Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

L’ACCOGLIENZA

 

TERZA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Muri.

Schengen e Frontex. L’Abbattimento ed il Controllo dei Muri.

Gli stranieri ci rubano il lavoro?

Quei razzisti come…

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i lussemburghesi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i bulgari.

Quei razzisti come gli inglesi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli etiopi.

Quei razzisti come i liberiani.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i Burkinabè.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come i sudsudanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli emiratini.

Quei razzisti come i dubaiani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come gli yemeniti.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come gli azeri.

Quei razzisti come i russi.

 

INDICE TERZA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

La Storia.

L’11 settembre 2001.

Il Complotto.

Le Vittime.

Il Ricordo.

La Cronaca di un’Infamia.

Il Ritiro della Vergogna.

La presa del Potere dei Talebani.

Media e regime.

Il fardello della vergogna.

Un esercito venduto.

Il costo della democrazia esportata.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

Fuga da Kabul. Il Rimpatrio degli stranieri.

L’Economia afgana.

Il Governo Talebano.

Chi sono i talebani.

Chi comanda tra i Talebani.

La Legge Talebana.

La Religione Talebana.

La ricchezza talebana.

Gli amici dei Talebani.

Gli Anti Talebani.

La censura politicamente corretta.

I bambini Afgani.

Gli Lgbtq afghani.

Le donne afgane.

I Terroristi afgani.

I Profughi afgani.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i giapponesi.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come gli australiani. 

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i brasiliani. 

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Olocausto dimenticato. La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Gli olocausti comunisti.

E allora le foibe?

Il Genocidio degli armeni.

Il Genocidio degli Uiguri.

La Shoah dei Rom.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Chi comanda sul mare.

L’Esercito d’Invasione.

La Genesi di un'invasione.

Quelli che …lo Ius Soli.

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Due “Porti”, due Misure.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Tunisia?

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

TERZA PARTE

 

·        Quei razzisti come gli Afghani.

La Storia.

Dieci libri per capire l'indomabile Afghanistan. Stenio Solinas il 5 Settembre 2021 su Il Giornale. Il territorio impervio, la politica, le guerre, l'arte sublime: ecco gli scrittori da leggere o rileggere, da Hopkirk a oggi. L'Eldorado di tutte le avventure, il crocevia delle spezie e dei tormenti, lo zenith e il nadir della natura e della cultura, i paesaggi primordiali, le nevi eterne, le carovane dei cammelli, le statue giganti, i monili perfetti, le cupole intarsiate. Foto di vecchi fieri e giovani insolenti, corse di cavalli, combattimenti di uccelli, fiorire di rose, solitudini di tende, convivialità di sale da tè, di narghilè, di pane semplice, di latte cagliato... L'Afghanistan come miraggio, l'Afghanistan come ricordo, l'Afghanistan come rimorso. Vent'anni fa, una mostra del Musée Guimet di Parigi, Afghanistan. Une histoire millénaire, raccontava una successione straordinaria di forme d'arte per quello che fu l'Estremo Oriente dei tempi di Alessandro il Grande, la terra di confine per i pellegrini cinesi della dinastia Tang, la via (...) (...) della Seta e il «regno dell'insolenza» dell'età di Tamerlano, il luogo strategico del «grande gioco» anglo-russo fra XVIII e XIX secolo. Nella copertina del catalogo faceva bella mostra di sé il Génie aux fleurs, la bellissima divinità dai tratti ellenici di Hadda, IV secolo. Hadda è a 12 chilometri da Jalalabad e provenivano da qui le circa 15mila statue in stucco e argilla conservate nei suoi siti buddisti: e mai nell'Asia centrale era dato ritrovare una tale maestria tecnica e una conoscenza così grande del mondo greco-romano. Monaci, soldati, demoni, volti di asceti, risultato di centri di civiltà ellenica nella regione più che della diaspora greco-bactriana dell'Hindokush a seguito dell'invasione dei nomadi dall'Asia centrale. Hindokush, secondo quanto racconta Ibn Battuta, il Marco Polo arabo, voleva dire «che uccide gli hindou» e per lui l'Afghanistan era quel blocco di montagne dove il Profeta si arrestò, al confine con l'India. Sui contrafforti dell'Himalaya, fra Afghanistan e Pakistan, c'era il Kafiristan, il Paese dei pagani non convertiti all'islam, grandi, biondi, bevitori di vino. Alla fine del XIX secolo diverrà il Nuristan, il Paese della luce, e sarà islamizzato: i templi distrutti, le statue in legno razziate. Nel suo L'uomo che volle farsi re, Kipling lo descrive come il luogo «dove le strade non sono più larghe del dorso di una mano» e dà ai kafiri un'origine greca. Come per tutti gli inglesi, anche per Kipling quella per l'Afghanistan fu una fascinazione piena di sensi di colpa e soprassalti di simpatetico orgoglio. Nei coevi romanzi di Sherlock Holmes c'è sempre qualche reduce di quei conflitti, compreso il Dottor Watson che ne porta ancora sul corpo le cicatrici. In Kim, appunto di Kipling, l'Afghanistan è uno dei teatri del «Grande Gioco» dove gli inglesi sono chiamati a recitare una parte da protagonista. La posta in palio è sì politico-diplomatica, il controllo dell'Asia centrale, ma ciò che la contraddistingue e, due secoli dopo, la rende ancora affascinante, è l'incredibile qualità e quantità d'impegno, di coraggio, di spregiudicatezza, di costanza e di dolore da quei giocatori profusa. Chi ne ha dato la migliore rappresentazione è ancora un inglese, Peter Hopkirk, nel suo Il Grande Gioco (Adelphi). Data l'immensità dello scacchiere in cui si svolse, la definizione data da un ministro zarista dell'epoca di «un torneo di ombre», non suona stonata. Come ombre, infatti, gli uomini che vi presero parte, ufficiali, commercianti, esploratori, dilettanti di razza, semplici avventurieri, apparivano e scomparivano nei luoghi più impensati, erano dati per morti quando erano ancora vivi, si credeva che sarebbero tornati quando già le loro ossa imbiancavano lungo un sentiero o sotto un costone roccioso. Ma mentre di esse continua a proiettarsi la figura, è la luce su quello scacchiere proiettata, a essersi spenta. Come notò nel suo libro Hopkirk, nulla di quel disegno politico, costruito e perseguito per più di mezzo secolo, è rimasto in piedi. Archiviato per primo l'impero britannico, la disintegrazione post-Ottantanove in Asia della supremazia di Mosca ha portato alla nascita di otto Paesi con relative guerre che hanno sconvolto la regione. «L'Asia centrale è tornata a essere terreno di lotta nel grande calderone della storia». C'è un nuovo «Grande gioco» ha scritto Hopkirk, nel quale «è impossibile indovinare quale delle potenze e fazioni rivali si aggiudicherà la posta economica in palio». Stati Uniti, Russia, Cina e poi India, Turchia, Iran e Pakistan hanno preso il posto dei due contendenti di un tempo. Per un breve momento, la prima metà all'incirca del Novecento, quell'interesse geopolitico sembrò potersi tramutare in passione artistica. Pochi libri hanno colpito l'immaginazione come La via per l'Oxiana, di Robert Byron, e pochi lamenti funebri per la scomparsa di un mondo equivalgono quello di Bruce Chatwin, Lamento per l'Afghanistan, appunto, scritto all'indomani dell'invasione sovietica del 1979: «Non torneranno in vita le cose che abbiamo amato. Le immense giornate limpide e le azzurre calotte di ghiaccio sui monti; i campi di asfodeli che venivano dopo quelli dei tulipani, o le pecore dalla grossa coda che chiazzavano le colline sopra Chageran... Non ci sdraieremo più davanti al Castello rosso a guardare gli avvoltoi roteanti sopra la valle in cui fu ucciso il nipote di Genghiz... Non saliremo sulla testa del Buddha di Bamian, diritto nella sua nicchia come una balena in un bacino di carenaggio. Non dormiremo nelle tende dei nomadi, né daremo la scalata al minareto di Jam». Ancora sul finire degli anni Sessanta l'Afghanistan significava raffinato splendore, nobile povertà, rose e fucili, camion e bazar, campagne di scavi e ottusità militare, ricerca del passato in luoghi dove il tempo sembrava essersi cristallizzato. Che cosa fosse andare in Afghanistan allora lo ha ben spiegato un archeologo italiano, Maurizio Tosi, a Nicholas Shakespeare, scrittore di talento nonché autore dell'unica biografia autorizzata di Bruce Chatwin: «Te ne stai in un paesaggio arido guardando una carovana nomade di cavalli e cammelli in marcia con greggi e mercanzie e dietro si innalzano le più meravigliose rovine di splendidi edifici eretti da re che governavano contadini e artigiani in grandi città». Tosi è l'archeologo cui l'inglese Peter Levi ha dedicato Il giardino luminoso del re angelo (Einaudi). Di origine turco-ebraica, Levi andò in Afghanistan sulle orme di Alessandro Magno, e già questo la dice lunga sul personaggio e il perché di quel viaggio. Scrive Tosi che «cercare i greci in Afghanistan nella mente di un giovane don di Oxford, ebreo, cattolico e inglese, aveva un doppio effetto catalizzatore e il senso di un'esperienza iniziatica che da sempre i poeti d'Oriente e d'Europa hanno attribuito all'avventura di Alessandro». Il titolo del volume deriva dal mausoleo di Babur, a Kabul. È un giardino che domina il fiume: costruito in marmo di Kandahar, l'iscrizione che ne dominava l'ingresso diceva: «Solo una moschea di straordinaria bellezza, un tempio di sublime nobiltà, costruito per la preghiera dei santi e l'epifania dei cherubini, era degno di sorgere in questo giardino luminoso del re angelo prediletto da dio». È un bel titolo, degno di un poeta, più che di uno studioso. Alla fine degli anni Novanta, ancora un inglese, Jason Elliot, con il suo Una luce inattesa. Viaggio in Afghanistan (Neri Pozza) riuscì a dare conto di una fascinazione ancora non spenta e lo fece in un momento particolare e surreale, quello di un Paese bombardato e liberato di cui l'Occidente non sapeva bene che fare, un regno del male bonificato senza che per questo il male fosse stato estirpato, una sorta di protettorato militare di cui si ignorava la durata. Eppure, pochi resoconti di viaggio hanno la freschezza e la grazia di questa peregrinazione dove l'imprudenza si tinge di impudenza, la voglia di capire non si trasforma in ansia di giudicare, l'ammirazione non cede all'imitazione. Elliot andò in Afghanistan a diciott'anni, ai tempi dell'invasione sovietica, quando i mujaheddin erano per l'Occidente l'icona del patriota in armi. Ci ritornò dieci anni dopo, quando molti di essi si chiamavano taliban e si apprestavano a divenire il bersaglio dell'esecrazione internazionale. Non si trattava di alieni, non venivano da Marte... Senza saperlo, Elliot si muoveva sulle tracce del presente in luoghi che non lasciavano intravvedere il futuro e il contrasto fra una quotidianità orgogliosamente perseguita e un domani capricciosamente negato colora Una luce inattesa della tinta struggente di una disillusa speranza. Comunque la si voglia girare, la militarizzazione occidentale dell'Afghanistan si è sempre rivelata fallimentare. Lo ha spiegato molto bene William Dalrymple, nel suo Il ritorno di un re (Adelphi), dove sono messi molto bene in evidenza i parallelismi delle due successive disastrose intromissioni occidentali fra XIX e XX secolo: «Centosettant'anni dopo, le stesse rivalità tribali, le stesse battaglie negli stessi luoghi all'ombra di nuove bandiere, nuove ideologie e nuovi burattini. Le stesse città erano presidiate da truppe straniere che parlavano la stessa lingua e subivano attacchi dalle stesse colline circostanti e dagli stessi passi. In entrambi i casi, gli invasori pensavano di venire, cambiare il regime e andarsene in un paio d'anni. In entrambi i casi invece non sono riusciti a evitare di restare invischiati in un conflitto assai più ampio». C'è però nel libro di Dalrymple un altro elemento non secondario, ovvero il ribaltamento dell'orientalismo di natura occidentale consistente nel raccontare con fonti proprie terre e costumi altrui. Sono le fonti afghane coeve che Dalrymple recupera... Così, come in un gioco di specchi, gli occidentali sono visti dagli altri e non secondo l'immagine spesso oleografica con cui hanno raccontato sé stessi. Le truppe inglesi si distinguono per crudeltà e lussuria, i romantici avventurieri cedono il passo a diabolici trafficoni, il «fronte interno» della resistenza afghana, descritto dalla memorialistica inglese come un insieme di traditori barbuti e fanatici, cede il passo a esseri umani dotati di una «loro sfera emotiva di opinioni, di motivazioni personali» che permette di capire «come mai molti di essi scelsero di rischiare la vita e imbracciare le armi contro le forze a prima vista invincibili della Compagnia delle Indie». Un'antica leggenda afghana dice che «quando Allah ebbe fatto il resto del mondo vide che gli era rimasta una quantità di materiale di scarto, che non si adattava a nessun posto. Raccolse tutti questi residui e li gettò sulla terra. E quello fu l'Afghanistan». Come si vede il senso di precarietà e di estraneità è qualcosa di insito nell'animo di questo popolo. Se dovessimo alla fine consigliare un saggio non di ciò che è stato, ma dell'incredibile quanto inestricabile groviglio di contraddizioni che lo rappresenta, sceglieremmo Descent into Chaos di Ahmed Rashid, uscito una dozzina d'anni fa e pubblicato in Italia col titolo Caos Asia (Feltrinelli). Rashid predisse allora quello che oggi è sotto i nostri occhi. Si è sbagliato, scrisse, sin dall'inizio, a partire dalla cosiddetta «guerra al terrorismo», uno slogan retorico e generico, dello stesso tenore della guerra alla droga, al cancro, alla povertà. «Non ci può essere una guerra contro il terrorismo, perché questi non può essere una parte in causa di un conflitto. Inoltre, non esisteva una definizione internazionalmente accettata del termine, dato il cliché che ciò che è terrorista per qualcuno è per qualcun altro un combattente per la libertà»...Stenio Solinas

C’era una volta un re (afghano). Pietrangelo Buttafuoco su Il Quotidiano del Sud il 25 agosto 2021. C’era una volta un Re, e non uno di quelli da burletta, ma un sovrano residente nel quartiere Olgiata, a Roma. Un monarca cortesissimo con chiunque gli venisse incontro lungo il marciapiede – ogni passante, e così i vigili urbani in servizio – di tanto in tanto rapito dai cirri in cielo come a interrogare le traiettorie degli uccelli e così da loro decifrare i dispacci segreti inviati a lui dai cieli d’Afghanistan. Era Mohammad Zahir Shah, spodestato dai sovietici e tornato a Kabul nel 2002, richiesto dalla Loy Jirga – l’assemblea del popolo – affinché tornasse sul Trono. Ma gli americani dissero no. E così fu che senza quel Re non ci fu più Afghanistan.

Che storia ha l’Afghanistan. È molto travagliata, ha riguardato grandi imperi ed è piena di invasioni straniere, ben prima di quella degli Stati Uniti. Il Post.it il 29 agosto 2021. Dopo la conquista di Kabul da parte dei talebani, due settimane fa, molti giornali hanno recuperato un vecchio e notissimo cliché sull’Afghanistan. Il paese, secondo una definizione che ha origini contestate, sarebbe “la tomba degli imperi”, sia perché in molti hanno provato a conquistarlo senza riuscirci, sia perché, come nel caso dell’Unione Sovietica, invadere l’Afghanistan fu l’ultimo atto prima del crollo definitivo. In realtà, l’Afghanistan ha conosciuto diverse invasioni straniere di discreto successo, e la sua fama – dovuta a molte condizioni, tra cui le asperità del terreno e del clima – si può dire guadagnata soltanto a partire dal Diciannovesimo secolo. Soprattutto, la storia del paese è molto più profonda, e le sue relazioni con le grandi potenze degli ultimi secoli hanno un’enorme complessità. La storia anche remota dell’Afghanistan ha contribuito a generare molti problemi che si trascinano ancora oggi, e che in parte hanno influenzato la situazione degli ultimi anni.

Le origini. L’Afghanistan era noto con questo nome (che significa “terra degli afgani”) già nel Settecento, all’epoca della dominazione della dinastia Durrani, il cui capostipite Ahmad Shah Durran-i-Durrani è considerato il padre del moderno Afghanistan. Nonostante in antichità questa parte di territorio nel mezzo dell’Asia Centrale fosse considerata impossibile da conquistare, in realtà è stata attraversata e spesso conquistata da diversi imperi, tra cui quello di Alessandro Magno – fondatore di Herat, oggi terza città più grande del paese – e quello mongolo, che nel 1221 invase l’Afghanistan distruggendo le coltivazioni e rendendolo un territorio prevalentemente deserto.

Come ha scritto lo storico militare Stephen Tanner nel suo libro Afghanistan: A Military History from Alexander the Great to the War against the Taliban, l’invasione mongola ha inciso moltissimo sui caratteri dell’Afghanistan nei secoli a venire: Il fatto che l’Afghanistan sia considerato oggi non un paese fragile, ma duro e ostile – pronto alla guerra, piuttosto che disposto alla resistenza passiva – dipende dalla pressoché totale distruzione dell’elemento sedentario della sua popolazione proprio in quest’epoca. Città e fattorie, che basavano la propria vita su tecniche di coltivazione vecchie di secoli, si trovarono indifese sul cammino delle orde mongole, mentre una larga parte delle popolazioni nomadi fu in grado di eludere il loro attacco. Già all’epoca, e anche nei secoli precedenti, queste terre erano abitate da una grande varietà di popoli con culture e lingue molto differenti. Semplificando all’estremo, oggi si distinguono tre grandi gruppi: i pashtun, che vivono prevalentemente lungo il confine pachistano (in larga parte, i talebani fanno parte di questa etnia); gli hazari, musulmani sciiti; e i gruppi etnici dell’Asia Centrale (turcomanni, tagiki e uzbeki). Anche se costituito da territori aspri e desertici, l’Afghanistan è sempre stato suo malgrado l’obiettivo dell’espansionismo di imperi vicini e lontani, principalmente per la sua posizione strategica. Incuneato tra il subcontinente indiano, la Cina, l’ex impero zarista e l’Iran, l’Afghanistan era un passaggio obbligato verso tutte queste zone del mondo, e infatti nel corso dei secoli è stato attraversato da importanti strade carovaniere della zona, fonti di grossi guadagni al tempo in cui non c’erano le varie compagnie europee delle Indie (fondate nel Seicento) e le vie commerciali transoceaniche non erano ancora sviluppate. Tuttavia, gli eventi storici che più hanno contribuito a portare il paese a dove si trova oggi sono accaduti negli ultimi due secoli, a partire dalla disputa nota come The Great Game, il “grande gioco” tra Russia e Regno Unito. Si ritiene che il nome sia dovuto a una corrispondenza del 1840 tra l’ufficiale Henry Rawlinson e un maggiore appena nominato rappresentante politico a Kandahar, in cui il primo disse al secondo di trovarsi di fronte a «un grande e nobile gioco», riferendosi alla sua missione. Il termine è stato poi reso popolare dallo scrittore Rudyard Kipling nel suo romanzo Kim.

L’Ottocento. All’inizio dell’Ottocento erano almeno tre le potenze che avevano interessi nell’Asia Centrale: l’impero britannico, che stava consolidando il proprio dominio nella vicina India, la Francia di Napoleone e la Russia zarista. Dopo l’uscita di scena di Napoleone, nel 1815, rimasero russi e inglesi a contendersi il territorio: i primi puntavano a espandersi verso Kabul, i secondi temevano un’avanzata russa verso i propri possedimenti a sud, nella valle dell’Indo, e si erano alleati con i sikh, storici e odiati rivali degli afgani. All’epoca il dominio sul paese era conteso tra l’emiro Dost Mohammed e Shah Shujah Durrani, uno degli ultimi membri della famiglia ormai decaduta del fondatore dell’Afghanistan moderno, sostenuto dal Regno Unito ma in gran parte privo di controllo sul territorio. Shah Sujah nel 1838 firmò a Lahore un trattato assieme a inglesi e ai loro alleati sikh che avrebbe cambiato in maniera profonda la storia dell’Afghanistan. In cambio della protezione di inglesi e sikh, infatti, Shah Sujah cedette di fatto la ricca e fertile valle di Peshawar, che nel tempo entrò a far parte dell’Impero britannico e poi del moderno Pakistan. Fu il primo embrione della divisione del popolo di etnia pashtun, che abitava nella zona e nelle valli vicine e si trovò diviso tra due imperi e poi due paesi differenti. Ancora oggi questa divisione è al centro del rapporto al tempo stesso conflittuale e simbiotico che permane tra Afghanistan e Pakistan.

Nel suo libro Le guerre afgane, lo storico Gastone Breccia scrive: Molti guai di oggi – la divisione dell’etnia pashtun tra Pakistan e Afghanistan, l’ingovernabilità delle aree tribali tra i due paesi, l’intolleranza religiosa dei musulmani della zona – hanno la loro origine negli accordi di Lahore del 1838, sottoscritti da un sovrano ancora senza terra e senza prestigio a esclusivo vantaggio di due potenze straniere, che non sarebbero mai state davvero amiche dell’Afghanistan e della sua gente. Nel dicembre del 1838, 10mila soldati inglesi entrarono in Afghanistan formalmente per aiutare Shah Shujah a liberare la città di Herat, in quel momento assediata dai persiani (alleati della Russia). Nel giro di poco tempo però i persiani si ritirarono, e l’invasione inglese si trasformò in una mera operazione militare per includere l’Afghanistan nella sfera d’influenza dell’Impero, nota come Prima guerra anglo-afgana. Inizialmente l’operazione ebbe successo: Shah Sujah fu insediato a capo dell’Afghanistan. Ma nel giro di poco tempo gli inglesi incontrarono enormi resistenze da parte dei gruppi armati locali sostenitori di Dost Mohammed. La dinamica della campagna britannica e della reazione afgana secondo Breccia è per certi versi paragonabile alla situazione del 2001. Come gli Stati Uniti, anche gli inglesi raggiunsero il loro obiettivo iniziale, ma si trovarono di fronte al problema di come mantenere il controllo della situazione. In una lettera che Breccia cita nel suo libro, l’ufficiale Henry Rawlinson – quello che parlava del “grande e nobile gioco” – prospettò alcune alternative simili a quelle che probabilmente si sono trovati davanti gli strateghi americani un secolo e mezzo dopo: «I mullah stanno predicando contro di noi da un capo all’altro della regione» scrisse Rawlinson. «Vi sono soltanto tre linee d’azione che possiamo seguire di qui in avanti: possiamo abbandonare il paese, e sperare di mantenere Shah Shujah sul trono grazie alla nostra influenza politica […]; in alternativa, faremmo bene a mettere a ferro e fuoco alcuni dei distretti dove si annidano gli insorti […]; la terza possibilità, infine, è quella di tentare di mantenere il controllo militare del paese, ma pagando un prezzo immenso in denaro e sangue, e rinunciando in partenza alla prospettiva di poter stabilire un limite di tempo sicuro per questa emorragia inflitta al nostro tesoro indiano. In ogni caso, gli inglesi non dovettero decidere perché nel giro di un paio d’anni le rivolte ebbero la meglio e l’esercito inglese – l’Armata dell’Indo – venne costretto alla ritirata in maniera piuttosto disonorevole. Lo Shah Shujah venne assassinato nell’aprile 1842 e Dost Mohammed si insediò a capo del paese. Nonostante l’esito disastroso della Prima guerra anglo-afgana, tra il 1878 e il 1880 se ne combatté una seconda, in una rinnovata fase del Great Game tra Russia e impero britannico. Il secondo conflitto andò un po’ meglio per i britannici, che ottennero una certa influenza sul governo afghano. Poco dopo la fine della guerra, nel 1893, il diplomatico britannico Mortimer Durand negoziò con l’emiro afghano Abdur Rahman Khan i limiti delle rispettive sfere di influenza. Il risultato fu la cosiddetta linea Durand, lunga 2.670 chilometri, che ancora oggi definisce il confine tra Afghanistan e Pakistan, e che con il tempo sancì definitivamente la divisione della popolazione pashtun. Nella Terza guerra anglo-afgana, anche nota come Guerra di indipendenza e combattuta nel 1919, gli afgani riuscirono infine a guadagnare autonomia sui britannici. Dopo questa guerra, il Regno Unito riconobbe l’Afghanistan come stato indipendente.

Il Novecento. Durante la Seconda guerra mondiale il paese rimase neutrale. Dopo il 1945, con la rapida dissoluzione dell’impero coloniale britannico, il governo di Kabul e l’emiro Mohammad Zahir Shah tentarono di superare la linea Durand per far nascere un Pashtunistan, uno stato pashtun, e risolvere così le annose dispute territoriali e religiose con il Punjab pakistano, ma l’operazione non ebbe successo. Negli anni Cinquanta si cominciò a formare un nuovo Great Game, in parallelo alla Guerra Fredda. Al posto della Russia degli zar c’era quella sovietica, al posto del Regno Unito gli Stati Uniti. Nel 1953 divenne primo ministro Mohammad Daoud, cugino dell’emiro, che cercò di avvicinarsi agli americani, data la storica diffidenza nei confronti dei russi. Le missioni diplomatiche andarono però piuttosto male e l’Afghanistan cominciò ad avvicinarsi sempre di più all’orbita sovietica: il primo viaggio all’estero di Nikita Krusciov, successore di Stalin, fu proprio in Afghanistan. Nel 1973 Daoud organizzò un colpo di stato, abolì la monarchia e dichiarò l’Afghanistan una repubblica: per farlo, si servì dell’appoggio di un partito comunista afgano clandestino (PDPA, Partito democratico del popolo afgano) costituito pochi anni prima con l’aiuto dei sovietici, che ben presto se ne servirono per preparare il terreno per una futura egemonia. Il 17 aprile 1978 uno dei fondatori del PDPA, Mir Akbar Khyber, venne assassinato in circostanze oscure, e i suoi funerali si trasformarono in una grossa manifestazione antigovernativa. Daoud tentò di arrestare i dirigenti del partito, ma si mosse troppo tardi e il 27 aprile ci fu un nuovo colpo di stato: l’Afghanistan era diventato una repubblica socialista, con a capo (in un governo inizialmente collegiale, poi autocratico) Hafizullah Amin, di professione insegnante. A prima vista poteva sembrare una notizia positiva per i sovietici, ma presto si capì che i comunisti afgani erano incontrollabili. Nel corso dei venti mesi in cui il PDPA e Amin governarono l’Afghanistan, si calcola che più di 20 mila persone siano state uccise. Moltissime appartenevano allo stesso partito, sottoposto da Amin e dai suoi colleghi a feroci e periodiche purghe. A chi gli consigliava un approccio graduale, Amin mostrava il ritratto di Stalin che teneva in un ufficio e ricordava che l’unico modo di modernizzare un paese arretrato era usare la stessa ferocia applicata dal dittatore sovietico. Questi metodi provocarono forti e brutali insurrezioni nel paese, con gruppi armati di mujaheddin (così venivano e vengono ancora oggi chiamati i guerriglieri nel paese) sostenuti dal Pakistan che ben presto cominciarono a conquistare ampie zone rurali, e perfino minacciare grandi città come Herat. All’inizio l’Unione Sovietica tentò di restare fuori da quello che accadeva nel paese, ma poi dovette cedere. Lo storico e diplomatico britannico Rodric Braithwaite ha raccontato nel suo libro Afgantsy che ciò che fece scattare i sovietici fu l’assassinio da parte di Amin del presidente afgano, Nur Muhammad Taraki, il leader locale più vicino a Mosca. A quel punto i sovietici capirono di aver perso il controllo: il paese era diviso tra Amin, un dittatore sanguinario che non rispondeva agli ordini di Mosca, e la guerriglia anticomunista. Il 25 dicembre 1979 – la data con cui tradizionalmente si fa coincidere l’inizio dell’invasione – arrivarono a Bargram, poco lontano da Kabul, enormi aerei da trasporto sovietici carichi di soldati. I vertici sovietici avevano in mente due obiettivi: una rapida operazione di contro-insurrezione contro la guerriglia e un’altrettanto rapida sostituzione di Amin, possibilmente con meno vittime possibili. Il 28 dicembre i sovietici riuscirono ad avere la meglio su Amin, dopo una lunga battaglia attorno al palazzo presidenziale, e a nominare un sostituto, Babrak Karmal, il quale annunciò via radio che la “macchina della tortura di Amin” era stata distrutta e che il paese si avviava verso una nuova epoca di pace e prosperità. Ma l’altro obiettivo, quello di sconfiggere la guerriglia, si rivelò impossibile da realizzare. Iniziò una lunga occupazione, in cui i sovietici rimasero impelagati per dieci anni senza riuscire a domare le insurrezioni e la resistenza dei mujaheddin, che a un certo punto furono sostenuti anche dagli Stati Uniti. Tra tutti gli avvenimenti recenti e meno recenti della storia afgana, l’invasione sovietica è probabilmente quello che più di tutti ha contribuito a radicalizzare la politica del paese e impoverire la società afgana. Le truppe sovietiche si ritirarono nel 1989 e lasciarono un Afghanistan lacerato dai conflitti interni alle stesse fazioni che avevano combattuto contro di loro, e iniziò una sanguinosa guerra civile. Nel 1994 il mullah Omar, che aveva combattuto tra i mujaheddin, formò il gruppo islamista radicale dei talebani che nel 1996 prese il potere e che ospitò in Afghanistan le basi dell’organizzazione terroristica al Qaida. Nel 2001 il leader di al Qaida, Osama bin Laden, organizzò l’attentato terroristico contro le Torri Gemelle di New York e contro l’edificio del Pentagono a Washington. In risposta, gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan. 

 A Kabul la sera andavamo all'Atmosphere. di Giuliano Battiston su La Repubblica il 31 agosto 2021. Cucina francese, superalcolici e wifi: gli expat occidentali raccontano le notti in cui si illudevano che la capitale afghana fosse una città normale. Una stagione finita ben prima del ritorno dei talebani. In Afghanistan Bruce Chatwin inseguiva i kafir, la misteriosa popolazione del Kafiristan, la terra degli “infedeli” che per ultima si convertì all’Islam diventando Nuristan, la terra della luce. Gli expat cercavano invece i cocktail dell’Atmò, il più famoso locale per stranieri di Kabul. Il 15 agosto 2021 la capitale è finita nelle mani dei talebani, dopo una rapidissima offensiva militare che ha messo fine alla Repubblica islamica d’Afghanistan, nata nel 2001 dopo il rovesciamento dell’Emirato.

Andrea Nicastro per il “Corriere della Sera” il 25 agosto 2021. L'Afghanistan ha meno di 300 anni e non ha avuto un Garibaldi o un Dante ad unirlo. Piuttosto è il prodotto dello spazio vuoto tra pieni altrui. Fino a che deve difendersi da un'aggressione esterna ha dimostrato efficienza: il soprannome di tomba degli imperi, non si guadagna per caso. Nei venti anni di occupazione terminati il 15 agosto, l'Occidente ha cambiato la Costituzione, centralizzato l'amministrazione, introdotto l'idea di una testa un voto. Ma tutto questo è svanito davanti a dei guerrieri barbuti arrivati nella capitale in motocicletta senza una fucilata dai «nuovi afghani democratici». Prima di noi i sovietici non si erano comportati molto diversamente (eccetto per il dettaglio del voto). Anche loro avevano cambiato la Costituzione, abolito la monarchia, centralizzato lo Stato, portato modernità. In entrambi i casi (sovietico e occidentale) l'opposizione è venuta dalle campagne, dalle province, dalla rete tribale ed etnica. I talebani devono ora costruire un loro Stato. Cercheranno di evitare gli errori di chi hanno sconfitto. Forse cercheranno anche di non ripetere gli errori del loro primo Emirato. I secoli sono lenti a passare se il figlio fa lo stesso lavoro del padre e del nonno e, a guardare le miniature del 1700, il modo di annodare i turbanti è cambiato di poco. Allora l'Afghanistan non esisteva, c'era invece l'Impero Mogul. Era un potere moribondo di cavalli e spade che univa gli altopiani a nord dell'Hindo Kush all'India. Ne approfittò la Persia per saccheggiare qualsiasi città si trovasse sulla strada verso Delhi. Le stragi furono raccapriccianti, ma il bottino magnifico. Per tre anni lo shah smise di chiedere tasse. Spariti i Moghul, ritiratosi il persiano, le tribù dell'altopiano pensarono a come difendersi dal prossimo invasore. Erano genti diverse, con lingue diverse, di etnia diversa. Li univa solo la fede nell'Islam sunnita e il fatto di avere nemici pericolosi. A nord i cristiani ortodossi russi. A sud i pagani Hindu e buddisti. A ovest gli «eretici» sciiti persiani. Il loro non era uno spazio definito se non come risultato dell'assenza degli altri. Le tribù si riunirono in assemblea (Loya Jirga) e scelsero il re, il Dur-i-Durran, perla delle perle. La tribù Abdali cambiò subito il nome in Durrani. Erano pashtun (come oggi i talebani), ma a quella Loya Jirga c'erano delegati delle tribù tajike, hazara, baluchi, uzbeke, le stesse etnie che ancora oggi vivono nel Paese. Da allora la storia afghana è stata una costante concorrenza tra il ruolo dell'amministrazione comune e quello delle tribù con supremazia delle seconde. Il rapporto di forza cambia quando l'emiro può usare le armi abbandonate dai britannici nel 1919 e, paradossalmente, uno dei suoi successi di centralizzazione fu la diffusione del burqa usato fino ad allora solo dalle sue concubine. Fino al golpe filosovietico del 1979 la Loya Jirga continua però ad avere un ruolo fondamentale. I talebani convocheranno una nuova assemblea tribale? Gli americani lo fecero, ma non bastò perché la parte talebana ne venne esclusa e il nuovo capo, Hamid Karzai, pashtun come da tradizione, era stato imposto dall'esterno non selezionato tra le tribù. I talebani parlano di «mettersi alle spalle il passato», di «amnistia», hanno persino fatto l'elogio del loro più accanito nemico, il tajiko Ahmad Shah Massoud, chiamandolo «eroe nazionale». Durante il loro primo Emirato combatterono le minoranze, tentarono di imporre a tutti il loro «Amir-ul-mominin», il comandante dei fedeli, mullah Omar. Volevano espandere la loro visione dell'Islam o, forse meglio, il loro codice di condotta tribale, il pashtun wali, che va oltre i precetti religiosi e comprende la segregazione dei sessi come l'ospitalità. I primi talebani erano guerrieri, montanari e analfabeti. Oggi i loro leader hanno trascorso all'estero gran parte di questi venti anni. Hanno visto un mondo diverso anche se islamico. Hanno vissuto nel Pakistan repubblicano dei grandi partiti familiari e ideologici erede del colonialismo britannico. Paese potente e filoamericano dove convivono lapidazione e bomba atomica. Hanno vissuto nelle monarchie del Golfo, con le loro donne velate e i grattacieli dove tutto è possibile, anche una televisione come Al Jazeera, con giornaliste donne a fare domande scomode a qualunque uomo potente. Hanno conosciuto la prima Repubblica Islamica del mondo, l'Iran che offre loro un modello perfetto con una Guida suprema religiosa che decide e uno eletto che fa solo da facciata. Cos'hanno in mente quando parlano di «governo inclusivo»? Il tajiko Ahmad figlio del leggendario Ahmad Shah Massoud che non si è arreso alla occupazione talebana sostiene che una «Confederazione su modello svizzero potrebbe funzionare». In ogni caso, il modello talebano non potrà dimenticare la storia dei suoi abitanti: quelli che non sono persiani, indù, cristiani, buddisti... e non hanno altro posto dove vivere.

L’11 settembre 2001.

Attentati dell'11 settembre 2001. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Gli attentati dell'11 settembre 2001 furono una serie di quattro attacchi suicidi coordinati compiuti contro obiettivi civili e militari degli Stati Uniti d'America da un gruppo di terroristi appartenenti all'organizzazione terroristica al Qaida. Gli attacchi causarono la morte di 2.977 persone (più 19 dirottatori) e il ferimento di oltre 6.000. Negli anni successivi si verificarono ulteriori decessi a causa di tumori e malattie respiratorie legate alle conseguenze degli attacchi. Per questi motivi e per gli ingenti danni infrastrutturali causati, tali eventi sono spesso considerati dall'opinione pubblica come i più gravi attentati terroristici dell'età contemporanea. La mattina di Martedì 11 settembre 2001 quattro aerei di linea, appartenenti a due delle maggiori compagnie aeree statunitensi (United Airlines e American Airlines) furono dirottati da 19 terroristi appartenenti ad al Qaida. Due aerei (il volo American Airlines 11 e il volo United Airlines 175) furono fatti schiantare rispettivamente contro le Torri Nord e Sud del World Trade Center, nel quartiere della Lower Manhattan di New York. Nel giro di 1 ora e 42 minuti entrambe le torri crollarono. I detriti e gli incendi causarono poi il crollo parziale o totale di tutti gli altri edifici del complesso del World Trade Center. Un terzo aereo, il volo American Airlines 77, fu fatto schiantare contro il Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa, nella contea di Arlington in Virginia. L'attacco causò il crollo della facciata ovest dell'edificio. Un quarto aereo, il volo United Airlines 93, venne fatto inizialmente dirigere verso Washington ma precipitò successivamente in un campo nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania, a seguito di una eroica rivolta dei passeggeri. I sospetti ricaddero quasi subito sull'organizzazione terroristica di al-Qaida. Gli Stati Uniti reagirono aprendo la stagione della “guerra al terrorismo” e attaccando l'Afghanistan al fine di deporre il regime dei Talebani, neutralizzare al-Qaida e catturare o uccidere il suo leader Osama bin Laden. Il Congresso approvò il Patriot Act, mentre altri Paesi rafforzarono le proprie legislazioni in materia di terrorismo e rafforzarono le misure di sicurezza interna. Sebbene Osama Bin Laden inizialmente negò ogni tipo di coinvolgimento, nel 2004 si dichiarò responsabile dei fatti dell'11 settembre. L'organizzazione terroristica islamica da lui guidata citò come moventi il supporto statunitense ad Israele, la presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita e le sanzioni contro l'Iraq. La distruzione del World Trade Center danneggiò l'economia della Lower Manhattan ed ebbe un significativo impatto sui mercati globali, causando anche la chiusura di Wall Street fino al 17 settembre. La rimozione dei detriti dal sito del World Trade Center (poi denominato Ground Zero) fu completata solo nel maggio 2002. I danni al Pentagono furono riparati nel giro di un anno. Il 18 novembre 2006 iniziò la costruzione del One World Trade Center, inaugurato il 3 novembre 2014. Tra i vari monumenti e memoriali eretti in onore delle vittime degli attentati, a New York, sui luoghi dove sorgeva il complesso del World Trade Center, si trova il National September 11 Memorial & Museum; nella Contea di Arlington è stato inaugurato il Pentagon Memorial; nei pressi di Shanksville, Pennsylvania, è invece situato il Flight 93 National Memorial.

Premessa. Le origini di Al-Qāʿida sono da ricercare nell'invasione sovietica dell'Afghanistan del 1979. Dopo l'invasione, Osama bin Laden si recò in Afghanistan per collaborare con l'organizzazione dei mujahidin arabi e per la creazione di Maktab al-Khidamat, una formazione il cui scopo era quello di raccogliere fondi e assoldare mujaheddin stranieri per resistere all'Unione Sovietica. Nel 1989, con il ritiro delle forze sovietiche dal conflitto afghano, il Maktab al-Khidamat si trasformò in una "forza di intervento rapido" del jihād contro i nemici del mondo islamico. Sotto la guida di Ayman al-Zawahiri, Bin Laden assunse posizioni più radicali nei confronti dell'Occidente. Nel 1996, Osama Bin Laden promulgò la prima fatwā, intimando ai soldati americani di lasciare il territorio dell'Arabia Saudita. Una seconda fatwā fu promulgata nel 1998, con un attacco diretto alla politica estera degli Stati Uniti d'America, con particolare riferimento ad Israele ed alla persistente presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita, anche dopo la fine della guerra del Golfo. Bin Laden citò testi dell'Islam per esortare i musulmani ad intraprendere azioni di forza contro gli statunitensi fino a quando i problemi sollevati non fossero stati risolti. Egli fece notare come «durante tutta la storia dei popoli islamici, gli ʿulamāʾ abbiano unanimemente affermato l'idea che il jihād rappresenti un dovere individuale se il nemico devasta i Paesi musulmani».

Osama Bin Laden. Osama Bin Laden diresse gli attentati, ma in un primo momento negò ogni tipo di coinvolgimento salvo poi ritrattare. Il 16 settembre 2001, Al Jazeera trasmise un comunicato di Bin Laden nel quale dichiarò: “Sottolineo che non ho compiuto io questo atto, il quale sembra essere stato compiuto da individui con proprie motivazioni”. Nel novembre 2001, forze statunitensi ritrovarono un nastro in una casa distrutta a Jalalabad, in Afghanistan. Nel video si vede Bin Laden dialogare con Khaled al-Harbi e ammettere di essere a conoscenza degli attacchi prima del loro compimento. Il 27 dicembre 2001, fu diffuso un secondo filmato, nel quale, pur continuando a negare ogni responsabilità, affermò: «È divenuto chiaro che l'Occidente in generale e l'America in particolare nutrono un inimmaginabile odio verso l'Islam… è l'odio dei crociati. Il terrorismo contro l'America merita di essere premiato perché è una risposta all'ingiustizia, diretta a costringere l'America a fermare il suo supporto ad Israele, che uccide la nostra gente… Noi sosteniamo che la fine degli Stati Uniti è imminente... perché il risveglio della nazione islamica è giunto». Tuttavia, poco prima delle elezioni presidenziali americani del 2004, Bin Laden usò un video messaggio per ammettere il coinvolgimento di al-Qāʿida negli attentati dell'11 settembre 2001. Egli ammise il suo diretto coinvolgimento negli attacchi, dicendo di averli compiuti perché: «... siamo liberi… e vogliamo riconquistare la libertà per la nostra nazione. Come voi minacciate la nostra sicurezza, così noi minacciamo la vostra.» Bin Laden disse di aver personalmente diretto i suoi seguaci ad attaccare il World Trade Center e il Pentagono. Un altro video ottenuto da Al Jazeera nel settembre 2006 mostra bin Laden e Ramzi bin al-Shibh, così come due dirottatori, Hamza al-Ghamdī e Wāʾil al-Shehrī, durante i preparativi per l'attacco. Gli Stati Uniti non hanno mai incriminato bin Laden per gli attentati dell'11 settembre, ma egli era già stato inserito nella lista dell'FBI dei più ricercati per gli attacchi alle ambasciate americane di Dar es Salaam in Tanzania e di Nairobi in Kenya20]. Osama Bin Laden è stato ucciso il 2 maggio 2011 dalle forze speciali americane, dopo una caccia all'uomo durata dieci anni, ad Abbottabad, in Pakistan. Khalid Shaykh Muhammad. Yosri Fouda, giornalista per il canale televisivo arabo Al Jazeera, riportò che nell'aprile 2002 Khalid Shaykh Muhammad ammise il suo coinvolgimento negli attacchi, insieme a Ramzi bin al-Shibh. Il Rapporto della Commissione sull'11 settembre stabilì che il forte risentimento di Muhammad verso gli Stati Uniti traeva origine dal “violento disaccordo sulla politica estera statunitense favorevole ad Israele". Muhammad era stato inoltre un consigliere e finanziatore dell'attentato al World Trade Center del 1993 e zio di Ramzi Yusuf, leader del gruppo degli attentatori in quell'attacco. Muhammad fu arrestato il 1º marzo 2003 a Rawalpindi, in Pakistan, da ufficiali pakistani sotto il comando della CIA. Fu in seguito tenuto in più prigioni segrete della CIA e nel campo di prigionia di Guantanamo, dove fu interrogato e torturato con metodi come il waterboarding. Durante le udienze nella prigione di Guantanamo, Muhammad confessò nuovamente la propria responsabilità per gli attentati, dichiarando che “era stato responsabile degli attacchi dell'11 settembre dalla A alla Z” e che tale dichiarazione non era compiuta sotto costrizione alcuna.

Altri membri di al-Qāʿida. Durante il processo di Zakariyya Musawi, cinque persone furono identificate come soggetti aventi una conoscenza dettagliata delle operazioni. Esse erano: bin Laden, Khalid Shaykh Muhammad, Ramzi bin al-Shibh, Abu Turab al-Urdunni e Mohammed Atef. Ad oggi, solo figure marginali sono state processate o condannate per gli attacchi. Il 26 settembre 2005, la Audiencia Nacional spagnola condannò Abu Dahdah a 27 anni di prigione per cospirazione negli attacchi dell'11 settembre e per essere membro di un'associazione terroristica quale al Qaida. Allo stesso tempo, altri 17 membri di al-Qāʿida furono condannati a pene tra i sei e i gli 11 anni. Il 6 febbraio 2006, la Suprema corte spagnola ha ridotto la pena di Abu Dahdah a 12 anni perché ha considerato non provata la sua partecipazione alla cospirazione. Sempre nel 2006, Musawi, che alcuni inizialmente sospettarono essere il ventesimo dirottatore, fu condannato per cospirazione al fine di commettere atti di terrorismo e di pirateria aerea. Fu condannato all'ergastolo negli Stati Uniti. Munir el-Mutasaddiq, un associato del nucleo di dirottatori di Amburgo, trascorse 15 anni in un una prigione tedesca per il suo ruolo nella preparazione del dirottamento. Rilasciato nell'ottobre del 2018, fu deportato in Marocco. La “cellula di Amburgo” includeva musulmani radicalizzati che divennero poi cruciali negli attacchi dell'11 settembre. Mohammed ʿAhā, Marwan al-Shehhi, Ziyād Jarrāh, Ramzi bin al-Shibh e Sa'id Bahaji erano tutti membri della cellula di Amburgo.

Moventi. La dichiarazione di una “guerra santa” contro gli Stati Uniti e la fatwā del 1998, promulgata da bin Laden, insieme ad altre che invitavano ad uccidere americani, sono viste dagli investigatori come moventi dei fatti. Nella “Lettera all'America” del 2002, bin Laden ammette esplicitamente che le motivazioni degli attentati includono:

supporto statunitense ad Israele;

supporto agli “attacchi contro musulmani" in Somalia;

supporto alle Filippine contro i musulmani nell'insurrezione islamica nelle Filippine;

supporto alle "aggressioni" israeliane contro i musulmani in Libano;

supporto alle atrocità russe contro i musulmani in Cecenia;

presenza di governi filo-americani nel Medio Oriente;

supporto all'oppressione indiana contro musulmani in Kashmir;

presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita;

sanzioni contro l'Iraq.

Dopo gli attacchi, Bin Laden ed Al-Zawahiri rilasciarono videoregistrazioni e registrazioni audio, alcune dei quali ribadivano le ragioni degli attacchi. Bin Laden riteneva che Maometto avesse bandito la “costante presenza di infedeli in Arabia”. Nel 1996, bin Laden aveva lanciato una fatwā chiedendo l'abbandono immediato delle forze statunitensi. Nella fatwā del 1998 Al-Qāʿida scrisse: «...per oltre sette anni gli Stati Uniti hanno occupato i territori dell'Islam, il più sacro dei luoghi, la penisola araba, saccheggiando le sue ricchezze, dando ordini ai suoi governanti, umiliando la sua gente, terrorizzando i suoi vicini e trasformando le sue basi nella penisola in un avamposto tramite cui combattere i popoli musulmani vicini.» In un’intervista del dicembre 1999, Bin Laden disse di considerare gli americani troppo vicini a La Mecca e di valutare questa come una provocazione a tutto il mondo musulmano. Un’analisi del terrorismo suicida ha suggerito che se le truppe americane non fossero state in Arabia Saudita, probabilmente Al-Qāʿida non sarebbe stata in grado di reclutare attentatori suicidi. Nella fatwā del 1998, Al-Qāʿida identificò le sanzioni all'Iraq come una delle ragioni per cui uccidere americani, condannando il blocco prolungato ed altre azioni che costituivano, secondo esso, una dichiarazione di guerra contro "Allah, il suo messaggero e i musulmani”. La fatwa dichiarò che: «...l'ordine di uccidere americani e i loro alleati, civili e militari, è dovere di ogni musulmano che può farlo, in ogni nazione in cui è possibile, al fine di liberare la moschea di al-Aqsa e la santa moschea di La Mecca dalle loro mani, e affinché le loro armate se ne vadano dalle terre dell'Islam, sconfitti e incapaci di minacciare nessun musulmano.» Nel 2004, bin Laden disse che l'idea di distruggere le Torri Gemelle gli venne nel 1982, quando fu testimone del bombardamento israeliano di alti appartamenti durante la Guerra del Libano del 1982. Alcuni analisti sostengono che fu proprio il supporto americano ad Israele una della motivazioni degli attacchi. Nel 2004 e nel 2010, bin Laden collegò ancora una volta gli attentati dell'11 settembre al supporto americano ad Israele, anche se la maggior parte delle lettere esprimevano il disprezzo di bin Laden per il Presidente Bush e la sua speranza di distruggere e far fallire gli Stati Uniti. Altre motivazioni sono state suggerite, in aggiunta a quelle dichiarate da bin Laden e da Al-Qāʿida, tra cui il supporto occidentale a regimi autoritari islamici e non, in Arabia Saudita, Iran, Egitto, Iraq, Pakistan e nord Africa e la presenza di truppe occidentali in alcune di queste nazioni. Alcuni autori suggeriscono l'umiliazione che conseguì alla caduta del mondo islamico sotto il mondo occidentale - la cui discrepanza fu resa plastica soprattutto dalla globalizzazione - e il desidero di coinvolgere gli Stati Uniti in un vasto conflitto contro il mondo islamico nella speranza di motivare altri alleati a supportare Al-Qāʿida. Similmente, altri hanno contestato questa ricostruzione, secondo cui l'11 settembre fu una mossa strategica che aveva l'obiettivo di provocare gli Stati Uniti e coinvolgerli in una guerra che avrebbe incitato una rivoluzione panislamica.

Pianificazione. Lo stesso argomento in dettaglio: Dirottatori degli attentati dell'11 settembre 2001 e Ventesimo dirottatore. Gli attacchi furono concepiti da Khalid Shaykh Muhammad, che li descrisse per la prima volta a bin Laden nel 1996. A quel tempo, bin Laden ed Al-Qāʿida stavano vivendo un periodo di transizione, essendo appena ritornati in Afghanistan dal Sudan. Gli attentati alle ambasciate statunitensi del 1998 e la fatwā dello stesso anno segnarono un punto di svolta e lo stesso bin Laden iniziò a riflettere su un attacco diretto agli Stati Uniti. Sul finire del 1998 e l'inizio del 1999, bin Laden approvò il piano e diede il via libera a Muhammad per iniziare ad organizzare. Muhammad, Bin Laden e Mohammed Atef tennero una serie di incontri all'inizio del 1999. Atef fornì supporto alle operazioni, tra cui la scelta dell'obiettivo e aiutò ad organizzare i viaggi dei dirottatori. Bin Laden non approvò tutti i piani di Muhammad, rigettando possibili obiettivi come la U.S. Bank Tower a Los Angeles per mancanza di tempo. Bin Laden fornì leadership e supporto finanziario. Fu inoltre coinvolto nella selezione dei dirottatori. Inizialmente scelse Nawaf al-Hazmi e Khalid Al Mihdhar, entrambi reduci delle guerre in Bosnia. I due arrivarono negli Stati Uniti nel gennaio del 2000. In quel periodo presero lezioni di volo a San Diego, in California, ma entrambi parlavano poco la lingua e non brillarono nelle lezioni. Furono comunque scelti come dirottatori “secondari”. Sul finire del 1999, un gruppo di uomini provenienti da Amburgo arrivò in Afghanistan. Tra di loro vi erano Mohammed Atta, Marwan al-Shehhi, Ziad Jarrah e Ramzi Bin al-Shibh. Bin Laden li scelse per via della loro educazione, per la loro capacità nel parlare l'inglese e per la loro esperienza nel vivere in Occidente. Nuove reclute vennero costantemente vagliate per capacità speciali ed Al-Qāʿida di conseguenza scoprì che Hani Hanjour era già in possesso di una licenza da pilota. Muhammad disse in seguito che egli aiutò i dirottatori a mimetizzarsi, insegnando loro come ordinare cibo in ristorante e vestirsi in abiti occidentali. Hanjour arrivò in San Diego l'8 dicembre 2000, incontrandosi con Hazmi. Entrambi partirono poi per l'Arizona, dove Hanjour ricominciò ad esercitarsi. Marwan al-Shehhi giunse alla fine del maggio 2000, mentre Atta arrivò il 3 giugno 2000 e Jarrah il 27 giugno 2000. Bin al Shibhri chiese più volte un visto per gli Stati Uniti, ma essendo yemenita, esso gli fu negato. Bin al Shibh rimase ad Amburgo, fornendo collegamento tra Atta e Mohammed. I tre membri della cellula di Amburgo presero lezioni di volo in Florida. Nella primavera del 2001, i dirottatori secondari iniziarono ad arrivare negli Stati Uniti. Nel luglio 2001, Atta incontrò bin al-Shibh in Spagna, dove stabilirono dettagli del piano, incluso la scelta finale dell'obiettivo. Bin al-Shibh riferì anche il desiderio di Bin Laden che l'attacco fosse compiuto al più presto. Alcuni attentatori ebbero il loro passaporto grazie a corrotti ufficiali sauditi che erano famigliari o usarono passaporti falsi per entrare. Da talune fonti, si è ipotizzato che la data dell'attacco fosse stata scelta per la sua somiglianza con il numero telefonico di emergenza 911 (negli USA è abituale indicare prima il mese poi il giorno nelle date). Altre fonti sostengono che si tratti di un riferimento alla Battaglia di Vienna dell'11 settembre 1683 passata alla storia per aver segnato un punto di svolta profondo tra i mondi cristiano e islamico.

Prevenzione. Alla fine del 1999, il socio di Al Qaida Walid bin Attash ("Khallad") contattò Mihdhar, dicendogli di incontrarlo a Kuala Lumpur, in Malesia; anche Hazmi e Abu Bara al Yemeni sarebbero stati presenti. La NSA intercettò una telefonata che menzionava l'incontro, Mihdhar, e il nome "Nawaf" (Hazmi). Nonostante l'agenzia temesse che "qualcosa di nefasto potesse essere in corso", non prese ulteriori provvedimenti. La CIA era già stata avvisata dall'intelligence saudita in merito allo status di Mihdhar e Hazmi come membri di al-Qaida, e una squadra della CIA fece irruzione nella camera d'albergo di Dubai di Mihdhar e scoprì che Mihdhar aveva un visto statunitense. L'Alec Station avvisò le agenzie di intelligence in tutto il mondo di questo avvenimento, ma non condivise queste informazioni con l'FBI. La Filiale Speciale della Malesia osservò l'incontro del 5 gennaio 2000 dei due membri di al-Qaida e informò la CIA che Mihdhar, Hazmi e Khallad stavano volando a Bangkok, ma la CIA non lo notificò ad altre agenzie, né chiese al Dipartimento di Stato di inserire Mihdhar nella sua lista. Un intermediario dell'FBI con l'Alec Station chiese il permesso di informare l'FBI dell'incontro, ma gli venne detto che l'evento non fosse un problema riguardante l'FBI". Alla fine di giugno, il funzionario antiterrorismo Richard Clarke e il direttore della CIA George Tenet erano convinti che una serie di attacchi stesse per arrivare, anche se la CIA riteneva che gli attacchi sarebbero probabilmente avvenuti in Arabia Saudita o in Israele. All'inizio di luglio, Clarke mise le agenzie nazionali in "stato di allerta", dicendo loro: "Qualcosa di veramente spettacolare sta per accadere qui. Presto". Chiese all'FBI e al Dipartimento di Stato di allertare le ambasciate e i dipartimenti di polizia, e il Dipartimento della difesa di andare alla "Condizione delta", il massimo livello d'allerta del paese. In seguito Clarke scrisse: "Da qualche parte nella CIA c'erano informazioni secondo cui due noti terroristi di al Qaida erano venuti negli Stati Uniti. All'FBI c'erano informazioni che accadevano cose strane nelle scuole di volo negli Stati Uniti. Avevano informazioni specifiche sui singoli terroristi. Nessuna di queste informazioni è arrivata a me o alla Casa Bianca." Il 13 luglio, Tom Wilshire, un agente della CIA assegnato alla divisione internazionale del terrorismo dell'FBI, inviò per e-mail ai suoi superiori al Centro antiterrorismo della CIA chiedendo il permesso di informare l'FBI che Hazmi era nel paese e che Mihdhar aveva un visto per gli Stati Uniti. La CIA non ha mai risposto. Lo stesso giorno di luglio, Margarette Gillespie, un'analista dell'FBI che lavorava nel CTC, fu incaricata di rivedere il materiale sull'incontro in Malesia. Non venne informata della presenza dei partecipanti negli Stati Uniti. La CIA diede a Gillespie le foto di sorveglianza di Mihdhar e Hazmi dall'incontro per mostrarle all'antiterrorismo dell'FBI, ma non le disse il loro significato. Il database Intelink la informava di non condividere materiale di intelligence sulla riunione con investigatori criminali. Quando vennero mostrate le foto, all'FBI non furono concessi ulteriori dettagli sul significato e non fu loro fornita la data di nascita di Mihdhar né il numero del passaporto. Alla fine di agosto 2001, Gillespie disse all'INS, al Dipartimento di Stato, al Servizio doganale e all'FBI di mettere Hazmi e Mihdhar nelle loro liste di controllo, ma all'FBI fu proibito di usare agenti criminali nella ricerca del duo, che ostacolò i loro sforzi. Sempre a luglio, un agente dell'FBI con sede a Phoenix inviò un messaggio al quartier generale dell'FBI, Alec Station e agli agenti dell'FBI a New York, avvertendoli della "possibilità di uno sforzo coordinato di Osama bin Laden per inviare studenti negli Stati Uniti per frequentare università e college dell'aviazione civile". L'agente, Kenneth Williams, suggerì la necessità di intervistare tutti i dirigenti delle scuole di volo e identificare tutti gli studenti arabi in cerca di addestramento di volo. A luglio, la Giordania avvisò gli Stati Uniti che al-Qaida stava pianificando un attacco agli Stati Uniti; "mesi dopo", la Giordania notificò agli Stati Uniti che il nome in codice dell'attacco era "The Big Wedding" ("Il grande matrimonio") e che riguardava aeroplani. Il 6 agosto 2001, "l'Informativa presidenziale giornaliera" della CIA, designata "solo per il presidente", fu intitolato "Bin Ladin determinato a colpire gli Stati Uniti". Il memo notò che le informazioni dell'FBI "indicavano modelli di attività sospette in questo paese coerenti con i preparativi per dirottamenti o altri tipi di attacchi". A metà agosto, una scuola di volo del Minnesota avvisò l'FBI di Zakariyya Musawi, che aveva posto "domande sospette". L'FBI scoprì che Musawi era un radicale che aveva viaggiato in Pakistan e l'INS lo arrestò per aver soggiornato oltre la scadenza del visto francese. La loro richiesta di ricerca sul suo portatile fu respinta dal quartier generale dell'FBI a causa della mancanza di un indizio di colpevolezza. I fallimenti nella condivisione dell'intelligence furono attribuiti alle politiche del Dipartimento di Giustizia del 1995 che limitavano la condivisione dell'intelligence, combinate con la riluttanza della CIA e dell'NSA a rivelare "fonti e metodi sensibili" come i telefoni sotto controllo. Testimoniando davanti alla Commissione sull'11 settembre ad aprile 2004, l'allora procuratore generale John Ashcroft ricordò che "la più grande causa strutturale per il problema dell'11 settembre era il muro che segregava o separava investigatori del crimine e agenti di intelligence". Clarke scrisse anche: "Ci sono stati fallimenti nei fallimenti delle organizzazioni nel reperire informazioni nel posto giusto al momento giusto".

Gli attacchi.  Il mattino dell'11 settembre 2001, un martedì, diciannove dirottatori presero il comando di quattro aerei di linea passeggeri (due Boeing 757 e due Boeing 767) in viaggio verso la California (tre diretti all'Aeroporto Internazionale di Los Angeles ed uno all'Aeroporto Internazionale di San Francisco), decollati dall'Aeroporto Internazionale Logan di Boston, dall'Aeroporto Internazionale di Newark, in New Jersey, e dall'Aeroporto Internazionale di Washington-Dulles, in Virginia. Tutti gli aerei furono appositamente scelti perché pronti a lunghi voli e, quindi, carichi di carburante. Riassumendo, i quattro voli erano:

volo American Airlines 11: un aereo Boeing 767, partito dall'Aeroporto Internazionale Logan di Boston alle 7:59 e diretto a Los Angeles con a bordo 76 passeggeri, 11 membri dell'equipaggio e 5 dirottatori. Gli attentatori fecero schiantare il volo contro la Torre Nord del World Trade Center alle 8:46;

volo United Airlines 175: un aereo Boeing 767, partito anch'esso dall'Aeroporto Internazionale Logan di Boston, alle 8:14 e diretto a Los Angeles con a bordo 51 passeggeri, 9 membri dell'equipaggio e 5 dirottatori. L'aereo si andò a schiantare contro la Torre Sud del World Trade Center alle 9:03;

volo American Airlines 77: un aereo Boeing 757, decollato dall'Aeroporto Internazionale di Washington-Dulles alle 8:20 e diretto a Los Angeles con a bordo 53 passeggeri, 6 membri dell'equipaggio e 5 dirottatori. L'aereo si schiantò contro la facciata ovest del Pentagono, nella Contea di Arlington, in Virginia, alle 9:37;

volo United Airlines 93: un aereo Boeing 757, decollato dall'Aeroporto Internazionale di Newark, in New Jersey, alle 8:42, e diretto a San Francisco, con a bordo 33 passeggeri, 7 membri dell'equipaggio e 4 dirottatori. A causa di una rivolta dei passeggeri, l'aereo non colpì l'obiettivo previsto e precipitò in un campo nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania, alle 10:03. Si ritiene che l'obiettivo di questo sarebbe potuto essere il Campidoglio di Washington o la Casa Bianca.

La copertura mediatica degli avvenimenti fu molto estesa sia durante gli attacchi che dopo, iniziando pochi attimi dopo il primo attacco al World Trade Center.

I dirottamenti e gli attentati.

Alle 8:46, cinque dirottatori fecero schiantare il volo American Airlines 11 sulla facciata settentrionale della Torre Nord del World Trade Center (WTC 1). Alle 9:03, altri cinque dirottatori, al comando del volo United Airlines 175, fecero schiantare il velivolo nella facciata meridionale della Torre Sud (WTC 2). Cinque dirottatori, poi, diressero il volo American Airlines 77 contro la facciata ovest del Pentagono alle 9:37. Infine, alle 10:03, un quarto aereo, il volo United Airlines 93, precipitò in un campo in Pennsylvania al termine di uno scontro tra passeggeri e dirottatori. Si ritiene che l'obiettivo del volo 93 sarebbe potuto essere il Campidoglio di Washington o la Casa Bianca. Le registrazioni della scatola nera di quest'ultimo volo hanno infatti rivelato che l'equipaggio e i passeggeri tentarono di sottrarre il controllo dell'aereo ai dirottatori dopo aver saputo, per via telefonica, che quella mattina altri aerei erano stati dirottati e si erano schiantati contro degli edifici. Secondo la trascrizione della registrazione, uno dei dirottatori diede l'ordine di virare il velivolo quando fu chiaro che ne avrebbero perso il controllo a causa dei passeggeri. Poco dopo, l'aeroplano si schiantò in un campo vicino Shanksville, nella contea di Somerset (Pennsylvania), alle 10:03:11. In un'intervista rilasciata al giornalista di al Jazeera Yosri Foda, Khalid Shaykh Muhammad affermò che l'obiettivo del volo 93 era il Campidoglio di Washington, il cui nome in codice era «la facoltà di Legge». Nel corso dei dirottamenti, alcuni passeggeri e membri dell'equipaggio furono in grado di effettuare chiamate con l'apparecchio radiotelefonico aria-superficie della GTE e con i telefoni cellulari; costoro furono in grado di fornire dettagli su quanto stava accadendo. Si riuscì a comprendere come diversi dirottatori fossero a bordo di ciascun aeroplano e che costoro avevano usato spray urticante e lacrimogeni per sopraffare i membri dell'equipaggio e tenere i passeggeri fuori dalla cabina della prima classe. Si capì, inoltre, che alcune persone a bordo degli aerei erano state accoltellate. I terroristi avevano preso il controllo dei velivoli usando coltelli e taglierini per uccidere alcuni assistenti di volo e almeno un pilota o un passeggero, tra cui il comandante del volo 11, John Ogonowski. La Commissione d'indagine sugli attentati dell'11 settembre 2001 stabilì che due dei dirottatori avevano precedentemente acquistato attrezzi multifunzione di marca Leatherman. Un assistente di volo dell'American Airlines 11, un passeggero del volo 175 e alcuni passeggeri del volo 93 riferirono che i dirottatori avevano delle bombe, ma uno dei passeggeri disse anche di ritenere che si trattasse di ordigni inerti. Nessuna traccia di esplosivi fu trovata nei luoghi degli impatti. Il Rapporto della Commissione sull'11 settembre afferma che le bombe erano probabilmente false. Quel giorno, tre edifici del complesso del World Trade Center crollarono a causa di cedimenti strutturali. La Torre Sud (WTC 2), la seconda ad essere stata colpita, crollò alle 9:59, 56 minuti dopo l'impatto con il volo United Airlines 175, che aveva causato un'esplosione ed un conseguente incendio per via del carburante presente nell'aereo; la Torre Nord (WTC 1) crollò alle 10:28, dopo un incendio di circa 102 minuti. Il collasso del WTC 1 produsse dei detriti che danneggiarono la vicina 7 World Trade Center (WTC 7), la cui integrità strutturale fu ulteriormente compromessa dagli incendi, che portarono al crollo della penthouse est alle 17:20 di quello stesso giorno; l'intero edificio collassò completamente meno di un minuto dopo, alle 17:21 ora locale. Nella contea di Arlington, anche la facciata ovest del Pentagono subì ingenti danni. Il National Institute of Standards and Technology promosse delle investigazioni sulle cause del collasso dei tre edifici, successivamente allargando le indagini sulle misure per la prevenzione del collasso progressivo, chiedendosi ad esempio se la progettazione aveva previsto la resistenza agli incendi e se era stato effettuato un rafforzamento delle strutture in acciaio. Il rapporto riguardo alle Torri Nord e Sud fu terminato nell'ottobre 2005, mentre l'indagine sul WTC 7 è stata pubblicata il 21 agosto 2008: il crollo dell'edificio è stato causato dalla dilatazione termica, prodotta dagli incendi incontrollati per ore, dell'acciaio della colonna primaria, la numero 79, il cui cedimento ha dato inizio a un collasso progressivo delle strutture portanti vicine. Venuta a conoscenza dei dirottamenti e dei seguenti attacchi coordinati, alle 9:42 l'Amministrazione dell'Aviazione Federale (Federal Aviation Administration, FAA) bloccò tutti i voli civili all'interno dei confini degli Stati Uniti e ordinò a quelli già in volo di atterrare immediatamente. Tutti i voli civili internazionali furono fatti ritornare indietro o indirizzati ad aeroporti in Canada o Messico. A tutto il traffico aereo civile internazionale fu proibito di atterrare negli Stati Uniti per tre giorni. Gli attacchi crearono grande confusione tra le agenzie di notizie e i controllori del traffico aereo in tutti gli Stati Uniti per via di notizie non confermate e spesso contraddittorie: una delle ricostruzioni più diffuse raccontava di un'autobomba esplosa nella Segreteria di Stato degli Stati Uniti a Washington. Poco dopo aver dato notizia dell'incidente al Pentagono, la CNN e altre emittenti raccontarono anche di un incendio scoppiato al National Mall di Washington. Un altro rapporto fu diffuso dalla Associated Press, secondo il quale un Boeing 767 della Delta Air Lines, il volo 1989, era stato dirottato: anche questa notizia si rivelò poi un errore, in quanto si era effettivamente pensato che vi fosse quel pericolo, ma l'aereo rispose ai comandi dei controllori di volo e atterrò a Cleveland (Ohio).

Vittime. Le vittime degli attentati furono 2 977, esclusi i diciannove dirottatori: 246 su quattro aeroplani (87 sul volo American Airlines 11, 60 sul volo United Airlines 175, 59 sul volo American Airlines 77 e 40 sul volo United Airlines 93; non ci fu alcun superstite), 2.606 a New York e 125 al Pentagono. Altre 24 persone sono ancora elencate tra i dispersi. Oltre alle vittime civili c'erano anche 343 vigili del fuoco, 72 agenti delle forze dell'ordine e 55 militari che sono stati uccisi negli attacchi. Furono più di 90 i Paesi che persero cittadini negli attacchi al World Trade Center. Il NIST ha stimato che circa 17 400 civili erano presenti nel complesso del World Trade Center al momento degli attacchi, mentre i dati sui turisti elaborati dalla Port Authority of New York and New Jersey ("Autorità portuale di New York e del New Jersey") suggeriscono una presenza media di 14 154 persone sulle torri gemelle alle 8:45 del mattino. La gran parte delle persone al di sotto delle zone di impatto evacuò in sicurezza gli edifici, come pure 18 persone che si trovavano nella zona di impatto della Torre Sud; Al contrario, 1 366 delle vittime si trovavano nella zona di impatto o nei piani superiori della Torre Nord; secondo il Rapporto della Commissione, centinaia furono le vittime causate dall'impatto, mentre le restanti rimasero intrappolate e morirono a seguito del collasso della Torre. Quasi 600 persone furono invece uccise dall'impatto o morirono intrappolate ai piani superiori nella Torre Sud. Almeno 200 persone saltarono dalle Torri in fiamme e morirono, come raffigurato nell'emblematica foto The Falling Man ("L'uomo che cade"), precipitando su strade e tetti degli edifici vicini, centinaia di metri più in basso. Alcune persone che si trovavano nelle Torri al di sopra dei punti d'impatto salirono fino ai tetti degli edifici sperando di essere salvati dagli elicotteri, ma le porte di accesso ai tetti erano chiuse; inoltre, non vi era alcun piano di salvataggio con elicotteri e, quella mattina dell'11 settembre, il fumo denso e l'elevato calore degli incendi avrebbe impedito agli elicotteri di effettuare manovre di soccorso. Le vittime tra i soccorritori furono 411. Il New York City Fire Department (i vigili del fuoco di New York) perse 341 vigili del fuoco e 2 paramedici, tra cui il cappellano Mychal Judge (per il quale fu avviata una campagna di beatificazione); il New York City Police Department (la polizia di New York) perse 23 agenti, il Port Authority Police Department (la polizia portuale) 37. I servizi di emergenza medica privata persero altri 8 tecnici e paramedici. La Cantor Fitzgerald L.P., una banca di investimenti i cui uffici si trovavano ai piani 101-105 del WTC 1, perse 658 impiegati, più di qualunque altra azienda. La Marsh Inc., i cui uffici si trovavano immediatamente sotto quelli della Cantor Fitzgerald ai piani 93-101 (dove avvenne l'impatto del volo 11), perse 295 impiegati, mentre 175 furono le vittime tra i dipendenti della Aon Corporation. Dopo New York, lo Stato che ebbe più vittime fu il New Jersey, con la città di Hoboken a registrare il maggior numero di morti. È stato possibile identificare i resti di sole 1 600 delle vittime del World Trade Center; gli uffici medici raccolsero anche «circa 10 000 frammenti di ossa e tessuti non identificati, che non possono essere collegati alla lista dei decessi». Altri resti di ossa furono trovati ancora nel 2006, mentre gli operai approntavano il Deutsche Bank Building per la demolizione. La morte per malattie ai polmoni di alcune altre persone è stata fatta risalire alla respirazione delle polveri contenenti centinaia di composti tossici (come amianto, mercurio, piombo, ecc.) causate dal collasso del World Trade Center. La gravità dell'inquinamento ambientale derivante da tali polveri – che investirono tutta la punta sud dell'isola di Manhattan – fu resa nota al grande pubblico solo a distanza di circa quattro anni dall'evento: sino ad allora le agenzie governative statunitensi avevano sottovalutato o nascosto il rischio ambientale, forse allo scopo di non causare ulteriore panico e di rendere più spediti i soccorsi, lo sgombero delle macerie, il ripristino delle normali attività della città così gravemente ferita. Danni. Oltre alle Torri Gemelle, i due grattacieli di 110 piani, numerosi altri edifici del World Trade Center furono distrutti o gravemente danneggiati, inclusi il 7 World Trade Center, il Six World Trade Center, il Five World Trade Center, il Four World Trade Center, il Marriott World Trade Center e la chiesa greco ortodossa di San Nicola. Il Deutsche Bank Building, situato di là dalla Liberty Street rispetto al complesso del World Trade Center, è stato demolito in quanto l'ambiente all'interno dell'edificio era tossico e inabitabile. La Fiterman Hall del Borough of Manhattan Community College, situato al 30 West Broadway, ricevette gravi ed estesi danni durante gli attacchi, tanto da farne programmare la demolizione. Altri edifici limitrofi, come il 90 West Street e il Verizon Building, subirono gravi danni, ma sono stati riparati. Gli edifici del World Financial Center, la One Liberty Plaza, il Millennium Hilton, e 90 Church Street riportarono danni moderati. Anche gli impianti di telecomunicazioni situati sulla torre settentrionale andarono distrutti, incluse le antenne di trasmissione radio e televisive e i ponti radio, ma le stazioni degli organi di informazioni re-instradarono rapidamente i segnali e ripresero le trasmissioni. Nella contea di Arlington, una porzione del Pentagono fu gravemente danneggiata dall'impatto e dal successivo incendio, e una sezione dell'edificio crollò.

Operazioni di salvataggio e soccorso. Successivamente agli attacchi alle Torri gemelle, il New York City Fire Department inviò rapidamente sul sito 200 unità, pari a metà dell'organico del dipartimento, che furono aiutati da numerosi pompieri fuori-servizio e da personale dei pronto soccorso. Il New York City Police Department inviò delle unità speciali dette "Emergency Service Units" e altro personale. Durante i soccorsi, i comandanti dei vigili del fuoco, della polizia e dell'Autorità portuale ebbero difficoltà a condividere le informazioni e a coordinare i loro sforzi, tanto che vi furono duplicazioni nelle ricerche dei civili dispersi invece che ricerche coordinate. Con il peggiorare della situazione, il dipartimento di polizia, che riceveva informazioni degli elicotteri in volo, fu in grado di diffondere l'ordine di evacuazione che permise a molti dei suoi agenti di allontanarsi prima del crollo degli edifici; tuttavia, poiché i sistemi di comunicazione radio dei dipartimenti di polizia e di vigili del fuoco erano incompatibili, questa informazione non fu inoltrata ai comandi dei vigili del fuoco. Dopo il collasso della prima Torre, i comandanti dei vigili del fuoco trovarono difficoltà a inviare gli ordini di evacuazione ai pompieri all'interno della torre, a causa del malfunzionamento dei sistemi di trasmissione all'interno del World Trade Center. Persino le chiamate al 911 (il servizio di emergenza) non furono correttamente inoltrate. Un'enorme operazione di ricerca e salvataggio fu lanciata dopo poche ore dagli attacchi; le operazioni cessarono alcuni mesi dopo.

Attentatori e loro moventi. Gli attentatori dell'11 settembre appartenevano al gruppo al-Qa'ida guidato da Osama bin Laden e gli attacchi sono il risultato degli obiettivi formulati nella fatwā emessa dallo stesso Osama bin Laden oltre che Ayman al-Zawahiri, Abū Yāsir Rifāʿī Ahmad Hāhā, Mir Hamza e Fazlur Rahman, la quale dichiarava che fosse «dovere di ogni musulmano uccidere gli americani in qualunque luogo».

Al-Qāʿida. L'origine di al-Qāʿida risale al 1979, anno dell'invasione sovietica dell'Afghanistan; poco dopo l'invasione, Osama bin Laden si recò in Afghanistan per collaborare con l'organizzazione dei mujahidin arabi e alla creazione di Maktab al-Khidamat, una formazione il cui scopo era quello di raccogliere fondi e assoldare mujaheddin stranieri per resistere all'Unione Sovietica. Nel 1989, con il ritiro delle forze sovietiche dal conflitto afghano, il Maktab al-Khidamat si trasformò in una "forza di intervento rapido" del jihād contro i nemici del mondo islamico. Sotto l'influenza di Ayman al-Zawahiri, bin Laden assunse posizioni più radicali. Nel 1996, bin Laden promulgò la prima fatwā, con la quale intendeva allontanare i soldati statunitensi dall'Arabia Saudita. In una seconda fatwa diffusa nel 1998, bin Laden avanzò obiezioni sulla politica estera statunitense nei riguardi di Israele, come pure sulla presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita anche dopo la fine della guerra del Golfo. Bin Laden ha citato testi dell'Islam per esortare ad azioni di forza contro soldati e civili statunitensi fin quando i problemi sollevati non saranno risolti, notando che «durante tutta la storia dei popoli islamici, gli ʿulamāʾ hanno unanimemente affermato che il jihād è un dovere individuale se il nemico devasta i paesi musulmani».

Organizzazione degli attacchi. Fu anche coinvolto nella scelta dei partecipanti all'attentato, tanto che fu lui a scegliere Mohamed Atta come il capo dei dirottatori. Khālid Shaykh Muhammad fornì il supporto operativo, selezionando gli obiettivi e organizzando i viaggi per dirottatori - quasi ventisette membri di al-Qāʿida tentarono di entrare negli Stati Uniti d'America per prendere parte agli attacchi dell'11 settembre -; bin Lāden modificò alcune decisioni di Khālid Shaykh Muhammad, respingendo alcuni potenziali obiettivi come la U.S. Bank Tower di Los Angeles. La National Commission on Terrorist Attacks upon the United States (Commissione Nazionale sugli Attacchi Terroristici contro gli Stati Uniti) fu formata dal governo degli Stati Uniti ed è comunemente nota come 9/11 Commission; il 22 luglio 2004 la commissione rilasciò un rapporto nel quale concludeva che gli attacchi erano stati progettati e messi in atto da membri di al-Qāʿida. La commissione affermò che «gli organizzatori dell'attentato dell'11 settembre spesero in totale tra 400 000 e 500 000 dollari per progettare e mettere in atto il loro attentato, ma che la precisa origine dei fondi utilizzati per eseguire gli attacchi è rimasta sconosciuta».

Dirottatori. Quindici dirottatori provenivano dall'Arabia Saudita, due dagli Emirati Arabi Uniti, uno dall'Egitto e uno dal Libano. In contrasto con il consueto profilo degli attentatori suicidi, i dirottatori erano adulti maturi e ben istruiti, le cui visioni del mondo erano ben formate. Dopo alcune ore dagli attacchi, l'FBI fu in grado di determinare i nomi e, in molti casi, i dettagli personali dei sospetti piloti e dirottatori. Il bagaglio di Mohamed Atta, che non fu trasbordato dal suo volo da Portland sul volo 11, conteneva documenti che rivelarono l'identità di tutti i 19 dirottatori e altri importanti indizi sui loro piani, sulle loro intenzioni e sui loro precedenti. Il giorno degli attacchi, la National Security Agency intercettò delle comunicazioni che portavano a Osama bin Laden, come avevano fatto i servizi segreti tedeschi. Il 27 settembre 2001, l'FBI rese pubbliche le foto dei diciannove dirottatori, assieme alle informazioni sulle possibili nazionalità e nomi falsi di molti. Le indagini dell'FBI sugli attacchi, note come "PENTTBOM", furono le più vaste e complesse nella storia dell'ente, coinvolgendo più di 7 000 agenti speciali. Il governo degli Stati Uniti determinò che al-Qāʿida, diretta da Osama bin Lāden, era responsabile per gli attacchi, con l'FBI che afferma che «le prove che mettono in relazione al-Qāʿida e bin Lāden agli attacchi dell'11 settembre sono chiare e irrefutabili»; Il governo del Regno Unito raggiunse la stessa conclusione. La dichiarazione di una guerra santa contro gli Stati Uniti d'America e la fatwā firmata da Osama bin Lāden e altri nel 1996, in cui si chiedeva l'uccisione di civili statunitensi, sono viste come indizi del suo movente negli attacchi dell'11 settembre da parte degli investigatori. Inizialmente bin Lāden negò il proprio coinvolgimento negli attacchi, per poi ammetterlo. Il 16 settembre 2001, bin Lāden negò ogni coinvolgimento negli attacchi leggendo una dichiarazione trasmessa dal canale satellitare del Qatar Al Jazeera: «Sottolineo che non ho attuato questo gesto, che sembra essere stato portato avanti da individui con motivazioni proprie»; questa smentita fu trasmessa dalle testate giornalistiche statunitensi e mondiali. Nel novembre 2001 forze statunitensi recuperarono una registrazione in una casa distrutta a Jalalabad, in Afghanistan, in cui bin Lāden parla a Khāled al-Ḥarbī: nella videoregistrazione bin Lāden ammette di aver saputo in anticipo degli attacchi. La registrazione fu trasmessa da varie emittenti giornalistiche a partire dal 13 dicembre 2001; la distorsione delle immagini è stata attribuita ad artefatti causati dalla copia del nastro. Il 27 dicembre 2001 fu pubblicato un secondo video di bin Lāden, in cui affermava che «il terrorismo contro gli Stati Uniti merita di essere lodato perché fu una risposta ad un'ingiustizia, avente lo scopo di forzare gli Stati Uniti a interrompere il suo sostegno a Israele, che uccide la nostra gente», senza però ammettere la responsabilità degli attacchi. Poco prima delle elezioni presidenziali statunitensi del 2004, bin Lāden rivendicò pubblicamente, con una registrazione video, il coinvolgimento di al-Qāʿida negli attacchi agli Stati Uniti, ammettendo il proprio legame diretto con gli attentati; affermò che gli attacchi erano stati portati perché «siamo liberi e vogliamo riottenere libertà per la nostra nazione. Così come voi indebolite la nostra sicurezza noi indeboliamo la vostra». Osama bin Lāden afferma di aver personalmente diretto i 19 dirottatori: nel video afferma che «concordammo assieme al comandante Muhammad Atta, che Allah abbia pietà di lui, che tutte le operazioni avrebbero dovuto essere completate in venti minuti, prima che Bush e la sua amministrazione se ne accorgessero». Un altro video ottenuto da Al Jazeera nel settembre 2006 mostra Osama bin Lāden con Ramzi bin al-Shibh – il più delle volte scritto Ramzi Binelshibh – e due dirottatori, Hamza al-Ghamdi e Wa'il al-Shehri, mentre preparano gli attacchi. In un'intervista del 2002 con il giornalista di al Jazeera Yosri Foda, Khalid Shaykh Muhammad ammise il proprio coinvolgimento nella "operazione del santo Martedì", assieme a Ramzi bin al-Shibh. Il Rapporto della Commissione sull'11 settembre ha determinato che l'animosità di Khalid Shaykh Muhammad, il «principale architetto» degli attacchi dell'11 settembre, verso gli Stati Uniti ebbe origine «non dalla sua esperienza di studente fatta lì, ma piuttosto dalla sua violenta opposizione alla politica estera statunitense in favore di Israele». Mohammed Atta condivideva le stesse motivazioni di Khalid Shaykh Muhammad. Ralph Bodenstein, un ex-compagno di classe di Atta, lo descrisse come «molto imbevuto, veramente, sulla difesa, da parte degli Stati Uniti, di queste politiche israeliane nella regione». ʿAbd al-ʿAzīz al-ʿUmarī, dirottatore del volo 11 assieme a Mohamed Atta, affermò nel suo testamento video: «il mio gesto è un messaggio per coloro che mi hanno ascoltato e per coloro che mi hanno visto e, allo stesso tempo, è un messaggio agli infedeli, che lasciate la Penisola arabica sconfitti e che smettiate di dare una mano ai codardi ebrei in Palestina». Khalid Shaykh Muhammad fu arrestato il 1º marzo 2003 a Rawalpindi, in Pakistan, per poi essere detenuto definitivamente nel campo di detenzione di Guantanamo Bay, a Cuba. Durante le udienze condotte dagli Stati Uniti nel marzo 2007, che sono state «ampiamente criticate da avvocati e gruppi per i diritti umani in quanto falsi tribunali», Muhammad confessò nuovamente la propria responsabilità per gli attacchi: «ero il responsabile dell'operazione dell'11 settembre, dalla A alla Z». Nel "Sostituto di testimonianza di Khalid Shaykh Muhammad" del processo a Zakariyya Musawi, cinque persone sono identificate come quelle che conoscevano tutti i dettagli dell'operazione: Osama bin Laden, Khalid Shaykh Muhammad, Ramzi bin al-Shibh, Abu Turab al-Urdunni e Mohammed Atef. Fino al 2008, solo le figure di contorno sono state processate o condannate in relazione agli attacchi; bin Lāden non è stato ancora formalmente accusato degli attentati. Il 26 settembre 2005, la Audiencia Nacional de España, corte nazionale spagnola, diretta dal giudice Baltasar Garzón, condannò Abu Dahdah a ventisette anni di prigione per cospirazione riguardo agli attentati dell'11 settembre e in qualità di membro dell'organizzazione terroristica al-Qāʿida. Allo stesso tempo, altri diciassette membri di al-Qāʿida ricevettero condanne tra i sei e gli undici anni. Il 16 febbraio 2006, la corte suprema spagnola ridusse la pena di Abu Dahdah a dodici anni, in quanto considerò non provata la sua partecipazione alla cospirazione. Per la prima volta nella storia, tutti i velivoli civili degli Stati Uniti e di altri Paesi (come il Canada), che non effettuavano servizi di emergenza, furono immediatamente fatti atterrare, recando grossi disagi a decine di migliaia di passeggeri in tutto il mondo. La Federal Aviation Administration chiuse i cieli statunitensi a tutti i voli internazionali, obbligando gli aerei a dirigersi su aeroporti di altri paesi; il Canada fu uno dei paesi maggiormente toccati da questo fenomeno e lanciò l'Operazione Nastro Giallo per gestire l'enorme numero di aerei a terra e di passeggeri bloccati negli aeroporti. Il Consiglio della NATO dichiarò che gli attacchi agli Stati Uniti erano considerati un attentato a tutti i Paesi della Nato e che, in quanto tali, soddisfacevano l'Articolo 5 del trattato NATO. Subito dopo gli attacchi, l'amministrazione Bush dichiarò la Guerra al terrorismo, con l'obiettivo dichiarato di portare Osama bin Laden e al-Qāʿida davanti alla giustizia e di prevenire la costituzione di altre reti terroristiche. I mezzi previsti per perseguire questi obiettivi includevano sanzioni economiche e interventi militari contro gli Stati che avessero dato l'impressione di ospitare terroristi, aumenti dell'attività di sorveglianza su scala globale e condivisione delle informazioni ottenute dai servizi segreti. L'invasione statunitense dell'Afghanistan (2001) e il rovesciamento del governo dei Talebani da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti fu la seconda operazione della guerra effettuata al di fuori dei confini statunitensi, in ordine di grandezza la più vasta tra quelle direttamente collegate al terrorismo. Gli Stati Uniti non furono l'unica nazione ad aumentare la propria preparazione militare: stati come le Filippine e l'Indonesia dovevano infatti affrontare le minacce portate dal terrorismo islamista interno. Subito dopo, alcuni esponenti dell'amministrazione statunitense specularono sul coinvolgimento di Saddam Hussein, il presidente iracheno, con al-Qāʿida. Questi sospetti si rivelarono successivamente infondati, ma quest'associazione contribuì a far accettare all'opinione pubblica l'invasione dell'Iraq del 2003. Conseguenze. Le conseguenze degli attentati dell'11 settembre includono risposte immediate all'evento, tra cui reazioni interne, crimini d'odio, reazioni dei musulmani residenti negli USA, reazioni internazionali e militari. In seguito fu rapidamente istituito al Congresso un vasto programma di risarcimento per compensare le vittime e le famiglie delle vittime degli attentati dell'11 settembre.

Risposta immediata. Otto ore dopo gli attacchi, Donald Rumsfeld, allora segretario della difesa, dichiarò "Il Pentagono funziona."

Alle 8:32 del mattino fu comunicato agli ufficiali della FAA che il volo 11 era stato dirottato e loro, a loro volta, notificarono il Comando di difesa aerospaziale nordamericano (NORAD). Il NORAD fece decollare due F-15 dalla base della guardia nazionale aerea di Otis in Massachusetts che presero il volo alle 8:53. A causa della comunicazione lenta e confusa dei funzionari della FAA, il NORAD ebbe 9 minuti di preavviso che il volo 11 fosse stato dirottato e nessun avviso sugli altri voli prima dell'incidente. Dopo che entrambe le Torri Gemelle furono colpite, altri caccia decollarono dalla base aeronautica di Langley in Virginia alle 9:30. Alle 10:20 il vicepresidente Dick Cheney ordinò di abbattere qualsiasi aereo commerciale che potesse essere identificato come dirottato. Queste istruzioni non furono trasmesse in tempo perché i combattenti potessero agire. Alcuni caccia decollarono senza munizioni, sapendo che per evitare che i dirottatori colpissero i loro bersagli, i piloti avrebbero dovuto intercettare e far schiantare i loro caccia contro gli aerei dirottati, eventualmente lanciandosi all'ultimo momento. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, venne invocato lo SCATANA, bloccando così decine di migliaia di passeggeri in tutto il mondo. Ben Sliney, nel suo primo giorno come National Operations Manager della FAA, ordinò che lo spazio aereo americano fosse chiuso a tutti i voli internazionali, causando la respinsione o il reindirizzamento di circa cinquecento voli verso altri paesi. Il Canada ricevette 226 dei voli deviati e lanciò l'Operazione Nastro Giallo per far fronte al gran numero di aerei a terra e passeggeri bloccati.

Gli attacchi dell'11/9 ebbero effetti immediati sul popolo statunitense. Molti poliziotti e soccorritori di tutto il paese si congedarono dal proprio lavoro per recarsi a New York, per aiutare a recuperare i corpi dai resti contorti delle Torri Gemelle. Le donazioni di sangue negli Stati Uniti aumentarono nelle settimane successive all'11 settembre.

La morte di adulti negli attacchi causò la perdita di un genitore da parte di oltre 3.000 bambini. Studi successivi documentarono le reazioni dei bambini a queste perdite effettive e alle temute perdite di vite umane, all'ambiente protettivo a seguito degli attacchi e agli effetti dei lavori di cura sui sopravvissuti.

Reazioni dell'opinione pubblica statunitense. A seguito degli attentati, l'indice di gradimento del presidente Bush salì fino all'86%. Il 20 settembre 2001 il Presidente degli Stati Uniti parlò alla nazione e ad una seduta congiunta del Congresso, esponendo gli eventi del giorno degli attacchi, i successivi nove giorni di sforzi di salvataggio e ricostruzione e la sua risposta agli eventi. Anche il sindaco di New York Rudolph Giuliani ottenne un notevole gradimento a livello locale e nazionale in virtù del ruolo svolto. Molti fondi furono immediatamente aperti per assistere finanziariamente i sopravvissuti e le famiglie delle vittime degli attacchi; al termine ultimo per la compensazione delle vittime, l'11 settembre 2003, erano state ricevute 2 833 richieste dalle famiglie delle vittime. Subito dopo gli attacchi furono messi in atto i piani d'emergenza per l'evacuazione dei governanti e per la continuità del governo (la serie di atti necessari a garantire la prosecuzione delle funzioni governative in caso di attacco nucleare o simile). Il fatto che gli Stati Uniti fossero in una condizione di continuità del governo fu però comunicato al Congresso solo nel febbraio 2002. Il Congresso passò l'Homeland Security Act del 2002, che istituì il Department of Homeland Security, la maggiore ristrutturazione dell'amministrazione statunitense nella storia contemporanea. Il congresso passò anche lo USA PATRIOT Act, affermando che sarebbe stato utile a individuare e perseguire il terrorismo e altri crimini; i gruppi per le libertà civili hanno però criticato il PATRIOT Act, affermando che esso permette agli organi di polizia di invadere la vita privata dei cittadini e che elimina il controllo da parte della magistratura sulla polizia e sui servizi segreti interni. L'amministrazione Bush indicò gli attacchi dell'11 settembre per giustificare l'inizio di un'operazione segreta della National Security Agency volta a «intercettare comunicazioni via telefono ed e-mail tra gli Stati Uniti e persone all'estero senza mandato».

Crimini d'odio. Furono riportati numerosi incidenti di molestie e crimini d'odio contro mediorientali e persone "dall'aspetto mediorientale"; furono coinvolti particolarmente Sikh, in quanto gli uomini sikh vestono un turbante, elemento essenziale dello stereotipo del musulmano negli Stati Uniti. Vi furono abusi verbali, attacchi a moschee e altre costruzioni religiose (tra cui un tempio induista) e aggressioni, tra cui un omicidio: Balbir Singh Sodhi, un Sikh, fu ucciso il 15 settembre, dopo essere stato scambiato per un musulmano. Le principali organizzazioni statunitensi di musulmani furono immediate nella condanna degli attacchi e si appellarono affinché «i musulmani statunitensi si facciano avanti con le loro capacità e le loro risorse per aiutare ad alleviare le sofferenze delle persone coinvolte e delle loro famiglie». Oltre a notevoli donazioni di denaro, molte organizzazioni islamiche organizzarono raccolte di sangue e fornirono assistenza medica, cibo e alloggio alle vittime dell'attentato. A seguito degli attacchi, 80 000 arabi e immigrati musulmani furono registrati e le loro impronte digitali schedate in base all'Alien Registration Act del 1940. Ottomila arabi e musulmani furono interrogati e cinquemila stranieri furono detenuti secondo la Joint Congressional Resolution 107-40, che autorizzava l'uso delle forze armate «per scoraggiare e prevenire atti di terrorismo internazionale contro gli Stati Uniti».

Risposta dei musulmano-americani. Le organizzazioni musulmane negli Stati Uniti si affrettarono a condannare gli attentati e invitarono "i musulmani americani a farsi avanti con le loro capacità e risorse per aiutare ad alleviare le sofferenze delle persone colpite e delle loro famiglie". Queste organizzazioni includevano la Società islamica del Nord America, l'Alleanza musulmana americana, il Consiglio musulmano-americano, il Consiglio per le relazioni americano-islamiche, il Circolo islamico del Nord America e la Shari'a Scholars Association of North America. Insieme alle donazioni monetarie, molte organizzazioni islamiche lanciarono raccolte di sangue e fornirono assistenza medica, cibo e riparo alle vittime.

Risposta internazionale. Gli attacchi furono condannati da governi di tutto il mondo e molte nazioni offrirono aiuti e solidarietà. I governanti della maggior parte dei paesi del Medio Oriente, incluso l'Afghanistan, condannarono gli attacchi. L'Iraq fece eccezione, in quanto diffuse immediatamente una dichiarazione in cui si affermava che «i cowboys americani stavano cogliendo il frutto dei loro crimini contro l'umanità». Un'altra eccezione, molto evidenziata dai mass media, furono i festeggiamenti da parte di alcuni Palestinesi, nonostante il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Yasser Arafat, avesse condannato gli attacchi. Come negli Stati Uniti, le conseguenze degli attacchi videro aumentare le tensioni in altri paesi tra musulmani e non musulmani. Circa un mese dopo gli attacchi, gli Stati Uniti d'America guidarono una vasta coalizione nell'invasione dell'Afghanistan, allo scopo di rovesciare il governo dei Talebani, accusati di ospitare al-Qāʿida. Le autorità del Pakistan si schierarono nettamente al fianco degli Stati Uniti contro i Talebani e al-Qāʿida: i pakistani misero a disposizione degli Stati Uniti diversi aeroporti militari e basi per gli attacchi contro il governo talebano e arrestarono più di 600 presunti membri di al-Qāʿida, che poi consegnarono agli statunitensi.

La risoluzione 1368 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condannò gli attacchi ed espresse la disponibilità a prendere tutte le misure necessarie per rispondere e combattere tutte le forme di terrorismo in conformità con la propria Carta. Diversi paesi - tra cui RegnoUnito, India, Australia, Francia, Germania, Indonesia, Cina, Canada, Russia, Pakistan, Giordania, Mauritius, Uganda e Zimbabwe - promulgarono legislazioni "antiterroristiche" e congelarono i conti in banca di persone che sospettavano avessero legami con al-Qāʿida. I servizi segreti e le forze di polizia di alcuni paesi - tra cui Italia, Malaysia, Indonesia e Filippine - arrestarono persone che indicavano come sospetti terroristi con lo scopo dichiarato di distruggere le cellule terroristiche in tutto il mondo. Negli Stati Uniti questi fatti generarono alcune controversie; critici come il Bill of Rights Defense Committee affermarono che le tradizionali limitazioni sul potere di sorveglianza federale (come il controllo degli assembramenti pubblici del COINTELPRO) erano stati "smantellati" dallo USA PATRIOT Act. Organizzazioni per le libertà civili come la American Civil Liberties Union e il gruppo di pressione "Liberty" affermarono che anche alcune protezioni dei diritti civili erano state aggirate. Gli Stati Uniti aprirono un centro di detenzione a Guantanamo Bay, a Cuba, per detenervi quelli che definirono "combattenti nemici illegittimi". La legittimità di tali detenzioni è stata messa in discussione dall'Unione europea, dall'Organizzazione degli Stati Americani e da Amnesty International, tra gli altri. All'indomani degli attacchi, decine di migliaia di persone tentarono di fuggire dall'Afghanistan a causa della possibilità di una rappresaglia militare da parte degli Stati Uniti. Il Pakistan, già casa di numerosi rifugiati afgani per via dei precedenti conflitti, chiuse il confine con l'Afghanistan il 17 settembre 2001. Circa un mese dopo gli attacchi, gli Stati Uniti guidarono un'ampia coalizione di forze internazionali per rovesciare il regime talebano dall'Afghanistan per aver ospitato al-Qaida. Sebbene le autorità pakistane inizialmente fossero riluttanti ad allinearsi con gli Stati Uniti contro i talebani, permisero alla coalizione di accedere alle proprie basi militari e arrestarono e consegnarono agli Stati Uniti oltre 600 sospetti membri di al-Qaeda. Il primo ministro britannico Tony Blair affermò che la Gran Bretagna fosse "spalla a spalla" con gli Stati Uniti. Pochi giorni dopo, Blair volò a Washington, per affermare la solidarietà britannica con gli Stati Uniti. In un discorso al Congresso, nove giorni dopo gli attacchi, a cui Blair partecipò come ospite, il presidente Bush dichiarò "L'America non ha un amico più vero della Gran Bretagna". Successivamente, il primo ministro Blair intraprese due mesi di diplomazia per raccogliere il sostegno internazionale all'azione militare; 54 incontri con i leader mondiali e percorse più di 60.000 km). Il 25 settembre 2001, il quinto presidente dell'Iran, Mohammad Khatami incontrò il ministro degli Esteri britannico, Jack Straw, e disse: "L'Iran comprende pienamente i sentimenti degli americani riguardo agli attacchi terroristici a New York e Washington l'11 settembre", disse anche che sebbene le amministrazioni americane siano state nella migliore delle ipotesi indifferenti riguardo alle operazioni terroristiche in Iran (dal 1979), gli iraniani invece si sono sentiti diversamente e hanno espresso i loro sentimenti di solidarietà con gli americani in lutto nei tragici incidenti nelle due città. Affermò inoltre che "le nazioni non dovrebbero essere punite al posto dei terroristi". Secondo il sito web di Radio Farda, quando venne resa pubblica la notizia degli attacchi, alcuni cittadini iraniani si radunarono dinanzi all'Ambasciata svizzera a Teheran, che funge da potere di protezione degli Stati Uniti in Iran (Ufficio di protezione degli interessi degli Stati Uniti in Iran), per esprimere la loro simpatia e alcuni di loro accesero candele come simbolo di lutto. Questa notizia di Radio Farda afferma anche che nel 2011, in occasione dell'anniversario degli attacchi, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblicò un post sul suo blog, in cui ringraziava il popolo iraniano per la sua simpatia e che non avrebbe mai dimenticato la gentilezza del popolo iraniano in quei giorni difficili. Dopo gli attacchi, sia il presidente che il leader supremo dell'Iran condannarono gli attacchi. La BBC e il Time pubblicarono rapporti sui siti web iraniani, che invitavano i propri cittadini a tenere veglie a lume di candela per le vittime. Secondo il Politico Magazine, a seguito degli attacchi, Sayyed Ali Khamenei, il leader supremo dell'Iran, "sospese temporaneamente i soliti canti della "Death to America" ("Morte all'America") alle preghiere del venerdì". In un discorso dell'Imam ismaelita al Nobel Institute nel 2005, Karim Aga Khan IV dichiarò che "l'attacco dell'11 settembre contro gli Stati Uniti era una conseguenza diretta della comunità internazionale che ignorava la tragedia umana che era l'Afghanistan in quel momento". A settembre 2001, poco dopo gli attacchi, i tifosi di calcio greco bruciarono una bandiera israeliana e tentarono senza successo di bruciare una bandiera statunitense. Nonostante ciò, i tifosi fischiarono durante un momento di silenzio per le vittime degli attacchi.

Operazioni militari.

