Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2021

 

IL TERRITORIO

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

  

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

  

 

  

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

IL TERRITORIO

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Friuli Venezia Giulia.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Veneto. 

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Lombardia. 

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Piemonte.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Liguria.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sardegna.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Lazio.

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Molise.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Napoli.

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Bari.

Hanno fatto cessare La Gazzetta del Mezzogiorno.

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Foggia.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Taranto.

La guerra all’ex Ilva.

Succede ad Avetrana.

Succede a Manduria.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Lecce.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria. 

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sicilia.

 

  

 

 

 

 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Trentino Alto Adige.

Parole di confine. Cosa vuol dire studiare latino a Bolzano. Maddalena Fingerle su L'Inkiesta il 20 agosto 2021. Il protagonista di “Lingua madre” (Italo Svevo edizioni) si muove in una città dominata da un falso bilinguismo, dove i monumenti fascisti vengono contestualizzati ma le loro scritte continuano a rivelare il razzismo rivolto ai popoli germanici. Qui, solo le frasi di Hannah Arendt mantengono un senso. Ora che sono un liceale tutti i miei parenti sono molto orgogliosi della mia scelta. Io invece sono molto deluso perché mi hanno imbrogliato: non è mica vero che si leggono i classici, al liceo classico. Non si legge mai niente fino in fondo, al liceo classico, e non si legge mai niente per davvero, al liceo classico. Che cosa ci sarà da essere molto orgogliosi io proprio non lo capisco. Però sono felice di essere un liceale perché ora posso andare in giro per la città e capire o provare a capire o almeno a far finta di capire le frasi in latino sui monumenti fascisti. Mi accorgo che in piazza Adriano gli accenti sono tutti sbagliati e mancano gli spiriti. Qui si parla sempre tanto dei monumenti perché sono appunto fascisti e ai tedeschi danno fastidio. A me danno fastidio gli spiriti sbagliati in greco, ma di quelli non si parla mai. Ma non danno fastidio solo ai tedeschi, i monumenti fascisti, danno fastidio anche agli italiani, ad alcuni se non altro, un po’, a volte, forse. A me per esempio dà fastidio quando mettono la scritta luminosa di Hannah Arendt per contestualizzare e mi sporcano tutte le parole del la frase, mi sento male. A Bolzano funziona così: a Bolzano si contestualizza, si contestualizza sempre tutto e si contestualizza in continuazione e si sporca tutto: si spendono tantissimi soldi, a Bolzano, per contestualizzare e per sporcare le parole. Per esempio ci fu un referendum per cambiare il nome di una piazza, perché vittoria è più offensivo di pace, ma non ce l’hanno fatta a cambiarlo e alla fine è rimasta piazza della Vittoria. Piazza della Vittoria è nella parte italiana della città, lì c’è un monumento monumentale che è stato contestualizzato: infatti ora c’è un museo. Hic patriae fines siste signa hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus. Così c’è scritto sul monumento alla Vittoria. Io che faccio il liceo classico dovrei capire al volo, ma non capisco ancora bene e forse non voglio capire e chiedo alla professoressa di latino che cosa voglia dire esattamente e lei, che è una piena di botulino e non ha più mimica facciale, mi dice che significa che da qui noi italiani educammo gli altri con la lingua, le leggi e le arti. Lo dice come se ci credesse, in quello che sta dicendo, e il tono che ha mi spaventa. Da qui inizia la parte italiana, con viale Venezia, corso Italia e via Roma, che a me piace tanto perché per un istante mi sembra di essere davvero in Italia e poi mi accorgo che non c’è niente di bello nell’essere in Italia e torno in me. Il mio problema è che l’architettura razionalista non mi dispiace affatto, con quelle linee pulite, essenziali, tutto lineare e al tempo stesso tondo, sì, a Bolzano è pieno di cose dritte e di cose tonde, edifici squadrati, facciate delle case tonde, balconi tondi. Ma a Bolzano non lo puoi mica dire che ti piace l’architettura razionalista perché sennò passi per fascista, per quello che dice: Siamo in Italia, eh! Il tipico bolzanino italiano la formula siamo in Italia, eh! ce l’ha nel cuore, nella testa, sulla lingua. Non vuole imparare il tedesco perché: Siamo in Italia, eh! Non vuole i nomi in tedesco perché: Siamo in Italia, eh! Non vuole che il cameriere si rivolga a lui parlando dialetto perché: Siamo in Italia, eh! A me, se devo essere sincero, piacciono anche le statue di Wildt del monumento alla Vittoria, perché sono pulite e levigate e hanno gli occhi vuoti come papà. Ci rimango malissimo quando leggo che per ottenere quell’effetto le lucidava con stracci imbevuti di pipì. Ci rimango male perché è la mia idea di pulito, quel marmo lì, e ora sa di pipì. Il pulito sa di pipì e io quasi impazzisco. A Bolzano non posso nemmeno dire che mi piace Wildt, perché sennò passo per fascista. Comunque non è che mi dia fastidio la scritta di Hannah Arendt in piazza Tribunale, non di per sé almeno, per carità, mi dà fastidio perché me l’hanno sporcata appiccicandola a Mussolini. Mussolini adesso è contestualizzato, è depotenziato. Tanto qui non la capisce nessuno, questa frase, e io non ci provo neanche a spiegarla, non mi va di sentire le lamentele e le prediche di mia madre che non mi fa leggere Kant. Per fortuna c’è una preside sveglia che la spiega al posto mio. Nessuno ha il diritto di obbedire. Era una frase bellissima: nessuno ha il diritto di obbedire.

Da “Lingua madre”, di Maddalena Fingerle, Italo Svevo edizioni, 2021, pagine 200, euro 16

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Friuli Venezia Giulia.

Iniziò facendo il garzone del papà che consegnava il latte. Chi è Roberto Dipiazza, “el botegher” sindaco di Trieste per la quarta volta. Elena Del Mastro su Il Riformista il 18 Ottobre 2021. “Ringrazio tutti i cittadini di Trieste con tanto affetto per questa nuova meravigliosa emozione. Ho già ricevuto le congratulazioni di Francesco Russo”. Sono state queste le prime dichiarazioni di Roberto Dipiazza, l’imprenditore che per la quarta volta si conferma sindaco di Trieste. E porta in dote anche un primato: ai ballottaggi è l’unico candidato di centrodestra ad essersi aggiudicato il seggio. Roberto Dipiazza, appoggiato da Lista Civica Dipiazza per Trieste, Lega Salvini Fvg, Noi con l’italia Dipiazza sindaco, Cambiamo Trieste, Forza Italia e Fratelli d’Italia, è stato confermato sindaco di Trieste con il 51,29% per cento dei voti (38.816 votanti). Al ballottaggio ha superato Francesco Russo, sostenuto da Partito Democratico-Demokratska Stranka, Uniti per un’altra città – Združeni Za Drugacno Mesto, Partito Animalista Ambientalista, Lista Russo Punto Franco, Ts 21-26 Russo Sindaco e Noi Pensionati Insieme, che ha ricevuto 36.858 voti pari al 48,71%. Sessantotto anni, imprenditore, ribattezzato affettuosamente “El botegher” per gli inizi di carriera da garzone, piace ai triestini. Di fede berlusconiana, si conferma sindaco per la quarta volta in venti anni. Nel 2011 non si potè ricandidare per via della legge che impediva la ricandidatura per due mandati di seguito. E la vittoria arriva proprio nei giorni della tensione massima in città per il blocco imposto dai portuali, le proteste e gli sgomberi. Ed è proprio da qui che il sindaco riconfermato dovrà partire per far rientrare la situazione. “Comunque sia non voglio più vedere la mia città chiusa, sono stato male quando mi hanno detto che due navi sono state dirottate su Marghera – ha ribadito il sindaco – Lo ripeto: io mi sono vaccinato, non possiamo permetterci di tornare indietro. Chiedo a questa gente di lasciare Trieste libera di lavorare, libero il porto, liberi di esprimere il nostro immenso potenziale”. La storia di Dipiazza è fortemente legata a quella di Trieste. Parì dal basso, facendo il garzone del padre. “Papà Aiello, che accompagnavo in città ogni mattina all’alba dove distribuiva il latte, mi ha insegnato il sacrificio e le soddisfazioni che può regalare”, ha raccontato al Corriere della Sera. Lasciò la scuola dopo la terza media, nel 1983 aprì il suo primo supermercato. Nel 1996 diventò sindaco di Muggia. Dal 2001 al 2011 primo cittadino di Trieste. “Dieci anni che hanno rappresentato il cambiamento e la crescita del nostro capoluogo”, ricorda lui con orgoglio. Poi un quinquennio di centrosinistra. “Caratterizzati da immobilismo, assenza di progettualità e prospettiva”, bacchetta. Poi il suo ritorno nel 2016, con il successo su Cosolini, e la conferma oggi a sindaco di Trieste.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

La battaglia delle galline: tutti ridono meno i friulani. Annalisa Cavosi su La Repubblica il 6 aprile 2021. Il carro armato che per errore ha colpito un pollaio è solo l’ultimo episodio (con seguito di meme). Ma da queste parti la convivenza tra i soldati e i civili non è mai stata facile. In Friuli ci sono paesaggi lunari attraversati da colonne di carri armati. Sono i letti dei fiumi, distese di ghiaia larghe chilometri con una vegetazione rada e secca e niente agricoltura o case: perfetti per le grandi manovre. I soldati arrivano dalle caserme italiane e dalle basi militari Usa di Aviano e di Vicenza e dai corpi di tutta la Nato per le esercitazioni congiunte. Quotidianamente si sentono scoppi e spari a ridosso dei poligoni di tiro sopravvissuti alla dismissione della leva (2004), quando la presenza militare si è riorganizzata verso l’esercito professionale. È qui, a ridosso di Vivaro e dei suoi 1.350 abitanti, che lo scorso 17 marzo, durante un’esercitazione notturna, è avvenuto l’accidentale bombardamento di un pollaio, costato l’uccisione di decine di pennuti. L’attività militare non pare risentire delle limitazioni dovute alla pandemia, che non hanno fermato neanche i lanci dei paracadutisti dagli enormi e panciuti aerei che arrivano da Vicenza nei grandi prati del Dandolo, sempre zona Vivaro, e le smitragliate nei poligoni di tiro che accompagnano le giornate di interi paesi. Gli F16 si alzano tutti i giorni (non la domenica, se non in guerra) dall’aeroporto di Aviano, dove sono scomparse le targhe Afi (Allied Forces Italy) dalle auto dei soldati americani per evitare danneggiamenti nel buio delle strade del paese: si erano moltiplicati dal 1998, anno della strage del Cermis, così la base Usaf è diventata una cittadella recintata e autosufficiente. Nel Dopoguerra e per tutta la Guerra fredda oltre la metà dell’Esercito italiano era finito di stanza in Friuli; negli anni Settanta le caserme erano piene di migliaia di soldati in paesi di pochi abitanti, si moltiplicavano le pizzerie, le strade erano sfondate dai cingoli, proliferava il nonnismo e i militari di carriera andavano in pensione da generali. Abolita la leva, il panorama è cambiato. Ne tiene traccia un bel progetto il cui titolo nasce dai versi del friulano più famoso del mondo, il poeta Pier Paolo Pasolini: il sito primulecaserme.it ha cercato di censire luoghi e numeri del cambiamento, ne è nato un documentario che «racconta le storie di chi vive e ha vissuto lo sconvolgente abbandono di oltre 100 chilometri quadrati di aree militari nel Nordest d’Italia» secondo le parole degli autori. Dopo il bombardamento delle galline, su Wikipedia è comparsa la “Battaglia del Cellina”; sono spuntati meme con “la Corte dell’Aia apre un’inchiesta”, citazioni del film Galline in fuga e polli con l’elmetto sono apparsi nei gruppi Facebook che radunano i coscritti di leva dei decenni passati, perché la caserma è anche oggetto di nostalgia con tutti i vent’anni del primo viaggio lontano da casa. Alla memoria locale sono consegnati pure gli aerei schiantati: sul Monte Jouf, nel greto del fiume Meduna, nella zona industriale di Maniago, la città delle coltellerie, per restare nei dintorni di Pordenone e agli incidenti collegati al poligono del Dandolo, a un passo da Vivaro: chiuso negli anni 90, dopo avere allietato per decenni il circondario con il sibilo dei caccia a bassa quota e le bombe che ogni tanto cadevano vicino a case e scuole provocando spaventi e interrogazioni parlamentari. Delle esercitazioni del dopoguerra nel poligono Dandolo si trova traccia anche nei filmati dell’Istituto Luce, «con riprese di attacchi di razzi e bombardamenti al napalm». Vivaro è nel cuore di una V tracciata dagli ampi e bianchi letti di Cellina e Meduna che attrassero il regista Gabriele Salvatores (nel 2008 qui ha girato Come Dio comanda). È anche il cuore della Zona a protezione speciale (Zps) dei Magredi di Pordenone e in particolare del Sito di importanza comunitaria (Sic) dei Magredi del Cellina, con i prati stabili a carattere arido (praticamente una steppa) più vasti d’Europa: un habitat unico per panorama e biodiversità. Avere destinato per decenni aree così vaste alle attività militari le ha anche in qualche modo preservate sul fronte ambientale, essendoci proibita ogni altra attività (al netto delle bonifiche, perché l’attività militare inquina), ma oggi accade dunque che le esercitazioni militari si tengano all’interno di un’area protetta. Innescando anche qualche conflitto tra militari e i turisti, con la richiesta di cannoneggiare solo in bassa stagione. Per non parlare delle ripercussioni sugli animali, circondati nelle “terre magre”, ai piedi delle Dolomiti friulane, da un campionario unico di fiori e piante selvatici. Questa volta a lasciarci le penne, causa carro armato che ha clamorosamente sbagliato mira puntando verso il centro abitato, sono state una manciata di galline. E la Procura ha aperto un’inchiesta.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·          Succede in Veneto. 

Genio, "sghei", affari. Quando le star dell'arte costavano mezzo maiale. Luigi Mascheroni l'11 Dicembre 2021 su Il Giornale. Mostra a Vicenza sui processi artistici nel '500, fra capolavori, mercato e... animali da cortile.

Non è una mostra sul Rinascimento. Ma sull'altro Rinascimento. Una mostra che ti porta dentro la fabbrica delle idee e della creatività, un precorso che guarda le opere non solo per la loro meraviglia e qui ci sono i migliori Jacopo da Bassano che si possano vedere ma per capire come e perché nacquero qui, in quel momento. Per capire quanto valeva il mercato dell'arte e in che modo un'invenzione si concretizzava in realtà. È La fabbrica del Rinascimento, la grande mostra inaugurata ieri alla Basilica palladiana di Vicenza (fino al 18 aprile 2022) che racconta come «una città non molto grande ma di ricchezza assai abbondante», con dei committenti colti e cosmopoliti, dei nobili ambiziosi e un gruppo di giovani artisti moderni incantati dall'«arte nuova» nutrita dall'Antico - l'architetto Andrea Palladio, i pittori Paolo Veronese e Jacopo Bassano, lo scultore Alessandro Vittoria diedero vita a un modello di art system ante litteram. Genio, sghei, status symbol e mercato. Le tre «I» del Rinascimento: invenzione, innovazione, imprenditorialità. O le tre «C»: coraggio, creatività, competenza.

Tre curatori (Guido Beltramini, Mattia Vinco e Davide Gasparotto del Getty museum di Los Angeles), due anni di lavoro, un costo di 1,2 milioni di euro (700mila sono soldi pubblici, 500mila di Marsilio arte), 90 magnifici pezzi fra dipinti, sculture, disegni, gioielli e arazzi, lo spazio espositivo forse più bello dell'Europa mediterranea la Basilica palladiana: mille mq per 25 metri d'altezza e volta a vista l'ambizione di svelare i meccanismi di produzione dei capolavori (il making of delle botteghe d'artista), un anno chiave, il 1550, quando Vicenza e la Terraferma veneta, tra industria della seta, mulini ville e palazzi, era una delle aree più ricche e dinamiche in Europa (all'epoca la città di Gian Giorgio Trissino, un umanista che sapeva di politica e aveva capito dai Papi che è la cultura può cambiare un Paese più della finanza, contava 30mila abitanti), e un mito da sfatare: che gli artisti rinascimentali siano geni assoluti e nient'altro. No. Sono diabolici imprenditori, innovatori, uomini che sfruttano le prime forme di marketing, che realizzano bozzetti e modellini per i clienti, che producono copie con lo stesso soggetto dei quadri più richiesti, replicano tele e busti che incontrano il gusto del pubblico, riciclano e riutilizzano progetti scartati, usano (come Palladio) materiali low cost. Alle radici dello spirito imprenditoriale veneto. Il Nord est tra factory e impresa.

Con un cortocircuito artistico-architettonico molto curioso la storia dell'altro Rinascimento è raccontata dentro il luogo che ha costruito questa storia: il progetto di Andrea Palladio per la sua basilica è del 1549 la mostra si sviluppa lungo un «dove», un «chi», un «come» e è l'aspetto più originale della Fabbrica del Rinascimento un «quanto».

Il «dove» è una Vicenza che non si sente inferiore a Venezia, operosa e danarosa, con un'aristocrazia fiera e combattiva. Qui ci sono modellini e disegni preparatori dei grandi edifici cittadini proprio sotto lo sguardo dei loro committenti: il Ritratto di Livia Porto Thiene e della figlia o quello di Iseppo Porto e il figlio, entrambi di Paolo Veronese, del 1552, o il Ritratto di Paola Bonanome Gualdo con le figlie (1566) di Giovanni Antonio Fasolo. E lì davanti ecco la ricostruzione in legno di Villa Repeta e Villa Saraceno del Palladio, e Palazzo Thiene, che è a 250 metri da qui, o Palazzo Porto

Il «chi» sono i quattro eroi della mostra. Palladio, Veronese, Jacopo Bassano e Alessandro Vittoria coi lavori più belli di quella stagione. Uno per tutti: L'unzione di Davide (1550) di Paolo Veronese che viene da Vienna.

Il «come» sono i processi creativi. Quindi le fonti di ispirazioni e l'uso che gli artisti facevano delle stampe, un «mezzo» straordinario per far circolare le idee e potere vedere - in piccolo - opere lontane, un po' come l'iPhone oggi; e poi l'uso di disegni e «modelletti» (diciamo dei rendering...) per mostrare al cliente il risultato finale. «Come preferisci la facciata del tuo palazzo, così o così?». «Io la Natività che mi hai chiesto l'ho immaginata così, ti piace?». Ed ecco i progetti à la carte di Palladio; un quadro del Veronese ispirato alle composizioni del Parmigianino, ecco due Adorazioni dei Magi del Bassano identiche, ma di taglia leggermente diverse, per due diversi committenti

E poi il «quanto». Quanto costava un quadro? Quanto valeva il lavoro di un artista? Risposta: tutto ciò che oggi è custodito nei musei, valeva ben poco; e ciò che oggi ci piace di meno, aveva costi esorbitanti. Un esempio? Ecco un dipinto di Jacopo Bassano, un Ritratto di due cani (1548) che arriva dal Louvre, direttamente dalla sala dove è esposta la Gioconda. Capolavoro assoluto. Bene. All'epoca valeva 15 lire. Che, con un calcolo fatto ad hoc dal team di economisti della mostra, i quali hanno usato come unità di misura un bene di largo uso nel '500 come il «mezanotto», un maiale di mezza taglia del costo di 3 ducati, valeva forse anche perché il dipinto era di piccole dimensioni e con poche figure mezzo maiale. Molto di più, per i materiali preziosi e per il maggior tempo impiegato a realizzarle l'opera, valevano gli arazzi o le statue o i bronzi. E al top c'erano i marmi antichi. Ogni opera in mostra porta nella didascalia il valore in «mezanotti». Il prezzo di questo busto romano in marmo, ora a Monaco di Baviera, era equivalente a cento maiali. Mentre eccola qui la croce in cristallo di rocca incisa da Valerio Belli per papa Clemente VII fu pagata l'astronomica cifra di mille scudi: 333 maiali. Palladio, è vero, guadagnava appena come un maestro setaiolo. Ma c'era offerta di arte e c'era una grande domanda. Fu il Rinascimento di Vicenza. Poi nel 1630 arrivò una malattia infettiva. La peste nera. E dopo, nulla fu più come prima.

Luigi Mascheroni. Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010);  "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) (Oligo, 2021).

Da veneziatoday.it il 16 novembre 2021. «Venezia, turisti sotto sorveglianza». È questo il titolo di un lungo reportage pubblicato ieri sul quotidiano francese Le Monde in merito alla questione del turismo nel capoluogo del Veneto. «Incarnazione dell'eccesso di turismo contro il quale non ha mai combattuto - si legge sull'articolo - la Serenissima dice di voler obbligare i visitatori a prenotare e a pagare il loro ingresso nel centro storico. Al rischio di rafforzare il suo carattere museale senza necessariamente risolvere i problemi di fondo». Il quotidiano francese cerca di inquadrare il turismo lagunare, dove «con la graduale revoca delle restrizioni sanitarie legate al Covid, sono tornati gli abitanti del Veneto, poi di tutta Italia, poi dei Paesi limitrofi. E poi dall'Austria, dalla Croazia o dalla Slovenia. Ci sono già alcuni americani, i più sperati. In attesa dei cinesi, tra qualche anno, e di tutta la classe media dei paesi emergenti che non hanno mai avuto occasione di vedere la Serenissima. La manna sembra inesauribile, nonostante i ripetuti avvertimenti dell'Unesco». Non manca nemmeno l'attacco al sindaco della città, Luigi Brugnaro, "accusato" di vivere in terraferma e voler attuare un "provvedimento radicale evocato da decenni". «Rieletto al primo turno nel 2020, - scrive il quotidiano - promette di applicare la prenotazione obbligatoria e a pagamento - da 3 a 10 euro a seconda del giorno - per entrare nel centro storico, accompagnato da cancelli per convalidare il suo biglietto. Il concetto di "città museo" diventerebbe realtà».

Lorenzo Mayer per ilgazzettino.it il 16 novembre 2021. Un video, che ha fatto il giro dei social prima di essere rimosso dagli stessi autori, documenta la cattura di un cinghiale, probabilmente lo stesso avvistato al Lido nelle scorse settimane e poi anche a Pellestrina. L'animale stava tranquillamente nuotando, senza dare fastidio a qualcuno, quando è stato avvicinato dagli occupanti di un'imbarcazione, che l'hanno legato con un grosso laccio e portato non si sa dove. La cattura sarebbe avvenuta nella zona di Malamocco. Su queste immagini sta lavorando la polizia provinciale e presto potrebbe risalire ai responsabili di questo gesto crudele, anche ascoltando il sonoro e i commenti che, pur senza inquadrare gli autori, si sentono in modo nitido. I video potrebbero essere addirittura due: uno subito rimosso dagli autori, l'altro che ancora circola. La scena ha scatenato da più parti reazioni indignate al Lido. Della questione si è immediatamente interessata Cristina Romieri, lidense ambientalista e animalista, che ha già pronta una denuncia, per il momento contro ignoti, che verrà formalizzata oggi dalle forze dell'ordine. «È una scena inaccettabile e incivile - spiega Romieri - l'animale stava nuotando pacifico. Voglio ricordare che solo la polizia provinciale può dare corso a catture di animali, non le altre persone. Chi si comporta come abbiamo visto in quel video commette dei reati. È un reato sia la cattura che il maltrattamento oltre, ovviamente all'ipotetica uccisione dell'animale, così inerme e indifeso. Tutti elementi che formalizzerò nella mia denuncia. Tante persone, in questa triste situazione, mi hanno espresso solidarietà, offrendo la loro disponibilità a sottoscrivere la denuncia». Nel video si sente anche ipotizzare la volontà di fare annegare il cinghiale, altri dicono che potrebbe essere stato portato alle Vignole. Per il momento solo ipotesi perché dell'animale si sono perse le tracce. Le attenzioni sono concentrate su un gruppo di cacciatori e bracconieri. Anche chi si rende protagonista di simili comportamenti poi probabilmente non si rende conto che postando filmati l'effetto rischia di essere ancor più dirompente. 

