concordano con l’essenza di ciò che tanti afghani hanno già letto sui cellulari. In sostanza, ci sarebbe stata una rissa nelle sale del palazzo presidenziale a Kabul. Baradar chiedeva nomine di esponenti più moderati, aperti all’eventualità di ministri donna, magari includendo esponenti di punta dei governi che hanno collaborato con gli americani. Suo fine sarebbe stato tra l’altro calmare i timori della comunità internazionale e lanciare segnali di apertura sulle questioni relative ai diritti delle donne e delle libertà individuali. Ma a lui si è opposto con durezza il muro intransigente del clan Haqqani. Gente ricercata dalla Cia e l’Onu per le sue collusioni col terrorismo jihadista. I giornalisti del canale pashtun della Bbc sono venuti a sapere che Baradar avrebbe scambiato frasi di fuoco sia con il neo-ministro degli Interni Salajuddin Haqqani che con Khalil ur-Rahman Haqqani, capo del dicastero per i Profughi e uomo di punta dell’apparato armato del clan, che tra l’altro è alleato storico dei servizi dell’intelligence militare pakistana. Secondo fonti non confermate, Baradar potrebbe essere addirittura morto, o comunque ricoverato in un ospedale di Kandahar. Al Corriere i portavoce della municipalità di Kandahar smentiscono. «Voi giornalisti stranieri dovete smettere di diffondere notizie false», ci ha detto il 40enne Hafez Nurachmad Said. Nel maggiore ospedale cittadino nessuno sa nulla. Altri esponenti talebani locali a sentire il nome di Baradar sono però impalliditi e hanno subito voluto cambiare discorso. In un confuso audio diffuso lunedì una voce sosteneva di essere Baradar e di trovarsi all’estero <per lavoro>. Ma il mistero s’infittisce. E non aiuta la vicenda simile del Mullah Haibatullah Akhunzada, leader spirituale del movimento dal 2016, dopo l’uccisione del suo predecessore per un missile sparato dai droni americani. Di lui si sono letteralmente perse le tracce. Non ci sono fotografie, non rilascia dichiarazioni. Anche nel suo caso, sono in tanti a pensare sia deceduto da tempo. Non sarebbe poi così strano. Non si dimentichi che il Mullah Omar, fondatore dei talebani, venne dichiarato morto nel 2015. Poi emerse che forse il decesso risaliva al 2013. Ma le circostanze restano misteriose.

Talebani, il «moderato» Baradar dato per morto: scontro a fuoco (con gli Haqqani) nel palazzo di Kabul. Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera il 15 settembre 2021. La formazione del nuovo governo ha visto un aspro scontro tra il vicepremier Baradar e il ministro dei Rifugiati, Haqqani: i seguaci si sarebbero presi a pugni, Baradar sarebbe rimasto ferito, e il leader dei talebani, Akhunzada — che non è mai stato visto in pubblico dopo la presa di Kabul — sarebbe «all’estero per viaggi di lavoro». Non è la prima volta che un movimento rivoluzionario si ritrova diviso da laceranti lotte interne non appena riuscito a conquistare il potere. Ma certamente lo scontro che sta sbriciolando la coesione dei talebani, a poco più di una settimana dalla nascita suo nuovo «governo ad interim», comporta ripercussioni gravi per l’Afghanistan e per gli equilibri internazionali. Nell’ultimo paio di giorni hanno trovato diverse conferme le voci di un violento alterco, forse anche a colpi d’arma da fuoco, tra il fronte che per semplicità chiameremo «moderato» capeggiato dal vicepremier Abdul Ghani Baradar, e invece quello più radical-islamico legato al ministro degli Interni Sirajuddin Haqqani. Sui social locali, rilanciati soprattutto tra Kabul e Kandahar, si racconta che le tensioni erano cresciute già prima dell’annuncio del nuovo esecutivo lo scorso 7 settembre. Baradar, uno dei leader fondatori del movimento negli anni Novanta, ex prigioniero per 9 anni in Pakistan, quindi capo negoziatore a Doha con gli americani per l’accordo sul ritiro della coalizione internazionale in agosto, avrebbe voluto un governo davvero inclusivo. La Bbc riporta che le sue fonti concordano con l’essenza di ciò che tanti afghani hanno già letto sui cellulari. In sostanza, ci sarebbe stata una rissa nelle sale del palazzo presidenziale a Kabul. Baradar chiedeva nomine di esponenti più moderati, aperti all’eventualità di ministri donna, magari includendo esponenti di punta dei governi che hanno collaborato con gli americani. Suo fine sarebbe stato tra l’altro calmare i timori della comunità internazionale e lanciare segnali di apertura sulle questioni relative ai diritti delle donne e delle libertà individuali. Ma a lui si è opposto con durezza il muro intransigente del clan Haqqani. Gente ricercata dalla Cia e l’Onu per le sue collusioni col terrorismo jihadista. I giornalisti del canale pashtun della Bbc sono venuti a sapere che Baradar avrebbe scambiato frasi di fuoco sia con il neo-ministro degli Interni Salajuddin Haqqani che con Khalil ur-Rahman Haqqani, capo del dicastero per i Profughi e uomo di punta dell’apparato armato del clan, che tra l’altro è alleato storico dei servizi dell’intelligence militare pakistana. Secondo fonti non confermate, Baradar potrebbe essere addirittura morto, o comunque ricoverato in un ospedale di Kandahar. Al Corriere i portavoce della municipalità di Kandahar smentiscono. «Voi giornalisti stranieri dovete smettere di diffondere notizie false», ci ha detto il 40enne Hafez Nurachmad Said. Nel maggiore ospedale cittadino nessuno sa nulla. Altri esponenti talebani locali a sentire il nome di Baradar sono però impalliditi e hanno subito voluto cambiare discorso. In un confuso audio diffuso lunedì una voce sosteneva di essere Baradar e di trovarsi all’estero <per lavoro>. Ma il mistero s’infittisce. E non aiuta la vicenda simile del Mullah Haibatullah Akhunzada, leader spirituale del movimento dal 2016, dopo l’uccisione del suo predecessore per un missile sparato dai droni americani. Di lui si sono letteralmente perse le tracce. Non ci sono fotografie, non rilascia dichiarazioni. Anche nel suo caso, sono in tanti a pensare sia deceduto da tempo. Non sarebbe poi così strano. Non si dimentichi che il Mullah Omar, fondatore dei talebani, venne dichiarato morto nel 2015. Poi emerse che forse il decesso risaliva al 2013. Ma le circostanze restano misteriose.

Kabul, faida tra talebani, domina il falco Haqqani. Baradar ucciso o in fuga. Luigi Guelpa il 16 Settembre 2021 su Il Giornale. Il nuovo governo sarebbe nato soltanto dopo la violenta colluttazione tra fazioni diverse. Anche tra i talebani esistono correnti politiche, ma se in Occidente gli accordi vengono tentati attraverso approcci da fusione a freddo, a Kabul la capacità di spingere il movimento jihadista in una direzione o nell'altra avviene attraverso risse e colpi proibiti. Secondo quanto riportato dalla Bbc, che ha raccolto le confidenze di un leader talebano a Doha, il nuovo governo sarebbe nato in seguito a una gigantesca colluttazione nel palazzo presidenziale. La disputa è venuta alla luce dopo che uno dei fondatori del gruppo, il mullah Abdul Ghani Baradar, è scomparso da diversi giorni. Alcuni sostengono che abbia lasciato il vertice jihadista per rifugiarsi a Kandahar, ma per altri sarebbe stato ucciso durante il fin troppo animato tentativo di formare il governo. Tutto sarebbe cominciato da un alterco tra lo stesso Baradar e Khalil Rahman Haqqani, ministro per i rifugiati e figura di spicco all'interno della rete talebana. La disputa è scoppiata su chi tra le due correnti avrebbe dovuto prendersi il merito della vittoria in Afghanistan. Baradar era convinto che l'accento dovesse essere posto sulla diplomazia condotta dal suo gruppo, per Haqqani, che rappresenta l'ala più anziana, sarebbe stata la lotta armata a consentire il ritorno al potere. Dalle parole i due leader sarebbero passati alle mani e il parapiglia avrebbe coinvolto parecchi miliziani presenti nel palazzo che non avrebbero esitato a impugnare le armi. Il portavoce Zabiullah Mujahid ha smentito qualsiasi attrito o disputa, ma l'assenza di Baradar, che manca all'appello da ormai una settimana, sembra far pensare che sia accaduto qualcosa di molto grave. In una registrazione audio circolata sui social ieri mattina, il co-fondatore dei talebani ha detto di essere in viaggio: «Ovunque io sia in questo momento, sto bene». Purtroppo l'audio è disturbato e parecchi analisti, comparando il messaggio con un altro vocale, ritengono che le voci siano differenti. Mujahid ha riferito che Baradar era andato a Kandahar per incontrare il leader supremo, ma poche ore dopo, sentito dalla tv britannica, ha cambiato versione: «dobbiamo lasciarlo in pace. È stanco e ha bisogno di riposo». Non è certo costruttivo per l'Afghanistan e l'Occidente che abbia prevalso il gruppo di Haqqani. La rete è associata ad alcuni degli attacchi più violenti che si sono verificati in Afghanistan. Il gruppo figura sulla lista nera Usa delle organizzazioni terroristiche più pericolose. Baradar viene invece riconosciuto come l'uomo della diplomazia. È stato il primo leader talebano a comunicare direttamente con un presidente degli Stati Uniti, nel corso di una conversazione telefonica con Donald Trump il 3 marzo 2020. È inoltre sua la firma dell'accordo di Doha sul ritiro delle truppe statunitensi. Speculazioni riguardano anche le sorti di un altro pezzo da novanta del gruppo, il comandante supremo Hibatullah Akhundzada, che non è mai stato visto in pubblico. È il responsabile degli affari politici, militari e religiosi, ma secondo fonti accreditate potrebbe essere addirittura morto da alcuni mesi. Manipolare le informazioni e mantenere in vita miliziani in realtà deceduti è una prerogativa talebana. Nel 2015 il gruppo ammise di aver coperto la morte del loro leader fondatore, il Mullah Omar, per più di due anni, durante i quali continuarono a rilasciare dichiarazioni a suo nome. Luigi Guelpa

Il mistero dei capi talebani: dove sono Akhundzada e Baradar? Lorenzo Vita su Inside Over il 14 settembre 2021. La sorte dei due maggiori leader dei talebani, Haibatullah Akhundzada e Abdul Ghani Baradar, inizia a interrogare l’opinione pubblica afghana. Nei giorni scorsi si erano rincorse voci sulla morte o sul ferimento del mullah Baradar, l’uomo che molti credevano potesse essere il capo del governo dell’Emirato islamico. Voci smentite dal portavoce talebano, Mohammad Naeem, che ha parlato di propaganda nemica, e da un presunto messaggio audio in cui il futuro vice-premier talebano dice di essere fuori Kabul per un viaggio e di stare benissimo. Messaggio che però nessuno è riuscito a confermare, a tal punto che in tanti speculano sul fatto che o non fosse la voce di Baradar o che quell’audio sia stato mandato in tempi non sospetti. Dibattito non troppo diverso da quello che circonda la figura ancora più misteriosa del leader talebano Akhundzada, nominato futura Guida suprema ed emiro dell’Afghanistan. Come riporta il Guardian, in queste settimane successive alla conquista di Kabul il co-fondatore dei talebani non si è mai mostrato in pubblico. E sono in molti, sia in patria che all’estero, a chiedersi se sia ancora vivo dopo che anche per lui si sono moltiplicate le voci su una presunta morte. In molti casi, ad alimentare le voci sulla morte o sul ferimento dei personaggi-chiave degli “studenti coranici” sono soprattutto agenzie e media contrari al nuovo regime. Si punta il dito su scontri interni al nuovo governo, in particolare tra la rete Haqqani e le figure dei talebani più inclini al dialogo, soprattutto con le minoranze. Certo è che le smentite non sono mai state accompagnate, almeno fino a questo momento, da apparizioni pubbliche. Elemento che non aiuta a dissipare i dubbi sulla sorte di queste due personaggi che rappresentano vere e proprie colonne portanti del nuovo corso dell’Afghanistan. Akhundzada come rappresentante dell’unità talebana, Baradar quale figura-chiave degli accordi di Doha e uomo che ha guidato i negoziati con l’Occidente. Cosa stia succedendo all’interno delle gerarchie talebane non è ancora chiaro, ma quello che preoccupa, più che la sorte del singolo personaggio, è il modus operandi degli studenti coranici, evidentemente ancora legato a doppio filo a logiche clandestine tipiche degli insorti e dei gruppi terroristici. L’incapacità di confermare o smentire le voci, un sistema di potere nell’ombra, scontri violenti tra le gerarchie e video e foto come uniche prove di sopravvivenza delle autorità confermano un approccio ancora arretrato al rapporto tra media e potere. E sono soprattutto conferme di un metodo che rischia di mantenere i talebani in un senso di precarietà e di oscurità costante anche una volta raggiunto il potere. Gli esperti segnalano che quest’ombra sulla morte dei leader è qualcosa di molto tipico per il gruppo, visto l’atteggiamento tenuto con il Mullah Omar, la cui morte è stata confermata praticamente dopo due anni in cui venivano inviati audio e video di lui ancora in vita. Il problema è che ora i talebani non sono più considerati una “semplice” organizzazione terroristica o di insorti, ma un gruppo a cui gli Stati Uniti hanno concesso il potere sull’Afghanistan dopo un negoziato ufficiale concluso con l’accordo in Qatar. Il mondo si aspetta dall’Emirato un cambio di passo: ma se i taliban vogliono un riconoscimento internazionale, non potranno mantenere a lungo questo sistema di comunicazione (e di potere).

CHI SARA' IL NUOVO CAPO IN AFGHANISTAN? Francesco Boezi per Insideover.com il 16 agosto 2021. La sua storia suona un po’ come quel consiglio dato da Al Pacino ne L’Avvocato del Diavolo al giovane Keanu Reeves, l’indicazione per cui è meglio “arrivare” senza farsi sentire, in modo che nessuno se ne accorga e che tutto il potenziale rimanga nascosto. Solo che questa non è finzione, ma cruda e drammatica realtà. L’uomo che sta guidando l’offensiva dei talebani in Afghanistan, il signore della guerra che anima la fulminea riconquista di tutte le province da parte degli islamisti, si chiama Yaqoob, trentenne figlio d’arte, per così dire, che presiede la commissione militare dei jihadisti. Le cronache internazionali sono da tempo in grado di disegnare un profilo di questo leader, che è in ascesa. Almeno dal punto di vista formale, però, il figlio del Mullah Omar non dovrebbe essere il vero e proprio vertice dell’organizzazione dei fondamentalisti. Ma oltre la forma, appunto, c’è la sostanza. Hibatullah Akhundzada, che è conosciuto per alcune peculiari caratteristiche per lo più legate alla religione, oltre che politiche in senso stretto, sarebbe il capo del talid, mentre Yaqoob, che si è fatto le ossa in Pakistan, prima di prendere le redini delle forze armate, tecnicamente sarebbe il vice. Rispetto al giovane trentenne, Akhundzada è il portatore di un’immagine meno decisionista e meno combattiva in questa fase. Questo non significa che Akhundzada sia un pacifista, intendiamoci. Ma il figlio del mullah Omar rischia di diventare in breve tempo un leader eletto per acclamazione per la facilità con cui i talebani si sono ripresi l’Afghanistan. E per questo il condizionale su chi sia il vertice degli islamisti diviene d’obbligo. Riguardo la gerarchia interna dei talebani, del resto, emerge spesso qualche mistero o qualche forma di dubbio. Yaqoob è nella condizione di rivendicare buona parte dei “meriti” per quello che l’Occidente non può che considerare una tragedia, ossia l’avanzata dei talebani che si sta consumando in queste ore, con la sempre più probabile capitolazione di Kabul a svolgere la funzione di finale di una scenografia disastrosa. Un fallimento occidentale aggravato pure da quanto messo in campo, per ben vent’anni, da Stati Uniti ed Italia, ma anche da Regno Unito e Germania in termini economici. Ma perché tutto questo spazio concesso a Yaqoob? Hibatullah Akhundzada, come si legge ad esempio sul sito dell’Ispi, è stato contagiato dal SarsCov2. Da quel momento in poi, la leadership del comandante in capo, oltre che della massima autorità religiosa, sarebbe stata messa in discussione. Non tanto per la malattia in sé, quanto magari per gli strascichi che può comportare: in questi anni pandemici, abbiamo preso confidenza anche con l’espressione long-Covid, ossia con le conseguenze che il virus che ha sconvolto il pianeta può lasciare sul lungo periodo. Ecco, il vertice dei talebani potrebbe esserne una “vittima” di quella “sindrome”, con tutto quello che ne consegue. Come ripercorso sempre dalla fonte appena citata, sembra che, dopo essere stato istruito in Pakistan, Yaqoob abbia avuto bisogno della “raccomandazione” della sua nazione adottiva, per fare il gran rientro. Altre fonti annotano un ruolo che sarebbe stato esercitato persino dall’Arabia Saudita. Il suo atteggiamento può stupire: una volta compreso di aver vinto, Yaqoob ha sostanzialmente fatto presente come i talebani siano disposti ad evitare rappresaglie nei confronti di chi sta lasciando l’Afghanistan. Si tratta dell’urgenza con cui si sta misurando l’Occidente, con le evacuazioni in corso e tutto il resto. Possibile che già nel corso delle prossime settimane il mondo sia in grado di conoscere il nome del nuovo “emiro”, perché quella è la forma di Stato che i talebani hanno in mente. Stando così le cose, non bisognerebbe stupirsi molto se quel nome corrispondesse a quello del figlio del mullah Omar.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica inter

Gli “eredi” del mullah Omar: chi sono i “nuovi” talebani che hanno preso il potere in Afghanistan. Redazione lunedì 16 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. Turbanti neri di nuovo nei palazzi del potere. E’ l’Afghanistan dopo 20 anni di operazioni delle forze internazionali. La galassia dei Talebani di ‘oggi’ risponde a Haibatullah Akhundzada, ha il volto del mullah Abdul Ghani Baradar e una leadership di ‘eredi’ del mullah Omar, fondatore del movimento che dominò il Paese dal 1996 al 2001, e di Jalaluddin Haqqani, ‘padre’ della famigerata rete Haqqani.

Chi è ora il leader dei talebani. Haibatullah Akhundzada  è stato nominato leader dei Talebani (“Ameer-ul-momineen”, il ‘comandante dei fedeli’), nel maggio del 2016 dopo l’uccisione in un raid di un drone Usa in Pakistan del predecessore: il mullah Akhtar Mansour, salito ai vertici del movimento nel 2015 a seguito della morte del mullah Omar. Che venne confermata passati due anni dal decesso. Rispettato come esperto di questioni religiose più che come comandante militare, Akhunzada era stato il capo della ‘giustizia’ talebana all’epoca del regime (1996-2001); oggi dovrebbe essere 60enne. Poco dopo la sua nomina al-Qaeda gli giurava fedeltà. Per la gerarchia del movimento, ha l’ultima parola sulle questioni politiche, militari e religiose.

Baradar Akhund è il vice "politico": uno dei più fidati del mullah Omar. Mullah Abdul Ghani Baradar, alias Baradar Akhund, è il vice "politico" di Akhundzada. Ha combattuto contro i sovietici e da una madrasa che avrebbe creato a Kandahar con il mullah Omar sarebbe poi arrivato a contribuire a fondare il movimento dei Talebani. Sarebbe stato uno dei comandanti più fidati del mullah Omar. Era il suo vice e sarebbe anche il cognato. Nato nella provincia di Uruzgan nel 1968, era vice ministro della Difesa all’epoca della caduta del regime dei Talebani. Era stato arrestato nel 2010 dalle autorità pakistane a Karachi. Negli anni successivi si erano rincorse molte voci sulla sua storia. E nel 2018 i Talebani afghani ne annunciavano la scarcerazione. Con gli analisti che all’epoca collegavano quegli sviluppi ai tentativi americani di far ripartire i colloqui di pace tra il movimento e il governo di Kabul. L’anno successivo veniva nominato a capo dell’ufficio politico dei Talebani a Doha, in Qatar. Nel 2020 ha partecipato alla firma dell’accordo di Doha con gli Usa. Alla fine dello scorso luglio ha incontrato a Tianjin, in Cina, il ministro degli Esteri del gigante asiatico, Wang Yi.

Il figlio del Mullah Omar è il capo della commissione militare. Mullah  Yaqoob, figlio del mullah Omar, vice dei Talebani, è a capo della potente “commissione militare”. Negli anni passati ha fatto parlare di sé quando inizialmente si rifiutò di giurare fedeltà al mullah Mansour. Sirajuddin Haqqani, altro vice dei Talebani, è il figlio di Jalaluddin Haqqani (tra i protagonisti della resistenza antisovietica, morto tre anni fa); e capo della rete Haqqani ritenuta legata ad al-Qaeda e responsabile in passato di sanguinosi attentati in Afghanistan. Era tra i ‘papabili’ per la successione a Mansour.

