Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

IL TERRITORIO

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

  

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

  

 

  

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

    

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

IL TERRITORIO

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Friuli Venezia Giulia.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Veneto. 

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Lombardia. 

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Piemonte.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Liguria.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sardegna.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Lazio.

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Molise.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Napoli.

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Bari.

Hanno fatto cessare La Gazzetta del Mezzogiorno.

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Foggia.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Taranto.

La guerra all’ex Ilva.

Succede ad Avetrana.

Succede a Manduria.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Lecce.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria. 

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sicilia.

  

 

 

 

 

IL TERRITORIO

SECONDA PARTE

 

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede a Napoli.

L'unica strada: i camorristi muoiono ammazzati. Gomorra e il finale che cristallizza la visione di Saviano: lo Stato non esiste, l’alternativa è la morte. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 18 Dicembre 2021. Cinque stagioni, 58 episodi, per ribadire due concetti principali, cristallizzati nel “gran finale” della serie Gomorra. Il primo: chi sceglie la camorra, e più in generale, la malavita muore ammazzato. Il secondo: lo Stato, in tutte le sue forme (e quindi non sono con la repressone) non esiste. Nessuna fiducia nei confronti delle istituzioni. Per lo scrittore e giornalista Roberto Saviano e per gli autori della serie Sky celebrata in tutto il mondo l’unica alternativa alla camorra è la morte. Non il carcere, non la collaborazione con la giustizia, non la possibilità di fuggire e ricominciare una nuova vita. I camorristi non hanno seconde possibilità in Gomorra. Nella vita reale, per fortuna, sì.

Nella serie perdono tutto, a partire dagli affetti familiari (è le storia di Ciro Di Marzio, interpretato da Marco D’Amore, e di Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito, sono il manifesto di tutto questo). Non hanno la possibilità di ritornare sui propri passi. Quindi o fai il camorrista o muori ammazzato. Muoiono gli “infami” (i traditori) come ‘o Munaciello. Muore donna Nunzia che vuole vendicare la morte del marito e finisce con l’essere ammazzata poco dopo aver dato ordine a un commando di fuoco di raggiungere il molo dove si trova la barca che “Don Gennaro” aveva preparato per la fuga.

Un aut aut che è stato costante in queste cinque stagioni dove tutti i principali personaggi sono stati uccisi. Genny e Ciro pure. Nessuno di loro finisce in carcere (solo don Pietro Savastano e Scianel). Nessuno di loro passa dalla parte dello Stato iniziando a collaborare. Chi lo fa è solo per avere un tornaconto come il caso del fedelissimo di Donna Nunzia, moglie del ‘Galantuomo’, che collabora per ‘inguaiare’ Genny e Azzurra e fargli togliere la potestà genitoriale sul figlio Pietro. Oppure chi diventa pentito viene intercettato e ucciso (Patrizia e Michelangelo Levante). Nessuno decide di uscire dal sistema e ripartire lavorando onestamente. Nessuno viene riabilitato attraverso il carcere.

Tralasciando alcuni episodi che poco hanno a che vedere con la realtà (ad esempio il sequestrato del figlio del magistrato) e ricordando che la stessa realtà camorristica napoletana è più agghiacciante e raccapricciante di quello che si vede nella serie (l’omicidio di Antonio Natale è solo uno degli ultimi esempi delle ferocia e dell’efferatezza della criminalità organizzata), Gomorra non boccia soltanto la camorra ma anche, e forse soprattutto, l’assenza cronica dello Stato.

“Anche Gratteri può sbagliare, nessuno è infallibile. Si venga a fare un giro con noi a Scampia, Ponticelli, Caivano, così si rende conto che in questi territori lo Stato non c’è. I giovani con Gomorra si fanno quattro risate”. Queste le parole di Marco D’Amore durante la conferenza stampa di presentazione della quinta e ultima stagione. Una replica stizzita al solito ritornello di “Gomorra esempio negativo”, che va avanti da anni e che può essere considerato attendibile solo da chi non conosce davvero le realtà di Napoli, ma anche di tantissime zone dell’Italia, dove lo Stato fatica a imporre la sua presenza. Una presenza che non riguarda solo la prevenzione e la repressione delle forze dell’ordine e degli organi inquirenti ma riguarda anche i servizi essenziali che dovrebbero essere garantiti (scuola, strutture ricreative) oltre alla cronica assenza del lavoro, soprattuto a livello giovanile.

“Robbè  (Saviano, ndr) scusami se parlo di getto ma sono dieci anni e non ce la faccio più con questa storia” sbottò D’Amore dopo la domanda di un giornalista relativa agli esempi positivi che nella serie mancano. La sintesi finale è la seguente: se fai il camorrista muori ammazzato perché lo Stato non c’è.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Don Luigi Merola, prete anti-camorra, scomunica “Gomorra” e Saviano: “È devastante per i giovani”. Vittorio Giovenale giovedì 9 Dicembre su Il Secolo d'Italia. Sul fenomeno televisivo Gomorra, arriva una qualificata voce fuori dal coro. È la voce squillante di don Luigi Merola, coraggioso prete anti-camorra, a ribellarsi contro la “creatura” generata da Roberto Saviano. «Quella serie tv – dice don Luigi Merola all’Adnkronos – è stata devastante, purtroppo. Anche nell’ultima stagione lo Stato non c’è e a vincere è sempre il camorrista, il prepotente, colui che lotta per accaparrarsi le piazze di droga. E’ un messaggio distruttivo quello che abbiamo trasmesso con Gomorra. Io giro tutta l’Italia e ogni volta mi chiedono: ma a Napoli davvero succede questo? Non è che non si deve parlare di camorra, assolutamente. Anzi, più se ne parla meglio è. Ma il messaggio lanciato dalla serie va verso l’imitazione». Don Luigi Merola, parroco anticamorra e fondatore dell’associazione A voce d’e creature, ha preso di petto lo stesso giornalista e scrittore. Racconta di avere affrontato la questione proprio con l’autore del bestseller da cui è tratta la fortunata serie televisiva. «Ne ho parlato spesso con Roberto Saviano. Lui mi dice che alla fine il camorrista perde sempre, viene ucciso. Ma i nostri ragazzi sono fragili e cedono all’imitazione. Ho trovato ragazzi che conoscono tutte le battute di Gomorra a memoria, mentre non sanno nulla di Divina commedia o dei Dieci comandamenti. Il 90% di questi ragazzi ha i genitori in carcere, sono persone a rischio. Abbiamo 102 clan attivi tra Napoli e provincia eppure la Campania è la Regione che ha più forze di polizia in assoluto», osserva Don Merola. «L’unica terapia per curare Napoli, l’unica ricetta per sconfiggere la camorra è la prevenzione: tenere scuole e oratori aperti, per non regalare soldati alla camorra. È la prevenzione che ci salva – chiosa il parroco anticamorra – e purtroppo lo Stato non la fa». Don Luigi Merola non è il primo prete napoletano a scagliarsi contro il business di Gomorra.  “Gomorra rischia di far apparire eroi i criminali. Non raffigura il Bene che lotta contro il Male, c’è solo il Male reso un modello.  Saviano illude i ragazzi, mentre a loro servono soluzioni e soldi”. Parlava così due anni fa, il prete di strada don Aniello Manganiello. Le sue parole sono rimaste inascoltate.

Da areanapoli.it il 7 dicembre 2021. Ospite in trasmissione Peppy Night Fest condotta da Peppe Iodice è intervenuto Giampiero Mughini. Sul brutto periodo della Juventus: “Non te lo ha consigliato il medico di vincere lo Scudetto ogni anno, 9 anni sono sufficienti. Ci sono stati valorosi avversari che di volta in volta sono stati battuti, 9 scudetti uno migliore dell’altro, lo sport è così. Noi eravamo andati in Serie B per una porcata che ci era stata fatta, conosco bene l’argomento. Andando in Serie B la squadra è stata distrutta, siamo risaliti e abbiamo vinto 9 volte, va bene così. A me sembrava che questo fosse l’anno del Napoli, ma…“ Mughini è nato a Catania, ed ha parlato del suo rapporto con il meridione: “Io sono nato in meridione, ho vissuto la condizione della provincia meridionale. Quando io ero ragazzo i libri che uscivano in Italia, scusatemi il termine ma intendo Milano e il nord, arrivavano a Catania dopo 20 giorni. A Catania è sepolta mia madre, ma sin dall’inizio mi sono sentito italiano. Catania veniva definita la Milano del Sud molti anni fa, ma non mi sento siciliano, mi sento italiano. Era siciliano uno dei più grandi musicisti dell’età moderna, Franco Battiato. Ma Franco Battiato è divenuto Franco Battiato andando a Milano, cantando al pubblico del nord. Napoli è una delle grandi città della storia italiana, è stata una grande capitale europea”. “Gli intellettuali non esistono più nel modo in cui li intendi tu. Parlando di Napoli, un intellettuale era Benedetto Croce, ma quel tipo di intellettuale non esiste più. Gli intellettuali attuali preparano programmi per i computer, aerei da guerra, o preparano i vaccini e salvano delle vite. Poi ci sono gli intellettuali umanisti, e sto parlando di me. Ho scritto più di 30 libri, da tanti anni a questa parte la mia anima la metto in quello". Chiosa finale sulle differenze tra il calcio passato e quello attuale: “Dire il calcio di una volta non ha senso, lo sport evolve. Omar Sivori mi diceva che quando aveva la palla il difensore restava a 5 metri perché avevano paura di un tunnel. Oggi gli arriverebbero 3 giocatori addosso, le difese attuali paralizzano anche il miglior attaccante. Se prima andavano a 10km/h, oggi vanno a 40. Con Il VAR attualmente vedi anche un risvolto di camicia in fuorigioco, ma questa è una porcata. Il fuorigioco deve essere palese”

Da areanapoli.it il 7 dicembre 2021. "Milano in ginocchio, Napoli fa barba e capelli a tutti", Roberto D’Agostino, giornalista e opinionista, parla di Napoli nel suo articolo per Vanity Fair e lo fa con parole sublimi. “L’ultima stoccata è arrivata, pesante come un casatiello lievitato male, dalle pagine del quotidiano parigino “Le Figaro”: ‘’Napoli è il terzo mondo d’Europa”. Mammamia! Un disprezzo duro, sordo, e soprattutto ingiustificato, se ti tiene conto che la malavita di Napoli è in gran parte quella di tutte le capitali del mondo; una paranoia che poi sfiora sornionamente il Vangelo, dove com’è noto le priorità alla fine s’invertono". "Ad esempio, chi si ricorda più della capitale “economica e morale” del Paese? Era la “Milano da bere”, secondo il borioso slogan pubblicitario che gli anni Ottanta avevano assunto come parola d’ordine. Alla fine, a furia di sentirselo ripetere dagli aedi di un sistema basato sugli affaristi, le clientele, le mazzette e i ladri, la città a misura Duomo si è sbronzata. Ed è finita come normalmente finiscono gli ubriachi: in ginocchio. Da “Milano da bere” a “Milano da Borrelli”, il passo è stato breve. Ed oggi, alla faccia di “Le Figaro”, la città di Totò e di Eduardo, di Massimo Troisi e Sophia Loren, fa barba e capelli a chiunque, perché è la città più creativa e sorprendente d’Italia, campionato di calcio compreso. E quando qualcuno studierà, fra una ventina d’anni, la scena culturale italiana degli anni 2000, avrà la sorpresa di scoprire quanti incendi hanno fatto schiattare il Vesuvio". D'Agostino aggiunge: "Da Pompei ai Campi Flegrei, l’arco del golfo è una linea di fuoco che schizza una cinematografia di assoluto talento: dall’oscarizzato Paolo Sorrentino (con l’ultimo film, “E’ stata la mano di Dio”, sta viaggiando di nuovo verso Hollywood) a Mario Martone, acclamato regista di “Qui rido io”, con la storia di Eduardo Scarpetta. Protagonista-feticcio, sia di Sorrentino che di Martone, è Toni Servillo, pieno di quella proverbiale esuberanza tellurica che rimescola godimento e sentimento, passione narcisistica e scoramento malinconico". "All’ultima Mostra del Cinema di Venezia, ha colpito l’immaginazione del pubblico anche un altro autore partenopeo: Michelangelo Frammartino, regista de “Il buco”. Napoli è adesso la città con più attori di talento per cinema e fiction, come Serena Rossi e Massimiliano Gallo, Luisa Ranieri e Alessandro Preziosi, Silvio Orlando e Teresa Saponangelo (oggi la migliore attrice italiana)". "L’Eden e le Malebolge, la bellezza e l’inferno, la miseria e la nobiltà, la pizza margherita e la camorra, Maradona e Totò: questa città è stata anche tra i più straordinari cantieri dell’arte in Italia. Qui avvenne la consacrazione dell’Arte Povera, qui Andy Warhol non esitò a mettere il Vesuvio accanto alla zuppa Campbell’s e alla Coca Cola, a Mao e a Marylin; qui è nata l’esperienza (unica) delle stazioni della metropolitana fatte ad arte, da Gae Aulenti a Joseph Kosuth. Qui c’è il più memorabile museo italiano, l’Archeologico, zeppo di opere di una bellezza assoluta". "Ecco Napoli non ha bisogno di fare cultura. E’ cultura. Ogni angolo di Napoli è un capitolo di un’ipotetica Storia universale. La cultura a Napoli non ha nulla di accademico. Non è neppure museale, pur essendo la città un enorme museo. E’ una cultura umana, dove il semaforo rosso non è un divieto, ma solo un consiglio. E destra e sinistra, solo delle mere indicazioni stradali”, ha concluso D'Agostino.

Roberto D’Agostino per VanityFair.it il 29 novembre 2021. Seduta tra un Vesuvio e una Scampia, contesa tra il mare e la lava, stretta tra Dio e Satana, da sempre Napoli riesce a coagulare brividi e lividi, denunce catastrofiche, ammissioni d'inferiorità, irresponsabilità, incompetenza, cronica arretratezza, disprezzo. Una vulcanica città da bombardare e degradare a metafora: è un binario morto, un bel paio di manette, una polpetta avvelenata, una piedigrotta svaccata, un puttanone antico, un pascolo di mostri, un pre-assaggio dell'Inferno, una Calcutta senza vacche. L’ultima stoccata è arrivata, pesante come un casatiello lievitato male, dalle pagine del quotidiano parigino “Le Figaro”: ‘’Napoli è il terzo mondo d’Europa”. Mammamia! Un disprezzo duro, sordo, e soprattutto ingiustificato, se ti tiene conto che la malavita di Napoli è in gran parte quella di tutte le capitali del mondo; una paranoia che poi sfiora sornionamente il Vangelo, dove com'è noto le priorità alla fine s'invertono. Ad esempio, chi si ricorda più della capitale "economica e morale" del Paese? Era la "Milano da bere", secondo il borioso slogan pubblicitario che gli anni Ottanta avevano assunto come parola d'ordine. Alla fine, a furia di sentirselo ripetere dagli aedi di un sistema basato sugli affaristi, le clientele, le mazzette e i ladri, la città a misura Duomo si è sbronzata. Ed è finita come normalmente finiscono gli ubriachi: in ginocchio. Da "Milano da bere" a "Milano da Borrelli", il passo è stato breve. Ed oggi, alla faccia di “Le Figaro”, la città di Totò e di Eduardo, di Massimo Troisi e Sophia Loren, fa barba e capelli a chiunque, perché è la città più creativa e sorprendente d’Italia, campionato di calcio compreso. E quando qualcuno studierà, fra una ventina d’anni, la scena culturale italiana degli anni 2000, avrà la sorpresa di scoprire quanti incendi hanno fatto schiattare il Vesuvio. Nella letteratura, ad esempio, oltre a Roberto Saviano e Maurizio De Giovanni, Napoli ha fornito una irresistibile miscela di spirito e materia, ossia qualcosa di invisibile, di metafisico, di spirituale, ai romanzi dell’enigmatica Elena Ferrante, che svetta nelle classifiche dei libri più venduti nel mondo, idolatrata anche dalla critica più severa. Alla Ferrante si sovrappone il mitologico 94enne Raffaele La Capria, autore di capolavori come "Ferito a morte", da sempre critico nei confronti di ogni messinscena stereotipata e cartolinesca della "napoletanità". Da Pompei ai Campi Flegrei, l'arco del golfo è una linea di fuoco che schizza una cinematografia di assoluto talento: dall’oscarizzato Paolo Sorrentino (con l’ultimo film, “E’ stata la mano di Dio”, sta viaggiando di nuovo verso Hollywood) a Mario Martone, acclamato regista di “Qui rido io”, con la storia di Eduardo Scarpetta. Protagonista-feticcio, sia di Sorrentino che di Martone, è Toni Servillo, pieno di quella proverbiale esuberanza tellurica che rimescola godimento e sentimento, passione narcisistica e scoramento malinconico. All’ultima Mostra del Cinema di Venezia, ha colpito l’immaginazione del pubblico anche un altro autore partenopeo: Michelangelo Frammartino, regista de “Il buco”. Napoli è adesso la città con più attori di talento per cinema e fiction, come Serena Rossi e Massimiliano Gallo, Luisa Ranieri e Alessandro Preziosi, Silvio Orlando e Teresa Saponangelo (oggi la migliore attrice italiana). L’Eden e le Malebolge, la bellezza e l’inferno, la miseria e la nobiltà, la pizza margherita e la camorra, Maradona e Totò: questa città è stata anche tra i più straordinari cantieri dell’arte in Italia. Qui avvenne la consacrazione dell’Arte Povera, qui Andy Warhol non esitò a mettere il Vesuvio accanto alla zuppa Campbell's e alla Coca Cola, a Mao e a Marylin; qui è nata l’esperienza (unica) delle stazioni della metropolitana fatte ad arte, da Gae Aulenti a Joseph Kosuth. Qui c'è il più memorabile museo italiano, l'Archeologico, zeppo di opere di una bellezza assoluta. Ecco Napoli non ha bisogno di fare cultura. E' cultura. Ogni angolo di Napoli è un capitolo di un'ipotetica Storia universale. La cultura a Napoli non ha nulla di accademico. Non è neppure museale, pur essendo la città un enorme museo. E' una cultura umana, dove il semaforo rosso non è un divieto, ma solo un consiglio. E destra e sinistra, solo delle mere indicazioni stradali. 

Le Figaro impietoso: «Napoli è terzo mondo d’Europa». E salva solo il Polo hi tech di San Giovanni a Teduccio. Reportage del giornale francese. «Manfredi? Le élite napoletane lo aspettano come un messia». E ancora: «Mentre tutte le città si trasformano, essa resta arroccata ai suoi cliché». Anna Paola Merone su Il Corriere della Sera il 16 novembre 2021. Napoli fra luci e ombre. Una città «fatiscente e soffocata dai suoi debiti, in attesa del suo salvatore». Le Figaro ha raccontato le elezioni in Italia dedicando quasi una pagina al caso Napoli. L’articolo di Valèrie Segond è stato pubblicato domenica 3 ottobre. E parte da un assunto. «Se non fosse tifoso dichiarato della Juventus Gaetano Manfredi avrebbe buone possibilità di essere eletto al primo turno sindaco di Napoli... É l’opposto del sindaco uscente... Le élite napoletane lo aspettano come il Messia» scrive Segond, che è stata profetica. «Gaetano Manfredi si è effettivamente imposto su tutti, ha vinto a mani basse — rileva —. Noi abbiamo scelto di raccontare Napoli proprio perché immaginavamo che la vittoria sarebbe stata immediata e schiacciante, perché Napoli è una città di riferimento per tanti francesi che ci vivono e la scelgono per i propri viaggi. É una vera città del Sud, ricca di problemi, di contraddizioni, affogata dai debiti e dal problema della camorra e più suscettibile ad eventuali cambiamenti. La cronaca di quei giorni è un punto di partenza per decifrare il presente e mettere a fuoco le priorità, le emergenze, i punti critici ma anche per sottolineare la grandezza di una città, che fa innanzi tutto riferimento allo sviluppo tecnologico. Voi avete una piccola Silicon Valley, autentiche eccellenze».

La vita quotidiana difficile

Per il resto c’è poco da stare allegri: «Napoli è il terzo mondo d’Europa» racconta Segond che ricorda il tunnel della Vittoria chiuso, Bagnoli e i suoi trent’anni di promesse e progetti caduti nel vuoto, il traffico nelle strade, il degrado, il verde abbandonato. «Mentre tutte le città d’Europa si trasformano, Napoli resta arroccata ai suoi cliché, che sono anche il suo fascino». Perciò i turisti la amano, la vita culturale è vivace e i musei di certo affollati, ma la vita quotidiana resta difficile, con i trasporti pubblici che affannano, i cantieri della metropolitana aperti dal 1990 e ancora in sospeso e i servizi comunali poco efficienti, con un organico di addetti insufficiente e la povertà nelle periferie esplosiva. «Una povertà dei servizi— che ha raccontato a Le Figaro il direttore del Corriere del Mezzogiorno , Enzo d’Errico — ha innanzi tutto penalizzato gli indigenti, che non possono permettersi di ricorrere a servizi privati».

«Apple in una terra desolata»

La piccola delinquenza e la camorra occupano in modo diverso i territori e fanno affari anche nel settore della sanità. Intanto la Regione ha avviato alcune azioni di rigenerazione urbana, come a Scampia, «città dormitorio a Nord di Napoli celebre per Gomorra » rileva il giornale francese. Ma il vero polo d’eccellenza è a San Giovanni a Teduccio. «Una terra desolata dove Apple ha creato nel 2016 un centro europeo di formazione per sviluppatori di app, l’Apple Academy al quale si sono aggregate altre nove aziende tecnologiche.... Un polo dal quale in totale un migliaio di giovani escono ogni anno» rileva Le Figaro al quale Giorgio Ventre direttore scientifico di Apple Academy, dice con grande chiarezza che a Napoli «c’è una piccola Silicon Valley, la terza per il numero di star up create». Altra luce nella città dolente è Tecno: «Alla Riviera di Chiaia vista mare c’è una società — racconta Valérie Segond — per il monitoraggio a distanza dell’impatto ambientale dei grandi siti». Il presidente e fondatore Giovanni Lombardi racconta con orgoglio alla testata francese che dei suoi 140 dipendenti, 25 vengono dal Nord. Ma le ombre sono cupe. «Napoli è sommersa dai debiti e ha il più alto debito procapite in Italia» come conferma a Segond il candidato Manfredi. Che adesso, da sindaco, si è rimboccato le maniche, ha una sua squadra e aspetta che il Governo mantenga alcune promesse. Mentre la Francia osserva da lontano.

Sorrentino: Napoli si difende da sola

E, sollecitati dai cronisti, sul tema oggetto dell’articolo di Le Figaro si sono soffermati anche il regista premio Oscar Paolo Sorrentino , nella sua città per presentare «È stata la mano di Dio», e l’attore Toni Servillo. «Quando giravamo “L’uomo in più” - dice Servillo - il set era affollato di curiosi. Come si chiama sto film? Chiese un ragazzo. E io: “L’uomo in più”. Ah, già l’aggio visto, rispose. Anche oggi è così spiazzante e magnifica: è il terzo mondo questo? Se sì, io lo amo». E Sorrentino: «Misi Toni e gli altri della band in una decappottabile molto piccola: erano in 5. Un ragazzo mi fece la stessa domanda e disse: in più nel senso che state stritt stritt dentro la macchina?». E dunque: «Mi pare che Napoli si difenda benissimo da sola».

MA PERCHÉ LE FIGARO NON FA LA CAMPAGNA PER IL BIDET NEI BAGNI FRANCESI? Napoli è “il terzo mondo dell’Europa” si legge in un articolo del giornale parigino. Il complesso di inferiorità dei francesi si manifesta, ormai, in maniera sistematica. Michele Inserra su Il Quotidiano del Sud il 17 novembre 2021. Napoli è “il terzo mondo dell’Europa”. Il complesso di inferiorità dei francesi si manifesta, ormai, in maniera sistematica. D’altronde come si può pretendere che si percepiscano le bellezze e l’unicità di Napoli in tutta la sua complessità e problematicità se ancora oggi non si è riusciti a comprendere l’importanza e la funzione di un bidet in un bagno? 

“Mi pare che Napoli si difenda benissimo da sola”. Di poche e sentite parole è stato ieri Paolo Sorrentino, in occasione della presentazione napoletana del suo film “È stata la mano di Dio”. D’altronde la non curanza è il miglior disprezzo, come ci insegnano i nostri avi. “Le Figaro”, con un articolo scritto dall’inviato Valerie Segond, pubblicato il 3 ottobre e ripreso ieri dal Corriere del Mezzogiorno, ha fatto una analisi con la solita letteratura a senso unico che vuol vedere la città prevalentemente come terra di camorra, malaffare, munnezza, spaghetti, pizza e mandolino. “Napoli è il terzo mondo d’Europa”, dice parlando del tunnel della Vittoria chiuso, di Bagnoli, del traffico e del verde abbandonato. “Mentre tutte le città d’Europa si trasformano, Napoli resta arroccata ai suoi cliché, che sono anche il suo fascino”, continua. Tante ombre, pochissime luci. Le Figaro parla di San Giovanni a Teduccio come una cattedrale nel deserto: «Una terra desolata dove Apple ha creato nel 2016 un centro europeo di formazione per sviluppatori di app, l’Apple Academy al quale si sono aggregate altre nove aziende tecnologiche…. Un polo dal quale in totale un migliaio di giovani escono ogni anno». Il reportage, uscito prima delle elezioni amministrative, descriveva – questo il titolo – una città «fatiscente e soffocata dai debiti, in attesa del suo salvatore», ossia Gaetano Manfredi: «Se non fosse tifoso dichiarato della Juventus avrebbe buone possibilità di essere eletto al primo turno… è l’opposto del sindaco uscente… le élite napoletane lo attendono come il Messia», scriveva l’autrice del servizio. “Gaetano Manfredi si è effettivamente imposto su tutti, ha vinto a mani basse – continua -. Noi abbiamo scelto di raccontare Napoli proprio perché immaginavamo che la vittoria sarebbe stata immediata e schiacciante, perché Napoli è una città di riferimento per tanti francesi che ci vivono e la scelgono per i propri viaggi. É una vera città del Sud, ricca di problemi, di contraddizioni, affogata dai debiti e dal problema della camorra e più suscettibile ad eventuali cambiamenti. La cronaca di quei giorni è un punto di partenza per decifrare il presente e mettere a fuoco le priorità, le emergenze, i punti critici ma anche per sottolineare la grandezza di una città, che fa innanzi tutto riferimento allo sviluppo tecnologico. Voi avete una piccola Silicon Valley, la terza per il numero di star up create”. A replicare al giornale francese è anche l’attore Toni Servillo sempre in occasione della presentazione della pellicola di Sorrentino. “Parto da una constatazione: tra settembre e dicembre io ho tre film in sala di tre grandi autori campani (‘Qui rido io’ di Mario Martone, ‘Ariaferma’ di Leonardo Di Costanzo e ‘E’ stata la mano di Dio’ di Paolo Sorrentino, ndr), quindi mi sembra che il bilancio di questa città sia molto buono – ha commentato –  Io non saprei vivere da un’altra parte del mondo, quindi amo profondamente questo terzo mondo”.   Raccontare Napoli e in generale il Sud abolendo una letteratura a senso unico potrebbe essere un grosso passo in avanti. Non si deve oscurare nulla. Nel bene e nel male. Oggi, purtroppo, negare il fermento e la voglia di cambiamento che si registra in alcune periferie di Napoli, significa mortificare il lavoro di tanti volontari che hanno scelto di sporcarsi le mani, rischiando in prima persona. C’è ancora tanto da fare. Questo è palese. Ma la speranza c’è, nonostante tutto.

NON È LA PRIMA VOLTA 

Una “class action”, con annessa richiesta di scuse e danni alla tv francese per il video, diventato virale sui social, con il quale si sbeffeggia con ironia di pessimo gusto la pizza italiana sfruttando il dramma del coronavirus: nel marzo del 2020 ad annunciare l’iniziativa furono l’associazione napoletana “Noiconsumatori”, presieduta dall’avvocato Angelo Pisani e il presidente di “FareAmbiente Campania”, Francesco Della Corte. «Il tentativo di sporcare l’immagine dell’Italia e le sue eccellenze alimentari, – scrissero in una nota – che non rappresentano di certo un mero e semplice piatto ma il frutto di storia, cultura e tradizioni italiane, non può e non deve passare inosservato». «Ci aspettiamo, – spiegarono Pisani e Della Corte – oltre al risarcimento danni, anche che le istituzioni francesi prendano immediatamente le distanze da quanto accaduto. Nessuno può mettere in dubbio le eccellenze dei prodotti italiani nel mondo, da sempre orgogliosamente simbolo della nostra identità nazionale e di elevata qualità».  Dalla Francia arrivò solo silenzio.

"Macaronì", "Les italians": i francesi contro i nostri operai. Roberto Vivaldelli su il Giornale il 17 novembre 2021. Sembra di fare un salto indietro nel tempo, quando gli italiani emigravano verso gli altri Paesi europei in cerca di lavoro e di maggiore fortuna. In Belgio, dove moltissimi erano finiti a lavorare nelle miniere, i nostri connazionali venivano chiamati con disprezzo macaronì, epiteto che prende il nome dalla pasta che gli italiani mangiavano e che i belgi non conoscevano. Qui invece siamo in Francia e li chiamano semplicemente les italians. Come riportato dal quotidiano La Nazione, fino al 31 dicembre, in alcuni casi addirittura fino a giugno, lo stabilimento Stellantis (ex Fiat) di Noidans-les-Vesoul, comune francese situato nel dipartimento dell'Alta Saona nella regione della Borgogna-Franca Contea, ospiterà circa 200 operai metalmeccanici provenienti da Melfi e Pomigliano d’Arco. Le condizioni di lavoro in Francia sono un compenso per vitto e alloggio, ma nessun bonus specifico. Possono tornare a casa ogni 45 giorni e lo stipendio è lo stesso: i sindacati parlano apertamente di "ricatto". Come scrive la stampa francese, les italiens "in città si riconoscono dai vestiti invernali come se stessero sciando, cappello all'altezza delle orecchie, grande piumino chiuso fino al mento". Dopo il lavoro, "questi italiani di Melfi e Pomigliano vicino a Napoli si incontrano alla Bella Vita, una pizzeria gestita da un italiano che fa loro da interprete e che è diventata il fulcro di buoni affari per trovare un alloggio economico". No, non siamo negli Anni '20 del secolo scorso ma nel 2021, anche se il tempo sembra essersi fermato. Come riporta France Info, il gruppo automobilistico, che cerca di ottimizzare la propria forza lavoro, ha offerto a 200 dipendenti italiani di percorrere 1.300 chilometri per lavorare a Vesoul. Lo stabilimento dell'Alta Saona, infatti, non è così colpito dalla crisi come gli altri siti perché non produce automobili: è l'hub globale per i pezzi di ricambio e dunque il lavoro non manca. Il problema è un altro: gli italiani hanno inconsapevolmente preso il posto di 300 precari francesi, notizia che ha fatto infuriare i cugini d'oltralpe e rischia di scatenare una "guerra" fra poveri. Jean-Pierre Mercier, delegato sindacale CGT a Stellantis, ha denunciato la volontà dell'azienda di "trasformare i dipendenti in nomadi dell'industria automobilistica". Secondo il sindacalista, "il sito di Vesoul è oberato di lavoro, c'è un ritardo di produzione monumentale. Non sarà sufficiente l'arrivo dei lavoratori di Mulhouse e di Sochaux, e dei lavoratori italiani della Fiat. Soprattutto se la direzione licenzia tutti i precari". Per Mercier, Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, "vuole dislocare in giro per l'Europa, italiani, francesi e polacchi, per guadagnarci. Vorrebbe metterci in competizione tra di noi". È una politica davvero mortale per noi dipendenti, insiste, Una "vera politica di concorrenza tra i lavoratori". L'obiettivo di Stellantis, secondo i sindacati, è aumentare ulteriormente i profitti nonostante la crisi dei semiconduttori, per abbassare i salari, con un conseguente peggioramento delle condizioni lavorative generali. Esattamente come in passato, gli italiani si presentano nel Paese che li ospita con grande umiltà e voglia di lavorare. Ciro, ad esempio, racconta a France Info di essere partito a causa della "crisi" in Italia dopo essere "rimasto a lungo senza lavorare". "Anche se facciamo sacrifici per partire, almeno qui ci restituiscono un po' di dignità" spiega. I siti produttivi vengono chiusi per mancanza di semiconduttori e le giornate in cui non si lavora non vengono pagate. "In Italia i siti sono stati chiusi per molto tempo. Lì lavoravamo due o tre giorni alla settimana" racconta un altro operaio approdato in Francia. A Vesoul gli italiani lavorano come magazzinieri, preparano gli ordini. Domenico si è dovuto adattare alle nuove mansioni: "Siamo pronti a tutto. Da 1.300 chilometri, anche per fare un altro lavoro. L'importante è poter sfamare i nostri figli e vivere, semplicemente", spiega. Circostanze che ricordano da vicino l'emigrazione italiana del Novecento e fine Ottocento. Come ricorda l'enciclopedia Treccani, fra il 1880 e 1900 in Europa la meta preferita dell'emigrazione italiana fu la Francia, seguita da Austria, Germania e Svizzera, oltre al Sud America e agli Stati Uniti. La Francia divenne la meta preferita degli italiani anche nel decennio 1920-30, anche se con il fascismo il fenomeno migratorio si ridusse drasticamente (e riprese nel secondo dopoguerra). I numeri erano importanti: basti pensare che all'inizio degli anni '30 erano più di 800.000 i nostri connazionali in terra francese. Molti arrivavano dal nord Italia, in particolare dal Piemonte ma anche da regioni come la Toscana. E ora, dopo tanti anni, nel 2021 in Francia tornano Les Italiens.

Ecco quanto costa agli italiani il flop dei supermercati francesi. Andrea Muratore il 17 Novembre 2021 su Il Giornale. Auchan e Carrefour: i francesi rompono e i cocci sono italiani, in termini di problemi economici, posti di lavoro a rischio, attività legate all'indotto, alla logistica, alla subfornitura danneggiate o costrette a chiudere. Per anni sono stati marchi di grande distribuzione organizzata noti e apprezzati nel nostro Paese, ma l'ultimo biennio ha cambiato tutto: i due colossi francesi della grande distribuzione organizzata, Auchan e Carrefour, hanno drasticamente corretto le proprie strategie nella penisola. Ritirandosi completamente, come ha fatto Auchan, o accorciando notevolmente le proprie linee, come ha annunciato di voler fare Carrefour, i due marchi francesi hanno segnato e segneranno profondamente un mercato fortemente concentrato e in cui ogni riorganizzazione settoriale costa notevolmente in termini di occupazione e impatto economico, soprattutto a livello locale. Il recente caso di Esselunga che è stata capace di sfondare il "muro" delle Coop e insediarsi a Livorno dopo una battaglia pluriennale segnala la complessità del mercato della Gdo italiana in cui, forti del loro potere di mercato, Auchan e Carrefour negli ultimi decenni erano entrate a passo di carica forte di un potere economico e finanziario sostenuto dal capitalismo nazionale transalpino. Che della battaglia per l'espansione dei suoi marchi di punta aveva fatto una punta di lancia per la promozione del suo brand in termini di prodotti e sistema-Paese all'estero. Auchan e Carrefour hanno penetrato il mercato italiano, ne hanno modificato gli assetti e trasformato le dinamiche salvo poi decidere strategie strutturali con un semplice tratto di penna.

Il ridimensionamento di Carrefour

Ultima tegola in ordine di tempo per l'economia italiana è arrivata da Carrefour. Il gruppo, un autentico gigante con diffusione globale, col suo piano industriale per il 2022, ha avviato una procedura di licenziamento collettivo per 769 lavoratori e lavoratrici: 261 dipendenti in 27 Ipermercati, 313 in 67 market, 168 in 10 cash&carry e 168 posti di lavoro presso le sedi amministrative di Milano, Nichelino, Roma, Airola, Gruliasco, Napoli, Rivalta e Moncalieri. Previste inoltre 106 chiusure, 82 di Carrefour Express e 24 di Carrefour Market. Un problema strutturale, quello che potrebbe aprirsi, legato principalmente al fatto che i Carrefour chiusi corrispondono ad altrettanti contesti di comunità locali e di vicinato che con l'avanzata tentacolare del gruppo francese, ben esaminabile in città come Milano, hanno visto la chiusura di attività di prossimità e la distribuzione organizzata finire in mano a un sostanziale oligopolista.

Proiezione diretta del sistema-Paese Francia, come dimostrato dalle manovre del governo di Emmanuel Macron per evitarne la scalata da parte di operatori stranieri nei mesi scorsi. Non sembra sufficiente la giustificazione di Carrefour Italia circa un piano che sarà "gestito su base esclusivamente volontaria" per la riduzione del personale: che ne sarà di chi lavora in punti vendita destinati alla chiusura, senza possibilità di trovare un altro market nelle vicinanze? Come conciliare questa dichiarazione con la certosina distribuzione dei tagli al personale tra le varie fasce di punti vendita? Come per Auchan, anche Carrefour sembra esser stata colpita dal contraccolpo della passata volontà di esercitare un assiduo, forse eccessivo presidio del territorio. Una "bulimia" di presenza che alla lunga ha potuto incentivarsi per la superiore potenza finanziaria del gruppo francese, ma non è stata finanziariamente sostenibile.

L'addio di Auchan

Nel 2019 Auchan ha scelto di ritirarsi dal mercato italiano promuovendo l'idea di un calo sensibile del fatturato retali e ceduto i suoi asset a Conad in seguito all’acquisizione realizzata dal veicolo Bdc, controllato dal gruppo distributivo (51%) e dalla WRM (49%) del finanziere Raffaele Mincione. La Conad è un gruppo in salute, ha chiuso il 2019 pre-pandemico con un fatturato da 14,3 miliardi di euro arrivato nel 2020 a 15,95 miliardi, in aumento del 12,3%, ma ha sempre messo in chiaro che l’operazione Auchan avrebbe portato in dote tagli ai punti vendita dei marchi controllati, compreso Simply, ridimensionamento delle attività non alimentari e sforbiciate al numero dipendenti. In sostanza, Auchan ha lasciato dietro di sé una situazione difficilmente gestibile in termine di management del patrimonio immobiliare, sviluppo della rete logistica, piani di crescita industriale.

Tanto da lasciare una vera e propria "patata bollente" in mano a Conad: "l’acquisizione di Auchan Italia da parte di Conad avvenne senza debiti pregressi e con un capitale sociale di un miliardo di cui 500 milioni versati da Auchan holding per coprire circa 30 mesi di possibili perdite", ha scritto Il Sole 24 Ore. Nel corso di un anno e mezzo attraversato dalla pandemia, è andato in scena un gigantesco processo di ristrutturazione nel corso del quale è stata data nuova forma alla struttura di rete costituita da 17 mila addetti in 269 negozi, più varie sedi regionali, poco più della metà delle quali (55%) è entrata in Conad. Il 40% è stato diviso tra varie sigle, insegne, dettaglianti. Il resto, invece, rischia di trasformarsi in una "Rust Belt" commerciale fatta di vani sfitti, negozi ridotti di dimensione, ipermercati in parte vuoti e, soprattutto, lavoratori nell'incertezza. A maggio in queste vertenze seguite alla precipitosa ritirata di Auchan dall'Italia rimanevano incerti i destini di 32 punti vendita ex Simply/Auchan con 838 addetti, di cui 5 quadri.

In entrambi i casi, i francesi rompono e i cocci sono italiani, in termini di problemi economici, posti di lavoro a rischio, attività legate all'indotto, alla logistica, alla subfornitura danneggiate o costrette a chiudere. Il protagonismo francese nella Gdo è dunque da tenere seriamente sotto controllo: e non è l'unico campo in cui la volontà transalpina di giocare un ruolo dominante nel nostro Paese può condurre a squilibri. Come, dagli alimentari alle Tlc, numerosi altri noti casi insegnano. Andrea Muratore

La polemica. Le Figaro sbaglia, Napoli è una città-mondo. Nino Daniele su Il Riformista il 18 Novembre 2021. Dall’empireo del primo mondo i giornalisti de Le Figaro hanno fatto ricorso alla più abusata metafora per descrivere Napoli: quella di essere una città da terzo mondo. Stereotipo talmente ripetuto da sconfinare nella ovvietà e nella banalità seriale. Se è tutto qui lo sforzo analitico dei redattori del giornale francese non possiamo che mostrarcene delusi. Prima ancora che addolorati. Non offesi. Non ci tange. Già l’espressione in sé contiene residui colonialistici nella visione del mondo che manifesta ma, soprattutto, stride con il fortissimo legame storico e culturale che lega Napoli alla Francia. Un rapporto che, grazie al lavoro di ambasciatori, consoli, direttori dell’Istituto francese di Napoli presso il Grenoble, ha prodotto iniziative culturali ed artistiche di estremo interesse e carica innovativa. Sia nella ricerca storica e filosofica che nei linguaggi dell’espressività artistica contemporanea la circolazione e la produzione culturale tra Napoli e la Francia è intensa, di mutuo arricchimento, feconda, creativa. Consideriamo pertanto l’angusta lettura de Le Figaro espressione di un punto di vista molto parziale e per nulla rappresentativo dello sguardo e della considerazione rispettosa con cui dalla Francia si guarda a Napoli. Le parole generose e amichevoli del presidente Macron e della sua consorte, così intimamente connessi con la nostra città, ne sono testimonianza preziosa e mettono al riparo un rapporto che ha molto da dare all’Europa e ai grandi ideali riformisti che devono guidarla fuori dalla crisi drammatica e dalle difficoltà presenti. La Napoli contemporanea è una grande metropoli euromediterranea nella quale sono riscontrabili mali, disagi sociali, croniche arretratezze, disuguaglianze di reddito ed opportunità ma nel contempo livelli alti ed eccellenti in molti campi della produzione, della ricerca scientifica, dei saperi e della conoscenza, dell’immaginario artistico, delle reti della solidarietà sociale e dei legami civili. Nella cultura, nelle arti, nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica Napoli è oggi uno dei luoghi più interessanti e stimolanti; attrae e affascina non solo per il suo patrimonio universale di pensiero e storia ma per la vitalità creativa e il talento che alimentano teatro, musica, letteratura, cinema, arti figurative ecc. Napoli è una città attraversata da aspre contraddizioni. I conflitti che la connotano non sono i residui di un passato non più redimibile, di un angolo morto della storia. Sono il cuore delle drammatiche alternative del presente dell’Occidente. In questo senso Napoli come in altri momenti cruciali della sua storia è città-mondo. Città che anche nei momenti più difficili della sua storia ha saputo parlare al mondo. Dialogare con il mondo. Idee e modelli di sviluppo, modi e forme delle relazioni tra ceti e classi sociali, gerarchie territoriali e di potere sono in discussione. Napoli vive, li attraversa, si rappresenta. Lo fa senza nascondersi e senza nulla occultare della drammaticità della posta in gioco. A volte spietata e senza indulgenze anche con sé stessa. Forse è per questa radicalità popolare e dei sentimenti che respinge le ipocrisie e si fa patria delle inquietudini e città rifugio per gli insoddisfatti del migliore dei mondi possibili dove alberga l’areopago de Le Figaro. Nella narrazione impegna il suo essere la città più filosofica del mondo e l’orgoglio dei grandi pensieri, delle grandi personalità, dei moti storici e civili che l’hanno messa in relazione da protagonista con i punti più alti della civilizzazione europea, dei diritti universali dell’uomo, della libertà e della giustizia. Napoli è uno dei centri di cultura dove si prova a forgiare un nuovo umanesimo. Napoli ha coscienza che non può farcela da sola. Che nessuno si salverà da solo. È scritto da sempre nella sua lingua, nella sua musica, nelle sue canzoni, nella sua drammaturgia, nella sua cinematografia, nei suoi testi letterari e poetici. C’è molta più Europa qui cari amici corrispondenti. Quella Europa che ha iniziato un cambio di passo per affrontare i drammi della Pandemia. Quell’Europa che ha forse cominciato a comprendere che muri, fili spinati, periferie sterminate, oceani di esclusione, fratture sociali e generazionali non sono terzo mondo ma all’interno del mondo. Viva Napoli e Parigi. Siano esse all’altezza della loro storia, guida verso un mondo che offra a tutti la possibilità di ricercare la felicità. Nino Daniele

I numeri sulla criminalità minorile. I figli di Gomorra, tra loro si chiamano “fratelli” ma sono pronti ad accoltellarsi. Viviana Lanza su Il Riformista il 20 Novembre 2021. Tra di loro si chiamano «fratelli» ma sarebbero pronti ad accoltellarsi anche solo per uno sguardo, maneggiano armi da quando sono bambini, a scuola ci vanno «ma solo un po’», guardano alle istituzioni come a qualcosa di lontano tanto dalle loro terre quanto dalla loro vita, vivono con l’ossessione per il rispetto, che cercano dove non lo troveranno mai, nelle trame oscure e deformate della malavita. Sono i figli della Gomorra napoletana, i protagonisti di storie di devianza minorile, e sempre più spesso anche di fatti legati alla camorra vera e propria. Cresce, infatti, il numero dei minorenni in carcere per reati di associazione a delinquere di stampo camorristico, coinvolti in traffici di droga o nel giro delle estorsioni. E cresce anche il numero dei reati commessi da ragazzini e adolescenti: si stima, infatti, che il dato reale sia di ben cinque volte superiore a quello ufficiale. Ebbene sì, se sulla carta la devianza minorile sarebbe un problema più di città come Milano e Bologna, nei fatti è a Napoli che il fenomeno ha proporzioni ben più ampie di quelle che appaiono. Colpa del fatto che si denuncia in un caso su cinque. Questa è una delle statistiche che sta emergendo da uno studio condotto dalla professoressa Maria Luisa Iavarone, ordinario di Pedagogia sperimentale dell’università Parthenope, e dal professor Giacomo Di Gennaro, ordinario di Sociologia giuridica e della devianza dell’università Federico II. “Devianza e uso di armi da parte dei minorenni” è la traccia dello studio promosso dall’ex prefetto Marco Valentini, con la collaborazione del direttore del carcere di Nisida Gianluca Guida e con la procuratrice Maria De Luzenberger, capo della Procura dei minori. Un’analisi che servirà non solo a far luce sui predittori del rischio potenziale di devianza nelle varie aree della città per consentire controlli più mirati nella sfera della repressione del fenomeno, ma anche a favorire un approccio innovativo, finalizzato a studiare e capire i significati di comportamenti. Si parte da una domanda: perché i giovani delinquono in un determinato modo? E la risposta la si sta cercando scavando nelle storie dei ragazzi reclusi a Nisida, storie di vita vera, testimonianze tanto dirette quanto allarmanti. «L’indagine qualitativa biografica serve a rintracciare quei sentieri “infetti”, l’antigene educativo, precursore che consente di creare poi percorsi di rieducazione precoce» spiega la professoressa Iavarone. Storie che hanno protagonisti diversi ma tutto il resto in comune: la scuola frequentata poco e male, il motorino per le stese e gli scippi, i soldi come status symbol, il rispetto come mantra. Alla prima comunione la bomboniera è una pistola di ceramica e il regalo l’ingresso ai poligoni della camorra. «Questi ragazzi – aggiunge Iavarone – crescono con un’educazione che li proietta in un immaginario criminogeno, verso una subutopia criminale. Potere, denaro e rispetto sono le categorie interpretative su cui si forgia la loro mente». Con la scuola hanno un rapporto opportunistico, con le istituzioni incidentale e marginale nella loro vita, con la giustizia accidentale, ci inciampano quando va male e si finisce in manette. «I reati più gravi – sottolinea il professor Di Gennaro – sono indicatori non solo di un disagio di un’area di devianza occasionale ma di una prossimità verso uno stile delinquenziale criminale preoccupante». «Bisogna insistere molto sulle politiche di prevenzione – aggiunge Di Gennaro – . Scuola, servizi di accompagnamento a uno stile di vita diverso, sport, tempo libero sono condizioni da sostenere ma in maniera costante e duratura (non si può pensare di risolvere in un anno o due), per abbattere il problema della povertà educativa e dell’evasione scolastica e accompagnare questi ragazzi a inserirsi nel mercato del lavoro in maniera celere e legale, non quindi quello del lavoro nero che li farebbe sentire sfruttati riportandoli verso quello criminale».

LE STATISTICHE

Carcere

Sono 317 in Italia i minori reclusi in istituti penali. A Nisida se ne contano 39, 26 ad Airola. Dei 39 ragazzi che si trovano nell’istituto di Nisida 12 sono minorenni e 27 maggiorenni, cioè giovani adulti. Quello della convivenza di adolescenti e ventenni nello stesso istituto è uno degli argomenti più dibattuti dagli esperti e al centro degli studi sulla devianza minorile. Il nodo riguarda i percorsi di rieducazione e recupero. Si parte dal presupposto che il mondo di un 14enne sia molto diverso da quello di un 20enne, e questo gap trasferito in contesti particolarmente deviati o devianti, come quelli da cui provengono spesso i giovanissimi reclusi negli istituti penali minorili, rischia di avere un effetto negativo sui percorsi di recupero. Gli istituti penali sono i luoghi in cui vengono condotti i minori accusati di reati più gravi. Sono luoghi in cui l’attività di recupero si sviluppa su un piano multidisciplinare, con un operatore socio-educativo di riferimento stabile appartenente all’amministrazione e la collaborazione di associazioni sociali e volontari per le attività culturali e formative.

Comunità

Le comunità sono un’alternativa agli istituti penali per i minorenni. Ministeriali o del privato sociale, sono strutture caratterizzate da una forte apertura verso l’ambiente esterno, nelle quali fanno ingresso i giovani destinatari anche di un provvedimento di messa alla prova o di concessione di una misura alternativa alla detenzione o di applicazione delle misure di sicurezza. Alcune comunità sono connesse ai centri di prima accoglienza. Il tema della rieducazione e del recupero dei minori è estremamente delicato. la normativa è finalizzata a preferire, tranne che nei casi particolarmente gravi, il collocamento dei minori accusati di reati in comunità prevedendo dei percorsi di reinserimento sociale. Dall’inizio dell’anno, in tutta Italia si sono contati 13.528 minori presi in carico agli uffici di servizio sociale, di cui 2.744 sottoposti alla messa alla prova (2.254 alla misura in casa, 490 in comunità) e 245 in misura penale di comunità alternativa alla detenzione (200 in casa e 45 in comunità). I dati sono riferiti sia ad adolescenti sia a giovani adulti, quindi dai 18 ai 24 anni.

Reati

Droga, furti, scippi. Sono questi i reati nei quali più frequentemente si imbattono i giovani della malaNapoli, bambini e adolescenti che finiscono nei giri infernali della criminalità perché vivono in luoghi dove ci sono poche alternative di legalità e grandi vuoti culturali e istituzionali. Secondo dati ministeriali aggiornati al 15 ottobre scorso, sono i reati contro il patrimonio quelli più diffusi e più al centro delle accuse di chi viene condotto in centri di prima accoglienza per essere poi destinato al carcere minorile o alle comunità di rieducazione. Tra i giovanissimi è boom di rapine (271 casi su un totale di 638 delitti di vario tipo), seguono i furti (88 casi), le estorsioni (11). Il trend che riguarda lo spaccio di stupefacenti è in crescita: 155 casi dall’inizio dell’anno, stando alla tabella ministeriale sui delitti a carico dei minori entrati nei centri di prima accoglienza da gennaio a ottobre scorsi. In preoccupante aumento anche i reati contro la persona (124 casi): si tratta in particolare di risse (84 episodi), omicidi volontari (5), tentati omicidi (17), sequestri di persona (5), violenze sessuali (5).

Disagio

Il disagio e il degrado fanno da sfondo a quasi tutte le storie di devianza minorile. Storie che arrivano dalle periferie di Napoli, quelle del centro cittadino e quelle ai margini. Avvocata, Montecalvario e Mercato sono i quartieri dove è maggiore l’incidenza dei crimini commessi dagli adolescenti napoletani. Barra e Ponticelli sono le aree dell’hinterland dove il fenomeno devianza fa registrare maggiori picchi. Lo studio che si sta conducendo su minori e criminalità mira anche a tracciare una mappa del crimine, individuando i giorni, le ore, i luoghi dove i minorenni delinquono più di frequente e questo in un’ottica di prevenzione dei reati. L’età più critica è quella attorno ai 17 anni: sono 17enni la maggior parte dei giovanissimi reclusi che fanno ingresso nei centri di prima accoglienza. Su 253 giovani, 110 hanno 17 anni, 89 sono 16enni, 42 hanno 15 anni, 11 sono 14enni. La stragrande maggioranza è di sesso maschile, ha interrotto precocemente gli studi, è condizionato dall’illusione del denaro facile, vive in un contesto familiare difficile e in un ambiente sociale in genere degradato.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

GOMORRA, MITO E REALTÀ DI NAPOLI.  Paolo Speranza su La Voce delle Voci il 29 Novembre 2021. L’onda lunga di Gomorra, partita nel 2008, è arrivata undici anni dopo anche sul Lido di Venezia, dove alla 76° Mostra del Cinema è stato presentato in concorso Il Sindaco del Rione Sanità, trasposizione cinematografica del regista Mario Martone dal celebre dramma (1960) di Eduardo De Filippo, uno dei più illustri e popolari autori/attori del XX secolo. Un classico della grande tradizione teatrale di Napoli rivisitato in maniera fedele al testo originale ma con una connotazione più esplicita dell’egemonia sociale della camorra e un’atmosfera chiaramente influenzata (nella fotografia, nel linguaggio, nel ritmo) dagli stilemi estetici di Gomorra. Anzi, delle due Gomorra: il film di Matteo Garrone, Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes del 2008, e la serie televisiva, giunta alla quinta edizione, che sta spopolando nel mondo.

“Atto primo. Vicoletto lungo, strettissimo, sporchissimo. Dettagli di cumuli di immondizia accumulata alle cantonate. […] Entrata del Guappo: faccia patibolare, pantaloni di velluto a campana, camicia aperta sul petto, larga fascia alla cintura. Didascalia: Guappo, emerito camorrista, terrore del rione. Guappo raggiunge Nennella, l’afferra per i capelli e la guarda fissamente. Didascalia: t’amo e sarai mia. Guappo, sempre tenendo Nennella per i capelli, la bacia furiosamente, le dà uno schiaffo, la rialza, la bacia ancora. Nennella lo respinge furiosamente…”

Sono le scene iniziali di Napule!, il finto soggetto per film che la rivista “Cinematografo”, diretta dal regista Alessandro Blasetti, pubblicò nel 1927 per ironizzare sulle pellicole “d’ambiente” che in Italia e nel mondo diffondevano l’immagine folkloristica e stereotipata della città di Napoli. Insieme al sole e al mare, alla luna di Marechiaro e alle canzoni, l’altro elemento costitutivo e opposto dell’immaginario su Napoli era appunto la camorra, con la sua realtà di violenza e disperazione nei quartieri più miseri e degradati. Il Paradiso e l’Inferno, la “città del sole” e Gomorra. Già un secolo fa. E nella parodia di Cinematografo risaltano diversi dettagli che ritroviamo nella fiction di oggi: dall’eterno problema dei rifiuti alla Napoli buia e abbandonata delle periferie, dalla cultura della prepotenza alla mentalità maschilista tipiche della malavita, e perfino quella ricerca di uno statusestetico (basato sull’ostentazione della ricchezza e di un’eleganza “moderna”) che oggi fa parlare di un vero e proprio Gomorra style, anche sulle copertine di eleganti riviste di moda, alimentato dal successo internazionale del film e della serie televisiva prodotti in Italia.

Ha dunque origini antiche il genere camorra movie, che nel cinema muto compare in alcuni drammi di Elvira Notari, la prima regista e produttrice italiana – film molto popolari a Napoli e tra gli emigrati in America e per questo censurati dal Fascismo (che non tollerava una rappresentazione realistica della città e dell’Italia) – e nella seconda metà del Novecento dà vita ad alcuni titoli importanti, di due tipologie differenti: le coproduzioni internazionali, con una cifra folkloristica più spiccata, come Amore e sangue (1950) e Il re di Poggioreale (1961), e la seconda con titoli made in Italy di forte impronta realistica, apprezzati da pubblico e critica, come Processo alla città (1952), di Luigi Zampa, e i più recenti Il camorrista (1986), che lanciò il futuro premio Oscar Giuseppe Tornatore, e Pianese Nunzio, 14 anni a maggio (1996), del regista napoletano Antonio Capuano.

Con il film di Tornatore si chiude definitivamente la rappresentazione (spesso folkloristica e superficiale) della camorra “storica”, quella dei “guappi”, figure arroganti e vistose, facilmente riconoscibili e con una dimensione rionale, per cedere il passo a una Nuova Camorra Organizzata, il clan del celebre boss Raffaele Cutolo, che a sua volta ha costituito il modello dell’organizzazione “manageriale” e dei traffici internazionali dell’attuale criminalità napoletana. 

IL NUOVO IMMAGINARIO CRIMINALE

La svolta che apre la strada al “fenomeno Gomorra” arriva nel 2006, quando escono in contemporanea due libri destinati a segnare una nuova stagione di inchieste e di analisi sulla camorra e, soprattutto, un nuovo linguaggio per rappresentarla.

Il primo è ‘O sistema, dei reporter Matteo Scanni e Ruben H. Oliva, libro + documentario ambientati nelle periferie di Napoli, “in quell’immenso Bronx metropolitano che lo Stato ormai non raggiunge più e dove spadroneggia un sistema criminale più radicato e violento della vecchia camorra, con un insieme di comportamenti e linguaggi e un’economia illegale che stringe i napoletani fino a soffocarli”, dice il giornalista Enrico Fierro, autore di inchieste su camorra e ‘ndrangheta.

I boss del “Sistema” vengono dall’hinterland di Napoli, da Casal di Principe, in provincia di Caserta, dove il clan guidato da Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, organizzato come la mafia siciliana, ha costruito un impero economico attraverso la gestione di affari illeciti “tradizionali” (racket, usura, prostituzione) e soprattutto di appalti per l’edilizia e del nuovo “business” miliardario dello smaltimento di rifiuti tossici, provenienti dal Nord Italia, in quella vasta area della Campania che oggi, per l’inquinamento, è conosciuta come “la terra dei fuochi”.

Sono sempre loro, i “casalesi”, a minacciare di morte lo scrittore Roberto Saviano (che ancora oggi vive sotto scorta), autore nel 2006 di Gomorra, che da best seller internazionale è diventato un brand planetario e multimediale che sta connotando una nuova immagine di Napoli. Il successo del libro è replicato due anni dopo dal film di Garrone, che dopo l’affermazione a Cannes porta nelle sale di tutto il mondo le quattro storie di malavita e degrado (ambientale e morale) non direttamente comunicanti fra loro ma esemplari delle varie “facce” dell’universo camorristico: “Lo smaltimento dei rifiuti tossici, lo sfruttamento del lavoro nero, il meccanismo con cui il “sistema” arruola i ragazzini, il tentativo dei giovani cani sciolti di scalare le gerarchie criminali rappresentano altrettanti tasselli di un universo dal quale è impossibile fuggire: Garrone illumina di luce livida questo mondo pieno di morte e vitalità ferina, disegnando anche grazie all’abilità con cui mixa attori professionisti e volti presi dalla strada una credibile antropologia del Male. Ma i suoi protagonisti restano fino alla fine “personaggi”. Sarà poi la popolare saga televisiva targata Sky a farne dei “tipi” che nella serialità troveranno il loro fascino ma anche il loro limite,” spiega il critico cinematografico Antonio Fiore.

Il legame tra il prototipo cinematografico ed il serial sul piccolo schermo viene ribadito dal critico e docente universitario Diego Del Pozzo, autore del libro Ai confini della realtà. Cinquant’anni di telefilm americani: il film di Garrone porta il “´fenomeno Gomorra´ su un livello nuovo e ne suggerisce le potenzialità multimediali e transmediali che saranno successivamente esplorate dalla serie televisiva. Grazie al premio conquistato a Cannes l’universo criminale portato alla luce dal libro di Saviano diventa materia narrativa squisitamente audiovisiva, esaltata dallo sguardo registico di Garrone e dalla sua capacità di raccontare i luoghi e i corpi”.Ad alimentare l’eco mediatica del film di Garrone ha contribuito negli anni successivi la contaminazione tra fiction e cronaca, tra schermo e realtà: alcuni degli interpreti del film, attori non professionisti, sono diventati nella vita quotidiana protagonisti di reati e situazioni criminali, in una sorta di effetto collaterale imprevedibile e tragico, che a sua volta è materia congeniale per un nuovo romanzo o un’opera metacinematografica di amaro realismo. La trasformazione di questa realtà sociale richiede tempi lunghi, ma è evidente che Gomorra (film e libro) ha provocato un benefico choc sulle coscienze, come nel 1963 Le mani sulla città (Leone d’Oro a Venezia), il film di Francesco Rosi che rivoluzionò la rappresentazione, fino ad allora folkloristica, di Napoli e favorì una nuova consapevolezza popolare dei problemi della città. Non a caso l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla prima di Gomorra, indicò il film di Rosi come illustre antecedente di quello di Garrone, in virtù del cotè giornalistico e sociologico che li accomuna e che risulta invece quasi impercettibile nella serie televisiva. 

L’EFFETTO SAVIANO

Già prima del film di Garrone, la popolarità di Saviano, alimentata da uno dei quotidiani più diffusi in Italia, la Repubblica, e poi dalla Tv di Stato, è stata all’origine di un nuovo micro-genere, il “cinema domiziano” (dal nome della Domiziana, l’antica strada dell’Impero Romano che collega i litorali delle province di Napoli e Caserta, oggi emblema di degrado umano e ambientale in cui spadroneggia la malavita), con una serie di film coraggiosi: Biutiful Cauntri (r. Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio, Peppe Ruggiero, 2007), La Domiziana (r. Romano Montesarchio, 2008), La bàs – Educazione criminale (r. Guido Lombardi, 2011) e infine Nato a Casal di Principe (r. Bruno Oliviero, 2017): questi ultimi due presentati alla Mostra del Cinema di Venezia, come il documentario Camorra (r. Francesco Patierno, 2018) e i film sull’”infanzia criminale” L’intervallo (r. Leonardo Di Costanzo, 2012), il più poetico e apprezzato, e Robinù (2016), del popolare giornalista tv Michele Santoro, fino al recente successo al Festival di Berlino 2019 di La paranza dei bambini, diretto da Claudio Giovannesi, come Gomorra tratto da un libro di Saviano e sceneggiato da Maurizio Braucci, scrittore napoletano molto impegnato nel sociale.

Due anni fa La paranza dei bambini è stato uno spettacolo di successo anche in teatro, scritto dallo stesso Saviano con il regista Mario Gelardi, direttore di un teatro nel popolare quartiere della Sanità, che nel 2007 aveva già messo in scena Gomorra, gratificato da importanti premi della critica e da oltre 300 repliche in tutta Italia.

Da questa pur rapida ricognizione risalta la notevole portata del romanzo di Saviano sul cinema e sullo spettacolo italiano, soprattutto su quello made in Naples, che da un decennio ha riconquistato vitalità economica e appeal internazionale, scalzando la Sicilia di Cosa Nostra dal vertice dei crime movie e diventando la location privilegiata da produttori e registi, fino al successo planetario della serie televisiva Gomorra, prodotta da Cattleya per Sky, giunta quest’anno alla 5° edizione, esportata in più di cento Paesi.

Ancor più del film di Garrone e dello stesso romanzo di Saviano, è questa serie televisiva ad aver diffuso un nuovo immaginario, in Italia e nel mondo, di Napoli e del suo hinterland: una città “senza”, privata di tutto quello che fino a oggi la identificava e la sosteneva. Una città buia, senza luce, mare e sole. Disperata, senza canzoni e senza valori. Abbandonata, senza lavoro e senza Stato. Spietata, e violentata da una malavita senza regole, sempre più feroce e sempre più giovane, e più femminile, con la scalata  di alcune donne-boss, mirabilmente interpretate dalle attrici Cristina Donadio (Scianèl), Maria Pia Calzone (Imma) e Cristiana Dell’Anna (Patrizia), che gli sceneggiatori hanno raffigurato altrettanto volitive, e persino più astute, dei capiclan di spicco: il “boss dei boss” Pietro Savastano, suo figlio Genny e il braccio destro, poi traditore, Ciro, rispettivamente gli attori Fortunato Cerlino, Salvatore Esposito e Marco D’Amore, che di alcune puntate della quarta serie tv è stato anche regista. 

UN SERIAL “ALL’AMERICANA”

Per il suo produttore, Riccardo Tozzi, la Gomorra televisiva rappresenta una svolta epocale per l’Italia: “È per la tv italiana quello che nel 1945 fu Roma città aperta per il cinema”, afferma. Gli danno ragione i numeri, ma anche autorevoli esperti come il critico Alberto Castellano, della Fipresci (è “la serie che ha spezzato la tradizionale, piatta, scolastica serialità televisiva italiana per traghettarla nei territori della grande serialità americana”), lo storico del cinema Mario Franco (“un ottimo esempio di prodotto seriale di arte e fantasia”).

Simili pareri positivi si riscontrano presso gli stessi addetti ai lavori d’oltreoceano: la redazione di Hollywood Reporter, ad esempio, la definisce “la risposta italiana” alla serie Usa di successo Breaking Bed, ma c’è di più: la Gomorra televisiva non ha soltanto metabolizzato in maniera brillante la lezione di Hollywood ma si è imposta a sua volta anche sul mercato americano, tanto che – soprattutto per la qualità e il successo di questa produzione italiana – il regista delle prime due stagioni Sergio Sollima (poi sostituito da Francesca Comencini, Claudio Cupellini, Claudio Giovannesi), è stato scelto dalla produzione di Soldado per dirigere questo film da 50 milioni di dollari con attori del calibro di Benicio Del Toro, Josh Brolin, Matthew Modine, e ora si prepara a dirigere un western, molto atteso, da Colt, un soggetto inedito di Sergio Leone.

Nel frattempo, pur senza raggiungere i vertici di audience di Gomorra, le altre due serie dirette da Sollima, Romanzo criminale (2008 – 2010) e Suburra (2017), ambientati nelle periferie di Roma, restano fra i prodotti tv più amati dal pubblico, soprattutto giovanile.

Ma quali sono le ragioni di un successo così inedito e straordinario?

Per gli esperti la risposta è unanime: l’altissima qualità tecnica del prodotto, che si esprime nel rigore del plot narrativo, nel ritmo “all’americana” della regia, decisamente più vibrante rispetto agli standard europei, nell’alto profilo della sceneggiatura e dei dialoghi, nella caratterizzazione dei personaggi (interpretati in maniera eccellente dagli attori, quasi tutti formatisi nella grande tradizione teatrale e cinematografica di Napoli), che suscitano inevitabilmente appeal o repulsione facendo grande presa sul pubblico.

Si adatta perfettamente, al caso di Gomorra. La serie, la teoria esposta dal filosofo Umberto Curi nel saggio Appunti su cinema e mito (in Metamorfosi del mito classico nel cinema, Il Mulino, 2011): “È il mythos, e più in particolare il modo con cui esso è costruito, ciò che conferisce ad un’opera […] la capacità di suscitare il coinvolgimento emotivo” negli spettatori, e spesso anche l’identificazione con i personaggi del grande e piccolo schermo, benchè il realismo di molte situazioni finisca per rivelarsi più apparente che sostanziale.

Questo vale soprattutto nel confronto con il film di Garrone, più in linea con la tradizione veristica italiana laddove Gomorra. La serie segue il modello hollywoodiano anche nel tributo al noir più estremo e al fumetto: “Con la serie tv – sostiene Del Pozzo – il racconto criminale di Gomorra sconfina definitivamente nei territori della fiction pura, declinata secondo le regole del genere crime, con Napoli che somiglia sempre di più a una nerissima Gotham City e i personaggi tratteggiati fra tragedia classica e fumetto horror-supereroico”.

E poi c’è il “metodo Cattleya”, una novità per l’Italia (e l’Europa), basato sul lavoro collettivo e sull’interazione creativa tra regista, sceneggiatori e interpreti. Fondamentali risultano inoltre i modelli artistici di riferimento, diversi ma tutti di grande spessore. In Gomorra. La serie si respira l’eco del grande teatro, dalla tragedia greca (come rivela nelle interviste il regista Sollima) a Shakespeare, come della migliore tradizione del noir americano, e gli sceneggiatori mostrano di aver assimilato la lezione di alcuni importanti registi hollywoodiani contemporanei: il realismo della dimensione familiare e di clan in Scorsese, lo spirito pulp di Quentin Tarantino, e soprattutto la visione epica e al tempo stesso disperata di un classico gangster movie come Scarface (1983) di Brian De Palma. 

ANTI-GOMORRA

L’importanza di questa serie tv è inoltre confermata, paradossalmente, dalla quantità e dal numero dei suoi detrattori.

Mentre il film di Garrone, e in precedenza il libro di Saviano, hanno suscitato consensi pressoché unanimi in pubblico e critica, nel caso di Gomorra. La serie il grande successo di audience ha provocato fin dalla prima edizione un’ondata di polemiche e reazioni che non tende ancora a placarsi.

Una parte dell’opinione pubblica di Napoli, delle istituzioni (fra gli “anti-Gomorra” spiccano sia il sindaco di Napoli Luigi De Magistris che il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, divisi su tutto il resto), degli intellettuali, e dello stesso mondo dello spettacolo, accusano gli autori della serie televisivia di diffondere un’immagine negativa e a senso unico della città, e soprattutto di un effetto diseducativo sui ragazzi, che nei personaggi di Genny o Ciro vedrebbero modelli da imitare.

“Anche i ragazzini romani sognano di essere Genny Savastano”, ha dichiarato di recente al “Corriere del Mezzogiorno” il popolare regista e attore Carlo Verdone, unendosi al coro di tanti insegnanti preoccupati. Un suo collega, Davide Ferrario, invoca sul “Corriere della sera” la rappresentazione di un altro Sud, che non è solo mafia e camorra. Per Giuseppe Montesano, uno dei più noti scrittori napoletani, la serie tv ha perso per strada quell’indignazione anti-camorra che caratterizzava sia il libro di Saviano che il film di Garrone, finendo per mitizzare, rendendoli “affascinanti e seduttivi”, i personaggi dei giovani capiclan Genny e Ciro.

Anche per questo sono state premiate dal pubblico, a Napoli e in Italia, alcune rappresentazioni recenti e più suggestive della città, al cinema (Napoli velata, di Ferzan Ozpetek, protagonista Giovanna Mezzogiorno) e in tv, con la serie I bastardi di Pizzofalcone, tratta dai romanzi polizieschi di Maurizio de Giovanni, girata soprattutto in alcuni dei luoghi più solari e panoramici del centro storico.

“Ma è la realtà di Napoli, non la sua rappresentazione, a essere terribile”, ribatte ai detrattori Maurizio Braucci. Secondo lo sceneggiatore del film di Garrone “molti napoletani respingono la fiction per evadere psicologicamente dalla realtà così difficile in cui vivono, o perché inconsciamente vogliono rimuoverla, sentendosi anch’essi chiamati in causa. Occorre invece interrogarsi sulle cause di questo scenario sociale, che derivano soprattutto da una disoccupazione giovanile che a Napoli e nel Sud sta diventando endemica”, ha dichiarato Braucci alla presentazione del film La paranza dei bambini, svoltasi al cinema Partenio di Avellino il 22 febbraio 2019 su iniziativa dello Zia Lidia Social Club.

Concorda Francesco De Falco, il magistrato che ha condotto le inchieste sulla “paranza dei bambini” descritta nell’ultimo romanzo di Saviano: “A un certo punto delle indagini ci rendemmo conto che non si trattava più soltanto di criminalità, ma che anche fra bambini di 10, 11 anni si stava affermando uno stile di vita prepotente e violento. Era il 2013, prima del serial tv. Purtroppo Napoli è anche questo, e nascondendo la realtà non si risolvono i problemi”.

Più dei dibattiti sulla stampa, a ridimensionare la portata del “fenomeno Gomorra” sono state le parodie che ha generato, come ogni film di grande successo.

Sul web, ad esempio, spopolano gli episodi comici Gli effetti di Gomorra sulla gente del gruppo di videomaker napoletani “The Jackal”[1] (e, fino a qualche anno fa, gli spettacoli teatrali del trio “I Gomorroidi”), mentre al cinema hanno trionfato – ricevendo anche numerosi premi – i film dei Manetti Bros Song’ e Napule e Ammore e malavita (entrambi con protagonista l’attore napoletano Giampaolo Morelli), due brillanti parodie dei camorra movie che per ritmo, originalità di idee e qualità degli interpreti non hanno nulla da invidiare ai migliori film di genere, non solo in Italia.

Per rappresentare quel “teatro a cielo aperto” che è Napoli, del resto, non occorrono effetti speciali. La realtà è sotto gli occhi di tutti, è sufficiente filmarla con intelligenza e rispetto, come dimostra il recente successo (alla Berlinale 2019 e in vari festival) di Selfie, il film di Agostino Ferrente ambientato nel degradato Rione Traiano, all’estrema periferia di Napoli, dove il regista ha affidato a due sedicenni il ruolo di registi-attori nel quartiere in cui vivono, una sorta di autoritratto personale e collettiva che è una versione moderna (il film è interamente girato con uno smartphone) della tecnica del “pedinamento” teorizzata negli anni ’40 dal Maestro del Neorealismo Cesare Zavattini.

È la conferma che la realtà artistica di Napoli è ricca e varia, creativamente dinamica, e che la metropoli del Sud Italia possiede anche gli anticorpi culturali per far fronte agli “effetti collaterali” dello show business. E la stessa scelta di una canzone dal titolo Nuie vulimme ‘na speranza, del rapper napoletano Lucariello, per la sigla finale della quarta edizione del serial, prelude forse a uno scenario più aperto e ad una rappresentazione meno fosca e monocromatica di una realtà per molti versi terribile ma al tempo stesso piena di bellezza e di pensiero.

La periferia di Napoli e i luoghi comuni. Gomorra e Saviano sono vecchi, Scampia è cambiata ma i giornalisti amano “campare” nel male. Davide Cerullo su Il Riformista l'1 Dicembre 2021. Poter esprimere il proprio pensiero credo sia un atto indiscutibile. Provo con quella che è la mia conoscenza, la mia esperienza, ad abitare il territorio di Scampia praticando la strada e tessendo relazioni. Lo scrivo e ne parlo tutti i giorni, ma è soprattutto nel concreto e nella pratica quotidiana, pur con tutto il carico dei miei limiti e la complessità dei problemi di un territorio con molte zone depressive, che mi sento di rappresentare una Scampia vera, che si trova proprio a un livello diverso ormai rispetto alla narrazione di Roberto Saviano. Credo che sia finito quell’atteggiamento dell’informazione nei confronti di questi fatti, non solo a Scampia ma un po’ ovunque, che è denuncia nel racconto giornalistico, ma non è finalizzato a capire fino in fondo quello che succede, e soprattutto a convivere con le difficoltà ed approcciarle dal punto di vista giusto, cioè quello dell’umanità delle persone che abitano questi luoghi. Voglio dire senza offesa, Saviano nel suo modo narrativo è proprio vecchio, forse sbaglierò, ma credo che nel giro di un anno questo atteggiamento sembrerà una cosa archeologica. Da queste parti la violenza ha un fascino terribile che nasce da un’ingiustizia subita e non riscattata, cicatrizzata, e il suo ripetersi come se non ci fosse altro modo o via d’uscita. Spesso nella cornice delle ingiustizie si passa da vittime a carnefici e viceversa, perpetuando il dolore. Per questo credo che la serie Gomorra non sia più una denuncia e che non serva più. A volte ho la sensazione che quando si “campa” solo di denuncia del male, alla fine si voglia perpetuarlo, anche a spese di chi lo subisce. Oggi Scampia non ha bisogno di essere illuminata per le sue catastrofi, o salvata dai suoi traffici; perché la realtà dura da affrontare è che Scampia non ha nessun bisogno di scalare classifiche di degrado. Non si può pensare di continuare a offrire solamente un’immagine deformata di un territorio fragile, dando forza al fascinoso luogo comune per la divulgazione retorica e pubblicitaria del proprio nome. Bisogna avere il coraggio di uscire dai recinti del passato, da un linguaggio che si usa per i propri utili di basso valore. Bisogna avere il coraggio e l’onestà di chiudere con il vizio di sentirsi delle vittime o dei supereroi, solo perché si viene da un territorio che è passato attraverso il fuoco. Scampia non è semplicemente il quartiere del malaffare, non è solo il territorio delle camorre che spesso tornano utili a quelli che dicono di combatterle. Bisogna avere il coraggio di fare le cose perché ne sentiamo la responsabilità e non perché ci diano visibilità. Bisogna avere il coraggio di essere disposti veramente a voler cambiare un territorio con le sue innumerevoli complessità, facendo emergere sempre più forte la positività dei tanti che si impegnano tutti i giorni per un bene comune. Bisogna avere il coraggio di rompere con quella nostra incapacità di leggere ambienti diversi dal nostro immaginario abitudinario, per cominciare ad inciampare in possibili speranze. Penso che se un giorno Scampia non ci fosse più, o meglio, non ci fosse più quella Scampia delle Vele, della camorra, dei senza speranza, il luogo maledetto del degrado sociale, e magari avesse prevalso la Scampia onesta e dignitosa, che pure silenziosamente esiste, molti non saprebbero né più scrivere né più parlare di una Scampia diversa. Molti giornalisti, scrittori e opinionisti magari meridionalisti, si ritroverebbero di fronte alla scelta dolorosa di dover cambiare posto, eleggendo qualche altro quartiere a simbolo del Male. Troppe volte in questi anni, soprattutto da Gomorra in poi, ci si è avvicinati a Scampia sperando di replicare con successo la denuncia-racconto di Roberto Saviano: non per cercare davvero di capire questo complicato e difficile territorio, ma per sfruttare questo nuovo immaginario collettivo su Scampia come unica sede della Camorra. Sinceramente l’Anticamorra gridata come un Vangelo giusto, mi ricorda l’effetto che mi facevano la Chiesa e l’Oratorio da bambino, a me che crescevo nelle zone grigie delle periferie. Tutto bello, tutto solare, tutto pulito, tutto giusto. E quindi non era per me, era lontano dalle mie “colpe”, peccati originali, ambiguità, complessità. Avrei sentito più vicino un profeta dolente e di poche parole, a bassa voce, perché la vita non è sempre chiara, facile. Resistere da dentro alle cose brutte necessita di comprensione, non di scelte definitive, trincee, guerre. L’anticamorra si fa ascoltando, e al boss non si contrappone il supereroe, ma la comunità che resiste e può vincere. Quindi cerco di proporre la mia versione di “abitare questo luogo” che prende spunto dall’antico significato della parola “abitare” che vuol dire “ continuare ad avere” perché è questo che io propongo, qui a Scampia, dove i bambini esistono e hanno questo posto in maniera continuativa e non solo durante i ciak e le stagioni delle serie tv; questo posto va vissuto esattamente come ogni altro, coltivando piante e prendendosi il tempo per instaurare legami e progetti di futuro.

All’infanzia che rischia di cadere nel tranello ingiusto del sentirsi “predestinata” perché nata in un non luogo, è giusto garantire spazi che possano essere riparati e sicuri proprio qua, per comprendere che il senso di salvezza può diventare di casa anche dove, secondo tutti, c’è solo inferno. Portare alla portata di tutti il benessere dovrebbe essere un imperativo non solo per chi vive a Scampia, ma anche per quelli che abitano città, colline e deserti altrove, la lontananza dalla criminalità non la sancisce una fuga o un viaggio, ma un progetto che metta al centro l’infanzia e la bellezza. Alle Vele, come ovunque, un bambino nasce bambino, quindi l’unica soluzione per garantire che possa non sentirsi parte di una tragedia è costruire intorno a lui un’isola del tesoro; ed è questa scelta educativa che dobbiamo portare avanti, smettere di dare per scontato che i problemi siano più grandi rispetto alle mille occasioni di felicità. Per queste occasioni vale davvero la pena vivere… a Scampia e in ogni altro pezzo di mondo. Davide Cerullo

Osservatorio napoletano. Intervista a Marino Niola: “Le Figaro ha fatto un giornalismo “da zoccole”, Napoli come Gomorra perché ci temono”. Francesca Sabella su Il Riformista il 23 Novembre 2021. «Raccontare una Napoli sempre più simile a Gomorra fa comodo al Nord, ma è una versione che ha stancato. Parliamo invece di turismo e di cultura cinematografica. Per quanto riguarda la nuova amministrazione mi piacerebbe vedere finalmente i vigili in strada». Il professore Marino Niola analizza Napoli tra stereotipi e realtà.

Professore, a due mesi dalle elezioni che idea ha della nuova amministrazione guidata da Gaetano Manfredi?

«È quasi impossibile dare giudizi, visto che si è insediato da poco però mi sembra che la scelta degli assessori e delle persone da tenere in squadra sia stata la scelta giusta».

Però in Giunta ci sono molte donne, ma pochi giovani.

«In questo momento è più importante che ci siano molte donne che molti giovani, loro arriveranno dopo. Sono contrario ai criteri anagrafici, ci sono persone brave e intelligenti a 30 come a 60 e ci sono cretini di vent’anni».

Patto per Napoli e “piagnisteo” Manfredi, le ministre Lamorgese e Carfagna attenzionano il debito: solo chiacchiere?

Cosa pensa dei continui appelli del sindaco al Governo per ricevere risorse?

«Credo sia giusto che lui le chieda. Ho cercato di mettermi nei suoi panni e non avrei mai accettato di fare il sindaco di Napoli senza una sorta di rassicurazione, di patto con il Governo».

Però pare che il Patto per Napoli sia sfumato e che le parti politiche che si erano impegnate a firmarlo siano sparite. Non crede che in questo caso la politica abbia mostrato il suo lato meno credibile?

«No, non credo. Probabilmente la politica deve fare il suo mestiere e non dovrebbe fare proclami. Si vedrà col tempo se poi questo patto verrà onorato o meno, si tratta di questioni che non vengono enunciate, perché una cosa del genere potrebbe suscitare reazioni in alcune parti politiche. Aspettiamo di vedere cosa succederà concretamente».

Sarebbe stato meglio, quindi, non annunciarlo a gran voce?

«No, secondo me non è stato annunciato a gran voce. è stato detto che si sarebbe fatto e sicuramente la questione Napoli verrà affrontata. Qui la garanzia ora è Manfredi, ne va della sua credibilità. È la prima volta dopo quindici anni che abbiamo un sindaco credibile, quindi diamogli il beneficio d’inventario».

Ma oggi Napoli è credibile o passiamo per una città che mendica sempre?

«Credo che il Sud e la nostra città siano molto più credibili di quanto non appaia dai media che vendono un’immagine allarmata e allarmante del Sud che non rende giustizia alle cose. In realtà c’è un Mezzogiorno che fa economia. Basti guardare in quanti settori siamo trainanti, ma questo non appare nelle statistiche ufficiali: c’è uno scarto tra la realtà del Sud e le sue narrazioni. In questo momento è ancora forte la “narrazione Gomorrista”, una narrazione manieristica che ha stancato».

Perché è ancora così radicata questa narrazione di una Napoli specchio di Gomorra?

«In Italia questa immagine giova, conferma dei pregiudizi, degli stereotipi ed è innegabile che il successo di una serie come Gomorra abbia poi portato acqua a questo mulino del giudizio sommario. Questa narrazione resiste perché sta bene a tutti, mette d’accordo tutti, fa pensare al Nord di essere migliore, porta a pensare che il Sud non è guaribile, ma in realtà non è vero niente. Pensiamo anche alla sanità della Campania, durante la pandemia abbiamo retto molto meglio che altrove, molto meglio della Lombardia che sono vent’anni che si pone come modello di efficienza e invece abbiamo visto tutti cosa ha combinato e come si sia coperta di ridicolo. Questo per dire che il Sud funziona a macchia di leopardo, ma bene o male funziona e in questo siamo il doppio concentrato dell’Italia: vista dall’esterno tutti pensano che non possa funzionare e invece funziona».

Eppure siamo in fondo alla classifica delle città italiane per vivibilità, e Le Figaro ha addirittura definito Napoli “terzo mondo d’Europa”.

«Le Figaro ha detto una cosa che dà ragione a quei tifosi che hanno portato lo striscione sugli spalti del Paris Saint- Germain. Le Figaro ha fatto un giornalismo “da zoccole”, come disse Antonio Bassolino a proposito di un altro quotidiano che fece un’operazione simile. Dire che Napoli è una città da terzo mondo innanzitutto non è vero e poi è una banalità, è un luogo comune che c’è da sempre ma qualunque città è nello stesso tempo occidente e terzo mondo. Napoli ha degli aspetti di città avanzata, basta guardare la sua cultura, i film di Sorrentino e all’arte che produce. Questa è un’altra immagine che sta passando di Napoli ed è un’immagine che sta passando anche all’estero e lo prova il turismo che nonostante i servizi giornalistici come quello de Le Figaro continua a cresce in maniera esponenziale. Non è il caso di preoccuparsi più di tanto, quindi, bisognerebbe chiedersi piuttosto quali sono le ragioni che hanno spinto la stampa francese a fare un articolo del genere».

Quali sono secondo lei?

«Per esempio potrebbe essere che questa crescita impetuosa del turismo a Napoli cominci a dare fastidio alle altre città».

Invece cosa pensa del reddito di cittadinanza, alla luce dei dati che riferiscono di un boom di percettori a Napoli e in Campania?

«Bisognerebbe incentivare le occasioni di lavoro e questo lo dicono tutti. La politica, l’economia e la società civile di concerto devono trovare delle soluzioni perché non si può aspettare sempre tutto dalla politica, altrimenti rinnoviamo l’idea di un paese sempre a trazione politica e invece la trazione deve essere politica ed economica. Ci vogliono investimenti e una sinergia di tutte le forze sane della mia città. La politica in realtà non deve essere nemmeno troppo invadente, deve far sì che le energie si liberino».

Finora i simboli della città sono stati il lungomare Caracciolo e una rivoluzione inesistente. Quali potrebbero essere i nuovi?

«L’arte, il paesaggio, il cibo e ne aggiungo un altro: la tecnologia. I napoletani hanno un talento particolare in questo settore. A differenza della vecchia industrializzazione che aveva bisogno di ferro, la tecnologia ha la leggerezza e la liquidità dei cristalli. I napoletani hanno una particolare predisposizione a dialogare con l’immateriale».

La nuova amministrazione, invece, cosa dovrebbe fare per restituire un po’ di fiducia nelle istituzioni ai cittadini?

«Dovrebbe far sentire ai cittadini la sua presenza, anche severa in certi momenti, ma senza essere invadente. Ci vuole una rifondazione delle città e delle abitudini. Mi piacerebbe vedere, per esempio, i vigili urbani in strada. Me lo auguro, perché a Napoli sono un oggetto fantasma, non li vede mai nessuno».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Riflettori puntati sui minori a rischio in città. La lezione di Eduardo De Filippo sui ragazzi di Napoli ancora attuale dopo 40 anni. Viviana Lanza su Il Riformista il 23 Novembre 2021. La cronaca è di ieri ma potrebbe essere quella di un qualsiasi giorno, nessuno si sorprenderebbe. Una velina della polizia riporta la notizia di un 17enne e di un 20enne, entrambi armati di coltello, con lama 12 centimetri, denunciati al corso Umberto, e di un ragazzo di 15 anni trovato in possesso di uno sfollagente telescopico e alla guida di una moto che non poteva guidare. Due minorenni arrestati in un sol giorno. I dati su Nisida e Airola raccontano le storie di una sessantina di ragazzi, adolescenti o poco più, in contesti di povertà culturale, economica affettiva. «Giovanissimi con la morte nel cuore» dice Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, che negli anni ‘80 partecipò al gruppo di lavoro che porrò alla Legge 41 del 1987, nota anche come Legge Eduardo, perché fortemente voluta dal grande De Filippo. Quella legge rese la Campania pioniera in fatto di interventi a sostegno della condizione giovanile, puntava a sostenere i ragazzi a rischio di emarginazione sociale e devianza. Dal 2006 quella legge non è più finanziata. Oggi il contrasto alla devianza minorile è affidato soprattutto all’iniziativa di singoli. Tra pochi giorni sarà presentato un breve film, il corto «Into your eyes», realizzato da un gruppo di ragazzi a rischio di San Giovanni a Teduccio. Giovedì saranno consegnate ad Airola scarpe e maglie per tre giovanissimi, reclusi per reati anche gravi come l’omicidio, ma poveri e soli. Perché spesso devianza minorile e povertà viaggiano in parallelo nei destini segnati da scelte sbagliate, piccoli o grandi errori, alternative non sempre possibili. «Onorevole presidente, onorevole ministro, onorevoli colleghi….con tutto il da fare che ho avuto non ho trascurato di occuparmi dell’istituto Gaetano Filangieri di Napoli e dei ragazzi che, spesso a causa di carenze sociali, hanno dovuto deviare dalla retta via… Si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro ed è essenziale che un’assemblea come il Senato prenda a cuore la ripartizione delle carenze dannose, e posso dire catastrofiche, che da secoli coinvolgono quasi l’intero territorio, dal Sud al Nord dell’Italia. Mi sono sempre domandato quale potrebbe essere il mio contributo affinché la barca di questi ragazzi, che sta facendo acqua da tutte le parti, possa finalmente imboccare la strada giustizia. Sono convinto che se si opera con energia, amore e fiducia in questi ragazzi molto si può ottenere da loro». Era il 23 marzo 1982 ma potrebbe essere ieri. A pronunciare queste parole fu Eduardo De Filippo. Era un figlio di Napoli che ce l’aveva fatta, lui. E Napoli la raccontava e la portava in scena ma soprattutto la amava con impegno concreto, e amava i figli di quella Napoli milionaria. «Con quella commedia ponevo sul tappeto questioni che sul tappeto sono rimaste» disse con quel suo tono ironico e vero. E ancora sono sul tappeto. A distanza di quarant’anni ormai. Eduardo è sempre stato sensibile al tema della devianza minorile, con il suo modo guardare oltre e in profondità aveva intuito che per curare la città bisognava partire dai suoi figli. «I ragazzi di 11, 12 e 13 anni, che sono poi le vere vittime di una società carente come la nostra nei riguardi della gioventù – disse in quel marzo 1982 durante il suo primo discorso da senatore –, entrano nell’istituto in attesa di giudizio e vi restano spesso per anni e anni, in quanto o per la mole di lavoro o per l’asmatico meccanismo burocratico, i processi subiscono sempre lunghissimi ritardi e rinvii… E finalmente celebrato il processo, mettiamo che l’imputato venga assolto, dove si presenta una volta messo in libertà? Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera? Questa – aggiunse Eduardo – non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il Filangieri. È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell’istituto». Eduardo parlò poi della nave Caracciolo, enorme corazzata su cui i figli di marinai, pescatori e gran parte dell’infanzia abbandonata venivano ospitati per imparare un lavoro, a leggere e scrivere, avere la possibilità di entrare in contatto con altri popoli e altre civiltà. «Non desidero una seconda nave Caracciolo – disse Eduardo in Senato –. Propongo invece di sollecitare il Governo affinché dia il via all’assegnazione al Filangieri di uno spazio in una località ridente su cui costruire un villaggio con abitazioni e botteghe dove i giovani, già avviati a mestieri e artigianato antico, possano abitare e lavorare, assaggiando il sapore del frutto della loro sacrosanta fatica, recuperando la speranza e la fiducia di una vita nuova…». Quanta attualità in queste parole! In tantissimi si proclamano per la Costituzione, parlano di giustizia riparativa, si definiscono non giustizialisti ma poi storcono il naso appena sanno che un minorenne accusato di un grave reato sta seguendo un percorso di recupero e reinserimento sociale, che frequenta una scuola calcio o un corso per diventare rapper. E il paradosso è evidente nella realtà oggi come quarant’anni fa. Eduardo lo aveva evidenziato nel suo primo discorso da senatore, raccontando di aver visitato il Filangieri e aver notato «camere con doccia, cucina pulitissima, un accogliente ambiente per il tempo libero, un cortile molto vasto, un gruppo di ragazzi che va a lavorare fuori presso artigiani… C’è persino un teatrino… I ragazzi vengono curati e assistiti secondo principi umani e civili, istruiti e perfezionati ognuno nel mestiere da lui scelto». Peccato che dovessero, e devono tuttora, farlo passando per il carcere. Un grande paradosso.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Gaetano Manfredi: «Io sono juventino (e scaramantico) ma, sì, il Napoli è lo specchio dell’intera città». Tommaso Labate su Il Corriere della Sera il 16 novembre 2021. Il neo sindaco, candidato da Pd e M5S ed eletto al primo turno, parla di calcio, musica e politica: per lui il capoluogo partenopeo è un «laboratorio nazionale». «Da ministro, prima di chiudere l’Università per la pandemia, sono stato sveglio tutta la notte». Dalle casse dell’automobile che ha accompagnato Gaetano Manfredi al Comune di Napoli per il suo primo giorno da primo cittadino della città uscivano “a palla” le note di Stairway to heaven dei Led Zeppelin. «Sono un collezionista di vinili da quando ero ragazzo. E la musica è una delle mie più grandi passioni di sempre. Progressive rock, blues e cantautori italiani su tutto», scandisce celando dietro gli occhialetti da accademico consumato lo sguardo rigoroso di chi va bene i cantautori italiani, forse va bene anche il blues, ma la passione per il rock progressivo no, non l’avresti mai detta. «E invece sì, Led Zeppelin, tanto per cominciare. E così, per il tragitto da casa al mio primo giorno da sindaco ho scelto Stairwain to heaven , la cui traduzione letterale del titolo (Le scale per il paradiso) può essere un bellissimo programma per la città. Ovviamente, prima di arrivare in Comune, le casse hanno diffuso per tutta la superficie dell’automobile anche Pino Daniele. Che rimane una delle anime più incredibili di questa incredibile Napoli». Classe ‘64, ingegnere, già rettore dell’Università Federico II, presidente della Conferenza dei rettori, ministro dell’Università nel governo Conte II, Manfredi è stato scelto da Pd e M5S per la corsa alla successione di Luigi de Magistris. Ha vinto al primo turno con un risultato larghissimo, quasi 63 percento.

Lei è uno scienziato approdato alla politica nel momento storico in cui all’antipolitica si è aggiunta l’antiscienza. Più che sfortunato, se le va cercando.

«Il fenomeno che rimanda al tentativo di messa in stato d’accusa nei confronti della scienza, come possiamo vedere dalle paure irrazionali a proposito del vaccino per il Covid-19, è un fenomeno mondiale, non solo italiano. È un qualcosa di più semplice ma al contempo più complicato della critica alla scienza; è di più, è la nuova versione dell’attacco all’ establishment ».

Come si comporta uno scienziato di fronte a chi non crede nei vaccini?

«Faticando il doppio e con la voglia di farlo, di faticare. In questo momento storico a uno scienziato non sono richiesti solo studio e ricerca ma anche divulgazione. Dobbiamo spiegare, spiegare e ancora spiegare anche le cose che dal nostro punto di vista sono le più scontate. L’educazione scientifica è importante quanto il progresso, adesso. Parlare con le persone, spendere il proprio tempo e la propria credibilità, informare: questo è il compito che tocca oggi sia alla scienza che alla politica».

Lei è entrambe le cose: scienziato e politico. Com’è successo?

«Nel gennaio del 2020 ero rettore della Federico II di Napoli e presidente della Conferenza dei rettori. Ero a un convegno, inizia a squillare il telefono che tenevo con la suoneria silenziata. Tante telefonate, contemporaneamente. Tra i tanti, il numero del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte».

Risponde al primo squillo?

«E come facevo (sorride, ndr )? Stavo parlando io, in quel momento, al convegno. Finito l’intervento, richiamo Conte».

Le proponeva di diventare ministro dell’Università e della Ricerca scientifica.

«La separazione dei due dicasteri, Istruzione e Ricerca, era da anni un tema caro alla Conferenza dei rettori».

Quanto tempo le ha dato per decidere? Una notte?

«Macché. Il tempo di quella telefonata».

Da lì a qualche settimana quel governo avrebbe dovuto fronteggiare una pandemia.

«In quell’esperienza ci sono stati momenti di cui faccio ancora fatica a parlare, difficilissimi da raccontare anche a distanza di quasi due anni. Prima della decisione di chiudere le università, marzo 2020, non ho chiuso occhio per tutta la notte. E poi quei giorni a Bergamo... Bergamo è una città a cui ero molto legato anche prima di vederla da ministro alle prese con le grandi ferite che le ha inferto il Covid-19. A Bergamo avevo continuato a studiare subito dopo la laurea a Napoli, con gli ultimi due rettori avevo e ho un rapporto strettissimo. Ecco, il giorno della consegna delle lauree agli studenti di Bergamo che avevano raggiunto il traguardo durante la pandemia è stato pieno di momenti impossibili da dimenticare. Soprattutto il piccolo concerto dei Pinguini Tattici Nucleari, che hanno fatto qualche pezzo durante la cerimonia all’università e faticavano a trattenere la commozione».

I suoi ricordi di studente?

«La prima assemblea a cui ho partecipato al liceo si è tenuta il giorno dopo il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione della scorta in via Fani. Sono stato giovane negli anni in cui Napoli e provincia vivevano la grande paura del terrorismo e della guerra di camorra, che a un certo punto hanno anche trovato una saldatura. Anni di preoccupazione ma anche segnati dalla consapevolezza che la democrazia ci avrebbe salvati».

Il giorno in cui è diventato sindaco, a Napoli, c’era tutto il gotha di Pd e Movimento 5 stelle. Alleanza replicabile a livello nazionale?

«Napoli è una città di centrosinistra che spesso, come negli anni del primo Bassolino, è stata un laboratorio nazionale. Se la legge elettorale rimane quella in vigore, sarà impossibile prescindere da questa alleanza».

Guarderà l’ultima stagione di Gomorra in tv?

«L’ho sempre guardata e quindi la guarderò. Gomorra mostra una delle facce di Napoli che per fortuna negli ultimi anni sta un po’ scomparendo».

È davvero così, sindaco?

«Napoli ha tante facce. E sono contento che, oltre a quelle raccontate da Roberto Saviano, si vedano anche le facce dei film di Paolo Sorrentino, dei libri di Maurizio de Giovanni...».

Una sua cartolina dal passato.

«Dei concerti di Pino Daniele ho memoria visiva soprattutto di uno, molto importante, che si tenne al Palamaggiò di Caserta. Forse perché ero già grande, avevo più di trent’anni. Ma c’ero anche io il giorno dello storico concerto di Napoli, in piazza Plebiscito, del settembre del 1981».

Si stimarono oltre duecentomila persone. Una massa superata, nell’immaginario partenopeo, soltanto dalle celebrazioni dello scudetto del 1987.

«Esatto».

A proposito del Napoli calcio, lei è juventino.

«Mi crede se le dico che Juventus-Napoli e Napoli-Juventus non le guardo mai, neanche in televisione? E comunque, sono felicissimo di essere diventato sindaco col Napoli primo in classifica. È uno dei tanti segnali di una città che vuole tornare a primeggiare».

Lei è scaramantico?

«Tantissimo».

Tipo?

«Non inizio mai cose importanti di martedì e di venerdì; uso una certa cravatta, sempre la stessa, in determinate occasioni; ho una certa ripetitività di determinati gesti, tutti i giorni».

