Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

L’ACCOGLIENZA

 

PRIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Muri.

Schengen e Frontex. L’Abbattimento ed il Controllo dei Muri.

Gli stranieri ci rubano il lavoro?

Quei razzisti come…

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come gli svizzeri.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i polacchi.

Quei razzisti come i lussemburghesi.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come i serbi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i bulgari.

Quei razzisti come gli inglesi.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i somali.

Quei razzisti come gli etiopi.

Quei razzisti come i liberiani.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i Burkinabè.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come i sudsudanesi.

Quei razzisti come i giordani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i siriani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli emiratini.

Quei razzisti come i dubaiani.

Quei razzisti come gli arabi sauditi.

Quei razzisti come i bielorussi.

Quei razzisti come gli azeri.

Quei razzisti come i russi.

 

INDICE TERZA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

La Storia.

L’11 settembre 2001.

Il Complotto.

Le Vittime.

Il Ricordo.

La Cronaca di un’Infamia.

Il Ritiro della Vergogna.

La presa del Potere dei Talebani.

Media e regime.

Il fardello della vergogna.

Un esercito venduto.

Il costo della democrazia esportata.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

Quei razzisti come gli Afghani.

Fuga da Kabul. Il Rimpatrio degli stranieri.

L’Economia afgana.

Il Governo Talebano.

Chi sono i talebani.

Chi comanda tra i Talebani.

La Legge Talebana.

La Religione Talebana.

La ricchezza talebana.

Gli amici dei Talebani.

Gli Anti Talebani.

La censura politicamente corretta.

I bambini Afgani.

Gli Lgbtq afghani.

Le donne afgane.

I Terroristi afgani.

I Profughi afgani.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quei razzisti come i giapponesi.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come gli indonesiani.

Quei razzisti come gli australiani. 

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i brasiliani. 

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Olocausto dimenticato. La lunga amicizia tra Hitler e Stalin.

Gli olocausti comunisti.

E allora le foibe?

Il Genocidio degli armeni.

Il Genocidio degli Uiguri.

La Shoah dei Rom.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Chi comanda sul mare.

L’Esercito d’Invasione.

La Genesi di un'invasione.

Quelli che …lo Ius Soli.

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Due “Porti”, due Misure.

Cosa succede in Libia.

Cosa succede in Tunisia?

 

 

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        I Muri.

Migrazioni: i primi uomini nel Nord America. Luigi Bignami su Focus il 4 ottobre 2021.  La datazione di semi trovati accanto a impronte fossili dimostra che l'uomo è arrivato nel Nord America migliaia di anni prima di quanto si pensava. Una nuova importante scoperta offre la prova definitiva che l'uomo aveva colonizzato il Nord America ben 7.000 anni prima rispetto a quanto gli archeologi hanno finora pensato. Impronte fossili di uomini trovate sulla riva di un antico letto di un lago nel White Sands National Park (New Mexico), nel sud degli attuali Stati Uniti, risalgono infatti, a 23.000 anni fa, rendendole le più antiche mai trovate in Nord America. Lo studio, pubblicato su Science, racconta che le prime impronte erano state scoperte nel 2009, ma solo nel 2016 sono iniziate le analisi e le ricerche su alcune di esse. Alla conclusione che sono così antiche si è giunti dopo essere riusciti a datare dei semi trovati negli stessi sedimenti dov'erano impresse le tracce degli uomini. In passato non si era mai riusciti a fare lo stesso e tutte le datazioni erano effettuate su manufatti rinvenuti in prossimità di calchi - impossibile datare impronte in assenza di manufatti. E se ci si rifà a questi ultimi, non ne sono mai stati trovati che avessero più di 13-14.000 anni. Ecco perché si è sempre pensato che i primi uomini fossero arrivati in America del Nord sfruttando l'ultima glaciazione, la quale, causando un abbassamento dei mari, avrebbe permesso di passare dall'Asia alle Americhe attraverso ponti naturali. Tuttavia quegli uomini si sarebbero dovuti stabilire vicino all'Artico perché le calotte glaciali che coprivano il Canada avrebbero reso impossibile andare verso sud. Solo in seguito, tra 16.000 e 13.500 anni fa, quando i ghiacciai iniziarono a ritirarsi, sarebbe iniziata anche la migrazione verso il sud. La nuova scoperta impone però di rivedere questa narrazione dei fatti.

100.000 ANNI FA... Per Sally Reynolds (Bournemouth University, UK) «la nuova scoperta colloca definitivamente gli esseri umani nel Nord America in un momento in cui i ghiacci polari erano notevolmente espansi. Questo significa che gli umani sono migrati a sud in più ondate e una di queste è avvenuta prima dell'ultima era glaciale. Quelle prime persone potrebbero aver navigato lungo la costa del Pacifico. Poi, dopo che i ghiacciai si ritirarono, ci sono state altre migrazioni». Se l'ipotesi è corretta, vuol dire che i primi uomini arrivarono nelle Americhe prima di 100.000 anni fa.

PROVETTI NAVIGATORI. Indizi precedenti a questa ricerca che facevano pensare alla possibile esistenza di uomini nelle Americhe ben prima di 15.000 anni fa furono avanzate dopo che in una grotta del messico furono trovati reperti e manufatti che sembravano avere 32.000 anni: gli indizi, però, erano troppo vaghi per averne certezza. La domanda, a questo punto, è: come sono arrivati quei primi uomini al sito di White Sands? Al momento non c'è una risposta certa, ma un'ipotesi: forse in barca, salpando dall'odierna Russia o dal Giappone e navigando il Pacifico sottocosta. Se fosse così, erano provetti navigatori.

Luigi Bignami su Focus il 4 ottobre 2021.  

Rafforzare l’Ue ripartendo dagli Stati. Il “segreto” del Trattato del Quirinale. Lorenzo Vita su Inside Over il 26 novembre 2021. Rafforzare l’Europa ripartendo dai rapporti bilaterali tra Francia e Italia. Sembra essere questo il filo rosso che lega le clausole del Trattato del Quirinale. Un patto per blindare le relazioni italo-francesi ma anche per rilanciare il progetto europeo, ripetono le delegazioni dei due governi, i leader e gli osservatori. E in effetti anche le clausole del Trattato rimandano a una rinnovata sinergia tra Francia e Italia che vuole avere come frutto una maggiore forze del progetto dell’Unione. Quello che sembra risaltare nell’accordo siglato a Roma da Emmanuel Macron e Mario Draghi è anche un nuovo metodo che da tempo caratterizza la diplomazia europea. Uno modus operandi che dimostra come l’Unione europea stia vivendo una nuova era, in cui alle (spesso fumose) intese su base continentale si predilige un percorso bilaterale. Un iter in cui fino a questo momento è la Francia a fare da regista, a conferma che Macron, dal suo arrivo all’Eliseo, ha saputo imporre una certa visione non solo della politica estera francese, ma anche dell’Europa. Ma è un iter che sembra essere stato intrapreso anche dall’Italia, desiderosa di costruire maggiori legami con i Paesi confinanti e non solo nell’ottica degli obiettivi posti dall’agenda europea. Sono almeno tre gli accordi siglati dal presidente della Repubblica francese che lasciano intendere un percorso bilaterale che punta all’Europa guardando anche agli interessi nazionali. Il primo è stato quello di Aquisgrana, in cui ricordiamo che Francia e Germania hanno manifestato la volontà di essere i veri “motori” del processo di unificazione europea condividendo non solo progetti industriali strategici, ma anche scelte politiche da sviluppare poi in ambito Ue. L’asse franco-tedesco, cristallizzato nell’accordo bilaterale benedetto a suo tempo anche da Jean Claude Juncker e Donald Tusk, diventava così il fulcro per una spinta europea che ripartiva però non su base continentale, ma a cavallo del Reno. La diplomazia di Macron si è spinta però anche oltre la cornice franco-tedesca. Il presidente francese ha cavalcato l’onda lunga delle tensioni tra Grecia e Turchia per concludere con il premier ellenico, Kyriakos Mitsotakis, un accordo di mutua difesa che ha visto una chiara presa di posizione di Parigi a supporto di Atene. Il patto prevede soprattutto la vendita di navi e aerei alle forze armate greche, su cui abbiamo già ampiamente scritto. Ma quello che appare interessante, anche in questo caso, è che alla tenuità delle azioni dell’Unione europea si è sostituito un approccio bilaterale e nazionale del presidente francese. Un metodo diplomatico ben diverso dalle proiezioni quasi oniriche di un europeismo fumoso ma non pragmatico in cui è il singolo leader o il singolo Paese a fare da vero interlocutore di un altro Stato membro in crisi. Veniamo ora al trattato del Quirinale tra Italia e Francia. Anche in questo caso Francia e Italia hanno preferito sviluppare una sinergia bilaterale per poi puntare al rafforzamento generale dell’Unione europea. L’accordo ha un’ispirazione europeista, confermata anche dalle parole di Draghi a Villa Madama, ma allo stesso tempo si può notare come il premier italiano e il presidente francese abbiano voluto sottolineato la forte importanza dei rapporti tra i due Paesi. Stati che in questo momento, in assenza di una forte leadership tedesca, possono essere considerati come riferimenti politici di un’integrazione europea. Un progetto che appare improntato sempre più su un maggiore pragmatismo e una rinascita dell’interesse concreto rispetto a logiche politiche comunitaria ambiziose ma di scarsa impronta pratica. Come spiegato anche da un articolo di Ispi, “non mancano le obiezioni di chi fa notare che con la sua entrata in vigore, il Trattato rafforzerà soprattutto la posizione della Francia in Europa, che diventerà l’unico paese europeo a poter beneficiare contemporaneamente di due patti di cooperazione rafforzata”. Chiaramente questo è uno scenario possibile, ma è interessante comprendere come proprio per questo motivo c’è chi inizia a parlare con insistenza, anche a Roma, di un accordo simile a quello tra Italia e Francia ma con lo sguardo rivolto alla Germania. Uno strumento per far sì che Parigi non sia l’unica capitale di questa nuova stagione di accordi bilaterali all’interno del quadro europeo, ma anche un modo per fare intendere a tutto il continente che siamo di fronte a un’azione europea del tutto diversa. La riscoperta del multilateralismo interno all’Ue come mezzo per blindare proprio quei settori e quei desideri fatti proprio dall’agenda di Bruxelles, e che essa stessa non riesce a consolidare. Forse per la difficoltà di raggiungere un accordo unanime sui vari punti, forse anche per una certa facilità di accordi tra potenze rivali in molti settori ma affini in altri. Di fatto quello che però risulta sempre più chiaro è che l’Unione europea oggi è tutelata dagli Stati membri, che si uniscono in forme di cooperazione rafforzata per garantire i propri interessi ma con la prospettiva di fare anche (in futuro) un favore all’Ue. Italia e Francia insegnano. E forse indicano una nuova rotta europea: quella delle “più velocità” appare già nei fatti la via predominante.

L’Ue ha come perno il nostro premier. Cosa prevede il Trattato del Quirinale, come cambierà il patto di stabilità. Claudia Fusani su Il Riformista il 27 Novembre 2021. Indebolita verso est con l’uscita di scena di Angela Merkel e con la Germania che deve ancora rodare con il nuovo cancelliere, l’Europa deve rafforzarsi verso ovest per arginare i venti del nazionalismo che vengono, appunto, da est. Per elaborare strategie comuni rispetto al nodo delle immigrazioni, via terra e via mare. E rispetto ad altri dossier economici – dalle materie prime alle fonti energetiche passando per l’autonomia nella ricerca medica – che ci hanno messo a nudo durante la pandemia. Per non perdere terreno e mostrarsi compatta e autonoma nello scontro geopolitico tra Washington e Pechino che ha sempre Mosca dalla sua. È una partita chiave e molto più grande di quello che si può leggere nelle circa 30 pagine del Trattato del Quirinale che fissa i parametri di un accordo rafforzato tra Italia e Francia. E lo è soprattutto per il futuro dell’Europa. L’ottica di questo accordo, ha ricordato il presidente Mattarella nel colloquio con Emmanuel Macron giovedì sera al Quirinale, è «costruire un’Unione europea più forte, una necessità che anche la crisi pandemica ha messo in luce». È una premessa necessaria e che va ribadita per comprendere l’importanza strategica dell’accordo che aveva iniziato a muovere i primi passi nel 2017 (Gentiloni premier) e il cui iter si è poi raffreddato, quasi fermato. Possiamo dire che la colpa va cercata in entrambe le metà campo: prima il fallimento dell’acquisizione da parte di Fincantieri dei Chantiers de l’Atlantique; Parigi che scaricava migranti alla frontiera di Bardonecchia convinta che l’Italia li facesse passare senza fermarli; le rivalità in Libia per il controllo delle fonti energetiche; fino all’incontro – era il 2019 -tra l’allora ministro e vicepremier Luigi Di Maio e i Gilet gialli. Quella volta Parigi richiamò in patria l’ambasciatore. È stato uno dei momenti più difficili nei rapporti tra Francia e Italia. Ogni volta è stato il Presidente Mattarella che si è fatto carico di spiegare, convincere che si trattava, da parte italiana, di incidenti venali; di fare la voce grossa e pretendere rispetto quando è stata la Francia a non rispettare gli accordi. A ricucire, comunque e sempre, in nome di quel progetto europeo che ebbe in Spinelli, Monnet, Schuman e De Gasperi i padri fondatori. Ogni volta, in questi anni, è stato Mattarella a riprendere il filo di un discorso che con lungimiranza e visione non poteva essere lasciato cadere. Si può dire che i governi Conte 1 e 2 non hanno lavorato il dossier. È stato l’arrivo di Draghi a palazzo Chigi a riportarlo in agenda. La firma con la stretta di mano a tre ieri mattina al Quirinale è il capolavoro di Mattarella. Se concluderà veramente il suo settennato, come ripete ogni volta che può, questa bella foto di tre (quasi) generazioni europee sorridenti sarà uno dei ricordi più belli del Capo dello Stato. Dopo la firma al Quirinale, Draghi e Macron sono saliti a Villa Madama di buon mattino per definire al meglio gli undici capitoli del Trattato. E aggiungerne uno, voluto da Draghi: almeno una volta ogni tre mesi un ministro italiano parteciperà ad un Consiglio dei ministri francese e viceversa. Si tratta di una vera e propria condivisione di sovranità. E se si pensa quanto ciascuno Stato, in ogni sua parte e articolazione, sia geloso della propria sovranità, si capisce quanto questo articolo in più voluto da Draghi possa essere rivoluzionario. Il premier Draghi ha spiegato che il Trattato del Quirinale, «interviene in settori cruciali per i nostri Paesi: dalla sicurezza alla giustizia, dalla ricerca all’industria. Istituiamo un servizio civile italo-francese e creiamo un’unità operativa condivisa a sostegno delle forze dell’ordine. Per promuovere le relazioni tra regioni di confine, prevediamo un Comitato di cooperazione transfrontaliera. In ambito migratorio, riconosciamo la necessità di una politica di gestione dei flussi e d’asilo condivisa a livello europeo, basata sui principi di responsabilità e solidarietà». Italia e Francia si impegnano anche «a tutelare i sistemi agricoli e riconoscere le loro unicità. Diamo il via a nuove forme di cooperazione in ambito energetico e tecnologico, nella ricerca e nell’innovazione». In quel momento nei cieli di Roma è stato condiviso anche il passaggio delle Frecce Tricolori e della Patrouille de France. Fin qui il gemellaggio operativo rafforzato Italia-Francia. Che è soprattutto un patto rafforzato in funzione europea. Un passo importante verso gli Stati Uniti d’Europa che sono, fin dal discorso d’insediamento del governo Draghi, il vero obiettivo della sua Presidenza. L’accordo è infatti l’occasione per Draghi per ribadire la necessità di agire per creare una «vera difesa europea». «Cercare la sovranità europea – ha sottolineato – significa voler disegnare il proprio futuro come lo vogliamo noi europei. L’Europa deve sapersi proteggere, difendere i propri confini. Questo Trattato aiuta la costruzione della difesa europea che è complementare alla Nato. Un’Europa più forte – conclude – fa la Nato più forte». La Francia ha già firmato un Trattato analogo con la Germania (Trattato dell’Eliseo) ad Acquisgrana nel 1963. I due Patti sono, ha spiegato Macron, “complementari”. Anzi, c’è da chiedersi «perché si sia aspettato così tanto tempo per finalizzare l’accordo con l’Italia» . Il presidente francese che a gennaio assumerà la presidenza del Consiglio europeo e a maggio dovrà affrontare la ricandidatura all’Eliseo, ha spiegato che «era quasi un’anomalia» che non ci fosse con l’Italia un Trattato come quello che già esiste la Germania. «In Francia abbiamo l’ossessione di dire che quando le cose diventano complicate con la Germania, ci rivolgiamo all’Italia. Non funziona mai. Non è questo. L’Italia e la Germania sono complementari, sono differenti. Non bisogna cercare delle vie di sostituzione. L’Unione europea è un progetto politico non egemonico». L’obiettivo è «lavorare sempre più insieme. Proporre e avere idee, costruire accordi in 27». Senza l’ossessione della leadership. Tra le idee che Draghi porterà al tavolo dell’Unione dopo averla condivisa con Macron, è che le norme del Patto di stabilità non potranno tornare quelle che erano prima della pandemia. Unica voce in dissenso è stata quella di Giorgia Meloni che ha parlato di «delega in bianco a Parigi per trattare a nome nostro anche con la Germania». Massima soddisfazione per tutti i partiti di maggioranza: «È un patto che rafforza l’Italia e l’Europa». Ci sono un paio di dossier su cui sarà possibile subito misurare il punto di caduta di tante belle e importanti parole: gestione dei flussi migratori; Tim-Vivendi e la vendita di Oto Melara da parte di Leonardo. In prima fila, per l’appunto, c’è la franco-tedesca Knds.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Dagospia il 15 dicembre 2021. LA CADUTA DEL MURO? FU ANTICIPATA AL MONDO DA UN CRONISTA ITALIANO, RICCARDO EHRMAN, SCOMPARSO IERI A 92 ANNI. IL GIORNALISTA, A QUELL’EPOCA CORRISPONDENTE ANSA, CHIESE AL PORTAVOCE DEL GOVERNO DELLA DDR DEI PERMESSI DI VIAGGIO PER L'OCCIDENTE. SCHABOWSKI RISPOSE CHE "I BIGLIETTI PER LA LIBERTÀ SAREBBERO STATI CONCESSI A TUTTI" - EHRMAN GRIDO’ AL TELEFONO ALL’ANSA CHE...

Tonia Mastrobuoni per “la Repubblica” il 15 dicembre 2021. Il 9 novembre 1989 Riccardo Ehrman arrivò tardi alla conferenza stampa del secolo. I vertici della Ddr avevano preso una decisione storica. Anche Günter Schabowski, portavoce del governo, il giorno prima era arrivato tardi a una riunione cruciale del Comitato centrale. Non ne conosceva alcuni dettagli. Quando si presentò il pomeriggio successivo davanti alla stampa con un faldone di documenti, la sala era gremita di giornalisti. Ehrmann, all'epoca corrispondente dell'Ansa, fu costretto ad accovacciarsi davanti alla prima fila in attesa di fare la sua domanda. Quella fondamentale domanda, ci confessò nel 2009, gli era stata suggerita da un collega della Ddr. Ehrman chiese dunque a Schabowski dei permessi di viaggio per l'Occidente. La Ddr era da quarant' anni un carcere per i tedeschi dell'Est. Schabowski rispose che sì, quei biglietti per la libertà sarebbero stati concessi a tutti. Un collega tedesco lo interruppe, «da quando?». Schabowski, poco informato sulle conclusioni del Comitato centrale, mormorò «a quanto ne so, da subito». Sui documenti, in realtà, era segnato l'11 novembre. Ehrman gridò al telefono all'Ansa che il Muro di Berlino era caduto. Fecero fatica a credergli. Era vero. Migliaia di berlinesi cominciarono a riversarsi verso gli invalicabili passaggi verso Ovest. Gridando «aprite, aprite». I Vopos, dopo ore, cedettero. E il secolo breve finì. Anche grazie a un italiano, morto ieri a 92 anni. 

Muro di Berlino, il Pd scorda “la matrice”: non cita mai il comunismo. IL POST SUL CROLLO DEL MURO CHE DIVIDEVA LA GERMANIA. I DEM NON NOMINANO MAI L’URSS. Giuseppe De Lorenzo il 9 Novembre 2021 su Nicolaporro.it. Hai voglia a ripetere a Giorgia Meloni che non ha ancora fatto i conti col fascismo. Hai voglia a chiedere a Lega e Fdi di non avere “ambiguità” sulla dittatura nera. Perché se poi, quando si presenta l’occasione, perdi il treno per condannare l’orrore comunista, beh: un minimo di ipocrisia la dimostri. Succede che oggi sarebbe, anzi è, la ricorrenza della caduta del muro di Berlino costruito nel 1961. Il 9 novembre di 32 anni fa i tedeschi lo presero a picconate ponendo fine prima alla Ddr, un regime comunista, e poi a valanga all’intera Unione Sovietica. Momento storico di portata colossale. Che infatti oggi viene giustamente ricordato da tutti gli schieramenti politici in parlamento. Gli occhi, ovviamente, sono puntati sul Pd. Voglio dire: sono o non sono gli eredi più o meno diretti di quel Partito Comunista Italiano che va da Togliatti in giù? Bene. Uno va sulla pagina Facebook dei dem e si trova questo post qui, corredato da una delle foto più iconiche di fine anni ’80: un berlinese intento ad abbattere il muro che divideva la città in due. State a sentire: “Lungo 156 km e alto quasi 4 metri, il muro di Berlino, costruito nel 1961, impedì la libera circolazione delle persone verso la Germania dell’Ovest. Simbolo tangibile di una divisione territoriale e politica, non solo tedesca, la sua caduta segnò la fine della Guerra Fredda e della divisione in due dell’Europa e del mondo, e anticipò la riunificazione della Germania. Furono migliaia i berlinesi che presero parte alla demolizione di quel muro che li tenne in ostaggio per quasi trent’anni. La caduta, nel 9 novembre 1989, divenne così espressione del bisogno di autodeterminazione da parte di chi non accettò più divisioni forzate e conflitti. La fine del bipolarismo tra Oriente e Occidente aprì le porte alla riunificazione necessaria e all’Unione europea. La storia insegna che il desiderio di libertà è più forte di ogni muro. Ieri come oggi. Notate qualcosa di strano? Vi sembra mancare qualcosina? Provate a fare una ricerca per parole e cercate di capire se il Pd è davvero riuscito a non nominare mai la parola comunismo nelle quasi 800 battute del post. Ebbene sì, ce l’hanno fatta. Si sono dimenticati di specificare che quei mattoni furono messi per impedire ai berlinesi dell’Est di scappare dal presunto “paradiso comunista”. C’entra poco “l’autodeterminazione” contro le “divisioni forzate e i conflitti”. È solo fuffa la storia del “bipolarismo tra Oriente e Occidente”. Il “desiderio di libertà” non era generico, ma un anelito di liberazione dal regime sovietico. Non specificarlo, volutamente, significa tradire le 140 vittime dei Vopos, gli agenti della Polizia del popolo che sparavano contro chiunque tentasse di raggiungere l’Ovest. Scusi, Letta, ci spieghi: di che matrice era quel muro? Giuseppe De Lorenzo, 9 novembre 2021

Quel muro che da noi non è mai caduto. Paolo Guzzanti il 10 Novembre 2021 su Il Giornale. Il Muro di Berlino è stato abbattuto trentadue anni fa, aprendo la breccia che fece venir giù l'impero sovietico. Il Muro di Berlino è stato abbattuto trentadue anni fa, aprendo la breccia che fece venir giù l'impero sovietico. Da noi in Italia la guerra fredda invece continua, quando sarebbe ora (e facile) archiviarla, scrivendo la parola fine, risarcendo tutti di un debito di verità. Quando arriva l'anniversario di quel Muro, i giornali ne parlano, ma quelli di sinistra omettono accuratamente di scrivere la parola «comunista», come se quel Muro fosse un'opera malvagia, ma priva d'autore. Eppure, l'autore c'era e ha un nome. Ma i comunisti italiani ancor oggi svicolano e diventano delicati e pudichi quando si tratta di ricordare che il Muro fosse un'opera dei governi comunisti. I comunisti italiani, quando capirono che aria tirava, saltarono (metaforicamente) sul manufatto con i picconi a dare una mano. Fingevano di festeggiare anziché provare pudore e come se il Muro non fosse stato il loro monumento e come se il presidente americano Ronald Reagan non avesse gridato Mister Gorbaciov, tear down this wall, «Butti giù quel muro, signor Gorbaciov». Si è stabilito da allora che la Guerra fredda sia finita, ma non è vero. In Italia la guerra continua. Nel tempo sono state spostate le quinte del teatro di questa guerra di cui l'ultimo atto è stato quello dell'antiberlusconismo forsennato, accompagnato dai carri armati giudiziari che hanno devastato e terrorizzato la politica e la democrazia senza approdare a nulla, anzi distruggendo le scelte legittime di milioni di italiani. Non sarebbe ora di chiudere questo rancoroso capitolo, con una decisione politica capace di restituire una parte del maltolto a tutta l'Italia liberale? Quell'Italia che si è vista scippare la libertà di esprimere la sua volontà politica? Contro quella volontà politica abbiamo assistito a devastazioni decennali della verità con sessanta processi di cui uno solo finito con una dubbia condanna su cui la Corte di Strasburgo ha storto il naso. Tutti sappiamo che è andata così. Il Muro di Berlino è un capitolo chiuso soltanto perché le due Germanie dell'Est e dell'Ovest, che si erano odiate in armi per tre decenni, sono state capaci di unirsi dopo l'abbattimento del Muro. L'Italia, che ha subito un vulnus trentennale, per non dire del cittadino Berlusconi, merita la pacificazione e merita di essere risarcita politicamente. Sarebbe una pacificazione win-win, di cui godrebbero tutti senza vincitori e vinti, nel momento in cui la storia e la politica italiana sono già cambiate in maniera irreversibile. Paolo Guzzanti

Il 2021 è l’anno dei muri anti migranti. Mauro Indelicato su Inside Over il 21 novembre 2021. Sembrano lontani i tempi in cui dall’Europa si levavano scudi contro i progetti di Donald Trump volti ad innalzare nuovi muri al confine con il Messico. Era il 2016, il rafforzamento della frontiera meridionale degli Stati Uniti per il tycoon newyorkese costituiva un punto di forza della sua campagna elettorale. Ma anche un fattore in grado di attirare critiche dal Vecchio Continente. Ma oggi è proprio in Europa che la strategia dei nuovi muri sembra aver attecchito. Le varie emergenze migratorie degli ultimi anni hanno lasciato il segno. E alla retorica sull’accoglienza sta iniziando a contrapporsi l’esigenza, pratica e reale, di presidiare le frontiere. Non solo in Polonia, teatro dell’ultima crisi migratoria, ma anche in altre parti. Il 2021 può essere considerato l’anno dei muri. Ne sono sorti ben tre e due di questi riguardano i confini esterni dell’Ue.

Il nuovo muro tra Polonia e Bielorussia

Quando i numeri a Varsavia si sono fatti pesanti, il governo ha subito intuito la vera drammaticità del problema. Ossia, che l’aumento di migranti dalla Bielorussia altro non era che un nuovo capitolo dello scontro tra Bruxelles e Minsk. La nuova rotta dell’immigrazione, capace di coinvolgere una Polonia già molto restia alle politiche di accoglienza e tra le promotrici del gruppo di Visegrad, ha avuto le sembianze di uno scontro politico. Per questo l’esecutivo polacco non ha esitato a blindare le frontiere. Nell’immediato ha inviato qualcosa come dodicimila soldati a presidiare le linee più calde del confine. Ma subito dopo ha messo in atto tutte le iniziative necessarie per costruire un vero e proprio muro. L’Europa non ha potuto fare altro che prenderne nota. Timidamente a ottobre il presidente della commissione, Ursula Von Der Leyen, ha dichiarato l’intenzione di Bruxelles di non finanziare la nuova barriera. Ma poche ore dopo il capogruppo del Ppe all’Europarlamento, Manfred Weber, l’ha smentita. Quest’ultimo ha fatto sapere di non porre eventuali obiezioni alla costruzione di un muro tra Polonia e Bielorussia.

Segno di un cambiamento di rotto molto evidente. Davanti alla cosiddetta “guerra ibrida” mandata avanti da Minsk, l’Europa si è rivelata pronta a non ostacolare la formazione di nuove barriere. Per Varsavia un vero e proprio via libera. Pochi giorni fa il ministro dell’Interno polacco Mariusz Kaminsky ha confermato il via libera all’iter per innalzare il nuovo muro. L’opera sarà lunga 180 km e alta 5.5 metri. Entro il 15 dicembre la posa della prima pietra, entro il giugno 2022 i cantieri saranno chiusi. In tal modo, prima della prossima estate, la Polonia spera di avere già funzionante il nuovo muro ed evitare nuovi ricatti dalla Bielorussia. La battaglia politica sulla barriera è destinata a spostarsi sul suo finanziamento. Il costo dell’opera in totale dovrebbe aggirarsi intorno ai 353 milioni di Euro. In soccorso a Varsavia per l’emergenza immigrazione sono in arrivo da Bruxelles 140 milioni di Euro. Ma l’esecutivo comunitario ha vietato alla Polonia di spendere questa cifra per finanziare in parte il muro. I soldi per la barriera cioè devono essere solo polacchi e non dell’Ue. Un modo forse per la commissione europea di rimanere “pulita” con la sua politica anti muri, pur di fatto sostenendo (anche indirettamente) la blindatura del confine.

Il muro in Grecia

La nuova barriera tra Polonia e Bielorussia non è la prima ad essere costruita nel 2021. Già ad agosto a fare discutere è stato un altro muro. Si tratta di quello posto lungo il confine terrestre tra Grecia e Turchia. Anche in questa zona di migranti negli anni scorsi ne sono transitati parecchi. E anche qui più volte sono andati in scena ricatti verso l’Ue. Ankara, quando doveva battere cassa a Bruxelles o voleva ottenere appoggi politici, non ha esitato ad aprire le frontiere. Dal canto suo Atene, pur attirandosi critiche dall’Europa, ha attuato la stessa strategia vista di recente in Polonia. Ossia schierare i militari e presidiare i punti più critici. Successivamente il governo guidato da Kiryakos Mitsotakis ha iniziato a costruire un muro. Prima solo lungo un parte del confine, ad agosto invece sono stati stanziati i fondi per ultimare definitivamente l’opera.

Il 20 agosto il ministro della Difesa greco Nikolaos Panagiotopulos ha visitato i luoghi dove la lunga barriera è pronta ad entrare in funzione: “Dobbiamo assolutamente agire – ha dichiarato il rappresentante dell’esecutivo ellenico ai giornalisti – non possiamo restare a guardare”. In totale, il muro è lungo 40 km ed è dotato anche di filo spinato, posti di guardia e impianti di videosorveglianza. Una vera e propria lingua di cemento e acciaio pronta a ostacolare i futuri tentativi di ingresso irregolare dalla Turchia. I lavori sono andati avanti a tempo di record. L’opinione pubblica ellenica a più riprese si è mostrata favorevole a questa maggiore blindatura dei confini terrestri.

Erdogan blinda i confini con l’Iran

Se la Grecia ha preferito guardarsi dalla Turchia, a sua volta Ankara ha deciso di chiudere le proprie frontiere con Teheran. Da qui passano i migranti provenienti dall’Afghanistan. Non è un caso che di muro con l’Iran si è ricominciato a parlare dall’arrivo dei talebani a Kabul. La presa del potere da parte degli studenti coranici ha scatenato un vero e proprio esodo, con centinaia di migranti in fuga verso occidente. Il territorio iraniano costituisce la via principale per raggiungere prima la Turchia e, da qui, l’Europa. Per questo il presidente Recep Tayyip Erdogan ha avviato la costruzione di una maxi barriera lunga quasi 300 km. Una parte del confine era già presidiata da un muro, ma adesso si sta dando vita alla costruzione di un’imponente opera capace di blindare quasi tutta la frontiera.

Le due emergenze migratorie del 2021, quella cioè bielorussa e afghana, hanno dato grande impulso alla strategia dei muri. Davanti all’avanzare delle due crisi, i governi coinvolti hanno scelto di controllare meglio i confini. Ma di certo quella delle maxi barriere è una tematica sdoganata già da anni. La costruzione in Europa di ben due muri in pochi mesi, ha certificato tra le altre cose il fallimento delle politiche comunitarie in tema di immigrazione. Nessuno si fida più della retorica e delle belle parole. Gli Stati che ricevono ondate di profughi vogliono cautelarsi. Anche a costo di spendere milioni di Euro per potenziare ogni singolo presidio.

Il dramma dei migranti. Confine tra Polonia e Bielorussia, tra lacrimogeni e ipocrisia muore il diritto internazionale. Giulio Cavalli su Il Riformista il 17 Novembre 2021. Per farsi un’idea del dramma che si sta consumando basterebbe ascoltare le parole di Abou Elias, un padre disperato appena arrivato in una delle città di confine polacche per cercare sua figlia Hilda Naaman, una dottoressa di 25 anni che stava arrivando in Europa dalla Siria. «Non può più camminare. Le unghie di mia figlia sono state strappate. I bielorussi sono venuti di notte, picchiandoli con un bastoncino elettrico… dicendo loro di andare in Polonia. I polacchi li hanno accolti solo per riportarli indietro», ha spiegato Abou Elias ai giornalisti della Reuters. Abou Elias è siriano, vive in Svezia ed è arrivato in Polonia perché conosce bene l’orrore e la disperazione di un viaggio migratorio ai confini dell’Europa, che lui stesso ha percorso nel 2014. Racconta di avere sentito la figlia al telefono solo in una manciata di occasioni. La figlia gli avrebbe raccontato che le autorità bielorusse chiedevano ai migranti di pagare 1.000 dollari solo per avere il 20% di carica della batteria di loro telefoni. «Lei è qui, a 40 chilometri di distanza, ci stanno giocando… La Polonia non li fa entrare, e l’altra (Bielorussia) non permette loro di tornare indietro. Non sono persone. Sono mostri, mostri, mostri», spiega tra le lacrime. Ieri sono scoppiati scontri tra i rifugiati bloccati e le guardie di frontiera polacche al confine polacco-bielorusso. Secondo il Ministero della Difesa Nazionale polacco i rifugiati al valico di frontiera di Kuznica che cercavano di entrare in Polonia avrebbero lanciato pietre contro le milizie polacche, che hanno risposto usando cannoni ad acqua e gas lacrimogeni. I cannoni d’acqua e i gas lacrimogeni sono solo un peggioramento delle precarie condizioni delle persone incastrate tra le due frontiere, senza cibo né cure. Il governo polacco ieri ha dichiarato che «il comportamento aggressivo dei migranti è coordinato dai servizi bielorussi e monitorato dai droni. A seguito di un attacco da parte di persone ispirate dalla parte bielorussa, uno dei poliziotti è rimasto gravemente ferito». Ovviamente le affermazioni non sono verificabili visto che l’accesso ai giornalisti continua a essere vietato. Di certo c’è che i bielorussi la scorsa notte hanno cominciato a spostare le persone accampate ancora più vicine al confine polacco che rimane controllato da già di 20mila uomini dell’esercito. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha condannato le azioni delle forze polacche bollandole come «assolutamente inaccettabili», in una conferenza stampa denunciando la violazione di «tutte le norme concepibili del diritto internazionale umanitario e altri accordi della comunità internazionale». Di tutt’altro avviso Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, che ha detto che l’alleanza è «profondamente preoccupata per il modo in cui il regime di Lukashenko sta usando i migranti vulnerabili come tattica ibrida contro altri paesi, e questo sta effettivamente mettendo a rischio la vita dei migranti». Il blocco è sempre lo stesso: la Russia che continua a sostenere Lukashenko mentre la comunità occidentale prende le parti della Polonia. L’Europa intanto ha ufficializzato nel corso della riunione dei ministri degli Esteri dei 27 Stati membri l’estensione del regime di sanzioni nei confronti della Bielorussia anche alle entità che organizzano o contribuiscono ad attività del regime di Aleksander Lukashenko che facilitano l’attraversamento illegale delle frontiere esterne dell’Ue. Il Consiglio UE ha chiarito per bocca del suo Alto rappresentante per gli Affari Esteri, Josep Borrell che «questa decisione riflette la determinazione dell’Unione europea a resistere alla strumentalizzazione dei migranti a fini politici. Stiamo respingendo questa pratica disumana e illegale. Al tempo stesso continuiamo a sottolineare l’inaccettabile repressione in atto da parte del regime contro la propria popolazione e noi risponderemo di conseguenza». Borrel ha anche puntato il dito contro la Russia dicendo di «non conoscere i segreti dei contatti tra Putin e Lukashenko. Ma è evidente che Lukashenko fa quello che fa perché conta sul forte sostegno della Russia. Lukashenko non poteva fare ciò che sta facendo senza un forte sostegno della Russia. Che poi ci sia un nesso con l’aumento delle truppe in Ucraina non posso saperlo». Dura la reazione del presidente bielorusso: «Ci minacciano di sanzioni. Ok, aspettiamo e vediamo. Pensano che io stia scherzando. Che sia una minaccia vuota. Niente del genere. Combatteremo. Abbiamo raggiunto il limite. Non c’è spazio per una ritirata». La Polonia intanto annuncia la costruzione di un muro entro la metà del 2022 mentre i contratti verranno firmati non prima del 15 dicembre. Il costo complessivo sarà di 353 milioni di euro, con i lavori che andranno avanti per 24 ore al giorno – divise in 3 turni – e partiranno prima della fine dell’anno. Il ministro degli Interni polacco Mariusz Kaminsky considera il muro «un investimento assolutamente strategico e prioritario per la sicurezza della nazione e dei suoi cittadini». Sarà lungo ben 180 km e alto 5,5 metri. La difesa dei confini tra l’altro sposta un’enorme mole di denaro. Come racconta Nello Scavo per Avvenire «prima di oggi le imprese hanno beneficiato del budget di 1,7 miliardi di euro del Fondo per le frontiere esterne della Commissione europea (2007-2013) e del Fondo per la sicurezza interna – frontiere (2014-2020) di 2,76 miliardi di euro. Per il nuovo bilancio Ue (2021-2027), la Commissione europea ha stanziato 8,02 miliardi di euro al Fondo per la gestione integrata delle frontiere; 11,27 miliardi di euro a Frontex (di cui 2,2 miliardi di euro saranno utilizzati per acquisire e gestire mezzi aerei, marittimi e terrestri) e almeno 1,9 miliardi di euro di spesa totale (2000-2027) per le sue banche dati di identità e Eurosur (il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere)». E qui, come al solito, esce tutta l’ipocrisia di questa Europa che finge di incastrarsi per poche migliaia di migranti. Quanto costerebbe accogliere quelle poche persone (sarebbero circa 3.500) a differenza di tutti gli armamenti? Perché nessuno fa notare che la quasi totalità dei migranti sul confine polacco sono potenzialmente meritevoli di protezione internazionale visto che provengono tutti da territori di guerra? Perché nessuno ha storto la bocca quando ad agosto 20mila afghani attraversano ogni giorno il confine con il Pakistan? Perché non ci si ricorda che l’85% dei rifugiati risiede ancora nei Paesi d’origine come l’Africa, l’Asia, Medioriente e Sud America? Dove sta il diritto internazionale su quelle persone all’addiaccio che sono diventate semplicemente un alibi per uno scontro economico e politico, carne di propaganda per sovranisti e regimi? La risposta, c’è da scommetterci, non arriverà presto.

Giulio Cavalli. Milano, 26 giugno 1977 è un attore, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e politico italiano.

Cosa sappiamo del muro anti migranti al confine tra Polonia e Bielorussia. Lorenzo Berardi su L'Inkiesta il 17 Novembre 2021. Costerà 350 milioni di euro, sarà lunga 200km e alta quasi sei metri. La costruzione inizierà tra pochi mesi e la lunghezza è stata raddoppiata rispetto ai piani originali. Nel frattempo è appena iniziata la costruzione di un altro muro d’acciaio di 508 chilometri lungo il confine lituano-bielorusso. Un muro lungo circa duecento chilometri e alto fra i cinque e i sei metri, sormontato da bobine di filo spinato. Un muro presidiato giorno e notte, senza sosta, da decine di migliaia di guardie di frontiera armate e monitorato palmo a palmo dall’alto da telecamere termiche e sensori di movimento montati su pali disposti a intervalli regolari. Una barriera insormontabile, per rendere impossibile o suicida qualsiasi futuro tentativo di passaggio di migranti dalla Bielorussia alla Polonia. Lo aveva presentato il 4 novembre il ministro degli Interni polacco Mariusz Kamiñski in una conferenza stampa a Varsavia, con tanto di rendering su come un tratto del futuro muro dovrebbe apparire. Un annuncio passato quasi sotto traccia, scavalcato nei giorni seguenti dalla crisi umanitaria e diplomatica che si sta dipanando in maniera sempre più drammatica lungo la frontiera fra Polonia e Bielorussia. Là dove oggi un muro ancora non c’è, ma esiste già uno sbarramento di filo spinato alto due metri e mezzo presidiato da 20mila uomini fra soldati dell’esercito polacco, guardie di frontiera e unità delle milizie territoriali volontarie istituite nel 2017. Il medesimo filo spinato che in questi giorni centinaia di migranti assiepati lungo la linea di confine dal lato bielorusso hanno tentato più volte di attraversare, tranciandolo o sollevandolo. Tentativi istigati o scatenati dalle insostenibili pressioni nei loro confronti fatte dall’esercito e dalle forze speciali del regime di Alexander Lukashenko. Una situazione che ha portato governo polacco, Unione Europea e Nato a parlare di guerra ibrida scatenata dalla Bielorussia. Una guerra di posizione combattuta lungo la frontiera sulla pelle di migliaia di uomini, donne e bambini afghani, siriani, curdi iracheni e yemeniti arrivati a Minsk con voli charter da Istanbul e dal Medio Oriente. Persone alle quali sedicenti agenzie turistiche bielorusse rilasciano visti d’ingresso, assicurazioni e vuote promesse d’ingresso nell’Unione Europea e che vengono condotte in pullman lungo il confine. Migranti che hanno pagato somme ingenti per questi viaggi e che ora si trovano fra due fuochi, spesso costretti ad accamparsi a ridosso del filo spinato, dalla parte bielorussa del confine. Da un lato persiste il fermo rifiuto del governo di Varsavia ad accoglierli – con tanto di respingimenti forzati per i migranti riusciti a varcare la frontiera e intercettati – dall’altro l’impossibilità di tornare a Minsk e da lì in patria: gli uomini di Lukashenko non glielo consentono. La costruzione del muro frontaliero polacco-bielorusso era stata anticipata il 4 ottobre scorso, durante una seduta del parlamento di Varsavia dallo stesso Kamiñski. «Sarà impenetrabile», aveva assicurato il ministro, aggiungendo che «Ogni tentativo di attraversarlo verrà individuato, con immagini e informazioni inviate istantaneamente alle nostre guardie di frontiera, le quali reagiranno immediatamente». Meno di un mese dopo, il 2 novembre, il presidente della Repubblica Andrzej Duda ha posto la sua firma sul progetto del muro, che in precedenza era stato approvato dalla Camera e dal Senato di Varsavia, nonostante il parere contrario di molti esponenti delle opposizioni. Il fatto che sia passato meno di un mese dal momento in cui la barriera di confine era stata introdotta nell’aula parlamentare a quello della sua approvazione istituzionale definitiva fa capire quanto il governo di Varsavia voglia erigerla in tempi rapidi. Il costo stimato dell’opera è di 1,6 miliardi di zloty, pari a 350 milioni di Euro. Dovrebbero essere sufficienti a coprire la costruzione di questa impenetrabile barriera, che si snoderà lungo la metà dei 418 chilometri della frontiera polacco-bielorussa e la cui costruzione dovrebbe cominciare nel giro di pochi mesi. Va aggiunto che, nel frattempo la lunghezza stessa della barriera anti-migranti polacca lungo il confine bielorusso è stata raddoppiata rispetto alle previsioni iniziali, che ipotizzavano un muro di un centinaio di chilometri. Una volta ultimato, il nuovo muro polacco-bielorusso si andrà ad aggiungere a una lista di recenti o recentissime barriere anti-migranti costruite lungo i confini dell’Unione Europea. La prima nazione dell’Ue a costruire una protezione di questo tipo fu l’Ungheria di Viktor Orbán, che nel 2015 ha eretto 175 chilometri di recinzione ipersorvegliata lungo il proprio confine con la Serbia. In seguito, è stata la volta della Grecia, che nell’agosto di quest’anno ha completato 40 chilometri di muro in un tratto della propria frontiera con la Turchia. Infine, a poche decine di chilometri dal futuro muro polacco-bielorusso è appena iniziata la costruzione di un muro d’acciaio di 508 chilometri lungo il confine lituano-bielorusso. I suoi lavori costeranno 152 milioni di euro, con un costo per chilometro assai inferiore a quello polacco poiché la barriera decisa dal governo di Vilnius sarà alta quattro metri anziché sei, e meno sofisticata. Nuove difese fisiche contro la ’minaccia dei migranti’ che si aggiungono alle imponenti ’barriere di separazione’ presenti sin dal 1993 nelle exclavi spagnole sul continente africano di Ceuta e Melilla, sui cui 20 chilometri complessivi si infrangono da anni le speranze di migliaia di persone intenzionate a entrare nell’Unione Europea. 

Stato d’emergenza a termine

Intanto lungo il confine prosegue lo stato d’emergenza proclamato dal governo polacco il 6 settembre scorso. Inizialmente doveva durare 30 giorni, ma a ottobre è stato esteso per altri 60. Impedisce a giornalisti, Croce Rossa, volontari delle Ong e persino parlamentari polacchi di avere accesso a una fascia larga tre chilometri a ridosso della frontiera con la Bielorussia. Da quasi tre mesi l’accesso a questa zona rossa è presidiato dalla polizia e dalla guardia di frontiera con innumerevoli posti di blocco e consentito solo a personale autorizzato e residenti locali. Una situazione che impedisce al personale medico e sanitario di prestare assistenza lungo il confine, costringendo Ong quali Grupa Granica a chiedere aiuto agli abitanti dei paesini della zona, ma anche a reporter di tutto il mondo di raccontare quanto vi sta accadendo.

Ecco perché quasi tutte le immagini della crisi umanitaria in corso a ridosso della frontiera, sul versante polacco, rilanciate dai media e sui social in questi giorni provengono dai migranti stessi o da fonti del ministero della Difesa di Varsavia. L’accesso al versante bielorusso della frontiera non è invece proibito ai giornalisti, ma vi si trovano soprattutto media vicini al regime di Lukashenko, come Sputnik, che propongono una lettura dei fatti vicina alle posizioni di Minsk e quindi accusatoria nei confronti della Polonia e dell’Ue in generale. Fra le pochissime eccezioni vi sono Bbc, Cnn e il canale Telegram dell’opposizione bielorussa Nexta, la cui sede è a Varsavia. La novità attesa nelle prossime due settimane è che lo stato d’emergenza deciso dal governo polacco non potrà essere esteso una seconda volta. Da inizio dicembre, quindi, l’accesso a giornalisti e personale medico nell’attuale zona rossa dovrebbe essere possibile e proprio in questi giorni l’esecutivo di Varsavia sta lavorando a una bozza per regolamentarlo. I dettagli precisi ancora non si conoscono e la situazione resta dinamica, ma è probabile che alcune delle attuali limitazioni nella zona rossa verranno revocate o perlomeno riviste. In attesa che comincino i lavori per la costruzione del nuovo impenetrabile muro voluto da Varsavia. 

La crisi bielorusso-polacca, non solo colpa di Minsk. Piccole Note il 17 novembre 2021 su Il Giornale. La crisi dei migranti al confine tra Bielorussia e Polonia ha creato le ennesime tensioni Est – Ovest e le ennesime recriminazioni contro Minsk e Mosca. Ciò nonostante riproponga un copione ormai stantio, che altre volte era stato affrontato senza altisonanti proclami ideologici e col pragmatismo del caso (vedi accordo con Erdogan).

Tanti articoli sul tema propongono così la nuova narrativa di Minsk che attenterebbe all’integrità dei confini europei, come se il passato non esistesse.

Migranti o persone?

A mettere sotto una luce diversa, e più realistica, la vicenda, è Kenan Malik sul Guardian, che irride le nuove altisonanti condanne di Minsk da parte dell’Unione europea, spiegando che, certo,  la Bielorussia è retta da un regime autoritario che sta strumentalizzando il flusso dei migranti, ma che a strumentalizzare queste persone è anche la Ue.

La dottrina di Bruxelles sui flussi migratori fa dei migranti non più uomini che hanno un cuore e pensano, ma minacce da tenere lontane in tutti i modi dai propri confini.

Così sul confine tra Croazia e Bosnia-Erzegovina uomini della sicurezza da tempo scacciano i migranti usando violenza; e così “le unità d’élite della guardia costiera greca, vestiti di nero, il volto nascosto da passamontagna e senza segni di identità, sequestrano regolarmente migranti, li mettono su zattere di salvataggio arancioni, fornite dall’UE, li spingono in mare verso la Turchia e li abbandonano al loro destino”.

L’accordo con l’Africa

Ma la dottrina sui migranti della Ue ha orizzonti più grandi. Così ai Paesi africani del Mediterraneo, da quelli democratici ai più dittatoriali (vedi alla voce Sudan) Bruxelles ha chiesto di fermare in tutti i modi i migranti, cacciandoli e rinchiudendoli in campi di concentramento, nei quali subiscono soprusi e violenze di ogni genere. Così in Sudan, dove a cacciarli sono le feroci milizie Janjaweed, così in Libia, le cui prigioni traboccano di detenuti che hanno osato sognare l’Europa.

“Per mantenere la Fortezza Europa, l’UE ha finanziato un’enorme settore industriale rivolto al rapimento e alla detenzione [dei migranti] in tutta l’Africa, dall’Atlantico al Mar Rosso, dal Mediterraneo fino al di là del Sahara”, scrive Malik.

“La UE da tempo strumentalizza le persone utilizzando gli aiuti come arma per far rispettare le sue politiche migratorie – aggiunge -. I paesi che accettano di fermare quanti vogliono entrare in Europa ricevono denaro. Coloro che si rifiutano perdono i finanziamenti”.

Le colpe dei polacchi

Non solo, la Ue ha condannato Lukaschenko per aver portato i migranti ai confini polacchi, imponendo addirittura sanzioni, ma ha omesso di sanzionare la Polonia per quanto avvenuto.

“Per quanto odiose siano le azioni di Lukashenko – scrive Malik -, il disastro umanitario al confine non è semplicemente il risultato delle azioni di una nazione. Anche le forze polacche hanno intrappolato i migranti. Varsavia ha imposto lo stato di emergenza , negando ai migranti cibo, acqua o assistenza medica e negando l’accesso ai giornalisti”.

“Nuove leggi consentono alla polizia di ignorare le richieste di asilo. Ufficialmente, otto persone sono morte a temperature sotto lo zero [contro le quali le guardie polacche hanno infierito anche con i cannoni ad acqua ndr…]; ma la cifra reale è probabilmente molto più alta”.

D’altronde Bruxelles non può sanzionare la Polonia perché “incidenti” simili sono avvenuti in Spagna, in Francia e altrove.

La destabilizzazione permanente

Non siamo irenici, e non pensiamo che la soluzione ai flussi migratori stia tutta nell’accoglienza dei milioni di esuli che bussano alle porte della Ue. E sappiamo bene quanti benefattori dell’umanità, incensati come tali sui media mainstream, lucrano su questa tragedia.

Ma sappiamo anche quanto sia non solo odioso e inaccettabile, ma anche pericoloso rinunciare alle ragioni umanitarie, non solo per quanti ne fanno le spese ai confini e dentro la Ue, ma per gli stessi cittadini europei, nei confronti dei quali, in determinate circostanze, cioè in caso di criticità del sistema, verranno adottati gli stessi criteri anche se con metodologie diverse.

Insomma, la questione migranti è complessa, e la crisi polacco-bielorussa è solo un aspetto, peraltro minimale, di una vicenda ben più ampia, che va risolta anzitutto eliminando, o quantomeno contendendo, i fattori di destabilizzazione dei Paesi mediterranei e africani, che per lo più sono posti dagli interessi dei Paesi occidentali.

Basti pensare al nascosto genocidio congolese, che registra da decenni, nelle sue regioni orientali, una lotta continua alimentata dall’esterno. Un genocidio che consente alle potenti BIg Tech di accedere al coltan, materia prima indispensabile a telefoni e computer, a prezzi più che ridotti.

La Polonia e la crisi con la Ue

Comunque al di là delle condanne altisonanti, i leader europei sono impegnati a trattare con Mosca, alla quale è stato chiesto di mediare con Minsk (di ieri la telefonata tra Macron e lo zar), e si spera che la questione sia risolta a breve.

A margine si può notare come tale crisi sia caduta come una manna per il governo polacco. Prima che scoppiasse, infatti, Varsavia aveva dato vita a un braccio di ferro con Bruxelles reclamando la superiorità delle leggi nazionali su quelle della Ue.

Un braccio di ferro che rischiava di travolgere il governo, che ora, invece, vede i suoi ex antagonisti impegnati a difendere le proprie ragioni contro quelle della Bielorussia.

Non che il contenzioso con la Ue sia svaporato, ma il tempo potrebbe  favorire quel compromesso inizialmente rigettato da entrambe le parti. E la crisi dei migranti, mettendo in stallo la controversia, ha offerto a Varsavia e alla Ue tempo prezioso.

La Polonia costruirà un muro al confine con la Bielorussia.

(ANSA-AFP il 16 novembre 2021) - La Polonia inizierà a costruire un muro al confine con la Bielorussia a dicembre. Lo annuncia il governo di Varsavia nel pieno della crisi migranti con Minsk. L'azione che sarà messa in campo attraverso la costruzione di una barriera al confine con la Bielorussia "è un investimento assolutamente strategico e prioritario per la sicurezza della nazione e dei suoi cittadini", ha detto il ministro dell'Interno di Varsavia Mariusz Kaminski. 

Bielorussia: telefonata tra Lukashenko e Merkel

(ANSA-AFP il 16 novembre 2021) - Il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko ha avuto un colloquio telefonico con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Lo riferisce l'agenzia di stato bielorussa. Al centro della telefonata, durata cinquanta minuti, la crisi dei migranti al confine con la Polonia.

Bielorussia: via libera Ue a estensione regime sanzioni.

(ANSA il 16 novembre 2021) - Via libera del Consiglio Ue all'estensione del regime delle sanzioni nei confronti della Bielorussia. La decisione, presa nella riunione dei ministri degli Esteri Ue, permette a Bruxelles di colpire individui ed entità che organizzano o contribuiscono ad attività del regime di Lukashenko che facilitano l'attraversamento illegale delle frontiere esterne dell'Ue. "Questa decisione riflette la determinazione dell'Unione europea a resistere alla strumentalizzazione dei migranti a fini politici. Stiamo respingendo questa pratica disumana e illegale. Al tempo stesso continuiamo a sottolineare l'inaccettabile repressione in atto da parte del regime contro la propria popolazione e noi risponderemo di conseguenza", ha detto l'Altro Rappresentante Ue per gli Affari Estyeri Josep Borrell.

Confine tra Bielorussia e Polonia, al via i lavori per il muro “anti-migranti”. Redazione su Il Riformista il 16 Novembre 2021. La Polonia inizierà a costruire un muro al confine con la Bielorussia a dicembre. Lo annuncia il governo di Varsavia nel pieno della crisi migranti con Minsk. I lavori dovrebbero essere completati nella prima metà del prossimo anno, ha comunicato ieri il ministero degli Interni polacco in una nota. Il ministero ha fatto sapere che i contratti saranno firmati entro il 15 dicembre e che i lavori sul confine inizieranno nel corso del mese, andando avanti 24 ore al giorno su tre turni. La barriera ha un costo stimato di 353 milioni di euro e si prevede che si estenderà per 180 chilometri, circa la metà della lunghezza totale del confine tra Polonia e Bielorussia. Il mese scorso il Parlamento aveva dato il suo via libera alla costruzione della barriera. Per il ministro dell’Interno di Varsavia, Mariusz Kaminski, la costruzione del muro alla frontiera con la Bielorussia «è un investimento assolutamente strategico e prioritario per la sicurezza della nazione e dei suoi cittadini». E sempre ieri il Consiglio Ue ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di sanzioni contro Minsk, una «decisione che riflette la determinazione dell’Unione europea a resistere alla strumentalizzazione dei migranti a fini politici. Stiamo respingendo questa pratica disumana e illegale. Al tempo stesso continuiamo a sottolineare l’inaccettabile repressione in atto da parte del regime contro la propria popolazione e noi risponderemo di conseguenza», ha dichiarato l’Alto Rappresentante Ue per gli Affari Esteri Josep Borrell. Sul dramma dei profughi è intervenuto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «È sconcertante quanto avviene in più luoghi ai confini dell’Unione», ha detto ieri il Capo dello Stato in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Siena. «È sorprendente il divario tra i grandi principi proclamati e il non tenere conto della fame e del freddo cui sono esposti esseri umani ai confini dell’Unione».

L’Europa riscopre i muri ai confini: “Dibattito aperto”. Lorenzo Vita su Inside Over il 10 novembre 2021. I muri ai confini non sembrano essere più un tabù nemmeno in Europa. Lo conferma il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che a Berlino, durante un incontro organizzato dalla Konrad Adenauer Foundation, ha detto che in Ue è stato aperto “il dibattito sul finanziamento da parte dell’Ue dell’infrastruttura fisica delle frontiere”. Non solo, come riportano le agenzie, Michel ha anche concluso che il problema “deve essere risolto rapidamente perché i confini polacchi e baltici sono confini dell’Ue. Uno per tutti e tutti per uno”. Le parole di Michel, se non aprono definitivamente ai muri europei, di certo rappresentano delle vere e proprie picconate – per rimanere in tema – a una certa narrazione che per anni ha condannato qualsiasi tipo di chiusura dei confini. Curioso anche che come data scelta per questo discorso venga designata quella dell’anniversario della caduta del Muro per antonomasia, quello di Berlino, che per decenni ha ferito la capitale tedesca. Data simbolica per l’integrazione tedesca ma anche per quella europea, che proprio dalla Germania ha trovato la sua linfa vitale e la sua locomotiva politica. Curioso anche che il luogo di questa dichiarazione sia proprio la città tedesca che ha subito l’esistenza di una barriera al suo interno. Ma se le coincidenze di certo non giocano a favore di Michel, certamente è interessante che il presidente del Consiglio europeo cambi idee sul punto. E anzi, forse proprio la scelta di Berlino ci aiuta a capire cosa si nasconda dietro questa novità del panorama europeo. Perché è chiaro che qualcosa deve essere cambiato rispetto agli anni in cui all’esodo dal Mediterraneo e dalla rotta balcanica veniva risposto con frontiere aperte, accoglienza indiscriminata e condanna nei confronti dei Paesi che innalzavano barriere di filo spinato. Che cosa è cambiato? Come si può passare nell’arco di pochissimi mesi, se non settimane, dall’Europa dei confini che spariscono e delle porte aperte, a quella della chiusura delle frontiere addirittura paventando il finanziamento da parte di Bruxelles di barriere fisiche? “Stiamo affrontando un attacco brutale e ibrido ai nostri confini dell’Ue” ribadisce Michel, quasi a giustificarsi di fronte a questa mossa sorprendente. Ma la verità è che dietro questo cambiamento di prospettiva ci sono esigenze molto più pragmatiche e non meno importanti di una crisi di rifugiati che, come spiegato da Matteo Villa, responsabile del Programma migrazioni dell’Ispi, ad Adnkronos, è stato “ingigantito” proprio dalle autorità polacche. Per capire il problema bisogna innanzitutto capire che per l’Europa adesso è importante risolvere la crisi al confine tra Polonia e Bielorussia per evitare un pericoloso effetto-domino in un un’area, quella di Visegrad, già densa di insidie per l’impalcatura Ue. Il confine orientale è debole e le spine nel fianco sono molte, la Polonia serve all’Ue per blindare quel sistema e ricomporre le varie fratture sorte sullo stato di diritto e sui fondi europei. Aprire ai muri significa mostrare a Varsavia un canale di dialogo per superare le divisioni e provare a discutere su altri punti che stanno a cuore all’agenda di Bruxelles. Dall’altro lato, il fatto che Michel abbia parlato di muri a Berlino è simbolico. Perché è proprio la Germania a essere il primo Paese interessato a qualsiasi eventuale flusso di migranti. Nessuna rotta migratoria proveniente dalle frontiere orientali dell’Ue si ferma negli Stati di primo approdo, ma tutti cercano di raggiungere il cuore industriale ed economico: il territorio tedesco. Per Berlino, che si trova a dover gestire anche la nascita di un governo complesso come quello della “coalizione semaforo”, è utile avere la garanzia che la Polonia sia una barriera a eventuali flussi migratori. E serve che l’Europa non si metta di traverso anche per escludere che da Varsavia continuino a soffiare venti di frattura con l’Ue che non aiutano né la politica tedesca né la sua industria. Che la Germania sia ben contenta di questo rafforzamento delle frontiere polacche (e di ricomporre soprattutto il dissidio tra Varsavia e Bruxelles) lo dimostrano anche le parole al miele di Horst Seehofer, ministro dell’Interno in quota Csu, che ha detto anzi che Germania e Polonia “non possono farcela da sole”. Dichiarazioni che stonano abbastanza con la narrativa promossa anche dalla (quasi ex) cancelliera Angela Merkel, ma che confermano come il vento, anche a Berlino, stia cambiando. L’interesse ora è evitare crisi migratorie, anche se queste appaiono, come dicono gli esperti, ingigantite cavalcate per altri fini. Per colpire Lukashenko? Vladimir Putin? Per blindare i rapporti tra Polonia e Unione europea? Difficile dire quale sia l’interesse prevalente. Di certo è curioso che su questo fronte si parli di “guerra ibrida” mentre per altri è solo un flusso migratorio dovuto alla disperazione.

L'unione Europea pensa ad altre sanzioni. Cosa sta succedendo al confine tra Bielorussia e Polonia: perché migliaia di migranti sono stati bloccati. Elena Del Mastro su Il Riformista il 9 Novembre 2021. Reti e filo spinato separano il confine tra Polonia e Bielorussia in una “guerra” sulle spalle dei migranti. “Vogliamo andare in Germania” gridano i migranti per lo più africani che dalla Bielorussia cercano di entrare in Polonia per poi arrivare all’agognata meta. Ma per riuscirci devono superare quella barriera e la colonna di militari polacchi che li respingono. Una guerra sulle spalle dei migranti perché in realtà è una partita politica tra le nazioni europee, Bieloruissia e Polonia. L’accusa al regime di Minsk è quella di aver strumentalizzato i migranti, dopo che sono circolati video che mostrano i soldati bielorussi scortare un migliaio di profughi con famiglie e bambini, la maggior parte delle quali provenienti dal Medio Oriente, nella foresta che delimita la regione polacca della Podlaskie. I soldati di Varsavia li hanno respinti con forza con lacrimogeni e manganelli. In alcuni filmati si sentono anche i colpi di arma da fuoco. “Ho pagato 20 mila euro ad un’agenzia di viaggi”, racconta una donna curda irachena al Guardian . “Sappiamo di essere strumentalizzati da Lukashenko, ma non abbiamo futuro”, ha dichiarato Ahmed alla Bbc. Minsk ha spedito le accuse al mittente negando qualsiasi coinvolgimento del governo nella faccenda e puntando invece il dito contro Varsavia denunciandone l’”un atteggiamento disumano e indifferenza nei confronti dei rifugiati”, con lo schieramento di 12mila uomini al confine. Stessa strategia stanno valutando in Lituania, mentre nei quartieri generali della Nato si dicono “preoccupati”. Questa mattina è intervenuto il premier polacco Mateusz Morawiecki: la crisi dei migranti al confine bielorusso minaccia “la stabilità e la sicurezza dell’intera Ue”, ha scritto il premier via Twitter. “Sigillare il confine è nel nostro interesse nazionale. Ma oggi sono in gioco la stabilità e la sicurezza dell’intera Ue”. La Germania rivolge un appello alla Ue. “La Polonia o la Germania non possono gestire questa crisi da sole”, ha detto al quotidiano Bild il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer. “Dobbiamo aiutare il governo polacco a proteggere la sua frontiera esterna. Questo sarebbe compito della Commissione europea, faccio appello perché agisca”. Qualche settimana fa Varsavia aveva chiesto di sostenere i costi della costruzione di un muro per dividere i due confini. Richiesta respinta. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, parla di strumentalizzazione inaccettabile mentre la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, fa “appello agli Stati membri per estendere il regime di sanzioni nei confronti del regime bielorusso per questo attacco ibrido”. E annuncia una “lista nera per le compagnie aeree di Paesi terzi attive nella tratta di esseri umani”, il tutto dopo aver parlato con i primi ministri di Polonia, Lituania e Lettonia.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Polonia, forze bielorusse sparano in aria per creare caos. (ANSAil 9 novembre 2021) - Le forze di sicurezza bielorusse hanno "sparato colpi in aria, simulando situazioni pericolose" per destabilizzare ancora di più la situazione al confine con la Polonia. Lo ha detto il portavoce dei servizi speciali di Varsavia, Stanislaw Zaryn. "Sappiamo anche - ha aggiunto - che le autorità della Bielorussia stanno aiutando i migranti a distruggere le barriere al confine. Li vediamo portare loro gli strumenti per tagliare i cavi, per distruggere la recinzione". Media vicini al governo di Minsk, citati dalla tedesca Welt, riferiscono invece a loro volta di spari da parte polacca, ma non ci sono conferme. La Bielorussia mette in guarda la Polonia contro ogni "provocazione" al confine tra i due Paesi, dove si ammassano migliaia di migranti nella speranza di entrare in Ue. "Vogliamo anticipatamente mettere in guardia la parte polacca contro l'utilizzo di qualsiasi provocazione" contro la Bielorussia "per giustificare eventuali azioni bellicose illegali" contro i migranti. Lo comunica una nota del ministero degli Esteri di Minsk. "La nostra priorità più urgente" è chiudere i rubinetti degli arrivi di migranti "all'aeroporto di Minsk". Lo scrive la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, su Twitter. "Mentre intensifichiamo i contatti con i Paesi partner, continuerò a dare priorità alla protezione dell'integrità delle nostre frontiere esterne", aggiunge Johansson. Il regime di Lukashenko organizza voli di richiedenti asilo per attacchi ibridi alle frontiere dell'Unione europea, in Polonia, Lituania e Lettonia, come ritorsione contro le sanzioni dell'Unione europea. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha parlato col presidente polacco Andrzej Duda della "grave situazione" alla frontiera della Polonia. Lo rende noto lo stesso Stoltenberg su Twitter. "L'uso dei migranti da parte della Bielorussia come tattica ibrida è inaccettabile. La Nato è solidale con la Polonia e tutti gli alleati nella regione", aggiunge il segretario generale. Con la 'Enhanced forward presence' (presenza rafforzata avanzata), la Nato ha - già da anni - quattro battaglioni multinazionali nella regione Est dell'Alleanza, in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, (missioni stabilite dopo l'annessione della Crimea per un totale di oltre 4.600 unità), guidati rispettivamente da Regno Unito, Canada, Germania e Stati Uniti. Si legge sul sito della Nato. In particolare, in Lettonia l'Italia ha una truppa di 200 unità. "La loro presenza - viene evidenziato - chiarisce che un attacco a un alleato sarà considerato un attacco all'intera Alleanza". Fonti Nato spiegano che per il momento prosegue il monitoraggio della situazione alle frontiere con la Bielorussia e le consultazioni con gli alleati. Viene inoltre evidenziato che la riunione ministeriale Esteri, che si terrà a Riga, dal 30 al primo dicembre, era già stata fissata in Lettonia, prima della crisi col regime di Minsk. "Certo, la situazione è tesa e allarmante. Richiede una condotta molto responsabile da tutte le parti interessate". Lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, parlando della situazione alla frontiera tra Bielorussia e Polonia. Lo riporta l'agenzia Interfax.

(ANSA-AFP il 9 novembre 2021) - Sono circa 4.000 i migranti vicino a Kuznica, nei pressi del confine della Bielorussia con la Polonia, secondo i servizi speciali polacchi. "Ma secondo le nostre stime, potrebbero esserci tra i 12.000 e i 15.000 migranti in territorio bielorusso", ha dichiarato alla radio polacca Stanislaw Zaryn, portavoce dei servizi speciali di Varsavia. Il ministero della Difesa bielorusso ha respinto oggi le accuse di Varsavia secondo cui Minsk sta coordinando l'ondata di migranti che tentano di attraversare la vicina Polonia. "Il ministero della Difesa bielorusso ritiene infondate e non comprovate le accuse da parte polacca", si legge in un comunicato che accusa la Polonia di aumentare la tensione "deliberatamente". La Germania esorta l'Unione europea ad "agire" e ad aiutare a fermare il flusso di migranti che attraversano illegalmente la Polonia dalla Bielorussia. "La Polonia o la Germania non possono farcela da sole", ha detto al quotidiano Bild il ministro degli Interni ad interim Horst Seehofer. "Dobbiamo aiutare il governo polacco a proteggere il loro confine esterno. Questo sarebbe effettivamente il compito della Commissione europea. Ora li invito ad agire", ha detto. Nell'intervista alla Bild Seehofer ha detto di sostenere la decisione della Polonia di costruire un muro di confine. "Non possiamo criticarli... per aver protetto i confini esterni dell'Ue". "Non attraverso l'uso di armi da fuoco ovviamente, ma con altri mezzi che sono disponibili", ha aggiunto. La situazione, già molto tesa tra Minsk e Bruxelles è peggiorata dopo che sono circolate le immagini di centinaia di profughi in marcia verso la frontiera polacca. Varsavia ha respinto il loro ingresso e si è detta pronta a difendere i propri confini, mentre la Commissione Ue ha chiesto ai 27 di colpire il regime di Lukashenko con un nuovo giro di sanzioni. La Polonia quest'anno ha registrato oltre 23mila ingressi illegali di migranti da est, di cui quasi la metà a ottobre. Un segnale che la Bielorussia sta aumentato la pressione sull'Europa, come rappresaglia alle sanzioni.

Micol Flammini per “il Foglio” il 9 novembre 2021. Nella città polacca di Kuznica, al confine con la Bielorussia, gli elicotteri volano bassissimi, ai bambini è stato detto di non andare a scuola e le strade sono piene di polizia. Il ministro della Difesa polacco, Mariusz Blaszczak, ha aumentato il numero dei soldati lungo la frontiera a dodicimila dopo che per tutto il fine settimana arrivavano segnalazioni di lunghe code di migranti condotte da Minsk fino al confine. Le notizie  dalla frontiera non sono molte, dalle immagini sembra una guerra, ma tutto è filtrato dalla macchina della propaganda di Aljaksandr Lukashenka, il dittatore bielorusso che da mesi organizza il traffico di migranti dal medio oriente all’Ue, e dalle notizie riportate dal governo polacco che di fatto ha reso quel lembo di terra non raccontabile: ha indetto lo stato di emergenza, giornalisti e ong non possono avvicinarsi e ha anche rifiutato l’aiuto dell’Ue, pronta a sostenere Varsavia con Frontex. In questa guerra d’informazione in cui le vittime sono le persone lasciate nella terra di nessuno fuori dall’Ue, Lukashenka racconta di aver invaso la Polonia e il governo polacco racconta di doversi difendere. I migranti aumentano di giorno in giorno, in un altro video diffuso dalla polizia polacca si sente una voce registrata che arriva dalla Polonia e che dice che è vietato sfondare il filo spinato. Dall’altra parte del filo spinato, i migranti usano alberi, pietre e anche forbici – probabilmente fornite dagli uomini di Lukashenka – per creare un varco. I soldati polacchi usano sempre più spesso gas lacrimogeni. I voli dal medio oriente a Minsk sono aumentati, sono più di quaranta a settimana, arrivano circa mille persone al giorno e partono da Istanbul, da Damasco, da Dubai. I migranti vengono portati a Minsk dove non entrano neppure in una struttura di accoglienza, vengono lasciati per strada, alcuni giornalisti del posto raccontano che non gli è permesso prendere la metro o  entrare nei centri commerciali. Da Minsk vengono poi condotti verso il confine, spesso a bordo di furgoni, ma lunedì, dalle immagini diffuse dal governo polacco, si vedeva una grande carovana a piedi. Quando i migranti arrivano davanti al filo spinato non possono andare né avanti né indietro, i soldati bielorussi li spingono verso la barriera, spesso ferendoli. La situazione è di grande preoccupazione per tutti gli europei, in modo particolare per la Germania. Il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer ha proposto di mandare rinforzi, ma il governo polacco ha declinato l’offerta. Secondo Minsk alla frontiera con Kuznica, un comune di poco più di quattromila abitanti dove di questi tempi la temperatura la notte scende sotto lo zero, sono accampate circa duemila persone. Secondo informazioni di intelligence riportate dal giornale bielorusso Reform, quella di oggi è stata soltanto una prova generale: Lukashenka sta preparando un’azione ancora più grande per i prossimi giorni.

Visti turistici e voli speciali: la rete di Minsk per ingannare i profughi. Fabio Tonacci La Repubblica il 9 novembre 2021. Partiti con la speranza di una via verso l’Europa, si trovano ostaggio di un ricatto politico: già 8 i morti. Gli ingannati sono finiti a crepare di freddo davanti al filo spinato polacco, dopo aver seguito una rotta artificiale creata a tavolino. Si sono fidati delle agenzie di viaggio, ma è stata una grande bugia. Di più. Una trappola umanitaria, di cui è accusato Aleksandr Lukashenko, l'ultimo dittatore d'Europa.

MARCO BRESOLIN per la Stampa il 10 novembre 2021. Stop ai voli delle compagnie aeree che trasportano i migranti dai Paesi africani e dal Medio Oriente verso Minsk. Se necessario, anche con sanzioni economiche che potrebbero persino arrivare al divieto di sorvolare lo spazio aereo europeo per una ventina di compagnie. Mentre la situazione al confine tra la Polonia e la Bielorussia si fa sempre più calda - con circa duemila persone bloccate alla frontiera dietro il filo spinato e Varsavia che parla apertamente di «rischio di conflitto armato» - l'Unione europea sta preparando un pacchetto di misure per isolare e punire il regime di Alexsandr Lukashenko che rilancia: «Non ci inginocchieremo davanti alla Ue». L'accusa di Bruxelles è chiara: la Bielorussia sta organizzando un traffico di esseri umani con «un atteggiamento da gangster». Ylva Johansson, commissaria Ue agli Affari Interni, descrive così il modus operandi: «C'è un regime disperato che invita i migranti ad andare nel loro Paese dicendo che è un modo facile per entrare nell'Ue. Queste persone pagano un'ingente somma di denaro (la stima è di circa 14 mila dollari per il «pacchetto completo»), vengono portate a Minsk, stanno lì in albergo per diverso tempo e poi viene facilitato il loro spostamento verso i confini con persone in abbigliamento militare che infine li spingono ad attraversare la frontiera in modo aggressivo». Il governo polacco avrebbe dimostrato con alcuni documenti il coinvolgimento delle autorità bielorusse, ma il ministero della Difesa di Minsk ha convocato l'addetto militare dell'ambasciata polacca per denunciare l'infondatezza delle accuse e ha invitato Varsavia «a evitare ogni provocazione per giustificare eventuali azioni bellicose illegali». L'Ue però crede alla versione polacca, tanto che ieri ha sospeso lo schema di facilitazione dei visti per i funzionari del regime di Minsk e oggi porterà avanti il lavoro per ulteriori sanzioni. Il pacchetto di misure sarà presentato agli ambasciatori dei 27 e potrebbe arrivare sul tavolo dei ministri degli Esteri già lunedì. Bruxelles vuole impedire a tutte le compagnie, anche a quelle europee, di fare affari con Belavia, per esempio bloccando la cessione di aerei in leasing. Nel frattempo è stato avviato un monitoraggio dei voli di alcune compagnie da Paesi come Marocco, Siria, Qatar, Sudafrica, Tunisia, Algeria, Libia, ma anche Russia. La diplomazia europea è al lavoro per convincere questi Paesi a bloccare i voli, diversamente scatteranno le sanzioni. Sulla blacklist potrebbero finire compagnie come Turkish Airlines e FlyDubai, oltre che alcuni tour operator. Un portavoce della Commissione ha parlato apertamente di un possibile coinvolgimento russo («È tra i Paesi che stiamo osservando con molta attenzione»), Varsavia è diretta: c'è la regia di Putin. Mosca si è subito schierata con Minsk. Ieri c'è stata una telefonata tra Vladimir Putin e Alexsandr Lukashenko, mentre il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha addirittura chiesto all'Ue di aiutare la Bielorussia con un sostegno economico come è stato fatto con la Turchia. Una dinamica che preoccupa la Nato, «pronta a fornire ulteriore assistenza agli alleati per mantenere la sicurezza nella regione». L'Ue è schierata al fianco di Varsavia, anche se l'atteggiamento del governo guidato da Mateusz Morawiecki desta sospetti. La Polonia da un lato chiede aiuto - per esempio con la richiesta di fondi per costruire la barriera ai confini -, ma dall'altro non fa avvicinare nessuno al proprio confine. Per esempio non ha accettato l'invio degli uomini di Frontex e non ha nemmeno richiesto il sostegno della protezione civile per i migranti che la Commissione è pronta a fornire. È anche questa opacità a far dubitare a Frontex sui numeri degli ingressi irregolari in Europa da Est forniti da Varsavia. Secondo la Polonia sarebbero oltre 23mila. Per sottolineare la gravità della situazione, il premier Morawiecki è andato a visitare le truppe al confine: «Chiudere il confine polacco è nostro interesse nazionale. Ma oggi è in gioco la stabilità e la sicurezza di tutta la Ue». Oggi intanto a Varsavia arriverà il presidente del Consiglio Ue Charles Michel per un incontro con la leadership polacca.

Recinzioni sfondate e migranti in fuga: caos al confine polacco. Federico Giuliani il 10 Novembre 2021 su Il Giornale. Un gruppo di migranti ha attraversato la frontiera che divide Polonia e Bielorussia dopo aver rotto le recinzioni nei pressi delle località polacche di Krynki e Bialowieza. Oltre 50 migranti sono stati arrestati dalla Polonia per aver attraversato il confine che separa il Paese dalla Bielorussia. È stata una notte convulsa nella periferia dell'Europa, dove da giorni si sta combattendo un braccio di ferro indiretto tra Minsk e Bruxelles. Tra accuse reciproche e scintille sempre più pericolose, lo scenario sta diventando preoccupante.

Una situazione incandescente

Decine e decine di persone (seceondo alcune fonti sarebbero quasi 200) hanno attraversato la frontiera che divide Polonia e Bielorussia, dopo aver rotto le recinzioni nei pressi delle località polacche di Krynki e Bialowieza. Un portavoce delle guardie di frontiera ha spiegato che i migranti hanno abbattuto le barriere e ci sono stati momenti di violenza. Alcuni di loro sono stati intercettati e fatti rientrare in territorio bielorusso, mentre altri sono riusciti a fuggire.

Nel frattempo, la Bielorussia ha puntato il dito contro le forze polacche, ree di aver picchiato i migranti, nello specifico quattro persone di etnia curda intente ad entrare in Unione europea. I quattro "sono stati arrestati in Polonia dove avevano cercato di chiedere protezione e status di rifugiato", ha dichiarato in una nota il servizio delle guardie di frontiera bielorusse, diffondendo immagini che mostrano quattro uomini, alcuni con vestiti insanguinati e uno con tagli sulle mani, che si coprivano il viso.

"A giudicare dalle numerose ferite sui corpi dei migranti, le forze di sicurezza polacche hanno maltrattato le persone e, usando la forza, le hanno spinte oltre una recinzione di filo spinato al confine con la Bielorussia", si legge nella nota. Varsavia ha criticato Minsk per aver strumentalizzato l'episodio e l'intera vicenda.

Accuse reciproche

In tutto questo non poteva mancare la reazione della Russia. Mosca, per bocca del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, si è detta "molto preoccupata" per la situazione dei migranti al confine tra Bielorussia e Polonia. "La situazione resta estremamente tesa, inoltre, le tensioni stanno crescendo. Siamo molto preoccupati. Comprendiamo la complessità della situazione, ma qui, ovviamente, crediamo che il problema de facto sia con le persone. Diverse migliaia di profughi non vogliono rimanere in Bielorussia e richiedono asilo nei Paesi europei", ha detto Peskov.

Che cosa c'entra la Russia? Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki aveva accusato Mosca di avere responsabilità nella crisi e dichiarato che i migranti lungo il confine polacco non erano altro che parte di un attacco ibrido attuato dalla Bielorussia, protetta da Vladimir Putin. "Una dichiarazione completamente irresponsabile e inaccettabile", ha chiosato Peskov. Dal canto suo Putin ha discusso al telefono della situazione dei migranti con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Come riferisce il servizio stampa del Cremlino, la conversazione si è svolta su iniziativa tedesca. Il presidente russo ha suggerito di avviare una discussione sulla crisi dei migranti attraverso contatti diretti tra rappresentanti di Minsk e degli Stati dell'Unione europea coinvolti nella questione, condividendo con Merkel la preoccupazione per le conseguenze umanitarie della crisi migratoria.

La risposta dell'Ue

Nel frattempo, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha incontrato stamane a Varsavia Morawiecki. "Usare migranti vulnerabili come parte di un attacco ibrido va al di là del disprezzo. L'Ue non accetterà alcun tentativo di strumentalizzare i migranti", ha dichiarato ieri Michel su Twitter, esprimendo "piena solidarietà" ai Paesi membri dell'Ue. "Sono venuto per esprimere la solidarietà dell'intera Ue nei confronti della Polonia", ha quindi dichiarato lo stesso Michel una volta arrivato in terra polacca. Quello scatenato al confine con la Bielorussia è "un attacco ibrido brutale e improvviso. Bisogna agire in modo deciso, sulla base dei nostri valori comuni".

Intanto, lungo il confine tra Polonia e Bielorussia ci sono 15mila soldati dell'esercito polacco. "Il numero è stato aumentato e naturalmente, può essere aumentato ancora di più se necessario", ha fatto sapere Morawiecki. Il portavoce del governo, Piotr Muller, ha detto al portale wp.pl che la possibile chiusura totale del confine con la Bielorussia è uno degli scenari presi in considerazione. "Stiamo inviando informazioni al regime bielorusso che questo è possibile se non fermano le loro iniziative", ha detto a proposito dell'uso strumentale da parte di Minsk dei migranti alla frontiera", ha precisato Muller.

Allo stesso tempo, due bombardieri a lungo raggio russi Tu-22M3 hanno sorvolato la Bielorussia nel quadro di una esercitazione con le forze bielorusse, per controllare le forze di difesa aerea dell'Unione fra i due Paesi. Lo ha reso noto il Ministero della Difesa russo: "Durante il volo, gli aerei hanno testato l'interoperabilità con le postazioni di comando a terra della Russia e della Bielorussia". L'esercitazione si è svolta sotto il comando delle forze aeree bielorusse.

Federico Giuliani è nato a Pescia (Pistoia) nel 1992. Si è laureato in Comunicazione, Media e Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze. Si è poi specializzato in Strategie della Comunicazione Pubblica e Politica con una tesi sul sistema politico della Corea del Nord, Paese che ha visitato nel 2017. È iscritto all'Albo dei Giornalisti Pubblicisti dal 2015. L'Asia è il suo campo di ricerca. Dall'agosto 2018 si occupa regolarmente di vicende asiatiche per ilGiornale.it e InsideOver. Ha scritto due libri: Corea del Nord. Viaggio nel paese-bunker (Polistampa, 2018) e La Rivoluzione Ignota. Dentro la Corea del Nord. Socialismo, progresso e modernità (2019, La Vela). 

Come funziona la rotta bielorussa dell’immigrazione. Mauro Indelicato su Inside Over il 10 novembre 2021. Se si va a guardare il tabellone dell’aeroporto di Minsk, alle 11:10 ogni giorno è previsto l’atterraggio di un volo da Damasco della compagnia aerea siriana Cham Wings. Fino a qualche settimana fa nella lista delle partenze e degli arrivi vi erano anche i voli da e per Baghdad, operati da una compagnia privata irachena. É da queste tratte che arrivano i migranti dal Medio Oriente, è da qui che si sta originando la crisi migratoria capace di destabilizzare l’intera area orientale dell’Ue. La Bielorussia è lontana da raggiungere via terra dalle aree di provenienza degli aspiranti richiedenti asilo. L’unico modo per alimentare la rotta che tanto sta facendo discutere in queste ore è proprio quello di richiamare centinaia di persone tramite gli aerei. E così lo scalo della capitale Minsk si è trasformato negli ultimi mesi in uno degli snodi migratori più delicati.

Come arrivano i migranti in Bielorussia

La rotta turca ha delle dinamiche facilmente comprensibili. Dall’Iraq, dalla Siria o dall’Afghanistan si arriva a piedi o comunque via terra nella penisola anatolica. Poi da qui o si raggiunge la Grecia o l’Italia via mare oppure, al contrario, si procede sempre via terra verso la penisola balcanica. Tra il 2015 e il 2016 è andata così. Nel giro di pochi mesi, quasi un milione di migranti dal medio oriente si sono spostati in Turchia e poi grazie soprattutto alla rotta balcanica hanno raggiunto i Paesi del nord Europa. Più difficile è comprendere invece le dinamiche della rotta bielorussa. Il Paese si trova molto più a nord rispetto alle aree di origine dei flussi migratori. Se un cittadino iracheno o afghano volesse mettere piede in Europa tramite la Bielorussia, dovrebbe attraversare il Caucaso, risalire le coste russe del mar Nero, accedere in Ucraina e solo dopo entrare in territorio bielorusso. Oppure, in alternativa, una volta giunto in Turchia dovrebbe attraversare il mar Nero per sbarcare in Ucraina e risalire verso Minsk. Ma in entrambi i casi la via balcanica o mediterranea risulterebbe decisamente più semplice.

Chiaro quindi come un gruppo di migranti può raggiungere la Bielorussia solo in aereo. Se sempre più gruppi percorrono questa via, vuol dire che esistono dei vantaggi. A partire dalla facilità con cui è possibile accedere al Paese. A fianco delle rotte commerciali "tradizionali", che mettono in comunicazione Minsk con metropoli russe e capitali di Stati ex sovietici, sui tabelloni dell'aeroporto della più grande città bielorussa sono apparse di recente indicazioni per capitali mediorientali. Un volo al giorno collega Minsk con Damasco, due voli quotidiani invece con Dubai. Sono invece ben tre i viaggi giornalieri con Istanbul. Fino a settembre c'era anche una tratta diretta con Baghdad. L'Europa però ha intimato alle autorità irachene di evitare collegamenti con la Bielorussia e il volo non spunta più sul tabellone. Ciò non toglie che un migrante iracheno può comunque raggiungere Dubai o Istanbul e da lì imbarcarsi per Minsk. In poche parole, tra gli aspirati profughi si è diffuso il passaparola secondo cui è molto più semplice arrivare via aereo in Bielorussia e, da qui, avventurarsi alla volta delle frontiere dell'Ue.

Un passaparola che, tra le altre cose, è diventato virale per via di una politica di visti turistici molto accomodante portata avanti dal governo bielorusso. A sottolinearlo è la Reuters, secondo cui il presidente Lukashenko ha in tal modo richiamato, grazie anche alla compiacenza di alcune reti di trafficanti, migliaia di migranti nel suo Paese. Ed è così che ha potuto mettere in piedi il ricatto verso l'Europa dopo le sanzioni imposte da Bruxelles a Minsk.

Cosa accade a Minsk

Una volta arrivato in Bielorussia, un migrante aspira ad andare subito verso il confine e raggiungere il territorio comunitario. Sempre secondo la Reuters, molti cittadini iracheni, siriani o afghani sono convinti di poter entrare in un qualsiasi Paese dell'Ue con il visto rilasciato dal governo bielorusso. Ovviamente la notizia non è vera. Ma tanto basta per riempire i voli dal medio oriente a Minsk. Qui i migranti vengono fatti alloggiare negli alberghi per una o due notti. A rivelarlo è la tv lituana Lrt. Ai gruppi di aspiranti profughi viene venduto un vero e proprio "pacchetto turistico", comprendente biglietto aereo e alloggio a Minsk. Dopo le notti passate nella capitale bielorussa, ad entrare in azione sono i gruppi di trafficanti veri e propri. Per il governo polacco si tratterebbe di agenti delle forze speciali di Lukashenko, ma non è escluso che l'ultima tratta della rotta bielorussa venga gestita unicamente da organizzazioni criminali. Fatto sta che dagli alberghi di Minsk i migranti verrebbero, secondo le autorità di sicurezza lituane e polacche, prelevati e spediti al confine.

La direzione è duplice: i mezzi con a bordo i profughi sono diretti verso la Lituania oppure verso la Polonia. É così che si origina la crisi osservata nelle ultime settimane. A fronte di 80 ingressi illegali in tutto il 2020 tra la Bielorussia e le frontiere orientali dell'Ue, dal primo gennaio ad oggi di migranti ne sarebbe transitati già più di tremila. E almeno in diecimila sarebbero pronti a premere ancora lungo le frontiere. Nel frattempo a Minsk gli aerei dalle città mediorientali continuano ad atterrare pieni.

(ANSA-AFP l'11 novembre 2021) - La Bielorussia "reagirà" ad eventuali nuove sanzioni europee. Lo afferma il presidente bielorusso Alexandr Lukashenko.

(ANSA l'11 novembre 2021) - Aleksandr Lukashenko ha minacciato di interrompere il transito del gas verso l'Europa attraverso il gasdotto Yamal-Europe se l'Ue espande le sanzioni: lo riporta la Tass citando a sua volta l'agenzia bielorussa Belta. "Forniamo calore all'Europa, e per di più minacciano di chiudere la frontiera. E se interrompiamo l'erogazione di gas naturale lì?" ha detto Lukashenko. 

(ANSA l'11 novembre 2021) - Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha definito "senza fondamento" le accuse del premier polacco Mateusz Morawicki secondo cui Ankara lavorerebbe in sincronia con Mosca e Minsk facilitando il traffico di migranti dalla Turchia alla Bielorussia e aggravando la situazione al confine con la Polonia. Come riportato in un comunicato diffuso sui media turchi, Cavusoglu ha espresso "tristezza" per le parole del premier in una telefonata con il suo omologo polacco Zbigniew Rau e ha invitato la Polonia a mandare squadre di tecnici in Turchia per verificare la falsità delle affermazioni. Già ieri la compagnia di bandiera turca Turkish Airlines aveva negato che i suoi voli verso la Bielorussia avrebbero contribuito agli spostamenti illegali di migranti in un comunicato.

Marco Bresolin per "La Stampa" l'11 novembre 2021. Nell'Unione europea sta per cadere un altro tabù: presto gli Stati potrebbero utilizzare i fondi del bilancio comunitario per costruire muri e recinzioni di filo spinato anti-migranti. L'argomento è stato sdoganato durante il summit di ottobre su richiesta di 13 Stati, ma le tensioni di questi giorni al confine tra la Polonia e la Bielorussia hanno accelerato la pratica. Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha chiesto un parere al servizio giuridico del Consiglio e ieri è volato a Varsavia per annunciarne l'esito: «È legalmente possibile finanziare con i fondi Ue la costruzione di infrastrutture per la protezione dei confini dell'Unione. Ora spetta alla Commissione europea prendere una decisione». Ma Ursula von der Leyen - che ieri a Washington ha discusso della crisi bielorussa con il presidente americano Joe Biden - rimane scettica. Dal suo entourage spiegano che la posizione della presidente della Commissione non è cambiata rispetto all'ultimo vertice Ue, quando aveva negato questa possibilità, citando anche la contrarietà del Parlamento europeo. L'asse con l'Eurocamera, però, non sembra più così solido. Ieri, intervenendo nell'Aula di Bruxelles, il capogruppo del Ppe Manfred Weber ha aperto alla richiesta polacca: «In situazioni straordinarie i fondi Ue devono essere disponibili per queste attività». Il vero confronto, comunque, è tra i governi. E se alla fine dovesse prevalere la linea dei Paesi dell'Est, von der Leyen si adeguerà. La questione è al momento in cima alla lista delle priorità, tanto che già la prossima settimana o quella successiva ci sarà un vertice straordinario dei 27 leader in videoconferenza. Discuteranno del finanziamento dei muri e di ulteriori sanzioni economiche. Ieri gli ambasciatori degli Stati membri hanno dato il via libera al quinto pacchetto di misure restrittive: per ora c'è solo l'ok al quadro legale, ma nei prossimi giorni verranno definiti i soggetti e le entità da colpire. Il fronte dell'Est ha proposto un elenco di 29 individui più la compagnia aerea Belavia. L'adozione definitiva è prevista per lunedì, alla riunione dei ministri degli Esteri, ma i baltici e la Polonia già premono perché vogliono un sesto pacchetto con ulteriori sanzioni. La Germania è pronta a sostenere la loro richiesta, così come non sembra contraria all'idea di finanziare la costruzione dei muri perché teme di subire l'afflusso di migranti. Francia e Italia invece sono più caute. Il governo di Draghi, in particolare, teme che la questione bielorussa possa dirottare l'attenzione (e i fondi) dal Mediterraneo al fianco Est dell'Europa. Ma c'è la consapevolezza che prima o poi si andrà in quella direzione, magari con qualche paletto. Finora la Polonia ha rifiutato l'aiuto dell'Unione europea: non ha attivato il meccanismo di Protezione civile, non ha richiesto il supporto di Frontex e anzi nega l'accesso al personale delle agenzie Ue in una fascia di tre chilometri dal confine. Per non parlare dei giornalisti e delle Ong che vengono tenuti a distanza. «È ovvio che se vuole i fondi deve essere più trasparente», confida un diplomatico. Anche l'Alto commissario Onu per i rifugiati ha chiesto di avere «accesso immediato alle zone di confine» per dare un sostegno ai migranti e garantire le procedure per presentare le richieste di asilo, che al momento non vengono rispettate. «L'Unione europea potrebbe fare meglio sui diritti», ha avvertito Filippo Grandi intervenendo al Parlamento Ue, dove ha invitato gli Stati e le istituzioni europee ad evitare reazioni impulsive e quindi a rinunciare alla costruzione di nuovi muri. Ma la Polonia è determinata a portare avanti la sua richiesta. Fino a pochi giorni fa era nel mirino di Bruxelles per gli attacchi all'indipendenza della magistratura, mentre ora è diventata la vittima da difendere dagli attacchi: Varsavia sa di poter chiedere molto ai partner Ue. Vuole i fondi per il filo spinato, nuove sanzioni e il blocco dei voli verso Minsk. La Commissione ha avviato una serie di contatti con i Paesi di origine dei migranti e in particolare con l'organizzazione delle compagnie aeree arabe per chiedere loro di non farsi coinvolgere in quella che viene considerata una vera e propria tratta di esseri umani. Diversamente saranno sanzionate dall'Ue.

Mauro Mondello per "La Stampa" l'11 novembre 2021. Kruglany è l'ultimo villaggio «libero» prima della zona di emergenza pattugliata dagli uomini di esercito e guardie di frontiera polacche, un contingente che il ministro polacco della Difesa Blaszczak ha portato a 15.000 uomini, che potrebbero sfondare quota 20.000 con i riservisti già in allerta. Siamo a meno di dieci chilometri dal confine di Kunica, dove da ormai tre giorni stazionano, in condizioni drammatiche, migliaia di migranti nella speranza di poter raggiungere il territorio dell'Unione Europea. Pochi chilometri più in là dal posto di blocco si scorgono una trentina di case distribuite su due lati, in mezzo una traccia di terra che porta alla strada nazionale 19, la lunghissima lingua d'asfalto che taglia tutta la Polonia, dalla punta Sud di Barwinek, di fronte alla Slovacchia, fino alla Bielorussia. Un'infinita coda di mezzi pesanti aspetta di poter passare dall'altra parte, intorno gli autotrasportatori sperano in una pronta riapertura del checkpoint, chiuso ormai da due giorni, ostinati a non voler deviare sulla frontiera di Bobrowniki, settanta chilometri più a Sud, da dove arrivano notizie di code oltre le trenta ore per poter passare in Bielorussia. «Si sentono tutto il giorno il rumore degli elicotteri, le sirene della polizia, i colpi di pistola in lontananza, le truppe dell'esercito che passano qui intorno: sembra di essere in guerra», racconta Janusz Pawowski, un pensionato di 68 anni che ha sempre vissuto nel villaggio. Non sono solo gli elicotteri polacchi in operazione di pattugliamento a volare sopra i cieli di Kunica, in questo pezzo di Polonia che sembra davvero essere ormai entrato in guerra. Sul lato bielorusso del confine infatti, nella giornata di ieri, due bombardieri a lungo raggio russi Tu-22M3 hanno effettuato un'esercitazione congiunta con l'esercito di Minsk, per verificare, secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa di Mosca «il coordinamento operativo con le postazioni di comando a terra della Russia e della Bielorussia», in un'ottica di difesa aerea integrata fra i due Stati. «La strumentalizzazione dei migranti contro l'Unione Europea da parte del regime bielorusso è inumana e completamente inaccettabile - recita la nota del portavoce di Angela Merkel dopo il colloquio telefonico di ieri con Vladimir Putin, durante il quale la Cancelliera avrebbe chiesto al presidente russo di «esercitare la sua influenza su Minsk». Putin ha ribadito il suo appoggio all'idea di un contatto diretto fra Ue e Aleksandr Lukashenko, un concetto ribadito anche dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, secondo cui «la Bielorussia ha ripetutamente suggerito di aprire un tavolo di consultazioni alla frontiera, per risolvere la questione sulla base delle leggi internazionali». Nella nottata un gruppo di circa 200 migranti è riuscito a oltrepassare il cordone di filo spinato all'altezza delle località di Krynki e Bialowieza, mentre altre sedici persone hanno cercato di entrare in Polonia vicino a Dubicze Cerkiewne: in tutto sono più di 350 i respingimenti messi in atto nella sola giornata di ieri dalle guardie di frontiera polacche. «Abbiamo emesso 48 decreti di espulsione e arrestato nove persone. Cinque di loro sono cittadini libanesi, tre iracheni e uno siriano. I detenuti hanno già dichiarato di voler richiedere la protezione internazionale - ha spiegato in conferenza stampa il Maggiore Katarzyna Zdanowicz - in totale, dal 26 ottobre, abbiamo emesso oltre 1050 decreti di espulsione dalla Polonia». Zdanowicz ha poi confermato che dal territorio bielorusso arrivano costantemente rumori di spari e segnali «non convenzionali, come il suono del ricaricamento delle armi». Nella notte continuano ad alzarsi colonne di fumo dal lato bielorusso della frontiera, traccia dei fuochi accesi dai migranti che cercano di resistere come possono alle rigide temperature notturne, scese ormai a meno due gradi Celsius: sono almeno dieci i profughi morti per assideramento, in queste stesse foreste, nelle scorse settimane. Altri cinque, secondo informazioni non confermate, potrebbero aver perso la vita nelle ultime 48 ore. «Non possiamo permettere che invadano la Polonia - ripete Janusz - scoppierebbe una guerra di religione e questo è un Paese cattolico. Ma dobbiamo aiutarli, non è possibile lasciarli a morire di freddo nel bosco». 

(ANSA l'11 novembre 2021) - Nel corso di una conversazione telefonica con la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente russo Vladimir Putin "si è espresso a favore del ripristino dei contatti tra i Paesi Ue e la Bielorussia allo scopo di trovare una soluzione" alla situazione al confine tra Bielorussia e Polonia: lo dichiara il Cremlino, ripreso dall'agenzia Interfax. "E' proseguita la discussione della situazione sul confine della Bielorussia con i Paesi europei. Le parti hanno riaffermato l'importanza della più rapida soluzione possibile della crisi migratoria in conformità alle regole umanitarie internazionali", riferisce il Cremlino stando a quanto riporta Interfax. Ieri da Berlino hanno fatto sapere che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha avuto una telefonata con Putin sulla situazione ai confini fra Polonia e Bielorussia e nel colloquio ha chiesto al presidente russo di esercitare la sua influenza su Aleksandr Lukashenko. Merkel "ha sottolineato che la strumentalizzazione dei migranti da parte del regime bielorusso è disumana e inaccettabile e ha chiesto al presidente Putin di usare la sua influenza" per mettervi fine, ha scritto ieri su Twitter il portavoce Steffen Seibert. Aleksandr Lukashenko ha ufficialmente vinto le presidenziali bielorusse dell'agosto del 2020 con l'80% dei voti, ma questo risultato appare a molti osservatori frutto di massicci brogli elettorali e nei mesi successivi in Bielorussia si sono registrate proteste di massa contro il capo di Stato, al potere dal 1994 e soprannominato "l'ultimo dittatore d'Europa". Le manifestazioni pacifiche sono state represse dal regime a colpi di manganello e con ondate di arresti. Ue e Usa hanno imposto sanzioni al governo bielorusso, mentre la Russia ha sostenuto Lukashenko.