Marta Serafini per il Corriere.it il 16 agosto 2021. Quando due anni fa è stato liberato dalla prigione pachistana dove era rinchiuso, in pochi probabilmente avrebbero potuto immaginare che Abdul Ghani Baradar sarebbe un giorno diventato il candidato più papabile come presidente del nuovo governo ad interim afghano. Eppure, quando domenica era dato in movimento da Doha verso Kabul, la notizia a quel punto non era più così inaspettata. Baradar stava andandosi a prendere il potere. La sua vita è forse emblematica della storia afghana degli ultimi 40 anni. Nato nella provincia di Uruzgan nel 1968, ha combattuto contro i sovietici negli anni ‘80. Un vero e proprio mujaheddin insomma. Dopo che i russi furono cacciati nel 1992 e il Paese venne travolto dalla guerra civile, Baradar istituì una madrasa a Kandahar con il suo ex comandante e presunto cognato, Mohammad Omar. Insieme, i due mullah hanno fondato i talebani, un movimento guidato da giovani studiosi islamici dediti alla purificazione religiosa del Paese e alla creazione di un emirato. Alimentati dal fervore religioso, dall’odio diffuso per i signori della guerra e dal sostanziale sostegno dei servizi segreti pachistani, Baradar e Omar riescono a prendere il potere nel 1996 dopo una serie di straordinarie conquiste militari che allora proprio come oggi colsero di sorpresa il mondo. Baradar, il vice del mullah Omar, ritenuto uno stratega di alto livello, fu un artefice chiave di quelle vittorie. Ma non solo. Nei cinque anni di regime talebano arriva a ricoprire una serie di ruoli militari e amministrativi e quando l’Emirato cade, occupa il posto di vice ministro della difesa. In sintesi, dunque, durante i 20 anni di esilio, Baradar mantiene la leadership e la guida del movimento. In Pakistan Baradar diventa uno dei leader della Shura di Quetta, il governo in esilio dei talebani, più resistente al controllo dell’Isi e più portato ai contatti politici con Kabul. La presidenza Obama però lo vede di cattivo occhio per la sua esperienza militare e così, dopo che la Cia lo rintraccia a Karachi nel 2010, Washington convince Islamabad ad arrestarlo. E Baradar è fuori dai giochi. Fino al 2018 quando alla Casa Bianca cambia il vento, e l’inviato di Donald Trump, Zalmay Khalilzad, chiede ai pachistani di rilasciare Baradar in modo che possa condurre i negoziati in Qatar. E la Storia fa un altro giro. Baradar oggi — mentre gli studenti coranici si siedono sulla poltrona di Ghani — è uno dei vincitori indiscussi di una guerra contro gli Usa e contro il governo dei signori della guerra durato 20 anni. Mentre Haibatullah Akhundzada è il leader generale dei talebani, Baradar è il suo capo politico e il suo volto più pubblico. Ma anche un uomo prudente che sa aspettare. In una dichiarazione televisiva sulla caduta di Kabul, ha affermato che la vera prova dei talebani è solo all’inizio e che devono servire la nazione. Parole che tradiscono intenti di impegno. Se poi alle parole corrisponderanno i fatti è però tutto da vedere. In ogni caso il ritorno al potere di Baradar incarna l’incapacità dell’Afghanistan di sfuggire al passato. In ogni caso Baradar ha firmato l’accordo di Doha con gli Stati Uniti nel febbraio 2020, patto che doveva rappresentare un momento di svolta per l’Afghanistan non un ritorno al passato.

Il cerchio del potere talebano: chi comanda ora in Afghanistan. Mauro Indelicato su Inside Over il 17 agosto 2021. Poche ore dopo l’ingresso nel palazzo presidenziale di Kabul, i talebani hanno subito parlato di imminente proclamazione di un “emirato”. Ma per la costituzione di un emirato, occorre ci sia un emiro. Chi ricoprirà questo ruolo? E quali saranno le sue funzioni? Per adesso è difficile prevedere in che modo gli studenti coranici organizzeranno la propria struttura di potere. Tuttavia è possibile intuire alcune mosse future partendo da quella che è l’attuale composizione del “cerchio del potere” dei talebani. Un vero e proprio anello composto da figure sulle quali in questo momento si stanno concentrando le principali attenzioni. Nel 1996, anno in cui i talebani hanno per la prima volta messo piede a Kabul, la figura di leader spirituale e leader politico è coincisa nella persona del Mullah Omar. Quell’emirato messo in piedi al culmine della lotta con i signori della guerra e smantellato poi soltanto dopo l’intervento Usa del 2001, non aveva però le sembianze di un vero e proprio governo. Anche per questo a livello internazionale non ha avuto un vasto riconoscimento. Dal suo ufficio della sua Kandahar, Omar dava indicazioni politiche e lanciava moniti sociali e comportamentali, guidando spiritualmente tanto il movimento quanto il Paese. Oggi la situazione potrebbe essere diversa. Il Mullah Omar era il fondatore dei talebani e non esistevano altre figure carismatiche. Lui è morto nel 2013 e il movimento ha trovato altri capi e nel frattempo si è dato un’organizzazione leggermente diversa. Gli studenti coranici adesso sembrano più strutturati. Prima di iniziare la fulminea marcia di avvicinamento a Kabul, avevano già creato dei “governi ombra” nei distretti che controllavano. I miliziani sono ben consapevoli della necessità di creare una forma di organizzazione statale, tanto all’interno del movimento quanto nei palazzi del potere caduti nelle loro mani. Per questo forse difficilmente le figure di leader spirituale e leader politico non coincideranno. Attualmente ad essere accreditato come numero uno dei Talebani è Haibatullah Akhundzada. Non dovrebbe però essere lui a guidare l’Afghanistan. Al contrario, il nome più accreditato è quello di Abdul Ghani Baradar. Negli anni ’90 era molto vicino al Mullah Omar, i due si sono conosciuti durante il periodo di lotta anti sovietica. Nel 2001, con la caduta del primo emirato talebano, è andato a vivere a Quetta, in Pakistan. Qui è stato tra i capi dei miliziani in esilio, costruendosi la fama di politico e mediatore del movimento. Con gli Usa è un rapporto di amore e odio. Nel 2010 l’amministrazione Obama ha chiesto al Pakistan di arrestarlo, Baradar viene così incarcerato per otto anni. Nel 2018 l’amministrazione Trump ne ha chiesto invece la liberazione. Il suo nome è stato infatti scelto per i negoziati inaugurati a Doha in vista del ritiro Usa. Per questo potrebbe ricadere su di lui l’onere di costituire quello che sarebbe il primo vero governo talebano. Baradar dal canto suo un discorso da “leader in pectore” lo ha già fatto. Domenica ha parlato con la bandiera talebana alle spalle e ha dichiarato che adesso è arrivato il momento di “servire la nazione”. Un discorso quasi programmatico, da capo politico designato. Ma all’interno della stanza dell’oramai ex presidente Ghani, fuggito domenica all’estero, a fare la sua comparsa è stato un altro importante leader talebano. Si tratta di Ghoulam Rouhani, considerato come uno degli “architetti” dell’intelligence talebana. Assieme ad altri 15 miliziani, Rouhani domenica pomeriggio si è diretto verso il palazzo presidenziale. Qui simbolicamente il gruppo ha preso possesso della scrivania da dove poche ore prima Ghani aveva spiegato in un discorso televisivo il perché del suo esilio dal Paese. Assieme al gruppo di talebani capeggiato da Rouhani, nella stanza dell’ex presidente è entrata anche una troupe di Al Jazeera. Sono state proprio le telecamere della tv di Doha a immortalare i primi momenti della nuova fase talebana di Kabul. Mohammed Ali Musawi, inviato del network, ha intervistato Rouhani. Quest’ultimo ha parlato fluentemente in inglese e ha spiegato di essere stato per sei anni prigioniero a Guantanamo. In effetti quando è stato catturato nel 2001 gli Usa lo ritenevano tra i principali comandanti militari del movimento. Da qui il trasferimento nella base situata a Cuba. Poi nel 2007 è stato riportato a Kabul e imprigionato in una delle carceri di massima sicurezza della capitale. In qualche modo però nel corso degli anni Rouhani è riuscito ad uscire e ad aggregarsi tra le fila dei talebani. La sua presenza nel palazzo presidenziali non è sembrata casuale. I miliziani entrati in città non si sono mossi a casaccio, sono state create squadre per l’occupazione dei principali edifici governativi. Se Rouhani era tra i combattenti incaricati di andare nel palazzo presidenziale, è lecito pensare a un suo attuale importante ruolo. Forse sarà lui a guidare la riorganizzazione dei servizi di intelligence del gruppo islamista. Ci sono poi coloro che vengono considerati i più importanti capi del movimento. La guida spirituale erede del Mullah Omar è Haibatullah Akhundzada. A capo dei Talebani dal 2016, da quando Kabul è stata presa però non è stata registrata alcuna sua dichiarazione. Molti ritengono sia ancora convalescente dai postumi di una forma grave di Covid contratta nei mesi scorsi. Ma è anche lecito pensare che il leader islamista manterrà per sé un ruolo di guida extra governativa. Del resto fonti di intelligence lo hanno sempre descritto come un grande esperto di questioni religiose e giuridiche, un po’ meno invece di affari politici e di strategie militari. C’è poi, per chiudere il cerchio dei principali leader talebani, il figlio dello stesso Mullah Omar: si tratta di Yaqoob, trentenne e dunque il più giovane tra le figure di vertice del movimento. Proprio come il padre, si è sempre esposto poco pubblicamente. Da molti viene definito come numero uno della struttura militare talebana, ruolo datogli a seguito della sua formazione in Pakistan. Difficile però dire se entrerà o meno nella struttura governativa in procinto di essere varata a Kabul.

Mauro Indelicato. Sono nato nel 1989 ad Agrigento, città in cui dirigo il locale quotidiano InfoAgrigento.it. Nel marzo 2017 conseguo la laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Palermo, città dove sviluppo la mia curiosità per il Mediterraneo, per i suoi popoli e per le sue culture che da secoli arricchiscono una delle aree più suggest…

Le promesse dei talebani. Dopo 20 anni una nuova teocrazia ma "aperta e inclusiva". “Rinasce l’Emirato islamico”, l’Afghanistan è di nuovo dei talebani: volo italiano atteso a Fiumicino. Antonio Lamorte su Il Riformista il 15 Agosto 2021. È questione di ore, forse di minuti, prima che i talebani proclamino l’Emirato islamico dell’Afghanistan. Ancora una volta. La bandiera bianca dei fondamentalisti islamici già sventola sul palazzo presidenziale a Kabul. La capitale è caduta nel giro di poche ore, l’avanzata dei talebani in pochi giorni ha riportato il Paese nella stessa situazione di vent’anni fa: a prima dell’invasione americana, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2011 negli Stati Uniti, che in meno di due mesi aveva cancellato la teocrazia. I talebani sono tornati di nuovo al potere. La stessa bandiera sventolava a Kabul dopo la fondazione dell’Emirato nel 1996. “Il nostro paese è stato liberato e i mujaheddin hanno vinto in Afghanistan”, hanno dichiarato ad Al Jazeera i miliziani che cantano ed esultano nel Palazzo Presidenziale. Gli estremisti hanno fatto sapere che non ci sarà un governo di transizione, come precedentemente trapelato, ma un passaggio diretto verso un governo “islamico aperto e inclusivo”. È caos intanto nella capitale con gente in fila alle banche e ai bancomat per prelevare contanti. Traffico in tilt verso l’aeroporto, unica via di fuga, in quanto la metropoli è circondata dai miliziani. La capitale si era già riempita di sfollati nell’ultima settimana dopo l’accelerata dell’avanzata dei talebani. È caos quindi anche all’aeroporto, dove si sta verificando un vero e proprio assalto. I voli civili sono stati a lungo bloccati oggi. I voli commerciali sono bloccati. A gestire lo scalo, come da accordi con il governo appena sollevato, è l’esercito della Turchia. L’aeroporto, da immagini sui social, sembra furi controllo o quasi. Domani si riunisce il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Onu). L’ormai ex Presidente Ashraf Ghani – abbandonato dai signori della guerra ai quali si era affidato in negoziati, che sono fuggiti – è volato in Uzbekistan, nella capitale Tashknet, e ha spiegato la sua posizione in un post sui social network: “Nel nome di Dio, il misericordioso Cari concittadini, oggi, mi sono imbattuto in una scelta difficile; avrei dovuto affrontare i talebani armati che volevano entrare nel palazzo o lasciare il caro Paese a cui ho dedicato la mia vita e che ho protetto negli ultimi vent’anni. Se ci fossero stati ancora innumerevoli connazionali martirizzati e avessimo affrontato la distruzione della città di Kabul, il risultato sarebbe stato un grande disastro umano in questa città da sei milioni di abitanti. I talebani ce l’hanno fatta a rimuovermi, sono qui per attaccare tutti gli abitanti di Kabul. Per evitare un bagno di sangue, ho pensato che fosse meglio lasciare e partire”. Oggi pomeriggio erano state segnalate sparatorie anche all’aeroporto di Kabul. I medici di Emergency hanno fatto sapere di aver accolto 80 feriti – l’ospedale è pieno – la maggior parte proveniente dalla zona di Qarabagh, a causa delle sparatorie che hanno accompagnato l’entrata dei fondamentalisti nella città. Il portavoce dei talebani aveva parlato invece di un passaggio di potere pacifico e aveva detto che si sarebbero assicurate le partenze dal Paese. Garanzie anche sui diritti delle donne, incluso quello all’istruzione, mentre proprio le donne erano state le vittime più colpite dall’imposizione della sharia islamica negli anni ’90. E infatti i dispacci raccontano di donne cercate porta a porta, di liste con le donne nubili. Mentre la bandiera dell’ambasciata statunitense è già stata rimossa la Russia ha fatto sapere che non abbandonerà l’ambasciata e che è pronta a cooperare per un governo di transizione – ipotesi ormai sfumata. Partito in serata un aereo dell’aeronautica militare italiana, un ponte aereo per il rimpatrio dei connazionali e dei collaboratori afghani, circa un centinaio di persone. L’arrivo è previsto allo scalo romano di Fiumicino domattina. Quella che è in corso in queste ore è una smobilitazione, un ritiro che da più parti viene paragonato a quello dal Vietnam nel 1975; la disfatta per eccellenza degli Stati Uniti. Washington rigetta la narrazione. Il segretario di Stato Antony Blinken ha detto che la missione USA è compiuta. Il Presidente Joe Biden aveva osservato nei giorni scorsi che ora tocca agli afghani combattere per l’Afghanistan. Per i repubblicani Biden è già diventato “l’uomo di Saigon”, “l’uomo che scappa”.

Ma nelle "periferie" segnalate violenze. Amnistia e donne al governo (ma nel rispetto della Sharia): le prime promesse dei Talebani dopo la riconquista di Kabul. Carmine Di Niro su Il Riformista il 17 Agosto 2021. Una amnistia generale per tutti i funzionari delle vecchie autorità afghane, invitati a tornare a lavoro per non bloccare la macchina burocratica, e l’invito alle donne ad entrare nel governo “ma secondo le regole della Sharia”, la legge islamica. Sono i primi punti del "programma" politico dei Talebani dopo la riconquista della capitale afghana Kabul e la precipitosa fuga del personale diplomatico occidentale dal Paese. “Un’amnistia generale è stata dichiarata per tutti”, si legge in un comunicato diffuso dal gruppo islamico, “pertanto dovreste riprendere le vostre abitudini di vita con piena fiducia”. Alla Associated Press il membro della commissione Cultura degli insorti, Enamullah Samangani, ha confermato quella che potrebbe essere definita una svolta ‘moderata’ del movimento. “L’Emirato Islamico non vuole che le donne siano vittime – ha affermato Samangani -. Dovrebbero far parte del governo, secondo i dettami della Sharia”, pur non chiarendo quali dovrebbero essere le regole da seguire per far parte del prossimo esecutivo talebano.

LA CONFERENZA DEI TALEBANI – Un ‘programma’ confermato quindi nel pomeriggio italiano nel corso di una conferenza stampa tenuta dal portavoce dell’Emirato islamico, Zabihullah Mujahid, nel palazzo presidenziale di Kabul. Davanti alle telecamere dei media, anche occidentali, il portavoce dei Talebani ha definito questo “un momento di orgoglio per l’intera nazione” perché “dopo 20 anni di lotte abbiamo liberato l’Afghanistan ed espulso gli stranieri”. Mujahid ha poi voluto rassicurare sulle intenzioni pacifiche del gruppo islamico che ha ripreso il controllo della capitale Kabul, spiegando che l’Afghanistan non sarà una minaccia per nessuno e che i Talebani “hanno perdonato tutti, sulla base di ordini dei loro leader, e non nutrono inimicizia nei confronti di nessuno”. “Vogliamo assicurarci che l’Afghanistan non sia più un campo di battaglia. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni”, ha aggiunto Mujahid. Confermata anche la dubbia apertura sul ruolo e i diritti delle donne, che “sono basati sull’Islam. Possono lavorare nella sanità e altri settori dove sono necessarie. Non saranno discriminate, lavoreranno spalla a spalla con noi. Le donne dovranno rispettare le leggi della Sharia”, ha precisato il portavoce dell’Emirato islamico. Donne che “saranno attive nella società ma rispettando i precetti dell’Islam. Le donne sono parte della società e garantiremo i loro diritti nei limiti dell’Islam”.

I DUBBI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE – Anche sull’amnistia non mancano dubbi sulle reali intenzioni dei Talebani. A confermare che in realtà i membri del movimento islamico abbiano ben altre intenzioni sono anche le parole consegnate ieri ai giornalisti italiani da Arif Aryakhail, medico dell’Ais Kabul, sbarcato all’aeroporto romano di Fiumicino con il volo dell’Aeronautica militare partito da Kabul con a bordo circa 70 persone tra cui una cinquantina di membri del personale diplomatico italiano e una ventina di ex collaboratori afghani, compreso lo stesso medico. “I Talebani stanno cercando i nostri colleghi casa per casa. Stanno rischiando. La situazione negli ospedali è gravissima”, aveva infatti chiarito Aryakhail. Anche il quotidiano francese Le Figaro racconta di un quadro ben diverso da quello proposto dai Talebani. Per il giornale d’oltralpe infatti il movimento che ha ripreso il potere “placa la popolazione di Kabul, ma nelle province aumentano gli abusi”. In particolare vi sarebbero casi di sequestri e di gravi violazioni dei diritti umani nelle province più remote, quelle più lontane dai riflettori dei media occidentali. “A Ghazni, Kandahar e in altre province afghane, i talebani hanno arrestato e giustiziato soldati, polizia e civili, con presunti legami con il governo afghano”, secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch. Secondo Le Figaro sono stati segnalati matrimoni forzati in tutto il Paese, col giornale che riporta la testimonianza di una giornalista di una provincia meridionale afghana: “Ordinano alle famiglie di consegnare una ragazza o una donna non sposata, per offrirla a uno dei loro combattenti. E reclutano giovani”. 

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

L'appello. Donne afghane, il manifesto delle giornaliste: “Chiediamo tre cose ai talebani”. Vittorio Ferla su Il Riformista il 17 Agosto 2021. Un appello urgente alla comunità internazionale per lasciare aperte le frontiere dell’Afghanistan e per garantire la salvaguardia dell’incolumità e dei diritti delle donne. È il contenuto del manifesto firmato, dopo la conquista jihadista di Kabul, da un gruppo di giornaliste spagnole: Gabriela Cañas, presidente dell’Agenzia spagnola Efe, Soledad Gallego-Díaz, già direttrice di El Pais, e le scrittrici e giornaliste Rosa Montero e Maruja Torres. Il manifesto contiene tre richieste. La prima: pretendere dai talebani di «mantenere aperte le frontiere affinché tutte le persone che desiderano lasciare l’Afghanistan, fuggendo da un potere fanatico, imposto con la forza delle armi, possano farlo in sicurezza». Si chiede inoltre che «i doveri elementari di solidarietà e di umana compassione siano rispettati ammettendo ai voli e ai convogli di rimpatrio degli stranieri il maggior numero possibile di afghani, specie se in imminente pericolo», indipendentemente dal fatto che «siano stati o meno al servizio degli Stati che i talebani considerano nemici». Infine, le firmatarie chiedono un’attenzione speciale «per le donne in una situazione particolare di rischio, per aver svolto mansioni professionali vietate dai talebani, aver frequentato scuole e università, aver condotto la propria vita al di fuori della moralità fanatica o per qualsiasi altro motivo». Anche la Spagna è uno dei paesi impegnati nell’evacuazione dei membri della sua ambasciata e dei collaboratori afghani. Vittorio Ferla

Tutti i dubbi sulle promesse dei talebani. Mauro Indelicato il 17 Agosto 2021 su Il Giornale. I portavoce del movimento islamista nelle ultime ore hanno provato a rassicurare la comunità internazionale: "Abbiamo perdonato tutti, rispetteremo il ruolo delle donne". Ma sulle reali intenzioni dei talebani non manca lo scetticismo. L'ultima volta che a Kabul la stampa internazionale ha assistito a una conferenza stampa dei Talebani era l'11 settembre 2001. Quel giorno, a poche ore dal crollo delle Torri Gemelle, l'allora portavoce islamista Wakil Ahmed Muttawakil ha parlato davanti ai giornalisti per condannare l'attacco agli Usa e per smentire le prime voci sul coinvolgimento di Bin Laden. Il mondo conosceva ancora poco dell'Afghanistan e dei talebani. Dopo 20 anni, ecco che il palazzo presidenziale di Kabul è stato teatro di una nuova conferenza stampa degli studenti coranici. È stata la prima da quando sono tornati a comandare nella capitale afghana. A parlare questa volta è stato Zabihullah Mujahid, il portavoce che su Twitter nelle ultime settimane ha aggiornato l'avanzamento talebano in Afghanistan.