Antonio E. Piedimonte per “la Stampa” il 14 novembre 2021. La silenziosa strage dei parenti dei boss. Una lenta mattanza che colpisce figli, nipoti e altri familiari, a volte coinvolti negli affari criminali e altre volte invece no. Come l'incensurato Carmine D'Onofrio, massacrato un mese fa a Ponticelli mentre era in auto con la compagna incinta. Il 23enne era figlio di un noto boss dell'area orientale e nipote del padrino che aveva fondato lo storico clan De Luca-Bossa (sulle basi messe dal genitore, pretoriano di Raffaele Cutolo). Le colpe dei padri e le colpe dei figli, questione delicata sin dai tempi biblici ma che in terra di camorra (e di altre mafie) rivela una sua dolorosa attualità. Nei quartieri della periferia orientale è ben viva la memoria di un agguato che colpì la famiglia Mignano: il nonno, il figlio, e il nipotino di 3 anni. Un commando fece fuoco a pochi passi da una scuola di San Giovanni a Teduccio e solo l'imperizia dei sicari salvò la vita del piccolo e del padre (ferito), mentre non ebbe scampo il capostipite. A scatenare il raid - passato alla storia come l'omicidio dello zainetto (per una famosa foto) - fu la volontà di colpire un boss imparentato con i Mignano. Da una periferia all'altra, ma sempre nel segno delle vendette trasversali. Tre giorni fa a Fuorigrotta il trentenne Andrea Merolla, padre di una bimba di 6 anni, è stato abbattuto mentre rientrava a casa in scooter. Il giovane non aveva alcun ruolo criminale ma era il nipote di un ras e questo è bastato. Nemmeno 24 ore dopo a cadere sotto i colpi dei sicari nel quartiere Miano è stato «Peppe 'a recchia», al secolo Giuseppe Tipaldi, figlio di un vecchio boss in difficoltà. In questo caso però non si è trattato di un messaggio alla famiglia, o almeno non solo, perché il giovane era già noto ed era stato scarcerato di recente. Di certo però è l'ennesima vittima della guerra apertasi con la caduta di uno dei grandi regni della periferia Nord, quello dei «Capitoni», i tristemente noti Lo Russo. Dopo il crollo dell'ultimo bastione, infatti, l'area è stata divisa in due dalle faide: da una parte la coalizione «Abbasc Miano» (Miano di sotto), dall'altra le bande di «Ncopp Miano» (Miano di sopra). Eliminare eredi e i parenti per disarticolare e paralizzare le «famiglie», rocciosa spina dorsale dei grandi clan ed essenza vitale delle piccole cosche (sempre più numerose) che proprio sui legami parentali basano la loro forza. Un tempo i codici della camorra lo impedivano, non si potevano ammazzare i familiari, ma le cose erano cambiate già ai tempi di Cutolo (nel 1990 gli uccisero il figlio Roberto), stessa sorte per «Lovgino», all'ex re di Forcella nel 2005 ammazzarono il fratello Nunzio e nel 2006 il figlio Giovanni. Più recente (2017) si ricorda il massacro del 21enne Nicola Notturno, figlio di uno dei capi degli Scissionisti, per restare tra i nomi di spicco. Un elenco troppo lungo. Dalle stragi di consanguinei alla «pulizia etnica». Confermata a mezza voce dagli investigatori, la notizia circola da qualche giorno: sul «fronte» di Ponticelli, dopo anni di agguati, stese e bombe, la guerra si è fermata. Gli sconfitti hanno dovuto fare un passo indietro, diversi nuclei familiari hanno lasciato il quartiere e i vincitori hanno già «riassegnato» le loro case (si tratta di abitazioni del Comune). Niente di nuovo: Ponticelli è stata per decenni il feudo del clan Sarno, il cui padrino (don Ciro) era chiamato «'o Sindaco» perché gli piaceva gestire gli alloggi pubblici. Una storia antica: famiglia, casa, camorra.

Il testimone. Com’è la vita di chi decide di rompere con la camorra. Pietro Mecarozzi Il Quotidiano del Sud il 13 novembre 2021. Salvatore è un giovane ragazzo di Casal di Principe che insieme alla famiglia ha deciso di non far parte di un clan dei Casalesi. Una posizione coraggiosa che li ha esposti a rischi e pericoli, senza la minima tutela da parte dello Stato. «Ho preso tutto quello che poteva entrare in valigia. Fatto forza a mio fratello minore e salutato la casa dove sono cresciuto. Ci siamo sentiti soli. Abbiamo abbracciato i nostri genitori, asciugando le loro lacrime con i nostri maglioni. È l’ultima volta che siamo stati tutti insieme come famiglia». Con voce rotta e lo sguardo di chi ha troppi traumi per avere solo 25 anni, Salvatore ripercorre gli ultimi istanti della sua vita a Casal di Principe. Una vita da emarginato, da mosca bianca; Salvatore, i suoi genitori e suo fratello hanno deciso di non far parte del sodalizio che da generazioni lega il suo cognome alla Camorra. Una famiglia affiliata ai Casalesi, insospettabile e ben mimetizzata nell’economia legale. Appalti, edilizia, ma anche smaltimento di rifiuti ed estorsioni. Il clan di appartenenza è quello di Francesco Bidognetti, soprannominato Cicciotto ’e Mezzanotte, boss camorrista ed ex braccio destro di Francesco Schiavone. «Anche se è detenuto dal 1993, Bidognetti continua ad avere un ruolo chiave all’interno del clan, nonostante sia ristretto al 41 bis. I miei zii e i miei cugini fanno tutti capo a lui, anche se il clan si è indebolito dopo le faide con gli Schiavone, gli arresti e i pentimenti», spiega Salvatore. A 22 anni Salvatore ha deciso di lasciare casa con il fratello di due anni più piccolo. Destinazione: bassa Toscana, dove potevano contare sull’appoggio di conoscenti e compaesani. «Non era più vita la nostra. Abbiamo sempre guardato tutto da dietro un vetro. Molti dei nostri compagni sono diventati boss o sono morti durante le guerre tra clan. Mio padre invece ha sempre chiuso le porte a ogni tipo di proposta da parte della Camorra e della nostra famiglia, dimostrando coraggio», spiega il ragazzo. Ma cosa significa rompere un legame di sangue con i Casalesi? «Spezzare il patto che ti rende una loro proprietà, e per cui devi essere sempre pronto a soddisfare ogni loro ordine – a costo anche della vita – ha un prezzo molto alto» assicura Salvatore. Provenire da una famiglia di teste di legno e camorristi fa sì che il tuo futuro sia già segnato. E l’unico modo per uscirne «è con le proprie forze, perché per lo Stato non sei nulla: né collaboratore, né testimone di giustizia». L’Italia in questo campo non ha mai trovato gli strumenti giusti per intervenire. Molti anni fa in Calabria una manciata di giudici provarono ad allontanare i minori dalle famiglie di ’ndrangheta (che per struttura e per credibilità è molto più solida della camorra ed è molto più difficile vedere figli di ’ndranghetisti scendere in piazza contro il padre), avvalendosi anche della collaborazione di testimoni di giustizia come Lea Garofalo, Piera Aiello o Ignazio Cutrò che hanno deciso di denunciare persone molto vicine a loro interrompendo legami di amicizia se non addirittura familiari. Ma non servì a nulla. Idem a Napoli pochi anni fa. Un decreto temporaneo di affidamento del giudice del Tribunale dei minori di Napoli, che accoglieva la richiesta della Procura minorile e della Direzione distrettuale antimafia per allontanare dal contesto familiari due minori figli di un camorrista latitante, è stato seguito da un assalto armato contro la stazione dei carabinieri di Secondigliano, con quaranta colpi esplosi. Un commando armato di due kalashnikov che in meno di dieci secondi ha vomitato una quantità di fuoco impressionante sulla caserma dell’Arma dei carabinieri. Un attentato di stampo camorrista-terrorista che dimostra l’impotenza delle istituzioni hanno sulle dinamiche interne di queste famiglie. «Non mi vergogno di dirti che per salvare la nostra vita non abbiamo mai testimoniato o denunciato. Avimmo fatto a’ uèrra, ogni giorno. Mio padre ha ricevuto prima delle pressioni da parte di fratelli e zii, che sono diventate poi minacce da tutto il mandamento. Fino all’esplosione della pompa di benzina che avevamo in gestione. Solo perché non volevano unirci ai loro affari. Da quel momento è crollato tutto», confessa Salvatore. Combattere da soli un clan è impensabile, ma l’alternativa «è vivere nella paura, perché da indifferenti siamo passati a essere loro nemici». Lo stigma di traditori rese la famiglia di Salvatore un bersaglio troppo facile. «Chi te ne fa una te ne fa ciento, mi disse mio padre, che aveva cominciato ad andare in giro con una pistola», chiosa il ragazzo. Il trattamento ricevuto dimostra come la camorra ha ormai dimenticato la “legge d’onore”, che per decenni ha protetto donne, bambini e in parte i familiari. A dimostrarlo sono anche i dati dal 1993 al 2018: la Campania è una regione piegata dalla violenza camorrista e seconda per numero di vittime solo dopo la Sicilia: 203 morti in quest’arco temporale. «I Casalesi sono gli abitanti di Casal di Principe, o sei con loro o contro di loro. C’è anche Casapesenna, Comune confinante con Casal di Principe, dove ha comandato la famiglia di Michele Zagaria. Per la disperazione, quando non avevamo più la pompa di benzina e mio padre non sapeva come mettere cibo in tavola, abbiamo pensato anche di chiedere protezione a quel clan. Ma abbiamo fatto di meglio: avimm trovàt nu’ lavorò, lontàn ra quell’’infèrn», singhiozza Salvatore. Adesso i due ragazzi lavorano entrambi nella ristorazione, e quando possono mandano soldi a casa, dove il padre riesce a racimolare qualche entrata con espedienti e lavoretti saltuari, nonostante i boicottaggi del clan che hanno fatto terra bruciata intorno al capo famiglia. «Con la camorra si lavora, senza no. È vero. Ma non nel nostro caso. Con orgoglio, in un modo o nell’altro, non ci piegheremo mai a loro», conclude Salvatore.

Giuditta, il “fantasma degli avvocati” che infesta il vecchio Tribunale di Napoli. Condannata alla forca nell'ottocento, Giuditta, l'impiccata di Castel Capuano, ogni anno rivive nel giorno della sua esecuzione...Francesca Spasiano su Il Dubbio l'8 novembre 2021. Un’ombra nera s’aggira nei corridoi del vecchio Tribunale di Napoli. Per tutti è il “fantasma degli avvocati”: l’anima errante che il 19 aprile di ogni anno infesta con urla strazianti le stanze di Castel Capuano, ex sede della sezione civile, Palazzo di Giustizia dal XVI secolo. Fu lì, duecento anni dopo, che la Gran Corte della Vicaria condannò a morte Giuditta Guastamacchia per l’efferato omicidio di suo marito. Dopo un processo sommario, i giudici liquidarono la sua sorte e quella dei suoi complici con una pena esemplare. Non bastò infatti la forca per “rimediare” al delitto: dopo l’impiccagione, ai condannati furono amputate la testa e le mani e i resti esposti sulle mura della Vicaria, come pretendeva la legge. I loro crani divennero in seguito oggetto di studio, per la fisionomia criminale, e furono trasportati al Museo Anatomico di Napoli, dove tutt’ora sono conservati. Mentre l’anima di Giuditta cerca ancora riposo, e nell’anniversario di quella sentenza, in aprile, grida vendetta: a lei, “l’impiccata della Vicaria”, la fantasia popolare attribuisce lo spettro del tribunale. Le cronache del tempo ne parlano come di una donna bellissima, astuta, malvagia. Visse negli anni della rivoluzione napoletana, a cavallo tra il settecento e l’ottocento. Rimase vedova da giovanissima, dopo che suo marito fu giustiziato per frode al Regno. Con sé aveva un figlio e quattro soldi: suo padre non poteva badare ad entrambi, così la chiuse nel monastero di Sant’Antonio alla Vicaria. Ma in quel luogo consacrato alla castità nacque un amore proibito. Il fascino irresistibile di Giuditta infiammò l’abito talare di un prete, e i due consumarono la loro passione all’ombra del crocifisso. Fino a quando lo scandalo non cominciò a serpeggiare nei viali stretti della Napoli antica. Per mettere a tacere le voci, il prete raccontò di essere uno zio della donna, e la diede in sposa a un suo nipote di Bari, appena sedicenne. Il matrimonio di copertura diede modo ai due di lasciare il monastero e vivere indisturbati il loro amore nella casa che condividevano. Il piano, però, non andò come previsto. Il giovane sposo capì l’inganno e si mise di traverso. Ripartì per la Puglia, lasciando gli amanti al loro doloroso destino. Avrebbe raccontato ogni cosa? Il rischio era troppo grande: bisognava ucciderlo. Leggenda vuole che fu la stessa Giuditta ad orchestrare l’omicidio fin nei dettagli, mettendo insieme una squadra di complici alquanto bizzarra. Cresciuta al riparo dai venti progressisti della realtà cittadina, come donna aveva subito per tutta la vita il destino che per lei si era scritto. Ma questa volta fu diverso. Questa volta elaborò ella stessa un piano. E dopo le prime riserve, anche il suo amante clandestino acconsentì al progetto. Alla compagnia criminale si aggiunse il padre di Giuditta, al quale la donna raccontò di essere maltratta dal marito. Poi si unirono anche un barbiere e un chirurgo, ospiti nella dimora del prete. Ognuno di loro giocò la sua parte, nel feroce delitto. Innanzitutto bisognava riportare il giovane sposo in casa, attirarlo con una scusa: proposero un chiarimento. E il poveretto acconsentì. Giuditta mise allora a bollire dell’acqua, e invitò suo marito a farsi sistemare i capelli dal barbiere. Fu il modo più semplice per stringergli un cappio al collo. Che però non uccise il ragazzo: così Giuditta gli salì sul petto fino ad ucciderlo. A quel punto fu il turno del chirurgo, che disfò il cadavere in pezzi e li gettò nel pentolone d’acqua. «Pensarono che ammazzandolo in casa, sfigurandolo, e facendolo in pezzi si sarebbe potuto occultare il delitto, ed attribuirsi ai soliti rei di Stato, per cui avevano anche pensato di attaccare su qualche pezzo del cadavere un cartello che ciò indicasse», racconta nel 1800 Carlo De Nicola, nel suo Diario napoletano. L’unico a non partecipare a quel macabro rituale fu il prete, rientrato in casa troppo tardi per fermare lo scempio. A nulla valsero le sue rimostranze, il piano era compiuto: bisognava sbarazzarsi del corpo. E così fece il barbiere, tentando di trascinare i sacchi ricolmi dell’orrendo bottino fuori dalla città. Ma alle porte di Napoli le guardie che presidiavano i confini non se la bevvero: aprirono il sacco e videro l’atroce spettacolo. Intanto, il resto della compagnia capì che qualcosa era andato storto. E tentò la fuga verso Capodichino. Ma furono le stesse guardie a catturarli: il barbiere, messo alle strette, aveva parlato. Il seguito è noto, furono tutti condannati alla forca tranne il prete, che se la cavò con un ergastolo per non aver partecipato materialmente al delitto.

Pignasecca e i Quartieri Spagnoli: tutti i colori di Napoli. Claudio Schirru l'11 Novembre 2021 su Il Giornale. Pignasecca e i Quartieri Spagnoli sono due dei luoghi più veri e affascinanti di Napoli: ecco tutti i colori della città storica. Pignasecca e i Quartieri Spagnoli sono due dei luoghi più veri e affascinanti di Napoli. Inutile girarci attorno: in molti li vedono come anelli deboli dell’offerta turistica partenopea, senza la pazienza di guardare un po’ più in là dei pregiudizi. Perché se è vero che in alcune città valere il detto “Non è tutto oro quel che luccica”, qui può essere paragonata la coppia di angoli napoletani a uno splendido fuoco che arde sotto la cenere dei pregiudizi. 

Pignasecca

Colori, sapori e leggende ruotano intorno alla zona di Pignasecca e al suo omonimo mercato, frequentato da migliaia di persone ogni giorno. Un luogo estremamente folkloristico dove si può trovare praticamente di tutto, dai generi alimentari (carne, pesce e verdura) fino all'abbigliamento o all'oggettistica più varia. Si trova nelle immediate vicinanze dei Quartieri Spagnoli, ai quali in realtà vengono associati, anche se appena fuori dai confini settentrionali di questi, nel quartiere di Montecalvario. Irrinunciabili gli assaggi del cuoppo fritto o della pizza a portafoglio.

Tra storia e leggenda, l'origine di Pignasecca

Una curiosità in particolare è relativa al nome stesso di Pignasecca. Secondo una delle varie teorie il nome di questa zona di Napoli deriverebbe da una vicenda legata ai lavori di realizzazione di via Toledo. In quell'occasione vennero eliminati tutti i terreni agricoli della zona, lasciando soltanto un pino (in napoletano pigna) indenne. Quando anni dopo quel pino si seccò l'area prese il nome di Pignasecca. Un'altra teoria spiegherebbe il seccarsi del pino con l'intervento degli abitanti della zona. Stanchi dei continui furti subiti dalle gazze che abitavano la pigna, decisero di scacciarle. Poco dopo esserci riusciti l'albero iniziò a seccarsi. Esistono però alcune altre leggende che "spiegherebbero" il cambio di nome. Un esempio è questa versione alternativa. Tutto sarebbe accaduto a causa di una gazza ladra, che avrebbe sottratto l'anello al vescovo mentre questo amoreggiava con la perpetua. Arrabbiato per quanto accaduto, il prelato avrebbe scomunicato tutte le gazze una per una. Dopo pochi giorni tutto si sarebbe seccato, lasciando soltanto un terreno arido. 

Napoli e i Quartieri Spagnoli

A lungo considerati una delle zone più difficili di Napoli, i Quartieri Spagnoli stanno vivendo negli ultimi anni una progressiva rinascita. Ben lontana nel tempo dalla loro nascita, da cui traggono il nome. Ai tempi della dominazione spagnola si trattava della zona in cui alloggiavano le truppe del re o del viceré Don Pedro di Toledo (che ordinò la realizzazione del quartiere) come anche dei soldati diretti verso un fronte di guerra. Da tale utilizzo ha preso la sua particolare conformazione, fatta di vicoli stretti e palazzi a più piani composti da piccoli appartamenti (ai tempi perlopiù dormitori). Grazie all'impegno di alcune associazioni è possibile apprezzare la storia e i mille colori dei Quartieri Spagnoli. Fatti di botteghe artigiane storiche, palazzi settecenteschi e ottocenteschi, le edicole votive e i pittoreschi murales (tema sacro in alcuni casi, in altri i richiami sono a Maradona e a Totò). Attraverso i quartieri spagnoli è possibile inoltre accedere alla Pedamentina, un complesso sistema di scalinate che permette di raggiungere la Certosa di San Martino. Percorrendone i 400 scalini si arriverà inoltre sulla collina del Vomero, da dove sarà possibile ammirare l'inimitabile panorama della Baia di Napoli. I Quartieri Spagnoli sono anche espressione della religiosità napoletana, a cominciare dalle già citate edicole votive (in onore della Madonna). Possibile visitare diverse chiese dal prezioso valore artistico come quella di Sant’Anna di Palazzo o quella di Santa Maria della Mercede a Montecalvario. Piccola curiosità: è presente anche la chiesa di Santa Maria Francesca, adiacente a quella che fu la casa della santa quando ancora in vita. I Quartieri Spagnoli possono rappresentare un piacevole modo di scoprire la magia, la "veracità" e l'anima di Napoli, magari anche attraverso delle visite guidate. Fatta di sapori, profumi, gente calorosa e colori. Prestare la consueta attenzione è richiesto, come nella maggior parte delle città del mondo, ma niente che valga il perdersi un'esperienza piacevolmente indimenticabile.

Melito di Napoli è un paese completamente in mano alla camorra. Vigili, negozi, funerali, vendita di mozzarelle e aggressioni contro i politici che si ribellano. Il clan Amato-Pagano controlla tutto e con la coca fattura 24 milioni di euro. (Foto di Stefano Schirato per l'Espresso). Antonio Fraschilla su L'Espresso l'8 novembre 2021. In via Giuseppe Verdi due uomini si piazzano al centro della strada. Un terzo si affianca alla macchina: «Per caso cercate qualcuno? Lo chiedo per voi, ma anche per noi, sapete com’è qui», dice dopo aver fatto cenno di abbassare il finestrino per vedere bene se qualcuno oltre ai cellulari ha altro in mano. Funziona così a Melito di Napoli nel cuore del comparto 219, palazzine prefabbricate di cinque piani che dovevano essere temporanee nella ricostruzione del dopo terremoto del 1980 e che invece sono diventate eterne. Il numero, 219, si riferisce alla legge che le ha finanziate, voluta dalla Democrazia cristiana con un fiume di denaro poi in gran parte sprecato. Dall’angolo di via Verdi si vedono i bambini della succursale Giovanni Falcone che escono dalla scuola cercando di non pestare i cumuli di immondizia lasciati sul marciapiede. Le mamme sfrecciano veloci con le auto dopo aver fatto salire in macchina i piccoli e le piccole, cercando a loro volta di scansare assi di legno, vetri rotti e mobili abbandonati nelle strade adiacenti. Funziona così nelle case del comparto 219, uno dei fortini del clan Amato-Pagano che a Melito comanda e detta legge. Spazzatura in basso, vedette in alto. Qui chi entra e chi esce è controllato, come lo è nel vicino parco Monaco, quattro palazzine costruite come un cubo aperto, diventate il quartier generale del clan, dei «compagni», come si chiamano tra loro. A Melito le parole hanno un senso, ma all’inverso. I «parchi» sono agglomerati di cemento senza un filo d’erba, i «compagni» non sono reduci del Pci che qui ha difeso sempre gli ultimi, ma i componenti della “famiglia” nata dopo la scissione dai Di Lauro con la costruzione di un asse di ferro tra i boss Raffaele Amato e Cesare Pagano. A Melito comandano loro e comandano tutto. La procura di Napoli guidata da Giovanni Melillo, dopo anni di indagini prima dei carabinieri e poi della Guardia di Finanza, ha arrestato una trentina di affiliati al clan la scorsa estate. E dalle carte dell’inchiesta è emersa la vera storia di questo centro a ridosso della circonvallazione di Napoli, diventato tra gli anni Novanta e Duemila dormitorio del capoluogo e uno dei più grandi mercati di cocaina del Paese grazie anche ai legami con il narcotrafficante Raffaele Imperiale, da poco arrestato a Dubai: qui il clan, secondo fonti investigative, fattura dalla cocaina 24 milioni di euro all’anno, più del bilancio del Comune. Melito è a due passi dalle altre piazze di spaccio di Napoli gestite invece dai Licciardi e dai Di Lauro, Scampia e Secondigliano, che quasi si intravedono sullo sfondo. Se ne percepisce solo una vaga presenza perché qui, nel quarto Comune più cementificato d’Europa, il cielo si vede solo a fette, tagliato dai cornicioni cadenti dei palazzoni tutti uguali, e lo sguardo è sempre spezzato da qualche muro. La vera storia di Melito, scritta nelle centinaia di pagine allegate all’ordinanza, è quella di un paese nelle mani di un solo clan che ne controlla ogni aspetto della vite sociale. Tutto era, ed è ancora, in mano loro. Non a caso non c’è stata una sola denuncia da parte dei commercianti, se non quella di un coraggioso salumiere che si è rifiutato di acquistare la mozzarella imposta dal clan e di pagare in alternativa 500 euro al mese ai camorristi: «Nessun altro ha collaborato», dice a denti stretti il comandante provinciale del nucleo di polizia economico-finanziaria Domenico Napolitano che con i suoi uomini ha dato una svolta alle indagini quando un giorno ha piazzato una cimice nell’ufficio di un insospettabile presidente della principale associazione dei commercianti, scoprendo un mondo nero. Un uomo chiave di questa storia in terra di camorra è Antonio Papa, presidente dell’Ascom con sede in una stradina che taglia il corso principale di via Roma. Oggi le insegne sono coperte da adesivi bianchi, ma qui Papa, uomo per gli inquirenti legato a doppio filo a Mario Riccio, Rosaria Pagano e Marco Liguori (i capi dell’asse Amato-Pagano che si sono succeduti dal 2020 a oggi dopo l’arresto dei fondatori, Raffaele Amato e Cesare Pagano), ha coordinato le estorsioni. La Finanza ascolta Papa che dà istruzioni agli uomini messi a disposizione dal clan per fare le estorsioni: «È un lavoro un poco complicato, nel senso che si deve capire un poco che sono i “compagni” di Melito che ci hanno mandato per fare questa cosa di recuperare qualcosa… il signore che dice no, arrivederci… l’unica cortesia, quale signore che vi ha detto no, vogliamo sapere solo chi è». In alcuni casi Papa mandava i vigili urbani, visto che l’ex comandante Giovanni Marrone e il suo assistente Giovanni Boggia erano a servizio. Come accaduto nei confronti del commerciante cinese Ye Jing per una estorsione da 1.500 euro: «Dobbiamo vedere, dobbiamo mandare un po’ i vigili per vedere cosa possiamo fare», dice Papa. Il cinese deve pagare. Tramite Papa, il clan fa una estorsione anche a Luigi Barretta che si era aggiudicato con la sua azienda la gara per la manutenzione del verde del Comune. Intercettato, Papa si lamenta perché l’allora sindaco Venanzio Carpentieri del Pd aveva fatto una procedura aperta quando loro avevano «già pronto tutto, noi tenevamo l’agronomo, tenevamo la persona che doveva fare tutta la gara». Papa incontra Barretta che non sembra scomporsi più di tanto: «L’appalto mio è 300 mila euro, quanto mi volete fare pagare… quanto tocca pagare a Melito il 3, il 4 il 5?». La tangente sarà il 10 per cento. Il clan ha alzato i prezzi. Come funzionano le estorsioni a quasi 500 commercianti attraverso i gadget per Natale lo racconta Paolo Caiazza, per anni killer fidatissimo degli Amato-Pagano, dal 2016 collaboratore di giustizia: «In concreto la vicenda si svolgeva in questo modo: verso settembre-ottobre “i ragazzi” facevano il giro dei negozi e io stesso ho fornito i ragazzi al Papa. I ragazzi avevano una specie di album in cui vi erano le fotografie dei singoli gadget, ossia penne-calendari-porta patenti, che mostravano ai negozianti. Ogni pacco costava 160 euro. Ogni commerciante era obbligato a prendere almeno un pacco. Mi ricordo in particolare di aver agito nei confronti del negozio di abbigliamento Cean. È bastata la mia presenza, non l’ho minacciato, e lui ha comprato due pacchi». Negli ultimi anni, il ruolo di Caiazza, che con la sola presenza intimoriva i negozianti, è stato preso da Salvatore Chiarello: ruolo che ricopre forse ancora oggi, visto che la scorsa estate è sfuggito al blitz. «Proprio la sua latitanza dà il segnale della forza del clan a Melito», dice il comandante Napolitano. Il collaboratore di giustizia Carmine Cerrato racconta invece il racket per il settore edile: «Per tutte le costruzioni di Melito, Mugnano e Casavatore il clan impone una percentuale che varia in base al valore dell’opera. Per esempio, se l’opera è di valore inferiore a 100 mila euro, noi prendiamo l’8 per cento; superiore ai 100 mila euro prendiamo il 3-4 per cento, mansarde a parte: cioè per le mansarde, secondo della grandezza, chi costruisce paga 5 ovvero 10 mila euro… Tutti i soldi proventi delle estorsioni sono solo della famiglia Amato-Pagano». Cerrato racconta anche che chi si occupa di estorsioni ha stipendi che variano da 6 mila euro, se è un capo, a 1.500 euro se è semplice manovalanza, con tanto di tredicesima a Natale. Estorsioni, ma non solo. Gli Amato-Pagano gestiscono anche i servizi funebri, entrando direttamente nelle ditte che poi, guarda caso, ricevevano il maggior numero di richieste per i funerali. Secondo gli inquirenti le ditte di Gaetano e Luigi Marrone e di Edoardo Moio versavano inizialmente al clan 500 euro a defunto. Ad un certo punto il clan impone che per i servizi di tumulazione il monopolio doveva essere di Moio. Gaetano Marrone, parlando con Papa, minaccia di andare dalle forze dell’ordine: «Allora facciamoci arrestare tutti», dice. E Papa risponde: «Gaetano, mi è stato imposto». Nel 2016 il clan decide quindi di far entrare nella gestione dei servizi funebri la società di Andrea Coppola che assume il fratello di Antonio Papa, Rocco. Il risultato? Tra il 2015 e il 2019 su 600 funerali a Melito, quasi 500 li ha fatti l’asse Marrone-Coppola. Il clan mette le mani dentro il Comune. Lo fa con i vigili urbani, ma anche con un funzionario, Claudio Valentino, già dipendente del Comune di Sant’Antimo, chiamato all’ufficio tecnico dall’ex sindaco Antonino Amente su suggerimento di uomini degli Amato-Pagano. E proprio su Amente le carte del blitz a Melito aprono un filone che lega politica e camorra. Amente è recentemente scomparso, per anni è stato sindaco del centrodestra in alternanza a Bernardo Tuccillo e Carpentieri per il centrosinistra. Amente è stato sindaco anche negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, durante la realizzazione dei parchi di cemento e dei comparti post terremoto. Le passate amministrazioni, guidate dal Pci, avevano realizzato prima del terremoto una bozza di piano regolatore per salvare il verde e le aree delle aziende florovivaistiche che a Melito erano molto importanti per l’economica locale: «Le giunte democristiane, sia regionali sia di Napoli, stravolgeranno proprio quel piano per risolvere i loro problemi abitativi cementificando selvaggiamente Melito e portando qui il fior fiore delle famiglie dei clan, che subito hanno gestito in proprio la distribuzione delle case e di fatto tutto il paese», dice sconfortato l’ex sindaco comunista Felice Chiantese. Nel 2011 a sorpresa contro Amente viene eletto sindaco il giovane democratico Carpentieri, che inizia a dare fastidio al clan: «Abbiamo fatto un protocollo con la stazione appaltante unica per gare le gare superiori ai 250 mila euro, abbiamo realizzato protocolli di legalità e aperto lo sportello antiracket, inoltre ho fatto un regolamento sulle feste di piazza, tutte cose che evidentemente hanno dato fastidio», dice oggi Carpentieri. Lo confermano, intercettati, anche gli uomini degli Amato-Pagano. Durante i giorni della sfiducia a Carpentieri diversi consiglieri vengono minacciati fino all’aggressione selvaggia al consigliere dem Carmine Ciro Marano, che pochi giorni dopo lascerà il Consiglio: «Ho la passione per la politica, ma per la politica non sono disposto a rimetterci la pelle», dirà firmando le dimissioni. Dopo anni di indagine, nell’ordinanza degli ultimi arresti gli inquirenti su quel clima coinvolgono anche Amente: avrebbe utilizzato Paolo Caiazza per intimorire alcuni consiglieri comunali, compreso Marano, consentendo quindi poi la sfiducia a Carpentieri. Alcuni collaboratori di giustizia parlano anche di voti comprati per 100 mila euro. All’indomani dell’aggressione a Marano, Amente dirà: «Minacce e aggressioni, ma è evidente che la politica non c’entra». C’entrava la camorra. In questi giorni si è tenuto il ballottaggio e ha vinto con il 51 per cento Luciano Mottola, già vicesindaco di Amente, contro la candidata del centrosinistra Dominique Pellecchia. Una vittoria sul filo di lana con meno di 400 voti di differenza. I consensi nelle sezioni elettorali sono stati quasi sempre un testa a testa. La differenza l’hanno fatta alcune sezioni, come la numero dieci (con 120 voti di scarto), la undici (con 170 voti di scarto) e la dodici (200 voti di scarto): le sezioni di parco Monaco e delle abitazioni che confinano con Scampia. I fortini degli Amato-Pagano. Qui funziona così e nessuno, a parte procura e forze dell’ordine, sembra più volersi davvero occupare di queste terre di camorra.

Petronilla Carillo Leandro Del Gaudio per il Messaggero il 7 novembre 2021. Incontri conviviali, accordi di sapore clientelare, possibili incastri elettorali. Seduti attorno allo stesso tavolo - ma sarebbe meglio dire tavolata - c'erano manager del mondo privato, quello delle coop; politici salernitani interessati al voto regionale, ma anche soggetti istituzionali di alto profilo. Tra questi, il governatore della Campania Vincenzo De Luca, che appena due giorni fa è stato raggiunto da una richiesta di proroga delle indagini (che è un avviso di garanzia a tutti gli effetti), da cui ha appreso le mosse della Procura di Salerno.

IL PESO Corruzione di pubblico ufficiale, chiaro lo schema investigativo: De Luca si sarebbe mosso per sbloccare appalti che facevano gola a Vittorio Zoccola, il manager delle coop a Salerno. Avrebbe fatto valere il suo peso rispetto alle istituzioni salernitane, rappresentate dal sindaco Vincenzo Napoli e dal suo fedelissimo Felice Marotta, entrambi indagati nella stessa inchiesta. Una influenza che avrebbe avuto un ritorno preciso: voti. Non solo a Salerno, ma anche nella corsa a Palazzo Santa Lucia, in vista delle regionali del 2020, in uno scenario in cui potrebbero aggiungersi altri nomi di pubblici ufficiali coinvolti (oltre a De Luca, il sindaco Napoli e lo stesso Marotta). Ma restiamo ai dati finora emersi. Sono diverse le intercettazioni in cui Zoccola spende il nome di De Luca, facendo riferimento alla possibilità di un suo intervento per disincagliare procedure amministrative. Quanto basta a sottolineare l'importanza di una data - il 16 febbraio del 2020 -, in cui il governatore De Luca accetta l'invito a cena di Zoccola. Una tavolata, alla quale sono presenti anche i manager di altre cooperative, dal momento che - come ammette candidamente Zoccola - «ho invitato pure altre coop perché sembra brutto se andavo solo io»). Ma da dove nasce la convinzione che in quella sera, si sia parlato di affari, voti, finanche di possibili condizionamenti di gare pubbliche? Agli atti spuntano due intercettazioni di appena due giorni prima, in cui un candidato alle regionali, Franco Picarone (non è indagato), sembra «compulsare Zoccola ad attivarsi». In quale occasione? «Nell'incontro da tenere per una cena programmata la domenica sera». Scrive ancora il gip: «Picarone, nella conversazione sollecitava l'amico Zoccola affinché nell'incontro si definisse la questione della gara, lasciando intendere che la situazione dovesse risolversi prima delle elezioni amministrative regionali». Bastano queste suggestioni per dare vita a un processo? Nell'indagine condotta dalla Mobile di Salerno, sotto il coordinamento del procuratore Giuseppe Borrelli e del procuratore aggiunto Luigi Alberto Cannavale, non ci sono solo telefonate intercettate agli atti. Come è noto, un anno e mezzo dopo quella conversazione, Fiorenzo Vittorio Zoccola ha confessato nel corso di due interrogatori in gran parte omissati. Difeso dal penalista Michele Sarno, Zoccola è stato scarcerato dopo qualche giorno di cella (ora è ai domiciliari), fornendo un contributo concreto alle indagini. Difeso dal penalista Andrea Castaldo, il presidente della Regione non replica alle accuse, mostrandosi fiducioso - come in altre occasioni - di dimostrare la propria correttezza. Doveroso a questo punto attendere riscontri concreti. Altro punto destinato ad essere confrontato con il contenuto di intercettazioni e gli interrogatori finora depositati riguarda la presenza di alcuni fogli manoscritti, che sono stati sequestrati dalla Mobile, ma anche di altri documenti che vengono citati nel corso di conversazioni captate. È sempre Zoccola a fare riferimento a «una lettera di quattro fogli fatta recapitare dal consigliere comunale Peppe Polverino», per chiedere un intervento del presidente della Regione. Secondo la sintesi del gip, in ballo c'era un appalto per la manutenzione del comune di Salerno. Quale sarebbe stata la reazione di De Luca? «Dopo averla letta, avrebbe bestemmiato tutti i santi, avrebbe chiamato Marotta e il sindaco e li avrebbe fatti una monnezza, rimproverandoli duramente... adesso il sindaco e Marotta stanno vedendo come risolvere il problema, fanno una delibera di giunta, scavalcando tutte le cose...». Parole intercettate, che ora attendono riscontri. 

L'inchiesta a Salerno. De Luca: "Noi tranquilli. Spero non scuse tra 10 anni". Arrestato il consigliere regionale Nino Savastano, il fedelissimo di De Luca ai domiciliari: “Mazzette in cambio di appalti”. Redazione su Il Riformista l'11 Ottobre 2021. Una inchiesta giudiziaria scuote il Consiglio regionale della Campania. Giovanni ‘Nino’ Savastano, consigliere eletto tra le fila di "Campania Libera", lista riconducibile al presidente della Regione Vincenzo De Luca, è stato arrestato e posto ai domiciliari questa mattina. Savastano è stato arrestato a Salerno nell’ambito di una inchiesta della procura locale su presunti appalti truccati. Sono dieci le ordinanze di custodia cautelare disposte dal gip del Tribunale di Salerno, mentre sono 29 gli indagati che rispondono a vario titolo dell’ipotesi di reato di turbata libertà degli incanti, induzione indebita, associazione per delinquere e corruzione elettorale. A Savastano viene contestato anche il reato di corruzione elettorale, così come a Fiorenzo Zoccola, presidente di una cooperativa sociale e gestore di fatto di altre coop che avevano in gestione la manutenzione ordinaria e conservativa del Comune di Salerno. Tra le persone finite agli arresti domiciliari c’è anche il dirigente del settore ambiente del Comune di Salerno, Luca Caselli, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla turbata libertà degli incanti inerenti l’aggiudicazione di appalti. Savastano, attualmente nel gruppo consiliare di “Campania Libera – Noi Campani – Psi”, era stato il più votato tra i candidati di “Campania Libera”. Eletto nella circoscrizione Salerno, aveva ottenuto 16.587 preferenze ed è attualmente vicepresidente della Commissione politiche sociali, istruzione, cultura e ricerca scientifica. Considerato un fedelissimo del governatore De Luca, tra il 1993 e il 2001, e tra il 2011 e il 2016, Savastano è stato assessore allo sport e alle politiche sociali del Comune di Salerno, in Giunte guidate dall’allora sindaco De Luca, oggi invece presidente della Regione.

INDAGATO ANCHE IL SINDACO DI SALERNO – Tra i 29 indagati nell’inchiesta della Procura di Salerno figura anche il sindaco del capoluogo, Vincenzo Napoli, appena riconfermato primo cittadino lunedì scorso col 57% voti, a capo di una coalizione di centrosinistra.

Napoli risulta indagati per fatti risalenti alla precedente amministrazione. “In relazione all’indagine in corso, esprimiamo piena fiducia nell’azione della Magistratura. Attendiamo sereni gli esiti dell’inchiesta, che ci auguriamo facciano rapidamente piena luce sui fatti contestati”, ha spiegato in una nota Napoli.

DE LUCA: “SPERO NON SCUSE TRA 10 ANNI” – “Spero che non si ritorni a dover ascoltare le scuse dopo magari 10 anni di una vicenda giudiziaria”. Queste le parole del presidente della Giunta regionale della Campania, Vincenzo De Luca, in risposta alle domande dei giornalisti, a margine del Forum Francia-regioni meridionali, in relazione all’inchiesta sugli appalti truccati. “Tranquilli tutti quanti – ha aggiunto De Luca – C’è un lavoro che è in corso, grande rispetto, serenità e grande fiducia. Punto, tutto il resto è bene toglierlo di mezzo”.

Titti Beneduce per corriere.it il 5 dicembre 2021. Il terremoto giudiziario che sta colpendo Salerno, dall'arresto del consigliere regionale Nino Savastano a quello del ras delle cooperative Fiorenzo Zoccola, sull’intreccio tra politica e appalti con la gestione di interi pacchetti di voti, aveva anche un indagato eccellente: il governatore Vincenzo De Luca. A rivelare la notizia è stato Massimo Giletti, con un video sul sito del Corriere della Sera. Secondo quanto anticipato dal conduttore di “Non è l’Arena” su La7, la polizia ha notificato al governatore un avviso di proroga delle indagini preliminari. Atto consegnato nella sede del Genio Civile di Salerno dove De Luca registra ogni venerdì la sua tribuna social. 

Il reato contestato

Il governatore, dunque, era già indagato nell’ambito dell’inchiesta sulle cooperative. Ma la circostanza non era ancora nota. Il reato contestato sarebbe quello di corruzione. La proroga di indagini avrebbe interessato almeno un’altra persona vicina al presidente della giunta regionale. 

Il filone di inchiesta

La proroga delle indagini potrebbe avere un ulteriore effetto dirompente anche alla luce delle rivelazioni del ras delle cooperative, Fiorenzo Zoccola, che in due interrogatori ha parlato con i magistrati per oltre 14 ore, svelando un sistema che - secondo quanto da lui confermato - sarebbe in piedi da diversi anni coinvolgendo politici e cooperative. La Procura, alla vigilia delle elezioni comunali di Salerno, ha anche avviato un ulteriore filone d’inchiesta su un messaggio audio inviato da un esponente delle coop ai lavoratori invitandoli a votare per un candidato deluchiano.

Campania, appalti truccati e coop. De Luca indagato per corruzione. Dario del Porto,  Conchtia Sannino su La Repubblica il 6 novembre 2021. Il nome del governatore della Campania entra nelle indagini della Procura di Salerno. È l’inchiesta che, un mese fa, ha travolto il suo cerchio magico e paralizzato le attività del comune. Indagato per corruzione. È decisamente il venerdì nero di Vincenzo De Luca: il nome del governatore della Campania entra nelle indagini della Procura di Salerno sugli appalti truccati e il voto di scambio nelle cooperative sociali. È l'inchiesta che, un mese fa, ha travolto il suo cerchio magico e paralizzato le attività nel Comune-feudo: mandando ai domiciliari uno dei fedelissimi, il supervotato consigliere regionale Nino Savastano, e in carcere il dominus delle coop, Fiorenzo Zoccola.

L'annuncio del conduttore e l'inchiesta sulle Coop a Salerno. De Luca indagato, Giletti “grida” sui social l’avviso di garanzia: ma la Procura tace. Redazione su Il Riformista il 5 Novembre 2021. “Il capo della Squadra Mobile ha consegnato al governatore della Campania un avviso di garanzia”. Ad annunciarlo in un video pubblicato sui social è il conduttore di “Non è l’Arena” (La7) Massimo Giletti secondo il quale Vincenzo De Luca sarebbe coinvolto nell’inchiesta sui presunti appalti truccati e i rapporti tra Amministrazione comunale salernitana e cooperative sociali, culminata a inizio ottobre con diversi arresti e un totale di 29 persone indagate. Questa mattina “due auto della polizia si sono fermate davanti alla sede del Genio Civile di Salerno, è sceso il capo della Squadra Mobile, il dottor Castello, e ha consegnato al governatore De Luca un avviso di garanzia. Noi continueremo a seguire – aggiunge Giletti – l’inchiesta della Procura sui rapporti tra la politica e le cooperative nella città di Salerno”. La notizia, inizialmente smentita, è stata confermata alle agenzie stampa da fonti dello staff dello stesso De Luca. Il governatore ha ricevuto oggi un avviso di proroga indagini per la vicenda relativa alle coop di Salerno sulla quale sta indagando la Procura. Una inchiesta che ha visto misure cautelari per un consigliere regionale, Nino Savastano, e per il presidente di una cooperativa, Fiorenzo Zoccola.  Quest’ultimo A De Luca in queste ore è stato notificato un provvedimento di proroga delle indagini. Ma la Procura della Repubblica diretta da Giuseppe Borrelli – stando a quanto riportato da Repubblica – si rifiuta “categoricamente di rispondere a qualunque domanda su vicende in corso”. Lo scorso 11 ottobre, in relazione all’inchiesta sugli appalti truccati, De Luca commentò: “Spero che non si ritorni a dover ascoltare le scuse dopo magari 10 anni di una vicenda giudiziaria. Tranquilli tutti quanti c’è un lavoro che è in corso, grande rispetto, serenità e grande fiducia. Punto, tutto il resto è bene toglierlo di mezzo”.

“Sistema Salerno” De Luca indagato. Dopo le dichiarazioni di Fiorenzo Zoccola rese ai giudici. Laura Pirone su Il Quotidiano del Sud il 6 novembre 2021. Un avviso di ‘proroga delle indagini preliminari’: anche Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania è indagato dalla Procura di Salerno nell’ambito dell’inchiesta sugli intrecci tra politica e mondo delle coop. Una iscrizione nel registro degli indagati di cui, finora, non si è saputo nulla. Il reato ipotizzato nei confronti del governatore campano, al quale è stato recapitato l’avviso di proroga indagini, è di corruzione. De Luca, dunque, era già coinvolto nell’inchiesta della Procura di Salerno che ha portato, nello scorso mese di ottobre, a 10 misure cautelari e 29 indagati, scatenando una bufera sul Comune di Salerno per i presunti appalti truccati. Ai domiciliari Nino Savastano, al quale viene contestato anche il reato di corruzione elettorale, consigliere regionale di Campania Libera, lista ‘deluchiana’ che alle scorse regionali è risultato il più votato dopo il governatore. Misura cautelare in carcere, invece, per Fiorenzo Zoccola, presidente di una cooperativa sociale e gestore di fatto, stando alle indagini, di diverse altre cooperative che avevano in gestione la manutenzione ordinaria e conservativa del patrimonio del Comune di Salerno. Ai domiciliari finì anche Luca Caselli, dirigente del settore ambiente del Comune di Salerno. Nell’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Salerno emerge un presunto “consolidato accordo corruttivo” tra Savastano e Zoccola, secondo il quale il consigliere regionale “stabilmente asserviva le funzioni pubbliche agli interessi personali propri e del privato in cambio del sostegno elettorale assicuratogli da Zoccola, garantendo a quest’ultimo l’affidamento degli appalti banditi dal Comune di Salerno aventi ad oggetto servizi pubblici alle società cooperative sociali riferibili al privato e ai suoi sodali”. Le indagini svolte avevano accertato – stando all’ordinanza del gip – come la gestione degli affidamenti per la manutenzione del patrimonio comunale e delle relative proroghe da parte del Comune di Salerno in favore delle cooperative sociali, sia stata caratterizzata da rilevanti profili di illiceità penale, con gravi ricadute in termini di gestione del denaro pubblico, violazioni del principia di libera concorrenza tra operatori economici e possibili inquinamenti nelle consultazioni elettorali. Al sindaco di Salerno, Napoli, fu invece contestato il reato di turbata libertà degli incanti con l’aggravante del pubblico ufficio. Secondo la Procura, Napoli “nella qualità di sindaco del Comune di Salerno” insieme con Felice Marotta, quale collaboratore, “agendo in concorso tra loro e nelle rispettive qualità, con collusioni e mezzi fraudolenti, turbavano il procedimento amministrativo di scelta del contraente”, avente ad oggetto “l’affidamento del servizio di noleggio automezzo lavastrada per un periodo di mesi 2” indetto con determinazione dell’amministratore unico della società ‘Salerno Pulita spa’ in data 20 marzo 2020, predeterminando l’oggetto dell’appalto e rivelando il contenuto delle offerte presentate dagli altri operatori economici, in modo che la conclusione del relativo contratto fosse assicurato a vantaggio della coop “Terza Dimensione”.

Salerno e coop, avviso di garanzia a De Luca: si indaga per corruzione. Giletti dà la notizia. Redazione venerdì 5 Novembre 2021 su Il Secolo d'Italia.  Avviso di garanzia per Vincenzo De Luca. Il governatore della Campania sarebbe indagato per corruzione. Ma al momento non c’è nessuna conferma ufficiale. Non è ancora chiaro se a coinvolgere il governatore sceriffo sia l’inchiesta sui rapporti tra l’amministrazione comunale di Salerno e alcune cooperative sociali o un altro filone. A dare la notizia sui social per primo è stato Massimo Giletti. Che ha dedicato all’inchiesta diverse puntate di Non è l’arena. Con un video pubblicato su Twitter e ripreso dal sito del Corriere della Sera il giornalista ha dato l’annuncio. “Pochi minuti fa è stato consegnato a De Luca un avviso di garanzia”. E ha assicurato che continuerà a seguire l’inchiesta della Procura. Sui rapporti tra la politica e le cooperative nella città di Salerno. Il cosiddetto Sistema Salerno. Che è stato al centro dell’ultima puntata di Non è l’Arena. Durante la quale sono volate scintille tra Giletti e De Luca. Che ha definito il conduttore un esaltato e il format una “trasmissionaccia”.  Giletti era stato accostato a “personaggi ricoverati all’ospedale Cardarelli per coma etilico”. Per tutta risposta Giletti aveva replicato: “Lei è libero di dire che sono un ubriacone. Ma a me piacciono i fatti”. Dopo una giostra di conferme e smentite, la notizia è stata ufficializzata dallo staff del governatore campano. De Luca dunque sarebbe stato notificato un provvedimento di proroga delle indagini. L’atto sarebbe stato consegnato nella sede del Genio Civile di Salerno. Ma il condizionale è d’obbligo visto che la Procura diretta da Giuseppe Borrelli si sarebbe rifiutata categoricamente di parlare di vicende in corso. Al centro dell’indagine alcuni appalti per la manutenzione delle strade cittadine, del verde pubblico e del controllo dei parchi. L’inchiesta – secondo quanto riporta il Corriere della Sera – ha portato a ipotizzare la presenza di un cartello, composto da otto cooperative, per concordare le offerte per l’appalto e quindi per pilotare la gara. Ikl caso è scoppiato lo scorso 11 ottobre. Quando la Squadra mobile di Salerno ha eseguito dieci arresti. Nell’ambito di un’indagine nata due anni fa. Sugli appalti pubblici gestiti da alcune cooperative, destinate al recupero dei lavoratori disagiati. Le accuse, a vario titolo, sono turbata libertà degli incanti, induzione indebita. Associazione per delinquere. E un caso di corruzione elettorale. Tra i 26 indagati anche l’attuale sindaco di Salerno Vincenzo Napoli. Per la sola turbativa d’asta. Il nome più pesante nell’indagine si è rivelato quello di Nino Savastano, consigliere regionale, finito agli arresti domiciliari. In manette anche il ras delle coop salernitane Fiorenzo Zoccola. Tra gli atti dell’inchiesta della Procura di Salerno ci sarebbe anche una cena a cui avrebbe partecipato Vincenzo De Luca. Il governatore a febbraio 2020 avrebbe cenato, in un ristorante di Salerno, insieme con rappresentanti di alcune società cooperative salernitane.

Rapina choc a Napoli: malviventi puntano armi contro famiglie e bambini. Francesca Galici l'11 Ottobre 2021 su Il Giornale. Due uomini armati di kalashnikov e fucile a pompa hanno fatto irruzione in una pizzeria: il bottino è di 4 orologi e un bracciale. Rapina choc a Casavatore, grande agglomerato urbano dell'area metropolitana di Napoli. Due rapinatori armati di kalashnikov e fucile a pompa hanno fatto irruzione in una pizzeria e non hanno esitato a puntare le armi addosso a un bambino come deterrente per gli adulti per evitare una loro reazione. È stata un'azione lampo, durata pochi minuti, che si è compiuta il 9 ottobre è terminata fortunatamente senza feriti. I banditi sono andati via con quattro orologi, di cui due di lusso, e anche un bracciale d'oro. Le telecamere hanno ripreso tutto da due angolazioni diverse, che mostrano l'ingresso dei rapinatori mentre i clienti erano al tavolo a mangiare. I due malviventi non sono immediatamente riconoscibili, in quanto indossano un passamontagna e i guanti con le armi già in pugno. In sala era presente anche un musicista con la chitarra che intratteneva i clienti. Uno dei due rapinatori entra per primo con il fucile a pompa mentre il secondo entra qualche attimo dopo impugnando il kalashnikov. I clienti si sono immediatamente immobilizzati per la paura. Una donna, per spirito di protezione, ha afferrato il figlio piccolo per difenderlo da un eventuale pericolo. I due vengono subito raggiunti dal marito, che si è assicurato di metterli in sicurezza. In quella sala i malviventi sono stati solo di passaggio, perché subito dopo si sono spostati nella sala successiva ed è qui che uno dei due malviventi si è avvicinato a un tavolo a cui era attovagliata una famiglia. È qui che uno dei due ha puntato l'arma contro un adulto. La reazione degli altri presenti al tavolo è stata di difesa. Uno dei ragazzi, per evitare che la situazione degenerasse, si è sfilato l'orologio e l'ha posato sul tavolo. Una donna, come si vede dal video, ha fatto lo stesso. L'altro uomo, invece, nel frattempo teneva il fucile puntato contro il volto di un altro uomo, con la canna quasi attaccata al viso, con il bambino. La durata dell'assalto è stata breve ma, oltre all'orologio offerto dal ragazzo e al bracciale, i rapinatori sono riusciti a portare via due orologi di grande valore del titolare e di suo padre. Il girato delle telecamere di sicurezza è ora stato sequestrato dai carabinieri di Casoria. Gli inquirenti ipotizzano che possa trattarsi dello stesso gruppo che ha effettuato un raid in un pub di Cardito qualche settimana fa.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Elezioni comunali 2021: Gaetano Manfredi, chi è il nuovo sindaco di Napoli. Ilaria Minucci il 04/10/2021 su Notizie.it. Le elezioni comunali si sono concluse, a Napoli, con la vittoria di Gaetano Manfredi che ricoprirà il ruolo di nuovo sindaco del capoluogo campano. L’ex rettore dell’Università Federico II di Napoli ed ex ministro dell’Università e della Ricerca durante Governo Conte bis, Gaetano Manfredi, è stato eletto come nuovo sindaco di Napoli. A Napoli, le elezioni amministrative tenute nelle giornate di domenica 3 e lunedì 4 ottobre, si sono concluse con l’elezione di Gaetano Manfredi in qualità di nuovo sindaco del capoluogo campano. Manfredi ha annunciato la sua vittoria nella serata di lunedì 4, in occasione di un lungo discorso pronunciato presso il suo comitato elettorale, riunito all’hotel Terminus. Gaetano Manfredi, nato a Ottaviano il 4 gennaio del 1964 e residente nel comune di Nola, ha conseguito la laurea in Ingegneria ed è stato docente universitario e rettore dell’Università di Napoli “Federico II”. Dal 2015, Gaetano Manfredi è Presidente della CRUI, la conferenza dei rettori delle università italiane mentre, durante il Governo Conte II, ha rivestito il ruolo di ministro dell’Università e della Ricerca. Il 4 ottobre 2021 è stato eletto come 25esimo sindaco di Napoli, al primo turno delle elezioni, come candidato della coalizione di centrosinistra composta, principalmente, dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle. Gaetano Manfredi è sposato con il medico Concetta “Cettina” Del Piano, con la quale ha una figlia di 22 anni, Sveva, che frequenta la facoltà di Economia presso la Bocconi di Milano. Dopo aver conseguito il diploma di liceo classico, l’attuale sindaco di Napoli si è laureato in ingegneria con 110 e lode alla Federico II di Napoli, seguendo le orme del padre Gianfranco. In questo modo, inizia una lunga carriera in ambito accademico, proseguita con una borsa di ricerca e una cattedra universitaria in Tecnica delle Costruzioni. Nel corso dei suoi anni da docente universitario, Gaetano Manfredi ha preso parte a ricerche teoriche e sperimentali che trattavano argomenti come il comportamento sismico delle strutture murarie, il comportamento non lineare degli edifici, la vulnerabilità e la riabilitazione dei beni culturali, il rischio sismico nel contesto degli impianti industriali o, ancora, l’innovazione tecnologica. In totale, l’ex rettore dell’Università di Napoli ha realizzato oltre 500 pubblicazioni. Nel 2014, Gaetano Manfredi è stato nominato rettore dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e ha svolto l’incarico fino al 2020. In questi anni, l’ateneo partenopeo ha vissuto una fase di grande sviluppo, culminata nell’inaugurazione del polo universitario di San Giovanni a Teduccio, nell’istituzione della Scuola Superiore Meridionale (creata sul modello della Normale di Pisa) e nella creazione dell’Academy Apple. Nel 2015, invece, è stato nominato presidente della CRUI, ruolo per il quale è stato riconfermato anche nel 2018. Gaetano Manfredi non è l’unico membro della sua famiglia ad aver avuto esperienze in politica. Il padre Gianfranco, infatti, è un convinto socialista ed è stato consigliere comunale di Nola mentre il fratello Massimiliano, parlamentare del Partito Democratico, è membro del consiglio regionale della Campania. Per quanto riguarda Gaetano Manfredi, prima di diventare sindaco di Napoli o di far parte del Governo Conte II, era stato scelto come tecnico nel 2006, durante il secondo Governo Prodi.

Le parole del cantante. Cesare Cremonini e l’amore per Napoli: “Va ascoltata, un laboratorio che non conosce soste”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 27 Settembre 2021. È una dichiarazione d’amore, e di fascinazione, e di ricerca e di poesia e poetica. Cesare Cremonini e Napoli, Napoli per Cesare Cremonini: il cantante e autore e popstar bolognese ha lanciato sui social altre parole al miele per la metropoli partenopea. Che va sempre “ascoltata”, “guardata”, come succede con un punto di riferimento, una stella polare per la sua effervescenza artistica e i suoi talenti. Cremonini che ha appena registrato un nuovo album agli storici studios di Abbey Road a Londra e che spera di tornare finalmente in tout, negli stadi, nel 2022. Cremonini che Lucio Dalla incoronò a suo “unico erede”. Dalla che diceva di non poter “fare a meno, almeno due o tre volte al giorno di sognare di essere a Napoli. Sono dodici anni che studio tre ore alla settimana il napoletano, perché se ci fosse una puntura da fare intramuscolo, con dentro il napoletano, tutto il napoletano, che costasse 200.000 euro io me la farei, per poter parlare e ragionare come ragionano loro da millenni”. Una corda tesa quella tra i due artisti di Bologna e la metropoli partenopea, e le parole che sembrano ripetersi. “Le canzoni di Bologna e quelle di Napoli si riconoscono da lontano da molti anni, perché nascono entrambe dalla terra, dove tutti si inginocchiano prima di ripartire – scriveva qualche mese fa dedicando da un balcone affacciato sul golfo una canzone, Poetica, dal suo ultimo album studio Possibili Scenari, come in una serenata – Quella che qui è una grande tavola di mare, con le onde che arrivano da lontano e i profumi d’oriente, da noi è una distesa di campi verdi, fertili e generosi. ‘Dove lo sguardo si perde è invogliato a immaginare’, per dire una banalità. Lucio Dalla si sentiva figlio di Napoli (e non solo), Gianni Morandi è uno dei massimi esperti in Italia di canzone napoletane”. Ebbene Cremonini è tornato sui social network a scrivere per e di Napoli in occasione dell’uscita dell’album di Davide Petrella, cantautore e paroliere partenopeo, amico di Cremonini, Non esiste amore a Napoli, sotto lo pseudonimo di Tropico. L’ex leader dei Lunapop ha ricordato l’incontro e l’amicizia con Petrella e ha ricordato: “E poi è di Napoli, la città che secondo me va guardata sempre, più di tutte le altre, perché è un centro culturale da cui stanno nascendo e continuano a nascere grandi artisti e come un laboratorio che non conosce soste. Ci parla anche nei sogni. Va ascoltata”. That’s Amore. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Gianluca Nicoletti per “La Stampa” il 27 settembre 2021. Lo spazzino lordatore di Napoli diventerà simbolo dell'avverarsi di un pregiudizio. La città su cui negli anni si sono addensate tutte le possibili facezie denigratorie sulla stratificazione del pattume urbano, ha operatori ecologici che invece di pulire le strade le insozzano, sparpagliando rifiuti con meticolosa dovizia. Allo stesso tempo ci chiederemo fino allo sfinimento il perché di quello sciorinare a terra, per poi scalcettare una a una, le misere sconcezze da pattumiera con il tratto creativo di un artista concettuale che cerca la giusta composizione nello spazio degli elementi della sua performance. È stato il suo un gesto apparentemente senza alcun senso, masochistico in quanto lascia una traccia della propria negligenza da addetto alla pulizia, inutilmente faticoso perché costava meno impegno buttare un sacchetto pieno nel camioncino che, con alla guida un collega-spalla, si affiancava al suo lucido insozzamento. Sarebbe come se le guardie municipali di Roma girassero nottetempo con sacchi pieni di cinghiali da sguinzagliare nei giardinetti; un paradosso che sfiora l'acme del ridicolo in cui tracima ogni sconcezza oltre il tetto del probabile. Forse solo Superciuk, il ladro mascherato che rubava ai poveri per dare ai ricchi, poté sfiorare una così impervia quota dell'assurdo. Quello però era solo il personaggio di un fumetto, l'operatore ecologico (solo definirlo così fa ridere) che si è prodotto nell'infiorata da cassonetto, è un regolare dipendente dell'azienda municipale addetta alla pulizia delle strade. Non ci si poteva sbagliare, indossava la divisa d'ordinanza con gambaletto fosforescente, tanto che il visore notturno della telecamera di sorveglianza, che ha ripreso il suo show, sembra quasi attribuirgli luminescenze da super eroe. Proviamo a ipotizzare quale potrebbe essere la sua giustificazione, di fronte al superiore che gli contesta il putrescente scempio notturno, oramai entrato nella gloria del meme condiviso, commentato, pubblicato e ripubblicato ovunque in rete. Potrebbe accusare lo stress da Covid, è una realtà e potrebbe anche mitigare la sua responsabilità. Potrebbe incolpare il collega di averlo esasperato perché, con accanimento malevolo, accelerava con il camioncino per rendergli difficile il corretto stoccaggio del pattume. Potrebbe pure confessare di essere stato costretto a compiere l'insana lordatura dal braccio violento di non definibili "poteri forti" che hanno lo scopo di delegittimare, mettere in cattiva luce, minare alla base quello o quell'altro pubblico amministratore. Potrebbe ammettere, con una punta di vergogna, che in quella via abita qualcuno che a lui fece un sanguinoso torto, una donna che lo ha illuso e tradito, un vile che lo bullizzava ai tempi dell'oratorio. Potrebbe anche eroicamente dichiarare che l'ha fatto in nome della libertà, perché è ora di finirla e l'umanità si deve svegliare e scendere in strada per scongiurare il grande reset, i vampiri dissangua bambini, la dittatura sanitaria. Forse allora troverebbe sostenitori, persino la sua scelleratezza sarebbe interpretata come una geniale provocazione situazionista. 

La presidente di Asia: "Bastava una telefonata, strada pulita dagli spazzini". Netturbini spargono rifiuti in strada, Borrelli sporca l’immagine di Napoli: la fake news è virale. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 26 Settembre 2021. Succede che un cittadino o un commerciante invia un video al consigliere regionale di Europa Verde Francesco Emilio Borrelli e, quest’ultimo, che sempre più spesso rimarca il suo essere giornalista professionista da oltre un decennio, si limiti semplicemente a fare da passacarte, pubblicandolo senza alcuna verifica. Venendo meno di fatto sia a quanto impone, o imporrebbe (perché del nostro ordine professionale latitano), la professione giornalistica, sia al suo ruolo di rappresentate delle istituzioni che oltre a denunciare alla stregua di un influencer qualsiasi cosa sui social, dovrebbe anche provare a risolvere i problemi o, almeno, a relazionarsi con gli altri enti istituzionali, rinunciando ogni tanto alla gloria effimera dei social. Capita così che un video in cui si vede un operatore di Asia, l’azienda del comune di Napoli che si occupa della raccolta dei rifiuti, spostare con i piedi alcuni rifiuti caduti da un cestino presente in strada, diventi virale a livello nazionale, con i principali media che raccolgono la denuncia del consigliere-giornalista-influencer (“sparge rifiuti in strada e va via”) senza provare a far luce su quanto accaduto e ‘sparano’ le immagini in homepage o addirittura sul cartaceo, contribuendo a danneggiare ulteriormente l’immagine di un città, Napoli, già ricca di problemi e contraddizioni ma che non ha bisogno di fake news. Consigliere poi che punta subito il dito, da giustizialista di razza, contro i dipendenti di Asia chiedendone l’immediata rimozione perché “si tratta di un gesto inqualificabile per il quale chiedo all’azienda di prendere provvedimenti severi nei confronti di questi due lavoratori e degli altri eventualmente presenti”. Poi la chicca: “Sono sicuro che in questo periodo di grande crisi occupazionale sono in tanti che vorrebbero il loro posto per lavorare onestamente”. Eppure bastava fare una telefonata all’Asia, e nella fattispecie alla presidente Maria De Marco, per chiedere delucidazioni sul comportamento dell’operatore in questione. I fatti risalgono alle prime ore del mattino del 25 settembre. Il primo camioncino, dedito alla raccolta dei rifiuti lasciati all’interno dei cestini presenti lungo il marciapiede, passa lungo il Corso Vittorio Emanuele poco dopo le 3.30. “Come si vede chiaramente nel filmato inviato al consigliere Borrelli che, inconsapevolmente monta, perché preso dall’enfasi non si preoccupa di verificare, il nostro lavoratore – spiega De Marco – apre il cestino e i rifiuti cadono dallo sportello. Con molta evidenza si nota che all’interno non c’è il sacco che raccoglie i rifiuti. Non sappiamo il perché ma questo lo verificheremo. Il netturbino proprio per non lasciarli sul marciapiede, con i piedi li sposta a bordo strada in attesa dell’arrivo, successivo, degli spazzini”. Arrivo che puntualmente c’è stato qualche ora dopo, prima dell’alba, così come ogni mattina. Si tratta, secondo la presidente di Asia, di “un frainteso anche perché il video si interrompe bruscamente. Dispiace perché Borrelli ci tiene alla città, è sempre molto attivo nel raccogliere le denunce dei cittadini ma lanciare frecce avvelenate contro i lavoratori Asia non è giusto. Si tratta di persone esposte sempre più spesso a critiche a volte ingiustificate, altre volte invece giustificate e quando questo c’è colpa, c’è la punizione. L’immagine ci dice che il lavoratore con i piedi ha cercato di togliere dalla strada i rifiuti, lasciandoli lateralmente in attesa del passaggio successivo degli spazzini, addetti a pulire materialmente le strade”.

“Dispiace – prosegue De Marco – perché a Borrelli hanno mandato solo quelle prime immagini e non quelle successive dopo la strada veniva liberata dai rifiuti caduti dal cestino. Mi auguro che tutte le prossime volte in consigliere mi cerchi per parlarne prima di pubblicare simili video. Dispiace perché Borrelli svolge un lavoro prezioso per la cittadinanza, è un punto di riferimento di molti cittadini ma talvolta bisogna verificare bene prima di pubblicare le numerose segnalazioni che gli arrivano”. Non è la prima volta infatti che il consigliere-giornalista inciampa in casi di fake news. Celebre nel luglio del 2020, quella ripresa anche dai media nazionali di un bambino alla guida di un autobus pubblico. Una figuraccia finita, come sempre più spesso accade, nel dimenticatoio.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Il video diffuso da Borrelli e condannato dalla presidente De Marco. Netturbini spargono rifiuti in strada, l’Asia smentita dal titolare del bar: “Ho pulito io, spazzini arrivati dopo”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 29 Settembre 2021. “Ho aperto il bar poco dopo le 6 del mattino e ho trovato il marciapiede invaso dai rifiuti, così ho ripulito quel tratto di strada perché non potevo aspettare l’arrivo degli spazzini dell’Asia”. Dopo giorni di esitazione, il titolare del bar presente lungo il Corso Vittorio Emanuele a Napoli smentisce la versione fornita dalla presidente di Asia Maria De Marco e ricostruisce i fatti della notte del 25 settembre scorso, quando in un video diventato virale sui social, un netturbino nel raccogliere i rifiuti presenti in un cestino a bordo strada, li lascia cadere a terra perché all’interno non era presente la busta per contenerli. Il dipendente di Asia, l’azienda che si occupa della raccolta a Napoli, li sposta con il piede a bordo strada e va via a bordo del furgoncino. “I rifiuti sono stati poi raccolti dagli spazzini così come accade ogni mattina” aveva raccontato al Riformista la presidente De Marco. Versione smentita dal titolare del bar in questione che ci mostra le foto con gli orari in questione (che al momento preferisce non pubblicare) e ricostruisce come sono andati davvero i fatti.

LA RETTIFICA – Netturbini spargono rifiuti in strada, l’Asia smentita dal titolare del bar: “Ho pulito io, spazzini arrivati dopo”.  “Il furgoncino è passato alle 4.30 di notte, così come si vedere dal video pubblicato (l’orario presente nel filmato è settato un’ora indietro). Io apro il bar alle 6.30 e non potendo aspettare l’arrivo degli spazzini, che puliscono la strada a partire dalle 7, mi sono rimboccato le maniche e ho liberato il marciapiede, anche perché – aggiunge – c’era un cattivo odore dovuto agli escrementi dei cani raccolti nei sacchetti e caduti in strada”. Così quando è passato successivamente lo spazzino dell’Asia, la strada era già stata ripulita dal titolare del bar. Rettifichiamo quanto scritto nel precedente articolo LINK ALL’ARTICOLO e quanto detto del consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli, che si è limitato a diffondere il primo video senza approfondire i fatti neanche con l’azienda di raccolta rifiuti, poiché la ricostruzione inesatta degli eventi è stata fornita da Asia.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Eduardo Scarpetta: «A 9 anni ero già in scena e papà mi diede 100 euro. Ma volevo fare il calciatore». Emilia Costantini su Il Corriere della Sera il 3 Ottobre 2021. L’attore: «Il mio trisavolo? Un genio, so tutti gli aneddoti». Al Centro sperimentale un giorno non ero preparato e la prof mi rimproverò: anche se porti quel cognome non puoi pensare di non lavorare come gli altri. «Quel giorno il mio trisavolo, Eduardo Scarpetta, era in carrozza a passeggio. A un certo punto ordina al suo cocchiere, mi pare si chiamasse Pasquale, di fermarsi, perché doveva fare una pipì urgente. Il cocchiere esegue l’ordine, Eduardo scende, si volta verso il muro per dar seguito alla sua necessità impellente, ma arriva un carabiniere che, rivolgendosi a lui con grande rispetto, gli dice: “don Eduardo, purtroppo debbo farle una contravvenzione”. Scarpetta risponde seccato: vabbè, quant’è la multa? Il militare dice la cifra, ma Scarpetta tira fuori una banconota intera che era esattamente il doppio dell’ammenda richiesta. Siccome però il carabiniere non aveva il resto, Scarpetta taglia corto e ordina al cocchiere: Pasca’, scendi e piscia pure tu così paghiamo la multa intera». Il ventottenne Eduardo Scarpetta junior ricorda divertito aneddoti della sua famiglia: «Me li ha raccontati mia zia, Maria Vittoria Scarpetta, sorella di mio padre, che essendo molto in là con l’età, ha avuto modo di conoscere alcuni dei miei avi, raccoglierne le testimonianze. E mi ricordo un’altra storiella».

Ce la racconti...

«Sempre Eduardo, il capostipite, consegna alla sua cameriera un bigliettino ripiegato e la spedisce in farmacia. La donna pensa che vi sia scritto un farmaco da acquistare, quindi lo presenta al farmacista, che però la manda in un’altra farmacia... la cameriera si reca in un’altra farmacia, presenta il bigliettino, ma riceve la stessa risposta... Di farmacie ne gira tre o quattro, finché il farmacista di turno le fa finalmente vedere cosa c’era scritto nel bigliettino...».

Che cosa?

«“Mandatela in un’altra farmacia”. Insomma, niente farmaci da acquistare, ma l’ennesimo scherzo del padrone a quella poveraccia che aveva girato inutilmente».

Facciamo un po’ d’ordine nella sua genealogia: lei è figlio di Mario Scarpetta, che è figlio di Eduardo Scarpetta, che è figlio di Vincenzo Scarpetta, a sua volta figlio di Eduardo Scarpetta senior.

«Esatto e adesso impersono il mio bisnonno Vincenzo nel film Qui rido io, a fianco di Toni Servillo nel ruolo del mio trisavolo, con la regia di Mario Martone».

Come si è sentito nei panni di un personaggio non solo realmente esistito, ma oltretutto parente stretto?

«Non è stato facilissimo, per fortuna sapevo molte cose dalla mia famiglia, inoltre ho letto vari libri e poi mi sono affidato alla visione del regista. Vincenzo era un bravissimo attore, un ottimo cantante e come autore la sua opera più famosa è ’O tuono ’e marzo. Però, essendo figlio di cotanto padre, non ha avuto lo stesso successo».

In altri termini il suo talento è stato schiacciato dalla ingombrante figura paterna...

«Il figlio di Maradona non ha fatto la carriera del padre... e lui era erede di don Eduardo: famosissimo, ricchissimo, personaggio straordinario che ha dato vita a una rivoluzione teatrale. Ovvero, dall’improvvisazione della commedia dell’arte, Scarpetta passa alla creazione di testi, copioni scritti che i suoi attori dovevano interpretare e ai quali si dovevano attenere. Un nuovo orizzonte, dove era l’attore che andava verso il personaggio e non viceversa, com’era avvenuto fino a quell’epoca».

Inoltre, il suo bisnonno aveva per fratellastri Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, figli naturali di Scarpetta, grandi attori, autori...

«Eh già... in pratica era assediato, per lui era come giocare in un campionato dove devi sgomitare per essere illuminato dai riflettori. Nel film, ho cercato di esaltare il suo côté elegante. Vincenzo era un po’ un gagà, un po’ dandy e, oppresso dal padre per il personaggio di Felice Sciosciammocca, che avrebbe dovuto sempre recitare ma lui non amava, voleva fare altro e tentava di ribellarsi».

Sotto il profilo umano e morale, come giudica il suo trisavolo, sposato con Rosa ma pieno di amanti, di figli illegittimi?

«Diciamo... piuttosto attivo in ambito privato, moralmente rocambolesco. Ha fatto sempre quello che voleva e, forse, se non si fosse comportato così non sarebbe stato il genio artistico che si è dimostrato. Però, certo, non si può affermare che sia stato molto corretto e proprio nella commedia Filumena Marturano, da parte di Eduardo De Filippo è molto evidente il riferimento alla questione dei figli naturali, quando fa dire dalla protagonista a Domenico Soriano: questi sono figli tuoi, li devi riconoscere, dar loro il tuo cognome e basta».

Peppino, nella sua biografia «Una famiglia difficile», racconta addirittura di aver subito delle presunte molestie dal padre. Tale rivelazione fece molto arrabbiare il fratello Eduardo che era estremamente discreto e che, quando gli veniva chiesto un parere sul padre, si limitava a rispondere: è un grande attore.

«Ho letto ovviamente il libro, ma non so quanto la vicenda sia realmente avvenuta e, se lo fosse, sarebbe davvero troppo. In famiglia non se n’è mai parlato e, se fosse ancora vivo mio padre, che ho perso quando avevo undici anni e che ha iniziato la sua carriera artistica proprio con il fratellastro Eduardo, glielo chiederei ora che sono adulto».

All’ombra di una discendenza così importante, entrare nel mondo dello spettacolo è stato per lei un azzardo o aveva il destino segnato?

«In casa tutti mi dicevano fai qualcos’altro, non fare questo mestiere. Ma nonostante mio nonno Eduardo facesse il farmacista, quindi aveva scelto davvero un altro mestiere per interrompere la catena, papà e mamma erano attori. Da quando sono nato, mi hanno sempre portato con loro in tournée, forse perché... (scherza) non volevano pagare una baby sitter... Tant’è, ma io ero felice di assistere ai loro spettacoli da dietro le quinte, ridevo come un matto, saltavo dalla gioia, quindi capii subito che quella era la mia strada. Il mio debutto avviene a nove anni accanto a loro nella commedia Feliciello e Feliciella, ovviamente di Eduardo Scarpetta. Al termine delle repliche, papà mi pagò con una banconota da 100 euro: è stampata nella mia memoria, bella, grande, di colore verde... ero illuminato dalla sua luce».

Ma se non avesse intrapreso questa strada, quale altra avrebbe potuto percorrere?

«In verità, mio padre voleva fare di me un calciatore. Tra gli otto e i dieci anni mi allenavo e lui mi accompagnava sempre al campo di calcio, mi dava consigli, indicazioni, istruzioni, si metteva in porta e parava i miei tiri. A quindici anni, quando lui purtroppo non c’era più, mi iscrivo a una scuola di calcio, ma proprio lì accade che, facendo una mossa sbagliata, sento un crac alla schiena: mi è venuta una scoliosi e, per curare il problema, ho iniziato a fare nuoto. Basta, archiviato il sogno del calciatore».

Basta tiri al pallone ed entra in una scuola di recitazione.

«La prima idea, dopo aver frequentato il liceo classico Umberto I a Napoli, con scarso rendimento scolastico, era quella di iscrivermi all’Accademia Silvio D’Amico. Per mia incuria, feci scadere il bando per presentare la domanda di ammissione e mia madre, che mi ha fatto anche da padre, mi iscrisse al Centro sperimentale».

Con scarso rendimento anche là?

«No, assolutamente. Ero attento alle lezioni, disciplinato, interessato a imparare il metodo, perché a questo serve una scuola, ed ero, di solito, sempre preparato nelle materie da studiare...».

Di solito? Non sempre?

«Bè una volta è accaduto un fatto sgradevole. Effettivamente non mi ero molto applicato e, quando la professoressa di turno si accorge della mia impreparazione, mi fa un cazziatone, aggiungendo una frase poco simpatica: “Anche se porti questo cognome importante, non puoi pensare di non lavorare come tutti gli altri compagni”. Ma la mia impreparazione non era dettata da arroganza dovuta alla mia ascendenza... e trovai quel rimprovero ingiusto».

Insomma, un cognome importante non è la scorciatoia per arrivare al successo?

«Semmai è una grossa responsabilità, imposta dalla mia carta d’identità. Devi dimostrare molto di più, proprio perché hai un’etichetta addosso. Devi essere all’altezza del compito con umiltà, lavorare onestamente e onorare i tuoi predecessori. La vera fortuna è di essere impegnato in un mestiere che mi piace, anche se la vita degli attori è piuttosto randagia: sei sempre in giro, tra set e tournée teatrali. E non solo gli attori, anche le maestranze che ci assistono fanno la stessa vita. Mentre giravo il film di Martone Capri revolution, ho assistito per caso al dialogo, su facetime, di un nostro tecnico con il figlioletto appena nato: il neo-padre non poteva andare ad abbracciare il suo bimbo! Mi ha fatto una certa impressione».

In altri termini, una vita da cani?

Ride: «No, anche se io ho un bellissimo labrador, di nome Megan, con cui faccio lunghe passeggiate quando ho tempo. Direi una vita instabile, la nostra: oggi sei qui, domani là e i rapporti personali con eventuali fidanzate o compagne sono piuttosto estemporanei, come capita. Basti dire che ho comprato una casa a Napoli, la mia città, e ancora non sono riuscito ad abitarla. Per fortuna, ci pagano bene e questo bilancia il sacrificio».

La famiglia “larga” di Scarpetta (sofferta, diversa, salda) che non lo salvò dall’odio. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera il 24 settembre 2021. Questa settimana vi propongo una foto di famiglia, un’immagine d’epoca, quella della famiglia di Eduardo Scarpetta, il genio di Miseria e nobiltà. Tra i bambini, se ci fate caso, potreste riconoscere Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, figli illegittimi che lo chiamarono zio per tutta la vita. Quella che vedete è una foto di famiglia: la famiglia Scarpetta. Eppure, i bambini ritratti non hanno il cognome del padre; questo perché erano figli illegittimi. Tra i bambini, se ci fate caso - ma solo se siete tra i loro cultori - potreste riconoscere Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, figli illegittimi del genio Eduardo Scarpetta, che chiamarono zio per tutta la vita. Mario Martone ha il coraggio di investire tempo e impegno in storie che nessuno definirebbe di mercato: un film sul Risorgimento (Noi credevamo, 2010), uno su Giacomo Leopardi ( Il giovane favoloso, 2014), uno sulla comune di artisti a Capri alla vigilia della Prima Guerra Mondiale ( Capri Revolution, 2018) e adesso Scarpetta. Il mondo di piattaforme e algoritmi avrebbe certo da ridire: a chi interessano queste vicende morte e rimaste nelle antologie di scuola? Ammiro ogni volta il suo coraggio nello scegliere queste storie e infatti me le godo. Qui, il film è il racconto di un uomo, Eduardo Scarpetta, un genio che con l’incasso di una sola opera, Miseria e nobiltà, guadagnò quanto oggi ammonterebbe a circa 5 milioni di euro (con una sola opera!). Fece questa fortuna perché rese il teatro indispensabile: per ridere, riconoscersi, capire. Il film racconta anche un altro Scarpetta: quello che aveva relazioni con tutte le donne a cui voleva bene o di cui si invaghiva, e dalle quali ebbe molti figli. Vincenzo gli venne da sua moglie, Rosa De Filippo, a sua volta già madre di Domenico, frutto di una liaison con Vittorio Emanuele II. Ebbe una relazione con la sorellastra di sua moglie, Anna, da cui nacquero Eduardo, Pasquale e probabilmente il padre di Roberto Murolo (genio della musica napoletana), Ernesto. Dalla relazione con Luisa De Filippo, nipote di sua moglie, vennero Eduardo, Titina e Peppino. E ancora altri.

Il racconto di questa smodata passione erotica è anche una smodata voglia di famiglia e di bene, una famiglia che soffre anche, per il suo essere diversa, ma che in qualche modo riesce a trovare un equilibrio. Il film a tratti sembra essere da un lato un’accusa all’insopportabile famiglia monogamica, dall’altro una denuncia alla violenta condizione delle donne più povere, che non avevano altra possibilità se non legarsi a chi aveva il potere di toglierle dalla miseria. Si ha la sensazione che Scarpetta seducesse perché brillante, geniale, ma anche perché la ricchezza, forse, gli permetteva di comprare la miseria delle persone. Scarpetta emerge come una personalità dal talento incontenibile tanto pronta ad ascoltare il pubblico quanto sorda ai richiami dei potenti. Si racconta dell’odio per il suo successo dei colleghi Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Ferdinando Russo. L’odio emerse chiaro quando Gabriele D’Annunzio fece causa a Scarpettta contro la parodia di un suo spettacolo teatrale, La figlia di Iorio. Il Figlio di Iorio, così Scarpetta intitolò la parodia, prendeva per il culo tutto il tono dannunziano. D’Annunzio aveva prima autorizzato e poi, sotto la pressione politica, denunciato Scarpetta. Pare, come raccontato nel film, che allora l’unico alleato di Scarpetta sia stato Benedetto Croce, che argomentò che la parodia non è plagiare né infangare un’opera: al contrario, è riscriverla, celebrarla, capovolgerla. La sentenza di non luogo a procedere decretò il diritto di parodia, introducendo grazie al tribunale di Napoli una nuova forma di libertà. Questo film mostra abilmente che si è soli, sempre, anche con una numerosa e travagliata famiglia, anche aiutando e carezzando i propri colleghi. Il successo non è mai perdonato: rovescia la realtà secondo un’antica legge degli uomini, accusando la bravura di superbia e arroganza, il successo di ambizione, la seduzione di depravazione. Scarpetta non poteva che avere su di sé quest’odio, che è da sempre dell’uomo eccezionale. Alla fine, quello che Scarpetta aveva fatto a Pulcinella, rendendo la maschera nei teatri non più brillante e di successo, sarà reso a lui e al suo Felice Sciosciammocca, protagonista di diverse commedie esilaranti che però verranno rese celebri ovunque da Eduardo e Totò. Il cinema distrugge la potenza economica e politica del teatro, i giovani distruggono i vecchi. L’eterna legge spietata dell’arte, della storia, della politica, non risparmia nemmeno un genio, pieno di tracotanza e generosità, amore e indifferenza, egocentrismo, narcisismo, solidarietà, slancio: l’espressione della Napoli eterna.

Marco Giusti per Dagospia il 7 settembre 2021. Costruito sulle grandi canzoni napoletane di sempre, si inizia con “Indifferentemente”, ma si va avanti davvero con tutto, e l’effetto è che come se avessimo, come colonna sonora, venti pezzi dei Rolling Stones, ma anche su una serie di battute magistrali riprese da un testo sacro come “Miseria e nobiltà”, reso popolare dal Felice Sciocciammocca di Totò e sul ruolo fondamentale del bambino Peppiniello (“Vincenzo m’è padre a me!”), “Qui rido io”, terzo film italiano in concorso, ultima opera di Mario Martone, che lo ha scritto assieme a Ippolita di Majo, non è fortunatamente un biopic sulla vita complessa di Eduardo Scarpetta, padre mai riconosciuto dei tre fratelli De Filippo, quanto la ricostruzione precisa del mondo di Scarpetta e della sua famiglia “difficile” e della scena teatrale e culturale napoletana di inizio ’900. Un momento però, che vede Scarpetta passare da dominatore assoluto a teatro, dopo aver sconfitto con la maschera di Felice Scioccammocca quella del Pulcinella dei Petito, a comico antiquato che non vede la modernità del realismo napoletano portato sulle scene, la “Assunta Spina” di Salvatore Di Giacomo. “Popolare non vuol dire comico”, dicono i giovani contestatori del dominio scarpettiano, un elenco che da Libero Bovio a Ernesto Murolo a Federico Russo a Di Giacomo. E, sappiamo dalla storia, che proprio suo figlio Eduardo, assieme ai fratelli Titina e Peppino, dopo la sua morte, sapranno fondere a teatro la commedia scarpettiana con il realismo napoletano. Il film, però, si ferma prima, non mostrandoci il declino inevitabile di Scarpetta, arriva fino all’incredibile scena del processo intentato dalla Società degli Autori per plagio a Scarpetta, reo di aver costruito la sua farsa “Il figlio di Jorio” non come una parodia, ma come un vero e proprio furto del dramma di Gabriele D’Annunzio “La figlia di Jorio”.Martone, ovviamente, gioca in casa, può contare su una serie di attori magistrali, ovviamente Toni Servillo come Don Eduardo, Maria Nazionale come sua moglie Rosa, Cristiana Dell’Anna come la madre dei De Filippo, Luisa, nonché nipote di Rosa. Ma ci sono meravigliose apparizioni di Gianfelice Imparato come Gennaro Pantalena, secondo attore della compagnia, Gigio Morra e Nello Mascia come giudici, Benedetto Casillo come padre di Luisa, per non parlare della presenza di attori fedelissimi del cinema e del teatro martoniano, Iaia Forte, Lino Musella, Roberto Di Francesco, Chiara Baffi, Francesco Di Leva. L’unico non napoletano è il curioso D’Annunzio di Paolo Pierobon, che ne fa un simil Sgarbi un po’ cialtrone. Inutile dire che la ricostruzione delle commedie e della vita teatrale di inizio secolo è perfetta, inoltre Martone e di Majo hanno la bellissima trovata di costruire tutta la prima parte del film proprio sulla commistione fra teatro e famiglia, come se facessero parte della stessa situazione, al punto che Scarpetta-Sciocciammocca può giocare coi propri figli riconosciuti e non riconosciuti su più piani. Tutti hanno un ruolo preciso, meraviglia!, perfino il cuoco Salvatore, che non crede all’invenzione del frigorifero, “Salvato’ ’o munno cagna!”, che fa nascere una battuta tipica del repertorio di Tina Pica, “Non perde un colpo”, detta però da Scarpetta. Perfino Benedetto Casillo che si gioca la gag del “mellone di Cardariello” che mi ha fatto davvero ridere. Le cose cambiano quando, dovendo costruire una storia con degli sviluppi narrativi che mandino avanti il racconto, si punta tutto, forse troppo, sullo scontro con i poeti napoletani avversi a Scarpetta che difendono D’Annunzio. “Don Nunzio”, lo chiama Maria Nazionale, bravissima nel suo ruolo di donna forte e cattiva che vuole difendere solo i suoi figli ufficiali a discapito di quelli della nipote, una perfetta Cristiana D’Anna, e delle tante altre che Don Eduardo bazzicò e portò nella sua corte-famiglia. Insomma, mi sembra che la parte legata alla causa per plagio sia da una parte un po’ antica, chi se li ricorda più “La figlia di Jorio” e “Il figlio di Jorio”, e da un’altra sviluppi un tema, quella della cultura popolare che non vuol dire solamente teatro comico, trattata un po’ didatticamente, vedi la spiega del Benedetto Croce di Lino Musella. Per fortuna la grandiosa scena della famiglia “difficile”, come la chiamava nella sua autobiografia, qui ampliamente saccheggiata, Peppino, e quella altrettanto fenomenale del finale di fronte al giudice, che Don Eduardo legge come un grande palcoscenico teatrale, riportano il film al suo giusto valore. Non era facile mettere in piedi un film come questo, e devo dire che Martone era probabilmente l’unico a poterlo mettere in scena con rigore, passione, competenza e, soprattutto, conoscenza. Come è forse l’unico a poter far funzionare un numero così grande di attori napoletani di questo tipo dando a ognuno una sua specificità e coloritura. Ancora una volta, dopo “E’ stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, Napoli vince. Che ci volete ffà…

 Natalia Aspesi per “il Venerdì di Repubblica” il 23 agosto 2021. IL NUOVO film di Mario Martone, uno dei cinque italiani in concorso alla 78ª Mostra del cinema di Venezia (e in sala dal 9 settembre) ha un titolo bizzarro: Qui rido io!. 

Posso chiedere chi ride, dove ride, perché ride?

 «Quella frase spicca in rilievo sulla facciata di una bella e vecchia villa turrita in stile neogotico sopra Napoli, nella zona tuttora privilegiata del Vomero, che allora era campagna, ci si andava a villeggiare. Eduardo Scarpetta se la fece costruire nel 1889, con i proventi di una sola commedia di strepitoso successo, Na Santarella, e così chiamò il suo castelletto dove organizzava feste lussuose con fuochi di artificio che illuminavano tutta la città. Quella frase era una specie di rivendicazione del suo immenso successo, come a dire, "io vi faccio ridere, per voi sono un servizio, un pagliaccio, un Felice Sciosciammocca, ma chi si diverte davvero adesso, qui, chi se la gode in questa esplosione di ricchezza, sono io!"».

Martone e sua moglie Ippolita Di Maio rispondono spesso insieme, come una voce sola, perché insieme il film l'hanno scritto, pure lei è napoletana e di massima cultura storica e letteraria, e a noi signore piace molto questa cosa che non capita sempre: che una coppia di vita sia anche coppia nel lavoro, in una composizione armoniosa e senza frastuono che evita la sovrapposizione delle voci e delle idee. Questa volta raccontano un personaggio indimenticabile della cultura popolare napoletana, Eduardo Scarpetta, autore e interprete di 120 commedie, attore di almeno 13 film ai tempi del muto, adorato da una città nonostante la sua vita non esemplare e sfacciatamente esibita. Era certo molto chiacchierato, con le sue donne, i nove figli, 3 legittimi e 6 no, riuniti in una specie di gineceo, provvedendo a tutti, amando tutti, legando tutti insieme. E facendo studiare maschi e femmine, cercando di avviarli a una carriera teatrale, quindi a un futuro, sin da bambini. Era un re, quella società della fame gli perdonava tutto, quando usciva in carrozza per i vicoli, la gente riempiva le strade e gli faceva regali, grata del buon umore che portava nelle loro vite difficili. Al suo imponente funerale, nel 1925, partecipò tutta la città, i negozi abbassarono le saracinesche, il carro funebre regale era tirato da otto cavalli e tra la folla che lo seguiva c'erano anche tanti attori celebri venuti da tutta Italia: il suo corpo fu imbalsamato e chiuso in una bara di cristallo come certi santi, perché la folla potesse piangerlo pubblicamente. Breve biografia sentimentale e familiare di Scarpetta. La popputa diciottenne Rosa De Filippo, di modeste origini, è incinta, ma come si fa a dire di no al re, a Vittorio Emanuele II, che non risparmia le belle ragazze povere? Però niente paura, Scarpetta sistema lo scandalo in cambio di un assegno di 25 mila lire che gli servirà per sistemare il teatro San Carlino: sposa Rosa, riconosce Domenico, poi arriva il loro primo e solo figlio, Vincenzo, infine affida alla sua signora la bimba Maria, riconoscendola, avuta dalla relazione con la maestra di musica Francesca Giannetti. Gli gira per casa la figlia del fratello di Rosa, la nipote, pure lei popputa e giovane, Luisa De Filippo: altra famigliola accasata nelle vicinanze del grandioso palazzo di via dei Mille, opera dell'architetto Salvietti, quello del teatro Bellini, dove vivono gli Scarpetta legali (ed è tuttora degli eredi); nascono Titina, Eduardo, Peppino, che chiamano zio quello che non sanno essere il padre, sono figli di N.N. col cognome della madre, De Filippo. La famiglia si era già allargata sempre in famiglia, con Anna De Filippo, sorellastra di Rosa dalla parte del padre, figli Ernesto (adottato dai Murolo), Eduardo (pseudonimo Passatelli), Pasquale De Filippo. Ci sono tutti nel film, e ovviamente Scarpetta è Toni Servillo, complice e rivale di Martone sin dai tempi del teatro d'avanguardia. Ci sono le migliori attrici del teatro napoletano e anche uno Scarpetta, Vincenzo, 28 anni, figlio di Mario Scarpetta, nipote di Eduardo Scarpetta, bisnipote di Vincenzo Scarpetta, trisnipote del capostipite Eduardo Scarpetta. «Il nodo che mi ha spinto a fare questo film» dice Martone «è proprio quello della paternità negata, che ha segnato molto la vita di Eduardo e Peppino De Filippo. Basta pensare a quanta sofferenza familiare Eduardo ha raccontato in Filumena Marturano e nel Sindaco del Rione Sanità da cui ho tratto il mio ultimo film, quanta rabbia e odio Peppino riversò nel suo scandaloso libro Una famiglia difficile, rendendo insanabili i rapporti col fratello. Appena nato Peppino fu messo a balia in una famiglia di contadini che amava come i suoi veri genitori, a 5 anni tornò a casa e cominciò a detestare quello zio troppo invadente. I tre De Filippo, già famosi, seguirono il funerale del padre, ma nessuna cronaca li nominò, perché tutti sapevano e tutti ignoravano. Eduardo mai parlò del padre e quando, molti anni dopo, Luigi Compagnone gli disse, siamo vecchi, ormai puoi dirlo, Scarpetta era un padre severo o cattivo? Eduardo rispose: "Era un grande attore"».

Come avete raccontato la vita di queste tre donne, costrette a condividere lo stesso uomo, la stessa vita, anche se con diversi privilegi, due sorellastre, una nipote, tutte con lo stesso cognome, De Filippo?

«Abbiamo cercato di capire questo tipo di rapporto stretto, di sorellanza ma anche di inevitabile rivalità, forse nato dalla comune estrema povertà: erano donne forti, alla fine solidali tra loro, soprattutto impossibilitate a decidere del loro destino, prigioniere di una cultura patriarcale allora impenetrabile. Però era il teatro a unirle, perché in famiglia, per tutti, non c'era separazione tra palcoscenico e vita».

Ci racconta il rapporto tra il vate D'Annunzio e il comico Scarpetta?

«A Scarpetta non bastavano la celebrità, la ricchezza, voleva anche la consacrazione artistica, l'ammirazione di Maksim Gor' kij non gli era sufficiente, il suo ego smisurato gli faceva sfidare gli intoccabili. Chiese quindi all'osannato D'Annunzio il permesso di parodiare quel dramma potente che è La figlia di Iorio: ci siamo ispirati alla autobiografia scarpettiana per ricostruire questo incontro in una notte di tempesta, nella casa di vacanza del Sommo Poeta a Marina di Pisa, che lo tratta con sufficienza e non gli dice né si né no. Ma Il figlio di Iorio in dialetto napoletano va in scena lo stesso il 3 dicembre 1904 al teatro Mercadante di Napoli. Nel film raccontiamo il disastro di quella sera, il pubblico che in piedi grida basta!!!, i tafferugli, lo spettacolo interrotto. Poi ci saranno le scene affollate in tribunale. Contro l'autore depone la nuova generazione di intellettuali napoletani, Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio e anche il giornalista Ernesto Murolo (figlio naturale di Scarpetta e Anna), che lo accusano di contraffazione.  Lo salverà Benedetto Croce, sostenendo che si tratta non di un plagio ma solo di una brutta parodia, e scrivere una brutta commedia non è reato. Scarpetta è assolto, ma il suo ego è distrutto e da allora comincia la sua fine». 

Ci divertiremo?

«Qui rido io! è un film rigorosamente antico, girato senza droni, senza steadycam, è drammatico e comico, leggero e dolente. Ci tengo molto a dire che le scene di teatro sono state girate a Roma, al Valle abbandonato, sperando che si riapra al più presto. La prima di Miseria e nobiltà di Scarpetta fu data, nel 1888, al Mercadante di Napoli, poi andò anche al Valle e nel 1954 diventò il capolavoro con Totò e una folgorante Sophia Loren ventenne. L'abbiamo capito dopo, Ippolita ed io: il film è anche un modo di ironizzare sulla libertà culturale di allora rispetto al conformismo di oggi - di cui per fortuna tanti ridono». 

Sabina Minardi per "L'Espresso" il 18 settembre 2021. Rinascimento napoletano è un'espressione che non piace a nessuno: «Napoli rimane una città complicatissima», puntualizzava l'attore Toni Servillo, a margine del Festival del cinema di Venezia, di cui è stato volto simbolo: «Nasce e muore in un ciclo di esperimento sociale continuo, che ne fa forse la vera metropoli italiana» (la Repubblica). Però così tanti napoletani - registi, interpreti, compositori - non si erano mai visti tutti insieme sul red carpet della città lagunare. Col risultato di proiettare sul grande schermo la città dalle mille identità, la Napoli "è mille culure", e i suoi protagonisti, in una dozzina di film. Tre quelli con Servillo: "Qui rido io" di un altro napoletano doc, Mario Martone, sulla vita del commediografo Eduardo Scarpetta; "È stata la mano di Dio", di Paolo Sorrentino, il ritorno alla Napoli anni Ottanta in cui il regista ha il suo appuntamento col destino, col volto di Diego Armando Maradona. E "Ariaferma" di Leonardo Di Costanzo, racconto carcerario sospeso tra responsabilità e compassione, con Silvio Orlando, che a sua volta a Venezia ha fatto il bis con "Il bambino nascosto" di Roberto Andò: storia di un professore di pianoforte alle prese con un ragazzino figlio di un camorrista, nel quartiere Forcella. Un bambino con tutta la vita davanti, e poche chances per conquistarla: come il protagonista del romanzo "La vita davanti a sé" di Roman Gairy, che l'attore sta per portare in tournée da ottobre, e che ha appena anticipato alla Cerimonia di assegnazione del Premio letterario Neri Pozza. E non ci sono solo i film in concorso a farsi portavoce di napoletanità, attrici come Serena Rossi, Luisa Ranieri, Teresa Saponangelo, Marina Confalone, o il premio Kinea al regista Antonio Capuano, per "Il buco in testa". Napoli riaffiora anche dove non te l'aspetti: nell'esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal, per esempio, stregata dalle verità pericolose de "La figlia oscura" di Elena Ferrante. «Per farsi un'idea delle dimensioni: negli ultimi cinque anni sono stati girati a Napoli circa mille titoli, tra film, serie tv e spot: un numero monstre che ne fa il primo set d'Italia», ragiona lo scrittore Peppe Fiore, che distingue tra un prima e un dopo "Gomorra" sull'ultimo numero di The Passenger (Iperborea, in uscita il 22 settembre), non a caso dedicato al capoluogo campano. E l'elenco potrebbe continuare: con "Naviganti" di Donpasta, alle Giornate veneziane degli autori, "Coriandoli" di Maddalena Stornaiuolo, "Il turno" di Chiara Marotta e Loris Giuseppe Nese, "La Santa Piccola" di Silvia Brunelli, "Californie" di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, "Lovely boy" di Francesco Lettieri, "Il silenzio grande" di Alessandro Gassmann, con Massimiliano Gallo, girato a Posillipo e tratto dalla pièce di Maurizio de Giovanni. Che con i suoi libri tradotti in 43 Paesi, 2 milioni e mezzo di copie vendute in Italia, tre serie tv dalle sue opere , "I bastardi di Pizzofalcone", "Mina Settembre" e "Il Commissario Ricciardi", è il più indicato per riflettere sul boom partenopeo. Napoli, con le sue tante identità, soggetto d'opera: in tv, nei romanzi, al cinema.