Alle 2:40 del pomeriggio dell'11 settembre, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld stava impartendo rapidi ordini ai suoi aiutanti per cercare prove del coinvolgimento iracheno. Secondo le note prese dal funzionario della politica Stephen Cambone, Rumsfeld chiese: "Le migliori informazioni in fretta. Valuta se SH [Saddam Hussein] ha colpito abbastanza bene allo stesso tempo. Non solo UBL" [Osama bin Laden]. Le note di Cambone citavano Rumsfeld che diceva: "Abbiamo la necessità di muoverci rapidamente - e l'esigenza di obiettivi a breve termine - diventiamo massicci - spazziamo via tutto. Cose relative e non." In una riunione a Camp David il 15 settembre, l'amministrazione Bush respinse l'idea di attaccare l'Iraq in risposta all'11 settembre. Tuttavia, in seguito invasero il paese con gli alleati, citando "il sostegno di Saddam Hussein al terrorismo". All'epoca ben 7 americani su 10 credevano che il presidente iracheno avesse avuto un ruolo negli attacchi dell'11 settembre. Tre anni dopo, Bush ammise che non fosse vero. Il consiglio della NATO dichiarò che gli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti fossero un attacco a tutte le nazioni della NATO che soddisfacevano l'articolo 5 della Carta della NATO. Ciò segnò la prima invocazione dell'articolo 5, che era stata scritta durante la guerra fredda con l'idea di un attacco dell'Unione Sovietica. Il primo ministro australiano John Howard, che era a Washington, durante gli attacchi, invocò l'articolo IV del trattato ANZUS. L'amministrazione Bush annunciò una guerra al terrorismo, con l'obiettivo dichiarato di consegnare Bin Laden e al-Qaida alla giustizia e prevenire l'emergere di altre reti terroristiche. Questi obiettivi sarebbero raggiunti imponendo sanzioni economiche e militari contro gli stati ospitanti di terroristi e aumentando la sorveglianza globale e la condivisione di informazioni. Il 14 settembre 2001, il Congresso degli Stati Uniti approvò l'autorizzazione all'uso della forza militare contro i terroristi. Ancora in vigore, garantisce al Presidente l'autorità di usare tutta la "forza necessaria e appropriata" contro coloro definiti di aver "pianificato, autorizzato, commesso o aiutato" gli attacchi dell'11 settembre o che avevano ospitato tali persone o gruppi. Il 7 ottobre 2001, la guerra in Afghanistan iniziò quando le forze statunitensi e britanniche iniziarono campagne di bombardamento aereo contro i talebani e i campi di al-Qaida, poi in seguito invasero l'Afghanistan con truppe di terra delle forze speciali. Ciò alla fine portò al rovesciamento del dominio talebano in Afghanistan con la caduta di Kandahar il 7 dicembre 2001, da parte delle forze della coalizione a guida statunitense. Il conflitto in Afghanistan tra l'insurrezione talebana e le forze afghane sostenute dall'Operazione Sostegno Risoluto della NATO è in corso. Le Filippine e l'Indonesia, tra le altre nazioni con conflitti interni con il terrorismo islamico, aumentarono la loro prontezza militare. Le forze militari degli Stati Uniti d'America e della Repubblica islamica dell'Iran cooperarono tra loro per rovesciare il regime talebano che aveva avuto conflitti con il governo iraniano. La Forza Quds iraniana aiutò le forze statunitensi e i ribelli afgani nella rivolta del 2001 ad Herat.

Effetti a lungo termine.

Effetti sulla salute. Migliaia di tonnellate di detriti tossici risultanti dal collasso delle Torri gemelle contenevano più di 2 500 contaminanti, tra cui alcuni elementi noti per essere cancerogeni, tra cui amianto. Sono testimoniati diversi casi di malattie debilitanti tra coloro che si occuparono dei soccorsi e dei lavori di rimozione delle macerie, malattie ritenute collegate direttamente all'esposizione ai detriti. Alcune di queste conseguenze sanitarie hanno toccato anche alcuni residenti, studenti e impiegati della Lower Manhattan e della vicina Chinatown. Molti decessi sono stati collegati alla polvere tossica causata dal collasso del World Trade Center e i nomi delle vittime saranno inclusi nel memoriale del WTC. Esistono alcuni studi scientifici che suggeriscono che l'esposizione a diversi prodotti tossici dispersi nell'aria potrebbe avere effetti negativi sullo sviluppo del feto: per questo motivo, un centro studi per la salute ambientale dei bambini sta studiando i figli delle donne incinte all'epoca degli attacchi e che vivevano o lavoravano in prossimità delle torri del WTC. Un totale di 33 000 fra poliziotti, vigili del fuoco, soccorritori e membri della comunità è stato curato per le ferite e le malattie derivanti dall'attentato, fra cui malattie respiratorie, disturbi mentali quali depressione e stress post-traumatico, problemi gastrointestinali e almeno 4 166 casi di cancro. Un maggior numero di poliziotti sono morti di malattie collegate all'attacco che non per il crollo stesso. Il conduttore televisivo Jon Stewart assieme ad altri riuscì a far passare una legge in Congresso nel 2015 che ha esteso in via definitiva la copertura medica dei soccorritori e ha aggiunto altri 5 anni al piano di compensazione delle vittime.

Conseguenze economiche.  Gli attacchi ebbero un significativo impatto sui mercati finanziari degli Stati Uniti e mondiali. La borsa di New York (New York Stock Exchange, NYSE), l'American Stock Exchange e il NASDAQ non aprirono l'11 settembre e rimasero chiusi fino al 17 settembre. Quando i mercati riaprirono, l'indice Dow Jones precipitò di 684 punti, pari al 7,1%, fino a 8 921, la maggiore flessione mai avuta in un solo giorno. Alla fine della settimana, l'indice Dow Jones era precipitato a 1 369,7 punti (14,3%), la maggiore caduta settimanale della sua storia. Le azioni statunitensi persero 1 400 miliardi di dollari di valore in quella settimana. A New York si contarono circa 430 000 posti di lavoro e 2,8 miliardi di dollari di stipendi persi nei tre mesi seguenti agli attacchi; gli effetti economici si concentrarono sui settori economici dell'export della città. Si stima che la perdita in termini di prodotto interno lordo sperimentata dall'economia newyorkese negli ultimi tre mesi del 2001 e per tutto il 2002 ammonti a 27,3 miliardi di dollari. Il governo federale concesse immediatamente 11,2 miliardi di dollari al governo cittadino nel settembre 2001 e 10,5 miliardi di dollari all'inizio del 2002, per incentivare lo sviluppo economico e la ricostruzione delle infrastrutture. Gli attacchi ebbero un grosso impatto anche sulle piccole imprese di Lower Manhattan, poste nelle vicinanze del World Trade Center; circa 18 000 di queste imprese furono distrutte o trasferite dopo gli attacchi. L'agenzia federale che gestisce i fondi per le piccole imprese, la Small Business Administration, fornì dei prestiti mentre il governo federale diede assistenza alle piccole imprese danneggiate dagli attacchi tramite il Community Development Block Grants e l'Economic Injury Disaster Loans. Quasi tre milioni di metri quadri di uffici a Lower Manhattan furono danneggiati o distrutti. Gli studi economici sugli effetti degli attacchi hanno confermato che il loro impatto sul mercato degli uffici di Manhattan e su quello dei lavori da ufficio è stato inferiore a quanto previsto, a causa della necessità di un'interazione faccia a faccia nell'ambito dei servizi finanziari. Lo spazio aereo nordamericano fu chiuso per diversi giorni dopo gli attacchi e i voli di linea sperimentarono un calo dopo la sua riapertura. Gli attacchi causarono un taglio di circa il 20% della capacità di viaggi aerei, esacerbando i problemi delle compagnie aeree statunitensi. Gli attacchi dell'11 settembre portarono anche alle guerre statunitensi in Afghanistan e Iraq, nonché a ulteriori spese per la sicurezza interna, per un totale di almeno $5 trilioni.

Influenza culturale. L'impatto dell'11 settembre si estende oltre la geopolitica nella società e nella cultura in generale. Le risposte immediate all'11 settembre includevano una maggiore attenzione alla vita familiare e al tempo trascorso con la famiglia, una maggiore presenza della chiesa e maggiori espressioni di patriottismo come il volo delle bandiere. L'industria radiofonica rispose rimuovendo alcune canzoni dalle playlist e gli attacchi vennero successivamente utilizzati come elementi di sottofondo, narrativa o elementi tematici in film, televisione, musica e letteratura. Tra i romanzi ispirati o direttamente influenzati dall'11/9 vi è Crazy Gran di Gary Botting, che parla di una ragazza che scopre un legame familiare diretto con i terroristi. L'azione inizia alle "9, martedì 9/11/2001" e continua per una settimana straziante mentre suo zio tenta di zittirla, applicando i precetti della sharia. Programmi televisivi già in corso e sviluppati dopo l'11 settembre rispecchiarono preoccupazioni culturali post-11 settembre. Le Teorie del complotto sull'attentato al World Trade Center dell'11 settembre 2001 sono divenute fenomeni sociali, nonostante la mancanza di supporto da parte di scienziati, ingegneri e storici esperti. L'11 settembre ha avuto anche un grande impatto sulla fede religiosa di molti individui; per alcuni l'ha rafforzata, trovando consolazione per far fronte alla perdita dei propri cari e superare il dolore; altri iniziarono a mettere in discussione la loro fede o la persero del tutto, perché non potevano conciliarla con la loro visione. La cultura dell'America che segue gli attacchi è nota per la maggiore sicurezza e una maggiore domanda, così come la paranoia e l'ansia per ipotizzati futuri attacchi terroristici. Gli psicologi hanno anche confermato che ci fu una maggiore quantità di ansia nazionale nei viaggi aerei commerciali.

Politiche governative verso il terrorismo. A seguito degli attacchi, molti governi in tutto il mondo approvarono legislazioni per combattere il terrorismo. In Germania, dove molti dei terroristi dell'11 settembre avevano risieduto e approfittato delle politiche liberali in materia di asilo di quel paese, furono emanati due importanti pacchetti antiterrorismo. Il primo rimosse scappatoie legali che consentivano ai terroristi di vivere e raccogliere fondi in Germania. Il secondo riguardava l'efficacia e la comunicazione dell'intelligence e delle forze dell'ordine. Il Canada approvò la Legge antiterrorismo, la prima del paese. Il Regno Unito approvò l'Anti-terrorism, Crime and Security Act 2001 e il Prevention of Terrorism Act 2005. La Nuova Zelanda emanò il Terrorism Suppression Act 2002. Negli Stati Uniti, venne creato il Dipartimento della sicurezza interna dalla Legge sulla sicurezza nazionale per coordinare gli sforzi nazionali antiterrorismo. La USA PATRIOT Act conferì al governo federale maggiori poteri, inclusa l'autorità di detenere sospetti terroristi stranieri per una settimana senza spese, per monitorare le comunicazioni telefoniche, la posta elettronica e l'uso di Internet da parte di sospetti terroristi e di perseguirli senza limiti di tempo. La FAA ordinò che le cabine di pilotaggio degli aerei fossero rinforzate per impedire ai terroristi di ottenere il controllo degli aerei, e assegnò i marescialli del cielo ai voli. Inoltre, la legge sulla sicurezza aerea e dei trasporti rese il governo federale, e non gli aeroporti, responsabile della sicurezza aeroportuale. La legge creò l'Amministrazione per la sicurezza dei trasporti per ispezionare passeggeri e bagagli, causando lunghi ritardi e preoccupazioni sulla riservatezza dei passeggeri. Dopo che i sospetti abusi del Patriot Act statunitense furono portati alla luce, a giugno 2013, grazie ad articoli sulla raccolta di registri delle chiamate americane da parte della NSA e del programma PRISM (si veda Divulgazioni sulla sorveglianza di massa del 2013), il rappresentante Jim Sensenbrenner, repubblicano del Wisconsin, che introdusse il Patriot Act nel 2001, dichiarò che la National Security Agency avesse oltrepassato i limiti.

Indagini.

FBI. Subito dopo gli attacchi, il Federal Bureau of Investigation (FBI) avviò la PENTTBOM, la più grande indagine criminale nella storia degli Stati Uniti. Al suo apice, oltre la metà degli agenti dell'FBI lavorava alle indagini e seguì mezzo milione di piste. L'FBI concluse che c'erano prove "chiare e irrefutabili" che collegavano al-Qaida e bin Laden agli attacchi. L'FBI fu in grado di identificare rapidamente i dirottatori, incluso il leader Mohamed Atta, quando i suoi bagagli furono scoperti all'aeroporto di Logan di Boston. Atta era stato costretto a imbarcare nella stiva due delle sue tre valigie a causa delle limitazioni di spazio sul volo pendolare da 19 posti che aveva preso a Boston. A causa di una nuova politica istituita per prevenire i ritardi dei voli, i bagagli non sono riusciti a salire a bordo del volo 11 dell'American Airlines come previsto. Il bagaglio conteneva i nomi, i compiti e le connessioni di al-Qaida dei dirottatori. "Aveva tutti questi documenti in lingua araba che costituivano la Stele di Rosetta dell'indagine", affermò un agente dell'FBI. A poche ore dagli attacchi, l'FBI rese noti i nomi e in molti casi i dettagli personali dei piloti e dirottatori sospetti. Il 27 settembre 2001, pubblicarono le foto di tutti i 19 dirottatori, insieme alle informazioni su possibili nazionalità e pseudonimi. Quindici uomini provenivano dall'Arabia Saudita, due dagli Emirati Arabi Uniti, uno dall'Egitto e uno dal Libano. A mezzogiorno, la National Security Agency e le agenzie di intelligence tedesche avevano intercettato le comunicazioni che indicavano Osama bin Laden. Si sapeva che due dei dirottatori avevano viaggiato con un associato di bin Laden in Malesia nel 2000 e che il dirottatore Mohammed Atta era già stato in Afghanistan. Lui e altri facevano parte di una cellula terroristica ad Amburgo. Venne scoperto che uno dei membri della cellula di Amburgo era in comunicazione con Khalid Sheik Mohammed, identificato come membro di al Qaida. Le autorità degli Stati Uniti e del Regno Unito ottennero anche intercettazioni elettroniche, tra cui conversazioni telefoniche e trasferimenti bancari elettronici, che indicavano che Mohammed Atef, un deputato di Bin Laden, fosse una figura chiave nella pianificazione degli attacchi dell'11 settembre. Si ottennero anche intercettazioni che rivelarono conversazioni avute luogo alcuni giorni prima dell'11 settembre tra bin Laden e un associato in Pakistan. In quelle conversazioni, i due si riferivano a "un incidente che avrebbe avuto luogo in America intorno all'11 settembre" e discutevano di potenziali ripercussioni. In un'altra conversazione con un associato in Afghanistan, bin Laden discusse della "portata e degli effetti di un'imminente operazione". Queste conversazioni non menzionavano specificamente il World Trade Center, il Pentagono o altri dettagli. L'FBI non registrò i 2.977 decessi causati dagli attacchi nel suo indice annuale dei crimini violenti per il 2001. In una dichiarazione di non responsabilità, l'FBI ammise che "il numero di decessi fosse così grande che la combinazione con le tradizionali statistiche sulla criminalità avrebbe avuto un effetto anomalo che distorceva erroneamente tutti i tipi di misurazioni nelle analisi del programma". Anche la città di New York non incluse i decessi nelle proprie statistiche annuali sulla criminalità per il 2001, per non falsare i dati.

Indagine interna della CIA. L'Ispettore Generale della CIA condusse un'indagine interna sulle prestazioni della CIA prima dell'11 settembre e fu estremamente critico nei confronti dei funzionari anziani della CIA per non aver fatto tutto ciò che era possibile contro il terrorismo, in particolare per non essere riusciti a fermare due dei dirottatori dell'11 settembre, Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, al loro ingresso negli Stati Uniti, e per non aver condiviso le informazioni su di loro con l'FBI. Nel maggio 2007, senatori appartenenti sia al Partito Democratico che a quello Repubblicano hanno sostenuto una proposta di legge che avrebbe reso pubblico un rapporto d'indagine interno alla CIA concernente le responsabilità del personale CIA prima e dopo gli attacchi. Completato nel 2005, il rapporto non è mai stato reso pubblico nei suoi dettagli. L'ipotesi che siano stati sottovalutati alcuni rapporti della CIA che forse avrebbero consentito di evitare l'attentato, è anche la tesi del film-documentario Fahrenheit 9/11 del regista-giornalista Michael Moore.

Inchiesta congressuale. A febbraio 2002, il Select Committee on Intelligence e la House Permanent Select Committee on Intelligence formarono un'indagine congiunta sulle prestazioni della comunità di intelligence americana. Il loro rapporto di 832 pagine pubblicato a dicembre 2002 descriveva in dettaglio i fallimenti dell'FBI e della CIA nell'uso delle informazioni disponibili, compresi i terroristi che la CIA sapeva che fossero negli Stati Uniti. L'indagine congiunta sviluppò le proprie informazioni sul possibile coinvolgimento di funzionari del governo dell'Arabia Saudita da fonti non classificate. Tuttavia, l'amministrazione Bush richiese che 28 pagine correlate restassero classificate. A dicembre 2002, il presidente dell'inchiesta Bob Graham (D) rivelò in un'intervista che "c'erano prove che c'erano governi stranieri coinvolti nel facilitare le attività di almeno un paio dei terroristi negli Stati Uniti". Le famiglie delle vittime dell'11 settembre furono frustrate dalle domande senza risposta e dal materiale censurato dall'inchiesta del Congresso e richiesero una commissione indipendente. Le famiglie delle vittime dell'11 settembre, i membri del Congresso e il governo dell'Arabia Saudita stanno ancora chiedendo la pubblicazione dei documenti. A giugno 2016, il capo della CIA John Brennan afferma che 28 pagine redatte di un'indagine congressuale sull'11 settembre saranno presto rese pubbliche e che dimostreranno che il governo dell'Arabia Saudita non avesse avuto alcun coinvolgimento negli attacchi dell'11 settembre. A settembre 2016, il Congresso ha approvato il Justice Against Sponsors of Terrorism Act che consentirebbe ai parenti delle vittime degli attentati dell'11 settembre di denunciare l'Arabia Saudita per il presunto ruolo del governo negli attacchi.

"9/11 Commission". La Commissione d'indagine sugli attentati dell'11 settembre 2001, anche nota come "9/11 Commission" e diretta dall'ex-governatore del New Jersey, Thomas Kean, fu istituita nel tardo 2002 per preparare una ricostruzione completa dei fatti riguardanti l'attacco, analizzando anche lo stato di preparazione e l'immediata reazione ad essi. Il 22 luglio 2004, la 9/11 Commission pubblicò il Rapporto della Commissione sull'11 settembre. La Commissione e il suo rapporto hanno ricevuto diverse critiche. Un'indagine federale sulle caratteristiche tecniche e di resistenza agli incendi connesse con il collasso delle Torri gemelle e del WTC 7 fu condotta dal National Institute of Standards and Technology (NIST) dello United States Department of Commerce. Questa indagine aveva il compito di trovare il motivo del collasso degli edifici, il numero di morti e feriti causati, oltre che le procedure collegate alla progettazione e alla gestione del World Trade Center. Il rapporto concluse che i rivestimenti antincendio delle infrastrutture in acciaio furono spazzati via dagli impatti degli aerei e che, se questo non fosse accaduto, le torri sarebbero probabilmente rimaste in piedi. Gene Corley, direttore dell'indagine originale, commentò che «le torri si comportarono in maniera impressionante. Non furono gli aerei dei terroristi ad abbattere gli edifici; fu l'incendio successivo. Fu dimostrato che era possibile abbattere due terzi delle colonne di una torre e l'edificio sarebbe restato in piedi». Il fuoco indebolì le travature di sostegno dei piani, facendole piegare verso il basso, tirando così le colonne in acciaio esterne che si piegarono verso l'interno. Con le colonne portanti danneggiate, le colonne esterne piegate non furono più in grado di sostenere gli edifici, causandone il collasso. Il rapporto afferma inoltre che le trombe delle scale non erano adeguatamente rinforzate per funzionare da via di fuga per le persone al di sopra della zona di impatto. Questo fu confermato da uno studio indipendente della Purdue University. I risultati dell'indagine del NIST sul WTC 7 sono stati pubblicati il 21 agosto 2008: il crollo dell'edificio è stato causato dalla dilatazione termica prodotta dagli incendi che divamparono incontrollati per ore, e che hanno in particolare interessato l'acciaio della colonna primaria numero 79, il cui cedimento ha dato inizio ad un collasso progressivo delle strutture portanti vicine.

Presunto ruolo saudita. A luglio 2016, l'amministrazione Obama rese noto un documento, compilato dagli investigatori statunitensi Dana Lesemann e Michael Jacobson, noto come "File 17", che conteneva una lista di nomi di tre dozzine di persone, tra cui i sospetti ufficiali dell'intelligence saudita collegati all'ambasciata dell'Arabia Saudita a Washington, che collega quindi, l'Arabia Saudita ai dirottatori.

Responsabilità civile e penale.

Responsabilità penale. Le famiglie di 800 vittime hanno depositato presso un tribunale di Manhattan una causa contro funzionari sauditi che sono stati denunciati, accusati di complicità negli attentati per aver aiutato i dirottatori Salem al-Hazmi e Khalid Al-Mihdhar 18 mesi prima dell'attacco. Latitanti i terroristi Ayman al-Zawahiri e il mullah Omar. Gli uomini in una prigione negli Stati Uniti accusati per gli attacchi dell'11 settembre sono cinque: il kuwaitiano Khalid Shaykh Muhammad, ritenuto l'architetto della strage, quello che già nel 1996 illustrò il piano a Osama Bin Laden e nel 2007 dichiarò di essere «responsabile dell'operazione dalla A alla Z»; lo yemenita Walid bin Attash, capo dei campi paramilitari di Al-Qaida in Afghanistan, ha fornito simulatori di volo e notizie sulle compagnie aeree; lo yemenita Ramzi bin al-Shibh, cellula Al Qaida di Amburgo, ha iscritto i dirottatori nelle scuole di volo americane; il pachistano Ammar al-Baluchi, imputato perché ha portato nove terroristi negli Stati Uniti, li ha mantenuti e inviato 120000 dollari americani. Il saudita Mustafa al-Hawsawi, che procurava contanti, carte di credito e abiti occidentali.

Responsabilità civile. Sono tuttora in atto procedimenti legali per il rimborso dei costi delle cure per le malattie connesse agli attentati. Il 17 ottobre 2006, il giudice federale Alvin Hellerstein annullò il rifiuto della municipalità di New York di pagare i costi dell'assistenza sanitaria ai soccorritori, permettendo così numerosi processi contro l'amministrazione cittadina. Ufficiali governativi sono stati censurati per aver spinto le persone a tornare a Lower Manhattan nelle settimane successive agli attacchi; l'amministratrice della Environmental Protection Agency ("Agenzia per la protezione dell'ambiente", EPA) nel periodo immediatamente successivo agli attacchi, Christine Todd Whitman, fu pesantemente criticata per aver affermato scorrettamente che l'area era sicura dal punto di vista ambientale. Il presidente Bush fu anche criticato per aver interferito con le interpretazioni e i pareri dell'EPA riguardo alla qualità dell'aria successivamente agli attacchi. Inoltre, il sindaco Giuliani fu criticato per aver sollecitato il personale del settore finanziario a tornare rapidamente nell'area vasta attorno a Wall Street.

Ricostruzioni. Il giorno degli attacchi, Giuliani affermò: «Ricostruiremo. Ne usciremo più forti di prima, politicamente più forti, economicamente più forti. La skyline tornerà ad essere nuovamente completa». La rimozione dei detriti terminò ufficialmente nel maggio 2002. La Lower Manhattan Development Corporation, incaricata della ricostruzione del sito del World Trade Center, è stata criticata per aver compiuto poco con i notevoli fondi destinati alla ricostruzione. Uno degli edifici completamente distrutti, il 7 World Trade Center, ha una nuova torre uffici, completata nel 2006; il One World Trade Center, precedentemente Freedom Tower, la cui costruzione è iniziata il 27 aprile 2006, è stato terminato nel giugno 2013. Con un'altezza di 1 776 piedi (541 metri e 32 cm) è il quinto tra i grattacieli più alti del mondo. Il numero 1 776 simboleggia l'anno della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America. La sezione danneggiata del Pentagono fu ricostruita e rioccupata entro un anno dagli attacchi.

Monumenti. Nei giorni immediatamente successivi agli attacchi, si tennero molte commemorazioni e veglie in tutto il mondo; mentre ovunque a Ground zero furono affisse immagini delle vittime. Una delle prime commemorazioni fu il Tribute in Light, un'installazione di 88 fari da ricerca posti nelle fondamenta delle Torri che proiettavano due colonne di luce verticalmente verso il cielo. A New York fu istituita una competizione per decidere il progetto di un monumento da erigere sul luogo di Ground Zero; il progetto vincente, Reflecting Absence, selezionato nell'agosto 2006, consiste in una coppia di piscine posizionate sul luogo delle fondamenta delle Torri, circondate da un monumento in cui sono iscritti i nomi delle vittime. Il Memoriale è stato aperto al pubblico il 12 settembre 2011, in occasione del decennale degli attentati; il 15 maggio 2014, invece, nello stesso sito è stato inaugurato il Museo dell'11 settembre. Il monumento del Pentagono è stato inaugurato l'11 settembre 2008, settimo anniversario degli attacchi; si tratta di un parco con 184 panchine (pari ai 125 morti che ci sono stati tra gli occupanti dell'edificio più i 59 del volo AA 77) che fronteggiano il Pentagono. Quando il Pentagono fu ricostruito, nel 2001-2002, furono costruiti anche una cappella privata e un monumento interno, posti nel luogo dove il Volo 77 si schiantò nell'edificio. Un monumento del Volo 93 da costruire a Shanksville è in fase di progetto: includerà un groviglio di alberi scolpiti che forma un circolo intorno al sito dell'impatto, tagliato dal percorso dell'aereo, mentre delle campane a vento porteranno i nomi delle vittime. Un monumento temporaneo si trova a 450 m dal sito dell'impatto del Volo 93 a Shanksville. Molti altri monumenti permanenti sono in costruzione in tutto il mondo e la loro lista è aggiornata man mano che sono completati. Oltre a monumenti veri e propri, anche borse di studio e programmi a fini benefici sono stati istituiti dai parenti delle vittime, come pure da altre organizzazioni e privati.

Teorie del complotto. A seguito degli attacchi, negli Stati Uniti e nel mondo sono stati sollevati diversi dubbi circa il reale svolgimento dei fatti e sono state formulate numerose teorie difformi da quelle comunemente accettate, generalmente configurabili come teorie del complotto. Tali dubbi e teorie hanno dato luogo a innumerevoli dispute e controversie circa la natura, l'origine e i responsabili degli attentati, contestando il contenuto dei resoconti ufficiali circa l'accaduto e suggerendo, tra l'altro, che persone con incarichi di responsabilità negli Stati Uniti fossero a conoscenza del pericolo e che deliberatamente avrebbero deciso di non prevenirli, o che individui estranei ad al-Qāʿida avrebbero partecipato alla pianificazione o all'esecuzione degli attacchi. Una delle più diffuse teorie pone in dubbio che gli edifici colpiti a New York siano crollati per conseguenza del solo impatto degli aerei e degli incendi che ne sono seguiti. Tuttavia, la comunità degli ingegneri civili concorda con la versione che vuole il collasso delle Torri gemelle provocato dagli impatti ad alta velocità degli aviogetti e dai conseguenti incendi, piuttosto che da una demolizione controllata della quale non è mai stata fornita alcuna solida prova scientifica. Nonostante tutte le prove e controprove accumulate negli anni riguardo alla ricostruzione storica degli avvenimenti, sono nate alcune associazioni sedicenti no profit che ne mettono in dubbio certi aspetti, asserendo che molti tra gli eventi verificatisi quel giorno non sarebbero in alcun modo compatibili con le spiegazioni fornite. Tra queste la Architects & Engineers for 9/11 Truth, la Pilots for 9/11 truth e alcune altre.

Il Complotto.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 25 agosto 2021. Il regista di Hollywood Spike Lee ha detto di credere nelle teorie del complotto sull'11 settembre, compresa quella secondo cui uno degli edifici del World Trade Center è stato abbattuto da una demolizione controllata e non da un attacco terroristico. In una recente intervista con il New York Times, Lee ha discusso della sua nuova serie di documentari di otto ore "New York Epicenters: 9/11 - 2021 1/2". La puntata in quattro parti, che è stata presentata per la prima volta su HBO domenica, si è concentrata principalmente sui newyorkesi e sulle loro reazioni agli attacchi terroristici dell'11 settembre e alla pandemia di COVID. Ci sono interviste con politici di New York come il senatore Chuck Schumer e il sindaco Bill de Blasio, insieme a quelle a vari operatori sanitari, vigili del fuoco e attivisti. Spike Lee ha detto che il dipartimento di polizia di New York ha rifiutato di essere intervistato nel suo documentario a causa delle sue opinioni sulla polizia. Nell'ultimo episodio della serie parlano diversi membri del gruppo cospirativo Architects and Engineers for 9/11 Truth, un gruppo che ha suggerito che il governo degli Stati Uniti fosse coinvolto nel crollo del World Trade Center l'11 settembre 2001. Quando il giornalista del Times Reggie Ugwu ha chiesto a Lee dell'inclusione del gruppo nella serie di documentari, Lee ha risposto: «Voglio dire che ho delle domande, e spero che forse l'eredità di questo documentario sia che il Congresso tenga un'udienza, un'udienza del Congresso, circa 9/11». Ugwu ha quindi chiesto a Lee se crede alle «spiegazioni ufficiali» per il crollo del World Trade Center l'11 settembre, e cui Lee ha risposto: «La quantità di calore necessaria per far fondere l'acciaio, quella temperatura non è stata raggiunta. E poi la giustapposizione del modo in cui l'edificio 7 è caduto a terra - quando lo metti accanto ad altri crolli di edifici demoliti, è come se stessi guardando la stessa cosa», ha detto Lee nell'intervista. «Ma le persone [stanno] decidendo da sole», ha detto. «Il mio approccio è quello di inserire le informazioni nel film e lasciare che le persone decidano da sole. Rispetto l'intelligenza del pubblico». Il WTC 7 originale era un edificio di 42 piani costruito nel 1987, che è stato filmato mentre cadeva a terra dopo il crollo delle Torri Gemelle. Da alcune angolazioni si vede la torre apparentemente intatta crollare su se stessa. Ma i video che riprendono l'altra parte dell'edificio mostrano un enorme squarcio causato dalla caduta di detriti. A quel punto, Ugwu ha chiesto a Lee perché crede nelle cospirazioni dell'11 settembre ma non supporta le teorie della cospirazione sui vaccini o sulle elezioni del 2020, e Lee ha scherzato: «La gente penserà quello che pensa, a prescindere. Non sto ballando intorno alla tua domanda», ha detto. «La gente penserà quello che vuole». Ha osservato: «La gente mi ha chiamato razzista ogni volta. La gente diceva che in Mo' Better Blues, ero antisemita, in She's Gotta Have It che ero misogino». «Le persone penseranno solo quello che vogliono», ha detto Lee. «E tu sai cosa? Sono ancora qui, dopo quattro decenni di cinema». La teoria della demolizione controllata esiste fin dall'indomani degli attacchi terroristici dell'11 settembre, quando l'edificio 7 è stato colpito dai detriti delle Torri Gemelle ed è stato danneggiato da incendi, che hanno bruciato per sette ore fino a quando non è stato completamente distrutto verso le 5: 20 pm. Alcuni sostenitori della teoria suggeriscono che l'edificio sia stato demolito perché potrebbe essere servito come centro operativo per la demolizione delle Torri Gemelle, mentre altri suggeriscono che gli addetti ai lavori potrebbero aver voluto distruggere i file sulle frodi aziendali. Il produttore cinematografico di Loose Change Dylan Avery una volta ha detto che pensava che la distruzione dell'edificio fosse sospetta perché ospitava un ufficio della CIA, un avamposto dei servizi segreti, la Securities and Exchange Commission e il centro di comando di emergenza della città. Ma il comando delle operazioni speciali degli Stati Uniti ha affermato che chiunque avrebbe potuto affittare uno spazio nell'edificio. Anche il National Institute of Standards and Technology ha indagato sulle affermazioni e «non ha trovato prove a sostegno di ipotesi alternative che suggerissero che le torri di accesso al commercio mondiale siano state abbattute mediante demolizione controllata utilizzando esplosivi piazzati prima dell'11 settembre 2001». «Invece, fotografie e video da diverse angolazioni mostrano chiaramente che il crollo è iniziato ai piani dell'incendio e dell'impatto e che il crollo è progredito dall'inizio dei piani verso il basso fino a quando le nuvole di polvere hanno oscurato la vista». Lee è stato uno dei principali donatori democratici e negli ultimi anni ha fatto una campagna per i politici di estrema sinistra.

Attentato dell’11 settembre. Giulietto Chiesa: ''Intervennero forze potenti e diversi servizi segreti''. Luca Grossi l'11 Settembre 2021 su antimafiaduemila.com.

L'impero americano e i suoi vassalli sono stati gli artefici di una nuova Pearl Harbor. 20 anni sono passati da quell’11 settembre in cui l’intera umanità si è fermata davanti alle terrificanti immagini del più grande attentato terroristico che la storia moderna abbia mai visto. Ma mentre gli occhi attoniti delle persone di tutto il mondo erano incollati agli schermi delle televisioni che trasmettevano in diretta la tragedia, molti evidenti particolari sono sfuggiti ai più. Giulietto Chiesa, insieme ad altri studiosi del caso, non è stato uno di questi e negli anni ha fornito prove, documenti, carte e relazioni che dimostrano nero su bianco che ciò che è stato raccontato non rappresenta la realtà dei fatti.  Gli ideatori del "Progetto per il Nuovo Secolo Americano" (PNAC, Project for the New American Century, gruppo di neo-con guidato da Paul Wolfowitz) del resto lo avevano anche scritto nel loro testo 'guida' pubblicato nel settembre 2000. Un rapporto di novanta pagine intitolato "Ricostruire le difese dell'America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo" in cui si legge chiaramente che "l'America dovrebbe cercare di preservare ed estendere la sua posizione di leadership globale mantenendo la superiorità delle forze armate USA" e che il governo degli Stati Uniti dovrebbe avvantaggiarsi della sua superiorità militare ed economica per guadagnare una incontestabile superiorità attraverso tutti i mezzi possibili, comprese le forze militari. Inoltre nel rapporto vi è un passaggio assai curioso: "Il processo di trasformazione, anche se porterà un cambiamento rivoluzionario, risulterà molto lungo, se non si dovesse verificare un evento catastrofico e catalizzante, come una nuova Pearl Harbor".  Ad oggi gli ideatori del grande inganno stanno ancora mentendo e Giulietto Chiesa aveva tentato di avvertirci già da tempo. 

L'impero americano dietro al crollo delle torri gemelle. "È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da sempre che i diciannove presunti ‘dirottatori’, guidati da Osama bin Laden, non avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in abbondanza che nell'operazione intervennero forze potenti che avevano legami con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell'FBI, per arrivare fino all'ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano". Sono state queste le parole di Giulietto Chiesa quando nel 2016 aveva tentato di spiegare ad un occidente sordo - volutamente sordo - che dietro alla nuova "Pearl Harbor" si celavano sinistri piani per una destabilizzazione geopolitica atta a sostenere solo ed esclusivamente gli interessi dell'impero statunitense. Dopo l'11 settembre era poi iniziata una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole internazionali. "Tutti motivati con una nuova ed unica necessità: combattere il “nuovo nemico” dell'Occidente, l'Islam fondamentalista. "Il lavoro della '9/11 Commission' (cioè la "versione ufficiale") non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni", aveva scritto Chiesa, "mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org, dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi anni da un gruppo di specialisti di cui anch'io faccio parte. Quella Commissione - come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell'ex senatore democratico Bill Graham (che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indagò sull'11/9) e di numerosi senatori e deputati americani - rifiutò di esaminare documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l'attentato. Le 28 pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i ‘capri espiatori’ a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto che FBI e CIA erano - e tutto ciò è stato provato- al corrente della preparazione dell'attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione falsa dell'intera vicenda, per coprire i veri responsabili. A questa falsificazione - già provata - se ne possono aggiungere decine. Quanto basta per concludere che ci furono interessi potenti, all'interno dell'élite americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti dell'attentato". Inoltre in merito all'attentato dell'11 settembre si era espresso anche l'allora presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, il quale in diverse interviste aveva dichiarato che esistono indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a una corte internazionale, l'Amministrazione americana di George W. Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l'Amministrazione americana. 

La complicità del mainstream mediatico occidentale. Ogni impero ha le sue colonie e da regolamento - non scritto - devono fare da megafono alla voce del padrone. Tutto il mainstream mediatico ha coperto da 20 anni ormai una versione dei fatti "totalmente falsa, fino al ridicolo, impedendo l'emergere della verità", aveva scritto Chiesa sottolineato come gli ideatori e organizzatori dell'attentato, assieme ai loro vassalli, avevano avuto il controllo quasi totale della comunicazione mondiale arrivando a confinare migliaia di persone nell'ignoranza. Il problema è, dunque, al tempo stesso politico e comunicativo e in un’intervista rilasciata a Radio Saiuz - che in seguito riproponiamo assieme ai suoi interventi su Pandora Tv - Chiesa lo aveva spiegato molto bene. Aveva detto chiaramente che "la versione ufficiale degli eventi è falsa” e a muovere i fili dell’attentato ci sarebbero stati “i servizi segreti occidentali insieme all’intelligence pakistana e saudita”. Da quel giorno, ha aggiunto poi Giulietto Chiesa, “milioni di persone sono state frastornate fino al punto da ritenere scandaloso che qualcuno metta in discussione la storia che ci hanno raccontato”. Tutto ciò grazie ad una subdola campagna di mistificazione benedetta dallo Zio Sam.

Cosa resiste e perché delle idee cospirazioniste sull’11 settembre 2001. Juanne Pili e David Puente su open.online l11 settembre 2021. Dopo due decenni i teorici complottisti non sono ancora riusciti a fornire una versione alternativa valida rispetto a quella che chiamano “versione ufficiale”. La mattina dell’11 settembre 2001 diciannove terroristi di al-Qaeda salirono a bordo di quattro aerei di linea, rispettivamente della United Airlines e dell’American Airlines, le due compagnie che mettono in collegamento l’intero territorio degli Stati Uniti. Gli attentatori disponevano di semplici armi da taglio, che all’epoca non erano vietate a bordo. Alcuni di loro avevano regolari brevetti di volo, compatibili con i Boeing 757 e 767. Preso possesso dei voli spensero i transponder (segnali che permettono di identificare la traccia radar di un velivolo), quindi li dirottarono. Due aerei colpirono le Torri Gemelle, cambiando per sempre lo skyline di New York. Uno penetrò una facciata del Pentagono ad Arlington, il palazzo della Difesa americana a quattro chilometri dalla Casa Bianca. Un quarto velivolo – forse destinato a colpire proprio la residenza del Presidente degli Stati Uniti – precipitò quasi verticalmente, nelle campagne vicino a Shanksville, in Pennsylvania. Morirono in tutto circa tremila persone, di cui 343 vigili del fuoco, 265 passeggeri dei voli dirottati e 125 presenti nel Pentagono. Fino al giorno prima dei tragici eventi, il terrorismo islamico era qualcosa di apparentemente lontano ed estraneo nella vita quotidiana dei cittadini americani. Chi si poteva immaginare che una super potenza potesse subire un attacco così devastante ad opera dei mujaheddin provenienti da qualche caverna dell’Afghanistan? Com’è possibile che la possente intelligence a stelle e strisce non sia riuscita a sventare l’attacco? Come mai gli aerei non sono stati intercettati e abbattuti prima che colpissero gli obiettivi? Che sia tutto un complotto per giustificare una guerra in Afghanistan? Queste sono solo alcune delle domande alla base delle teorie del complotto sull’11 settembre che analizzeremo in questo articolo.

«Il nemico è il Governo». Secondo un sondaggio svolto nel 2016 dalla Chapman University, la teoria di complotto più diffusa negli Stati Uniti è quella secondo cui il Governo americano avrebbe nascosto informazioni sull’11 settembre, seguita da quella sull’insabbiamento dell’assassinio di John F. Kennedy. Più del 50% degli americani intervistati nel 2016 dalla Chapman University crede alle teorie del complotto dell’11 settembre 2001. Seguono quelle dell’assassinio di Kennedy e degli alieni. Di fronte ad eventi così scioccanti e caotici, c’è stato un tentativo di fornire una ricostruzione della realtà di facile comprensione. Per qualcuno risultava plausibile che dietro agli attentati ci fossero i Governi e i servizi segreti americani e israeliani piuttosto che un gruppo di estremisti musulmani guidati da una caverna in Afghanistan. Ad accusare gli americani e gli israeliani di aver orchestrato un enorme complotto non sono soltanto gli stessi americani. Le narrative cospirazioniste sono state abbracciate nei Paesi musulmani, così come negli ambienti politici di estrema destra e sinistra antiamericane e antisemite. Secondo i risultati di un sondaggio, pubblicati dal sito Worldpublicopinion.org (qui il salvataggio), il 43% degli intervistati in Egitto sostiene che gli attentati fossero opera di Israele. Secondo lo stesso sondaggio, in Italia il 56% incolpavano i terroristi islamici, mentre il 15% addossava la colpa al Governo americano. Ad alimentare ulteriormente l’idea di un operato oscuro da parte dell’amministrazione Bush è stata la bufala delle armi batteriologiche, diffusa dal segretario di Stato Colin Powell al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 5 febbraio 2003, per giustificare la guerra in Iraq. Qualcosa è stato effettivamente “nascosto”, ma non è quello che pensano i complottisti. Lo scorso 3 settembre 2021, il presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per condurre una revisione della declassificazione dei documenti relativi alle indagini dell’FBI sugli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, mantenendo la promessa fatta alle famiglie delle vittime affinché venissero alla luce i ruoli del governo saudita accusato di aver fornito assistenza ai dirottatori.

L’infodemia dell’epoca. L’attentato è stato anche un evento mediatico, trasmesso in diretta mondiale a seguito dello schianto del primo aereo contro una delle Torri Gemelle, generando dibattiti e attribuzioni di responsabilità dettate dalla fantasia in mancanza di prove. Molti si erano cimentati a “verificare” i fatti sulla base delle immagini dell’epoca, di pessima qualità rispetto a quelle odierne, diffondendo in seguito le tesi più assurde come quella sugli aerei creati con degli effetti speciali o del raggio polverizzante sparato da un satellite. Altre narrazioni, che hanno tratto in inganno persino dei fisici, si sono rivelate frutto di artefatti fotografici, come nel caso dei frammenti di metallo fuso trovati sotto le macerie delle Torri Gemelle, ispirate alla tesi più plausibile delle pozze di metallo fuso, riscontrabili anche mesi dopo il crollo: queste in nessun modo possono dimostrare che si sia trattato di un attentato ordito dagli stessi americani. Il fisico Steven Jones è stato tratto in inganno dalle immagini, che in realtà mostrano in alto un frammento di detriti e in basso le luci delle torce dei vigili del fuoco, sotto le macerie delle Torri Gemelle. Jones ha poi ammesso l’errore.

Perché gli aerei non sono stati intercettati? Alcuni dubbi in merito agli attentati possono anche essere legittimi, se non si ha una visione approfondita. Per esempio, ci si chiede come mai la difesa aerea americana apparentemente non fece niente. Quando gli aerei dirottati spensero i transponder non scomparvero per questo dai radar di base, era solo più complesso distinguerli da altri segnali spuri. Si tentò di contattarli pensando a un guasto. Informazioni importanti giunsero ai famigliari dei passeggeri, o ai centralini delle compagnie aeree, tramite i telefoni di bordo. L’idea di abbattere gli aerei era inconcepibile. Solitamente la prassi era di assecondare i dirottatori, coi quali si negoziavano delle trattative. Non era mai successo prima di trovarsi di fronte a dei dirottatori suicidi. Ad ogni modo, verso le 8:53 partirono dalla base di Otis due caccia F-15 col compito di intercettare i velivoli. Non avrebbero potuto fare molto di più.

L’affiancamento in volo serve per aprire una linea di comunicazione e trarre informazioni dal movimento dell’aereo. Esiste infatti un codice usato dai piloti per trasmettere messaggi attraverso specifiche manovre o segnali, senza farsi scoprire dai dirottatori. In questo caso però i terroristi presero direttamente i comandi.

Cronologia degli eventi. Anche i tempi per intervenire erano proibitivi. Già una decina di minuti prima il Boeing 767 della American Airlines (volo AA11) si era schiantato contro la Torre Nord  del World Trade Center (WTC) a New York, un palazzo altro 410 metri costituito da 110 piani. Alle 9:03 un altro aereo colpì la Torre Sud: era un Boeing 767 della United Airlines (volo UA175). A questo punto nessuno poteva pensare a un incidente, il mondo stava assistendo a un attentato senza precedenti. Scattò l’allarme generale, ma non è ben chiaro cosa avrebbe potuto fare la Difesa. Fino ad allora ci si aspettava attacchi dall’esterno, non dirottamenti suicidi dall’interno, con terroristi capaci di pilotare dei voli civili. Intanto alle 9:37 il Boeing 757 della American Airlines (volo AA77) penetrò il Pentagono. Nella zona c’erano almeno 55 testimoni che affermeranno di aver riconosciuto il velivolo. Nessuno dei presenti affermò di aver visto un missile, come sostenuto dai teorici del complotto senza alcuna prova a loro sostegno.

Alle 9:59 il calore degli incendi alimentati dal carburante degli aerei indebolì l’acciaio delle strutture portanti, facendo crollare la Torre Sud.

Alle 10:03 il Boeing 757 della United Airlines (volo UA93) precipitò quasi verticalmente in un campo della Pennsylvania. I passeggeri col motto «Let’s roll» (“Roll it”, secondo quanto riportato nel report della Commissione 911) si erano ribellati ai dirottatori, scongiurando un quarto attentato a spese della propria vita.

L’ultimo atto avvenne alle 10:28, col crollo della Torre Nord del WTC. Altri edifici subiranno danni dovuti ai detriti dei due edifici, che scateneranno grandi incendi, come quelli che causarono il crollo del WTC7, anche riguardo a questo episodio sono state prodotte diverse tesi cospirazioniste.

«Gli ebrei si salvarono perché non erano presenti». Un filo conduttore di tutte le teorie cospirazioniste è sempre l’antisemitismo, più o meno celato con le sembianze dell’anti-sionismo. Pensiamo per esempio al cosiddetto «caso Odigo». Si tratta di una società di messaggistica israeliana, che ricevette proprio nella filiale delle Twin Towers (secondo i cospirazionisti) l’avviso di attentati non meglio precisati. Quindi l’azienda avrebbe avvertito il personale, facendolo evacuare in tempo. I principali sostenitori di questa narrazione furono David Duke (gran maestro del Ku Klux Klan) e Alex Jones (conduttore radiofonico, noto cospirazionista e sostenitore del movimento QAnon). Quel che fecero fu travisare ad arte gli articoli della stampa israeliana. Arrivò davvero un messaggio minatorio, ma nella sede di Israele. Nel Paese gli attentati terroristici non sono mai stati eventi eccezionali, così come i falsi allarmi. Per questo Odigo non diede l’allarme. Del resto non si faceva riferimento a New York. Solo dopo gli attentati dell’11 settembre questo dato venne riconosciuto rilevante. Forse non sapremo mai se facesse davvero riferito al WTC, o più plausibilmente a un attentato previsto in Israele.

Un altro esempio di travisamenti riguarda gli ebrei presenti nelle Torri Gemelle che non si sarebbero presentati al lavoro proprio l’11 settembre. La stampa israeliana parlava di quattromila israeliani presenti a New York: per qualche ragione il dato è stato distorto, diventando «quattromila ebrei si salvarono perché non erano presenti». In realtà quel giorno morirono negli attentati 119 ebrei e 400 rimasero feriti. Da un travisamento all’altro saltò fuori anche che l’allora premier israeliano Ariel Sharon avesse disdetto la sua visita ufficiale in America, prevista proprio l’11 settembre. Guarda caso i cospirazionisti hanno confuso le date. La visita del Premier era prevista per il 23 settembre, ma il giorno dopo gli attentati fu disdetta, per ragioni più che comprensibili.

«Le demolizioni controllate delle Torri Gemelle». La teoria della demolizione controllata è il grande dogma dei complottisti dell’11 settembre. Rammentiamo che l’acciaio a sostegno delle Torri Gemelle non fu soggetto a fusione, semplicemente venne indebolito. Sappiamo che sono sufficienti 350°C per deformarlo, e a partire da 500°C si ammorbidisce. Gli impatti contribuirono a far perdere lo strato protettivo, cosa che contribuì a ridurre in partenza del 50% la resistenza delle strutture al calore. Così già oltre i 600°C la resistenza si riduce fino al 10% del totale. Leggi fisiche esistenti ben prima del 2001 spiegano perfettamente questi fenomeni. Tutti i paragoni coi precedenti disastri non hanno molto senso. Le Torri Gemelle non erano in cemento armato. Gli urti degli aerei civili – circa 120 tonnellate l’uno, a una velocità di almeno 700Km/h – con 32 mila litri di kerosene, innescarono gli incendi, alimentati dal contenuto degli edifici, cosa che non è nuova ai vigili del fuoco di tutto il mondo.  Anche senza kerosene in una stanza un incendio alimentato dalla mobilia può arrivare tranquillamente a 1000°C. Chi parla di incendi piccoli dovrebbe spiegare come mai tanti disperati si gettarono dalle finestre.

11 settembre 2001 | Chi parla di incendi piccoli dovrebbe spiegare come mai alcuni disperati si gettarono dalle finestre. Nella seconda immagine “The Falling Man”, foto scattata da Richard Drew della Associated Press; l’identità dell’uomo non è mai stata accertata.

I crolli, che hanno più di tutto ispirato le teorie di complotto, superficialmente sembrano un esempio di caduta controllata. Effettivamente, le demolizioni controllate funzionano in maniera analoga (non identica), proprio perché assecondano la caduta naturale della struttura, agevolando le principali sollecitazioni, che avvengono a partire dai piani più bassi. C’è allora chi misura i tempi dei crolli.

Per quanto riguarda la presunta caduta libera degli edifici, che suggerirebbe una demolizione controllata, basta osservare con attenzione le immagini, dove si vede chiaramente che i detriti (quelli ovviamente in caduta libera) sono ben più in basso rispetto al fronte del crollo.

11 settembre 2001 | Se osservate con attenzione noterete che i detriti cadono più velocemente, risultando al di sotto del fronte del crollo. È evidente che gli edifici non crollarono affatto in caduta libera.

Paolo Attivissimo e i suoi collaboratori del sito Undicisettembre.info hanno studiato i rapporti tecnici e intervistato esperti di demolizioni, stilando una lista delle principali differenze tra il modo in cui crollarono le Torri Gemelle e quelle dovute a una caduta controllata:

«Una demolizione controllata mediante esplosivi parte dal basso, mentre i crolli delle Torri iniziarono in alto, ai piani colpiti e incendiati»;

«Una demolizione controllata con esplosivi produce botti fragorosissimi appena prima del crollo, assenti invece durante i crolli delle Torri (alcuni testimoni parlano di esplosioni al WTC, ma molto prima dei crolli)»;

«Le facciate delle Torri si incurvarono verso l’interno appena prima del crollo, cosa che non avviene nelle demolizioni controllate»;

«In una demolizione controllata si rimuovono prima tutte le finestre per evitare che l’onda d’urto le scaraventi verso l’esterno in una pioggia letale di schegge, ma ovviamente al WTC questa rimozione preventiva non avvenne e quindi se vi fossero state esplosioni interne si sarebbe dovuta vedere una massiccia e diffusa proiezione verso l’esterno di frammenti delle finestre».

Paolo Attivissimo, Zero Bubbole Pocket | «L’inflessione delle colonne perimetrali prima del crollo è un fatto documentato fotograficamente, visibile nell’immagine qui sotto. Non è una teoria e non è frutto di manipolazioni al computer».

È possibile reperire su YouTube il video della demolizione controllata della Landmark Tower, un edificio simile a quelli del WTC.  Ascoltate l’audio e osservate da che punto parte il crollo. Confrontate con immagini e audio relativi alle Torri Gemelle, vi accorgerete della notevole differenza.

C’è chi parla allora dell’utilizzo della termite, che è una sostanza incendiaria, non un esplosivo. Per un chilo di acciaio è necessario utilizzarne 130 grammi, in modo da tagliare in maniera coordinata le colonne di ciascun piano a seguito dell’impatto con gli aerei. Non sarebbe dunque bastato rivestirle di una patina di termite (o nano-termite), come sostenuto dai complottisti.

11 settembre 2001 | Osservate quanto è complesso fondere un binario e quanta termite è necessaria per farlo.

«La demolizione controllata del WTC7»

Veniamo ora al crollo dell’Edificio 7 (WTC7). Secondo quanto appurato nel Final Report on the Collapse of World Trade Center Building 7 del NIST, il palazzo crollò per «collasso progressivo». Investito dai detriti della Torre Nord, l’Edificio 7 subì una serie di incendi, protrattisi per diverse ore, che in mancanza d’acqua non poterono essere domati. L’indebolimento delle strutture in acciaio a causa del calore fece il resto.

«Alcuni solai caddero internamente – continua Attivissimo su Undicisettembre.info – per cui una colonna in particolare, quella dello spigolo interno di nord-est, la numero 79, che reggeva un carico strutturale molto elevato, si trovò senza contenimento laterale lungo vari piani e si piegò, trascinandosi dietro i solai. Le altre colonne cercarono di reggere il carico straordinario, ma essendo indebolite si piegarono anch’esse e la struttura iniziò a crollare. Il crollo avvenne alle 17.20 circa dell’11 settembre 2001».

È difficile ma non impossibile reperire immagini che documentino quel che successe all’Edificio 7 poco prima del crollo. I teorici del complotto si accontentano di quelle che mostrano solo la facciata che non venne colpita dalle macerie. Quella che dava verso le Torri per esempio, presentava uno squarcio lungo circa venti piani, a cui si aggiunge un angolo lesionato che coinvolgeva dieci piani.

11 settembre 2001 | Dall’alto verso il basso: i detriti che travolsero il WTC7; immagine di Steve Spak che mostra la breccia aperta nella facciata dell’edificio prima del crollo.

Solo dopo sette ore di incendi indomabili per mancanza d’acqua il palazzo è finalmente crollato. Tutti gli addetti ai lavori sapevano a quel punto, che l’edificio sarebbe crollato. Già poco dopo mezzogiorno la struttura stava cominciando a pendere: chiunque fosse all’interno fu fatto uscire in tempo. I complottisti mostrano solo le immagini della facciata Nord, mentre i detriti investirono quella opposta.

Nacque una piccola leggenda attorno al termine «pull it», pronunciato da Larry Silverstein quando ormai era chiaro che il crollo sarebbe stato inevitabile. Silverstein viene considerato erroneamente il proprietario del grattacielo, in realtà ne era il locatario. Contrariamente alle interpretazioni dei complottisti nostrani, Pull it, non significa «buttatelo giù»; era riferito ai vigili del fuoco, significa infatti in questo contesto, «ritirateli». Del resto era una decisione presa dagli stessi pompieri.

«Il missile che colpì il Pentagono»

L’attacco al Pentagono è stato altrettanto oggetto delle fantasie cospirazioniste. Qui la dissonanza cognitiva si sente particolarmente. Del resto è il palazzo della Difesa americana, non è facile mandar giù il fatto che sia stato violato in quel modo. Il Pentagono è forse l’edificio per il quale sono stati fatti i maggiori travisamenti, non senza disdegnare immagini zumate e decontestualizzate ad arte.

Quella mattina alle 9:37 il Boeing 757 penetrò nella facciata del Pentagono provocando uno squarcio di 35 metri, dopo un rapido volo radente durante il quale piegò cinque lampioni e un generatore di corrente da 20 tonnellate. Il velivolo entrò nel piano terra e nel primo piano, dove non erano presenti pareti portanti. Rottami dell’aereo, resti umani ed effetti personali vennero trovati dentro e fuori. Nel prato antistante venne recuperata la scatola nera.

Buona parte delle tesi cospirazioniste si basano su luoghi comuni, come la credenza in presunte batterie di missili vicino all’edificio governativo, il quale sarebbe stato quindi colpito da un missile americano. Alcuni testimoni presenti non hanno saputo dire con precisione cosa hanno visto, ce ne sono 55 che hanno affermato di aver visto proprio un Boeing schiantarsi contro la facciata del Pentagono. Mentre sono in tutto 86 quelli che lo hanno visto dirigersi verso l’edificio. Nessuno ha affermato di aver visto un missile.

Alcuni guru complottisti hanno decontestualizzato un particolare della breccia lasciata dall’aereo larga circa cinque-sei metri. «Com’è possibile? Deve trattarsi di un missile». Invece, se andiamo a vedere le immagini integrali – prima del crollo della facciata – scopriamo che sotto quel particolare si vede uno squarcio compatibile con la forma e le dimensioni del velivolo.

«La ribellione del volo 93»

Quando i passeggeri del volo 93 appresero dai telefoni di bordo degli attacchi al WTC e al Pentagono pianificarono di reagire ribellandosi contro i dirottatori. Lo sappiamo perché uno di loro, Todd Morgan Beamer, raccontò le loro intenzioni al supervisore del servizio clienti della linea aerea Lisa Jefferson. 

Le sue ultime parole al telefono furono «Are you ready? OK. Let’s roll!». Non sappiamo se il volo dirottato dovesse finire contro una facciata del Pentagono o contro la Casa Bianca – non lo sapevano nemmeno quelle 33 persone, costrette dalle circostanze a diventare degli eroi nazionali. L’unica cosa che possiamo affermare con certezza è ci riuscirono: il loro gesto costrinse i quattro terroristi a bordo a far precipitare quel Boeing 757 nelle campagne nei pressi di Shanksville in Pennsylvania. L’impatto, quasi verticale, avvenne alle 10:03, alla velocità di 930Km/h. 

La ribellione venne confermata anche dall’esame della scatola nera. Fu l’ultimo atto degli attentati dell’11 settembre 2001. Contrariamente alla narrazione complottista, secondo cui questa storia è stata inventata e messa in scena da attori, esistono almeno quattro testimoni dell’impatto: Karl Landis, Eric Peterson, Terry Butler e Lee Purbaugh. Tutti confermano la cosiddetta «versione ufficiale».

I “guru” delle teorie del complotto. Il cosiddetto Movimento per la verità sull’11 settembre (9/11 truth movement) trova tra i suoi aderenti noti personaggi del complottismo americano, tra tutti Alex Jones di InfoWars. Durante una puntata del 25 luglio 2001, settimane prima dell’attentato, Alex Jones illustrò le sue teorie sui presunti «attacchi sotto falsa bandiera» (in inglese False Flag) a opera del Governo americano. A seguito dell’attacco alle Torri Gemelle, il conduttore americano sostenne che fosse tutta opera dell’amministrazione Bush. La puntata del 25 luglio 2001 usata dai complottisti per sostenere che Alex Jones avesse predetto l’11 settembre come “False flag” ad opera dell’amministrazione Bush. Un altro sostenitore di spicco delle teorie del complotto sull’11 settembre era lo scrittore e musicista Michael Ruppert. Nei suoi racconti sosteneva di essersi reso conto che c’era qualcosa di sbagliato osservando lo schianto del secondo aereo a New York, sospetto che avrebbe trovato conferma della presunta “mano” del Governo quando il volo AA77 colpì il Pentagono. Nel novembre 2001, a breve distanza dagli attentati, Ruppet tenne una conferenza dal titolo Truth and Lies of 9/11 davanti a circa mille persone per raccontare le sue verità sull’11 settembre. L’autore francese Thierry Meyssan pubblicò nel 2002 un libro dal titolo 9/11: The Big Lie, dove sostiene che il Pentagono venne colpito da un aereo militare o da un missile.

Il libro del 2002 del francese Thierry Meyssan. Benché Alex Jones risulti il più popolare tra i divulgatori delle teorie del complotto dell’11 settembre, quello che viene considerato il “leader intellettuale” dei cospirazionisti è il filosofo e professore universitario David Ray Griffin. Tra le fonti del docente americano troviamo The Terror Timeline, una cronologia degli eventi pre e post attentati pubblicata nel 2004 da uno studente della Stanford University di nome Paul Thompson.

L’opera dello studente universitario Paul Thompson pubblicata nel 2004. Il documentario di Michael Moore, pubblicato nel 2004 e intitolato Fahrenheit 9/11, non riportò teorie di complotto sugli attentati del 2001, limitandosi a descrivere il comportamento del Governo americano prima e dopo gli eventi.

Dopo gli americani e i francesi, nel 2006 compare uno dei primi video in italiano sulle teorie del complotto. Intitolato 11 settembre 2001 – Inganno globale, viene realizzato dal regista Massimo Mazzucco (già sostenitore della teoria del complotto sull’allunaggio).

Le verifiche sull’11 settembre

Non è possibile raccontare gli attentati dell’11 settembre 2001 ignorando il lavoro enciclopedico di Paolo Attivissimo e del suo team, disponibile online sul blog Undicisettembre.info. Si tratta del più ampio e documentato lavoro di fact checking sul tema in lingua italiana, che si avvale del contributo di numerosi esperti. Attivissimo fornisce anche una guida alla principale documentazione tecnico-scientifica, emersa dopo anni di ampie inchieste governative e indipendenti, in gran parte ancora disponibile online.

Per chi volesse cominciare a informarsi in maniera dettagliata su come sono stati pianificati gli attentati e sulle conseguenze degli impatti, sono degni di nota il report della Commissione 911, gli atti del processo Moussaoui e gli studi tecnici del NIST sulle Torri Gemelle e sull’Edificio 7.

A livello divulgativo, trovate su YouTube l’inchiesta del debunker britannico Myles Power, il quale analizza anche la sub-cultura che anima i movimenti complottisti sull’11 settembre. È ancora online sulla stessa piattaforma la puntata di Bersaglio Mobile dell’11 settembre 2017, condotta da Enrico Mentana, dove vengono analizzate le principali tesi cospirazioniste.

Conclusioni. È estremamente difficile convincere dopo tutti questi anni chi è stato ammaliato dalle narrazioni complottiste. La storia degli attentati dell’11 settembre merita uno sforzo in più da parte dei lettori. Sono tante le competenze in gioco, dal modo in cui funziona la cabina di pilotaggio di un aereo alle tecniche utilizzate dagli esperti di demolizione. Noi ci auguriamo di aver dato sufficienti riferimenti al fine di instradare chi è veramente interessato, scevro da preconcetti, a cominciare ad approfondire meglio l’argomento.

Attacco dell'11 settembre, l'Fbi desecreta e diffonde documento sulle indagini sulla "pista saudita". La Repubblica il 12 settembre 2021. Il rapporto di 16 pagine con più sezioni censurate viene declassificato per l'ordine del presidente Joe Biden di rilasciare documenti precedentemente segreti sull'indagine per chiarire gli attacchi terroristici. Il Federal Bureau of Investigation (Fbi) ha diffuso il primo di una serie di documenti relativi alla sua indagine sugli attacchi terroristici dell'11 settembre e al sospetto sostegno del governo saudita ai dirottatori, a seguito di un ordine esecutivo del presidente Joe Biden. Il documento fino a ora segreto che faceva parte delle sue indagini sul possibile coinvolgimento del governo saudita negli attacchi dell'11 settembre, dopo forti pressioni da parte dei parenti delle vittime. Il documento descrive i contatti che i terroristi hanno avuto con i sauditi negli Stati Uniti, ma non offre prove evidenti di un possibile coinvolgimento del governo dell'Arabia Saudita nel piano di attacco al Paese. Il rapporto di 16 pagine con più sezioni censurate viene declassificato come parte di un ordine del presidente degli Stati Uniti Joe Biden di rilasciare documenti precedentemente segreti sull'indagine dell'Fbi per chiarire gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001. Il documento, che risale al 2016, fornisce una serie di dettagli circa le indagini dell'Fbi sul presunto supporto logistico che un funzionario consolare saudita e un sospetto agente dell'intelligence saudita a Los Angeles avrebbero fornito ad almeno due degli uomini che hanno dirottato gli aerei l'11 settembre 2001. In particolare descrive molteplici connessioni e testimonianze che hanno spinto l'FBI a sospettare di Omar al-Bayoumi, ufficialmente uno studente arabo a Los Angeles, ma che l'FBI sospettava essere un agente dell'intelligence saudita che avrebbe poi fornito "assistenza di viaggio, alloggio e finanziamenti" per aiutare i due dirottatori. L'ambasciata saudita a Washington aveva dichiarato mercoledì di "accogliere con favore il rilascio" dei documenti dell'FBI ma che "qualsiasi accusa contro l'Arabia Saudita di complicità negli attacchi dell'11 settembre sarebbe categoricamente falsa". L'ordine esecutivo di Biden è giunto dopo che più di 1.600 persone, feriti o familiari di vittime degli attacchi, gli hanno scritto una lettera chiedendogli di astenersi dall'andare a Ground Zero a New York per celebrare il 20/o anniversario a meno che non avesse pubblicato le informazioni sul ruolo dell'Arabia Saudita 

11 settembre, il documento segreto dell'Fbi. "Sugli attentati l'ombra dell'Arabia Saudita". Luigi Guelpa il 13 Settembre 2021 su Il Giornale. I sospetti su funzionario consolare e uno strano agente. Doha: "Falsità". L'ambasciatrice saudita a Washington Reema Bandar Al Saud sapeva tutto, per questo mercoledì si era messa sulla difensiva sostenendo che «qualsiasi accusa di complicità dell'Arabia Saudita negli attacchi dell'11 settembre sarebbe categoricamente falsa». Al resto ci ha pensato l'Fbi, diffondendo ieri il primo di una serie di documenti relativi alle indagini sugli attacchi terroristici di vent'anni fa e al sostegno del governo di Riyadh ai dirottatori, dopo un ordine esecutivo del presidente Joe Biden. Il documento risale al 2016 e fornisce una serie di dettagli circa le indagini sul supporto logistico che un funzionario consolare e un agente dell'intelligence a Los Angeles avrebbero fornito ad almeno due degli uomini che dirottarono gli aerei. Nelle ultime ore sarebbe emersa l'identità di uno dei terroristi in contatto con le autorità saudite: si tratta di Nawaf Al Hazmi, originario della Mecca, dirottatore del volo 77 American Airlines che si schiantò sul Pentagono. Le generalità dei fiancheggiatori, che emergono dal documento di 16 pagine non più top secret, sono invece quelle di Omar Al Bayoumi, uno studente arabo a Los Angeles, e di Fahad Al Thumairy, all'epoca diplomatico presso il consolato saudita della città californiana. Bayoumi viene indicato come un agente dell'intelligence saudita che avrebbe fornito assistenza di viaggio, alloggio e finanziamenti ai due jihadisti. Al Thumairy guidava invece una fazione estremista nella sua moschea, dove si trovavano a pregare Al Hamzi e suo fratello Salem (anche lui sul volo 77). Il rapporto è il primo documento investigativo ad essere divulgato da quando il presidente Biden ha ordinato una revisione e declassificazione di materiali che per anni sono rimasti segreti. L'inquilino della Casa Bianca ha così acconsentito alla richiesta delle famiglie delle vittime, che ritengono che gli atti da declassificare possano mostrare una connessione tra i 19 attentatori e le autorità saudite, oggetto di una causa legale da parte dei parenti dei quasi 3mila morti e 6mila feriti. Il primo ad accogliere con una certa soddisfazione la svolta è uno degli avvocati dei parenti delle vittime, Jim Kreindler. Alla Cnn ha spiegato che «i risultati e le conclusioni di questa indagine convalidano le argomentazioni che abbiamo portato nel contenzioso relativo alla responsabilità del governo saudita e mostra come al Qaeda abbia agito con l'appoggio di Riyadh». Non solo, Kreindler parla con una certa sicurezza di telefonate intercorse tra diplomatici dell'Arabia Saudita e miliziani di Al Qaeda nei giorni precedenti all'11 settembre. «L'allora governo di re Fahd ha persino provveduto a pagare le scuole di volo ai terroristi». Ci si domanda che cosa accadrà adesso nei rapporti diplomatici tra Washington e Riyadh, caratterizzati negli ultimi tempi da una dinamica da montagne russe, con picchi di collaborazione e rapide discese. Un fatto è certo: nel 2019, durante la campagna per la nomination democratica, Biden definì l'Arabia Saudita «pariah», promettendo di interrompere il sostegno Usa. Luigi Guelpa

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 13 settembre 2021. L'Fbi inizia a pubblicare i documenti segreti delle indagini sull'11 settembre, che confermano i sospetti riguardo l'Arabia Saudita, ma a Kristen Breitweiser non basta: «Bisogna rivelare tutto, anche sul ruolo di Iran, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Pakistan e Qatar. Non saremo mai sicuri, fino a quando colpevoli e complici non verranno portati davanti alla giustizia». Biden ha ordinato di togliere il segreto, e durante l'anniversario di sabato l'Fbi ha pubblicato un rapporto di 16 pagine su "Encore", l'inchiesta riguardo Riad. Il testo si concentra sull'aiuto che Nawaf Al-Hazmi e Khalid Al-Mihdhar, i primi due attentatori arrivati negli Usa all'inizio del 2000, avevano ricevuto in California dall'ex impiegato statale saudita Omar al-Bayoumi e dal funzionario del consolato di Los Angeles Fahad al Thumairy. Kristen negli attentati aveva perso il marito Ron, e insieme ad altre tre vedove aveva formato il gruppo delle "Jersey Girls", determinante nella creazione della Commissione d'inchiesta sull'11 settembre.

Cosa pensa del rapporto?

«Sebbene ci siano ancora troppi passaggi cancellati, continua a sollevare domande scomode non solo sul ruolo saudita, ma anche sui fallimenti sistemici del mio governo che hanno contribuito all'enorme devastazione». 

Ritiene che l'Arabia Saudita abbia aiutato i dirottatori?

«Il governo americano possiede informazioni per provare il ruolo saudita, come minimo nel sostegno finanziario. I fatti dimostrano che avevano un grande network di appoggio negli Usa, già 18 mesi prima dell'attacco. Vari governi stranieri hanno giocato un ruolo, all'interno e all'esterno degli Usa. Pubblicare queste informazioni è l'unico modo per assicurare che non avremo un altro 11 settembre».

Non sospettate solo dell'Arabia Saudita?

«No. Le famiglie delle vittime sono in causa con l'Iran, responsabile di aver aiutato i dirottatori con passaporti e trasporti. Dal 1992 al 1996 Bin Laden ha vissuto in Sudan, rafforzando Al Qaeda. Molte transazioni finanziarie che hanno consentito agli attentatori di colpire sono originate negli Emirati Arabi Uniti. Khalid Sheikh Mohammed, mente dell'operazione, era in Qatar prima degli attacchi, ma per qualche ragione non siamo andati a prenderlo. Bin Laden, infine, è stato trovato in Pakistan: cosa ci faceva libero in quel Paese? Sono domande scomode, perché riguardano alleati degli Usa, e quindi avrebbero un impatto sulla politica estera. Vendiamo un sacco di armi all'Arabia Saudita, dove abbiamo una forte presenza militare: né noi, né loro, vogliamo mettere a rischio questo rapporto».

Cosa pensa del ritiro dall'Afghanistan?

«Capisco perché siamo andati, ma l'operazione è stata gestita male dall'inizio, cioè da quanto abbiamo fatto negli anni Ottanta, come nel 1996 abbiamo permesso a Bin Laden di tornare, e tutti i problemi successivi, incluso il ritiro». 

Cosa prova a vedere i taleban di nuovo al potere?

«Mi si spezza il cuore». 

Teme che torneranno ad attaccare l'America?

«Sono sicura che possono, e probabilmente lo faranno». 

Cosa ha provato quando Bin Laden è stato ucciso?

«Anche questo ha sollevato domande. Perché ci abbiamo messo così tanto a trovarlo? Perché era libero in Pakistan? Poi sarebbe stato meglio prenderlo vivo, per processarlo e sentire cosa aveva da dire». 

Non potremmo conoscere la verità dal processo di Khalid Sheikh Mohammed?

«Vorrei vederlo, ma non avverrà mai, perché è stato torturato dalla Cia». 

Le prove raccolte con la tortura sono inammissibili?

«Questo è un motivo. Poi non vogliono che alcune cose scoperte negli interrogatori diventino note, e temono che i suoi avvocati rivelino in tribunale le prove della tortura». 

Alcuni ex detenuti di Guantanamo sono membri del governo di Kabul.

«È successo perché Guantanamo è stata gestita male dal principio. È una "kangaroo court", un tribunale fantoccio. Una macchia nella storia degli Usa. I colpevoli sono là, ma non possono essere processati».

Mohammed è stato arrestato in Pakistan: non dovrebbe almeno sapere chi l'ha aiutato?

«Ovvio. Sapete quanti soldi danno gli Usa al Pakistan ogni anno? Eppure Bin Laden era nascosto là». 

I suoi critici l'accusano di essere più dura con gli Usa che con Al Qaeda.

«I terroristi che hanno ucciso mio marito sono criminali e vanno portati a processo. Ma è il mio governo che impedisce la giustizia, non noi. Non so perché, ma pur avendo le prove di chi li ha sostenuti finanziariamente, chi li ha aiutati logisticamente, chi li ha addestrati militarmente, chi ha insegnato loro a dirottare gli aerei, e le conversazioni registrate in occasione di attacchi precedenti come la Cole, gli Usa vogliono lasciarli andare».

11 SETTEMBRE / CIA, FBI & CASA BIANCA, (STATI) UNITI NEL TERRORE. Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci il 7 Settembre 2021. 20 anni da quel tragico 11 settembre. Il capo della Casa Bianca, Joe Biden, promette di rendere pubblici atti & documenti fino ad oggi top secret. “Desecreto tutto”, sbandiera. Altro fumo negli occhi degli americani, dopo i freschissimi, tragici scivoloni sul fronte dell’Afghanistan e su quello dei vaccini, per far approvare in modo illegale dalla ‘Food and Drug Administration’ il prodotto Pfizer e con il diktat per la terza dose. Perché la verità sull’attentato alle Torri Gemelle e i 3000 morti è già consegnata alla storia ed è ben nota, non solo agli americani. Ma è stata regolarmente nascosta dal mainstream, dalla stampa sempre più omologata e cloroformizzata. Una verità che parla di precise, chiare, inequivocabili responsabilità dei servizi segreti e d’intelligence a stelle e strisce, FBI e CIA in cima alla lista: le cui azioni, di tutta evidenza, erano orchestrate nelle alte sfere, vale a dire la Casa Bianca e il Pentagono. Le prime verità risalgono ai risultati del lavoro svolto dalla "Commissione nazionale sugli attacchi terroristici dell’11 settembre", nota anche come "Commissione sull’11 settembre", venuti alla luce il 27 maggio 2004. Sul fronte italiano, spicca il grande lavoro investigativo svolto da Giulietto Chiesa e da Ferdinando Imposimato, due grandi amici della ‘Voce’, due colonne che hanno firmato per il nostro magazine decine e decine di inchieste al calor bianco: ed anche sui misteri (ormai non più tanto) che avvolgono le Twin Towers. Procediamo con ordine. E partiamo dagli esiti della "Commissione 11 settembre".

ALTE COMPLICITA’

Una Commissione perfettamente bypartizan, composta da 5 democratici e 5 repubblicani, presieduta dal repubblicano Thomas Kean (all’epoca governatore del New Jersey), vicepresieduta dal democratico (allora in rappresentanza dell’Indiana) Lee Hamilton. In realtà, a dirigere la Commissione era stato chiamato addirittura l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, il quale dopo poche settimane si dimise per palese conflitto d’interessi: quel Kissinger che più di vent’anni prima aveva diretto la ‘non liberazione’ di Aldo Moro, come proprio Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato hanno documentato nel loro mitico “Doveva Morire”. Un lavoro investigativo – quello della Commissione a stelle e strisce – andato avanti a singhiozzo, tra mille ostacoli ed intralci e soprattutto una scarsissima collaborazione da parte delle istituzioni, proprio quelle istituzioni che, invece, avrebbero dovuto collaborare al massimo ed esigere verità e giustizia. Tra insabbiamenti e depistaggi va avanti il lavoro, che comunque, alla fine, qualche risultato lo produce: in soldoni, l’imputato numero uno è l’Arabia Saudita, che avrebbe favorito in tutti i modi i terroristi, sia sotto il profilo organizzativo che, soprattutto, finanziario. Ma saranno, un paio d’anni dopo (nel 2006), gli stessi vertici della Commissione, Kean ed Hamilton, a spiegare come andarono realmente le cose in un libro-verità, regolarmente oscurato dal sempre servizievole mainstream: si tratta di “Senza precedenti: la storia interna della Commissione sull’11 settembre”.

UN LIBRO CHOC

In quel libro choc, infatti, senza peli sulla lingua i due commissari (rammentiamolo, uno repubblicano e uno democratico) sostengono che quella Commissione venne “costituita per fallire”, cioè per nascondere la verità. Per pagine e pagine i due coraggiosi commissari descrivono per filo e per segno il profondo senso di frustrazione provato di fronte alle ripetute e fuorvianti dichiarazioni, palesemente errate, rilasciate dai funzionari del Pentagono e della ‘Federal Aviation Administration’, proprio ai fini di un depistaggio in piena regola. La conclusione che traggono non lascia spazio ai dubbi: le defaillances   della Central Investigation Agency (CIA) e del Federal Bureau of Investigation (FBI) degli Usa hanno permesso il verificarsi degli attacchi terroristici. Attacchi che si sarebbero potuti agevolmente evitare se solo le due agenzie avessero operato in modo appena più efficace e consapevole. Motivo per cui è facile dedurre che non si sia trattato di superficialità e pressapochismo, visto l’elevato standard di efficienza sempre palesato dai due apparati investigativi, noti in tutto mondo, da sempre: ma si sia trattato, invece, di complicità & collusione. Il tutto, of course, con l’ok, anzi la benedizione del Pentagono e della Casa Bianca, il cui vertice era all’epoca rappresentato da George Bush junior, il rampollo di George Bush senior. Uno dei principali depistatori, nel quadro di questa raccapricciante sceneggiata che ha causato 3.000 vittime (senza contare i devastanti effetti collaterali seguenti, come le invasioni di Iraq e Afghanistan), è stato l’allora capo della CIA, George Tenet, il cui comportamento, come vedremo in seguito, è stato segnalato da Imposimato nella sua relazione sull’11 settembre redatta per il Tribunale dell’Aja per i crimini contro l’umanità. 

CIA, A TUTTO DEPISTAGGIO

Ecco il report di un sito di controinformazione, all’epoca dei lavori della Commissione: “Il direttore della Cia, George Tenet, ha fuorviato la Commissione e ‘ovviamente non è stato disponibile’ nella sua testimonianza davanti alla Commissione, secondo il copresidente Thomas Kean. Un agente dell’Fbi, di nome Doug Miller, aveva lavorato all’interno della Alec Station, nota anche come ‘Bin Laden Issue Station’, un’unità della Cia dedicata al monitoraggio delle attività di Osama bin Laden e dei suoi associati. Nella primavera 2000 Alec Station ha appreso che Khalid al-Mihdahar, un cittadino saudita che all’epoca era noto per essere un membro di al-Qaeda, e Nawaf Al Hazmi, un altro saudita che a quel tempo era un sospetto agente di al-Qaeda, erano entrati negli Stati Uniti e vivevano con il proprio nome nel sud della California”. Prosegue quel report: “L’agente dell’Fbi Miller voleva informare l’Fbi della loro entrata e presenza negli Stati Uniti, ma la Cia ha bloccato gli sforzi di Miller per farlo. La contemporanea bozza di Miller all’Fbi che riferiva su questo, ossia che la Cia aveva impedito a Miller di inviare in quel momento, fu trovata molto più tardi. Khalid Al Mihdahar e Nawaf Al Hazmi erano fra i dirottatori dell’11 settembre del volo 77 dell’American Airlines. La Cia non ha quindi rivelato alla Commissione che più di un anno prima dell’11 settembre, stava monitorando l’ingresso e la posizione dei due dirottatori all’interno degli Stati Uniti”. E così conclude: “Il copresidente Kean ritiene che l’incapacità della Cia di fornire queste informazioni alla Commissione sia stata deliberata, non un errore. ‘Oh, non è stata una svista negligente’, ha risposto Kean. ‘Era intenzionale. Nessun dubbio su questo nella mia mente… Nel Dna di queste organizzazioni c’è la segretezza”. Più chiaro di così! Eccoci, dunque, al folto gruppo dei dirottatori. Sia Khalid al-Mihdar che Nawaf al-Hazmi facevano parte del commando di 5 terroristi che dirottarono il volo 77 dell’American Airlines schiantatosi sul Pentagono.Ma chi era, invece, il super capo di tutto il commando, composto complessivamente da 19 terroristi, di cui 5 in missione sul Pentagono e gli altri 14 sulle Twin Towers? 

ATTA D’ACCUSA

Si tratta di Mohamed Atta, la cui figura viene delineata a tutto tondo da Ferdinando Imposimato nella sua lunga e dettagliata relazione scritta per la Corte dell’Aja. E Ferdinando scrisse in quell’epoca (marzo 2012) un’inchiesta per la Voce, nella quale descriveva, appunto, il profilo di Atta, la sua story e soprattutto tutte le attività svolte in oltre un anno di perfetta libertà negli States, proprio quell’anno che ha preceduto l’attacco alla Torri Gemelle. E’ la vera pistola fumante, la prova regina che attesta le responsabilità, anzi le collusioni di Fbi e Cia nella connection: il tutto, come abbiamo già rimarcato, per l’attenta regia della Casa Bianca e del suo braccio operativo, il Pentagono.I legami tra Atta e la primula rossa, per anni, del terrorismo internazionale, Osama bin Laden, erano molto stretti. Suggellati, tre anni fa, anche dal matrimonio tra il figlio di Osama, Hamza bin Laden, e la figlia del capo commando. Ma anche fratelli e fratellastri di Osama hanno fatto non poco parlare di sé. E’ di appena un mese fa – la notizia è stata diffusa dalle agenzie il 2 agosto scorso – una sontuosa vendita, da ben 28 milioni di dollari. Si tratta della villa di Bel Air – il quartiere più chic di Los Angeles, popolato di star del cinema – fino a quel momento di proprietà del fratellastro di Osama, Ibrahim bin Laden, che l’aveva abbandonata appena dopo l’attacco alle Torri Gemelle. La stupenda proprietà immersa nel verde delle colline di Santa Monica è rimasta abbandonata per vent’anni, fino alla fresca vendita. 

LE GRANDI ‘PARTITE’ DI BUSH SENIOR

Ed era un miliardario anche il fratello di Osama, Shafiq bin Laden, il quale – guarda caso – proprio quella tragica mattina dell’11 settembre si trovava in compagnia di George Bush senior. La cornice era sontuosa, ossia la terrazza del Ritz-Carlton Hotel di New York; e l’occasione da non perdere, ossia l’assemblea annuale dei prestigiosi soci di ‘Carlyle Group’, un colosso della finanza a stelle e strisce. E i due ‘amiconi’ – George e Shafiq – si poterono godere il magico spettacolo pirotecnico da quella terrazza che più panoramica non si può.

Ma i rapporti tra Osama bin Laden e Bush senior sono stati anche diretti. Come la Voce ha documentato nel corso di un’intervista con l’avvocato Carlo Taormina, il quale è stato anche il legale di Loredana Bertè, all’epoca compagna del campione di tennis Bjorn Borg. Raccontò Taormina alla Voce di un pranzo organizzato nella tenuta di Bush padre, grande appassionato della racchetta, al quale presero parte, come guest star, il super tennista svedese, la sua Loredana e – udite udite – nientemeno che il futuro re del terrore, Osama bin Laden. Siamo a fine anni ’90….

11 SETTEMBRE / OBAMA DESECRETA LE COMPLICITA’ DI CIA E FBI? Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci il 10 maggio 2016.11 settembre 2001: quasi 15 anni fa la tragedia delle Torri Gemelle. 1 maggio 2011: 5 anni fa l’eliminazione del ricercato numero uno, Osama bin Laden. Due gialli ancora avvolti nelle nebbie. Potrà far luce il dossier che Barack Obama sta per desecretare, prima di lasciare la Casa bianca? Sono vere alcune indiscrezioni, secondo le quali alcuni “pezzi” di verità potrebbero emergere in modo clamoroso, svelando le complicità di pezzi da novanta dell’establishment Usa, in primis vertici di Cia, Fbi e super apparati della sicurezza a stelle e strisce? Staremo a vedere. Intanto dagli States rimbalza una notizia clamorosa: dietro il “terrorismo” islamico e gli attentati, una Gladio B, gemmazione di quello “Stay Behind” che ha insanguinato l’Italia e contrassegnato la “strategia della tensione” di casa nostra. Cominciamo da oggi. Le news a stelle e strisce aggiornano su un Donald Trump in vena di capriole prevoto: tra le ultime sparate, la promessa del magnate di liberare, appena eletto, il medico pakistano – un eroe per tantissimi negli Usa – che con la scusa di un vaccino avrebbe portato al nascondiglio del suo illustre paziente, bin Laden: si tratta di Shakil Afridi, condannato a ben 33 anni di galera in patria con l’accusa di far parte di un gruppo terroristico. Per festeggiare l’uccisione di Osama, comunque, la Cia l’ha pensata e fatta grossa: un diluvio di messaggi video via Twitter, dal 1 maggio, per mostrare al popolo yankee dei flash sull’operazione, “come se tutto stesse succedendo in tempo reale”, hanno commentato le menti Cia illustrando l’originale iniziativa. La Cnn, dal canto suo, ha intervistato Obama nella “situation room” nella Casa Bianca, dove il presidente potè seguire in diretta, con i suoi più stretti collaboratori, il mitico blitz. Potete leggere tutti i dettagli di quell’operazione taroccata – bin Laden non venne catturato e ucciso dopo una rocambolesca ricerca, ma semplicemente venduto per milioni di dollari (pare una dozzina) dal capo dei servizi segreti pakistani, Mohamoud Ahamad, che ritroveremo fra poco – nell’inchiesta della Voce messa in rete esattamente un anno fa, il 15 maggio 2015.

Ma il “nodo”, ora, per Obama, resta uno: desecretazione sì, desecretazione no. Spiega un esperto di intelligence Usa: “Prima della fine del suo mandato il presidente ci terrebbe a fare due cose che gli pesano non poco sullo stomaco: la questione Guantanamo, che non è riuscito a risolvere dopo le tante promesse di chiudere quel lager; e la vera storia delle Torri Gemelle, un problema gigantesco, perchè se si inizia a scalfire il muro di gomma fino ad oggi innalzato sono guai per tutti ai vertici del potere Usa, con deflagranti effetti a catena ora del tutto inimmaginabili”. In un’intervista alla Cbs rilasciata da Obama il 19 aprile, il numero uno della Casa Bianca ha ammesso che la decisione sulla desecretazione è ad un punto di svolta. Lo ha fatto prima di partire per un viaggio in Arabia Saudita. “Circostanza significativa – viene sottolineato – perchè certe rivelazioni riguarderebbero proprio il ruolo svolto dall’Arabia Saudita nel fiancheggiare il terrorismo islamico e un possibile ruolo anche per la vicenda dell’11 settembre”. Ecco alcune parole di Obama, a proposito del dossier sulle Torri Gemelle fino ad oggi top secret, 28 pagine dense di nomi & circostanze bollenti: “ho un’idea di cosa ci possa essere scritto, ma la nostra intelligence, guidata da Jim Clapper, ha dovuto assicurarsi che le informazioni, una volta rilasciate, non compromettessero la sicurezza del Paese. Credo che Clapper abbia finito questo lavoro”. Che verità, a questo punto, salteranno fuori? Brandelli, per non “compromettere” i destini dei Palazzi Usa, o almeno mezze verità? Perchè fino ad oggi la macchina della “disinformazione” e del più totale “insabbiamento” ha avuto sempre la meglio. 

2012, L’ATTA D’ACCUSA DI FERDINANDO IMPOSIMATO. Ad effettuare una minuziosa ricostruzione di quel tragico 11 settembre, delineando soprattutto un identikit dei protagonisti dell’attentato che cambiato le sorti del mondo, s’è attivato, cinque anni fa, un team di studiosi internazionali, al quale la Corte dell’Aja ha chiesto un contributo scientifico (e anche giuridico) per cercare di comporre le tessere del complesso mosaico. In prima fila, i nostri Ferdinando Imposimato e Giulietto Chiesa. A marzo 2012 Imposimato – storico “giudice istruttore” ai tempi del rapimento Moro e dell’attentato a papa Woytila – scrisse per la Voce un ampio reportage che titolammo “Atta d’Accusa”: una profetica ricostruzione consegnata alla Corte dell’Aja. Alcuni suoi cardini – secondo indiscrezioni – potrebbero trovare una clamorosa conferma nel dossier che Obama starebbe per desecretare. Accanto a Mohamed Atta – il capo dei kamikaze per l’attacco alle Twin Towers – il personaggio chiave della story è Mohamoud Ahmad, il capo dei potenti servizi segreti pakistani (ISI) a inizio 2000: l’uomo che commissionò, per conto della Cia, ad Atta & C. l’attacco alla Torri, e che dopo dieci anni esatti “venderà” per una barca milionaria di dollari bin Laden alla stessa, generosa Cia. Leggere per credere. Ecco cosa scriveva Imposimato più di 4 anni fa, marzo 2012 (in basso il link dell’inchiesta pubblicata dalla Voce). “Vi è la prova che a novembre del 1999 Mohammed Atta, pedinato dalla Cia, lasciò Amburgo e andò prima a Karaci, in Pakistan, poi a Kandahar, in Afghanistan. Qui Atta incontrò Osama Bin Laden e lo sceicco Omar Saeed. Saeed era colui che avrebbe finanziato, per conto del capo dei Sevizi segreti pakistani (ISI), Mahmoud Ahmad, l’egiziano Atta e i suoi kamikaze. Secondo il Times India, che ebbe le intercettazioni dei colloqui di Saeed con Ahmad, questi nel giugno 2000 inviò dal Pakistan 109 mila dollari ad Atta, tramite una banca di Dubai. E ciò mentre Atta era appena arrivato in Florida”. Ricostruì ancora Imposimato: “L’amministrazione Usa dal 1999 aveva la prova dell’incontro di Atta con Saeed. Ma non accadde nulla. Perchè? La ragione è evidente: Ahmad, che si trovava a Washington dal 4 all’11 settembre, cioè nella fase cruciale della preparazione ed esecuzione degli attacchi, e si era incontrato con il capo della Cia George Tenet, aveva la possibilità di ricattare l’amministrazione Bush. E di dimostrare che l’esecutivo sapeva dell’attacco e lo aveva lasciato eseguire per giustificare le guerre successive. La presenza di Ahmad alla Casa Bianca, e poi al Pentagono, venne scoperta dal professor Michel Chossudovsky, che non è stato mai smentito”. Un altro componente, Chossudovsky, del gruppo di esperti incaricati dall’Aja di redigere la “controinchiesta” sull’11 settembre. “Ho avuto modo di sentire Chossudovsky al Toronto Hearing, nel settembre 2011: un grande ricercatore di verità”, scriveva ancora l’ex magistrato, che nella sua minuziosa ricostruzione dei mesi precedenti (quel tragico 11 settembre) di Atta, ne scopre delle belle, libero come un fringuello – il capo dellla band – di girare per mezzo mondo. Viaggi senza tregua, nonostante visti illegali e, soprattutto, nonostante “formalmente” il suo nome risultasse nella super lista dei ricercati per terrorismo stilata dal dipartimento di Stato fin dal 1986. Sottolinea soprattutto due clamorose circostanze, Imposimato, nel suo reportage. Bush era al corrente di tutto, possibili attentati imminenti compresi, perchè la Cia ad agosto 2001 inviò alla Casa Bianca una lettera top secret che testualmente, fra l’altro, diceva: “Osama bin Laden determined to strike Us” e faceva riferimento all’attentato del 1993 al World Trade Center, il tutto con l’obiettivo di “bring the fighting to America”, portare il conflitto nel cuore degli States. E tutto sapevano, ovviamente, i vertici dei Servizi a stelle e strisce. In particolare Tom Wilshire, il cui comportamento “attivo e omissivo” Imposimato ha denunciato davanti alla Corte dell’Aja: “quando nell’agosto 2001 passò dalla direzione della Cia al vertice dell’Fbi, egli sapeva perfettamente che Atta aveva fatto azione di reclutamento di terroristi in Germania e aveva acquistato polvere per esplosivi a Francoforte. E’ un probabile complice dei terroristi per aver consentito gli spostamenti negli Usa e aver omesso di informare l’Fbi circa questi spostamenti. Non fornì – scrisse ancora Imposimato – all’Fbi le notizie che aveva raccolto sul conto di Atta e degli altri, fin dall’incontro di Kuala Lampur nel dicembre 1999”. Scrive Laura Ferrari sui “misteri irrisolti” dell’11 settembre: “Tra gli altri misteri che i 19 dirottatori si sono portati nella tomba, ci sono visite rimaste inspiegabili a Las Vegas nei mesi prima dell’attentato, uno strano incontro in Malaysia nel 2000 (con ogni probabilità il summit di Kuala Lampur a dicembre, ndr) tra esponenti di Al Qaeda e due terroristi poi morti sull’aereo finito al Pentagono e il bizzarro itinerario seguito la mattina dell’11 settembre da altri due dirottatori. Nessuno ha capito – scrive ancora – perchè Mohamed Atta e Abdulaziz Alomari quella mattina compirono un complesso viaggio fino a Portland, nel Maine, prima di trasferirsi a Boston e imbarcarsi sugli aerei poi finiti sulle Torri Gemelle”. 

MAXI TRAFFICI ILLEGALI & COPERTURE DELLA GLADIO B

Ma un’altra investigatrice – per anni in servizio all’Fbi come traduttrice – ha scritto un esplosivo dossier-verità sulle Torri Gemelle e la fitta rete di complicità ad altissimo livello. Si tratta di Sibel Edmond, che è riuscita a raccogliere una sterminata mole di materiali, ha poi inutilmente cercato un editore, non lo ha evidentemente trovato e alla fine ha deciso di autopubblicare “Classified Woman – the Sibel Edmond Story” proprio nella primavera 2012: subito eclissato dai media e ignorato dai mezzi d’informazione, pochi stralci a vagare nell’etere del web alternativo. Ecco, di seguito, alcuni illuminanti passaggi tratti da un report del Sunday Times. “La Edmonds descrive gli stretti legami di Pentagono, Cia e Dipartimento di Stato con i militanti di Al Qaeda fin dal 2001. Il suo libro accusa esplicitamente gli allora vertici governativi e militari di negligenza, corruzione e collaborazione con Al Qaeda in traffici di armi e droga nell’Asia Centrale. Edmond sostiene che l’allora braccio destro di bin Laden, Ayman al-Zawahiri, ha avuto numerosi incontri presso l’ambasciata Usa a Baku, in Azerbaijan, con gli uomini dell’intelligence statunitense dal 1997 al 2001, all’interno di un’operazione conosciuta come Gladio B. Secondo Edmonds, al-Zawahiri, così come diversi membri della famiglia bin Laden e altri importanti mujahideen, sono stati trasportati dagli aerei militari della Nato in diverse parti dell’Asia Centrale e sui Balcani per partecipare a operazioni di destabilizzazione decise dal Pentagono”. Parole che pesano come macigni. Sui proficui rapporti tra bin Laden e la famiglia Bush, del resto, la Voce a inizio 2000 pubblicò alcune dichiarazioni dell’avvocato Carlo Taormina, all’epoca legale di Loredana Bertè, la quale gli aveva raccontato di “un pranzo con l’ex marito, il tennista Bijorn Borg, a casa Bush: al tavolo c’era un certo Osama bin Laden”. Continuiamo col report. “Sibel Edmonds, che ha studiato legge e psicologia criminale alle università George Washington e George Mason, ha descritto come la Cia e il Pentagono hanno condotto una serie di operazioni coperte supportando la rete di milizie islamiste legate a bin Laden subito dopo l’11 settembre, in Asia Centrale, nei Balcani e nel Caucaso. Mentre i legami sono ben noti e ammessi dagli Usa durante la guerra russa in Afghanistan, i legami successivi sono stati sempre falsamente negati”. Ecco, più in dettaglio, la Gladio B secondo la ricostruzione della investigatrice-traduttrice. La quale fa un nome, quello del maggiore Douglas Dickerson, un militare che conosceva personalmente, essendo il marito della sua collega Melek negli uffici della stessa Fbi. Dickerson “diresse specificamente l’operazione Gladio in Kazakhstan e in Turkmenistan, contemporaneamente”. Veri Rambo. In particolare, il maggiore lavorava per la DIA (Defence Intelligence Agency), organismo controllato dal Pentagono, nonché per l’OSP (Office of Special Plans), impegnati sul fronte della fornitura di armi alle divisioni logistiche in Turchia e Asia Centrale. Sintetizza il report del Sunday Times: “Se l’Italia era l’epicentro delle manovre della vecchia Gladio, secondo la Edmonds i paesi di riferimento per le operazioni della nuova Gladio B sono Turchia e Azerbaijan”. E per quanto riguarda gli obiettivi strategici: “progettare le nuove strategie energetiche per gli Usa, attraverso nuove influenze sui paesi dell’ex impero sovietico; respingere il potere crescente di Russia e Cina; espandere il raggio delle azioni criminali, soprattutto per quanto concerne i traffici di droga e armi”. Obiettivi da autentico Stato canaglia: quegli stati che gli Usa – in teoria – avrebbero dovuto contrastare…“Non è un caso – dichiara Edmonds al Sunday – che i traffici internazionali di oppio siano cresciuti a dismisura sotto la tutela Nato in Afghanistan. Le rotte previste dai piani della Nato si basavano su trasporti dall’Asia, a bordo di navi, la destinazione preferita per i carichi di eroina è stata il Belgio, da dove poi veniva smistata in tutta Europa e in Gran Bretagna. Altri approdi dei traffici, sempre via mare, erano il New Jersey e Chicago, negli Usa. Il controspionaggio dell’Fbi e la Dea (Drug Enforcement Agency, ndr) sono riusciti a monitorare queste operazioni, che vedevano implicati i vertici del Pentagono, della Cia e del Dipartimento di Stato, con un ruolo di primo piano svolto da Dickerson. Tutti i traffici di droga, denaro e terrore nell’Asia Centrale erano diretti da questi ufficiali”. Più chiari di così. L’attendibilità e veridicità delle affermazioni e ricostruzioni effettuate da Sibil Edmonds ha trovato conferma nelle dichiarazioni di non pochi ufficiali non implicati in quei traffici e non timorosi di parlare, sia all’interno dell’Fbi che dei servizi britannici, l’M16. Per fare un solo esempio, l’agente speciale dell’Fbi Dennis Sacher s’è lasciato sfuggire un significativo “è uno scandalo più grande del Watergate”: dopo di che è stato rimosso dal suo ufficio, in Colorado. Come mai fino ad oggi la “bomba” non è scoppiata? Perchè il Watergate post 11 settembre non è esploso? “Per via delle gigantesche manovre corruttive che hanno inquinato gli Usa”, è l’amaro commento della Edmonds. “L’altissimo livello di corruzione ha compromesso ogni capacità di accertamento della verità da parte di chi avrebbe dovuto investigare su quello che è accaduto, su quanto hanno fatto coloro che hanno pianificato l’11 settembre. La corruzione ha comprato il silenzio del Congresso. Il controspionaggio dell’Fbi ha comprato i voti di molti repubblicani e democratici in pari tempo”. Un pesantissimo silenzio, costato non solo in termini di dollari ma soprattutto in termini di vite umane. E di maxi traffici illegali portati avanti negli arcidemocratici States. Potrà infrangerlo l’ultimo colpo di coda dell’uscente Obama?

11 SETTEMBRE / TUTTE LE VERITA’ MAI RACCONTATE, MANDANTI MADE IN USA. Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci il 6 Gennaio 2019. La verità sulla tragedia dell’11 settembre potrebbe venire presto a galla. Un famoso gruppo di hacker, chiamato The Dark Overlord, è infatti entrato in possesso di una montagna di documenti top secret – si parla di una cifra stratosferica, ben 18 mila – che minaccia di rivelare al mondo intero se non verrà pagato un gigantesco riscatto in Bitcoin. A riprova che la loro minaccia è reale, hanno messo on line 10 gigabyte di file criptati, la cui chiave di decriptazione verrà resa pubblica se, appunto, non sarà pagato il riscatto richiesto. A quanto pare si tratta di file che coinvolgono le massime autorità e i principali protagonisti nella tragica vicenda delle Twin Towers: Cia, Fbi, Pentagono, la Transfert Security Administration, la Federal Aviation Administration, compagnie d’assicurazione e di volo nonché Larry Silverstein, il miliardario immobiliarista che ha avuto la fortuna di fittare le due torri appena tre mesi prima che avvenisse il loro crollo. Pochi sanno, infatti, che in seguito alla tragedia è ovviamente insorto un contenzioso tra Silverstein da un lato, le compagnie di assicurazione, quelle aeree e lo stesso comune di New York dall’altro. Dopo una estenuante trattativa, alla fine è stato raggiunto un accordo, o meglio, un “patteggiamento”. Tutti quei documenti e quelle intese sono sempre rimaste top secret, oscurato tutto: secondo alcuni i documenti avrebbero dovuto essere distrutti. Ad oggi – spiegano dei legali di New York – nessuno ha potuto mai sapere il reale contenuto del patteggiamento, l’accordo sottostante, le clausole, le vere motivazioni che hanno portato all’intesa. Zero. Siamo nel buio più completo. A rendere il giallo ancor più giallo ora c’è la maxi richiesta di riscatto, nonché il fatto che la notizia è uscita per la prima volta, a fine anno, come vera bomba di Capodanno, sul quotidiano Russia Today. Non in pochi hanno “decriptato” il fatto – è il caso di dirlo – come una “pressione” da parte dei russi, una sorta di revolver puntato sulla Casa Bianca e forse volto a far velo sul Russiagate. Fatto sta che la miccia è accesa e vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà. Ma passiamo ai raggi x la vera storia delle Twin Tovers e, soprattutto, cerchiamo di capire meglio chi à Lucky Larry Silverstein.