Le promesse di “clemenza”. Davanti ai giornalisti Mujahid ha subito impresso una precisa linea alla conferenza. Quella cioè di presentare i talebani in modo molto diverso rispetto a 20 anni fa. L'obiettivo della leadership islamista in queste ore è mostrarsi come “forza di governo”. Non più quindi estremisti isolati dal mondo e rigidi esecutori delle proprie ideologie ma, al contrario, miliziani in grado di diventare una vera e propria classe dirigente per l'Afghanistan. Una circostanza vitale per il nuovo Emirato. L'isolamento e il non rispetto dei diritti umani sancirebbe un mancato riconoscimento internazionale, anche da parte di quegli attori, come Russia e Cina, che hanno lasciato aperte le proprie ambasciate a Kabul. Non è un caso quindi che il portavoce talebano ha toccato i tasti più dolenti a livello mediatico. A partire dalla condizione delle donne. “I diritti delle donne sono basati sull'Islam – ha dichiarato Mujahid – Possono lavorare nella sanità e altri settori dove sono necessarie. Non saranno discriminate. Le donne dovranno rispettare le leggi della sharia”. Poco prima, ai microfoni di SkyNews, un altro portavoce ha mostrato ulteriori aperture. “Le donne in Afghanistan – ha infatti dichiarato Suhail Shaheen – avranno il diritto di lavorare e ricevere un'istruzione fino al livello universitario”. Si è parlato inoltre degli indumenti che le donne devono indossare. Secondo Shaheen non sarebbe necessario il burqa, il lungo mantello che copre anche il viso, “basterà” l'hijab.

Nella conferenza stampa tenuta a Kabul, Mujahid ha anche fatto riferimento all'amnistia da accordare a chi ha collaborato con il precedente governo e con le forze occidentali. “I talebani hanno perdonato tutti – ha proseguito il portavoce – sulla base di ordini dei loro leader, e non nutrono inimicizia nei confronti di nessuno”. Dunque, secondo questo ragionamento, non ci saranno ulteriori discriminazioni. Mujahid ha affermato inoltre che non sono previste perquisizioni nelle case dei soldati del disciolto esercito afghano.

I talebani manterranno le promesse? C'è da chiedersi però se per davvero la “clemenza” di cui gli integralisti hanno parlato in conferenza stampa si rivelerà tale. Il fatto stesso di pronunciare la parola “amnistia” per semplici collaboratori del passato regime non lascia presagire il meglio. L'impressione è che i talebani cerchino di far passare come “privilegio” i più basilari diritti umani. Donne, collaboratori ed ex soldati non si sono macchiati di crimini e non servirebbe alcuna amnistia o alcuna clemenza verso di loro. Quella talebana non è una concessione o almeno non dovrebbe esserlo. Ma se gli studenti coranici interpretano le loro intenzioni in questo modo, c'è più di qualcosa che non quadra in previsione futura. Il pericolo riguarda soprattutto due elementi. Il primo ha a che fare con la fine dell'attuale fase di passaggio di consegne. Quando gli occhi del mondo non saranno più puntati su Kabul, i talebani potrebbero togliere alcuni “privilegi” promessi una volta messo piede nella capitale. E dunque attuare repressioni verso le categorie più vulnerabili. L'altro elemento riguarda il controllo che gli stessi islamisti avranno in futuro del loro gruppo. I talebani non sono un movimento omogeneo, al loro interno ci sono diverse fazioni e alcune delle quali hanno posizioni molto più estremiste dei propri leader. Lontano dalle grandi città, alcuni gruppi potrebbero muoversi autonomamente applicando le più rigide interpretazioni della loro ideologia. Del resto, non sono isolate le testimonianze che parlano di razzie e abusi in alcune località conquistate dai Talebani alcune settimane fa. 

Mauro Indelicato. Sono nato nel 1989 ad Agrigento, città in cui dirigo il locale quotidiano InfoAgrigento.it. Nel marzo 2017 conseguo la laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Palermo, città dove sviluppo la mia curiosità per il Mediterraneo, per i suoi popoli e per le sue culture che da secoli arricchiscono una delle aree più suggestive del pianeta. Inizio la mia attività giornalistica nel marzo del 2009 con alcune testate locali, dal gennaio 2013 sono iscritto presso l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia nell’albo dei "pubblicisti". Collaboro dal giugno 2016 con IlGiornale.it e Gli Occhi della Guerra, testata per la quale s

Afghanistan, Hashimi: “Quando le tv si spegneranno gli islamisti non avranno più ostacoli".  Raffaella Scuderi su La Repubblica il 16 agosto 2021.  "Stiamo assistendo all’evacuazione dei diritti umani. Se non rimane nessuno, sarà un’evacuazione totale". Nadia Hashimi è una scrittrice nata negli Usa da genitori afghani. Pediatra e candidata al congresso americano con i democratici, è l’autrice di tre bestseller tradotti in sette lingue. Scrive di donne e di giovani adolescenti afghane costrette a indossare abiti maschili per aiutare la famiglia, e di un Afghanistan dove felicità e amore sono sogni possibili. È scioccata, arrabbiata. Vede le immagini del suo Paese, parla con amici e parenti in Afghanistan. E ha paura.

Nadia, le immagini del caos in aeroporto a Kabul ritraggono centinaia di uomini e pochissime donne. Non se ne vogliono andare?

"Tutte le donne con cui ho parlato mi hanno detto la stessa cosa: come faccio ad arrivare in aeroporto? Ormai non riescono neanche ad uscire di casa. Il tragitto da casa all’aeroporto comporta controlli insuperabili ai checkpoint insuperabili".

La propaganda talebana e la testimonianza di ong e media, insistono che le donne saranno protette. Ieri girava una foto sui social che mostrava due ragazze sulla strada per la scuola, sotto gli occhi talebani. Forse qualcosa è cambiato?

"Io non mi fido dei talebani. Questa è solo una falsa luna di miele con la comunità internazionale. Il mondo li sta guardando. E loro sanno cosa sta guardando. Si sanno vendere bene. Hanno un ottimo team di pubbliche relazioni. Quando si spegneranno i riflettori, le donne saranno il loro bersaglio. Nel Paese ci sono giornaliste, avvocatesse, attiviste e governative. Erano in pericolo già nell’ultimo anno e mezzo".

Cosa ha provato quando i talebani sono entrati a Kabul?

"Quello che è successo è stato scioccante. Nessuno se lo aspettava. È una catastrofe. Sembra che sia stata concertata con la totale indifferenza del destino di 30 milioni di persone. Da tempo gli Usa parlavano di ritiro. E all’improvviso si sono visiti costretti a inviare tremila unità militari per l’evacuazione. È un fallimento totale".

Di chi è la responsabilità?

"Innanzitutto del governo afghano. Poi della comunità internazionale".

Cosa rischia l’Afghanistan?

"Il diritto alla libertà di parola. Il diritto a una stampa libera". 

Nei suoi libri lei parla di amore, felicità. In Afghanistan. Ci crede ancora?

"Ho paura del futuro. Ma continuerò a raccontare le storie della mia gente, nel tentativo di capirle da un punto di vista umano. E con onestà. E ascolterò le voci delle donne. Così il mondo conoscerà le loro battaglie, conquiste e obiettivi".

Al Qaida chiama alle armi il jihadismo globale. E incorona il capo talebano nuovo Bin Laden. Gian Micalessin il 2 Settembre 2021 su Il Giornale. L'appello: "Via gli infedeli dalle terre musulmane". Ma un patto li frena. Il governo inclusivo tanto atteso da chi crede alle promesse dei «tale- buoni» sembra lontano dal veder la luce. Intanto, però, arriva la benedizione di Al Qaida che saluta la vittoria dei combattenti talebani, irride alla sconfitta di America ed Europa e riconosce a Hibatullah Akhundzada, invisibile ed enigmatico leader supremo del movimento, la qualifica di Emiro dei Credenti. Tre passaggi sufficienti a far capire che i legami tra gli eredi del Mullah Omar e il gruppo terrorista sono ancora ben saldi. Il comunicato, in inglese e arabo diffuso lunedì da Al Sahab, il dipartimento media di Al Qaida, saluta la vittoria «scritta da Allah Onnipotente grazie alla paziente comunità della jihad afghana che ha sconfitto gli imperi invasori». Il senso è chiaro. La vittoria afghana deve servire da esempio per tutti i combattenti della jihad chiamati ad «espellere gli infedeli dalle terre dei musulmani». Al Qaida promette, infatti, che Allah non mancherà di appoggiare la lotta dei palestinesi «per affrancarsi dei sionisti», del Maghreb islamico «per mettere fine all'occupazione francese» e quelle di Siria, Yemen, Somalia e Kashmir. «Il fango afghano - scrive il comunicato - ha sepolto l'arroganza di americani ed europei e l'ingordigia di quanti pensano di poter invadere le nazioni musulmane». Il messaggio punta a far capire che la guerra è solo agli inizi e il successo dei talebani servirà da sprone alle guerre condotte dagli altri gruppi jihadisti. La parte da cui emerge con chiarezza il legame simbiotico tra terroristi e talebani è quella in cui Al Qaida ringrazia Hibatullah Akhundzada, il leader talebano rimasto fin qui nell'ombra. «Ci congratuliamo - scrive il comunicato - con la guida dell'Emirato Islamico affidata all'Emiro dei Fedeli Hibatullah Akhundzada che ha sconfitto gli imperi invasori espellendoli dalla terra dei musulmani». L'utilizzo del titolo di Amir ul-Muminun, Emiro di tutti i fedeli, è altamente simbolico perchè riconosce ad Akhundzada il ruolo di «guida spirituale» non solo sui militanti talebani, ma anche su quelli di Al Qaida e gruppi collegati. Ricalcando il giuramento di fedeltà rivolto ad Akhundzada quando venne nominato leader supremo e riconoscendogli lo stesso titolo di «Emiro dei Fedeli» che fu del Mullah Omar Al Qaida sembra ammettere un ruolo di subalternità nei confronti dei talebani. Per questo molti si interrogano sulla loro effettiva disponibilità a non permetterne la presenza in Afghanistan. Una disponibilità già smentita dal ritorno nel paese natale di Amin Ul Haq. Storico collaboratore di Bin Laden e responsabile della sua scorta quando il capo di Al Qaida abbandonò il rifugio di Tora Bora Amin Ul Haq era in libertà dal 2011 quando venne scarcerato dalle autorità di Islamabad e, nei giorni scorsi, ha attraversato il confine afghano seguito da un folto gruppo di collaboratori. Del resto gli accordi di Doha, firmati da americani e talebani, non sembrano richiedere l'espulsione del movimento terrorista dai confini afghani. Nell'accordo Al Qaida viene menzionata solo due volte e - a dar retta al testo - l'unico effettivo impegno assunto dai talebani sembra quello di «non permettere» a qualsiasi gruppo «inclusa Al Qaida di usare il suolo dell'Afghanistan per minacciare la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati». Insomma i terroristi possono tranquillamente risiedere e pascolare in Afghanistan. L'importante è che non facciano nulla per colpire gli Usa e gli alleati. Ma chi lo verificherà e lo garantirà non è chiaro. 

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria passando per le guerre della Ex Jugoslavia, del Sud Est asiatico, dell’Africa edell’America centrale. Oltre agli articoli per “Il Giornale” – per cui lavoro dal 1988 – ho scritto per le più importanti testate nazionali ed internazionali (Panorama, Corriere della Sera,Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L’Express, Far Eastern Economic Review). Sono anche documentarista ed autore televisivo. 

Akhundzada, il nuovo leader afghano che approva la lapidazione e convinse il figlio a morire come kamikaze. di Andrea Nicastro su Il Corriere della Sera l' 1 settembre 2021. Durante il primo Emirato era ai vertici del sistema giudiziario e promuoveva la lapidazione per le adultere e il taglio della mano per i ladri. Non si sa se sarà un primus inter pares oppure un leader su modello iraniano, esterno all’esecutivo, ma con l’ultima parola su tutto. Non si sa neppure se avrà il titolo di emiro, presidente, sceicco, guida suprema, comandante dei credenti o che altro. Ma il prossimo leader dell’Afghanistan sarà mullah Hibatullah Akhundzada. Il suo nome è stato confermato ieri dalla Commissione Cultura del movimento.

I predecessori: Mullah Omar e Akhtar Mohammad Mansour. È il terzo leader talebano dal 1994, il secondo a salire al vertice del Paese. Il primo era stato Omar, il fondatore degli studenti del Corano, mullah-guerriero di cui non si conosceva neppure l’aspetto. La foto che circola, sgranata, di lui giovane con un occhio chiuso da una scheggia, è tutt’altro che certa. Da emiro si faceva sentire con audio registrati, ma mai vedere in pubblico. Omar morì di malattia, costretto per 14 anni a nascondersi, braccato da satelliti e orecchi elettronici. Il secondo è stato polverizzato da un missile americano dopo aver incontrato una delle mogli. Si chiamava Akhtar Mohammad Mansour, anche lui un mullah più kalashnikov che Corano, nominato erede dallo stesso Omar. Di lui si avevano almeno immagini confermate, ma fu nominato in esilio e morì in esilio. L’indicazione del nome di Hibatullah Akhundzada come successore era scritta nel suo testamento. Con quella scelta, la «shura di Quetta», il nucleo originario dei talebani del sud, manteneva la sua preminenza all’interno del movimento, ma, precisano i talebani, tutti gli altri gruppi lo confermarono con voto unanime. La riunione del consiglio supremo avvenne sfidando i droni americani. Alcuni capi guerriglieri non si presentarono per paura di uno strike. Mullah Hibatullah piaceva a tutti perchè non spaventava nessuno. La sua era una figura militarmente «leggera», guida spirituale, ma poco altro in un momento di guerra. Fu il suo vantaggio.

L’accordo con gli Usa a Doha e la nuova propaganda. Era il 2016 e Washington considerava i talebani dei terroristi che minavano la stabilità del governo alleato di Kabul. Il Pentagono inseguiva i leader integralisti anche fuori dai confini afghani e li uccideva. Per isolare il neo eletto Akhundzada, sembra che la Cia abbia riempito di dollari alcuni membri della sua tribù pashtun, i Noorzais, ma senza ottenere delazioni. L’atteggiamento Usa sarebbe cambiato solo due anni dopo, nel 2018, quando i talebani cominciarono ad essere considerati interlocutori indispensabili con cui firmare accordi e non più solo terroristi da combattere. Il «merito» della svolta è da attribuire anche al mullah Hibatullah. Quando venne confermato, le diverse «shure» degli studenti coranici litigavano sull’opportunità di trattare con gli «infedeli», con i «burattini di Kabul» oppure di proseguire la Guerra Santa senza negoziati. Mullah Hibatullah, invece, ha convinto tutti ad accettare il patto di Doha del 2020 con Washington. I più recalcitranti sarebbero stati il figlio del fondatore, mullah Yakub, e il network Haqqani. Segno dell’autorità del futuro leader afghano è che le varie fazioni hanno, ufficialmente, rispettato la firma del patto di Doha senza uccidere da allora neppure un americano. Del nuovo leader dell’Afghanistan abbiamo per il momento un’unica foto, ma lo stile dei talebani si è adattato ai nuovi tempi, almeno in termini di propaganda. Akhundzada dovrebbe mostrarsi in pubblico a breve. Rispetto ai predecessori ha scarse credenziali militari. In compenso è considerato un esperto di sharia, la legge islamica, e purtroppo non c’è nulla di rassicurante nella sua visione dell’Islam.

Il primo emirato tra lapidazione e taglio della mano. Durante il primo Emirato (1996-2001) Akhundzada era ai vertici del sistema giudiziario e promuoveva la lapidazione per le adultere e il taglio della mano per i ladri. Durante l’esilio la sua interpretazione della sharia si è avvicinata ai modelli suicidari iraniani poi imitati da Al Qaeda. Nei primi anni dopo il 2001 Akhundzada aveva rinunciato a incarichi politici per reclutare volontari per azioni suicide in diverse madrasse, scuole coraniche, pachistane. Akhundzada ha dimostrato di credere a quel che predicava. Uno dei suoi figli maschi, diventò shahid: nella provincia di Helmand, terra di oppio e di feroci battaglie con il contingente britannico, si fece esplodere come una bomba umana. Aveva 23 anni. Il gesto del ragazzo ha contribuito all’ascesa di Akhundzada nel Consiglio talebano. Il nuovo padrone dell’Afghanistan è lui.

La Legge Talebana.

Afghanistan, nuova stretta dei talebani: università vietata alle donne.  La Repubblica il 28 settembre 2021. "Finché un vero ambiente islamico non sarà garantito per tutti, alle donne non sarà permesso di venire all'università o di lavorarci. Islam first". Mischiando interpretazioni oscurantiste della sharia e citazioni di Donald Trump, il nuovo rettore dell'ateneo di Kabul appena nominato dai talebani, Mohammad Ashraf Ghairat, annuncia le ultime misure di segregazione imposte alle donne nel nuovo Afghanistan. "A causa della carenza di docenti donne, stiamo lavorando a un piano affinché i docenti maschi possano insegnare alle studentesse da dietro una tenda nelle classi. In quel modo verrebbe creato un ambiente islamico che permetterebbe alle studentesse di studiare", ha scritto Ghairat su Twitter, dove in inglese pubblica messaggi che evocano gli slogan dell'ex presidente americano, come "Make Kabul University (KU) Great Again". Trasformando sempre più in realtà i peggiori incubi delle afghane, il neo-rettore avverte: "Finché non avremo creato questo ambiente islamico, le donne dovranno restare a casa". Insomma, anche una delle rare concessioni fatte finora dai sedicenti studenti coranici per presentarsi come "inclusivi" è stata accantonata. Inizialmente, alle universitarie era infatti stato permesso di proseguire gli studi, vietando comunque le classi miste o dividendo le aule con tende in caso di presenza maschile. Una stretta che fa il paio con lo stop all'accesso all'educazione per le ragazze a partire dalla scuola secondaria. Giorno dopo giorno, nel nuovo Emirato islamico le donne sono sempre più nel mirino. Oltre 220 giudici hanno raccontato alla Bbc di vivere nascoste per paura di ritorsioni dopo aver fatto condannare negli anni scorsi centinaia di uomini per stupri, violenze e femminicidi: criminali che in molti casi sono stati rilasciati dai talebani. E da allora, contro le magistrate sono cominciate ad arrivare minacce di morte, costringendole a spostarsi ogni tre-quattro giorni. Intanto, la situazione nel Paese si fa sempre più caotica. Secondo l'allarme lanciato alla Bbc da Syed Moosa Kaleem al-Falahi, ad della Banca islamica dell'Afghanistan, il sistema creditizio è vicino al collasso. "In questo momento - ha spiegato il banchiere - sono in corso enormi operazioni di prelievo", e "la maggior parte delle banche non funziona e non fornisce servizi completi". Una situazione drammatica per i milioni di afghani in povertà, aggravatasi con lo stop agli aiuti internazionali. Un ritorno sul terreno delle istituzioni europee è allo studio proprio per affrontare l'emergenza umanitaria. "C'è già stata una missione esplorativa" Ue a Kabul "e ora saranno fatte le valutazioni" anche sotto il profilo della sicurezza per decidere se vi sia la possibilità di stabilirvi una presenza congiunta, spiegano da Bruxelles, precisando che ciò non comporterebbe alcun riconoscimento dei talebani. Intanto, i talebani hanno annunciato di voler adottare "temporaneamente la Costituzione del tempo di re Mohammad Zahir Shah", risalente al 1964, eliminando però dal testo tutto ciò che confligge con la loro interpretazione della legge islamica, tra cui molto probabilmente il diritto di voto alle donne.

Afghanistan, i talebani vietano il taglio delle barbe: "I parrucchieri rispettino la legge della Sharia". La Repubblica il 26 settembre 2021. I talebani hanno vietato ai parrucchieri della provincia afghana di Helmand di radersi o tagliare la barba ai loro clienti, dicendo che ciò viola la loro interpretazione della legge islamica. Chiunque venga meno alla regola sarà punito. Alcuni barbieri della capitale Kabul hanno detto di aver ricevuto ordini simili. Lo riferisce la Bbc. In un avviso affisso nei saloni della provincia meridionale di Helmand, i talebani hanno avvertito che i parrucchieri devono seguire la legge della Sharia per il taglio dei capelli e delle barbe. "Nessuno ha il diritto di lamentarsi", si legge nell'avviso, visionato dalla Bbc. "I combattenti continuano a venire e ci ordinano di smettere di tagliare la barba", ha detto un barbiere di Kabul. "Uno di loro mi ha detto che possono mandare degli ispettori sotto copertura per catturarci". Un altro parrucchiere, che gestisce uno dei più grandi saloni della città, ha detto di aver ricevuto una chiamata da qualcuno che sosteneva di essere un funzionario del governo. Gli hanno ordinato di "smettere di seguire gli stili americani" e di non radere o tagliare la barba a nessuno.

(ANSA il 24 settembre 2021) - I talebani si preparano a ripristinare le esecuzioni dei condannati per omicidio e le amputazioni delle mani e dei piedi dei condannati per furto, anche se forse non in pubblico: lo ha detto all'agenzia di stampa Associated Press Nooruddin Turabi, uno dei fondatori dell'organizzazione e responsabile dell'applicazione della legge islamica nel Paese durante il precedente governo dei mullah. Lo riporta il Guardian. 

Da "ansa.it" il 25 settembre 2021. I talebani hanno impiccato un cadavere a una gru nella piazza principale della città di Herat. Lo ha riferito un testimone all'Associated Press, mentre sul web girano alcuni video. Wazir Ahmad Seddiqi, che gestisce una farmacia sul lato della piazza, ha spiegato che quattro corpi sono stati portati sul posto e tre sono stati spostati in altre piazze della città per essere esposti. Sarebbero stati catturati durante un tentativo di rapimento e uccisi dalla polizia. Nei giorni scorsi uno dei leader talebani aveva annunciato un ritorno alle esecuzioni e alle amputazioni delle mani. 