È incantesimo napoletano?

«C'è un'evidente concentrazione di produzioni, e non posso che esserne felice: sono espressioni di questa città-mondo, che offre punti di vista forti, diversi, e tutti legittimi. Ma non credo che sia un fenomeno magico attuale. Da Totò ai De Filippo, da Giacomo Furia a Nino Taranto fino a De Crescenzo, straordinari talenti hanno contrassegnato la cinematografia. Siamo in perfetta continuità. Sono cambiate le modalità di esprimersi: grazie a stampa, festival, social».

Quanto conta che al centro ci sia Napoli?

«È decisivo: è la peculiarità napoletana a portare questi risultati. In un tempo nel quale la globalità finisce per esaltare il local, le peculiarità emergono con chiarezza. Questa città non assomiglia a nessun'altra città al mondo: è un luogo assolutamente unico». 

Sempre più spesso lei interviene sulla sua città, in termini di responsabilità.

«Una decina di anni fa mi capitò di essere intervistato dal Tg3 a Napoli, in prossimità di un palazzo in cui immaginavo che vivesse Ricciardi, il mio personaggio più famoso. Mentre la troupe mi stava microfonando, si avvicinò un gruppo di ragazzi e mi disse: "Dottò, potete dire per favore che qua non c'è lavoro?". Questa cosa mi colpì al punto che quando cominciai l'intervista dissi: "Primariamente vorrei dire che in questo quartiere non c'è lavoro". Ovviamente il giornalista mi guardò come se fossi pazzo, ma io avevo sentito un dovere di rappresentanza: dovevo essere il megafono di quei ragazzi. Tutti quelli che hanno un microfono in mano, a qualunque titolo, cantanti calciatori politici, hanno il dovere di esprimere le cose con chiarezza: per esempio che prima della pandemia a Napoli c'era il 34 per cento di dispersione scolastica, oggi i dati sono drammaticamente peggiorati. Ci rendiamo conto di cosa significhi questo, di un ragazzo della scuola dell'obbligo che non frequenta la scuola e nessuno se ne preoccupa? È manovalanza immediatamente reclutabile dalla delinquenza. Il crimine è figlio del disinteresse istituzionale. Questa è la terza città di uno dei sette Paesi più industrializzati del mondo. Ed è ancora più ignobile che in alcuni quartieri la polizia non entri senza permesso. Anche uno scrittore di narrativa popolare come me ha il dovere di mettere l'indice su ciò che non va». 

Cosa intende per scrittore popolare?

«Cultura significa coltivazione. E la coltivazione dà luogo ad alimenti che vanno bene per tutti. Non esiste una cultura per pochi, di nicchia, e sempre di più la lettura è strumento necessario per l'esercizio dell'immaginazione. Davanti a uno schermo non siamo attivi ma passivi. Quando leggiamo un libro lo costruiamo. Un libro è al cinquanta per cento dello scrittore, al cinquanta per cento del lettore. Sciascia diceva che mentre un film è un film, chiunque lo veda rimane uguale, un libro diventa un libro nel momento in cui viene letto. Se non lo leggi il libro non è mai esistito».

"Una sirena a settembre" è considerato il più napoletano dei suoi libri. Perché?

«Ho perso mia madre il 6 settembre dell'anno scorso. Mia madre era una di quelle donne meravigliose che esprimono il loro modo di amare attraverso due gesti ancestrali: fare da mangiare e raccontare storie. Con questo libro ho voluto immaginare una storia incentrata su una donna, più o meno misteriosa, all'origine della città di Napoli, la Sirena, che nutre raccontando storie e facendo da mangiare. È intimamente napoletano questo libro. Ed è ambientato nei Quartieri spagnoli, luogo simbolo del ventre materno». 

La sua formidabile capacità di raccontare viene da sua madre, dunque?

«Ho una capacità di narrare largamente inferiore alla sua. Lei è stata una maestra elementare. La sua attitudine a parlare, a spiegare, a essere immaginifica era fantastica: raccontando storie faceva le facce, muoveva le mani, imitava le voci, ascoltarla era un teatro unipersonale straordinario. Lei viveva nel discorso diretto. Ho dedicato a lei questa storia perché ho ingoiato i racconti che mi dava. Era cibo anche quello, napoletano».

Come arrivano a lei le storie che scrive?

«Prendo pezzi di realtà, frammenti, impressioni, una parola, una frase, una pagina di un libro, poi da lì tesso la mia ragnatela». 

È metodico nella scrittura?

«Sufficientemente. Quando l'idea si è formata compio ricerche estremamente rigorose. Appena sono pronto scrivo per 8-10 ore al giorno. Giusto con gli intervalli necessari a prendere fiato. Scrivo da un minimo di dieci a un massimo di venti cartelle al giorno. E chiudo il libro entro un mese. Dal primo capitolo all'ultimo, senza tornare indietro». 

Non torna indietro a rileggere ed eventualmente a modificare: è così sicuro da considerare la prima stesura definitiva?

«È un tributo alla verosimiglianza. Se incontri un personaggio biondo a pagina 3 non è che se dopo ti serve che sia bruno cambi: non puoi, è già successo. È il contrario della sicurezza. È totale delegazione alla storia». Sta dicendo che scrivere è trascrivere? «Io sono uno affacciato alla finestra che racconta a chi è dentro ciò che vede. Provo a interpretare, non posso cambiare».

La Sirena lega i fili delle storie. E sovrappone gli strati sociali della città.

«Napoli ha un'area metropolitana di 3 milioni e mezzo di persone, il che implica situazioni diversissime. Ha un centro storico angusto, il più esteso d'Europa ma pieno e fitto, perché per i napoletani allontanarsi dal mare è sempre stata una sconfitta, quindi le periferie sono frutto di una deportazione e ciò spiega il degrado di gente che non si è mai riconosciuta cittadina di quel luogo. Il centro della città prevede la coesistenza forzata di molti strati sociali: nello stesso condominio abitano persone estremamente diverse. Questo accade soltanto qui. La mescolanza, i confronti, i contrasti, generano storie. La convivenza è complicata, ma per un autore è l'avvio di storie di una bellezza senza uguali».

Cosa può salvare una città come Napoli?

«La bellezza. E Napoli ne ha fin troppa. Questa bellezza fatalmente vincerà, nel senso che, col decadere di tutte le vocazioni industriali che non abbiamo mai avuto, rimarrà l'utilizzo della bellezza, che è in sé un'industria. Del resto, un'area di 50 chilometri che ha al suo interno Capua, Ischia, Capri, Procida, Positano, Amalfi, la reggia di Caserta, Ercolano e Pompei, i Campi Flegrei solo citando i dintorni, e poi una città antica quanto Roma, con dentro tutto e il contrario di tutto, è davvero un posto irrinunciabile».

Ma se la bellezza non è curata? Non crede che questa attrattività venga meno?

«È sempre più curata. Sono sempre di più i giovani che lavorano sul territorio, nel turismo, nell'enogastronomia. Credo che le cose stiano cambiando. Smartworking e e-commerce rappresenteranno opportunità nuove. Questa è la città di Elena Ferrante, Roberto Saviano, Valeria Parrella, Lorenzo Marone, Diego De Silva, Domenico Starnone, Patrizia Rinaldi, e potrei continuare con altri autori straordinari che vivono qui, e qui lavorano e sono tradotti all'estero e sono tra gli scrittori più venduti d'Italia...». 

Eppure?

«Eppure non c'è un'industria culturale che li promuova. E potrei dire la stessa cosa per la musica: manca la distribuzione. Siamo privi di una grande imprenditoria culturale». 

Ma lei ha ancora fiducia nella politica?

«Ho una progressiva maggiore fiducia nella politica. Credo che oggi sia sempre più difficile fare brogli, rubare. Oggi il controllo è maggiore. Siamo alle porte dell'arrivo di un'enorme quantità di denaro. Io ricordo cosa successe dopo il terremoto, con i soldi in larga parte confluiti nelle casse della camorra. Oggi la politica ha maggiore trasparenza». 

Napoli è alla vigilia delle elezioni comunali. Lei si è apertamente schierato.

«Ho dato il mio appoggio a Gaetano Manfredi, ex rettore dell'Università Federico II. Ma ci tengo a dire che tutti i candidati che si presentano a Napoli sono degni di fiducia, li conosco direttamente e nessuno di loro ha zone d'ombra. Però penso che Manfredi abbia più di altri una connessione istituzionale che in questo momento serve alla città».

I poveri e i nobili, i devoti a San Gennaro e gli scettici, i luoghi di una bellezza commovente e i più degradati. Ogni cosa e il suo opposto convivono a Napoli. C'è una peculiarità che accomuna tutti?

«Eduardo De Filippo diceva che in una giornata si deve piangere almeno una volta e ridere almeno una volta. Penso che questa sia una modalità tipica del nostro modo di raccontare: non troverai mai un libro così nero da non avere dentro un sorriso, né uno così comico da non avere dentro una lacrima. Perché entrambe le cose fanno parte della nostra vita: se non ho pianto o riso almeno una volta, che ho vissuto a fare la mia giornata?».

Antonio E. Piedimonte per “la Stampa”. Bestemmie sui muri e sui cartelloni elettorali del Comune, bufera a Napoli. «Non bastavano i murales celebrativi della camorra, mo' pure le "maleparole" artistiche?»: sin dai primi commenti, ieri, si è capito che la provocazione non sarebbe stata apprezzata. L'idea, a quanto pare, è venuta ad alcuni artisti che in questo avrebbero voluto fare pubblicità all'esposizione Ceci n'est pas un blasphème, realizzata nell'ambito del «Festival delle arti per la libertà d'espressione contro la censura religiosa» organizzato al Pan (Palazzo delle Arti di Napoli).  La direttrice artistica, Emanuela Marmo, sembra prendere le distanze dal clamoroso exploit stradale: «Alcuni dei subvertiser in mostra stanno lasciando tracce della loro presenza. Si tratta di una loro spontanea e autonoma iniziativa di cui so poco, se non quello che amici e conoscenti mi riferiscono». Ugualmente spiazzato l'assessore alla Cultura del Comune (ente che ha patrocinato ed è co-promotore della manifestazione) Annamaria Palmieri: «Saranno rimossi tutti. Anche perché il Comune non ha ricevuto alcuna comunicazione relativa a questa tipologia di affissioni, che quindi risultano abusive e come tali sono soggette alla immediata rimozione». I manifesti taroccati riproducono immagini di Topolino (e altri personaggi Disney), ma anche celebri pubblicità (come quella del Crodino, inserita in un gioco di parole), oppure fanno il verso ai messaggi elettorali (in primis quelli di Forza Italia) ma sempre con imprecazioni e altre frasi palesemente blasfeme. Un'operazione che forse avrebbe voluto creare scandalo ma, a quanto pare, ha solo ingenerato fastidio e indignazione tra i passanti, che di fronte alle bestemmie a caratteri cubitali non hanno reagito bene: «Forse la mostra era poco visitata e volevano finire sui giornali, ma è tutto molto squallido», dicono due ragazze. Tra i primi a chiedere la rimozione un consigliere comunale di sinistra, Federico Arienzo, che ha raccontato il suo disagio come padre di una bambina che si è trovata le scritte in bella evidenza proprio di fianco alla scuola.

Il domestico: "Non l'ho buttato giù", lunedì l'udienza. Gli sciacalli di Samuele, video al piccolo agonizzante dopo la caduta. La madre: “Basta foto del mio bimbo”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 19 Settembre 2021. Persone in strada che riprendevano in video il corpo agonizzante del piccolo Samuele negli istanti immediatamente successivi al volo dal terzo piano dell’abitazione in cui viveva con i genitori in via Foria a Napoli. In attesa dell’arrivo dei soccorsi per la disperata, quanto inutile, corsa all’ospedale dei Pellegrini, alcuni curiosi venerdì 17 settembre hanno ben pensato di immortalare quei drammatici istanti in un filmato. Una circostanza emersa nel corso delle indagini sulla morte del bimbo di 4 anni. Sono in corso verifiche da parte della Squadra Mobile di Napoli, guidata dal dirigente Alfredo Fabbrocini, per capire se quelle raccapriccianti immagini sono finite sui social. Intanto nelle scorse ore Carmela, madre del piccolo Samuele, ha lanciato un appello agli organi di informazione: “Per piacere non pubblicate più fotografie di mio figlio, né video” ha supplicato la donna, incinta all’ottavo mese, le cui condizioni di salute sono in questi giorni costantemente monitorate dai medici che potrebbero anche farla partorire a breve per evitare ulteriori complicazioni. Carmela, così come il marito Giuseppe, hanno chiesto “pietà” per il loro figlioletto tragicamente scomparso. Continuare a vedere le foto sui social, in televisione, sui giornali e in numerosi siti di informazione rappresenta un dolore troppo grande per la giovane coppia. Al momento è indagato per omicidio Mariano Cannio, 38 anni, che da diversi anni lavorava come domestico per la famiglia del piccolo Samuele. L’uomo ha riferito agli investigatori che teneva in braccio il bimbo e non aveva intenzione di lanciarlo nel vuoto. Sarebbe stato un incidente: questa la sua versione. Al momento Cannio è detenuto in isolamento presso il carcere di Poggioreale in attesa dell’udienza di convalida del fermo in programma nella giornata di lunedì 20 settembre. L’uomo, accusato di omicidio dalla procura di Napoli, soffre – come egli stesso ha ammesso – di problemi psichici. Era considerato una persona fidata da parte dei genitori del piccolo Samuele. Con loro, così come con altri parenti del piccolo, lavorava da anni. Ad oggi la dinamica della tragedia è ancora al vaglio degli investigatori che al momento – stando a quanto riferisce all’Ansa Carmen Moscarella, legale d’ufficio del 38enne – non considerano oggetto di contestazione il video in cui il piccolo Samuele, nei mesi scorsi, diceva al domestico “ti butto giù”, accompagnando la frase con un insulto in dialetto napoletano. Intanto prosegue il pellegrinaggio sul luogo della tragedia dove sono stati lasciati fiori, lumini, magliette del Napoli e peluche per ricordare il bimbo di 4 anni. Sul posto i familiari hanno lasciato un cartello che chiede a “curiosi e giornalisti di non fare sciacallaggio”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

L'indagine sulla tragedia. “Non volevo buttare giù Samuele”, il domestico accusato di omicidio spiega cosa è successo. Carmine Di Niro su Il Riformista il 18 Settembre 2021. Ha negato di aver volutamente scaraventato giù dal balcone al terzo piano il piccolo Samuele, ammettendo però di esser stato lì col bambino, tenendolo in braccio. Sono le prime parziali ammissioni di Mariano Cannio, 38 anni, domestico fermato dalla polizia di Napoli perché  ritenuto gravemente indiziato dell’omicidio del piccolo Samuele, il bambino morto dopo essere precipitato da una altezza di 15 metri a Napoli. Durante l’interrogatorio terminato a tarda notte Cannio, difeso da un avvocato d’ufficio, la cassazionista Carmen Moscarella, ha anche confermato di soffrire di disturbi psichici. Il collaboratore domestico della famiglia non ha saputo però spiegare con esattezza come il bambino sia caduto dal balcone. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, con le indagini condotte dagli agenti del commissariato di Polizia San Carlo-Arena e dalla Squadra Mobile della Questura di Napoli, Cannio avrebbe approfittato di un momento di distrazione della madre, all’ottavo mese di gravidanza, per prendere Samuele e lanciarlo dal balcone al terzo piano della palazzina all’angolo tra tra via Foria e via Giuseppe Piazzi. Una svolta clamorosa quella arrivata questa mattina: nessuno nella giornata di ieri, quando poco prima delle 13 è avvenuta la tragedia, aveva delineato la possibilità di un omicidio dietro la morte del piccolo Samuele. Il bambino, 4 anni compiuti ad aprile, è morto dopo il trasporto d’urgenza all’ospedale Pellegrini. Inutile la corsa dell’ambulanza, scortata da agenti motociclisti della polizia: troppo gravi infatti le ferite riportate precipitando da 15 metri di altezza. Cannio, incensurato e seguito da un centro di igiene mentale, è un collaboratore domestico molto conosciuto nella zona dove peraltro abita, riferisce l’Ansa, e aveva accesso alle abitazioni di diverse famiglie del quartiere che si fidavano di lui.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Fulvio Bufi per "corriere.it" il 20 settembre 2021. «L’ho preso in braccio e sono uscito fuori al balcone. Con il bambino tra le braccia mi sono sporto e ho lasciato cadere il piccolo. Ho immediatamente udito delle urla provenire dal basso e mi sono spaventato consapevole di essere la causa di quello che stava accadendo. Sono fuggito e sono andato a mangiare una pizza». Quando Mariano Cannio ha confessato con queste parole di essere il responsabile della morte del piccolo Samuele (il bambino di quasi quattro anni precipitato venerdì dal terzo piano del palazzo dove abitava al Rione Sanità), i poliziotti della squadra mobile di Napoli, che certo di storie terribili ne hanno viste tante, sono rimasti attoniti. Un omicidio senza movente e con l’assassino che poi fugge fino alla pizzeria più vicina, è difficile da accettare e pure da credere. E infatti il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Napoli Valentina Gallo, che ieri ha convalidato il fermo e ha emesso nei confronti di Cannio una ordinanza di custodia cautelare per omicidio volontario, non crede che l’indagato abbia detto tutta la verità. «Il movente del gesto, di estrema gravità, non può dirsi, allo stato, pienamente accertato», scrive nel provvedimento. Davanti a lei Cannio si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma il magistrato ha potuto basarsi su quanto l’uomo ha dichiarato venerdì sera alla polizia, e su quello che ha detto poco dopo, interrogato dal pubblico ministero e con l’assistenza di un difensore d’ufficio. La ricostruzione è quasi identica, ma spuntano due elementi in più: un capogiro e uno spuntino pomeridiano. «Ho preso Samuele in braccio perché con una sedia è salito vicino alla cucina», fa mettere a verbale Mariano Cannio. E aggiunge: «Dopo poco sono uscito fuori al balcone, avendo sempre il piccolo in braccio, e in prossimità della ringhiera ho avuto un capogiro. Mi sono affacciato dal balcone mentre avevo il bambino in braccio perché udivo delle voci provenire da sotto. A questo punto lasciavo cadere il bambino di sotto. L’ho fatto perché in quel momento ho avuto un capogiro. Dopo non mi sono affacciato perché ho avuto paura. Sono scappato e mi sono diretto nel vicino Rione Sanità dove ho mangiato una pizza. Avevo infatti una fame nervosa scaturita dalla paura». Dopo la pizza «sono tornato a casa e mi sono messo sul letto a riposare. Dopo un poco sono sceso di nuovo e ho raggiunto un bar dove ho bevuto un cappuccino e mangiato un cornetto». All’udienza di convalida l’avvocato che assiste Cannio ha depositato una serie di certificati medici che attestano le cure psichiatriche ricevute negli ultimi anni dal suo cliente presso un centro pubblico di igiene mentale. Sulla base anche di questa documentazione, oltre che dell’atteggiamento di Cannio e di una sua dichiarazione in cui sostiene di essere affetto da schizofrenia, il gip ha disposto che sia recluso «nella apposita sezione speciale per infermi e minorati psichici» del carcere di Poggioreale.

Fabio Bufi per il “Corriere della Sera” il 21 settembre 2021. La casa dove viveva Samuele con la sua famiglia è in via Piazzi, una strada del Rione Sanità. A lungo Mariano Cannio ha abitato a pochi palazzi di distanza: il bimbo e i suoi genitori al civico 3, l'uomo al 24. Poi ha dovuto lasciare per questioni economiche e se n'è tornato a Forcella, dove è cresciuto con i genitori, che adesso non ci sono più. Ma alla Sanità tutti lo conoscono e il clima che si respira in questa zona da sabato è profondamente diverso da quello che si respirava venerdì dopo la tragedia. Nelle prime ore sembrava un dolorosissimo incidente, ma da quando si è capito che la morte di Samuele non è stata una tragica fatalità si percepisce una voglia di giustizia sommaria. Nessuno va a dirlo ai giornalisti, che in più occasioni sono stati allontanati non solo a maleparole ma anche a spintoni se non peggio. Ma se si ha qualche amico che vive nella zona non è difficile sapere che il rimorso di più d'uno è che la responsabilità di Cannio sia emersa quando già la polizia lo aveva preso in consegna. «E non ci fa affatto piacere che il giudice oggi lo abbia tenuto in galera. Sarebbe stato meglio se fosse uscito», dice qualcuno che non appartiene alla famiglia del bambino. Ma non sono parole che esprimono posizioni innocentiste, tutt'altro. «Sarebbe stato meglio se fosse uscito perché così qualcuno sarebbe potuto andare a cercarlo. Tanto dove poteva nascondersi? Lo conosciamo tutti troppo bene, sappiamo dove abitava qui e dove abitava a Forcella. Che ci voleva a rintracciarlo?». C'è un bruttissimo clima, che rischia di avvolgere nella tensione anche il giorno del funerale, che per ora è ancora da stabilire in attesa dell'autopsia. Fortuna che alla Sanità, come a Forcella, ci sono parroci di grande capacità e personalità. Sicuramente capaci di parlare d'amore e non di odio anche in questa tragedia. 

Grazia Longo per "la Stampa" il 20 settembre 2021. Stamattina il giudice per le indagini preliminari di Napoli deciderà se Mariano Cannio, 38 anni - arrestato con l'accusa di aver gettato il piccolo Samuele Gargiulo, 4 anni, dal balcone al terzo piano della sua casa dove lavorava come domestico a ore - dovrà rimanere in carcere. Intanto il tribunale dei social media lo ha già condannato e si moltiplicano i commenti su quello che potrebbe accadergli se venisse liberato. Le indagini della squadra mobile, coordinate dalla pm Barbara Apreia, proseguono intanto per far luce su quello che è successo venerdì scorso sul balcone che affaccia su via Foria, angolo via Piazzi nel quartiere popolare San Carlo all'Arena. «Ho preso in braccio Samuele poi non so com' è che è caduto dal balcone» si è giustificato l'uomo che soffre di problemi psichici. Aveva appena terminato una cura farmacologica e ne avrebbe dovuto iniziare a breve una nuova. Era seguito dal Centro di igiene mentale di Napoli e la polizia sta cercando riscontri delle sue condizioni nelle cartelle sanitarie. Nel frattempo i primi accertamenti degli investigatori sul video in cui Samuele dice «Io ti butto là sotto perché sei una lota (una schifezza in dialetto napoletano)» escludono collegamenti con Mariano Cannio. E a proposito delle immagini del bimbo, la sua mamma Carmen Razzano, 22 anni, incinta di 8 mesi, ha lanciato un appello affinché non vengano più pubblicati suoi video o foto. Un invito condiviso dagli amici e dai parenti dei giovani genitori che hanno sistemato un cartello vicino all'altarino a cielo aperto per ricordare Samuele sul marciapiede di via Foria: «Nel rispetto dell'immenso dolore della famiglia preghiamo giornalisti e curiosi di non fare pellegrinaggio e sciacallaggio mediatico». Ieri mattina, nel corso dell'omelia per la celebrazione di San Gennaro l'arcivescovo di Napoli, monsignor Domenico Battaglia, ha riferito di essersi recato sabato sera a casa di Samuele: «Ho davanti agli occhi il dolore dei suoi genitori, sentivo il bisogno di abbracciare Carmen e Giuseppe».

"Non ho detto ai genitori che ero in cura". Il piccolo Samuele lanciato nel vuoto, il domestico: “Ho avuto un capogiro, poi sono andato a mangiare una pizza”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 20 Settembre 2021. E’ uscito fuori al balcone con in braccio il piccolo Samuele Gargiulo, “ho avuto avuto un capogiro” e “ho lasciato cadere il bambino”. Dopo la tragedia “ho immediatamente udito delle urla provenire dal basso e mi sono spaventato consapevole di essere la causa di quello che stava accadendo…”. Quindi “sono fuggito a casa e sono andato a mangiare una pizza nella Sanità (quartiere di Napoli, ndr)”. Sono le raccapriccianti parole rilasciate agli investigatori da Mariano Cannio, il 38enne accusato dell’omicidio di Samuele, il bimbo di 4 anni precipitato dal terzo piano dell’abitazione in via Giuseppe Piazzi (all’angolo con la centrale via Foria) lo scorso venerdì 17 settembre. Nelle scorse ore il gip Valentina Gallo ha convalidato il fermo emesso sabato dalla Procura di Napoli (le indagini sono coordinate dai pm Barbara Aprea e Vincenza Marra) all’esito degli accertamenti portati avanti dalla Squadra Mobile guidata dal dirigente Alfredo Fabbrocini. L’accusa è di omicidio volontario. La difesa di Cannio, che lavorava come domestico per la famiglia di Samuele e per tante altre famiglie della zona, ha presentato una documentazione nel quale si evince che l’indagato soffre di disturbi psichici. L’uomo si trova recluso nel carcere di Poggioreale. Secondo il Gip si tratta di una persona “di spiccata pericolosità, nonostante l’assenza di precedenti”.  A tale conclusione, si legge nell’ordinanza, “si giunge in considerazione delle modalità del fatto commesso che deve giudicarsi estremamente grave e allarmante, così come la personalità del Cannio ricostruita in base agli elementi a disposizione, ovvero tenuto conto della gravità del gesto compiuto ma anche del comportamento del predetto, immediatamente dopo i fatti, circostanze da cui deve desumersi che si tratti senz’altro di una persona di spiccata pericolosità, nonostante l’assenza di precedenti”.

Pizza e caffè dopo il volo del bimbo. Nell’ordinanza vengono riportate le sommarie informazione fatte nella tarda serata di venerdì 17 settembre e successivamente confermate al magistrato durante il primo interrogatorio. Oggi, durante l’udienza di convalida, Cannio, assistito dall’avvocato Maria Assunta Zotti, si è avvalso della facoltà di non rispondere. “…Fuori al balcone, avendo sempre il piccolo in braccio, e appena uscito in prossimità della ringhiera, ho avuto un capogiro. Mi sono affacciato dal balcone mentre avevo il bambino in braccio perché udivo delle voci provenire da sotto a questo punto lasciavo cadere il bambino di sotto”. Poi il ritorno a casa, la pizza nel rione Sanità, il successivo ritorno a casa dove “mi sono steso sul letto e ho iniziato a pensare a quello che era accaduto, dopo sono sceso e sono andato a un bar in via Duomo ed ho preso un cappuccino e un cornetto, poi sono rientrato a casa dove mi avete trovato”. Circostanza quest’ultima che non corrisponde a quanto effettivamente successo. Cannio infatti è stato trovato dagli agenti della Squadra Mobile in un’altra abitazione, episodio che ha spinto il Gip a ravvisare il pericolo di fuga.

“Sono in cura ma non ho detto niente”. “Attualmente sono in cura al centro di igiene mentale in via Santa Maria Antesecula (Sanità), e vengo seguito da un dottore che mi ha riferito che sono affetto da schizofrenia”, ha poi aggiunto Cannio. “Non ho detto alla famiglia Gargiulo che ero in cura presso il centro di igiene mentale tantomeno che soffrivo di schizofrenia”. Quando è avvenuta la tragedia, Carmela, la mamma del piccolo Samuele, era nel bagno di casa perché colta da un malore dovuto all’avanzato stato di gravidanza (è all’ottavo mese). La donna dunque non si sarebbe accorta subito di quello che è accaduto. Nelle scorse ore aveva lanciato un appello agli organi di informazione: “Per piacere non pubblicate più fotografie di mio figlio, né video” ha supplicato la donna, incinta all’ottavo mese, le cui condizioni di salute sono in questi giorni costantemente monitorate dai medici che potrebbero anche farla partorire a breve per evitare ulteriori complicazioni. Carmela, così come il marito Giuseppe, hanno chiesto “pietà” per il loro figlioletto tragicamente scomparso.

Il Gip: “Malore poco credibile, giallo su movente”. Per il Gip tuttavia non è chiaro il movente dell’omicidio. Se da un lato, si legge nell’ordinanza di convalida del fermo, non si prospetta “nessun dubbio” su chi ha commesso l’omicidio, il movente del gesto “non può dirsi allo stato pienamente accertato”. Non appare credibile, scrive il gip, la circostanza del capogiro: “Non si reputa verosimile che l’indagato avesse avvertito un malore di tale intensità della durata circoscritta all’istante in cui lasciava la presa del bimbo che aveva in braccio, facendolo precipitare nel vuoto ed essendosi dimostrato, invece, totalmente cosciente, nei momenti immediatamente precedenti e in quelli successivi al gesto, momenti che l’indagato ha descritto, infatti, con grande precisione”. Secondo il gip “la ricostruzione complessiva della vicenda depone nel senso della volontarietà dell’azione posta in essere”. 

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Perizia psichiatrica per il domestico che ha tenuto nascosto tutto. I funerali di Samuele, il bimbo lasciato cadere nel vuoto mentre la madre incinta era in bagno per un malore. Redazione su Il Riformista il 21 Settembre 2021. Sono in programma mercoledì 22 settembre i funerali del piccolo Samuele, il bimbo di 4 anni lasciato cadere nel vuoto a Napoli il 17 settembre scorso, dal terzo piano della casa in cui viveva, dal domestico 38enne affetto da schizofrenia. L’ultimo saluto è previsto alle ore 12 nella chiesa di Santa Maria degli Angeli alle Croci in via della Veterinaria. “Vietato fare foto e video”, recita un cartello affisso davanti alla chiesa così come quello posizionato sul luogo della tragedia avvenuta all’esterno di una palazzina che si trova all’angolo tra via Piazzi e via Foria, dove lungo il marciapiedi sono stati posti fasci di fiori, peluche e magliette del Napoli. Nelle scorse ore è stato convalidato il fermo, con l’accusa di omicidio volontario, per Mariano Cannio, il 38enne che da poco tempo lavorava come domestico nell’abitazione dove Samuele viveva con il papà e la madre, incinta all’ottavo mese. L’uomo ha ammesso le proprie responsabilità, confermando di aver lasciato cadere il bimbo dal balcone perché colto da un capogiro mentre lo teneva in braccio con una mano. La tragedia è avvenuta quando la madre, Carmela, era in bagno in seguito a un malore a causa dello stato avanzato della gravidanza. Nei prossimi giorni verrà effettuata una perizia medica tesa a valutare le condizioni di salute e lo stato mentale di Cannio anche al momento dell’omicidio per provare ad appurare se fosse capace di intendere e di volere. L’uomo, in cura presso un centro di igiene mentale nel Rione Sanità, è affetto da disturbi psichici. Particolare che ha tenuto nascosto ai genitori di Samuele. Cannio era considerato una persona fidata perché faceva pulizie in diverse abitazioni della zona, in alcune delle quali abitano i parenti del povero piccolo. Subito dopo il volo nel vuoto di Samuele, avvenuto poco prima delle 12.30, il 38enne ha lasciato l’abitazione perché scosso e turbato. E’ sceso in strada ed è andato a mangiare una pizza nel Rione Sanità (“avevo una fame nervosa perché” ha raccontato agli investigatori per poi aggiunge “mi sentivo in colpa per quello che era accaduto essendo consapevole di esserne la causa”). Poi è tornato a casa, si è riposato qualche instante sul letto, infine è nuovamente uscito nel pomeriggio per andare a mangiare un cornetto e bere un cappuccino in un bar di via Duomo. Successivamente è rincasato e nelle ore successive è stato raggiunto dai poliziotti della Squadra Mobile indirizzati dalle testimonianze dei genitori e della zia materna di Samuele. In tutto questo lasso di tempo, Cannio non si sarebbe preoccupato di verificare le condizioni del bambino, precipitato per oltre 15 metri. Intanto nella mattinata di martedì 21 settembre al Secondo Policlinico si è svolta l’autopsia sul corpo di Samuele e la relazione sarà pronta tra sessanta giorni. Il piccolo ha riportato gravi ferite alla testa ed è deceduto poco dopo l’arrivo all’ospedale dei Pellegrini. “Voglio rappresentare a tutti gli operatori della cronaca la necessità di comprendere il dolore che ha colpito la giovane famiglia – dice l’avvocato Domenico De Rosa, che assiste la famiglia Gargiulo – i genitori confidano nell’accertamento della verità da parte della Procura e non intendono contribuire alla marea di notizie che può solo inquinare l’opera di polizia e magistrato e solo acuire lo strazio del loro animo”.

"Aveva gli occhi di fuori". I testimoni inchiodano il killer di Samuele. Angela Leucci il 25 Settembre 2021 su Il Giornale. Alcuni testimoni hanno raccontato della morte di Samuele Gargiulo e di Mariano Cannio immediatamente dopo la vicenda luttuosa che ha sconvolto una famiglia. La morte di Samuele Gargiulo solleva ancora tantissimi interrogativi. Uno su tutti: c’era un movente dietro al gesto di Mariano Cannio, che ha confessato di aver lasciato cadere il bambino di 4 anni dal terzo piano di un palazzo in via Foria a Napoli lo scorso 17 settembre? A Quarto grado sono state ascoltate alcuni testimonianze: un uomo riferisce della caduta di Samuele da 15 metri, mentre alti due vicini di casa, nel quartiere di San Gregorio Armeno, dove pare l’uomo vivesse abusivamente, raccontano il suo cambiamento dopo il gesto. “Io non mi ricordo l’orario, stavamo fuori, come tutti i giorni. E abbiamo visto questo bambino che cadeva. L’abbiamo proprio visto, è andato giù. Però lui (Mariano Cannio, ndr) stava fuori al balcone”, dice un uomo in via Fora. Cannio, che sbarcava il lunario grazie a piccoli lavori di pulizia nelle case, pare fosse in cura in un centro di igiene mentale per un episodio giovanile di schizofrenia. I vicini ne parlano come di un uomo tranquillo, ma poi quel giorno c’è stato qualcosa che è cambiato. “La notte all’improvviso urlava - ha spiegato una vicina che non si aspettava l’epilogo dell’arresto con l’accusa di omicidio - Tu pensa che quando sono venuti i poliziotti, io credevo che era uno sfratto esecutivo”. Sembra che Cannio non avesse amici, che seguisse sempre una stessa routine: lavoro e casa, casa e lavoro. “Una persona che anch’io mi fiderei a portare a casa, per farlo stare un po’ con me in compagnia, perché dal mio punto di vista è tranquillissimo - ha commentato un vicino, che però ha raccontato quello che ha visto il 17 settembre dopo la morte di Samuele - Tredici e trenta, tredici e quaranta, questo l’orario. Salgo il vicolo: ‘Ciao Maria’!’. Lui abbassò la testa a terra e invece tutte le mattine mi salutava. Abbassò la testa a terra, stava rosso, con gli occhi di fuori e la faccia tutta sudata. Lui ha calcolato la gravità della cosa che ha fatto e automaticamente è sceso, è scappato. È andato a mangiare una pizza per farsi un alibi”. Cannio aiutava nella casa dei genitori di Samuele come aiutante in piccoli lavori di pulizia della casa. Non un vero e proprio governante di famiglia a quanto pare, anche se, quel giorno, ha trascorso del tempo con il bimbo di 4 anni, poiché la madre, Carmela Gargiulo, essendo incinta, era dovuta andare a distendersi. È a quel punto che restano gli interrogativi, dato che Cannio ha raccontato due versioni dei fatti e qualcuno solleva dubbi su un possibile movente o la casualità che potrebbe aver mosso l’uomo al gesto, interrogativi e dubbi che starà agli inquirenti sciogliere.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Giustizialisti da tastiera scatenati. La morte di Samuele, la schizofrenia tenuta nascosta da Cannio e la bulimia informativa. Viviana Lanza su Il Riformista il 21 Settembre 2021. L’interrogatorio di garanzia di Mariano Cannio, il domestico della famiglia Gargiulo accusato di aver preso in braccio il piccolo Samuele e di averlo lasciato cadere giù dal balcone, ha aggiunto a questa tragedia particolari che sicuramente attireranno clamore mediatico, bulimia informativa, spettacolarizzazione e condivisioni social. Cannio, per il quale il gip di Napoli ha disposto ieri la convalida del fermo, ha ammesso di aver preso Samuele in braccio e di averlo lasciato cadere nel vuoto, dal terzo piano. Quel venerdì mattina, come altre mattine, stava facendo le pulizie in casa Gargiulo. Il piccolo Samuele gli aveva chiesto aiuto per raggiungere il pensile della cucina dove c’erano le merendine e Cannio lo aveva preso in braccio. Samuele gli aveva raccontato che sarebbe andato a giocare a calcio nel pomeriggio e lui, il domestico, gli aveva detto di fare tanti goal. Poi, sempre tenendo il piccolo tra le braccia, si era diretto verso il balcone. «Perché avevo udito delle voci provenire dalla strada», ha raccontato. A quel punto si è sporto e ha lasciato cadere il bambino. «Era sveglio, non ha urlato», ha aggiunto. Perché? «Ho avuto un capogiro», ha ammesso Cannio come a dare un movente. Ma per gip e pm non basta ad alleggerire la situazione. «Racconta con precisione le fasi precedenti e successive la tragica morte di Samuele», sostengono gli inquirenti. E proprio il racconto di quello che Cannio ha detto di aver fatto dopo il volo nel vuoto di Samuele aggiunge particolari che si prestano ad alimentare dibattiti talk show sulla banalità del male e a moltiplicare le condivisioni e l’indignazione social. Dopo il tonfo, «ho udito delle urla provenire dal basso, mi sono spaventato e sono fuggito dalla casa – ha ammesso l’indagato – Sono andato a mangiare una pizza nella Sanità, avevo una fame nervosa. Poi ho fatto ritorno nella mia abitazione, mi sono steso sul letto e ho iniziato a pensare a quello che era accaduto. Sono sceso e sono andato in un bar di via Duomo a prendere un cappuccino e un cornetto, poi sono rientrato a casa dove la polizia mi ha trovato». Ecco la verità di Mariano Cannio, tragica e assurda al tempo stesso. Una storia che non dovrebbe ispirare solo clamore e sciacallaggio mediatici, ma anche più serie riflessioni. Da parte di tutti. E a partire, forse, da come viene gestita la delicata questione legata al trattamento delle persone con problemi di salute mentale sia dentro che fuori al carcere. Mariano Cannio, 38 anni, da ieri è in cella. «Essendo emerso dagli atti a disposizione il fumus di una infermità psichica, deve disporsi l’assegnazione del detenuto all’apposita sezione speciale dell’istituto per infermi e minorati psichici», ha deciso il gip escludendo per l’indagato qualunque altra misura «alla luce dell’estrema gravità del fatto commesso». «La custodia in carcere si ritiene, inoltre, proporzionata alla pena che potrebbe essere irrogata all’esito del giudizio» ha motivato il gip Valentina Gallo, convalidando il fermo dell’indagato. Quanto alle patologie psichiatriche dell’uomo evidenziate dalla difesa (avvocato Mariassunta Zotti), il giudice ha annunciato una perizia psichiatrica nel prossimo futuro ma non ha ravvisato al momento elementi per valutare Cannio incapace di intendere e di volere. In carcere, quindi, Cannio sarà recluso nella sezione di Poggioreale dedicata ai detenuti con problemi di salute mentale e «la direzione della casa circondariale provvederà a eseguire una costante attività di osservazione e monitoraggio delle condizioni di salute psichica dell’indagato». Cannio ha raccontato di essere in cura presso il centro di igiene mentale di via Santa Maria Antesaecula. «Questo mese mi è stata somministrata la dose prevista», ha affermato ammettendo di non aver informato i Gargiulo dei suoi problemi di schizofrenia. Venerdì mattina, come altre mattine, si era presentato a lavoro nella casa di via Foria puntuale alle 9,15. Dopo tre ore, la tragedia.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

L'ultimo saluto di Napoli a "Samu". Funerali Samuele, la toccante lettera dei genitori: “Dio aveva bisogno di un angioletto speciale”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 22 Settembre 2021. “Non sarà mai un addio, ciao Samu”. Si è conclusa così, tra gli applausi della chiesa gremita, la lettera letta dai genitori di Samuele nel giorno dell’ultimo saluto al piccolo di 4 anni, morto venerdì dopo essere caduto dal terzo piano di famiglia in via Foria a Napoli. La bara bianca di Samuele è stata accolta da due ali di folla e da palloncini, circa cinquecento le persone all’interno della chiesa di Santa Maria degli Angeli con la messa celebrata dall’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia. Proprio Battaglia ha rivolto parole toccanti, in lacrime, ricordando il bambino scomparso a soli quattro anni. Si è orfani se si perdono genitori, si è vedovi se si perde il coniuge, non si è niente se si perdono i figli”, ha detto don Mimmo nella chiesa gremita. Rivolgendosi poi idealmente a Samuele, chiamato “piccolo principe”, ispirandosi al celebre capolavoro di Antoine de Saint Exupery, l’Arcivescovo lo ha affidato “alle cure di Dio e ti chiediamo di prenderti cura di mamma e papà e del tuo fratellino che ancora deve venire al mondo. Continua a disegnare per noi, buon viaggio Samuele”. Quindi la lettera dedicata a “Samu” dai genitori al termine della messa: “Dio aveva bisogno di un angioletto speciale, di un bambino dalla simpatia unica, dalla gioia contagiosa. Forse Gesù ti voleva tra le sue braccia perché aveva bisogno di tutto quello che ci stavi regalando quaggiù”. “Mamma e papà col tempo impareranno a rivederti in ogni bambino che tira un calcio a un pallone, perché tu sei e resterai per sempre in ogni cosa – continua la lettera – Ma noi che rimaniamo qui dobbiamo solo chiederti perdono perché ti abbiamo dato un mondo cattivo e marcio, che non è stato degno di te”. Quindi la conclusione tra gli applausi dei tanti presenti nella chiesa di Santa Maria degli Angeli: “Non sarà mai un addio, ciao Samu”.

L’INCHIESTA – Per la morte del piccolo è accusato di omicidio volontario il domestico, il 38enne Mariano Cannio, attualmente detenuto in carcere. L’uomo ha ammesso parzialmente le proprie responsabilità, confermando di aver lasciato cadere il bimbo dal balcone perché colto da un capogiro mentre lo teneva in braccio con una mano. La tragedia è avvenuta quando la madre, Carmela, era in bagno in seguito a un malore a causa dello stato avanzato della gravidanza. Nei prossimi giorni verrà effettuata una perizia medica tesa a valutare le condizioni di salute e lo stato mentale di Cannio anche al momento dell’omicidio per provare ad appurare se fosse capace di intendere e di volere. L’uomo, in cura presso un centro di igiene mentale nel Rione Sanità, è affetto da disturbi psichici. Particolare che ha tenuto nascosto ai genitori di Samuele. Quanto alla famiglia Gargiulo, il legale Domenico De Rosa incontrando la stampa ha sottolineato che nessuno “cerca vendetta o soluzioni catastrofiche nei confronti di Mariano Cannio. La famiglia aspetta la verità, di capire perché è successo”. Quanto al video diffuso sui social network di Samuele, De Rosa ha sottolineato che ad oggi “non sappiamo come sia stato diffuso in rete. È un video che va contestualizzato, che non è neanche un video attuale. È un video che risale perlomeno a due anni fa per quel che mi è stato detto, ed è completamente scollegato a quello che è successo. Sono meccanismi mentali di chi associa quel video alla tragedia, come a far ipotizzare e questo è un altro timore della famiglia, le cose più incredibili”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

La tragedia del piccolo lasciato cadere nel vuoto. La lezione dei genitori di Samuele: “Nessuna vendetta contro Cannio, vogliamo la verità”. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 23 Settembre 2021. Chi si aspettava un moto di rabbia, una dichiarazione scomposta o l’immancabile anatema nei confronti del “mostro”, è rimasto a bocca asciutta. Già, perché dalla famiglia di Samuele Gargiulo, il bambino di quattro anni che il domestico Mariano Cannio avrebbe fatto precipitare dal balcone di casa in via Foria, è arrivata una lezione di stile prima ancora che di umanità e di garantismo. «I genitori di Samuele non cercano vendette né soluzioni catastrofiche nei confronti di Cannio», ha chiarito l’avvocato Domenico De Rosa nel giorno in cui centinaia di persone hanno dato l’estremo saluto al piccolo nella chiesa di Santa Maria degli Angeli. Le parole del legale hanno spento il furore dei forcaioli che, nei minuti immediatamente successivi al fermo di Cannio, non avevano esitato a invocare per lui la classica pena esemplare. Certo, l’omicidio è il crimine più odioso di cui ci si possa macchiare. Ed è ancora più esecrabile se commesso ai danni di un bambino. Ma anche a un (presunto) assassino va riconosciuto il diritto di spiegare le proprie ragioni e di essere giudicato e magari condannato al termine di un processo con tutte le garanzie di legge. Vale anche per Cannio che, dopo la convalida del fermo da parte del gip di Napoli, si trova in isolamento a Poggioreale con l’accusa di omicidio volontario aggravato e del quale bisognerà ora verificare l’effettiva sussistenza della schizofrenia emersa durante l’interrogatorio di garanzia. Ecco perché, attraverso l’avvocato De Rosa, la famiglia Gargiulo ha fatto sapere di non essersi fatta «un’idea della dinamica o delle cause della tragedia» e di attendere solo ed esclusivamente «la verità». Insomma, niente pene esemplari, vendette e gogna: solo un giusto processo per Cannio e la verità per Samuele. Per quanto provata, la famiglia Gargiulo ha affrontato anche un altro aspetto della morte di Samuele: la spettacolarizzazione del dolore. Subito dopo  la tragedia, infatti, il web è stato invaso da fotografie e video di ogni sorta. Sui social network ha cominciato persino a circolare un filmato che ritraeva la madre di Samuele piegata dalla disperazione davanti al cadavere del figlio. La stampa mainstream ha divulgato qualsiasi dettaglio della vita del bambino e del suo presunto assassino. Davanti al tritacarne mediatico, che troppo spesso spappola sentimenti e diritti, la famiglia Gargiulo si è limitata a invocare riserbo: «Rispettiamo il lavoro della stampa, quello della Procura e quello dell’avvocato di Cannio che ha già dato prova della riservatezza giusta e adeguata al caso». Quella di ieri è stata anche la giornata dell’estremo saluto a Samuele. Una giornata in cui a farla da padrone sono stati il dolore e la rabbia, soprattutto quando un gruppo di persone ha scambiato per giornalista e aggredito un poliziotto in borghese che riprendeva il funerale con lo smartphone. A riportare la calma sono stati l’intervento delle forze dell’ordine e le parole di don Mimmo Battaglia che, dopo aver pregato in ginocchio davanti al feretro, ha esaudito la richiesta dei genitori di Samuele celebrando il funerale. «Chi perde i genitori è orfano, chi perde il coniuge è vedovo ma non esiste una parola per definire un genitore che perde un figlio», ha sottolineato l’arcivescovo di Napoli con la voce rotta dal pianto prima di rivolgere un messaggio direttamente a Samuele: «Prenditi cura di mamma, di papà e del tuo fratellino che ancora deve venire al mondo».

Ciriaco M. Viggiano. Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.

Funerale del piccolo Samuele, poliziotto scambiato per giornalista e aggredito. Chiesa e strade gremite, palloncini bianchi in cielo e momenti di tensione. Il Quotidiano del Sud il 23 settembre 2021. Una toccante cerimonia quella che si è svolta nella chiesa di Santa Maria degli Angeli alle Croci, a Napoli, per dare l’addio a Samuele, il bimbo di tre anni morto dopo essere precipitato dal terzo piano di un antico edificio di via Foria. Migliaia le persone al funerale celebrato dall’arcivescovo don Mimmo Battaglia che durante l’omelia si è commosso più volte: “Non c’è parola per definire un genitore che perde un figlio”. “Chi perde i genitori è orfano, chi il coniuge è vedovo ma non c’è parola per definire un genitore che perde un figlio”. E’ quanto ha detto l’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, nel corso dell’omelia pronunciata ai funerali del piccolo Samuele Gargiulo. Per la sua è stato arrestato il collaboratore domestico della famiglia. Battaglia, con la voce rotta e il voto solcato dalle lacrime, ha letto una “lettera a Samuele”, definito più volte “caro dolce, piccolo principe”. “Tu solo Samuele avresti in questo giorno diritto di parola”, ha aggiunto don Mimmo Battaglia. I funerali hanno visto la partecipazione di migliaia di persone. In tanti indossano una maglietta bianca con la foto del bimbo e la scritta “Sei un angelo speciale “. Tutti i negozi della centralissima via Foria, a Napoli, su entrambi i lati, hanno esposto palloncini bianchi come segno di vicinanza alla famiglia Gargiulo. Centinaia di palloncini bianchi sono stati lanciati all’uscita del feretro del piccolo Samuele. Poi il corteo funebre ha percorso le vie del quartiere fino ad arrivare dinanzi al palazzo dove il piccolo abitava con la famiglia. Ed anche qui sono stati lanciati dei palloncini bianchi. Momenti di tensione si sono registrati dinanzi alla chiesa quando un agente della polizia .- presente per il servizio d’ordine – scambiato per un giornalista, ha preso una telecamera da una borsa. Alcune persone hanno lasciato capire di non gradire la presenza di video operatori. “La famiglia di Samuele Gargiulo non cerca né vendetta né soluzioni catastrofiche nei confronti di Mariano Cannio. La famiglia aspetta solo la verità ed attende di capire perché sia successo”. A dirlo è Domenico De Rosa, avvocato della famiglia del piccolo Samuele. “La famiglia Gargiulo mi ha chiesto di chiedervi attenzione per il loro dolore e loro aspettano con estrema tranquillità la verità che verrà fuori dall’indagine della procura”. “La famiglia gargiulo si fidava del domestico” – “Sulla base di quello che mi è stato riferito, Cannio non aveva mai dato segni di squilibrio mentale. Era una persona tranquilla, anzi godeva della loro fiducia perché era una persona che dava un senso di tranquillità. La famiglia non aveva alcuna contezza di segni di schizofrenia”. Lo conferma l’avvocato De Rosa nella conferenza stampa organizzata prima dei funerali di Samuele. “La riservatezza e la tranquillità che dimostrava erano un motivo in più per continuare a trattarlo in quel modo. – evidenzia l’avvocato – Mariano Cannio risultava una persona tranquilla a cui affidare le pulizie in presenza di una signora in stato di gravidanza”. “

Paola Pellai per “Libero Quotidiano” il 19 settembre 2021. Troppo facile andare a Scampia a farsi parare due calci di rigore su un campo da calcio con le righe bianche verniciate a lucido. Ancora più facile fingersi tennista in completo gessato, come ha fatto Giuseppe Conte nel suo tour elettorale. Scampia, periferia nord di Napoli, non si identifica in tutto ciò e neppure nell'omonima fermata metropolitana con installazione sonora "firmata" e un design da Guggenheim Museum. Scampia è la vergogna di quelle Vele che ancora disegnano un paesaggio di lamiere, degrado, inciviltà. Sono le nostre favelas, qui ci si intossica di cemento, amianto, fumo, infiltrazioni. Qui tutto è rotto, sporco, pericolante. Il campo da calcio non ha l'erba, non ci sono reti alle porte arrugginite, mancano le linee regolamentari: è uno spazio di terra rinsecchita e sterpaglia. Qui cammini nella paura e nel ventre di ruggine, infiltrazioni e amianto. Molte persone si sono ammalate di tumore e in troppe sono morte. Vedi l'acqua scendere dai muri già impregnati di umidità, trovi gli scheletri di appartamenti arsi dalle fiamme, annusi l'insalubre presenza dell'amianto e ogni pertugio è pieno di spazzatura e rifiuti. Qui si vive nell'anonimato, addensati senza controlli in gironi infernali, con numeri simili a pallottolieri impazziti. Ma sai per certo che in quelle scatole di latta vivono tanti bambini, te ne accorgi dalla sfilata baby di magliette, calzini, bavaglini, tute sui balconi. Non esistono citofoni e neppure cassette delle lettere. C'è chi scrive il proprio nome (mai il cognome) sulla porta in lamiera, talvolta c'è pure un numero di cellulare. Ci sono fili e cavi elettrici che penzolano ovunque e che passano da un ballatoio all’altro. Altri, insieme a lunghi tubi, sono a terra ed è facile inciamparci. Gli allacciamenti sono fai da te, se qualcosa va storto o vuoi fare un dispetto al tuo nemico, saltare in aria o appiccare un incendio è un attimo. L'ultima volta è successo a giugno, con un rogo domato dai vigili del fuoco e una colonna di fumo avvistata a chilometri di distanza. Si vive alla giornata in una delle aeree a maggior tasso di disoccupazione in Italia. Se t'infili nei dedali bui e intricati dei piani sotterranei ti accorgi in fretta che l'arte dell'arrangiarsi diventa per molti la sopravvivenza. C'è chi lava auto, chi le aggiusta, chi ha aperto un bar e chi vende generi alimentari. Chi abita qui invecchia nell'umidità, nella precarietà, nel pericolo. Questo è il luogo delle aspettative tradite e della vergognosa processione dei candidati politici che in campagna elettorale arrivano barattando finte promesse con i voti, ingolositi dalle 41 mila presenze, ma è una cifra al ribasso. La verità è che qui lo Stato non esiste, ne sta al di fuori e vogliono tenerlo al di fuori. Le originarie sette Vele di Scampia sono state costruite su un'area di 115 ettari tra il 1962 e il 1975 su progetto dell'architetto Francesco De Salvo. Un intervento di edilizia economica popolare a forma triangolare che, ispirandosi alle Unités d'habitation di Le Corbusier, doveva favorire l'integrazione, grazie ad ampi spazi verdi con percorsi pedonali, aree giochi, centri scolastici, commerciali e religiosi. Il modello architettonico è quello di due blocchi a gradoni - ciascuno alto al massimo 14 piani - separati da un vuoto centrale e collegati da scale, ascensori e ballatoi volti proprio a favorire le relazioni tra gli abitanti. Quella favola progettuale si limitò ad immensi agglomerati di cemento finiti presto in mano alla camorra, che li trasformò nel più importante supermercato europeo della droga. Quello che doveva essere un modello si trasformò in un ghetto, complice il terremoto dell'Irpinia del 1980 che portò molte famiglie senza tetto ad occupare anche abusivamente gli alloggi. Ad aggravare la situazione la totale assenza dello Stato: il primo commissariato di Polizia fu insediato nel 1987. Troppo tardi, mafia e delinquenza lì avevano già trovato alloggio. La camorra "dava lavoro" e l'illusione della ricchezza, le auto di grossa cilindrata dei boss erano il traguardo da inseguire: i bambini facevano le vedette sui ballatoi, i ragazzi erano i pusher e famiglie intere custodivano droga, soldi e armi in casa o nei garage. In seguito la guerra alla camorra e gli arresti eccellenti hanno mobilitato cooperative e associazioni, difendendo «le tante persone oneste che abitano le Vele». Eppure per tutti questo resta il regno di Gomorra, raccontato da Roberto Saviano e trasformato in fiction televisiva. La fantasia napoletana ha fatto di una piaga un business inventando i "Gomorra Tour", organizzati da diverse agenzie per "esplorare il quartiere con i suoi caratteristici edifici degradati" che hanno "fatto da sfondo alle storie dei personaggi della serie televisiva”. Si passeggia, talvolta si raggiungono Forcella e Secondigliano, magari con una colazione o un brunch di specialità napoletane su una terrazza panoramica: il tour dura 4 ore, costa dai 60 ai 75 euro ed è fortemente "sconsigliato a donne in gravidanza e cardiopatici”. Chi abita nelle Vele non ne può più di tour e serie tv, così a lettere cubitali scrivono che non sono Gomorra e neppure uno zoo. «Siamo stufi di essere trattati come un safari fotografico - mi racconta Pina -. Vengono qui fanno selfie, fotografano tutto e tutti come se fossimo leoni e giraffe in gabbia. Abbiamo il diritto di vivere e di essere rispettati». Quattro Vele sono già state abbattute (nel 1997, 2000, 2003 e 2020), altre due (la Vela Rossa e quella Gialla) seguiranno la stessa sorte mentre l'ultima (quella Celeste) verrà riqualificata, ospitando gli uffici della Città Metropolitana. Tutto ciò ha un costo, 26 milioni di soldi pubblici che si spingeranno fino ad un piano di fattibilità complessiva da 120 milioni, comprensivo di abbattimenti, ricostruzioni, riqualificazioni, servizi e un polo universitario. Si fa e si disfa, si costruisce e si abbatte: è il gioco degli appalti. Ho girato a lungo all'interno delle Vele, tutti mi hanno salutato, qualcuno mi ha sorriso. Ho visto la dignità della miseria in buchi "truccati" da appartamenti, una camera da letto sotto una tettoia all'aperto, un bimbo che spingeva un monopattino tra l'immondizia, un'anziana con due sacchi di spesa che saliva arrancando i tremolanti e infiniti gradini tra un piano e l'altro. Una ricerca universitaria condotta tra i giovani ha sottolineato che l'80% ritiene che a Scampia la camorra sia più presente della Chiesa (8%) e persino dello Stato (5%). Il 51% di loro ha contatti con chi si droga e il 44% ammette che la criminalità è una scorciatoia per avere tutto e subito, soprattutto oggetti "firmati". «In questo quartiere non c'è nulla - spiega Tony, 14 anni -, o scappi o ti schieri con la camorra o lotti per cambiare le cose, ma perché farlo? Per noi lo Stato non trova neppure il tempo di toglierci l'immondizia. Io non porto rispetto a chi non me ne porta».

Fuori anche una delle due liste civiche di Maresca. Lega bocciata a Napoli, figuraccia Salvini: sognava sindaco ma dimentica di presentare il simbolo. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 17 Settembre 2021. Dal sogno un sindaco leghista a Napoli alla definitiva esclusione della lista Prima Napoli, quella di riferimento del Carroccio, alle prossime elezioni in programma il 3 e il 4 ottobre. Figuraccia per Matteo Salvini e tutto l’entourage leghista a Napoli che ha dimenticato, scusate se è poco, di presentare il simbolo Prima Napoli nella documentazione (o non lo ha presentato nelle forme previste dalla legge). La decisione finale del Consiglio di Stato, dopo quella iniziale della commissione prefettizia e quella successiva del Tar, arriva nella tarda serata di venerdì 17 settembre e segna la fine della corsa per il partito di Salvini che appoggiava la colazione di Catello Maresca. “Brutta notizia per Napoli e per la democrazia. Migliaia di napoletani sono stati derubati dalla possibilità di scegliere il cambiamento”. Questa la nota del coordinatore regionale Valentino Grant e il coordinatore cittadino della Lega a Napoli Severino Nappi. Nessun mea culpa ma il solito scarica barile populista. “Da oggi pancia a terra per sostenere i nostri candidati presidente sulla Prima, Quarta, Quinta e Sesta Municipalità. Siamo regolarmente in corsa con le liste sulla Quinta e sulla Sesta. Non perdiamo entusiasmo. Noi vero motore per il cambiamento”, concludono Grant e Nappi. Il tribunale amministrativo regionale, nei giorni scorsi, aveva rigettato il primo ricorso specificando: “Il problema della tardività della presentazione della lista e della mancanza della dichiarazione di collegamento, la mancata presentazione del contrassegno elettorale nella forma di legge è sufficiente a giustificare l’esclusione della lista, sia in quanto essa è espressamente prevista dall’art. 32 del Tuel, sia perché la presentazione del modello di contrassegno della lista (depositato a mano su supporto digitale o in triplice esemplare in forma cartacea) deve ritenersi essenziale, proprio al fine di consentire alla commissione elettorale circondariale di ricusare i contrassegni identici o che si possano confondere”. “Per quanto riguarda le liste di diretta emanazione di Maresca c’è l’ufficialità soltanto per la lista Catello Maresca Sindaco (logo con sfondo bianco), per la seconda, Catello Maresca (logo blu) non ancora” fa sapere in una nota Catello Maresca.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Comunali 2021, Catello Maresca: “I candidati impresentabili che abbiamo allontanato dalle nostre liste si sono accasati altrove”. Fabrizio Capecelatro il 28/09/2021 su Notizie.it. Intervista a Catello Maresca, magistrato e candidato sindaco del centrodestra, alla vigilia delle elezioni comunali 2021 a Napoli. Magistrato, uomo di legge, il dottor Catello Maresca a Napoli – e non solo a Napoli – è famoso per il suo impegno nella legalità, che non è basato soltanto sul contrasto all’illegalità, ma anche sulla prevenzione. Tante sono le attività in cui il dottor Maresca si è impegnato, fuori dal suo orario lavorativo, perché il braccio della giustizia non fosse solo repressivo, ma soprattutto preventivo. E su questa scia ora ha deciso di dismettere, seppur momentaneamente, la toga da magistrato per provare a indossare la grisaglia di sindaco, candidandosi alle elezioni comunali 2021.

Dottor Maresca, da cosa nasce la scelta di lasciare – seppur momentaneamente – la magistratura per provare questa avventura politica?

È un’esigenza che forse nasce addirittura nelle aule dei tribunali nell’esercizio della mia funzione di servizio giustizia che ho fatto per ventidue anni.

E proprio lì che ho sentito forte l’esigenza di andare oltre, cioè non solo certificare quello che è il fallimento dello Stato e delle sue istituzioni, ma di evitare o rendere almeno più difficile questo fallimento.

Rendere meno frequente, per esempio, il fenomeno dell’abbandono scolastico che porta i giovani tra le fila della micro e della macro criminalità. Purtroppo le istituzioni hanno difficoltà a dare risposte e alternative ai ragazzi, è proprio quello che io ho constatato di persona e su cui cerco di intervenire: cerco di uscire dai nostri uffici e dalle aule della giustizia e di portare una testimonianza proprio a partire dalle scuole.

Questo mio impegno risale a quindici anni fa, da allora ho scritto diversi libri e diversi interventi, ho partecipato a iniziative e percorsi di approfondimento. Proprio da questa certezza che dobbiamo fare di più deriva anche il mio impegno sociale, che è riuscito concretamente a offrire questa opportunità ad alcuni ragazzi che hanno voluto essere accompagnati lontano dalla cattiva strada che avevano intrapreso per uscire dalle sabbie mobili della criminalità dove sono caduti.

Oggi penso al mio impegno da primo cittadino proprio come portatore di legalità, come modo per riuscire a dare a tutti questi ragazzi un’alternativa concreta, un’altra chance.

Un aspetto che non si può fare a meno di constatare guardando alle elezioni napoletane è che lei si candida a subentrare a un altro magistrato che ha poi intrapreso la carriera politica. Napoli ha necessariamente bisogno di un magistrato che la guidi anche dal punto di vista amministrativo?

Quello che so è che ho riposto con cura e con affetto la toga nel mio armadio e per un periodo che ho deciso di dedicarmi alla mia città. Ma mi propongo di farlo come uomo più che come magistrato. Gli uomini sono diversi, hanno idee diverse, approcci diversi. Voglio partire da un dato che è forse quello più realistico e concreto: il magistrato antimafia. Io ho avuto la fortuna di interpretare un periodo particolarmente delicato della lotta contro i clan, molto pericoloso e con i risultati che sono stati ottenuti grazie a quella consapevolezza, quella della concretezza operativa. Proprio da questa esperienza è nata l’esigenza di andare oltre, di cercare di intervenire in maniera decisa, radicale addirittura sul fenomeno sul fenomeno mafioso. Non voglio scomodare Falcone e Borsellino, che sono stati i nostri maestri, ma loro sostenevano che le mafie si combattono più nelle scuole, per strada, tra la gente, che non nelle aule di giustizia.

Quello che sicuramente avrà fatto suo da questi anni di lotta alla criminalità organizzata e che deriva proprio da un insegnamento di Falcone e Borsellino è che vincere è il gioco di squadra. Tuttavia già ha dovuto affrontare alcune problematiche connesse alle liste che la appoggiano e da cui, ovviamente, andrà poi a scegliere quella che sarà la sua eventuale “squadra di governo”. Quale sarà il criterio con cui sceglierà i suoi collaboratori?

Il segreto si può riassumere in due parole: autonomia e professionalità. Avremo bisogno di una squadra di governo determinata, improntata subito a intervenire sulle problematiche enormi che trent’anni di governo della città ci hanno lasciato. Anche a me, che di difficoltà ne ho viste nella mia carriera e nella vita personale, a volte tremano i polsi.

Ho obiettivi che sono molto ambiziosi. Per realizzarli ho bisogno di qualcuno che si assuma la responsabilità e che lavori con professionalità, ma non professionalità sterile, che è data da un tecnicismo o da un titolo. Serve quella professionalità maturata sul campo, quella che si acquisisce, si conserva, si consolida anche nei momenti di difficoltà, di grande stress. Ci sarà bisogno di gente determinata, valida, gente che ha passione e voglia di accompagnarmi in questa sfida: è questo il vero valore aggiunto.

Dobbiamo tutti essere consapevoli che le difficoltà saranno enormi, dobbiamo essere pronti a metterci in campo, a mettere in campo tutto quello che abbiamo. Noi sicuramente ci metteremo delle tonnellate di anima. Vorremmo cercare veramente di rappresentare il cambiamento, la svolta in questa città.

Restando sul tema magistratura e politica, il centrodestra ha avuto una trasformazione in questo senso negli ultimi anni. Oltre che a Napoli, anche a Roma ci sono candidati che provengono dal mondo della magistratura. sembra quindi lontano il tempo delle “toghe rosse”. Anche a Milano si è andati a pescare dalla cosiddetta società civile, scegliendo personaggi che come lei ci tengono a ribadire una certa forma di autonomia rispetto agli schieramenti politici. nel centro destra mancano quindi leadership forti?

Io credo invece che scegliere un candidato che proviene dalla cosiddetta società civile significhi mettere in campo un valore aggiunto. Tutti i soggetti che sono stati individuati e proposti provengono da quel mondo di cui parlava prima, da quel mondo delle professioni, dell’impegno, del sacrificio che hanno dimostrato con i fatti di saper affrontare le questioni, saperle risolvere per perseguire degli obiettivi importanti. Io credo che questo non possa che essere una scelta consapevole e condivisibile, un’apertura importante da parte dei partiti di centrodestra.

Nel momento in cui la politica accusa una crisi generale, bisogna portare anche nei confronti dei cittadini un senso di fiducia. Quella stessa fiducia che sentivo da ragazzo quando ero molto impegnato in associazioni cattoliche e durante un’esperienza politica a San Giorgio a Cremano, prima di fare il magistrato: questa voglia, questa determinazione a fare politica nel senso autentico della parola, cioè curare davvero l’interesse dei cittadini.

Qualche tempo fa in un’intervista a La Confessione, il programma condotto da Peter Gomez, Giorgia Meloni , a proposito delle infiltrazioni di cui anche il suo partito è stato vittima, ha raccontato di essersi rivolta al suo collega e attuale Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho, il quale, stando a quello che ha riportato in quell’intervista la leader di Fratelli d’Italia (uno dei partiti che appoggia la sua candidatura), le diceva che effettivamente è molto difficile, se non impossibile, per un partito riuscire ad avere gli anticorpi necessari per evitare queste infiltrazioni. Lei come ha fatto a evitarlo nella creazione delle sue liste?

Ho messo subito in chiaro qual è la nostra famiglia. Peraltro il fatto che io sia un magistrato credo che già rappresenti un biglietto da visita importante. Abbiamo cercato, visti i tempi stretti, di controllare tutto il controllabile e speriamo non ci sia sfuggito nulla. Ma abbiamo subito detto che siamo pronti poi ad intervenire se necessario. Fino ad oggi sembra che sia andato tutto per il verso giusto. Quello che devo constatare con amarezza è che qualcuno che noi abbiamo allontanato, anche per motivi di opportunità, si è subito accasato da altre parti. Penso che davvero il rinnovamento politico non possa che partire dal fatto che se ci sono dei soggetti impresentabili, indipendentemente dalle condanne definitive, queste persone devono essere invitate ad andarsene.

Quindi è possibile attuare tutte le strategie necessarie per evitare di avere contrazioni all’interno delle proprie liste.

Delle strategie ci sono e funzionano, noi le abbiamo viste in campo. Il problema è se altri preferiscono il consenso alla pulizia delle liste. Abbiamo subito messo in chiaro che questo non ci appartiene.

La replica dell'artista dopo le polemiche cavalcate anche da Maresca. Tina Sacco a Manfredi: “Nessun passo indietro, non sono una criminale: ho rifiutato Scianel in Gomorra”. Ciro Cuozzo e Rossella Grasso su Il Riformista il 16 Settembre 2021. E’ incensurata e fa l’artista (“non sono una neomelodica”) da 40 anni. Non conosce”. “Nel 2015 nel corso di una stesa alcuni proiettili finirono contro il basso dove viveva nella zona di corso Malta a Napoli, con i pistoleri che “pronunciarono il mio nome prima di sparare ma io con la malavita non ho mai avuto nulla a che fare e su quell’episodio non ci sono stati sviluppi investigativi”. Tina Sacco, nome d’arte di Immacolata Lamula, compirà 60 anni il prossimo 17 dicembre ed è candidata al consiglio comunale di Napoli nella lista “Centro Democratico” che sostiene la colazione di Gaetano Manfredi. Dopo la decisione di scendere in campo “per il popolo”, sono state sollevate polemiche sterili, relative al brano “L’omertà”, cantato con il neomelodico Anthony in cui la Sacco interpreta una madre preoccupata per la decisione del figlio di intraprendere la strada della malavita e che prova in tutti i modi a farlo tornare sui propri passi. Insomma “è una canzone che manda un messaggio completamente diverso” spiega Emilio Coppola, legale della Sacco. “E’ un messaggio per la legalità perché la madre spiega al figlio che facendo un determinato tipo di vita si rischia di perdere i propri affetti. Non vorrei che dietro questo polverone ci sia un attacco di tipo classista. Piaccia o meno Napoli è anche Tina Sacco” chiosa l’avvocato. Polemiche sterili prontamente cavalcate dal candidato giustizialista Catello Maresca che, senza conoscere la storia, ha subito puntato il dito (proprio come fa il suo principale sponsor elettorale, il leghista Matteo Salvini) contro la 60enne. Lo stesso Manfredi, intervistato da Fanpage.it, ha auspicato un passo indietro della candidata pur ammettendo che “non ha alcun precedente con la giustizia” anche se il brano in questione va “contro i nostri principi di legalità”. Passo indietro che la Sacco non ha intenzione di fare. “Vado avanti più forte di prima e mando un bacio a Manfredi. Perché non ero all’apertura della campagna elettorale di Centro Democratico? Semplice, non ne sapevo nulla ma non ritiro la mia candidatura. Di cosa dovrei pentirmi? Non ho fatto niente, mi pento solo quando litigo con mio marito”. Poi aggiunge: “Mi dicono che sono una criminale ma non so neanche la Questura come è fatta. Sono un’artista non una neomelodica, i miei riferimenti sono Mario Merola, Sergio Bruni. Mi hanno chiamato anche in Gomorra per interpretare la parte di Scianel ma ho rifiutato perché non mi piaceva interpretare quel ruolo”. Sulla canzone finita nel mirino di media e politici spiega: “L’omertà parla di una mamma che ha cresciuto un figlio con tanti sacrifici. Poi una volta cresciuto questo figlio ha deciso di prendere una strada diversa e la madre prova a spiegargli i rischi a cui va incontro”.

Ciro Cuozzo e Rossella Grasso

Lo Sceriffo contro il “presentismo” in politica. Altro che grillini, il “vaffa” è l’arma preferita da De Luca. Domenico Giordano su Il Riformista il 9 Settembre 2021. A Vincenzo De Luca, prima o poi, qualche università dovrà consegnare una laurea honoris causa in comunicazione politica. Il presidente della Campania si è guadagnato l’accesso alla ristretta cerchia di leader capaci di polarizzare il dibattito pubblico. In trent’anni e più di onorata carriera, da Salerno a Napoli passando per Roma, De Luca ha replicato un solo schema: scegliersi un nemico, funzionale a rinnovare per sé la narrazione di politico decisionista e anti-sistema, per poi dileggiarlo cesellando accuratamente un linguaggio per nulla convenzionale, aggressivo nei toni e spesso offensivo nelle forme. Anzi, il vocabolario deluchiano ha rappresentato, in moltissime occasioni, non tanto il mezzo quanto il contenuto stesso della narrazione del politico salernitano: apostrofare pubblicamente, in tv o sui social, nei talk-show o negli interventi in Aula, il proprio interlocutore come un «imbecille» o un’«anima morta» non è soltanto irriverente, ma è la dimostrazione che De Luca è uno che non accetta le regole d’ingaggio verbali della politica, le stesse che i cittadini non tollerano più perché le vedono come un insormontabile diaframma che li separa dalle istituzioni. «Ma voi veramente pensate che sia ragionevole che alle elementari facciamo la giornata di riflessione sull’omotransfobia? Andate al diavolo, ma andate al diavolo», ha risposto alla giornalista che gli chiedeva cosa pensasse del ddl Zan. Ospite della Festa dell’Unità di Bologna, De Luca ha sferrato un jab al volto, già in parte tumefatto, della dirigenza del Partito democratico scegliendo però non un’offesa qualsiasi, ma una versione, all’apparenza più nobile ma non meno efficace, del “vaffa” di matrice grillina. Il suo «andate al diavolo» è una “dichiarazione di sfratto” al segretario Enrico Letta, rimasto ancora una volta sorprendentemente in silenzio più per snobismo, perché De Luca rimane “solo” un presidente di regione, che per una scelta ragionata. De Luca ha adattato al suo stile l’offesa identitaria che negli ultimi 15 anni è stata associata all’ascesa politica del Movimento Cinque Stelle e alla sua carica rivoluzionaria. Solo che dopo tre anni e mezzo di governo, di gaffe e di sanguinosi tormenti interni, il “vaffa” ha reciso il cordone ombelicale con il M5S e così lo Sceriffo ha colto la palla al balzo e se n’è appropriato. Nel suo «andate al diavolo», però, c’è anche una quota di frustrazione per una carriera politica che sta per imboccare il viale del tramonto, nonostante i tentativi di rivitalizzarla con la proposta del terzo mandato, e che non ha mai raggiunto la vetta delle istituzioni. Una frustrazione che emerge anche da un secondo elemento: De Luca è tra i pochi politici di periferia a mettere nel mirino ministri o leader nazionali, da Di Maio a Salvini, da Letta al commissario Figliuolo. Ieri si è scagliato nuovamente contro il leader leghista accusandolo di “presentismo social”, ma dimenticando che una piattaforma può essere presidiata anche senza un post diretto.

Su Tik-Tok, per esempio, l’hashtag #vincenzodeluca, raccoglie una serie di video pubblicati dagli utenti da marzo 2020, che hanno ottenuto finora oltre 12 milioni di visualizzazioni. Eppure De Luca non ha un account ufficiale, il che non gli impedisce di essere presente sulla piattaforma. Il suo è presentismo da second screen, ma che ha una pervasività affatto marginale: basti pensare che il leader della Lega, che invece ha un account da due anni, con l’hashtag #matteosalviniufficiale è a 20 milioni di visualizzazioni. Domenico Giordano

Nico Falco per "fanpage.it" il 4 settembre 2021. “Guardate pure voi, ho visto bene? Ho vinto 500mila euro?”. Il titolare della tabaccheria prende il biglietto del Gratta & Vinci, lo guarda, lo controlla, capisce. Si, quel pezzo di carta vale mezzo milione di euro. E non ci pensa due volte: mette il foglietto in tasca, si infila il casco, esce in strada, salta sullo scooter e fugge di corsa, tra gli sguardi attoniti della donna, del dipendente e di alcuni altri clienti. La scena, più adatta a un film comico che alla realtà, è avvenuta ieri mattina, 3 settembre, in una tabaccheria del centro di Napoli, zona Stella. Protagonisti: una donna che aveva acquistato il tagliando fortunato della lotteria istantanea e uno dei titolari dell’esercizio commerciale. La signora, dopo aver grattato via la patina e aver controllato i simboli, era rimasta incredula. Pensando di aver visto male aveva chiesto aiuto al dipendente, perché verificasse anche lui con un dispositivo dedicato. Il terzo controllo lo aveva fatto uno dei titolari, e anche lui si era accorto che, in effetti, tra le mani aveva mezzo milione di euro. Una somma forse non in grado di cambiare una vita, ma di darle una bella aggiustata sicuramente. Senza pensare alle conseguenze, alla facilità con cui sarebbe stato identificato, e alle difficoltà che avrebbe inevitabilmente incontrato per incassare quei soldi (oltre al reato commesso), l'uomo era semplicemente scappato di corsa fuori, si era infilato il casco ed era fuggito sullo scooter. Dopo la denuncia sporta dalla vittima i carabinieri sono sulle sue tracce, è ancora irreperibile. Il biglietto, invece, è diventato carta straccia: il furto è stato segnalato all’Agenzia dei Monopoli ed è stato chiesto il blocco.

Napoli, tabaccaio ruba il Gratta e Vinci da 500mila euro alla nonnina? Sconcertante: secondo i parenti del tabaccaio-ladro...Libero Quotidiano il 05 settembre 2021. La storia, grottesca, è di ieri, sabato 4 settembre. La storia è quella che è arrivata da Napoli, dove una anziana signora ha vinto 500mila euro al Gratta e Vinci e dunque si è rivolta al tabaccaio, mostrandogli il tagliando: "Giovanotto, ma davvero ho vinto 500mila euro?". E lui: "Signora, è una fortuna...". Dunque si è preso il grattino vincente e si è dato alla macchia, fuggendo in scooter. Una fortuna rubata. Vicenda surreale, in primis perché tutti sanno chi fosse l'uomo, il gestore della tabaccheria, e poi perché il grattino vincente è stato subito bloccato. Il ladro ancora non è stato trovato.  Un gesto impulsivo, del tutto insensato, in seguito al quale la signora si è ovviamente rivolta ai carabinieri, i quali hanno chiesto ai Monopoli di sospendere la validità dell'intero blocchetto da cui provenivano i due Gratta e vinci, non esistendo una fotocopia del tagliando vincente. Il tabaccaio, ora, è altrettanto ovviamente indagato per furto. Ma non è tutto. Ci sono altri dettagli sconcertanti in questa vicenda, di cui dà conto il Corriere della Sera. In primis ciò che dicono i parenti del tabaccaio: negano l'accaduto, insomma sostengono che non sia vero che il tizio è fuggito con il Gratta e Vinci vincente. E ancora, i commercianti degli esercizi vicini alla tabaccheria: "Tornerà e restituirà tutto, perché è una brava persona". Già, una "brava persona", uno che ruba una fortuna a una nonnina. Nel frattempo, ore d'angoscia per la signora, che non sa se potrà avere mai quei soldi piovuti dal cielo. 

Il biglietto da 500mila euro. “Ho sbagliato a fidarmi, dove sono i miei soldi?”, la rabbia della donna “scippata” del Gratta e Vinci dal tabaccaio. Vito Califano su Il Riformista il 5 Settembre 2021. Si dispera e si mangia le mani la signora scippata, praticamente, del biglietto vincente del Gratta e Vinci a Napoli dal titolare della tabaccheria in via Materdei. La notizia ha fatto il giro dei social, dei media e d’Italia. Non si sono risparmiati i paragoni con il cinema, il teatro, con Non ti pago di Eduardo De Filippo. Quei 500mila euro che però la cliente abituale della tabaccheria ha vinto adesso non fanno dormire la signora. “Ho sbagliato a fidarmi – ha detto la vittima della vicenda grottesca a Il Mattino – ho solo chiesto aiuto”. Nessuna traccia ancora dell’uomo. Le ricerche dei carabinieri sono in corso. “E adesso? Adesso ditemi che avrò quei soldi …”, dice ancora la signora colta da rabbia, disperazione e sconforto. Per giocare aveva speso dieci euro. Alle prime aveva pensato di aver letto male. Il caso incredibile si è verificato venerdì mattina. La donna si era recata in tabaccheria, aveva acquistato due Gratta e Vinci. Uno vincente: 500mila euro. “Giovanotto, ma davvero ho vinto 500mila euro?”. Un giovane impiegato controllava il biglietto e lo passava allora al titolare che lo intascava e fuggiva. Secondo alcuni il biglietto era stato comprato in un’altra tabaccheria: ma poco cambierebbe nella vicenda. Dell’uomo, scappato in scooter, si sono perse le tracce. Immediata la richiesta dell’Arma al Monopolio di bloccare tutti i Gratta e Vinci del blocchetto. Il caso è diventato in pochi minuti virale. Sul posto si è radunata in poco tempo una folla di curiosi. Gli intervistati sono sicuri sul conto del commerciante: “È una brava persona – dicono – sarà stato un colpo di testa”. Il titolare adesso è ricercato per furto. E la donna aspetta a casa una telefonata dei Carabinieri.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Da "tgcom24.mediaset.it" il 5 settembre 2021. Il tabaccaio che a Napoli ha sottratto a una anziana un Gratta e vinci da 500mila euro ha provato a lasciare l'Italia, ma è stato bloccato a Fiumicino dalla polizia di frontiera in seguito all'alert diramato dai carabinieri in tutto il territorio europeo. L'uomo era in possesso di un biglietto per Fuerteventura ma non del tagliando vincente. I militari lo hanno identificato e denunciato per furto, in stato di libertà. Il tentativo di partenza del tabaccaio per Fuerteventura, isola delle Canarie, è avvenuto nella tarda serata di sabato. A carico dell'uomo, G.S., 57 anni, incensurato, non ci sono misure restrittive, quindi il tabaccaio è libero di recarsi dove vuole e in teoria, dopo la denuncia per furto, potrebbe comunque lasciare il Paese. I carabinieri della compagnia Stella proseguono le indagini sul caso, nonché le ricerche del Gratta e vinci rubato. In seguito a tutta la vicenda l'uomo potrebbe subire la revoca della licenza da parte dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Fulvio Bufi per corriere.it il 6 settembre 2021. Il tabaccaio più famoso d’Italia voleva espatriare. Destinazione Canarie: Fuertaventura. E dopo la brillante idea di scappare dalla sua rivendita di via Materdei con in tasca il Gratta e Vinci da cinquecentomila euro che una cliente gli aveva portato a vedere per avere conferma della fortuna capitatale, aveva elaborato un’altra strategia da genio del crimine: esibire al check-in i suoi documenti, presentarsi, cioè, con quel nome e cognome segnalato a tutte le polizie d’Italia dopo la denuncia presentata dalla donna ai carabinieri.

Fermato dalla polizia di frontiera. Ora si starà chiedendo dov’è che il suo piano perfetto ha toppato, e come avranno fatto a accorgersi di lui quei due agenti della polizia di frontiera che, mentre aspettava tranquillo di sapere a quale gate dell’aeroporto di Fiumicino avviarsi, gli si sono avvicinati e gli hanno chiesto di seguirli. Gli hanno notificato una denuncia a piede libero per furto e, per quanto in questi casi non sia previsto un interrogatorio, gli hanno chiesto di restituire il tagliando sottratto alla cliente. E qui il tabaccaio di via Materdei, che ha 57 anni e si chiama Gaetano Scutellaro, ha offerto un altro colpo di teatro, spiegando di non avere con sé nessun Gratta e Vinci — cosa peraltro confermata dalla perquisizione sia personale che dei bagagli alla quale è stato sottoposto — ma spingendosi addirittura a sostenere di essere lui la vittima del furto e di voler denunciare la donna che lo ha denunciato. Insomma, un comportamento sconclusionato in linea con tutta la storia, almeno per come appare finora. Una storia senza senso sin dal principio, perché Gaetano, che da qualche tempo aveva trasferito la licenza d’esercizio della tabaccheria a sua moglie, non poteva non sapere che quel tagliando sarebbe stato immediatamente bloccato e quindi non avrebbe mai potuto incassare il mezzo milione della vincita. 

Il biglietto annullato. Ora l’Adm (l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli) non solo ha annullato la validità dell’intero lotto di Gratta e Vinci al quale appartiene quello sparito, ma ha anche sospeso la licenza alla tabaccheria di via Materdei, alla luce del rapporto di stretta parentela tra l’uomo denunciato per il furto del biglietto e la titolare della rivendita. Che, spiega il direttore generale dell’Agenzia, Marcello Minenna, «dovrà dimostrare la sua completa estraneità». Dalle parole del dirigente pare di capire che la titolare della tabaccheria potrà riaprire solo «se in giudizio verrà dimostrato che lei non c’entra nulla», ma per il momento un giudizio non è nemmeno all’orizzonte. C’è una inchiesta che deve chiarire ancora molte cose ed è decisamente troppo presto per dire se la denuncia nei confronti di Gaetano arriverà o meno a una fase dibattimentale. Un dato importante dell’indagine, però, potrebbe essere disvelato già oggi. Gli inquirenti dovrebbero fare un sopralluogo in una agenzia bancaria di Latina dove pare che Scutellaro si sia fermato venerdì e abbia aperto un conto corrente stipulando anche una polizza assicurativa.

Accertamenti in corso in una banca. Gratta e Vinci rubato, il tabaccaio ribalta tutto: “E’ mio, vi spiego dove sta. L’anziana è una bugiarda”. Redazione su Il Riformista il 6 Settembre 2021. “Quel Gratta e Vinci è mio, la vecchietta è una bugiarda”. Prova a ribaltare tutto il tabaccaio napoletano di 57 anni protagonista sabato della fuga dalla sua ricevitoria presente nel quartiere Materdei dopo, secondo la ricostruzione dei carabinieri, la vincita di ben 500mila euro da parte di un’anziana donna che aveva chiesto a un dipendente del tabaccaio di verificare l’avvenuta vincita. Gaetano Scutellaro, che insieme alla moglie gestisce l’attività (che nelle prossime ore potrebbe subire la sospensione della licenza), si è impossessato del tagliando vincente dandosi poi alla fuga in scooter. E’ stato rintracciato dopo circa 24 ore, domenica 5 agosto, all’aeroporto di Fiumicino mentre tentava di imbarcarsi per un volo diretto a Fuerteventura, in Spagna. La Polizia di Frontiera ha rilevato l’alert sulla sua identità e lo ha bloccato. Il 57enne è stato denunciato a piede libero (ovvero è in libertà, non ha alcuna limitazione, ndr) e sono in corso indagini per trovare il biglietto vincente. Secondo Scutellaro, l’anziana donna vincitrice del tagliando da 500mila euro sarebbe “una bugiarda”. L’uomo sostiene infatti di essere il proprietario del Gratta e Vinci e di averlo depositato in banco, probabilmente a Latina. Aggiunge, secondo quanto riportato da Il Mattino, di essere intenzionato a querelare per calunnia l’anziana donna. Insomma prova a ribaltare la questione anche se gli indizi raccolti dai carabinieri della Compagnia Stella, che indagano sull’accaduto, vanno in tutt’altra direzione. Saranno ora gli accertamenti nell’istituto di credito indicato dall’uomo a Latina a far luce su quanto accaduto. Il tabaccaio sostiene infatti di aver depositato l’assegno addirittura venerdì, un giorno prima la presunta vincita della donna avvenuta nell’esercizio commerciale di Materdei. Intanto a Napoli è corsa al lotto dopo l’incredibile vicenda che ha fatto il giro d’Italia. I numeri più gettonati sono 42 e 72, che nella smorfia indicano denaro e stupore. “E’ la prima volta che ci capita ma i sistemi informatici che abbiamo messo a punto hanno funzionato perfettamente”. A spiegarlo all’Adnkronos è il direttore generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Marcello Minenna a proposito della rocambolesca vicenda del Tabaccaio napoletano. “Sappiamo qual è il tagliando (l’erogazione della vincita, ovviamente, è stata sospesa) grazie al fatto che il marito della tabaccaia, titolare della licenza, ha usato un telefonino per verificare per ben tre volte il biglietto fortunato. E’ stato, quindi, possibile risalire al cellulare e ai movimenti del telefonino e del suo proprietario fino a Fiumicino. C’è stata per questo un’importante collaborazione tra i carabinieri, l’ufficio investigazioni dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la polizia di frontiera. “Da noi è tutto registrato, monitorato sui nostri sistemi informatici, per questo è importante che il Gioco sia legale. E’ stato così che abbiamo capito cosa stava succedendo”. Il tagliando, però, non è stato ancora trovato. “Nel momento in cui dovessimo recuperare il biglietto sarà mia cura restituirlo alla legittima titolare” aggiunge il direttore Minenna che si dice “certo che la vicenda avrà un lieto fine”. Se non si dovesse ritrovare, spiega Minenna, “allora si esploreranno le vie del contenzioso”, ma “sono ottimista visto che i Carabinieri di Napoli stanno operando con grande senso del dovere”. Al momento “la licenza della tabaccheria è stata sospesa”. Quanto alla titolare, “la signora dovrà dimostrare la sua completa estraneità visto che è stato il marito ad aver compiuto il furto e, se in giudizio verrà dimostrato che lei non c’entra nulla, da parte nostra verranno perfezionati atti equilibrati ed oggettivi”.

Dagospia. Estratto da “Anteprima - la spremuta di giornali di Giorgio Dell’Arti” il 6 settembre 2021. In tanti a Napoli hanno giocato al Lotto 22, 46 e 71, il pazzo, i soldi e l'omm'e mmerda. Ieri non è uscito nessuno dei tre numeri.

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera” il 6 settembre 2021. La rocambolesca iniziativa del tabaccaio di Napoli che secondo le accusa di una cliente le ha rubato il biglietto del Gratta e vinci da mezzo milione ed è fuggito riporta a galla il tema: come riscuotere felicemente la propria vincita? Risponde Stefano Saracchi, direttore dell'Ufficio giochi numerici e lotterie dell'agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato: «La norma prevede semplicemente che il vincitore presenti il tagliando originale e integro, in modo da incassare il denaro al quale ha diritto. In questo caso abbiamo sospeso l'erogazione della vincita». 

Quindi il ladro non incasserà un euro. Come finirà?

«Sono stato costantemente in contatto con il comando dei carabinieri di Napoli incaricati di recuperare il biglietto e di fermare il dipendente della tabaccheria infedele. Ora sono fiducioso che la signora potrà recuperare il maltolto».

Ma se il biglietto non fosse ritrovato? Avrà perso la sua vincita?

«C'è un'altra strada. La signora può fare causa alla tabaccheria. Sporgendo denuncia arriverà a rivalersi sui proprietari del negozio, peraltro, al momento, senza problemi di liquidità». 

Provvedimenti da parte vostra nei confronti del tabaccaio in questione?

«Ieri sera (sabato 4 settembre, ndr ) ho firmato un provvedimento con il quale avviavo il procedimento di sospensione cautelare in attesa che l'autorità giudiziaria faccia chiarezza su ciò che è effettivamente accaduto. Non potrà più vendere "Gratta e vinci" né altri biglietti della lotteria e rischia di non poter più vendere anche i tabacchi». 

Una misura severa: l'avete adottata anche in altri casi?

«Sì. Ogni volta che viene meno il rapporto fiduciario tra lo Stato e il titolare della concessione quest' ultima viene revocata».

Il tabaccaio di Napoli potrebbe difendersi dicendo che non è stato lui ma un suo dipendente a impadronirsi del biglietto vincente...

«Tutte le persone che operano all'interno della ricevitoria sono affidate alla diretta responsabilità del titolare. Qui, dagli approfondimenti effettuati dai carabinieri, risulta che il soggetto fuggito con il tagliando era legato alla titolare da un rapporto di stretta parentela.

Inoltre quando la ricevitoria firma il contratto con i Monopoli si rende responsabile del suo "coadiutore", si chiama così. Insomma, chiunque sia il proprio dipendente è tenuto a garantire la correttezza del suo operato». 

Vi danneggiano casi del genere oppure no?

«Cose così si traducono in grossi svantaggi per l'erario. Il danno d'immagine inflitto alla categoria dei tabaccai può portare a un calo delle vendite dei biglietti con meno introiti per lo Stato».

Gratta e Vinci rubato, "il tagliando è mio"? Basta balle, per il tabaccaio-ladro si mette malissimo: la svolta in procura.  Libero Quotidiano il 06 settembre 2021. Un epilogo con pochi precedenti quello accaduto a Napoli. I Carabinieri hanno infatti eseguito il fermo disposto dalla Procura della Repubblica di Napoli nei confronti di Gaetano Scutellaro, il tabaccaio del quartiere Stella di Napoli che giovedì scorso avrebbe sottratto dalle mani di un dipendente il Gratta e Vinci da 500mila euro. Quest'ultimo, stando alle ricostruzioni, vinto da una signora anziana. Con quello in tasca Scutellaro si sarebbe dato alla fuga in sella al suo scooter. Salvo poi essere rintracciato domenica 5 settembre all’aeroporto di Fiumicino, a un passo dal salire su un aereo diretto a Tenerife, alle Canarie. Ai poliziotti di frontiera, che lo hanno incastrato grazie all’alert sulla sua identità, ha detto di voler sporgere denuncia nei confronti della stessa cliente, una 70enne, che, a suo dire, lo avrebbe accusato falsamente. Insomma, stando alla sua versione il biglietto vincente sarebbe del tabaccaio. Riconosciuto dagli agenti, è stato perquisito e denunciato per furto pluriaggravato e tentata estorsione ai danni della donna. Gli accertamenti effettuati nelle ore successive al fermo, hanno permesso di appurare che l’uomo, dopo essersi reso irreperibile in seguito alla sottrazione del tagliando vincente, si era rifugiato a Latina dove ha depositato il biglietto vincente in un noto istituto di credito, aprendo un conto corrente bancario a suo nome. Lo scopo era quello di depositare il Gratta e Vinci, ora sotto sequestro, e poterlo incassare successivamente. A confermare la ricostruzione lo stesso istituto bancario, informato dell’indagine in corso e diffidato a bloccare l’operatività del conto nell’attesa dell’emissione del provvedimento di sequestro. Scutellaro, afferma Repubblica, sarebbe ora in carcere.

Gratta e Vinci, tolta la licenza del tabaccaio-ladro: da quali accuse deve difendersi dopo l'arresto.  Libero Quotidiano il 06 settembre 2021. Scattata la misura di fermo per l’uomo che aveva provato a far perdere le proprie tracce dopo aver rubato il Gratta e Vinci da 500mila euro a una signora 70enne. Il tabaccaio-ladro è stato bloccato a Fiumicino dalla polizia di frontiera mentre cercava di imbarcarsi su un volo diretto alle Canarie. I carabinieri della compagnia di Napoli stella avevano potuto soltanto denunciarlo per furto in stato di libertà, una misura che gli avrebbe permesso di pianificare eventualmente una fuga. E allora nella giornata di oggi è scattato il provvedimento di fermo nei confronti del 57enne, che era incensurato prima di questo assurdo episodio. Il tabaccaio ora dovrà difendersi dalle accuse di furto pluriaggravato e di tentata estorsione ai danni dell’anziana, che era la vera proprietaria del biglietto da 500mila euro. Addirittura l’uomo aveva provato una mossa disperata: voleva sporgere denuncia nei confronti della signora, che a suo dire l’aveva accusato ingiustamente di averle sottratto il tagliando vincente. Quest’ultimo è stato recuperato in una filiale bancaria nella città di Latina. Dopo l’arresto dell’uomo, l’agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha avviato il procedimento di sospensione dell’attività sia della ricevitoria che della stessa rivendita a causa del gesto del titolare: una decisione definitiva verrà poi presa una volta che le indagini avranno fatto il loro corso naturale.

Gratta e Vinci rubato, "bande napoletane specializzate in rapine nelle gioiellerie": la scoperta sul tabaccaio. Libero Quotidiano il 07 settembre 2021.Dopo essere stato intercettato a Fiumicino, dove voleva prendere un volo per le Canarie, il tabaccaio di Napoli Gaetano Scutellaro è stato fermato dalle forze dell'ordine con l'accusa di aver rubato un biglietto Gratta e Vinci da 500 mila euro a un'anziana signora. Intervistato da un giornale locale, Inews24.it, l'uomo ha dato la sua versione dei fatti. In particolare, ha sostenuto di essere il legittimo proprietario del tagliando che si è poi rivelato vincente. E non solo. Scutellaro ha detto anche che non lavora nella tabaccheria dove è avvenuta la vicenda, in via Materdei. La licenza d'esercizio sarebbe intestata a sua moglie, dalla quale sarebbe - a suo dire - separato. Poi ha aggiunto di non essere rimasto in buoni rapporti con i familiari. Ecco perché avrebbe mandato qualcun altro a comprare il Gratta e Vinci al posto suo. E poi avrebbe chiesto alla signora che adesso lo ha denunciato di riscuotere il denaro al posto suo. L'uomo, inoltre, pensava che il premio fosse di 500 euro e perciò credeva di poterlo ritirare in tabaccheria. Poi, informato dalla stessa signora che la cifra era un’altra, se ne sarebbe andato con il biglietto in tasca per depositarlo in una banca di Latina. Gli inquirenti, comunque, non avrebbero creduto affatto alla sua versione. Di certo nei prossimi giorni Scutellaro dovrà essere più convincente davanti al giudice. Tra l'altro, non si tratterà nemmeno del suo primo interrogatorio. In passato, come riporta il Corriere della Sera, è stato coinvolto in indagini su bande napoletane specializzate in rapine a diversi gioiellieri. Bande che agivano lontano da Napoli, soprattutto al Centro-Nord. Una di queste rapine si sarebbe anche conclusa tragicamente, con la morte della vittima. Certamente si tratta di faccende superate, visto che lui era un uomo libero. Ma potrebbero aiutare gli investigatori nelle indagini sul "tranquillo tabaccaio che ha perso improvvisamente la testa".