MISTER SILVERSTEIN TRA MISTERI & MEGA AFFARI

Inizio 2001. Il potente immobiliarista ha puntato gli occhi sulle Twin Towers ed avviato una trattativa per poter ottenere un fitto “a vita”, per lui e i suoi eredi, 99 anni di contratto. Teniamo presente che il valore dell’immobile è di circa 3,7 miliardi di dollari: il primo acconto che Silverstein versa a giugno 2001 è da 124 milioni di dollari. Ma ecco che in 100 giorni succede di tutto. Due, in particolare, i fronti battuti da Silverstein: da un lato i contratti di assicurazione, dall’altro quelli per la “security”. Partiamo dalle super polizze assicurative. A recitare la parte del leone è l’elvetica Swiss Re. L’ammontare assicurato è pari al doppio del valore reale (prima anomalia): 7 miliardi di dollari a fronte, come detto, di poco più di 3 e mezzo. Ma è una clausola a dar molto da pensare: l’assicurazione era anche “contro possibili attacchi terroristici”. Molto previdente e (e forse preveggente) mister Silverstein! Più complessa la gestione della “sicurezza elettronica” delle Torri. A stipulare il maxi contratto è la SECURACOM (che oggi si chiama STRATASEC). Interessante la composizione del suo consiglio d’amministrazione: nel quale fa capolino la presenza di Marvin Bush, fratello di George W. Bush, e quindi figlio di George Bush senior, recentemente passato a miglior vita. La poltrona di direttore generale di Securacom, poi, all’epoca era occupata da Wist Walzer III, cugino dello stesso Marvin Bush. Non è certo finita qui. Perchè l’onnipresente Securacom aveva in cura anche i sistemi elettronici di sicurezza al Dulles International Airport e alla United Airlines: vale a dire l’aeroporto dal quale partì il velivolo killer con il capo commando Mohamed Atta a bordo, e la compagnia aerea alla quale apparteneva il velivolo stesso. Un cerchio ben chiuso, saldato alla perfezione: Silverstein era in grado di controllare direttamente i sistemi elettronici delle sue Torri Gemelle e indirettamente – via Securacom – anche quelli della compagnia aerea (United Airelines) e dello scalo di partenza (il Dulles). Perfetto. Ed in tutta la scena si staglia la presenza della Bush dinasty! Alla fine della storia, la compagnia elvetica Swiss Re sgancia un risarcimento pari a 4,6 miliardi di dollari. Ma l’insaziabile Silverstein cita in giudizio anche la United Airlines; e sarà solo l’intransigenza di una toga a fermare la sua inarrestabile sete di dollari: il giudice Alvin Hellerstein, infatti, sentenzia che bastano e avanzano i 4 miliardi e 700 milioni già ricevuti da Swiss Re. Qualche notizia sullo stato di salute delle Torri Gemelle. “Penoso – è il commento unanime degli immobiliaristi di New York – erano praticamente tutto, se non da rifare, da ristrutturare pesantemente. Ma a costi strastosferici. Da tener presente che erano zeppe di amianto, per cui i lavori erano proibitivi. Per la demolizione, figurarsi, ci sarebbero voluti 15 miliardi di dollari, quasi il quintuplo del loro valore”. Un altro elemento. L’edificio 7 era una vera miniera di segreti: infatti ospitava l’Archivio centrale dei servizi segreti americani, con oltre 200 dipendenti. Documenti ovviamente di enorme importanza spariti nel nulla. Da notare, ancora, che l’edificio 7 venne “tirato giù” (come disse telefonicamente Silverstein) otto ore più tardi, con una “demolizione controllata”. Misteri nei misteri.

Ultima chicca. Silverstein aveva molti amici, of course soprattutto tra le fila dei repubblicani. Ma il vero amico di una vita non era a stelle e strisce, bensì israeliano: l’attuale premier Benjamin Netanyahu. 

IL J’ACCUSE DI FERDINANDO IMPOSIMATO

Il grande giudice Ferdinando Imposimato, scomparso esattamente un anno fa, nel 2012 ricevè un prestigioso e oneroso incarico dal tribunale dell’Aja per i crimini contro l’umanità: redigere una corposa relazione giuridico-investigativa sulla tragedia dell’11 settembre. Alla Voce seguimmo passo passo il suo meticoloso lavoro: si trattava di tradurre documenti top secret, esaminarli, sviscerarli, incrociarli, un vero lavoro di intelligence. I risultato furono straordinari e ne pubblicammo una sintesi sulla Voce, a marzo 2012. Una delle scoperte più inquietanti riguardava il capo commando Mohamed Atta: un personaggio che Cia ed Fbi conoscevano bene, e sia l’una che l’altra avevano più volte segnalato al Pentagono e a Bush in persona la pericolosità di quell’uomo. In grado di andare a zonzo per gli States per mesi e mesi prima di quell’11 settembre: ovviamente a bordo di normali aerei di linea, senze che una sola volta venisse fermato. In quei mesi aveva ricevuto strani, corposi bonifici. Trovò il tempo, Atta, anche di prendere un brevetto di volo presso un scuola di addestramento americana. Mancava solo una medaglia al valor civile! Da rammentare, poi, che l’amministrazione di Barack Obana ha desecretato molti documenti sull’11 settembre: capaci solo di fare un po’ di solletico all’Arabia Saudita, di cui vengono provati alcuni accordi con frange di terroristi islamici. Niente altro di sostanziale e un buco nero – quello delle Torri Gemelle – mai ufficialmente chiarito.

LE AMICIZIE PERICOLOSE DI CASA BUSH

Sulla famiglia Bush, ed in particolare sulle amicizie “pericolose” di Bush senior, la Voce ha avuto modo di scriverne tante. A cominciare da quel pranzo – dopo alcune partite di tennis – a casa Bush (padre): a tavola il celebre tennista svedese Bjorn Borg e la sua compagna di allora Loredana Bertè. Ma la guest star era un’altra: Osama bin Laden, non ancora salito alla ribalta delle cronache. A raccontare l’incredibile story alla Voce fu l’avvocato Carlo Taormina, all’epoca legale della Bertè. Due famiglie molto legate, quella dei Bush e quella dei bin Laden. Tanto che quella tragica mattina dell’11 settembre, nella sede della banca d’affari Carlyle, vis a vis con le Twin Towers, si trovavano in lieta compagnia a conversare George Bush senior e il cugino di Osama bin laden, entrambi azionisti della stessa Carlyle. Quando si dice i destini della vita. Del resto Bush senior non ha mai disdegnato gli affari a tanti zeri, anche se i compagni di ventura non erano troppo raccomandabili. E così capitò anche con la società che gestiva l’aeroporto di Los Angeles, dove stavolta troviamo big George a braccetto, sempre come azionista, del tanto odiato Saddam Hussein. Mumble mumble. Ma per i sommi vertici del potere statunitense (vecchio e nuovo) si annunciano nuove tempeste. Altre rivelazioni choc in grado di fare ulteriore luce sull’11 settembre e su altri buchi neri della storia americana (come la finta cattura e uccisione di Osama bin Laden, una vera sceneggiata a stelle e strisce) potrebbero presto arrivare dall’uomo di tutti i segreti: nientemeno che Steve Pieczenik, lo 007 che Henry Kissinger inviò a Roma perchè Aldo Moro “Doveva Morire” (come è titolato il profetico libro scritto da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato). Quindi Pieczenik – lo rivela lui stesso in una clamorosa intervista mai presa in considerazione dai media di casa nostra – affiancò l’allora ministro degli Interni Francesco Cossiga in quel “Comitato di crisi” composto praticamente solo da piduisti. Per portare a termine l’operazione di “non liberazione”…Da alcuni mesi Pieczenik sostiene che è arrivato il momento di alzare il sipario sulle Grandi Bugie Americane, the Big American Lies: “non più false flag, non più 11 settembre, non più finte uccisioni di Osama”, scrive in rete. Staremo a vedere.

11 SETTEMBRE / BUSH & CIA, LA LUNGA SCIA DI COLLUSIONI E DEPISTAGGI. Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci l'8 Settembre 2019. Sono trascorsi 18 anni dalla tragedia delle Torri Gemelle che ha causato oltre 3 mila vittime e i cittadini americani stanno aprendo gli occhi sulle responsabilità di quell’11 settembre. Nonostante l’establishment a stelle strisce abbia fatto di tutto e cerchi ancora adesso di fare di tutto per nascondere le tremende verità. Secondo un ultimo rilevamento, quasi il 60 per cento degli statunitensi pensa che il governo Usa insabbi quelle responsabilità. All’interno di questa larga, predominante fetta, c’è una parte dell’opinione pubblica che sostiene apertamente la pista della cospirazione interna: cioè che si sia trattato di un “lavoro interno” (“an inside job”) dell’allora amministrazione Bush (senior); non pochi poi addebitano colpe agli israeliani, soprattutto tra coloro che parlano di esplosivi all’interno delle Torri Gemelle. Dal congresso degli Stati Uniti (sotto la presidenza Obama) è stato elaborato un ponderoso documento, dal quale emergono responsabilità riconducibili all’Arabia Saudita, che avrebbe coperto le frange estremistiche del terrore islamista. Ma niente di più. Dopo tanto lavoro, partorito un topolino. Tanto più per il fatto che dagli Usa non sono mai state intraprese azioni politiche o legali nei confronti di quel Paese, peraltro considerato un alleato strategico nel sempre bollente scacchiere mediorientale. 

FAMIGLIE AMERICANE CONTRO SAUDITI

Due anni fa è partita un’azione legale (a fini risarcitori) intentata dai familiari delle vittime dell’11 settembre, proprio contro il governo saudita, accusato, appunto, di collusioni con i terroristi. Sostiene Andrew Maloney, il legale delle famiglie: “I sauditi hanno coperto. Sapevano che quel mattino erano arrivati a Los Angeles degli uomini di Al Qaeda. Così come lo sapeva bene la CIA”. Eccoci al nodo, la Cia. Di cui si parla diffusamente nelle 6 mila e 800 pagine di carte e documenti presentati davanti alla Corte dall’avvocato Maloney. Il quale ha chiamato a testimoniare, tra gli altri, Fahad al-Thumairy, importante ufficiale saudita a Los Angeles e all’epoca imam alla moschea di Culver City, in California, frequentata da alcuni componenti del commando. Nel 2003 Thumairy è stato fermato all’aeroporto di Los Angeles (proveniente dalla Germania) e rimpatriato in Arabia Saudita perchè “sospettato di legami con i terroristi”. Ma oggi lavora ancora per il governo di Riyad. “Potete crederlo, questo?”, si è chiesto Maloney in aula. Il legale sta cercando di ottenere dall’FBI – per via giudiziaria – tutti i contatti intercorsi con la Cia nei mesi precedenti e susseguenti all’attacco delle Torri Gemelle. Per dimostrare come la Cia fosse perfettamente a conoscenza dei piani di strage, non abbia fatto nulla per contrastarli e abbia molto limitato la condivisione delle informazioni con lo stesso Fbi. Una guerra tutta interna agli Stati Uniti, dunque, con una Cia in campo – in combutta coi vertici governativi dell’epoca – per colludere, fiancheggiare, coprire e depistare, e un Fbi nei panni degli sprovveduti, tanto che nelle testimonianze di non pochi agenti dell’Fbi – anche apicali – fanno sempre capolino espressioni del tipo “ci hanno fregati”, “non ci hanno comunicato”, “ci hanno nascosto” e via di questo passo. Alice nel paese delle meraviglie, il potente e super attrezzato Federal Bureau ofInvestigation? 

TUTTA CIA, DEPISTAGGIO PER DEPISTAGGIO

Sembrerebbe proprio di sì, stando a quanto raccolto dagli autori di un libro-inchiesta, “The Watchdogs didn’t Barc: The CIA, NSA, and the Crimes of the War on Terror”. A firmarlo John Duffy, uno scrittore e attivista di sinistra, e Ray Novosielsky, un regista, i quali tra l’altro dieci anni fa, nel 2009, intervistarono un consulente della Casa Bianca (sotto le presidenze Bush senior e Clinton) per l’antiterrorismo, Richard Clark. In quella occasione Clark lanciò delle pesantissime accuse contro i vertici della Cia e del suo numero uno, George Tenet,a proposito della rocambolesca e mai chiarita cattura di Osama bin Laden: hanno nascosto tutte le informazioni – è il tono del j’accuse – così come hanno celato le notizie sull’arrivo negli Usa dei futuri terroristi Khalid al-Mihdhar eNawaf al-Hazmi. Davanti al Congresso Usa, nel 2002 Tenet aveva respinto i primi addebiti, sostenendo di non essere a conoscenza di eventuali pericoli prima dell’11 settembre. Clamorosamente smentito, tra l’altro, da una serie di cablogrammi che contenevano informazioni sugli spostamenti di quei terroristi. Circa 50-60 ufficiali della Cia, oltre ovviamente al capo Tenet, erano a conscenza di quei fatti, è il senso dell’accusa di Clark, il quale parla senza peli sulla lingua di “agenti doppi”. I due autori raccolgono svariate testimonianze, lungo il percorso di quella che definiscono la “cospirazione del silenzio”. Uno dei principali agenti Fbi dell’antiterrorismo, Ali Soufan,esclama: “E’ orribile. Ancora non sappiamo cosa è successo, hanno nascosto tutto. L’11 settembre ha cambiato la storia. Ciò ha portato alle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iran, l’estrema instabilità del Medio Oriente, la crescista dell’islamismo militante ma ha anche condotto gli Stati Uniti ad un regime quasi poliziesco”. Parole bollenti. “Sono triste e depresso per queste cose”, osserva Mark Rossini,uno dei due agenti Fbi di maggior grado posti al coordinamento dell’operazione che ha portato alla misteriosa cattura di Osama bin Laden. “Ci volevano chiaramente nascondere delle verità”, sottolineano altri due ufficiali di lunga esperienza all’Fbi, Pat D’Amuro e Dale Watson. Durissime le affermazioni di Terry Strada, leader del gruppo “9/11 Families & Survivors United for Justice Against Terrorism”. Le sue parole: “E’ molto triste che ci sia ancora tutta questa oscurità su quella tragedia. E’ frustrante, e mi fa molto arrabbiare. E’ uno schiaffo in faccia. Pensano di essere al di sopra di tutto, sopra la legge e di non dover rispondere alle famiglie e al mondo. E’ semplicemente disgustoso”. 

IL J’ACCUSE DI FERDINANDO IMPOSIMATO

Quasi dieci anni fa è stato Ferdinando Imposimato, il memorabile magistrato antiterrorismo e antimafia, a firmare un report infuocato sull’11 settembre che tirava pesantemente in ballo i vertici Usa e della Cia. Imposimato, infatti, venne incaricato dal tribunale dell’Aja per i crimini contro l’umanità di preparare un dettagliato dossier per far luce su molti controversi aspetti. Un lavoro che Ferdinando prese molto a cuore. Consultò montagne di documenti, gli demmo una mano per tradurne alcuni (per anni ha scritto per la Voce), redasse un rapporto ponderoso, circa 150 pagine, che venne presentato a New York. Ne emergeva un quadro probatorio schiacciante. Prove documentali sui contatti della Cia con una serie di terroristi, alcuni dei quali tranquillamente acquartierati negli Usa senza che nessuno alzasse un dito. Un nome su tutti, quello di Mohamed Atta, il pilota del primo aereo – l’American Airlines Flight11– che si è schiantato contro le Torri Gemelle. Nato in Egitto nel 1968, Atta trascorre parecchi anni in Germania e all’inizio del 2001 si trasferisce nel States. A Venice, in Florida, prende il brevetto di pilota. In tutti i mesi precedenti all’attacco, fa la spola tra Europa e Usa, e da uno Stato all’altro all’interno degli stessi Usa. Libero di volare come un fringuello, nonostante il suo nome compaia in chiara evidenza ai terminali della Cia e della stessa Fbi nella black list. Il vertice della Casa Bianca, in quei mesi del 2001, è tenuto costantemente informato dalla Cia: ossia Bush e i suoi scagnozzi sanno bene di che personaggio si tratta, così come di parecchi altri rampanti terroristi. Ma nessuno compie un… atto, una sola azione per fermarli. Imposimato fornisce ampi ragguagli; fa nomi, cognomi e indirizzi dei principali personaggi coinvolti; così come di coloro i quali avrebbero dovuto vigilare, controllare e fermare quell’azione terroristica e non lo hanno fatto. E’ successo qualcosa dopo quel potente atto d’accusa stradocumentato? Niente. Così come dopo altre accuse e inchieste al calor bianco, in Italia una per tutte quella firmata da Giulietto Chiesa sull’autodisastro delle Torri Gemelle. 

BUSH & FRIENDS

Del resto, perché mai George W. Bushavrebbe dovuto alzare un dito, amico com’era della famiglia bin Laden? Quella mattina dell’11 settembre, proprio alle 9 locali, si trovava su una stupenda terrazza panoramica a godersi lo spettacolo. Una terrazza della grande banca d’affari a stelle e strisce Carlyle, di cui all’epoca erano tra gli altri azionisti il presidente Bush e un cugino di Osama bin Laden. Da quella postazione si potevano ammirare le Torri Gemelle. Non solo il cuginetto, comunque. Perché nell’agenda Bush va rammentata un’altra data da novanta. Quella di una gara di tennis e poi di un super pranzo. Tra le guest star il re della racchetta Bjorn Borg e la sua compagna di allora, Loredana Bertè. A raccontare la story alla Voce fu l’avvocato Carlo Taormina, che allora tutelava gli interessi della coppia Borg-Bertè. Ma c’era un altro ospite eccellente, a quel meeting: Osama bin Laden. Proprio lui, il Principe del Terrore.

11 SETTEMBRE / 48 ORE PRIMA, PUTIN AVVISO’ BUSH. Cristiano Mais su La Voce delle Voci il 6 Settembre 2019. Due giorni prima del tragico attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle, Vladimir Putin aveva messo in guardia l’allora capo della Casa Bianca, George W. Bush, circa la concreta possibilità nell’immediato di attentati terroristici. E’ la notizia clou contenuta in un fresco di stampa, “The Russian Trap: How Our Shadow War with Russian Can Turn Into a Nuclear Catastrophe”, ossia: “Trappola russa: come la nostra guerra oscura con la Russia può trasformarsi in una catastrofe nucleare”. Autore del già annunciato best seller è George Bibi, ex analista della Cia, già a capo del suo dipartimento analitico, con particolare attenzione alla Russia. Attualmente Bibi ricopre l’incarico di vice presidente del centro specializzato di Washington per gli interessi nazionali. La tesi sostenuta e illustrata nel libro è che Putin nel corso di quella telefonata – peraltro partita dalla Casa Bianca – ha detto alcune cose a Bush senior, relativamente a delle scoperte effettuate dall’intelligence russa su segnali di una imminente campagna terroristica. Del resto, nell’archivio delle notizie sul sito web del Cremlino è possibile reperire un comunicato in cui si riporta in data 10 settembre 2001 una conversazione telefonica avvenuta tra Putin e Bush. Si osserva che la telefonata è stata avviata su iniziativa della parte statunitense ed erano stati discussi i preparativi per il vertice APEC e i negoziati russo-americani al massimo livello. Sono ormai trascorsi 18 anni esatti dal quel tragico 11 settembre. Non esiste ancora – incredibile ma vero – una verità “ufficiale”. Dai documenti elaborati da parte Usa, emergono forti e inequivocabli responsabilità dell’Arabia Saudita: senza che peraltro gli Stati Uniti abbiamo mai premuto sull’acceleratore per scoprire fino in fondo quelle responsabilità che coinvolgono un Paese alleato. Sul fronte europeo va ricordato il dossier elaborato da Ferdinando Imposimato per incarico del tribunale dell’Aja sui crimini di guerra. Un fortissimo j’accuse nei confronti dell’amministrazione Bush, che era ben a conoscenza, e da mesi, di preparativi da parte di un gruppo di terroristi capeggiato da Mohamed Atta, a capo del commando: per un anno libero di girare in lungo e in largo per gli States, Atta, volare in Europa, prendere un brevetto di volo sempre negli Usa e in quei mesi di studiare e organizzare l’attentato alle Torri Gemelle. Cia, Fbi e l’amministrazione Bush erano ben a conoscenza di tutto ciò. Ma non hanno mosso un dito e sono stati a “guardare”. La telefonata di Putin, a questo punto, è la ciliegina sulla torta. Del resto, sono ben noti i rapporti più che amichevoli intercorsi tra la famiglia Bush e Osama bin Laden, il principe del terrore. Nel corso di un’intervista alla Voce, l’avvocato Carlo Taormina raccontò di un pranzo a casa Bush, invitati principali due suoi clienti eccellenti, ossia il campione del tennis Bjorn Borg e la sua allora compagna Loredana Bertè. Guest star, Osama bin Laden. Cin cin.

TORRI GEMELLE. BIN LADEN E MOHAMED ATTA UNITI NELLA LOTTA PER LA CIA. Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci il 7 Agosto 2018. Arieccolo. Era scomparso da un bel po’ di tempo il volto del capo commando per l’assalto alle Twin Towers che ha cambiato i destini del mondo e provocato l’assalto degli Usa all’Iraq, la preda da sbranare per interessi petroliferi, di potere e logistici: il volto di Mohamed Atta. Il Corriere della Sera pubblica un ampio reportage sul “Matrimonio tra gli eredi del terrore”, ossia le nozze tra Bin Laden junior (il rampollo di Osama) e la figlia di Mohamed Atta, la figura strategica in tutta la vicenda dell’11 settembre. La notizia, a sua volta, arriva fresca fresca dall’autorevole Guardian, che fornisce alcuni dettagli da non poco. Nel resoconto del quotidiano londinese, ad esempio, viene  sfornata un’altra new, sempre in tema nuziale: “un altro figlio di Osama bin Laden, Mohamed, ha avuto in sposa la figlia di Afef al Marsi, a lungo uno dei principali esponenti militari della fazione e poi ucciso da un drone statunitense nel 2001. Cerimonia tramandata da un celebre video”.

IL TIMIDO MOHAMED TUTTO CASA & CIA

Così scrive l’inviato del Corsera Guido Olimpio: “Sulla vita privata di Mohamed Atta, figura introversa e timida, però capace di guidare i suoi uomini nella fase finale del grande attentato, non sono mancate le supposizioni, le speculazioni, i racconti a metà. Si era ipotizzato di una sua possibile relazione con un cittadino mediorentale detenuto in Spagna mentre alcuni anni fa una donna, spuntata in Florida, aveva sostenuto di essere stata la sua compagna. Voci perse nel tempo”. Contina Olimpio: “Nel 2010 la madre, Boziana, aveva dichiarato al quotidiano spagnolo El Mundo che il figlio in realtà non era morto nella strage del 2001: gli americani lo hanno catturato e portato a Guantanamo. A suo dire l’intelligence avrebbe organizzato una manovra per accusare i musulmani di ‘terrrorismo’. Teorie cospirative condivise a lungo anche dal padre, convinto che Mohamed fosse rimasto vittima di una manipolazione, salvo poi cambiare idea”. Molto più chiara ci pare la ricostruzione fornita sei anni fa, nel 2012, da Ferdinando Imposimato, che venne ufficialmente incaricato dal Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra di redigere un dossier proprio su tutti i lati oscuri & le connection della tragedia delle Torri Gemelle. E, guarda caso, Mohamed Atta era il protagonista di quel lungo e minuzioso documento che il giudice antimafia e antiterrorismo preparò (e poi consegnò) alle autorità dell’Aja. In basso riproduciamo per intero l’articolo che Imposimato firmò proprio per la Voce a marzo 2012 (emblematico il titolo: “Atta secondo”) su quella tragica vicenda. La realtà è più semplice di quanto possa sembrare. Atta era un uomo al servizio dei servizi americani. Forse a loro insaputa? Macchè, era un infiltrato di lusso, di superlusso. Si era addestrato per volare negli Usa in tutta tranquillità, aveva conseguito i relativi brevetti, aveva ogni tipo di documento in regola, e l’ultimo anno prima della strage, ossia tra la fine del 2000 a tutto agosto del 2001, aveva viaggiato in lungo e in largo per gli Usa, e tra gli Usa e l’Europa. Possibile mai che un “sospetto” di quel calibro (il suo nome era infatti nella black list di Cia ed Fbi) fosse libero come un normale commesso viaggiatore di saltare da una costa all’alta, dall’Atlantico al Pacifico? Libero come un fringuello e senza lo straccio di un controllo?

LA GRANDE AMICIZIA TRA LE FAMIGLIE BUSH E BIN LADEN

Atto secondo, è il caso di dirlo. Ossia la storia dei legami d’affari tra la famiglia Bush (senior e junior) e Osama bin Laden. La Voce una decina d’anni fa ha pubblicato un’intervista all’avvocato Carlo Taormina, all’epoca legale di Loredana Bertè, in cui raccontava di un pranzo a casa Bush in compagnia dell’allora marito, il campione di tennis Bjorn Borg. Tra aragoste & racchette spunta un vip. Ebbene, sapete chi era l’altro invitato eccellente alla tavola di casa Bush? Osama bin Laden. Voleva anche lui lezioni di tennis o qualcos’altro? Sta di fatto che gli affari tra le due famiglie sono volati sempre a gonfie vele, sigillati da un’altra amicizia da novanta: quella di Bush senior con il fratellastro di Osama bin Laden, perchè entrambi soci del potentissimo gruppo finanziario a stelle e strisce Carlyle. E circola una “leggenda metropolitana” (ma non troppo): che i due amiconi abbiamo assistito all’esplosione delle Twin Towers in diretta, proprio dalle ampie terrazze griffate Carlyle, superpanoramiche e soprattutto con vista diretta sulle Torri Gemelle. Sorgono a questo punto spontanee alcune domande. Ma cosa ha poi fatto il tribunale dell’Aja del dossier Imposimato? Di tutti gli esplosivi elementi che conteneva? Di tutta quella minuziosa ricostruzione che aveva effettuato? E cosa ha fatto la Casa Bianca del lavoro investigativo iniziato ovviamente subito dopo la tragedia, per svelare gli scenari che c’erano dietro la tragedia delle Torri Gemelle? Già nell’autunno 2001, infatti, venne ordinata un’inchiesta top secret. Solo pochi mesi prima della scadenza del suo secondo mandato presidenziale Barack Obama l’ha desecretata. Come mai non se ne è più saputo niente? Come mai non s’è mossa una sola foglia? Perchè s’è alzata la solita cortina fumogena? Perchè s’è invece alzato, alto come le Torri Gemelle, un muro di gomma, anche disinformativo? Sono ancora in troppi a temere che quelle tragiche verità prima o poi possano venire a galla.

CIA. Alessandro Camilli per blitzquotidiano.it il 10 ottobre 2021. Troppi agenti della Cia eliminati. È l’allarme lanciato dalla Cia che, con un dispaccio a tutte le sue stazioni sparse per il mondo e finito sulla stampa americana, certifica lo stato di crisi dell’intelligence a stelle e strisce. Spionaggio americano che fa acqua, rischiando di lasciare “cieca” la più grande potenza mondiale per colpe interne, vittima anche lei come un’Italia qualsiasi della burocrazia, ma anche della crescita dei sistemi di controspionaggio dei paesi nemici divenuti negli anni sempre più efficienti. 

Non c’è più la Cia di una volta, signora mia

O forse la Central Intelligence Agency non è quella che Hollywood ci ha sempre raccontato. La storia dell’agenzia di spionaggio americana è infatti, a leggerla, una storia costellata di clamorosi fallimenti.  Nata nel 1947 con l’intento di metter ordine in un’inadeguata attività di spionaggio per evitare il ripetersi di Pearl Harbor, attacco che aveva colto Washington di sorpresa, negli anni non è stata in grado di anticipare altre ‘sorprese’, ultimo in ordine di tempo il recente crollo del governo sostenuto dagli americani in Afghanistan. E poi si fece sfuggire la Primavera Araba e la morte di Kim Jong Il in Corea del Nord; non capì l’imminente crollo dell’Unione Sovietica, il disastro della Baia dei Porci a Cuba e l’imprevista offensiva del Tet dei Vietcong in Vietnam. Mancò completamente la rivoluzione iraniana del 1979 come nello stesso anno l’invasione sovietica dell’Afghanistan e, in tempi più recenti, certificò il possesso da parte dell’Iraq di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa in realtà mai trovate.

Fallimenti noti contro, forse o probabilmente, successi mai diventati di pubblico dominio

E’ vero infatti che le operazioni ben fatte delle spie, come è facile immaginare e come anche 007 ci insegna, non sono pubblicizzate. Di fronte ai clamorosi insuccessi della Cia ci saranno quindi anche vere e proprie imprese di cui forse non sapremo mai nulla. Ma l’allarme in questo caso arriva direttamente da Langley e dice, senza mezzi termini, che le spie americane sono sempre più indietro, mentre quelle degli altri paesi migliorano anno dopo anno. Le cause e le colpe di questa crescente inefficienza, come spesso accade, sono molte e diverse. C’è, in primis, un problema molto interno e apparentemente molto poco americano di burocrazia e regolamenti ‘aziendali’.  Il dispaccio inviato identifica questo problema endogeno come “mission over security”: il privilegiare cioè la conquista di nuovi agenti sui potenziali rischi che ne derivano. Una fretta figlia di carenze delle quali la Cia risente già da tempo nelle attività di intelligence “umana”. I funzionari della Cia, noti come “case officers”, ricevono promozioni e fanno carriera sulla base di target quantitativi assai più che qualitativi con il successo e la crescita professionale che dipende da quanti agenti sono reclutati e non da come operano. Una politica che ha prodotto agenti di scarsa qualità e affidabilità che hanno ulteriormente compromesso le reti di spie americane. 

Un caso eclatante in questo senso risale al 2009, in Afghanistan

Una bomba esplose in un avamposto Cia a Khost, uccidendo sette agenti. Fu un attacco suicida da parte di un medico giordano che l’agenzia aveva pensato di aver arruolato per penetrare Al Qaeda e che invece era stato arruolato da Al Qaeda con la missione opposta. L’inefficienza casalinga non è però l’unica causa dei troppo agenti “eliminati”. Mentre la Cia perdeva capacità, contemporaneamente, le intelligence dei paesi ne acquisivano. Tra i paesi ‘ufficialmente’ nemici sono Russia e Cina a preoccupare in particolare ma, anche una nazione come l’Iran, con minor raggio d’azione della Cina ma con ambizioni nucleari e mire regionali, sarebbe nel mirino della Cia per una presenza essenziale di intelligence. Proprio Russia e ancor più Cina e Iran si sono invece trasformati in altrettanti, recenti disastri per le spie statunitensi. Numerosi informatori Usa sono stati in questi anni messi a morte anzitutto da Pechino a Teheran; altri hanno dovuto essere “estratti” in extremis e fatti sparire per sicurezza. Così gli agenti americani, come definisce la Cia gli informatori che recluta, vengono da alcuni anni sistematicamente eliminati, cioè definitivamente compromessi: arrestati, trasformati in protagonisti del doppio gioco oppure, più semplicemente, uccisi. 

La complessa comunità dell’intelligence Usa. Andrea Muratore su Inside Over il 12 settembre 2021. I servizi segreti statunitensi sono un corpo estremamente articolato e complesso. Diviso in diversi settori e apparati coordinati da un’agenzia di raccordo, la United States Intelligence Community (Usic), il mondo dei servizi si occupa trasversalmente di sicurezza nazionale, raccolta informativa, controllo delle minacce al Paese e promozione degli obiettivi politico-diplomatici della superpotenza a stelle e strisce. 

Una comunità articolata e costosa. Gli Stati Uniti hanno ben 17 agenzie di intelligence la più antica delle quali è l’Office of Naval Intelligence facente capo alla Marina militare a stelle e strisce, fondata nel 1882, mentre la più recente è Space Delta 7, il corpo di raccolta informazioni della United States Space Force istituito nel 2020. Il numero di persone che lavorano in questi apparati e nell’ampio e complesso network di imprese, organizzazioni e think tank ad essi collegati è stimabile in diverse centinaia di migliaia di persone, tanto che nel 2010 il Washington Post aveva indicato in 854mila il numero di individui che (secondo una stima al ribasso) avevano accesso a informazioni classificate con diversi livelli di segretezza in ambiti strategici per la sicurezza nazionale. Tale apparato ha un costo di mantenimento sensibile: tra intelligence civile e militare, gli stanziamenti federali per i servizi segreti sono cresciuti dai 67,9 miliardi di dollari del 2014 agli 85,8 del 2020, a testimonianza della cruciale rilevanza dell’Usic nella vita pubblica americana.

Come l'intelligence riferisce al presidente. Il vertice operativo di tutta la comunità dell’intelligence è, chiaramente, alla Casa Bianca: il presidente degli Stati Uniti ha un potere di comando e controllo, di decisione delle nomine per i vertici e di scrutinio operativo sull’intera Usic, e in seno al governo allo Studio Ovale risponde direttamente il Director of National Intelligence (Dni), un vero e proprio plenipotenziario del presidente. La carica di Dni è attualmente ricoperto dall’esperta di sicurezza nazionale Avril Haines, il cui ruolo è stato da Joe Biden elevato a quello di un vero e proprio ministro dell’amministrazione. Secondo l’Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act del 2004 il Dni ha la possibilità di affiancare il presidente nelle riunioni del National Security Council e ogni mattina il suo ufficio manda sulla scrivania del comandante in capo il Daily Brief, un memorandum contenente le informazioni più strategiche e dal più alto valore operativo. Si capisce in quest’ottica come i servizi siano di fatto il vero centro propulsivo della vita politica a stelle e strisce. La scelta di quali informazioni possano varcare prioritariamente la soglia dello Studio Ovale è in capo in maniera prioritaria alla comunità dell’intelligence e nel corso degli ultimi anni, dalla crisi afghana alla pandemia di Covid-19, dalla gestione dei rapporti con la Corea del Nord al braccio di ferro con la Cina, i presidenti hanno riposto nella raccolta informativa operata dagli alleati la massima, se non assoluta, fiducia per orientare le loro mosse. Nel 2002 il portavoce di George W. Bush, Ari Fleischer, definì il Daily Brief come “il più sensibile tra i documenti classificati del governo”, mentre l’ex direttore della Cia George Tenet nel 2000 parlò del fatto che per nessun motivo sarebbe mai stato possibile desecretare, in futuro, un solo di questi documenti. Nel corso degli anni, tuttavia, diverse migliaia di aggiornamenti arrivati sulle scrivanie dei presidenti sono stati resi accessibili al pubblico, specie per quanto concerne il periodo compreso tra l’amministrazione Kennedy e l’amministrazione Ford in cui il Paese fu profondamente impegnato in Vietnam.

Le agenzie chiave: Cia e Nsa. Mentre molte agenzie svolgono lavoro di intelligence classico sotto i vari Dipartimenti, due agenzie sulle diciassette facenti capo al Dni hanno una rilevanza particolare, e sono non a caso le maggiormente note: parliamo della Central Intelligence Agency (Cia) e della National Security Agency (Nsa). La Cia ha la particolare caratteristica di essere un’agenzia ibrida, formalmente civile ma con importanti ramificazioni operative in ambito militare e paramilitare. La sua natura di agenzia indipendente non facente riferimento a nessun dipartimento la pone in diretto contatto con la Casa Bianca ed è l’unico apparato federale Usa autorizzato dalla legge a compiere su ordine del Presidente operazioni coperte fuori dai confini nazionali. La Cia assorbe circa un quarto del budget dell’intelligence e ha la sua principale caratteristica nell’attività di coordinamento delle operazioni di human intelligence (Humint) attraverso l’intera comunità federale. La sua struttura focalizzata sull’arruolamento diretto di persone come agenti o operativi ne ha alimentato una certa mitologia, ma ha anche contribuito alla sua notorietà. Soprattutto dopo l’11 settembre, che ha mostrato la complessità del coordinamento interno ai servizi, la Cia è diventata di fatto l’organismo di raccordo che porta all’attenzione del Dni e del Presidente le priorità operative. La National Security Agency è invece sottoposta al controllo del dipartimento della Difesa ed è incaricata della sicurezza informativa in materia transnazionale. Si occupa del monitoraggio, della raccolta e dell’elaborazione globali di informazioni e dati a fini di intelligence e controspionaggio esteri e nazionali, con un focus dunque sulla signal intelligence (Sigint) e ha acquisito rilevanza a partire dalla Guerra al Terrore, nel corso della quale il cui uso è stato estremamente ambiguo. In particolare il 16 dicembre 2005 fece scalpore quanto dichiarato dal New York Times, secondo cui l’amministrazione Bush aveva ordinato intercettazioni telefoniche indiscriminate andando anche oltre le prescrizioni del Patriot Act, servendosi della Nsa e otto anni dopo Edward Snowden contribuì a rilevare le dinamiche dei programmi di sorveglianza di massa dell’agenzia. La Nsa acquisì una strutturata mole di dati su transazioni finanziarie, telefonate, scambi di e-mail, contatti di cittadini e leader stranieri in quella che ha rappresentato la più complessa procedura di conquista e archiviazione di informazioni sensibili della storia. A testimonianza del fatto che il cuore dell’impegno politico-strategico della comunità dell’intelligence sta nella caccia al ricco e sempre più sfruttabile potenziale informativo ricavabile dall’analisi degli scenari internazionali. Nella consapevolezza che monitorare Paesi amici e rivali, governi, infrastrutture fisiche e digitali di interscambio possa fornire agli Usa la capacità di analisi e previsione per anticipare gli scenari. E, in ultima istanza, conservare la leadership globale. Un paradigma spesso rivelatosi più complesso per problemi di elaborazione e errori politici, ma a cui manca ancora una reale alternativa su scala planetaria.

Tony Damascelli per "il Giornale" il 13 settembre 2021. Basta rovistare negli archivi della Cia e si scopre che Louis Armstrong venne usato, a sua insaputa, come spia nel continente africano, con l'obiettivo di rendere più facili e immediate le notizie e le relazioni con i governanti, quelli del Katanga in particolare. Un racconto che è dettagliato e riportato da Susan Williams nel libro, uscito nello scorso agosto, sotto il titolo White Malice. Satchmo era stato incaricato dal Dipartimento di Stato di lucidare l'immagine degli Stati Uniti nei Paesi che avevano conquistato l'indipendenza dal colonialismo e dunque il jazz, di grandissima moda in quel tempo, siamo a cavallo tra il Cinquanta e il Sessanta, rappresentava un passaporto per riunire la gente di colore sotto la bandiera del più illustre artista. Armstrong aveva 58 anni e la sua fame era mondiale, avrebbe raccolto un album di 20 pezzi sotto il titolo The real Ambassadors, proprio sul tema dei diritti civili, calpestati in Africa e non solo, lo stesso trombettista aveva abbandonato un tour in Unione Sovietica come manifestazione di protesta nei confronti di alcuni episodi di razzismo negli Usa. La Williams scrive che l'artista, accompagnato da Lucilla Wilson, sua quarta moglie, e da un rappresentante dell'ambasciata americana, aveva creduto di essere invitato a cena, a Leopoldville, al tempo la capitale del Congo, da un delegato del governo e invece si ritrovò al tavolo Larry Devlin, capo della Cia in Congo. Devlin avviò un'amicizia con il chiaro intento di usare Armstrong come «cavallo di Troia», per poi raccogliere dati e sussurri su quelli che erano i movimenti dei dirigenti del governo congolese. Siamo nell'inverno del millenovecentosessanta e la Cia aveva interesse a entrare in possesso di ogni notizia sul Katanga, la ricca provincia, carica di giacimenti minerari, con oltre mille e cinquecento tonnellate di uranio. Armstrong è partito per una serie di esibizioni a Lumumbashi (Elisabethville), la capitale. Devlin e altri funzionari della Central Intelligence Agency, si accodarono, spacciandosi per grandi amanti del jazz, il trombettista avrebbe raccolto applausi e un popolo pronto a «parlare». In realtà la missione degli americani era criminale, il libro della Williams e gli archivi della Cia lo confermano: il bersaglio era Lumumba, il presidente del Congo, eletto democraticamente ma il cui programma politico internazionale non era ancora chiaro per il governo americano. Si temeva, infatti, che il trentacinquenne Patrice Lumumba trascinasse il Paese sotto l'influenza sovietica, era il tempo della guerra fredda e non dei compromessi diplomatici. Armstrong era del tutto ignaro che lo stesso Lumumba fosse stato sequestrato e quindi tenuto in prigione dai soldati di Mobutu che era il capo militare del paese africano, assai vicino, se non complice e collaborazionista dell'operato della Cia. «Satchmo» suonò e cantò le sue creazioni, la folla lo applaudiva non immaginando che, due mesi dopo, Patrice Lumumba sarebbe stato ucciso da alcuni funzionari del governo e da altri «inviati» dal Belgio. Il lavoro sporco e omicida di Devlin, che in seguito ammise il piano e le responsabilità, era stato eseguito, nella vergogna mondiale ma con Mobutu perfettamente allineato agli Stati Uniti. Il libro della Williams porta testimonianze di un progetto da film horror, con i tentativi di assassinare Lumumba, infiltrando varie figure all'interno del territorio, anche sindacalisti e funzionari delle varie compagnie aeree, già a partire dalla sua creazione nel 47, uno scenario da 007 ma con risvolti efferati, poi abortiti prima che venisse l'idea di sfruttare Armstrong il quale, ha sempre smentito di fare parte di qualunque progetto criminale: «Anche se rappresento il governo, non tutte le politiche del governo mi rappresentano» o, sta scritto in una pagina di White Malice. «Satchmo» non fu il primo e neanche l'ultimo «cavallo di Troia», Hollywood ha fornito molto materiale, in cambio di droga e ruoli nelle produzioni più importanti. La storia continua, non solo in Africa.

Come funziona l’intelligence italiana. Andrea Muratore su Inside Over il 12 settembre 2021. I servizi segreti italiani sono una componente fondamentale del perimetro della sicurezza nazionale e della tutela degli interessi del sistema-Paese in un’era di minacce sempre più complesse. Il comparto intelligence, incardinato nel Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica (Sisr) si occupa dell’attività di ricerca e analisi delle minacce, della raccolta informativa sul campo e dello scrutinio avanzato sulle sfide che l’Italia deve affrontare. Regolato da una precisa normativa e da una chiara catena di comando, il Sisr ha assieme ai suoi organi acquisito sempre più rilevanza nel quadro del sistema Paese negli ultimi decenni.

Un'evoluzione complessa. Inizialmente, nell’immediato secondo dopoguerra l’intelligence italiana fu ricostruita attorno a un unico ente di carattere militare, il Servizio Informazioni Forze Armate (Sifar) alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, a cui informalmente faceva da parallelo l’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno, alla cui guida si distinse la sulfurea e controversa figura di Federico Umberto d’Amato. A partire dal luglio 1966 il Sifar divenne il Servizio Informazioni della Difesa (Sid), cui vennero conferiti compiti di informazione, prevenzione e tutela del segreto militare e di ogni altra attività di interesse nazionale volta alla sicurezza e alla difesa dell Stato. Undici anni dopo, nel 1977, dopo anni di sospetti legati al possibile coinvolgimento di elementi deviati dei servizi nelle questioni più spinose della strategia della tensione e degli anni di piombo il governo italiano modificò, sdoppiandoli, i servizi. Nacquero così il Servizio informazioni e sicurezza militare (Sismi), in capo alla Difesa, e il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde), posto in capo al Viminale col fine di agire per la difesa dello Stato democratico contro chiunque vi attenti e contro ogni forma di eversione, sulla scia dei risultati ottenuti dai nuclei anti-terrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e dell’l’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo (Igat) del Ministero dell’Interno, ridefinito nel 1976 come Servizio di Sicurezza (Sst), con un ruolo prevalentemente operativo. La riforma, oltre alla divisione tra comparto operativo di carattere militare e servizio legato ad apparati civili, introduceva la messa in capo alla presidenza del Consiglio dei poteri di controllo sugli apparati. Poteri ad ora ancora indiretti, data l’intermediazione del Comitato esecutivo sui servizi di informazione e sicurezza (Cesis) tra premier e apparati, ma che avrebbe segnato la strada per il futuro.

L'assetto attuale dell'intelligence italiana. Nel corso del secondo governo Prodi la convergenza tra la maggioranza di centro-sinistra e l’opposizione di centro-destra portò a una riforma bipartisan dei servizi segreti con la Legge 124/2007, che ha dettato la linea per l’attuale assetto del comparto intelligence. La Legge 124 ha operato sul solco tracciato già nel 1977, portando però i servizi segreti nel cuore della stanza dei bottoni del potere italiano e creando un filo diretto tra il potere esecutivo e quella che è la prima e più importante sorgente di informazioni riservate per la sua azione. Con la Legge 124/2007 il vertice dell’intelligence italiana fu identificata con la figura del presidente del Consiglio, che ex lege ne nomina i vertici, può autorizzarne le operazioni ed esercita un potere di controllo e di coordinamento che da allora, per prassi, gli inquilini di Palazzo Chigi hanno affidato a un’apposita autorità delegata che può esser da loro individuata. Al di sotto del premier è individuato con precisione il perimetro del Sisr. Esso comprende organi di coordinamento, strutture operative e il comitato di controllo, il Copasir.

Gli organi di coordinamento. Il coordinamento dell’intelligence italiana è affidata al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza costituita in seno alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Dis, oggi diretto dall’ambasciatrice Elisabetta Belloni, è la struttura chiave per il funzionamento del comparto intelligence. Esso elabora linee guida strategiche per le agenzie, fornisce rapporti e relazioni al governo, garantisce il rapporto operativo annuale al Parlamento, fa da camera di compensazione tra Sisr, forze di polizia, Carabinieri e altre strutture securitarie, analizza le dinamiche per l’apposizione di segreti di Stato e la concessione di nulla osta di sicurezza. Il Dis ha messo direttamente in capo a Palazzo Chigi responsabilità e azioni dell’intelligence italiana. Il presidente del Consiglio presiede inoltre il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr), ulteriore organismo di coordinamento che si confronta col Dis per strutturare le linee guida politiche di riferimento per i servizi e che ha il fondamentale compito di definire operativamente le nomine dei vertici su proposta del capo del governo. Oltre all’inquilino di Palazzo Chigi lo compongono il direttore del Dis, che fa da segretario, l’Autorità delegata per la sicurezza (se nominata) e i ministri degli Esteri, dell’Interno, dell’Economia, dello Sviluppo Economico, della Giustizia e della Difesa.

Le agenzie. A partire dal 2007 il Sisr ha il suo braccio operativo in due agenzie: l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi), responsabile della lotta alla criminalità organizzata, dell’antispionaggio e del contrasto al terrorismo interno oltre che di tutte le attività che competono indagini interne ai confini nazionali, e l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise) che si occupa di tutela del sistema-Paese dalle minacce guardando soprattutto alle sfide esterne. Dal 2007, dunque, il confine tra le due agenzie è nell’area geografica di riferimento. Nel corso degli anni, in particolare, l’Aise ha agito in coordinamento con il Dis per l’acquisizione informativa  in sostegno alla politica estera, il contrasto alle infiltrazioni straniere nell’economia, la ricerca di cittadini italiani caduti ostaggio di gruppi terroristici, mentre l’Aisi si è concentrata sulla repressione anti-terroristica e sulla lotta alle mafie. Aisi e Aise cooperano attivamente nel definire la relazione annuale al Parlamento. Oggigiorno, le principali richieste di modifica della Legge 124/2007 si concentrano proprio sulla difficoltà di imporre confini geografici precisi alle minacce al sistema-Paese e propongono un’evoluzione della divisione pienamente operativa, tra un organo di human intelligence volto a raccogliere informazioni e uno di signal intelligence in grado di operare sul campo.

Il Copasir. Perno conclusivo del Sisr è il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, o Copasir, avente sede a Palazzo San Macuto a Roma. Costituito da dieci tra deputati e senatori, il Copasir ha poteri di vigilanza attiva sulla condotta dei servizi e spesso non ha lesinato un’applicazione profonda di queste facoltà, puntando ad indagare attentamente le sfide sistemiche del Paese acquisendo rivelazione e rapporti sulle attività dei servizi. I suoi membri sono tenuti a un chiaro e preciso silenzio durante l’attività in carica e il Copasir ha la facoltà di convocare ministri, direttori d’agenzia, politici, manager, finanzieri per completare la sua opera. Per legge la presidenza del Copasir spetta a un esponente dell’opposizione parlamentare, a testimonianza della volontà del Legislatore di fare dei servizi un patrimonio comune della Repubblica.

Fuori dal Comparto. La piramide del Sisr è quella più ampia e strutturata, ma fuori dal Comparto intelligence propriamente detto gli apparati pubblici non mancano di strumenti operativi per definire una strutturata attività d’intelligence. Il II reparto della Guardia di Finanza e il Centro intelligence interforze dell’Esercito di Casal Malnome sono esempi di strutture che compiono attività di raccolta informativa di natura molto ben specifica e funzionale agli apparati di riferimenti. Nel quadro della Difesa ha peso anche il Raggruppamento Unità Difesa, dotato di compiti di vigilanza e difesa della logistica delle installazioni preposte ad attività di intelligence. Meno nota, ma secondo gli addetti ai lavori estremamente efficace, è l’Unità di Informazione Finanziaria (Uif) della Banca d’Italia, istituita nel 2007, che opera nella raccolta informativa contro i flussi di denaro sporco ai terroristi o alla criminalità organizzata. Si attiva principalmente attraverso le segnalazioni di operazioni sospette trasmesse da intermediari finanziari, professionisti e altri operatori. Analogamente esterno al Sisr, ma parallelo, sarà invece il perimetro dell’Agenzia di cybersicurezza nazionale (Acn), integrato come nuovo apparato dopo l’approvazione del suo formato da parte del governo Draghi. L’Acn compartimenterà tra intelligenze e nuovi organi le attività legate al cyber, dominio multiforme di scontro dell’era contemporanea. Espandendo le prerogative della sicurezza nazionale pur restando al di fuori del Sisr. Anno dopo anno, lo scrutinio delle attività di intelligence in Italia riguarderanno, gradualmente, domini sempre più estesi. 

Come il Vaticano e la Chiesa fanno “intelligence”. Andrea Muratore su Inside Over il 12 settembre 2021. Una grande potenza non può prescindere dai servizi di informazione e sicurezza. E se questo principio vale per i grandi potentati politici e militari, è a maggior ragione valido per una superpotenza “immateriale” come il Vaticano. La Santa Sede è forte di una potenza spirituale e diplomatica non indifferente, ma anche epicentro di un’importante rete informativa che ha pochi eguali nel contesto internazionale e che permette all’Oltretevere un’approfondita conoscenza degli affari globali.

I "servizi" del Vaticano. Nel 2014 ha fatto molto scalpore la pubblicazione del saggio L’Entità, pubblicato dal giornalista Eric Frattini, in cui si parla di quello che sarebbe un vero e proprio apparato di intelligence al servizio dei Papi, talmente segreto da non avere nemmeno un nome ufficiale. Frattini unisce fatti storici e illazioni, non costruendo un quadro storico completo: quel che manca nella sua chiave di lettura è una contestualizzazione storica precisa. Il Vaticano ha, sia durante l’epoca dello Stato Pontificio che dopo, sempre fatto intelligence, ma un vero e proprio corpo di servizi segreti operante come braccio spionistico della Santa Sede non è mai esistito ufficialmente. I Papi hanno, nel corso dei secoli, costruito piuttosto delle “task force” per rispondere alle sfide sistemiche che più volte minacciavano la posizione della Chiesa. Nel Seicento, Papa Innocenzo X approvò di fatto la costituzione di una rete di protezione e controllo tale da prevenire le infiltrazioni degli agenti francesi al soldo del Cardinal Mazzarino, strenuo nemico di Roma, avente il suo punto di raccordo con il Papa nella figura della cognata di Innocenzo, la “papessa” Olimpia Maidalchini. Più di recente, a inizio Novecento Papa Pio X organizzò il Sodalitium Pianum agli ordini di monsignor Umberto Benigni, attivo fino all’ascesa di Benedetto XV per contrastare le infiltrazioni moderniste nella Chiesa. Infine, si può definire a metà strada tra il pastorale, il politico e il lavoro d’intelligence l’operato del cardinale Luigi Poggi da capo delegazione della Santa Sede in Polonia (1975-1986) nell’epoca di Giovanni Paolo II, sancita dal forte e compatto appoggio a Solidarnosc. Tuttavia, ognuno di questi casi fa riferimenti a iniziative spontanee e di portata limitata di singoli pontefici per attuare operazioni di difesa delle loro priorità politico-pastorali. La pistola fumante dell’esistenza di un apparato di intelligence vaticano strutturato non è mai stata trovata, né si può propriamente definire così il servizio informazioni della Gendarmeria Vaticana, attenta a prevenire le infiltrazioni terroristiche e a garantire la sicurezza dei pontefici con elevata professionalità. Questo dato di fatto è legato alla natura ben più complessa dell’azione d’intelligence vaticana: di fatto, l’intera struttura politica, pastorale e istituzionale della Chiesa e l’organizzazione della Santa Sede sono costruite per creare un capillare apparato di raccolta informativa. Priva di eguali nel mondo contemporaneo.

Il Vaticano come struttura di intelligence. Oltre ad essere l’epicentro della principale religione dell’Occidente, l’Oltretevere è a capo di un’istituzione millenaria e presente globalmente. Capace dunque di essere al centro di un apparato informativo e di intelligence che, operando spesso alla luce del sole, non ha bisogno di veri e propri servizi per funzionare. Esaminando la mole di informazioni su cui la Chiesa può contare si capisce il perché. Alla Segreteria di Stato vaticana e agli organi collegati rispondono le nunziature apostoliche sparse per il mondo, che svolgono i compiti di diplomazia ordinaria, ma arrivano anche regolarmente i rapporti dei vescovi di tutto il mondo, che coordinano una struttura gerarchica fondata su diocesi, parrocchie, oratori che porta la Chiesa negli angoli più remoti del pianeta. Non va dimenticato che la Chiesa è l’unica istituzione religiosa ad aver dato una struttura territoriale precisa e una gerarchia organizzata all’intera superficie terrestre e all’intera popolazione umana per fini pastorali. Ma non finisce qui. Ai rapporti delle diocesi, fondamentali per tastare il polso sotto il profilo economico, sociale, politico delle varie aree del pianeta, si aggiungono le relazioni di organizzazioni cattoliche e prelature personali come l’Opus Dei, le informazioni trasmesse dalle missioni, dalle Ong cattoliche, da gruppi che operano in aree di crisi (come Aiuto alla Chiesa che Soffre). Il Vaticano ha poi un’efficace struttura mediatica che si basa sugli apparati interni (Osservatore Romano, Vatican News, e via dicendo) ma che è valorizzato dall’effetto-moltiplicatore dato dalla continua interazione con i media cattolici del mondo che, come dimostrano casi quali Nigrizia e Asia News, hanno spesso grazie al legame con le reti cattoliche locali informazioni dirette e di prima mano su scenari cruciali per il contesto geopolitico. Fanno poi riferimento al Vaticano imporanti informazioni economico-finanziarie legate allo Ior, alle banche cattoliche, ai movimenti che, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, tutelano lavoratori, emarginati, sfruttati e alle organizzazioni sindacali di matrice cattolica o che a tale mondo fanno riferimento. In Italia pensiamo a casi come Coldiretti, Cisl, Acli. Aggiungiamo al sistema il peso di una struttura come la Caritas, l’attività degli ordini religiosi che fanno regolare rapporto a Roma e lo scambio con l’ampia galassia di scuole, istituti educativi, università e associazioni caritatevoli e sanitarie legate alla Chiesa sparse per il mondo e il quadro è completo.

Informazioni e pensiero strategico. Messe a fattor comune queste conoscenze consentono alla Chiesa di avere una visione d’insieme del sistema-mondo articolata e lucida, che più volte ha reso la Santa Sede e i Papi in grado di leggere in anticipo scenari e dinamiche dell’era contemporanea: dalle minacce connesse ai conflitti in Medio Oriente all’ascesa delle disuguaglianze su scala globale, passando per l’effetto atomizzante e le insidie dello sdoganamento completo della globalizzazione. Il fatto che dal Concilio Vaticano II la Chiesa abbia operato una svolta politica e pastorale aprendosi al confronto con i nuovi scenari della nascente globalizzazione, rafforzando la dottrina sociale e aprendosi al confronto con altre religioni, con i governi del pianeta, financo col blocco socialista con l’Ostpolitik di Agostino Casaroli non fu casuale, ma il frutto di tale capacità di lettura. Messa in crisi dalla secolarizzazione, dalla crisi delle vocazioni e dal calo degli aderenti, la Chiesa cattolica ha reagito mettendo al centro la volontà di leggere i segni dei tempi. E da Giovanni XXIII in avanti ha promosso ai vertici figure con una visione ampia e prospettica degli affari internazionali. L’informazione capillare che raggiunge il Vaticano è alla base di un complesso pensiero strategico che gli ultimi pontefici, da Paolo VI in avanti, hanno strutturato. Posizionando l’Oltretevere come ponte tra Oriente e Occidente, rendendo la Chiesa cattolica l’ultima istituzione emancipatrice di fronte all’avanzare del pensiero unico neoliberista, cercando di sanare la complessa multipolarità interna all’antica istituzione facente capo al Vaticano. Obiettivi complessi per una strategia che mira a consegnare al XXI secolo una Chiesa in grado di sorpavvivere come attore pastorale e soggetto geopolitico, difficilmente in grado di avere successo senza la capacità di raccolta informazioni della Santa Sede. 

Le Vittime.

9/11 ha causato più vittime tra i soccorritori: un medico italiano ha monitorato i malati. Il Prof. Roberto Lucchini ha diretto dal 2012 al Mount Sinai School of Medicine di New York il Data Center del World Trade Center Health Program. Massimo Jaus su lavocedinewyork.com il 10 Settembre 2021. Vent’anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle New York soffre, piange, non dimentica. L’11 settembre di 20 anni fa l’America ha scoperto che può essere colpita dentro i suoi confini: quattro attacchi suicidi coordinati che hanno cambiato gli Stati Uniti e la vita degli americani.  Gli attacchi causarono la morte immediata di 2.977 persone (più 19 dirottatori) e il ferimento di oltre sei mila.  Non tutte le vittime sono state identificate. E non tutte le vittime sono decedute nell’immediato. Proprio ieri l’ufficio del medico legale di New York ha annunciato l’avvenuta identificazione di Dorothy Morgan, di Hempstead, a Long Island, un’impiegata della società di assicurazioni Marsh and McLellan che lavorava al 94mo piano della Torre Nord, e di un uomo i cui familiari hanno chiesto di mantenere il riserbo sull’identità. Erano le vittime 1.646 e 1.647 dell’attacco terroristico. In questi 20 anni si sono verificati ulteriori decessi a causa di tumori e malattie respiratorie come conseguenza degli attacchi: secondo The City sono circa 100 i “First Responders” a New York morti nell’ultimo anno per coronavirus a causa dei problemi respiratori causati lavorando tra le macerie del World Trade Center. Secondo il Dipartimento della Giustizia nel rapporto rilasciato martedì scorso sono molte di più le persone decedute per le malattie contratte dopo gli attacchi che quelle perite negli attentati. Il dottor Roberto Lucchini, professore di Medicina alla School of Public Health di Miami, e alla Florida International University, ha diretto dal 2012 al Mount Sinai School of Medicine di New York il Data Center del World Trade Center Health Program. Un programma, finanziato dal Governo Federale dopo che i medici di Mount Sinai nel corso degli anni si erano accorti che chi era rimasto esposto alle polveri delle Torri Gemelle (poliziotti, vigili del fuoco, operai delle costruzioni, abitanti della zona) aveva sviluppato patologie anomale per l’età, peraltro tutte molto simili. Secondo le stime circa 90 mila “First Reponders” hanno prestato servizio nella zona dopo l’attacco e 400 mila persone abitavano nella zona circostante. Il dottor Lucchini era stato scelto per dirigere il programma grazie all’esperienza maturata alla scuola di medicina dell’Università di Brescia, dove per anni si è occupato dell’esposizione dei lavoratori alle sostanze inquinanti. “Per mesi, a distanza dal crollo delle Torri Gemelle – ha affermato Lucchini – quelle persone hanno respirato miscele tossiche di polveri di cemento molto irritanti, amianto, metalli pesanti, Pcb, diossine, senza adeguata protezione”. Nel Data Center del Mount Sinai in questi 20 anni sono entrati nel programma 100mila pazienti, di cui 35mila effettuano controlli annuali. Sono state formulate oltre 67mila diagnosi di patologie in qualche modo legate agli attentati dell’11/9 (una o più patologie per persona). Di queste quasi 49mila per problemi alle vie respiratorie ed all’apparato digestivo, circa 24mila per cancro molti dei quali emersi a distanza di anni, 19mila per problemi mentali. Stress post-traumatico, ansia, depressione, attacchi di panico. Vent’anni dopo sia i veleni che il trauma causato dagli attacchi non hanno ancora esaurito i propri effetti. “Stanno emergendo problemi di tipo cognitivo – ha affermato Lucchini – perdita di memoria, difficoltà di concentrazione, anomale per persone di 65 anni e che potrebbero essere un campanello d’allarme per diagnosi di Alzheimer. Su questo ora si stanno concentrando le ricerche anche del mio gruppo. Non sono temi gradevoli, soprattutto per chi li vive sulla propria pelle – ha evidenziato Lucchini – ma quello che mi ha colpito in questi anni è la grande empatia, la solidarietà che il personale che a vario titolo lavora in questo programma ha sempre dimostrato sia verso chi ha lavorato tra le macerie degli edifici abbattuti che per le persone che abitano vicino l’area colpita nube tossica”. Di certo, la ricerca ha consentito di imparare lezioni valide in tutti i disastri, dagli uragani agli incidenti industriali al crollo di edifici. “Nel Museo Memoriale per l’11 settembre – ha affermato Lucchini dalla Florida International University – c’è una sezione dedicata agli errori di gestione politica fatti in quel frangente, quando le autorità minimizzavano i rischi. Furono necessarie pressioni accorate da parte di sanitari, sindacati, gruppi di cittadini e celebrities per far partire il programma sanitario, con una legge promulgata solo nel 2011”. Quali le lezioni che invece bisogna ricordare? “Innanzitutto è necessario monitorare immediatamente le emissioni e l’esposizione ad esse con sensori, che oggi sono ampiamente disponibili. Inoltre, bisogna dotare chi è a contatto con le macerie di respiratori e maschere con filtri adeguati. Terzo: identificare chi arriva sul posto e monitorare nel tempo la salute di chi ha lavorato e la popolazione residente”.

Massimo Jaus, romano e tifoso giallorosso. Negli Stati Uniti dal 1972. Giornalista professionista dal 1974. Vicedirettore del quotidiano America Oggi dal 1989 al 2014. Direttore di Radio ICN dal 2008 al 2014. E’ stato corrispondente da New York del Mattino di Napoli e dell’agenzia Aga. Sposato, 4 figli. Studia antropologia della musica alla Adelphi University.

L'attentato alle Torri gemelle: tutti i numeri dell'11 settembre. Il Giorno  il 7 settembre 2021. Quel terribile giorno morirono 2.977 persone, e il crollo delle Torri travolse e schiacciò 1.337 veicoli. Per rimuovere i detriti sul sito del World Trade Center ci vollero 1,5 milioni di ore di lavoro su 261 giorni. Gli attentati dell’11 settembre 2001 provocarono la morte di 2.977 persone. Le vittime a New York furono 2.753, 184 quelle al Pentagono, 40 tra i passeggeri del volo 93. La più giovane tra i passeggeri dei voli dirottati dai terroristi fu Christine Hanson, che si era imbarcata a bordo del United Airlines Flight 175. Aveva due anni, stava andando per la prima volta a Disneyland. Il più anziano era Robert Norton. Si trovava a bordo dell’American Airlines Flight 11. Aveva 82 anni. Di seguito, alcuni dati relativi alle conseguenze in termini di vittime e di impatto degli attentati di venti anni fa.

Il dipartimento dei vigili del fuoco di New York perse 343 vigili, circa la metà delle vittime registrate dal personale in servizio in 100 anni di storia del dipartimento. Il crollo della Torre sud ebbe magnitudo 2.1 secondo i sismografi. La Torre sud magnitudo 2.3, stando a quanto riportato dalla Columbia University di New York.

Il crollo delle Torri travolse e schiacciò 1.337 veicoli, inclusi 91 mezzi dei vigili del fuoco.

Per rimuovere i detriti sul sito del World Trade Center ci vollero 1,5 milioni di ore di lavoro su 261 giorni.

Il Federal Bureau of Investigation assegnò più di 2.500 dei suoi 11.500 agenti alle operazioni antiterrorismo; 350.000 pagine dalla CIA e 20.000 pagine dall’FBI vennero prodotte per le udienze del Congresso su possibili mancanze dell’intelligence prima dell’11 settembre.

Undici persone condivisero gli indirizzi con almeno uno dei dirottatori.

Sette degli 11 erano nella “watch list” del FBI ed erano piloti. 

Gli Stati Uniti offrirono fino a 25 milioni di dollari di ricompensa, pagata dal programma Rewards for Justice, per le informazioni che portarono a localizzare Osama bin Laden.

Nei tre mesi precedenti l’11 settembre, la CIA inoltrò 300 nomi al mese ad agenzie a caccia di terroristi. A settembre, il numero salì a quasi 1.000; nell’ottobre 1400. Si è stabilizzato a meno di 900 nomi al mese.

A livello economico, nel mese di ottobre di quell’anno, 55.000 posti di lavoro vennero persi a livello nazionale nei ristoranti. Sempre a livello nazionale, le vendite dei ristoranti diminuirono di 6 miliardi di dollari nel settembre 2001

Le domande per le specializzazioni in Studi sul Medio e Vicino Oriente presso la New York University aumentarono del 53% nell’autunno 2002.

Rainews il 9 settembre 2021. I soccorritori, gli "eroi" dell'11 settembre Vigili del fuoco, polizia e volontari tentarono di salvare le persone intrappolate nei due edifici del World Trade Center. Molti di loro perderanno la vita nel crollo delle Torri, travolti dai detriti e dalle macerie.

11 settembre 2001, vent'anni fa l'attacco all'America. Adnkronos.com 11 settembre 2021. Gli attentati provocarono la morte di 2.977 persone. 11 settembre, vent'anni dall'attacco all'America. Sono passati 2 decenni dagli attentati che hanno squassato gli Stati Uniti e scioccato il mondo. Le azioni terroristiche provocarono la morte di 2.977 persone. Le vittime a New York, colpita al cuore con l'attacco al World Trade Center, furono 2.753. Furono 184 quelle al Pentagono, 40 tra i passeggeri del volo 93. La più giovane tra i passeggeri dei voli dirottati dai terroristi fu Christine Hanson, che si era imbarcata a bordo del United Airlines Flight 175. Aveva due anni, stava andando per la prima volta a Disneyland. Il più anziano era Robert Norton. Si trovava a bordo dell'American Airlines Flight 11. Aveva 82 anni.

Il dipartimento dei vigili del fuoco di New York perse 343 vigili, circa la metà delle vittime registrate dal personale in servizio in 100 anni di storia del dipartimento.

Il crollo della Torre sud ebbe magnitudo 2.1 secondo i sismografi. La Torre sud magnitudo 2.3, stando a quanto riportato dalla Columbia University di New York.

Il crollo delle Torri travolse e schiacciò 1.337 veicoli, inclusi 91 mezzi dei vigili del fuoco. Per rimuovere i detriti sul sito del World Trade Center ci vollero 1,5 milioni di ore di lavoro su 261 giorni.

Il Federal Bureau of Investigation assegnò più di 2.500 dei suoi 11.500 agenti alle operazioni antiterrorismo; 350.000 pagine dalla CIA e 20.000 pagine dall'FBI vennero prodotte per le udienze del Congresso su possibili mancanze dell'intelligence prima dell'11 settembre. Undici persone condivisero gli indirizzi con almeno uno dei dirottatori. Sette degli 11 erano nella "watch list" del FBI ed erano piloti.

Gli Stati Uniti offrirono fino a 25 milioni di dollari di ricompensa, pagata dal programma Rewards for Justice, per le informazioni che portarono a localizzare Osama bin Laden. Nei tre mesi precedenti l'11 settembre, la CIA inoltrò 300 nomi al mese ad agenzie a caccia di terroristi. A settembre, il numero salì a quasi 1.000; nell'ottobre 1400. Si è stabilizzato a meno di 900 nomi al mese.

A livello economico, nel mese di ottobre di quell'anno, 55.000 posti di lavoro vennero persi a livello nazionale nei ristoranti. Sempre a livello nazionale, le vendite dei ristoranti diminuirono di $ 6 miliardi nel settembre 2001.

Le domande per le specializzazioni in Studi sul Medio e Vicino Oriente presso la New York University aumentarono del 53% nell'autunno 2002.

11 Settembre, tra le vittime anche il calabrese Joe Riverso. Il Quotidiano del Sud l'11 settembre 2021. C’è anche un po’ di Calabria in quel tragico 11 settembre 2001. Fra le vittime degli attacchi terroristici ci fu anche Joe Riverso da Satriano, in provincia di Catanzaro. Joe era il figlio di Domenico Riverso e Teresina Zangari, due satrianesi che hanno deciso di abbandonare il paese per andare a vivere negli Stati Uniti ma che hanno mantenuto un rapporto con la terra d’origine così come aveva fatto il loro figlio. L’uomo di Satriano ha perso la vita al 104esimo piano di una delle due Twin Towers in quell’11 settembre. «Con Joe – raccontava l’ex sindaco di Satriano Michele Drosi intervistato anni addietro dal nostro giornale – abbiamo legami di parentela e ricordo – che il giorno del terribile disastro che sconvolse il mondo mi trovavo fuori Satriano. Appresa la notizia che un cittadino della mia comunità era rimasto vittima dell’attentato terroristico sono rimasto molto affranto. Un dolore sofferto dai cittadini di Satriano e che il tempo non cancellerà». Joe era padre di una bimba ed aveva solo 34 anni quando quel terribile attentato provocato dalla furia dei kamikaze di Bin Laden distrusse le Twin Towers. Momenti terribili che restano scolpiti nella mente dei cittadini di Satriano dove Joe aveva parenti e amici. Di Joe non si sapeva nulla: nessun contatto coi genitori che lo cercavano con angoscia, nessun segno di lui negli ospedali e nelle strutture di soccorso dove papà e mamma di Joe si erano subito diretti nella speranza di rintracciare il proprio figlio fra i superstiti. Di Joe, sembra sia stato trovato tra le vittime, non già com’era prevedibile, il cadavere ma più semplicemente una sua traccia. Joe Riverso era un giovane pieno di vitalità ed era amato e stimato da tutti. Scrisse Al Riccobono, amico di Joe: «Incontrai Joe Riverso una mattina di settembre nel 1976. Arrivò alla St Anthony’s School con il resto della sua classe perché la loro scuola era stata chiusa. Ma chi li voleva qui? Era strano allora, tutti questi ragazzi e ragazze che non ci piacevano e viceversa. Ciò che è accaduto l’11 settembre ha cambiato per sempre le nostre vite. Quasi tutti qui stasera siamo stati direttamente o indirettamente toccati dalla tragedia. Pensare a quello che è successo ci rattrista ed addolora. Vorrei approfittare di questo momento per esprimere le nostre condoglianze a tutte quelle famiglie e amici che sono stati devastati da questa tragedia, osservando un momento di silenzio. Questa sera siamo qui per ricordare e rendere onore al nostro amico Joe Riverso. Conoscevo bene Joe e la sua meravigliosa famiglia da quando avevo sette anni. Chiunque abbia avuto il piacere di conoscere Joe o forse l’incredibile fortuna di essere un suo amico intimo può ora riflettere e pensare quanto è stato fortunato. Essere vicino a Joe significava una giornata radiosa, un grande sorriso e allegria a volontà. Joe possedeva tutto questo. Lui era la persona più brillante che abbia mai conosciuto. Faceva sentire meglio le persone che gli stavano attorno. Joe aveva una passione per lo sport in genere. Quando Joe si metteva qualcosa in testa, potresti scommettere che l’avrebbe realizzata in maniera eccellente. Ecco chi era Joe. Era dotato di talento atletico, una mente creativa e un cuore molto grande, ecco la ragione per cui Joe era così robusto. Il miglior amico che potevi avere. Joe aveva un’aura intorno a sé che rendeva il mondo un posto migliore. Se avevi avuto una brutta giornata al lavoro o volevi trovare un posto dove sentirti meglio o ridere, bastava andare da lui» .

Lucy Crifasi e gli altri 218 italo-americani uccisi nelle Torri Gemelle. Sono 219 i morti di origine italiana negli attentati dell'11 settembre. Chi cerca i nomi dei "sommersi" è Giulio Picolli. La storia di Lucia: la famiglia partì dal Belice alla volta dell'America. Fabio Greco l'11 settembre 2021 su Agi. Amava le canzoni di Julio Iglesias, Lucia Crifasi, che l'11 settembre di vent'anni fa rimase uccisa nel crollo delle Torri gemelle. Siciliana di Montevago, nel Belice, la partenza con la famiglia dalla Sicilia nel 1958 per gli Stati Uniti le aveva risparmiato la paura del terribile sisma del 1969 e di altri crolli che avrebbero mietuto centinaia di vite giovani come la sua, ma gliene riservava un altro ancora più micidiale perchè mirato, pianificato da mano (dis)umana all'età di 51 anni, quando lei aveva conquistato con fatica il proprio posto nella società americana. "Lucy" Crifasi è una degli italiani/e e degli italo-americani/e morti nell'attentato che segnò l'inizio di una nuova epoca per il mondo, e che vede oggi tornare al potere a Kabul i demoni che la scatenarono. Il loro numero, ancora oggi, non è chiaro: fu l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a parlare, in occasione di una commemorazione nel 2008, di "dieci vittime con cittadinanza italiana o doppia cittadinanza e 260 di origine italiana", ma il numero è continuamente oscillato nel corso degli anni. Quei numeri al presidente li diede Giulio Picolli, imprenditore che da anni aggiorna il conto delle vittime italoamericane dell'11 settembre. "Napolitano - tiene a sottolineare all'AGI, che lo ha contattato - fu l'unico presidente venuto a New York a incontrare le famiglie delle vittime fermandosi sotto la lapide". Oggi, spiega, i nomi dei morti di origine italiana sono 219. A essi si è aggiunto negli ultimi giorni, tra altri, quello di Caterina Kathy Mazza, primo capitano di polizia donna dell'Autorita' portuale di New York morta mentre tentava di guidare un gruppo di civili fuori dal World Trade Center. Il lavoro di Picolli è stato - e sarà ancora - certosino: "Non posso identificare con più accuratezza i nomi a causa delle leggi americane e italiane sulla privacy. Ma questi nomi non vanno dimenticati. Il consolato a New York - dice all'AGI - non può darmi nomi e documenti per non infrangere la privacy. Lo capisco, e allora guardo perfino i necrologi per capire chi siano le persone morte, di quale etnia siano, servendomi poi di indicazioni date dal prete o dai parenti. Nel 2002 avevo 490 nomi; quest'anno ne ho contati 215 al 31 agosto; al 10 settembre ne ho aggiunti altri 4". L'11 settembre del 2001 Picolli perse il figliocco. "Luigi Gino Calvi, un ragazzo di 34 anni, nato e cresciuto con i miei figli. Era come un figlio - ricorda - uno di quei piccoli eroi della finanza americana, appena assunto dalla Cantor Fitzgerald, uno dei maggiori broker di Nyt, che ebbe l'80% dei propri dipendenti ucciso nell'attentato". "Non ho mai smesso di cercare - continua - e nel libro che sto per pubblicare vi sono altre cornici in bianco. Ho 80 anni, e continuerò. L'importante è ricordarsi anche di una sola vittima italiana. L'emigrazione italiana in America, e nel private equity di Nyt, ha avuto un impatto importantissimo. Senza italiani, la ristorazione non esisterebbe. Dobbiamo dire grazie all'emigrazione, grazie a questi signori. Non li dimenticheremo mai". Molte delle vittime erano originarie della Sicilia. "I primi nomi - ha scritto in passato Luca Guglielminetti, presidente dell'Associazione vittime del terrorismo fino al 2015 - arrivano da una celebrazione di due vittime originarie di Nissoria, Sicilia: Vincenzo Di Fazio e Salvatore Lopes. Notizia stampa pubblicata sul sito della base aereo navale americana di Sigonella". Il 16 settembre del 2001, cinque giorni dopo il massacro, una corrispondenza di Pantaleone Sergi per il quotidiano La Repubblica riportava un "balletto" di cifre e di nomi, dietro i quali si intravede la geografia delle partenze per l'America: "Non si hanno più notizie dei cugini Salvatore Lopes e Vincenzo Di Fazio, trentottenni di Nissoria in provincia di Enna. Salvatore, sposato e padre di due bambine di 8 e 11 anni, lavorava in un'agenzia di viaggi al piano numero 104; Vincenzo, anch'egli sposato e padre di tre figli, lavorava invece come agente di borsa. Dell'elenco fa parte anche Luigi Arena, 40 anni, di Capaci. Vigile del fuoco, l'uomo era entrato nella prima torre durante le operazioni di salvataggio. Nessuno ha saputo più niente di lui, come nulla si sa di Angelo Sereno, 30 anni, di Torretta, installatore di condizionatori d'aria, e di Calogero Gambino, anche lui di Torretta, che lavoravano in una delle torri. Scomparsi sono anche Giuseppe Randazzo, 28 anni, di Capaci, e Gianni Spataro, 32 anni, figlio di italiani ma nato qui (il padre di Ragusa e la madre di Termini Imerese) lavorava in una banca al 98esimo piano della prima torre. Dalla Calabria invoca informazioni la signora Maria Riverso e spera ancora che suo figlio Jo sia ancora in vita. Resta tra i dispersi anche Raimondo Cima, un architetto di 63 anni originario di Civitavecchia, che lavorava al 92esimo piano del Wtc. Il timore per la loro sorte - concludeva Sergi su La Repubblica - aumenta col passare delle ore. E sono ore terribili". "Riconoscere tutte le vittime dei conflitti è imprescindibile per le istituzioni", scrive Guglieminetti su Avvenire. "Non solo per garantire loro i diritti sanciti dalle legislazioni italiana ed europea e per evitare un'ingiustificabile e vergognosa sperequazione che lascia aperte le ferite delle memorie, ma perchè è una precondizione per riumanizzarle: cioè, per dare spazi e voce ai "sommersi" attraverso i "salvati", con tutte le difficoltà che ci ha insegnato Primo Levi, ma anche tutto il portato di conoscenze che da loro può scaturire permettendoci di provare a prevenire nuove catastrofi. Capaci e Torretta, nel Palermitano; Montevago, nel Belice. Sono i punti da cui tradizionalmente partivano le famiglie siciliane alla volta dell'America. Come quella di Lucia, che trovò un lavoro - scrisse il New York Times in un obituary il 9 dicembre del 2001 - nell'ufficio del broker Marsh & McLellan in una delle due Torri. "L'amavano tutti - si poteva leggere nel quotidiano - e non poteva essere altrimenti perchè Lucy era il genere di donna che aveva sempre un grande sorriso e il tempo di risolvere i problemi degli altri". Viveva a Glendale, nel Queens, e un giorno alla settimana lo trascorreva con la madre 85 enne. Amava viaggiare, Lucia, e spesso trascinava con sè i fratello e sorella in giro per il mondo. Un anno prima dell'attentato la famiglia era tornata a Montevago, e poi aveva viaggiato a Roma per salutare e pregare con il Papa. Aveva solo due vizi, raccontò al Nyt il fratello Frank: "Le scarpe e i libri". La mattina dell'11 settembre al lavoro Lucy indossava forse una camicia a strisce verde oliva. Qualche ora dopo sarebbe entrata a far parte del lunghissimo elenco di persone "Missing", scomparse. Gli amici, scrisse Marshall Sella sul New York Times il 7 ottobre 2001, la cercavano disperatamente, stamparono la sua foto in centinaia di fogliettini da diffondere in giro e poi ne stamparono un'altra più recente, con gli abiti che avrebbe potuto indossare quel giorno. E altre informazioni, aggiungevano a quei volantini della speranza: Lucy aveva una piccola cicatrice al centro della fronte e un neo sulla mascella e "una cicatrice di quattro pollici sul piede sinistro o destro". I parenti di Lucia Crifasi chiamarono perfino dal Venezuala. Una delle ultime persone che sentirono al telefono Lucia fu una sua collega, Sue Johnson, che il 10 settembre del 2006 lasciò un suo ricordo nella pagina della MarshMcLennan: "Parlai con lei qualche minuto prima delle 8.46 quella mattina, ma non avevo capito che lavorata al Wtc finchè non vidi una sua foto alla Cnn. Penso spesso a lei, e spero che la sua famiglia trovi pace". "Lucy - ha scritto sul memorial della Cnn Julia LaRosa - era da molti anni una mia amica. Ci incontravamo quasi ogni giorno sul bus che veniva da Glendale e vi tornava, fin quando lei non fu trasferita in centro. Era un agente di viaggio, e qando mia figlia le fece sapere di voler lavorare nel settore, l'aiutò molto con una serie di consigli. Adesso Robyn è un'agente di viaggi che ha avuto successo. Lucy era molto dolce e generosa, e teneva in modo forte alla famiglia". Montevago la ricorda con affetto ogni anno, e a vent'anni da quel giorno le dedicherà un francobollo.

Da il 28 settembre 2021. I vertici militari Usa hanno riferito al Senato che Joe Biden ricevette le valutazioni dei generali sull'Afghanistan prima del ritiro. Ma il capo dello stato maggiore congiunto Mark Milley e il capo del comando centrale Usa Kenneth McKenzie hanno contraddetto il presidente affermando di avergli consigliato - senza successo - «di mantenere 2.500-3.500 soldati per garantire la stabilità del governo e dell'esercito di Kabul». In precedenza Biden aveva sostenuto di non aver mai ricevuto alcun suggerimento in questo senso dai suoi consiglieri militari.

Valeria Robecco per “il Giornale” il 29 settembre 2021. «In nessun momento ho tentato di usurpare l'autorità o inserirmi nella catena di comando». Il capo di stato maggiore congiunto Mark Milley smentisce al Congresso le rivelazioni dell'ultimo libro di Bob Woodward Peril («Pericolo»), secondo cui il generale limitò l'accesso di Donald Trump alle armi nucleari e telefonò due volte all'omologo cinese per rassicurarlo che gli Usa non stavano preparando alcuna guerra contro Pechino. Per la prima volta dal caotico ritiro americano dall'Afghanistan i vertici militari Usa sono stati messi sotto torchio dalla Commissione Forze armate del Senato, e durante l'audizione si è parlato anche dell'ex presidente e dei suoi ultimi suoi mesi alla Casa Bianca. In particolare, del comportamento tenuto da Milley descritto dal giornalista due volte premio Pulitzer che insieme a Carl Bernstein rivelò i retroscena del Watergate. «Sono certo che Trump non avesse l'intenzione di attaccare i cinesi ed era mia responsabilità diretta, a nome del Segretario alla Difesa, fare conoscere gli ordini e le intenzioni del presidente» ha detto al Senato il generale, smentendo di aver dubitato dello stato mentale del tycoon. «Non sono qualificato» a determinare la sua salute mentale, ha proseguito rispondendo ad una domanda sulle rivelazioni di Woodward: «Il mio compito è di dare un parere e di assicurarmi che il comandante in capo sia sempre pienamente informato». Milley ha raccontato che la speaker della Camera Nancy Pelosi lo chiamò l'8 gennaio, due giorni dopo l'assalto al Congresso da parte dei sostenitori di The Donald, per chiedergli delle capacità di Trump di lanciare un attacco nucleare. «Cercai di rassicurarla che un lancio nucleare è governato da un processo molto specifico - ha sottolineato - Era preoccupata e fece vari commenti personali su di lui. Io le dissi che il presidente è l'unica autorità con il potere di lanciare un attacco nucleare, ma che non può farlo da solo. Ci sono protocolli e procedure e non c'è alcuna possibilità di un lancio accidentale o non autorizzato». Quindi, il generale ha rivendicato la sua «totale lealtà» alla Costituzione degli Stati Uniti e la legittimità delle sue due telefonate all'omologo di Pechino Li Zuocheng per rassicurarlo contro azioni militari ostili negli ultimi mesi della presidenza Trump. «Ho comunicato regolarmente con la mia controparte cinese» ha spiegato, ricordando che alle sue chiamate assistettero dalle otto alle undici persone e che il «suo lavoro era ridurre l'escalation». In seguito a una telefonata dell'8 gennaio con il collega del Dragone, inoltre, ha assicurato di aver informato l'allora segretario di stato Mike Pompeo, il capo di gabinetto della Casa Bianca Mark Meadows, e il segretario della Difesa ad interim Christopher Miller. Sul ritiro dall'Afghanistan, invece, Milley e il capo del comando centrale Usa Kenneth McKenzie hanno contraddetto Joe Biden, affermando di avergli consigliato, senza successo, di mantenere 2.500-3.500 soldati nel Paese per garantire la stabilità del governo e dell'esercito. Il presidente, al contrario, ha sostenuto di non aver mai ricevuto alcun suggerimento in questo senso dai suoi consiglieri militari. Peraltro, davanti alla commissione del Senato, il capo di Stato maggiore congiunto ha anche messo in guardia sul rischio terrorismo: «Un'Al Qaida riorganizzata o un Isis con aspirazioni ad attaccare gli Usa è una possibilità molto reale che potrebbe presentarsi nei prossimi 12-36 mesi».

Afghanistan, le carte top secret: «Avevamo già perso, nessun presidente ebbe il coraggio di ammetterlo». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 9 Ottobre 2021. Il giornalista del Washington Post Craig Whitlock e il dossier che fa discutere in America. «Siamo stati là vent’anni e non abbiamo capito il Paese». «Tutto è cominciato con una soffiata», racconta il reporter del Washington Post Craig Whitlock. «Nell’estate del 2016, avevo sentito che un’agenzia federale poco nota, chiamata Special Inspector General for Afghanistan, aveva intervistato Michael Flynn, generale in pensione diventato famoso perché faceva campagna elettorale per Donald Trump. Il governo federale lo aveva intervistato sulla guerra perché era stato a capo dell’intelligence militare della Nato e degli Stati Uniti in Afghanistan durante l’amministrazione Obama. Era noto come un generale molto franco, non aveva paura di criticare nessuno. Pensavo che sarebbe stato facile ottenere una copia delle sue dichiarazioni, invece fu necessario fare causa per averle. Flynn sosteneva che il governo non era stato onesto perché dichiarava che stavamo vincendo, mentre in realtà stavamo perdendo». Flynn non era una fonte del tutto obiettiva, ma il governo non intervistò solo lui: furono sentite quasi mille persone che avevano avuto un ruolo nella guerra a partire dal 2001. Dopo tre anni di cause, il Washington Post è riuscito a ottenere quelle testimonianze. Il verdetto: George W. Bush, Barack Obama e Donald Trump sapevano «che non c’erano prospettive realistiche di vittoria in Afghanistan, ma nessuno di loro ha voluto ammettere la sconfitta». Whitlock tre volte finalista al Premio Pulitzer, lo racconta in un libro-caso, The Afghanistan Papers. A Secret History of the War , uscito negli Stati Uniti il 31 agosto e che in Italia viene pubblicato da Newton Compton il 14 ottobre, con il titolo: Dossier Afghanistan. La storia della guerra attraverso i documenti top secret .

L’opinione pubblica americana ha prestato attenzione all’inchiesta?

«Era il dicembre 2019 quando pubblicammo i documenti, nel bel mezzo dell’impeachment di Trump. Temevo che pochi avrebbero prestato attenzione e invece fu il nostro progetto più letto dell’anno. La reazione fu di rabbia. Bush, Obama e Trump non solo non avevano ammesso la sconfitta, ma avevano continuato a promettere la vittoria. Leggendo i documenti era evidente il contrasto tra ciò che veniva detto in pubblico e ciò che era noto in privato, cioè che la guerra non si poteva più vincere».

Perché nessuno ha voluto ammetterlo?

«Quella in Afghanistan era vista come una guerra giusta dopo l’11 settembre. Nessun politico o generale era pronto ad ammettere che stavano lentamente perdendo la guerra che gli americani avevano appoggiato con forza e che credevano di aver vinto. Nel 2001-2002, i talebani erano stati rimossi dal potere, Al Qaeda era sparita dall’Afghanistan. Ma col tempo la guerra ha cominciato a prendere la direzione sbagliata. Nessun presidente americano voleva confessarlo».

Anche Biden voleva evitarlo, ma le circostanze lo hanno reso evidente. Ora l’America come vive il fallimento?

«È difficile, ci sono accuse reciproche, si dibatte se sia colpa di Biden, Bush, Obama o Trump. Ma tutto questo ha fatto capire all’America di non essere invincibile. C’è una grande riluttanza ora a intervenire militarmente nel mondo, la gente è focalizzata sui problemi in patria. Penso che gli americani vorranno una spiegazione molto più chiara prima di mandare truppe all’estero in futuro: però è anche vero che tuttora in Siria e Iraq ci sono nostri soldati e non abbiamo definito chiaramente né gli obiettivi né la durata. Non so se abbiamo davvero appreso la lezione. Per i veterani — i quasi 800.000 che hanno servito in questa guerra — la situazione è particolarmente dura da accettare: pensavano di servire una nobile causa e di aiutare il governo e il popolo afghano. Adesso i talebani si sono ripresi l’intero Paese e i veterani si chiedono quale sia stato il significato del proprio sacrificio e dei compagni uccisi. Ci vorrà molto tempo per capire ciò che è successo e perché. Penso che il dibattito sia appena iniziato». 

Un grande problema è stato l’alleanza con i leader afghani. C’erano alternative?

«L’America e la Nato hanno collaborato con personaggi problematici: volevano rafforzare un governo che la popolazione non amava. Gli afghani ritenevano che i loro leader avessero avuto tutte le opportunità e le risorse per risollevare il Paese ma erano troppo corrotti o incompetenti per farlo. A molti afghani non piacciono i talebani ma disprezzavano il proprio governo. E nelle zone rurali, se costretti a scegliere, in molti casi preferiscono i talebani. Moltissimi afghani vogliono semplicemente che il conflitto abbia fine. Il problema è che gli Stati Uniti hanno cercato di dividere il Paese tra buoni e cattivi e, come si vede dai documenti nel mio libro, avevano una visione semplicistica: i talebani erano i cattivi, l’alleanza del Nord e i Signori della guerra i buoni. Ma il popolo afghano non la vedeva così: gli Stati Uniti si sono alleati con personaggi corrotti o molto brutali. Stiamo stati là vent’anni e non abbiamo capito il Paese».

Il generale Petraeus ha criticato il ritiro di Biden. Lui ha capito l’Afghanistan meglio di altri?

«Un grosso problema dell’approccio americano, incluso quello di Petraeus, è che gli Stati Uniti hanno creduto che ci fosse una soluzione militare. Pensavano di poter eliminare o sconfiggere del tutto i talebani, ma non è possibile perché fanno parte del tessuto della società afghana. Si sarebbe potuto tentare, nel 2001 o anche nel 2004, quando erano deboli, di includerli nel sistema politico, in modo da porre fine all’insurrezione, ma solo negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno capito che si doveva negoziare. Era troppo tardi, i talebani erano ormai troppo forti e il governo troppo debole. L’Afghanistan è cambiato dal 2001, in particolare Kabul. Ma per tutto questo tempo il conflitto è continuato. Gli Stati Uniti hanno provato a trasformare e ricostruire una società in guerra e non è possibile».

I segreti del ritiro occidentale dall'Afghanistan raccontati in un libro sull'"Inferno di Kabul". Diana Alfieri il 17 Ottobre 2021 su Il Giornale. Dalla testimonianza delle mamme dei soldati, ai racconti dei generali. «Inferno a Kabul: la vera storia del ritiro occidentale dall'Afghanistan» (Ed. Historica Giubilei Regnani) è un libro per leggere la storia controcorrente. Partendo dalla cronaca per arrivare a un'analisi politica fuori dagli schemi. A scriverlo sono stati Chiara Giannini e Simone Platania. Un saggio per comprendere i segreti di una «ritirata mal pianificata dagli Usa», con «migliaia di persone in fuga», con al centro «l'ultima notte nell'inferno di Kabul, dove i militari italiani hanno fatto la differenza». Nella prima parte si narra l'«esperienza» della Giannini «un mese fa a Kabul, negli ultimi giorni prima del ritiro del contingente: le testimonianze delle madri di due caduti (nel caso di Rosa Papagna si è appena riaperto il processo per la morte del figlio), le testimonianze di 4 generali: Morabito, Bertolini, Battisti e Preziosa, e infine una parte sulle nuove strategie comunicative terroristiche». Ma chi sono i due autori di «Inferno a Kabul»? Chiara Giannini si descrive così: «Giornalista e inviata di guerra. Ha calpestato il suolo afghano per quattordici volte, raccontando ogni sfaccettatura del Paese degli aquiloni. Ha fatto reportage anche da Iraq, Libano, Kosovo, confine libico e da molti altri luoghi caldi del mondo». E poi: «Nel 2014 ha rischiato di morire in un attentato terroristico avvenuto sulla Ring Road, tra Herat e Shindand. Attualmente scrive per Il Giornale ma i suoi articoli sono usciti sui principali quotidiani nazionali. Questo è il suo terzo libro, il secondo sull'Afghanistan». Simone Platania è invece «studente in lingue, culture, letterature e traduzioni presso l'Università La Sapienza di Roma, è esperto in studi della storia mediorientale». Entrambi, nel loro libro, si sono posti una domanda: «Cosa c'è dietro al frettoloso ritiro della coalizione internazionale dall'Afghanistan?». Ma gli interrogativi della coppia Giannini-Platania non finiscono qui. Altra domanda-chiave: «I vent'anni che le nostre Forze armate hanno passato in quella terra sono davvero serviti a qualcosa, visto il drammatico epilogo?». Un libro in cui il lettore troverà le risposte a queste e altre domande nel racconto degli ultimi giorni nell'inferno di Kabul attraverso «l'analisi fatta da esperti e veterani di ciò che è stato a sarà di una terra in cui la guerra è parte integrante della cultura civile». Un racconto avvincente sulla «vera storia della fuga degli interpreti afghani, dell'impegno per salvarli dei militari italiani, delle donne rimaste a subire il regime del nuovo Emirato talebano, ma soprattutto di quello che resterà sempre un clamoroso errore occidentale». Toccante anche la dedica che fa da prologo al libro: «Alle donne e ai bambini, agli uomini giusti del Paese degli aquiloni. Affinché possano trovare la via di combattere per la libertà. E a chi ha perso la vita in Afghanistan. In qualunque modo l'abbia persa. Perché non c'è un modo migliore o peggiore per morire. Il vuoto resta comunque». «Quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell'uomo». Firmato: Oriana Fallaci Diana Alfieri

Falling Man. Il Post l'11 settembre 2021. La storia della foto più famosa e impressionante scattata l'11 settembre 2001: un uomo che precipita in maniera composta, quasi come in un tuffo. La storia delle stragi dell’11 settembre è un’immensa storia di immagini, riempita a sua volta di mille storie diverse, entrate nella memoria collettiva in una serie di scatti e dirette e video di quel giorno. E dentro ha le storie delle persone morte quel giorno, molte delle quali si mescolano nel numero complessivo delle vittime, e una delle quali è raccontata in una fotografia divenuta simbolo di un sacco di cose, non solo di quel giorno ma anche dei modi con cui gli americani reagirono a quel giorno.

È la fotografia del “Falling Man”, l’uomo che cade. La scattò l’11 settembre alle 9 e 41 minuti e 15 secondi Richard Drew, un fotografo dell’agenzia Associated Press che aveva visto passare altri momenti della storia durante la sua carriera. Quando aveva 21 anni si trovava accanto a Robert Kennedy, candidato democratico alla presidenza, nel momento in cui venne ucciso in un albergo di Los Angeles, nel 1968. Il sangue gli finì addosso, e lui scattò le immagini di Kennedy mentre moriva, mentre Ethel Kennedy lo abbracciava e chiedeva ai fotografi di non farlo, di non scattare. La mattina dell’11 settembre Drew era stato mandato al Bryant Park di Manhattan – una cinquantina di isolati a nord del World Trade Center – per fotografare una sfilata di moda premaman: c’era anche una troupe della CNN, e un cameraman ricevette in cuffia la comunicazione che un aereo si era schiantato contro una delle torri gemelle. Subito dopo l’agenzia chiamò Drew e gli disse di andare là. Drew prese la metropolitana che funzionava ancora e scese alla fermata di Chambers Street, da dove sbucò per trovarsi di fronte le due torri avvolte nel fumo: il secondo aereo aveva centrato la torre Sud. La gente guardava in alto e urlava: si vedevano persone saltare giù dalle torri.

Drew cominciò a scattare. In quei momenti un aereo centrava il Pentagono. Dopo poco la torre Sud crollò, seguita dalla Nord: Drew, scattando ancora, capì che doveva togliersi di lì e rientrò negli uffici di Associated Press. Tra le foto che aveva fatto alle persone in caduta libera dalle torri, alle persone che andavano a morire schiantandosi a terra in fuga da altre morti, una lo colpì subito per la sua potenza formale e simbolica: sullo sfondo di linee verticali delle due torri, precisamente a separare il profilo di una da quella dell’altra, la sagoma di un uomo verticale e capovolta, con le braccia allineate al corpo e una gamba compostamente piegata, come in un tuffo, come una freccia, era stata bloccata nella fotografia, ferma e rivelatrice di velocità insieme. Era una foto pazzesca. Uscì sui giornali di tutto il mondo il giorno dopo. Ma quella fotografia, e le altre di chi si gettò dalle torri, e tutto il tema del come lo fecero, perché lo fecero, chi fossero, quanti fossero, diventò rapidamente un delicatissimo tabù per l’informazione americana e il dibattito sulla strage. Ci fu chi vide in quelle immagini una irrispettosa indiscrezione nei confronti di quel gesto estremo, obbligato, quasi un’umiliazione sommata alla morte. Ci furono i parenti dei morti che per anni, e molti di loro ancora oggi, hanno combattuto tra il desiderio di sapere come siano morti i loro cari e la speranza di non saperlo. Ci fu chi attribuì alla scelta di chi saltò un tratto di pavidità, quasi che le loro morti fossero meno eroiche di chi fu ucciso dal fuoco e dal crollo: quasi si fossero suicidati. Molti da allora, per questa ragione, non vogliono sia usata l’espressione “suicidi” per quelle morti. Ci furono familiari che non vollero pensare o sapere che i propri cari non avessero sperato fino all’ultimo di tornare a casa da loro. Le immagini dei “falling men” subirono da subito rimozioni, censure, pudori, finirono confinate su siti web per voyeurismi vari o video di YouTube affollati di avvisi e discussioni anche violente, e persino le storie di quei salti furono eluse il più spesso possibile. Il New York Times, che mise la foto più famosa a pagina 7 l’indomani delle stragi, fu molto attaccato dai lettori, e non la pubblicò più fino al 2007. Nel 2004 un articolo del New York Times affrontò di nuovo la questione. Moltissime immagini descrivevano i salti nel vuoto, le persone che si aggrappavano all’esterno delle finestre, che si affacciavano in cerca di riparo dal fuoco, che si gettavano, da sole o due alla volta, poi separate dalla velocità, o appese a improbabili e perdenti paracaduti improvvisati. I loro voli erano durati circa dieci secondi, a velocità che raggiungevano i 150 chilometri all’ora. E nessuno sapeva quanti fossero morti così. Una stima fatta da USA Today nel primo anniversario parlava di 200 morti: circa l’8% del totale. Altre valutazioni dicevano 50. Di oltre tremila uccisi, erano state le vittime la cui morte era avvenuta davanti agli occhi di tutti, l’espressione pubblica della strage avvenuta nella sua gran parte lontano dagli occhi, tra fumo, lamiere e fuoco. I primi cominciarono a saltare pochi minuti dopo il primo schianto nella torre Nord. Dalla Sud si gettarono meno persone, perché fu colpita dopo e alcuni erano già fuggiti, perché crollò più rapidamente dopo lo schianto dell’aereo, perché nella torre Sud rimasero intrappolate in un numero di piani più grande. In molti si sono interrogati sui pensieri di coloro che saltarono: se furono spinti da qualche speranza di farcela. Più probabilmente, dicono gli esperti, si trovarono senza scelta, come chi abbia la mano sul fuoco su una candela e abbia come unica reazione quella di toglierla. Almeno mille persone sopravvissero agli schianti degli aerei e rimasero senza via di fuga, con le scale di emergenza bloccate. Alcune ricostruzioni sostengono che ci furono persone scaraventate fuori dalle esplosioni, e altre che caddero nella calca delle piccole folle che cercavano aria dalle finestre. Una di loro uccise un vigile del fuoco a terra, travolgendolo. Anni dopo le stragi, una scultura intitolata “Tumbling Woman”, creata da un artista che aveva perso un amico nella torre Nord, fu esposta al Rockefeller Center: raffigurava una donna in una caduta, capovolta. Fu rimossa rapidamente, in seguito alle proteste e alle minacce ricevute dalla galleria che l’aveva esposta. Era troppo presto, rispetto all’abitudine alla rappresentazione e testimonianza di altre tragedie della storia che abbiamo costruito con altri eventi storici. Nel 2003 il giornalista Tom Junod aveva scritto un lungo articolo per l’edizione americana del mensile Esquire, dedicata a coloro che si gettarono, e all’uomo della foto più famosa, “Falling man”. Junod raccontò dei tentativi di alcuni suoi colleghi di identificarlo, tentativi complicati dalle resistenze dei parenti a contemplare la possibilità che i loro cari si fossero gettati. Gli indizi sugli abiti dell’uomo – in particolare il grembiule bianco, all’inizio scambiato per una camicia – suggerivano che lavorasse per uno dei ristoranti o servizi di cucina del World Trade Center, in particolare il famoso Windows of the World. L’uomo era più probabilmente ispanico che nero, e gli ingrandimenti delle altre undici foto della sequenza di Drew che lo ritraevano mostravano una t-shirt arancione sotto il grembiule. Per un periodo, l’uomo fu identificato come Norberto Hernandez, un cuoco della pasticceria di Windows of the World. La sua famiglia si divise sul riconoscimento – il dolore del pensiero che li avesse “traditi” la travolse, e ci fu chi scrisse loro su internet che Norberto sarebbe andato all’inferno – , ma nel suo articolo Junod alla fine concluse che non poteva essere lui. Le sue indagini furono lunghe, e il suo articolo si conclude con la più credibile ipotesi che l’uomo della foto sia Jonathan Briley, un altro impiegato del ristorante, ma senza certezze. Anche se Junod è tornato sulla storia un anno fa, con ancora meno dubbi. “Falling man” è diventato nel frattempo il titolo di un romanzo di Don DeLillo, un protagonista di quello di Jonathan Safran Foer “Molto forte, incredibilmente vicino”, un documentario ispirato all’articolo di Tom Junod, e una immagine più storicizzata che nei primi anni dopo le stragi. Richard Drew continua a esserne intervistato. Sono passati dieci anni.