Mutilazioni e cadaveri esposti in piazza. L'illusione dei "tale-buoni" è già finita. Gian Micalessin il 26 Settembre 2021 su Il Giornale. Gli attuali padroni del Paese cercano consensi con la sicurezza. A Herat uccisi ed esibiti quattro rapitori. "Nessuno ci sfidi". Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Dopo le accattivanti promesse iniziali accompagnate dalle infondate illusioni di tante «anime belle» occidentali i presunti «tale-buoni» sono pronti a riesibire la loro antica natura. A 24 ore dalle dichiarazioni su un possibile ritorno a mutilazioni ed esecuzioni pubbliche ecco i primi cadaveri appesi nelle piazze. Una messa in mostra indispensabile per dimostrare l'efficienza dell'Emirato e la sua capacità di garantire ordine e sicurezza. La lugubre esibizione è andata in scena a Herat, il capoluogo occidentale che fino a giugno ospitava il comando italiano. A innescarla hanno contribuito le bande criminali protagoniste, da settimane, di rapimenti ed estorsioni. Ieri, poche ore dopo l'ennesimo sequestro di un uomo d'affari e del figlio, i talebani hanno fermato i quattro malfattori e li hanno crivellati di colpi. I loro corpi caricati sul pianale di un mezzo della polizia sono stati prima esibiti in giro per la città e, subito dopo, appesi a quattro gru in altrettante piazze di Herat. «Tutti i rapitori - ricordava un cartello appeso ai cadaveri - faranno la fine di costoro». Un concetto ribadito dal vice governatore Mawlawi Shir Ahmad Muhajir pronto a ricordare che la messa in mostra dei cadaveri servirà da «lezione» per gli altri criminali. «Siamo l'Emirato Islamico e nessuno - ha sottolineato - deve permettersi di sfidarci. D'ora in poi nessun rapimento sarà più permesso». Un concetto non dissimile da quello esposto, ventiquattr'ore prima, dal ministro delle prigioni Nooruddin Turrani che - da ex responsabile della polizia religiosa durante il primo Emirato - ha auspicato un ritorno a mutilazioni ed esecuzioni pubbliche. «Il taglio delle mani è indispensabile per garantire la sicurezza», ha detto Turrani spiegando che il governo studia la riedizione delle vecchie pene e l'eventuale loro applicazione in luoghi pubblici per moltiplicarne l'effetto deterrente. «Nessuno deve permettersi di spiegarci quali devono essere le nostre leggi. Seguiremo l'Islam - ha spiegato Turrani - e scriveremo i nostri codici in base al Corano». Il veloce ritorno al passato dei talebani è ovviamente dettato anche da ragioni politiche. Non potendo garantire né libertà né benessere possono solo promettere, come già vent'anni fa, il mantenimento di una rigorosa e impeccabile sicurezza. Un tema peraltro assai caro all'opinione pubblica afghana. Negli ultimi vent'anni la corruzione e il disinteresse delle forze di sicurezza, impegnate quasi esclusivamente nella lotta ai talebani, ha lasciato mano libera alle organizzazioni criminali. Per i talebani il ritorno al taglio di mani e piedi e alle esecuzioni pubbliche è un modo per conquistare facili consensi in quelle grandi città dove i furti e le rapine rappresentano un'incognita quotidiana. E alla conquista del cuore e della mente di una popolazione fin qui assai scettica nei confronti dei nuovi vincitori punta anche la decisione di denunciare alla Corte Internazionale i crimini di guerra commessi dagli americani e dai loro alleati. «Abbiamo raccolto tutti i dati sui bombardamenti di ospedali, di abitazioni civili e di sale da matrimonio, oltre ad altri crimini di guerra, messi a segno dagli americani e dai loro alleati, Italia compresa, dal 2008 al 2017 e li abbiamo inviati al Tribunale dell'Aja - spiegava a Il Giornale giorni fa il ministro dell'informazione della provincia di Kandahar Noor Ahmad Said - ora attendiamo solo che aprano un'inchiesta. Vogliamo che quei crimini vengano risarciti e i loro responsabili condannati».

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla

I ladri messi alla gogna nel Medioevo di Kabul. Paolo Brera su La Repubblica il 23 settembre 2021. I talebani espongono i criminali al pubblico ludibrio con i capelli rasati, il viso dipinto di nero e la refurtiva al collo. Per i reati maggiori scatta il taglio della mano. Dal profondo Medioevo da cui sembrano riemersi, i talebani hanno rispolverato un’antica e desueta ricetta contro la piccola criminalità: la gogna. Espongono alla folla i ladruncoli acciuffati con le mani nel sacco. Dopo averli ammanettati dietro la schiena gli tagliano qualche ciocca di capelli, gli dipingono la faccia di nero con il lucido da scarpe o con il catrame, infine gli appendono al collo un esempio di quello che hanno tentato inutilmente di arraffare: una scarpa, una latta d’olio, un coltello.

Lorenzo Cremonesi per corriere.it il 24 settembre 2021.  Ci risiamo. Il nuovo regime talebano sta seriamente considerando di tornare alle forme estreme di punizione del passato come il taglio delle mani per i ladri e le esecuzioni capitali per i reati più gravi. Ancora non parlano di lapidazione per le donne adultere, però il tema è nell’aria. A dichiararlo è un pezzo grosso del vecchio Emirato che dominò a Kabul tra il 1996 e il 2001. Si tratta del mullah Nooruddin Turabi, ex ministro della Giustizia e del famigerato Ministero per la Protezione della Virtù e la Persecuzione del Vizio (appena riaperto al posto di quello per i Diritti delle Donne) e attualmente responsabile del sistema carcerario. «Le amputazioni punitive sono necessarie per garantire la nostra sicurezza interna», ribadisce in alcune interviste ampiamente riprese dalla stampa internazionale e dai media afghani. A suo dire, tali forme punitive potrebbero non svolgersi in pubblico, come invece avveniva a scopo «deterrente» due decenni fa. Gli abitanti di Kabul hanno ancora la memoria delle lapidazioni di fronte alla folla nello stadio municipale e nel piazzale della grande moschea Ein Gah. Ma praticamente ogni città e villaggio del Paese aveva i luoghi preposti a quei macabri spettacoli, che spesso avvenivano dopo le funzioni nelle moschee ogni venerdì a metà giornata. Il Mullah Turabi ne era un convinto sostenitore. Lui stesso aveva perso un occhio e una gamba combattendo da giovane contro l’esercito sovietico. Negli ultimi giorni si è espresso a favore dell’umiliazione pubblica dei ladruncoli di strada. Le pattuglie talebane hanno la facoltà di picchiarli, tingere i loro volti di nero e mostrarli alla gente nei cassoni dei loro gipponi con le scarpe infilate in bocca. Turabi ribadisce adesso che sono scelte che vengono fatte esclusivamente dai dirigenti talebani. «Nessun altro ha il diritto di dettare quali saranno le nostre leggi», afferma, rifiutando le proteste delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. D’altro canto, è anche evidente che la dirigenza talebana resta divisa tra conservatori radicali e invece elementi più moderati e preoccupati di essere riconosciuti dalla comunità internazionale. Resta forte la speranza di far sentire le proprie ragioni il prima possibile di fronte all’assemblea dell’Onu. Nelle ultime ore il mullah Mohammad Yaqoob, neoministro della Difesa e figlio del leader fondatore del movimento Mullah Omar, ha condannato duramente quelle che ha definito le «esecuzioni e le vendette per motivi personali». A suo dire tutti i responsabili e funzionari dei vecchi governi che hanno collaborato con la coalizione internazionale a guida Usa sono stati amnistiati. E i casi di violenze e abusi nei loro confronti vanno investigati con eventuali punizioni per i colpevoli. 

A Bamiyan, nel sito dei Buddha distrutto 20 anni fa dai talebani dove oggi sono sparite anche le donne. Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera il 25 settembre 2021. Loro, i due Buddha, non ci sono più. Ma le enormi cavità scavate nel fianco della montagna che ospitavano le statue restano come un dolente atto d’accusa contro la brutalità talebana. Impossibile ignorarle, dominano l’intera vallata di Bamiyan. Due ombre nere segnano le pareti di roccia friabile chiara per decine di metri d’altezza, sovrastano le abitazioni basse costruite di fango: sono il memento di un crimine culturale compiuto il 12 marzo 2001 a suon di cannonate e dinamite contro un sito che testimoniava l’era della massima espansione del buddismo verso Occidente tra il V e il VI secolo dopo Cristo. Ci arriviamo dopo sei ore di auto da Kabul, mentre il sole di metà pomeriggio esalta il vuoto delle cavità. «Personalmente mi spiace siano state distrutte. I nostri leader due decenni fa avranno avuto i loro motivi. Io sono credente musulmano. Ma quelle statue rappresentavano un importante retaggio storico dell’Afghanistan, erano parte del nostro patrimonio e potevano essere utili per riaccendere il flusso turistico dalle nostre parti», dichiara disarmante Saifurrachman Mohammadi, il 25enne che i talebani hanno posto da pochi giorni a dirigere il dipartimento culturale della municipalità. Le sue parole lasciano stupiti. «A me piacerebbe tanto che le ong straniere tornassero ad aiutare lo sviluppo della nostra regione. Voi europei potreste riprendere a lavorare per fare di Bamiyan un polo sciistico. So che erano coinvolti anche gli italiani», dice come se fosse la cosa più semplice del mondo. Ma che fare se gli stranieri portano a sciare anche mogli, figlie o fidanzate? Cosa direbbero i talebani se sulle piste comparissero anche donne sole? «Ah, questo non lo so! Ce lo spiegheranno i nostri mullah», risponde veloce. In verità non sa neppure se sarà possibile ricostruire i due Buddha, alti rispettivamente 55 e 38 metri, che da tempo alcune società giapponesi cercavano di rimettere assieme usando i frammenti trovati al suolo. «Lo decideranno i nostri leader», ribadisce.

La città tutto attorno è come addormentata. Gran parte dei vecchi dirigenti sono nascosti o fuggiti all’estero. Non si trovano i locali che lavoravano con gli stranieri. I talebani hanno posto una stazione di guardia nella zona dei Buddha e delle centinaia di celle antichissime scavate ai loro fianchi che una volta abitavano i monaci, ma di recente sono state occupate da sfollati interni. Internet non funziona, i tagli all’elettricità sono continui. Unico aspetto positivo è la sicurezza sulle strade. Sino al 15 agosto arrivare a Bamiyan da Kabul significava dribblare le bande di ladri ed evitare gli attentati talebani. Ora non più. Sta comunque riprendendo il turismo locale che, passando lungo la strada dei Buddha, in circa un’ora d’auto raggiunge le acque cristalline del sistema di laghi di Band-e-Amir. È uno dei luoghi più affascinanti del Paese. Tra le montagne brulle, segnate da pinnacoli e bastioni rocciosi, il cobalto dei laghi crea riflessi incantevoli. Qui le pattuglie talebane si contano sulle dita di una mano. Piccole imbarcazioni a pedali dalla forma di cigno sono prese d’assalto dai visitatori per pochi centesimi all’ora.

La caduta di Kabul, il ponte aereo con i disperati che cercavano di scappare, sembrano eventi remoti. Non è però difficile trovare la nota stonata che ricorda l’oppressione della nuova era: non ci sono donne, sono sparite, scomparse dai luoghi pubblici. «Sino a due mesi fa trovavi ragazze, studentesse, gruppi di amiche che affittavano i pedalò. Ora non più», dice Amir, che gestisce le barche sotto un ombrellone sul molo. Tornando a Kabul è il direttore del museo archeologico, il 37enne Mohammed Fahim Rahmi, a sottolineare l’insicurezza dominante: «Nella primavera del 2001 i talebani distrussero sia i Buddha di Bamiyan che tutte le statue e le immagini umane nel nostro museo. Cinque anni prima, prendendo Kabul, avevano annunciato una nuova era di pace e apertura al mondo. Oggi si ripete e il peggio resta possibile».

La Religione Talebana.

La Fallaci suona la sveglia all'Occidente. Alessandro Gnocchi il 14 Settembre 2021 su Il Giornale. Dal Vietnam al Kuwait, per raccontare la verità: anche sul «risveglio» islamico nel 1991. «Le scoperte e le prese di coscienza definitive avvengono solo dopo le grandi tragedie: si direbbe che l'uomo, per dare qualcosa di bello, abbia bisogno di piangere». Di lacrime, in Sveglia, Occidente. Dispacci dalle guerre dimenticate (Rizzoli, pagg. 464, euro 19) Oriana Fallaci ne versa molte. L'Oriana va alla guerra, anzi, alle guerre, da quelle dimenticate a quelle che tuttora impegnano il nostro futuro, dal terzo conflitto indo-pachistano alla prima Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, invasore del Kuwait. Nel libro c'è anche il Vietnam nel 1969; il Medio oriente l'anno dopo, nascosta con i guerriglieri arabi di Al Fatah nelle loro basi segrete; la Cambogia con interviste ai soldati americani che si ammutinavano in gruppo e sui quali il governo lasciava cadere il silenzio; la Bolivia con i preti «in blue-jeans» della Teologia della liberazione; Haiti, con una intervista al dittatore Jean-Claude Baby Doc; e tanto altro, tra cui una lettera sulla cultura, che vi presentiamo in questa pagina. Di inedito, non c'è nulla. Sono reportage pubblicati dall'Europeo negli anni Sessanta-Settanta, con l'eccezione di quelli dal Golfo, che risalgono al 1991. La parte forse più interessante riguarda proprio il Kuwait. Ai lettori del settimanale, la Fallaci racconta il disastro ambientale causato da Saddam, che incendiò i pozzi. La Fallaci attraversa la Nuvola Nera sprigionata dal petrolio in fiamme e ha un netto presentimento della propria morte: «Da questa guerra torno con una ferita che non si vede. Perché non è una ferita esterna, una ferita che sanguina e lascia una cicatrice sulla pelle. È una ferita nascosta dentro i miei polmoni, una ferita che si rivelerà chissà quando. Tra sei mesi, tra un anno, tra due?». Si dirà sempre convinta che il tumore contro il quale lotterà come un leone sia dovuto alla Nuvola Nera. Non è la sola illuminazione. La società del Kuwait, composta da ricchissimi sceicchi, non ha opposto vera resistenza a Saddam. Gli americani non sono visti di buon occhio, fanno comodo in quel momento, perché evitano all'aristocrazia dell'oro nero di prendersi troppo disturbo. Sul punto, in quel periodo, la Fallaci è molto più esplicita sulle colonne del Corriere della Sera: «Eh, sì: nessuno ne parla perché chi se n'è accorto ritiene che sia meglio non toccar l'argomento, non svegliare la tigre che dorme. Ma c'è una guerra dentro la guerra, quaggiù». Il risorto anti-americanismo schiera i sauditi contro gli occidentali. I soldati della coalizione non sono visti come liberatori e nessuno vuole che si fermino nelle terre sacre dell'islam. Questa «guerra nella guerra», scrive la Fallaci, è guidata dai «mullah dei quartieri periferici e delle moschee meno importanti, cioè i preti estranei all'oligarchia religiosa che assieme ai cinquemila principi della famiglia reale domina il Paese» (l'articolo si può leggere in Le radici dell'odio. La mia verità sull'Islam, Rizzoli). Al Qaeda nasce proprio dalla «guerra nella guerra». Osama era ossessionato dalle basi statunitensi in Arabia Saudita. Per chi voleva capire le motivazioni dell'11 settembre 2001, era tutto già scritto (e non solo dalla Fallaci) nel 1991. Le autorità militari le avevano lasciato vedere poco ma Oriana aveva capito l'essenziale. Di fronte alle sue rimostranze, un militare armato di Rpg grida: «Lei è qui per farci propaganda!». Risposta: «No, signor mio. Sono qui per raccontare la verità». A posteriori, sfogliando l'indice, si può pensare, a ragione, che la Fallaci avesse visto in anticipo il mondo multicentrico di oggi, fondato su più superpotenze, e su potenze regionali talvolta non meno pericolose. Per questo, scontri all'apparenza meno «vistosi» del Vietnam furono trattati dalla Fallaci con grande cura. La questione indo-pachistana, con coinvolgimento del Bangladesh, è potenzialmente pronta a esplodere, letteralmente, a colpi di atomica. Ignorarla non è saggio. La Fallaci esigeva di essere chiamata «scrittore», al maschile, e disprezzava l'idea che alle donne fosse assegnato un ruolo particolare in ragione del sesso. D'altro canto, proprio l'attenzione al ruolo delle donne è una costante della carriera di Oriana, fin dagli esordi del Sesso inutile (Rizzoli, 1961) o Penelope alla guerra (Rizzoli, 1962). Qui ne troviamo testimonianza nell'intervista alla socialdemocratica Sirimavo Bandaranaike, prima donna premier al mondo (a Ceylon, che oggi si chiama Sri Lanka) e subito alle prese con una difficilissima situazione politica. Con i reportage si può fare Storia? Dipende. La Fallaci ci è riuscita. 

Da "la Verità" il 14 settembre 2021. Pubblichiamo un estratto del capitolo «Quell’autostrada verso il mattatoio» contenuto nel libro di Oriana Fallaci Sveglia Occidente. Dispacci dal fronte delle guerre dimenticate (Rizzoli, 464 pagine, 19 euro) in libreria da oggi. Nel volume sono raccolti suoi reportage su vari fronti di guerra, pubblicati originalmente sull’Europeo. Testo di Oriana Fallaci