Melina Chiapparino per “il Mattino” il 7 settembre 2021. «Non ero con mio padre ma gli credo». Nelle parole di Simone Scutellaro, figlio del tabaccaio sottoposto a fermo per il furto di un gratta e vinci da mezzo milione di euro, non c'è solo la volontà di difendere il proprio genitore ma, in qualche modo, traspare anche l'intenzione di capire cosa sia realmente accaduto. «Non posso confermare che lui stesso abbia acquistato il biglietto vincente, come ha detto ma sicuramente c'è stato qualche errore» spiega il 23enne napoletano convinto che, nelle dichiarazioni rilasciate da Gaetano Scutellaro alla testata iNews24.it «ci sia della verità». Gaetano Scutellaro, si è difeso dall'accusa di aver sottratto il biglietto vincente a una 70enne del quartiere Materdei, rivendicando la propria titolarità sul tagliando da 500mila euro. Nel quartiere c'è chi immagina sia stato un colpo di follia, come se l'uomo fosse stato colto da un raptus all'idea di arricchirsi così tanto, molti altri invece si sono scatenati con insulti ed epiteti sulle pagine social dove l'uomo, in passato, ha pubblicato molte foto di viaggi, luoghi esotici e orologi di lusso al polso. «Il biglietto l'ho fatto comprare io da un mio conoscente il giorno prima, alla signora avevo chiesto soltanto di andare a riscuotere la vincita che credevo ammontasse soltanto a 500 euro» ha raccontato il 57enne al giornale online iNews24.it, specificando di essere l'ex marito della titolare della tabaccheria, come conferma il figlio. «Mio padre da anni, non ha più la licenza da tabaccaio che ha intestato a mia madre, da cui è separato - ha assicurato Simone a Il Mattino - lui non gestisce più alcun aspetto dell'attività commerciale che ha lasciato a noi figli». Per questi motivi, legati al venir meno dei buoni rapporti con la ex moglie, Gaetano Scutellaro ha sostenuto che, sabato scorso, non è entrato in tabaccheria. «Dopo aver grattato, mi ero accorto di una vincita, ma credevo ammontasse solo a 500 euro. Ho chiesto un piacere alla signora, se potesse ritirarla al posto mio» ha raccontato l'ex tabaccaio affermando che l'anziana tardava a uscire dal negozio. «Le ho chiesto cosa fosse successo e lei mi ha detto che bisognava andare in banca per ritirare la vincita. Mi sono fatto consegnare il tagliando e sono andato via» ha dichiarato a iNews24.it aggiungendo che «tutto è registrato dalle telecamere della tabaccheria». Anche sulla tappa a Latina e la successiva tentata fuga a Tenerife, l'uomo ha fornito una propria versione dei fatti alla testata online. «Il gratta e vinci l'ho portato in una banca a Latina perché lì ho una seconda casa, volevo allontanarmi il più possibile da Napoli e metterlo al sicuro» ha riferito Scutellaro giustificando la «vacanza a Tenerife per staccare dalla situazione stressante che si era creata». Nel raccontare la sua versione dei fatti, l'ex tabaccaio è andato avanti con sfrontatezza e una certa faccia tosta che ha conservato persino quando è stato raggiunto dai carabinieri per essere sottoposto al fermo, ieri pomeriggio. «Vi do' uno scoop veloce, mi hanno arrestato» ha detto il 57enne, contattato telefonicamente da Il Mattino, pochi istanti prima di essere isolato da ogni genere di comunicazione se non quella con il suo avvocato. Lo stesso tipo di atteggiamento, senza alcuna esitazione nel sostenere le proprie ragioni, lo aveva adottato per giustificare la fuga dal capoluogo campano. «Mi sono allontanato da Napoli per paura, non avevo nemmeno letto le notizie della denuncia della signora» aveva spiegato a iNews.24.it aggiungendo: «Non immaginavo che ci fosse un tale putiferio. Quando mi hanno detto della denuncia, sono stato io stesso ad andare all'ufficio della Guardia di Finanza all'aeroporto».

Giuseppe Crimaldi per “il Mattino” il 7 settembre 2021. È finita come in tanti immaginavano, con le manette. Si aprono le porte del carcere per Gaetano Scutellaro: ieri mattina i carabinieri lo hanno intercettato sull'autostrada Roma-Napoli - all'altezza di Teano - mentre rientrava a casa. Il 59enne indagato per la vicenda del Gratta e vinci da 500mila euro rubato ad un'anziana nel quartiere di Materdei è ora sottoposto a fermo in quanto indiziato dei delitti di furto pluriaggravato e tentata estorsione: avrebbe cioè tentato il classico cavallo di ritorno, minacciando l'anziana vittima di restituirle il biglietto solo in cambio di soldi. Accuse gravissime alle quali, ancora ieri attraverso un'intervista telefonica rilasciata ad un'agenzia di stampa online, l'uomo ha cercato di replicare arrampicandosi sugli specchi, continuando a insistere sul fatto che la vittima del furto non era la legittima titolare del tagliando, ma lui. Tanto tuonò che piovve. Ma sarà il caso di riepilogare le fasi cruciali della giornata di ieri, che sul piano investigativo hanno portato alla decisione da parte della Procura partenopea guidata da Giovanni Melillo di emettere il decreto di fermo a carico di Scutellaro. Di buon mattino i carabinieri del comando provinciale di Napoli si erano presentati nell'istituto di credito di Latina ove l'uomo aveva riferito di aver aperto un conto corrente e stipulato una polizza assicurativa. Questi dettagli Scutellaro li aveva riferiti agli agenti della Polaria di Fiumicino, gli stessi che lo avevano bloccato prima che si imbarcasse su un aereo diretto a Fuerteventura, isole Canarie. All'interno di una cassetta di sicurezza intestata a suo nome i militari hanno trovato il biglietto vincente: un titolo vuoto, ormai carta straccia visto che l'importo della vincita dei 500mila euro era stato bloccato dai Monopoli di Stato. Ma la vera svolta nel caso è stata segnata dalla decisione dei pm della Procura di Napoli, che già nella serata di domenica avevano acquisito elementi indiziari pesanti a carico del tabaccaio. Quali? Innanzitutto una documentazione visiva della dinamica dei fatti riferiti dalla vittima. Dalle telecamere interne ed esterne alla tabaccheria di via Materdei 36 sono arrivate conferme alla versione fornita dalla anziana derubata del biglietto. Ma nelle mani dei magistrati inquirenti (i sostituti Stella Castaldo, Enrica Parascandolo, Daniela Varrone e l'aggiunto Pierpaolo Filippelli) potrebbe esserci anche dell'altro: alcune intercettazioni telefoniche acquisite dagli investigatori che inchioderebbero Scutellaro alle sue responsabilità. All'uomo, assistito dall'avvocato Vincenzo Strazzullo, viene contestato anche il reato di tentata estorsione. Ed è presumibile, dunque, che l'indagato possa - successivamente al furto del Gratta e vinci - aver tentato di chiedere alla legittima proprietaria del titolo vincente somme di denaro in cambio della restituzione del biglietto stesso. Ma nella valutazione fatta dai magistrati che hanno firmato il decreto di fermo che ha portato Scutellaro in una cella del carcere di Santa Maria Capua Vetere ci sono anche altre due considerazioni determinanti. La prima è relativa ad un pericolo di fuga. L'ex marito della titolare della tabaccheria di via Materdei 36 aveva già tentato, sabato scorso, di imbarcarsi su un volo diretto in Spagna. Lo status di indagato per il reato di furto non avrebbe infatti impedito all'uomo di spostarsi e, magari, di ritentare una fuga. L'uomo è peraltro un pregiudicato. Nel suo poco trasparente passato figura essere stato condannato due volte, nel 1994 e nel 2004, per rapina. 

Leandro Del Gaudio per “Il Messaggero” l'8 settembre 2021. Quando ha capito la pasta di uomo che aveva di fronte, ha agito di riflesso. E si è improvvisato detective. In una manciata di secondi, ha chiuso il caso, grazie a un'applicazione del proprio smartphone. È il 4 settembre scorso - due giorni dopo il furto del tagliando di 500mila euro dalle mani della zia -, quando un giovane riesce a chiudere il caso che infiamma i vicoli di Materdei. Riesce a registrare la telefonata di Gaetano Scutellaro, il tabaccaio che ha sottratto il biglietto gratta e vinci da 500mila euro dalle mani di una donna inerme o comunque incapace di contrastarlo. Ed è questa registrazione fai da te che consente di spiccare il provvedimento di fermo, che tiene bloccato da due giorni in cella a Santa Maria Capua Vetere il commerciante mano lesta. Furto e tentata estorsione, dunque, inchiesta condotta dai pm Stella Castaldo, Enrica Parascandolo, Daniela Varone, con il coordinamento dell'aggiunto Sergio Ferrigno. Gli elementi a carico di Scutellaro sono diversi: c'è la telefonata registrata e il video del due settembre, grazie alla telecamera interna alla tabaccheria che dimostra - senza alcun margine di dubbio - che ad acquistare il gratta e vinci fortunato è stata la donna.

IL FERMO Stando alla lettura del fermo, l'uomo avrebbe fatto questo ragionamento: «Ho saputo che avete denunciato, ritirate la querela. Non ti preoccupare, troviamo una soluzione, dammi dei soldi, perché qui i soldi ci sono e sono tanti, alludendo al possesso del biglietto della fortuna». Il tutto condito da parole minacciose, che consentono alla Procura di Napoli di configurare un tentativo di estorsione, a mo' di cavallo di ritorno. C'è un altro punto che spinge gli inquirenti a chiedere il carcere per il commerciante. È il video ricavato dalla telecamera di sorveglianza della tabaccheria. Un video chiarissimo. Si nota la donna entrare una prima volta e acquistare un gratta e vinci, che risulta subito vincente. Importo basso, solo 10 euro. Non si arrende la signora. Ci riprova, acquista altri due tagliandi. Le immagini mostrano che la donna lascia la tabaccheria con i due biglietti. C'è un momento in cui la donna ha un sussulto, quando si accorge che la sua vita è cambiata all'improvviso, lì sotto le sue dita, grazie a quella sequenza magica costruita dalla Dea bendata. Non crede ai suoi occhi, ma il suo viso parla chiaro, dal momento che appena entra di nuovo nel locale ha un viso sorridente. Ha il biglietto con sé, un sorriso stampato sulle labbra, ma soprattutto ha tanta pazienza che prima non aveva. Attende che tutti gli altri avventori siano usciti dal negozio. Cerca discrezione, ha bisogno di confidarsi con l'uomo che le ha venduto il tagliando. È il momento clou: la donna mostra il ticket, abbassa un attimo la mascherina, tradisce un lampo di gioia nel viso. LA CONFERMA Pochi secondi ancora, il tempo di passare il biglietto sotto lo scanner, che c'è la conferma. Bingo. È fatta. Quel biglietto vale 500mila euro. Da quel momento però la donna non avrà più il tagliando. L'uomo alla cassa fa una telefonata. Chiama la moglie, che è la figlia di Scutellaro, mentre la donna prova a contattare il nipote, usando il suo cellulare. Di fatto, Scutellaro si materializza di lì a poco. Parcheggia lo scooter, entra in tabaccheria senza togliere il casco, si limita a prelevare il tagliando, prima di sibilare delle parole verso la signora: «Vado a vedere se è tutto a posto...». Monta sullo scooter e via. Passano i minuti, monta il nervosismo. La donna comprende di essere stata derubata. La Procura non ha dubbi: furto con destrezza, aggravato dalla minorata difesa e dall'ingente importo, ce n'è per far scattare le manette. Due giorni dopo, la telefonata estorsiva, che il nipote registra incastrando mano lesta. Leandro Del Gaudio

Gratta e Vinci, la mossa del legale: "Non in grado di intendere e di volere". Federico Garau il 7 Settembre 2021 su Il Giornale. Sarebbe in corso anche una accurata valutazione dello stato di salute mentale del 57enne. Nè il reato di furto nè quello di rapina sarebbero imputabili al tabaccaio accusato di aver sottratto il Gratta e vinci da 500mila euro all'anziana proprietaria del tagliando: questa è una delle motivazioni sulla base delle quali si sta muovendo ora il legale del presunto responsabile. L'avvocato Vincenzo Strazzulo ritiene inoltre altamente probabile, dal momento che già in altre occasioni il suo assistito era stato assolto perchè giudicato incapace di intendere e di volere, che Gaetano Scutellaro possa aver agito in un momento di scarsa lucidità. Ecco spiegato il motivo per il quale, come ha riferito ancora lo stesso legale alla stampa, sarebbero tuttora in corso delle accurate verifiche per valutare lo stato di salute mentale del 57enne. Dopo essere entrato in possesso del biglietto vincente, quest'ultimo aveva cercato di allontanarsi repentinamente dalla tabaccheria da lui gestita a bordo di uno scooter, riuscendo, tra l'altro, a far perdere le proprie tracce fino alla tarda serata dello scorso sabato. In seguito alla denuncia dell'anziana vittima, l'agenzia delle Dogane e dei Monopoli si era attivata per bloccare l'esigibilità della vincita, mentre i carabinieri avevano dato avvio alle ricerche del fuggitivo. Scutellaro era stato quindi rintracciato a Fiumicino, grazie alla segnalazione della polizia di Frontiera: la sua intenzione sarebbe stata quella di allontanarsi dal Paese, visto il possesso di un biglietto aereo per Fuerteventura, la seconda per grandezza delle isole Canarie. Anche questo, tuttavia, è un punto contestato dal legale di Gaetano Scutellaro.

La difesa dell'avvocato. "Sto effettuando dei controlli", ha dichiarato quest'ultimo, come riportato da Open. "In passato è stato assolto dall’autorità giudiziaria in un paio di occasioni perché ritenuto incapace di intendere e di volere". La ferrea volontà di lasciare il Paese del tabaccaio sarebbe, sempre secondo il legale, assolutamente contestabile: Scutellaro infatti, una volta giunto a Fiumicino, "si è recato dalla Polizia: una mossa stupida se l’obiettivo era fuggire dall’Italia". Sulla base di tale motivazione, quindi, l'avvocato Strazzulo ritiene eccessiva la misura cautelare del carcere imposta dagli inquirenti al suo cliente.

Gratta e vinci, il tabaccaio è in stato di fermo. Il tabaccaio dovrà difendersi in tribunale dalle accuse di furto pluriaggravato e di tentata estorsione ai danni della anziana, ma anche questo punto è contestato dal suo legale. "Il biglietto vincente è stato consegnato dalla signora nelle mani del mio cliente: nessuno glielo ha sottratto con destrezza e neppure con la forza", prosegue Strazzulo."Solo attraverso queste due modalità si sarebbero potuti configurare i reati di furto o rapina. Nutro dei dubbi anche in merito all’ipotesi di tentata estorsione formulata dai pm", conclude.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di cronaca.

Gratta e vinci rubato, la difesa di Scutellaro: “Ha problemi psichiatrici ma non si curava”. Viviana Lanza su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Gaetano Scutellaro era già adeguatamente in cura oppure aveva bisogno di una terapia mirata per i suoi problemi di natura psichiatrica? Ruoterà attorno a questo interrogativo il futuro dell’inchiesta sul gratta e vinci rubato dal tabaccaio di Materdei e ritrovato nella cassetta di una banca a Latina dopo due giorni di ricerche. È il caso dell’anno, la storia di cronaca del momento. Ne parlano tutti, in tutto il mondo. E ieri si è arricchita di nuovi sviluppi. Il gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha convalidato il fermo nei confronti di Gaetano Scutellaro, per il solo reato di furto e non per la tentata estorsione che pure è tra le ipotesi contestate dagli inquirenti. Gaetano Scutellaro, quindi, resta in cella. Al giudice aveva provato a fornire la sua versione dei fatti. «Ci troviamo di fronte a una persona che ha dei seri problemi psichiatrici – spiega l’avvocato Vincenzo Strazzullo, difensore del 57enne – Abbiamo consegnato al giudice la documentazione medica e i certificati che lo attestano e che dimostrano che non rispettava le cure che gli erano state prescritte». Ed è questo, a parere della difesa, il dettaglio che potrebbe fare la differenza e che sarà argomento del ricorso al tribunale del Riesame che il difensore è pronto a presentare. Il gip del Tribunale sammaritano ha lasciato in carcere Gaetano Scutellaro sulla base dei fatti e della considerazione sullo stato di salute mentale dell’indagato. Quanto ai fatti, lo stesso indagato non li ha negati, dicendosi pentito e rivolgendo le proprie scuse alla cliente derubata e alla sua famiglia finita nel tritacarne mediatico per via di questa vicenda. Quanto allo status di paziente psichiatrico, per il gip l’uomo era in cura e tanto vale, mentre per il difensore il 57enne non seguiva esattamente le prescrizioni dei medici e dunque è come se non seguisse alcuna cura. Intanto su questo caso dovrà intervenire a breve anche la burocrazia giudiziaria, per cui, entro i prossimi venti giorni, gli atti dovranno essere trasferiti all’autorità giudiziaria di Napoli e la misura cautelare dovrà essere replicata dal giudice territorialmente competente. Un passaggio formale, un prossimo step dell’iter giudiziario che ha ormai intrapreso la vicenda. Storia singolare, questa, forse più unica che rara. Gaetano Scutellaro, 57 anni, fugge con il gratta e vinci da mezzo milione di euro vinto da una delle abituali clienti della tabaccheria gestita dalla moglie di Gaetano, dalla quale l’uomo si sta separando. La cliente è una 70enne che il 2 settembre tenta la fortuna, acquista un biglietto, vince quanto basta per tentare con altri due biglietti. Gratta i numeri del primo e nulla, fa lo stesso con quelli del secondo biglietto e scopre di aver vinto 500mila euro. Stenta a crederci, chiede conferma a un dipendente della tabaccheria, poi anche a Gaetano S. L’uomo afferra il tagliando e si allontana. Fugge. Raggiunge Latina, lì apre un conto corrente in banca e vi deposita il gratta e vinci milionario. Poi si dirige all’aeroporto di Fiumicino con un biglietto aereo per Fuerteventura. Ma su quel volo non salirà perché viene fermato agli imbarchi. Sulle prime per lui scatta una denuncia a piede libero, il giorno dopo le manette. Ieri il fermo è stato convalidato. Scutellaro resta in carcere. Intanto da quasi una settimana tutto il mondo parla di lui. E anche della sua famiglia e di quella che nella ricostruzione accusatoria è la sua vittima. Nessuno dei protagonisti di questa storia vive più sonni tranquilli. L’anziana vincitrice ha dovuto lasciare la città, la famiglia del tabaccaio rischia di perdere la licenza.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Antonio Di Costanzo per repubblica.it il 7 settembre 2021. Se il suo piano di fuga fosse andato in porto, Gaetano Scutellaro, il tabaccaio scappato con il Gratta e vinci da 500 mila euro rubato a una cliente nella ricevitoria di Materdei, ora sarebbe su una spiaggia delle Canarie. Da ieri, invece, il 57 enne, con un passato complicato alle spalle, è rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. I carabinieri l'hanno fermato sull'autostrada A1, all'altezza di Teano, e gli hanno notificato un decreto di fermo del sostituto procuratore Daniela Varone e del procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli. I reati ipotizzati nei suoi confronti sono furto pluriaggravato e tentata estorsione. Non si esclude, infatti, che l'uomo possa avere chiesto soldi in cambio della restituzione del tagliando vincente. Vittima un'anziana di 70 anni che venerdì sera si è vista sottrarre dall'uomo il biglietto vincente da mezzo milione. La donna quel Gratta e vinci lo aveva passato per farlo controllare prima al dipendente della ricevitoria, fidanzato della figlia di Scutellaro, e poi a quest'ultimo, dopo che sul monitor era comparsa l'avviso che la somma, a causa dell'importo, non poteva essere pagata dal punto scommesse. Il ragazzo, almeno così ha dichiarato in questi giorni ha passato il Gratta e Vinci al suocero che, pur non essendo titolare né socio dell'attività, era nel locale, affinché spiegasse cosa fare. Ma Scutellaro dopo aver preso tra le mani il Gratta e vinci è uscito fuori dalla tabaccheria, è saltato su un scooter ed è fuggito via. Le telecamere presenti nella ricevitoria confermerebbero questa sequenza. Quindi la fuga a Latina dove l'uomo ha una casa e poi il tentativo di imbarcarsi per Tenerife. Ma in aeroporto passando il documento sotto lo scanner è scattato l'allerta diramato in tutta Europa dai carabinieri che si erano messi sulle tracce del 57enne dopo la denuncia dell'anziana. A quel punto Scutellaro, assistito dall'avvocato Vincenzo Strazzullo del foro di Napoli, ha provato la mossa d'azzardo e si è presentato alla Polaria per dare una versione propria e per molti versi assurda: "Mi vogliono rubare il Gratta e vinci, devo denunciare una donna". Una versione riproposta in un'intervista concessa al sito iNews24 poche ore prima che fosse arrestato: "Il biglietto l'ho comprato io, volevo fuggire all'estero perché non mi sento sicuro a Napoli. Io non sono il tabaccaio, ma l'ex-marito della titolare. Il biglietto l'ho fatto comprare io da un mio conoscente il giorno prima, - afferma - alla signora avevo chiesto soltanto di andare a riscuotere la vincita che credevo ammontasse soltanto a 500 euro". Il fuggitivo ha ribadito di non avere nulla a che fare con la tabaccheria: "Io non ci entro in quella tabaccheria, perché non sono più in buoni rapporti" spiega. "Dopo aver grattato -continua Gaetano- mi ero accorto di una vincita, ma credevo ammontasse solo a 500 euro. Ho chiesto un piacere alla signora, se potesse ritirarla al posto mio". Quando però la donna, così come ricostruisce Scutellaro, ha tardato a uscire dalla rivendita con il denaro, lui si sarebbe avvicinato all'entrata col motorino: "Le ho chiesto cosa fosse successo e lei mi ha detto che bisognava andare in banca per ritirare la vincita. Mi sono fatto consegnare il tagliando e sono andato via. Questo è stato tutto registrato dalle telecamere della tabaccheria. Mi sono allontanato da Napoli per paura, non avevo nemmeno letto le notizie della denuncia della signora". Quindi Scutellaro, una volta nell'aeroporto internazionale "Leonardo da Vinci" si è presentato negli uffici della Polizia di Frontiera per denunciare la donna che, a suo dire, lo aveva accusato falsamente di avergli sottratto un tagliando vincente. Una versione non ritenuta credibile dai carabinieri e dalla Procura che ha emesso il decreto di fermo. Evidentemente gli inquirenti hanno ritenuto che ci fosse il rischio che l'uomo fuggisse, questa volta davvero, o che inquinasse le prove. I carabinieri hanno recuperato il Gratta e vinci da mezzo milione in una banca di Latina dove Scutellaro aveva aperto un conto corrente a suo nome. Chiaro l'obiettivo di farci confluire la vincita non appena le acque si fossero calmate. E emergono più particolari anche sulla personalità del commerciante. L'uomo è noto alle forze dell'ordine per vecchi rapine. Tra l'altro come conferma il suo avvocato fu coinvolto ma prosciolto per l'omicidio dell'imprenditore ternano Sergio Contessa, ucciso nel corso di una rapina il 7 luglio del 1989. Scutellaro da quanto filtrato è beneficiario di una pensione di invalidità. La notizia dell'arresto divide il quartiere. In molti difendono il commerciante, altri invece si schierano con la donna: "Le deve essere restituito il Gratta e vinci". E si annunciano tempi complicati per la moglie di Scutellaro (i due però sarebbero in fase di divorzio), titolare della ricevitoria. L'Adm (l'agenzia delle accise, dogane e monopoli) ha avviato la procedura per sospenderle la licenza, dal momento che il titolare risponde di tutto ciò che avviene dietro il bancone.

"Signora, sui soldi…": la telefonata che incastra il "tabaccaio". Gabriele Laganà il 9 Settembre 2021 su Il Giornale. Gaetano Scutellaro, il tabaccaio ora in carcere, per restituire il tagliando del Gratta e vinci aveva proposto all’anziana di dividere la vincita. Il nipote della donna, con una app sul telefono, ha registrato la telefonata. Non smette di regalare colpi di scena la vicenda del Gratta e vinci da 500mila che sarebbe stato rubato ad un’anziana da Gaetano Scutellaro, il tabaccaio napoletano di 57 anni che attualmente si trova nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Nelle ultime ore la posizione dell’uomo si era aggravata. La Procura di Napoli ha, infatti, contestato all’uomo anche la tentata estorsione in quanto il tabaccaio avrebbe proposto di restituire il biglietto vincente con la spartizione al 50% del premio in cambio del ritiro della denuncia. A incastrare Scutellaro è stato il nipote della vittima che ha registrato la telefonata. Il Gip di Santa Maria Capua Vetere, Rosaria Dello Stritto, ha convalidato il fermo dell’uomo solo per il reato di furto. Il giudice ha confermato nei suoi confronti la detenzione in carcere. Erano passati due giorni dalla sparizione del tagliando vincente quando Scutellaro ha contattato telefonicamente l'anziana. O meglio il nipote di quest’ultima in quanto la donna aveva chiesto al ragazzo di aiutarla in questa vicenda. Il giovane non si è tirato indietro di fronte alla richiesta della parente e ha fatto il possibile per cercare di venire a capo di una situazione piuttosto complessa. Il tabaccaio, appresa la notizia della denuncia da parte della cliente, ha provato a giungere un accordo con l’anziana. "Ho saputo che avete denunciato, ritirate la querela. Non ti preoccupare, troviamo una soluzione, dammi dei soldi, perché qui i soldi ci sono e sono tanti", ha spiegato Scutellaro al ragazzo, facendogli capire che il biglietto era nelle sue mani. "Comincia a far togliere la querela. Quando torno ci sentiamo", ha detto lo stesso fuggitivo, stando alle carte dell'inchiesta. A queste frasi si sarebbero aggiunte diverse parole minacciose. Si crede più forte, Scutellaro. Ma in realtà non lo è. La persona dall'altro lato del telefono non si perde d’animo. Registra tutto grazie ad una app sul cellulare. Il ragazzo, con grande freddezza, fa anche finta di voler assecondare le richieste del 57enne. "Basta che finisce questa storia. Tanto i soldi ci stanno, sono tanti", è la sua risposta. Se le parole non bastassero ecco che esiste un'altra prova che incastra il tabaccaio: si tratta del video registrato dalle telecamere di sicurezza della tabaccheria di via Materdei. Una scena chiarissima, secondo quanto trapela dalla Procura. Nel filmato si vede la donna entrare per acquistare un biglietto del Gratta e vinci. Un tagliando da 10 euro che riscuote subito. I soldi vengono reinvestiti con l’acquisto di altri due biglietti. L'anziana esce dalla tabaccheria ma, una volta all’esterno del negozio, guardando un tagliando ha una sorta di sussulto. La donna rientra nella tabaccheria, lascia passare avanti altri clienti e, quando rimane sola, mostra al ragazzo che gli ha venduto il biglietto vincente da 500mila euro. Questo, in sostanza, è l’ultimo istante in cui la donna ha in mano il tagliando fortunato. Nelle immagini si vede il biglietto che passa dall'uomo alla cassa a sua moglie (la figlia di Scutellaro). Nel frattempo l’anziana, felice per la vittoria, chiama il nipote al telefono per informarlo della splendida notizia. Poi accade l’impensabile. Improvvisamente in tabaccheria spunta Scutellaro. E qui la storia prende una strana piega. Il 57enne parcheggia lo scooter e senza togliersi il casco entra nel negozio, prende il tagliando e, rivolgendosi alla signora le spiega che andrà a controllare se tutto fosse a posto. Parole rassicuranti. La vincitrice si fida. Non sospetta delle reali intenzioni dell'uomo. Scutellaro, preso il biglietto, però sparisce. L'anziana rimane due ore in tabaccheria ad attenderlo. Tutto inutile. Del 57enne non c’era più traccia. Anche i familiari non sapevano dove fosse. E così l’anziana, temendo il peggio, non ha aspettato altro tempo ed è corsa a sporgere denuncia per furto. Intanto di fronte all'interrogatorio del gip non è escluso che il tabaccaio possa giocare la carta dell'infermità. "Non sappiamo ancora se risponderà o no. Lui piange e chiede scusa a tutti. È pentito. Ho visto un uomo prostrato", ha fatto sapere il suo avvocato, Vincenzo Strazzullo, dopo il colloquio avuto con il suo assistito. Ma la storia non finisce qui. Perché, come riposta l’Ansa, l'Agenzia dogane e monopoli ha avviato il procedimento di revoca "alla vendita delle scommesse" nei confronti della tabaccheria di via Materdei. "A causa del venir meno del rapporto fiduciario che è alla base del rapporto concessorio", ha comunicato ieri l'Agenzia, è stato "avviato il procedimento di revoca dell'autorizzazione alla vendita delle scommesse al punto vendita ubicato nella tabaccheria coinvolta nell'episodio del biglietto rubato". Sarà quindi immediata, spiega Agipronews, la sospensione del collegamento al sistema di raccolta a totalizzatore. I figli del 57enne sono pronti al ricorso. Ma prima faranno causa contro il padre. "Non vogliamo sapere niente della sua vicenda giudiziaria. Ha procurato un danno devastante alle nostre vite. Lui non si occupa della tabaccheria, siamo noi a gestirla, ma con questa vicenda ha scaricato solo su di noi le conseguenze di un gesto assurdo. Ma siamo pronti a tutelarci in ogni sede", hanno spiegato. Un sogno, quella vittoria, trasformato in un incubo per molti. Di sicuro tutti i protagonisti della vicenda sperano che la vicenda possa concludersi al più presto.

Gabriele Laganà. Sono nato nell'ormai lontano 2 aprile del 1981 a Napoli, città ricca di fascino e di contraddizioni. Del Sud, sì, ma da sempre amante dei Paesi del Nord Europa. Seguo gli eventi di politica e cronaca dall'Italia e dal mondo. Amo il calcio, ma tifo in modo appassionato solo per la Nazionale azzurra. Senza musica non potrei vivere. In tv non perdo i programmi che parlano di misteri e i film horror, specialmente del genere zombie. Perdono molte cose. Solo una no: il tradimento

Nino Materi per “il Giornale” il 9 settembre 2021. La storia è ridicola di suo. Quindi, inutile fare gli spiritosi. Città (Napoli), trama (sottrazione di un biglietto vincente al legittimo proprietario) e perfino i nomi dei protagonisti (il tabaccaio Gaetano Scutellaro e il suo valente avvocato, Vincenzo Strazzullo) sembrano usciti da una commedia di Eduardo. E non una commedia ipotetica, ma quella che De Filippo rappresentò per la prima volta nel 1940, dal titolo «Non ti pago». Una vicenda tragicomica centrata sulla cocciutaggine del titolare (Eduardo De Filippo, nella parte di Ferdinando Quagliuolo) di un «banco lotto» nel non voler pagare la vincita milionaria di una quaterna (numeri estratti: 1,2,3,4) al fortunato giocatore (Peppino De Filippo, nella parte di Procopio Bertolini). Eduardo pensava di narrare una vicenda paradossale, ma ora - 81 anni di distanza - la realtà si mostra più irragionevole della fantasia. Tutto merito del tabaccaio Scutellaro, che ha fatto meglio del «collega» Quagliuolo: Scutellaro si è infatti addirittura impossessato («per una verifica», sì, come no) del «Gratta e Vinci» da 500 mila acquistato da un'anziana in una giornata, per lei, decisamente di buona sorte; quindi è montato sullo scooter; poi ha depositato il biglietto «in banca» (ma da quando le banche accettano i «Gratta e Vinci»?); infine si è fiondato in aeroporto, sognando di atterrare a Fuerteventura. È invece planato in commissariato. Non pago infatti delle tante cavolate appena compiute, il geniale Scutellaro è finito tra le braccia della polizia, allertata dall'anziana (evidentemente stufatasi di attendere la «verifica» in tabaccheria). Sotto interrogatorio, il tabaccaio ha cercato di rivoltare la frittata: «Il biglietto è mio». Peccato che tutte le prove fossero invece contro di lui. Ma in quella fase il perspicace Scutellaro era ancora a piede libero, libertà che però il tabaccaio ha usato per telefonare alla signora proponendole un fifty-fifty: «250 mila euro a te e 250 mila a me». Conversazione registrata dal nipote della vittima dell'imbroglio. A questo punto è scattata l'accusa di tentata estorsione e con essa sono scattate le manette. Ora vistosi incastrato, il tabaccaio del «gratta e perdi» - attraverso il suo bravo difensore Vincenzo Strazzullo - ha deciso di giocarsi la carta dell'«incapacità di intendere e volere»: un «jolly» che va sempre bene, dalla strage più efferata fino alla stangata più sconclusionata. In attesa che il giudice decida oggi sulla «capacità psichica» dello Scutellaro e quindi sull'opportunità di tenerlo in carcere o di farlo curare da uno specialista in malattie mentali, il tabaccaio ha chiesto scusa a tutti: alla vittima turlupinata e alla propria famiglia (con cui - pare - i rapporti fossero già critici prima dell'ultima bravata, figuriamoci ora). Intanto l'avvocato Strazzullo si fa portavoce del disagio del suo cliente: «È confuso e addolorato. Molte cose non le ricorda. In passato ha avuto problemi di salute. Ora teme che, dopo il suo gesto, i suoi cari potrebbero girargli le spalle». La tabaccheria nel rione Mater Dei, teatro della farsa, resta intanto assediata da giornalisti e telecamere. Presto Scutellato potrebbe diventare una star del piccolo schermo. Certi salotti televisivi sono pronti a contenderselo. Per «vincere» negli ascolti, d'obbligo «grattare». Foss' anche il fondo del barile.

La Procura irrompe nella vicenda. Gratta e vinci rubato, il tabaccaio è stato fermato ma non la gogna per Napoli. Viviana Lanza su Il Riformista il 7 Settembre 2021. È da sabato che non si parla di altro. La notizia rimbalza dagli organi di informazione alle pagine dei social, ispirando vignette e commenti dall’ironia più varia. Certo, si tratta di una notizia che ha dell’incredibile. Che poteva accadere ovunque ed è accaduta a Napoli. E la città ne paga lo scotto, come sempre. La notizia riguarda il furto di un biglietto gratta e vinci del valore di 500mila euro e l’arresto del tabaccaio che lavora nella ricevitoria dove il biglietto è stato acquistato. Tra il furto e l’arresto ci sono stati due giorni di fuga scriteriata del tabaccaio e indiscrezioni sulla sua vita privata che sono finite sulle prime pagine dei giornali, assieme alle foto di lui in vacanza in Thailandia o al mare con il Rolex. Ieri la Procura di Napoli ha deciso di intervenire con un decreto di fermo. Il provvedimento è stato notificato nel primo pomeriggio a Gaetano S., 57 anni, il tabaccaio salito alla ribalta delle cronache degli ultimi giorni. Furto pluriaggravato e tentata estorsione ai danni della donna che aveva acquistato il biglietto vincente sono le accuse di cui dovrà rispondere. La sua posizione si è aggravata nelle ultime ore. Domenica mattina per Gaetano S. era scattata solo una denuncia, ieri c’è stato il fermo. Tra oggi e domani il giudice delle indagini preliminari deciderà se convalidarlo o meno. Gaetano S. rischia di finire in carcere o agli arresti per questa vicenda. Una storia cominciata venerdì quando, nella tabaccheria di via Materdei 36, una donna di 69 anni, tra l’altro abituale cliente, acquista un gratta e vinci e scopre di aver vinto mezzo milione di euro. Stenta a credere ai suoi occhi e chiede conferma prima a uno dei dipendenti della tabaccheria, poi a uno dei titolari. Quando Gaetano S. verifica al terminale che il biglietto è quello da 500mila euro, in un istante gli passano nella mente tutte le infinite possibilità di reazione: sceglie di tenersi stretto il biglietto fra le mani, indossare il casco e correre via dalla tabaccheria. Un gesto rapido e sbalorditivo. Gaetano S. comincia a fuggire in scooter macinando chilometri nella pia illusione di utilizzare quel mezzo milione di euro per cambiare la sua vita. Una lucida follia che lo spinge fino all’aeroporto di Fiumicino dopo una sosta a Latina per aprire un conto corrente e depositare in banca il gratta e vinci milionario. Intanto è domenica mattina e Gaetano S. è pronto a imbarcarsi su un aereo per le Canarie. Direzione Fuerteventura. Ha un biglietto last minute e chissà quali progetti per la testa. Lo fermano in aeroporto gli agenti della Polaria che in collaborazione con i carabinieri della compagnia Stella di Napoli, che coordinano le indagini, sono sulle sue tracce. Per Gaetano S. scatta la denuncia. Lui si difende lanciando a sua volta accuse nei confronti della cliente 69enne: «Il biglietto l’avevo fatto comprare io da un mio conoscente il giorno prima e alla signora avevo chiesto soltanto di andare a riscuotere la vincita che credevo ammontasse a 500 euro. Quando mi ha detto che bisognava andare in banca per ritirare i soldi, mi sono fatto consegnare il tagliando e sono andato via», sostiene Gaetano S, presentandosi negli uffici della polizia di frontiera per denunciare la donna. Ieri la posizione del 57enne è cambiata, si è aggravata e ora rischia una misura cautelare. Il gratta e vinci, intanto, è stato bloccato: l’Agenzia Accise Dogane e Monopoli fa sapere che per il momento non potrà essere riscosso e annuncia di valutare una procedura di sospensione della concessione rilasciata alla tabaccheria. Si vedrà. Molto dipenderà anche da ciò che emergerà dalle indagini. La vicenda ha ancora molti aspetti da chiarire. Intanto sul piano mediatico la gogna è scattata, rapida e puntuale. Anche la gogna sulla città di Napoli, perché è vero che poteva accadere ovunque ma il fatto che sia accaduto a Napoli è un dettaglio che non si perdona. E così via allo “Sputtanapoli”, via alla solita denigrazione della città. «E io la ribalto – commenta Domenico Ciruzzi, avvocato penalista, intellettuale e presidente della Fondazione Premio Napoli – Non entro nel merito della vicenda sulla quale ci sono indagini in corso e rispetto alla quale vale sempre la presunzione di innocenza, ma dico che questa è una città che vive milioni di complessità e contraddizioni, assoluta bellezza e un enorme carico di fantasia e di artisticità. Se ci porta ad avere le meraviglie di Venezia, tre straordinari film in concorso, Silvio Orlando, Toni Servilllo e Paolo Sorrentino, vorrà dire che sopporteremo anche il presunto tabaccaio che scappa con il gratta e vinci».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

"Come si chiama? Dove vive? E' possibile intervistarla?" Gratta e Vinci rubato, assalto con telecamere sotto casa della nonnina vincitrice: “E’ sotto pressione, è andata via”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 7 Settembre 2021. La sua ‘colpa‘ è stata quella di aver comprato un Gratta e Vinci rivelatosi poi fortunato. La donna di 70 anni è la vittima di tutta questa inquietante storia. Si è prima vista sottrarre il biglietto da 500mila euro dal proprietario del tabaccaio, dopo che aveva chiesto a un dipendente di verificare se la cifra vinta fosse proprio un milione delle vecchie lire. Poi, dopo aver sporto denuncia ai carabinieri e fatto partire le indagini, ha dovuto fare i conti con la ‘tangente‘ che avrebbe richiesto lo stesso Gaetano Scutellaro, 57 anni. Ha dovuto anche fare i conti con la curiosità ossessiva e morbosa dei suoi concittadini e, soprattutto, conoscenti che da giorni non parlano d’altro. Si è poi dovuta difendere dall’invadenza e dello sciacallaggio di molti media che, incuranti dello stato di choc vissuto dalla 70enne, hanno provato in tutti i modi a rintracciarla e intervistarla, avvicinando figli, parenti, amici e gente del quartiere, molti dei quali pronti a tutto per un po’ di visibilità.

Così la 70enne si è ritrovata nel pomeriggio di lunedì 6 settembre, quando non era stata ancora diffusa la notizia del fermo di Scutellaro, con le telecamere di trasmissioni televisive sotto la propria abitazione, pronte per collegamenti, servizi, dirette. Altro che privacy e tutele varie. Solo il provvidenziale intervento dei carabinieri ha fatto desistere gli avvoltoi di turno. Carabinieri tra l’altro tartassati in questi giorni da giornalisti sbucati all’improvviso da tutta Italia (e non solo) e a caccia dello scoop sensazionalistico. “Come si chiama la signora? Dove vive? E’ possibile intervistarla?”. Queste solo alcune delle singolari richieste arrivate nelle scorse ore a forze dell’ordine e residenti della zona. Adesso, dopo il caos e le tensioni degli ultimi giorni, sembrerebbe che la 70enne, stando ad alcune testimonianze dei residenti, abbia lasciato il suo quartiere di residenza, Materdei, trasferendosi momentaneamente altrove per ritrovare serenità e attendere l’evoluzione degli accertamenti sul biglietto vincente da lei acquistato. Troppa l’esposizione mediatica avuta in una vicenda unica nel suo genere. Mai si era infatti verificato un episodio analogo. Scutellaro è stato inoltre ‘scaricato’ dagli stessi familiari che temono ripercussioni sulla loro attività con la possibile sospensione della licenza. Sia la moglie, dalla quale si starebbe separando, che la figlia asseriscono di non averlo sentito in questi giorni. Dal canto suo il 57enne, dopo essere stato beccato all’aeroporto di Fiumicino prima di imbarcarsi su un volo per le isole Canarie, ha provato a ribaltare tutto, accusando la povera donna di essere una ladra (“Il gratta e vinci era mio, lei doveva solo ritirare la vincita”). Poi ha spiegato di non lavorare più nel tabacchi di famiglia, intestato da qualche tempo alla moglie. Quel giorno tuttavia era lì e, dopo aver ricevuto il tagliando dal dipendente e realizzato l’ingente vincita della 70enne, è scappato via in scooter. Il suo legale, Vincenzo Strazzullo, chiede di verificarne lo stato di salute mentale. “Sto effettuando dei controlli: in passato è stato assolto dall’autorità giudiziaria in un paio di occasioni perché ritenuto incapace di intendere e di volere“. Scutellaro adesso si trova nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) in attesa dalla convalida del fermo da parte del Gip. Lunedì è stato fermato all’altezza di Teano mentre in auto tornava verso Napoli. Adesso dovrà difendersi dall’accusa di furto pluriaggravato e di tentata estorsione. “Il biglietto vincente – sostiene l’avvocato Strazzullo – è stato consegnato dalla signora nelle mani del mio cliente. Nessuno glielo ha sottratto con destrezza e neppure con la forza. Solo attraverso queste due modalità si sarebbero potuti configurare i reati di furto o rapina. Nutro dei dubbi – conclude – anche in merito all’ipotesi di tentata estorsione formulata dai pm”. Dalle immagini delle telecamere visionate dai carabinieri e dall’autorità giudiziaria emergerebbe tutt’altro.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

L'ironia sulla vicenda di Napoli. L’incredibile storia del tabaccaio in fuga col Gratta e Vinci: i meme più divertenti sul caso. Vito Califano su Il Riformista il 7 Settembre 2021. È già nella storia il caso del cosiddetto “tabaccaio” che a Napoli è stato accusato di aver sottratto un Gratta e Vinci da 500mila euro a una donna. La vicenda si sta ingarbugliando, con l’uomo respinge le accuse, dice che il tagliando era suo, e la famiglia che prende le distanze; le indagini stanno prendendo comunque una piega ben precisa. L’uomo, dopo esser stato bloccato all’aeroporto di Fiumicino a Roma mentre cercava di imbarcarsi per Fuerteventura, è stato fermato e condotto in carcere a Santa Maria Capua Vetere, provincia di Caserta. Il sostituto procuratore di Napoli, Daniela Varone, e il procuratore aggiunto, Pierpaolo Filippelli, hanno emesso un decreto di fermo ipotizzando nei suoi confronti i reati di furto pluriaggravato e di tentata estorsione ai danni della donna. Il legale di Scutellaro Vincenzo Strazzullo: “In passato è stato assolto dall’autorità giudiziaria in un paio di occasioni perché ritenuto incapace di intendere e di volere”. Il biglietto vincente è stato intanto recuperato. Da quando la vicenda, che si è verificata nella mattina di venerdì 3 settembre nel Rione Materdei, è emersa è diventata un vero e proprio caso. È già tutta un romanzo, e infatti in molti si sono lanciati in parallelismi con opere letterarie e cinematografiche. Che questo sia successo proprio nella città de “La Smorfia” rende tutto ancora più incredibile. Le dichiarazioni, e anche le speculazioni, si sprecano in queste ore. Prima che la verità giudiziaria possa essere stabilita, a impreziosire ulteriormente tutta la vicenda la creatività e l’ironia degli utenti che come sempre si sono dilettati a creare meme sul caso del “tabaccaio fuggito con il Gratta e Vinci da 500mila euro”. Ne abbiamo raccolti di seguito alcuni tra i più divertenti: si va da Forrest Gump alla medaglia d’oro nei 100m e nei 400m in staffetta Marcell Jacobs, da Forrest Gump a Il Signore degli Anelli, da La Casa di Carta a Cormac McCarthy (i credit sono spesso indicati, e qualora non dovessero essere esplicitati ci scusiamo con gli autori dichiarandoci disponibili a rettificare).

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Giuseppe Crimaldi per "il Mattino" il 23 settembre 2021. A Napoli ieri sera c'è qualcuno che ha festeggiato brindando alla fortuna e a un mucchio di soldi piovuti dal cielo all'improvviso. Dopo settimane di passione e di tensione, l'anziana che incrociò la dea bendata in una tabaccheria di Materdei può finalmente incassare i 500mila euro della vincita al Gratta e vinci che le venne sottratto da un uomo poi finito in carcere. La conferma è arrivata ieri alla diretta interessata, e prima ancora al concessionario delle lotterie nazionali dopo che il direttore dell'Agenzia delle dogane e monopoli lo ha informato che le indagini svolte dalla Procura della Repubblica di Napoli non lasciano dubbi in ordine alla riconducibilità di quanto in sequestro. A darne notizia è stato il telegiornale di La7 con un servizio andato in onda nell'edizione serale delle 20. 

FINE DELL'INCUBO Un incubo, quello vissuto dalla donna che con cinque euro era riuscita a moltiplicare per centomila la vincita, cominciato all'inizio di settembre e che per settimane ha fatto palpitare la signora derubata dal 57enne Gaetano Scutellaro, ex marito della titolare di una tabaccheria di via Materdei. L'uomo, dopo essersi impossessato con l'inganno del prezioso tagliando, si era dileguato facendo perdere ogni traccia, prima di essere intercettato dalla polizia di frontiera all'aeroporto di Fiumicino, dove tentava di imbarcarsi su un volo per le isole Canarie. Ieri il direttore dell'ADM Minenna ha fatto recuperare - sulla base delle evidenze investigative svolte dai carabinieri coordinati dalla Procura di Napoli - il biglietto vincente che era ancora custodito in una filiale della Banca Intesa di Latina: in una cassetta di sicurezza scelta dallo stesso Scutellaro durante la fuga da Napoli. E nella email mostrata (assieme al biglietto superfortunato) sempre da «La7» si legge ancora che «è stata pertanto disposta la restituzione del tagliando in analisi a favore della persona offesa». 

LA PROCEDURA Dunque, gran lieto fine. Mancano ancora solo alcuni dettagli finali per completare la pratica di accredito dei 500mila euro alla signora di Materdei. Nelle prossime ore, infatti, si riunirà a Roma la commissione di esperti che dovrà espletare le ultime formalità sul tagliando dissequestrato, verificandone la integrità e validità. Subito dopo dall'amministrazione dell'Agenzia delle dogane e monopoli potrà finalmente partire il lauto bonifico sul conto corrente della legittima proprietaria. 

VICENDA TORMENTATA Il caso del Gratta e vinci rubato, degno della trama di una commedia scritta da Eduardo de Filippo, Non ti pago, ha fatto il giro d'Italia e d'Europa; scatenando - inutile dire - la fantasia tutta napoletana degli appassionati del gioco, e in particolare del gioco del lotto. Una vicenda che sulle prime era apparsa contorta e ingarbugliata, ma che grazie alle indagini dei carabinieri si è riusciti a ricostruire. Anche grazie alla tempestiva denuncia della vittima, alla visione delle telecamere di videosorveglianza interne alla tabaccheria e alla prontezza di riflessi di un nipote della signora derubata del titolo di gioco: il quale avrebbe registrato una telefonata fatta da Scutellaro alla anziana nella quale le prometteva la restituzione del biglietto in cambio di una fetta della vincita. Comportamenti costati molto cari al 57enne: l'uomo è stato infatti arrestato con accuse pesanti, furto pluriaggravato e tentata estorsione (quest' ultima contestazione è caduta in sede di convalida dell'arresto da parte del gip).

FESTA GRANDE E bene ha fatto la signora, in tutto questo periodo di tribolazione, a rimanere dietro le quinte. Sebbene nel quartiere di Materdei sia conosciuta da moltissime persone, la donna ha lasciato il suo domicilio per garantirsi la massima privacy. Il che, da ieri sera, non le impedirà certo di festeggiare la fine di un incubo e l'arrivo della sospirata vincita.

Grazia Longo per "la Stampa" il 24 settembre 2021. «La prossima settimana la signora Anna (nome di fantasia) compirà 70 anni. Non poteva arrivarle regalo più bello di questo: la possibilità di incassare la vincita dei 500 mila euro. Sono contenta per lei, perché è una brava persona e non meritava di essere derubata da quel delinquente di tabaccaio. Del resto è cosa nota che Anna sia una gran giocatrice, insisti insisti alla fine ha vinto per davvero». Nel palazzo dove abita la donna che si è aggiudicata mezzo milione di euro con un gratta e vinci che le è poi stato sottratto da Gaetano Scutellaro, 57 anni, ora in carcere per furto e tentata estorsione, c'è un tripudio di felicità. Il motivo è semplice: dopo il dissequestro disposto dalla procura di Napoli, il direttore generale dell'agenzia delle Accise, Dogane e Monopoli ha incaricato il dirigente dell'Ufficio Giochi numerici e Lotterie, di recarsi nella caserma dei carabinieri di Latina per acquisire formalmente il tagliando all'amministrazione e contestualmente autorizzare il concessionario Lotterie Nazionali Srl per il pagamento del premio. Anna, zia Anna come la chiamano gli abitanti del quartiere popolare poco più su di Materdei, dove si trova la tabaccheria in cui è stato venduto il biglietto vincente, abita al primo piano di una palazzina di cinque. Non si è mai sposata e vive con il fratello che si guadagna da vivere come idraulico. Lei lavora come domestica a ore. E si vede che le tabaccherie sono nel suo karma: pulisce l'appartamento del proprietario della tabaccheria vicino casa sua. Anche qui ha comprato diversi Gratta e vinci, ma poiché il proprietario l'aveva un po' affettuosamente rimproverata di spendere troppi soldi lei si è spinta un po' più giù fino a quella di via Materdei. «La passione del gioco l'ha ereditata da sua madre che ora, pace all'anima sua, non c'è più - racconta il titolare di un negozio dove Anna fa solitamente la spesa -. Ma più che il super Enalotto, le piacciono i grattini. Già in passato ha vinto piccole sommette, ma roba da poco. Stavolta invece ha sbancato!». Un altro commerciante spiega che «zia Anna ha tanti parenti: sono 9 fratelli fra maschi e femmine, e ha pure un mucchio di nipoti. I soldi li dividerà con loro? Se così fosse, alla fine le rimarrà ben poco, come dice un proverbio napoletano: «"ti entra ricchezza e sparte povertà", nel senso che le arriva la ricchezza dei soldi che però deve dividere tra i parenti e così alla fine è povera come prima». Certo qui si sprecano le previsioni e le scommesse su come utilizzerà il mezzo milione di euro. «Magari si compra l'alloggio dove vive perché sta in affitto - azzarda un pensionato -. O magari la smette con le pulizie. Stamattina l'ho incontrata mentre usciva per andare a lavorare. Avevo sentito al telegiornale che può incassare i soldi e le ho chiesto se è contenta "Certo che sono contenta, quei soldi mi spettano perché li ho vinti io" m' ha riposto e nulla di più. È una donna di poche parole, cammina sempre in fretta presa dai suoi impegni e scambia appena poche battute con chi incontra per strada». Scutellaro dopo il furto si era recato in una banca di Latina dove aveva depositato il tagliando, poi aveva raggiunto l'aeroporto di Fiumicino con un biglietto aereo per le Canarie. Ma è stato prima denunciato dalla polizia, poi rintracciato sull'A1 dai carabinieri e infine arrestato. Dopo due giorni di carcere si è dichiarato pentito. Il suo difensore, l'avvocato Vincenzo Strazzullo, ha spiegato che «al momento del furto non riusciva a ragionare». La storia, per la sua originalità, ha conquistato l'attenzione di giornali e tv. E sono cominciate anche a circolare fake news. La più bella è sicuramente quella in cui Anna avrebbe raccontato di essersi insospettita di fronte al tabaccaio ladro quando lui le avrebbe detto «Esco un attimo a comprare le sigarette». Ma al netto delle battute false, questa storia ha certamente la sceneggiatura degna di un film di Totò.

Gratta e Vinci, le regole per riscuotere le vincite (e cosa fare in caso di furto del biglietto). Diana Cavalcoli su Il Corriere della Sera il 6 settembre 2021. Gratta e Vinci, dalla vincita alla riscossione: cosa sapere. Dopo il caso del tabaccaio di Napoli scappato con un Gratta e Vinci da 500 mila euro, sono diversi gli utenti e i giocatori d’Italia che si chiedono come evitare situazioni simili e ridurre i rischi in caso di vincita. Il Corriere della sera ha rivolto alcune domande all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm) per fare chiarezza sulla questione e far conoscere le regole da seguire in caso di vincita fortunata.

Cosa fare quando si vince?

Nel caso in cui si vinca per sapere cosa fare bisogna guardare all’importo. Dice Stefano Saracchi, dirigente dell’ufficio giochi numerici e lotterie: «È possibile identificare una prima soglia di 500 euro come netto spartiacque per le procedure che il giocatore deve seguire per il reclamo ed il ritiro della vincita». Nei casi in cui il premio vinto fosse sotto tale soglia, il giocatore dovrà richiedere, presso qualsiasi punto vendita italiano autorizzato, la riscossione immediata della vincita.

«Sopra tale soglia e fino a 10 mila euro, il giocatore dovrà presentare il biglietto presso un qualsiasi punto vendita autorizzato per richiedere la prenotazione del pagamento della vincita», aggiunge. Sopra la soglia dei 10 mila invece sarà necessario presentare il biglietto all’ufficio premi del Concessionario o, in alternativa, presentandolo presso uno sportello di Intesa Sanpaolo che provvederà all’avvio delle procedure di reclamo.

Cosa succede se si subisce il furto del biglietto?

Il caso di Napoli però insegna che i furti sono rari ma possibili. La regola nel caso in cui un biglietto vincente sia stato rubato è presentare tempestiva denuncia presso le Autorità competenti. «I regolamenti in vigore — dice Saracchi — prevedono che l’Agenzia possa autorizzare i pagamenti dei tagliandi risultati vincenti solo se presentati in originale. Pertanto, nel momento in cui si dovesse presentare apposita denuncia di furto, è necessario sia il rinvenimento del biglietto sia che l’Autorità Giudiziaria possa accertare la legittima proprietà del tagliando in capo a chi ne reclama la titolarità». Se il biglietto non si trova l’unica possibilità è il contenzioso legale con tanto di eventuali richieste di risarcimento danni in capo al soggetto che ha commesso il furto.

Cosa succede se ci sono dubbi sulla proprietà del biglietto vincente?

Ma come si decide di chi è il biglietto? «Le norme e i regolamenti di settore — sottolinea Saracchi — prevedono che chi presenti il tagliando vincente sia il legittimo titolare, salve le regole della rappresentanza. Questo accade tutte le volte in cui non risultasse agli atti alcun tipo di diversa dichiarazione da parte di terzi come ad esempio una denuncia o un esposto. In quest’ultimo caso si presume la titolarità in capo a chi ha presentato il tagliando ma tale presunzione trova il limite dell’accertamento dei fatti in giudizio». Prima di allora la situazione viene congelata e l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli blocca temporaneamente la vincita come nel caso di Napoli. «L’Autorità Giudiziaria può sospendere il pagamento a favore di chi ne reclama la vincita in attesa della conclusione delle indagini», aggiunge. 

I numeri. Per l’Agenzia il caso di Napoli e in generale il furto di un biglietto vincente sono eventi rari. É più facile che i cittadini si dimentichino di riscuotere le vincite . Dal 2017 ad agosto 2021, secondo dati dell’Agenzia, non sono stati riscossi oltre 500 milioni di euro. Nel dettaglio 502.455.754 di euro dalle lotterie istantanee. Che rappresentano l’1,56% del totale complessivo vinto che vale oltre 32 miliardi di euro.

L'errore da non fare col Gratta e Vinci e come difendersi dai furti. Alessandro Ferro il 7 Settembre 2021 su Il Giornale. Il caso di Napoli fa correre ai ripari: cosa bisogna fare quando si vincono determinate somme di denaro ma, soprattutto, se il tagliando viene rubato. Dopo la vicenda del Gratta e vinci che ha visto protagonista il titolare di una tabaccheria di Napoli che ha rubato un biglietto vincente da 500mila euro ad un'anziana signora e tutto quello che ne è seguito, gli italiani saranno più "attenti" quando capiterà sotto mano un'altra vincita.

Le regole per riscuotere la somma. Stefano Saracchi, dirigente dell’ufficio giochi numerici e lotterie, al Corriere della Sera ha spiegato quali sono le procedure quando si vince. "È possibile identificare una prima soglia di 500 euro come netto spartiacque per le procedure che il giocatore deve seguire per il reclamo ed il ritiro della vincita", afferma. Se si tratta di una somma inferiore, il giocatore può riscuotere il denaro immediatamente e presso qualsiasi punto vendita italiano, non necessariamente quello in cui è stato acquistato il biglietto. Invece, se la cifra comincia a diventare importante ed arrivo fino a 10mila euro, "il giocatore dovrà presentare il biglietto presso un qualsiasi punto vendita autorizzato per richiedere la prenotazione del pagamento della vincita", aggiunge. Sopra la soglia dei 10 mila invece sarà necessario, invece, presentare il biglietto all’ufficio premi del Concessionario o, in alternativa, presentandolo presso uno sportello di Intesa Sanpaolo che provvederà all’avvio delle procedure di reclamo.

Cosa succede se il Gratta e vinci viene rubato. Nei casi come quello di cui ci siamo occupati, e cioé del furto del biglietto, bisogna denunciare immediatamente l'accaduto presso le Autorità competenti. "I regolamenti in vigore - dice Saracchi - prevedono che l’Agenzia possa autorizzare i pagamenti dei tagliandi risultati vincenti solo se presentati in originale. Pertanto, nel momento in cui si dovesse presentare apposita denuncia di furto, è necessario sia il rinvenimento del biglietto sia che l’Autorità Giudiziaria possa accertare la legittima proprietà del tagliando in capo a chi ne reclama la titolarità". Se il biglietto non si trova, l’unica possibilità rimane il contenzioso legale con tanto di eventuali richieste di risarcimento danni in capo al soggetto che ha commesso il furto.

I dubbi sulla titolarità. È un problema che non dovrebbe esistere ma può capitare che ci sia un problema sulla titolarità del possessore del biglietto: la norma prevede che chi presenti il tagliando vincente sia il legittimo titolare tutte le volte in cui non risultasse agli atti alcun tipo di diversa dichiarazione da parte di terzi come ad esempio una denuncia o un esposto. "In quest’ultimo caso si presume la titolarità in capo a chi ha presentato il tagliando ma tale presunzione trova il limite dell’accertamento dei fatti in giudizio". Prima di definirlo, quindi, la situazione viene congelata e l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli blocca temporaneamente la vincita come nel caso di Napoli. "L’Autorità Giudiziaria può sospendere il pagamento a favore di chi ne reclama la vincita in attesa della conclusione delle indagini", aggiunge. Comunque, per fortuna, nonostante il caso di Napoli, il furto di un biglietto vincente fa parte degli eventi rari: l'Agenzia fa sapere che è più facile che i cittadini si dimentichino di riscuotere le vincite . Dal 2017 ad agosto 2021, secondo i dati dell’Agenzia, non sono stati riscossi oltre 500 milioni di euro (esattamente 502.455.754 di euro dalle lotterie istantanee), in pratica l’1,56% del totale complessivo vinto che vale oltre 32 miliardi di euro.

Il dossier Openpolis. Rifiuti, Napoli spende più di tutti ma resta una discarica. Francesca Sabella su Il Riformista il 2 Settembre 2021. Tra le cinque grandi città italiane al voto, Napoli è quasi quella che spende di più per la gestione dei rifiuti. Verrebbe da pensare a “Napule è ‘na carta sporca” di Pino Daniele come a un periodo buio e oramai lontano dal presente della città. Invece Napoli è ancora una “carta sporca” perché, se è vero che Palazzo San Giacomo spende 223,82 euro pro capite per lo smaltimento dei rifiuti, cioè poco meno di Roma e Torino che ne sborsano rispettivamente 273 e 230, è altrettanto vero che questo sforzo economico non si traduce in una città pulita, con un sistema di gestione dei rifiuti degno della terza città d’Italia. Anzi, Napoli appare perennemente sporca. A chiudere la classifica stilata da Openpolis ci sono Milano (con 207 euro pro capite) e Bologna (con 206) che spendono di meno ma senza dubbio con più criterio. A Napoli la questione rifiuti è un nodo gordiano che negli anni è stato allentato o stretto ma mai sciolto, fino a far considerare cassonetti stracolmi di sacchetti e spazzatura buttata qui e là come parte dell’arredo urbano. Spendere molto non vuol dire spendere bene e i numeri sulla quantità di rifiuti urbani raccolti lo confermano: nel 2018, a Napoli, sono stati raccolti 581,10 chilogrammi di immondizia per abitante, mentre nello stesso anno ne sono state prodotte addirittura 505mila tonnellate. Senza dimenticare che in Campania si paga la tassa sui rifiuti più alta di tutto il Paese: 421 euro in media all’anno, circa 120 in più rispetto al resto degli italiani, per ricevere un “servizio fantasma”. E non va meglio quando guardiamo l’andamento della raccolta differenziata. Se Milano e Bologna riescono a differenziare più del 50% dei rifiuti e Torino e Roma più del 40, Napoli riesce non va oltre la soglia del 36, occupando così l’ultimo posto della classifica a grande distanza dai numeri imposti dalla legge, che chiede di differenziare almeno il 65% dei rifiuti prodotti, e dalle promesse del sindaco uscente. Proprio la raccolta differenziata e l’emergenza rifiuti, infatti, furono lo slogan preferito dall’attuale primo cittadino di Napoli Luigi de Magistris che, nella campagna elettorale del 2011, prometteva che la città avrebbe raggiunto in pochi mesi il lusinghiero obiettivo del 70% di raccolta differenziata. Tutto ciò con il contributo offerto dalla costruzione di tre impianti di compostaggio. Ebbene, dopo dieci anni, la realtà è ben lontana dalle aspettative create dal sindaco e dei tre impianti nemmeno l’ombra. La faccenda dei rifiuti pare voler incontrare il destino di Dema fino all’ultimo giorno del suo mandato da sindaco. E così il primo cittadino, che prometteva di liberare Napoli dalla munnezza, è riuscito a liberare solo il lungomare: migliaia di strade e piazze della città sono ancora ostaggio dell’immondizia. Seppur impegnato a seguire il sogno della presidenza della Calabria e a preparare le valigie per lasciare Palazzo San Giacomo, de Magistris ha trovato il tempo per aiutare Roma, sommersa dai rifiuti. Pochi giorni fa i napoletani il sindaco ha accolto la richiesta di emergenza di Ama, l’azienda che gestisce i rifiuti a Roma, impegnandosi a ricevere 150 tonnellate di immondizia dalla Capitale dal 4 ottobre al 31 dicembre. «Non ci sarà alcuna ricaduta di efficienza nel trattamento dei rifiuti sui nostri territori che hanno ovviamente l’assoluta priorità», ha assicurato Dema che si è subito giustificato spiegando che «accogliere la richiesta di Roma è un atto istituzionale doveroso e giusto per scongiurare una crisi gravissima sui rifiuti». La decisione di far arrivare altri rifiuti in una città già allo stremo non è piaciuta neanche ai candidati sindaci di Napoli, non proprio entusiasti all’idea di dover cominciare il mandato alla guida di Palazzo San Giacomo con l’ulteriore incombenza legata ai rifiuti provenienti da Roma. Ecco perché gli aspiranti sindaci hanno criticato duramente la decisione di Dema. A questo punto e a pochi giorni dalla presentazione dei programmi per la città – fatta eccezione per Gaetano Manfredi che ha già consegnato il suo documento – tocca agli aspiranti sindaci mettere in campo una proposta seria e concreta per liberare Napoli dai rifiuti e dalla demagogia che l’hanno sfregiata dal 2011 a oggi.

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Il dramma a Caserta, fermato 19enne napoletano: ha confessato. “Perché lo hai fatto?” e poi la coltellata, Gennaro morto dissanguato: fermato coetaneo. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 29 Agosto 2021. “Perché mi guardi così? Perché lo hai fatto?”. Sarebbero state queste le parole rivolte da Gennaro Leone, 18 anni, al suo assassino nel corso di una banale lite nata, poco prima della mezzanotte, da uno spintone involontario tra i baretti del centro di Caserta, affollati di giovani sabato 28 agosto. Dalle parole di Gennaro (“Che vuoi da me?”), il giovane è passato direttamente ai fatti, estraendo un coltello e scagliando un fendente all’altezza della gamba destra. Doveva essere solo uno sfregio, una punizione per lavare col sangue “l’affronto” ricevuto in via Giambattista Vico, uno dei vicoli della movida casertana dove i ragazzi si ritrovano soprattutto nel weekend. Invece la coltellata ha reciso l’arteria femorale del 18enne, promessa del pugilato casertana, morto dissanguato tre ore dopo l’arrivo all’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta. I carabinieri di Caserta, guidati dal capitano Pietro Tribuzi, hanno lavorato senza sosta, raccogliendo le testimonianze delle persone presenti al momento della lite e visionando le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona.

Fermato 19enne del Napoletano: ha confessato. Il coetaneo che ha accoltellato e ucciso il 18enne è stato raggiunto nel pomeriggio di domenica da un decreto di fermo, disposto dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. Si tratta un 19enne di Caivano, incensurato, identificato grazie alle testimonianze raccolte. Il giovane, sotto choc, durante l’interrogatorio ha confessato. Dopo l’arresto, è stato trasferito nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Dopo la tragedia, il prefetto di Caserta Raffaele Ruberto ha convocato per lunedì 30 agosto alle 11 un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica sulla movida violenta. Nelle scorse settimane sono avvenute diverse risse nel centro di Caserta con giovani ragazzi feriti, tanto che il sindaco Carlo Marino aveva emesso un’ordinanza anti-alcol, che non ha però sortito l’effetto sperato anche perché i controlli non sono sempre all’altezza della situazione. Intanto sono numerosi i messaggi di cordoglio e di vicinanza alla famiglia del 18enne, originario di San Marco Evangelista. “Che la terra ti sia lieve, piccolo Campione”. E’ il messaggio di condoglianze del mondo del pugilato. Con un tweet della federazione, il mondo pugilistico “Nazionale si stringe attorno alla famiglia Leone alla ASD Energy Boxe Caserta per la scomparsa di Gennaro”, nel giro delle giovanili della Nazionale azzurra di pugilato. “Riposa in pace, Campione”.

Il sindaco: “Famiglia perbene, sconvolti”. “Siamo sconvolti”. Queste le parole pronunciate dal sindaco di San Marco Evangelista Gabriele Cicala commenta la tragedia ed è vicino al dolore della famiglia. Il padre del 18enne è un ufficiale dell’Aeronautica Militare mentre la madre è imprenditrice. “Conosco la mamma di Gennaro – ha spiegato Cicala – Non ho avuto ancora la forza di chiamarla. E’ una tragedia straziante. Purtroppo ormai accadono troppo spesso risse durante i fine settimana, soprattutto nei Capoluoghi che sono un po’ il polo di attrazione per i comuni circostanti. Sta diventando una triste abitudine e trovo preoccupante, da genitore di due ragazzi, che ci siano giovani che girino in strada con un coltello in tasca. Mi spaventa. Quella di Gennaro è una tragedia che ha sconvolto la comunità di San Marco e siamo vicini ai familiari in questo momento di grande dolore”.

Il comitato: “Nostre denunce inascoltate, la politica se ne frega”. Durissime le parole di Rosi Di Costanzo, presidente del Comitato di Vivibilità Cittadina, che da tempo denuncia la presenza di giovani armati di coltello in giro per le strade. Sono stati chiesti controlli, sia dal comitato sia dagli stessi commercianti, ma nulla. Il nostro Comitato “Vivibilità cittadina Caserta” oggi è in lutto. Sono anni che ci battiamo, inascoltati, per una Vivibilità migliore.  Quante denunce, quante Pec, quante suppliche all’amministrazione pro tempore affinché si progettasse sicurezza per i giovani. Si, i giovani, i nostri figli, quelli che ci chiedono di uscire, quelli ai quali non sappiamo più dire no, quelli che amiamo, quelli che vorremmo proteggere, quelli per cui chiediamo aiuto alle Istituzioni che non se ne fregano”. “Siamo in lutto per Gennaro e per la sua famiglia” prosegue Di Costanzo. “A lui dovevamo offrire di meglio, ma non siamo stati capaci. Ieri sera, da madre che ama i propri figli, ho pregato il mio, 21enne, di non andare in centro. Mentre lo dicevo mi sentivo sconfitta, ma l’egoismo di pensare a mio figlio era più forte. Solo 7 giorni fa, inviavo un messaggio al Sindaco raccontandogli di un episodio accaduto all’altro mio figlio 28enne, molestato con il coltello alle 1.30 in via Sant’Agostino da un gruppo di 18enni. Il giorno dopo avevo fatto un post, con la foto di un coltello a serramanico, e qualche commerciante mi tacciava di essere fuorviante, vista la foto in evidenza del coltello. Mio figlio era stato minacciato proprio con un coltello a serramanico, e lui sa riconoscerlo. Mi sarei aspettata, da un esercente solidarietà, non critica, mi sarei aspettata aiuto per combattere il problema, non opposizione”. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Anarchia totale nel centro di Napoli. Si arrampica sul palazzo dell’Università e cade nel vuoto: “E’ la piazza delle scimmie, lo fanno spesso”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 29 Agosto 2021. Poteva finire in tragedia come nel giugno del 2016, quando un ragazzo di 23 anni, Emmanuele Pirozzi, si arrampicò lungo l’obelisco di piazza San Domenico Maggiore a Napoli per poi precipitare nel vuoto per circa una decina di metri e perdere drammaticamente la vita. Cinque anni dopo, nel centro storico del capoluogo partenopeo è andata in scena un’altra follia: sono da poco passate le 21 quando in largo San Giovanni Maggiore Pignatelli (conosciuta anche come piazza Kestè dal nome del locale presente da decenni), nei pressi dell’università l’Orientale di Napoli, un ragazzo si arrampica sul portale in pietra dell’università. Sale per qualche metro, incitato dai presenti che anziché fermarlo o posizionarsi di sotto per attutire l’eventuale caduta, girano un video, commentano ad alta voce il gesto pericoloso del giovane (“Qui si sta perdendo la testa”). Galvanizzato, il ragazzo prosegue, prima di perdere l’equilibrio e cadere nel vuoto per circa tre metri. Una caduta accompagnata dalle urla delle persone presenti. Il protagonista perde i sensi, poi si riprende in attesa dell’arrivo dell’ambulanza. Il lavoro dei sanitari viene però ostacolato dalla fiumana di gente che sabato 28 agosto ha invaso il centro storico di Napoli. Il ragazzo, non senza difficoltà, viene caricato in ambulanza e portato all’ospedale Fatebenefratelli dove i medici hanno riscontrato ferite lievi al polso e alla caviglia. Poco dopo il video della sua impresa è stato caricato sui social diventando virale nel giro di poche ore. Numerose le denunce dei comitati di vivibilità cittadina, dei residenti e dei gestori dei locali che da tempo lamentano l’assoluta anarchia che regna in alcune strade della movida della città. Dure le parole di Francesco Caliendo, proprietario del Kestè: “Stanotte un ragazzo ha rischiato di morire in piazza. Sono realmente sotto shock. Sono anni che denunciamo e lavoriamo per un decumano del mare e una piazza diversi. L’amministrazione è responsabile? Le forze dell’ordine? E la politica che da 30 anni taglia fondi a cultura e giovani? E noi che assecondiamo tutto questo? A volte mi manca la forza per continuare”. Anche i residenti si scagliano contro episodio del genere “che sempre più spesso si ripetono. E’ diventata la piazza delle scimmie, si arrampicano ovunque. Lo fanno per gioco ma non sono consapevoli dei rischi che corrono”. “Il filmato che abbiamo pubblicato ieri sera, sulla nostra pagina Facebook, del ragazzo che è caduto al suolo mentre si arrampicava sul portone di un palazzo storico della piazza dell’Orientale, nel pieno centro storico di Napoli, mostra un episodio che purtroppo non è isolato” commenta l’avvocato Gennaro Esposito del Comitato Vivibilità Cittadina. “Nella medesima piazza, infatti, nei giorni scorsi si sono visti ragazzi che per divertirsi, in piena notte, si arrampicavano sui lampioni della luce. Speriamo che il ragazzo non si sia fatto troppo male. Abbiamo la urgente necessità che questi episodi non accadano mai più, poiché potremmo assistere di nuovo al ripetersi di morti assurde, come quella del giovane Emmanuele che qualche anno fa cadde dall’obelisco di piazza san Domenico Maggiore”. “Ormai sono anni che denunciamo che le notti del divertimento napoletano e non solo napoletano sono sempre più accompagnate da fiumi di superalcolici mischiati con sostanze psicotrope di vario genere e natura. Tanta la cocaina e l’erba che si spaccia e si consuma accompagnata da quantità impressionati di alcol testimoniate dai tappeti di bottiglie che rinveniamo il giorno dopo i quotidiani bagordi”. Poi l’appello alle forze dell’ordine: “E’ evidente che occorrono più controlli e presidi. Le Istituzioni devono capire che, se la notte deve essere viva, allora occorre anche un maggiore contingente di Forze dell’Ordine a presidio dei luoghi della movida in uno a politiche di sensibilizzazione sugli effetti dell’alcol e delle droghe specialmente sui più giovani. Purtroppo stamane il Presidente del Comitato Vivibilità Cittadina di Caserta, la Prof. Rosi Di Costanzo ci ha comunicato che nella notte appena trascorsa ha perso la vita un giovane appena diciottenne a seguito di un accoltellamento avvenuto in una strada della movida casertana. Manifestiamo la nostra solidarietà ai familiari della vittima per questa inaccettabile morte ma non ci arrendiamo continueremo a denunciare ed ad opporci a questi fenomeni di degrado sociale e cittadino le Istituzioni devono ascoltarci”. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Patrizio Mannu per il "Corriere della Sera" il 4 agosto 2021. Derby politico in piena regola in casa Maradona, su fronti opposti zio e nipote. Hugo, fratello del Pibe, è sceso in campo con il centrodestra per un posto in consiglio comunale a Napoli. Capolista in Napoli Capitale, associazione politica guidata da Enzo Rivellini (uno che viene da An e oggi è con Giorgia Meloni), a sostegno della corsa a sindaco di Catello Maresca. Sul fronte opposto, quello del centrosinistra, Diego Armando jr., da qualche giorno allenatore del Napoli United, squadra di extracomunitari e rifugiati, sotto l'egida di Gesco, holding del terzo settore, il cui patron Sergio D'Angelo ha scelto, da candidato sindaco, di fare un passo indietro e appoggiare Gaetano Manfredi, ex rettore ed ex ministro (ma fervente juventino), in corsa sotto con Pd e M5S. Diego jr. si sta spendendo molto nella campagna elettorale di Manfredi, condividendone ideali e obiettivi. Che ovviamente non sono quelli di Hugo; nipote e zio, divisi in una Guerra dei Roses in salsa napoletana. Ieri a Napoli per Hugo è stata la prima uscita pubblica accanto a Maresca. «Da tempo - ha detto - sono impegnato a sostegno di bambini e ragazzi e voglio aiutarli come faceva Diego. Vorrei provare a garantire loro l'accesso allo sport». Già, il fratello Diego. Chissà cosa direbbe oggi della scelta di Hugo, lui che - a chi gli chiedeva il perché di quel tatuaggio di Che Guevara sul braccio - spiegava: «Io sono sinistro, tutto sinistro: di piede, di fede, di cervello».

Antonio E. Piedimonte per "La Stampa" il 4 agosto 2021. Fuor di metafora, è una campagna elettorale di stampo decisamente calcistico quella che sta divampando all'ombra del Vesuvio. Dopo il tackle (da cartellino) assestato a inizio partita ai danni del candidato sindaco del centrosinistra - additato al pubblico sdegno in quanto di fede juventina - la coalizione di centrodestra continua il suo pressing a tutto campo: ieri mattina, dinanzi allo stadio, è stato presentato un candidato al Consiglio comunale il cui solo nome tocca i cuori azzurri: Hugo Hernán Maradona, detto «El Turco», il molto umano fratello della più nota delle divinità calcistiche planetarie. Meno vivace l'altro versante, dove sino ad ora ci si è limitati a qualche incerto contropiede, come le foto dell'aspirante primo cittadino Gaetano Manfredi sotto uno dei poster-altarini dedicati al Pibe de oro. E poi un guizzo al limite dell'area che avrebbe potuto avere interessanti sviluppi: l'abboccamento con un altro Maradona, Diego junior, pare per inserirlo nella lista di Sergio D'Angelo (leader delle coop Gesco nonché ex assessore con De Magistris), che ha poi scelto di ritirarsi per aderire allo schieramento guidato dall'ex rettore ed ex ministro. Un Maradona per parte? Alla fine Junior ha declinato, ma non senza confermare le sue simpatie per il raggruppamento più lontano possibile dalle derive antimeridionali della Lega. Insomma, proprio come il leggendario babbo, amico personale di Fidel Castro, anche il giovane Diego penderebbe a sinistra. Inevitabile sollevare la delicata questione allo zio Hugo, il quale però non la prende affatto bene e piuttosto che citare Gaber (che cos'è la destra? che cos' è la sinistra?) minaccia di interrompere immediatamente l'intervista a La Stampa. A salvarci sono i buoni uffici della gentile consorte, la signora Paola, con la quale l'ex calciatore argentino (venne a giocare in Italia nel 1987) vive da diversi anni a Monte di Procida, ameno paesino dei Campi Flegrei. «Mi sono già arrabbiato per questo - ribadisce "El turco" cercando di contenersi -, queste domande non mi piacciono, io non sono né di destra né di sinistra. E comunque io sono Hugo e Diego era Diego, ognuno col suo pensiero e con le sue posizioni». Lei si è mai occupato di politica? «No. Mi hanno detto che c'è la possibilità di continuare a fare quello che faccio da anni, cioè aiutare i bambini e il calcio, tutto qua. Io non sono un politico e non voglio fare il politico». Tuttavia se fosse eletto si troverebbe costretto a occuparsi di politica, non crede? «Non credo. Io mi occupo di calcio basta. E continuerei a fare quello. E ora devo andare», replica Hugo. Restano quei bambini che lui, sia per i trascorsi familiari sia come docente nelle scuole calcio, conosce bene: «Voglio fare qualcosa per i tanti ragazzi in difficoltà. In troppi qui hanno poche alternative alla strada. E come se non bastasse sono due anni che siamo fermi per colpa del Covid...». La famiglia è importante - fu Diego a convincere Corrado Ferlaino ad acquistare il cartellino del fratellino per 400 milioni di lire - e la generosità è nel dna, quello che però manca all'appello è un requisito fondamentale: la cittadinanza italiana. Dettaglio che sottoponiamo all'attenzione dello stratega dell'«operazione Maradona», l'ex eurodeputato Enzo Rivellini, anima della lista «Napoli Capitale»: «Hugo è in Italia da quarant'anni, da cinque è sposato con un'italiana, ha due figli italiani, e ha fatto la domanda diversi anni fa, si tratta di un problema burocratico. E per questo i nostri legali hanno presentato un decreto d'urgenza». Non nuovo a iniziative provocatorie (come mettere una maglia della Juve alla statua di Garibaldi), Rivellini chiarisce: «Non è una candidatura blindata come quelle che abbiamo visto in passato da più parti, se vorranno votare Hugo lo faranno, altrimenti continuerà a fare la sua vita». Rimane quello che è stato definito «sfruttamento indebito dell'altrui popolarità», o anche «effetto allodola», ma il candidato sindaco Catello Maresca non si fa avviluppare dalle polemiche: «Noi non sfruttiamo il nome di nessuno. Siamo aperti a tutte le risorse», dice il magistrato, rimettendo la palla al centro.

Intervista a Paolo Cirino Pomicino: “Napoli condannata all’immobilismo dai partiti”. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 3 Agosto 2021. «Nei decenni passati la politica ha avviato e realizzato decine di progetti strategici per Napoli. È stato possibile perché i partiti avevano identità, cultura e visione. Oggi non è così ed è per questo che prevedo un futuro difficile per la città, a meno che il prossimo sindaco non sia adeguatamente sostenuto dalle forze di governo». Ne è convinto Paolo Cirino Pomicino, per decenni tra i politici napoletani più influenti e oggi presidente della società che gestisce la Tangenziale.

Onorevole, il suo è un duro atto di accusa nei confronti dei partiti…

«La loro inconsistenza culturale è sotto gli occhi di tutti così come la loro crisi d’identità. Se agli esponenti di ciascun partito chiedessimo “scusa, ma tu chi sei politicamente?”, nessuno sarebbe in grado di dare una risposta convincente. L’azzeramento delle radici culturali ha trasformato i partiti in comitati elettorali e la prova lampante sono le liste “alla carlona” che stanno nascendo a Napoli proprio in questi giorni. L’unica eccezione potrebbe essere Azzurri per Napoli che nel simbolo indica un’identità popolare e liberale».

Tutto ciò quali conseguenze ha avuto su Napoli?

«L’ha ridotta in uno stato comatoso. Napoli è viva, ma non vitale. Il Comune è ormai destrutturato e non ha la benché minima visione della città. A tutto ciò si sommano mali antichi come la mancanza di lavoro, la marginalizzazione di intere fasce sociali, la criminalità. E la politica si è completamente sfarinata: possibile che nessun partito abbia avuto il coraggio di candidare a sindaco un proprio dirigente? Lo dico soprattutto al Partito democratico: perché il segretario metropolitano Marco Sarracino e il presidente Paolo Mancuso non corrono per Palazzo San Giacomo? Come si può guidare Napoli se non si ha il coraggio di sottoporsi al vaglio popolare?»

In compenso, però, questa campagna elettorale è stata caratterizzata da un forte richiamo al civismo: è un bene?

«Il civismo è una virtù in aggiunta alla politica, non se la sostituisce. La prospettiva è quella di vedere più di venti liste, tra centrodestra e centrosinistra, sulla scheda elettorale. Vuol dire che il prossimo sindaco si troverà in un Consiglio comunale dal quale la politica rischia di essere espulsa e nel quale trionferà l’istituto del negozio, cioè della contrattazione su ogni singolo provvedimento da votare, come sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte».

Secondo lei non c’era alternativa?

«Certo che sì. Ma i partiti avrebbero dovuto avere un sussulto di dignità e candidare i propri dirigenti, mentre gli aspiranti sindaci avrebbero dovuto dire no alle liste civiche».

Prevede un futuro difficile per Napoli, quindi…

«Purtroppo sì. Spero che Gaetano Manfredi, al quale auguro di essere eletto sindaco, sia debitamente sostenuto dalle forze di governo. In passato i sindaci erano assistiti dai gruppi parlamentari che reperivano le risorse necessarie per realizzare progetti strategici. Così, a Napoli, sono nati il Centro direzionale, la metropolitana, la tangenziale, il palazzo di giustizia».

Chiaro il suo endorsement per Manfredi. Come giudica gli altri aspiranti sindaci?

«Antonio Bassolino è un antico avversario, ma le sue qualità politiche e amministrative sono indiscutibili. Catello Maresca deve dare ancora prova di sé perché non basta una sola esperienza giovanile da consigliere comunale per amministrare una città complessa come Napoli. La sua candidatura nasce da ciò che ho appena detto, cioè dalla crisi dei partiti e dall’inconsistenza delle classi dirigenti».

A prescindere dal nome, da che cosa dovrà cominciare il prossimo sindaco?

«Da tante cose. Da tempo, per esempio, Napoli ha una sola arteria di collegamento da Est a Ovest, cioè la tangenziale. In passato suggerimmo la realizzazione di un sottopasso da piazza Sannazaro a piazza Municipio. La proposta è rimasta lettera morta, mentre il lungomare liberato si è trasformato in un paesotto. Il risultato è che basta anche un piccolo intervento sulla tangenziale per paralizzare la città. A ciò si aggiungono una metropolitana che dopo decenni attende ancora di essere ultimata. Eppure la mobilità è un elemento essenziale per tutte le città e per Napoli in particolare».

In passato lei è stato tra i proponenti di Neonapoli, il progetto finalizzato a fermare il degrado civile ed economico della città: lo ritiene ancora attuale?

«Certo che lo è. Basta guardarsi intorno per comprenderlo. Per Bagnoli sono stati sprecati centinaia di milioni di euro, ma il rilancio dell’area è ancora lontano. La società Tangenziale ha proposto la realizzazione di una serie di svincoli per rendere più fluido il traffico, ma dal Comune sono arrivati soltanto rifiuti, senza dimenticare il mancato potenziamento dei collegamenti assicurati dalla Circumvesuviana e della tratta Napoli-Nola. E poi c’è il Centro direzionale: poteva essere un grande centro di attrazione, invece è diventato un’occasione sprecata e un simbolo di degrado. E andrà sempre così se i partiti non recupereranno l’identità, la cultura e la visione indispensabili per governare la comunità».

Quindi come se ne esce?

«In Europa governano quattro culture politiche: socialismo, popolarismo, liberalismo ed ecologismo. I partiti italiani devono identificarsi in una di queste culture e agire di conseguenza. Sarebbe un bene per l’Italia, a cominciare da Napoli».

Ciriaco M. Viggiano. Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.

Le disparità sono la morte della capitale del Mezzogiorno. Napoli tra élite e plebe: un’ora per volare a Milano, due da Secondigliano a piazza del Plebiscito. Vincenzo Strino su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Ho seguito la polemica sollevata dal candidato sindaco di centrodestra Catello Maresca sulle parole usate da Berardo Impegno per incentivare la presenza del suo Partito democratico in una Napoli dilaniata dalle disuguaglianze e, da abitante di una delle periferie più bistrattate della storia di Napoli, mi permetto di spiegare perché, quella del candidato sindaco del centrodestra, è una querelle sbagliata. A Impegno, che in un’intervista ha descritto una Napoli ancora drammaticamente divisa tra élite e plebe, Maresca ha risposto: «Noi pensavamo che la sinistra fosse ferma a 30 anni fa. Oggi scopriamo che è ferma a 300 anni fa. Questa divisione “élite – plebe” è ridicola». Faccio una premessa necessaria: non sono un tesserato del Pd né ho mai conosciuto di persona Impegno. Certo, conosco la sua storia politica come conosco quella da magistrato di Maresca, tutto qui. Provengo da una zona della città che presenta un tasso di evasione scolastica quasi quattro volte superiore alla media europea, un livello di disoccupazione che in certi casi arriva al 50% e che, durante lo scorso mese di aprile, ha visto quartieri come Miano e Secondigliano come i territori con più casi di contagiati dal Covid nell’intera Campania. Gli echi del risorgimento bassoliniano e della rivoluzione arancione, dalle mie parti, non li ha mai uditi nessuno. L’unico prodotto della politica che ha avuto un effetto positivo è il reddito di cittadinanza, grazie al quale centinaia di famiglie sono state sottratte al giogo della camorra e hanno potuto cominciare a guardare al futuro con più serenità. Di fronte a questo scenario, l’invito di Impegno nei confronti del suo Pd e del candidato sindaco di centrosinistra Gaetano Manfredi a intervenire in modo tempestivo per rimediare alle enormi disparità che limitano e affossano gran parte della città, mi sembra più che corretto. Anzi, mi appare come la più sensata delle analisi politiche. E chi sostiene il contrario lo fa in malafede. Voglio dire, è forse sbagliato sostenere che un bambino di Secondigliano ha meno possibilità di laurearsi rispetto a uno del Vomero? La risposta è no. E lo dico da secondiglianese laureato, con una maturità classica ottenuta in un liceo del centro storico distante un’ora e mezza da casa. Anche di fronte al problema del trasporto pubblico, per esempio, invece di cercare la polemica facile mi piacerebbe leggere di possibili soluzioni. Non è paradossale che chi, come me, proviene dalla VII municipalità (Miano, San Pietro a Patierno e Secondigliano) possa arrivare in un’ora a Milano prendendo un aereo (Capodichino è all’80% proprio sul territorio della VII) e poi impiegare quasi due ore per raggiungere piazza del Plebiscito con i mezzi pubblici? Questo è lo scandalo per me. Su questo sì che siamo tantissimi anni indietro ad altre città d’Italia (non dico d’Europa, altrimenti finisco preda della tristezza). Ed è evidente che la spaccatura tra una città che è sopravvissuta decentemente a dieci anni di amministrazione de Magistris e un’altra che già prima doveva arrangiarsi come poteva, non solo lavorativamente, non è una provocazione di Impegno, ma un mero e tristissimo dato di fatto su cui tutti non solo dovrebbero ragionare, ma lavorare come mai è stato fatto fino a oggi.

Vincenzo Strino. *scrittore e presidente del Laboratorio di riscossa secondiglianese (Larsec)

Il processo sull'edificio di Salerno. De Luca assolto anche in Appello nel processo Crescent, crollano ancora le accuse della Procura. Redazione su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Vincenzo De Luca è stato assolto anche nel processo d’Appello per l’inchiesta riguardante presunte irregolarità nella realizzazione del Crescent, un complesso architettonico a forma di mezzaluna realizzato a Salerno dall’architetto catalano Ricardo Bofill, dove domina piazza della Libertà. Il presidente della Regione Campania, accusato di abuso d’ufficio, falso e lottizzazione abusiva, si è visto quindi confermare la sentenza di primo grado, mentre la Procura generale aveva chiesto per il governatore ed ex sindaco di Salerno una condanna a 18 mesi. Un secondo flop dunque per l’accusa, che ha visto confermare l’assoluzione non solo per De Luca ma anche per gli altri imputati, esattamente come in primo grado, vedendosi respinta la richiesta di sequestro dell’area dove è stato realizzato il Crescent, una delle opere simbolo del potere di De Luca nella città. Un processo iniziato il 23 dicembre 2014 e durato 57 udienze, fino alla sentenza di primo grado del settembre 2018. Altre 22 invece le udienze tenute per il processo d’Appello. Nell’aula bunker del Tribunale di Salerno sono arrivate le assoluzioni anche per Lorenzo Criscuolo, Davide Pelosio, Matteo Basile, Anna Maria Affanni, Giovanni Villani, Eugenio Rainone, Eva Avossa, Gerardo Calabrese, Luca Cascone, Luciano Conforti, Domenico De Maio, Augusto De Pascale, Ermanno Guerra, Aniello Fiore, Vincenzo Maraio, Franco Picarone, Nicola Massimo Gentile, Bianca De Roberto e Rocco Chechile. Per quindici imputati è intervenuta la prescrizione per l’abuso d’ufficio mentre per De Luca è andato prescritto il reato di falso relativamente a un atto che riguarda la lottizzazione.

L’avvocato Andrea Castaldo, legale di Vincenzo De Luca, si è detto “estremamente soddisfatto” per l’esito del processo che “ha confermato quanto noi abbiamo sempre detto e, cioè, la legittimità dell’operato del sindaco e della Giunta, la mancanza di un interesse privato e viceversa un interesse pubblico che è stato realizzato grazie anche alla spinta propulsiva del sindaco De Luca e che ha permesso un’opera che ha comunque rappresentato un segno nel panorama edilizio e urbanistico e nel rilancio della città”, ha spiegato all’Agi. Dello stesso avviso l’altro legale di De Luca, l’avvocato Paolo Carbone, che ha rimarcato come “c’era assolutamente niente in questo processo. È nato male, è stato condotto in primo grado con grande maestria da un tribunale responsabile e colto”. La sentenza di primo grado del tribunale di Salerno era stata appellata, tra gli altri, dal pm e dalle parti civili. Le motivazioni della sentenza saranno pubblicate entro novanta giorni. Redazione

Il gioco delle tre scimmiette. Camorra e omertà, omicidi "fantasma" a Napoli: “Non abbiamo visto e sentito niente”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 25 Giugno 2021. “Non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male”. A terra c’è un morto ammazzato in pieno giorno mentre era in sella su uno scooter e finiva di mangiare uno snack. Intorno però i residenti e le persone presenti in via Teano, nel rione San Gaetano a Miano, periferia nord di Napoli dove da circa due anni è in corso una guerra tra due gruppi per raccogliere l’eredità malavitosa del clan Lo Russo (decapitato da arresti e, soprattutto, pentimenti eccellenti), fanno il gioco delle tre scimmiette. Nessuno ha sentito e visto nulla. Nessuno riesce a fornire ai carabinieri qualche dettaglio utile su un omicidio avvenuto intorno alle 11 di mattina di giovedì 24 giugno. Ad entrare in azione probabilmente un commando di due killer in sella a uno scooter di grossa cilindrata. Due le ‘botte‘ esplose, una ha centrato alla zona cervicale la vittima designata, Antonio Avolio, 30enne tornato libero da circa un anno dopo aver scontato una condanna per estorsione (anche lui faceva parte del clan Lo Russo). Sono le 11 del mattino e ci sono più di 35 gradi a Miano, in strada c’è gente, a terra c’è il cadavere di Avolio coperto in parte dello scooter, c’è una chiazza bella grossa di sangue. A 100 metri dal luogo dell’omicidio ci sono i carabinieri della stazione di Secondigliano impegnati in una operazione di sgombero di alcune case occupate. I militari sentono gli spari e si precipitano subito in via Teano. Qui inizia lo spettacolo surreale. Lacrime e disperazione dei familiari di Avolio da una parte, omertà totale dall’altra. “Avete sentito gli spari?” chiedono i carabinieri della Compagnia Stella ad alcune persone presenti nella zona, comprese quelle che si trovano nelle attività commerciali. “Non abbiamo sentito niente” il ritornello che in alcune aree di Napoli è diventato di dominio pubblico. Se da una parte si registra una escalation criminale preoccupante, che sta interessando l’intera città di Napoli, dal centro storico (Quartieri Spagnoli) alle periferie nord (Scampia, Miano, Piscinola), est (Ponticelli, Barra, San Giovanni) e ovest (Pianura, Fuorigrotta e Rione Traiano), dall’altra diventa sempre più difficile per le forze dell’ordine operare in alcune zone di periferie dove lo Stato non è ben accetto anche perché latitante da anni.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Da blitzquotidiano.it il 19 giugno 2021. A Napoli una scena surreale, come in un film: rubano un’ambulanza per soccorrere un parente, poi vengono identificati e bloccati grazie alle immagini della videosorveglianza. La storia ma reale è quella successa nel quartiere di San Giovanni a Teduccio. Un familiare sta male, così i parenti chiamano il 118, ma poi decidono di non attendere l’arrivo dell’ambulanza. Si recano nella sede della Croce Rossa. Lì, mentre uno attende, fuori, in sella a uno scooter, l’altro entra di soppiatto e costringe i dipendenti a farsi consegnare un’ambulanza. L’uomo, secondo il racconto del presidente della Croce Rossa di Napoli, Paolo Monorchio, che era presente, dopo essersi introdotto furtivamente negli uffici ha inveito contro il personale, con minacce e percosse, costringendo un dipendente a consegnargli le chiavi di un’ambulanza. L’uomo si è messo alla guida e si è allontanato. Seguito dal complice in scooter. Quando però sono arrivati in via Marina dei Gigli, dove avevano lasciato il congiunto che si era sentito male, questi era stato già prelevato dal 118 e soccorso. A questo punto hanno pensato di abbandonare l’ambulanza e di fuggire. Entrambi sono stati poi rintracciati e bloccati grazie alle immagini del sistema di videosorveglianza. La Polizia di Stato li ha arrestati, entrambi, con l’accasa di rapina in concorso.

Il Presidente della Fondazione Scurati si dimette. Saviano contro De Luca: “Mi ha escluso dal Ravello Festival, don Vicié stai senza pensieri: non vengo”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 18 Giugno 2021. Piccolo terremoto, diciamo smottamento, sul Festival di Ravello. La frana è partita dall’accusa di Roberto Saviano, scrittore e giornalista, che ha accusato Vincenzo De Luca, Presidente della Campania, di averlo escluso dall’evento culturale e ha anticipato che al festival non parteciperà. Il governatore, senza fare nomi, ha dato spiegazione del caso nella sua consueta diretta del venerdì. Infine le dimissioni di Antonio Scurati, scrittore ed editorialista, come Saviano firma de Il Corriere della Sera, dalla Presidenza della Fondazione Ravello. L’autore diventato celebre con il best seller Gomorra, trasposto anche in un film e in una serie tv di grande successo, ha pubblicato un video sui social network nel quale ha lanciato la sua accusa. “Vincenzo De Luca blocca la mia presenza al Ravello Festival. Nessun problema, don Vicié, non ci sarò… arripigliateve tutt chell che è o vuost…”, ha postato lo scrittore lanciandosi anche in una imitazione del governatore nel video di quasi quattro minuti. “’Roberto Saviano non esiste proprio, va cancellato…’, credo che Don Vincenzo abbia fatto così … Considera la Campania un suo regno – ha esordito Saviano – In breve: sono stato invitato al Festival di Ravello. Il cda propone gli ospiti e poi il ‘cdi’, acronimo sembra direttamente preso dal romanzo di Aldous Huxley, Il Nuovo Mondo, il comitato di indirizzo composto da figure politiche amiche di De Luca… Io sarei andato a titolo gratuito, anche se gli ospiti di un Festival andrebbero pagati… I festival culturali sono sempre più determinati dalla politica: Italia, cultura, amici, amichetti, paranze … Stanno avvelenando un festival che poteva essere meraviglioso e che è condizionato dalle consorterie. Don Vicié… arripigliateve tutt chell che è o vuost… Adesso è tornato nelle vostre mani, non tenete pensieri… Non c’è nessun problema: non vengo… A presto, Ravello…”. Il Presidente della Fondazione Ravello era Antonio Scurati, Premio Strega per M nel 2019. Aveva inserito nel programma due talk show, uno con Saviano e un altro con il ministro della Salute Roberto Speranza. Il Corriere della Sera scrive che entrambi gli ospiti sarebbero stati sgraditi, per motivi diversi, al governatore. Da qui la decisione di cancellare la conferenza stampa di presentazione degli eventi dello storico Festival costiero. Nel pomeriggio quindi è arrivato l’annuncio delle dimissioni da parte di Scurati: “Mi sono bastati, purtroppo, pochi giorni per accertare che i soci fondatori della Fondazione Ravello non rispettano la libertà intellettuale e ignorano i valori della cultura. Da uomo di cultura e, soprattutto, da uomo libero, scelgo di rassegnare le mie dimissioni dalla carica di presidente. Le dimissioni, spontanee e irrevocabili, hanno valore immediato”. Sotto attacco soprattutto il Cdi e lo stesso governatore dunque, che durante la sua consueta diretta del venerdì aveva fatto riferimento al caso, ma senza mai fare i nomi dei protagonisti: “Le indicazioni vanno rispettate in generale e quelle date dalla Regione sono molto semplici. Le iniziative che si mettono in piedi devono essere coerenti con la natura dei festival che si fanno o delle fondazioni. Non si possono fare delle cose estemporanee che non c’entrano niente. Gli eventi che si propongono non devono essere segnati da conflitti di interesse da parte di chi li propone. Tutto quello che finanzia la Regione Campania non deve essere per nessuno un’occasione per promuovere un sistema di relazioni personali o per passare qualche giornata di ferie a spese della Regione, ma devono essere eventi nella più assoluta trasparenza. Siamo in una stagione nella quale sono in movimento tanti enti, fondazioni, rassegne, manifestazioni. Le regole sono quelle che vi ho ricordato, se non ci sono coincidenze di obbiettivi e ci si separa. Niente di particolarmente drammatico”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Luigi Mascheroni per “il Giornale” il 20 giugno 2021. Lo scrittore Antonio Scurati venerdì si è dimesso dall'incarico di Presidente dell'ente culturale di Ravello - che dipende dalla Regione Campania - a sole due settimane dalla nomina. Non sapremmo dire se in modo più plateale o più coraggioso. Era del resto l'ora delle decisioni irrevocabili. Nel pomeriggio infatti era successo che il governatore Vincenzo De Luca, pur senza fare riferimenti precisi, ma diciamo così: alludendo, aveva parlato di tensioni dentro la Fondazione Ravello. Sembra che il Presidente della regione non abbia gradito l'inserimento nel programma del Ravello Festival di un paio di nomi fatti da Scurati: il ministro della Salute Roberto Speranza e lo scrittore Roberto Saviano. Ora: noi non sappiamo come siano andate davvero le cose. E ognuno, come sempre, darà la propria versione. Gli avversari di De Luca accusano il governatore-satrapo di volere sempre imporre la propria linea, e fare della Regione un sultanato aperto agli amici e chiuso ai nemici. I fan di Scurati e Saviano - scrittori di primissima fila, bestselleristi, colleghi al Corriere della sera, intellettuali di lotta e di festival -invocano la libertà di pensiero e rivendicano la scelta di dignità. Scurati mostra la faccia offesa, mascella tesa. Saviano usa il sarcasmo, citando Gomorra e camorra. E la Fondazione Ravello fa invece timidamente presente che la politica non c' entra, né c' entrano i nomi degli ospiti: semplicemente Scurati non ha condiviso il suo programma con il Consiglio di Indirizzo, scavalcando ruoli e funzioni istituzionali. Chi ha ragione? Chi ha strumentalizzato chi? Cosa è successo davvero a Ravello? L' impressione, considerando che le lotte peggiori, anche fratricide, non avvengono mai per motivi ideologici ma solo squisitamente personali, è che si sia di fronte al solito, inguaribile, insopportabile narcisismo della Sinistra italiana - così provinciale, così permalosa, così rissosa - travestito da lotta politica. E così c' è uno scrittore premio Strega, nell' ambiente considerato tanto bravo quanto antipatico, il quale - forse per eccesso di protagonismo - decide ospiti e programmi senza consultare l'organizzazione del festival. C' è un altro scrittore, forse meno bravo del primo ma probabilmente ancora più antipatico, bravissimo a fare polemiche vittimistiche. C' è un politico di ferro, e in questo molto di sinistra, al quale piace confondere il governare col comandare, e che mal sopporta l'autonomia intellettuale. Poi c' è chi - ancora più tipico della sinistra - non vede l'ora di parlare sui social e sui giornali di nuovi martiri della libertà. «La cultura deve essere libera!» (sì, giusto: ma prima deve esserci qualcuno che paga). E infine un segretario del Partito democratico che - per non passare in secondo piano nella polemica - ha già invitato Scurati e Saviano alla prossima Festa nazionale del Pd. Anche se, per non sembrare troppo poco di sinistra, non caccerà certo De Luca dal Partito. Loro sono bravissimi a tenere insieme censori e censurati.