Giordano Stabile per "la Stampa" l'11 novembre 2021. Una fila di centinaia di persone, in attesa di salire sul volo della Cham Wings diretto a Minsk. Sono scene riprese con in telefonini all'aeroporto internazionale di Damasco. Immagini che documentano la "catena logistica" nascosta dietro l'afflusso di migranti verso la Polonia. Vladimir Putin ha chiesto aiuto all'alleato Bashar al-Assad e il raiss siriano ha risposto subito. Il governo siriano ha rilasciato migliaia di passaporti a cittadini che hanno intenzione di lasciare il Paese, al prezzo di 100 dollari e con la condizione che si imbarchino con destinazione Bielorussia. La compagnia Cham Wings, cioè le «ali di Damasco», ha inaugurato voli diretti, quasi ogni giorno. Partono siriani con la speranza di rifarsi una vita in Europa, curdi siriani e anche curdi e yazidi iracheni, che hanno inaugurato una nuova rotta dei migranti, attraverso il Nord-Est della Siria. Fino a qualche settimana fa partivano da Baghdad, ma poi il governo iracheno, su pressione di Bruxelles, ha bloccato questo genere di collegamenti. Putin e i suoi alleati regionali hanno trovato un'altra strada. L'importante è che dal Medio Oriente le porte siano aperte in direzione di Minsk e della frontiera polacca. Anche l'Iran si è messo a disposizione per facilitare la partenza dei rifugiati afghani sul suo territorio, vale a dire un bacino potenziale di almeno 800 mila persone, tale da innescare una crisi ancora più seria. Ma l'Iran per il momento non vuole aprire un nuovo contenzioso con i Paesi europei, alla vigilia dei colloqui di Vienna sul nucleare. Assad è invece il leader con il debito più grosso nei confronti dello "zar". Il 30 settembre 2015 era a un passo dal baratro, con i colpi di mortai dei ribelli che cadevano nel giardino del palazzo presidenziale, controllava appena un quinto del territorio. Dopo sei anni è di nuovo padrone di quasi tutta la Siria. L'intervento militare russo è stato provvidenziale. La diplomazia moscovita lo aiuta adesso a rientrare nei giochi politici. Ha riallacciato i rapporti con la Giordania, aperto la frontiera verso Amman, ripreso gli scambi commerciali e potrebbe fare da transito al gas egiziano promesso al Libano, con ricadute positive per le sue finanze disastrate. Mentre ieri ha ricevuto a Damasco la visita più attesa, quella del ministro degli Esteri emiratino Abdullah bin Zayed, il primo incontro ufficiale da dieci anni. Abu Dhabi ha un ruolo fondamentale nel Golfo e in Medio Oriente. È la capitale che più spinge per la riammissione della Siria nella Lega araba. Sarebbe la "normalizzazione" del regime baathista, per un decennio "Stato paria" nella regione. Gli emiratini lo fanno soprattutto in funzione anti-turca e anti Fratelli musulmani, per stoppare i disegni di Recep Tayyip Erdogan nel Nord della Siria. Assad adesso deve trovare un equilibrio fra gli amici arabi ritrovati e i vecchi sostenitori, Russia e Iran. I voli per Minsk sono il prezzo che deve pagare agli alleati tradizionali ma rischiano di pregiudicare la sua riabilitazione.

Andrea Nicastro per il "Corriere della Sera" il 12 novembre 2021. Questa storia aveva tutto per essere a lieto fine. E invece la disperazione tocca il fondo e scava con un uomo che urla rauco contro una donna. Attorno c'è un bosco di nebbia e una notte gelida in arrivo. Lui è un ragioniere che sbatte i piedi sulle foglie morte, si tira i capelli bagnati, strozza il tronco sottile di una betulla. I figli si accucciano contro la ruota davanti dell'auto che partirà senza di loro. Lei è una volontaria: ha un termos di tè zuccherato, biscotti, aspirina. Già questa sera potrebbero essere da un avvocato, ufficialmente richiedenti asilo. Vorrebbe dire un tetto, pasti caldi, un dottore. Lei, polacca, guarda i ragazzi tremare e le si bagnano gli occhi. Lui, libanese, è esausto, affamato, con due figli che stanno peggio del padre. È una famiglia di giacche, pantaloni e scarpe fradice. I capillari rotti negli occhi. Le spalle scosse dai brividi. Ma il ragioniere grida che c'è l'Accordo di Dublino e non vuole l'avvocato, non vuole le foto, non vuole essere registrato qui. Grida più a se stesso che a lei. Vuole la Germania e se deve annegare nella nebbia congelata, annegherà. Non era così quando sono partiti, due settimane fa, alle 3.30 dall'aeroporto di Beirut. C'era la mamma a salutarli con la sorellina, i nonni. Faceva caldo, le giacche erano nella borsa a mano. In tasca un cellulare per uno, i dollari cuciti nei pantaloni. Credevano di aver pensato a tutto. Avevano una power bank e, a memoria, i codici della banca online, i numeri dei cugini in Germania e dei «passatori» in Polonia. Il ragioniere ha 38 anni, i figli 12 e 14. Ha sempre lavorato in banca come la moglie, ma sono 13 mesi che la filiale è chiusa e i risparmi scendono a vista d'occhio. «Restare a Beirut significa precipitare nella povertà. In Germania, invece, posso farcela, non farò il ragioniere, ma sarò un imbianchino migliore di tanti altri. Loro avranno una vita». «Prima lo scalo a Istanbul, quindi accolti a Minsk dall'agenzia che ci ha procurato i visti. Sul pullmino con altri arabi dall'Iraq, dalla Siria, dal Kurdistan abbiamo versato quanto pattuito su Telegram. Cinquemila dollari a testa. Sconto famiglia. Altri pagavano anche 7 mila. Era compresa un albergo e il trasporto al confine dell'Unione Europea. Si va in Lituania, hanno detto. Ma noi preferiamo la Polonia, dobbiamo raggiungere la Germania. Volevano buttarci fuori, ma ho pagato. Mille dollari. Il secondo giorno l'agenzia ci ha portato a un autobus. Scendete al capolinea, ci sarà qualcuno ad aspettarvi. Non c'era nessuno». Hanno vagato, telefonato, chiesto aiuto fino a che è arrivata la polizia. Due notti in prigione, poi rilasciati, ma senza soldi né telefoni. «Era settimana scorsa. Da allora siamo passati in Polonia tre volte, sempre presi e rimandati indietro. Ho pagato online un albergo in Bielorussia, ma la polizia ci ha arrestati e quella volta mi hanno picchiato con i bastoni elettrici. Volevano i soldi. Hanno minacciato di togliermi i figli, di mandarci in Siria. Ho resistito. Il giorno dopo eravamo ancora al confine con molta più gente. Capivo di essere al limite, non potevo più sbagliare. La gente premeva sul filo spinato, ma di là i polacchi erano troppi e con gli spray urticanti. Tre notti al gelo, senza riparo. Non sapevo che le mani gonfie di freddo bruciassero. Abbiamo lasciato il gruppo e ci siamo incamminati lungo il confine». Eccoli in Polonia, oltre la zona militarizzata, segnalati alla volontaria da un contadino. Con lei davanti possono chiedere asilo in Polonia, ma la speranza è più forte dei brividi e della paura. L'auto di lei riparte. Il trafficante di uomini, l'ha giurato al cellulare, arriverà oggi. Ospitarli o trasportarli è illegale, lasciare delle coperte no. L'uomo e i suoi figli restano, una notte ancora, al gelo. Come i migliaia ancora al di là del filo spinato. Nel rispetto delle leggi. È su vite come la loro che la politica continua a giocare. Il presidente bielorusso Lukashenko minaccia di chiudere il gasdotto che «scalda l'Europa». «Pensino bene prima di imporci altre sanzioni». Vero. Lui e noi, però, abbiamo dormito al caldo.

Putin utilizza la Bielorussia come ricatto contro le sanzioni. Cosa sta succedendo tra Bielorussia e Polonia, cosa c’è dietro lo scontro sui migranti. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 12 Novembre 2021. «Questa canzone è dedicata a tutti coloro che sono testimoni di fatti enormi, e neppure se ne accorgono», cantava nel 1965 Enzo Jannacci introducendo la triste storia di Prete Liprando costretto al giudizio di Dio. La storia si ripete senza neanche prendersi il disturbo di presentarsi in forma di farsa. In queste ore, proprio mentre scriviamo, esseri umani vengono deliberatamente scaraventati sull’incerta frontiera tra Polonia e Bielorussia, che è uno Stato cuscinetto, o buffer-State come grande spazio che precede la Russia. Abbiamo sentito ieri il professor Romano Prodi in televisione, lui che è sempre stato un ammiratore e promotore di eccellenti rapporti con l’Urss prima e poi con la Federazione russa poi, dire con mestizia che di questa brutta storia è proprio la Russia che “ha in mano il pallino”. Di che pallino si tratta? Quello del gas. E anche quello del libero arbitrio negato al signor Lukashenko dichiaratosi Presidente vincitore delle ultime elezioni, contestate da tutti ma in particolare da Bruxelles. L’Unione europea non riconosce Lukashenko a causa dei brogli e delle violenze con cui è salito al potere e la sua risposta, che si suppone suggerita e sostenuta da Putin che è il suo “puppeteer” o burattinaio. Come Prodi conferma: il pallino ce l’ha in mano Vladimir Putin, il quale comanda su uno dei due grandi Stati perduti dell’ex Unione Sovietica. L’altro è l’Ucraina che martella continuamente con la presenza di truppe senza insegne né bandiera. Putin ha avuto una idea perfida e geniale: come ogni capo della Russia, sovietica o post- sovietica, odia i polacchi. La Polonia non esisteva fino alla fine della Prima guerra mondiale, quando fu estratta insieme alla Lituania dalle carni non più vive dell’ex impero zarista. L’Impero zarista che combatteva a fianco della Francia e dell’Inghilterra nella Grande Guerra fu messo in ginocchio dall’interno da Lenin e Trotskij con la Rivoluzione d’Ottobre e lo sterminio in uno scantinato dell’intera famiglia regnante dei Romanov, compresi donne e bambini uccisi a revolverate. La Russia fu costretta a firmare una pace separata con i tedeschi a Brest Litovsk, che allora era una città russa abitata da polacchi e che oggi si trova in Bielorussia, col nome semplificato in Brest. Quando si arrivò al trattato di pace di Versailles, i nuovi reggenti bolscevichi erano guardati dai vincitori come briganti internazionali. La nuova Polonia, appena nata diventò subito fortissima con molte ambizioni come guida di un “Commonwealth” con i Paesi Baltici e messa alle strette da Lenin, ingaggiò una determinata guerra con la nuova entità sovietica (non si chiamava ancora Urss) e la vinse. A perderla furono due giovani commissari spediti da Lenin sul campo: Leon Trotskij e Josef Stalin, entrambi umiliati per essere stati sconfitti nella prima guerra del nuovo stato rivoluzionario. Quando Stalin fece fucilare quasi tutti gli ufficiali superiori dell’Armata Rossa con le purghe del 1937, liquidò prima di tutto i responsabili ancora vivi della sconfitta, lasciando però l’Armata Rossa priva di quadri ufficiali fino all’invasione hitleriana del 22 giugno del 1941. Perché ricordare questi fatti vecchi più di ottanta anni? Per dare un senso al profondo odio dei polacchi per i russi, totalmente ricambiato, e spiegare perché la Polonia sia una delle più bellicose nazioni appartenenti alla Nato che da due decenni si comporta come se sapesse che prima o poi il regolamento finale dei conti con la Russia sarà inevitabile. Quando il presidente Obama lasciò il suo incarico, come ultimo gesto insediò in Polonia una specialissima brigata supertecnologica corazzata americana per la quale le autorità polacche indissero tre giorni di festa con discorsi e parate militari, i russi videro bene che l’equilibrio militare si era spostato fortemente a favore dei polacchi perché non erano in grado, almeno all’inizio, di contrapporre sistemi missilistici adeguati. Vladimir Putin sperò che Donald Trump, per cui faceva un tifo sfegatato e inquietante, una volta eletto avrebbe rimosso quel nucleo militare installato in Polonia. Ma Trump lo deluse: pur dichiarandosi molto amico dei russi non soltanto non toccò quel sistema di difesa della Polonia estremamente costoso, ma lo rafforzò. La Polonia si stava così trasformando in qualcosa di simile al modello che i polacchi avevano sempre avuto in mente persino ai tempi in cui avevano dovuto subire l’incorporamento nei possedimenti imperiali zaristi: una Polonia fortissima apertamente opposta alla Russia, con l’ulteriore odio immagazzinato, come in Ungheria, durante quasi mezzo secolo di sottomissione all’Unione Sovietica, terrorizzata al punto da favorire l’“auto-invasione” del generale Wojciech Jaruzelski, l’uomo che portava sempre gli occhiali neri per aver avuto gli occhi bruciati dalla tortura del riverbero della neve. In Italia se ne è parlato poco anche se i deputati Pd nel Parlamento europeo votarono a favore, ma nel 2019 la Polonia, l’Ungheria e gli altri Stati europei che avevano subito la perdita della libertà e anche sanguinose repressioni, chiesero e ottennero una Risoluzione del Parlamento in cui gli Stati dell’Europa occidentale riconoscono a quelli dell’Europa orientale il diritto a celebrare, oltre le date connesse con la sconfitta nazista, anche quelle connesse con la loro disgraziata storia sotto l’Unione Sovietica. Si discusse erroneamente di “equivalentismo” e il risultato fu quello che sappiamo. Quelli che siamo abituati a considerare Paesi sul filo della ribellione contro i principi fondatori dell’Unione reclamano il rispetto dei diritti che si sono visti riconoscere per il loro status dalla fine della guerra al 1989 e oggi – ieri l’altro per l’esattezza – la Polonia ha ricevuto un dono che sarebbe stato impensabile fino a una settimana fa: la totale solidarietà dell’Unione Europea alla Polonia finora considerata riottosa per non aver accettato la cessione di sovranità richiesta dall’Unione. Come è potuto accadere? Basta guardare le carte in tavola: la Bielorussia – stato cuscinetto e anche marionetta della Russia – aggravata dalle numerose sanzioni inflitte dall’Europa per aver negato la democrazia ai suoi cittadini, ha ripreso un’idea cinica e geniale che discende dalle politiche degli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Ha cioè usato la disperazione degli esseri umani come innesco di un ordigno capace di scardinare i confini della Polonia e della Lituania. Le centinaia di migliaia di persone che si stanno accalcando lungo le frontiere orientali dell’Unione non sono formate da lunghe processioni di profughi che hanno risalito a piedi i Balcani fino ad arrivare alla Bielorussia, ma sono stati portati in quel Paese – secondo le informazioni di cui finora si dispone – con voli charter organizzati da compagnie di viaggio, regolarmente pagate o offerte in omaggio, non è chiaro. Essendo i polacchi come gli ungheresi del tutto sordi all’accoglienza dei flussi migratori più o meno naturali, si sono trovati di colpo di fronte a un fenomeno totalmente artificiale con cui il dittatore bielorusso ha creato e messo in azione una bomba umana. La Merkel ha subito telefonato a Putin, il quale non ha ammesso alcuna responsabilità mentre la Commissione europea prendeva la difficile decisione di schierarsi totalmente con il governo di Varsavia promettendo anche gli aiuti economici per opporre ostacoli lungo la lunga e molto penetrabile frontiera. Il che, tradotto nei termini politici di oggi, specialmente dopo l’era Trump, si chiama “muro”, una parola impronunciabile perché contiene già la sua condanna all’interno del suo significato. E questa è per ora l’unica punto di vantaggio incassato da Putin e dal suo vasto possedimento bielorusso. Ma dietro, oltre questi logori confini in parte figli del passato, si nasconde la guerra dei gasdotti e dello stesso prezzo del gas che sta mettendo in crisi l’Europa e anche l’Italia dove persino le vetrerie di Murano stanno chiudendo, a causa della bolletta del gas per scaldare e lavorare il vetro. Le previsioni sulla tenuta sociale di fronte agli aumenti energetici è un’altra bomba contenuta nella prima bomba, quella della immissione di migliaia di vittime umane sul terreno in cui si sta giocando una nuova guerra mondiale usando armi umane, carica di rischi irreversibili. A freddare moderatamente l’incandescenza politica planetaria è intervenuto l’ipotesi di un accordo climatico fra Stati Uniti e Cina in cui il presidente Xi, prossimo alla beatificazione del plenum del Partito comunista che lo sta per elevare ai fasti semidivini di Mao Zedong, ruba la scena a tutti per dichiararsi pronto a fare ciò che finora aveva totalmente negato, e cioè abbassare le emissioni di CO2 nella stessa misura degli Stati Uniti.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Giorgia Meloni, l'incontro con Viktor Orbàn a Roma: "Come va con Matteo Salvini?". "Siamo uniti, ma c'è competizione". Libero Quotidiano il 29 agosto 2021. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, ha incontrato il premier ungherese Viktor Orbán e il ministro della Famiglia e vicepresidente di Fidesz, Katalin Novak. Da qualche giorno Orbán si trova a Roma con la famiglia ufficialmente è in Italia per una vacanza e per prendere parte al Meeting della rete internazionale dei legislatori cattolici. Meloni e Orbán però si sentono e fissano una colazione per confrontarsi sui principali argomenti di attualità. "Ci vediamo sabato mattina all'Hotel Minerva", scrive il Corriere della Sera citando lo stesso Orban. "D'accordo" risponde la leader di FdI. Per un'ora e un quarto i due passano in rassegna una serie di temi. I due sono preoccupati dal flusso migratorio che potrebbe gravare ulteriormente sull'Europa. "La comunità europea si faccia carico di questi rifugiati sostenendo l'accoglienza nei paesi limitrofi, senza gravare ulteriormente sull'Europa. Occorre vigilare attentamente sulle possibili infiltrazioni terroristiche", si dicono analizzando in prospettiva l'attuale crisi afghana. Meloni si complimenta per i risultati della crescita ungherese, il dato migliore degli ultimi 30 anni. "Come fate? Qual è la ricetta?". Risposta di Orbán: "Abbiamo aiutato le imprese". "Da noi invece i ristori non sono arrivati, e il denaro lo abbiamo destinato alla spesa dei monopattini", replica divertita la Meloni. Orbán, racconta il Corriere, è anche incuriosito da quali siano oggi i rapporti fra la presidente dei conservatori europei e Matteo Salvini: "Come va con Salvini?", le chiede e la risposta è: "Siamo uniti ma la competizione c'è". Nessun incontro invece è previsto, per ora, tra il premier ungherese e il leader della Lega. 

La scure di Bruxelles per i diritti civili. Ma ha ignorato la minaccia dei migranti. Gian Micalessin il 10 Novembre 2021 su Il Giornale. La Ue ha perseguito il governo ultra conservatore di Varsavia per il caso giustizia. Senza affrontare il nodo dei confini esterni. Su chi sia il responsabile dello spregiudicato assedio alla frontiera europea della Polonia restano pochi dubbi. Il mandante del nuovo ricatto all'Europa, condotto con la collaudata arma dei migranti, è inequivocabilmente il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko. È lui a far atterrare a Minsk con la complicità della compagnia di bandiera Belavia, e di altre spregiudicate linee aeree, centinaia di migranti curdi, afghani e siriani per poi spingerli verso la frontiera. L'obbiettivo, assolutamente evidente, è costringere l'Europa a trattare il ritiro delle sanzioni imposte alla Bielorussia dopo la ennesima e discussa rielezione del suo presidente. Ma se indicare il «cattivo» è facile, elencare i «buoni» non è altrettanto semplice. Difficile inserirvi una Polonia indifferente, in passato, a tutte le richieste di redistribuzione dei migranti avanzate da paesi perennemente in prima linea come Italia, Grecia e Spagna. Ma anche l'Europa, per quanto vittima di un palese ricatto, non può dirsi esente da colpe e responsabilità. L'indolenza e l'ignavia dell'Unione sono, in verità, ancor più gravi dell'egoismo polacco. E non solo per l'incapacità di esercitare quella sovranità sulle proprie frontiere esterne tante volte rivendicata. In questo caso la presunzione europea di controllare i propri confini esterni supera la soglia del ridicolo. Nonostante abbia sede e comando a Varsavia Frontex, l'agenzia europea preposta al controllo delle frontiere esterne, risulta, in questo momento, completamente tagliata fuori da una partita che rischia di sfociare in un scontro armato tra le forze di Lukashenko e quelle di Varsavia. Ma la fiacchezza e la debolezza di un'Europa incapace di contrapporsi alle pressioni di stati-canaglia come la Bielorussia o la Turchia sono, in fondo, fatti risaputi. Ben più grave è, in questo caso, l'evidente incapacità dell'Unione di distinguere tra una minaccia di portata veniale e una potenzialmente letale non solo per la Polonia, ma per l'intero continente. Anziché denunciare e disinnescare la spada di Damocle sollevatale sulla testa dal dittatore bielorusso, l'Europa ha preferito, negli ultimi mesi, cercar di metter alle corde un governo polacco accusato di infrangere e calpestare lo stato di diritto. Ma mentre i vertici della Commissione crocifiggevano con un foga quasi masochista uno stato membro responsabile di una discutibile, ma non irreversibile, riforma del sistema giudiziario, l'invasione manovrata da Lukashenko era già alle porte. I timori di una pressione esercitata sfruttando l'ondata di profughi in arrivo dall'Afghanistan circolava infatti dalla fine di luglio. E le intenzioni di Minsk erano state ripetutamente «indicate» e «rivelate» dai rappresentanti di Estonia, Lituania e Polonia. Ma l'Europa prigioniera delle sirene del progressismo ha preferito ignorare la minaccia evidente e concreta esercitata dal dittatore di Minsk, per inseguire quella più pretestuosa e ideologica evocata nel nome del politicamente corretto. Così nel tentativo di mettere alle corde un governo troppo conservatore per i gusti europei si è preferito ignorare la minaccia e la tragedia che montava alla frontiera polacca. E mentre il Consiglio Europeo metteva la sordina agli allarmi sull'emergenza migratoria sollevati da Mario Draghi, l'Europa si rivelava, una volta di più, incapace di prevenire un'emergenza varando misure e provvedimenti concreti. Dimostrandosi incapace di difendere gli interessi dei propri cittadini e inadeguata ad esercitare l'asserito ruolo di potenza sovranazionale.

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria passando per le guerre della Ex Jugoslavia, del Sud Est asiatico, dell’Africa edell’America centrale. Oltre agli articoli per “Il Giornale” – per cui lavoro dal 1988 – ho scritto per le più importanti testate nazionali ed internazionali (Panorama, Corriere della Sera,Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L’Express, Far Eastern Economic Review). Sono anche documentarista ed autore televisivo. I miei reportage e documentari sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali ed internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1

Adesso la Polonia serve di nuovo all’Ue. Lorenzo Vita su Inside Over il 10 novembre 2021. Il nemico del mio nemico è pur sempre un amico. E se questo discorso vale per le “miserie” quotidiane, tanto più è valido per la strategia di un continente. Così, la Polonia guidata dal primo ministro Mateusz Morawiecki – quello che fino a qualche giorno fa era il peggior avversario interno dell’Unione europea – è tornata nel cuore dell’Europa. Trincea dell’Ue non tanto contro l’immigrazione incontrollata dalla Bielorussia, ma contro chi guida la Bielorussia, e cioè Aleksander Lukashenko.

La guerra ibrida

Per Bruxelles, il problema dell’arrivo dei migranti alle frontiere polacche è un atto di “guerra ibrida”. Non c’è un esodo incontrollato dato dalle contingenze economiche e politiche, ma una regia di Minsk per vendicarsi delle sanzioni europee. Varsavia passa addirittura oltre, con Morawiecki che nella riunione d’emergenza del parlamento polacco ha puntato dritto verso Vladimir Putin. Per il premier di Legge e Giustizia (PiS), Lukashenko potrà essere al limite “l’esecutore dell’ultimo attacco”, ma “il mandante è a Mosca”. Una lettura che in questo momento accontenta tutti e, come spiegato anche da Agi, sicuramente per Varsavia si rivela una boccata d’ossigeno. Ma è una boccata d’ossigeno che, allargando lo spettro, può servire soprattutto all’Europa per evitare di riflettere troppo su un problema che stava diventando impellente: la rotta intrapresa dal governo conservatore polacco.

La conferma arriva dalle mosse di queste ore della diplomazia europea. Innanzitutto si punta il dito contro la Bielorussia, ritenuta colpevole di avere scatenato una guerra ibrida sfruttando i flussi migratori. Accusa che per esempio non era mai stata accennata rispetto ad altri Stati in altri continenti, dove questa forma di pressione era stata solo sussurrata dagli osservatori. Per il fronte orientale, l’esodo di migranti non è mai stato considerato un problema di accoglienza, ma un atto di guerra. Ibrida, cioè combattuta con metodi non convenzionali, ma pur sempre guerra. E si sa che in un conflitto non si accettano divisioni né interpretazioni sui metodi utilizzati.

Solidarietà Ue verso la Polonia

Proprio per questo motivo, altro punto in favore di Varsavia è che tutti sono uniti nell’esprimere solidarietà al governo di Morawiecki. Nessun problema con militari al confine e filo spinato: se c’è una guerra, vale tutto. Anche se lo fa quel premier che fino a qualche giorno fa era considerato il simbolo dell’ultranazionalismo. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, è atterrato a Varsavia per incontrare il primo ministro. Si è mosso addirittura il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che ha parlato con il presidente polacco, Andrzej Duda, ribadendo che Minsk “sta usando i migranti come tattica ibrida inaccettabile” esprimendo piena solidarietà al Paese. Ed è arrivato anche il pieno sostegno della Germania, che attraverso il ministro dell’Interno ad interim, Horst Seehofer, ha chiesto all’Ue di agire perché Varsavia e Berlino “non possono farcela da sole”. “Dobbiamo aiutare il governo polacco a proteggere il loro confine esterno. Questo sarebbe effettivamente il compito della Commissione europea. Ora li invito ad agire”, ha detto il ministro alla Bild. Sulla stessa linea la Francia, che ha accusato il regime di Lukashenko di voler destabilizzare l’Ue lasciando che i migranti si ammassino ai confini con la Polonia. La difesa di Bruxelles nei confronti di Varsavia si è poi formalizzata anche nei capi d’accusa nei confronti di Minsk. Secondo alcuni rapporti, gruppi di migranti sarebbero arrivati in Bielorussia tramite voli commerciali e charter partiti da Emirati Arabi Uniti, Russia, Siria e Turchia. La commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, ha detto che quello a cui assistiamo è “un regime disperato e illegittimo che sta invitando le persone ad arrivare sul loro territorio dicendo che si tratta di un modo facile e sicuro per entrare nell’Ue. Queste persone vengono portate a Minsk, fatte alloggiare in hotel, poi vengono portate alle frontiere, ma da lì non possono più tornare”. Per l’Europa, quella al confine tra Polonia e Bielorussia “non è una crisi migratoria ma una vera e propria aggressione da parte di un regime”. Per Varsavia, un sostegno così netto da parte di tutti i governi europei, anche di quelli più ostili alla sua linea politica, è una vittoria su tutta la linea. Isolato dopo le scelte sul fronte della magistratura e in generale sulle posizioni per i diritti civili, accusato di voler minare l’Ue e di essere quasi in procinto di una “Polexit”, minacciato con la chiusura dei rubinetti del Next Generation Eu per non essere in linea con il liberalismo propugnato a Bruxelles, ora il governo polacco è l’ultimo baluardo rispetto a quella linea di confine orientale che per molti significa Russia. Lo è per la Nato, lo è per l’Ue. E ci ricorda come la descrizione di un esecutivo o di un Paese, o anche di una crisi, possa cambiare rispetto alle contingenze del tempo. Adesso la Polonia serve di nuovo.

Meloni incontra Orban a Roma: "I rifugiati afghani non gravino sull'Ue". La Repubblica il 28 agosto 2021. La presidente di Fdi e il premier ungherese hanno ribadito la loro stretta collaborazione nel perseguire l'obiettivo comune del rafforzamento della Destra europea. "Ribadire la stretta collaborazione tra Fidesz, Fratelli d'Italia e i Conservatori europei nel perseguire l'obiettivo comune del rafforzamento della Destra europea". E' quanto si legge in una nota di FdI dopo l'incontro di oggi a Roma tra la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni e il premier ungherese Viktor Orban. "Meloni si è complimentata con Orbàn per i significativi successi della politica economica ungherese, che sta vivendo una fase di crescita senza precedenti negli ultimi 30 anni. L'occasione è stata importante anche per ribadire la stretta collaborazione tra Fidesz, Fratelli d'Italia e i Conservatori europei nel perseguire l'obiettivo comune del rafforzamento della Destra europea, nel nome del rispetto delle sovranità nazionali, della difesa della famiglia naturale e dell'identità cristiana, dell'economia sociale di mercato", si legge in una nota. "Oggi ho avuto il piacere di salutare Viktor Orbàn, in visita privata a Roma - scrive Meloni in un post su Fb - Abbiamo fatto il punto sulle vicende internazionali di questi giorni, a partire dall'Afghanistan e dalla necessità di coinvolgere i paesi confinanti nell'accoglienza dei profughi senza gravare ulteriormente sull'Europa. Ma abbiamo anche parlato di come sostenere la ripresa economica dalla pandemia. Insieme continuiamo a lavorare verso l'obiettivo comune di avere una destra europea sempre più forte e decisiva". Meloni e Orbàn, prosegue il comunicato, hanno anche "condiviso la necessità di vigilare attentamente sulle possibili infiltrazioni terroristiche". "Il confronto si è poi concentrato sulla gestione della pandemia e sulle ricette per la ripresa economica, che a detta dei due leader sarà quanto più significativa quante più risorse saranno destinate a sostenere le imprese, anzichè dilapidate in misure assistenziali", conclude la nota.

Il documento approvato a Bruxelles. Dossier migranti, cosa prevede il documento approvato a Bruxelles. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 28 Giugno 2021. Dieci minuti. È il tempo dedicato dai leader europei convenuti a Bruxelles alla discussione sul dossier migranti. Dieci minuti. E poi si passa ad altro. «Scandalo Ue». Parola che prendiamo in prestito da una dichiarazione del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Nella bozza di conclusioni del vertice Ue, che riguarda «la situazione della migrazione sulle varie rotte», si riconosce la necessità in alcuni casi «di una vigilanza continua e di un’azione urgente». Proprio questo senso di “urgenza” è stato inserito su insistenza dell’Italia. «Il Consiglio europeo ha discusso la situazione della migrazione sulle varie rotte – si legge nel documento -. Sebbene le misure adottate dall’Ue e dagli Stati membri abbiano ridotto i flussi irregolari complessivi negli ultimi anni, gli sviluppi su alcune rotte destano serie preoccupazioni e richiedono una vigilanza continua e un’azione urgente». Inoltre nella bozza si specifica l’obiettivo delle partnership e della cooperazione coni Paesi di origine e transito, finalizzata a «sostenere i rifugiati e gli sfollati nella regione, sviluppare capacità di gestione della migrazione, sradicare» il traffico di esseri umani, «rafforzare il controllo delle frontiere, cooperare in materia di ricerca e soccorso, affrontare la migrazione legale nel rispetto delle competenze nazionali, e garantire il rimpatrio e la riammissione». Nessun impegno concreto, nessuna reale condivisione. «Sappiamo che la dimensione esterna è essenziale – ha affermato nel suo intervento il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli – e che soltanto insieme ai nostri partner potremo pensare di governare la mobilità delle persone, forzata o volontaria, nel rispetto dei loro diritti. Sappiamo però anche che la dimensione esterna da sola non basta se non sapremo darci una politica comune di immigrazione e asilo al nostro interno. Qual è la comune responsabilità davanti a questo fenomeno globale? Il Parlamento europeo sta lavorando alle misure contenute nel Patto per l’immigrazione e l’asilo e siamo pronti a negoziare in modo pragmatico e utile. Definire norme comuni per l’accoglienza delle persone allo sbarco, per il salvataggio in mare. Non possiamo rinviare a riflettere su vie regolari di immigrazione controllata, lavorare insieme su corridoi umanitari e sugli strumenti offerti dalla politica comune dei visti per tutelare chi fugge da persecuzioni e guerre e ha diritto alla protezione internazionale». Per poi concludere: «Serve una politica comune di immigrazione e asilo al nostro interno». Il Consiglio «deve fare uno sforzo», perché «non possiamo continuare a non avere una politica europea» sui ricollocamenti. Quando avviene uno sbarco, succede che «la Commissione telefona» e chiede «chi può prenderne 50, chi può prendere i minori», ma la gestione di un fenomeno come «la migrazione può essere affidata ad un meccanismo così volontario? È un po’ scandaloso», rimarca Sassoli. E non è il solo scandalo consumatosi a Bruxelles. Nella bozza di conclusioni del vertice Ue, che riguarda “la situazione della migrazione sulle varie rotte”, si riconosce la necessità in alcuni casi «di una vigilanza continua e di un’azione urgente». Proprio questo senso di “urgenza” è stato inserito su insistenza dell’Italia. «Il Consiglio europeo ha discusso la situazione della migrazione sulle varie rotte – si legge nel documento -. Sebbene le misure adottate dall’Ue e dagli Stati membri abbiano ridotto i flussi irregolari complessivi negli ultimi anni, gli sviluppi su alcune rotte destano serie preoccupazioni e richiedono una vigilanza continua e un’azione urgente». Inoltre nella bozza si specifica l’obiettivo delle partnership e della cooperazione con i Paesi di origine e transito, finalizzata a «sostenere i rifugiati e gli sfollati nella regione, sviluppare capacità digestione della migrazione, sradicare» il traffico di esseri umani, «rafforzare il controllo delle frontiere, cooperare in materia di ricerca e soccorso, affrontare la migrazione legale nel rispetto delle competenze nazionali, e garantire il rimpatrio e la riammissione». In generale, rafforzare gli accordi di partenariato con i Paesi di provenienza in Africa sul «modello turco», è stata la parola d’ordine. Per questo la Commissione ha messo sul tavolo un sostegno complessivo da 5,7 miliardi di euro che dovrebbe essere presto approvato. «Draghi – dice a Il Riformista Emma Bonino – ha fatto bene a ricordare ai suoi recalcitranti partner europei che è dal 2018 che di migranti si è smesso di parlare in Europa a quel livello. Detto questo – sottolinea la senatrice ed ex ministra degli Esteri – quello che è venuto fuori è l’esternalizzazione delle frontiere senza neppure sfiorare la questione della ripartizione. Sulla parte esterna, con l’invito a rafforzare gli accordi bilaterali, il meccanismo sembra un po’ farraginoso laddove sembra voler scaricare sulla Commissione e su “Mr.Pesc” questa patata bollente. Andiamo, facciamo, e poi lo scaricabarile». La logica che sembra essere prevalsa nuovamente è quella “securitaria”. È così – riflette la leader Radicale – ma questo solo per quanto riguarda i confini esterni, perché all’interno, e di questo non si evita di parlare, la sicurezza la dà l’integrazione. Securitari, ma fuori. Al nostro interno, di regolarizzare queste persone per non lasciarle in mano alla criminalità neanche a parlarne. Tanto è vero che l’anno scorso, il decreto Bellanova per gli agricoli e le badanti, ha ricevuto 207mila richieste. Ad oggi, un anno dopo, le richieste verificate sono state 45mila. Per essere più credibili in Europa bisogna saper fare i compiti a casa, anche perché integrare le persone aumenta la sicurezza».

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Dal corriere.it l'8 ottobre 2021. Nuovi strumenti per proteggere le frontiere esterne dell’Ue di fronte ai flussi migratori, anche con il finanziamento europeo di recinzioni e muri: è quanto viene chiesto dai ministri dell’Interno di una dozzina di Paesi (Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Repubblica Slovacca) in una lettera indirizzata alla Commissione europea e alla presidenza di turno del Consiglio Ue. Il tema del rafforzamento dei confini esterni dell’Unione sarà affrontato dalla riunione dei ministri dell’Interno dei 27 prevista per oggi, venerdì 8 ottobre, a Lussemburgo. Nella lettera di quattro pagine («Adattamento della cornice legale Ue a nuove realtà») i 12 Paesi chiedono «nuovi strumenti che permettano di evitare, piuttosto che affrontare in seguito, le gravi conseguenze di sistemi migratori e di asilo sovraccarichi e capacità di accoglienza esaurite, che alla fine influiscono negativamente sulla fiducia nella capacità di agire con decisione quando necessario». Allo stesso tempo - si legge ancora in un passaggio del documento - «queste soluzioni europee dovrebbero mirare a salvaguardare il sistema comune di asilo riducendo i fattori di attrazione». Le barriere fisiche sembrano essere «un’efficace misura di protezione delle frontiere» che serve l’interesse di tutta l’Ue, non solo degli Stati membri di primo arrivo, «questa misura legittima dovrebbe essere ulteriormente e adeguatamente finanziata dal bilancio dell’Ue in via prioritaria». Al momento «ci sono forti pressioni migratorie: abbiamo l’aggressione di Lukashenko, un aumento degli arrivi attraverso il Mediterraneo e la rotta atlantica e anche un aumento dei movimenti secondari nell’Unione europea», perciò occorre «fare progressi sul Patto sull’immigrazione e l’asilo» che contiene «tutti i componenti per essere in grado di gestire la migrazione in un modo molto migliore», ha detto la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, al suo arrivo al Consiglio Ue Affari interni. 

FRANCESCA BASSO per il Corriere della Sera il 9 ottobre 2021. Il muro anti-migranti divide l'Europa. Dodici Paesi Ue hanno scritto alla Commissione europea e alla presidenza di turno slovena dell'Ue per chiedere nuovi strumenti per proteggere le frontiere esterne dell'Unione di fronte ai flussi migratori e di poter finanziare con il bilancio dell'Ue la costruzione di recinzioni e muri. Un primo stop è arrivato dalla commissaria Ue agli Affari interni, che ha parlato al termine del consiglio che si è tenuto a Lussemburgo: «Abbiamo davvero bisogno di rafforzare la protezione dei confini esterni dell'Unione - ha detto -. Alcuni Stati membri costruiscono barriere e li capisco. Ma non penso che sia una buona idea usare fondi Ue per costruirle». La presidenza slovena, invece, sostiene la proposta. Il documento è stato firmato dai ministri dell'Interno di Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Slovacchia. Il ministro sloveno Ales Hojs ha spiegato di non avere ricevuto la lettera e dunque di non avere avuto «l'opportunità di firmarla» ma «comunque ho avuto l'occasione di sostenerla pubblicamente» e ha ricordato che «dopo il disastro del 2015, la Slovenia ha deciso di erigere barriere, a sue spese, su parte del confine della Croazia, e continuerà a farlo». Sul tavolo del consiglio Affari interni c'era tra i punti all'ordine del giorno il rafforzamento delle frontiere esterne dell'Ue, incluso lo screening e la detenzione dei migranti (che sono parte del nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo, i cui negoziati sono però in stallo). La lettera chiede l'adattamento della cornice legale Ue alle nuove realtà, in particolare «nuovi strumenti che permettano di evitare, piuttosto che affrontare in seguito, le gravi conseguenze di sistemi migratori e di asilo sovraccarichi e capacità di accoglienza esaurite». I Paesi Baltici e la Polonia sono in queste settimane sotto pressione per i migranti spinti al confine dal dittatore bielorusso Alexander Lukashenko con l'obiettivo di destabilizzare l'Unione. Varsavia e Vilnius stanno già erigendo barriere difensive. Per la commissaria Johansson non servono nuove proposte, va trovato invece l'accordo sul nuovo Patto per la migrazione e l'asilo che contiene una parte sulla protezione e il monitoraggio dei confini esterni dell'Ue. La ministra Luciana Lamorgese, che a margine del consiglio ha incontrato Johansson, ha spronato l'Ue a «colmare il ritardo fin qui accumulato, sviluppando, in tempi rapidi e con azioni concrete, gli impegni assunti sul fronte dei partenariati strategici con i principali Paesi del Nord Africa, a partire da Libia e Tunisia». Da Roma si è fatto sentire il leader della Lega Matteo Salvini: «Se ben 12 Paesi europei con governi di ogni colore chiedono di bloccare l'immigrazione clandestina, con ogni mezzo necessario, così sia. L'Italia che dice?».

La lettera di 12 Paesi Ue. I gendarmi d’Europa vogliono cancellare il diritto di asilo. Gianfranco Schiavone su Il Riformista il 12 Ottobre 2021. Il 7 ottobre scorso i ministri dell’Interno di ben dodici Paesi della UE (Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia) hanno inviato una lettera alla presidente della Commissione Europea. Non si tratta, come si vede, solo di paesi del noto gruppo di Visegrad ma di molti di più e di diverso orientamento politico. La missiva sollecita la Commissione europea ad adattare il quadro giuridico attuale dell’Unione a contrastare ciò che essi identificano come tentativi di strumentalizzazione della migrazione illegale per scopi politici attuati da Stati non Ue, nonché altre, non meglio definite minacce ibride (nel testo: hybrid threats). Nella lettera si fa esplicito rinvio alla relazione della Commissaria Von Der Leyen del 29 settembre scorso sullo stato dell’Unione laddove la Commissaria, riferendosi esplicitamente alla Bielorussia quale esempio, ritiene di evidenziare l’esistenza di un traffico di migranti sponsorizzato dallo stato (nel testo: State-sponsored migrant smuggling) inteso come una situazione in cui uno Stato crea e facilita artificialmente la migrazione irregolare usando la pressione migratoria come strumento per propri scopi politici. Nel citato discorso Von Der Leyen invoca in modo del tutto vago la necessità che la Ue, al fine di combattere ciò che ritiene un nuovo fenomeno, si doti di una sorta di cassetta degli attrezzi rafforzata che riunisca l’intera gamma di strumenti operativi, legali, diplomatici e finanziari a sua disposizione; tra gli interventi così genericamente auspicati la Commissaria ricorda, tuttavia, anche la necessità di assistere i migranti soggetti a tali strumentalizzazioni. È quanto meno dubbio che si possa definire un fenomeno politicamente nuovo quello della strumentalizzazione delle crisi migratorie da parte di paesi terzi ad ordinamento non democratico o esplicitamente autoritario, salvo che si identifichi come un fenomeno nuovo per entità e impatto in Europa proprio ciò che Von Der Leyen ha omesso del tutto di esaminare nella sua comunicazione sullo stato dell’Unione, ovvero che è l’Unione stessa a praticare da alcuni anni con paesi terzi accordi di ogni genere, per lo più segreti o comunque sottratti al controllo democratico parlamentare, come nel caso del non-accordo tra Ue e Turchia, per bloccare i migranti, senza prevedere alcun vincolo e alcuna condizione reale sulla tutela giuridica e sul trattamento sociale delle persone bloccate nei paesi terzi in virtù di tali accordi. È dunque in primo luogo la politica esterna dell’Unione in materia di asilo e di esternalizzazione delle frontiere a generare esplosive situazioni di crisi che, come è ovvio, possono venire strumentalizzate dai paesi terzi con cui si stringono accordi, salvo poi deplorarne il comportamento.

Non mi soffermo oltre sulla scarsa consistenza dell’analisi della presidente Von Der Leyen e torno all’esame del testo della citata missiva redatta dai dodici ministri. In essa si chiede di apportare significative modifiche all’attuale Codice Frontiere Schengen, ovvero al Regolamento (UE) 2016/399, in quanto in esso non vi sarebbero regole chiare riguardo alle azioni che gli Stati membri possono realizzare in caso di un attacco ibrido caratterizzato da un afflusso su larga scala di di migranti irregolari, (nel testo: a hybrid attack characterised by an artificially created large scale inflow of irregular migrants) facilitato, organizzato e/o spinto da un paese terzo. Curiosamente il documento non si ferma a meglio definire uno dei concetti fondamentali che propone ovvero quando il flusso dei migranti possa dirsi “artificiale”; si deve intendere un arrivo di persone forzate a lasciare il paese terzo ma che non vorrebbero farlo? È forse da considerare artificiale la scelta dei migranti di abbandonare il paese nel quale erano bloccati appena si presenta loro un’occasione data da un cambio politico? E ancora, riconoscendo che una strumentalizzazione politica di tali situazioni può portare gravi conseguenze, quali azioni vanno realizzate per gestire le crisi nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone coinvolte? Si tratta di domande che non trovano alcuna risposta nel documento, il quale si limita a dolersi del fatto che nel diritto della Ue non sia prevista alcuna misura, tranne la sorveglianza delle frontiere, per impedire l’attraversamento illegale e che non sia prevista una barriera fisica come misura di protezione delle frontiere esterne dell’Ue. Si arriva dunque all’unica proposta: la realizzazione di barriere fisiche lungo tutte le frontiere esterne individuata come una misura permanente, a regime (e non come eventuale misura estrema in presenza di una crisi) la cui realizzazione deve essere un obiettivo prioritario per l’Unione (nel testo: Physical barrier appears to be an effective border protection measure that serves the interest of whole EU, not just Member States of first arrival). Colpisce in tutto il testo l’uso di un linguaggio militare nel quale le persone usate come armi improprie da parte degli stati terzi perdono del tutto la caratteristica primaria di essere vittime e, a ben guardare, perdono persino la caratteristica di essere persone. Nel testo della missiva non compaiono mai parole come assistenza, accoglienza, asilo, protezione se non in un unico passaggio laddove si fa riferimento a sistemi di migrazione e di asilo sovraccarichi e capacità di alloggio esaurite. Le persone alle quali la barriera fisica impedirebbe l’ingresso sono concepite come una massa indistinta di nemici e il documento non si pone in alcun modo l’interrogativo, giuridico prima ancora che etico, di come esaminare la loro posizione caso per caso e di come permettere l’accesso ad una procedura di esame della loro domanda di asilo magari condotta alla frontiera con procedura accelerata. Nella citata lettera il diritto di asilo come diritto fondamentale previsto dal diritto dell’Unione ed in particolare dalla Direttiva 2013/32/UE (procedure) quale diritto di chiedere protezione ad una frontiera esterna della UE, viene semplicemente e tacitamente abrogato. Sparisce contestualmente il divieto di respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra in quanto diviene possibile respingere alla frontiera chi si trova appena al di là del muro senza esaminare la sua situazione individuale. Quanto ai respingimenti collettivi, vietati dal diritto Ue, anch’essi divengono quindi possibili, anzi la norma. Cosa rimane in tale scenario del diritto d’asilo quale diritto fondamentale che sta alla base della civiltà giuridica europea? Di fatto più nulla. L’abrogazione di fatto del diritto d’asilo e la creazione di muri fisici non sono scindibili dall’uso impunito della violenza verso le persone che vengono respinte, giacché non esistono muri dolci dai quali le persone che cercano di entrare vengono allontanate seguendo una procedura rigorosa che prevede regole e condizioni. Il respingimento attuato per impedire di passare il muro, per essere efficace, deve essere rapido e sommario; e deve essere violento perché la violenza è parte delle misure di dissuasione. Diversamente è solo perdita di tempo e di soldi. È per queste evidenti e semplici ragioni che tutte le sperimentazioni che da tempo precedono la costruzione delle barriere fisiche attuate finora alle frontiere esterne dell’Europa, come quelli tra la Grecia e la Turchia, tra la Bulgaria e la Turchia, e quelle messe in atto da anni tra la Croazia e la Bosnia e appena svelate dalle agghiaccianti immagini pubblicate dal progetto di giornalismo “Lighthouse Report”, e da ultimo le violenze al confine tra Polonia e Bielorussia che hanno provocato la morte per stenti di diversi rifugiati, hanno, nella diversità delle circostanze, le medesime caratteristiche di violenza sistematica e di pianificata violazione proprio del Codice Frontiere Schengen nella parte in cui disciplina i respingimenti legittimi, ovvero assunti dopo un contatto con la persona, la verifica della sua situazione, ed attuato con provvedimento motivato e notificato affinché possa essere oggetto di un sindacato giurisdizionale. Ma una procedura legale è cosa sciocca ed impossibile da attuare se lo scopo non è il respingimento legittimo di chi non ha titolo ad entrare, bensì il respingimento del nemico. Se i dodici firmatari della missiva alla Commissione UE si fossero limitati a proporre delle nuove misure straordinarie da inserire nel diritto della Ue nel solo caso si verifichi un arrivo massiccio di migranti artificialmente spinti verso la Ue da parte di un paese terzo confinante, la loro proposta avrebbe potuto essere esaminata, criticata, rifiutata, emendata, all’interno del normale, anche aspro, confronto democratico. Ma ciò che è stato messo nero su bianco è tutt’altro: ovvero un tentativo di sovvertire principi fondamentali dell’ordinamento democratico dell’Unione, talmente inaudito che ritengo verrà esaminato dagli storici che studieranno la nostra epoca come uno dei più significativi manifesti ideologici del neo autoritarismo del XXI secolo. Se sono molte e complesse le sfide storiche del tempo presente, dalla gestione delle pandemie fino alla crisi climatica, ed ognuna delle risposte che diamo ci dice chi realmente siamo, la gestione delle migrazioni, e di quelle forzate in particolare, rimane la principale prova della tenuta della democrazia in Europa. Gianfranco Schiavone

Lucio Caracciolo per la Stampa il 12 ottobre 2021. La divisione fra Europa occidentale ed Europa orientale è ancora con noi. Semmai si accentua. Chi immaginava che l'apertura della cortina di ferro comportasse l'unificazione del Continente non faceva i conti con la maledizione del lungo periodo. La bipartizione disegnata alla fine della seconda guerra mondiale non era accidentale. Quando il 25 aprile 1945 le avanguardie sovietiche e americane si abbracciarono presso la cittadina sassone di Torgau, lungo il corso del fiume Elba, ristabilivano di fatto un tratto di limes romano, celebrato da Augusto nelle Res Gestae (26,2) quale confine della Germania più o meno assimilabile. Oltre il quale, secondo il fondatore su commissione angloamericana della Germania occidentale, il renano anti-prussiano Konrad Adenauer, cominciava la "steppa asiatica". Dopo l'Ottantanove i russi tornarono a casa da sconfitti. Avendo scaricato l'impero euro-orientale come zavorra nell'illusione di salvare così l'Urss. Noi euroccidentali scambiammo l'entusiasmo di quei popoli oppressi per spontanea adesione ai valori liberaldemocratici. Ma per gente a lungo costretta sotto il tallone di Mosca lo scambio non era tanto fra comunismo e libertà quanto fra comunismo e consumismo. Prima ancora, fra sottomissione allo straniero e indipendenza. Sovranità. Tradotto in geopolitica: prima la Nato, cioè gli Stati Uniti in Europa, poi l'Unione europea, leggi fondi comunitari. Soldati americani e soldi europei: il migliore dei mondi possibili. Ciò varrà ai popoli dell'Est la stizzita accusa di leso europeismo da parte di alcuni intellettuali occidentali, quelli che oggi bollano come "populista" chiunque non ne sottoscriva le verità. Piaccia o non piaccia, così stavano e così restano le cose. Ce lo ricordano in questi giorni tre significativi eventi, con la Polonia massima protagonista: la sentenza della Corte costituzionale polacca che considera incompatibili con la Carta nazionale alcuni articoli dei Trattati europei, così sancendo la superiorità del diritto interno sull'europeo; il prolungamento dello stato d'emergenza alla frontiera con la Bielorussia, dove migliaia fra militari e guardie di frontiera frenano il flusso di migranti in fuga (o inviati) dal regime di Lukaenka; la lettera inviata alla Commissione europea dai governanti polacchi insieme ai rappresentanti di altri undici Paesi, in netta maggioranza già pertinenti all'impero sovietico o alla stessa Urss (più Cipro, Grecia e Danimarca), per chiedere a Bruxelles di finanziare la costruzione di muri e barriere anti-migranti, richiedenti asilo compresi. Sintomatica al riguardo la risposta della commissaria competente, la socialdemocratica svedese Ylva Johansson: vi capisco, fate pure, ma non con i denari della cassa comune. La reazione degli euroccidentali, francesi e tedeschi in testa, è stata secca. Da Parigi si parla di "Polexit di fatto", quasi Varsavia si stesse estromettendo dall'Ue. Analogo il tono di Berlino, che ricorda alla Polonia gli impegni presi (ma non ricorda a se stessa i caveat che la Corte costituzionale di Karlsruhe ha da tempo indicato, specificando come sui diritti fondamentali non esista una supremazia automatica del diritto europeo sull'interno). Festa grande, invece, per i "sovranisti" d'ogni longitudine. Nostrani compresi. Varsavia non saluterà Bruxelles. Conviene però prendere atto che fra le molte e variegate faglie che ritagliano lo spazio dei Ventisette, ce n'è una troppo profonda per essere sanata: quella fra europei occidentali e orientali (alcuni nordici compresi), cresciuta su radici culturali e geopolitiche profonde secoli. La cortina di ferro non fu capriccio della guerra fredda. Né il "sovranismo" è attribuibile a un ciclo politico-ideologico. Europei dell'Est e dell'Ovest abitano tempi, non solo spazi, intimamente diversi. Per i primi, si tratta di consolidare l'indipendenza recentemente riconquistata. Polacchi, cechi, ungheresi, slovacchi, baltici e quanti altri vivono il loro Risorgimento, quando non il fortunoso battesimo di Stati inediti. Difficile concepire che aderiscano di cuore alle parziali cessioni di sovranità che noi euroccidentali concordammo, per impulso soprattutto americano, dopo la sconfitta collettiva nella seconda guerra mondiale. Nell'Ottantanove sembrava che il vento dell'Ovest avrebbe convertito l'Est, autopromosso Centro. Oggi il vento pare soffiare in direzione opposta. Prenderne atto sarebbe già un passo avanti per stabilire quale grado di integrazione sia davvero possibile fra le troppe Europe che chiamiamo Europa. È la storia, bellezza!  

Orbán sta con la Polonia e attacca la Ue. Ed è febbre anti-Europa anche in Francia. Gaia Cesare il 10 Ottobre 2021 su Il Giornale. Orbán sta con la Polonia e attacca la Ue. Ed è febbre anti-Europa anche in Francia. Dopo la Polonia, la Francia? È una scossa pesante alle fondamenta dell'Unione europea, ma rischia di scatenare un terremoto la sentenza del 7 ottobre pronunciata dalla Corte Costituzionale polacca. I giudici di Varsavia, che agiscono sotto l'influenza politica del partito di governo, il PiS del premier polacco Mateusz Morawiecki, artefice delle nomine di 10 dei 14 componenti della Corte, hanno aperto lo scontro su un principio cardine dell'Unione europea: la superiorità del diritto europeo sul diritto nazionale. E adesso la stuzzicante e pazza idea di non dover subire la «supremazia europea» sta facendo breccia non solo fra i Paesi sovranisti come l'Ungheria di Viktor Orbán o la Slovenia di Janez Jana, ma anche nella Francia del super-europeista Macron, che tra sei mesi andrà alle urne per confermare o spodestare il suo presidente. I candidati in corsa per l'Eliseo, anche nella destra «moderata», non rigettano del tutto il principio e in alcuni casi lo difendono in pieno, come ha fatto ieri il sovranista Orbán, secondo cui «il primato del diritto dell'Ue dovrebbe applicarsi solo nelle aree in cui l'Unione ha competenza. E il quadro è stabilito nei trattati istitutivi dell'Ue». Per il premier ungherese la sentenza polacca è dovuta «alle cattive pratiche delle istituzioni europee, che non rispettano il principio di sussidiarietà e cercano di deprivare i diritti degli Stati membri, con la furtiva estensione dei poteri e senza emendare i Trattati». Bruxelles, è il senso, si allarga fino a dove non può, conclusione che l'Ue ha già rigettato, minacciando di usare «tutti i poteri» per difendere il primato del diritto europeo. Ma se la posizione di Orbán non desta sorprese, stupisce invece il fermento che la sentenza ha creato a Parigi. Mentre il governo denuncia «l'attacco gravissimo contro la Ue», la principale sfidante di Macron, Marine Le Pen, cavalca la nuova battaglia, dopo aver rinunciato all'idea di uscire dall'Unione europea e abbandonare la moneta unica. «Affermando il primato della sua legge costituzionale sulla legislazione europea, la Polonia esercita il suo diritto legittimo e inalienabile alla sovranità», ha spiegato la leader dell'estrema destra e candidata presidenziale del Rassemblement National, che promette di inserire il principio in Costituzione se arriverà all'Eliseo. Ancora più a destra di Le Pen, la insidia anche su questo, oltre che nei sondaggi e in famiglia, il possibile sfidante Eric Zemmour, editorialista e saggista non ancora candidato ufficiale ma sostenuto da papà Jean Marie Le Pen. In un comunicato Zemmour denuncia «il colpo di Stato federalista contro la Polonia», convinto che sia «tempo di restituire al diritto francese la sua primazia sul diritto europeo». Come se non bastasse, anche il conservatore Xavier Bertrand, in corsa per l'Eliseo, propone di introdurre in Costituzione «un meccanismo di salvaguardia degli interessi superiori della Francia». «Quando sono in gioco - spiega l'ex ministro ed ex «républicain» - la sovranità popolare deve prevalere». In attesa che il centrodestra moderato dei Républicains scelga il candidato alle presidenziali al Congresso che dovrebbe svolgersi il 4 dicembre, ad avvertire del rischio che la questione monti, trasformandosi in Polexit (l'uscita della Polonia dalla Ue) e chissà se in Frexit (la exit della Francia), è l'ex capo negoziatore europeo per l'uscita di Londra dalla Ue, Michel Barnier, in corsa fra i Repubblicani, convinto della necessità di una «sovranità giuridica», anche se solamente sulla materia immigrazione: «Se non cambiamo nulla, ci saranno altre Brexit». Gaia Cesare

TONIA MASTROBUONI per repubblica.it il 9 ottobre 2021. Lo scontro senza precedenti tra la Polonia e l'Unione europea rianima le destre sovraniste, attualmente orfane di argomenti "caldi". L'indignazione delle capitali europee - Francia e Germania in testa con tanto di dichiarazione congiunta dei ministri esteri - dinanzi alla decisione della Corte costituzionale polacca di dichiarare incostituzionali alcuni articoli dei Trattati europei ha catapultato leader e premier populisti sulle barricate. (...) Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, ha twittato che la pensa «come le Corti costituzionali tedesca, polacca e altre: la Costituzione voluta, votata e difesa dal popolo italiano viene prima delle norme decise a Bruxelles. Perché si può stare in Europa anche a testa alta, non solo in ginocchio come vorrebbe la sinistra». (...) Ma in Italia anche un partito di governo si è mobilitato a favore della gravissima sentenza polacca. Claudio Borghi, deputato della Lega, ha parlato di una mossa «sacrosanta», e i due eurodeputati Marco Zanni e Antonio Maria Rinaldi si sono buttati in un curioso calembour: «É bene ricordare che sono le Costituzioni nazionali a legittimare l'esistenza dell'Ue e del suo diritto e non può essere il contrario». Anche in questo caso sarebbe appena il caso di ricordare che ogni Stato che aderisca all'Unione europea accetta la primazia dei Trattati sulle leggi nazionali. (...) La reazione della Commissione europea è stata durissima. La presidente Ursula von der Leyen si è detta «profondamente preoccupata per la sentenza» e ha promesso che «useremo tutti i poteri che abbiamo ai sensi dei trattati per garantirlo». Non è ancora chiaro quali strumenti saranno messi in campo, ma è certo che i 58 miliardi di fondi del Recovery Fund bloccati da settimane in attesa che Varsavia rispetti le sentenze della Corte di Giustizia Ue a tutela dell'indipendenza dei giudici, non saranno scongelati. E intanto tre europarlamentari di peso della maggioranza hanno invitato Bruxelles ad applicare «immediatamente» il meccanismo che tutela il bilancio Ue dalle violazioni dello Stato di diritto. Il premier polacco Morawiecki ha insistito anche ieri che la Polonia non vuole uscire dall'Ue. E il politologo Michal Kolanko, intercettato al telefono, spiega che «il partito di governo Pis (Diritto e Giustizia) cerca da sei anni di dimostrare ai suoi elettori che non si inchina a Bruxelles. Tutte le sue "battaglie per la sovranità" ruotano intorno a questo messaggio. Ma finora si sono sempre fermati a un passo dal disastro, e cioè a un passo dal perdere i fondi europei. (…)

Quei muri contro i migranti in nome della patria. Forse un giorno i muri diventeranno il contrario – punti di sutura tra popoli e terre. E forse faremo pellegrinaggi per ricordare quanti provarono a scavalcarli. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio l'8 novembre 2019. Il muro più famoso al mondo – a parte quello dei Pink Floyd – non si vede. E non si vede non per una qualche diavoleria ipertecnologica ma perché non c’è più, e da mo’. Però, ne è rimasta l’evocazione, anche se sovrappensiero. Stiamo parlando di Wall Street, la strada del muro – centro della finanza mondiale, dove si giocano spesso i destini del mondo. Che si chiama così, perché un tempo c’era un muro, appunto. In realtà, era poco più che una palizzata, fatta erigere e poi rinforzare nel 1640 da Peter Stuyvesant, governatore dei Nuovi Paesi Bassi il cui gioiello era New Amsterdam, per tenere lontani i pellerossa – gli altri, i diversi, i nemici. Quando scoppiò la guerra fra inglesi e olandesi la palizzata divenne un vero e proprio muro di terra e legname alto 3,5 metri e fortificato. Ma non resse alla storia. E quando gli inglesi nel 1664 rinominarono la città in New York il muro scomparve. Ma non la strada – dove fino al secolo successivo commercianti e broker avevano l’abitudine di stipulare i loro patti di transazione. Così, un giorno del 1792 decisero di stilare un accordo e lo chiamarono Buttonwood Agreement, perché Buttonwood è il nome in inglese del platano sotto cui erano soliti fare i loro scambi. E questo è l’inizio del New York Stock Exchange. Forse è vero che gli uomini hanno da sempre costruito muri mentre edificavano ponti o luoghi di culto, acquedotti e arene, piazze di mercato e accampamenti. Il Vallo di Adriano, limen dell’impero romano che divideva la Britannia, provincia conquistata, dai barbari che abitavano oltre, è del II secolo dopo Cristo – e è ancora in piedi.E la Grande Muraglia Cinese ( una serie di muri, in realtà, e di difese naturali, costruiti in epoche e dinastie successive), lunga 8.852 chilometri, iniziò nel 215 avanti Cristo. E sta ancora in piedi. Mentre le mura di Gerico non ressero alle trombe dei sacerdoti guidati da Giosuè, milleduecento anni prima di Cristo. Senza bisogno di ricorrere all’aiuto divino, Janet Napolitano, che è stata Segretario alla Sicurezza interna dal 2009 al 2013, presidente Obama, disse una volta: «You show me a 50- foot wall, and I’ll show you a 51- foot ladder / tu mostrami un muro alto 50 piedi e io ti farò vedere una scala alta 51». Non credeva, Janet Napolitano, che pure si era battuta già da governatore dell’Arizona contro il traffico dell’immigrazione clandestina, che i muri fossero “la risposta” – un muro si può sempre scavalcare, per quanto alto tu possa farlo. Eppure, non solo al confine tra gli Stati uniti e il Messico il muro sembra essere “la risposta” dell’amministrazione Trump di fronte a un esodo di massa, dal Guatemala, dall’Honduras, dal San Salvador, che ha aspetti e proporzioni bibliche. Trump ha deciso di fare fuoco e fiamme per “onorare” la proposta di campagna elettorale di allungare e rafforzare un muro che già il presidente Clinton, e dopo di lui sia Bush che Obama, hanno esteso. Solo negli ultimi dieci anni sono diecimila i chilometri di muro costruiti nel mondo. E perciò, non stiamo parlando di muri “storici” – come quelli di Belfast, iniziati nel 1969 dopo i Troubles, che sono 99 come i nomi di Allah, e dividono protestanti e cattolici, passando per vie e vicoli e dividendo caseggiato da caseggiato, quartiere da quartiere e che, per cinismo della storia, si chiamano Peace- walls, e oggi, colorati di murales che celebrano un qualche caduto dell’Ira o delle milizie orange a seconda di dove li si guardi, sono diventati meta turistica, e speriamo che tali restino. O quello che spacca Cipro, lungo 184 chilometri, separando turco- ciprioti e greco- ciprioti, che si chiama linea verde perché Peter Young, il generale inglese che nel 1963 provò a mettere un freno al massacro fra etnie, aveva sottomano solo una matita verde per tracciare la divisione dell’isola in due metà. O quello che divide le due Coree. Ci sono i 1.800 chilometri di muro che dividono l’Arabia Saudita dallo Yemen; i 700 chilometri che separano l’Iran dal Pakistan; i 230 chilometri tra Israele e Egitto ( oltre quelli in Cisgiordania); i 482 chilometri tra lo Zimbabwe e il Botswana; i 2720 chilometri ( il record!) tra il Marocco e il Sahara occidentale. L’Europa d’altronde non fa che costruire muri: c’è il muro che ci divide dall’Africa e che sta nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla e fanno da confine con il Marocco, una barriera lunga venti chilometri, alta sei metri, che è costata decine di milioni dell’Unione europea, nell’ambito del programma Frontex. C’è il muro che ci divide dall’Asia, dalla Turchia, e che in realtà è un fiume, quindi è una barriera naturale, il fiume Evros, e avrebbe dovuto comprendere anche un fossato, ma a causa dei costi molto elevati la Grecia ha deciso di mantenere soltanto una doppia barriera di reticolato e filo spinato alta quattro metri. Da qui arrivano immigranti da Afghanistan, Pakistan, Armenia, Kurdistan, Iraq, Siria. E poi ci sono i muri – anche qui barriere di reticolati, spesso elettrificati – che dividono l’Ungheria dalla Serbia ma Orbàn vuole costruirne un altro per separarsi dalla Croazia. E quello che divide la Bulgaria dalla Turchia, un vero e proprio muro lungo i trenta chilometri di frontiera. Insomma, caduta the iron curtain, la cortina materiale e ideologica che spaccava l’Europa a metà, dal mar Baltico al mar Nero e che teneva lontano i temibili cosacchi dalle fontane di San Pietro e il corrotto capitalismo dalla pura anima slava, l’Europa continua a frammentarsi e a rinchiudersi. Come a Alphaville, la gate community di SanPaolo, Brasile, dove i ricchi hanno deciso di rinchiudersi – e fare le proprie scuole, le proprie palestre, i propri centri commerciali – per stare lontani dal mondo sporco e cattivo delle favelas e mettere più di mille guardie a vigilanza e protezione: come dice un giardiniere che ci va tutte le mattine a pulire le aiuole e poi la sera orna a casa, di qua Alphaville di là Alfavela. In Brasile, Alphaville – nata proprio seguendo le indicazioni architettoniche per la città ideale di Le Corbusier – si va riproducendo e in America le gate community sono ormai realtà stabili. E sembra l’incubo rovesciato di 1997: Fuga da New York, il film dove nell’isola di Manhattan chiusa da alti muri impossibili a valicare sono stati rinchiusi i reietti. Che stiano lì nel ghetto, e non ci contaminino. Finché. Un’utopia che si trasforma in distopia.I muri sono il paradosso dei nostri tempi: tempi che si presupponevano fatti di scambi e movimenti liberi di uomini, capitali e merci e che invece si vanno distorcendo in una frammentazione sempre più ristretta di comunità. Forse un giorno i muri diventeranno il contrario – punti di sutura tra popoli e terre. E forse faremo pellegrinaggi per ricordare quanti provarono a scavalcarli, e vi lasciarono la vita. Un po’ come accadde per tutto il Novecento con il “muro dei federati” di Parigi, al cimitero del Père Lachaise, contro il quale il 28 maggio del 1871 vennero fucilati 147 Comunardi i cui corpi furono gettati nelle fosse comuni con altre migliaia di insorti e che divenne meta di cortei pavesati di bandiere rosse, “il nostro lutto e il nostro orgoglio”.

Le "guerre sbagliate". L’orrore nascosto degli altri Afghanistan: il massacro sterminato non raccontato dai giornalisti occidentali. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 25 Agosto 2021. C’è un solo motivo per cui le immagini dei precipitati dagli aerei in fuga dall’Afghanistan sono inedite: e cioè perché nelle altre parti del mondo, dove pure c’è disperazione e impera il terrore, non ci sono operazioni di salvataggio né telecamere disposte a riprenderle. C’è un solo motivo per cui appare strepitoso il gesto delle madri che affidano i loro bambini ai militari: e cioè perché altrove, dove pure l’infanzia è destinata alla sopraffazione, alla fame, alla morte, non c’è nemmeno quel filo spinato a delimitare una zona franca di possibile salvezza. Una buona quota degli ottanta milioni di profughi nel mondo viene da Paesi in cui uomini, donne e bambini sono liberamente imprigionati, torturati, uccisi, senza che quel massacro abbia un confine preciso. Letteralmente, un massacro sconfinato: senza giornalisti che ne raccontino la tragedia, senza l’interferenza delle “guerre sbagliate” dell’Occidente, senza che siano chiamate in causa le responsabilità internazionali ora evocate giusto perché si tratta di rimpallarsele. Ci si pensi: basta che abbiano una destinazione australe o verso Est, ed aerei uguali a quelli da cui precipitavano quegli afghani aggrappati sorvolano ogni giorno la scena infinita delle impiccagioni, delle lapidazioni, dei campi di concentramento, dell’infanzia infibulata, dei bambini addestrati all’uso del fucile nell’attesa che il braccio sia abbastanza forte per adoperare il machete nelle decapitazioni. Il dramma afghano ci rinfaccia in modo esemplare la verità di una situazione più vasta, della quale non dovremmo più far finita di non sapere nulla quando un barcone di disperati si accosta all’Italia. Iuri Maria Prado

Storia d’Italia, 1961: la nascita del muro di Berlino che divise il mondo a metà. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 9 Dicembre 2020. Tirarono su il Muro di Berlino, nell’agosto del 1961, fra la gente che urlava vedendo che non sarebbe potuta tornare a casa. Gli innamorati furono divisi, i genitori dai figli, i vecchi restarono alla finestra a guardare mentre i “Vopo” (Volken polizei, polizia del popolo) della Repubblica Democratica tedesca costruivano in fretta e furia barriere di cemento per sbarrare la strada ai berlinesi impazziti per la disperazione, che cercavano di fuggire o tornare a casa. Per capire questa storia bisogna ricordare quel che era accaduto dopo la sconfitta del 1945 ai tedeschi vinti. La Germania era stata suddivisa in due Stati: uno sotto il controllo sovietico e l’altro integrato nel sistema occidentale. Berlino, che si trovava all’interno della Germania comunista, era a sua volta divisa in due zone: quella occidentale, governata con libere elezioni e uno stile di vita europeo, e quello sovietico. I tedeschi della Rdt da anni fuggivano in massa dalla zona comunista e Nikita Krusciov, il successore di Stalin, decise di metter fine a questa emorragia con un muro, dividendo secondo le linee della suddivisione militare i cortili e le strade, senza preavviso né pietà. Quel muro restò in piedi per ventotto anni, fin quando l’ultimo Segretario generale del Partito comunista sovietico Michail Gorbaciov decise di metter fine alla vergogna di quella barriera, che fu demolita come tutti sappiamo a furor di popolo. Ma nel 1961 nessuno aveva mai sentito parlare di muraglie che dividessero città, separando le famiglie, benché esistessero allora come oggi due Coree e due Vietnam, oltre alle due Germanie. L’Unione Sovietica era all’apice della sua potenza e anche del suo prestigio. Nel 1961 l’Urss spedì il primo uomo nello spazio: le foto di Jurij Gagarin con la sua avveniristica tuta da esploratore spaziale con i simboli della falce e martello, dominarono le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Si ripeté lo straordinario fenomeno di stupore, timore e ammirazione già visto con il lancio del primo satellite artificiale sovietico Sputnik. I russi sembravano largamente avanti rispetto agli americani e le loro imprese spaziali erano interpretate ovunque come il prodotto di un sistema culturale, scolastico e anche economico, vincente. Possiamo azzardare forse oggi un paragone con ciò che accade in Cina, dove la tecnologia sembra essere più sviluppata di quella americana e la potenzialità cinese, oltre che la sua reale attuale potenza, sembra avere prospettive ineguagliabili. Il mondo si stava abituando al fatto che tre personalità si stavano affermando come autentici leader: il segretario sovietico Nikita Krusciov, il Presidente americano John Kennedy e Papa Roncalli che aveva assunto l’inconsueto nome di Giovanni XXIII. Tutti si rendevano conto che il mondo era sempre sul ciglio del baratro, che una guerra nucleare era sempre più probabile, e che tuttavia si poteva lavorare molto sullo stato delle cose per impedire che la catastrofe arrivasse. E così, miracolosamente, accadde. La catastrofe non ci fu e noi siamo ancora qui a raccontarla. Gli Stati Uniti stavano attraversando una brusca crisi interna per la questione dei diritti civili degli afroamericani che erano ancora sottoposti nel Sud alle cosiddette “Leggi di Jim Crow”. Queste consistevano nell’apartheid delle persone di colore come in Sud Africa. I neri erano liberi da circa un secolo, ma segregati. Avevano combattuto per il loro Paese in due guerre mondiali, si erano imposti nella musica e nello sport, nella letteratura, ma negli Stati governati dai democratici – oggi sembra un paradosso, ma è così – vivevano vite separate e umilianti rispetto alla società dei bianchi. John Kennedy, il primo presidente cattolico e dunque non “Wasp” (sigla che sta per bianco, anglosassone e protestante) era deciso a distruggere il sistema della segregazione a costo di mandare l’esercito a scortare i bambini neri a scuola insieme ai bianchi, cosa che poi realmente avvenne anche se a realizzarla fino in fondo fu il suo successore e allora vice Lyndon Johnson, dal momento che Kennedy fu assassinato a Dallas alla fine del ‘63. L’era kennediana era cominciata sotto una cattiva stella perché proprio nel 1961 fu tentata la fallimentare invasione di Cuba degli esuli anticastristi armati ma non protetti dagli americani. Il piano era stato approvato dal presidente Eisenhower, quando l’America si era sentita provocata e scioccata dalla decisione di Fidel Castro di imboccare una via rivoluzionaria vicina a quella sovietica e antiamericana. In realtà Fidel aveva tentato in tutti i modi di ottenere dagli Stati Uniti prestiti sostanziosi per far decollare l’economia cubana, sottratta al giro delle case da gioco e dei bordelli che aveva prosperato sotto la presidenza di Fulgencio Batista e dei suoi amici legati alla mafia italiana. Così, Kennedy non seppe o non volle dire di no al tentativo degli esuli anticastristi, ma proibì qualsiasi appoggio militare americano. Fu in questo modo che l’avventura si concluse in un disastro: gli esuli cubani sbarcarono alla Baia dei Porci dove trovarono ad attenderli le truppe regolari cubane che li uccisero o catturarono tutti. Quello fu l’ultimo atto di una politica sciagurata che poi ebbe come conseguenza mozzafiato la crisi dei missili e la più grave crisi che portò il mondo a un passo dalla guerra. Proprio in queste settimane Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura ed ex Presidente peruviano, anticomunista e liberale, ha scritto un romanzo – Tiempos recios (Tempi duri) – in cui racconta i mille tragici e deplorevoli errori commessi dagli Stati Uniti nell’America Centrale e nei Caraibi, a partire da un inutile golpe nel 1954 in Guatemala. Quegli errori furono certamente una delle cause della conversione di Fidel Castro da libertario a comunista sempre più ortodosso, fino a consentire che sul suolo cubano i sovietici creassero basi di lancio per missili che minacciavano gli Stati Uniti a un passo dalla Florida. In Italia si parla (e si urla, ci si insulta con profonda ira) su un tema che sta maturando: il centrosinistra. Ovvero, l’ingresso dei socialisti del Psi di Pietro Nenni (che fino ad allora erano stati chiamati “socialcomunisti”) nella vagheggiata “stanza dei bottoni” (definizione di Nenni) aprendo a sinistra, sulla scia dell’enciclica papale “De rerum Novarum”. Amintore Fanfani e Aldo Moro, detti anche “i cavalli di razza della Dc” si inseguivano nella competizione per conquistare la mano dei socialisti. Negli anni successivi sarebbe accaduto il grande evento, ma già nel 1961 era un tema rovente. E lo era perché non si sapeva come l’avrebbero presa gli americani. E come l’avrebbero presa i russi. E il Pci di Palmiro Togliatti (che la vedeva malissimo). A quell’epoca nessuno ancora sapeva che la grande decisione di accogliere i socialisti nenniani (con falce e martello sovrapposti al vecchio simbolo del sole che sorge su un libro aperto) stava maturando proprio alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato e alla Cia, come poi molti documenti pubblici e pubblicati hanno dimostrato, cosa che in Italia era vietato dire e persino supporre. Io personalmente ho vissuto quell’avventura proprio nel nodo di congiunzione segreto, o meglio coperto, tra Italia e Stati Uniti. Ero uno studente e collaboravo con varie pubblicazioni per raggranellare un po’ di sostentamento e proprio attraverso il Partito socialista cui ero iscritto arrivai a uno straordinario settimanale che si chiamava Il Punto della Settimana, diretto da Vittorio Calef e cui collaboravano fra gli altri, Robert Kennedy fratello del presidente John, Pietro Nenni, Francois Fejto, pezzi del giornalismo comunista dissidente fra cui Alberto Jacoviello e una foresta di grandi firme. Quella rivista e alcune altre simili costituivano i lavori di preparazione di questo avvenimento incredibile: i socialisti italiani, alleati storici dei comunisti, stavano trattando per entrare nel Governo insieme a democristiani, socialdemocratici, repubblicani e liberali. La Cia a quell’epoca era un’agenzia che oltre allo spionaggio vero e proprio usava l’arma culturale come strumento di penetrazione e di scontro con i sovietici. In quell’anno e nei successivi si svolgeva in Italia uno scontro violento nella cultura di sinistra e specialmente nelle arti figurative, tra modernisti favorevoli all’astrattismo e ortodossi di sinistra dediti al realismo socialista. La Cia sponsorizzava proprio nel 1961 e poi negli anni seguenti la promozione dei grandi pittori dell’astrattismo americano quali Jackson Pollock, Mark Rothko e gli altri di quella magnifica e controversa filiera. In Italia tutti gli artisti che erano stati fascisti dichiarati durante il Ventennio – praticamente tutti se si esclude Carlo Levi e, dopo le leggi razziali, Mario Mafai che aveva sposato una geniale artista ebrea lituana – guidati da Antonello Trombadori che era sia pittore che comandante partigiano e dirigente comunista, fecero atto di contrizione per le tentazioni astratte e si schierò con il realismo socialista imposto da Palmiro Togliatti. Ma non si trattava evidentemente di sciocche diatribe sull’arte. La Cia aveva intrapreso da tempo un’operazione di contrasto intellettuale in Europa e specialmente sulla Biennale di Venezia e sul mercato artistico. L’apertura a sinistra in Italia era un tema che coinvolgeva tutto: economia, letteratura, politica, ideologia, religione (“Ma per caso, questo Papa è comunista?”). Il kennedismo stava portando i suoi primi frutti e tutto l’asse politico ruotava allora intorno al privilegio che aveva il nostro Paese, considerato la “frontiera e cerniera” fra Est ed Ovest, con i comunisti più intelligenti e gli anticomunisti incoraggiati dai nuovi americani che sembravano gente brillante. Del resto definivano se stessi come “egghead” ovvero “teste d’uovo”, calve forse ma con molto cervello.

CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1961

3 gennaio – Il Presidente americano Eisenhower annuncia la rottura delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba.

17 gennaio – A Elisabethville viene assassinato l’ex Primo ministro congolese Patrice Lumumba.

20 gennaio – John F. Kennedy presta giuramento come 35° Presidente degli Stati Uniti d’America.

11 aprile – Bob Dylan debutta a New York.

12 aprile – Jurij Gagarin è il primo uomo nello spazio.

17 aprile – Esuli cubani, addestrati in Guatemala dalla Cia, invadono Cuba ma vengono respinti nella Baia dei Porci dalle Forze armate rivoluzionarie di Fidel Castro.

29 aprile – Viene fondato in Svizzera il Wwf.

15 maggio – Papa Giovanni XXIII promulga l’enciclica Mater et Magistra.

25 maggio – Kennedy annuncia l’inizio del Programma Apollo, finalizzato allo sbarco sulla Luna.

28 maggio – Peter Benenson lancia un appello a favore dell’amnistia per due giovani arrestati a Lisbona durante la dittatura di Antonio Salazar. La campagna di sensibilizzazione attrae migliaia di sostenitori e sfocia due mesi più tardi nella costituzione di un movimento per i diritti umani: Amnesty International.

31 maggio – Leonard Kleinrock, ricercatore del Mit, pubblica il primo articolo sulla commutazione di pacchetto, la tecnologia che sarà alla base di internet.

12 giugno – Un gruppo di terroristi compie in Alto Adige una serie di attentati dinamitardi. È la cosiddetta Notte dei fuochi.

2 luglio – Lo scrittore Ernest Hemingway si uccide con un colpo di fucile a Sun Valley, Idaho.

13 agosto – L’esercito della Repubblica Democratica tedesca inizia la costruzione del Muro di Berlino.

7 ottobre – A Parigi, un’imponente manifestazione pacifica, sostenuta da circa 30.000 algerini, viene repressa nel sangue dalla polizia su ordine dell’allora prefetto Maurice Papon. Le fonti ufficiali cercheranno di minimizzare l’evento e, ad oggi, non è ancora conosciuto il numero effettivo di morti, centinaia, e dispersi, migliaia.

25 ottobre – A Berlino, il dispiegamento di carri armati statunitensi e russi, da una parte e dall’altra del Muro, surriscalda una situazione già estremamente tesa.

30 ottobre – L’Unione Sovietica porta a compimento il lancio della Bomba Zar, avvenuto sull’isola di Novaja Zemlja, a nord del Circolo polare artico. È la più potente esplosione nucleare di tutti i tempi, circa 3.000 volte superiore a quella di Hiroshima.

11 dicembre – Gli Usa intervengono nella guerra del Vietnam.

15 dicembre – Viene emessa a Gerusalemme la sentenza di condanna a morte per il criminale nazista Adolf Eichmann.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Il mostro di cemento abbattuto a furor di popolo. Storia del muro di Berlino, che 80 anni fa trasformò la città in prigione. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 16 Agosto 2021. Il muro di Berlino non fu fatto in un giorno, ma crebbe come un mostro proprio in questi giorni d’agosto di sessanta anni fa: calendario alla mano, bisogna avere almeno ottant’anni per ricordare il clima di quel mese d’agosto 1961, seconda settimana. Tutti quelli che sono nati dopo sono troppo giovani per ricordare l’enormità di quell’evento duraturo e mostruoso che mise agli arresti un popolo. In fondo, è più facile ricordare l’abbattimento a furor di popolo di quel muro nel 1989, quando Michail Gorbaciov raccolse l’invito del presidente americano Ronald Reagan che gli aveva gridato: “Mister Gorbaciov, tire down that wall, butti giù quel muro”. Ma come era nata questa storia unica nel mondo moderno e forse anche in quello antico? Sono stati costruiti muri di ogni genere, bastioni per difendere città e imperi dagli attacchi e dalle invasioni, ma mai per imprigionare gli abitanti. Questo fu il muro: una barriera per trasformare una città in prigione e da cui infatti a migliaia cercavano di scappare scavando gallerie catapultandosi oltre il muro, morendo colpiti dai mitra dei VoPo (la polizia popolare) o fracassandosi con un camion lanciato contro la barriera rafforzata da lastre d’acciaio. Quando fu terminato il muro di Berlino proseguì come una metastasi lungo il confine della Repubblica democratica tedesca governata da Walter Ulbricht: i villaggi, le case, i cortili, le famiglie, gli sposi, i nonni e i nipoti i fidanzati, gli amici furono separati dalla muraglia.

I berlinesi si erano accorti che qualcosa di pessimo era in preparazione perché all’inizio di agosto del 1961 comparvero in città folte squadre di spazzini e muratori scortate da agenti armati. Questi operai avevano l’ordine di ripulire un tracciato che attraversava la città. Comparve una striscia bianca dipinta col gesso e poi su quella striscia furono scavati dei fori quadrati e profondi in cui il giorno dopo furono infilati verticalmente pali di cemento. Allora i berlinesi capirono quel che stava succedendo anche se erano sicuri che qualsiasi ostacolo venisse eretto ci sarebbero state comunque delle uscite, dei passaggi. Ma qualcuno diceva che il muro non avrebbe avuto porte né finestre e avrebbe impedito anche lo sguardo attraverso le case e i cortili. Si sparse il panico. E allora Ulbricht, che fra le sue qualità di dirigente del partito aveva una naturale tendenza a mentire spudoratamente, si precipitò alla radio per pronunciare un discorso suadente in cui disse: «I nostri nemici capitalisti stanno spargendo la voce falsa secondo cui noi vorremmo costruire un muro a Berlino. Nulla di più falso. Non ci sarà nessun muro a Berlino». Chi ha visto il film Le vite degli altri ha visto una ricostruzione molto fedele del panico e dello smarrimento incredulo di quei giorni in cui i pezzi prefabbricati davano forma al mostro: cordoli di cemento in orizzontale. Grossi mattoni di graniglia bianca impilati con la calce. Poi lunghe putrelle di ferro sopra i mattoni. La gente era impazzita e aveva finalmente capito. I ragazzi più giovani si arrampicavano e cercavano di saltare dall’altra parte. I più vecchi urlavano alle impassibili guardie armate che dovevano andare a casa dove la moglie li aspettava. Niente da fare. Il panico diventò certezza e la gente restò a guardare la crescita del mostro con occhi pieni di lacrime. Era stato Ulbricht più che i russi a volere quella muraglia. Il vecchio comunista sopravvissuto ai nazisti e alle purghe staliniane era molto fiero di essere il capo di una Germania finalmente comunista, ma si era reso conto che più di tre milioni di tedeschi se l’erano filata passando a Berlino ovest. La Germania era stata divisa in quattro zone di occupazione: la più grande, quella sovietica, e poi quelle americana inglese e francese. Le zone occidentali erano state subito riunite in un’unica Germania federale che avrà come sua capitale Bonn, fino alla caduta del muro e il ritorno di Berlino capitale con Kohl. Ma la vecchia capitale declassata e occupata galleggiava nella Germania comunista e metà di essa era sotto il comando sovietico mentre l’altra metà era protetta dalle guarnigioni americane, francesi e inglesi. Erano funzionanti alcuni punti di passaggio fra le due metà del muro dove i berlinesi potevano transitare liberamente: il più famoso fu il checkpoint Charlie, sorvegliato dai carri armati americani, il portale da cui era possibile sparire dal mondo comunista e riapparire in quello occidentale. Di notte la Germania dell’Est era buia mentre quella occidentale tripudiava di luci. La guerra fredda era anche propaganda e la Germania occidentale era l’albero di Natale sempre acceso in cui tutti apparivano occupati, sereni, liberi. Soprattutto liberi. Quando cominciò la costruzione del muro a Berlino era cominciato anche il Festival cinematografico con le grandi star di allora, gli abiti da sera, i paparazzi, i giornalisti e i curiosi. La tragedia si stava consumando in maniera lenta ma terribilmente organizzata. Come abbiamo appunto detto aveva fatto tutto Ulbricht, il quale faceva la spola tra Berlino e Mosca dove andava a perorare la sua causa da Krusciov e dal ministro degli Esteri Gromyko sostenendo che lui non poteva guidare un paese in via di estinzione e che bisognava fare qualcosa e quel qualcosa doveva essere una barriera che impedisse ai suoi sudditi di filarsela in Occidente. Nikita era poco entusiasta di una soluzione che avrebbe portato a uno scontro con gli americani e nessuno poteva sapere come sarebbe finito quello scontro. Il nuovo presidente americano John Fitzgerald Kennedy aveva un volto simpatico e una espressione decisa, ma si limitò a lanciare un avvertimento generico: “Non azzardatevi a toccare Berlino”. Krusciov, che già lo odiava perché lo considerava un rampollo miliardario di una casta di imperialisti sfrontati decise di correre il rischio e dette ordine di tirare su il muro. Il comandante dei reparti blindati americani raccontò delle ore tremende in cui lui e i suoi uomini avevano ricevuto l’ordine da Washington di non sparare un colpo a nessun costo e di tenere le mani lontane dal grilletto. Di fronte avevano colonne di carri armati russi e gli uomini si guardavano dalle torrette mentre il muro seguitava a crescere con nuove integrazioni ingegneresche. Non c’era soltanto il muro: al di là si trovava uno spazio piatto dove sparare con le mitragliatrici a chi fosse evaso e poi fili spinati, punte di ferro e trappole. I berlinesi però già scavavano dovunque potessero e scoprivano i passaggi nelle fogne, organizzando spedizioni per andare a prendere figli e genitori. John Fitzgerald Kennedy fece la voce grossa ma confidò ai suoi che questa soluzione del muro, per quanto odiosa, metteva comunque ordine in una frontiera troppo carica di rischi dove la guerra sarebbe potuta scoppiare per caso. Ciò che stavano facendo i comunisti, disse, era orribile, ma al tempo stesso era quanto si meritavano perché una tale costruzione appariva un tale monumento alla vergogna da provocare un effetto di repulsione verso tutto ciò che era sovietico favorendo il mondo occidentale. La crisi durò fino a ottobre, quando finalmente gli schieramenti dei blindati furono ritirati a distanza ragionevole e la città prese un aspetto tristissimo ma in qualche modo normale. Krusciov ora diceva che Berlino con dentro americani, inglesi e francesi era un’offesa alla storia e che si trattava di una metastasi che bisognava al più presto eliminare mondando il territorio della Repubblica democratica tedesca da questa cisti. La sua prossima mossa sarebbe stata quella di assediare per fame Berlino Occidentale con il blocco delle autostrade e di tutti i mezzi di comunicazione. A quel blocco gli americani risposero con una delle loro operazioni più celebrate: un ponte aereo costosissimo e continuo che avrebbe rifornito la città occidentale di tutti i beni necessari, dalla carta igienica ai vestiti alle scarpe, il carburante, le stufe, le medicine, i pezzi di ricambio, ma anche di medici, tecnici e operai occidentali in grado di riparare e far ripartire la città. Negli anni 70 e 80 sono stato a Berlino molte volte al di qua e al di là del muro. Gli amici tedeschi mi dicevano che la lingua stava modificandosi, che ormai ad est ed a ovest si parlavano due forme diverse di tedesco, una occidentalizzante, l’altra fondata sul prussiano classico. Ulbricht fece rispolverare tutte le antiche uniformi tradizionali prussiane che davano all’armata popolare molte caratteristiche simili a quelle naziste. Del resto, tutti i nazisti sopravvissuti alla guerra si convinsero che i miglior affare era quello di passare alle dipendenze di Ulbricht il quale garantiva anche un forte nazionalismo revanscista contro gli americani, espressione utile per comprendere gli ebrei come elementi inquinanti della purezza tedesca benché rinnovata dal socialismo. Il muro era in piedi rafforzato da mille lame d’acciaio e continui rifacimenti e sopraelevazioni. Quando finalmente John Fitzgerald Kennedy venne per pronunciare il suo famoso discorso in cui disse “Uch bin eine Berliner” nell’anima dei berlinesi tremanti d’emozione prevalse l’amarezza perché il mondo occidentale, dovendo scegliere se rischiare uno scontro per difendere la loro libertà, aveva scelto la loro schiavitù e la stabilizzazione, all’ombra del muro della vergogna e della Realpolitik. 

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

L’inizio della fine del comunismo europeo. Stefano Magni su Inside Over il 13 agosto 2021. Il 13 agosto di sessant’anni fa, nel 1961, le autorità della Repubblica democratica tedesca eressero di sorpresa il Muro di Berlino. La sorpresa, soprattutto, fu devastante per i berlinesi. Dal 1945, dopo la resa della Germania nazista, la capitale tedesca era stata suddivisa in quattro settori, uno per ciascuno degli eserciti alleati. I sovietici, che avevano conquistato materialmente la città l’8 maggio 1945, tenevano la parte più grande, tutti i quartieri orientali, incluso il Mitte, cuore del centro storico. Americani, britannici e francesi si “accontentarono” di tre settori più piccoli che comprendevano tutti i quartieri ad occidente della porta di Brandeburgo e del Reichstag, poi riunificati in Berlino Ovest. Quella parte di città, divenne una grande enclave della Repubblica federale tedesca incastonata nel cuore del territorio della Repubblica democratica. Essendo la zona di passaggio più facile, rispetto al confine fortificato e militarizzato fra le due Germanie, la popolazione dell’Est che riusciva a recarsi a Berlino aveva più probabilità di passare all’Ovest. Non era comunque un compito facile. Ben 251 persone vennero uccise dalle guardie di frontiera, nei checkpoint al confine fra l’Est e l’Ovest della città, dal 1949 al 1961. Ma il 13 agosto 1961 per i berlinesi fu uno choc: per la prima volta la divisione si materializzava sotto forma di un muro di cemento e filo spinato, sorvegliato da torrette di guardia, riflettori, cani addestrati al combattimento e uomini armati con l’ordine di “sparare per uccidere” a chiunque tentasse di passarlo. I video e le foto girate nelle prime ore e nei primissimi giorni della costruzione del muro testimoniano la foga con cui i berlinesi, presenti sul posto, si lanciarono dall’altra parte, rischiando la vita, prima che il Muro diventasse impassabile. In un celebre video, un Vopo, militare della Polizia popolare, salta uno sbarramento di filo spinato e defeziona all’Ovest. In un’altra sequenza mozzafiato, una ragazza si lancia nell’attraversamento del confine e, per pochi angosciosi secondi, i capelli le rimangono impigliati nel filo spinato. Una famiglia cala una parente anziana da una finestra di una casa sulla linea di confine. L’operazione spericolata viene interrotta dalla polizia che lancia un fumogeno nell’appartamento. Nelle testimonianze dei tedeschi orientali di allora si legge di incursioni improvvise di poliziotti seguiti da muratori muniti di mattoni, cazzuole e cemento: le finestre che davano sul muro furono improvvisamente murate. Di colpo, decine di migliaia di cittadini si ritrovarono prigionieri in casa loro. I primi a fuggire furono i più fortunati. Gli altri dovettero investire tutto il loro ingegno e coraggio per riuscire nell’impresa. La principale fu attraverso il “Tunnel 57”. Iniziato nel 1963 da un gruppo di studenti tedeschi occidentali e da un defezionista della Germania Est, Joachim Neumann, il 3 e il 4 ottobre del 1964 permise a 57 tedeschi orientali (da cui il nome dato successivamente al tunnel) di scappare ad Occidente. Fra questi fuggitivi c’era anche la fidanzata di Neumann, rimasta nell’Est e appena scarcerata. Mentre gli studenti dell’Ovest progettavano il tunnel, nell’aprile del 1963, nell’Est, un soldato di leva dell’Esercito Popolare si schiantava deliberatamente contro il nuovo muro, a bordo del mezzo corazzato che guidava, un veicolo trasporto truppe Spw-152. Non riuscì ad aprire una breccia e, cercando di arrampicarsi per saltare dall’altra parte, venne colpito e ferito dalle guardie di frontiera. La polizia della Germania occidentale, però, reagì rispondendo al fuoco e fu solo così che Wolfgang Engels (questo il suo nome) riuscì a passare dall’altra parte, più morto che vivo, ma libero. Un mese dopo, fu un cittadino austriaco a passare da una parte all’altra del confine, a bordo di un’auto sportiva, una Austin Healey Sprite decapottabile. Fece solo una piccola modifica: rimosse il parabrezza, prima di presentarsi con la capotte abbassata al confine fra Est e Ovest. Quando le guardie di frontiera gli chiesero di scendere, per un’ispezione, lui si sdraiò e premette l’acceleratore a tavoletta e l’intera auto, con lui e la sua fidanzata tedesca orientale a bordo, passò sotto il passaggio a livello. Più ingegnoso fu Klaus-Günter Jacobi che trasformò la sua piccolissima auto Bmw Isetta per accomodarvi l’amico Manfred Koster e passare il confine senza far notare nulla di strano. Quattro anni dopo, nel 1967, il nuotatore e ingegnere Bernd Boettger, combinò i suoi due maggiori talenti per costruire un mini-sommergibile con cui, a nuoto, passò la frontiera sul Baltico. Fu una missione rischiosissima: anche la frontiera marittima era pattugliata e sulle spiagge la polizia aveva trovato il modo, con l’uso di agenti chimici, di individuare in tempo reale ogni impronta lasciata dai fuggitivi. Il 16 settembre, non dal mare, ma dall’aria, il meccanico Peter Strelzyk e il muratore Günter Wetzel, passarono il confine, assieme alle loro famiglie al completo, usando una mongolfiera da loro costruita. Ci provarono due volte, fra il primo e il secondo tentativo di evasione riuscirono a sfuggire alla caccia scatenata dalla Stasi, il temibilissimo servizio segreto interno della Repubblica democratica. Con metodi meno rocamboleschi, ma non meno rischiosi, molti altri cittadini della Germania Est riuscirono a passare dall’altra parte della cortina di ferro, viaggiando in altri Paesi comunisti da cui era meno difficile uscire. La principale porta per l’Occidente fu sicuramente l’Ungheria. E nell’ultimo anno di divisione fra Est e Ovest, nel 1989, fu soprattutto l’apertura della frontiera ungherese con l’Austria che rese superfluo il Muro, ponendo le premesse per il suo abbattimento. Altre mete scelte come ponte per l’Occidente furono la Jugoslavia (allora neutrale) e la Bulgaria (confinante con la Grecia e la Turchia). Ma non era un compito facile. In tutti i Paesi del blocco sovietico la polizia collaborava con la Stasi per arrestare i tedeschi che provavano a fuggire. Meno nota è la storia di coloro che non ce l’hanno fatta. Almeno 140 persone, secondo le statistiche ufficiali, sono morte sul Muro. Di queste, ben 100 sono tedeschi orientali abbattuti dalle guardie di frontiera, 30 sono stati colpiti per errore durante tentativi di fuga, 8 sono le guardie di frontiera uccise, da chi fuggiva armato, da altre guardie di frontiera o da disertori. E fu proprio questa la peculiarità del Muro, che lo rende differente da tutti gli altri muri: serviva a tenere dentro i cittadini del regime che lo aveva costruito. In Occidente non lo abbiamo mai del tutto compreso, come dimostra una retorica molto di moda che lo paragona ai muri di frontiera (per controllare l’immigrazione), ai muri del Sud Africa (per separare i bianchi dai neri) o al muro di Israele (per difendere le città dai terroristi). Quando il presidente tedesco orientale Walter Ulbricht, d’accordo con Nikita Chrushev, decise di edificare il muro, lo fece perché l’emigrazione dei suoi cittadini stava svuotando il Paese. Dalla fondazione della Germania orientale nel 1949 all’estate del 1961erano infatti passati all’Ovest ben 3,5 milioni di tedeschi su 18 milioni in totale. Fu la prova tangibile del fallimento del sistema comunista, un regime da cui tutti volevano fuggire. Le energie che vennero spese per impedire alla gente di scappare non impedì comunque un netto declino demografico, fra fuggiti e non nati: da 18,3 a 16,4 milioni di abitanti, nei 40 anni esatti di storia della Germania Est. Contrariamente alla crescita demografica, da 51 a 62,6 milioni di abitanti, nella Germania Ovest, nello stesso arco di tempo. Si celebra in Europa la caduta del Muro il 9 novembre 1989. Ma il 13 agosto dovrebbe essere ricordata come la data in cui il comunismo, in Europa, iniziò il suo inarrestabile declino.