Giuseppe Scaraffia per Il Sole 24 Ore il 20 settembre 2021. George Gordon Byron “L’amante scatenato. Lettere veneziane (1816-1819), a cura di Paola Tonussi, De Piante editore, p.216, €.16,00. Era notte quando, l’11 novembre 1816, George Gordon Byron entrò nella laguna su una gondola. Non esiste un diario del periodo veneziano; quello di Byron si ferma alla fine del periodo svizzero e ricomincia con il periodo ravennate. La felicità non ha bisogno di appunti, bastano queste magnifiche lettere di una libertà assoluta. Chi l’aveva conosciuto in Inghilterra cupo e tormentato restava stupito di trovarlo allegro e soddisfatto. “Venezia mi piace quanto me l’aspettavo, e mi aspettavo molto”. Era attutita l’eco dello scandalo sollevato dal suo incesto con la sorellastra, madre di una sua figlia, e dalla fine, dopo appena un anno, del suo matrimonio. I veneziani non sapevano che l’“inglese pazzo”, come lo chiamavano, non era solo un ricco lord, ma un mito vivente e un genio precoce. Presto, però, si accorsero che l’appetito sessuale di Byron era inesauribile. Sulla laguna, l’infedeltà era universale e Byron era bellissimo e pronto a sedurre chiunque usando la fama o il denaro. Una dama con un solo amante veniva considerata una donna perbene. “I mariti naturalmente appartengono alla moglie di chiunque – tranne che alla propria”. Pochi giorni dopo il suo arrivo aveva incontrato la sua prima amante, Marianna, moglie del tappezziere che gli affittava un sontuoso appartamento. Aveva ventidue anni, sei meno del suo amante, che la trovava bellissima e divertente, anche se era meno ingenua di quel che sembrava. Infatti non era stato, come si illudeva, il suo primo amante e la ragazza era nota per la sua avidità., ma era sempre a disposizione – “Posso fare all’amore con lei a qualsiasi ora” – e cantava benissimo. Presto però erano venuti a galla il suo carattere tirannico e una feroce gelosia, che obbligava Byron a una serie di sotterfugi. Frequentava Isabella Teotochi Albrizzi, la Madame  la madame de Staël veneziana, “desiderosa di omaggi, non più giovane, ma molto colta, simpatica e senza la minima affettazione, molto gentile con gli stranieri e, credo, non molto dissoluta come invece la maggior parte delle donne”. Ma in fondo preferiva la piccante compagnia delle popolane. Aveva partecipato al celebre carnevale culminato nel ballo mascherato alla Fenice, “il più bel teatro che abbia mai visto”. Stremato dalle dissolutezze, si era preso una terribile febbre e Marianna l’aveva amorosamente curato. Indispettito dalla scoperta che l’amante aveva venduto i suoi preziosi regali, Byron glieli aveva ricomprati, ma il loro legame stava declinando. Durante l’estate, galoppando sul Brenta, aveva incontrato due ragazze. Margherita, la più vivace, si era subito dichiarata pronta a fare all’amore “perché era sposata”, anche se il marito era molto geloso. Presto aveva cominciato a vivere con quell’ “animale magnifico e indomabile”, sempre pronta a passare dal riso al pianto. Ma aveva mantenuto una casa per le numerose amanti occasionali con grande stupore dell’amico Percy Bysshe Shelley, che trovava le italiane spregevoli, sporche e bigotte. Dopo un’iniziale aridità, il periodo veneziano si stava rivelando inaspettatamente fertile. Lì scrisse “Mazeppa” e iniziò il “Don Giovanni”, in cui usciva dal suo ruolo di bel tenebroso per assumere quello ben più realistico di seduttore passivo. Non di rado la sera tornava a nuoto dai salotti facendosi illuminare dalla torcia di Titta, il suo gondoliere. Più di dieci camerieri ronzavano nel palazzo, dove Shelley contò anche  "otto enormi cani, tre scimmie, cinque gatti, un'aquila, un corvo e un falco ... cinque pavoni, due galline e una gru”. Sullo sfondo della bellezza decadente della città diventava sempre più profonda in Byron la consapevolezza della sua estraneità all’Inghilterra. Soffriva però della lontananza delle sue figlie; odiava l’inflessibile lady Byron che, inasprita dalle sue infedeltà, si dava da fare per allontanarlo dalla sua bambina. Alla fine però anche i capricci di Margherita avevano stufato Byron, che l’aveva faticosamente messa alla porta. La ragazza infatti, prima di rassegnarsi, aveva più volte minacciato il suicidio, arrivando a ferirsi e a buttarsi in acqua. Un nuovo amore aspettava il giovane lord, la contessa Teresa Guiccioli, una formosa diciannovenne sposata un sessantenne di Ravenna, prima riluttante e poi connivente. “E’ deliziosa, ma è priva di tatto. Quando le sussurro all’orecchio, risponde a voce alta. Stasera ha fatto scandalo a palazzo Benzon chiamandomi a gran voce ‘Il mio Byron”. Ma la fedeltà di Byron andava soprattutto a se stesso. Facendo i conti sulla sua vertiginosa attività con le veneziane, poteva dire di averne avute “almeno duecento di un tipo o dell’altro – forse di più -perché ultimamente ho smesso di tenerne il conto… alcune nobili -alcune borghesi – alcune di ceto basso – e tutte puttane…. Le ho avute tutte”. Nell’estate del 1819, risalì sull’imponente carrozza, costruita sul modello di quella di un suo mito, Napoleone. Stava seguendo la Guiccioli a Ravenna. Gli piaceva pensare di esserne innamorato: e forse lo era davvero.

Alberto Vitucci per “la Stampa” il 13 agosto 2021. San Marco ancora sott'acqua. Non sono bastati sei miliardi di euro per il Mose, commissari straordinari e promesse al mondo lanciate dagli ultimi governi. L'autunno si avvicina, e la Basilica è ancora indifesa. Tra un mese sarà già autunno, e la stagione delle acque alte non promette nulla di buono. Un allarme ribadito nei giorni scorsi dagli scienziati dell'Ipcc: il livello del mare si alzerà di mezzo metro almeno nei prossimi decenni. E San Marco è in pericolo. Nell'inverno scorso la Basilica è andata sott'acqua anche due volte al giorno. Succede quando la marea supera i 76 centimetri sul medio mare. Evento diventato ormai quasi quotidiano. Fino a 88 centimetri funziona un sistema di difesa locale. Ma poi l'acqua del mare invade la cripta, allaga i mosaici, corrode i marmi antichi e le basi delle colonne. Le immagini valgono più di qualsiasi commento. «La situazione è drammatica, e nessuno interviene», accusa il procuratore di San Marco Carlo Alberto Tesserin. Per salvare la Basilica la Procuratoria ha offerto già tre anni fa un progetto di difesa con barriere in vetro, autorizzato dalla Soprintendenza, capace di difendere il monumento da tutte le maree. Costa 3 milioni e mezzo di euro, una goccia rispetto al mare di soldi del Mose, che ha fatto spendere finora 6 miliardi di euro. Perché non si interviene? Elisabetta Spitz, commissario del Mose nominata nel novembre del 2019 dal governo Conte all'indomani dell'Acqua alta eccezionale che aveva sommerso la città, aveva bloccato il progetto, firmato dal proto di San Marco Mario Piana e dall'ingegnere idraulico Daniele Rinaldo, nel febbraio del 2020. «Inadeguato dal punto di vista architettonico», aveva sentenziato, affidando una consulenza allo studio milanese dell'archistar Stefano Boeri per «migliorarlo». Ma dopo molti mesi il ministero dei Beni culturali ha bocciato le proposte, rinviando al progetto originario. In autunno, altre acque alte e arriva l'approvazione. L'incarico doveva essere assegnato dalle imprese dal Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico dello Stato per la laguna dal 1984. Ma è sull'orlo del fallimento, affidato a un altro commissario, il commercialista Massimo Miani. «Nessuno ci ha detto nulla», dice l'architetto Piana, proto di San Marco e già vicesoprintendente a Venezia, «così anche i restauri rischiano di essere vanificati, i danni aumentano, i marmi si sgretolano». «Se partissimo oggi», dice Piana, «lavorando giorno e notte potremmo forse concludere l'opera in 3 mesi». Ma il Consorzio da ieri ha esposto un cartello: «Uffici chiusi». I dipendenti sono stati messi in ferie fino al 21 agosto. Eppure i soldi ci sono. Il governo Draghi ha sbloccato 538 milioni di euro necessari a concludere il Mose e ad avviare altri interventi in laguna chiesti dall'Ue. Ma il blocco è totale. Anche il Mose è in grave ritardo. Difficilmente potrà essere mantenuta la data promessa del 31 dicembre per ultimare i lavori. Mancano gli impianti, le manutenzioni, i collaudi e soprattutto non sono state riparate molte criticità. Le 78 paratoie del Mose sono state sollevate con successo nei test invernali. Ma sono prove, perché l'opera non è finita. Se si dovesse ripresentare una situazione critica come quella del 12 novembre 2019 i problemi potrebbero essere tanti. Ma soprattutto il Mose è stato pensato per le maree eccezionali. Anche se fosse ultimato in dicembre, la Basilica andrebbe sott'acqua con tutte le acque alte fino a 110 centimetri. Cioè la stragrande maggioranza. E' fermo anche il progetto per mettere all'asciutto l'intera piazza San Marco, con un sistema di pompe e blocchi dell'acqua che entra dal mare. Anche qui il progetto è pronto, i soldi ci sono. Della Piazza all'asciutto si parla dagli Anni Novanta. Il Consorzio Venezia Nuova di Mazzacurati aveva proposto allora un grande progetto da 100 miliardi di lire per sistemare una grande guaina sotto i masegni di San Marco e isolarla dall'acqua. Bocciato perché giudicato pericoloso e non fattibile. Tra i consulenti di quel primo progetto c'era anche Elisabetta Spitz, ex direttore del Demanio e attuale commissaria straordinaria per il Mose.

Il Cdm ha approvato il decreto. Grandi Navi a Venezia, dall’1 agosto stop sulla Giudecca e San Marco: “Giornata storica”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 13 Luglio 2021. Stop alle grandi navi davanti a Piazza San Marco e sul canale della Giudecca a Venezia. Il decreto legge approvato stasera dal Consiglio dei Ministri fa la storia. Una misura a partire dal primo agosto. Le navi da crociera potranno attraccare provvisoriamente a Marghera. Previsti risarcimenti per le aziende che saranno danneggiate dalla decisione e fondi per 157 milioni per gli approdi provvisori a Marghera, appunto. Il decreto stabilisce il divieto di navigazione a Venezia e nelle vie marittime definite di interesse culturale entrerà in vigore il giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Le imbarcazioni interessate dalla decisione dovranno essere interessate da almeno uno di questi requisiti: più di 25.000 tonnellate di stazza lorda; più di 180 metri di lunghezza; più di 35 metri di altezza; produzione superiore allo 0,1% di zolfo. Il resto delle navi potrà continuare a navigare, considerate sostenibili nelle vie marittime definite di interesse culturale. Potranno continuare ad attraccare per esempio le navi da crociera da circa 200 passeggeri. La notizia può essere considerata storica. È arrivata dopo anni di campagne, attivismo, proteste, dibattito e decisioni a metà. La legge era stata approvata lo scorso maggio ma l’attuazione era stata rinviata. Per il Presidente del Consiglio il decreto è un “passaggio chiave per la tutela della laguna”. Il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini ha definito la decisione come “attesa dall’Unesco e da tutti coloro che sono stati a Venezia e sono rimasti stravolti dalla grandezza di queste navi passare nel luogo più fragile e bello del mondo”. Si lavorerà intanto ad approdi offshore “con l’obiettivo di rendere compatibile l’attività croceristica con la salvaguardia paesaggistica e ambientale”. Il 29 giugno è stato pubblicato dall’Autorità portuale del Mare Adriatico settentrionale il bando per il concorso di idee sui punti di attracco di grandi navi e portacontainer fuori dalla laguna di Venezia. Il vincitore sarà designato entro giugno 2023. Il provvedimento intanto supera anche le prescrizioni dell’Unesco perché “stabilisce un principio inderogabile, dichiarando monumento nazionale le vie urbane d’acqua Bacino di San Marco, Canale di San Marco e Canale della Giudecca di Venezia”, ha aggiunto Franceschini. La linea è stata condivisa anche dal presidente di Confturismo Veneto, Marco Michielli, e da Luigi Merlo, numero uno di Federlogistica-Conftrasporto e direttore delle relazioni istituzionale di Msc. “Il Decreto adottato oggi costituisce un importante passaggio per la tutela del sistema lagunare veneziano. Queste norme intervengono nell’immediato con le cautele e i ristori necessari per mitigare l’impatto occupazionale sul settore e si affiancano al concorso di idee, il cui bando è già stato pubblicato, per la futura realizzazione e gestione di punti attracco fuori dalle aree protette della laguna con l’obiettivo di rendere compatibile l’attività croceristica con la salvaguardia paesaggistica e ambientale”, recita la nota di Palazzo Chigi che quindi anticipa che “si concluderanno i lavori di completamento del Mose e si realizzerà in tempi brevi l’Autorità della Laguna con la rinascita del Magistrato delle Acque” con le risorse “messe a disposizione per le opere paesaggistiche collegate e i progetti per l’area di Venezia previsti nel Pnrr”, ha precisato il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile Enrico Giovannini. 80 milioni di euro con 90 milioni per l’elettrificazione delle banchine. Le grandi navi a Venezia, prima della pandemia, rappresentavano il 3% del Pil, 150 milioni di euro all’anno e 4mila posti di lavoro.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Alessandro Barbera per “La Stampa” il 14 luglio 2021. A Venezia non c'è argomento più contestato. Una delle poche questioni che unisce una città divisa fra nostalgici dell'antica Repubblica e pragmatici difensori della città museo. Da anni le associazioni ambientaliste ne fanno una bandiera, fra le incertezze di sindaci e governi. Ha avuto la meglio la minaccia dell'Unesco di cancellare Venezia dalla lista del World Heritage: dal primo agosto le grandi navi da crociera non potranno più sostare davanti a San Marco entrando dal canale della Giudecca. Di qui in poi potranno attraversare il bacino e attraccare sulle banchine di Marghera, in attesa di una soluzione definitiva che ancora non c'è. Il primo intervento contro i giganti del mare in Laguna risale al 2012, premier Mario Monti. Da allora sfilze di decreti, ricorsi e controricorsi. Il tema era già stato oggetto di uno dei primi provvedimenti del governo Draghi: un concorso idee per costruire un nuovo pontile. Ma anche stavolta mancava la soluzione drastica. Il decreto approvato ieri stabilisce che il canale di San Marco e quello della Giudecca diventano monumento nazionale. A convincere il premier e il ministro della Cultura Dario Franceschini della necessità di convocare un consiglio dei ministri ad hoc è stato l'inizio (fra due giorni) del congresso mondiale dell'Unesco a Fuzhou, in Cina. La decisione arriva insieme ad una serie di interventi collaterali: l'impegno ad investimenti fino a 157 milioni di euro a favore degli approdi temporanei a Marghera, la reintroduzione del magistrato delle acque, il completamento del sistema di controllo dell'acqua alta del Mose, entrato in funzione quest' anno dopo trent' anni di lavori, corruzione, sprechi, e già bisognoso di manutenzione. Draghi ha deciso di affrontare una volta per tutte il problema ai primi di luglio, quando si è materializzato il rischio di immagine per il turismo italiano, una voce che prima della pandemia valeva il 13 per cento del Pil. Il bacino, il canale di San Marco e il canale della Giudecca sono di qui in poi monumento nazionale. Di lì sarà vietato il transito di qualsiasi nave che superi le 25mila tonnellate o un'altezza di 35 metri. Non solo: il combustibile usato per le manovre in laguna non potrà avere una percentuale di zolfo superiore allo 0,1 per cento. La potentissima associazione internazionale delle compagnie di navigazione ha fatto buon viso, dicendosi soddisfatta di avere ottenuto una soluzione ragionevole. In realtà gli armatori speravano che il divieto fosse limitato alle 40mila tonnellate, il limite stabilito dal primo decreto dell'allora ministro Passera, poi impugnato da loro stessi di fronte al Tar. In teoria la censura dell'Unesco non è ancora sventata, perché aveva chiesto il pieno divieto di ingresso in laguna. Ma a Palazzo Chigi sono convinti che quanto deciso sarà più che sufficiente. A Venezia in tempi normali arrivano via terra e via mare 32 milioni di persone all'anno. Finora le grandi navi attraversavano la laguna da San Niccolò e si fermavano a pochi passi dai giardini della Biennale e da San Marco, accompagnate dai rimorchiatori. Ora i turisti potranno intravedere la città solo dai ponti in mare e raggiungerla da Marghera, dall'altra parte della laguna. Per il danno al turismo il settore potrà contare su svariate compensazioni. Andranno a favore «delle compagnie di navigazione, del gestore del terminal di approdo interessati dal divieto di transito, delle imprese titolari di contratti d'appalto e dei lavoratori». Se ne occuperà l'Autorità del sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale di Venezia. Nel frattempo verrà completato il concorso di idee per individuare punti di attracco definitivi fuori della laguna. Fra le tante ipotesi, anche quella di una banchina flottante. La gara internazionale si chiuderà a dicembre dell'anno prossimo, se tutto andrà bene si conoscerà il progetto vincitore a giugno 2023. Da quel momento dovrebbero iniziare i lavori del nuovo porto. Visti i tempi per l'avvio del Mose, difficile essere ottimisti.

Laura Berlinghieri per "la Stampa" il 15 luglio 2021. All'indomani di una decisione che dovrebbe porre la parola fine a una battaglia durata anni, Venezia si spacca sull'opportunità di allontanare le grandi navi dal bacino di San Marco e dal canale della Giudecca, dal primo agosto. Perché se, in tesi, sono tutti concordi nel volere i giganti del mare lontani dal fragilissimo centro storico, gli interessi in gioco sono troppi e difficilmente conciliabili. La prudente soddisfazione del sindaco Luigi Brugnaro si scontra con l'amarezza dei lavoratori del porto. Il presidente veneto Zaia chiede ristori per la società, partecipata dalla Regione, che ha in concessione il terminal. E si dividono gli esercenti: in chi al turismo "mordi e fuggi" preferisce la sicurezza della laguna e in chi, invece, su questo turismo fonda una parte non sacrificabile del proprio reddito. Del resto, nell'economia della città, il porto ha un ruolo da protagonista. «Venezia Terminal Passeggeri, la società concessionaria dello spazio acqueo che accoglie le navi, va ristorata. È una società della Regione e di altri soci, come le compagnie di crociera. Non passi l'idea che, in Italia, è sufficiente "staccare la spina" per mandare tutti a casa. È stato fatto un danno, ora va riparato» sostiene Zaia, pur favorevole all'allontanamento delle grandi navi da San Marco. Nel mezzo c'è il destino dei portuali. «Quattromila persone. Sarebbe stato più opportuno attendere la fine della stagione, dato che l'alternativa a Marghera non è pronta» rincara il vicesindaco Andrea Tomaello. Mentre si dice fiducioso il primo cittadino Brugnaro: «Aspetto il testo del decreto, ma sono ottimista. Ho lavorato con i ministri Brunetta e Giovannini, che hanno visto che la soluzione più semplice è quella che proponevamo da 10 anni». Ma è scendendo in città che gli animi si fanno bollenti. Tra i lavoratori del porto, in primis, che temono per il proprio futuro. «È il futuro di un'intera filiera produttiva - che si compone di almeno 18 categorie, dando lavoro a migliaia di persone - a essere messo in discussione dalle scelte del governo» mette in guardia Vladimiro Tommasini, presidente della cooperativa portabagagli del porto. «Abbiamo ripreso a lavorare dopo 19 mesi di inattività, chiediamo scelte chiare e la possibilità di continuare a vivere a Venezia, fino alla definizione di progetti sensati». Ma su Venezia pende la spada di Damocle dell'ultimatum dell'Unesco, che è fantasia immaginare non abbia inciso sull'improvvisa accelerata. Tra gli esercenti, i pareri sono discordi. Non subiranno alcun impatto i locali di piazza San Marco, come conferma il presidente dell'associazione Claudio Vernier, titolare della storica gelateria Al Todaro. «Questa era l'unica decisione da prendere. È la crocieristica che deve adattarsi alle esigenze della laguna, non il contrario». Dall'altro lato del guado si colloca Andrea Mazzola, titolare del ristorante-pizzeria Alle lanternine. «Per me, perdere i croceristi significa rinunciare al 30-40% dell'incasso giornaliero - sostiene -. Senza il passaggio da piazza San Marco, temo che saranno in molti a virare su altri porti, come Trieste o Civitavecchia. La fragilità della laguna? L'incidente più grosso è stato dovuto a un errore del comandante». La decisione, in ogni caso, è stata presa, anche se i tempi per l'individuazione dei definitivi approdi offshore sono tutt' altro che brevi. «Sarà una prova durissima per il settore della crocieristica, per l'indotto e per i lavoratori, ma anche una sfida per il porto del futuro e un passaggio importante verso la costruzione di Venezia, capitale della sostenibilità» conclude il presidente dell'autorità portuale, Fulvio Lino Di Blasio.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Lombardia. 

Ciumbia! Perché Milano è la grande Milano. I centouno motivi per cui è la città più cool d’Italia. Anna Prandoni l'8/9/2021 su L'Inkiesta.it.

1.                       Perché, grazie a Maurizio Cattelan, abbiamo le opere d’arte anche sui muri della piscina comunale. Si chiama Be Water ed è un’installazione site specific alla Cozzi, un gigantesco murale di una donna immersa nell’acqua, ideata con l’artista e fotografo Pierpaolo Ferrari per Toilet Paper.

2.                       Perché qui c’è la michetta, il pane dalla forma più design del mondo. Anche se ormai fatichiamo a trovarla in panetteria.

3.                       Per cena possiamo andare ovunque nel mondo: qui c’è una quantità infinita di locali dove mangiare cibo di altri Paesi.

4.                       La Scala è il teatro. Sontuoso dentro, elegante e rigoroso fuori. Con le maestranze più abili e i cantieri più imponenti, la scuola di formazione migliore e gli interpreti più prestigiosi.

5.                       Perché in un’ora siamo su tutti i laghi più belli d’Italia: Iseo, Maggiore, Garda, Orta. Si fa coda solo per uscire da Milano: perché l’odiata tangenziale è comunque la più trafficata.

6.                       Perché qui ci sono le sedi degli editori e dei distributori più importanti, qui si fanno i giochi dell’editoria. Qui si decide se quello che scrivi ha un senso, e se venderà.

7.                       Perché abbiamo le reliquie dei Re Magi nella Basilica di Sant’Eustorgio.

8.                       È nato il Campari, vuoi mettere? E lo si può degustare nel salotto buono della città, con vista sul Duomo, in un locale liberty strepitoso.

9.                       Perché abbiamo Piazza Affari dove ha sede il palazzo della Borsa, ma per dire che siamo superiori a questo sfoggio di ricchezza ci abbiamo piazzato “Il dito” davanti.

10.                   Perché in un pomeriggio puoi arrivare in mezza Europa: Svizzera, Francia, Slovenia, Austria sono a un passo.

11.                   Perché i mezzi sono tanti, funzionano e soprattutto sono puntualissimi. Per questo se scendete le scale della metro e sentire lo sferragliare del treno verrete travolti dai milanesi che corrono anche se non hanno fretta.

12.                   Perché a Milano ti puoi vestire come vuoi, perché nessuno saprà mai se il tuo outfit è la creazione di un giovane couturier o il pigiama della sera prima. E nessuno ti giudicherà per questo. Se hai una Jackie 1961 al polso, ovviamente.

13.                   Perché il risotto all’onda lo mangi solo qui: l’abbiamo inventato noi nel Rinascimento e negli anni ’80, quando stava per essere dimenticato, gli abbiamo messo sopra una foglia d’oro. Uno dei piatti che ha fatto la fortuna di Gualtiero Marchesi, primo chef italiano a ottenere le tre stelle Michelin, ovviamente a Milano in via Bonvesin de la Riva.

14.                   Perché abbiamo i Navigli, e i bar sui Navigli, e i cocktail sui Navigli e la movida sui Navigli. E ogni tanto c’è anche l’acqua, nei Navigli.

15.                   Perché digeriamo meglio di tutti con il Fernet Branca proprio in città, che con la sua torre Branca realizzata nel 1933 dall’acciaieria Dalmine su progetto di Gio Ponti regala una delle viste più alte sulla città. Se c’è vento, regala anche una certa inquietudine.

16.                   Perché ci siamo presi un salame e lo abbiamo fatto nostro: il salame Milano, buono con il pane.

17.                   Perché in enoteca trovate un ex calciatore a servirvi un calice di Cannonau (Il gusto di Virdis)

18.                   Perché siamo milanesi imbruttiti. Una tipologia autoctona solo entro 10km dal centro, che fa sorridere tutta Italia.

19.                   Perché L’Ultima Cena è qui, insieme alle code di giapponesi che tengono compagnia e alle visite guidate e scaglionate, ridotte e rapide.

20.                   Perché solo qui vedi le mamme col Cayenne a prendere il figlio a scuola.

21.                   Perché nostro è il dolce più amato e celebrato al mondo, il panettone, re del Natale. Forma sobria e interno raffinato, nessuna ridondanza, tanta sostanza.

22.                   Perché al Parco delle Basiliche, spazio verde fatto di olmi, platani e faggi e bordato da un roseto c’è San Lazzaro, protettore dei sofferenti, proprio dove si tenevano le esecuzioni capitali dei malfattori della città. Perché siamo misericordiosi, ma se sbagli non ti perdoniamo.

23.                   Perché Paolo Sarpi è la Chinatown più gustosa ed estesa d’Italia, dove mangiare come a Shanghai e scoprire che i piedini di maiale e le zampe di gallina sono un ottimo street food.

24.                   Perché ci sono gli Omenoni, non delle semplici colonne a reggere il peso del Palazzo Leoni Calchi. Sono la rappresentazione delle famiglie dei barbari sconfitti. Sempre perché quando ci fanno innervosire, non le mandiamo a dire.