In cella senza condanna, in Campania 4 detenuti su 10 in attesa di giudizio. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 22 Giugno 2021. Salute mentale e sovraffollamento: commentando la relazione annuale del Garante nazionale dei detenuti, Marta Cartabia non ha avuto esitazioni nell’indicare i principali problemi che affliggono i penitenziari italiani. Alla guardasigilli non saranno sfuggiti i dati sulla carcerazione preventiva che vedono la Campania al primo posto per numero assoluto di condannati non definitivi (1.233, pari al 18,8% del totale) e di reclusi in attesa del primo giudizio (1.252, cioè il 19,6% dell’intera popolazione carceraria). Numeri allarmanti che dimostrano come certa magistratura abusi delle misure cautelari e come, nella nostra regione come nel resto del Paese, dilaghi quella cultura giustizialista che vede nel carcere la principale – se non l’unica – risposta al fenomeno criminale. A sollevare la questione è stato il deputato Enrico Costa che ha invitato Cartabia ad affrontare il problema del sovraffollamento «partendo dal 30,5% di presunti innocenti»: su un totale di 53.660 detenuti, nelle carceri italiane se ne contano 16.362 in attesa di giudizio di cui 8.501 in attesa del primo giudizio. In proporzione, come dicevamo, la Campania fa segnare dati ancora più allarmanti se si pensa che, al 31 maggio scorso, addirittura il 37,9% dei 6.554 detenuti ospitati nelle 15 carceri regionali è composto da presunti innocenti. Peggio fanno solo Friuli Venezia Giulia e Sicilia, dove i detenuti in attesa di giudizio costituiscono rispettivamente il 41,2 e il 38,1% dell’intera popolazione carceraria. Se invece analizziamo i valori assoluti, la Campania è saldamente al comando della poco lusinghiera classifica sia dei detenuti in attesa di primo giudizio sia dei condannati non definitivi, seguita da Sicilia e Lombardia. «Si ha l’impressione che, sul territorio regionale, si faccia un uso sopra la media della custodia cautelare in carcere – osserva Vincenzo Maiello, punto di riferimento dell’avvocatura partenopea e docente di Diritto penale all’università Federico II – Questo è l’indizio di un uso forse non particolarmente sorvegliato delle norme in materia di misura cautelare che, in ragione della loro natura eccezionale, dovrebbero soggiacere a un regime stretta interpretazione e di rigorosa applicazione». Secondo il professore Maiello, inoltre, «il problema è soprattutto culturale: il legislatore è già intervenuto e ha fornito indicazioni inequivoche sul carattere di extrema ratio del ricorso al carcere come presidio cautelare. Spetta alla giurisprudenza uniformarsi.  Lo sta già facendo la Cassazione che ha impresso uno svolta intrisa di sensibilità garantistica agli orientamenti ermeneutici in materia. Tuttavia, nella prassi della giurisprudenza di merito, permangono impostazioni non sempre vicine al valore della presunzione d’innocenza e al principio del minimo sacrificio necessario della libertà personale». Il tema dell’eccessivo ricorso alla carcerazione preventiva, però, s’intreccia anche con quello del disagio psichico e della dipendenza dalla droga. Si stima che circa 450 persone afflitte da simili problemi si trovino attualmente nelle carceri campane sulla base di denunce presentate dai familiari. Proprio così: “spedire” dietro le sbarre un proprio figlio o fratello tossicodipendente o affetto da disturbi psichici rappresenta talvolta un disperato tentativo di cura e di cambiamento. «Ma per quelle persone – sottolinea Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti – la detenzione rappresenta un problema in più. Attenzione, dunque, alla custodia cautelare che spesso non costituisce la risposta più appropriata a problematiche di natura psicologia ed emotiva». Ovviamente, l’abuso della carcerazione preventiva incide negativamente sulla qualità della vita all’interno del carcere. Se si arresta con troppa nonchalance, non bisogna meravigliarsi del fatto che, in alcune celle di Poggioreale, siano stipati fino a 14 detenuti e che non tutti possano partecipare alle attività trattamentali previste. A spiegarlo è Antonio Fullone, dirigente generale dell’amministrazione penitenziaria campana: «Se la carcerazione preventiva fosse l’eccezione, la vita in carcere sarebbe più sostenibile perché le celle non sarebbero sovraffollate e l’attività di rieducazione e risocializzazione, riservata ai soli condannati in via definitiva, risulterebbe molto più efficace». Come se ne esce, dunque? «Con un’ampia riflessione sulla detenzione – conclude Fullone – ma soprattutto cominciando a considerare il carcere come extrema ratio in coerenza con la Costituzione e i valori che ispirano il nostro ordinamento giuridico».

Ciriaco M. Viggiano. Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.

Arresti facili e processi lumaca. Benvenuti a Napoli, capitale degli errori giudiziari: arrestati 101 innocenti nel 2020. Viviana Lanza su Il Riformista il 9 Aprile 2021. Innocenti in manette. Nel 2020 a Napoli sono stati 101. Un record nazionale. Il dato è stato diffuso dall’associazione Errori giudiziari che da oltre 25 anni si occupa del fenomeno dell’ingiusta detenzione nel nostro Paese, mantenendo alta l’attenzione su uno dei grandi nodi irrisolti della giustizia italiana. Si tratta di stime aggiornate al 31 dicembre 2020 e relative sia ai casi dell’ingiusta detenzione, cioè di coloro che vengono sottoposti a custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari salvo poi essere assolti, sia ai casi di errori giudiziari in senso stretto, cioè di chi subisce un processo e una condanna salvo poi dimostrare con un processo di revisione di essere innocente. A pesare di più su questa realtà che pone Napoli in cima alla classifica delle città italiane, è l’ingiusta detenzione: sono ancora troppi gli innocenti arrestati. Il dato è strettamente collegato al modus operandi di alcune Procure, ancora orientate verso un uso eccessivo della misura cautelare. Nel 2020, in Italia, i casi di ingiusta detenzione sono stati 750 per una spesa complessiva in indennizzi che ha sfiorato i 37 milioni di euro. Rispetto al 2019 c’è stato un lieve calo: anche a Napoli i 101 casi del 2020 segnano un trend in calo rispetto ai 145 casi del 2019. Secondo gli esperti, però, questa flessione è più che altro effetto dei rallentamenti nell’attività giudiziaria causati dalla pandemia da Covid e quindi, presumibilmente, anche dei rallentamenti nel lavoro delle Corti d’Appello incaricate di smaltire le istanze di riparazione per ingiusta detenzione. Il trend in diminuzione, dunque, non può ancora considerarsi come la spia di un cambiamento di cultura giudiziaria, di un cambio di passo degli organi inquirenti. I 101 casi, accertati nel 2020 nel distretto di Napoli e relativi a persone ingiustamente arrestate, portate in carcere o recluse ai domiciliari per poi essere assolte o scagionate, sono un record in Italia. Fra le dieci città con più casi di detenzioni ingiuste, dopo Napoli ci sono Reggio Calabria con 90 casi e Roma con 77, mentre Venezia chiude la classifica con 23 casi. Ora è vero che errare è umano, ma non si può considerare fisiologica l’ingiusta detenzione. Il fenomeno ha del patologico in un sistema, come quello della giustizia, per il quale ormai da troppo tempo si invoca una riforma ancora mai attuata. Sullo sfondo, inoltre, continua a esistere il paradosso di una Giustizia che si affretta ad arrestare sospettati ma poi fa durare i processi anche dieci anni, non riesce a eseguire le sentenze di condanna e arranca in un perenne stato di carenze ed emergenze. Tutto questo ha un costo e a pagarlo sono i contribuenti, quindi i cittadini che pagano le tasse. Nel distretto della Corte d’Appello di Napoli, nel solo 2020, sono stati liquidati indennizzi per circa due milioni e 900mila euro. Il dato, anticipato dal presidente della Corte d’Appello di Napoli Giuseppe De Carolis, è destinato a confluire nelle statistiche elaborate dal Ministero della Giustizia con cui periodicamente viene tracciato il quadro della situazione nei vari distretti giudiziari. Pur tenendo presente che le stime sull’ingiusta detenzione fanno riferimento a casi di misure cautelari emesse anni fa, c’è da immaginare che il trend sugli errori giudiziari non cambierà in maniera significativa nemmeno nel prossimo futuro se prima non cambia l’impostazione degli inquirenti, l’utilizzo che si fa della misura cautelare, i ritmi e la durata dei procedimenti nel nostro sistema giudiziario. Dei circa 6.400 detenuti attualmente reclusi nelle carceri della Campania, 2.349 sono in attesa di giudizio: di questi quanti saranno assolti e risulteranno vittime di una detenzione ingiusta? Difficile dare una risposta, il tema è complesso e delicato. Di oggettivo, al momento, ci sono solo le stime annuali sull’andamento di processi e indagini (circa il 40% dei processi si chiude con un’assoluzione e circa il 50% delle indagini sfocia in richieste di archiviazione) e l’amara consapevolezza che, per avere una risposta dalla giustizia, si è costretti ad attendere tanti, troppi anni.

Dramma carceri: sovraffollamento, Covid e caldo rendono le celle un inferno. Viviana Lanza su Il Riformista il 17 Giugno 2021. Dopo il Covid è il caldo la nuova minaccia nelle carceri. Come ogni anno l’arrivo dell’estate ripropone, infatti, l’annoso problema del caldo asfissiante che rende più difficile la vita dei detenuti e il lavoro degli agenti penitenziari all’interno delle prigioni campane trasformando la vita nelle celle e nei padiglioni in un vero e proprio inferno. Il sovraffollamento non aiuta. Così come nel periodo di picco dell’emergenza pandemica, il problema del numero spropositato di persone presenti nelle celle rischia di essere aggravato dall’arrivo del caldo estivo. Vivere in sei o in otto in uno spazio di pochi metri quadrati, d’estate, diventa ancora più insostenibile. Quali diritti saranno tutelati? Se lo chiedono i garanti e tutti coloro che non riescono a restare indifferenti di fronte ai drammi del mondo penitenziario pensando che la pena non debba essere solo afflizione e che la Costituzione vada rispettata anche quando stabilisce che la reclusione deve tendere alla responsabilizzazione e alla rieducazione del condannato. Sarà assunta qualche iniziativa in tal senso oppure la politica continuerà a essere orba? I report sulle criticità e sulle buone prassi di ciascun istituto penitenziario campano, stilati nell’ultimo mese dal garante regionale dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, fotografano la realtà del “mondo carcere” nella sua attuale complessità. Uno spiraglio di luce nel buio dei vari problemi irrisolti sembra essere l’iniziativa presentata proprio ieri per dare lavoro ad alcuni detenuti delle carceri di Poggioreale e Secondigliano. Nei prossimi due anni i detenuti a basso indice di pericolosità, provenienti dalle case circondariali Pasquale Mandato e Giuseppe Salvia, saranno impiegati in lavori di manutenzione e conservazione del decoro nello stadio militare Albricci, occupandosi principalmente di pulizia delle aree esterne e della cura del verde. Lo stabilisce il protocollo firmato da garante, Esercito, Dap e Tribunale di Sorveglianza di Napoli: un primo passo importante, a patto che non resti l’unico.

Qui Napoli

Niente chance di reinserimento social ma ora una speranza per i reclusi c’è 

Poggioreale  e Secondigliano, le due grandi realtà carcerarie di Napoli, diventano protagoniste di un progetto di reinserimento sociale dei detenuti presentato proprio ieri dai vertici dell’amministrazione penitenziaria e il garante regionale, con il Tribunale di Sorveglianza e il Comando delle forze armate del Sud. Una novità nel panorama di criticità e sovraffollamento, difficoltà sanitarie e problemi di vivibilità, che si vive in cella. Il progetto prevede che per i prossimi due anni i detenuti a basso indice di pericolosità saranno impiegati in lavori di manutenzione e conservazione del decoro nello stadio militare Albricci, occupandosi del verde e delle aree esterne. L’obiettivo del progetto è fare “rete” sul territorio e promuovere azioni concrete per il recupero sociale delle persone detenute che si impegnano a cambiare il proprio percorso di vita e in un certo senso a restituire alla collettività ciò che stato tolto con il reato.

Qui Salerno

Troppi detenuti, pochi educatori e agenti in cella boom di atti di autolesionismo

Nelle carceri salernitane il rapporto è di un agente ogni due reclusi. Il report sui numeri e sulle criticità dei penitenziari salernitani (Salerno, Fuorni, Eboli, Vallo della Lucania) svela i nodi irrisolti sul fronte controlli e sicurezza. E la sproporzione è evidente se si considera che, a fronte di un numero di agenti pari alla metà di quelli che sarebbero necessari (e la carenza negli organici è altrettanto seria anche per quanto riguarda il personale socio-educativo), ci si ritrova a fare i conti con un numero di detenuti che è più alto di quello previsto. Ed ecco che con una popolazione detenuta di 537 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 482 posti, il sovraffollamento diventa la principale piaga che, sommata ad altre criticità, genera un cocktail scarsamente sostenibile. Solo nel carcere di Fuorni, il quarto della Campania, nell’ultimo anno si sono contati 122 atti di autolesionismo, un suicidio, 93 casi di sciopero della fame.

Qui Caserta

Le violenze denunciate a Santa Maria Capua Vetere sotto la lente d’ingrandimento dei pm

Tre suicidi, 59 tentati e poi gli episodi di violenze denunciati da alcuni detenuti e ora al centro di un’inchiesta della Procura che dovrà accertare se e come sono avvenuti quei fatti. Nelle carceri casertane sono i numeri a descrivere la realtà della vita in cella. Una realtà che condividono 1.527 persone, divise tra le strutture di Carinola, Santa Maria Capua Vetere, Arienzo, Aversa e la rems di Calvi Risorta. Praticamente un mondo, un mondo ancora a parte, distante dal territorio circostante per le criticità e le carenze che ancora non si è riusciti a risolvere. L’avvio dei lavori per la condotta idrica nel carcere sammaritano, inaugurato qualche mese fa dopo oltre vent’anni di attesa, è sembrato una grande conquista. Ma la vera sfida sarà dotare queste strutture di personale a sufficienza per rendere la pena in linea con la funzione di rieducazione prevista dall’articolo 27 della Costituzione repubblicana.

Qui Benevento e Avellino

Attività rieducative e assistenza sanitaria bloccate dalla solita burocrazia

«Il campo sportivo – ricorda il garante Samuele Ciambriello – fu occupato quasi trent’anni fa da paletti perché si temeva che potesse arrivare lì un elicottero e favorire la fuga di un boss all’epoca detenuto. Da allora sono trascorsi trent’anni e il campo sportivo è ancora inutilizzabile». Il riferimento è al campo sportivo di Avellino, esempio di situazioni rimaste invariate da troppo tempo, di una criticità legata agli spazi della pena che da Avellino si estende a molte altre strutture detentive della Campania. Stesso discorso per l’assistenza sanitaria, soprattutto in campo psichiatrico. A Sant’Angelo, per esempio, potrebbero esserci sette detenuti malati di mente e ce n’è uno solo perché manca lo psichiatra. Stesso discorso per il carcere di Benevento dove sanità e attività di rieducazione devono essere la priorità se si vuole evitare il bilancio dello scorso anno: due suicidi, decine di tentati suicidi, scioperi della fame, atti di autolesionismo.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

"La terza carica dello Stato fa il tifoso". Fico fa campagna elettorale per Manfredi, Maresca furioso: “Non ha studiato abbastanza, intervenga Mattarella”. Giovanni Pisano su Il Riformista l'11 Giugno 2021. Il presidente della Camera Roberto Fico “se ne va in giro per i vicoli di Napoli a fare campagna elettorale per un candidato”. E’ quanto denuncia il magistrato (in aspettativa) Catello Maresca, in corsa per la poltrona di primo cittadino del capoluogo partenopeo con una serie di liste civiche e con l’appoggio, ancora da chiarire, da parte del centrodestra. L’ex pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli riserva parole durissime nei confronti della terza carica dello Stato, auspicando un intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A far infuriare Maresca sono le dichiarazioni da “tifoso” rilasciate in mattinata da Fico nel corso di un evento a San Gregorio Armeno, nel centro storico di Napoli. L’esponente del Movimento 5 Stelle ha infatti elogiato l’ex rettore e ministro dell’Università Gaetano Manfredi, candidato a sindaco per la coalizione giallorossa. “Sono convinto che Manfredi – ha dichiarato Fico – abbia le idee assolutamente chiare, quando parla lo trovo centratissimo, in un modo di fare politica dialogante istituzionale concreto e anche decisionista, in un laboratorio importante. Senza dubbio lo sosterrò al massimo perché penso che sia la scelta migliore per la città”. Il presidente della Camera ha poi aggiunto: “La prima volta ho incontrato Manfredi tanti anni fa quando era rettore, ho sempre avuto l’impressione di una persona attenta onesta sincera e molto capace. Fuori dalla politica tradizionale, proprio perché è un civico, non è di nessuno Manfredi, è dei napoletani e oggi una parte politica composta da M5S-Pd-LeU che lo sostiene per il bene di Napoli”. Durissima la reazione di Catello Maresca: “E’ spiacevole continuare a constatare che alcuni uomini di partito non abbiano alcun rispetto per l’Istituzione che provvisoriamente rappresentano. Dal loro atteggiamento si comprende che non hanno studiato abbastanza e non hanno dunque capito che le Istituzioni sono sacre, non tifose. Forse qualcuno dovrebbe spiegarlo a chi indossando i panni di presidente della Camera se ne va in giro per i vicoli di Napoli a fare campagna elettorale per un candidato in una competizione elettorale”. Poi l’appello a Mattarella: “Spero che intervenga il Capo dello Stato a ricordagli la sacralità delle istituzioni in questo Paese. Può essere anche fico quello che fa Fico, ma non è degno della terza carica dello Stato. E’ questa degenerazione delle istituzioni che vogliamo combattere con forza. Noi siamo orgogliosamente diversi, saremo davvero l’Istituzione di tutti i cittadini”. Dal canto suo Fico è anche tornato sulla possibilità, poi sfumata, di candidarsi a sindaco di Napoli, rimarcando proprio il suo ruolo istituzionale: “Non ho nessun rimpianto, perché è vero che in un momento ci ho pensato, ma senza dubbio quando sei presidente della Camera lasciare le istituzioni all’improvviso anche per andare a lavorare nella città che ami e che vivi, comunque in qualche modo, non funziona e non va bene”. “Io devo portare avanti – ha aggiunto – il ruolo che mi è stato dato nel 2018 e lo porterò fino a fine legislatura – ha spiegato la terza carica dello Stato parlando a margine di un evento a Napoli – era la strada giusta e quando prendi la strada giusta non hai alcun rimpianto. Sono qui oggi, ci sarò, c’ero prima, lavorando per la città. I napoletani sanno quando sono vicino a loro perché io sono di questa città, sono un figlio di questa città”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Da "liberoquotidiano.it" il 16 maggio 2021. Violenza, orrore e sommossa a Scampia, nel quartiere al Nord di Napoli. Il caos esplode sabato 15 maggio, quando un uomo viene accusato di avere "abusato di un minore", questo quanto sostenuto da diversi testimoni che lo avrebbero colto in flagrante. Così, la gente del quartiere, inferocita, si è scagliata in massa contro l'uomo, in un vero e proprio linciaggio. Molte persone della vicina Vela Celeste si sono fiondate in strada a filmare le scene del pestaggio, immagini che sono poi state postate sui social. Il pestaggio del presunto pedofilo è proseguito a lungo e vi hanno preso parte via via sempre più persone. E non solo: al termine, l'uomo è stato gettato agonizzante in un cassonetto dell'immondizia. Costretta ad intervenire la polizia, che ha sottratto l'uomo al linciaggio e alla furia della folla: è stato caricato su un’ambulanza e portato al Cardarelli. L'uomo è in gravi condizioni ma non sarebbe in pericolo di vita. Ancora non è stato confermato il presunto abuso di minore che avrebbe scatenato il linciaggio. Sui social, nel frattempo, continuano a circolare le immagini della mattanza. 

Dall'ospedale: "Bimbi maltrattati". “Abusi e violenze su tre bambini”, la rivolta della Vela Celeste: linciati genitori e zio. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 16 Maggio 2021. Quindici ore di tensione e violenza dopo i particolari raccapriccianti su presunti abusi sessuali e maltrattamenti che due genitori residenti nella Vela Celeste a Scampia, periferia nord di Napoli, riservavano ai tre figli, tutti minorenni. Il passaparola tra familiari e conoscenti della coppia si è rapidamente diffuso e, probabilmente dopo l’ennesimo lamento arrivato dall’abitazione popolare, è partito l’assedio. E’ iniziato tutto nella notte tra giovedì e venerdì (13-14 maggio). I genitori dei tre bambini (lui 36 anni, le 28) vengono aggrediti all’interno della Vela. “Dovete smetterla di trattare male i vostri figli” e poi giù con schiaffi, pugni e calci. Poco dopo interviene la polizia del locale Commissariato nel tentativo di placare gli animi e approfondire la questione. L’uomo e la donna vengono sottratti alla folla e condotti al pronto soccorso dell’Ospedale del Mare, assistiti dal personale sanitario per le contusioni riportate. Nel frattempo gli agenti hanno chiesto l’intervento dei servizi sociali del comune di Napoli. I tre bambini sono stati trasferiti all’ospedale pediatrico Santobono per accertamenti. Dalle visite mediche successive non sarebbero emersi segni di violenza sessuale. Ma i piccoli vengono maltrattati confermano i sanitari. Passano poche ore e, nel primo pomeriggio di sabato 15 maggio, a finire nel mirino di una folla di almeno trenta persone è lo zio dei tre bambini, fratello maggiore del padre, anche lui “colpevole” di abusi e violenze. Parte un linciaggio a colpi di schiaffi, pugni e calci, con il corpo dell’uomo gettato infine all’interno di un cassonetto della spazzatura (le immagini fanno rapidamente il giro dei social). Sul posto oltre alle volanti del commissariato di Scampia sono arrivati a supporto anche gli agenti del Reparto Mobile. La situazione è rientrata non senza difficoltà con lo zio dei tre bambini condotto in ambulanza all’ospedale Cardarelli: non ha riportato fratture ma escoriazioni e contusioni e al momento è ricoverato in osservazione. Adesso saranno le indagini coordinate dalla Procura presso il tribunale per i Minorenni a far luce sull’accaduto.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

I conti dell’amministrazione. Personale del Comune di Napoli: costoso e poco qualificato. Francesca Sabella su Il Riformista il 12 Maggio 2021. Il reclutamento e la formazione del personale all’interno degli uffici comunali di Napoli costituiscono un’attività che assume un’importanza strategica per il funzionamento dell’ente. Ebbene, quanto spende Palazzo San Giacomo per la voce di spesa denominata “risorse umane”? Stando ai dati di Openpolis, non poco: con una spesa di 68.77 euro pro capite, dopo Milano, è proprio Napoli la città che investe di più per formare e assumere i dipendenti comunali; fanalino di coda è Verona che spende solo 6.69 euro per residente. È bene specificare che la voce in questione non comprende le vere e proprie spese per il personale, come gli stipendi, ma include tutti gli importi necessari all’amministrazione e al funzionamento delle politiche generali del personale, dalla programmazione dell’attività di formazione alla qualificazione e all’aggiornamento dei dipendenti passando per l’esborso necessario per il reclutamento di questi ultimi. Eppure questi investimenti così cospicui non trovano riscontro nella realtà: le performance del Comune di Napoli sono quasi sempre deludenti. Ancora una volta i soldi ci sono, ma vengono spesi male e il fatto che che il Comune guidato da Luigi de Magistris negli ultimi dieci anni sia passato da un organico di 12mila dipendenti a uno di 4mila e 700 ne è un’ulteriore conferma. «I dipendenti con un contratto a tempo indeterminato sono 4mila e 700 – spiega Lorenzo Medici, segretario regionale della Cisl Funzione Pubblica – e a loro vanno aggiunti circa 1.500 dipendenti che hanno un contratto a tempo determinato, assunti con fondi del Programma operativo nazionale (Pon) o con leggi speciali come il caso del reddito di inclusione (Rei). Se poi consideriamo la stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili (Lsu) è chiaro come il cumulo di queste voci faccia innalzare la spesa per reclutamento». Ma basta guardare con attenzione i numeri per capire che la realtà è molto diversa da come appare.  «Si tratta di un’illusione – continua Medici – perché di fatto siamo al minimo storico per numero di dipendenti che, tra l’altro, hanno un’età media tra le più alte in Italia e un inquadramento giuridico medio-basso, il che incide sicuramente sulla qualità dei servizi offerti alla collettività». Le ultime statistiche disponibili, infatti, riferiscono che all’interno del Comune di Napoli il 44,38% dei dipendenti ha più di 60 anni (la maggior parte degli impiegati ha tra i 60 e i 64), più del 45% ha un titolo di studio che non va oltre la licenza media, solo il 37,55% ha terminato la scuola media superiore e appena il 16,66% ha conseguito la laurea. Senza contare che la presenza di donne negli uffici del Comune è ridotta al minimo: solo il 30% dell’intero organico è composto da lavoratrici. È evidente che con questi dati la macchina comunale non potrà mai funzionare come si deve.

«Occorre un piano straordinario di reclutamento per ingaggiare le nuove competenze necessarie a innovare la macchina comunale – conclude Medici – Penso soprattutto a ingegneri informatici e gestionali e ad architetti. Tutto ciò anche in funzione del nuovo ordinamento professionale che sarà definito insieme col rinnovo del Contratto collettivo nazionale di lavoro. La classificazione è ferma dagli anni ‘90: una cosa inaccettabile per chi vuole innovare la pubblica amministrazione e le autonomie locali».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Vedi Napoli e poi vivi. Alessandro Butticé, Giornalista, su Il Riformista il 31 Marzo 2021. Vivendo da oltre trent’anni all’estero, sono più che consapevole dei grandi vizi come delle incomparabili virtù del Bel Paese. Che da tre decenni difendo a spada tratta in Europa. Non con meno convinzione di quella con la quale mi trovo spesso a difendere, soprattutto negli ultimi tempi, l’Europa in Italia. Perché Italia ed Europa unita sono le mie due Patrie. Devo sempre spiegare ai miei amici stranieri che l’Italia racchiude il meglio, ma spesso anche il peggio, dell’umanità. E che per conoscerla e giudicarla bisogna saperla vedere ed osservare. Con occhi capaci di vederne i vari colori e le diverse sfumature. Privi di lenti deformanti o colorate. Siano esse quelle rosa pittoresco di una “romantica donna inglese” del celebre Montesano, che quelle nere delle più truci serie televisive e degli inflazionati talk show televisivi in cui volano solo gli stracci. Oltre al trash della maleducazione dilagante. Ma è cosa che deve essere spiegata spesso anche a noi italiani. Che più di altri in Europa e nel mondo, abbiamo la tendenza a passare in un batter d’occhio dall’autoflagellazione all’auto-esaltazione. Con poca capacità di auto-osservazione. Avendo dimenticato da tempo il  monito dei nostri antenati, che ricordavano che in medio stat virtus. Anche nel giudizio su noi stessi e gli altri. Stereotipo italiano, ma anche metafora della metafora italiana, è senza ombra di dubbio Napoli. Patria delle patrie delle contraddizioni e degli estremismi più flagranti. Dove nell’arco di pochi chilometri, quando non di metri, bellezze naturali mozzafiato riescono a mischiarsi agli sfregi ambientali e umani più sconvolgenti. E lo stesso può dirsi dell’umanità che la abita. Caratterizzata dalla proverbiale nobiltà d’animo, generosità, empatia ed eleganza senza pari al mondo , che può mischiarsi alle forme sub-umane del più vergognoso degrado, morale ed etico dell’umanità. In una città nelle cui vie possono incrociarsi personaggi usciti dai film di De Sica o del Principe De Curtis, a quelli, sub-umani, delle serie televisive tipo Gomorra. Entrambi appartengono alle due facce della stessa medaglia. Simbolo di questo splendido e tragico teatro dell’umanità, che giustifica il detto «vedi Napoli e poi muori». Forse perché, vista Napoli, si è certi di aver visto sia il Paradiso che l’Inferno. Ma anche il Purgatorio. Ed è a questo che ho pensato nell’ultima settimana. Percorrendo la via crucis personale di un periodo di preoccupazioni per la salute di mia mamma. Scopertasi inaspettatamente malata oncologica in piena pandemia. Brutta esperienza che spero a lieto fine. E che mi ha però anche offerto delle belle conferme. Che non sono state per me sorprese. Come quella di dover rendermi da Roma, capitale d’Italia dove abita mia madre, proprio a Napoli, capitale e stereotipo del caos e della disorganizzazione nazionale, per farla operare (in piena zona rossa) da uno dei più grandi chirurghi laparoscopici d’Italia, e non solo. Il Prof. Franco Corcione, Direttore della Chirurgia Generale e oncologica mini-invasiva del Policlinico Universitario Federico II. Le cui mani d’oro confermano l’arte dei grandi maestri napoletani di tutti i campi dell’arte e della scienza. Maestro che non ha infatti mai accettato di lasciare i suoi pazienti, oltre che i suoi allievi, napoletani e dell’Italia del Sud. Nemmeno di fronte ad allettanti offerte dei migliori ospedali del Nord. Rifiuto fatto soltanto per amore della sua città, della sua regione e del nostro meridione. I cui malati non devono essere sempre costretti a lasciare la loro terra per salvarsi la vita. Neppure se incoraggiati dalla possibilità di prezzi aerei ridotti, grazie a convenzione con strutture ospedaliere del Nord-Italia o del Nord-Europa. Ed é cosa che va ad onore di un grande napoletano. Grande nella scienza, ma anche nell’umanità. Che tanto riscatta la Napoli raccontata, a volte anche troppo, dai vari Saviano & C. L’altra conferma è stata quella di poter trovare, in momenti di difficoltà, il conforto ed il sostegno umano di amici di vero valore. Tra questi quello della famiglia delle Fiamme Gialle Napoletane. Che hanno a capo generali del livello di  Ignazio Gibilaro (comandante Interregionale dell’Italia Meridionale) e Virgilio Pomponi (comandante regionale Campania) della Guardia di Finanza. E non ho potuto non pensare a questa conferma leggendo il bel libro con dedica di Ignazio Gibilaro, « C’era una volta il pool antimafia. I miei anni nel bunker». Col quale l’autore, Leonardo Guarnotta, membro « storico » del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, racconta quegli anni di guerra. Una guerra mai ufficialmente dichiarata dallo Stato italiano ma combattuta ogni giorno a Palermo da quegli autentici eroi. Alcuni diventati martiri. Con quel pool, come raccontato nel libro, lavorava con la silenziosa tenacia da figlio della terra agrigentina, l’allora giovane Capitano Ignazio Gibilaro. Leggendo quel libro e sfogliando il bel calendario 2021 del  Comando Regionale Campania della Guardia di Finanza, dedicato a Totò in Fiamme Gialle, non ho potuto non ripensare all’alchimia delle proporzioni che spiega la storia contemporanea, e forse anche moderna del nostro splendido e sciagurato Paese. Alternata di eroismo e tragedie. Alchimia della composizione del popolo italiano, secondo il dire di un mio compagno di liceo. Oggi apprezzato chirurgo vascolare in quel di Udine. Secondo il Dottore Giulio Andolfato “gli italiani si dividono in un terzo di delinquenti, un terzo di ignavi e un terzo di eroi”. Sulle spalle dell’ultimo terzo (che altri paesi non hanno la fortuna di avere) vivono i primi due terzi. La vulgata vuole che Napoli alimenti soprattutto, e di molto, il terzo di delinquenti. Che rappresenta una delle facce più feroci del nostro Paese nel mondo. Pochi però ricordano che Napoli alimenta anche quel terzo che è sempre minoranza, ma che altri paesi non hanno. Quello fatto di autentici eroi. Anche del quotidiano. Spesso silenziosi e operosi. Proprio come il professore Corcione ed il suo formidabile team di colleghi e infermieri. E come i Generali Gibilaro e Pomponi, napoletani nel cuore. E penso sia un dovere farlo sapere o ricordarlo. A tutti. Ma soprattutto a quel terzo di ignavi. Che da soli, se ne avessero il coraggio, potrebbero fare la differenza. Dando maggiore speranza al futuro di Napoli. E con essa a tutto il nostro Paese.

Avellino, uomo ucciso in casa: la figlia e il fidanzato confessano. Volevano compiere una strage. Pierluigi Melillo su La Repubblica il 24 aprile 2021. Aldo Gioia, 53 anni, è morto in ospedale per le gravi ferite, sarebbe stato raggiunto da almeno 7 coltellate. Non condivideva la relazione della figlia con un pregiudicato. Le discussioni in casa erano state frequenti. Non accettava la relazione della figlia diciottenne che si era fidanzata con un giovane più grande di lei. Pregiudicato e noto come consumatore di sostanze stupefacenti. Sarebbe questo il movente alla base del delitto consumato nella tarda serata in un appartamento in pieno centro, al Corso Vittorio Emanuele di Avellino. Aldo Gioia, 53 anni, dipendente della Fca di Pratola Serra, è stato aggredito a coltellate mentre stava dormendo sul divano.

Il delitto dei fidanzati-killer, Giovanni lo annunciò ad un'amica: "Lei mi ha chiesto di eliminare la sua famiglia...". Dario del Porto su La Repubblica l'1 maggio 2021. Dalle chat un'altra sconcertante rivelazione sull'omicidio compiuto ad Avellino. In carcere, Elena sta male e al suo avvocato ha chiesto quando potrà rivedere la madre. La sorella di Giovanni, invece, in una lettera indirizzata al giornale locale "Il Caudino" scrive: «La nostra famiglia è distrutta, scioccata, incapace tutt’ora di accettare che ciò che stiamo affrontando sia la realtà. Ciò che Giovanni ed Elena hanno fatto non ha perdono».

Su whatsapp i messaggi dei due che pianificavano il massacro. Papà ucciso a coltellate, i due fidanzati confessano: “Volevano sterminare tutta la famiglia”. Rossella Grasso su Il Riformista il 24 Aprile 2021. I due ragazzi si amavano, Elena 18 anni compiuti da poco e Giovanni di 23. Aldo Gioia, 53 anni, il papà della ragazza, non aveva mai nascosto i suoi dubbi nei confronti del giovane con cui la figlia aveva una relazione. Tanto da averla ostacolata apertamente e in più occasioni si erano scatenate feroci liti in famiglia. Anche la mamma era preoccupata per quell’amore. Così la famiglia di lei era diventata per i due ragazzi un ostacolo. Che andava eliminato. I due ragazzi poche ore dopo essere stati fermati hanno confessato di aver ucciso Aldo. Non solo hanno ammesso di avere architettato e perseguito il terribile delitto ma hanno confessato un piano criminale che avrebbe dovuto portare alla morte anche della madre e della sorella della ragazza. Per poi darsi alla fuga. Sui cellulari dei due ragazzi gli investigatori hanno trovato tutti i messaggi con cui avevano progettato lo sterminio della famiglia in quella che sarebbe dovuto essere un normale venerdì sera in famiglia. La mamma in cucina finiva di rassettare le ultime cose mentre Elena stava in cameretta con sua sorella maggiore. Aldo, geometra impiegato nella Fca di Pratola Serra, si rilassava sul divano dopo una settimana di lavoro facendo zapping in tv. Intanto Giovanni camminava sotto casa dei Gioia in corso Vittorio Emanuele, ad Avellino, in costante contatto con Elena che gli avrebbe dovuto dire quando era il momento giusto per salire a casa e compiere il piano efferato. Quando Aldo intorno alle 22.30 è sprofondato nel sonno sul divano, Elena ha silenziosamente aperto la porta di casa con la scusa di dover buttare la spazzatura e Giovanni è entrato armato di un coltello da cucina. Si è scagliato sul papà sul divano infliggendogli 7 coltellate. Ma qualcosa è andata storta. Secondo il piano progettato nei dettagli, dopo il papà Giovanni si sarebbe dovuto scagliare sulla mamma, colpevole come Aldo di ostacolare quella relazione giudicata pericolosa, e poi di eliminare la sorella, scomoda testimone di quel delitto. I due si sarebbero poi dati alla fuga simulando un tentativo di furto in casa. Ma il rumore ha allarmato mamma e sorella che sono corse nel salotto. Sarebbe stata la stessa Elena a lanciare l’allarme gridando “al ladro”. A quel punto Giovanni è fuggito lasciando tracce di sangue sul pianerottolo, trovando riparo a casa dei suoi genitori a Cervinara in provincia di Avellino. Per Aldo non c’è stato nulla da fare. Inutile la corsa all’Ospedale Moscati di Avellino dove è morto poco dopo. Gli investigatori sono subito accorsi hanno interrogato Elena ma le sue dichiarazioni erano confuse e contraddittorie. Nel giro di poche ore hanno fermato anche Giovanni. Ora i due ragazzi sono in stato di fermo nel carcere di Avellino in attesa di convalida dell’arresto. La relazione tra la 18enne e il 23enne era avversata dalla famiglia dalla ragazza preoccupata per il carattere e il passato di lui, più volte protagonista di eccessi di violenza. La famiglia della ragazza, soprattutto il padre, inutilmente aveva cercato di allontanarla da quel ragazzo, disoccupato, con precedenti per reati contro la persona e segnalato come assuntore di sostanze stupefacenti. Un ragazzo difficile, già in due occasioni sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, che assieme alla famiglia vive a Cervinara (Avellino). E che alcune settimane fa era stato protagonista di un furibondo litigio con suo padre, operatore ecologico, nel corso del quale non si era fatto scrupolo di mettergli le mani addosso promettendogli che l’avrebbe ucciso. Inoltre alcuni anni fa Giovanni aveva minacciato di lanciarsi da un ponte dopo che una ragazza minorenne del suo paese aveva rifiutato le sue avances. La città è rimasta impietrita e sgomenta per la vicenda che ha colpito una famiglia stimata da tutti e che ricorda per alcuni versi quella di Novi Ligure (Alessandria) quando nel febbraio del 2001 Erika De Nardo e Mauro “Omar” Favaro, fidanzati che allora avevano 16 e 17 anni, uccisero la madre e il fratellino di 11 anni di Erika, risparmiando per puro caso il padre.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Il papà non accettava la relazione dei due ragazzi. Ucciso a coltellate sotto gli occhi della moglie, fermati la figlia e il fidanzato 20enne. Elena Del Mastro su Il Riformista il 24 Aprile 2021. La furia omicida è scoppiata intorno alle 22.45 in un appartamento di Corso Vittorio Emanuele ad Avellino. Aldo Gioia, 53 anni, dipendente della FCA di Pratola Serra è stato colpito da numerose coltellate sotto gli occhi disperati della moglie e delle figlie. Poche ore dopo sono stati fermati la figlia 18enne e il suo fidanzato 23enne nella casa di lui a Cervinara con l’accusa di omicidio volontario. Il papà non accettava l’unione dei due fidanzati. Sarebbe questo il movente e lo scenario che è stato subito delineato dagli investigatori. Da tempo Aldo litigava con la sua figlia 18enne. I vicini di casa hanno raccontato agli investigatori di aver sentito più volte nell’ultimo periodo la famiglia Gioia litigare: ai genitori di lei non convinceva quell’unione con un ragazzo più grande con cui la ragazza era disposta ad andare a vivere. Forse proprio per questo motivo sarebbe sfociata l’ennesima lite, l’ultima per Aldo. Il 23enne avrebbe così afferrato un coltello da cucina per colpire ripetutamente l’uomo, almeno 7 volte. In casa c’erano anche la moglie di Aldo e la figlia minore che hanno assistito al terribile delitto. Poi il 23enne e la fidanzata 18enne sono scappati nella casa di lui a Cervinara nella Valle Caudina. Per Aldo è stata inutile la corsa all’ospedale Moscati di Avellino dove è morto poco dopo. Sull’accaduto sono ancora in corso le indagini coordinate dal procuratore di Avellino, Domenico Airoma. Sono state ascoltate a lungo la moglie della vittima e l’altra figlia, che sulle prime erano ancora in stato di shock e non riuscivano a riferire tutti i particolari di quanto avvenuto nel corso della notte. Poi per gli investigatori sono state chiare le dinamiche e subito sono scattate le ricerche dei due fuggitivi. Ora i due ragazzi sono in stato di fermo con l’accusa di omicidio volontario. Una vicenda drammatica che vede protagonisti due giovanissimi.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Aggredito con un compressore e un coltello: ad agire più di una persona. Omicidio Maurizio Cerrato, parla la figlia: “A mio padre è stato fatto un agguato, voleva solo difendermi”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 20 Aprile 2021. ”Ci tengo a precisare che non è corretto dire che mio padre è morto in una lite. A mio padre è stato fatto un agguato in piena regola, solo per difendere me, che ero la luce dei suoi occhi. Mio padre è stato pugnalato e con questa gente non aveva mai avuto a che fare”. Sono le parole di Maria Adriana, 20 anni, figlia di Maurizio Cerrato, il 61enne di Torre Annunziata (Napoli) ammazzato nella serata di lunedì 19 aprile in un piazzale privato di via IV Novembre, nel comune vesuviano. L’uomo, che lavorava come custode presso gli Scavi archeologici di Pompei, era intervenuto per difendere la figlia nel corso di una lite nata presumibilmente per motivi di parcheggio. Era sceso dalla vettura, poco dopo le 21, per andare a comprare cibo da asporto quando proprio alla figlia sarebbero state indirizzate le invettive di chi rivendicava la titolarità di quel posto auto, tra l’altro occupato con una sedia, all’interno del parcheggio. La giovane avrebbe successivamente trovato una ruota squarciata con il genitore intervenuto in suo soccorso.

In azione più di una persona. Cerrato, mentre cambiava le ruote, sarebbe stato aggredito da più persone prima a colpi di di cric e poi con una coltellata al torace. Inutile il tentativo di trasporto al pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo di Castellammare dove il 61enne è arrivato già privo di vita. L’assassino, che potrebbe aver agito non da solo, è attualmente ricercato dai carabinieri della sezione operativa della Compagnia di Torre Annunziata che stanno setacciando le immagini di videosorveglianza presenti nella zona. Il responsabile dell’omicidio sarebbe già stato identificato dai militari dell’Arma ma risulterebbe irreperibile. Gli inquirenti hanno rinvenuto al momento il solo compressore portatile usato durante l’aggressione, mentre non è stato ancora recuperato il coltello.

Lutto cittadino. Lutto cittadino nel giorno dei funerali di Maurizio Cerrato. Ad annunciarlo è il sindaco della città vesuviana, Vincenzo Ascione: ”Sono profondamente scosso e scioccato. L’omicidio del nostro concittadino Maurizio Cerrato e la violenza e l’efferatezza con le quali è stato perpetrato, fanno letteralmente accapponare la pelle. Questo vile e brutale assassinio è l’ennesima ferita inferta ad una città che cerca faticosamente di risalire la china dopo decenni caratterizzati dalla presenza asfissiante della criminalità organizzata e da sanguinose faide tra clan camorristici rivali”. “Sono certo – prosegue il sindaco Ascione – che le forze dell’ordine, che in queste ore sono impegnate senza sosta nelle indagini, sapranno assicurare alla giustizia nel più breve tempo possibile i responsabili di questo assurdo ed efferato delitto. A nome dell’amministrazione comunale, esprimo profondo cordoglio ai familiari di Maurizio per la gravissima e assurda perdita che hanno subito. Siamo vicini a tutti loro, pronti ad offrire qualsiasi tipo di supporto e sostegno. Condividiamo il devastante dolore che stanno provando in questi momenti e che proveranno per il resto della loro vita. Nel giorno dei funerali verrà proclamato il lutto cittadino”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 faccio parte della redazione del Riformista.

Svolta nelle indagini sull'omicidio di Torre Annunziata. Ucciso per un parcheggio, ore contate per il branco. Gli ultimi istanti di Maurizio: “Le urla della figlia sempre impresse”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 22 Aprile 2021. Hanno le ore contate gli aggressori di Maurizio Cerrato, il 61enne ucciso lunedì sera, 19 aprile, a Torre Annunziata mentre soccorreva la figlia Maria Adriana aggredita da un gruppo di più persone per motivi riconducibili a un parcheggio occupato abusivamente con una sedia. Le indagini coordinate dalla procura di Torre Annunziata, guidata da Nunzio Fragliasso, e condotte dai carabinieri della Compagnia di Torre Annunziata sono arrivate a un punto di svolta nonostante l’omertà dilagante incontrata in questi giorni di investigazioni. In serata potrebbero essere emessi i primi decreti di fermo nei confronti del branco entrato in azione (inizialmente due poi supportati da almeno altre due persone) che avrebbero teso un vero e proprio agguato a Cerrato mentre stava cambiando la ruota, bucata per dispetto, alla giovane figlia di 20 anni. L’uomo è stato aggredito a colpi di crick prima di ricevere un fendente al torace. Gli inquirenti hanno rinvenuto al momento il solo compressore portatile mentre non è stato ancora recuperato il coltello. A soccorrere Cerrato è stata la figlia che lo ha accompagnato in ospedale insieme ad un amico. Proprio dal pronto soccorso del San Leonardo di Castellammare di Stabia arriva il racconto da brividi di un testimone, Michele Cirillo, che ricostruito quei drammatici attimi. “Verso le 21:30 accompagnai un mio amico al pronto soccorso dell’ospedale del San Leonardo per medicarsi ed è pochi minuti dopo che la mia vita è stata sconvolta nell’assistere all’arrivo del Sig. Maurizio Cerrato trasportato dalla figlia ed un amico sui sedili posteriori steso, forse già privo di vita e cosparso di sangue. Le urla della figlia, mi rimarranno impresse nella testa: “Il mio papà è stato accoltellato, il mio papà è stato aggredito, aiutooo, auitooo, auitooo”. Intervenuta telefonicamente mercoledì 21 aprile a “La vita in diretta” su Rai 1, Tania Sorrentino, moglie di Cerrato: “Io voglio che li prendano. Ma devono fare le cose per bene. Avere fretta per poi rivederli fuori dopo due giorni non serve. Voglio essere sicura che vengano presi tutti e che dentro ci restino. Che poi buttino le chiavi”. “Chi ha sbagliato deve pagare realmente,  non deve far finta di pagare, pe questo ho tanta pazienza, aspetto che vegano fatte tutte le opportune indagini” aggiunte la donna tra le lacrime. Poi sulla figlia maggiore dice: “Se l’è visto morire davanti, lui l’ha guardata e se n’è andato. È una cosa che una ragazza di 20 anni non supererà mai più”. “Ho una bimba di 7 anni che non lo accetta. Una efferatezza contro una persona che non buttava nemmeno un chewingum per terra per non far morire gli uccellini” conclude.

Le parole del vescovo Battaglia. Sulla vicenda è intervenuto anche l’arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia: “Dolore e indignazione accompagnano la notizia legata all’uccisione di Maurizio Cerrato, per la brutale aggressione da lui subita a Torre Annunziata la sera del 19 aprile per soccorrere la figlia Maria Adriana, “colpevole” di aver parcheggiato l’auto in un posto “riservato”. L’indignazione è per il perpetuarsi di delitti, violenze, soprusi sanciti da un abusivo codice del diritto in virtù del quale un manipolo di prepotenti si permette di condannare chi giorno per giorno, con semplicità e senso del dovere, cerca di vivere la propria vita, nel rispetto della sana e santa convivenza umana e civile”. “Il dolore diventa suffragio per l’anima di Maurizio e compassione per la sua famiglia e per l’intera comunità di Torre Annunziata. Alla famiglia la nostra vicinanza e il nostro impegno. L’ umana pietà non può bastare – aggiunge – e non rende giustizia ad una vittima innocente! E’ doveroso riconoscere nella vittima un padre impegnato a soccorrere senza fare violenza!. La Speranza però non può venir meno! La speranza nelle istituzioni, che sono chiamate a fare la loro parte, vincendo la tentazione del facile consenso, la speranza nella società civile perché – conclude – non ceda a forme di arrendevolezza o peggio ancora di atteggiamenti omertosi, la speranza nella comunità ecclesiale perché non ceda al pessimismo, ma inviti ad ancorare sempre più la fede in Gesù che è capace di fare nuove tutte le cose. In questo momento così grave, affidiamoci alla nostra Madre perché asciughi le nostre lacrime e colmi il nostro cuore di consolazione”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 faccio parte della redazione del Riformista.

Svolta nell'omicidio di Torre Annunziata. Ucciso per un parcheggio, fermati i quattro killer di Maurizio Cerrato. Carmine Di Niro su Il Riformista il 23 Aprile 2021. Una svolta rapidissima nelle indagine ha portato al fermo nella notte di quattro persone, ritenute responsabili dell’omicidio del 61enne Maurizio Cerrato, custode del Parco Archeologico di Pompei, assassinato lunedì sera a Torre Annunziata. I carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno eseguito un decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla procura della Repubblica di Torre Annunziata nei confronti di quattro persone, portate nel carcere di Napoli Poggioreale. Cerrato era stato aggredito ed ucciso davanti alla figlia lunedì sera, in un parcheggio: probabilmente l’omicidio era scaturito al culmine di una lite per un posto auto. Cerrato era stato prima massacrato di botte con un compressore, poi il colpo fatale con una coltellata al torace. “Ci tengo a precisare che non è corretto dire che mio padre è morto in una lite, a mio padre è stato fatto un agguato in piena regola, solo per difendere me, che ero la luce dei suoi occhi”, aveva scritto su Facebook la figlia, Maria Adriana, aggiungendo che “mio padre è stato pugnalato e con questa gente non aveva mai avuto a che fare”. Le indagini sono state coordinate dalla procura di Torre Annunziata, guidata da Nunzio Fragliasso, e condotte dai carabinieri della Compagnia di Torre Annunziata. Nonostante l’ondata di omertà già nella giornata di ieri le investigazioni erano arrivate ad una svolta, con l’identificazione del "branco" che aveva ucciso Cerrato. Il 61enne è stato ammazzato mentre stava cambiando la ruota, bucata per dispetto, alla giovane figlia di 20 anni. L’uomo è stato aggredito a colpi di crick prima di ricevere un fendente al torace. Gli inquirenti hanno rinvenuto al momento il solo compressore portatile mentre non è stato ancora recuperato il coltello. Era stata la stessa figlia, Maria Adriana, ad accompagnarlo in ospedale insieme ad un amico. Proprio dal pronto soccorso del San Leonardo di Castellammare di Stabia era arrivato il racconto da brividi di un testimone, Michele Cirillo, che ha ricostruito quei drammatici attimi. “Verso le 21:30 accompagnai un mio amico al pronto soccorso dell’ospedale del San Leonardo per medicarsi ed è pochi minuti dopo che la mia vita è stata sconvolta nell’assistere all’arrivo del signor Maurizio Cerrato trasportato dalla figlia ed un amico sui sedili posteriori steso, forse già privo di vita e cosparso di sangue. Le urla della figlia, mi rimarranno impresse nella testa: “Il mio papà è stato accoltellato, il mio papà è stato aggredito, aiutooo, auitooo, auitooo”. Sulla vicenda era intervenuto anche l’arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia: “Dolore e indignazione accompagnano la notizia legata all’uccisione di Maurizio Cerrato, per la brutale aggressione da lui subita a Torre Annunziata la sera del 19 aprile per soccorrere la figlia Maria Adriana, “colpevole” di aver parcheggiato l’auto in un posto “riservato”. L’indignazione è per il perpetuarsi di delitti, violenze, soprusi sanciti da un abusivo codice del diritto in virtu’ del quale un manipolo di prepotenti si permette di condannare chi giorno per giorno, con semplicità e senso del dovere, cerca di vivere la propria vita, nel rispetto della sana e santa convivenza umana e civile”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia.

Indagini tra omertà, finti alibi e inquinamento delle prove. La sedia sull’auto, gli occhiali rotti (“te li ricompro”) e la spedizione di morte: prese le belve di Maurizio Cerrato. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 23 Aprile 2021. In tre lo tenevano bloccato mentre una quarta persona lo accoltellava al torace. E’ questa la ricostruzione del brutale omicidio di Maurizio Cerrato, il 61enne di Torre Annunziata morto ammazzato lunedì 19 aprile mentre tentava di difendere la figlia che aveva parcheggiato la propria auto in uno spazio occupato arbitrariamente con una sedia da una famiglia residente in IV Novembre. Nella serata di giovedì 22 aprile carabinieri della sezione Operativa della Compagnia di Torre Annunziata hanno dato esecuzione a un decreto di fermo di indiziato di delitto, emesso dalla procura di Torre Annunziata, guidata da Nunzio Fragliasso, nei confronti di quattro uomini. Si tratta dei fratelli Giorgio, 41 anni, e Domenico Scaramella, 50 anni, e di Antonio Venditto, 26 anni, e Antonio Cirillo, 33 anni. L’accusa è di omicidio volontario in concorso, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi. Sono tutti stati condotti nel carcere di Poggioreale in attesa della convalida. Denunciata a piede libero una sorella della famiglia Scaramella. Secondo la ricostruzione degli investigatori, sono state due le aggressioni subite da Cerrato e dalla figlia Maria Adriana, 20 anni. La prima è avvenuta poco dopo le 20 quando la giovane, al ritorno dal lavoro, ha trovato la ruota della sua auto forata per ritorsione. Nel pomeriggio infatti aveva parcheggiato la vettura in strada occupando lo spazio delimitato con una sedia dalla famiglia di uno dei quattro fermati. La reazione della giovane non si è lasciata attendere e, dopo aver chiamato il papà in suo soccorso, ha posizionato la sedia in questione sul tetto dell’auto della famiglia che – ricostruisce la Procura – occupava abusivamente lo spazio sulla pubblica via. Così mentre Cerrato cambiava la ruota dell’auto, si è consumata la prima aggressione verbale e fisica. Ad intervenire uno dei due fratelli Scaramella che ha prima insultato e poi aggredito violentemente al volto il 61enne con il crick della macchina. Quest’ultimo ha provato a difendersi e, reagendo, ha rotto gli occhiali di Scaramella. “Te li ricompro ma finiamola qui” le parole di Cerrato prima della spedizione di morte.

La spedizione di morte. Poco dopo infatti Scaramella è ritornato in via IV Novembre supportato da altre tre persone, tra i quali il fratello e un altro suo familiare. Ne è nata una seconda, brutale, aggressione nel corso della quale Cerrato veniva violentemente e ripetutamente picchiato prima di essere accoltellato al torace da uno dei quattro mentre gli altri tre lo tenevano fermo. Poi la disperata corsa al pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia da parte della figlia e di un suo amico, con Cerrato steso sul sedile posteriore in una pozza di sangue. Nonostante l’intervento dei medici l’uomo è deceduto nel giro di pochi minuti.

L’omertà e l’inquinamento delle prove. Nel corso delle indagini – rilevano Procura e carabinieri – si sono dovute registrare da un lato l’assoluta mancanza di collaborazione da parte delle persone presenti al fatto e che avevano assistito all’omicidio e, dall’altro, alcune condotto di inquinamento probatorio quali l’occultamento dell’arma del delitto, la predisposizione di un alibi fittizio da parte di uno dei fermati e il tentativo di lavare, subito dopo il fatto, gli indumenti indossati da un altro die fermati, trovati già nella lavatrice della sua abitazione poco dopo il fatto.

Le parole della moglie. “Non sentiamo di dire a loro niente, non meritano le nostre parole, sono solo vigliacchi. Mio marito non l’avrebbero mai ammazzato se non fosse stato da solo. Ci volevano quattro di loro, ci volevano le armi”. Così Tania Sorrentino, moglie di Maurizio Cerrato,  all’esterno della procura di Torre Annunziata insieme alla figlia Maria Adriana nel giorno dell’arresto dei 4 presunti responsabili della morte del marito.

Il cordoglio dei colleghi. Il direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger e tutto il personale di vigilanza sono vicini al terribile dolore della famiglia del loro collega Maurizio Cerrato, barbaramente ucciso per futili questioni di parcheggio a Torre Annunziata. “Ci stringiamo intorno alla moglie e alle figlie per una brutalità che non conosce eguali” dice Bellenger. “Abbiamo perso un amico sincero, un collega leale, una bella persona che cominciava il suo lavoro tutte le mattina con il sorriso” lo ricordano in lacrime i colleghi, sgomenti per l’accaduto. Cerrato aveva lavorato dal 2002 al 2012 a Capodimonte fino alla richiesta di trasferimento al Parco Archeologico di Pompei, proprio per stare più vicino alla famiglia.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 faccio parte della redazione del Riformista.

Delitto di Avellino, l'omicida accusa la fidanzata: "Suo il piano per sterminare la famiglia". Pierluigi Melillo su La Repubblica il 25 aprile 2021. Domani la convalida degli arresti. La madre della ragazza nomina un difensore per la figlia: "Non posso abbandonarla". Giovanni Limata, 23 anni, autore materiale dell'uccisione del padre di Elena, la sua ragazza, avrebbe scaricato ogni colpa sulla 18enne. Piena confessione agli agenti della squadra mobile del capoluogo irpino dell'assassinio commesso nella notte tra venerdì e sabato. E' il giorno della verità per Elena e Giovanni, i due fidanzati che avrebbero immaginato di sterminare la famiglia di lei che si opponeva alla loro relazione sentimentale. Un piano diabolico che ha portato solo alla morte del padre della diciottenne Elena, Aldo Gioia, ucciso a coltellate dal 23enne Giovanni Limata mentre dormiva sul divano nell'appartamento al quinto piano al civico 253 del Corso Vittorio Emanuele di Avellino.

Il dramma di Avellino. Uccide il papà della fidanzata nel sonno e confessa: “Elena ha ideato piano per sterminare famiglia”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 25 Aprile 2021. Il piano per sterminare l’intera famiglia sarebbe stato ideato e fortemente voluto da Elena Gioia. E’ quanto avrebbe dichiarato, nel corso della confessione, Giovanni Limata, il 22enne  di Cervinara (Avellino) autore materiale dell’omicidio di Aldo Gioia, papà della 18enne che si opponeva da tempo alla loro relazione. Il giovane avrebbe ricostruito con gli agenti della Squadra Mobile di Avellino quanto accaduto prima delle serata in cui si è consumato il brutale omicidio (venerdì 23 aprile) nell’abitazione della famiglia Gioia, presente in corso Vittorio Emanuele ad Avellino. Secondo il suo racconto sarebbe stata proprio la fidanzatina a ideare il piano per uccidere anche la madre Liliana Ferraiolo e la sorella. Versione che Limata potrebbe ribadire domani, lunedì 26 aprile, nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al Gip del tribunale di Avellino. I due ragazzi dovranno rispondere di concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione contro un familiare. Sempre nella giornata di domani, Vincenzo Russo, pm della procura irpina, conferirà l’incarico per eseguire l’autopsia sul corpo del 53enne, raggiunto da almeno 7 coltellate mentre dormiva sul divano e deceduto all’ospedale Moscati di Avellino. Sono state le grida di aiuto dell’uomo, geometra dipendente della Fca di Pratola Serra (Avellino), ad allarmare la moglie e l’altra figlia e ad evitare la strage. Un omicidio premeditato nei minimi dettagli dalla coppia che voleva poi simulare un tentativo di furto in casa. Così Elena ha lasciato la porta di casa aperta con la scusa di andare a gettare la spazzatura. Limata, intorno alle 22.30, è entrato accoltellando sette volte il suocero mentre dormiva sul divano e aveva lasciato accesa la televisione. La madre, seppur sconvolta dal dolore e consapevole di essersi salvata dal piano diabolico della coppia, si è detta disposta ad aiutare la figlia: “Devo trovarle subito un legale, devo fare in modo che possa difendersi. Io non la lascio sola“. La relazione tra la 18enne e il ragazzo di Cervinara era da tempo ostacolata dalla famiglia a causa degli eccessi di violenza del 22enne che in passato aveva minacciato di lanciarsi giù da un ponte dopo essere stato rifiutato da una ragazza minorenne. L’ultimo qualche settimana fa quando ha aggredito il padre, operatore ecologico, promettendogli anche che l’avrebbe ucciso.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

La strage pianificata dalla coppia. Omicidio Aldo Gioia, la madre di Elena: “Voleva ucciderci ma non la lascio sola”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 25 Aprile 2021. “Devo trovarle subito un legale, devo fare in modo che possa difendersi”. Sono le parole di Liliana Ferraiolo, la madre di Elena Gioia, la 18enne che insieme al fidanzato Giovanni Limata, 22 anni, aveva pianificato lo stermino di tutta la famiglia ‘colpevole’ di opporsi alla sua storia d’amore per consentire al fidanzato di accoltellare a morte mentre dormiva sul divano il papà, Aldo Gioia, 53enne geometra dipendente della Fca di Pratola Serra (Avellino). “Io non la lascio sola” avrebbe detto la donna stando a quanto ricostruito dal Corriere, anche se “voleva uccidere tutti”. Il giorno dopo la strage avvenuta venerdì sera, poco prima delle 23 in un’abitazione di Corso Vittorio Emanuele ad Avellino, la mamma di Elena è sconvolta ma l’amore materno va oltre. Aveva da tempo capito che la figlia non avrebbe dato ascolto alle raccomandazione sue e del marito che si sono da sempre opposti alla relazione nata con il 22enne di Cervinara (Avellino) con diversi precedenti per droga e reati contro la persona. L’ultimo qualche settimana fa quando ha aggredito il padre, operatore ecologico, promettendogli anche che l’avrebbe ucciso. Un omicidio premeditato nei minimi dettagli dalla coppia che voleva poi simulare un tentativo di furto in casa. Così Elena ha lasciato la porta di casa aperta con la scusa di andare a gettare la spazzatura. Limata è entrato accoltellando almeno sette volte il suocero mentre dormiva sul divano e aveva lasciato accesa la televisione. Gioia è rimasto in vita il tempo necessario a consentire alla moglie a all’altra figlia di lanciare l’allarme e di mettersi in salvo evitando che il piano fosse portato a termine. Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura irpina, in poche ore hanno ricostruito l’inquietante scenario che ha portato all’arresto della ragazza e del fidanzato che hanno reso piena confessione. La relazione tra la 18enne e il ragazzo di Cervinara era da tempo ostacolata dalla famiglia a causa degli eccessi di violenza del 22enne che in passato aveva minacciato di lanciarsi giù da un ponte dopo essere stato rifiutato da una ragazza minorenne.

Domani davanti al Gip. Elena Gioia e Giovanni Limata sono in stato di fermo e reclusi nel carcere di Avellino. Lunedì 26 aprile compariranno davanti al gip del tribunale di Avellino. Devono rispondere entrambi di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione; per lei l’aggravante in più del legame stretto di parentela. Entrambi hanno confessato. Per Elena è stata la madre a nominare un avvocato. Al legale la donna ha spiegato chiaramente di non voler abbandonare la figlia. Sempre nella giornata di domani, dovrebbe essere conferito l’incarico per l’affidamento dell’autopsia su Aldo Gioia.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 faccio parte della redazione del Riformista.

Omicidio Avellino, ecco tutti i dettagli dell'assassinio di Aldo Gioia. Attilio Ronga su Il Quotidiano del Sud il 25 aprile 2021. Fidanzati diabolici pianificano il delitto della famiglia che si opponeva alla loro storia d'amore. Apre la porta di casa al suo fidanzato, che avrebbe dovuto uccidere tutta la sua famiglia che osteggiava il loro legame sentimentale. Una strage che è solo parzialmente riuscita, visto che a finire vittima di una serie di coltellate è stato il papà della diciottenne complice di un piano folle quanto diabolico: scappare insieme al fidanzato dopo aver eliminato l’unico ostacolo alla loro relazione: la sua famiglia. Una storia che sembra uscire da un noir, un film dell’orrore. Invece è la tragica realtà che ha avuto come scena del crimine il «salotto buono» della città capoluogo, il Corso Vittorio Emanuele, al quinto piano di un palazzo al Civico 253. E’ proprio lì che venerdì sera, poco dopo le ventidue scatta il piano di quelli che sono stati già ribattezzati i «fidanzati diabolici». A fare da prologo a questo episodio ci sono mesi di diatribe legate proprio al rapporto tra i due ragazzi, mai accettato dalla famiglia della diciottenne. Elena Gioia , la ragazza e complice del delitto di suo padre ha appena diciotto anni, studia al Liceo, da qualche tempo è legata ad un ventiduenne di Cervinara, Giovanni Limata, che nonostante la giovane età è stato già raggiunto da un avviso orale da parte del Questore e vanta precedenti per reati contro la persona. Un legame che alla famiglia di Elena non va giù. Papà Aldo Gioia, 53 anni, geometra e caporeparto alla Fma di Pratola Serra e mamma Liliana Ferraiolo, anche lei impegnata nel settore imprenditoriale, non accettano la relazione con il ragazzo che già vanta diversi precedenti. Per questo venerdì sera dovevano morire, insieme ad Emilia, l’altra figlia ventitreenne della coppia. Così, passate le ventidue, mentre la madre e la sorella dopo aver cenato si ritirano nelle loro stanze, Elena resta sola con il papà Aldo, che nel frattempo si era addormentato sul divano. Il momento giusto per far scattare il piano diabolico evidentemente. Elena finge di scendere per depositare rifiuti, ma sarebbe solo un escamotage. In realtà la ragazza apre solo il portoncino del palazzo al suo fidanzato Giovanni, che era arrivato da Cervinara con un coltello di quelli usati per la caccia. Elena lascia aperta anche la porta di casa, al quinto piano della Palazzina nel cuore della città, poi torna nella cameretta condivisa con la sorella. Il piano però non riesce come avevano previsto i due complici. Aldo Gioia stava dormendo, ma quando è stato raggiunto dal primo fendente da parte del suo assassino ha accennato ad una reazione. E’ stato colpito altre sei volte, alla gamba, alla mano e il colpo che verosimilmente ne ha causato il decesso al torace. Giovanni Limata però non porta a termine la sua missione di morte. Scappa, lasciando tracce un po ovunque. Nella colluttazione e dopo, lascia anche nel garage della palazzina, il piano seminterrato usato per dileguarsi, il suo giubbotto. Giovanni Limata smette di colpirlo, si spaventa, avrebbe dovuto uccidere anche la madre di lei e la sorella, che nel frattempo sono accorse a vedere cosa fosse successo. Il giovane torna a Cervinara. Intanto sono passate le 23:30 e nell’appartamento della famiglia Gioia le urla della mamma richiamano anche le due figlie. Perchè lei, la complice dell’omicidio era tornata in camera con la sorella fingendo che non fosse avvenuto nulla e avrebbe mostrato anche stupore per la scena che si è trovata di fronte. Il papà è invece agonizzante all’ingresso della loro abitazione. Arrivano i soccorsi, ma a causa delle ferite riportate Aldo Goia muore al Pronto Soccorso del Moscati di Avellino pochi minuti prima della mezzanotte. Sul posto è giunta prima una Volante della Questura, poi gli agenti della Squadra Mobile agli ordini del dirigente Giancarlo Aurilia e quelli della Scientifica. Qualche parziale ammissione di mamma e sorella, poi la prima traccia nel locale sotterraneo dell’abitazione, il giubbotto ancora macchiato di sangue lasciato nella fuga dal ventiduenne. Una notte di interrogatori in Questura, alla presenza del pm della Procura di Avellino Vincenzo Russo e in mattinata il decreto di fermo di indiziati di omicidio volontario in concorso per la ragazza e per il suo fidanzato, trasferita nel carcere di Bellizzi Irpino.

Da ilmessaggero.it il 25 aprile 2021. Si terrà domani in carcere l'interrogatorio di garanzia d Giovanni Limata ed Elena Gioia, i «fidanzatini» di Avellino che nella serata di venerdì hanno portato a termine l'omicidio di Aldo Gioia, 53 anni, il papà di Elena, 18 anni, che si opponeva alla loro relazione. Ma agli agenti della Squadra Mobile di Avellino ai quali ha reso piena confessione, il 23enne, secondo quanto si apprende, avrebbe dichiarato che il piano per sterminare l'intera famiglia, con l'uccisione programmata anche della madre e della sorella della giovane, sarebbe stato messo a punto e fortemente voluto proprio da Elena. Sono state le grida di aiuto di Aldo, geometra dipendente della Fca di Pratola Serra (Avellino), colpito da sette coltellate inferte da Giovanni, ad allarmare la moglie e l'altra figlia e ad evitare la strage. Il papà di Elena è poi spirato nella notte all'ospedale di Avellino. Nella giornata di domani il pm della Procura di Avellino, Vincenzo Russo, conferirà anche l'incarico per eseguire l'autopsia. Il quadro della vicenda che ha sconvolto la città sarebbe già abbastanza chiaro. Nella notte tra venerdì e sabato, Giovanni ha reso piena confessione agli agenti. Dopo aver colpito il padre della ragazza, Aldo Gioia, aggredito mentre dormiva sul divano, colpendolo per sette volte con un coltello di tipo Cobra, Limata è scappato ed è tornato a Cervinara, nella casa dove vivono i genitori con un fratello. Quando gli agenti della Squadra Mobile si sono presentati alla sua porta, ha indicato dove avrebbero potuto trovare il coltello utilizzato per uccidere e avrebbe anche dichiarato che il piano per sterminare l'intera famiglia sarebbe stato messo a punto e voluto dalla fidanzata. I due ragazzi dovranno rispondere di concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione contro un familiare. Rischiano l'ergastolo. Forti della confessione di Giovanni Limata, agli inquirenti è bastato poco per ricostruire come sono andate le cose. Limata ha fatto irruzione in casa intorno alle 22,30 mentre Aldo Gioia dormiva sul divano davanti alla televisione lasciata accesa. Dopo essersi scambiati diversi messaggi telefonici, la ragazza ha fatto scattare l'agguato lasciando aperta la porta di casa dopo essere uscita con la scusa di gettare la spazzatura. Entrato in casa, il giovane ha colpito con furia la vittima che non ha avuto alcuna possibilità di difendersi. È stata la figlia stessa poi a lanciare l'allarme, inscenando, con il padre morente, un presunto furto da parte di fantomatici ladri. La relazione tra la 18enne e Limata era avversata dalla famiglia della ragazza, preoccupata per il carattere ed il passato del giovane, più volte protagonista di eccessi di violenza. La famiglia della ragazza, soprattutto il padre, inutilmente aveva cercato di allontanarla da quel giovane, disoccupato, con precedenti contro la persona e segnalato come assunto di sostanze stupefacenti e che nelle scorse settimane aveva minacciato di morte anche suo padre al termine di un litigio. A quanto si è appreso, la famiglia della ragazza aveva nominato un avvocato di fiducia, Innocenzo Massara, ma ha rinunciato all'incarico (non si conoscono i motivi della decisione) mentre al fidanzato sarà assegnato un difensore d'ufficio visto che non è stato nominato uno di fiducia.

Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 25 aprile 2021. Come fossero la scatola nera di una storia dove il nero è dappertutto, gli smartphone di Elena e Giovanni raccontano le ore e i minuti che precedono la morte di Aldo Gioia, ucciso venerdì sera poco prima delle 23 nella sua casa al quinto piano di un palazzo di corso Vittorio Emanuele, nel centro di Avellino. Elena è la figlia di Aldo, ha da poco compiuto diciotto anni, e con il padre ha smesso di andare d'accordo quando lui le ha detto di chiudere con Giovanni. Perché Giovanni Limata non è mai stato un bel tipo. Uno che con la droga si è rovinato il cervello fino ad arrivare all'autolesionismo, e che a 23 anni ha messo insieme più denunce per rissa che ore passate a lavorare. Venerdì sera Elena è chiusa nella sua stanza e scambia continui messaggi con Giovanni. Ma non si scrivono frasi da ragazzi innamorati, stanno definendo gli ultimi dettagli per ammazzare Aldo, e non solo lui. Giovanni è giù in strada, e ha in tasca un coltello da cacciatore. Elena gli descrive la situazione in casa, e gli ricorda quello che si sono già detti: «Dobbiamo sterminarli tutti». Non deve morire solo il padre: deve morire anche la madre, Liana Ferrajolo, perché pure lei è contraria al loro amore. E deve morire anche Emilia, la sorella più grande di Elena, che la pensa come i genitori. Ritengono di aver organizzato tutto i due fidanzati. Deve solo accadere quello che accade tutte le sere: ognuno chiuso nella propria camera e solo Aldo - che ha 53 anni e lavora come impiegato alla Fca di Pratola Serra - in soggiorno davanti alla tv. Lì, puntualmente, cede al sonno. E infatti il messaggio che Giovanni aspetta è proprio quello: «Si è addormentato, sali». Senza che la madre e la sorella se ne accorgano, Elena gli fa trovare la porta socchiusa. Giovani entra e si scaglia su Aldo. Una coltellata, poi un'altra e un'altra ancora. Alla fine saranno sette i colpi che massacrano il papà di Elena. Ma ammazzare un uomo addormentato non è come fare a botte in strada. Giovanni va nel panico, e quando vede Emilia e Liana entrare nel soggiorno urlando non riesce ad aggredire anche loro. Ha paura, scappa schizzando sangue sul pianerottolo, lungo le scale e nell'androne. Il piano è saltato, Elena ora deve farsi venire un'idea. Tira fuori la solita storia del rapinatore spuntato da chissà dove, come ai tempi del massacro di Novi Ligure provò a fare Erika dopo aver ucciso, con l'aiuto del fidanzato Omar, la madre e il fratellino. Ma non è una storia che sta in piedi, quella che racconta Elena, anche perché Liana e Emilia sono vive, e lo sanno che cosa è successo. Ma lei la ripete per ore alla polizia, mentre la madre e la sorella sono troppo sconvolte e non riescono a dire nulla davanti a Elena che mente. Però le contraddizioni sono tante, e di fronte alla diciottenne ci sono investigatori esperti. Le domande degli uomini della Squadra Mobile e del pm di turno della Procura guidata da Domenico Airoma - il magistrato che risolse l'omicidio di Fortuna Loffredo - fanno andare la diciottenne in contraddizione. Il resto lo raccontano i messaggi WhatsApp. C'è riportato il numero di Giovanni in quelle conversazioni, e in questura ci mettono un attimo a identificarlo e ad andare a cercarlo al suo paese, Cervinara, dove lui si è nascosto a casa dei genitori. La resistenza di Limata alle accuse dura poco o niente. Non lo inchiodano solo i messaggi: ha lasciato impronte dappertutto, a cominciare dal coltello. E poi lo sanno tutti che odiava Aldo, una volta in strada addirittura lo minacciò con una sciabola. Giovanni capisce che gli conviene confessare, ma prova a giocarsi l'unica carta che gli resta, un classico in casi del genere: accusa Elena. Dice che l'idea è stata sua, che lui ha provato a convincerla a rinunciare, ma lei insisteva e alla fine ha ceduto perché cosi avrebbero potuto vivere liberamente il loro amore. E invece l'unica cosa che probabilmente ancora faranno insieme sarà comparire imputati al processo per omicidio.

Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 25 aprile 2021. Liana ha capito subito tutto. Probabilmente ha anche riconosciuto subito l’assassino di suo marito, Aldo Gioia. In un attimo le sono passati davanti agli occhi mesi e mesi di discussioni e litigi con la figlia più piccola. Le sono tornati alla mente quei discorsi di Elena che sembravano così insensati e dettati solo dalla sua ingenuità adolescenziale. Quando urlava che lei con Giovanni ci sarebbe rimasta «a qualunque costo». E diceva: «Poi vedrete», prima di sbattere la porta e chiudersi nella sua stanza.

Sette coltellate al marito. Sua mamma ha capito tutto subito ma disperatamente ha provato a non crederci. E mentre Elena in questura continuava a ripetere che quello che aveva accoltellato suo padre era un rapinatore, uno che voleva derubarli e chissà come era riuscito a infilarsi in casa loro, Liana stava zitta. Non riusciva a dire una parola. Guardava verso Emilia, l’altra figlia, ma non apriva bocca. Solo quando è arrivata la notizia che Aldo non ce l’aveva fatta, che quelle sette coltellate lo avevano ammazzato, Liana ha realizzato di non poter continuare a illudersi che con il tempo tutto potesse tornare a posto. Magari un giorno, al ritorno di suo marito dall’ospedale, ne avrebbero parlato in famiglia e insieme avrebbero trovato una soluzione, una via d’uscita che non segnasse per sempre la vita di Elena.

L’istinto di madre. «Basta. Basta», ha ripetuto sconvolta dal dolore. E in quel momento le bugie di sua figlia hanno iniziato a sbriciolarsi. E Elena stessa si è accorta di non poter insistere ancora con quella storia della rapina.  Davanti alle domande degli uomini della Squadra Mobile ha iniziato a contraddirsi, ad attorcigliarsi in una ricostruzione sempre meno credibile. Fino a quando non le è rimasto altro da fare che rassegnarsi a qualche ammissione. Ma senza mai dare l’impressione di volersi liberare di un peso, senza mai lasciarsi andare a una collaborazione completa. E in quel momento è stata ancora sua madre a pensare a come proteggerla: «Devo trovarle subito un legale, devo fare in modo che possa difendersi». Anche se ha fatto uccidere il padre e «voleva farci uccidere tutti, io non la lascio sola». Anche se la sua famiglia l’ha distrutta comunque, pure se la strage che aveva in mente non si è compiuta fino in fondo.

Strategia difensiva. Liana si è attaccata al telefono e ha svegliato l’avvocato Innocenzo Massaro. «Si occupi di mia figlia, la prego». Sarà lui ad assistere Elena durante l’udienza di convalida. Toccherà a lui individuare in queste ore una strategia difensiva e portarla davanti al gip. Poi avrà modo di parlare a fondo con Elena e provare a capire che cosa è successo veramente nella sua testa di diciottenne che definire ribelle sarebbe riduttivo. Ma un giorno, nemmeno lontano, sarà Liana ad andare a parlare con Elena. E quel giorno non potrà che essere drammatico per tutte e due.

Il vescovo Battaglia: "Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti". L’addio a Maurizio Cerrato, il manifesto di moglie e figlie: “Una lama ha trafitto 4 cuori”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 25 Aprile 2021. Folla e commozione ai funerali di Maurizio Cerrato, il 61enne di Torre Annunziata morto ammazzato con una coltellata al petto lunedì 19 aprile mentre tentava di difendere la figlia che aveva parcheggiato la propria auto in uno spazio occupato arbitrariamente con una sedia da una famiglia residente in IV Novembre. Numerose le persone presenti sia all’interno (nel rispetto delle norme anti-covd) che all’esterno della chiesa Spirito Santo di corso Vittorio Emanuele III nel giorno dove è stato proclamato lutto cittadino nella cittadina torrese. La cerimonia funebre è stata celebrata dal vescovo di Napoli Mimmo Battaglia che ha rivolto un appello contro l’omertà, che ha contrassegnato le indagini di carabinieri e procura, citando Martin Luther King: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti. La mafia – ha aggiunto – si annida nell’omertà e nell’indifferenza che uccidono. Dobbiamo rendere conto dei nostri silenzi al Tribunale di Dio”. Tania Sorrentino, moglie di Cerrato, e le figlie Maria Adriana, 20 anni, e Andre Sveva, appena 7 anni, hanno scritto un ultimo messaggio sul manifesto funebre, affisso in più punti della città di Torre Annunziata. ”Come è possibile che una sola pugnalata abbia trafitto quattro cuori‘. Che il silenzio delle persone che si sono voltate da un’altra parte, abbia reso queste ferite non rimarginabili. Il dolore che ci porteremo dentro tutta la vita sarà alleviato solo dal ricordo del tuo amore immenso’. Cercheremo – si legge – in ogni sguardo la luce dei tuoi occhi, in ogni sorriso la gioia del tuo cuore, in ogni gesto il tuo essere. Dacci la forza di continuare a vivere senza te e accompagna il nostro cammino sempre. Mostraci i tuoi occhi quando ci sentiremo perse e senza alcun dubbio ritrovare la retta via. Ci mancherai sempre, "grande eroe". Ti amiamo”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 faccio parte della redazione del Riformista. 

La polizia locale interviene per liberare gli spazi pubblici. Ucciso per un parcheggio, l’ordinanza del sindaco dopo decenni di soprusi: “Vietate le occupazioni abusive”. Massimiliano Cassano su Il Riformista il 27 Aprile 2021. A una settimana dalla morte di Maurizio Cerrato, l’uomo di 61 anni ucciso a Torre Annunziata per aver difeso la figlia alla quale erano state squarciate le ruote dell’auto per aver spostato una sedia che occupava abusivamente un posto auto, il sindaco della città vesuviana, Vincenzo Ascione, ha firmato un’ordinanza per “rimuovere dal suolo pubblico tutte le occupazioni effettuate dai cittadini non autorizzate dagli uffici comunali competenti”. Nel provvedimento si diffida l’intera popolazione da “qualsiasi occupazione illegittima della sede stradale finalizzata al riservarsi un posto auto o moto senza averne alcun titolo o diritto”. Usanza che va avanti da molti anni nel territorio. Una stretta che arriva troppo tardi per Cerruto, ma che potrebbe evitare il verificarsi di nuovi episodi simili. Lo scorso fine settimana, gli agenti della polizia locale hanno effettuato una ricognizione per rimuovere dal suolo pubblico di oggetti indebitamente posizionati. Infine – fa sapere il Comune – sono stati affidati i lavori di manutenzione straordinaria dell’impianto di videosorveglianza. “Ho posato un fiore in memoria di Maurizio Cerrato e lì ho trovato una comunità che reagisce e respinge la criminalità”, è il messaggio contenuto in un post su Facebook del deputato del Movimento 5 Stelle Luigi Gallo. “Io come cittadino di questi territori – prosegue – ci sono per costruire regole comuni per le forze politiche che vogliano contrastare seriamente l’ecosistema criminale”.

“Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti. La mafia si annida nell’omertà e nell’indifferenza che uccidono. Dobbiamo rendere conto dei nostri silenzi al Tribunale di Dio”, con queste parole il vescovo di Napoli Mimmo Battaglia aveva dato l’ultimo saluto a Maurizio nel corso dei funerali di domenica scorsa.

Massimiliano Cassano. Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.

Da leggo.it " il 27 aprile 2021. Elena e Giovanni si sarebbero scambiati dei messaggi prima di uccidere il padre di lei, Aldo Gioia. La coppia di fidanzati è entrata nella casa di famiglia ad Avellino e ha accoltellato l'uomo. Le sue grida hanno svegliato il resto della famiglia che ha chiamato i soccorsi, facendo così saltare il piano dei due fidanzati che era quello di uccidere tutti. I due fidanzati sono stati arrestati e ora stanno andando avanti le indagini per comprendere meglio la dinamica dei fatti. Sono emerse anche delle chat della coppia, come riporta il Corriere della Sera, conversazioni avvenute pochi giorni prima del delitto in cui Elena scrive al fidanzato «Quando li uccidiamo?», ripetendogli poco dopo la stessa frase e ricevendo in risposta da lui un «Lo faccio perché li odi». Proprio Giovanni subito dopo l'arresto ha puntato il dito contro la fidanzata dicendo che lo avrebbe costretto a compiere il delitto. Una versione dei fatti che la famiglia di lei non accetta, il fratello del padre di Elena la descrive come una ragazza speciale che sarebbe stata plagiata. Il giudice per le indagini preliminari Paolo Cassano ha confermato ieri la custodia cautelare in carcere per i due, dopo che la coppia, seguita da due avvocati differenti, si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Intanto l'autopsia ha confermato che ad uccidere Aldo sono state 14 coltellate inferte con un coltello da caccia.

La strage pianificata: "Non deve restare nessuno". “Sali amo’, papà sta dormendo”, la chat dei fidanzati prima del massacro di Avellino. Massimiliano Cassano su Il Riformista il 28 Aprile 2021. Un piano architettato fin nei minimi dettagli, che a una lettura superficiale appare anche innocuo: “Sali amò, papà sta dormendo. Appena hai finito vieni da me e ce ne andiamo”. Sono i messaggi che Elena Gioia invia al suo fidanzato, Giovanni Limata, per avvertirlo che l’agguato verso suo padre Aldo poteva finalmente compiersi. Giovanni lo ha ucciso venerdì scorso, con 14 coltellate, dopo essere riuscito a entrare in casa dalla porta, lasciata aperta di proposito da Elena: “Scendo a buttare la spazzatura, così non desto sospetti né nulla, poi mi prendo a Milly (il cane, ndr) e mi chiudo in camera, quando hai finito ce ne andiamo”. Anche la fuga era stata organizzata, a poche ore dall’omicidio. Negli zaini, poi ritrovati dagli investigatori, anche un paio di costumi da bagno. E ancora, la preoccupazione per la batteria del cellulare: “Se si scarica a entrambi saremo nei guai perché dovremmo aspettare la mattina dopo per lasciare Avellino, non avremmo come chiamare”. Un passaggio chiave, poi, il messaggio inviato intorno alle 21.10, pochi minuti prima del crimine: “Amo’ no mia sorella non può rimanere, capisci meglio cosa intendo per favore”, scrive Elena a Giovanni, che le risponde: “Anche lei, hai deciso?”, e Elena: “Ho deciso, non deve rimanere nessuno”. “Dai messaggi di testo che i due si sono scambiati si desume il loro fermo proposito di uccidere il padre di lei”, scrive il magistrato nell’ordinanza di custodia cautelare. Ma il piano complessivo prevedeva lo sterminio dell’intera famiglia Gioia. Le altre donne di casa, la madre Liana Ferrajuolo e la sorella Emilia, riescono a salvarsi. Limata scappa, e gli inquirenti stanno cercando di capire se una ragazza lo abbia accompagnato a casa, dove è stato poi ritrovato dalle forze dell’ordine. Ieri intanto si sono svolti i funerali nella parrocchia San Ciro di Avellino. Presenti i colleghi di Aldo, Liana ed Emilia che cercano di evitare i fotografi, e le amiche di Elena, adolescenti come lei, visibilmente scosse. Una di loro ha confidato ai cronisti: “Da qualche mese non era più la stessa, di sicuro è stata plagiata, le è successo qualcosa”.

Massimiliano Cassano. Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.

Gianni Colucci per "il Mattino" il 26 aprile 2021. È già rimpallo di responsabilità: da una parte Giovanni Limata, 23 anni, dall' altra la sua ragazza diciottenne Elena Gioia. Lui la accusa: «Mi ha detto quello che dovevo fare»; Lei replica: «Abbiamo deciso insieme». I due sono considerati gli assassini del padre della giovane, Aldo Gioia, 53 anni, geometra della Fca di Pratola Serra. L' omicidio è avvenuto venerdì sera con sette colpi di coltello mentre l'uomo era appisolato sul divano di casa. A sferrarli il giovane di Cervinara che aveva deciso tutto insieme alla ragazza, organizzando l'omicidio con una serie di messaggi telefonici: «Sto scendendo», è l'ultimo in ordine di tempio, partito dal telefono della ragazza. Ma anche: «Sei giù? Scendo e poi saliamo insieme», insomma la scansione dei momenti precedenti al delitto è nelle mani della squadra Mobile di Avellino diretta dal vice questore Gianluca Aurilia. I due si erano messaggiati via whatsapp (ma sono in corso verifiche su una serie di messaggi cancellati da Elena e che invece sono sul telefono di Giovanni) anche nei giorni precedenti, fino all' incontro di venerdì sera, dopo le 22 a Corso Vittorio Emanuele, in pieno centro ad Avellino. Verifiche sopratutto nelle parti in cui i messaggi facevano riferimento alla volontà di uccidere anche madre e sorella. Un caso complesso che ha subito creato qualche difficoltà: l'avvocato della famiglia Gioia, Innocenzo Massaro, ha rinunciato all' incarico alla vigilia dell'interrogatorio di garanzia fissato per oggi. La madre della ragazza, Liana Ferraiolo, ha dato l'incarico ieri sera a suo fratello, l'avvocato Umberto Ferraiolo. Oggi anche la nomina al perito per l'esame autoptico della salma. In casa Limata a Cervinara ore di angoscia. Il papà di Giovanni, Pietro, che fa l'autista del camioncino di IrpiniAmbiente, la società dei rifiuti, ha provato a ricostruire con l'avvocato Mario Picca, il dramma del figlio: «Non riesco a spiegarmelo». Con lui la madre del giovane e i due fratelli, una ragazza più grande che vive fuori dal paesino e il fratello ancora minorenne. La camera da letto di Giovanni è sigillata. Dentro la piccola scrivania, non c' è più il computer, portato via dalla polizia; restano i poster alle pareti con i suoi eroi: i wresteler che venerava, su tutti John Cena. Ma bisogna scavare nella vita di questo ragazzo che aveva alle spalle episodi inquietanti come quel tentativo plateale, risalente a due anni fa, di gettarsi in un torrente per attirare l'attenzione di una ragazza che gli piaceva. Quella di stamattina sarà una giornata decisiva, nel corso degli interrogatori di convalida degli arresti saranno ricostruiti i drammatici momenti della notte di venerdì scorso, come sono stati messi in fila, in una scansione da giallo di Jo Nesbø, dal sostituto procuratore della Repubblica Vincenzo Russo. Lo scontro che si profila sulla base delle due versioni, tuttavia non può prescindere dalla sequenza dei minuti precedenti all' omicidio, come dalle confessioni dei fidanzatini. Poca gente in strada, ma loro due confabulavano fitto fitto sotto al portone. Poi Elena sale a casa. Qualche parola con i genitori, con la sorella Emilia. Intanto Giovanni è in strada, giubbotto con il coltello modello Cobra in tasca. Aspetta un segnale. Arriva con il whatsapp di Elena e lui si avvicina al portone. Elena scende di casa, porta il sacchetto con l'immondizia. Lui la incontra giù e sale con lei al quinto piano. L' appartamento è in penombra. La sorella maggior della ragazza, la madre Liana sono in camera. Il papà, il primo della lista che i due si erano fatti. Era appisolato. Quindi lesplosione di una furia omicida cieca. Gioia si alza, prova ad alzarsi, ma i fendenti che l'hanno colpito arrivano in sequenza sul petto, sulle mani che solleva nel tentativo estremo di difendersi. Giovanni vede il sangue a fiotti, si impaurisce, la lucida follia cede il passo al terrore, scappa. Finalmente l'incubo pare svanire. Ma Elena mette in campo la seconda parte del piano. Dice che si tratta di un tentativo di rapina, che qualcuno si è introdotto in casa. La madre chiama la polizia, forse ha intuito che quel ragazzo poteva essere Giovanni, quello che per mesi e mesi aveva occupato i discorsi in famiglia, quello sui cui Elena si era incaponita. Vibrante il commento del vescovo Arturo Aiello: «Sento che il sangue ha macchiato questa città in tutte le vie, in tutti i palazzi, un sangue che non si può nettare: riguarda tutti, chiama in causa tutti, singole persone e nuclei familiari, le istituzioni dello Stato e della Chiesa, i giovani sul corso e quelli che stazionano, nonostante divieti, dietro la Cattedrale o sotto i platani». Il prefetto di Avellino, Paola Spena, nel corso della cerimonia per il 25 aprile, ieri mattina ad Avellino, è tornata sulla vicenda: «La situazione pandemica ha favorito un chiudersi in sè stessi e forme deliranti di progettazioni folli».

Omicidio di Avellino, la mamma di Giovanni: “Non era solo, è stato manipolato da Elena”.
Alberto Pastori su Notizie.it il 29/04/2021.  "Giovanni era manipolato da Elena": queste le parole di Maria Crisci, madre di Giovanni Limata, il 23enne accusato dell'omicidio di Avellino. Maria Crisci, la madre di Giovanni Limata, il ragazzo di 23 anni reo confesso dell’omicidio di Aldo Gioia, sostiene la stessa versione già raccontata dal figlio. Il 23enne avrebbe agito come una sorta di burattino nelle mani della fidanzata Elena Gioia, la quale avrebbe deciso e pianificato l’omicidio di tutti i componenti della sua famiglia. Le forze dell’ordine e gli inquirenti hanno ricostruito quanto accaduto la sera del 23 Aprile 2021. Giovanni Limata, armato di un coltello da caccia, sarebbe entrato nell’abitazione della famiglia Gioia, situata al centro di Avellino, con in mente di uccidere il padre 53enne di Elena, la madre e la sorella. Con il pretesto di buttare la spazzatura, Elena avrebbe lasciato la porta di casa aperta in modo che il fidanzato potesse entrare per compiere gli omicidi. Le urla del padre, accoltellato 14 volte e morto durante il trasporto in ospedale
, avrebbero però messo in fuga il ragazzo prima di compiere la strage. Limata si sarebbe fatto accompagnare a casa da un’amica e dalla madre di lei, ignare di quanto accaduto qualche istante prima e già ascoltate in procura.

Omicidio di Avellino: la confessione. Interrogata, Elena avrebbe inizialmente raccontato di una irruzione da parte di alcuni ladri. Ma la verità fu subito scoperta. Rintracciato a casa sua, Giovanni avrebbe confessato l’omicidio di Aldo Gioia e dove aveva nascosto l’arma del delitto. Inoltre, disse che a pianificare tutto era stata la 18enne fidanzataIl motivo sarebbe stato l’opposizione alla loro relazione da parte della famiglia Gioia. Secondo Mario Villani, l’avvocato della famiglia, la vicenda è ancora da definire. Villani, infatti, sostiene che la sera dell’omicidio Giovanni non fosse solo all’interno della casa.

Omicidio di Avellino: la madre di Giovanni. La madre di Giovanni Limata, Maria Crisci, in una intervista rilasciata al quotidiano Il Mattino, ha spiegato dei momenti difficili vissuti dal figlio in passato. Il 23enne, in seguito ad una delusione d’amore, avrebbe tentato il suicidio, ma ha “sempre reagito trovando la famiglia dalla sua parte a sostenerlo”. La donna ha poi ricostruito il pomeriggio del 23 Aprile dicendo che Giovanni aveva preso l’autobus per andare ad Avellino, tornando a casa la sera “stanco, strano, accompagnato da qualcuno. Poi sono arrivati i poliziotti e l’hanno preso”. Secondo la madre Giovanni “era convinto di non avere ucciso nessuno”. Maria Crisci ha concluso dicendo: “Non è la nostra famiglia che non ha amore al suo interno”.

Alberto Pastori. Nato a Magenta (MI), classe 1984, è laureato in Teoria e Metodi per la Comunicazione presso l'Università Statale di Milano. Prima di collaborare con Notizie.it, ha scritto per ChiliTV, That's All Trends e Ultima Voce.

Gli rubano Rolex, li insegue in auto e li sperona: i due fuggitivi morti nella caduta. Irene de Arcangelis su La Repubblica il 27 marzo 2021. E' accaduto in provincia di Napoli. La vittima della rapina si presenta in caserma e racconta tutto. Poi l'interrogatorio fiume. Ora è accusato di omicidio volontario. Ma nega: "Mi hanno sottratto la Smart". A bordo della sua auto la vittima della rapina insegue i due giovani che gli hanno preso il Rolex, una corsa ad alta velocità tra Marano e Villaricca, in provincia di Napoli. Li raggiunge e li sperona. L’impatto è violento, i due malviventi muoiono sul colpo. Poi la vittima, Giusepe Greco, si presenta ai carabinieri e racconta quanto è successo. L'accusa: omicidio volontario. E' indagato a piede libero per questo reato l'uomo che alla guida della sua Smart For 4 ha inseguito e speronato lo scooter con a bordo Domenico Romano, 40 anni, e Ciro Chirollo 30 anni. Ma Greco, nel corso del lungo interrogatorio reso al pm Paolo Martinelli, ha riferito di essere stato rapinato ma non di aver investito i due uomini. In particolare ha raccontato che i due banditi lo avrebbero rapinato, pistola in pugno, del Rolex, mentre altri complici gli avrebbero sottratto la Smart su cui viaggiava. Si tratta di un giovane di ventisei anni incensurato. Tutto è successo venerdì sera intorno alle 19.30 in via Consolare Campana a Marano. I carabinieri poco dopo trovano i corpi di accanto c’è una moto T Max, una pistola con matricola abrasa e un orologio Rolex, poco distante una Smart For Four contro un muro. Vengono identificati i due corpi. Si tratta di Domenico Romano, 40 anni, e Ciro Chirollo, 30 anni, entrambi pluripregiudicati di Sant’Antimo. Intanto in caserma arriva Giuseppe G. e racconta della rapina del Rolex e dell’inseguimento. Ci sono alcune telecamere di videosorveglianza. Durante la corsa l’incidente e la caduta dei due rapinatori dallo scooter, morti per politrauma, mentre Giuseppe G. finisce con la Smart contro un muro.