Sessant’anni dopo. E a Berlino divisero il cielo. Ezio Mauro su La Repubblica il 12 agosto 2021. Il 13 agosto 1961, in piena notte, iniziava la costruzione del Muro. Il simbolo della Guerra fredda non fu subito compreso dall’occidente. Ecco la cronaca di quelle ore che cambiarono il mondo. Scelsero la notte, come in un colpo di Stato che pietrificava la città. L’una del 13 agosto, sessant’anni fa, nel tempo sospeso tra un sabato e una domenica, quando il caldo e la voglia di vacanza svuotavano Berlino. Da giorni, quattrocento camion Zil verniciati di verde anonimo stavano viaggiando su strade secondarie, senza mai formare una colonna per non insospettire: trasportavano centosessanta tonnellate di filo spinato, 7300 metri cubi di cemento in blocchi anticarro, calce, mattoni, pali metallici, transenne, sacchi di sabbia. Nessuno sapeva a cosa servivano, nemmeno i tremila carristi acquartierati coi loro 300 panzer attorno alla zona centrale della città, neppure i cinquemila soldati tenuti in allerta nelle caserme di periferia, in attesa di ordini. Soltanto 120 minuti prima dell’“ora X” i comandanti dei reparti aprirono le buste con le disposizioni operative dell’operazione “Rose”, com’era chiamata in codice. Il primo segnale fu il buio. Si spensero le luci della città e della striscia di frontiera, l’oscurità scese sulla Porta di Brandeburgo. Quarantamila uomini si schierano sulla linea di confine tra le due Berlino, transennano l’area, fermano 12 linee della metropolitana, sigillano gli accessi alle fognature, fanno saltare l’asfalto, sbarrano 190 strade, bloccano 69 varchi di frontiera, impiantano i pali dei reticolati, innalzano 116 posti di vedetta. È il Muro, che corre a zig zag tra la zona sovietica e quella occidentale e nella sua cecità ideologica, nella sua ossessione politica taglia in due strade, chiese, canali, piazze e cimiteri come se portasse nel cuore della città, arroventandola, la guerra fredda che divideva il mondo in due e scaricava la sua elettricità proprio qui, a Berlino. Con le luci del mattino la città capì di essere stata murata, chiusa, imprigionata. Una notte aveva cambiato il suo destino, il potere aveva celebrato il suo abuso supremo e ora monitorava le reazioni degli abitanti, coi soldati sovietici mobilitati nelle caserme in assetto da combattimento, allarme 1, agli ordini del maresciallo Ivan Konev, eroe dell’Urss decorato con l’Ordine di Lenin, l’Ordine della Bandiera Rossa e l’Ordine della Rivoluzione d’Ottobre, l’uomo che aveva guidato le truppe nell’invasione dell’Ungheria, cinque anni prima. Una folla si radunò immediatamente davanti al mostro. Da Ovest, urla e proteste, insulti contro Walter Ulbricht, il capo della Ddr, e i sovietici. Da Est, sguardi increduli, e silenzio. Dall’una e undici minuti, quando aveva interrotto il programma musicale Melodien zar Nacht, la radio continuava a rovesciare la realtà ripetendo il comunicato ufficiale: «I governi dei Paesi del Patto di Varsavia chiedono al parlamento della Ddr di varare un nuovo ordinamento alla frontiera con Berlino Ovest per bloccare ogni attività sovversiva, in difesa dalle provocazioni condotte dall’Occidente». Era stata un’idea di Kruscev, il segretario generale del Pcus, Capo del Cremlino. Bisogna leggere il verbale della telefonata di due ore e 15 minuti tra lui e Ulbricht, il primo agosto, per capire l’urgenza e la necessità di recintare Berlino, per garantire la sopravvivenza della Ddr, dissanguata dalla crisi economica che razionava anche il latte e dall’emorragia di abitanti, per le fughe continue oltreconfine: 30.400 soltanto nel mese di luglio. «Senza il sostegno dei Paesi socialisti le cose andrebbero molto male», confessa Ulbricht. «Non è buona cosa che i tedeschi non abbiano verdura – incalza Kruscev –, e poi si dice che non abbiate abbastanza fieno, e che manchi il mais. Non capisco, non riesco a credere alle spiegazioni che vengono date». Ulbricht insiste: «Per due mesi da noi non c’erano patate da comperare. È molto grave, ma quest’anno il tempo è stato molto umido, sicché le patate sono marcite nei campi. Inoltre non c’è abbastanza burro, abbiamo dovuto introdurre le tessere per il razionamento e in metà dei distretti della Ddr non è stato possibile rispettare il piano di rifornimento di latte. Tutto ciò ha prodotto nella popolazione uno stato d’animo ostile». Kruscev è preoccupato: «Leggo i rapporti originali dei servizi segreti occidentali, dove si stima che nella Ddr siano mature le condizioni per una rivolta. Lei deve utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per evitare che le cose arrivino al punto di una insurrezione». E qui nasce il progetto del Muro: «Dobbiamo sfruttare le attuali tensioni con l’Occidente e creare un anello di ferro attorno a Berlino – propone Kruscev –. Vi aiuterà, perché ridurrà il flusso delle fughe. È facile spiegarlo: siamo minacciati da una guerra e non vogliamo che ci mandino delle spie. I tedeschi comprenderanno. Ho una domanda tecnica. Come verrà realizzato il controllo nelle strade dove un lato si trova nella Ddr e l’altro fa parte di Berlino Ovest?». Ulbricht lo tranquillizza: «Abbiamo un piano preciso, nelle case che hanno uscite verso Berlino Ovest, queste verranno murate. In altri punti verranno create barriere di filo spinato. Si può fare tutto molto rapidamente». Tutto è pronto, Kruscev invita al silenzio: «Se lo sapessero prima, i borghesucci cercherebbero di scappare». Le brigate del lavoro murano 1253 finestre che si affacciano sull’Ovest, 56 ingressi, portoni e cancelli, sbarrano 37 negozi e magazzini, svuotano 580 appartamenti, deportano duemila abitanti. Ottocento riescono a scappare nella confusione del primo giorno di Muro, 51 mila cittadini della Ddr che si trovano a Berlino Ovest in lavoro o in visita decidono di non tornare dietro il filo spinato, e chiedono asilo politico. Ma a Bernauer Strasse, man mano che salgono le murature delle finestre c’è chi cerca la libertà gettandosi su un materasso dal quarto piano, come Ida Siekmann, o dal tetto come Berne Lunser inseguito dalle guardie tra i comignoli, o provano a calarsi in strada appesi a una corda di biancheria troppo sottile, come Rolf Urban. Un anno dopo la sua costruzione, il Muro conterà già 26 morti, uccisi dai Vopos nei loro tentativo di superare la barriera. Ma l’Occidente, ipnotizzato dal timore di un nuovo conflitto, non capisce subito la disperazione dei cittadini reclusi a Berlino Est, perché non coglie il significato politico di quella trincea nel cuore dell’Europa. Il presidente americano John Kennedy verrà informato soltanto 17 ore dopo, perché lo staff giudica che non sia il caso di svegliarlo prima del previsto nella casa di vacanze a Hyannis Port: dopo una consultazione telefonica con il Segretario di Stato Dean Rusk, il Segretario alla Difesa McNamara e suo fratello Robert, deciderà che il Muro è un progetto difensivo e non espansivo e concluderà dicendo «meglio un maledetto Muro che una maledetta guerra». D’altra parte Charles de Gaulle restò in vacanza a Colombey-les-Deux-Églises ancora per quattro giorni, il Primo ministro di Gran Bretagna Macmillan non interruppe il golf nello Yorkshire, il cancelliere tedesco Adenauer non cambiò il tono della campagna elettorale, e Papa Roncalli non parlò del Muro dalla sua finestra, la domenica. E invece quella barriera di cemento doveva diventare il simbolo di un’epoca, il monumento alla Guerra fredda che qui calcificava la storia, come se avesse trovato a Berlino il suo punto zero nell’ipnosi del Muro. Così tremendamente locale da spaccare in due strade, cortili e palazzi, e insieme così universale da rappresentare il nuovo Greenwich: il vero meridiano del Novecento, che separava il comunismo dal capitalismo, e fondava nel filo spinato i concetti di Est e Ovest, che nella loro divisione avrebbero perseguitato la bussola europea per decenni, attraversando il secolo. Il comunismo monumentale con il Muro rassicurava se stesso come in un esorcismo, cercando di recintare l’eternità e pietrificando il comando non potendo avere il consenso. Dopo che la breccia dell’89 ha liberato la geografia del continente rimettendo in movimento la storia, gli spezzoni superstiti di Muro testimoniano oggi l’incredibile che abbiamo vissuto: la proiezione artificiale della politica cresciuta per 28 anni nel cuore stesso della civiltà europea.

Sessant’anni fa il Muro di Berlino, una ferita per il mondo. Lo storico Cardini: “Tutti per l’Occidente, ma con ingenuità”. Dagli Usa alla Cisgiordania, i mattoni che ancora ci dividono

Costruito improvvisamente nella notte fra il 12 e il 13 agosto 1961, per quasi 29 anni è stato il simbolo del mondo diviso dalla Guerra Fredda. La sua caduta segnò la fine dell'epoca del mondo separato fra i blocchi Usa e Urss. Lo storico Cardini: "Tutti con gli Usa, un po' acriticamente: Stalin e Washington puntavano a controllare noi europei". Nel 2021 ancora molti muri separano popoli diversi e talora lo stesso popolo. Piero Ceccatelli il 12 Agosto 2021 su Luce.lanazione.it. Il telefono squilla nell’ovest in piena notte: la polizia di Spandau avverte che un treno dell’S-Bahn, la metropolitana sopraelevata di Berlino, è tornato indietro. “I passeggeri sono dovuti scendere, ed è stato restituito loro il biglietto”.  È il primo segnale, alle 2 del mattino, che qualcosa di inedito sta avvenendo nella capitale tedesca. Da AlexanderPlatz, Erich Honecker, ancora sconosciuto, dirige le operazioni quale funzionario della Sed: nel giro di poche ore, le frontiere fra l’est e l’ovest della città, su ordine del presidente Walter Ulbricht, saranno sbarrate con del filo spinato. Ed è così che nasce il Muro di Berlino, poco prima delle luci dell’alba del 13 agosto 1961, esattamente sessant’anni fa. 

La costruzione del Muro. La decisione dei governi del patto di Varsavia di blindare l’area orientale della città, per evitare un dissanguamento – 1,6 milioni di berlinesi avevano già lasciato l’est per l’ovest – divenne la rappresentazione tangibile della cortina di ferro che divise il mondo nei due blocchi d’influenza sovietica e americana, durante la guerra fredda. Le conseguenze di quella scelta segnarono la storia della Sprea e non solo: la città dal “cielo diviso”, nella celebre definizione che titola il capolavoro di Christa Wolf, separò per decenni famiglie e amici, e costò la vita a tanti berlinesi, che tentarono la via della fuga, in un’impresa via via più pericolosa. Furono almeno 140 le vittime del Muro, sotto i «tiri di precisione» esplosi dagli agenti dell’est. 

Torri di guardia e cecchini armati. Dopo le prime barriere, già il 15 agosto iniziarono ad essere usati gli elementi prefabbricati di cemento e pietra destinati a formare la prima generazione del muro, che poi fu negli anni rinnovato ed ulteriormente fortificato per evitare fughe verso ovest. Quando circondò completamente Berlino Ovest, l’Antifaschistischer Schutzwall – lungo 156 km, alto 3,6 metri – trasformò i tre settori occidentali in un’isola rinchiusa entro i territori orientali. A partire dal 1975 il confine era anche protetto nella “striscia della morte” da recinzioni, 105,5 km di fossato anticarro, 302 torri di guardia con cecchini armati, 20 bunker e una strada illuminata per il pattugliamento lunga 177 km.

I martiri del salto. La storia delle origini di quella frontiera presto convertita in blocchi di cemento – e ben ricostruita da un agevole testo di Thomas Flemming – si può raccontare attraverso immagini divenute iconiche. Come quella di Conrad Schumann, il primo poliziotto che ebbe l’ardire di saltare il filo spinato il 15 agosto. Aveva 19 anni, e la sua foto fece il giro del mondo. O la vicenda amarissima di Peter Fechter, il fuggitivo ferito e lasciato morire a Check Point Charlie, provocando un nuovo schock nei berlinesi. Nelle prime settimane di quel terribile agosto, in molti saltarono all’ovest dai palazzi della Bernauer Strasse: lo racconta Peter Schneider, in un altro romanzo cult sulla materia, “Il saltatore del Muro”. Ma superare la barriera, poi cementificata e sollevata fino ai 3,60 metri, diventò sempre più difficile. Presto, come è noto, i berlinesi non ebbero più la possibilità neppure di salutarsi con le mani sollevate in alto, per raggiungere gli sguardi affranti dei parenti dall’altra parte della città. 

Kennedy, dalla barca a vela alla storia. E c’è un museo oggi a Berlino, al Check Point Charlie, che rievoca le avventure di tutti coloro che provarono a scappare: per vie sotterranee, nei bagagli, in volo. Meno nota, invece, è la reazione di chi, nella contrapposizione politica del tempo, di fatto subì questa decisione, senza muovere un dito: “L’ovest non fa nulla”, titolò la Bild Zeitung il 16 agosto. E l’allora sindaco Willy Brandt, nella disperazione del momento, osò inviare di persona una lettera a Kennedy. Nell’apprendere del muro, affidata una reazione indignata alla stampa, il presidente degli Stati Uniti non aveva rinunciato neppure alle ore di vela. Anzi. La reazione non nascose un certo sollievo, racconta Flemming: “Krusciov non avrebbe lasciato costruire un muro, se avesse davvero voluto prendersi Berlino ovest. Non è una soluzione particolarmente piacevole, ma un muro è dannatamente meglio di una guerra”, esclamò il leader, che nel ‘63 avrebbe dichiarato «ich bin ein Berliner!». 

Giù i mattoni, fra la gioia di tutti. Il Muro di Berlino cadde 28 anni dopo, il 9 novembre del 1989: ad aiutare l’abbattimento di quella maledetta frontiera, poi a lungo rimasta «nella testa», secondo l’efficace formulazione di Schneider, fu anche la domanda del corrispondente dell’Ansa dell’epoca, Riccardo Ehrmann. In una storica conferenza stampa, all’annuncio del portavoce della Repubblica democratica tedesca Guenter Schabowski di un cambio di regime dei viaggi, chiese: «ab wann?», «da quando?» Il politico rimase spiazzato e tentennando rispose: «da subito». Bastò a scatenare la gioia dei berlinesi, che si avventarono sul Muro in massa, per raderlo al suolo e liberare finalmente la loro città.

L’intervista: Franco Cardini: “Eravamo tutti americani. Ingenuamente”. Franco Cardini, scrittore e storico.

Professor Franco Cardini, docente emerito di storia, saggista e scrittore. Nell’agosto del 1961 lei aveva appena compiuto 21 anni. Come accolse la costruzione del Muro?

“Nella maniera sbagliata. Lo dico con l’esperienza dei miei 81 anni (li ha festeggiati il 5 agosto ndr). Eravamo la generazione della Guerra fredda, oggetti e non soggetti di scelte che passarono sopra le nostre teste. Senza nemmeno accorgersene, fummo indotti a pensare che appartenere al blocco occidentale, un sistema difettoso, ma che comunque garantiva giustizia e libertà fosse la scelta obbligata e migliore. Perché dall’altra parte c’era una tirannia. Ed era vero”. 

Però? 

“La costruzione del Muro da parte dei tedeschi dell’Est su decisione del Patto di Varsavia apparve l’ennesimo atto dispotico del blocco comunista. Ma non riflettevamo – non solo io che a quell’età leggevo Salgari e non trattati di politica, ma l’intera opinione pubblica occidentale – che il blocco dei ’cattivi’, dei paesi comunisti altro non era che la risposta alle scelte che l’America aveva fatto già in tempo di guerra. A cominciare dalle bombe su Hiroshima e Nagasaki che colpirono e distrussero sì, il Giappone, ma è come se fossero state sganciate direttamente su Mosca. In maniera acritica, pensavamo che gli americani avessero sempre ragione e che gli altri fossero il Male”. 

E invece? 

“In realtà entrambi, Usa e Urss facevano il proprio interesse. Che era anche quello di controllare l’Europa. Coi paesi dell’Est obbligati a obbedire e noi e i tedeschi senza mani libere: Adenauer e De Gasperi, avendo perso la guerra, non avevano margini di movimento. Un po’ di più, ma non troppo Francia e Inghilterra”. 

L’America ci conservò liberi. Anche dalle minacce del Comunismo. 

“A salvare l’Italia dalla rivoluzione non fu Bartali. Fu Stalin, che volle rispettare gli accordi di Yalta. Stalin in Italia era rappresentato da un uomo del quale si potrà dire ciò che si vuole, ma che aveva un intuito politico finissimo”. 

Togliatti. 

“Appunto. Che frenò le smanie di Secchia e Longo, ottusi che vedevano poco oltre i propri occhi e si erano illusi che l’Italia sarebbe passata al Comunismo, seguita da Francia e Spagna. Ma i carri armati a Trieste avrebbero riacceso la guerra e il primo a non volerla fu Stalin”. 

Senza l’America, L’Italia dove sarebbe stata? 

“Lei mi chiede cosa pensavamo allora, io le rispondo cosa penso oggi, rileggendo quegli anni. Allora, Mosca invadeva l’Ungheria, Pio XII scomunicava il Pci, ma nessuno batteva ciglio se gli Usa s’imbarcavano nella guerra di Corea e quando gli americani si fecero consegnare dai francesi il testimone per combattere in Vietnam, anch’io definivo il loro esercito come i ’nostri soldati’. E lo facevano anche le parrocchie, i cattolici”.

Joan Baez, i cantanti marcavano la differenza. 

“Certo, dissenso ce ne fu. Ma oggi, da europei, dobbiamo riflettere che Usa e Stalin per quanto nemici nella Guerra Fredda, puntavano entrambi a non far unificare o almeno unire, l’Europa, mantenerla divisa e sotto il loro controllo. Oggi, ne scontiamo gli effetti. Ci ritenevamo figli dell’America ed era vero, ma avevamo una visione ingenua”. 

Lei, da giovanissimo simpatizzante di destra, da quale altra parte avrebbe dovuto stare? 

“Dai tredici ai sedici anni ebbi un momento, di originalità. Mi iscrissi al Msi. Inebriato dai discorsi sociali che ascoltavo in pubblico, ma presto restai deluso dal ruolo di stampella della Dc che quel partito recitava in Parlamento. Il Msi bocciò l’esercito europeo, che la Francia stava propugnando e lasciò che il nostro esercito fosse nella Nato. Anzi, fosse la Nato. Per me una delusione”. 

Oggi, la destra italiana è sovranista. 

“Sempre che abbia un senso parlare di destra e sinistra – penso al Pd – non ci sono spazi, ormai restano margini limitatissimi di sovranità”.

Valgono ancora gli schemi del 1945 e del 1961? 

“Abbiamo in testa una gran confusione. Simpatizziamo per gli ucraini, considerandoli patriottici rispetto alle mire di Mosca e riteniamo secessionisti gli abitanti della Crimea che sono russi figli di russi costretti a vivere sotto l’Ucraina. Parimenti, a parità di sistemi politici, definiamo presidente il leader africano che sta dalla parte che ci piace e dittatore quello che non ci piace. Chiamiamo Maduro dittatore e Bolsonaro presidente. Per Draghi, invece, dittatore è Orban. Le dico cosa penso: se proprio fossi costretto a scegliere fra Orban e Bolsonaro, se proprio non ci fossero alternative, preferisco finire sotto Orban”. 

E il Muro? 

“Preferisco constatare che sia caduto”. 

I tanti muri che restano nel mondo. A sessant’anni dalla costruzione del Muro di Berlino, simbolo della divisione del mondo in due blocchi, est e ovest, barriere di sicurezza e di separazione sono ancora in piedi in vari angoli del mondo, mentre la crisi dei migranti è stata segnata dal ritorno dei muri – oltre che negli Stati Uniti – anche in Europa, da Calais, all’Ungheria alla Slovenia fino alla Lituania. Che – nel quadro delle tensioni con la vicina Bielorussia, che la accusa di aver ospitato diversi esponenti della sua opposizione – ha annunciato che costruirà un muro alla frontiera tra i due paesi per arginare l’arrivo di migranti dall’Africa e dal Medio Oriente, rinfacciando al vicino di “strumentalizzare la migrazione irregolare”.

Di seguito tutti i muri nel mondo: 

Arabia Saudita

Riad ha costruito un muro di cemento al confine con lo Yemen, equipaggiato con le più sofisticate e moderne apparecchiature elettroniche di sorveglianza. Il muro dovrebbe ‘proteggere’ il paese dagli immigrati provenienti dallo Yemen. Le autorità saudite hanno anche annunciato la costruzione di quasi 900 chilometri di barriere e posti di controllo a difesa dalle infiltrazioni jihadiste dello Stato Islamico dall’Iraq. 

Cipro 

Nei primi anni Sessanta le violenze tra turco e grecociprioti portarono ad un intervento dell’Onu e alla messa a punto di una linea del cessate il fuoco. Le forze turche invasero ed occuparono la parte nord dell’isola nel 1974 dopo il golpe dei grecociprioti appoggiato dalla Grecia. Ciò che era conosciuta come la linea verde divenne una vera barriera con 180 chilometri di filo spinato, e una "no man’s land" di larghezza variabile, dai 3 metri nel centro della capitale ai 7,5 chilometri nel villaggio di Athienou. Il confine è stato riaperto nel 2003. 

Cisgiordania 

La barriera di separazione israeliana è un sistema di barriere fisiche costruito da Israele in Cisgiordania a partire dalla primavera del 2002 sotto il nome di security fence allo scopo d’impedire fisicamente l’intrusione dei terroristi palestinesi dopo la stagione degli attentati suicidi in Israele. Questa barriera, il cui tracciato di circa 700 km è stato ridisegnato più volte a causa delle pressioni internazionali, consiste in una successione di muri, trincee e porte elettroniche. Il progetto ha suscitato grande controversia. Nel 2004 la barriera è stata definita illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia all’Aja.

Sahara occidentale

Il muro marocchino è una struttura difensiva della lunghezza superiore ai 2.720 km, costruita dal Marocco nel Sahara Occidentale, per proteggersi dalle azioni del Fronte Polisario. La struttura difensiva è a tutti gli effetti una zona militare dove sono stati costruiti bunker, fossati, reticolati di filo spinato e campi minati. Ad est del muro, i territori Saharawi che contano migliaia di famiglie che vivono in tendopoli. Famiglie che a metà anni Settanta, dopo il ritiro della Spagna dai territori dell’ex Sahara spagnolo invaso da nord dal Marocco e da sud dalla Mauritania, si trovarono divise dal muro: fra componenti rimasti a ovest e quelli a est la stessa corrispondenza è avvenuta per anni con mezzi di fortuna. Le popolazioni Saharawi hanno ricevuto aiuti da associazioni e onlus italiane che hanno favorito il gemellaggio fra le tendopoli e numerosi comuni italiani e i piccoli saharawi hanno trascorso per anni l’estate ospiti di famiglie italiane. 

Irlanda del nord 

Le Peace Lines sono una serie di muri di separazione situati principalmente nella città di Belfast e di Derry. Hanno una lunghezza variabile (fino ai 4 km) e separano le zone in cui risiedono i cattolici quelle in cui risiedono i protestanti. I primi tratti di muro furono costruiti nel 1969 in seguito allo scoppio dei cosiddetti Troubles. I residenti di Short Strand, una parte cattolica di East Belfast, per difendersi dagli attacchi dei lealisti crearono dei muri di protezione che furono in seguito rinforzati e ai quali si aggiunsero nuovi tratti di barriere fino a raggiungere gli attuali 15 km di lunghezza. Negli ultimi anni sono diventati una sorta di attrazione turistica.

Ceuta e Melilla 

Nelle due enclavi spagnole situate in territorio africano, oltre lo Stretto di Gibilterra sono state edificate due barriere di filo spinato – rispettivamente di 8,2 chilometri a Ceuta e di 12 chilometri a Melilla – al confine con il territorio appartenente alla Spagna, per bloccare l’accesso in massa degli immigrati che vogliono raggiungere l’Unione Europea, di cui quel lembo dell’Africa nordoccidentale. Costruite alla fine degli anni Novanta, le barriere di filo spinato da allora sono state innalzate fino a raggiungere l’altezza di 6 metri.

Anche di recente Ceuta e la “gemella” Melilla sono state teatro di pressioni da parte dei migranti giunti dall’Africa centrale. Con disordini e tensioni (foto a lato) con le forze dell’ordine spagnole che presidiano territori. 

Thailandia-Malaysia 

Negli anni Settanta i due paesi hanno costruito muri e barriere lungo il loro comune confine, ufficialmente per frenare il contrabbando, in realtà anche per motivi di sicurezza rispetto alle attività dei gruppi comunisti della Malaysia e dei gruppi dell’insurrezione in Thailandia. Si trattava di muri di cemento, acciaio e filo spinato o in altri punti barriere di ferro. Nel 2001 i due paesi hanno concordato la costruzione di un unico muro situato in territorio thailandese. 

India-Pakistan 

La linea di demarcazione militare che divide India e Pakistan è chiamata “Linea di Controllo”, si estende per 3300 chilometri e dal 1949 divide la regione del Kashmir in due zone: quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pakistano. A partire dal 1990 l’India ha iniziato a costruire dal suo lato una barriera di separazione, completata nel 2004. 

Usa-Messico 

Il confine tra i due paesi è lungo 3. 200 km. Il governo americano ha costruito una barriera lungo una parte del percorso per bloccare l’immigrazione dal Messico ed altri paesi dell’America centrale. Le prime barriere sono comparse nel 1991 ma nel 1994 gli Stati Uniti hanno ufficializzato il rafforzamento delle operazioni di sorveglianza ed hanno ampliato il muro nel quadro della Operation Guardian.

“Così li aiutavamo a scappare verso la libertà”: gli ex ragazzi dell’Ovest raccontano i 60 anni dalla costruzione del Muro di Berlino. Nella notte del 13 agosto 1961 il regime sovietico iniziò l’edificazione di quel confine impenetrabile che separerà la Germania per 28 anni. Le testimonianze di quattro reduci e attivisti che architettarono la fuga degli amici dalla Ddr. Letizia Tortorello il 12 agosto 2021 su La Stampa. “Rubano i nostri bambini per attirare all’Ovest i genitori. Basta con i rapimenti!”. Dopo il 13 agosto 1961, la Ddr iniziò una propaganda serrata, che aveva tra le protagoniste Marlies Ernst. La piccola aveva 13 anni sessant’anni fa, e in quella tranquilla domenica d’agosto col cielo cupo a Berlino aveva avuto una sola colpa: andare a trovare i nonni dall’altra parte, nella Repubblica federale tedesca, la Berlino Ovest.

60 anni fa il comunismo si murò vivo. Marcello Veneziano il 12 agosto 2021. La cortina di ferro tra Oriente e Occidente calò il 13 agosto del 1961, perché d’agosto riescono meglio le cose più infami. Giusto sessant’anni fa. I berlinesi si trovarono d’un tratto divisi da un Muro eretto dal governo comunista di Pankow che segnò il cementificarsi della guerra fredda, lo spartiacque irrimediabile tra due mondi e due visioni del mondo. Per sopravvivere al confronto ed evitare perdite, il comunismo decise di murarsi vivo nei suoi confini. Un tentativo feroce di arrestare il flusso della modernità che valica muri e frontiere nel segno degli scambi e delle comunicazioni globali. Ma la divisione sancita dal Muro non era astratta, formale o solo ideologica, perché feriva una città e la sua vita reale, divideva famiglie, parentele, amicizie, spezzava progetti di vita e di lavoro. La drastica misura fu decisa dal blocco comunista per arginare l’esodo da est a ovest che stava assumendo proporzioni allarmanti. L’alibi per il Muro fu il solito, ancora attuale: ripararsi da un fantomatico pericolo fascista. Nessun altro regime autoritario e totalitario del Novecento ebbe bisogno di erigere muri alla frontiera per impedire che scappassero i suoi cittadini, nemmeno il feroce ed efferato regime nazista. L’unico che lo fece è il comunismo. Presentandolo a contrario, come “barriera protettiva antifascista” (la mistificazione della propaganda). Al di là di ogni opinione e di ogni ideologia, bastava quella fuga unilaterale, dalla Germania comunista alla Germania occidentale, per certificare il fallimento del regime comunista e del modello sovietico. Quell’emorragia andava fermata, a costo di versare altro sangue dell’esausta Germania, dopo la devastante esperienza della guerra mondiale in cui aveva perso milioni di vite umane, intere città distrutte, più la dignità e la sovranità, per via dei campi di sterminio e del nazismo. Dopo aver subito perdite enormi in guerra, non solo soldati ma città bombardate e campi di concentramento dove erano morti centinaia di migliaia di tedeschi, gravava sulle sue spalle pure l’infamia del razzismo e l’orrore della shoah. Quel muro giunse come una crepa ulteriore, l’infarto su un corpo già martoriato e un’anima lacerata. A dir la verità il Muro non giunse improvviso, anche se rapida fu la sua edificazione. Già nel dopoguerra, nel 1948, Stalin promosse il blocco di Berlino: timoroso di una rinascita tedesca, Stalin non si accontentò di smembrarla in zone d’occupazione, auspicando che la Germania fosse ridotta a nazione inerme ed agricola, senza velleità industriali che potevano essere pericolosamente riconvertite in industria bellica. La richiesta di Stalin non era sgradita alle potenze occidentali; Churchill aveva già proposto la neutralizzazione tedesca; e gli americani sapevano che solo una Germania debole avrebbe consentito agli Usa di esercitare un ruolo egemonico sul continente europeo. Dieci anni dopo il blocco di Berlino, anche i leader sovietici Krusciov e Gomulka attaccarono violentemente la Germania federale e si opposero all’ipotesi di libere elezioni in tutta la Germania che sancissero la riunificazione tedesca. Le libere elezioni avrebbero infatti segnato con ogni probabilità la sconfitta del partito comunista tedesco e dunque la liquidazione del controllo sovietico nella Germania orientale. Anche se all’est, alle ultime elezioni, nel 1958, il 99.87 % dei tedeschi orientali aveva votato per il listone nazionale comunista; ma, piccolo particolare, non c’erano liste alternative… Prevalse così l’idea di tenere le due germanie divise fino a quando si giunse all’innalzamento del muro; odioso per tutti gli uomini liberi ma in fondo non dispiaceva alle potenze occidentali. Per lunghi anni ha fatto scuola nei paesi occidentali la convinzione ben riassunta da Andreotti che spiritosamente e cinicamente sosteneva: “Amo la Germania a tal punto che preferisco averne due anziché una sola”. Il timore di un gigante tedesco nel cuore dell’Europa non riguardava in effetti solo il mondo sovietico. Anche negli Stati Uniti e in Europa preoccupava il gigante tedesco. E tuttavia fu memorabile il discorso di Kennedy a Berlino e la sua dichiarazione di sentirsi berlinese. Colpirono gli eccidi, in particolare nell’agosto del 1962, che perpetrarono i vopos contro i tedeschi orientali che cercavano di superare il filo spinato. La collera popolare salì con la tensione internazionale, mentre l’Urss celebrava la sua potenza festeggiando a un anno esatto dall’innalzamento del Muro l’impresa degli astronauti Nicolajev e Popovic. Colpì in modo particolare il sacrificio di un ragazzo di 19 anni, Peter Fechter, che fu lasciato morire dissanguato ai piedi del Muro che aveva cercato di valicare. Dei paesi dell’Est la Germania orientale fu tuttavia il paese meno inefficiente, più competitivo, non solo nei giochi olimpionici. Neanche il comunismo e lo statalismo riuscirono del tutto a smantellare una struttura e una mentalità venute da lontano. Ci vollero altri 28 anni, e altre centinaia di vittime, per veder cadere quel Muro e così vedere ricomposta Berlino, la Germania e l’Europa. Quando cadde quel muro ci si accorse che non divideva solo due Stati, due regimi, due mondi politici, ma perfino due epoche: era come se il tempo nella Germania est fosse andato più lentamente, ridotto a una marcia forzata. Era rimasta più Prussia, più Terzo Reich nella Germania comunista. A novembre ricorderemo la caduta del Muro, a cui poi seguì il collasso del comunismo sovietico, la fine del mondo bipolare, l’avvento del Nuovo Ordine Mondiale, la globalizzazione e l’Unione europea. Ma prima di ricordare quel crollo, va ricordata la sua erezione, pensata come perpetua. Alla fine durò “solo” ventotto anni. Oggi si parla tanto dell’infamia dei muri, salvo dimenticare il Muro più infame di tutti, eretto quel 13 di agosto a Berlino. 

·        Schengen e Frontex. L’Abbattimento ed il Controllo dei Muri.

Che cos’è il Trattato di Schengen. Mauro Indelicato su Inside Over il 21 novembre 2021. Con l’espressione trattato di Schengen ci si riferisce in realtà a una serie di norme e disposizioni, racchiuse nel cosiddetto “acquis di Schengen”, volte a favorire la libera circolazione di merci e persone all’interno dell’Unione Europea. I Paesi aderenti non presentano, nei tratti di confini in comune, barriere doganali e posti di frontiera.

L'accordo del 1985

Il primo embrione del futuro trattato di Schengen risale al 1985. Il 14 giugno di quell’anno, nel comune lussemburghese di Schengen, viene firmato un accordo tra l’unione doganale del Benelux (comprendente Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), la Francia e la Germania.

L’accordo rappresenta un trattato internazionale valevole tra i cinque Paesi firmatari. Con questo documento i rispettivi governi si impegnano a rimuovere ogni ostacolo alla libera circolazione di mezzi e persone. Si assiste quindi all’eliminazione dei controlli alle frontiere e alla rimozione delle barriere doganali.

Per spostarsi da uno degli Stati firmatari a un altro non servono più passaporti o permessi. L’accordo va nella direzione di una maggiore integrazione europea. Sotto il profilo politico infatti in quel frangente si inizia a parlare di mercato unico europeo e la Comunità Economica Europea (Cee) pianifica interventi riguardanti l’intero spazio di sua competenza.

La convenzione del 1990

Sulla scia dell’accordo del 1985 si arriva alla firma del trattato, il cui nome ricalca quello della cittadina lussemburghese in cui è stato siglato il primo documento, del 1990. I cinque Paesi aderenti all’accordo del 1985 in tal modo siglano una convenzione in cui sono contenuti i principi chiave delle normative di Schengen. In tal modo vengono fissate anche le regole per un prossimo allargamento dello spazio di libero scambio.

Nel settembre 1990 è l’Italia ad aderire alla convenzione, seguita poi l’anno dopo da Spagna e Portogallo. Nel 1992 è la volta della Grecia, nel 1995 dell’Austria. Entro il 1996 tutti i Paesi dell’Unione Europea aderiscono a Schengen, eccezion fatta per Regno Unito e Irlanda. Il 19 dicembre 1996 ad aderire sono anche i primi Stati extra Ue, ossia Islanda e Norvegia.

Con la convenzione del 1990, cuore delle norme che compongono l’intero acquis, oltre ai principi di libera circolazione vengono sanciti anche altri punti fondamentali. Ossia la collaborazione comune nel controllo delle frontiere esterne, così come lo scambio di informazioni tra la varie polizie per il contrasto alla criminalità.

Nel 1990 dunque il sistema di Schengen assume grossomodo gli odierni connotati. I Paesi aderenti condividono uno spazio libero comune e gestiscono sia le frontiere esterne all’Ue che le informazioni anti terrorismo e anti criminalità. Un punto quest’ultimo divenuto, nei primi anni 2000 con l’avanzata del fenomeno del terrorismo islamico, molto delicato. Anche se non sempre lo scambio di informazioni tra polizie e servizi di intelligence dei Paesi aderenti a Schengen si è dimostrato continuo e costante.

In che modo Schengen è diventato operativo

Tuttavia l’accordo del 1985 e la convenzione del 1990 non rendono immediatamente operative tutte le disposizioni previste dai documenti. Per completare il percorso di quello che verrà poi comunemente indicato come “trattato di Schengen”, servono altri passaggi interni ai Paesi aderenti.

L’ingresso nel club di Schengen non è automatico con l’adesione di uno specifico governo. Devono, prima del definitivo via libera, essere previsti precisi requisiti politici ed economici.

Nei primi cinque Paesi firmatari dell’accordo del 1985, il trattato del 1990 entra in vigore il 26 marzo 1995. L’Italia diventa a tutti gli effetti un membro dell’area Schengen nel 1997. Negli anni successivi tutti i vari governi all’epoca nell’Ue vedono l’entrata in vigore delle norme.

Un importante passo normativo nell’attuazione degli accordi si ha con il trattato di Amsterdam del 1997. Nel documento l’accordo del 1985 e la convenzione del 1990 diventano parte integrante del diritto dell’Unione Europea. La decisione viene ratificata con l’entrata in vigore del trattato di Amsterdam, avvenuto il primo maggio 1999, e con la decisione 1999/435/CE del Consiglio Europeo. Da questo momento in poi l’acquis di Schengen, noto come trattato o come “sistema Schengen”, diventa uno dei principali regolamenti europei.

Gli organismi

Nei primi anni di vita, l’applicazione delle norme fondamentali di Schengen vengono demandate a un apposito comitato esecutivo. A capo di tale comitato vi è un segretario, scelto dai vari Paesi membri dell’area di libero scambio. La situazione muta dopo l’entrata in vigore del trattato di Amsterdam. Da quel momento in poi, al comitato esecutivo subentra direttamente il Consiglio Europeo.

Sono quindi le massime istituzioni comunitarie a monitorare l’applicazione dei principi di Schengen e l’attuazione del trattato. All’interno dei singoli Stati esistono poi delle istituzioni o degli enti preposti al controllo dell’attuazione delle norme del sistema Schengen. In Italia tale compito è demandato al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione. Si tratta di una commissione bilaterale in cui siedono membri sia della Camera che del Senato.

Chi ha aderito al Trattato di Schengen

Attualmente sono 26 i Paesi che applicano al loro interno le disposizioni del trattato di Schengen. Si tratta di 22 governi membri dell’Unione Europea e 4 Stati extra Ue. In quest’ultimo gruppo si trovano Islanda, Norvegia, Svizzera (dal 16 ottobre 2004) e Liechtenstein (dal 28 febbraio 2008). I Paesi Ue sono invece Belgio, Paesi Bassi, Francia, Germania, Lussemburgo, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia, Estonia, Lituania, Lettonia, Slovenia, Polonia, Repubblica Ceca, Malta, Ungheria e Slovacchia. L’Irlanda non ha mai aderito a pieno titolo, così come la Gran Bretagna. Quest’ultima poi con l’uscita dall’Ue nel 2019 ha definitivamente lasciato l’area di libero scambio. Ci sono poi quattro Paesi Ue che hanno aderito a Schengen dal momento del loro ingresso in Europa, ma in cui le norme attualmente non vengono applicate in quanto i parametri previsti dal trattato non sono soddisfatti. Si tratta di Bulgaria, Romania, Croazia e Cipro. Per loro non è al momento prevista una data di definitivo ingresso nell’area di libero scambio.

I casi di sospensione del Trattato

I documenti che compongono l’acquis di Schengen prevedono anche casi eccezionali di sospensione delle norme di adesione al trattato. In particolare, qualora uno Stato membro ravvisa pericoli per la propria sicurezza nazionale ha facoltà di reintrodurre i controlli doganali e alle frontiere. In Italia è accaduto in tre occasioni, ossia per il G8 di Genova del 2001, per il G8 de L’Aquila del 2009 e per il G7 di Taormina del 2017.

Austria, Danimarca, Germania e Ungheria a varie riprese, durante l’emergenza immigrazione del 2015 e del 2016, hanno interrotto l’applicazione del trattato di Schengen. La Francia, in occasione degli attacchi terroristici del novembre 2015, per alcune settimane ha previsto lo stato di emergenza e, nel pacchetto di norme varate dall’Eliseo, vi era anche la temporanea reintroduzione dei controlli alle frontiere. Nel corso degli ultimi anni, per motivi di sicurezza anche Svezia, Norvegia, Malta, Danimarca e Polonia hanno fatto ricorso alla sospensione delle norme di Schengen,

Durante l’emergenza sanitaria legata al coronavirus invece si è arrivati all’unico caso in cui il trattato è stato sospeso su tutto il territorio comunitario. Il 17 marzo 2020 infatti il Consiglio Europeo ha deciso di ripristinare temporaneamente i controlli nelle frontiere interne all’Ue. Una misura poi tolta nel maggio successivo con la fine del primo periodo di lockdown.

Che cos’è Frontex. Mauro Indelicato su Inside Over il 21 novembre 2021. Frontex è un’agenzia europea il cui compito è quello di controllare le frontiere esterne degli Stati dell’Unione Europea e di quelli aderenti al trattato di Schengen. Istituita nel 2016, il suo nome è legato all’emergenza immigrazione degli ultimi anni e all’aumento di ingressi illegali di migranti nell’Unione Europea. Frontex viene del resto fondata proprio per tentare di dare una risposta comune da parte dell’Ue all’annosa questione riguardante i profughi.

La prima agenzia Frontex del 2004

Il primo tentativo di costituire un’agenzia preposta al controllo delle frontiere risale al 2004. In quel periodo l’immigrazione inizia ad essere un fenomeno molto avvertito, specialmente lungo le coste meridionali dell’Europa. In Sicilia sono diversi gli sbarchi in estate, così come si contano già molti naufragi.

Con il regolamento Ce 2007/2004, il 26 ottobre il Consiglio europeo vara la nascita di Frontex. Il nome è lo stesso dall’agenzia che, diversi anni dopo, ne prende il posto. Il primo stanziamento a favore del nuovo ente è di 35 milioni di Euro, raddoppiato progressivamente negli anni successivi. Un fatto significativo è la scelta della sede. Gli uffici principali vengono infatti stanziati a Varsavia. Oltre a rappresentare il fronte principale da cui l’Ue vuole guardarsi a livello migratorio, ossia quello orientale, la capitale polacca è la prima città ad ospitare un’agenzia europea tra i Paesi di recente ingresso nella comunità.

Il compito di Frontex ufficialmente è quello di coordinare le varie polizie e e guardie di frontiera dei Paesi Schengen per ridimensionare il fenomeno migratorio e prevenire nuove stragi. Vengono varate alcune missioni di controllo e monitoraggio dei confini, sia marittimi che terrestri. Con i bilanci Ue di fine anni 2000 e inizio anni ’10, vengono stanziate nuove somme e l’agenzia viene dotata, secondo i dati ufficiali, di 22 aerei, 26 elicotteri e 113 navi, oltre ad attrezzature radar e di ricerca.

La nascita della nuova agenzia Frontex nel 2016

I risultati però tardano ad arrivare. In primo luogo la gestione dell’emergenza immigrazione rimane confinata in gran parte ai singoli Stati che subiscono il fenomeno. In secondo luogo i numeri dimostrano che dopo la nascita di Frontex non sono diminuite né le partenze verso l’Europa e né le tragedie. Complice la primavera araba del 2011, soprattutto dal Mediterraneo i dati sugli arrivi di migranti salgono vertiginosamente.

Il 3 ottobre 2013 avviene il naufragio mediaticamente più seguito della storia recente. A Lampedusa un barcone con più di 400 persone a bordo e muoiono più di 300 migranti. Da allora si intensificano le pressioni affinché l’Europa intervenga con più incisività. Quando poi tra il 2015 e il 2016 esplode anche la crisi della rotta balcanica, con migliaia di siriani che scappano dalle grinfie dell’Isis per rifugiarsi in nord Europa passando per Turchia, Grecia e i Balcani, si decide di archiviare la precedente agenzia e dare vita a una nuova Frontex.

Istituita il 14 settembre 2016 con regolamento 2016/1624, il nuovo ente mantiene la sede a Varsavia ed entra ufficialmente in operatività. Per la sua creazione, vengono presi come base gli articoli 77 e 79 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Il primo attribuisce in capo all’Ue il potere di “adottare una legislazione per l’istituzione progressiva di un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne”, il secondo invece dà mandato alle istituzioni comunitarie la possibilità di “mettere in atto delle leggi concernenti il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi residenti illegalmente nel territorio dell’Unione”.

Vengono stanziati circa 250 milioni di Euro, che entro il 2020 diventano poi oltre 300. Frontex parte da una base di 400 tra impiegati e funzionari, con l’intento di arrivare poi a 1.000 entro il 2020.

Gli obiettivi di Frontex

Al momento della costituzione della nuova Frontex nel 2016, la Commissione ha enunciato alcuni dei principali obiettivi cui deve farsi carico l’agenzia. In primo luogo, quello di “provvedere a una valutazione delle vulnerabilità per quanto riguarda la capacità di controllo delle frontiere da parte degli Stati membri”. Occorre cioè monitorare, soprattutto nelle stagioni più calde sul fronte migratorio, in che modo uno specifico governo dell’Ue sia in grado di gestire un’eventuale emergenza.

Si parla di oltre dell’organizzazione di “operazioni congiunte e interventi rapidi alle frontiere per rafforzare la capacità degli Stati membri di controllare le frontiere esterne”. C’è poi il punto circa l’assistenza alla Commissione nel “coordinamento delle squadre di supporto quando uno Stato membro si trova ad affrontare pressioni migratorie sproporzionate”. Inoltre Frontex deve assicurare “assistenza tecnica e operativa a sostegno delle operazioni di ricerca e salvataggio delle persone bisognose di soccorso in mare durante le operazioni di sorveglianza di frontiera”.

Al fianco di queste mansioni, ci sono poi quelle relative all’addestramento e alla creazione di una riserva di rapido intervento europea, all’assistenza degli Stati membri negli interventi di rimpatrio dei migranti irregolari e alla promozione della collaborazione tra Stati Ue e Stati terzi in materia di gestione delle frontiere.

L'organizzazione di Frontex

L’agenzia ha un proprio organigramma e una propria dirigenza, capeggiata dal direttore esecutivo Fabrice Leggeri. Quest’ultimo, di nazionalità francese, era già a capo della precedente agenzia Frontex.

Al di sotto del direttore esecutivo vi è un consiglio di amministrazione composto da 28 membri, uno per ogni Paese Ue aderente al trattato di Schengen, più due rappresentanti dell’Ue. All’interno del consiglio siedono anche rappresentanti di Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera in quanto aderenti all’area Schengen. Non essendo però appartenenti all’Ue, tali membri hanno diritto di voto limitato. Regni Unito e Irlanda, per scelta dei governi antecedente alla formazione della prima agenzia Frontex, inviano al consiglio d’amministrazione dei propri osservatori senza diritto di voto.

A Varsavia l’agenzia ha i propri funzionari e impiegati. Sul campo Frontex si avvale dei corpi di polizia e delle guardie di frontiera dei vari Paesi membri, coordinando con loro le azioni di controllo, monitoraggio e soccorso. La nuova Frontex ha la possibilità di acquistare propri mezzi, dotandosi quindi di una propria flotta di navi o aerei. Gli Stati di bandiera presso cui sono registrati tali mezzi, hanno l’obbligo di renderli immediatamente disponibili all’agenzia in caso di necessità.

Nel 2019 inoltre la commissione europea vara la nascita di un Corpo Permanente Europeo. Si tratta di agenti armati a disposizione di Frontex. Le prime unità dovrebbero essere operative entro il 2021. In totale il Corpo Permanente Europeo dispone di duemila uomini, ma la cifra potrebbe essere incrementata nei prossimi anni.

Le missioni a cui partecipa l'agenzia

Nel Mediterraneo Frontex ha al momento operative almeno tre missioni. Si tratta della Themis, della Poseidon e della Indalo. La prima ha come base il Mediterraneo centrale ed è sorta nel 2018 in sostituzione della Triton, avviata nel 2014. La seconda e la terza invece riguardano il Mediterraneo orientale e occidentale. Mezzi e agenti di Frontex in questi tre casi coadiuvano le autorità costiere locali nel monitoraggio dei tratti di mare interessati dal fenomeno migratorio. A breve dovrebbe partire un’operazione, con l’impiego di propri agenti, anche lungo il confine tra Grecia e Turchia.

Le recenti critiche a Frontex

Nel corso degli anni l’agenzia è stata spesso al centro di critiche. All’interno del parlamento europeo c’è chi ha valutato inefficiente la sua azione e c’è chi, al contrario, l’ha considerata troppo dura. Nel primo gruppo di detrattori rientrano coloro che hanno posto l’attenzione sul continuo aumento di flussi migratori e sulle situazioni di persistente emergenza che si hanno nei vari fronti più caldi.

Nel secondo invece rientrano i gruppi parlamentari dei Verdi e dei Socialisti e Democratici che, appoggiati dalle Ong e da diverse associazioni, hanno accusato Frontex di aver aiutato le autorità greche a respingere illegalmente centinaia di migranti durante la crisi dei rifugiati esplosa nel gennaio 2020. Accuse mosse soprattutto a seguito di un’inchiesta di Der Spiegel e The Guardian. In quell’occasione alcuni deputati hanno avanzato anche la possibilità di una richiesta di dimissioni di Fabrice Leggeri.

Le prospettive future dell'agenzia

Nonostante le critiche, Frontex nei prossimi anni dovrebbe essere potenziata. Leggeri, in un’audizione dinnanzi la commissione Schengen del parlamento italiano, ha dichiarato della possibilità di nuovi arrivi tra gli agenti dell’agenzia e di un ulteriore incremento della dotazione di armi e mezzi. L’apertura di un nuovo fronte migratorio in Bielorussia nel 2021 e lo spettro di una ripresa dell’immigrazione dall’Afghanistan dopo l’arrivo dei talebani a Kabul, stanno spingendo l’Unione Europea ad applicare misure di controllo più severe lungo i confini. Da qui una maggior presa in considerazione di Frontex. 

 Gli stranieri ci rubano il lavoro?

Gli stranieri ci rubano il lavoro? Non è proprio così. Ecco cosa ci dice Eurostat. Le iene News il 13 febbraio 2021. In Europa i lavoratori stranieri hanno maggiore probabilità di essere sovraqualificati rispetto ai lavoratori locali. Questo è quanto emerso dagli ultimi dati dello scorso 26 gennaio di Eurostat. Nella classifica dei paesi con il tasso più alto di stranieri sovraqualificati l'Italia si colloca al secondo posto, dopo la Grecia. Sempre in Italia i lavoratori stranieri hanno il doppio della probabilità di essere sovraqualificati rispetto a un cittadino italiano. Un grande mito: gli stranieri vengono in Italia a rubarci il lavoro. Un mito, appunto, perché le cose non stanno proprio così. Andiamo con ordine: un lavoratore è considerato sovraqualificato quando occupa una posizione che richiederebbe una qualifica o un titolo di studio inferiore a quello in suo possesso. Stando al report pubblicato lo scorso 26 gennaio da Eurostat, nei paesi membri dell'Unione europea gli stranieri hanno più probabilità dei cittadini nazionali di essere sovraqualificati rispetto alla mansione che svolgono. Nel 2019 il tasso di sovraqualificazione in Ue era pari al 44% per i cittadini stranieri, 33% per i cittadini provenienti da altri stati membri e 21% per i cittadini nazionali. È la Grecia il paese con la quota più alta di cittadini stranieri (extra Ue) sovraqualificati con il 78%, seguita da Italia (68%) e Spagna (62%). Per quanto riguarda i lavoratori sovraqualificati provenienti da altri stati membri, al primo posto c’è l’Italia a pari merito con Spagna e Cipro (ognuna al 50%). Mentre, per quanto riguarda i cittadini nazionali sovraqualificati al primo posto troviamo la Spagna (35%), seguita da Grecia (32%) e Cipro (31%). In Italia il 19% dei cittadini nazionali risulta essere sovraqualificato rispetto alla mansione che ricopre (dato al disotto della media europea). La maggiore discrepanza tra il tasso di sovraqualificazione dei cittadini extracomunitari e dei cittadini nazionali è stata registrata proprio in Italia (49,6%); ciò vuol dire che un cittadino straniero in Italia ha il doppio della probabilità di trovare un lavoro al di sotto della propria qualifica rispetto a un cittadino italiano. L'Italia è al primo posto anche per quanto riguarda il distacco tra lavoratori sovraqualificati provenienti da un altro stato membro dell'Ue e i cittadini nazionali (32,4%). Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) questa disparità è dovuta principalmente alla mancanza di adeguate competenze linguistiche. I maggiori ostacoli che gli extracomunitari trovano nella ricerca del lavoro, tra cui anche la necessità di ricevere un permesso di soggiorno, li rendono maggiormente propensi ad accettare lavori al di sotto delle loro capacità e che i cittadini autoctoni non sono interessati a fare. Infine, il report pubblicato da Eurostat mostra anche che le donne sono generalmente più sovraqualificate rispetto agli uomini, indipendentemente dalla loro cittadinanza. 

·        Quei razzisti come…

L'errore di chi confonde le differenze con la "diversità". Luca Doninelli il 9 Dicembre 2021 su Il Giornale. Parlare di Alain Finkielkraut in Francia significa schierarsi. Se sei d'accordo con Finkielkraut, sia pure su un singolo argomento, ti trovi a far parte di un gruppo che pensa e dice tutta una serie di cose che un altro gruppo depreca e condanna, e questo ti segnerà, ti infetterà. Non succede solo in Francia. Esiste un tipo di infettività che oltrepassa le emergenze sanitarie quanto le esplosioni mediatiche: una specie di sordità selettiva e degenerativa che comincia con ciò che non ci interessa per estendersi - è cronaca - a tutto il resto. Insomma, leggi Finkielkraut? Allora sei di destra, sei con la Le Pen, sei con Zemmour.

Ciò nonostante, io sono convinto che leggere Finkielkraut, accettandone anche le intemperanze, sia una buona cosa (per tutti, anche per i suoi nemici) per la ragione opposta: la lucidità tutta illuminista con la quale questo grande allievo di Roland Barthes ci aiuta a riconoscere le trappole culturali: anche quelle di chi si vorrebbe suo compagno di strada.

Il suo ultimo libro, uscito in Francia e di prossima pubblicazione in Italia, ha per titolo L'après littérature, ossia «La post-letteratura» (Stock, pagg. 230, euro 19,50). Il libro è come sempre molto «francese», si riferisce a fatti di cronaca a noi spesso ignoti e va letto tra le righe.

Tema centrale è, secondo me, lo smarrimento del senso delle parole. La prima di queste parole è «differenza». Parola difficile, pericolosa, impossibile da maneggiare fuori da un serio esercizio del pensiero. La società è fatta di differenze: io non sono te, e il «noi» è un equilibrio difficile, del quale il nostro tempo sembra del tutto ignaro, nel nome di sentimenti indiscutibili. La differenza discrimina, eccome.

«Il nostro tempo, sganciato dalla saggezza degli Antichi, non conosce altra legge del proprio stesso slancio compassionevole». Alla difficile «differenza» subentra la facile «diversità», debole di pensiero e generatrice di diktat morali. La cultura che la nostra civiltà ha generato non viene più interrogata, celebriamo Dante e Shakespeare, Eschilo o Rembrandt senza chiedere loro nessun lume.

La ragione è semplice e terribile: «Essi non hanno bisogno di compiere un lungo percorso per accedere alla verità, perché sono convinti di possederla già». In America la chiamano cancel culture. Una sottile linea nazista, alimentata dall'ignoranza, attraversa gli opposti schieramenti. La Storia non ha nulla da insegnarci, siamo noi i suoi giudici. In nome del tutto è cultura si cancella la cultura, si aboliscono le gerarchie, si eliminano i maestri.

Diverse pagine del libro sono dedicate alla battaglia per l'emancipazione femminile. Dove sta il nemico? Non tanto nei contenuti di una battaglia sacrosanta, ma nel presunto unanimismo, che produce un discorso povero (anche sul piano linguistico) e urlante.

La ragione si presenta come economica: tutto deve essere ridotto a qualcosa che si possa comprare e vendere. Il me too (fatti salvi gli aspetti penali) appartiene, come molte altre cose - io ci metto anche il sovranismo - a questa legge mercantile. Il problema è però ideologico, non economico. La riduzione del mondo (e delle sue infinite differenze, che secondo Aristotele costituiscono la fonte stessa dell'umana conoscenza) a qualcosa che si possa acquistare o vendere (compreso l'utero di una donna) non riguarda in primis i soldi, ma il pensiero.

La ricchezza degli Antichi era melanconica: si poteva acquistare la bellezza di un fiore, il suo profumo, il sorriso di un bambino? Ma il principio ideologico ha azzerato la poesia e la bellezza, anche se celebriamo Dante dalla mattina alla sera. La poesia del mondo è cosa da boomer, le parole d'ordine sono: tutela del pianeta, biodiversità, green eccetera. Tutte parole negoziabili, inseribili in un'agenda internazionale: a differenza dei gelsomini.

Ciò che resta fuori da ogni agenda? Che so, la crescita della fame nel mondo, il destino di popoli interi rimasti senza patria, la situazione dei vaccini nei Paesi poveri, e così via.

La nostra civiltà - dice Finkielkraut - ha eretto, contro la barbarie, due grandi baluardi: il Diritto e la Letteratura. L'uno e l'altra celebrano la Differenza - che comprende l'assoluta unicità di ogni singolo essere umano, la sua difficile giudicabilità, e la complessità dei corpi sociali. E l'uno e l'altra sono oggi in pericolo di estinzione sotto i colpi di un egualitarismo cieco.

Torna in mente Le urla del silenzio (1984) il film di R. Joffé, dove la furia ideologica dei khmer rossi giunge ad affidare ai bambini il ruolo di sorveglianti per catturare negli occhi delle persone anche il più piccolo bagliore di ribellione. Perché ai bambini? Perché non hanno memoria, non hanno passato, e quindi non hanno pietà.

Eppure, anche il nuovo mondo che sta sorgendo conosce le sue débâcles. Nonostante tutto, esso non procede compatto verso un futuro ecologico, paritario, green. E non per colpa di tutti i no-qualcosa che popolano il mondo, non per il rancore di chi non ha ricevuto dalla società un senso per cui vivere, e nemmeno per l'egoismo dei ricchi, ma per una contraddizione insita nel modello stesso.

Ne parla Finkielkraut a proposito delle pale eoliche. Le pale eoliche, deturpando l'ambiente che dovrebbero proteggere, sono il simbolo di una specie di nemesi del mito del Progresso, il sogno nato con «Cartesio e Bacon di renderci padroni e dominatori della natura per sconfiggere la fatalità e le miserie del genere umano».

Il brusio profondo del lavoro umano è sublime «nel suo sforzo concertato affinché la Terra non sia più una valle di lacrime (...) Ma ai nostri giorni, osserva il filosofo francese, la terra implora pietà mentre il cielo fa quello che gli pare. Più la tecnologia è performante e più l'avvenire è buio. Ieri vittorioso, il Progresso si è fatto compulsivo e incontrollabile. Tutto funziona e, a un tempo, tutto deraglia. Tutto dipende dall'uomo, perfino il meteo, e niente va come lui vorrebbe. La natura entra nella Storia, e non è una buona notizia, perché la locomotiva della Storia non ha più qualcuno che la guidi».

Chi sia questo «qualcuno» non sappiamo. Certo non è un leader politico, o un guru informatico. Forse, più modestamente, è quel riferimento ad Altro (il totalmente-altro, come lo chiamava Horkheimer) che la creazione di una città totalmente terrena, senza riferimenti oltre sé stessa (a dispetto di tutte le chiese, le moschee e le pagode) ha sempre cercato di cancellare, e che la poesia e l'arte non fanno che ripetere ad orecchie sempre più sorde.

Nel suo ultimo romanzo, citato da Finkielkraut, Nemesis, Philip Roth racconta di un uomo colpito da un dolore inaccettabile. Ma la delusione verso un Dio che non risponde all'assurdità dell'esistenza si trasforma in una delusione ancora più profonda: verso se stesso.

Abbiamo abbattuto Dio per innalzare l'Uomo, con la sua pretesa di chiarire tutto, di prevedere tutto, di spiegare tutto. Ne siamo usciti presuntuosi, violenti e soprattutto vuoti. Ci resta quello che Musil chiamava «il principio di ragione insufficiente»: ossia «la restituzione agli eventi del loro carattere fragile, fortuito, intempestivo, aleatorio». Luca Doninelli

"Massacravano i nativi". E il Wwf finisce sotto accusa. Gerry Freda il 29 Ottobre 2021 su Il Giornale. I guardiaparco pagati dal Wwf avrebbero perpetrato stupri, deportazioni e omicidi ai danni di decine di indigeni in Asia e in Africa. L'organizzazione ambientalista Wwf è finita sotto accusa negli Usa per le violenze e gli abusi commessi dai guardiaparco pagati dalla stessa ong e in servizio presso delle riserve naturali asiatiche e africane. A puntare il dito contro l'associazione sono state di recente le autorità Usa, con la Commissione Risorse Naturali del Congresso che ha denunciato le gravi carenze del Wwf nel controllare il comportamento dei ranger. Secondo gli accusatori, decine di indigeni sono stati vittime di "torture, deportazioni, stupri e omicidi" ad opera di guardiaparco in servizio presso oasi ecologiche in Nepal, Camerun e Repubblica Democratica del Congo. Quei ranger, anche se erano formalmente funzionari dei governi nazionali, erano però stipendiati dal Wwf e, di conseguenza, la Commissione del Congresso ha accusato il personale dell'ong di scarso controllo sui custodi delle oasi e di non avere minimamente provato a fermare gli abusi. La Commissione parlamentare Usa, presieduta dal deputato democratico Jared Huffman, ha quindi condannato con forza la mancata assunzione di resonsabilità da parte del Wwf riguardo alle violenze in questione. Proprio Huffman si è detto "frustrato, esasperato e incredulo" per l'atteggiamento mostrato dall'ong verso le sofferenze dei nativi vittime dei guardiaparco. L'organizzazione ecologista è stata inoltre accusata dal Congresso di non avere collaborato in maniera costruttiva con i titolari dell'indagine parlamentare, con questi ultimi che stanno sollecitando l'associazione a scusarsi e ad assumersi le proprie responsabilità circa la mancata vigilanza sui ranger, perché “il desiderio di evitare conflitti con i governi locali non può dispensare il Wwf dal rispettare i diritti umani”. L'ong ha reagito alle accuse lanciate dalla Commissione spiegando di non essere a conoscenza di quanto avveniva giorno per giorno nelle varie riserve naturali, dichiarando poi, tramite una nota: "Gli abusi commessi da alcuni ranger ci fanno inorridire e vanno contro tutti i valori che sosteniamo. Proviamo un dolore profondo e senza riserve per coloro che hanno sofferto. Siamo determinati a fare di più per far sentire la voce delle comunità, per far rispettare i loro diritti e per sostenere in modo coerente i governi affinché sostengano i loro obblighi in materia di diritti umani. La nostra convinzione è che le misure che stiamo adottando aiuteranno a salvaguardare le comunità e la natura da cui dipendono".

Da tuttomercatoweb.com il 9 ottobre 2021. Marco Materazzi risponde a Lilian Thuram dal palco del Festival di Trento. Thuram nelle scorse ore ha lanciato un appello: "I giocatori bianchi non devono stare zitti nella lotta contro il razzismo". Un appello a cui Materazzi, nel corso del suo intervento, ha replicato così: “Sono contro il razzismo, però Thuram non è mai uscito dallo stadio quando cantavano Materazzi figlio di puttana. Questa è la discriminazione, per il bianco, per il nero e anche per il figlio di puttana”.

Giulia Zonca per “la Stampa” il 16 ottobre 2021.  Lilian Thuram entra al Salone di Torino con un libro rosso che si intitola «Il pensiero bianco» e prova a ridare un senso ai colori.  

Dovremmo smettere di definirci bianchi o neri? 

«Non è necessario eliminare i termini, ma vanno spiegati. L'identità ha una storia, dentro il nostro modo di definirci c'è anche una gerarchia e dal momento in cui lo capiremo le useremo sempre meno. I bambini non le usano affatto».  

Nel libro però si chiede come mai alle elementari i compagni bianchi la trattassero già diversamente. 

«Sì ma avevo nove anni. Quando ero ancora a Torino e il mio figlio più piccolo Khéphren aveva 4 o 5 anni gli ho chiesto "Sei l'unico nero nella tua classe?". Ha risposto: "Non sono nero, sono marrone e gli altri sono rosa"». 

Oltre i 5 anni che si fa? 

«Bisogna conoscere il passato. Le ultime generazioni si definiscono sempre meno per il sesso, chiamarsi uomo o donna non è mai stato un fattore neutro. Ora, dopo 60 anni di lotte e proteste quell'etichetta ha sempre meno significato».  

Quanto ci vuole per strappare le etichette bianco e nero? 

«Ce ne vuole. Siamo all'inizio della demolizione». 

Le hanno dato del razzista perché ha definito un modo di pensare bianco? 

«È successo. Normale, anche quando molte donne hanno iniziato a dire che certi film o romanzi hanno una percezione maschile, la maggioranza si è stranita e infastidita. Era uno sguardo nuovo e quindi destabilizzante».  

Qualcuno si è offeso per il suo libro? 

«Certi politici, quelli che difendono la supremazia bianca e sono tanti, ma non mi interessano loro, mi importa chi non è cosciente della gerarchia del colore. Considerarsi neutro significa rifiutare ogni responsabilità e non mettersi in discussione».  

In Italia come in Francia ci sono ondate di populismo. 

«In tutte le società ci sono persone che amano la violenza e oggi fanno meno fatica a farsi sentire».  

L'aggressività aumenta. 

«Veniamo da anni di crisi economica e in politica trovare un nemico è una soluzione. Il razzismo si perpetua nel tempo perché l'ideologia fascista si basa sul fatto che esiste un vincitore: tu sei meglio di lui e hai diritto a stare meglio».  

Eric Zemmour, opinionista e giornalista di ultra destra, cresce nei sondaggi per la presidenza francese senza neanche essere ufficialmente candidato. 

«Candidato o no lui rivela il razzismo del mio Paese. Fa discorsi violenti e c'è chi lo accetta. Lui fomenta l'odio e glielo lasciano fare perché tanti non sono toccati dai suoi discorsi. Sono bianchi». 

È legittimo che Zemmour possa tenere certi discorsi pubblici? 

«per i non bianchi no. Noi ci sentiamo minacciati. Quell'uomo invita a umiliare i non bianchi, i miei figli, i miei amici e invece di inorridirsi troppa gente ci fa sopra dell'ironia. In più mi dicono, "ma rappresenta il 10 per cento dei francesi". Pensiero bianco, i suoi discorsi sono un appello all'odio. Per accettarli bisogna essere bianchi». 

In Italia certi appelli all'odio hanno portato i no-vax a sfasciare la sede della Cgil. 

«Non sono sorpreso. Il problema sono quelli che legittimano questi appelli dandogli spazio».  

La sorprende almeno che ci sia qualcuno più a destra di Le Pen? 

«No, ho 49 anni e nulla mi sorprende». 

Quanti pensieri bianchi ha incontrato quando viveva in Italia? 

«Quando giocavo capitavano cori razzisti e i compagni bianchi mi davano pacche sulle spalle per dirmi che non era grave. Volevano farmi stare meglio ed era uno sbaglio clamoroso. Un pensiero bianco. In Italia, a ogni singolo problema di razzismo sembra che sia la prima volta. Mi fa impazzire quando dite: quelli che fanno buu non sono veri tifosi».  

Lo sono? 

«Certo: seguono una squadra, vanno allo stadio, si mettono la sciarpa. Sono tifosi. Leviamo di mezzo l'ipocrisia». Ne parlava con i compagni del Parma e della Juve? «Di tanto in tanto, ma non c'era troppa voglia di capire». 

Che si fa allora negli stadi? Due settimane fa, a Firenze, un gruppetto ha dato delle scimmie ai giocatori neri del Napoli. 

«Se vogliamo cambiare le cose la rivolta deve partire dai giocatori bianchi. Le donne hanno protestato per avere il diritto di voto, ma poi la legge chi l'ha riscritta? Gli uomini. Ed è uguale. Non si può chiedere ai giocatori neri che cosa bisogna fare, chiediamolo ai bianchi». 

Quando suo figlio Marcus ha iniziato a giocare ad alto livello gli ha fatto il discorso che si vede nei film su come reagire agli insulti? 

«Non ho aspettato che i miei figli iniziassero a giocare a calcio. Ho spiegato che cosa era successo quando erano bambini. Mi dicevano: "ma dai papà". Mi hanno dato ragione». 

Consiglierebbe a Marcus di giocare in Italia o c'è troppo razzismo qui? 

«Lui vuole una grande squadra e se la trova in serie A non c'è problema».  

Il portiere del Milan Maignan ha scritto su Instagram "Perché ci trattate come bestie?". 

«Quando lo scrive un giocatore bianco ne riparliamo».  

L'Italia agli Europei ha scelto di inginocchiarsi solo davanti alle squadre che avevano adottato quel gesto. 

«Ho vissuto qui, non mi aspettavo nulla di diverso. Vuol dire che la maggioranza di quei giocatori non si preoccupano di chi soffre le conseguenze del razzismo. Però non dicano che scelgono questo comportamento per non fare politica. Il calcio è politica. Non inginocchiarsi è politica».  

La Francia non si inginocchia mai. 

«E mi dispiace perché conosco il potere del calcio, io cresco con l'esempio di Muhammad Ali. Loro hanno deciso come squadra, non tutti avevano lo stesso pensiero».  

Come se ne esce? 

«Il razzismo è una trappola bisogna svegliarci: finisce così il mio libro. Invece di confrontarci sul colore della pelle smettiamo di lasciarci condizionare dai pochi che pensano di andare a vivere su un altro pianeta. Pensano: "Esauriamo pure le materie prime poi lasciamo le masse qui e noi super ricchi andiamo su Marte". La politica li asseconda invece di rispettare persone e natura». 

Vedrà Juve-Roma? 

«No, non ho visto mai la Juve quest' anno. So che va un po' meglio adesso, è una grande squadra e si riprenderà. Se si mette in discussione Allegri è il calcio, non la Juve, ad avere dei problemi».  

Il Psg con Messi, Neymar, Mbappé è doping finanziario? 

«Non è la prima volta che una squadra riunisce il meglio che c'è». 

La sua Juve era così? 

«Era fortissima. E da giovane ho visto il Milan di Gullit, Van Basten, Rijkaard, Baresi, Maldini. Vincono quasi sempre i più ricchi, per questo il calcio può influenzare la società: è uno specchio». 

Storia di due paesi. Le ragioni dell’odio tra Francia e Inghilterra, nazioni uguali e contrarie. L’Inkiesta l’1 ottobre 2021. Il caso dei sottomarini australiani ha fatto esplodere una tensione covata da tempo. Parigi e Londra hanno più somiglianze di quanto vogliano ammettere, storiche e politiche. Soprattutto devono confrontarsi (malvolentieri) con un mondo che le ha relegate in secondo piano e scelgono di farlo con strategie diverse. A far scoppiare tutto è stata la crisi dei sottomarini, l’alleanza AUKUS e l’estromissione della Francia dal campo d’azione del Pacifico. I rapporti tra Francia e Gran Bretagna sono complicati da secoli, ma la tensione delle ultime settimane ha contribuito a risollevare una rivalità mai sopita, forte anche delle decisioni strategiche degli ultimi anni: la Brexit prima di tutto e l’atteggiamento nei confronti dell’Europa e dei grandi protagonisti della scena globale. Come sottolinea questa analisi dell’Atlantic, per lo smacco dei sottomarini Parigi ha preferito concentrare i suoi attacchi a Stati Uniti e Australia, ma non ha lesinato critiche a un Regno Unito considerato «vassallo» dell’America, che ha rinunciato al club europeo per andare a fare «la ruota di scorta della politica oltreoceanica. Gli inglesi hanno preferito mantenere un atteggiamento diplomatico (almeno in pubblico: in privato era forte il loro disdegno per la posizione di Parigi sulla Brexit e lo scarso interesse dei suoi ambasciatori a mantenere buoni rapporti) fino a quando lo stesso premier Boris Johnson non ha deciso di rompere gli indugi: «È tempo per alcuni dei nostri amici più cari di “prenez un grip” sulla questione, “donnez-moi a break”» ha dichiarato ai giornalisti a Washington, dove ha incontrato il presidente americano Joe Biden. Non è la prima volta che utilizza l’espressione (già nel 2016 i francesi parlavano di controlli doganali a Calais e nel 2019 sulla decisione di sospendere il Parlamento inglese). In questo caso si tratta di una risposta esasperata alla reazione di Parigi, che lo ha stupito per «per la sua intensità». Senza dubbio, si tratta anche di un modo per irritare lo stesso presidente Emmanuel Macron.

Il registro delle accuse reciproche è noto: la Francia considera gli inglesi «opportunisti», disposti a qualsiasi accordo meschino per interesse, mascherandolo da «Global Britain». Londra dal canto suo fa riferimento al noto sciovinismo francese, l’anti-americanismo, la passione per la grandeur, la strategia – anche questa furbesca – di usare l’Europa come mezzo per guadagnare di nuovo importanza a livello globale. Eppure è innegabile che i due Paesi, che ora si odiano, siano in realtà anche molto simili. Non solo per parametri ovvi come la popolazione, la ricchezza, il comune passato imperiale. Ma anche per la portata globale della propria azione, la tradizione democratica, l’eccezionalismo, la paura di fronte al declino assommato all’istinto per l’indipendenza nazionale e il desiderio di essere rispettati. A unirli è anche la diffidenza nei confronti delle grandi potenze globali. Hanno strategie diverse, ma come ricorda l’Atlantic, ognuno si guarda nell’altro come se fosse uno specchio deformato. Usandolo per proiettare i propri obiettivi, le idee di sé, le speranze e le frustrazioni. Senza lesinare critiche. In questo ultimo senso, soprattutto, hanno entrambi ragione. Sul piano diplomatico, la Francia ha mantenuto un contegno diplomatico tutt’altro che ineccepibile. L’ambasciatrice Sylvie Bermann sembra avere sposato i principi dell’anglofobia, mentre l’attuale Catherine Colonna non sembra nemmeno curarsi di mantenere rapporti con i membri del governo. Su queste scelte pesa, in modo decisivo, la Brexit. È anche vero dire che, in questa situazione, la Gran Bretagna si è accontentata di una posizione da socio di minoranza insieme agli americani, rinunciando a esercitare qualsiasi tipo di influenza in Europa. Però le loro somiglianze sono indicative: entrambe sono medie potenze, dotate di esercito e armi nucleari, hanno un corpo diplomatico efficiente, un buon servizio di intelligence e un seggio al consiglio permanente dell’Onu. E soprattutto entrambe soffrono per la loro nuova posizione nel mondo: il XXI secolo è dominato da altri Paesi, l’agenda si fa altrove. È difficile per entrambe fare i conti con questa nuova inevitabile posizione di inferiorità, in cui si fatica perfino a ricavare uno spazio di sovranità per rispondere alle richieste dei cittadini. Ne escono allora con due direzioni diverse, perlopiù determinate dall’esito della Seconda Guerra Mondiale. La Francia ha seguito un’impronta gollista: riabilitazione dal collaborazionismo attraverso la decantazione della Resistenza, politica di indipendenza militare con il ritiro dal comando integrato della Nato, tendenza a esprimere la propria influenza sul continente europeo. Gli inglesi, che ne sono usciti trionfatori, hanno mantenuto il legame privilegiato con gli Stati Uniti e con la sfera del Commonwealth. Anche oggi, riguardando le rispettive strategie, si coglie la stessa dinamica: le critiche di Macron alla Nato, l’ansia di poter contare di più in Europa – vista come mezzo per contare di più nel mondo. Ma anche la Gran Bretagna, con il sogno di una Global Britain, potrebbe mettere in campo (e questa è la cosa più sorprendente) uno spirito gollista. Lo stesso Johnson ha espresso in più occasioni la sua ammirazione per lo statista francese, elogiando in particolare la sua libertà d’azione e l’importanza di perseguire, sempre e a ogni costo, l’interesse nazionale. Come aveva detto il diplomatico francese Michel Duclos, il futuro potrebbe vedere «lo scontro tra due gollismi». Simili ma diverse, opposte ma parallele, Francia e Gran Bretagna si preparano ad affrontare i decenni che verranno. Chi ha fatto la sua scommessa fuori dall’Europa, chi invece continua a rimanervi, con la speranza di poterla direzionare.

NON E' UN PAESE PER BIANCHI. Dagotraduzione dal Daily Mail il 19 settembre 2021. Dopo 17 anni, la rivista Rolling Stone ha aggiornato la lista delle migliori 500 canzoni al mondo. I cambiamenti più significativi sono stati nelle prime tre posizioni, oggi assegnate a tre celebri cantanti di colore: Aretha Franklin (1), Public Enemy's (2) e Sam Cooke (3). Fino al 2004, invece, in testa alla classifica svettavano Bob Dylan, i Rolling Stones e John Lennon. La rivista ha scritto che la sua lista originale era «dominata dal primo rock e soul», mentre quella nuova include una gamma di generi più ampia tra cui hip-hop, pop latino, rap, country, indie rock e reggae. «Molto è cambiato dal 2004; allora l'iPod era relativamente nuovo e Billie Eilish aveva tre anni. Quindi abbiamo deciso di dare alla lista un riavvio totale...» Il risultato è stata una visione più ampia e inclusiva del pop, una musica che continua a riscrivere la sua storia a ogni battito». La classifica è stata creata con il contributo di 250 musicisti, giornalisti e produttori, che hanno compilato la loro personale Top 50. In tutto, hanno ricevuto un voto oltre 4.000 brani, e nella nuova classifica le novità sono state ben 254. Tra gli artisti che hanno partecipato alla classifica ci sono Cyndi Lauper e Annie Lennox, produttori di successi moderni come Sam Smith e Megan Thee Stallion, leggende del rock come Don Henley degli Eagle e Tainy Corey Taylor degli Slipknot, così come i beniamini indie emergenti Lucy Dacus e Tash Sultana. "Respect" di Aretha Franklin è prima in classifica (nel 2004 era quarta), e ha spodestato "Like a Rolling Stone" di Bob Dylan (finita in quarta posizione). Al secondo posto ha debuttato l'inno dell'attivista per i diritti civili dei Public Enemy "Fight the Power", facendo precipitare il successo dei Rolling Stones "(I Can't Get No) Satisfaction" alla posizione n.31. Il musicista soul Sam Cooke è passato dal numero 12 al numero tre con "A Change is Gonna Come", spingendo "Imagine" di John Lennon alla 19esima posizione. E dopo "Like a Rolling Stone" c'è il successo grunge dei Nirvana "Smells Like Teen Spirit", che si è salito di quattro posti. 

Questi i primi posti nel 2004 

1. Bob Dylan – ‘Like a Rolling Stone’    

2. The Rolling Stones – '(I Can't Get No) Satisfaction'

3. John Lennon – ‘Imagine'

4. Marvin Gaye – ‘What’s Going on’

5. Aretha Franklin – ‘Respect’

6. The Beach Boys – ‘Good Vibrations’

7. Chuck Berry – 'Johnny B. Goode'

8. The Beatles – 'Hey Jude'

9. Nirvana – ‘Smells Like Teen Spirit’

10. Ray Charles – 'What'd I Say'

E nel 2021: 

1. Aretha Franklin – ‘Respect’ (+4)

2. Public Enemy – ‘Fight the Power’ (First time on list)

3. Sam Cooke – 'A Change Is Gonna Come' (+9)

4. Bob Dylan – ‘Like a Rolling Stone’ (-3)

5. Nirvana – ‘Smells Like Teen Spirit’ (+4)

6. Marvin Gaye – ‘What’s Going On’ (-2)

7. The Beatles – ‘Strawberry Fields Forever’ (First time on list)

8. Missy Elliott – 'Get Ur Freak On’ (First time on list)

9. Fleetwood Mac – ‘Dreams’ (First time on list)

10. Outkast – ‘Hey Ya’ (First time on list)

Mauro Zanon per "Libero quotidiano" il 22 settembre 2021. L'English Touring Opera (Eto), una delle più importanti compagnie liriche britanniche, ha deciso di non rinnovare il contratto a quattordici dei suoi musicisti in vista della prossima stagione, che inizierà nella primavera del 2022. A causa di comportamenti inappropriati? Per colpa della scarsa qualità di esecuzione? O per via di errori gravi e imperdonabili? Niente di tutto ciò. 

LA COLPA L'Eto ha annunciato l'imminente licenziamento dei musicisti perché "colpevoli" di essere bianchi, e dunque non adatti al nuovo dogma della diversità imposto dallo spirito dei tempi. «L'Eto si è impegnato ad aumentare la diversità della sua squadra. Nonostante gli apprezzabili progressi realizzati, diamo la priorità all'aumento di diversità nell'orchestra», ha spiegato la direzione in una lettera diffusa dal quotidiano Daily Mail.

E poco importa se aumentare la quota di diversità significa lasciare quattordici persone senza stipendio, gettandole nel buio della disoccupazione. I musicisti presi di mira dalla misura dissennata dai responsabili dell'Eto sono tutti bianchi, hanno tra i quarantaquattro e i sessant' anni, e alcuni lavorano da ormai due decenni con la compagnia (è stata fondata nel 1979 con l'obiettivo di portare la grandezza della musica lirica in zone geografiche situate lontane dalle metropoli inglesi, dove l'accesso all'arte è più complesso, attraverso rappresentazioni a prezzi popolari, ma anche azioni educative). The Musicians' Union, organizzazione sindacale che rappresenta oltre 30mila musicisti impiegati nei vari settori del business musicale britannico, ha denunciato una decisione «inattesa e brutale», sottolineando che la promozione delle minoranze deve essere fatta in maniera «giusta e legittima» e non «cacciando la metà dell'orchestra». James Conway, direttore dell'Eto, ha cercato di scaricare le colpe sull'Arts Council England, istituzione che dipende dal dipartimento della cultura britannica e che finanzia la compagnia con una generosa busta da 1,78 milioni di sterline all'anno.

LE DIRETTIVE «Questa decisione è conforme alle ferree direttive dell'Arts Council, principale finanziatore delle tournée dell'Eto e della maggior parte dei fondi che sostengono l'Eto», ha dichiarato alla stampa britannica Conway. Nel milieu della musica classica, la notizia proveniente da Londra sta creando molto scompiglio e facendo reagire personalità di primo piano. Zhang Zhang, violinista dell'orchestra filarmonica di Monte Carlo, ha manifestato la sua inquietudine per quello che sta accadendo in un'intervista sul Figaro.

IL CASO USA «Nessuna discriminazione è positiva. Questa decisione non ha nulla a che vedere con la musica, è puramente ideologica. Ed è ancor più crudele se si pensa che il mondo delle arti dello spettacolo è appena tornato alla vita dopo un anno di arresto dovuto alla pandemia mondiale. Ciò significa che alcune carriere diventeranno fragili e che alcune famiglie verranno probabilmente portatea una situazione di precarietà. Dov' è la giustizia e il progresso in tutto ciò?», ha attaccato la violinista cinese. La notizia dell'Eto giunge negli stessi giorni in cui l'orchestra filarmonica di Buffalo, negli Stati Uniti, ha annunciato che «nessun direttore d'orchestra bianco o asiatico sarà più accettato». 

Perché la razza non esiste. Marino Niola su La Repubblica il 03 agosto 2021. È il modo in cui viviamo che ci fa essere ciò che siamo. Non una presunta origine biologica. E comunque l’origine, come diceva il grande filosofo berlinese Walter Benjamin, sta nel fiume delle trasformazioni e rimescola continuamente i materiali della nostra nascita. Al mondo non ci sono che due razze, quella di chi ha e quella di chi non ha. Sono parole che Cervantes nel Don Chisciotte, mette in bocca alla nonna di Sancho Panza per riassumere i fondamentali della condizione umana. Siamo nel 1605, al tempo delle colonizzazioni e delle scoperte geografiche, e fra le persone veramente intelligenti il concetto di razza è già obsoleto, un vecchio arnese del pensiero.

Dagospia il 2 agosto 2021. Il tweet di Matt Lawton: Il nuovo campione olimpico dei 100m, Marcell Jacobs, è sceso sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. Ah, bene…”

Manteniamo la parola “razza”, fotografa la nostra storia. Corrado Augias su La Repubblica il 4 agosto 2021. Non sta nella Costituzione per incitare al razzismo: al contrario, per indicarne il pericolo, perché le razze non esistono ma il razzismo sì. Tenere o togliere l’impegnativa parola “razza” dai requisiti che non vanno considerati ai fini di un’effettiva parità? Come più volte ricordato nell’utile dibattito aperto da Repubblica, l’articolo 3 della Costituzione detta: «Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Dalla rubrica "Porta e Risposta" di Francesco Merlo per "la Repubblica" il 5 agosto 2021. 

Caro Merlo, concordo al 100% sulla cancellazione della parola razza. Ma ogni volta che sento uno straparlatore in tv mi scappa un "ma che razza di stronzo!". Che farne dello sfogo? Mario Simone 

Risposta di Francesco Merlo. Qui la parola razza è usata come rafforzativo spregiativo. All'opposto, Brera elogiava così gli atleti del Triveneto: "i rassa-Piave no tradisse mai.". Scalfari e Turani battezzarono i capitalisti papponi "razza padrona". La metafora sposta, chiarisce e drammatizza i significati. Per gli stronzi della tv andrà sempre bene.

Il racconto. Tutti i canti che fecero l’Italia. Corrado Augias su La Repubblica il 3 agosto 2021. I campioni che intonano l’inno di Mameli ci ricordano che la nostra storia è fatta anche di parole in musica. Da Garibaldi a “Bella ciao”. Abbiamo ascoltato i gagliardi calciatori della nazionale cantare a squarciagola l’inno nazionale, durante i recenti campionati europei. Intonazione e tempi approssimativi, evidente mancanza d’una educazione corale eppure, anche così maltrattato, bello e trascinante Fratelli d’Italia — dispiace che un partito politico se ne sia appropriato per fini di parte. Quando il genovese Goffredo Mameli scrisse quei versetti aveva appena compiuto vent’anni (1827-1849).

Da iltempo.it il 4 agosto 2021. Sorpresa alle Olimpiadi di Tokyo per il concorso dell'equitazione. L'attenzione degli italiani ai Giochi è riversata su altri sport, in quelli più a portata di medaglia o più popolari, ma non è sfuggita agli osservatori una curiosità che per molti potrebbe diventare qualcosa di più serio, forse anche un incidente diplomatico. Così come nel romanzo Il pianista sull'oceano si rideva dei nomi dati ai cavalli delle corse, così viene da sorridere scorrendo alcuni nomi degli equini impegnati con i loro cavalieri e amazzoni ai Giochi di Tokyo. I riferimenti all'Italia, nel bene o nel male, non mancano. A far sollevare svariati sopraccigli è il nome di un cavallo in gara con Israele. Come si chiama? "Cosa Nostra”, con un chiaro riferimento "mafioso" alla criminalità siciliana. Spicca anche "Benitus", nelle file di Taipei. Fanno sorridere altri nomi in gara, come il neozelandese “Grappa Nera” e l’argentino “Cannavaro” dedicato al difensore azzurro del Mondiale di calcio in Germania nel 2006 vinto dall’Italia. Oggi, intanto, con l’ingresso nel rettangolo dell’Equestrian Park di Arianna Schivo e Quefira de L’Ormeau, si è chiusa la prima fase della gara di Concorso completo ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 per gli azzurri dell’Italia Team. È di 42.90 il punteggio negativo realizzato, per una prestazione purtroppo al di sotto delle aspettative. Quefira de l’Ormeau, la selle francais diciassettenne, montata da Arianna Schivo si è dimostrata molto "carica" in rettangolo, una situazione che non ha comunque giocato a favore dello svolgimento complessivo della gara. Alla prova di Arianna e Quefira (58^ provv.) si aggiungono i risultati messi a segno ieri da Susanna Bordone, migliore azzurra su Imperial Van De Holtakkers (33^ provv.) e Vittoria Panizzon su Super Cillious (38.60 pn; 51^ provv.), che portano l’Italia al quindicesimo posto della classifica provvisoria dopo la prova di dressage con un totale di 115.40 pn.

DAGONEWS il 6 agosto 2021. Come abbiamo menato noi gli inglesi quest’anno non è mai riuscito né agli Asburgo né ai francesi. E ai sudditi di sua maestà restano due strade: o disperarsi e rosicare o riconoscere la straordinaria annata italiana. È quanto ha fatto il “Daily Mail” che, dopo essersi disperata con un titolone “Non l’Italia di nuovo!”, ha snocciolato le meravigliose vittorie azzurre di quest’anno, dando spazio agli inglesi che, al posto di rosicare male, si sono perculati con un sorriso amaro: “Il team inglese ha perso dolorosamente una medaglia d'oro per 0,01 secondi alla staffetta 4x100 maschile del quando l'Italia è arrivata da dietro sulla linea, spezzando  ancora una volta i cuori britannici dopo la finale di Euro 2020”. E in effetti il quartetto britannico pensava di avere l’oro al collo, ma non aveva fatto ancora i conti con Tortu. «Lo straziante risultato della staffetta vede l'Italia superare ancora una volta una squadra sportiva britannica dopo aver battuto l'Inghilterra di Gareth Southgate ai rigori nella finale dei Campionati Europei del mese scorso a Wembley – scrive il Daily Mail - L'oro nella staffetta olimpica 4x100m maschile segna una meravigliosa estate di successi per l'Italia, che include la vittoria nella finale olimpica dei 100m maschili, la finale di Euro 2020 contro l'Inghilterra e l'Eurovision Song Contest. La squadra di calcio italiana ha superato i Tre Leoni l'11 luglio con una vittoria ai rigori, dopo che Marcus Rashford, Jadon Sancho e Bukayo Saka hanno sbagliato tutti dai 12 yard sotto l'arco di Wembley. l'Italia ha anche conquistato il titolo all'Eurovision a maggio con il successo rock "Zitti e buoni" dei Maneskin, mentre il Regno Unito è rimasto a zero punti con "Embers" di James Newman». E ancora: «Nel frattempo, è la quinta medaglia italiana di atletica leggera ai Giochi di Tokyo, un totale che include l'oro shock maschile dei 100 metri di Lamont Marcell Jacobs della scorsa settimana, in una finale che ha visto il velocista del Team GB Hughes squalificato a causa di una falsa partenza. Dopo aver aiutato la Gran Bretagna a conquistare l'argento nella staffetta Hughes è stato sorpreso a fare riferimento alla favolosa e fortunata estate sportiva italiana prima che iniziasse l'intervista post-gara del quartetto britannico con la BBC. Il 26enne ha dichiarato: “Hanno vinto l'Eurovision, hanno vinto gli Europei, hanno vinto i 100m…” Gli appassionati di sport hanno utilizzato i social media per prendere in giro il record negativo della squadra britannica contro l'Italia di quest'estate». Insomma, si può rosicare male. Oppure incassare con dignità e autoironia e riconoscere i meriti all’avversario. 

Valeria Arnaldi per “il Messaggero” l'1 settembre 2021. «Le carte - scriveva Charles Lamb - sono una guerra, sotto le mentite spoglie di un gioco». E in una guerra si è trasformato l'European Qualifier 2021, campionato di qualificazione organizzato dalla Lega Europea di Bridge per i Mondiali del 2022: i team si sono rifiutati di affrontare la nazionale italiana. Sono stati i giocatori scozzesi i primi a incrociare le braccia. Poi, la scena si è ripetuta con quelli del Galles. E, a seguire, con le squadre di Slovenia, Lituania, Ucraina, Lettonia. A infiammare gli animi e, soprattutto, a tenere le carte ferme, un'accusa decisamente pesante secondo quanto riportato dal Telegraph: si è parlato, infatti, di «imbrogli». I team avrebbero puntato l'indice contro uno dei giocatori, Fulvio Fantoni, grossetano, classe 1963. Fantoni è un personaggio noto nell'ambiente. Ha iniziato a giocare a dieci anni e, da allora, non ha più smesso, vincendo sei titoli mondiali, tre campionati europei a squadre, sei Coppe dei campioni, ventisei campionati italiani. In breve, è uno dei giocatori più forti al mondo. Agli Europei di bridge del 2014, in Croazia, però, con il compagno di molte vittorie Claudio Nunes, è stato accusato di aver barato: stando alle dichiarazioni di un giocatore norvegese, gli italiani avrebbero disposto le carte in modo da comprendere l'uno la mano dell'altro. Il fisico Maaijke Mevius dell'Istituto olandese di radioastronomia, successivamente avrebbe riscontrato uno schema nel modo di mettere le carte dei due giocatori. E così la Lega Europea di Bridge ha aperto un'inchiesta, conclusasi con la condanna dei due all'interdizione dagli eventi europei per cinque anni e al divieto di fare coppia. Il Tribunale arbitrale internazionale dello sport, in appello, nel 2018, li ha assolti. «Quanto è accaduto in questi giorni è assurdo - dichiara Fantoni - Ogni volta che dovevano giocare contro l'Italia, le altre squadre non si sono presentate. Mai vista una cosa del genere. Siamo stati assolti dal Tribunale arbitrale dello Sport. Alcuni giocatori evidentemente hanno deciso di fare ostruzionismo e queste manovre ci hanno impedito, di fatto, di giocare. Inoltre, assurdo nell'assurdo, seppure le accuse fossero state fondate, ed erano totalmente false, gli anni previsti dalla condanna, in teoria, sarebbero trascorsi. Ma lo ripeto, siamo assolutamente innocenti ed è stato riconosciuto da un tribunale internazionale». Cadute in tribunale, dunque, le accuse sono state riportate inaspettatamente sotto i riflettori. Immediata la protesta per l'accaduto da parte della Federazione Italiana gioco bridge. «Ho fatto appello per far valere i miei diritti - ribadisce Fantoni - La Lega europea di Bridge è stata anche condannata a risarcire l'80% delle spese che avevo affrontato per difendere la mia immagine e ottenere giustizia. Direi che quello che stanno facendo questi giocatori è accanimento. Non so come spiegarlo. Per di più, nel caso di campionati europei e mondiali, la partecipazione dei giocatori deve essere approvata da un apposito Comitato. Così è stato nel mio caso. Allora, mi domando, perché la Lega europea di bridge ha accettato questa ribellione?». Il rifiuto delle squadre avversarie avrebbe potuto mettere a rischio la partecipazione dell'Italia ai Mondiali, di cui è Paese ospitante, impegnato come club ai fini della qualificazione alla Champions' cup. La questione però non è più solo di gioco. Rimangono da capire le ragioni di quanto accaduto. «Sono stato numero uno al mondo, dal 2005 al 2015, di certo non faccio comodo come avversario», commenta Fantoni. E, più ancora, quali saranno le conseguenze per i team che hanno accettato di confrontarsi con la nazionale italiana. «Attendo di sapere cosa deciderà la Federazione - conclude Fantoni - e poi mi confronterò con il mio avvocato. Di certo, non ho alcuna intenzione di arrendermi. Qui non si tratta più soltanto di un campionato ma dei miei diritti». 

Da sport.sky.it il 27 settembre 2021.Fantastica Italia agli europei di Polo. Alla terza finale in tre edizioni dell’appuntamento continentale, le azzurre hanno trionfato nell'U.S. Polo Assn. FIP Ladies European Polo Championship, al Polo Club La Mimosa di Pogliano Milanese. In finale la squadra italiana ha prevalso sull’Inghilterra per 6,5-6, grazie quindi al mezzo gol di handicap. Nella finale per il terzo e quarto posto l’Irlanda l’ha spuntata sulla Germania per 5-3 ai rigori, con la partita che non è stata disputata per le difficili condizioni del campo di gioco dopo l’abbondante pioggia che a inizio mattinata aveva costretto a posticipare la finale per il primo e il secondo posto dalle ore 9 alle 10. L’inglese Heloise Wilson Smith è stata premiata come miglior giocatrice del campionato.

Una finale avvincente

La finale è stata particolarmente avvincente, su un campo che ha retto benissimo nonostante la tanta pioggia caduta sul circolo La Mimosa di prima mattina. L’Inghilterra, che doveva recuperare mezzo gol di handicap, è partita subito forte con Heloise Wilson Smith, bravissima a sfruttare un’indecisione difensiva dell’Italia nelle battute iniziali. Le padrone di casa tuttavia hanno reagito prontamente, in particolare con Camila Rossi che ha trasformato una punizione dalle 40 yard e chiuso il primo chukker sull’1-1. Le inglesi sono salite in cattedra nel secondo parziale, nel quale sono andate in gol prima Emma Tomlinson Wood, su punizione dalle 40 yard, e poi con Millie Hughes, che a fil di porta ha messo dentro uno strepitoso colpo in back della Wilson Smith. Nell’altalena del risultato l’Italia è risalita sul 3-3 con altri due gol della Rossi, ma è stata l’Inghilterra a chiudere in vantaggio il quarto chukker per 4-3 con un rigore trasformato dalla Wood. Le italiane sono state però protagoniste di un quinto chukker da incorniciare, con tre gol realizzati ancora dalla Rossi e dall’altra oriunda Maitana Marré. Sul punteggio di 6-4 per le italiane c’è stata l’estrema reazione dell’Inghilterra, con altri due gol segnati da Wilson Smith e Hughes, ma sul 6-6 la squadra diretta da Franco Piazza ha contenuto gli ultimi tentativi delle avversarie e l’ha spuntata per 6,5-6 grazie all’handicap. “È stata una settimana difficile, per l’infortunio occorso a Costanza Marchiorello nella prima partita contro l’Inghilterra - le parole della veterana Ginevra Visconti, che aveva contribuito alla conquista dell’oro 2017 a Chantilly e dell’argento 2018 a Villa a Sesta - Le ragazze sono state però tutte bravissime, da Camila Rossi ad Alice Coria e Maitana Marré, e la vittoria finale ci ripaga di tutti i problemi che abbiamo dovuto affrontare. Ovviamente il nostro trionfo è dedicato a Costanza Marchiorello, che ci ha seguito in diretta dalla clinica in cui è ancora ricoverata dopo la frattura al malleolo sinistro”. 

Tokyo 2020, il dramma degli inglesi: "Non l'Italia di nuovo". L'incubo al traguardo, rosicata infinita. Libero Quotidiano il 06 agosto 2021. “Non l’Italia di nuovo!”. È ufficiale: siamo diventati l’incubo degli inglesi in tutti gli sport. Euro 2020 vinto a Wembley ai calci di rigore ha fatto da apripista: a Tokyo 2020 è arrivato un altro trionfo azzurro, stavolta nella staffetta 4x100, che è coinciso con una beffa colossale per la Gran Bretagna. Avanti per tutta la gara, l’ultimo velocista di Sua Maestà si è visto raggiungere e superare proprio sul traguardo. Un centesimo, tanto è bastato a Filippo Tortu per condurre i compagni sul gradino più alto del podio, firmando un’impresa storica. In un solo colpo l’Italia è salita a quota 10 medaglie d’oro, diventando momentaneamente il paese europeo più alto nel medagliere. Il Daily Mail ha titolato “non l’Italia di nuovo!” dopo l’amarissimo argento della 4x100 maschile. “Il team inglese - si legge sul tabloid - ha perso dolorosamente una medaglia d’oro per 0,01 secondi con l’Italia che è arrivata da dietro sulla linea, spezzando ancora una volta i cuori britannici dopo la finale di Euro 2020”. “Lo straziante risultato della staffetta - si legge ancora - vede l’Italia superare ancora una volta una squadra sportiva britannica dopo aver battuto l’Inghilterra di Gareth Southgate ai rigori nella finale dei Campionati Europei del mese scorso a Wembley”.

Francesco Persili per Dagospia il 6 agosto 2021. Un’estate italiana. Dopo la vittoria agli Europei, l’Italia festeggia il record di medaglie alle Olimpiadi di Tokyo e il decimo oro che arriva con la staffetta 4x100. Il trionfo del quartetto formato dal campione olimpico dei 100 metri Marcell Jacobs, Fausto Desalu, Lorenzo Patta e Filippo Tortu è stato celebrato sulle note di “Notti magiche”. “Praticamente ho lanciato una moda....Vincere le olimpiadi!”, scrive sui social “Gimbo” Tamberi: “Con quello della staffetta sono 5 ori per l'atletica italiana, mai nessun capitano aveva avuto questo onore. La squadra più forte di sempre! Ho i brividi!”. I quattro moschettieri della velocità azzurra hanno fatto registrare anche il nuovo record italiano in 37.50. Per gli inglesi è andato un’altra volta tutto S-Tortu: nell’ultima frazione Filippo Tortu è stato protagonista di una rimonta spaziale. Claudio Marchisio, ex centrocampista della Juve e della Nazionale, prende in prestito la proverbiale espressione di Max Allegri: “Com’era la storia del cortomuso? Complimenti ai ragazzi e a Filippo Tortu. Quando gli altri parlano, il campione risponde sempre sul campo o sulla pista”. Fiona May in diretta Rai polemizza con i commentatori inglesi che dopo la nostra vittoria per 1 centesimo sulla squadra inglese hanno detto: “Ma chi è Filippo Tortu?” Il cantante Enrico Ruggeri si lascia travolgere dalle emozioni. "Le vittorie in gruppo sono ancora più belle. Non svegliatemi. Oppure svegliamoci tutti. Quando vogliamo siamo i migliori: sappiamo soffrire, sappiamo sorridere, sappiamo vincere”. “Stanotte non riuscirò a chiudere occhio”, ha confessato Filippo Tortu. “La cosa più bella sarà cantare l'inno di Mameli domani sul podio". L’Italia s’è desta anche nell’atletica.

Da gazzetta.it il 6 agosto 2021. Incredibile! Nella finalissima della staffetta 4x100 uomini Patta-Jacobs-Desalu-Tortu vincono l'oro per un centesimo sulla Gran Bretagna (37''50 contro 37''51). Bronzo al Canada.. Grande frazione di Jacobs e straordinaria rimonta di Tortu. Un capolavoro!