Kuwait, marzo 1991. La ritirata degli iracheni dal Kuwait ebbe inizio domenica 24 febbraio quando la polizia segreta di Saddam Hussein se la svignò con gli ostaggi. Quella vera e propria però si svolse la sera di lunedì 25 quando sul lungomare della capitale si formò un convoglio lungo circa dieci chilometri, composto di migliaia di veicoli. (Tremila, dicono alcuni testimoni. Cinquemila, dicono altri.) C'era di tutto, in quel convoglio. Autocisterne piene di benzina, carri armati T-72, autoblindo, cannoni da centotrenta e da centocinquanta, camion con rimorchio e senza rimorchio, jeep con le mitragliatrici da 12.7, gipponi coi cannoncini della contraerea, motociclette, automobili rubate, e ciò che era rimasto da saccheggiare agli abitanti della città. C'erano anche parecchi militari. Facendo una media minima di quattro militari a veicolo e accettando la cifra di tremila veicoli, non meno di dodicimila. Facendo una media più realistica cioè di sei militari a veicolo e accettando la stessa cifra, non meno di diciottomila. Accettando la cifra di cinquemila veicoli e basandoci sulle medesime medie, dai ventimila ai trentamila. In ogni caso tanti, da ammazzare in un colpo solo. Tanti...Il convoglio si mise in moto verso mezzanotte e imboccò la Jaharah Road cioè l'unica strada che dal Kuwait porti a Baghdad. Ma non arrivò mai a Baghdad. Non arrivò neanche alla frontiera. Verso l'una del mattino gli americani lo individuarono grazie alla 27th Armoured Division che si trovava a qualche miglio di distanza, chiamarono gli F-15 e gli F-16 e gli F-18 e gli F-111 e gli Apache e i Cobra, e lo fermarono anzi lo distrussero con l'attacco più feroce che un esercito in ritirata abbia subito dai tempi di Napoleone. Più che un'azione di guerra, una strage da Apocalisse. «This is not a battle-field» si nota che abbia commentato con amarezza un ufficiale inglese. «This is a killing-field. Questo non è un campo di battaglia. È un mattatoio.» A destra e a sinistra della Jaharah Road si stende infatti il deserto, e non un deserto piatto nel quale puoi gettarti in cerca di salvezza: un deserto reso impraticabile dagli avvallamenti, dalle dune. Per sfuggire all'orgia di fuoco che pioveva dal cielo gli autisti dei veicoli si buttarono tra quelle dune, in quegli avvallamenti, travolti dal panico presero disperatamente a girarvi formando spirali dentro cui si imbottigliavano per scontrarsi o capovolgersi, e neanche uno si salvò. Neanche uno. Tre giorni dopo, quando spinta dalle voci d'un supposto massacro mi portai sulla Jaharah Road, rimasi così annichilita dall'orrore e dallo stupore che non credevo ai miei occhi. Per chilometri e chilometri non vedevi che quelle spirali di ferro contorto e annerito, carri armati e cannoni rovesciati, autocisterne e autoblindo e automobili bruciate, camion e rimorchi e gipponi accatastati l'uno sull'altro, a volte in piramidi alte cinque o sei metri, a volte in mucchi affogati dentro i crateri, e intorno a questo un caos di oggetti saccheggiati. Coperte di lana, lenzuoli, pezze di seta, paralumi, camicie da uomo, scarpe da donna (molte coi tacchi a spillo), vestiti da bambini, giocattoli, scatole di cipria, televisori, grattugie, posate d'oro e d'argento, smalto rosso da unghie, video, bottiglie di profumo, mazzi di cipolle, bulbi da piantare, banconote, fon per asciugare i capelli, e perfino soprammobili tra cui un falchetto impagliato, roba su cui i kuwaitiani si gettavano come avvoltoi affamati disinvoltamente rubando il rubato. «Era nostra, no?» Di morti, però, solo due. Uno, trafitto da una raffica e nero di mosche, al volante di una Mercedes. E uno, carbonizzato sotto un autoblindo. E gli altri? Dov' erano finiti i trentamila o ventimila o diciottomila o dodicimila militari del convoglio? Possibile che salvo quei due fossero già stati tutti raccolti, sepolti a tempo di record? Possibile. E a sostenere la tesi c'era la presenza di bulldozer che servono a scavare le fosse. C'era anche il racconto d'un fotografo che l'indomani aveva visto i bulldozer al lavoro, e perduto un'istantanea da premio Pulitzer. «Più che fosse, trincee interminabili dentro le quali i cadaveri venivano allineati poi coperti con la sabbia. Questo deserto è ormai un cimitero. Peccato che non possa dimostrarlo: i marines mi hanno requisito il rotolino. E conteneva un'istantanea da premio Pulitzer, sa? Quella d'un caporale che a un certo punto ha ficcato nella sabbia il Kalashnikov d'un iracheno, ci ha appoggiato sopra il suo elmetto, e portando la mano alla fronte s' è messo sull'attenti.» Infine c'era la frase pronunciata da Schwarzkopf sui soldati iracheni morti: «Many, many, many, many, many. Molti, molti, molti, molti, molti. And many have been already buried. E molti sono già stati sepolti». Eppure quando ho voluto accertarmene con gli americani, ho trovato un muro di silenzio. Per una settimana nessuno ha aperto bocca. Nessuno. Né a Kuwait City né a Dhahran, né a Riad. «I cadaveri? Che cadaveri?» «I cadaveri del convoglio.» «Il convoglio? Che convoglio?» «Quello che avete distrutto sulla Jaharah Road.» «Jaharah Road?» Solamente quando mi sono rivolta al generale Richard Neil e gli ho detto: «Signor generale, lei sa bene di che cosa parlo, altrettanto bene sa che è mio diritto chiederle questa informazione, suo dovere darmela, al comando di Riad mi hanno fornito una prova che il massacro era avvenuto». «All'attacco hanno partecipato gli F-15, gli F-16, gli F-18, gli F-111, gli Apache e i Cobra.» «E quanti morti ci sono stati? Dove li avete sepolti?» «Non ne sappiamo nulla, dei morti. Non ci risulta che siano stati sepolti. L'attacco era diretto contro i veicoli, non contro i soldati.» «Non contro i soldati? Ma che cavolo di risposta mi dà?» «La risposta che mi è stato ordinato di darle. Good evening, buona sera.» Non a caso il verbo to kill, uccidere, veniva sempre usato da loro per le cose. Mai per la gente. «Five bridges killed. Cinque ponti uccisi.» «Ten aircrafts killed. Dieci aerei uccisi.» «Fifty tanks killed. Cinquanta carri armati uccisi.» Strani tipi, gli americani di questa guerra. A me non sono piaciuti. Non erano gli americani che ho conosciuto in Vietnam: i ragazzi gioviali e simpatici coi quali potevi ridere e piangere, dividere il rancio e il posto in trincea, parlare in libertà. Non erano i militari aperti e sinceri che dicevano (magari mentendo o esagerando) oggi-ho-ammazzato-cento-vietcong. Erano uomini e donne durissimi, disciplinati fino alla nausea, chiusi in se stessi, superbi e spesso arroganti. In quel senso, a volte, mi ricordavano i tedeschi di Bismarck, e un giorno l'ho detto all'unico ufficiale con cui riuscissi a scambiare qualche battuta o qualche sorriso: una colonnella d'un metro e ottanta, Virginia Prybila, che a Riad lavorava al Joint Information Bureau. «Virginia» le ho detto, «siete diventati proprio antipatici. A volte mi ricordate i tedeschi di Bismarck. Ma che v' è successo, Virginia?» E senza muovere un muscolo del volto ferrigno, prussiano, Virginia ha risposto: «Il Vietnam».[...] So che ad alcuni non è piaciuta la mia corrispondenza sulla liberazione di Kuwait City, il mio sospetto che quello iracheno fosse un esercito di ladri e di volgari saccheggiatori piuttosto che di assassini alla Hitler, il mio bisogno di ridimensionare le esagerazioni di chi per leggerezza o interesse o sensazionalismo moltiplica uno per cento e cento per mille. (Abitudine molto diffusa in quella parte del mondo, come ricordano i trecento morti che nel 1979 l'esercito iraniano fece in una piazza di Teheran e che il giorno dopo erano diventati tremila. Il giorno dopo ancora, trentamila. La settimana seguente, trecentomila. E quando andai in Iran per intervistare Khomeyni, tre milioni.) So che coloro cui piace moltiplicare uno per cento e cento per mille si sono scandalizzati perché ho scritto di non aver trovato le prove di certe atrocità inclusa quella raggelante dei neonati strappati alle incubatrici e buttati via nella spazzatura. So che si sono irritati perché ho avanzato il dubbio che la Resistenza kuwaitiana fosse stata una cosa seria anzi che fosse esistita, o perché mi sono sorpresa a trovare migliaia di kuwaitiani che non parlavano inglese ma in perfetto inglese inneggiavano a Bush con slogan non certo inventati da loro, e perché mi sono arrabbiata a veder sparare in aria le tonnellate di pallottole che la Resistenza non aveva sparato agli iracheni. So che qualche sciocco in malafede mi ha addirittura accusato di negare che vi fossero state torture e assassinii.[...] Dio mi maledica se minimizzo la tragedia di coloro che hanno sofferto. Però mi maledica anche se mi presto al gioco dell'emiro Al Shebah Al Sabah cui certa propaganda serve per impinguare coi danni di guerra le sue cassaforte. Mi maledica anche se dimentico che almeno la metà dei suoi ricchissimi sudditi se ne stavano in dorato esilio a Londra o al Cairo o nel Bahrein o nel Qatar dove bisbocciavano a champagne con le prostitute (e il Corano?) e dove venivano presi santamente a pugni dai militari americani o inglesi o egiziani cui dicevano sghignazzando: «Perché siamo qui anziché nell'esercito kuwaitiano o nella Resistenza kuwaitiana? La guerra è una cosa pericolosa. Per farla paghiamo voi». E concludo: durante il mio secondo viaggio a Kuwait City venni aggredita da un elegantissimo giovanotto in thobi e RPG cui avevo espresso il timore che i morti straziati e mostrati ai fotografi o ai cameramen venissero riciclati dalle morgues degli ospedali. Un paio infatti m' erano sembrati identici. «La prego, dimostri che sbaglio.» «Che sbaglio e non sbaglio! Lei è qui per farci propaganda!» urlò agitando RPG. Lo guardai negli occhi e gli risposi: «No, signor mio. Sono qui per raccontare la verità».

Perché parliamo di sciiti e sunniti? Il Post.it il 30 maggio 2013. Le divisioni tra i due principali rami dell'Islam spiegano molte delle cose che succedono in Medio Oriente: per esempio perché la guerra in Siria coinvolge tutti. Soprattutto negli ultimi mesi, ma in generale quasi sempre quando si parla di cosa succede in Medio Oriente, si discute della rivalità e degli scontri tra sciiti e sunniti, i due principali rami dell’Islam. La questione è diventata di grande interesse per la stampa occidentale soprattutto da quando è iniziata la cosiddetta “primavera araba” nei paesi mediorientali e nordafricani, che ha visto spesso uno dei due rami dell’Islam contrapporsi all’altro per la conquista del potere. Ancora oggi se ne sta parlando per la situazione molto instabile dell’Iraq, per esempio, e ancora di più per quello che sta succedendo in Siria. Da diverso tempo la guerra siriana si è trasformata da “primavera araba” di carattere nazionale – come lo era nei primi mesi della rivoluzione – a scontro regionale che si combatte sulla linea di divisione sciiti-sunniti: il regime del presidente siriano Bashar al Assad, che fa parte della setta degli alawiti, affiliati agli sciiti, è sostenuto dall’Iran e da Hezbollah, entrambi sciiti; i ribelli siriani, che sono sunniti, sono sostenuti dai paesi del Golfo, tutti governati dai sunniti tranne l’Iraq, e da gruppi jihadisti anch’essi sunniti. Questo è il risultato di una lunga rivalità, sia religiosa che politica, iniziata nel 632 d.c. e proseguita e intensificata nei secoli successivi.

Un po’ di storia. Le divisioni tra sciiti e sunniti risalgono alla morte del fondatore dell’Islam, il profeta Maometto, nel 632 d.c.: la maggioranza di coloro che credono nell’Islam, che oggi noi conosciamo come sunniti e che sono circa l’80 per cento di tutti i musulmani, pensavano che l’eredità religiosa e politica di Maometto dovesse andare ad Abu Bakr, amico e padre della moglie di Maometto. C’era poi una minoranza, oggi la minoranza sciita, che credeva che il successore dovesse essere un consanguineo del profeta: questo gruppo diceva che Maometto aveva consacrato come suo successore Ali, suo cugino e genero. Il gruppo che riuscì a imporsi fu quello dei sunniti, anche se Ali governò per un periodo come quarto califfo, il titolo attribuito ai successori di Maometto. La divisione tra i due rami dell’Islam divenne ancora più forte nel 680 d.c., quando il figlio di Ali Hussein fu ucciso a Karbala, città del moderno Iraq, dai soldati del governo del califfo sunnita. Da quel momento i governanti sunniti continuarono a monopolizzare il potere politico, mentre gli sciiti facevano riferimento al loro imam, i primi 12 dei quali erano discendenti diretti di Ali. Con il passare degli anni le differenze tra i due gruppi sono aumentate e oggi ci sono alcune cose condivise e altre dibattute. Tutti i musulmani sono d’accordo che Allah sia l’unico dio, che Maometto sia il suo messaggero, e che ci siano cinque pilastri rituali dell’Islam, tra cui il Ramadan, il mese di digiuno, e il Corano, il libro sacro. Mentre però i sunniti si basano molto sulla pratica del profeta e sui suoi insegnamenti (la “sunna”), gli sciiti vedono le figure religiose degli ayatollah come riflessi di dio sulla terra, e credono che il dodicesimo e ultimo imam discendente da Maometto sia nascosto e un giorno riapparirà per compiere la volontà divina (questo è il motivo per cui, tra l’altro, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad in molte riunioni di governo lascia una sedia vuota accanto a sé: per aspettare il ritorno del Mahdi, l’imam nascosto). Questa differenza ha portato i sunniti ad accusare gli sciiti di eresia, e gli sciiti ad accusare i sunniti di avere dato vita a sette estreme, come gli wahabiti più intransigenti: tuttavia le due sette dell’Islam non hanno mai dato vita a una guerra delle dimensioni ad esempio della Guerra dei Trent’anni, che tra il 1618 e il 1648 mise le diverse sette cristiane una contro l’altra in Europa.

La divisione nella politica, e cosa c’entra la Siria. La rivalità tra sciiti e sunniti è scoppiata a livello politico a partire dalla rivoluzione khomeinista in Iran del 1979, che ha portato alla cacciata dello scià iraniano, che fino a quel momento era stato tra le altre cose anche filo-americano, e all’instaurazione di una teocrazia islamica, sciita, in forte contrapposizione con tutti i paesi governati dai sunniti nel Golfo Persico. Dal 1979 le alleanze nella regione si modificarono, e i cambiamenti furono notevoli e con grandi conseguenze: si rafforzò l’inimicizia dei sunniti contro la cosiddetta “mezzaluna sciita”, che dall’Iran passa al regime alawita di Assad in Siria e arriva fino a Hezbollah in Libano. Questa divisione si sta realizzando concretamente in diversi paesi del Medio Oriente. In Iraq, per esempio, ci sono ogni giorno attentati di natura settaria che provocano la morte di decine di persone: nelle ultime settimane la violenza nel paese è aumentata, ma è da diversi anni che gli scontri tra iracheni sunniti e governo sciita vanno avanti, più per ragioni politiche di controllo del potere che per ragioni ideologiche. I paesi che dal 1979 stanno guidando i due fronti dell’Islam, l’Arabia Saudita sunnita e l’Iran sciita, sono entrati da diverso tempo nella guerra siriana: la prima finanziando i ribelli sunniti, il secondo mandando dei propri uomini della Guardia Rivoluzionaria e i combattenti di Hezbollah a combattere in alcune zone della Siria. Le conseguenze di quella che è stata definita da più parti come “regionalizzazione” della guerra siriana sono già molto visibili: la violenza del conflitto ha raggiunto livelli altissimi e ci sono sempre più testimonianze di brutalità e violazioni gravi dei diritti umani che ogni giorno vengono compiute in Siria. Il recente coinvolgimento di Hezbollah, confermato per la prima volta qualche giorno fa dal leader del movimento Hassan Nasrallah, ha radicalizzato ancora più lo scontro e ha permesso al fronte di Assad di recuperare molti villaggi e città nella zona della Siria che oggi viene considerata più importante dal punto di vista strategico: quella a nord del confine con il Libano, che dalla capitale siriana Damasco porta alla costa occidentale del paese.

La "legge di Dio" nel mondo, le esecuzioni e le violenze: ecco perché non ci si può fidare. Gian Micalessin il 18 Agosto 2021 su Il Giornale. "Onestamente mi sento sicuro. Forse non durerà, ma per ora è così. Se escludi l'aeroporto la situazione qui a Kabul è tranquilla. Le perquisizioni casa per casa di lunedì mattina si sono concentrate in tre quartieri". «Onestamente mi sento sicuro. Forse non durerà, ma per ora è così. Se escludi l'aeroporto la situazione qui a Kabul è tranquilla. Le perquisizioni casa per casa di lunedì mattina si sono concentrate in tre quartieri e sono state subito bloccate dai capi talebani. Oggi sono persino ricomparse le donne in Tv. Ripeto non so quanto durerà, ma per ora non ho paura». Così scriveva ieri da Kabul l'amico Tareq, confermando la sensazione di apparente sicurezza che molti nella capitale afghana ammettono di condividere. Una sensazione rafforzata dalla conferenza stampa in cui il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha escluso vendette su «chi ha lavorato con gli stranieri». Aggiungendo l'impegno a garantire la «sicurezza di ambasciate e ong» e riservare alle donne «un ruolo nell'istruzione e nella sanità» seppur «nel quadro della sharia». Ma in Afghanistan le sensazioni fanno presto a dissolversi. Lo ricorda bene chi nel 1996, salutò con entusiasmo l'arrivo dei talebani a Kabul. Allora gli studenti islamici -arruolati nelle scuole islamiche pakistane e armati dai servizi segreti di Islamabad- imposero ordine e stabilità in un paese vessato dalla miriade di gruppi armati e signori della guerra che -ritiratisi i sovietici- si contendevano il potere a colpi di minacce ed estorsioni. In pochi mesi, però, gli orrori delle mutilazioni rituali e delle esecuzioni sommarie -accompagnate da lapidazioni e pubbliche flagellazioni- finirono con il cancellare l'illusione di stabilità rimpiazzandola con il terrore. Oggi la storia sembra ripetersi. Il primo indicatore è la rapidità con cui i talebani hanno ripristinato l'Emirato Islamico, la stessa forma statuale inaugurata venti anni fa. Una restaurazione non soltanto simbolica. Dietro quel nome si cela il sogno di un sistema ispirato ai concetti della «sharia». Il tutto senza che uno solo dei leader talebani -dall'invisibile capo supremo Haibatullah Akhundzada fino al mullah Baradar- abbia fin qui proposto un'interpretazione della legge coranica diversa da quella usata per giustificare l'emarginazione delle donne, la lapidazione delle adultere e l'utilizzo degli attentatori suicidi. E infatti, mentre Kabul si consola con l'apparente moderazione dei talebani 2.0, dalle province più remote arrivano i resoconti dei rapimenti di decine di ragazzine appena dodicenni strappate alle famiglie vicine all'ex-governo. Mentre su internet circolano i video dello sgozzamento di 22 soldati arresisi, a giugno, agli islamisti nella città di Dawlat Abad. E non rassicura neppure la svolta di un movimento che nel 1995 distruggeva radio e tv, mettendo al bando canti e balli, mentre oggi utilizza con maestria social e telefonini. Per capirlo basta ricordare quanto già visto in Siria e Iraq dove lo Stato Islamico abbinava l'intransigenza delle decapitazioni seriali ad una raffinata comunicazione per immagini ispirata al linguaggio delle serie tv. Del resto gli stessi talebani che oggi promettono di escludere dal proprio territorio i gruppi pronti a «minacciare altri paesi» non hanno esitato sabato a rimettere in libertà migliaia di militanti di Al Qaida e dello Stato Islamico detenuti delle carceri di Bagram e Pul-I- Charky. Terroristi pronti fin da ora a usare l'Afghanistan come loro base. Per capire come nulla sia cambiato bastano le dichiarazioni di quel capo talibano che, intervistato dalla Cnn, auspica di continuare ad impugnare il kalashnikov «fino a quando la legge del Corano dominerà il resto del mondo».

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria passando per le guerre della Ex Jugoslavia, del Sud Est asiatico, dell’Africa edell’America centrale. Oltre agli articoli per “Il Giornale” – per cui lavoro dal 1988 – ho scritto per le più importanti testate nazionali ed internazionali (Panorama, Corriere della Sera,Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L’Express, Far Eastern Economic Review). Sono anche documentarista ed autore televisivo. I miei reportage e documentari sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali ed internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1, Ndr, Tsi, Canale 5, Rai 1, Rai2, Mtv). Ho diretto i video giornalisti di “SeiMilano” la tv che ha lanciato il videogiornalismo in Italia. Ho lavorato come autore e regista alle prime puntate de “La Macchina del Tempo” di Mediaset. Ho lavorato come autore di “Pianeta7”, un programma di reportage esteri de “La 7”. Nel 2011 ho vinto il “Premio Ilaria Alpi” per il miglior documentario con un film prodotto da Mtv sulla rivolta dei giovani di Bengasi in Libia. Nel 2012 ho vinto il premio giornalistico Enzo Baldoni della Provincia di Milano. 

"Mentire per l'islam è una tattica di guerra". Fiamma Nirenstein il 19 Agosto 2021 su Il Giornale. L'esperto: "Guai a cadere nella trappola della taqiyya: fingono per sottometterci". Harold Rhode, uno degli allievi preferiti del maggiore storico del Medio Oriente, Bernard Lewis, ha lavorato per 28 anni al Pentagono nell'Ufficio del Dipartimento per la Difesa come consigliere sulla cultura Islamica. Esplicito e anticonformista, autore di molti libri, membro del Gatestone Institute e del Jerusalem Center for Public Affairs, la sua idea è che niente potrà dissuadere i talebani dal loro disegno originario, una guerra totale all'Occidente tramite il terrorismo.

Ma oggi, dottor Rhode promettono che non verrà torto un capello a nessuno e che la loro «inclusività» verrà confermata dalla politica prossima ventura.

«Chi mostra di crederci, coltiva inutili speranze. Non c'è la minima chance al mondo che i talebani cambino la loro determinazione a un governo totalitario della Sharia, oggi sul loro popolo e domani su tutto il mondo, è solo la prudenza. Trump aveva indicato una via d'uscita diversa da quello di Biden».

Ma è Trump che ha gettato le basi del disastro.

«Trump aveva detto: ce ne andiamo, ma se osate tornare a spadroneggiare, a uccidere, a torturare, di voi non resterà traccia. L'unica cosa che può fermare una forza integralista e shariatica come i talebani, è la paura di essere annientati, che è andata sparendo con Biden. E la deterrenza è l'unico sistema per bloccarli».

L'idea di abbandonare il campo come soluzione di pace è molto frequentata dall'Occidente.

«Innanzitutto, quando si occupa un Paese straniero per eliminare, come fece Israele col Libano, milizie terroriste che ti minacciano, si deve agire e poi uscire dal campo. Restare sul terreno a lungo costa denaro e vite umane».

E quindi? Lasciare che poi i terroristi costruiscano il loro potere?

«Niente affatto: le loro piramidi vanno destrutturate con la forza, poi si deve lasciare il campo, e se restano residui, avvertirli chiaramente che non osino riprendere quella strada. L'abbandono israeliano del Libano senza toccare il vertice degli Hezbollah, ha lasciato che essi diventassero i padroni del Paese; a Gaza lo stesso è successo con Hamas. Le strutture jihadiste, sciite e sunnite, vivono la loro guerra per la sharia e la jihad mondiale come una raison d'etre fondamentale. Come i talebani».

Questo significa che torneranno a colpire gli Usa?

«Questa è certamente la loro intenzione. La loro grande eccitazione non è determinata dal fatto che gli americani se ne siano andati, ma da come se ne sono andati, di corsa, senza colpo ferire. Ci pensi, i talebani hanno sconfitto tre imperi, quello inglese, quello russo, quello americano».

E tuttavia stanno cercando di apparire diversi, dando speranza a molti leader occidentali, a Guterrez, alla Merkel, anche agli italiani..

«Guai a cadere nella trappola della taqiyya, la dissimulazione per cui per il bene dell'Islam si può, anzi si deve, parlare il linguaggio del nemico, sorridere, trovare accordi. L'Iran è un perfetto esempio, i suoi rappresentanti non si peritano di condurre amichevoli trattative e di scambiare simpatetici punti di vista con tutti i rappresentanti occidentali. La verità è che il nostro mondo, per fedeltà alla sua cultura di pace, non vede l'ora di cascarci, anche quando si discutono questioni vitali come il nucleare su cui, appunto, l'Iran seguita a prendere il mondo per il naso da decenni. Il guaio è che così mettiamo a gran rischio la nostra civiltà».

L'Iran e i talebani hanno interesse a unire le loro forze per l'Islam. Pensa che questo sia possibile anche uno è sunnita e l'altro sciita?