Scenario raccapricciante. Schianto e sangue a Napoli: due cadaveri, pistola e rolex a terra e possibile fuga. Redazione su il Riformista il 26 Marzo 2021. Smart schiantata contro un muro e a terra, vicino, il cadavere di un uomo, poco distante uno scooter T-max sempre a terra e, a una ventina di metri, il corpo senza vita di un altro uomo con vicino un rolex e una pistola. E’ questo lo scenario che si sono ritrovati davanti agli occhi polizia municipale e carabinieri in via Consolare Campana a Villaricca, comune in provincia di Napoli. L’episodio è avvenuto intorno alle 21 di venerdì 26 marzo. I militari della compagnia di Marano stanno vagliando tutte le ipotesi: dal tentativo di rapina finito male, ad un’esecuzione. Al momento non si esclude nessuna pista anche se quella privilegiata sembra essere la prima. Non si esclude la presenza di una terza persona che potrebbe essere fuggita. Le due vittime non sono state al momento identificate. Non è chiaro se nella zona sono presente le telecamere di videosorveglianza per provare a ricostruire con esattezza quanto accaduto. I militari sono anche alla ricerca di testimonianze.

I rapinatori sono morti sul colpo. Gli rubano il Rolex, li investe con l’auto poi confessa: 25enne indagato per omicidio volontario. Elena Del Mastro su il Riformista il 27 Marzo 2021. Gli hanno puntato contro una pistola e portato via il Rolex in sella a uno scooter. Lui li ha inseguiti a bordo della sua auto, una corsa ad alta velocità tra Marano e Villaricca, comuni della Provincia di Napoli. Li ha speronati e i due rapinatori Domenico Romano, 40 anni, e Ciro Chirollo, 30 anni, di Sant’Antimo, sono morti sul colpo. Resosi conto di ciò che aveva fatto è sceso dall’auto e si è allontanato a piedi facendosi accompagnare alla caserma dei carabinieri di Marano per costituirsi e confessare tutto. Ora l’uomo, un 26enne incensurato di Marano è indagato per omicidio volontario. Durante un interrogatorio nella notte ha raccontato cosa era successo ammettendo di aver inseguito e investito i due rapinatori. I due lo avevano fermato intorno alle 20 in via San Rocco. A bordo di uno scooter e puntandogli la pistola contro gli avevano intimato di sfilarsi il rolex e consegnarglielo. Ma lui non si è arreso e ha iniziato a inseguirli a bordo della sua Smart per alcuni metri, fino all’altezza della rotonda di via Consolare Campana dove li ha raggiunti e li ha speronati. I due sono balzati sull’asfalto e l’auto è finita contro un marciapiede. Poi preso dal panico ha lasciato l’auto sul posto ed è corso via a piedi. Due automobilisti che passavano da lì hanno visto a terra i due corpi e hanno allertato i Carabinieri. Ma per i due rapinatori non c’era più niente da fare. Le indagini chiariranno se i due rapinatori sono morti per l’impatto con l’asfalto o dopo essere stati travolti dall’auto. Sui corpi dei due sono stati riscontrati infatti diversi politraumi. Sul luogo dello scontro è stato ritrovato anche un proiettile ma per gli inquirenti nessuno dei coinvolti ha espoloso colpi di arma da fuoco. Al vaglio le immagini di vidosorveglianza della zona. Il 25enne è stato ascoltato per ore dal pm del tribunale di Napoli Nord per chiarire la sua versione dei fatti su quanto accaduto a Marano. Avrebbe anche detto che i due volevano rubargli anche l’auto. Secondo quanto si è appreso, al momento è a piede libero ma indagato per omicidio volontario. Le indagini sono coordinate dal pm di Napoli Nord Paolo Martinelli con il procuratore aggiunto Carmine Renzulli.

Rapinatori morti a Marano, fermata la vittima di Chirollo e Romano: “Li ha travolti e uccisi in auto”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 31 Marzo 2021. Prima svolta nella vicenda della rapina di Marano, dove venerdì scorso il 30enne Ciro Chirollo e il 40enne Domenico Romano sono morti dopo aver compiuto una rapina ai danni del 26enne Giuseppe Greco. Il giovane è stato fermato questa mattina dai carabinieri del comando provinciale di Napoli, che hanno dato esecuzione ad un ordine di fermo emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord. Agli inquirenti, le indagini sono coordinate dal pm di Napoli Nord Paolo Martinelli con il procuratore aggiunto Carmine Renzulli, sono serviti alcuni giorni per ricostruire il caso, attraverso testimonianze, sopralluoghi e l’acquisizione di numerosi filmati. Secondo le ipotesi della Procura di Napoli Nord le due vittime, dopo aver commesso la rapina di un orologio Rolex mentre Greco si trovava a bordo della sua Smart in via Consolare Campana, tra Marano e Villaricca, nell’area Nord di Napoli, si sono allontanate a bordo di uno scooter, inseguite da Greco alla guida della sua vettura. Greco li avrebbe quindi raggiunti e investiti, causando loro traumi talmente gravi da provocarne la morte. Sul luogo dell’impatto è stato ritrovato un orologio, corrispondente per marca a quello che sarebbe stato provento della rapina, ed una pistola Beretta che era probabilmente in possesso dei due rapinatori. Non ha retto dunque la versione fornita dal 26enne Greco, che aveva confermato al pm di essere stato rapinato del rolex e dell’auto, respingendo l’accusa di aver travolto Chirollo e Romano, pregiudicati ed entrambi di Sant’Antimo. Subito dopo la rapina e “l’incidente”, Greco si era presentato ai carabinieri ed era stato interrogato per ore dal sostituto procuratore di Napoli Nord Paolo Martinelli, con la decisione di iscriverlo nel registro degli indagati senza richiedere misure cautelari.

Il 26enne ha ammesso di aver raccontato bugie "per paura". Travolti e uccisi dopo rapina, Greco confessa: “Volevo solo prendere la targa, sono sconvolto”. Redazione su Il Riformista l'1 Aprile 2021. Inchiodato da prove schiaccianti, a partire dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza agli audio whatsapp girati alla fidanzata subito dopo l’incidente, Giuseppe Greco, visibilmente sotto choc, ha confessato di aver tamponato lo scorso 26 marzo lo scooter con a bordo i due rapinatori Ciro Chirollo e Domenico Romano aggiungendo che “non aveva alcuna intenzione di ucciderli”. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia avvenuto durato un’ora e mezza e avvenuto questa mattina, giovedì primo aprile, nel carcere di Poggioreale dopo il fermo con l’accusa di duplice omicidio, il 26enne ha ammesso di aver raccontato il falso e ha chiesto più volte scusa alle famiglie delle due vittime. Il gip ha convalidato il fermo disponendo il carcere per Greco e rigettando la richiesta degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico avanzata dal suo legale. Stando alla ricostruzione della Procura di Napoli Nord, guidata dal procuratore facente funzioni Carmine Renzulli, e dei carabinieri della Compagnia di Marano, Greco ha speronato con la sua Smart forfour di colore bianco lo scooter Tmax con a bordo i due uomini che poco prima, armati di una pistola, lo avevano rapinato di un rolex (i 200 euro denunciati sempre dalla vittima non sono stati trovati in possesso dei due rapinatori). Difeso dal penalista Domenico Della Gatta e alla presenza del sostituto procuratore Paolo Martinelli, Greco ha ammesso tutto davanti al gip di Napoli Nord Nicola Paone. “Volevo solo prendere la targa“. Il giovane, che con la fidanzata gestisce un sito internet di vendita di capi di abbigliamento, ha spiegato di aver detto falsità dopo la rapina (“Erano loro alla guida”) “per paura di ritorsioni, per non deludere la mia fidanzata e la mia famiglia. Ho sbagliato, cercate di capirmi, sto male vi prego aiutatemi” ha implorato al magistrato. “Anch’io volevo tornarmene a casa, poi li ho incrociati alla rotonda di San Rocco, a meno di un chilometro di distanza dal punto della rapina, e a quel punto ho pensato di inseguirli, ma non per ucciderli, ma per la targa; in prossimità di una curva, lì ho tamponati e ho perso il controllo della mia Smart, che dopo qualche metro si è fermata. L’auto non funzionava più, così sono sceso, e non sono passato sopra i loro corpi come ho letto. Poco dopo ho incontrato un ragazzo in scooter che mi ha riaccompagnato sul luogo della rapina e poi a casa. Quindi, con mio fratello, mi sono recato dai carabinieri. Sono sconvolto. Se volete vi accompagno sul posto”.

IL MESSAGGIO ALLA RAGAZZA – “Sto con la macchina mia, si sono rubati la macchina, sono andato a vedere… per vedere se li acchiappavo, si sono schiattati nella via del Padreterno, si sono uccisi…”. Parole contraddittorie quelle inviate alla fidanzata subito dopo l’incidente avvenuto venerdì 26 marzo a Marano in via Antica Consolare Campana. C’è poi la testimonianza di due guardie giurate che hanno riferito di aver visto la Smart inseguire a tutta velocità il Tmax con a bordo Chirollo e Romano.

LA PRIMA VERSIONE – “Ero impaurito e insanguinato – ha detto parlando del momento post-rapina – fortunatamente è passato un ragazzo in scooter che conosco di vista, si è fermato e mi ha aiutato; con lui ho fatto un giro della zona, scoprendo un chilometro più avanti i pezzi della carrozzeria della mia Smart e i due corpi vicini. Mi sono fatto quindi accompagnare a casa e sono poi andato dai carabinieri”. Greco ha poi aggiunto di aver visto un’auto modello giapponese scura che forse aspettava i rapinatori, forse per tendere loro un agguato, ma dell’auto non c’è traccia. La dinamica del sinistro stradale ha comunque convinto gli inquirenti ad indagare Greco; uno dei banditi era vicino allo scooter, l’altro poco più avanti nei pressi della Smart di Greco, in posizioni compatibili con uno speronamento che li avrebbe fatti cadere mentre erano sul mezzo.

STRISCIONI RIMOSSI – Sono stati rimossi nella mattinata di lunedì 29 marzo gli striscioni esposti a Sant’Antimo, comune a nord di Napoli, per ricordare Ciro Chirollo, il 30enne ucciso venerdì 26 marzo a Marano nel corso di un tentativo di rapina. La Commissione Straordinaria della Prefettura, assistita dai Carabinieri della locale Tenenza, ha provveduto a far rimuovere due striscioni dedicati all’uomo. L’operazione si inquadra nel piano di interventi per il ripristino della legalità con la rimozione di manufatti o altri simboli che insistono abusivamente sulla pubblica via, ferma restando l’eventuale sussistenza di specifici reati. “Resterai per sempre nei nostri cuori. Ciro vive” è il testo presente sul primo striscione. Sul secondo: “Hai lasciato un vuoto incolmabile, un vuoto dentro che nessuno potrà riempire. Eri una persona fantastica, sapevi tanto amore a tutti. Ora sei volato in cielo dal tuo papà. Sono sicura che ti ameranno tutti gli angeli del paradiso”.

 “Care toghe, rispettate la Costituzione”. A Napoli è scontro aperto tra penalisti e magistrati. Lo scontro a causa dei ritardi per l'accesso ai benefici e la loro registrazione: "Cari magistrati di sorveglianza o ripristinate la legalità costituzionale della pena risolvendo tutte le criticità evidenziate, oppure vi autosospendete". Valentina Stella su Il Dubbio il 27 marzo 2021. È scontro durissimo tra penalisti e magistrati a Napoli: da un lato le Camere Penali del Distretto di Corte di Appello, dall’altro il Tribunale di Sorveglianza e la giunta dell’Anm. Il casus belli, come vi abbiamo raccontato due giorni fa,  è rappresentato da un documento dei penalisti campani in cui denunciano gravissime e non più tollerabili criticità degli uffici di sorveglianza: «Inaccettabile» è per loro il tempo tra la presentazione delle richieste di accesso ai benefici e la loro registrazione, il tempo tra quest’ultima e la fissazione dell’udienza, l’elevato numero di rinvii delle udienze per carenza o assenza di istruttoria, la tempistica di invio delle impugnazioni alla Cassazione, di decisione sui permessi premio, di valutazione sulle istanze di liberazione anticipata, reclamo e riabilitazione. «Da troppi anni nel distretto di Napoli viene sistematicamente mortificato il diritto dei detenuti a espiare la pena secondo principi e modalità conformi al dettato costituzionale», ci aveva detto Marco Campora, Presidente della Camera Penale di Napoli. E invero lo stesso Presidente della Corte di Appello di Napoli, Giuseppe de Carolis di Prossedi, all’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario aveva sottolineato le disfunzioni riguardanti gli uffici di sorveglianza: «Risulta significativamente aumentata del 21 per cento la pendenza dei procedimenti del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, passati da 28.039 a 33.983; così anche nell’ Ufficio di Sorveglianza di Napoli, anche qui è aumentata la pendenza, e nell’ufficio di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere. Mentre invece risulta ridotta la pendenza negli uffici di sorveglianza di Avellino, passando da 2.372 a 2.042. Nel complesso però gli uffici di sorveglianza sono in grande sofferenza. Siccome sono un ufficio molto delicato, questo sicuramente è un dato che ci fa riflettere». Tuttavia la miccia che ha fatto scoppiare lo scontro è stata la richiesta che concludeva il documento dei penalisti: cari magistrati di sorveglianza o «ripristinate la legalità costituzionale della pena», risolvendo tutte le criticità evidenziate, oppure «vi autosospendete dal servizio per impossibilità di rispettare le norme codicistiche e costituzionali». Proposta irricevibile da parte della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, Angelica Di Giovanni, che ha richiesto l’apertura di una pratica a tutela al Csm, la cui attività istruttoria rimarrà non pubblica fino al suo esito nel plenum. A tale iniziativa, replica così la Camera Penale di Napoli: «Il senso del nostro documento era – ed è – chiarissimo e non suscettibile di fraintendimenti: le condizioni in cui versa il Tribunale di Sorveglianza sono gravissime e producono la sistematica violazione dei principi costituzionali e dei diritti dei detenuti. Avevamo invitato i magistrati di sorveglianza a partecipare con noi ad una battaglia per il ripristino delle condizioni minime di legalità e giustizia. La risposta fornitaci è stata invece una chiusura corporativa netta, intrisa di riflessi pavloviani laddove si riesuma l’istituto vintage del “fascicolo a tutela”». Per i penalisti partenopei l’invocazione della «carenza di mezzi e risorse» è un «mero alibi deresponsabilizzante. Sarà forse impopolare dirlo ma la carenza di mezzi e di risorse impone a ciascuno di noi, a seconda dei propri ruoli e delle proprie responsabilità, di fare qualcosa di più». Nel dibattito, come anticipato, è intervenuta anche la giunta dell’Anm di Napoli, il cui Presidente, Marcello De Chiara, dice al Dubbio: «La magistratura di sorveglianza napoletana è da sempre avanzato baluardo nella tutela dei diritti dei detenuti; mi pare che, con grande onestà, ciò sia stato riconosciuto dagli stessi avvocati, ma con la stessa onestà debbo dire che attribuire ai magistrati di sorveglianza la sistematica violazione delle norme costituzionali è un’accusa ingiusta ed in alcun modo aderente alla realtà dei fatti». E prova a distendere i toni: «Auspico che con la Camera Penale di Napoli possano esservi al più presto occasioni di reale confronto. Le proposte di collaborazione non possono però essere veicolate attraverso comunicati stampa o accompagnate da richieste di autosospensione che rischiano di assumere il significato di una inutile, anche se involontaria, provocazione: bisogna invece al più presto incontrarsi, ragionare insieme, unire le nostre alte professionalità per individuare tutte le possibili soluzioni; in questa direzione va il mio auspicio ed intendo adoperarmi personalmente».

Lo scontro. Tribunale di Sorveglianza nel caos, a Napoli è guerra tra magistrati e penalisti. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 26 Marzo 2021. Decisioni sulla scarcerazione dei detenuti non sempre tempestive, difficoltà nel completamento delle istruttorie, organici ormai ridotti all’osso: le difficoltà del Tribunale di Sorveglianza di Napoli sono evidenti. Ma quelli dell’ufficio giudiziario partenopeo non ci stanno a passare per giudici poco rispettosi delle norme costituzionali e di legge, come sostenuto dalle Camere penali in un durissimo comunicato. E così la presidente Angelica Di Giovanni ha chiesto al Csm di aprire una pratica a tutela di tutte le toghe della Sorveglianza: una decisione clamorosa che determina uno scontro frontale tra magistrati e avvocati che forse non si vedeva dagli anni Novanta, quando i penalisti puntarono il dito contro la gestione della Procura partenopea all’epoca guidata da Agostino Cordova. L’iniziativa di Di Giovanni è la risposta al documento con cui le Camere penali di Napoli e dintorni hanno denunciato le disfunzioni del Tribunale di Sorveglianza del capoluogo, chiedendo alle toghe di sollecitare un intervento risolutivo da parte del governo Draghi e minacciando l’astensione dalle udienze. Dalla parte dei vertici dell’ufficio giudiziario si è già schierata la giunta partenopea dell’Anm: «I toni utilizzati dagli avvocati non rispondono alla necessità di un confronto sereno e proficuo – spiega Marco Puglia, componente della giunta locale dell’associazione e, tra l’altro, giudice di sorveglianza a Santa Maria Capua Vetere – Noi magistrati siamo consapevoli delle criticità che affliggono il Tribunale, ma non possiamo essere additati come soggetti che violano la Costituzione e le leggi. Anche perché, durante l’emergenza Covid, lo stesso Tribunale di Sorveglianza ha continuato a lavorare senza sosta». Emblematica, in questo senso, è la vicenda del carcere di Carinola dove, tra marzo e maggio 2020, il numero dei detenuti si è ridotto da 480 a 360 proprio per effetto delle scarcerazioni disposte dall’Ufficio di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere. Ciò non toglie che il Tribunale partenopeo viva una situazione di impasse dovuta soprattutto alla mancanza di circa il 45% del personale amministrativo e dei cancellieri. Non ci sono scoperture significative, invece, per quanto riguarda i magistrati che, da un anno a questa parte, sono stati comunque falcidiati dal Covid. Fatto sta che avvocati e detenuti devono spesso fare i conti con istruttorie spesso incomplete e tempi delle decisioni sulle scarcerazioni troppo lunghi, come denunciato dalle Camere penali. «C’è da dire – replica Puglia – che spesso le istruttorie presuppongono l’acquisizione di documenti da parte di altri soggetti, per esempio dalle forze dell’ordine, che sono oberati di lavoro e quindi non in grado di fornire una risposta celere alle sollecitazioni dei nostri uffici». Quanto alla lentezza del Tribunale di Sorveglianza, secondo il segretario dell’Anm napoletana «si tratta di una circostanza quasi fisiologica alla luce dell’enorme mole di lavoro che grava sugli uffici». A confermarlo sono i numeri: dall’ultimo bilancio annuale emerge che la Sorveglianza deve occuparsi di una popolazione carceraria che supera stabilmente le 6mila e 500 unità e gestire le circa 8.426 persone prese in carico dall’Ufficio esecuzione penale esterna. Ma come la mettiamo con le istanze di differimento della pena per detenuti gravemente malati? «Quelle beneficiano di un canale privilegiato – fa sapere il giudice Puglia – che è costantemente monitorato da magistrati e cancellieri e, dunque, gode di particolare attenzione». Di sicuro il Tribunale di Sorveglianza di Napoli è e resta il simbolo di una giustizia perennemente impantanata, anche e soprattutto a causa della scarsa attenzione riservatale dal Governo nazionale, quasi come se l’attività dei tribunali fosse una questione di secondaria importanza rispetto a quelle più direttamente legate all’economia e allo sviluppo. Ora, però, non c’è solo da risolvere le criticità dell’ufficio diretto dalla giudice Di Giovanni, ma anche da ricomporre una clamorosa frattura tra la magistratura e l’avvocatura napoletane: «Non ci aspettavamo quelle parole dalle Camere penali – conclude il componente della giunta locale dell’Anm Marco Puglia – e mi auguro che questa ferita venga presto risanata. Perché ciò avvenga, però, occorre il rispetto reciproco della professionalità altrui».

Campania, è boom di opere bloccate da cavilli: così si frena l’economia. Francesca Sabella su Il Riformista il 21 Marzo 2021. Cantieri aperti da decenni, progetti che non hanno mai visto la luce, cavilli burocratici che rendono biblici i tempi di realizzazione di più di 200 opere pubbliche incompiute: è la fotografia dello stato del Mezzogiorno. In Campania risultano oggi 41 grandi interventi non ancora portati a termine, per un totale di 208 milioni di euro. Reperire carte e dati in merito è un’impresa titanica, al pari della realizzazione di una grande infrastruttura, di un parco o di una scuola. ce l’ha fatta la piattaforma Sensoworks ha censito sedici delle 41 opere incompiute nella nostra regione. Tra queste c’è la costruzione di una scuola media nel Comune di Cimitile per la quale sono stati stanziati 1.153.850 euro e solo il 16% dei lavori è stato eseguito. Situazione analoga ad Altavilla Irpina per la costruzione di una piscina all’interno del Parco Sant’Angelo: 297mila euro investiti, solo la metà dei lavori portata a termine. Capita anche che il progetto ci sia, l’impresa appaltatrice anche, che si stanzino 1.187.850 euro e che i lavori non comincino mai: è il caso della riqualificazione urbana del centro abitato di Laviano. La lista dei progetti abbandonati, in realtà, è molto più lunga. La Campania non è l’unica regione con centinaia di cantieri aperti, visto che la questione tocca tutto il Mezzogiorno. La Sicilia presenta la situazione più critica con 162 opere incompiute, seguita dalla Sardegna con 86, dalla Puglia con 54 e dal Lazio con 45. La Provincia autonoma di Trento, invece, è la più virtuosa con una sola opera incompiuta. Nel complesso, secondo Sensoworks, il nostro Paese conta 640 opere iniziate e mai inaugurate, tra le quali infrastrutture fondamentali per lo sviluppo economico, per un totale di circa quattro miliardi di euro. Il che è paradossale se si considera che l’Italia ha la percentuale più elevata in Europa di piccole imprese che esportano direttamente e, allo stesso tempo, presenta un indicatore infrastrutturale inferiore del 19,5% rispetto alla media europea. La condizione della Campania è particolarmente preoccupante se si considera che è la regione con la più alta densità abitativa in Europa e che presenta ancora un gap di sviluppo significativo rispetto alle località del Nord. Ma perché i lavori cominciano e procedono a singhiozzo fino a uno stop spesso definitivo? «Quasi sempre è perché sorgono imprevisti che fanno lievitare il costo dei lavori – spiega Edoardo Cosenza, presidente dell’Ordine degli ingegneri di Napoli ed ex assessore regionale alle Grandi Opere – situazione che sfocia in un contenzioso tra l’impresa esecutrice e l’amministrazione che ha commissionato l’intervento». E così l’impresa ritiene che ci siano degli imprevisti, la Regione decide di non erogare altri fondi e i lavori si fermano. Ripartire dopo lo stop è quasi sempre drammatico perché difficilmente una ditta subentra a un’altra, soprattutto perché, se non ha vinto la gara, è perché chiedeva più soldi per la realizzazione di quello stesso lavoro e difficilmente accetterà di limare i costi in secondo momento. Ora, però, stanno per arrivare i fondi del Recovery Fund e per il Sud si presenta un’occasione imperdibile per mettersi al pari con il resto del Paese. Il rischio di un ennesimo fallimento, però, è concreto. «Spendere questi fondi in opere pubbliche sarà difficilissimo perché dovrebbero essere completate entro il 2026 ed è impossibile – sottolinea Cosenza – È contro ogni statistica: per realizzare un’opera di valore superiore ai 100 milioni di euro, in Italia ci vogliono circa 15 anni». La soluzione? «Affidare la realizzazione di grande opere pubbliche, penso soprattutto alle infrastrutture, a commissari con poteri di deroga, sul modello del Ponte di Genova o dell’Expo di Milano – conclude Cosenza – Questa semplificazione, però,  significa anche dire che le norme ordinarie non vanno bene e che quindi la soluzione ragionevole è quella di creare una legge nazionale semplificata in materia di opere pubbliche: l’eccezione diventi la regola nel rispetto dei tre requisiti fondamentali di trasparenza, legalità e concorrenza».

Accuse e inesattezze del primo cittadino. De Magistris nasconde i suoi fallimenti con le bugie: e fa autogol. Viviana Lanza su Il Riformista il 9 Marzo 2021. Cita la Costituzione, ma sembra farlo solo per quella che nello slang del linguaggio parlato viene definita «paraculaggine». E racconta fatti del passato, ma a modo suo e in maniera completamente inesatta. Di chi parliamo? Di lui, Luigi de Magistris, il sindaco di quella rivoluzione arancione che a Napoli ha procurato solo confusione e disagi. In quanto ex magistrato, la Costituzione dovrebbe essere per lui il faro che illumina il pensiero garantista, invece la getta nel buio del populismo più giustizialista. Come? Basta leggere il più recente post pubblicato sulla sua pagina Facebook: «Il Gup del Tribunale di Napoli dispone il processo per numerosi imputati per il cosiddetto Sistema Romeo. La presunzione d’innocenza fino a sentenza passata in giudicato non va mai dimenticata. Sono fiero, però, da sindaco di Napoli, di aver estromesso Alfredo Romeo, imputato per reati gravissimi, dalla gestione del patrimonio immobiliare, da noi internalizzato ed affidato a lavoratrici e lavoratori pubblici». Poi lancia accuse anche su Ciro Verdoliva, direttore dell’Asl Napoli 1, e sugli «uomini del presidente De Luca travolti come birilli da una devastante questione morale». Di fronte a questo fiume di parole in libertà è necessario fare chiarezza, perché l’unico dato oggettivo è che lui, de Magistris, è sindaco di Napoli (ancora per poco, visto che tra pochi mesi ci saranno le amministrative, lui vuole candidarsi in Calabria e Napoli si libererà di una gestione i cui risultati sono sotto gli occhi, stanchi e avviliti, di tutti). Il post è un insieme di accuse e inesattezze. A cominciare da quelle relative al “sistema Romeo”: sarebbe il caso che de Magistris desse un’occhiata alla sentenza con cui, nel 2017, la Cassazione ha escluso l’esistenza di quel sistema. Altra inesattezza è quella relativa al rinvio a giudizio che serve solo a far sì che venga valutata, in dibattimento, la fondatezza di accuse tutte da provare; senza dimenticare che, disponendo il proscioglimento per vari capi di imputazione, il gup ha comunque ridimensionato l’iniziale quadro accusatorio delineato dalla Procura. Altre inesattezze ancora, invece, fanno riferimento al fatto che Alfredo Romeo non è mai stato estromesso dalla gestione del patrimonio immobiliare di Napoli. E de Magistris dovrebbe ricordarlo bene visto che, carte alla mano, i numeri del patrimonio immobiliare della città, durante il periodo della Romeo gestioni, sono stati esaltanti. Difficile immaginare che il sindaco possa averne perso memoria, forse preferisce non ricordare. Perché? Probabilmente perché i numeri fatti segnare dalla Romeo gestioni sono stati il frutto di una strategia efficace, mentre quelli attuali sono valori tipici di un’amministrazione che arranca. Quanto ai rapporti tra la Romeo gestioni e il Comune di Napoli per i servizi di inventariazione e gestione del patrimonio immobiliare comunale, il primo contratto fu stipulato nel 1998, il secondo nel 2005 per la durata di sette anni e infine ci fu un ulteriore rinnovo per altri sette anni fino alla naturale scadenza nel dicembre 2012. Ciò significa che la società di Romeo non è mai stata estromessa dalla gestione del patrimonio comunale, ma ha semplicemente esaurito il suo mandato. Tutto molto diverso, quindi, da quanto scrive su Facebook de Magistris. Inoltre, proprio nel 2012 la Romeo gestioni concluse la vendita di oltre 3mila unità del patrimonio comunale portando nelle casse di Palazzo San Giacomo introiti per oltre 108 milioni di euro. Si trattava di immobili di edilizia popolare, tra Ponticelli e il Vomero: vendendoli agli inquilini si riuscì a salvare l’amministrazione dal dissesto. Inoltre, si ebbe anche un positivo effetto di riqualificazione urbana perché gli inquilini, divenuti proprietari, decisero di rimettere a nuovo immobili e spazi circostanti. Alla Romeo gestioni fu anche erogato un incentivo di buona gestione, 1.143.870,17 euro, che come ha stabilito la Corte dei Conti era stato correttamente erogato in base al criterio di calcolo stabilito nel contratto col Comune. È dunque la storia a smentire de Magistris che di sicuro non ha reso un buon servizio alle casse comunali dicendo addio a Romeo gestioni. «È l’evidenza dei fatti – aggiunge Michele Saggese, ex assessore comunale al Bilancio – Una volta passato alla Napoli Servizi, il patrimonio immobiliare comunale non ha subìto quell’accelerazione che de Magistris immaginava. Ed è altrettanto evidente che un rinvio a giudizio non è una condanna. Quindi, il sindaco si attenga ai fatti e pensi alla città che mai come oggi ha bisogno di essere amministrata. Alla sua campagna elettorale ci penserà più in là».

La città del Pibe de Oro. Mappa di Maradona a Napoli: tutti i luoghi di Diego da vedere in città. Antonio Lamorte su Il Riformista il 24 Marzo 2021. Maradona è stato per Napoli più di quello che John Lennon è stato per New York, poco meno di quello che Che Guevara è stato per Cuba. In sette anni tutte le dimensioni del campione e dell’uomo: una promessa, la rivelazione, il capo-popolo, la vittoria, la bella vita, la malavita, la droga, l’amore, un figlio di nome di Diego Jr, il culto, la repulsione, la fuga, l’addio. Quando è morto, all’improvviso, il 25 novembre 2020, i napoletani sono scesi in strada a realizzare e a piangere. Si sono incontrati nei luoghi dell’idolo – al murales nei Quartieri Spagnoli e allo Stadio San Paolo soprattutto –, dentro e lungo le tracce che una delle icone del ‘900 ha lasciato in città. Le scalette dello Stadio sono state il limes che il fenomeno e Napoli hanno attraversato insieme entrando in un’altra dimensione. Un warmhole. Il 5 luglio del 1984 erano in 70mila a Fuorigrotta. Mille lire il costo del biglietto. Mai vista un’accoglienza simile. In 58 anni di storia in azzurro erano arrivati Attila Sallustro, Antonio Vojak, Hasse Jeppson, Omar Sivori, José Altafini, Ruud Krol, Beppe Savoldi. Tutti ridotti a comparse: ci sarebbe stato solo un avanti e un dopo Diego. La città era quella del dopo terremoto del 23 novembre 1980, della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, e quindi della Nuova Famiglia, una decina d’anni prima l’epidemia di colera. Maradona fuggiva da Barcellona: come ha detto Daniel Gamper, filosofo e nipote del fondatore dei blaugrana Hans Gamper, la metropoli catalana “è stata un luogo di riposo per il ritorno allo specchio transatlantico di Buenos Aires: Napoli”. “Questo ragazzino con l’aria di scugnizzo napoletano …”, aveva preannunciato Giacomo Mazzocchi su Tuttosport nel giugno 1979, costò 13 miliardi e mezzo di lire. Uno scandalo, secondo molti, per un 24enne con la faccia da Mapuche e un’elasticità alla Nureyev, in una città a pezzi, in crisi. È diventato Capitano di Napoli, non del Napoli, ha scritto Gianni Mura. Due Scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Coppa UEFA. “È la cosa più grande della mia vita”, disse a Galeazzi dopo il primo Scudetto nel 1987. L’anno prima aveva conquistato da solo o quasi il Mondiale in Messico con l’Argentina. Ha vinto a Napoli come sa vincere Napoli: con la sfrontatezza e con l’estro. Il San Paolo stesso è cambiato nel frattempo, e non solo per gli interventi in vista di Italia ’90: è diventato un luogo di festa, di spettacolo, dopo anni di delusioni. La città riscattata da uno scetticismo cronico, un popolo che si sfiziava e che si arricreava. Fabrizia Ramondino ha scritto che i gol di Maradona hanno avuto la funzione del miracolo di San Gennaro: una ricostruzione dell’identità. Un campione, anche nel senso di simbolo, di parte, un rappresentante della napoletanità. E quindi tutta la retorica sul riscatto, la rivincita sui club del Nord, del Sud del mondo sul Nord del mondo, fino alle parole prima della semifinale dei Mondiali del ’90 con l’Italia: “Dopo che per 364 giorni all’anno li chiamano terroni, appestati, terremotati. Dopo averli presi a schiaffi in tutte le maniere possibili, ora dicono che anche i napoletani sono italiani”. Scoppiò un caso. Alla fine il San Paolo tifò per l’Italia; molti napoletani tifarono comunque per lui, per Isso, el diez, dios, Dieco, Tièco, Tiechìto, e l’Argentina arrivò in finale, poi persa con la Germania. L’ultima partita a Fuorigrotta, con l’assist per il gol vittoria di Gianfranco Zola, il 17 marzo 1991, contro il Bari. Dopo il test anti-doping positivo alla cocaina, la squalifica di un anno e mezzo. E il numero 10 se ne tornò a Buenos Aires, senza il tempo per i napoletani di dirgli grazie. Senza quel congedo in molti rimasero ad aspettarlo, per anni. La mappa di Maradona a Napoli percorre i luoghi del mito. Quelli attraversati, quelli vissuti, le tracce in collezioni private e musei al momento improvvisati o poco più, i luoghi di una devozione sempre condita da ironia, e comunque additata da bacchettoni e moralisti. Il capello, la boccetta con le lacreme napulitane, le statuette dei maestri presepai, i murales – gli street artist si sono fatti prendere la mano, a partire dal primo nei Quartieri Spagnoli dopo il secondo Scudetto nel 1990, ragion per cui si invita a segnalare altri omaggi – si progettano statue e monumenti. Tutti effetti collaterali di una malia, una malatia; un patrimonio materiale e immateriale straordinario che il Comune ha annunciato di voler capitalizzare con il Maradona Experience. Chissà. Quando l’11 maggio del 1991 un gruppo di intellettuali si riunì per il convegno Te Diegum in onore del campione argentino, i soliti moralisti e bacchettoni si affrettarono ad additare la celebrazione di un pessimo esempio di vita; un mito che doveva essere mito in ogni dimensione, altrimenti che scandalo, e jamm. Questo mentre la città – forse non se ne accorgeva – ma usciva da sette anni che erano stati come vivere dove combatteva Muhammad Alì ogni domenica, dove Frida Kahlo esponeva puntualmente, dove Andy Warhol animava la sua Factory. Alla fine di otto ore di dibattito, quegli screanzati e irresponsabili di intellettuali si strinsero in lacrime guardando un video con le magie del Pibe de Oro al San Paolo – che giustamente oggi si chiama Stadio Diego Armando Maradona – sulle note di Ancora di Eduardo De Crescenzo. Se i napoletani hanno smesso di aspettarlo, non hanno smesso di cercarlo, di interrogarlo forse. E non solo i napoletani.

Dal blitz all'addio, l'esponente del centro sociale Insurgencia contro il sindaco. Napoli, l’assessora de Majo si dimette e distrugge le briciole di Dema: “Clemente raccomandata”. Redazione su Il Riformista l'8 Marzo 2021. Dopo le polemiche e le indagini della procura di Napoli sulla commissione comunale istituita per la realizzazione della statua di Diego Armando Maradona, continua a sfaldarsi quel che resta dell’amministrazione comunale guidata da Luigi de Magistris, impegnato in queste settimane nella campagna elettorale per le elezioni regionali in Calabria. Ha rassegnato le dimissioni l’assessora alla Cultura Eleonora de Majo, 33enne esponente del centro sociale Insurgencia, recentemente denunciata insieme al compagno Egidio Giordano, leader del laboratorio politico e assessore alle Politiche sociali e alla Cultura della Terza Municipalità, perché nel corso di una perquisizione avvenuta a metà febbraio scorso la Digos ha trovato sette fumogeni classificati come “botti di Capodanno” dimenticati in un cassetto dalla diretta interessata. L’inchiesta della Procura, che mira ad accertare presunte pressioni per entrare a far parte della stessa commissione municipale da parte di un capo ultrà del Napoli, è solo l’ultima goccia di un vaso destinato ad andare in frantumi da tempo. Con le sue dimissioni, annunciate su Facebook con un lungo post, Eleonora de Majo (che resta consigliera comunale) prova a distruggere quel che resta del Movimento Dema, contestando apertamente la candidatura a sindaco di Alessandra Clemente perché “calata dall’alto” e, ricordandosi dopo anni di politica condivisa, che l’attuale amministrazione “è sempre più distante dalla città reale, dai suoi problemi, dalle sue contraddizioni, e sempre più concentrata nella costruzione di partite interne che hanno il consenso elettorale come unico obiettivo”. L’ADDIO – “Termina oggi la mia esperienza di Assessora. Ho maturato questa decisione dopo aver riflettuto a lungo e non nascondo il grande rammarico di non poter portare a termine tante delle cose a cui stavo lavorando (e anzi mi scuso con chi apprenderà da questa lettera della mia decisione) così come quello di lasciare una squadra, quella composta da staff e dirigenti, con cui in questo anno e mezzo avevamo costruito un affiatamento incredibile e una comunità umana meravigliosa. Condizioni necessarie per lavorare bene. LA MOTIVAZIONE – “Ho tuttavia deciso di rassegnare le dimissioni e di consegnarle al Sindaco, nonostante non mi sia stato chiesto alcun passo indietro, perché se è vero che oramai da tempo non mi riconosco più in questo progetto politico e amministrativo, devo ammettere che le ultime vicende, quelle che riguardano la composizione della commissione tecnico-popolare per la scelta della statua di Maradona, stanno assumendo la piega di un pesantissimo accanimento personale, che è arrivato alla perquisizione in casa con il sequestro di telefoni e computer (motivo per cui sono irreperibile da qualche settimana) e dalla pubblicazione sui giornali cittadini di atti che mi riguardano relativi ad indagini ancora in corso di cui a stento io stessa avevo avuto conoscenza. Siamo nell’ambito delle scelte politiche. Scelte per le quali non devo in alcun modo giustificarmi perché sono state fatte nella massima trasparenza e correttezza e che rivendico fortemente, perché al di là delle ricostruzioni strumentali, coinvolgere i settori popolari del tifo all’interno di una commissione che avrebbe dovuto giudicare il progetto del monumento da dedicare a Maradona e che vede al suo interno autorevoli esponenti del mondo della cultura e dello sport e della famiglia del Pibe de oro, è esattamente quella idea di politica in cui credo, che è una politica che include, che coinvolge, che permette a tutti di partecipare, che aiuta il dialogo tra pezzi di città apparentemente lontani. Un’idea che voleva provare a rispettare e celebrare nel modo più giusto la figura di Diego, che nella sua potenza e nella sua genialità ha saputo unire in un’unica grande passione la città tutta, facendo emozionare i napoletani dei quartieri alti coma quelli dei quartieri più poveri, stretti in un unico grande sogno, quello del riscatto di un popolo”.

ABBANDONATA DALL’AMMINISTRAZIONE – “Certo fa sorridere che in un territorio dove spessissimo proprio la politica va a braccetto con la criminalità organizzata, dove su ogni grande appalto appare l’ombra tetra della camorra, dove il voto di scambio è prassi consolidata, si discuta e si lavori da mesi sulla scelta di aprire la commissione di valutazione del monumento a Maradona alle tifoserie. Commissione che per altro non prevede alcuna remunerazione. Ma il tempo è galantuomo e questa vicenda alla fine verrà fuori per quella che è. Di questo ne sono convinta. Eppure su ciò che sta accadendo, alla luce del fatto che si tratta evidentemente di una invasione di campo della magistratura sul terreno della politica in cui ad essere oggetto di valutazione è il perimetro delle scelte di chi attraverso un mandato elettivo governa la città, ritengo avrebbe potuto esserci una maggiore esposizione da parte dell’amministrazione, a tutela di scelte che sono stata fin dal primo istante condivise. Non c’è stata e ne prendo atto”.

L’ATTACCO ALLA CLEMENTE – Anche senza nominarla, de Majo boccia la scelta di Dema di candidare a sindaco, dopo il decennio de Magistris, l’attuale assessore al patrimonio, ai lavori pubblici e ai giovani. Parole dure quella dell’esponente di Insurgencia contro la ‘delfina’ del sindaco. Un rapporto mai decollato e incrinatosi ulteriormente lo scorso anno quando, in occasione della notte bianca al centro storico organizzata proprio dalla neo assessora de Majo, un blitz della polizia municipale, la cui delega è nelle mani della Clemente, fece saltare tutto. “Tuttavia – scrive de Majo – la mia decisione è motivata da ragioni assai più profonde e di più lunga durata rispetto ai fatti recenti, che hanno di certo amplificato la sensazione di estrema lontananza da questa amministrazione. Non ho mai fatto mistero dell’enorme scetticismo nei confronti dell’indicazione di un candidato sindaco per le prossime amministrative, calata dall’alto e senza confronto con la città. Nessun pregiudizio. Piuttosto la convinzione da principio che quella candidatura non sarebbe riuscita ad interpretare né a farsi portavoce delle battaglie, delle rivendicazioni e delle scelte più radicali, innovative e progressiste che hanno caratterizzato le fasi migliori di questo decennio né a costruire una visione di città inclusiva, capace di guardare innanzitutto alle fragilità e di sfidare l’asfittico dibattito tra ceto politico che si sta sviluppando alla vigilia del voto. Ho atteso, cercando di comprendere se nonostante questa scelta così lontana dai miei auspici, si sarebbero potuti creare i presupposti per costruire una strada di condivisione, di dibattito, di confronto sul presente e sul futuro della città. A distanza di sei mesi però non solo tutto questo non è accaduto e la candidata lavora esclusivamente per se stessa, ma l’amministrazione appare in larga parte, anche a chi non vive il “palazzo”, sempre più distante dalla città reale, dai suoi problemi, dalle sue contraddizioni, e sempre più concentrata nella costruzione di partite interne che hanno il consenso elettorale come unico obiettivo”.

Blitz in casa dell’assessore: la pasionaria de Majo trovata con 7 razzi. Redazione su Il Riformista il 19 Febbraio 2021. Fabio Sasso/LaPressecronaca25 05 2018 NapoliAssemblea nazionale del nuovo movimento politico DEMA al Cinema modernissimo di Napoli Nella Foto la consigliera comunale di napoli di DEMA Eleonora Di Majo. Sette fumogeni sono stati trovati nel corso di una perquisizione a casa dell’assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Eleonora de Majo e del suo compagno, assessore alle Politiche sociali e alla Cultura della terza Municipalità, Egidio Giordano. I due sono stati denunciati per detenzione di materiale esplodente. Lo riportano alcuni quotidiani locali. La perquisizione rientra nelle indigni condotte dai pm Antonello Ardituro, Celeste Carrano, Luciano D’Angelo e Danilo de Simone, relative all’iter che ha portato alla composizione della commissione comunale che avrà il compito di scegliere i progetti per realizzare la statua di Maradona. La procura sta provando ad accendere i riflettori sul caso che vede tra i membri della commissione un capo ultrà del gruppo ‘Masseria’, Gennaro Grosso, e su presunte pressioni per entrare a far parte della stessa commissione municipale. Grosso è indagato per violenza privata per gli scontri del 23 ottobre scorso, quando a Chiaia e sul lungomare, la protesta pacifica dei ristoratori napoletani atterriti dalla pandemia, si trasformò in guerriglia. C’è un episodio in particolare, riportato dal quotidiano il Mattino, che sarebbe emerso dalle indagini, ovvero di pressioni che Grosso avrebbe fatto su Giordano, compagno della de Majo, per entrare nella commissione che dovrà scegliere il progetto vincente per la costruzione della statua di Maradona. Quasi a pretendere un posto in commissione. Tutte ipotesi che andranno verificate dalla procura e dal pool di pm al lavoro. Ora i due assessori denunciati dovranno chiarire la provenienza dei 7 fumogeni e del perché fossero nella loro casa. Inoltre, le dichiarazioni rilasciate in procura dai due assessori (oltre alla de Majo la procura ha ascoltato come teste nelle scorse settimane anche l’assessore allo Sport Ciro Borriello), rispetto alla presenza in commissione di Grosso, e sull’incontro avuto in Comune con alcune frange ultras della tifoseria azzurra sono state ritenute “contraddittorie e reticenti”.

I conti del Comune. Comune di Napoli, è flop pubblicità: in 10 anni in fumo 50 milioni. Francesca Sabella su Il Riformista il 24 Febbraio 2021. In dieci anni il Comune di Napoli ha perso certamente 50 milioni di euro di canoni pubblicitari e diritti delle pubbliche affissioni tra mancata riscossione e spese effettuate per la gestione dei relativi servizi. Somme che si aggiungono, nello stesso arco di tempo, ad altre decine di milioni di canone di occupazione suolo pubblico, di concessioni di aree mercatali, e di altri tributi che Palazzo San Giacomo non è stato in grado di riscuotere. Un disastro senza fi ne: milioni di euro buttati al vento. La pubblicità esterna su impianti privati e i diritti affissionali sugli impianti del Comune rappresentano una fonte di reddito per i Comuni italiani e consentono di ottenere servizi e vantaggi per i cittadini. Altrove, non qui. Come si è arrivati a perdere tanto denaro? Fino al 2015, tutte le attività di gestione afferenti alle pubblicità e alle affissioni erano affidate alla Elpis, una società in origine partecipata al 51% dal Comune, poi diventata interamente di proprietà di Palazzo San Giacomo. «È difficile ricostruire le vicende perché di fatto l’amministrazione comunale non fornisce conti dettagliati, solo un groviglio di numeri tra i quali è difficile districarsi. Quel che è certo è che il Comune avrebbe dovuto introitare dieci milioni di euro l’anno dai canoni pubblicitari e gli unici conti disponibili segnano incassi pari a zero o addirittura in perdita»: a spiegare le dinamiche che hanno portato Palazzo San Giacomo allo scatafascio è Ida Alessio Vernì, ex direttore centrale a Palazzo San Giacomo, un tempo a capo di uno dei settori più strategici dell’amministrazione comunale, cioè quello che si occupa di commercio e pubblicità, e coinvolta in un’inchiesta in questo ambito terminata pochi giorni fa con la definitiva assoluzione. «Asserire che il Comune incassava zero dai canoni pubblicitari è impossibile – afferma la Vernì – Eppure avviene in anni in cui il privato è ormai fallito e la Elpis è diventata tutta di esclusiva pertinenza dell’ente Comune. Per questi anni il Consiglio Comunale, nella delibera 60 del 2014, riporta incassi zero o molto vicini allo zero e ciò sembra francamente incredibile. Dal 2015, poi, tutta la gestione delle affissioni pubblicitarie è passata alla Napoli Servizi. Un altro disastro. Palazzo San Giacomo paga alla società che si occupa di gestire il servizio un prezzo altissimo a fronte di un introito che era, con la mista Elpis, di dieci milioni di euro all’anno. Un calcolo ragionevole se applicato alle entrate potenziali, peccato però che i numeri rivelino tutta un’altra storia». Palazzo San Giacomo non percepisce niente e spende troppo. Nel 2019 il Comune ha deliberato di aumentare del 50% i canoni e, quindi, le potenziali entrate sarebbero dovute aumentare a 15 milioni di euro. Dove sono questi introiti? Eppure non risultano impianti eliminati o smontati, semmai qualche abusivo di troppo. E ancora, molto di recente, il Comune ha stabilito che tutti gli impianti affissionali e pubblicitari vengano eliminati nel 2021: quindi zero diritti affissionali e zero canoni pubblicitari. La conclusione? I cittadini napoletani hanno servizi pessimi e vivono in una città abbandonata. E questo soprattutto perché il Comune non è stato finora in grado di gestire spese ed entrate. Un disastro che dura da un decennio e al quale si aggiunge una notizia di pochi giorni fa. Palazzo San Giacomo aveva emanato una delibera con la quale assegnava la pubblicità di gran parte della città alla Clear Channel, multinazionale che ha gestito le affissioni per nove anni. Nulla di strano se non fosse che nella delibera si stabiliva che la Clear Channel poteva fare pubblicità gratis per sei anni, avendo il 30% di sconto sul canone: non il massimo per le casse comunali, come riconosciuto dal Tar che ha annullato che ha annullato il relativo provvedimento comunale al termine della causa intentata dall’avvocato Gaetano Brancaccio, presidente dell’associazione Mario Brancaccio, contro Palazzo San Giacomo.

 “Il metodo Palamara funziona anche a Napoli”, l’accusa del Pm Raffaele Marino. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 9 Febbraio 2021.  «Lo scenario è angosciante se si pensa non solo alla spartizione degli incarichi tra le varie correnti in base a logiche che poco hanno a che vedere col merito, ma soprattutto alla tendenza a eliminare per via giudiziaria i concorrenti del magistrato destinato a un certo ufficio. Anch’io sono vittima di certi metodi, a riprova del fatto che Napoli rientra a pieno titolo in questa organizzazione». Raffaele Marino ha appena finito di leggere Il Sistema, il libro-intervista in cui l’ex pm Luca Palamara descrive gli scandali che agitano la magistratura italiana, quando accetta di svolgere alcune riflessioni sulla situazione delle toghe napoletane. Per anni icona della lotta alla camorra e procuratore aggiunto a Torre Annunziata, Marino è oggi sostituto procuratore generale della Corte d’appello di Napoli, quindi conosce bene le dinamiche della magistratura descritte da Palamara. La prima è senza dubbio la lottizzazione degli incarichi realizzata attraverso “nomine a pacchetto” e accordi di cartello tra le varie correnti che animano il Csm. Per quanto riguarda questo aspetto, tra i vari casi di nomine votate all’unanimità sulla base di precedenti accordi Palamara cita quello dei procuratori generali di Milano, Roma e Napoli. Senza dimenticare che, almeno secondo quanto si legge ne Il Sistema, le correnti non si sarebbero risparmiate reciproci colpi bassi anche per quanto riguarda la nomina dei vertici della Procura di Napoli e della Direzione nazionale antimafia. Segno che certe logiche sembrano aver attecchito anche nel capoluogo campano in tempi non sospetti. «Ciò che più inquieta – osserva Marino, in passato leader partenopeo di MD  – non è il gioco delle correnti che si svolge da sempre, quanto la tendenza a estromettere i concorrenti del collega già individuato per ricoprire un certo incarico». Proprio di questo metodo Marino si ritiene vittima. In passato, infatti, il pm era tra i più autorevoli aspiranti al ruolo di procuratore aggiunto di Napoli. La sua esperienza in materia di lotta alla criminalità organizzata lo collocava in pole-position tra i magistrati che ambivano a quella funzione e, soprattutto, alla guida del Direzione distrettuale antimafia. A pochi giorni dalla decisione del Csm, ecco l’amara sorpresa: Marino, all’epoca aggiunto a Torre Annunziata, finì sotto inchiesta per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento aggravati dalla collusione con la camorra nell’ambito di un’inchiesta sui rapporti tra un carabiniere, suo ex collaboratore, e un imprenditore. «Ci sono indizi gravi, seri e concordanti per ritenere che a qualcuno non andasse giù che fossi io a ricoprire la casella di aggiunto a Napoli», riflette il pm a distanza di dieci anni. A questa vicenda, nel suo libro, Palamara non fa alcun riferimento pur conoscendola bene: era lui il relatore della pratica sulla base della quale il Csm avrebbe dovuto restituire le funzioni direttive a Marino, nel frattempo assolto in sede penale e disciplinare, assegnandogli il ruolo di aggiunto a Napoli o a Torre Annunziata. Così non è andata, tanto che il sostituto procuratore generale partenopeo si è rivolto al Tar che dovrebbe esprimersi a marzo. Ma c’è un’altro caso con contorni simili: quello di Paolo Mancuso, magistrato in pensione e oggi presidente del Partito democratico napoletano. «Mancuso, anni fa, era procuratore di Nola e in corsa per succedere a Lepore alla guida dei pm di Napoli – racconta Marino – All’improvviso, però, spuntò l’intercettazione di un sms dal quale si sarebbe dedotto che Paolo avrebbe chiesto una raccomandazione. Successivamente la vicenda si sgonfiò e Mancuso fu scagionato in tutte le sedi. Fatto sta che l’incarico al quale poteva tranquillamente ambire, in virtù della sua esperienza e dei suoi titoli, non gli fu assegnato». In certi casi, secondo quanto rivelato da Palamara e confermato da Marino, il metodo preferito dal Sistema sarebbe «l’omicidio del concorrente», per giunta «perpetrato con l’arma giudiziaria». «Uno scenario simile scoraggia quei magistrati che legittimamente nutrono delle ambizioni professionali e che, alla luce di certi episodi, preferiscono non esporsi al rischio di azioni giudiziarie – evidenzia Marino – In questo modo l’amministrazione della giustizia viene affidata non ai candidati migliori, ma solo a quelli in grado di preservare certi equilibri politici». La conseguenza più grave, tuttavia, è la compromissione dell’immagine della magistratura non solo a Roma, città dove Palamara si muoveva con particolare disinvoltura, ma anche nel resto d’Italia: «Certe dinamiche non sono semplicemente deprecabili – conclude Marino – ma sono la morte della nostra categoria: con quale credibilità si continua ad amministrare la giustizia alla luce di vicende così gravi?»

Gli scandali che agitano la magistratura. Caso Palamara, Napoli è coinvolta ma troppi non parlano. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista l'11 Febbraio 2021. Le cose stanno più o meno così. C’è un libro, intitolato Il Sistema, in cui l’ex pm Luca Palamara traccia un quadro impietoso della magistratura italiana e getta più di un’ombra anche sulle toghe napoletane. Logica vorrebbe che non solo qualche addetto ai lavori, ma anche cittadini comuni e associazioni si mobilitassero per chiedere a chi di dovere di fare chiarezza. Non fosse altro perché la magistratura è uno dei poteri dello Stato e perché pm e giudici “maneggiano” quotidianamente la libertà, il patrimonio, la carriera (la vita, per farla breve) di tutti. E invece niente. Al netto di qualche sparuta voce, a Napoli non c’è nessuno o quasi che batta i pugni sul tavolo per sollecitare nient’altro che un’operazione-verità su quanto raccontato da Palamara nel suo libro. Eppure lo scenario che emerge da quelle pagine è a dir poco inquietante. Si parla di lottizzazione degli uffici giudiziari, assegnati in base ad accordi di carattere politico tra le varie correnti della magistratura. Si parla di uno spietato killeraggio ai danni di giudici “colpevoli” soltanto di ambire a cariche già destinate ad altri. Si parla di inchieste a orologeria e di linciaggi condotti con la collaborazione di alcuni organi di stampa. E c’è persino chi, al netto di quanto si legge nel libro, si dice convinto del fatto che tante altre vite e carriere siano state devastate dai giochi di potere all’interno della magistratura. È il caso del sostituto procuratore generale napoletano Raffaele Marino, a suo tempo accusato di collusione con la camorra proprio mentre sembrava in pole-position per il ruolo di procuratore aggiunto di Napoli. E c’è anche chi, come il giudice Eduardo Savarese, sollecita dal suo ufficio partenopeo l’istituzione di una commissione d’inchiesta che faccia chiarezza sulle pericolose dinamiche descritte da Palamara. Al netto di due “eretici” come Marino e Savarese, intervenuti nei giorni scorsi su queste pagine, nessuno sembra interessato alle modalità con cui la giustizia viene amministrata a Napoli e dintorni. Pochi si sarebbero aspettati una presa di posizione da parte di altri magistrati o di organismi rappresentativi della categoria, ai quali la delicata fase in corso deve aver suggerito una particolare prudenza. In compenso, però, sarebbe stato comprensibile un invito alla trasparenza da parte dell’avvocatura partenopea, sempre in prima linea per la difesa dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione. Qualcuno ricorda il Libro bianco con il quale i penalisti napoletani, negli anni Novanta, misero sotto accusa le modalità con cui la Procura conduceva le indagini? Oggi il problema è di portata ben più ampia, eppure nessuno invoca chiarezza o coglie l’occasione per sollecitare una radicale riforma della giustizia. Silenzio tombale pure da parte di associazioni e movimenti civici che, nei mesi scorsi, hanno fatto una “benefica irruzione” nel dibattito su Napoli e sul prossimo sindaco. Possibile che certe questioni non interessino a questi gruppi? Nemmeno a quelli che, al loro interno, vantano la presenza di alti magistrati? Nemmeno in una fase in cui è a repentaglio la credibilità di un’istituzione che a Napoli, martoriata dalla criminalità, dovrebbe essere ancora più solida? Sarebbe ora che, su questi temi, qualcuno facesse un passo avanti. Con coraggio, senza paura. Perché quella per la giustizia è e resta la madre di tutte le battaglie.

Il metodo Palamara anche a Napoli? Non minimizzare e fare chiarezza. Eduardo Savarese su Il Riformista il 10 Febbraio 2021. Non partire dal libro Il Sistema, vergato da Luca Palamara e Alessandro Sallusti, per osservare oggi la magistratura italiana, la sua storia, i suoi assetti e le sue prospettive, sarebbe come farci un’idea della democrazia ateniese dopo i Trenta Tiranni senza leggere l’Apologia di Socrate: e non perché Palamara sia Socrate, oppure il suo libro valga l’Apologia, intendiamoci. Uso quest’iperbole per dire un’ovvietà: quando vuole giudicarsi (dal tribunale della storia, da quello politico e anche da quello giudiziario) un periodo o una fase, privarsi della testimonianza scritta di uno dei suoi protagonisti, per quanto parziale e inaffidabile quel testimone sia, è un’operazione insensata. Il libro, dunque. Esso ci consegna tre livelli di criticità molto diversi. Il primo attiene alla degenerazione delle correnti in cui si articola la magistratura associata, in quanto veicoli di spartizione dei posti di rilievo dentro l’organizzazione della magistratura (che sia la nomina a Procuratore di Roma, la scelta dei componenti del direttivo della Scuola Superiore, oppure il conferimento della presidenza di sezione del Tribunale di Locri). Questo processo ha modificato e modifica l’assetto costituzionale formale (articolo 107 della Costituzione: «I magistrati si distinguono soltanto per funzione») e realizza un modello sempre più burocratico e gerarchico, asservito com’è a logiche di puro potere. Non che il merito non conti nulla, sarebbe falso sostenerlo, ma di certo il merito da solo non basta, posto che occorre il sostegno di un gruppo associativo. Il secondo livello di criticità riguarda in termini generali la contiguità tra magistratura e politica, e non tanto tra questo o quel magistrato e questo o quel politico, ma, piuttosto, nella dinamica dei rapporti tra poteri costituzionali: la magistratura esprime opzioni politiche, spesso contrarie a una certa parte politica. Il terzo – e più grave – livello di criticità vede il vero e proprio attentato, perpetrato grazie alla complicità tra la politica e alcuni organi costituzionali, tra cui lo stesso organo di autogoverno della magistratura (il Csm), alle garanzie di indipendenza della magistratura tutta nella persona del singolo magistrato: qui – cito i casi riportati nel libro dei magistrati Robledo, Forleo e Nuzzi – i poteri previsti a tutela dell’ordine giudiziario e, quindi, dell’ordinamento repubblicano nella sua interezza, sono stati piegati in modo abusivo al perseguimento di interessi personali e/o politici. Di fronte a questi tre livelli di criticità emergenti dalla lettura del libro che reazione è in atto e cosa potrà accadere? Partiamo dalla reazione della politica e della società civile: mi pare che essa sia semplice, riassumendosi nella domanda se sia vero ciò che il libro testimonia e nell’affermazione che, per sostenerlo, occorre effettuare tutte le verifiche necessarie (alcune a livello politico: l’evocata commissione parlamentare d’inchiesta; altre a livello giudiziario, quando ipotesi specifiche di responsabilità sembrino stagliarsi nitidamente). Di certo, la società civile nelle sue varie articolazioni sta mostrandosi stupefatta e anche sconcertata che la magistratura tardi a reagire. Poi c’è, appunto, la reazione della magistratura: sconfortata, smarrita, indignata, addolorata, la magistratura italiana sta cercando una via e una voce per reagire. Obiettivamente, non è facile. Ma tutto si può fare, ripeto, fuorché ignorare o minimizzare quel libro. Che fare, allora? Cercherò di esprimere il mio pensiero, ripercorrendo i tre livelli di criticità sopra segnalati. Degenerazione o strapotere delle correnti: esso si nutre dei processi di designazione ed elezione dei componenti togati del Csm, da un lato, del potere di assegnare singoli magistrati a posti di rilievo, dall’altro, della discrezionalità di cui l’organo di autogoverno gode nell’esercizio di quel potere, dall’altro ancora. Ma esso si nutre anche della grande illusione – inalata dalla magistratura italiana e dalla società nel suo insieme come un assenzio stordente – che, con le riforme Castelli-Mastella, si sia finalmente introdotta la meritocrazia nella magistratura. Questo è falso, perché il merito è passato per le maglie delle scelte correntizie. Ed è falso ancora più a monte, perché i magistrati si distinguono per funzione, secondo la Costituzione (il che vuol dire che il presidente di tribunale è un collega dei suoi giudici, che coordina il lavoro di tutti per un buon esercizio della giurisdizione a tutela dei cittadini). Allora: il primo livello di criticità si affronta ripensando radicalmente l’ordinamento giudiziario, riducendo largamente la discrezionalità del Csm nelle nomine, introducendo la rotazione negli incarichi direttivi e semidirettivi, valorizzando l’anzianità senza demerito e il costante, umile esercizio della giurisdizione. E naturalmente, rifondando i modi in cui i magistrati debbono scegliere i propri rappresentanti al Csm (ad esempio introducendo il sorteggio temperato o favorendo meccanismi elettorali capaci di supportare una scelta libera dei magistrati in direzione dei colleghi più stimati nei vari distretti di corte d’appello). Il secondo livello di criticità, ovvero della politicizzazione della magistratura: esso attiene ad una seria analisi autocritica del passato anche recente dell’Associazione Nazionale Magistrati, improntata a una domanda serena e onesta: la magistratura ha agito e/o agisce anche come soggetto politico? E se sì, in che senso? Su questo aspetto, la magistratura italiana oggi è molto divisa, sicché l’invocata unitarietà mi pare ridursi a mantra retorico di auto-rassicurazione. Propenderei per una netta presa di distanza da modelli di militanza politica, anche se spacciata per militanza culturalcostituzionale. A ciò si collega, d’altra parte, la necessità di regole certe sulla collocazione fuori ruolo dei magistrati per chiamata politica e sulla stessa partecipazione dei magistrati alla vita politica mediante loro candidatura in competizioni elettorali. Infine, il terzo livello di criticità: sugli aspetti gravissimi che emergono dal libro, non può esserci che analisi storica, politica e giuridica, rigorosa e immediata. Ogni magistrato deve sapere, nei prossimi mesi, e non nei prossimi decenni, se i fatti specifici narrati nel libro corrispondono o meno a verità. Non so se la commissione parlamentare sia il rimedio giusto; forse, giunti a questo punto, è necessaria. Ma la magistratura che lavora ogni giorno sui processi – questo deve essere chiaro – è scottata dagli interventi politici che partorirono la riforma dell’ordinamento giudiziario. Quella visione si è rivelata miope e perniciosa, sicché verso una politica sostanzialmente indifferente alle radici dei mali della giustizia quotidiana alligna in noi magistrati un buon grado di diffidenza. Tuttavia, vada come vada con le scelte parlamentari, è certo che il diritto alla verità ce l’hanno i magistrati forse prima ancora che i cittadini. Questo, oggi, deve diventare la priorità dell’organo di autogoverno e di ogni forma di risposta sistemica, fuori e dentro l’Associazione nazionale magistrati poco importa, che la magistratura intenderà proporre, e anche opporre, al dibattito della società civile e, in specie, ai poteri legislativo e esecutivo. E, si badi, non per un redde rationem interno, non perché qualcuno debba innalzarsi a vittima in cerca di vendicatori angelici, non perché bisogna cacciare i cattivi e prendersi i buoni. Ciò che non può essere eluso è un impegno totalmente volto a constatare ciò che è avvenuto e cercarne le ragioni: solo l’autorevolezza pacata con la quale la magistratura saprà affrontare l’evidenza dei fatti e delineare le misure più utili a che non si ripetano in futuro, farà elevare il vero controcanto al racconto di Palamara e Sallusti capace di ridare piena credibilità all’operato della magistratura. In questo, la magistratura napoletana potrà rivelarsi cruciale. Altrimenti il controcanto lo intoneranno altri, che potranno non essere animati dall’unica intenzione da non violentare: il diritto di tutti al giudice indipendente e imparziale.

"Basta pregiudizi, confrontiamoci". L’appello di padre e figlio a Borrelli: “Sei politico o influencer? Anche tu hai candidato pregiudicati”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 10 Marzo 2021. “Continua a chiamarmi "padre schifoso", personaggio "pregiudicato" ma sono stato in carcere tanti anni fa così come Salvatore Iodice, consigliere municipale dello stesso partito di Borelli”. Non le manda a dire Giuseppe Paternoster, 50 anni, che con il figlio Salvatore, 23 anni, presidente di una associazione (Giovani Promesse) attiva nel quartiere di Materdei, viene spesso aggredito (verbalmente) e insultato dal consigliere regionale di Europa Verde Francesco Emilio Borrelli. Garantista con chi ritiene riabilitato e giustizialista con tutti gli altri che, dopo gli errori commessi in passato, hanno pagato la loro pena e sono ritornati in società con intenzioni diverse. Paternoster non il primo etichettato come “pregiudicato” da Borrelli. In precedenza è toccato anche all’attuale garante dei detenuti del comune di Napoli Pietro Ioia, definito in più occasioni “pluripregiudicato” per i suoi trascorsi in carcere (dove ha scontato 22 anni) nonché “garante della chiavicumma”, offesa questa costata un rinvio a giudizio. “Non ho nulla contro Salvatore Iodice – precisa Paternoster – anzi è uno dei tanti modelli positivi che abbiamo dopo un passato difficile ma non credo si giusto attaccare me ed altre persone per gli errori fatti in passato quando all’interno del proprio partito, Europa Verde, c’è un caso analogo”. Iodice dopo un breve periodo in carcere è diventato un punto di riferimento e di legalità con la sua Miniera ai Quartieri Spagnoli. Le divergenze e le offese gratuite sono nate dopo un video- denuncia relativo a un basso affittato dalla famiglia di Borrelli a un gruppo di cingalesi in vico Solitaria al Pallonetto a Santa Lucia. Un episodio avvenuto nel maggio 2020. “Feci il video per denunciare lo stato di abbandono e degrado in cui vivevano quelle persone che erano più delle quattro denunciate” spiega Salvatore. “Arrivò anche la polizia e dopo qualche tempo in quel box adibito ad abitazione non c’era più nessuno. Ho fatto semplicemente quello che fa lui. Anche io sono un attivista, un blogger. Non ho capito perché devo essere offeso e attaccato da Borrelli per il passato di mio padre”. Poi l’appello a un confronto: “Lui fa l’influencer o il politico? Oltre a sparare pregiudizi su Facebook, Borrelli in qualità di consigliere regionale dovrebbe risolvere i problemi nei tavoli istituzionali e non soltanto facendo dei video sui social”.

LA VERSIONE FORNTIA DA BORRELLI – Borrelli definì quelle dirette “un vero e proprio agguato nei miei confronti sebbene la vicenda in sé non riguardi me direttamente ma mia madre. Un agguato che vede coinvolti, insieme, delinquenti, tra i quali un noto pregiudicato, e alcuni personaggi che da sempre mi avversano. Voglio sottolineare che quel piccolo vano è stato affittato a quattro cingalesi con il permesso di soggiorno attraverso un regolare contratto di affitto registrato presso l’agenzia delle entrate, l’immobile in oggetto ha certificazione catastale A2 (abitazione civile) corredato di attestazione energetica e quindi non c’è nessuna irregolarità, come ha più volte dimostrato mia madre a chiunque le abbia chiesto notizie”. “Si trova in vico Solitaria, storica base di spaccio del clan Elia”, aggiunge Borrelli, “e che più volte alcuni soggetti hanno tentato di cacciare gli inquilini perché volevano impossessarsene. A causa di questo precedente i cingalesi sono stati letteralmente martorizzati da queste persone, per costringerli a andare via. Ma mia madre ha denunciato tutto alle forze dell’ordine alcuni mesi fa e ieri c’è stato l’agguato che vede protagonisti dei delinquenti, tra i quali un noto pregiudicato accompagnato dal figlio, e alcuni soggetti che hanno avviato da tempo una azione denigratoria verso la mia persona. Ho deciso di sporgere anche io denuncia anche perché sono molto preoccupato per l’incolumità di mia madre che ha 76 anni ed è estremamente turbata. Se ieri non avesse chiamato la Polizia, che per fortuna è arrivata rapidamente”, conclude Borrelli, “non so come sarebbe potuta finire”.

"Mio padre ha sbagliato 20 anni fa". Borrelli e il tugurio in affitto, parla l’autore dei video: “Non sono un camorrista”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 23 Maggio 2020. “Mio padre è un pregiudicato, lo ammetto, ma non è mai stato un camorrista perché non è mai stato arrestato per vicende legate alla criminalità organizzata ma per reati contro il patrimonio commessi 20 anni fa”. A parlare è Salvatore Paternoster, poco più che 20enne, uno degli autori delle dirette Facebook (pubblicate sulla pagina Napoli Internazionale) che nei giorni scorsi hanno documentato lo stato di degrado in cui vivono almeno quattro cittadini cingalesi in un locale al piano terra in vico Solitaria al Pallonetto a Santa Lucia. Un immobile di proprietà della famiglia del consigliere regionale dei Verdi, nonché giornalista professionista, Francesco Emilio Borrelli, da anni in giro per le strade di Napoli con dirette-denuncia che nel corso degli ultimi mesi hanno suscitato non poche polemiche. Paternoster è stato definito dallo stesso Borrelli figlio di un “noto pregiudicato”, responsabile di aver teso un “agguato” alla madre per aver ripreso, armato di cellulare (mezzo noto allo stesso consigliere), le condizioni di degrado in cui vivono quotidianamente gli occupanti del basso-tugurio. A rincarare la dose anche il giornalista di Tv Paradise Pino Grazioli che ha definito Paternoster e i gestori della pagina “Napoli Internazionale”  dei “camorristi”. “Mio padre è pregiudicato, ha commesso degli sbagli, ha pagato ed oggi è un’altra persona. Mi ha sempre insegnato l’educazione dicendomi ‘ragazzo mio studia, vai a scuola e diventa una persona migliore di me'” ha spiegato Salvatore nel corso di un video-messaggio. “Sono uno scugnizzo perché cresciuto per strada ma negli anni mi sono diplomato e oggi sono iscritto all’università per costruirmi un futuro migliore” ha aggiunto. Paternoster insieme ad altri ragazzi di Materdei nei mesi scorsi è stato protagonista di diverse iniziative di riqualificazione territoriale. Accomunati da un passato difficile, in tanti si stanno rimboccando le maniche per cercare di costruirsi un futuro migliore. Troppo facile attaccarli, tacciandoli come malavitosi a prescindere solo perché sono “figli di”. In quel tugurio “c’è una situazione di degrado e ci sono più di quattro posti letto. Alcuni cittadini ci hanno detto che c’erano blatte e mangiapane, ovvero piccoli scarafaggi. Quei ragazzi pagavano 90 euro a persone per l’affitto. Non credo che tutto questo sia legale ma saranno gli accertamenti delle autorità competenti a fare chiarezza. Alcuni residenti sostengono che lì dentro sono più di quattro le persone che dormono”. Nella giornata di ieri Borrelli ha definito quelle dirette “un vero e proprio agguato nei miei confronti sebbene la vicenda in sé non riguardi me direttamente ma mia madre. Un agguato che vede coinvolti, insieme, delinquenti, tra i quali un noto pregiudicato, e alcuni personaggi che da sempre mi avversano. Voglio sottolineare che quel piccolo vano è stato affittato a quattro cingalesi con il permesso di soggiorno attraverso un regolare contratto di affitto registrato presso l’agenzia delle entrate, l’immobile in oggetto ha certificazione catastale A2 (abitazione civile) corredato di attestazione energetica e quindi non c’è nessuna irregolarità, come ha più volte dimostrato mia madre a chiunque le abbia chiesto notizie”. “Si trova in vico Solitaria, storica base di spaccio del clan Elia”, aggiunge Borrelli, “e che più volte alcuni soggetti hanno tentato di cacciare gli inquilini perché volevano impossessarsene. A causa di questo precedente i cingalesi sono stati letteralmente martorizzati da queste persone, per costringerli a andare via. Ma mia madre ha denunciato tutto alle forze dell’ordine alcuni mesi fa e ieri c’è stato l’agguato che vede protagonisti dei delinquenti, tra i quali un noto pregiudicato accompagnato dal figlio, e alcuni soggetti che hanno avviato da tempo una azione denigratoria verso la mia persona. Ho deciso di sporgere anche io denuncia anche perché sono molto preoccupato per l’incolumità di mia madre che ha 76 anni ed è estremamente turbata. Se ieri non avesse chiamato la Polizia, che per fortuna è arrivata rapidamente”, conclude Borrelli, “non so come sarebbe potuta finire”.

Bufale e accuse. “Bambino alla guida”, Borrelli non chiede scusa e nasconde la fake news: “Vi è andata male, l’autista è stato sospeso”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 21 Luglio 2020. “Mi dispiace anche questa volta vi è andata male: hanno sospeso l’autista, altro che fake news”. Prova a difendersi così il consigliere regionale, nonché giornalista professionista, Francesco Emilio Borrelli dopo la colossale bufala diffusa nella giornata di ieri (lunedì 20 luglio) e relativa a un bambino alla guida di un autobus dell’Anm, l’azienda del comune di Napoli che si occupa del trasporto pubblico in città. Borrelli, che ha prontamente rimosso il video fake dai suoi canali social dopo la secca smentita dell’Anm, prova a metterci una pezza e nel corso di una delle innumerevoli dirette Facebook quotidiane (ora è anche in campagna elettorale in vista delle prossime elezioni regionali in programma a settembre) risponde così alla domanda del Riformista e punta tutto sull’autista sospeso dal servizio per spostare l’attenzione su un altro aspetto della vicenda. Per Borrelli evidentemente dire che un bambino guida un autobus è uguale a dire che al volante c’era una donna di 44 anni, una tirocinante che stava svolgendo una esercitazione in un tratto considerato difficoltoso e per tale motivo inserito nel percorso di formazione. NIENTE SCUSE – Per il giornalista professionista (Borrelli lo è dal 2005), che con la sua segnalazione fake ha tratto in inganno anche diversi media regionali e nazionali (pure loro non hanno effettuato le opportune verifiche, fidandosi di chi già in passato, soprattutto durante l’emergenza coronavirus, è stato protagonista di episodi del genere), è troppo chiedere scusa, fare mea culpa per aver infangato gratuitamente la città nella quale vive e svolge un ruolo politico e di professionista nel settore dell’informazione. Così alla domanda “Non si sente in dovere di chiedere scusa per il video-fake di un bambino alla guida del bus dell’Anm?“, Borrelli replica (durante la diretta) preferendo spostare l’attenzione altrove: “Vi è andata male: hanno sospeso l’autista, altro che fake news”. LA DOPPIA SMENTITA – L’autista in realtà è stato sospeso non perché faceva condurre l’autobus pubblico a un minore ma perché – chiarisce l’Anm in una seconda nota – è stata avviata questa mattina “un’indagine interna in merito alle immagini diffuse dai social e riprese dagli organi di stampa che ritraggono un bus in difficoltà sabato sera nella svolta alla rotonda di via Caravaggio a Napoli. L’azienda si riserva, alla luce di quanto emergerà da queste verifiche, di emettere tutti i conseguenziali provvedimenti disciplinari qualora dovessero ravvisarsi comportamenti non corretti da parte dei propri dipendenti. Come già riferito nella nota di stamattina, l’azienda intende comunque tranquillizzare i cittadini napoletani che in nessun momento un minorenne è stato alla guida di un suo autobus e che le attività di tirocinio alla guida avvengono secondo procedure rigorose”. “L’indagine – si legge – ha subito appurato che al volante non c’era un minorenne, ma una signora di 44 anni che sta svolgendo attività formativa per essere assunta come autista somministrato a tempo determinato nell’ambito del programma che Anm sta portando avanti da ormai un anno per garantire il numero di autisti necessario a svolgere al meglio il servizio”. L’autista è stato sospeso in via cautelativa perché “a seguito dei primi fatti emersi, Anm ha avviato la sospensione cautelativa dell’autista che era sul bus insieme alla tirocinante e farà partire una indagine interna in quanto la sessione di formazione, diversamente da quanto avviene sempre, non risulta essere stata preventivamente autorizzata”.

LA SMENTITA DEL SINDACATO – Sulla vicenda è intervenuto anche il sindacato USB che in una nota precedente a quella dell’Anm smentisce categoricamente la presenza di un minore alla guida ma critica la gestione dell’azienda di trasporto napoletana: “Parlano di normale procedura e poi sospendono l’autista. Bisogna capire perché lo stesso conducente che ha fatto fare le guide a queste persona, che sicuramente non è un minore, sia stato sospeso”.

Francesco Emilio Borrelli e le fake news sul contagio al Cardarelli. Luigi Ragno su Il Riformista il 19 Marzo 2020. Con il Coronavirus è partita la psicosi che, da paura del virus, è diventata una vera e propria caccia alle streghe, all’untore. Come ha prontamente fatto il consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli che con la sua solita solerzia ha deciso di scendere in campo e “fare giustizia”, anche se solo mediatica per il momento. E con orgoglio ha pubblicato sui social la sua “interrogazione a risposta scritta sul presunto comportamento irresponsabile di un primario dell’Ospedale Cardarelli, probabile causa di contagio da Coronavirus tra i sanitari”. Dal titolo poteva andare tutto bene, non ne accusa uno in particolare, se non fosse che tra le premesse addita la segnalazione del “presunto” comportamento scorretto a un post su Facebook di un utente di cui precisa nome e cognome, e ancora non contento, allega anche lo screenshot del post incriminato, attenzione, cancellando il nome di chi lo scrive. Nome che poi inserisce in un documento ufficiale e protocollato in Regione.

IL POST ACCUSATORIO – Nel post su Facebook usato come “prova del delitto” si legge: “E che ne diciamo della primaria del Cardarelli che è andata in visita a ‘parenti’ a Milano dove ha contratto il virus e poi non contenta rientrata a Napoli ha partecipato ad una riunione interna sul tema Covid-19 e per finire ad una cena tra colleghi; ciliegina sulla torta è stata in reparto nonostante avesse la febbre. Epilogo di tutta questa minchiata il Cardarelli è in ginocchio – tantissimi primari contagiati”. Nella frase ci sono numerose fake news. Interrogata dal Riformista la famiglia sostiene che la primaria in questione (di cui si precisa che sempre il valido consigliere Borrelli per primo ha tenuto, sempre tramite Facebook, di avvisare la popolazione che avesse contratto il Coronavirus, a dispetto di qualsivoglia tutela della privacy) non solo non si è mai recata a Milano o come altri hanno riportato “è andata a prendere la figlia febbricitante a Milano”, non si è recata in ospedale con la febbre perché alle prime avvisaglie di malessere è rimasta coscienziosamente a casa, e no, non ha nemmeno partecipato a una cena tra medici, come smentisce anche Repubblica. Inoltre, che epilogo della vicenda sia che “il Cardarelli è in ginocchio”, anche questo è falso perché i validi collaboratori di tutti i reparti dei primari contagiati pare procedano a gonfie vele e nulla si è bloccato. Una verità c’è ed è che la dottoressa ha partecipato a una riunione interna sul tema Covid, come confermato anche dai suoi accoliti. Non avendo alcun sospetto di aver contratto il virus si è recata a fare il suo lavoro, tra l’altro per il bene della comunità. Che i 9 primari ammalati possano essersi contagiati durante la riunione, questo è quantomeno possibile. Ma visto che ancora non è chiaro in che modo si sia verificato il primo contagio italiano, affermare che sia stata la dottoressa la prima a infettare tutti è fantascienza. Il post termina con una precisazione: “Ultima cosa il Cardarelli non rientra nella rete degli ospedali Covid19”. E quindi?

LA RICHIESTA DI BORRELLI – Il solerte Borrelli, professione giornalista, ha dimenticato di verificare le sue fonti e anche le fonti che ha citato nella richiesta a De Luca. Chiama in causa un pezzo pubblicato sul Mattino del 17 marzo, dove si legge che i primari sarebbero stati “tutti contagiati, pare, in una cena comune durante un incontro conviviale”, che ancora rientra nel possibilismo. Ma la fonte del Mattino qual è? Preso dall’ansia di un pugno di clic o di scatenare la tempesta d’odio sui social, allarmando ulteriormente la popolazione secondo i dettami della sua funzione amministrativa, Borrelli ha dimenticato di chiederlo e chiederselo. Ma il lavoro del giornalista, che lui dice di fare, è anche quello di verifica delle fonti. Borrelli è amministratore attento e scrive: “Considerato che tale comportamento – se confermato – peraltro proveniente da chi ha competenze mediche, sarebbe non solo di una gravità inaudita, ma rivestirebbe anche responsabilità sul piano penale, oltre che disciplinare”. E chiede al governatore di fare verifiche, le stesse che poteva fare anche lui, evitando di far perdere tempo anche ad altri amministratori, forse impegnati a gestire una grave emergenza. Le stesse che hanno fatto anche Il Riformista o Repubblica, semplicemente telefonando ai familiari. E chiede anche che sia fatta giustizia, provvedimenti, se dopo le verifiche la questione risultasse verità.

LA MACCHINA DEL FANGO – Dopo la diffusione della notizia è partita una interminabile gogna tra social e articoli di giornale. La cosa triste di questa vicenda è che il “medico in questione” è ricoverato al Cotugno e le sue condizioni non sono buone. E mentre fuori spalano palate di fango lei nemmeno può rispondere perché sta male. Ma a chi giova tutto questo?

LA SOLIDARIETA’ – I medici del Pronto Soccorso del Cardarelli, in prima linea nell’emergenza, quelli che dovrebbero stare nella paranoia più totale perché a rischio contagio tutti i santi giorni, non sono rimasti con le mani in mano e hanno deciso di scrivere anche loro una lettera a Vincenzo De Luca. “Si dichiarano disgustati per il modus operandi del suddetto consigliere (Borrelli, ndr). Questi ha assunto deliberatamente un grave tono accusatorio, additando il nostro Primario come untore, in base a notizie diffuse sui social media e non prima verificate, come prevede la deontologia giornalistica. Tale accusa sarebbe gravissima, considerando l’aggravante penale e amministrativa che a compiere tale misfatto sarebbe un medico”. E definiscono l’atteggiamento del consigliere “tanto più deplorevole” “in quanto il Dirigente Medico in questione al momento è ricoverata in un reparto specialistico e pertanto non in grado di rilasciare alcuna dichiarazione in risposta”. E invitano il presidente a dissociarsi dall’operato del consigliere, “per favorire la serenità e coesione di intenti necessarie a fronteggiare questo drammatico periodo di emergenza sanitaria”. Forse la psicosi ha fatto perdere lucidità a molti, ma i medici del Pronto Soccorso testimoniano con i fatti che è soprattutto durante l’emergenza che bisogna restare uniti e non cedere alle fake news che girano su qualsiasi social. Resta il dubbio: questa caccia alle streghe di sapore Medioevale, a cosa serve in un simile momento di emergenza?

Respinta la richiesta di archiviazione della Procura. “Garanti della chiavicumma”, Borrelli a processo per le offese rivolte a Pietro Ioia. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 15 Gennaio 2021. “Garanti della chiavicumma“. Sono solo alcune delle parole irriguardose pronunciate lo scorso 11 maggio 2020 dal consigliere regionale dei Verdi, nonché giornalista professionista, Francesco Emilio Borrelli nei confronti di Pietro Ioia, garante dei detenuti del comune di Napoli, e di Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti. Offese pronunciate nel corso di una diretta Facebook contro chi, durante l’emergenza coronavirus, decideva di impegnarsi nella lotta a tutela dei diritti dei detenuti per evitare il contagio degli stessi. Parole che hanno portato Ioia, assistito dall’avvocato Raffaele Minieri, consigliere della Camera Penale di Napoli e membro della Direzione Nazionale Radicali Italiani, a presentare denuncia-querela presso la Procura di Napoli. A distanza di otto mesi, e dopo l’iniziale richiesta di archiviazione avanzata dal pm Francesca De Renzis perché le espressioni adottate da Borrelli “non appaiono idonee a ledere la reputazione della persona offesa”, il Gip del Tribunale di Napoli, Roberto D’Auria, ha accolto l’opposizione dell’avvocato Minieri chiedendo al magistrato la formulazione dell’imputazione coatta nel giro di 10 giorni, ovvero la formulazione del capo di imputazione. Borrelli dovrà quindi difendersi dall’accusa di diffamazione aggravata dal mezzo stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità dopo le frasi pronunciate nel corso della diretta Facebook in questione. Il consigliere regionale utilizzava infatti espressioni offensive e gravi: “Avete i vostri Garanti della chiavicumma”, “Per molti sono Garanti dei detenuti, per quello che hanno fatto, avendo difeso ad oltranza bugie, menzogne, anche infami nei confronti della polizia penitenziaria, con cui i Garanti della chiavicumma hanno fatto dossieraggio”, “Nessuna solidarietà ai Garanti della chiavicumma”, “Loro sono Garanti della chiavicumma perché vogliono avere vantaggi dalla chiavicumma a cui sono legati perché sono gente di chiavicumma”.

Lo stesso Borrelli inoltre invitava i garanti dei detenuti a “rigare dritto”, etichettandoli ancora una volta come “Garanti della chiavicumma”, in modo tale da potersi “godere i soldi”, invece, di “attorcigliarsi lo stomaco dietro la chiavucumma ed ai Garanti della chiavicumma”. Affermando poi che i “Garanti della chiavicumma” fossero collusi con le fake news dei carcerati, nonché solidali con le mogli dei detenuti che avevano fatto assembramenti durante il periodo emergenziale.

Dal "re di Forcella" a Ugo Russo: viaggio tra i santuari dei criminali. Antonio Borrelli il 2 Maggio 2021 su Il Giornale. Viaggio a Napoli nelle mete religiose in cui si generano boss e criminali. Il sacrario in memoria del boss di Forcella Luigi Giuliano. È Spaccanapoli la direttrice intorno alla quale si ramificano vicoletti e viuzze, che scavano nel ventre della città. Come passaggi di un labirinto, conducono quasi all’improvviso a sacrari, cappelle, statue, ex voto. Qui la fede soprannaturale emerge da ogni angolo. Persino sui muri dei palazzi, dove abbondano quadri appesi e murales. È Napoli, una delle metropoli esoteriche d’Europa, dove la religiosità si è fusa inevitabilmente all’esaltazione del crimine e ha generato un vero e proprio credo della camorra, con annessi. Santuari. Il nostro viaggio comincia nel quartiere Pendino e precisamente a Forcella - una porzione di città antichissima, tanto affascinante quanto paradossale. All’ingresso domina un enorme San Gennaro dipinto da Jorit. Qualcuno dice che somigli al pentito Nunzio Giuliano, ma l’artista ha fermamente smentito. Ma è nella minuscola via Sant’Arcangelo a Baiano che d’improvviso si apre e spunta l’enorme sacrario dedicato al boss Luigi Giuliano, "il re di Forcella". La sua fotografia risalente ai fasti criminali di un tempo sembra quasi oscurare la statua di Padre Pio a due passi. E qui per molti Giuliano è un’istituzione: boss indiscusso negli anni Ottanta e Novanta, da collaboratore di giustizia ha raccontato segreti, storie vecchie di camorra e nuovi dettagli da cui hanno preso vita diversi filoni di indagine, alcuni dei quali ancora in corso. Ha raccontato di poliziotti e giudici corrotti, case d'asta truccate, tribunali compiacenti; ha fatto diverse dichiarazioni sull'omicidio del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi, a Londra. E le tracce del re di Forcella sono sparse ovunque. Poco distante, in vico Tarallari, da anni i residenti curano e venerano un altarino in pietra con una madonna preceduta da sette scalini e da una piccola fontana. Fu fatto costruire da «Lovigino» in persona. E un tempo qui c’era pure la sua foto per omaggiarlo. Si dice che qui ci sia l’usanza che quando arrivano «buone notizie» membri dei clan e persone del posto facciano la corsa a ringraziare i santi che affollano i vicoli accendendo un cero. E queste sono tra le mete più battute. “Solo nella città di Napoli ci sono oltre 100 tra statue e altarini dedicati a boss o criminali, le edicole votive sono molte di più – spiega il consigliere comunale Francesco Emilio Borrelli, che da anni conduce una battaglia contro il fenomeno para-religioso -, in altri casi i personaggi venerati sono borderline, che vorrebbero essere associati a boss e spesso in quei santuari vengono nascoste armi e droga”. Ma a colpire l’occhio di un osservatore esterno è che a poche decine di metri dai santuari della camorra, ci sono una scuola e una biblioteca intitolate ad Annalisa Durante, 14enne rimasta uccisa in uno scontro tra due clan della Camorra rivali. I paradossi di un angolo di mondo in cui Stato e criminalità si sfiorano ogni giorno. Diverso, ma simile, il fenomeno nei Quartieri Spagnoli. Qui la comunità si è opposta con forza alla rimozione dell’enorme murale dedicato ad Ugo Russo, il 15enne ucciso da un carabiniere durante una tentata rapina. “Si cerca di beatificare, di glorificare questi criminali, ovviamente sfruttando la religione. D’altronde la Camorra ha sempre fatto uso della fede per i propri interessi. Bisogna estirpare questo cancro da Napoli”, continua il consigliere Borrelli. Qualcosa comunque si sta muovendo. Proprio ad aprile del 2021 è scattata la rimozione dell’altarino con tanto di statua di Emanuele Sibillo, il capo della "paranza dei bimbi", ucciso nel 2015 a 20 anni. È solo il primo passo di un lungo cammino, che sulla sua strada incontrerà ancora molti ostacoli.

Fulvio Bufi per il "Corriere della Sera" il 29 aprile 2021. Nella città dove a due minorenni uccisi mentre tentavano altrettante rapine sono stati dedicati murales che cancellare non è stato facile, la memoria di chi da giovanissimo era già diventato un boss andava onorata con qualcosa di più. E infatti per celebrare la breve esistenza terrena di Emanuele Sibillo, ucciso a 19 anni in una guerra tra bande di camorra del centro storico, parenti e fedelissimi non si erano fatti remore di spostare, dal cortile del palazzo dove lui viveva, una immagine della Madonna e trasformare l'edicola votiva che la ospitava in un sepolcro dove l'urna con le ceneri del boss consentiva di celebrarne quotidianamente il culto. E non solo: c' erano anche un busto che di Sibillo riproduceva le sembianze e altri oggetti che gli erano appartenuti o ne testimoniavano il ruolo svolto nei vicoli di Forcella o della Maddalena o tra i decumani. E cioè in quella meravigliosa parte di Napoli - quella della Cappella di San Severo, di San Gregorio Armeno, della ruota degli esposti all' Annunziata - che negli anni scorsi il più potente cartello della camorra, l'Alleanza di Secondigliano, consegnò a un manipolo di giovanissimi criminali, trasformandoli da guardaspalle armati a clan satellite delegato a cacciare dal centro della città le famiglie fedeli ai Mazzarella, i rivali dell'Alleanza. Da ieri mattina il piccolo mausoleo dedicato a Emanuele Sibillo non esiste più. I carabinieri del comando provinciale, d' intesa con la Procura distrettuale antimafia lo hanno smantellato, tra le proteste dei parenti, consegnando l'urna con le ceneri ai familiari del giovane boss e sequestrando tutto il resto. Un' azione non soltanto simbolica ma di reale contrasto alle attività criminali che nel quartiere continuano regolarmente nonostante la faida sia finita da tempo (per ordine degli stessi che la ispirarono e che decisero di scaricare le armi quando le troppe sparatorie cominciarono a pregiudicare gli affari) e nonostante numerosi appartenenti al clan siano stati arrestati e si trovino in carcere con condanne pesantissime. Il crimine continua con lo spaccio, il controllo di ogni attività svolta sul territorio e con le estorsioni. E l'edicola votiva dedicata a Sibillo era diventata anche il luogo dove i commercianti che si rifiutavano di pagare le tangenti venivano convocati o condotti di forza, costretti a inginocchiarsi e minacciati. In una sorta di «sacro giuramento» che per il solo fatto di essere pronunciato davanti a quella che era a tutti gli effetti la tomba di Sibillo, assumeva un potere intimidatorio capace di annullare ogni resistenza.

La decisione. A Napoli lo Stato mostra solo i muscoli: via altarini e murales dedicati ai morti ammazzati. Massimiliano Cassano su Il Riformista il 10 Marzo 2021. Napoli cancella dai muri della città graffiti e altarini “riconducibili a eventi o persone riferibili alla criminalità organizzata”. In seguito a quanto stabilito nella riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica dell’area metropolitana dello scorso 4 marzo, presieduta dal Prefetto di Napoli, Marco Valentini, sono partite questa mattina le operazioni di rimozione delle icone che inneggiano alla malavita. Nel mirino degli operatori di Palazzo San Giacomo sono finiti oggi una scritta realizzata all’ingresso della Villa Comunale in via Ortolani, nel quartiere San Pietro a Patierno, dedicata a benvenuto Gallo, il ragazzo sparato a novembre dello scorso anno con un colpo alla nuca, e un “altarino” installato all’interno del parco “Troisi”, nel quartiere San Giovanni, in memoria di Ciro Varrello, detto “a Banana”, morto a 24 anni nel gennaio del 2013 in un agguato nel suo quartiere. “Il programma di interventi – fanno sapere dal Comune – proseguirà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, con la finalità di ripristinare il rispetto della legalità con la progressiva rimozione di manufatti o altri simboli che insistono abusivamente sulla pubblica via, ferma restando l’eventuale sussistenza di specifici reati”. Il provvedimento arriva dopo la decisione che ha fatto discutere nelle settimane scorse di rimuovere il murales dedicato a Luigi Caiafa, il baby rapinatore di 17 anni ucciso il 4 ottobre scorso da un poliziotto nel corso di un tentativo di rapina in via Duomo. Nelle prossime settimane potrebbe essere cancellato anche il volto di Ugo Russo da un edificio nei Quartieri Spagnoli: il ragazzo morì per i colpi sparati da un carabiniere in seguito a una rapina a Santa Lucia. A fine febbraio il Tar ha sospeso l’ordinanza di rimozione del murales fino al 17 marzo, quando si svolgerà l’udienza di merito.

Viola Ardone per "la Stampa" l'11 marzo 2021. È scoppiata a Napoli la guerra dei murales. Tra le tante emergenze della città, ci mancava anche questa: la criminalità si è data alle arti figurative. Non si tratta in realtà di un fatto inedito: quello di celebrare i cari estinti con ritratti ed edicole votive nei vicoli della città è usanza antica, legata a una religiosità arcaica e affine a forme di paganesimo ancestrali. La novità è che, con sempre maggiore frequenza, i volti dei morti di criminalità diventano protagonisti di dipinti che dalla sera al mattino spuntano sui muri della città, per le strade, in mezzo ai vicoli. Si tratta immagini grandi, coloratissime, improntati a un'estetica kitsch, dedicate alla memoria di giovani e giovanissimi deceduti in seguito ad azioni criminose. E mentre le strade di città e provincia si riempiono delle facce di questi antieroi, contemporaneamente vengono cancellati o imbrattati i volti degli eroi, come quello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso nel 1985, a soli 26 anni per aver denunciato attraverso i suoi articoli manovre e affari della Camorra. Napoli ha ormai una tradizione in fatto di street art: ospita opere dell'artista britannico Banksy e dell'italo-olandese Jorit, gli ormai innumerevoli omaggi a Maradona e tanti altri lavori che sono diventati parte integrante del tessuto urbano e ne hanno rinnovato l'immagine per i cittadini e per i visitatori. La guerra dei murales però non ha a che vedere con queste manifestazioni artistiche, bensì con il territorio, e con le modalità con cui la criminalità ne amministra il controllo, anche visivamente. Perché marcare il territorio non significa dominarlo solo dal punto di vista economico ma anche simbolicamente, per segni e significati. Raccontare a chi vive in quel quartiere la storia, le imprese, la retorica dello stile di vita malavitoso. Creare una mitologia del crimine, una iconografia profana dei martiri della delinquenza, evocare simbolicamente le gesta d'eroi che si sono immortalati nonostante siano stati uccisi. Questi i motivi che hanno spinto il Comune a decidere di far rimuovere dipinti, scritte e altarini legati a eventi criminosi, una scelta che ha fatto discutere. Da un lato è insindacabile il desiderio di oscurare simboli di uno stile di vita improntato al disprezzo delle regole e della legalità. Dall'altro però c'è la considerazione che non basta una mano di vernice per cancellare automaticamente anche il problema. Perché quelle edicole votive, quei lumini, quei volti non scompaiono, ma restano a deturpare la città, anche se vanno via dalle strade, per quello che rappresentano e cioè la sconfitta della legalità e della cultura delle regole. Ci vorrebbe una vernice molto più potente per far sparire quello che si trova nello strato sottostante ai murales di malavita, e cioè, la marginalità, l'ignoranza, la povertà, il disagio. È questo l'aggrappante a cui i pigmenti di quelle vernici attecchiscono. Perché i murales di camorra sono espressione di modelli e stili di vita molto radicati in alcuni strati della popolazione, in particolare dei ragazzi che vivono in zone degradate del centro e della periferia. Le figure sui muri ne sono solo il riflesso, la conseguenza e non la causa. Rimuoverle significa tentare di risolvere il problema senza raggiungerne l'origine. Un gioco a rimpiattino tra guardie e ladri fatto a colpi di pennelli e ramazze, fino a quando una delle due squadre, quella degli imbrattatori e quella dei pulitori, non si stancherà. Ma i muri della città sono tanti, così come i ragazzi che quotidianamente vivono o muoiono di criminalità. E non basterebbe un esercito di imbianchini per estirpare le loro facce dai muri e dalle coscienze. Se è vero che nella società delle immagini, dei profili social, delle "storie" pubblicate sul web le apparenze contano più della realtà e i messaggi, positivi e negativi, ci arrivano soprattutto da quello che viene mostrato, sarebbe allora necessaria una battaglia diversa: portare bellezza e armonia laddove c'è bruttezza e degrado, garantire più scuola, più sport, più servizi, più alternative, più lavoro, più opportunità laddove ci sono vite segnate da un destino già scritto, che iniziano e finiscono allo stesso modo, nell'indifferenza di molti e nell'amore dei familiari che continuano a venerare i loro morti attraverso il rito devozionale dell'iconografia murale. Forse allora sarebbe più utile tenerseli quei volti, non come ritratti di eroi negativi, ma come testimoni di un morbo che lavora nelle viscere della città, un monito a distruggere non le immagini ma la mentalità che quelle immagini produce, che di per sé restano solamente stimmate sanguinanti di ferite mai curate.