Da il Giornale l'11 settembre 2021. Ci sono voluti solo 10 secondi per precipitare e nessuno di quegli angeli era incosciente. La morte è stata istantanea. Alcuni saltarono da soli, altri in gruppo, qualcuno in coppia. Uno divenne il simbolo di tutti, «The Falling Man», «l'uomo che cade» ancora, e forse per sempre, senza nome. Ma con due indiziati. Norberto Hernandez, che lavorava all'ultimo piano come pasticciere. Il fratello Tino e sorella Milagros lo identificarono, la figlia Jacqueline no. Non aveva nessuna maglietta arancione sotto la tunica. Quella l'aveva invece Jonathan Eric Briley, ingegnere del suono, 43 anni. Per il fratello Timoteo è lui: dice che le scarpe sono inconfondibili. Per la sorella Gwendolyn saltò perché malato di asma. Indossava una maglietta arancione così spesso che Timoteo lo prendeva in giro: «Quando ti sbarazzerai di quella vecchia maglietta, eh Eric?»....L'ecatombe dell'11 settembre non è finita. Continuano a morire da vent'anni, a migliaia, senza tregua e senza speranza. Quelli che abitavano nell'area del World Trade Center e quelli che sono intervenuti per i soccorsi, esposti alle polveri della nube tossica figlia dell'esplosione. Sono più di 25.000 i newyorkesi colpiti da tumori, malattie croniche e disturbi mentali da stress post-traumatico. Malati di tutte le età, iscritti al World Trade Center Health Program, il programma di monitoraggio e assistenza medica finanziato dal governo federale. Un pronto soccorso attivo ventiquattr'ore su ventiquattro per pazienti spesso cronici malati di tumore della pelle (6.403 casi), alla prostata (5.197), al seno (1.839), alla tiroide (1270), a polmoni e bronchi (1.1169). E poi ci sono i melanomi (1.505 casi), i linfomi (1.324), la leucemia (854). E quello che è peggio: non è finita qui. Li hanno identificati vent'anni dopo, grazie una nuova tecnologia di sequenziamento del Dna di ultima generazione, all'Istituto medico-legale di New York. Sono le vittime numero 1.646 e 1.647 dell'11 settembre. Del primo la famiglia non ha voluto fosse rivelata l'identità, della seconda, Dorothy Morgan, si sa che era di Long Island, che lavorava al 94° piano per Marsh&McLennan, una compagnia assicurativa e che il figlio, Dante, che l'aveva chiamata al lavoro, fece appena in tempo a salutarla. Dorothy ora avrà una tomba ma il lavoro continua: il 40% delle vittime di Ground Zero è ancora senza nome. Martina Gasperotti aveva 28 anni quando, l'11 settembre 2001, stava per prendere l'ascensore e salire al 107mo piano della Torre Nord. Era a New York per studiare, primo giorno di Università, voleva festeggiare al «Windows of the World»: è dentro quando il primo aereo si schianta, fa in tempo a fuggire, ma da quel giorno la sua vita è cambiata. Da allora, dice, è diventata fatalista «e consapevole che la vita è un attimo e non dobbiamo mai dare niente per scontato». Anche quest' anno, come tutti gli anni, l'11 settembre si chiuderà in casa». A New York è tornata due volte: «Per capire che alla fine tutto si supera». La ritirata dall'Afghanistan non l'ha presa bena: «Vedere un disastro così è una vergogna. I talebani stanno ridendo di gusto». Robert O' Neill, il Navy Seal che uccise Osama bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, vive sempre con il fiato sul collo. E rivela, dopo anni, che la sua era una missione suicida: «Se Bin Laden non fosse stato là, e non c'era certezza che ci fosse, non c'era alcuna possibilità che saremmo tornati a casa vivi». Obama decise il blitz dopo aver visto una partita di basket tra i Lakers di Kobe Bryant e gli Charlotte Hornets. Teme che tutto sia stato inutile. Sono cinque e dopo vent'anni non hanno ancora avuto una condanna. Sono i cinque detenuti accusati degli attacchi dell'11 settembre 2001. Tra cui Khalid Sheikh Mohammed, ex capo della propaganda di Al-Qaida, che ha confessato di essere la mente degli attentati. Un procedimento contestato e controverso, diviso tra le denunce dei gruppi per i diritti umani e dei legali dell'esercito Usa, che accusano la Giustizia di non essere imparziale. Sui cinque pende la condanna a morte, ma la pena è stata congelata perché il principale imputato ha promesso non solo di aiutare le famiglie delle vittime nella causa intentata contro l'Arabia Saudita ma di rivelare anche le prove della presunta complicità di Riad in cambio dell'annullamento dell'ergastolo. Per uscirne c'è da misurarsi con circa 35 mila pagine di verbali e migliaia di mozioni. Ce n'è insomma per altri vent' anni. Che fine hanno fatto i simboli delle tragedia? Quasi sempre brutta. Marcy Borders, «Lady Polvere», vittima di alcol e droga è morta di tumore nel 2015; Rudolph Giuliani, complice il sostegno a Trump, si è visto sospendere la licenza di avvocato; il capo dello staff della Casa Bianca Andrew Card che informò Bush all'orecchio dell'attacco è in pensione dopo essere stato preside della Pierce University; Stephen Cooper, ritratto mentre fugge dai grattacieli che si sbriciolano, è morto di Covid. La bandiera di Ground Zero, invece, 5 anni fa è stata consegnata al Museo dell'11/9. Per 15 anni era sparita.

Alcuni soccorritori sono morti investiti dalle persone precipitate.

Rai1 e Rai Documentari presentano "Speciale 11 Settembre: le due ore che cambiarono il mondo". Rai.it l'11 settembre 2021. In onda sabato 11 settembre alle 20.35. Conduce Monica Maggioni. Per il ventesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle, una  serata speciale che parte con il docufilm: “11/9: le due ore che cambiarono il mondo”, l’anteprima in Italia della coproduzione internazionale lanciata dalla BBC, il documentario sulla tragedia che ridefinì il corso della storia e della geopolitica contemporanea. Tutti ricordano dove si trovavano l’11 settembre 2001 all’ora degli attacchi alle Torri Gemelle. Ma com'è stato effettivamente viverlo da vicino, aver sfiorato la morte, quanto è importante continuare a ricordare? A distanza di 20 anni, “11/9: le due ore che cambiarono il mondo”, il documentario evento del pluripremiato regista Arthur Cary, riunisce le storie di 13 persone in un documentario profondamente personale con narrazioni intrecciate: da un lato le due ore tra il dirottamento e lo schianto dei quattro aerei; dall’altro, la storia di ciò che è venuto dopo, il Post Traumatic Stress Disorder, che non li ha più lasciati. Mescolando le potenti testimonianze dei sopravvissuti, dei primi soccorritori e dei familiari delle vittime, attraverso archivi personali e pubblici, la storia di quella giornata si svolge quasi in tempo reale ricostruendo la convulsa successione degli eventi di quelle due ore. Vanessa, 26 anni, artista scozzese, si trovava al 91° piano della prima torre ad essere colpita, la North Tower, dalle 6 del mattino a lavorare su un dipinto dell'alba di New York. Vent'anni dopo Vanessa sta ancora lavorando a una riproduzione del dipinto che ha perso, ossessionata da quanto vicina sia stata alla morte. Bill, pompiere di Staten Island, sopravvissuto miracolosamente a entrambe le torri che crollano intorno a lui e alla caduta del suo compagno ucciso schiacciato, proprio accanto a lui, dal corpo di una persona lanciatosi da una finestra pur di sfuggire al rogo. Malcolm ha perso suo figlio Geoff, Heather era una pilota di caccia appena qualificata che ha preso il volo quel giorno pronto a speronare la coda dello United 93, l'aereo dirottato diretto a Washington DC. “Siamo gli effetti collaterali della tragedia”, dice un sopravvissuto, “ma siamo stati dimenticati come una nota a margine della storia”. Con questa serata evento torna l’informazione in prime time su Rai1 con Monica Maggioni al centro del racconto e del dibattito con ospiti e testimoni del mondo del giornalismo, della cultura e dell'economia per un'analisi approfondita dell'attacco terroristico che ha cambiato la storia. Tra gli ospiti: Mohamedou Ould Slahi, ex detenuto di Guantanamo cui è ispirato il film “The Mauritanian”, Jason Blazakis, uno dei maggiori esperti USA di lotta al terrorismo. Lo Speciale, che andrà in onda in diretta dall’HangarBicocca di Milano all’interno dell’installazione di Maurizio Cattelan, sarà una sorta di introduzione alla nuova stagione di Settestorie che Monica Maggioni condurrà a partire da lunedì 13 settembre in seconda serata. Attingendo a immagini e interviste del documentario di ARTE “Afghanistan: la terra ferita”, che andrà in onda integralmente prossimamente, Rai Documentari traccia un percorso con immagini inedite ed esclusive, che accompagnano gli spettatori dall’11 settembre 2001 al ritiro americano, attraverso la fuga dei rifugiati, le bombe kamikaze e i vari tentativi falliti di pacificazione del Paese. Emerge un Afghanistan inedito: una Kabul degli anni ’60 con donne in minigonna, l'invasione russa, la nascita dei talebani e un racconto immersivo tra le fila dell'esercito americano e in una imboscata talebana. Il documentario “11/9, le due ore che cambiarono il mondo” è il secondo slot della serie Prime Doc, i grandi documentari internazionali per la prima serata. Rai Documentari, sotto la guida di Duilio Giammaria, è la struttura di riferimento dell’azienda per l’industria del documentario.

I soccorritori di Ground Zero: "Lì ci siamo ammalati, molti perdono la memoria". Anna Lombardi su La Repubblica l'11 settembre 2021. Aumentano i casi di Alzheimer tra chi arrivò per primo. "Danni cerebrali, cinquantenni che sembrano ottantenni". "Mio marito sta peggio, non mi riconosce più. È Alzheimer? A chi rivolgermi?" John Feal, 55 anni, riceve messaggi così ogni giorno. Ex operaio edile, si ferì malamente a Ground Zero dove era corso dopo il crollo delle Torri Gemelle. Da allora si batte per il riconoscimento dei sussidi ai "first responder", i soccorritori che lavorando sulle macerie tossiche del World Trade Center si sono ammalati.

Attentato 11 settembre 2001, le gravi conseguenze come demenza precoce e tumori: c’è anche il Covid. Alessandro Artuso l'11/09/2021 su Notizie.it. Uno studio statunitense avrebbe scoperto delle correlazioni fra quanto accaduto nell’attentato dell’11 settembre 2001 e alcune patologie recenti. Diversi scienziati ed esperti del settore medico hanno esaminato le conseguenze a lunga gittata di quanto accaduto dopo l’attentato che colpì  New York, nello specifico il quartiere di Manhattan, durante l’11 settembre 2001. Secondo quanto riportato da uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, vi sarebbero diverse correlazioni tra alcune malattie. Dopo quanto accaduto a Manhattan, gli scienziati hanno scoperto l’aumento di disturbi post-traumatici, demenza precoce, tumori e anche un considerevole aumento di contagi da Covid-19 (quest’ultimo aspetto ovviamente da quando è iniziata la pandemia). Lo studio è stato condotto da gennaio ad agosto 2020 e ha avuto come protagonisti i soccorritori del World Trade Center. In merito al Coronavirus, l’incidenza sui soccorritori dell’11 settembre 2001 è del 22%. Si tratta a tuti gli effetti di un valore alto, soprattutto se paragonato alla media nazionale (12,5%). Gli iscritti al World Trade Center Health Program, cioé il programma di assistenza medica che segue le condizioni di coloro i quali sono stati esposti alle polveri del crollo accaduto nel 2001, mostrano migliaia di persone con diversi disturbi, malattie e tumori. L’incidenza di alcune malattie cresce ogni anno e ciò preoccupa le autorità sanitarie. Nel frattempo anche il Washington Post ha raccontato numerose storie di chi ha vissuto, sulla propria pelle, i risvolti dell’attentato datato 11 settembre 2001: gravi conseguenze per l’inalazione di polvere nociva e di altre sostanze. Come se non bastasse, gli studi hanno scoperto che i vigili del fuoco di New York sono più esposti alle malattie cardiache: chi partecipò ai soccorsi avrebbe manifestato nel tempo un maggior rischio di sviluppare delle malattie autoimmuni. A vent’anni dalla terribile tragedia delle Torri Gemelle sono state identificate le vittime 1.646 e 1.647. Al momento ne mancano ancora mille. Sono passati 20 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001. Si tratta di una data che difficilmente il mondo dimenticherà. L’istituto medico-legale di New York ha annunciato di aver identificato altre due vittime che hanno perso la vita nel World Trade Center. Si tratta di un processo piuttosto lungo che sfrutta delle tecnologie innovative, ma che richiede diverso tempo. 

Il Ricordo.

Da repubblica.it l'11 settembre 2021. 

Springsteen intona "I'll see you in my dreams" a Ground Zero

 A sorpresa, Bruce Springsteen ha partecipato alla cerimonia a Ground Zero per commemorare le vittime dell'11 settembre nel ventennale degli attacchi terroristici. Il cantante, che nel 2002 ha pubblicato un album "The Rising" dedicato ai fatti dell'11 settembre, ha cantato "I'll see you in my dreams". 

Il silenzio di Manhattan

Mentre inizia la cerimonia di commemorazione a 20 anni esatti dall'attacco alle Torri gemelle, è tutta blindata la zona attorno a Ground Zero. Giornalisti, troupe televisive di tutto il mondo e pubblico sono tenuti fuori dal recinto che comincia, a est, all'altezza di Church Street. Le transenne saranno tolte solo a mezzogiorno. I newyorkesi sono qui per rendere omaggio alle quasi tremila vittime di quell'attacco. Alle 8,46, l'ora del primo impatto dell'aereo dirottato sulla Torre nord, viene osservato un minuto di silenzio, atto che si ripete alle 9,03, quando anche la Torre sud venne colpita. Una grande bandiera degli Stati Uniti copre parzialmente l'edificio del Pentagono, sede del Dipartimento della difesa Usa, all'alba del 20esimo anniversario degli attentati dell'11 settembre. L'edificio è stato uno dei tre siti contro cui si schiantò uno degli aerei dirottati, il volo 77 dell'American Airlines. Nell'impatto morirono 189 persone tra militari e civili, 125 delle quali lavoravano all'interno dell'edificio. 

Di Maio a Blinken: "La minaccia terrorismo è attuale, l'Italia è con voi per contrastarla"

"In occasione del ventesimo anniversario degli attacchi terroristici alle Torri Gemelle, desidero esprimere a tutti i cittadini americani la mia più sentita vicinanza. Rinnovare la memoria di questo tragico evento è responsabilità di tutti coloro che credono ai nostri valori comuni. Quella barbara aggressione non colpì soltanto gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Con la sua azione terroristica Al Qaeda volle colpire il messaggio universale di democrazia, libertà e dignità della persona". Sono le parole che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha scritto in una lettera al segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, in occasione dell'anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001. "Nonostante siano stati inferti duri colpi al terrorismo internazionale, la sua minaccia continua ad essere attuale. L'Italia proseguirà nel suo impegno volto a contrastarlo, al fianco degli Usa e dei partner internazionali. Il legame tra Roma e Washington, saldamente ancorato nella cornice transatlantica, è ora più che mai fondamentale per affrontare le sfide che si profilano sullo scenario globale", conclude il suo messaggio. 

Obama: "Usa patria di eroi, 20 anni dopo lo stesso coraggio"

Il ventesimo anniversario dell'11 settembre è l'occasione per una "riflessione su ciò che abbiamo imparato nei 20 anni trascorsi da quella terribile mattina", ha detto l'ex presidente Usa Barack Obama. "Una cosa che è diventata chiara quel giorno è che l'America è sempre stata la patria di eroi che corrono verso il pericolo per fare ciò che è giusto", aggiungendo che l'immagine di quel giorno non è solo la caduta delle Torri, ma anche i vigili del fuoco che salgono le scale mentre gli altri scendono, i passeggeri che decidono di prendere d'assalto la cabina di pilotaggio, i volontari disposti a mettere in gioco la propria vita. "Negli ultimi 20 anni, abbiamo visto lo stesso coraggio e altruismo", l'11 settembre "ci ha ricordato come tanti americani diano se stessi in modi straordinari, non solo nei momenti di grande crisi, ma ogni singolo giorno. Non dimentichiamolo mai, e non diamolo mai per scontato".

Il giorno del ricordo. L’America si ferma per l’11 settembre, a Ground Zero Biden e Obama: “Usa patria di eroi, 20 anni dopo lo stesso coraggio”. Redazione su Il Riformista l'11 Settembre 2021. Una cerimonia che si apre alle 8:46 con un minuto di silenzio, 20 anni dopo l’esatto orario in cui il primo aereo si schiantò contro la torre nord delle Twin Towers. È iniziata così la commemorazione dell’11 settembre, 20 anni dopo la strage pianificata ed eseguita da Al Qaeda e Osama bin Laden. A Ground Zero il parterre vede in prima fila il presidente Usa Joe Biden e la First Lady Jill: con loro ci sono Barack e Michelle Obama e Bill e Hillary Clinton, ma anche l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg e la Speaker della Camera Nancy Pelosi, l’attuale primo cittadino Bill de Blasio. La sorpresa arriva invece da Bruce Springsteen, il ‘boss’ che sale sul palco per cantare accompagnata solamente da una chitarra acustica “I’ll see you in my dreams”: Springsteen nel 2002 aveva pubblicato e dedicato un album, “The Rising”, proprio alla tragedia dell’11 settembre 2001. Il minuto di silenzio quindi si ripete alle 9:03, quando anche la torre sud venne colpita dal secondo aereo dirottato dai terroristi. Davanti al presidente Biden e ai membri del Congresso, dignitari e familiari delle vittime, è iniziata poi la lettura dei nomi delle circa 3mila persone uccise negli attacchi alle Twin Towers. Un ventesimo anniversario che, per l’ex presidente Barack Obama, è l’occasione “per una riflessione su ciò che abbiamo imparato nei 20 anni trascorsi da quella terribile mattina”. “Una cosa che è diventata chiara quel giorno è che l’America è sempre stata la patria di eroi che corrono verso il pericolo per fare ciò che è giusto”, aggiungendo che l’immagine di quel giorno non è solo la caduta delle Torri, ma anche i vigili del fuoco che salgono le scale mentre gli altri scendono, i passeggeri che decidono di prendere d’assalto la cabina di pilotaggio, i volontari disposti a mettere in gioco la propria vita. “Negli ultimi 20 anni, abbiamo visto lo stesso coraggio e altruismo”, l’11 settembre “ci ha ricordato come tanti americani diano se stessi in modi straordinari, non solo nei momenti di grande crisi, ma ogni singolo giorno. Non dimentichiamolo mai, e non diamolo mai per scontato”. La vicepresidente Kamala Harris, accompagnata dal marito Douglas Emhoff, era invece assieme all’ex presidente George W. Bush e la moglie Laura a Shanksville, in Pennsylavania, nel campo dove cadde il volo 93 della United Airlines, dopo che i passeggeri si rivoltarono contro i terroristi che avrebbero voluto centrare il Campidoglio o la Casa Bianca. Al Pentagono, uno dei tre siti dove si schiantarono gli aerei dirottati, è stata esposta una enorme bandiera degli Stati Uniti che copre parzialmente l’edificio, sede del Dipartimento della Difesa. Nell’impatto tra il volo 77 dell’American Airlines e l’edificio morirono 189 persone tra militari e civili, 125 delle quali lavoravano all’interno.

Il giorno della memoria. L’America ricorda l’11 settembre, 20 anni dopo è il primo senza guerra. Biden: “Unità è la nostra forza”. Redazione su Il Riformista l'11 Settembre 2021. Vent’anni dall’11 settembre, una data chiave che ha cambiato per sempre la storia degli Stati Uniti e non solo. Sono tanti gli anni trascorsi dai tragici attentati alle Torri Gemelle di New York, una strage ricordata dal presidente americano Joe Biden in un video pubblicato per ricordare coloro che hanno perso la vita nell’attacco compiuto da Al Qaeda sul suolo americano e per confortare le loro famiglie e onorare il coraggio e il sacrificio dei primi soccorritori e dei militari caduti negli ultimi 20 anni. Il presidente ha rivolto un appassionato appello alla nazione affinché metta da parte le sue divergenze e reclami lo spirito di cooperazione sorto nei giorni successivi agli attentati. “L’unità è ciò che ci rende ciò che siamo, che porta l’America al suo meglio”, ha detto Biden. “Per me questa è la lezione centrale dell’11 settembre”, ha aggiunto. “L’unione è la nostra più grande forza”, ha sottolineato il presidente. “Unità non significa che dobbiamo credere nelle stesse cose, ma dobbiamo avere un fondamentale rispetto ed una fiducia nell’altro e in questa nazione”, ha proseguito Biden. “La generazione dell’11 settembre si fa avanti per servire e proteggere dal terrore, per mostrare a chiunque cerchi di nuocere all’America che vi daremo la caccia e ve la faremo pagare. Questo non finirà mai”. A seguito degli attentati, ha poi aggiunto Biden, “sono anche emerse le più oscure forze della natura umana”, vale a dire “la paura e la rabbia”. “Il risentimento e la violenza diretti contro i musulmani americani, sinceri e fedeli seguaci di una religione pacifica”, ha aggiunto, ricordando che il Paese non può permettersi di restare diviso. “L’unità è ciò che fa di noi quello che siamo, l’America al suo meglio”. Un anniversario che arriva a poche settimane dall’addio all’Afghanistan, una fuga caotica che ha attirato nei confronti di Biden forti critiche dai media, dai Repubblicani e dagli stessi colleghi Democratici. Una guerra, quella in Afghanistan, iniziata poche settimane dopo l’attacco subito alle Twin Towers e al Pentagono per smantellare e catturare Al Qaeda e il suo capo Osama Bin Laden. IL GIORNO DEL RICORDO NEGLI USA – Biden in giornata farà una prima tappa a New York, al memoriale di Ground Zero, poi in un campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dove un aereo si è schiantato dopo che gli eroici passeggeri hanno combattuto contro i terroristi per impedire loro di raggiungere Washington. Infine il Pentagono, colpito anch’esso durante gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.  Biden che per l’occasione ha proclamato il 10 e l’11 settembre "Giorni nazionali di preghiera e ricordo" in occasione del ventennale degli attentati.

11 settembre 2001, Biden: “Abbiamo visto un senso di unità nazionale”. Valentina Mericio l'11/09/2021 su Notizie.it. "Abbiamo visto un senso dell'unità nazionale", così il Presidente degli USA Joe Biden in un video messaggio rivolto alla nazione. “Nei giorni successivi all’11 settembre abbiamo visto eroismo ovunque. Abbiamo anche visto qualcosa di molto raro, un vero senso di unità nazionale. Unità e resilienza, la capacità di ricostruire”, così il Presidente degli USA Joe Biden che, in un videomessaggio rivolto alla nazione ha fatto un bilancio dei significati dei quali si è è fatto portatore l’attentato dell’11 settembre a vent’anni di distanza. Eppure nonostante il passare degli anni, questo drammatico attentato ha portato con sè degli effetti non solo positivi, ma anche negativi, effetti questi che si sono accentuati a seguito del ritiro del contingente statunitense dall’Afghanistan di queste ultime settimane. “Il presidente Biden non dovrebbe venire qui”, ha affermato a Wabc Rudolph Giuliani. Il senso di unità nazionale che si è rafforzato con gli attentati dell’11 settembre è stato il fulcro centrale del video messaggio rivolto da Biden alla nazione. “Unità non significa che dobbiamo credere nelle stesse cose, ma dobbiamo avere un fondamentale rispetto ed una fiducia nell’altro e in questa nazione”, ha affermato il Presidente americano a tal proposito. Ha quindi aggiunto: “La generazione dell’11 settembre si fa avanti per servire e proteggere dal terrore …per mostrare a chiunque cerchi di nuocere all’America che vi daremo la caccia e ve la faremo pagare. Questo non finirà mai”. Il Presidente Statunitense ha anche precisato che con l’attentato dell’11 settembre sono emerse “le più oscure forze della natura umana”, vale a dire “la paura e la rabbia […] il risentimento e la violenza diretti contro i musulmani americani, sinceri e fedeli seguaci di una religione pacifica”. L’attenzione del Biden si è poi rivolta verso quanti hanno rischiato la propria vita in quei drammatici minuti: “Rendiamo omaggio a tutti coloro che rischiarono e diedero la vita nei minuti, nelle ore, nei mesi e negli anni successivi”. Nel frattempo il Presidente Biden e la first lady Jill Biden per onorare la memoria delle vittime, si recheranno nei tre luoghi simbolo dell’attentato ossia New York, Pennsylvania e Shanksville. A darne conferma è la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki. Ad ogni modo in occasione del ventennale dell’11 settembre, per Joe Biden sono arrivate anche feroci critiche: “Il presidente Biden non dovrebbe venire qui […] non appartiene a questo posto”, ha dichiarato Rudolph Giuliani a Wabc, mentre l’ex Presidente Donald Trump ha affermato davanti alle telecamere di Fox News: “Avere questo imbarazzo che si è verificato in Afghanistan con le stesse persone che hanno causato i danni 20 anni fa, è il più grande motivo di imbarazzo nella storia del nostro paese”.

11 Settembre 2001: Il corto circuito che cambia il mondo. Il Quotidiano del Sud l'11 settembre 2021. Riproponiamo il fondo di Paride Leporace scritto all'indomani del tragico attentato dell'11 settembre 2001, una analisi sull’America e sull'evidente salto nel vuoto della nuova era che si aprì dopo quello che fu il più grande attentato terroristico della storia. Paride Leporace su Il Quotidiano del Sud il 13 settembre 2001. Con l’assalto terroristico al cuore simbolico dell’America si chiude definitivamente la stagione del postmoderno. In termini culturali il salto nel vuoto della nuova era è evidente. Riscontriamo che il mondo è cambiato, partendo da un pubblicazione degli anni ’80 scritta da Jean Baudrillard su “L’America”. Il pensatore francese, traendo spunto da un viaggio negli Stati Uniti a bordo di una Chrysler, ne approfittava per analizzare quell’idea dell’America che ha affascinato l’Europa per oltre mezzo secolo. L’acuto studioso transalpino osservava dal suo finestrino “Un’America iperreale perché utopia vissuta fin dall’inizio come realizzata”. Ora che gli States interiorizzano la coscienza infelice, inevitabilmente, anche noi europei cambiamo rispetto al mondo in cui siamo cresciuti. Con quegli aerei civili lanciati come strumenti di morte contro le Twin Towers e il Pentagono, l’America ha perso, forse definitivamente, la convinzione di essere non solo la potenza suprema, ma anche il modello assoluto. È stata violentata quella bellezza da modello urbanistico che New York ha conquistato in cinquant’anni contro i secoli di Roma e Parigi. È stata infranta la capitale del postmoderno, “città faraonica, tutta guglie e obelischi”. Là dove lo spazio è sempre stato pensiero, le due torri sono crollate nelle immagini televisive senza perdere il loro portamento verticale, come se calassero in una botola, e la loro stessa base, a livello del suolo, ne assorbisse le macerie. Le descrizioni di Baudrillard, riferite ai grattacieli in demolizione, forse calzano a pennello alla catastrofe di Manhattan, perché scritte da un filosofo in contatto con parole quali “scambio simbolico”, “morte, “strategie fatali”. A New York, capitale del mondo, l’11 settembre per la prima volta le strade e le arterie si sono svuotate. La nazione più forte del mondo per la prima volta ha dovuto accettare la pausa della notte. Per la prima volta il mito costruito sul dato che tutto deve funzionare sempre (aerei, telefoni, trasporti) è sprofondato sotto le macerie degli attentati. La guerra è entrata in dei luoghi, che fino a ieri, avevamo visto colpire solo nei film catastrofici. La capitale del pianeta scopre la vulnerabilità e la minaccia. Cia, Scudo stellare e rete spionistica Echelon sono risultati impotenti di fronte all’attacco terrorista. Baudrillard nel descrivere New York negli anni ’80 affermava “La sua densità, la sua elettricità superficiale allontano l’idea della guerra”. Ora il conflitto invece si materializza sulla Quinta strada. Il museo del Potere si mostra al mondo come un colosso d’argilla. Viene messa in crisi l’idea di utopia realizzata dall’America, che ha sempre rappresentato l’idea di essere la realizzazione di tutto ciò che gli altri hanno sognato. La messa in crisi del modello assoluto è apparsa in tempo reale sugli schermi televisivi di tutto il mondo. Gli aerei civili contro gli edifici simbolici dell’America non sono come il celebre blackout del 1976. Allora, quell’incidente era solo un evento mondiale che contribuiva a glorificare la potenza americana. Oggi l’America registra un corto circuito. L’America non è solo una potenza, ma è anche un modello, quello dell’impresa e mercato. Ma è soprattutto uno stile di vita. Contro questi valori si rivolta con spettacolare prepotenza un Quarto mondo transpolitico. Bin Laden è il simbolo della scomunica che colpisce la società globalizzata della comunicazione. Hannah Arendt, nei suoi scritti, sostiene che la rivoluzione americana, a differenza di quelle europee, è una rivoluzione riuscita. Ma ogni rivoluzione, anche quella riuscita, ha vittime ed emblemi sacrificali. Dopo l’assassinio dei Kennedy, ora il sacrificio americano diventa collettivo. Con un’evidente conseguenza globale. Con il crollo delle Twin Towers il mondo occidentale perde delle speranze e aumenta le sue angosce collettive.

QUEL MALEDETTO 11 SETTEMBRE A NEW YORK : DOPO 20 ANNI SIAMO TUTTI AMERICANI. Antonello De Gennaro su Il Corriere del Giorno l'11 Settembre 2021. Oggi 20 anni dopo siamo tutti americani. Come i passeggeri dei voli dirottati che un terrificante e sofisticato piano terroristico trasformò in proiettili umani. Come i newyorchesi che quel maledetto giorno si apprestavano ad andare al lavoro, affollando gli ascensori, tutti con l’assillo americano della puntualità ed efficienza. Come quelle persone che si sporgevano disperate dalle torri invocando aiuto e sono state divorate dalle fiamme o come quelle che si sono lanciate nel vuoto. 11 settembre 2001, una data indimenticabile per New York ma anche per tutto il mondo occidentale. Immagini che circolavano fra le agenzie di stampa e quelle fotografiche come un lungo e triste video racconto di quel giorno. Inizialmente ritraevano i grattacieli ancora in piedi dinnanzi alle quali erano immortalate piccole figure, che erano delle persone in volo, degli esseri umani come noi, che quel giorno si trovarono quasi imprigionati nei piani superiori rispetto al punto in cui i due aerei di linea dirottati dai terroristi si erano infilati nelle “Twin Towers” (le torri gemelle) come getti d’acqua nella neve. Alla fine i morti furono circa 3 mila. Quelle persone vedendo irraggiungibile ogni via di fuga interna alle torri e nella e consapevolezza che nessuno avrebbe potuto raggiungerli lassù e salvarli, in molti si erano buttati nel vuoto quando l’assedio delle fiamme e l’odore acro del fumo era diventato insopportabile. Dalle Twin Towers avevano preso a volare persone come se fossero dei fogli di carta che raggiungevano Silenziosi il suolo con una lentezza apparente. Quelle immagini, quei frame altro non erano che degli interminabili secondi che qualsiasi corpo avrebbe impiegato per volare giù dalle centinaia di metri d’altezza di quei grattacieli. Mentre le dirette televisive avevano già filmato e mostrato a tutto il mondo quell’orrore le foto che arrivavano sul desk delle redazioni invece, ribaltavano del tutto la prospettiva. Primi piani, freddi e spietati. Donne e uomini in pose per lo più scomposte. Ma una foto aveva sconvolto più delle altre. Quella che vedete qui sopra. Una guerra contro un nemico è invisibile. Vite umane ridotte in brandelli e in cenere. Le altre, dei loro concittadini, sconvolte. Anche le nostre vite, più fortunate di chi ci ha rimesso la vita, sono cambiate. Quelle ferite che portiamo dentro di noi da 20 anni sono invisibili ma non sono indelebili. Quelle immagini strazianti rimarranno scolpite dentro di noi. E non riusciremo a cancellare dalla nostra memoria il titolo “America under attack“ che la Cnn scelse per titolare la più spaventosa tragedia dei nostri tempi. La C.I.A. il più celebrato servizio segreto del mondo e la più discussa e temuta rete d’ascolto e spionaggio mondiale non avevano avuto il minimo sospetto o allerta. La rete di sicurezza americana venne clamorosamente trafitta in più punti. La superpotenza rimasta si scoprì, nell’era di Internet e della multimedialità create dalla propria tecnologia, debole, insicura ed impaurita. Oggi 20 anni dopo siamo tutti americani. Come i passeggeri dei voli dirottati che un terrificante e sofisticato piano terroristico trasformò in proiettili umani. Come i newyorchesi che quel maledetto giorno si apprestavano ad andare al lavoro, affollando gli ascensori, tutti con l’assillo americano della puntualità ed efficienza. Come quelle persone che si sporgevano disperate dalle torri invocando aiuto e sono state divorate dalle fiamme o come quelle che si sono lanciate nel vuoto. Da quel giorno siamo ancora oggi tutti americani anche nel guardare e ricordare con un mix di dolore e rabbia crescente quelle vergognose inqualificabili manifestazioni di giubilo del terrorismo palestinese davanti alle immagini di morte di civili inermi e continuiamo a domandarci quale sia veramente il mondo nel quale viviamo. Una cosa è certa: il nostro pensiero di sdegno per il terrorismo ed il nostro potenziato rinvigorito amore per i nostri “fratelli” americani e di tutto il mondo che hanno perso la vita o i propri parenti o amici quel maledetto 11 settembre 2001. Noi non dimentichiamo.

Venti anni dalla strage delle Torri Gemelle: le lancette della storia segnano il ritorno al passato. Gli Usa hanno riconsegnato l’Afghanistan ai talebani, un copione in parte già scritto perché sono decenni che “giocano” con integralisti e terroristi. Alberto Negri su Il Quotidiano del Sud l'11 settembre 2021. Vent’anni dopo sembra che la storia abbia fatto marcia indietro. L’11 settembre 2001 non ebbi il tempo neppure per respirare: scrissi il pezzo su Bin Laden e il giorno dopo afferrai l’unico volo disponibile, un Parigi-Islamabad, il 13 ero già sul Khyber Pass al confine con l’Afghanistan: fui il primo ad arrivarci soltanto perché c’ero stato qualche mese prima e sapevo dove prendere il permesso per entrare nell’area tribale dei pashtun. In giugno avevo fatto un giro di qualche settimana tra Pakistan e Afghanistan, allora sotto l’Emirato del Mullah Omar. Ero partito accompagnato da un commento salace di un collega: «Che vai a fare da quelle parti? Tanto non c’è mai nulla che ci possa interessare». Mentre a settembre salivo al Khyber Pass pensavo che avevo speso metà della la mia vita da inviato di guerra per convincere direttori e capiredattori che nessun luogo è lontano. Oggi vedo giovani e meno giovani freelance partire per Kabul a proprie spese: hanno la mia ammirazione. Erano tutti sorpresi dall’attacco a New York e al Pentagono. Era sorprendente la modalità ma chi seguiva queste vicende da decenni non era poi così stupito. Un attacco alle Torri Gemelle da parte di jihadisti c’era già stato nel febbraio del ’93, quando un furgone carico di esplosivo era deflagrato nei sotterranei del World Trade Center facendo sei vittime e mille feriti: ma le strutture della Torri Gemelle avevano resistito e si era evitata una strage. Anche l’uomo dietro l’attentato del 2001, Osama Bin Laden, era ben conosciuto, da molti anni. È sempre un po’ antipatico autocitarsi ma in un articolo apparso su Limes nel marzo 1994 scrivevo di Osama Bin Laden, del ruolo della Cia e dei collegamenti con i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Bosnia. E del primo attentato alle Torri Gemelle del ’93: era l’11 settembre prima dell’11 settembre. Oggi si cercano di vendere come novità cose di cui si scriveva 30 anni fa. Ecco perché vent’anni dopo l’11 settembre 2001 gli americani hanno riconsegnato l’Afghanistan ai talebani: era un copione in parte già scritto perché sono decenni che gli americani, con alterne fortune, “giocano” con integralisti e terroristi. Agli inizi del ’94 non era passato molto tempo da quando democratici e repubblicani erano uniti sui banchi del Congresso americano in un coro appassionato per appoggiare la “giusta guerra” dei mujaheddin afghani contro il regime di Najibullah e i suoi alleati sovietici. Soltanto due anni, poi, erano trascorsi dalla caduta di Kabul, nell’aprile ‘92, e dalla vittoria contro i comunisti. Un’altra guerra in quel momento insanguinava l’Afghanistan: il primo ministro fondamentalista Gulbuddin Hekmatyar, in un’alleanza di convenienza con un ex comunista, il generale uzbeko Dostum, stava mettendo alle corde il presidente Rabbani mentre le ambasciate a Kabul erano state chiuse, le organizzazioni umanitarie avevano sbarrato le loro sedi nella capitale e una nuova ondata di profughi si rovesciava in Pakistan. Era il ‘93-94 ma somigliava un po’ al 2021. L’Afghanistan era dilaniato da feroci divisioni etniche e tribali ma a Washington l’”operazione Kabul” contro l’Urss veniva comunque classificata come uno dei più clamorosi successi degli Stati Uniti. L’America, in stretta partnership con il Pakistan e gli arabi del Golfo, aveva riversato la maggior parte dei suoi aiuti all’integralista Hekmatyar, alleato dei leader musulmani più radicali, che aiutarono il terrorismo islamico in Asia e in Medio Oriente. Hekmatyar e gli altri capi radicali afghani continuavano a ricevere sostanziosi aiuti dall’Arabia Saudita, paese che, in feroce concorrenza con l’Iran degli ayatollah, tentava di mettere il proprio “sigillo” finanziario e ideologico su un buon numero di movimenti integralisti in Medio Oriente e Nordafrica. Con risultati discutibili, considerando che la “pista afghana” era citata con frequenza dalla stampa tra le matrici del terrorismo e della guerriglia islamica diffusi dall’Alto Nilo fino alle montagne dell’Atlante. Nel bilancio ‘93 la Cia fu costretta a stanziare 65 milioni di dollari per coprire gli acquisti sul mercato nero di centinaia di missili Stinger americani non utilizzati dai mujaheddin durante la guerra contro il regime di Kabul. «Ma forse gli americani – mi disse allora lo specialista del Medio Oriente Olivier Roy, consigliere di Parigi ai tempi del conflitto afghano – stanno girando il mondo con valigie gonfie di dollari per comprare il silenzio dei loro ex alleati: perché gli Stati Uniti hanno molte cose da nascondere e gli islamici hanno dei dossier su di loro». Youssef Brodanski, direttore del Centro di ricerche del Congresso Usa sul terrorismo, sosteneva che agli inizi degli anni Ottanta combattevano in Afghanistan tra i 3 mila e i 3.500 arabi: alla fine del decennio soltanto tra i battaglioni di Hekmatyar ne erano stati arruolati 16 mila. Gli Stati Uniti credevano allora di manipolare gli islamici come uno strumento efficace per mettere alle corde Mosca. L’amministrazione americana inoltre aveva delineato un altro obiettivo di questo “grand jeu” che opponeva Est e Ovest in un’area che era già stata teatro delle manovre delle potenze inglese e russa alla fine del secolo precedente. Washington infatti si proponeva di incoraggiare un fondamentalismo sunnita di stampo conservatore, alleato dell’Occidente, da opporre all’integralismo sciita degli ayatollah iraniani. Questa visione “strategica” era condivisa dai sauditi che per anni avevano foraggiato tutti i movimenti integralisti. Gli americani durante gli anni Ottanta si servirono di una serie di “stelle” di prima grandezza della galassia integralista, tra questi lo sceicco egiziano Omar Abdul Rahman. I rapporti tra gli Usa e lo sceicco cieco presentavano molti lati oscuri. Il 26 febbraio 1993 un furgone-bomba esplose nel parcheggio sotterraneo del World Trade Center a Manhattan con l’intenzione di causare l’implosione delle Torri Gemelle e la morte di migliaia di persone. Secondo una versione della storia, Rahman – arrestato come ispiratore dell’attentato alle torri del World Trade Center – sarebbe stato presentato ad agenti americani della Cia da Hekmatyar in Pakistan nell’88. Questo dava credito alla tesi secondo cui era stato un agente della Cia all’ambasciata Usa di Khartoum a rilasciare il visto allo sceicco per entrare negli Usa. L’attentato alle Torri Gemelle di New York del ‘93 dimostrava già allora quanto fosse pesante per gli Usa l’eredità della strategia americana Afghanistan. Gran parte dei protagonisti dell’affaire erano infatti ex combattenti della guerra santa contro Mosca. Tariq el-Hassan, un sudanese, arrestato nel 93, che progettava di far saltare il tunnel delle Nazioni Unite e quello della sede newyorkese dell’Fbi, per diversi anni aveva gestito in Usa un centro di transito dei volontari per l’Afghanistan. Tutto con il consenso della Cia. Dalle file dei combattenti dello sceicco Omar Abdul Rahman, accompagnato dal suo luogotenente palestinese Abdullah Azam, mentore di Osama Bin Laden, uscivano i guerriglieri che si infiltrarono poi a migliaia in Algeria, nella valle dell’Alto Nilo, in Egitto, Yemen, Sudan, e i nuclei dei terroristi islamici. «Quando sarà riscritta la storia della resistenza afghana – affermava sull’Independent del 6 dicembre ‘93 Robert Fisk introducendo un’intervista a Bin Laden, fondatore di Al Qaeda – bisognerà assegnare un ruolo di primo piano a questo uomo d’affari, sia per il suo contributo alla guerriglia che per la parte avuta nelle recenti vicende del fondamentalismo islamico». Robert, come spesso accadeva, ci aveva visto lungo. L’attacco alla Torri Gemelle cambiò il mondo, si disse allora. Fu così: guerre infinite, morti a centinaia di migliaia, nuove alleanze e nuove armi, sorveglianza di massa, torture. Quello che non riuscivo a immaginare è che sulla strada di Jalalabad del novembre 2001, con i talebani in fuga, potessero uccidere Maria Grazia e Julio. Da quelle parti la vita è sempre appesa a un filo e a un destino a volte terribile. Vent’anni dopo la vittoria talebana in Afghanistan riporta all’essenza della “guerra al terrore”: inutile, dannosa, perdente. E oggi, proprio l’11 settembre i terroristi nella lista nera dell’Onu e degli americani presentano il loro governo a Kabul, in un Afghanistan riconsegnato ai talebani dagli Stati Uniti così come lo avevano conquistato, senza lasciare traccia. Restano solo i ricordi.

11 SETTEMBRE - Gli aerei contro le torri. Un evento dalla bellezza sublime. Il mondo dei talebani osservava compiaciuto dall’Afghanistan. Quando l’Occidente si scoprì vulnerabile. Erano bastati 19 uomini disposti al martirio e poche decine di migliaia di dollari. Franco Piperno su Il Quotidiano del Sud l'8 settembre 2021. Quella mattina di settembre a New York, un mattino qualunque sotto un sole smarrito che già ha il sapore d’autunno, il formicolio sub umano della megalopoli – la grande Babilonia – l’oggi che si annuncia non diverso da ieri; poi, inatteso, in poco più di un’ora, lo svelamento, l’apocalissi: le Twin Towers, le Torri Gemelle che, avvolte dentro un fumo nero, implodono su se stesse quasi fosse argilla: l’odio arabo che chiama dal cielo l’americano “middle class” e gli dice di buttarsi giù dal grattacielo perché è giunta per lui la morte, la fine dell’immunità dalla strage che cala sibilando dagli spazi aerei, privilegio di cui gode da tempo, da troppo tempo, New York; e con essa il paese dove sventola la bandiera a stelle e strisce. Il codice retorico nordamericano ha rapidamente metabolizzato l’evento : un vile attentato dei terroristi islamici agli States per l’azione di libertà e pace che gli USA svolgono, generosamente e da più di mezzo secolo, globalmente, in tutto il mondo. “Enduring Freedom” ha proclamato il loro presidente. L’elaborazione mediatica del lutto s’è svolta sulla ricognizione dell’identità perduta dei corpi straziati, il pianto sconsolato di migliaia di parenti ed amici, il fatale eroismo del solito pompiere raccontato dall’immancabile collega sopravvissuto, gli attestati televisivi di lealtà alla bandiera rilasciati dall’arabo americanizzato – il tutto avvolto nella micidiale polvere di titanio contenuto nei meta materiali adoperati per costruire le due Torri. La falsa coscienza dell’America, l’ideologia, qui ha operato al massimo della sua potenza occultante. Ma l’America non è solo quella che compare in televisione. Norman Chomsky, uno dei quattro intellettuali per il quali l’onore degli States può ancora salvarsi, visitando le rovine di Ground Zero, colto da una pietà inane, ha avvertito che da quel groviglio dantesco di carne che mescolava alla rinfusa i cadaveri degli assassini e delle loro inconsapevoli vittime, s’alzava un lamento, un coro abissale di milioni d’anime che ancora vagano come spettri non avendo trovato una degna sepoltura: i tedeschi di Dresda, gli italiani di Firenze, i giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, gli arabi di Bagdad, tutti civili e tutti innocenti allo stesso titolo dei newyorkesi. Nell’emozione onirica di Chomsky v’è più verità che nell’analisi di migliaia di esperti, giornalisti o accademici che siano. Infatti, se adoperiamo Il criterio di McNamara – il segretario di stato americano all’epoca della guerra nel Vietnam – che misura la produttività del complesso – militare industriale attraverso il rapporto tra il numero di morti inflitte al nemico rispetto a quelle subite, si vede che, per quanto riguarda la guerra di Bush, siamo ad un rapporto cento ad uno; nettamente meglio di quanto fossero riusciti a fare i nazisti che, nella rappresaglia, si limitavano a dieci per uno; e tuttavia, occorre riconoscerlo, ancora lontani dal record che detengono i cittadini dello stato ebraico: per ogni israeliano ucciso vengono condannati a morte almeno mille palestinesi, anziani, donne, bambini, senza favoritismi per nessuno. Insomma, per il criterio di Mac Namara, gli arabi sono ancora in credito di alcune centinaia di migliaia di morti civili. A dieci anni di distanza la stampa americana continua a rappresentare quell’evento come un vile attentato su persone inermi, senza alcun giustificato motivo. Rimuovono, appunto, ciò che è stato fatto dagli americani nel Medio Oriente : una rete fitta di basi per proteggere i corrotti regimi di quei paesi, e assicurarsi così il controllo militare delle grandi riserve petrolifere. Chi non sta a casa propria? Quanto alla viltà dell’agguato , come si fa ad onorare i mercenari americani che per mestiere uccidono, utilizzando i droni per non correre alcun rischio; uccidono, per la mercede, esseri umani che non hanno alcun motivo di odiare; mentre andrebbero considerati vili quel pugno audace di intellettuali – alcuni di loro avevano perfino superato l’esame di fluidodinamica—che, utilizzando dei temperini, si impadroniscono di quattro enormi aerei di linea, facendo fronte agli equipaggi e a centinaia di passeggeri, per uccidersi ed uccidere, schiantandosi sui quei mostri di vetro e cemento simboli dell’impero americano? Qualsiasi possa essere il vincolo di fraternità culturale che lega la sorte dell’ europeo all’ americano, è del tutto evidente che l’ammirazione dell’uomo libero , non scevra da raccapriccio, va agli insorti e non ai mercenari – il coraggio temerario del corpo umano che si fa beffa della potenza tecnologica e la rivolge contro coloro che l’ hanno fabbricata. Per questi ed altri motivi, noi, l’undici di settembre, nel decennale di quell’evento dalla bellezza sublime, chineremmo, se solo le avessimo, le nostre bandiere per pietà verso gli americani morti per caso e ad onore degli intellettuali arabi — a noi, per altro ostili, ma certo umani, troppo umani — che hanno spappolato gli aerei catturati contro le Torri Gemelle, condensando, in quel gesto collettivo, la volontà generale delle moltitudini arabe. Manca ancora la parola del poeta che racconti questa impresa da eroi maledetti. In ogni caso, quel che è certo è che l’undici di settembre a New York, come la decapitazione di Luigi Capeto, l’assalto bolscevico al Palazzo d’Inverno, la Sorbona occupata nel ’68, la caduta del muro di Berlino, è una rappresentazione icastica che farà nido nell’immaginario collettivo, perché segna la fine di una epoca e ne annuncia una nuova. A dispetto tanto delle anime belle quanto degli ipocriti che hanno sentenziato prematuramente l’impotenza controproducente della violenza collettiva.

Dagotraduzione da MichaelMoore.com l'11 settembre 2021. Ho deciso di andare a incontrare i talebani nella primavera del 1999, due anni prima degli attacchi dell'11 settembre. La maggior parte di noi, me compreso, non sapeva molto dei talebani all'epoca. Un decennio prima, la CIA aveva finanziato e addestrato i ribelli musulmani a cacciare i sovietici dall'Afghanistan dopo dieci anni di occupazione. Questo ha reso felice l'America: l'Unione Sovietica è stata sconfitta! Umiliata! I nostri esperti lo chiamavano «il loro Vietnam!» come se avessimo davvero imparato una sola maledetta lezione dal Vietnam. Quanto a quello che era rimasto dell'Afghanistan, beh, a chi importava? Così, nel 1999, i talebani sono atterrati sul mio radar. Avevano vietato il volo degli aquiloni e reso illegale guardare la TV, due dei miei passatempi preferiti. Cosa c'era di sbagliato in queste persone? Ho deciso di andarglielo a chiedere. Non riuscivo a capire come arrivarci senza quattro cambi di aereo e un paio di muli a noleggio, così ho deciso di incontrare uno dei loro massimi leader, Abdul Hakeem Mujahid, il loro ambasciatore alle Nazioni Unite. A quel tempo, l'ONU non aveva riconosciuto ufficialmente il governo afghano guidato dai talebani, quindi l'ambasciatore Mujahid non poteva prendere posto nell'Assemblea delle Nazioni Unite. Imperterriti, l'ambasciatore e i talebani hanno istituito il proprio consolato delle Nazioni Unite nel Queens. Accanto a un salone di bellezza e una clinica di endoscopia. Così mi sono diretto nel distretto per tenere un incontro faccia a faccia con il leader talebano. Quando sono entrato nel loro consolato, l'ambasciatore Mujahid e il suo staff composto da segretari maschi erano felicissimi di vedermi. Il mio primo pensiero: penso di essere il primo americano che passa a trovarli. Ho fatto portare regali e un televisore portatile. Hanno accettato tutto di buon umore (anche se non avrebbero toccato la TV). Ci siamo seduti per discutere delle relazioni USA-Afghanistan. Era grato per le armi americane che avevano usato nella liberazione dell'Afghanistan dai sovietici, e ci ha raccontato che una delegazione talebana aveva visitato il Texas su invito dei baroni del petrolio amici del governatore George W. Bush per discutere di energia e di un «accordo sull'oleodotto». Mi hanno anche servito delle gustose mandorle e una tazza di tè molto, molto dolce. Mi hanno permesso di filmare il nostro storico incontro per la mia serie TV, "The Awful Truth". La mia missione diplomatica con i talebani alla fine è fallita. L'Afghanistan presto si è rivoltato contro di noi dando rifugio al figlio multimilionario di una delle famiglie più ricche dell'Arabia Saudita, un uomo di nome Osama bin Mohammed bin Awad bin Laden. Dall'Afghanistan avrebbe costruito il suo movimento al-Qaeda e pianificato (con le sue unità saudite) i suoi attacchi agli Stati Uniti. Attacchi? Sì, un attacco, perché bin Laden sapeva che un attacco non sarebbe stato sufficiente per svegliare gli infedeli americani. Così ha fatto esplodere le nostre ambasciate in Kenya e in Tanzania. Ma questo ha ucciso principalmente keniani e tanzaniani (224 morti, 4.500 feriti) - quindi, niente di grave. (Se pensi che stia impazzendo, dimmi quante persone sono morte due settimane e mezzo fa nell'uragano Grace. Non preoccuparti se non lo sai. Erano solo messicani. Tutti e 14.) Un paio di anni dopo, bin Laden ha cercato di attirare di nuovo la nostra attenzione con un attacco kamikaze alla USS Cole, ma anche questo non è stato sufficiente. Bin Laden sapeva di avere a che fare con un paese che non aveva idea del mondo esterno. Alla fine ha capito che solo un grande gesto cinematografico alla Hollywood avrebbe attirato la nostra attenzione. La sua idea era semplice, simbolica e mortale: basta prendere di mira le due cose che gli americani e i loro leader bramano di più - denaro e potere militare - e poi inviare loro bombe volanti ad alta velocità. Fai esplodere il loro Pentagono e il loro Wall Street, guarda le loro torri di potere crollare al suolo,  guarda Humpty Dumpty cadere in grande stile. Ha funzionato. Ma perché? Perché lo ha fatto? Ci è stato detto che era per motivi religiosi. Ci hanno detto che era vendetta per qualcosa. Ci è stato detto che voleva le nostre basi militari al largo delle terre saudite e musulmane. Ecco cosa penso. Penso che fosse una cosa da maschi. Uomini. Uomini arrabbiati. Lui e gli altri ribelli avevano già fatto l'impossibile mettendo in ginocchio una delle due superpotenze mondiali: l'Unione Sovietica. Fu un colpo fatale per i russi, solo nove mesi dopo cadde il muro di Berlino. Bin Laden era così eccitato, così ispirato - quindi perché non essere l'ultimo ballerino ed estinguere completamente la superpotenza rimanente - gli Stati Uniti di A.! Questo non vuol dire che non avesse un sistema di credenze fondamentaliste con una strategia politica ben progettata. Solo che era una strategia a cui non eravamo abituati. Non si trattava di invadere altri paesi nel modo normale. Non c'era alcun piano per saccheggiare e rubare le nostre risorse naturali. Ha semplicemente cercato di mandarci in bancarotta, finanziariamente, politicamente, spiritualmente. E di uccidere il maggior numero di noi. E portaci a spazzare via il nostro sogno americano. Voleva anche neutralizzare le nostre forze armate e mostrare al mondo che potevano essere sconfitte da uomini delle caverne che non possedevano nemmeno un singolo jet da combattimento, o un elicottero Blackhawk o una lattina di napalm a loro nome. Sapeva che le nostre convinzioni religiose, a differenza delle sue, erano tutte chiacchiere, tutto spettacolo. Sapeva che la nostra setta cristiana spesso è solo una grande truffa: «ama il tuo prossimo» finché sono bianchi come te; «l'ultimo della fila (40 milioni in povertà)» sarà il «primo» e gli Elon Musks e Mark Zuckerberg «saranno gli ultimi». Ah! Mai. «Beati gli operatori di pace», purché non siano Chelsea Manning e Ed Snowden; «dare da mangiare agli affamati» (nessun aumento di buoni pasto dal 1962 fino alla scorsa settimana. La scorsa settimana!). La maggior parte degli americani non va più in chiesa. Abbiamo i nostri fondamentalisti e veri credenti, ma nessuno qui più si inchinerà e laverà i piedi del vescovo. Per bin Laden era diverso: non stava fingendo. Conosceva la forza del suo fondamentalismo e sapeva che avrebbe potuto trovare degli idioti da precettare per farli volare contro gli edifici in cambio della promessa di gloria eterna. Bin Laden e la sua banda erano dei geni pazzi. Bin Laden sapeva che quelle torri sarebbero crollate, in parte perché era un ingegnere architettonico e civile. E in parte perché sapeva che quegli edifici erano probabilmente costruiti come una merda - voglio dire, OBL era un fottuto imprenditore! La sua famiglia è tra i più grandi costruttori di edifici in Medio Oriente. E otto dei suoi dirottatori dell'11 settembre erano laureati in ingegneria! I piloti, immagino, un tempo avevano volato per l'aeronautica saudita. Non hanno imparato a fare quello che hanno fatto con tanta precisione su un simulatore di videogiochi in Arizona tra una sosta e l'altra allo strip club. (Il presidente Biden ha appena annunciato che rilascerà i documenti riservati sauditi. Vedremo.) Ma ecco il vero racconto della preveggenza di bin Laden: come sapeva che avremmo iniziato e saremmo rimasti a combattere una guerra per 20 anni, offrendogli i nostri giovani figli e figlie sull'altare del nostro complesso militare-industriale? Bush era solito dire cose stupide come «meglio combatterli laggiù che qui!». Si è scoperto che era il contrario - bin Laden ci ha risucchiato a litigare laggiù - in modo da poterci uccidere laggiù. Come faceva a sapere che avremmo speso trilioni di dollari per combattere un fragile uomo in dialisi che si era separato dall'Afghanistan prima che arrivasse il grosso delle nostre truppe? Una minaccia terroristica così grande che non esisteva! BOO! Come faceva a sapere che avremmo approvato una legge rinunciando ai nostri sacri diritti costituzionali e lo avremmo chiamato Patriot Act? Come faceva a sapere che avremmo messo una telecamera spia ad ogni angolo da Butte, Montana a Fort Myers, Florida, ma non una sulla via principale di Abbottabad, in Pakistan, dove viveva "nascosto"? Come faceva a sapere che avremmo bruciato trilioni su qualcosa che ironicamente abbiamo chiamato "Homeland Security"? Bin Laden voleva far saltare in aria l'idea dell'America, non il Mall of America. Non aveva visioni di impero. Non ha mai pensato di invadere gli Stati Uniti e prendere il controllo dei nostri stadi di NFL o bruciare i nostri Piggly Wigglys o mettere fuori legge le Girl Scouts. Odia le donne e le ragazze, ma scommetto che gli piacerebbero quelle Thin Mints. Come faceva a sapere che saremmo stati così ossessionati da lui da trascurare in modo massiccio e crudele i bisogni della nostra stessa gente, negando loro l'aiuto come l'assistenza sanitaria gratuita ma pignorando le loro case per pagare le fatture ospedaliere? Abbiamo occupato l’Afghanistan per 20 anni per i tremila morti? Voglio dire, andiamo, abbiamo perso 3.000 vite in molte giornate durante questa pandemia e nessuno leggerà i loro nomi ogni anno in qualche memoriale. E no, non stiamo invadendo il mercato dei pipistrelli a Wuhan. Speriamo di no. No, amici miei, è qualcos'altro. Bin Laden ci aveva capito. Ucciderlo, sciogliere al-Qaeda, potrebbe averci fatto sembrare di aver vinto. Ma nella morte, bin Laden è in grado di vedere i frutti del suo lavoro. Noi, suoi mortali nemici, siamo allo sbando, seriamente in guerra con noi stessi. La violenza incombe su di noi ogni giorno. Gli uomini, gli uomini arrabbiati, gli uomini violenti, hanno ora conquistato il diritto di costringere il genere maggioritario a partorire contro la sua volontà - schiavi della nascita, che ora non avranno voce in capitolo. Zitto e spingi! SPINGERE!! E a proposito di schiavi, i proprietari dell'America stanno impazzendo perché non hanno abbastanza lavoratori schiavi nel 2021 perché i lavoratori si rifiutano di tornare a lavorare per salari di merda e in condizioni di Covid che potrebbero ucciderli. La fine del gioco? Costringere i lavoratori essenziali a presentarsi e fare il loro dannato lavoro - o altro. Evviva eroi! Osama, sei felice adesso? Non siamo mai stati "grandi" come proclamavano i cappelli MAGA, ma siamo stati bravi, almeno la maggior parte di noi ci stava provando. Ovviamente i neri e i marroni sanno che non è del tutto vero. Sanno che potrebbero dover salvare sé stessi e trattare con noi nel modo in cui li abbiamo trattati noi. Non preoccuparti per i bianchi: abbiamo oltre 340 milioni di pistole nelle nostre case! Questo ci terrà occupati per un po'. La triste verità è che non ci siamo mai presi la briga di combattere le nostre due vere minacce terroristiche: 1) il capitalismo, un sistema economico che si basa sull'avidità e sul furto e uccide le persone che devono vivere in appartamenti seminterrati allagati, e 2) ciò che chiamiamo "clima" – ma la finestra di tempo per invertire la tendenza si è chiusa, e la nostra unica possibilità di fermare la catastrofe climatica è affrontare la questione, ora. È la prima volta che una specie decide di autoeliminarsi. Questo è il vero terrorismo, e anche se potremmo non essere in grado di tornare indietro, possiamo almeno controllare noi stessi, fermare il diluvio, fermare l'avidità, colmare il divario di disuguaglianza di reddito, ridurre il nostro consumo di glutine ed eliminare la spinta del profitto. Se lo facciamo, bin Laden avrà perso. E allora potremmo imparare ad amare e condividere la ricchezza e vivere in pace gli uni con gli altri. Sarebbe il modo migliore per commemorare l'11 settembre. Benedizioni a tutti coloro che abbiamo perso.

Reportage. New York 11/9, venti anni dopo: dove vive la memoria. Riccardo Michelucci venerdì 3 settembre 2021 su Avvenire. Le impronte vuote delle Twin Towers, l’albero sopravvissuto al disastro, la lista dei nomi, il percorso del museo tra documenti e relitti: ritorno a Ground Zero verso l'anniversario dell'attentato. Era trascorso oltre un mese dagli attacchi alle Torri Gemelle quando dalle macerie fumanti del World Trade Center spuntò un’inaspettata forma di vita. Era un gigantesco albero da frutto, un pero alto otto metri, piantato nel 1970 nei pressi di Church Street. Aveva il tronco bruciato, i rami spezzati e in larga parte carbonizzati ma non era ancora morto. Decisero allora di trasportarlo in un parco del Bronx per curarlo. Lì l’albero crebbe fino a raggiungere un’altezza di circa trenta metri e alla vigilia di Natale del 2010 fu riportato nel suo luogo d’origine per essere trapiantato nel cuore del 9/11 Memorial di New York. Il grande spazio pubblico che celebra la memoria degli attentati dell’11 settembre 2001 ha oggi oltre quattrocento esemplari di quercia bianca ma l’albero più fotografato è sempre lui: il “Survivor Tree”, l’albero che è riuscito a sopravvivere sotto le macerie delle Torri Gemelle. Circondato da un recinto, con supporti che ne sorreggono il tronco e i rami che recano ancora ben visibili le ferite di quel giorno maledetto, è diventato un simbolo straordinario della capacità di resistenza dell’animo umano. Il Memoriale è stato realizzato su una superficie di oltre tre ettari nel punto esatto dove sorgeva il cratere delle torri ed è ormai da tempo uno dei luoghi più visitati di New York. Al centro ha due grandi vasche quadrate di granito profonde quattro metri sulle cui pareti l’acqua scorre incessante mentre lungo il perimetro esterno sono stati incisi, su targhe di bronzo, i nomi delle 2.977 vittime dell’11 settembre e i sei caduti nell’attentato del 1993, quando un altro gruppo di terroristi islamici fece esplodere un camion bomba sotto il World Trade Center. I nomi sono stati collocati con cura, mettendo familiari, amici e colleghi uno accanto all’altro, con un sistema di illuminazione che li rende visibili anche di notte e un complesso di condutture che riscalda il metallo impedendo di sentirlo freddo al tatto. Il silenzio quasi surreale della piazza è rotto soltanto dal lento scrosciare dell’acqua – simbolo di rinascita e di speranza – e da qualche voce che arriva da lontano, trasportata dal vento, mentre nuovi grattacieli vegliano sulla piazza come sentinelle della memoria. Evocare l’assenza attraverso il vuoto fisico lasciato dagli edifici era quanto si proponeva di fare il progetto della piazza intitolato “Reflecting Absence”, realizzato dall’architetto Michael Arad e dal paesaggista Peter Walker. L’apparato museale vero e proprio si trova invece interamente nel sottosuolo, e a suo tempo la scelta non mancò di creare malumori tra i familiari delle vittime. L’unico edificio del complesso in superficie è una costruzione trasparente a due piani che separa lo spazio urbano esterno dai livelli interrati del museo. Progettato dallo studio di architettura norvegese Snøhetta (lo stesso che ha firmato la nuova biblioteca di Alessandria e, a New York, la pedonalizzazione di Times Square), il museo ha un padiglione d’ingresso in vetro che consente ai visitatori di vedere anche dall’esterno i due “tridenti” del World Trade Center, le gigantesche colonne portanti d’acciaio delle torri che rimasero in piedi anche dopo il crollo e oggi si ergono come monoliti erosi dalla ruggine. L’orrore che sconvolse il mondo vent’anni fa è stato ricostruito nel dettaglio nei piani sottostanti, dove si trovano i resti delle fondamenta delle Twin Towers, raggiungibili con le scale mobili che consentono di calarsi fino a 25 metri di profondità come in una dantesca discesa agli inferi. Il ventre di Ground Zero è stato trasformato in un luogo della memoria che vuole rappresentare anche simbolicamente un viaggio nell’oscurità e nella sofferenza. Al piano più basso un’intera parete è ricoperta da un mosaico con i colori del cielo in cui spicca una famosa citazione di Virgilio, “No day shall erase you from the memory of time” (“Nessun giorno potrà cancellarvi dalla memoria del tempo”, in originale Nulla dies umquam memori vos eximet aevo). Tratta dal IX libro dell’Eneide, nel punto in cui il poeta celebra il sacrificio di Eurialo e Niso, due giovani guerrieri troiani caduti in battaglia, è l’eloquente epitaffio scelto per ricordare le vittime. Il percorso commemorativo si apre con una lunga parete sulla quale sono state collocate le immagini con i volti, associati a una serie di touch-screen che presentano le loro storie con testi, foto e registrazioni audio. La mostra storica si compone invece di tre sezioni cronologiche distinte che raccontano l’11 settembre 2001 attraverso un’enorme collezione di oggetti appartenuti alle persone morte durante il crollo delle Torri Gemelle e ritrovati tra le macerie. Ci sono i badge impolverati di chi lavorava negli uffici del World Trade Center, oggetti personali, orologi con le lancette ferme, zaini, altri frammenti di vita. Ogni reperto racconta una storia commovente, come la rastrelliera con le biciclette rimaste senza proprietari o l’antenna radiotelevisiva che interruppe le trasmissioni in tutti gli Stati Uniti alle 10,28, annunciando il collasso della Torre Nord. La sezione audiovisiva propone immagini e suoni agghiaccianti, tra cui le strazianti telefonate d’addio dei passeggeri degli aerei e delle persone intrappolate nei grattacieli in fiamme che stavano per crollare. I filmati più crudi, come quello degli impiegati che si lanciarono nel vuoto, sono proiettati in salette separate, con un’avvertenza all’ingresso. Il museo non si limita a celebrare le vittime attraverso la ricostruzione minuziosa delle loro vite e la rassegna stampa e video che racconta in presa diretta quanto accadde quel giorno ma propone anche una lettura politica delle conseguenze del 11 settembre, dalle guerre in Afghanistan e in Iraq, alla caccia a Osama Bin Laden. Nelle sue immense sale, come in un percorso a ritroso nel nostro passato recente, vediamo materializzarsi molti di quegli oggetti che all’epoca la televisione aveva mostrato ai nostri occhi increduli. I resti dei veicoli della polizia e dei vigili del fuoco usati durante i soccorsi, pezzi delle carcasse degli aerei dirottati dai kamikaze di Al Qaeda, i frammenti della struttura dei due grattacieli crollati, le scale in cemento dalle quali cercò una via di fuga chi si trovava ai piani più bassi delle torri. Ma è a poca distanza dall’uscita che ci si imbatte in una delle storie meno note e più significative. È quella del muro alto settanta metri che fu costruito sotto al World Trade Center negli anni ’60 seguendo il progetto di un ingegnere italiano, Arturo Lamberto Ressi, per contenere le acque del fiume Hudson. Durante il crollo delle Torri gemelle quella gigantesca opera ingegneristica venne sottoposta a un’enorme pressione ma non cedette e impedì all’acqua del fiume di inondare la metropolitana di New York, salvando migliaia di vite umane. Oggi è un simbolo di speranza che riscalda il cuore dei visitatori del museo.

A PROPOSITO DI...11 settembre 2001: vent’anni di errori e quella guerra che non ha riportato la pace. Importante sarà il nuovo equilibrio dell'Afghanistan: un nuovo ordine geopolitico si sta delineando in Asia Centrale e i talebani rischiano di apparire il male minore. Orgoglio e Pregiudizi di Tiziana Ferrario su lavocedinewyork.com il 10 Settembre 2021. Non sembrano passati 20 anni. Chi c’era quel giorno, 11 settembre 2001, ricorda come fosse ieri quell’attacco al cuore dell’America e l’emozione è ancora viva. Chi ha perso un familiare caro nel crollo delle Torri e non ha riavuto neppure un brandello del suo corpo prova un dolore immutato. Chi è nato dopo quella tragedia è cresciuto in un mondo cambiato, dando per scontata la convivenza con il terrorismo, i controlli, gli attacchi che vanno e vengono in giro per il mondo. In questi due decenni ce lo siamo detti tante volte, le nostre vite sono cambiate dopo quell’attentato, di sicuro in peggio. La guerra al terrorismo, lanciata dal presidente Bush per vendicare la ferita inferta agli Stati Uniti, non ha riportato la pace, la paura per le azioni degli integralisti non si è sopita e rende il futuro molto incerto. Non è un anniversario qualunque e non è un caso che gli studenti coranici abbiamo deciso di far giurare il governo provvisorio proprio l’11 settembre. Una data simbolica per celebrare la loro vittoria e la nostra sconfitta. Il ritorno al potere dei talebani a Kabul ci riguarda e non dovrebbe farci dormire sonni tranquilli. Rivederli entrare trionfanti nel palazzo presidenziale dal quale erano scappati a novembre 2001 dopo un mese di bombardamenti americani sull’Afghanistan, guardare di nuovo la bandiera del loro emirato issata sui palazzi delle istituzioni, mi ha riempito l’animo di angoscia e mi ha fatto venire i brividi. Li avevo conosciuti quando comandavano nel paese che moriva di fame, in una Kabul ridotta in macerie; li avevo visti scappare insieme ai loro amici di Al Qaida guidati da Bin Laden, speravo che qualcuno fermasse la loro avanzata, che aveva avuto un’accelerata subito dopo l’annuncio del ritiro dei soldati americani. Sono stati fatti tanti errori in questi 20 anni, molti commessi proprio dagli americani che hanno avuto da sempre un rapporto contraddittorio con i talebani. Sono lontani i tempi in cui li ricevevano a Washington per trattare sugli oleodotti che sarebbero dovuti passare sul territorio afghano, ma sono molto recenti i tempi delle trattative dissennate condotte a Doha in Qatar, che hanno portato all’accordo siglato dall’amministrazione Trump sul ritorno a casa dei soldati internazionali, con l’unica condizione che non venisse torto un capello alle truppe Usa e Nato. La nostra incolumità in cambio di quella degli afghani e delle afghane. Da terroristi ricercati e inseriti nelle liste nere di FBI e CIA i talebani sono diventati interlocutori legittimati dallo stesso governo degli Stati Uniti che sulla testa dell’attuale ministro dell’interno afghano Sirajuddin Haqqani aveva posto una taglia da 10 milioni di dollari. Bene, ora sa dove trovarlo. Gli anniversari servono per ricordare e commemorare. Vanno ricordati i tanti soldati morti, ma anche gli oltre 47 mila civili uccisi nei combattimenti, tante donne e bambini innocenti. Gli anniversari però sono anche l’occasione per ripensare agli errori commessi per evitare che si ripetano. Il conto aperto di Bush con Saddam è stato di sicuro un altro degli errori americani, che ha contribuito ad alimentare instabilità e terrorismo. L’idea di esportare la democrazia con la forza, a costo anche di costruire prove false sull’esistenza di armi di distruzione di massa, è una macchia nella storia degli Stati Uniti. Ragionare sugli errori, aiuta a non ripeterli, soprattutto in una fase delicata come questa dove un nuovo ordine geopolitico si sta delineando in Asia Centrale. Abbandonare l’Afghanistan al suo destino, come era già accaduto in passato lasciandolo nelle mani delle potenze regionali in competizione tra loro, non ci conviene. Cina, Russia, India e Iran hanno tutto l’interesse ad avere un Afghanistan stabile, ma potrebbero persino avere un vantaggio in un Afghanistan rifugio di terroristi compiacenti. Il paradosso è che i talebani oggi rischiano di apparire il male minore.

Tiziana Ferrario, milanese, giornalista per anni conduttrice e inviata di politica estera per la Rai. E' stata corrispondente da New York. Ha seguito guerre e crisi umanitarie. Per il suo lavoro sui conflitti in Afghanistan... 

La dottrina occidentale. Ricordare l’11 settembre ricordando che cosa è stato l’11 settembre. Christian Rocca l'11 Settembre 2021 su Linkiesta. Per chiunque oggi abbia più di quarant’anni, l’undici settembre è una data che non ha bisogno di essere ulteriormente definita, è l’undici settembre e basta, non ne esistono altri, tale è stato l’impatto che ha avuto sulla coscienza e sulla quotidianità di chi lo ha vissuto. Per tutti gli altri, più giovani, è soltanto un evento storico, come la presa della Bastiglia o la bomba su Hiroshima, non il giorno del «nulla sarà più come prima». Con un magnifico articolo, ieri Giuliano Ferrara ha ripercorso il grande arretramento globale dei vent’anni trascorsi dall’11 settembre 2001: «Pare che la democrazia non si possa esportare – ha scritto Ferrara – ma tutto il resto è aperto all’importazione» (bentornato, Giuliano!). «Tutto il resto», secondo il fondatore del Foglio, è un elenco di cose che abbiamo importato, e che qualcun altro quindi ha esportato con successo, mentre noi facevamo gli schizzinosi con l’idea di promuovere la democrazia liberale nei luoghi del terrore, della persecuzione, della cultura dell’odio. Abbiamo importato, alimentato e diffuso il populismo, l’autoritarismo, le democrature, l’imperialismo cinese, il putinismo annessionista, le pulizie etniche, l’islamismo di governo, la cancel culture, il Cialtrone in Chief e l’ignavia americana del buon uomo Joe Biden. Vent’anni dopo l’11 settembre, i giornali italiani perlomeno ci hanno risparmiato le corbellerie islamiste di Tariq Ramadan, protagonista assoluto di molti dei precedenti anniversari quando impazzava il relativismo culturale, ma oggi dimenticato perché con la proliferazione dell’Isis, con le stragi in Siria, con le bande armate in Libia e ora con il governo Talebano bis c’è poco da scherzare. La pericolosità di quell’ideologia politica teocratica fondata sulla guerra santa alla civiltà dello stato di diritto è palese e nessuno la considera più un pretesto delle multinazionali per accaparrarsi il petrolio o altre scemenze che si portavano molto in passato e che ora, altrettanto stupidamente, si imputano alle case farmaceutiche rispetto al vaccino contro la pandemia. L’occidente è in ritirata: scopre a tempi di record la cura contro il virus “cinese” e alimenta la teoria dell’autocomplotto di Big Pharma e di Bill Gates, ripetendo a pappagallo le panzane di Putin sullo Sputnik e di altri reduci del comunismo sul vaccino autarchico cubano. Nessuno dei due funziona, sono entrambe patacche al pari delle ideologie residuali che li propagandano per ammaliare gli allocchì di destra e di sinistra di cui è ricco l’occidente. Le democrazie liberali si autoflagellano in virtù del loro stesso successo, la fondazione Churchill toglie il nome Winston dalla propria ragione sociale per non offendere la suscettibilità non si sa di chi, forse quella dei nazisti, ma soprattutto non ci sono più leader visionari come i giganti che hanno guidato il mondo tra gli anni Novanta e il cambio di secolo, per non parlare di quelli del decennio precedente. Il mondo che conosciamo, e che non riconosciamo più, in sessant’anni ha diffuso libertà e distribuito ricchezza senza precedenti nella storia dell’umanità, mentre oggi, quando va bene, dispone soltanto di ottimi amministratori e di buoni funzionari, ma senza alcun progetto strategico per un nuovo secolo di diritti veri (non di idiozie da asterischi e cancelletti), se non quello di un grande catenaccio globale per ritardare l’erosione della società aperta, apertissima, spalancata, ma ora in lenta ma perentoria chiusura. Per chiunque oggi abbia più di quarant’anni, l’undici settembre è una data che non ha bisogno di essere ulteriormente definita, è l’undici settembre e basta, non ne esistono altri, nemmeno quello del golpe contro Salvador Allende in Cile che tanto ha influenzato la politica di mezzo mondo. Ma l’undici settembre di cui adesso ricordiamo il ventennale è di un’altra dimensione spirituale, tale è stato l’impatto che ha avuto sulla coscienza e sulla quotidianità di chi lo ha vissuto. Per tutti gli altri, più giovani, è soltanto un evento storico, come la presa della Bastiglia o la bomba su Hiroshima o l’assassinio Kennedy, non il giorno del «nulla sarà più come prima». La distanza dagli eventi storici è tutt’altro che una cosa negativa, ma a condizione che le lezioni non si dimentichino. Oggi c’è l’idea che la reazione americana e internazionale alle stragi nei cieli e sulle strade di New York, di Washington e della Pennsylvania sia stata folle e criminale (la reazione, non la strage, se vi fosse sfuggita la stravaganza), quando invece è stata il prodotto di una grande offensiva globale che ha individuato una risposta strategica fondata sull’espansione della democrazia, sull’abbattimento dei regimi filo terroristi e sullo spostamento del fronte bellico da Downtown Manhattan alle montagne dell’Afghanistan, dove a combattere ci sarebbero stati dei soldati ben addestrati e non semplici passanti alla fermata dell’autobus. Vent’anni dopo, l’America può dire di non aver più subito attacchi sul proprio suolo, ma quasi tutto il resto delle conseguenze politiche e militari oggi ricade nella colonna dei fallimenti. La storia non si può fare con i se, per cui non sappiamo se senza l’intervento armato per annientare Al Qaeda e i suoi alleati, e senza il tentativo di costruire nazioni democratiche in Medioriente, ci sarebbero stati altri attacchi all’America oppure si sarebbe ottenuto lo stesso risultato non facendo nulla. Sappiamo però che non aver fatto nulla in occasione di un precedente attentato jihadista alle Torri gemelle, nel 1993 (sei morti, oltre mille feriti), in seguito alle stragi di Al Qaeda nelle ambasciate americane in Africa, nel 1998 (224 morti, quattromila feriti), e alla nave USS Cole, nel 2000 (27 morti, 37 feriti), non ha evitato l’undici settembre. Resta che vent’anni dopo, la dottrina dell’ingerenza democratica in Medio oriente non ha funzionato, al contrario del risultato tutto sommato accettabile nella ex Jugoslavia (in difesa delle minoranze musulmane vessate dal nazionalismo bianco e socialista). Ma non hanno funzionato nemmeno i mancati interventi militari in Siria, i ritiri dall’Iraq e dall’Afghanistan, le sanzioni in Iran, il girarsi dall’altra parte ormai ovunque, gli accordi con gli ayatollah e le trattative con i Talebani, probabilmente perché la democrazia, un sistema costruito sui diritti e sulla società aperta, è un’esperienza giovane e con una capacità attrattiva decisamente più debole rispetto alla tradizione millenaria islamista. L’undici settembre si ricorda innanzitutto ricordando davvero le ore, i giorni, le settimane che sono seguite al primo aereo che ha tagliato come burro la torre sud del World Trade Center. L’incredulità, l’ansia, la rabbia: un sentimento di impotenza paragonabile solo al cataclisma della pandemia da coronavirus, ma arrivato e consumato all’improvviso e in diretta televisiva. Quella mattina americana, primo pomeriggio da noi in Italia, gli aerei era ancora in volo, ciascuno un potenziale proiettile, poi l’altra torre colpita, e il Pentagono, e la Casa Bianca o Capitol Hill come possibili obiettivi successivi, l’evacuazione dell’intero governo di Washington, la decisione presa ma non eseguita di abbattere tutti gli aerei civili in volo che si fossero rifiutati di atterrare, poi entrambe le torri che si sbriciolano al suolo, gli altri edifici in fiamme e poi in cenere, le voci sull’Air Force One in fuga dal sud a ovest, da ovest a est, come il vero target grosso di giornata, e poi l’odore di corpi bruciati, le persone scomparse, i familiari attoniti, gli eroi della protezione civile, tutto raccontato mirabilmente da William Langewiesche su carta e da Bruce Springsteen in musica. E poi altri attacchi sventati, le indagini, i pacchi con le spore all’antrace inviati al Senato e nelle sedi dei giornali (altri cinque morti e una mezza dozzina di avvelenati). Cosi per giorni, settimane, mesi, con le prime ore raccontate magistralmente in un formidabile documentario “9/11: Inside the President’s War Room”, trasmesso da Apple TV, con le voci dei protagonisti del governo degli Stati Uniti, braccato, in preda al panico ma anche lucido nel formulare, proprio in quei momenti concitati, la fine della distinzione tra i terroristi e le nazioni che li ospitano, come elemento fondamentale della dottrina di sicurezza internazionale per gli anni a venire, abbandonata poi in modo felpato da Barack Obama, ruvidamente da Donald Trump e finita col cerino rimasto in mano a Joe Biden. La riconsegna dell’Afghanistan alla setta talebana che aveva coccolato Al Qaeda, e che ora mette il capo terrorista della rete Haqqani al Ministero dell’Interno, è potenzialmente catastrofica per la possibile recrudescenza del terrorismo internazionale e immorale nei confronti delle vittime dell’undici settembre. La fuga per la libertà di centinaia di migliaia di afghani e le proteste disperate delle donne coraggiose di Kabul, tornate a valere metà di un uomo e destinate esclusivamente alla prigionia e alla procreazione, confermano che nonostante tutto l’errore occidentale sia stato lasciare l’Afghanistan, non andarci.

Vent’anni dopo. L’11 settembre raccontato attraverso le copertine del New Yorker. Linkiesta il 7 Settembre 2021. La raccolta di immagini per non dimenticare l’attacco islamista all’America con le illustrazioni pubblicate dal prestigioso settimanale americano. Dalla prima di Art Spiegelman e Françoise Mouly a quella di questa settimana disegnata da Pascal Campion. Il prossimo 11 settembre saranno vent’anni dall’attacco al World Trade Center di New York e al Pentagono. È stato un evento spartiacque, che ha segnato quattro Amministrazioni diverse, costrette ad affrontare le conseguenze e le guerre causate dalla strage islamista di Al Qaeda, e ha influenzato profondamente la storia mondiale. Il New Yorker, tra i più importanti settimanali americani, ha raccontato a più riprese che cosa ha voluto dire, per New York, l’America e il mondo, l’attacco di Osama bin Laden. Quella che segue è una selezione di alcune delle cover più significative, che raffigurano i profondi cambi urbani, politici, sociali e culturali che il 9/11 ha provocato.

24 settembre 2001

A pochi giorni di distanza, il New Yorker pubblica un numero speciale dedicato inevitabilmente alla tragedia. Françoise Mouly, autrice con il marito Art Spiegelman della copertina, racconterà anni dopo: «Ho finito per disegnare una copertina nera e aggiungere, appena visibile, in un nero più profondo. Lasciava spazio a ciò che non poteva essere mostrato: l‘indicibile perdita, aggiungendo su suggerimento di mio marito la silhouette appena visibile delle due torri con un nero più scuro». 

1 ottobre 2001

Per il numero di ottobre, lo schizzo stilizzato di una folla che freneticamente passa accanto al memoriale dei morti. Edward Sorel disegna una città che non dimenticherà mai, ma già al lavoro per voltare pagina e ricominciare. 

29 ottobre 2001

Per Halloween di quello stesso anno la copertina è affidata a Peter de Sève, che coglie uno dei tanti particolari della tragedia: i pompieri, veri eroi dell‘11 settembre, diventano il travestimento preferito dei bambini. 

5 novembre 2001

La città inizia a nutrire diffidenza nei confronti, dell’islam dopo l’accaduto, come si può vedere in questa prima pagina disegnata da Carter Goodrich. Ma i lavoratori (soprattutto tassisti) di fede musulmana presenti nella Grande Mela sono numerosi. 

16 Settembre 2002

Un anno dopo, lo skyline amputato e un cielo così «pieno d’assenza» nel crepuscolare disegno di Ana Juan. Un richiamo artistico alla memoria per il primo anniversario della strage. 

3 marzo 2003

Dopo un anno e mezzo, permane l’ombra di un nuovo attentato terroristico. La paura che l’incubo si ripeta non sbiadisce, ci dice questa copertina firmata da Edward Sorel. 

15 Settembre 2003

Per il secondo anniversario, l’artista turco Gürbüz Doğan Ekşioğlu ha catturato la sensazione che ha assalito molti newyorkesi nel guardare il profilo della loro città senza più le torri gemelle. 

13 settembre 2004

Nella copertina del terzo anniversario, l’artista di origine ungherese Istvan Banyai cattura l’inquietudine di un ricordo spettrale: lo shock di chi ha vissuto la tragedia dalle vetrate degli uffici ai piani alti. 

6 dicembre 2004

Ancora la paura, ancora la diffidenza. A dicembre, per le festività natalizie, si teme un nuovo attacco in un clima di tensione. A firmare questa cover è Carter Goodrich, alla sua seconda copertina sul tema 11 settembre. 

11 settembre 2006

Doppia copertina per il numero di settembre 2006. I disegnatori John Mavroudis e Owen Smith immortalano il funambolo Philippe Petit (celebre per la sua traversata su un filo sospeso tra le due torri nel 1974) mentre si esibisce simbolicamente nel vuoto lasciato dall’attentato di Al Qaeda. 

12 settembre 2011

“Reflections”: Al decimo anniversario dell’11/9, Ana Juan dipinge lo skyline newyorchese di notte: il riflesso nell’acqua assume la forma delle Torri Gemelle. Un ricordo evanescente che però non lascia i cittadini di New York. 

7/14 giugno 2014

Il Memoriale del World Trade Center, anche noto come Ground Zero e raffigurato da Adrian Tomine, nella copertina del settembre 2014 appare affollato da turisti nel pieno delle loro normali attività. Se si osserva bene, però, si nota una moltitudine di emozioni e reazioni a stretto contatto l’una dall’altra.  

13 settembre 2021

La copertina del ventennale della caduta delle Torri Gemelle raffigura una giovane coppia che si abbraccia, con Ground Zero nello sfondo. Pascal Campion “scatta” una diapositiva in bianco e nero, malinconica, che rievoca lo scorrere del tempo di fronte a una sempre attuale tragedia.

L’anniversario, per gli altri. Venti anni dopo l’11 settembre, gran parte dei problemi che si aprirono allora sono ancora lì. Francesco Cundari su Linkiesta l'11 Settembre 2021. Ci siamo detti che per ricostruire una nazione bisognava conquistare anche le coscienze: non ne abbiamo conquistate abbastanza, in Afghanistan, da impedire che l’intero paese ricadesse sotto i talebani un minuto dopo la nostra partenza. Ma nemmeno così poche da potercene andare a cuor leggero. Sono passati vent’anni dall’11 settembre e la prima cosa che mi viene da pensare è che c’è un’intera generazione nata e cresciuta in un mondo in cui una cosa del genere è sempre stata possibile, plausibile, verosimile, essendo già accaduta. Giusto all’inizio del documentario Netflix dedicato agli attacchi del 2001 si vedono le immagini dei newyorkesi in strada, che fissano i grattacieli in fiamme, anche dopo l’impatto del secondo aereo: non fuggono, non corrono a nascondersi, non si chiudono in casa. Fissano i grattacieli e non capiscono. Proprio come noi, allora, davanti alla tv, in qualsiasi altra parte del mondo fossimo. Quello sconcerto e quell’impossibilità di capire sono una caratteristica distintiva, unica e irripetibile, di chi è nato e cresciuto prima dell’11 settembre 2001. Sono passati vent’anni e oggi più che mai sembra impossibile trovare un senso a tutto quello che è accaduto da allora in poi, specialmente guardando all’Afghanistan, e in particolare alla sorte dei combattenti del Panshir, gli ultimi avversari dei talebani rimasti sul campo, dopo che li abbiamo traditi e abbandonati, accordandoci alle loro spalle, e a loro spese, con i loro nemici: proprio come abbiamo fatto con i curdi tra Iraq e Siria. Quante volte in questi vent’anni abbiamo detto, o ci siamo sentiti dire, che i popoli devono liberarsi da soli, che la libertà non si può imporre con la forza, che per costruire una nazione non basta sconfiggere gli eserciti, occorre conquistare anche le coscienze. Non ne abbiamo conquistate abbastanza, in Afghanistan, da impedire che l’intero paese ricadesse sotto il controllo talebano un attimo dopo la nostra partenza. Ma nemmeno così poche da potercene andare a cuor leggero, ignorando le migliaia di persone che nel frattempo affollavano l’aeroporto di Kabul o si accalcavano ai confini del paese, che si aggrappavano ai carrelli degli aerei in procinto di decollare o restavano a combattere, ciascuno a suo modo, nonostante tutto. Come i ribelli del Panshir, come le donne afghane che manifestano nelle piazze, come i giovani giornalisti picchiati e torturati in questi giorni. Le potenze occidentali devono rispondere dei magri risultati ottenuti, e soprattutto della loro impressionante reversibilità. Ma chi all’intervento si è sempre opposto dovrebbe dirci come vogliamo considerare quelle persone, se riconosciamo i loro diritti e teniamo conto delle loro opinioni, o se invece, dopo averle di fatto riconsegnate ai talebani, attraverso i nostri rappresentanti politici e militari, vogliamo riconsegnarle alla tutela dei loro occhiuti carcerieri persino in linea di principio, nei nostri discorsi sulla volontà, i desideri e le convinzioni del popolo afghano, disconoscendole e ignorandole. Come se i veri afghani, gli unici e autentici rappresentanti del loro popolo, fossero proprio i fondamentalisti, solo perché abbastanza forti da imporre la loro legge a tutti gli altri, compresi milioni di cittadini appartenenti a minoranze etniche e religiose da loro spietatamente perseguitate. Che strani democratici siamo. Sono passati vent’anni dall’11 settembre, ma gran parte dei problemi che si aprirono allora sono ancora lì, intatti. Chi in questi anni ha provato a suggerire di trattare con i talebani è stato spesso accusato di essere accecato dall’antiamericanismo. È finita con gli americani che ai talebani hanno di fatto riconsegnato l’intero paese: più che una trattativa, una resa incondizionata. Troppa grazia, davvero. Chi in questi anni ha continuato a dire che gli americani dovevano solo andarsene, perché era una guerra ingiusta, perché bisognava essere contro la guerra «senza se e senza ma», sempre e comunque, a prescindere, ora non si capisce perché non esulti e non si rallegri. Gli unici che non hanno proprio nessuno da ringraziare sono coloro che laggiù, dopo avere assaggiato una vita appena un po’ più degna, provano ora a resistere, a nascondersi o a scappare. Chissà che cosa significa, per loro, questo anniversario.

Il racconto dell'attacco venti anni dopo. Cosa è successo l’11 settembre 2001, quando tra sangue e macerie apparve il demone di bin Laden. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'11 Settembre 2021. Il Ventennale! Poiché abbiamo dieci dita, celebriamo la memoria degli eventi in base dieci ed eccoci dunque a vent’anni dall’attacco alle Twin Towers di New York l’undici settembre del 2001, evento di cui subito si disse che “d’ora in poi tutto sarà diverso”. E certamente oggi ognuno ricorda dove si trovava e che faceva. Io ero a Roma ma facevo la spola con New York dove avevo vissuto alcuni anni, mi ero sposato una ragazza americana e la nostra prima figlia Liv Liberty era nata da due settimane. Lou mi telefonò e disse: “Stai guardando la Cnn?”. Il primo aereo aveva colpito la prima torre e si pensava ancora a un terribile incidente. Quando il secondo aereo colpì l’altra torre e arrivarono le notizie dell’aereo lanciato contro il Pentagono, fu chiaro che stavamo assistendo a una nuova forma di guerra in cui si bombardavano le città usando aerei civili dirottati e lanciati con tutti i loro passeggeri a bordo che esplodevano in una palla di fuoco. Fra loro c’erano alcuni amici della famiglia di mia moglie che avevano usato il cellulare, ed erano nell’aereo del Pentagono. Il sindaco di New York Rudolph Giuliani, figlio di emigrati liguri, apparve come un eroe indomito. I vigili del fuoco che morivano a decine e di cui più della metà aveva un nome italiano (giganti buoni e barbuti) salivano e scendevano dalle torri salvando persone mentre gli intrappolati si suicidavano gettandosi nel vuoto e sembravano formiche volanti che si schiantavano al suolo. Il giorno dopo ero lì e ci sarei tornato decine di volte: il cratere orrido delle macerie e delle carni e del vetro uniti nella stessa sabbia umana e di cemento che ti finiva sotto i denti, fu chiamato “Ground Zero” e fu subito pieno di foto: “avete visto la mia bambina?”, “Questi sono il mio papà e la mia mamma, li avete visti?”. La leggenda nera era già attiva: l’America – meglio se Israele – aveva commesso quel delitto cercando un pretesto per attaccare l’odiato mondo islamico. Un nome diventò famoso: Osama bin Laden, il satana che aveva compiuto il delitto e che avrebbe alla fine pagato il fio delle sue colpe, stanato nel suo compound e trucidato sul posto per ordine del futuro presidente nero Obama, il quale a causa del suo bizzarro nome si vedeva adesso trattato come un complice islamico: Barack Obama, figlio di un funzionario britannico-kenyota che aveva fatto l’università alle Hawaii, era stato effettivamente educato dal compagno di sua madre che era musulmano e che lo portò a vivere in Indonesia. L’islamofobia era un sentimento ampiamente condiviso e abbiamo avuto in un certo senso la fortuna, proprio nelle scorse settimane, di assistere all’epilogo di questa storia con la ritirata degli americani dall’Afghanistan dove hanno lasciato attrezzature e armi sofisticate di cui i talebani sono i beneficiari. Ma questa storia ha una storia? Certo che ce l’ha, anche se per conservarne la memoria è necessario andare indietro di almeno quarant’anni, perché tutto cominciò nel 1979 quando, senza alcun preavviso, l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan per insediare un governo subalterno a Mosca in un’area in cui i russi si sentivano minacciati dalle influenze islamiche sulla Cecenia. Agli americani non parve vero: restituiremo ai comunisti il servizio che loro ci hanno fatto in Vietnam e armeremo i resistenti afgani. Lo fecero con grande convinzione, con spirito sportivo di rivalsa, e così i mujaheddin armati di missili americani diventarono i nuovi eroi così come gli americani diventarono gli eroi degli afghani. I russi furono sconfitti: persero più di cinquantamila uomini, compirono stragi e massacri ma dovettero andarsene battuti nel 1989. Osama bin Laden, un imprenditore saudita rampollo di una famiglia miliardaria che aveva imprese anche negli Stati Uniti, aveva voluto combattere la guerra degli afghani contro i russi portandosi in Afghanistan macchinari giganteschi con cui scavare tunnel e alzare muraglie di cemento per la difesa. Odiava l’America e i costumi americani che conosceva perfettamente. Osama parlava perfettamente inglese ma quando un giornalista americano lo raggiunse per chiedergli quale sarebbe stato il suo prossimo passo, rispose, sorridendo, in arabo: “Guardate, aspettate e lo saprete”. Il suo odio era cresciuto quando gli americani avevano installato un corpo di spedizione militare in Arabia Saudita per proteggere il suo paese da eventuali rappresaglie di Saddam Hussein, l’altro “grand villain” islamico che un giorno sarebbe salito sulla forca nel suo paese e sarebbe morto contorcendosi sotto i video dei telefonini. Osama bin Laden si considerava discepolo dell’influente predicatore Omar e decise di impedire agli americani di corrompere la purezza islamica con la loro civiltà materialistica e blasfema. La Cia lo teneva d’occhio ma non in modo particolare, salvo alcune inchieste che lo riguardavano per le attività di finanziamento terroristico in Sudan. Ma Osama si trasferì in Afghanistan e di lì iniziò a concepire il piano per colpire il più visibile simbolo degli Stati Uniti: le due torri gemelle del Trade World Center. L’Undici settembre del 2001, inteso come data dell’attacco riuscito con l’abbattimento delle due torri e la morte di oltre tremila persone innocenti di ogni colore, religione sesso e lingua, non fu il primo. Nel 1993 era esplosa una bomba nel seminterrato del centro commerciale e fu chiaro che una vasta rete terroristica aveva scelto le torri come obiettivo. Al primo attentato era seguito un lungo processo concluso con la condanna di quasi tutti gli esecutori e dei principali mandanti. Intanto in Afghanistan erano corsi combattenti da tutto il mondo islamico formando delle brigate internazionali che si combattevano tra loro per il governo del Paese diviso in tribù. Gli americani erano sempre presenti con le loro armi e con attività commerciali ma era anche cominciata una missione internazionale di contenimento scattata con l’applicazione del regolamento della Nato che prevede l’intervento di tutti i membri dell’Alleanza quando uno dei suoi membri è attaccato da un nemico esterno. Che gli Stati Uniti fossero stati attaccati da un nemico esterno non c’erano dubbi e il fatto che gli organizzatori dell’attentato con tutta la loro potente organizzazione fossero in Afghanistan era sotto gli occhi di tutti. A quell’epoca i talebani apparivano come una forza retrograda piuttosto moderata, formata da chierici dediti all’applicazione integrale el Corano. Al-Quaeda era un nome piuttosto generico di una delle tante jihad, ma era emersa come quella organizzata dallo stesso Osama e impegnata in tutto il Medio Oriente e poi nell’Iraq, in Siria e ovunque. L’America dell’Undici settembre era repubblicana, Berlusconi direbbe che aleggiava “lo spirito di Pratica di mare” e il mondo tendeva a destra in senso liberale, proteso verso nuovi orizzonti di ricchezza che si sarebbero infranti nel 2008 con la grande crisi iniziata proprio in America con i crac bancari. Nessuno poteva immaginare allora, dopo la sconfitta del mondo comunista consumata definitivamente con il crollo dell’Unione Sovietica, che l’Occidente avrebbe dovuto combattere un nuovo nemico ideologico e non solo militare. L’Islam aveva assunto dopo la resistenza afgana sostenuta dagli americani (che avevano concesso i loro lanciamissili a spalla, gli stinger con cui i mujaheddin avevano abbattuto elicotteri e aerei sovietici in fase di atterraggio) un atteggiamento bellicoso: non erano stati gli americani a fornire le armi per la vittoria, ma era la fede la più concreta arma di distruzione di massa del nemico. Infatti il mondo imparò che gli autori della strage delle Twin Towers erano piloti suicidi: gente che aveva frequentato dei corsi di pilotaggio in cui trascuravano le lezioni di atterraggio perché non sarebbero mai atterrati. E che i combattenti islamici aspirano al martirio, cioè a farsi esplodere con giubbotti imbottiti di esplosivo plastico disintegrandosi senza batter ciglio. Inoltre, erano apparsi insopportabilmente terrificanti per le loro decapitazioni col coltello, la somministrazione spettacolare con l’uso di telecamere della morte come strumento sia di comunicazione che di imposizione della volontà. L’Occidente imparò dalle parole di bin Laden e dello sceicco Omar che il mondo della sharia, dalla legge coranica, non tollera che la donna abbia altro ruolo che servire come riproduttrice, fonte di piacere, fonte di servizi sempre in stato di sottomissione. Oggi l’Afghanistan che era stato la terra di conquista ideologica di Osama bin Laden è pieno di donne che scendono in piazza dopo la partenza degli americani attaccando verbalmente i talebani, gli studenti coranici che nel frattempo avevano vinto le lotte tra fazioni interne acquistando la supremazia politica. La caduta delle Torri aveva provocato una enorme e densa nuvola di pulviscolo di cemento e vetro che aleggiò su New York per anni. La città che non dorme mai era stata colpita al cuore e mai l’avevo vista così disperata, almeno finché non furono aperte fosse comuni per seppellire i morti di Covid 19. Ma New York, l’America e il mondo in questi venti anni hanno dimenticato quasi tutto perché, nel frattempo, la guerra commerciale fra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti d’America si sta trasformando in guerra sempre più aperta e anche il grande fronte della propaganda che precede e accompagna le guerre americane da tempo si è sistemato sul Pacifico e l’Oceano Indiano. Ma intanto l’altra guerra che non era stata affatto chiusa, è evoluta in un nuovo fronte in cui la terra di Osama è diventato la nuova frontiera di guerra tra Pakistan, Cina, Iran, Russia (che mantiene gli occhi puntati sul luogo della sua cocente sconfitta) mentre l’Unione Europea cerca di elaborare la nuova dottrina che seppellisce per sempre la grande alleanza seguita all’undici settembre del 2001. L’Europa ammette di dover spendere grandi quantità della propria ricchezza se vuole davvero costruire una propria entità militare diventata necessaria, perché tutti vedono che è scaduto il contratto d’assicurazione con la protettiva nanny americana. Joe Biden si è dimostrato peggiore del peggior Trump per il modo in cui ha mollato la terra di bin Laden, sapendo che la nuova guerra è altrove. Il nuovo presidente è favorevole alla modifica del secondo emendamento della Costituzione americana che permette ai cittadini di portare armi come partigiani, ma ha lasciato armi e tecnologia militare agli afgani che sanno usarla perfettamente: oggi l’Islam ha imparato tutto sull’uso delle armi del futuro, come hanno fatto da tempo i cinesi che però temono l’Islam come il loro vero satana, non volendo tollerare le minoranze islamiche già rinchiuse in regioni lager e sottoposte a rieducazione intensiva. Quel che accadde vent’anni fa, dunque, non fu un episodio drammatico e isolato, degno di memoria ma concluso. Quell’attacco fu la conseguenza di una catena di eventi iniziata con l’invasione sovietica, il riarmo della resistenza anti-sovietica da parte degli americani, l’insurrezione culturale e religiosa contro i valori americani e occidentali degli islamici che non intendono perdere lo strumento della fede come sistema di regole e di accettazione della morte. Il suicidio come arma militare non era una assoluta novità, dopo l’esperienza dei piloti kamikaze giapponesi. Ma fu con l’angosciosa determinazione dei piloti di al-Qaeda, quando misero la prora dei loro aerei carichi di innocenti contro le Twin Towers che il mondo occidentale capì di non essere in grado di capire.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Le pesanti eredità dell’11 settembre. Alberto Bellotto su Inside Over l'11 settembre 2021. “Se stanno per combinare qualcosa, lo faranno qui”. È quasi mezzanotte, a Times Square fa freddo, molto freddo, ma in piazza ci sono almeno due milioni di newyorkesi, tutti intenti a salutare l’avvento del nuovo millennio. Tra questi c’è anche John O’Neill, responsabile dell’Fbi per l’anti terrorismo, all’altro capo del telefono c’è un suo amico, Richard Clarke, responsabile dell’anti terrorismo del National Security Council, l’organo che consiglia il presidente degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale. O’Neill è preoccupato, negli ultimi mesi i segnali non sono stati incoraggianti. Fermi e arresti di sospetti terroristi segnalavano un aumento dell’attività sul suolo americano. Poco meno di due anni prima due ambasciate statunitensi in Africa erano finte nel mirino dei terroristi e da quel momento il Bureau aveva acceso i riflettori su Osama Bin Laden. Per il dirigente dell’Fbi non è più questione se ci sarà o meno un attacco, ma di quando. O’Neill in realtà sbaglia solo il momento, ma non il luogo. Passano solo 15 giorni e a Los Angeles atterra un volo proveniente da Bangkok. A bordo ci sono due uomini Nawaf al-Hazmi e Khaled al-Mihdhar. I due si spostano subito a San Diego e da quel momento iniziano a prendere lezioni di volo. Passano 724 giorni e i due insieme ad altri tre compagni si schiantano sul lato ovest del Pentagono uccidendo 189 persone una manciata di minuti dopo il doppio attacco al World trade center. A vent’anni dai tragici fatti dell’11 settembre una delle cose che sconvolge ancora è l’incredibile buco dell’intelligence americana, a tutti i livelli, che permise l’operazione di Al Qaeda. Eppure quell’attacco, e quei fallimenti, hanno ancora effetti a lungo temine per gli Stati Uniti e il mondo. Come hanno dimostrato i fatti di quest’estate. 