(ANSA il 6 agosto 2021) - "Siamo sul tetto del mondo. E devo dire grazie agli italiani, abbiamo sentito la loro spinta da casa". Marcel Jacobs con le due dita a V per indicare i due ori, alla fine della 4x100 vinta dall'Italia a Tokyo 2020. "Prima di entrare in pista - ha aggiunto a RaiSport l'azzurro che stasera ha bissato l'oro dei 100 - ci siamo detti quale era il saluto da fare: abbiamo concluso tutti, è l'oro. E' successo qualcosa da non credere, ed è fantastico".

(ANSA il 6 agosto 2021) - "Quando ho tagliato il traguardo, mi sono messo le mani nei capelli perchè avevo capito di aver tagliato da primo, ma non volevo crederci". Filippo Tortu è stato protagonista di una ultima frazione strepitosa, in rimonta, nella 4x100 vinta dall'Italia a Tokyo 2020. Ha pianto a dirotto in pista, e poi ha raccontato di "aver chiesto a Lorenzo Patta "ma devvero siamo oro?". Poi - ha concluso a RaiSport il velocista azzurro - quando ho visto nel tabellone la scritta Italia non ci ho capito più nulla. Mi sono reso conto del tempo solo dieci minuti dopo..."

(ANSA il 6 agosto 2021) - "Siete stati bravissimi. Sono orgoglioso di voi, vi aspetto il Quirinale". Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha chiamato il presidente del Coni, Giovanni Malagò, subito dopo l'oro olimpico della 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo 2020, per complimentarsi dei risultati dell'Italia ai Giochi. 

(ANSA il 6 agosto 2021) - "Un altro giorno da incorniciare a #Tokyo2020. Tre ori in poche ore, uno storico Medaglia d'oro nella 4x100 e record assoluto di medaglie olimpiche in una singola edizione. Grandi azzurri". Lo si legge sul profilo Twitter della presidenza del Consiglio. 

(ANSA il 6 agosto 2021) - "È una felicità incredibile. Marcell è stato bravo ma lo sono stati tutti e quattro". È la prima reazione della mamma di Marcell Jacobs dopo la conquista del secondo oro olimpico. La signora Viviana ha seguito dal suo albergo a Manerba del Garda con parenti, amici e clienti la staffetta 4x100. "Adesso ho voglia di riabbracciare mio figlio. Non so quando lo rivedrò ma penso presto. L'altro giorno dentro di me pensavo a cosa avrei voluto di più. Ecco, quel di più è arrivato" ha aggiunto la mamma di Jacobs. 

Marco Gentile per "ilgiornale.it" il 7 agosto 2021. Evidentemente in Inghilterra non hanno ancora digerito la sconfitta ad Euro 2020 e ora il bersaglio preferito è diventato l'italiano Marcell Jacobs, fresco vincitore dei 100 metri piani e della staffetta 4x100 dove ad essere stati beffati per un solo centesimo sono stati proprio gli inglesi, in vantaggio fino a pochissimi centimetri dal traguardo. L'autorevole The Times ha sbattuto in prima pagina il 26enne azzurro ma non per i suoi evidenti meriti sportivi ma per una vicenda che nulla ha a che vedere con l'atleta nato ad El Paso.

Accuse pesanti. Jacobs è stato prima definito anonimo dopo aver stravinto la finale dei 100 metri piani e l'atta conclusivo è stato definito "la finale di google" perché nessuno conosceva il vincitore della gara più importante nell'atletica dato che sancisce l'uomo più veloce del mondo. In secondo luogo è stato tirato fuori il doping, in terzo luogo le scarpe, ora è stato tirato in ballo il suo vecchio nutrizionista indagato per una vicenda di traffico di steroidi e anabolizzanti con cui Jacobs non ha nulla a che vedere. Il sospetto arriva proprio Oltremanica con il Times che ha scelto per il taglio basso della prima pagina sportiva questo titolo: "La polizia indaga sul nutrizionista della stella dei 100 metri": Marcell Jacobs è stato dunque tirato in ballo per il rapporto con Giacomo Spazzini, suo ex nutrizionista, indagato dalla polizia per traffico di steroidi anabolizzanti. 

Il post di Spazzini. "Da quando abbiamo iniziato insieme tutto è cambiato – si legge nel testo che accompagna un video con Spazzini e Jacobs –. Il suo corpo ha iniziato a reagire alla corretta alimentazione con Hybrid Method, il metodo che ho costruito anni fa e che costantemente innoviamo. Abbiamo lavorato con la ciclizzazione dei nutrienti, con il monitoraggio dei dati e delle analisi, test in pista, con feedback costanti e in tutto questo gli abbiamo insegnato il potere che la disciplina può dare in termini di risultati. Sono davvero fiero ed orgoglioso di avere fatto parte con la mia azienda a questa trasformazione", questo il pensiero riportato dal quotidiano inglese. Le vittorie meritate di Jacobs, però, nulla hanno a che vedere con il rapporto con il suo ex nutrizionista che non ha influito in alcun modo sui risultati sportivi conseguiti dall'atleta azzurro. 

Rapporti interrotti. I rapporti tra Spazzini e Jacobs si sono interrotti da tempo con lo stesso Times che ha ripreso anche le parole di Marcello Magnani, agente del velocista azzurro: "Da quando è emersa la vicenda, Marcell è seguito da un altro professionista dello studio. L’indagine non ha mai toccato Marcell e, quindi, non abbiamo informazioni a riguardo". La medaglia d'oro nei 100 metri piani dunque ha scaricato ormai da tempo il suo ex nutrizionista rendendo ancora più infondate le illazioni circa la sua meritata vittoria alle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Marcell Jacobs, "la polizia italiana indaga sul suo caso". Doping, l'ultima vergognosa accusa degli inglesi. Libero Quotidiano il 07 agosto 2021. Non si dà pace la stampa inglese. Dopo aver perso agli Euro 2020, l'Inghilterra deve fare i conti anche con la disfatta a Tokyo 2020. Ma il boccone è amarissimo ed ecco che l'unica soluzione è gettare fango sull'Italia. Nel mirino, in particolare, ci è finito Marcell Jacobs (già nei giorni scorsi oggetto di accuse infondate). L'edizione del 7 agosto del quotidiano The Times ha sbattuto nella prima pagina sportiva il due volte medaglia d'oro sui 100 metri (individuale e staffetta) per i legami con il suo vecchio nutrizionista. Quest'ultimo indagato per una vicenda di "traffico di steroidi anabolizzanti". "La polizia - è il titolo - indaga sul nutrizionista della stella dei 100 metri". A occuparsi di Giacomo Spazzini anche il Daily Mail che ha intitolato la notizia così: "L'ex nutrizionista sportivo di Lamont Marcell Jacobs - che si è preso il merito della medaglia d'oro shock nei 100 metri a Tokyo - è indagato dalla polizia italiana nell'ambito di un'indagine sulla fornitura illegale di steroidi anabolizzanti". L'imprenditore bresciano, fondatore della Gs Loft, ha collaborato con l'azzurro da settembre 2020 e a Milano è al centro di un'indagine sul mercato nero di ricettari e farmaci anabolizzanti. Lo staff del re dei 100 ha però precisato che "da quando è emersa la vicenda Marcell è seguito da un altro professionista dello studio". Non solo perché Spazzini ha preso le distanze: "Io e il mio centro siamo parte lesa, abbiamo avuto la sfortuna di collaborare, tra trenta collaboratori, con un biologo che si è finto medico. Siamo indagati per truffa ai danni dello stato per 32 euro per aver prescritto un antistaminico e abuso di professione medica. Per la parte ormonale lui aveva commesso illeciti, ma io sono stato preso come capro espiatorio. Mi sono solo fidato". Proprio Spazzini si era preso una parte dei meriti per la vittoria di Jacobs: "Da quando abbiamo iniziato insieme tutto è cambiato – si legge nel testo che accompagna un video dei due su Instagram–. Il suo corpo ha iniziato a reagire alla corretta alimentazione con Hybrid Method, il metodo che ho costruito anni fa e che costantemente innoviamo […]. Abbiamo lavorato con la ciclizzazione dei nutrienti, con il monitoraggio dei dati e delle analisi, test in pista, con feedback costanti e in tutto questo gli abbiamo insegnato il potere che la disciplina può dare in termini di risultati. Sono davvero fiero ed orgoglioso di avere fatto parte con la mia azienda a questa trasformazione". 

DA calcioefinanza.it il 12 agosto 2021. Cj Ujah, il velocista britannico che ha vinto una medaglia d’argento come parte della staffetta 4x100m maschile alle Olimpiadi di Tokyo alle spalle dell’Italia, è stato sospeso per una presunta violazione delle regole antidoping. Secondo quanto riportato dai media inglesi, il 27enne Ujah che faceva parte della squadra britannica superata dall’Italia insieme a Zharnel Hughes, Richard Kilty e Nethaneel Mitchell-Blake, è risultato positivo durante i Giochi per due sostanze vietate note come SARM (Selective Androgen Receptor Modulator): S23, che aiuta la costruzione muscolare, e Ostarine, un agente anabolizzante. Il sito web dell’Agenzia antidoping del Regno Unito (Ukad) descrive l’Ostarine come avente “un effetto simile al testosterone”. Aggiunge: “Gli integratori alimentari contenenti Ostarine in genere affermano di promuovere la costruzione muscolare. I produttori senza scrupoli possono commercializzare prodotti come “steroidi legali” o “alternative agli steroidi”. Ujah ha ricevuto una sospensione provvisoria dall’atletica in attesa di un’indagine da parte dell’Unità di integrità dell’atletica. L’AIU ha annunciato che anche altri tre atleti hanno violato le regole antidoping: il mezzofondista del Bahrain Sadik Mikhou, il lanciatore del peso georgiano Benik Abramyan e il velocista keniano Mark Otieno Odhiambo.

Andrea Buongiovanni per gazzetta.it il 15 settembre 2021. Certi sospetti potranno venir rispediti al mittente: la Gran Bretagna perderà l’argento olimpico della 4x100 maschile conquistato il 6 agosto a Tokyo alle spalle dell’Italia (battuta di un centesimo di secondo). L’International Testing Agency (ITA), esito della seconda provetta alla mano, ha infatti confermato la positività al controllo effettuato dopo la finale del primo frazionista, il 27enne CJ Ujah, a Ostarine e S-23, sostanze vietate. L’atleta, già sospeso, verrà squalificato. E a quel punto spetterà al Tas riscrivere la classifica della gara, con l’argento che passerà al Canada di Andre De Grasse e il bronzo alla Cina di Su Bingtian. Con buona pace di certa media d’Oltremanica che, dopo i successi di Marcell Jacobs nei 100 e appunto del quartetto azzurro nella staffetta (completato da Filippo Patta in prima, Fausto Desalu in terza e Filippo Tortu in quarta), avanzò dubbi e perplessità.

Marco Bonarrigo per il "Corriere della Sera" il 22 novembre 2021. Una potente (troppo?) Mercedes parcheggiata addirittura dentro lo stadio «Paolo Rosi» di Roma. Lo stadio stesso, troppo «cadente» per ospitare gli allenamenti di un campione olimpico. E poi la rinuncia a gareggiare dopo il doppio oro olimpico di Tokyo (a fronte dei ricchi ingaggi dei meeting) e l'arcinota e da tempo chiusa relazione con il personal trainer bresciano Spazzini che a Milano è indagato per frode. In quattro giorni di lavoro, questi gli elementi che due inviati del quotidiano britannico The Times sono riusciti a raccogliere per dimostrare che no, Marcell Jacobs non è credibile. Il reportage è uscito ieri su due pagine (il doppio dello spazio che il Times aveva dedicato a Jacobs per l'oro nei 100 a Tokyo) col titolo: «Il mistero del campione olimpico cresciuto senza (lasciar) tracce e che a un certo punto ha smesso di correre». Jacobs non scappa dall'imboscata che i due cronisti gli tendono nello stadio, ma li invita a chiedere un'intervista ufficiale. Loro l'avevano fatto senza ottenere risposta: i rapporti tra il gruppo Jacobs e gli inglesi non sono buoni dopo i veleni sparsi dalla stampa british sul suo conto. I conti, spiega il Times, li faremo a febbraio ai Mondiali indoor di Berlino quando «capiremo se quest' uomo saprà ripetere quello che ha fatto a Tokyo». Ieri Jacobs si è consolato con i complimenti di Usain Bolt durante un'intervista alla CNN. «Per me - ha detto Bolt - la vittoria di Marcell è stata una sorpresa: pensavo che avrebbero vinto gli Usa, ma lui ha dimostrato di essere il migliore. Quindi tanto di cappello per lui». Jacobs ha risposto con un invito speciale postato su Instagram: «Caro Usain, sei il mio eroe e ti ringrazio per il "tanto di cappello" nei miei confronti. Hai anche detto che in un confronto tra me e te avresti vinto tu, quindi sono pronto per la sfida. Che ne dici di un rubabandiera di beneficenza? Io porto il mio team, tu il tuo».

Smacco per gli inglesi: il loro staffettista sospeso per doping. Francesca Galici il 12 Agosto 2021 su Il Giornale. La Gran Bretagna rischia l'argento nella staffetta 4x100 delle olimpiadi di Tokyo: Ujah è risultato positivo ai controlli antidoping dopo la gara. I sognatori lo chiamerebbero karma, i più realisti semplicemente giustizia sportiva. Quel che è certo è che Chijindu Ujah, velocista inglese medaglia d'argento alle olimpiadi di Tokyo con la Gran Bretagna dietro l'Italia nella gara della staffetta 4x100, è stato sospeso per doping. Qualcuno già parla di contrappasso, viste le insinuazioni fatte a Marcell Jacobs da parte della stampa inglese dopo la sua vittoria nei 100 metri. "Gli inglesi hanno gettato fango accusando di doping il nostro Marcell Jacobs, ma quello col motore truccato pare fosse in casa loro! Beccato oggi positivo lo staffettista inglese Cj Ujah (a rischio l'argento)", ha scritto Matteo Salvini su Twitter. "Ujah è risultato positivo per S23, un SARM (Modulatori selettivi del recettore degli androgeni) che aiuta la costruzione muscolare, e Ostarine, un altro SARM che non è uno steroide ma un agente anabolizzante", si apprende dalla stampa d'oltremanica. Stando a quanto riferisce la stampa inglese, Chijindu Ujah è risultato positivo al controllo antidoping a Tokyo effettuato a sorpresa subito dopo la finale. Sono quattro in tutto gli atleti che sono risultati positivi. Oltre all'inglese figurano anche Sadik Mikhou del Bahrein, uscito in batteria nei 1500 con 3:42.87, il georgiano Benik Abramyan, iscritto al lancio del peso, e lo sprinter keniano Mark Othieno Odhiambo. Ora l'inglese è stato posto sotto inchiesta e prima di arrivare a una sentenza definitiva sarà necessario effettuare successivi controlli. Tuttavia, se la violazione segnalata dall'Integrity Unit di World Athletics, l'associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera, organo indipendente dalla federazione internazionale dovesse essere confermata, non sarebbe solo lui a rischiare la medaglia di Tokyo. Tutta la squadra della staffetta 4x100 maschile che ha corso a Tokyo, infatti, si vedrebbe revocare l'argento vinto con uno scarto di 1 centesimo contro l'Italia. Chijindu Ujah è stato il primo staffettista della finale della staffetta 4x100 a Tokyo e ha corso contemporaneamente a Lorenzo Patta. La medaglia d'argento nella staffetta di Tokyo è stata accolta dagli inglesi come una bruciante sconfitta, tanto più che è arrivata contro l'Italia che ha vinto l'oro. Se gli accertamenti verificassero la presenza di sostanze vietate nel corpo del velocista, per i sudditi di sua maestà Elisabetta II questo sarebbe un ulteriore smacco. "Not Italy again!", hanno titolato i giornali inglesi all'indomani dell'impresa dei nostri staffettisti a Tokyo, che hanno superato di un battito di ciglia la compagine inglese. In caso di conferma di utilizzo di sostanze dopanti da parte di Chijindu Ujah e, quindi, di esclusione in toto dal podio della squadra inglese, la medaglia d'argento passerebbe ai canadesi e i cinesi salirebbero sul terzo gradino del podio. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Tokyo 2020, velocista inglese della staffetta positivo al doping: dopo le accuse a Marcell Jacobs, Gran Bretagna umiliata. Libero Quotidiano il 12 agosto 2021. Non sputare in cielo che in faccia ti torna. Un detto popolare che appare quanto mai appropriato dopo che una parte della stampa britannica aveva avanzato sospetti di doping - ovviamente senza il benché minimo fondamento - dopo che Marcell Jacobs aveva vinto la medaglia d’oro a Tokyo 2020 nella gara regina dell’atletica, quella dei 100 metri. Come se non bastasse, la Gran Bretagna aveva dovuto subire la beffa anche nella staffetta 4x100, con gli italiani capaci di chiudere davanti agli inglesi di un solo centesimo. Adesso, però, si è scoperto che uno dei membri della staffetta era in realtà dopato: si tratta di Cj Ujah, 27enne che ha corso insieme a Zharnel Hughes, Richard Kilty e Nethaneel Mitchell-Blake, riuscendo a vincere la medaglia d’argento alle spalle dell’Italia. Il velocista britannico è risultato positivo in un controllo effettuato durante i Giochi Olimpici ed è stato sospeso in attesa di ulteriori verifiche: sarebbe stata riscontrata la presenza di Ostarina e S-23. A seguito della violazione del protocollo anti doping, adesso la Gran Bretagna potrebbe vedersi togliere la medaglia d’argento vinta nella staffetta 4x100, dato che Ujah era il primo frazionista. Tragico e allo stesso tempo ironico per la stampa inglese, che accusava a caso Jacobs di essere dopato, quando invece il vero dopato era in casa loro.

Marco Gentile per ilgiornale.it Il 13 agosto 2021. La Gran Bretagna rischia l'argento nella staffetta 4x100 delle olimpiadi di Tokyo perché il primo frazionista Chijindu Ujah è risultato positivo ai controlli antidoping dopo la gara. Nelle urine dell'atleta inglese sono state ritrovate tracce di ostarina un anabolizzante e di S-23 e ora Oltremanica si trema.  Il quotidiano The Telegraph non ha usato giri di parole per descrivere la situazione:"Agli italiani piace dire che quelli con piastrelle di vetro non dovrebbero lanciare pietre contro i loro vicini. È un messaggio che Giovanni Malagò, presidente del Comitato Olimpico del suo paese, deve essere tentato di gridare ora che Ujah è risultato positivo a due sostanze vietate", questo l'attacco dell'articolo del quotidiano inglese. "A Tokyo, sempre Malagò, aveva descritto i dubbi britannici su Marcell Jacobs, campione a sorpresa sui 100 metri, come imbarazzanti e spiacevoli. Una settimana dopo, scopre che il primo staffettista del quartetto britannico è al centro di un rovinoso caso di droga. Per i vincitori, l’ironia è deliziosa. Per i vinti, l’ignominia di Ujah non poteva essere più imbarazzante, o più seria", questa la conclusione del Telegraph che ha di fatto ammesso la grande maturità e compostezza degli italiani davanti ad una notizia di questo calibro.

Una medaglia in meno. Se la positività di Ujah fosse confermata, la Gran Bretagna sarebbe squalificata e perderebbe dunque la preziosa medaglia d’argento. Il quotidiano inglese ha spiegato come la sostanza ritrovate nelle sue urine sia utilizzata dai culturisti dato che l’ostarina che è un anabolizzante. I controlli sono stati effettuati dall’Athletics Integrity Unit l’organismo indipendente creato nel 2017. Da 65, dunque, le medaglie inglesi potrebbero diventare 64. Gli inglesi che avevano accusato e gettato ombre su Marcell Jacobs "reo" di aver vinto la finale dei 100 metri piani ora devono incassare un duro colpo dato che un loro atleta si trova ora sul banco degli imputati e a rischio squalifica. Se la positività di Ujah fosse confermata chissà cosa diranno Oltremanica visto che per giorni hanno ironizzato sulla vittoria del 26enne nato ad El Paso che ha poi bissato con Patta-Desalu e Tortu nella staffetta 4x100.

DA corriere.it Il 13 agosto 2021. «Mi fa sorridere pensare che coloro che hanno parlato senza pensare a quel che dicono ora devono piuttosto guardare a casa loro. Io ho lavorato tanto, mi sono sacrificato e non ho voluto dare peso a persone che non sanno quello che dicono». Così Marcell Jacobs, medaglia d’oro nei 100 metri e nella staffetta 4x100 all’Olimpiadi di Tokyo, ospite venerdì 13 agosto a «Unomattina Estate» su Rai1, ha commentato la vicenda della positività al doping del britannico Chijindu Ujah, staffettista nella finale vinta dall’Italia per un centesimo di secondo proprio sulla Gran Bretagna.

Le insinuazioni inglesi. La notizia dell’atleta positivo arriva dopo che il quotidiano inglese Times aveva fatto insinuazioni in merito ai rapporti, peraltro interrotti da tempo, tra Jacobs e Giacomo Spazzini, quest’ultimo oggetto di indagini da parte della polizia per presunto traffico di sostanze illecite. Anche per questo Jacobs non ha perso l’occasione di pungere gli inglesi: «Io so le batoste che ho preso per arrivare a questo momento — ha continuato l’italiano del Texas — e non voglio dare troppo peso a chi non sa quello che dice e non conosce il mio percorso...Una settimana fa dicevano cose non vere su di me e poi hanno in casa un positivo...»

I programmi. Jacobs è poi tornato sui suoi programmi futuri e sulla scelta di fermarsi per questa stagione: «L’anno prossimo sono in programma eventi molto importanti, come Mondiali ed Europei, e io voglio arrivarci al top della forma, per confermarmi». Per questo ha deciso di fermarsi e curare il suo problema al ginocchio: «Ho bisogno di lavorare, di migliorare alcuni aspetti, che ancora mi mancano, di resettare il sistema e di ripartire al meglio. Mia mamma dice che batterò il record di Bolt? Siamo su un altro pianeta ma se mia mamma dice così... Il 9”80 di Tokyo senza vento, forse in condizioni migliori poteva essere anche un 9”77 ma l’obiettivo è scendere ancora di più».

La disperazione dell'ultimo staffettista inglese: "L'Italia..." Antonio Prisco il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Ancora un'altra delusione per gli inglesi dopo il trionfo azzurro nella staffetta 4x100. Un terribile déjà vu della finale di Wembley. "Non posso essere sorpreso. Hanno vinto l'Eurovision, hanno vinto gli Europei di calcio, hanno vinto i 100 metri e ora la 4×100". È il commento a caldo sull'Italia di Nathaneel Mitchell-Blake, l'ultimo staffettista inglese, superato al fotofinish dall'azzurro Filippo Tortu. "Not Italy again" campeggia impietoso il titolo impietoso del tabloid Daily Mail. Ebbene sì la staffetta 4×100 è stato un terribile déjà vu della finale di Euro 2020 per gli inglesi, che anche questa volta hanno cullato il successo prima di perdere dall'Italia. Una gioia enorme per Tortu, Jacobs, Desalu e Patta, un dolore sportivo grandissimo per i britannici che si sono visti soffiare sul filo la medaglia d'oro, addirittura per un solo centesimo di secondo. La beffa è stata davvero grandissima per la Gran Bretagna e in particolare per l'ultimo staffettista Mitchell-Blake che quando mancavano pochi metri al traguardo era al comando, ma è stato superato sul filo di lana da Filippo Tortu. Quando la gara è terminata l'atleta inglese è scoppiato in lacrime e ha mandato via i compagni di squadra che cercavano di consolarlo. Il Telegraph ha riportato le sue parole a caldo: "La medaglia d'oro era lì, vicinissima. I ragazzi hanno corso in modo fenomenale per portarmi in testa e non sono stato in grado di resistere. C’è quel momento di angoscia e frustrazione, sei a un centesimo dal dare a qualcuno un oro olimpico. Vi sfido tutti a tirare fuori i vostri telefoni e avviare e fermare l’orologio su un centesimo. Non riuscirete a farlo. Ecco quanto eravamo vicini". Quel maledetto centesimo che ha consentito agli azzurri di compiere un’impresa leggendaria e che ora rappresenta un incubo per gli inglesi. L'Italia che non era tra i quartetti temuti, proprio come Marcell Jacobs nei 100m. E Mitchell-Blake l'ha spiegata così: "Non puoi essere sorpreso. Hanno vinto l’Eurovision, hanno vinto gli Europei di calcio, hanno vinto i 100 metri e ora la staffetta". Così mentre luccicano gli Europei vinti dagli Azzurri di Roberto Mancini e le 10 medaglie d'oro conquiste alle Olimpiadi, la maledizione inglese quando incrocia il tricolore italiano continua imperterrita. Come scrive sempre il Telegraph: "Il cronometro, si dice, non mente mai. Fu con lo stesso centesimo di distacco che gli atleti britannici suggellarono forse il loro trionfo più famoso nella staffetta, a spese degli americani, alle Olimpiadi di Atene nel 2004. Qui a Tokyo, quel centesimo sfuggente è stato misurato solo nel dolore di Mitchell-Blake. In questo sport, è fragile il filo che separa i grandi da quelli che vanno vicino ad esserlo". Insomma ancora una volta "It's coming Rome" con tanti saluti a Londra. 

La dura risposta del dt italiano agli americani: "Mi farei domande..." Antonio Prisco il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Il dt azzurro La Torre risponde per le rime agli Usa: "Qualche volta il complesso di superiorità può far male, al posto loro qualche domanda me la farei". "I sospetti degli Usa? Fossi al posto del direttore tecnico americano, qualche domanda me la farei. È sempre colpa degli altri?". A parlare in questo modo è il dt azzurro Antonio La Torre, che respinge al mittente le accuse arrivate dall'America dopo i trionfi italiani a Tokyo 2020. È un'Olimpiade indimenticabile per l'atletica italiana dopo le cinque medaglie d'oro conquistate dagli Azzurri. La programmazione della Federazione ha portato risultati inimmaginabili alla vigilia dei Giochi Olimpici. Grande merito va al direttore tecnico azzurro Antonio La Torre, la cui conferma appare scontata. "È bravo, non devo scoprirlo io. Ci siamo affidati a lui in questo periodo e il gruppo ha risposto bene. Conferma? Ne parleremo" ha assicurato Stefano Mei, presidente della Fidal. Proprio La Torre ha parlato un po' di tutto, in conferenza a Casa Italia a Tokyo, godendosi il momento magico della nostra atletica leggera. C'è spazio e non poteva essere altrimenti per rispondere in maniera dura alle accuse arrivate dagli Stati Uniti, dopo la vittoria di Marcell Jacobs nei 100m. "Fossi al posto del direttore tecnico americano, qualche domanda me la farei. A prescindere da questa polemica gratuita c’è parecchio lavoro da fare. I più forti velocisti del mondo che non si qualificano con la staffetta, non vincono i 100-200-400. È sempre colpa degli altri?". E ancora: "Chi ha scritto certe cose – ha detto riferendosi all’articolo del Washington Post - non era neanche informato sulle gare di Marcell sui 60. Qualche volta il complesso di superiorità può far male". E in riferimento al velocista di Desenzano del Garda, La Torre ha assicurato: "Se Jacobs rimane Jacobs, quello che avete visto qui, può arrivare a Parigi continuando a essere il velocista da battere". Sul futuro ha le idee chiare:"Dobbiamo lavorare ancora più di prima, rompere i cliché e dovremo cambiare molte cose. Squadra che vince si cambia… Perché si deve continuare a lavorare sulla mentalità sull’approfondimento e provare a fare cose nuove perché gli altri, come noi abbiamo rincorso loro, ci aspettano. Qui abbiamo fatto squadra. Non avete sentito atleti che hanno cercato scuse". Infine non è mancato un passaggio scherzoso sulla "mano santa" di Giorgio Chiellini, come illustrato da moltissimi meme sui social. "La mano di Chiellini ci ha aiutato anche ieri", ha detto La Torre sorridente, con chiaro riferimento al fallo del capitano azzurro nella finale contro l'Inghilterra, quando aveva letteralmente stoppato, in modo irregolare ma decisivo, un lanciatissimo Saka. Un'immagine che insieme a quella di Tortu al fotofinish, rende indimenticabile questa estate italiana.

Antonio Prisco. Appassionato di sport da sempre, tennista top ten e calciatore di alto livello soltanto nei sogni. Ho cominciato a cimentarmi con la scrittura sin dai tempi del liceo, dopo gli studi in Giurisprudenza ho ripreso a scrivere di sport a tempo pieno. Nostalgico della Brit Pop, adoro l'Inghilterra e il calcio inglese. Amo i film di Lars von Trier e i libri di Stephen King. Sogno nel cassetto girare il mondo per seguire eventi sportivi. Collaboro con ilGiornale.it dal maggio 2018.

"Stiamo vincendo", "No Italia...": la reazione degli inglesi. Marco Gentile il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Da Wembley a Tokyo, l'Italia è diventata ormai un incubo per l'Inghilterra. "Not Italy again", è il titolo più gettonato della stampa d'Oltremanica. Italia incubo per l'Inghilterra? Assolutamente sì, è un dato di fatto. Dalla finale degli Europei gli inglesi hanno preso solo schiaffoni in faccia, metaforicamente e sportivamente parlando, da parte degli azzurri. L'ultima beffa è arrivata ieri dalla staffetta 4x100 maschile dove il quartetto italiano è riuscito a battere al fotofinish e di un solo centesimo proprio gli inglesi. Nell'ultima batteria Filippo Tortu è stato devastante recuperando lo svantaggio nei confronti del suo avversario e beffandolo di un niente sul traguardo.

La grande beffa. L'Inghilterra era la grande favorita alla vittoria finale e tutti ne erano certi Oltremanica, un po' come per quanto riguarda la finale degli Europei. Sta diventando virale un video in cui il telecronista inglese era sicuro di farcela nell'ultima batteria: "Stiamo vincendo, sarà oro per la Gran Bretagna?", si chiede il giornalista che subito dopo viene beffato: "Oh nooo… per l'Italia" e sono partiti gli sfottò di rito.

Inglesi increduli. In Inghilterra non hanno preso bene l'ennesima sconfitta, pesante, subita per mano dell'Italia con un quotidiano inglese che ha titolo un eloquente e stringato: "Not Italy again". Da Wembley a Tokyo ormai gli azzurri sono diventati un vero e proprio incubo per quanto riguarda sportivi ma anche giornalisti e telecronisti inglesi costretti a commentare le vittorie azzurre e le debacle dei loro connazionali. Fortunatamente da qui a fine Olimpiadi non dovrebbero esserci più scontri diretti tra Italia e Inghilterra ma la sensazione è che in questo 2021 gli azzurri siano imbattibili.

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro con ilgiornale.it dall'aprile del 2016.

Tokyo 2020, l'oro nella 4x100? Jacobs-Desalu, il dettaglio che nessuno aveva notato: perché abbiamo vinto, il video. Libero Quotidiano il 07 agosto 2021. Italia oro anche nella staffetta 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Merito di Lorenzo Patta (frazione con partenza da fermo cronometrata in 10"558 dopo una reazione allo sparo di 0"154), di Marcell Jacobs (lanciata da 8"925), di Fausto Desalu (da 9"172) e di Filippo Tortu (da 8"845). La chiave vincente? L'azzardo. Lo mette nero su bianco alla Gazzetta dello Sport Filippo Di Mulo, il 61enne catanese referente del progetto 4x100 e del settore della velocità azzurra: "Siamo arrivati all'ultimo atto dopo aver realizzato il quarto tempo nelle semifinali del giorno prima quindi, per provare ad arrivare sul podio, avremmo dovuto azzardare qualcosa. E quel qualcosa, in staffetta, non possono essere altro che i cambi. Tanto poi quarti o ottavi cambia poco o niente". Il secondo cambio, quello tra Jacobs e Desalu, è stato "allungato". Fausto, rispetto al turno precedente, al proprio punto di messa in moto ha poi aggiunto alcuni "piedi", l'unità di misura di queste operazioni, per farsi raggiungere un po' più avanti dal compagno, così da sfruttarne al massimo l'accelerazione. E il piano ha funzionato. Tanto che la Gazzetta parla di "passaggi di testimone perfetti, lunghi e rapidissimi". Tutti al limite però, intorno al 25° metro dell'area di 30, dentro il quale devono avvenire. "Abbiamo fatto i nostri calcoli - conferma Di Mulo - e li abbiamo fatti bene. Nelle ore prima della finale andavo ripetendo: 'Se usciamo dal secondo cambio indenni è fatta, realizzeremo grandi cose'. Con tutta onestà pensavo al podio, non a una medaglia d'oro. E invece i ragazzi sono andati oltre ogni previsione. Tutti sono cresciuti da un punto di vista prestativo. Sono stati grandissimi, Tortu probabilmente ancora di più". E ancora, per sua stessa ammissione: "Questo era il mio schieramento dei sogni, ma per tanti motivi non ero mai stato in grado di proporlo in gara". Tutta una questione di scelte come quella di schierare Jacobs, in seconda e non in ultima frazione. Il motivo? Così facendo, chi corre il rettilineo opposto a quello di arrivo, ha a disposizione più metri rispetto a chi "chiude". E il suo potenziale, così, può essere meglio valorizzato. Una "formula" usata persino da Usain Bolt con la sua Giamaica.  

Dagotraduzione dalla Bbc il 5 agosto 2021. Quando Lamont Marcell Jacobs ha vinto l'oro nei 100 metri maschili il 1° agosto, ha colto molti di sorpresa. L'italiano era un outsider, un perdente agli occhi di bookmaker, esperti e fan. Jacobs ha tenuto a bada i corridori di nazioni con una storia molto più grande nella produzione di velocisti. Il 26enne lo ha fatto anche nel suo sport di seconda scelta. Da adolescente gareggiava come velocista, poi nella tarda adolescenza ha scoperto il salto in lungo e solo nel 2018 è passato ai 100 metri. Inoltre, non è un velocista con un record particolare: ha registrato il suo primo tempo sotto ai 10 secondi solo all'inizio di quest'anno. La sua storia sembra notevole; un atleta che trova il suo posto così tardi, e viene da un paese non particolarmente di successo nell’atletica, ha spazzato via la concorrenza. Ma la vittoria di Jacobs ci fa vedere che spesso sbagliamo riguardo al talento sportivo. Ci sono ragioni per cui sopravvalutiamo i favoriti e sottovalutiamo gli sfavoriti. Se sapessimo come guardare, potremmo trovare altri simili a Jacobs là fuori? Potremmo dare troppo peso al successo atletico a livello giovanile, grazie ad alcune famose, ma forse fuorvianti, ricerche di 40 anni fa. A metà degli anni 80 Angus Thompson, dell’Università dell’Alberta, e Roger Barnsley, della Saint Mary’s University del Canada, hanno condotto uno studio che avrebbe ispirato anni di ricerche sui giocatori della National Hockey League e di due junior league. I due scienziati hanno scelto un campione di oltre 7.000 giocatori di una delle leghe canadesi junior di hockey su ghiaccio con un’età compresa tra gli 8 e i 20 anni. I nati all'inizio della stagione di hockey, tra gennaio e giugno, avevano maggiori probabilità di giocare per le squadre di alto livello rispetto a quelli nati tra luglio e dicembre. Infatti, quasi il 40% dei giocatori delle squadre di massima serie era nato nei primi tre mesi della stagione, e solo circa il 5% negli ultimi tre mesi. Sembrava quasi che per giocare per una delle migliori squadre facesse una grande differenza essere qualche mese più vecchio, più alto, più veloce e più forte dei coetanei. È quello che si chiama effetto dell'età relativa. Lo studio sull'hockey di Thompson e Barnsley ha anche evidenziato che i giocatori della lega erano per lo più nati nella prima metà dell'anno. Forse i giocatori più giovani, stanchi di essere meno muscolosi dei loro coetanei più grandi, nel tempo si erano ritirati. L'effetto relativo all'età era già ben noto da studi su scolari a metà degli anni '60. I bambini che erano più grandi nel loro anno accademico avevano superato i loro coetanei più giovani. Alcuni anni dopo, Thompson e Barnsley pubblicarono un altro studio in cui trovarono una relazione simile tra 837 giocatori della Major League di baseball. Studi successivi hanno suggerito che l'effetto relativo all'età si applica anche a giocatori di basket, ai giocatori di pallamano, ai calciatori e ad altri atleti (anche se sembra non avere effetto sui giocatori di ping pong e sui giovani studenti di danza). Potrebbe essere davvero così semplice? Pochi mesi di crescita in più possono aiutare un bambino a raggiungere la vetta? Ciò che Thompson e Barnsley non sono riusciti a fare è stato tenere traccia di quello che hanno fatto i loro giovani giocatori di hockey più in là nel tempo. Sia la lega professionistica che quella giovanile dovrebbero avere rapporti simili: le leghe giovanili alimentano la lega professionistica. Qualsiasi pregiudizio legato all'età nel primo gruppo dovrebbe avere un effetto sul secondo. Ma non è stato così. Uno studio pubblicato nel 2020 che esamina 12 stagioni di calciatori giovanili dell'Accademia Exeter City Football Club ha scoperto che se uno tra i giocatori più giovani del suo anno riusciva a superare il sistema giovanile, aveva quattro volte più probabilità di vedersi offrire un contratto professionale rispetto ai coetanei più anziani. Quei giocatori più giovani, sono rimasti in giro nonostante tutto, avevano maggiori possibilità di farcela. Gli atleti che maturano prima fisicamente si distinguono dagli allenatori per ovvie ragioni; sono più alti, più veloci e più forti dei loro coetanei. E gli allenatori sono davvero attratti dai giocatori che si distinguono fisicamente. Nel libro Soccernomics, gli autori affermano che è più probabile che gli scout raccomandino i giocatori biondi, poiché il colore dei capelli leggermente meno comune li aiuta a distinguersi in campo. Ma a lungo termine, questa attenzione ai giocatori più grandi potrebbe essere fuorviante. All'Università di Exeter, Craig Williams, professore di fisiologia pediatrica, ha notato che i giocatori più giovani potrebbero avere maggiori possibilità di farcela a lungo termine. «Poiché non hanno il vantaggio del potere, i giocatori più piccoli devono fare affidamento su altre abilità per competere, e quindi il loro controllo e il loro gioco di gambe potrebbero migliorare, potrebbero anche sviluppare strategie e tattiche che sfruttano le debolezze dei loro avversari», afferma Williams. Quindi, quando maturano e raggiungono fisicamente i loro coetanei più grandi, sono in una posizione migliore per diventare professionisti. I tardivi come Jacobs non sono rari negli sport. All'età di 21 anni, quando alcuni dei suoi coetanei potrebbero aver già giocato per la loro squadra nazionale, il calciatore N'Golo Kante ha fatto il suo debutto professionale nel terzo livello della piramide calcistica francese. Quando ha fatto il suo debutto internazionale completo a 25 anni (non è stato selezionato per nessuna delle giovanili francesi) il centrocampista non aveva mai vinto. All'età di 30 anni, aveva vinto la Coppa del Mondo, la Premier League, la Champions League, l'Europa League, la Coppa d'Inghilterra e numerosi riconoscimenti personali, ed è generalmente considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. L'allenatore di Kante nel calcio giovanile ha detto che è stato trascurato dalle squadre più grandi perché era un «piccolo ragazzo», «non spettacolare». Forse i nostri pregiudizi sui giovani atleti che si distinguono significano che trascuriamo altri talenti. Ci sono prove che essere una delle migliori prospettive giovanili non garantisce il successo una volta adulti. Tra i migliori ciclisti, solo il 29% degli atleti d'élite aveva partecipato ai Campionati del mondo junior. Degli atleti ai Giochi Olimpici di Atene del 2004, solo il 44% ha debuttato nelle competizioni internazionali a livello junior. La maggioranza ha fatto la sua prima apparizione in nazionale con una media di 22 anni e non c'era alcuna indicazione che iniziare prima avrebbe dato loro una possibilità migliore. Tuttavia, non tutti gli sport sembrano essere adatti ai tardivi. L'età media in cui un olimpionico inizia l'allenamento specifico per disciplina è di 11,5 anni. Per il nuoto e l'hockey, rispettivamente 8,1 e 8,9 anni. Ma i ritardatari potrebbero andare meglio nel canottaggio (15.4), nel tiro (15.3) e nell'atletica (14). È probabile che atleti come Jacobs, che hanno raggiunto il successo in una disciplina tardi, si siano allenati in diversi sport. Concentrarsi su un solo sport, e persino avere successo, non ha alcuna relazione con la probabilità di successo in seguito, ma avere abilità incrociate in più sport potrebbe consentire agli atleti di trasferirsi a un’altra disciplina una volta maturati. Anche nello sport d'élite per adulti, essere il favorito può produrre alcuni comportamenti strani. I favoriti del tennis hanno maggiori probabilità di smettere presto se iniziano male una partita, rileva Hengchen Dai, ricercatore presso la Anderson School of Management dell'Università della California a Los Angeles, specializzato in decisioni comportamentali. La sua teoria è che i top performer che stabiliscono aspettative di alte prestazioni su se stessi beneficiano di nuovi inizi. «Un reset psicologico può aiutarli a rispondere positivamente», dice. «Se le persone hanno una mentalità di apprendimento, gli errori possono essere trasformati in una crescita. Gli individui con grandi aspettative possono passare più facilmente a questa mentalità positiva». Anche se Jacobs era ben impostato per il successo con le sue abilità e la mentalità da outsider, c'è ancora qualcosa di insolito in un italiano che vince i 100 metri. Perché associamo, ad esempio, la Giamaica ai velocisti più veloci del mondo e l'Etiopia e il Kenya ai corridori di lunga distanza? Cosa rende quelle nazioni le favorite in quegli sport? Il dominio di alcune nazioni in discipline specifiche potrebbe dipendere dal modo in cui è classificato il medagliere olimpico, afferma Johan Rewilak, economista sportivo presso l'Aston University. Essere specialisti può aiutarti a salire in classifica. Ci sono 12 medaglie d'oro in palio negli eventi di ciclismo indoor maschile e femminile, ad esempio. Raddoppiare il ciclismo è stata la strategia che il Team GB ha perseguito dopo la costruzione del velodromo di Manchester per i Giochi del Commonwealth del 2002, afferma Rewilak. Il ciclismo, con investimenti del valore di 25 milioni di sterline, è il secondo sport britannico meglio finanziato ai Giochi di Tokyo dopo il canottaggio (ci sono 14 medaglie d'oro in palio nel canottaggio). Un terzo delle medaglie d'oro del Team GB ai Giochi del 2016 è arrivato nel ciclismo o nel canottaggio, e il 41% è arrivato in questi due sport nel 2012. Rewilak afferma in alcune ricerche non ancora pubblicate che cambiare il modo in cui pensiamo al medagliere genera risultati sorprendenti. Se dovessi considerare il ciclismo, il canottaggio, l'atletica e così via come uno sport, la tabella potrebbe riflettere quei paesi che sono i migliori performer a tutto tondo. «La Spagna ottiene il maggior numero di medaglie in una varietà di discipline e sport, quindi si potrebbe dire che sono i veri olimpionici», afferma Rewilak. La Gran Bretagna cadrebbe subito. Mentre alcune ricerche hanno scoperto che più soldi una nazione investe in uno sport, più medaglie totali vince, il rapporto tra denaro e successo sembra essere un po' più complicato. Una possibilità è spendere i soldi per essere il paese ospitante. Le nazioni che hanno ospitato i Giochi Olimpici tra il 1988 e il 2016 hanno goduto di un aumento del 2% della loro quota di medaglie e finalisti rispetto alle volte in cui hanno gareggiato all'estero (sebbene l'effetto sia diminuito nel tempo). In effetti, i vantaggi di essere una nazione ospitante erano 10 volte maggiori prima della seconda guerra mondiale rispetto a quelli tra il 1988 e il 2016. Ci sono diversi vantaggi nell'essere l'ospite; conoscenza locale di piste e percorsi di gara (o l'opportunità di allenarsi su di essi in anticipo), essere abituati al clima, al brusio del pubblico di casa; il fatto che in quanto nazione ospitante si possono fare pressioni per includere alcuni sport. Naturalmente, quest'anno il vantaggio casalingo portato dal pubblico in festa potrebbe essere stato ridotto a causa degli stadi vuoti in Giappone. Sebbene gli atleti si siano abituati a esibirsi senza folla, potrebbe fare la differenza per i risultati. In uno studio sulle partite di calcio professionistico giocate a porte chiuse nel Regno Unito, la mancanza di un pubblico di casa non sembrava avere un grande effetto su chi ha segnato o quanti gol hanno segnato, ma ha ridotto il numero di cartellini gialli che gli arbitri hanno mostrato alla squadra in trasferta. Forse la presenza di un pubblico di casa mette più pressione sull'arbitro, e senza quella pressione l'arbitro è meno facilmente influenzabile.

"Arriva qui e fa 9''80...". L'insulto inglese all'oro italiano. Marco Gentile il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Il giornalista inglese Matt Lawton ha fatto un tweet al veleno nei confronti di Marcell Jacobs, l'atleta più veloce del mondo: "È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. Ah, bene". Agli inglesi, evidentemente, ancora brucia per la finale di Euro 2020 persa contro l'Italia di Roberto Mancini a Wembley. Oltremanica, infatti, stanno incassando a ripetizione una serie di colpi a ripetizione da parte degli atleti azzurri impegnati alle Olimpiadi e ora nemmeno la vittoria nei 100 metri piani di Marcell Jacobs sembra andare bene, ma solo a loro. Il 26enne nato ad El Paso da madre italiana e padre texano ha sbaragliato la concorrenza vincendo la medaglia d'oro con il tempo di 9''80 eguagliando nel tempo un certo Usain Bolt che nel 2016 si prese il gradino più alto del podio. Il giornalista Matt Lawton, ex Dailymail e ora all'autorevole Times, ha infatti posto alcuni dubbi, infondati ovviamente, sulla vittoria del velocista azzurro: "Il nuovo campione olimpico dei 100m, Marcell Jacobs, è sceso sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. Ah, bene…". Lawton ha lavorato anche agli scandali doping su Salazar e Mo Farah ma noestamente questo suo tweet al veleno lascia il tempo che trova dato che Jacobs ha vinto onestamente e meritatamente al termine di una gara condotta sempre in testa. Nel frattempo, però, l'unico britannico della finale dei 100 metri piani Zharnel Hughes è stato squalificato e preso in giro sui social network. La cosa che fa specie, onestamente, è come si faccia ad insinuare la teoria del sospetto nei confronti di un ragazzo che evidentemente si è preparato meglio rispetto ai suoi colleghi che hanno dovuto subire la sua meritata vittoria.

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro con ilgiornale.it dall'aprile del 2016.

"Campioni imbroglioni...". Il vergognoso processo a Jacobs. Antonio Prisco il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Il Washington Post e il Times mettono sotto accusa l'atleta azzurro con assurde allusioni sul doping. Mentre Tokyo 2020 trova la stella di Marcell Jacobs, il nuovo re dei 100 metri, dagli Stati Uniti arriva una polemica a dir poco vergognosa. Il Washington Post lo definisce "Obscure Italian from Texas" e accusa: "La storia recente dell'atletica mondiale è disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping". Nemmeno il tempo di ricevere le meritate celebrazioni e la leggendaria impresa di Jacobs già solleva immediate polemiche. La più fastidiosa è quella avanzata dal Washington Post, che in un articolo, lancia l'attacco: "Sarebbe ingiusto accusare Jacobs: a lui va dato il beneficio del dubbio, ma all'atletica no". L'allusione, nemmeno tanto velata, è che il risultato del velocista italiano - che ha vinto i 100 metri in 9"80 guarda caso proprio davanti all'americano Fred Kerley, che ha corso in 9"84 - non sia pulito. Un'ombra che evoca volutamente il peggiore dei sospetti per un'atleta: il doping. Questa becera congettura del Post trova il suo fondamento nella storia recente dell'atletica mondiale, "disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping". Sulle pagine del giornale statunitense, Jacobs diventa "Obscure Italian from Texas". Che significa "Sconosciuto", ma con quell'accezione di oscuro che avanza sospetti anche senza esplicitarli. Il commento successivo è decisamente più chiaro: "Non è colpa di Jacobs se la storia dell'atletica leggera fa sospettare per i miglioramenti così improvvisi e così enormi". Il punto di vista ha trovato immediata sponda anche Oltremanica e non poteva essere altrimenti dopo il trionfo dell'Italia a Wembley. Il Times sentenzia: "Da Ben Johnson a Gatlin a Coleman, l'arrivo di una nuova stella mette in allerta". Al commento poi aggiunge una statistica: delle 50 migliori prestazioni mondiali sui 100 metri, tolte le 14 di Usain Bolt, ne restano 36. E di queste, addirittura 32 sono state prodotte da velocisti poi risultati positivi ai controlli antidoping. Ma non finisce qui il capo dei corrispondenti sportivi del Times, Matt Lawton con un tweet molto dibattuto in rete, solleva ulteriori dubbi, sebbene non esplicitandoli: "Il nuovo campione olimpico dei 100 metri, Marcell Jacobs, ha rotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso 9,84 in semi e 9,80 per vincere. Ah bene". Insomma congetture senza senso, che celano un'unica certezza, la doppietta azzurra Euro 2020 e oro olimpico nei 100m ha fatto "rosicare" e non poco inglesi e americani.

Antonio Prisco. Appassionato di sport da sempre, tennista top ten e calciatore di alto livello soltanto nei sogni. Ho cominciato a cimentarmi con la scrittura sin dai tempi del liceo, dopo gli studi in Giurisprudenza ho ripreso a scrivere di sport a tempo pieno. Nostalgico della Brit Pop, adoro l'Inghilterra e il calcio inglese. Amo i film di Lars von Trier e i libri di Stephen King. Sogno nel cassetto girare il mondo per seguire eventi sportivi. Collaboro con ilGiornale.it dal maggio 2018.

Marcell Jacobs, ira di Giorgia Meloni contro il Washington Post: "Insinuazioni per screditarlo? Non ti curar di loro". Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. A ridosso della vittoria ecco che arrivano i primi deliri. Marcell Jacobs, vincitore della medaglia d’oro nei 100 metri a Tokyo 2020, ha scatenato l'invidia del Washington Post. A dare una lezione al quotidiano statunitense ci ha pensato però Giorgia Meloni. "Dopo la schiacciante vittoria del nostro Jacobs alle Olimpiadi, qualcuno oltreoceano, a cui forse non è andato giù il record, lancia pesantissime insinuazioni per screditare l’atleta italiano più veloce del mondo. Non ti curar di loro, Marcell. L’Italia intera è fiera di te", è il messaggio arrivato sulla pagina Facebook del presidente di Fratelli d’Italia. La stampa straniera infatti ha accusato l'atleta: "Un 26enne che fino a questa primavera si esibiva alla periferia dello sprint d’élite, ha vinto i 100 metri in 9’’80 e si è guadagnato il titolo non ufficiale di uomo più veloce del pianeta. Solo i più caldi appassionati dell’atletica avevano sentito parlare di Jacobs. L’americano Fred Kerley, che ha vinto l’argento con il suo record personale di 9’’84, ha detto ‘non sapevo niente di lui'", ha scritto il quotidiano per poi peggiorare: "Gli annali dello sport sono pieni di campioni che esplodono e poi si rivelano dopati". Accuse infamanti che non sono andate giù neppure ad Alex Schwazer: "Quando uno va forte escono sempre queste storie messe in giro da parte di alcuni invidiosi. Sembra che quasi ci si debba scusare di essere andato così veloce. Queste accuse velate che ho letto sono molto tristi ma per fortuna lasciano il tempo che trovano", è stato il commento del campione olimpico della 50 km di marcia di Pechino 2008, che le accuse le ha provate sulla sua stessa pelle.

Le assurde elucubrazioni dei giornali. “Campioni imbroglioni col doping”, le folli insinuazioni di americani e inglesi sull’oro di Marcell Jacobs. Antonio Lamorte su Il Riformista il 2 Agosto 2021. Alla faccia del fair play e dello spirito olimpico. Marcell Jacobs ha vinto la medaglia d’oro nella finale dei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo. È l’erede di Usain Bolt. Ha corso la sua finale in 9”80. Un vincitore inaspettato, ha sconvolto il mondo dopo essere diventato il primo italiano in una finale olimpica della specialità. Il coronamento di un percorso duro e di una storia complicata. Ebbene, tutto troppo losco, troppo oscuro, per alcuni giornali e giornalisti stranieri; in particolare per statunitensi e britannici che pronunciano o lasciano intendere: è doping. “Sarebbe ingiusto accusare Jacobs: a lui va dato il beneficio del dubbio, ma all’atletica no”, ha scritto l’americano Washington Post, tra i giornali più autorevoli del mondo, che accusa l’atletica mondiale, “disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping”. E ancora: “Non è colpa sua se la storia dell’atletica leggera fa sospettare per i miglioramenti così improvvisi e così enormi”. Che classe, far finta di niente dopo averla messa lì senza alcun indizio o prova o scoop. Da Tokyo non è stato sollevato alcun dubbio sulla legittimità della prova di Jacobs – che naturalmente si è sottoposto al test anti-doping. Il ragionamento del Wp – che definisce Jacobs “Obscure Italian from Texas” – procede al contrario: è dubbio questo successo in virtù dello stesso successo. Per capirci: il vincitore è un dopato che non è stato ancora scoperto. A metterla giù ancora più pesante è Tariq Panja del New York Times. “Jacobs è un esempio per gli altri atleti che trascorrono anni a sgobbare ai margini dei campionati più importanti. Vorranno sapere qual è il suo segreto. Che notevole cambiamento di fortuna – ha scritto in una serie di Tweet – Jacobs non aveva mai corso sotto i 10 secondi fino a questa stagione. Ha 26 anni. Il lockdown sembra essere stato estremamente gentile con lui. Difficile capire l’improvviso progresso. Farei un’intervista interessante”. L’insinuazione più affilata: “È davvero una svolta notevole. Se queste Olimpiadi si fossero svolte l’anno scorso come previsto, il miglior tempo di Jacobs sarebbe stato 10.11, 33. Il più veloce al mondo? Nemmeno il più veloce in Italia. Semplicemente sbalorditivo”. Tokyo 2020 è stata rinviata di un anno per i motivi che tutti sanno – una pandemia internazionale. Jacobs è sempre stato considerato uno sprinter inespresso. A settembre 2020 ha cominciato a lavorare con Nicoletta Romanazzi, mental coach, che lo ha aiutato a riallacciare la relazione con il padre – militare americano che ha abbandonato lui e la madre quando Jacobs aveva meno di un anno – e a concentrarsi sulle sue possibilità. “È entrata nel mio team insieme al mio storico allenatore Paolo Camossi. Con lei ho accettato di lavorare in profondità sulle mie paure e sui miei fantasmi. Non è stato facile: c’è una parte intima che non vogliamo mostrare nemmeno a noi stessi. Però imparo in fretta. Il lavoro psicologico è iniziato a settembre dell’anno scorso e in sei mesi ho ottenuto un oro europeo indoor, il 9”95 di Savona, i tre record italiani ai Giochi e l’oro olimpico in 9”80”, ha detto la medaglia d’oro. Altre insinuazioni da parte del britannico Times: “Da Ben Johnson a Gatlin a Coleman, l’arrivo di una nuova stella mette in allerta”, ha scritto il giornale inglese, aggiungendo che delle 50 migliori prestazioni mondiali dei 100, a parte le 14 realizzate da Bolt, 32 su 36 sono di velocisti poi risultati positivi. Sullo stesso tono le considerazioni dell’inviato del quotidiano in Giappone. Quindi a prescindere vale il sospetto, l’accusa o il dubbio. “C’è qualcosa dietro”, a prescindere. Forse nutrito dalla squalifica per falsa partenza del velocista britannico, tra i favoriti della vigilia. Se Jacobs ha detto che ci metterà dei giorni a realizzare quello che è successo ieri a Tokyo, comunque, lo stesso non varrà per qualche giornalista. La medaglia d’oro it’s coming Rome.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da liberoquotidiano.it il 3 agosto 2021. C’è chi grida al doping “convenzionale” e chi a quello “tecnologico”, segno che il trionfo di Marcell Jacobs nei 100 metri di Tokyo 2020 è stato indigesto anche per alcune nazioni avversarie, come Gran Bretagna e Stati Uniti. Ormai il velocista azzurro viene passato ai raggi X sotto tutti i punti di vista: per questo non sono passate inosservate le sue “ali” ai piedi, ovvero le Nike MaxFly che sono state approvate dalla federazione internazionale lo scorso 7 maggio e che potrebbero averlo avvantaggiato facendogli guadagnare qualche centesimo di secondo. Premettendo che, scarpe o meno, il successo di Jacobs è innanzitutto farina del suo sacco, è curioso però capire come funzionano queste “ali” che nei 100 metri sembrano offrire un vantaggio piccolo ma importante. “Marcell trova le sue chiodate molto comode - ha spiegato il suo allenatore, l’ex triplista Paolo Camossi, al Corriere della Sera - sono leggermente penalizzanti nel primo tratto e vantaggiose nel finale”. Tutto sembra tornare, dato che Jacobs era solo sesto dopo essere scattato dai blocchi di partenza, salvo poi mettere il turbo tra i 30 e i 60 metri e dominare tra i 60 e 90, con una velocità massima di oltre 43 km/h. In pratica per come sono state pensate, queste scarpe offrono una maggior stabilità nei primi appoggi e un guadagno importanze in accelerazione grazie a un maggior reclutamento di forza. Nella finalissima di Tokyo 2020 non era solo Jacobs a indossarle: anche l’americano Kerley (arrivato secondo) e il cinese Su Bingtian.

Da blitzquotidiano.it il 3 agosto 2021. Marcell Jacobs doping: sospetti americani e inglesi. L’ombra del doping sul fantastico oro di Marcell Jacobs? Entusiasmo e orgoglio nazionali costringono, anche giustamente, a derubricare a semplici e grette “rosicate” le riserve affacciate da giornali anche prestigiosi come l’americano Washington Post e l’inglese Times.

Marcell Jacobs doping: sospetti americani e inglesi. Insinuazioni, congetture, ma la questione, sebbene sgradevole, va affrontata. Il problema infatti non è la credibilità di Marcell ma quella dell’intero movimento dell’atletica leggera. Che ha molto, forse troppo, da farsi perdonare. E, d’altra parte, alzi la mano chi si aspettava l’exploit olimpico di Jacobs che, fino a maggio, a 26 anni, non era mai sceso sotto i 10 secondi.

“Obscure Italian from Texas”. Per il Post l'”obscure Italian from Texas” è un enigma. Certo, spiace per quell’aggettivo, oscuro, più impegnativo e carico di sospetti che non, per esempio, sconosciuto. Il commento, tuttavia, se non ci si arresta allo scetticismo preconcetto, è più sfumato. “Sarebbe ingiusto accusare Jacobs: a lui va dato il beneficio del dubbio, ma all’atletica no”, scrive il Post. Ed è difficile dargli torto. Come smentire l’assunto per cui l’atletica è “disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping”? Giù le mani da Jacobs, non è colpa sua, insistiamo noi e lo riconosce anche il Post. Ma resta il fatto inconfutabile che “la storia dell’atletica leggera fa sospettare per i miglioramenti così improvvisi e così enormi”. Anche il Times batte sullo stesso tasto: “Da Ben Johnson a Gatlin a Coleman, l’arrivo di una nuova stella mette in allerta”. Un dato statistico non può che allarmare tutti, italiani compresi: delle 50 migliori prestazioni mondiali sui 100 metri, più di trenta sono da attribuire a velocisti che alla fine sono risultati positivi ai controlli antidoping. Secondo Antonio La Torre, direttore tecnico dell’atletica italiana, Jacobs è un fenomeno che non ha espresso ancora in pieno il suo potenziale. Già a Tokyo avrebbe potuto guadagnare ulteriori centesimi non si fosse voltato nella finale a guardare la posizione degli avversari.

“E’ andato sotto i 10 secondi la prima volta a maggio”. Sembra di vederlo il capo dello sport al Times mentre scuote la testa: “Il nuovo campione olimpico dei 100 metri, Marcell Jacobs, è andato sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso 9,84 in semi e 9,80 per vincere. Ah bene”. Per Torre il commento è un concentrato di invidia e pregiudizio. “Credo ci sia un pochino di fastidio, non so se il termine giusto sia "rosicare". Non esiste nessuna legge che dice che chi vince lo sprint deve essere per forza americano o inglese”. Reazione comprensibile, ma che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina lo ha detto un italiano, non un inglese o un americano. Ci fidiamo ciecamente di Marcell, ma chi metterebbe una mano sul fuoco sull’atletica leggera contemporanea?

"Attenzione alle sue scarpe". Continua il linciaggio contro Jacobs. Antonio Prisco il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Non è passato inosservato il modello della Nike indossato a Tokyo dal velocista azzurro, che consente di guadagnare fino ad otto centesimi di secondo. Non bastavano le accuse di doping, avanzate dalla stampa americana e britannica, adesso sotto i riflettori sono finite le scarpe di Marcell Jacobs, un modello della Nike che grazie ad una tecnologia rivoluzionaria diventano delle vere e proprie scarpe magiche. Ebbene sì il trionfo di Marcell Jacobs deve essere rimasto indigesto alle nazioni avversarie tanto che ormai il velocista azzurro viene passato ai raggi X sotto tutti i punti di vista. A questo proposito non sono passate inosservate le Nike MaxFly, che Jacobs indossava a Tokyo. Scarpe che grazie a una tecnologia rivoluzionaria possono far guadagnare fino a 8 centesimi di secondo. Questo piccolo vantaggio non deve destare però alcuna preoccupazione, visto che il modello in questione sono state approvate dalle World Athletics (la federazione internazionale) lo scorso 7 maggio. Premettendo che il successo di Jacobs è tutto frutto del suo lavoro, diventa interesse capire come funzionano queste scarpe magiche, tali da diventare delle vere e proprie ali. "Marcell trova le sue chiodate molto comode - ha spiegato il suo allenatore, l’ex triplista Paolo Camossi, alCorriere della Sera - sono leggermente penalizzanti nel primo tratto e vantaggiose nel finale". Analizzando la gara di Jacobs tutto sembra tornare, dato che era solo sesto dopo essere scattato dai blocchi di partenza, salvo poi mettere il turbo tra i 30 e i 60 metri e dominare tra i 60 e 90, con una velocità massima di oltre 43 km/h, praticamente simile a quella di uno scooter. Adesso proviamo a capirne la dinamica. Le Nike MaxFly pesano 173 grammi, il tacco è sotto i 20 mm e la piastra di carbonio nella suola, un pezzo unico, è più larga della pianta del piede. L’impressione è che la piastra funzioni come una specie di super-molla che aumenta la elasticità e che dovrebbe migliorare la prestazione anche nella fase lanciata e in curva, fino a guadagnare qualche centesimo di secondo, di sicuro un bel tesoretto per una gara come i 100 metri. Qualcosa di simile per efficienza (ovviamente con i chiodi) al modello indossato da Eliud Kipchoge nel giorno storico dell’1h59’40’’ di Vienna nella maratona. Insomma, se c’è chi grida al doping tecnologico, come era già successo in passato per le bici utilizzate per il record dell’ora oppure i costumi in poliuretano vietati dalla Fina, non bisogna neanche stupirsi pià di tanto. In fondo diventa legittimo chiedersi un'impresa leggendaria come quella di Jacobs può essere tutto merito delle scarpe? Sicuramente no, ricordiamo che nella finalissima di Tokyo 2020 non era solo Jacobs a indossarle: anche l’americano Kerley (arrivato secondo) e il cinese Su Bingtian. E poi dopo tutto nessuno ha mai sentito il grande Pietro Mennea lamentarsi delle scarpe di Bolt.

Antonio Prisco. Appassionato di sport da sempre, tennista top ten e calciatore di alto livello soltanto nei sogni. Ho cominciato a cimentarmi con la scrittura sin dai tempi del liceo, dopo gli studi in Giurisprudenza ho ripreso a scrivere di sport a tempo pieno. Nostalgico della Brit Pop, adoro l'Inghilterra e il calcio inglese. Amo i film di Lars von Trier e i libri di Stephen King. Sogno nel cassetto 

Da gazzetta.it il 3 agosto 2021. Dispiacere e imbarazzo. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha parlato delle insinuazioni che arrivano dagli Usa e dalla Gran Bretagna per l’oro di Jacobs nei 100 metri. “Jacobs accusato di doping? Le considerazioni di alcuni vostri colleghi sono veramente fonte di grande dispiacere e anche imbarazzo sotto tutti i punti di vista. Dispiace che qualcuno dimostri di non saper accettare la sconfitta - dice Malagò -. Oggi ha risposto bene Paolo Camossi, allenatore di Marcell. Parliamo di atleti che vengono sottoposti quotidianamente ai controlli antidoping e quando fanno un record tutto si raddoppia. Il numero dei test è impressionante. Per questo la mia è una difesa a spada tratta di Marcell”.

R.S. per "la Stampa" il 3 agosto 2021. Il Times e la Washington Post ci impiegano il tempo di una notte per gettare se non fango almeno veleno sulla strepitosa vittoria di Marcell Jacobs nei 100 metri: insinuano, ammiccano, dicono e non dicono. La vittoria dell'italiano è andata minimo di traverso ai signori dello sprint, che peraltro da tre Olimpiadi prendevano batoste da un signore giamaicano, e allora via con i sospetti sull'impresa di Jacobs. E si sa, quando si sospetta, nell'atletica il pensiero corre sempre al proibito. Devono proprio dar fastidio le vittorie italiane: ai Måneskin, dominatori all'Eurovision, mancava solo dessero la colpa del riscaldamento globale, prima di veder smontati tutti i sospetti. Come si dice rosicare in inglese?

M.Bon. per il "Corriere della Sera" il 3 agosto 2021. Non l'hanno presa sportivamente: ai cronisti americani e inglesi non va giù che un italiano abbia vinto la finale dei 100 metri, la corsa regina dello sport principe dell'Olimpiade. Possibile che si tratti di attacchi acuti di invidia da parte di chi - delle 29 assegnate nella storia dei Giochi - di medaglie d'oro se n'è portate a casa 19 e per questo forse crede di avere un diritto reale sul titolo. «Risultato scioccante» ottenuto da «atleta sconosciuto» sono le frasi prevalenti negli articoli e nei commenti dei reporter di lingua inglese che sui social, sentendosi forse più liberi, aggiungono ironia e seminano dubbi. «Vittoria shock di Jacobs» è il titolo identico di Guardian, Times e Washington Post, «Dal nulla al trono di Bolt» titola invece il Boston Globe. Il fatto che «nessuno dei suoi rivali conoscesse il nuovo campione olimpico» - come scrive il Globe - parte confortato dal secondo, delusissimo arrivato della finale, l'americano Fred Kerley, che dice di «non sapere assolutamente nulla di questo Jacobs». Normale, avrebbero potuto concludere i cronisti, se si considera che Kerley corre i 100 metri da appena un anno (era un quattrocentista) e che con Marcell - per colpa del Covid - non ha mai potuto incrociarsi. Che «soltanto i tifosi più fanatici di atletica avessero sentito parlare di Jacobs prima di ieri» - come fa notare il Washington Post - è possibile com' è pure probabile che anche il pubblico americano sappia poco o nulla dei due sprinter yankee in gara ieri, Kerley (2°) e Baker, 5°: la celebrità nazionale - Christian Coleman - è fermo ai blocchi fino al maggio 2022 per aver mancato tre controlli antidoping in 12 mesi. Già, perché se il dubbio è quello di miglioramenti così «improvvisi e immensi» da essere sospetti, come sostiene il Post, agli americani basterebbe ricordare solo gli ultimi tra i tanti casi di loro eroi olimpici beccati in castagna, Tyson Gay e Justin Gatlin. D'altronde - come spiega proprio il Times - «32 delle migliori 50 prestazioni sui 100 metri sono state realizzate da atleti poi trovati positivi o comunque squalificati» e quindi «il peso della storia è un fardello per ogni nuovo campione». Al momento sembra che Jacobs abbia le spalle abbastanza larghe per sopportarlo per i prossimi quattro anni. 

Fausto Carioti per “Libero quotidiano” il 26 luglio 2021. Dror Eydar, 54 anni, ambasciatore israeliano a Roma dal settembre 2019, è innanzitutto un umanista. Cita Dante a memoria e nella sua residenza capitolina abbondano i libri sulla storia romana, scritti in ebraico, in inglese e in italiano. «Storicamente», dice mostrando alcuni di quei volumi antichi, «i rapporti tra Italia e Israele sono molto forti. Gli intellettuali ebrei si ispirarono al meraviglioso Risorgimento italiano. Nel 1861 Moses Hess, un ebreo tedesco, pubblicò Roma e Gerusalemme: 9 anni prima della presa di Roma, scrisse che con la liberazione della Città eterna sul fiume Tevere sarebbe iniziata la liberazione della Città eterna sul monte Moriah. Una profezia che si è realizzata».

E oggi, ambasciatore? Come sono i rapporti tra i nostri popoli?

«Italia e Israele collaborano in molti settori. Le aziende hanno interessi economici comuni, ma la componente fondamentale resta l'amicizia. Un mese fa, al termine dell'esercitazione congiunta, i piloti militari israeliani mi hanno detto cose meravigliose sui loro colleghi italiani. È così anche nell'agricoltura, nella sanità, nella cybersecurity, nella ricerca. La prima visita ufficiale del nostro ministro degli Esteri, Yair Lapid, è stata qui. Abbiamo tante cose in comune».

C'è dell'altro, mi pare di capire.

 «C'è una domanda che mi faccio. Perché noto una discrepanza tra questi rapporti così stretti e l'attitudine dell'Italia verso Israele nell'arena internazionale, a cominciare dall'Onu. Io non capisco, noi non capiamo. Ogni anno sono adottate oltre venti risoluzioni contro Israele, non c'è altra nazione che riceva un simile trattamento. Tutti sanno che le decisioni dell'Onu contro Israele sono un teatro dell'assurdo, eppure tutti, Italia inclusa, partecipano alla scena».

È accaduto anche di recente, dopo l'operazione a Gaza.

«È stata l'operazione di uno Stato democratico contro Hamas, organizzazione terroristica di stampo nazista. Eppure il Consiglio per i diritti umani dell'Onu ha varato una risoluzione per investigare su Israele, accusandolo di avere commesso "crimini di guerra". Senza dedicare una parola ai quattromila razzi lanciati contro Israele. E l'Italia si è astenuta, mettendo così Israele e Hamas sullo stesso piano».

Ne ha parlato con i nostri politici, presumo.

«Il capo della commissione Esteri al Senato, Vito Petrocelli (esponente del M5S, ndr), mi ha detto: "Non ho sostenuto né Israele né Hamas, io sono contro la violenza"».

E lei?

«Gli ho risposto che il popolo ebraico, quando finisce Shabbat, prega Dio di dargli l'abilità di distinguere tra la luce e il buio. Perché se una persona non sa distinguere tra uno Stato democratico che non vuole combattere ed è costretto a farlo, e un'organizzazione la cui ragion d'essere consiste nel distruggere Israele e gli ebrei, il problema non è nostro: è questa persona ad avere un grosso problema morale. Appartiene a quelli di cui scrive Dante nel Terzo Canto».

Gli ignavi.

«"Coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo". Quelli che non meritano nemmeno di entrare all'Inferno, perché non hanno mai preso posizione». 

Per l'Italia è una tradizione. Nel 2016 si astenne sulla risoluzione Unesco che negava il legame tra gli ebrei e i luoghi sacri di Gerusalemme.

 «Tutto il mondo occidentale vuole intervenire nel rapporto storico, religioso e sentimentale che lega gli ebrei a Gerusalemme. Ma Gerusalemme non è una capitale come le altre: è la ragion d'essere degli ebrei. Durante l'esilio la ricordavamo ogni volta che mangiavamo e ancora oggi, dopo aver ringraziato Dio per il cibo, aggiungiamo: "E non dimenticare di costruire Gerusalemme"».

Gerusalemme è sacra anche per musulmani e cristiani, ambasciatore.

«Ma questo riguarda la religione, non la politica. Gerusalemme è stata una capitale politica solo per il nostro popolo. E solo la sovranità di Israele ha garantito che vi fosse libertà di religione e movimento per tutti».

Donald Trump ha spostato l'ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. È stato il primo, ma anche l'unico.

 «Trump ha fatto un grande gesto. È entrato nella Storia come il nuovo Assuero, il re persiano che dopo l'esilio babilonese permise agli ebrei di tornare a Gerusalemme. Riconoscerla come capitale politica eterna del popolo ebraico è la ricompensa per tutti i disastriche abbiamo sofferto». 

Matteo Salvini ha promesso di fare lo stesso. È questo che vi attendete dall'Italia?

«So che l'Italia non è l'impero romano, ma da Roma fu mandato Tito a distruggere Gerusalemme. Dopo quasi duemila anni il popolo ebraico è tornato a casa e ha ricostruito Gerusalemme. Cosa manca? Che anche Roma e l'Italia partecipino a questo miracolo. È il mio sogno».

In Italia, comunque, chi prende posizione c'è. Una scrittrice di sinistra, Michela Murgia, nei giorni scorsi ha scritto: «La penso come Hamas».

«È sorprendente, da parte di una scrittrice di origine cristiana. Se fosse stata nella striscia di Gaza sarebbe stata discriminata sia in quanto donna, che per Hamas non deve avere diritti, sia in quanto cristiana, perché Hamas ha perseguitato tutti i cristiani di Gaza».

La Murgia non è certo l'unica a pensarla così. Come se lo spiega?

«Ci sono intellettuali, o persone che vorrebbero esserlo, che fanno della loro ignoranza un'ideologia. Basterebbe che leggessero lo statuto di Hamas, scritto nel 1988. In quella carta ci sono due principi. Il primo è un impegno totale per la completa distruzione dello Stato ebraico, il secondo la promessa di uccidere ogni ebreo, ovunque si trovi. Negli ultimi cento anni conosco un solo documento in cui appaiano simili idee».

Il Mein Kampf.

«Appunto. A chi crede che sia possibile trattare con Hamas, consiglio di leggere questi articoli: "Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di resistenza islamico", cioè Hamas. "Non c'è soluzione per il problema palestinese se non il jihad"».

Magari certi personaggi trasferiscono su Hamas la loro simpatia per la causa palestinese e i poveri di Gaza.

«Ma Hamas non è "i palestinesi". È un'entità distinta che nemmeno riconosce l'Autorità palestinese. Certo, a Gaza ci sono poveri, ma quegli intellettuali ingenui non sanno che, anche mentre Hamas lanciava migliaia di razzi contro di noi, contro i nostri bambini, Israele non ha mai smesso di fornire a Gaza elettricità, acqua, benzina e cibo».

La Banca mondiale e altre organizzazioni stanno raccogliendo soldi da donare a Gaza, come riparazione per i danni subiti.

«È un'altra cosa che gli occidentali non capiscono: la maggior parte di quei soldi è usata per scopi terroristici, per mantenere la striscia di Gaza perennemente militarizzata. Il resto va direttamente ai capi di Hamas: la ricchezza di Ismail Haniyeh è valutata in 4 miliardi di dollari, quella di Musa Abu Marzook in 3 miliardi».

Un'altra accusa frequente a Israele è quella di condurre una politica di «apartheid» nei confronti dei palestinesi. La ripete anche Alessandro Di Battista, altro personaggio con un certo seguito.

 «Lo so, ci sono persone che ripetono in continuazione simili bugie. In Israele un giudice arabo ha mandato in prigione il presidente dello Stato di Israele. Questa sarebbe apartheid? Da noi i cittadini arabi hanno gli stessi diritti di tutti gli altri. Anzi, ne hanno più degli ebrei, visto che non debbono fare il servizio militare».

E lei come spiega che così tanti, in Occidente, spargano bugie su Israele?

«È il nuovo antisemitismo. Dicono di essere non contro gli ebrei, ma contro lo Stato ebraico, eppure lo scopo è sempre quello. Contestano il diritto di Israele a difendersi dai suoi nemici, quindi il diritto degli ebrei ad esistere e ad avere una nazione come gli altri popoli.E difendendoci non difendiamo solo noi stessi: Israele è l'avamposto contro il terrorismo e l'estremismo che minacciano il mondo libero».

A proposito: come sono i vostri rapporti con la Ue? A Bruxelles intendono rilanciare l'accordo sul nucleare siglato con l'Iran nel 2015.

«Conosco gli iraniani. Sono i numeri uno nel commercio, abilissimi nelle trattative e capaci di far cambiare opinione agli europei ingenui. Anche nel 2015 il mondo disse che Israele sbagliava ad opporsi. Due anni dopo, il Mossad si procurò l'archivio del progetto nucleare iraniano. E lì c'erano le prove che durante i negoziati l'Iran aveva mentito, le sue intenzioni erano militari. Adesso arriva Mohammad Zarif, il loro ministro degli Esteri, con completo inglese e cravatta, e tanto basta a convincere gli europei». 

La guerra tra Israele ed Iran è una delle grandi paure dell'Occidente. Fino a che punto siete disposti ad arrivare per difendervi?

«L'Iran dichiara ogni giorno che intende sterminare il popolo ebraico, e la Storia ci ha insegnato che dobbiamo credere ai dittatori quando dicono una cosa. Noi implorammo gli Alleati affinché bombardassero la linea ferroviaria di Auschwitz. Avrebbero potuto salvare mezzo milione di ebrei ungheresi, però non lo fecero. Ma abbiamo finito di implorare gli altri. Grazie a Dio, ora abbiamo la tecnologia per difenderci da soli e la saggezza per usarla. A nessuno sarà più permesso di sterminare gli ebrei. Se ci sarà la necessità, sapremo cosa fare».

Botswana, trovato diamante da 1.098 carati: è il terzo più grande al mondo. Ilaria Minucci il 18/06/2021 su Notizie.it.  In Botswana, l’azienda specializzata Debswana ha trovato un diamante da 1.098 carati che sembrerebbe essere il terzo più grande del mondo. In Botswana, è stato recuperato un diamante di 1.098 carati: la pietra preziosa, con una grandezza corrispondente a quella di un’arancia, rappresenta il terzo diamante più grande del mondo. L’azienda specializzata Debswana, con sede in Botswana, Stato dell’Africa australe, ha recentemente annunciato di aver trovato il terzo diamante più grande del mondo: la pietra da 1.098 carati ha dimensioni pari a 73x52x27 mm, analoghe a quelle di un’arancia. Il diamante rinvenuto in Botswana è stato estratto nella giornata di martedì 1° giugno ed è stato presentato a livello internazionale dal presidente della Nazione, Mokgweetsi Masisi, e dall’amministratore delegato ad interim dell’azienda Debswana, Lynette Armstrong. In questa circostanza, l’amministratore delegato Lynette Armstrong ha dichiarato: “Questo è il più grande diamante recuperato da Debswana nella sua storia di oltre 50 anni di attività – e ha aggiunto –. Da un’analisi preliminare, potrebbe essere la terza pietra più grande del mondo. Dobbiamo ancora decidere se venderla attraverso il canale De Beers o attraverso la Okavango Diamond Company, di proprietà statale”. In merito al ritrovamento della pietra preziosa, il ministro dei Minerali Lefoko Moagi ha ammesso che un simile avvenimento non si sarebbe potuto verificare in un momento più opportuno per il Paese. La pandemia da coronavirus che si è abbattuta in Botswana e nel mondo intero, infatti, ha fortemente compromesso il mercato dei diamanti, non solo nello Stato dell’Africa australe ma anche in contesto internazionale. Nel corso del 2020, in concomitanza con la pandemia, la produzione dell’azienda relativa ai diamanti è calata di oltre il 29%. Al contempo, un drastico calo è stato registrato anche nel settore delle vendite che sono, per l’appunto, diminuite del 30%. Per tutti i motivi appena citati, quindi, il presidente del Botswana, Mokgweetsi Masisi, ha ribadito che il recupero del diamante da 1.098 carati è un “segno di speranza per un Paese che sta lottando”. Il diamante del Botswana, dunque, sembra classificarsi al terzo posto tra le pietre preziose più grandi esistenti al mondo. Al primo posto della classifica, si trova il Cullinan da 3.106 carati, trovato in Sudafrica nel 1905. Il secondo posto della classifica, invece, è attualmente occupato dal Lesedi La Rona da 1.109 carati rinvenuto nel 2015 in una miniera del Nord Est del Botswana. La Nazione, del resto, è nota per essere il primo produttore di diamanti a livello mondiale.

Chi si è mangiato l'Africa: in 20 anni ceduti a società straniere 30 milioni di ettari di terra. La denuncia nell'ultimo rapporto dell'ong Land Matrix. Su questa superficie più grande dell'Italia gruppi asiatici, europei, emiratini, libanesi e americani sfruttano principalmente le foreste. Creando grandi rischi per l'ambiente. Pietro Del Re su La Repubblica il 22 aprile 2021. A chi appartiene l’Africa? E’ una domanda lecita guardando i dati dell’ultimo rapporto dall’organizzazione non governativa Land Matrix secondo cui negli ultimi vent’anni 35 milioni di ettari del continente (l’Italia ne conta un po’ più di 30 milioni) sono stati ceduti a società straniere. E’ altrettanto lecito chiedersi chi sono questi investitori, dove investono e che cosa producono.

"Cari bambini, lodate le truci divinità azteche". L'incredibile caso dei curricula scolastici americani che rivalutano gli dei sanguinari. Fiamma Nirenstein - Dom, 11/04/2021 - su Il Giornale. Fra le tante vicende del razzismo antibianco, quella più sorprendente riguarda gli aztechi. Non è una vicenda marginale: possiamo benissimo immaginarla in qualsiasi parte del mondo, in Israele con i caananiti o i samaritani, in Italia con gli Aquitani o i Reti. Succederà: «La bianchezza - traduco così il concetto di whiteness - inquina l'aria, devasta le foreste, scioglie i ghiacci, diffonde e finanzia le guerre, appiattisce i dialetti, infesta la coscienza, uccide la gente». Lo ha scritto Damon Young, collaboratore del New York Times, e lo cita Victor Davis Hanson, lo storico conservatore, in una bellissimo saggio sul razzismo antibianco. Torniamo agli aztechi: una nuova proposta di curriculum scolastico per 10 mila scuole californiane, e che riguarda sei milioni di studenti, in nome della decolonizzazione reintroduce il simbolismo religioso azteco nel nuovo programma (messo al voto proprio in questi giorni) chiamato Ethnic Studies Model Curriculum e lo allarga dai campus americani alla scuola primaria e secondaria. Il curriculum si basa sulla «pedagogia degli oppressi» sviluppato dal teorico marxista Paolo Freire. In primis gli studenti devono sviluppare una «comprensione critica», e di conseguenza essere in grado di rovesciare la cultura degli oppressori, cioè i bianchi. Christopher Rufo scrive sul City Journal che, secondo il programma californiano, gli insegnanti devono, come compito primario, aiutare gli studenti a «sfidare credenze razziste, bigotte, discriminatorie, imperialiste, coloniali». E chi le manifesterebbe? I bianchi, tutti quanti. La società americana è accusata in blocco di essere razzista, partecipe di ogni forma di oppressione, consapevole e inconsapevole, oggi, ieri o in qualsiasi altro tempo: essa dunque richiede, subito, una revisione della storia. I monumenti a George Washington e ad altri padri della patria devono essere rovesciati; si deve cancellare il linguaggio, e con esso il pensiero, dei maggiori scrittori bianchi, compreso Shakespeare, Dante Alighieri ed Hemingway. Questo vale naturalmente anche per gli artisti: Michelangelo (come si permette di rappresentare David come un giovane atleta bianco?) o Edward Hopper. Secondo Tolteka Cuahtin, il co-chair dell'Ethnic Studies Model Curriculum californiano, ma anche secondo molti altri autori, queste opere sono basati su «paradigmi europei etnocentrici, suprematisti bianchi(razzisti, anti-neri, anti-indigeni), capitalisti (classisti), patriarcali (sessisti o misogini), omofobici e antropocentrici». Il testo di Cuahtin parla di «furto della terra, istituzione di gerarchie bianche ed europee che hanno creato ricchezza eccessiva divenuta la base dell'economia capitalista». Da qui nasce una «egemonia», che non si è mai interrotta, in cui le minoranze vengono assoggettate con «la socializzazione, l'addomesticamento» e addirittura la «zombificazione». È un disegno malefico e aggressivo: la cultura monoteista giudaico cristiana (anche con la sua ramificazione «pacifica» musulmana), la democrazia e il liberalismo sono i suoi rami spinosi e carichi di frutti velenosi. L'idea totalmente priva di fondamento logico è che i contemporanei oggi avrebbero agito infinitamente meglio, e che comunque la nostra cultura è peggiore delle altre, anche quelle, come la cinese o la islamica, che palesemente non consentirebbero di governare a una persona di etnia e religione diversa. Sulla questione non minore della schiavitù, che è una delle principali rivendicazioni del movimento Woke si seguita a ignorare il fatto che non c'è cultura, inclusa quella nera e quella islamica, che non abbia avuto, o addirittura tuttora abbia, un retaggio schiavista. Tutti hanno avuto schiavi e, in realtà, i primi a liberarsene sono stati i bianchi. Cuahtin spiega dunque, riguardo agli Aztechi, che i cristiani hanno compiuto un teocidio, rimpiazzando gli dei indigeni col loro credo. La conseguenza, per lui, è che occorre oggi una «controegemonia» che spazzi via il cristianesimo (e immagino anche l'ebraismo) e rimetta in sella qualche dio spaventoso che appare con fauci aperte e denti acuminati sulle piramide di Teotihuacan. Il nuovo curriculum suggerisce che non si recuperi solo la memoria storica di questa divinità, ma che sia lodata e pregata dai bambini. Un programma di canzoni indigene include In Lak Ech in cui si chiede al dio Tetzkatlipoka, che veniva onorato con sacrifici umani, di trasformare il fedele in un coraggioso guerriero. Agli altri dei si chiede uno spirito rivoluzionario e alla fine si impetra «liberazione, trasformazione, decolonizzazione». A New York una scuola privata di Manhattan, la Grace Church School, dà agli studenti 12 pagine di guida sul linguaggio: vi si sostituiscono le parole madre, padre, genitori con «i grandi», «i compagni», «la famiglia», «i guardiani». Anche i riferimenti a una residenza fissa sono cancellati. Invece di chiedere a una persona «di dove sei» o «che cosa fai» si deve chiedere «qual è la tua origine culturale o etnica» e «di dove sono i tuoi progenitori». La conseguenza è la paura: nei campus chi non concorda con la revisione culturale razziale è sospettato di «suprematismo bianco» solo per il colore della sua pelle, con marginalizzazione e shaming nelle scuole e nella cultura, con sospetti e espulsioni dal lavoro. Anche Netflix, come tutta Hollywood, non produce più un film in cui non si snocciolino tutti i credo anti-capitalista, anti-coloniali, pro donna. Con la conseguenza di una noia infinita. Molti scrittori e intellettuali quasi senza accorgersene percorrono la stessa strada. Un articolo di Bari Weiss (espulsa dal New York Times) racconta un dialogo segreto di un gruppo di genitori allarmati: «Se si sapesse che ci siamo riuniti a parlare - dicono dalla loro riunione clandestina a Los Angeles - potremmo subire serie ripercussioni». Si tratta di gente ricca che manda i figli in scuole milionarie. Ma qui ormai oltre alla ripetizione quotidiana di teorie anti-capitaliste, risuona il discorso incessante sull'America come Paese cattivo, da cancellare, da ricostruire da zero. I genitori alla riunione si ripetevano che la scuola ti può espellere per qualsiasi ragione e se vieni definito «razzista» sei peggio di un assassino, e non verrai mai più accettato: «Vedo cosa sta accadendo ai miei bambini» dice un genitore «sono educati nel risentimento e nella paura». La cultura del risentimento sta diventando distruttiva e dilagante. I teorici della svolta americana, come Ibram Kendi, autore di Come essere antirazzista sostengono che il centro del razzismo è la negazione. Più sei razzista, più neghi di esserlo. Così, si forgiano nuove norme per cui nelle scuole americane se sei bianco e maschio non puoi rispondere per primo anche se sai la risposta; e il ragazzo, raccontano i genitori, torna spesso a casa facendo mea culpa per il razzismo di cui né lui né la sua famiglia si sono mai macchiate. Si formano gruppi di «solidarietà razziale» da cui vengono esclusi i bianchi, i maschi o chi non mostra «solidarietà e compassione razziale». Gente che non potrebbe capire «sconforto, confusione, difficoltà che spesso accompagnano il risveglio razziale». Il problema oscura l'uso della violenza da parte di Black lives matter o di Antifa, impedisce di giudicare le persone come individui e non come una razza o un genere. La scala di valori di una società liberale è stata rovesciata. Regna la confusione. Il giudizio contro chi viene a priori considerato parte della agenda «suprematista» è sempre più aggressivo. È interessante che questa ondata sia guidata e faccia presa su élite bianche, ricche, spesso intellettuali... è sempre stato così, anche quando ero una ragazza degli anni '70. Si spezza qui il sogno di Martin Luther King che sperava che un giorno ogni uomo venisse giudicato per quel che vale, e non per il colore della sua pelle. Dopo tanto lavoro della società americana e del mondo democratico c'è ancora il razzismo ed è, oggi, alla rovescia.

Mirella Serri per "la Stampa" il 15 giugno 2021. Negli anni 60 e 70 dello scorso secolo la protesta degli studenti e dei professori delle università americane aveva incendiato gli animi e le piazze per poi approdare in Europa: Malcolm X era il piccolo grande eroe schierato contro la discriminazione razziale, le pioniere del femminismo, Shulamith Firestone, Kate Millett e Robin Morgan, spalancavano le porte al dibattito sull' eguaglianza tra i sessi, e gli studiosi e politici anticolonialisti, da Frantz Fanon a Léopold Sédar Senghor, Patrice Lumumba e Aimé Césaire, volevano sottrarre i popoli a ogni tipo di dominazione. Dove sono finite queste rivendicazioni? Pascal Bruckner, uno dei più noti pensatori francesi del gruppo dei Nouveaux Philosophes, ha appena pubblicato Un colpevole quasi perfetto. La costruzione del capro espiatorio bianco (Guanda, pp. 311, 20), polemico saggio in cui ripercorre la nascita dei movimenti antisistema della seconda metà del Novecento ma mette soprattutto in discussione le attuali correnti di pensiero neofemminista, antirazzista e anticolonialista che spesso finiscono per contraddire le istanze progressive del passato. Le sue idee hanno suscitato un gran vespaio in Francia.

Professor Bruckner, come mai ritiene che si siano fatti passi indietro nella riflessione sulle discriminazioni? Cos'è successo?

«C'è stata un'inversione di tendenza dopo la caduta del Muro di Berlino. Si è dissolto ogni tipo di conflitto ideologico, è venuta meno quella che allora si chiamava "lotta di classe" e la sinistra, comunista e socialdemocratica, non ha saputo elaborare una cultura anticapitalistica ed egualitaria. Le aggregazioni di avanguardia sono diventate di retroguardia, dominate da forme di neopuritanesimo. La cultura degli anni 60 era illuminista». 

Quella che oggi va per la maggiore è invece oscurantista?

«Prendiamo, per esempio, le teorizzazioni sui rapporti tra i due sessi che sono state elaborate negli atenei della California e che hanno avuto una grande eco in Francia. Un tempo si ambiva alla parità tra uomo e donna. Adesso si punta il dito contro le colpe del maschio. Dal sociologo Eric Fassin alla filosofa Geneviève Fraisse, è tutto un fiorire di elaborati sulla "cultura dello stupro", secondo cui la violenza sessuale non viene considerata un'opzione individuale, un'eccezione, bensì una pratica iscritta nella norma. Un uomo su due o tre sarebbe quindi un aggressore. Lo stupro, inteso come un dato diffuso e comune, perde il suo tratto di esperienza tremenda ed estrema, viene di fatto minimizzato e le nuove esagerazioni privano di valore ogni protesta». 

Da dove nasce questo fiorire di teorie estremiste?

«Nei campus americani il pensiero di intellettuali libertari francesi, come Foucault e Derrida, si è trasformato in qualcosa di pericoloso e di diverso. È stata la studiosa di diritto Kimberlé Crenshaw la prima, nel 1991, a coniare il concetto di "intersezionalità". Cosa vuol dire? È la condizione attuale di chi vede accumularsi su di sé varie forme di discriminazione, come il sessismo, il razzismo, l'omofobia o la transfobia. L' insieme di queste ferite rende assai fragile, ad esempio, una donna di colore e lesbica. Un maschio eterosessuale bianco, anche se afflitto da handicap, malattie o povertà, è sempre vincente e avvantaggiato. Non sono solo dibattiti astratti. Nel 2017 una ragazza che voleva partecipare alla marcia delle donne contro Donald Trump, in quanto bianca è stata respinta dalla folla inferocita. Doveva prima fare ammenda poiché "parte di uno sfruttamento razzista". Si ragiona in termini di categorie identitarie o razziali, ovvero con i medesimi parametri che abbiamo sempre respinto. Così, per porre un limite alla cultura dello stupro che sarebbe intrinseca alla mentalità maschile, ora in alcune università si chiede alle coppie di studenti di firmare un "consenso" preventivo all' eventuale atto sessuale. Queste condotte radicali hanno investito anche il mondo artistico». 

Si riferisce alle degenerazioni del politicamente corretto?

«Tutto ha inizio nel campus della Stanford University nel gennaio del 1988, quando alcuni giovani, alla presenza del politico e attivista Jesse Jackson, gridarono "la cultura occidentale deve essere spazzata via". Tra i primi a finire sulla graticola fu Herman Melville con Moby Dick poiché "non c' è neanche una donna nel suo libro, c' è cattiveria verso gli animali e quando si arriva al capitolo 28 la maggior parte dei neri è morta annegata": così scrisse uno studente al New York Times. Le femministe americane hanno fustigato Picasso, Balthus, Renoir e Degas poiché le loro opere trasudano odio nei confronti delle donne. In occasione della mostra che la National Gallery ha dedicato a Gauguin, una critica d' arte ha invitato gli organizzatori a interessarsi alle "migliaia di artisti formidabili" e spesso sconosciuti, anziché a questo "pedofilo perverso: nel 2020 non dobbiamo più promuovere i maniaci sessuali"». 

Esistono questi fanatismi, ma sessismo e razzismo debbono essere comunque combattuti. Cosa si può fare?

«Nelson Mandela e Martin Luther King lottavano per la riconciliazione del genere umano, non per lo scontro tra tribù. Ambivano ad allargare il loro mondo per farvi entrare gli schiavi, i dannati della Terra. Gli eredi ne distorcono il messaggio. In America ci si accanisce contro Cervantes e Faulkner, considerati razzisti, maschilisti e colonialisti. Ma la forza della cultura occidentale moderna è tutta nell' elaborazione di un pensiero critico che ha saputo prendere le distanze dal terreno stesso che lo ha generato. Una cultura che proprio il neopuritanesimo rinnega».

La battaglia tra Gop e dem sulla teoria critica della razza. Roberto Vivaldelli su Inside Ove ril 18 giugno 2021. La guerra culturale fra progressisti e conservatori che infiamma l’America ha introdotto nel dibattito pubblico delle nuove definizioni e termini a loro volta derivati perlopiù dal mondo accademico e giornalistico: cancel culture, woke supremacy, e non ultimo la Critical race theory (Crt), la “Teoria critica della razza” nata in seno al mondo degli studiosi della New left americana degli anni ’70 e ’80 e agli studiosi di diritto e giurisprudenza afroamericani – come il defunto docente di Harvard Derrick Bell o Kimberlé Williams Crenshaw – e diventata oggi uno dei pilastri del politically correct e del pensiero postmodernista che circola nei campus americani e circoli più progressisti d’America. La teoria critica della razza, così come descritta dalla UCLA School of Public Affairs, “riconosce che il razzismo è radicato nel tessuto e nel sistema della società americana. Il razzismo istituzionale è pervasivo nella cultura dominante”. Ufficialmente, il movimento intellettuale che porta avanti tale teoria è nato in un seminario del 1989 guidato da Crenshaw, Neil Gotanda e Stephanie Phillips al St. Benedict Center di Madison, Wisconsin, anche se molte delle idee alla base della teoria critica della razza erano nate, come già accennato, nel decennio precedente.

Se secondo Carl Schmitt, “la storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare” e per Karl Marx la storia è fatta di una dialettica fra sfruttatori e oppressi, per i sostenitori della Critical race theory le questioni sociali, culturali e legali vanno affrontate in relazione alla razza e al razzismo. Inoltre, la “supremazia bianca”, attraverso il “razzismo sistemico”, esiste e mantiene il potere attraverso la legge e una visione della storia vista sotto la prospettiva dei bianchi. Per tale motivo non dovrebbero sorprendere le battaglie ideologiche dei crociati del politicamente corretto contro i simboli del passato: la storia è stata scritta dai bianchi e, dunque, è nei fatti un riflesso del “razzismo sistemico”. Ne consegue, secondo questa “teoria”, profondamente segnata da una sorta di costruzionismo sociale, che i bianchi sono intrinsecamente razzisti e dovrebbero sentirsi in colpa per i privilegi di cui hanno goduto nel corso della storia.

La diatriba della teoria critica della razza. Molti studiosi e accademici hanno criticato la teoria critica della razza e i suoi sostenitori spiegando che essa fomenta il razzismo dei neri contro i bianchi e dunque una guerra cultura insuperabile. Tra questi c’è il giudice Richard Posner della Corte d’Appello del Settimo Circuito degli Stati Uniti, il quale ha sostenuto, nel 1997 che la teoria critica della razza “volta le spalle alla tradizione occidentale dell’indagine razionale, rinunciando all’analisi per la narrativa”. Inoltre, rifiutando l’argomentazione ragionata, i teorici della razza critica, “rafforzano stereotipi sulle capacità intellettuali dei non bianchi”. L’ex giudice Alex Kozinski, che ha prestato servizio presso la Corte d’Appello del Nono Circuito, ha criticato i teorici critici della razza nel 1997 per aver sollevato “barriere insuperabili alla comprensione reciproca” e quindi eliminando opportunità di “dialogo significativo”. La tesi di fondo dei progressisti che sostengono questo movimento culturale-intellettuale è che chi si oppone alla teoria critica della razza è fondamentalmente razzista. Come spiega al Time Priscilla Ocen, professoressa alla Loyola Law School, “la teoria critica della razza invoca una società egualitaria, una società giusta e una società inclusiva, e per arrivarci dobbiamo individuare gli ostacoli al raggiungimento di una società di questo tipo”, dice. Sempre secondo il Time, infatti, la teoria critica della razza “offre un modo di vedere il mondo che aiuta le persone a riconoscere gli effetti del razzismo storico nella vita americana moderna”. Secondo la testata liberal The Atlantic, i conservatori e i politici del Gop sono semplicemente “ossessionati” dal dibattito sulla Critical race theory.

I repubblicani vietano l’insegnamento della teoria nelle scuole. Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Rasmussen Reports, il 43% degli elettori repubblicani statunitensi crede che insegnare la teoria critica della razza nelle scuole pubbliche peggiorerà le relazioni razziali in America. Solo il 24% pensa che insegnare la Crt migliorerà le relazioni razziali, mentre il 17% pensa che non farà molta differenza e il 16% non è sicuro. Come spiega l’Osservatore repubblicano, sempre più stati – non solo a guida Gop – stanno attuando misure contro l’insegnamento della teoria critica della razza nelle scuole: Arizona, Arkansas, Florida, Idaho, Iowa, Louisiana, Mississippi, Missouri, New Hampshire, Nord Dakota, Oklahoma, Rhode Island, Carolina del Sud, Sud Dakota, Tennessee, Texas, Utah, Virginia dell’ovest e Wisconsin. Come riporta il Washington Times, il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott ha firmato una legge, nelle scorse ore, per vietare l’insegnamento della teoria critica della razza nelle scuole e del progetto 1619 del New York Times, celebre inchiesta del quotidiano che guarda alla storia del Paese mettendo al centro il fenomeno dello schiavismo, arrivando a mettere in discussione la bontà della Costituzione emanata nel 1787.