25.                   Perché c’è il primo hotel con 7 stelle certificato al mondo. Perché nonostante la percentuale di 5 stelle lusso in città, avevamo voglia di qualcosa di più esclusivo. Ma che sia discreto, incastonato nella Galleria Vittorio Emanuele e con accessi riservati così che sia inaccessibile ai più. Non solo per il prezzo.

26.                   Perché c’è la più estesa rete di lavoratori digitali del Paese. Le mamme dei milanesi ignorano per la maggior parte la professione dei figli. Qui se non sei digital o social qualcosa hai sbagliato città. E più la tua job description è criptica, più lo stipendio sarà adeguato alla complessità. Che cosa fai esattamente, si fa fatica a spiegare e a volte non l’hai capito nemmeno tu.

27.                   Perché il Circolo filologico milanese, per i milanesi “Il filologico” è la prima associazione culturale della città, una delle prime in Italia, che promuove lo studio delle lingue e delle civiltà straniere. Vocazione internazionale since 1872.

28.                   Perché facciamo visite guidate anche per andare al cimitero, al Monumentale, e abbiamo guide preparatissime che fanno parte di una associazione culturale che vi accompagnano tra le tombe.

29.                   Perché solo a Milano un cantante lirico giapponese può vendere macchine fotografiche. Succede da New old camera.

30.                   Perché la statua della libertà autentica, la prima mai realizzata, fa bella mostra di sé sulla facciata del Duomo dal 1810. Si narra sia una delle fonti di ispirazione per quella oggi più celebre, realizzata da Auguste Bartholdi e inaugurata nel 1886.

31.                   Perché a Milano ”shariamo” tutto: auto, moto, bici, monopattini. Non c’è mezzo di trasporto che non sia possibile affittare per pochi minuti o per un anno. C’è persino una gondola sui Navigli, ma non siamo certi che si possa prendere in prestito.

32.                   Perché abbiamo imparato l’eleganza delle proporzioni, e a comprendere come il giusto mix antico moderno sia una ricchezza da coltivare. Mettetevi in piazza all’Isola in un giorno di mercato e guardate verso Gae Aulenti per averne la prova provata.

33.                   Perché l’avanguardia gastronomica è indubitabilmente riunita qui. La quantità di ristoranti e la loro varietà stupisce. E se provate a chiedere a uno chef di qualunque altro luogo italiano dove vorrebbe far fortuna, non c’è dubbio che dirà sotto la Madonnina.

34.                   Perché qui hanno sede le scuole di arte e design più prestigiose: dall’Accademia di Brera allo IED, i creativi e gli artisti hanno qui la loro culla e la loro istruzione.

35.                   Perché siamo molto studiosi. Abbiamo una biblioteca dedicata agli alberi e la biblioteca Braidense che ospita un milione e mezzo di volumi. E la biblioteca Sormani, la più prestigiosa d’Italia dove tutti gli scrittori ambirebbero ad avere i loro libri.

36.                   Perché ci autosuperiamo in quanto ad altezza dei grattacieli: dalla Torre Unicredit con i suoi 231 metri, ai più bei grattacieli del Paese disegnati dagli architetti più prestigiosi al mondo come la Torre Generali di Zaha Hadid. Del resto già in epoca romana avevamo Le torri di Milano, per secoli uno dei tratti caratteristici soprattutto nel Medioevo, quando erano di riferimento per le diverse contrade. Oggi la più alta è la Torre Isozaki, un grattacielo progettato dall’architetto giapponese Arata Isozaki e dall’architetto italiano Andrea Maffei. Con i suoi 209,2 metri di altezza, è l’edificio più alto d’Italia per numero di piani: misura 250 metri con l’antenna.

37.                   Perché abbiamo Peck e Eataly e l’Esselunga: il buon cibo non ci è mai mancato e abbiamo sempre saputo dove andare a comprarlo. Ancora oggi, la mattina di Natale, le sciure e i cumenda sgomitano per una mattonella di paté. rigorosamente logato.

38.                   Perché l’orto botanico voluto dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria è uno dei più belli e vari del Paese, oltre ad essere un vero polmone di pace nella vibrante Brera.

39.                   Perché l’Area C è la ZTL più famosa d’Italia: introdotta il 16 gennaio 2012, ha ridotto gli accessi nella cerchia dei Bastioni  e ha consentito sia un incremento del 10 per cento della velocità media dei mezzi pubblici di superficie sia un netto contenimento, superiore al 30 per cento, dei principali inquinanti. È stato approvato in modo permanente il 27 marzo 2013.

40.                   Perché ci sono il ragazzo della via Gluck e le luci a San Siro, le abbronzature a 100mila watt e Porta Romana bella. Milano è sushi e coca e vai di good vibes. Perché staremmo meglio su una spiaggia cubana tra fumo e Havana, ma intanto stiamo qui.

41.                   Perché Armani ha qui il suo hotel, il suo quartier generale, il suo ristorante. E scommettiamo che non avrebbe potuto inventare il suo greige in nessun altro posto del mondo?

42.                   Perché i Ferragnez vivono qui, e da qui illuminano l’Instagram di tutto il mondo.

43.                   Perché qui si ascolta e si fa Radio DJ, in quella via Massena che è ormai un brand nel brand.

44.                   Perché possiamo bere il vino dei secoli, la Malvasia Candia aromatica, perché nei pressi del Cenacolo Leonardo aveva la sua vigna, donatagli da Ludovico il Moro in cambio del suo lavoro. Oggi è un delizioso luogo accogliente dove sorge la casa degli Atellani.

45.                   Perché c’è un ippodromo centenario “patrimonio di interesse culturale”, riprogettato da zero dall’architetto Paolo Vietti Violi. È grazie a lui che ancora oggi l’Ippodromo Snai San Siro è considerato un impianto con moderne concezioni strutturali ed estetiche.

46.                   Perché qui sorge la Scala del calcio. Lo stadio “Giuseppe Meazza” forte dei suoi 80.018 posti, è lo stadio con maggiore capienza del Paese. Anche conosciuto come “San Siro”, dal nome del quartiere in cui è stato edificato, ospita Milan e Inter, due regine del calcio mondiale che vantano nel proprio palmares un numero sterminato di trofei. E che fanno discutere i milanesi, soprattutto durante il derby.

47.                   Perché si va a bere l’aperitivo nei negozi di fiori, compriamo piante in negozi con ristorante, visitiamo l’evento dedicato ai fiori più cool d’Italia e quello più amato dai milanesi, abbiamo un vivaio storico in centro città. Fioraio bianchi -Capoverde – Orticola – Floralia – Vivaio Riva.

48.                   Perché qui è stato inventato l’happy hour e per scoprire dove basta andare al Bar Basso e prendere un Negroni sbagliato.

49.                   Perché i paninari sono nati qui, celebrati persino dai Pet Shop Boys, che dopo una visita in centro incisero il singolo Paninaro, portando la moda a livello internazionale. I protagonisti del videoclip, girato a Milano, erano alcuni ragazzi perfettamente vestiti secondo i dettami del tempo e si riunivano in San Babila, nelle paninoteche e nei fast food che contribuirono al loro nome.

50.                   Perché puoi stare comodamente sul divano e mangiare, bere e avere tutto quello che vuoi: il delivery è nato qui, e da qui sono partite tutte le più importanti esperienze di ghost, cloud e dark kitchen.

51.                   Perché compriamo bio da quando non andava ancora di moda ​​e mangiavamo vegetariano prima che lo inventassero. È a Milano il primo ristorante stellato veg d’Italia, il mitico Joia di Pietro Leeman.

52.                   Perché ci si può far fare un tatuaggio chic, con il braccialetto saldato direttamente al polso. Da Atelier VM.

53.                   Perché c’è l’unico ristorante tristellato italiano in un museo: il Mudec di Bartolini (tra l’altro chef più stellato d’Italia con i suoi ristoranti sparsi per tutta Italia).

54.                   Perché Prada qui ha il suo headquarter con lo scivolo nell’ufficio del capo (“la Miuccia”), il suo museo coperto d’oro (la Torre Prada) e persino le pasticcerie Marchesi. Sono le più chic della città, ça va sans dire.

55.                   Perché operano da qui due degli wedding planner più ricercati al mondo, Giorgia Fantin Borghi e Enzo Miccio.

56.                   Perché viveva e operava qui uno dei primi serial killer della storia moderna, in via Bagnera, tra l’altro la via percorribile in auto più stretta della città. Antonio Boggia, mostro di Milano, operò a fine ottocento e seppellì in cantina i corpi delle sue 4 vittime. Smascherato, venne impiccato nell’ultima esecuzione avvenuta in città.

57.                   Perché i cani hanno i loro negozi per lo shopping di lusso dal 1998: For Pets Only è stata fondata a Milano da un’idea di Silvia Savi. E anche gastronomie e pasticcerie a loro riservate, come Pets Gourmet, che ha diete create appositamente per i “clienti” abbaianti che hanno problemi alimentari.

58.                   Perché abbiamo iniziato a fare pilates prima di tutti grazie ad Anna Maria Cova, una delle guru del movimento, pioniera e docente internazionale che ha qui il suo studio. A partire dal 1989, sviluppa un metodo per insegnare il Pilates combinando la sua esperienza di ballerina classica con solide basi di anatomia e fisiologia.

59.                   Perché il design ha casa a Milano: qui ci sono gli studi – oggi musei visitabili – di alcuni dei padri dell’architettura italiana. Studio museo Achille Castiglioni, Casa Borletti, residenza di Giò Ponti, e casa Caccia Dominioni, la fondazione Magistretti. E se non volete vederli separati, potete trovarli insieme a tanti altri alla Triennale di Milano.

60.                   Perché abbiamo una delle più antiche fiere paesane al mondo che ancora viene festeggiata. El tredesin de Marz è il ricordo del primo diffondersi del cristianesimo a Milano e rappresenta ancor oggi la tradizionale festa della primavera e dei fiori che si celebrava con un’esposizione di piante e di fiori attorno alla chiesa di Santa Maria al Paradiso, lungo i viali aperti dopo la demolizione dei bastioni tra Porta Vigentina e Porta Ludovica. E il 13 si festeggia ancora oggi la cristianizzazione dei cittadini milanesi e, proprio come facevano i nostri antenati insubri, la rinascita del Sole, la rinnovata Primavera.

61.                   Perché c’è dal 1848 una palla di cannone rimasta intrappolata nelle mura sotto il balcone alla destra del portone principale della casa di porta romana 3. È la testimonianza delle 5 giornate di Milano.

62.                   Perché abbiamo fatto diventare fashion la parrucchiera e la manicure che vengono a casa: Madame Miranda è il primo servizio di questo genere che si prenota online e che arriva anche in ufficio o dove serve. Perché l’apparenza è sostanza.

63.                   Perché abbiamo il chiosco di pollo allo spiedo più “buono” al mondo: ogni anno l’intero ricavato di un sabato di lavoro viene devoluto alla ricerca sul cancro. E Giannasi è qui con i suoi polli, i suoi fritti e la sua zucca al forno dal 1967.

64.                   Perché abbiamo il Mare. Un centro di produzione artistica e culturale attivo nella zona ovest con un’officina di linguaggi contemporanei, palco per i giovani artisti, spazio per drammaturghi attori e registi in residenza che lavorano con il territorio.

65.                   Perché qui i grandi personaggi della tv che si mangia hanno il loro quartier generale. Carlo Cracco col suo building storico in Galleria, Ernst Knam con la sua pasticceria in via Anfossi dove gustare il meglio del re del cioccolato, Sonia Peronaci con la sua Sonia Factory luogo per eventi e set per videoricette.

66.                   Perché possiamo farci un monumento in bronzo con la tecnica della cera persa alla fonderia artistica Battaglia, fondata nel 1913.

67.                   Perché si sente spesso dire, da chi non conosce né frequenta Milano, che si tratti di una città grigia, ma i milanesi doc sanno che nelle giornate limpide, che sono molte più di quanto si creda, alzando il naso all’insù si può godere di un cielo ceruleo, circondato dai fiori che spuntano dai balconi di palazzi storici e grattacieli moderni. E si vedono le montagne molto più spesso di quanto si pensi. E alla fine, qui, ti fai piacere anche la nebbia.

68.                   Perché qui si trova la pasticceria francese. Ma anche granite siciliane e torte tradizionalissime. Milano è la città dove si preparano i dolci che appartengono alle più diverse cucine, che soddisfano tutte le voglie a ogni ora del giorno.

69.                   Perché sempre più diffuse negli ultimi anni, le vinerie sono le enoteche con qualcosa in più, perché oltre a vendere bottiglie non così facili da trovare nella grande distribuzione, propongono ai clienti di sedere a un tavolino – generalmente ce ne sono pochi ma molto graziosi – e assaggiare un calice accompagnato da qualche sfizio salato. La versione alcolica della pausa caffè, amatissima da tutti gli avventori maggiorenni.

70.                   Perché alcune cascine sono resistite miracolosamente al passare degli anni e dei cambiamenti architettonici all’interno della città, altre sono collocate poco fuori, ma le cascine ristrutturate che permettono ai milanesi una fuga dal caos metropolitano sono numerose e oggi hanno assunto le funzioni più diverse. In alcune si organizzano concerti indie, altre sono set perfetti per matrimoni e festeggiamenti, altri ancora il regno della cucina tradizionale, ma tutte amatissime e preservate dai cittadini. Cascina Guzzafame – La forestina – Gaggioli.

71.                   Perché i veri milanesi non sono quelli che prendono la metropolitana di fretta il lunedì mattina, ma quelli che nel fine settimana hanno voglia di attraversare il proprio quartiere a piedi, spiando i giardini e le corti che si intravedono all’interno dei palazzi e magari, scoprirne la storia. Perché ci sono i cortili segreti e nascosti più belli di sempre. Ma per conoscerli e vederli bisogna farsi accompagnare dai milanesi.

72.                   Perché altro che cani e gatti, a Milano l’animale da compagnia è il fenicottero. Si possono ammirare a Villa Invernizzi, al numero 9 di via dei Cappuccini, nel giardino di una costruzione in stile Liberty che, per volere del Cavalier Invernizzi, ospita una colonia di fenicotteri sin dagli anni Settanta. L’abitazione non è aperta al pubblico, per cui per vedere i fenicotteri bisogna avere un po’ di fortuna, ma quando capita, il cuore salta sempre un poco.

73.                   Perché non abbiamo mai tempo e per ovviare a questo problema abbiamo inventato un’azienda che fa tutto quello che non riusciamo a fare noi. Si chiama Noitutto, fidata come una segretaria, affidabile come un maggiordomo, disponibile come un amico.

74.                   Perché abbiamo le piste ciclabili più amate e contestate, ma sappiamo per certo che girando con la bici si scoprono sempre posti nuovi. I Ladri di biciclette hanno un bel da fare, visto che qui i ciclisti sono bravi come meccanici e cari come gioiellieri. Perché le bici a Milano sono customizzate o non sono. E i ciclisti hanno anche i locali fatti per loro. Scatto italiano – Rossignoli – Upcycle

75.                   Perché c’è una fabbrica di cioccolato cittadina, fondata nel 1913. È la Zaini, oggi come allora, un baluardo di dolcezza.

76.                   Perché non amiamo le discoteche, che pur ci sono dentro e fuori la città, ma resistono luoghi come la Balera dell’ortica, che nei mesi estivi propone serate di liscio, di swing e Boogie Woogie e d’inverno lezioni di ballo. Bocciofila e trattoria, invece, sono sempre aperte. Un tuffo nella Milano che c’era (e c’è ancora).

77.                   Perché è il rifugio per gli amanti del vintage è molto meno noto: dal Mercatone dell’Antiquariato sui Navigli, che si tiene ogni ultima domenica del mese tutto l’anno, all’East Market, che ospita artigiani hypster e amanti del vintage, fino ai negozi dove si possono trovare attualissimi abiti d’epoca, come Ambroeus Milano. Riciclo e recupero a Milano sono all’ultima moda.

78.                   Perché puoi andare al mercato di carne, pesce, fiori e frutta più fornito e grande d’Italia. Che è talmente cool da chiamarsi Foody.

79.                   Perché è una città eterogenea, in grado di farci passare dai resti romani, ai vicoli medievali, dal liberty al bosco verticale, transitando con una passeggiata attraverso tutti gli stili e tutte le epoche.

80.                   Perché ci sono la Biblioteca degli alberi e il bosco verticale. Il Parco Sempione e il Parco delle Cave. Il verde non manca.

81.                   Perché abbiamo il sindaco più instagrammabile (e instagrammatore) d’Italia.

82.                   Perché i tram  sono i più belli del mondo, e se avete voglia di fare un giro per il centro basta salire sull’1 a Cadorna e lasciarvi trasportare osservando la città dal finestrino. E se volete anche cenare, c’è anche il tram con cucina annessa. Milano Express.

83.                   Perché ormai abbiamo anche i dehors come a Roma e con il riscaldamento climatico li possiamo usare tutto l’anno.

84.                   Perché è vicina a Santa e a St., tra mare e montagna. Astenersi Cortinesi e Sanremesi. Se andiamo, ovviamente per il  week end, andiamo a Santa Margherita e a St. Moritz.

85.                   Perché Milan l’è on gran Milan, ma se hai buone gambe e un po’ di voglia, puoi andare ovunque a piedi o in bici.

86.                   Perché, nonostante i luoghi comuni, a Milano è facile fare amicizia. Basta entrare nel giro giusto.

87.                   Perché in città c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, soprattutto quando c’è il salone del mobile e il suo ormai mitico fuorisalone, crocevia di designer, installazioni, contraddizioni e tartine.

88.                   Perché qui si svolgono due delle manifestazioni di arte contemporanea più accessibili, Miart e Affordable art fair.

89.                   Perché solo qui si può ascoltare dal vivo la stessa musica che si ascolta a New York con il Blue note, e per il festival musicale più mattiniero, che porta il pianoforte nei quartieri e nei parchi, nelle case e nelle piazze alle ore più improbabili. È Pianocity.

90.                   Abbiamo una fontana dentro una chiesa: è a Santa Maria della Fontana, ed è una pietra verticale con undici fori da cui esce l’acqua.

91.                   Perché solo a Milano al mercato compri i maglioni di cachemire e trovi i capi firmati dell’ultima collezione. Soprattutto se il mercato è quello di via Calvi. Puoi spendere la stessa cifra anche comprando gamberi o polli di Bresse al mercato di piazza Wagner.

92.                   Perché si può fare facilmente un salto nel razionalismo degli anni Trenta andando a vedere il capolavoro del Portaluppi, Villa Necchi Campiglio.

93.                   Perché possiamo vedere le stelle sul soffitto: e sono tutte le stelle del mondo, al Planetario dei giardini di via Palestro. Per quelle vere, invece, ci stiamo attrezzando, ma dalla montagnetta la vista sul cielo non è male affatto.

94.                   Perché Milan ha il coeur in man. Ma è un cuore artistico. Antonio Boschi e Marieda Di Stefano hanno donato alla città una selezione di 300 opere che i collezionisti hanno raccolto come testimonianza della storia dell’arte italiana del XX secolo.

95.                   Perché a Milano ci vuole orecchio, come il Palazzo Sola Busca dove c’è un citofono in pietra scolpito da Adolfo Wildt nel 1930, posto accanto al portone d’ingresso per parlare con il custode. Bisbigliando un desiderio nell’orecchio pare che questo si avveri. Non è vero ma ci crediamo.

96.                   Perché c’è l’unica copia europea della spaventosa e gotica casa di Brooklyn del rabbino Yosef Yitzchak Schneerson, sfuggito per le persecuzioni razziali. Il genero, per rendergli omaggio, ne costruì 12, una proprio in via Poerio 35.

97.                   Perché c’è un negozio dove vendono solo grissini (e sono i grissini più buoni e calorici del mondo), un ristorante che fa solo sciatt e piatti valtellinesi, e un locale che offre solo bruschette svedesi. E non sono ancora chiusi.

98.                   Perché non c’è un luna park come a NYC, ma la scritta Luna Park in caratteri giganti, a ricordo delle Varesine dove il luna park c’era, le abbiamo tenute: salvate e trasferite a Lambrate dall’artista Patrik Tuttofuoco stanno a presidiare uno dei nuovi quartieri emergenti.

99.                   Perché c’è un favoloso Teatro, il Franco Parenti, che ha fondato una Radio e realizzato quella meraviglia dei Bagni Misteriosi, i Caraibi liberty di Milano.

100.               Abbiamo Nolo, abbiamo Napa, abbiamo SouPra. Perché essere cool, a Milano, è uno state of mind.

101.               101. Perché Linkiesta è di Milano. 

Taaac! Com’è cambiato Il Milanese Imbruttito, la maschera della milanesità sul web. Ilaria Chiavacci su L'Inkiesta il 3 Dicembre 2021. Il 7 dicembre arriva al cinema “Mollo tutto e apro un chiringuito”, esordio nelle sale della pagina caricaturale nata per gioco nel 2013, che oggi è diventata una realtà di successo nel settore della content creation. A Milano succede che una pagina nata per gioco sugli stereotipi più gettonati riguardanti la città e chi la abita, diventi un‘azienda di content creation di successo e che arrivi nelle sale con un film vero e proprio. Il Milanese Imbruttito, realtà creata nel 2013 da Tommaso Pozza, Federico Marisio e Marco De Crescenzio, sta infatti per arrivare al cinema con “Mollo tutto e apro un chiringuito”, film che, non poteva essere altrimenti, arriverà nelle sale il 7 dicembre, ovvero il giorno di Sant’Ambroeus.  

«Che poi noi siamo tutti e tre dei giargiana, nessuno è di Milano, ma ci siamo trasferiti qua per studiare» racconta uno dei founder, Tommaso Pozza nella sua «ora buca», in pieno stile Imbruttito, dopo l’anteprima di “Mollo tutto e apro un Chiringuito”. «Siamo partiti dall’osservazione del reale, amici o contatti di lavoro, ognuno di noi non faceva che dare il suo punto di vista, composto da stereotipi un po’ grotteschi, ma allo stesso tempo divertenti, sul lavoratore business oriented, super stressato e iper operativo».

La crescita della pagina Facebook de Il Milanese Imbruttito, aperta il 7 marzo 2013, è stata esponenziale: «Già allora prendere 110 mila like in un mese era un’enormità. Non esisteva la parola influencer, non c’erano Tik Tok o i branded content e non c’era niente di quello che esiste oggi nel panorama social, era tutto da inventare, c’era spazio per poter fare».

La storia di questo, che oggi è a tutti gli effetti un brand, corre veloce: prima i post bianco su nero, poi le Interviste Imbruttite realizzate per la strada e, finalmente, nel 2016, un volto per l’Imbruttito. Cruciale l’incontro con il Terzo Segreto di Satira, che sono diventati i produttori di tutti i format video nonché i registi del film, e con Germano Lanzoni, l’attore del roaster de Il Terzo Segreto di Satira che poi è diventato il volto dell’imprenditore imbruttito.

«All’epoca non avevamo il budget per sostenere delle produzioni video articolate esclusivamente per la nostra fanbase, quindi ci siamo proposti alle aziende. Grazie a queste partnership abbiamo potuto evolvere il nostro mondo, siamo cresciuti come società, ma siamo cresciuti anche nella scrittura e nella content creation».

È una mia impressione, o anche l’Imbruttito si è evoluto? Nel film si parla di sostenibilità e c’è l’imprenditore guru…

Moltissimo: siamo partiti in un’epoca e ci ritroviamo in un’altra, quindi ci siamo adeguati. Gli stereotipi, che per noi sono la base del lavoro, non sono più gli stessi, noi cerchiamo sempre di andare in profondità sul perché queste macchiette esistono.

Quindi cosa è successo al manager stressato?

Si è scontrato con il mondo green, con la sostenibilità, con la new economy, con l’ambiente e con la diversity. L’imbruttito degli inizi non esiste più. Per noi è stato bello poter seguire, sia da osservatori che da accompagnatori, l’evoluzione di Milano in nove anni. In questo tempo non sono cambiati solo gli stereotipi, è cambiata proprio la città nella sua completezza, sia a livello di infrastrutture, che di contenuto. Questo è sicuramente molto interessante e noi siamo stati testimoni e traghettatori di certe cose che ci sono passate per le mani. Pensiamo anche solo allo skyline: le torri di Porta Nuova o City Life che non esistevano.

E ora com’è, l’identikit dell’imbruttito?

Sicuramente è molto più international: se prima gli inglesismi venivano buttati lì ogni tanto, adesso sono il pane quotidiano. Il fatto di respirare questa aria internazionale in una città che rimane pur sempre una piccola metropoli, è sicuramente un tema. Se prima lavoravamo sul singolo stereotipo, ora si può lavorare su una decina di situazioni in contemporanea: stiamo cercando di dipingere meglio anche il fronte femminile, il mondo dello sport, della musica e della moda. Potenzialmente potremmo raccontare di tutto perché adesso a Milano c’è tutto.

Com’è cambiata la città in questi nove anni?