Il caotico ritiro dall’Afghanistan. L’onda lunghissima di quello choc si è vista chiaramente in quello che è successo in Afghanistan. Il ritiro americano e il collasso del neonato Stato afghano in favore del ritorno dei talebani è sembrato un enorme reset di quanto avvenuto nei primi due decenni del nuovo secolo. Il ritorno al potere degli studenti del Corano ha portato sul banco degli imputati non solo l’amministrazione Biden che ha curato la ritirata, ma altre tre amministrazioni Usa. Le analisi piovute nell’ultimo mese hanno indagato a 360 gradi per capire le ragioni della debacle, se poteva essere evitata e come, e soprattutto le sue ripercussioni per Washington. Nei prossimi mesi questo studio continuerà e presto sarà pane per gli storici, intanto c’è uno dei protagonisti di quella stagione che non ha dubbi su come analizzare quanto successo. Per Ali Soufan, agente Fbi tra i collaboratori di O’Neill e tra i primi a trovare il collegamento tra gli attentati dell’11 settembre e Al Qaeda, ha raccontato che secondo lui la guerra in Afghanistan è stata persa già nell’autunno del 2002, un anno dopo l’inizio dell’invasione americana. “Fu allora”, ha raccontato Soufan al tedesco De Spiegel, “che l’amministrazione Bush iniziò a spostare molte risorse importanti per prepararsi alla guerra in Iraq in un momento in cui al-Qaida e i talebani si stavano riorganizzando in Afghanistan. E questo è stato un duro colpo per qualsiasi sforzo costruttivo“. Per l’ex Fbi spostare le risorse per un secondo fronte Mediorientale di fatto bloccò ogni tentativo di stabilizzare il Paese. Ma alla base del fallimento non ci fu solo questo: anche quella che molti hanno indicato come una totale mancanza di comprensione di cosa fosse, di cosa sia ancora oggi, l’Afghanistan. Il frutto avvelenato di una reazione violenta post attentato che molto spesso è stata senza strategia. Lo storico Max Hastings ha scritto su Bloomberg come la reazione dell’America all’attentato sia stata scomposta e votata all’inutile show muscolare che di fatto ha finito col destabilizzare un’intera regione. Nel 2003 il giornalista americano Bob Woodward nel libro La guerra di Bush, riportò un significativo scambio tra il segretario alla difesa Donald Rumsfeld e il capo della Cia George Tenet: “Dobbiamo colpire qualcosa. Non c’è molta Al Qaeda da colpire”. Un passaggio significativo del settembre 2001 che avrebbe fatto da preludio a quando avvenuto due anni dopo con l’invasione dell’Iraq. 

I “veri costi” della guerra al terrore. La risposta muscolare post 11 settembre negli anni si è rivelata costosa e disastrosa. La stabilità è stata una chimera per tutto il ventennio e giocoforza la sicurezza non è aumentata. Se è vero, come ha detto a più riprese Joe Biden, che la missione principale è stata raggiunta con l’uccisione di Bin Landen, non si può dire lo stesso per Al Qaeda. Oggi l’organizzazione principale resta svuotata e concentrata sopratutto in operazioni che si potrebbero definire di lobbing, come il lungo rapporto costruito coi talebani. Ma allo stesso tempo i rami “locali” hanno prosperato, da Al Qaeda nel Sub continente indiano, fino a quella attiva nella Penisola arabica, per non parlare delle varie derivazioni come Hurras al Din che opera in Siria o Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin nel Sahel africano. In mezzo miliardi di dollari bruciati in operazioni militari e tentativi, vani, di nation building. Secondo una serie di stime del Watson Institute della Brown University tra il 2001 e le previsioni per il 2022 gli Usa hanno speso qualcosa come 5.800 miliardi di dollari ai quali vanno aggiunti almeno altri 2.200 per i costi di cura dei veterani da qui al 2050. Anche i costi umani di quella “reazione” sono stati insostenibili. Oltre settemila militari tra Afghanistan e Iraq e 8 mila tra i contractors al soldo degli americani sono rimasi uccisi per non parlare delle vittime civili che hanno pagato il debito più alto. Sempre secondo la Brown University i civili che hanno perso la vita sarebbero tra i 363 e 387 mila, mentre le forze di sicurezza dei neonati stati afghani e iracheni sarebbero tra la 204 e 207 mila. I costi umani arriverebbero quindi a sfiorare il milione di vittime, tra le 987 e 923 mila. A tutto questo va poi aggiunta l’onda lunga dei migranti. Per vent’anni i conflitti in Medio Oriente, scatenati direttamente da Washington (Afghanistan e Iraq) o appoggiati tramite proxy (Yemen, Libia e Siria) hanno creato vere e proprie bombe migratorie. È il caso ad esempio del 2015 con la rotta balcanica letteralmente esplosa con l’acuirsi della crisi siriana che ha colpito l’Europa. Per non parlare dell’onda lunga afghana e una rotta, quella che parte dal Paese, attraversa Iran e Turchia e approda in Europa che non si è mai del tutto spenta e che anzi ora può riaccendersi con stime che parlando addirittura di 1 milione di persone pronte a muoversi.

L’elaborazione del lutto. Ma gli effetti di quel 11 settembre 2001 continuano a farsi sentire anche sul suolo americano. Verso fine agosto due agenti hanno bussato alla porta della famiglia Morgan a Long Island. I due portavano una missiva a Nykiah Morgan: “Abbiamo trovato sua madre”. Dorothy Morgan lavorava come impiegata nel settore assicurativo al 94esimo piano della Torre Nord e fu tra le 2.753 vittime morte nel crollo delle torri. Qualche settimana fa Dorothy è diventata la 1.646esima vittima identificata grazie ai test del Dna. Qualche giorno dopo è stato invece identificato il 1647esimo, un uomo di cui non si conoscono le generalità. Si tratta delle prime identificazioni dal 2019. Da oltre vent’anni i medici forensi lavorando per individuare le vittime. All’inizio, nei primi anni dopo l’attacco, le identificazioni erano centinaia all’anno, ma oggi il ritmo è rallentato e spesso non sono più di una o due l’anno. Ancora oggi centinaia di famiglie non sanno che l’ufficio del medico legale newyorkese è ancora al lavoro. Attualmente i medici e i ricercatori sono a lavoro su 22 mila resti umani recuperati tra i rottami di Ground zero, all’appello mancano circa 1.106 vittime, il 40% di coloro che morirono a New York. Subito dopo gli attacchi centinaia di famiglie avevano donato campioni di Dna per aiutare i ricercatori a trovare i resti dei famigliari, nella speranza di avere qualcosa da seppellire. Ma oggi, quando così tanto tempo è passato, la ricerca rischia di fare più male che bene. La stessa Nykiah Morgan ha raccontato al New York Times di non essere sicura di volere i resti della madre: “Improvvisamente devi decidere cosa fare con una persona cara che è morta 20 anni fa. È quasi come riaprire vecchie ferite. Nel corso del tempo, ti senti come se stessi migliorando e poi dopo 20 anni devi affrontare tutto da capo”. Nel frattempo i team che si occupano delle identificazioni sono ottimisti, negli anni le tecnologie sono migliorate e le nuove tecniche aiuteranno a velocizzare il processo. Ma non tutti verranno identificati, resterà sempre qualcuno senza nome, senza tomba. O perché i frammenti sono troppo danneggiati, o perché quei resti appartengono a chi è già stato identificato o perché i campioni per il confronto non bastano.

I processi senza fine. A riaprire vecchie ferite potrebbero essere anche i processi. Tolti gli autori dell’attacco e Osama Bin Laden, restano ancora i mandanti, le menti dell’attentato. Dopo vent’anni dall’attacco e nove dalla formalizzazione delle accuse, i processi rimango ancora in alto mare. Solo martedì scorso Khalid Sheikh Mohammed e altri quattro imputati sono apparsi in tribunale dopo oltre un anno di stop per alcune dispute preliminari. Nonostante questo non ci sono nuove udienze all’orizzonte. La sensazione, sottolineano in tanti, è che non si voglia tendere il processo. Per Kevin Powers, esperto del Boston College e in passato consigliere del Pentagono per Guantanamo, “è importante che le persone capiscano che il sistema è impostato per fallire”. Ed effettivamente basta vedere la storia recente del carcere per farsi un’idea: viaggiare verso l’enclave americana sull’isola di Cuba è un incubo logistico, negli anni il ricambio di giudici e avvocati è stato frequente e il sistema delle commissioni militari è stato cambiato radicalmente nel passaggio dall’amministrazione di George W. Bush e quella di Barack Obama. Il vero limite, hanno detto i vari avvocati della difesa che si sono succeduti al fianco dei sospetti di Al Qaeda detenuti, è stata la segretezza. Per anni faldoni di indagini non passavano dagli inquirenti militari ai difensori, per non parlare dei limiti durante gli interrogatori. Intanto le sentenze non arrivano, e con queste velocità è possibile che servano altri 10 anni per arrivare a un verdetto di primo grado. E non è detto che ci sarà mai un vero colpevole dato che forse il processo non si farà mai. Secondo molti le ombre delle torture della Cia contro i prigionieri avvenute prima dell’arrivo a Guantanamo potrebbe rendere confessioni e prove inammissibili e addirittura chiudersi con eventuali assoluzioni.

Le ultime ombre. La partita su quel giorno di settembre però non è ancora chiusa anche per un’altra ragione. Dopo 20 anni circa, ad esempio, sappiamo ancora molto poco del coinvolgimento dell’Arabia Saudita. Nei giorni scorsi Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per ordinare al dipartimento di Giustizia e altre agenzie federali di riesaminare i dossier sull’11 settembre e desecretare ciò che rimane entro sei mesi. Il boccone più ghiotto resta quello inerente all’operazione Encore dell’Fbi, l’inchiesta sulla possibile complicità di Riad negli attacchi. Secondo l’ex agente del Bureau Danny Gonzalez i contatti tra gli attentatori e uomini vicini ai sauditi erano chiari. E questo ci riporta all’inizio della nostra storia a Nawaf al-Hazmi e Khaled al-Mihdhar. Per Gonzalez i due avevano potuto godere dell’appoggio di una rete di impiegati sauditi che li avrebbero aiutati nelle prime fasi dell’inserimento nel Paese. Sempre secondo l’ex agente Fbi se il dossier dell’Encore fosse rivelato il popolo americano avrebbe molto da imparare e soprattutto cambierebbe la comprensione pubblica dell’11 settembre.

Un paese diviso. Forse nei prossimi mesi sapremo qualcosa di più su questo ramo e soprattutto sapremo se cambierà o meno la percezione dell’America. Intanto però oltre 70 milioni di americani sono nati dopo i fatti di New York e oggi gli Usa appaiono quanto mai diversi da allora. Smaltito il senso di unità nazionale dopo l’attacco negli anni la società americana è scivolata verso la polarizzazione. Il Paese ha mostrato una crescente divisione, accelerata dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. Oggi democratici e repubblicani sono sempre più lontani e con loro gli elettori. Lo choc dell’11 settembre e i disastri militari degli anni successivi hanno cambiato le prospettive interne degli Stati Uniti. Una parte del Paese ha virato verso l’isolazionismo, pensiamo ad esempio all’America rurale che sicurezza, riduzione dell’immigrazione e maggiore protezione dal mondo. Un’altro frammento dell’America, invece, ha scelto una prospettiva ancora più globale, in molte città, New York in testa, ha soffiato il vento liberal di apertura e maggiore integrazione delle minoranze. Di fatto spingendo queste due Americhe in direzioni opposte. In questo senso l’11 settembre è stato il catalizzatore perfetto per allargare la spaccatura del Paese. Paese che oggi, con il ritiro caotico dall’Afghanistan, si scopre ancora meno “eletto”, più vulnerabile. A tratti spaventato dalla potenza emergente cinese, una sensazione nuova per la superpotenza, anzi una sensazione sentita forse solo un’altra volta: alle 8:46 di una tiepida mattina di settembre.

11 settembre 2001: il terrore è ancora qui. Emanuel Pietrobon su Inside Over l'11 settembre 2021. Un giorno come oggi, ma del 2001, diciannove jihadisti appartenenti all’allora semisconosciuta e sottovalutata Al-Qāʿida portarono a compimento l’attentato terroristico più sanguinoso della storia dell’umanità e l’attacco sul suolo americano più granguignolesco dai tempi di Pearl Harbour. A partire da quell’infausto 11 settembre, così vicino eppure così lontano, le relazioni internazionali e la storia dell’Uomo sono cambiate per sempre. Perché quei quasi 3mila morti e 25mila feriti avrebbero dato il via al “secolo delle emergenze“, fungendo da pretesto per l’inaugurazione della Guerra al Terrore da parte dell’amministrazione Bush Jr e per la manifestazione progressiva dei suoi perniciosi effetti collaterali, in primis la sorveglianza di massa, le primavere arabe, le crisi dei rifugiati e lo sconvolgimento dell’Eurafrasia. Oggi, nel ventennale degli attentati dell’11 settembre e dell’alba della guerra infinita per antonomasia – infinita perché non si può finire una guerra contro un nemico incorporeo, appartenente all’etere delle Idee (e il Jihād globale è anzitutto un’idea) –, è il momento giusto per tentare di rispondere alla domanda delle domande: la Guerra al Terrore, che sembra aver fatto il suo tempo, ha raggiunto lo scopo per cui fu concepita? Il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan – lì dove tutto ebbe inizio – ed un insieme di eventi sembrano suggerire di no, ma altri ancora delineano uno scenario più complesso e sfuggevole alle letture superficiali e monodirezionali.

Jihad globale, un’idea a prova di proiettile. L’11 settembre è stato uno spartiacque, o meglio lo spartiacque. Perché quel giorno, che oggi gli americani commemorano con più costernazione che in passato, tutto è cambiato. Per sempre. Quel giorno è finita la transizione post-guerra fredda. Quel giorno ha avuto inizio, molto lentamente, l’entrata del mondo nell’epoca multipolare. E quel giorno sono crollati bruscamente due miti: quello di un momento unipolare eternizzabile in un nuovo secolo americano e quello della nazione invincibile. Otto trilioni di dollari, attività antiterroristiche in 85 Paesi e quasi un milione di morti in giro per il mondo non sono bastati, non sono stati sufficienti: il terrore, vent’anni dopo l’11 settembre, è ancora qui. E gode di ottima salute, perché è più visibile, tangibile, fertile e letale che mai. È vero: Osama bin Laden è morto ed Al-Qāʿida è l’ombra di ciò che fu, ma altri sceicchi del terrore e nuovi aspiranti califfati hanno fatto il loro ingresso nel frattempo, mostrando e dimostrando alle varie coalizioni dei volenterosi come le idee siano a prova di proiettile. Non (soltanto) coi cannoni, ma anche (e soprattutto) coi libri avrebbero dovuto combattere gli Stati Uniti e l’Europa la loro Guerra al Terrore. Perché il Jihād globale è anzitutto un’idea, nonché una reazione avversa ed un effetto collaterale dell’imposizione coercitiva della fine della storia al resto del mondo da parte dell’Occidente. Perché il Jihād globale è tutto meno che un progetto folle, insensato e privo di contenuto, essendo la materializzazione degli accattivanti parti mentali di geni incompresi e bistrattati – e fallacemente letti in modo occidentalo-centrico – come Sayyid Qutb e Abdullah Azzam. E perché le idee possono essere sconfitte soltanto da idee più potenti, ma mai dalla semplice forza bruta.

I numeri della guerra al terrore. Vent’anni e quasi un milione di morti dopo – ai quali si dovrebbero addizionare le vittime del terrorismo islamista (più di 160mila in tutto il mondo) e delle guerre civili etno-religiose che insanguinano l’Eurafrasia, dal Mozambico alla Birmania, passando per la Nigeria –, la guerra al terrore lanciata dai teologi del neoconservatorismo al servizio di George Bush Jr è stata terminata dai pragmatici idealisti di Joe Biden. I posteri giudicheranno in maniera ambivalente l’operato delle amministrazioni a stelle e strisce che si sono succedute dal 2000 ad oggi, ovverosia come un fallimento ed un successo al medesimo tempo. Un fallimento in termini di immagine, ma un successo in termini strategici. E per capire le ragioni di questa vittoria a metà – si badi bene che la sostanza conta più della forma – non si può che dare uno sguardo ai numeri e ai fatti, che, in quanto imparziali ed eloquentemente esplicativi, possono descrivere la realtà meglio delle parole: La guerra in Afghanistan è stata la più lunga della storia degli Stati Uniti – superiore alla somma dei due conflitti mondiali e dell’intervento in Vietnam –, la seconda più costosa di sempre – due trilioni di dollari, contro i poco più di quattro e mezzo della seconda guerra mondiale. La guerra in Afghanistan si è rivelata la più antieconomica e fallimentare in assoluto per gli Stati Uniti – una spesa media di 300 milioni di dollari al giorno, ogni giorno per vent’anni – considerando che l’esborso non è servito né ad annientare i talebani né ad innescare un processo di democratizzazione solido, endogeno ed autoalimentante. Gli attentati terroristici di stampo islamista in Europa e negli Stati Uniti sono triplicati dal primo decennio del Duemila alla scorsa decade; a livello mondiale, invece, nello stesso periodo di riferimento, sono sestuplicati. La guerra al terrore ha prodotto 38 milioni di sfollati e rifugiati – cioè l’equivalente della popolazione della Polonia. La guerra al terrore ha giocato un ruolo-chiave nell’aiutare l’internazionale del terrorismo islamista ad espandersi e a reclutare shahīd, cioè aspiranti martiri pronti a uccidere e ad essere uccisi per la causa del Jihād. Dal 2001 ad oggi, invero, sono cresciute sia le organizzazioni terroristiche – se ne contano quasi cento al momento – sia i loro eserciti – i soldati arruolati nelle sigle dell’estremismo sunnita sono quadruplicati.

Non è tutto come sembra. I numeri danno torto agli Stati Uniti, ma alcuni fatti ed eventi no. Sembrano suggerire, al contrario, che la guerra al terrore non sia stata una sconfitta totale; non per gli Stati Uniti, perlomeno, cioè per coloro che l’hanno lanciata e che, oggi, vent’anni dopo, la stanno gradualmente abbandonando e riponendo nel cassetto dei ricordi. Perché quei fatti ed eventi, che spiegano ciò che ai numeri non riesce, parlano di un’immagine volutamente sacrificata – gli Stati Uniti dovranno obbligatoriamente ripensare (o archiviare?) l’idea dell’esportazione della democrazia dopo aver ceduto l’Afghanistan ai talebani – per un fine superiore: la salvezza dell’Impero. Oggi come ieri, invero, la domanda retorica dell’Ultimo geopolitico – Zbigniew Brzezinski – è sempre valida: “cos’è più importante per la storia del mondo: i talebani o il collasso dell’impero sovietico?”. Una domanda che, attualizzata, andrebbe riformulata in questo modo: “cos’è più importante per la storia del mondo: i talebani o la lotta alla transizione multipolare?”. Una domanda alla quale analisi a caldo, letture superficiali e giudizi viziati da sentimenti, emozioni e ideologia non possono rispondere. Una domanda alla quale, però, rispondono i seguenti fatti: L’Iraq fatica ad incamminarsi verso la democrazia e la pace sociale, ma i veri obiettivi sono stati raggiunti: amputare le ali a tempo indefinito ad una potenza regionale storicamente invisa sia ad Israele sia alle petromonarchie wahhabite, abbattere un regime antiamericano (Saddam Hussein) e creare le fondamenta per un’anarchia produttiva duratura. La Siria è sopravvissuta alla guerra per procura portata avanti attraverso lo Stato Islamico, ma l’ordine assadiano è stato ferito gravemente ed incapacitato a minacciare concretamente gli interessi israeliani e statunitensi nella regione. Le primavere arabe hanno riscritto la geografia del potere nell’Africa settentrionale a favore degli Stati Uniti, con l’Egitto posto sotto il controllo ermetico del generale Abdel Fattah al-Sisi e la fu potente Libia ingabbiata in uno scenario simil-iraqeno nel dopo-Gheddafi – rivale numero uno della Casa Bianca nella regione e tra i principali nel mondo, perché storico patrocinatore del terrorismo islamista. L’ideologia del Jihād globale e l’antioccidentalismo dilagano ovunque nel mondo, oggi più che vent’anni or sono, ma il costo di ciò sta venendo pagato più dall’Europa che dagli Stati Uniti, la cui posizione isolata li protegge dalle crisi dei rifugiati provocate dalla guerra al terrore – contrariamente al Vecchio Continente, che li subisce in quanto prossimo ad Africa e Asia – e la cui composizione etno-religiosa è una garanzia contro il proliferare di radicalizzazione e società parallele – il jihadismo ha ucciso 119 americani dal dopo-11/9 al 2016, mentre la sola Francia è stata teatro di 130 morti il 13 novembre 2015. L’Afghanistan è stato ceduto ai talebani, la ritirata strategica concepita male ed attuata peggio, ma il vero scopo è stato ottenuto: passare la patata bollente all’asse Mosca-Pechino. Patata bollente perché non soltanto gli Stati Uniti affidano lo scettro di uno stato-chiave per gli equilibri dell’Eurasia ad una forza imprevedibile quali sono i talebani, ma lo lasciano in condizioni simili al 2001: instabilità, pericolosità e indomabilità. Condizioni che, sperano gli strateghi al servizio dell’amministrazione Biden, possano trasformare l’Afghanistan in un pantano ingestibile e tremendamente antieconomico per Cina, Russia e Iran (e tutti gli altri rivali). Vent’anni, otto trilioni di dollari e quasi un milione di morti dopo, la guerra al terrore sembra essere più un ricordo che una realtà. Ricordo di un passato tanto vicino quanto lontano, visibile ma sbiadito allo stesso tempo. Ricordo di morte, certamente, perché inestricabilmente legato agli attentati dell’11 settembre, ma anche di speranza – la speranza di un futuro più sicuro e migliore. Vent’anni, otto trilioni di dollari e quasi un milione di morti dopo, il terrore è ancora qui. La verità è che non se n’è mai andato, neanche per un momento. Ma il vero obiettivo, del resto, non era mai stato il suo annientamento: era l’utilizzo del terrore come pretesto per eliminare dei rivali di lunga data e trasporre in realtà la strategia brzezinskiana dello sfruttamento degli archi di crisi. Il popolo americano, oggi, commemora con uno sconforto senza precedenti questo anniversario, macchiato indelebilmente dal ritiro dall’Afghanistan, ma un giorno capirà le ragioni estremamente pragmatiche di Biden: il ricordo dell’11/9 e la guerra al terrore hanno esaurito la loro funzione storica, corrispondente alla messa in sicurezza della regione Medio Oriente e Nord Africa, ed era giunto il momento di prenderne atto, di guardare oltre, di pensare al presente. In questo presente, che appartiene a Biden come al resto dell’élite, non c’è (più) spazio per le guerre infinite al terrore senza volto degli shahid, c’è spazio soltanto per avversari corporei e territoriali – dunque battibili –, e realmente pericolosi per lo status quo – ed il terrorismo non lo è. Avversari come la Cina, la superpotenza in divenire che, alla ricerca di rivalsa per il secolo delle umiliazioni, vorrebbe riscrivere ex novo l’architettura internazionale decisa dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e traghettare il mondo verso l’era multipolare. 

"Oh my God!". E New York si scoprì la città dei fantasmi. Carlo Piano l'11 Settembre 2021 su Il Giornale. Così il Giornale raccontò l'attacco alle Twin Towers: "Due aerei in 18 minuti, poi il caos. E urlano tutti". New York - Nelle strade di New York ieri la gente non camminava con il solito passo frettoloso e distratto di chi deve correre in ufficio, di chi non ha tempo da perdere. Non camminavano proprio. Erano tutti fermi, chi seduto in terra, chi sul tetto delle auto immobilizzate nel traffico, chi riusciva a sorreggersi in piedi con lo sguardo perso e un pallore cadaverico sul viso. Come fantasmi fissavano ammutoliti l'apocalittico sudario di fuoco, polvere e macerie che avvolgeva l'intero downtown, quello che era il cuore pulsante dollari della Grande Mela. Dove svettavano le torri di 110 piani del World Trade Center ora c'è soltanto un cielo grigio e fumoso, i due giganteschi grattacieli in vetro e acciaio, alti 450 metri e che ospitavano 350 aziende dove lavoravano 50mila persone, sono spariti per sempre, crollati in un attacco terroristico che mai prima d'ora era stato osato. (...) Quando è avvenuto il primo schianto i visitatori erano già in fila per comprare i biglietti e salire, dopo una corsa a perdifiato sui velocissimi ascensori, sul tetto del mondo. C'erano uffici governativi e finanziari. La sola Morgan Stanley possedeva 50 piani. Migliaia di vittime sicuramente, forse decine di migliaia, il conto si farà nelle prossime ore dopo che il sindaco Rudolph Giuliani ha ordinato che tutta la parte bassa di Manhattan venga evacuata per consentire ai soccorritori di lavorare. (...) Quante vittime? «Il bilancio sarà più grave di quanto potete immaginare, ma ora dobbiamo pensare a chi è ancora vivo. Vi invito a mantenere, per quanto possibile, la calma e a restare a casa», ha detto il primo cittadino di New York in un appello televisivo. «Là sotto ci sono tantissimi corpi sepolti. Sentiamo grida e invocazioni d'aiuto che provengono dalle macerie - spiega Mike Smith, capo di una delle squadre dei vigili del fuoco -. Qui urlano tutti, corrono come impazziti cercando gli amici, i parenti, anche i miei colleghi e i poliziotti si aggirano sgomenti senza sapere bene cosa fare. Supponiamo che in ognuno dei palazzi ci potessero essere al momento del primo impatto circa 10mila persone». Restano le cartoline delle Torri Gemelle esposte nei botteghini dei giornalai e la gente che piange abbracciandosi, gente che non si era mai conosciuta prima. Si incontrano per strada e si stringono l'uno all'altro, spesso senza dirsi neppure una sillaba. Oppure esclamando «my God». Sì, mio Dio era la parola che si leggeva ieri sulle labbra dei newyorkesi. (...) Ma il nuvolone grigio, che lentamente sta diradandosi, lascia davvero poche speranze, ne escono uomini bianchi di polvere che piangono come bambini, ogni ora che passa ne escono sempre meno. «Ho sentito un boato tremendo - racconta Serena Mays che quando i due aeroplani hanno centrato i grattacieli stava lavorando sul Williamsburg Bridge - poi ho visto persone che si lanciavano dalle finestre e precipitavano. Saltavano nel vuoto da ovunque, sembravano burattini disarticolati». Sono le 8.45 quando il primo aereo, un Boeing 767 dell'American Airlines partito da Boston e diretto a Los Angeles con a bordo 92 persone, si schianta contro la torre nord del World Trade Center ed esplode.(...) Diciotto minuti dopo alle 9.03 un secondo Boeing 757 di linea della America Airlines con a bordo 64 passeggeri, decollato da Washington per Los Angeles, centra l'altra torre. «Ho sentito uno strano rumore e allora mi sono affacciato alla finestra - ricorda Luigi Ribaudo, impiegato nel vicino quartiere di Tribeca - ho visto che quel frastuono veniva da un grosso aereo con due reattori che stava volando troppo basso. Un attimo dopo si è infilato in una torre e l'ha fatta esplodere dall'interno. E adesso il World Trade Center non c'è più, non ci posso credere». (...) Alle 10.07 crolla il primo grattacielo mentre le telecamere stanno trasmettendo in diretta in tutto il mondo e mentre lo stanno ancora evacuando, «questo è il più terribile attacco agli Stati Uniti dopo Pearl Harbor» grida nel microfono il giornalista della Nbc Tom Brokaw. La gente si riversa in strada. Venti minuti dopo tocca al secondo accasciarsi un piano sull'altro. (...) Le schegge di vetro e di metallo sono arrivate fino a Brooklyn attraversando la baia dell'Hudson River e la polvere ha ricoperto con uno spesso strato fuligginoso mezza Manhattan. (...) «Si tratta del più audace attacco terroristico di tutti i tempi. Richiede operazioni logistiche che solo pochissimi al mondo sono in grado di eseguire. Il primo nome della lista è quello di Osama Bin Laden», spiega alla televisione Chris Yates, esperto di aviazione del Jane' s Transport Magazine di Londra. I newyorkesi si assiepano davanti ai megaschermi di Times Square che trasmettono a ritmo continuo le immagini della tragedia, che immortalano impietose le maschere dei sopravvissuti, i feriti ammassati nei prontosoccorsi, i parenti che chiedono disperatamente notizie dei propri cari. «Dov' è Michael? Dov' è Michael? L'ho sentito stamattina quando c'è stata l'esplosione. Ma adesso dov' è Michael?», domanda una donna ai poliziotti troppo indaffarati per ascoltarla. (pubblicato sul «Giornale» del 12 settembre 2001)

American Caporetto. Il film dei 20 anni dall'inferno di Kabul. Fausto Biloslavo l'11 Settembre 2021 su Il Giornale. L'operazione Usa, il sacrificio dei soldati e infine il ritorno della sharia. Come un tragico gioco dell'oca. Kabul (Afghanistan) «Lunga vita alla democrazia» urla una donna di Kabul, che protesta in piazza contro il ritorno al passato del nuovo Emirato islamico. La coraggiosa manifestazione è stata dispersa dalle fucilate dei talebani. Vent' anni dopo l'11 settembre, in Afghanistan siamo tornati alla casella di partenza, come un tragico gioco dell'oca. Nel 2001 agli americani non bastava liberare Kabul dai talebani del primo Emirato, ma volevano esportare la democrazia come se fosse un televisore o un frigorifero che funziona se lo attacchi alla corrente. Il risultato è che ora sono tornati al potere i talebani, facilitati da un frettoloso ritiro e dalla smobilitazione dello Zio Sam, stufo dell'Afghanistan, che ha trasformato «Kabul addio» in un disastro. Una Caporetto con nessun Piave all'orizzonte per ribaltare la situazione. Il primo a prevedere l'11 settembre fu il leggendario Ahmad Shah Massoud che aveva combattuto tutta la vita contro i sovietici ed i talebani del primo Emirato islamico. «Al Qaida ha le sue basi in Afghanistan. I terroristi arriveranno nelle vostre città» mi diceva in un'intervista nel 1998 il leggendario «leone del Panjsher». Non ha fatto in tempo a vedere l'attacco alle Torri gemelle. Due jihadisti di Al Qaida camuffati da giornalisti l'hanno fatto saltare in aria il 9 settembre per far fuori una spina nel fianco. Massoud è la prima vittima dell'attacco all'America. Suo figlio Ahmad ha raccolto il testimone del padre cercando di guidare la resistenza alla travolgente avanzata dei nuovi talebani, ma il Panjsher, la valle invitta, è stata sconfitta con l'aiuto dei droni pachistani. A parte gli ultimi combattenti che non demordono nascosti nelle grotte o nelle gole dell'Hindu Kush. Come ai tempi dell'invasione sovietica di Budapest, «l'Occidente è rimasto a guardare sull'orlo della fossa seduto», abbandonando l'erede di Massoud. I soldati italiani hanno versato sangue e sudore in Afghanistan con 54 caduti e 730 feriti, 150 gravissimi. Nei momenti delle battaglie più dure del 2008 il sergente della Folgore, Stefano Taggiasco, non aveva dubbi: «Dopo l'11 settembre questa è una battaglia fondamentale per l'Occidente. Se poi gli afghani abbracciano la democrazia bene, ma non dimentichiamo che in questo deserto corre la prima linea di difesa del nostro mondo». I suoi uomini saltavano in aria sulle trappole esplosive talebane e combattevano ogni giorno. Il sergente di ferro li incitava a non mollare: «Questa sabbia è la stessa da El Alamein a Bala Baluk», uno sperduto avamposto italiano, sempre sotto attacco, nella provincia di Farah. La guerra l'abbiamo persa, per non parlare dell'illusione di esportare la democrazia. Oggi a Kabul il ministro della Difesa è Mohammad Yaqoob, figlio del mullah Omar, il fondatore guercio dei talebani. Il ministro dell'Interno è Sirajuddin Haqqani, capo della rete del terrore specializzata in attacchi suicidi, che ha sempre avuto ottimi rapporti con Al Qaida. Per di più è ricercato dall'Fbi con una taglia sulla testa di 5 milioni di dollari. È come se ai tempi delle Brigate rosse alla guida del Viminale ci fosse stato Renato Curcio. Al Qaida rinascerà sotto l'ala protettiva del nuovo Emirato, che sorge attorno alla fatidica data dell'11 settembre. Non solo una tragica beffa, ma un potente volano di propaganda che resuscita o alimenta le forze jihadiste del pianeta. Tutti si chiedono come sia stato possibile il crollo così disastroso delle forze di sicurezza afghane e del governo appoggiati e finanziati dal 2001 della Nato. Qualche anno fa un comandante talebano mi spiegava che noi occidentali abbiamo «l'orologio e stabilite che quest' anno mettete in piedi un esercito, l'anno dopo la polizia e così via. Noi abbiamo il tempo e prima o dopo vi sconfiggeremo». Non solo così è stato, ma l'epopea talebana parte da lontano, da un lungo conflitto iniziato oltre 40 anni fa, quando l'Armata rossa invase l'Afghanistan. «Mio padre è shaid (martire) della guerra santa contro i russi. Io sono nato talebano e ho raccolto il testimone combattendo contro gli americani. Allora come oggi abbiamo vinto», spiega il comandante Mohammed Sharif Amadi offrendomi un pranzo di pane e ceci seduti a terra con le gambe incrociate. Dai russi agli americani, l'Afghanistan è sempre stato la tomba degli imperi. Dopo l'attacco alle Torri gemelle, il 13 novembre 2001, i mujaheddin appoggiati dai B 52 americani fecero un grande regalo liberando Kabul dal primo Emirato il giorno del mio quarantesimo compleanno. In poche ore i bambini tornarono a far volare gli aquiloni, proibiti dai talebani, nel cielo limpido della capitale afghana. Oggi, dopo vent' anni di Occidente, i negozi di capi femminili alla moda a Kabul sono chiusi ed i centri di bellezza ancora aperti hanno dovuto dipingere di nero l'ingresso oscurando i volti attraenti delle donne. Un barbiere vicino al parco di Shahr-e Naw si lamenta che «i clienti sono drasticamente diminuiti perché i talebani dicono che bisogna farsi crescere la barba». E agli angoli delle strade gli ambulanti vendono le bandiere bianche con la professione di fede musulmana in nero, vessillo del nuovo Emirato.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, f 

Il Duemila era il futuro, è diventato una ragnatela di sfiducia. E la paura ha intaccato anche la politica. Vittorio Macioce l'11 Settembre 2021 su Il Giornale. Il Duemila era il futuro, è diventato una ragnatela di sfiducia. E la paura ha intaccato anche la politica. Non riesci neppure a contarli i giorni. Davvero è passato tutto questo tempo? Venti anni e quasi non ci credi. Nessuno può essere lo stesso di allora. Le immagini che restano lì per sempre, come un attimo di apocalisse, con il primo aereo che decapita la torre nord e non sai che cosa stia accadendo, se quello che vedi è reale o solo una strana finzione che si ripete in tutti gli schermi del mondo e poi ancora, con solo il tempo di stupirti, l'United Airlines 175 che trancia poco più su della base la torre sud e allora sai che non è un gioco, ma qualcosa di terribile, mai visto, sta accadendo, con il fumo che oscura Manhattan e i corpi che piovono giù come manichini e le Twin Towers che in un'ora e 42 minuti si sfarinano e vanno giù come due cerini carbonizzati. Resterà uno spazio vuoto come luogo della memoria e i nomi delle 2977 vittime. L'11 settembre 2001 è la data che cambia la storia. L'America non si è mai sentita così fragile. È di fatto la fine dell'impero a stelle e strisce. Gli Stati Uniti si ritirano in se stessi, riportando la bandiera a casa. È l'immagine che ci lascia uno scrittore visionario come David Foster Wallace, che racconta la tragedia vista dalla periferia, da una cittadina del Midwest. «Tutti hanno esposto la bandiera. Case, negozi. Bandierone, bandierine, bandiere delle normali dimensioni di una bandiera. Un sacco di case da queste parti hanno quelle speciali aste inclinate accanto alla porta d'ingresso, di quelle che per fissare il supporto servono quattro viti belle grosse. E migliaia di quelle bandierine-su-bastoncini che si vedono in mano alla gente durante le parate: in certi giardini se ne contano a decine, dappertutto, come se fossero spuntate durante la notte. Quelli che vivono sulle strade di campagna attaccano le bandiere alle cassette della posta sul bordo della carreggiata. Certe macchine le portano infilate nella griglia del radiatore o attaccate all'antenna con lo scotch. Certi raffinati hanno veri e propri pali per l'alzabandiera; le loro bandiere pendono a mezz' asta. Parecchie ville intorno a Franklin Park o alla periferia est hanno enormi bandiere multipiano che scendono a mo' di gonfalone per tutta la facciata». L'America si ritira e quello che resta è un mondo senza pace. È così che la paura entra come un rumore bianco nella vita quotidiana della civiltà occidentale. Rudy Giuliani, allora sindaco di New York, racconta il momento in cui quel sentirsi inerme si è insinuata nella mente di ognuno di noi e non se ne è più andata. «Sentii che qualcuno mi afferrava e mi trascinava via, obbligandomi a correre come si fa con gli animali o i cavalli: andiamo via. Avremo corso per circa un terzo di isolato, e io non sapevo nemmeno cosa stesse succedendo. Mentre mi trascinava via gli dissi di fermarsi. Ci girammo e vidi un'immensa nube salire dal cratere. Sembrava davvero un attacco nucleare». La paura, la paura cambia tutto, spazza via il Novecento e ti porta a sentire l'altro, il prossimo, come un'insidia. Tutto ciò che non conosci è una minaccia. L'unica salvezza è il controllo, capillare, profondo, rabdomantico, giustificato. Il Duemila doveva essere il futuro e invece ci ha stretto in una ragnatela di sfiducia. L'unica preoccupazione è non lasciarsi sorprendere dall'inatteso. Il controllo si prende il centro della scena. La politica promette sicurezza ed è quello che alla fine tutti pretendono. La sicurezza come valore fondante, non solo nei confronti di un nemico più o meno invisibile, ma sicurezza verso ogni minaccia che può arrivare dal solo fatto di essere vivi. È la garanzia, chiesta allo Stato, di raggiungere il rischio zero, quasi a sfidare la certezza della morte. La sicurezza che finisce per mettere fuori legge l'imprevisto della vita. La sicurezza come tempo sospeso dove nulla deve mutare. È il sogno disumano della fine della storia. Ci sono le premesse per la distopia di Aldous Huxley. È quello che vede il filosofo pop Bernard-Henri Lévy. «Siamo in un nuovo mondo. Ricordo, non senza una certa nostalgia, quello antico in cui si poteva andare all'aeroporto all'ultimo minuto, beffarsi delle religioni senza rischiare la vita, fare la spesa in un magazzino kasher o, volendo, celebrare una messa in chiesa, entrare in un luogo pubblico senza perquisizione della borsa». È che tutto questo ha un prezzo e non è basso. La sicurezza si paga con una moneta sacra. Si paga con la libertà. I diritti individuali diventano così sacrificabili, per scacciare dagli altri l'incertezza. La tua libertà finisce dove comincia la paura degli altri. È così che si sposta un po' più in là l'architrave della civiltà occidentale. Non è più inalienabile. Non ti appartiene. È in prestito.

La paura corrode anche la democrazia. Se non ti fidi dell'altro non gli riconosci neppure le idee non codificate. Non c'è più spazio per i cani sciolti, ma il diritto di parola è concesso solo al potere o alle masse battezzate come popolo, e non importa se sono solo una minoranza chiassosa e virtuale. La realtà è fuggita, lasciando spazio ai social, dove il prossimo non ha carne e ossa. È umanità scarnificata e disossata. Vittorio Macioce 

La rivincita Usa che diventò un autogol: armare Osama per vendicarsi dei sovietici. Paolo Guzzanti l'11 Settembre 2021 su Il Giornale. Tutto era cominciato molto prima. L'inizio della storia che ricordiamo perché accadde l'undici settembre 2001, va cercato in quel che era successo un altro ventennio prima, quando i sovietici invasero l'Afghanistan. Fu una catena di eventi che tendiamo a dimenticare anche perché comincia ad essere anziana la generazione che ricorda l'invasione sovietica del 1979. L'Urss di Leonid Breznev decise di entrare con le sue armate corazzate nel confinante Afghanistan su cui intendeva mantenere il controllo, sentendosi minacciata dall'incipiente rivoluzione islamica. In quello stesso anno lo Scià di Persia era stato defenestrato e in Iran si era instaurato il regime dell'Ayatollah Khomeini e noi occidentali ancora non riuscivamo a distinguere sciiti e sunniti. Quando le truppe sovietiche dilagarono in Afghanistan, in America si fece strada un'idea che poi risultò pericolosissima anche se vincente: rendere pan per focaccia ai sovietici per la loro strategia anti-Usa durante la guerra del Vietnam che si era conclusa nel 1974. I sovietici avevano sostenuto con i cinesi l'esercito regolare del Vietnam del Nord e i guerriglieri del Sud, portando gli americani ad una amara sconfitta. Adesso le parti si erano rovesciate: gli americani aiutavano potentemente gli afghani a resistere contro i sovietici portando loro armi modernissime e micidiali come il lanciamissili a spalla Stinger, capaci di abbattere elicotteri ed aerei. I sovietici subirono una disfatta terribile con più di cinquantamila morti e gli afgani festeggiarono la vittoria attribuendola soltanto alla propria superiorità morale di combattenti senza paura di morire. Fra quei combattenti c'era anche un ricchissimo imprenditore edile arabo saudita, Osama bin Laden, rampollo di una famiglia con molte attività negli Stati Uniti. Osama aveva portato in Afghanistan i suoi macchinari edili per costruire tunnel, mura, difese efficaci ed aveva maturato una avversione radicale contro gli americani che avevano posto basi militari in Arabia Saudita, il suo Paese, per proteggerlo dalle mire irachene e dai nuovi fondamentalismi. Osama era stato indicato come uno degli ispiratori del primo grave attentato al World Trade Center nel 1993: un ordigno nei garage del complesso avrebbe dovuto far crollare entrambe le Torri. Un lavoro di ingegneria distruttiva andato male, ma da cui tutto il mondo aveva già imparato che quel centro di commercio mondiale erano stati assunti come simboli del capitalismo degli stessi Stati Uniti e dell'intero mondo occidentale. I servizi segreti americani cedevano poco al ruolo di leader di Osama finché non fu troppo tardi. Il ricco saudita prima di andare in Afghanistan aveva avuto un ruolo in Sudan dove aveva formato un primo nucleo di combattenti islamici. Ed era stato lui ad organizzare le brigate internazionali islamiche che accorsero da tutto il mondo per combattere in Afghanistan. Tecnicamente, Osama bin Laden e gli americani erano stati dunque alleati durante la guerriglia antisovietica, ma l'imprenditore saudita che aveva spesso concluso contratti in America era rimasto sconvolto quando il suo Paese aveva chiesto e accolto un contingente americano sul suolo patrio, meta dei pellegrinaggi islamici da tutto il mondo. Osama, dopo aver espulso i sovietici, voleva impedire agli americani di cantare vittoria nel suo mondo. Per farlo, decise di recapitare agli americani il più potente messaggio che fosse in grado di ristabilire le distanze e costituire allo stesso tempo una dichiarazione di guerra santa jihad permanente. Tutti ricordano le immagini e quelle sono indelebili e sempre visibili. Io di quella giornata e delle tante successive ricordo il sapore dell'aria che dopo un mese era piena di un pulviscolo duro e marcio che conteneva atomi di macerie di cemento e ossa umane, carburante e combustione di corpi. Tutti ricordiamo l'eroico Rudolph Giuliani, sindaco di New York, sempre nella polvere aiutando e sostenendo insieme ai giganteschi vigili del fuoco di New York, che poi scoprimmo essere quasi tutti di origine italiana. A Ground Zero per mesi mettevano foto e biglietti: avete visto la mia bambina? Avete visto i miei genitori? Qualcuno ha notizie di questa donna? Oggi in quel luogo c'è un nuovo grattacielo leggero e svettante con un ascensore che mentre si sale permette di vedere proiettata su uno schermo virtuale la storia in progress di New York e la storia dell'homo faber occidentale che l'ha creata come monumento all'intelligenza laboriosa, all'arte, al rispetto umano. Bin Laden, vecchio e malato, barricato nel suo compound, fu fatto trucidare senza processo dal presidente Obama, che mandò una squadra di esecutori venuti a ucciderlo. Aveva accanto un Kalashnikov che non fece in tempo a impugnare e morì così, senza combattimento e senza gloria. Il suo corpo fu ridotto in cenere e le ceneri vennero disperse in mare dagli americani per impedire pellegrinaggi e qualsiasi tipo di speculazione. Come testimone, posso dire che tutta la numerosa popolazione araba musulmana americana e in particolare di New York fu assolutamente solidale con la nuova patria: ogni casa e ogni moschea ce ne sono più di cento fra l'aeroporto JFK e la città - aveva una bandiera americana a mezz' asta e il presidente Bush subito dopo l'attentato andò nei luoghi di culto islamico per rassicurare i suoi concittadini che l'America sapeva distinguere e non si sarebbe lanciata in una crociata. Poi però la guerra afghana fu anche una crociata, finita nel peggiore dei modi, come abbiamo visti in questi giorni. Paolo Guzzanti 

Lo spartiacque che cambiò l'America. Intervista a Massimo Teodori: “Le Torri Gemelle bruciavano e fu chiaro: la Storia non era finita”. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista l'11 Settembre 2021. «L’attacco dell’11 settembre 2001 ha segnato uno storico spartiacque per l’America, quindi per il mondo intero, come lo erano state altre date simbolo del Novecento: Sarajevo nel 1914 con l’esaurirsi della Belle Epoque, la Bomba atomica nel 1945 con la sanzione dell’egemonia americana tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, e la caduta del Muro nel 1989 quando finì il comunismo internazionale di stampo sovietico e non si parlò più del mondo bipolare che aveva dominato per mezzo secolo. Un nuovo attore irruppe sulla scena mondiale, il terrorismo islamista». Ad affermarlo è Massimo Teodori, professore di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti. Tra i suoi libri sull’America, ricordiamo: Ossessioni americane. Storia del lato oscuro degli Stati Uniti (Marsilio, 2017); Obama il grande (Marsilio, 2016); Storia degli Stati Uniti e il sistema politico americano (Mondadori, 2004) e, dal 20 maggio in libreria, Il genio americano. Sconfiggere Trump e la pandemia globale (Rubettino, 2020).

Undici Settembre 2001. L’America scopre di essere vulnerabile a casa sua. Le Torri Gemelle, il Pentagono. Professor Teodori, cosa cambia in quel momento per gli Stati Uniti?

Dal punto di vista della politica estera, cambia il fatto che da una situazione in cui si ritenevano l’unica potenza internazionale, devono prendere atto che c’è un nuovo attore globale che è il terrorismo islamista, con caratteristiche nuove rispetto agli scontri frontali a cui gli Stati Uniti erano abituati fino ad allora, prima con la Seconda guerra mondiale e soprattutto con il blocco sovietico-comunista. Quel che accadde l’11 Settembre 2001 comportò una revisione delle priorità in politica estera e anche della mentalità rispetto alla scena internazionale, nel senso che quell’avversario era qualcosa di impalpabile che poteva pesare anche all’interno degli Stati Uniti, cosa del tutto nuova nella storia americana. Per altri versi, soprattutto attraverso i circoli neocon allora dominanti attorno a George W. Bush, fu fomentata la paura che il nemico era non solo alle porte ma era addirittura penetrato dentro la società americana. Qualche anno dopo, con la presidenza di Donald Trump, sarà emesso un decreto che vieterà l’ingresso negli Stati Uniti ai musulmani provenienti da 6 Paesi, un fatto assolutamente nuovo nella politica immigratoria degli Stati Uniti che è stata sempre aperta, salvo i problemi delle quote che nel corso del tempo sono variate. Quella legge di Trump ha la sua radice nel pensiero del circolo dei neo conservatori, quello che mise in campo le strategie delle campagne militari in Afghanistan nello stesso 2001 e nel 2003 in Iraq, conclusesi entrambe, subito quella dell’Iraq e adesso quella dell’Afghanistan, in maniera disastrosa per l’immagine e il potere degli Stati Uniti nel mondo. L’11 settembre rese evidente che quel terrorismo era divenuto un protagonista della politica mondiale, un’inedita potenza senza territorio, eserciti riconoscibili, e regole militari. Il mondo che si immaginava pacificato, in realtà non lo era affatto: una nuova sfida, potente e inafferrabile, incombeva non solo sull’Occidente ma ovunque. Avevano assunto una forma nuova i conflitti ideologici sotto la specie religioso-integralista, e quelli politico-militari tra Est e Ovest che avevano di mira l’egemonia nel mondo musulmano. La “Storia non era finita”, come aveva sostenuto, con un titolo a effetto, un noto politologo americano.

Vent’anni fa sull’onda degli attacchi alle Torri Gemelle iniziò l’operazione militare in Afghanistan come guerra al terrorismo qaedista. Ma su quell’idea s’innestarono poi altre narrazioni, come l’esportazione della democrazia e del modello occidentale. Guardando alla storia di questi vent’anni, è corretto parlare di un fallimento culturale e non solo politico-militare?

Quello politico-militare è il fallimento di una determinata politica, quella che allora impostarono i neocon. I neocon che avevano a quel tempo loro esponenti come ministro della Difesa e Vice presidente degli Stati Uniti. Molti di quelli che facevano parte di quel circolo provenivano niente meno che dalla sinistra trotzkista, cioè dalle fila di chi riteneva che il mondo potesse essere dominato da una minoranza che usava la forza per imporre le proprie idee. Questo particolare, che non è stato sottolineato se non allora, è molto rilevante proprio perché la mentalità dell’esportazione della democrazia, che faceva il paio con l’esportazione della rivoluzione che non c’era più, s’intrecciava con i concreti interessi di carattere economico, industriale, di alcuni dei membri del governo Bush, soprattutto nel settore militare e nel petrolio.

Vent’anni fa fu un “nuovo inizio” per l’America. Quali ne furono i tratti peculiari?

Vent’anni fa cominciava a cambiare anche l’idea che molti americani avevano di sé, inducendoli a rivedere la teoria secondo cui la storia aveva assegnato alla nazione americana una speciale missione nel mondo. Il nemico non era più il comunismo ma il terrorismo sotto specie islamista: non ci si doveva difendere più con i rifugi atomici sotto le villette suburbane, ma occorreva andare a caccia, in America e nel mondo, dei terroristi islamici che avevano osato entrare in America. Il presidente Bush Jr. fu convinto dai neoconservatori ad inviare i marines in Afghanistan e Iraq, nell’illusione di sradicare il terrorismo ma con l’effetto opposto di accendere nuovi fuochi; Barack Obama, con un’ottica opposta a quella del suo predecessore, iniziò il ritiro militare da alcuni scacchieri geo-strategici, così indebolendo la realtà dell’America come garante della sicurezza e coltivando l’illusione del dialogo con gli islamici moderati tentato all’Università del Cairo; e Donald Trump, esaltato dallo slogan “America First”, pensò che con gli accordi di Doha dell’ultimo anno avesse chiuso in Afghanistan la partita con i talebani, senza curarsi di avere posto le premesse del precipizio di questi giorni. Infine l’incolpevole Joe Biden, dopo avere dichiarato di voler tornare al multilateralismo, ha preso da solo l’avventata decisione del ritiro da Kabul, sostenuta dalla maggioranza dei cittadini, e confidando in quell’esercito locale che tutti i presidenti americani avevano lautamente ma inutilmente sovvenzionato.

Vent’anni dopo, alla luce del ritiro americano dall’Afghanistan, molto si è ironizzato sullo slogan che ha caratterizzato la campagna presidenziale di Joe Biden: “America’s back”. C’è chi l’ha trasformato in “America’s back home”. Guardando soprattutto all’Europa, tra quelli che hanno letto questo ritiro in termini di “resa”, tradimento etc. dell’America, ci sono gli stessi che in passato firmavano appelli infuocati contro l’America “Gendarme del mondo”.

C’è sempre stata presso gli europei un’alternanza di anti americanismo che di volta in volta si è espresso nell’accusa contro l’America “Gendarme del mondo”, ovvero contro l’America che rifiutava di proteggere nazioni e popoli contro i totalitarismi. Questo è un atteggiamento tipico degli europei, forse dettato da un complesso d’inferiorità verso gli Stati Uniti, che è andato avanti fin dalla Seconda guerra mondiale, cioè fin da quando l’egemonia degli Usa ha preso il posto dell’egemonia dell’Europa. Questo è il punto fondamentale. Gli europei, a sinistra come a destra, si sono rivoltati, con atteggiamenti che io chiamo “carsici”, anti americani. Carsici perché vanno e vengono, e risorgono di volta in volta. Quello che però io vorrei sottolineare, è un elemento nuovo, che si determina con le ultime tre presidenze Usa, quella di Obama, poi quella di Trump e ora quella di Biden..,

Qual è questo elemento di novità, professor Teodori?

È il fatto che la società americana non sopporta più le guerre all’estero. Non sopporta più di mandare i propri figli a morire non si sa dove e perché. Cosicché c’è stata una trasformazione anche degli eserciti americani. Nel senso che man mano gli eserciti americani sono diventati sempre più degli eserciti “a contratto” più che eserciti di americani come erano stati nella Seconda guerra mondiale, e poi anche nell’impresa della Corea e in parte fino al Vietnam. D’allora in poi gli americani non vogliono più andare all’estero a combattere. Questo ha influito notevolmente sull’atteggiamento di Obama, che ha iniziato il ritiro da alcuni scacchieri internazionali, proseguito in maniera decisa con Trump e il suo “America first”, riprendendo nella maniera peggiore una vecchia tradizione isolazionista, e adesso con Biden, il quale ha detto: meglio andare via di corsa, succeda quel che succeda, che continuare a stare lì e mandare uomini, risorse militari e spese per il contribuente americano.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Da Al Qaeda all'Isis fino ai "tale-buoni". Evoluzione del terrore. Gian Micalessin l'11 Settembre 2021 su Il Giornale. Kabul (Afghanistan) Quasi tremila morti negli attentati dell'11 settembre. Altri 193 alla stazione di Madrid l'11 marzo 2004. Cinquantasei, nel luglio di un anno dopo, dentro la metrò di Londra. E poi la strage di Parigi del novembre 2015 con i suoi 137 corpi straziati. Per non parlare di quelli maciullati dai camion utilizzati, nel luglio 2016, per far strage sulla Promenade d'Anglais di Nizza e - a dicembre dello stesso anno - tra i mercatini di Natale di Berlino. Fino alla decapitazione, lo scorso 28 ottobre, di tre innocenti nella basilica di Nizza, seguita, sei giorni dopo, dall'azione di un «lupo solitario» dell'Isis che a Vienna riduce in fin di vita quattro passanti. Sono solo alcuni dei massacri messi a segno dopo l'11 settembre dal terrore fondamentalista. Ma siamo sicuri sia finita? Non illudiamoci. L'addio all'Afghanistan e il modo in cui abbiamo abbandonato gli afghani non sarà indolore. La storia ce l'ha insegnato. Il terrorismo oltre ad essere l'espressione di un'articolazione violenta e fanatica dell'Islam è anche la conseguenza dei nostri errori. Al Qaeda nacque in quell'Afghanistan dove Zbigniew Brzezinski, Segretario di stato dell'era Carter, puntava a logorare l'impero Sovietico armando i mujaheddin e aiutando le legioni di militanti islamisti che, sotto guidati da Arabia Saudita e Pakistan, correvano a combattere l'Armata Rossa. Al Qaida, nella versione originale, inaugurata nei primi anni 80 da Osama bin Laden, è un'agenzia di viaggi incaricata di convogliare in Afghanistan gli apprendisti combattenti provenienti da tutto il mondo islamico. Analogamente il terrorismo dello Stato Islamico, con cui ci misuriamo dal 2014 è la conseguenza degli errori inanellati prima in Iraq, poi in Siria e, infine, in Libia. Quando, nella primavera 2003, gli Usa e le forze della coalizione abbattono il regime di Saddam Hussein i vertici dell'esercito sconfitto e la classe dirigente irachena attendono soltanto di mettersi agli ordini di Washington e ricostruire il Paese. Ma gli americani, oltre a rifiutarne la collaborazione, sciolgono l'esercito mettendo sul lastrico 500mila famiglie. Non contenti mettono al bando tutta la classe dirigente legata al partito Bath. Militari ed ex apparato bathista si trasformano così in una formidabile base di consenso per un'insurrezione islamista ferocemente anti occidentale. Proprio sfruttando quel malcontento il terrore jihadista, sconfitto in Afghanistan, rinasce in Iraq e avvia quella metamorfosi che porta molti militanti ad abbandonare Al Qaida per il nascente Stato Islamico. La prima manifestazione di quella metamorfosi è la decapitazione, nel maggio 2004, di Nick Berg, un 26enne americano rapito dalla cellula alqaidista di Abu Musab Al Zarqawi. Quelle immagini atroci postate su internet segnano la nascita di una nuova forma di terrore capace di sfruttare la dimensione virtuale della rete sia per diffondere paura e sgomento, sia per raccogliere nuovi adepti. Ai prolissi proclami di bin Laden si sostituiscono così immagini e slogan capaci di farci rabbrividire e trasferire la sensazione d'impotenza direttamente nelle nostre case. Uno sgomento che diventa ammirazione tra gli ex-sostenitori di Al Qaida e tra quelle seconde generazioni delle periferie europee alla ricerca di una rivalsa per la propria mancata integrazione. La nuova comunicazione del terrore trova piena attuazione sotto la guida di Abu Bakr Al Baghdadi, il successore di Zarqawi che nel 2014 conquista Mosul, annuncia la nascita dello Stato Islamico e si auto proclama Califfo. Ma l'emancipazione comunicativa porta con se anche quella organizzativa. Alle cellule strutturate su base territoriale, ma dirette da una regia concentrata sulla realizzazione di piani complessi si sostituisce un'organizzazione in larga parte spontaneista. Un'organizzazione che si limita ad ispirare il lupo solitario e, a volte - come nel caso delle stragi con i camion di Nizza e Berlino - non deve nemmeno fornirgli gli strumenti per l'azione. Così alle strutturate cellule alqaidiste si sostituisce un'organizzazione resa invisibile e imprevedibile dalla dimensione individuale dell'attentatore. Ma l'elaborazione di una comunicazione sofisticata capace di diventare forma organizzativa richiede una base territoriale come quella del Califfato. A garantirne la nascita contribuisce il frettoloso ritiro dall'Iraq che regala ai militanti dell'Isis - come oggi in Afghanistan ai talebani - il controllo di enormi arsenali di armi americane destinate all'esercito di Bagdad. Proprio quegli arsenali consentono al Califfato di espandersi in Siria e assimilare quei militanti jihadisti su cui l'Occidente scommetteva, invece, per far cadere Bashar Assad. Ma l'errore fatale è quello del 2011 quando Europa e Stati Uniti scelgono non solo d'ignorare il fanatismo anti-occidentale nascosto sotto le parvenze riformiste delle cosiddette «primavere arabe», ma anche di abbandonare leader come Muhammar Gheddafi, Hosni Mubarak e quel presidente tunisino Ben Alì pronti ad arginare l'avanzata jihadista Allo stesso modo oggi, dieci anni dopo, abbiamo voltato le spalle al legittimo governo afghano per inseguire l'illusione dei talebani trasformati in «tale-buoni». Un'illusione che rischiamo di pagare, purtroppo, con altre vite umane.

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla 

Israele, la "serra" dei terroristi suicidi che l'Occidente non ha voluto vedere. Fiamma Nirenstein l'11 Settembre 2021 su Il Giornale. Mentre i jihadisti di al Qaeda sequestravano gli aerei che alle 7,59 dell'11 settembre 2001 avrebbero dato fuoco al mondo, Israele era già in un bagno di sangue terrorista che l'Occidente riduceva a mere questioni territoriali. A Gilo le giornate erano ritmate dagli scoppi dei missili che l'Intifada sparava da Betlemme su Gerusalemme. Nei due giorni precedenti, due poliziotti e una decina di civili si erano uniti alle circa 1500 vittime: più o meno la metà di quelle delle Twin Towers. Israele fu una sorta di serra sperimentale del terrorismo suicida, ma il fenomeno rimase incompreso. Oggi, dopo il penoso ritiro americano dall'Afghanistan, è evidente che questo rifiuto occidentale a capire sopravvive come un pericoloso fantasma, che potrebbe risultare mortale per il mondo intero. Tanti furono gli episodi ignorati in Medio Oriente, Europa e Usa che avevano segnalato la preparazione di un attentato storico; altrettanto, seguitano ad essere equivocate anche le conseguenze dell'attacco alle Torri, come la presa del potere dei Talebani. Si disse anche che era colpa degli americani; che era possibile parlare coi terroristi; che le loro aspirazioni religiose e sociali erano parte di una cultura diversa ma legittima. Lo si ripete oggi, come lo si è detto di Hamas. Israele aveva subito attentati a migliaia ed era già da tempo una lampada accesa sulla necessità di capire, studiare per combattere il terrorismo, pena la sicurezza del mondo intero. Nel '95 Bibi Netanyahu in un libro metteva in guardia gli Usa: se non vi accorgete di quello che sta accadendo, presto vi ritroverete il World Trade Center spianato. Una profezia? No, solo una visione chiara della natura ideologica, e non territoriale o sociale, del terrore. La storia di Israele fa piazza pulita dell'idea che si possa placare l'appetito della jihad proponendo scambi territoriali e miglioramenti sociali e che la democrazia, la libertà, siano l'obiettivo di ogni uomo. Al contrario, le culture fondamentaliste islamiche disprezzano ogni libertà. Esiste un bene superiore che viene realizzato tramite la sharia, e le leadership hanno il compito supremo di farla osservare. Il costante ritorno all'Intifada, al terrorismo capillare, al rifiuto di riconoscere Israele o di rispondere alle profferte di pace è una risposta ideologico-religiosa all'imperativo di cacciare gli infedeli da terre islamiche. La sharia, per affermarsi, ha necessità di combattere il nemico: l'Occidente delle Torri, Israele che occupa la Ummah, la comunità islamica. Non c'è trattativa che tenga. L'assassinio di Anwar Sadat, che aveva osato accettare Israele e stringerci una pace, fa parte di quella dinamica. Abdel Rahman, compagno di Ayman al Zawahiri, dal carcere stilò la fatwa di assassinio e vent' anni più tardi la stilò per l'attacco delle Twin Towers. Per questo Bin Laden, succedendogli, accumula su di sé la rabbia dei palestinesi anti-accordo di pace e quella degli afghani invasi dai sovietici. È la jihad «contro i sionisti e i crociati», l'attacco per riprendersi territori o per allargare la forza della sharia. Dopo quell'attacco, i palestinesi festeggiarono con mortaretti e dolci. Yasser Arafat, per salvaguardare i rapporti con gli Stati Uniti, in piena Intifada condannò disinvoltamente il terrorismo, continuando però a sostenerlo. Oggi Hamas è stata la prima a congratularsi con i Talebani per il riconquistato potere in Afghanistan, e i palestinesi, hanno festeggiato «il nuovo standard per la resistenza contro Israele». La loro guerra non ha niente a che fare con circostanze politiche, ma è figlia di un'aspirazione ideologica fondamentale e irrinunciabile. I palestinesi hanno potuto contare sul senso di colpa che ha impedito all'Europa e anche agli USA di identificare la componente jihadista nel conflitto israelo-palestinese, di vedere che Hamas e l'Autonomia Palestinese fanno parte dell'esercito jihadista. Per il quale solo la mukawama, o resistenza, può smantellare l'alleanza occidentale che domina il mondo e occupa le terre islamiche: «I Talebani - ha detto Musa Abu Marzuk della direzione di Hamas - hanno rifiutato le mezze soluzioni proposte dall'America. È una lezione per tutti i popoli oppressi» che va «assorbita» da Israele: «L'occupazione di terra palestinese non durerà e finirà». Quando Netanayhu descriveva come letale la spirale terroristica, aveva presente la carta geografica del Medio Oriente e del terrorismo che scaturiva sia dall'Iran sciita con gli hezbollah sia da vari gruppi sunniti. La scia di sangue è lunga, dagli attacchi suicidi in Libano alle baracche dei soldati americani (241 morti) a quello ai soldati francesi, 58 morti. Era il 23 ottobre dell'83. La scelta strategica era quella che proibisce all'infedele le terre islamiche. Prima e dopo, fino agli attacchi di Gerusalemme, di Londra, di Parigi, fino alle stragi antisemite in Francia e in America, gli attentati sono tutti illuminati dal lampo gelido dell'11 settembre. Il mondo cambiò, la «lunga guerra» al terrore formò una coalizione, i Talebani vennero cacciati, al Qaeda fu semidistrutta, e Bin Laden fu ucciso, Obama dichiarò vittoria. Ma l'Isis, gli attentati nel mondo, i Talebani, l'odio per l'Occidente e Israele non si sono modificati. La trama jihadista è paziente. Per smontarla va decrittata: un progetto ideologico-religioso mondiale. Israele combatte la sua battaglia, e cerca la sua via di pace con gli accordi di Abramo: un riconoscimento rispettoso delle altrui culture, sostenuto da prospettive vantaggiose. La via d'uscita è, almeno in parte, qui. Per il resto, la jihad iraniana sciita e quella sunnita lavorano sott' acqua e non impallidisce il loro sogno. Fiamma Nirenstein

«11 settembre 2001, a New York ho assistito all’epifania della storia». L’aria divenne irrespirabile, sapeva di morte. E la città precipitò nell’orrore che solo i profughi europei avevano vissuto con il nazismo. il racconto dell’allora corrispondente dell’Espresso. Wlodek Goldkorn su L'espresso il 10 settembre 2021. Il primo ricordo non è quello della catastrofe e della fine di un mondo. Il mio primo ricordo del martedì 11 settembre 2001 a Manhattan, è di un’effimera felicità. Effimera, non a causa della Storia che cambiò il suo corso la mattina di quel giorno e trasformò l’euforia in angoscia, ma perché la felicità è sempre provvisoria. La giornata si preannunciava bellissima e non occorre citare la letteratura né certe riprese dei film di Woody Allen per raccontare il fascino di New York all’inizio dell’autunno. Dalla finestra del mio piccolo appartamento, a trecento metri dal Central Park si vedeva un cielo azzurro, un sole mite e si pregustava il profumo, quasi ineffabile, di aria tersa. Il giorno prima avevo mandato all’Espresso un articolo, scritto assieme al collega Andrea Visconti, sul tramonto della città che si credeva il centro del mondo. Fra episodi di cronaca mondana, dati economici pessimi, considerazioni di politica locale (sindaco Rudy Giuliani) e commenti su come New York (con le sue infrastrutture obsolete) assomigliasse a una persona invecchiata, dal glorioso passato che riesce talvolta a illudere chi vi cerca il futuro e la giovinezza. Ero felice perché avevo davanti una bellissima mattinata senza impegni. Decisi quindi di fare una lunga passeggiata al Central Park. E così, alle nove meno un quarto mi sono fatto rapire dalla magia e dallo stupore di fronte alla gamma cromatica delle foglie autunnali sugli alberi del Parco: dal giallo oro, al rosso sangue, al marrone scuro. A un certo punto ho deciso di chiamare il collega. Lui andava in redazione molto presto, dato che chi scrive da New York, causa fuso orario, è sempre in ritardo di sei ore rispetto a Roma. Gli ho chiesto: Andrea, ci sono novità? Risposta: «Be’, una piccola storiella, un aereo turistico, un Cessna, si è schiantato contro una delle torri gemelle. È successo alle nove meno un quarto». Ho fatto una battuta su come a New York niente funzionasse bene, neanche i controlli del traffico aereo. Ho pensato che avrei dovuto inserire la storia di quel Cessna nell’articolo mandato il giorno prima, a conferma delle nostre ipotesi e parole. E così (all’epoca non si facevano telefonate internazionali dai cellulari) tornai a casa per chiamare il giornale. Strada facendo vedevo signore che commentavano l’accaduto con i portieri degli eleganti edifici che si affacciano sul parco: «Ma com’è possibile che un piccolo aereo…».

Entrato in casa, alzata la cornetta del telefono, fatto il numero di Roma, acceso il canale tv delle news locali vidi un grande aereo (altro che Cessna) entrare nella torre Nord delle Twin Towers. Subito dopo, un altro aereo si schiantava contro la torre Sud. Non mi ricordo se l’immagine del secondo aereo era una ripresa in diretta. Mi precipitai sul viale che costeggia il Parco. Da lontano, dalla punta Sud di Manhattan si stava alzando una nuvola color grigio. Avevo capito, all’improvviso, di assistere all’epifania della Storia, in un luogo, Manhattan, che sembrava comandare il mondo, ma è sempre stato al riparo del mondo. La memoria di New York è ambivalente, così come sono capaci di ambivalenza i suoi abitanti: cinici ma propensi a gesti di solidarietà. E poi, a New York si ha uno sguardo attento sull’Europa. Da un lato è forte la nostalgia: per i cibi, per la musica e le canzoni degli antenati venuti dal Vecchio Continente. È come se gli abitanti della città avessero bisogno delle radici, lontane e altrove. Dall’altro, c’è la felicità per non essere nati oltre l’Oceano e per la sensazione della sicurezza che dà l’America. Vale specie per gli ebrei, ma non solo, in questa città, la più ebraica del mondo, dopo Tel Aviv. Ai tempi, tra gli anni Novanta e i primi del Duemila, ci si chiedeva spesso, come mai l’America non avesse portato aiuto, durante la seconda guerra mondiale, agli ebrei intrappolati in Europa. Alle persone, nate dopo la guerra, i genitori e i nonni ripetevano: qui da noi cose come quelle non possono accadere. E poi: qui non c’è guerra. I nostri soldati, quando combattono, lo fanno lontano dai nostri confini. Una città insomma, New York, che non imita l’Europa, ma la cui vita è stata plasmata, in gran parte dai profughi della catastrofe del Novecento. Figlio di profughi ebrei europei era Michael Kaufman, la mia guida nella città e negli States. Kaufman, giornalista del New York Times, era figlio di un padre comunista nella Polonia prebellica (e a lungo prigioniero politico) che se ne andò in Francia e da lì, nel 1940, riuscì con la moglie e il figlio (Michael appunto) arrivare a Lisbona per imbarcarsi su una di quelle navi che con tanti altri rifugiati raggiunsero New York. Ha girato il mondo Michael: ha raccontato le guerre in Angola, Congo, Afghanistan, è stato corrispondente in India e anche a Varsavia, negli anni Ottanta. Ma la cosa che più gli dava soddisfazione, era la rubrica che teneva sulle pagine locali del giornale e in cui raccontava i suoi incontri, sulle panchine dei parchi, con gli uomini e le donne comuni. Guardava New York con gli occhi di chi ha visto Kabul. Appena sono arrivato in città lo chiamai, lui mi invitò a casa sua. Mi servì un gin tonic, scomparve per tre minuti e tornò nel soggiorno con la copia di un reportage su un signore di una comunità rurale, nel centro degli States. Mi disse: «Questo è il ritratto dell’americano medio. È questa è la realtà che devi capire prima di narrare le gesta dei politici». Per questo Michael, scomparso nel 2010, era una guida perfetta: memoria dell’Europa, l’America dei grandi spazi e la New York di chi è uscito da casa per fare la spesa. Aveva una spiegazione plausibile di ogni questione che gli ponevo: dalla visione del mondo di George W. Bush («non ne ha») appena insediato alla Casa Bianca, alle idee di Giuliani, il sindaco che lui non sopportava («autoritario, macho, grottesco»). L’11 settembre lo chiamai nel pomeriggio. Fece elogio dello spirito degli abitanti, dei volontari, dei pompieri (ci tornerò), ma non sapeva dare una spiegazione di quello che era successo. «È crollato il mondo, quel mondo in cui sono cresciuto e che per mio padre era la terra promessa», mi disse. A metà mattinata, il World Trade Center non esisteva più. L’ammasso delle macerie aveva la forma di un gigantesco animale preistorico, sdraiato per terra: un richiamo primordiale rispetto alla tecnica del Terzo millennio. Primordiale anche perché in fondo, gli aerei, prodotto di tecnologie ipersofisticate, sono stati usati come strumenti contundenti, gigantesche asce che tagliano in due edifici, simbolo del sogno americano. Prima però, ci furono le scene che tutti conosciamo dalle immagini: gente che salta dalle finestre, i pompieri che cercano di salvare le persone intrappolate fra le fiamme e le mura cadenti. Il portiere dell’edificio dove si trovava la redazione newyorkese del Gruppo L’Espresso, verso le nove della sera, mentre uscendo lo salutavo, mi disse: «So che è un paragone inappropriato, ma quella gente che saltava dalle finestre degli edifici in fiamme, mi ha ricordato il Ghetto di Varsavia. Non credevo di vedere cose simili, qui in America». L’aria della città era diventata irrespirabile, una mescolanza di odori che sapevano di morte. Lungo i viali, dal sud e verso il nord procedevano gruppi di fuggiaschi. Erano usciti da casa per andare al lavoro vestiti delle loro divise da manager, travet, uomini e donne di finanza: giacche firmate, camicie bianche, cravatte, tailleur, scarpe italiane. Ora, con movimenti rapidi ma incerti camminavano coperti di uno strato di polvere grigia. Erano sporchi e smarriti, come lo sono i profughi che, partendo, in viaggio indossano i migliori vestiti ma poi succede qualcosa per cui in tv vediamo corpi avvolti in coperte termiche. In fondo, tutti noi siamo solo nude vite. Le tv davano altre notizie. Oltre ai due aerei di New York, un terzo, si è schiantato sul Pentagono e un quarto, dove i passeggeri si ribellarono ai dirottatori, è caduto. Il presidente Bush e tutta la leadership istituzionale degli States, è stata spostata «in luoghi sicuri», lo spazio aereo del Paese era chiuso, Manhattan, tagliata fuori dal mondo, i ponti chiusi. Bush, all’epoca, era reduce di una lunga vacanza, durante la quale si faceva fotografare mentre spaccava la legna o passeggiava per i boschi o pescava nei fiumi. Dopo il carismatico (per quanto coinvolto nella storia di una relazione illecita con una stagista) Bill Clinton, il nuovo presidente sembrava poco interessato alla politica internazionale, e anche la sua lunga assenza dalla capitale aveva un significato preciso: Washington con i suoi politicanti corrotti e maniaci sessuali è inutile, gli americani sono un popolo capace di autogovernarsi con onore e virtù, senza l’oppressivo potere statuale. La sera stessa dell’11 settembre fu costretto a imparare in fretta le nozioni di geografia e geopolitica e promise vendetta contro l’Afghanistan, il Paese in cui i talebani ospitavano Osama Bin Laden, l’ideatore dell’attacco all’America. Più tardi alla lista si sarebbe aggiunto l’Iraq di Saddam Hussein. Intanto gli americani scoprivano l’Islam wahabita dell’Arabia saudita, e venivano a sapere che gli alleati sauditi non erano amanti della democrazia né della laicità e che anzi è da quel Paese che venivano gli ideatori degli attentati. Nelle tv non si parlava d’altro, e tutti erano sorpresi di scoprire che la dimensione religiosa fosse così importante in politica internazionale. Si entrava in un mondo nuovo, ma forse quell’universo si era già manifestato nel 1979, quando la religione fu il motore che portò al rovesciamento dello scià dell’Iran (così pensava il grande reporter Ryszard Kapuscinski), o forse la svolta arrivò con la guerra in Bosnia nei primi anni Novanta, dove si capì che la caduta del Muro di Berlino era foriera dei conflitti causati dall’ossessione identitaria. New York cambiò volto. Nella città ferita la gente aiutava l’un l’altro. Si donava sangue, soldi per i feriti e per le famiglie delle vittime, fondi per equipaggiare i pompieri assurti al rango dei nuovi eroi. Nella metropolitana le persone guardavano l’uno l’altro negli occhi, un gesto considerato fino al giorno prima, sconveniente e aggressivo. New York si faceva amare, suscitava sentimento di tenerezza e chiunque fosse allora lì, la considera da allora la sua città. Noi passanti, ci sorridevamo, ci scambiavamo segni di incoraggiamento per strada. Stare a Manhattan significava resistere. Quando riaprirono i ponti, presi il treno per andare a Princeton e fare un’intervista. Passato accanto al cratere del Ground Zero, dove c’erano le torri gemelle, nel vagone c’era silenzio: chi guardava le macerie, chi teneva gli occhi bassi, molti piangevano. Uscire dall’Isola, poi dava una sensazione sgradevole: di tradimento, di aver abbandonato una postazione da presidiare, anche se per poche ore, come lasciare un malato ricoverato in ospedale. Nei giorni seguenti in tutte le finestre apparirono piccole bandierine a stelle e strisce, qualche volta candele in ricordo delle 2.997 vittime ufficiali degli attentati. In alcune vetrine dei negozi veniva esibito il manifesto di Norman Rockwell in cui l’artista illustrava le «quattro libertà» elencate dal presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1941, mentre l’America si avviava alla guerra per sconfiggere il Male. Roosevelt diceva che ogni persona dovrebbe godere di «Libertà di espressione, Libertà di religione, Libertà dal bisogno e dalla miseria e Libertà dalla paura». Poi, tutto mutò. I simboli di solidarietà, di fratellanza cambiarono di segno. Non si parlò più dell’America vittima ma degli States che avrebbero dovuto portare la democrazia nel mondo, sulla punta delle baionette. A vent’anni esatti da allora, guardando Kabul in mano ai talebani e con gli occidentali in fuga, sembra che la Storia abbia fatto un giro di 360 gradi.

11 settembre 2001, il mondo cambia per sempre: 20 anni in foto e date. Le Iene News il 10 settembre 2021. Vent’anni fa, con gli attentati dell’11 settembre 2001 Al Qaeda fa crollare le Torri Gemelle di New York, provocando quasi 3mila morti nell’attentato tragicamente più noto della storia. Poche settimane dopo gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan per dare la caccia al leader del gruppo, Osama Bin Laden: la guerra è finita pochi giorni fa. Ecco la cronistoria di quanto accaduto in questi 20 anni, fino all’Afghanistan oggi. L’11 settembre alle 8.46 del mattino, orario di New York, il mondo è cambiato per sempre. Anche se non lo aveva capito subito, chiedendosi per quale ragione un aereo avesse centrato la Torre Nord del World Trade Center, uno dei simboli economici e finanziari degli Stati Uniti d’America. Ci sono voluti altri 17 minuti per capire che non si era trattato di un incidente. Il tempo necessario al volo di linea United Airlines per colpire la Torre Sud. E poi l’impatto del terzo aereo sul Pentagono, il crollo delle due torri, i 2.977 civili innocenti uccisi nell’attento tragicamente più noto della storia dell’umanità. Dopo quel giorno tutto è cambiato. Il clima di inevitabile trionfo seguito alla caduta del Muro di Berlino, la felicità di una società senza nemici da combattere, la “fine della storia” predetta dal famoso politologo americano Francis Fukuyama: tutto era svanito nella polvere e nelle macerie delle Torri Gemelle. “Gli attacchi terroristici possono minare le fondamenta dei nostri edifici più grandi, ma non possono toccare le fondamenta dell’America. Possono piegare l’acciaio, ma non possono piegare l’acciaio della determinazione americana”, reagì nell’immediato il presidente degli Stati Uniti Bush jr, fino a quel giorno considerato un isolazionista in politica estera. Meno di un mese dopo, il 7 ottobre 2001, la Nato dà inizio al conflitto più lungo della storia degli Stati Uniti: la guerra in Afghanistan. O, come veniva chiamata allora, la “guerra al terrore”. L’obiettivo era Al Qaeda, l’organizzazione terroristica guidata da Osama Bin Laden responsabile dell’attentato alle Torri Gemelle. Il conflitto è terminato il 30 agosto 2021, con il ritiro dell’ultimo soldato americano. Osama Bin Laden è stato ucciso da un commando dell’esercito statunitense il 2 maggio 2011 in Pakistan, dove si era rifugiato dopo l’invasione dell’Afghanistan. Oggi Al Qaeda non esiste (quasi) più. La guerra però si è conclusa senza vincitori né vinti: ha provocato circa 150mila morti civili e lasciato il paese nuovamente nelle mani dei Talebani. 

11 libri per capire l’11 settembre. L’Undici settembre ha aperto una ferita in quello spazio geopolitico e culturale che definiamo “Occidente”. Da vent’anni – senza riuscirci – cerchiamo di scendere a patti con l’incertezza e il caos lasciatici in eredità dall’evento più sconvolgente del nuovo millennio: ecco 11 libri per provare a orientarci in questo disordine. Giuseppe Luca Scaffidi l'11/9/2021 su fanpage.it. L’Undici settembre ha aperto una ferita in quello spazio geopolitico e culturale che definiamo “Occidente”. Da vent’anni – senza riuscirci – cerchiamo di scendere a patti con l’incertezza e il caos lasciatici in eredità dall’evento più sconvolgente del nuovo millennio: ecco 11 libri per provare a orientarci in questo disordine. L'11 settembre ha aperto una ferita profonda non soltanto nella storia di quello spazio geopolitico e culturale che definiamo "Occidente", ma nella società globalmente intesa; da vent'anni – puntualmente senza riuscirci – cerchiamo di scendere a patti con l'incertezza lasciataci in eredità dall'evento che ha segnato un prima e un dopo nelle nostre modalità d'interpretare ciò che ci circonda. Un turning point che ha stravolto, spesso in senso peggiorativo, i rapporti con quelle culture che per qualche motivo percepiamo come lontane (e verso le quali, purtroppo, continuiamo a nutrire un certo senso di sospetto, al netto di tutti i discorsi sul multiculturalismo e i doni della globalizzazione di cui ci siamo riempiti la bocca per vent'anni), inaugurato una nuova stagione di terrore (reale o percepito che fosse), cambiato per sempre il nostro legame con le immagini (lo schianto del primo aereo è la vera e propria istantanea del nuovo millennio) e plasmato in maniera indelebile le prassi e i riti del racconto, scatenando una spasmodica ricerca della "verità". Un solo 11 settembre, tante "verità". Sì, perché di "verità", da vent'anni questa parte, se ne sono rincorse tante, alcune in palese antitesi tra loro, come testimoniato dall'impressionante quantità di inchieste, contro-inchieste e dispute intellettuali tra debunker fiorite nell'ultimo ventennio. Alcune hanno rappresentato dei tasselli importanti – come ad esempio Fahrenheit 9/11, il documentario che valse a Michael Moore la Palma d'oro nel 2004, che ha spiazzato l'opinione pubblica globale gettando nuova luce sul flirt costante che ha caratterizzato i rapporti tra le famiglie Bush e Bin Laden; nella stragrande maggioranza dei casi, però, la volontà di mestare nel torbido per disvelare "quello che non ci hanno detto" ha prodotto esiti per niente edificanti, incentivando la realizzazione di decine di contro-inchieste a tinte complottiste e fondate su premesse che, a essere gentili, potremmo definire "intellettualmente disoneste" (da David Icke al nostrano Massimo Mazzucco). Questi sforzi hanno avuto un solo scopo: legittimare un'oggettività totalmente pretestuosa che, di fatto, ha finito per avvelenare il dibattito pubblico. Come orientarsi, quindi, in questo labirinto di narrazioni che, spesso, finiscono per cozzare tra loro? Forse una soluzione può essere quella di partire da un buon libro: ecco undici opere, tra narrativa e saggistica, utili per provare a capire l'11 settembre.

Le altissime torri. Vincitore del premio Pulitzer per la saggistica nel 2007 Le altissime torri, settima fatica letteraria di Lawrence Wright, giornalista e storica firma del New Yorker, è in realtà uno strano (ma efficacissimo) ibrido a metà strada tra un romanzo postmoderno e la sceneggiatura di una puntata di Black Mirror . Con ogni probabilità, la migliore ricognizione possibile su al-Qaeda, dalla sua ascesa alla sua caduta, scandita da inestimabili scandagli che consentono a chi legge di orientarsi nella complessità della galassia jihadista.

Molto forte, incredibilmente vicino. Il secondo romanzo di Jonathan Safran Foer, pubblicato nel 2005, è stata una delle prime opere di finzione ad assumersi il fardello di affrontare il trauma di una nazione. La toccante vicenda di Oskar Schell, un bambino di 9 anni che è rimasto orfano in seguito all'attentato, ha aiutato una generazione nell'elaborazione di un lutto condiviso.

New York, ore 8.45. Curata da Simone Barillari, questo volume raccoglie alcuni dei migliori articoli pubblicati nei giorni successivi alla tragedia delle Torri Gemelle su tre delle testate americane più prestigiose – New York Times, Washington Post e Wall Street Journal – e poi premiati dal Pulitzer. Un libro importante soprattutto per acquisire un punto di vista interno al dramma, tramite i resoconti dei sopravvissuti e i dubbi sulla corresponsabilità dell’amministrazione Bush, che secondo la maggior parte degli analisti avrebbe potuto evitare la catastrofe.

11 settembre, io c'ero. L'inestimabile testimonianza di Giorgio Radicati, all’epoca console italiano a New York, che in queste pagine prova a far rivivere il dramma di quei momenti attraverso i suoi occhi.

L'uomo che cade. Forse il romanzo definitivo sull'11 settembre: nello spazio di 260 pagine, uno dei più affermati autori postmoderni al mondo prova a interpretare il sentimento di una grande nazione che, in pochissimi secondi, si è scoperta vulnerabile. Per farlo, DeLillo mette in campo tutte le armi che ha a disposizione, provando a fornire un punto di vista interno ai due poli interni al trauma: le inquiete solitudini della famiglia di un sopravvissuto al crollo delle torri e la paradossale normalità di un terrorista che si prepara a diventare un martire.

L'impero del terrore: il cinema horror statunitense post 11 settembre. L'eredità dell'Undici settembre ha, ovviamente, influenzato nel profondo anche le arti, su tutte la Settima: infatti, anche il cinema americano è cambiato da allora, e con esso l'horror, un genere che, sin dalle sue origini, si è rivelato capace di assorbire e tradurre in fotogrammi terrificanti le paure più profonde di un intero Paese. Il libro di Antonio José Navarro, critico cinematografico spagnolo di consolidata fama, prova a reinterpretare la storia dei film dell'orrore statunitensi prodotti dopo il crollo delle Torri.

Da Berlino a Kabul. La lunga scia di sangue dell'11 settembre. Dopo vent'anni e lunghe ore di riflessione e studio, lo scrittore e ricercatore genovese Pietro Ratto racconta alcuni retroscena sull'attentato alle Torri Gemelle, rileggendo l'evento anche alla luce della presa del potere da parte dei Talebani.

11 settembre. Le ragioni di chi? Il più grande punto di cesura del nuovo millennio letto attraverso la lente critica di uno dei più grandi intellettuali del secolo, da sempre animato da un punto di vista non allineato: il libro raccoglie i migliori articoli che Noam Chomsky ha dedicato all'Undici settembre.

Diplopia. L'immagine fotografica nell'era dei media globalizzati. Dicevamo che l'Undici settembre ha stravolto in maniera definitiva il nostro rapporto con le immagini. Questo processo non ha riguardato soltanto il cinema, ma anche la fotografia: in Diplopia (termine che indica un disturbo visivo per cui si percepiscono due immagini di un solo oggetto), lo storico del settore Clément Chéroux ragiona sul nuovo paradigma che segnò il foto-giornalismo nei 9 anni che seguirono l'Undici settembre.

Undici settembre. Contro-narrazioni americane. Una raccolta eterogenea di saggi, poesia e racconti scritti dalle personalità più innovative e influenti della narrativa, dell'arte e della narrativa americana contemporanee, da Don De Lillo a Paul Auster, da David Foster Wallace a Laurie Anderson.

2001. Un Archivio. Uscito da qualche giorno per Manifestolibri, questo breve saggio (disponibile soltanto in Ebook) è il terreno in cui un'intellettuale di primo piano come Ida Dominijanni, all'indomani della presa del potere in Afghanistan da parte dei Talebani, prova a elencare tutti i fallimenti che hanno caratterizzato quella "Guerra globale al terrore" che, stando alle parole dei leader occidentali, avrebbe dovuto produrre libertà, uguaglianza e ricchezza.

La Cronaca di un’Infamia.

Attacco alle Torri Gemelle, l’orrore in onda come mai prima. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 12 settembre 2021. Le torri del Word Trade Center in fumo, il Pentagono colpito da un aereo trasformato in bomba, la gente che fugge spaventata. Un incubo seguito in diretta da telecamere sbigottite. Mentre seguivo la diretta delle celebrazioni dell’11 settembre a New York, a un tratto le immagini sono sparite e mi sono trovato dov’ero vent’anni fa. È una sensazione difficile da descrivere, come se riaffiorasse il ricordo della prima volta che la Storia greve, sanguinosa e maldestra ti sfiora. Mi trovo quasi per caso nella redazione del «Corriere» quando un aereo colpisce la prima delle Torri Gemelle: ricordo lo stupore, le prime supposizioni (si parlava di un incidente), l’incredulità dei giornalisti presenti. Poi il salto brusco, il momento di sospensione prima che il terrore celato si impadronisca di tutti: il secondo aereo sta portando «a buon fine» la sua missione di morte. Sento una mano sulla spalla: è il direttore Ferruccio de Bortoli che cerca di organizzare il lavoro: «Vai a casa e scrivi cosa trasmettono le tv straniere». Una folle corsa in bicicletta per immergermi in un grande shock visivo senza frontiere. L’orrore va in onda come mai era andato: la torre del Word Trade Center in fumo, il Pentagono colpito da un aereo trasformato in bomba, la gente che fugge spaventata, disperati che si buttano dai grattacieli per sfuggire alle fiamme, le torri che crollano, l’angoscia dei soccorritori, la polvere, tanta polvere, l’America sotto tiro. E non si sa da chi. E non si sa quante migliaia di vittime si trovino intrappolate sotto le macerie. È solo angoscia, angoscia incandescente. È solo fragilità. Ricordo ancora alcuni titoli che incorniciavano le immagini: «America Under Attack», «Terror in America». Ma non è un film, è un incubo, una terribile realtà seguita in diretta da telecamere sbigottite. Le televisioni — dieci, venti, cento canali — trasmettono immagini d’orrore senza sapere chi le abbia provocate, senza conoscere le conseguenze di questo stato d’angoscia. In diretta stava passando l’angelo della morte e non sapevamo cosa potesse diventare la nostra vita, dopo il suo passaggio.

11 settembre 2001: cosa stavano facendo i campioni dello sport quel terribile giorno di 20 anni fa? Veronica Ortolano l'11/09/2021 su Notizie.it. Furono ore di fuoco per diversi atleti dello sport: da Cristiano Ronaldo, passando per Rossi e arrivando a Totti. Vediamo nel dettaglio. Anche per molti campioni dello sport l’11 settembre 2001 fu un giorno di fuoco. All’epoca, Cristiano Ronaldo era giovanissimo. Aveva soli 16 anni e nella sua prima intervista ha raccontato di essere rimasto sconvolto alla notizia dell’attentato alle Torri Gemelle. Cristiano era elettrizzato per la sua prima intervista. Quel pomeriggio di settembre a Praça Marquês de Pombal, a Lisbona, faceva ancora tanto caldo. L’intervista era stata fissata con un inviato di SportTV per dopo pranzo. In quel periodo Cristiano era già una stella nell’Accademia dello Sporting e aveva da poco firmato il suo primo contratto da professionista. Alloggiava per quell’estate in un piccolo hotel del centro, in camera con Miguel Paixao, in compagnia come tutti i veri 16anni della loro amata playstation. Ronaldo racconta delle sue giornate, impegnate tra gli allenamenti e le passeggiate. Confessa ridendo di non guadagnare chissà quanto, circa 400 euro al mese, gestiti interamente dalla sua adorata mamma Dolores: “Mia madre tiene tutti i miei soldi in banca, quando ne ho bisogno, glieli chiedo. Si occupa lei di tutto”. È proprio mentre Ronaldo sta raccontando ciò, che l’attenzione di tutti ricade su ciò che la tv sta trasmettendo: sono le 14.05, tenendo ovviamente conto del fuso orario del Portogallo che è di un’ora indietro rispetto all’Italia. Il secondo aereo si è appena schiantato sull’altra torre del World Trade Center. A 20 anni esatti dall’attentato delle Torri Gemelle molte cose sono cambiate nella vita di Cristiano Ronaldo: non vive più in un anonimo ostello e a New York è proprietario di un appartamento del valore di 18 milioni di dollari. Se Ronaldo assisteva in diretta all’attentato, sconvolto da quello che i suoi occhi stavano vedendo, contemporaneamente Lionel Messi, invece, era di ritorno dalle vacanze estive. Roger Federer si trovava a New York fino a pochi giorni prima dell’attacco terroristico, che portò a quasi tremila vittime. Federer ricorda che: “Ero al National Tennis Center di Biel e mi allenavo in palestra. Ho ricevuto un messaggio sul telefono e sono corso alla tv: non potevo credere a quello che stava succedendo, che qualcuno potesse anche soltanto immaginare di fare una cosa del genere. È stato uno shock”. Sconvolgente, invece, pensare che le finali di Flushing Meadows si svolsero  nelle vicinanze della tragedia: le sorelle Williams scesero in campo l’8 settembre, Lleyton Hewitt e Pete Sampras il 9. Insomma, a meno di 48 ore dalla tragedia. Salvo, infatti, per miracolo il campione australiano di nuoto, Ian Thorpe, che era diretto alle Twin Towers e fu salvato da una semplice distrazione: aveva dimenticato la macchina fotografica in hotel ed era tornato a prenderla. Forse un sopravvissuto in questa catastrofe c’è stato. E i campioni italiani? All’Estoril era una solita domenica sportiva e Valentino Rossi aveva aggiunto altri importanti punti in classifica, verso il primo trionfo mondiale nella classe regina. Gli uomini di Fabio Capello era, intanto, freschi di scudetto ed erano impegnati contro il Real Madrid dei Galacticos. Francesco Totti era al debutto in Champions, insieme ad Antonio Cassano e Vincenzino Montella, intervistati nel decennale della strage: “Eravamo basiti, incollati allo schermo, come tutti. Furono momenti di sgomento, ma noi dovevamo anche pensare al Real… e invece arrivammo allo stadio discutendo solo delle notizie che provenivano da New York”. Franco Carraro, allora presidente della Lega, aveva informato l’Uefa della necessità di rinvio, tuttavia da Nyon non ne vollero sapere e si optò solo per il lutto al braccio e un minuto di silenzio. Solo la mattina seguente, l’Uefa decide per il rinvio degli altri match di coppa in programma, compreso quello della Juventus. La squadra si organizzò per il rientro in Italia, su un aereo privato, sul quale dovettero fare i conti con uno scherzo: il centro commerciale al fianco del loro hotel si chiamava World Trade Center. Qualcuno aveva comunicato alla polizia che sarebbe saltato in aria, con una bomba e questo gettando nel panico i giocatori, tra cui lo stesso Alessandro Del Piero, che raccontò: “Sulle Twin Towers c’ero stato due mesi fa, pazzesco pensare che non ci siano più. Meglio non giocare, sicuramente: nessuno di noi è riuscito a concentrarsi sul calcio. E poi, magari fermarsi è un segnale che può servire”.

Anna Lombardi per la Repubblica l'11 settembre 2021. «Il mio 11 settembre è tutto in una scatola. C’è una vecchia agenda, biglietti da visita, il badge per entrare nel mio ufficio, al 42esimo piano della Torre Sud, sì, la seconda a essere colpita. Giornali di quei giorni. E un disegno di mio figlio Jacopo che aveva 8 anni. Impressionato dai miei racconti tratteggiò i grattacieli in fiamme e la mia fuga. Un crogiuolo di memoria e dolore. Non lo rivisito quasi mai». Ruggero De Rossi, 58 anni, nato a Roma ma cittadino americano, economista oggi consulente del Dipartimento del Tesoro Usa, ha riaperto quella scatola per noi. Vent’anni fa era nell’inferno del World Trade Center, dove morirono 2753 persone. «Potevo essere uno di loro».

Era una bellissima giornata: tutti i sopravvissuti iniziano così il loro racconto...

«Forse l’ultima davvero bella della mia vita a New York. Da allora il cielo limpido non mi ha più dato serenità. In America da sei anni, ero al top delle mie ambizioni: gestivo un portafoglio miliardario come responsabile degli investimenti internazionali di Oppenheimer Funds. Quella mattina avevo guardato da casa l’andamento dei mercati. Era tutto tranquillo e persi tempo a scrivere una mail arrivando in ritardo. Ero appena entrato nella Torre Sud, quando il primo aereo si schiantò sull’edificio accanto. Un fiume di gente si riversò nella lobby: pensai a un attacco armato da terra, poi mi accorsi che dall’alto cadeva di tutto». 

Che cosa fece?