Il Gop, dunque, ha dichiarato guerra a una teoria che vuole riscrivere la storia. Poco prima di lasciare la Casa Bianca, l’ex Presidente Usa Donald Trump ha emesso un ordine esecutivo – poi revocato da Joe Biden – vietando “la formazione sulla diversità e la sensibilità razziale” nelle agenzie governative, compresa tutta la “spesa governativa relativa a qualsiasi formazione sulla teoria critica della razza”. Fu convinto da un’intervista rilasciata dall’attivista conservatore Christopher Rufo su Fox News che descriveva “i programmi di teoria critica della razza nel governo” come “il culto dell’indottrinamento”. A marzo il senatore Tom Cotton, repubblicano dell’Arkansas, ha presentato un disegno di legge che cercava di vietare l’insegnamento della Crt perché – osserva – è una teoria profondamente “razzista”. Secondo the Federalist, la teoria critica della razza “è qui in America e coloro che lo supportano non si fermeranno davanti a nulla per agire come se non fosse un grosso problema”, mentre il commentatore conservatore Mark Levin spiega che si tratta di un’altra teoria “razzista”. In qualunque modo la si veda, la teoria critica della razza pare dividere un’America sempre più pericolosamente polarizzata sui principi fondamentali e sulla sua stessa storia. Una china molto pericolosa per la più grande democrazia liberale del mondo.

Bruckner smaschera il nuovo razzismo antibianco. Continua a fare discutere il libro del filosofo francese contro le follie e l'intolleranza del finto antirazzismo. Mauro Zanon, Venerdì 29/01/2021 su Il Giornale. Parigi. Quando pubblicò Il singhiozzo dell'uomo bianco, nel lontano 1983, alcuni dei suoi ex compagni della gauche militante dissero che quel libro era «in odore di razzismo», perché Pascal Bruckner, figura di spicco dei «Nouveaux philosophes», denunciava il sentimentalismo terzomondista che dominava in una certa sinistra e l'autolesionismo di un'élite bianca consumata da un delirante odio di sé, dall'idea che tutti i mali della terra trovassero origine in Occidente. Oggi, nonostante le previsioni di Bruckner trovino sempre più riscontro nella realtà, a colpi di strade sbattezzate, università «decolonizzate», statue abbattute e libri censurati perché infarciti di «stereotipi razzisti», il filosofo francese viene trattato come un «reazionario» irredimibile, un «vecchio maschio bianco eterosessuale», nostalgico di un mondo che non esisterà più. Bruckner di questi «marchi d'infamia» che gli vengono appiccicati addosso ne ha fatto un motivo di fierezza, e combatte contro i suoi avversari con l'arma che sa utilizzare meglio: la penna. Il suo recente Un coupable presque parfait. La construction du bouc émissaire blanc (Grasset) - che non smette di far discutere - è il grido di allarme di uno dei più lucidi intellettuali francesi viventi, che osserva preoccupato la progressiva decadenza dell'Occidente e del progetto universalista dei Lumi, a beneficio di una società tribalizzata in preda alla lotta di generi, razze e comunità, dove l'uomo bianco è «il nuovo Satana». «Non invoco la rivincita dell'uomo bianco, denuncio l'idea che sia considerato come il capro espiatorio: il discorso femminista, antirazzista e decoloniale che designa l'uomo bianco e la donna bianca come la fonte di tutte le disgrazie dell'universo è un discorso semplicistico», ha dichiarato Bruckner a France Culture. Il femminismo tradizionale era universalista, «il neofemminismo», invece, «è apertamente separatista, se non addirittura suprematista, e mette i sessi l'uno contro l'altro», attacca il filosofo parigino, secondo cui «il femminismo del progresso si è trasformato in un femminismo del processo». Un esempio di questa tendenza è la recente esternazione della femminista radicale Alice Coffin, autrice del libro Le Génie lesbien, che ha invitato le donne a «eliminare gli uomini dalle nostre menti: non dobbiamo più leggere i loro libri, né guardare i loro film, né tantomeno ascoltare la loro musica». Molte neofemministe americane, a cui le colleghe francesi si ispirano, presentano l'uomo bianco come uno «stupratore in potenza», ontologicamente predatore, dice Bruckner, ma tacciono quando a macchiarsi di episodi di aggressione sessuale sono le minoranze arabe e africane che vivono in Occidente, come è accaduto con le violenze di massa del Capodanno di Colonia del 2016. Il neofemminismo va a braccetto con il nuovo antirazzismo, che non ha nulla a che vedere con l'antirazzismo originario, difensore di un'idea di umanità comune al di là della diversità delle origini e delle culture. Il nuovo antirazzismo esaspera le identità, si concentra sul colore della pelle e resuscita un concetto di razza che si credeva abolito, creando le condizioni di un nuovo apartheid. «Oggi vengono denigrati i volti di gesso, per celebrare gli altri colori della pelle attribuendo loro tutte le virtù», spiega Bruckner. La nuova ideologia antirazzista, dietro cui si nasconde un razzismo anti-bianco alimentato dalle minoranze e un autorazzismo folle delle élite occidentali, si sta diffondendo in tutti i settori della società francese. Delphine Ernotte, direttrice di France Télévisions, ha dichiarato che nella tv pubblica del futuro «gli uomini bianchi di più di cinquant'anni» avranno sempre meno spazio, a favore delle persone figlie della «diversità». Sulla sua scia, anche il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, ha dato prova di apprezzare certe idee di provenienza americana. In un'intervista al settimanale L'Express di poche settimane fa, Macron ha infatti evocato l'esistenza in Francia di un «privilegio bianco», uno dei capisaldi del movimento Black Lives Matter. La frase ha fatto trasalire Bruckner, perché «parlare di privilegio bianco significa risvegliare l'idea di un peccato originale». In nome del multiculturalismo, l'Occidente sta cancellando se stesso, la sua storia millenaria, i suoi capolavori, e l'uomo bianco eterosessuale occidentale, ormai, «è in fondo alla gerarchia», afferma Bruckner, prima di aggiungere: «Meglio essere scuri che pallidi, omosessuali o transgender che eterosessuali, donne piuttosto che uomini, musulmani anziché ebrei o cristiani, africani, asiatici e indigeni piuttosto che occidentali». Secondo Bruckner, «l'unica identità che ai bianchi viene ancora concessa è quella della contrizione. I professatori di vergogna, le neofemministe, i decolonialisti e gli indigenisti dilagano, e ci invitano a pentirci». E ancora: «È in corso una vasta impresa di rieducazione, all'università, sui media, che chiede ai bianchi di rinnegare se stessi. L'ultima volta che abbiamo subìto la propaganda razziale è stata con il fascismo negli anni Trenta: la scomunica a priori di una parte della popolazione. Eravamo vaccinati, grazie. Ma ci torna indietro da oltreoceano mascherata da antirazzismo, con nuovi protagonisti». I nuovi fanatici della «cancel culture» che vogliono affossare l'Occidente. E l'uomo bianco.

Francesco Borgonovo Matteo Ghisalberti per "la Verità" il 3 giugno 2021. Pascal Bruckner è uno dei più influenti intellettuali europei. Uomo di sinistra, da anni lotta contro il pensiero unico. Lo fa anche nel suo nuovo e meraviglioso libro (Un colpevole quasi perfetto, appena uscito per Guanda), in cui si occupa del più scorretto degli argomenti: «La costruzione del capro espiatorio bianco».

Come è stato possibile che il maschio-bianco-etero diventasse il nemico pubblico numero uno?

«È da molto che un certo discorso femminista considera l' uomo come un nemico. Nel femminismo originario c' era questa idea che l' uomo fosse il colpevole ideale. Ma è con la fine del colonialismo che nasce in Occidente l' idea secondo cui l' uomo bianco ha oppresso i popoli di tutto il mondo e deve pagare per i suoi crimini. Nel discorso anticoloniale degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta era questa l' idea di fondo. Oggi ha perso struttura politica, e si è semplicemente legata al colore della pelle. Questa è la novità del razzialismo nordamericano rispetto all' antirazzismo di origine europea».

L' Europa subisce l' influenza ideologica statunitense?

«Queste idee sono tutte di origine francese. Provengono dai professori dell' università Paris VIII-Vincennes della fine degli anni Settanta: Foucault, Deleuze, Derrida, Bourdieu Sono loro che hanno letteralmente creato tutte queste idee e le hanno esportate negli Stati Uniti. Il movimento Woke o la Cancel culture sono una sorta di trasformazione delle idee francesi che vengono poi riesportate in Francia, Italia, Spagna... Ma l' origine di tutto è made in France. Queste idee tornano etichettate made in America, ma in realtà sono i pensatori francesi che inizialmente hanno prodotto tutte queste teorie. Negli Usa le idee francesi sono state trasformate e tradite, perché il pensiero francese degli anni Settanta era contro l' identità, contro la razza, mentre ora ci troviamo di fronte a una esaltazione dell' identità e della razza».

Si può dire che oggi esista un razzismo anti-bianco?

«Sì, c' è un razzismo anti-bianco. Lo avevo già segnalato nel 1983 in Il singhiozzo dell' uomo bianco. Ma all' epoca era ancora embrionale. Ora nei Paesi occidentali il semplice colore della pelle segna la tua appartenenza per l' eternità al campo dei razzisti. Ciò significa che se un uomo o una donna bianca vogliono definirsi antirazzisti devono prima riconoscere di essere razzisti dalla nascita a causa della loro epidermide. Questo è molto grave. È ovviamente una trasformazione inaspettata e folle dell' antirazzismo».

Sembra una specie di «autorazzismo».

«C' è una sorta di "peccato originale". L' uomo bianco, qualunque cosa faccia, è colpevole di esistere. È colpevole di essere. Questa è la definizione stessa di razzismo, era l' accusa rivolta dai nazisti agli ebrei. In questo caso diamo la colpa ai bianchi. È abbastanza sorprendente vedere che gli "antirazzisti" sono in realtà neorazzisti. Perché va detto chiaramente: sono razzisti di nouvelle manière. Hanno riscritto le leggi di Norimberga, ma contro i bianchi».

Come è potuto accadere?

«Secondo me dipende dal vuoto del discorso di sinistra. La sinistra comunista - messa in difficoltà dalla caduta del muro di Berlino - e la sinistra socialdemocratica non sono riuscite a creare un progetto alternativo al capitalismo. Così nel vuoto della teoria si è infilato questo discorso razzista che viene dai campus e che esiste dagli anni Novanta. Ma con la scoperta dell'intersezionalità è stato affinato, rielaborato e riesportato in Francia. Grazie a Internet, ma anche grazie a un gran numero di professori francesi che vivono negli Stati Uniti e che sono stati follemente sedotti da queste teorie e le vogliono adattare alla situazione francese, italiana, spagnola, inglese o tedesca».

Lei dice di aver apprezzato il femminismo delle origini. Ma non c' erano già lì tutti i germi di quanto è venuto dopo?

«Avete assolutamente ragione. La grande teorica del differenzialismo è una francese: Monique Wittig. Le piaceva affermare che la donna non esiste, che è un' invenzione dell' uomo e che la differenza tra i sessi è una fantasia. Il suo lavoro è degli anni Settanta, rileggendolo oggi siamo colpiti da questo ritorno in stile boomerang delle teorie Lgbt. È necessario sapere che a furia di negare la biologia e di non riconoscere che ci sono uomini e donne (affermando ad esempio che ci sono semplicemente persone con o senza utero) abbiamo raggiunto l' apice del grottesco. Ancora una volta, penso che i francesi abbiano una parte della responsabilità di questo delirio. È poi interessante notare che, tra gli Lgbt, gli "Lgb" hanno un pessimo rapporto con i "T". C' è una spaccatura molto violenta tra lesbiche e transessuali. Negli Usa e in Inghilterra ci sono stati scontri fisici in quanto le lesbiche accusano i transessuali di essere uomini travestiti. Significa che in qualche modo la natura sta tornando».

Nel libro si sofferma molto sul consenso nei rapporti sessuali. La confusione sul tema non nasce in fondo dalla liberazione sessuale? Se tutto è concesso non resta che il contratto per regolare i rapporti fra persone...

«Certo. Penso che ci siano due scuole in questo senso. C' è la scuola "latina" - in Francia, Spagna, Italia - che presuppone il tacito consenso. C' era una cultura della seduzione - seduzione reciproca tra uomo e donna - che sfociava in rapporti carnali che potevano essere positivi o negativi. Nel mondo anglosassone abbiamo assistito all' introduzione di una sorta di contratto. Nel 1993, credo, l' Università di Antioch negli Usa suggerì agli studenti di andare davanti a un giudice o a un avvocato quando volevano avere relazioni sessuali. Dovevano dare una descrizione dettagliata degli episodi sessuali: palpeggiamento dei seni, dei glutei, fino a che punto arriviamo, quante volte lo facciamo...All' inizio questo metodo è stato rifiutato dagli americani ma, poi si è diffuso: oggi ci sono applicazioni che consentono di esprimere un "consenso affermativo". Ma, in realtà, anche quando il consenso è declinato positivamente, può ancora essere messo in discussione. La donna può sempre dire, nel bel mezzo dell' atto sessuale, che non vuole e poi dire che, in fin dei conti, è stata costretta».

Spesso si parla dei maschi come fossero tutti stupratori. Tutti tranne i migranti.

«Secondo il femminismo francese, i migranti sono esenti dal peccato di stupro. Perché sono gli oppressi. Ad esempio, in piazza Stalingrad (a Parigi), due ragazze sono state violentate in pubblico da fumatori di crack, ma le femministe non hanno detto nulla perché gli aggressori erano neri o arabi. Di conseguenza, se li accusassimo, saremmo razzisti. Qui vediamo che l' antirazzismo ha la precedenza sul neofemminismo. L' idea è: tutti gli uomini sono colpevoli, ma soprattutto l' uomo bianco. Gli altri uomini hanno circostanze attenuanti. Le neofemministe sono totalmente screditate. Ad esempio, la fondatrice di Osez le féminisme, Caroline de Haas, quando era segretaria generale dell' Unef (unione studentesca di sinistra) ha taciuto su decine di stupri e aggressioni sessuali. Non capisco perché, oggi, non la si metta sotto processo per complicità in stupro».

Veniamo ai temi Lgbt. Lei crede che gli attivisti arcobaleno vogliano la distruzione del maschile e del femminile?

«I più radicali sì, perché hanno questa idea grottesca secondo cui l' uomo e la donna non esistono, sono stati forgiati dal patriarcato. È un tipo di ideologia che ricorda i Khmer rossi, ma riscritti da Lehman Brothers. Se le università dovessero abbracciare questa ideologia ci sarà davvero da preoccuparsi per il futuro dell' America».

Pare che i casi di giovani che vogliono cambiare sesso siano in aumento. Perché secondo lei?

«È molto inquietante. Oggi c' è una specie di epidemia. I giovani sono incoraggiati a dire che possono essere donne o uomini a loro piacimento. Penso che per i genitori questa sia una grande preoccupazione: c' è la tendenza a spingere i giovani a uscire dal loro sesso e a operarsi. Una volta eseguite queste procedure o fatte le iniezioni, è molto difficile tornare indietro. Il transgendrismo fa parte di questo delirio tipicamente occidentale di negare le differenze tra i sessi e negare la natura. Tutto questo è molto curioso perché va in parallelo alla sensibilità ecologica, la quale ci dice invece che dovremmo riconciliarci con la natura».

Lei è di sinistra, ci pare. Di certi temi «scorretti» che lei tratta si è molto occupata anche la destra. Solo che alla destra viene sempre dato meno credito, salvo poi scoprire che qualche ragione l' aveva Esiste un complesso di superiorità della sinistra?

«In Francia il complesso di superiorità esiste dal 1945. Semplicemente perché la sinistra aveva conquistato il potere culturale, mentre la destra quello politico ed economico. Ma la situazione sta per cambiare. Oggi in Francia l' opinione pubblica è prevalentemente di destra. Non perché la gente stia diventando conservatrice, ma per un motivo molto semplice e terribile: la sinistra ha perso il senso della realtà. La sinistra nega completamente ciò che sta accadendo. Che si tratti di attacchi terroristici, violenze tra bande e minoranze, laicità. È la destra che ha recuperato queste nozioni. Oggi, quindi, sono le persone di destra che difendono i valori della sinistra e viceversa. La sinistra reazionaria e bigotta difende l' islam anche nelle sue manifestazioni più oscurantiste ed è la destra che richiama i principi repubblicani. È una situazione politica e intellettuale abbastanza strana e inaspettata».

Gli intellettuali progressisti si accorgono dei disastri del politicamente corretto solo quando vengono personalmente toccati (pensiamo a J.K. Rowling e alle sue polemiche con gli attivisti trans)?

«Sì, naturalmente. J.K. Rowling è una scrittrice che è rimasta inorridita da alcuni effetti della teoria Lgbt. Ha detto: per me un uomo è un uomo e una donna è una donna. Poi ha ricevuto delle calunnie e persino delle minacce di morte. Quindi è stata costretta a proteggersi ma non si è arresa affatto. Non è l' unica. Margaret Atwood e molte femministe della vecchia scuola rifiutano questo delirio - perché è un delirio, nel senso psichiatrico del termine. Si sono rese conto che in nome della liberazione delle donne si difendono tesi indifendibili. Ovviamente siamo molto più sensibili a un problema quando ne subiamo noi stessi gli effetti negativi. Ho avuto tre o quattro cause per diffamazione da parte di estremisti islamici, quindi so di cosa sto parlando. Ma, per quanto mi riguarda, ho sempre difeso posizioni abbastanza moderate».

Stefano Graziosi per "la Verità" il 13 aprile 2021. Le alte idealità dell'attivismo politico finiscono talvolta preda delle incongruenze. È, per esempio, il caso della cofondatrice del movimento Black lives matter, Patrisse Khan-Cullors, che ha di recente acquistato una casa dal valore di 1,4 milioni di dollari a Los Angeles. Detta così, non sembra esserci nulla di male. E, per carità, non ci sono prove di comportamenti illeciti. Tuttavia qualche problema di coerenza politica, quello sì, si scorge. E per almeno un paio di ragioni. Innanzitutto, secondo quanto riportato da Fox Business, la costosa casa risulterebbe ubicata in un quartiere esclusivo, abitato in gran parte da bianchi abbienti. Un bel paradosso, per la cofondatrice di un movimento che si batte da sempre contro le disuguaglianze (civili e sociali) che colpiscono gli afroamericani. In secondo luogo, non va neppure trascurato che, in un video risalente al 2015, la signora si fosse definita una «marxista addestrata». E pensare che, sempre secondo Fox Business, la dimora da lei appena acquistata risulterebbe comprensiva di tre camere da letto, tre bagni e di una dependance per gli ospiti. Una dimora che, tra le altre cose, si troverebbe appena a quindici minuti di auto dalle spiagge di Malibu. Inoltre, almeno stando a quanto riferito da alcuni tabloid, la Cullors disporrebbe di un patrimonio immobiliare complessivo di circa 3 milioni di dollari (e, fino a ieri, non risultavano smentite dalla diretta interessata). Insomma, non c' è male per una «marxista». In tutto questo, non va dimenticato che, a ottobre, la Cullors ha firmato un contratto con una delle principali case cinematografiche americane. «La Warner bros ha detto che collaborerà con la Cullors a sostegno del movimento Black lives matter e per fornire maggiori opportunità ai produttori, scrittori e altri talenti neri», riportò all' epoca il Los Angeles Times. «La Warner bros», precisò inoltre il quotidiano californiano, «ha rifiutato di rivelare i termini finanziari del suo accordo con la Cullors». Alla luce di tutto questo, è difficile non notare un problema di coerenza. Un problema che rischia, tra l' altro, di suonare come uno schiaffo a tutti quei militanti che credono con convinzione nella causa di Black lives matter (indipendentemente da alcuni tratti significativamente controversi che - va ricordato - contrassegnano questo movimento). Inoltre, al di là della questione della coerenza, c' è chi si interroga sulle origini di questo considerevole investimento immobiliare. Secondo il New York Post, il leader della sezione newyorchese di Black lives matter, Hawk Newsome, avrebbe addirittura invocato una «indagine indipendente per scoprire come la Global network spende i suoi soldi». Il riferimento, in particolare, sarebbe alla «Black lives matter global network foundation», organizzazione di cui la Cullors è direttore esecutivo e che, stando a quanto riportato dall' Associated Press a febbraio, avrebbe raccolto lo scorso anno circa 90 milioni di dollari. Le polemiche rischiano di espandersi proprio nel momento in cui la situazione sta tornando a surriscaldarsi. Non soltanto è difatti in corso il processo contro Derek Chauvin, l' agente responsabile della morte di George Floyd. Ma dure proteste sono anche esplose l' altroieri in Minnesota, dopo che il ventenne afroamericano Daunte Wright è rimasto ucciso nel corso di un controllo di polizia in un comune nei pressi di Minneapolis. Secondo quanto riportato ieri da The Hill, sul giovane - disarmato - pendeva un mandato di cattura. In particolare, sarebbe stato colpito a morte da un agente durante un tentativo di arresto.

DAGONEWS il 21 marzo 2021. Grandi feste segrete, balli e anche sbornie di gruppo. Tutto questo avveniva nel Sudafrica degli anni '60, in piena politica di segregazione razziale: ad oggi sono passati 30 anni dal voto che ha posto fine all'apartheid, abolito formalmente il 17 marzo del 1991; proprio in questi giorni le foto ormai vintage e piuttosto rare scattate da Billy Monk stanno facendo il giro del web. In occasione del trentennio dall'abolizione dell'apartheid diventa quasi un simbolo l'album di ricordi del fotografo, che testimonia come, nonostante gli anni bui, già in epoca di segregazione razziale ci fosse speranza e voglia di divertirsi, seppure in modo clandestino e illegale. Momenti di gioia vissuti dai sudafricani, in bar aperti in gran segreto per via della politica dettata dal governo sudafricano bianco, totalmente discriminatoria nei confronti della maggioranza nera, relegata a popolazione di seconda classe. Sono gli anni '60: negli scatti è possibile sbirciare all'interno di bar e discoteche pullulanti d'invitati di ogni etnia che ballano e fanno baldoria insieme. Il 17 marzo 1991, poi, i sudafricani votarono in maggioranza per abolire un sistema politico così disumano, spianando la strada a un cambiamento rivoluzionario nel Paese, che a sua volta avrebbe poi scelto Nelson Mandela come primo capo di Stato nero tramite elezioni pienamente rappresentative. Le foto sono state per anni censurate; le immagini di neri e bianchi insieme avrebbero sconvolto il partito nazionale, in un momento in cui il governo sudafricano stava costringendo 3,5 milioni di neri a vivere segregati in appositi quartieri. 

Maurizio Stefanini per "Libero quotidiano" il 18 febbraio 2021. È più razzista dare del negro, o dare tre giornate di squalifica e 100.000 sterline di multa a qualcuno che chiama «negro» un amico soprannominato «negro»? La storia risale a novembre, ma in America Latina va ancora avanti. Protagonista Edinson Cavani: attaccante uruguayano del Manchester United che giocò anche nel Palermo e nel Napoli, che ha pure la cittadinanza italiana per un nonno di Maranello, e che giusto domenica nel fare 34 anni ha ricambiato via Instagram gli auguri di compleanno del suo ex-compagno di squadra Javier Pastore. «Gracias flaquito», gli ha scritto. «Grazie magrolino», è la traduzione letterale. Ma forse il senso lo darebbe più una forma vernacolare, tipo il romanesco «grazie secco». Così Cavani ha l' abitudine di salutare, e pure a novembre dopo aver segnato due goal nel 3-2 al Southampton al suo amico Pablo Fernández che gli aveva mandato i complimenti aveva scritto: «gracias negrito». Anche qua, nello spagnolo soprattutto latinoamericano corrisponderebbe a un vernacolare «moro», o «moretto». Come si dice sempre in romanesco: «a moro, me sei piaciuto!». Ma ci sarebbe ad esempio pure la canzone delle mondine: «Addio morettin ti lascio». Infatti il termine è usatissimo nelle canzoni. «Drume, negrita / Que yo voy a comprar nueva cunita / Y la negra Mercé / Ya no sabe que hace», dice ad esempio una famosa ninna nanna che è stata eseguita anche da Mercedes Sosa, Celia Cruz e i Quilapayún: che sarebbero poi i veri autori di quel Pueblo unido jamás será vencido portato in Italia dagli Inti Illimani. Ma come comincia la prima canzone del loro primo album italiano degli stessi Inti Illimani? «Negra zamb / coge tu mante / siempre adelante». «Ay mi negrita» è un' altra famosa hit di Orlando Rodríguez. Eccetera. la sanzione «Io offeso!? Ma mi hanno sempre chiamato negrito!», ha provato a intervenire Pablo Fernández in difesa dell' amico. Niente da fare. Sulla stampa inglese era trapelato che il goleador dava del «negro» al prossimo, la Cancel Culture si è scatenata, e su Cavani si è abbattuta la sanzione. Capendo l' aria che tirava, il giocatore ha cancellato il post, ha chiesto scusa, e se l' è cavata con un minimo. D' altra parte, poco dopo è saltata la partita proprio tra il Paris Saint-Germain e il Basekshir, per la storia del quarto uomo Coltescu che aveva indicato come «negru» un collaboratore del tecnico della squadra turca. Giusto la settimana scorsa l' ispettore dell' Uefa ha però riconosciuto che «negru» in romeno è neutro. Cioè, nella scala, in inglese «nigger» è considerato spregiativo. Per questo hanno scatenato questa censura, e per questo lo sostituiscono con black. Ma in italiano sarebbe neutro, anche se abbiamo comunque la possibilità di sostituirlo con «nero». In romeno «negru» è termine unico: significa anche «black». E in spagnolo può essere addirittura un vezzeggiativo. Appunto, tipo la «morettina / tu sei la mia morosa» dei bersaglieri sul Grappa. Cavani dunque ha abbozzato, ma l' Uruguay no. Non solo è scesa in campo l' associazione calciatori locale, denunciando la «visione dogmatica» della omologa inglese. Non solo ha protestato anche la confederazione di calcio sudamericana Conmebol. «Mancate di visione multiculturale», ha detto agli inglesi a brutto muso anche l' Accademia Nazionale delle Lettere uruguayana, spalleggiata dalla Accademia delle Lettere argentina. Cioè, se punite chi usa un termine spagnolo positivo perché assomiglia a un termine inglese negativo, i razzisti siete voi! Vari media latino-americani stanno ancora dibattendo la cosa, con alcuni commentatori appunto afro-americani in prima linea nel denunciare lo sproposito. «Fuerza Negrito» è diventato un hashtag popolare, ed è stato anche lanciato un vino «Gracias Negrito». Attenzione che il vino rosso in spagnolo viene chiamato normalmente "tinto". Ma anche noi abbiamo ad esempio il Nero d' Avola: nella speranza che non venga censurato anch' esso. Come ha spiegato il docente universitario danese Andreas Beck Holm, «Cavani è un lavoratore immigrato non del tutto a proprio agio con la lingua e le convenzioni inglesi. La sua punizione è un chiaro esempio di discriminazione basata sulla cultura di una persona. Cioè razzismo culturale». Associato di Filosofia Politica e Filosofia della Scienza all' Università di Aarhus, Andreas Beck Holm lavora appunto a una Scuola di Cultura e Società che ha fatto della sanzione a Cavani un caso studio. «È come se gli inglesi abbiano voluto rimarcare con forza che i codici linguistici e culturali della società uruguyana e della lingua spagnola sono inferiori a quelli del Regno Unito».

DAGOREPORT il 23 febbraio 2021. Che WASP (White Anglo-Saxon Protestant) sia fuori moda questo l’avevamo capito. Che il politically correct abbia ideologicamente spostato la barra del gusto (e del comando) verso ogni qualsiasi ex minoranza o ex non-bianco europeo è altrettanto noto. Che tutti i mali, da “Orientalismo” di Edward Said in poi risiedano nel fallocentrismo usurpatore del maschio bianco lo sappiamo e che, di conseguenza, il resto del mondo sia più “figo” pure. Il “Time” di questa settimana lo certifica. Il settimanale di informazione Usa, di proprietà di Marc Benioff, cresciuto in una famiglia ebrea stabilita nella San Francisco Bay Area, ha dedicato il numero in edicola alle 100 persone più influenti dei prossimi anni (secondo lui). Le ha divise anche in settori: Fenomeni, Innovatori, Leaders, Artisti, Avvocati d’opinione. Allora, in che gender ecc ecc “Time” identifica i leader prossimi venturi? Nel famigerato uomo bianco dominatore o in una donna bianca (categoria nella quale nell’ultimo censimento si sono classificati il 77,1% della popolazione Usa)? No di certo, l’uomo bianco non è più “figo”. I prossimi leader più influenti, secondo “Time” sono, naturalmente, le donne e, naturalmente, non Wasp, comunque non bianche di “origine” europea. Sono 34 su 100 dei nomi indicati (tra i quali l’ormai onnipresente pseudo poetessa Gorman) e stravincono nella prima categoria, “Leader”, dove sono otto contro quattro maschi Wasp, tre donne Wasp e due maschi di colore. Così via per il resto delle classificazioni. I non-bianchi vincono sia tra le donne che tra i maschi; gli europei in elenco sono pochissimi, gli europei “latini” nessuno, italiani men che meno. Se le previsioni del “Time” sono vere – e non la caratteristica proiezione ideologica -, dal 2025 urge una diffusione di quote azzurre perché l’uomo bianco di tradizione “latina” è destinato a diventare come il panda.

Il primo pilota militare nero del mondo era italiano e... fascista. Basta mistificazioni ideologiche. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 24 febbraio 2021. Storici orientati e giornali mainstream tentano di farlo passare per “vittima di discriminazione razziale”.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Leggendo tra le pieghe della vulgata storiografica, ogni tanto spuntano fuori personaggi che creano dei veri cortocircuiti  mandando in tilt l’intero sistema. Uno di questi è Domenico Mondelli, nato Wolde Selassie, primo pilota militare di colore del mondo. Come mai questo afro-italiano, con due Medaglie d’Argento e due di Bronzo al Valor Militare, è così poco noto? Eppure, dovrebbe essere un orgoglio nazionale dato che, all’epoca, negli altri paesi, ai neri era preclusa l’aeronautica in quanto ritenuti “incapaci di gestire l’emotività”.  L’unica monografia dedicatagli è del sociologo de “La Sapienza” Mauro Valeri, già direttore dell’Osservatorio nazionale sulla xenofobia, che nel 2016 pubblica per Odradek edizioni “Il Generale nero”, un libro pesantemente ideologico, ricco di afflati deamicisiani, dove gli stessi dati riportati contraddicono, tuttavia, ciò che l’autore vuole dimostrare a tutti i costi, ovvero che Domenico avesse subìto discriminazioni razziali. Era il 5 aprile 1891 quando il parmense capitano di fanteria Attilio Mondelli, sulla strada per Adua, raccoglie un bimbo etiope orfano di 4 anni, Wolde, salvandolo da morte certa. Diventa suo tutore, gli dà il nome di Domenico (forse dal giorno in cui lo ha trovato) e, una volta adolescente, lo iscrive al Collegio militare di Roma. Il ragazzo è “nero come il carbone” e non somiglia affatto ad Attilio, confermando perché entrambi abbiano sempre parlato di adozione nonostante uno dei tanti certificati anagrafici scriva di paternità. Domenico primeggia fra i cadetti e, nel 1904, viene assegnato ai Bersaglieri. Nel 1912, entra nella Massoneria, loggia di Palermo del Grande Oriente d’Italia. L’anno dopo è nel Corpo Aeronautico, tra i pochi piloti militari italiani: è il primo di colore al mondo “ben prima dell’afroturco Celikten, dell’afroamericano Ballard e dell’afroinglese Clarke”. L’ambiente militare lo valorizza – ammette, a malincuore, Valeri - e, nella buona società, è ricercato e passa come un vero tombeur de femmes. Allo scoppio della Grande Guerra, alla cloche di un caccia Nieuport Ni. 80 compie azioni di ricognizione e bombardamento; si guadagna la prima medaglia di bronzo, così come altri ufficiali neri del Regio Esercito. Nel ’17, forse per aver involontariamente  bombardato truppe italiane, o per aver amoreggiato con qualche moglie o figlia di superiori, viene spedito in trincea. Lui si distingue prima fra i Bersaglieri e poi come ardito, alla testa del IX Reparto d’Assalto. Scriveva Paolo Caccia Dominioni: “Sulla nostra destra, il negro meraviglioso (sic) ha sfondato le linee nemiche…”. “E ‘ uno dei nostri ufficiali più amati – annotava Luigi Gasparotto – l’abissino negro, magro, ricciuto, dai denti candidi e dalla perfetta parlata italiana; odia la burocrazia e adora i Bersaglieri”. (Come si nota, la parola "negro" in italiano non ha mai avuto significato dispregiativo). Arrivano due medaglie d’argento (anche per una ferita all’occhio) e un’altra di bronzo, oltre alla croce di Cavaliere della Corona d’Italia. Fin qui, ZERO discriminazioni, dunque. Ma è col Fascismo che, secondo l’autore, “arrivano i guai”. Dal 1925, il suo avanzamento al grado di colonnello subisce, infatti, uno stop: la legge Sanna imponeva una riduzione degli ufficiali superiori e le nuove norme per l’avanzamento richiedevano pubblicazioni scientifiche di cui Mondelli era privo. Del ’25, è anche la legge che rendeva incompatibile l’appartenenza alla Massoneria con l’impiego pubblico. Il provvedimento tendeva a evitare che, nelle Forze armate, un generale, ad esempio, prendesse ordini da un colonnello solo perché questi era più in alto nella gerarchia muratoria. Secondo Valeri, l’ufficiale “sfidò Mussolini” con tre ricorsi al Ministero della Guerra, tutti vinti, peraltro, nel corso di vari anni. Mussolini, evidentemente, non se la prese poi troppo dato che il Ministero  conferì a Mondelli nomine, decorazioni e una ricca pensione, fino al ‘43. Insomma, “discriminato come nero e come massone”, stando all’autore della biografia, Mondelli si dimette dall’Esercito e passa nella Riserva. Mauro Valeri però tralascia un dettaglio: il “moro” entra nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale fascista. Ma come, tutte quelle discriminazioni subìte dal Fascio e poi si arruola nelle CAMICIE NERE? La MVSN era, infatti, la quarta forza armata, (come oggi, ad esempio, i Carabinieri) e i suoi militari giuravano fedeltà al Duce, non solo al Re. Mondelli entrò come console (colonnello) dato che nella Milizia si avanzava automaticamente di grado; poi divenne addirittura console generale (generale di brigata). Lo dimostrano due foto in divisa MVSN che Valeri spaccia per una riunione di ex-Arditi della Grande Guerra. Conferma lo storico Pierluigi Romeo di Colloredo, studioso della Milizia: “L’ufficiale abissino porta la frangia del fez in avanti sul fregio da console generale, mentre i consoli che lo attorniano, la portano di lato. Del resto, prima della legge del ’25, almeno 23.000 fascisti erano massoni, in quanto eredi della tradizione risorgimentale, interventista e fiumana”. In seguito il fenomeno rientrò, ma nella MVSN rimase, evidentemente, una certa tolleranza verso squadre e compassi. Se Mondelli fosse stato bloccato nella carriera per via di una legge fascista antimassoneria (e non per la riduzione dei quadri), stupisce che si sia arruolato tra i suoi oppressori e, quand’anche si fosse trattato di una finzione opportunistica, (come ventila Valeri) non si spiega perché nel 1946, Domenico si candida con il partito di estrema destra GPISAM - Gruppo Politico Italiani di Sicilia, d‘Africa e del Mediterraneo” dell’intellettuale fascista Vittorio Ambrosini. La MANIPOLAZIONE IDEOLOGICA del militare di colore è stata ripresa anche da Avvenire che, astutamente, rimuove in blocco la sua biografia dal ‘25 al ’59, così come altri quotidiani generalisti che, nel 2016, straparlavano di discriminazioni razziste sempre negate dallo stesso ufficiale. Mondelli terminerà i suoi giorni nel 1974 col grado (massimo) di Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito: un altro primato per un militare afroitaliano. Peccato che un eroe della Grande Guerra, un pilota simbolo di integrazione e orgoglio italiano a livello mondiale sia stato così sequestrato da una “memoria” adulterata che la dice lunga sulla storiografia tradizionale e sull’informazione asservita al pensiero unico.

Così il Time mette all'angolo "l'uomo bianco". Fra le 100 persone più influenti dei prossimi anni secondo il Time ci sono perlopiù donne, soprattutto di colore, minoranze, e pochissimi uomini bianchi. Roberto Vivaldelli - Mar, 23/02/2021 - su Il Giornale. Sono artisti, avvocati, leader, innovatori: sono le 100 persone più influenti dei prossimi anni secondo il Time. 100 leader emergenti che stanno plasmando, a detta della testata, il futuro dell'intrattenimento, della salute, della politica, degli affari e altro ancora. Il numero del Time è in commercio con sei copertine diverse, ciascuna delle quali mette in prima pagina un membro della lista stilata dalla rivista: la cantante inglese di origini kosovare Dua Lipa, l'attrice canadese di origine tamil Maitreyi Ramakrishnan, il centrocampista del Manchester United Marcus Rashford, il primo ministro finlandese Sanna Marin, lo stilista liberiano-americano Telfar Clemens e la scrittrice afro-americana Brit Bennett. Nessun "uomo bianco" in bella mostra, sarà davvero un caso? Il redattore capo e Ceo di Time Edward Felsentha sottolinea nella presentazione della classifica come "in mezzo a una pandemia globale, disuguaglianze sempre più profonde, ingiustizie sistemiche e questioni esistenziali sulla verità, la democrazia e il pianeta stesso", i personaggi illustri inseriti nella lista rappresentino una forma di speranza per il futuro. "Sono medici e scienziati che combattono contro il Covid-19, attivisti che si battono per l'uguaglianza e la giustizia, giornalisti che difendono la verità, e artisti che condividono le loro visioni del presente e del futuro". Il Time non ha voluto fissare alcun limite di età nella classificazione. "Intenzionalmente non abbiamo posto limiti di età. La persona più giovane in questa lista, per esempio, è la performer sedicenne Charli D'Amelio, che conta più di 100 milioni di follower su TikTok. Tra i più anziani c'è Raphael Warnock, 51 anni, senatore democratico della Georgia, la cui recente elezione rappresenta l'alba di un nuovo Sud". Nella lista ci sono 54 donne, tra cui: Phoebe Bridgers, Maria Raga, Ana de Armas, Janja Garnbret, Florence Pugh, Clementine Jacoby, Anya Taylor-Joy, Guo Ningning, Sohla El-Waylly, Sarah Al Amiri, Shira Haas e altre. Come si può evincere anche dai nomi citati poco sopra, il Time ha dato ampissimo spazio alle minoranze (etniche, di genere), in maniera tale da apparire più "politicamente corretto" e "inclusivo" possibile. L'uomo bianco, magari eterosessuale e di orientamento conservatore, non sembra andare granché di moda fra le riviste patinate più "in". I leader del futuro sono donne, afroamericani, Lgbt o persone appartanenti a qualsivoglia minoranza etnica o sessuale presente sulla faccia della Terra. Va bene tutto, insomma, purché non siano Wasp (White Anglo-Saxon Protestant), diventato sinonimo di suprematismo bianco e di "bianco privilegiato". Roba vecchia, passata. Il futuro è il progressismo in salsa politically correct. Come nota Dagospia, i non-bianchi vincono sia tra le donne che tra i maschi; gli europei in elenco sono pochissimi, gli europei “latini” nessuno, italiani men che meno. Se le previsioni del Time sono vere – e non la caratteristica proiezione ideologica -, dal 2025 urge una diffusione di quote azzurre perché l’uomo bianco di tradizione “latina” è destinato a diventare come il panda. Così vuole la nuova religione del politicamente corretto e la politica dell'identità che proviene dai salotti buoni dell'America più "liberal".

Mauro Zanon per “il Giornale” il 31 gennaio 2021. Quando pubblicò Il singhiozzo dell' uomo bianco, nel lontano 1983, alcuni dei suoi ex compagni della gauche militante dissero che quel libro era «in odore di razzismo», perché Pascal Bruckner, figura di spicco dei «Nouveaux philosophes», denunciava il sentimentalismo terzomondista che dominava in una certa sinistra e l' autolesionismo di un' élite bianca consumata da un delirante odio di sé, dall' idea che tutti i mali della terra trovassero origine in Occidente. Oggi, nonostante le previsioni di Bruckner trovino sempre più riscontro nella realtà, a colpi di strade sbattezzate, università «decolonizzate», statue abbattute e libri censurati perché infarciti di «stereotipi razzisti», il filosofo francese viene trattato come un «reazionario» irredimibile, un «vecchio maschio bianco eterosessuale», nostalgico di un mondo che non esisterà più. Bruckner di questi «marchi d' infamia» che gli vengono appiccicati addosso ne ha fatto un motivo di fierezza, e combatte contro i suoi avversari con l' arma che sa utilizzare meglio: la penna. Il suo recente Un coupable presque parfait. La construction du bouc émissaire blanc (Grasset) - che non smette di far discutere - è il grido di allarme di uno dei più lucidi intellettuali francesi viventi, che osserva preoccupato la progressiva decadenza dell' Occidente e del progetto universalista dei Lumi, a beneficio di una società tribalizzata in preda alla lotta di generi, razze e comunità, dove l' uomo bianco è «il nuovo Satana». «Non invoco la rivincita dell' uomo bianco, denuncio l' idea che sia considerato come il capro espiatorio: il discorso femminista, antirazzista e decoloniale che designa l' uomo bianco e la donna bianca come la fonte di tutte le disgrazie dell' universo è un discorso semplicistico», ha dichiarato Bruckner a France Culture. Il femminismo tradizionale era universalista, «il neofemminismo», invece, «è apertamente separatista, se non addirittura suprematista, e mette i sessi l' uno contro l' altro», attacca il filosofo parigino, secondo cui «il femminismo del progresso si è trasformato in un femminismo del processo». Un esempio di questa tendenza è la recente esternazione della femminista radicale Alice Coffin, autrice del libro Le Génie lesbien, che ha invitato le donne a «eliminare gli uomini dalle nostre menti: non dobbiamo più leggere i loro libri, né guardare i loro film, né tantomeno ascoltare la loro musica». Molte neofemministe americane, a cui le colleghe francesi si ispirano, presentano l' uomo bianco come uno «stupratore in potenza», ontologicamente predatore, dice Bruckner, ma tacciono quando a macchiarsi di episodi di aggressione sessuale sono le minoranze arabe e africane che vivono in Occidente, come è accaduto con le violenze di massa del Capodanno di Colonia del 2016. Il neofemminismo va a braccetto con il nuovo antirazzismo, che non ha nulla a che vedere con l' antirazzismo originario, difensore di un' idea di umanità comune al di là della diversità delle origini e delle culture. Il nuovo antirazzismo esaspera le identità, si concentra sul colore della pelle e resuscita un concetto di razza che si credeva abolito, creando le condizioni di un nuovo apartheid. «Oggi vengono denigrati i volti di gesso, per celebrare gli altri colori della pelle attribuendo loro tutte le virtù», spiega Bruckner. La nuova ideologia antirazzista, dietro cui si nasconde un razzismo anti-bianco alimentato dalle minoranze e un autorazzismo folle delle élite occidentali, si sta diffondendo in tutti i settori della società francese. Delphine Ernotte, direttrice di France Télévisions, ha dichiarato che nella tv pubblica del futuro «gli uomini bianchi di più di cinquant' anni» avranno sempre meno spazio, a favore delle persone figlie della «diversità». Sulla sua scia, anche il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, ha dato prova di apprezzare certe idee di provenienza americana. In un' intervista al settimanale L' Express di poche settimane fa, Macron ha infatti evocato l' esistenza in Francia di un «privilegio bianco», uno dei capisaldi del movimento Black Lives Matter. La frase ha fatto trasalire Bruckner, perché «parlare di privilegio bianco significa risvegliare l' idea di un peccato originale». In nome del multiculturalismo, l' Occidente sta cancellando se stesso, la sua storia millenaria, i suoi capolavori, e l' uomo bianco eterosessuale occidentale, ormai, «è in fondo alla gerarchia», afferma Bruckner, prima di aggiungere: «Meglio essere scuri che pallidi, omosessuali o transgender che eterosessuali, donne piuttosto che uomini, musulmani anziché ebrei o cristiani, africani, asiatici e indigeni piuttosto che occidentali». Secondo Bruckner, «l' unica identità che ai bianchi viene ancora concessa è quella della contrizione. I professatori di vergogna, le neofemministe, i decolonialisti e gli indigenisti dilagano, e ci invitano a pentirci». E ancora: «È in corso una vasta impresa di rieducazione, all' università, sui media, che chiede ai bianchi di rinnegare se stessi. L' ultima volta che abbiamo subìto la propaganda razziale è stata con il fascismo negli anni Trenta: la scomunica a priori di una parte della popolazione. Eravamo vaccinati, grazie. Ma ci torna indietro da oltreoceano mascherata da antirazzismo, con nuovi protagonisti». I nuovi fanatici della «cancel culture» che vogliono affossare l' Occidente. E l' uomo bianco.

·        Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

Le elemosine hanno sfasciato il Mezzogiorno. Carlo Lottieri il 16 Novembre 2021 su Il Giornale. È un dato preoccupante quello segnalato dall'Inps là dove evidenzia che nel corso del 2021 nel Mezzogiorno si è avuto un raddoppio dei certificati di malattia. È un dato preoccupante quello segnalato dall'Inps là dove evidenzia che nel corso del 2021 nel Mezzogiorno si è avuto un raddoppio dei certificati di malattia. Ovviamente, la questione non è sanitaria, ma culturale e obbliga a interrogarsi su cosa s'è fatto in tutti questi decenni per danneggiare in tal modo il tessuto della società meridionale. È chiaro che questo numero abnorme di assenze dal lavoro per ragioni di salute è da ricondurre a un malcostume, le cui cause sono ben note. L'Italia, in generale, e ancor più il suo Mezzogiorno da troppo tempo disprezzano quella cultura del lavoro che comporta dedizione ai propri compiti e alla parola data. Dove le entrate non sono una conseguenza dell'attività, ma provengono da logiche redistributive, quella che s'impone è la logica dei più furbi. Le virtù borghesi s'affermano, come non si stancava di evidenziare Sergio Ricossa, nelle economie basate sul contratto, sull'impresa privata e sulla concorrenza. Se invece regna l'assistenzialismo, anche gli schemi morali che dovrebbero regolare i comportamenti dei singoli finiscono per essere trasformati e, naturalmente, in peggio. In una società nella quale un reddito può giungere tutti i mesi sul nostro conto corrente anche senza far nulla, si finisce per perdere ogni nesso tra la fatica e il premio, tra il lavoro e il salario. Quasi senza accorgersene, si entra in universo in cui ognuno cerca di vivere parassitariamente rispetto al prossimo, adottando ogni genere di imbroglio e malizia. Come spesso si evidenzia (ma mai a sufficienza!), il costo più oneroso del reddito di cittadinanza non è di carattere economico, ma invece sociale e culturale. E in fondo questa è solo l'ultima di una lunga serie di misure politiche che hanno guardato al Sud come a un semplice serbatoio elettorale: un vasto spazio nel quale distribuire favori (spesso di modesta entità) scollegati da quella capacità di fare e intraprendere che, invece, è condizione fondamentale per un vero sviluppo. Anni e anni di elemosine statali non hanno aiutato il Mezzogiorno, ma invece l'hanno corrotto in profondità. Ne discende che oggi il Sud ha bisogno di accantonare tutto questo, perché una nuova cultura della responsabilità può affermarsi soltanto se le nuove generazioni saranno chiamate ad affrontare nel bene e nel male tutti i rischi e tutte le opportunità del mercato. Carlo Lottieri

SPESA STORICA GHIGLIOTTINA SUL FUTURO DELLA SCUOLA E DEI RAGAZZI DEL SUD. Al Sud l’82% dei Comuni ha una spesa storica per l’istruzione inferiore del 30,89% rispetto a quella standard: ricevono cioè dallo Stato meno del necessario per garantire un servizio decente. Il Nord può invece permettersi di spendere più di quello di cui avrebbe bisogno perché ha avuto più risorse per almeno 15 anni. Vincenzo Damiani su Il Quotidiano del Sud il 16 novembre 2021. Al Sud l’82% dei Comuni ha una spesa storica per l’istruzione che è nettamente inferiore rispetto a quella standard: vuol dire che i sindaci ricevono dallo Stato meno soldi di quelli che sarebbero realmente necessari per garantire un servizio degno di questo nome. La situazione è diversa al Centro, dove oltre la metà degli enti, il 52%, registra una spesa storica superiore a quella standard e lo stesso vale per i Comuni del Nord-Est (51%) e, in misura minore, per quelli del Nord-Ovest (45%).

IL RAPPORTO

È quanto emerge da un nuovo report della fondazione Openpolis e Sose: il sistema italiano di federalismo fiscale, attraverso Sose, si occupa di stimare il fabbisogno finanziario di cui necessitano tutti i Comuni delle Regioni a statuto ordinario per offrire i servizi legati all’istruzione. Un calcolo che concorre a determinare la distribuzione delle risorse perequative del fondo di solidarietà comunale. «La maggior parte (3.929, cioè il 61%) dei Comuni italiani delle Regioni a statuto ordinario registra – si legge nel report – per la funzione istruzione una spesa storica inferiore a quella standard. In questo caso parliamo di enti che, o sono particolarmente efficienti nell’offrire ai cittadini i servizi legati all’istruzione, oppure scelgono di destinare più fondi a un’altra funzione rispetto a questa, o ancora hanno scarse risorse e quindi non riescono a spendere a sufficienza per garantire un livello di servizi adeguato». A soffrire maggiormente, poi, sono i Comuni più piccoli, infatti nei centri inclusi nelle fasce 60mila-99mila e oltre 100mila abitanti la spesa storica supera quella standard.

IL GAP SPESA STORICA

«Una condizione, quest’ultima, che può dipendere da una scelta delle amministrazioni di investire più risorse di quelle stimate, per ampliare l’offerta di servizi ai cittadini. Un’ipotesi che trova riscontro, per esempio, nei dati relativi alla superficie degli edifici scolastici comunali e statali. Se per i Comuni con oltre 60mila abitanti parliamo di oltre 13 metri quadri per abitante, per i territori con meno di 500 residenti il dato cala a 4 mq pro capite», scrive Openpolis. Così, mentre Napoli ha una spesa storica per l’istruzione di 78,24 euro e una spesa standard di 86,61 euro, Bologna ha una spesa storica di 189.36 euro e una spesa standard di appena 118.52 euro. E ancora: Bari presenta una spesa storica di 64.13 euro e una spesa standard di 74.8 euro; Firenze ha una spesa storica di 133.96 euro e una standard di 104.54 euro. Al Nord possono permettersi di spendere più di quello di cui realmente avrebbero bisogno, perché hanno potuto usufruire di maggiori risorse per almeno 15 anni. Al Sud, invece, i sindaci devono fare i salti mortali e ricevono meno soldi di quanti ne sarebbero necessari. Sino a quando non verrà superato definitivamente il criterio della spesa storica per la ripartizione dei fondi nazionali, la sperequazione non avrà fine e il Mezzogiorno continuerà ad ottenere meno risorse rispetto al Nord ma anche rispetto alle reali esigenze.

CONTI IN ROSSO

D’altronde, basti pensare che la Regione Puglia, nel 2016, per garantire ai 4 milioni di cittadini i servizi di istruzione, asili nido, polizia locale, pubblica amministrazione, viabilità e rifiuti, ha potuto spendere 2,22 miliardi ma avrebbe avuto bisogno di 2,32 miliardi, circa 100 milioni in più. In sostanza, la Puglia – avendo ottenuto trasferimenti statali inferiori rispetto al reale fabbisogno finanziario – ha dovuto stringere la cinghia, mentre il Piemonte nonostante un fabbisogno reale di 2,74 miliardi ne ha spesi 2,81, cioè 70 milioni in più. Le Regioni del Mezzogiorno, nel 2016, per tutti i servizi elencati hanno sopportato un costo complessivo di 7,90 miliardi (spesa storica), ma avrebbero avuto bisogno, secondo i calcoli di OpenCivitas, di almeno 8,18 miliardi (spesa standard), uno scarto negativo del 3,43%. Le Regioni del Nord, al contrario, hanno investito complessivamente 16,42 miliardi, nonostante il fabbisogno reale fosse di 15,23 miliardi: hanno speso di più avendo ricevuto più soldi da Roma. Se prendiamo in considerazione solamente il capitolo “istruzione”, le Regioni del Sud registrano uno scarto negativo tra spesa storica e spesa standard del 30,89%. Diversamente, il Nord ha potuto investire il 9% in più rispetto al reale fabbisogno.

Il Pnrr si è fermato a Eboli: progetti sbagliati e incertezze allargano il divario tra Nord e Sud. Reti idriche, asili, porti, assunzioni: i primi bandi non consentono al Meridione di recuperare il gap con il resto del Paese. E la soglia del 40 per cento, anche se sarà rispettata, non tiene conto di popolazione, Pil e disoccupati. Antonio Fraschilla su L'Espresso il 25 ottobre 2021. Il divario nord-sud è cresciuto negli anni difficili della pandemia e continua a crescere ogni giorno che passa. Ma questa frattura tra le due aree del Paese rischia di diventare ancora più profonda, per paradosso, dopo la piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un piano che stanzia oltre 220 miliardi di euro, soldi concessi dall’Europa proprio per ridurre le distanze tra questi due pezzi d’Italia, considerando che nessun altro Stato dell’Ue ha al suo interno livelli così diversi di crescita come il nostro Paese. I primi bandi del Pnrr, e le prime graduatorie con distribuzione delle risorse, premiano però ancora chi alcuni livelli di assistenza e di servizi li ha già. Il dibattito politico nelle ultime settimane si è concentrato solo su due aspetti: la carenza di tecnici ed esperti negli enti pubblici delle regioni meridionali per presentare progetti adeguati ad attrarre le risorse del Piano, e la soglia minima del 40 per cento delle risorse cosiddette «territorializzate» che devono essere destinate alle aree che vanno dalla Campania alla Sicilia. Su entrambi gli aspetti il governo Draghi ha offerto le più ampie rassicurazioni. Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta ha avviato la selezione degli esperti da affiancare alle amministrazioni meridionali e la ministra del Mezzogiorno, Mara Carfagna, ha chiesto e ottenuto che in Parlamento passasse un suo emendamento per fissare al 40 per cento la soglia minima delle risorse che devono andare alle regioni più svantaggiate, in totale 82 miliardi di euro. Ma tra le promesse e l’avvio dei primi bandi qualcosa non torna e cresce la protesta degli amministratori meridionali. 

I PRIMI BANDI DEL PIANO

Agli onori della cronaca è arrivato recentemente il caso Sicilia: nessuno dei progetti per migliorare le condotte irrigue per agricoltura e imprese è stato finanziato per errori nella documentazione consegnata a Roma. Ma il vero problema è che degli 1,6 miliardi di euro messi a gara, solo 475 milioni (il 29 per cento del totale) è stato destinato a regioni del Sud. Al centro e al nord sono andati 1,1 miliardi di euro.

In Sicilia quasi il 50 per cento dell’acqua si perde perché le condotte sono vecchie e bucate in più parti, percentuali simili si registrano in Calabria (41 per cento) e Campania (46 per cento), mentre il record negativo di acqua che si disperde va alla Basilicata con il 56 per cento e alla Sardegna con il 55. Al Nord, la dispersione delle reti idriche è inferiore della metà: in Lombardia è del 28 per cento, in Emilia Romagna del 30 per cento, come in Liguria. Conti alla mano, per recuperare il gap e raggiungere livelli simili al Mezzogiorno occorrerebbe ben più del 40 per cento delle risorse: sul bando da 1,6 miliardi, però, Basilicata, Calabria, Sardegna, Campania e Puglia hanno avuto ammessi progetti per 475 milioni, il 29 per cento del totale. La Lombardia ha avuto finanziati progetti per 197 milioni, il Piemonte per 159 milioni, la Campania si è fermata a 168 milioni, Puglia e Sardegna sono arrivate a meno di 3 milioni. Non è andata meglio sugli asili nido e il bando da 700 milioni di euro ha visto decine di Comuni meridionali restare fuori dai finanziamenti. Qui il 58 per cento delle risorse è andato agli enti locali meridionali, con i Comuni della Campania che hanno attratto risorse per 138 milioni, seguiti da quelli della Lombardia che hanno ottenuto 58 milioni e della Sicilia arrivati a quota 56 milioni. Il divario nord-sud però così non si ridurrà, considerando che su 100 bambini in Sicilia solo 12 trovano posto in asili nido pubblici e privati, in Campania e Calabria 10 bambini, in Puglia 18, mentre in Valle d’Aosta i bambini che trovano risposta per servizi di nido sono 44, in Lombardia 31, in Piemonte 30, in Toscana ed Emilia Romagna 40 (dati Openpolis). Discorso analogo accadrà anche per un altro bando finanziato con il Pnrr, quello destinato all’assunzione di assistenti sociali: alcuni criteri premieranno i Comuni che già hanno un buon numero di assistenti sociali e chi non ha questa rete non avrà alcun fondo in più per ridurre i divari. Un’altra ripartizione delle risorse già conclusa è quella sui grandi porti commerciali. Il Pnrr varato dal governo Draghi ha fatto solo una fotografia dello status quo. Secondo i dati del ministero delle Infrastrutture, tra fondi già stanziati e Pnrr per la portualità, nei prossimi cinque anni saranno investiti 3,3 miliardi di euro e, assicurano, il 43 per cento andrà ai porti del Mezzogiorno. Ma già solo questa cifra non rispecchia nemmeno il traffico merci attuale, visto che il 47 per cento transita negli scali portuali da Napoli in giù. Tra fondi per progetti e infrastrutture di certo c’è che solo i porti di Genova e Trieste riceveranno un miliardo di euro, molto di più degli scali di Napoli, Gioia Tauro, Augusta o Palermo. Qualcosa non torna perfino nella distribuzione territoriale degli esperti assunti a tempo determinato per aiutare le amministrazioni pubbliche in difficoltà nel presentare i progetti finanziati con il Piano Ue. Dei mille giovani tecnici chiamati in servizio, per una spesa di 320 milioni di euro, secondo la bozza del Dpcm, chi ne riceverà di più è la Lombardia con 131 assunti, seguono Campania e Lazio con 101 e 87, mentre l’Emilia Romagna ne avrà 64, qualche unità in meno della Puglia. La Calabria ne avrà 40, la Toscana 52 e il Piemonte 62. Ma non si dovevano aiutare gli enti pubblici senza personale? 

L’ALLARME DI SINDACI ED ESPERTI

Il professore dell’Università di Bari Gianfranco Viesti, esperto di società ed economia meridionale, non è molto sorpreso da questo avvio di attuazione del Pnrr e non ha molta speranza in una vera riduzione dei divari grazie a questo fiume di denaro in arrivo da Bruxelles: «Anche prendendo per buona la cifra di 82 miliardi di risorse che andranno davvero al Mezzogiorno, la vera domanda è: quanti di questi soldi rappresentano concretamente nuovi investimenti? Sulle infrastrutture abbiamo assistito a una partita di giro, con opere finanziate da tempo con fondi statali ai quali adesso sono subentrati i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Conti alla mano, studiando le poche cifre certe del documento sul Pnrr consegnato in Parlamento e a Bruxelles, solo 35 miliardi di risorse aggiuntive andranno al Mezzogiorno. Il resto è un grande punto interrogativo. Ma anche dando per certa la soglia del 40 per cento, questa non basta certo ad avvicinare i livelli dei sevizi nelle regioni del sud alla media nazionale. Per gli asili nido, al Mezzogiorno dovrebbero andare il 70 per cento delle risorse, solo così Reggio Calabria potrebbe avvicinarsi a Reggio Emilia: oggi la prima città ha 3 asili nido, la seconda 60. C’è poi il grande tema della burocrazia: è evidente che considerando il poco tempo per realizzare i progetti il sistema burocratico del Sud non può competere. Occorrono misure speciali e immediate per aiutare la macchina degli enti locali». Proprio quello della burocrazia è il tema che preoccupa di più i sindaci. Cinquecento amministratori meridionali si sono riuniti in una grande rete, tra questi il primo cittadino di Acquaviva in Puglia, Davide Carlucci: «Abbiamo creato un'alleanza tra sindaci di tutto il Sud. L'occasione è stata proprio il Pnrr: non vorremmo che fosse l'ennesimo treno perso per eliminare il divario con il resto d'Italia, che invece negli ultimi anni è cresciuto. La soglia del 40 per cento sembra un'enormità, è in realtà un tradimento delle indicazioni che ha dato l'Unione Europea stanziando i fondi in base alla popolazione, al Pil pro capite e al tasso di disoccupazione degli ultimi cinque anni. Se si fossero utilizzati questi parametri anche nella distribuzione delle risorse all'interno della nostra nazione, al Mezzogiorno sarebbe dovuto andare il 68 per cento. La Lombardia, così, otterrà 35 miliardi di euro, quasi la stessa somma della Francia che ha gli stessi indicatori economici ma una popolazione sei volte superiore, mentre la Calabria, terza regione più povera d'Europa, ne avrà solo 9,5. Inoltre sebbene il presidente del Consiglio Draghi abbia a più riprese sottolineato la necessità di rafforzare la pubblica amministrazione, nulla di concreto è stato fatto. Oggi Bassano del Grappa, di 43mila abitanti, può contare su 256 dipendenti a tempo indeterminato, mentre Corato, 48mila abitanti, ha 128 unità, la metà». Carlo Marino, presidente dell’Anci Campania, aggiunge: «Dal governo ci attendiamo tre cose: mettere i Comuni al centro della spesa e dare loro delle procedure semplificate; un piano straordinario di assunzioni che destini ai Comuni meridionali 5 mila giovani progettisti; garantire senza trucchi che il 40 per cento delle risorse resti al Sud. Punti sui quali, a partire dall’ultimo, siamo pronti a dare battaglia». Dall’Unione europea intanto si dicono preoccupati per la distribuzione reale delle risorse del Piano in Italia. Dolors Montserrat, presidente della Commissione per le petizioni, ha dichiarato «ricevibile» una istanza di verifica sulla spesa dei fondi Ue fatta dai sindaci del Sud. Una istanza che chiede un costante monitoraggio all’Ue sull’impiego delle risorse del Piano.  Montserrat nella lettera di risposta ha aggiunto: «Ho chiesto alla Commissione europea di condurre un'indagine preliminare sulla questione». I primi bandi del Pnrr sono già più di un campanello d’allarme.

L’allarme dell’Istituto Tagliacarne e di Unioncamere. Metà della ricchezza italiana in venti province, nessuna è al Sud. Andrea Esposito su Il Riformista il 9 Ottobre 2021. Nelle prime venti province italiane si concentra più della metà della ricchezza prodotta in Italia. E tra quelle non ce n’è una del Sud. Bisogna scorrere fino alla quarantesima posizione della graduatoria – guidata, manco a dirlo, da Milano – per trovarne una leggermente più giù di Roma. Ed è quella di Cagliari, certo non quella di Napoli che è soltanto 83esima, preceduta da Palermo e seguita da Salerno. Segno che il gap tra il Nord e il Sud del Paese aumenta, nonostante il Mezzogiorno abbia per certi versi retto meglio all’urto della pandemia. Ecco la drammatica fotografia scattata dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere attraverso un report dedicato agli effetti del Covid sul valore aggiunto prodotto nelle aree metropolitane italiane. Il primo dato che balza all’occhio è la differente velocità alla quale viaggiano i vari territori italiani. A Roma e a Milano e dintorni, per esempio, si produce il 19,7% della ricchezza dell’intero Paese: un dato addirittura in aumento di due punti percentuali rispetto al 2000. Ma il capoluogo lombardo si conferma leader anche nella classifica provinciale per valore aggiunto pro capite con 47.495 euro e stacca la capitale addirittura di sette posizioni. La provincia più “vicina” a Milano è quella di Bolzano, lontana addirittura di 21 punti percentuali: uno scarto mai così alto dal 2012. Insomma, Milano vola rispetto al resto d’Italia nonostante l’impatto della pandemia sia stato più sensibile nelle province del Nord, dove si concentrano le aree a maggiore vocazione industriale e le imprese con meno di 50 addetti che, soprattutto nei settori della moda e della cultura, sono risultate le più penalizzate dalla crisi. Qui il valore aggiunto è calato del 7,4%, mentre al Sud la flessione è stata del 6,4: danni limitati grazie alla più consistente presenza pubblica nell’economia e alla massiccia presenza di imprese attive nei settori della green e blue economy, per certi versi meno colpiti dal Covid. «La crisi non ha risparmiato nessuna provincia – spiega Andrea Prete, presidente di Unioncamere – ma al Sud gli effetti sono stati più limitati grazie ai provvedimenti messi in campo dal Governo nazionale e dalla tenacia delle imprese». Ma come si sono comportate le province della Campania? Quella di Napoli ha perso il 6,9% di valore aggiunto, cioè meno di quelle di Caserta (-9,2%) e di Avellino (-8,2%), ma nettamente di più rispetto a quella di Benevento (-3,3% grazie alla consistente presenza del settore pubblico nell’economia locale) e di quelle di Milano e di Roma (rispettivamente -5,6 e -6,6%). In Campania come nelle altre province meridionali, dunque, «la crisi ha agito su un’area già provata economicamente e socialmente in termini di reddito pro capite e di incidenza delle situazioni di povertà». Ora, ovviamente, si tratta di rimettere in moto il sistema economico. E, soprattutto, di ridurre quelle diseguaglianze che il Covid ha reso ancora più evidenti. Lo strumento c’è ed è il Piano nazionale di ripresa e resilienza nell’ambito del quale la Campania vede ora finanziati i primi nove progetti. Poca roba, se si considera la consistenza del gap in termini di servizi e infrastrutture che allontana sempre di più i territori dell’Italia meridionale da quelli dell’Italia settentrionale e dal resto d’Europa. Una situazione che associazioni come la Svimez hanno denunciato a più riprese sottolineando la necessità di abbandonare una volta per tutte l’idea del Nord come unica “locomotiva” dell’economia nazionale e di considerare il Sud come “secondo motore” dello sviluppo del Paese. La politica sembra avere recepito il messaggio: ieri il ministro Enrico Giovannini ha precisato che il 56% dei 62 miliardi da investire in infrastrutture e mobilità sostenibile andrà al Mezzogiorno. Stesso discorso per il decreto per la rigenerazione urbana che vale quasi tre miliardi per 159 progetti destinati a migliorare la qualità della vita nelle città meridionali senza consumare suolo. «Ora l’importante è avviare le iniziative del Pnrr – conclude Prete – Non c’è un minuto da perdere». Andrea Esposito

Autonomia differenziata, il cadavere riesumato da un blitz della Lega. Un disegno di legge per attuare il regionalismo differenziato collegato alla legge di bilancio. Il piano B del Carroccio in caso di flop elettorale: tornare al Federalismo padano. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud l'1 ottobre 2021. Accompagnata all’uscita dalla porta principale, l’autonomia differenziata è pronta a rientrare dalla finestra. Con il solito blitz leghista è riapparsa sotto forma di disegno di legge, un collegato alla nota di aggiornamento al Def. Un fantasma pronto a riprendere forma tutte le volte che il fanatismo elettorale lo richiede. Ma questa volta sotto le sembianza del “federalismo spinto” ci potrebbe essere dell’altro. La scappatoia esistenziale di una parte del Carroccio. Le bandiera del popolo padano sono rimaste negli armadi, basterebbe spolverarle e riportarle in piazza per tornare alle origini. Il blitz è stato ispirato dai soliti governatori oltranzisti, il lombardo Attilio Fontana e il veneto Luca Zaia e con la benedizione di Giancarlo Giorgetti. Una rete di protezione in vista del possibile flop alle amministrative. Il dopo Salvini insomma è già cominciato. Se il sogno di una Lega sparsa su tutto il territorio nazionale sfuma, come dicono i sondaggi, si torna all’antico. Salvini, dicono le malelingue, si è esposto nella difesa del suo ex digital-guru Luca Morisi per non lavare i “panni sporchi”. La caduta dal podio è vicina. Ed ecco allora rispuntare il vecchio disegno, i confini segnati dal sacro fiume Po, l’occhio strizzato agli elettori delle regioni del Nord, la resurrezione del bossismo, come raccontato da questo giornale qualche giorno fa.

FEDERALISMO AD OROLOGERIA

La riesumazione dell’autonomia differenziata, dunque, come effetto collaterale. La Lega che si slega. Ed ecco che, depotenziato dalla crisi sanitaria, logorato dal protagonismo dei governatori, il federalismo ad orologeria si materializza nella sua forma più estremista. La versione già bocciata del primo governo Conte. L’interpretazione più talebana dei criteri di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione. Un nuovo assetto federale per regolare il rapporto economico-finanziario tra lo Stato e le autonomie territoriali. Che vuol dire superamento del sistema di finanza derivata, maggiore autonomia di entrata e di spesa agli enti decentrati. E al diavolo i princìpi di solidarietà, riequilibrio territoriale e coesione sociale che dovrebbero guidare tutte le scelte del PNNR secondo i dettami Ue. Non c’è da stupirsi se ancora una volta l’attenzione dei governatori e della Lega – ma non solo – riguarda la parte economico-finanziaria dell’autonomia differenziata. La legge n. 42/2009 ha introdotto il principio di territorialità per regolare l modalità di attribuzione alle Regioni del gettito dei tributi regionali e delle compartecipazioni al gettito. Ed è questo che fa gola, la possibilità di tener conto del luogo di consumo, localizzazione dei cespiti, prestazione del lavoro, residenza del percettore. In una parola la fiscalità regionale, ovvero la fiscalizzazione dei trasferimenti statali alle Regioni e alle Province. Attuare il federalismo per i leghisti di ieri e di oggi – detto in soldoni – ha sempre voluto dire questo: incassare i dané e tenerseli in cassaforte considerando propri anche quelli destinati alla perequazione. Da qui la richiesta di rideterminare l’aliquota dell’addizionale regionale Irpef per garantire alle Regioni a statuto ordinario entrate corrispondenti ai trasferimenti statali soppressi. Ciò che prima ti veniva passato per trasferimento dallo Stato si può trattenere a monte. A pensarci bene non è molto diverso dal principio declinato in ambito sanitario con il decreto legislativo n. 68 del 2011. E i risultati sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti; disparità di trattamento, disuguaglianza, assenza di medicina territoriale, ospedali tagliati, trattamenti economici differenziati, migrazione sanitaria, viaggi della speranza etc, etc. Da giorno in cui la Lega ha iniziato a cavalcare quella che doveva essere la tigre dell’autonomia poco o niente s’è fatto. Arranca la determinazione dei fabbisogni standard, indicatori tratti da una banca dati, informazioni che provengono dal territorio per costruire un meccanismo perequativo. Non si riesce a dare forma e contenuto ai Lep, i livelli essenziali delle prestazioni previsti dal Pnrr: per farlo bisognerà aspettare almeno fino al 2026. In compenso, come se nulla fosse, si torna a parlare del luminoso destino che attenderebbe le regioni del Nord pronte ad affrancarsi dal centralismo cristallizzante. Il solito tormentone, la solitaria accelerazione di un partito in crisi di identità. Il ritorno a scoppio ritardato di un modello che lo stesso Salvini aveva riposto nel guardaroba tra gli abiti dismessi. Indumenti logori, lisi, già usati. Le iniziative assunte ormai vari anni fa, in un altro clima politico e sociale, in un’altra Italia, da alcune Regioni, in particolare Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna spacciate per atti di fondazione. Referendum-farsa ai sensi dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione.

COME FINIRÀ?

In passato blitz di questo tipo si sono conclusi con un nulla di fatto. E così dovrebbe essere anche questa volta. Tanto più che una bocciatura netta al disegno leghista è arrivata anche dagli esperti nominati dalla ministra agli Affari regionali, Mariastella Gelmini. Una commissione di docenti, giuristi e tecnici che ha giudicato il passaggio di alcune competenze, come ad esempio l’istruzione, impraticabile. Anche perché l’impianto generale scelto per il riconoscimento dell’autonomia differenziata dovrà essere uguale per tutti. E invece i percorsi per arrivare all’autonomia sono molto diversi fra loro.

RISPOLVERATE LE PRE-INTESE

Nella scorsa legislatura furono firmati tre accordi separati. In realtà pre-intese senza alcun valore giuridico dall’allora segretario Gianclaudio Bressa, esponente del partito democratico. Una strada diversa è stata invece quella scelta dall’ex ministro agli Affari regionali, anche lui dem, Francesco Boccia, un sistema di legge quadro, la definizione di un perimetro entro il quale declinare le varie forme di autonomia. Poi la Pandemia ha smontato tutto, messo a nudo le crepe, smascherato gli egocentrismi, i personalismi gli sprechi e le inefficienze proprio delle regioni e dei governatori che più di altri agitavano il vessillo dell’autonomia.

LO SCONTRO CON FICO

Fin qui il passato e anche il presente, con l’ultima recente riesumazione ad uso interno leghista. Con il sospetto che questa volta intorno al tema del federalismo si possa costruire una sorta di alleanza. L’asse Giorgetti-Gelmini è cosa fatta (e non promette nulla di buono). Vorrebbe saldarsi con un fronte moderato al quale si sta avvicinando sempre di più Luigi Di Maio, il ministro sempre più stressato dai conflitti del M5S, sempre più insofferente all’alleanza con il Pd. Lo scontro con Roberto Fico a Napoli, il sostegno ai “propri” candidati lo tiene molto più occupato delle questioni internazionali, uno scontro che va oltre l’orizzonte stretto delle prossime elezioni amministrative. Il regionalismo differenziato potrebbe essere contropartita per un accordo più ampio che taglierebbe fuori Giuseppe Conte. Il regionalismo differenziato come contropartita. Un negoziato scellerato sulla pelle del Mezzogiorno.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 22 settembre 2021. Di Italie, si sa, ce ne sono almeno due. E una, quella più a Sud, è costretta ogni giorno a fare i conti con un gap infrastrutturale che riguarda in primis la scuola e i suoi servizi. Un divario che ha raggiunto ormai proporzioni inaccettabili. Un dato su tutti (dal report di Legambiente Ecosistema Scuola): nella Penisola vengono stanziati in media 4,60 euro a studente per finanziare progetti o iniziative extrascolastiche dedicate agli under 14. La statistica però trae in inganno e se al Nord per ogni alunno gli euro sono 9,3, al Centro sono 1,4, a Sud 1 e nelle Isole addirittura 0. Una fotografia che non migliora allargando il campo alla gestione delle strutture scolastiche. Negli ultimi 5 anni infatti sono stati spesi - sempre in media - 5.679 euro per la manutenzione ordinaria di ogni singolo edificio della Penisola. Riprendendo la suddivisione precedente, a fronte di uno stanziamento da parte dello Stato e della Ue di 7.258 euro per ogni istituto, gli edifici scolastici del Nord hanno ricevuto 7.248 euro, mentre le scuole del Centro si sono accontentate di 5.864 euro, quelle del Sud di 4.495 euro e, sulle Isole, di appena 1.879 euro. Eppure a guardare quali di questi edifici necessitino di manutenzione urgente la situazione è opposta: nelle Isole sono oltre il 63 per cento, al Sud oltre il 31 per cento, al Centro il 27,4 per cento e al Nord il 22,9 per cento.

IL PIANO Non è dunque un caso se il Piano nazionale di ripresa e resilienza varato dal governo, destina al Meridione 82 miliardi di euro proprio con l'intenzione di colmare questo gap. Fondi da spendere però con attenzione per evitare che neanche un euro di queste risorse finisca con l'essere impegnato senza questa finalità. Tant'è che alte fonti di governo, senza confermare l'esistenza di tali distorsioni, commentano: «Stiamo lavorando una valutazione dell'avvio del Pnrr e comunque la cabina di regia prevista servirà anche a monitorare e coordinare l'attuazione equilibrata del piano». Qualche criticità ad esempio, si è già presentata con il primo finanziamento da 700 milioni di euro destinato ad asili nido e scuole dell'infanzia. Come denunciato ieri dal Messaggero infatti, tra i criteri del bando (varato dal precedente governo) che premiavano le domande, c'era anche quello del cofinanziamento. Un criterio che assegnava ben 10 punti, contro gli appena 3 destinati a quelle richieste in arrivo da comuni in cui il numero degli asili nido è inferiore alla media nazionale. Inevitabile quindi, che a fronte di un'assegnazione di fondi destinata alle aree più disagiate del Paese, tra i 453 progetti approvati compaiano diversi casi in cui lo svantaggio non è poi così evidente. Dall'asilo nido di Torino a 2 chilometri da piazza Castello fino a quello milanese vicino ai Navigli e alla scuola per l'infanzia in pieno centro a Udine.

GLI ASILI Una stortura che, contestualizzata con i dati dell'associazione Con i bambini e di OpenPolis, appare ancora più evidente. Nella Penisola infatti, a fronte di un Centro-Nord che ha quasi raggiunto l'obiettivo europeo di 33 posti disponibili ogni 100 bambini (sono a 32) e dove comunque in media due comuni su 3 offrono il servizio, c'è un Mezzogiorno in cui i posti disponibili sono invece solo 13,5 ogni 100 bambini, e il servizio è garantito in meno della metà dei comuni (il 47,6 per cento). In particolare la differenza è di 18,5 punti e si sostanzia in un singolo esempio: A Bolzano ci sono quasi 7 posti ogni 10 bambini, a Catania e Crotone quasi 5 su 100. Il dramma è che si potrebbe continuare all'infinito. Le mense scolastiche? Secondo Legambiente che ha analizzato un campione di oltre 6mila edifici scolastici nelle regioni del Nord ce n'è una nel 74 per cento degli istituti. Il servizio invece al Centro e al Sud è disponibile in meno di una scuola su due (rispettivamente nel 46 e nel 41 per cento delle strutture), e nelle Isole in uno su tre (33,5 per cento). Le palestre? Nel settentrione le hanno il 55 per cento delle scuole, al Centro il 38,9 per cento, al Sud il 44,8 per cento e sulle Isole il 35,1 per cento. Infine il risultato peggiore, quello sull'apprendimento. Dati Invalsi alla mano (Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna hanno oltre il 50% degli alunni che raccoglie risultati scarsi in Italiano, il 60% in Matematica) c'è una sola interpretazione possibile: l'intero sistema scolastico funziona meglio al Nord. Ma non ci sono più scuse, è ora di rimediare.

Autonomia differenziata: come scappare con il bottino. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud il 3 settembre 2021. LA BOCCIATURA è solenne e senza appello. Ed è il motivo per cui Luca Zaia e Attilio Fontana dopo aver letto la relazione redatta dal comitato dei saggi nominati dal ministero hanno chiesto subito di poterne parlare con la ministra agli Affari regionali Mariastella Gelmini. Non era il testo che il presidente del Veneto e della Lombardia si aspettavano. Al contrario era un’analisi lucida e particolareggiata, dal punto di vista giuridico ed economico, delle ragioni per cui parlare di regionalismo differenziato nell’anno di grazia 2021 non ha più molto senso. La Commissione tecnica, presieduta dal professor Beniamino Caravita, formata da 5 costituzionalisti di chiara fama, ha sollevato molti dubbi. A partire dall’interpretazione nel merito dell’articolo 116 della Carta costituzionale e a seguire dell’articolo 117, quello che indica le materie che lo Stato può devolvere “in particolari condizioni” alle Regioni. Stessi rilievi del gruppo di lavoro sulla parte finanziaria, oggetto nel giugno scorso di una serie di audizioni formali alle quali hanno preso parte tra l’altro membri del Consiglio direttivo dell’Ufficio parlamentare di Bilancio. Stiamo parlando di esperti in materia di federalismo fiscale come l’economista Alberto Zanardi e Chiara Gobetti, chiamata qualche giorno fa da Mario Draghi a far parte della cabina di regia che gestirà il Pnrr. Si è partiti da una prima bozza di documento raccogliendo i pareri di esperti di settore. E alla fine si sono tirate le somme. Ma il documento finito sui tavoli regionali non è quello che i due governatori leghisti avrebbero voluto.

ISTRUZIONE PUNTO CRITICO. Il punto più critico è il trasferimento delle funzioni relative all’Istruzione. Il cuore dell’autonomia differenziata, la materia che insieme alla sanità fa più gola agli autonomisti 4.0 e senza la quale qualsiasi forma di regionalismo spinto si svuota. Le valutazioni raccolte su questo punto non riguardano il carattere politico della richiesta. I saggi e gli esperti erano esentati da esprimere valutazione sul carattere identitario cose simile, aspetto centrale almeno quanto le risorse. Era importante però indicare in che modo quantificare l’entità dei trasferimenti e sciogliere le questioni finanziarie collegate al disegno di finanziamento del decentramento che la Commissione. Ed è proprio su questo punto che nel corso delle audizioni gli esperti hanno smontato pezzo a pezzo le pretese dei governatori del Nord. Nella bozza d’intesa scritta nel febbraio del 2019 i nodi nevralgici erano tutti ancora aggrovigliati. Solo disposizioni generali, identiche per tutte le regioni richiedenti. Nella successiva bozza, datata novembre 2020, si faceva un generico riferimento ad una compartecipazione al gettito erariale e alla possibilità di misure transitorie in attesa del solito ormai leggendario aggiornamento dei Lep. Per avere una dimensione finanziaria di tutto quello che si porta dietro la scuola ad esempio il solo trasferimento del personale scolastico in Lombardia, basti dire che la sola Regione Lombardia riceverebbe dallo Stato 4,6 miliardi, 2,3 il Veneto e oltre 2 miliardi l’Emilia Romagna: 26,5 miliardi se tutte le regioni a statuto ordinario dovessero fare la stessa richiesta. Tutte le fonti di finanziamento dovrebbero essere ricollocate a favore delle regioni. Senza entrare nel merito delle funzioni richieste, cambiando il soggetto che fornisce questo servizio pubblico, si modificherebbe l’aspetto organizzativo-regolamentare e tutto questo avrebbe un costo aggiuntivo. Uno spostamento di risorse che avrebbe comportato una profonda revisione dell’assetto normativo. Il finanziamento delle funzioni aggiuntive, separato dalla struttura generale di finanziamento delle regioni a statuto ordinario, non sarebbe stato oltretutto coerente con l’articolo 116 “che fa espresso riferimento all’articolo 119 e dovrebbe realizzarsi con modalità «il più possibile coerenti e integrate con il meccanismo di finanziamento di tutte le altre regioni». Questi punti critici nella relazione dei saggi – relazione che la Gelmini avrebbe voluto restasse “segreta” – vengono puntualmente elencati. Così come le questioni più giuridiche sollevate dalla professoressa Anna Poggi, docente di Diritto pubblico all’Università di Torino e dal professor Giulio Maria Salerno, titolare nella stessa materia all’Ateneo di Macerata.

SENZA LA SCUOLA IL REGIONALISMO SI SVUOTA. Tutto il dibattito sul regionalismo differenziato per quanto riguarda gli aspetti delle risorse finanziaria gira intorno alla scuola. Da qui la delusione di Fontana e Zaia, Anche se in questi anni si è registrato da parte loro un atteggiamento ondivago. Da una parte la rivendicazione, il vessillo da esporre, dall’altra il rischio che comporta la gestione concreta dell’Istruzione. Un complicato periodo di transizione, l’eventuale scelta proposta ai docenti e non docenti di optare per ruoli statali o regionali. Un nuovo sistema di offerta formativa, la ridefinizione delle retribuzioni con eventuali differenziazioni di trattamento.

LA SCUOLA COME LA SANITÀ? NO GRAZIE. Per la geografia della finanza pubblica spostare una piccola funzione organizzativa non è come spostare la fornitura complessiva dell’Istruzione. I costi si moltiplicano. Tanta prudenza da parte dei saggi, con relativa inversione di tendenza, si spiega con gli effetti collaterali della Pandemia. Se si andasse avanti in questa direzione, con la regionalizzazione della scuola bisognerebbe costruire un sistema simile alla sanità sviluppando in modo simmetrico a tutte le regioni e non solo in quelle che ne hanno hanno richiesta. Per la sanità c’è un ammontare di risorse destinate a quella specifica funzione, quota che viene rivista di anno. Per la scuola dovrebbe esserci un meccanismo analogo, un fondo scolastico che alimenterebbe le regioni. Le risorse – fanno osservare gli esperti, tenuti alla massima discrezione – dovrebbero essere attribuite in modo perequativo in tutti i territori a prescindere dal soggetto pubblico che li eroga. E questo contrasta con le richieste vagamente declinate da Veneto e Lombardia. L’ex ministra agli Affari regionali Erika Stefani, la pasionaria leghista dell’autonomia, aveva stilato una bozza d’accordo in cui si fissava un’aliquota sui grandi tributi nazionali fotografando la situazione in base alla spesa storica. Una scommessa al buio fuori da ogni dinamica economica, contro ogni principio perequativo e contro ogni regola di riparto.

IL PARLAMENTO ESAUTORATO. L’altro punto sul quale la Commissione tecnica ha eccepito è l’iter di una eventuale legge-quadro modificata e corretta. I governatori, specie quelli del Nord, chiedono che le bozze di intesa una volta concordate non passino più attraverso una discussione parlamentare che le possa emendare. Governo centrale e governo regionale fissano un testo e quel testo rimane. Più che una richiesta, una pretesa. Vincenzo Presutto, senatore campano del M5S, è vice presidente della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale. Spiega: «Non mi sorprende che la relazione della Commissione tecnica abbia evidenziato serie criticità in merito al trasferimento dell’Istruzione alle Regioni.  Il tema del Regionalismo differenziato – rileva Presutto – ha sollevato da sempre diverse perplessità, basta tenere presente gli accadimenti legati alla pandemia da Covid-19 durante la quale la Sanità gestita dalle Regioni, alcune delle quali si sono in più di un caso poste in conflitto con le indicazioni dello Stato centrale, al punto tale che diverse voci si sono sollevate per mettere in discussione addirittura la stessa riforma del Titolo V della Costituzione con la quale fu avviato il trasferimento di alcune materie concorrenti, quelle cosiddette “simmetriche”, alle Regioni. Tale percorso, avviato nel 2001, ancora oggi è rimasto incompleto». L’Italia è a un bivio: o si applichiamo le logiche del Regionalismo e delle Autonomie nel rispetto della Costituzione, salvaguardando i principi di coesione e solidarietà, o, secondo Presutto, «dovrà essere rivista l’impostazione dell’intero Titolo V». «Il Pnrr ha in sé il presupposto per l’applicazione del Federalismo e delle Autonomie Regionali – osserva il senatore – consente allo Stato di adottare una politica nazionale strategica sui grandi temi, superando quel concetto di “spezzatino” regionale voluto con un Regionalismo differenziato che finora ha solo alimentato la competizione tra le Regioni. Con il PNRR, potendo operare sui grandi obiettivi e le relative missioni, si creano le condizioni per rilanciare l’Italia rendendola un Paese più moderno e competitivo, in grado di adeguarsi alle regole mondiali che stanno cambiando radicalmente e che, nel nostro caso, necessitano di un Paese sempre più unito, coeso e solidale colmando il divario economico, sociale e culturale tra Nord e Sud, come peraltro ci è stato esplicitamente richiesto dall’Unione Europea». «Per questo – conclude il senatore Presutto – appaiono più chiari i motivi per i quali la Commissione tecnica, voluta dal ministero abbia escluso che il diritto allo studio possa essere sottratto al controllo dello Stato, e che sia attribuito invece alle singole Regioni richiedenti, visto l’alto rischio di creare sul tema dell’Istruzione, che è un valore portante della nostra democrazia, disparità tra i cittadini a livello territoriale».

QUANDO I NUMERI PARLANO. VACCINO, SCUOLA, ECONOMIA, INFRASTRUTTURE E AUTONOMIA DIFFERENZIATA. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 2 settembre 2021. C’è da pedalare, ma la bicicletta è già stata comprata. Anche l’incubo di una notte di mezza estate, che riveliamo in esclusiva, di un’autonomia differenziata che sarebbe costata dieci miliardi in più solo per consentire ai governatori di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto di assumere e pagare loro i docenti e di fare la loro scuola, è caduto sotto i colpi della Costituzione ritrovata e della verità dei fatti e dei numeri. Stiamo uscendo tutti insieme dal mondo dell’irrealtà e questo vale anche per i partiti del rumore che alla fine non dicono mai no. Anche le Regioni sono state messe in riga. Hanno scadenze da rispettare e cose da fare. Chi sa di avere il Paese dietro manda il suo messaggio ai partiti. Fate pure le vostre sceneggiate, ma sappiate che state parlando al vento. Io vi porto cifre e fatti, voi portate aria e polemiche inutili. Certo, dobbiamo vedere che cosa succede nei prossimi due trimestri perché quella sarà la prova vera, ma fino a oggi in economia abbiamo fatto il nostro. Anche le Regioni sono state messe in riga, dicono sì prima e devono fare il loro nei trasporti locali. Hanno scadenze da rispettare e cose da fare. Ancora. Il 91% di vaccinati del personale docente e la grande corsa a vaccinarsi dei ragazzi sono il segno concreto di un Paese che vuole rimettersi in cammino. I 59 mila insegnanti messi in ruolo contro i 19 mila dell’anno precedente sono il frutto dell’azione paziente del ministro Bianchi e di un metodo di lavoro che guarda lontano e si prepara per tempo. Lo stesso metodo che ha consentito di recuperare in estate un milione e seicentomila ore di scuola per la linguistica e la matematica, ma ancora prima per tornare a fare scuola insieme e a parlare insieme. Si è arrivati all’inizio dell’anno scolastico con una grande voglia di tutti di ritornare tra i banchi perché il governo non è andato in vacanza “a passeggiare”. Obbligo dei vaccini? Sì. Terza dose? Sì. Afghanistan e Europa inconcludente? Sì, perché c’è stato qualcuno che è stato concludente? La verità è che l’Europa è assente perché non è organizzata, ma ci stiamo lavorando e tutte le relazioni diplomatiche stanno cambiando. Noi governo Draghi, questo è il senso, stiamo facendo e sappiamo di avere il Paese dietro. Voi alle spalle non avete niente, i centri decisionali lavorano con noi. Potete fare solo un po’ di confusione sui social, ma tutti hanno capito che il governo fa le cose e vogliono confrontarsi e trovare un accordo perché è troppo importante. Stiamo uscendo tutti insieme dal mondo dell’irrealtà e questo vale anche per i partiti del rumore che alla fine non dicono mai no. L’incubo di una notte di mezza estate che riveliamo in esclusiva di un’autonomia differenziata che sarebbe costata dieci miliardi in più solo per consentire ai governatori di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto di assumere e pagare loro i docenti e di fare la loro scuola, è caduto sotto i colpi della Costituzione ritrovata e della verità dei fatti e dei numeri. Sempre quelli. È grave che si pensino architetture simili, ma oggi a differenza del passato c’è un muro di buon senso che le rende irrealizzabili. Perché il Paese è uno e può ripartire solo insieme non con gli egoismi miopi che hanno segnato i venti anni della crescita zero. L’abilità di Draghi è evidente. Lui loda il Parlamento e lavora con il governo. Arriva in conferenza stampa mai da solo e circondato da sempre più ministri. Si vede la squadra e si percepisce la guida. Il messaggio di prima battuta è: noi stiamo lavorando, basta che aprite gli occhi e ve ne accorgerete. Il messaggio di seconda battuta è ai partiti: guardate che la gente se ne è accorta.  Come dire: fate, ma sappiate che ci saranno delle conseguenze. C’è da pedalare, ma la bicicletta e già stata comprata. Hanno capito tutti, insomma, meno che il solito supertalk italiano che continua a parlare di partiti, maggioranze, Quirinale, e delle loro consunte varianti che sono il problema della Lega, il problema del Pd, i Cinque stelle arrabbiati. Francamente sono quasi tutti un po’ patetici perché giorno dopo giorno succederà a loro sempre di più quello che già succede ai partiti. Guadagneranno in modo più fastidioso dei partiti l’irrilevanza. Perché la gente ha capito e la Nuova Ricostruzione è cominciata.  

Posti letto negli ospedali e rifiuti, è sprofondo Sud. I dati relativi ai trasporti (strade, ferrovie, aeroporti e porti) segnalano nel Mezzogiorno una dotazione inferiore alla media italiana. Fabrizio Galimberti su Il Quotidiano del Sud il 2 settembre 2021. La minorità infrastrutturale del Mezzogiorno è un leitmotiv della passione civile che anima questo quotidiano. Un recente studio della Banca d’Italia («I divari infrastrutturali in Italia: una misurazione caso per caso», di Mauro Bucci, Elena Gennari, Giorgio Ivaldi, Giovanna Messina e Luca Moller, nella collana «Questioni di Economia e Finanza») è venuto a confermare, con dovizia di analisi innovative, questa minorità, e più volte è stato presentato su questo giornale (vedi il “Quotidiano del Sud” dell’8, 11, 13, 18 agosto, con le analisi sulle dimensioni dei trasporti, della rete idrica, della rete elettrica, delle reti di telecomunicazioni…). In quest’ultimo articolo guardiamo, traendo ancora una volta da quello studio meritorio, alla ‘foresta’ delle infrastrutture, e non più ai singoli ‘alberi’. La tabella mostra, per una selva di indicatori e per ogni regione della penisola, oltre alle grandi ripartizioni territoriali (Nord, Centro, Sud e Isole), i valori di ogni indicatore rispetto al valore medio dell’Italia intera. Per meglio interpretare la tabella, è bene ricordare che non sempre un valore più basso per il Mezzogiorno indica una minorità. Tipico è il caso dell’indicatore relativo alle reti elettriche: per la rete a bassa tensione un valore più alto indica che sono più numerose le interruzioni nella fornitura di corrente, mentre il contrario vale per la rete a media tensione (che interessa le imprese): in quel caso un valore più basso indica che è minore il numero di utenze conforme agli standard di qualità fissati dall’ARERA (Agenzia di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente). Prima di commentare la tabella è utile ricordare le premesse di questa analisi dei divari infrastrutturali nelle Regioni italiane. Questi sono stati esaminati a partire dai singoli SLL: Sistemi locali del lavoro, una partizione territoriale – in Italia sono più di 600 – basata sul pendolarismo, che a sua volta segnala aree economicamente omogenee al loro interno. E L’esame si è valso dei criteri analitici della ‘Nuova geografia economica’ (NGE): una branca dell’economia, in pratica fondata dal Premio Nobel Paul Krugman, che “si caratterizza per il ricorso a sofisticati modelli analitici basati sulle distanze per spiegare la distribuzione delle attività economiche sul territorio e i processi agglomerativi all’origine dei divari di sviluppo locali”, e quindi considera quale elemento determinante nei processi di espansione economica la centralità di un’area rispetto alle destinazioni economicamente più rilevanti (mercato potenziale). Per fare un esempio non strettamente economico, fra gli indicatori di qualità delle cure ospedaliere (vedi la terzultima colonna della tabella), l’indice di accessibilità (dopo aver normalizzato i posti letto per la popolazione) consente di cogliere in che tempi il singolo individuo di un dato SLL può raggiungere le strutture di cure ospedaliere. E veniamo alla tabella. I dati relativi ai trasporti – strade, ferrovie, aeroporti e porti – segnalano nel Mezzogiorno una dotazione inferiore alla media italiana (e ricordiamo che ogni indicatore ha più di una dimensione – per esempio, come già detto nell’articolo dell’11 agosto, non si considerano solo i chilometri di strade, ma anche i tempi di percorrenza). Il solo indicatore per il quale il Mezzogiorno ha un dato superiore alla media italiana è quello relativo ai passeggeri che transitano per i porti, il che è facilmente spiegabile a causa dei collegamenti con le isole. Seguono le telecomunicazioni, e sono questi i soli indicatori per i quali il Mezzogiorno fa bella figura. Ma anche qui l’apparenza inganna. È vero, l’offerta – cioè la disponibilità della rete – è generosa con il Sud, ma la fruizione dei servizi digitali è molto più elevata al Nord. Come recita la Relazione annuale 2020 dell’Agenzia per le Comunicazioni, “in definitiva, tali evidenze mostrano ancora una volta la necessità di affiancare alle politiche di offerta (grazie alle quali si sono raggiunte importanti coperture della banda larga e ultra-larga nella gran parte delle zone del Paese) interventi dal lato della domanda, ossia che stimolino la diffusione dei servizi presso la popolazione italiana”. Per quanto riguarda le altre grandi reti, di quella elettrica si è appena parlato, mentre per quella idrica non c’è che da reiterare le disfunzioni, a sfavore del Mezzogiorno, già descritte su queste colonne il 18 agosto. La dotazione ospedaliera ha tutto il diritto di essere considerata fra le infrastrutture di base. Come recita il contributo di Banca d’Italia, “La letteratura economica ha ampiamente dimostrato che la tutela della salute contribuisce allo sviluppo economico attraverso il suo effetto positivo sull’accumulazione di capitale umano e sulla produttività del lavoro; la crisi innescata dalla pandemia ha ulteriormente messo in luce quanto siano profonde le interconnessioni fra sanità pubblica ed economia. Nel contesto istituzionale italiano la salute è un bene pubblico universale, essendo le prestazioni sanitarie costituzionalmente garantite a tutti i cittadini”. Ebbene, gli indicatori di posti-letto sono tutti più bassi al Sud, specie per la pneumologia e le malattie infettive, per non particolare dell’indicatore di qualità (di cui sui è dato un esempio più sopra), dove il livello per il Mezzogiorno è poco più della metà di quelli del Centro-Nord. Un residente nel Sud o nelle Isole ha possibilità di accedere a posti letto in strutture ospedaliere inferiori del 40 per cento rispetto a un residente in una regione centrosettentrionale. Infine, un altro aspetto della salute attiene alla gestione dei rifiuti, dove ancora una volta gli indicatori descrivono un livello tragicamente basso per il Meridione: “Anche l’erogazione dei servizi ambientali soffre di una carenza di infrastrutture particolarmente accentuata nel Sud del paese, che presenta condizioni sfavorevoli di accesso agli impianti di trattamento dei rifiuti in modo particolare per quanto riguarda la gestione della componente differenziata organica. La minore disponibilità di impianti incide sui costi pagati dall’utenza e ostacola una riorganizzazione del servizio basata sull’adozione di tariffe puntuali (che inducono le famiglie a produrre meno rifiuti e a differenziare di più, ma richiedono una dotazione di impianti adeguata)”. Lo studio di banca d’Italia ha alzato il velo su un campo di indagine che promette altri approfondimenti. Gli stessi autori prevedono ulteriori linee di sviluppo che si allarghino ad altre infrastrutture sociali (asili nido, residenze per anziani, scuole…), che arricchiscano gli indici di accessibilità con altre informazioni qualitative, e che arrivino – qui si potrebbe ricorrere alla metodologia usata nei rapporti Svimez sull’argomento – a individuare metodi per collassare i diversi indicatori in una misura sintetica di tutte le infrastrutture considerate.