«E già successo, come quando i figli di Bin Laden sono stati ospitati a Teheran, o quando Ismail Hanyye va a trovare gli ayatollah. Ma alla lunga il rapporto non regge, e contiene sempre un velato ricatto».

La Cina si avvantaggerà della situazione?

«L'Afganistan è ricco di metalli e di altre risorse che la Cina desidera, e Pechino ha un buon rapporto coi talebani ma loro sanno cosa fanno i cinesi ai loro fratelli musulmani nello Xinjang e anche la Cina non è fuori dai programmi talebani di islamizzazione del mondo. Anche qui la cultura ha il suo ruolo da giocare».

E in Medio Oriente?

«In Medio Oriente molti degli alleati degli americani, gli Emirati, i Sauditi, l'Egitto, Israele.. si stanno certo chiedendo se ci si può fidare degli americani in caso di bisogno. Mi sembra di sentire echeggiare un sonoro "no"».

Si può fare qualcosa?

«Salvare chi ha aiutato gli Usa in questi anni. Certo, purtroppo non si può immaginare di aprire i confini a tutti i musulmani del mondo». Fiamma Nirenstein

Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera il 17 agosto 2021. Sono più moderati rispetto ai fondatori degli anni 90, sconfitti dopo l’11 settembre, o stanno solo cercando il riconoscimento internazionale? Sono combattenti duri, formati dalle guerre. Gente abituata a lunghe marce, a dormire in bivacchi improvvisati, mangiare poco e rischiare la vita in ogni momento contro nemici che spesso hanno armi ed equipaggiamenti molto più sofisticati. Nascono in genere da famiglie e clan estremamente religiosi tra il fior fiore del mondo pashtun radicato tra l’Afghanistan sudorientale e nelle «zone tribali» del Pakistan settentrionale e del Kashmir conteso all’India. Sono i talebani, gli ex studenti delle scuole religiose islamiche cresciute sin dagli anni Settanta nel Pakistan conservatore, finanziate in buona parte dall’Arabia Saudita e legate alle tradizioni di pensiero del wahabismo sunnita teso alla ricerca della purezza originaria dell’Islam. Ma chi sono oggi i talebani? Davvero si sono moderati come proclamano? Oppure le loro aperture al mondo non nascondono altro che il desiderio di essere accettati dalla comunità internazionale per poi tornare a reprimere la loro popolazione e addirittura dare asilo ad Al Qaeda e Isis? Il loro stile appare oggi molto diverso da quello di soltanto 20 anni fa. Basti osservare come si comportano di fronte a telecamere e macchine fotografiche. Tutti noi giornalisti che ci recammo a Kabul nella seconda metà degli anni Novanta fummo prima o poi fermati (se non arrestati) brevemente dalle loro «pattuglie della moralità», che vietavano qualsiasi riproduzione o immagine del corpo umano in nome di una rigorosa interpretazione del Corano. Le foto erano tabù. Non più. I loro combattenti giocano con i cellulari scambiandosi video e immagini. Alla conferenza stampa ieri erano ben contenti di farsi riprendere e persino rispondere a giornaliste donne davanti alle telecamere. Anche questa è una tattica? Difficile pensarlo. Come del resto è evidente la nuova attenzione ai rapporti internazionali. Nei metodi e nello stile i talebani appaiono molto cambiati. Sarebbe strano il contrario, visto tra l’altro che la presenza della coalizione occidentale ha impresso una crescita strabiliante alle città e alle infrastrutture principali. Kabul 2000 era un cumulo di macerie. Oggi è una città con palazzi di compagnie straniere, banche, centri commerciali, hotel, negozi d’informatica. Le loro radici dirette nascono dalla jihad (la guerra santa) contro l’invasione sovietica negli anni 80. Loro ancora non c’erano come movimento. Ma i loro leader più importanti venivano proprio da quel mondo, allora finanziato dagli americani nel contesto della Guerra Fredda per frenare l’influenza sovietica. Furono poi nel 1994 il Mullah Omar, assieme al suo numero due Mullah Abdul Ghani Baradar, a fondare i talebani tra gli studenti delle scuole religiose di Kandahar. Ma allora gli americani se ne erano andati lasciando il Paese al compito impossibile di ricostruire le città distrutte. All’inizio persino le classi dirigenti della capitale li accolsero con sollievo. I talebani promettevano di porre fine alla frammentazione terrificante della guerra civile interna. Erano uomini primitivi, contadini con le Honda 125 e il Kalashnikov a tracolla, che imponevano il burqa, punivano l’adulterio con la lapidazione, i ladri avevano gli arti amputati. Le esecuzioni in piazza erano all’ordine del giorno. Si dicevano religiosi, ma neppure conoscevano l’arabo per leggere il Corano e adattavano la legge islamica ad ancestrali tradizioni tribali. Si finanziavano coltivando l’oppio. Ma il Mullah Omar fu persino pronto ad azzerarne la produzione per il riconoscimento da parte della comunità internazionale. E quando nel dicembre 1999 i gruppi estremisti kashmiri dirottarono su Kandahar un volo delle linee aeree indiane furono ancora i talebani, specie il loro ministro degli Esteri Muttawakil, a mediare la liberazione dei passeggeri. «Magari ora ci ascolterete», disse. Bussò a Washington e al Palazzo di vetro a New York: non trovò risposta. Pochi mesi dopo vennero minati i Budda di Bamiyan. Ma ancora nessuno li avrebbe mai disturbati, se non avessero deciso di accogliere Al Qaeda nel loro Paese. Dopo la loro velocissima sconfitta nell’ottobre-novembre 2001 si dispersero sulle montagne. Ma già nel 2006 erano di ritorno. Nel 2013 moriva Mullah Omar. Lo sostituì il Mullah Akhtar Mansour, poi ucciso nel 2016 da un drone americano. Da allora li guida il 61enne Hibatullah Akhundzada, ex capo delle Corti islamiche esperto in legge religiosa. Oggi cresce la possibilità che alla presidenza del loro nuovo governo sia nominato Baradar, che ha negoziato gli accordi di Doha con gli americani. Ma in verità si conosce molto poco dei loro equilibri interni. Non è neppure chiaro quale sia il loro reale atteggiamento nei confronti di Isis e Al Qaeda, che comunque dispongono di cellule ben presenti nel Paese. Potremmo assistere presto al braccio di ferro sul tema tra radicali pan-islamici e nazionalisti afghanocentrici. Proprio come era avvenuto nei confronti di Osama Bin Laden alla vigilia degli attentati dell’11 settembre 2001.

Cos’è la sharia, spiegato bene. Quella che viene definita "legge islamica" è in realtà un insieme di concetti che si desumono dai testi sacri: è la loro applicazione, e non i concetti da soli, a fare la differenza. Luca Misculin Il Post.it il 19 agosto 2021. A causa della riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani, gruppo radicale di fondamentalisti islamici, negli ultimi giorni si è parlato e discusso di sharia, che con una definizione un po’ approssimativa viene spesso definita come “legge islamica”. Di sharia ha parlato più volte anche il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, nella prima conferenza stampa ufficiale dopo la presa di Kabul: rispondendo alle domande dei giornalisti, Mujahid ha spiegato che alcune norme che verranno adottate dal nuovo governo talebano prenderanno come riferimento la sharia. Molti hanno reagito in maniera allarmata alle parole di Mujahid, anche se a far preoccupare non dovrebbe essere stato tanto il riferimento alla sharia in sé, quanto piuttosto il modo autoritario e repressivo con cui i talebani governarono fra il 1996 e il 2001, imponendo estese limitazioni alle libertà individuali. Tutti i fedeli musulmani praticanti, infatti, si dicono seguaci della sharia: e non potrebbe essere altrimenti. La parola sharia in arabo significa sentiero, retta via, e nella religione musulmana indica un insieme di concetti astratti che si desumono dai principali testi sacri. La sharia quindi non è un testo scritto, bensì, come ha scritto qualche anno fa l’esperta di studi islamici Asma Afsaruddin, «una serie di principi etici e morali ad ampio raggio», che per il fedele musulmano sono perfetti e immutabili. Da soli però non bastano per indicare la retta via, dato che molto spesso non riguardano casi specifici: a tradurre la sharia in leggi scritte e particolari (i fiqh) sono i fuqaha, i giuristi. Secondo i fedeli musulmani, dato che i fiqh sono prodotti dall’uomo, diversamente dalla sharia hanno una natura fallibile e modificabile: sono quindi aperti a interpretazioni diverse, talvolta anche contraddittorie. È uno dei tanti aspetti “orizzontali” dell’Islam, una religione in cui di fatto non esiste un’autorità centrale ritenuta diretta espressione di Dio, come nel caso del Papa per i cristiani cattolici; né un clero selezionato con metodi simili in tutto il mondo, come accade con l’ebraismo (assieme all’Islam, cristianesimo ed ebraismo condividono la credenza in un unico Dio e nella sacralità della figura di Abramo). Tutte le principali scuole di interpretazione della sharia concordano però nel selezionare le due fonti primarie da cui dev’essere dedotta: il Corano, cioè il libro delle rivelazioni che il profeta Maometto avrebbe ricevuto da Dio nel Settimo secolo d.C., e la sunna, cioè le azioni che Maometto e i suoi primi seguaci avrebbero compiuto mentre erano in vita. La sunna è rappresentata dagli hadith, cioè versi che contengono la vita di Maometto, tramandati prima oralmente e poi successivamente messi per iscritto. Le altre due fonti sono motivo di discussione fra le varie dottrine dell’Islam: sono l’ijma, cioè il consenso dei giuristi (non riconosciuto per esempio dalla dottrina sciita), e il qyias, cioè il ragionamento deduttivo che porta a prendere una decisione su un caso simile previsto dalle fonti primarie. Dato che le fonti non sono moltissime, il corpus della sharia è per forza di cose piuttosto limitato. Peraltro «solo il 3 per cento dei versetti [del Corano] presenta un vero e proprio contenuto giuridico», ha fatto notare lo studioso di diritto ecclesiastico Nicola Fiorita: «molte di queste norme disciplinano settori specifici, specie il diritto di famiglia e le successioni, o sono accompagnate da prescrizioni di carattere religioso». I contenuti della sharia si dividono in due macrocategorie: quelli che regolano il rapporto fra l’uomo e Dio (ibadat) e quelli che regolano i rapporti fra gli uomini (muamalat). Fra i primi ci sono i cosiddetti cinque pilastri dell’Islam, che hanno a che fare con la fede e la preghiera: la professione della propria fede, la preghiera, l’elemosina, il digiuno nel mese sacro di Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca, cioè la città in Arabia Saudita in cui si ritiene sia nato Maometto. Fra i muamalat ci sono invece le norme da tenere nei confronti delle altre persone e delle cose: per esempio l’indicazione che uomini e donne hanno pari dignità davanti a Dio (che proviene da un versetto del Corano), o ancora le norme che «impongono ai fedeli di essere giusti nei loro affari, di astenersi dalle bugie, di promuovere sempre le cose giuste e rifiutare quelle sbagliate», sintetizza la studiosa Asma Afsaruddin. Alcuni muamalat possono essere molto specifici: come per esempio l’indicazione di non mangiare la carne di suino, che si trova in quattro capitoli del Corano. Molti altri invece hanno bisogno di essere interpretati per assumere un significato concreto nella vita delle persone. Il divieto di consumare alcool che tradizionalmente viene associato all’Islam deriva da un hadith in cui Maometto vieta di consumare sostanze «intossicanti». La maggioranza delle scuole di pensiero dei giuristi musulmani della dottrina sunnita, uno dei due rami principali dell’Islam oltre a quella sciita, ritiene che il termine usato per definire le sostanze «intossicanti», khamr, si riferisca alle sostanze prodotte con l’uva e a quelle prodotte col dattero, due frutti noti per la loro fermentazione: quindi per estensione ha vietato tutte le bevande alcoliche. Ma alcuni giuristi della scuola di pensiero hanafi, la più popolare dell’Islam sunnita, pensano invece che siano khamr soltanto le bevande alcoliche che derivano dall’uva e dal dattero, e che quindi sia permesso bere per esempio del liquore ai mirtilli oppure la birra, che si produce con l’orzo. Fra le varie scuole di pensiero esistono anche divergenze molto più complesse, per esempio su alcuni crimini che i giuristi musulmani chiamano hudud. Fra questi ci sono anche i rapporti sessuali fuori del matrimonio, l’adulterio o certi tipi di rapina. Un verso del Corano prescrive che chi abbia rapporti sessuali prima del matrimonio (zina) debba ricevere 100 frustate. Col tempo però i giuristi più moderati dell’Islam hanno trovato delle scappatoie per non frustare davvero le persone che fanno sesso prima del matrimonio: per esempio spiegando che quel versetto non va interpretato letteralmente ma in maniera allegorica, oppure fissando parametri molto stringenti per identificare uno zina, che rendono praticamente impossibile eseguirne la punizione prescritta. Diversi esperti di studi islamici ricordano che nei cinque secoli in cui l’attuale Istanbul rimase sotto il dominio dell’Impero Ottomano, la cui Costituzione in alcune parti citava la sharia, soltanto una donna, nel 1680, fu condannata a morte per adulterio e uccisa con la punizione prescritta esplicitamente in un hadith, cioè la lapidazione. Come in ogni religione, soltanto le frange più estreme interpretano i testi e le norme religiose alla lettera: è per questo motivo che negli ultimi decenni, in cui gruppi che praticano un’interpretazione molto radicale dell’Islam hanno raggiunto il potere in vari paesi al mondo, in posti come l’Arabia Saudita, nelle zone controllate dal gruppo terroristico Boko Haram in Nigeria e nella regione Aceh dell’Indonesia si contano molte più lapidazioni di quante siano note nella storia dell’Impero Ottomano. Viceversa alcuni principi della sharia, soprattutto sul diritto familiare, hanno trovato spazio nelle Costituzioni dell’India e dei paesi del Nord Africa senza particolari contrasti con le norme del diritto civile e penale, spesso redatte sulla base di quelle occidentali. In molti casi i gruppi radicali si sono semplicemente serviti della dottrina conservatrice per legittimarsi come promotori dei valori tradizionali: meccanismi simili, anche se in contesti molto diversi, si osservano in Europa, in cui i partiti politici di estrema destra auspicano spesso la riscoperta delle radici cristiane dei popoli europei, dove però per cristiane intendono un’interpretazione radicale e retrograda della dottrina cattolica. Anche nel caso dei talebani l’applicazione della sharia si è spesso mischiata con altre cose. Nel suo libro sui talebani, Taliban: Militant Islam, Oil and Fundamentalism in Central Asia, lo storico pakistano Ahmed Rashid ricorda che per il popolo pashtun, cioè l’etnia di cui fa parte la stragrande maggioranza dei talebani, «i confini fra le leggi tribali pashtun e la sharia sono sempre stati molto labili». Durante i primi tempi della loro espansione in altre zone dell’Afghanistan, i talebani erano determinati a imporre un misto di sharia e leggi tribali pashtun, fatto che «venne interpretato come un tentativo di imporre le leggi pashtun di Kandahar», cioè della zona di provenienza di moltissimi talebani, «su tutto il paese»; e non come un tentativo di imporre la sharia. Per tutto questo molte dichiarazioni del portavoce dei talebani durante la conferenza stampa di martedì, tra cui quelle sulla sharia e sui diritti delle donne, sono assai difficili da giudicare, perché la loro interpretazione può essere molto ampia: citare la sharia non significa necessariamente annunciare l’imposizione del burqa, o il divieto delle donne di studiare e lavorare, come ha suggerito qualche commentatore nei giorni scorsi. Il punto sarà capire come i talebani decideranno di applicarla, con che livello di integralismo, e capire se le aperture mostrate finora siano qualcosa di reale o solo un tentativo temporaneo di mostrare una faccia più presentabile al mondo, per ottenere legittimità ed evitare l’isolamento internazionale.

I talebani "buoni" e la sharia? Donne, gay, auto e single: cosa vuole dire davvero la legge islamica. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 19 agosto 2021. «Le donne potranno lavorare e studiare ma nel contesto della sharia», giurano i talebani. Ma che bravi, si sono convertiti al buonismo e sono diventati talebuoni, hanno commentato gli illusi. Basterebbe però informarsi su cosa sia la sharia per capire come i talebani siano dei gattopardi: fingeranno di cambiare tutto per non cambiare nulla. E allora vale la pena approfondire i precetti principali (e più inquietanti) della sharia, grazie a Souad Sbai, presidente dell'associazione Donne marocchine in Italia. Con un'avvertenza: la sharia, legge islamica basata su Corano e Sunna (raccolta di scritti e detti di Maometto), può avere un'applicazione soft, come codice di comportamento etico, in Paesi più laici quali Marocco o Tunisia; e un'applicazione hard, come complesso di norme capaci di disciplinare ogni aspetto della vita, in Stati teocratici come Iran, Pakistan e Afghanistan. In 15 punti ecco allora le ragioni per cui la sua reintroduzione a Kabul non è affatto una buona notizia. 

MATRIMONI FORZATI - In nome della sharia le donne non avranno possibilità di scegliere il marito. «Dovranno accettare l'uomo loro imposto dal tutor, cioè da padre fratello, zio o cognato», nota la Sbai. «Per via della stessa mancanza di autodeterminazione, le donne non potranno divorziare». 

POLIGAMIA - Essa sarà praticata dai talebani sulla base del Corano (4:3): «Se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono». 

SPOSE BAMBINE - «L'estremizzazione della sharia, con le tradizioni tribali afghane, consentirà i matrimoni precoci, ossia il fenomeno delle bimbe spose», avverte la Sbai. Questa prassi era in vigore prima dell'intervento americano del 2001. 

DIVIETO DI GUIDARE - Alle donne sarà proibito guidare l'auto. Esse non possono essere in una posizione di guida, in quanto la loro sottomissione è prescritta nel Corano: «Gli uomini sono anteposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre» (4:34). Per la stessa ragione, la donna deve farsi accompagnare da un maschio maggiorenne quando esce di casa o viaggia. «Le donne afgane non esisteranno più come individui», rileva la Sbai. «Esse saranno private anche di carta di identità e passaporto». 

LAPIDAZIONE ADULTERE - Le donne fedifraghe verranno lapidate dai talebani, con la benedizione della sharia. Il Corano "si limita" a prevedere la fustigazione con 100 frustate. Ma sono gli hadith, i detti di Maometto nella Sunna, a benedire la lapidazione. Questa prassi trova fondamento nell'interpretazione letterale di un versetto del Corano (4:34): «Ammonite le donne di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele». 

DIVIETO DI ESSERE SINGLE - I talebani stanno facendo la lista delle donne non sposate dai 12 ai 45 anni per costringerle alle nozze. «La legge islamica prevede l'obbligo di matrimonio. Le donne non maritate saranno discriminate», dice la Sbai. NO LAVORO E STUDIO «Non è vero che le donne studieranno e lavoreranno», sottolinea la Sbai, perché l'interpretazione rigorosa della sharia non lo prevede. «Questa promessa dei talebani rientra nella taqiyya, la dissimulazione, ossia la possibilità prevista nell'islam di mentire per difendere la propria fede». 

NO ATTIVITÀ POLITICA - Le donne potranno fare parte del governo, dicono i talebani. Ma ciò non è previsto dalla sharia. Anche questo proclama rientra nella prassi della taqiyya.

VELO INTEGRALE - Le donne dovranno indossare l'hijab, velo che lascia scoperta la faccia, ma non il burqa, garantiscono i talebani. Ma l'applicazione radicale della sharia determinerà l'obbligo di coprire volto e occhi. Quindi, di indossare il burqa. 

MORTE PER OMOSESSUALI - «Gli omosessuali saranno uccisi sulla base della legge islamica», avverte la Sbai. «Né sarà possibile abbandonarsi per chiunque a baci ed effusioni in pubblico».

Quello che la sinistra nasconde: ecco cosa dice la legge islamica su donne, gay, matrimoni e guida. Renato Fratello venerdì 20 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. La sinistra crede alle favole e alla svolta buona dei talebani. Due giorni fa i talebani hanno assicurato che le donne potranno lavorare, studiare e uscire nel rispetto della sharia. Appunto, la sharia. Ma vediamo come viene applicata la legge islamica. Lieve, come accade in Pasi laici come Marocco o Tunisia. O avere un’applicazione più forte come accade in Iran, Pakistan e Afghanistan. Liberoquotidiano.it ha approfondito i precetti principali della sharia grazie a Souad Sbai, presidente dell’associazione donne marocchine. E li ha riassunti. Eccone alcuni. 

Legge islamica, ecco che cosa prevede. Si parte dai matrimoni forzati. «Dovranno accettare l’uomo loro imposto dal tutor, cioè da padre, fratello, zio o cognato», nota Sbai. «Per via della stessa mancanza di autodeterminazione, le donne non potranno divorziare». Altro punto, la poligamia che sarà praticata dai talebani sulla base del Corano (4:3): «Se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono».  C’è poi l’orrore delle spose bambine. «L’estremizzazione della sharia, con le tradizioni tribali afghane, consentirà i matrimoni precoci, ossia il fenomeno delle bimbe spose», avverte la Sbai. Per donne c’è anche il divieto di guidare. La loro sottomissione è prescritta nel Corano: «Gli uomini sono anteposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre» (4:34). Per la stessa ragione, scrive Libero, la donna deve farsi accompagnare da un maschio maggiorenne quando esce di casa o viaggia.

Lapidazione per le donne adultere. Altro punto. Le donne adultere verranno lapidate. Il Corano “si limita” a supporre la fustigazione con 100 frustate. Ma sono gli hadith, i detti di Maometto nella Sunna, a benedire la lapidazione. Questa prassi trova fondamento nell’interpretazione letterale di un versetto del Corano (4:34): «Ammonite le donne di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele».