Sicuramente in meglio: è cambiato tutto Expo in poi: prima ok, era la locomotiva dell’Italia, il centro produttivo del paese, ma oggi è veramente il place to be. Milano ha anche un bell’abito e, secondo me, a tendere vedendo anche l’obiettivo delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina del 2026, in questi 4 o 5 anni succederanno un sacco di cose. Il bello di Milano è che è in continuo mutamento, non è una città ferma: il fatto che sia una città liquida, che cambia in continuazione, ci permette, a livello di contenuto, di poter avere in continuazione qualcosa di nuovo di cui parlare. 

Parte del vostro successo la dovete anche a chi questa città la ama?

Assolutamente, per noi la community è sempre stata cruciale e abbiamo sempre accolto e ascoltato tutti i suggerimenti, le foto e le gag che ci venivano mandate. Un altro grande stereotipo italiano, poi, è quello del campanilismo. Con la differenza, rispetto ad altri luoghi d’Italia, che Milano è un grandissimo porto di mare: è come se fosse un po’ il riassunto dell’Italia. L’imbruttito in definitiva arriva da tutte le altre regioni, o addirittura dall’estero, quindi c’è un attaccamento fortissimo, sia da parte di chi in questa città ci è nato e cresciuto, ma anche da parte di chi ci è arrivato. È un posto che ti toglie tanto, ma ti dà anche tanto: io credo che questa cosa abbia sempre fatto sì che le persone si schierassero in difesa della città e di tutto quello che ne consegue, quindi anche realtà come la nostra. Anzi, credo proprio che questa proudness ci abbia dato una grandissima spinta.

DAGOREPORT il 10 dicembre 2021. Oh Macbeth, il potere dov’è? Solo ieri i palchi della Scala alloggiavano i Faraoni di Milano: sul fondo c'era Arnoldo Mondadori, ed aveva come custodi a destra Angelo Rizzoli e a sinistra Edilio Rusconi. Da quest'altra parte si poteva ammirare Giovambattista Falk e Giovanni Pirelli, là al centro Angelo ed Erminia Moratti, e accanto i Borghi e i Radice Fossati; davanti a tutti troneggiava Annibale Brivio Sforza nel suo ruolo di intercettatore dell'aristocrazia lombarda. Il palco, poi, diventava proscenio all'arrivo dei Crespi, proprietari del Corriere della Sera. All'inizio del Novecento la città più amata da Stendhal era il "luogo del fare". La vecchia Milano era una Chiesa, tutto era sacro, intoccabile, serio e paziente: la cultura industriale, la nevrosi produttiva, lo slancio dell'efficienza, di nuove energie letterarie, nuove ambizioni artistiche. E la prima della Scala era passerella di una Milano che aveva un grande sogno: essere la "Grande Mela" d'Italia, la New York sui Navigli, la capitale della cultura europea. Oh Macbeth, il potere dov’è? Dove sono finiti gli Archinto, i Rusca Tofanelli, i Brion? Quella Grande Borghesia che, tra economia e finanza, incarnava i valori assoluti della cosiddetta capitale morale, luogo extra-territoriale di un paese strappato dalle grinfie dei magliari della politica romanesca. Una volta la prima della Scala calamitava una nomenklatura di stile, selezione, buon gusto formata e capitanata dal patron Ghiringhelli, Camilla Cederna, Wally Toscanini, Ileana De Sabata, Giovanna Lomazzi, Alberto Arbasino e Giovanni Testori; e bastava che la divina Callas, durante una "Traviata" diretta da Visconti, perdesse una scarpetta per far ruggire il vecchio industriale: "La Scala l'è diventata el Circo Togni". Quella che era la scala santa della milanesità, quindi perdersi nel girone dei palchi scaligeri, scrutare la lista degli abbonati, da sempre simbolo di successo spasimato e di agiatezza realizzata, è definitivamente scomparsa. La lapide è scesa con il pessimo “Macbetto” di Livermore-Chailly, salvato dalla catastrofe solo dalla presenza carismatica di Mattarella al suo ultimo atto. A troneggiare c’è solo Armani (ma con le nipoti e un grottesco ‘’ombrellino’’ cancellarughe per le foto) e tutti vestono Armani, compresi i fiori, e siccome Armani è tornato quest’anno non avremo l’albero di Natale Dolce e Gabbana. Invidia del pene? Ingiuria dell’uomo superbo? Ma quali sogni possano venire se nemmeno Re Giorgio, il Vetrinista Supremo è riuscito a portare Cate Blanchett o a convincere la diva di riserva Sophia Loren a venire alla Scala? Si è dovuto accontentare di farsi fotografare con l'ignorata modella ungherese Barbara Palvin, ex angelo sbikinato di Victoria’s Secret. Niente Loren trattenuta nella Valle dei Templi a Luxor e la Vanoni è caduta in treno per colpa di un labrador. Per carità, non si dice Angelina Jolie, ma almeno una Marini chiappona de’ noantri, una Parietti rifatta di seconda mano. Niente. Bisogna sopportare i colpi di fionda che ha voluto Muti, proprio in questi stessi giorni, protagonista nella periferica maison Prada by Koolhaas, e così pure Miuccia era assente nel sottoScala del fiorista Armani. Non si chiede la presenza del sire di Hardcore, ormai a rischio decomposizione, ma almeno della figlia Marina, editrice della Mondadori-Rizzoli, cioè la più grande casa editrice italica ospite di quel di Segrate. Al solito ha timbrato il cartellino il solito Fedele Confalonieri mangiaregisti. Non si pretende una platea con il Conte Appulo in smoking e il truce meneghino Salvini in lungo, l’Enrico Letta addormentato e le labbra rossettate di Maria Elena Boschi con toy-boy al guinzaglio, ma non si è visto nemmeno un Gianniletta da Roma con signora Margherita, insomma un qualcuno di quelli che frequentavano il potente salotto della Angelillo. Oh Macbeth, il potere dov’è? Se ci fosse almeno il presidente di Confindustria Bonomi ci si potrebbe dare quietanza; ma dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio di finanzieri dove sono i Descalzi – che è consigliere – i Tronchetti Provera, i Della Valle, i Carlo Messina, la Mediobanca di Nagel, il notaio de Milan Piergaetano Marchetti? E il più importante legale d’affari d’Italia, Sergio Erede? Sono già a Sankt Moritz i Palenzona e gli Abatatessa, padroni del mattone milanese? E i Moratti, sono tutti a vedere Inter-Real, compresa l’assessora alla Regione Letizia? Qualcuno ha avvistato in platea gli arzilli vecchietti Leonardo Del Vecchio e Franco Caltagirone che sognano ogni notte Mediobanca e Generali? E il “Generale” Donnet? Non pervenuti John Elkann con la Borromeo. Non è lui il potere globale? Non sono i Borromeo che comandavano a Milano? Non è lui che deve comprare Armani? Non è lui la plusvalenza? Tutti timorosi di Omicron, caro Macbeth? Magari aver cassato la cena del dopo-Scala al Giardino, da sempre climax e status della mondanità meneghina, ha fatto passare la voglia a Urbanetto Cairo con il suo direttor Luciano Fontana. C’è solo il direttore Molinari di “Repubblica”, nemmeno Chiara Beria che è già andata a Courmayeur, senza Elisabetta Sgarbi ci fosse almeno una Greta Beccaglia che, con la ressa che c’è nel foyer lì la mano scappa involontaria… Niente: solo le statue di Vespa e della Carlucci a fianco di quella di Rossini scolpita da Pietro Magni nell’Ottocento. Il ritardo della Legge è evidente, caro Macbeth: c’erano solo Francesco Greco e la Pomodoro, due ex senza il grande ex melomane Borrelli, che ha superato la linea del Piave. Sarà la pandemia che fa stare la farmaceutica Diana Bracco un po’ discosta, forse per non farsi vedere da quel Burioni quando dice “Vorrei essere presto dimenticato”. Sarà fatto. C’è il nasone di Maurizio Cattelan, quello del dito medio alzato davanti a tutti lor signori davanti alla Borsa, ma non c’è nemmeno un Manfredi Catella con moglie amerikana tra i tanti grattacieli, proprio lui che ottiene cubature che Livermore manco se le sogna! E’ Milano la città distopica; ci fosse ancora quell’Arbasino direbbe una “città senza…”. Non possiamo, Macbeth, accontentarci di un Bolle bollito o di un Luca Argentero notato solo per le tette sopraelevate della moglie, o di un Arturo Artom qualunque, che dà alla sventura una vita così lunga, perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto dell'oppressore senza nemmeno uno Sgarbi maschio e femmina a rappresentare la cultura? Morire, dormire, dormire, forse sognare che ci siano ancora Arbasino e Calasso e poi Daverio e almeno un Gregotti un qualcuno che non “sembran”, come dici nel libretto, altro che “orfanelli”. Ma se non c’è più nemmeno la cena alla Società del Giardino, chi può sopportare i fardelli della musica? Se Livermore va da Cracco in Galleria attovagliato dal grillozzo Artom, anche le imprese di grande altezza deviano dal loro corso e precipitano come nel sonnabulismo. Con un sonno, allora, poniamo fine al dolore del cuore, Macbeth: è Milano il paese inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno.

Atm Milano, la cricca dei biglietti clonati: il dipendente che denunciò la truffa licenziato e due volte assolto. Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 5 dicembre 2021. Il dipendente cacciato nel 2019 perché avrebbe proferito violente minacce contro due superiori: ma quelle frasi non vennero mai pronunciate. Licenziato. Ma per un fatto che «non sussiste». L’ultima parabola dell’(ex) impiegato dell’Atm che ha denunciato la truffa dei biglietti clonati, parte da un provvedimento dell’azienda datato 8 febbraio 2019 (il dipendente cacciato perché avrebbe proferito violente minacce contro due superiori, «ora gli faccio vedere io... prendo il fucile e li ammazzo») e finisce con una sentenza di assoluzione piena in Tribunale: quelle minacce non sono mai state pronunciate. Per rendersi conto che non si tratta solo di una causa di lavoro, o di un rovello di interna corporis annidato in un clima di antipatie tra colleghi, bisogna ricordare che lo scorso ottobre, dopo la chiusura delle indagini dei carabinieri, la magistratura ha sequestrato beni per 1,2 milioni alla funzionaria (anche lei licenziata) accusata di stampare e rivendere in nero biglietti e abbonamenti per i mezzi pubblici. Altri 9 dipendenti sono stati licenziati con la stessa «imputazione» (anche se per somme molto minori), ma a distanza di tre anni non si sa ancora che esito abbia avuto il procedimento penale.

Chi è il whistleblower

La cifra di quel sequestro dà però, almeno in parte, la proporzione di quanto sia stato ampio il canale di frode che fino all’inizio del 2018 drenava incassi destinati all’azienda e al Comune (il pagamento dei passeggeri per i titoli di viaggio), e li dirottava verso tasche private. Nel frattempo, mentre Atm denunciava la truffa e l’Arma iniziava a indagare, il whistleblower, e cioè l’uomo che aveva provato a scoperchiare il sistema prima con segnalazioni, poi con mail certificate alla sua azienda e al Comune, è stato investito da una serie di procedimenti disciplinari e infine licenziato. Oggi incassa la seconda assoluzione penale: stavolta rispetto ai fatti che hanno provocato il suo allontanamento.

Testimoni a confronto

Storia intricata. Parte a fine 2016 con due esposti che porteranno alla chiusura (poi sanata) di due piani della sede Atm di Foro Buonaparte per il mancato rispetto delle norme di sicurezza. Gli esposti portano la firma di un dirigente, che però la disconosce. L’indagine interna dell’Atm punta subito sul whistleblower, come autore ombra degli esposti, e viene confermata dalla polizia giudiziaria: a marzo 2018 l’impiegato viene rinviato a giudizio per «sostituzione di persona». Nel frattempo, a novembre 2017, lo stesso dipendente firma le due Pec che porteranno all’inchiesta sui biglietti clonati (che l’indagine sia nata da una soffiata interna lo ha confermato un dirigente Atm in un’udienza al Tribunale del lavoro). Qualche mese dopo, a giugno 2018, l’impiegato riceve una lettera anonima in cui qualcuno sostine che sulla denuncia ai vigili del fuoco qualcuno all’interno dell’azienda «l’avrebbe incastrato». Il dipendente ha una reazione di rabbia e sconforto, in Atm arriva prima un’ambulanza, poi una pattuglia dei carabinieri. È in quella situazione che tre colleghi (tra cui un dirigente) dicono di aver sentito le minacce di morte. Per quei fatti il whistleblower viene di nuovo denunciato, e poi licenziato.

La doppia assoluzione

Il 9 giugno 2020 arriva la prima sentenza penale: il whistleblower assolto dalla «sostituzione di persona» perché non ci sono prove per affermare che abbia mandato lui gli esposti (l’assoluzione è stata chiesta dallo stesso pm). E poi, con sentenza dello scorso 8 settembre, sempre assistito dai legali Domenico Tambasco e Gennaro Colangelo, il whistleblower incassa la seconda e ancor più pesante assoluzione («il fatto non sussiste») per le minacce: a fronte di tre testimoni che hanno sostenuto di aver sentito le frasi col proposito d’omicidio, altri sette impiegati Atm presenti quella mattina hanno smentito del tutto la ricostruzione, parlando dello «stato di afflizione» del loro collega, ma escludendo del tutto di aver sentito le minacce. Un quadro confermato anche dai sanitari e dai carabinieri intervenuti in azienda. Il ricorso contro il licenziamento è ancora aperto davanti al Tribunale del lavoro: un percorso parallelo, in cui il giudizio penale potrebbe avere un peso, ma non è vincolante per il giudice.

Le indagini interne

Nell’inchiesta dei carabinieri sui biglietti clonati è però emerso un altro elemento, e cioè che sia stato sempre lo stesso whistleblower ad informato l’azienda sulle truffe interne negli Atm Point già nel periodo a cavallo tra 2015 e 2016. Lo ha raccontato un ex potentissimo capo del personale agli investigatori, dicendo che l’impiegato si era rivolto a lui per la segnalazione. Ecco quel che accadde (nella ricostruzione messa a verbale): «Ritenni utile convocare il dipendente in un bar di piazza Argentina, con preghiera di rendere partecipe il dirigente (all’epoca responsabile degli Atm Point, ndr) di quanto mi aveva riferito». Lo stesso ex capo del personale racconta di aver saputo che vennero fatte indagini interne affidate a due dirigenti, che riferirono poi al loro superiore gerarchico, dunque ai massimi vertici aziendali. Quei due dirigenti sono ancora in Atm. Il verbale si chiude così: all’epoca, «venni poi a sapere l’esito di tali indagini fu negativo». 

Lo scalpo del governatore della Lombardia. Attilio Fontana accusato di “frode in donazione”, reato inventato per mandare a processo il governatore della Lombardia. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 4 Dicembre 2021. La scombiccherata procura della repubblica milanese, quella che da almeno un anno accerchia inutilmente Matteo Salvini e la Lega proprio come un giorno fece (e ancora fa) con Berlusconi, si accontenta per ora di agitare lo scalpo del presidente Attilio Fontana. E chiede che sia mandato a processo per frode in donazione. Proprio così. Un po’ come se qualcuno avesse promesso di regalare tre libri, o tre vestiti, e poi ne avesse donati solo due. In realtà l’articolo 356 del codice penale, “frode in pubbliche forniture” non parla di regali, ma di contratti pubblici violati da una parte. Per esempio quando si consegna una merce diversa da quella stabilita. Naturalmente all’interno di un contratto a titolo oneroso, cioè prodotti in cambio di denaro. Ma nella vicenda per la quale la procura di Milano chiede al giudice di processare Attilio Fontana non c’è ombra di denaro, anzi, la Regione Lombardia ci ha guadagnato perché, in uno dei momenti più tragici della pandemia dell’anno scorso, ha ricevuto in omaggio cinquantamila camici. Una vera boccata d’ossigeno, nei giorni in cui qualunque presidio sanitario, mascherine comprese, era quanto mai introvabile. Passerà alla storia, o almeno alla cronaca, come lo “scandalo” dei camici. Anche se di scandaloso non c’è proprio niente. Per capire il contesto politico cui si inscrive la vicenda, basti ricordare l’assedio mediatico-giudiziario piombato addosso alla Regione Lombardia nel momento della sua maggiore difficoltà sociale e sanitaria. L’inchiesta mediatico-giudiziaria sul Pio Albergo Trivulzio con tutte le panzane del Fatto e di Repubblica ebbe titoloni ogni giorno, anche se poi si è sciolta come neve al sole sulla base soprattutto della perizia ordinata dalla procura. Quanti si sono accorti del fatto che il Pio Albergo Trivulzio nel frattempo ha recuperato l’immagine di eccellenza come principale casa di riposo italiana ed europea? Quanti articoli di scuse ha scritto Gad Lerner che per primo, citando l’istituto come quello presieduto negli anni novanta da Mario Chiesa e da cui partì Tangentopoli, inventò inesistenti fatti delittuosi? Per non parlare di tutti i comitati e comitatini che sfruttando il dolore di chi aveva perso persone care a causa del covid, si erano inventati l’inesistente reato di “epidemia colposa”, seguiti da qualche procura come quella di Bergamo. Mentre in tutta Italia le indagini frettolosamente aperte stanno terminando con archiviazioni. E anche la principale, che sfiora il ministro Speranza, dovrà per forza finire in nulla. Quello era il clima, mentre i partiti della sinistra e quello dei Cinque stelle con cinismo già assaporavano il boccone grosso della Regione Lombardia e insieme quello del capo del partito maggioritario al nord, e in quei giorni ancora in testa sul piano nazionale in tutti i sondaggi. Il presidente Fontana qualche errore, qualche pasticcio sicuramente l’ha fatto in quella circostanza. Quella in cui la Regione Lombardia, seguendo quanto disposto dal governo sul piano nazionale, aveva contattato una serie di aziende cui proporre in affidamento diretto l’incarico di fornire il numero più alto possibile di camici ospedalieri e altri presidi sanitari. Senza gara, perché nella situazione di emergenza questo è possibile. Nessuno scandalo, dunque. Ma c’è un “ma”. Era inopportuno il fatto che una delle cinque aziende individuate dall’assessore competente, la Dama di Andrea Dini fosse di proprietà del cognato del presidente (e al 10 per cento della moglie)? Forse si, o forse no. Anche i parenti devono poter lavorare, purché non diventino soggetti privilegiati. E non si cada in un concreto conflitto di interessi. Fatto sta che, nella confusione frenetica di quei giorni, a un certo punto lo stesso Fontana si rende conto che sta per scoppiare, sia pure ingiustamente, un bubbone mediatico. Le telecamere di Report annusano il sangue e cominciano a gironzolare, a chiedere, a citofonare (ah, la passione giornalistica per le interviste ai citofoni!). Così Andrea Dini fa sapere alla società Aria, quella che per la Regione Lombardia si occupa delle forniture, che offrirà i camici in donazione. Tutto finito dunque? E no, perché, dei 75.000 camici previsti dall’iniziale contratto poi saltato (a fronte di un incasso di 513.000 euro) ne verranno regalati “solo” 50.000. Un bel regalo per il mondo sanitario e per i cittadini lombardi, no? Invece no. Ah mondo ingrato! Nessuno ringrazia il donatore, Né la moglie né il cognato, che è poi il presidente della Regione. Il quale pensa poi, proprio perché è uno per bene, di dare personalmente, cioè togliendoli dalle proprie tasche, 250.000 euro a Dini, a titolo di parziale risarcimento per la sua azienda che, come tutte le altre in quel momento, non viveva un periodo particolarmente brillante e aveva perso una fonte di guadagno. Così si apre un altro filone di indagine, perché la cifra viene prelevata da un conto svizzero con fondi “scudati” ed ereditati dalla madre di Fontana e la cifra insospettisce e fa scattare le norme antiriciclaggio. Così nasce una seconda inchiesta, rallentata dalle necessarie rogatorie con la Svizzera. Ma l’assalto a Fontana è da subito politico. Quanti anni sono che la sinistra, che pure conquista ripetutamente Milano (con uno zoccolo duro nel centro storico), non riesce a sfondare nella regione con le sue valli fortini leghisti ? Così arriva puntuale la mozione di sfiducia. Attilio Fontana si presenta con orgoglio e con la voce rotta: “Non posso tollerare che si dubiti della mia integrità e di quella della mia famiglia”, dice in un consiglio che è in gran parte con lui e gli tributa ben sette applausi a scena aperta. Ma i denti nel suo collo affondano violenti. Persino la procura della repubblica di Pavia se la prende con lui. E una mattina alle sette, nello sconcerto del suo legale Jacopo Pensa, uno di quelli che da Mani Pulite in avanti ne ha viste tante, si presentano quasi nella sua camera da letto gli uomini della guardia di finanza per sequestrargli il telefonino. L’indagine, nella quale lui non era indagato, riguardava un’azienda multinazionale, la Diasorin, cui l’Ospedale San Matteo di Pavia aveva assegnato lo svolgimento di alcuni test sierologici. Inutile dire che l’accordo sarà in seguito ritenuto legittimo. Ma intanto un po’ di scenografia e di intimidazione fanno sempre notizia. Questo accadeva un anno fa, nel settembre del 2020. Così arriviamo all’oggi, in un quadro molto cambiato. La Regione Lombardia ha riacquistato il proprio smalto. Il procuratore aggiunto Romanelli ha forse accantonato la speranza di prendere il posto del pensionato Francesco Greco, che probabilmente sarà sostituito da un “papa straniero”, mentre un bel gruppo di magistrati milanesi è indagato, per vari motivi, dai colleghi della procura di Brescia. Un contesto nel quale la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Fontana, di Dini e dei vertici di Aria (la centrale acquisti della Regione) stride non poco. Perché è documentato che la Lombardia con l’operazione camici non solo non ha rimesso denaro, ma ha anche avuto un regalo. Spontaneo? Indotto? Che importanza ha, ormai? C’è da domandarsi se ci sarà a Milano un giudice che avrà il coraggio di mandare qualcuno a processo per “frode in donazione”. È anche vero che qui si è visto di tutto, però…

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

(ANSA il 2 dicembre 2021) - La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per il governatore della Lombardia Attilio Fontana e altre 4 persone per la vicenda dell'affidamento da parte della Regione di una fornitura, poi trasformata in donazione, da circa mezzo milione di euro di 75 mila camici e altri dpi a Dama, la società di suo cognato Andrea Dini. La richiesta è stata firmata dai pm Carlo Scalas e Paolo Filippini e dall'aggiunto Maurizio Romanelli. L'accusa è frode in pubbliche forniture. Oltre a Fontana, la richiesta di processo riguarda Andrea Dini, titolare di Dama e cognato del governatore lombardo, Filippo Bongiovanni e Carmen Schweigl, rispettivamente ex dg e dirigente di Aria spa e, infine, Pier Attilio Superti, vicesegretario generale della Regione. La chiusura delle indagini risale alla fine dello scorso luglio e gli indagati, che inizialmente avevano chiesto di essere interrogati, hanno rinunciato all'esame, ma hanno depositato memorie. "Il presidente Fontana - aveva spiegato l'avvocato Jacopo Pensa - ritenendo evento utopistico che la Procura, dopo l'avviso di chiusura indagine, possa mutare impostazione accusatoria a seguito di un suo interrogatorio ha deciso di riservare le proprie difese alle fasi processuali successive di fronte a giudici terzi". L'inchiesta, che ha visto lo stralcio in vista dell'istanza di archiviazione del capo di imputazione in cui solo Dini e Bongiovanni rispondono di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente, ha al centro la fornitura di dispositivi di protezione individuale, tra cui appunto 75 mila camici, da consegnare in piena pandemia nella primavera 2020 alla Regione. Ne vennero consegnati in realtà solo 50 mila, in quanto venne a galla il conflitto di interessi poichè Dama è società del cognato di Fontana. Per questo la fornitura fu trasformata in donazione, con la conseguenza, secondo la ricostruzione degli inquirenti, che l'ordine non venne perfezionato per la mancata consegna di un terzo del materiale, cosa che ha portato i pm a formulare l'accusa di frode in pubbliche forniture. Ora la parola passa al gup. 

Caso camici: difesa Fontana, richiesta processo non sorprende  

(ANSA il 2 dicembre 2021) "Tutto come volevasi dimostrare. Non c'è nulla di sorprendente dal momento che non è stata accolta la nostra richiesta di archiviazione. D'ora in poi avremo a che fare con un giudice davanti al quale ci difenderemo seduti allo stesso livello dell'accusa. Fontana è certo della sua estraneità alle vicende contestate". Così l'avvocato Jacopo Pensa che, assieme a Federico Papa, ha commentato la richiesta di rinvio a giudizio da parte dei pm di Milano nei confronti del governatore della Lombardia Attilio Fontana e di altre 4 persone. (ANSA).