«Gli ascensori erano intasati. E la polizia aveva circondato l’edificio bloccando le porte. Avevamo fatto delle esercitazioni, ci avevano insegnato a uscire e lasciare tutto dietro: fu quello che salvò i miei colleghi, abbandonarono borse e telefonini e imboccarono le scale: ci vollero venti minuti a venir giù ma si salvarono. Gli impiegati di Cantor Fitzgerald, nostri vicini, fecero il contrario. Restarono alle scrivanie e morirono tutti. Nella lobby eravamo centinaia. Aspettammo intrappolati a lungo. Quando finalmente aprirono le porte, erano le 9.03...»  

Il secondo aereo stava già per schiantarsi sul vostro edificio...

«Avevo fatto due passi fuori dal portone, stavo iniziando a correre quando percepii l’ombra dell’aereo passarmi sulla testa. Sentii lo spostamento d’aria, il rumore assordante, lo schianto. Non mi voltai. Correvo. Piangevo. Urlavo. Quando mi fermai, qualche strada più in là, provai un incredibile senso di impotenza. Dovevo tornare indietro ad aiutare? Il senso di colpa di essermi salvato, non mi ha più lasciato». 

Tornò a casa.

«Ci misi tre ore. Non c’era campo, nessuna possibilità di comunicare. A informarci erano persone incontrate in strada. Gli altri aerei dirottati. Il crollo delle Torri. Pensavo alla mia famiglia. A mia moglie incinta di 8 mesi. Quando entrai piangeva davanti alla tv credendomi morto, e nostro figlio di 2 anni cercava di consolarla carezzandola. Quella scena mi ha sempre fatto pensare a chi non è tornato. Come il collega con cui avevo fatto il percorso in metro la sera prima».

Prego.

«Si chiamava John, lavorava a Cantor e loro, appunto, morirono tutti. Il 10 settembre rientrammo insieme. Aveva comprato delle bistecche. Mi parlò del figlio di 5 anni, amatissimo. Aveva tanti sogni per lui. Conosco molti di coloro che sono morti: ma John resta per me la personificazione della tragedia. Penso sempre a suo figlio, oggi uomo, cresciuto senza il padre che lo amava tanto. Vorrei cercarlo, raccontargli quelle ultime parole d’amore. Ma me ne è sempre mancato il coraggio». 

E dopo, come fu?

«Molti hanno chiesto aiuto. Io in qualche modo ho rimosso. Ma so quanto quel giorno ha determinato la mia vita. Il mio matrimonio si è sgretolato e lo capisco. Diventai paranoico. Ossessionato dal terrorismo islamico. La notte avevo incubi terribili. Sognavo fiamme, saltavo dal letto per mantenere la parete convinto che stesse per travolgere la mia famiglia. Ma ripresi presto a lavorare e quello mi costrinse a mettere da parte le emozioni». 

Quanto presto?

«La mia azienda aveva una sede in New Jersey. Volevano farci ricominciare già il 12. Ottenemmo di rientrare il 17. Un anno dopo ebbero la crudele idea di sfruttare gli incentivi della città di New York per ripopolare Lower Manhattan e presero un ufficio proprio a Ground Zero: guardava nella voragine. Ho resistito qualche mese, poi li ho mollati. Sono andato a JP Morgan. Facevo lo stesso lavoro, ma non dovevo passare ogni giorno davanti a quel cimitero». 

Vent’anni dopo, come si guarda indietro?

«Un evento così grande eppure è la tua vita. Non reggo quelle immagini. Ma penso sempre che non ci hanno fermato. E a quanto è ingiusto il terrorismo. Per colpire un simbolo hanno distrutto migliaia di famiglie. Anche per questo oggi ho voluto trovare la forza di riaprire la mia scatola e raccontare. Le generazioni future devono capire. È difficile, fatico coi miei stessi figli. Ma non si deve dimenticare».

11 Settembre: quando la notizia diventa Storia, il giorno dell'attacco nella redazione dell'AGI. Esplosione, fiamme, fumo. Nessun rumore. Per un tempo che mi sembrò infinito, un silenzio quasi assoluto, dalla tv e nella redazione. Nemmeno un’imprecazione, non un sospiro. Niente. Poi in tv qualcuno disse “Oh my God” e fu come se avessi riacquistato l’udito. “Riaprite la rete!” urlò un caporedattore. Ugo Barbàra su Agi l'11 settembre 2021. Non uscimmo per primi, ma c’è una spiegazione: la redazione era in assemblea per ascoltare il discorso di insediamento del nuovo direttore. Un’assemblea tranquilla, senza tensioni. C’era stato un breve confronto su vari temi, poi si era deciso di rimandare a dopo pranzo la presentazione del piano editoriale, il passaggio più delicato e quindi più meritorio di attenzione. E, si sa, una pancia che brontola non è mai ben disposta. Nell’attesa, parlavo con un collega e buttai un occhio su Televideo – sì, all’epoca era indispensabile in ogni redazione – e... vidi la notizia. Poche righe: un piccolo aereo da turismo si era schiantato contro una delle Torri Gemelle. Tre pensieri: il pilota era una vera schiappa; il pilota si era sentito male come nel film ‘Airport’; peccato che "la rete" fosse chiusa. Perché è così che funziona, quando la redazione di un’agenzia va in assemblea, chiude "la rete", si sospendono le trasmissioni. Quindi eravamo muti. Muti mentre si scatenava l’inferno. Chiesi a un caporedattore centrale se non fosse il caso di riaprire "la rete": lavoravo alla redazione Esteri da meno di due anni e amavo occuparmi di tutto quello che accadeva oltre quelli che mi apparivano come gli asfittici confini nazionali. Una cosa come quella, anche se era solo un piccolo aereo da turismo, ai miei occhi valeva più di qualunque dibattito sindacale. Fatto sta che noi non avevamo ancora scritto una riga e io stavo col naso incollato alla Cnn mordendo il freno. Certo, a guardare le immagini, il ‘piccolo aereo’ aveva fatto un bel danno… Ma quanto era piccolo? Stavo pensando a questo quando vidi il secondo aereo schiantarsi contro la Torre Sud. Esplosione, fiamme, fumo. Nessun rumore. Per un tempo che mi sembrò infinito, un silenzio quasi assoluto, dalla tv e nella redazione. Nemmeno un’imprecazione, non un sospiro. Niente. Ricordo che pensai la cosa più stupida che potessi pensare, ma che oggi serve a dare un’idea di quanto fosse assurdo quello che avevamo appena visto: “Ma che stanno combinando alla torre di controllo?”. Poi in tv qualcuno disse “Oh my God” e fu come se avessi riacquistato l’udito. “Riaprite la rete!” urlò un caporedattore. Nel tempo che servì per riprendere le trasmissioni fu come se si fossero accese mille lampadine nelle nostre teste. Fui io a scrivere il primo flash e molti altri dopo. Internet non era quello di oggi: la mole di utenti aveva reso inaccessibile la rete e le uniche fonti che avevamo erano la Cnn e le agenzie internazionali, che all’epoca viaggiavano ancora su satellite. Ma anche quelle tacevano. Oggi posso solo immaginare che nelle loro redazioni stesse succedendo quello che stava succedendo da noi: troppi interrogativi, nessuna risposta. Chi era stato? Perché? Era finita o era solo l’inizio?  La prima risposta arrivò dritta sul Pentagono, alle 15,37 ora italiana. Nove minuti dopo battevamo la notizia: “Incendio al Pentagono”. Un altro aereo. Davamo una media di notizia al minuto, alcune volte anche due. A leggere ora il ‘mandorlo’, come si chiama in gergo l’elenco dei titoli del notiziario, si percepisce il caos che regnava ovunque. Oggi pochi lo ricordano, ma sembrava che l’attacco fosse ancora più massiccio di quello che era in realtà: alle 15,42 fu dato che un terzo aereo era in avvicinamento su Manhattan, poi alle 16,17, che c’era stata un’esplosione al Campidoglio. Alle 16,34 che un’autobomba era esplosa davanti al Dipartimento di Stato. Quale fosse l’origine di quelle notizie false non è stato mai chiarito perché nel frattempo l’orrore si sommava all’orrore: alle 15,59 crollava la Torre Sud e 29 minuti più tardi toccava alla Nord. La Casa Bianca era stata evacuata (15,44), e così anche per il Campidoglio (15,51) e il Dipartimento di Stato (15,58). Le organizzazioni internazionali cercavano di mettere al sicuro il personale: quello dell’Onu veniva mandato negli scantinati alle 16,16 e alle 16,28 veniva ordinato lo sgombero. Il Programma alimentare mondiale, a Roma, veniva evacuato alle 17,17. Era l’inferno. Chiesi a un collega del politico – eravamo tutti in redazione per l’assemblea – se poteva fare una scheda sulla storia delle Torri Gemelle. Alla cronaca impazzivano dietro agli allarmi che si moltiplicavano anche in Italia e alle dichiarazioni di stato di allerta: alla base di Aviano (16,35), all’ambasciata Usa a Roma (16,45), al comando Nato di Bagnoli (16,35) e all’aeroporto di Fiumicino (16,46). In quel delirio di richieste, telefoni che squillavano e voci che si sovrapponevano, quello che di lì a pochi mesi sarebbe diventato il capo degli Esteri si avvicinò a me con una cartella azzurra su cui era scritto una sigla: al Qaeda. Era piena di ritagli di giornale, lanci di agenzia e materiale vario che andava dall’attentato alle Torri Gemelle nel 1993, a quelli alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, a quello al cacciatorpediniere Cole il 20 ottobre del 2000. “Sono stati loro” mi disse, “facciamo una scheda”. L’unica cosa che avevamo sul notiziario era una rivendicazione del Fronte di Liberazione della Palestina (15,38) smentito appena 11 minuti dopo. La sua sicurezza aveva un senso. Alle 16,56 uscì la scheda su al Qaeda con questo titolo: “Bin Laden minacciò attentati ‘senza precedenti’”. Oggi può non sembrare chissà quale intuizione, ma allora, meno di due ore dopo l’inizio di quell’immane tragedia… possiamo dire di averci visto lungo. Alle 17 la Cnn diede la notizia che un aereo era precipitato in Pennsylvania. Era il volo United 93, quello a bordo del quale i passeggeri si ribellarono ed ebbero la meglio sul piano dei terroristi per farlo schiantare sulla Casa Bianca o sul Campidoglio. La conferma arrivò 54 minuti più tardi. Nel frattempo, sentendosi gli occhi del mondo addosso, i talebani avevano convocato una conferenza stampa (17,18)  durante la quale dissero: Bin Laden non è responsabile (18,02). Dopo aver parlato agli americani per dire che quello su New York sembrava un attentato (15,32) e che i colpevoli non avrebbero avuto tregua (15,36) per tutta la giornata George W. Bush era passato da una base aerea all’altra, in attesa che i servizi segreti e la Difesa capissero se c’era un posto in cui sentirsi al sicuro. Ecco: sentirsi al sicuro. Quando tornai a casa albeggiava. I miei figli dormivano: per mesi la più grande non avrebbe disegnato altro che aerei e grattacieli in fiamme. Ero in piedi da ventiquattr’ore, ma l’adrenalina era tanta, non avrei mai preso sonno. Stava scemando, è vero, lasciava il passo alla consapevolezza di aver vissuto una giornata destinata a entrare nella Storia. Ma soprattutto aprendomi una voragine nell’anima: non potevamo più sentirci al sicuro. Nessuno, da nessuna parte. Mi sedetti sul bordo del letto e piansi tutte le lacrime che avevo.

11 Settembre 2001, la cronaca della tragedia minuto per minuto. Tgcom24.mediaset.it il 10 settembre 2021. A distanza di vent'anni, il ricordo degli attacchi a New York e Washington fa ancora tremare le gambe. Il racconto dettagliato di quelle ore terribili, col fuso orario americano, dall'imbarco dei dirottatori al crollo delle Torri Gemelle. Le lancette come lame, a pugnalare ogni singolo minuto, ogni secondo del giorno più tragico per gli Stati Uniti. Gli attacchi dell'11 settembre 2001 appaiono ancora oggi, a distanza di vent'anni, un episodio di ineguagliata violenza e di irraggiungibile disperazione. Ecco di seguito la cronaca di quelle ore terribili, minuto per minuto col fuso orario americano, dall'imbarco dei dirottatori fino al crollo delle Torri Gemelle e delle speranze dell'Occidente. 

5:33 - Tutto comincia a Portland, nel Maine, circa 500 chilometri a nord di New York. Mohamed Atta e Abd al-Aziz al-Umari lasciano l'albergo "Comfort Inn" di South Portland e si dirigono, a bordo di una Nissan Altima blu, all'aeroporto. 

5:45 - Il fuso orario è sempre quello di New York, di un 11 settembre qualunque. I dirottatori Mohammed Atta e Abdulaziz al-Omari passano i controlli di sicurezza, diretti a Boston. Qui, insieme ad altri tre terroristi, si imbarcano sul volo American Airlines 11 diretto a Los Angeles, con a bordo 92 persone. Sempre allo scalo Logan di Boston, altri cinque salgono su un altro Boeing 767, il volo 175 dell'American Airlines, che decollerà alle 8:14 diretto a Los Angeles con a bordo 51 passeggeri. 

6:00 - Atta ed al-Omari partono con il volo Colgan Air 5930 alla volta di Boston. 

6:45 - I due dirottatori arrivano all'aeroporto Internazionale Generale Edward Lawrence Logan di Boston. 

6:52 - Marwan al-Shehhi, un altro dei dirottatori, pilota del volo United Airlines 175, telefona ad Atta per confermare l'inizio delle operazioni. 

7:00 - Atta, al-Omari, Satam al-Suqami, Walid al-Shihri e Wa'il al-Shihri si imbarcano sul volo American Airlines 11. Al momento dei controlli, al-Suqami e i due fratelli al-Shihri vengono selezionati per un controllo più accurato del bagaglio a mano, superato senza problemi. Nel frattempo, presso un altro terminale dello stesso aeroporto, al-Shehhi, Fayez Banihammad, Mohand al-Shihri, Hamza al-Ghamdi e Ahmed al-Ghamdi si imbarcano sul volo United Airlines 175. Anche in questo caso, nessun intoppo ai controlli di sicurezza. 

7:15 - Hani Hanjour, Khalid al-Mihdhar, Majed Moqed, Nawaf al-Hazmi e Salem al-Hazmi iniziano le procedure per l'imbarco sul volo American Airlines 77, protagonista dell'attentato al Pentagono. Anche qui i dirottatori, Hanjour, al-Mihdhar e Moqed vengono selezionati per un controllo più accurato. Tutto liscio anche in questo caso. 

7:30 - Ziyad Jarrah, Ahmed al-Nami, Sa'id al-Ghamdi e Ahmed al-Haznawi si imbarcano sul Volo United Airlines 93. 

7:59 - Il volo AA11, un Boeing 767, parte con un ritardo di 14 minuti da Boston alla volta di Los Angeles. A bordo ci sono 81 passeggeri (compresi i cinque dirottatori) e 11 membri dell'equipaggio. 

8:13 - Il volo AA11 non risponde più ai comandi del Centro di Boston. I dirottatori entrano in azione probabilmente in questo momento. Daniel Lewin, ex capitano del Sayeret Matkal (forze speciali antiterrorismo israeliane), viene sgozzato per aver tentato di bloccare i terroristi. 

8:14 - Il volo UA175, un altro Boeing 767, parte dall'aeroporto di Boston anch'esso alla volta di Los Angeles. A bordo ci sono 56 passeggeri (compresi i cinque dirottatori) e nove membri dell'equipaggio. 

8:19 - Betty Ong, un'assistente del volo AA11, contatta la American Airlines. La comunicazione è lapidaria: "Credo che il nostro aereo sia stato dirottato". La donna afferma inoltre che sono stati accoltellati un passeggero di business class (Daniel Lewin) e due assistenti di volo (Karen Martin e Barbara Arestegui) e fornisce le prime indicazioni sui posti occupati dai dirottatori. Avviene una prima identificazione dei responsabili. 

8:20 - Il volo AA77, un Boeing 757, decolla dall'aeroporto Internazionale di Washington-Dulles alla volta di Los Angeles. A bordo ci sono 58 passeggeri (compresi i cinque dirottatori) e sei membri dell'equipaggio. 

8:21 - Il transponder (il sistema elettronico di identificazione della rotta, ndr) del volo AA11 viene spento. L'aereo sparisce dai monitor dei controllori di volo. 

8:24 - Il Centro FAA di Boston riceve una comunicazione dal volo AA11. Una voce di uomo (probabilmente Mohamed Atta) afferma: "Abbiamo alcuni aerei. State tranquilli e andrà tutto bene. Stiamo tornando all'aeroporto". Le affermazioni di Atta non vengono però comprese dai controllori. Circa venti secondi dopo, avviene la seconda comunicazione: "Nessuno si muova, tutto andrà bene. Se cercate di reagire, metterete in pericolo voi stessi e il velivolo. State tranquilli". I controllori di volo comprendono che l'aereo è stato dirottato e avvertono i propri superiori. 

8:25 - L'assistente del volo AA11 Madeline Amy Sweeney contatta al telefono il manager della American Airlines, Michael Woodward. La testimonianza di Sweeney permette l'identificazione di tre dirottatori: al-Omari, Atta e al-Suqami. 

8:28 - Il Centro di controllo di Boston notifica al Centro FAA di Herndon, in Virginia, che il volo AA11 è stato dirottato e che sta puntando su New York dopo aver effettuato un'ampia virata verso sud. 

8:33 - Dal volo AA11 proviene un'ulteriore comunicazione, sempre di Atta: "Nessuno si muova, per favore. Stiamo ritornando all'aeroporto. Non cercate di fare mosse stupide". Nel frattempo viene attivata la procedura di sicurezza per garantire la riservatezza delle informazioni. 

8:37 - Il centro FAA di Boston avverte i controllori del Northeast Air Defense Sector riguardo al dirottamento del volo AA11, richiedendo l'aiuto dei militari per intercettare il velivolo. L'ordine effettivo di decollo, però, tarderà ad arrivare. 

8:40 - Vengono approntati due F-15 della United States Air Force alla base aerea militare di Otis (Massachusetts) con l'ordine di intercettare l'aereo dirottato. Contemporaneamente, il volo AA11 entra nello spazio aereo della città di New York. 

8:42 - Il volo UA93, un Boeing 757, decolla dall'Aeroporto Internazionale di Newark alla volta di San Francisco con oltre 40 minuti di ritardo, a causa della congestione del traffico aereo. A bordo ci sono 37 passeggeri (compresi i quattro dirottatori) e sette membri dell'equipaggio. Contemporaneamente, dal volo UA175 parte l'ultima comunicazione. I piloti affermano riguardo al volo AA11: "Abbiamo sentito una trasmissione sospetta quando siamo partiti da Boston. Qualcuno... sembrava che qualcuno avesse preso il microfono e detto a tutti di stare ai loro posti". 

8:44 - I terroristi prendono il controllo del volo UA175, uccidono i piloti ed accoltellano alcuni assistenti di volo. 

8:45 - Sono le 14:45 in Italia. E' l'ora X: il volo AA11 si schianta contro la North Tower del World Trade Center a New York, tra il 93esimo e il 99esimo piano, a 790 chilometri all'ora. L'aereo entra quasi completamente intatto all'interno della Torre, tagliando letteralmente in due i sostegni in gesso di tutte e tre le trombe delle scale dell'edificio. Una terribile onda d'urto scuote il grattaciaelo, mentre scoppia un violento incendio alimentato dal carburante che fuoriesce dal serbatoio dell'aereo. L'impatto è così devastante che alcuni rottami trapassano da parte a parte la Twin Tower. 

8:46 - Da questo momento fino alle 10:28 circa 200 persone, intrappolate nei piani alti della Torre Nord e successivamente anche della Torre Sud, tentano disperatamente di salvarsi gettandosi nel vuoto. Il vigile del fuoco Daniel Thomas Suhr viene colpito da un uomo lanciatosi nel vuoto e muore. 

8:49 - Il servizio di sicurezza della Torre Nord ordina la completa evacuazione del grattacielo. Iniziano ad accorrere i vigili del fuoco, la polizia e le prime ambulanze. 

9:03 - Il terrore scende ancora dal cielo su New York. Il volo United Airlines 175 si schianta sulla Torre Sud, tra il 77esimo e l'85esimo piano, a 870 chilometri l'ora. L'impatto avviene in diretta tv. Dopo il primo impatto, infatti, le telecamere dei media sono puntate sul World Trade Center alla ricerca di notizie per quello che - in un primissimo momento - sembrava un'incidente. Frammenti dell'aereo fuoriescono dai lati est e nord dell'edificio e atterrano fino a sei isolati di distanza. Inizia un'evacuazione di massa dei piani sottostanti la zona di impatto. Una delle scale resta intatta nonostante l'impatto, ma è inagibile per il troppo fumo. Molte persone salgono verso il tetto, nella vana speranza di essere salvate per via aerea. 

9:06 - In una scuola elementare di Sarasota, in Florida, il capo dello staff di George W. Bush, Andrew Card, si avvicina al presidente per sussurrargli all'orecchio: "Un secondo aereo ha colpito il World Trade Center. L'America è sotto attacco". La scena viene ripresa da diverse telecamere, sul posto per documentare la visita presidenziale. L'immagine entra diritta nella storia. Bush per alcuni minuti continua ad ascoltare gli alunni della scuola, facendo finta di nulla e ignorando volutamente le richieste da parte dei servizi segreti di abbandonare immediatamente l'edificio. 

9:10 - American Airlines e United Airlines bloccano il decollo dei loro aerei su tutto il territorio degli Stati Uniti. 

9:18 - Bush cancella gli impegni istituzionali in programma quel giorno.

9:20 - L'Fbi segue la pista del terrorismo. A New York si apprende che l'agenzia federale era stata messa in allerta sul possibile dirottamento di un aereo poco prima della tragedia. 

9:28 - Fonti della Casa Bianca parlano di un attentato. 

9:30 - Vengono evacuati la Borsa del Nymex e il New York Mercantile Exchange. 

9:35 - Comincia l'evacuazione del New York Stocks Exchange, la Borsa valori di Wall Street. 

9:36 - Circola un primo bilancio ufficiale dell'attacco: la Cnbc parla di almeno sei morti accertati e un migliaio di feriti. 

9:37 - La strage non è ancora finita. Il volo American Airlines 77, dirottato da cinque terroristi e partito dal Dulles International Airport di Washington D.C. con destinazione Los Angeles, si schianta contro il Pentagono. Nell'impatto muoiono le 64 persone a bordo dell'aereo e 125 all'interno del quartier generale della Difesa. 

9:40 - La polizia avverte le persone nei pressi del World Trade Center che un terzo aereo potrebbe avvicinarsi alle due Torri già colpite. 

9:45 - Vengono evacuati la Casa Bianca e il Pentagono. In quest'ultimo scoppia un grande incendio. 

9:49 - Vengono evacuati anche il Congresso degli Stati Uniti e il ministero del Tesoro a Washington, in seguito a minacce terroristiche. 

9:53 - La Federal Aviation Administration chiude tutti gli aeroporti degli Stati Uniti.

10:00 - La Cnn mostra una nuova enorme esplosione sulla prima Torre Gemella a essere attaccata. Sono le prime immagini della tragedia, poi riprese dalle televisioni di tutto.

10:03 - A meno di mezz’ora dall'attentato al Pentagono, il volo UA93 lascia l'aeroporto di Newark diretto a San Francisco. I terroristi vogliono dirottarlo su Washington, per colpire presumibilmente la sede del Congresso. Grazie all'eroica rivolta dei passeggeri, il Boeing 757 si schianta però in aperta campagna a Shanksville, in Pennsylvania. 

10:07 - E' l'ora dell'apocalisse. Crolla il primo grattacielo colpito a New York, la Torre Nord del World Trade Center. 

10:27 - Esattamente venti minuti dopo la prima, anche l'altra Torre Gemella rovina al suolo in un nugolo di polvere, macerie, fuoco e terrore. 

12:26 - Crolla un altro palazzo vicino al World Trade Center, per i danni provocati dalle esplosioni. 

12:39 - La polizia di New York parla di migliaia tra morti e feriti.

11 settembre 2001, l’attentato alle Torri Gemelle di New York. Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera l'11 settembre 2021. Che cosa è successo l'11 settembre 2001: chi erano gli attentatori, l'attacco alle Torri gemelle, l'aereo schiantatosi contro il Pentagono, la storia del volo UA93, le vittime: 

Alle 5,45 di mattina Mohammed Atta, Abdulaziz al-Omar e altri tre terroristi superano i controlli all’aeroporto di Portland, nel Maine. Sono diretti a Boston. Nei bagagli nascondono qualche coltello e il tremendo segreto che cambierà la storia del mondo. È l’alba di martedì 11 settembre 2001, cielo sereno su New York e su gran parte dell’America. Alla Casa Bianca si è insediato da otto mesi il repubblicano George W.Bush, dopo un’aspra battaglia politica e giuridica contro il candidato democratico Al Gore. Il Paese era segnato dalle divisioni (anche se non polarizzato come oggi). L’Amministrazione doveva ancora carburare. L’opinione pubblica stava «pesando» la personalità del nuovo presidente. La Casa Bianca aveva lanciato un’operazione simpatia e quel martedì di settembre, Bush era atteso nella scuola elementare Emma E.Brooker, a Sarasota, in Florida. Il leader degli Stati Uniti si sarebbe fatto riprendere dalle telecamere mentre leggeva e spiegava una favola a bambini di 7 anni. Poco prima di partire, Bush aveva ascoltato il briefing quotidiano dei servizi segreti: tutto tranquillo, niente da segnalare. Intanto il commando di Al Qaeda guidato da Atta è già a Boston. Qui sale sul volo American Airlines 11, diretto a Los Angeles. A bordo ci sono 87 persone, tra passeggeri ed equipaggio.

L’aeroplano decolla alle 7,59. Gli affiliati di Al-Qaeda entrano in azione pochi minuti dopo. Uccidono il pilota, il primo ufficiale, due assistenti di bordo e un passeggero israeliano, un ex militare. Atta si sistema alla cloche. Sono attimi cruciali, ricostruiti minuziosamente dalla Commissione di inchiesta insediata dal Congresso nel 2002. 

La torre di controllo di Boston perde i contatti alle 8,13. Sei minuti dopo l’assistente di volo, Betty Ong, riesce ad avvisare il desk dell’American Airlines: siamo stati dirottati. Ma devono passare ancora dieci minuti prima che gli ufficiali dell’aviazione civile di Boston lancino l’allarme. 

Alle 8,50 i comandi militari ordinano a due caccia F-15 di intercettare l’American Airlines 11, ma è troppo tardi. Il Boeing 767 si è schiantato quattro minuti prima, a una velocità di 750 chilometri all’ora, contro la facciata nord di una delle Torri Gemelle, a Manhattan. Inizia la strage, comincia il giorno più buio del ventunesimo secolo. Per 5 anni Osama Bin Laden e lo stato maggiore di Al Qaeda avevano studiato un attacco totale. Il piano è tanto crudele quanto ben congegnato. Quattro squadre di terroristi si impadroniscono, quasi simultaneamente, di altrettanti aerei di linea. Due da scagliare contro il World Trade Center, nel centro di Manhattan, nel cuore dell’economia, della società civile americane; gli altri per colpire le istituzioni degli Stati Uniti. 

Poco prima delle 9 la Cnn trasmette le prime immagini da New York. Tutto il mondo guarda sgomento le ondate di fumo che si liberano dal grattacielo. L’Fbi sta indagando, ma le notizie sono confuse, frammentarie. Si pensa a un incidente. 

Ma alle 9,03, ecco il massacro in diretta planetaria. Le telecamere inquadrano un puntino sempre più grande: è l’United Airlines 175 nelle mani di altri cinque attentatori. Perfora con una fiammata la Torre Sud, tra il 77 eseimo e l’85esimo piano. Adesso non ci sono, non ci possono essere più dubbi. No, nessun incidente: «È guerra contro gli Usa», come annunciano tutte le tv americane. New York è nel panico. Il sindaco Rudy Giuliani fa sgomberare gli edifici pubblici, compreso il palazzo della Borsa, a Wall Street. Nel frattempo, nella scuola elementare di Sarasota, Ari Fleischer, capo dello staff della Casa Bianca, sussurra la notizia all’orecchio di Bush. Il presidente è ancora inchiodato sulla sedia, con il libro delle favole aperto sulle ginocchia. Rimarrà immobile ancora per 7 minuti, prima di lasciare l’aula e imbarcarsi sull’Air Force One. 

Alle 9,03 il presidente rivolge un breve messaggio alla nazione: «Sembra un atto di terrorismo». La «fortezza volante» del capo dello Stato non rientra nella capitale. C’è il timore che l’offensiva non sia ancora terminata. A Washington viene evacuata la Casa Bianca. Il vice presidente Dick Cheney assume di fatto il pieno comando. E in effetti il progetto di Al-Qaeda si sviluppa in tutta la sua ampiezza. 

Alle 9,37 un altro aereo si abbatte sul Pentagono. Il terrore si mescola, si impasta con una grandissima confusione. Il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, racconterà nelle sue memorie che, appena udito lo scoppio, si precipitò fuori per dare una mano ai soccorritori. Solo dopo un po’ si rese conto che avrebbe fatto meglio a rientrare in ufficio per coordinare la risposta militare degli Stati Uniti. L’ultima missione suicida, invece, fallisce. Quattro jihadisti si impossessano del Boeing 757 partito da Newark, in New Jersey, alle 8,42 con destinazione San Francisco. I killer puntavano sulla Casa Bianca o probabilmente sul Congresso di Washington. Ma i 33 passeggeri, più 7 componenti dell’equipaggio, si rivoltano: il volo 93 della United Airlines precipita nella campagna di Shanksville, in Pennsylvania. L’epicentro della crisi, in ogni caso, resta New York. L’agonia delle Torri è terrificante. I pompieri, i poliziotti, i soccorritori volontari corrono su è giù dalle scale per portare in salvo migliaia di persone. È l’epopea del sacrificio personale, di vero eroismo: 343 vigili del fuoco e 72 poliziotti perderanno la vita nei tentativi di salvataggio. Le Twin Towers, l’orgoglio di Manhattan, progettate dall’architetto Minoru Yamasaki e inaugurate nel 1973, sono ormai segnate. È il momento forse più agghiacciante. Le tv inquadrano delle sagome che precipitano dai piani alti in fiamme. Sembrano fantocci, pupazzi inanimati. Invece sono uomini, donne. Esseri umani. È l’ultimo illogico tentativo di sopravvivere. Cominciano a circolare immagini impressionanti, indimenticabili: la donna completamente ricoperta di polvere; un uomo che osserva a bocca aperta l’istante dell’impatto; un minaccioso nuvolone di polvere e detriti che insegue persone in fuga. È l’11 settembre di tutti. È con quelle sequenze che prende forma lo slogan «siamo tutti newyorkesi». 

Alle 9,59 la Torre Nord si accascia, sbriciolandosi.

Venti minuti dopo, alle 10,28, crolla anche l’altra Torre. Il bilancio sarà spaventoso: 2606 vittime civili, cui vanno aggiunte le 125 del Pentagono e i 246 passeggeri dei voli dirottati. Una carneficina immane portata a termine da soli 19 terroristi-kamikaze: 15 provenivano dall’Arabia Saudita; 2 degli Emirati Arabi; uno dal Libano e uno, il comandante sul campo, il trentatreenne Mohammed Atta, dall’Egitto.

11/9. Attacco all'America. La cronologia degli attentati minuto per minuto. A cura di Gianluca Di Feo, Paola Cipriani, Paula Simonetti, Corrado Moretti e Nino Brisindi su La Repubblica il 10 settembre 2021.  

11 settembre 2001

Ore 8.46 del mattino. Un aereo Boeing 767 si schianta a circa 800 km orari sulla Torre nord del World Trade Center. È l'inizio del giorno che cambierà la storia degli Stati Uniti e del mondo.

I 4 voli coast to coast

I quattro aerei dovevano volare dalla costa atlantica a quella pacifica. Questo significa che avrebbero avuto i serbatoi completamente pieni.

Ore 7.59 Volo 11 American Airlines Boeing 767 Boston - Los Angeles

Ore 8.14 Volo 175 United Airlines Boeing 767 Boston - Los Angeles 

Ore 8.20 Volo 77 American Airlines Boeing 757 Washington - Los Angeles 

Ore 8.42 Volo 93 United Airlines Boeing 757 Newark - San Francisco 

Gli obiettivi

La scelta degli obiettivi testimonia la volontà di colpire i simboli della potenza americana. Il World Trade Center di New York, poco distante da Wall Street, racchiude l’idea della forza finanziaria globalizzata. Il Pentagono è il cuore del potere militare. E il quarto aereo, avrebbe dovuto schiantarsi su Capital Hill, centro politico della democrazia Usa.

Ore 8.46: il primo schianto

Cinque uomini guidati dall’egiziano Mohamed Atta si impadroniscono del volo American Airlines 11. Alle 8.19 due assistenti di volo comunicano alla American Airlines che il volo 11 è stato dirottato. Alle 8:45 il Boeing si schianta contro la North Tower del World Trade. L'impatto è tra i piani 93 e 99. L'impatto avviene a circa 800 km l'ora.

Volo 11 American Airlines - Boston - Los Angeles

Ore 9.03: lo schianto sulla Torre Sud

Cinque terroristi dirottano il volo United Airlines 175 trenta minuti dopo il decollo da Boston. La loro azione è coordinata con quella della squadra del Boeing dirottato da Mohamed Atta. L'obietivo è la Torre Sud del World Trade Center: l’impatto viene trasmesso in diretta tv. E l’America capisce di essere sotto attacco. 

Volo 175 United Airlines / Boston - Los Angeles

Ore 9.37: lo schianto sul Pentagono

Cinque sauditi hanno la missione di prendere il controllo del volo American Airlines 77 e attaccare il Pentagono. Dal punto di vista aeronautico, è più complesso che non colpire le Torri Gemelle. E infatti, l’aereo si schianta su un settore esterno dell’edificio, quello occidentale, riuscendo comunque a uccidere 125 persone tra militari e civili.

Volo 77 American Airlines / Washington - Los Angeles

Ore 10.03: precipita il volo United Airlines 93

Sul volo ci sono quattro terroristi, guidati dal libanese Ziad Jarrad. Prendono il controllo della cabina. I passeggeri, venuti a conoscenza degli attacchi alle Torri Gemelle, decidono di affrontare i dirottatori e fanno precipitare l'aereo a Shanksville in Pennsylvania.

Volo 93 United Airlines / Newark - San Francisco 

Ore 9.03: il secondo schianto

Il volo 175 della United Airlines si abbatte contro la Torre Sud del World Trade Center tra i piani 77 e 85. Subito dopo viene ordinata la chiusura degli aeroporti di New York.

Manhattan colpita

Tra il primo e il secondo impatto trascorrono 17 minuti

Stato di emergenza in tutta Washington

L’impatto contro la Torre Sud fa scattare la massima allerta in tutto il paese. Ore 9.30: George W. Bush annuncia che la Nazione ha subito un "presunto" attacco terroristico. 

Ore 10.40

Wall Street ferma l’apertura delle quotazioni.

Ore 16.02

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America annuncia: "Tutti gli indizi sugli attacchi portano a persone vicine a Osama Bin Laden".

Ore: 17.55

La tv irachena festeggia: “Gli Stati Uniti hanno meritato questi attentati per i loro crimini contro l'umanità".

Ore 20.30

Il presidente George W. Bush parla alla Nazione: "Il nostro modo di vivere, la nostra stessa libertà sono stati attaccati. Non faremo distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li ospitano". 

2.977 vittime

Il bilancio di quel giorno è: 2.977 morti. 266 sono le vittime dei 4 aerei dirottati. Più di 2.753 le persone inghiottite dal World Trade Center. 189 i morti al Pentagono. 

I Morti. Esclusi i dirottatori.

World Trade Center 2753

Pentagono 184

Shanksville 40

Totale 2977

Dalla guerra al ritiro. La sfida di Biden. Federico Rampini su La Repubblica il 9 settembre 2021. Joe Biden era senatore del Delaware l’11 settembre 2001. Subito dopo, si unì ai suoi colleghi democratici e repubblicani nel voto unanime del Senato che autorizzava il presidente George W. Bush a usare la forza militare contro “nazioni, organizzazioni o persone” colpevoli di quell’attacco. Vent’anni dopo il bilancio della “guerra al terrorismo” rischia di confondersi con le immagini ancora fresche del ritiro dall’Afghanistan.

L’11 settembre 2001. Il giorno della verità. L’11 settembre 2001 il mondo capì quanto sarebbe stato difficile il XXI secolo.  L'Inkiesta il 16 agosto 2021. Gli attacchi terroristici hanno stravolto le democrazie occidentali e gli errori politici degli anni successivi hanno peggiorato la situazione. Ora che il problema non sono più i “loro” attacchi armati ma il “nostro” populismo sovranista servirà tutta la saggezza interpretativa che non abbiamo avuto quando il nemico veniva da fuori. Il Ventunesimo secolo è un condensato di crisi economiche, ondate populiste e sovraniste, epidemie e pandemie, assalti alla democrazia e attacchi terroristici. E sono trascorsi solo ventun anni. Ma c’è un punto sulla linea del tempo che rappresenta l’innesco per molti di questi eventi, concatenati tra loro. L’11 settembre è una cesura storica fondamentale, quanto meno nel mondo occidentale. Ed è l’inizio di una nuova fase, come fa notare George Packer in un lungo articolo sull’Atlantic in cui gli attacchi terroristici sul suolo americano sono visti come una finestra sul mondo in cui avremmo vissuto. «Durante i dieci anni compresi tra la fine della Guerra Fredda e gli attacchi terroristici, gli Stati Uniti hanno goduto di un livello di potere, ricchezza e sicurezza che, esclusa forse la Gran Bretagna negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, non ha eguali nella storia», si legge sul magazine statunitense. Nell’ultimo decennio del secolo scorso tra New York e Los Angeles ci sono stati un costante aumento dei prezzi delle azioni in Borsa e uno sviluppo tecnologico impressionante, mentre l’economia dell’informazione sembrava aver trovato la formula per la crescita perpetua. «Nelle elezioni del 2000, molte persone hanno votato, o non hanno votato, come se non importasse davvero chi fosse il presidente. Tanto potere, così poca responsabilità. Nessuno avrebbe mai immaginato che una mattina ci saremmo svegliati con macerie e cadaveri nelle nostre strade», scrive Packer. Ma l’11 settembre ha squarciato il velo e ha costretto gli Stati Uniti e i suoi cittadini a comportarsi finalmente come se esistesse anche il resto del mondo. «Non avevamo pensato ai dirottatori, ma loro avevano pensato a noi. Per quasi un decennio il radicalismo islamico ha cercato di attirare l’attenzione dell’America, dichiarando guerra ai cittadini statunitensi, bombardando le nostre ambasciate, le navi e lo stesso World Trade Center, con scarso successo. Il presidente Bill Clinton ha lanciato missili a lungo raggio contro i campi di addestramento jihadisti senza fare rumore. Quando il nome di al-Qaeda è emerso l’11 settembre, pochissimi americani lo avevano sentito prima», si legge nell’articolo. Il racconto di Packer contiene anche una dimensione strettamente personale. L’autore ricorda le sensazioni del 12 e del 13 settembre, quei giorni successivi in cui tutto stava cambiando: le file insieme agli altri newyorkesi per donare il sangue, le veglie sul lungomare di Brooklyn Heights, le folle alle barriere su Canal Street che offrivano porzioni di cibo in alluminio ai soccorritori, la sensazione di dover fare qualcosa di solidale, di dover aiutare il prossimo. È solo dopo un po’, qualche giorno più tardi, che sarebbe arrivata la consapevolezza. Gli attacchi terroristici di quel giorno hanno catapultato il mondo in una nuova dimensione. Gli Stati Uniti l’hanno vissuto direttamente sulla loro pelle, ma era sotto gli occhi di tutti. «Tutto è cambiato», dicevano gli esperti, ma non è facile adeguarsi a una nuova realtà. Quando si è trattato di interpretare e rispondere agli attacchi di al-Qaeda, la maggior parte dei leader politici ha seguito un copione che, nel giro di una manciata di ore, era diventato obsoleto. L’Atlantic individua tre approcci, evidentemente fallaci, tra le reazioni al terrorismo. Uno sosteneva che gli attacchi fossero come una punizione, una sorta di giustizia universale, per le azioni americane all’estero: il contraccolpo delle politiche imperialiste degli anni precedenti. Un secondo approccio sbagliato vedeva l’America solamente come una vittima, per di più innocente: è quell’atteggiamento riassunto dialetticamente da George W. Bush nel discorso alla nazione del 7 ottobre in cui tracciò una linea di separazione tra il bene e il male. Un terzo era a metà strada: l’America, nonostante tutti i suoi difetti, aveva l’obbligo di sostenere la democrazia e i diritti umani, ma nel farlo poteva fare ricorso al suo esercito per tentare di portare la democrazia in Afghanistan e provocare un cambio di regime in Iraq. «L’11 settembre ha fatto nascere l’idea che la sicurezza in casa dipendesse dall’esportazione dei valori democratici nel mondo musulmano. Questa era l’opinione degli interventisti liberali – me compreso, prima che iniziassi a fare reportage dall’Iraq nel 2003 – e peccava dell’illusione che la guerra e la politica di potere potessero essere usate a scopi umanitari», scrive Packer nel suo articolo. In un modo o nell’altro, tutti e tre questi punti di vista hanno provato a dare una continuità al sogno degli anni Novanta, hanno messo l’America al centro della storia e di ogni ragionamento: tutto ruotava ancora attorno all’idea che gli Stati Uniti potessero portare nel resto del mondo pace o distruzione a piacimento, senza tener conto del contesto. Man mano che gli attacchi jihadisti diventavano globali e quotidiani, a Madrid, Mumbai, Boston, Parigi e Orlando, diventava sempre più evidente quanto una reazione eccessiva o di sottovalutazione del pericolo potesse essere dannosa. L’islamismo radicale può essere compreso per quel che è: non un riflesso della politica estera degli Stati Uniti, né la reincarnazione della Germania nazista, ma un’ideologia estrema alimentata da politiche repressive in tutto un quadrante del mondo. «I leader americani», si legge sull’Atlantic, «sono caduti nella trappola dei jihadisti e si sono imbarcati in una “Guerra al Terrore” indefinita e invincibile, immaginando, come ha dichiarato Bush, che “finirà in un modo e a un’ora da noi scelti”». Una frase che suona ancora più surreale a due decenni di distanza, mentre le truppe americane lasciano il Paese senza aver cavato un ragno dal buco. Così gli anni dopo l’11 settembre hanno dato un nuovo ritmo alla storia. Al primo shock ne seguì un altro, poi un altro ancora: gli atteggiamenti muscolari degli Stati Uniti, la guerra in Iraq, l’uso della tortura, la crisi finanziaria del 2008, il ritorno dei talebani in Afghanistan, l’ascesa dell’Isis in Iraq e Siria e quella del populismo di destra in America, la presidenza di Donald Trump, l’ondata sovranista europea. E, in mezzo, tutte le crisi sanitarie regionali e la pandemia di coronavirus. «Alla luce di tutto questo», scrive Packer, «l’11 settembre non è stato un evento sui generis uscito da un cielo azzurro e limpido. Fu il primo avvertimento che il XXI secolo non avrebbe portato pace e prosperità illimitate. Al-Qaeda non era tanto un primitivo ritorno al Medioevo quanto un presagio della politica antiliberale e del nazionalismo virulento che presto avrebbero raggiunto il mondo, persino l’America, dove un tempo i dirottatori avevano sferrato i loro colpi». Eppure anche l’islamismo radicale che ha dominato le cronache post-11 settembre si è ritirato, almeno come minaccia strategica e almeno per ora. Negli ultimi vent’anni sul suolo americano non si è verificato nulla di simile all’11 settembre, e gli attacchi nel resto del mondo sono diventati sempre meno frequenti. «Due decenni dopo l’11 settembre», conclude l’Atlantic, «non siamo più gli stessi che credevano in un benessere senza confini come all’inizio del millennio. Gli esperti ora vedono il terrorismo nazionalista bianco come una minaccia interna più grande del terrorismo islamista. La nuova battaglia è per la nostra democrazia. Richiederà tutta la moderazione e la saggezza che non abbiamo avuto quando il nemico non eravamo noi stessi».

DAGONEWS il 7 settembre 2021. “11 september: Life Under Attack”, nuovo documentario di 90 minuti per ITV, mette in fila una serie di filmati inediti girati da alcune famiglie di Manhattan durante gli attacchi terroristici che hanno sconvolto New York e il mondo. Tra le persone in preda al terrore c’erano anche Anthony e Kyra Paris, con il figlio neonato Daschiel: erano nel loro appartamento a sei isolati da Ground Zero quando le torri gemelle sono state colpite. Nelle immagini si vedono i due che si agitano mentre scoprono che ormai è troppo tardi per lasciare il palazzo: «C'è polvere e fumo in tutto l'edificio. Non c'è modo di andarcene adesso...» dice Anthony a Kyra. A pochi isolati da loro anche Andrew Einhorn, un newyorkese che stava registrando l'incidente da Lower East Side, è nel panico: «Non so cosa fare, dove andare. La cosa spaventosa è che semplicemente non sai se è finita... Cos'altro inizierà a saltare in aria?». Ci sono intere famiglie che guardano la tv con lo sguardo atterrito e una ragazza che, inconsapevolmente, ha registrato la sua reazione al crollo della torre sud.

“I can hear you”: Bush e l’11 settembre, vent’anni dopo. Andrea Muratore su Inside Over il 14 settembre 2021. George W. Bush è stato un presidente complesso, più di quanto la cronaca dei suoi otto anni alla Casa Bianca abbia teso a rappresentarlo. Un presidente che scoprì il mondo scoprendo il suo Paese, un uomo che ben poco conosceva di ciò che andava oltre il Texas di cui era governatore quando intraprese la corsa alla Casa Bianca che lo portò alla controversa vittoria alle presidenziali del 2000. Un leader ritenuto fautore di una linea di riduzione dell’interventismo e della proiezione globale Usa catapultato a protagonista della storia recente dopo i fatti dell’11 settembre 2001, da cui scaturirono a cascata i conflitti mediorientali in Afghanistan e, due anni dopo, Iraq. L’America diI Bush coincise con l’America della globalizzazione rampante che si faceva interventista mano a mano che nell’amministrazione diventava insostituibile il peso dei falchi neoconservatori. Ma prima del leader interventista intento a gestire una chiamata alle armi condotta con uno zelo religioso prima ancora che politico, contrapponendo all’estremismo islamista il richiamo alla purezza e la divisione maniche tra “buoni” e “cattivi” tipica dell’etica calvinista e protestante, vi fu il Bush coinvolto nel dramma collettivo che gli Usa vissero dopo i giorni dell’11 settembre. Un dramma durante il quale Bush fu chiamato a prendersi sulle spalle le aspettative e i timori di una nazione ferita e spaesata. Nel ventennale del multiplo attentato dell’11 settembre l’ex presidente ha parlato alla commemorazione dei morti nello schianto del volo United 93, precipitato vicino a Shanksville, Pennsylvania, unico dei quattro dirottati da Al Qaeda a non aver raggiunto il suo bersaglio. E nel suo discorso si è concentrato sul senso di unità che si percepiva in America dopo la tragedia collettiva di vent’anni fa: “Nel giorno del dolore e del lutto”, ha dichiarato Bush, “ho visto milioni di persone stringere istintivamente il braccio del loro vicino e dedicarsi alla causa del prossimo. Questa è l’America che conosco”. Un’America che a detta di Bush “è la versione più genuina di noi stessi”, un’America che torna nella retorica del presidente la shining City upon the hill, la nuova Gerusalemme da riscattare: c’è tutto l’evangelismo radicale dell’ex presidente laddove Bush afferma che, nei giorni successivi all’11 settembre, “dopo aver vagato a lungo nell’oscurità, molti hanno scoperto che in realtà stavano camminando passo dopo passo verso la grazia”. La profonda retorica utilizzata da Bush in questa occasione richiama il momento di maggior contatto emotivo tra l’allora presidente e il popolo americano nei giorni appena successivi all’attentato. Il 14 settembre 2001 Bush si recò in visita a Ground Zero a New York e, senza alcuna programmazione anticipata, pronunciò spontaneamente un discorso ai lavoratori intenti a rimuovere le macerie, a mettere in sicurezza l’area e a indagare sui fatti dell’11 settembre. “I can hear you!”, disse Bush salendo su un veicolo distrutto e parlando con un megafono in mano ai lavoratori. “Vi posso sentire! Vi posso sentire! Tutto il mondo vi ascolta”, disse solennemente mettendosi in diretto collegamento con le sofferenze, le tensioni e il dolore di New York e dell’intera America, aggiungendo poi che “coloro che hanno distrutto questi edifici ci sentiranno presto”, preannunciando la risposta militare che, tre settimane dopo circa, avrebbe dato il via all’offensiva afghana. Ebbene, in questo discorso ci fu tutto il profondo dualismo di Bush, uomo chiamato a gestire dinamiche storiche più grandi, profondamente complesse e strutturate del born again Christian che cercava di levarsi dalle spalle l’appellativo di semplice erede del presidente “vincitore” della Guerra Fredda e della Guerra del Golfo, il padre George H. W. Bush. Presidente catapultato suo malgrado nella storia dopo aver vinto le elezioni contro il progressista democratico Al Gore su un tradizionale programma repubblicano fatto di tagli alle tasse, deregulation finanziaria, amministrazione dell’economicismo, a capo di un’amministrazione commissariata dai neoconservatori. Nelle parole del discorso di Ground Zero si leggono l’identificazione dell’uomo con la nazione e lo spaesamento del leader che, inevitabilmente, deve promuovere la reazione energica. Si anticipano gli errori dei mesi successivi e del ventennio che ne è seguito, ma si comprende anche la drammatica profondità del momento storico che si andava delineando. “I can hear you” sembra anche il motto di fondo del discorso che Bush, nel ventennale, ha pronunciato a Shanksville: “nel sacrificio dei primi soccorritori, nel soccorso reciproco tra sconosciuti, nella solidarietà del dolore e della grazia, le azioni di un nemico hanno rivelato lo spirito di un popolo”, ha detto l’ex presidente. Spirito che, però, vent’anni fa si è manifestato forse per l’ultima volta. I semi della divisione e della polarizzazione interna già covavano mano a mano che le faglie culturali, etniche, economiche e sociali corrodevano le possibilità di cooperazione politica e la capacità di gestione delle crisi da parte della superpotenza. Dalla Grande Recessione ai fatti di Capitol Hill, da Occupy Wall Street a Black Lives Matter, passando per il quadriennio trumpiano che è stato sintomo, e non causa, di questa polarizzazione l’America si è scoperta una fragile superpotenza. Tanto fragile come lo era vent’anni fa, come del resto sottolineato da quei commentatori (in Italia Geminello Alvi, Franco Cardini, Marco Tarchi, Massimo Fini, Tiziano Terzani) che nella stessa risposta interventista alla guerra del terrore globale hanno visto non una riscossa degli States quanto piuttosto un emblema delle loro difficoltà. Della tendenza a compattare la nazione dietro il fattore unificante della minaccia esterna. Bush è stato il primo artefice e la prima vittima di questo processo, ma anche la sua figura va letta in chiave umana e non solo politica. Trovarsi a dare voce alle pulsioni e ai timori di una nazione ferita al cuore è compito improbo per qualsiasi capo di Stato. Oggi come vent’anni dopo George W. Bush lo testimonia.

Con le Torri gemelle quel giorno crollò anche lo Stato di diritto. La risposta interna al terrorismo fu il “patriot act”, un dispositivo che fa a pezzi garanzie e libertà civili e che ancora oggi mina la democrazia americana. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 6 settembre 2021. Nel corso della storia gli Stati Uniti d’America hanno subito appena tre attacchi sul proprio territorio. Il primo nel 1916, quando 500 uomini dell’esercito rivoluzionario guidato da Pancho Villa varcarono la frontiera con il New Mexico per saccheggiare un deposito d’armi nella città di Columbus. Un attacco mordi e fuggi che provocò 17 vittime. La reazione americana fu sproporzionata e terribile: per ordine del presidente Wilson pochi giorni dopo 15mila uomini ai comandi del generale Pershing passarono il confine del Rio Grande per una spedizione punitiva che durò 11 mesi con migliaia di vittime e un netto insuccesso militare.

L’attacco alle Torri gemelle. Il secondo affronto il 7 dicembre 1941 nel celebre attacco di Pearl Harbour, quando l’aviazione dell’impero giapponese rase al suolo la flotta navale statunitense ancorata alle isole Hawai, spingendo Washington nel calderone della Seconda guerra mondiale. La rappresaglia nei confronti dei cittadini di origine giapponese è una delle pagine più buie della recente storia americana: oltre 110mila persone, prevalentemente della costa occidentale furono internate in campi concentramento in quanto «possibili nemici». La deportazione, fuori da qualsiasi norma del diritto moderno, fu autorizzata dal presidente Franklin D. Roosvelt. L’ultimo episodio naturalmente risale all’11 settembre 2001, con gli attentati alle Torri gemelle di New York e al Pentagono in cui persero la vita tremila persone. Quel massacro inaugura l’era della lotta al terrore e della guerra infinita, l’amministrazione di George W. Bush, zeppa di bellicosi orfani della Guerra fredda e di pazzoidi intellettuali neo-con, dichiara guerra all’Afghanistan dei talebani (sic) per preparare poi la successiva invasione dell’Iraq di Saddam Hussein. Sul fronte interno decidono invece di fare a pezzi il proprio Stato di diritto. Cinque settimane dopo gli attentati il Congresso approva all’unanimità (due i voti contrari) il Patriot act, una legge antiterrorismo che sospende buona parte delle libertà civili, trasformando la più grande democrazia del pianeta in una succursale della Germania dell’est.

“Terrorismo interno”. Nessuno si oppone, repubblicani e democratici uniti nella lotta, anche gli intellettuali liberal si mettono l’elmetto: «Bisogna combattere il terrorismo come se non esistessero regole», scrive il New York Times nel suo editoriale in prima pagina. In nome dell’emergenza la società civile americana viene arruolata tutta e la nazione diventa un’immensa trincea. In sostanza il Patriot act, nelle sue prolisse 132 pagine di testo, modifica una quindicina di leggi federali: dall’immigrazione, alle operazioni bancarie, dalla sorveglianza ai mandati di arresto e alle intercettazioni, fino alle manifestazioni di piazza che possono essere associate ad attività anti-patriottiche o addirittura a “terrorismo interno”. Autorizza la brutale intrusione dello Stato nella sfera privata dei cittadini entrando in rotta di collisione con il Quarto emendamento che protegge il diritto degli individui «di godere della sicurezza personale, della loro casa, delle loro carte e dei loro beni, nei confronti di perquisizioni e sequestri ingiustificati». L’Fbi acquisisce poteri mai visti neanche all’epoca di Hoover e della caccia alle streghe, le sue inchieste, spesso fondate su esili sospetti, non hanno più il vincolo del mandato giudiziario, gli agenti possono sorvegliare, spiare, perquisire e arrestare in piena libertà, di fatto i federali hanno gli stessi poteri riservati alla Cia e al controspionaggio.Migliaia di persone vengono messe in custodia cautelare senza capo d’imputazione e possibilità di consultare un avvocato. Le stesse conversazioni tra legali e clienti sono oggetto di intercettazioni selvagge. Viene creato lo status di “combattente nemico” che permette alle autorità di tenere a tempo indeterminato nei centri di detenzione chiunque sia sospettato di attività terroristiche.

Guantanamo Bay. Il più famoso è il carcere di Guantanamo Bay, una zona d’ombra e di illegalità del diritto internazionale di cui parliamo diffusamente in un altro approfondimento del nostro settimanale.I principali fornitori di accesso a internet sono obbligati a mostrare alle agenzie del governo i dati personali di milioni di utenti, la Nsa (agenzia nazionale per la sicurezza) può acquisire senza mandato tutte le mail e tutte le conversazioni telefoniche in provenienza o a destinazione degli Stati Uniti. In premio le aziende web e di telecomunicazione ricevono un’immunità retroattiva per eventuali reati fiscali. Il concetto stesso di privacy si sgretola con le scorribande dei federali che possono ottenere dossier medici, finanziari dei sospetti e informazioni su chiunque prenda a noleggio un video o persino un libro in una biblioteca. Lo scandalo del Datagate scoperchiato nel 2013 dall’ex consulente della Nsa Edward Snowden nasce proprio nel solco profondo scavato dal Patriot Act. Doveva essere una disposizione transitoria di quattro anni e invece il dispositivo si è nel corso del tempo si è “perennizzato”, se l’amministrazione Obama ha approvato alcuni emendamenti che limitano il campo d’azione delle agenzie federali di sicurezza, ancora oggi molte sue misure sono di fatto in vigore come ad esempio le perquisizioni effettuate in assenza del sospetto (dette sneak and peek) o la sorveglianza telefonica e telematica senza l’autorizzazione di un mandato giudiziario. Decine di giudici distrettuali hanno definito in questi anni come incostituzionali diverse nome del Patriot Act rifiutandosi di applicarle nei singoli Stati o contee, ma la Corte suprema ha sempre difeso la mostruosa creatura partorita dall’amministrazione di George W. Bush e dal suo Segretario alla Difesa John Ashcroft.

Il dilemma di Guantanamo dopo la fine della guerra in Afghanistan. Andrea Muratore su Inside Over l'8 settembre 2021. Nei giorni in cui a Guantanamo riprende dopo due anni di sospensione il processo contro i cinque imputati accusati di aver ideato gli attentati dell’11 settembre la rotta afghana degli Stati Uniti riapre il dibattito sul futuro del campo di prigionia americano nella base di Cuba. Una struttura che in questi venti anni ha rappresentato il centro di detenzione per i prigionieri delle forze armate statunitensi ritenuti a vario titolo imputati di collusione col sistema terroristico e con le organizzazioni rivali degli Usa, che ha attratto le critiche trasversali di un’ampia fetta di media, opinione pubblica e mondo politico negli States e non solo.

Guantanamo e i suoi detenuti. Il carcere di massima sicurezza è infatti formalmente fuori dal territorio statunitense, nell’ultimo residuo della presenza militare Usa a Cuba, e dunque non soggetta alla giurisprudenza e alle norme del diritto interno del Paese. I soggetti incarcerati si trovano formalmente in un limbo, privi sia del riconoscimento di prigionieri di guerra (non essendo gli Usa formalmente in conflitto con altre nazioni) sia dello status di ordinari detenuti dell’amministrazione federale statunitense a cui applicare i termini di legge in materia di custodia cautelare, rinvio a giudizio e incarcerazione. Non è un caso che Human Rights Watch abbia sottolineato che dal 2002 in avanti solo 16 dei 780 detenuti passati per Guantanamo abbiano subito un esplicita incriminazione penale, e anche quando ciò è avvenuto i casi sono stati estremamente controversi; l’’ex capo della propaganda di Al-Qaida Khalid Sheikh Mohammed, che ha esplicitamente confessato di essere stata la mente dell’11 settembre, ha dovuto aspettare cinque anni tra la sua cattura, avvenuta nel 2003, e la sua incriminazione, partita nel 2008, e il suo processo è ancora in alto mare mentre sulle confessioni sue e di altri detenuti aleggiano i dubbi di costituzionalità legati al possibile uso della tortura nelle prigioni segrete della Cia. Per questo in America si sta discutendo sulla legittimità del carcere di massima sicurezza creato per operare la detenzione, la punizione e la rieducazione prigionieri catturati in Afghanistan o in Pakistan ritenuti collegati ad attività terroristiche, 39 dei quali sono attualmente rinchiusi a Guantanamo. A riempire le celle, soprattutto nella prima fase, sono stati soprattutto afghani, sauditi, yemeniti e pakistani. Molti di questi detenuti, nota Npr, sono i cosiddetti forever prisoners mai coperti da accuse formali o incriminazioni, mentre in larga misura i detenuti scarcerati o scambiati con prigionieri statunitensi al termine di faticose trattative difficilmente hanno perso l’abitudine di contrastare la superpotenza a stelle e strisce. Anzi, il canale all-news indiano Wion ha dedicato un ampio approfondimento al fatto che diverse figure di spicco dei Talebani tornati al potere in Afghanistan hanno conosciuto da vicino la prigionia a Guantanamo. Khairullah Khairkhwa, membro dell’ala radicale dei Talebani e loro ex ministro dell’Interno, è tra le figure che hanno subito la detenzione a Guantanamo, e anche Gholam Ruhani, esponente dell’intelligence del gruppo, è passato per il carcere cubano. Tra le accuse di tortura, le violazioni dei diritti umani e il comportamento duro e punitivo dei militari Usa verso i prigionieri, Guantanamo è diventato un centro fondamentale per le critiche alle politiche degli Usa nei Paesi dell’Asia centrale e del Medio Oriente e il suo futuro dopo la sconfitta afghana è incerto.

Guerra terminate, detenzioni senza fine. L’associazione Just Security ha pubblicato di recente un dettagliato rapporto in cui attacca il fatto che il termine delle “guerre senza fine” non è ritenuto propedeutico alle prigionie senza fine, nonostante gli appelli in senso contrario che l’attuale presidente Joe Biden ha più volte fatto. Il mantenimento in operazione del carcere viene definito “aberrante, incongruente, illegale”: come possono, è il senso dell’appello, gli Stati Uniti combattere e esporsi per la libertà, la democrazia, i diritti umani senza difenderli in primo luogo erga omnes sul loro territorio? Come definire la responsabilità penale effettiva di soggetti che possono anche essersi macchiati dei più terribili reati di terrorismo ma la cui capacità di sostenere un processo è messa a repentaglio da detenzioni a tempo indeterminato e prevaricazioni tutt’altro che indifferenti? Queste domande non conoscono risposta da vent’anni e sono lo specchio del dibattito aperto dalla gestione emergenziale del diritto interno che gli Usa hanno reso, di fatto, strutturale nel corso degli anni. Il dibattito è di quelli politicamente importanti perché impone una riflessione sulle motivazioni, il senso e le conseguenze dell’intervento statunitense in Medio Oriente, segnalando un’asimmetria tra la retorica e l’azione concreta della superpotenza. Le torture di Guantanamo e la sospensione del diritto sono sotto gli occhi di tutti: e da più parti è emersa chiara la percezione del fatto che se alla barbarie della sfida terrorista si decide di rispondere – in nome della tutela di un generico principio di sicurezza – con la negazione dei capisaldi del diritto che caratterizzano la vita interna della società occidentali, si contribuisce solamente all’instabilità globale diminuendo la sicurezza collettiva. Gli Usa e l’Occidente non hanno altra scelta che quella di recuperare i capisaldi della democrazia feriti negli ultimi anni dalle crisi, dalla conflittualità e dall’ascesa delle disuguaglianze per sconfiggere politicamente i movimenti estremistici e terroristici. Il problema è che il principio securitario su cui la scelta di creare Guantanamo poggia non tramonta con l’Afghanistan, rendendo difficile una svolta che segnerebbe una reale volontà degli Usa di cambiare strategia combattendo politicamente l’estremismo in maniera diversa. E al contempo annacquando ogni prospettiva reale di rendere credibile gli appelli statunitensi per la democratizzazione di Cuba, Paese nei cui confronti gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni dopo lo scoppio delle proteste estive. Le grandi potenze difficilmente possono reggere l’accusa di ipocrisia dopo una sconfitta militare e politica come quella afghana: e Washington ciò deve tenerlo ben presente.

Dagotraduzione dalla Nbc il 12 settembre 2021. Doveva essere il processo del secolo, ma la maggior parte degli americani ha smesso da tempo di prestargli attenzione. Due decenni dopo gli attacchi dell’11 settembre e nove anni dopo la formalizzazione delle accuse di crimini di guerra, l’udienza preliminare del processo contro Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente degli attacchi alle Torri Gemelle, e ad altri quattro imputati sono riprese martedì dopo un lungo arresto per Covid. Non sono previste, né a breve né in futuro, udienze per presentare le prove. Secondo Alka Pradhan, impiegato civile del Dipartimento della Difesa che rappresenta uno dei cinque imputati, quello che succedendo è una «farsa». Gli altri avvocati non si sono spinti così lontano, ma quasi tutto sembrano concordare sul fatto che lo sforzo per portare questi imputati davanti alla giustizia è andato male. «Non è colpa degli imputati, dei loro avvocati o dei giudici» ha spiegato Kevin Powers, esperto di sicurezza nazionale al Boston College. «È il modo in cui è stato impostato il sistema. Ed è quello che le persone devono capire davvero: il sistema è impostato per fallire». Sono passati 15 anni dal giorno in cui il presidente Bush ha annunciato l’arrivo dei detenuti nella prigione di Guantanamo. Le ragioni per cui le ruote della giustizia si muovono così lentamente sono molte. Ma la più importante è la segretezza. Ci sono voluti anni perché gli avvocati difensori ottenessero di conoscere le prove raccolte contro i loro clienti, e ancora non hanno tutto ciò di cui hanno bisogno, nonostante siano in possesso di tutti i nulla osta per i documenti top secret. All’interno dell’aula, giornalisti e familiari sono sistemati dietro a una parete di vetro spesso. Il suono viene trasmesso con 40 secondi di ritardo per evitare che gli imputati spifferino qualcosa di riservato. Gli avvocati della difesa sostengono che la ragione per cui qui tutto è avvolto dal segreto è che il governo cerca di nascondere quello che è accaduto ai detenuti trattenuti e torturati dalla Cia in prigioni segrete prima di essere trasferiti a Guantanamo. «Questi uomini sono stati portati a Guantanamo per nascondere le torture che hanno subito, ed è la ragione per cui esiste la detenzione a tempo indeterminato a Guantamano» dice James Connell, avvocato di Ammar al Valuchi. «Il motivo per cui siamo tutti riuniti a Guantanamo per la 42a udienza della commissione militare dell'11 settembre nel 15° anniversario del trasferimento di questi uomini a Guantanamo è nascondere la tortura». Gli esperti dicono che al ritmo in cui procede il caso, potrebbe volerci un altro decennio di udienze procedurali. «C'è la possibilità di non avere alcun processo», ha detto Madeline Morris, professoressa di diritto della Duke, direttore della Guantanamo Defense Clinic. Inoltre la struttura di Guantanamo, che ad oggi ospita 39 detenuti ma ha una capacità di 700, costa ai contribuenti 13 milioni di dollari a prigioniero l’anno. L’amministrazione Biden ha dichiarato di voler chiudere la struttura, ma intanto, a detta dei funzionari, è in corso un’espansione da 15 milioni di dollari per costruire, tra l’altro, una nuova aula di tribunale e spazi di lavoro. Bush ha aperto il centro di detenzione nel 2002 quando ha lanciato quella che ha chiamato una Guerra al Terrore. La sua idea era di mantenere lì a tempo indeterminato i cosiddetti combattenti nemici. L'ha riempita, mescolando soldati di basso livello a menti terroristiche, tutti detenuti senza che venissero presentate accuse. Dopo la condanna del mondo intero, la sua amministrazione ha rilasciato più di 500 prigionieri e ha concesso ai restanti gli avvocati. Molti sono stati rimandati a casa o rilasciati in paesi terzi senza incidenti. Secondo l'ufficio del direttore dell'intelligence nazionale, circa il 17 per cento si è nuovamente dedicato al terrorismo. Due ex detenuti di Guantanamo sono stati nominati il mese scorso in ruoli chiave con i talebani che prendevano il controllo dell'Afghanistan. Come presidente, Barack Obama ha promesso di chiudere la prigione, ma non ci è riuscito, sebbene abbia ridotto ulteriormente la popolazione a 41. Donald Trump si è impegnato a riempirlo di nuovi detenuti, ma non lo ha mai fatto. La Cia e l’esercito, sospettati di tortura, hanno smesso da tempo di trattenere i combattenti nemici per più di pochi giorni. Gli Stati Uniti invece si sono affidati agli alleati per incarcerare quelli catturati sul campo di battaglia. I critici affermano che per l'America è più facile uccidere i sospetti terroristi con attacchi di droni che catturarli e trattenerli. Nel frattempo, gli imputati dell'11 settembre attendono giustizia. «Non ho alcun dubbio che KSM sia colpevole», ha detto Terry McDermott, coautore di "The Hunt for KSM", il resoconto definitivo di come gli Stati Uniti hanno rintracciato Khalid Sheikh Mohammed. «Lo ha ammesso lui stesso più e più volte. Questo doveva essere un caso molto semplice, da aprire e chiudere. Se il processo si fosse svolto nel distretto meridionale di New York, come è successo per altri 200 processi per terrorismo, il tizio sarebbe stato in prigione o giustiziato 10 anni fa. Ma se sei stato a Guantanamo, hai visto la situazione. L'intera faccenda è ridicola».

«L’11 settembre permise la deriva antidemocratica di Bush». L’analisi della storia americana Ruth Ben-Ghiat: «L’attacco fu uno di quegli eventi cataclismatici che spesso permettono ai governanti illiberali, autocratici, di fare cose che avrebbero voluto fare comunque. Il vero pericolo oggi? Il terrorismo interno». Alberto Flores D'Arcais su L'Espresso il 10 agosto 2021. «Vivevo nell’Upper West Side e avevo preso la metropolitana per andare downtown, alla Casa della cultura italiana della New York University. Improvvisamente le carrozze si sono fermate, c’è stato un annuncio, qualcuno aveva un cellulare che funzionava, una cosa strana. Ci hanno evacuato e siamo usciti: e il mondo era cambiato». Ruth Ben-Ghiat l’11 settembre se lo ricorda come fosse ieri. Storica, critica culturale, studiosa del fascismo e dei leader autoritari (il suo ultimo libro “Strongmen. Mussolini to the Present” è un best seller della saggistica), nei giorni successivi all’attacco terroristico di al Qaeda «io stessa, come chiunque avesse un cognome mediorientale - Ben è come Bin - sono finita in una lista nera, per anni mi è stato difficile viaggiare».

Dopo vent’anni cosa pensa?

«È molto interessante pensare oggi all’11 settembre 2001, soprattutto alla luce di quanto è avvenuto in America negli ultimi cinque anni. Per me è stato un evento-shock, uno di quegli eventi cataclismatici che spesso permettono ai governanti illiberali, autocratici, di fare cose che avrebbero voluto fare comunque. Eventi che permettono a determinati individui di allargare ancora di più i confini anti-democratici».

È accaduto negli Stati Uniti?

«Io credo che questo possa accadere anche nelle democrazie, un esempio di autocrazia è quello di Erdogan dopo il golpe del 2016. L’11 settembre ha permesso al complesso militare-industriale dell’amministrazione Bush di mettere in piedi un intero sistema illiberale, che molti avrebbero voluto ma non avevano avuto l’occasione di iniziare».

Ad esempio?

«Lo stato di sorveglianza e la detenzione degli individui. O come le ho detto quello che è capitato a me stessa. Controlli speciali sugli individui all’inizio, poi è stato creato ad hoc il Dipartimento della sicurezza nazionale. Detenzione, sorveglianza, poi effetti a lungo termine molto interessanti come la guerra in Iraq, dove abbiamo assistito alla distruzione della verità e alla persecuzione della stampa. Dopo il Watergate, l’Iraq è stato il primo esempio di manipolazione dei media e di fabbricazione di bugie a livello statale. L’11 settembre è stato l’evento shock che ha dato il via a questi enormi cambiamenti di politica interna ed estera che, in un certo senso, sono stati una sorta di preparazione per quello che è successo più recentemente».

Si riferisce agli anni di Trump?

«Non solo. Trump è un autoritario, nessun presidente prima di lui lo è mai stato in questo modo. Ma alcune cose nascono già nel 2001. La clientela e i profittatori, in un certo senso, sono il complesso militare industriale, gli appaltatori, l’industria della difesa. La guerra fredda era finita, l’America aveva l’esercito più potente al mondo, possiamo dire che per venti anni c’è stata una sorta di crisi per capire cosa fare con questo potere militare, chi fosse il nemico. Il ventennio che è iniziato con la guerra in Afghanistan è stato in un certo senso di ripensamento, per capire quale potesse e possa essere il ruolo dell’America nel mondo».

Biden ha annunciato il ritiro dall’Afghanistan proprio per il prossimo 11 settembre. Si chiude questo ventennio?

«Il ritiro vuol dire ammettere che questa guerra è stata in un certo senso un fallimento. È stata una “forever war”, una guerra senza fine, che alla fine è diventata sterile».

Si può dire che Trump è, anche, una conseguenza dell’11 settembre?

«No. Non è stato una conseguenza diretta perché ci sono state molte altre cose in mezzo, ad esempio l’ascesa del Tea Party, che ha avuto solo marginalmente a che fare con l’attentato. Tuttavia, ciò che piace agli uomini forti, autoritari, tanto per citare il mio libro, ciò che sanno fare è sfruttare la situazione che c’è e volgerla a scopi illiberali. Possiamo dire che lo stato di detenzione e di sorveglianza che è seguito all’attentato è iniziato con Bush. Trump ha semplicemente capitalizzato su quello che già c’era, ha capitalizzato questi impulsi illiberali che sono fioriti dopo l’11 settembre. Ma non c’è un collegamento diretto».

C’è chi lo accusa di una sorta di tentato golpe. Lei che ne pensa?

«Penso che ci abbia provato, ma la cosa molto interessante negli anni in cui Trump è stato alla Casa Bianca è che non ha avuto successo. Non ha avuto successo nell’usare l’esercito per una svolta autoritaria, per metterlo contro la popolazione. Ci ha provato. E ci sono cose ancora in corso che mi preoccupano molto nella sfera civile militare, ma è un altra questione, perché gli Stati Uniti sono stati lo sponsor principale di colpi di Stato e della guerra psicologica».

Trump è stato un presidente autoritario?

«Trump e alcune delle persone a lui più vicine, Steve Bannon ad esempio, lo sono, miravano certamente ad avere più potere e meno controlli. L’autoritarismo ha sempre un aspetto diverso. E se io sono ancora forse l’ultima persona che non dice che Trump è fascismo, lo faccio perché credo che dargli del fascista sia fuorviante. È autoritario? Sicuro, al cento per cento. Ma non lo definisco fascista comunque: è un’altra questione, stava cercando di avere un governo che fosse autoritario, che lo proteggesse sul piano personale».

Gli anticorpi contro l’autoritarismo hanno funzionato?

«La domanda da farsi è: gli Stati Uniti potrebbero diventare più simili a quanto voleva Trump? Ci sono diverse persone che credono ancora che l’autoritarismo sia utile al capitalismo e potrebbero citare la Cina, ma questo è un po’ un mito. Io penso che gli anticorpi ci siano, c’è stato un grande contraccolpo, come quello che abbiamo visto nelle elezioni del novembre scorso. Trump è stato cacciato via col voto, ed è molto insolito che un popolo interrompa un processo autocratico».

Libertà e sicurezza. Oggi l’America è meno libera e più sicura?

«Sono una storica e da un punto di vista storico lo è. Pensiamo anche a quanto succede oggi, con le risposte alla pandemia. Quando gli Stati implementano misure di emergenza, stati di eccezione, diventa tutto molto difficile. Le cose accadono e il governo si espande e le restrizioni si espandono sulle libertà. E di solito nella storia, non si torna mai indietro come prima. Anche se sei ancora in una democrazia e lo stato di emergenza ufficiale finisce, il governo con più poteri rimane. Le maggiori restrizioni alla libertà rimangono». 

Esportare la democrazia è un’idea giusta o sbagliata?

«Gli Stati Uniti durante la guerra fredda hanno dato una mano ad abbattere democrazie ma hanno anche una storia, più lunga, di portare la democrazia. Ho scritto molto nel mio libro sul Cile, perché lì gli Stati Uniti hanno aiutato il dittatore ad arrivare a prendere il potere ma hanno anche enormemente aiutato il dittatore ad andarsene negli anni Ottanta, sostenendo e finanziando la mobilitazione degli elettori al plebiscito. Poi ci sono interventi in teoria giusti ma che alla fine si rivelano sbagliati, la Libia in questo è un buon esempio. Nel cambio di regime a Tripoli ci sono stati molti attori, non sono solo gli Stati Uniti. C’era da agire di concerto con la Nato e tutto il resto. Oppure in Iraq, il punto non era realmente portare la democrazia, la questione principale era il petrolio, il profitto, i militari Usa vicini al nemico Iran».

Lo ha sostenuto anche Trump.

«Come sempre Trump è stato molto schietto. E a volte dice cose, quando non mente spudoratamente, che altri non dicono. Ha detto che la guerra in Iraq era per ottenere il petrolio e che non ne hanno ottenuto abbastanza. Avrebbero dovuto ottenerne di più. Quindi, se il cambio di regime non riguarda davvero la democrazia ma un profitto, allora non funzionerà perché c’è malafede».

Il terrorismo è ancora una minaccia per gli Usa?

«La minaccia terroristica per gli Stati Uniti è interna. E questi sono i veri terroristi di cui nessuno voleva occuparsi, non sono terroristi islamici. Sono bianchi, prevalentemente bianchi, cristiani americani. Terroristi americani e militanti dell’estrema destra. Il terrorismo islamico, quello che era attivo prima dell’11 settembre non è una minaccia per gli Stati Uniti. E infatti l’amministrazione Trump si è occupata, come regime autocratico, di fare accordi con altri autocrati. Così i finanziatori, i veri finanziatori dell’11 settembre, i sauditi, hanno tratto profitto durante l’amministrazione Trump. Quel tipo di terrorismo oggi non è una minaccia, oggi se parliamo di violenza e di qualsiasi definizione di terrorista dovremmo concentrarci sul terrorismo interno americano».

Guido Olimpio per il "Corriere della Sera" il 5 agosto 2021. Una separazione consensuale. Nero su bianco. Un impegno scritto da Osama in persona e rivolto ai due fratelli che lo proteggevano. Era l'unica scorta che bin Laden aveva nel suo ultimo rifugio, ad Abbottabad, in Pakistan. La coppia non ne poteva più. Oltre a fare da corrieri prendendo rischi seri, si occupavano delle cose quotidiane, della spesa, di qualsiasi necessità del leader e del numeroso nucleo familiare. I due si lamentano, Osama recepisce le preoccupazioni e il 15 gennaio 2011 scrive una lettera ad uso interno. Mossa curiosa, quasi condominiale. Il capo qaedista chiede un po' di tempo per rimediare un altro nascondiglio e si impegna ad andarsene entro il mese di luglio. Le sue previsioni sono errate, le ricerche non danno frutti e le promesse sono spazzate via da una sorpresa: il 2 maggio i Navy Seals piombano sulla casa e lo uccidono. I particolari di quegli giorni della guida jihadista sono emersi dall'analisi del materiale sequestrato dagli americani durante il blitz. Una miniera: 470 mila files, memorie esterne, cinque computer, dozzine di chiavette e CD. In una recente intervista il responsabile dell'operazione, l'ammiraglio William McRaven, ha ricordato la sua ansia durante le fasi critiche dell'assalto quando il team leader sul terreno ha chiesto più tempo rispetto ai 30 minuti previsti dalla tabella di marcia. Permesso ottenuto, sia pure limitato, per rastrellare il grande archivio trovato al secondo piano. I documenti sono stati studiati dall'intelligence, resi pubblici nel 2017 e analizzati dagli esperti. In particolare da Peter Bergen, autore di un libro appena uscito, «The Rise and fall of Osama bin Laden». Sono spezzoni di politica e vita rilanciati dai media Usa, come Wall Street Journal e New York Times. Ad aiutare nella ricostruzione di quegli ultimi giorni è un diario tenuto da due figlie del terrorista, un verbale minuzioso con riferimenti interessanti all'umore del padre ma soprattutto a quanto avveniva all'esterno dell'alto muro che circondava la residenza pachistana. Notevole la parte riguardante le primavere arabe. Secondo le carte Osama era sorpreso e angustiato dal fatto che il suo movimento fosse stato superato dalle piazze e non venisse considerato. È molto deluso, prova a nasconderlo durante delle riunioni alle quali partecipano le due mogli, Umm Hamza e Siham, insieme al resto della micro-comunità. Lui reagisce in modo freddo quando gli chiedono perché i media non citano la fazione, le consorti provano a spiegare cercando di attenuare il colpo. Bin Laden recrimina, ricorda quanto si sia speso per incitare le masse arabe alla rivolta contro i regimi. I congiunti gli suggeriscono di preparare un discorso che possa catturare l'attenzione, riprendere l'iniziativa. Parole che però sono una disperata rincorsa. È solo l'inizio. Negli anni a seguire il qaedismo sarà scavalcato da una forza più agile, feroce e pratica. Lo Stato Islamico. Scavalcato non vuole dire però scomparso, in quanto l'idea qaedista è ancora solida. Osama, sempre in base al diario, considera di riconoscere gli errori del suo movimento, resosi responsabile della morte di molti musulmani in tanti Paesi, civili coinvolti negli attacchi. In questa fase di ripensamento non esclude neppure di cambiare nome alla fazione. Sono aggiustamenti uniti ai consigli per i mujaheddin delle formazioni in Africa o Medio Oriente. Afferma che il presidente Obama e il generale Petraeus sono obiettivi primari mentre ritiene che il vice Biden non sia adeguato, auspica azioni clamorose uguali a quelle dell'11 settembre. Non si fida per nulla dell'Iran, Stato che ha accolto i familiari riservando loro un trattamento duro. Il leader tenta di svolgere il suo ruolo anche se è difficile viste le condizioni della sua latitanza. È auto recluso mentre il mondo gira veloce. Non lo sa, ma l'epilogo è vicino e arriva prima di un possibile trasloco.

Così la guerra interna all’intelligence Usa ha favorito l’11 settembre. La fuga dall’Afghanistan è l’ultimo di una serie di fallimenti, iniziati nel 2001. Quando Al Qaeda non fu fermata e le previsioni sbagliate della Cia e la gelosia tra agenzie regalarono un vantaggio a Bin Laden. Leo Sisti su L'Espresso il 3 settembre 2021. A mezzanotte di lunedì 30 agosto va in scena l’ultimo atto della guerra nel pantano afghano. Stordisce il bilancio di questi vent’anni di guerra. Per il suo costo finanziario, oltre 2.260 miliardi di dollari. Per il triste pedaggio pagato da vittime incolpevoli, cadute sul campo del gioco bellico: 241 mila, di cui 2.442 soldati degli Stati Uniti. Per la catena di errori commessi, oggi, come allora, nel 2001, quando tutto è iniziato, dopo la strage dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York. La débacle in Afghanistan, con la sua evacuazione apocalittica, la fotografa il rapporto dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction. Un cahier de doléances impietoso, pubblicato dopo la presa di Kabul di metà agosto, dal titolo significativo: “Quali lezioni trarre dopo vent’anni di guerra in Afghanistan”. «Il governo americano non ha capito il contesto afghano... aver ignorato le prevalenti istanze, sociali, culturali e politiche ha portato al fallimento sul terreno». L’immagine che esce da questo quadro? «Desolante». Questo è il secondo fallimento. Il primo conduce ancora più lontano, ma non è l’incomprensione il suo stigma. È la rivalità, la gelosia all’interno di due agenzie nella gestione di informazioni vitali che avrebbero dovuto essere condivise e sono state invece trattenute. Informazioni che avrebbero potuto impedire l’attentato di New York con i suoi 3000 morti. Qualcuno si sarebbe salvato? Forse sì. Ma qualcosa è andato storto. Lo sa bene chi si è battuto per superare questo stallo. È Mark Rossini, 60 anni, ex agente dell’Fbi, distaccato nel 1999 dal bureau presso la Alec station, l’unità speciale creata dalla Cia nel 1999 per dare la caccia ad Al Qaeda e a Osama Bin Laden. Afghanistan e quella data simbolo, 11 settembre, sono intrecciati nei ricordi di chi, da protagonista, ha vissuto anni di lavoro intenso: segnalando buchi nelle indagini e denunciando chi gli ha fatto terra bruciata, per non permettergli di procedere su una pista che avrebbe potuto risparmiare vite spezzate. Rossini, una laurea in Scienze politiche, oggi titolare di una società di consulenze, se lo rammenta bene quel giorno maledetto, un martedì. «Ero in macchina, radio spenta, senza musica né notizie. Stavo solo attento al traffico. Squilla il telefono, mi chiama un broker di Merrill Lynch, lavorava a due passi dalle Torri Gemelle. Mi dice: “Un aereo ha colpito il World Trade Center”. Che cosa? Sarà stato un Cessna, il pilota avrà avuto un infarto. Mi risponde urlando: “No, era un jumbo jet!”. Stavolta sono io a urlare: vai via subito dall’edificio, esci a tutta velocità. Scappando, vedrà corpi per terra, gente che cade, che si butta dal grattacielo. Sono arrivato di corsa al mio ufficio alla Cia, appena in tempo per vedere in tv un altro aereo entrare nella seconda torre. Scatta un allarme: un altro apparecchio si stava dirigendo verso Washington, riceviamo l’ordine di evacuare il palazzo. Ma noi della Alec station, proprio noi che dovevamo combattere Al Qaeda, non potevamo fuggire. Siamo rimasti al nostro posto. E non ci siamo mossi. Abbiamo cercato di capire chi ci fosse su quei velivoli, i loro nomi». E il fantasma della memoria riaffiora di colpo, andando indietro nel tempo, mettendo insieme le tessere di un puzzle da ricomporre, in una sorta di rewind, di riavvolgimento ossessivo del nastro. Testimone di questo stato d’animo, la sera stessa, la moglie di Mark, che ricorderà: «Prima di andare a letto, continuavi a dire: “Sapevamo chi erano, sapevamo chi erano”. Poi ti sei addormentato». Un nome su tutti ricorre. Quello del saudita Khalid al-Midhar, già nel mirino della Cia da tempo, uno dei futuri attentatori del volo American Airlines 77, poi schiantato sul Pentagono. Rossini e un suo altro collega dell’Fbi, l’agente speciale Doug Miller, anche lui assegnato alla Alec Station, scoprono che proprio questo personaggio aveva nel suo passaporto un visto per gli Stati Uniti. Al-Midhar aveva anche preso parte, ai primi di gennaio 2000, al famoso summit di Al Qaeda a Kuala Lumpur, in Malesia, la prova generale in vista dell’attacco dell’11 settembre. Poco dopo, il 5 gennaio, Miller scrive un messaggio ai capi dell’Fbi informandoli della novità. Avrebbe potuto essere una svolta clamorosa. Nuove piste. Nuove inchieste. Invece Doug viene bloccato. Il suo messaggio non arriverà mai a destinazione. Una giovane analista della Cia, Michael Anne Casey, gli impone di non avvertire l’Fbi, lo ha deciso il vicedirettore, Tom Wilshire. Sono le regole interne della Alec Station: è vietato riferire notizie al di fuori di quel ristretto gruppo. Miller è annichilito. Rossini anche. Miss Casey giustificherà così il suo comportamento: «Questo caso non riguarda l’Fbi. Il prossimo attacco di Al Qaeda avverrà nel sud-est asiatico e i loro visti (quelli degli attentatori, ndr) per l’America sono solo un diversivo. Non devi fare parola con l’Fbi su questo. Se, e quando, vorremo che l’Fbi sia messo al corrente, lo faremo». Rossini si chiede spesso che cosa sarebbe successo se lui non avesse dato retta a quest’ordine: un tarlo che non lo abbandonerà mai. Sarebbe stato possibile intervenire e magari riuscire a salvare delle vite? Non si saprà mai. Quello che avviene dopo è ancora peggio. Lo spiega lo stesso Mark: «Sono in grado di fornire prove, dettagli, perché quel memorandum di Doug è stato soppresso. La Cia era impegnata in un’operazione di reclutamento, all’interno degli Usa, insieme ai servizi segreti arabi del Mabahit. Avrebbero dovuto avvicinare alcuni dei terroristi che avevano partecipato al vertice di Al Qaeda a Kuala Lumpur», e convincerli a collaborare. Ma c’è di più. I capi della Alec station non volevano che l’agente speciale dell’Fbi, John O’Neill, a New York, «interferisse con il reclutamento». Sarebbe infatti emerso che gli uomini del Mabahit avrebbero dovuto svolgere delle «attività negli Stati Uniti, con il consenso della Cia. Ma che la Cia non aveva l’autorità di dare». Insomma, attività clandestine. E una simile iniziativa avrebbe richiesto la supervisione dell’Fbi e l’approvazione del dipartimento di Giustizia. Troppo complicato. E poi c’è un altro aspetto, delicatissimo. Secondo Rossini, la Cia «temeva che O’Neill non potesse essere controllato e dissuaso dal procedere ad arresti». Con due gravi conseguenze: il reclutamento sarebbe saltato e i sauditi si sarebbero arrabbiati. Quando mai, in quel periodo, Washington, che aveva sempre avuto relazioni eccellenti con Riyad, avrebbe potuto sopportare un simile incidente diplomatico? Ormai è chiaro. Il reclutamento è finito miseramente. Eppure, la Cia insiste. Nel giugno 2001 suoi agenti si presentano nella sede del bureau a New York, ma senza invitare Rossini. Sembra sia stata una scena surreale. Gli uomini della Alec station mostrano ai colleghi del bureau foto di alcuni dei terroristi presenti alla riunione di Kuala Lumpur, senza però dirglielo. Domande come: «Chi sono questi? Dove sono state scattate queste fotografie? E perché?», sono scivolate via senza risposta. Ne è stata data una sola: «Non ve lo possiamo riferire». Tra l’altro, una delle foto raffigurava proprio Khalid al-Midhar. Il mistero sulla scomparsa del memo di Doug Miller è sempre lì, sospeso. Mark Rossini è stato sentito in una sessione del Joint congressional inquiry, quindi del Congresso: «Non potevo parlare. Ho tenuto la bocca chiusa. Mi hanno messo in una stanza, senza avvocato, quindi senza protezione. Un agente della Cia scriveva note. Ho detto soltanto: “Non ricordo”». Una brutta situazione: non poteva fare nomi, gli era stato proibito dalla Cia. Forse è per questo che la speciale Commissione d’inchiesta sull’11 settembre non l’ha mai interrogato. Un altro dei misteri che aleggiano in questa atmosfera di cospirazione riguarda il contenuto di 28 pagine di un rapporto esplosivo, intitolato “The Saudi presence in the Usa”. Secondo Mark Rossini, il dossier, classificato, cioè censurato, mette in rilievo le connessioni tra alti dignitari sauditi, appartenenti alla famiglia reale, e i 19 dirottatori. Si tratta di persone che l’Fbi non è mai riuscita a interrogare. Anche perché, proprio subito dopo gli attacchi, quando gli aeroporti erano chiusi, un aereo è atterrato negli Stati Uniti e li ha riportati tutti a casa, in Arabia: «La principessa Haifa bin Faisal, moglie del principe Bandar, allora ambasciatore a Washington, aveva staccato assegni per 130.000 dollari girati a una charity che finanziava Omar al-Bayoumi, un agente saudita, in contatto con due terroristi, da lui aiutati a trovare un appartamento a San Diego, in California». Uno era proprio Khalid al-Midhar e l’altro Nawaf al-Hamzi, anche lui sul volo suicida American Airlines 77. In passato, la Commissione sull’11 settembre aveva concluso: «Non ci sono prove che il governo saudita, come istituzione, o funzionari sauditi, individualmente, abbiano finanziato» Al Qaeda. Per due decenni 1.600 parenti di vittime hanno premuto su quattro presidenti, insistendo che quel materiale diventasse di pubblico dominio. Nel 2016 Barack Obama lo ha parzialmente declassificato. Ma nel 2019 William Barr, ministro della Giustizia nell’amministrazione Trump, è stato risoluto: quei documenti devono essere coperti da segreto, è una questione di sicurezza nazionale. Uno schiaffo per le famiglie che hanno portato in tribunale il Regno saudita con richieste di risarcimento. E che, infuriate per il silenzio della politica, il 9 agosto scorso hanno rivolto un appello al presidente Joe Biden: il prossimo 11 settembre si asterranno dal presenziare alla commemorazione per il ventennale dell’ecatombe se non avranno assicurazioni sulla liberazione totale della censura. Biden avrebbe fatto qualche promessa. Chissà se la manterrà. Anche Rossini lo spera: «Se, e quando, quelle famose 28 pagine saranno tutte desecretate, e rese pubbliche, si potrà capire perché la Alec station ha fermato Doug Miller e perché mi è stato chiesto di stare zitto». Se così fosse, potrebbe anche lui rivolgersi a un magistrato che affronti una causa civile o penale. Per far luce su un mistero che lo accompagna da una vita.

Il pasticcio dell’amministrazione Obama e i soldi ad Al Qaeda. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 30 dicembre 2020. Con l’avvallo dell’amministrazione Obama, l’organizzazione evangelica umanitaria senza scopo di lucro World Vision United States ha negoziato in maniera impropria, nel 2014, con l’Islamic Relief Agency (Isra) inviando fondi governativi a un’organizzazione sanzionata per terrorismo e legata ad al-Qaeda. Come riporta Yahoo News, il presidente della commissione per le finanze del senato, il repubblicano, Chuck Grassley, ha recentemente pubblicato un rapporto che descrive in dettaglio i risultati di un’indagine iniziata dal suo staff nel febbraio 2019 circa il legame tra World Vision e l’Isra. L’indagine ha rilevato che World Vision non era a conoscenza del fatto che l’Isra fosse stata sanzionata dagli Stati Uniti dal 2004 dopo aver inviato circa 5 milioni di dollari a Maktab al-Khidamat, fondata da Osama Bin Laden.

200mila dollari all’associazione che ha finanziato al-Qaeda. “World Vision lavora per aiutare le persone bisognose in tutto il mondo e quel lavoro è ammirevole”, ha detto Grassley in una dichiarazione. “Anche se potrebbe non essere a conoscenza del fatto che l’Isra fosse sulla lista delle associazioni sotto sanzione o che fosse nell’elenco a causa della sua affiliazione al terrorismo, avrebbe dovuto farlo. L’ignoranza non può bastare come scusa. I cambiamenti di World Vision nelle pratiche di controllo sono un buon primo passo e attendo con impazienza i suoi continui progressi”. L’indagine è partita dopo che Sam Westrop, direttore dell’Islamist Watch del Middle East Forum, ha pubblicato un articolo su The National Review nel quale spiegava come l’amministrazione Obama avesse avvallato una donazione di 200.000 dollari all’Isra.

“Mancanza di controllo”. In buona sostanza, il rapporto del senatore repubblicano accusa l’organizzazione umanitaria – e di conseguenza l’amministrazione Obama, che avrebbe dovuto vigilare attentamente – di non aver prestato sufficiente attenzione nell’assicurarsi che l’Isra non fosse un’organizzazione già sanzionata dagli Usa per finanziamento al terrorismo. Non c’è la volontarietà, insomma, ma è totalmente mancato il controllo. World Vision ha scoperto che l’Isra era stata sanzionata solo dopo che l’organizzazione umanitaria evangelica senza scopo di lucro ha discusso una collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) su un progetto umanitario separato in Sudan. Nell’eseguire un controllo di routine di World Vision e dei suoi partner, l’Iom ha scoperto che l’Isra era sotto sanzioni e ha contattato il team di conformità dell’Office of Foreign Assets Control (Ofac) per comunicare la cosa. Come spiega il rapporto del senatore Chuck Grassley, l’Islamic Relief Agency (Isra) ha sede a Khartoum, in Sudan, e dispone di oltre 40 uffici in tutto il mondo. Il governo degli Stati Uniti ha imposto sanzioni all’Isra nel 2004 dopo che quest’ultima aveva incanalato circa 5 milioni di dollari a Maktab Al-Khidamat, controllata da Osama Bin Laden.

Che cos’è al-Qaeda? Come spiega Alberto Bellotto su InsideOver, al-Qaeda nasce ufficialmente l’11 agosto del 1988. Si tratta di un’organizzazione terroristica di stampo sunnita. Il nome può essere tradotto con “la base”. È nota soprattutto per essere stata la responsabile degli attacchi dell’11 settembre condotti contro gli Stati Uniti che costarono la vita a quasi 3mila persone. Per anni il suo nome è stato legato a quello di Osama Bin Laden che la guidò fino alla sua morte nel 2011. Oggi il network di sigle che la compone è sotto la supervisione di Ayman al-Zawahiri.

Come Bin Laden è diventato Bin Laden. Mauro Indelicato, Sofia Dinolfo su Inside Over il 23 maggio 2021. Sguardo sorridente come quello di un normale ragazzo di 14 anni, sciarpa verde al collo ed espressione del viso spensierata. È così che appare Osama Bin Laden in una foto che lo ritrae nel 1971 assieme ad altri studenti in Svezia. Nulla lascia presagire che proprio in quel periodo il futuro “principe del terrore” inizia a maturare il suo odio verso la società occidentale. Alcuni anni dopo è proprio lui a lanciare la guerra santa all’Occidente. La scalata criminale che lo porta ad essere il mandante dell’attentato dell’11 settembre 2001, è figlia delle ideologie maturate durante quei viaggi di studio in Europa. Ma in che modo è avvenuta la “trasformazione” di Osama Bin Laden?

Una giovinezza tra gli agi economici. Diciassettesimo tra 52 fratelli, Osama Bin Laden nasce il 10 marzo del 1957 in Arabia Saudita dall’unione di Muhammad bin Awad bin Laden con una delle sue 11 mogli, Alia Ghanem. Una vita la sua che non conosce il senso del sacrificio economico. Suo padre, da facchino del porto di Gedda, negli anni ’50 diventa uno dei costruttori edili più importanti del regno saudita. La sua enorme fortuna economica dipende soprattutto dall’amicizia maturata con Re Abdulaziz, fondatore del nuovo Stato saudita nel 1932. Tra appalti ed affari, il padre di Bin Laden costruisce un impero economico e non fa mancare nulla al figlio, nemmeno quando divorzia con la madre di Osama poco tempo dopo la sua nascita. Bin Laden continua così a vivere con la mamma e il suo nuovo marito, Muhammad al-Attas, ricevendo l’educazione tipica di un giovane saudita benestante. E così il giovane ben presto abbraccia la corrente dell’Islam wahhabita, la corrente di pensiero dominante da sempre nel suo Paese e che predica un ritorno alla radice della religione islamica, escludendo le influenze apportate nel tempo. Come tutti i figli degli uomini d’affari sauditi, frequenta la scuola secondaria al-Thager, la più importante di Gedda dato che tradizionalmente ospita anche i figli della famiglia reale. Nel 1971 vola in Svezia per un viaggio di studi che gli permette di conoscere meglio la cultura occidentale. Una cultura che però al giovane Bin Laden non piace. In alcuni diari trovati anni dopo nel suo ultimo rifugio, in Pakistan, emergono diversi pensieri in cui, proprio a seguito dei suoi viaggi tra Svezia e Inghilterra, parla di quella occidentale come di una cultura decadente. Forse è proprio in questo periodo che Bin Laden si trasforma da giovane studente a potenziale terrorista forgiato da ideologie anti occidentali. In patria continua poi gli studi. Nel 1979 si laurea infatti in ingegneria e in quel periodo, raccontano cronache dell’epoca, il giovane si dedica alla beneficienza, alle poesie e anche al calcio. Una vita normale, dove però il tarlo dell’estremismo inizia a farsi strada. Nel 1981 Bin Laden si laurea anche in un settore inerente la Pubblica Amministrazione, in vista di un suo inserimento nell’azienda del padre. Ma poi nella vita, come si sa, sceglie tutt’altra strada.

L’odio verso l’Occidente. “Era un bravo ragazzo e mi amava così tanto”: è con queste parole che la mamma, Alia Ghanem, descrive anni dopo al Guardian il figlio. Lei all’intervistatore appare come una donna non in grado di capire il cambiamento radicale di Osama, affidandone la responsabilità alle cattive frequentazioni durante l’università: “Era un bambino molto bravo fino a quando non ha incontrato alcune persone che gli hanno fatto il lavaggio del cervello più o meno quando aveva 20 anni” dichiara ancora la donna. Secondo i suoi racconti sarebbe proprio a Gedda, quando studiava economia alla King Abdulaziz University, che Osama sviluppa in modo definitivo le ideologie radicali. In particolare la donna fa riferimento ad Abdullah Azzam, membro dei Fratelli Musulmani, quale figura capace di trasformare il figlio e indirizzarlo verso le ideologie di odio nei confronti del mondo occidentale. La donna il sospetto ce l’ha già da allora. Tanto da avvertire il figlio e dal metterlo in guardia contro le cattive frequentazioni. Il destino di Osama Bin Laden è però ormai segnato: nel 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan, si avvicina ai mujaheddin. Un appoggio non solo teorico, ma anche militare. Nel 1981 Bin Laden alla madre racconta di dover andare proprio in Afghanistan per affari. Così non è: nel Paese asiatico il futuro terrorista si reca assieme ad Abdullah Azzam. I due, nella nutrita pattuglia di combattenti islamisti stranieri, si fanno riconoscere. Bin Laden in particolare mette a disposizione la sua immensa fortuna economica, Azzam invece la sua capacità oratoria. Danno così vita al Maktab al-Khidamat (Mak), formazione che nel 1984 è attiva nel reclutamento di giovani musulmani da inviare in Afghanistan. Il giovane saudita diventa, già allora, un riferimento per tanti islamisti.