Il teschio della discordia. L'ultima polemica su Lombroso minacce alla studiosa che lo difende. Massimo Novelli, la Repubblica, 28/03/2014. Il brigante Villella torna a far parlare di sé. Nel mirino adesso finisce l'antropologa che smonta il mito che ne aveva fatto un eroe. E, per motivi di ordine pubblico, il paese dove è nato cancella la presentazione del saggio. Questo libro non si deve presentare: almeno non ora, e forse mai. Succede a Motta Santa Lucia, paese calabrese di ottocento anime in provincia di Catanzaro, arroccato sulle montagne che sovrastano la valle del Savuto. Il volume in questione, appena pubblicato dalla casa editrice Salerno, in una collana diretta dallo storico Alessandro Barbero, è Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso. Loha scritto l'antropologa Maria Teresa Milicia. Avrebbe dovuto essere presentato domani proprio a Motta Santa Lucia. L'avvenimento, però, è stato annullato all'ultimo momento. Le ragioni? Si temevano contestazioni da parte di esponenti di quei movimenti neoborbonici e antiunitari che da tempo, mediante un sostanziale stravolgimento e una manipolazione della storia d'Italia e del Risorgimento, impazzano sul web, attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro. A fare infuriare ancora di più i neo-legittimisti del Mezzogiorno ci sono, poi, le origini calabresi di Maria Teresa Milicia, stimata docente di antropologia culturale all'Università di Padova. Quale è la sua "colpa"? Quella di avere smontato un mito, del tutto fasullo e strumentale, caro ai neo-borbonici. Nel suo saggio ripercorre con rigore scientifico, e attraverso una ricerca meticolosa, le vicende che hanno portato alcune associazioni nostalgiche del Regno delle Due Sicilie a trasformare Giuseppe Villella, un verosimile ladruncolo di polli e di caciotte, vissuto nell'Ottocento, in una sorta di eroe nazionale, alfiere della lotta del Sud contro il colonialismo del Nord. Da qui le violente contestazioni contro il Museo Cesare Lombroso di Torino; lì, tra gli altri reperti appartenenti al criminologo nato a Verona e morto a Torino (1835-1909), è conservato il cranio di Villella. Proprio esaminando i suoi resti, sul finire dell'Ottocento, il fondatore dell'antropologia criminale partì per elaborare la sua teoria, rivelatasi sbagliata, sul presunto atavismo del delinquente. É nato poi persino un Comitato "No Lombroso", con cui è stata chiesta, anche per vie giudiziarie (la causa sarà discussa in appello a dicembre), la restituzione al comune di Motta Santa Lucia del cranio di Villella, pretesa vittima del razzismo sabaudo e di Lombroso. Nel frattempo è stato incoronato dai borbonici del 2000 a leggendario patriota del Sud. In realtà, come dimostra Maria Teresa Milicia, costui non fu né un brigante e tantomeno un patriota, bensì soltanto un poveraccio. Autore di piccoli furti, morì di malattia nel carcere di Pavia. La studiosa, inoltre, smentisce nel suo lavoro le accuse di razzismo e di antimeridionalismo mosse a Lombroso, riscoprendo certi suoi scritti sulla Calabria in cui denunciava alcuni guasti dell'unificazione nazionale, «troppo più formale che sostanziale», e il peso della criminalità locale. Sicuramente chi contesta il libro non può averlo già letto, dato che non è ancora stato distribuito in tutte le librerie italiane. Saperlo in uscita, in ogni caso, è bastato per far saltare l'appuntamento di Motta Santa Lucia, annunciato da giorni dai manifesti affissi nelle vie del paese. È stato il sindaco, l'avvocato Amedeo Colacino, lo stesso che aveva invitato la Milicia, a parlarle mercoledì sera di una informativa dei carabinieri della zona, che, preoccupati per le proteste ventilate, avevano consigliato di cancellare la presentazione. Ora Colacino precisa: «Diciamo che si è preferito rinviare l'incontro per motivi di opportunità, anche per quanto è stato pubblicato su alcuni siti». Su quello del comitato "No Lombroso" si sprecano insulti, e contumelie assortite, alla Milicia. Aggiunge il sindaco: «Magari presenteremo il libro della dottoressa Milicia in contraddittorio con quello, più neo-meridionalista, che ha scritto Francesco Antonio Cefalì». Quest'ultimo, comunque, risulta essere soprattutto il coordinatore della sezione Michelina De Cesare, che era davvero una brigantessa, del cosiddetto Partito del Sud di Lamezia Terme. Commenta l'autrice di Lombroso e il brigante: «Senoncifosse stato di mezzo Lombroso, il cranio del povero Villella sarebbe stato sepolto in una fossa comune. E nessuno ne avrebbe mai parlato. Invece, intorno alla sua figura, è stata costruita una leggenda identitaria e storica del Mezzogiorno, che purtroppo si è diffusa molto». Basti dire che la segreteria telefonica del centralino del comune di Motta Santa Lucia recita che «è la città del pane, dei portali e del brigante Villella». Nella prefazione al saggio, Maria Teresa Milicia ricorda: «Ho scritto questo libro anche perché sono convinta che il Museo Lombroso non è un museo razzista», e che «i modi, il linguaggio della protesta e il palese tentativo di mistificare la verità storica istigano all'odio gli italiani e danneggiano i calabresi ». Non tutti, in Calabria, la pensano come gli animatori dei gruppi borboneggianti. Il 9 aprile, infatti, il libro verrà discusso all'Università di Cosenza da storici e antropologi come Brunello Mantelli, Silvano Montaldo e Marta Petrusewicz, Vito Teti e Mary Gibson, studiosa del "maledetto" Lombroso. E il 16 sarà il Museo Lombroso di Torino a presentarlo.

Una nuova puntata di “quando si difende l’indifendibile”: Lombroso, il razzista antimeridionale. Da neoborbonici.it.

UN LIBRO DA NON COMPRARE E UNA QUERELA PER "LA REPUBBLICA" (TESTO ALLEGATO). INTERVENTO PUBBLICATO.  Da qualche giorno è uscito un nuovo libro per dimostrare che Lombroso non era antimeridionale, che Giuseppe Villella non era un “patriota” e che non ha senso richiedere la restituzione dei suoi resti. Ovviamente vi consigliamo di non comprare questo libro (“Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso”) e ci aspettiamo a breve una nuova pubblicazione della stessa casa editrice che possa cercare di dimostrare che anche i nazisti, in fondo in fondo, non ce l’avevano così tanto con gli ebrei… Intanto, però, assistiamo al consueto rituale con uno schema abusato e ripetitivo quando ci sono di mezzo  

A. Barbero e la cultura “ufficiale”: si pubblica un libro contro revisionisti&neoborbonici accusandoli pure di “fini immondi” o (in questo caso, come da dichiarazioni dell’autrice in questione), “di mistificare la storia e danneggiare i calabresi”, ci si  lamenta di “attacchi e insulti” o addirittura di ipotetiche e anonime “minacce” sul web (Repubblica 28/3/14) cercando polemiche che dovrebbero servire (ricordate la famosa “mamma, Ciccio mi tocca”?) a pubblicizzare e vendere gli stessi libri dai titoli sempre “ambivalenti” che, analizzati nei dettagli, rivelano l’inconsistenza delle loro tesi. In questo caso già nella scheda introduttiva della casa editrice le parole sono più che chiare: si tratta della calabrese  M. T. Milicia, una antropologa definita “nativa” con terminologia discutibile, utilizzata in maniera quasi (per restare in tema) freudiana in genere riferita ai popoli colonizzati o conquistati… Nelle (consuete) paginate di quotidiani con commenti carichi di entusiasmo il (consueto) repertorio: tutti noi (neoborbonici in testa che avviarono con il sindaco di Motta Santa Lucia, Amedo Colacino, la richiesta di restituzione di quei resti) “piegheremmo la storia a fini politici”: eppure non risulta un solo neoborbonico mai candidato neanche in una municipalità da quando nel 1993 è nato il Movimento; eppure del Comitato No Lombroso che quella battaglia l’ha portata avanti con grande determinazione fanno parte centinaia di studiosi e interi consigli comunali forti anche di una sentenza addirittura di un Tribunale italiano (e non delle Due Sicilie)… Involontariamente comiche (se non si trattasse di fatti tragici) le dichiarazioni della ricercatrice “nativa” (Repubblica 25/3/14) secondo le quali nessuno ricorderebbe Villella se Lombroso non l’avesse studiato: un po’ come attribuire meriti magari ai nazisti per aver costruito i campi di concentramento “altrimenti nessuno conoscerebbe lo sterminio degli ebrei”… E così Lombroso “non si era accanito contro i meridionali”, “non avallava teorie antimeridionali e neanche il museo”… Eppure lo scienziato veneto-piemontese passò diversi mesi in Calabria per studiare le razze locali al seguito dell’esercito schierato contro il “brigantaggio”. Eppure fu lui ad elaborare la ridicola teoria del dualismo razziale con “l’Italia dolicocefala mediterranea e quella brachicefala del settentrione” (la prima portata naturalmente a delinquere). Eppure fu proprio lui a scrivere “È  agli  elementi  africani  ed  orientali  (meno  i  Greci),  che  l'Italia  deve, fondamentalmente,  la  maggior  frequenza  di  omicidii  in  Calabria,  Sicilia  e  Sardegna, mentre  la  minima  è  dove  predominarono  stirpi  nordiche  (Lombardia)”. Eppure per Lombroso il calabrese presentava il carattere della tribù e costituiva un attentato continuo alla sicurezza degli altri. Eppure sempre lui, perito di parte del soldato (calabrese) Salvatore Misdea che aveva ucciso diversi commilitoni nel 1884, ancora sosteneva l’importanza della “barbarie del paese d’origine e della famiglia”. Eppure è storicamente innegabile che fu Lombroso il primo ad associare le idee di meridionali/briganti/criminali e che mai prima di allora qualcuno aveva diffuso quel tipo di associazione (tuttora attuale e diffusa). Eppure fu un suo seguace, il siciliano Niceforo, a teorizzare l’esistenza della razza maledetta… In questo senso, allora, la studiosa “nativa” autrice di quest’ultimo libro, tra gli estimatori (anche meridionali) del Lombroso, è in buona compagnia e non ci sorprende più di tanto la scelta di pubblicare questo libro con quel curatore e con quelle dichiarazioni rese a mezzo stampa… Eppure quelle “suggestioni lombrosiane” arrivano direttamente fino alle teorie antisemite del nazismo… Eppure la testa di quel povero calabrese se oggi “è diventato il totem del razzismo antimeridionale”, per un secolo e mezzo e fino ad oggi (con tanto di sala ad esso dedicata nel museo torinese) diventò il simbolo, il totem dell’inferiorità dei meridionali in un contesto politico che subito dopo l’unificazione e durante la guerra del “brigantaggio” (e per certi aspetti fino ad oggi) trovava nell’inferiorità dei meridionali le motivazioni per le feroci repressioni e per la mancata risoluzione delle questioni aperte dopo il 1860 e tuttora irrisolte (v. i tanti e recenti libri che vorrebbero dimostrare che “è tutta colpa del Sud”). Del resto furono i Colajanni, i Salvemini o i Gramsci stessi a denunciare quest’uso che di quelle teorie veniva fatto (v. nota). “Brigante” o meno che fosse, i resti del povero Villella, allora, e ancora di più se si trattava di un semplice ladro (ma resta il mistero sulle motivazioni per le quali, se fosse stato un semplice ladro, fu deportato a 1151 km dal suo paese…), simbolo troppo carico di significati, ormai, dovrebbero essere restituiti al Comune che li richiede per assicurargli semplicemente una degna sepoltura e chiudere una pagina orribile della nostra storia.

Il fenomeno del revisionismo del revisionismo, in realtà, per quanto irritante, è ben poca cosa in termini sia di contenuti che di diffusione (o vendita di copie) ed è circoscritto al solito giro di intellettuali: in questo caso si tratta del terzo libro pubblicato da A. Barbero (il “negazionista di Fenestrelle”, docente di storia medioevale ma di recente molto attivo sulla storia risorgimentale) in una sua collana per la Salerno Edizioni: un primo libro di due ricercatori locali che avrebbero dovuto chiarire (senza riuscirci) la questione-Fenestrelle, quello di R. De Lorenzo che avrebbe dovuto smantellare (senza riuscirci) i “miti neoborbonici della Borbonia felix” e ora questo dell’antropologa “nativa” per salvare (senza riuscirci) il soldato Lombroso…

Un caso? Tutt'altro e, consapevoli o meno e, soprattutto, meridionali o meno, i "collaboratori" dell'operazione diventano artefici di un attacco significativo a tutto il nuovo e sempre più vasto fronte neo-meridionalista che, in un processo inarrestabile e nonostante i mezzi e le inquietudini evidenti dei suoi “avversari”, sta ricostruendo la memoria storica e restituendo al Sud una dignità per troppo tempo calpestata.

Gennaro De Crescenzo 

NOTA Dicono di Lombroso… 

Napoleone Colajanni (1898) si indignò contro "le stolte teorie dei superuomini e delle super-razze, che segnalano la razza maledetta non alla progressiva trasformazione, ma alla distruzione…  nessuno ha fatto tanto uso e abuso di questa forza misteriosa e l'ha fatta intervenire nella spiegazione dei fenomeni sociali con tanta leggerezza quanto la famosa scuola di Antropologia criminale… La teoria della ‘razza maledetta’ fu un romanzo antropologico che pure influenzò l'opinione pubblica del Nord”. 

“È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale” (Antonio Gramsci, 1926). 

“Nel Lombroso si riscontra la sostanziale equiparazione tra brigantaggio meridionale ed una primordiale ferocia animale” (D. Palano, Il potere della moltitudine) 

“Sergi, Rossi e Niceforo, riprendendo e sviluppando le argomentazioni di Cesare Lombroso e della scuola di antropologia criminale fondata da quest'ultimo, ripropongono l'alternativa dei meridionali criminali, barboni, oziosi di questa razza inferiore” (V. Teti, La razza maledetta); 

Per Ettore Ciccotti quel pregiudizio antimeridionale era una sorta di “antisemitismo italiano” (1898). 

Bibliografia minima (a cura di Alessandro Romano) 

Pierluigi Baima Bollone, 1992, Cesare Lombroso, ovvero il principio dell’irresponsabilità, S.E.I., Torino

Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885

Congresso ed esposizione d’Antropologia criminale, dalla Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885

Catalogo Lombroso strumenti di tortura, 1874, a cura di G.B. Piani

Rivista di discipline carcerarie del 1897, sezione Varietà, p. 559

Circolare n. 272 del 25 gennaio 1932, diretta ai Direttori degli Stabilimenti di Prevenzione e di Pena del Regno

Roberto Vozzi, Tipografia delle Mantellate, 1943

Roberto Vozzi, Autorità di polizia, autorità giudiziarie, militari, coloniali, musei storici nazionali o regionali, archivi d Stato, 1943

Catalogo di G. Colombo (2000), La scienza infelice, con prefazione di Ferruccio Giacanelli, Bollati Boringhieri

Lombroso, 1894, Bulferetti, 1975

Bulferetti L. 1975. Cesare Lombroso. Unione Tipografico-Editrice Torinese. UTET, Torino.

Ciani I., Campioni G. (1986) La scienza infelice di Cesare Lombroso. In: I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria (Giorgio Antonucci Ed.) Coordinamento Editoriale di Alessio

Colajanni N., Per la razza maledetta, Roma, 1898

Colajanni C., Settentrionali e Meridionali, Roma, 1908

Coppola Cooperativa Apache srl - Roma  

Colombo, Giorgio - La scienza infelice : il Museo di antropologia criminale di Cesare Lombroso / Giorgio Colombo ; introduzione di Ferruccio Giacanelli - Torino – 2000

Gramsci A., La questione meridionale, Roma, 1926

Lombroso C. L'uomo delinquente. Torino: Bocca; 1878.

Lombroso C. L'uomo di genio. Torino: Bocca; 1894.

Lombroso C. 1873. Studi clinici ed antropometrici sulla microcefalia ed il cretinismo con applicazione alla medicina legale e all'antropologia. Tipi Fava e Gragnani. Bologna.

Lombroso C. 1872. Sulla statura degli italiani in rapporto all'antropologia ed all'igiene.

Lombroso C. 1880. La pellagra in Italia in rapporto alla pretesa insufficienza alimentare. Torino.

Lombroso C., Ferrero G. 1893. La donna delinquente. La prostituta e la donna normale. Torino. L. Roux.

Mazzarello P. 1998. Il genio e l'alienista: la visita di Lombroso a Tolstoj. Ed. Bibliopolis. Napoli.

Miraglia B.G., 1847, Cenno di una nuova classificazione e di una nuova statistica delle alienazioni mentali, Aversa.

Palano D., Il potere della moltitudine, milano, 2002

Rondini A. 2001. Cose da pazzi. Cesare Lombroso e la letteratura. Ist. Edit. E Poligr. Internazionali. Pisa.

Vito Teti, “La razza maledetta. Alle origini del pregiudizio antimeridionale”,  Manifestolibri, Roma, 1993 

Alla c. a. del direttore di La Repubblica 

Ai sensi della normativa vigente si richiede di pubblicare la seguente nota in merito a quanto pubblicato su La Repubblica del 28/3/14 p. 31 in un articolo a firma di Massimo Novelli riservandoci la possibilità di agire anche in sede legale per tutelare l’immagine del Movimento Neoborbonico essendo stati fatti nell’articolo indicato espliciti riferimenti ai “movimenti neoborbonici” riconducibili all’unico “movimento neoborbonico” rappresentato dagli scriventi, esistente fin dal 1993, con uso del nome dimostrato da ampia rassegna stampa (oltre 6000 pagine) e con marchio regolarmente registrato (UIBM n. 1486299).

Novelli riferisce ai “movimenti neoborbonici” “minacce” e “proteste” che sarebbero state prospettate in occasione della presentazione di un libro di un’antropologa che “smonterebbe un mito caro ai neoborbonici”: quello del brigante calabrese Villella il cui cranio servì a Cesare Lombroso per dimostrare la sua folle teoria del “delinquente nato” e che da alcuni anni i neoborbonici, il sindaco di Motta di Santa Lucia e il Comitato No Lombroso (che conta l’adesione di migliaia di persone e di un centinaio di amministrazioni comunali italiane, Torino compresa, forte anche di una sentenza di un Tribunale italiano) hanno richiesto per seppellirlo cristianamente nel suo Comune di origine. Nello stesso articolo si afferma che i neoborbonici sarebbero artefici di “un sostanziale stravolgimento e una manipolazione della storia d'Italia e del Risorgimento” e  artefici di un “palese tentativo di mistificare la verità storica, istigando all'odio gli italiani e danneggiando i calabresi”. Le affermazioni risultano false e calunniose nei confronti di un movimento culturale che conta diverse migliaia di adesioni ed ha realizzato, fin dal 1993, ricerche e pubblicazioni che hanno cambiato e condizionato la storiografia anche ufficiale in particolare sulla storia del Regno delle Due Sicilie, dell’unificazione italiana e delle conseguenze che ebbe per il meridione d’Italia. False, calunniose e non riferibili in alcun modo a iscritti o responsabili del Movimento Neoborbonico le affermazioni nelle quali si dichiara che i neoborbonici “impazzano sul web, attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro”. Alla luce di quanto pubblicato dal sindaco di Motta Santa Lucia, avv. Amedeo Colacino sul suo profilo facebook in data 28/3/14 risulta falsa anche l’affermazione nella quale si sostiene che la presentazione sarebbe stata annullata “per motivi di ordine pubblico” (evidentemente riferibili alle minacce di cui sopra). Entrando sinteticamente  nel merito della questione storico-culturale, il libro di M. T. Milicia tenta (inutilmente) di dimostrare che le tesi di Lombroso non erano antimeridionali mentre esistono un’ampia documentazione e un’ampia bibliografia (tra gli altri Gramsci, Colajanni, Ciccotti, Salvemini) che dimostrano l’esatto contrario evidenziandone anche l’uso che la politica fece di quelle teorie.  Fu Lombroso ad elaborare la teoria del dualismo razziale con “l’Italia dolicocefala mediterranea e quella brachicefala del settentrione”; a scrivere che era “agli  elementi  africani  ed  orientali  che  l'Italia  deve, fondamentalmente,  la  maggior  frequenza  di  omicidii  in  Calabria,  Sicilia  e  Sardegna, mentre  la  minima  è  dove  predominarono  stirpi  nordiche  (Lombardia)”; è storicamente innegabile che fu Lombroso il primo ad associare le idee di meridionali/briganti/criminali e che mai prima di allora qualcuno aveva diffuso quel tipo di associazione (tuttora attuale e diffusa); fu un suo seguace, il siciliano Niceforo, a teorizzare l’esistenza della “razza maledetta” e in tanti riconducono a lui le stesse teorie del razzismo nazista. Eppure la testa di quel povero calabrese se oggi “è diventato il totem del razzismo antimeridionale”, per un secolo e mezzo e fino ad oggi (con tanto di sala ad esso dedicata nel museo torinese) diventò il simbolo, il totem dell’inferiorità dei meridionali in un contesto politico che subito dopo l’unificazione e durante la guerra del “brigantaggio” (e per certi aspetti fino ad oggi) trovava nell’inferiorità dei meridionali le motivazioni per le feroci repressioni e per la mancata risoluzione delle questioni aperte dopo il 1860 e tuttora irrisolte. “Brigante” o meno che fosse, i resti del povero Villella, allora, e ancora di più se si trattava di un semplice ladro (ma resta il mistero sulle motivazioni per le quali, se fosse stato un semplice ladro, fu deportato a 1151 km dal suo paese…), simbolo troppo carico di significati, ormai, dovrebbero essere restituiti al Comune che li richiede per assicurargli semplicemente una degna sepoltura e chiudere una pagina orribile della nostra storia. 

Napoli, 28/3/14 Prof.

Gennaro De Crescenzo Presidente Movimento Neoborbonico

Avv. Antonio Boccia Ufficio Legale Movimento Neoborbonico 

INTERVENTO PUBBLICATO SU REPUBBLICA DEL 3/4/14 

Nel suo articolo del 28/3/14 M. Novelli pubblica alcune notizie non vere e calunniose nei confronti dei “movimenti neoborbonici” in riferimento alle presunte “manipolazioni della storia” da essi operate ed alle presunte minacce che avrebbero impedito ad una antropologa di presentare un suo libro in cui si dimostrerebbe che lo scienziato razzista Cesare Lombroso non sarebbe stato anti-meridionale. Il Movimento Neoborbonico da me rappresentato fin dal 1993 ha realizzato ricerche in gran parte archivistiche e pubblicazioni sempre più diffuse e che in questi anni hanno cambiato e condizionato anche la storiografia ufficiale e nessuno dei suoi iscritti/militanti ha mai minacciato alcuno. Tanto più se si considera che parliamo di un libro dedicato a teorie totalmente smentite dalla scienza e che tanti danni, però, procurarono (e procurano) associando, come mai era avvenuto in precedenza, l’idea della “razza meridionale/calabrese” a quella della delinquenza e dell’inferiorità così come confermato da intellettuali come Salvemini, Colajanni o Gramsci e da una politica che utilizzò quelle teorie giustificando i massacri indiscriminati dei cosiddetti “briganti” e la mancata risoluzione di questioni meridionali mai conosciute prima del 1860 e tuttora irrisolte. “Brigante” o meno che fosse (misteriosamente deportato a 1500 km da casa sua), i resti del povero Villella, il simbolo delle folli teorie lombrosiane, dovrebbero essere semplicemente restituiti al Comune che li richiede per assicurargli una degna sepoltura e chiudere una pagina orribile della nostra storia.

Prof. Gennaro De Crescenzo Presidente Movimento Neoborbonico, Napoli

Dagli intellettuali del Sud. Un saggio sull’antimeridionalismo: nasce in Nord Europa nel ’700. Mirella Serri il 23 Ottobre 2012 modificato il 19 Novembre 2019 su lastampa.it. I meridionali sono allegri e di buon cuore ma anche «oziosi, molli e sfibrati dalla corruzione». Sono simpatici e affettuosi, è un altro giudizio sempre sulla gente del Sud, ma pure «cinici, superstiziosi, pronti a rispondere con la protesta di piazza a chi intende disciplinarli». A separare il barone di Montesquieu e Giorgio Bocca, sono loro queste opinioni sul Mezzogiorno, vi sono circa 250 anni. Eppure nemmeno i secoli contano e fanno la differenza quando si tratta di sputar sentenze sul meridione. Già, proprio così. Credevamo di esser lontani anni luce dall’antimeridionalismo (il suo viaggio nell’Inferno del Sud, Bocca lo dedica alla memoria di Falcone e di Borsellino), pensavamo di essere comprensivi e attenti alle diversità? Macché, utilizziamo gli stessi stereotipi di tantissimi lustri fa: è questa la provocazione lanciata dallo storico Antonino De Francesco in un lungo excursus in cui esamina tutte le dolenti note su La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale (Feltrinelli ed., 253 pag, 20 euro). La nascita dei pregiudizi sul Sud si verifica, per il professore, nel secolo dei Lumi, quando numerosi viaggiatori europei esplorarono i nostri siti più incontaminati e selvaggi. E diedero vita a una serie di luoghi comuni sul carattere dei meridionali che si radicarono dopo l’Unità d’Italia e che hanno continuato a crescere e a progredire fino ai nostri giorni. E non basta. A farsi portavoce e imbonitori di questa antropologia negativa sono stati spesso artisti, scrittori, registi, giornalisti, ovvero quell’intellighentia anche del Sud che l’antimeridionalismo l’avrebbe dovuto combattere accanitamente. Uno dei primi a intuire questa responsabilità degli intellettuali fu il siciliano Luigi Capuana. Faceva notare a Verga che loro stessi, i maestri veristi, avevano contribuito alla raffigurazione del siculo sanguinario con coltello e lupara facile. E che sulle loro tracce stava prendendo piede il racconto di un Mezzogiorno di fuoco con lande desolate, sparatorie, sgozzamenti, rapine, potenti privi di scrupoli e plebi ignare di ordine e legalità. Ad avvalorare questa narrazione che investiva la parte inferiore dello Stivale dettero il loro apporto anche molti altri autori, da Matilde Serao, che si accaniva sui concittadini partenopei schiavi dell’attrazione fatale per il gioco del lotto, a Salvatore di Giacomo, che dava gran rilievo all’operato della camorra in Assunta Spina. Non fu esente dall’antimeridionalismo nemmeno il grande Eduardo De Filippo che in Napoli milionaria mise in luce il sottomondo della città, fatto di mercato nero, sotterfugio, irregolarità. Anche il cinema neorealista versò il suo obolo antisudista con film come Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, testimonial dei cruenti e insondabili rapporti familiari e sociali dei meridionali. Pietro Germi, ne In nome della legge, e Francesco Rosi, ne Le mani sulla città, vollero denunciare i mali del Sud ma paradossalmente finirono per evidenziare i meriti degli uomini d’onore come agenzia interinale o società onorata nel distribuire ai più indigenti lavori e mezzi di sussistenza, illegali ovviamente.

A rendere la Sicilia luogo peculiare del trasformismo politico che contaminerà tutto lo Stivale ci penserà infine il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. In generale prevale il ritratto di un Sud antimoderno e clientelare, palla al piede del Nord. Milano, per contrasto, si fregerà dell’etichetta di «capitale morale», condivisa tanto dal meridionalista Salvemini quanto da Camilla Cederna, non proprio simpatizzante del Sud. Quest’ultima, per attaccare il presidente della Repubblica Giovanni Leone, reo di aver fatto lo scaramantico gesto delle corna in pubblico, faceva riferimento alla sua napoletanità, sinonimo di «maleducazione, smania di spaghetti, volgarità». «L’antimeridionalismo con cui ancora oggi la società italiana si confronta non è così diverso da quello del passato», commenta De Francesco. Non c’è dubbio. Benvenuti al Sud, che di questi antichi ma persistenti pregiudizi ha lanciato la parodia, si è posizionato al quinto posto nella classifica dei maggiori incassi in Italia di tutti i tempi.

Autore: Antonino De Francesco Titolo: La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale Edizioni: Feltrinelli Pagine: 253 Prezzo: 20 euro

AGIOGRAFIA E RETORICA RISORGIMENTALE, MENTRE NEL MEZZOGIORNO NASCE LA “SECESSIONE” LETTERARIA.  Michele Eugenio Di Carlo su ilgiornaledimonte.it il 17 settembre 2021.  Edmondo De Amicis con il romanzo Cuore[1], pubblicato nel 1886 e anticipato da una battente campagna promozionale dell’editore milanese Treves, mette in luce un presente positivo e in evoluzione, farcito di buoni sentimenti quali la patria, la famiglia, i doveri, lo spirito di sacrificio. Un’opera che ottiene un successo straordinario, che non solo comporta la pubblicazione in pochi mesi di circa quaranta edizioni, ma viene divulgata attraverso i nuovi e moderni programmi che riguardano la scuola e la pubblica istruzione[2] e che i governi liberali apprezzano anche sotto l’aspetto pedagogico ed educativo. Quella che abilmente De Amicis diffonde nel sentire comune è una percezione alterata di un Risorgimento edulcorato e romantico, risultato di un ampio movimento popolare e non di una minoranza elitaria intellettualmente altolocata. Mentre nel campo della poesia saranno i componimenti lirici del marchigiano Luigi Mercantini[3] ad essere apprezzati e diffusi negli ambienti liberali e governativi della seconda parte dell’Ottocento. Infatti, con La spigolatrice di Sapri [4] e L’ Inno di Garibaldi [5], Mercantini diventerà uno dei più apprezzati poeti proprio grazie alla sua ispirazione di natura patriottica e nazionalista, pur essendo tuttora ritenuto un poeta di secondo piano nell’ambito della letteratura italiana dell’Ottocento. I suoi versi, peraltro, assumeranno una alta valenza educativa e pedagogica, in quanto saranno presenti in tutte le edizioni delle antologie scolastiche fino ai nostri giorni. Non minor successo ebbe l’opera memorialistica dell’epopea garibaldina scritta da Giuseppe Cesare Abba[6]: Da Quarto al Volturno: noterelle d’uno dei Mille [7], pubblicato in edizione definitiva nel 1891, quando al trasformismo politico in atto serviva propagandare un’impresa dei Mille epica e leggendaria, priva di quegli elementi distintivi che avevano caratterizzato la feroce contrapposizione tra i «padri della Patria», perché – scrive Roberto Bigazzi, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Siena, – occorreva costruire il mito fondativo della nazione, annullando le differenze e le asperità tra i protagonisti. In questo senso l’autore ligure ha influenzato sicuramente l’educazione delle nuove generazioni, e «avendo addolcito gli eventi, eliminato i contrasti, ristabilito le distanze sociali e filtrato i sentimenti giovanili, Abba ha raggiunto facilmente la qualifica di best seller tra i memorialisti dell’Unità d’Italia»[8]. Una letteratura minore, quindi, propagandata a servizio della classe dominante liberale e sabauda, mentre come spiega Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università per stranieri di Perugia, ci sono quindi circostanze storiche sostanziali motivanti le delusioni di cui ci parla Capecchi, che non solo comportano gli aspetti più significativi della «secessione» letteraria, ma anche l’atteggiamento più contenuto che percorre la letteratura prodotta al Nord, che si manifesta chiaramente «attraverso un ritiro silenzioso e triste alla vita privata da parte di intellettuali che avevano lottato per l’unificazione nazionale o attraverso il culto o attraverso il culto degli anni eroici del Risorgimento (dal 1821 al 1860). Nel Mezzogiorno intanto, che subisce il peso di politiche fiscali, finanziarie e doganali che, colpendo e affondando l’economia, generando drammatiche condizioni sociali, la «secessione»[9] letteraria sarà poderosa ed irreversibile. 

[1] E. DE AMICIS, Cuore, Milano, Treves, 1886. L’autore, attraverso i racconti di Enrico, un bambino di 10 anni che frequenta la 3ª elementare in una scuola di Torino, descrive l’Italia e il mondo della scuola dei primi anni successivi all’Unità d’Italia. Un’Italia divisa da profonde differenze sociali, linguistiche e culturali, dove la scuola rappresenta lo strumento essenziale per raggiungere una reale unione di intenti e di interessi. Il libro è pubblicato nel 1886, proprio quando lo Stato sta per introdurre politiche fiscali che negheranno i buoni intenti illustrati dagli episodi dell’autore ligure, approfondendo quel solco e quel divario che avrà ripercussioni drammatiche per le popolazioni del Sud. Da questo punto di vista, Cuore risulta un’opera retorica e agiografica.

[2] G. CAPECCHI, Unità d’Italia e letteratura: la “secessione” degli scrittori siciliani, «Altritaliani.net», articolo del 14 giugno 2014.

[3] Luigi Mercantini (Ripatransone, 1821 – Palermo, 1872), poeta ed esule marchigiano, direttore del settimanale La donna, divenne definitivamente noto scrivendo i versi de La spigolatrice di Sapri, dedicati alla spedizione fallita di Carlo Pisacane. Con l’annessione delle Marche al Regno d’Italia torna in patria, assumendo la direzione del Corriere delle Marche appena fondato. Nel 1861 pubblica l’Inno di Garibaldi, che l’eroe stesso gli aveva commissionato. Eletto deputato nella prima legislatura del Parlamento italiano preferisce rinunciare per dedicarsi all’insegnamento. Si trasferisce a Palermo nel 1865 per insegnare Letteratura italiana all’Università. Muore nel 1872.

[4] La spigolatrice di Sapri che inizia con i versi, diventati famosi, «Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti», pubblicata nel 1858, resta sicuramente uno dei maggiori esempi di poesia patriottica risorgimentale. I suoi versi sono stati riportati in canzoni quali Ciao amore ciao di Luigi Tenco e Frammenti di Franco Battiato; hanno inoltre ispirato il regista Gian Paolo Callegari nel film Eran trecento del 1952. I versi narrano la storia della spedizione di Carlo Pisacane attraverso una spigolatrice di Sapri che, presente allo sbarco, segue gli avvenimenti della sfortunata avventura.

[5] L’ Inno di Garibaldi fu richiesto dallo stesso eroe in un incontro tenutosi a Genova nel 1858. Contiene i famosi versi: «Si scopron le tombe, si levano i morti, i Martiri nostri son tutti risorti» ed è stato l’inno patriottico passato indenne attraverso la storia italiana dall’Unità alla resistenza partigiana.

[6] Giuseppe Cesare Abba (Cairo Montenotte, 1838 – Brescia, 1910), scrittore e patriota, ha partecipato alla spedizione dei Mille e ha combattuto a Bezzecca meritandosi una medaglia. Attraverso diverse rielaborazioni ha pubblicato in via definitiva, nel 1891, Da Quarto al Volturno: noterelle d’uno dei Mille, secondo il Carducci un piccolo capolavoro, che ebbe una larga diffusione e un notevole successo. Fu sindaco di Cairo Montenotte dal 1867, docente di Italiano al Liceo ginnasio di Faenza, docente e preside presso l’Istituto tecnico “Tartaglia” di Brescia. Fu nominato senatore nel 1910, anno della sua scomparsa.

[7] G. C. ABBA, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, Bologna, Zanichelli, 1891. È considerato il miglior testo di memorialistica garibaldina. Prima di essere definitivamente pubblicato dalla Zanichelli nel 1891 è stato più volte rielaborato e ampliato. In questo testo l’avventura dei Mille appare immersa in un alone leggendario dalle tinte celebrative e idealizzate.

[8] R. BIGAZZI, Risorgimento e letteratura, in Leggere le camicie rosse di B. Peroni (a cura di), Milano, Edizioni Unicopli, 2011, p. 14.

[9] G. CAPECCHI, Unità d’Italia e letteratura: la “secessione” degli scrittori siciliani, «Altritaliani.net», 14 giugno 2014. Michele Eugenio Di Carlo 17 Settembre 2021

L'ALLEANZA TRA INTELLETTUALI, LATIFONDISTI E ARISTOCRAZIA SABAUDA – IL RUOLO DI DE SANCTIS. Michele Eugenio Di Carlo su ilgiornaledimonte.it il 10 settembre 2021. Sin dai primi anni successivi all’unità i grandi proprietari terrieri del Sud e i grandi intellettuali, anche meridionali, si erano messi al servizio dell’aristocrazia civile e militare che costituiva il nucleo portante della decrepita monarchia sabauda. Un’alleanza tra ceto intellettuale, proprietari terrieri e aristocrazia sabauda che realizza quel “blocco agrario” funzionale al capitalismo e al sistema bancario del Nord che estrae dal Sud risorse e capitali messi a disposizione di una nascente industria nordica finanziata con interventi pubblici e favorita da protezioni doganali, mentre i grandi proprietari latifondistici meridionali possono tranquillamente continuare a godere di privilegi feudali, abusando pesantemente della massa povera di contadini e braccianti meridionali, mai supportati nei processi organizzativi di tutela della propria dignità da un adeguato ceto di medi e piccoli intellettuali e, pertanto, portati alla rivolta violenta e non organizzata e votati all’emigrazione di massa negli ultimi decenni dell’Ottocento, a causa di un sistema fiscale e doganale che non permettendo la messa a frutto dei risparmi mette in crisi persino i piccoli e medi ceti agrari borghesi. Per Francesco De Sanctis la costruzione dell’identità nazionale doveva necessariamente passare attraverso l’istituzione scolastica con metodi e strumenti educativi, tanto che la sua "Storia della letteratura italiana" fu scritta e modellata, secondo il giudizio degli esperti, ad uso dei licei, non certamente per diventare un’opera di riferimento degli studiosi. Tanto che anche Marco Grimaldi, ricercatore di Filologia della letteratura italiana alla “Sapienza”, Università di Roma, autore del saggio "Francesco De Sanctis e la scuola del Risorgimento" , avverte in proposito che «solo in questo modo si spiegano le contraddizioni e si sintetizzano le diverse anime del De Sanctis: il ministro della pubblica istruzione che spende le sue energie per la scuola popolare e l’autore della “Storia”. Una “Storia”, si noti, che ebbe poi nelle scuole scarso successo… » . Nella “Storia” è d’obbligo non sottovalutare mai le pulsioni patriottiche e le inclinazioni educativo-politiche dell’autore, rivolte verso la nuova classe dirigente del giovane stato unitario che si stava consolidando con l’ulteriore occupazione militare di Roma del 1870. Un anno in cui viene pubblicato il primo volume della “Storia”. Peraltro, come afferma fondatamente Grimaldi, non è affatto trascurabile la circostanza che con il R. D. del 10 ottobre 1867 n. 1942, e i relativi programmi Coppino, l’insegnamento della storia letteraria diventava disciplina autonoma, impegnando la nascente editoria scolastica a corrispondere alle indicazioni ministeriali. Per un intellettuale del calibro di De Sanctis non era agevole sottrarsi alle ragioni economiche che la questione comportava. Pertanto, ai moventi ideali che esigevano la stesura di una storia letteraria solo a monografie ultimate venne sostituendosi l’esigenza utilitaristica di scrivere un testo per i licei, sacrificando la scienza all’utile. È lo stesso De Sanctis ad illustrare nei "Ricordi" come era insegnata la storia della letteratura prima della sua opera, quando, tra il 1831 e il 1832, il giovane studente frequentava a Napoli le lezioni della scuola del matematico e fisico viestano Lorenzo Fazzini: "La scuola dell’abate Lorenzo Fazzini era quello che oggi direbbesi un liceo. Vi si insegnava filosofia, fisica e matematica. Il corso durava tre anni, e si poteva fare in due. Quell’era l’età dell’oro del libero insegnamento. Un uomo di qualche dottrina cominciava la sua carriera aprendo una scuola. I seminari erano scuole di latino e di filosofia. Le scuole del governo erano affidate a frati. La forma dell’insegnamento era ancora scolastica […] Le scienze vi erano trascurate, e anche la lingua nazionale… ". Mentre l’istruzione inferiore era gestita dal mondo clericale, l’istruzione superiore veniva quasi sempre svolta in scuole private gestite da laici, in quanto le risorse economiche non permettevano scuole pubbliche in tutti i comuni. Del Settecento borbonico, Grimaldi accoglie la tesi che il Regno di Napoli «era stato all’avanguardia nelle politiche scolastiche» e che l’espulsione dei Gesuiti aveva non poco determinato e favorito un sistema scolastico laico. Nel 1833 De Sanctis passa a frequentare la scuola di Basilio Puoti, dove affronta lo studio della letteratura del Trecento e del Cinquecento in quegli spazi angusti riservati alla letteratura italiana, mentre ancora prevaleva il latino. Diventato docente al Collegio Militare della Nunziatella, De Sanctis insegna la storia dei maggiori trecentisti ottenendo un buon successo. Ci sono quindi circostanze storiche sostanziali motivanti le delusioni di cui ci parla Capecchi, che non solo comportano gli aspetti più significativi della «secessione» letteraria, ma anche l’atteggiamento più contenuto che percorre la letteratura prodotta al Nord, che si manifesta chiaramente «attraverso un ritiro silenzioso e triste alla vita privata da parte di intellettuali che avevano lottato per l’unificazione nazionale o attraverso il culto o attraverso il culto degli anni eroici del Risorgimento (dal 1821 al 1860). Michele Eugenio Di Carlo 10 Settembre 2021

Fake Sud, la verità sui pregiudizi verso il Mezzogiorno. Nel suo ultimo libro, Fake Sud, Marco Esposito ci prende per mano e ci porta nel backstage di una inchiesta giornalistica. Il saggio assume ritmi e toni da romanzo giallo con tanto di killer e per vittima le speranze del Paese. E proprio come un giallo appena preso in mano non si riesce a posarlo fino a che non si legge l’ultima pagina. Pietro De Sarlo il 19 Ottobre 2020 su basilicata24.it. Nel suo ultimo libro, Fake Sud, Marco Esposito ci prende per mano e ci porta nel backstage di una inchiesta giornalistica. Il saggio assume ritmi e toni da romanzo giallo con tanto di killer e per vittima le speranze del Paese. E proprio come un giallo appena preso in mano non si riesce a posarlo fino a che non si legge l’ultima pagina.

Modus operandi. Il modus operandi del killer è spietato. Si insinua nelle menti delle persone e le annichilisce portandole a dire stupidaggini prive di senso e sganciate dalla realtà. Non parliamo di persone qualunque ma del gotha del pensatoio nostrano. Ad aiutare l’autore nelle indagini ci sono i numeri, che impietosamente smontano uno dopo l’altro ogni pregiudizio e che con la loro disarmante forza e attitudine alla verità inchiodano ogni menzogna e sono in aggiunta disponibili in copiosa quantità: archivio ISTAT e i CPT (Conti Pubblici Territoriali). Archivi che, insieme ad EUROSTAT, ho saccheggiato anche io infinite volte. Le evidenze sono talmente forti che ci si chiede se il nostro killer, il pregiudizio, non abbia trovato terreno già fertile in persone già predisposte alla disonestà intellettuale e privi di anticorpi.

Un lungo elenco di maître a penser. Cominciamo da Luca Ricolfi, della cui disonestà intellettuale insieme a quella della Fondazione Hume avevo già sospettato. Di lui ricorderete il ponderoso saggio Il sacco del Nord. Sacco ad opera del Sud parassita, ovviamente. La cronaca di una telefonata tra l’autore del libro e il prode Ricolfi è esilarante. Basta una domanda, una sola, dell’autore, basata su fatti e numeri incontestabili per smontare prologo, tesi, postulati e tutti gli ammennicoli del saggio dell’illustre sedicente neo illuminista. La tesi del Nord saccheggiato dal Sud frana in un amen e Ricolfi balbetta tra un “non ricordo cosa ho scritto” e un penoso distinguo tra “finali” e “conclusive”. Poco ci manca che Ricolfi dica che il libro sia stato scritto a sua insaputa. Non tocca sorte migliore a Tito Boeri, che ci ha spesso deliziato con fantasiose analisi economiche e previdenziali. Boeri propone le gabbie salariali al Sud. E che fa il nostro autore? Gli sfila una carta dal traballante castello spiegando all’iconico Tito del “sinistro” pensiero come si leggono i dati ISTAT. L’arrampicata sugli specchi del gagliardo Boeri ricorda le scenette di Willy il Coyote, che inseguendo Beep Beep sbatte su una parete rocciosa e senza appigli per scivolare a terra con le stellette che gli roteano intorno alla testa. E che dire di Salvatore Rossi, uomo con un curriculum stratosferico, che per qualche suo singolare tormento interiore non ritiene di prendere in considerazione né dati certificati né l’impatto di infrastrutture essenziali, come le ferrovie, per elaborare le sue “innovative” tesi sul Sud assistito? L’elenco è ancora lungo. Leggete, stupite e chiedetevi come sia possibile per un Paese sollevarsi quando questa è la qualità della classe intellettuale e dirigente.

E i politici? Le cose non vanno meglio. C’è però una differenza tra i politici settentrionali e quelli meridionali. I primi fanno squadra per aumentare le risorse al Nord. Nelle commissioni e in parlamento quando si decide sull’autonomia differenziata si passano la palla. Giorgetti, Lega (Nord), la passa a Buffagni, MoVimento 5S, questi a Zanoni, PD, e via così. Occupano le posizioni in cui si decide dell’autonomia all’ANCE e in parlamento. I politici meridionali non sanno, non capiscono e non si interessano della trama a danno del Sud che si va tessendo con l’autonomia differenziata e sono assenti ovunque si parli del tema. Zaia imperversa, i governatori del Sud balbettano infastiditi. Marco Esposito scrive un libro verità e mai smentito, Zero al Sud, che scopre gli altarini e i misfatti criminali che si consumano dietro all’autonomia differenziata. Non sono un giornalista né un parlamentare e quindi, a parte quelli di cittadino, non ho altri obblighi sociali eppure la mistificazione sulla autonomia differenziata è talmente evidente, brutale e volgare che mi sento in obbligo, utilizzando anche i dati dei CPT, di urlare al mondo la mia indignazione su tante misere falsità in tre interventi ( uno , due e tre ). Intanto le discussioni in stanze segrete, grazie a Marco Esposito, diventano pubbliche. Lo scippo ai danni del Sud è talmente evidente che Giorgetti in commissione chiede di secretare i numeri e si arriva al punto di violare la costituzione e introdurre coefficienti riduttivi della perequazione completamente inventati. Coefficienti correttivi non calcolati ma gettati lì ad mentula canis con l’unica finalità di spostare risorse dal Sud a Nord. I politici del Sud, di tutti i partititi, hanno altro di più importante da fare: non si capisce cosa.

La democraticità del Covid – 19. Questo orribile virus, che sta bruciando le nostre esistenze, ha però un pregio. Colpisce in egual misura gli imbecilli, Trump, Johnson, Zingaretti, le persone per bene e gli umarell. Non fa sconti a nessuno e si diffonde subito prevalentemente e in modo violento al Nord. Questo perché contagia chi incontra e per primi incontra chi ha più scambi con il resto del pianeta, non certo per una fatwa lanciata da noi terroncelli invidiosi verso il Nord. Inoltre sembra volersi accanire in modo particolare con chi lo sottovaluta: #Milanononsiferma, #Bergamoisrunning e Zingaretti, che lo sfida a suon di mojito.

La sanità lombarda collassa e a Bergamo i camion dell’esercito portano via i cadaveri. Il Paese è sconvolto e al Sud ci si chiede: se la migliore sanità che abbiamo in Italia, a Milano, non tiene botta cosa succederebbe se il virus colpisse con uguale forza il Sud? I genitori e i nonni pregano figli e nipoti di rimanere a Milano e non tornare a casa. Il ragionamento è semplice: “Se ti ammali hai più probabilità di essere curato a Milano che non a casa tua al Sud. In più se ci contagi moriamo anche noi e poi chi tira la cinghia per mantenerti agli studi alla Bocconi o alla Cattolica?” Logico, no? Si chiude quindi quel che si può. Questo è il ragionamento che fanno tutte le persone per bene: al Nord come al Sud e lo fanno nell’interesse generale. A proposito, se volete sapere perché la sanità al Sud non funzioni leggete il libro. Un atteggiamento responsabile e normale dovrebbe spingere a chiedersi cosa non abbia funzionato nel modello della sanità lombarda e emendarlo. Invece al Nord gli opinion leader prendono cappello. Il killer, il pregiudizio, ha azzerato le sinapsi dei giornalisti del Corrierone e del ceto intellettuale e politico milanese. Questa palpabile angoscia che si è vissuta al Sud viene tradotta in un florilegio di scempiaggini, puntualmente ricordato da Marco Esposito, su cui fanno a gara a chi spara la minchiata più grossa Galli Della Loggia, Polito, Bassetti, Imariso, Sala e persino il normalmente pacato De Bortoli, sollevando una polemica inesistente e completamente inventata sul Sud che gode delle disgrazie del Nord.

Il razzismo fa parte del panorama. Il killer maledetto, il pregiudizio, è stato nutrito amorevolmente negli ultimi 160 anni. Nel 1870, numeri alla mano e carta canta, la Campania era la regione più ricca d’Italia. Dal 1860 ad oggi le fake nei confronti del Sud hanno prodotto uno strisciante razzismo a cui ci si è abituati. Fa ormai parte del panorama, né più né meno come un edificio crollato le cui macerie nessuno rimuove e che nessuno ricostruisce. La conseguenza è che sulle principali testate televisive, a volte anche sulla TV pubblica, si agitano dei personaggi di infimo livello che si permettono di arrivare a dire: io non credo ai complessi di inferiorità. Credo che in molti casi i meridionali siano inferiori. Si tratta di Feltri intervistato da un gongolante Giordano. Reazioni? Misere. “De stercore Feltrii” nessuno ne parla e indossa non dico una maglietta rossa ma almeno rosa venata di bianco. Nella trappola del killer cadono, con sfumature diverse, anche Mentana, Merlino e Letta, che neanche si rendono conto del perché le loro uscite siano sbagliate e offensive. In sintesi: “Io razzista? È lui che è nero!” Nel mentre, come ci ricorda il libro, l’insulto più diffuso su twitter è terrone, seguito a ruota da zingaro, e a distanza da negro e muso giallo. Ma, inopinatamente, tra i razzismi da battere individuati dalla commissione parlamentare Jo Cox, e presieduta da Laura Boldrin, quello nei confronti dei meridionali non merita neanche due righe.

Conclusioni. Alessandro Barbero, che firma la prefazione del libro, che conclusioni ne trae? Con una disarmante parsimonia intellettuale si limita a promettere un libro che smonti i primati delle Due Sicilie. È questa la principale e meschina preoccupazione del neo sabaudo Barbero? Ma Barbero lo conosciamo già ! E che dire di Augias, stigmatizzato anche da me , che propone di mettere tutto nel dimenticatoio?

Le mie conclusioni invece sono diverse. Dovrei gioire e essere grato per le verità che smontano tanti pregiudizi. Invece sono angosciato. Perché la montagna da scalare dei pregiudizi è talmente grande che è difficile ipotizzare un percorso di salvezza del Paese. Se il ceto dirigente e intellettuale è così ottuso come si può sperare in una sana progettualità di rinascita? Anche perché alle fake news sul Sud se ne aggiungono altre sull’Europa  e altre ancora sempre sul Sud e su tutto quello che è fuori dal pensiero unico del liberismo imperante. E anche perché l’atteggiamento del ceto intellettuale italiano sull’Unione Europea è troppo simile all’atteggiamento del ceto intellettuale duosiciliano che portò alla Unità d’Italia e alla conseguente questione meridionale. Loro uccisero il Sud, questi stanno uccidendo l’Italia intera. Se non si sgombra il campo dal pregiudizio le ricette saranno sempre le stesse: quelle che non hanno mai funzionato ma che si continuano a proporre. Come la fiscalità di vantaggio o le gabbie salariali, come gli incentivi o l’autonomia differenziata.

Eppure il potenziale di sviluppo del Sud è enorme. Forse è arrivato il momento che Marco Esposito e altri si uniscano per una proposta di sviluppo organica e di visione del Sud e quindi del Paese. Questo perché anche se avremo smascherato tutte le fake sul Sud, sull’Europa e sui benefici effetti del liberismo, e anche se avremo ristabilito tutte le verità sul Risorgimento e sui primati delle Due Sicilie non avremo risolto comunque nulla se questo liberarsi dai pregiudizi e dalle fake non avrà generato un piano di visione e al contempo operativo per una diversa prospettiva del futuro del Paese. Piano magari da proporre in un prossimo libro. Pietro De Sarlo

La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale. Libro di Antonino De Francesco. Per il movimento risorgimentale il Mezzogiorno rappresentò sino al 1848 una terra dal forte potenziale rivoluzionario. Successivamente, la tragedia di Pisacane a Sapri e le modalità stesse del crollo delle Due Sicilie trasformarono quel mito in un incubo: le regioni meridionali parvero, agli occhi della nuova Italia, una terra indistintamente arretrata. Nacque così un'Africa in casa, la pesante palla al piede che frenava il resto del paese nel proprio slancio modernizzatore. Nelle accuse si rifletteva una delusione tutta politica, perché il Sud, anziché un vulcano di patriottismo, si era rivelato una polveriera reazionaria. Si recuperarono le immagini del meridionale opportunista e superstizioso, nullafacente e violento, nonché l'idea di una bassa Italia popolata di lazzaroni e briganti (poi divenuti camorristi e mafiosi), comunque arretrata, nei confronti della quale una pur nobile minoranza nulla aveva mai potuto. Lo stereotipo si diffuse rapidamente, anche tramite opere letterarie, giornalistiche, teatrali e cinematografiche, e servì a legittimare vuoi la proposta di una paternalistica presa in carico di una società incapace di governarsi da sé, vuoi la pretesa di liberarsi del fardello di un mondo reputato improduttivo e parassitario. Il libro ripercorre la storia largamente inesplorata della natura politica di un pregiudizio che ha condizionato centocinquant'anni di vita unitaria e che ancora surriscalda il dibattito in Italia.

Foibe, Aldo Grasso incenerisce Barbero sul “Corriere”: “Mi è caduto un mito”. Gabriele Alberti sabato 11 Settembre 2021 su Il Secolo d'Italia. “Mi è caduto un mito”. Il “mito” infranto è il professor  Alessandro Barbero. A leggere le prime parole dell’articolo di Aldo  Grasso, Tommaso Montanari ha avuto uno sturbo. Il critico del Corriere della sera  non perdona allo studioso e volto di Rai Storia la posizione  in materia di foibe e  Giorno del Ricordo con la quale si è adagiato sulle posizioni negazioniste dell’incasato rettore di Siena. “Mi è caduto un mito e la cosa mi dispiace enormemente- scrive l’editorialista- . Mi è caduto un mito, quando, intervistato dal Fatto quotidiano , il prof. Barbero ha avallato le teorie di Tomaso Montanari sulla «falsificazione storica» delle foibe” . Grasso aveva già demolito le tesi negazioniste di Montanari in un articolo feroce. Alla firma del Corriere non è affatto piaciuto che il professor Barbero si sia attestato sulla posizione di Montanari su un capitolo di storia italiana così drammatico. Con toni molto pacati ma irrevocabili concede allo storico (“un divo di Rai Storia”) il dono della simpatia e della capacità del divulgatore. Ma sulla storia non si può scherzare: è il pensiero di Grasso. Subito risponde insultando Montanari, con toni da odiatore seriale. L’invasato rettore – che ha promesso che il suo impegno antifascista aumenterà – ‘scrive e offende. ‘Oggi Aldo #Grasso si scatena contro Alessandro #Barbero , naturalmente sempre per le #Foibe (e per l’odio viscerale e invidioso contro i professori universitari). Penso che il giornale della classe digerente italica non sia mai sceso così in basso come con questo figuro”. Così in un tweet lo storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena  inveisce in maniera scomposta.  A sinistra è vietato dissentire e chi lo fa è un “figuro invidioso”. Che non a caso aveva definito Montanari un “agit prop”. Alla  triste vicenda Aldo Grasso dedica solo altre due righe: Barbero “ha scritto un pezzo in cui ha preso le distanze dalla scivolata, con onestà; lo seguirò sempre ma l’amaro in bocca è rimasto”. Il professore sul Fatto aveva avallato la definizione di Montanari sul giorno del Ricordo  come «tentativo neofascista di falsificare la storia». Intervistato su La Stampa è scomparso il neofascismo ed è apparso lo “Stato”. Giochetti che non sono piaciuti ad Aldo Grasso e non solo a lui.

Intervista ad Alessandro Barbero. “Le foibe furono un orrore, ma ricordare quei morti e non altri è una scelta solo politica. Il Giorno del Ricordo? E’ una tappa di una falsificazione storica”. Foibe, verità e menzogne dietro la canea delle destre. Daniela Ranieri su Il Fatto Quotidiano l'1 settembre 2021. Tomaso Montanari, storico dell’Arte e Rettore eletto dell’Università per Stranieri di Siena, ha scritto su questo giornale che la legge del 2004 che istituisce la Giornata del ricordo delle foibe “a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo” di una falsificazione storica di parte neofascista. Ne sono seguite accuse di negazionismo (anche da giornali “liberali”) e richieste di dimissioni da parte di esponenti politici di destra (FdI, Lega, Iv). Interpelliamo sul tema Alessandro Barbero, storico e docente.

Professore, è d’accordo con Montanari?

Sono d’accordo, ma bisogna capirsi. Montanari non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia di italiani sono stati uccisi lì. Nessuno si sogna di dirlo: la fuga e le stragi degli italiani hanno accompagnato l’avanzata dei partigiani jugoslavi sul confine orientale, e questo è un fatto. La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che nella Seconda guerra mondiale non si combattesse uno scontro fra la civiltà e la barbarie, in cui le Nazioni Unite e tutti quelli che stavano con loro (ad esempio i partigiani titini, per quanto poco ci possano piacere!) stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata; ma che siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo.

Perché l’istituzione della Giornata del ricordo rappresenterebbe una parte di questa falsificazione, se i fatti in sé sono veri?

Ma proprio perché quando di fatti del genere se ne sono verificati, purtroppo, continuamente, da entrambe le parti (ma le atrocità più vaste e più sistematiche, anzi programmatiche, le hanno compiute i nazisti, questo non dimentichiamolo), scegliere una specifica atrocità per dichiarare che quella, e non altre, va ricordata e insegnata ai giovani è una scelta politica, e falsifica la realtà in quanto isola una vicenda dal suo contesto. Intendiamoci, se io dico che la Seconda guerra mondiale è costata la vita a quasi mezzo milione di italiani, fra militari e civili, e che la responsabilità di quelle morti è del regime fascista che ha trascinato il Paese in una guerra criminale, qualcuno potrebbe rispondermi che però le foibe rappresentano l’unico caso in cui un esercito straniero ha invaso quello che allora era il territorio nazionale, determinando un esodo biblico di civili e compiendo stragi indiscriminate; e questo è vero. Ma rimane il fatto che se io decido che quei morti debbono essere ricordati in modo speciale, diversamente, ad esempio, dagli alpini mandati a morire in Russia, dai civili delle città bombardate, dalle vittime degli eccidi nazifascisti – che non hanno un giorno specifico dedicato al loro ricordo: il 25 Aprile è un’altra cosa – il messaggio, inevitabilmente, è che di quella guerra ciò che merita di essere ricordato non è che l’Italia fascista era dalla parte del torto, era alleata col regime che ha creato le camere a gas, e aveva invaso e occupato la Jugoslavia e compiuto atrocità sul suo territorio: tutto questo non vale la pena di ricordarlo, invece le atrocità di cui gli italiani sono stati le vittime, quelle sì, e solo quelle, vanno ricordate. E questa è appunto la falsificazione della storia.

Ritiene ci siano fascisti, nostalgici, persone che mal sopportano il 25 Aprile nelle Istituzioni?

Parliamo di sensazioni. Io ho la sensazione che come gran parte d’Italia era stata più o meno convintamente fascista, così in tante famiglie si sia conservato un ricordo non negativo del fascismo, e un pregiudizio istintivo verso quei ribelli rompiscatole e magari perfino comunisti che erano i partigiani. E le famiglie che la pensavano così hanno insegnato queste cose ai loro figli. Per tanto tempo erano idee che rimanevano, appunto, in famiglia, e non trovavano una legittimazione esplicita dall’alto, nella politica o nel giornalismo: oggi invece la trovano, e quindi emergono alla luce del sole.

Appartiene alla normale dialettica politica l’auspicio dell’on. Meloni, lanciato dalle pagine del Giornale, di “fermare” il professor Montanari? Si vuole costituire un precedente in democrazia di intimidazione del mondo accademico?

Non solo non appartiene alla normale dialettica politica, ma è inconcepibile in una Repubblica antifascista. E tuttavia va pur detto che non sono solo le destre ad aver creato un mondo in cui si reclamano le scuse, le dimissioni e i licenziamenti non per qualcosa che si è fatto, ma per qualcosa che si è detto. Il nostro Paese vieta l’apologia di fascismo, sia pure con tante limitazioni e distinguo da rendere il divieto inoperante, e questo divieto ha buonissime ragioni storiche, ma io forse preferirei vivere in un Paese dove chiunque, anche un fascista, può esprimere qualunque opinione senza rischiare per questo di essere cacciato dal posto di lavoro.

La sinistra, proclamando la fine delle ideologie, ha aperto la strada alla minimizzazione, alla riabilitazione e infine alla riaffermazione dell’ideologia fascista?

Il problema è che non sono finite le ideologie, è finita la sinistra. Il sogno che gli operai potessero diventare la parte più avanzata, più consapevole della società, e prendere il potere nelle loro mani, è fallito; il risultato è che nei Paesi occidentali non c’è più nessun partito che si presenti alle elezioni dicendo “noi rappresentiamo gli operai e vogliamo portarli al potere”. Ma la sinistra era quello, nient’altro. Invece la destra, cioè la rappresentanza politica di chi vuole legge e ordine, rispetto dell’autorità e libertà d’azione per i ricchi, e non si sente offeso dalle disuguaglianze sociali ed economiche, è ben viva. E in un mondo dove la destra è molto più vitale della sinistra è inevitabile che la lettura del passato vada di conseguenza, e che si possano diffondere enormità come quella per cui il comunismo sarebbe stato ben peggio del fascismo.

Alessandro Barbero, da «Superquark» a star del web: il Premio Strega, i meme e altri 6 segreti su di lui.  Arianna Ascione su Il Corriere della Sera l'11 agosto 2021. Una raccolta di aneddoti e curiosità poco note sul professore e storico, tra i protagonisti del programma condotto da Piero Angela (in onda mercoledì 11 agosto su Rai1 alle 21.25)

Gli studi. I suoi video su YouTube ottengono migliaia di visualizzazioni, i suoi podcast finiscono spesso nella classifica dei più ascoltati e ogni volta che appare in tv stuoli di fan adoranti non aspettano altro che i suoi racconti: non parliamo dell’ennesimo rapper ma di Alessandro Barbero, lo storico di «Superquark» - programma in onda questa sera su Rai1 alle 21.25 -, che nel giro di qualche anno è diventato una vera e propria star del web (anche se, come vedremo, non è sui social). Nato a Torino il 30 aprile 1959 ha studiato al Liceo classico Cavour e si è poi laureato in Lettere nel 1981 con una tesi in storia medievale presso l’Università degli Studi di Torino. In seguito ha conseguito il dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha vinto il concorso per un posto di ricercatore in storia medievale all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Dal 1998 è prima professore associato e dal 2002 ordinario di storia medievale al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Ma queste non sono le uniche curiosità (poco note) su di lui...

Quando è approdato a «Superquark». Dicevamo di «Superquark»: ha iniziato a collaborare con il programma condotto da Piero Angela nel 2007. Con il divulgatore scientifico ha pubblicato nel 2012 il libro «Dietro le quinte della Storia».

Non ha i social. Il professor Barbero è completamente assente dai social. Esistono pagine Facebook che portano il suo nome (come «Alessandro Barbero guidaci verso il Socialismo» o «Alessandro Barbero noi ti siamo vassalli») e gruppi («Alessandro Barbero: la Storia», «Le invasioni Barberiche: fan di Alessandro Barbero»), ma tutto è gestito da altre persone.

Ha vinto il Premio Strega. Nel 1996, a 37 anni, ha vinto il Premio Strega con il suo primo romanzo «Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo», pubblicato grazie all’interesse di Aldo Busi. Il volume, ambientato all’epoca delle guerre napoleoniche, è stato tradotto in sette lingue.

Vita privata. Pochissimo si sa della vita privata se non che il professor Barbero è sposato.

La tessera del PCI firmata da Berlinguer. Intervistato da Daria Bignardi a L’Assedio lo storico ha raccontato di essere stato iscritto al Partito Comunista Italiano: «Da qualche parte devo avere la tessera firmata da Enrico Berlinguer. Ne sono felice perché in quel partito c’era la gente migliore che facesse politica in quel momento in Italia. Ora quel partito non c’è più, come non ci sono più partiti come li intendevamo noi da giovani».

Il Festival della Mente di Sarzana. Dal 2007 Barbero partecipa al Festival della Mente di Sarzana con cicli di tre lezioni (da qualche anno sempre sold out, come i migliori concerti rock).

I Longobardi fenomeno virale. La puntata di «Superquark» in cui il professor Barbero ha parlato dei Longobardi è diventata virale grazie ai numerosi video-parodia incentrati sulle parole della lingua italiana che (come spiegato) derivano dalla lingua longobarda come «zuffa», «spranga» e «pizza». 

I neoborbonici querelano Barbero. Ma a processo dovrebbero andarci loro. Giuseppe Ripano il 24/10/2020 su ilcaffetorinese.it. “Il Movimento Neoborbonico ha querelato Alessandro Barbero dopo alcuni recenti articoli sul Mattino e alcune recenti prefazioni (ultima quella del nuovo libro del giornalista Marco Esposito)”. Il post facebook di una nota pagina di revisionismo storico che tra i propri curatori non annovera neanche uno storico di formazione e professione è ben più lungo del breve estratto riportato. Ma il senso è chiaro: il celebre storico Alessandro Barbero viene querelato – di nuovo – dall’autoproclamato movimento neoborbonico. Per capire le ragioni di una ostilità vecchia di un decennio, è utile fare un passo indietro. È il 22 ottobre 2012, i festeggiamenti per il centocinquantenario dell’Unita si sono da poco conclusi, e su La Stampa appare un articolo firmato da un volto ben noto della cultura torinese e nazionale, lo storico Alessandro Barbero. Il pezzo trae le mosse da un documento esposto in una delle tante mostre allestite per la ricorrenza: un processo celebrato nel 1862 dal Tribunale militare di Torino contro alcuni soldati, di origine meridionale, che si trovavano in punizione al forte di Fenestrelle. Lì avevano estorto il pizzo ai loro commilitoni che giocavano d’azzardo, esigendolo «per diritto di camorra». Come riportato dallo stesso Barbero, “In una brevissima chiacchierata televisiva sulla storia della camorra, dopo aver accennato a Masaniello - descritto nei documenti dell’epoca in termini che fanno irresistibilmente pensare a un camorrista - avevo raccontato la vicenda dei soldati di Fenestrelle. La trasmissione andò in onda l’11 agosto; nel giro di pochi giorni ricevetti una valanga di e-mail di protesta, o meglio di insulti: ero «l’ennesimo falso profeta della storia», un «giovane erede di Lombroso», un «professore improvvisato», «prezzolato» e al servizio dei potenti; esprimevo «volgari tesi» e «teorie razziste», avevo detto «inaccettabili bugie», facevo «propaganda» e «grossa disinformazione», non ero serio e non mi ero documentato, citavo semmai «documenti fittizi»; il mio intervento aveva provocato «disgusto» e «delusione»; probabilmente ero massone, e la trasmissione in cui avevo parlato non bisognava più guardarla, anzi bisognava restituire l’abbonamento Rai”. Per quanto all’epoca il vocabolario riportato non fosse d’uso corrente, oltre che essere spaventosamente simile ai ben noti rigurgiti di bile dei soliti frustrati urlatori social, era comune all’interno dei cosiddetti ambienti “neoborbonici”. Ci perdoni, il lettore, la colpa di pedanteria che commettiamo fornendo una definizione scolastica di neoborbonismo. La comprensione dei successivi paragrafi potrebbe altrimenti risultare ostica ai meno navigati della materia. Il termine neoborbonismo, apparso per la prima volta nel 1960, definisce una visione nostalgica enfatizzante il regno borbonico delle Due Sicilie, sopita per decenni dopo l'Unità d'Italia, ridestatasi con la nascita dei movimenti autonomisti in Italia verso gli anni '90 del secolo XX. Prosegue Barbero: “Superato lo shock pensai che l’unica cosa da fare era rispondere individualmente a tutti, ma proprio a tutti, e vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori. Molti, com’era da aspettarsi, non si sono più fatti vivi; ma qualcuno ha risposto, magari anche scusandosi per i toni iniziali, e tuttavia insistendo nella certezza che quello sterminio fosse davvero accaduto, e costituisse una macchia incancellabile sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia. Del resto, i corrispondenti erano convinti, e me lo dicevano in tono sincero e accorato, che il Sud fino all’Unità d’Italia fosse stato un paese felice, molto più progredito del Nord, addirittura in pieno sviluppo industriale, e che l’unificazione - ma per loro la conquista piemontese - fosse stata una violenza senza nome, imposta dall’esterno a un paese ignaro e ostile. È un fatto che mistificazioni di questo genere hanno presa su moltissime persone in buona fede, esasperate dalle denigrazioni sprezzanti di cui il Sud è stato oggetto; e che la leggenda di una Borbonia felix, ricca, prospera e industrializzata, messa a sacco dalla conquista piemontese, serve anche a ridare orgoglio e identità a tanta gente del Sud. Peccato che attraverso queste leggende consolatorie passi un messaggio di odio e di razzismo, come ho toccato con mano sulla mia pelle quando i messaggi che ricevevo mi davano del piemontese come se fosse un insulto. Ma quella corrispondenza prolungata mi ha anche fatto venire dei dubbi. Che il governo e l’esercito italiano, fra 1860 e 1861, avessero deliberatamente sterminato migliaia di italiani in Lager allestiti in Piemonte, nel totale silenzio dell’opinione pubblica, della stampa di opposizione e della Chiesa, mi pareva inconcepibile. Ma come facevo a esserne sicuro fino in fondo? Avevo davvero la certezza che Fenestrelle non fosse stato un campo di sterminio, e Cavour un precursore di Himmler e Pol Pot? Ero in grado di dimostrarlo, quando mi fossi trovato a discutere con quegli interlocutori in buona fede? Perché proprio con loro è indispensabile confrontarsi: con chi crede ai Lager dei Savoia e allo sterminio dei soldati borbonici perché è giustamente orgoglioso d’essere del Sud, e non si è reso conto che chi gli racconta queste favole sinistre lo sta prendendo in giro”. Cosa fa uno storico, a questo punto? Va a visionare i documenti, setacciare le fonti, vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è nemmeno una, cerca di capire cosa sia davvero accaduto ai soldati delle Due Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. Fa, in buona sostanza, quello che i giornalisti responsabili di questo tentativo di revisionismo storico non hanno fatto: cerca di trarre conclusioni adattando le teorie ai fatti, piuttosto che distorcere (o addirittura inventare) i fatti pur di adattarli alle proprie teorie. Nasce così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro I prigionieri dei Savoia: che contiene più nomi e racconta più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai state portate alla luce fino a quel momento. A quel punto si scatena sul sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più postate da persone che non hanno letto il libro (da parte nostra, dubitiamo siano in possesso dei requisiti minimi per poterlo fare) e invitano a non comprarlo; proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi, il dottor Barbero viene “graziosamente paragonato al dottor Goebbels”. E arriva la querela, indirizzata in questo caso all’autore della recensione per il Corriere della Sera del testo di Barbero e alla stessa testata. La polemica monta, da parte neoborb capeggiata da giornalisti e blogger i cui titoli accademici restano – in larghissima parte dei casi – un mistero: Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo, Gigi Di Fiore tra i più noti, sostenuti e amplificati da portali social come I Nuovi Vespri e Terroni. Già, Terroni. Titolo del libro best-seller firmato proprio da Pino Aprile un decennio fa, Antico Testamento del neoborbonismo, dal quale è nata l’omonima pagina Facebook e al quale ha fatto seguito Carnefici (2016). Proprio con quest’ultimo il buon Aprile tenta di ampliare il discorso revisionista nato con Terroni, tentando di elevarne la dignità da giornalistica a storiografica. Ma in base a quali meriti Aprile tenta di inserirsi nel dibattito storiografico? Il curriculum parla da sé: perito industriale, dopo il diploma fa gavetta ne La Gazzetta del Mezzogiorno. Entra poi nel circuito accademico rivestendo incarichi in prestigiose facoltà e firmando pubblicazioni destinate a cambiare i canoni di studio della Storia? No, diventa vicedirettore di Oggi e direttore di Gente, firmando rotocalchi in cui appaiono soubrette, conduttrici tv e donne di successo, sempre il meno vestite possibili. Ci sono poi giornalisti come Angelo Del Boca, ex partigiano novarese (autore di una torrenziale produzione dedicata principalmente ai presunti crimini di guerra del Regio Esercito, punteggiata da un notevole numero di errori storici e una selezione faziosa delle fonti, ma anche di testi nei quali viene data per certa l’idea – lo ribadiamo: smentita in toto dalla storiografia – di Fenestrelle antesignano di Auschwitz), e il giornalista Gigi Di Fiore, che ne I vinti del Risorgimento per primo ha inaugurato il falso mito di Fenestrelle lager. Proprio Barbero ha smontato, nel testo sopracitato, tutte le teorie complottiste (e quando scriviamo tutte, intendiamo esattamente ciascuna di esse) partorite da Di Fiore e rapidamente divenute mistificazione. Come? Fondando lo scritto sui documenti d’archivio, sull’esame incrociato di una valanga di fonti (non soltanto custodite presso l’Archivio di Stato di Torino) e sulla ponderazione storiografica delle stesse (non tutte le fonti hanno pari dignità: nessuno studierebbe, ad esempio, la storia romana post augustea basandosi sugli scritti di Svetonio, notoriamente poco attendibili). Altra eminenza del movimento neoborb è Gennaro De Crescenzo, anch’egli giornalista. I testi di De Crescenzo tentano, ben più dei trattati di propaganda di Aprile, di fornire documentazione su cui fondare e reggere le teorie del movimento, pur di presentarle come verità storiografiche all’uditorio più analfabeta dell’abc storiografico. Ma che, in realtà, quando non riportano vere e proprie fake news distorcono i fatti pur di adattarli a un fine propagandistico tutto politico (l’articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno in data 6 giugno 2019 reca un titolo in questo senso emblematico: “La carica dei neoborbonici. «Nostre liste alle Regionali. Ci vorrebbe uno come Zaia»”). Persino ottimi trattati circa la condizione del Regno delle Due Sicilie alla vigilia dell’unità (ne citiamo uno: Borbonia felix. Il regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo di Renata De Lorenzo, direttrice dell’Archivio storico per le province napoletane, membro del corpo docente del Dottorato in Storia della Società europea dell’Università Federico II, del Centro interdipartimentale di Studi di Storia comparata delle società rurali in età contemporanea del medesimo ateneo, del comitato scientifico della Rivista italiana di studi napoleonici e del comitato di redazione di Napoli nobilissima, del consiglio di presidenza dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano e dal 2007 della giunta del Dipartimento di Discipline storiche, socia dell’Accademia pontaniana di Napoli e della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti in Napoli) sono stati oggetti del tentato revisionismo di De Crescenzo (ammesso sia in grado di revisionare alcunché). Come osservato da Marco Vigna, “il grosso delle obiezioni di questo signore è viziato alla base da un errore radicale: De Crescenzo replica a ciò che De Lorenzo non ha scritto”. Il testo di De Crescenzo, edito – ironia della sorte – a Milano, non lo menzioneremo nemmeno: non siamo inclini alla pubblicità gratuita. Ciò che accomuna i due autori, nonché gli adepti di quella che nel tempo si è strutturata come una vera e propria religione antistorica (e passeremo a spiegare il motivo), è una forma di retorica del primato. A sentir loro la felix Borbonia era, prima dell’Unità Nazionale, paradiso perduto in Terra: “terza” potenza mondiale (come da più parti invocato, e non sappiamo in base a quali parametri) e all’avanguardia nei progressi tecnologici, legislativi e culturali (come mai un reame tanto avanguardistico si è fatto sconfiggere da un manipolo di garibaldini, accolti a braccia aperte da una popolazione evidentemente ignara della bontà dei suoi sovrani?). E proprio con il fine di dimostrare la fondatezza di queste tesi vengono invocate vere e proprie bufale storiche. Non le enunceremo: non è questa la sede. Ma la redazione de L’Indygesto ha fornito un compendiato ed efficace contributo al web, del tutto adatto anche a coloro che di storia s’intendono poco o nulla, che invitiamo a consultare. Ma, per coloro che volessero approfondire la materia senza addentrarsi nella più complessa letteratura accademica, il libro di Tanio Romano (messinese: dovrebbe essere superfluo, ma onde evitare accuse di negazionismo poiché del Nord lo specifichiamo) La grande bugia borbonica, edito a Lecce nel 2019, può essere d’aiuto. Come sapientemente ha scritto lo storico Lorenzo Terzi, gli scritti neoborb impiegano, più che il vocabolario della storiografia, toni e figure retoriche caratteristiche del linguaggio propagandistico e pubblicitario: “Tanto Aprile quanto De Crescenzo, infatti, conferiscono alle loro dissertazioni un carattere aggressivo e polemico del tutto immotivato – per giunta, condito da un’ironia alquanto greve – sicuramente incompatibile con un discorso storiografico di natura scientifica. Gli stessi avversari cui di volta in volta indirizzano i loro strali hanno contorni indefiniti: non si capisce se gli autori se la prendano con un generico Nord, con non meglio identificati politici meridionali oppure con altrettanto indistinti accademici. Ciò che importa a entrambi, infatti, non è tanto argomentare, ma suscitare un’intensa eco emotiva in un lettore già predisposto ad ascoltare i contenuti da loro veicolati. Il neoborbonismo quindi – pur richiamandosi ideologicamente, per definizione, all’antico – dimostra tuttavia di saper fare leva con indubbia abilità su dinamiche cognitivo-relazionali in tutto e per tutto contemporanee, caratteristiche dello spazio del web, come quelle che i sociologi della comunicazione hanno definito echo chambers. Nella rete, per come oggi è strutturata, si creano delle sfere ideologiche abbastanza impermeabili, dove rimbalzano idee tra loro simili che si fanno eco reciprocamente: «Il risultato è un progressivo rafforzamento di tali sfere, sempre più estranee al dissenso e sempre più consolidate nelle proprie convinzioni». Non c’è spazio, in questa strana forma di balcanizzazione del pensiero, per le logiche rassicuranti del dibattito pubblico, basate sul confronto, sul dissenso, sul dialogo e, in definitiva, sulla partecipazione. D’altra parte, l’uso di artifici retorici volti a sollecitare l’emozione, e non il ragionamento, di un ipotetico lettore, è presente sin dal titolo della pubblicazione seriale comprendente il saggio di De Crescenzo. «Altre fonti», «altre storie», «altro che “meridionali analfabeti”»: l’iterazione dà più forza all’aggettivo magico «altro». I sottintesi emergono con chiarezza: vi sarebbero, dunque, risorse inedite di conoscenza che, una volta riportate alla luce, permetterebbero di ricostruire una storia, per l’appunto, altra (e, va da sé, vera) veicolo di riscatto e di orgoglio nel presente. Da questa impostazione paralogica emerge un corollario alquanto preoccupante: chi non accetta il discorso neoborbonico e rivendicazionista è, perciò stesso, degno di riprovazione civile e morale. È un ascaro, un venduto e peggio”. Altro tratto che accomuna i due autori citati è l’impiego bizzarro e disinvolto delle fonti indirette, la cui attendibilità storiografica è sempre (non solo nel caso dei neoborb) da verificare. Perché? Perché le fonti indirette altro non sono che citazioni di passi reperibili su altri testi o addirittura nel mare magnum del web. E, nella bibliografia dei saggi di Aprile e De Crescenzo, compaiono quasi esclusivamente fonti indirette, che spesso e volentieri rimandano a loro stessi libri editi precedentemente. Un terzo ma non ultimo trait d’union dei due è il rigetto in chiave propagandistica di quanto sfornato dal mondo accademico. Il motivo va ricercato nel pubblico a cui il movimento neoborb si rivolge: un pubblico di cultura media, non specialistica, in grado di capire le coordinate storico-cronologiche del discorso, ma non di verificarne e, magari, contestarne assunti e conclusioni. Sempre Lorenzo Terzi osserva: “il fatto che l’ambiente definito con grossolana approssimazione accademico non sia disposto a riconoscere la fondatezza della narrazione dei neoborbonici non rappresenta per questi ultimi un problema. Anzi: ciò, semmai, costituisce per i simpatizzanti una riprova del loro essere controcorrente, anticonformisti, fuori dai giri di potere. Tutto questo poi si traduce, presso lo stesso pubblico, in una crescita esponenziale di credibilità: i neoborbonici sono coloro i quali raccontano, attraverso altre fonti, un’altra storia, mistificata, travisata o addirittura celata dalla cultura ufficiale. Qui la strategia neosudista gioca la carta della untold history, tipica di certo revisionismo: «non ci hanno mai detto che», «ci hanno nascosto che», «non sapevamo che»”. Ma torniamo a Barbero. La ragione della querela sta nella prefazione che lo storico torinese ha scritto per Fake Sud, libro di Marco Esposito recentemente edito. Barbero avrebbe la colpa di considerare “scellerate fantasie” le dichiarazioni dei neoborbonici, che avrebbero “reinventato, con informazioni false, la storia del Sud e dell’Italia influenzando la mentalità italiana e accendendo con mezzi immondi passioni violente”. A sentire l’ufficio legale da cui è partita la citazione in giudizio, e al quale De Crescenzo si appoggia, le affermazioni sarebbero calunniose non soltanto verso iscritti e simpatizzanti neoborbonici, ma anche verso i drammi vissuti da migliaia di soldati meridionali nella “fortezza-lager sabauda”. Negli ambienti “barberiani” del web si è paventata la possibilità di una controquerela per lite temeraria da parte del professore. Noi, nell’ambito giuridico, non ci addentriamo: Barbero farà ciò che reputerà più utile. Ma un’ultima considerazione ci permettiamo di fornirla. Altro che Barbero, a processo dovrebbero andarci i neoborbonici: per malafede, circonvenzione d’ignoranti e vilipendio alla Storia. Nonché alle vittime dell'Olocausto, puntualmente asservite alle voluttà di vanagloria di qualche scarto della cultura che conta in cerca di fama. 

Il razzismo, Gramellini, Barbero e altre questioni (meridionali).  Da parlamentoduesicilie.it. Su “La Stampa”, in pochi giorni, una serie di interventi significativi. Gramellini ha definito “borbonico” quel prefetto che rimproverava un sacerdote per un “vizio di forma”. Dopo l’episodio increscioso del giornalista piemontese della Rai che “assecondava” il razzismo contro i napoletani “che puzzano” e in risposta a Saviano che aveva ricordato l’antichità del bidet “borbonico” (sconosciuto in Piemonte), lo stesso Gramellini sottolineava la mancanza di fogne a Napoli con il popolo costretto a vivere “nella melma” a quei tempi. Qualche giorno prima, invece, Alessandro Barbero, autore di un libro in cui si sarebbe ricostruita la verità sul carcere di Fenestrelle e sui soldati napoletani deportati durante l’unificazione, continuava a definire “mistificatori”, “inventori ai limiti dell’impudicizia” e “strumentalizzatori con fini immondi ” coloro che ricordavano quei caduti meridionali o quella che lui definisce la “leggenda della Borbonia felix”.  Come premessa e ricordando anche la storia, bisognerebbe sempre verificare e distinguere chi attacca da chi si difende (i Piemontesi che ieri invasero il Sud e oggi gridano sugli stadi e i meridionali che reagirono e reagiscono per difendersi).  Secondo Barbero non si può “impunemente stravolgere il passato, reinventarlo a proprio piacimento per seminare odio e sfasciare il Paese”. Premesso che grazie a studi sempre più documentati e diffusi quelle relative ai primati borbonici sono tutt’altro che leggende (cfr. i dati archivistici a nostra disposizione o gli ultimi studi del CNR, della Banca d’Italia, dell’Istat o della belga S. Collet in merito ai livelli di industrializzazione, del Pil o delle finanze del Sud pre-unitario, pari o superiori a quelli del resto d’Italia); premesso che i Borbone furono tra i primi in Europa a costruire un sistema fognario o un sistema idrico urbano e agricolo e che Napoli fin dal  Quattrocento era “pavimentata” (altro che “melma”) a differenza delle altre città italiane, qualche domanda potrebbe essere utile. Si è proprio sicuri che commemorare i soldati napoletani deportati e caduti (1, 100 o 1000 che siano e Barbero, dati archivistici alla mano, nel suo libro non risolve affatto la questione) sia più pericoloso di quei cori razzisti e impuniti degli juventini o degli stessi cori che spesso ascoltiamo da decenni ai raduni della Lega (vera fucina di “invenzioni” come la “padania”) o di certe scelte che da 150 anni penalizzano il Sud con questioni sempre più drammatiche e irrisolte? Si è proprio sicuri che 150 anni di retorica risorgimentalista che ha cancellato i saccheggi e i massacri subiti dalle popolazioni meridionali (senza l’intervento “chiarificatore” di alcun prof. Barbero di turno) abbiano reso un buon contributo alla costruzione dell’identità italiana? Sconcertanti, del resto,  i passi del suo libro in cui si riportano (senza alcuna “pietas” e con uno stile presumibilmente somigliante a quello di un funzionario sabaudo) numerosi episodi di razzismo contro i nostri soldati reduci da migliaia di chilometri di viaggio tra offese e insulti terribilmente somiglianti a quelli degli stadi di oggi (“sporchi”, “luridi”, “puzzolenti”)… E se il Sud si fosse finalmente e veramente stancato di quei cori, di offese e di umiliazioni che durano da un secolo e mezzo, partono da quei soldati, passano per le curve, arrivano nelle redazioni di tv e giornali e, troppo spesso, fino alle stanze di parlamenti e ministeri? E se fosse naturale e ovvia una reazione di fronte a chi ci definisce “borbonici” con disprezzo o che scrive che eravamo “nella melma”, “puzziamo” e abbiamo dei “fini immondi”? E se i “terroni”, i “neoborbonici” o i “meridionali” stessero davvero ritrovando il loro orgoglio perduto per troppo tempo?

Prof. Gennaro De Crescenzo - Commissione Cultura - "Parlamento delle Due Sicilie"

Aprile: Hanno paura della memoria. L’autore di “Terroni” contro gli storici. Un gruppo di docenti aveva promosso una petizione per fermare l’iniziativa della Regione che vuole istituire la giornata in ricordo delle vittime meridionali dell’Unità. Pino Aprile 26 luglio 2017 su Il Corriere del Mezzogiorno. Altro che Lea Durante, roba da dilettanti, siamo all’uso «proprietario» e politico della storia, teorizzato da Alessandro Barbero, sull’onda degli storici «sabaudisti»: scegliere cosa narrare e farne miti fondanti, per formare patrioti. Quindi è pedagogia, politica; nessuna meraviglia, che la storia «non scelta», la raccontino altri. Il popolo vota (bene, male, come gli pare: è il difetto della democrazia, pur così malmessa); i rappresentanti eletti votano (bene, male, eccetera); sul Giorno della Memoria delle vittime dimenticate (e diffamate: guai ai vinti!) dell’unificazione d’Italia con saccheggi, stupri e genocidio, gli eletti dicono sì, all’unanimità o quasi, in Basilicata, Puglia, una mezza dozzina di Comuni, e la Campania stanzia 1,5 milioni di euro in manifestazioni, studi, approfondimenti. Al che, altri eletti (nessuno li ha votati, forse si ritengono tali) ordinano al presidente della Puglia di ignorare il voto a loro sgradito; non «finanziare alcun momento pubblico» (clandestino, invece sì?) dell’iniziativa voluta dal parlamento regionale; non consentire che di storia si parli nelle scuole (da «non coinvolgere in alcun modo»), se non come deliberato da lorsignori. Scusate, le orecchiette con le cime di rape: l’alice sì o no? Metti che uno si sbagli e parta una petizione... «Diremo agli studenti che il Mezzogiorno è arretrato per colpa dell’unificazione italiana?», scrivono i firmatari della petizione. No, perché, scusate, voi ancora raccontate che il Regno delle Due Sicilie era arretrato e sono arrivati i civilizzatori a dirozzarli, distruggendo le fabbriche o mandandole in rovina dirottando gli appalti al Nord, rubando l’oro delle banche e sterminando centinaia di migliaia di «arretrati», quindi poco male...? Leggete cosa scrive il ministro Giovanni Manna al re, rapporto sul censimento 1861, sul fatto che mancano 458mila persone, per la «guerra», rispetto al totale atteso; leggete, archivio Istat, con tabelle, i padri della demografia unitaria, Pietro Maestri e Cesare Correnti, sul fatto che, appena arrivati i piemontesi, al Sud, la popolazione, che cresceva più che nel resto d’Italia, smette di farlo e diminuisce di 120mila unità in un anno; o Luigi Bodio, capo della statistica, archivio Istat, sui 110mila giovani, quasi tutti terroni, renitenti alla leva, tutti morti, o «clandestinamente» emigrati (peccato che non si trovino...); o dei 105mila terroni, tutti maschi, scomparsi («emigrati» pure loro?). Leggete dei 600mila incarcerati nel ‘61, dei 400mila ancora nel ‘71, riferisce il di Rudinì, in Parlamento, della mortalità nelle carceri che arrivò al 20 per cento; dei deportati, almeno 100mila, di cui 20mila, denunciò il Maddaloni, nel solo 1861. E dopo aver tacciato quali «fantasiose ricostruzioni», «leggende», «fole» le ricostruzioni degli eccidi sabaudi al Sud, ora che non si riesce più a negarli, ci è offerta come «onestà intellettuale» l’ammissione che «gli storici devono fare di più per portare alla luce e spiegare e stigmatizzare i numerosi episodi di violenza a carico delle popolazioni meridionali». E già, in 156 anni è mancato il tempo... Han dovuto dircelo gli storici stranieri, come Denis Mac Smith, che ci furono più mort’ammazzati (per il loro bene, si capisce) per annettere l’ex Regno borbonico che in 11 anni di guerre di indipendenza contro l’Austria. Ed è ancora uno straniero (temibile neoborbonico?), il professor John Anthony Davis («Napoli e Napoleone»), università del Connecticut, fra i maggiori studiosi della nostra storia di quegli anni, a dirci che la favola dell’arretratezza del Regno delle Due Sicilie fu «inventata» da Bendetto Croce, per giustificare le condizioni sempre peggiori in cui precipitò l’ex Regno divenuto «Sud», dopo le amorevoli cure unitarie. Lo dimostrano gli studi dei prof Paolo Malanima e Vittorio Daniele, del Consiglio nazionale delle ricerche, di Stephanie Collet dell’università di Bruxelles, dell’Ufficio studi della Banca d’Italia (Carlo Ciccarell e Stefano Fenoaltea), di Vito Tanzi (Fondo monetario internazionale). Ma bastavano Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, unitarista deluso, quando scoprì che «questi sono più porci dei peggiori porci nostri», Gramsci che parla del Sud «colonia». Inutile l’ottimo ciclo di studi ricordati, su queste pagine, dal professor Saverio Russo (che ne fu un protagonista), sull’inconsistenza della vulgata «miseri e arretrati», o del professor Luigi De Matteo («Noi della meridionale Italia»), dell’Orientale di Napoli; eccetera. Il Regno delle Due Sicilie non era più povero del Nord (più o meno stesso reddito) né arretrato (il doppio degli studenti universitari del resto d’Italia messo insieme; le fabbriche più grandi della Penisola; addetti all’industria più numerosi di oggi). Ma fosse stato economicamente indietro del 15-20 per cento, come arditamente sostenuto di recente (con riaggiustamenti successivi, però...) da un poi fortunato titolare di cattedra in «Tutta colpa del Sud»: quale affare avremmo fatto, se in 156 anni siamo precipitati al 56 per cento del reddito medio del Nord, 3-4 volte peggio? Ci vuole coraggio a spacciare questo per unità (ma non prendono treni lorsignori, non hanno figli in partenza per altrove, mentre Milano forse si fotte l’ennesima mammella, un’Authority europea, dopo l’Expo-mafia, Human Technopole eccetera sempre con soldi pubblici?); a pensare di liquidare tutto come «propaggini estreme di un meridionalismo “piagnone” e rivendicazionista» (e ci trovate pure qualcosa da ridere?) o nominando tutti «neoborbonici» sul campo, «sanfedisti», faccia buia della luminosa medaglia di quei giacobini che presero a cannonate i loro concittadini, per consegnare il Paese a un esercito straniero, che lo spogliò di tutto, massacrando (il solo generale Thiebault) 60mila persone. Discutiamo delle idee, ma pure del prezzo di vite altrui che si è disposti a pagare per imporle a chi non si riesce a convincere. Ma che paura fa il Giorno della Memoria? Saranno convegni, dibattiti, manifestazioni... E cosa impedisce a chiunque, in civile confronto (sempre che non sia proprio questo che inquieta), di esporre dati e opinioni cui si attribuisce maggior fondatezza? Dovreste esser lieti di una possibilità così succulenta di sbugiardare il branco di...? di...? «Neoborbonici»! Evvai (ma che palle!). Invece di virare sulla paura che si alimenti «l’inconsapevole sentimento antiunitario contro il leghismo del Nord». Mentre non fa paura il consapevole (dimostrato e gridato) sentimento antiunitario della Lega Nord contro il Sud. Se no una petizione l’avreste fatta. Mi sbaglio? Lea Durante ha mai promosso petizioni per adeguare la rete ferroviaria (tutto a Nord, nulla a Sud) con o senza alta velocità (o è revanscismo neoborbonico?). O contro l’esclusione, da parte del ministero dell’Istruzione, di poeti e scrittori meridionali, pur se premi Nobel, dai programmi di Letteratura del Novecento per i nostri licei? No? Eppure son 7 anni che si fanno raccolte firme, proteste di istituti scolastici, interrogazioni parlamentari. O contro la normativa che «premia il merito» degli atenei che sorgono nelle regioni più ricche e condanna a morte prossima quelli meridionali?

O contro i criteri in base ai quali la salute di un terrone vale meno di quella di un settentrionale? (A meno che i firmatari, non abbiano taciuto per non parer «piagnoni» e «revanscisti»). La cultura faccia ponti non fossati, professoressa. Il Giorno della Memoria serve a discutere. Chi ne ha paura, teme di non aver da dire o quel che può esser da altri detto. Ma quanne ‘na cose niscune te la vo’ di’, allore la terre se crepe, se apre, e parla.

Il revisionismo e il falso mito di Pino Aprile.  Saverio Paletta il 22 maggio 2019 su indygesto.com. Il business del giornalista pugliese, dalla navigazione a vela alla controstoria. Vi ricordate Oggi e Gente? I due settimanali ora fanno a gara a sparare in prima pagina le immagini di soubrette, conduttrici tv e donne di successo, il meno vestite possibili. Tra gli anni ’70 e ’80 gareggiavano in cose più serie, almeno dal punto di vista storiografico: ritratti e titoli sui membri della famiglia Savoia, allora in esilio, sui superstiti della famiglia Mussolini e sullo scià di Persia. In quei giornali fece la sua brava carriera il giornalista pugliese Pino Aprile, che fu direttore del primo e vicedirettore del secondo. Aprile, di cui – come per tanti giornalisti, che non ne hanno – sono sconosciuti i titoli accademici, proveniva dalla classica gavetta nei giornali locali, come La Gazzetta del Mezzogiorno. Parliamo, ovviamente, dello stesso Pino Aprile che, dal 2010 in avanti, dopo una fortunata parentesi come esperto di navigazione sportiva a vela, si è riscoperto ultrameridionalista (almeno in pubblico, visto che altre tracce precedenti di questa sua passione non ce ne sono), ha buttato alle ortiche la precedente attività di divulgatore storico e si dedica al revisionismo antirisorgimentale. I Savoia restano in cima alle sue preoccupazioni, ma non come personaggi da prima pagina bensì come bestie nere. L’Unità d’Italia, a sentire l’Aprile di oggi, è stata la iattura del Sud. Il Risorgimento fu una guerra di conquista, con tanto di genocidio annesso, almeno tentato e, a sentir lui, in parte riuscito. Con questa ricettina, il Nostro ha scritto uno dei più grandi best seller del decennio: quel Terroni (Piemme, 2010) che, forte di oltre 250mila copie vendute, ha suscitato un dibattito fortissimo, che dal mondo della cultura (e nonostante esso) è tracimato nella politica. Se sette anni fa non ci fosse stato Terroni oggi il Movimento 5Stelle non avrebbe lanciato l’idea di una giornata della memoria dedicata alle vittime meridionali dell’Unità d’Italia. Senza il successo di Terroni, che ha trasformato il suo autore in una specie di Messia dei movimenti sudisti, le tesi dei neoborbonici giacerebbero in una nicchia più piccola di quella che occupano adesso. E non ci sarebbe, soprattutto, il battage editoriale che, a sette anni dal centocinquantenario dell’Unità, continua a martellare l’opinione pubblica, a dispetto della crisi dell’editoria. Inutile dire che tanta fortuna si basa sul nulla o quasi: le tesi storiografiche di Aprile suggestionano al primo impatto ma si smorzano non appena si inizi una seconda lettura. Non solo per una questione di stile, che non è proprio gradevole (irrita ad esempio la scrittura in prima persona e l’abbondanza di dialettismi, roba che ad altri verrebbe censurata in qualsiasi giornale di provincia), ma soprattutto di contenuti e di onestà intellettuale. Evitiamo di scendere nei dettagli del corposo revisionismo apriliano e soffermiamoci, piuttosto, su un’espressione che ricorre come un mantra in tutti i libri dell’autoproclamato storico di Gioia del Colle: «Certe cose non le sapevamo perché nessuno ce le ha mai raccontate». Non sapevamo, ad esempio, che l’Unità d’Italia fu la guerra di conquista vinta da uno Stato, il Regno di Sardegna, nei confronti di tutti gli altri della Penisola. Non sapevamo che all’Unità seguì un periodo di disordini profondissimi con episodi tragici, stermini e abusi da guerra civile. Non sapevamo che, in effetti, il Sud iniziò ad arretrare con l’Unità (o meglio, restò al palo mentre le altre zone, altrettanto non sviluppate, crebbero). Ma non è vero che non sapessimo tutto questo perché «nessuno ce l’ha mai raccontato». Non lo sapevamo perché semplicemente non abbiamo studiato oppure non ci siamo documentati a dovere. Dopodiché, persino il cinema si è occupato di certe cose. Si pensi all’eccidio di Bronte, rievocato da Aprile col tono di chi rivela novità assolute: a quest’episodio, tragico ma non sconosciuto, il regista Florestano Vancini dedicò nel 1971 Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, una coproduzione italo-jugoslava trasmessa varie volte dalla Rai e perciò vista da milioni di telespettatori. Nel 1999, invece, Pasquale Squitieri (la cui recente scomparsa è passata inosservata ai neoborbonici e agli aficionados di Aprile) girò Li chiamarono briganti, dedicato, appunto, alle gesta del brigante lucano Carmine Crocco. Anche la musica ha fatto la sua parte: nel 1974, ben prima che il milanese Povia si convertisse alle tesi neoborboniche per rilanciare la sua carriera con la stucchevole Al Sud, gli Stormy Six, band di punta dell’underground milanese, dedicarono una canzone al massacro di Pontelandolfo. Se ci concentriamo invece sui libri, che poi sono le uniche fonti utilizzate da Aprile, che tuttavia ben si guarda dal fornire una bibliografia, ci accorgiamo che tutto era stato già scritto, anche con un certo rigore e che nessuno, a partire dal compianto Carlo Alianello e da Franco Molfese, autore di una pregevolissima Storia del brigantaggio dopo l’Unità, è mai stato censurato. Tutt’altro. Tutto ciò che è riportato nei libri del pugliese a partire da Terroni era già stato pubblicato prima. È stato solo grazie al clima d’odio creato dalla crisi economica e politica del Paese e dalla rinascita dei pregiudizi localistici, in particolare quello antimeridionale sfruttato alla grande dalla Lega Nord dell’era Bossi, che certe tesi sono state distorte e trasformate nella clava politica che in tanti, adesso soprattutto i grillini, cercano di brandire per cattivarsi un po’ di consensi. Ma secondo Aprile, che ha rincarato la dose nel suo ultimo Carnefici (Piemme, 2016), non sapevamo altro, e cioè che il Risorgimento è stato quasi un genocidio concertato ad arte. Peccato che il nostro non sia riuscito a provare le cifre da Prima Guerra Mondiale snocciolate per avallare la tesi che il Sud è quel che è perché i settentrionali, a furia di massacri e rapine, l’hanno depauperato. Peccato, inoltre che certe narrazioni siano state smontate nel frattempo. Ad esempio, quella secondo cui Fenestrelle, il forte alpino in cui erano alloggiati i Cacciatori Franchi, cioè il corpo punitivo del Regio Esercito (italiano e non piemontese), fosse nientemeno una sorta di Auschwitz sabauda in cui sarebbero stati macellati a migliaia i soldati del disciolto esercito delle Due Sicilie. Al riguardo, val la pena di menzionare la polemica a distanza tra Aprile e lo storico torinese Alessandro Barbero, autore di I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle (Laterza, Roma-Bari 2012). Per parare il colpo dello storico piemontese, Aprile scende piuttosto in basso: definisce in Carnefici il suo contraddittore «un medievista e romanziere prestato alla storia contemporanea» e si arrampica sugli specchi, non riuscendo a controbattere coi documenti. Su questo punto si potrebbe rispondere non senza ironia che un medievista è uno storico e, in quanto tale, applica un metodo affinato sullo studio di documenti difficili come quelli medievali, redatti in latinorum o, peggio, in volgare. Di Aprile si sa, per sua stessa pubblica ammissione, che è un perito industriale. Nulla di male in ciò. Ma si ammetterà che il passaggio da perito industriale a storico attraverso il giornalismo è più tortuoso e dà meno garanzie sulla qualità della ricerca, o no? Al netto delle polemiche, si potrebbe concludere che il potere di firma permette ad alcuni ciò che i titoli non consentono ad altri. Nel caso di Aprile si va oltre e il potere di firma diventa transitivo e generazionale. Infatti, Marianna Aprile, figlia di Pino e piezz’e core come tutti i figli d’arte, è una firma di Oggi e, di tanto in tanto, fa comparsate in Rai. Questo lo sappiamo. E sappiamo altro. Sappiamo che i guai del Sud di oggi non sono il prodotto dei Savoia di ieri, ma di quella classe dirigente corrotta, incapace, impreparata e collusa che, spesso, ricicla il sudismo alla Aprile per dotarsi di una linea culturale. Sappiamo queste cose perché ce le raccontano tanti giornalisti che sfidano il precariato e le querele in redazioni spesso improbabili e fanno i conti in tasca a chi amministra quel po’ di potere rimasto e i suoi dividendi. E sappiamo che il compito di questi giornalisti è difficile perché la censura, anche fisica, è un rischio quotidiano. Diffamare i morti (se il generale Cialdini risuscitasse, quante querele beccherebbe Aprile?) invece è facile. Sappiamo anche questo, per averlo sperimentato di persona. Ma prima o poi le mode passano. Sono passate quelle estetiche, che hanno condannato alla bulimia e all’anoressia qualche migliaio di ragazze, passeranno quelle culturali, che condannano all’odio migliaia di persone. Forse questo non lo sappiamo di sicuro. Ma ci speriamo.  Saverio Paletta

Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. 