Marco Ciriello per Dagospia il 13 marzo 2021. La Street art è diventato il modo delle amministrazioni comunali di assolvere alle mancanze politiche, decorando le pareti cieche delle stecche architettoniche di periferia, affibbiando ai loro spazi eroi sconosciuti persino a chi abita gli attici delle stesse città, ma quando quelle periferie decidono di decorare i loro muri con gli eroi che gli appartengono, lo stato glieli cancella come è avvenuto a Napoli tra la gioia di giornali e abitanti di altri quartieri. In una città che parla con i morti, e se ne prende cura, aspetta che si sciolga il sangue di un santo facendone discendere il futuro prossimo, che riempie le bare come solo gli egiziani, poi, per un capriccio di legalità, cancella il rispetto per i morti – che non appartiene ai tribunali –, anche quelli che hanno sbagliato in vita, in un purgatorio terrestre che anticipa quello promesso nell’aldilà. Signori miei, torniamo in noi direbbe Totò. In una città che ha una frenesia di raffigurazione, c’è gente che davvero pensa che la faccia su un muro di un ragazzino sparato da un carabiniere in una tentata rapina sia pericolosa? Marca il territorio dicono i camorrologi, perché senza la faccia di quel ragazzino il suo quartiere sarebbe libero? E la finestra aperta senza concessione edilizia? E la tettoia bucata della fermata del bus che non passa? E se passa finisce in un buco. E gli standard urbanistici non rispettati? Forse bisognerebbe far sentire una presenza migliore, di qualità, piuttosto che imbiancare una parete e cancellare per la seconda volta la vita – sbagliata – di un ragazzino, replicabile non per un murale ma per l’assenza di legalità, quella vera, nonostante i maestri di strada, le tante associazioni, i preti di periferia non delle canzoni di Jovanotti, che prima o poi avrà il suo murale tra un Gramsci, un palestinese in kefiah e Martin Luther King. E Malcolm X non è voluto venire? E perché il mitra non glielo disegnate mai? Napoli è diventata un grande album Panini veltroniano con le figurine delle facce buone disegnate sui muri dall’artista Jorit, che va compilando una estesa nazionale che fa leva sull’emozionalità e che annoda Pasolini e Maurizio Sarri in una intercambiabilità da social. In questa grande opera autorizzata – dove un tempo si richiedeva “Le Sette opere della Misericordia” – che tocca le professoresse e gli assessori alla cultura, indugiando sulla palpebra di Fabrizio De André e il carisma di Diego Maradona non dimenticando l’Angela Davis che c’era e sfioriva già nelle canzoni di De Gregori di tanti anni fa, disturbano le facce degli sconosciuti, dei ragazzi che hanno sbagliato, i dimenticati, i laterali, quelli che si sono arrangiati con quello che gli han fatto trovare: poco, niente e una pistola. Questi intrusi vanno cancellati, perché rovinano l’album, sporcano la vetrina, dimenticando che molti dei raffigurati nell’album dei giusti di Jorit sarebbero stati contrari alla cancellazione dei pericolosissimi fantasmi senza bibliografia. De André in uno degli ultimi concerti aveva detto che da anarchico capiva i ragazzi che sceglievano la ’ndrangheta nell’assenza dello stato. Malcolm X era come quei ragazzi prima di incontrare l’islam, e Pasolini quei ragazzi li andava a cercare per scopare. Non è curioso questo corto circuito? A Napoli, poi. D’improvviso la legalità con una mano di vernice. E le altre mani, quelle che mancano? Niente racconta meglio Napoli di un murale con la faccia di un ragazzino criminale a poca distanza dalla casa che fu di Benedetto Croce, perché Napoli è questa qua, ammiscata, fastidiosa, scorticata, non quella ordinata con le facce giuste e i due indianissimi segni rossi sulle guance che Jorit s’è pure fatto tatuare, l’unico sangue autorizzato con delibera comunale, un tatuaggio da corpus domini, per una Napoli da Dolce&Gabbana&DeMagistris. Cancellare il paganesimo, distruggere gli altari improvvisati, significa negare una città che pure esiste, è un gesto vigliacco oltre che inutile, perché significa relegare ai cimiteri l’unico spazio del ricordo, mascherandolo da legalità. E allora si smetta anche di portare fiori al murale di Maradona ai quartieri spagnoli – che nonostante la pandemia è diventato un tour paganissimo – che poi è probabilmente anche l’unico eroe santo ed esempio che quei ragazzi morti per strada, in tentativi maldestri di rapina, avessero. Tutto si tiene, cancellandone una parte non regge nemmeno l’altra. Verrebbe da domandare a Luigi Piccinato – morto per morto parliamo con quello giusto – ma una città si salva con le riverniciazioni o con i piani regolatori? E agli urbanisti, ai questori, ai giudici, ai giornalisti che contenti si sentono al sicuro dietro una mano di bianco, siete proprio sicuri che l’illegalità sia il viso d’un ragazzino rimasto sull’asfalto? E quale sarà il prossimo passo: chiedere a Sky di cancellare “Gomorra” dal palinsesto?

Un anno dopo indagini ferme e giallo autopsia. Ugo, Davide e i murales, lo sfogo dei papà: “Lo Stato li ha uccisi ma siamo noi i carnefici”. Ciro Cuozzo e Rossella Grasso su Il Riformista il 27 Febbraio 2021. “Non abbiamo più un figlio, ucciso da un carabiniere, ma passiamo come i carnefici di questa vicenda. Chiediamo verità ma ci attaccano dicendo che siamo camorristi”. A un anno di distanza dalla morte di Ugo Russo, ammazzato a 15 anni da un carabiniere libero dal servizio nel corso di un tentativo di rapina con l’utilizzo di una pistola giocattolo, papà Vincenzo continua a non darsi pace per le lungaggini investigative e per le polemiche sul murales dedicato alla giovane vittima nei Quartieri Spagnoli. Gli fa eco Giovanni Bifolco, papà di Davide, il 17enne del Rione Traiano ammazzato anni fa da un carabinieri nel corso di un inseguimento. Due vicende diverse ma accomunate dallo stesso drammatico epilogo. “Lo Stato è l’elefante e noi siamo la formica – dice Giovanni – bisogna continuare a lottare per chiedere giustizia. Mio figlio è stato ucciso perché stava su un motorino senza assicurazione, era disarmato. Ugo ha commesso un reato che non va però pagato con la morte”.

LA DUE VICENDE – Davide Bifolco e Ugo Russo sono entrambi figli dei luoghi abbandonati dallo Stato. Il primo ucciso a 16 anni nel Rione Traiano, la notte del 5 settembre 2014, al termine di un inseguimento con una gazzella dei carabinieri. Davide, insieme ad altre due persone, era in sella a uno scooter che non si fermò all’alt dei militari e venne successivamente speronato. Tentò la fuga a piedi e, mentre era a terra, venne raggiunto da un proiettile al petto partito dalla pistola d’ordinanza di un carabiniere, all’epoca poco più che trentenne. Davide non era armato, era su un “mezzo” senza assicurazione e con a bordo, secondo la tesi degli investigatori, un ragazzo (Arturo Equabile) ricercato per reati contro il patrimonio. Il militare che lo ha ucciso nel 2018 è stato condannato in Appello a due anni con pena sospesa per omicidio colposo. Ugo Russo, nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli (zona ‘periferica’ del centro di Napoli) è stato ucciso a 15 anni il primo marzo 2020. A sparare un carabiniere libero dal servizio nel corso di un tentativo di rapina. Ugo, che impugnava una pistola scenica di ferro e – secondo quanto accertato successivamente da medici e forze dell’ordine – era già in possesso di un orologio d’oro e una catenina, voleva impossessarsi del rolex che il giovane militare di 23 anni (in servizio da pochi mesi a Bologna) aveva al polso. Così si è avvicinato alla Mercedes, ha puntato la pistola contro il carabiniere, che si trovava in auto con la fidanzata, provocando la reazione di quest’ultimo. Tre i proiettili partiti in rapida successione dalla sua arma d’ordinanza. Il primo ha raggiunto Ugo al torace, il secondo alla nuca, il terzo, rivolto contro il complice di 17 anni, non è andato a bersaglio. Il militare, originario dell’area flegrea di Napoli, è al momento indagato per omicidio volontario ma dopo un anno non si sa nulla delle indagini: l’autopsia, gli esami balistici e le eventuali immagini della telecamere di videosorveglianza non sono ancora stati resi pubblici. Dopo la morte di Ugo si sono vissute scene di ordinaria follia: dal pronto soccorso dell’ospedale dei Pellegrini sfasciato da parenti e amici della giovane vittima agli spari all’esterno del Comando provinciale dei carabinieri di Napoli ad opera di due persone a bordo di uno scooter. Tutte successivamente identificate e destinatarie di misure cautelari e nel novembre scorso (2020) sono arrivate le prime condanne al termine del processo di primo grado.

LA VICENDA DEL MURALES – Nelle scorse ore il Tar ha sospeso l’ordinanza di rimozione del murales che chiede “verità e giustizia” per Ugo Russo fino al 17 marzo quando si svolgerà l’udienza di merito. “Ugo è stato ammazzato con tre proiettili di cui uno dietro la nuca. Dopo un anno – racconta il genitore – le indagini sono a un punto fermo, c’è solo un silenzio che ci divora l’anima. Non sappiamo ancora nulla dell’autopsia, sappiamo solo che mio figlio non c’è più: vogliamo chiarezza”. LE INDAGINI FERME – Se le indagini sul militare, accusato di omicidio volontario, sono ancora top secret, non è stato lo stesso per parenti e amici del 15enne che si resero protagonisti di atti di teppismo e vandalismo subito dopo la sua morte: “L’attacco all’ospedale e gli spari fuori alla caserma sono atti gravissimi, che condanno, però gli autori stanno pagando le loro pene, sono stati condannati in primo grado mentre non sappiamo nulla di quello che è successo a mio figlio”. Vincenzo confessa con rammarico che “nessuno ai vertici dell’Arma ci ha contattato, nessuno. Ci stanno solo infangando da un anno. Noi siamo le vittime perché non abbiamo più un figlio ma ci stanno facendo passare come carnefici. Si parla di tutto, del murales soprattutto, ma non che un ragazzino di 15 anni è stato ammazzato con tre colpi d’arma da fuoco da un carabiniere”.

L’SOS ALLO STATO – “Il nostro quartiere avrebbe bisogno di istituzioni, assistenti sociali e scuole presenti. Ci sono ragazzi che hanno talento ma qui il talento non serve perché non ci sono opportunità per loro. Ci siamo stancati di pensare che i ragazzi di Napoli che vivono in luoghi a rischio debbano essere schiacciati. Stiamo pensando di creare una associazione in nome di Ugo per insegnare ai ragazzi a non commettere gli stessi errori di mio figlio, che è un errore scegliere l’illegalità” aggiunge.

L’INTERROGAZIONE PER DAVIDE –  Giovanni Bifolco spiega che “con la parlamentare Gilda Sportiello c’è stata una interrogazione parlamentare (lo scorso ottobre, ndr) per inquinamento delle prove perché non si sono trovati bossoli a terra, non è stata trovata la maglietta che indossava mio figlio. Ci sono ancora troppe cose da chiarire a tanti anni di distanza. Ma il nostro esposto non è stato né archiviato né valutato. Non sappiamo niente, sappiamo solo che chi commette questi reati tra le forze dell’ordine non li paga”.

IL SUO CALVARIO GIUDIZIARIO – Condannato a 9 mesi per fatti relativi a oltre 10 anni fa, Giovanni finito di scontare la sua pena prima della scorsa estate. “Sono stato tre mesi a Secondigliano, mi sono costituito lì perché il carcere di Poggioreale è un inferno, e i restanti sei ai domiciliari”. Adesso ha vari procedimenti in corso: “Non ho tolto un dito a nessun carabiniere da quando è morto mio figlio però ho in corso diversi procedimenti per minaccia, lesioni e oltraggio a pubblico ufficiale con il pm che ha chiesto due anni e 8 mesi mentre il carabinieri che ha ucciso mio figlio ha avuto due anni con pensa sospesa e già sta lavorando di nuovo”.

IL MURALES DI DAVIDE – Presente da anni di fronte all’abitazione della famiglia, il murales di Davide è stato recentemente aggiornato. “E’ un gesto per ricordarlo, un modo di incontrarsi che non ci darà indietro mi figlio ma che ricorda a tutti i ragazzi del Rione la sua drammatica fine” conclude Giovanni Bifolco.

La polemica sulla street art. Scoppia la guerra dei murales a Napoli: “Cancellato Siani, resistono quelli dei baby rapinatori”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 15 Gennaio 2021. Non è solo una questione di decoro e riqualificazione e di espressione artistica. A Napoli i murales – la città del maestro Felice Pignataro, delle scorribande di Ernest Pignon-Ernest, dell’unico Banksy in Italia – sono ormai argomento di dibattito quasi quotidiano. Si fa politica, retorica, filippica intorno ai disegni colorati, agli stencil, alle gigantografie sui muri. E la querelle, trasversale, gira intorno al solito tema: la città di Gomorra, la criminalità, la legalità e i più giovani. I nervi sono saltati negli ultimi mesi del 2020, quando tra Quartieri Spagnoli e Centro Storico sono apparse due opere molto discusse. Entrambi primi piani. Il primo di Ugo Russo, 15 anni, ucciso dai colpi di pistola di un carabiniere fuori servizio mentre tentava di rapinarlo, il primo marzo 2020. Il secondo di Luigi Caiafa, 17enne, ucciso dai colpi di pistola di un poliziotto mentre cercava di rapinare tre persone a bordo di una Mercedes in via Duomo. “Vanno cancellati, ispirano alla malavita!”, hanno detto alcuni tra osservatori e politici. Sono l’equivalente moderno delle edicole votive, hanno detto altri. Naturalmente: solo leggermente più grandi e vistosi, in verità. Il Comune intanto nicchia. Non prende decisioni. Dopo le prime settimane il dibattito si affievolisce fino a spegnersi. Poi arriva Natale, e il 31 dicembre, all’una e 15 di notte, Ciro Caiafa, padre di Ugo, 40 anni, viene ucciso a colpi di pistola in un appartamento in via Sedil Capuano. Era ritenuto elemento di spicco del clan Mazzanti-Terracciano del Centro Storico. E quindi scoppia di nuovo la polemica: i murales di quelli che sono diventati “baby rapinatori” vanno cancellati. Gli autori dei due murales sono Leticia Mandragora – “un volto non può offendere un altro volto” – e Mario Casti – “Un altro ragazzo della nostra città che ci ha lasciato …… e le persone ancora si domandano???? Ancora una volta sono pronte a giudicare …. a puntare il dito”. A loro tocca il destino dei writer delle origini, dei primi tag a New York, di quelli che esercitavano nell’illegalità e come criminali era tacciati. Usurpatori del patrimonio, altro che artisti e decoro – naturalmente in questo caso è tutta un’altra storia. Un’accusa destinata ad aumentare dopo che si è venuto a sapere che il cosiddetto Murales della Legalità dedicato a Giancarlo Siani, il giornalista ucciso dalla Camorra dal 1985, è stato cancellato. Si trovava all’interno dell’Istituto Comprensivo Gabelli, nel centro di Napoli – un altro più famoso si trova al Vomero, via Romaniello, realizzato dagli Orticanoodles. “La dirigenza della scuola ha così deciso di cancellare, immotivatamente e senza alcuna richiesta, un pezzo di legalità che abbelliva l’animo e l’estetica della scuola stessa e non solo, ritinteggiando di bianco la parete che ospitava l’opera”, ha denunciato l’artista Nicholas Tolosa. La dirigente Carmela Mannarelli a Dire ha confessato di non saperne nulla, di non aver mai visto l’opera (si è insediata lo scorso settembre), di aver saputo che una ritinteggiatura era necessaria per il logoramento della parete causata da pioggia e infiltrazioni. È servito a poco, la polemica è ripartita e in molti hanno accusato: “Cancellato il murales in onore di Gianfranco Siani e invece restano quelli dei baby rapinatori”.

Luigi Caiafa, cancellato il murales dopo 4 mesi e un morto ammazzato: lo Stato si rivede a Forcella. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 5 Febbraio 2021. Ci sono voluti quasi quattro mesi, segnati da polemiche, indignazioni, un morto ammazzato in un agguato di camorra, appelli del Prefetto Marco Valentini e del procuratore generale di Napoli Luigi Riello, per spingere l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi de Magistris, impegnato da settimane nella campagna elettorale per le regionali in Calabria (dove è in corsa come candidato presidente), a rimuovere il murales dedicato a Luigi Caiafa, il baby rapinatore di 17 anni ucciso il 4 ottobre scorso da un poliziotto nel corso di un tentativo di rapina in via Duomo. Venerdì mattina, 5 febbraio, lo Stato si fa vivo a Forcella ma solo per l’ennesima azione repressiva. In via dei Tribunali, a pochi passi da via Sedil Capuano, dove abitava Luigi, entrano in azione vigili del fuoco per la rimozione dei paletti, la Napoli Servizi per cancellare il murales e l’Asia per la rimozione delle fioriere poste abusivamente davanti all’opera realizzata dall’artista e rapper Mario Casti una decina di giorni dopo il decesso del 17enne. “A seguito delle ordinanze di ripristino dello stato dei luoghi emanate con riferimento al murale di via dei Tribunali – fa sapere il Comune -, dopo aver ricevuto riscontro da parte degli uffici comunali circa l’estraneità del condominio, stamani si è provveduto al ripristino dello stato dei luoghi, dando così seguito all’indirizzo espresso dalla giunta de Magistris”. Non sono mancati momenti di tensione con i familiari di Caifa. Presenti gli agenti della polizia municipale e i poliziotti del commissariato Vicaria. Lo scorso 31 dicembre 2020, il papà di Luigi, Ciro Caiafa, è stato ucciso all’interno del ‘basso’ della sua abitazione nel corso di un agguato di matrice camorristica. I sicari hanno fatto irruzione intorno all’una di notte del 31 dicembre nel locale terraneo. Caiafa si trovava in casa con Gennaro Di Martino, 28enne incensurato conosciuto nella zona come tatuatore. Il 40enne e Di Martino sono stati trasportati poco dopo al pronto soccorso dell’ospedale Vecchio Pellegrini. Caiafa è deceduto in seguito alle gravi ferite riportate, il 28enne è stato invece dimesso con 10 giorni di prognosi per una ferita d’arma da fuoco al fianco sinistro. Nelle prossime settimane la stessa sorte toccherà al murales dedicato a Ugo Russo, l’altro baby-rapinatore 15enne ucciso da un carabiniere 23enne libero dal servizio lo scorso primo marzo 2020. Russo puntò la pistola, poi rivelatasi giocattolo, contro il militare che si trovava alla guida dell’auto in compagnia della fidanzata. L’intento era quello di farsi consegnare il rolex che indossava. Il carabiniere reagì sparando tre colpi di pistola due dei quali raggiunsero Russo al torace e dietro al collo. Il Comune ha diffidato il condominio dove è stato realizzato il murales dall’artista Leticia Mandragora nei Quartieri Spagnoli e se non interverrà si procederà così come fatto oggi a Forcella.

Il "Bergoglio del Sud". Il nuovo arcivescovo di Napoli positivo al covid: sospese le celebrazioni di Battaglia. Antonio Lamorte su Il Riformista il 9 Febbraio 2021. È risultato positivo al coronavirus l’arcivescovo metropolita di Napoli Domenico Battaglia. Le celebrazioni e le visite programmate di monsignor Battaglia sono state quindi sospese. L’arcivescovo è il successore del cardinale Crescenzio Sepe. La cerimonia di insediamento lo scorso 2 febbraio. Lo stesso Sepe era risultato positivo al coronavirus. Perciò non aveva partecipato all’insediamento ufficiale nel salone arcivescovile di Palazzo Donnaregina, sede della curia partenopea. Il cardinale è stato ricoverato all’ospedale Cotugno, eccellenza nella cura delle malattie infettive e avamposto contro la pandemia da coronavirus. Battaglia, 58 anni, è stato definito il “Bergoglio del Sud”. È calabrese ed è noto per il suo impegno nelle periferie. È stato apprezzato a Cerreto Sannita, nel beneventano. Il suo primo giorno ha intrapreso un tour lungo e simbolico. Ha visitato i parenti di Francesco Della Corte, la guardia giurata uccisa a bastonate a Piscinola, periferia nord di Napoli, nei pressi della stazione della metro; ha incontrato una ragazza nigeriana arrivata in Italia nel 2016 dopo un lungo viaggio di sfruttamento e violenze ripetute; ha preso il suo primo caffè napoletano con un operaio della Whirlpool; ha pranzato al Binario della Solidarietà, realtà Caritas della diocesi di Napoli.

Nel suo discorso di insediamento cita Pino Daniele. Don Mimmo Battaglia, le tappe della prima giornata da arcivescovo di Napoli: “E’ il prete di tutti”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 2 Febbraio 2021. Dopo l’era Sepe, nel giorno del suo insediamento come arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, 58 anni, è partito dalla periferie, dai più deboli, lontano dai riflettori. “Don Mimmo”, così come viene chiamato dai fedeli che in questi anni hanno avuto modo di apprezzarlo a Cerreto Sannita (Benevento), ha voluto incontrare per primi i parenti di Francesco Della Corte, la guardia giurata uccisa a bastonate a Piscinola, periferia nord di Napoli, nei pressi della stazione della metro. Ha incontrato la moglie e i due figli di Franco che, con un progetto di solidarietà, hanno trasformato un’area limitrofa a quella in cui è avvenuta l’uccisione del padre e marito, in un parco giochi per bambini. Poi il suo primo colloquio privato è stato, nella zona dei Camaldoli, con E. D., una ragazza nigeriana arrivata in Italia nel 2016 dopo un lungo viaggio di sfruttamento e violenze ripetute. Giunta nel nostro Paese ha scoperto di avere l’Aids e, dopo un momento di disperazione, grazie all’accoglienza nella “Casa Famiglia Riario Sforza” della Caritas Diocesana di Napoli, gestita dalle Suore Vincenziane, ha ricominciato a sperare e a sognare. Nella carne di E. sono impresse le ferite della migrazione, dello sfruttamento e della violenza sulle donne, dell’emarginazione connessa alla malattia e allo stesso tempo la speranza di Napoli, città del mediterraneo, che si è fatta per lei casa accogliente. Il suo primo caffè napoletano lo ha preso a casa di uno degli operai della Whirlpool. Don Mimmo ha fatto visita alla famiglia del lavoratore della multinazionale americana che ha chiuso lo stabilimento di Ponticelli nei mesi scorsi, lasciando senza lavoro oltre 300 famiglie. Un gesto che rappresenta l’attenzione al mondo del lavoro e alla piaga endemica della sua mancanza nonché la volontà ecclesiale di camminare insieme alle istituzioni e alla società civile per ridare dignità e futuro alle tante famiglie che vedono compromessa la propria sicurezza e serenità a causa della disoccupazione. Pranzo al "Binario della solidarietà", una realtà della Caritas diocesana di Napoli che, grazie alla collaborazione delle suore della Carità si occupa specificamente dei senza dimora accompagnandoli in un percorso di reinserimento sociale, fatto di dignità, autonomia e integrazione: don Mimmo ha condiviso con loro un momento di intimità e convivialità. Poco prima Don Mimmo è andato a San Giovanni a Teduccio nell’associazione ‘Figli in famiglia’: ha incontrato una bambina che, condividendo con tanti suoi coetanei la fatica di crescere in un territorio ferito e periferico, rappresenta per la comunità diocesana e per l’intera città un appello a farsi carico della speranza e dei sogni dei più piccoli, attraverso un’attenzione costante alle problematiche educative e sociali. Un giornata intensa che segue quella di ieri dove l’ex vescovo di Cerreto Sannita ha incontrato i detenuti nel carcere di Poggioreale. Poi l’insediamento ufficiale con il saluto alle autorità cittadine nel salone arcivescovile di Palazzo Donnaregina, sede della curia partenopea. Presenti oltre al sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, e il governatore regionale Vincenzo De Luca, anche i ministri Gaetano Manfredi ed Enzo Amendola e il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho. Don Mimmo cita le parole di una canzone di Pino Daniele: “Saluto con parole che non sono mie, ma sono state importanti nel mio percorso. Le parole di una canzone che ho ascoltato negli anni ’90 da un ragazzo che all’epoca era in comunità. Voglio consegnare a tutti voi un sogno – ha aggiunto l’arcivescovo – quello di riorganizzare la speranza. E Terra mia rappresenta proprio la volontà di non perdere mai la speranza in un cambiamento, perché le cose possono cambiare”. “Una terra capace di togliere il fiato per la sua bellezza, di stupire per l’ingegno, la creatività e l’accoglienza, ma anche sottomessa al gioco pesante della criminalità, della camorra, di affaristi senza scrupoli che crescono e ingrassano sulla sofferenza di tanti disoccupati, di chi per sbarcare il lunario e portare a casa un pezzo di pane, è capace di qualsiasi cosa sulla pelle dei nostri ragazzi. Una terra – ha aggiunto – ricca di belle persone, di volontariato, di associazionismo, di terzo settore, ma anche di disperazione, di fiumi di droga che scorrono indisturbati nei quartieri più abbandonati, di gioco d’azzardo e di vite a perdere, di emarginazione e di solitudine. Di tutto questo noi dobbiamo essere pienamente consapevoli, avere il coraggio di guardare negli occhi i mali delle nostre terre e di chiamare i problemi con il loro nome. Solo così, insieme, potremo affrontarli”. Poi la lotta alla camorra: “Sarà una dura, difficile, però è possibile perché se davvero saremo capaci di farci forza di quella che è la nostra speranza, se davvero saremo capaci di camminare insieme, è possibile costruire un mondo migliore, ma è importante che ognuno faccia la sua parte. Come chiesa non ci tireremo indietro. Bisogna avere coraggio di ritrovare quella credibilità perduta – osserva – perché solo così saremo forti nell’affrontare ogni tipo di criminalità”.

Medico e due figli nei guai insieme ad altre 21 persone. Patente rinnovata ad anziani allettati e invalidi, oltre 50mila certificati falsi: “Papà è ricoverato, li facciamo noi”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 18 Gennaio 2021. Rinnovo della patente anche ad anziani ultranovantenni, alcuni dei quali allettati da anni e affetti da gravi patologie invalidanti, grazie a certificazioni mediche false. Oltre 50mila quelle rilasciate da un dottore e dai suoi due figli (quando il genitore si trovava ricoverato in clinica). E’ quanto emerge dalle indagini condotte dalla sezione della polizia stradale di Napoli (distaccamento di Nola) e coordinate dalla procura di Napoli nord guidata da Francesco Greco. L’ordinanza di applicazione di misura cautelare è stata emessa dal Gip del Tribunale di Napoli nord nei confronti di 24 persone (20 ai domiciliari, 3 destinatari dell’obbligo di dimora e una sottoposta all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria). Sono tutte residenti tra le provincie di Napoli e Caserta e dovranno rispondere di associazione per delinquere finalizzata al falso in atto pubblico. Il totale degli indagati è di oltre 40 persone con il giro d’affari stimato in circa un milione e 600mila euro. Il modus operandi dell’organizzazione è stato ricostruito con intercettazioni e servizi di osservazione, controllo e pedinamento. Protagonista un medico e i suoi familiari oltre a faccendieri, titolari e collaboratori di autoscuole ed agenzie presenti nel territorio in questione. Un’organizzazione ben strutturata con una precisa ripartizione di ruoli, compiti e responsabilità. Molte delle oltre 50maila false certificazioni mediche, emesse per una sola annualità, erano caratterizzate da valori bollati contraffatti. A rilasciarle erano spesso i figli del medico in questione, anche quando quest’ultimo per un periodo è stato ricoverato in una clinica ed era quindi impossibilitato ad esercitare la sua professione. I due figli, utilizzando le credenziali informatiche del genitore compiacente, avevano trasmesso telematicamente le risultanze delle visite, mai sostenute, alla Motorizzazione Generale di Roma. Molti dei documenti rinnovati erano stati rilasciati a persone anziane, ultranovantenni, allettate da anni e affette da gravi patologie invalidanti e, dunque, non compatibili con i requisiti richiesti per il rilascio della necessaria idoneità psicofisica. Veri e propri prestanomi, probabilmente a loro insaputa, ai quali potevano presumibilmente essere intestate vetture noleggiate o sottratti i punti sulla patente in seguito a infrazioni del codice della strada. E’ emerso inoltre che alcune autoscuole organizzavano, aggirando i controlli della Motorizzazione Civile di Napoli, falsi corsi di formazione periodica per conducenti professionali: ovvero lezioni di teoria e pratica ad allievi effettuati da personale non qualificato.

Il video e l'indignazione: il lavoratore napoletano di 50 anni assalito mentre lavora. Rider aggredito, picchiato e rapinato da sei bestie: “Fatti avanti, ti aiutiamo”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 3 Gennaio 2021. Sei animali. Sei uomini aggrediscono a calci, pugni e schiaffi un rider di circa 50 anni mentre si trova in sella al suo scooter ed è intento ad effettuare l’ennesima consegna. Lo accerchiano, lo tamponano più volte con un altro scooter, provano a tirarlo già dal motorino. Lui resiste, prova a difendersi ma alla fine deve soccombere. Viene trascinato a terra da uno della banda mentre un altro sale in sella al suo scooter e fugge via. E’ accaduto a Calata Capodichino, zona a nord di Napoli. A denunciare l’episodio sono alcuni residenti che immortalano la scena dai balconi delle proprie abitazioni. Un video di poche decine di secondi che è già stato acquisito dalla polizia. Le immagini, che hanno fatto il giro del web, hanno indignato e spinto numerosi cittadini a lanciare una raccolta fondi per aiutare il rider, padre di due figli. La mobilitazione sulla piattaforma Gofoundme.com (“Comprare subito un motorino al ragazzo rapinato”) ha già raccolto oltre 8mila euro in poche ore. “Stasera ho ricevuto un video sconvolgente su un’aggressione a un rider che sarebbe avvenuta intorno alle 20.30 a Calata Capodichino a Napoli. Un gruppo di delinquenti circonda e picchia il giovane con inaudita violenza per sottrargli lo scooter con il quale sta effettuando le consegne. Lo abbiamo subito girato alle forze dell’ordine. Al giovane diciamo di farsi avanti, anche in forma anonima, perché lo vogliamo aiutare. Chi e’ vittima di una tale barbarie va aiutato dalla parte sana della città”. Queste le parole del consigliere regionale di Europa Verde Francesco Emilio Borrelli a cui è stato inviato il video. Borrelli poi aggiunge: “Si chiama Gianni, ha 50 anni, e la famiglia chiede giustizia”. L’uomo è sposato e ha due figlie. L’appello è stato subito accolto da parte del giovane rider: “Non vogliamo dirvi molto, solo che abbiamo appena ascoltato un messaggio che il nostro amico (ormai lo è) ci ha inviato in privato” scrive Gianni Simioli, conduttore della Radiazza su Radio Marte. “Sapete cosa dice? Che ci ringrazia, ma che al momento non può rispondere perché dopo lo “stop” per la rapina subita, ha ripreso a lavorare per completare il giro di consegne con un’auto. Insomma, avete capito bene: sta proprio continuando a lavorare. Applausi e rispetto per questo disoccupato di 50 anni “che non può stare senza fare niente aspettando che arrivi un lavoro” conclude Simioli che si augura di averlo presto in trasmissione.

La mobilitazione: bruciata in poche ore la quota minima. Rider picchiato e rapinato, il gran cuore dei napoletani: raccolti migliaia di euro per Gianni. Redazione su Il Riformista il 3 Gennaio 2021. Quasi 10mila ero raccolti in poco più di due ore. E le donazioni continuano ad arrivare. Non ha eguali il cuore dei napoletani per Gianni, il rider di circa 50 anni brutalmente (spostato e padre di due ragazze) aggredito, picchiato e rapinato del suo scooter da sei “bestie” (perché così è giusto definirle) a Napoli. Sulla vicenda sono in corso le indagini della polizia che ha acquisito il video, girato da alcuni residenti, diventato virale sui social. La raccolta fondi lanciata sulla piattaforma “Gofundme.com” da Vincenzo Perrella, residente a Casalnuovo (Napoli), ha rapidamente raggiunto l’obiettivo minimo prefissato (5mila euro). “Stiamo facendo una raccolta per donare subito un motorino nuovo al ragazzo brutalmente rapinato e picchiato da 6 balordi”. Tra i donatori c’è anche chi ha voluto mettere a disposizione del rider ben 2500 euro. Si tratta di Mohamed Fares che, facendo una breve ricerca su Google, risulta essere omonimo del centrocampista della Lazio (ex Spal). “Non vogliamo dirvi molto, solo che abbiamo appena ascoltato un messaggio che il nostro amico (ormai lo è) ci ha inviato in privato” scrive Gianni Simioli, conduttore della Radiazza su Radio Marte. “Sapete cosa dice? Che ci ringrazia, ma che al momento non può rispondere perché dopo lo “stop” per la rapina subita, ha ripreso a lavorare per completare il giro di consegne con un’auto. Insomma, avete capito bene: sta proprio continuando a lavorare. Applausi e rispetto per questo disoccupato di 50 anni “che non può stare senza fare niente aspettando che arrivi un lavoro” conclude Simioli che si augura di averlo presto in trasmissione.

Fermati 6 giovani (tra cui 4 minori): "Tra loro c'è chi fa il falegname, chi il muratore, chi il salumiere". Rider picchiato e rapinato, i familiari dei sei baby-aggressori: “Erano ubriachi, una bravata”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il  5 Gennaio 2021. “Erano ubriachi, è stata una bravata, non roviniamogli la vita, sono tutti ragazzi che lavorano”. Sono le parole dei parenti dei giovani, quattro minorenni e due maggiorenni (tutti dell’area nord di Napoli), sottoposti a decreto di fermo per il pestaggio e la rapina dello scooter al rider 52enne Gianni Lanciano. Sono circa una trentina all’esterno della Questura. Ci sono nonne, mamme, zie, sorelle, cugine, bambine. Tra loro pochi uomini. Sono in attesa dell’arrivo delle auto civetta della polizia che portano negli uffici di via Medina i loro "cari" sospettati di aver fatto parte del raid ripreso in un video dai residenti di via Calata Capodichino e diventato virale in poche ore sui social. Il pestaggio e la rapina dell’Sh 125 del rider è avvenuto poco dopo l’una di notte del 2 gennaio scorso. Le immagini della brutale aggressione sono iniziate a circolare solo nella serata del giorno successivo, scatenando rabbia e indignazione e provocando una rapida risposta delle forze dell’ordine che in meno di 12 ore hanno ritrovato lo scooter rubato nel rione dei Fiori a Secondigliano, fortino del clan Di Lauro, arrivando a identificare parte dei componenti della banda. Sono quattro i fermi disposti dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni nei confronti di due diciassettenni e due sedicenni. Altri due provvedimenti di fermo sono stati emessi dalla Procura di Napoli, guidata da Giovanni Melillo, a carico di due ventenni. Provvedimenti eseguiti dalla Squadra Mobile, diretta dal primo dirigente Alfredo Fabbrocini, e dal Commissariato Secondigliano. Fermi che verranno sottoposti alla convalida al competente Giudice delle Indagini Preliminari. “Hanno commesso una bravata ed è giusto che paghino” commenta al Riformista un uomo, familiare di uno dei destinatari del provvedimento restrittivo che ha portato quattro minori al Centro di Prima Accoglienza dei Colli Aminei. “Erano scesi di casa per mangiare un panino, poi hanno bevuto e ubriachi hanno commesso la rapina” aggiunge. La gang, tuttavia, si trovava in strada in un orario non consentito: alle 22 è in vigore il coprifuoco e sia il primo che il 2 gennaio Napoli così come tutta Italia era in zona rossa anche se i controlli, soprattutto nelle zone periferiche della città sono quasi inesistenti. “E’ difficile trattenerli a casa” commenta l’uomo “ma vi assicuro che sono tutti ragazzi che lavorano: c’è chi fa il falegname, chi lavora in una salumeria, chi va a lavorare come muratore“. Nel decreto di fermo firmato dal sostituto procuratore Nicola Ciccarelli emerge che il gruppo entrato in azione si trovava in sella a due scooter, uno con la targa contraffatta, l’altro rubato nelle ore precedenti. Secondo la testimonianza del rider, erano armati di una pistola (senza tappo rosso, non è chiaro se scenica) e di un coltello. Dettagli quest’ultimi emersi solo nella serata del 4 gennaio. Inoltre i due sedicenni risultano essere parenti stretti di esponenti storici del clan Di Lauro. “Credetemi – prosegue il familiare – anche io vengo da un passato difficile, con diversi anni di carcere alle spalle, ma questi sono ragazzini che hanno commesso una leggerezza. Basta vedere le immagini della rapina: erano impacciati, disorientanti. Una bravata dettata dall’alcol che avevano bevuto poco prima”.

LE PAROLE DEL RIDER – Anche il rider vittima della brutale aggressione si dice “dispiaciuto per questi ragazzi. Non devono arrivare a questo, devono capire i valori della vita, devono lavorare, anche facendo mestieri utili”. Gianni ha ricevuto in poche ore tanta solidarietà da parte dei suoi concittadini. La raccolta fondi lanciata sulla piattaforma “Gofundme.com” da Vincenzo Perrella, titolare di un’agenzia di viaggi a Casalnuovo, con l’aiuto di familiari e amici tra cui l’influencer Vincenzo Galasso detto "Bambolina".

LA RACCOLTA FONDI E LA BENEFICENZA – Degli 11.068 euro raccolti (frutto di oltre 800 donazioni), tolte le tasse da pagare alla piattaforma, restano 10.539 euro di cui 2.439 ancora in fase di elaborazione. Quest’ultimo dato è relativo alla generosa donazione del calciatore della Lazio Mohamed Fares. “Quando arrivano cifre così elevate viene fatta una ulteriore verifica da parte di “Gofundme.com” con il diretto interessato prima di approvare la donazione” spiega Perrella. Dei circa 10mila euro che verranno dati al rider la metà potrebbe essere devoluta in beneficenza dallo stesso 52enne.

IL LAVORO DI SEMPRE – Intanto Gianni Lanciato presto tornerà a lavorare in macelleria: “Sono un paio di mesi che sto facendo il rider perché sono disoccupato e non posso stare fermo” spiega aggiungendo: “Nelle scorse ore ho ricevuto diverse offerte di lavoro. Ringrazio tutti, dal consigliere Borrelli alla macelleria Bifulco. Presto tornerò a fare il lavoro che ho fatto per tanti anni”.

Napoli, orrore in strada: rider picchiato e rapinato da 6 malviventi. La rapina, ripresa in un video, è avvenuta a Calata Capodichino, zona nord di Napoli. L’uomo ha provato a difendere lo scooter ma è stato massacrato di botte. Avviata una raccolta fondi per ricomprare al rider un motorino. Gabriele Laganà, Lunedì 04/01/2021 su Il Giornale. Una violenza che lascia senza parole quella accaduta nella serata di sabato tra le strade di Napoli. Un rider di 50 anni è stato circondato, picchiato selvaggiamente e trascinato via dal proprio scooter da una banda composta da 6 rapinatori. Il gravissimo episodio è accaduto in Calata Capodichino, zona nord del capoluogo partenopeo, ed è stato ripreso da un residente della zona. La svolta sul caso, che ha suscitato un enorme clamore, è stata quasi immediata. Nella notte sono stati fermati i presunti autori della rapina: sono di Secondigliano e Miano e alcuni sono minorenni. Le forze dell'ordine hanno anche recuperato lo scooter. Le immagini della rapina riprese con un telefono mostrano tutta l'efferatezza dell’azione compiuta dai malviventi con il volto travisato anche dalle mascherine anti-Covid. I banditi, per sottrarre il mezzo con cui l’uomo stava effettuando le consegne, non si sono fatti scrupolo di massacrare la vittima a pugni e a calci, arrivando persino a andargli addosso con gli altri motorini per farlo cadere a terra. Il rider, nonostante fosse da solo contro il branco di belve, non si è arreso ed ha eroicamente provato a difendere se stesso e lo scooter dai rapinatori. Approfittando di un momento di distrazione dei malviventi, che forse temevano il sopraggiungere delle forze dell’ordine, il 50enne ha provato anche ad allontanarsi ma è stato subito bloccato dai criminali. Alla fine il rider è stato costretto a capitolare. L’uomo è stato scaraventato sull’asfalto mentre uno degli aggressori si è impadronito dello scooter ed è fuggito via. Compiuto il colpo, gli altri cinque malviventi, divisi sugli altri motorini, sono scappati via dileguandosi lungo Calata Capodichino. Le immagini sono crude e raccontano una violenza assurda compiuta da un gruppo di malviventi e il coraggio indomito dell’uomo ma non mostrano quanto accaduto dopo. Nonostante il grandissimo spavento ed il dolore per le botte ricevute, Gianni (questo il nome del 50enne) ha preso l'auto del titolare ed ha continuato a fare le consegne per guadagnarsi ancora una volta in modo onesto il pane. Il rider ha perso di recente il lavoro e si è dovuto reinventare: utilizzava il motorino della figlia, regalo per i 18 anni della ragazza, per effettuare le consegne. Il video della rapina è divenuto subito virale in rete. Non solo indignazione per quanto accaduto ma anche gesti concreti. Sul web, infatti, è partita una raccolta fondi sul sito "Gofundme" per ricomprare al rider un motorino. L’iniziativa ha avuto subito successo: in poche ore il denaro raccolto ha superato gli 11mila euro. Tra i donatori anche il calciatore Mohammed Fares che ha elargito 2500 euro. Gianni ha raccontato a FanPage che la sera della rapina aveva appena fatto una consegna nei pressi di via Janfolla e poi aveva percorso il corso Secondigliano prima di imboccare calata Capodichino. "Mi hanno bloccato dopo il ponte dell'Asse Mediano", ha affermato il 50enne. "Erano tutti ragazzini – ha proseguito-tutti ventenni. Non parlavano, mi dicevano solo di lasciare lo scooter". Gianni ha fatto di tutto per non farsi prendere lo scooter ma alla fine ha dovuto arrendersi. "Ho dolori ovunque, ho preso calci ovunque", ha confessato il rider dicendo di essere pieno di lividi, soprattutto sulle gambe. "Quando mi hanno intimato di consegnare il motorino, ho provato a resistere urlando ma non ho avuto paura perché ho solo provato a difendere qualcosa di mio, utile alla mia famiglia", ha raccontato in seguito Gianni. Dopo aver visto il video della rapina, il rider ha riflettuto a lungo. "Quanta crudeltà Sono ragazzini ma non dovrebbero agire così", ha poi aggiunto la vittima della brutale rapina. In merito alla raccolta fondi organizzata su internet Gianni è stato chiaro: "Ringrazio tutti per la solidarietà: c'è tanta gente di buon cuore. Ma io vorrei solo un lavoro stabile, pagare le tasse come ho sempre fatto e vivere tranquillamente". Il rider ha ammesso di essersi commosso per l'affetto ricevuto: "Io ringrazio tutti coloro che mi sono vicini. Io non vorrei approfittare della bontà dei napoletani". "L'aggressione al rider avvenuta a Napoli è una pagina indegna e criminale in un momento così terribile. Evidenzia la precarietà di un lavoro non di rado espletato senza adeguate garanzie; la violenza di una banda di criminali che agisce indisturbata senza che nessuno intervenga; la desertificazione dei territori dovuta ad una pandemia che sta piegando le nostre città", ha denunciato il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Il primo cittadino si è augurato che i responsabili "di questa brutale aggressione siano presto assicurati alla giustizia e che la vittima possa ritornare a lavorare con un nuovo motociclo e con maggiore serenità". Solidarietà al rider picchiato e derubato dello scooter è stata espressa anche dal ministro per il Lavoro, Nunzia Catalfo, che su Facebook ha scritto che "quella ripresa da alcuni residenti è un'aggressione brutale, su cui mi auguro che le Forze dell'Ordine facciano luce al più presto, assicurando i colpevoli alla Giustizia". Duro anche il commento di Giorgia Meloni che sui social ha scritto: "Immagini agghiaccianti. A Napoli un rider è stato assalito e derubato da un branco di rapinatori. Spero che questi vigliacchi vengano immediatamente identificati e severamente puniti". Sempre sui social il parlamentare di Italia viva, Gennaro Migliore, ha inviato "un abbraccio al rider aggredito" a Napoli. "Sei contro uno: vigliacchi oltre che delinquenti. Unica nota positiva le migliaia di euro raccolti in poche ore sul web per ricomprare lo scooter: l'Italia solidale è meravigliosa", ha scritto ancora Migliore.

Francesco Emilio Borrelli fa macelleria sociale, avvocati penalisti non sono complici della camorra. Viviana Lanza su Il Riformista il 6 Gennaio 2021.  «Desta sgomento l’individuazione degli avvocati come complici delle associazioni criminali che imperversano sul territorio, argomentata con l’accumulo di “ricchezze” in ragione della difesa della camorra». Parole dell’avvocato Luca Panico, segretario napoletano di Nuova avvocatura democratica (Nad), che ha replicato al post del consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli sulla storia del rider aggredito e rapinato da una banda di giovanissimi. «Ci sta un pezzo della nostra popolazione, anche colletti bianchi, anche gente altolocata… fior fiore di penalisti che sono diventati ricchi grazie al fatto di essere esperti nel difendere, sostenere e muoversi a favore di camorristi», aveva scritto Borrelli. Di qui la polemica social. «Gli avvocati, tutti gli avvocati – ha precisato Panico nel suo post in difesa della categoria forense – non difendono Tizio o Caio, ma il loro diritto a un processo celebrato in ossequio alle garanzie e ai diritti previsti dall’ordinamento giuridico nazionale e internazionale, senza alcuna partecipazione o condivisione morale con le vicende umane alle quali lavorano. Questo vale in ogni campo del diritto, senza differenza alcuna: che si tratti di un sinistro stradale o del più efferato omicidio, di un ricorso alla giustizia amministrativa o della difesa in giudizio di imputati per fatti di camorra. Bisogna respingere con forza questa impostazione culturale che vede nel professionista non un soggetto partecipe dell’esercizio, nell’interesse del proprio assistito a un giusto processo, della funzione giurisdizionale ma un compartecipe dei fatti a quella giurisdizione sottoposti. Questa non è una battaglia per la legalità ma macelleria sociale, che in nulla contribuisce alla soluzione dei problemi, drammatici, che affliggono la nostra città». Di qui l’invito a Borrelli a «rettificare le sue parole e a meglio indirizzare le proprie energie e le proprie battaglie capendo che l’avvocatura penalista non si adopera per raggirare la legge ma proprio affinché essa trovi la più corretta e giusta attuazione nelle aule di giustizia». Quindi, la controreplica del consigliere regionale per precisare che il senso delle sue parole non voleva essere un attacco indiscriminato a tutta la categoria forense: «Non ce l’ho con i penalisti che devono difendere qualsiasi cittadino, compreso chi ha commesso i più efferati delitti. I miei riferimenti erano verso casi specifici e non di certo verso la categoria».

Valentina Errante per "il Messaggero" il 5 gennaio 2021. La raccolta fondi, con la gara di solidarietà per ricomprare il motorino, che vede in testa il giocatore della Lazio Mohamed Fares, è partita subito. E l' offerta di lavoro in una macelleria c' è già. Ma Gianni Lanciano, 52 anni, dopo essere stato violentemente picchiato e rapinato del suo scooter, nella notte tra l' 1 e il 2 gennaio, a Napoli, non ha atteso la beneficenza. A poche ore dal pestaggio ha preso l' auto e ha continuato a lavorare: rider come la sera prima. «Che dovevo fare. Devo andare avanti», ha detto orgoglioso. Ha continuato a consegnare cibo, come quella notte, pizzette e cornetti. Da sei anni, quando aveva perso l' impiego di macellaio in una catena commerciale, Gianni attende di trovare di meglio, ma intanto non si ferma. «Ogni lavoro ha la sua dignità anche il più umile», commenta adesso, facendo un appello proprio ai ragazzi che gli hanno portato via il motorino della figlia. Le immagini del pestaggio hanno fatto il giro del web: ad assalirlo sono in sei in sella a due scooter. Tutti sarebbero identificati e interrogati in questura a Napoli, quattro di loro sono minorenni. I fermi potrebbero arrivare già nelle prossime ore.

L' AGGRESSIONE. «Quando mi hanno intimato di consegnare il motorino, ho provato a resistere urlando - racconta Gianni - ma non ho avuto paura perché ho solo provato a difendere qualcosa di mio, utile alla mia famiglia. Quanta crudeltà. Sono ragazzini ma non dovrebbero agire così». Le immagini del pestaggio sono state riprese da un balcone e postate su Facebook dal consigliere regionale di Europa Verde, Francesco Emilio Borrelli. «Adesso le mie figlie e mia moglie sono umiliate e hanno paura - dice Gianni - ma io no. Voglio continuare a lavorare, a pagare le tasse, come ho sempre fatto. E a versare i contributi. Nonostante tutto mi dispiace per quei ragazzi, erano ragazzini. Ho pensato perché fanno così? Non dovrebbero fare così. Fare il male al prossimo è la cosa più brutta. Sono arrabbiato - conclude - ma mi dispiace per loro, vorrei che lavorassero onestamente, accettassero anche i lavori più umili rinunciando a delinquere. Napoli è bellissima e questi ragazzi non devono rovinarla».

LA SOLIDARIETÀ. I soldi sono arrivati da ogni parte di Italia: il difensore della Lazio, Mohamed Fares, ha donato 2.500 euro. «Ho visto su Instagram un post di un mio amico di Napoli e sono venuto a conoscenza di questo episodio. La vicenda - ha commentato Fares ai microfoni di sslazio.it - mi ha particolarmente colpito e ho deciso di agire in prima persona. Ho notato un link per fare una donazione e l' ho voluta effettuare in forma anonima, perché non volevo che questo mio gesto suscitasse clamore mediatico. La mia intenzione era quella di aiutare una persona in difficoltà». Ma a contribuire sono stati anche tanti sconosciuti. E in poche ore è stata superata la somma di undicimila euro. Commosso da tanta solidarietà, Gianni Lanciano chiede però un lavoro; quel lavoro da macellaio che ha fatto fino a sei anni in un ipermercato dell' area a nord di Napoli. E un' offerta è arrivata da una macelleria di Ottaviano. Il titolare dell' esercizio commerciale si dice felice di potere esaudire il desiderio di Gianni.

LE INDAGINI. Intanto le indagini sugli aggressori sono andate avanti. Lo scooter della vittima è stato ritrovato dinanzi all' abitazione di un sospettato e in questura, sono finiti in sei. Quattro minorenni. A incastrarli ci sono state anche le immagini di alcune telecamere di videosorveglianza. Due dei ragazzi avrebbero già confessato e i fermi potrebbero scattare nelle prossime ore. Ma la polizia punta a chiarire anche perché prima dell' aggressione ci sia stato un dialogo tra la vittima e gli aggressori. Ma sulla storia di Gianni, che racconta i due volti opposti della stessa città, interviene anche la politica. Parla di immagini che fanno male il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ma, fortunatamente, osserva «C' è dell' altro, ovvero la sensibilità e la grande umanità di un' altra fetta di popolazione che in queste ore ha lanciato una raccolta fondi per ricomprare lo scooter al rider». Invoca il pugno duro e pene severe per i responsabili la presidente di Fratelli d' Italia, Giorgia Meloni. Un gesto «vigliacco e di inaudita violenza che condanniamo con forza. Siamo vicini a lui e alla sua famiglia», scrive su Facebook Vincenzo De Luca, governatore della Campania, mentre il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris parla di «una pagina indegna e criminale in un momento così terribile. Evidenzia la precarietà di un lavoro non di rado espletato senza adeguate garanzie; la violenza di una banda di criminali che agisce indisturbata senza che nessuno intervenga; la desertificazione dei territori dovuta ad una pandemia che sta piegando le nostre città»

Le due facce di Napoli: la criminalità spadroneggia ma la comunità reagisce. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 5 Gennaio 2021. Accerchiato, insultato, picchiato. Il tutto mentre, in sella allo scooter della figlia, consegnava cibo ai clienti per guadagnare una manciata di euro. Protagonista della vicenda, immortalata da un residente in Calata Capodichino e immediatamente divenuta virale sul web, è Gianni Lanciato, il 52enne rider napoletano assalito da sei persone domenica sera. Per aiutarlo si sono mobilitate parte della politica, a cominciare dal consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli che l’ha accompagnato in questura, e della società civile, incluso il calciatore laziale Mohamed Fares che ha offerto 2mila e 500 euro per far sì che Lanciato potesse acquistare uno scooter nuovo. Non ne avrà bisogno, visto che la polizia ha recuperato il mezzo e individuato i presunti responsabili dell’episodio. Quale fotografia ci restituisce la vicenda di cui il 52enne è stato protagonista? Quella di una città in cui la criminalità troppo spesso spadroneggia, certo. Ma anche quella di una comunità capace di indignarsi davanti alle ingiustizie e di offrire aiuto a chi si trova in difficoltà. Ciò che non deve passare inosservato, però, è il contesto in cui la rapina ai danni di Lanciato è stata messa a segno. Per comprenderlo occorre riflettere sul profilo della vittima: un 52enne che fino a cinque anni fa ha lavorato come macellaio in un grande supermercato, prima di sperimentare sulla propria pelle il dramma della crisi economica e dei conseguenti licenziamenti. A quel punto Lanciato ha deciso di diventare un rider, cioè un fattorino addetto alla consegna di cibo a domicilio. Il che significa spesso essere pagati a cottimo, guadagnare pochi euro a fronte di un impegno di diverse ore al giorno, non avere garanzie solide per quanto riguarda malattia, ferie e contributi. Senza dimenticare la piattaforma punitiva, cioè quel meccanismo che sanziona il rider che rifiuti una consegna trattenendo una parte del suo guadagno o riducendo le chiamate e, per questa strada, le possibilità di guadagno. Alcuni hanno parlato di nuova schiavitù, altri hanno paragonato il lavoro dei fattorini al caporalato, altri ancora hanno tentato di accendere i riflettori sulle condizioni di lavoro di persone come Gianni che domenica sera, dopo essere stato aggredito, è salito a bordo di un’automobile e ha continuato a effettuare consegne prima di vedersi offrire un posto in una macelleria di Ottaviano. Tutto ciò dimostra come, a Napoli come nel resto d’Italia, sempre più persone siano costrette a lavorare in condizioni improponibili pur di non cedere alle lusinghe della malavita che, soprattutto in periodi di crisi, può rappresentare una fonte di occupazione e di guadagno. E le prospettive per il capoluogo campano non sono rosee, se si pensa che il Covid ha travolto il fragile modello economico basato sull’attività ricettiva e sulla ristorazione. I politici di casa nostra, intanto, continuano a discettare di candidature vere o presunte (come quella di Catello Maresca a sindaco di Napoli o di Luigi de Magistris a governatore della Calabria) e di alleanze più o meno plausibili. Nessuno, però, tenta di immaginare la Napoli del futuro, magari dotata di un modello economico legale, sostenibile e inclusivo. La cecità di certa classe dirigente: ecco il virus più preoccupante.

Gianluigi Nuzzi per “La Stampa” il 6 gennaio 2021. La favola del rider rapinato dello scooter e sommerso dalla beneficenza della Napoli onesta rischia di incrinarsi in meno di ventiquattro ore. Giorgio Mascitelli, figlio del boss di camorra Bruno detto 'o Canotto, spunta addirittura tra i sostenitori più attivi della raccolta fondi, avviata appena la notizia della rapina a Calata Capodichino domenica scorsa diventava virale, rimbalzando sui social. La presenza emerge in un video del quotidiano Il Riformista nel quale per consacrare il lieto fine lunedì viene intervistato chi ha sostenuto la colletta. Siamo a Casalnuovo, comune dell'area metropolitana, nell'agenzia viaggi di Vincenzo Perrella, il commerciante regista della generosa raccolta dei fondi on line, oltre 11mila euro in poche ore. La telecamera del cronista inquadra i volti dei presenti. Oltre alla vittima, viene così intervistato Perrella che descrive quanto fatto, vicino ad altre due persone. Alla fine, Perrella sottolinea: «Voglio precisare che se non arrivavamo all'obiettivo (ovvero la raccolta dei soldi per comprare il motorino al rider rapinato, ndr), la differenza la mettevamo noi: io, Enzo, Giorgio e una serie di imprenditori». A questo punto la telecamera inquadra per pochi secondi, a sinistra del commerciante, proprio Giorgio che annuisce in silenzio. E Giorgio è appunto il figlio del boss Bruno Mascitelli ora detenuto e per gli inquirenti attivo tra Pomigliano e proprio Casalnuovo. Ma che ci fa lì il figlio del boss? E che c'entra con il nobile intento di aiutare il povero fattorino disoccupato? «Giorgio è molto seguito a Napoli, - spiega ora Perrella -, così quando ho lanciato questa raccolta di soldi, lui e diverse persone a lui vicine hanno subito ripreso l'iniziativa e condivisa sui social. Quando poi sono venuti a conoscenza del mio incontro con Gianni, hanno voluto presenziare ed esprimere la loro solidarietà al rider». Parrella a Casalnuovo è titolare di un'agenzia viaggi, Mascitelli è il presidente della squadra di calcio. Che rapporti ha con il figlio del boss? «Niente, lo conosco perché per lavoro - prende le distanze - presenzio a molte cerimonie, a quei matrimoni dove vengono regalati pacchetti viaggio agli sposi, cosi ci incontriamo lì. Infatti, Giorgio è lì come manager di cantanti neomelodici famosi». Ma perché sono venuti da lei? «Secondo me volevano essere presenti e conoscere il rider, perché a dir loro la raccolta ha avuto successo proprio grazie al fatto che sono molto seguiti». E, in effetti, Mascitelli jr. è un volto noto soprattutto per essere il manager di Tony Colombo, re dei cantanti neomelodici, marito di Tina Rispoli, vedova di Gaetano Marino, boss degli secessionisti di Secondigliano, ucciso sulla spiaggia di Terracina nel 2012. A questo punto c'è da capire perché Mascitelli abbia voluto mostrarsi in questa vicenda. Perrella fa capire che il giovane manager avrebbe interrotto i rapporti con il padre Bruno da tempo. E in effetti le strade sembrano diverse. Ma agli inquirenti questa scelta di prendere una posizione pubblica nella storia del rider non è passata inosservata. Anzi la giudicano meritevole di un necessario approfondimento. Tuttavia, l'ipotesi dell'aspetto sociale, della volontà di mostrare un volto pulito e distante dalle attività del padre, che potrebbe rilevarsi la motivazione più immediata e scontata, non pare essere presa in particolare considerazione. Del resto, l'attenzione dei media su Giorgio si era già accesa a ottobre quando il rampollo del boss era comparso durante le proteste contro il coprifuoco a Napoli. Le telecamere lo avevano ripreso alle spalle della delegazione che interloquiva con le forze dell'ordine dopo i primi scontri tra polizia e manifestanti. Solo pochi giorni prima di Natale i carabinieri avevano compiuto un blitz proprio contro il clan Mascitelli: all'alba i militari avevano eseguito 21 arresti su richiesta della direzione distrettuale antimafia di Napoli che ipotizza un'associazione mafiosa per il traffico di stupefacenti del gruppo camorristico con al vertice Bruno Mascitelli, sodale del clan Sarno che si estende tra Ponticelli e l'area del Vesuvio. In questo quadretto, il povero rider Gianni Lanciato, ex macellaio che fa il rider dopo 27 anni passati come macellaio nei grandi supermercati napoletani, è estraneo evidentemente al contesto sociale dei suoi benefattori e inconsapevole di chi siano. Anche perché «l'ho conosciuto solo dopo l'incidente - precisa Perrella - e non prima». Il rider ha ritirato metà della somma e si è detto favorevole a devolvere il resto. «I soldi andranno a una fondazione per aiutare i ragazzi poveri di Napoli, Gianni sceglierà quale. Appena trasferiamo la somma pubblicherò sui social la ricevuta».

Mascitelli jr incensurato, l'ideatore della raccolta: "Un incubo, volevamo solo dare una mano". Fa solidarietà ma è figlio del boss, la Procura apre indagine sulla raccolta fondi per il rider rapinato. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 7 Gennaio 2021. Dal gran cuore dei napoletani alla solidarietà “organizzata” dalla camorra. Nel giro di un paio di giorni la storia del rider rapinato e pestato da un gruppo di sei ragazzini, tutti fermati dalla polizia in poche ore, e destinatario di una raccolta fondi che in 120 minuti ha racimolato oltre 11mila euro (grazie alle 822 donazioni) viene macchiata dal fango mediatico e social. Poco importa se Gianni Lanciato, il 52enne fattorino vittima della brutale aggressione, e Vincenzo Perrella, promotore della raccolta e titolare di un’agenzia di viaggi a Casalnuovo (Napoli), hanno deciso di comune accordo di destinare parte della somma raccolta alla Fondazione Cannavaro-Ferrara. Passa tutto in secondo piano perché a fare notizia è la presenza all’incontro tra le parti, documentato dal Riformista, di Giorgio Mascitelli, produttore discografico e manager di alcuni artisti del panorama neomelodico napoletano (tra cui Tony Colombo e Luciano Caldore) ma soprattutto (questa la “condanna” che si porta dietro) figlio di un camorrista, Bruno Mascitelli, detto ‘o canotto, in carcere dal 2017 e destinatario poche settimana fa di un’altra ordinanza sempre per spaccio di droga. Giorgio ha 33 anni, è incensurato ed è amico dei promotori della raccolta fondi nata “istintivamente” nei minuti successivi alla diffusione del video dell’aggressione a Lanciato. Viene spesso chiamato in causa dai media solo per il suo rapporto di parentela con un genitore che non può certo rinnegare ma con il quale dice di non avere rapporti da tempo, addirittura prima del suo arresto avvenuto nel 2017. Un imprenditore dalla fedina penale immacolata ma “pregiudicato” dai media e dai giustizialisti di turno solo per il cognome che porta e per la vicinanza al cantante neomelodico Tony Colombo e alla moglie Tina Rispoli, vedova di Gaetano Marino, ucciso in un agguato di camorra nell’agosto del 2012 a Terracina. Ad oggi sia Mascitelli che i coniugi Colombo sono incensurati e non si capisce perché debbano finire a prescindere nel tritacarne mediatico senza elementi concreti. Dopo il video dell’incontro tra il rider Lanciato e i promotori della raccolta, e le relative polemiche sulla presenza di Mascitelli e sulle ipotetiche pressioni che avrebbe ricevuto lo stesso rider per devolvere parte della somma in beneficenza, la piattaforma GoFundme ha chiesto a Perrella ulteriori spiegazioni su come verranno utilizzati i fondi perché “dalla stampa si evince che Gianni ha rinunciato alla sua parte, quindi l’obiettivo iniziale della raccolta fondi è cambiato”. Pressioni smentite allo stesso Riformista dai parenti di Lanciato che si dicono sorpresi della gogna mediatica che stanno subendo gli autori della raccolta. Una fake news che lo stesso ideatore della raccolta ha provato a smontare inviando una serie di documenti alla piattaforma, aggiungendo, con tanto di video dell’incontro, che “dopo essermi accordato con Gianni e con chi ne fa le veci, telefonicamente, siamo giunti alla conclusione che il 50% del ricavato sarebbe comunque stato donato a lui, che intanto aveva ritrovato il mezzo, ed in virtù di questo si decideva di elargire la restante somma di denaro a un ente benefico certificato, nello specifico la Fondazione Cannavaro e Ferrara”. I soldi sarebbero arrivati sul conto di Perrella che avrebbe poi girato, “pubblicando tutte le ricevute”, la metà al rider Lanciato e l’altra metà alla Fondazione. Degli 11.068 euro raccolti (frutto di oltre 800 donazioni), tolte le tasse da pagare alla piattaforma (circa il 7%), restano 10.539 euro di cui 2.439 ancora in fase di elaborazione. Sulla vicenda è intervenuta la Procura di Napoli che vuole approfondire la questione. Al momento al Riformista non è arrivata nessuna richiesta di acquisizione dei video girati da parte degli investigatori. Tuttavia nelle prossime ore potrebbero essere ascoltati i protagonisti della raccolta fondi e lo stesso Lanciato. “Sono quattro giorni da incubo, non pensavo di vivere tutto questo” commenta amareggiato Perrella. “Ho avviato su GoFundme la raccolta in modo istintivo perché colpito dalla brutalità dell’aggressione. Se avessi avuto altre intenzioni non l’avrei certo fermata a 11mila euro. Sono molto deluso, forse era meglio non organizzare nulla visto quello che poi si è generato. Non m’interessa che i soldi vadano tutti a Gianni o una metà alla Fondazione o tutti indietro ai donatori, voglio solo che finisca presto quest’incubo” conclude.

Vita da rider: i nuovi poveri tra mance e aggressioni. Aggredito e derubato del motorino: la parabola del fattorino 52 enne fotografa una categoria mai troppo tutelata. Francesco Specchia Libero Quotidiano il 05 gennaio 2021.

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Mai rifiutare una consegna di domenica. Mai ribellarti ad un cliente cafone a cui faresti volentieri esplodere il campanello di casa. Mai evitare le consegne all’imbrunire nei gironi infernali delle periferie. Volare sui pedali. Cercare sempre di slalomare tra mignotte e papponi, e balordi violenti, e mai farsi ingoiare dal vorace popolo della notte. Tentare, ad ogni sofferto chilometro, di sudarti quei 10 maledetti euro lordi all’ora, piegato sul manubrio come l’airone Fausto Coppi sul Pordoi, ma senza poter mai illuderti di schiudere le ali. La vita del rider, in Italia, oggi, non è più nulla di questo. Soltanto il simulacro di un’esistenza normale. La notizia  che ha riempito tutti i tg dell’aggressione a Napoli di Gianni Lanciano, il rider di 52 anni percosso e derubato dello scooter da sei giovanissimi, rappresenta, certo, “una pagina indegna e criminale in un momento così terribile” come afferma il sindaco delle città De Magistris. E la scena del pestaggio di questo disperato padre di famiglia con moglie e due figli, accartocciato su sè stesso e preso a mazzate, ripresa e gettata in pasto a Facebook, be’, stringe il cuore e lo stomaco, fa deglutire vergogna. Ed è encomiabile la successiva gara di solidarietà che è subito scattata -ma dopo la bufera mediatica sollevatasi sul caso- verso l’uomo, padre di famiglia dagli orizzonti occupazionali, diciamo, rarefatti. Una gara accesasi sia per organizzare una raccolta di fondi che gli consenta di comprare un nuovo scooter il suo unico strumento di lavoro, sia per offrirgli “un impiego più adatto a un cinquantenne”. Sempre che oggi, in pandemia e con la moria di posti di lavoro che minaccia da qui aprile, si capisca davvero quale sia l’“impiego adatto per un cinquantenne”. Ma l’aggressione vigliacca al rider sposta solo il problema. Che sono i rider stessi.  La vita del ciclo-fattorino, spacciata per un mestiere in velocità assai giovane e molto 4.0, in realtà in Italia rappresenta oramai l’ultimo gradino della scala sociale. Servi della gleba in bicicletta. La testimonianza più letteraria del mestiere si legge in Vita da rider – Un blog da rider: “I rider che aspettano una consegna sono seduti su un gradino di pietra. Il cellulare sempre tra le mani fredde… Diventare un rider è stata una conquista di libertà e di identità, perché per fare una consegna servono muscoli, testa e cuore. Poi mi hanno licenziato con un’email e sono sceso in piazza, perché non aveva più senso continuare a lavorare per un’azienda che pensa solo al suo profitto e non anche alle persone che gli permettono di realizzarlo. Le proteste si sono accese ancora di più durante il lockdown. Ma nel mondo post pandemia sono tornato con lo zaino in sella alla mia bici”. E, in effetti la clausura del Covid ha aumentato le tratte dei riders, li ha reso ancor più cavalieri solitari nella steppa delle città. E questo è un po’ romantico. Un po’. Ma la realtà è altra. Nonostante la legge 128/2019 garantisca ora le tutele differenziate e “l’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato”, salvo accordi collettivi nazionali coi sindacati, i rider hanno una vita affatto invidiabile.  Più consegnano (e in meno tempo) e più guadagnano. Di fatto il solito “basilare cottimo”. Se riescono a fare un paio di consegne all’ora per tre ore, possono tornare a casa con circa 25 euro in tasca. Le piattaforme di consegna per cui lavorano non garantiscono un numero minimo di consegne: spesso le ore passano con una consegna o due e a volte con nulla di fatto. In più c’è l'assurdo algoritmo che disciplina le chiamate. Secondo il giornalista Antonello Mangano l’algoritmo alla base delle app di food delivery non è neutrale: “È pensato per trasformare il lavoro in un gioco crudele che “premia” i lavoratori vulnerabili e bisognosi”. L’algoritmo decide che deve essere premiato il fattorino disposto a tutto. “Tra i tanti esempi possibili: consegnare a notte fonda, sotto la pioggia e nei quartieri a rischio. Un sistema che oggi colpisce soprattutto gli stranieri in difficoltà col permesso di soggiorno, ma che può essere esteso a chiunque”. Il resto è una vita sulla strada per l’inferno, lastricata di buone intenzioni…

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede a Bari.

Michele Emiliano a processo per le primarie nazionali del Pd: slitta udienza a Torino. Il Corriere del Giorno l'11 dicembre 2021. L’ipotesi di reato per cui la Procura di Torino ha chiesto il decreto di citazione a giudizio, è di finanziamento illecito per le modalità con cui sarebbe stata retribuita la società piemontese Eggers a cui Michele Emiliano si era rivolto per la comunicazione della propria candidatura alle primarie nazionali del PD nel 2017...È approdata in tribunale a Torino la vicenda giudiziaria che riguarda il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il suo capo di gabinetto, Claudio Stefanazzi. Nel procedimento coinvolti anche l’ imprenditore barese Vito Ladisa e l’ imprenditore foggiano Giacomo Mescia. Un problema burocratico ha però comportato lo slittamento dell’udienza di ieri al prossimo 18 marzo 2022. La questione è collegata alla campagna elettorale del 2017 per le primarie nazionali alla segreteria nazionale del Pd. Il capo di gabinetto del presidente Emiliano alla Regione Puglia Claudio Stefanazzi era stato coinvolto nell’inchiesta della Procura di Bari venendo identificato come il tramite tra Emiliano e gli imprenditori Ladisa e Mescia. Le ipotesi accusatorie si erano ridotte a seguito delle dichiarazioni di Pietro Dotti, titolare della società Eggers, il quale aveva chiarito e documentato di avere realmente eseguito delle prestazioni per la Ladisa Ristorazione e di essere stato remunerate a fronte del proprio legittimo lavoro . Il quadro accusatorio della Procura era quindi stato modificato e trasferiti gli atti d’indagini alla Procura di Torino, essendo decaduta con un’archiviazione l’ipotesi corruttiva, rimanendo in piedi soltanto l’ipotesi di reato per violazione della legge sul finanziamento ai partiti e di false fatturazioni. Le indagini svolte in seguito dal pm Giovanni Carpani hanno separato di fatto le posizioni di Emiliano e Stefanazzi rispetto a quelle degli imprenditori Ladisa e Mescia, che sono ritornate a Bari, per valutare proprio il reato di false fatturazioni. La Procura di Bari dopo aver svolto ulteriori indagini ha chiesto l’archiviazione nei confronti di Ladisa, accolta dal Gip, ed inviato a Roma la documentazione d’indagine nei confronti del Mescia. Alla Procura di Torino è stata restituita invece la parte d’inchiesta relativa a Ladisa e al finanziamento illecito, ma dalla procura piemontese è stato sollevato conflitto di attribuzione che la Corte di Cassazione ha chiarito stabilendo che è Torino la sede giudiziaria dove va definito il procedimento. Il fascicolo era stato trasferito dalla procura di Bari a quella di Torino, città ove aveva sede la società di comunicazione Eggers che aveva curato nel 2017 la campagna di comunicazione di Emiliano, quando si era candidato alle Primarie del Pd sfidando Matteo Renzi che vinse le primarie ed Andrea Orlando che arrivò secondo. L’inchiesta inizialmente avviata in Puglia, ipotizzato che l’ imprenditore della ristorazione (ed ora anche dell’editoria) Vito Ladisa e Giacomo Mescia operante nel settore delle energie rinnovabili avessero pagato delle fatture una da 63mila euro e una da 24 per conto di Emiliano alla società Eggers. L’ipotesi di reato per cui la Procura di Torino ha chiesto il decreto di citazione a giudizio, è di finanziamento illecito per le modalità con cui sarebbe stata retribuita la società subalpina a cui Emiliano si era rivolto per la comunicazione della propria candidatura. Per il governatore e il suo capo di gabinetto è stata quindi disposta la citazione a giudizio solo in relazione all’ipotesi accusatoria di finanziamento illecito. “Dopo la necessaria archiviazione delle ipotesi più rilevanti, l’unico auspicio possibile è quello di poter affrontare quanto prima il merito, per poter chiarire anche la marginale ipotesi residuata di violazione di una normativa speciale sui finanziamenti in occasione delle primarie” ha detto l’avvocato Gaetano Sassanelli, difensore del governatore Emiliano. “Il reato contestato – conclude Sassanelli – è a citazione diretta del pm. Tale procedura è prevista solo per fattispecie di lieve entità. L’udienza è stata rinviata a seguito di un vizio formale“.

Magistrato, governatore e aspirante segretario. Il caso di Michele Emiliano: l’ex pm di Bari non si era accontentato di diventare il presidente della Regione Puglia, voleva diventare il capo del Pd. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 10 dicembre 2021. Il testo unico degli Enti locali del 2000 prevede che il magistrato non è eleggibile a sindaco o consigliere comunale nel territorio nel quale esercita le proprie funzioni, salvo che “venga collocato in aspettativa prima del giorno fissato per la presentazione delle candidature”. Non è prevista alcun altra causa di ineleggibilità o di incompatibilità con l’attività giurisdizionale. Basta mettersi, dunque, in aspettativa ed il gioco è fatto. Anche se appare sorprendente, il magistrato può ricoprire contemporaneamente entrambi i ruoli: la mattina pm o giudice, il pomeriggio sindaco o consigliere comunale. O viceversa. Lo stesso giorno può mandare la gente in prigione e decidere le nomine, ad esempio, dei vertici delle municipalizzate che si occupano di trasporto pubblico o di smaltimento dei rifiuti. Il magistrato è anche agevolato nel suo duplice ruolo. Una circolare del Consiglio superiore della magistratura prevede che il magistrato che voglia continuare ad indossare la toga mentre fa il sindaco venga assegnato ad una sede vicina, precisamente in “un posto vacante in un distretto vicino a quello dove esercita il mandato”. I casi sono tanti. Lorenzo Nicastro, pm a Bari ed assessore all’Ambiente nella giunta di Nichi Vendola, Mariano Brianda, giudice a Sassari e candidato sindaco ( sconfitto) nella stessa città nel Pd nel 2019, Nicola Morrone, giudice a Torre Annunziata e sindaco di Portici, Nicola Graziano, prima assessore e poi candidato sindaco ad Aversa e giudice del Tribunale di Napoli. Il caso certamente più celebre, comunque, è quello di Michele Emiliano. L’ex pm di Bari non si era accontentato di essere diventato il presidente della Regione Puglia ma voleva diventare il capo del Pd. Emiliano per raggiungere lo scopo aveva anche preso la tessera dei dem. Requisito base per tentare la scalata al partito alle primarie poi stravinte da Matteo Renzi. Per essersi iscritto al Pd Emiliano venne sottoposto ad un procedimento disciplinare, conclusosi però con un nulla di fatto in quanto nel frattempo aveva strappato la tessera.

Polignano a Mare, dove "volare" tra leggende e letteratura. Angela Leucci il 29 Novembre 2021 su Il Giornale. Polignano a Mare è una città marittima molto suggestiva e ricca di leggende: dal mito dell'eremita a quello dei porcellini d'oro, la località ha dato i natali a Domenico Modugno. Ci sono diverse ragioni che hanno reso famosa Polignano a Mare. La spiaggia incastonata tra le rocce, il buon cibo, l’architettura suggestiva del centro storico. Ma forse la più diffusa è l’aver dato i natali al padre della canzone italiana, secondo l’accezione del critico Gino Castaldo, Domenico Modugno. A Polignano c’è infatti una statua che riproduce le fattezze di Mimmo Modugno con una gestualità ben precisa: il cantante allarga le braccia come quando al Festival di Sanremo 1958 cantò “Nel blu dipinto di blu (Volare)”. 

Lo scoglio dell’eremita

Uno dei motivi per cui Polignano a Mare è affascinante è il cosiddetto scoglio dell’eremita. Si tratta di un minuscolo isolotto, l’isola di San Paolo, sul quale un tempo pare visse un eremita, forse un monaco basiliano. È difficile dire se ci sia del vero in questa leggenda, dato che non esiste una datazione certa e viene tramandata per lo più oralmente. Quel che è certo è che oggi lo scoglio dell’eremita è un’oasi protetta, per la presenza di un particolare tipo di volatile: il gabbiano corso.

I sette porcellini d’oro 

“I sette porcellini” è la filastrocca composta dal sarto Peppino Bonsante, per una sfilata di carri carnascialeschi. La filastrocca fa riferimento a una diceria che risale agli anni ’50 del Novecento, secondo cui, dall’epoca preunitaria, in una grotta di Polignano ci fosse nascosto un tesoro - una scrofa con sette porcellini d’oro - forse legato ai fiorenti e antichi traffici mercantili della zona.

L’abbazia di San Vito 

Nella vicina frazione di San Vito si trova un’abbazia molto speciale, il cui edificio rappresenta un elegante esempio degli esiti dell’architettura monastica in Italia in genere e soprattutto nel Mezzogiorno. Sembra che l’abbazia risalga al secolo X, costruita da e per i monaci basiliani: a loro si avvicendarono i benedettini, soprattutto dopo la soppressione dei riti greci nel sud Italia, e poi successivamente anche i francescani.

Ma il dettaglio più interessante non è rappresentato dalla storia vera, bensì da una leggenda, quella secondo cui un’aristocratica di Salerno venne salvata dall’annegamento nel Sele proprio da san Vito, il santo che dà il nome alla frazione di Polignano. Il santo avrebbe chiesto alla donna di traslare le sue reliquie in questo luogo.

Un’ambientazione letteraria 

Polignano a Mare è anche lo scenario in cui si muovono i personaggi folkloristici e divertenti di una trilogia di romanzi scritti da Luca Bianchini: “Io che amo solo te”, “La cena di Natale” e “Baci da Polignano”. In questi romanzi si intrecciano storie di famiglia, di amicizia e soprattutto d’amore, come quella decennale e quasi platonica tra Ninella e don Mimì, che sembrano non azzeccare mai i tempi giusti per stare insieme.

Ma Polignano è città letteraria anche per un’altra ragione: qui, in estate, si tiene il festival “Il libro possibile”, giunto nel 2021 alla sua ventesima edizione.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Trulli, i misteri di un'architettura leggendaria. Angela Leucci il 24 Novembre 2021 su Il Giornale. Ci sono varie ipotesi sull'origine dei trulli di Alberobello: ecco la storia delle costruzioni in pietra calcarea divenute famose in tutto il mondo e patrimonio Unesco. Quando si parla di trulli, alla mente non può che balzare la città di Alberobello. Il luogo è diventato famoso in tutto il mondo per queste antiche e affascinanti costruzioni, sebbene non manchino esemplari anche in comuni limitrofi. Alberobello è un centro che fa parte dell’area metropolitana di Bari, dove il turismo rappresenta un grosso capitolo dell’economia locale: questo si è riflesso sulla ricettività e sulla ristorazione, sempre di elevatissima qualità. La ristorazione, in particolare, si fonda sul delicato equilibrio dii contrasti e di materie prime diversificate, come ortaggi, cacciagione e prodotti ittici pescati sulle coste pugliesi. Ma, naturalmente, la ragione principale che attira i turisti sono proprio queste peculiari costruzioni dalle radici antiche.

Che cosa sono i trulli 

Come spiega l’Unesco, nell'eleggere i trulli a patrimonio dell’umanità, si tratta di abitazioni in pietra calcarea. Una peculiarità che trova spiegazione proprio nelle caratteristiche tipiche della Puglia, dove i terreni sono per la gran parte calcarei. I trulli rurali si trovano in diversi centri pugliesi: non solo Alberobello - dove sono presenti in oltre 1.500 esemplari - ma in tutta la valle d’Itria. L’architettura dei trulli si avvale di una tecnica a secco: in basso pietra calcarea, sul tetto lastre di pietra, il tutto adagiato sempre su fondamenta in pietra. All’interno sono situati un focolare e un’alcova, ma la caratteristica più interessante è l’isolamento termico che il trullo assicura: queste costruzioni riescono a essere fresche d’estate e calde d’inverno, pur non rinunciando a un riscaldamento tradizionale a legna.

Come nascono i trulli 

Sempre l’Unesco spiega che i trulli iniziarono a comparire ad Alberobello nel secolo XVI, ma una massiccia costruzione si verificò tra il 1620 e il 1797, quando Ferdinando VI di Borbone diede il titolo di città regia al paese.

Inizialmente i trulli furono costruiti da contadini, che ersero queste costruzioni con pietre estratte o trovate poco distante, dipingendo di bianco le mura con la stessa pietra calcarea. Solitamente venivano utilizzati per brevi periodi oppure come deposito degli attrezzi agricoli, come accadeva a edifici simili, i pajari della provincia di Lecce. Anche questi venivano realizzati con pietre a secco, esattamente come i muretti che si trovano dappertutto in Puglia. Sembra tuttavia che gli antenati dei trulli apparvero già nella preistoria: si tratta dei tholos, che però avevano una funzione funeraria. Secondo alcuni, “trullo” viene proprio da “tholos”, mentre per altri viene da “torullos”, cioè “cupola”, oppure da “turris”, ossia “torre”. L’origine dei veri e propri trulli si fonda su due ipotesi. La prima si basa sull'ampia disponibilità della pietra calcarea, materiale quindi facile da recuperare per i contadini. La seconda, meno probabile, è che si trattasse di un metodo primitivo di abusivismo edilizio. In pratica, queste costruzioni erano facili e veloci da assemblare ma anche da smantellare: i ceti più poveri potrebbero essersi quindi così organizzati per eludere alcune tasse del Regno di Napoli.

Storie e leggende sui trulli 

Una leggenda molto nota riguarda il trullo siamese, ossia un’abitazione a pianta quasi ellittica sormontata da due pinnacoli: secondo la leggenda, era abitata da due fratelli. Uno di loro sposò una donna, che però divenne l’amante del secondo. Entrambi i fratelli però, giunti a una lite, non si contesero solo la compagna, ma anche e soprattutto la proprietà del trullo.

Leggendarie sono anche le funzioni dei pinnacoli: secondo alcuni sono semplicemente la firma dei maestri trullari che hanno realizzato gli edifici, secondo altri - dato che presentano una simbologia ben precisa - si riferirebbero a un antico culto del Sole.

L'Aria che Tira, Ignazio La Russa sbotta con Michele Emiliano: "Non hai mai lavorato in vita tua!". Federica Pascale su Il Tempo il  19 novembre 2021. “Non hai mai lavorato in vita tua!” sbotta Ignazio La Russa a Michele Emiliano durante la puntata del 19 novembre de “L’Aria che Tira”, programma di La7 condotto da Myrta Merlino. Si parla di Quirinale ed Emiliano, governatore della Regione Puglia, con tono polemico parla di ‘bolla’ romana, che non presta sufficiente attenzione alla cosiddetta ‘quarta ondata’ per concentrarsi, invece, su strategie politiche. La Russa lo riprende sul tema politico ma il Presidente della regione Puglia, piccato dalle risate del Senatore, accende il dibattito esordendo con un: “Noi c’abbiamo da lavorare nei Comuni e nelle Regioni, è un po’ diverso forse a Roma”. Il Senatore di Fratelli d’Italia replica infuriato: “Mica lavori solo tu, smettila! Lavoriamo tutti, io devo andare a fare l’avvocato tra mezz’ora”, e poi “Non hai mai lavorato in vita tua!” Emiliano insiste sul tema, offeso dalle parole di La Russa, e precisa: “Volevo dire che sin da ragazzo ho lavorato nell’azienda della mia famiglia facendo il frigorista, l’operaio e anche il direttore commerciale. Poi mi sono laureato, ho fatto un po’ l’avvocato, ho fatto il magistrato per quasi vent’anni. Ho fatto il Sindaco di Bari per 10 anni e faccio il Presidente della Regione da 7. Quindi, ho messo insieme un certo numero di ore di lavoro delle quali sono abbastanza orgoglioso”. La Merlino, stufa dello scontro fine a se stesso, chiosa ironicamente “Mi prenderò cura di passare il suo curriculum a La Russa, tranquillo”.

Lopalco, Emiliano e la terapia per la Sma nei bimbi: il farmaco più costoso al mondo all'origine della rottura.  Anna Puricella su La Repubblica il 12 novembre 2021. Una confezione di Zolgensma, il farmaco da 2 milioni e 10mila dollari. L'utilizzo del Zolgensma autorizzato ma con alcune precise indicazioni da parte dell'Aifa. Il medicinale costa 2 milioni e 100mila dollari e il rapporto rischi benefici dipende da determinate condizioni. I benefici sarebbero "pressoché assenti", i rischi "crescenti nei soggetti con malattia avanzata". È su questa bilancia che si è consumato lo strappo fra il presidente Michele Emiliano e l'assessore regionale alla Sanità Pierluigi Lopalco. Sono le parole riportate nella lettera inviata da Aifa (Agenzia del farmaco) a metà settembre al ministero della Salute e ai due. Ed erano riferite al caso di Paolo, un bambino della provincia di Bari che ora ha due anni e ha la Sma1, la forma più grave di atrofia muscolare spinale. L'obiettivo della famiglia è quello di fargli somministrare Zolgensma, il farmaco più costoso al mondo (vale due milioni e centomila dollari). Una terapia genica, innovativa e importantissima per i malati di Sma1, perché può cambiare il decorso della malattia. In Puglia se n'è parlato la prima volta un anno fa per Melissa, la bimba di Monopoli per la quale una corposa raccolta fondi ha permesso di raccogliere il denaro necessario a farla volare all'estero per la somministrazione. Melissa non poteva essere curata in Italia, era fuori con i limiti imposti all'epoca da Aifa (Agenzia italiana del farmaco), anche se poi quelle maglie - 0-6 mesi di età - erano state allentate e lei avrebbe potuto avere la somministrazione nel suo Paese. C'è stato poi Antonio, il più piccolo d'Italia a ricevere la terapia genica: è stato trattato a Bari, aveva solo quattro mesi e adesso sta bene. Si è affacciato quindi Paolo, e attorno al suo caso si sarebbe consumato lo strappo politico. Zolgensma adesso si può somministrare a pazienti fino a 13,5 chilogrammi di peso, senza limiti di età. Lo dice Ema (agenzia europea per i medicinali), e Aifa ha rispettato le direttive. In teoria il bambino potrebbe riceverlo, ma ci sono altri paletti: quella terapia non è permessa a quanti sono tracheostomizzati o hanno la Peg. O meglio, si può fare, ma in tal caso il farmaco non è rimborsato dallo Stato. Ed è qui che è intervenuta la Regione Puglia: di fronte all'impossibilità del bimbo di andare all'estero - stava per recarsi a Boston, ma aveva raggiunto i limiti di età, lì si può fino a due anni - il presidente Emiliano ha messo Zolgensma a disposizione delle due famiglie (oltre a Paolo ci sarebbe un altro bambino del Foggiano, Marco). In pratica la Regione dovrà pagare i due milioni e centomila dollari necessari per l'acquisto del farmaco per il solo Paolo. "Se c'è un medico che lo prescrive e se la famiglia autorizza, la Regione sosterrà le cure del bambino", ha precisato lo stesso Emiliano dopo le dichiarazioni di Lopalco. Il medico c'è - ma non opera in Puglia - la famiglia è favorevole. Bisogna però considerare che Paolo è tracheostomizzato, e che ha compiuto due anni. Il rapporto fra rischi e benefici deve essere calibrato al millimetro, e proprio Aifa l'aveva messo in chiaro in quella lettera di metà settembre: "È documentato che l'efficacia del farmaco è massima quando la somministrazione avviene nei primi mesi di vita, mentre si riduce nei bambini più grandi e in caso di un aggravamento della malattia". Le parole di Aifa sono state esplicite: "Il medico curante deve considerare che il beneficio è seriamente ridotto nei pazienti con profonda debolezza muscolare e insufficienza respiratoria, nei pazienti in ventilazione permanente e nei pazienti non in grado di deglutire", scriveva escludendo quindi la rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale. Ancora: "Rimane in carico all'équipe clinica multidisciplinare il compito di stabilire, nel singolo paziente dopo un'attenta valutazione delle condizioni complessive, se sia opportuno prevedere di effettuare tale trattamento". Nel caso di Paolo l'équipe è stata trovata, ma non in Puglia. La data del ricovero c'è (il 20 novembre) e sembra mancare solo il farmaco, anche se Asl Bari ha precisato che fino all'altro giorno non aveva ricevuto alcuna prescrizione.

L’EPIDEMIOLOGO LOPALCO SI SCONTRA CON EMILIANO SULLA POLITICA SANITARIA IN PUGLIA E SI DIMETTE DA ASSESSORE. Il Corriere del Giorno l'11 Novembre 2021. Il motivo delle dimissioni di Lopalco sono le sue contestazioni ad Emiliano di non condividere insieme le scelte in materia di sanità, anche quelle più strategiche, di bypassarlo nel rapporto con le Asl, con le Agenzie e, soprattutto, con i suoi stessi uffici. In poche parole di non lasciargli esercitare liberamente il suo ruolo di assessore alla sanità. L’assessore alla Salute, il professor Pierluigi Lopalco, ha comunicato nei giorni scorsi al presidente della Regione, Michele Emiliano, le sue dimissioni dalla squadra di governo. Un vero “scossone” sulla giunta regionale pugliese. Emiliano gli avrebbe chiesto di ripensarci per una decina di giorni ma Lopalco non ha alcuna intenzione di ritornare sulla sua decisione: “La decisione ormai è stata presa”, ha riferito ai suoi amici e collaboratori, e nelle prossime ore dovrebbe ufficializzare la sua decisione. Ci sarebbero stati un paio di episodi che hanno maturato divergenze insanabili, dopo le quali Lopalco ha assunto la propria decisione di dimettersi. Il motivo delle dimissioni di Lopalco sono le sue contestazioni ad Emiliano di non condividere insieme le scelte in materia di sanità, anche quelle più strategiche, di bypassarlo nel rapporto con le Asl, con le Agenzie e, soprattutto, con i suoi stessi uffici. In poche parole di non lasciargli esercitare liberamente il suo ruolo di assessore alla sanità come gli spetterebbe e vorrebbe svolgere. Il professor Lopalco però non abbandonerebbe la politica, restando in consiglio regionale, dove è stato eletto nella lista “Con” ricevendo 14.500 preferenze. La notizia sulla decisione di Lopalco ha un “pesante” valore politico avendo accompagnato e sostenuto il Governatore pugliese in tutte le sue decisioni ed iniziative. Non a caso Emiliano si era affidato proprio a lui ingaggiandolo nelle due fasi della pandemia, come consulente esterno, grazie al curriculum tecnico e scientifico dell’epidemiologo, che è docente universitario, prima all’ Università Pisa, ora in quella di Lecce, dopo aver trascorso dieci anni nel Centro europeo per la prevenzione ed il controllo delle malattie a Stoccolma in Svezia, dove è stato capo del programma per le malattie prevenibili da vaccino. La decisione assunta dal professor Lopalco di lasciare il suo incarico assume un peso ancora più significativo proprio nel momento in cui le Asl pugliesi si trovano a dover organizzare la campagna di somministrazione della terza dose del caccino anti-Covid . Le dimissioni di Lopalco in realtà non sono improvvise poichè da tempo correva voce di un raffreddamento dei rapporti con Emiliano e della non condivisione con alcune sue scelte. Lopalco non a caso non è voluto mai farsi coinvolgere in alcune delle scelte e decisioni sulla realizzazione dell’Ospedale di emergenza realizzato alla Fiera del Levante interamente gestito dalla Protezione civile, contestato fortemente dal gruppo regione di Fratelli d’ Italia, ed oggetto di un’indagine della procura della Repubblica. dell’assessore.

Questa la lettera di dimissioni pervenuta oggi alla Presidenza della Giunta Regione Puglia:

“Caro Presidente, carissimo Michele, con la presente rimetto nelle tue mani la delega ad Assessore alla Sanità e Benessere Animale a me conferita. Come anticipatoti verbalmente ritengo esaurito il mio mandato dopo il lungo periodo di emergenza che insieme abbiamo brillantemente affrontato. La situazione attuale richiede un cambio di passo che la stanchezza fisica e mentale a cui sono stato sottoposto in questi lunghi mesi non mi consentono di affrontare. Resto a disposizione tua e del governo regionale con il mio pieno supporto tecnico, intellettuale e anche politico discendente dal mio ruolo in Consiglio Regionale”.

Il presidente Emiliano al riguardo con una nota ha dichiarato quanto segue: “L’azione svolta da Pier Luigi Lopalco durante la pandemia è stata indubbiamente incessante e faticosa, comprendo quindi la sua stanchezza e ho profondo rispetto per le sue ragioni. I pugliesi devono però sapere che tutta la squadra della Sanità non si ferma, continua il lavoro per garantire il massimo livello di prestazioni e che l’attenzione ai temi della salute rimane altissima da parte mia e di tutta l’amministrazione regionale, oggi come sempre.  In un’intervista l’assessore Lopalco ha poi anche sollevato un tema che ci vede su posizioni diverse e che riguarda la somministrazione di un farmaco innovativo a un bambino pugliese affetto da una grave malattia genetica.  L’eventuale somministrazione di questo farmaco deve essere sempre e comunque stabilita da una prescrizione medica e previa autorizzazione dei genitori, che nel caso specifico hanno già fatto richiesta“. “Ho quindi preso posizione dicendo che la Regione Puglia metterà a disposizione le somme necessarie per il sostegno alla famiglia. Se c’è un medico che lo prescrive e se la famiglia autorizza, la Regione sosterrà le cure del bambino, ovviamente nel rispetto delle regole e della supremazia della prescrizione medica. Alla luce di queste considerazioni, ho chiesto all’assessore Lopalco, al quale mi legano sinceri sentimenti di stima e affetto,  di provare a recuperare le forze e tornare ad offrire il suo sostegno all’azione della giunta regionale, auspicando che possa rimeditare la sua scelta”. 

Diodato Pirone per "il Messaggero" il 12 novembre 2021. Dimettersi da un incarico di prestigio e di potere per protestare contro l'assegnazione a due genitori di un farmaco da 1,5 milioni di euro per i loro figli non è cosa di tutti i giorni. È quello che sta succedendo in Regione Puglia, dove ieri l'assessore alla Sanità, l'immunologo Pierluigi Lopalco, ha lasciato il suo incarico in polemica con il presidente regionale, il dem Michele Emiliano, che pure gli aveva assegnato l'incarico strategico. Cosa ha scatenato quello che anche gli osservatori della politica pugliese definiscono un fulmine a ciel sereno? I genitori di due bambini piccoli, affetti da una malattia rarissima (40 casi annui su 400.000 in Italia), la Sma1 o Atrofia muscolare spinale, hanno ottenuto dal presidente della Regione l'assegnazione del costosissimo farmaco. Si tratta dello Zolgensma, una medicina a dose unica di origine Usa, distribuita in Italia dalla Novartis dopo il regolare riconoscimento da parte dell'Aifa, l'Agenzia che controlla i farmaci. Il fatto è che la mossa del presidente regionale, comprensibile sul piano umano, è però figlia di una scelta puramente politica perché presa sia contro il parere della competente Commissione medica regionale, sia contro quello dello stesso Lopalco. L'immunologo infatti - pur dichiarandosi addolorato come padre e politicamente sempre vicino al presidente - ha spiegato che come medico considera insensato l'uso dello Zolgensma perché nel caso specifico (una modifica genetica delicatissima) non sarebbe stato in grado di guarire i bambini e neanche di migliorare le loro drammatiche condizioni di salute. In sostanza, Lopalco rimprovera a Emiliano di buttar via una notevole quantità di denaro pubblico e di sminuire il suo profilo professionale che l'immunologo ha speso generosamente durante la lunga pandemia. Del resto, i risultati che Lopalco può vantare sul fronte del Covid-19 sono di tutto rispetto. La Puglia, dopo la Toscana, è la seconda Regione italiana per numero di somministrazioni in rapporto alla popolazione. A ieri solo il 10,4% dei pugliesi over-12 non aveva ancora ricevuto neanche una dose. Non solo. Nella fascia degli studenti fra i 12 e i 19 anni la Puglia ha vaccinato l'80% degli aventi diritto, molto più della media italiana ferma al 73%, dopo una brillante campagna di massa partita il 23 agosto con la quale 7.500 scuole hanno inviato i loro studenti agli hub vaccinali, con un coordinamento fra Regione e autorità scolastiche assai raro in Italia. Risultati che si spiegano anche con il profilo scientifico di Lopalco che per una vita ha fatto una cosa sola: combattere i virus. Una passionaccia che lo ha portato, lui nato a due passi da uno dei mari più belli e caldi del mondo, a lavorare per 10 anni in Svezia presso il Centro europeo per la prevenzione, dove è stato capo del programma per le malattie prevenibili da vaccino. E l'impegno politico? Quello dipende(va) da Emiliano. Non è un segreto per nessuno che i 14.500 voti di preferenza raccolti da Lopalco alle Regionali erano farina del sacco del presidente. E Emiliano ha difeso l'assessore con la sua stazza politica e persino personale (pesa 120 chili per 1,90 di altezza) in molti momenti difficili della campagna pandemica quando di fronte agli intoppi le opposizioni hanno martoriato l'immunologo chiedendone le dimissioni. Che ora sono congelate poiché Emiliano ha chiesto a Lopalco di ripensarci. Difficile dire come finirà. Fra i nemici di Lopalco si sottolinea che l'assessore era stato scavalcato da Emiliano su nomine e alcuni appalti. Gli estimatori del prof. ne evidenziano invece le qualità umane che ne hanno fatto uno dei medici meno saccenti e più stimati fra i virologi lanciati nello star system italiano dal Covid-19.

Dimissioni Lopalco, la mamma del bimbo pugliese affetto da Sma1: «Non strumentalizzate mio figlio».  L’intervista alla mamma di Paolo. «Lopalco non è un neurologo, non parli delle cure per la Sma1». Francesco Petruzzelli su Il Quotidiano del Sud il 13 novembre 2021. «Non si può strumentalizzare il caso di mio figlio. Siamo rimasti scioccati da quello che abbiamo letto e sentito in queste ore». Mamma Francesca mantiene la compostezza. É un tono di voce quasi delicato ma per nulla rassegnato. «Per nostro figlio le proveremo tutte, andremo fino in fondo. Faremo tutto quello che c’è da fare». Paolo ha 2 anni, risiede in provincia di Bari, e assieme alla sua famiglia sta conducendo una battaglia terribile. Su due binari. Lottare contro la Sma1, una grave forma infantile di atrofia muscolare spinale prossimale, e lottare contro la burocrazia. Per ottenere quel farmaco salvavita, il costosissimo Zolgensma, un medicinale di terapia genica dal valore di oltre due milioni di dollari. Che la Regione Puglia vuole acquistare e far somministrare, mentre il suo ormai ex assessore alla Sanità Pieri Luigi Lopalco avanza dei fortissimi dubbi sul buon esito della terapia. Arrivando persino a dimettersi dalla giunta regionale in aperto contrasto con il convincimento “politico” e “scientifico” del governatore Michele Emiliano.