Dalla guerra in Afghanistan all’11 settembre. In Afghanistan Bin Laden però conosce un medico egiziano di nome Ayman al Zawahiri. Sono loro tre, assieme ai più fidati collaboratori, a teorizzare la nascita di un movimento capace di diventare la base per l’esportazione della guerra santa anche fuori dall’Afghanistan. Si arriva nel 1988 alla fondazione di Al Qaeda, che in arabo vuol dire proprio “La base”. Oltre ad esserne il leader più carismatico, Bin Laden fa di Al Qaeda il mezzo per la sua propaganda anti occidentale. Secondo lui, sono proprio i costumi occidentali a corrompere l’Islam e la sua organizzazione ha quindi il compito di attaccare gli “infedeli” in ogni parte del mondo. Nel 1989 la guerra in Afghanistan finisce. I sovietici sono battuti, i gruppi islamisti esultano. Bin Laden torna a casa e inizia a promuovere pubblicamente la sua immagine di “eroe islamico”. Chiama il suo gruppo “legione araba”, nelle interviste dichiara di essere stato decisivo per la cacciata dell’armata rossa. Ben presto però le cose si complicano. Il 2 agosto 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e i Saud pensano a Bin Laden come possibile alleato per proteggere il loro confinante territorio. Lui mette a disposizione la sua legione araba, ma a patto di non accettare gli aiuti militari statunitensi. I sovrani sauditi respingono la sua proposta. Da allora lo scenario cambia: Bin Laden lancia proclami contro Riad, denuncia la dipendenza dell’Arabia Saudita dagli “infedeli” americani. I rapporti con il governo si incrinano a tal punto da costringere Bin Laden all’esilio. Lui però non si perde d’animo: è certo di essere un eroe popolare arabo, ha di sé stesso l’immagine di un condottiero, ma soprattutto ha ancora i soldi della famiglia. Sposta così il suo quartier generale in Sudan. Qui viene aiutato da Ali Mohamed, egiziano ex collaboratore della Cia e da molti definito come “primo maestro” militare di Bin Laden in Afghanistan. Intervistato da Robert Firsk sul The Indipendent nel 1993, il fondatore di Al Qaeda dichiara di essere un semplice ingegnere impegnato nella costruzione di autostrade nel Paese africano che lo ospita. Ma già in quel momento cova gli attacchi verso il tanto odiato occidente. Si circonda di molti reduci dell’Afghanistan, molti fedelissimi eseguono i suoi ordini e questo fa crescere in sé la convinzione di essere il vero trascinatore islamico. Ben presto però deve fuggire anche dal Sudan. Il governo di Al Bashir è in difficoltà: gli Usa iniziano a vedere in Bin Laden un potenziale nemico per le sue attività di proselitismo anti americane. Torna così in Afghanistan nel 1996, anno in cui a Kabul il potere viene preso dal gruppo islamista dei Talebani. Nel Paese asiatico la sua Al Qaeda ha modo di organizzarsi. Il territorio afghano ospita basi, scuole e campi per la formazione dei terroristi. Nel 1998 inizia la vera guerra agli Stati Uniti: Al Qaeda rivendica infatti gli attentati contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. La Casa Bianca, all’epoca retta da Bill Clinton, reagisce duramente e scaglia contro i suoi nascondigli tonnellate di bombe nel tentativo di ucciderlo. Lui però scappa, i bombardamenti non lo sfiorano. Anni dopo, intervistato nel 2009, il rais libico Muammar Gheddafi dirà: “Gli è stata data troppa importanza, gli Usa ne hanno fatto un idolo nel mondo islamico”. Bin Laden infatti in quel momento crede di poter guidare l’intero mondo musulmano contro gli Usa. Nel 2000 alcuni suoi seguaci si scagliano contro la Uss Cole ormeggiata in Yemen. Ma il vero grande progetto criminale riguarda un attentato da compiere direttamente sul suolo americano. Circostanza che si avvera l’11 settembre 2001. In quel giorno quattro aerei civili nello spazio aereo Usa vengono dirottati: due si schiantano sulle Torri Gemelle, uno sul Pentagono, un altro cade a Shanksville, nei pressi di Pittsburgh. Da allora in tutto il mondo Bin Laden diviene noto con il soprannome di “sceicco del terrore”.

La morte dopo il blitz Usa del 2011. È il 7 ottobre 2001. Dall’attacco che ha sconvolto il mondo e che a Bin Laden ha donato la massima popolarità sono passate poche settimane. Quella sera Bin Laden si mostra in video. Poche ore prima Washington ha attaccato l’Afghanistan. Nel filmato, trasmesso da Al Jazeeera, è ben presente la sofisticata strategica comunicativa di Bin Laden. Parla con enfasi guardando dritto la telecamera all’interno di una caverna, ha addosso una tuta mimetica, alla sua sinistra c’è anche un kalashnikov. Il suo discorso è un proclama contro l’occidente e contro i Paesi musulmani che aiutano gli Usa. Incita i fedeli alla rivolta e alla guerra santa. La sua latitanza come ricercato per l’11 settembre dura dieci anni, nei quali non sempre vive in rifugi di fortuna. Il suo ultimo nascondiglio, scovato dalla Cia nell’agosto del 2010, è all’interno di un lussuoso compound residenziale di Abottabbad, in Pakistan. Qui Bin Laden viene sorpreso nel sonno il 2 maggio 2011 da un commando di Navy Seals. Lui non oppone resistenza ma, secondo la versione ufficiale americana, nella sua camera da letto va alla ricerca di alcune armi in suo possesso. Non fa in tempo a prenderle: il commando lo uccide e porta il suo corpo sulla Uss Carl Vision. Qui, dopo una breve cerimonia funebre, viene gettato in mare. Nel rifugio c’è la vita di Bin Laden degli ultimi dieci anni: vengono trovati documenti, chiavette usb, ma anche medicine per le sue malattie renali e diverse cassette con dei film porno. Immagini contenenti segnali in codice, diranno poi alcuni esperti dell’anti terrorismo. Ma forse anche una deroga di Bin Laden concessa al tanto odiato costume occidentale. Non si sa. L’unica cosa certa è che in quel 2 maggio 2011 finisce la sua carriera criminale finisce assieme alla sua vita.

Il Ritiro della Vergogna.

La “guerra delle spie” che ha portato i talebani a Kabul. Andrea Muratore su Inside Over il 4 dicembre 2021. L’Afghanistan è da sempre un crocevia di spie e uomini d’intelligence. Lo fu ai tempi del “Grande Gioco” tra Russia e Regno Unito nel XIX secolo, lo è stato negli anni dell’invasione sovietica e della guerra civile e, a maggior ragione, lo è oggi, dopo i vent’anni di guerra conclusi dalla vittoria talebana nell’agosto scorso. E proprio i talebani hanno saputo fare sapiente uso strategico dell’arte dello spionaggio per riconquistare il Paese e preparare il terreno a un’avanzata inesorabile nel corso dei mesi estivi, conclusa dall’ingresso a Kabul nel giorno di Ferragosto.

L’infiltrazione-ombra dei Talebani

Un’ampia e dettagliata inchiesta del Wall Street Journal ha mostrato l’ampiezza del coinvolgimento dell’intelligence nell’avanzata dei talebani che – complice il forte radicamento nei meccanismi clanici e fiduciari della società afghana, il pervasivo controllo del territorio e la capacità di accedere a informazioni politiche e militari privilegiate – hanno condotto una vera e propria guerra parallela al dissolto regime della Repubblica islamica dell’Afghanistan.

Agenti addestrati per anni a conformarsi appieno alle usanze tipiche delle città controllate dal governo di Kabul, a padroneggiare modi di essere e abitudini occidentali per entrare nelle grazie dei membri della coalizione a guida Usa, a tenersi pronti per il momento dell’azione trasmettendo, nel contempo, informazioni di elevato valore: questo il quadro tracciato al Wsj da Mawlawi Mohammad Salim Saad, un alto comandante talebano che appartiene alla rete Haqqani, organizzazione attraverso cui la grande strategia degli studenti coranici in ambito spionistico si è concretizzata.

Non a caso oggigiorno il “Fouché talebano” è Sirajuddin Haqqani, primogenito di Jalaluddin Haqqani, capostipite della famiglia e fondatore del gruppo, che attualmente ricopre l’incarico di ministro dell’Interno nel governo del secondo emirato talebano afghano. Gli Haqqani forniscono un appoggio ai talebani che è logistico, strategico e operativo ma che non sfocia in una continuità diretta e in una totale omologazione. Figli del cuore profondo del territorio abitato dal popolo Pashtun, nella regione dei Waziristan, eredi di una storia che data indietro ai tempi della guerra ai sovietici, sono i maestri dello spionaggio nel campo guidato dagli studenti coranici. Stanziati ai confini tra Pakistan e Afghanistan, gli Haqqani hanno compiuto nello scorso decennio alcuni degli attentati più efferati contro il governo e la popolazione civile del Paese, tanto da mettere in difficoltà spesso gli stessi talebani nella fase in cui cercavano un abboccamento con gli occidentali.

Per azioni come l’attentato del 20 gennaio 2018 nei pressi dell’Hotel Continental di Kabul e quello di una settimana dopo nella capitale, quando fu fatta detonare un’ambulanza carica di dinamite, in cui morirono complessivamente 150 persone, gli Haqqani sono da tempo nella lista nera dell’Occidente, sono stati bersagliati dagli Usa con taglie e attacchi diretti e hanno visto Donald Trump e la sua amministrazione chiedere esplicitamente ai talebani il distanziamento dalla rete di Sirajuddin come premessa per la formalizzazione dell’accordo. Molti hanno dunque sussultato di stupore vedendo il terrorista più ricercato d’Afghanistan nominato ai posti apicali del governo dopo la vittoria talebana. Ma nel quadro della guerra delle spie talebane si spiega tutto.

Come si è arrivati alla vittoria talebana

StartMag ha ribadito che “le spie talebane sono riuscite a penetrare con successo nella maggior parte dei ministeri del governo, negli organismi militari e di sicurezza, nonché nelle entità commerciali per diversi anni”, creando una continuazione del loro Stato clandestino nel cuore del potere afghano. Tutto questo ha creato una vera e propria coltrina di fumo che ha distorto la percezione degli apparati securitari occidentali e afghani, tanto che a poche giornate dal crollo del governo di Kabul la Cia indicava in almeno tre mesi il tempo necessario perché i talebani potessero giungere a minacciarla. Le tecniche di infiltrazione hanno portato gli Haqqani e i talebani “all’interno delle università e persino all’interno di organizzazioni umanitarie finanziate dall’Occidente, in particolare quelle con sede nella capitale”, creando una rete capace di attivarsi all’avvicinarsi delle forze ribelli alle città, in cui cellule di spie si mettevano all’opera con sabotaggi, operazioni di distrazione di forze nemiche, operazioni coperte e psyop volte a favorire il crollo della resistenza governativa.

Va da sé che queste capacità operative lasciano presagire un’elevata padronanza di tecniche e tattiche che per i guerriglieri talebani, abituati a una tenace ma ben meno strategica capacità di resistenza, era difficile immaginare come acquisita. E assieme all’avanzamento nelle tattiche militari, nella capacità politica, nel controllo delle informazioni, nella propaganda e nell’uso di armamenti complessi questo rafforza l’idea che settori di servizi segreti stranieri, come il pakistano Isi, possano avere giocato un ruolo nel potenziare le forze degli Studenti coranici.

Una repressione sanguinosa

In questo contesto, un’ulteriore necessità dei Talebani era acquisire informazioni sulla società afghana e sui rapporti di potere nel contesto del governo crollato di fronte all’offensiva estiva. L’occupazione di centrali di polizia, ministeri, uffici pubblici da parte degli infiltrati nelle ore dell’ingresso talebano a Kabul ha permesso di evitare la distruzione di molti documenti tornati ora utili per programmare la repressione di ogni forma di opposizione ai nuovi padroni dell’Afghanistan.

Il 30 novembre scorso Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che afferma che i talebani hanno sistematicamente giustiziato e fatto sparire, solo in quattro province, ex poliziotti e agenti dei servizi segreti dal momento in cui hanno preso il potere, il 15 agosto. Sarebbero cento, secondo Hrw, le persone uccise nelle province di Ghazni, Helmand, Kandahar e Kunduz. E anche Repubblica ha confermato che “I talebani sono stati anche in grado di accedere ai documenti di lavoro che l’ex governo ha lasciato, usandoli per identificare le persone da arrestare ed eseguire. Solo in un esempio, nella città di Kandahar alla fine di settembre, le forze talebane sono andate a casa di Baz Muhammad, che era stato impiegato dalla Direzione nazionale della sicurezza (NDS), l’ex agenzia di intelligence statale, e lo hanno arrestato. I parenti in seguito hanno trovato il suo corpo”.

Il Paese, del resto, è occupato ma non pacificato. I Talebani temono l’insorgenza della cellula afghana dell’Isis, temono di trovarsi alle porte una nuova guerra civile e vogliono saldare la loro presa sul potere. La guerra di spie ha portato alla vittoria e ora a una repressione feroce ma anche a un vero e proprio caso di studio nella storia contemporanea dell’intelligence. Da cui giocoforza i servizi segreti occidentali dovranno trarre amare lezioni: mai sottovalutare la capacità di apprendimento di avversari tenaci come i Talebani. Una presa di consapevolezza necessaria per capire come monitorare al meglio tutti gli scenari, dal narcotraffico al terrorismo internazionale, che con il ritorno al potere dei Talebani e degli Haqqani si possono mobilitare.

Afghanistan: la tragedia dell'intervento Usa e i talebani. Piccole Note il 28 ottobre 2021 su Il Giornale. In una nota precedente ci siamo occupati del “Bacha Bazi”, o “gioco dei ragazzi” così diffuso in Afghanistan, cioè l’abuso dei bambini da parte di adulti, pratica in uso tra i ricchi e potenti, ma non solo, che ha dilagato durante la lunga occupazione del Paese da parte degli Stati Uniti. E abbiamo riferito di come i soldati americani che hanno provato a denunciare tali abusi, diffusi tra l’esercito e la sicurezza afghana (1), vanivano messi a tacere dai loro superiori o peggio.

La storia del soldato Buckley

Di peggio, ad esempio, è capitato a Lance Cpl. Gregory T. Buckley, ucciso insieme a tre suoi commilitoni in un attacco del 2012. Nella sua ultima telefonata in America, aveva raccontato al padre degli abusi commessi dalla polizia afghana in danno ad alcuni bambini, che avvenivano nei pressi del luogo in cui dormiva. “Di notte possiamo sentirli urlare, ma non ci è permesso fare nulla al riguardo”, aveva detto, dato che i suoi superiori gli avevano intimato di “guardare da un’altra parte” New York Times). A compiere l’attacco fu un adolescente che lavorava per il capo della polizia locale, quella della quale Buckley aveva parlato al padre. Bizzarro anche quanto avvenuto successivamente, raccontato all’epoca dal Washington Post. Il padre aveva chiesto di assistere al processo dell’attentatore ricevendo rassicurazioni in proposito da parte dell’esercito. Ma fu avvertito solo a processo finito, quando al ragazzo era stata comminata una pena irrisoria, cioè sette anni e mezzo di reclusione, perché, pur non essendo nota la data di nascita, una perizia aveva stabilito che all’epoca dell’attacco aveva poco più di diciassette anni. Ovviamente la famiglia di Buckley si è detta indignata dell’accaduto…Nella nota precedente abbiamo anche dato conto di un’inchiesta interna avviata dalle autorità americane per capire se le accuse sulla tacita connivenza dell’esercito Usa – più i graduati che i soldati – fossero vere. Di tale inchiesta sono stati resi pubblici solo pochi stralci, che sembrano confermare la circostanza, ma è stata secretata (presumibilmente per evitare scandali).

Di mujaheddin e talebani

Se torniamo sull’argomento è per l’interessante articolo di Pedro Gonzalez su Chronicles, che spiega come questa ambiguità risalga ai tempi dei famosi mujaheddin afghani, gli eroi che vinsero la guerra contro l’invasore sovietico grazie al sostegno Usa. “Durante gli anni ’80, i comandanti dei mujaheddin sostenuti dagli Stati Uniti che combattevano nella guerra sovietico-afghana erano regolarmente dediti ad atti di pedofilia”, scrive Gonzalez, riportando anche quanto scriveva nel 2013 Chris Mondloch sull’autorevole rivista Foreign Policy: i mujaheddin “hanno combattuto il comunismo in nome della jihad e hanno mobilitato migliaia di uomini promuovendo l’Islam, mentre abusavano sessualmente di ragazzi” (Bacha Bazi: An Afghan Tragedy). Quindi arrivano i talebani, prosegue Gonzalez, e siamo a metà degli anni ’90: “La storia racconta che dopo che il fondatore dei talebani, il mullah Omar, intervenne per salvare un ragazzo che stava per essere sodomizzato da due comandanti delle milizie, la gente iniziò a rivolgersi ai talebani per chiedere aiuto [contro questi abusi ndr.]. I talebani si assunsero così il compito di proteggere i minori dai predatori sessuali. Da lì iniziò ad arbitrare anche altre controversie sorte tra la gente, incrementando il suo potere politico”. Probabile che quella del mullah Omar sia una mera leggenda, dato che la buona azione stride con la sinistra fama del personaggio. E però è certo che i talebani non solo dichiararono illecita quella piaga, ma la perseguirono duramente fino a stroncarla, mossi della loro intransigenza in materia sessuale. A riferirlo non è solo Gonzalez, ma anche un altro autorevole media americano, The Diplomat, che in un articolo del 2014, scriveva come il Bacha bazi fosse stato “bandito dai talebani”, ma è riemerso e dilagato nel periodo dell’occupazione americana.

Il ritorno del Bacha bazi

The Diplomat spiegava che Amid Kharzai, il primo presidente fantoccio dell’Afghanistan, lo mise fuorilegge, ma aggiungeva che “la lotta agli abusi sui bambini poveri non è considerata una priorità dall’amministrazione di Kabul”. Da cui il suo dilagare a causa delle povertà e della corruzione e perversione dilagante. Una pubblicazione più approfondita, The Neglected Boys of War: Trapped in a Vicious Cycle of Slavery and Sexual Abuse,, annota: “Il Bacha Bazi è un crimine gravemente sottostimato e il meno perseguito in Afghanistan. Per fare un esempio, in una dichiarazione pubblica sul Bacha Bazi, l’ex presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha detto: ‘‘Vinceremo prima la guerra. Poi ci occuperemo di questo fenomeno'” (pagina 183). Sempre The Diplomat raccontava una vicenda esemplare in tal senso, avvenuta nel 2010 in occasione presentazione del documentario “The dancing boys of Afghanistan” di Najibullah Quraishi, che denunciava il ritorno dell’odioso “gioco dei ragazzi” nel Paese:. “Quando il filmato fu proiettato per la prima volta in Afghanistan – scrive il media Usa – provocò un grande imbarazzo nella nazione e alcune delle persone presenti in sala furono arrestate”. Cenno che indica come piuttosto che reprimere il fenomeno si reprimesse chi lo avversava, com’è capitato a diversi soldati americani.

I diritti delle donne e quelli dei bambini

Non si tratta, con questa nota, solo di denunciare una tragedia del passato e le connivenze che l’hanno favorita, ma anche di guardare con occhi disincantati il presente. Oggi l’America ha imposto al mondo di chiedere ai talebani rassicurazioni sui diritti delle donne come condizione per avere un riconoscimento internazionale. Richiesta giusta, ovviamente, ma che stride alquanto con l’afonia sui diritti dei bambini dei decenni passati. Il niet a tale riconoscimento esclude il Paese dalla rete finanziaria e commerciale internazionale, in danno a una popolazione, che annovera una moltitudine di bambini, già duramente provata. Certo, diffidare dei talebani è lecito, ma si spera che la situazione sia affrontata con la duttilità necessaria a evitare agli afghani ulteriori tragedie. Una duttilità necessitata anche dalla storia, che non può essere ridotta a una mera contrapposizione tra buoni, gli americani, e cattivi, i talebani. Questa narrazione in bianco e nero è stucchevole e fuorviante, dato che la storia di questo Paese, come evidenzia anche questa nota, è fatta da innumerevoli sfumature di grigio. 

(1) In un’altra nota avevamo dato conto di come gli Stati Uniti abbiano evacuato 20mila soldati afghani che usavano per le operazioni segrete. Dopo aver avuto contezza delle tragiche derive della sicurezza afghana di cui sopra, le domande sull’integrità di questo contingente segreto, poste già da The Intercept citato nella nota pregressa, aumentano.

L’isolazionismo americano inizia molto prima di Biden e Trump. Stefano Magni su Inside Over il 17 agosto 2021. La precipitosa ritirata degli Stati Uniti dall’Afghanistan, che ha consentito una rapidissima vittoria dei talebani, ricorda a molti la partenza degli ultimi americani da Saigon. Ma, più in generale, pone interrogativi sul neo-isolazionismo statunitense. L’amministrazione Biden non mostra alcun segno di ravvedimento. Il ritiro era considerato “inevitabile”, l’esito scontato. Anche il Segretario di Stato Antony Blinken, mentre i talebani occupavano il palazzo presidenziale di Kabul, respingeva ogni paragone con Saigon e affermava che tutti gli obiettivi dell’intervento statunitense in Afghanistan fossero stati raggiunti. Se ne deduce che, quel che sta accadendo adesso, sia ormai estraneo agli interessi americani, un atteggiamento tipicamente isolazionista. L’idea di ritirarsi dall’Afghanistan non nasce dall’amministrazione Biden. I critici di questa decisione hanno buon gioco a puntare il dito sul suo predecessore repubblicano, Donald Trump, perché è lui che a Doha, il 29 febbraio 2020, ha siglato gli accordi con i rappresentanti dei talebani, di fatto spianando la strada al ritiro e ponendo fine al lungo conflitto. Gli accordi di Doha, pur non riconoscendo la legittimità dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan (il governo talebano) prevedevano un calendario di negoziati fra quest’ultimo e il governo (riconosciuto) di Kabul e, al contempo, un piano di ritiro graduale di tutto il personale militare e civile statunitense dal Paese. In cambio, l’Emirato si è impegnato a garantire la sicurezza degli Stati Uniti, dunque a non fornire più le basi a movimenti terroristici internazionali sul suolo afgano. L’amministrazione Trump aveva promesso di porre fine alla lunga guerra in Afghanistan, sin dalla campagna elettorale del 2016, e ha ritardato questa conclusione, di anno in anno, solo a causa del peggioramento delle condizioni militari sul terreno. L’amministrazione Biden non ha fatto altro che seguire l’agenda dettata dagli accordi di Doha, anche se l’ha accelerata. Contrariamente a Trump, infatti, ha ritirato tutto il personale statunitense nonostante l’offensiva talebana fosse in corso e un accordo fra Emirato e governo di Kabul fosse ormai impossibile. Tuttavia, non è nemmeno attribuibile a Trump il programma di ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan, ma risale ai tempi dell’amministrazione di Barack Obama. Nel suo primo mandato, il presidente democratico aveva rafforzato il contingente statunitense, ritenendo quello afgano come una “War of Necessity” (guerra per necessità, dunque indispensabile), contrapponendolo a quello iracheno che era una “War of Choice” (guerra per scelta, meno indispensabile). Obama ha puntualmente ritirato le truppe combattenti Usa dall’Iraq entro il dicembre 2011, come aveva promesso nella sua campagna elettorale del 2008. Però aveva, al contempo, rafforzato il contingente statunitense in Afghanistan, ottenendo anche una maggior partecipazione della Nato. Nel febbraio 2009, primo anno di Obama, gli Usa inviarono un contingente di 17mila uomini nel Paese asiatico, che si sommarono ai 32mila già schierati. Gli screzi fra comando militare e amministrazione, però, iniziavano già allora. Il generale McChrystal, per aver criticato pubblicamente, in un’intervista su Rolling Stone, la riluttanza di una parte dell’amministrazione a intraprendere una vera escalation, venne rimosso dal comando e sostituito da David Petraeus, eroe della guerra in Iraq. McChrystal accusava soprattutto l’allora vicepresidente Joe Biden di essere apertamente contrario alla prosecuzione dell’intervento americano in Afghanistan. Il 2 maggio 2011, Osama bin Laden venne ucciso da una squadra di Navy Seals ad Abbottabad: in Pakistan, non in Afghanistan. La caccia allo “sceicco del terrore” e la guerra contro Al Qaeda erano gli obiettivi principali dell’intervento in Afghanistan. Il fatto che l’obiettivo principale fosse stato raggiunto con un raid in Pakistan diede forza alla corrente dell’amministrazione favorevole al ritiro dall’Afghanistan. Un mese dopo, l’allora Segretario alla Difesa Robert Gates (un ex direttore della Cia) rivelò per la prima volta alla stampa che erano in corso dei primi contatti segreti “di riconciliazione” con rappresentanti dei talebani. Fu un chiaro segnale di disimpegno americano nella regione. Il 22 giugno 2011, nemmeno due mesi dopo l’uccisione di bin Laden, Obama annunciò il ritiro dall’Afghanistan: la forza combattente si sarebbe dovuta ridurre di nuovo a 30mila uomini entro un anno e a zero entro il 2014. Da allora il destino della missione fu segnato. Anche i contingenti alleati, inclusi quelli della Nato, entrarono nell’ordine di idee di andarsene non appena concluso il lavoro di addestramento di un esercito locale. Tuttavia, nonostante i tentativi di colloqui di “riconciliazione” con i talebani, la guerriglia jihadista riprese forza subito dopo il primo annuncio di ritiro statunitense. Così la data finale venne posticipata dal 2014 al 2016, perché gli Usa non intendevano lasciare il Paese nelle mani dei talebani, facendo apparire il loro disimpegno come una sconfitta. Alla fine, sempre a causa dell’escalation della guerriglia talebana, le truppe non tornarono a casa neppure per la fine del 2016. Nella sua campagna elettorale, Trump ebbe buon gioco a promettere di fare quel che Obama aveva solo annunciato. La fine della lunghissima “War of Necessity”, ampiamente prevedibile sin dall’estate del 2011, non è un caso isolato. La tendenza americana, a ritirare la propria presenza militare, riguarda tutti i teatri di conflitto e potenziale conflitto. Dalla fine della Guerra Fredda ad oggi, la presenza militare statunitense in Europa è passata dai 320mila uomini del 1991 ai 64mila odierni. Era nelle intenzioni di Obama, nel 2013, ridurre ulteriormente il contingente nel Vecchio Continente a soli 35mila uomini, ma lo scoppio della guerra in Ucraina (dunque la richiesta di maggior protezione da parte, soprattutto, dei Paesi Baltici e della Polonia) lo ha indotto a moderare il suo piano di disimpegno. Anche nel Pacifico settentrionale, altro principale teatro di potenziale conflitto, la presenza Usa è ora ridotta a 80mila uomini in tutto, di cui 55mila in Giappone e 26mila in Corea del Sud. Alla fine della Guerra Fredda erano 40mila nella sola Corea del Sud e sono stati costantemente ridotti, anno dopo anno. La tendenza statunitense a ritirarsi dal mondo è evidente anche nella politica estera. Sebbene sia ora ricordato come un “falco” interventista per aver iniziato i conflitti in Afghanistan (2001) e in Iraq (due anni dopo), George W. Bush venne votato dalla maggioranza degli americani nel 2000 come candidato isolazionista. Gli Usa erano appena intervenuti due volte nei Balcani, sotto l’amministrazione Clinton (1995 e 1999) e non avevano più alcuna intenzione di farsi coinvolgere in guerre all’estero. La politica estera di Bush dovette cambiare drasticamente a causa degli attacchi a New York e Washington dell’11 settembre 2001. Obama vinse nel 2008 dietro la promessa di ritirare le truppe americane dall’Iraq. E diede da subito chiari segni di non volersi impegnare in altri conflitti all’estero. In Libia, il 19 marzo 2011, l’intervento militare contro Gheddafi fu iniziato dalla Francia. Il lancio di missili Tomahawk della marina americana, che, dalla Guerra del Golfo del 1991, marcava l’inizio delle operazioni internazionali, fu lanciato ore dopo, come secondo colpo. Nel corso della lunga campagna aerea in Libia che ne seguì, gli Usa mantennero una posizione di “leading from behind”, concettualmente un ruolo di guida, ma da una posizione defilata. Due anni dopo, nel 2013, Obama non intervenne nella guerra civile di Siria neppure dopo la denuncia dell’uso di armi chimiche da parte del regime di Damasco. Al di là della veridicità di queste accuse, tuttora disputate, l’amministrazione Obama aveva promesso un intervento nel caso si fosse passata la “linea rossa” (morale) dell’uso delle armi di distruzione di massa. E non rispettò l’impegno. L’amministrazione successiva, quella di Donald Trump, fu la prima, dai tempi di Carter (1976-1980) a non iniziare nuovi interventi americani all’estero. L’evacuazione, in elicottero, del personale statunitense dall’ambasciata di Kabul e le dichiarazioni di Blinken sugli “obiettivi raggiunti”, dunque, possono sbalordire, ma non stupire. Sono il culmine di una politica di disimpegno di lungo periodo che ora sta giungendo alle sue logiche, estreme, conclusioni.

Lucio Caracciolo per “la Stampa” il 17 agosto 2021. L'umiliante sconfitta degli Stati Uniti d'America in Afghanistan è anche nostra e degli altri paesi europei integrati nella costellazione a stelle e strisce. Disastro inscritto nella sua stessa origine: la cosiddetta "guerra al terrorismo", ideologia priva di basi strategiche su cui Washington ha impiantato la sua risposta all'11 settembre. Si consideri solo la bizzarra scelta di elevare una tecnica - il terrorismo - a soggetto nemico. O l'altrettanto curiosa decisione di vendicare l'attacco saudita-pakistano alle Torri Gemelle invadendo l'Afghanistan. Quanto di meno razionale si possa immaginare. Spiegabile ma non giustificabile con l'emozione di quei giorni, quando l'opinione pubblica americana reclamava una rappresaglia devastante, degna del Numero Uno che all'epoca torreggiava senza sfidanti sul pianeta. Avversari che la "guerra al terrorismo" ha contribuito a imbaldanzire. La Cina specialmente ringrazia. Si aggiunga l'insipiente servilismo di alcuni alleati Nato, italiani compresi, che per dimostrarsi utili al capo che ne aveva immediatamente rifiutato l'offerta di soccorso ("la missione determina la coalizione, non il contrario") decisero poi di piantare radici nelle sabbie mobili afghane. Alcuni sinceramente illudendosi di proiettare quel paese poverissimo - già cuscinetto e/o poligono di tiro nei grandi giochi delle potenze imperiali - verso i nostri standard di civiltà. Esempio di come le velleità da "missione civilizzatrice" classiche dei colonialismi europei siano sopravvissute alla loro fine. Risultato: venti anni di occupazione senza sbocco, nella logorante perpetuazione di una postura insensata, mentre migliaia di mercenari e quasi altrettanti soldati regolari occidentali, tra cui 53 italiani, morivano per nulla. E con loro molti più afghani. I superstiti, giovanissimi uomini e donne per i due terzi minori di 25 anni, si ritrovano oggi sotto il dominio incontrollato degli "studenti dell'islam". I quali hanno invece seguito, con crescente scaltrezza, un copione fin troppo facile. Coperti dai loro burattinai pakistani. Con la nostra orgogliosa perseveranza abbiamo inguaiato noi stessi e di riflesso gli americani, che pure ci hanno sempre considerato irrilevanti. Sino alla fine, quando gli ultimi marines sono scappati dimenticandosi degli "alleati". Ma questa non è una novità. E' diritto consuetudinario, tanto più cogente perché non scritto, che l'egemone usa arrogarsi. La caduta di Kabul, ultimo tassello della presa talibana sull'intero Afghanistan, comprese le aree del Nord e dell'Est originariamente refrattarie ai jihadisti oggi prontamente consegnatesi ai vincitori, sta provocando alcuni smottamenti geopolitici nella regione. Di questi i più visibili paiono la sconfitta dell'India causa allargamento all'intero Afghanistan della sfera d'influenza del Pakistan (peraltro strutturalmente vacillante, con le sue circa 160 testate atomiche) e la facilitazione del corridoio cinese verso Oceano Indiano (porto di Gwadar) e Mediterraneo via Afghanistan-Pakistan. Sulla Russia gravano invece gravi incognite, tali da spingere Mosca a stringere patti informali di controassicurazione con Kabul rispetto a rischi di infiltrazione jihadista nel suo "estero vicino", financo nelle sue regioni meridionali esposte all'islamismo militante. Auguri. Su scala globale, molto dipenderà da Washington. La sconfitta viene addolcita alla Casa Bianca inscrivendola nello sforzo complessivo di ridurre la sovraesposizione in teatri secondari o in prolungata sedazione - tra cui spicca lo spazio euromediterraneo - per concentrarsi nel contenimento di Cina e Russia. Ma anzitutto per concentrarsi nella riabilitazione di casa propria: ne consegue la "geopolitica della classe media", basata sullo scansare le crisi internazionali per sanare invece le fratture socio-culturali domestiche varando piani economici iperkeynesiani in cui l'amministrazione Biden conta di investire fantastiliardi. Scelta accompagnata dalla richiesta agli "amici e alleati" - atlantici in testa - di rafforzare il presidio delle rispettive aree di competenza. Di qui una possibile salutare conseguenza, anche per noi: invece di battere bandiera a casaccio in giro per il mondo, addestrando e armando i nostri futuri nemici solo per ostentarci serventi alla causa del Superiore e ottenere l'esatto opposto di quanto proclamato, potremmo finalmente concentrare le nostre scarse risorse, non solo militari, nelle aree di immediato interesse. Con la benedizione di Washington, o almeno dei suoi apparati meno disorientati. La priorità italiana è lo Stretto di Sicilia, non quello di Taiwan. E' il deserto del Sahara con le proiezioni saheliane, non quello del Rigestan, il "paese delle sabbie" afghano. Sono i disputati rilievi balcanici con i loro santuari jihadisti, non lo Hindu-Kush. Carta canta. Basta leggerla.

Il prezzo del tradimento. Lorenzo Vita su Inside Over il 20 agosto 2021. Gli Stati Uniti hanno trovato un accordo con i talebani e hanno consegnato loro l’Afghanistan con un’accelerazione che ha sorpreso anche l’intelligence Usa. A Washington è il tempo delle riflessioni e dei primi redde rationem. Qualcuno probabilmente pagherà per le falle mostrate. Gli Stati Uniti avevano firmato un accordo con i talebani per il ritiro dall’Afghanistan. Eppure sono riusciti a fare apparire questo ritiro come una resa caotica di fronte all’avanzata degli islamisti. Hanno mantenuto in piedi un apparato militare che per venti anni ha provato a costruire un esercito e una forma più o meno fragile di Stato, e invece hanno visto le forze di sicurezza dissolversi davanti agli studenti coranici e gli apparati di Kabul e dei distretti provinciali sparire. Una sconfitta cui si aggiunge l’immagine del tradimento della società afghana. Un popolo che seda un lato ha subito un’occupazione, dall’altra ha avuto per venti anni anche garanzie di diritti, di una parvenza di democrazia e di ricomposizione delle guerre che per decenni hanno lacerato il Paese. Il tradimento non è iniziato con la caduta di Kabul. Sbaglia chi crede che sia tutto frutto di questa fuga di agosto davanti all’orda talebana. Tutto è iniziato quando gli Stati Uniti hanno scelto – in piena autonomia – di interloquire con i talebani e di giungere a un accordo a Doha. Tutti sapevano erano perfettamente consapevoli che accettare un accordo con i talebani significava inevitabilmente riconoscerli. E se è vero che nessuno si aspettava una tale piega degli eventi, è altrettanto evidente che da tempo negli States si era deciso di considerare gli uomini di Haibatullah Akhundzada come controparti. Lasciando questi ultimi certi di avere di nuovo un ruolo nella vita dell’Afghanistan. Trattare con i talebani e rinnegare un certo tipo di guerra (e l’ideologia che l’ha giustificata) è lecito. Nulla vieta in politica di modificare un approccio, specialmente se infruttuoso e dopo due decenni di morti e di fiumi di dollari. Ma il problema è farlo in maniera repentina e confessarlo, come ha fatto Joe Biden, in un modo pilatesco che rischia di creare diverse conseguenze nei rapporti degli Stati Uniti e dell’Occidente con il mondo. Specialmente se messe a confronto con le altre grandi potenze, coinvolte, seppure indirettamente, nel Grande Gioco afghano. È chiaro che un impegno bellico non possa né debba essere mantenuto in eterno, ed esiste la sconfitta. Ma questo non significa necessariamente rimangiarsi le promesse e tradire gli impegni presi verso un popolo. Dire, come ha fatto Biden, che non c’era l’intento di costruire una nazione ma solo di combattere Al Qaeda è una frase che smentisce anni di negoziati, truppe, scontri e impegni umanitari. La credibilità si basa anche sul sapere mantenere una linea quantomeno con se stessi e verso chi hai abbracciato. L’esperienza afghana, in questo senso, getta un’ombra sulla credibilità e la capacità di mantenere gli impegni. E implica anche la perdita di quella presunzione di superiorità morale che si considera spesso parte dell’arsenale dell’Occidente nella grande partita a scacchi con i chi considera nemico strategico. Basti pensare a chi oggi combatte Cina e Russia e che confida nell’aiuto di Washington: sarà impossibile credere a un impegno effettivo nonostante le promesse. Un dubbio che può essere messo in parallelo con chi ha chiesto aiuto in questi anni alla Russia o anche alla Turchia o all’Iran e a tutti i Paesi considerati estranei in tutto o in parte a un certo mondo. Questi governi o queste forze hanno visto effettivamente visto arrivare supporto militare e tecnologico contro i propri nemici. E hanno visto soprattutto che queste potenze, specialmente Mosca, hanno sempre considerato il sostegno all’alleato come marchio di fabbrica, a qualunque costo. Certo, ogni potenza ha i suoi scopi pragmatici e non fa beneficenza. La Russia fa ciò che serve alla Russia, al pari degli Stati Uniti e di tutti i Paesi. Anche mettere in parallelo guerre diverse e Stati diversi è un gioco rischioso. Ma l’immagine, in questo mondo, ha un peso enorme. Sia per propaganda sia per sostanza. Nella guerra culturale che l’Occidente (e gli Stati Uniti in particolare) pensa di condurre contro i suoi avversari, il precedente afghano è un monito per chiunque cercherà di avvicinarsi al blocco guidato da Washington. E rischia di essere invece un aiuto insperato verso le grandi potenze che si avvicineranno a nuovi scenari bellici o a nuovi partner e potranno offrire il loro supporto senza essere macchiati da un’onta recente. Mosca non ha tradito Damasco: Washington non può dire lo stesso con quella parte di Kabul che confidava nella fine di un incubo. Il tradimento afghano rischia di essere un conto salato che pagherà non solo chi ha sbagliato i calcoli dell’avanzata talebana, ma anche la politica estera americana.

Come successe all’antica Roma l’impero americano è al declino. Troppe frontiere da sorvegliare, troppi avversari. I gendarmi del mondo non hanno più le risorse. Successe all'antica Roma, ora tocca all'impero americano. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 19 agosto 2021. «How many more American lives is it worth?/ quante altre vite americane ancora vale?» – chiede il presidente Biden, mentre spiega perché ha deciso di andare via dall’Afghanistan, e perché non si poteva fare altrimenti. D’altronde, il 70 percento degli americani, di quella guerra non voleva più saperne. Per quante bandiere americane sventolino nei vialetti residenziali, per quanti nastri gialli si appuntino sui baveri di giacche e cappotti, per quante scariche a salve si possano sparare nel cimitero di Arlington – la questione poi è sempre quella, dannata, della guerra in Vietnam: quante bare regge l’opinione pubblica americana? C’era un film cubano con una marcetta che faceva And they’re coming to take me away – stanno venendo a prendermi – e si vedeva l’immagine del presidente Johnson e una fila di bare coperte con la bandiera a stelle e strisce che sfilavano nella sua testa. Ogni volta che le immagini delle bare dei soldati caduti giravano nei telegiornali, ogni volta cresceva l’insofferenza americana per quella guerra. Johnson non resse e si ritirò, non si poteva fare altrimenti. È lì, nella fuga caotica dall’ambasciata di Saigon, 1975, che è iniziato il declino americano? Sono decenni che ci si interroga sul declino dell’impero americano. Una trentina d’anni fa ebbe uno straordinario successo editoriale con stupore generale, restando in cima alle classifiche per mesi, The Rise and Fall of the Great Powers, Ascesa e declino delle Grandi Potenze, di Paul Kennedy, uno storico inglese che insegna alla University of East Anglia, Norwich, un ponderoso saggio di taglio accademico con migliaia di note e riferimenti bibliografici. Kennedy, dopo aver analizzato l’ascesa e il declino dei grandi imperi del passato, sosteneva che gli imperi crollano, paradossalmente, a causa delle loro stesse vittorie in termini di espansione e conquiste territoriali. Troppi confini da sorvegliare, troppi nemici da tenere a bada, quindi una macchina militare sempre più grande e costosa che alla fine con la sua stessa esistenza schiaccia la macchina economica che la sostiene. Alla conclusione del suo libro, Kennedy volgeva lo sguardo al futuro dell’America: «Gli Stati Uniti corrono ora il rischio, tanto familiare agli storici dell’ascesa e della caduta delle grandi potenze del passato, di quella che si potrebbe approssimativamente chiamare “eccessiva estensione imperiale”: vale a dire che i governanti di Washington devono affrontare lo spiacevole e assodato fatto che il numero degli interessi e impegni degli Stati Uniti va oggi ben oltre le effettive possibilità che il paese ha di proteggerli e mantenerli». In poche parole, l’inevitabile declino americano era “scontato”: gli Stati Uniti avevano imboccato la parte discendente della loro parabola, come tutte le altre grandi potenze del passato. In realtà, gli Stati uniti nascono “costitutivamente” isolazionisti e, soprattutto, avevano in gran odio la guerra: i Padri pellegrini venivano dalle persecuzioni e dalle guerre di religione e di stati che avevano dilaniato l’Europa, e che ciclicamente continuavano a dilaniarla. Washington e Jefferson furono i maggiori esponenti di una dottrina isolazionista. Quando Jefferson fece il suo discorso di inaugurazione nel 1801 auspicò «pace, commercio, e amicizia sincera con tutte le nazioni, alleanze intricate con nessuna». Agli Stati uniti d’America interessava concentrarsi sugli Stati uniti d’America. È con la “dottrina Monroe”, 1823, che le cose cambiano: gli Stati uniti ( che tali in realtà ancora non erano) non avrebbero tollerato per l’avvenire alcun tentativo delle potenze europee di fondare colonie nel continente americano; che eventuali ingerenze dei governi europei negli affari interni delle nazioni americane sarebbero state considerate dagli USA come una minaccia alla loro sicurezza e alla pace; che a sua volta Washington si sarebbe astenuta dall’intervenire nelle questioni politiche e nei conflitti europei.

La dottrina aveva un sapore anti- colonialista (c’erano ancora “territori” sotto le corone europee nell’America del nord). Ma – dopo l’annessione del Texas nella guerra contro la Spagna, 1846- 48 – si trasformò presto, con Theodore Roosevelt, nel praticare una propria forma di egemonia nel continente americano, fondamento dell’idea di protettorato sull’area centroamericana e caraibica. Con l’intervento nella Prima guerra mondiale, gli Stati uniti rompono l’isolamento “americano” – erano ormai diventati una potenza economica e i loro interessi in prestiti a Francia e Gran Bretagna erano rilevanti e andavano “garantiti”. Eppure, è proprio con il presidente Wilson che prende forma l’idea di una Società delle nazioni che garantisca la pace nel mondo – soprattutto dopo la contemporanea fine dei tre imperi, russo, austriaco e ottomano. Solo che il Congresso americano bocciò la Società delle nazioni voluta dal suo presidente. Con la partecipazione alla Seconda guerra mondiale, le cose cambiano radicalmente. L’economia registrò una crescita senza precedenti, aggiungendo più di 17 milioni posti di lavoro e aumentando la produzione industriale di oltre il 90 percento: si raggiungeva il livello di prosperità a cui Roosevelt aveva ambito con il New Deal. Dalla produzione delle automobili alle navi di guerra: tutto ciò rese l’America non solo una potenza bellica formidabile, ma anche la prima economia al mondo. Decisero di non tornare all’isolazionismo: il paese era pronto ad assumere il ruolo di leader economico e politico. Iniziava, a ritroso e in avanti, il secolo americano. Il Piano Marshall – una montagna di denaro, di aiuti, di tecnologie e know- how perché l’Europa si riprendesse dalle devastazioni della guerra – ne fu parte integrante. Questa decisione fu dettata anche dalla temuta crescente influenza sovietica. La guerra al comunismo divenne un’ossessione, gli Stati uniti diventarono il poliziotto del mondo. E spesso erano il poliziotto cattivo. Quando è iniziato il declino? E d’altronde, quand’è che l’impero romano ha cominciato ad andare a rotoli? Fu nel 410 quando Alarico saccheggiò Roma, o nel 451 dopo l’effimera vittoria ai Campi catalaunici quando le truppe del generale romano Ezio, reclutate soprattutto tra i popoli Germani e affiancate dagli alleati Visigoti di Teodorico I, prevalsero sugli Unni di Attila? Stessa domanda per l’impero britannico: sparì con l’indipendenza dell’India e del Pakistan nel 1947, “la perla dell’Impero”, o nel 1968 con la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi a est del Canale di Suez? Proveremo a scoprirlo.

Il declino americano è iniziato trent’anni fa ma pochi lo vedevano. All’esterno cadeva il muro e spuntavano nuovi nemici. All’interno invece si incrinava la fiducia del popolo nella nazione: così iniziò il declino americano. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 20 agosto 2021. Forse, per capire meglio le cose ci possono aiutare la letteratura e il cinema. Nel 2001, l’anno dell’11 settembre e dell’attacco alle Torri gemelle, esce Il declino dell’impero Whiting, di Richard Russo. Siamo nel Maine, a Empire Falls: l’Empire Avenue, la grande arteria che un tempo brulicava di gente, auto e attività commerciali, ora è un viale deserto che lo sguardo può abbracciare fino in cima, là dove troneggiano le imponenti sagome delle vecchie fabbriche abbandonate. Prima che i Whiting – la famiglia le cui alterne vicende si intrecciano alla vita della cittadina – vendessero i loro stabilimenti alle multinazionali, prosperava una florida comunità di lavoratori e lavoratrici. Ora, quelli bisognosi di lavoro si sono trasferiti altrove e all’esigua popolazione di Empire Falls non resta che trascorrere il tempo coltivando speranze e illusioni. Sogni e disinganni di rinascita che caratterizzano puntualmente i giorni di Miles Roby, il gestore dell’Empire Grill, il ristorante che, con le sue ampie vetrine, spicca lungo il viale principale della città. Sono vent’anni che Miles prepara hamburger, venti lunghi anni in cui sono svanite le sue speranze. Nel 1989 era uscito al cinema Roger and me, di Michael Moore. Moore è nativo di Flint, nel Michigan, dove c’è la General Motors che dà lavoro a 35mila dei 150mila abitanti. A metà degli anni Ottanta il presidente della GM, Roger Smith (è lui, il Roger del titolo), decide di chiudere la fabbrica di Flint, licenziando i suoi operai. Moore, che era giornalista, si improvvisa regista e prova a fare un’intervista a Smith – un tentativo che dura tre anni, in giro per tutti gli Stati uniti, senza mai riuscire a parlargli. Intanto, “le autorità”, senza farsi carico della disoccupazione, organizzano sfilate di reginette di bellezza o manifestazioni canore, oppure cercano assurdamente di creare un centro turistico inutile, sprecando grandi quantità di danaro. La vita a Flint assume una coloritura drammatica: il susseguirsi degli sfratti di famiglie di ex operai, che non possono più pagare l’affitto; alcuni disoccupati si arrangiano vendendo il proprio sangue per trasfusioni, o allevano conigli; altri diventano criminali o guardie carcerarie, perché la delinquenza dilaga nella città. Ma le ricche signore del posto giocano a golf o a Scarabeo, e la vigilia di Natale, durante un retorico e banale discorso d’occasione pronunciato da Roger Smith alla televisione, a Flint il solito vice- sceriffo effettua ancora uno sfratto. D’altronde, quest’anno l’Oscar è andato a Nomadland di Chloè Zhao. Siamo a Empire ( proprio lo stesso nome della cittadina del libro di Richard Russo), Nevada. Nel 1988 la fabbrica presso cui Fern e suo marito Bo hanno lavorato tutta la vita ha chiuso i battenti, lasciando i dipendenti letteralmente per strada. Anche Bo se ne è andato, dopo una lunga malattia, e ora il mondo di Fern si divide fra un garage in cui sono rinchiuse tutte le cose del marito e un van che la donna ha riempito di tutto ciò che ha ancora per lei un significato. Vive di lavoretti saltuari poiché non ha diritto ai sussidi statali e non ha l’età per riciclarsi in un paese in crisi, e si sposta di posteggio in posteggio, cercando di tenere insieme il puzzle scomposto della propria vita. Fern non è nomade per scelta, si muove continuamente sulla sua “casa mobile” fermandosi in campi improvvisati popolati da gente come lei, sradicata e itinerante, quella Nomadland che sono diventati gli Stati Uniti a cominciare dalla fine degli anni Ottanta: la frontiera del mito americano si è trasformata in un vagabondaggio circolare. La sensazione di declino – di non essere più una nazione produttiva, potente, ricca, felice, la più produttiva, la più potente, la più ricca, la più felice – alberga da tempo in America. Un malessere crescente che le statistiche ufficiali confermano. Secondo il Center for Disease Control and Prevention, il tasso di suicidio è cresciuto del 34 percento dal 2000 al 2016. Le morti per overdose aumentano in modo esponenziale, stando ai dati dello stesso Centro. Riflesso di questo malessere dai contorni indefiniti, il numero dei detenuti negli Stati Uniti è il più alto del mondo, in termini assoluti e relativi. Quando ha cominciato a installarsi questo senso di decadenza? Quando Richard Nixon decise di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro, il 15 agosto 1971? Quella decisione decretò la fine degli Accordi di Bretton Woods dell’agosto 1944, con i quali gli Usa avevano imposto il dollaro quale moneta di riserva internazionale. Oppure, con l’implosione dell’Unione Sovietica il 21 dicembre 1991? Non c’era più un nemico, e questa data segnava contemporaneamente l’apogeo americano – Francis Fukuyama si affrettò a proclamare La fine della storia – e la fine del suo “destino manifesto”: se tutto il mondo voleva diventare come l’America, che senso aveva più l’America? Una decina d’anni fa il dibattito si fece incandescente, se perfino Barack Obama si sentì in dovere di intervenire. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del gennaio 2012, disse: «Chi vi dice che siamo in declino, non sa di cosa parla». Forse rispondeva proprio a Francis Fukuyama, che aveva scritto su Le Monde dell’ 11 settembre 2011, dieci anni dopo gli attacchi di al Qaeda, che essi avevano «segnato l’inizio della fine dell’egemonia degli Stati Uniti». Stephen Walt, professore di Harvard, gli aveva fatto eco scrivendo nel The National Interest di novembre 2011 che «l’apparizione di nuovi poteri e la doppia débacle in Iraq e in Afghanistan annunciano un brutale declino della capacità statunitense di forgiare l’ordine mondiale». Impressiona, a rileggerlo oggi, per la sua capacità profetica l’analisi di Alfred W. McCoy, professore di storia all’Università del Wisconsin- Madison, pubblicata su The Nation nel dicembre 2010. Per McCoy gli imperi sono organismi fragili, e quando le cose cominciano a andare male precipitano con inaspettata velocità: bastò un anno per il Portogallo, ce ne vollero due per l’Unione sovietica, otto per la Francia, undici per l’impero ottomano, diciassette per la Gran Bretagna. Per gli Stati uniti ce ne vorranno ventidue – McCoy fissa la data del collasso al 2025 e la data in cui tutto è cominciato nel 2003, l’anno dell’invasione dell’Iraq. Nel 2008 l’US National Intelligence Council ammise per la prima volta che il potere globale dell’America era ormai in una traiettoria declinante. In uno dei suoi report “futuristici”, Global Trends 2025, il Council citava «lo spostamento di ricchezza e potere economico da Occidente a Oriente, senza precedenti nella storia». In un sondaggio del 2010, il 65 percento degli americani considerava il proprio paese in uno “stato di declino”. La questione non è “se” l’impero americano declinerà, ma “quando” e in che modo: se sarà una caduta dolce o un precipizio. McCoy indica una serie di questioni cruciali – il ruolo del dollaro, la crisi economica, la crisi del petrolio e energetica, le divisioni maggiori all’interno del paese con il prevalere della destra – ma soprattutto la “pressione” che subiranno le centinaia di basi militari all’estero. E parla dell’Afghanistan, situando l’acme della crisi nel 2014: «Presto, i mullah predicheranno il jihad dalle moschee di tutta la regione, e le unità dell’esercito afghano, a lungo addestrate dalle forze americane per invertire le sorti della guerra, inizieranno a disertare in massa. I combattenti talebani lanceranno una serie di attacchi alle guarnigioni statunitensi in tutto il paese, facendo salire vertiginosamente le vittime americane. In scene che ricordano Saigon nel 1975, elicotteri statunitensi salveranno soldati e civili americani dai tetti di Kabul e Kandahar». Beh, per essere una “profezia” ci ha sbagliato solo di qualche anno. Roma non fu costruita in un giorno, si dice, per indicare quanto tempo occorra a realizzare grandi imprese. Grandi imperi. Anche a cadere, gli imperi non ci mettono un giorno.

Gino Strada, il ricordo della moglie: «Non gli piaceva la parola impossibile. Ci ha insegnato che la guerra non è mai la soluzione, ma sempre il problema». L’incontro con i feriti civili che segnò l’inizio della sua vita di chirurgo di guerra. L’avventura di Emergency per portare un ospedale in ogni parte del fronte e curare tutti. Il ricordo di chi gli è stato accanto. Simonetta Gola Strada su La Repubblica il 20 agosto 2021. Con chiunque parlasse per un po’ di tempo, prima o poi tirava fuori l’Afghanistan. L’argomento poteva essere la cardiochirurgia o i progetti contro il Covid-19: non importa, a un certo punto l’Afghanistan entrava nel discorso con naturalezza. Anche in casa, le fotografie della Kabul degli anni ’70, qualche monile dei Kuci, i tappeti mantenevano vivo il legame indissolubile con un luogo del cuore. Ci aveva vissuto 7 anni in tutto, ma non era una questione di biografia: quel Paese e la sua gente gli avevano lasciato un segno profondo. Forse perché erano stati l’inizio di tutto. La prima volta che Gino ha avuto a che fare con l’Afghanistan è stato nel 1989. Aveva deciso di provare a fare il suo lavoro di chirurgo in un Paese a basse risorse. Presentò il curriculum alla cooperazione italiana e ricevette la chiamata dopo pochi giorni. Doveva esserci stata una rinuncia improvvisa, ed era il suo il curriculum in cima alla pila. Venne mandato a Quetta, in Pakistan, dove arrivavano i profughi e i feriti afgani ai tempi dei combattimenti tra le forze ufficiali filosovietiche e i mujaheddin. L’impatto con quell’ospedale della Croce rossa internazionale fu spiazzante. Per un chirurgo eccellente, specializzato alla Scuola di chirurgia di urgenza del professor Vittorio Staudacher, con diversi anni di lavoro nelle Università di Stanford e Pittsburgh nei trapianti cuore-polmone, lavorare in un ospedale per feriti di guerra era un cambiamento radicale. Raccontava sempre che all’inizio non aveva il tempo di pensare. I feriti erano tantissimi, passava ore in sala operatoria, a volte giorni: tagliava, cuciva, tagliava, cuciva. Serviva quello. Affrontava l’emergenza e intanto aveva un grandissimo interesse per il suo lavoro, gli piaceva imparare e lì vedeva ferite che non aveva mai curato prima. Enormi, sconvolgenti. Scoprì lì, a Quetta, gli effetti delle mine antiuomo, vedendo un bambino con le mani bruciate dall’esplosione: «Erano diventate dei piccoli cavolfiori». A distanza di anni e di altre migliaia di feriti, quell’immagine lo turbava ancora. Dopo il primo periodo a testa bassa sul tavolo operatorio, iniziò a leggere i registri e vide che le vittime erano contadini feriti mentre badavano ai campi, commercianti dilaniati al bazar, donne e bambini colpiti mentre tornavano a casa. In 9 casi su 10, erano civili. Che cosa c’entravano i civili con la guerra? Gino non ha mai smesso di chiederselo per tutta la vita, neanche quando si dedicò anima e corpo ad altri progetti. L’incontro con quei feriti segnò l’inizio della sua vita di chirurgo di guerra: Pakistan, Etiopia, Tailandia, Perù, Gibuti, Somalia, Bosnia. Poi nel 1994 fondò Emergency e fu il tempo del Ruanda, dell’Iraq, della Cambogia. Nel 1999, durante la guerra civile tra talebani e Alleanza del Nord, Gino tornò in Afghanistan, nella valle del Panshir. Aveva una forte sintonia con il comandante Massoud, che guidava i mujaheddin dell’Alleanza. Uno stratega militare, ma anche un idealista, uomo colto e pragmatico. Durante una delle loro partite a scacchi, Massoud gli disse: «Se vuoi aiutare le donne afgane, non mi parlare di burqa, ma porta istruzione e lavoro. Il resto verrà da sè». E così è stato. I risultati straordinari del Centro di maternità in Panshir in termini di donne curate e che ci lavorano danno ragione a quella scommessa, che all’inizio era sembrata una follia, «la solita follia di Gino». Per Gino quei dati erano la conferma che la democrazia non si porta con gli F16, ma riconoscendo diritti e dando una possibilità di scelta alle persone. «Dai alla gente “qualcosa da perdere” e vedrai quanti metteranno da parte il kalashnikov». Massoud mise a disposizione una vecchia caserma e lì sorse il primo ospedale di Emergency in Afghanistan. Gino teneva profondamente a quell’ospedale e a quelle montagne – ai piedi dell’Hindukush – e costruì intorno all’ospedale una rete di Posti di primo soccorso per dare le prime cure a chi abitava troppo lontano. Cambiò la vita della gente della valle: l’ospedale offriva cure gratuite dove non c’era niente, e lavoro, e formazione; i Posti di primo soccorso aiutavano persone che altrimenti sarebbero state abbandonate a se stesse. Ho capito quanto era profondo l’amore di Gino per l’Afghanistan - e il Panshir in particolare – ancora prima di metterci piede. Bastava guardare la mappa dei Posti di primo soccorso: Shutul, Oraty, Anjuman... Villaggi sconosciuti sulle montagne più isolate, abituati a fare la conta dei morti alla fine dell’inverno, e che invece con Emergency sapevano dove chiedere un antibiotico o ricevere una medicazione. Non erano luoghi da telecamere o crocevia di organizzazioni internazionali: solo una persona innamorata di quella gente straordinaria e di quel Paese poteva averli scovati. Nella primavera del 2001, è stata la volta di aprire un secondo ospedale a Kabul e nel 2004 un terzo a Lashkar-gah, nel profondo sud. Un ospedale in ogni parte del fronte: era la sua filosofia, già da prima in Iraq, perché le cure fossero accessibili a tutti i feriti. Emergency non doveva – non poteva - essere accusata di privilegiare la popolazione di una parte sola. Questo è il principio che ha finora salvaguardato Emergency: curare bene tutti, senza distinzioni, nell’assoluta imparzialità. Dopo gli attentati dell’11 settembre, con Emergency e tanti altri, ci demmo da fare in ogni modo per evitare l’entrata in guerra dell’Italia, ma intanto Gino aveva deciso di partire alla volta dell’Afghanistan. Tutti i voli per Kabul erano stati cancellati per motivi di sicurezza, e allora intraprese un viaggio rocambolesco: Milano – Zurigo – Dubai – Karachi - Islamabad via aereo e poi da Chitral a dorso di cavallo per attraversare i passi montani più impervi, a 4.000 metri. Per uno che aveva già avuto un infarto qualche anno prima, in Iraq, l’altitudine e lo sforzo avrebbero potuto essere proibitivi, ma non aveva, Gino, nessuna simpatia per la parola «impossibile». Bisognava arrivare a Kabul e ci arrivò, ed Emergency fu l’unica ong occidentale a testimoniare la presa di Kabul. L’ultima volta che Gino è stato in Afghanistan era il 2018. Ci eravamo tornati insieme. Aveva ritrovato tanti vecchi amici e collaboratori, ma un Paese profondamente cambiato: nuove costruzioni in tutta Kabul e anche nella valle del Panshir le case di fango avevano lasciato spazio a ville con i vetri a specchio. Erano i soldi dell’oppio e della corruzione. Erano cambiate tante altre cose, ad esempio gli imponenti T-wall a separare la città degli internazionali da tutto il resto, gli attentati quasi quotidiani, che non aveva mai visto prima. Solo una cosa era rimasta la stessa: erano le vittime, i feriti, gente che con la guerra non c’entrava niente. Qualche mese prima dell’annuncio del ritiro delle truppe, Gino aveva previsto quello che poi è successo. Si continuava a stupire di quanto poco strateghi e militari internazionali conoscessero la storia del Paese: già nel 1996, i talebani avevano preso la capitale in un lampo. Gino aveva previsto tutto questo – la fuga delle truppe internazionali, il ritorno dei talebani più forti di prima, in casa e a livello internazionale, - ma non aveva nessuna soddisfazione a ricordarlo. Il suo pensiero costante erano le vittime – anche indirette - di questa guerra lunga 20 anni: chi non aveva da mangiare, chi non aveva la possibilità di farsi curare, i profughi. Oggi sono 5 milioni tra sfollati interni e richiedenti asilo e, a guardare i disperati tentativi di fuga da Kabul degli ultimi giorni, ce ne saranno presto altre decine di migliaia. Il bilancio di questa guerra è ormai definitivo e sotto gli occhi di tutti, eppure Gino non aveva fiducia che l’Occidente avesse imparato la lezione. «Dalle loro basi militari, non hanno mai visto la realtà della gente e non conoscono la storia, la cultura di questo Paese che è stato sempre il cimitero degli imperi», diceva. Sicuramente, dalle loro basi militari, hanno sempre ignorato la sofferenza di un corpo straziato dalle bombe e di chi lo deve operare. Gino era un chirurgo, di professione e per attitudine verso la vita. E da chirurgo, vedeva le cose in modo molto lineare. C’erano gli oleodotti, la geopolitica, le alleanze internazionali, certo, ma poi la guerra era una cosa molto più semplice: la differenza tra un corpo integro e uno ferito, tra la dignità dell’uguaglianza e la sopraffazione. E per questo, per Gino, la guerra non era mai la soluzione, ma era sempre – sempre - il problema. C’è ancora tanto da fare, Gino, e andremo avanti come tu ci hai insegnato. Continueremo a essere estremamente realisti e, allo stesso tempo, a coltivare l’utopia: continueremo a curare le vittime e a darci da fare per abolire la guerra. 

Come è diventato il nostro mondo dopo l’11 settembre. Alberto Flores D'Arcais su L'Espresso il 2 settembre 2021. Il costo esponenziale delle guerre dopo l’attacco, il razzismo e ora il rischio del terrorismo di destra. Parla Melani McAlister, saggista, accademica e scrittrice americana. «Ero a Washington, all’inizio era molto difficile da credere, lo guardammo come tutti gli altri in televisione. Ma il giorno dopo fu piuttosto impressionante vedere i carri armati per le strade della capitale degli Stati Uniti, non è certo qualcosa che si veda molto spesso. Ho avuto decisamente la sensazione di un mondo che era stato messo sottosopra, non avevamo davvero idea di cosa sarebbe successo o cosa aspettarci. L’11 settembre la paura era reale». Melani McAlister, saggista, accademica e scrittrice è specializzata nelle diverse “visioni globali” prodotte da e per gli americani. I suoi scritti e il suo insegnamento (ha la cattedra di American Studies and International Affairs alla George Washington University) hanno al centro i rapporti tra storia culturale e politica e il ruolo della religione e della cultura popolare nel plasmare gli “interessi” degli Stati Uniti in altre parti del mondo.

Ha un ricordo particolare di quel giorno?

«Anche allora insegnavo alla George Washington University, c’erano molti studenti e c’è un ospedale. Appena hanno saputo cosa era successo in centinaia hanno iniziato a mettersi in fila per donare il sangue, immaginando che ci sarebbero stati molti feriti. Questo è quanto accadeva anche a New York. In realtà non c’erano molti feriti, o si sopravviveva o non si sopravviveva. Ma la sensazione che quei ragazzi cercassero così tanto per trovare qualcosa da fare in quel momento è qualcosa che rimarrà sempre con me».

La situazione politica di oggi è in qualche modo una conseguenza di quell’attacco?

«Certamente. Molte cose oggi sono state plasmate da quell’attentato. Ne citerò un paio. La prima è che dobbiamo pensare, da un punto di vista degli Stati Uniti, all’enorme costo dei 20 anni di guerra: costo in termini di morti militari, 7mila soldati americani, più altri 8mila tra contractor e civili; costo economico, qualcosa come 6,4 trilioni di dollari spesi finora con altri 6,5 trilioni di dollari probabilmente in scadenza, solo di interessi sul debito che abbiamo contratto finora per le guerre».

E il costo globale?

«Naturalmente è molto più alto. Il Cost of War Project stima che ci sono stati circa 335mila civili uccisi in varie guerre dopo l’11 settembre, quindi Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen, un’intera gamma di guerre, ma in particolare ovviamente in Iraq e Afghanistan. E poi ci sono 37 milioni di persone sfollate. Quindi, stiamo parlando di un mondo profondamente plasmato sia negli Stati Uniti che all’estero. Non riesco a pensare a quanto diverse sarebbero state le nostre vite se l’11 settembre non fosse successo, ma anche se la reazione degli Stati Uniti fosse stata diversa da quella che è stata e se avessimo avuto un presidente diverso o un diverso insieme di scelte fatte». 

Anche Trump è una conseguenza?

«L’intero fenomeno di Trump e il populismo negli Stati Uniti hanno una forma particolare, diversa dall’Europa. Il Make America Great Again non può essere compreso separatamente dalle conseguenze dell’11 settembre. Essere stati in guerre molto lunghe e devastanti dal punto di vista economico, ma allo stesso tempo molto lontane. Molti dei sostenitori incalliti di Trump sono spesso le persone più vicine al mondo che compone l’esercito americano».

Per quali motivi?

«L’esercito degli Stati Uniti è molto vario dal punto di vista razziale, ma non molto vario dal punto di vista regionale. Si concentra nel sud e nel sud-ovest, da lì arrivano in maggioranza le persone che si offrono volontarie per entrare nell’esercito. L’Afghanistan è stata una guerra senza successo, una guerra impopolare, penso che sia sicuramente collegata, insieme al costo economico, all’aumento della retorica populista più arrabbiata».

Allora negli Usa quasi tutti dicevano che era una guerra giusta, era così?

«Possiamo dire che ci sono stati alcuni successi nello smantellamento di Al Qaeda nel corso del tempo e nella lotta contro l’Isis in termini di aiuto effettivo per interrompere le principali reti terroristiche. Anche se, naturalmente, sono riapparsi in Africa. Ma penso che quando guardiamo a quello che è successo all’Afghanistan negli ultimi 20 anni, la quantità di denaro che è stato speso e sprecato, il fatto che quando ce ne andremo i talebani torneranno subito al potere, non credo che ci sia modo di considerare questo qualcosa di diverso da un disastro. Ci saranno alcune cose che forse sono cambiate in meglio, nel senso che forse le donne manterranno qualche diritto e posizione in più, potranno andare a scuola, non proprio il tipo di restrizioni severe che affrontavano prima sotto i talebani. Ma dato il costo, dato il numero di morti, dato il fatto che, in realtà, molto poco è cambiato non credo che ci sia modo di vedere questo come un successo». 

È fallita l’idea di esportare la democrazia?

«La democrazia non è come un piatto con cui ti presenti a casa di qualcuno e glielo dai. Io sostengo gli sforzi di democratizzazione che sono non violenti, che riguardano il lavoro con tutti i tipi di persone, sulle diverse forme di democrazia che potrebbero funzionare nella loro situazione. Certamente la democrazia non deve essere solo una cosa, ma l’idea che si possa democratizzare un Paese invece di lavorare con la gente, a volte è un processo lungo, lento e frustrante per cercare di muoversi verso strutture più democratiche che includano il maggior numero di persone possibile. Non chiamiamola democratizzazione, chiamiamola per quello che era, cioè un cambio di regime, perché ci sono molti Paesi antidemocratici nel mondo, e gli Stati Uniti, grazie al cielo, non sono andati in giro a cercare di cambiarli tutti».

La bilancia tra sicurezza e libertà?

«È cambiata, molto. C’è l’accettazione di una sorveglianza maggiore, che non riguarda solo l’11 settembre ma anche Google e la tecnologia. La gente è sempre più disposta a permettere la sorveglianza delle telefonate, la sicurezza di internet, la mancanza di privacy si espande. C’è un aumento dei poteri della polizia e la militarizzazione di questi poteri, ora stanno ricevendo attrezzature militari usate dall’esercito americano e il loro addestramento è sempre più simile a quello di un soldato. Gli americani sembrano essere disposti ad accettare una sorta di militarizzazione della loro stessa società, che non ha nulla a che fare con l’11 settembre, ma in qualche modo ne è una conseguenza».

Il terrorismo 20 anni dopo è ancora una minaccia reale per gli Stati Uniti?

«Uno dei successi dell’apparato di sicurezza nazionale dopo l’11 settembre è stato l’aumento della capacità di monitorare e intercettare e prevenire le varie forme di attacco terroristico che le persone hanno tentato. Ci saranno altri attacchi? Ci possono essere ma non credo della portata dell’11 settembre, sarei molto sorpresa. Basta che qualcuno si presenti in una stazione ferroviaria con una mitragliatrice e si possono fare molti danni, quindi penso che sarebbe sciocco dire che non esiste alcuna minaccia».

C’è un problema di terrorismo interno?

«Sì, c’è. Da molto tempo si è capito che il più grande rischio di terrorismo all’interno degli Stati Uniti è il terrorismo di destra. Quelle reti sono più organizzate, stanno facendo un sacco di piani, molti dei quali non si realizzano mai, ovviamente. E c’è una presenza molto più grande di persone che potrebbero essere interessate alla destra suprematista bianca. La destra radicale negli Stati Uniti non è piccola, può toccare, come nel caso del 6 gennaio, persone che in altre circostanze non avrebbero mai pianificato un attacco terroristico. Penso che ci si possa aspettare, visto il modo in cui gli Stati Uniti stanno diventando sempre più polarizzati, di vedere sempre più attacchi di questo tipo e come dice l’Fbi questi sono gli attacchi di cui dobbiamo preoccuparci».

Qual è l’atteggiamento verso i musulmani negli Stati Uniti?

«Ho scritto un libro sull’argomento, c’erano atteggiamenti piuttosto negativi già dopo la crisi degli ostaggi in Iran alla fine degli anni Settanta e più in generale l’incomprensione di una fede importante di cui la maggior parte degli americani non sapeva molto. La prima risposta che ho visto dopo l’11 settembre è stata negativa. Un drammatico aumento dell’islamofobia, ogni sorta di ostilità espressa. L’idea che questa fosse una cultura arretrata in tutti i 50 Paesi in cui viene praticata, le donne musulmane come tutte oppresse. Negli Stati Uniti siamo arrivati a legislazioni contro la Sharia, in piccole città in Tennessee, o in Kansas».

Oggi è diverso?

«Già allora abbiamo visto persone riconoscere immediatamente che questo sarebbe stato un problema e cercare di affrontare il sentimento anti-musulmano negli Stati Uniti. Una delle cose che mi ha commosso più profondamente nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre è accaduta in Virginia, che ha una grande popolazione musulmana. Le donne venivano importunate se indossavano l’hijab. E così un gruppo di chiese cristiane ha deciso di far indossare l’hijab a tutte le donne delle loro chiese per una settimana. Un modo per dire “siamo solidali con voi”. Hollywood ha fatto un lavoro orribile nel rappresentare le guerre e le conseguenze di queste guerre, ma è stato fatto anche altro. C’era ogni sorta di terroristi musulmani nelle trasmissioni tv, ma sono state bilanciate da quelle che hanno mostrato la molteplicità delle vite dei musulmani».

I giovani di oggi, nati dopo, cosa sanno dell’11 settembre?

«Stavo pensando di scrivere una rubrica su 20 anni di insegnamento, insegno un corso chiamato “Incontro culturale in Medio Oriente”. È pieno di studenti di diversi tipi, ci sono arabi, studenti musulmani, studenti ebrei e ragazzi bianchi del Kansas. Inizialmente avevano sempre ansia, perché non sanno nulla di quella regione, sono spaventati e confusi. Nel corso degli anni la classe è diventata sempre più grande, ho iniziato a insegnare a molti veterani di guerra dell’Iraq e dell’Afghanistan, ad altre persone che sono coinvolte nell’esercito. Gli studenti di oggi il terrorismo non lo sentono affatto come un problema importante. Vedono le guerre come una questione di impero americano e di potere americano, non come una questione di terrorismo».

Vent’anni dopo l’America è migliore?

«Penso che per molti versi è un posto più difficile in cui vivere. È più difficile a causa dell’aumento del razzismo, sia del razzismo anti-nero che dell’islamofobia come fatti quotidiani della vita, e a causa dell’ascesa di Trump e di tutta quell’ala della destra radicale negli Stati Uniti. E a causa delle cose che stanno colpendo tutti, come il cambiamento climatico, che portano molte persone a sentire la disperazione quotidiana, non importa quanto la propria vita sia o non sia personalmente facile. Ci sono però cose che mi fanno sperare e che secondo me migliorano la situazione. Una sono i giovani, molto più consapevoli e critici nei confronti del potere americano. Sono arrabbiati con le persone della mia generazione, sono davvero disposti ad andare a fondo su cose come il clima e il razzismo e a sfidare le nozioni di impero americano. Questo mi fa sentire speranzosa».

Il dopo 11 settembre 2001. "DICEVAMO 20 ANNI FA CHE LA GUERRA IN AFGHANISTAN SAREBBE STATA UN DISASTRO PER TUTTI" - L’ULTIMO ARTICOLO DI GINO STRADA PUBBLICATO SU "LA STAMPA": "NON MI SORPRENDE LA SITUAZIONE CHE C'È IN QUEL PAESE, DOVE HO VISSUTO IN TUTTO 7 ANNI. LA GUERRA È STATA - NÉ PIÙ NÉ MENO - UNA GUERRA DI AGGRESSIONE INIZIATA ALL’INDOMANI DELL’ATTACCO DELL’11 SETTEMBRE, DAGLI STATI UNITI A CUI SI SONO ACCODATI TUTTI I PAESI OCCIDENTALI..."

Gino Strada per "La Stampa" Il 13 agosto 2021. Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto. Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino - meglio: che siano sempre mancate - entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali. Il Consiglio di Sicurezza - unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza - era intervenuto il giorno dopo l’attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato: gli Usa procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l’Afghanistan era stata presa nell’autunno del 2000 già dall’Amministrazione Clinton, come si leggeva all’epoca sui giornali pakistani e come suggerisce la tempistica dell’intervento. Il 7 ottobre 2001 l’aviazione Usa diede il via ai bombardamenti aerei. Ufficialmente l’Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla “guerra santa” anti-Usa di Osama bin Laden. Così la “guerra al terrorismo” diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994. Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volonteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti. L’intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York. Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più incerte: secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. Solo nell’ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha registrato almeno 28.866 bambini morti o feriti. E sono numeri certamente sottostimati. Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme. Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe. Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di Emergency - pieni di feriti - continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri “eroi di guerra”.

Le accuse a Obama sul ritiro "Ha illuso tutti con le sue bugie". Valeria Robecco il 14 Agosto 2021 su Il Giornale. La cerimonia del 2014 è rimasta scritta sulla sabbia. New York. «La grande illusione: nascondere la verità sulla conclusione della guerra in Afghanistan». Così il Washington Post inizia a raccontare - a puntate - il contenuto di un libro esplosivo, The Afghanistan Papers: A Secret History of the War, che sarà pubblicato il 31 agosto da Simon & Schuster. Scritto dal giornalista investigativo del quotidiano Craig Whitlock, tre volte finalista al Pulitzer, racconta cosa è andato storto in Afghanistan, con ricostruzioni basate su più di 1.000 interviste a persone che hanno giocato ruoli diretti nella guerra, e su migliaia di pagine di documenti. Whitlock rivela come i presidenti che si sono avvicendati alla guida del Paese abbiano ingannato il pubblico per quasi due decenni: anche George Bush e Donald Trump hanno nascosto la verità sull'andamento delle operazioni, ma a fine 2014, l'allora comandante in capo Barack Obama aveva promesso di porre fine alla guerra. Il 28 dicembre - ricorda il Wp - i funzionari di Usa e Nato tennero una cerimonia in pompa magna nel loro quartier generale a Kabul per l'occasione, con un discorso di un generale a quattro stelle che arrotolò solennemente la bandiera verde della forza internazionale guidata dagli Stati Uniti. «Grazie agli straordinari sacrifici dei nostri uomini e donne in uniforme, la nostra missione di combattimento in Afghanistan sta finendo e la guerra più lunga della storia americana sta arrivando a una conclusione responsabile», disse Obama. Secondo il Washington Post per essere un momento storico la cerimonia sembrò decisamente sotto tono. Il presidente parlò dalle Hawaii mentre era in vacanza, e durante l'evento, che ebbe luogo in una palestra, nessuno esultò. In effetti, la guerra non era affatto vicina a una conclusione e le truppe statunitensi avrebbero continuato a combattere e morire per ancora molti anni. «Le sfacciate affermazioni contrarie - prosegue il Wp - sono classificate tra gli inganni e le bugie più eclatanti che i leader statunitensi hanno diffuso durante due decenni di guerra». Obama aveva promesso di ritirare il resto delle truppe - 10.800 militari - entro la fine del 2016 (prima della fine del suo secondo mandato). Voleva evitare di ripetere in Afghanistan quello che era successo in Irak dopo il ritiro degli americani, che aprì le porte al ritorno dello Stato islamico, ma aveva bisogno di guadagnare tempo affinchè le forze Usa potessero contribuire a rafforzare il traballante esercito afghano in modo che non crollasse. Per fare funzionare tutto - si legge ancora - fece credere agli americani che le truppe rimaste sarebbero state lontane dal fronte, con compiti marginali. In realtà, le eccezioni sono state numerose. Ora, scrive sempre il Washington Post, «l'Afghanistan si sta dimostrando un terreno accidentato anche per Joe Biden», parlando di «scommessa» da parte dell'attuale presidente, che ha scelto di confermare il ritiro militare annunciato dal predecessore.  Valeria Robecco

Promesse tradite e illusioni di pace. Gian Micalessin il 15 Agosto 2021 su Il Giornale. Ipotizzare, come fa il ministro Di Maio in un'intervista al Corsera, la disponibilità talebana ad offrire "le dovute garanzie sul rispetto dei diritti acquisiti" equivale ad accarezzare una tigre affamata nell'illusione di sentirla far le fusa. Ignoriamo dove fosse il ministro degli Esteri Luigi Di Maio tra il 1996 e il 2001, quando i talebani ospitavano un Osama Bin Laden intento a progettare l'11 settembre e, intanto, governavano l'Afghanistan a colpi di lapidazioni e mutilazioni rituali. Possiamo però garantirgli una cosa: ipotizzare, come fa il ministro in un'intervista al Corsera, la disponibilità talebana ad offrire «le dovute garanzie sul rispetto dei diritti acquisiti» equivale ad accarezzare una tigre affamata nell'illusione di sentirla far le fusa. Un'illusione che può ben illustrargli il suo predecessore Massimo D'Alema, ritrovatosi a gestire, nel marzo 2007, la vicenda del giornalista Daniele Mastrogiacomo rapito dai talebani e costretto ad assistere allo sgozzamento del suo interprete. Ascoltare Di Maio appellarsi alla clemenza talebana, formulando un involontario, ma sostanziale ossimoro, è anche irrispettoso per le vite dei 53 nostri soldati caduti in Afghanistan e il sangue degli oltre 700 feriti che di quella clemenza non hanno beneficiato. Per non parlare dei 389 collaboratori afghani delle nostre Forze Armate che attendono di venir trasferiti in Italia e rischiano, intanto, una brutta fine, mentre - spiega ancora il ministro - ci apprestiamo a sgomberare la nostra ambasciata a Kabul. Ancor più sconcertante è sentirgli affermare che «non possiamo pensare di abbandonare dopo 20 anni il popolo afghano». Qualcuno, per cortesia, gli spieghi che i talebani si sono appena impossessati di Farah e Herat, le province dell'Afghanistan occidentale dove per quasi 20 anni abbiamo promesso democrazia, benessere e rispetto dei diritti delle donne. Promesse platealmente tradite quando ce ne siamo andati al seguito degli americani. Certo, soli non potevamo restare, ma la figuraccia resta. E un ministro farebbe meglio a non aggravarla con un'inutile retorica. Fra tante banalità, l'unico punto apprezzabile è l'appello ad un'Europa chiamata a «recitare un ruolo di primo piano e porsi come interlocutore credibile». Un ruolo che l'Europa dovrà giocare non appena sulla rotta balcanica si muoveranno migliaia di afghani. Peccato che anche qui Di Maio finisca con il confondere i disperati in fuga dall'odio talebano con gli «irregolari» muscolosi e ben pasciuti scaricati sulle nostre coste dalle navi delle Ong. Una confusione che vanifica l'appello ad un'Europa chiamata non ad infischiarsene, come fa con gli «irregolari» sbarcati in Italia, ma ad offrire loro asilo e assistenza. Nel rispetto della Convenzione di Ginevra. 

Dopo vent’anni di false promesse il caos sta lacerando l’Afghanistan. Filippo Rossi da Kabul su L'Espresso il 4 agosto 2021. I combattimenti sono ancora più intensi dopo il ritiro della Nato. E al confronto armato tra governo e talebani si aggiungono le milizie che controllano intere aree del Paese. L’Afghanistan si trova nella situazione peggiore della sua storia. La ragione principale è il ritiro della Nato, fuggita in un momento in cui i combattimenti non fanno che intensificarsi e ogni giorno muoiono centinaia di afghani. Il fatto peggiore da digerire è che ora, senza un attore forte come gli Usa, governo e talebani faranno fatica a trovare un accordo. Non c’è fiducia fra le parti e nessuno sa come andrà a finire». L’analista Nasratullah Haqpal ama ripetere questo concetto: quando le cose sembrano collassare l’incertezza offusca ogni tipo di proiezione futura. «L’incertezza per il futuro ha ripercussioni sull’economia, la vita sociale, l’educazione e la sicurezza. In questo caso il principale responsabile è il governo americano che lascia gli afghani nella situazione di 20 anni fa. Se c’è qualcuno che ha la capacità e la responsabilità di trovare un accordo fra governo e talebani, sono loro». La dichiarazione fatta da Joe Biden un mese fa, secondo cui gli Usa «non sono andati in Afghanistan per fare “Nation-building”» ha fatto infuriare gli afghani: «Siamo forse noi afghani ad aver invitato gli americani e la Nato? Hanno occupato il paese dicendo che volevano sradicare il terrorismo, portare la prosperità e la democrazia», continua Haqpal. «Dov’è la democrazia? E La prosperità? Se non sono venuti per fare “Nation building”, allora sono rimasti per ucciderci? Sono riusciti a dividere la popolazione più che mai. E ora che dovrebbero risolvere il problema scappano, addossando la colpa agli afghani». Una cosa che rende tutti unanimi in Afghanistan è la gioia nel vedere gli stranieri lasciare il paese. Tutti hanno perso fiducia nei loro confronti, giudicando l’operato e il lavoro di 20 anni di presenza come inutile. Un fiasco totale costato trilioni di dollari. Il riflesso di tutto ciò si manifesta nel ritiro affannoso delle forze Nato degli ultimi mesi. In particolare, l’abbandono inatteso della base aerea di Bagram. È successo venerdì 2 luglio, in mezzo alla notte, quando l’ultima compagnia di soldati americani è decollata dalla pista, lasciando sguarnita la base, senza avvertire gli afghani. «Ci siamo accorti che erano partiti dopo due o tre ore. Nessun afghano aveva il diritto di entrare nella zona. La notte abbiamo sentito i rumori degli aerei. Una cosa normale, come ogni notte. Quando abbiamo notato che era stata smantellata, abbiamo colmato subito il vuoto mandando i soldati a controllare il perimetro», racconta il generale Mir Asadullah Kohistani, divenuto comandante di tutta la base aerea dopo la partenza americana. Un comportamento criticato che però Kohistani tiene a difendere: «Siamo militari. Abbiamo dei codici per proteggere le missioni. Gli americani ci avevano avvertito che sarebbero partiti, ma senza darci un giorno e un’ora esatti». L’abbandono di Bagram è stata una sorpresa, anticipando di quasi due mesi l’11 settembre, data simbolica annunciata da Biden come limite per completare il ritiro. Soprattutto per i miliardi di dollari investiti per sviluppare la base, il simbolo dell’occupazione Nato e una vera e propria cittadina che ospitava circa 70 mila persone, con centinaia di voli alla settimana, 3500 edifici e tutte le infrastrutture di un normale centro urbano. Bagram oggi è deserta, silenziosa. Girare per le sue strade, osservare la segnaletica e l’architettura, richiama più una cittadina remota e desertica del Nevada in decadimento. C’è da immaginarsi quindi la sorpresa delle forze afghane nell’assistere a tale spettacolo: tutto vuoto, niente elettricità, negozi svuotati di ogni bene. Una città fantasma. Fra le forze afghane c’è fierezza e amarezza: «Siamo fieri di poter controllare la base, ma gli americani ci hanno traditi. Lasciare l’Afghanistan sì, ma non Bagram», commenta un sergente. Senza dimenticare i dubbi circa le capacità delle forze afghane di mantenere il controllo sulla base, visto che nelle provincie faticano a resistere agli attacchi dei talebani. «I Talebani hanno annunciato che avrebbero attaccato, ma la difenderemo a ogni costo. Chi controlla Bagram, controlla l’Afghanistan». Questi timori derivano dalla situazione militare. L’esercito è stato criticato per le sconfitte subite sul campo oltre alle migliaia di diserzioni e perdite. I Talebani hanno conquistato molto territorio, accerchiando le principali città e conquistando i principali valichi di frontiera, mettendo alle strette il governo e la popolazione. Tuttavia, Haqpal dice che secondo «alcune teorie, l’esercito si sarebbe ritirato da territori difficili e remoti per concentrarsi sulle città. I soldati sono demoralizzati perché non credono nei loro leader, non perché non sono ben armati o addestrati». Ma lo scacchiere afghano non si limita a talebani contro governo. Oltre a una guerra mafiosa collaterale e conflitti fra gruppi tribali, c’è un dettaglio che molti non hanno voluto vedere per molto tempo e che oggi rappresenta un vero pericolo: per contenere gli attacchi incessanti dei Talebani, da ormai più di un anno governo e servizi segreti hanno fatto ricorso alla creazione e al sostentamento di centinaia di milizie, chiamate oggi forze di insurrezione popolare. In mano ai molti signori della guerra diventati improvvisamente paladini democratici nel governo, controllano interi territori, rischiando di diventare la spina nel fianco di qualsiasi possibile soluzione politica. Da anni ormai, molti politici corrotti a Kabul, parlamentari ma anche alti ranghi del governo, armano le milizie o le sostengono in base ai propri interessi. Le appoggiano spesso anche con il benestare di Stati terzi, impauriti di perdere privilegi e potere, con il possibile ritorno dei talebani. Solamente a Kabul ci sono interi quartieri dove l’esercito e la polizia non hanno giurisdizione. Uno sviluppo preoccupante che negli ultimi due mesi ha visto un peggioramento. Con il deterioramento della situazione, infatti, migliaia di civili hanno raggiunto nuove milizie, spesso senza saper combattere. Per ora affiancano l’esercito governativo ma rimane un punto interrogativo: «Bisognerà vedere se queste milizie si allineeranno con il governo oppure seguiranno i loro leader su base etnica, come in passato. Possono essere sia un grande appoggio che un pericolo per la stabilità del governo», commenta il professore Fahim Sadat. Haqpal è molto negativo: «Come nel passato, queste milizie commettono abusi. Uccidono per il beneficio di pochi e potrebbero far scoppiare una guerra interetnica diventando un attore incontrollato in un conflitto fra esercito governativo e talebani». Il parlamentare della provincia di Parwan Abdul Zaher Salangi, lui stesso parte di una milizia, la vede però differentemente: «Sono essenziali. La gente dovrebbe avere le armi e combattere i talebani. Dopo l’arrivo della Nato, i programmi di disarmo nelle province non hanno fatto altro che regalare territorio ai talebani. Ora la Nato se ne va, lasciando l’inferno agli Afghani». Se nelle provincie i cannoni tuonano, paradossalmente a Kabul, nell’ultimo mese, la situazione si è calmata con meno esplosioni e meno bombe magnetiche sulle macchine. Ma è una calma apparente. I prezzi dei viveri di base sono alle stelle e non si capisce se il governo crollerà, se ci sarà un accordo con i Talebani oppure se questi prenderanno le città principali con la forza. Moltissimi cercano di scappare dal paese (circa 5 mila passaporti sono emessi ogni giorno). «I Talebani sanno di non essere in grado di controllare le città. Non conquisteranno Kabul», dice Haqpal. «Se prendessero Kabul con la violenza, cosa che avrebbe un costo umano altissimo, perderebbero sicuramente molta legittimazione. Sembra piuttosto che vogliano mettere pressione per avere più potere sul tavolo dei negoziati di fronte alla comunità internazionale». Fahim aggiunge che «sono forti nel conquistare, ma come si è visto in varie occasioni, non riescono a mantenere una regione e a gestirla. Ora vogliono capitalizzare il momento del ritiro americano». Fra chi prima vedeva nei Talebani un movimento di liberazione, oggi, con i molteplici abusi dei diritti umani, la distruzione di moschee, e le violenze contro soldati e civili, molti si stanno ricredendo. Anche se la leadership talebana di Doha nega e condanna gli atti criminali delle truppe sul campo, la fiducia viene meno. Nel campo governativo invece, i politici a Kabul - come il presidente Ghani - sono nel panico, minacciano giornalisti e attivisti, arrestando chi critica il loro operato. Tutti sembrano fare i propri interessi. «I Talebani, reprimendo, mostrano che non hanno le capacità di governare. Mentre il governo, oltrepassando ogni limite della costituzione democratica che dice di difendere, mostra il suo vero volto», tuona Haqpal. Ma una certezza sembra risiedere in una frase di Salangi: «Non ci sarà pace fintanto che la comunità internazionale non la vorrà. Ci impongono una guerra e noi dobbiamo combatterla». In Afghanistan lo sanno benissimo tutti: che sia con milizie, governo o talebani, è una guerra per procura. Gli interessi degli stati regionali e della comunità internazionale hanno molto peso. Tutti gli attori sul campo sono delle pedine, carne da macello, che sembrano più che altro sostentare un’economia di guerra piuttosto che difendere le loro idee. Il caos sta lacerando l’Afghanistan e gli afghani. E la causa risiede molto in 20 anni di false promesse.

Biden tira dritto dove Trump e Obama hanno mollato: infrastrutture e Afghanistan. Alessandro Maran,  Consulente aziendale, appassionato di politica estera, su Il Riformista il 13 Agosto 2021. Sono passati vent’anni e Joe Biden si è convinto che se gli Stati Uniti non se ne vanno ora dall’Afghanistan non se ne andranno mai più, perché il momento giusto per andarsene non verrà mai. L’ho raccontato nei mesi scorsi proprio su questo blog. Ora gli americani sono accusati di abbandonare l’Afghanistan nelle mani dei talebani, ma sono stati sul banco degli accusati anche quando hanno invaso il paese per rimuovere dal potere i talebani che avevano ospitato e protetto Osama Bin Laden nel suo progetto di guerra santa. Le cose sono andate come sono andate, ma gli obiettivi dell’operazione sono stati raggiunti: annientare le capacità operative di al Qaeda e consegnare Osama bin Laden «alle porte dell’inferno». E ancora una volta, da quelle parti, il «nation building» si è rivelato un’impresa che va al di là delle possibilità degli Stati Uniti (e di chiunque altro). Il ritorno al potere dei talebani comporterà certamente serie conseguenze umanitarie e la perdita della libertà per gli abitanti del paese. Ma il presidente americano non è disposto a riconsiderare la sua decisione. Gli Stati Uniti, ha spiegato, hanno speso più di mille miliardi di dollari e perso migliaia dei loro soldati per addestrare ed equipaggiare le forze armate afgane: «I leader afgani devono unirsi», ha ribadito Biden, «devono combattere per se stessi e per il loro paese… devono voler combattere». Sul piano geopolitico non cambierà molto. Nessuno ha soldi, energie e risorse da buttare in Afghanistan, neppure la Cina. Specie se si considera che la priorità per gli Stati Uniti è ora quella di ricostruire l’economia (e quindi la potenza) americana e la coesione interna di una società in «frantumi» (per usare l’espressione del celebre libro di George Packer). Inoltre, il ritiro dall’Afghanistan non cambierà le dinamiche politiche interne degli Stati Uniti. La guerra resta oltremodo impopolare. Gli americani non ne possono più di conflitti che hanno prosciugato le forze del paese in posti dimenticati da Dio. Le critiche verranno soltanto da qualche falco repubblicano, dai giornalisti e da qualche esperto di politica estera di Washington, non dalla gente che conta davvero: quella che vota. Ogni presidente, da George Bush in avanti, aveva annunciato che era venuto il momento di andarsene dall’Afghanistan per dedicarsi al «nation building» in patria. Ora Biden, come ha sottolineato la CNN, lo sta facendo davvero. «Non c’è più una linea di demarcazione tra politica estera e politica interna: ogni iniziativa che assumiamo nella nostra condotta all’estero, va presa con in mente le famiglie dei lavoratori americani», aveva detto non per caso Biden nel suo primo significativo discorso dedicato alla politica estera (L’America é tornata, constatavo su questo blog ,«ma non come prima»). Messe così le cose, il provvedimento sulle infrastrutture di oltre 4500 miliardi di dollari (che persino la redazione del Financial Times ha giudicato importantissimo) e il ritiro dalla più lunga guerra mai combattuta dall’America, potrebbero segnare davvero un punto di svolta nella sua presidenza.

L’avanzata inarrestabile, gli elicotteri, la fuga: l’Afghanistan come il Vietnam. Paolo Mauri su Inside Over il 16 agosto 2021. C’è una foto che in queste drammatiche ore sta circolando sui social. In realtà una composizione di due immagini che ritraggono due elicotteri, simili, in due epoche molto lontane nel tempo, che atterrano in due città diverse, ma per lo stesso scopo: evacuare il personale diplomatico statunitense. La prima è stata scattata a Saigon, la capitale dell’ex Repubblica del Vietnam, e mostra un CH-46 Sea Knight in atterraggio sul tetto dell’ambasciata americana nelle tragiche ultime ore di vita del Vietnam del Sud. La seconda è stata scattata domenica mattina, e ritrae un CH-47 Chinook mentre compie la stessa manovra, ma nei pressi della legazione statunitense di Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Quella foto che ci arriva dal 1975 è una delle tante, e nemmeno la più famosa, dell’epilogo di un altro tragico conflitto durato un decennio: quello che è comunemente conosciuto come “Guerra del Vietnam” ma che abbracciò – clandestinamente – anche il Laos e la Cambogia. È stata definita una “sporca guerra”, con l’ipocrisia, o forse con il disincanto, di chi pensa che ci siano guerre “pulite”, ed il suo epilogo non poteva che essere altrettanto drammatico: dopo la rotta dell’esercito sudvietnamita, sotto i colpi di quello del Nord e dei Vietcong, col nemico ormai alle porte della capitale, una massa di profughi cercava disperatamente vie di fuga per sottrarsi alle vendette del nemico, mentre il personale diplomatico occidentale organizzava le operazioni di evacuazione. Il primo aprile 1975, infatti, prendeva il via l’operazione Frequent Wind per evacuare il personale Usa e sudvietnamita che durante i lunghi anni di guerra aveva collaborato con gli americani. Washington mobilitò tutte le sue risorse militari, e in 30 giorni 51888 persone, di cui 6763 da parte dei velivoli Usa che hanno fatto registrare l’impressionante cifra di 19mila sortite, erano state portate in salvo. Sono però le ultime ore quelle che sono rimaste impresse nella storia: le immagini degli elicotteri che atterravano sui tetti dei palazzi di Saigon e che venivano gettati in mare dal ponte delle portaerei per fare spazio, sono rimaste nella nostra memoria collettiva. A proposito: la famosa fotografia dell’UH-1 Huey atterrato sulla sommità di un edificio con la fila di persone pronte a salire non ritrae il tetto dell’ambasciata statunitense, ma quello di un palazzo poco distante. Dicevamo che gli ultimi momenti di quel conflitto, con i nordvietnamiti e i vietcong a cingere d’assedio Saigon, sono rimasti impressi nella storia: la gente che premeva sui cancelli dell’ambasciata Usa, gli elicotteri sempre in volo, il fumo dei combattimenti e dei documenti riservati dati alle fiamme, la bandiera a stelle e strisce ammainata e ripiegata. Ci sono evidenti analogie con quanto sta accendo in queste ore a Kabul, ed è per questo che i giorni che stiamo vivendo, indipendentemente da quello che riserverà il futuro, resteranno nella storia: immagini altrettanto potenti ci giungono dall’Afghanistan, come le file di profughi ai valichi di frontiera o quelle dell’incessante ponte aereo per evacuare il personale diplomatico occidentale, tra cui quello italiano. Ancora gli elicotteri protagonisti, perché i talebani hanno tagliato le vie di accesso all’aeroporto della capitale afghana, esattamente come i nordvietnamiti avevano isolato e circondato l’aeroporto di Tan Son Nhut, lo scalo utilizzato dagli Stati Uniti per l’evacuazione dal Vietnam. Ancora la tragedia dei profughi, che si sono visti i valichi di frontiera a nord, con l’Uzbekistan, prima chiusi dalle autorità uzbeke, poi passati sotto controllo talebano. Centinaia, forse migliaia di ex appartenenti alle Ansf (Afghan National Security Forces) e alle altre milizie rimasti bloccati al di qua del confine, con, sulla testa, il peso di una condanna a morte per aver collaborato con “l’invasore”, nonostante le rassicurazioni di una possibile amnistia da parte dei talebani. Amnistia che quasi certamente non ci sarà, almeno non per tutti. Perché i talebani, in questi giorni, stanno mostrando – ancora una volta – il loro vero volto: esecuzioni sommarie, a macchia di leopardo, di militari governativi, espulsione di donne da uffici pubblici e scuole e condanne a morte eseguite negli stadi. Un copione già visto. Arrivano anche rapporti di uccisioni di studentesse. Le donne, ancora una volta, pagheranno il prezzo più alto insieme ai soldati: venti anni di progresso azzerati in pochi giorni, con lo sfaldamento delle Ansf, che si sono disgregate ancora più rapidamente una volta caduta Mazar-i-Sharif, la storica roccaforte della resistenza ai talebani nel nord del Paese. Un dramma nel dramma è proprio quello dei collaboratori delle forze occidentali e delle loro famiglie, che è quasi sicuro saranno oggetto di vendetta: il “collaborazionismo” non viene mai scontato nei giorni immediatamente successivi al termine di un conflitto. Del resto questo quadro lo abbiamo già visto. Le analogie col conflitto vietnamita non si fermano, infatti, all’evacuazione e agli elicotteri che volano ininterrottamente per fare la spola, ma anche per le masse di profughi in fuga – che in Vietnam non diminuirono nemmeno a conflitto ultimato prendendo il nome di “boat people” – che premono ai confini per cercare scampo dal ritorno dell’integralismo islamico: un dramma umanitario che, molto probabilmente, presto passerà nel dimenticatoio. Perché se c’è una verità, scomoda, in questi venti anni di conflitto in Afghanistan, è stata la poca attenzione mediatica che gli è stata dedicata: si parlava di quel Paese solo quando, disgraziatamente, uno Ied, un ordigno improvvisato usato per le imboscate, esplodeva provocando morti tra i militari del nostro contingente. Dopo i primissimi anni in cui è cominciata la missione, l’Afghanistan è quasi del tutto sparito dalle cronache: c’è una generazione di ventenni italiani, oggi, che – forse – sta sentendo parlare di quel luogo e di quella guerra solo in questi ultimi giorni per via dei tragici fatti a cui stiamo assistendo. Sembra quasi che si sia voluta dimenticare quella guerra, così come, immediatamente dopo il termine del conflitto nel Sudest Asiatico, gli americani hanno voluto – colpevolmente – dimenticare il Vietnam nonostante i 58mila morti che è costato loro. Ecco perché è importante parlare dell’Afghanistan, parlare del destino dei nostri collaboratori afghani come dei nostri morti, quei 53 “ragazzi con le stellette” che hanno lasciato la vita nella polvere di un Paese lontano. Perché l’Afghanistan è, in un certo senso, il “nostro Vietnam”, e perché ci sono ancora quasi 4mila afghani – se contiamo i familiari dei collaboratori – che vanno portati in salvo prima che la vendetta talebana scenda su di loro. Il tempo è poco: si calcola che entro 36 ore (al più tardi martedì nelle più ottimistiche previsioni) il ponte aereo andrà ad esaurirsi con la fine dell’evacuazione del personale statunitense. Sbrighiamoci. Altrimenti sarà, davvero, un altro Vietnam.