PURTROPPO NON CONSIGLIERÒ AI MIEI AMICI DI COMPRARE “FAKE SUD” DI MARCO ESPOSITO (E BARBERO). Prof. Gennaro De Crescenzo Napoli 6 ottobre 2020 su Il Nuovo Sud.it.  

PURTROPPO NON CONSIGLIERÒ AI MIEI AMICI DI COMPRARE “FAKE SUD” DI MARCO ESPOSITO (E BARBERO). UNA SCELTA DOLOROSA MA NECESSARIA (E MOTIVATA). “Non ci interessano strategie, giochini o compromessi: la nostra storia va rispettata. Punto”. I motivi per cui non consiglierò ai miei amici di comprare FAKE SUD di Marco Esposito si legano alla prefazione di Alessandro di Barbero e anche a tanti contenuti del libro stesso. In premessa dobbiamo ringraziare gli autori di libro e prefazione perché concedono molto spazio ai neoborbonici, evidentemente preoccupati o stimolati dal successo delle loro tesi (se qualcosa non ci preoccupa, non ci interessa o la si ritiene inutile, non se ne parla o almeno non se ne parla con questa frequenza o con certi toni). Ognuno è libero di scegliersi i firmatari della sua prefazione (e anche di pubblicizzarli con le fascette sui libri) ma forse è meno libero di consentire offese e insulti anche personali nelle stesse prefazioni. Si tratta, in realtà, delle solite offese rivolte da Barbero ai neoborbonici (non solo nostri simpatizzanti o collaboratori ma migliaia di persone e tutto il mondo che ruota intorno al seguitissimo “neo-meridionalismo”) fin dalla uscita del suo libro che cercava di negare o ridimensionare i drammi vissuti dai soldati delle Due Sicilie a Fenestrelle (e confermati da diverse domande “archivistiche” che posi a Barbero anni fa e alle quali non ha mai risposto e che saranno confermati in pieno da un libro di un coraggioso accademico e in uscita nel prossimo inverno). Non ho mai offeso personalmente Barbero e nell’unico confronto che ho avuto con lui, di fronte alle sue risatine mentre io parlavo di quei poveri soldati morti di freddo e stenti, oltre a tante osservazioni sul piano storico-archivistico, mi limitai ad osservare che forse le distanze tra noi non erano solo storiografiche. Dalla quantità degli insulti che ci ha rivolto in questi anni (mai ricambiato) e anche in questa prefazione, devo pensare che forse quella mia osservazione dovette colpirlo, anche se ricordo la cortesia dei saluti e addirittura l’idea che qualcuno gli aveva proposto (quella di scrivere un libro insieme). Evidentemente, visto che è stata quella l’unica occasione di incontro, avrà ripensato a quella serata, ne avrà rivisto il video e il ricordo non deve essere positivo (al contrario di quanto posso dire io). Detto questo, da anni abbiamo rinunciato a incarichi, a guadagni facili e a seggi elettorali e stiamo perdendo (altro che “mezzi” o fini “immondi”) tempo e denaro nelle nostre vite sottraendolo a noi e alle nostre famiglie e non possiamo consentire a nessuno insulti gratuiti personali o alle migliaia di persone che da anni ci seguono con rispetto e affetto. Non ci interessano le reazioni “infuriate” (esistono degli ottimi rimedi anche naturali) e non ci interessano neanche le strategie politiche o pubblicitarie e, anche se si tratta di famosi docenti onnipresenti in tv, ci tuteleremo e tuteleremo i nostri tanti iscritti e simpatizzanti in ogni modo e con ogni mezzo (legale, democratico e civile). Detto questo, è opportuna un’analisi per illustrare i (tanti) motivi per cui questo libro non ci convince. In premessa devo ammettere una mia mancanza: non ho mai letto una premessa così carica di astio e rancore in un libro che per giunta parla di “pendoli” e di necessità di moderare i termini dei confronti. E se la scelta di Barbero (dopo le tante e innumerevoli offese rivolte ai suoi “oppositori”) poteva essere un’idea pubblicitaria (al netto delle ovvie critiche nel nostro “mondo”, lo stesso contro il quale si rivolge spesso Barbero e che magari poteva acquistare il libro di Esposito), quando l’autore e l’editore hanno letto il testo forse avrebbero potuto avere qualche dubbio… Ve lo riportiamo. “Prefazione di Alessandro Barbero. Si tratta dell’insieme di scellerate fantasie che il movimento neoborbonico ha messo in circolo dalla fine del secolo scorso reinventando da cima a fondo la storia del Mezzogiorno d’Italia e dell’Unità d’Italia […], qui si tratta di influenzare la mentalità collettiva del nostro paese e si accendere passioni violente sulla base di informazioni false […]. Altrove ho scritto di un fine immondo e mi correggo: sono i mezzi che sono immondi” […]. Marco Esposito è stato troppo rispettoso di persone come Pino Aprile o Gennaro De Crescenzo (anche se io per primo, avendoli incontrati entrambi, riconosco che fra i due c’è una bella differenza di statura umana […]; c’è da provare ripugnanza […]; si tratta di primati tragicomici e di buffonate dei neoborbonici”. E se Esposito scrive a Pino Aprile che le sue (presunte) fake danneggiano la parte buona del resto dei suoi libri, potremmo dire lo stesso di Esposito di fronte a queste parole. Ma andiamo avanti con il resto dei contenuti. Solo una nota a cui tengo: Barbero, forse sbagliando parola, parla di “statura umana” e io, con tutto il rispetto e pur nei miei limiti, con il mio 1.78 credo di essere più alto sia di Barbero che di Pino Aprile…

La base del libro è “l’errore del pendolo” e cioè gli eccessi antimeridionali e gli eccessi meridionali anche se per contestare i secondi Esposito contesta le tesi dei neoborbonici. La motivazione in sostanza è “dobbiamo essere infallibili se vogliamo essere credibili”. Bene chiarire, forse, che non esistono ricerche e tesi infallibili. Facciamo qualche esempio. Tra i primi che mi vengono in mente c’è la proposta secessionista di Marco Esposito che (Barbero lo sa?) qualche anno fa il giornalista del Mattino sintetizzò nel libro “Separiamoci”, un progetto forse anche estremistico sul piano del diritto italiano e nel quale mai nessun neoborbonico si era mai avventurato. Qualche anno prima, sempre per fare un esempio, il successo relativo del suo progetto di moneta alternativa come assessore a Napoli (nome non molto felice: il “Napo”) o il suo progetto elettorale con percentuali non superiori allo “zerovirgola”. Nessuno, però, a differenza di quanto Esposito fa nel libro lamentandosi per la mancata autocritica di Pino Aprile o per la mancanza della dichiarazione di qualche correzione (e neanche delle correzioni) magari nell’elenco dei primati, ha mai pensato di chiedere a Esposito autocritiche o “dichiarazioni di omessa dichiarazione di integrazione di un primato”… Nel libro una serie di dati puntuali che conosciamo bene anche per i numerosi articoli e per gli altri libri che Esposito ha scritto sulle sottrazioni di fondi a danno del Sud e anche su diverse bugie che circolano in merito a sprechi e inefficienze da queste parti.

Quello che però più sorprende è il fatto che Esposito metta sullo stesso piano l’eventuale errore del “terzo posto industriale” (neanche del sottoscritto ma di diversi altri autori o semplicemente di tante persone su facebook) e oltre un secolo e mezzo di fake, di cancellazioni, di mistificazioni e umiliazioni contro il Sud. Da un lato, allora, una storia ufficiale che in maniera monopolistica, con tv, giornali, università e case editrici e anche libri di scuola di ogni ordine e grado ci racconta le (vere) fake di Garibaldi&Garibaldini o di un Sud arretrato e inferiore con le conseguenze culturali e anche politiche ed economiche che il libro stesso evidenzia, dall’altro un gruppo di storici volontari e autofinanziati che ha tirato fuori storie cancellate con le conseguenze (positive) che hanno e potranno avere. Ma per Esposito siamo tutti uguali e il pendolo vale per loro e per noi. È grave per lui, allora, che qualcuno abbia tirato fuori la storia del “terzo posto” (secondo i suoi dati forse era sesto o settimo) ma non che qualcun altro non abbia mai parlato delle industrie del Sud pre-unitario. Ci convince poco anche la motivazione di tutto questo (la potremmo pure condividere ma il rischio della retorica e della pre-sunzione è troppo alto): “potremmo tornare ad essere un modello armonico di esistenza”. E allora la sensazione è che “l’errore del pendolo” non sia dei neoborbonici o dei neomeridionalisti ma di… Esposito che non si è accorto che quel pendolo era spostato tutto da una parte da oltre 150 anni.

“Se quei primati vengono esaltati oltremodo l’operazione di riscatto della memoria dei neoborbonici da necessaria diventa perniciosa”: peccato che quei primati siano oltre 150, che quelli “integrati” e aggiornati” nel libro siano solo sette e che per 150 anni di quei primati non si conosceva l’esistenza e non ricordiamo libri di Esposito che ne abbiano mai parlato e neanche libri nei quali abbia difeso il Sud dalle umiliazioni di tutta la storiografia italiana. Notiamo oggi (anzi) un Esposito tutto intento a calcolare i metri cubi della Reggia di Caserta per dimostrare che non è la reggia più grande (ed è costretto a riconoscere che il primato è riportato anche dal sito della Reggia) o con il vocabolario di tedesco per dimostrare che la prima cattedra di economia era in Germania e non a Napoli (eppure bastava dare un occhio alla Treccani) o a confrontare gli elenchi di primati sul sito dei neoborbonici (2005) con il mio libro del 2019. Tante le pagine dedicate ai moti del 1820 e al “primo parlamento a suffragio universale” (omettendo le critiche che i Nitti o i Croce rivolsero contro quei moti carbonari-massonici ed etero-diretti), uno dei pochi primati borbonici anti-borbonici (il Borbone, per accordi internazionali e, resosi conto delle reali intenzioni dei rivoluzionari, bloccò tutto). Esposito insiste anche con una vecchia tesi della storiografia ufficiale a proposito della implosione del Regno ma Esposito non cita altre fonti: fu sempre Croce, come riportato da un recente libro di Gigi Di Fiore, ad evidenziare che si trattò di una caduta “per urto esterno” e libri recenti e documentatissimi dimostrano che si trattò anche in quel caso di una operazione etero-diretta.

Per Esposito, poi, è “vomitevole” (aggettivo non proprio moderato e tendente a quella armonia vagheggiata in altre pagine) la storia divulgata (sul web e sui social!) dei “10 o 15 anni di chiusura delle scuole del Sud dopo il 1860”. A questo proposito cita anche il sottoscritto quando riporto i dati del più alto numero di iscritti all’università. Qui cita il mio (“bel”) libro sui primati ma forse non lo avrà letto tutto perché in quel libro e in altre mie pubblicazioni il dato degli iscritti è solo uno dei tanti elementi portati come “prove” (archivistiche) relative alla falsità dei dati del censimento del 1861 (in testa quelli del Fondo Ministero Istruzione a Napoli e quelle successive degli Annuari). Sono quelle le fonti che dimostrano la chiusura di un numero enorme da un notevole numero (oltre 6000) di scuole presenti nelle Due Sicilie fino alla nefasta applicazione della legge Casati (che Esposito cita senza analizzarne le conseguenze). In questo caso Esposito dimentica anche di completare la lettura del libro di Daniele che pure cita in più passaggi: in particolare non riporta i dati relativi al numero di scuole presenti nelle Due Sicilie (in media con quelle del resto dell’Italia).

Surreale il capitolo relativo alla deportazione dei meridionali in Patagonia progettata dallo stato italiano: nel corso dell’intervista inserita nel libro Barbero in un primo momento nega questa possibilità ritenendola una “leggenda neoborbonica” e di fronte a diversi documenti accetta in parte la tesi ma con un suo strano distinguo che applicò anche ai prigionieri di Fenestrelle: quei progetti “per atterrire le nostre impressionabili popolazioni” non erano pensati per i meridionali ma per tutti gli “italiani” perché dal 17 marzo 1861 eravamo tutti italiani… Per Barbero, allora, le decine di migliaia di meridionali deportati con la legge Pica e ritrovati (nomi e cognomi) negli archivi dell’Italia centrale e settentrionale sono una fake news (peccato che Esposito non l’abbia inserita nel libro)…

Schema simile sempre a quello seguito da Barbero anche quando “Fake Sud” affronta il tema di Fenestrelle usando “la parte per il tutto”: per Esposito Di Fiore “ha scritto prima ‘in tanti morirono in quelle prigioni’ per poi correggersi (già negli Ultimi giorni di Gaeta) dicendo che ‘per loro il ritorno a casa non fu semplice’ e poi riconoscendo che non fu persecuzione scientifica”. In realtà, leggendo bene e conoscendo bene i libri di Di Fiore, non risulta affatto questo “climax” suggerito in maniera quasi subliminale da Esposito: in Nazione Napoletana (successivo agli “Ultimi giorni”), a proposito dei campi di prigionia sabaudi, Di Fiore scrive di “migliaia di militari rinchiusi” e anche “a centinaia non fecero più ritorno”. Stesso schema quando cita il prof. Gangemi e i suoi documentatissimi studi di prossima pubblicazione: si parla solo dell’errore di Barbero sui 1200 soldati (forse erano 1300) e non delle pluriennali ricerche archivistiche con le quali Gangemi dimostra la morte a Fenestrelle e altrove di diverse migliaia di soldati. Proprio su Fenestrelle i passaggi forse più (in negativo) significativi: abbracciando in pieno le tesi barberiane, Esposito sostiene che non era un lager, che non c’era la volontà di sterminare i soldati napoletani ma (giuriamo che la frase è proprio questa) “semmai l’ingenua pretesa di inquadrarli rapidamente nel nuovo esercito nazionale”. Non possiamo non evidenziare l’aggettivo “ingenua” riferito a quella scelta che, pure ammesso che la volontà iniziale non fosse lo sterminio, stride con le condizioni di quei viaggi e di quelle prigioni ritenute infernali per decenni. A parte il fatto, poi, che l’idea della “rieducazione” rievoca spettri impronunciabili, a parte il fatto che avrebbero potuto anche evitare de-portazioni a oltre 1000 km e a oltre 1200 metri di altezza (magari “rieducandoli” nelle loro zone di origine), a parte il fatto che dal numero di ospedalizzati, di morti, di fughe e di rivolte avrebbero potuto dedurre che forse non era il caso di insistere per tanti anni (e ben oltre quel 1862-data semi/fake usata da Barbero per chiudere le sue ricerche con lacune che saranno presto evidenti nel libro di cui sopra), a parte il fatto che Esposito avrebbe potuto chiedere lumi a Barbero in merito ai misteri di quei 40.000 soldati attestati a Fenestrelle non dai neoborbonici ma dai Carabinieri nel loro museo in epoca fascista, Esposito si risponde da solo quando, nella stessa pagina, scrive che “la maggior parte di quei soldati rifiutò [di essere inquadrata nel nuovo esercito] avendo giurato fedeltà a Francesco II”. Qui Esposito, però, non si chiede e non chiede neanche a Barbero quale fosse la sorte di quei soldati visto che non volevano essere rieducati e inquadrati e i sabaudi volevano “solo” rieducarli e inquadrarli. Forse, allora, a Fenestrelle non c’era un cartello con la scritta “campo di sterminio” ma quel forte lo diventò e non fu neanche l’unico caso.

Da notare anche qualche “distrazione” come quando riferisce ai neoborbonici la tesi “con 7 secoli di storia potevamo dirci neogreci, neoangioini o neoaragonesi” ma (senza leggere il testo riportato da circa 20 anni sul sito dei neoborbonici e limitandosi a cercare la notizia dal web) ci ricorda che i secoli, “partendo dai Greci sarebbero 28” (io ho scritto 3 libri sulla storia di Napoli e non ho mai parlato di “7 secoli”).

Nel libro contro le fake anche un’altra mezza fake: quella secondo la quale in Italia nessuno emigrava fino al 1860. Esposito forse non ha letto i testi che attestano emigrazioni consistenti (tra gli altri) di Comaschi, Genovesi e Parmigiani con cronisti che arrivarono a parlare di “fanatismo migratorio” (G. Goyau, M. Porcella, F. Bellazzi, G, Calzolari, tra gli altri).

Non è affatto vero, poi, che Aprile “peraltro non ha fatto alcuna ricerca diretta ma ha riassunto con toni vivaci quanto è stato scritto sul tema dal 1993 in poi” (Aprile non inserisce note ma riporta nei testi le sue tante fonti frutto anche di ricerche complesse) e non è vero che Terroni “riassume gli errori e le inesattezze della storiografia fai-da-te” e che “Pino Aprile cade in fallo” perché sottovaluterebbe il fatto che “anche un solo scivolone rischia di inquinare il resto” (e fa l’esempio –sbagliato- di Fenestrelle che non era un luogo di sterminio) e non è accettabile neanche l’altra tesi su Aprile: da un lato, infatti, Esposito scrive che con il suo Terroni “sempre più meridionali si sono liberati del senso di minorità”, dall’altro, però, in virtù della sua mancata “autocritica”, “chi legge quel libro prende per buone tutte le affermazioni e qualcuno anzi, come in un gioco al rialzo, si attiva in rete e magari aggiunge altro di suo e il rischio è che l’informazione inesatta o esagerata abbia l’effetto della mela marcia e spinga a buttare l’intera cesta”. Ovvio che Aprile non possa rispondere di quello che fanno i suoi lettori (se scrivo che Mertens non ha giocato bene non sarà colpa mia se qualcuno gli buca le ruote del motorino) così come… scagli la prima pietra uno scrittore infallibile.

Surreale la denuncia della fake news relativa alla frase di Bombrini (“I meridionali non dovranno più essere in grado di intraprendere”) perché, premesso che io nei miei libri non l’ho mai usata (amo le fonti da quando mi specializzai in archivistica), se è vero che (finora) non c’è una fonte che la documenti, è altrettanto vero (e lo specifica poche righe dopo) che Bombrini fece una lunga e articolata serie di scelte che potrebbero essere sintetizzate in maniera esemplare in quella frase, come attestano le eccezionali ricerche del grande Nicola Zitara. Dopo oltre un secolo e mezzo di silenzi omertosi e colpevoli (e dannosi) sulle politiche antimeridionali uno slogan e una locandina su facebook possono essere più efficaci di 100 libri soprattutto se sintetizzano una loro intrinseca e profonda verità.

Surreale anche un’altra delle tesi del libro: “non siamo ancora in un tempo pacificato”. Esatto. Ma per il motivo contrario: qui al Sud, nell’opera di ricostruzione di identità e di liberazione dal senso di minorità, siamo ancora all’anno zero e semplificazioni o anche e addirittura esagerazioni (legittime dopo 150 anni di umiliazioni) sono più che mai preziose. E forse abbiamo ancora più bisogno di orgoglio che di “maestrine con le penne rosse” pronte a bacchettare questo o quel passaggio (è un lusso che, forse, ci potremo permettere tra qualche anno). A meno che qualcuno non pensi che questo processo sia già concluso (e non è concluso affatto, come dimostrano le politiche antimeridionali di questi anni e che nel libro sono anche sintetizzate). A meno che qualcuno non pensi che questo processo non serva (e allora, forse, non ama davvero il Sud e non vuole davvero risolvere le questioni meridionali) e non ci meraviglieremmo molto se questo libro (soprattutto per le parti nelle quali in fondo sostiene che “è tutta colpa del Sud”) avrà molti spazi televisivi e giornalistici e venderà le sue brave copie… E magari in questo tipo di discorso rientrano anche certi titoli (quello più adatto, in questo caso, forse, era un più equilibrato e coerente con i contenuti “Fake Sud e Nord”, così come all’epoca “I prigionieri dei Savoia” di Barbero poteva far pensare ad una denuncia delle malefatte sabaude).

In conclusione (evitiamo di ripetere la formula usata da Barbero per iniziare la sua prefazione perché non riusciamo a capirla bene: “Nella conclusione a questo libro Esposito racconta…”), non possiamo non rilevare che Esposito forse per la prima volta parla del passato in un suo libro e ha scelto una strada (secondo il nostro parere personale) non del tutto felice, sia per la scelta della prefazione (e dei toni) che per diverse notizie riportate nel testo. Di fronte a oltre 150 anni di bugie (quelle sì tutte contro il Sud), di fronte a quei “400 gruppi facebook antimeridionali” (quelli sì carichi di un razzismo pericoloso), di fronte all’avanzare di una Lega (sempre) Nord (quella che condiziona non la “mentalità” ma la politica da decenni, quella che porta in giro odio vero e simboli di personaggi storici medioevali inventati sui quali, però, non ci risultano, ad esempio libri, articoli e premesse “infuriate” di Barbero che tra l’altro è anche medioevalista), di fronte all’avanzare di quel “partito unico del Nord” (che non si è mai messo e non si metterà mai a cavillare sui suoi aderenti e a cercare vie politicamente corrette), pur lusingati dallo spazio e dall’importanza attribuitaci in questo libro, ci auguriamo che il prossimo libro di Esposito e Barbero possa evitare di offendere o andare a cavillare tra libri e siti neoborbonici rivolgendo le loro attenzioni altrove (un altrove molto vasto a partire magari da tante storie-fake risorgimentali).

Prof. Gennaro De Crescenzo Napoli 6 ottobre 2020

Sepolti dai pregiudizi contro il Sud. «Bufale blasonate». Sepolti dai pregiudizi contro il Sud. Di e da pietrodesarlo.it il 6 luglio 2021. Nel libro “Perché il Sud è rimasto indietro” l’autore, Emanuele Felice,  fornisce la serie storica del divario Nord – Sud dal 1871 ad oggi. Avvisa subito che i dati del 1861, anno in cui fu annesso il Regno Duosiciliano, non ci sono, e che ricostruirli “… sarebbe un esercizio poco serio e quindi risparmiamocelo”. Però, dopo poche pagine, si lancia proprio nell’”esercizio poco serio” e afferma che nel 1861 fatto 100 il PIL pro capite nazionale quello del Sud era tra il 75% e l’80%. Ci spiega poi che, grazie all’Unità d’Italia, il PIL del Sud crebbe miracolosamente per 10 anni fino al 90% del 1871, anno in cui le serie storiche diventano universalmente accettate.  Però appena queste diventano ufficiali puff … il miracolo finisce e dal 1871 il divario peggiora costantemente. Nel 2001 il Sud è al  69% del PIL medio italiano, e oggi siamo intorno al 65%. In sintesi per Felice quando non c’erano i dati, proprio grazie all’Unità d’Italia, il divario Nord – Sud è diminuito, ma da che ci sono i dati è invece aumentato ma non a causa dell’Unità d’Italia. Perché allora? E qui il nostro si lancia nella solita poltiglia anti meridionalista giustificandola prendendo i numeri e i fatti che gli fanno comodo e ignorando gli altri.

Luca Ricolfi. Qualche anno prima di Felice, Ricolfi aveva pubblicato un libro “Il sacco del Nord”. In questo libro sostenne che il Sud viveva alle spalle del Nord e che in realtà fosse più ricco del Nord stesso. Come? Dando un valore economico al tempo libero. Vengono così stravolti i divari Nord Sud. Ovviamente dimentica, il Ricolfi, che l’abbondanza di un bene lo deprezza e che il tempo libero di un disoccupato ha un valore diverso da quello di un neurochirurgo, ma tant’è. Nella pubblicistica antimeridionale tutto fa brodo.

Barbero e Augias. Passiamo a Barbero, che per contestare i Neo Borbonici su Fenestrelle scrive un corposo libro . I Neo Borbonici pongono la quota a cui si trova il Forte di Fenestrelle a 1800 metri sul livello del mare, Barbero a 1200. Differenza non da poco per stabilire quanti fossero nel 1861 i morti tra i prigionieri mal nutriti e mal vestiti dell’esercito napoletano chiusi nel Forte posto nella gelida Val Clusone. Chi ha ragione? Nessuno dei due. In realtà il Forte è un insieme di strutture poste tra quota 1200 e quota 1800. Però Barbero è rock e non fa propaganda ma storia, i neo borbonici sono lenti e guai a chiamare  Barbero neo sabaudo. Andiamo ad Augias che sulle vicende risorgimentali, quando non gli conviene, propone l’oblio … a senso unico però, visto che a Torino, presso l’università statale, c’è un Museo dedicato al Lombroso. Di la dalle intenzione del Lombroso stesso le sue teorie furono utilizzate per giustificare la feroce repressione ai briganti, relegandoli a sub specie umana. Come Felice, memoria selettiva: ricordiamo quello che conviene.

Perché faccio questa tiritera? Perché la pubblicistica anti meridionale crea un costante pregiudizio nei confronti del Mezzogiorno e quindi tutte le volte che c’è un pregiudizio non si riescono a capire cause e soluzioni dei problemi.

Quando questi pregiudizi sono poi diffusi da Felice, che è il responsabile economico del PD che ha proprio nel Sud il proprio bacino elettorale, da Ricolfi, che si definisce illuminista e fa parte della fondazione che pomposamente si richiama a Hume, oppure da mostri della cultura in pillole come Augias e Barbero diventa quasi impossibile ragionare e capire. Se uno ci prova viene insultato sui social.

Facciamo una prova. Se vi chiedessi perché la sanità campana funziona peggio di quella lombarda cosa rispondereste? Non fate i timidi, suvvia! Bravi, ci siete: i campani sono brutti, sporchi e cattivi. Insomma la risposta antropologica è l’unica che vi viene in testa. A nessuno mai verrebbe in mente di rispondere perché lo Stato spende in Campania per la sanità 1.593,11 euro anno per abitante mentre in Lombardia ne spende 2.532,79.

Sorpresi? Ora vi tolgo il fiato perché lo so già che state pensando che tanto è inutile dare soldi ai campani perché li butterebbero dalla finestra. Ma il monitoraggio della spesa sanitaria italiana mostra che in un solo anno, e tutti gli anni da 10 anni, la sanità campana produce un avanzo di gestione di più di 43 milioni di euro. Quello che la ricca Lombardia ci mette 10 anni a produrre. Ma le sorprese non finiscono qui. Per le politiche sociali, che insieme a quelle per la sanità rappresentano il 50% delle spese regionali, nel 2018 in Lombardia sono stati spesi 6.711,16 euro per abitante. E in Campania? Solo 4.672,77!

Differenze imbarazzanti. Le differenze sono imbarazzanti e moltiplicandole per il numero di abitanti della Campania si vede che questa riceve 17 miliardi di euro l’anno in meno, che per 10 anni fanno 170 miliardi. Se applichiamo questa differenza a tutto il Sud parliamo di 45 miliardi l’anno che in 10 anni fanno 450 miliardi: più del doppio del recovery plan. E fino ad ora non abbiamo parlato del divario infrastrutturale del Sud con il Nord. Se proprio sentite la necessità di arrampicarvi sugli specchi ora direte che la spesa pubblica non produce PIL. Eccome se lo produce! Si possono assumere medici e infermieri scegliendo i migliori, attrarre malati da altre regioni che portano i loro famigliari a occupare alberghi e pensioni per l’assistenza ai parenti. Con i quattrini per la coesione sociale si sviluppa il terzo settore. Andate a vedere in Lombardia quanti ci campano! Siete tramortiti, ammettetelo. Vi vedo affannati a cercare conferme ai vostri pregiudizi nell’evasione fiscale, ma, fidatevi, l’evasione, se in tale ambito mettiamo anche quella legale dei grandi gruppi, FIAT, Ferrero, Mediaset, eccetera, è di gran lunga maggiore al Nord e la povera Basilicata, per esempio, ha un incidenza di imposte pagate sul PIL simile a quella della Lombardia, a dispetto della progressività impositiva.

E la Cassa per il Mezzogiorno? Finalmente vi vedo sorridere, pensate di avermi fregato: e la Cassa per il Mezzogiorno dove la mettiamo?  La Cassa nacque nel 1950 per la viabilità rurale al Sud. Volete dirmi che nello stesso periodo non è stato fatta neanche una strada interpoderale al Nord? A parte le autostrade e il resto, intendo. Oppure che qualche aziendina del Nord, come la Fiat per esempio, non ha munto alle casse pubbliche per decenni tra incentivi e cassa integrazione? Il punto è che ogni spesa al Sud si strombazza come “intervento straordinario”, per fare un centesimo di quello che in silenzio si fa come “intervento ordinario” al Nord. Si guarda solo la parte straordinaria della spesa pubblica e mai si somma regione per regione la spesa corrente e quella per investimenti e si confrontano i totali. Se si facesse questo esercizio si scoprirebbe la vera ragione del divario Nord Sud: la differenza di spesa pubblica sia per le spese correnti sia per gli investimenti!!!

Fake News? Lo so che pensate che io spacci fake news? Ebbene no: qui trovate i dati della spesa pubblica ordinaria per regione e qui  il monitoraggio della spesa sanitaria. Su qualsiasi cartina d’Italia trovate invece la differenza di infrastrutture tra Nord e Sud, dall’Alta Velocità alle autostrade e persino sulla piantina dell’ultimo giro d’Italia che non è arrivato neanche ad Eboli. Ma anche il Giro d’Italia muove PIL e fa pubblicità ai luoghi dove passa.

Ma non ditelo a Felice o a Ricolfi che i dati preferiscono inventarli, invece di prenderli dai conti pubblici territoriali prodotti dalla relativa agenzia. Occorrerebbe prima esaminare i numeri e verificarne la consistenza, poi elaborare una teoria. Molti, come Ricolfi e Felice, preferiscono il contrario: elaborare una teoria e cercare una conferma nei … segni o nelle rune. È così che nascono i terrapiattisti.

Ma veniamo al PNRR. Se questo fosse ripartito in Italia con gli stessi criteri utilizzati dall’Europa per distribuirlo nei vari stati europei al Sud ne competerebbe il 70% almeno. Non ci credete? Qui c’è tutto .

Il fatto è che in Europa la divergenza tra le economie dei vari paesi è considerato un problema che potenzialmente può disgregare l’Europa stessa. Lo stesso presidente del consiglio, Mario Draghi,  nel suo ultimo discorso alla camera ha detto : “Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e 43,6 per cento. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è salito dal 3,3 per cento al 7,7” .

I due Draghi. Ovviamente si tratta del Mario Draghi che prima di diventare presidente del consiglio faceva il commesso alla Standa e non di quel Mario Draghi corresponsabile di questi disastri e di cui, per fortuna, non si sente più parlare e che da DG del Ministero del Tesoro scrisse i contratti per la svendita del patrimonio pubblico ai privati e comperò titoli tossici da Goldman Sachs. Che da Governatore della Banca D’Italia autorizzò l’acquisto di Antonveneta da parte di MPS. Che da neo Governatore della BCE scrisse una lettera, insieme a Trichet, con i compiti assegnati al governo Berlusconi, e che fece il Governo Monti e che da governatore della BCE mise, inutilmente visti i risultati, in ginocchio la Grecia. Ma quale è il punto di questa chiacchierata? Il punto è che il PNRR è un elenco di progetti privo di visione e che, purtroppo, darà esiti molto modesti rispetto agli sforzi richiesti.

Sepolti dal pregiudizio. Ma come si fa a maturare la visione di un futuro che recuperi centralità politica, logistica ed economica al Mezzogiorno d’Italia che è il centro del Mediterraneo che è a sua volta il luogo di incontro di tre continenti e dove invece di sviluppo e progresso c’è il desereto? Come si fa in una Italia divisa dai pregiudizi e dalla propaganda della pubblicistica antimeridionale a far comprendere l’importanza del Sud nelle strategie di sviluppo dell’intero Paese? Come si fa a far capire che il potenziale dei porti del Sud, in specie quello di Taranto e di Gioia Tauro, è un multiplo rispetto a quello di Genova e di Trieste? Come si fa a far comprendere tutto questo in una Italia in cui appena si parla del Ponte sullo Stretto ci sono i soliti soloni che affermano che fare il Ponte, e le infrastrutture, al Sud equivale a fare un regalo alla mafia? Come si fa a far capire che poi all’estero non fanno distinzione e che il pregiudizio dal Sud si trasferisce all’intero Paese? Non era un giornale tedesco a dire che dare i soldi all’Italia equivaleva a darli alla mafia? Ecco perché questa pubblicistica stucchevole contro il Mezzogiorno arricchita di analisi fantasiose e false uccide la capacità di rinascita non del Sud, ma dell’intero Paese perché impedisce di capire i problemi e individuare  le soluzioni. Inoltre questi continui pregiudizi sul Sud rendono diviso il Paese diffondendo tossine sempre più difficilmente smaltibili ma quando i seminatori di tossine sono parte fondante di quel ceto che dovrebbe invece combattere i pregiudizi al Paese non resta che soccombere.

IL SUD CHE LOTTA ANCHE SENZA GLI IMPIANTI HA CONQUISTATO 6 ORI SU 10 ALLE OLIMPIADI DI TOKYO. Il Corriere del Giorno il 10 Agosto 2021. La mappa pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera sui luoghi in cui in Italia si pratica l’atletica leggera, conferma che la Puglia e le altre regioni meridionali sono assenti. Meno “trombonate” sotto mentite spoglie di elogi e dichiarazioni politiche. Più palestre, piste, piscine e impianti anche per gli sport cosiddetti “minori”. Dieci medaglie d’oro alle Olimpiadi, tre conquistate da atleti pugliesi; una da un calabrese d’adozione, nato in Texas, due medaglie con la vittoria nella 400×100, insieme a un sardo e a due lombardi, uno di origine sarda, l’altro nigeriana; un’altra medaglia d’oro vinta da un siciliano. I nomi dei nostri azzurri saliti sul podio olimpionico sono ormai ben noti a tutti.  La vera sorpresa di questi Giochi è stata la Puglia che ha regalato ben tre ori e un argento con la vera sorpresa di questi Giochi è la Puglia che ha regalato ben tre ori e un argento con Vito Dell’Aquila, Massimo Stano, Antonella Palmisano e Luigi Samele, rispettivamente delle province di Brindisi, Bari, Taranto e Foggia. La distribuzione delle medaglie italiane – 10 ori, di cui la metà nell’atletica, 10 argenti e ben 20 bronzi, record nel record – è spesso frutto di lavoro di squadra e quindi superiore alle 40 assegnate per disciplina. La mappa che emerge è dominata dagli atleti delle Regioni settentrionali: ben 36, infatti, provengono dal Nord, 18 dal Centro, 17 dal Sud e dalle isole. Ma il nostro Sud ha conquistato 6 medaglie su 10 calcolando solo quelle di oro, oltre a quella, storica, vinta nella boxe dalla campana Irma Testa, medaglia di bronzo che vale nel suo caso più dell’oro con una delle storie più belle, probabilmente non la più bella, di questa Olimpiade. Emblematiche le parole della la pugilatrice azzurra : ” Sono felicissima, tenere in mano questa medaglia è uno dei momenti più belli della mia vita. Penso alla mia scalata, ai sacrifici che ho dovuto fare, da dove sono partita e dove sono oggi. Il mio è stato un percorso di riscatto: ce l’ho fatta, la medaglia olimpica è il sogno di ogni atleta. Tutto quello che ho fatto è servito a qualcosa. A chi la dedico? Alla mia famiglia che ha fatto tanti sacrifici per me, il maestro con cui ho iniziato, Biagio Zurlo, e il maestro di oggi Emanuele Renzini che ha fatto di tutto per farmi arrivare fin qui”.  Atleti ed allenatori che non guadagnano come i calciatori e gli allenatori diventati delle vere star milionarie. Più della metà dell’oro italiano è figlio del Sud; i meridionali su 384 atleti tricolore a Tokyo, sono soltanto 66 mentre dalla Lombardia ne sono partiti 59. Tutto ciò significa che il Sud, pur vantando un terzo della popolazione nazionale, è stato presente con un sesto della delegazione sportiva italiana alle Olimpiadi di Tokyo, ma smentendo i numeri e le politiche ottuse che non garantisce adeguati impianti sportivi nel mezzogiorno d’ Italia conquistato il 60 per cento delle medaglie d’oro . Basti pensare che l’Italia nella marcia, aveva 5 concorrenti, 3 dei quali pugliesi, e 2 dei tre pugliesi hanno conquistato la medaglia d’oro: maschile e femminile per l’Italia. Riassumendo i dati del medagliere azzurro alle Olimpiadi di Tokyo un sesto degli atleti è figlio del sud, conquistando il 60 per cento dell’oro tricolore. Fa riflettere l’attenta osservazione di Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione ConIlSud:  nella “equa” distribuzione degli impianti sportivi, delle possibilità offerta ai giovani di fare sport, lo sbilanciamento territoriale delle infrastrutture dell’Italia non si smentisce: a fronte di 41 metri quadrati pro-capite di aree sportive a disposizione dei ragazzi residenti nel Nord-Est, sono soltanto 4 i metri quadrati al Sud . Fra le 10 province italiane con minor numero di palestre, 9 sono meridionali e tutte e 5 le province calabresi sono presenti in quelle 9. Il medagliere degli atleti figli del Sud hanno reso quattro volte più (in oro) alle Olimpiadi, ma lo hanno fatto avendo a disposizione in proporzione aree sportive, palestre e attrezzature, dieci volte in meno rispetto agli atleti del Nord. Lo sport mette in competizione, ma rende gli atleti “fratelli” e le differenze territoriali-strutturali scompaiono sui campi di gara, sulle pista, perché lo sport è uno degli strumenti più efficienti di unione nazionale e condivisione sociale. Il nostro amato Sud ha dato prove incredibili di orgoglio, nonostante lo svantaggio impostogli anche nello sport. L’esempio è rappresentato dalla storia del barlettano Pietro Mennea: l’italiano più veloce di sempre che stupì il mondo, il cui record sui 200 metri, dopo 40 anni ancor’oggi imbattuto in Europa,  era costretto ad allenarsi su tratturi campestri e strade asfaltate, non avendo piste a campi di atletica adatte. Pietro Mennea dal fisico sgraziato ed ossuto rappresentava visivamente l’antitesi strutturale del velocista . Per chi ha buona memoria i suoi avversari erano tutti muscoli e potenza, mentre lui pareva il più debole fisicamente, ma quando partivano la “Freccia del Sud” correva contro tutto e tutti, talvolta persino contro se stesso entrando in crisi a Mosca. Il suo storico avversario russo Valeriy Borzov, lo aiutò e spinse a ritrovare se stesso, dicendogli quello che rendeva grande l’atleta: “Non ho mai visto tanta volontà in un uomo solo“. Assurdo scoprire che quando hanno finalmente pensato di realizzare un campo d’atletica a Barletta, degno di essere chiamato tale, l’ex delegato regionale pugliese del Coni Elio Sannicandro (con un passato di assessore della giunta Emiliano al Comune di Bari) venne beccato con le mani nella marmellata affidando l’appalto di progettazione per circa 800mila euro ad un suo nipote ! Ed ancora più assurdo e vergognoso è ritrovarlo a capo dell’ ASSET, l’agenzia regionale pugliese che vuole organizzare e realizzare le strutture dei Giochi del Mediterraneo che vorrebbero organizzare in Puglia nel 2026. La mappa pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera sui luoghi in cui in Italia si pratica l’atletica leggera, conferma che la Puglia e le altre regioni meridionali sono assenti. Meno “trombonate” sotto mentite spoglie di elogi trionfalistici e e le solite dichiarazioni politiche. Più palestre, piste, piscine e impianti anche per gli sport cosiddetti “minori”. Così come non esiste famiglia, non c’è palestra, più di quella di judo dei Maddaloni che abbia conquistato più medaglie all’Italia.  Questa volta siamo in Campania, che grazie a papà Gianni Maddaloni che la volle a Scampia, nel quartiere simbolo del degrado sociale. Ma il vero combattimento quotidiano di Gianni sono le bollette, i conti da pagare, rifiutando tutte le offerte di trasferire altrove a Napoli la sua palestra, che gli avrebbe consentito di non aver più avuto problemi di soldi. Maddaloni però preferisce restare a Scampia, esentare i frequentatori che non possono pagare le rette mensili, aiutare i disabili. Gianni Maddaloni spiega e racconta sempre a tutti che la forza dei ragazzi delle Vele di Scampia è la rabbia che spesa male, si ribella ad una società che discrimina, esclude, mentre quando viene controllata ed educata da un allenatore capace di avere una visione, si trasforma in medaglie, risultati, crescita personale e sociale do ogni atleta. Lo sport è un campanello d’allarme per il nostro Paese. Tenendo ben presente che pur avendo strutture sportive dieci volte in meno del resto d’ Italia, gli atleti del Sud hanno vinto in proporzione quattro volte di più, è sempre possibile trovare l’imbecille di turno pronto a dire senza vergogna alcuna : “Vuol dire che non ne hanno bisogno”!

Ecco perchè i poveri del Mezzogiorno restano poveri e il Nord si arricchisce. Fabrizio Galimberti su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. LA “NUOVA frontiera” della questione meridionale sono i Lep – e i Fab, e la Sose. A questo punto, per non scoraggiare il lettore, andiamo a districare la matassa di questa “nuova frontiera” partendo dalla zuppa di acronimi.

I Lep sono i “Livelli essenziali di prestazioni”, cioè quegli ammontari di servizi che devono essere disponibili per ogni cittadino: asili nido, spazi verdi, scuole, ospedali, connessioni, strade, raccolta rifiuti… il tutto in relazione all’area e alla popolazione.

I Fab sono i “Fabbisogni standard” che, come spiegheremo meglio in seguito, si potrebbero definire come i "parenti poveri" dei Lep.

La Sose (Soluzioni per il Sistema Economico Spa) è una società per azioni creata dal Ministero dell’economia e delle finanze e dalla Banca d’Italia per l’elaborazione degli ISA -Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (strumento che ha sostituito gli studi di settore) nonché per determinare i fabbisogni standard di cui sopra.

E torniamo ai Lep. Il lignaggio è illustre. Come si legge nel box, la Costituzione prescrive, all’Articolo 117 che lo Stato determini i «livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». “L’uomo propone, Dio dispone”, dice un vecchio proverbio. Audacemente sostituendo a Dio il Governo della Repubblica italiana, si potrebbe speranzosamente parafrasare il detto in: “La Costituzione propone, il Governo dispone”. Il problema è che il Governo non dispone: a tre quarti di secolo di distanza dalla prescrizione costituzionale, questi Lep non sono mai stati determinati. Lo scopo dei Lep, ovviamente, era quello di rispondere a un altro pressante invito della Costituzione, che all’Articolo 2 statuisce che la Repubblica «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Ci fu qualche tentativo di rimediare alla colpevole omissione della messa in campo dei Lep. Più di dieci anni fa (Legge 42/2009) il Governo legiferò che i detti Lep dovevano essere introdotti – un altro “propone” – cui però non seguì mai un “dispone”. Ma non c’è il “Fondo perequativo” disposto (vedi Box) all’Articolo 119 della Costituzione? Sì, c’è, ma non perequa veramente. “Il diavolo è nei dettagli”, afferma un altro vecchio detto. E una più che meritoria ricerca della Fondazione Openpolis è andata ad annusare nei dettagli. Rispondendo a una richiesta del Comune di Catanzaro, la ricerca si è chinata sul perché e sul percome dei fondi ricevuti da quel Comune a valere sul Fondo perequativo.

Per spiegare i meccanismi del Fondo perequativo partiamo da due concetti: fabbisogni standard (Fab) e capacità fiscale. I primi sono determinati dalla Sose valendosi di una serie di indicatori che si basano in massima parte sulla spesa sostenuta per una serie di servizi (che dovrebbero mimare i famosi ‘livelli essenziali di prestazioni’). La seconda si riferisce alle entrate proprie dei Comuni. Orbene, i Comuni italiani contribuiscono al Fondo quando la loro capacità fiscale (entrate proprie) è superiore alla spesa per i Fab; e ricevono dal Fondo quando i Fab sono superiori alla spesa. In teoria questo meccanismo dovrebbe portare alla riduzione delle diseguaglianze territoriali: dato che i Comuni con ridotta capacità fiscale sono i più poveri, questi finirebbero per ricevere, riducendo quindi le distanze dai Comuni più ricchi. Ma questo non avviene per una semplice ragione, legata al modo con cui vengono calcolati i Fab: essendo questi calcolati sulla spesa per i servizi, i Comuni del Nord, che offrono più servizi, avranno Fab più alti. Mentre i Comuni che offrono meno servizi spendono meno e di conseguenza si vedono riconosciuti fabbisogni più bassi. Il lettore avvertito riconoscerà in questo modo di procedere la stessa stortura sulla quale questo giornale si è scagliato dal giorno della fondazione: il criterio della spesa storica. I soldi che lo Stato spende nelle diverse Regioni italiane sono erogati sulla base della spesa dell’anno prima, talché chi riceveva di più continua a ricevere di più. Il meccanismo del Fondo perequativo è simile, conclude giustamente la ricerca di Openpolis: “genera un circolo vizioso: anziché abbattere le disparità, penalizza nella ripartizione proprio i territori con meno servizi, allargando in prospettiva il divario tra le aree del Paese”. La soluzione a questo stato di cose non è difficile: si tratta di definire i Fab, innalzandoli, dal rango di parenti poveri dei Lep, a dei veri Lep, con indicatori fisici, quantitativi, anziché di spesa: per esempio, per gli asili-nido, stabilire che devono essere tot per ogni 1000 abitanti in quella fascia di età.

Il Governo Draghi sta facendo dei passi in questa direzione. Sia la ministra Mara Carfagna che la vice-ministra al Mef Laura Castelli spingono per una definizione di Lep efficaci ed efficienti. La conferenza Stato-città, riunitasi il 22 giugno 2021, ha adottato lo schema di decreto per le spese sociali del Presidente del consiglio dei ministri, con una particolare attenzione agli asili-nido. Ma per passare dal “propone” al “dispone” i compiti non sono solo del governo centrale. Le amministrazioni locali, che devono fornire alla Sose le materie prime per il calcolo dei Fab, sono spesso latenti. La ricerca di Openpolis ne ha dato una grafica distribuzione nel caso di Catanzaro. Come si vede dalla tabella, che si riferisce ad alcuni dati Sose 2017 per Catanzaro, succede che le informazioni siano assenti o carenti. Risulta poco verosimile, si chiede giustamente Openpolis, “che in un comune di questo tipo, in un anno non siano state effettuate potature di piante, né riconosciuti permessi per sosta disabili e accesso ZTL, né stipulati contratti da parte del comune”. Nell’ottica einaudiana di "conoscere per deliberare", le amministrazioni comunali devono essere in grado di fornire a Sose dati e informazioni corrette. È “fondamentale che i comuni, specialmente i più grandi, siano dotati di un ufficio statistico che si occupi della raccolta sistematica dei dati relativi ai servizi, alle strutture, alle attività del territorio”, e li collochi in piattaforme accessibili “opendata che permettano a tutti (cittadini, giornalisti, società civile) di accedere ai dati, di scaricarli ed elaborarli in articoli, report, campagne, con finalità informative o di attivismo civico”. La definizione dei Lep, il superamento dell’iniquo criterio della spesa storica, sono la chiave per chiudere finalmente i divari fra Centro-Nord e Mezzogiorno nella cruciale fornitura di servizi pubblici, e per avviare a compimento quell’Unità d’Italia che esiste sulla carta e che vogliamo esista nei fatti. Ma per questo, tutti devono fare la loro parte, in tutti i punti cardinali della Penisola.

L'ingiusta ripartizione delle risorse statali che affossa il futuro dei cittadini meridionali. Massimo Clausi su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. QUALCOSA si muove nei Comuni calabresi. E verrebbe da scrivere: finalmente. I sindaci, a partire da quello di Catanzaro, Sergio Abramo, si sono accorti della grande balla, narrata da anni, del Sud sprecone che rappresenta la palla al piede per il Paese e hanno capito che in realtà, dietro le difficoltà economiche dei municipi, grandi e piccoli, meridionali c’è l’ingiusta ripartizione delle risorse da parte dello Stato. Il Comune di Catanzaro che nel solo 2021, a fronte di un fabbisogno di 11,4 milioni, ne riceve meno di 4 è un dato che grida vendetta.

PRIVAZIONE SCIENTIFICA. Una privazione quasi scientifica, come in splendida solitudine ha dimostrato questo giornale con numeri e dati, che ha prodotto un risultato esplosivo. Se guardiamo alla Calabria troviamo 46 Comuni in dissesto, fra cui capoluoghi di provincia come Cosenza, Reggio Calabria, Vibo, e 35 in pre-dissesto fra cui città importanti come Rende e Lamezia Terme. A questo dobbiamo aggiungere un’evasione fiscale importante dovuta da un lato alla debolezza del tessuto sociale calabrese, dall’altro dalla difficoltà dei Comuni a effettuare la riscossione. Il risultato finale è un mix micidiale, visto che i sindaci devono comunque garantire i servizi minimi essenziali come acqua, rifiuti, trasporti che troppo spesso i cittadini calabresi si vedono negati. Prendiamo ad esempio il bubbone della sanità. La Ragioneria generale dello Stato lo scorso anno ha indicato chiaramente i soldi distribuiti per la sanità per ogni cittadino italiano. La media è 1.920 euro, mentre i calabresi ne percepiscono 1.760: la differenza è quasi 200 euro pro-capite, il che significa, per una regione come la Calabria, 400 milioni di euro. «Ricordo – ha detto il sindaco Abramo ieri in conferenza – che la Calabria è commissariata per uno sforamento del bilancio di 300 milioni, e di questi 200 milioni 140 li pagano i calabresi con l’addizionale Irpef, 60 lo Stato. Se la Calabria riuscisse ad avere quello che ha la Lombardia, la nostra sanità avrebbe 400 milioni in più: con 200, quindi, pareggeremmo il bilancio, gli altri 200 li potremmo investire. Questa differenza non è giusta».

I FONDI EUROPEI. Su questo sfondo si inserisce poi il tema dei fondi europei che troppo spesso, anziché essere aggiuntivi rispetto alle risorse statali, di fatto sono stati troppo a lungo sostitutivi. Anche su questo punto, però, è nato il luogo comune di un Sud incapace di spendere le risorse generosamente concesse dall’Europa. Certo, i numeri assoluti sembrano parlar chiaro, con un monte di risorse che tornano indietro e, a furia di rimodularle, diventano quasi virtuali. Il punto, però, è che molti Comuni sono nell’incapacità di spendere questi stanziamenti per il famoso blocco del turn over che ha reso la burocrazia del Meridione scarsa nell’organico, avanti negli anni, decisamente poco tecnologica. Un esempio paradigmatico, visto che siamo in estate, in Calabria è la depurazione. Nei cassetti della Regione da anni ci sono i quattrini (parliamo di milioni di euro) per l’ammodernamento o il riefficentamento dei depuratori. Il problema è che i sindaci non hanno il personale adatto per la progettazione o per bandire le gare europee e quei soldi rimangono sempre lì, mentre l’Unione europea continua a comminarci sanzioni su sanzioni a causa delle infrazioni legate alla depurazione. Un tema, questo, che torna di grande attualità con il Pnrr, come pure è emerso nel corso dell’incontro di Catanzaro. Anche qui siamo di fronte a una sfida che il Meridione rischia di perdere se non si metteranno in sicurezza i Comuni sotto il profilo finanziario e della dotazione organica. Allora fanno bene i sindaci a tenere alta la guardia e pretendere un’inversione di rotta netta rispetto al passato.

Lo scandalo di una tv pubblica pagata da tutti ma che promuove solamente il Centronord. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. AMADEUS sarà il conduttore del prossimo festival di Sanremo. Mancano “appena” sei mesi all’evento e già la tv pubblica strombazza la notizia, che evidentemente interessa molti italiani. Il festival è un evento ormai conosciuto in tutto il mondo, con ascolti da capogiro e tradizione importante. Bene ha fatto la Rai a farne uno dei programmi di punta della propria programmazione.

LO SQUILIBRIO STORICO. Il servizio pubblico spesso sponsorizza eventi importanti del Paese che vengono così conosciuti e apprezzati, oltre che in Italia, in tutto il mondo. La Scala è al centro della programmazione dell’Opera lirica. Rai 5 vive trasmettendo le opere, sempre con un cast di primissimo piano, che La Scala propone. Così come tutto quello che accade all’Arena di Verona costituisce evento nazionale. E il festival del cinema di Venezia ha sempre grande spazio, come è giusto, nella programmazione televisiva pubblica. La domanda che ci si pone, però, è se un servizio pubblico possa concentrarsi solo sugli eventi di una parte del Paese, anche se questi dovessero essere migliori rispetto a quelli che si svolgono in altre parti. Se una televisione pubblica, pagata con i canoni di tutti gli italiani, peraltro non in proporzione al loro reddito tranne che per poche fasce esentate, si possa consentire di concentrarsi solo su una parte. Se, per esempio, non si possa e non si debba puntare anche sugli eventi, per esempio, del teatro greco di Siracusa, rappresentazioni uniche al mondo, o sulla Sagra del mandorlo in fiore di Agrigento, che si svolge in una Valle fiorita di mandorli che è un must da vedere, o se non si possa spingere eventi che si svolgono a Ravello o a Taormina, piuttosto che a Segesta o a Ercolano, a Pompei, a Napoli. In realtà l’esigenza che il Sud abbia media nazionali che facciano da megafono rispetto non solo agli spettacoli, ma alle istanze, alle problematiche di questi territori diventa sempre più importante.  

DISINFORMAZIONE SISTEMATICA. E invece si assiste alla progressiva chiusura di testate (l’ultima è quella della Gazzetta del Mezzogiorno) che in ogni caso non sono state mai nazionali, ma che hanno rappresentato voci di queste terre. E anche nell’informazione il Sud diventa area colonizzata, nella quale arriva quello che la classe dirigente nazionale, prevalentemente centrosettentrionale, vuole che arrivi. Per cui è necessario che arrivi un nuovo quotidiano, il nostro, per quella Operazione verità che una stampa attenta e non di parte, né parziale, avrebbe potuto svolgere. Nella quale passa soltanto l’informazione canonica che difficilmente dà spazio a visioni eretiche o a punti di vista meno maggioritari. L’informazione, per esempio, sul ponte di Messina è esemplare rispetto al modo in cui le problematiche economiche e sociali del Sud vengono trattate. Disinformazione, ampliamento delle posizioni critiche, fino a stravolgimento della realtà. Mentre al momento opportuno si ha l’invio di giornalisti, che raccolgono informazioni spesso dai tassisti per poi dare un’immagine del Sud molto pittoresca, ma spesso non veritiera. È chiaro che tutto questo non giova al Paese, perché la mancata conoscenza della realtà porta a decisioni del governo nazionale totalmente distanti dalle esigenze reali. Mentre interessi di parte, spesso proprietari di media nazionali, fanno il loro mestiere per difendere interessi consolidati o per accreditare verità parziali. L’informazione recente diffusa nel Paese a proposito della pandemia dà una visione della realtà che conduce al discorso fatto fino adesso.

AL DI SOTTO DI ROMA È TUTTA SERIE B. Quando vi è da intervistare un virologo, un medico, non si capisce perché debba essere sempre di Bologna o Padova, come se i ricercatori e i medici del Mezzogiorno fossero assolutamente di livello inferiore. Questo avviene anche quando si parla di economia, per cui le università meridionali sono sempre sottorappresentate. Si capisce che questo poteva avvenire quando le trasmissioni venivano realizzate con la presenza fisica, e allora era più facile utilizzare professionalità più vicine. Ma adesso che tutto avviene via web non si capisce questa discriminazione. Se non con un preconcetto di fondo, sempre presente, che le professionalità sotto Roma siano di serie B. Peraltro anche i direttori di giornali che vengono chiamati sono sempre di una parte, anche se magari dirigono testate assolutamente con diffusione limitata, come la Nazione, ma che hanno grande spazio, e tutto ciò avviene anche nella televisione pubblica. Sindrome da vittimismo, la mia, o reale fenomeno da denunciare? Certamente è un argomento sul quale riflettere.

BARAGHINI VUOL DIRE CENSURA. Marco Castoro su Il Quotidiano del Sud il 6 agosto 2021. Cari Lettori del Quotidiano del Sud, parenti e amici nonché telespettatori di SkyTg24, vi vorremmo rassicurare: il nostro e vostro quotidiano è vivo, è in edicola, è su internet e sui social. Non fatevi condizionare dalla rassegna stampa notturna di Skytg24 che quando è condotta da Francesca Baraghini ignora il nostro e vostro quotidiano. In rassegna ci sono più di 20 prime pagine diverse ma del Quotidiano del Sud neanche l’ombra. Per fortuna questo tipo di censura avviene soltanto quando c’è la Baraghini. Aspettiamo tutti con ansia il cambio turno.

I Comuni più indebitati sono al Sud ma gli aiuti di Stato volano al Nord. Vincenzo Damiani u Il Quotidiano del Sud il 23 giugno 2021. I Comuni del Sud sono in difficoltà nel far quadrare i conti e sono i più indebitati. Ma gli aiuti per superare la crisi generata dal Covid si sono concentrati soprattutto al Nord. È quanto emerge dall’indagine della sezione delle Autonomie della Corte dei conti che ha approvato la “Relazione sulla gestione finanziaria di Comuni, Province, Città metropolitane per gli esercizi 2019-2020”. Complessivamente, attraverso l’analisi della gestione di cassa dei Comuni «si è rilevato – si legge nel report – che nell’esercizio 2020 non si sono manifestate le tensioni temute per effetto della crisi sanitaria in quanto è stato offerto, in via preventiva, un adeguato sostegno alle immediate esigenze di risorse stimate alla luce degli andamenti storici dei flussi delle riscossioni e dei pagamenti».

Ma questo non vale per tutti gli enti locali: i magistrati, infatti, rilevano che «l’indagine condotta sulle procedure di riequilibrio finanziario pluriennale conferma come le criticità finanziarie sono prevalentemente concentrate negli enti del Centro-Sud».

L’INDEBITAMENTO. Come sempre, i numeri descrivono la situazione: nel 2019, il debito pro-capite dei Comuni è molto più elevato al Sud rispetto al resto d’Italia. La Campania è quella messa peggio, con un debito per abitante pari a 2.206 euro, il più alto del Paese e sul quale incide la “vicenda Napoli”. Ma la Calabria non può certo sorridere: il debito pro-capite accumulato dai Comuni è di 2.159 euro. Si tratta delle due regioni più in difficoltà a cui fa da contraltare la Puglia, dove il debito pro-capite nel 2019 era di 951 euro, sotto la media italiana, pari a 1.228 euro. Sopra la media, invece, la Basilicata (1.325 euro). Al Nord, le due regioni più in “sofferenza” sono la Liguria (1.649 euro pro capite) e il Piemonte (1.547 euro), mentre le altre sono tutte sotto la media nazionale: Lombardia (1.060 euro), Veneto (733), Emilia Romagna (758), Toscana (907), Friuli (1.025). «I Comuni (5.558) osservati – si legge nella relazione – presentano complessivamente debiti pari, nel 2018, a 63.790,9 milioni di euro e nel 2019, pari a 62.443,6 milioni di euro, con una riduzione pari a -2,1%. I Comuni più grandi (oltre i 250.000 abitanti) hanno manifestato tra il 2018 e il 2019 una inversione di tendenza rispetto a quanto rilevato nel precedente rapporto, registrando una riduzione dell’indebitamento pari a 320,96 milioni di euro». «Si osservano – precisano i magistrati contabili – significative variazioni sull’indebitamento complessivo tra il 2018 e 2019 in termini percentuali sia per i Comuni della Regione Calabria (133 milioni, + 5,5%), sia per quelli della Regione Lazio (247 milioni + 3,4%) e per importi decisamente inferiori, anche per alcuni Comuni della Sicilia, rispetto alla tendenza delle altre autonomie locali a ridurre l’indebitamento complessivo anche con percentuali importanti, come nel caso dei Comuni della Campania che hanno ridotto del 16,5% il proprio indebitamento per un ammontare complessivo di 217,2 milioni di euro ed i Comuni della Regione Lombardia del 15,5% pari a un ammontare complessivo di 371,3 milioni».

AIUTI PER IL COVID: LA DISTRIBUZIONE. Questa la situazione pre Covid: ora vediamo cosa è successo nel 2020. Il decreto Rilancio ha previsto l’istituzione di un fondo con una dotazione di 3,5 miliardi di euro per l’anno 2020 per assicurare agli enti locali le risorse necessarie per l’espletamento delle funzioni fondamentali. La dotazione è stata successivamente integrata con ulteriori 1,67 miliardi per il 2020, di cui 1,22 miliardi in favore dei Comuni e 450 milioni in favore di Province e Città metropolitane. «Il riparto del fondo – spiega la Corte dei conti – è demandato a un decreto del ministro dell’Interno (di concerto con il ministero dell’Economia e delle finanze e previa intesa in Conferenza Stato Città e Autonomie locali), sulla base degli effetti determinati dall’emergenza Covid-19 sui fabbisogni di spesa e sulle minori entrate». Risultato: «Analizzando i dati pubblicati dal ministero dell’Interno a fine 2020 – evidenziano i magistrati – si evidenzia una netta prevalenza di ristori per presumibile perdita di gettito stimata nei Comuni del Nord Italia (53%) a fronte di una particolare contrazione delle entrate nella zona nord-occidentale, che ha maggiormente risentito degli effetti della crisi sanitaria. In particolare, solo in Lombardia vengono assegnate risorse (con clausola soglia minima e salvaguardia acconti) per un importo totale di circa 880 milioni. Seguono, poi, i Comuni del Lazio con 413 milioni di risorse assegnate e del Veneto con 377 milioni». «Provando ad aggregare i dati secondo l’area di appartenenza dei Comuni – si legge ancora – emerge che la maggior parte delle risorse destinate al ristoro delle entrate è stata destinata agli enti appartenenti alle Regioni del Centro-Nord, come conseguenza delle stime effettuate dalla Ragioneria sulla perdita di gettito riscontrata, attraverso un confronto con l’esercizio precedente. La distribuzione dei ristori per le maggiori spese sostenute a seguito dell’emergenza presenta lievi differenze». I Comuni della Lombardia hanno ricevuto il 20,4% del totale dei ristori per le mancate entrate, segue il Lazio con il 17,3%, Toscana con il 12,1% e il Veneto con l’11,1%. La Campania ha ricevuto il 6,6%, la Puglia il 3%, la Basilicata lo 0,5% del totale, la Calabria l’1,5%. Per quanto riguarda, invece, i ristori per le maggiori spese sostenute, i Comuni lombardi hanno ricevuto il 26,6% del totale del fondo.

COMUNI IN DISSESTO. È sempre al Sud che si concentra il maggior numero di Comuni che hanno dichiarato “fallimento”. I dissesti attivi, deliberati tra il 2016 e il 2020 sono 154, «con una significativa concentrazione territoriale – scrivono i magistrati – in Calabria (42 casi), Campania (35) e Sicilia (40). I rimanenti 37 casi si rilevano nel Lazio (11), in Puglia (6), in Basilicata (4), in Abruzzo (3), in Lombardia (3), nel Molise (3), nelle Marche (2), in Piemonte (2) e, infine, un caso in Liguria (Lavagna), uno in Toscana (Massarosa) e uno in Umbria (Terni).

LO STATO DI SALUTE DEI COMUNI. Dall’analisi dei rendiconti finanziari, il risultato di amministrazione dei Comuni risulta complessivamente positivo (38,7 miliardi), ma al netto degli accantonamenti, dei vincoli e della parte destinata agli investimenti si determina un disavanzo di circa 6 miliardi (5,98 miliardi). I Comuni che hanno registrato un disavanzo sono complessivamente in aumento del 28% rispetto allo scorso esercizio: dall’indagine, si nota che prosegue nel 2019 la ripresa nella dinamica della spesa per gli investimenti che trova riscontro sia negli impegni (+17,7%) sia nell’incremento delle somme iscritte al fondo pluriennale vincolato (+15,2%), indice dell’avvio di iniziative da realizzare nel medio-lungo periodo.

Sanità Lombardia, ecco come il privato sceglie gli interventi più redditizi Le liste d’attesa. DATAROOM di Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 27 giugno 2021. La Lombardia è l’unica Regione italiana che ha stabilito per legge parità di diritti e doveri fra soggetti pubblici e privati convenzionati che operano all’interno del servizio sanitario. Le intenzioni della norma n. 31 voluta nel 1997 da Roberto Formigoni sono quelle di promuovere la competitività tra strutture per soddisfare meglio i bisogni dei pazienti, che possono scegliere dove farsi curare, e accorciare le liste d’attesa. E la Regione rimborsa indifferentemente gli uni e gli altri (all’interno di tetti di spesa contrattati). Ma la sanità lombarda presa spesso anche come esempio da esportare in altre regioni, ha davvero un sistema pubblico-privato in grado di garantire cure più tempestive? I dati, forniti dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e che per la prima volta è possibile rendere pubblici, permettono di capire come funziona nella realtà il modello. L’analisi riguarda le tipologie dei ricoveri e degli interventi chirurgici eseguiti nel pubblico e nel privato e la corrispettiva entità dei rimborsi ottenuti dal sistema sanitario. Quel che emerge non è una conseguenza dell’intasamento degli ospedali causato dal Covid, perché è stata fotografata la situazione considerando i numeri del 2019. Dopo è andata solo peggio.

Posti letto a confronto. I posti letto totali sono 29.308, 70% pubblici e 30% privati. Vuol dire che di tutti i tipi di ricoveri, oltre 1,2 milioni, il 70% è pubblico e il 30% privato. Intanto su 100 posti letto in un ospedale pubblico, 45 sono occupati da chi entra per un’emergenza passando dal Pronto soccorso. Su 100 posti nel privato, solo 20 pazienti arrivano dal Ps. Per gli altri 80, le strutture accreditate possono programmare per tipologia i ricoveri. Per accedere in ospedale chi ha bisogno di un intervento chirurgico deve prenotarsi la visita specialistica: per le strutture pubbliche c’è un sistema di prenotazione trasparente dove il contact center regionale dice dov’è possibile andare e in che tempi. Per quelle private, invece, bisogna rivolgersi alle singole strutture accreditate che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno mai voluto mettere a disposizione pubblicamente le loro agende, nonostante siano state sollecitate a farlo già a partire dal 2016.

Quali prestazioni offre il privato? Per una lunga lista di ricoveri e interventi chirurgici il rapporto pubblico-privato 70 a 30 s’inverte, con alti volumi in una serie di prestazioni. Vediamo quali. Primo: gli interventi ben pagati, spesso a rischio inappropriatezza perché il medico ha ampia discrezionalità nel decidere se è utile o meno eseguirli. Sono quelli per obesità, che le strutture accreditate eseguono per il 74,5%, con un rimborso di 5.681 euro; sulle valvole cardiache, che valgono 21.882 euro e sono svolti dal privato per il 51% (a Milano per il 66,2%); le artrodesi vertebrali, dove vengono inchiodate le vertebre della schiena, fatte per oltre l’80% dal privato. Nell’agosto 2019 il rimborso da 19.723 euro è stato tagliato di quasi il 40% dall’allora direttore generale della Sanità Luigi Cajazzo, proprio per renderli meno redditizi e tentare di limitare gli interventi inutili.

Interventi più remunerativi. Secondo: le prestazioni più remunerative delle specialità di cardiologia/cardiochirurgia e ortopedia. Si tratta di interventi che prevedono l’impianto di protesi, dove le strutture private già hanno margini di guadagno elevati perché negli acquisti hanno meno vincoli e standard del pubblico. A Milano, dove sono concentrati i colossi della Sanità accreditata, i privati impiantano il 60% dei defibrillatori (rimborso 19.057 euro), il 68% delle valvole cardiache (17.843 euro), l’88% dei bypass coronarici (19.018 euro). Inoltre: il 90% degli interventi sulle articolazioni inferiori (12.101 euro), e il 68% delle sostituzioni di anca e ginocchio (8.534 euro). Nell’intera regione comunque, per gli stessi tipi di intervento, la percentuale di prestazioni svolte dal privato supera il 40%, con punte che arrivano al 77%. Terzo: su oltre 500 tipi d’intervento, il privato fa la metà del suo fatturato con 25 prestazioni, il pubblico 43. Segnale evidente che l’attività si concentra in ambiti di specialità più convenienti. Le più diffuse riguardano le malattie degenerative del sistema nervoso, che valgono l’8,8% del fatturato, la sostituzione di articolazioni maggiori o il reimpianto degli arti inferiori (8,5%), le diagnosi del sistema muscolo-scheletrico (3,7%), e gli interventi sul sistema cardiovascolare (4,4%).

Milano: dominio del privato. Su Milano, se si prendono in considerazione anche i pazienti da fuori Regione, la sanità privata, rispetto ai grandi ospedali pubblici, raggiunge percentuali tra l’85 e il 97% degli interventi e ricoveri di cardiologia, cardiochirurgia, ortopedia, e quelli ad alto fatturato, ma a rischio di inappropriatezza. È la stessa Regione Lombardia ad ammettere: «La Sanità privata si è concentrata su alcune specifiche linee di attività che, tuttavia, impongono controlli incisivi in termini di appropriatezza» evitando che «gli erogatori si concentrino su attività caratterizzate da buona redditività e da non verificata necessità epidemiologica» (qui il documento).

Cosa fa il pubblico?. Gli interventi molto costosi e rischiosi, a partire dai trapianti, che può farli solo l’ospedale pubblico. E poi l’80% delle emorragie cerebrali, l’87% delle leucemie, l’82% delle neoplasie dell’apparato respiratorio, il 75% dell’ossigenazione extracorporea. I neonati gravemente immaturi sono curati per l’87,2% nelle strutture pubbliche. Oltre a tutti quegli interventi poco remunerativi, ma molto comuni: parti (81,8%), aborti (90%), calcoli (80%), polmoniti (78%), appendiciti (83,9%), tonsille (79,3%). Le operazioni per tumore al seno sono, invece, equamente ripartite. A conti fatti gli ospedali pubblici sono in perdita, con la Regione che ogni anno deve ripianare i bilanci: 44 milioni il Policlinico di Milano, 58 il San Paolo e il San Carlo, 87 i Civili di Brescia, 75 il Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Mentre i gruppi privati fanno utili importanti: 27 milioni il gruppo San Donato della famiglia Rotelli, 66,9 l’Humanitas di Gianfelice Rocca, 6,7 la Multimedica di Daniele Schwarz. Certo, il pubblico sconta inefficienze, mentre il privato è più manageriale, ma non basta a spiegare un divario di questa portata.

Le liste d’attesa restano. Le linee guida nazionali danno i tempi: nel caso di rischio di aggravamento rapido della malattia l’intervento chirurgico deve essere eseguito entro 30 giorni. In Lombardia per un intervento chirurgico oncologico bisogna aspettare 66 giorni nel 36% dei casi; per uno non oncologico 83 giorni nel 23% dei casi. In Regioni comparabili per offerta sanitaria, vediamo altri numeri: in Veneto solo il 6% delle operazioni urgenti sui tumori non viene eseguito entro i 30 giorni, per gli altri interventi gli sforamenti sono del 9%. In Emilia Romagna sono rispettivamente del 22% e del 15%. E questo era l’andamento fino ad attimo prima dell’arrivo della pandemia. Va detto che in quei mesi durissimi, con le strutture pubbliche al collasso, il privato ha messo a disposizione il 40% dei posti letto per pazienti Covid.

Modello da riformare. Tirando le fila, il modello non garantisce nei fatti quella «parità» di diritti e doveri prevista dalla legge regionale, non risolve le liste d’attesa, ma porta pian piano al deperimento del pubblico e all’accaparramento dei medici migliori. A quel punto sarà difficile tornare indietro. Infatti è in discussione un piano di riforma che in autunno dovrà sfociare in una legge, considerata dall’assessore al Welfare Letizia Moratti una delle priorità del proprio mandato. Nelle linee di indirizzo allo studio, l’assessore scrive che è necessario «un miglior governo dell’offerta». Dovrebbe voler dire: ti accredito per fare di più quello che serve e non solo quello che ti conviene. Vedremo se dalle parole si passerà ai fatti. (ha collaborato Alessandro Riggio)

Da "Ansa" l'1 luglio 2021. Un bambino residente nel Mezzogiorno ha un rischio del 50% in più di morire nel primo anno di vita rispetto ad uno che nasce nelle regioni del Nord. Tanto che, solo nel 2018, se il Mezzogiorno avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile delle regioni del nord, sarebbero sopravvissuti 200 bambini. A mettere in luce le profonde disparità è uno studio in pubblicazione sulla rivista Pediatria, presentato in conferenza stampa della Società Italiana di Pediatria (Sip). In base agli ultimi dati Istat disponibili, nel periodo 2006-2018 si è verificata una progressiva diminuzione della mortalità neonatale (nei primi 28 giorni di vita) e infantile (nel primo anno di vita), che hanno portato l'Italia a raggiungere tra i più bassi del mondo. In particolare, nel 2018 si sono avuti 1266 decessi nel primo anno di vita e la mortalità neonatale è stata del 2,01 per 1000 nati vivi. Si continua però ad osservare un'ampia variazione territoriale. Nel Mezzogiorno dove si sono avuti il 35,7% di tutti i nati, i decessi neonatali e infantili sono stati rispettivamente il 48% e il 45% rispetto a quelli avvenuti in Italia. La Sicilia, la Calabria e la Campania sono state quelle con i tassi più elevati. Inoltre, le differenze diventano ancora più evidenti per i figli di genitori stranieri che risiedono al Sud (+100%). "L'idea che nascere in un particolare territorio possa offrire una minore probabilità di cura e di sopravvivenza non è accettabile", ha commentato la presidente Sip Annamaria Staiano. "Serve sinergia per invertire questi trend allarmanti e la Sip sta già mettendo in campo iniziative per intervenire in modo proattivo su un modello assistenziale così a rischio di disuguaglianze," ha concluso Giovanni Corsello, ordinario di Pediatria all'Università di Palermo ed Editor in Chief di Italian Journal of Pediatrics.

SANITÀ SCIPPATA PER DARLA AI PRIVATI E COME SEMPRE IL SUD PAGA PIÙ DI TUTTI. Il trend 2010-2019: dal calo delle strutture pubbliche agli organici tagliati. Allarme della Corte dei conti sulle disparità territoriali. Vincenzo Damiani su Il Quotidiano del Sud il 18 giugno 2021. L’assistenza ospedaliera in Italia corre verso il privato. Nel 2010 gli ospedali erano 1.165, il 54,4% gestiti direttamente dai sistemi regionali sanitari pubblici. Nel 2019, invece, le strutture di ricovero sono diventate 992, di cui il 51,9% pubbliche, cioè 515, mentre quelle private sono 477. Se però, al conteggio aggiungiamo le case di cura non accreditate, 64 in tutta Italia, ecco che c’è addirittura il sorpasso del privato con 541 centri. A scattare la fotografia è il nuovo annuario statistico del Sistema sanitario nazionale pubblicato dal ministero della Salute, che descrive come si sta evolvendo la sanità in Italia. La maggior parte degli ospedali privati sono concentrati al Nord, ma iniziano a diffondersi anche al Sud: il record spetta alla Lombardia, con 64 strutture accreditate, seguono Lazio e Campania con 61, poi c’è la Sicilia con 59, Emilia Romagna (44), Piemonte (38). Le altre son distanti, ma le cliniche private proliferano ovunque: ad esempio in Calabria ce ne sono 29, in Puglia 26, Toscana 21, Veneto 17.

LE STRUTTURE. «Il sistema sanitario nazionale – si legge – dispone di circa 190mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 21,4% nelle strutture private accreditate, 13.202 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (83,8%) e di 8.043 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici ( 76,2%). A livello nazionale sono disponibili 3,5 posti letto ogni 1.000 abitanti, in particolare i posti letto dedicati all’attività per acuti sono 2,9 ogni 1.000 abitanti». Il Sud, però, sui posti letto è largamente penalizzato: «La distribuzione risulta piuttosto disomogenea a livello territoriale», è scritto nel report ministeriale. E in effetti, stando ai dati, le differenze sono palesi: in Puglia ci sono 10.153 posti letto nel settore pubblico, contro i 12.571 dell’Emilia Romagna, i 13.449 del Piemonte, i 15.798 del Veneto, regioni simili per numero di residenti. La Campania, molto più popolosa, ha solo 11.916 posti letto, 11.771 la Sicilia. Anche sui «posti letto destinati alla riabilitazione e lungodegenza, 0,6 ogni 1.000 abitanti, c’è una notevole variabilità regionale» a discapito del Mezzogiorno.

GLI ORGANICI. Meno strutture, meno posti letto e anche meno personale ospedaliero per il Sud. Nel 2019 i dipendenti in Italia ammontano a 603.856 unità e risultano così ripartiti: il 72,2% ruolo sanitario, il 17,5% ruolo tecnico, il 10,1% ruolo amministrativo e lo 0,2% ruolo professionale. Il Piemonte conta 54.117 lavoratori complessivi, il Veneto 56.778, l’Emilia Romagna 58.628, 48.219 la Toscana e la Lombardia 88.142; contro i 35.453 dipendenti della Puglia, i 39.879 della Campania, i 39.272 del Lazio, o i 18.048 della Calabria. Nel dettaglio, mentre la Puglia ha 6.431 medici, l’Emilia Romagna, a quasi parità di popolazione, ne ha 8.742; il Piemonte 8.412, il Veneto 7.672, la Toscana 8.109. Al Nord, per ogni mille abitanti ci sono 12,1 dipendenti nel comparto sanità: medici e infermieri, ma anche tecnici di laboratorio, amministrativi, operatori socio sanitari. Al Sud la media si abbassa drasticamente, sino a 9,2 dipendenti ogni mille residenti. Se la Puglia avesse avuto le stesse risorse dell’Emilia Romagna e avesse, quindi, potuto mantenere lo stesso rapporto dipendenti/residenti, oggi avrebbe 16.662 medici, infermieri, amministrativi in più. Come si può chiedere alla Puglia, a quasi parità di popolazione, di riuscire a svolgere lo stesso numero di esami e visite mediche che si riescono a fare in Emilia Romagna che ha 23mila lavoratori in più?

LA CORTE DEI CONTI. Anche la Corte dei Conti ha evidenziato la disparità «Negli ultimi due anni – scrivono i giudici contabili – sono divenuti più evidenti gli effetti negativi di due fenomeni diversi che hanno inciso sulle dotazioni organiche del sistema di assistenza: il permanere per un lungo periodo di vincoli alla dinamica della spesa per personale e le carenze, specie in alcuni ambiti, di personale specialistico. Come messo in rilievo di recente, a seguito del blocco del turn-over nelle Regioni in piano di rientro e delle misure di contenimento delle assunzioni adottate anche in altre Regioni (con il vincolo alla spesa), negli ultimi dieci anni il personale a tempo indeterminato del Sistema sanitario nazionale è fortemente diminuito». Le Regioni in Piano di rientro sono quelle del Sud, che per anni, 10 la Puglia ad esempio, essendo sotto il controllo dei ministeri della Salute e dell’Economia non hanno potuto assumere. Non solo: dal 2012 al 2018 l’Italia ha “perso” oltre 42mila operatori sanitari e il record spetta al Sud: è infatti la Campania ad aver dovuto fare a meno di 10.490 dipendenti sanitari.

Emiliano: «Affrontato il Covid con un quarto delle risorse del Nord». L'incontro dell'associazione Welfare a Levante. La Gazzetta del Mezzogiorno il 09 Luglio 2021. «Abbiamo affrontato l’emergenza Covid in Puglia dimostrando una capacità di gestione tra le migliori di Italia. E lo abbiamo fatto pur vivendo uno storico gap, con un quarto delle risorse e del personale rispetto ad alcune regioni del Nord Italia a parità di abitanti». Lo ha detto il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano intervenendo oggi ai lavori congressuali dell’associazione di categoria Welfare a Levante, su invito del presidente Antonio Perruggini, che si sono svolti all’Anche Cinema di Bari. «Voi - ha detto Emiliano rivolgendosi ai rappresentanti delle strutture socio sanitarie - siete stati nella prima fase della pandemia il bersaglio numero uno del Covid. Il sistema sino a prima dell’emergenza era fondato sul rispetto del Dm70, in sintesi il Governo diceva alle regioni: o li fai tu i tagli, oppure ti commissariamo e li facciamo noi. Questa azione noi in Puglia l’abbiamo realizzata e i risultati attesi sono arrivati, lo dicono i conti in ordine e i dati sui Lea, visto che siamo la regione che più è cresciuta in Italia nei livelli essenziali di assistenza. Ma adesso che affrontiamo una nuova fase della pandemia non meno complessa, bisogna attuare le perequazioni. E per farlo servono risorse e personale».

Michele Emiliano a Stasera Italia su Rete4 (Rete Lega) del 3 maggio 2020. «Innanzitutto noi abbiamo aumentato di millecinquecento posti i posti letto autorizzati da Roma. E abbiamo subito approfittato di questa cosa. Devo essere sincero: il sistema sanitario pugliese è un sistema sanitario regolare. Noi non abbiamo mai avuto problemi sulle terapie intensive. Quindi però, Pomicino evidentemente è intuitivo, capisce che questo è il momento per cui le sanità del Sud…siccome i nostri non possono più andare al Nord per curarsi perché è troppo pericoloso, devono essere rinforzate per limitare la cosiddetta mobilità passiva. Quindi io l’ho detto chiaro: io non terrò più conto dei limiti, posti letto, assunzioni, di tutta questa roba, perché non siamo in emergenza. Farò tutte le assunzioni necessarie, assumerò tutte le star della medicina che riuscirò a procurarmi, cercherò di rinforzare i reparti. Manterrò i posti letto in aumento. Anche di più se possibile. Chiederò ai grandi gruppi privati della Lombardia per i quali c’è una norma che li tutelava in modo blindato. Immaginate: io potevo pagare senza limite i pugliesi che andavano in Lombardia presso queste strutture, se queste strutture erano in Puglia c’era un tetto massimo di spesa  fatto apposta…Siccome questo tetto deve saltare, io sto proponendo a questi grandi gruppi di venire e spostarsi al Sud per evitare il rischi Covid, ma soprattutto per evitare il rischio aziendale per loro. Perché è giusto che questa mobilità passiva: 320 milioni di euro di prestazioni sanitarie che la Puglia paga alla Lombardia in prevalenza, solo perché quel sistema è stato supertutelato. Adesso tutti dovremmo trovare il nostro equilibrio e la nostra armonia». 

Storia di Francesco Saverio Nitti, lo studioso che nel 1900 dimostrò scientificamente che il Nord derubava il Sud. Michele Eugenio Di Carlo su I Nuovi Vespri il 14 maggio 2021. L’economista lucano, docente universitario poco più che trentenne, pubblicò “Principi di scienza delle finanze”, opera che è diventata nota in tutto il mondo. Fino a prima di Nitti il Sud e la Sicilia erano economicamente arretrati perché antropologicamente inferiori. La forza dei numeri e della cultura assestò un colpo a certi razzisti e disonesti del Nord. Che purtroppo ci sono ancora. Nitti dimostrò che un’iniqua distribuzione della spesa pubblica, nel periodo 1862- 1897, aveva favorito il Nord e penalizzato il Sud. La cosa incredibile è che ancora oggi è così! I Borbone erano molto più corretti degli italiani. Non a caso, nel Nord, la parola “Borbone” ha un’accezione negativa. Così come, per noi del Sud e della Sicilia, le parole “Nord Italia” sono in alcuni casi sinonimi di banditi e predoni Da Nitti ad oggi la situazione è mutata? Come già accennato, assolutamente no! L’economista lucano, docente universitario poco più che trentenne, pubblicò “Principi di scienza delle finanze”, opera che è diventata nota in tutto il mondo. Francesco Saverio Nitti (Melfi 1868 – Roma 1953), l’economista lucano che sarebbe diventato Presidente del Consiglio nel 1919, pubblicava nel 1900 a Torino un volumetto, destinato a renderlo famoso, sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato dal titolo “Nord e Sud”, edito dall’amico deputato torinese Luigi Roux. L’autore, all’epoca trentaduenne e già docente ordinario di Scienza delle Finanze e Diritto finanziario presso l’Università di Napoli, con questo testo verrà annoverato tra i maggiori studiosi meridionalisti, avendo affrontato per la prima volta in maniera compiuta e originale il tema del bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97 e avendo portato alla luce, contrariamente a quando era allora comunemente ritenuto da politici, studiosi, accademici, l’iniqua ripartizione della spesa pubblica in Italia: dall’unità in poi il Mezzogiorno aveva subito un continuo e costante drenaggio di risorse atto a favorire lo sviluppo infrastrutturale e industriale dell’Italia settentrionale. Nitti, il cui nonno paterno dal passato carbonaro era stato ucciso a Venosa dai briganti di Carmine Crocco in una reazione filoborbonica, sarà aspramente contestato e, addirittura, accusato di aver fomentato e alimentato divergenze e contrasti in un’Italia, allora come oggi, già profondamente divisa. Ciononostante, le lucide analisi di Nitti, che indicavano chiaramente la responsabilità delle politiche attuate dai governi, succedutisi nel primo quarantennio unitario, per aver sostenuto e accresciuto il divario tra le “Due Italie”, lo porteranno nel 1903 a pubblicare il testo “Principi di scienza delle finanze” , un’opera di fama mondiale adottata da diverse università in Italia e all’estero, e nel 1904 ad essere eletto nel Parlamento. Da deputato, Nitti metterà le sue competenze a disposizione di Giovanni Giolitti, parteciperà all’inchiesta sulle condizioni economiche e sociali della Basilicata e della Calabria, sarà impegnato nella costituzione dell’Ente Volturno, volto alla produzione di energia elettrica, e nelle trattative affinché nascesse a Bagnoli l’Ilva, al fine di restituire all’ex capitale Napoli uno spiraglio di produzione industriale. Fino a prima di Nitti il Sud e la Sicilia erano economicamente arretrati perché antropologicamente inferiori. La forza dei numeri e della cultura assestò un colpo a certi razzisti e disonesti del Nord. Che purtroppo ci sono ancora. In “Nord e Sud”, l’economista lucano sgombra il campo da analisi superficiali o di comodo che tentavano di ridurre a mera speculazione antropologica la natura del divario che si era venuto creando negli ultimi decenni. A chi legava il mancato sviluppo del Mezzogiorno con razzistiche teorie che suggerivano l’inferiorità della “razza” meridionale, Nitti opponeva analisi, studi, statistiche che dimostravano scientificamente che il divario tra le due aree del Paese era diventato così consistente in relazione a precise scelte di politiche finanziarie, economiche e doganali. Nitti si contrapponeva nettamente alla tesi «molto comune […] non solamente radicata nel Nord d’Italia, che il Sud sfrutti il bilancio nazionale»; i meridionali non pagavano affatto meno tasse e meno imposte come era solito dirsi e non conservavano i propri risparmi in maniera improduttiva come si credeva comunemente. Anzi, il Mezzogiorno fino al 1860 aveva conservato «più grandi risparmi che in quasi tutte le regioni del Nord», vi si «viveva una vita molto gretta, ma dove il consumo era notevolmente alto». E fino a prima delle politiche doganali del 1887, tra il 1880 e il 1888, «la ricchezza agraria del Veneto non era superiore a quella della Puglia, e tra Genova e Bari, tra Milano e Napoli era assai minore differenza di sviluppo economico e industriale che ora non sia. Ma adesso (1900, n.d.a.), insieme a una diminuzione nella capacità di consumo, si notano i sintomi allarmanti dell’arresto del risparmio, dello sviluppo della emigrazione povera, della pigra formazione dell’industria di fronte al bisogno crescente. Tra il 1870 e il 1888 la importanza del Mezzogiorno nella vita sociale ed economica dell’Italia era molto maggiore che oggi non sia». Nitti dimostrò che un’iniqua distribuzione della spesa pubblica, nel periodo 1862- 1897, aveva favorito il Nord e penalizzato il Sud. La cosa incredibile è che ancora oggi è così! Emergeva chiaramente dall’analisi dei bilanci dello Stato dal 1862 – anno di unificazione del sistema tributario con l’estensione agli altri Stati preunitari del sistema fiscale piemontese ad opera del ministro livornese Pietro Bastogi, tramite ben cinque disegni di legge – al 1896-97, che il divario nord-sud era notevolmente cresciuto, non solo a causa di una iniqua ripartizione territoriale della spesa pubblica, ma anche per la deleteria sostituzione del «semplice e quasi elegante organismo della finanza napoletana» con gli ordinamenti finanziari del Regno di Sardegna, gestiti da una macchina burocratica dal «numero strabocchevole di agenti di ogni grado…» . Grazie agli studi di Nitti iniziava a delinearsi un quadro delle finanze degli Stati preunitari che si era cercato accuratamente di occultare: «senza l’unificazione dei varii Stati, il regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle risorse era necessariamente condannato al fallimento» ; le finanze piemontesi si erano salvate dal fallimento grazie all’annessione violenta del Regno delle Due Sicilie. I Borbone erano molto più corretti degli italiani. Non a caso, nel Nord, la parola “Borbone” ha un’accezione negativa. Così come, per noi del Sud e della Sicilia, le parole “Nord Italia” sono in alcuni casi sinonimi di banditi e predoni. Ai Borbone si potevano fare le critiche più disparate, «ma qualunque il giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona e, in generale, onesta» . E queste considerazioni, coraggiose ed esplosive per quei tempi, Nitti le ricavava da documenti inoppugnabili: la pubblicazione del Ministero delle Finanze del luglio 1860 sui bilanci napoletani dal 1848 al 1859 e la relazione di Vittorio Sacchi, inviato fiduciario a Napoli del Conte di Cavour, in qualità di segretario generale delle finanze dal 1° aprile al 31 ottobre 1861. Eppure ancora oggi, persino nei vocabolari, il termine borbonico viene impropriamente utilizzato nell’accezione negativa quale sinonimo di cattiva amministrazione o di ridondante e poco trasparente burocrazia. Da Nitti ad oggi la situazione è mutata? Come già accennato, assolutamente no! Dalle analisi di Nitti del 1900 ad oggi, le politiche economiche e finanziarie italiane in riferimento alla ripartizione territoriale della spesa pubblica sono diventate più eque? La risposta la troviamo nel Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes, l’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali degli italiani, il quale attesta incontrovertibilmente che, in relazione alla percentuale di popolazione residente, nel Mezzogiorno dal 2000 al 2017 è stata sottratta una somma pari a 840 miliardi. Tanto che il presidente Gian Maria Fara, commentando il rapporto ha indirettamente reso merito a proprio a Nitti, dichiarando ad una stampa distratta le seguenti significative espressioni: «Sulla questione meridionale, dall’Unità d’Italia ad oggi, si sono consumate le più spudorate menzogne. Il Sud, di volta in volta descritto come la sanguisuga del resto d’Italia, come luogo di concentrazione del malaffare, come ricovero di nullafacenti, come gancio che frena la crescita economica e civile del Paese, come elemento di dissipazione della ricchezza nazionale, attende ancora giustizia e una autocritica collettiva da parte di chi – pezzi interi di classe dirigente anche meridionale e sistema dell’informazione – ha alimentato questa deriva».

Il Regno delle Due Sicilie? Era molto più ricco del Regno di Sardegna. Parola di Nitti. I Nuovi Vespri il 23 settembre 2017. Un post su facebook di Ignazio Coppola, con una pregevole citazione tratta dalle opere di Francesco Saverio Nitti, fa giustizia di tutti i disinformati (o “scrittori salariati”, come li definiva Gramsci) che scrivono e blaterano sullo stato delle finanze del Regno delle Due Sicilie prima della disgraziata unificazione del 1860. Quando Nitti parla di finanze è difficile che sbagli, visto che nei primi del ‘900 il suo testo di Scienza delle Finanze veniva adottato dalle università di mezzo mondo. Il tema non è nuovo: il Regno delle Due Sicilie era più ricco del Regno di Sardegna? Insomma, nel Sud Italia, prima dell’unificazione – o presunta tale – del 1860 si stava meglio o peggio? Ci sembra molto interessante un post pubblicato su facebook da Ignazio Coppola, che come i nostri lettori sanno è un collaboratore apprezzato di questo blog. Coppola riposta un passo di un grande meridionalista, Francesco Saverio Nitti, che ha giustizia delle bugie interessate che quelli che Antonio Gramsci, sempre a proposito della questione meridionale, definiva “scrittori salariati”, ovvero gli storici, o presunti tali, che ancora, su tale tema, negano la verità dei fatti. Leggiamo insieme la citazione di un passo degli scritti di Nitti: “Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento. Bisogna, a questo punto, riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinato una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande”. “Ed infatti – commenta Ignazio Coppola – è quello che avvenne dopo il 1860 con l’unificazione e la confusione delle disastrose finanze piemontesi con quelle floride e rigogliose condizioni economiche del regno delle Due Sicilie. Per cui il Sud fu costretto ad accollarsi l’enorme debito accumulato negli anni precedenti l’Unità d’Italia dal regno di Sardegna. Questo per la verità dei fatti”. Questo scritto è importante perché Nitti, nato a Melfi, in Basilicata, nel 1868 e morto a Roma nel 1956, oltre che essere stato un grande uomo politico è stato anche – e forse soprattutto – un grande meridionalista e un grande economista. Quando Nitti parla di condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia bisogna seguirlo attentamente, non tanto e non soltanto perché, come già ricordato, è stato un meridionalista, ma soprattutto perché nel suo lavoro di economista è stato un’autorità, in Italia e in altri Paesi del mondo. Nitti, di mestiere, era professore di Scienza delle finanze e diritto finanziario presso l’Università di Napoli e conosceva a fondi i problemi dell’agricoltura italiana e meridionale. “La scienza delle finanze”, pubblicata ne 1903, è considerata universalmente la sua opera più importante. Un volume che, all’epoca, ebbe una distribuzione a livello mondiale, se è vero che fu tradotta russo, in francese, in giapponese, in spagnolo e in portoghese. Un testo adottato in Italia, nell’Europa centrale, in Russia e in Sudamerica. Quando Nitti scrive delle condizioni economiche del Sud Italia prima dell’unificazione lo fa con cognizione di causa: con la conoscenza che gli derivava dai suoi studi, dalla sua profonda conoscenza dell’economia del Sud e della Scienza delle finanze e, anche, dal fatto di essere stato molto vicino a un altro grande meridionalista, Giustino Fortunato.  Questo ci dice che chi scrive cose diverse, su questo tema, da quello ha scritto Nitti, o è in malafede (e qui torniamo agli “scrittori salariati”…), o non conosce le cose. Il resto sono chiacchiere. 

SPESA STORICA, SCATTA LA RIVOLUZIONE CONTRO IL DIVARIO TRA NORD E SUD. Si cambia passo nella ripartizione dei fondi. La Commissione tecnica per i fabbisogni standard del ministero dell’Economia ha definito gli obiettivi per i servizi sociali dei Comuni e le relative regole di monitoraggio Lia Romagnolo su Il Quotidiano del Sud il 17 giugno 2021. Se fino a ieri il comune di Reggio Calabria aveva a disposizione circa 78 euro per abitante per garantire l’assistenza agli anziani e ai disabili, servizi domiciliari, centri educativi, centri sociali per gli anziani, case famiglia, da ieri può contare su 102,83. Mentre per il Comune di Giugliano, in Campania, la disponibilità passa da 59 euro a 95,84 per ogni cittadino, da 68,46 a 89,38 per Matera. Sono i numeri di una «rivoluzione» nel segno di un importante passo avanti verso il superamento del criterio della spesa storica, la madre del divario nei diritti di cittadinanza tra il Nord e il Sud del Paese. Una battaglia questa “contro” la spesa storica, che il nostro giornale ha combattuto fin dal suo primo giorno in edicola. Oggi si “celebra” un primo taglio al divario tra città come, per esempio, Reggio Calabria e Reggio Emilia. La Commissione tecnica per i fabbisogni standard del ministero dell’Economia e delle finanze ha definito ieri gli obiettivi di servizio per lo sviluppo dei servizi sociali dei Comuni, e le relative regole di monitoraggio. «Per gli asili e per la spesa delle funzioni sociali, si supera finalmente la spesa storica e, da oggi, rendiamo tutti i Comuni più uguali, assicurando le stesse risorse e gli stessi servizi ai cittadini, indipendentemente dall’area geografica in cui vivono», ha affermato il viceministro dell’Economia, Laura Castelli, sostenendo che si tratta di «un’operazione di vero riequilibrio che non penalizza gli altri Comuni, grazie alle risorse in più che abbiamo messo nell’ultima Legge di Bilancio, e che cresceranno dal 2021 al 2030». Un «cambio di paradigma», ha sottolineato Castelli, che porta «una rivoluzione vera». Punto di approdo di un processo che ha portato alla ridefinizione dei fabbisogni standard non più individuati sulla base del livello medio storicamente offerto, ma del livello di servizi e della spesa standard delle realtà più virtuose. Sono stati quindi quantificati i fabbisogni aggiuntivi, con l’obiettivo di colmare il gap sui servizi sociali dei territori, quelli del Sud in prima fila: all’appello risultavano mancanti risorse per oltre 650 milioni (650,9). Pertanto con la legge di Bilancio nel Fondo di solidarietà comunale (Fsc) sono state conferite risorse aggiuntive pari a 215,9 milioni per il 2021, per arrivare nel 2030 a 650,9 milioni nel 2030. La scorsa settimana il Comitato tecnico per i fabbisogni standard ha stabilito i criteri di riparto delle nuove risorse che, insieme alla variazione della metodologia di calcolo della Funzione sociale nell’ambito del Fondo di solidarietà comunale, si sottolinea, ha consentito di riportare equità nei comuni italiani. Ieri l’ok definitivo al nuovo metodo. «È il primo, vero passo per i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, che ci porterà gradualmente alla convergenza, accompagnando l’attuazione dei livelli essenziali – ha affermato la viceministra – I servizi sociali e gli asili nido hanno sempre rappresentato la vera grande differenza tra Nord e Sud. Queste distanze noi le abbiamo azzerate». L’“operazione”, in pratica, rende omogenei i fabbisogni standard, con l’obiettivo di garantire a tutti i cittadini, dalla Calabria alla Lombardia, gli stessi servizi. Un passaggio “intermedio”, sottolineano dal Mef, sulla strada delle definizione dei Lep. «Potevamo decidere di attendere l’individuazione dei livelli delle prestazioni – ci ha detto Castelli – lasciando i Comuni ancora in questa situazione di disequilibrio per anni, oppure percorrere una strada diversa. Noi abbiamo lavorato su questa seconda ipotesi e ci siamo inventati un modo che, da subito, azzerasse il divario. Con un doppio beneficio, in primis mettiamo i comuni nelle condizioni di erogare da subito i servizi ai cittadini e poi creiamo le condizioni per una transizione più morbida». I Comuni che riceveranno le “nuove” risorse dovranno rendicontarle, con un passaggio formale in Consiglio comunale: un’operazione di responsabilità, oltre che di trasparenza, quindi. Ai fini della rendicontazione delle risorse aggiuntive da parte degli enti “sotto” obiettivo, spiegano dal Mef, l’impegno delle risorse aggiuntive effettive oggetto di rendicontazione potrà avvenire con riferimento all’assunzione di assistenti sociali a tempo indeterminato qualora l’incidenza del numero di assistenti per il Comune o l’Ambito territoriale sociale di appartenenza sia inferiore a un operatore ogni 6.500 abitanti; l’assunzione di altre figure professionali specialistiche necessarie per lo svolgimento del servizio; l’incremento del numero di utenti serviti; il significativo miglioramento dei servizi sociali comunali in relazione ad un paniere di possibili interventi definito al paragrafo “Interventi per un significativo miglioramento dei servizi sociali”; le risorse aggiuntive trasferite all’Ambito territoriale sociale di riferimento.