Lavoro, studio e omosessualità. E ancora, lavoro e studio? «Non è vero che le donne studieranno e lavoreranno», sottolinea la Sbai, perché l’interpretazione rigorosa della sharia non lo prevede. «Questa promessa dei talebani rientra nella taqiyya, la dissimulazione, ossia la possibilità nell’islam di mentire per difendere la propria fede». Sull’omosessualità. «Gli omosessuali saranno uccisi sulla base della legge islamica», avverte la Sbai.

Prendo quello che ha preso lei. A parte la libertà, non c’è grande differenza tra talebani e occidente. Guia Soncini su L'Inkiesta il 20 agosto 2021. L’Afghanistan, lo scontro di civiltà e altre sottili riflessioni geopolitiche sonciniane. Certo, ci sono alcune eccezioni. Ma sono pochissime, davvero. Sono irrilevanti, davvero. Potrei farvene una lista, e sarebbe breve. Vediamo. A parte la libertà di girare con le tette al vento (già vent’anni fa), o di fare il bagno in camicia e braghette, di indossare caftani o minigonne o addirittura pantaloni, chiome fluenti o la testa rapata come Sinéad O’Connor (sì, ho fatto anche quello). A parte la libertà di andare a letto con tutti o con nessuno, a seconda di come mi girava, senza venire fornita come premio al contenuto delle mutande di qualche soldato. A parte la libertà di farmi bocciare quattro volte all’esame per la patente perché la frizione non ho mai imparato a usarla, e il più grave cascame di questa lacuna è che dovetti ripiegare su un motorino in luogo della ben più à la page Vespa, che aveva le marce e mi si spegneva ogni due secondi; a parte la libertà di non guidare quindi la macchina non per divieto cromosomico ma per incapacità strutturale (che poi sarà cromosomica anche quella: papà – quel talebano mancato – lo diceva sempre che le donne non sapevano guidare, e non ci vuole una squadra di specialisti viennesi per diagnosticare che ho introiettato la sua convinzione, il che ha arricchito i tassisti di tutto il mondo). A parte la libertà di studiare le cose che mi piacevano e ignorare le altre, di passare intere giornate in mondi di fantasia senza che nessuno giudicasse mai certe letture o certi audiovisivi inadatti a me, senza che nessuno pretendesse di decidere come dovessi impiegare le mie giornate, con la sola limitazione che il modo in cui le passavo dovevo trovare il modo di farmelo retribuire per pagarci un affitto, e una volta trovato il modo di farmi pagare per leggere e scrivere nessuno mai avrebbe avuto il diritto di obiettare al mio non saper cucire un bottone o far bollire l’acqua per la pasta. A parte la libertà d’avere una carriera o di non avercela, di studiare o di non studiare, di credere o di non credere, di fare come mi dicono o di non farlo, di sposarmi o di restare zitella, di fare figli o di non farli; a parte le libertà che non esercito, sennò che libertà sarebbero. A parte la libertà di ordinare a domicilio tutto quel che non volevo incomodarmi a produrre in proprio, persino il cappuccino la mattina, e quella di investire i proventi delle mie attività in frivolezze quali il sushi consegnato a casa e le vacanze da sola in luoghi nei quali al massimo un albergatore stupefatto avrebbe chiesto se aspettavo che mi raggiungesse mio marito, ma mai a nessuno sarebbe venuto in mente di dirmi che no, in quella matrimoniale da sola non ci potevo stare, era la legge religiosa (può una legge essere religiosa? Davvero? Credevo succedesse solo in certi libri molto antichi e molto fantasiosi). A parte la libertà di considerare la religione una simpatica bizzarria, il prenderla sul serio una simpatica bizzarria, il prenderla sul serio di chi la contesta una simpatica bizzarria; a parte la possibilità di considerare la moglie del Gattopardo che dice il rosario o mia nonna con l’altare di padre Pio di fianco al letto uguali identiche agli invasati che si sbattezzano, che si fanno rilasciare un pezzo di carta che dica che quell’acqua che gli hanno versato in testa a sei mesi non vale, come io mi facessi certificare la rimozione dal vissuto di quegli anni di scuole di preti in cui ho imparato le preghiere in latino, come se non esistesse la memoria che trattiene quel che vuole lei et dimitte nobis debita nostra. A parte la libertà di, quando qualcuno dice «libertà», avere riempimenti automatici frivolissimi, non la Resistenza e non le guerre, non la libertà di scelta rispetto al mio corpo né quella rispetto al mio stato civile, non la libertà di stampa, di espressione, di pensiero, di parola (opere e omissioni: ve l’avevo detto, le scuole dai preti); a parte la libertà di, quando in qualunque contesto serioso si ciancia di libertà, canticchiare silenziandomi a fatica «libertà risali a ieri, ma ricordo a malapena che eri tutti i miei pensieri, il mio pranzo e la mia cena»: a parte la libertà di considerare Claudio Baglioni prioritario rispetto al 25 aprile. A parte la libertà di alzare gli occhi al cielo ogni volta che qualcuno dice che non è d’accordo ma difenderà fino alla morte la mia libertà di pensarla diversamente – che, non so se ci avete fatto caso, è una cosa che dicono sempre quelli che non difenderebbero alcunché non dico fino alla morte ma anche solo fino a un’unghia incarnita. A parte la libertà di considerare gravissima un’unghia incarnita, o altra scemenza che la libertà dal dover difendere le proprie basilari libertà, date per scontate, mi rende libera di considerare il guaio del giorno. A parte la libertà di sentir dire stronzate, pensare «ma che stronzata», e pensare che il punto sia proprio quello, che l’infettivologo in tv possa dire «sicuramente in Afghanistan è una guerra molto brutta e che dura da molto più tempo, ma anche la guerra che abbiamo combattuto anche noi in Italia contro il virus è comunque sempre una guerra», e io possa pensare «ma santa pazienza», e ognuno dei due sia libero di dire e pensare la sua e di considerare cretina la posizione dell’altro. A parte queste poche cose, quindi, e qualche migliaio di altre che ognuno potrebbe aggiungere o che tutte potremmo dare per scontate, ci tenevo a dirvi che proprio non capisco in che cosa consista questa presunta superiorità dell’occidente e del suo modello di vita rispetto a quello propugnato da quelle care persone dei talebani.

Luigi Mascheroni per “il Giornale” - 5 Aprile 2017. Giovanni Sartori, fiorentino, 91 anni (quasi 92), considerato fra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, da anni è attento osservatore dei temi-chiave di oggi: immigrazione, Islam, Europa. 

Professore su queste parole si gioca il nostro futuro.

«Su queste parole si dicono molte sciocchezze».  

Su queste parole, in Francia, intellettuali di sinistra ora cominciano a parlare come la destra. Dicono che il multiculturalismo è fallito, che i flussi migratori dai Paesi musulmani sono insostenibili, che l'Islam non può integrarsi con l'Europa democratica...

«Sono cose che dico da decenni». 

Anche lei parla come la destra?

«Non mi importa nulla di destra e sinistra, a me importa il buonsenso. Io parlo per esperienza delle cose, perché studio questi argomenti da tanti anni, perché provo a capire i meccanismi politici, etici e economici che regolano i rapporti tra Islam e Europa, per proporre soluzioni al disastro in cui ci siamo cacciati». 

Quale disastro?

«Illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica. Su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo».

Perché?

«Perché l'Islam che negli ultimi venti-trent'anni si è risvegliato in forma acuta - infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose - è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo». 

Perché non possono convivere?

«Perché le società libere, come l'Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L'Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile».

Sta dicendo che l'integrazione per l'islamico è impossibile?

«Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all'India o all'Indonesia». 

Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece...

«...se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai». 

Ma il multiculturalismo...

«Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene». 

Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo.

«La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta». 

Cosa serve?

«Regole. L'immigrazione verso l'Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, un'identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent'anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo». 

E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste?

«Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all'ultimo, lo stadio della guerra - noi siamo gli aggrediti, sia chiaro - e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».

Cosa sta dicendo?

«Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l'unico deterrente all'assalto all'Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili». 

Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell'Occidente...

«Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq».

Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe.

«Se c'è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l'arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore». 

E l'Europa cosa fa?

«L'Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l'immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l'economia continentale. Non è questa la mia Europa». 

Qual è la sua Europa?

«Un'Europa confederale, composta solo dai primi sei/sette stati membri, il cui presidente dev'essere anche capo della Banca europea così da avere sia il potere politico sia quello economico-finanziario, e una sola Suprema corte come negli Usa. L'Europa di Bruxelles con 28 Paesi e 28 lingue diverse è un'entità morta. Un'Europa che vuole estendersi fino all'Ucraina... Ridicolo. Non sa neanche difenderci dal fanatismo islamico». 

Come finirà con l'Islam?

«Quando si arriva all'uomo-bomba, al martire per la fede che si fa esplodere in mezzo ai civili, significa che lo scontro è arrivato all'entità massima».

La ricchezza talebana.

I talebani chiedono aiuto agli archeologi italiani: «Non siamo più quelli che distrussero i Buddha di Bamiyan». Il movimento islamista al potere: “Proteggeremo anche il patrimonio pre-Islam”. E interpellano gli esperti del nostro Paese. Che si dividono​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​. Giuliano Battiston su L'Espresso il 20 dicembre 2021. «Abbiamo bisogno del sostegno dell’Italia e dei vostri specialisti per tutelare il nostro patrimonio architettonico. Vogliamo che tornino a lavorare qui a Ghazni appena possibile». Lunga barba nera, giacca militare che toglie solo per la foto d’occasione, mullah Abibullah Mujahid è un uomo corpulento di 48 anni dallo sguardo tranquillo e i toni calmi. Viene da Andar, uno dei distretti di Ghazni, un’ampia provincia rurale tra la capitale Kabul e Kandahar. Mullah Mujahid usa il nome di battaglia: da 27 anni milita nel movimento islamista. Prima all’opposizione armata contro le truppe straniere e il governo di Kabul considerato fantoccio. Dall’agosto 2021 al potere. «Per 14 anni sono stato il responsabile dell’informazione nella provincia di Ghazni», spiega il mullah mentre sgrana un rosario: «È la propaganda degli americani a descriverci come gente cattiva, ma siamo ospitali». Uomo della vecchia guardia, si è meritato un posto di governo. Oggi è a capo del dipartimento per l’Informazione e la Cultura della provincia di Ghazni. Dalle sue scelte dipende uno straordinario patrimonio artistico, del cui valore sono ben consapevoli gli studiosi italiani che qui, per decenni, hanno condotto scavi e studi. Fino a quando è stato possibile. «Se il nostro ministero della Cultura dà il via libera, siamo pronti a collaborare con loro già domani. Non ci sono rischi: ci occuperemo della loro sicurezza», assicura Abibullah Mujahed. Accanto a sé, un kalashnikov. 

Fondata da Giuseppe Tucci nel 1957 «in seno all’Ismeo, l’Istituto italiano per il medio ed estremo oriente», il primo obiettivo della missione è «stato quello di rintracciare archeologicamente la Ghazni islamica, prima nota quasi esclusivamente dalle fonti, che ne illustravano l’importanza politica e lo splendore artistico». A spiegarne la storia è l’attuale responsabile della missione, Anna Filigenzi, docente all’università l’Orientale di Napoli. Gli scavi danno subito risultati importanti, ampliando la conoscenza «dell’architettura e della cultura materiale del periodo che segna la penetrazione e il radicamento dell’Islam nel Paese». 

Mullah Mujahid sembra non esserne consapevole, ma è qui a Ghazni che l’Islam si fa “afghano” e, insieme, cosmopolita. Grazie alla dinastia dei ghaznavidi. Inaugurata nel 977 dallo schiavo turco Sebuktigin, la dinastia dei ghaznavidi diventa una delle più importanti del medioevo islamico, grazie in particolare al figlio del fondatore, Mahmud. È il 998 quando, ventisettenne, eredita il sultanato e la città di Ghazni, che trasforma nel principale centro culturale dell’Asia centrale. Mahmud inaugura scuole, invita scienziati come il matematico al-Biruni, poeti e letterati come Firdusi, che a Ghazni completa lo Shanameh, il libro dei re, pietra miliare della letteratura persiana. Fa costruire caravanserragli, palazzi, moschee, giardini, ma anche dighe, ponti, strade. E lo fa grazie ai bottini conquistati nelle campagne militari indiane. Dove porta l’Islam sunnita, di cui si fa paladino, e da cui riporta influenze culturali e artistiche che condizioneranno secoli di arte islamica. Mahmud e i successori accolgono «maestranze e artigiani dalle terre conquistate al fine di creare nuovi linguaggi espressivi e abbellire il proprio regno e, soprattutto, la capitale», nota Roberta Giunta, anche lei docente all’Orientale di Napoli e vicedirettrice della missione italiana. Grazie a questa «volontà di splendore e grandezza», Ghazni finisce per meritarsi un posto tra le grandi città del medioevo islamico. Se nel centro di Ghazni c’è ancora parte dell’antica città murata, dominata da una cittadella fortificata di 45 metri costruita nel XIII secolo, è a Rowzah-e-Sultan che bisogna andare per rintracciare l’eredità della capitale dei ghaznavidi. Con un taxi collettivo ci si arriva per pochi afghanis e una decina di minuti dal centro. Qui c’è il mausoleo di Mahmud, nei cui giardini le bambine giocane con le altalene. Qualche chilometro più in là, lungo una strada sterrata si incontrano i minareti di Masud III e Bahram Shah, di cui restano le parti inferiori, a sezione stellare, poggiate su un basamento di pietra. Facevano parte di ampi edifici religiosi. In quest’area sono avvenute molte delle scoperte della missione italiana che, «mentre indagava la Ghazni islamica, rintraccia resti buddhisti sulla cima di un colle», racconta Anna Filigenzi. 

È Tapa Sardar, dove emerge «un grande santuario di fondazione regia». Oggi l’intero colle è circondato da una rete metallica. Qua e là, una torretta di avvistamento. Questa è un’area militare, strategica. Dalla cima del colle si vede una grande caserma la cui costruzione si è interrotta con il collasso della Repubblica islamica, a metà agosto. Più in là un’altra caserma, oggi occupata dai Talebani. Sotto Tapa Sardar c’è invece lo stadio cittadino. Qui poche settimane fa i Talebani hanno dispensato giustizia a modo loro: decine di frustrate per due uomini, accusati di atti sessuali contrari alla Sharia. L’esibizione pubblica è avvenuta poche ore dopo il nostro incontro con mullah Abibullah Mujahid. Che tiene a rassicurare l’ospite straniero. I Talebani non sono più quelli del primo Emirato, quelli che buttavano giù con l’esplosivo i Buddha di Bamiyan. «Non conta che appartenga al periodo precedente all’Islam: l’intero patrimonio archeologico è importante e lo proteggeremo», assicura. È la linea della leadership del movimento. Usare la politica culturale come arma politica. I Talebani ambiscono al riconoscimento del secondo Emirato, a soldi e a competenze. Qualche lezione l’hanno imparata. Chiusa con una vittoria schiacciante la partita militare contro le truppe d’occupazione, giocano una duplice partita. La prima è sul fronte diplomatico, ricordando all’Occidente che la gravità della crisi umanitaria in corso dipende dalla chiusura dei rubinetti che per 20 anni hanno alimentato la macchina statale afghana. L’altra è sul fronte culturale. Una campagna mediatica per mostrare al mondo un volto nuovo.

Pochi giorni fa, sui social del gruppo è circolata la foto dei primi due turisti arrivati al minareto di Jam, splendido esempio di architettura ghoride. Nella photo-opportunity i due, un uomo e una donna, sembrano ostaggi. Ma sul tavolino di fronte a loro ci sono tè e caramelle. Ospiti graditi. Quando ci siamo andati noi, molti anni fa, lungo la strada tra Herat e Jam, nella provincia di Ghor, si rischiava di finire sequestrati dagli stessi Talebani che oggi offrono tè. Ma quel capitolo è chiuso, sostengono i barbuti. «Il minareto è a rischio crollo, serve l’aiuto della comunità internazionale». In attesa di aiuti esterni, l’Emirato ha deciso di formare un team di 30 persone per verificare le condizioni del minareto e proteggerlo. L’operazione “talebani-amanti-della-cultura” prosegue a Kabul, dove due settimane fa ha riaperto il Museo nazionale. Se al tempo del primo Emirato, alla metà degli anni Novanta, il Museo veniva razziato, molti reperti distrutti, oggi sono i soldati del movimento a visitarlo. Anche per il museo si sono levati alti gli appelli: serve l’aiuto della comunità internazionale. Non appena i Talebani sono arrivati al potere Audrey Azoulay, direttore generale dell’Unesco, ha invocato la tutela «dell’eredità culturale dell’Afghanistan nella sua interezza». Per Martina Rugiadi, studi alle spalle sui marmi di Ghazni e co-curatrice al Metropolitan Museum di New York, i Talebani hanno imparato le regole del gioco.

«Nella loro prima iterazione governativa hanno preso spunto e fatto arma di tali posizioni ambigue e allarmiste, dimostrando di essere capaci di occupare le prime pagine dei giornali a loro piacimento», spiega all’Espresso, parlando a titolo personale. Benché benintenzionate, «le dichiarazioni universaliste sul patrimonio culturale da parte di enti intergovernativi quali l’Unesco, i proclami per salvare l’arte ancora frequenti nel mondo del collezionismo globale, appartengono a una mentalità profondamente discriminatoria», sostiene Rugiadi. Inutile trincerarsi dietro lo specialismo, o la storia. «L’archeologia ha la pretesa di interessarsi al passato, ma opera nel presente ed è responsabile di dinamiche e squilibri di potere», di cui pagano le conseguenze i cittadini e le cittadine afghane. Per questo, continua Rugiadi, dovremmo spostare «l’interesse dagli oggetti alle persone». La prima responsabilità «è verso i nostri collaboratori e colleghi, in parte ancora nel Paese». Non si può esigere che, per il “bene dell’arte”, affrontino sofferenze e sacrifici. Tra loro c’è Ghulam Rajabi Naqshband al-Hajji.

È stato lui, ricorda Giunta, ad accogliere «con un caldo sorriso e un fluente italiano che ancora parlava dopo trent’anni» la delegazione italiana nel 2002, alla ripresa dei lavori della Missione, poi di nuovo interrotti nel 2005 e proseguiti da remoto. Memoria storica della missione, Rajabi di solito vive a Ghazni. Quando la visitiamo, però, è a Herat. «Conosco meglio di chiunque altro Ghazni», dice al telefono: «Tornerei a lavorare nel settore, per la mia terra. Ho lavorato per il dipartimento dell’Informazione e cultura per 40 anni. Ma ora non c’è stipendio, né per me né per altri. Come si fa?».

Barbara Schiavulli per "la Repubblica" il 25 settembre 2021. «Non posso dirvi dove sia, né fa re alcun commento. È un argomento delicato», dice Mohammad Fahim Rahimi, direttore del Museo Nazionale dell'Afghanistan. Dove sia il tesoro di Bactrian, una delle cinque collezione di ori - circa 22 mila pezzi - più importanti al mondo, è un mistero. Qualcuno dice che sia all'estero tenuto nascosto, qualcuno che è già nelle mani dei talebani, qualcun altro che è stato diviso e messo in vari posti. L'unica certezza è che il suo valore è inestimabile, che potrebbe fare gola a molti trafficanti e che ad un governo che ha bisogno di soldi e che non vanta un amore sfrenato per la Storia antica, potrebbe essere utile. L'ultima volta che la collezione è stata vista era l'anno scorso in Cina. Ma precedentemente il tesoro - risalente al I secolo d.C - ha trascorso gli ultimi anni in giro per il mondo (anche a Torino): si pensava fosse andato perduto nel precedente governo dei talebani ma poi nel 2003 è stato ritrovato nel caveau della Banca Centrale di Kabul. L'allora presidente Hamid Karzai dovette emettere un decreto per poter scassinare la gigantesca cassaforte e riportare alla luce collane, cinture, medaglioni, perfino una corona. L'esposizione del tesoro ha fruttato fino al 2020 4,5 milioni di dollari. «Quella del 15 agosto, quando i talebani sono entrati a Kabul, ho passato la notte peggiore della mia vita», dice Rahimi mostrando la porta sigillata del museo, con tanto di nastro adesivo intorno al lucchetto. «Per due giorni abbiamo temuto saccheggi, avevamo paura che tutto andasse perduto, come negli anni '90, quando durante la guerra civile venne depredato del 70 per cento dei suoi artefatti, poi spuntati nelle aste, nei musei, nelle collezioni private di nazioni e attori internazionali». Rahimi ha trattato con i talebani perché fosse garantita sicurezza e protezione. Ora che neanche lui può rientrare nel suo ufficio, è deciso a non muoversi da quel edificio che rappresenta tutto il suo mondo. «Potrei andarmene, ma sono qui. Il mio compito è proteggere l'eredità culturale di questo paese, anche se non sarò più direttore, accetterò di fare qualsiasi cosa pur di restare qui. Questo posto, quello che rappresenta, non è importante solo per l'Afghanistan, ma per la Storia del mondo, siamo stati un crocevia, si trovano reperti dei tempi di Alessandro Magno, fino a monasteri buddisti. Ci sono 5000 siti archeologici che andrebbero esplorati, siamo come l'Italia, dove scavi si trova qualcosa». Bisogna, però, trovare il modo che i talebani accettino un compromesso con la Storia preislamica visto che tutti ricordano la distruzione dei Budda di Bamiyan nel 2001. «Il tesoro è al sicuro», assicura Abdullaq Wasiq, vicecapo della Commissione Cultura del governo talebano. «Il museo è chiuso per la sua stessa sicurezza. Non sappiamo ancora quando, ma riaprirà», mormora Wasiq con il viso tappezzato dal suo barbone nero e gli occhiali incorniciati da un turbante. «Il tesoro è a Kabul, protetto e in un posto che conosce solo il governo». Wasiq, ce lo mostra il tesoro, così possiamo testimoniare che è qui? "Non possiamo, non sono fatti vostri, è una questione afghana ». Wasiq assicura che come per ogni nazione anche per il nuovo Afghanistan la cultura è importante e che nessuno ha intenzione di distruggere alcunché. «Una nazione senza cultura, è senza identità», dice. Poi però scuote la testa quando viene incalzato sulla scuola negata alle ragazze delle superiori. «Ci andranno quando sarà sicuro per loro, tutto deve essere fatto in modo appropriato e rispettando la legge islamica ». Ma l'Islam non vieta alle donne di lavorare. «No, ma ci sono lavori consoni, come badare alla casa». Wasiq, parla un discreto inglese, imparato nella prigione americana di Bagram dove è stato rinchiuso per due anni (2007-2009), era il portavoce dei talebani nella provincia di Zabul e gestiva una radio di propaganda. Sottoposto a torture di cui non vuole parlare, trascorreva il tempo a scrivere poesie sulla libertà, contro gli americani e l'amore per la patria, forse per questo è strano vederlo con un iphone di ultima generazione. Non è haram, proibito, un cellulare americano? Wasiq per la prima volta fa una smorfia che sembra un sorriso, «Un telefono è come un coltello: puoi tagliarci il cibo o uccidere un uomo. Perché non dovremmo usare un iphone? Siamo in buoni rapporti con gli americani, noi volevamo solo che non controllassero il nostro paese, ma qui sono i benvenuti».