Milano capitale criminale delle criptovalute: droga, truffe e riciclaggio. L’analisi: le false promesse e i rischi. Andrea Galli su Il Corriere della sera il 22 novembre 2021. Le mosse dei gruppi specializzati in raggiri milionari, il narcotraffico e il riciclaggio, i beni-rifugio dei clan: ecco come a Milano aumentano il ricorso e l’utilizzo del «denaro nascosto». Le indagini dei carabinieri. Il tema sono le criptovalute qui intese nella desinenza criminale: criptovalute, ovvero soldi nascosti, protetti da codici informatici con chiavi di accesso, dunque denaro non fisico, denaro non tangibile, denaro difficile da scoprire dagli investigatori. Ora, apriamo due parentesi. La prima: in reati quali l’estorsione, un’antica pratica delle forze dell’ordine riguarda l’aver contrassegnato le banconote — o averne annotato i numeri di serie — prima della fase del pagamento, poiché quelle stesse banconote diverranno fonti di prova, saranno uno strumento forte, nel processo, in possesso dell’accusa. Seconda parentesi: vi sono casati mafiosi — i Fontana l’hanno fatto anche a Milano — che reinvestono i soldi sporchi in gioielli; chi indaga può anche saperlo, può aver ricevuto conferme al proposito da informatori oppure da conversazioni intercettate; d’accordo, ma diamanti e collier vanno materialmente individuati, altrimenti è come se non esistessero.

La trama

Così avviene per le criptovalute che, al netto di errate certezze e di ripetute sottovalutazioni, e pure al netto di generiche analisi di (non) esperti decontestualizzati che provano a buttar lì temi, in città iniziano a rappresentare un solido e preoccupante fenomeno, e non unicamente per la banale equazione Milano uguale danee. Come raccontato al Corriere da fonti qualificate, l’insistenza sulle criptovalute da parte di alcuni gruppi delinquenziali, a cominciare da quelli attivi nelle truffe milionarie, e al contempo l’aumentato ricorso nelle estese strategie del narcotraffico, obbligano alla rimodulazione del pensiero a monte di ogni azione investigativa. L’essere umano non è mai esente da errori, lascia tracce. E però, dice un ufficiale dei carabinieri, la copiosa immissione sul mercato di questo denaro occulto — quantomeno un’immissione figlia di una trama, non insomma una semplice conseguenza fortuita, non un effetto collaterale fra tanti —, alza giocoforza il livello di impermeabilità criminale, anche in considerazione della grande facilità con la quale le vittime vengono ingannate. Prendiamo le truffe aventi come oggetto barche, macchine e orologi di lusso, che siamo abituati a vedere ambientate nelle sale di prestigiosi hotel con l’obiettivo di creare una scenografia che consolidi la convinzione di affari seri: ebbene, il criminale propone un pagamento in criptovalute per assicurarsi la merce in vendita, a garanzia della propria serietà versa un anticipo in banconote e sparisce. O meglio, magari completa il saldo con criptovalute che però non hanno un corrispettivo in contante e non determinano una riscossione, entrambe circostanze, queste, assai diffuse in quanto chiunque può creare una valuta digitale che può finire scambiata in euro o dollari su apposite piattaforme che però sono zone franche, per niente delimitate, prive di regole, di obblighi, di sanzioni.

I soldi presenti ma assenti

Obiezione: ci cascano soltanto i tonti. Ovviamente è falso, non fosse che raggiri del genere colpiscono gente che dovrebbe sapere come va il mondo. Obiezione più tecnica, per chi magari è addentro alle dinamiche del denaro «virtuale»: alla base delle criptovalute ci sono sì dei codici informatici, e ci sono dei simil-registri che custodiscono memoria delle transazioni. Ma vai a esplorarli. Un investigatore della Guardia di finanza sottolinea l’ulteriore livello di rischio delle trattazioni nella misura in cui sono contemplati soggetti terzi quali le banche a svolgere una funzione di intermediazione, di presidio, se vogliamo di guardia, senza beninteso entrare nel vasto argomento di controlli a volte allentati — qualcuno aggiunge anche di una normativa anacronistica — che permettono i flussi del riciclaggio. Restano, le criptovalute, un settore investigativo di portata planetaria, ma a Milano, specie in questa fase di slancio produttivo ed economico sia dopo i lockdown sia in proiezione delle Olimpiadi, restano anche, per appunto, e torniamo alle due parentesi iniziali, un canale per far sparire soldi nonché per godere di un bene-rifugio depositato in un angolo remoto; soldi presenti ma assenti.

LOMBARDIA INSICURA - Milano capitale italiana delle violenze sessuali. Donne avvicinate e affascinate con il potere dei soldi, della vita nei locali alla moda e dei party super esclusivi. Michelangelo Bonessa su Il Quotidiano del Sud il 12 novembre 2021. L’ultimo caso riguarda un agente immobiliare accusato di aver drogato una coppia per stuprare una donna. Ma di violenze a cinque stelle nella civilissima Milano se ne contano sempre di più: nel passato recentissimo i nomi di Alberto Genovese, Antonio Di Fazio, Paolo Massari avevano già scosso il mito del capoluogo lombardo e delle sue mille luci. Ora si aggiunge il nome di Omar Confalonieri, agente immobiliare di lusso con l’ufficio in via Montenapoleone 8 a tirare una mazzata al mito milanese come fece il libro di Jay McInerney su quello newyorchese. Perché Milano, proprio nel suo cuore, sembra un posto sempre meno sicuro per le donne. Soprattutto se giovani e belle, sebbene l’avidità sessuale nelle sue estrinsecazioni violente ormai non abbia limiti: vengono avvicinate e affascinate con il potere dei soldi, della vita nei locali alla moda e dei parties super esclusivi come a Terrazza Sentimento di Genovese, per poi trovarsi in un tunnel di violenze senza pari. E fino alle feste di Genovese o alla vita alla moda di giornalisti e politici come Massari e di finti agenti segreti come Di Fazio, si poteva pure chiudere il discorso consigliando alle donne di non frequentare quelli che una volta venivano definiti i “rampanti”. Ora però pure andare a comprare una casa è pericoloso nel centro di Milano a vedere l’esempio di Omar Confalonieri. Perché in questo caso non c’è stata nessuna festa o festino, manco una cena elegante come le tante viste sotto la Madonnina. Solo l’intenzione di due persone normali di acquistare un posto dove vivere, con il risultato di vivere invece la violenza dello stupro. Un segno pesante per la reputazione di tutte le attività commerciali di lusso di via Montenapoleone e del centro più esclusivo della città, dove è prassi consolidata, proprio perché si tratta di commercio di lusso, offrire da bere e da mangiare qualcosa ai possibili clienti. Confalonieri potrebbe dunque aver lanciato un grosso sasso nello stagno, perché ora la semplice offerta di un caffè verrà vista con occhi molti diversi da chi entra nei negozi di alta gamma milanesi. Infatti secondo quanto ricostruito dalle forze dell’ordine e dalla Procura di Milano, l’uomo avrebbe incontrato la coppia a inizio ottobre. Dopo essersi recati in un bar, avrebbe provveduto a prendere dal bancone due bicchieri di spritz e sciolto della droga che avrebbe così narcotizzato i due. Dopo averli portati in casa, e aver lasciato l’uomo sul letto, avrebbe violentato la donna. Un sequestro durato otto ore, in seguito alle quali i due si sono recati in ospedale per dei malori che avevano accusato. Almeno la figlia di pochi mesi, presente durante la narcotizzazione, sarebbe stata risparmiata secondo i medici che l’hanno visitata. Tra l’altro dopo l’arresto dell’agente immobiliare altre due donne si sarebbero fatte avanti per episodi simili a quest’ultimo accertato dalla polizia. Ed è anche emerso che Confalonieri non sarebbe nuovo a questo genere di azioni: aveva già affrontato un percorso di rieducazione dopo un episodio di violenza e sembrava recuperato alla società. Invece, stando alle ultime indagini, pare che quel percorso non abbia funzionato. Resta da vedere cosa succederà più avanti, ma per Milano è ora di interrogarsi su quale sia la natura della città perché non è solo nelle situazioni esclusive che si concentra la violenza: in tutti i luoghi della così detta movida si continuano a conteggiare aggressioni e violenze di ogni genere. Dai Navigli e la Darsena dove i rapinatori ormai usano pure i cani per derubare i passanti, a corso Como dove tra droga e alcol vengono continuamente segnalate risse e molestie alle ragazze tanto da costringere i commercianti di zona a chiedere una stretta alle regole della movida al Comune di Milano. Ma non si salva nessun luogo famoso anche oltre i confini cittadini. La lista dei presunti colpevoli è come sempre molto lunga, ma il fatto incontestabile è che la violenza stia dilagando in un modo nuovo, forse non arrestabile. Persino corso Buenos Aires è diventato il cuore delle manifestazioni anti green pass. I fiori del male che stanno prosperando a Milano sembrano avere un terreno troppo fertile per essere recisi stabilmente. O almeno disinfestati. Perché la città che insegue il divertimento e lo sballo con pervicacia, o si organizza, o diventa una sorta di girone dantesco. Una gigantesca orgia di vizi senza scopo alcuno da cui sarà difficile riemergere, perché se il lavoro e la fama di città del lavoro hanno reso Milano un unicum in Italia, il cazzeggio all’ennesima potenza e la fama di città dei soldi facili per il “divertimento” rappresentato dalle droghe e dalla violenza potrebbero affossarla del tutto. Una fine simile a quella di Genovese: da super ricco che pensava di veder raccontata la propria vita nei libri di storia, a galeotto disprezzato da tutti con la sua biografia scritta nei verbali delle forze dell’ordine e un futuro per sempre segnato dalla fama di stupratore di ragazze.

Monica Serra per "La Stampa" il 10 novembre 2021. In carriera, ricchi, con grande disponibilità di droga e spesso anche di psicofarmaci. Non si tratta più di un caso isolato. Nella deriva milanese dell'ultimo anno ce ne sono stati almeno tre, con molti tratti in comune. A partire - scrivono i magistrati - dall'atteggiamento di «sopraffazione» nei confronti delle donne, considerate semplici «prede su cui esercitare il proprio potere». Dopo l'ex mago delle startup Alberto Genovese, ai domiciliari in una comunità di recupero per tossicodipendenti, ora a processo con l'accusa di aver drogato (con cocaina rosa e ketamina) e abusato di due ventenni, e l'imprenditore farmaceutico Antonio Di Fazio, finito in carcere per aver narcotizzato, fotografato nuda e violentato una universitaria ma indagato per abusi su almeno altre cinque donne, è stata la volta dell'agente immobiliare della ricca Milano, Omar Confalonieri. È in carcere da venerdì con l'accusa di aver drogato e tenuto sotto sequestro marito e moglie per un pomeriggio intero, e di aver violentato la donna, con la bimba di nemmeno un anno che gattonava incustodita per casa. Anche in questa storia, ricostruita dalle pm Letizia Mannella e Alessia Menegazzo, ci sono i soldi (la Confalonieri Real Estate è in via Montenapoleone), fiumi di cocaina da cui il 48enne è dipendente conclamato, le benzodiazepine usate per stordire le vittime e la serialità, di cui parlava già il 9 ottobre del 2009 la Corte d'Appello di Milano che lo condannò a tre anni e mezzo di prigione per le violenze su una collega 19enne: «Il suo agire evidenzia una serialità preoccupante che denota forte motivazione a delinquere non debellata neppure dalle denunce». E all'epoca, dodici anni fa, di denunce il 48enne ne aveva già ricevute tre. Una è quella oggetto della condanna: con un bicchiere di mirto condito con gli psicofarmaci, dopo una cena di lavoro, l'agente immobiliare aveva stordito la ragazza, indotta ad accettare un passaggio a casa. E, dopo aver seminato in auto gli altri colleghi, tra i boschi aveva abusato di lei fino alle 5 del mattino, quando i genitori erano riusciti a raggiungerla e a salvarla. Quattro mesi prima di quei fatti, che risalgono al 26 novembre 2007, un'altra donna aveva querelato Confalonieri a Bergamo. Si tratta di un'amica della sua fidanzata dell'epoca. La coppia era andata a casa della vittima a mangiare un gelato. «Nel corso della serata le due donne avevano accettato di fumare sigarette offerte da Confalonieri ed entrambe avevano accusato uno stato di sonnolenza». Soprattutto l'amica che, costretta a mettersi al letto, era stata spogliata dal 48enne «senza essere in grado di opporre alcuna resistenza». Sempre negli stessi mesi del 2007 un'altra conoscente aveva denunciato l'imprenditore: «Mi ha drogata con un tè freddo». A nulla sono serviti i tre anni di riabilitazione in una comunità di recupero dopo la prima condanna: Confalonieri ad ottobre ha colpito ancora. Qualche settimana fa un'altra signora si è rivolta ai carabinieri del Nucleo investigativo: «È successo anche a mia figlia». E ancora, ieri, altre donne si sono fatte avanti.

Vittorio Feltri smaschera i colleghi del Consiglio comunale: ecco il loro trucco per raddoppiare lo stipendio. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 04 novembre 2021. Chi sostiene che in Consiglio comunale a Milano ci si annoia, dice una cosa inesatta. Perché in aula talvolta succedono faccende turche che meritano di essere divulgate per fare sapere alla gente in che mani siamo. Un esempio significativo dell'indole degli eletti. Stasera si riunisce l'assemblea alle 20.30. Motivo? I signori politici vengono convocati così tardi perché la maggior parte di essi di giorno lavora e non può dedicarsi ai problemi cittadini. Fin qui, tutto normale. Il bello è che l'adunanza si scioglierà qualche minuto dopo mezzanotte, quando la massa dei milanesi sarà caduta tra le braccia accoglienti di Morfeo. Qualcuno a questo punto osserverà: cacchio, eroici questi consiglieri. Ma va là. Pur nella nostra ingenuità, abbiamo scoperto l'arcano: se la riunione terminasse, poniamo, alle 23, lorsignori avrebbero diritto a un solo gettone di presenza. Se viceversa si protrae oltre le 24 scatta un secondo gettone, in quanto formalmente l'impegno dei consiglieri in questo modo abbraccia due giornate, quella di oggi e quella del 5 novembre. Se per un punto Martin perse la cappa, il politico per un quarto d'ora in più guadagna la doppia indennità. Personalmente non mi scandalizzo, ci vuol altro. Ma credo valga la pena di segnalare agli elettori che i giochetti di prestigio, se c'è di mezzo la grana, non sono estranei a Palazzo Marino. Qui non ballano cifre astronomiche, per carità. All'incirca il gettone è di 120 euro, se moltiplicato per due si sale a 240. Buttali via. Meglio dello sputo in un occhio. Il notiziario municipale registra un altro fenomeno interessante. L'amministrazione ha deciso di deliberare un finanziamento di 3 milioni di euro ai rom, onde aiutarli nella educazione dei figli, e dare loro una mano affinché possano vivere più decentemente. Ottima cosa? Mica tanto. Perché è risaputo, come insegna la cronaca, che l'attività principale cui si dedicano i nomadi è il furto. Che non è meritevole di essere sostenuto da sussidi speciali. Se l'intento è quello di aiutare chi è in difficoltà economiche, nulla da eccepire. Ma allora ci domandiamo perché avere tanti riguardi per coloro che un tempo era lecito definire zingari, e neanche un briciolo di pietà per i clochard di cui è infestata Milano, i quali anche in pieno inverno dormono all'addiaccio e di giorno campano trascinandosi nelle vie del centro. Sono vittime di un abbandono del Comune, ma anche dello Stato che regala redditi di cittadinanza a chiunque si gratti il ventre, tranne che ai barboni cui non si riconosce neppure la condizione di poveri. La situazione se non fosse grave sarebbe addirittura comica. Datevi una mossa cari politici dei miei stivali.

Milano è la Montecarlo di sinistra. Altro che crisi da pandemia. Nella locomotiva d'Italia la bolla immobiliare continua a gonfiarsi grazie a 30 miliardi di investimenti nel prossimo decennio e ai soldi del Pnrr. Mentre la giunta guidata da Beppe Sala si avvia alla riconferma, gli urbanisti si chiedono se la città non stia diventando una sala giochi per ricchi. Gianfrancesco Turano su L'Espresso il 20 settembre 2021. È il modello Grimaldi. Una città-Stato “business first” in cui la parte pubblica concede permessi e licenze mentre i privati rovesciano palate di miliardi su un settore immobiliare che si vuole rigorosamente ecocompatibile e green. I prezzi di Montecarlo sono ancora parecchio superiori rispetto a quelli di Milano, questo è vero. In compenso, il capoluogo lombardo governato da Beppe Sala, sindaco destinato a una rielezione comoda il prossimo ottobre, ha spazi che il principato di Monaco si sogna (181 chilometri quadrati di superficie contro 2) e può contare su uno stimolo di denaro pubblico colossale con i 4,7 miliardi destinati alla città dal Pnrr. Nemmeno la pandemia con la minaccia del telelavoro è riuscita a frenare a lungo la galoppata dei prezzi che stanno imponendo alla città una selezione darwiniana spietata. L’unico effetto del lavoro a distanza sembra essere la sostituzione del tandem vincente mono-bilocale con il boom dei tri-quadrilocali con la stanza in più per lavorare. Le agenzie propongono affitti nei dintorni dei duemila euro al mese in zone ben lontane dalle aree più pregiate al netto della commissione. Comprare è ancora più difficile. Solo il ricco o chi è già proprietario riesce a vivere all’ombra delle nuove torri, purché non vadano a fuoco come è successo a fine agosto al quartiere Vigentino. Solo il molto liquido può investire per tempo nelle aree di sviluppo che una volta erano scali ferroviari o quartieri degradati e ora sono le boe per nuove gentrificazioni, nuove movidas con locali sempre pieni, come notò anni fa un milanese cento per cento trasferitosi ad Arcore, Brianza. Da un salone del mobile a una settimana della moda, dalla Milano wine week al salone del risparmio, l’appuntamento elettorale è quasi un evento di contorno da quanto appare scontato l’esito delle urne. L’unica incertezza sembra tra vittoria al primo o al secondo turno, con l’avversario di Sala, Luca Bernardo il pediatra pistolero, pistola a Milano non è una bella parola, impelagato in schermaglie di retroguardia contro le ciclabili di corso Buenos Aires, l’area C e persino contro i troppi saloni. Mentre la destra rimane fossilizzata nel mantra della sicurezza, la giunta uscente agisce con disinvoltura al di qua e al di là del crinale ideologico o di quanto ne resta. Manager come Fabio Terragni sono capaci di muoversi fra apparenti contraddizioni in termini come la presidenza della linea metropolitana 4, l’autostrada Pedemontana lombarda e il progetto Forestami che vuole piantare 330 mila nuovi alberi entro il 2021. E se Terragni è da sempre di area Pd, il sindaco non è mai stato iscritto al partito guidato da Enrico Letta, né ha mantenuto l’impegno di sei mesi fa, che a molti era suonato paradossale, di prendere la tessera dei Verdi europei. Per sentire una cosa di sinistra deve parlare il vescovo, Mario Delpini: «Aumentano le disuguaglianze. C’è una parte di Milano che corre troppo e fa fin troppi profitti». 

CAPITALISTI COL CUORE IN MANO

Una fiera via l’altra, già appare all’orizzonte il vero capolavoro di Sala, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. In Ampezzo avranno qualche nuova pista, in Valtellina incasseranno la tangenziale di Tirano, ma il grosso dei danè resterà in zona Madonnina, anche se la neve sul Naviglio si vede di rado e la nebbia è diventata uno strangolamento di polveri sottili finito nelle seconde file dell’agenda politica come l’agonia di cinema, teatri e della tanta cultura che nobilitava la corsa al profitto. Il mercato ha risposto presente. A luglio lo studio di Nomisma-Scenari immobiliari su gennaio-giugno 2021 aveva presentato una classifica dei dieci quartieri italiani in maggiore progresso di prezzo. Milano Ticinese, ossia la zona Navigli, era in testa e altre due aree (Curtatone e piazza Firenze) fra le prime cinque. Nell’ultimo report di Casafari relativo a giugno-agosto i prezzi medi per comprare sono saliti di quasi il 5 per cento con punte quasi doppie in zone di periferia come Ponte Lambro, al di là della tangenziale est, e Santa Giulia-Rogoredo, a sud. Sbalorditiva la crescita degli affitti, oltre il 7 per cento, in quartieri come Bisceglie, Baggio, Olmi, tutti lontani dalla Milano glamour. Sono aumenti con pochi uguali fra le maggiori città del mondo, il cosiddetto C40 che ha un ruolo nella nuova narrazione urbanistica meneghina sotto il titolo “Reinventing cities”. Come sempre nella città che dà la linea all’Italia sulle mode, la nuova Milano è una questione terminologica: densificazione, rigenerazione, social housing, circolarità. Il nemico ufficiale è il capitalista mordi e fuggi contrapposto al capitalista per bene che investe a lungo termine per gestire senza strangolare l’inquilino. Sarebbe difficile fare nomi dei capitalisti mordi e fuggi. Qualcuno lascia cadere il ricordo del fu Salvatore Ligresti, che da Milano non è fuggito mai, o di qualche furbetto del quartierino non tanto fuggito quanto finito in galera per bancarotta. Più semplice è identificare i capitalisti buoni. C’è Hines che ha in mano il quartiere Porta Nuova e l’ex area Falck di Sesto San Giovanni insieme a Prelios e alla MilanoSesto dell’avvocato leghista varesino Giuseppe Bonomi. Sono 4 miliardi di investimento che l’ad di Hines Italia, il trentasettenne Mario Abbadessa, ha definito un elemento di «contrasto al global warming». In modo analogo la posa della prima pietra di Citywave, nuova torre da 180 milioni del quartiere Citylife in mano a Generali Real Estate, è stata presentata come il più grande parco fotovoltaico della città con i suoi undicimila pannelli. C’è Lendlease che a luglio ha finito di spianare l’area dell’Expo 2015 per Mind (Milano innovation district), un investimento da 2,5 miliardi che darà casa alla Città della salute con Human Technopole, l’università statale, l’Ircss Galeazzi che fu di Antonino Ligresti, fratello minore dell’allora boss di Fonsai, ed è della famiglia Rotelli (Gsd) che si avvale del contributo manageriale dell’ex pluriministro Angelino Alfano. C’è Coima di Manfredi Catella che realizzerà il villaggio olimpico allo scalo Romana insieme al gruppo della moda Prada con il progetto dello studio di architetti Usa Skidmore Owings and Merrill, da poco dichiarato vincitore della gara per riqualificare l’area. Il contributo complessivo dei bravi capitalisti alla nuova Milano-Montecarlo vale molto più di questi 7 miliardi di euro a prezzi correnti e c’è chi parla di 30 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, soprattutto in arrivo dall’estero. Gli investitori, ha sottolineato all’Espresso l’assessore all’urbanistica Pierfrancesco Maran, una delle locomotive elettorali di Sala, hanno sposato la causa della nuova Milano e nessuno è venuto meno agli impegni assunti prima del Covid-19. E chi può dire oggi che la fedeltà matrimoniale non paga dopo che il governo ha destinato quasi 5 miliardi di euro del piano di ripresa e resilienza al capoluogo lombardo? La bella notizia è stata data dal sindaco alle parti sociali in giugno e da allora non passa settimana senza che si annunci una iniziativa. Si rifarà piazzale Loreto, cuore nevralgico di una formidabile operazione di marketing immobiliare come Nolo (sigla di North of Loreto, a Milano la prima lingua è l’inglese). Si riqualificheranno Bovisa-Goccia, Crescenzago, lo scalo Fs di Greco, la scuderia De Montel a San Siro. L’ippodromo del galoppo accanto allo stadio Meazza sarà restituito alla sua vocazione in attesa di sapere che ne sarà dell’impianto dove giocano Milan e Inter. Il piano di abbattimento con ricostruzione e aggiunta di ricche cubature residenziali e commerciali è stato frenato dalla titubanza della giunta di fronte alle difficoltà finanziarie dei cinesi di Suning, proprietari dei nerazzurri campioni d’Italia. Solo il presidente rossonero Paolo Scaroni non molla quella che ormai è una battaglia personale. 