NORD-SUD, LE PROFONDE DISEGUAGLIANZE RESISTONO IN SPREGIO ALLA COSTITUZIONE. Fabrizio Galimberti su Il Quotidiano del Sud il 9 giugno 2021. Il bellissimo discorso del Presidente Sergio Mattarella, in occasione del 75° anniversario del referendum che creò la Repubblica nel 1946, ha messo l’accento sul gap sociale ed economico fra le due Italie. Lo sviluppo ottenuto nel secondo dopoguerra, come la marea, alzò tutte le barche. Ma, dopo la stagione migliore della Cassa del Mezzogiorno, il divario fra Nord e Sud ricominciò ad allargarsi. «Fra uomini e donne ci sono delle differenze…”. La frase del pomposo discorso di un relatore all’Assemblea francese di molto tempo fa fu interrotta da un anonimo membro del Parlamento, che gridò: «Vive la différence!», innescando un’omerica risata nell’aula affollata. Il problema è che non tutte le differenze, come quella appena citata e quelle della biodiversità, meritano un applauso. E questo è tanto più vero in quanto negli ultimi lustri sono aumentate le "différences", cioè le diseguaglianze, in giro per il mondo: diseguaglianze di reddito, di censo, di territori, di genere, di opportunità…E questo aumento non ha nulla di buono quando si manifesta nel corso di una crisi, come nella Grande recessione del 2008-2009 e nel “Grande lockdown” (copyright del Fondo monetario) del 2020-2021. Se le cose vanno bene per tutti, non ci lamentiamo troppo se vanno bene più per alcuni che per altri. Ma se le cose vanno male, le diseguaglianze si sentono di più. Se mettiamo assieme la compressione dei redditi della classe media e l’esplosivo aumento dei redditi dei più ricchi creiamo una ricetta per l’invidia sociale. Viene acuito il senso di ingiustizia, questa avversione stinge sulla fiducia e dà la stura a un malessere diffuso che va a sfociare nell’appoggio a movimenti politici populisti che raccolgono queste tensioni, anche se poi non hanno rimedi efficaci da proporre. Il bellissimo discorso del Presidente Sergio Mattarella, in occasione del 75° anniversario del referendum che creò la Repubblica nel 1946, ha messo l’accento sulle diseguaglianze italiane: «C’è un articolo, in particolare, della nostra Costituzione, quello sull’uguaglianza, che suggerisce una riflessione su quanto sia lungo, faticoso e contrastato il cammino per tradurre nella realtà un diritto pur solennemente sancito. Questo principio, vero pilastro della nostra Carta, ha rappresentato e continua a rappresentare una meta da conquistare. Con difficoltà, talvolta al prezzo di dure battaglie. Per molti aspetti un cammino ancora incompiuto». Ecco l’articolo 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»). Ed è significativo che, al primo posto nell’elenco dei divari, il Presidente abbia messo «le differenze economiche, sociali, fra territori». Mattarella racconta: «Non fu un inizio facile, settantacinque anni fa. L’Italia era divisa: la Repubblica aveva prevalso per due milioni di voti, ma il risultato non era stato omogeneo e, in un Paese in ginocchio, c’era il rischio di una spaccatura tra il Mezzogiorno e il Settentrione. É la storia del lavoro, motore della trasformazione del nostro Paese. É la storia della Ricostruzione, delle fatiche, dei sacrifici, spesso delle sofferenze, di tanti che si trasferirono da Sud a Nord, dalle campagne alle città, animando uno straordinario periodo di sviluppo». Quello sviluppo, come la marea, alzò tutte le barche, nei quattro punti cardinali del Paese. Ma, dopo la stagione migliore della Cassa del Mezzogiorno, il divario fra Nord e Sud ricominciò ad allargarsi. I lettori di questo giornale sanno quanto accanita, perseverante, minuziosa e documentata sia stata la denuncia di quei divari, fra il Mezzogiorno e il resto d’Italia, che da decenni negano il dettato costituzionale e di cui accludiamo un ennesimo florilegio. Dietro questi divari – è stato detto e lo ripetiamo – c’è un’altra abdicazione a un altro dettato costituzionale. L’articolo 117 della Costituzione elenca le materie in cui lo Stato ha legislazione esclusiva, e al punto ‘m’ specifica: «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». A onor del vero, nell’anno di grazia 2009, il Parlamento varò una legge per stabilire i Lep – ‘Livelli essenziali di prestazioni’ – livelli che avrebbero dovuto fissare un congruo numero di parametri minimi a valere su tutto il territorio nazionale: per esempio, in termini di letti di ospedale, addetti ai servizi sanitari, metri quadrati di spazio scolastico, posti in asili nido… il tutto espresso per 100mila abitanti. Ma è passata una dozzina di anni da allora, e nulla è stato fatto in proposito. E le cifre nude e crude continuano a riflettere una secolare iniquità. Oggi c’è una singolare comunanza di intenti nel tentativo di correggere quegli sfibranti divari. L’Unione Europea, nello stilare i principi ispirativi del piano di ripresa (NextGen EU) ha messo ai primi posti, per l’Italia, la rimozione di quelle diseguaglianze fra Nord e Sud che hanno fatto del Mezzogiorno una ‘palla al piede’ della crescita dell’Italia, e, per transitiva proprietà, dell’Italia una ‘palla al piede’ della crescita europea. Sì che l’Europa è venuta a meritare la ‘laudatio’ di Mattarella: «L’Unione Europea è essa stessa – per noi – figlia della scelta repubblicana. L’Europa è il compimento del destino nazionale. É luogo e presidio di sovranità democratica. É un’oasi di pace in un mondo di guerre e tensioni. Il filo tessuto con il Risorgimento e la Resistenza ricompone qui la tela di una civiltà democratica che sa parlare al mondo, senza essere in balia di forze e potenze che la sovrastano». Ora non ci sono più scuse: il Governo Draghi, con l’invito e l’appoggio dell’Ue, ha in cima alla lista delle cose da fare la correzione delle diseguaglianze territoriali. E la ministra Mara Carfagna è determinata a fare quello che dodici anni di Parlamenti imbelli non hanno saputo fare, cioè procedere all’elencazione di quei famosi ‘livelli essenziali di prestazioni’ che sono – appunto – essenziali per ridirigere le risorse pubbliche verso le aree disagiate del Paese.

DOSSIER - LA SPEREQUAZIONE TRA NORD E SUD NUMERO PER NUMERO VOCE PER VOCE. Il Quotidiano del Sud il 9 febbraio 2021. Questo dossier è il frutto di un lavoro collettivo del Quotidiano del Sud L’Altravoce dell’Italia, diretto da Roberto Napoletano, a cui hanno partecipato: Patrizio Bianchi, Pietro Massimo Busetta, Antonio D’Amato, Fabrizio Galimberti, Adriano Giannola, Ercole Incalza, Cesare Mirabelli, Paolo Pombeni, Massimo Villone Questo è un dossier aggiornato al 31/12/2020, ogni 6/12 mesi faremo un aggiornamento congiunturale e strutturale:

quotidianodelsud.it/wp-content/uploads/2021/02/OPERAZIONE-VERITA-IL-DOSSIER-DELLA-SPEREQUAZIONE-NUMERO-PER-NUMERO-VOCE-PER-VOCE.pdf

I pregiudizi territoriali ed economici.

Mio nonno contadino ed analfabeta diceva: “Son ricchi. Hanno rubato. Io lavoro tutto il giorno e non divento ricco”. Ergo i ricchi sono ladri. La verità è che non aveva nè arte, nè parte, nè degni natali.

Mia zia emigrata al nord diceva: qua non è come "da voi", è meglio qua, tutta un'altra cosa. La verità è questa: è emigrata perchè non aveva nè arte, nè parte, nè degni natali. Per rivalsa è diventata rinnegata. La verità dei rinnegati è che, appunto per invidia, rinnegano le loro origini. Non sanno che sono condannati al limbo: saranno sempre terroni per i corona polentoni e corona polentoni per i terroni.

I Settentrionali puri conosciuti al Nord hanno sempre dei pregiudizi sui Meridionali: siamo tutti pregiudicati (da pregiudizio). Ergo: pregiudicati uguale a delinquente ed essendo del Sud siamo tutti delinquenti mafiosi. La verità è che sono ignoranti, resi tali dai media prezzolati dalla Finanza del Nord, e sono in malafede perchè vogliono le risorse finanziare pubbliche tutte per loro e lo sfruttamento delle risorse umane meridionali per i loro fini. E' l'invidia di non avere il mare, il sole e di non essere gente del sud solidale e con la luce nel cuore.

Quindi se per i comunisti e per i settentrionali siamo mafiosi, noi meridionali non abbiamo diritto a gestire le nostre risorse se non dimostriamo di non essere mafiosi.

In Italia l’onere della prova è ribaltata: i ricchi ed i meridionali devono dimostrare di essere onesti, mentre gli accusatori non devono dimostrare di essere bugiardi e razzisti.

 NON SE NE PUO' PIU' DELL'INFORMAZIONE CHE SFUGGE ALLA SUA FUNZIONE PUBBLICA! Michele Eugenio Di Carlo il 17.03.2020 su Movimento24agosto.it. Siamo profondamente convinti che di fronte alle regole coronavirus siamo tutti uguali al sud, al centro, al nord. Ma l' informazione a livello nazionale tende ancora una volta a farci passare per esseri inferiori, indisciplinati, refrattari a qualsiasi regola. Ieri sera Del Debbio indicava chiaramente Napoli come esempio di non rispetto delle regole e dal servizio nemmeno si evidenziava più di tanto se non per le forzature dell'inviata. Questa mattina dal Corriere della Sera si evince che specie al Sud non si rispettano le regole, infatti vengono citate Bari, Lecce, Secondigliano,Caltanissetta. Poi dalla piccola stampa locale del nord emerge che siamo tutti uguali davanti alle regole. La nostra reazione contro un'informazione a senso unico, e che ripropone il solito cliché di un'Italia divisa, viene fatta passare come immotivata quando non addirittura razzista. E la cosa più grave è che spesso sono i cittadini meridionali, totalmente manipolati da quell'informazione, a dichiarare che quei media che ci disprezzano hanno ragione. L'invito è ad opporsi a quell'informazione con dati statistici e documenti, rivendicando il nostro diritto ad essere considerati cittadini alla pari. Alimentare pregiudizi e luoghi comuni contro il Mezzogiorno d'Italia, in un momento critico come l'attuale, non è degno di un'informazione che dovrebbero sempre rinsaldare quanto ci unisce e non evidenziare falsi e mistificatori miti.

ATTACCO CONCENTRICO AL SUD E AL REDDITO DI CITTADINANZA: INSULTI VELATI E FALSE NOTIZIE DA TG E GIORNALI. Raffaele Vescera il 20.05.2021 su Il Movimento24agosto.it. Il tormentone è partito l’altra sera sui Tg nazionali: “In Campania più assegni di Reddito di cittadinanza che in tutto il Nord. Quattro volte più della Lombardia!" Scioccamente ripreso dal Fatto Quotidiano.it di ieri che rincara la dose: “Reddito di cittadinanza, in aprile 2,8 milioni di percettori. A Napoli più che in Lombardia e Piemonte”. Il tutto senza il minimo accenno alle cause di tale differenza, da parte di un giornale che, pur nelle sue giuste battaglia contro le mille ingiustizie italiane, non perde occasione per diffondere gratuiti pregiudizi contro i meridionali, lombrosianamente considerati men che delinquenti e fannulloni, sulla scia del mantra leghista che, in vero, unisce il cosiddetto Partito unico del Nord nel razzismo antimeridionale. Dipende forse dall’essere piemontese del suo direttore, Gomez? È forse il solo modo che hanno per mondarsi la coscienza? Veniamo a noi. La disoccupazione al Sud è oltre il 18%, tripla rispetto al Nord dove è intorno all’6%, e quella dei giovani meridionali è al 65% anche qui tripla rispetto al Nord, mentre la punta delle disuguaglianze italiane spetta alle donne meridionali con un tasso di disoccupazione che va oltre l’80%. In quanto al reddito pro-capite, quello del Sud a 16,500 Euro è meno della metà del nordico 34.000. Ebbene, con questi dati, noti a tutti, qualunque serio commentatore dedurrebbe che dove vi è maggiore disoccupazione e povertà, per esempio al Sud, vi è maggior ricorso al reddito di cittadinanza. L’articolo del Fatto Quotidiano si spinge oltre, arrivando a sostenere che il Rdc sarebbe punitivo nei confronti del Nord, dove la vita costerebbe di più. Altro falso, considerato che tutti i servizi pubblici, tassi bancari, assicurazioni e altro sono molto più cari al Sud, così come lo è la produzione industriale del Nord, di cui i Sud è fortissimo consumatore, per precisa volontà coloniale italiana, che riserva al Nord il ruolo di produttore con conseguente ricchezza, e al Sud quello di mero consumatore con conseguente povertà ed emigrazione: 100.000 giovani meridionali l’anno lasciano la propria terra per fare vita grama di lavoro al Nord. In verità, oltre il solito mantra antimeridionale, questo attacco è diretto contro lo stesso reddito di cittadinanza che Confindustria e Partito unico del Nord non vedono di buon occhio, in quanto sottrarrebbe i cittadini alla vergogna di un lavoro schiavizzato e sottopagato, i meridionali per la finanza del Nord sono solo cervelli e braccia da lavoro da sfruttare. Non che il reddito di cittadinanza sia la soluzione ai problemi di disoccupazione e povertà del Mezzogiorno, ci vogliono infrastrutture, investimenti e lavoro che lo Stato nega da sempre al Sud, ma vivaddio almeno solleva i meridionali, e anche gli indigenti del Nord, dal vivere nella disperazione e di rovistare nella spazzatura per cibarsi. Come si dice da noi al Sud, il sazio non crede al digiuno. Per una volta andrebbero invertiti i ruoli, come in un certo film americano con Willy Smith, chissà cosa proverebbero i loro ricchissimi figli di papà a vivere disoccupati con 557 Euro al mese con fitto, bollette e spesa per mangiare.

SputtaNapoli sport nazionale, Milano invasa da tifosi ma giornale scrive “Coprifuoco violato a Napoli”. Da Andrea Favicchio il 3 maggio 2021 su vesuviolive.it. Non chiamatelo vittimismo, questa è una vera e propria avversione nei confronti di Napoli, il solito SputtaNapoli. Sì perché ieri e sui giornali di questa mattina per l’ennesima volta si è vista la disparità di giudizio dei media italiani. Come se la festa per la Coppa Italia vinta dal Napoli fosse più contagiosa di quella scudetto (i numeri smentiscono chiaramente). Ieri l’Inter ha vinto lo scudetto e migliaia e migliaia di persone si sono riversate in città in festa. Direte voi, lo avrebbero fatto tutti è inutile giudicare. Infatti qui non si giudica il comportamento dei tifosi neroazzurri, perché qualunque tifoseria avrebbe fatto lo stesso, quanto più quello dei media nazionali.

Milano, festa scudetto dell’Inter: ma solo a Napoli siamo sciagurati. Spicca su tutti infatti il titolo de “Il Fatto Quotidiano” sull’argomento: “Folla di tifosi invade Milano. A Napoli coprifuoco violato”. Vi chiederete voi, cosa c’entrano le due cose insieme? La risposta è assolutamente nulla. L’Italia è il Paese dove si nasconde la polvere sotto al tappeto credendo di aver risolto tutti i problemi. L’Italia è il Paese dove per discolparsi di qualcosa si butta il fumo negli occhi della gente o la si fa guardare da un’altra parte. Un tentativo davvero goffo e ridicolo quello del quotidiano diretto da Marco Travaglio di distogliere l’attenzione su qualcosa che l’attenzione l’ha capitalizzata al 100%. Solo tra la gente comune però. Loro infatti sono gli unici ad essere sdegnati non solo dal comportamento dei tifosi ma anche dalla classe politica che avrebbe dovuto prevedere la situazione. Una festa che rischia di essere amara per tutti i milanesi e per la Lombardia intera. Staremo a vedere tra un paio di settimane come sarà la curva dei contagi – sperando ovviamente di essere smentiti in pieno.

L’ATAVICA AVVERSIONE A NAPOLI E L'OCCHIO BENEVOLO PER MILANO. DUE PAESI E DUE MISURE? E' RAZZISMO. Facebook. Movimento 24 Agosto - Equità Territoriale il 3 maggio 2021. Pietro Fucile. Quando nel giugno scorso 5.000 tifosi festeggiarono per le strade di una città a zero contagi la vittoria della Coppa Italia, vennero definiti su tutti i giornali “Sciagurati!” con tanto di punto esclamativo per colmo d’indignazione. La situazione era per tutti “disgustosa”, gli amministratori, tanto De Luca quanto De Magistris “colpevoli” e per i napoletani si rispolverarono le analisi sociologiche (sempre le stesse da 160 anni in qua) che ancora parlano di “atavica avversione alle regole”. Oggi l’Inter vince lo scudetto, i tifosi festeggiano (sei volte più che a Napoli) assembrandosi in 30.000 nelle piazze di una città ancora in piena pandemia. Ma a fare il titolo è ancora Napoli per le violazioni delle norme anti-contagio, le stesse violazioni che si sono registrate nel weekend in tutte le città italiane. Occorrerebbe forse un’analisi sociologica relativa “all’atavica avversione a Napoli” del giornalismo italiano.

L’APARTHEID DELL’INFORMAZIONE GHETTIZZA IL SUD: SERVE UN’INDAGINE. Dai media una visione distorta del Mezzogiorno: almeno il servizio pubblico costituisca una commissione interna che controlli il tempo dedicato alle singole parti del Paese. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 5 maggio 2021. Al di là dei giudizi ovvi e contrapposti sull’intervento di Fedez al concertone del primo maggio esce fuori in modo dirompente come l’informazione della Rai sia sottoposta a un indirizzamento utilizzato, e che rispetta in ogni caso la lottizzazione esistente tra i partiti, che non si è mai riusciti a eliminare. Per cui diventa inopportuno e politically uncorrect un attacco a esponenti della Lega che si sono lasciati andare a frasi irripetibili, che magari risalgono ai tempi in cui il motto della Lega era anche “forza Vesuvio” o “forza Etna”.   Ma la domanda che ci si deve porre e che viene spontanea a chi si occupa, come il nostro Quotidiano del Sud, di un’informazione vista dal Mediterraneo e non dalle Alpi, è se l’informazione in generale, in particolare quella Rai, sia corretta. La Rai, infatti, è un servizio pubblico, pagato da tutti gli italiani, indipendentemente dal loro reddito, per cui viene anche finanziata dal 34% della popolazione meridionale, e quindi è opportuno sapere se l’informazione è neutrale ed equa rispetto ai territori.  Perché la sensazione netta è che ci sia una forma di apartheid. E che da Napoli in giù (ma un trattamento simile lo hanno il milione e cinquecentomila marchigiani e i 900mila umbri), vi sia una discriminazione inaccettabile.

I MANTRA DEI LUOGHI COMUNI. E tale atteggiamento non riguarda solo l’informazione pubblica. Infatti anche quella privata, in particolare La 7 e Mediaset, come l’informazione cartacea dei grandi giornali, cosiddetti nazionali, danno la sensazione che tutto quello che riguarda il Sud sia trattato con sufficienza, arroganza e grande protervia. Il tema è che qualunque giornalista che ne parla si sente autorizzato a trattare tale area per luoghi comuni, per mantra accreditati quanto falsi, per accuse non suffragate dai fatti. Intanto il Sud viene rappresentato prevalentemente come mafia, camorra e ’ndrangheta, sia dall’informazione che nelle fiction. E spesso ci si dimentica che la maggior parte delle vittime, che si sono immolate per combattere tali fenomeni, sono meridionali. Da Piersanti Mattarella a Falcone, da Chinnici a Levatino, il giudice ragazzino, a Don Pino Puglisi, ma l’elenco potrebbe continuare con i tanti campani o calabresi o pugliesi che hanno sacrificato la vita per la lotta alla criminalità. Anche quando lo Stato centrale, in un rapporto colluso con la periferia politica, spesso contigua alla criminalità, evitava interventi troppo radicali, lasciando i civil servant pubblici, ma anche i tanti eroi per caso, soli a combattere il mostro. E intanto ci si stupisce di trovare al Sud delle eccellenze universitarie e viene proposto da ricercatori titolati, come Tito Boeri per esempio, di concentrare tutte le risorse, come in parte già avvenuto, sui centri di ricerca migliori, per definizione settentrionali, spessissimo lombardi. Se poi si tratta di chiedere in televisione una opinione non si va mai al di sotto di Roma. Virologi, economisti, politologi devono avere un pedigree di nascita nordica, al massimo devono ormai essersi trasferiti da anni nel cuore pulsante del Paese, nella sedicente locomotiva, che alla fine ha trascinato il Paese in un binario morto. Si poteva capire che ciò avvenisse nei periodi in cui i talk show si facevano in presenza, ma oggi che è tutto via web non si giustifica assolutamente tale discriminazione, considerato peraltro che, per esempio, le università meridionali hanno delle tradizioni e dei ricercatori, in alcuni campi, che sono eccellenze riconosciute universalmente.

COMMISSIONE DI CONTROLLO. Anche quando si parla di economia l’approccio viene impostato sul ridicolo, per cui Stefano   Feltri o Giuseppe Sala si consentono di parlare del ponte sullo stretto definendolo un’infrastruttura ridicola. E se si parla di sviluppo del Mezzogiorno e di soldi a esso destinati si dice che è stato un pozzo senza fondo pur, invece, se la realtà è che il pro capite destinato al Sud è stato, nei settori della scuola, della mobilità e della sanità di gran lunga inferiore che nel Nord del Paese. Ragion per cui per un bambino nascere a Reggio Calabria piuttosto che a Reggio Emilia diventa una disgrazia che si porterà dietro per tutta la vita, come nascere in madre patria o in colonia. L’informazione è fondamentale, come è noto, non solo nell’agone politico ma anche in quello economico, rispetto ai territori. Quindi se il mantra è che il Sud spreca risorse, argomento che a forza di essere sostenuto convince anche i rappresentanti meridionali, in genere poco informati o solo dai cosiddetti giornali nazionali, è più facile che, quando si legifererà per distribuirne, il Sud farà la parte del parente povero, cornuto e mazziato. Per questo motivo è assolutamente necessario che la problematica dell’informazione venga affrontata adeguatamente e, perlomeno per quanto riguarda quella del servizio pubblico, si costituisca una commissione interna che controlli il tempo dedicato alle singole parti del Paese, come avviene per la Commissione di vigilanza in relazione alla presenza delle forze di maggioranza e di opposizione. La Rai è un patrimonio nazionale e tutti sappiamo benissimo quale ruolo svolga, tanto per fare un esempio, per il festival di Sanremo o per la Scala di Milano o per il festival del Cinema di Venezia e come influenzi anche i comportamenti di consumo e i movimenti turistici. Riuscire a capire che tutti i territori hanno diritti analoghi nel nostro Paese è sicuramente  rivoluzionario e il fatto che eventi come  le rappresentazioni classiche di Siracusa o il Festival della Taranta,  che  si svolge  nel mese di agosto in forma itinerante in varie piazze del Salento, iniziando da Corigliano d’Otranto e culminando nel concertone di Melpignano, che vede la partecipazione di musicisti di fama nazionale e internazionale, devono essere ugualmente promossi, non deve costituire una battaglia. Così si scoprirà che i concerti di Ravello non hanno nulla da invidiare agli spettacoli dell’arena di Verona.

GLI INTERESSI PREVALENTI. Ovviamente tutto ciò non avviene per caso, perché l’informazione in Italia non è pura attività editoriale, ma espressione di forze imprenditoriali che hanno centri d’interesse prevalentemente in una parte del Paese.  E su quella essa si concentra, pesando le parole quando si tratta di tutelare gli interessi di una parte e invece si va a ruota libera quando si parla della parte meno forte e spesso meno attenta a non far passare una informazione negativa e dannosa anche per i flussi turistici. Questo obiettivo, di una informazione corretta che in un Paese normale non sarebbe nemmeno tale, ma che dovrebbe essere il normale approccio dell’informazione a tutti i territori, da noi diventa una conquista, perché purtroppo in tutti i campi il Mezzogiorno, per partire dalla quota zero, deve fare un grande sforzo. D’altra parte i numeri dell’organizzazione con sede a Parigi sulla libertà di stampa non ci danno scampo. Secondo la tabella di Rsf, nel Vecchio continente siamo quelli messi peggio. Ci scalza anche Cipro e peggio di noi c’è solo la Grecia. È tutto dire.

INFORMAZIONE, UN ARTICOLO SU CINQUE PARLA MALE DEL SUD. SUGC E FNSI: NECESSARIA UNA RIFLESSIONE. Redazione de Il Sud On Line il 23 maggio 2021. La stampa contribuisce ad alimentare una sorta di “archivio del pregiudizio” nei confronti di alcune zone dell’Italia? È l’oggetto di una ricerca che nasce all’interno di un progetto nato da un’idea del SUGC (Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania), in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II, l’Istituto di Media e Giornalismo (IMeG) dell’Università della Svizzera italiana (USI) di Lugano e l’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) dello stesso ateneo. ll progetto di ricerca “L’informazione (s)corretta: giornalismo e narrazione del Sud tra stereotipi e pregiudizi” intende analizzare lo sviluppo e la persistenza di stereotipi nella stampa italiana sulla rappresentazione del divario territoriale tra il Nord e Sud del paese. L’obiettivo è comprendere, se e in che modo, la stampa contribuisca ad alimentare un repertorio di immagini e metafore che rappresentano una sorta di ‘archivio del pregiudizio’ nei confronti di alcune zone di un Paese. Il SUGC e il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II hanno stipulato un accordo per la realizzazione delle attività di ricerca che si propongono di analizzare la copertura giornalistica del Mezzogiorno nel contesto della pandemia da COVID-19, al fine di identificare i temi più dibattuti e la possibile presenza di pregiudizi e atteggiamenti discriminatori presenti all’interno della copertura di un campione di testate giornalistiche nazionali e regionali. Negli ultimi mesi, l’attenzione mediatica in Italia, come in tutto il mondo, si è concentrata in modo pressoché esclusivo sulla pandemia da Covid-19 e le sue conseguenze. Il nuovo Coronavirus e il periodo di lockdown sono stati occasione di forte rilevanza comparativa sui territori italiani rispetto a diverse dimensioni come la paura e le proiezioni sulle condotte dei territori del Mezzogiorno di fronte alla prova pandemica. Comprese le scelte politiche, il modo di alimentare il dibattito locale e nazionale degli amministratori locali (con le Regioni in particolare. Su questi ed altri aspetti, la stampa locale e nazionale ha prodotto un altissimo numero di articoli e contenuti, la cui analisi può fungere da strumento di interpretazione delle possibili discriminazioni – nuove o preesistenti – tra territori. La ricerca cerca di comprendere le rappresentazioni e le narrazioni giornalistiche dominanti del Paese, e il loro legame con la produzione di eventuali stereotipi e discriminazioni Nord-Sud. Si è scelto di indagare la questione focalizzandosi sul periodo relativo al lockdown e sul dibattito innescato dall’impatto del Covid-19 sul paese. La ricerca si basa su un’analisi di contenuto di un campione di articoli giornalistici provenienti dalle principali testate nazionali italiane generaliste, economiche e sportive oltre che da due quotidiani a circolazione locale. Gli articoli sono stati raccolti tramite il database Factiva utilizzando come parola chiave di ricerca: “Covid-19 AND Meridione OR Mezzogiorno”. Il campione selezionato è stato uniformato tramite apposite scelte. L’analisi testuale degli articoli è riferita al periodo di analisi che va dal 1 febbraio 2020 al 31/08/2020 (non comprende la seconda ondata della pandemia)  E’ di 278 unità  il totale di articoli nel campione (dopo selezione e verifica). L’attività di ricerca è ancora in corso e adesso entra in una nuova fase che prevede l’analisi qualitativa da realizzarsi sulle interviste somministrate a testimoni privilegiati, prevalentemente giornalisti. Il progetto di ricerca viene realizzato con la partecipazione della Camera di Commercio di Napoli attraverso Si Impresa Azienda Speciale Unica, Innovaway, Protom, DAC (Distretto Aerospaziale della Campania), Materias, P4M, STRESS (Distretto Tecnologico per le Costruzioni Sostenibili), TECNO, TDS e in collaborazione con la Federazione Nazionale della Stampa 

“Durante la pandemia c’è stata una maggiore polarizzazione del contrasto tra territori, che ha evidenziato come la coesione e la solidarietà tra Nord e Sud non siano valori scontati nel nostro Paese- ha detto Claudio Silvestri. Segretario del Sindacato dei Giornalisti della Campania, SUGC –  Abbiamo pensato a una ricerca per evitare che prevalessero le suggestioni nel nostro ragionamento. Da qui dobbiamo partire per pensare a una corretta informazione sul Meridione, fuori da stereotipi e cliché negativi che caratterizzano anche la narrazione in testate non marcatamente orientate politicamente. A quesoi appuntamento ne seguiranno altri, a Roma e a Milano. È necessario che si apra una riflessione seria sul tema, così come abbiamo fatto con il manifesto di Venezia per il mondo femminile, e con la carta di Assisi per il linguaggio dell’odio e la comunicazione sui social network”. Per Stefano Bory, direttore di Funes, atelier dipartimentale di ricerca sulla narrazione e l’immaginarioDipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II -” La ricerca sta offrendo, già a partire da questi primi risultati intermedi, delle considerazioni di rilievo sul modo di fare informazione durante la pandemia. Dal nostro studio, oltre ad una lampante ri-esplosione della questione meridionale e del conflitto Nord-Sud, stanno emergendo retoriche discorsive e scelte lessicali che spesso celano nuove forme di vittimizzazione dell’attore sociale del Nord e diversi atteggiamenti rivendicativi sulle competenze e sul potenziale ruolo di sviluppo da parte del Mezzogiorno. Si tratta di rappresentazioni che devono far riflette sia sulla professione giornalistica in un contesto emergenziale, sia sulle latenti impronte culturali che nutrono a volte inconsapevolmente l’agency discorsiva e narrativa sul rapporto tra i due territori del nostro paese.” “Quanto incide sullo sviluppo delle imprese, del tessuto economico di alcune aree, una narrazione non oggettiva da parte dei media?  – Si è chiesto il presidente della Camera di Commercio, Ciro Fiola, aprendo i lavori della conferenza stampa dedicata alla presentazione della ricerca – “Ce lo siamo chiesti spesso, specialmente al Sud, ha aggiunto Fiola, nella nostra Napoli, sempre più scenario per il racconto di delitti e guerre di camorra, palcoscenico di fiction che ne tratteggiano il lato peggiore. Ben vengano azioni di ricerca rigorosa come questa messa in campo dal SUGC in collaborazione con l’Università Federico II”. “Durante il primo lockdown i consiglieri il SUGC hanno raccolto numerose segnalazioni su articoli, servizi e programmi TV che hanno raccontato il Mezzogiorno proponendo i pregiudizi e gli stereotipi di sempre, ha detto Maria Cava, consigliera del SUGC. “Anziché affidarci ad un comunicato stampa abbiamo voluto analizzare il fenomeno in modo più strutturato, misurandolo. Di qui l’idea della ricerca sociale frutto di una decisione di lavoro di squadra di tutto il Sindacato dei giornalisti della Campania. Ci aspettiamo di poter contribuire ad una maggiore responsabilità, consapevolezza, cura e attenzione nella nostra professione”. Il gruppo di lavoro del Dipartimento di Sociologia della Federico II è composto da Stefano Bory, Luca Bifulco e Rosaria Lumino. C’è anche Philip Di Salvo, dell’Istituto di media e giornalismo (IMeG), Università della Svizzera italiana (USI).

Il Sud «condannato» a non cambiare dai suoi stessi scrittori. Esce un importante saggio dello studioso lucano Giuseppe Lupo: da Verga a Saviano una linea immobilista Vittorini e Nigro fra le eccezioni. Oscar Iarussi il  21 Aprile 2021 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Che cosa c’entra Boccaccio con la questione meridionale? C’entra, eccome, sostiene il nuovo libro dell’italianista Giuseppe Lupo, lucano di nascita, romanziere di successo e docente alla Università Cattolica di Milano e Brescia. La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli esce domani per i tipi di Rubbettino (pp. 279, euro 18,00). La letteratura meridionale e la nostra stessa visione del Sud, esordisce Lupo, sarebbero diversi se avesse prevalso «l’aria napoletana più che toscana, con giardini di arance e odore di mare» delle novelle del Decameron (Pasolini ambientò il suo film da Boccaccio sotto il Vesuvio), un’aria lieve che ritorna nel tono fiabesco del secentesco Lo cunto de li cunti del campano Giambattista Basile. Quel «narrare angioino» della Napoli di mercanti e artigiani, cioè estroso miracoloso fantastico, nel corso dei secoli è stato invece surclassato dalla «mentalità conservativa dei dominatori spagnoli (meglio sarebbe dire la presunzione aragonese di gestire un potere politico in termini suppletivi)». Tale primato avrebbe sottratto il Sud alle traiettorie della Ragione, tanto più dopo la traumatica sconfitta della Repubblica Napoletana del 1799, bloccandolo nella dimensione della «anti-storia» o della «non storia» di cui è ancora prigioniero. Del resto, la rivolta contro il tempo storico e «il mito dell’eterno ritorno», secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade, sono le caratteristiche delle società arcaiche. Il Mezzogiorno entra nel canone della modernità a fine ‘800 - scrive Lupo - sotto il segno di Giovanni Verga con I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo: «Se da Manzoni la Storia veniva osservata come luogo del riscatto per gli individui, per Verga non c’è speranza di redenzione, non esiste prova che essa, la Storia, produca migliorie e modifichi le sorti degli uomini». Ecco la matrice o la quintessenza siciliana che presto si impone sul Meridione peninsulare e da cui deriva una tradizione pessimista fino alla paralisi, se non apocalittica. È la cornice nella quale Lupo iscrive - certo, con le varianti stilistiche e politiche dei singoli autori - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo), Federico De Roberto (I Vicerè), Luigi Pirandello (I vecchi e i giovani), ma anche il Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, Ernesto De Martino, Rocco Scotellaro, Corrado Alvaro, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, e via via fino a noi, L’inferno di Giorgio Bocca, I traditori di Giancarlo De Cataldo e Gomorra di Roberto Saviano. «Se fosse prevalsa la linea tracciata da Boccaccio e Basile, avremmo avuto una letteratura meridionale modulata sulla leggerezza dei sogni e sulle oscillazioni dell’immaginazione. Ma ha prevalso l’atteggiamento aragonese che negli esiti letterari ha provocato uno sguardo da archivista, ha ratificato l’assenza della borghesia e dunque il fallimento di qualsiasi spinta al progresso». Eccezioni o alternative? Lupo ne individua ben poche: l’anelito alla modernità politecnica di Elio Vittorini, siciliano a Milano, e del suo allievo Raffaele Crovi; l’approccio interdisciplinare di Leonardo Sinisgalli, lucano al Nord che si sottrae alle «viscere di una fascinazione leviana»; la vocazione riformista e federativa di Adriano Olivetti, piemontese impegnato nel dopoguerra tra Pozzuoli e Matera, che echeggia in un pamphlet di Riccardo Musatti (La via del Sud, 1955, riedito nel 2020 da Donzelli con un’introduzione di Carlo Borgomeo). Fra tutte, nell’analisi dell’autore, spicca l’anomalia virtuosa di Raffaele Nigro, fin da I fuochi del Basento (1987): «A più di quarant’anni di distanza dal Cristo leviano, Nigro capovolge i termini del narrare meridionale con un romanzo di pronunciate ascendenze manzoniane, dove coniuga documentazione d’archivio e creatività... Per aver riscritto il patto tra epica e questione meridionale, I fuochi del Basento restituisce dignità letteraria a un argomento piuttosto marginale come il brigantaggio, contribuendo alla sua rivitalizzazione». E proprio con Nigro e con altri studiosi come l’antropologo Vito Teti, da tempo Lupo è impegnato in una prospettiva «appenninica» della questione meridionale (le aree interne, la dorsale dall’Emilia alla Calabria), che rivendica più attenzione all’«osso» montuoso rispetto alla «polpa» delle pianure e delle coste, di fatto ribaltando il celebre paradigma postbellico dell’economista Manlio Rossi-Doria. Un’Italia solo apparentemente «minore», quella degli Appennini, tornata «di moda» in era Covid, che, scrive Lupo, andrebbe valorizzata dotandola di servizi (logistica, istruzione, sanità, banda larga) e non retrocessa a «nuova arcadia» per le fughe dalle città dei ricchi settentrionali in cerca di borghi abbandonati. L’Appennino assunto quale cardine ideale, equidistante tra Est e Ovest, tra Europa e Mediterraneo - leggiamo - anche rispetto al «pianeta meridiano» di Franco Cassano, il sociologo che ha rilanciato la necessità di un pensiero radicale del Sud. L’esegesi dei testi letterari da parte di Lupo è rigorosa e la sua ipotesi è suggestiva, feconda: questo libro farà discutere. A noi pare - come dire? - forse troppo «severo» verso Levi, che, verissimo, ricalca le allegorie dantesche nella esplorazione dell’inferno contadino dove fu esiliato dal fascismo, ma la cui modernità letteraria (e politica) è testimoniata per esempio da L’orologio e dalla stessa mistura fra reportage, saggio e romanzo del Cristo. Simile osservazione avanzeremmo rispetto a Scotellaro e ad altri autori meridionali che l’editore Vito Laterza negli anni ’50 fece confluire nei «Libri del Tempo»: Danilo Dolci, Tommaso Fiore, Leonardo Sciascia, Giovannino Russo. Le loro sono indagini vivide lungo il confine di stagioni e sfide nuove. Nondimeno, La Storia senza redenzione di Giuseppe Lupo è un saggio originale e importante sulla «vera grande frontiera che deve valicare la letteratura d’impianto meridionalista: quella dei rapporti tra realtà e rappresentazione, cioè tra documento e mimesi». Oltre la descrizione o la denuncia del «mondo così com’è», narrare sognare concepire un altro Sud è possibile.

·        Quei razzisti come gli italiani.

Inglesi e padani. Quello che sono e quello che appaiono.

Oggi 12 luglio 2021. All’indomani dello spettacolo indegno del razzismo inglese contro gli italiani, ma ancor più grave, contro i loro neri che hanno sbagliato i rigori.

I tifosi inglesi hanno dileggiato l’inno e la bandiera italiana e picchiato gli italiani allo stadio.

I giocatori hanno rifiutato la medaglia ed i reali hanno rifiutato di premiare gli avversari.

Gli arroganti se ne fottono se gli altri del Regno Unito tifavano contro di loro.

Così era in tutta Europa.

Essere Razzisti significa essere coglioni (cafoni ignoranti).

La mia constatazione: gli italiani ed in special modo i meridionali nel ‘900 erano poveri, ignoranti e cafoni. E ci stava sopportare le angherie.

La mia domanda è: nel 2021 cosa costringe la gente italiana e meridionale scolarizzata ed emancipata ad essere sfruttata e votata ad arricchire dei coglioni?

Per poi diventare come loro?

Return Home- tornate a casa. Create ricchezza nel vostro paese. Lì, al nord o all'estero, sarete sempre dei profughi.

Hanno solo i media che li esaltano e per questo si decantano. Ma la loro natura la si conosce quando perdono: non sanno perdere, perché si sentono superiori. Peccato che non lo sono. Forse nel ‘900. Non nel 2021.

Ricordate: da loro si va solo per lavorare e non per visitare. Per questo sono cattivi.

Da noi si viene (forse in troppi) per vivere bene e conoscere la bellezza che loro non hanno. Per questo siamo buoni.

Il cafone è chiassoso, esibizionista, ignorante e prepotente. I suoi sinonimi: Se vuoi chiamali terroni o polentoni, bauscia o burini, ecc..

Da dove vieni. La cittadinanza e il dilemma di chi non riesce a sentirsi italiano. Cinzia Conti, Salvatore Strozza, Enrico Tucci su L'Inkiesta il 23 novembre 2021. Molti dei giovani nati qui da genitori stranieri spesso si trovano divisi tra identità e nazioni diverse. Come ricorda il libro “Nuovi cittadini” (Il Mulino), la legge rappresenta un ostacolo anche psicologico alla percezione della propria appartenenza. Sentirsi italiani senza esserlo. Dall’indagine dell’Istat emerge che la sospensione dell’identità, in linea con quanto sostenuto in letteratura, interessa una quota rilevante di ragazzi stranieri che vivono nel nostro paese e frequentano la scuola secondaria di primo o di secondo grado. Gli intervistati stranieri che si sentono italiani sono circa il 38%, mentre il 33% si sente straniero e poco più del 29% non sa rispondere. Nella percezione dell’appartenenza gioca un ruolo non secondario la generazione migratoria. Per i nati in Italia, la quota di chi si sente straniero si riduce al 23,7%, mentre sale al 47,5% quella di coloro che si percepiscono italiani. Valori simili a quelli riscontrati per i nati in Italia si osservano anche per i nati all’estero purché arrivati prima dei 6 anni. Tra i ragazzi arrivati dopo i 10 anni, si sente straniero più di uno su due (quasi il 53%), mentre solo il 17% si sente italiano. Per tutte le generazioni migratorie, la «sospensione» dell’identità riguarda oltre un quarto dei ragazzi. La quota di indecisi è più elevata tra i nati all’estero entrati tra i 6 e i 10 anni (31,2%), ma anche per i nati in Italia la proporzione sfiora il 29%. Dal punto di vista della riflessione relativa alle norme sulla cittadinanza, questi dati aiutano a capire come sia evidente che l’atteggiamento di chi nasce in Italia o vi risiede dai primissimi anni di vita sia molto differente rispetto a quello di chi arriva già adolescente. Si tratta quindi di elementi sicuramente a favore di proposte che tengano conto dello ius soli seppure in maniera «temperata».

Così come è evidente che per le seconde generazioni intese in senso ampio è importante la possibilità di mantenere la doppia cittadinanza, che potrebbe consentire quantomeno ad alcuni di quelli che rispondono «non so» di trovare una collocazione che li faccia sentire a loro agio.

Non è possibile essere più netti nelle affermazioni alla luce delle informazioni disponibili. Infatti, l’indagine dell’Istat non consente purtroppo di tenere in considerazione chi si sente sia italiano, sia di un’altra cittadinanza, visto che chiedeva di prendere una decisione netta scegliendo la condizione/percezione prevalente. Allo stesso modo la rilevazione non consente di misurare il senso di appartenenza rispetto alla collettività di origine perché le modalità di risposta al quesito «Ti senti di più?» prevedono solo «italiano», «straniero» e «non so». Nessuna modalità tra quelle proposte consente quindi di cogliere se ci sia nel rispondente un forte senso di appartenenza a una particolare collettività: forse un ragazzo filippino avrebbe scelto volentieri la modalità «filippino» se ci fosse stata. Ricordiamo infatti che alcune collettività hanno in Italia una forte rete di legami molto radicata e sviluppata sul territorio, anche per quanto riguarda i giovani di seconda generazione.

Allo stesso tempo, nell’interpretazione dei dati si deve anche tenere conto che la normativa vigente non è priva di influenze sul senso di appartenenza. Se la legge non mi dà la possibilità di essere italiano è più facile che comunque finisca per sentirmi straniero. Un mutamento della normativa che ampliasse e accelerasse i tempi dell’acquisizione della cittadinanza potrebbe sicuramente incidere anche sull’autopercezione.

Al di là della condizione effettiva, sapere di poter diventare più facilmente italiani potrebbe rafforzare il «sentirsi italiani». È tra alcuni gruppi asiatici e latinoamericani che si registrano le quote più alte di ragazzi che si sentono stranieri: 42,1% tra i cinesi, 39,5% tra gli ecuadoriani, 38,9% tra i peruviani e 38,4% tra i filippini.

Nel caso dei cittadini cinesi, filippini ed ecuadoriani, anche tra i nati in Italia sono pochi coloro che si sentono italiani. Al contrario, tra i romeni la quota di chi si sente italiano è particolarmente elevata (45,8%), anche a fronte di un numero contenuto di acquisizioni di cittadinanza registrato dai dati amministrativi.

Per un ragazzo comunitario sentirsi nei fatti italiano, cioè al di là dell’acquisizione formale della cittadinanza che interessa meno a chi viene da un paese dell’Unione, può essere comunque più facile per una serie di elementi culturali condivisi. Si potrebbe ipotizzare anche un ruolo giocato dalla diversità fisica (colore della pelle, tratti somatici ecc.), ma non sembra vero per tutte le origini.

Infatti, il gruppo non europeo con la quota più elevata di giovani che si sentono italiani è quello marocchino (36%). Si deve però sottolineare che la stessa indagine mette in evidenza che si tratta di una collettività tra quelle con le più frequenti interazioni con gli italiani: tra i nati in Italia la quota di coloro che frequentano italiani arriva quasi all’82% e quella di chi afferma di parlare molto bene l’italiano sfiora il 73%.

Inoltre il fatto che molti ragazzi di origine marocchina abbiano ottenuto la cittadinanza italiana può portare più facilmente gli altri ragazzi di questo gruppo a sentire «vicina» la cittadinanza del nostro paese.

da “Nuovi cittadini. Diventare italiani nell’era della globalizzazione”, di Salvatore Strozza, Cinzia Conti, Enrico Tucci, Il Mulino, 2021, pagine 192, euro 18

Antonio Socci per “Libero quotidiano” il 2 novembre 2021. Ma noi toscani siamo proprio come ci dipingono? A Fabio Martini, della Stampa, l'ex ministro socialista Rino Formica ha detto che Matteo Renzi è "furbo", "può far male", ma "è un capo senza truppe" e non sarà decisivo nella corsa al Quirinale. Poi Formica ha tirato fuori questo ricordo: «Nel 1944 conobbi Benedetto Croce... ad un certo punto, parlando di violenza politica, Croce disse: «Vi siete mai chiesti come mai in Italia non c'è stato un corpo spietato come le SS? E rispose: da noi poliziotti e carabinieri sono tutti ragazzi del Sud, ragazzi di buon cuore. Pensate invece se fossero stati tutti toscani...». Se è una battuta non fa ridere. Di sicuro mostra che il filosofo poco sapeva sulla vera natura delle orribili SS. Ma cosa c'entra con i toscani? E con la corsa al Quirinale? Perché Formica ha riportato questa battuta? Come sarebbe stata accolta se a coniarla e a rilanciarla, invece di un intellettuale meridionale e di un politico barese, fosse stato un intellettuale/politico del Nord, e anziché i toscani avesse preso di mira i meridionali? Io l'avrei trovata assurda e ingiusta. È sciocco e offensivo - per esempio - identificare il bellissimo Sud e la sua splendida gente con fenomeni pessimi e sanguinari come mafia, camorra, 'ndrangheta e Sacra corona. Tanto più lo sarebbe accostare il meridione alle SS con cui non c'entra nulla. Ma allora perché con i toscani si può fare? Cosa abbiamo perpetrato di così terribile? Di quali spietati crimini ci siamo macchiati? La nostra storia è davvero così orrenda? Ecco cosa c'è nella nostra storia: abbiamo la colpa di aver illuminato tutti di bellezza. Forse è questo che non ci perdonano. Abbiamo dato una lingua e un'identità all'Italia e una poesia sublime che non ha eguali nel mondo. Abbiamo inventato l'arte moderna e pure la scienza (e costruito banche, ospedali e opere di carità). I "maledetti toscani" hanno fatto il Rinascimento, e non solo quello dei manuali (fra Quattro e Cinquecento), ma l'epoca che va da Dante e Giotto fino a Galileo: sono quei tre secoli in cui i toscani hanno riempito la terra di geni, di bellezza e di intelligenza così fondando la nostra civiltà. È per aver costruito la civiltà, che le SS volevano distruggere, che i toscani meritano la battutaccia di Croce? Peraltro - a dirla tutta- i progenitori di questi "cattivissimi" toscani ebbero un ruolo decisivo pure nella "creazione" di Roma (gran parte dei suoi re erano appunto etruschi), al punto che Jacques Heurgon ha scritto: «È in verità impressionante il constatare che, per due volte nel VII secolo a.C. e nel XV d.C., pressoché la stessa regione dell'Italia centrale, l'Etruria antica e la Toscana moderna, sia stata il focolaio determinante della civiltà Italiana». Credo che Benedetto Croce e Rino Formica avrebbero meritato una pungente risposta da Oriana Fallaci, una che aveva combattuto contro le SS da ragazzina, partigiana a 14 anni, rischiando la pelle. La battuta sui toscani non l'avrebbe digerita colei che faceva queste dichiarazioni d'amore alla sua terra: «Amo appassionatamente la Toscana. Mi inorgoglisce troppo quello che ha dato al mondo nel campo dell'arte, della scienza, della letteratura, della politica insomma della cultura. E a ogni pretesto parlo e scrivo della Toscana». Certo, anche la Fallaci - essendo una donna di carattere - era ritenuta un pessimo carattere. Come i toscani in genere. Ma non si può confondere la tagliente passionalità e l'ardore di una toscana come lei, con la fredda ferocia delle SS. Siamo agli antipodi. Michelangelo e Leonardo, Piero della Francesca, Petrarca, Brunelleschi e Botticelli sono l'opposto della barbarie. Fra l'eroica carità di santa Caterina, che curava amorevolmente malati coperti di piaghe, e il capo delle SS Heinrich Himmler, con le sue crudeli divinità pagane, c'è la distanza che oppone Dio e Satana. Naturalmente Caterina è una santa, ma il suo temperamento focoso, innamorato e la sua parola libera sono molto toscani. Certo, quando non è modellato dalla carità quello toscano è un carattere spigoloso, urticante, ma abbiamo provveduto da soli a bacchettarci, sia irridendoci reciprocamente - fin dai tempi di Dante e Cecco Angiolieri - sia nei tempi moderni con lo stereotipo del "maledetto toscano" creato da Curzio Malaparte. Dante ha immortalato il carattere toscano (quindi anche il suo) in Farinata degli Uberti. Abbiamo la lotta di fazione nel sangue, ma non senza grandezza e nobiltà. Abbiamo nel Dna Lorenzo il Magnifico e pure il genio beffardo (ma intimamente idealista) di Machiavelli. Anche per questo attiriamo ostilità. Accade al toscano Matteo Renzi e anche alla toscana Rosy Bindi che - scrive Stefano Folli - «ambienti dei 5S e della sinistra» oggi vorrebbero candidare al Quirinale. Peraltro Renzi e la Bindi si sono sempre guardati di traverso. Ovviamente. Auguro ogni bene a Rosy, ma noi toscani - con la nostra tagliente e divisiva faziosità - non siamo adatti a una carica ecumenica e conciliante come deve essere quella presidenziale.

Francesco Cofano per lastampa.it il 6 ottobre 2021. Durante Fiorentina-Napoli di Serie A, Koulibaly, Osimhen e Anguissa sono stati vittime di insulti razzisti. La società viola si è scusata con i giocatori, condannando il brutto episodio, e ha garantito che proibirà l’accesso allo stadio al responsabile. Nello stesso comunicato la Fiorentina ha anche citato un episodio altrettanto grave che ha coinvolto Dusan Vlahovic, nella partita giocata a Bergamo contro l’Atalanta l’11 settembre scorso. In quell’occasione l’attaccante viola era stato bersagliato durante e dopo il match dagli ultrà atalantini, che gli urlavano "zingaro". Secondo la Fiorentina, le autorità in quel caso non sono state altrettanto attente. Anche Lapo Elkann, su Twitter, si è schierato col calciatore serbo.

Da torino.corriere.it il 22 ottobre 2021. Picchiata e insultata davanti a scuola, a soli 14 anni, per il colore della sua pelle. «Mi ha chiamata scimmia, mi ha detto che quelli come me devono morire», il racconto al quotidiano La Stampa della giovane, che ha denunciato l’aggressione alla polizia. È accaduto a Torino, all’esterno di un istituto alberghiero. «Ero appena arrivata ed ero con le mie amiche, quando si è avvicinata una ragazza di un’altra classe — dice —. Mi ha afferrata per i capelli, mi ha strappato alcune treccine. Si è seduta sopra di me, schiacciandomi con un ginocchio e dandomi colpi sul costato». Chi l’ha aggredita si è poi presentata al pronto soccorso del Cto con alcune contusioni alle mani; dice di avere difeso un compagno disabile «dall’atteggiamento ingiusto della ragazza», ma l’aggressione è stata filmata. Qualche genitore ha recuperato il video e l’ha girato alla madre. «Non riesco nemmeno a guardarlo — dice la donna —. Vedere quello che fanno alla mia bambina. Sentire quegli insulti. In tanti anni in Italia, nessuno mi ha mai offesa per le mie origini. Mentre mia figlia si trova a combattere con il razzismo. Le consiglio di passare oltre, di non prendersela perché non ne vale la pena. Parole che dico anche a me stessa, ma non è semplice». 

“Hai la discarica nel cervello”: Sgarbi umilia Toscani che aveva offeso la Sicilia e i siciliani. Gabriele Alberti martedì 19 Ottobre 2021 su Il Secolo d'Italia. A sentire Oliviero Toscani insultare la Sicilia, Vittorio Sgarbi non si trattiene. E sfoga tutto il suo furore contro le parole dure contro la Sicilia e i suoi abitanti pronunciate dal fotografo radical chic in una recente intervista a Repubblica. Parlando del patrimonio artistico e culturale dell’isola Toscani ha sentenziato: “Tutta roba creata da madre natura o che hanno realizzato gli avi dei siciliani di oggi. I residenti attuali non hanno alcun merito per la bellezza che abbonda in Sicilia. Si ritrovano in mezzo a un tesoro inestimabile che davvero non meritano. Anzi”. E argomentava definendo l’Isola una “discarica di intelligenze”. Sempre divisivo e offensivo nei suoi interventi. Una bassezza a cui sempre dalle colonne di Repubblica ha risposto Sgarbi, postando sulla sua pagina Fb la replica fatta a  Repubblica Palermo. E al solito, il critico d’arte picchia durissimo: “Dissento da Toscani la Sicilia è avanguardia“. Professore Sgarbi – la domanda – ma la Sicilia è davvero una discarica di intelligenze come sostiene il fotografo Oliviero Toscani? Si infuria il critico d’arte: “Non è vero: Franco Battiato è adorato come una divinità, Leonardo Sciascia è l’intellettuale più influente assieme a Pasolini. La pittura ha avuto, a parte Renato Guttuso, i meravigliosi Fausto Pirandello e Piero Guccione. La discarica è nel cervello di Toscani. L’avanguardia della cultura italiana parte dalla Sicilia e la politica l’affossa. Può darsi”, scrive Sgarbi. Ma l’offesa ai siciliani è irricevibile e ignobile in quelle forme espresse da Toscani. “La Sicilia ha un grande problema- ragiona il critico d’arte- : è marginale. Se fai una cosa a Milano o a Roma, quella cosa effettivamente accade. Se la organizzi in Sicilia, rimani fuori dal mondo. Per invertire questa rotta inventai la ricostruzione del tempio G di Selinunte. Se con un cantiere di venti milioni di euro metti in piedi un tempio, quello diventa l’emblema della rinascita, ma la politica non l’ha capito”. E pensare che Toscani ha scelto un momento sbagliato per denigrare la politica siciliana riguardo al suo patrimonio artistico, che secondo lui “non meriterebbe”. Lo merita talmente che è di un giorno fa  la notizia di un accordo con la restituzione di 38 importanti reperti archeologici da parte dell’Allard Pierson Museum di Amsterdam: reperti trafugati da un relitto al largo delle isole Eolie. Amsterdam dovrà restituirli  alla Soprintendenza del Mare della Regione siciliana dopo un lungo contenzioso.

Gigio e l'inno della Spagna. Quei fischi di vergogna. Tony Damascelli il 7 Ottobre 2021 su Il Giornale. Fischi a ricoprire gli spagnoli, fischi per Donnarumma. La ciurma di San Siro si fa riconoscere dall'Europa. Il nostro meraviglioso pubblico. Una vergogna. Fischi a ricoprire gli spagnoli, fischi per Donnarumma. La ciurma di San Siro si fa riconoscere dall'Europa, dobbiamo richiudere gli stadi, perché il calcio non può dare accesso a queste canaglie che nulla hanno a che fare con lo sport e pure con la vita. Stadio non pieno, secondo regole, la tribuna autorità esibisce le solite facce di bronzo e affini, visti sorrisi e abbracci cortigiani attorno a Ceferin, tutta roba nostrana da Gravina alla Christillin pronti alle riverenze con chi ha insultato un presidente italiano. Lo stadio è caldo ma di un calore tossico, ogni pallone dalle parti di Donnarumma diventa velenoso e avvelenato, Gigio ascolta, soffre, trema, balla, sbanda, i rancori di mercato si trascinano in nazionale, legittimati striscioni volgari, il distanziamento è mentale, di qua un popolo che ama il football, di là gentaglia facilmente riconoscibile ma mai riconosciuta. Gli strilli razzisti di Firenze fanno parte di questo repertorio, i berci di Bergamo contro lo zingaro Vlahovic non hanno avuto uguale tam tam, il lockdown non è servito a pulire teste malate, l'ìnno spagnolo non ha testo ma i cori e i fischi insultanti di San Siro hanno provveduto a riempire di rifiuti la marcia reale. Che senso ha onorare il titolo europeo con uno spettacolo così indecoroso? Mi attendo un intervento del Gravina di cui sopra, imbarazzato da tale scempio, San Siro ospiterà domenica la finale di questa Nations League, ripetere l'oscenità sarebbe imperdonabile. L'Uefa dovrebbe avere il coraggio di dirottare l'evento altrove ma qui siamo nell'utopia. La Spagna ha saputo reagire con il football sul campo. Il resto sono fischi al vento. Tony Damascelli

La migrazione dei Lombardi in Sicilia. Nel medioevo siciliano, una vasta comunità di Lombardi si stabilì in alcune zone strategiche dell’isola, su invito dell’imperatore Federico II. Samuele Schirò su palermoviva.it. Secondo le logiche moderne, la presenza di una comunità lombarda in Sicilia suonerebbe perlomeno come una controtendenza. Eppure è quello che accadde nel 1237, durante il regno dello Stupor Mundi, l’Imperatore Federico II di Svevia. Vediamo cosa accadde. 

Alla morte dell’Imperatore Enrico IV il piccolo Federico, erede al trono ancora minorenne, fu affidato alla custodia del Papa Innocenzo III. In questo frangente il papato cercava di riaffermare alcuni dei suoi antichi diritti sul Regno di Sicilia, scontrandosi con le truppe tedesche, appoggiate dalle comunità musulmane ancora presenti nell’isola. Le battaglie continuarono finché Federico non divenne maggiorenne e fu quindi incoronato Re di Sicilia. Nonostante il clima di maggiore stabilità, le frange saracene in Sicilia continuarono a ribellarsi ed erano spesso causa di rivolte che rappresentavano un pericolo per l’integrità dello stato. Per questo motivo nel 1220 Federico raccolse le forze per muovere guerra contro le comunità musulmane e, una dopo l’altra, tutte le roccaforti arabe caddero sotto i colpi dell’esercito svevo. I superstiti arabi non furono sterminati, come era uso a quel tempo, Federico infatti decise di risparmiare loro la vita, deportandoli nella città pugliese di Lucera, in cui piano piano si riorganizzarono in una fiorente comunità, stavolta fedele all’Imperatore. Il risultato di queste deportazioni, fu lo svuotamento di alcune grandi città site in posizioni strategiche, prima tra tutte Corleone, il punto di passaggio tra Palermo e le zone rurali della Sicilia. Qualche anno dopo, nel 1237, Federico II a capo delle fazioni ghibelline, mosse guerra ai guelfi della Lega Lombarda, composta da un gruppo di comuni dell’Italia settentrionale. Durante queste battaglie, alcune comunità provenienti dai territori lombardi (soprattutto dall’Oltrepò Pavese e da alcune province dell’attuale Piemonte) si opposero alla Lega e decisero di unirsi a Federico. Questo gruppo di Lombardi fedeli all’Imperatore, capitanati da Oddone da Camerana, vollero allontanarsi dalle loro terre d’origine (circondate da comuni ostili) e chiesero dunque asilo a Federico II, che concesse loro dei possedimenti in Sicilia. Dapprima si stabilirono a Scopello (dove però si trovarono in difficoltà a causa dell’incapacità di difendere quel decisivo tratto di mare) ed in seguito nella spopolata Corleone e in altre città dell’entroterra, dove invece prosperarono fino a formare delle forti e nutrite comunità. Negli anni successivi, la Curia di Corleone contribuì alla crescita della città, concedendo alle nuove famiglie arrivate dalla Lombardia, proprietà e terreni edificabili. In seguito, nel 1282, la comunità Lombarda di Corleone si rivelò una preziosissima alleata di Palermo nella Guerra del Vespro, che si concluse con la cacciata degli Angioini dalla Sicilia.

 Samuele Schirò. Direttore responsabile, redattore e fotografo di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

La polemica. La cultura antimafia è razzista. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 22 Settembre 2021. Se fossimo capaci di vedere bene la sostanza delle cose, senza che la vista rimanga solo impressionata dal tegumento retorico che la ammanta, allora riconosceremmo il segno profondo della cosiddetta cultura antimafia: il razzismo. Non mi riferisco – inutile precisarlo – alle persone, perlopiù in buona fede, che ispirano la propria militanza alla missione antimafiosa. I politici, i magistrati, i giornalisti che pure lo fanno sono seriamente convinti di parteggiare in tal modo sul fronte delle cose giuste. Mi riferisco piuttosto, e appunto, alla cultura che quella convinzione determina, una cultura in profundo razzista e tanto più pericolosa perché intride atteggiamenti che nemmeno vagamente si sospettano discriminatori. E il razzismo della cosiddetta antimafia sta in ciò, che essa criminalizza non già un comportamento ma una condizione. E così la sanzione per una testata sul naso di un giornalista si misura sul grado di mafiosità del picchiatore. Così, ancora, l’identica corruzione, l’identica estorsione, l’identico omicidio eccitano più o meno i meccanismi reattivi dello Stato secondo che a commetterli sia il criminale comune o invece il mafioso. Così, infine, è quel criterio discriminatorio, esattamente riferito a quella “condizione”, a fare che le cure di giustizia vadano dal degrado della normalità detentiva ai tormenti del carcere duro. Ed è tanto più evidente il presupposto razzista di questo meccanismo, quando si vede come esso funziona nel coinvolgimento indiscriminato delle “famiglie”, dei “clan”, i cui membri scontano una colpa non diversa rispetto a quella attribuita a un colorato in regime di apartheid. Iuri Maria Prado

Una mafia più percepita che reale. Per la Dia la mafia è cambiata, ora cambiate il 416 bis. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Settembre 2021. L’ennesima notizia su un pubblico amministratore arriva da Palermo, dove il gip ha prosciolto con la formula più ampia il sindaco di Castellamare del Golfo, Nicolò Rizzo, indagato da un anno e mezzo nell’ambito di un’operazione definita “Cutrara” per “favoreggiamento aggravato dal fatto di aver agevolato Cosa Nostra”. Un classico, che pare ricalcare quel che accade ogni giorno in Calabria, con l’uso a piene mani, anche per la contestazione di un abuso d’ufficio, dell’aggravante mafiosa. Il che serve alla polizia giudiziaria e al pm per poter arrestare e intercettare, ma anche a sancire sempre di più, giorno dopo giorno, che nelle regioni del sud tutto è mafia. E soprattutto per dimostrare che ormai la mafia è quella dei “colletti bianchi”. Nella stessa giornata in cui abbiamo appreso la notizia di Palermo, è stata resa nota la relazione della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) al Parlamento relativa al secondo semestre del 2020. Lo schema riflette una certa miopia, troppo spesso voluta, nell’esaminare le evoluzioni e i cambiamenti delle mafie, a partire da quel 1982 in cui, dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fu introdotta nella legge Rognoni-La Torre la fattispecie dell’articolo 416 bis del codice penale, l’associazione mafiosa. Ci si deve domandare, prima di tutto, se quella formulazione oggi sia ancora attuale. Probabilmente in gran parte non lo è, a partire dalla Sicilia, la regione che più di ogni altra ha sofferto fino agli anni novanta la guerra tra cosche e l’assalto allo Stato con le armi e il tritolo. «L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti…». Nelle parti successive al comma 3 dell’articolo 416 bis il legislatore si sofferma a lungo sul concetto di associazione mafiosa armata. Non per caso. Il possesso e l’uso delle armi sono sempre stati fondamentali ai boss per assoggettare e per controllare il territorio. Oggi la relazione della Dia, e non è una novità, ci dice che «la violenza delle mafie è ormai residuale, la strategia è infiltrare l’economia. Riciclano al nord, puntano i fondi pubblici nel meridione». I dati sono molto chiari, gli omicidi, i ferimenti, le faide di sangue sono quasi del tutto terminati. E questa è una buona notizia. Più preoccupante è il fatto che gli investigatori dell’antimafia non riescano a staccarsi dalla nostalgia di un proprio ruolo necessariamente diverso quando fischiavano le pallottole. Che senso ha infatti, invece di gioire, di farsi vanto anche, per questo radicale cambiamento della società meridionale, voler leggere la nuova situazione come «processo di trasformazione e sommersione, senza rinunciare alla pressione intimidatoria che garantisce il potere criminale»? Il fatto che nel mondo del narcotraffico o del mercato “sporco” dei traffici sui rifiuti o sul movimento terra ricorrano anche nomi di famiglie conosciute come appartenenti ad antiche storie di mafia, non qualifica necessariamente questi reati come “mafiosi”. E non tutti coloro che commettono questo tipo di reati devono per forza appartenere alle cosche. Questo non significa che non esiste più la mafia, ma semplicemente che non tutto è mafia. Che storicamente gli uomini della ‘ndrangheta siano impegnati nel traffico internazionale degli stupefacenti, e in particolare in collaborazione con i sudamericani, è cosa piuttosto nota. Ma la loro attività illegale è costruita ancora, come fu un tempo, sulla forza intimidatrice e la capacità di ottenere omertà tramite la forza di assoggettare, o non è semplicemente fabbrica di soldi? Non è una domanda da poco. Perché, se è vero, come dice la relazione della Dia, che questa attività si concretizza al Nord mediante il riciclaggio, al sud l’infiltrazione avviene nel settore pubblico e dei pubblici finanziamenti. E qui entrano in gioco le maxi-inchieste e i maxi-processi che paiono troppo spesso finalizzati a incastrare questo o quel politico, questo o quell’amministratore locale. Sempre tenendo in tasca la carta dell’aggravante mafiosa o del concorso esterno. Colpisce nella relazione della Dia che, nei dati, non si parli solo della diminuzione degli omicidi, ma anche dell’aumento delle «induzioni indebite a dare o promettere utilità», piuttosto che dei «traffici d’influenze» e delle turbative d’asta. I tipici reati dei “colletti bianchi”. Equiparati, persino nelle tabelle di dati statistici, ai reati di mafia. Se l’articolo 416 bis del codice penale racconta ormai più di una sorta di “mafia percepita” che reale, forse è ora di procedere a una revisione del tipo di reato. Anche se non piacerà a Nicola Gratteri, cui comunque va la nostra solidarietà per le minacce ricevute.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

I neri italiani dimenticati dalla Storia. Simonetta Fiori su La Repubblica il 12 settembre 2021. Le disavventure dei tremila “brown babies” nati dall’unione con soldati afroamericani rivelano una democrazia intrisa di razzismo. Per la prima volta Silvana Patriarca ne ricostruisce le vicende. Li chiamavano “mulattini”, ma anche “negretti ”, “cioccolatini”, “moretti” o “creature del sole e della luna”, per alludere all’incrocio tra colori diversi. I brown babies erano figli della guerra, ma diversi da tutti gli altri perché di pelle scura, nati dall’incontro tra giovani donne italiane e soldati neri dell’esercito di liberazione americano. Tremila bambini forse – la cifra resta incerta – in larga parte abbandonati dal padre e nascosti vergognosamente dalla madre, ma espulsi anche dal corpo bianco della nazione, dalla storiografia che li ha fin qui ignorati, dal ceto intellettuale che ne ha tratto ispirazione per tammurriate e racconti esotici senza mai interrogarsi sul significato profondo della loro emarginazione.

Bruno Bossio: «Le carceri sono lo specchio dei pregiudizi sui meridionali». Roberto incontra la parlamentare dem Enza Bruno Bossio, che lo accompagnerà anche nella tappa finale a Motta Santa Lucia. A proposito delle teorie lombrosiane sulla predisposizione a delinquere, Bruno Bossio spiega come abbiano dato origine ai pregiudizi sui meridionali, maggiormente presenti nelle nostre carceri e spesso detenuti ingiustamente. Il Dubbio il 4 settembre 2021. Il tour “Sui pedali della libertà”, appena iniziato, unisce infatti due luoghi significativi: il museo di Cesare Lombroso a Torino e il paese di provenienza in Calabria di Giuseppe Villella. Il cui teschio, per il fondatore dell’antropologia criminale, dimostrava la correlazione tra le fattezze fisiche e la predisposizione a delinquere. «Devo dire – spiega Bruno Bossio – che purtroppo le teorie lombrosiane segnano l’inizio di un pregiudizio che è rimasto, se è vero come ci dicono le percentuali che la maggioranza della popolazione italiana in carcere – spesso detenuta ingiustamente – è meridionale. Soprattutto quando ci sono esigenze cautelari e non condanne».

«Vi racconto quel pregiudizio sulle mie origini calabresi che mi ha distrutto la vita». Il Dubbio il 5 settembre 2021. Roberto incontra l'ex consigliere regionale della Valle d'Aosta, Marco Sorbara, assolto a fine luglio dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo 909 giorni in custodia cautelare. L’incubo giudiziario di Sorbara comincia il 23 gennaio 2019, quando i carabinieri bussano alla sua porta in piena notte per portarlo via assieme ad una decina di persone, tutte coinvolte nell’operazione “Geenna”. A fine luglio è stato assolto dalla Corte d’Appello di Torino perché il fatto non sussiste, dopo una precedente condanna a 10 anni con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E, soprattutto, dopo mesi di calvario, aggravati dal voltafaccia dei suoi colleghi, che subito dopo l’arresto lo hanno massacrato. Momenti terribili, tra carcere e domiciliari, compresi 45 giorni in isolamento, racconta oggi Sorbara: «Nella mia cella erano cinque passi per quattro, li contavo. E mi chiedevo tutti i giorni perché. Ma non ho mai trovato risposta».

«Il pregiudizio verso il Sud c’è ancora: siamo tutti mafiosi…» Il Dubbio l'11 settembre 2021. Dopo 1400 chilometri, il tour di Roberto "Oltre i pregiudizi" si chiude nella città del presunto brigante Giuseppe Villella, il cui teschio è rimasto al museo di antropologia criminale "Cesare Lombroso" a Torino. L'ultimo pregiudizio che resta da abbattere è quello nei confronti del Sud. Se, come spiega il giornalista Mimmo Gangemi, la «questione meridionale è ridotta a questione criminale». L’ultima tappa del viaggio di Roberto Sensi “Oltre i pregiudizi” è a Motta Santa Lucia, la terra del presunto brigante Giuseppe Villella, il cui teschio è rimasto al museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” a Torino. L’ultimo pregiudizio che resta insepolto è quello sul meridione, una malattia autoimmune non ancora debellata. «La questione meridionale la si è ridotta a una mera questione criminale», spiega lo scrittore e giornalista Mimmo Gangemi. Parla del presente. Un presente che non sembra essersi allontanato di un passo da Lombroso.

Il pregiudizio contro i meridionali, davvero esiste ancora?

Esiste ma ha assunto forme più nascoste, camuffate da una finzione di civiltà che lo rigetta. Sono episodi sporadici le discriminazioni di un tempo, quando non s’affittavano case ai nostri emigranti e l’essere del Sud diventava una tara, un marchio d’infamia. Il pregiudizio però continua a camminare sottotraccia. Il Sud è additato e percepito come la palla al piede dell’Italia. Gli abitanti saremmo parassiti che si perpetuano lagnosi e vittime, sfaticati, mafiosi o con mentalità mafiosa.

Com’è nato questo odio?

Non siamo mai diventati nazione. A noi è stata tramandata la memoria della forzatura sanguinaria, mai appianata e taciuta dalla storia, in un regno che ci ha conquistato e trattato da sottomessi, da Ascari, con tasse e imposizioni, la leva obbligatoria, le morti innocenti e paesi distrutti pur di eliminare il dissenso, e i briganti, peraltro spesso resistenti all’invasore. E siamo rimasti indietro, o siamo stati lasciati indietro, anche per l’insipienza della classe politica e dirigente che esprimiamo. Nel cammino assieme, c’è stata una disparità di attenzione e di risorse e si è impattato in diversità sociali, culturali, economiche, storiche, caratteriali che hanno pesato e inciso fino a realizzare un’Italia a due diverse velocità, fino a dilatare il distacco e ad alimentare l’odio. Certo è, tuttavia, che le nostre valigie di cartone degli anni ’ 50, legate con lo spago, non differivano da quelle che tutti assieme, gente del Nord e gente del Sud, allestimmo per un’emigrazione alle Americhe che soccorresse il futuro.

Al di là degli stereotipi, esiste un’identità comune che unisce i popoli del Sud?

Il regno dei Borboni è morto e sepolto. Mai è stato un elemento di coesione. Siamo Italia e ci piace essere Italia. L’identità comune c’è perché ci accumuna la storia di oltre un millennio, e ancor prima, la Magna Grecia. Dall’unità d’Italia in poi si è aggiunto l’uguale disagio di essere considerati colonia e un ostacolo alla crescita della nazione. E talvolta i disagi, le democrazie a scartamento ridotto e lo stesso pregiudizio distribuito largo sanno diventare punti di saldatura.

A volte però a trovarsi ad avere pregiudizi verso di sé è lo stesso Sud, che subisce la narrazione dominante.

Il Sud non ha molte voci autorevoli da opporre all’Italia che lo pesa e lo giudica con un metro falsato. La Calabria è quella combinata peggio. Oltrepassa il Pollino una narrazione menzognera ed esagerata nella condanna. I personaggi che hanno ascolto e microfono, e spesso una credibilità mal riposta, sono pochi. Tra loro, c’è pure chi la racconta molto peggio di quanto sia, fa trasparire l’idea che tutto sia mafia, ha creato l’equazione “calabrese uguale ’ ndranghetista”. E l’Italia ha abboccato, senza ragionare che a taluni, anche giornalisti, torna comodo irrobustire il mostro ‘ ndrangheta, che mostro è, perché così irrobustisce le carriere e i meriti, con buona pace dell’innocenza maltrattata e dello Stato di diritto scappato altrove.

Come è accaduto che un partito come la Lega, che ha fondato la propria storia sull’antimeridionalismo, finisse per essere così largamente votato anche qui?

Ingenui creduloni stendono un velo sul razzismo di decenni ed è come infilarsi da sé l’amo in bocca. Una fetta della classe politica, pur di sedere a cassetta, non bada alla parte con la quale si schiera, insegue solo il successo elettorale, bianco o nero non importa. E troppi cittadini dalla memoria corta votano, per utilità e clientelismo, il compare, l’amico, l’amico degli amici.

Cosa si potrebbe fare, nell’immediato, per il Sud?

Un’equità sociale, livellando le disparità che si sono create. Ci sono priorità che mancano e sulle quali ormai non si protesta, perché si è talmente assuefatti al degrado che ciò che altrove appare ordinario al Sud lo si vede straordinario, un di più, una concessione. La sanità è impoverita ad arte, per l’obiettivo di avvantaggiare quella del Nord, magari sovradimensionata, che accoglie anche per prestazioni sanitarie di basso peso. L’agricoltura è stata penalizzata da dover scegliere o di lasciare marcire il frutto o di ricorrere al lavoro nero, altrimenti si va in perdita. L’autostrada A2 è un inganno: mai è stata davvero ultimata, se tra Reggio a Cosenza 52 chilometri, i più pericolosi, sono rimasti quelli di prima, senza corsia di emergenza e con tracciati da brividi. L’alta velocità ferroviaria da Salerno in giù è altina, non alta. La statale 106 è la strada della morte, a doppio senso di circolazione. I treni sono lo scarto del Nord. E i finanziamenti pubblici dipendono dallo storico, da quelli ottenuti nel corso degli anni, e diventa una storpiatura della democrazia che, per esempio, Reggio Calabria non possa avere nulla o quasi per gli asili nido solo perché nulla ha mai avuto, mentre l’altra Reggio, pur con meno abitanti, ha 16 milioni annui. Perciò, lo si metta alla pari, il Sud. Solo dopo potrà essere additato colpevole.

“Si è sempre a Sud di qualcuno”, a volte però stupisce vedere comportamenti razzisti da parte di chi a sua volta ne ha subiti. Perché accade?

È un’anomalia che chi, come i veneti e i friulani, agli inizi del Novecento, popoli più nella fame e più numerosi dei meridionali nell’emigrazione e che hanno subito il razzismo, si siano trovati loro razzisti, disprezzando così il sacrificio lontano degli antenati che hanno consentito di giungere meglio ai giorni nostri. Ma tant’è. Ed è vero che c’è sempre qualcuno più a Sud oggetto di discriminazione. È di fresca memoria quella svizzera sui frontalieri lombardi. Però non ha insegnato nulla.

Quando i microfoni aperti di Radio Radicale rivelarono l’Italia che odia. Nell’estate 1986 l’emittente offre agli ascoltatori la possibilità di registrare messaggi senza filtro. Risultato: bestemmie, razzismo nord sud, slogan fascisti. Trent’anni prima dell’arrivo dei social. Giandomenico Crapis  su L'Espresso il 24 agosto 2021. Negli Ottanta, quando tutto cambiò, c’è un anno che potrebbe simbolicamente rappresentare il passaggio da un’Italia ad un’altra: il 1986. Ed anche se, come ci spiegherebbero gli storici, il mutamento andrebbe diacronicamente cercato sul tempo lungo, è proprio nel 1986 che alcuni indizi annunciano il tramonto di un’epoca. Siamo ormai lontani dal miracolo economico, da tempo è in crisi la repubblica dei partiti, sfumata è l’onda delle passioni politiche e trionfa l’individualismo narcisista e consumista alimentato dalla pubblicità che dalle tv commerciali si riversa sul Paese. Pure le ultime icone nazionalpopolari sono svanite: a Pertini, il loquace e seduttivo presidente partigiano, è succeduto il silente Cossiga, i campioni dell’82 sono stati eliminati dalla Francia ai mondiali messicani. Ma all’inizio dell’anno Alessandro Natta, segretario del partito meno incline alla spettacolarizzazione politica, era comparso tra lo stupore dei militanti sul divano di “Buonasera Raffaella”, mentre Pippo Baudo, proclamato dal settimanale Sorrisi e Canzoni il personaggio più amato dagli italiani, proprio alla fine del 1986 veniva travolto da una polemica con il presidente della Rai Enrico Manca. Ormai l’Italia è già diventata la televisione, nel senso che vi si specchia e ne è specchiata, un cortocircuito sempre più intenso che taglia fuori le vecchie parrocchie come le vecchie sezioni. Ma se la politica si fa spettacolo tv, la società non sembra assecondare queste trasformazioni: lustrini e paillettes poco si conciliano nella pancia dello stivale con un sentire che si carica di malumori, rabbia, malanimo. Un sommovimento che durerà molti anni prima di provocare il terremoto del biennio ‘92-’94, ma che nell’estate del 1986, appunto, si appalesa con una prima scossa tellurica che solo il sismografo dei media rileva. Perché tra Natta sul divano della Carrà e il baudismo che tramonta è la radio che s’incarica di fornirci un ulteriore indizio della trasformazione in atto. Lo fa con un’emittente, Radio Radicale, che in crisi per l’aumento dei costi denuncia il rischio di chiusura e per spingere il governo ad intervenire vara una singolare forma di protesta: sospende i programmi e al loro posto una trentina di segreterie telefoniche dal 10 luglio accolgono i messaggi di solidarietà degli ascoltatori. Aperti i microfoni, i messaggi, al massimo di un minuto, cominciano ad arrivare. Sono messaggi che esprimono perlopiù vicinanza alla causa, anche se non manca il dileggio. Questo per alcuni giorni, fino a quando i redattori non decidono di rendere pubbliche le telefonate mandandole in onda h24. L’effetto della scelta è dirompente: la questione della sopravvivenza della radio passa in secondo piano, derubricata da una valanga di registrazioni che cresce in maniera esponenziale e in cui gli italiani danno voce agli istinti più indicibili. Sono messaggi che di radicale possiedono solo le incredibili modalità espressive, messaggi d’amore, di tifo sportivo, invettive e insulti di vario genere, inni al fascismo o perfino al nazismo, ingiurie contro negri, ebrei, froci, meridionali terroni, nordisti polentoni. Poi c’è chi canta, chi registra una filastrocca, chi bestemmia, chi finge un orgasmo, chi manda affanculo, chi parla a capocchia, chi invoca i forni crematori, chi protesta per quelle stesse telefonate, chi si fa pubblicità, chi soffre per un amore perduto e chi s’offre per un amore mercenario. Anche se i temi più frequentati alla fine sono quasi sempre quelli: Nord contro Sud, metallari contro paninari, comunisti contro fascisti, tifosi contro tifosi. La bestemmia, in particolare, sembra esercitare sugli anonimi italiani un’irresistibile fascino: urlata al telefono, accompagnata con proclami a Benito o ad Adolfo, scagliata contro i milanesi o i meridionali. In questa sarabanda pecoreccia dove la pernacchia è il gesto più civile ci sono punte di sublime creatività, come quando una signora napoletana, alludendo agli scioperi della fame di Pannella, conia un distico memorabile: "nuie a fame a facimme senza o sciopero, la nostra è na fame radicale". Dunque nelle ultime settimane di luglio e nella prima metà di agosto su Radio Radicale andava in onda una, fino ad allora inedita, apoteosi della parolaccia e delle offese: ma più che di una rivoluzione (la presa di parola degli esclusi: c’era chi la teorizzava) si trattava piuttosto della rivelazione che accanto all’Italia oleografica dei santi, poeti, navigatori c’era un Paese anonimo di razzisti e bestemmiatori del tutto ignoto ai retori della nazione. Pure il mito del latin lover veniva travolto dal fiume delle sodomizzazioni promesse via telefono: «Quelli del Nord vogliono metterlo in culo ai meridionali, i quali minacciano la stessa sorte ai nordisti. Ma non eravamo un popolo di amanti latini?» c’era chi coerentemente si chiedeva in una delle chiamate. Ad un certo punto, dunque, l’esperimento politico sfuggiva completamente di mano ai suoi promotori per diventare microfono aperto sulle viscere di un Paese che si dimostrava più brutto e cattivo di come lo si pensasse. Certo, a giocare a favore c’era un clamoroso effetto diretta, la goliardia risorta dopo il tramonto delle ideologie, l’esibizionismo del selfie ante litteram con i media allora disponibili, c’era il piacere della trasgressione oscena, tanto più libera quanto anonima, il gioco demenziale del ragazzino che registra per la prima volta la sua voce. Il tutto legato dal narcisismo di masse di individui in fuga dalla società, come andava raccontando Cristopher Lasch, e dal filo rosso di un’intolleranza indistinta che andava da chi faceva il verso al Duce: «La parola d’ordine è una, e una soltanto, annate affanculo!», a chi enfaticamente invocava «tutti in galera!». Visto ex post negli anni successivi si parlò di magma ribollente e nascosto emerso all’improvviso tra la sorpresa dei più, espressione della peristalsi di un Paese dove già s’annunciavano le leghe padane e la mutazione individualista assecondata dalle tv berlusconiane, si disse di uno straordinario esperimento socioantropologico e via analizzando; visto con gli occhi dell’oggi, più di trent’anni dopo, fa molta impressione piuttosto l’assonanza con i linguaggi social, l’hate speech, l’odio in rete, la gratuita violenza verbale del web. Colpisce come affiorino proprio in quel frangente i nuclei di quegli universi frammentati che nei decenni successivi avrebbero dato vita alle tribù del calcio, al sessismo machista, alle leghe padane, all’antipolitica dei vaffa, ai fascismi ritornanti, ai gruppi emarginati delle periferie. Ma lo si sarebbe capito dopo. Paolo Vigevano, direttore dell’emittente, affermava che quanto accaduto era un evento unico e senza precedenti, annunciando di avere inviato al sociologo Ferrarotti uno scatolone pieno di materiale registrato per farci sopra una ricerca sociologica. Che in realtà non arrivò mai. In ogni caso tra luglio e agosto del 1986 era andato in onda via radio il più grande esperimento di accesso libero ai media mai verificatosi prima, privo di qualsiasi filtro o censura, capace di calamitare un esercito di cittadini di fronte allo spettacolo del microfono dato alla gente, format degenerato di quello nato nella stagione delle radio libere. La gente, ecco il punto: a fare il suo ingresso sulla scena pubblica, in quella circostanza forse per la prima volta, era proprio un soggetto privo di identità economica, sociale o di classe che presto sarebbe assurto a protagonista della grande trasformazione politico mediatica italiana. Prima che sul video con Santoro, “la gente” si materializzava in modulazione di frequenza, dando vita al primo embrione di quel soggetto trasversale che prendeva il posto di concetti come popolo o classe operaia. La kermesse proseguiva fino a quando, alla metà di agosto, l’intervento dei magistrati, che sequestravano le segreterie telefoniche per vilipendio alle istituzioni, apologia del fascismo e istigazione al genocidio, non vi metteva fine. Un provvedimento che, come scrisse Miriam Mafai, rassicurava solo la nostra coscienza: «Quando scoppia un tombino anche il passante più distratto scopre che sotto la strada scorre una fogna. E puzza. Ma una volta rimesso a posto il tombino perché pensare a cosa c’è sotto?». Così rimesso a posto il tombino avrebbe coperto ancora per moltissimo tempo i cattivi odori che provenivano dal sottosuolo della Penisola. «Ma che Paese è mai questo?» si chiedeva qualche giorno prima della chiusura, avvenuta il 14 agosto, uno dei pionieri italiani della sociologia dei mass media Giovanni Bechelloni: «Questa Italia al microfono esiste davvero? Quanto è consistente? Da che cosa è prodotta? Chi la rappresenta?». Si augurava che qualcuno la esplorasse, questa Italia, «prima che sia troppo tardi: prima che questa faccia nascosta della luna si trasformi in un mostro». Non accadde. Ma dopo un paio di mesi il Parlamento votava una legge che concedeva all’emittente la possibilità di accedere alle stesse provvidenze pubbliche previste per i giornali di partito. Radio Radicale era salva.

Assistenzialismo, corruzione, costo della vita: anche l’Istat smaschera i luoghi comuni sul Sud. Una ricerca dell’Istituto ci consegna un’Italia più unita di quanto pensassimo: purtroppo più sui vizi che sulle virtù. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 24 agosto 2021. Finalmente i mantra sul Sud cominciano a cadere uno dopo l’altro. L’occhiello del mio ultimo saggio, “Il lupo e l’agnello”, era: “Dal mantra del Sud assistito all’operazione verità”. Pare che anche l’Istat certifichi quelli che sembravano solo pii desideri di meridionalisti generosi con il Sud.

Prima il tema era che il Sud era stato inondato di soldi. Oggi si scopre che la spesa pro capite è più bassa al Sud che al Nord. E l’obiettivo che si vuole raggiungere è quello dei Lep, cioè di avere perlomeno dei livelli essenziali di prestazione. Nessuno parla di avere una spesa pro capite uguale, perché significherebbe togliere tanti soldi alle realtà territoriali del Nord.

L’altro era che il costo della vita fosse più basso; poi si scopre che in realtà una serie di utilities, che al Nord sono gratuiti o a prezzi politici, vengono pagati a prezzi di mercato. E si pensi all’acqua che molte attività turistiche, oltre che private, devono comprare; oppure all’esigenza di avere dei centri elettrogeni per sopperire alle continue cadute di energia elettrica, o ancora all’esigenza di svuotare le fosse di raccolta delle acque nere, di nuovo pagando le autobotti a prezzi impossibili, perché moltissime abitazioni non sono servite da fognatura pubblica. E si pensi, infine, all’esigenza assoluta di avere un’automobile privata, poiché i servizi pubblici di mobilità sono talmente dispersi e inefficienti da richiedere il possesso di un mezzo privato. E non parliamo del cosiddetto digital divide che non permette in alcune realtà di avere un contatto in fonia, altro che la possibilità di lavorare con la fibra ottica sui dati.

Altro mantra che è stato sconfessato è quello di una maggiore corruzione. Il Mose di Venezia ci ha fatto capire che la corruzione e la criminalità si annidano in tutti gli appalti pubblici. In realtà già il cinema aveva messo alla berlina tale modo di vedere le cose in molti film. In “Benvenuti al Sud” Alessandro Siani e Claudio Bisio ci facevano ridere su un Paese che ancora non ha completato l’unità socio-economica.

Come sempre l’arte anticipa la ricerca, il film prendeva in giro il nordico, intriso di pregiudizi e di idee da bar dello sport. Per cui il napoletano diventava pizza e mandolino oltre che poltroniere, e il siciliano era rappresentato con coppola e lupara. Sembra che quell’Italia – così caratterizzata da essere in realtà due Paesi diversi per reddito, produzione industriale, occasioni di lavoro, opportunità di riuscita sociale, per esportazioni pro capite, per dotazione infrastrutturale, per presenze turistiche, per tasso di occupazione e di disoccupazione, per presenza di asili nido, per servizi sanitari, e potremmo continuare all’infinito – sia più unita sul piano dei comportamenti civici.

I VALORI CONDIVISI

Se a livello di reddito pro-capite la differenza tra Nord e Sud, per esempio, è di più di 40 punti percentuali, senza contare che al Nord in una famiglia vi sono due redditi e al Sud solo uno, sul piano invece dei «valori condivisi di cittadinanza a livello territoriale non si osservano grandi divari nella valutazione dei comportamenti virtuosi» dice il rapporto Istat. Sarei sempre molto cauto nel valutare le evidenze di simili rapporti. Infatti, spesso le risposte possono essere in qualche modo influenzate da quello che sembra, nella mente dell’intervistato, il modo di pensare corretto. Per esempio, se chiedi se sei d’accordo sul voto di scambio magari la risposta è no. Ma poi i risultati della classe politica che viene eletta sono in totale contraddizione con tale risposta, poiché il ricorso al voto di scambio è uno dei mali atavici di un Mezzogiorno che non sceglie una buona classe dirigente, ma che si lascia gestire da una classe dominante estrattiva, che evidentemente nel voto di scambio pone la sua possibilità di successo. Il fatto che, dal punto di vista territoriale, la pratica clientelare nella ricerca del lavoro sia leggermente più accettata al Nord che al Sud e nelle Isole mi pare un dato da approfondire. Mentre mi convince di più il dato sulla poca condanna dell’evasione che il Nord, malgrado si parli sempre di Sud, in genere tollera e alimenta. Così come quelli sugli scontrini e sulla ricevuta fiscale, che nessuno richiede, tollerando comportamenti evasivi tipici del genere italico. Che sia stigmatizzato quasi nella stessa percentuale in tutt’Italia il viaggiare senza biglietto sui mezzi pubblici mi pare una boutade, considerato il numero di viaggiatori che nei mezzi pubblici meridionali viaggia da portoghese.

ITALIA UNITA NEI VIZI

La ricerca dell’Istat relativa al 2018 bisognerebbe ripeterla periodicamente con metodi scientifici, dati dalla teoria dei campioni e campioni adeguati. Quella che è stata riesumata, considerati i dati vecchi, relativi al 2018, rivela molte cose interessanti, perfino che l’84% degli italiani condanna chi butta le cartacce per strada. E ce li distribuisce per maschi e femmine, per Sud e Nord, per giovani e vecchi. Insomma, l’Istat ci consegna un’Italia più unita di quanto pensassimo, purtroppo più sui vizi che sulle virtù, ma forse qualche approfondimento in più non sarebbe male, con commenti magari non in periodo ferragostano.

Se lo Stato condanna il Sud: la questione meridionale ridotta a questione criminale. Dopo la riforma Cartabia i reati di mafia diventeranno imprescrivibili. I pm non perderanno l’occasione di contestare l’aggravante mafiosa. Ecco perché. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 3 agosto 2021. Dopo la riforma Cartabia i reati di mafia diventeranno praticamente imprescrivibili. Ed è proprio su questo punto che i pm di assalto avevano cercato e trovato un varco. La Riforma resta comunque un fatto di civiltà. “Comprendo” perfettamente che nella situazione attuale nessun “politico” se la sia sentita di “resistere” nella difesa del testo originario, approvato a unanimità nel Consiglio dei ministri.

I mafiosi e i delinquenti comuni. Se qualcuno avesse aperto bocca per dire che i tempi di prescrizione nei processi per mafia sono irrazionali e, probabilmente, indegni di un Paese civile si sarebbe trovato indifeso dinanzi ad un plotone di esecuzione che lo avrebbe fucilato facendolo passare per mafioso o amico dei mafiosi. Provo a formulare una domanda: cosa hanno di diverso i mafiosi rispetto ai delinquenti comuni? “Normalmente” sia gli uni che gli altri uccidono, minacciano, rubano, trafficano droga. Dal momento che i cittadini dovrebbero essere uguali dinanzi alla legge non si comprenderebbe perché ’ndranghetisti e mafiosi dovrebbero riceve un trattamento diverso. Ciò detto, riteniamo che il legislatore giustifichi il diverso trattamento per il fatto che, essendo la mafia una organizzazione ( a delinquere) presente da tempo e radicata in un determinato posto, i crimini commessi degli affiliati, oltre che essere odiosi come tutti gli altri, hanno come fine il controllo del territorio sottraendolo di fatto allo Stato. Quindi lo Stato è “naturalmente” in guerra con la mafia. A questo punto una domanda è d’obbligo: il processo può essere un momento di tale guerra? No! Per il semplice fatto che prima della sentenza tutti gli imputati dovrebbero essere considerati innocenti, e come la storia recente dimostra, in buona parte lo sono. Lo Stato ha tutto il diritto di giudicare ma non di muovere guerra a un solo innocente.

Il processo “Gotha”. Faccio un esempio. Ieri l’altro a Reggio Calabria s’è concluso il processo “Gotha” che contrariamente alla maggioranza dei processi allestiti in Calabria con operazioni spettacolari – ma miseramente falliti – ha retto al 50% (ripeto 50%) al primo grado di giudizio. Cioè su trenta imputati quindici sono stati assolti e quindici condannati. Molti degli assolti, prima della vicenda che li ha visti coinvolti, non erano mai stati in un’aula di giustizia. Per esempio, tra di loro è “capitato” uno stimato primario di cardiochirurgia, un ex presidente della Provincia; un senatore della Repubblica. Qualcuno tra questi ha trascorso qualche anno in carcere (complici) dei parlamentari pavidi. Tutti sono stati sotto processo da anni in quanto sospettati di essere mafiosi.

Sotto processo per 18 anni? A questo punto poniamoci una domanda: qualora la procura dovesse fare appello (cosa che probabilmente farà) verranno tenuti sotto processo per 18 anni e poi per altri 18 ancora? Non ci sono persone al disopra di ogni sospetto, né con diritto di essere tutelati più di altri ma in base a quale principio lo Stato potrebbe trattare queste persone molto peggio degli assassini seriali, degli stupratori, dai pedofili, tenendoli prima in carcere e poi sotto processo a vita? Non si tratta d’un “danno collaterale” accettabile pur di combattere la mafia ma di un abuso che ha come logica conseguenza la legittimazione e il rafforzamento delle mafie su un determinato territorio. Agli occhi di queste “vittime “lo Stato sarà una presenza tirannica di gran lunga peggiore della mafia. La verità è che le mafie devono e possono essere combattute prima e dopo del “processo” e con gli strumenti messi a disposizione dalla Costituzione. Viceversa, il processo dovrebbe assicurare un giudizio sereno ed in tempi umani attraverso regole e leggi uguali per tutti.

Se lo Stato condanna il Sud. Infine, la riforma Cartabia assicurerà nelle regioni del Centro- Nord una giustizia più efficiente ed umana mentre al Sud avremo in assoluta prevalenza il “processo infinito”. Infatti, nessun pm delle regioni meridionali perderà l’occasione, dinanzi ad una estorsione o ad un omicidio, di contestare l’aggravante mafiosa perché ciò gli consentirà tempi infiniti. E non sarà difficile in zone come la Calabria o in paesi come Africo o San Luca trovare rapporti di parentela, di frequentazione, di vicinato con qualche famiglia in odore di mafia. Il cerchio è chiuso. La questione meridionale diventa così, ed ancora di più, questione criminale da affrontare praticando la “giustizia dei sette capestri” aldilà del Pecos. Le mafie diventeranno l’alibi per spiegare il mancato sviluppo del Sud o per non ascoltare il grido del professor Gianfranco Viesti che ha dimostrato che dei fondi del Recovery solo 13 miliardi arriveranno nelle Regioni meridionali.

Ed in tutto ciò, la cosa che più fa salire il sangue alla testa è che non ci sia stata una sola voce in Parlamento, e neanche fuori, a difendere il Sud da questa follia giustizialista che avrà come unico risultato la mortificazione della Legge e della Costituzione da un lato e la legittimazione e l’invincibilità delle mafie dall’altro.

Vi raccontiamo come dopo l’unificazione le banche del Nord si presero l’oro del Banco di Napoli.  Michele Eugenio Di Carlo su I Nuovi Vespri il 27 febbraio 2020. Ancora oggi si continua a nascondere una verità storica accertata persino da una commissione parlamentare d’inchiesta. Quando l’allora Ministro Antonio Scialoja ammise che l’aver sacrificato il Banco di Napoli, per motivi che egli stesso riteneva necessari, era «una volgare verità». Dopo l’attentato alla vita di Ferdinando II l’attività poliziesca si era fatta pressante; il pericolo in realtà era più immaginario che sostanziale, tanto che lo scrittore Raffaele De Cesare si spinse a scrivere che se Napoli presentava «l’aspetto di una città dominata dalla paura […] l’aver paura della polizia era l’occupazione di tanti, e per molti, pretesto a non far nulla». A produrre invece una robusta detonazione nel clima politico e sociale napoletano era Antonio Scialoja con un opuscolo nel quale metteva a confronto i bilanci napoletani con quelli torinesi, sostenendo la superiorità delle politiche economiche piemontesi rispetto a quelle napoletane (1). Scialoja, ritenuto uno dei migliori economisti italiani, era stato ministro dell’Agricoltura e del Commercio nel Governo costituzionale di Carlo Troja; esule a Torino, dopo aver scontato 3 anni di carcere per i fatti del 1848, era diventato uno strenuo sostenitore delle idee liberiste conservatrici di Camillo Cavour. Nell’opuscolo Scialoja criticava il regime doganale teso a proteggere i prodotti industriali del Sud e, in merito al bilancio delle Due Sicilie, polemizzava contro la tendenza delle politiche governative a non indebitarsi, mentre invece il bilancio di Torino era in deficit a causa di investimenti che stavano producendo – a suo dire – sviluppo e ricchezza. L’opuscolo era accolto dal sovrano e dai suoi ministri come «un colpo di fulmine», considerato che Scialoja chiudeva con un confronto impietoso tra «l’alta posizione morale e politica del Piemonte, e il grado d’inferiorità, in cui era il Regno di Napoli». Tra le pieghe, peraltro, era del tutto evidente l’affondo ad un sistema ritenuto corrotto e costituito da «taglie arbitrarie» che il governo napoletano consentiva. Sull’opuscolo di Scialoja, De Cesare non andava oltre una semplice difesa d’ufficio di Ferdinando II, riconoscendo che «era onesto, personalmente, e parsimoniosa la famiglia reale, forse più che non conveniva al suo grado». Come era del tutto prevedibile, il napoletano Scialoja fu accusato di denigrare la propria patria, di essere in malafede e ben nove studiosi, con poca fortuna, pensarono di confutare le sue tesi (2). Ma non sarebbe stato questo l’unico danno prodotto da Scialoja al Sud. Dopo aver diretto le Finanze nel periodo della dittatura di Giuseppe Garibaldi e in quello della Luogotenenza affidata a Luigi Carlo Farini, sarebbe diventato nientemeno che il Ministro delle Finanze e, come tale, avrebbe introdotto il “Corso forzoso” della lira nel 1866, permettendo al neo Stato italiano di onorare i debiti legati al processo unitario e alle guerre, ma determinando un vero e proprio attacco al sistema bancario e all’economia del Sud, portando a completamento la subdola «politica di drenaggio delle riserve auree del Banco, col risultato di privare il Sud del suo oro e delle sue capacità di credito». Infatti, già dalla metà del 1863 le riserve auree del Banco di Napoli erano calate da 78 a 41 milioni ed avevano preso la direzione di finanziare attraverso la Banca Nazionale il nascente sistema industriale settentrionale in crisi, mentre quello meridionale veniva lasciato al proprio destino. Gli studi e le ricerche degli ultimi 20 anni hanno in parte rivalutato le politiche economiche restrittive e parsimoniose del Regno delle Due Sicilie e hanno messo in rilievo che lo sviluppo economico del Regno di Sardegna era avvenuto fittiziamente e con un forte indebitamento, saldato in parte proprio con le riserve auree del Banco di Napoli (4). Edmondo Maria Capecelatro, assistente di Storia economica nell’Università di Napoli, e Antonio Carlo, professore incaricato di Diritto del lavoro nell’Università di Cagliari, hanno sostenuto che solo l’assidua assistenza della Banca Nazionale avrebbe permesso alla struttura industriale del Nord in crisi di sopravvivere a spese di quella del Sud. Una situazione derivante da una scelta politica voluta dallo Stato e favorita dal ministro delle Finanze Antonio Scialoja nel secondo governo La Marmora e nel secondo governo Ricasoli, cioè