Pechino ha ottenuto i diritti di sfruttamento. Perché la Cina punta all’Afghanistan: paradiso di minerali, economicamente appetibile. Vittorio Ferla su Il Riformista il 7 Settembre 2021. Rame, oro, petrolio, gas naturale, uranio, bauxite, carbone, terre rare, litio, cromo, piombo, zinco, pietre preziose, talco, zolfo, travertino, gesso e marmo. Il menu di risorse naturali di cui è dotato l’Afghanistan è vasto e vario. E rende economicamente appetibile un paese di solito ritenuto tra i più poveri e arretrati del mondo. Un rapporto del Congressional Research Service degli Stati Uniti, pubblicato a giugno, stima che il 90% degli afghani vive al di sotto del livello di povertà con soli 2 dollari al giorno. La domanda è se, tornati al potere dopo 20 anni, i talebani saranno capaci di sfruttare un patrimonio di minerali che per gli analisti potrebbe valere fino a tre trilioni di dollari. Un patrimonio che, nel momento in cui la ripresa economica globale dopo lo shock del coronavirus fa impennare i prezzi per tutto, dal rame al litio, acquista ancora maggiore valore. Il paese dei talebani possiede per esempio uno dei più grandi giacimenti di litio al mondo: un componente essenziale ma scarso nelle batterie ricaricabili – fondamentale dunque per garantire la durata delle batterie dei nostri smartphone – e in altre tecnologie vitali per affrontare la crisi climatica. È questa la ragione per cui l’Afghanistan è stato considerato “l’Arabia Saudita del litio”. Come ricorda Rod Schoonover, scienziato ed esperto di sicurezza che ha fondato l’Ecological Futures Group, «l’Afghanistan è certamente una delle regioni più ricche di metalli preziosi tradizionali, ma anche di metalli necessari per l’economia emergente del 21° secolo». La grave instabilità politica del paese, la mancanza di sicurezza, la carenza di infrastrutture e le gravi siccità hanno impedito finora l’estrazione dei minerali più preziosi. Nonostante tutti questi ostacoli, le ricchezze del sottosuolo afghano attirano parecchio gli altri paesi asiatici, soprattutto Cina, Pakistan e India, che vorrebbero approfittare del vuoto lasciato dagli americani. La partita economica è enorme, i conseguenti profitti geopolitici altrettanto. La domanda di metalli come il litio e il cobalto, nonché di elementi delle terre rare come il neodimio, è in costante aumento perché entrano nei componenti delle auto elettriche e delle altre tecnologie pulite che riducono le emissioni di carbonio. Un mercato destinato a crescere: secondo l’Iea, l’International Energy Agency, senza le adeguate forniture globali di litio, rame, nichel, cobalto ed elementi delle terre rare, il mondo fallirà nel suo tentativo di sfidare la crisi climatica. Sempre secondo l’Iea, l’auto elettrica media richiede sei volte più minerali di un’auto convenzionale. Litio, nichel e cobalto sono fondamentali per le batterie. Le reti elettriche richiedono anche enormi quantità di rame e alluminio, mentre gli elementi delle terre rare vengono utilizzati nei magneti necessari per far funzionare le turbine eoliche. Tre paesi oggi controllano attualmente il 75% della produzione globale di litio, cobalto e terre rare: Cina, Repubblica Democratica del Congo e Australia. L’Afghanistan, secondo le stime del governo degli Stati Uniti, può contare su depositi di litio capaci di competere con quelli della Bolivia, il paese che ha finora le più grandi riserve conosciute del mondo. Come ha spiegato anni fa sulla rivista Science Said Mirzad, advisor della US Geological Survey, “se l’Afghanistan avrà qualche anno di calma, consentendo lo sviluppo delle sue risorse minerarie, potrebbe diventare uno dei paesi più ricchi dell’area entro un decennio”. Ma la calma indispensabile per far ripartire l’economia e sfruttare le miniere è ben lontana. La maggior parte della ricchezza mineraria dell’Afghanistan è rimasta finora nel sottosuolo e rischia di rimanervi a lungo. È tutta da verificare, infatti, la capacità dei jihadisti di mettere in piedi un governo stabile. Così come sono molto alti i rischi di una guerra civile con il coinvolgimento delle potenze regionali confinanti. Infine, i talebani non sono stati ufficialmente designati come organizzazione terroristica straniera dagli Stati Uniti. In queste condizioni, è difficile attrarre investitori stranieri. «La governance funzionale del nascente settore minerario è probabilmente lontana molti anni», spiega alla Cnn Mosin Khan, membro del Consiglio Atlantico ed ex direttore per il Medio Oriente e l’Asia centrale presso il Fondo monetario internazionale. Oggi i minerali generano solo un miliardo di dollari all’anno in Afghanistan. Il 40% di questo miliardo è finito nei rivoli della corruzione, dai signori della guerra ai talebani. Khan avverte che gli investimenti esteri erano già difficili da trovare prima che i talebani spodestassero il governo civile afghano sostenuto dall’Occidente. Attrarre capitali privati sarà ancora più difficile ora, che i rischi di investimento sono ancora più alti. «Chi ha intenzione di investire in Afghanistan quando non erano disposti a investire prima?» Chiede Khan. «Gli investitori privati non correranno il rischio». Vista la situazione così caotica, numerosi osservatori attendono di capire come si muoverà la Cina, che oggi è un leader mondiale nell’estrazione di terre rare. Senza essere stato direttamente coinvolto nella lunga guerra, il Dragone è riuscito a proporsi come valida alternativa diplomatica ed economica, ricavandosi un ruolo di sponsor della stabilità in Afghanistan: un ruolo che potrebbe aumentare il proprio peso quando i talebani avranno consolidato il loro potere. Pechino ha concentrato sapientemente i propri sforzi sul settore economico, ottenendo – primo investitore non afghano e in competizione con l’India – i diritti di sfruttamento dei più grandi giacimenti minerari ed energetici dell’Afghanistan. Sotto l’ex Ministero delle Miniere, un contratto da 2,9 miliardi di dollari per una parte del deposito di rame di Aynak è stato concesso a due società cinesi di proprietà statale. Il contratto di 30 anni firmato nel 2007 prevedeva un alto tasso di royalty per gli standard globali e richiedeva che la fusione e la lavorazione del minerale fossero eseguite localmente. Altre condizioni includevano la costruzione di una centrale a carbone da 400 megawatt e una ferrovia fino al confine con il Pakistan. È stato inoltre stabilito che l’85%-100% dei dipendenti, dalla manodopera qualificata al personale dirigente, sia di nazionalità afghana entro otto anni dalla data di inizio del lavoro. «Sebbene originariamente concordati, questi termini sono stati successivamente dichiarati onerosi dalle società, arrestando lo sviluppo della partnership», avverte però Scott L. Montgomery, un docente dell’Università di Washington sulla rivista The Conversation. Questa vicenda lascia aperta la domanda sull’impegno della Cina. Per alcuni Pechino potrebbe tornare alla carica. Ma, in tal caso, con gravi rischi di sfruttamento dell’area: secondo lo scienziato Rod Schoonover, dati i precedenti della Cina, la sostenibilità dei progetti minerari è tutta da verificare. Per altri esperti, i progetti di investimento cinesi poi bloccati, come quello sul rame, dimostrano che Pechino potrebbe essere scettica rispetto all’idea di collaborare direttamente con i talebani, data l’instabilità in corso, preferendo piuttosto sostenere l’influenza a Kabul di altri paesi amici come il Pakistan. Resta il fatto che l’Afghanistan rappresenta un luogo di passaggio per la “Nuova Via della Seta”, l’iniziativa geoeconomica del governo cinese. Proprio per questo, Washington cerca di rispondere, sul fronte opposto, stimolando una politica di espansione dell’India, il primo competitor della Cina nell’Asia centrale. Coperta da obiettivi di sicurezza e di lotta al terrorismo, la finalità principale del governo Usa è quella di contenere l’espansione cinese verso ovest e le ex-repubbliche sovietiche e il conseguente accesso privilegiato alle risorse naturali della regione. L’India, nel frattempo, ha già impegnato un miliardo di dollari in progetti infrastrutturali e di assistenza in Afghanistan. Vittorio Ferla

Monica Perosino per “La Stampa” l'1 settembre 2021. Dopo vent’anni i taleban sono tornati a essere i padroni dell’Afghanistan e della sua immensa riserva mineraria ancora intonsa. Le aspre e magnifiche montagne, nate 40 milioni d’anni fa, racchiudono un tesoro di rame, oro, gemme preziose, ferro e terre rare per un valore che oscilla tra mille e tremila miliardi di dollari, secondo l’ultimo rapporto dell’US Geological Survey. Minerali custoditi nel sottosuolo, non ancora sfruttati, in uno scrigno che dal Hindu Kush arriva fino all’altopiano sud-occidentale. Una ricchezza smisurata se calata in un mondo agli albori della transizione ecologica e affamato di terre rare, un mondo in cui le risorse afghane pesano molto più del loro valore economico come impatto sugli equilibri geopolitici globali. Il sottosuolo dell’Emirato è ricco di risorse come rame, oro, petrolio, gas naturale, uranio, bauxite, carbone, minerale di ferro, litio, cromo, piombo, zinco, pietre preziose, talco, zolfo. Ma la dote che fa gola a molti sono quei 1,4 milioni di tonnellate di terre rare, un gruppo di 17 elementi fondamentali per le loro applicazioni nell’elettronica di consumo e nelle attrezzature militari, necessari per realizzare prodotti di alta tecnologia. Le terre rare si trovano in beni di largo consumo come smartphone e televisori, e sono pilastri per la green economy, in quanto essenziali per realizzare pannelli fotovoltaici e auto elettriche. Per non parlare del litio: già nel 2010 il Pentagono definiva l’Afghanistan «l’Arabia Saudita del litio» per le sue enormi riserve del metallo fondamentale per auto elettriche e batterie, talmente richiesto che nel 2020 è entrato nella lista ufficiale delle 30 materie prime considerate dall’Ue «critiche» per l’indipendenza energetica, un metallo per il quale l’Aie ha stimato che la domanda globale aumenterà di 40 volte entro il 2040. Altre terre rare come il neodimio, il praseodimio o il disprosio sono cruciali nella fabbricazione di magneti utilizzati nelle industrie del futuro, come l’eolico o le auto elettriche. Che uno dei Paesi più poveri del mondo nascondesse un tesoro immenso non è una scoperta dell’Usgs. I primi a comprendere il potenziale del sottosuolo afghano erano stati i sovietici durante l’occupazione terminata nel 1989. I rapporti vennero nascosti per anni, fino a quando nel 2001 non ci mise sopra le mani la Cia. Da allora, il fascino dell’Afghanistan come un Klondike dilaniato dalla guerra non si è mai offuscato: George W. Bush ha condotto rilievi aerei per mapparne le risorse, Obama ha istituito una task force per cercare di impiantare un’industria mineraria, Trump ha esplorato le potenzialità dell’estrazione su vasta scala. Ma, uno dopo l’altro, i sogni sovietici e americani di impossessarsi del tesoro seppellito sotto l’Afghanistan si sono infranti sulla situazione politica instabile e sulla totale mancanza di infrastrutture. Neanche i taleban, oggi come vent’anni fa, hanno la forza – da soli – di sfruttare quelle risorse che, se estratte, renderebbero il Paese uno dei più grandi centri minerari al mondo e trasformerebbero radicalmente l’economia taleban, in gran parte basata sulla produzione di oppio e sul traffico di stupefacenti. Ma nella corsa al Klondike asiatico c’è qualcuno che non si è fatto scoraggiare da guerre, occupazioni, diritti umani violati. Mentre la presa di potere dei taleban ha scoraggiato la maggior parte degli investitori, la Cina sembra più che predisposta a fare affari con la nuova Kabul: a poche ore dalla presa del palazzo presidenziale, la seconda economia mondiale si è detta pronta ad avere relazioni «amichevoli e cooperative» e già a luglio il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva incontrato il leader taleban Baradar, forse ricordando a quelli che sarebbero stati i nuovi padroni del Paese quel contratto che detiene dal 2007 per sfruttare il gigantesco giacimento di rame di Mes Aynak, un progetto che secondo il giornale statale cinese Global Times, «potrebbe partire dopo che la situazione si sarà stabilizzata». Peccato che il Mes Aynak, oltre a essere il secondo giacimento di rame al mondo, sia soprattutto un immenso sito archeologico, con centinaia di templi buddhisti posati su civiltà risalenti a 5 mila anni fa. Ma gli affari sono affari e alla Cina l’Afghanistan interessa «sopra» e «sotto»: sopra, per la sua posizione strategica sul corridoio sino-pachistano della Nuova Via della seta; sotto, per le sue ricchezze minerarie. I giacimenti cinesi soddisfano il 70% del fabbisogno mondiale di terre rare, l’Europa dipende da Pechino per il 98%, ma la domanda globale non fa che aumentare. Se la Cina mettesse le mani sul tesoro dei taleban il peso economico e geopolitico di Pechino non avrebbe più confini.

Lingotti, titoli di Stato e gioielli. Il tesoro afghano bloccato all’estero. Ettore Livini su La Repubblica il 19 agosto 2021. La battaglia militare, diplomatica e politica sul terreno è stata persa in meno di una settimana. E ora l’Occidente prova a frenare la presa dei talebani sull’Afghanistan con l’arma che (in fondo) sa usare meglio: il denaro. I nuovi padroni di Kabul hanno preso il controllo fisico del Paese in pochi giorni. Ma faticheranno molto di più – così si augurano Stati Uniti ed Europa – a mettere le mani sulle sue ricchezze finanziarie: lingotti d’oro, riserve in valuta straniera, titoli di stato americani e i 21 mila gioielli degli Ori di Bactrian che valgono in tutto qualcosa come 9,5 miliardi di dollari (metà del Pil annuo nazionale) ma che sono quasi tutti custoditi all’estero e in gran parte già “congelati”. «Il regime talebano è sotto sanzioni – ha twittato Ajmal Ahmady, il governatore della Da Afghanistan Bank (Dab), la Banca centrale che custodiva questo patrimonio, fuggito dalla capitale nei giorni scorsi – e penso che riuscirà ad accedere al massimo allo 0,1%-0,2% delle riserve». Il governo provvisorio, appena entrato a Kabul, ha iniziato subito la caccia a questo tesoretto che basterebbe da solo - secondo la Banca mondiale – a pagare tutte le importazioni di cui l’Afghanistan ha bisogno per 15 mesi. Le milizie hanno preso il controllo immediato degli edifici del ministero dell’economia, dei caveau della Dab e del Palazzo presidenziale. Dentro però, è il parere di Ahmady, hanno trovato poco: le 22 tonnellate di riserve auree nazionali (valore 1,3 miliardi di dollari) sono sotto chiave nelle casseforti della Federal Reserve di New York. Nel bilancio della Banca centrale c’erano anche 6,1 miliardi di investimenti, in gran parte in titoli di stato Usa. Quasi tutta questa somma però è depositata presso banche a stelle e strisce con una quota residuale sui conti correnti della Banca dei Regolamenti internazionali in Svizzera e della Banca per la cooperazione, il commercio e lo sviluppo turco. E la Casa Bianca, secondo il Washington Post, avrebbe già disposto il sequestro di tutti i beni custoditi negli Stati Uniti. I talebani dovrebbero invece essere riusciti a recuperare circa 372 milioni di dollari in valuta straniera parcheggiati nelle varie sedi della Dab nel Paese, la liquidità che garantiva il funzionamento dell’economia e del commercio nazionale. Nei sotterranei del palazzo presidenziale fino a poche settimane fa erano custoditi anche 160 milioni di dollari in lingotti d’oro e monete d’argento. Ma non è chiaro se e quanto di questa fortuna sia stato messo al sicuro dall’ex presidente Ashraf Ghani, che ha smentito le voci secondo cui sarebbe fuggito negli Emirati portando con sé decine di milioni di dollari. Nessuno invece sa che fine abbia fatto il tesoro di Bactrian già sfuggito in modo rocambolesco ai talebani alla fine degli anni ’90. All’epoca i custodi di questi incredibili manufatti trovati nelle tombe dei nomadi Kushan vicino alla capitale dell’antico regno greco-battriano erano riusciti a nasconderli nelle cantine del palazzo presidenziale, in un caveau che si apriva solo con cinque chiavi differenti conservate da cinque persone diverse. E i 21 mila oggetti erano stati recuperati nel 2003 quando ormai erano dati per dispersi. Non è chiaro se anche questa volta sono stati messi in sicurezza o sono già finiti in mano ai talebani. La diplomazia occidentale, oltre a congelare i beni afghani all’estero, sta già provvedendo a bloccare gli aiuti al Paese. Qualcosa come quattro miliardi all’anno che garantiscono il 22% del prodotto interno lordo e il 75% delle spese pubbliche. Il 23 agosto il Fondo Monetario internazionale avrebbe dovuto girare a Kabul un assegno di 445 milioni come distribuzione dei diritti di riscatto tra i soci. I vertici dell’Fmi hanno però sospeso il pagamento «alla luce della mancata chiarezza sul riconoscimento del governo provvisorio da parte della comunità internazionale». La strategia dell’isolamento finanziario, insomma, è cominciata. Se funzionerà però è tutto da vedere. «Il conto lo pagheranno soprattutto i più poveri che vedranno schizzare in su i prezzi e non avranno accesso ai loro soldi in banca», ha “cinguettato” amaro Ahmady. In soccorso del nuovo governo di Kabul potrebbero arrivare la Russia o la Cina, per interessi geopolitici ma anche per mettere le mani sulle grandi riserve minerarie (in particolare di litio) dell’Afghanistan. I talebani, che da tempo si autofinanziano con le tasse sulla coltivazione di oppio e il contrabbando non solo di narcotici ma soprattutto di carburante e beni di consumo, controllano ora tutte le vie di comunicazione chiave con l’estero. Colli di bottiglia dove chi esercita il potere raccoglie imposte (quasi sempre illegali) per svariate centinaia di milioni su tutto quello che transita. E con questo tesoretto la “resistenza economica” all’embargo straniero potrebbe durare anni.

Ettore Livini per “la Repubblica” il 20 agosto 2021. La battaglia militare, diplomatica e politica sul terreno è stata persa in meno di una settimana. E ora l'Occidente prova a frenare la presa dei talebani sull'Afghanistan con l'arma che (in fondo) sa usare meglio: il denaro. I nuovi padroni di Kabul hanno preso il controllo fisico del Paese in pochi giorni. Ma faticheranno molto di più - così si augurano Stati Uniti ed Europa - a mettere le mani sulle sue ricchezze finanziarie: lingotti d'oro, riserve in valuta straniera, titoli di stato americani e i 21 mila gioielli degli Ori di Bactrian che valgono in tutto qualcosa come 9,5 miliardi di dollari (metà del Pil annuo nazionale) ma che sono quasi tutti custoditi all'estero e in gran parte già "congelati". «Il regime talebano è sotto sanzioni - ha twittato Ajmal Ahmady, il governatore della Da Afghanistan Bank (Dab), la Banca centrale che custodiva questo patrimonio, fuggito dalla capitale nei giorni scorsi - e penso che riuscirà ad accedere al massimo allo 0,1%-0,2% delle riserve». Il governo provvisorio, appena entrato a Kabul, ha iniziato subito la caccia a questo tesoretto che basterebbe da solo - secondo la Banca mondiale - a pagare tutte le importazioni di cui l'Afghanistan ha bisogno per 15 mesi. Le milizie hanno preso il controllo immediato degli edifici del ministero dell'economia, dei caveau della Dab e del Palazzo presidenziale. Dentro però, è il parere di Ahmady, hanno trovato poco: le 22 tonnellate di riserve auree nazionali (valore 1,3 miliardi di dollari) sono so