RISCHIO GHETTO

Con tanti soldi in circolazione è presumibile che le mafie puntino sempre più decisamente su Milano, come del resto fanno da decenni. Oltre alla densificazione praticata con la costruzione di grattacieli, tiene banco la rigenerazione di migliaia di appartamenti, agevolata dai vari superbonus all’edilizia. Ogni angolo della città è un cantiere e bisogna mettersi in fila per trovare un’impresa in un mercato che produce mezzo milione di tonnellate di inerti all’anno. I vincoli imposti dal Parco Sud impedirebbero ulteriori consumi di terreno dell’area metropolitana di Milano che, per estensione, è la seconda zona agricola d’Italia. Ma molti Comuni dell’hinterland hanno competenza diretta sui progetti di espansione immobiliare e non hanno bisogno di altre autorizzazioni in un contesto già molto permissivo del piano regolatore regionale. «Il rischio è diventare una sala giochi per ricchi», dice Paolo Pileri, urbanista del Politecnico e autore di un bel saggio intitolato “Progettare la lentezza” (2020). «Parliamo pure di densificazione a patto che ci sia uno stop alle costruzioni nei terreni intorno a Milano. Purtroppo il vincolo del Parco Sud non basta tanto che quest’anno la Lombardia è prima in Italia per consumo di suolo e Milano è prima in Lombardia. Alcuni progetti nascono vecchi, come il nuovo Mercato Centrale che imita Eataly in una zona a pochi passi dal sottopasso Mortirolo, dove la gente dorme per terra. Molto co-housing c’è stato grazie all’assessore al Welfare, Gabriele Rabaiotti. Ma stiamo creando quartieri dove non si dorme la notte per la movida e zone dove non mi basterebbero cinque vite di lavoro per comprare casa. Stiamo svendendo la città ai fondi. Saranno loro a decidere che cosa è bene per la città». E non è certo un caso se, come accadeva ai tempi di don Salvatore Ligresti, fra i quartieri che si stanno valorizzando di più ci sono quelli interessati dalle nuove stazioni della metro rossa (Parri Valesia, Baggio, Olmi) pagati con 398 milioni di euro di soldi pubblici. Altri 500 milioni di denaro privato in cambio di una concessione di 90 anni finanzieranno l’operazione di social housing forse più ambiziosa, gestita da Redo sgr. È l’ex macello di via Lombroso nella parte sud-est della città verso Linate. L’obiettivo è creare in tempo per le Olimpiadi un quartiere per 15 mila nuovi residenti con affitti inferiori ai 500 euro al mese e prezzi d’acquisto al di sotto di 2500 euro al metro quadrato. Intanto, ai fini della campagna elettorale, la giunta può tranquillizzare l’inquieto elettore progressista con il superamento degli obiettivi nel recupero delle case popolari sfitte. Sala aveva promesso di arrivare a quota tremila, siamo già oltre 3500. Ma ci sono ancora 14 mila cittadini in lista d’attesa, circa l’1 per cento dei residenti totali, non pochi quindi. Dovrebbero essere loro a garantire un altro slogan, il mix sociale, che la sinistra oppone alla spaccatura tra ghetti per ricchi e ghetti per poveri in ricordo di esperienze urbanistiche come il Qt8. Erano altre epoche, però, quando nello stesso condominio vivevano l’operaio dell’Alfa e il dirigente Rai. Oggi una casa al Bosco verticale, che torreggia sulla gentrificatissima Isola, costa di sole spese mensili più dello stipendio di un insegnante. In fondo anche la circolarità ha un significato particolare. C’è il comune cittadino che con le sue tasse finanzia i servizi che gli faranno pagare di più l’appartamento. E c’è il tabaccaio di Maratea che si svena per mantenere il figlio all’università pagando un affitto folle a un padrone di casa che si è trasferito a Maratea, dove con la rendita di un trilocale in zona Bocconi si vive da califfi e c’è anche il mare come a Montecarlo. A Milano no, non ancora.

Milano, brusche frenate in metrò: ecco perché. Valentina Dardari il 26 Ottobre 2021 su Il Giornale. La procura ha chiuso l'indagine: tre persone sono ora indagate. Si tratta dei dirigenti della società di controllo della sicurezza. A Milano il 2019 era stato segnato da brusche e improvvise frenate in metropolitana che in alcune occasioni avevano causato contusioni e fratture ai passeggeri a bordo. Le indagini partirono in seguito alla querela presentata da quattro passeggeri rimasti feriti proprio a causa delle frenate brusche. Nel 2019 gli eventi furono circa 300, anche se la maggior parte di questi non provocarono cadute o feriti. A distanza di due anni, la Procura ha chiuso le indagini iniziate ai tempi e contesta ai vertici di due società fornitrici di Atm il reato di lesioni colpose aggravate. L’inchiesta della Procura sembra essere servita a qualcosa: “La specifica tipologia delle frenatura indebite, a causa di malfunzionamento dei sistemi di sicurezza, ha sicuramente determinato un certo rischio di lesioni più o meno gravi per i passeggeri, ma non si è mai determinato un rischio di collisione fra i treni o di altri incidenti riconducibili al concetto di disastro ferroviario”.

Chi sono gli imputati

Per questo motivo la Procura, in relazione a quattro passeggeri che non hanno ritirato la querela, a differenza di altri che sono invece arrivati a una transazione, contesta il reato di lesioni personali colpose al presidente Michele Viale di Alstom Ferroviaria S.p.A., produttore del sistema di segnalamento e controllo della marcia dei treni in uso sulla linea 1 rossa della Mm, e anche al presidente Andrea Rossi e all'amministratore Carlalberto Guglielminotti di Engie Eps, subfornitore del produttore Tattile srl del captatore di bordo sulle motrici della linea 2 verde Mm. Per questi stessi tre indagati viene invece chiesta l'archiviazione del fascicolo aperto per l'ipotesi di disastro ferroviario.

Sulla linea 1 rossa il sistema garantisce automaticamente che i treni non si avvicinino mai oltre una certa distanza di sicurezza predeterminata, e questo avviene attraverso un continuo dialogo tra i sistemi di bordo del treno e i sistemi di terra della linea, sulla quale il conducente sempre presente può comunque passare quando vuole in modalità manuale se necessario. I consulenti della Procura hanno ricostruito che qui le frenature indebite sono state in gran parte riconducibili a difetti di comunicazione tra sistemi di bordo e sistemi di terra: difetti tra l'altro non nuovi ma che Atm aveva segnalato al produttore Alstom già dal lontano 2011, con successivi solleciti nel 2017 e nel 2018. Solo dopo l'inchiesta, “oltre a interventi sul sistema informatico di esclusiva competenza di Alstom, Atm è intervenuta meccanicamente su ogni treno riducendo della metà la prestazione frenante dei pattini comandati da frenature generate dal sistema di segnalamento, e lasciando invece inalterate le prestazioni delle frenature comandate dal macchinista”.

Cosa hanno scoperto i periti

Per quanto riguarda invece la linea 2 verde, la perizia ha rilevato che le frenature indebite sono tutte dipese da alcune anomalie presenti nel sistema di segnalamento discontinuo, dove sono posizionati i segnali luminosi, che in condizioni di marcia regolare blocca il treno seguente solo nel caso in cui il binario sia ingombrato da un altro treno. Nei casi in questione il dispositivo si è però attivato nonostante non vi fosse alcun accoppiamento tra il captatore di bordo e quello di terra. La causa sarebbe riconducibile a un cortocircuito della scheda elettronica interna al captatore di bordo, per via del contatto fra le viti di fissaggio della scheda e il corpo del captatore.

I periti dei pubblici ministeri hanno infatti “riscontrato che, in difformità dell'originario progetto meccanico, il produttore Engie Eps non utilizzava rondelle dentate antislittamento, più in grado di resistere all'allentamento delle viti favorito dalle vibrazioni usuali sul corpo captatore dalla marcia del treno”, pertanto “il progressivo allentamento determinava il corto circuito delle schede elettroniche, che a sua volta provocava l'azione della frenatura di emergenza quale autoprotezione”. Un altro difetto è stato rimediato introducendo un terminale a forchetta per evitare movimenti dei cavi dovuti alle accelerazioni. Ma vi è stata anche una terza categoria di frenatura indebite, causate questa volta da errori umani e non da guasti tecnici. In questo frangente “Atm è intervenuta con un potenziamento dei programmi di aggiornamento periodico delle competenze dei conducenti dei treni”.

L'unico caso senza spiegazione

Il 9 marzo del 2019 sulla linea 1 rossa a Cadorna vi era stata una sola frenata indebita che al momento non ha ancora trovato una spiegazione, né nei guasti del sistema di segnalamento, né nell'errore umano. Secondo i periti l’unica spiegazione potrebbe essere stata “una serie di disturbi elettromagnetici che potrebbero aver interferito con la regolare strumentazione del treno”. Ma sono ipotesi e non certezze.

La pm Maura Ripamonti ha quindi osservato che “nessuna delle frenature indebite, né per numero né per gravità di feriti, può essere qualificata come disastro ferroviario nei termini di legge”, questo perché nella maggior parte dei casi si sono verificate delle “lievi lesioni di natura contusiva”, e solo tre passeggeri hanno riportato “lesioni gravi come fratture ma senza mai comunque pericolo di vita”.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

(ANSA il 19 ottobre 2021.) Appalti ottenuti anche a scapito della sicurezza dei trasportati in ambulanza: così, secondo la Gdf, la cooperativa First Aid One, si aggiudicava appalti in tutta Italia "con conseguenti gravi disservizi”. Dalle videoriprese effettuate in alcune ambulanze, è risultato che venivano raramente eseguite le sanificazioni prescritte dopo il trasporto di ogni paziente soprattutto in tempo di pandemia: "In una delle ambulanze monitorate, in 20 giorni di lavoro con trasporto di 92 pazienti è stata sanificata solo in 4 occasioni mentre un'altra, in 9 giorni di servizio ed 86 pazienti trasportati, è stata sanificata un'unica volta”. Le indagini svolte dai militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Pavia e della Compagnia di Vigevano, che hanno portato al sequestro della cooperativa, hanno permesso di individuare diverse gare d'appalto per l'affidamento dei servizi di trasporto in ambulanza in diverse parti del territorio nazionale (Pavia, Roma, Milano, Perugia, Ancona e Pescara): gare vinte da questa cooperativa, che però, secondo quanto è emerso dall'inchiesta, sono risultate turbate e per le quali sono state riscontrate diverse frodi nell'esecuzione del servizio pubblico. "In primo luogo - si legge nel comunicato delle Fiamme Gialle pavesi -, la cooperativa agiva tramite prestanomi, al fine di occultare la costante presenza ed effettiva direzione aziendale da parte di uno degli indagati già condannato in via definitiva nel 2017 per turbata libertà degli incanti, ed aveva escogitato un metodo infallibile per aggiudicarsi tutti gli appalti a cui partecipava: proporre prezzi talmente bassi che talvolta superavano il limite della anti-economicità e assicurare, solo formalmente, una folta flotta di mezzi. Peccato però che i bassi prezzi erano ottenuti dallo sfruttamento dei lavoratori e dal numero dei mezzi impiegati che era sensibilmente inferiore a quello previsto da contratto. Naturalmente, l'esiguo numero di mezzi sanitari presenti sul territorio comprometteva l'efficienza dei soccorsi a disposizione della collettività”. "Inevitabili i disservizi conseguenti - continua il comunicato della Guardia di Finanza -. Infatti, già dai primi mesi di operato, la qualità del servizio richiesto dall'appalto era molto al di sotto di quanto pattuito, creando numerose e continue inefficienze unite a sensibili ritardi e mancate prestazioni sanitarie, spesso confermate anche dalle segnalazioni pervenute dai pazienti trasportati e dai medici in servizio presso i presidi ospedalieri".

Luca Fazzo per ilgiornale.it il 22 ottobre 2021. È un vero terremoto nel mondo delle ambulanze milanesi quello scatenato dal provvedimento con cui due giorni fa la Procura di Pavia ha ottenuto il sequestro della cooperativa First Aid. Perchè va a colpire il colosso che negli ultimi anni ha conquistato passo dopo passo quote sempre più vaste del business delle lettighe, con metodi che sollevavano da tempo perplessità e denunce, e inghiottendo nel frattempo marchi storici in difficoltà, come Ata Soccorso e la Croce Maria Bambina. Un colosso, quello guidato dai fratelli siciliani Antonio e Francesco Calderone, dagli agganci politici importanti ma anche con legami sotterranei con ambienti malavitosi. Oggi la rete di marchi che fa capo ai Calderone gestisce la maggioranza delle postazioni di pronto soccorso concesse da Areu, l'azienda regionale per l'emergenza, nel territorio del Comune di Milano: si tratta spesso delle postazioni più ghiotte, quelle che generano più chiamate e più reddito. Ma ancora più redditizio è l'affare dei trasporti interni agli ospedali pubblici. Nell'aprile scorso a far finire nei guai la First Aid e ai domiciliari i Calderone furono i metodi con cui avevano ottenuto l'appalto per trasportare i malati tra gli ospedali della provincia di Pavia. Ma la stessa (finta) cooperativa ha anche il gigantesco appalto per il Policlinico di Milano: storia curiosa, perchè in realtà l'appalto alla First Aid risulta scaduto nel 2015, ma per vie di fatto, tra una proroga e l'altra, a regnare tra i padiglioni di via Francesco Sforza sono ancora le ambulanze dei Calderone. I metodi con cui i due fratelli (mascherati dietro un prestanome, visti i precedenti penali di uno di loro) riuscivano a sbaragliare la concorrenza erano noti da tempo nel settore: dipendenti spacciati per volontari e costretti a lavorare gratis fuori orario, mezzi non sanificati e posteggiati per strada. La Croce Verde di Bergamo aveva denunciato più volte i metodi della First Aid, che aveva anche gli appalti in ospedali flagellati dal Covid come Nembro in Val Seriana, dove ammucchiava i malati sulla stessa ambulanza. Da notare anche che i Calderone controllano anche una ditta di pompe funebri, in modo da gestire il ciclo completo dei pazienti più sfortunati, anche se il doppio ruolo sarebbe proibito. Ora la Gdf di Vigevano, coordinata dal pm Roberto Valli, ha incamerato le testimonianze di numerosi lettighieri della First Aid, che hanno confermato di essere stati costretti per anni a subire le imposizioni dei Calderone. Ma la spregiudicatezza nella gestione del personale non è sufficiente a spiegare il travolgente successo della cooperativa. I due fratelli - uno dei quali ama farsi ritrarre a torso nudo coperto di tatuaggi o alla guida di Ferrari e Lamborghini - hanno saputo trovare sponde importanti nelle istituzioni. Basta pensare che da una visura camerale effettuata nel luglio scorso il presidente del Consiglio d'amministrazione della Cooperativa Sociale First Aid risulta essere l'avvocato Michele Vietti, ex deputato ed ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Ma scavando nella rete che ha dato vita in Sicilia alla creatura dei Calderone, la Guardia di finanza ha trovato anche personaggi meno illustri. Nella ordinanza di custodia eseguita nella primavera scorsa contro la «testa di legno» che amministrava la società, tale Francesco Di Dio, si legge testualmente che «la predetta società cooperativa è amministrata dai fratelli Calderone e da Pepe Salvatore, soggetti che risultano gravati da precedenti penali di rilevante allarme sociale, in particolare Pepe per delitti connotati da metodo mafioso». Ora la gestione dell'impero dei Calderone è affidata a un amministratore giudiziario, chiamato a mettere ordine nei conti occulti della First Aid. Ma la domanda che si fanno in queste ore le croci travolte dall'avanzata dei due fratelli è: che fine faranno gli appalti assegnati in questi anni alle ambulanze venute dal nulla?

(ANSA il 5 ottobre 2021) - L'avvocata Chiara Valcepina, finita al centro di polemiche dopo l'inchiesta giornalistica di Fanpage in ambienti dell'estrema destra milanese, risulta tra gli eletti al Consiglio comunale di Milano avendo ottenuto 903 voti. Valpecina è stata la terza più votata nel partito: primo, il capolista Vittorio Feltri (2268). Secondo i dati del ministero dell'Interno, FdI conquista 5 seggi. Il quinto della lista è l'altro candidato di punta del gruppo dell'europarlamentare Carlo Fidanza, Francesco Rocca (606 voti).

Alberto Consoli per secoloditalia.it il 5 ottobre 2021. “Sala è uno di finta sinistra, ma Milano è una città un po’ fighetta, nostalgica del ’68, vota per la sinistra, soprattutto il centro storico: ma questo lo sapevamo anche prima, non c’è alcuna sorpresa”. È il commento di Vittorio Feltri, candidato nelle liste di Fratelli d’Italia. Il direttore di Libero analizza con l’Adnkronos il risultato elettorale che ha visto vincere come sindaco a Milano il candidato del centrosinistra Beppe Sala. “Quello che ho scritto un mese fa si è verificato puntualmente. E cioè che a Milano avrebbe vinto a mani basse Sala, era scritto nel destino”. Feltri ha poi commentato il dato di affluenza alle urne, mai così basso: “Non solo a Milano, anche nelle altre città è successo che la gente non va più a votare perché ha perso la passione nella politica”. “La politica è mal vista da quando sono morte le ideologie, non c’è più un sentimento a livello ‘cardiaco’ nella gente. Ora i partiti hanno perso grinta, hanno perso la capacità di sedurre gli elettori. A Milano pioveva, figurati se andavano a votare”. Soddisfatto del dato di Fratelli d’Italia. “Giorgia Meloni a Milano ha triplicato i suoi voti, quindi non può certamente lamentarsi. Certo che per vincere le elezioni a Milano bisognava avere una coalizione forte, che non c’è”. Ne ha da dire, invece, al leader della Lega che a Milano non è andata bene. A malincuore Feltri non può che osservare: “Mi aspettavo che Salvini perdesse notevoli quote di elettori, perché ha governato prima coi 5 Stelle, poi è uscito dal governo senza spiegare i motivi; poi è rientrato sempre coi 5 Stelle e con gli avversari storici: cioè il Pd, senza spiegare nulla e la gente non ci ha più capito niente. Questo è il motivo per cui la Lega è passata dal 34% a delle cifre molto più dimensionate, ma dov’è la sorpresa? Era ovvio”.

I dati a cui Feltri si riferisce sono quelli al momento che vedono il Pd, primo partito con il 33,60%, rispetto al 28,97% del 2016 e al 35, delle europee 2019.

Le proiezioni dei partiti a Milano

Rispetto a queste ultime elezioni si assiste ad un travaso di voti in favore di Fdi, che ha un balzo anche rispetto alle comunali del 2016. Nel centrodestra il partito di Salvini cinque anni fa era ancora Lega Nord è portò a casa l’11,77%; che viene confermato oggi (11,44%); ma se il confronto è con la tornata delle europee 2019 si nota uno scivolone dal 27,39% di allora. Percorso inverso per il partito di Giorgia Meloni: 2,42% alle ultime comunali, 5,16% alle europee e 9,92% oggi. Fi nel 2016 era il primo partito della coalizione con il 20, 21%, sceso al 10,18% delle europee e al 7,47% della odierna tornata.

Carmelo Caruso per ilfoglio.it il 5 ottobre 2021.

Ti divertirai ancora a prendere in giro la “tua” destra o ricomincerai a prendere in giro la sinistra, la sinistra “verde” di Beppe Sala?

“Scriverò e dirò che avevo previsto tutto. Scriverò che Salvini ha sbagliato e che ormai rovina ogni cosa che tocca. Sbaglia anche quando respira. Scriverò e continuerò dunque a divertirmi. Io vinco comunque. Io rimango Feltri. Vittorio Feltri”.

Avevi previsto sul serio che Sala vincesse al primo turno e che si prendesse ancora la tua Milano e che questa città fosse il “capolinea della destra”?

“Milano è di sinistra”.

Ma tu eri candidato con FdI, anzi, con Giorgia Meloni. Ti sei pentito? Che c’entri tu con i “baroni neri”?

“Non mi sono pentito. E’ stato tenerissimo. E quell’inchiesta di Fanpage, quell’inchiesta a pochi giorni dal voto, è montata ad arte. Robaccia. Sporcizia. Non riguarda la Meloni”. Perché hai scelto di correre? Non ti basta scrivere? “Perché non voglio stare fermo. Perché voglio ancora che si parli di Feltri e si sorrida di quello scalmanato di Feltri”.

Ci sei riuscito. Lo sai che Salvini ce l’ha con te?

 “E chi se ne frega. Salvini è un uomo confuso, rincretinito. Mi ha tolto il saluto. Ma ho ragione io. Io penso. Io rifletto”. E se ti facessi dire adesso che la destra era davvero “una coalizione del cazzo” come avevi detto sul Fatto Quotidiano? “Non me lo faresti dire. Perché si può dire meglio”.

E come lo vuoi dire?

“Fammelo dire con la grazia del Foglio ma con la faccia tosta di Feltri”.

Bernardo era un candidato un po’ “pistola”?

 “Bernardo era ed è un bravissimo pediatra. Ha costruito un reparto d’eccellenza. Sa fare questo”.

La sua campagna elettorale è stata però un disastro. Adesso lo puoi dire con una carezza?

“Certo. La sua capacità politica era nulla. Io su di lui non avrei scommesso cinque centesimi. Non tutti sanno fare i politici. Non c’è nulla di male”.

Perché la destra ci ha puntato? 

“Non è stata la destra. Ci ha puntato Salvini, uno che mi sembra ultimamente abbia perso la trebisonda”. 

A Roma, Enrico Michetti, il centurione tutto latinorum e codice civile, arriva al ballottaggio. Sei costretto a invidiare Roma?

“La invidio. Qui il ballottaggio è rimasto un sogno. Non c’è dubbio che Michetti sia stata una scelta migliore”.

Farai i complimenti a Sala?

“Glieli fa tutta la destra. Ha vinto con le mani in tasca. Ha vinto la politica di sinistra, la politica delle fesserie. Monopattini, piste ciclabili. E’ la dottrina Sala”.

Ti spaventa?

 “Me ne frego”. 

Ritieni ancora che Giorgia Meloni possa essere leader del centrodestra?

“E’ la più brava”.

Hai visto Salvini, al Tg1?

“Non l’ho visto”.

E se uscisse dal governo come molti temono?

“Completerebbe il casino. E’ ormai un esperto di casini. E’ uscito dal governo con il M5s per rientrarci e in compagnia del Pd. Non si capisce la sua linea”. 

Giorgetti ti piace?

“La sua linea almeno la capisco”.

Salvini ha capito che ha perso?

“Non l’ha capito. Gli auguro di trovare la serenità. Di farsi un esame di coscienza. Ha perso lui”.

E invece tu?

“Scriverò che avevo ragione. Cosa c’è di meglio che dire a tutti: avevo ragione io?”.

E però avevi davvero ragione tu.

“Avevi dubbi?”.

Dagospia il 13 ottobre 2021. Da "Un giorno da pecora". Il "Corriere della Sera" ha scritto che lei ha ricevuto i finanziamenti da parte di Lega ed FdI ma non da Fi e dal partito di Lupi. E' vero? “Confermo, chiedere è lecito ed è nella normalità. Loro avevano da sostenere la loro campagna, ma non sono dispiaciuto. Io non ho guardato mai il conto tranne che alla fine”. A rispondere, ospite di Rai Radio1 a Un Giorno da Pecora, è l'ex candidato a sindaco di Milano Luca Bernardo. Il conto alla fine l'ha solo pagato...”In parte sì”. Ha sentito Berlusconi dopo la sua sconfitta? “Ancora no”. Crede che Gabriele Albertini potesse esser un candidato più forte di lei? ”Albertini era sicuramente una persona più conosciuta di me, mi piace molto. Aveva avuto qualche veto, credo da Lupi, ed è un peccato: è una persona perbene, conosciuta, brillante”. Tra cinque anni si ricandiderà? “Potrebbe essere, intanto farò il consigliere comunale”. Usciamo un attimo dalla politica: è vero che lei ama molto i tatuaggi? “Si, ne ho circa cinquanta. Ho la croce di Gerusalemme, il mio segno zodiacale, il leone, e su tutto l'avambraccio sinistro un 'maori'. L'unico di cui forse mi sono pentito è stato un delfino - ha raccontato a Un Giorno da Pecora - che mi sono fatto tatuare da ragazzo sul gluteo destro...”

Andrea Senesi per corriere.it il 12 ottobre 2021. Dopo l’ormai celebre vocale su Whatsapp, i soldi sono arrivati? La risposta giusta è: solo in parte. Sul conto della campagna elettorale per Luca Bernardo sindaco sono stati versati 30 mila euro dalla Lega e altrettanti da Fratelli d’Italia (a una manciata di giorni dal voto, però). Stop. Il resto — più o meno 40 mila euro — è arrivato dalle sottoscrizioni di privati (perlopiù piccole donazioni). All’appello mancano insomma le quote promesse da Forza Italia e dal movimento di Maurizio Lupi. In totale quindi una campagna da 100 mila euro. Taxi, «vele», manifesti. Ma, tanto per dire, neanche uno spot televisivo, nemmeno sulle emittenti private. Solo in caso di ballottaggio, si sarebbe potuto sperare in una seconda tranche di aiuti finanziari da parte dei partiti. Che invece si sono fermati a quota 60 mila. La bomba era esplosa a 15 giorni esatti dal voto. «Se entro questa settimana non arrivano da tutti i partiti almeno 50 mila euro a testa per andare avanti con la campagna elettorale, lunedì mattina convoco una conferenza stampa e mi ritiro», scandiva Luca Bernardo in un messaggio vocale diretto a una chat coi rappresentanti del centrodestra milanese: «Se troverò sul conto corrente della campagna elettorale un riscontro diverso e non vedrò la sintonia di tutti, torno a fare il mio lavoro che mi piace molto». Ne seguirono polemiche violentissime. «Per l’audio rubato ho dato mandato al mio legale di avviare una denuncia alla magistratura o alla polizia postale. Ho il timore che si sia inserito qualcuno in questa chat, conosciamo i colpi bassi di certa sinistra. I metodi da ex Unione Sovietica non sono i nostri», disse il pediatra che poi però ritirò la minaccia di farsi da parte per rigettarsi invece nel finale di campagna elettorale. Dopo la sconfitta al primo turno, Bernardo si è preso qualche giorno di relax staccando da telecamere e microfoni. Tornerà in corsia nel reparto di pediatria del Fatebenefratelli, ma non rinuncerà al posto da consigliere d’opposizione a Palazzo Marino. Nessuna polemica né con gli avversari né coi partiti della coalizione. Col sindaco Beppe Sala si è complimentato per la rielezione, mentre per i leader del centrodestra Bernardo ha speso solo parole di stima e ringraziamento. Domenica scorsa la prima intervista concessa a Sky. «A Milano c’è tanto da fare. Da parte nostra ci sarà un’opposizione responsabile e rispettosa delle istituzioni. C’è stato poco tempo per far conoscere alla città il nostro programma fatto di proposte e soluzioni, che porteremo subito in Consiglio». «Bisogna infondere di nuovo fiducia nei cittadini, in modo che tornino a partecipare alla vita democratica», ha concluso l’ex candidato sindaco.