Nel “Vietnam” afghano hanno perso la vita 53 nostri soldati. Paolo Mauri su Inside Over il 16 agosto 2021. Afghanistan 2021. I talebani sono avanzati inesorabilmente, come da copione, conquistando un villaggio dietro l’altro, una provincia dietro l’altra: Kandahar, Herat e Lashkar Gah fino a prendere il controllo di Kabul. Le Ansf (Afghan National Security Forces), le forze di sicurezza afghane addestrate e armate dalla Nato e dagli Stati Uniti, si sono sgretolate, passando “al nemico” o semplicemente abbandonando le armi, sperando in una clemenza che non c’è e non ci sarà. Nella loro marcia verso Kabul, i talebani hanno dimostrato, una volta di più, che le regole della guerriglia, dei conflitti insurrezionali asimmetrici, sono impietose: da più parti arrivano rapporti frammentari di uccisioni di soldati che si sono arresi. Alla tragedia si aggiunge la beffa della propaganda talebana, che sui social mostra il trattamento “umano” riservato a chi si arrende. Tutto falso. Tutto costruito ad arte per cercare di guadagnare consenso e legittimazione. Ci sono sacche di resistenza tra la popolazione civile, che imbraccia le armi per contrastare il ritorno dei talebani, ma si tratta di episodi sporadici: l’Afghanistan si sta trasformando sempre più in un “Vietnam” senza la giungla. Lo sapevamo. Lo sapevano i vertici militari e politici, del resto c’è stato il precedente dell’invasione sovietica degli anni ’80: il Paese che è stato definito “la tomba degli imperi” (chiedere a tal proposito anche agli inglesi) non fa sconti a nessuno, in tutte le epoche. Herat, capoluogo della provincia omonima nell’ovest del Paese, è caduta da poche ore. Herat per ogni italiano, dovrebbe avere un significato particolare: è stata il quartier generale delle forze italiane in Afghanistan. Il nostro Paese ha infatti partecipato alla missione internazionale Isaf praticamente da subito: era l’11 agosto del 2003. Isaf si conclude nel 2014, ed il nostro intervento in quel Paese cambia pelle, ma continua sino al 2021, quando a giugno, con una cerimonia solenne tenutasi nella base di Herat, è stata ammainata per l’ultima volta la nostra bandiera. A quella cerimonia hanno preso parte il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli, il comandante del Coi (Comando Operativo Interforze) il generale Luciano Portolano, il capo della missione Resolute Support, il generale statunitense Austin Scott Miller, e il generale Beniamino Vergori, responsabile del comando locale. Il tricolore è tornato per sempre in Italia, insieme agli ultimi 500 soldati. Un tricolore che ha sventolato per quasi vent’anni e che, come in ogni guerra, ha avvolto idealmente in un abbraccio i corpi dei nostri soldati caduti in Afghanistan. Sono 53 i caduti italiani in quel conflitto, 651 i feriti. Un impegno in seno alla Nato che ha richiesto il più pesante tributo di sangue della storia repubblicana. Un onere umano, prima che finanziario (8,5 miliardi di euro) che non avrà nessun tipo di compensazione. In Afghanistan l’Occidente non lascia nulla se non una parentesi di “democrazia”, zoppicante e fallace, la cui eredità sta per essere sepolta nella sabbia e nella polvere. Forse. La speranza – flebile – è che venti anni di libertà dall’oppressione talebana abbiano in qualche modo plasmato le menti dei giovani (soprattutto delle donne), che così potrebbero coltivare, in sé, il seme della ribellione all’ordine castrante del fondamentalismo islamico. Il tempo sarà giudice ultimo, ma stiamo divagando. Cinquantatre soldati morti. Cinquantatre vite spezzate, molte nel fiore degli anni. Andate a vedere le date di nascita di quei “ragazzi con le stellette” che sono caduti in battaglia. Trentuno di essi in combattimenti, gli altri per incidenti, con una “giornata nera”, quella del 17 settembre del 2009, in cui perdono la vita sei nostri militari. Quel giorno, a Kabul, un’auto carica di esplosivo (si stima circa 150 chilogrammi) riesce ad infilarsi tra due mezzi Lince del 186esimo Reggimento della Brigata Folgore, esplodendo. Tutti gli occupanti del primo mezzo, ed uno del secondo, muoiono sul colpo, insieme a 4 poliziotti e 20 civili afghani. Una strage. Coi loro nomi, che riportiamo, commemoriamo idealmente anche gli altri nostri soldati che hanno lasciato la vita in Afghanistan, insieme al personale locale e ai civili: Roberto Valente, sergente maggiore, Matteo Mureddu, primo caporal maggiore, Antonio Fortunato, tenente, Davide Ricchiuto, primo caporal maggiore, Giandomenico Pistonami, primo caporal maggiore e Massimiliano Randino, primo caporal maggiore.

Apriamo una piccola parentesi: il tributo di sangue dei nostri militari in quella lunga campagna sarebbe stato sicuramente più pesante senza i Lince, mezzi pensati per resistere agli ordigni improvvisati (Ied) che vengono usati dalla “guerriglia” in imboscate. L’ultimo soldato a morire in quel Paese che – forse – non troverà mai la pace è Giuseppe La Rosa, 31 anni, capitano del Terzo Reggimento bersaglieri, caduto in un’imboscata a Farah mentre era di ritorno alla base a bordo di un Lince. Pochi invece sanno che il primo sangue italiano versato in Afghanistan precede di qualche anno la missione Isaf: il 22 agosto del 1998 il tenente colonnello Carmine Calò, 48 anni, unico militare italiano in missione a Kabul come osservatore della forza di pace dell’Onu, muore in seguito alle ferite riportate durante un attentato portato da un commando di talebani che attacca a colpi di pistola il minibus che stava guidando nel centro della capitale afghana. Cosa resta di quella missione? Quasi nulla: il ritorno in Patria dei nostri soldati è stato talmente in tono minore da essere passato praticamente inosservato. Sì, le nostre forze armate hanno accumulato anni di preziosa esperienza, è vero, ma il sacrificio di tutti gli uomini, dal colonnello Calò sino al capitano La Rosa, non ha permesso di sconfiggere i talebani né ha messo in sicurezza il Paese dal possibile ritorno del terrorismo islamico, ora paventato da tutti, anche dalla Russia. Missione fallita.

Afghanistan: il nuovo Vietnam americano. Piccole Note il 13 agosto 2021 su Il Giornale. I talebani stanno prendendo in fretta il controllo di tutte le città afghane, con l’obiettivo, non ancora dichiarato, di prendere Kabul. Notizie strazianti giungono dal Paese, nel quale le moltitudini fuggono di fronte all’avanzata delle milizie islamiche. Da registrare che l’informazione su quanto sta accedendo ha un tono drammatizzante, al contrario di altre guerre, come ad esempio quella in Yemen, dove i raid aerei dell’alleanza guidata dai sauditi, che pure da anni fanno strage di civili e bambini, non hanno guadagnato nemmeno un millesimo della copertura mediatica data alla guerra dei talebani. Ma non è sull’usuale miopia mediatica che vogliamo appuntare l’attenzione, quanto sulle notizie in sé. Al solito, è difficile districarsi nel bailamme dell’informazione, e spesso il bombardamento mediatico impedisce di porsi le domande più banali. In particolare sulla ferocia delle milizie in questione. Se ci si fa caso, i notiziari non riportano notizie di stragi di civili, né di massa né più limitati. Al massimo i media riportano notizie di matrimoni forzati, con i talebani che andrebbero nelle case a sposare a forza le donne. Pratica odiosa, ma che potrebbe essere anche frutto di propaganda, che usa di eventi reali dilatandoli oltremisura. A fare insospettire in tal senso la reiterazione automatica di tale notizia, che rimbalza sui media sempre uguale a se stessa, come accade per le news diffuse nella rete dai bot.

Non è una campagna in stile Isis. Ma al di là della veridicità della notizia, resta che è questa la pratica più feroce denunciata finora. Nessuna notizia, appunto, di stragi indiscriminate, pur se i morti ammazzati non mancano. Data l’enfatizzazione mediatica di cui sopra, vuol dire che semplicemente, almeno al momento, non avvengono eccidi. Cioè che le milizie islamiche, quando prendono il controllo di un’area, non infieriscono più di tanto sulla popolazione.

Non stiamo affermando che, arrivati in un posto, distribuiscano fiori, o che la guerra in corso sia cosa buona e giusta, che tutte le guerre hanno i loro orrori, ma che è una guerra come altre e soprattutto del tutto diversa da quella portata in Siria e Iraq dall’Isis e da al Nusra – milizie alle quali i talebani sono spesso associati -, le cui conquiste sono state disseminate di orrori indicibili. Quella alla quale stiamo assistendo è, con tutti i limiti del caso, una guerra di liberazione: dopo venti anni di occupazione americana, gli afghani si stanno riprendendo il loro Paese.

Certo, a condurla sono milizie islamiche, ma chi voleva combattere l’invasore non aveva altra scelta che loro. E tanti afghani comuni, che hanno vissuto la presenza Usa come una disgrazia, si sono intruppati in tal modo. Tra questi, di certo anche tanti che hanno visto i loro cari  sterminati dai droni made in Usa (“incidenti” che possono capitare, soprattutto se si sganciano dal cielo centinaia di migliaia di bombe, come da titolo della rivista del MIT: “La vita nel Paese più bombardato del mondo“). Peraltro, i ribelli non hanno l’esclusiva della ferocia, dato che a guidare l’esercito di Kabul è stato chiamato (se non su suggerimento Usa, di certo col loro placet) Rashid Dostum, già signore della guerra con un curriculum disseminato di crimini inenarrabili.

L’Afghanistan come il Vietnam. Sui media americani la guerra afghana trova spesso paralleli con quella del Vietnam, anch’essa terminata con il frettoloso ritiro delle truppe Usa. Tanto frettoloso che quando i marines si sono ritirati dallo strategico quanto simbolico aeroporto di Bagram, lo hanno fatto di notte, senza neanche avvertire gli afghani di stanza alla base. I media Usa si interrogano sulla disfatta, perché di questo si tratta, come ormai è chiaro a tutti. E sul fatto che tale esito era chiaro da tempo. Tanto che Ishaan Tharoor sul Washington Post spiega che i presidenti Usa lo sapevano già dal 2005-06. ma hanno deciso di far finta di niente. Esattamente quel che è accaduto con il Vietnam. Perché, come per il Vietnam, nessuno di loro voleva passare alla storia come il presidente che aveva perso una guerra, né, soprattutto, ha avuto il coraggio di sfidare a fondo i falchi, se non Trump e a fine mandato.

Biden ha avuto questo coraggio e si è ritirato, dando compimento all’impegno di Trump (e attirandosi l’odio di falchi, che stanno montando una campagna per restare nel Paese: l’enfatizzazione mediatica di cui sopra serve a questo).

Patti violati. Da chi? Certo, i patti erano che i talebani si accordassero con Kabul. Ma qualcuno ha rotto i patti, e forse non solo i talebani, dato che la campagna per contrastare la decisione presidenziale si è accompagnata con alcuni bombardamenti realizzati dai B-52, le cui bombe sono ancora meno intelligenti di altre (e probabilmente si tratta solo della punta dell’iceberg di operazioni più oscure e segrete). Peraltro, l’accordo era davvero difficile. Se ci si mette nei panni dei talebani –  mutatis mutandis – era come se al termine della Seconda guerra mondiale si fosse chiesto a Parigi di accordarsi con Vichy. Così la parola resta alle armi, con l’esercito afghano, armato e addestrato dagli Usa, che si sta squagliando come neve al sole, pur se tre volte superiore al nemico. A decretarne il collasso le defezioni di massa, che indicano il tasso di adesione all’asserita “democrazia” afghana creata da Washington, ma che hanno anche evitato scontri più feroci. Biden per ora tiene il punto, potendo anche ostentare l’immane costo della guerra afghana (1.5 trilioni di dollari) a fronte di risultati così minimali. Ma la situazione è magmatica e in evoluzione: come per gli altri Paesi devastati dalle guerre infinite, la variabile caos da queste prodotte sfugge a previsioni e controlli.

Afghanistan: gli Usa non erano parte della soluzione, ma del problema. Piccole Note il 17 agosto 2021 su Il Giornale. Ahmad Massoud ucciso in un attentato il 9 settembre 2001, due giorni prima dell’attentato alle torri gemelle. Kabul cade, e gli Usa vivono un nuovo momento Saigon. I talebani controllano l’Afghanistan, avendo vinto la guerra iniziata nel 2001, la guerra più lunga intrapresa dall’America. Tanti giornalisti e politici che non saprebbero neanche indicare dove si trova l’Afghanistan sul mappamondo, esprimono il loro dolore per quanto sta avvenendo, allarmando sui pericoli di tale infausto sviluppo della storia, piangendo sulla sorte delle donne afghane e altro. Non siamo fan dei talebani, lo esplicitiamo perché il precedente articolo sul tema ha suscitato incomprensioni, nondimeno non siamo meravigliati di quanto sta avvenendo, sviluppi ovvi e che stridono con la meraviglia che promana da tante narrazioni. Meraviglia e allarme, come se il Paese fosse di colpo precipitato in un incubo, dimenticando che tale incubo è iniziato decenni fa, e ha maciullato migliaia di vite. Un incubo raccontato dalla storia, che chi scrive ha seguito da vicino, avendo dedicato all’Afghanistan il suo primo articolo di politica internazionale. Tutto inizia alla fine degli anni ’70 con l’invasione sovietica, chiamata dalle autorità del Paese a puntellare il loro vacillante potere. Uno dei tanti conflitti della Guerra Fredda, che assicurava a Mosca e Washington piena libertà nelle loro aree di influenza, secondo il principio della non interferenza reciproca. Ma a Washington, dove iniziava a prendere corpo la prospettiva di un Impero globale, vollero cambiare l’equazione di Yalta e decisero che la guerra afghana era un’occasione per porre grave criticità all’avversario. Fu così creata al Qaeda, come fu chiamato il database che serviva a gestire la legione straniera di islamici che la Cia, tramite Osama bin Laden, iniziò a reclutare in giro per il mondo arabo e a riversare in Afghanistan per combattere i sovietici. Una guerra costosa, che non poteva venire finanziata solo dai contribuenti americani. Fu così che, per pagare i mujaheddin si utilizzò il narcotraffico, e l’Afghanistan iniziò a essere disseminato di papaveri d’oppio. Alla ritirata delle truppe dell’Unione sovietica (primo indizio del suo crollo) incapaci di sostenere quel nuovo metodo di guerra, tanto caotico e sanguinario (i partigiani non facevano prigionieri…), seguì un periodo magmatico. La liberazione dall’invasore, piuttosto che portare pace, sprofondò il Paese in un caos ancora più profondo, con i vari signori della guerra, i più feroci capi dei mujihaiddin, a darsi battaglia per controllare città e regioni. L’Afghanistan divenne preda di una destabilizzazione permanente, con un’unica costante, la coltivazione dell’oppio: il Paese ne divenne il più importante esportatore del mondo (l’80% del totale). Più che probabile che i signori della guerra, ai quali serviva  vendere l’oppio per finanziarsi, si rivolgessero agli stessi acquirenti di prima e che uguali fossero i canali bancari sui quali passava questo denaro sporco. E si può intuire quali fossero…Ciò fino agli inizi degli anni ’90. Verso il ’93 apparvero d’improvviso i talebani. Ai confini tra Pakistan e Afghanistan iniziarono a spuntare come funghi madrasse che propagavano il verbo wahabita nella sua forma più integrale. Un’iniziativa nella quale l’Arabia Saudita profuse miliardi di dollari e sostenuta dall’Isi, il servizio segreto pakistano, due stretti alleati degli americani, che dunque non potevano non sapere quel che si ordiva. Così com’erano apparsi, i talebani iniziarono a prendersi il Paese, abbattendo uno a uno i vecchi signori della guerra. Un’onda in piena, irrefrenabile, un po’ come l’epifania dell’Isis in Iraq in tempi più recenti. Uno sviluppo guardato con apparente preoccupazione da Washington, allora guidata da Bill Clinton, ma che nascondeva una malcelata soddisfazione, con tanto di supporto al lavoro dei suoi più stretti alleati – allora il Pakistan era tale – con armi, addestramento e altro. Si stava creando il primo Califfato della storia moderna: un nucleo di integralismo islamico in Asia, dove tale forma di deriva islamista era ignota. Non solo a ridosso dei confini della Russia, ma anche delle repubbliche ex sovietiche come Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Turkmenistan etc, dove larga era la presenza islamica. Il verbo wahabita nella sua forma talebana avrebbe cioè potuto dilagare in queste repubbliche, bruciando i confini meridionali della Russia, con un incendio che l’avrebbe col tempo incenerita, dato che per sedarlo avrebbe consumato  le sue residue risorse, incenerendola. Senza indulgere in dietrologie, si può dire che se pure gli Usa non hanno creato i talebani, ne hanno di certo apprezzato la genesi e la loro rapida ascesa al potere. Ma un imprevisto fece saltare tale prospettiva. Un imprevisto di nome Ahamd Masud che, attestato nel Nord dell’Afghanistan, sbarrò la strada ai telebani per anni, impedendo loro di dilagare. Non solo Masud, i Paesi della regione, Russia, Cina e Iran su tutti, allarmati dalla follia che era stata creata nel cuore dell’Asia, iniziarono un’opera diplomatica volta a stemperare il pericolo, usando soldi per comprarsi la pace e la ragionevolezza delle tribù locali, che talebane erano di nome e non di fatto. Riuscì, tanto che i talebani, da forza rivoluzionaria, divennero un potere stanziale, limitandosi a gestire l’Afghanistan e a offrire al mondo il loro triste spettacolo di integralismo islamico. Su tutti il famoso quanto odioso burqua, variante rozza e locale del più elegante, ma non meno occultante, velo integrale, più o meno obbligatorio fino a poco tempo fa in altre nazioni dell’islam wahabita, e ancora molto diffuso, in particolare nella molto civile Arabia Saudita. Ciò fino al 2001, quando i talebani fecero due errori gravissimi. Ospitarono il vecchio amico della Cia Osama bin Laden ed eradicarono le coltivazioni d’oppio dal Paese. Che qualcosa di grave, anzi gravissimo, stesse avvenendo nel mondo fu chiaro quando, il 9 settembre del 2001  Masud rimase vittima di un attentato, perché il leone del Panshir, ignoto ai più, era un punto di equilibrio del mondo. Qualcosa si era rotto, nel profondo. Un giorno di trepidazione, poi il giorno dopo l’attentato, la notizia della sua morte confermò i nefasti auspici. E l’11 settembre, l’attentato alle Torri Gemelle. Osama Bin Laden fu indicato come la mente di tutto e si chiese ai talebani di consegnarlo. Dai talebani, divisi, vennero risposte alterne, un ufficioso quanto fantomatico diniego, ma nessuna risposta ufficiale. E il 7 ottobre la guerra iniziò. Serviva una guerra per placare l’opinione pubblica americana, o forse la si era semplicemente cercata, ché la conquista di un Paese era un obiettivo più facile e spettacolare di una sfuggente caccia all’uomo. Il mondo seguì gli Usa, sotto lo shock dell’11 settembre. La vittoria, disse George W. Bush, era obiettivo facile e, tra l’altro, avrebbe eradicato per sempre l’oppio afghano. Ma gli Usa non si limitarono a vincere, rimasero in loco con l’obiettivo di costruire un Paese libero e democratico ed eliminare per sempre la minaccia talebana dal Paese e, con loro, l’oppio. Non fu così. Il Paese, benché vi si svolgessero elezioni, fu preda di una cleptocrazia consegnata ai liberatori, con Karzai prima e Ghani dopo a fungere da presidenti fantoccio, che le cose importanti erano decise dagli Usa. Il Paese è rimasto fermo, bloccato per sempre al momento dell’ingresso degli americani, che negli anni hanno controllato Kabul e poco altro. D’altronde le montagne e le gole afghane avevano già inghiottito due imperi, quello britannico e quello sovietico, ed era destino inghiottisse il terzo. L’oppio non sparì, anzi tornò, e l’Afghanistan toccò produzioni record. Si potrebbe pensare che lo usavano i talebani per finanziarsi, ma le foto dei marines a guardia dei papaveri dicevano altro. La sua vendita serviva a finanziare il Terrore internazionale, al Qaeda prima e l’Isis dopo, palese contraddizione dell’antiterrorismo militante. L’occupazione Usa aveva anche suscitato speranze, ma presto il malcontento iniziò a dilagare. Le bombe l’hanno accompagnata in maniera costante, anche grazie a un’innovazione sperimentata qui per la prima volta in forma massiva: i droni. Da remoto, gli addetti a questi nuovi strumenti di guerra, iniziarono una campagna alzo zero. Dal cielo, iniziarono a far strage: ai matrimoni, ai funerali, nei mercati. Così alle incursioni e agli attentati telabani facevano pendant gli eccidi di civili – danni collaterali- made in Usa, in un botta e risposta nel quale era difficile distinguere torti e ragioni. Uno strazio senza fine, che offriva nuove leve ai talebani e manovalanza al Terrore internazionale, come ben sanno Siria e Libia, dove i regime-change made in Usa conobbero l’apporto di tali sanguinarie milizie. Un caos nel quale provò a insinuarsi anche l’Isis, che aveva come obiettivo i civili e i talebani stessi, ai quali volevano sostituirsi, ma trovò un argine proprio nei talebani. La lunga e odiosa occupazione Usa offrì ai talebani una nuova occasione, potendosi presentare alla popolazione stremata come unica opposizione all’invasore, che si era presentato come liberatore, ma aveva fatto dell’Afghanistan il Paese più bombardato del mondo, come registrava la rivista del Mit. Tutto questo orrore non ha mai suscitato la minima parte delle reazioni sdegnate che si levano adesso, ora che l’America ha capito che era tempo di ritirarsi. Gli Usa si sono ritirati e i talebani hanno preso il loro posto, come era logico accadesse, ché la geopolitica non conosce vuoti. In Vietnam a prendere le redini del Paese furono i comunisti che mangiavano i bambini, qui i talebani che fanno lo stesso. A muoversi è la mano potente della storia. Due considerazioni: la prima è che, come avvenuto per Siria e Libia, anche l’Afghanistan è rimasto incenerito dalle guerre infinite. La seconda è che la strategia di cambiare i Paesi a suon di bombe non funziona. Serviva la Politica, la diplomazia, e serviva un accordo con i Paesi confinanti, Cina, Russia, Iran, Pakistan, India su tutti, per trovare una via di uscita dal caos creato in trent’anni dagli errori e orrori degli Usa. Ma il contrasto con Teheran, Mosca e Pechino era troppo forte. E gli Stati Uniti sono andati via così come sono entrati, come ladri nella notte. Il punto è che non avevano molte alternative: non potevano più sostenere un’occupazione che finora è costata 2.5 trilioni di dollari la cui unica prospettiva era la destabilizzazione permanente del Paese. Ora limitarsi a urlare che i talebani mangiano i bambini è del tutto inutile, anche perché nessuno a breve si ripeterà in un intervento militare. Occorre evitare che i talebani, che hanno preso il Paese quasi senza colpo ferire, cosa che pure va registrata, prendano derive pericolose, che li portino a incrudelire sulla popolazione o a riprendere la loro spinta propulsiva, facendo dilagare l’integralismo islamico oltre confine. A porre un argine a tali prospettive dovrebbero essere chiamate le vittime di questa tragedia. Gli afghani che non si riconoscono nel loro integralismo e le nazioni asiatiche, le uniche che potrebbero risolvere questo rebus impazzito. E ciò perché gli Usa, anche volendo accreditare loro una buona volontà, non sono mai stati parte della soluzione, ma del problema.

L'eccezionalismo americano è diventato un'arma. Eleonora Piergallini su Piccole Note il 21 agosto 2021 su Il Giornale. “Mentre ci avviciniamo al 20° anniversario degli attacchi dell’11 settembre, vale la pena chiedersi cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti avessero agito in modo radicale e fantasioso, evitando il sopravvento imperiale. E se invece di lanciare una Guerra al Terrore, il più grande disastro strategico nella storia moderna degli Stati Uniti, i leader statunitensi avessero usato l’11 settembre come catalizzatore per creare un mondo più tollerante, pacifico e prospero, l’antitesi di al-Qaeda?”. Così scrive Fawaz A. Gerges, professore di relazioni Internazionali alla London School of Economics sul Washington Post di due giorni fa. L’Afghanistan inaugurò la stagione della guerra al Terrore, diventata guerra infinita con l’attacco all’Iraq, perché Saddam non era un terrorista, ma un despota (peraltro in ottimi rapporti con la Cia), una declinazione che aggiungeva alla guerra imperiale una prospettiva temporale inquietante. La guerra afghana, scrive Georges, lungi dall’aver annientato o indebolito i gruppi terroristici islamici, ha creato all’opposto un terreno fertile perché proliferassero. Non solo, dichiarando guerra ad un intero paese islamico, gli Stati Uniti hanno creato i presupposti per la Jihad, la guerra santa contro gli infedeli, e hanno aiutato al- Qaeda a uscire dalla profonda crisi che affliggeva il gruppo terroristico verso la fine degli anni ’90. La guerra afghana e le altre imprese di questi anni hanno dato armi e milizie al Terrore, basti pensare che i membri di al- Qaeda, poche migliaia nel 2001, contano oggi tra i 100 mila e i 230 mila combattenti in tutto il mondo. “l”industria del terrorismo‘ nata sulla scia degli attacchi” dell’11 settembre, spiega Gerges ha “fatto dilagare la paura e distorto la realtà”., dissipando quel tesoro accumulato grazie alla solidarietà internazionale che, dopo gli attentati, aveva stretto tutto il mondo attorno agli Usa. Un flusso di solidarietà al quale si era unito anche l’Iran, nonostante decenni di embargo, e quel messaggio di partecipato dolore è stato “il primo contatto ufficiale diretto tra i due paesi dalla rivoluzione iraniana del 1979”. Invece di rispondere a quegli attacchi partendo da quella unanime solidarietà, scrive Georges, gli Stati Uniti hanno scelto la guerra, “sprecando l’opportunità di lavorare insieme ad altre nazioni”, anche e soprattutto quelle musulmane, “per rimediare ai danni delle politiche della Guerra Fredda che hanno contribuito a far emergere di al-Qaeda” (il riferimento puntuale è al supporto Usa ai mujaheddin afghani che lottavano contro l’invasore sovietico, che pose le basi per la creazione al Qaeda). Continua Gerges: “In qualità di nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti devono resistere alla tentazione di sparare prima e fare domande dopo. Questa è stata la ricetta per il disastro in Vietnam, Iraq, Afghanistan e altrove. I leader statunitensi, in politica estera, devono liberarsi dell’impulso da crociati e dal complesso di superiorità morale che ha fatto più male che bene alla nazione. Invece, dovrebbero riconoscere i limiti insiti nell’imbracciare le armi e mostrare umiltà, prudenza e rispetto per le altre culture”. “Tragicamente, l’idea dell’eccezionalismo americano è stata trasformata in un’arma, trasformando così gli Stati Uniti in un impero al collasso. Iraq e Afghanistan sono solo gli ultimi esempi di questa hubrys”. “[…] Invece di cercare di provare a rendere altri paesi a immagine degli Stati Uniti, Washington, insieme alla comunità internazionale, dovrebbe investire nella ricostruzione degli Stati falliti, nell’eliminazione della povertà assoluta e nella lotta all’estremismo. I leader statunitensi devono anche colmare il divario esistente tra la loro rosea retorica sui diritti umani e la democrazia e le loro azioni, che sono viste come ciniche ed egoistiche in molte parti del mondo”. “[…] Il presidente Biden e il suo team insistono sul fatto che la politica estera degli Stati Uniti dovrebbe riflettere gli interessi e le preoccupazioni della classe media – Conclude Georges – Ma c’è un compito più urgente, che è quello di democratizzare la politica estera degli Stati Uniti e renderla più inclusiva, anziché essere dominata da un’élite ristretta e omogenea, che, più e più volte, ha coinvolto la nazione in avventure militari in terre lontane”. . “Lo dobbiamo ai quasi 3.000 americani uccisi l’11 settembre, come anche ai molti soldati statunitensi e ai tanti civili, iracheni e afgani, morti in guerre che non avrebbero dovuto essere combattute”.

Fawaz A. Gerges per "washingtonpost.com" il 21 agosto 2021. Mentre gli Stati Uniti terminano bruscamente la loro guerra in Afghanistan, i talebani sono tornati per vendicarsi. Molti afghani si sentono traditi. L'America ha promesso sicurezza e libertà, ma gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno abbandonato il popolo afghano, lasciandolo in balia di un movimento brutale e repressivo. Questo poteva essere evitato. Mentre ci avviciniamo al 20° anniversario degli attacchi dell'11 settembre, vale la pena chiedersi cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti avessero agito in modo diverso. E se invece di lanciare una Guerra al Terrore, il più grande disastro strategico nella storia moderna degli Stati Uniti, i leader statunitensi avessero usato l'11 settembre come catalizzatore per creare un mondo più tollerante, pacifico e prospero, l'antitesi della visione del mondo di al-Qaeda? Questo non era né uno scenario inverosimile né un pio desiderio. Prima che la polvere si posasse sulle scena del disastro negli Stati Uniti, c'è stata un'ondata di simpatia e solidarietà con gli americani da parte di tutto il mondo, compreso il mondo arabo e musulmano. La comunità internazionale si è schierata con gli Stati Uniti. Il 13 settembre 2001, un editoriale in prima pagina del quotidiano francese “Le Monde” fece eco a un sentimento diffuso in Europa, e non solo, e quel giorno titolò: “Siamo tutti americani”. Anche in Iran, che aveva sofferto sotto un assedio economico guidato dagli americani per quasi due decenni, i leader hanno inviato le proprie condoglianze alle loro controparti americane, il primo contatto ufficiale diretto tra i due paesi dalla rivoluzione iraniana del 1979. Invece di costruire su questa basi di solidarietà, tuttavia, gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra totale di due decenni contro nemici sia reali che immaginari. In tal modo, ha sprecato un'opportunità storica di lavorare insieme ad altre nazioni per riparare ai danni delle sue politiche della Guerra Fredda, che hanno contribuito all'emergere di al-Qaeda. E se gli Stati Uniti avessero preso di mira solo al-Qaeda, invece di invadere l'Afghanistan e l'Iraq, costruendo una vera coalizione internazionale che includesse arabi e musulmani? Se gli Stati Uniti lo avessero fatto, avrebbero potuto negare ai militanti islamisti l'ossigeno sociale o il sostegno popolare che avevano dato loro una nuova prospettiva di vita dopo l'11 settembre. In un memorandum del 1999 ai suoi luogotenenti in Yemen, portato alla luce in seguito dall'esercito americano e citato nel mio libro "The Far Enemy: Why Jihad Went Global", Ayman al-Zawahiri, che ora è il capo di al-Qaeda, ha cercato di convincere il gruppo che attaccare gli Stati Uniti era l'unico modo per resuscitare un movimento militante islamista morente (alla fine degli anni '90, i militanti islamisti erano sull'orlo della sconfitta in Egitto, Algeria e altrove). Zawahiri ha scritto che se la patria americana fosse stata attaccata, gli Stati Uniti si sarebbero scagliati con rabbia non solo contro i militanti islamisti, ma anche contro le nazioni musulmane. Ciò avrebbe consentito ai militanti islamisti di dipingersi come difensori della comunità musulmana, e guadagnare più seguaci. La strategia di Zawahiri ha funzionato. Al culmine della sua abilità nel 2001, i membri di al-Qaeda non superavano i 1.000-2.000 combattenti. A vent'anni dall'inizio della Guerra al Terrore, ci sono approssimativamente tra 100.000 e 230.000 militanti islamisti attivi indozzine di paesi in tutto il mondo. La Guerra al Terrore ha alimentato proprio i gruppi che doveva distruggere. Sulla scia dell'atrocità di massa dell'11 settembre, è comprensibile che la priorità sarebbe stata la punizione, ma se fossero stati un po' più acuti e lungimiranti, i leader degli Stati Uniti avrebbero potuto non solo vendicare le vittime e assicurare alla giustizia al-Qaeda, ma anche cambiare radicalmente la natura dei rapporti del Paese con il mondo arabo e musulmano. I leader degli Stati Uniti avrebbero potuto riconoscere i costi di sostenere continuamente i dittatori e assumere un impegno strategico per la promozione della democrazia, non attraverso la canna di una pistola, ma collaborando con la società civile locale e la comunità internazionale. Gli Stati Uniti avrebbero potuto usare il loro potere per aiutare a risolvere i conflitti regionali e le guerre civili, ricostruire le istituzioni e investire nell'istruzione e nel lavoro, i mattoni della democrazia. La Guerra al Terrore è stata una guerra per scelta, non per necessità, ed è stata costosa in termini di sangue e denaro. Anche se non possiamo tornare indietro nel tempo, mentre ci avviciniamo al 20° anniversario dell'11 settembre, parte del dibattito negli Stati Uniti dovrebbe essere concentrato su cosa è andato storto. Essendo la nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti devono resistere alla tentazione di sparare prima e fare domande dopo. Questa è stata una ricetta per il disastro in Vietnam, Iraq, Afghanistan e oltre. I leader degli Stati Uniti devono liberarsi di un impulso crociato e di un complesso di superiorità morale negli affari internazionali che ha fatto più male che bene alla nazione. Dovrebbero invece riconoscere i limiti del potere duro e mostrare umiltà, prudenza e rispetto per le altre culture. Tragicamente, l'idea dell'eccezionalismo americano è stata trasformata in un'arma, trasformando così gli Stati Uniti in un impero per impostazione predefinita. Iraq e Afghanistan sono solo gli ultimi esempi di questa arroganza. Invece di cercare di fare di altri paesi l'immagine degli Stati Uniti, gli Stati Uniti, insieme alla comunità internazionale, dovrebbero investire nella ricostruzione delle istituzioni fallite all'estero, nell'eliminazione della povertà assoluta e nella lotta all'estremismo. I leader degli Stati Uniti devono anche colmare il divario tra la loro rosea retorica sui diritti umani e la democrazia e le loro azioni, che sono viste come ciniche ed egoistiche in molte parti del mondo. Il presidente Biden e il suo team insistono sul fatto che la politica estera degli Stati Uniti dovrebbe riflettere gli interessi e le preoccupazioni della classe media. Ma c'è un compito più urgente, che è quello di democratizzare la politica estera degli Stati Uniti e renderla più inclusiva, anziché essere dominata da un'élite ristretta e omogenea, che, più e più volte, ha coinvolto la nazione in avventure militari in terre lontane.  Lo dobbiamo ai quasi 3.000 americani uccisi l'11 settembre, e lo dobbiamo ai molti soldati statunitensi, civili iracheni e afgani, morti in guerre che non avrebbero dovuto essere combattute.

La presa del Potere dei Talebani.

Talebani inarrestabili. Trappola Afghanistan il Vietnam di Biden. Gian Micalessin il 10 Agosto 2021 su Il Giornale. Errori strategici e fretta di firmare l'intesa zoppa di Trump: la ritirata piena di pericoli. La trappola afghana, la stessa in cui tra il 19mo e il ventesimo secolo finirono avviluppati l'impero inglese e quello sovietico, sta per divorare anche Joe Biden e la sua amministrazione. E più il presidente cerca di allontanarsene più sembra restarne invischiato. Persino l'ultima sua uscita, ovvero la promessa di mettere una pezza al frettoloso addio a Kabul inviando stormi di B-52 ad arginare l'avanzata talebana, rischia di rivelarsi l'ennesima dimostrazione d'inadeguatezza. I B-52, le fortezze volanti capaci di scaricare 30mila chili di bombe a oltre 8mila chilometri di distanza, simboleggiano sicuramente la potenza degli Usa. Dall'altra parte, però, richiamano alla memoria l'amara sconfitta del Vietnam dove, analogamente a quanto potrebbe succedere nei prossimi mesi (o settimane) in Afghanistan, i B-52 non bastarono a bloccare la marcia dei vietcong. Ma l'illusorio ricorso alle «fortezze volanti» promesso poche ore prima della caduta di Aibak - sesto capoluogo provinciale conquistato dai talebani dopo la presa di Kunduz Taloqan Sheberrghan Zaranj e Sar -e-Pul - è soltanto l'ultima delle assai avventate e sconsiderate mosse inanellate dal Presidente democratico. L'inizio di tutto è stata la precipitosa sottoscrizione dell'avvelenato negoziato sull'Afghanistan ricevuto in eredità da Donald Trump. Un negoziato condizionato dalla fretta di un presidente uscente convinto che l'addio alla guerra più lunga della storia americana gli avrebbe regalato la rielezione. Un negoziato durante il quale gli Usa si sono ben guardati dall'imporre una trattativa tra gli alleati di Kabul e il movimento talebano come avrebbe fatto qualsiasi potenza occupante chiamata a gestire un'ordinata transizione. Al contrario il governo di Kabul - eletto in base ai principi democratici imposti dagli Usa dopo la sconfitta talebana del 2011 - è stato trattato alla stregua di un'inutile zavorra ed estromesso dai negoziati. A gestire le intese con i talebani è stato mandato Zalmay Khalilzad, l'inviato di origini afghane già ambasciatore a Kabul e Baghdad. Lo stesso Khalilzad che nel 1997, alla vigilia degli attentati di Al Qaida alle ambasciate Usa in Africa, teorizzava l'opportunità di un'intesa con il mullah Omar per garantire il passaggio dall'Afghanistan del gasdotto progettato, al tempo, dalla multinazionale americana Unocal. E a rendere il tutto più svantaggioso per Washington e Kabul s'è aggiunta la scelta d'accettare come mediatore quell'Emirato del Qatar che - pur garantendo agli Usa le principali basi utilizzate in Medio Oriente - è stato sospettato, nei decenni, di appoggiare prima Al Qaida e i talebani in Afghanistan e poi lo Stato Islamico in Siria e Irak. Ma tutti questi drammatici peccati originali sono sembrati bazzecole agli occhi di un Biden convinto che l'uscita dall'Afghanistan imbastita dal suo predecessore restasse, in fondo, un'ottima opportunità per conquistar consensi anche tra quella destra repubblicana più allergica agli interventi esterni. E non pago di sottoscrivere il lacunoso progetto trumpiano Biden ha confermato nella sua carica anche l'inviato per l'Afghanistan Zalmay Khalizad. E così, a soli 20 giorni dalla prevista conclusione del ritiro americano ecco servito il disastro afghano. Mentre l'America ha già ritirato la sua flotta aerea, abbandonato la base di Baghram, centro nevralgico di ogni operazione anti talebani, e si ritrova con appena 700 uomini ancora sul terreno, ecco prendere corpo il grande inganno intessuto dai talebani con l'appoggio del Qatar e la benedizione di un Khalizad convinto, oggi come trent'anni fa, che i nipotini del Mullah Omar siano interlocutori affidabili. La promessa talebana, messa nero su bianco durante i negoziati di Doha, di attendere il ritiro americano, avviare negoziati diretti con Kabul e astenersi dal prendere di mira i capoluoghi principali è già carta straccia. E dietro le quinte prende corpo una prospettiva ancor peggiore per l'amministrazione Biden. Quella che nel ventesimo anniversario dell'11 settembre non si celebri la fine della più lunga guerra americana, ma la rievocazione di un nuovo, e assai amaro, Vietnam.

Ecco cosa può succedere in Afghanistan dopo l’avanzata dei Talebani. Mauro Indelicato su Inside Over il 25 luglio 2021. I Talebani stanno tornando alla guida di buona parte dell’Afghanistan. Questo è oramai un dato assodato. Ma l’espressione è forse fin troppo semplicistica. In primo luogo perché i Talebani non se n’erano mai andati. In secondo luogo perché la situazione che si sta venendo a creare nel Paese è profondamente diversa da quella del 2001, anno della loro cacciata da Kabul per opera delle milizie aiutate dagli Stati Uniti. Questa volta il movimento islamista sta avanzando anche a nord, in zone cioè mai controllate dai seguaci del Mullah Omar nemmeno quando erano al potere. Più di qualcosa in Afghanistan sta cambiando sotto gli occhi degli ultimi soldati stranieri rimasti. E il futuro per la regione naviga tra mille incognite.

Quali sono le roccaforti talebane. Per comprendere le dinamiche talebane, occorre sempre partire da un presupposto: il movimento nasce all’interno dei membri dell’etnia Pasthun, quella più diffusa in Afghanistan e che negli scorsi secoli ha permeato il concetto stesso di identità nazionale afghana. I Talebani dunque hanno le loro principali basi nelle province abitate dai Pasthun. Queste corrispondono grossomodo al sud del Paese, così come a buona parte dell’est e del sud ovest. Kandahar, seconda città afghana e punto di riferimento delle province meridionali, non a caso è stata per anni la roccaforte del Mullah Omar che qui aveva installato il suo quartier generale. Ci sono lande del sud in cui le forze dello Stato afghano insediatosi dopo l’intervento Usa non hanno mai messo piede. Si credeva però che il controllo talebano sarebbe rimasto confinato solo alle zone rurali. La stessa Kandahar nel 2002 è stata tolta al movimento islamista e, almeno sulla carta, per anni è rimasta nelle mani del governo centrale. Da qualche mese a questa parte i Talebani stanno avanzando anche nei centri abitati delle province meridionali. I Pasthun danno loro appoggio e non soltanto per motivi ideologici. Per molti appartenenti a questa etnia il movimento è l’unica garanzia di sicurezza ed è l’unico gruppo in grado di portare avanti le loro istanze. Il sostegno di cui godono i talebani non è quindi dettato soltanto dalla visione islamista ma anche da un latente “nazionalismo Pasthun” sempre vivo nel sud dell’Afghanistan. Nelle zone al confine con il Pakistan e nelle province di Kandahar, Ghazni ed Helmand negli ultimi giorni sono stati registrati episodi in cui gli stessi soldati dell’esercito centrale hanno evitato di combattere. In alcuni casi hanno semplicemente preferito togliersi la divisa, in altri hanno apertamente appoggiato i Talebani. Le grandi città della zona però non sono al momento cadute. Il governo sta provando a trattenerle, contando sulle maggiori possibilità di difesa dei centri urbani. Ma sia Kandahar che Ghazni sono comunque circondate con i membri del movimento islamista alle loro porte.

La non prevista avanzata a nord. Quando gli americani lo scorso anno hanno deciso di andarsene e di iniziare le operazioni di ritiro dall’Afghanistan, le quali dovrebbero concludersi entro l’11 settembre 2021, erano ben consapevoli di lasciare terreno fertile ai Talebani nelle zone meridionali. Non avevano però forse messo in conto l’avanzata degli islamisti a nord. Qui i seguaci del Mullah Omar non hanno mai goduto di appoggi popolari. Tranne che a Kunduz, enclave Pasthun in un territorio composto essenzialmente da tagiki e uzbeki. Washington nel 2001 per cacciare i Talebani da Kabul ha dato manforte ai miliziani della cosiddetta Alleanza del Nord. Il nome non era affatto casuale. Si trattava di un gruppo composto proprio da tagiki e uzbeki che controllava le estremità settentrionali del Paese. Quando si fa riferimento al nord dell’Afghanistan dunque si pensa ai territori più ostili ai Talebani. Eppure anche da queste parti l’esercito centrale ha ceduto le armi senza quasi combattere. Gli islamisti il 22 giugno hanno conquistato Shir Khan Bandar, strategica località di frontiera con il Tagikistan. Nelle ultime settimane il controllo talebano si è esteso anche nella provincia del Badakhshan, uno dei fortini del generale Mossoud, tagiko e oppositore del movimento fino alla sua uccisione avvenuta il 9 settembre 2001. Tutti i Paesi confinanti hanno messo i rispettivi eserciti in stato di allerta. Il governo tagiko ha inviato rinforzi in prossimità delle frontiere. Anche da Mosca si seguono con preoccupazione gli ultimi eventi: “Le province settentrionali, un tempo relativamente calme, si stanno rapidamente trasformando in un altro hotspot – ha dichiarato nei giorni scorsi il vice ministro della Difesa russo, Andrey Rudenko – I Talebani controllano quasi completamente il confine con il Tagikistan”. Se da un lato è facile intuire i motivi che hanno portato all’avanzata talebana a nord, riconducibili al ritiro delle forze internazionali, è difficile prevedere cosa accadrà da queste parti in futuro. Se cioè il movimento Pasthun riuscirà o meno a mantenere la presa di zone abitate da altre etnie. Nelle prossime settimane potrebbero scoppiare violenti scontri per il controllo di città importanti quali la stessa Kunduz e Mazar i Sharif, così come il conflitto potrebbe arrivare anche ad Herat, da poco lasciata dagli italiani e feudo storico dell’etnia tagika.

Le due possibili enclavi: Kabul e la zona Hazara. Difficile quindi la ricomposizione dello stesso quadro pre 2001. Questa volta i Talebani potrebbero infatti controllare territori un tempo bastioni dei gruppi a loro contrapposti. La loro avanzata però potrebbe essere bloccata in due specifiche zone: nella capitale Kabul e nelle province a maggioranza Hazara. La città più grande dell’Afghanistan è l’unica dove il governo può vantare un vero controllo. Qui sono inoltre presenti le rappresentanze internazionali e si parla di presidi armati stranieri per la difesa dell’aeroporto. I turchi, stando a quanto dichiarato da Erdogan negli ultimi giorni, sono pronti a mettere le mani sullo scalo di Kabul. Di diversa lettura invece la situazione nel centro dell’Afghanistan, abitato storicamente dai membri dell’etnia Hazara. Si tratta di una minoranza sciita, considerata eretica dai Talebani. Gli Hazara ricordano bene le persecuzioni attuate dai fondamentalisti e sono al momento gli unici ad appoggiare realmente le forze governative. Se si guarda una mappa sulla situazione militare in Afghanistan, le loro province risultano fuori dal controllo talebano. I movimenti Hazara daranno filo da torcere ai seguaci del Mullah Omar. E forse insieme a Kabul costituiranno una delle poche enclavi non insidiate dai Talebani. Almeno per il momento. L’impressione è che agli stessi islamisti non interessi il controllo totale dell’Afghanistan, ma al contrario avere in mano delle carte sempre più pesanti da giocare in sede di trattative. 

I talebani stringono d'assedio Kandahar. Decapitato un interprete: "Spia degli Usa". Fausto Biloslavo il 24 Luglio 2021 su Il Giornale. Sotto il loro controllo metà dei distretti del Paese, Kabul quasi isolata. "Quando i proiettili dei talebani hanno cominciato a fischiare vicino a casa ho deciso di scappare verso Kabul. Kandahar è sotto attacco e se mi prendono mi ammazzano. Ho paura per mio figlio di 5 mesi e mia moglie. Solo l’Italia può salvarci", racconta Alì H., uno degli interpreti che ha lavorato per il nostro contingente e spera di venire evacuato nel nostro Paese. Prima di fuggire, pochi giorni fa, mandava messaggi drammatici sui talebani che stanno avanzando nella periferia della seconda città del Paese. Kandahar è la “capitale” spirituale degli studenti guerrieri e del sud del paese a maggioranza pasthun. Il Mullah Omar, quando i suoi uomini controllavano il 90% del Paese nel 1996, si era insediato nell’ex palazzo del re. E proprio a Kandahar aveva ospitato in un compound trasformato in fortino Osama bin Laden. Non è un caso che i talebani stanno concentrando uomini attorno alla città e hanno già cominciato ad attaccare da sud, ovest e nord verso la zona dello stadio e piazza Shaheedin. Negli ultimi due giorni gli americani hanno riesumato i radi aerei colpendo soprattutto attorno a Kandahar per distruggere l’artiglieria catturata all’esercito afghano e utilizzata dagli studenti guerrieri per aprirsi un varco. Dall’inizio dell’offensiva sulla città sarebbero già stati lanciati 20 attacchi suicidi. Negli ultimi tre mesi sono caduti quattro distretti strategici attorno a Kandahar: Arghandab, Dand, Shah Wali Kot e Zhari. Dalla provincia di Farah, un tempo controllata dai soldati italiani, gli insorti hanno superato il fiume penetrando in periferia. “Sono arrivati a casa mia travolgendo l’ultimo posto di blocco governativo a 200 metri", racconta Alì riparato a Kabul. L’obiettivo dei talebani è tagliare la strada principale per la capitale e quella verso l’aeroporto ancora in mano governativa. Nell’area dovevano esserci 5mila uomini delle forze di sicurezza afghane ma, quando è caduto Spin Boldak, il posto di frontiera con il Pakistan, che ha aperto la strada ai talebani verso Kandahar, solo un migliaio erano in linea pronti al combattimento. Secondo una fonte internazionale del Giornale gran parte delle truppe esistevano solo sulla carta per i salari pagati, ma non come reali effettivi. I 600mila abitanti di Kandahar sono in fuga o chiusi in casa per timore dei combattimenti. Il ministero della Difesa di Kabul ha reagito alla propaganda talebana che sostiene di controllare il 90% delle frontiere afghane e tre quarti del Paese. “Non è vero. La maggior parte del territorio è in mani governative e stiamo riconquistando aree perdute” sostiene il portavoce Fawad Aman. La situazione, però, rimane critica. Lo stesso capo degli Stati maggiori riuniti Usa, il generale Mark Milley, ammette che i talebani hanno colto “un momentum strategico controllando metà dei distretti del Paese”, ovvero 219 su 421. Nella provincia di Kandahar occupano 13 distretti su 16 e se i governativi controllano tutte le grandi città ben 16 capoluoghi provinciali su 34 sono sotto attacco. Oltre a Kandahar anche centri come Ghazni e Kunduz potrebbero venire occupati nelle prossime settimane. Pure la capitale, Kabul, rischia di venire isolata e 18 province potrebbero cadere del tutto nelle mani degli insorti. Ieri la Cnn ha rivelato l’orribile fine di Suhail Pardis, un interprete di 33 anni, minacciato via telefono: “Sei una spia degli americani, un infedele, la pagherai”. Il 12 maggio è stato fermato ad un posto di blocco degli insorti sulla strada per Khost dove voleva raggiungere la sorella. Nel disperato tentativo di fuggire l’automobile è stata crivellata di proiettili finendo fuori strada. I talebani lo hanno tirato fuori ancora vivo scoprendo che era un traduttore degli americani. Anche in altri casi sembra che usino l’avanzata attrezzatura di riconoscimento biometrico e delle impronte digitali sequestrato nelle razzie di basi afghane e Nato. I talebani lo hanno decapitato senza pietà. Gli americani stanno preparando il trasferimento di 35mila collaboratori afghani e familiari verso due basi in Kuwait e Qatar per controllarli e poi portarli in salvo negli Usa. L’Italia deve ancora evacuare 390 afghani fra collaboratori, interpreti e familiari dopo i primi 228 arrivati in Italia con l’operazione Aquila. E ci sono ulteriori 300 richieste di aiuto compresa quella di Alì, fuggito da Kandahar.

Afghanistan, viaggio a Kandahar: nella culla del movimento, dove l’80% appoggia i talebani. Lorenzo Cremonesi su Il Corriere della Sera il 13 settembre 2021. KANDAHAR «Con i talebani ha vinto l’Islam, quello vero dei pashtun. Chiedete, chiedete pure alla nostra gente qui per le strade. Troverete che oltre l’80% è soddisfatta della situazione». S’illumina d’un sorriso sincero il volto barbuto di Jamalhuddin Dost, cartolaio 45enne la cui bottega s’affaccia sulla Ghazi Amanullah Khan, la via principale di Kandahar, quella che da Piazza dei Martiri (difficile non trovarne una con questo nome nelle città della regione) imbocca il deserto che porta verso Herat. I suoi ragionamenti sono semplici, primitivi, ma non è difficile capire che nella città-culla dei talebani hanno presa immediata. «Non avevo neppure 14 anni nel 1994, quando il Mullah Omar fondò il movimento dei talib, gli studenti reclutati nelle scuole coraniche. Frequentavo la madrassa (scuola religiosa) Imam Abu Hanifah. Molti ragazzi più grandi lasciarono lo studio del Corano per prendere il fucile e unirsi alla nostra guerra di liberazione. Il Mullah Omar predicava nelle nostre classi. E in quelle della madrassa vicina, la Hashrafia. I miei genitori non mi lasciarono partire. Il Kalashnikov imparai ad utilizzarlo più tardi. Ma ovvio che i talebani erano e sono popolarissimi, allora come oggi. Anche se adesso sono cambiati. Però, occorre dare loro tempo. Devono imparare a governare. Tra sei mesi anche in Occidente capirete che sono diversi da quelli degli anni Novanta». Fuori fa caldo, un’afa molto più oppressiva che non a Kabul. Il traffico è scorrevole. Non ci sono posti di blocco. Quasi non si vedono pattuglie armate. In centro troviamo pochi segni della battaglia del 13 agosto, quando le forze di sicurezza dell’ex governo Ghani si arresero in massa. «Qui i talebani sono di casa. Lo sono sempre stati, anche in presenza del fior fiore delle truppe americane e britanniche. Le donne non si sono mai tolte il burqa e certo non nei villaggi pashtun della regione. Oggi sono tranquilli. A Kandahar godono del monopolio assoluto del potere, non hanno bisogno di pattuglie», spiega nel suo panificio il 26enne Mohammad Haider. In questa città, dove tre secoli fa proprio le dinastie pashtun locali inventarono l’Afghanistan moderno, siamo arrivati ieri a metà giornata con un velivolo di linea Ariana, l’unica compagnia nazionale che ha ripreso quotidianamente le tre tratte interne principali dalla capitale per Herat, Mazar-i-Sharif e Kandahar. Sul volo c’era il nuovo presidente talebano della banca centrale. Dietro di lui, in business class, anche Wakil Ahmed Muttawakil, il ministro degli Esteri del primo governo talebano, che nel 1999 aveva lanciato un appello forte al mondo: «Se non ci riconoscete, tra noi vinceranno le correnti estremiste favorevoli ad Al Qaeda e sarà peggio per tutti». Non fu ascoltato. Pochi mesi dopo venivano fatti saltare in aria i Buddha di Bamiyan, seguirono gli attentati dell’11 settembre 2001 e tutto il resto. Sono tutti esponenti delle correnti legate al Mullah Abdul Ghani Baradar, il vicepremier pragmatico che solo tre settimane fa aveva parlato della necessità di un «governo inclusivo» per garantire la pacificazione. Pare abbia perso, il nuovo gabinetto riflette le posizioni intransigenti del clan Haqqani. Addirittura, sui social rimbalzano messaggi che danno Baradar per morto o ferito grave in un diverbio con gli avversari politici. I talebani di Kandahar fanno muro, sono nazionalisti, si preoccupano di rimettere in moto il sistema Paese, non apprezzano affatto i fanatici pan-islamici. «Isis qui non osa farsi vedere, verrebbe distrutto», dicono. Però fanno del loro meglio per occultare gli scontri interni. «Sia ben chiaro che Baradar sta benissimo. Siete voi giornalisti occidentali a esagerare le diatribe tra i nostri leader», reagisce Hafez-Nurahmad Said, portavoce della municipalità. A suo dire, i problemi ora sono altri. «Dobbiamo nutrire una popolazione impoverita e affamata. La mancanza di piogge e il riscaldamento climatico hanno prosciugato il bacino della diga di Kajakai, che forniva energia elettrica al sud del Paese. Necessitiamo di 38.000 litri di gasolio al giorno per fare funzionare i generatori pubblici». Le sue parole sono confermate dall’Onu, che mette in allarme sulla crisi umanitaria. L’Unicef parla di oltre un milione di bambini a rischio di vita per malnutrizione. Degli oltre 600.000 sfollati interni circa metà hanno meno di 16 anni. E molti minorenni vengono reclutati per combattere, spesso dai talebani.

Il terrore talebano dilaga. Coprifuoco in Afghanistan. E gli interpreti: "Salvateci". Fausto Biloslavo il 25 Luglio 2021 su Il Giornale. Violenze e soprusi. Nuovo appello all'Italia. Biden adesso stanzia 100 milioni per i profughi. «Siamo terrorizzati, come il resto della popolazione. Se il governo italiano non accelera l'evacuazione di noi interpreti rimasti in Afghanistan, i talebani potrebbero entrare a Herat e il nostro destino sarebbe terribile». Il disperato appello arriva da Mohammad Ali Safdari, «portavoce» di 58 ex interpreti dei nostri soldati, che attendono di venire salvati con le loro famiglie dall'operazione Aquila lanciata dalla Difesa per portare in Italia i collaboratori afghani. Nel paese è stato imposto da ieri il coprifuoco in 31 province su 34 «per frenare le violenze e limitare i movimenti dei talebani», che stanno avanzando sempre più in fretta. Il coprifuoco notturno è in vigore dalle 22 alle 4 del mattino a parte Kabul, la capitale, la valle del Panjsher, roccaforte degli anti talebani e la provincia di Nangarhar.

Il coprifuoco, l'avanzata talebana nell'entroterra che punta a isolare le città e a tagliare le principali vie di comunicazione rendono ancora più rischiosa e difficile l'evacuazione dei collaboratori della Nato. «Più passa il tempo e più siamo a rischio di venire sgozzati come collaborazionisti degli infedeli» è il tono dei messaggi via whatsapp che arrivano al Giornale da interpreti e lavoratori locali rimasti indietro. «Sarò in cima alla lista delle persone che verranno uccise dai talebani se entreranno a Herat» ha scritto un nostro interprete all'ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Lancio un appello a tutte le forze politiche perché si impegnino a velocizzare le procedure d'accoglienza» annuncia l'ex grillina, oggi con l'Italia dei valori. «Coloro che restano nel paese dopo aver lavorato con le forze straniere - spiega - subiscono e subiranno persecuzioni e vendette». Herat si trova dall'altra parte dell'Afghanistan rispetto a Kabul, dove partiranno i prossimi aerei per l'evacuazione. L'aeroporto potrebbe smettere di funzionare se i talebani continuano a stringere il cerchio. Avventurarsi via terra con mogli e figli è un rischio perché gli insorti stanno interrompendo le strade con posti di blocco volanti. «L'apparente inarrestabile avanzata dei talebani rende sempre più difficile per i nostri collaboratori e relativi nuclei familiari, poter raggiungere i punti di raccolta per la successiva evacuazione in Italia» sottolinea il generale Giorgio Battisti, non più in servizio, ma che conosce bene l'Afghanistan. «Il fattore tempo costituisce l'elemento decisivo per organizzare le operazioni di recupero dei rimanenti collaboratori ed evitare che possano essere vittime di vendette degli insorti, come sta già avvenendo in questi giorni» mette in guardia l'alto ufficiale degli alpini. Il presidente americano Joe Biden ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per la temuta ondata di profughi e rifugiati dall'Afghanistan «comprese le persone che hanno fatto richiesta del visto speciale per gli Usa». Il presidente, in un colloquio telefonico con il capo di Stato afghano, Ashraf Ghani, ha garantito «il sostegno degli Stati Uniti alle forze di sicurezza» governative. I talebani sono avanzati perché il ritiro della Nato ha fatto mancare l'appoggio aereo. Negli ultimi giorni sette raid Usa hanno timidamente invertito la tendenza, ma i caccia devono arrivare da lontano, in alcuni casi dalle portaerei nel Golfo Persico. Stati Uniti, Unione Europea, Nato, Francia, Germania, Italia, Norvegia e Regno Unito chiedono in una dichiarazione congiunta «ai talebani di mettere fine alla loro offensiva militare, un cessate il fuoco permanente e un governo di transizione fino a quando non sarà raggiunto un accordo politico finale».

Assistenti stranieri traditi. L'Italia ne caccia sessanta. Fausto Biloslavo il 12 Dicembre 2021 su Il Giornale. Sono fondamentali nei Paesi a rischio, ma per il governo costano troppo. E ora rischiano la vita. Una situazione di emergenza che coinvolge italiani sequestrati, un aereo o una nave militare che devono arrivare in fretta, i contatti con le autorità militari locali in zone di guerra «fredda» o «calda» per non parlare delle traduzioni degli incontri riservati fra i nostri generali, ammiragli o il ministro della Difesa con le controparti in Paesi non solo a rischio. Tutti compiti delicati svolti soprattutto dai collaboratori locali degli addetti militari nelle ambasciate. Una sessantina di persone chiave in 43 addettanze, ancora più fondamentali in paesi «caldi» o dove abbiamo missioni militari come Libano, Egitto, Libia, Cina, Russia, Ucraina. Tutti fedeli collaboratori che da domani verranno licenziati. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha «scoperto», grazie all'ispezione in un'ambasciata, che i contratti rinnovati annualmente ai collaboratori locali non vanno bene. E così i preziosi collaboratori locali vengono mandati a casa provocando un danno allo stesso funzionamento dell'ufficio degli addetti militari. «Ci sentiamo traditi, abbandonati dall'Italia, che è pure il nostro paese perché alcuni hanno la doppia cittadinanza. Non ho neanche il coraggio di dirlo a mia moglie dopo avere sacrificato per anni la famiglia per questo lavoro» si sfoga uno dei collaboratori locali, che da domani è in strada. E a rischio di rappresaglie, ritorsioni o energiche pressioni per ottenere informazioni riservate. Una storia sotto certi aspetti già vista nel dicembre dello scorso anno quando gli interpreti che lavoravano per il nostro contingente in Afghanistan, alla fine restituito al regime dei talebani, vennero licenziati. Poi siamo corsi ai ripari, ma è andata a finire nella totale emergenza.

«Non siamo solo interpreti, ma ci occupiamo di tutte le questioni delicate di carattere militare» spiega un collaboratore. Non a caso devono ricevere un nulla osta dall'Aise, i servizi segreti per venire assunti «a tempo determinato» come recita il contratto che viene rinnovato a seconda delle necessità talvolta da 6, 10 o 20 anni. Un addetto militare in un paese dove la tensione è alta conferma al Giornale «che pur essendo civili sono una specie di ufficiali di collegamento. Se i militari del posto devono parlarci chiamano loro».

I 54 addetti militari in giro per il mondo dipendono dallo Stato maggiore della Difesa che conferma «i rilievi amministrativi dagli organi di controllo dello Stato». Il bubbone era già scoppiato ad ottobre, quando è arrivato lo stop al rinnovo annuale. Secondo lo Stato maggiore per tre collaboratori «in teatro operativo/aree a rischio è in via di rinnovo il contratto di lavoro». In realtà, però, sono ben di più calcolando paesi come la Cina o la Russia, dove il clima è da guerra fredda, l'Egitto con le tensioni sul caso Giulio Regeni e Patrick Zaki, la Libia con l'emergenza migranti, ma pure paesi africani come l'Angola o medio orientali come l'Iraq e l'Iran.

«Anche nei cosiddetti Paesi tranquilli ed alleati tutte le note verbali si scrivono nella lingua del posto dalla Serbia agli alleati polacchi o ungheresi oppure a Stoccolma dove non possiamo usare il traduttore di google» sottolinea un addetto militare. La Difesa «esclude di assumere personale contrattista civile presso le sedi estere con le modalità finora adottate». E valuta «la possibilità di affidarsi a società di servizi terze che possano assicurare le prestazioni ed i requisiti di sicurezza richiesti». Gli addetti ai lavori fanno notare che è un azzardo, anche in paesi europei ed alleati, affidarsi a società esterne, che possono venire infiltrate o fare il doppio gioco.

Un ex addetto militare in un Paese a rischio fa presente che «non si tratta di un semplice interprete. Era di fatto il mio braccio destro. Se dovevo seguire il classico canale diplomatico ci mettevo tre mesi. Il collaboratore locale prendeva la richiesta e andava a contattare le persone giuste per metterci sopra il timbro necessario in tempi minimi». Un ruolo insomma a tutto tondo. In Paesi dove la guerra è «calda» come in Ucraina, in Libia oppure la tensione è latente in Libano o Iraq sapere trattare e avere il numero di cellulare non solo della controparte ufficiale, ma del miliziano di turno è fondamentale.

Nel 2022 il budget per 54 addettanze militari è di 48 milioni e mezzo di euro. I contratti annuali finiti nel mirino di «una burocrazia becera», secondo un addetto militare, si aggirano sui 35mila euro lordi o anche meno. «Durante le visite ufficiali del ministro o del Capo di stato maggiore della Difesa - spiega l'ex addetto militare - Pure i dettagli sono importanti, come il tappeto rosso sì o no. Oltre alla traduzione durante gli incontri riservati. Il nostro collaboratore locale non è un solo un interprete, ma un mediatore culturale e un prezioso consigliere».

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le

Diffusi per errore mail e foto di 250 interpreti afghani, ora sono in pericolo. AGI il 22 settembre 2021. In una fuga di dati sensibili, sono stati divulgati nomi, indirizzi di posta elettronica e fotografie di 250 afghani che hanno lavorato come interpreti per le forze britanniche dispiegate in Afghanistan, mettendo a rischio la loro incolumità e creando nuovo scompiglio nel governo di Londra. “Dire che questa situazione mi ha fatto arrabbiare è un eufemismo”, ha commentato il segretario alla Difesa, Ben Wallace, annunciando l’apertura di una indagine per fare piena luce sull’accaduto e presentando scuse formali durante una seduta alla Camera dei Comuni. I media britannici hanno riferito che ad essere diffusi sono stati gli indirizzi mail di più di 250 afghani che stanno cercano di lasciare il loro Paese, tornato sotto il dominio dei talebani, per raggiungere il Regno Unito. Secondo la ricostruzione dei fatti, gli indirizzi sono stati tutti copiati per errori in una e-mail del ministero della Difesa, consentendo a tutti i destinatari del messaggio di vedere i nomi dei singoli interpreti e in molti casi anche le loro foto associate. Dopo questo errore una seconda mail è stata inviata agli stessi destinatari, in cui è stato consigliato loro di cancellare il messaggio precedente e di modificare i propri indirizzi di posta elettronica. In attesa dei risultati dell’indagine in corso, una persona è stata sospesa. Non si sono fatte attendere le critiche all’interno della stessa maggioranza e le accuse dell’opposizione. Su Twitter il deputato conservatore Johnny Mercer ha denunciato una “negligenza criminale” che probabilmente obbligherà gli interpreti a “cambiare subito casa” per evitare rappresaglie. “Abbiamo detto a questi interpreti che assicureremo la loro sicurezza, ma questa fuga di dati ha inutilmente messo in pericolo le loro vite”, ha deplorato su Twitter John Healey, incaricato delle questioni difesa nel Labour, principale partito di opposizione. Il deputato laburista ha chiesto al governo di “intensificare i suoi sforzi per far arrivare questi afghani in tutta sicurezza nel Regno Unito”. Dal lancio del programma britannico Arap, destinato a rimpatriare il personale locale impiegato dalle forze britanniche, circa 68 mila afghani hanno richiesto l'adesione alla procedura. Del resto, la complessa situazione creatasi in Afghanistan è già valsa la poltrona al ministro degli Esteri, Dominic Raab, pesantemente criticato per essere rimasto in vacanza mentre Kabul cadeva nelle mani dei talebani. Raab è stato sostituito in un rimpasto di governo operato la scorsa settimana dal premier conservatore Boris Johnson.

Un altro disastro per la Nato: i suoi 550 collaboratori afghani lasciati nelle strade di Kabul dopo le bombe Isis. Quando il 27 agosto l’Alleanza atlantica è partita dall’aeroporto con l’ambasciatore Pontecorvo (il rappresentante «civile») e il suo staff, la comitiva dei 550 non era ancora al sicuro. Ci hanno pensato gli americani poi a mettere in salvo gran parte del gruppo. Controllo dello scalo, errori e ritardi: ecco la storia segreta che imbarazza i vertici di Bruxelles.  Carlo Tecce su L'Espresso il 17 settembre 2021. S’era detto insieme dentro, insieme fuori. Con più slancio anglofilo: «Together in, together out». E invece l’Alleanza atlantica «politica e militare» Nato ha fallito pure l’ultima promessa in Afghanistan dopo vent’anni di guerra con frammenti di pace, decine di migliaia di vittime civili, 3.541 soldati caduti, 2.000 miliardi di dollari. Nei giorni della fuga da Kabul con i militari rintanati in aeroporto fra le bombe, il sangue, le lacrime, come ha ricostruito l’Espresso che svela un drammatico episodio avvenuto tra il 26 e il 27 agosto, la Nato era uno spettatore a volte distratto, che staziona nei pressi, gesticola, proclama, osserva, ma non decide, non incide. Ognuno con la propria divisa: americani, inglesi, tedeschi, francesi, italiani, spagnoli, polacchi, norvegesi, danesi. Ciascuno ha badato a sé stesso, a evacuare informatori, assistenti, familiari, profughi e ciascuno ha supportato l’altro per quel vincolo profondo di solidarietà che lega i militari. A rappresentare l’Alleanza atlantica in Afghanistan c’era l’italiano Stefano Pontecorvo, diplomatico di rango ministro plenipotenziario, già ambasciatore in Pakistan e consigliere dei ministri Mario Mauro e Roberta Pinotti alla Difesa nei governi di Enrico Letta e Matteo Renzi. Pontecorvo era il capo «civile» della missione Nato ritrovatosi nel posto sbagliato al momento giusto. Il passaparola omerico e la semplificazione giornalistica hanno trasformato l’inconsapevole diplomatico nel «gestore» dell’aeroporto di Kabul durante l’evacuazione sotto le pressioni dei talebani e le minacce dei terroristi islamici. Al contrario, il compito di Pontecorvo era davvero ingrato: ricordare l’esistenza dell’Alleanza atlantica. Il club con sede a Bruxelles da sempre dominato dal socio forte Usa. Il piano di uscita Nato concordato con i talebani, dopo gli accordi di Doha (Qatar) stipulati dall’amministrazione americana di Donald Trump e subìti e criticati dai governi europei, prevedeva che fosse l’esercito turco a mantenere il controllo dell’aeroporto prima di riconsegnare l’Afghanistan al suo passato oscurantista con i talebani. Quel confine sottile fra la vita e la morte a Kabul è saltato ancora alla vigilia di ferragosto: migliaia di disperati salvati dagli occidentali e centinaia di disperati ammassati in pista fra le colonne dei velivoli, schiacciati dalle ruote, aggrappati ai carrelli, precipitati in volo. Allora gli americani hanno imposto regole diverse e con gli inglesi hanno preso il possesso dell’aeroporto: presidio degli ingressi, ordini di partenza, distribuzione degli spazi. E in un luogo defilato c’era l’ufficio del rappresentante Pontecorvo con un gruppo di funzionari Nato e una dozzina di valenti carabinieri del reggimento paracadutisti Tuscania. Il traffico, i decolli, gli arrivi erano diretti dagli americani con gli inglesi. Alle riunioni mattutine si confrontavano i delegati nazionali per stabilire i turni in pista, al tavolo c’era anche Pontecorvo, ma il comando informale e sostanziale era degli Usa. L’eccellente sintonia degli apparati italiani, militari, diplomatici e di intelligence, con gli americani ha permesso di trasferire a Roma oltre 5.000 afghani. Così fonti ufficiali Nato descrivono la funzione di Pontecorvo e ammettono che l’Alleanza atlantica all’aeroporto di Kabul non aveva né il «gestore» né la «gestione»: «L’ambasciatore e la sua squadra hanno svolto un ruolo fondamentale nel mantenere i contatti con i rappresentanti dei Paesi Alleati e della Comunità Internazionale. Nel corso di due settimane, oltre 120.000 persone sono state evacuate, su centinaia di voli, anche dalle nazioni alleate. Le truppe degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Turchia e della Norvegia hanno svolto un ruolo chiave nella messa in sicurezza dell’aeroporto. Circa 800 membri del personale Nato hanno svolto operazioni di rilievo come il rifornimento e le comunicazioni». In aggiunta ai contatti, Pontecorvo e il suo gruppo erano impegnati con la mensa, la fureria, le segnalazioni. Questa premessa è essenziale per raccontare l’episodio del 26 e del 27 agosto. Il 26 agosto era un giovedì. Ormai da dieci giorni l’aeroporto era l’unico accesso alla libertà. La discussione fra gli occidentali era già lacerante: lasciare la pista il 31 agosto come garantito ai talebani oppure prolungare il ponte aereo. Il 26 agosto non si era prossimi a una scelta, i terroristi targati Isis Khorasan hanno scelto per gli altri nel pomeriggio di Kabul con un doppio attentato: uno ai varchi dell’aeroporto dove gli afghani si accalcavano aspettando una mano che li tirasse su, e un altro all’albergo internazionale Baron, un attacco ampiamente annunciato nei modi e nei tempi dai servizi segreti americani. Il 26 sera con le ambulanze stracolme di feriti e una stima difettosa di 200 morti, più di 550 collaboratori Nato di nazionalità afghana erano in cammino per le strade di Kabul con mezzi privati per raggiungere l’aeroporto. Se non stupisce che più di 550 collaboratori Nato, obiettivo di possibili ritorsioni talebane e di concrete violenze terroristiche, fossero ancora lontani da un rifugio a 5 giorni dal fatidico 31 agosto, stupisce che fossero radunati su una decina di autobus dopo un attentato, la confusione totale e l’esercito americano colpito dalla morte di 13 compagni. La tabella di marcia del convoglio non protetto era di responsabilità della Nato e perciò del diplomatico Pontecorvo. Il 26 sera gli americani hanno chiuso l’aeroporto per motivi di sicurezza. Nessuno poteva neanche avvicinarsi. Più di 550 collaboratori Nato, però, non volevano tardare all’appuntamento notturno, già rinviato di un giorno, al punto di incontro a pochi chilometri dalle piste. E poi qualcuno, qualche militare, forse qualche militare americano, a rischio della propria vita, doveva gettarsi fra il tanfo di cadaveri e di carne arsa per strapparli alla notte. Non è successo. I collaboratori Nato di livello 1 e 2, cioè fra quelli più esposti, ex dipendenti della sede di Kabul o impiegati delle agenzie atlantiche, sono rimasti intrappolati chissà dove. Il 26 erano partiti i tedeschi, i danesi, altri europei. Il venerdì 27 toccava agli italiani. E l’ambasciatore Pontecorvo ha ammainato l’ultima bandiera Nato, quella simbolicamente inastata nel suo ufficio, e si è preparato al lungo viaggio verso Roma con l’apprensione per i 550 collaboratori non ancora entrati. Nel pomeriggio è decollato l’aereo dell’Aeronautica. A bordo c’erano il personale diplomatico con il giovane secondo segretario della Cancelleria, il «console» Tommaso Claudi diventato icona con la foto mentre in giubbotto antiproiettile estrae dalla ressa un bimbo, l’ambasciatore Pontecorvo e il suo gruppo dell’Alleanza atlantica che avevano affidato i 550 al buon cuore degli americani. A Roma entrambi sono stati accolti da eroi. Fra il 28 e il 29 agosto, gli americani sono riusciti a «esfiltrare», termine tecnico che sta bene per una evacuazione assai complessa, gran parte della comitiva dei collaboratori Nato mentre la Nato non c’era più. Le prime settimane di settembre le hanno trascorse in Qatar. Non si conoscono altri dettagli: l’Alleanza atlantica, sollecitata dall’Espresso, non ha commentato l’accaduto. Sempre la Nato ha confermato che numerosi afghani sono a «rischio»: «Migliaia di afghani sono già sbarcati nei Paesi alleati e amici, tra cui Stati Uniti, Canada, Germania, Italia, Polonia, Regno Unito, Albania, Ucraina e Georgia. Altri sono ospitati in Paesi terzi in attesa di essere smistati; e il Qatar sta giocando una parte fondamentale. La Nato non concede asilo né approva le domande di visto, ma sta facendo il possibile con gli alleati su questo tema. Numerose strutture in Europa vengono utilizzate anche per gli afghani in transito, tra cui la base aerea di Ramstein in Germania, Rota in Spagna, Sigonella in Italia e Camp Bechtel in Kosovo. Questo è stato uno sforzo enorme, in condizioni pericolose, ma finora non tutti gli afghani a rischio sono stati evacuati. I nostri sforzi continueranno». Il caso dei 550 conferma il terribile congedo Nato dal ventennio afghano e giustifica il dibattito europeo, per la verità, già stagionato, sulla necessità di costituire un esercito continentale con altre armi, altri soldi e altre medaglie appuntate ai generali. L’ambizione: dotare l’Unione di una difesa comune. Almeno per insistere con l’abitudine di andare poi da soli.

I talebani stringono d'assedio 17 città su 34. Gli ospedali al collasso: troppi morti e feriti. Fausto Biloslavo 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Il governo invia rinforzi a Herat. Gli interpreti: "Se arrivano siamo morti". Il colonnello Abdul Hamid Hamidi è seduto a terra a gambe incrociate, impolverato e disarmato. I talebani lo hanno appena catturato e nel video che stanno facendo girare si sentono le raffiche di mitra dei combattimenti nei dintorni. Gli uomini della sua scorta sono inginocchiati, nella polvere, con le mani legate dietro la schiena. Hamidi era il comandante della prima brigata dell’esercito afghano ad Herat, il capoluogo provinciale da dove il contingente italiano si è ritirato un mese fa. I talebani lo hanno brutalmente giustiziato e sabato si sono svolti i funerali militari nella terza città del paese sotto attacco dalla scorsa settimana. Gli estremisti islamici stanno intensificando l’offensiva stringendo la morsa anche attorno a Lashkar Gah, capoluogo della provincia di Helmand, che rischia di cadere e Kandahar, la “capitale” spirituale dei seguaci di mullah Omar nel sud del paese. “Sono arrivati rinforzi da Kabul, ma i talebani stanno penetrando in città da tre direzioni soprattutto il distretto 7 e 10. Chi ha lavorato, come me con il contingente italiano, è condannato a morte certa se conquisteranno Herat” racconta al Giornale via whatsapp uno dei nostri interpreti, che abbiamo lasciato indietro. Almeno una ventina, che hanno chiesto da fine maggio di essere messi in salvo, sono bloccati nella zona di Herat assieme ad altri collaboratori afghani. “L'Italia deve agire subito e accelerare le operazioni di evacuazione promesse Abbiamo l'obbligo morale di tutelare chi ha rischiato la propria vita lavorando al nostro fianco. Dimostriamo che non si è trattato di fuga e abbandono” è l’appello del deputato Guido Germano Pettarin di Coraggio Italia. A Kabul sarebbe giunto personale dall’Italia di rinforzo alla nostra sede diplomatica per gestire più velocemente le pratiche e le operazioni di evacuazione. Alcuni collaboratori afghani sono stati contattati dall’ambasciata per il prossimo volo di evacuazione nella prima metà di agosto, ma Herat è tagliata fuori con l’aeroporto chiuso alle compagnie civili. Ieri è atterrato un aereo di trasporto militare con qualche centinaio di uomini dei corpi speciali giunti in rinforzo dalla capitale. Lo scalo si trova a fianco di Camp Arena, l’ex quartier generale italiano a 500 metri dagli scontri. La strada che porta al centro viene ripetutamente tagliata dai talebani. “Ci sono scontri nei sobborghi meridionali e sudorientali della città - ha dichiarato il governatore Abdul Saboor Qani in tenuta da combattimento - Le forze di sicurezza afghane e di resistenza (le milizie anti-talebane del leggendario Ismail Khan nda) stanno combattendo per respingere i talebani. Abbiamo fatto del nostro meglio per proteggere la popolazione, ma il nemico ha preso posizione nelle case private. Ci muoviamo con prudenza per evitare perdite tra i civili”. Il fronte più caldo è sul ponte Malan, uno dei punti di attraversamento del fiume a sud della città, secondo la tv afghana Tolo news. I talebani minacciano 17 dei 34 capoluoghi provinciali afghani cercando di interrompere le vie di comunicazione e bloccare gli aeroporti. Tre razzi sono stati lanciati sullo scalo di Kandahar, seconda città del paese con 600mila abitanti interrompendo i voli civili. L’offensiva dell’ultima settimana si sta concentrando su Lashkar Gah, che potrebbe essere il primo capoluogo provinciale a cadere. Emergency gestisce uno storico ospedale in città. ”Ci sono stati combattimenti molto pesanti. Abbiamo sentito bombardamenti per tutta la notte e al mattino, oltre al fuoco di armi, mitragliatrici, cecchini e artiglieria” ha raccontato Viktor Urosevic, il coordinatore medico. L’ospedale ha rischiato il collasso per l’arrivo di feriti e moribondi. “In questo momento siamo pieni al 90% - ha spiegato - e accettiamo solo i casi più gravi”. Secondo i residenti la caduta della città, circondata dai talebani da quattro lati, è questione di ore o giorni. Solo il centro sarebbe ancora in mano ai governativi.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. Biloslavo è il primo giornalista italiano ad entrare a Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre. Nel 2003 si infila nel deserto al seguito dell'invasione alleata che abbatte Saddam Hussein. Nel 2011 è l'ultimo

Continua l'avanzata dei talebani in Afghanistan: conquistato il primo capoluogo. Giampaolo Cadalanu su La Repubblica il 6 agosto 2021. Nelle mani degli "studenti coranici" la città più importante della provincia di Nimroz. Accuse di torture ed esecuzioni a freddo sui soldati catturati. L’assalto alle città va avanti: si combatte vicino a Kandahar, Herat e Lashkar-Gah, ma nel frattempo i talebani hanno conquistato Zaranj, capitale della provincia di Nimroz, al confine con l'Iran. Al di là del modesto significato strategico, il passaggio è significativo perché la città è la prima capitale provinciale ad essere caduta nelle mani degli integralisti da quando l'amministrazione Biden ha dichiarato che avrebbe completamente ritirato le truppe statunitensi dall’Afghanistan.

Afghanistan, l’avanzata dei talebani. E una città dietro l’altra ripiomba nel terrore. Giampaolo Cadalanu su La Repubblica l'8 agosto 2021. Venerdì hanno occupato Zaranji, al confine iraniano, e sabato Sheberghan, frontiera turkmena. Domenica sono avanzati anche a Kunduz, Sar-i-Paul e Taloqan dove sono in corso combattimenti. I primi a percepire la paura sono i soldati afgani: si insinua sotto l’uniforme, si fa largo di fronte ai rifornimenti che non arrivano, dilaga quando dalle zone dei combattimenti più aspri arrivano notizie di militari torturati, accecati, giustiziati a freddo dopo aver finito le munizioni. E per qualcuno la tensione è insostenibile, l’unica scelta è buttare la divisa in un fosso e sparire, sperando che nessuno si ricordi.

Fausto Biloslavo per "il Giornale" il 9 agosto 2021. I talebani conquistano tre importanti città in sole 24 ore, cinque negli ultimi tre giorni. Altre 11 sono sotto assedio e nella «capitale» del sud, Kandahar, i combattimenti hanno costretto alla fuga 22mila famiglie afghane. L'avanzata è impressionante e si comincia a temere che in vista dell'11 settembre potrebbe insidiare Kabul. In questo disastro, poco più di un mese dopo il rientro dell'ultimo soldato italiano, dozzine di nostri collaboratori afghani, che sperano nell'evacuazione, rischiano di rimanere tagliati fuori. Al Giornale arrivano drammatici appelli: «Sono un ex interprete dell'esercito italiano. La mia casa è nel territorio occupato dai talebani. Se mi scoprono mi uccidono». Non facciamo i nomi per sicurezza, ma spiegano di «avere inviato la richiesta di aiuto all'ambasciata a Kabul. Mi hanno risposto che valuteranno e poi silenzio. Ci hanno abbandonati». A giorni partirà la seconda fase di Aquila, l'operazione di evacuazione che la Difesa avrebbe dovuto completare prima del ritiro del nostro contingente per evitare il caos. «Diteci se siamo stati accettati e raggiungeremo Kabul rimanendo in attesa. La capitale è più sicura di Herat assediata dai talebani» sottolinea un altro interprete. Fa parte di una lista di 59, che attendono una risposta definitiva con i talebani che avanzano. «La rapida, seppur prevedibile, espansione del controllo del territorio da parte degli studenti coranici rende ancora più impellente l'esigenza di esfiltrare speditamente i nostri collaboratori afghani e relative famiglie - dichiara il generale Giorgio Battisti che ha servito in Afghanistan - che rischiano di non potersi più muovere dalle località oramai occupate dai talebani per recarsi nei punti di raccolta per la successiva evacuazione verso l'Italia ed essere così individuati ed ammazzati in quanto considerati traditori». Nelle ultime 24 ore gli insorti hanno conquistato Kunduz, Sar i Pul e Talaqan, tutti capoluoghi di provincia stringendo il cerchio attorno a Mazar i Sharif, la «capitale» del nord. La battaglia più dura è scoppiata a Kunduz, importante città a 300 chilometri da Kabul. Le forze governative sarebbero ancora asserragliate all'aeroporto e in una base dell'esercito, ma il capoluogo è caduto in mano ai talebani. Il primo obiettivo, come nelle altre città conquistare, è la prigione per liberare i detenuti motivati a combattere e continuare l'offensiva. Kunduz è un crocevia strategico tra Kabul ed il Tajikistan. «I mujaheddin hanno anche catturato la città di Sar-e-Pul compresi tutti gli edifici governativi» annunciano gli insorti. Sempre nel Nord del Paese, dove i pasthun, serbatoio etnico talebano, sono meno presenti e più deboli rispetto al sud. Nel pomeriggio di ieri è giunta la notizia della caduta di Talaqan, capoluogo della provincia settentrionale di Farkhar, assediata da due mesi, ma un tempo roccaforte anti talebana. Nei due giorni precedenti è stato occupato per primo Zaranj, capoluogo di Nimroz, nel sud ovest del paese vicino al confine iraniano. Un punto di partenza per esercitare ulteriore pressione sulle grandi città del Sud a rischio caduta come Lashkar Gah e Kandahar. Poi è stata conquistata Shebarghan, 132mila abitanti, il capoluogo a nord della provincia di Jawzjan. La città è un feudo del signore della guerra, Rashid Dostum, che è stato anche vicepresidente. I talebani hanno razziato la sua villa e indossato l'alta uniforme di maresciallo d'Afghanistan per prenderlo in giro. Il figlio, Yar Mohammad Dostum, che guida la milizia uzbeka del padre, filo governativa, non è riuscito a tamponare la disfatta. Gli Usa appoggiano l'esercito afghano con i bombardamenti dai B52, ma fonti dell'amministrazione confermano che Biden «non avrebbe cambiato idea sul ritiro entro fine mese».

Afghanistan: Usa prevedono caduta di Kabul entro 90 giorni. (ANSA l'11 agosto 2021) L'amministrazione Biden si prepara alla caduta di Kabul nelle mani dei talebani entro un periodo ben più breve rispetto ai 6-12 mesi previsti in precedenza alla luce del ritiro delle truppe statunitensi dal Paese: lo scrive il Washington Post, che cita funzionari americani al corrente della situazione. Secondo un funzionario che ha voluto mantenere l'anonimato i militari stimano adesso che la capitale afgana cadrà entro 90 giorni, mente altri ritengono che la disfatta avverrà entro un mese. 

Dagotraduzione dal Sun l'11 agosto 2021. Fonti interne hanno riferito al Sun che i leader talebani, dopo essersi fatti consegnare con la forza dai leader locali l’elenco delle persone tra i 12 e i 45 anni, stanno tentando di rapire e sposare forzatamente le donne. Secondo Bloomberg, la mossa è l'inizio di un ritorno alla dura legge della sharia: le donne non possono uscire di casa senza un accompagnatore maschile ed è obbligatorio indossare l'hijab. Siccome molte aziende e scuole vengono distrutte, le donne potranno frequentarle solo se l’insegnante è di sesso femminile. I talebani hanno avvertito che chiunque venga sorpreso a sfidare le regole sarà «trattato seriamente». Di conseguenza, le donne terrorizzate che temono per il loro futuro stanno fuggendo dal paese devastato dalla guerra mentre i padri afgani hanno espresso il timore che i delinquenti talebani portino via le loro figlie e le costringano a essere schiave. Farkhunda Zahra Naderi, membro dell'Alto Consiglio per la riconciliazione nazionale dell'Afghanistan, ha espresso il suo timore che i diritti civili esistenti nel paese cadano in rovina. Ha detto: «La mia più grande paura è che stiano emarginando le donne che hanno lavorato in queste posizioni di leadership, che sono state una voce forte contro i più potenti abusatori, ma che lavorano anche con loro per cambiare la situazione sul campo». Se eliminano questi leader, dice, chi sarà lasciato a parlare per le donne e difendere le conquiste fatte negli ultimi 20 anni? Le sue parole evidenziano le ricadute della decisione di Stati Uniti, Regno Unito e altre nazioni di ritirare le ultime truppe rimaste dall'area. Ha permesso ai soldati talebani di scatenarsi mentre i gruppi estremisti continuano con la loro grande offensiva, sequestrando campioni di territorio, costringendo migliaia di soldati a fuggire o ad arrendersi. I rapporti di questa settimana dicono che i talebani hanno catturato più della metà del territorio afghano dopo il ritiro delle truppe americane e britanniche. E ora stanno prendendo di mira città chiave, compresi i capoluoghi di provincia Herat a ovest e Lashkar Gah a sud. Zaranj, l'ultima cattura dei talebani, è un importante centro commerciale vicino al confine con l'Iran. I video condivisi all'inizio di questa settimana sui social media mostrano i talebani a bordo di camion militari statunitensi. Un filmato mostra i combattenti a piedi che assaltano le strade armati di pistole, anch'esse rubate all'esercito americano. I colpi vengono sparati in aria al grido di "Allahu Akbar" mentre il gruppo fa sapere che ora hanno il controllo. Le scene ricordano quelle del 2014 quando membri dell'ISIS mascherati sfilarono attraverso la Siria e l'Iraq negli Humvee statunitensi durante la loro offensiva lampo. Gli scontri con le forze afgane si sono intensificati, decine di soldati del paese sono stati rastrellati, giustiziati e gettati in fosse comuni. Le immagini mostrano i corpi insanguinati di quello che si dice sia il personale militare nel distretto di Kang, nel sud-est dell'Afghanistan. La gente del posto che ha ripreso le immagini inquietanti ha affermato che «un certo numero di soldati che sono stati fatti prigionieri dopo i combattimenti sono stati prima torturati, le loro mani sono state legate e gli occhi sono stati cavati». 

L’ombra di un regime islamico sempre più concreta. Cosa sta succedendo in Afghanistan, l’avanzata dei talebani verso Kabul. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 12 Agosto 2021. Neanche il più avveduto dei generali americani o della Nato avrebbe previsto la rapida, inarrestabile avanzata dei talebani alla conquista dell’Afghanistan. La realtà ha superato le più pessimistiche aspettative. I talebani hanno conquistato nove dei 34 capoluoghi di provincia del Paese, due nuovi a ovest e a nord il giorno precedente, facendo fuggire civili in massa. Farah, a ovest, e Pul-e Khumri, a nord, sono caduti martedì. Da venerdì – scrive Agi/Afp – i talebani hanno preso Zaranj (sud-ovest), Sheberghan (nord), la roccaforte del famigerato signore della guerra Abdul Rashid Dostom, e soprattutto Kunduz, la principale città del nord-est, così come altre tre capitali del nord, Taloqan, Sar-e-Pul e Aibak. «I talebani sono ora in città, hanno alzato la loro bandiera nella piazza centrale e nell’ufficio del governatore», ha detto all’Afp Mamoor Ahmadzai, un membro del parlamento della provincia di Baghlan, di cui Pul-e Khumri è la capitale, a 200 km da Kabul. Gli insorti hanno anche preso Farah, capitale della provincia omonima, martedì dopo brevi combattimenti. «Hanno preso l’ufficio del governatore e la sede della polizia. Le forze di sicurezza si sono ritirate in una base dell’esercito», ha spiegato all’Afp il consigliere provinciale Shahla Abubar. Zabihullah Mujahid, un portavoce degli insorti, ha confermato la cattura delle due città su Twitter. La violenza ha costretto decine di migliaia di civili a fuggire dalle loro case in tutto il paese, con i talebani accusati di numerose atrocità nelle aree che hanno conquistato. «Quando ci sono due ragazze in una famiglia, ne prendono una per sposarsi, quando ci sono due ragazzi, ne prendono uno per combattere», ha detto all’Afp Marwan, una giovane vedova fuggita da Taloqan, in un parco di rifugiati a Kabul. Abdulmanan, uno sfollato di Kunduz, ha detto di aver visto i talebani decapitare uno dei suoi figli, senza sapere «se il suo corpo è stato mangiato dai cani o sepolto». Circa 359.000 persone sono state sfollate in Afghanistan dai combattimenti dall’inizio dell’anno, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim). Almeno 183 civili sono stati uccisi e 1.181 feriti, compresi i bambini, in un mese nelle città di Lashkar Gah, Kandahar, Herat (ovest) e Kunduz, ha detto martedì l’Onu, aggiungendo che queste erano solo le vittime che potevano essere documentate. Se gli “Student coranici” riuscissero a conquistare Mazar-i Sharif, capoluogo della provincia di Balkh, per loro sarebbe un successo decisivo non solo militare ma anche politico. I talebani hanno lanciato questa offensiva a maggio, all’inizio del ritiro definitivo delle forze americane e straniere, ma la loro avanzata ha accelerato negli ultimi giorni con la cattura di diversi centri urbani. La partenza delle forze internazionali deve essere completata entro il 31 agosto, 20 anni dopo il loro intervento in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. «Non ho rimpianti per la mia decisione di lasciare l’Afghanistan», ha affermato martedì il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Gli afgani “devono avere la volontà di combattere” e “devono combattere per se stessi, per la loro nazione”. Washington è sempre più frustrata dalla debolezza dell’esercito di Kabul, che gli americani hanno addestrato, finanziato ed equipaggiato per anni. Il portavoce diplomatico statunitense Ned Price ha detto che le forze governative erano “largamente superiori in numero” ai talebani e avevano “il potenziale per infliggere perdite maggiori”. «Questa idea che l’avanzata dei talebani non può essere fermata» non è la realtà sul terreno, ha dichiarato. Fatto sta che da un giorno all’altro gli afghani si sono trovati senza supporto aereo americano, fondamentale in molte delle operazioni militari compiute contro i talebani, e senza migliaia di contractor operanti nel settore della logistica che si occupavano di far funzionare i complessi sistemi d’arma che gli Stati Uniti avevano fornito all’Afghanistan. E a rendere ancora più ingovernabile il Paese è la frammentazione etnico-tribale, che ha assunto tratti sempre più profondi: alla maggioranza etnica Pashtunsi si aggiungono Tajiki, Hazara, Uzbechi, Aimak, Turkmeni e Baluchi. Un altro sviluppo piuttosto recente che sembra poter favorire i talebani è l’appoggio più o meno esplicito ottenuto dal gruppo islamista da parte di governi stranieri, anche quelli che fino a oggi si erano mostrati più freddi, come la Cina e l’India. I talebani possono contare inoltre sull’appoggio di altri paesi: del Pakistan, che insieme ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti aveva riconosciuto per primo il regime talebano quando aveva preso il controllo di Kabul, nel 1996, ma anche dell’Iran e della Russia. L’insieme di tutte queste situazioni sembra poter favorire una eventuale vittoria dei talebani, che potrebbero rinunciare ai colloqui di pace con il governo afghano se i successi militari diventassero ancora più netti. L’obiettivo dei talebani è quello di riprendere il controllo del governo e di costringere alle dimissioni il presidente Ghani. Mohammad Zahid Himmat, comandante talebano nella provincia di Wardak, nell’est del paese, ha parlato di istituire un «regime islamico puro» attraverso il controllo dei «confini economici» e dei flussi commerciali. Non è detto che il gruppo ci riesca, ma per come si stanno mettendo le cose è uno scenario possibile, e molto concreto. Se dovesse realizzarsi, sarebbe la disfatta dell’Occidente. Dalla fuga sul campo a una Waterloo geopolitica. Dopo venti anni di guerra, lo Stato afghano appare oggi una entità fallita. Venti anni di guerra, ovvero oltre 140 mila morti, tra cui almeno 26 mila civili. A questi si aggiungono oltre 3.500 soldati Nato (di cui 53 italiani, più 650 feriti), almeno 1.700 contractor di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti stranieri. Una guerra costata 900 miliardi di dollari, 7,5 per l’Italia. Afghanistan, 2001-2021: storia di un fallimento. Militare e politico. Perché la Nato non è riuscita né a sconfiggere i talebani, né a riportare la pace né a ricostruire un esercito in grado di contrastarli. Lo chiamano ritiro, ma è una fuga ignominiosa. E ora l’Europa torna a pietire un cessate-il-fuoco.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

I talebani assediano Kabul. Ghani: spartiamo il potere. Riccardo Pelliccetti il 14 Agosto 2021 su Il Giornale. Agli integralisti 18 capoluoghi in una settimana. Offerta del presidente con i soldati ormai in rotta. I talebani dilagano. Continua, infatti, la rapida riconquista dell'Afghanistan da parte dei miliziani islamici dopo il ritiro delle truppe occidentali. Ieri sono cadute altre città strategiche sotto i martellanti attacchi: la prima è Lashkar Gah, nel Sud del Paese. Secondo fonti russe, i talebani avrebbero imposto un cessate il fuoco di 48 ore per permettere l'evacuazione della città. Il secondo centro conquistato dalle milizie islamiche è stato Feroz Koh, capoluogo della provincia di Ghor. Il governatore della provincia ha tentato di abbandonare la città con le forze di sicurezza ma i talebani glielo hanno impedito. Dopo un breve negoziato, la città è stata evacuata. Nella giornata di giovedì, invece, i talebani avevano conquistato le due città più grandi dell'Afghanistan dopo Kabul, Kandahar ed Herat, dove era dispiegato il contingente italiano fino a poche settimane fa. Herat, però, non è completamente in mano agli islamisti. Le forze governative, almeno fino a ieri, controllavano ancora una base militare e l'aeroporto della città. A Herat c'è stato anche un colpo di scena: il potente «signore della guerra» Ismail Khan, che per giorni ha combattuto per difendere Herat, ha deciso di unirsi ai Talebani dopo la sua cattura. Kandahar, invece, è caduta dopo aspri combattimenti e, oltre a essere un centro strategico, ha un significato simbolico perché era la roccaforte dei Talebani. Dopo l'offensiva di ieri, sono diventati 18 i capoluoghi delle 34 province afghane conquistati dai miliziani in una settimana. I talebani gongolano e il loro portavoce, Zabihullah Mujahid, ha parlato di «popolarità» tra la popolazione afghana. «Non è possibile con l'uso della forza» far cadere 18 capoluoghi in una settimana, ha scritto Mujahid su Twitter. E gli islamisti hanno annunciato anche che concederanno un'amnistia a quelli che hanno collaborato con il governo di Kabul e con le forze armate straniere. «Le braccia dell'Emirato Islamico sono aperte a loro», ha aggiunto. I talebani ormai controllano oltre il 60% del territorio afghano e si preparano all'assalto finale di Kabul. Tutte le potenze occidentali si stanno preparando per tutelare il personale nella capitale e la Nato ha convocato una riunione d'emergenza proprio per affrontare il tema dell'evacuazione dei cittadini dei Paesi dell'Alleanza Atlantica. Washington e Londra hanno già deciso di inviare un contingente militare (8mila soldati americani e 600 inglesi) per sgomberare diplomatici e civili e hanno annunciato la riduzione del personale civile nella capitale afghana. Il segretario di Stato, Antony Blinken, e il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, in un colloquio telefonico con il presidente afghano Ashraf Ghani, hanno «sottolineato che gli Stati Uniti rimangono impegnati per la sicurezza e la stabilità dell'Afghanistan di fronte alla violenza dei talebani». Ma quanto resisterà Kabul? Il presidente americano Joe Biden, poco prima del ritiro delle truppe Usa, aveva parlato di sei mesi, ma con la pressante avanzata delle milizie fondamentaliste ormai si parla di settimane. Il Washington Post, citando fonti dell'amministrazione americana, ha scritto che non resisterà più di 90 giorni, ma è probabile che cada già entro un mese. Per evitare una totale disfatta, i negoziatori del governo di Kabul hanno proposto ai talebani di condividere il potere in cambio della fine delle violenze. La proposta è stata consegnata al Qatar, in qualità di mediatore, ma difficilmente sarà accettata dai talebani. L'Emirato islamico che sta per consolidarsi non ha alcuna intenzione di spartire il potere. Riccardo Pelliccetti

Catturato anche il leone di Herat. Il simbolo anti fondamentalisti. Fausto Biloslavo il 14 Agosto 2021 su Il Giornale. Ai domiciliari l'ex ministro e mujaheddin Ismail Khan. La foto che lo ritrae come un trofeo in mezzo ai combattenti talebani con i turbanti, che gli hanno sequestrato l'arma, è scattata sul divano di casa sua. Il leone di Herat, Ismail Khan, con l'inconfondibile barbone bianco e ancora le giberne militari dei caricatori addosso, ha lo sguardo incerto, quasi stupito di essere stato catturato dagli eredi di mullah Omar. Proprio lui quasi ottantenne aveva mobilitato una milizia locale per fermare l'avanzata dai talebani combattendo al fianco dei governativi con il timido appoggio aereo americano. Per settimane gli attacchi degli insorti sono stati respinti e le foto dei cadaveri nemici disseminate sui social. Giovedì qualcosa deve essere andato storto. Forse un promesso e mancato appoggio da Kabul o il tradimento della polizia e reparti dell'esercito Camp Zafar, la grande base dove addestravamo gli afghani del 207° corpo d'armata è caduto e in serata resisteva ancora la centrale dell'Nds, i servizi segreti afghani. Proprio in questo edificio o all'uscita, nel tentativo di raggiungere l'aeroporto per scappare a Kabul, è stato catturato Ismail Khan assieme al vice ministro dell'Interno, il comandate militare, il capo dell'intelligence e il governatore. «Mi hanno trattato bene» ha detto brevemente in un video il leone di Herat riferendosi all'arresto. I talebani hanno subito annunciato che aderiva all'Emirato islamico, ma non è chiaro se sia vero o propaganda. La cattura e sconfitta del leone di Herat è un colpo durissimo alla «difesa popolare», le milizie su base locale o etnica, che dovrebbero reggere l'urto dell'avanzata talebana assieme ai governativi. Tajiko di fede sciita, Khan è una figura leggendaria fin dai tempi dell'invasione sovietica quando portava i gradi di capitano e cavalcò la rivolta di Herat contro l'Armata rossa massacrando 350 consiglieri militari russi con le famiglie. La rappresaglia è stato un bombardamento aereo a tappeto dell