Lopalco ha lasciato il ruolo di assessore perché ha manifestato forti perplessità sulla terapia per il piccolo Paolo. Quanto la convince questa motivazione?

«Noi non ne sapevamo nulla di questo contrasto. Da stamattina (ieri, ndr) sto ricevendo decine e decine di messaggi e di telefonate per commentare gli articoli di stampa. E credo che il vero motivo della rottura tra Lopalco ed Emiliano non sia questa. Anzi, è assurdo strumentalizzare la storia di nostro figlio all’interno di una vicenda politica. Noi genitori siamo rimasti davvero allibiti».

Però secondo Lopalco questa terapia avrebbe più rischi che benefici considerata l’età e la situazione di Paolo. Ha ribadito che il farmaco ha dimostrato di essere efficace solo nelle fasi iniziali della malattia, cioè in bambini molto piccoli.

«Lopalco è un virologo, non è un neurologo. Quindi parli delle cose di sua competenza. Come ci hanno detto i medici e gli specialisti americani, rischi di morte non ce ne sono. Non ce ne hanno mai parlato. Allora a Lopalco dico: quali alternative avremmo per Paolo? Perché non provarle tutte pur di salvare il mio piccolo? Noi ci vogliamo provare, siamo determinati a tutto, anche a rischiare, pur di vedere il nostro bambino migliorare. Se esiste anche una sola possibilità, perché sprecarla?».

Cosa vorrebbe dire a Lopalco?

«Venga a trovare Paolo di persona. Non può parlare di un bimbo che non hai mai visto. Non gli ha mai fatto una visita, un esame. Come può dire che in questa terapia non ci sono benefici? Caro Lopalco vieni a vedere il mio Paolo e poi vedrai cosa mi dirai…».

A Emiliano invece cosa vorrebbe dire?

«Spero che alla fine la Regione acquisti quel farmaco. Per questo lo voglio ringraziare. Noi eravamo pronti a partire con i bagagli per Boston, poi però non ci è piaciuto quel suo post su Facebook, a settembre, quando ci ha detto che non ci faceva partire perché il medico specialista per somministrare la terapia dovevamo trovarlo noi».

Il medico intanto è arrivato.

«Sì, c’è un neurologo dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che si è offerto. E per questo lo ringraziamo di cuore. Due mesi fa siamo andati a trovarlo di persona perché ci siamo detti: “se qui aspettiamo i tempi di Emiliano e della Regione, rischiamo di fare un buco nell’acqua e di far passare troppo tempo».

Manca però ancora il farmaco. Il consigliere regionale Fabiano Amati ha denunciato i ritardi nell’acquisto.

«Esatto. Dopo quella denuncia siamo stati contattati dalla Asl di Bari e ci hanno detto che loro non ne sapevano nulla di questa storia. Ci hanno chiesto tutta la documentazione necessaria. Ma mi chiedo: come è possibile che la Regione e la sua Asl non comunichino? È davvero sconcertante».

Il 20 novembre è previsto il ricovero.

«Sì, ma al momento Paolo non sta tanto bene. Quindi dobbiamo valutare. Speriamo che si riprenda al più presto per poi ripartire. La mia rabbia è che sanno il tipo di malattia. Sanno che può peggiorare all’improvviso. E mi fa rabbia perdere altro tempo. L’importante è che il medico ora ci sia e che Paolo non appena starà meglio partirà con noi».

Cosa racconterà a Paolo quando sarà grande?

«Gli racconterò tutto. Gli dirò che nel bene e nel male ci abbiamo provato, che abbiamo combattuto tanto per lui».

Se dovesse dare un nome a questa storia?

«Una storia di burocrazia e di politica. Ci hanno fatto penare. Prima ci hanno detto di trovare il medico, poi la Asl ci ha detto di non saperne nulla. Come è possibile che la Regione non parli con la sua Asl?».

Ragazzo ucciso a Bari, arrestato capo dei vigili che aiutò il killer del clan: falsa multa per fornire alibi. Chiara Spagnolo su La Repubblica il 22 ottobre 2021. Domenico D'Arcangelo, comandante della polizia municipale di Sammichele di Bari, nell'elenco delle 9 persone legate ai clan Parisi-Palermiti in carcere per l'omicidio Rafaschieri. Avrebbe costretto una vigilessa a redigere un verbale falso per fornire un alibi a Giovanni Palermiti, figlio del boss di Japigia Eugenio, sospettato di aver fatto parte del commando che il 28 settembre 2018, nei pressi del tondo di Carbonara, uccise il 24enne Michele Walter Rafaschieri, ferendo gravemente il fratello Francesco Alessandro, che rimase paralizzato. Il nome di Domenico D'Arcangelo, comandante della polizia municipale di Sammichele di Bari (ora sospeso d'ufficio dal sindaco), sta nell'elenco delle 9 persone, finite in carcere al termine di un'indagine della Squadra Mobile di Bari, coordinata dal pm della Dda Fabio Buquicchio e del procuratore aggiuto Francesco Giannella.

E’ ROBERTO ROSSI IL NUOVO PROCURATORE CAPO DI BARI. Il Corriere del Giorno l'8 Settembre 2021. Rossi che ha iniziato la sua carriera nel Tribunale di Taranto, è stato nell’ultimo anno procuratore facente funzioni di Bari, dopo l’addio per raggiunti limiti di età di Giuseppe Volpe di cui era stato aggiunto “vicario”. Dopo quasi un anno dal pensionamento del procuratore Giuseppe Volpe, la Procura di Bari ha finalmente un nuovo capo. Si tratta di Roberto Rossi che è stato eletto oggi a seguito della votazione avvenuta in data odierna del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. Incredibilmente oggi il coordinatore della corrente di Area al CSM, il consigliere Giuseppe Cascini ha depositato un emendamento aggiuntivo contrario alla candidatura e valutazioni sul procuratore di Terni, sul quale il relatore, il consigliere laico prof. Filippo Donati si è dichiarato perfettamente d’accordo. Emendamento che secondo il nostro parere è imbarazzante perchè si esercita una critica “deontologica” nonostante un provvedimento di archiviazione del 13 gennaio 2021 emesso dalla Sezione Disciplinare in favore di Liguori. Evidentemente Cascini ha dimenticato che il suo collega e compagni di corrente Roberto Rossi detiene un “record” da consigliere del Csm venne sottoposto dieci anni fa, e cioè nel 2011, ad un processo disciplinare e quindi giudicato dai suoi stessi colleghi. Un fatto che ha un solo precedente in quasi 60 anni di storia di Palazzo dei marescialli. Rossi, venne accusato di aver iscritto con “grave ritardo” “a distanza di quasi sei anni”, un indagato nella prima inchiesta sulla sanità pugliese su Giampaolo Tarantini, quando era pm a Bari. A chiedere il suo processo disciplinare fu il ministro della Giustizia. Ed anche Rossi come Liguori fu archiviato. Quindi sentire parlare di “etica” Cascini più volte intercettato con Palamara, come documentato di seguito, per chiedere favori ed agevolazioni per i suoi parenti ha fatto a dir poco sorridere a più di qualche magistrato. Il consigliere togato Michele Ciambellini nella sua relazione ha ricordato che il candidato Rodolfo Sabelli ha due anni di anzianità superiore a quella del candidato Roberto Rossi, ricoprendo per oltre 8 anni l’incarico di sostituto alla D.D.A. di Bari, illustrando dettagliatamente i ruoli e compiti ricoperti da Sabelli nel corso della sua carriera. Il Plenum del Consiglio superiore della magistratura, dopo la discussione e dichiarazioni di voto sugli emendamenti è passato alla votazione. Roberto Rossi ha ricevuto 16 voti dai consiglieri Ardita, Basile Benedetti, Braggion, Cascini, Cavanna, Cerabona, Chinaglia, D’amato, Dal Moro, Donati, Lanzi Marra, Miccichè, Suriano, e Zaccaro, così diventando il nuovo procuratore capo di Bari. Per la candidatura di Rodolfo Sabelli hanno votato invece i consiglieri Balduini, Celentano, Ciambellini e Grillo. Astenuti i consiglieri Curzio, Di Matteo, Gigliotti, Pepe, Salvi, mentre il vicepresidente Ermini non ha partecipato al voto. Roberto Rossi è stato per un anno procuratore facente funzioni, dopo l’addio per raggiunti limiti di età di Giuseppe Volpe di cui era stato aggiunto “vicario”.

IL SISTEMA BARI DA RICOSTRUIRE. La "Milano del Sud" da restituire al Paese. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 26 agosto 2021. Il problema della baresità di oggi è che tutti possono fare tutto, e così il declino della competenza diventa declino del territorio. Persistono e si difendono le eccellenze di impresa, ma sparisce il sistema Bari fatto di competenza organizzata e porta il conto salato alle imprese. Che, a loro volta, non sono del tutto immuni da cattive abitudini, ma pagano più degli altri le due grandi crisi internazionali e il nuovo ’29 mondiale a causa proprio della mancata trasformazione di sistema imposta dalla trasformazione digitale e dalla globalizzazione acciaccata. Scommettiamo sull’inversione possibile del declino, sulla “Milano del Sud” rinata e sul suo sistema territoriale rinnovato. Ho voluto che il Quotidiano del Sud-l’Altravoce dell’Italia fosse in edicola a Bari dal suo primo giorno di uscita che data dieci aprile 2019. Perché non si può provare a raccontare l’Italia e il mondo con gli occhi del Mezzogiorno e chiamare a raccolta per farlo le grandi competenze del giornalismo economico, politico, istituzionale italiani senza parlare alla “Milano del Sud” e alla sua comunità. Ho sempre avuto questo pallino fisso nella testa. Quando dirigevo Il Sole 24 Ore un po’ di tempo fa lanciai il Viaggio nell’Italia che innova: prima tappa Bologna, seconda Bari. Perché se penso all’innovazione penso a Bologna, ma se penso a un Mezzogiorno che rincorre e aggancia il Nord, penso a Bari e alla sua provincia. Penso alla Murgia (Altamura, Gravina, Santeramo) che fa il suo alla grande. Penso ai Pertosa con la Mermec a Monopoli e la Sitael a Mola di Bari dove il primato globale si chiama tecnologia nei parametri di sicurezza dell’alta velocità ferroviaria e nei satelliti spaziali. Penso ai Cannillo (Despar) e ai Casillo (entrambi a Corato). Penso alle grandi aziende agricole, ai Divella di Rutigliano e ai tanti che sanno attrarre turismo internazionale, ma non fanno rete tra di loro. Penso alla “Puglia Imperiale” della provincia di Barletta-Andria-Trani (BAT) e al suo dinamismo economico. Ricordo l’insistenza con cui Franco Tatò più di venti anni fa volle che presentassi a Milano il suo lavoro “Perché la Puglia non è la California” e, ancora prima, gli anni trascorsi da cronista del Mattino di Napoli alla Fiera del Levante di Bari dal primo all’ultimo giorno di ogni sua edizione. Percepivo un’aria di chi vuole costruire qualcosa per l’oggi e per il domani, lo spirito mercantile di chi ha un metodo in testa e uno schema di lavoro che collegano Bari al mondo, ma si avvertivano fin da allora i segni dello sgretolamento dello Stato unitario meridionalista e la crescita di quella politica clientelare degli amici degli amici del mastodonte regionale e del crocicchio di società e di potere a esso collegato che avrebbe così tanto nuociuto agli spiriti vitali baresi. Da oggi per vedere ciò che non si vuole vedere e ascoltare battiti, pulsioni, fatiche e delusioni affiancheremo l’edizione Bari Bat Murge a quella dell’AltraVoce in un unicum di offerta editoriale che vuole unire il massimo di libertà e di giornalismo di inchiesta sul territorio al rigore, alla documentazione comparativa-competitiva e all’orientamento del dibattito della pubblica opinione che vive nel racconto quotidiano delle due Italie. Contro gli stereotipi dei luoghi comuni del Nord sul Mezzogiorno fuori dalla storia e dalla realtà e alleggeriti dal peso insostenibile di un meridionalismo della cattedra che ha fatto molto male e ancora di più può farne alla Puglia e al Mezzogiorno perché li condanna entrambi a un cliché protestatario rassegnato. Vogliamo ripetere l’esperimento di successo attuato da anni in Basilicata affidando la guida di questa nuova edizione alle stesse mani sicure di Roberto Marino e di una straordinaria redazione che conosce Bari, BAT e la Murgia come pochi. Diremo ogni giorno le cose come stanno senza riguardi per nessuno perché è il timbro di fabbrica di questo giornale. Che ha un Editore coraggioso che ha la sana abitudine di leggere il giornale il giorno dopo e “combatte” da più di un quarto di secolo nella trincea editoriale delle terre più svantaggiate d’Italia. Provo a essere brutale: il problema della baresità di oggi è che tutti possono fare tutto, e così il declino della competenza diventa declino del territorio. Persistono e si difendono le eccellenze di impresa, ma sparisce il sistema Bari fatto di competenza organizzata e porta il conto salato alle imprese. Che, a loro volta, non sono del tutto immuni da cattive abitudini, ma pagano più degli altri le due grandi crisi internazionali e il nuovo ’29 mondiale a causa proprio della mancata trasformazione di sistema imposta dalla trasformazione digitale e dalla globalizzazione acciaccata. L’eccellenza, per capirci, non fa il tessuto economico di un territorio di una regione. Per invertire il declino e tornare a essere la Milano del Sud, il territorio deve uscire dal suo nuovo motto “pochi, maledetti e subito” che serve a contrastare un breve termine difficile e darsi un progetto di medio e lungo termine dicendo oggi che cosa saranno Bari e la Puglia tra dieci anni. Diciamoci le cose come stanno. La Fiera del Levante è alla canna del gas. Non riesce ad avere una produzione propria che non sia la campionaria che attrae sempre meno. Non produce più fiere: le quattro o cinque specializzate sono tutte importate perché non ha un management con un minimo di capacità per legare le fiere ai suoi prodotti e a un tessuto di ricerca alle sue spalle bellissimo ma frammentato che a sua volta anch’esso non riesce a fare sistema. I gangli vitali per favorire un tessuto economico regionale che vuole fare sistema come l’Acquedotto pugliese e molti altri di reti immateriali e materiali, di servizi e di ricerca pubblica sono nelle mani di uomini fedeli alla politica regionale dello scambio e non basta il lavoro serio di un bravo sindaco di Bari e di altri buoni amministratori comunali per rimediare ai guasti di struttura prodotti da un sistema deviato che è il frutto malato del federalismo italiano della irresponsabilità. Che qui, come a Napoli e a Palermo, ha dovuto fare anche i conti con gli indebiti prelievi operati dalle Regioni del Nord. La Banca Popolare di Bari è stata travolta dagli scandali che non hanno risparmiato neppure una famiglia simbolo come quella degli Jacobini. Su quello che è accaduto nella gestione del credito saremo vigili e non avremo attenzioni per nessuno, ma ancora di più lo saremo con chi ne ha raccolto l’eredità perché non ci piacciono i gattopardismi a ogni latitudine e perché hanno ricevuto in consegna le chiavi del futuro di sistema da ricostruire. Se lo ricordino bene ogni giorno che Dio manda in terra perché devono sapere distinguere tra i raccomandati a cui devono dire no e gli spiriti vitali che da questo intreccio distorto sono stati penalizzati e a cui devono sapere dire sì senza nascondersi dietro paraventi formalisti. Il Bari calcio è finito in mano alla famiglia partenopea dei De Laurentiis che è a sua volta proprietaria dello storico Napoli calcio. Sul piano dei simboli se penso alle radicate capacità dell’impresa pugliese di difendere i suoi simboli proprio rispetto a quella napoletana che ha già vissuto la sua stagione di disarmo e prova ora a ripartire, questo mi sembra il dato più evidente della strutturalità della crisi barese. Un grande marchio del caffè Saicaf della famiglia Lorusso è stato acquisito da Segafredo. Potremmo continuare, ma fermiamoci qui. Scommettiamo piuttosto sull’inversione possibile del declino, sulla “Milano del Sud” rinata e su un suo sistema territoriale rinnovato. Che saranno a loro modo acceleratori del cambiamento del Mezzogiorno e contribuiranno a salvare l’Italia. L’unica cosa che non manca, qui come in modo diffuso a Napoli e in Calabria con una università che sforna i talenti mondiali dell’algoritmo dell’intelligenza artificiale, è il capitale umano giovanile. La coerenza meridionalista degasperiana del governo di unità nazionale guidato da Draghi punta proprio su quel capitale. Draghi è la carta estrema del Paese, ma proprio per questo è allo stesso tempo l’ultima opportunità che la storia ci consegna per riunire le due Italie. Dobbiamo crederci e essere parte attiva del cambiamento. Bisogna fare l’esatto contrario di quello che si è fatto negli ultimi venti anni. Quelli della crescita zero e delle diseguaglianze crescenti. Quelli del patto scellerato della spesa storica tra le Regioni ricche di Destra e di Sinistra che hanno privato i cittadini meridionali dei loro diritti di cittadinanza e svuotato il primo mercato interno di consumi del Nord produttivo. Un obbrobrio etico e un “capolavoro” da studiare nei manuali per raccontare come si mette fuori gioco un Paese intero.

LA GRANDE CRISI DELL’IMPRENDITORIA BARESE. Antonello De Gennaro su Il Corriere del Giorno il 16 Agosto 2021. IL BARI CALCIO IN SERIE C, IL “CRACK” DELLA BANCA POPOLARE DI BARI, IL FALLIMENTO DELLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, LA FIERA DEL LEVANTE CHE NON SIN FARA’, LA CESSIONE DELLA SAICAF ALLA SEGAFREDO. DOV’E’ FINITA LA BARI CHE “CONTA”? C’era una volta la “razza padrona” di Bari, una classe di imprenditori che avevano portato in alto il capoluogo pugliese facendole conquistare l’appellativo di “Milano del Sud”. Sono passati alcuni decenni e Bari non è più la stessa Bari. Una città dove i costruttori avevano trasformato l’assetto urbanistico sviluppandolo nelle periferie allargando i confini della città, ora diventata metropolitana. La Fiera del Levante era diventata la più grande manifestazione espositiva d’ Italia, surclassando persino quella di Milano, la cui inaugurazione contrassegnava la ripresa della vita politica del Paese, inaugurata dal Presidente del Consiglio in carica. Una Bari in cui chi scrive ha iniziato a muovere i primi passi nel giornalismo sotto la guida e gli insegnamenti di due grandi del giornalismo pugliese: Oronzo Valentini e Mario Gismondi. Una città che andava fiera dell’attività culturale del Teatro Petruzzelli sotto la gestione di Ferdinando Pinto, dove l’economia regionale ruotava intorno alla Cassa di Risparmio di Puglia, sostituita nell’ultimo ventennio dalla Banca Popolare di Bari. Dove le famiglie Romanazzi, Calabrese, Matarrese, Andidero, DeGennaro ecc. dettavano legge nel mondo dell’impresa. Quando negli anni ’80 passeggiavo nella centrale via Sparano, troneggiava il Palazzo della famiglia Mincuzzi, che era il vero regno dell’eleganza pugliese, al cui posto adesso c’è uno dei negozi Benetton. La via più centrale e rappresentativa del capoluogo barese, dove di anno in anno chiudono i negozi di “storiche” famiglie del commercio, lasciando il posto a catene commerciali nazionali, talvolta di basso livello tipo “cash & carry”. Basta quindi fare due passi per le vie del centro per constatare che anche il commercio barese è in forte crisi. Ma come dicevano i greci “se Atene (alias i commercianti) piange” anche “Sparta (cioè gli imprenditori) non ride…“ 

La cessione della Saicaf ai bolognesi. Il gruppo Massimo Zanetti Beverage Group Zanetti, leader a livello mondiale nella produzione, lavorazione e distribuzione di caffè tostato con la presenza in 110 Paesi ha acquisito circa il 60% dell’azienda barese Saicaf nata nel 1932, fondata dalla famiglia Lorusso, con qualche problema da risolvere. Cioè il destino di una decina di dipendenti rimasti tagliati fuori dai giochi dopo la chiusura dello stabilimento avvenuta nell’agosto 2019. Una vertenza sindacale durata esattamente due anni, conclusasi con la  la cessione del pacchetto di maggioranza della storica fabbrica di produzione di caffè del capoluogo pugliese alla società bolognese, proprietaria tra gli altri del marchio Segafredo.

La politica barese. I politici espressione del capoluogo barese avevano un “peso” nel Paese. A partire dai democristiani Vito Lattanzio e Tonino Matarrese ai socialisti Rino Formica e Giuseppe Di Vagno, per finire all’indimenticabile Pinuccio Tatarella sicuramente il più amato ed indimenticato dai baresi, che non hanno lasciato “eredi” del loro livello. Una città dove gli esponenti politici cambiano sponda passando dalla destra alla sinistra, con la tranquillità e sfrontatezza come si cambia una cravatta. Non è un caso che un figlio del socialismo “barese” come Antonio Decaro, sia diventato il sindaco più amato d’ Italia, mentre il suo predecessore Michele Emiliano, la cui militanza giovanile nelle file del Movimento Sociale Italiano è nota a tutta la città , magistrato in aspettativa, è diventato il discusso leader regionale del Partito Democratico, da cui è dovuto uscire non rinnovando il proprio tesseramento per evitare di essere espulso dalla magistratura, dal Consiglio Superiore della Magistratura, venendo riconfermato lo scorso settembre alla guida della Regione Puglia grazie ad alleanze trasversali, e trasformisti politici come l’ex-senatore Massimo Cassano che dopo aver militato per anni nel centrodestra facendo il sottosegretario di un Governo Berlusconi adesso si è fatto il suo movimento politico pugliese che appoggia la maggioranza di centrosinistra regionale guidata da Emiliano nella nuova versione “indipendente”…dal Pd, che lo ricompensato con un bell’incarico da oltre 150mila euro l’anno! Michele Emiliano nonostante la sua rielezione alla guida della Regione Puglia si è piazzato solo all’11° posto nella classifica del gradimento dei cittadini sui governatori di regione, recentemente stilata dal Sole24Ore con il sondaggista Noto, un risultato deludente per la sua ambizione di visibilità e peso politico su “scala nazionale”

La triste storia del Bari Calcio. Dopo la storica A.S. Bari Calcio arrivata in serie A sotto la presidenza dell’indimenticabile chirurgo prof. Angelo De Palo, passato alla famiglia Matarrese, società fallita nel marzo 2014 per la quale la Procura di Bari ha chiesto nel 2020 il rinvio a giudizio per il reato di bancarotta fraudolenta nei confronti  dell’ex presidente Figc ed ex onorevole Antonio Matarrese, vicepresidente vicario del CdA del Bari dal 2010 al 2011, l’ex parlamentare Salvatore Matarrese, consigliere della società sportiva dal 2002 al 2011, suo cugino omonimo, ad dal 2002 al 2010 e consigliere fino al 2011. La società di calcio risorse per mano di Gianluca Paparesta nel 2014 con la costituzione del F.C. Bari 1908. sulle ceneri dell’A.S. Bari della famiglia Matarrese, venendo rilevata nel 2016 dal molfettese Cosmo Giancaspro, entrato inizialmente come socio al 5% e poi divenuto amministratore unico del club., senza che l’imprenditoria barese abbia fatto nulla per mantenere il controllo della società della propria città. Le vicende del biennio in cui l’imprenditore molfettese è stato al timone della società, sono ben note, con i tifosi che si sono ritrovati in un battito di ciglia dal cullare il sogno della promozione in Serie A fino alla mancata iscrizione al campionato cadetto di luglio del 2018. Uno scenario che ha portato alla revoca del titolo sportivo, poi riassegnato dal Comune di Bari alla famiglia De Laurentiis, che ha rifondato la squadra partendo dalla Serie D, e che adesso milita per il secondo anno consecutivo in serie C (Lega Pro). A volte il destino è a dir poco cinico. Infatti nel 111° compleanno della società biancorossa, fondata il 15 gennaio 1908, venne comunicato il respingimento del concordato preventivo, tentato da Giancaspro per salvare la società. F.C. Bari 1908 che è stata dichiarata fallita con debiti per circa 12 milioni di euro. Vano fu il tentativo di conservare l’affiliazione alla FIGC per provare a riscuotere i presunti crediti per 8 milioni di euro vantati in Lega. Giancaspro venne arrestato per il crack della Finpower.

La Nuova Fiera del Levante non decolla. Nell’ agosto 2017 è stata costituita la Fiera del Levante srl, la newco che deve gestire, per i prossimi sessant’anni, parte del quartiere fieristico di Bari, ovvero 90mila metri quadrati di padiglioni espositivi sui quasi 300mila complessivi. Dopo il sì dell’assemblea di Fiere Bologna spa – che si era candidata insieme alla locale Camera di Commercio è avvenuta alla privatizzazione dell’ente fieristico barese a due anni esatti dalla manifestazione di interesse del luglio 2015. Il progetto di rilancio si è arenato ed infatti quest’anno la Campionaria 2021 della Fiera del Levante ha ceduto il passo alla crisi e al Covid. Solo il 10% di richieste di prenotazione di spazi espositivi, a un mese e mezzo dall’inaugurazione, è davvero poco. Più o meno 50 su 500 disponibili. In verità si attendeva solo l’ufficialità della decisione, arrivata alla fine dello scorso luglio, anche se Regione Puglia e Comune di Bari, sostenevano di non saperne nulla, nonostante le dichiarazioni poco rassicuranti di Alessandro Ambrosi, presidente della Camera di Commercio di Bari e della Nuova Fiera del Levante, la società cui era stata affidata nel 2017 la riqualificazione e gestione del quartiere fieristico di proprietà dell’Ente autonomo, che aveva annunciato “soluzioni drastiche”.

Il crack della Popolare di Bari. La crisi della città si era intravista ed annunciata con il “ciclone giudiziario” che si è abbattuto sulla Banca Popolare di Bari sotto la gestione della famiglia Jacobini. Gli ex vertici della Popolare di Bari, tra cui Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, rispettivamente ex presidente ed ex condirettore generale dell’istituto di credito, sono stati arrestati a gennaio dell’anno scorso. I reati contestati sono a vario titolo il falso in bilancio, il falso in prospetto, le false comunicazioni e ostacolo alla vigilanza.  Sono stati circa tremila i risparmiatori ammessi come parte civile dal Tribunale di Bari nell’ambito del processo per il cosiddetto crack della Banca Popolare di Bari. La maratona giudiziaria della Popolare di Bari è arrivata a una svolta importante per Vincenzo De Bustis, l’ex amministratore delegato 70enne dell’istituto pugliese commissariato due anni fa da Bankitalia e poi salvato dal crack con l’intervento e i soldi pubblici del Mediocredito Centrale. De Bustis, un banchiere di lungo corso in passato al vertice anche del Monte dei Paschi, è stato rinviato a giudizio per il reato di falsa testimonianza. Il processo, fissato per il 2 febbraio dell’anno prossimo, vedrà comparire per la prima volta De Bustis come imputato in un procedimento, tra i tanti, che riguardano la passata gestione della Popolare di Bari. Il procuratore facente funzione della procura di Bari Roberto Rossi ed il pubblico ministero Savina Toscani come racconta l’ottimo collega Vittorio Malagutti del settimanale L’ESPRESSO, hanno infatti chiesto e ottenuto il processo per l’ex amministratore delegato della Popolare perché le sue parole appaiono in contrasto con quanto lo stesso De Bustis aveva a suo tempo disposto nel 2013, in qualità di direttore generale della Popolare di Bari, con un provvedimento da lui stesso firmato. In questo atto interno della banca, che recepiva una circolare di Bankitalia, si attribuiva al Chief Risk Officer (cioè Luca Sabetta) un potere di veto sulle “operazioni di maggior rilievo”, categoria, quest’ultima a cui apparteneva di sicuro un’acquisizione come quella di Tercas. Con la sua testimonianza, De Bustis avrebbe quindi cercato (dicendo il falso, secondo i pm) di sminuire il ruolo di Sabetta, contestando la legittimità del suo intervento come responsabile dei rischi. A gennaio del 2019, quando ha testimoniato nella causa di lavoro, l’allora consigliere delegato della Popolare di Bari sapeva bene che il manager licenziato tre anni prima aveva dato un contributo decisivo alle indagini in corso sulla gestione della banca. 

Il fallimento della Gazzetta del Mezzogiorno. Nel giugno 2020 il Tribunale di Bari ha dichiarato il fallimento delle società “Edisud” (che editava la Gazzetta del Mezzogiorno) e della “Mediterranea” proprietaria della testata. Il giudice ha accolto la richiesta della procura che aveva chiesto la dichiarazione di fallimento per i circa 50 milioni di debiti accumulati. I guai per lo storico quotidiano barese cominciarono il 24 settembre 2018 quando la procura antimafia di Catania mise i sigilli ai beni dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo per un valore di 150 milioni di euro: tra questi le quote della Gazzetta del Mezzogiorno, del quotidiano La Sicilia, delle emittenti televisive regionali siciliane Antenna Sicilia e Telecolor e la società che stampa quotidiani Etis. Dopo il fallimento le rispettive curatele fallimentari nominale dal Tribunale di Bari hanno pubblicato un bando per l’esercizio provvisorio per 6 mesi del quotidiano barese, a cui ha partecipato soltanto una società, la Ledi Edizioni srl, società del gruppo Ladisa, colosso della ristorazione aziendale con oltre 6mila dipendenti e 16 sedi sparse su tutto il territorio nazionale, che aveva messo in piedi un vero progetto industriale, con una nuova sede tecnologica, una concessionaria pubblicitaria interna e sopratutto un nuovo direttore degno di essere chiamato tale, e cioè Michele Partipilo. Ma anche in questo caso è successo qualcosa di molto strano. A15 giorni dalla scadenza dell’esercizio provvisorio (il 31 luglio 2020) i curatori fallimentari hanno chiesto alla Ledi una proroga, non di sei mesi come previsto nel bando originale, ma di solo ulteriori 30 giorni e cioè per arrivare alla fine di agosto quando dovrebbe essere presa una decisione sulle due proposte di acquisto della Gazzetta del Mezzogiorno presentate dalla Ledi e dalla società Ecologica, della famiglia Miccolis di Castellana Grotte, che secondo voci attendibili sarebbe affiancata in cordata dal Gruppo CISA di Massafra controllata dal condannato e plurindagato imprenditore Antonio Albanese, specializzato in discariche ed acquisizioni fallimentari. La Ledi srl ha comunicato secondo noi giustamente la propria indisponibilità a prorogare di ulteriori 30 giorni i sei mesi previsti il fitto di azienda, contestando al Tribunale fallimentare e alle curatele di aver seguito tempi troppo lunghi per l’assegnazione definitiva della testata, di proprietà della società Mediterranea, anche questa in procedura fallimentare. Risultato? Dallo scorso 1 agosto, la Gazzetta del Mezzogiorno non esce più in edicola, ed il giornale è rientrato nella disponibilità esclusiva della curatela fallimentare di Edisud e con esso tutti i rapporti di lavoro: 144 tra giornalisti e poligrafici sono stati automaticamente retrocessi senza soluzione di continuità, con effetto dal primo agosto, alla società Edisud in fallimento. Si dovrà ora attendere che si concludano le procedure di votazione sui piani di concordato per Mediterranea presentati dalle società Ledi srl ed Ecologica spa. A questo punto rimane solo da augurarsi che anche la Gazzetta non faccia la fine del Bari Calcio gestione Giancaspro. Anche perchè in un malaugurato caso ci sarebbe il rischio di non poter applicare il detto latino “pecunia non olet” (i soldi non puzzano). Lascio a voi capire il perchè.

Lasciatemi in conclusione una domanda rivolta alla Bari che “conta”: ma dove sono finiti gli imprenditori quelli “veri”, che amano realmente la propria città ed i propri simboli ? Si fa fatica a cercarli e riconoscerli. Esiste ancora la “razza padrona” a Bari?

Dagospia il 5 agosto 2021. ORA SARETE ANCORA PIÙ FELICI DI PAGARE IL CANONE! – I SOLDI DELL’ABBONAMENTO NON FINISCONO SOLO NELLE CASSE DEL DISASTRATO CARROZZONE RAI, MA FINANZIANO ANCHE UN MIGLIAIO DI EMITTENTI LOCALI – PER IL 2020 SONO STATI DISTRIBUITI 42 MILIONI (SOLTANTO TELENORBA E VIDEOLINA BECCANO QUASI 3 MILIONI IN DUE) – LA NORMATIVA È CAMBIATA NEL 2017, CON IL PIDDINO GIACOMELLI SOTTOSEGRETARIO ALLE COMUNICAZIONI, CHE PROMETTEVA: "BASTA CONTRIBUTI A PIOGGIA"...

1 - ART. 616 E SEGUENTI – LEGGE DI BILANCIO 2021 

616. Al fine di semplificare le procedure contabili di assegnazione delle risorse, tenendo conto dello stabile incremento delle entrate versate a titolo di canone di abbonamento alle radioaudizioni ai sensi degli articoli 1 e 3 del regio decreto-legge 21 febbraio 1938, n. 246, convertito dalla legge 4 giugno 1938, n. 880, a decorrere dal 1° gennaio 2021 le predette entrate sono destinate:

a) quanto a 110 milioni di euro annui, al Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione istituito nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, quale quota di cui all'articolo 1, comma 2, lettera c), della legge 26 ottobre 2016, n. 198. Nel predetto Fondo confluiscono, altresi', le risorse iscritte nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico relative ai contributi in favore delle emittenti radiofoniche e televisive in ambito locale; 

b) per la restante quota, alla società RAI-Radiotelevisione italiana Spa, ferme restando le somme delle entrate del canone di abbonamento già destinate dalla legislazione vigente a specifiche finalità, sulla base dei dati del rendiconto del pertinente capitolo dell'entrata del bilancio dello Stato dell'anno precedente a quello di accredito.

617. Le somme di cui al comma 616, lettere a) e b), non impegnate in ciascun esercizio possono essere impegnate nell'esercizio successivo.

618. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio, anche nel conto dei residui. 

619. A decorrere dal 1° gennaio 2021:

a) il comma 292 dell'articolo 1 della legge 23 dicembre 2014, n. 190, è abrogato. Conseguentemente, il comma 4 dell'articolo 21 del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, riacquista efficacia nel testo vigente prima della data di entrata in vigore della citata legge n. 190 del 2014;

b) i commi 160, 161 e 162 dell'articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, sono abrogati;

c) al comma 163 dell'articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, le parole: «del Fondo di cui alla lettera b) del comma 160» sono sostituite dalle seguenti: «del Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione istituito nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze».  

Contributi per l’emittenza locale. Da mise.gov.it il 5 agosto 2021. Se stai cercando le graduatorie relative ai contributi per le radio e le tv locali, consulta la sezione dedicata. Il Regolamento DPR 146/2017 disciplina i criteri di riparto e le procedure di erogazione delle risorse finanziarie del Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione assegnate al Ministero per la concessione dei contributi di sostegno alle emittenti televisive e radiofoniche locali. I contributi sono destinati all’emittenza locale (tv titolari di autorizzazioni, radio operanti in tecnica analogica e titolari di autorizzazioni per la fornitura di servizi radiofonici non operanti in tecnica analogica, emittenti a carattere comunitario) e vengono concessi sulla base di criteri che tengono conto del sostegno all’occupazione, dell’innovazione tecnologia e della qualità dei programmi e dell’informazione anche sulla base dei dati di ascolto. 

Requisiti di ammissione. I requisiti di ammissione al contributo tengono conto di un numero minimo di dipendenti e giornalisti in regola con i versamenti dei contributi previdenziali che l’emittente deve avere per il marchio e la regione per i quali presenta la domanda di accesso ai contributi. Ad ogni emittente che accede ai contributi verrà assegnato un punteggio in base al quale viene quantificato il contributo. 

Per le emittenti Tv. numero di dipendenti pari a 14 (di cui 4 giornalisti) dedicati alla fornitura di servizi media audiovisivi se il territorio in cui sono diffuse le trasmissioni nell’ambito di ciascuna regione per cui è stata presentata la domanda ha più di 5 mln abitanti. Numeri che scendono a 11 (di cui 3 giornalisti) se il territorio nell’ambito di ciascuna regione per cui è stata presentata la domanda ha tra 1,5 e 5 mln abitanti; a 8 ( di cui 2 giornalisti) se il territorio nell’ambito di ciascuna regione per cui è stata presentata la domanda ha fino a 1,5 mln abitanti; 

impegno a non trasmettere (per i soli marchi/palinsesti per i quali si è presentata domanda) programmi di televendita nelle fasce tra le 7 e le 24 superiori al 40% relativamente alla domanda per il 2018. Percentuale che scenderà al 30% relativamente alla domanda per il 2019 e 20% a partire dalla data di presentazione della domanda per l’anno 2020;

adesione ai codici di autoregolamentazione su televendite, tutela dei minori e avvenimenti sportivi; 

aver trasmesso nei marchi e palinsesti per cui presentano domanda, nell’anno solare precedente a quello della presentazione della domanda, almeno due edizioni giornaliere di Telegiornali con valenza locale (con decorrenza dalla domanda per l’anno 2019).

Regolarità nel pagamento dei contributi e diritti amministrativi dovuti dagli operatori di rete al Ministero.

È previsto un regime transitorio per le domande relative agli anni di contributo che vanno dal 2016 al 2018.               

Per le emittenti radiofoniche. Numero minimo di 2 dipendenti con almeno un giornalista;

È previsto un regime transitorio per le domande relative agli anni di contributo che vanno dal 2016 al 2018. 

Emittenti a carattere comunitario. Il 50% del finanziamento dedicato alle emittenti comunitarie sarà ripartito in parti uguali tra tutti i soggetti beneficiari ammessi; l’altro 50% sulla base dei criteri di merito riguardanti dipendenti e giornalisti. Usufruiranno dei contributi le emittenti televisive a carattere comunitario che si sono impegnate a trasmettere programmi di televendite per una durata giornaliera non superiore ai 90 minuti. 

Fondi alle Tv locali, si cambia. Giacomelli: “Fine dei contributi a pioggia”. Da corrierecomunicazioni.it - 24 marzo 2017. Contributi alle tv locali, si cambia. Più risorse, ma più vincoli. Per le “Pmi” italiane dell’emittenza 50 milioni aggiuntivi provenienti dal canone oltre ai 67 previsti per il 2017. Ma per accedere ai finanziamenti dovranno dimostrare di investire su occupazione, innovazione tecnologica e pluralismo dell’informazione. È quanto stabilisce lo schema di regolamento per l’erogazione dei contributi alle emittenti locali approvato oggi dal Consiglio dei ministri: manca il passaggio al Consiglio di Stato ed alle Commissioni parlamentari competenti prima dell’approvazione definitiva. “Quello approvato oggi è senza dubbio un regolamento molto innovativo e più selettivo rispetto al passato – il commento del sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle comunicazioni Antonello Giacomelli -. Superata l’erogazione a pioggia dei contributi. L’obiettivo del governo è destinare il sostegno dello Stato a chi davvero svolge la funzione di editore locale”. Soddisfazione delle Tv locali: Marco Rossignoli, coordinatore di Aeranti-Corallo che rappresenta 700 imprese del settore: “L’approvazione dello schema del nuovo Regolamento permetterà la ripresa degli interventi a sostegno del settore in un’ottica di stimolo dell’attività editoriale e di informazione sul territorio basata sulla qualità, realizzata mediante dipendenti e giornalisti e l’utilizzo di tecnologie innovative”. L’associazione chiede un’approvazione in tempi rapidi. Più risorse: la Legge di stabilità 2016 ha destinato parte delle risorse derivanti dal recupero dell’evasione sul canone fino a 100 milioni di euro per il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, dei quali fino a 50 milioni per le emittenti radio televisive locali. Le somme si sommeranno a quelle già previste che ammontano a circa 67 milioni per il 2017. Contestualmente la legge di stabilità 2016 ha previsto di modificare le regole di riparto delle risorse con la definizione di un nuovo regolamento che tenesse conto di criteri selettivi di merito per l’erogazione dei contributi. Requisiti di ammissione: terranno conto di un numero minimo di dipendenti e giornalisti che l’emittente deve avere per poter accedere ai contributi, del rispetto di un tetto giornaliero di ore di televendite e di un numero minino telegiornali giornalieri locali.

Ripartizione: lo stanziamento totale annuale è ripartito in base ai seguenti criteri: l’80% in base al numero di dipendenti e tipologia dei dipendenti, assegnando punteggi diversi per esempio a giornalisti, pubblicisti, dipendenti full time o a tempo parziale, con una maggiorazione del 10% del punteggio per chi incrementa le assunzioni rispetto all’anno precedente. Il 10% per le emittenti televisive in base all’Auditel per premiare chi ha maggiori ascolti, per le radio sulla base dei ricavi dell’emittente per vendita di spazi pubblicitari ammissibili nell’anno precedente. Il 10% sulla base dei costi sostenuti per spese in tecnologie innovative. Prevista una maggiorazione del 15% del punteggio per le emittenti che operano nelle regioni del sud (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia. Si modifica anche il processo di erogazione: fine delle graduatorie regionali stilate dai Corecom, si prevede ora una singola graduatoria nazionale ed una procedura totalmente on line. Un meccanismo in grado di superare le attuali distorsioni dato che il meccanismo attuale prevede una procedura complessa che coinvolge i Corecom che hanno il compito di elaborare le graduatorie regionali delle emittenti e solo quando tutti i Corecom hanno approvato le graduatorie regionali il Ministero può approvare il Decreto di riparto dei contributi. Un passaggio che ha generato in passato ritardi derivanti anche da contenziosi ai TAR sulle singole graduatorie regionali, bloccando per mesi il processo di erogazione. “Ora si apre una fase di confronto – dice Giacomelli – che precede la definitiva approvazione del regolamento in cui si valuterà se il livello della proposta dei criteri di ammissione sia sufficiente a raccogliere le obiezioni finora sollevate dalla Corte dei conti e se per questa via si difenda con chiarezza il pluralismo dell’informazione con un sostegno alle realtà locali che realmente informano e innovano. Sul fronte delle risorse, si è passati da uno stanziamento di quasi 43 milioni nel 2015 ai circa 120 milioni del 2017 comprensivi dei 50 milioni di recupero dell’evasione del canone – conclude Giacomelli – Con il regolamento, a cui a breve di aggiungerà l’intervento sulla numerazione Lcn, si completa la riforma e si volta finalmente pagina: si mettono infatti le basi per superare la logica, peraltro discrezionale, dei contributi a tutti e per avviare un percorso che comporti un impegno di stabilizzazione da parte dello Stato nel sostegno alle emittenti locali di qualità’’.

Michele Emiliano, polemica nel Pd: sapete chi c'è con lui in questa foto? Un grosso caso politico. Libero Quotidiano il 06 agosto 2021. Un appoggio che scatena la polemica. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, annuncia il suo sostegno Pippi Mellone, candidato sindaco (per un secondo mandato) a Nardò. Immediata la bufera all'interno del Pd, partito di cui fa parte Emiliano. Il motivo? Mellone è considerato molto vicino all’estrema destra per alcune sue iniziative e per la presunta vicinanza a Casapound. “In bocca al lupo al sindaco che ha aperto la mia mente per tutelare i lavoratori delle campagne pugliesi con l’ordinanza di divieto di lavoro nelle ore più calde - scrive Emiliano su Facebook in un post di auguri destinato proprio a Mellone -. Al sindaco che ha fatto cadere i miei pregiudizi ideologici, che mi ha insegnato a unire anziché dividere. Al sindaco e all’amico leale che mi ha sempre aiutato quando ho avuto bisogno di lui. Al sindaco che mi ha provato che politica e amicizia non possono essere disgiunte”. Mellone si è sempre rigettato le accuse di appartenere a Casapound: “La vogliono utilizzare come un’offesa, peccato che io non abbia mai avuto la tessera di quel partito. Con Casapound, così come con tutti gli altri partiti, come Rifondazione comunista, abbiamo organizzato diverse iniziative, come la raccolta alimentare fuori dai supermercati. Come farebbe la Caritas, per intenderci”, è stata sempre la versione del primo cittadino. Eppure la tensione tra i dem per questa vicinanza non è mancata. Primo tra tutti a protestare è il senatore pugliese, Dario Stefàno, che ha inviato una lettera ai vertici regionali e nazionali, annunciando: “Mi autosospendo dal Partito Democratico, in attesa di un chiarimento non più rinviabile e che, mi auguro, possa avvenire il più presto possibile”. E ancora: “Inutile sottolineare che Mellone è notoriamente un militante di movimenti di estrema destra. Inutile ricordare anche che il Pd a Nardò è parte attiva di un'altra coalizione”. Insomma, tra i dem questa amicizia non va proprio a genio.  

Approvato all'unanimità. La denuncia della consigliera Laricchia. La Voce di Manduria - giovedì 05 agosto 2021. Ecco la porcata estiva in Regione Puglia, passata con i voti di tutti, anche quelli di una parte del Movimento 5 Stelle. La politica invece di trovare i soldi per i cittadini li ha trovati ancora una volta per se stessa. Le peggiori porcate in piena estate e sotto Natale: questo insegna la vecchia politica e anche questa estate ne hanno fatta una. Il Consiglio Regionale pugliese ha approvato all’unanimità la reintroduzione della liquidazione per i Consiglieri Regionali che terminano la legislatura (la buonuscita, anche pe rgli assessori, sarà di 35mila euro, Ndr). Ci tengo a precisare che c’è stata unanimità perché io ero assente per malattia (infatti, avevo anche presentato un certificato medico) e all’ordine del giorno non era previsto niente del genere. Se ci fossi stata io, ci sarebbe stato almeno un voto contrario. Si è trattato infatti di un emendamento presentato all’ultimo momento, da tutti i capigruppo di tutte le forze politiche, compreso ahimè il M5S (che di M5S conserva solo il nome, ma non più i principi e i valori), quello anestetizzato dal PD, che si è venduto politicamente a Emiliano, come prima aveva fatto parte del centrodestra. Già nella scorsa legislatura avevano provato a reintrodurre il Trattamento di Fine Mandato, per il quale non avevano versato un solo euro, non riuscendoci grazie all’opposizione del M5S (che nella scorsa legislatura seguiva ancora i principi per i quali è nato). Questa volta invece nel silenzio generale questa norma è passata. Non si tratta di una normale liquidazione, come stanno cercando di far passare, dal momento che vale dal 2013 e quindi per almeno 8 anni i soldi saranno versati solo dalla Regione, mentre normalmente sono i lavoratori ad accantonare una quota mensile del loro stipendio per il TFR. Uno scandalo, specie in un momento di crisi economica come quella che stiamo vivendo, dovuta alla pandemia, in cui tanti cittadini hanno perso il lavoro e non riescono ad arrivare a fine mese. La politica invece di trovare i soldi per loro li ha trovati ancora una volta per se stessa.

Da "iltempo.it" il 6 agosto 2021. Rispunta l'indennità di liquidazione per assessori e consiglieri regionali. Succede in Puglia, la regione governata da Michele Emiliano, dove l'assegno di fine mandato, abolito nel 2012 dal Consiglio regionale, torna dritto nelle tasche di assessori e consiglieri. C'è di più: il pagamento avrà effetto retroattivo e saranno recuperate le cifre non erogate a partire dal 2013. A riferire la vicenda è il Corriere del Mezzogiorno che spiega che nessuno perderà un centesimo, neanche gli eredi in caso di eventuale morte del beneficiario. Alla base c'è quanto deciso nell'ultima seduta del Consiglio regionale della Puglia che con un emendamento bipartisan, a firma dei capigruppo di tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione. Quanto incasseranno assessori e consiglieri? "7.100 euro lordi per ogni anno passato sugli scranni dell'assise pugliese e, a conti fatti, 35 mila e 500 euro pro capite una volta terminata la legislatura", spiega il quotidiano. La cifra complessiva dell'"operazione" si aggira su circa 9 milioni di euro complessivi per i 5 anni. La liquidazione era stata cancellata con l'abolizione dei vitalizi regionali.

Emiliano in imbarazzo: La Puglia "restaura" l'assegno di fine carica. Gian Maria De Francesco il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Blitz in consiglio regionale, grillini compresi Indennità retroattiva a partire dal 2013. Alla faccia del «basta casta»! Nell'ultima seduta del consiglio regionale della Puglia, il 27 luglio, è stato approvato un emendamento firmato dai capigruppo di tutti i gruppi consiliari (incluso il Movimento 5 Stelle che appoggia il governatore Emiliano e che esprime un assessore) che ripristina l'assegno di fine mandato per tutti i consiglieri. Con una particolarità: la norma è retroattiva e vale a partire dal primo gennaio 2013, data nella quale era stata abolita in un impeto di populismo da parte di Nichi Vendola. Il costo? Sono 4 milioni di euro. Si tratta di un calcolo molto sommario che include gli attuali 50 consiglieri e 9 assessori in carica dal 2020 (700mila euro), i componenti della passata legislatura (2 milioni di euro) e i 70 dei tempi dell'ex leader di Sel (circa un milione). Più nel dettaglio, l'assegno «è fissato nella misura dell'ultima mensilità dell'indennità di carica lorda (circa 7mila euro; ndr) percepita dal consigliere cessato dal mandato, moltiplicata per ogni anno di effettivo esercizio del mandato». Grosso modo 35.500 per ogni consiliatura. Anche se viene chiamata «indennità di liquidazione», tuttavia, non è equiparabile all'accantonamento del Tfr in quanto nella busta paga dei consiglieri non viene effettuata una trattenuta ad hoc. Al di là della mancanza di sensibilità da parte della classe dirigente di una Regione che versa in pessime condizioni economiche sintetizzate dalla drammatica crisi dell'Ilva e di tutto l'indotto del Tarantino, il blitz estivo del consiglio regionale pugliese segnala che ormai i Cinque stelle possono essere considerati «omogenei» a quella politica e a quelle istituzioni che dicevano di voler aprire «come una scatoletta». Come ha spiegato la capogruppo M5s, Grazia Di Bari, al Corriere del Mezzogiorno, «Per noi sarà ridotto come avviene per le indennità che percepiamo da consigliere», ha dichiarato che «abbiamo il massimo rispetto per i soldi dei pugliesi, come dimostrano anche le restituzioni che abbiamo fatto nella scorsa legislatura per oltre 600mila euro e che ovviamente stiamo facendo anche in questa legislatura per dar vita a nuovi progetti». E forse non è un caso che la denuncia della reintroduzione dell'assegno di fine mandato sia giunta proprio da Antonella Laricchia, candidata pentastellata alla presidenza della Regione che ha da tempo manifestato il proprio dissenso verso l'ingresso nella giunta di Emiliano. «Uno scandalo», ha commentato, aggiungendo che «già nella scorsa legislatura avevano provato a reintrodurre il trattamento di fine mandato, non riuscendoci, mentre questa volta invece nel silenzio generale questa norma è passata». Per il governatore Michele Emiliano un'altra grana politica dopo il caso dell'appoggio alla ricandidatura di Pippi Mellone, sindaco uscente di Nardò, in provincia di Lecce, eletto con una lista civica ma con simpatie di destra. Una sortita che ha portato il senatore piddino Dario Stefano ad autosospendersi dal partito.

Gian Maria De Francesco. Barese, classe 1973, laurea in Filosofia e specializzazione in Giornalismo all’Università Luiss di Roma. Mi occupo dei maggiori avvenimenti economico-finanziari da oltre vent’anni. Ho scritto un libro nel 2019 intitolato «Tassopoly: dall’Irpef alla pornotax, il folle gioco delle tasse». Ho tre grandi passioni: la famiglia, il Bari e il Brit-pop.

Assegno di fine mandato ai consiglieri, Emiliano: «Da abrogare subito». Il Quotidiano del Sud il 20 agosto 2021. «Mi pare che la proposta di immediata abrogazione» dell’assegno di fine mandato per i consiglieri regionali «sia la più giusta»: lo ha detto ieri sera il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, commentando le proteste dopo la reintroduzione in Consiglio regionale dell’assegno di fine mandato. In particolare, Emiliano, partecipando a Manfredonia, nel Foggiano, alla festa del suo movimento politico “Con”, ha risposto così a chi gli chiedeva cosa ne pensasse della reintroduzione, votata all’unanimità il 27 luglio, otto anni dopo l’abolizione dell’assegno. «Hanno fatto questa delibera – ha detto – senza neanche avvisare il presidente, cosa che devo dire, mi ha molto amareggiato. Ma adesso vedo che ci stanno ripensando e la cosa mi fa immenso piacere perché evidentemente sono ancora rimasti collegati con l’opinione pubblica». Il Governatore ha poi spiegato che «quel giorno non ero fisicamente in Aula perché, dopo aver passato più di tre ore sotto il sole per inaugurare nella provincia Bat le sedi di Questura, Carabinieri e Guardia di finanza con il ministro dell’Interno, non mi sono sentito bene. E ricordo che non mi è stato concesso di partecipare ai lavori consiliari da remoto come pure avevo chiesto di fare». Quindi di fatto, sostiene Emiliano, non era in condizioni di opporsi in quel momento all’approvazione: «Organizzandosi all’ultimo secondo – bacchetta Emiliano – in quella seduta hanno infilato, in una legge che non aveva nulla a che fare con l’argomento, questo emendamento. È stato un errore. Ho personalmente constatato che i segretari dei partiti politici del Pd, Lega e Forza Italia e i responsabili politici delle liste civiche non ne sapevano nulla. Come d’altra parte molti consiglieri regionali erano stati coinvolti all’ultimo minuto senza una approfondita discussione politica».

REGIONE PUGLIA. PERRINI (FDI) ELETTO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE REGIONALE ANTIMAFIA. Il Corriere del Giorno il 21 Luglio 2021. Soddisfazione anche dal gruppo regionale di Fratelli d’Italia “È un riconoscimento importante per noi di che da sempre riconosciamo il valore dello Stato”. Congratulazioni e messaggi di auguri sono arrivati da tutti i gruppi consiliari, sia della maggioranza che fa capo al governatore Emiliano, che della opposizione. Il Consiglio regionale pugliese ha istituito la Commissione speciale antimafia, commissione di studio e di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata in Puglia, un nuovo strumento per rendere ancora più efficace il ruolo e l’impegno della Regione contro i fenomeni criminosi e per l’affermazione della cultura della legalità.

La presidenza è stata assegnata a Renato Perrini (FdI), eletti invece vicepresidente e segretario rispettivamente Debora Ciliento (Pd) e Alessandro Leoci (Con Emiliano). L’obiettivo della neonata commissione è contrastare l’infiltrazione criminosa nell’attività pubblica, attraverso la collaborazione con altri enti territoriali, istituzioni, organi della magistratura, forze dell’ordine e rappresentanti della società civile. “Sono emozionato”, ha dichiarato il neo eletto presidente Perrini, che ha voluto ringraziare i colleghi commissari che hanno il suo nome come presidente di una delle più delicate commissioni regionali. Soddisfazione anche dal gruppo regionale di Fratelli d’Italia “È un riconoscimento importante per noi di che da sempre riconosciamo il valore dello Stato”. Congratulazioni e messaggi di auguri sono arrivati da tutti i gruppi consiliari, sia della maggioranza che fa capo al governatore Emiliano, che della opposizione. Gli auguri di buon lavoro al Presidente Renato Perrini e a tutta la Commissione sono arrivati in aula anche dall’ex presidente della Commissione Rosa Barone, che ha ricordato i risultati ottenuti.  “Grazie al contributo di istituzioni e associazioni – ha detto la Barone – abbiamo dato vita al testo Unico per la Legalità e all’Osservatorio che oggi è nella fondazione Stefano Fumarulo. Ricordo con emozione l’audizione di Don Ciotti e siamo stati la prima sede istituzionale ad aver invitato il Capitano Ultimo per ascoltare la sua testimonianza per parlare di lotta alla criminalità organizzata. Nella penultima seduta del Consiglio è stato approvato lo schema di proposta di legge per sostenere gli imprenditori che denunciano estorsioni e usurai, un risultato importante che parte da quanto fatto a Roma dal Coordinamento delle Commissioni e degli Osservatori sul contrasto della criminalità organizzata e la promozione della legalità. Un provvedimento che prevede, per le imprese che denunciano, una corsia preferenziale negli appalti sotto soglia. Una proposta arrivata grazie al lavoro della presidente della Commissione lombarda Monica Forte, che è stata approvata dalla Puglia come prima regione italiana e sarà trasmessa ora a Camera e Senato. La Commissione ha valorizzato la funzione politica dell’inchiesta come strumento di conoscenza del fenomeno mafioso, analizzandone non solamente la dimensione criminale, ma anche quella politica, culturale e sociale. Faccio i miei migliori auguri di buon lavoro al Presidente Perrini e a tutta la Commissione e sono sicura che otterranno risultati importanti nel contrasto alla criminalità organizzata”. “La fase storica che stiamo vivendo – ha dichiarato Loredana Capone presidente del Consiglio regionale- caratterizzata dal contrasto a una pandemia mondiale, ha richiesto, e richiede, uno sforzo al quale non eravamo oggettivamente pronti. Ma il fronteggiare questa emergenza non può distoglierci dalla necessità di dare la giusta attenzione ai fenomeni, complessi e radicati, di criminalità organizzata di stampo mafioso. L’ultimo report della Direzione Investigativa Antimafia fotografa chiaramente la situazione della nostra regione e contemporaneamente ci pone davanti alle sfide che dobbiamo cogliere per contrastare e sradicare le mafie in Puglia”. 

«Regione danneggiata», Raffaele Fitto condannato a risarcire mezzo milione di euro. La replica: «Sentenza contraddittoria con valutazioni sulla mia persona inopportune ed offensive. Ricorrerò in Cassazione». La Gazzetta del Mezzogiorno il 16 Luglio 2021. «Causò un danno alla Regione», e per questo l'ex governatore Raffaele Fitto è stato condannato a risarcire l'ente con 434.500 euro, oltre agli interessi legali. La sentenza, emessa dalla terza sezione civile della Corte d'Appello di Bari, affonda le sue radici in una delibera del 2004, anno in cui l'europarlamentare magliese, co-presidente del Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei era ancora presidente della Regione Puglia. Con quella delibera, per la quale venne indagato per falso ideologico, secondo i giudici d'Appello avrebbe voluto «l'apertura generalizzata al privato nelle Residenze sanitarie assistite». In sede penale la prescrizione è arrivata nel 2013 e oggi il procedimento si è definito in sede civile. «La Corte ritiene - si legge nella sentenza - che il falso ideologico commesso da Fitto abbia provocato un enorme danno alla credibilità e all'immagine della Regione». La Regione Puglia aveva chiesto un risarcimento per danni non patrimoniali pari a 1,5 milioni di euro e patrimoniali pari a oltre 22 milioni. I giudici hanno condannato Fitto per i soli danni morali ma non per quelli patrimoniali. La vicenda è stata definita dalla Corte di Appello civile perché dopo l’annullamento con rinvio della sentenza penale da parte della Cassazione, preso atto che il reato era ormai prescritto, gli atti del procedimento sono stati trasmessi direttamente ai giudici civili. Nella sentenza si evidenza «la sussistenza del dolo di Fitto, il quale volle e preparò l’apertura generalizzata al privato nelle Rsa, sollecitando in ogni modo pezze di appoggio dagli uffici competenti». La delibera ritenuta falsa faceva riferimento alla impossibilità delle Asl di gestire direttamente le 11 Rsa regionali, rendendo così legittimo il ricorso all'affidamento delle gestione a soggetti privati mediante apposita gara del valore di 198 milioni di euro. Si tratta di uno stralcio del processo «Fiorita» sulla presunta tangente da 500 mila euro pagata dall’imprenditore romano Giampaolo Angelucci per aggiudicarsi quella gara. Accuse, queste ultime, dalle quali Fitto è stato assolto in sede penale in via definitiva. Nel procedimento la Regione è stata rappresentata dagli avvocati Giuseppe Spagnolo e Massimo Leccese. «Il suo organo di vertice più importante, un presidente scelto dagli elettori, - spiegano i giudici - prese una decisione essenziale in materia di sanità, la più importante sul piano socio-economico tra quelle attribuite all’ente, creando sulla base di falsi presupposti il “ponte” necessario per un successivo processo di privatizzazione delle Rsa sganciato da ogni discussione democratica e collaborazione amministrativa non solo con gli elettori e i loro rappresentanti in Consiglio regionale, ma di volta in volta pressando e pretermettendo uffici amministrativi e qualificati dirigenti di Asl e Ares, fino a prevaricare e travolgere persino gli assessori da lui scelti in virtù di un vincolo di fiducia politica e personale, in primis quello alla sanità». «Un atteggiamento autocratico - si legge ancora nella sentenza - proprio di chi evidentemente considerava soltanto il risultato da perseguire, al di là di procedure, rispetto di regole legali e amministrative, e persino il rispetto personale e politico verso i suoi assessori». «L'essere stata la Regione rappresentata da un presidente così radicalmente avulso dalla democrazia e dalla legalità - concludono i giudici - , nonché dal rispetto per le articolazioni locali titolari di proposta, le Asl, ha prodotto un danno che può essere quantificato, secondo equità, nella misura di 350.000 euro, rivalutati a 434.500 dal fatto al momento attuale», oltre interessi legali dall’aprile 2004 ad oggi (che ammontano a circa 90 mila euro).

LA REPLICA DI FITTO - «La Corte di Appello civile di Bari, chiamata a pronunziarsi dalla Cassazione penale, a seguito dell'accoglimento di un mio ricorso, ha reso nei miei confronti una sentenza incredibilmente contraddittoria, che mi lascia basito e che mi accingo chiaramente ad impugnare in Cassazione». Queste le parole dell'europarlamentare Raffaele Fitto commentando la sentenza. «Contraddittoria - dice Fitto - perché chiarisce in modo indiscutibile che non esiste alcun danno patrimoniale», ma «vengo condannato a risarcire la Regione per danno d’immagine quantificato in via equitativa e con valutazioni sulla mia persona inopportune ed offensive del tutto estranee a logiche giuridiche, che meriterebbero sicuramente altro tipo di valutazioni e che costituiscono un precedente isolato e pericolosissimo, reso al di fuori di ogni canone di ragionevolezza, atteso che la stessa Corte non ha potuto individuare, nella mia condotta (che pure ribadisco essere stata legittima) una idoneità a causare un danno patrimoniale all’ente». «Nonostante tutto sono sereno» e «ribadisco la mia fiducia nella giustizia» dice ancora Fitto, annunciando che «con i miei avvocati nei prossimi giorni predisporrò il ricorso in Cassazione per dimostrare innanzitutto, come già avvenuto in passato in tanti altri gradi di giudizio, la mia totale correttezza amministrativa, rinviando un mio giudizio politico dettagliato e complessivo su questa storia infinita, che mi accompagna oramai da oltre 15 anni, a quando tutto sarà concluso». «Temo - conclude -, che accadimenti di questo tipo possano spingere molti cittadini a non occuparsi in alcun modo del governo della cosa pubblica, se questi sono i rischi che, per delibere addirittura collegiali, si possono correre».

Bari, la Corte d'Appello respinge richiesta risarcimento per suoli Punta Perotti. La società aveva chiesto una somma pari a 42 milioni di euro. La Gazzetta del Mezzogiorno il 15 Luglio 2021. La Corte di Appello di Bari ha rigettato la richiesta di risarcimento danni pari a 42 milioni di euro avanzata nei confronti del Comune dalla società GIEM, Gruppo imprenditori edili meridionali srl, che nel 1991 aveva acquistato dalla famiglia Levi Montalcini tre aree a Punta Perotti, poi confiscate nel 2001 e restituite (dopo la revoca della confisca) nel 2013. Respinta anche la richiesta che gli eredi della senatrice Rita Levi Montalcini e dei suoi fratelli, venditori dei terreni, restituissero i prezzi incassati. Secondo i giudici, che hanno così confermato la sentenza già emesso in primo grado nel marzo 2017 dal Tribunale civile di Bari respingendo l’appello della società, «la GIEM non poteva certo ignorare che la procedura di lottizzazione», poi ritenuta abusiva dai giudici penali, «era ancora tutt'altro che compiuta», quindi «la scelta di comprare i terreni in quel preciso momento, senza aspettare il termine della procedura amministrativa, fu una scelta consapevole». Per questo quei contratti di compravendita immobiliare dei quali la società chiedeva la risoluzione sono da considerarsi validi. Anzi, la Corte ha condannato la GIEM anche a pagare le spese di giudizio della famiglia Levi Montalcini, quantificandole in 85 mila euro. Nella lunga e motivata sentenza, inoltre, pur rilevando il "comportamento colpevole del Comune di Bari» per aver approvato all’epoca il piano di lottizzazione senza il nulla osta ambientale, i giudici spiegano che «la situazione urbanistica attuale dei suoli; uguale a quella del momento dell’acquisto" e, di conseguenza, «la società attrice non può lamentare di avere subito un danno». Anzi, oggi «i suoli possiedono un valore di gran lunga superiore al prezzo d’acquisto», 12,5 milioni di euro rispetto agli 11 miliardi di lire (pari a 5,5 milioni di euro) costati 30 anni fa. La vicenda riguarda terreni che facevano parte della lottizzazione di Punta Perotti, ma su cui non è mai stato edificato alcun palazzo, al contrario di quanto avvenuto sui terreni adiacenti su cui furono edificati e poi abbattuti i cosiddetti "ecomostri".

Bari piange Gianni Colajemma, stroncato dal Covid. Il sindaco: «Ci mancherai». Il ricordo dei colleghi. «Oggi questo maledetto virus si è portato via un altro pezzo della nostra città», così il sindaco Antonio Decaro su Fb. La Gazzetta del Mezzogiorno.  «Oggi questo maledetto virus si è portato via un altro pezzo della nostra città. Bari perde la risata calda e profonda di Gianni Colajemma, perde uno degli attori che hanno fatto la storia della comicità e del teatro popolare barese. Grazie di tutto quello che hai fatto per questa città, grazie per la tua arte e per la tua trascinante comicità». Così il sindaco Antonio Decaro ha annunciato con un post su Facebook la morte, causata dal Coronavirus, di Gianni Colajemma, famoso attore barese e fondatore del teatro Barium. Tantissimi i messaggi di cordoglio sui social: tutta la città ricorda commossa l'attore barese. Ecco le testimonianze dei colleghi Sinisi, Pignataro e di Uccio De Santis, assieme al messaggio di saluto di Nico Salatino, suo primo talent scout.

È morto l'attore Gianni Colajemma, il comico stroncato dal covid: “Ha fatto la storia, maledetto virus”. Vito Califano su Il Riformista il 17 Aprile 2021. È morto a 62 anni l’attore e comico barese Gianni Colajemma. Non ce l’ha fatta, l’esponente del teatro e della commedia del capoluogo pugliese, a superare il contagio da coronavirus. A darne notizia il sindaco della città e presidente dell’Anci Antonio Decaro. Colajemma ha fondato il teatro Barium. È stato attore di cinema e regista di cortometraggi. Si era contagiato a marzo scorso e le sue condizioni si sono aggravate a causa di comorbilità e da quindici giorni era in coma farmacologico. Il ricordo sui social network del sindaco Decaro: “Oggi questo maledetto virus si è portato via un altro pezzo della nostra città. Bari perde la risata calda e profonda di Gianni Colajemma, perde uno degli attori che hanno fatto la storia della comicità e del teatro popolare barese. Grazie di tutto quello che hai fatto per questa città, grazie per la tua arte e per la tua trascinante comicità. Grazie anche dei rimproveri che mi riservavi durante le nostre telefonate. Ciao Gianni, ci mancherai”. Nel suo ultimo post, il 15 marzo scorso, sui social Colajemma aveva scritto contro la chiusura dei luoghi della cultura: “Spero che qualcun un giorno si ricordi dei piccoli teatri e si chieda “come stonne a fa?” (“come stanno facendo”)?”

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Bari, l’addio a Colajemma: «Mio padre, un amico vero». Il connubio fra vita e teatro. Lucia Coppola: «Così in simbiosi che ci scambiavano per marito e moglie». Francesca Ditommaso, Carlo Stragapede il 19 Aprile 2021 su La Gazzetta del Mezzogiorno. È uscito di scena senza fare in tempo a vedere riaprire il suo Barium. Teatro chiuso, ironia della sorte, per il contenimento dei contagi. Non è bastato a salvare la vita a Gianni Colajemma. «Ho perso l’amico, il confidente, il papà che tutti avrebbero voluto avere, a cui bastava uno sguardo per capirti, che sapeva essere presente e lo faceva in punta di piedi, nascosto dietro una telefonata per dirti un banale “buonanotte, mi raccomando”. Il vuoto che lascia è troppo grande, grande quanto lui. Si chiude un sipario triste nella mia vita». Gianmarco Colajemma butta giù tutte d’un fiato le parole per dipanare il dolore per la scomparsa del padre. Gianni Colajemma era uno dei più amati protagonisti del teatro popolare e vernacolare, “artigiano” di una baresità ruspante e forte, forte ma non abbastanza da non essere travolta dal virus. Colajemma si è spento a soli 62 anni. «Purtroppo è risultato positivo al Covid ai primi di marzo - racconta Gianmarco - per un peggioramento siamo stati costretti a ricoverarlo. Era la domenica delle Palme». L’artista combatteva da qualche tempo contro una malattia del sangue, ma «era sotto controllo con una chemioterapia di mantenimento». Un paziente fragile, dunque, fragilissimo. Ma che non era stato ancora vaccinato perché, tragedia nella tragedia, quando ha contratto il virus le categorie fragili non rientravano ancora tra le priorità. «Ma non ho voglia di strumentalizzare nulla, non biasimo nessuno - commenta il figlio dell’attore -. Ho visto medici e infermieri piangere sconfitti alla fine del turno di lavoro. So delle migliaia di lettere di richiesta d’aiuto che hanno spedito alle alte sfere. A loro non si poteva chiedere di più, so quanto hanno fatto per mio padre, un uomo sempre pronto ad aiutare e consolare il prossimo. Che ha dato la sua vita per il teatro e per i baresi, in difficoltà e non. Un uomo umile, con l’animo di un bambino». Una famiglia unita, la moglie Gigia e tre figli, una ragazza, un fratello musicista e cantautore e poi Giancarlo, 30 anni ad ottobre, che da tempo affiancava il padre Gianni nella gestione del teatro Barium, quel gioiellino creato nel 1986 dall’artista con Carmine De Liddo , in arte Mino Barbarese, suo sodale fino al 1990, anno in cui la storica coppia si divise, lasciando il timone solo a Gianni Colajemma. Con la sua inconfondibile chioma arruffata, la mimica facciale e quei suoni gutturali che anticipavano e scatenavano irresistibili risate. «Un maestro, persona umile, stupenda e spesso triste, come sanno esserlo solo i teatranti di fronte alla scarsa importanza che spesso gli riserva la loro stessa terra», lo ricorda Renato Ciardo, figlio di Gianni Ciardo e anche lui attore cabarettista e musicista (fa parte, tra l’altro, del gruppo Rimbamband). «Il mio primo spettacolo l’ho fatto proprio nel suo teatro, si intitolava “Non fa niente che fa freddo ma la musica è bella”: nacque lì il personaggio Michele delle Battagliere. Recitavo in due ruoli, il futuro Michele si chiamava Gaetano ed era amico di Gianni Colajemma. L’altro personaggio era Noffrino Sansonetti, davvero esistito nella città vecchia. Abbiamo anche fatto assieme un corteo storico di San Nicola, nel 2000. Gianni era una persona buona, davvero». Difficile non volergli bene, non affezionarsi alla voce ruvida da fumatore incallito. «Una persona per bene dai valori sani e che amava più di ogni cosa la sua Bari», commenta l’hair stylist Silvia Palattella. Colajemma è stato suo cliente. «Amava le cose giuste, fatte con criterio, una persona silenziosa ma con tante cose nascoste nel suo silenzio. Non mancava mai di infondere coraggio». La stima anche di chi non aveva mai lavorato con lui testimoniava la sua cifra umana e professionale. «Non abbiamo mai lavorato insieme, non per scelta, ma perché entrambi molto impegnati con le proprie compagnie. Ma mi sarebbe piaciuto», dice l’attore barese Nicola Pignataro. «Ho conosciuto Gianni verso la fine degli anni ‘80. Lui e Mino Barbarese avevano trasformato una vecchia e malandata piccola discoteca in un accogliente teatro di periferia. Cominciava allora l’epopea dei "piccoli teatri" dopo i successi del "Piccolo" di Eugenio D'Attoma e del "Purgatorio" gestito da me. Mi invitarono ed andai a vederli in una commedia comica molto divertente. Avevo già avuto loro notizie. Gianni che, in duo con Rita Binetti iniziava a distinguersi come comico, e Mino, che avevo già sentito come cantante in un altro duo che si faceva chiamare: “I Barbaresi” da cui poi il suo nome d'arte che sostituì il “Carmine Di Liddo” all’anagrafe. Il loro successo, anche se non rapidamente esplosivo, cresceva sempre più. Avevo capito che il loro era un vero talento che doveva trasformarsi in professionismo. Infatti ci riuscirono anche se Mino lasciò il Teatro Barium per la tv e Gianni caparbiamente continuò la difficile avventura del teatro di periferia. Riuscì piano piano a trovare un posto di tutto rispetto nel mondo dello spettacolo. Ora i due, se ne sono andati, per uno strano scherzo del destino, Mino a 62 anni raggiunto dopo qualche anno da Gianni che ha atteso, penso per omaggiare un destino parallelo, anche lui i 62 anni, forse per non fare un torto al suo amico e collega di sempre». Nemmeno Uccio De Santis, altro comico barese partito dal teatro, aveva mai lavorato con Colajemma. «Ma ci stimavamo molto - sottolinea - andavo volentieri a vedere i suoi spettacoli. L’ultima volta l’ho incontrato solo due mesi fa, all’ingresso del teatro Piccinni: registrava la sua commedia. Pochi come lui hanno dato così tanto alla sua città». Nel 1991, Colajemma aveva fondato la compagnia teatrale Manifattura Tabacchi Barium con la quale aveva prodotto, interpretato e diretto un vasto repertorio di commedie di grandi autori del panorama barese, come Vito Maurogiovanni, Rocco Servodio, Bartolomeo Sciacovelli, Mino de Bartolomeo, Rosaria Barracano e Nicola Gemma. Tra i primi a dare notizia della sua scomparsa su Facebook, sabato mattina, è stato proprio il sindaco, Antonio Decaro. «Oggi questo maledetto virus si è portato via un altro pezzo della nostra città». E invece no. Troppo doloroso, pensare che possa spegnersi così la luce di un artista. E se l’attrice barese Lia Cellamare sorride immaginandolo semplicemente in una interminabile tournée, per Renato Ciardo «sarà andato a fumarsi una sigaretta, magari a trovare il suo amatissimo San Nicola». Perché il Covid non lo sa, ma un artista non muore mai. Bari piange Gianni Colajemma, stroncato dal Covid. Il sindaco: «Ci mancherai». Il ricordo dei colleghi.

TRENT'ANNI DI PALCOSCENICO - Trent’anni di palcoscenico insieme, tra la fatica creativa delle prove, l’allestimento delle scene, la cura puntuale dei costumi, gli spostamenti in tour, il debutto, il dopoteatro e una valanga immensa di affetto del pubblico, tutto condiviso per una vita. Lucia Coppola è per Gianni Colajemma quello che era Pupella Maggio per Eduardo De Filippo. Complice sulla scena e attorno alla scena, confidente, compagna ideale di un affiatamento tale che «ci capivamo al volo - racconta ancora incredula l'attrice cinquantanovenne - senza bisogno di parlare, anche quando uno dei due inventava una battuta fuori copione e l'altro, automaticamente, gli reggeva il gioco, gli faceva da sponda». L’attrice, costumista e scenografa del teatro Barium e della compagnia, confessa: «Molti ammiratori, nel tempo, ci hanno scambiati per marito e moglie, e in effetti in tre decenni non ho perso nemmeno una stagione al fianco di Gianni - racconta - nemmeno quando mi sono dovuta sottoporre alla chemioterapia e sono andata in scena con la parrucca, nella commedia Un barese a New York 1. A settembre scorso - e qui la voce è incrinata dal pianto - gli dissi che, per i 30 anni di carriera insieme a lui, avrei voluto organizzare una grande festa». La festa non c’è stata ma il cuore e la mente della artista barese sono traboccanti di fotogrammi, sapori, aneddoti e anche di sogni relizzati. «Nell'estate del 1991 - Lucia riavvolge il nastro - una mia amica, il soprano Rosa Ginaldi, mi disse che Gianni Colajemma cercava un’attrice per la sua compagnia, per il ruolo di Marietta nella commedia di Vito Maurogiovanni Chidde dì du 188 (Quei giorni del 188, affresco di personaggi che gravitano attorno a una casa di piacere in via Dante 188, nella Bari degli anni ‘30, ndr). Avevo 29 anni, i bambini piccoli e non avevo mai recitato, anche se sentivo forte la passione per il teatro. Mi presentai al Barium e lui mi fece leggere un testo ma alla fine decise che non ero pronta per il ruolo della protagonista. Mi affidò la parte secondaria della cantante del Politeama. Qualche giorno dopo, era il 5 settembre, mi telefona, “vieni a teatro, ti devo dire una cosa importante”. Insomma, il ruolo di Marietta era mio». Da allora il sodalizio si consolida sempre più, la seconda commedia Aminue amare (Mandorle amare), sempre di Maurogiovanni, va in scena il 12 ottobre. «Per coincidenza, la trama parla di una famiglia proletaria che durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale si rifugia inconsapevolmente nei sotterranei del Petruzzelli - ricorda la interprete - e un paio di settimane dopo, il 27 ottobre, il Petruzzelli fu distrutto dall'incendio». La scalata verso il successo non è facile per la squadra di artisti guidati dal capocomico poco più che trentenne. «All'inizio a volte le prenotazioni scarseggiavano e appena squillava il telefono i nostri occhi si illuminavano. Ne nacque un tormentone, u telefn, u telefn!, e la prendevamo a ridere». Poi arriva l'onda lunga dei pienoni, dell’affetto consolidato del pubblico barese che apprezza Colajemma anche come regista del corteo storico di San Nicola. Devoto in modo viscerale del Patrono Taumaturgo, a sentire la sua prim’attrice aveva un rapporto specialissimo con la gente di Bari vecchia. Io stessa ho imparato alcuni accenti ed espressioni tipiche del nostro vernacolo durante le prove costume dei figuranti della Sagra di maggio», afferma. Una delle esperienze più avvincenti della compagnia fu la trasferta negli Stati Uniti a ottobre del 2018. In un teatro di Staten Island, nella Grande Mela, Colajemma e la sua squadra rappresentano Un barese a New York 1 e 2 davanti a un pubblico divertito e commosso di baresi e molesi di seconda, terza e quarta generazione. Di quella trasferta facevano parte anche Vittoria Amore, Luca Mastrolitti, Maria Schino e Federica Antonacci. «Era sempre preoccupato che la commedia piacesse, anche dopo tanti anni di esperienza, e anche quella volta, durante il volo per gli Usa, si mostrava ansioso che ogni dettaglio fosse al suo posto, come un giovane studente alla vigilia di un esame importante». L’ultimo impegno professionale, ai primi di febbraio scorso, sulle tavole del teatro comunale Piccinni: la registrazione video di due celebri secondi atti, quelli di Chidde dì du 188 e Aminue amare, proprio le commedie dell’esordio di trent’anni prima. Colajemma, Coppola e Antonella Radicci, gli attori in scena, e i tecnici, ovviamente, si sottopongono al tampone prima e dopo. Andranno in onda stasera su Telenorba, in un omaggio al maestro scomparso. Il regista e autore da circa un anno era in cura per un linfoma. Nelle ultime settimane il contagio da Covid, rivelatosi fatale. «L'ho sentito per l’ultima volta la domenica delle Palme, il 28 marzo. Vorrei concludere questa mia testimonianza citando una frase che lui ripeteva spesso a fine spettacolo o in varie altre circostanze, c'ama fa', aveva scì d'acsì, che dobbiamo fare? doveva andare così». (Carlo Stragapede)

Profanate le tombe di Ciccio e Tore, i fratellini di Gravina: la denuncia del papà e del sindaco. Morti tragicamente nel 2006. È stata forzata la cappella e scardinate le lastre in vetro. La Gazzetta del Mezzogiorno l'08 Marzo 2021. Un paio di giorni fa «mani ignote ma esperte hanno forzato l’ingresso della cappella cimiteriale in cui riposano» i fratellini Ciccio e Tore Pappalardi «ed hanno scardinato le lastre di vetro che ricoprono le tombe». Lo denuncia su Facebook il sindaco di Gravina in Puglia, Alesio Valente, che rileva come la tragica storia dei due fratellini non abbia saziato «la fame di dolore degli sciacalli». Francesco e Salvatore, di 13 e 11 anni, scomparvero a Gravina il 5 giugno del 2006 e vennero trovati morti venti mesi dopo nella cisterna di una masseria abbandonata nella quale forse finirono durante un tragico gioco. La profanazione della tomba dei due ragazzini è stata rivelata al sindaco dal papà dei fratellini. «Me ne ha voluto parlare con la voce rotta dalla sofferenza - spiega il primo cittadino - il padre dei due fanciulli, Filippo, fiducioso che le istituzioni, anche attraverso il sindaco, e naturalmente attraverso le forze dell’ordine e la magistratura, possano aiutare a far luce su quanto accaduto, sui motivi di tanto odio vigliacco. Ho ascoltato con attenzione e con commozione le parole di Filippo ed ho voluto esprimergli tutta la mia vicinanza. Una profanazione grave, che suscita sdegno e apre la via ad un interrogativo inquietante: perché?». «Un gesto del genere, che è come sale su una ferita mai rimarginata, è un’offesa non solo ad una famiglia che piange i suoi bambini, ma ad una città intera, che forse con quella triste vicenda non ha ancora fatto del tutto i conti. Ed è forse ora di fermarsi a riflettere, nel nome della verità».

PUGLIA. FARE CHIAREZZA SULLO SCANDALO VACCINAZIONI DENUNCIATO DA LACARRA (PD). Il Corriere del Giorno l'11 Marzo 2021. “E’ ora di chiarire se sia stata la Regione a permettere priorità differenti rispetto a quelle definite dallo Stato. Il silenzio di Emiliano e di Lopalco può insinuare la percezione che i veri furbetti siano stati loro con proprie Circolari e non chi ha osservate queste Circolari di cui si parla. Aspettiamo che Emiliano e Lopalco con voce istituzionale ammettano o smentiscano l’esistenza di queste loro circolari”. La Puglia ha utilizzato circa il 90% delle dosi ricevute del vaccino anti-Covid, circa 300mila pugliesi hanno ricevuto la prima dose. Secondo l’accusa del coordinatore regionale del PD, l’on. Marco Lacarra, fra questi ci sarebbero gli autori dei crimini vergognosi, ovvero i furbetti che sorpassando tutti hanno ricevuto la vaccinazione prima degli altri. I NAS faranno tutti i controlli, ma secondo Ignazio Zullo, capogruppo di Fratelli d’ Italia al Consiglio regionale pugliese, “la sensazione che si fa strada via via in questi giorni è che i furbetti non sono coloro che hanno avuto la dose, ma coloro hanno pensato e firmato circolari in deroga alle linee guide nazionali. Alle priorità stabilite dal Ministero della Salute secondo le quali dovessero prima essere vaccinati gli operatori sanitari e gli ultraottantenni“. La Regione Puglia ha esteso questa opportunità non solo a dipendenti di strutture sanitarie che non lavorano nei reparti, alcuni sono anche a casa in smart-working, ma anche a quelli di alcune Agenzie regionali ritenute “strategiche” per l’emergenza pandemica. “Insomma, è la Regione Puglia che ha preferito vaccinare i suoi amministrativi, tecnici, consulenti, dipendenti a progetto piuttosto che le categorie fragili? Si parla di deroghe emanate dalla Regione che noi non conosciamo, né la comunicazione istituzionale del presidente – così solerte nel pubblicizzare tutto – né l’assessore Lopalco in qualche sua comparsata in Tv ha spiegato se sono stati loro con proprie circolari a permettere che un dipendente di un’Agenzia regionale di vaccinarsi prima di un malato oncologico, o di un disabile o di un cardiopatico o di una persona affetta da malattia rara” aggiunge Zullo. “Affinché si tolga ogni dubbio, è ora di chiarire se sia stata la Regione a permettere priorità differenti rispetto a quelle definite dallo Stato. Il silenzio di Emiliano e di Lopalco può insinuare la percezione che i veri furbetti siano stati loro con proprie Circolari e non chi ha osservate queste Circolari di cui si parla. Aspettiamo che Emiliano e Lopalco con voce istituzionale ammettano o smentiscano l’esistenza di queste loro circolari. Sarebbe un bel chiarimento sui furbetti, se stanno in alto e alla testa che, con riferimento al pesce, è la prima ad andare in putrefazione.” conclude il capogruppo di Fratelli d’ Italia al Consiglio regionale pugliese.

Puglia, in un mese 7mila vaccinazioni anti Covid «anomale»: è caccia ai «furbetti». Lo sostiene il presidente della I commissione Sanità del Consiglio regionale, Fabiano Amati (Pd) che oggi ha ricevuto gli elenchi dei vaccinati per le verifiche sui chi non ne aveva diritto. La Gazzetta del Mezzogiorno il 16 Aprile 2021. In Puglia, solamente nella fase 1, tra dicembre e gennaio, sarebbero state effettuate oltre 7mila vaccinazioni anti Covid «anomale»: lo sostiene il presidente della I commissione Sanità del Consiglio regionale, Fabiano Amati (Pd) che oggi ha ricevuto gli elenchi dei vaccinati per le verifiche sui presunti «furbetti». «Limitando l’osservazione al periodo dicembre-gennaio - spiega - risultano 7.305 vaccinazioni anomale, prescindendo dagli operatori sanitari su cui c'è bisogno di approfondimento perché cresciuti a dismisura. Dicono questo, a prima vista, gli elenchi dei vaccinati sino al 12 aprile scorso». Secondo Amati, tra il 27.12.2020 - 31.01.2021, «risultano ammessi al beneficio della vaccinazione 6.593 operatori non sanitari in Rsa, 389 persone prive di indicazioni sulla categoria professionale di appartenenza, 243 persone adibite ad altra attività lavorativa a rischio, diversa cioè da quella di operatore sanitario in strutture ospedaliere o Rsa e 14 persone con attività a contatto con animali. Dati decisamente anomali». Sino al 12 aprile ci sono anche 66 minorenni vaccinati, di cui «23 per appartenenza a categoria non specificata, 34 alla categoria degli operatori sanitari, 5 operatori sanitari in RSA, 3 operatori scolastici e 1 forze di polizia». 

Nicola Apollonio per “Libero Quotidiano” il 16 aprile 2021. Prendo in prestito un vecchio adagio che ben ci sta per fotografare la difficile situazione che si è venuta a creare in Puglia nella campagna di vaccinazione contro il Covid-19: Piove sul bagnato! Il guaio è che non si tratta di una pioggerellina, ma di una specie di temporale. È sceso in campo persino l' autorevole giornale inglese Financial Times per dire che «la Puglia è forse il miglior esempio del sistema disfunzionale delle vaccinazioni», con particolare riferimento ai furbetti che mettono in pericolo la vita di molti anziani over 80. Ed è proprio questa la nota dolente che sta mettendo in ansia la fascia più debole della popolazione, costretta a dover fare i conti non solo con i vaccini che arrivano col contagocce ma, soprattutto, con quella massa di strafottenti catalogati nella categoria "altro". Quasi l' 8% delle somministrazioni effettuate in Puglia fino a pochi giorni fa (56mila su 708mila). Tanto che lo stesso commissario Francesco Paolo Figliuolo si è visto costretto a chiedere per la seconda volta al presidente Emiliano e all' assessore Lopalco di spiegare che cosa ci sia dentro quell'"altro", un calderone nel quale si sospetta che possano nascondersi i famigerati "furbetti", cioè tutte quelle persone che avrebbero ottenuto una somministrazione del vaccino senza averne titolo. Se ne stanno occupando anche i Nas su delega del pm barese Baldo Pisani, per verificare se corrisponde al vero ciò che si racconta, e cioè che una dose su 5 sia stata somministrata a persone che non rientravano nelle categorie previste dalle circolari del Dipartimento della salute. Ma si dice pure che qualcuno stia lucrando sul vaccino vendendo dosi in cambio di soldi, mentre ci sono persone quasi centenarie, come la signora Giuseppina Tundo di Aradeo, in provincia di Lecce, 96 anni, che da giorni aspetta di avere inoculato il famoso siero. Ora, tutto si può dire meno che il duo Emiliano-Lopalco abbia marciato spedito. Il fatto stesso che la Puglia si trovi ancora in fascia rossa vuol dire che i programmi e le strategie messe finora in atto non hanno funzionato come ci si auspicava. E per questo, giorni fa, richiesto dai capigruppo e promosso dalla presidente del Consiglio regionale Loredana Capone, si è avuto un incontro con l' assessore alla sanità Pierluigi Lopalco, presente anche il vice presidente di Anci Puglia, Domenico Vitto, durante il quale sono state rappresentate le tante difficoltà che hanno caratterizzato finora l' intera campagna di vaccinazione. Non esclusa la polemica sul personale sanitario che non si è ancora sottoposto alla vaccinazione e che lo stesso Lopalco ha definito «un rifiuto non corretto e non deontologico per medici e infermieri». Sulla vicenda ha fatto sentire la propria voce anche Fdi, secondo cui «la Puglia è impietosamente ultima in Italia per le vaccinazioni»; e ha tirato in ballo uno studio dei ricercatori di YouTrend dal quale risulterebbe che dare la priorità alle persone anziane sia la migliore strategia possibile per combattere e vincere la pandemia. Che è quello che vanno predicando da tempo alcuni politici accorti. Sembra, però, che in Puglia non voglia proprio tornare il sereno.

Coronavirus, in Puglia la "variante studentesca": come nasce l'ossessione di Emiliano di chiudere le scuole "prima di tutto". Giuliano Foschini su La Repubblica l'11 marzo 2021. Da domani i bambini e i ragazzi delle province di Bari e Taranto troveranno le aule chiuse e i bar aperti. La Puglia è la regione d’Italia dove, stando alle statistiche di Save the children, i bambini delle scuole materne ed elementari hanno perso più giorni in presenza: ecco perché. In Puglia esiste una particolare variante, resistente a ogni tipo di vaccino o di forma di distanziamento: la variante studentesca. Non si spiegherebbe altrimenti la passione (o ossessione) del Governatore, Michele Emiliano, che a ogni innalzamento della curva (o, come gli hanno fatto notare anche i giudici, in alcuni casi anche quando il picco non c’era) per prima cosa chiude le “scuole di ogni ordine e grado”. E solo quelle. Per dire: da domani, venerdì 12 marzo, i bambini e i ragazzi delle province di Bari e Taranto troveranno le aule chiuse e i bar aperti. Non potranno andare a scuola ma sarà consentito loro andare a mangiare al ristorante, o magari andare da un parrucchiere o a giocare a tennis o a calcetto, basta avere una tessera agonistica, e le statistiche dicono che c’è stato un picco di agonisti in Puglia come nel resto d’Italia. E non è un'iperbole: la scorsa settimana a Fasano il sindaco ha chiuso in anticipo le scuole mentre decine di migliaia di persone si riversavano nella frazione marina di Savelletri per mangiare i ricci più famosi d’Italia, sfruttando il mese con la “R”, marzo, quando la pesca e la vendita è consentita. Nonostante le apparenze, in tutto questo il folklore non c’entra nulla. Ma è una questione serissima di salute pubblica, diritto all’istruzione. E dunque di politica nel senso più pieno. Come ogni cosa, è bene partire dai numeri: la Puglia è la regione d’Italia dove, stando alle statistiche di Save the children, i bambini delle scuole materne ed elementari hanno perso più giorni in presenza. Se a Roma, non ne hanno mancato nemmeno uno, a Bari più della metà. Nelle medie e superiori si è invece secondi soltanto alla Campania di De Luca. Regioni sanitarie non sembrano esserci: il contagio in Puglia non è andato più veloce che altrove, anzi. Emiliano, e con lui l’assessore alla Salute, l’epidemiologo di fama internazionale Pierluigi Lopalco, hanno però sempre ritenuto le scuole principali vettori del contagio. O meglio, le versioni sono state tante: veicolo di contagio. Moltiplicatore di tracciamento, e dunque troppe le persone da controllare con i Dipartimenti di prevenzione che erano in tilt. Strumento necessario per la tutela dei lavoratori, con i professori che in aula rischiavano di ammalarsi. A seconda della necessità, veniva utilizzata una delle alternative. E così alla fine le ordinanze di chiusura sono state dieci, di cui alcune cassate dal Tar e poi riformulate. Nel frattempo i professori hanno cominciato il ciclo di vaccinazione che procede spedito. E così anche quando le scuole erano aperte, in realtà erano chiuse: i professori si sono ammalati in massa (rivedendo ogni statistica sugli effetti collaterali del vaccino Astrazeneca) e ci sono stati bambini che sono rimasti a casa fino a quattro giorni dopo la vaccinazione dei loro docenti, che non erano al lavoro perchè ammalati.

In ogni caso da domani si chiude di nuovo: la nuova ordinanza, come chiesto dai giudici amministrativi, contiene a supporto i dati epidemiologicie statistici che effettivamente sono assai rilevanti. In Puglia è partita la terza ondata, la situazione è serissima e delicatissima, i numeri sono incontrovertibili, gli ospedali sono al collasso. Ma perchè soltanto le scuole? Emiliano è uomo intelligente e politico esperto, dunque ogni cosa ha un senso.

1)    Non chiude le attività commerciali perché aspetta che lo faccia il Governo nazionale: sul banco c’è la questione ristori e la Regione non è in grado di far fronte alle legittime aspettative dei commercianti. Inoltre, a Roma viene scaricata anche la responsabilità della decisione;

2)    La chiusura delle scuole è solo in parte impopolare. Spacca a metà l’opinione pubblica, quello che Emiliano , come dimostrano le vicende Ilva e Tap, preferisce. Nella peggiore delle ipotesi, il 50 per cento è con lui.

3)    La Puglia oggi è in overbooking di posti letto, nonostante a Bari ci sia un ospedale con più di 150 posti letto, costato 18 milioni, rispetto agli otto previsti inizialmente, che è vuoto. Doveva entrare in funzione da mesi, promesse su promesse, e invece niente. E anche quando entrerà in funzione la capienza non aumenterà: il nuovo ospedale della Fiera sostituisce, non aggiunge. La Procura sta verificando se tutto è stato fatto come si deve. Per la valutazione politica, allo stato, non è necessario però aspettare le indagini della magistratura. La campagna vaccinale procede spedita (la Puglia è tra le prime regioni in Italia come percentuale di somministrazioni) ma non senza difficoltà: c’è stato un pasticcio sulle prenotazioni degli over 80 in domiciliare, non sono partiti gli over 70. E soprattutto molte polemiche si sono sollevate sulle liste dei vaccinati: su tutti, il presidente di un’agenzia regionale, Assett, l’ingegner Elio Sannicandro, indagato in un'inchiesta su alcune presunte tangenti, che si è vaccinato prima del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dibattere, polemizzare sulla chiusura delle scuole significa anche non parlare di tutto questo.

IL TAR PUGLIA SOSPENDE L’ORDINANZA DI MICHELE EMILIANO SULLA SCUOLA. Il Corriere del Giorno il 24 Febbraio 2021. La decisione della Regione è contraddittoria nelle sue motivazioni e non coerente con la classificazione della Puglia in zona gialla. Secondo il TAR Puglia Regione Puglia nell’ordinanza di Emiliano “non motiva a sufficienza il sensibile scostamento dal livello nazionale di garanzia dell’assolvimento dei servizi scolastici”. Secondo il presidente della Terza sezione del TAR Puglia, Orazio Ciliberti la decisione della Regione è contraddittoria nelle sue motivazioni e non coerente con la classificazione della Puglia in zona gialla. Emiliano è intervenuto sugli standard minimi fissati per la didattica dal Dpcm del 14 gennaio con l’obiettivo di consentire la vaccinazione degli operatori scolastici che, però, non può essere effettuata in soli 15 giorni: “Il limite del 50 per cento una soglia al di sotto della quale deve ritenersi non sufficientemente assolto, né garantito lo standard minimo dei servizi scolastici“ si legge nel provvedimento . La Regione Puglia nell’ordinanza di Emiliano “non motiva a sufficienza il sensibile scostamento dal livello nazionale di garanzia dell’assolvimento dei servizi scolastici”, ed inoltre il riferimento alla necessità di vaccinare tutti gli operatori scolastici non convince. “I tempi prevedibili e previsti di tale attuazione – non indicati dall’ordinanza, ma ricavabili da comunicati delle strutture sanitarie pubbliche e da univoche notizie di stampa – non sono affatto compatibili con la durata di pochi giorni dell’efficacia dell’ordinanza“. Ancora una volta il Tribunale Amministrativo Regionale pugliese, ha annullato un’ordinanza del Governatore Michele Emiliano, che nonostante sia ancora un magistrato “dormiente” (in aspettativa) dimostra di utilizzare i poteri regionali a suo uso e consumo. L’udienza per la sospensiva è stata fissata al 17 marzo, oltre la scadenza dell’ordinanza. Il Governatore però in serata, calpestando ed ignorando la sentenza del TAR che lo ha ridicolizzato, ha annunciato un nuovo provvedimento per superare la decisione giudice amministrativo. Emiliano con la solita nota stampa della Regione Puglia ha giustificato il suo comportamento arrogante “Per evitare contrasti col provvedimento del giudice sto per emettere un’ordinanza che lega la temporanea sospensione della didattica in presenza ad un termine per la esecuzione della campagna vaccinale nelle scuole. Con questo si soddisfa un’esplicita richiesta di motivazione” aggiungendo “Sono costretto ad intervenire per evitare che domani le scuole siano improvvisamente invase, in mancanza di provvedimenti di regolazione sanitaria, da tutti gli studenti in presenza con danno gravissimo per la salute del personale scolastico in piena pandemia da “variante inglese” che ormai sta sostituendo le altre meno pericolose e meno contagiose”. I sindacati della scuola, con nota congiunta Cgil Scuola, Cisl, Uil, Gilda e Snals alle dichiarazioni di Lopalco che paventavano una proroga della Dad per tutta la primavera, hanno dichiarato la loro ferma contrarietà ribadendo la proclamazione dello stato di agitazione in caso di provvedimenti della Regione. Reazioni anche da parte dell’opposizione. “La posizione assunta da Fratelli d’Italia è una battaglia di civiltà, con la consapevolezza che questo centrosinistra continua a prendere in giro i pugliesi. Per questo lo abbiamo detto in aula e lo ribadiamo: la proposta del PD è una modifica di legge farlocca! Perché fa credere che si rende obbligatoria la vaccinazione anti-covid agli operatori sanita