Estratto di un articolo di Alessia Gallione per “la Repubblica” il 26 agosto 2021. Luca Bernardo non ha mai avvertito di aver portato con sé in ospedale la pistola. Né tantomeno è stato autorizzato dalla struttura a farlo. A certificarlo, adesso, è la direzione dell'Asst Fatebenefratelli-Sacco, l'istituto sanitario in cui il candidato sindaco del centrodestra a Milano lavora come primario di pediatria. Tutto nero su bianco in una risposta a una richiesta di accesso agli atti presentata dal Pd in Regione Lombardia: «Da una verifica effettuata dai competenti uffici, non risultano pervenute al protocollo aziendale né richieste né segnalazioni in ordine all'accesso con un'arma da parte del personale dipendente negli spazi ospedalieri e nemmeno sono mai state rilasciate autorizzazioni in tal senso». Continua ad agitare la campagna elettorale milanese, il caso del candidato con la pistola. A sollevarlo, proprio sulle pagine di Repubblica, era stato il consigliere regionale di +Europa e medico neonatologo Michele Usuelli. Era lo scorso luglio. Erano i giorni, drammatici, di un'altra vicenda che ha fatto fare alle armi irruzione nell'agenda politica, quella dell'assessore leghista Massimo Adriatici che ha sparato e ucciso nel pieno centro di Voghera Youns El Boussetaoui. Alla fine, dopo una nota in cui aveva fornito una versione un po' diversa, lo stesso Bernardo l'aveva ammesso: sì, «sono entrato con l'arma in ospedale e l'ho avuta addosso», ma mai in reparto, «mai quando giro con i pazienti e nemmeno in loro presenza». Per quella pistola, ha spiegato, ha un porto d'armi da dieci anni perché ha subìto minacce e gli è capitato di portala in passato durante i turni di notte. Al Pd, che aveva annunciato di chiedere spiegazioni al Fatebenefratelli, lo stesso candidato aveva ribattuto così: «Se uno ha un porto d'armi da difesa personale, ha la possibilità di portarla ovunque e sempre e non deve avvertire nessuno per legge, perché si chiama "porto occulto". Il Fatebenefratelli non deve neanche rispondere». Invece, il Fatebenefratelli ha risposto. Inviando la comunicazione "per conoscenza" anche al direttore generale Welfare della Lombardia e al presidente del Consiglio regionale. E chiarendo di non aver mai autorizzato qualcuno a introdurre una pistola nei suoi spazi.

Andrea Senesi per corriere.it il 29 ottobre 2021.

 «La cosa che mi ha meravigliato di questa faccenda è che il sindaco di Milano non fosse già sotto tutela». 

Gabriele Albertini, anche lei finì sotto scorta?

«All’inizio del mandato giravo la città in Vespa. Dopo l’omicidio di Massimo D’Antona mi chiamò però il capo della polizia per annunciarmi che mi avrebbero assegnato una vigilanza di tre uomini. Ma ero finito al centro delle attenzioni delle Br fin dalla fine degli anni 70, per la mia attività in Confindustria. Dal covo di via Monte Nevoso si è scoperto che i terroristi mi pedinarono anche per un certo periodo. Grazie al fatto che stavo spesso fuori città dalla mia fidanzata di allora mi lasciarono poi perdere. Ero a capo della Piccola Industria di Milano. I miei omologhi di Genova e Torino sono stati gambizzati. Erano anni terribili, tanto che io ho il porto d’armi dal 1974». 

Girava con la pistola?

«Ho vissuto tutte le situazioni a rischio. Dalla stagione dei rapimenti a quella del terrorismo. Ho il porto d’armi e lo rinnovo ogni anno. Quando esco di casa ho con me tre cose: orologio, cellulare e rivoltella. Mi sento più al sicuro».

Negli anni di Palazzo Marino portava in municipio la pistola?

«No, perché avevo a fianco a me, appunto, un servizio di vigilanza con tre carabinieri bravissimi». 

Da sindaco si è poi trovato in situazione pericolose?

«Minacce di morte dirette in quegli anni non mi sono mai arrivate. Magari qualche lettera minatoria, ma niente di più. Era il clima generale però a essere ancora avvelenato, il terrorismo era ai titoli di coda ma sparava ancora. Nell’attentato alla sede di via Tadino della Cisl i brigatisti compilarono di fatto la condanna a morte del povero Marco Biagi, che con noi aveva scritto il Patto per Milano. E anche in quel volantino si faceva riferimento a me come ex presidente di Federmeccanica». 

Vede analogie con la galassia No vax e No pass?

«Quelle di oggi mi paiono schegge impazzite di ribellismo con venature di patologie personali. Però i pazzi scatenati possono anche essere più pericolosi degli ideologi organizzati».

Ha fatto bene il sindaco Sala a denunciare gli insulti e le minacce?

«Altroché. Mi dispiace per lui e anzi ne approfitto per esprimergli tutta la mia solidarietà. Gli consiglio di accettare la scorta. È una tutela doverosa per chi occupa una posizione come la sua. Non è questione di essere coraggiosi: qui si tratta di difendere le istituzioni».

Bisogna usare una mano più ferma coi cortei del sabato?

«Quando una manifestazione non è autorizzata è la legge che prevede che vada sciolta. Senza usare i lanciafiamme, ma con gli idranti e gli sfollagente, se serve. Ogni opinione è legittima se non ha finalità eversive e se è espressa nel rispetto della legge. Manifestare dove si vuole, quando si vuole, danneggiando i commercianti, ecco questi sono atti illegali. Sono minoranze aggressive che fanno danni. Perché diecimila persone non sono niente. Senza contare che i non vaccinati sono di per sé un pericolo per tutti». 

Cosa si sente di dire a Sala?

«È un uomo ragionevole, dovrà sopportare questa situazione con pazienza. Il sindaco è un ruolo di grande esposizione. E l’anomalia, ripeto, è che finora non abbia avuto una scorta. Se ce l’hanno i ministri, anche quelli senza portafoglio, non vedo perché il sindaco di Milano non debba essere protetto».

Sala: "Milano, senza arroganza, deve essere la guida dell'Italia". Affari Italiani Venerdì, 29 gennaio 2021. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala: "Dobbiamo essere la città guida del nostro Paese. Siamo attrattivi perchè ci rinnoviamo sempre". "Milano, senza arroganza, deve pensare ad essere una citta' guida nel nostro Paese e il mio impegno e' di cercare di portare avanti un'istanza politica che sia di esempio, anche per il Paese". Così il sindaco di Milano Giuseppe Sala ieri sera intervenendo ad un evento promosso dal Centro studi Grande Milano. "Voglio pensare a Milano e dimostrare che la cosa importante e' tornare a funzionare velocemente. Un certo modo di fare politica se a Milano lo si fa bene e' un buon segno per il nostro Paese". Sala ha guardato anche al futuro post pandemia:  "Saremo diversi ma non perderemo la nostra capacita' di essere centrali in un mondo che va alla ricerca di modelli positivi e di modelli di cambiamento. Il nostro obiettivo e' di pensare alle tante fragilita' e di mettere mano ai problemi contingenti senza perdere la strada verso una visione di lungo termine di cambiamento". "Milano e' chiamata a un cambiamento straordinario. Non cadiamo nella sbagliata retorica di chi dice 'Nulla sara' come prima'. Noi dovremo ritornare a ricreare un modello di citta' che si basi su alcuni aspetti che funzionavano e che devono funzionare", ha rimarcato il primo cittadino citando l'esempio del tema dell'attrattivita': "Non sono banali le ragioni per cui Milano e' attrattiva, lo siamo perche' ci rinnoviamo sempre e perche' dal punto di vista culturale-educativo siamo straordinari. Abbiamo qualcosa che e' veramente unico, ovvero la capacita' di coniugare il passato, l'arte e la cultura di 26 secoli di storia con la freschezza di chi affronta con creativita' le nuove sfide che il mondo propone". "Abbiamo - ha concluso il sindaco Sala - tutte le caratteristiche per trovare una nuova dimensione".  

Ospedale Sacco, soldi per entrare all'obitorio e in camera mortuaria: il caso sconvolge Milano, tre arresti. ". Libero Quotidiano il 30 settembre 2021. Smantellato un giro di corruzione all'obitorio dell'ospedale Sacco di Milano, dove in cambio di denaro veniva garantito a impresari delle onoranze funebri libero accesso alla camera mortuaria e alla documentazione relativa ai decessi. Stando a quanto riporta l'Adnkronos, l'indagine è partita da quattro esposti e ora il gip Stefania Donadeo ha emesso tre misure cautelari nei confronti di un operatore obitoriale dell'Asst Fatebenefratelli Sacco e di due dipendenti di onoranze di Milano e Baranzate. Per il primo è scattata la sospensione dall'esercizio del pubblico servizio, per i secondi il divieto di esercitare l'attività di impresario funebre. Con gli esposti si denunciavano in particolare atteggiamenti confidenziali tra impresari delle onoranze funebri e operatori obitoriali, i quali consentivano agli impresari stessi l'accesso alla camera mortuaria senza che vi fosse richiesta dei parenti del defunto. Non solo, perché veniva loro consegnata anche la documentazione sui cedessi in cambio di denaro. A partire da febbraio 2021 sono anche state intercettate delle conversazioni che per gli inquirenti sono state indicative di una diffusa pratica corruttiva. In particolare l'operatore sospeso era costante in queste condotte contro il regolamento aziendale per i decessi intraospedalieri e per l’accesso alle camere mortuarie dell’Asst, per le quali riceveva contanti dalle onoranze funebri. 

Come sono i MILANESI? I 5 modi come vengono definiti più di frequente. Se si digita su Google "I milanesi sono..." appaiono le ricerche che esprimono come i cittadini di Milano vengono più frequentemente definiti. Da milanocittastato.it il 20/09/2020. Se si digita su Google “I milanesi sono…” appaiono ai primi cinque posti queste ricerche che esprimono come i cittadini di Milano vengono più frequentemente definiti. Vediamo queste cinque scelte che presentano diverse sorprese. E vediamo infine quali sono le definizioni più comuni nelle ricerche per gli abitanti di altre città italiane. Come vedremo sono definiti ognuno in modo diverso. 

Quinto posto: i milanesi sono CHIUSI. Forse perchè Milano sembra una città fredda, forse una questione di carattere ereditato dalla dominazione Asburga o Longobarda, o forse collegato alla chiusura del lockdown per Covid, forse tutto questo spiega perchè al quinto posto nelle ricerche su Google i milanesi risultano “chiusi”. 

Quarto posto: i milanesi sono RICCHI. Magari… In un momento di crisi come non si era mai vista questa definizione ci fa sorridere e ci mette un po’ di nostalgia. Chissà se ancora oggi il resto d’Italia ci vede ancora così?

Terzo posto: i milanesi sono SIMPATICI. Può sembrare una sorpresa. Tra le molti virtù dei milanesi non spicca per fama certo quella di essere dei simpaticoni. Eppure le ricerche di Google mettono questo al terzo posto per definire i nostri concittadini. Ma prima di montarci la testa vediamo le altre due posizioni. 

Secondo posto: i milanesi sono ARROGANTI. Eccoci qua. E’ il dark side del bauscia, l’arroganza della capitale morale o della Milano da bere, l’immagine da milanesi imbruttiti che forse in realtà appartiene più a chi non è di Milano ma fa credere di esserlo. Comunque sì, forse un po’ ce la tiriamo. Anche perchè la concorrenza non è questo granché. 

Primo posto: i milanesi sono ANTIPATICI. Google non mente. Così ci vedono nel resto d’Italia. Questa è la definizione che appare di più nelle ricerche. Però considerando che al terzo posto c’è “simpatici”, forse nel modo di vedere i milanesi l’Italia è spaccata in due. Per concludere vediamo al primo posto cosa appare nelle ricerche per definire abitanti di altre città.

Gli altri sono… (per Google)

I torinesi sono… freddi (secondo: antipatici, terzo: falsi e cortesi)

I bergamaschi sono… ignoranti (secondo: freddi, terzo: muratori)

I genovesi sono… tirchi (secondo: antipatici, terzo: chiusi)

I fiorentini sono… maleducati (secondo: simpatici, terzo: antipatici)

I romani sono… cafoni (secondo: arroganti, terzo: simpatici)

I napoletani sono… gelosi (secondo: simpatici, terzo: belli)

Armando Stella per corriere.it il 12 ottobre 2021. «Dum Dum» andava di fretta. Il «diciassettenne è già noto nel mondo della malavita» alla fine dei Settanta, scrive il Corriere dell’epoca. Sono anni neri. Di piombo. Di feste e di sangue. Notte di San Silvestro ‘77, Capodanno ‘78. Paolo Salvaggio (il narcotrafficante ucciso lunedì 11 ottobre 2021 con tre colpi di pistola a Buccinasco, ndr) ammazza il buttafuori di un night club di Bereguardo, nel Pavese. La vittima è Nereo De Pol, 47 anni, ex pugile professionista. Salvaggio ha bevuto, non vuole pagare il conto. Inizia una lite, escono le pistole, si arriva presto agli spari. Sulla scena del delitto c’è anche il «papà» della banda Vallanzasca, in licenza premio dal manicomio criminale di Aversa. Le cronache dell’epoca definiscono Salvaggio il «mini-killer». Giovane, spietato. «Dum Dum», come i proiettili a espansione usati dai sicari di mafia. Questa era Milano. Il 15 gennaio 1978 «Dum Dum» viene sorpreso nel suo covo dai carabinieri: sta dormendo con una rivoltella a tamburo calibro 45 sotto il cuscino. Il 13 febbraio, un mese dopo, è già in fuga dal carcere minorile Beccaria insieme ad altri due ragazzotti accusati di rapina. Poi verranno le grandi inchieste per droga, associazione a delinquere, i rapporti con le cosche mafiose calabresi e pugliesi, condanne e assoluzioni, il carcere, i domiciliari e infine i tre proiettili mortali sull’asfalto di via della Costituzione. Ma la carriera criminale di «Dum Dum» inizia qui. «Nessuno degli agenti di custodia si è accorto della fuga», scrive il Corriere nel febbraio 1978. Scomparso. Passano tre mesi. «Dum Dum» si è tinto i capelli di rosso per non farsi riconoscere. In viale Fulvio Testi, alle otto del mattino, una pattuglia della Squadra Mobile della polizia intercetta un taxi giallo. Sul sedile posteriore, un volto noto: Salvaggio. Nelle foto segnaletiche ha i capelli neri, scurissimi. Ora, in quell’auto, c’è un bandito dalla chioma rubina. Scrive il Corriere: è il «giovanissimo ricercato per furto, omicidio, rapina». Sintesi efficace: «Il killer della nuova generazione». Salvaggio non reagisce: «Sono io». Il romanzo criminale di «Dum Dum» inizia in realtà un paio d’anni prima, quando ha solo 15 anni e ancora deve conquistarsi il soprannome da bandito. L’8 febbraio 1976: arresto per furto d’auto. Inizio 1977: fermato su un’auto rubata. Luglio 1977: furto in abitazione. Novembre 1977: rissa. Il gennaio 1978, al momento dell’arresto per l’omicidio del pugile buttafuori, «Dum Dum» dice poche parole ai carabinieri: «Non ricordo nulla di quello che è successo quella sera. Ero ubriaco».

Atm Milano, tangenti e appalti pilotati: l’ex funzionario Paolo Bellini patteggia cinque anni di carcere. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 20 ottobre 2021. È 5 anni, cioè il massimo della pena che un imputato può concordare con la Procura, la pena che ha scelto di patteggiare Paolo Bellini, l’ex funzionario capoarea di Atm al centro dell’inchiesta della Guardia di Finanza milanese, coordinata dal pm Giovanni Polizzi, che nel giugno 2020 lo aveva arrestato insieme ad altre 12 persone con le accuse di corruzione, turbativa d’asta, peculato, abuso d’ufficio e falso in atti pubblici in 8 forniture dei sistemi di segnalamento della metropolitana milanese. La Procura contestava a Bellini verifiche non eseguite, falsi verbali di sopralluogo retrodatati, consegne di cd o pen-drive con rivelazioni di segreto sulle specifiche tecniche delle gare prima ancora della pubblicazione dei bandi, persino correzione delle proposte delle imprese affinché potessero risultare più competitive. 

Le accuse a Bellini

«Dalle intercettazioni — aveva notato la gip Lorenza Pasquinelli, non senza una punta di sorpresa rispetto all’atteggiamento di opportunistica sudditanza palesato da colossi dell’economia — emerge come Bellini si districasse in tale groviglio di rapporti illeciti non solo in maniera del tutto disinvolta, ma anche senza alcun timore reverenziale nei confronti dei suoi interlocutori, i quali, se mai, a tratti manifestavano (loro sì) quasi una sottile piaggeria nei suoi confronti, rimettendosi praticamente in toto alle sue organizzazione e volontà nella gestione “parallela” e illecita».

Il risarcimento

Davanti alla giudice Manuela Cannavale, Bellini ha risarcito il danno quantificato in circa 141 mila euro. Analoga scelta di patteggiare, con una pena fissata in 2 anni ma con sospensione condizionale, ha compiuto anche Carmine D’Apice, dipendente di «Engineering Informatica» difeso dall’avvocato Vincenzo Maiello. Per un’altra quarantina di indagati la Procura della Repubblica si appresta definire il procedimento dopo il lungo incidente probatorio che, proprio con l’interrogatorio di Bellini, ha occupato i mesi scorsi.

Gli interrogatori

Nelle lunghe tappe di questo interrogatorio nel contraddittorio tra le parti anticipato rispetto poi al dibattimento, Bellini, difeso dall’avvocato Massimiliano Leonetti, ha anche voluto allegare una serie di manoscritti, con i quali mentre era in custodia cautelare aveva contrappuntato ciò che a suo avviso non rispondeva al vero nei depositati interrogatori dei suoi coindagati pure arrestati, a volte apparendo quasi piccato che a momenti facessero finta di non conoscerlo. Tra le posizioni da definire ci sono anche quelle di «Hitachi Rail Sts» (l’ex «Ansaldo Sts»), di «Siemens Italia» con l’allora suo responsabile gare, di «Alstom», di «Engineering» e di «Ceit», già indagate in base alle legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle società per reati commessi dai propri vertici nell’interesse aziendale.

L'ultimo "affare" di Dum Dum per amore della figlia piccola. Luca Fazzo il 14 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il boss della droga, malato terminale, si era rimesso in pista per dare un futuro alla giovane. Rientro fatale. Anche i vecchi gangster hanno un cuore da padre. E Paolo Salvaggio, il veterano della malavita milanese giustiziato lunedì in pieno giorno, davanti a tutti, mentre pedalava per Buccinasco, non faceva eccezione. Ed è stato quell'ultimo richiamo ai suoi doveri familiari, paradossalmente, a portarlo alla tomba: una fine quasi gloriosa, nel suo contesto criminale, e certo meno penosa del cancro che se lo stava mangiando, e che lo avrebbe condotto alla tomba in qualche mese. Il retroscena della morte di Dum Dum - come era soprannominato fin dai tempi del Beccaria, il carcere minorile che svezzò Vallanzasca e tanti altri - circola con insistenza in queste ore nel milieu della delinquenza milanese. Anche in questo mondo la fine di un bandito ormai in disarmo, logorato dalla galera e dai vizi, ha creato stupore e suscitato domande. Qualche risposta sta arrivando. E dice che se Salvaggio si era rimesso in circolazione, anziché aspettare rassegnato la fine imminente, è stato per amore di sua figlia. Dum Dum aveva un erede ormai grande, anche lui inciampato in qualche guaio giudiziario, ma restando ben lontano dalle vette paterne. Poi era arrivata una bimba: nata dall'unione di Salvaggio con la compagna di un altro nome di peso della mala milanese, Emanuele Tatone. La leggenda narra che Tatone prese malissimo lo scippo, e che i due si sfidarono a duello. Tatone ne uscì con una pallottola nella gamba che lo rese zoppo per il resto dei suoi giorni. La nuova figlia di Dum Dum ha da sempre qualche problema di salute. Al punto che, si dice, quando il padre si è reso conto che la fine dei suoi giorni si avvicinava a grandi passi, la sua principale preoccupazione è stato garantire alla giovane donna un futuro privo di preoccupazioni materiali. Così si è fatto carico del problema nell'unico modo in cui era capace di farlo: tornando a muoversi sul fronte della droga, il business che per lunghi anni era stato la sua principale fonte di guadagno, e tornando a mettere a frutto le conoscenze di un tempo. Mettersi in proprio a trafficare cocaina era per Dum Dum impensabile: troppo malconcio, troppo solo, del tutto incapace di reggere lo scontro con la concorrenza. Ma viveva a Buccinasco. Le due ore d'aria quotidiane, quando lasciava gli arresti domiciliari, bastavano per tenere le antenne attivate. E per sapere che da tempo quanto resta delle cosche calabresi era alle prese con la penuria di droga da smerciare: tra arresti e lockdown, i canali classici si erano inariditi. Salvaggio i canali li aveva ancora: i serbi, la mafia dell'ex Jugoslavia che da tempo si è impadronita di alcune rotte importanti per la «polvere». E si è candidato a fare da tramite per la fornitura di una partita consistente. I calabresi risolvevano un problema di marketing. E Dum Dum incassava una provvigione in grado di sistemare i conti di casa in vista del suo addio. Ma qualcosa non ha funzionato, evidentemente. I calabresi, secondo la voce che gira in queste ore, non hanno pagato: o almeno non hanno pagato tutto. I serbi hanno battuto cassa. E si sono rivolti all'uomo che aveva fatto da garante: Salvaggio. D'altronde, per quanto i tempi siano cambiati, andare allo scontro direttamente con i calabresi di Buccinasco non era facile neanche per gente tosta come i ragazzi di Belgrado. Quello che la storia non dice, e che probabilmente nessuno ancora sa, è come abbia reagito Dum Dum quando si è trovato preso in mezzo nello scontro tra clan. Forse si è sentito protetto dall'ombra dei calabresi, forse si era sentito sicuro. Sbagliando. Mentre agonizzava sull'asfalto di via della Costituzione, lunedì mattina, l'ex ragazzo del Beccaria ha avuto forse il tempo per rendersene conto. E per andarsene con il rimpianto di non avere saputo garantire un futuro sereno a sua figlia. Dopodiché, se questa è la storia, l'ammazzamento di Salvaggio suona come un messaggio pesante ai suoi «clienti». Ma questa è un'altra faccenda, più banale.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Cesare Giuzzi per corriere.it il 12 ottobre 2021. I proiettili che uccidono Dum dum, uno dei narcos più importanti sulla piazza milanese, fanno molto più rumore del semplice suono di uno sparo. A Buccinasco li sentono tutti. Quando Paolo Salvaggio è a terra, con il corpo trafitto da quattro proiettili, ci sono intorno almeno una ventina di persone, immortalate da qualche foto scattata con il cellulare. Tutti aspettano i soccorsi che nonostante un disperato tentativo di rianimarlo non bastano a salvargli la vita. Il 60enne Paolo Salvaggio muore un’ora dopo all’Humanitas di Rozzano. Sono spari che fanno rumore non solo per la caratura di Dum dum Salvaggio, ma perché sono più di trent’anni che a Buccinasco non ci sono agguati mafiosi, dai tempi seguiti all’operazione Nord Sud del pentito Saverio Morabito, della Criminalpol e del pm Alberto Nobili. Nella cittadina diventata famosa negli anni ‘90 come la Platì del Nord da più di 15 anni s’è scelta la strategia del silenzio. Silenzio assoluto. Niente più macchine che bruciano di notte, niente bombe davanti ai negozi. Niente ‘ndrangheta che «toglie il respiro» come quella raccontata dagli imprenditori edili nelle inchieste Cerberus e Parco Sud. Ma una mafia più subdola, strisciante, più attenta alla politica e all’imprenditoria, riflessiva e soprattutto «pacifica», capace di appianare i contrasti senza piombo e pallottole. Ma che guarda al bottino grosso: gli affari. E con il cadavere a terra di Paolo Salvaggio per un po’ di affari se ne faranno pochi. Per questo i carabinieri del Nucleo investigativo, guidati da Michele Miulli, Antonio Coppola e Cataldo Pantaleo, procedono molto cauti su piste suggestive restando per ora ben ancorati alla scena del crimine. E a un dato: Salvaggio era malato di tumore all’ultimo stadio, sarebbe morto comunque nel giro di poche settimane. Cosa può aver spinto i killer (e i mandanti) ad agire in modo così fragoroso senza attendere in qualche modo il corso del tempo? Un elemento che fa pensare a una vendetta, a un odio personale che non poteva essere lavato che con il sangue. La sua carriera era iniziata giovanissimo con l’omicidio del pugile-buttafuori Nereo De Pol, colpito a pistolettate dopo essere stato sbattuto fuori da un night a Bereguardo, nel Pavese. Era il 1978. Poi l’evasione dal carcere minorile Beccaria e l’ingresso nella malavita che conta con le prime batterie di rapine insieme ad ex del giro di Vallanzasca. Infine il grande sbarco nel mondo della droga. Non a Buccinasco ma tra il Gratosoglio e lo Stadera, storico feudo dei fratelli Mannino. Risale a quel tempo un agguato a cui miracolosamente scampa Salvaggio: nel 1987 mentre si trova in via Meda viene colpito da una raffica di piombo. Muore l’amico Eugenio Vanadia, ma Salvaggio rimane illeso. Si scoprirà che il mandante di quell’agguato era Leonardo Triglione di Rozzano e che quelle pallottole erano in realtà la risposta per una donna contesa. La donna si chiamava Giuliana ed è l’attuale compagna di Salvaggio con la quale viveva, in via Lamarmora a Buccinasco, vicino al figlio Claudio. Salvaggio era già stato sposato e aveva avuto una bambina dal precedente matrimonio. Ieri la nuova compagna e il figlio 39enne sono stati sentiti a lungo da carabinieri e magistrati. Dum Dum ha trascorso anni in carcere, era stato messo ai domiciliari nel 2018 proprio per i problemi di salute. Ma non ha mai parlato, neanche quando il suo fidato socio, Francesco Petrelli, lo ha tradito collaborando con la giustizia. Con Salvaggio hanno trafficato droga i nomi più importanti della malavita milanese e non solo: dai Molluso ai Grifa, da Liuni a Mazzone. Come quel Francesco Orazio Desiderato, brooker gemello di Dum dum, legato al potente clan Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia). Ma anche importanti personaggi slavi e serbi da cui Salvaggio acquistava quintali di cocaina ogni mese. Dum Dum era stato coinvolto anche in un’altra indagine per omicidio. L’uccisione di un palermitano scomparso misteriosamente e di cui vennero trovati solo i resti. Ma le accuse erano poi cadute in giudizio. Le indagini vanno avanti a passo spedito, gli investigatori della squadra Omicidi e della compagnia di Corsico hanno sequestrato i filmati delle telecamere e sono alla ricerca delle tracce dei killer. Lo scooter non sarebbe ancora stato ritrovato. Si lavora ad ampio raggio. Chi ha sparato sapeva di muoversi a Buccinasco in un contesto di forte controllo della criminalità mafiosa. Una regola che vale per tutti, anche per la criminalità straniera. Ma che potrebbe essere stata infranta da qualche gruppo «forestiero» non troppo preoccupato per le ripercussioni di spari tanto rumorosi.

Cesare Giuzzi per corriere.it l'11 ottobre 2021. Un’esecuzione. Un agguato pianificato. Un lavoro da professionisti. Tre spari, l’ultimo alla testa, quando già era a terra. Paolo Salvaggio, 60 anni, già coinvolto in diverse operazioni antidroga, importante broker del narcotraffico milanese, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco sparati in via della Costituzione a Buccinasco, comune a pochi chilometri da Milano e storico territorio dei clan di ‘ndrangheta. Salvaggio — che era agli arresti domiciliari per droga a casa dell’ex moglie e aveva un permesso per uscire due ore alla mattina, dalle 10 alle 12 — era in bicicletta quando è stato raggiunto dai proiettili sparati dai killer (due, secondo le prime informazioni) su un T Max nero. I primi due colpi sarebbero stati esplosi dallo scooter in corsa a distanza ravvicinata. Il terzo sarebbe stato sparato a bruciapelo, con la vittima già riversa sul marciapiede.

La bicicletta, il bar e gli spari vicino al parco in centro

Secondo gli investigatori i killer conoscevano bene le abitudini di Salvaggio, che era autorizzato ad uscire tra le dieci e mezzogiorno e solitamente, dalla sua abitazione in via Lamarmora a Buccinasco, si recava al bar della piazzetta, nel centro del paese, dove trascorreva la mattina fino al rientro. L’agguato è avvenuto a circa 250 metri dal locale, in una strada molto frequentata, accanto ad uno dei principali parchi della cittadina. Gli aggressori lo avrebbero seguito sullo scooter per poi sparargli una volta arrivati all’altezza del semaforo tra via della Costituzione e via Morandi. Senza lasciargli scampo. Sul posto il pm di turno Carlo Scalas. La moglie e il figlio della vittima sono stati ascoltati dagli investigatori. 

Le telecamere di videosorveglianza

Il sindaco Rino Pruiti ha messo a disposizione delle forze dell’ordine i filmati delle telecamere di sorveglianza nella zona: «Abbiamo diversi impianti “intelligenti” che già in altri casi sono stati risolutivi. Gli investigatori stanno visionando le immagini». 

L’operazione Parco Sud

Salvaggio, soprannominato «Dum Dum», era stato coinvolto nel 2013 nell’operazione Parco Sud. Intermediario nei traffici di droga, si riforniva dai montenegrini (a loro volta vicini ai narcos colombiani) e teneva contatti con i boss della ‘ndrangheta e della Sacra corona unita. Da una parte la cosca Barbaro-Papalia di Platì, basata a Buccinasco, dall’altra il clan Magrini, pugliesi legati ai clan della malavita barese. (…)

Da corriere.it l'11 ottobre 2021. Il timore per una escalation di violenza. Nel feudo della ’ndrangheta. «Adesso bisogna capire perché dopo decenni qui si ricomincia a sparare. Evidentemente sono saltati gli equilibri fra le famiglie». Rino Pruiti è il sindaco dem di Buccinasco. Sindaco antimafia. In trincea. Prima linea contro le cosche. «La preoccupazione è altissima» dice, dopo l’assassinio per strada di Paolo Salvaggio, avvenuta nella mattinata dell’11 ottobre accanto al parco Spina Azzurra, «una delle zone più frequentate del paese». 

Le infiltrazioni della ‘ndrangheta

«Sono decenni che pregiudicati e famiglie di mafia vivono qui. La proporzione di locali sequestrati alle mafie che abbiamo qui è più alta che a Reggio Calabria, uno ogni mille abitanti» aggiunge. Ma finora gli «affari» della criminalità organizzata erano rimasti sotto traccia: «L’ultimo morto ammazzato risale alla fine degli anni ‘80». Salvaggio era, spiega Pruiti, una sorta di «ponte fra la ’ndrangheta e altre famiglie di mafia». Da qui il timore che, saltati gli equilibri, inizi una sorta di nuova guerra di potere. «Il problema — aggiunge Pruiti —- c’era prima e c’è oggi. Abbiamo tutte le più importanti famiglie di `ndrangheta che vivonoqui. L’attenzione deve rimanere alta, noi lo diciamo da anni. Magistratura e forze dell’ordine si occupino in maniera decisa di questo territorio». 

Lo scontro con Papalia

Solo quattro mesi fa il sindaco Pruiti era stato vittima delle intimidazioni del boss Rocco Papalia. Perché a Buccinasco come a Corsico la ‘ndrangheta ha un solo nome: Barbaro-Papalia. Dove il primo è il casato di Platì (Reggio Calabria) tra i più nobili della ‘ndrangheta, e il secondo è la sua emanazione in terra lombarda: i figli di Giuseppe Papalia e Serafina Barbaro. Quattro anni fa, il boss Rocco Papalia, 71 anni, è stato scarcerato dopo 26 anni. Vive in una villetta di via Nearco, a Buccinasco, per metà confiscata al genero. Al piano superiore c’è una comunità per migranti minori, sotto lui e la moglie. A maggio 2017 la ritrovata libertà era stata festeggiata con una processione di amici, parenti e nipoti con lo champagne sotto braccio. Oggi «conduce la vita del nonno» e chiede di «voler essere lasciato in pace».

La reazione del sindaco

A fine maggio Papalia era tornato a parlare nel programma «Mappe criminali» su Tv8. Se l’era presa con i giornalisti ma soprattutto con il sindaco Pruiti. Il primo cittadino aveva chiesto al boss di scusarsi con la cittadinanza per i reati commessi.«Cosa ha detto lui? Che io devo chiedere scusa alla cittadinanza. Io ho fatto più di lui perché ho costruito mezza Buccinasco con i mezzi miei di scavo e movimento terra. Lui sulu si ‘mbucca ‘a pila (si fotte i soldi, ndr). Se c’è qualcuno che se ne deve andare deve essere lui. La mafia a Buccinasco non è mai esistita». «Le parole di Papalia sono inaccettabili — aveva replicato il sindaco (che aveva scritto anche al prefetto) — Non possiamo pensare di poter continuare a vivere accanto a un personaggio simile. Non rinnega il suo passato, non chiede scusa per i reati per cui è stato condannato, addirittura rivendica di aver fatto per Buccinasco più delle istituzioni. È un nuovo attacco allo Stato e lo Stato deve reagire». 

La Molenbeek di Milano tra racket e jihadisti. Alberto Giannoni l'8 Settembre 2021 su Il Giornale. Case occupate a colpi di piccone e aspiranti terroristi islamici. Bernardo mette il dito nella piaga della periferia più derelitta. Case occupate a colpi di piccone, covi jihadisti, rivolte anti-polizia. E poi racket, rifiuti, degrado estetico e non solo. Se a Milano c'è un luogo simbolo delle periferie fisiche ed «esistenziali», questo è piazzale Selinunte, vertice del quadrilatero della paura che attanaglia San Siro, quartiere anomalo in cui 50mila persone vivono divise fra zone residenziali e vecchie case popolari che cadono a pezzi e sono in mano al racket, come il clan egiziano sgominato ad aprile con 260 alloggi. Ha scelto il quadrilatero, e ha scelto Selinunte, il candidato sindaco del centrodestra Luca Bernardo, per mettere il dito nella piaga di un'amministrazione comunale che ha saputo, o voluto, neanche immaginare una rinascita. «Io incontro i cittadini - ha detto il medico - il sindaco uscente incontra rapper con precedenti. Bisogna che torni la legalità. Il sindaco Sala, qui, nessuno lo ha visto». In effetti, ad aprile una rivolta balorda e criminale si è materializzata in una sassaiola contro le forze dell'ordine. In un sabato pomeriggio di restrizioni Covid, 300 giovani che si erano ritrovati in via Micene per partecipare alle riprese di video si misero a ballare e cantare sui tettini delle auto in sosta, e dopo essere fuggiti in Selinunte alla vista delle divise si ricompattarono iniziando un lancio di pietre, bastoni e bottiglie verso i poliziotti. Sala, in seguito, pensò di incontrare altri rapper, tutt'altro che irreprensibili peraltro. Il quadrilatero fa paura da anni, e dopo il 2015 - anno degli attentati jihadisti di Parigi - è stato indicato come la potenziale «Molenbeek» italiana, per evocare quel sobborgo di Bruxelles che è sfuggito a ogni controllo per trasformarsi in una base di sanguinari attacchi terroristici che hanno colpito il Belgio e la Francia. Nel 2016 è stato arrestato in Libia il colonnello dell'Isis Moez Ben Abdelkader Fezzani, tunisino vecchia conoscenza di Milano: 9 anni prima, in un'ordinanza di custodia cautelare, era stato accusato di essere un uomo di Al Qaeda e di «organizzare la logistica dei mujaheddin provenienti dall'Italia accogliendoli presso la «Casa dei fratelli tunisini». La «Casa dei fratelli tunisini si trovava in un piccolo appartamento di edilizia popolare in via Paravia 84, mentre in una traversa (via Civitali) abitava Mohamed Game, il libico che nel 2009 si fece esplodere davanti alla caserma di piazzale Perrucchetti. Nel 2018, uno studio condotto di «ItsTime», centro di ricerca guidato dal professore Marco Lombardi della Cattolica, aveva indicato i punti in cui «potrebbe più facilmente attecchire il fenomeno del radicalismo religioso»: San Siro, in particolare piazza Selinunte, Lorenteggio-Giambellino e Corvetto. L'anno precedente, denunciando le occupazioni endemiche di via Morgantini e del quadrilatero, il presidente del Municipio 7 Marco Bestetti, aveva tracciato lo scenario di un teatro di guerra, chiedendo «stivali sul terreno»: «Entrando in quei palazzi - avvertì - ci si rende conto che non c'è politica di integrazione o sociale che tenga. E se qualcuno sfonda le porte a picconate o con la sega elettrica, allora devi portare decine di agenti, svuotando interi palazzi in un colpo solo». Bestetti - oggi candidato in Comune - ieri ha accompagnato Bernardo in piazzale Segesta, lo spartiacque fra il «nulla» che avanza e le zone residenziali. «Invece di portare le periferie verso il centro, la sinistra ha fatto il contrario - ha spiegato in serata - E molte persone ormai denunciano situazioni allucinanti. In Selinunte non puoi intervenire col fioretto ma con la clava. La sinistra ha applicato la ricetta dell'accoglienza, della tolleranza, e così via. È ora di cambiare completamente approccio e di usare la clava». Alberto Giannoni

Grattacielo bruciato a Milano, così è nato l’incendio: la sigaretta accesa, i rifiuti sul balcone e l’effetto camino. Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 26 Novembre 2021. Torre dei Moro di via Antonini, la relazione dei vigili del fuoco sul rogo del 29 agosto. Nessuna traccia di cortocircuito o dolo. Sul balcone che ha preso fuoco 20 sacchetti della spazzatura, tovaglioli di carta, bottiglie, batterie e un vecchio copridivano sintetico. I pannelli della facciata installati prima della certificazione. La canna fumaria del palazzo avrebbe innescato l’effetto camino. Il «triangolo del fuoco» prevede che per innescare un incendio siano necessari soltanto tre elementi: il combustibile, il comburente e la fonte di innesco. Questo vale per la teoria, ma per il rogo della Torre dei Moro di via Antonini del 29 agosto, in mezzo a questo triangolo ci sono un numero altissimo di variabili, coincidenze, concause e negligenze che solo se messe perfettamente in fila, nell’ordine preciso in cui si sono verificate, possono spiegare come in una manciata di minuti un grattacielo di 15 piani sia stato completamente avvolto dalle fiamme.

La relazione dei vigili del fuoco

La relazione tecnica del Nucleo investigativo antincendi dei vigili del fuoco, depositata al pm Marina Petruzzella e all’aggiunto Tiziana Siciliano, per la prima volta fa luce su ciò che è successo, minuto per minuto, quel pomeriggio in via Antonini. Secondo gli esperti il rogo sarebbe stato innescato probabilmente da un mozzicone di sigaretta gettato accidentalmente sul balcone dell’appartamento 15C da un vicino di casa dei piani superiori. Causa «non da escludere», così la definiscono i vigili del fuoco, che nella loro relazione eliminano in base ai risultati delle indagini le altre possibili ipotesi dietro l’incendio. Resiste, ma «ritenuta estremamente rara e di difficile accertabilità» quella del cosiddetto effetto lente: uno specchio del bagno che riflette la luce del sole su una bottiglia di vetro vuota che a sua volta innesca «oggetti o materiale vegetale» lasciati sul balcone. Nessuna traccia, invece, di cortocircuito, combustione spontanea o dolo.

La spazzatura sul balcone

A prendere fuoco sarebbero state masserizie e rifiuti: «Sul balcone dell’appartamento oggetto dell’inizio del rogo è emerso un vano utilizzato come ripostiglio e vi erano sacchi di spazzatura, vario materiale combustibile coperto da un grosso telo di materiale sintetico». Nel dettaglio, secondo il racconto dei proprietari, c’erano: 20 sacchetti della spazzatura, tovaglioli di carta, bottiglie, una batteria da 9 volt, una da 1,5 e un vecchio copridivano sintetico. Questo «ammasso» avrebbe fatto da culla alla combustione lenta provocata dal mozzicone. Non c’è la certezza, ma per i vigili del fuoco quella della sigaretta resta per esclusione l’ipotesi più probabile. Le indagini non hanno finora evidenziato responsabilità sull’autore del «lancio» e probabilmente sarà impossibile farlo. Ci sono però passaggi importanti per determinare le responsabilità, anche a livello penale, che sono state decisive per la propagazione dell’incendio e per i danni.

I pannelli della facciata

I pannelli del rivestimento, vero punto debole del grattacielo, erano stati installati ancora prima che ricevessero la certificazione. Inoltre, stando ai vigili del fuoco, non sarebbero state seguite le specifiche durante la posa. Il materiale «antirombo» utilizzato non solo brucia a contatto con una fiamma libera ma «cola» rapidamente e pericolosamente verso il basso. Le fiamme che si sono sviluppate in un angolo del balcone hanno subito intaccato una parete di lamiera sottile che separa un grande cavedio, a tutta altezza, dove si trovano i tubi di scarico in pvc. Questa «canna fumaria» avrebbe poi innescato l’effetto camino con la colatura di materiale incandescente di sotto che man mano innescava altri roghi e il cavedio che dava ossigeno alle fiamme. La parte finale delle vele sulla facciata ha permesso alle fiamme, spinte dal vento, di ruotare tutto intorno al palazzo. Come già emerso durante le operazioni di spegnimento l’impianto antincendio non aveva pressione. Il guasto ai «pressostati» era stato segnalato a giugno all’amministratore.

Paura a Milano: in fiamme palazzo di 15 piani. Francesca Galici il 29 Agosto 2021 su Il Giornale. Le fiamme hanno avvolto il palazzo, ormai gravemente compromesso. 11 ambulanze sono accorse sul posto per soccorrere i residenti. Maxi incendio in un grattacielo di Milano, in via Giacomo Antonini al numero civico 32 e al 34. Un'alta colonna di fumo, visibile da più parti della metropoli, si è levata dal palazzo e sul luogo sono accorsi i Vigili del fuoco e i mezzi di soccorso per far fronte all'emergenza. L'allarme è scattato attorno alle 17.30 in un palazzo dove, stando a quanto si apprende, abitano circa 70 famiglie. L'incendio è partito da un palazzo alto 15 piani che è stato completamente avvolto dalle fiamme ma le fiamme hanno poi interessato anche il palazzo adiacente. Le operazioni di evacuazione sono ancora in corso. Da quanto si apprende dal sito di Areu, almeno una persona è rimasta coinvolta ed è stata soccorsa in codice giallo. Sul posto si trovano 11 ambulanze, diverse auto mediche e numerose pattuglie della polizia di Stato che stanno seguendo le operazioni di evacuazione e gestione delle fiamme. È una corsa contro il tempo quella dei Vigili del fuoco per tentare di domare rapidamente le fiamme ed evitare ulteriori danni alla struttura, ormai gravemente compromessa. Stando alle prime informazioni le fiamme sarebbero partite dall'ultimo piano del grattacielo. Le fiamme si sono sviluppate sul lato sinistro dell'edificio e, da quanto si apprende dai soccorritori, hanno in parte consumato la muratura dell'edificio, che rischiava di precipitare nel parcheggio sottostante. L'edificio è avvolto da una densa coltre di fumo nero e gli uomini del soccorso stanno perlustrando lo stabile per capire se al suo interno siano ancora presenti persone da evacuare. Oltre alla persona soccorsa in codice giallo, per il momento sono state 20 le persone che sono ricorse alle cure dei soccorritori. Fonti presenti sul posto riferiscono che sono tutti in buone condizioni, e non presentano sintomi di intossicazione. Nessuno ha avuto bisogno di un sostegno per gli spostamenti. Gli investigatori sono già al lavoro per capire quali possano essere state le cause scatenanti dell'incendio. I vigili del fuoco stanno sgombrando anche le abitazioni vicine, perchè il rogo ha fiamme alte; preoccupa anche la vicinanza di un impianto di distribuzione del carburante. Nel palazzo probabilmente erano in corso lavori di ristrutturazione come testimoniano le impalcature esterne. Non è escluso che sia partite di là l'incendio. Nelle vicinanze del palazzo evacuato si trovava anche il cantante Morgan, che sui suoi social ha documentato la fuga, inquadrando le fiamme che iniziavano ad avvolgere il grattacielo. "Scappiamo, scappa", dice il cantautore con voce concitata a un amico, mentre i due iniziano a correre in direzione opposta alle fiamme. "Stavamo in casa ed è scoppiato un incendio a Milano. C'è un grattacielo che sta andando completamente a fuoco. È una cosa assurda, assurda. Stavamo per andare a fuoco anche noi ma stavamo nella casa di fianco", ha poi commentato Morgan in un altro video. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio. 

Incendio di Milano, la Torre dei Moro "sciolta come burro". Il dettaglio sconcertante sul rivestimento: "Nessun obbligo". Libero Quotidiano il 30 agosto 2021. Solo un miracolo ha impedito che l'incendio della Torre dei Moro, palazzo di 16 piani in via Antonini, si trasformasse nella Grenfell Tower di Milano. Settanta famiglie evacuate, rimaste senza una casa, ma nessun morto, se si escludono gli animali domestici rimasti intrappolati negli appartamenti. Per loro, una fine orribile, per le persone scampate al rogo (tra cui il cantante Mahmood, residente) una enorme paura. E tanta rabbia, perché quel palazzo alla periferia Sud di Milano, finito di costruire nel 2011, "si è sciolto come burro", in una manciata di minuti. "Se fosse accaduto di notte saremmo morti", accusa un testimone. E la mente corre alla tremenda sciagura di Londra di 5 anni fa, in cui morirono anche due giovani italiani. Le cause dell'incendio sono ancora da chiarire, mentre la dinamica è chiara: le fiamme sarebbero partite da un appartamento del 15esimo piano e poi si sarebbero diffuse lungo la copertura esterna del palazzo, diventato un enorme cerino. Un vicino di casa ha dato l'allarme scendendo le scale, e tutti sono riusciti a mettersi in salvo sul marciapiede, mentre dall'edificio iniziavano a staccarsi lastroni di cemento e di vetro, "che cadevano come lapilli". "Ci avevano assicurato che la copertura era ignifuga, me lo ricordo benissimo", spiega una signora in lacrime. Ed è qui il particolare sconvolgente. "Il fuoco pare si sia propagato solo all'esterno - analizza sul Corriere della Sera il professor Angelo Lucchini, docente di Architettura tecnica al Politecnico di Milano -, se qualcosa non ha funzionato riguarda esclusivamente l'involucro e in particolare il suo rivestimento. Significa cioè che il sistema di sicurezza interno ha funzionato". Evidentemente, "il rivestimento è stato realizzato con materiale combustibile, in grado di reagire rapidamente all'innesco che, per quanto è dato sapere, pare sia avvenuto a un piano alto". Tutto questo è possibile perché non c'è un obbligo di utilizzo di materiale ignifugo, ma solo una "raccomandazione": "Per le facciate è inappropriato e non si concilia con i requisiti di sicurezza rispetto al fuoco previsti dal Ministero dell'Interno per gli edifici civili", sottolinea il professor Lucchini. Ora si indagherà su architetto, ingegneri e ditta costruttrice del palazzo, visto che i pannelli esterni erano in polistirene. "Di norma non c'è la necessità di proteggere le facciate con questo genere di impianti in quanto i materiali stessi dovrebbero salvaguardarne la sicurezza".

Edificio di circa 20 piani abitato da 70 famiglie: tra loro anche Mahmood. Incendio in un grattacielo a Milano, famiglie evacuate e intossicati: “Non ci sono vittime, vigili ustionati”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 29 Agosto 2021. Maxi incendio divampato intorno alle 17.45 in un palazzo di 20 piani a Milano, che ha interessato due civici, il numero 32 e il numero 34 di Via Antonini, periferia sud della città, dove abitano, secondo quanto si è appreso, circa 70 famiglie. Ancora incerto il numero di persone ancora presenti nel palazzo. Sul posto numerose squadre (almeno una decina) dei vigili del fuoco. Sono in corso le operazioni di evacuazione degli abitanti dello stabile. Al momento non è chiaro se all’interno ci sono ancora persone intrappolate dalle fiamme. Sul posto quasi una ventina tra ambulanze ed automediche e diverse pattuglie della polizia. “Abbiamo sentito odore di fumo e siamo scappati via” commenta all’agenzia Ansa una donna residente al 15esimo piano, dove sarebbe partito il rogo. “Non pensavo fosse così grave, i vigili del fuoco mi hanno detto che sarebbe partito dall’altro lato del mio piano – continua la donna – dove vive un ragazzo che dovrebbe essersi messo in salvo”. Molte abitazioni sono vuoto perché gli occupanti non sono ancora rientrati dalle vacanze. Secondo una prima ricostruzione, il fuoco si è propagato probabilmente dall’ultimo piano, facendo crollare le vetrate della faccia e generando una colonna di fumo visibile anche a chilometri di distanza. Le fiamme si sono sviluppate sul lato sinistro dell’edificio e, da quanto si apprende dai soccorritori, hanno in parte consumato la muratura dell’edificio, che rischiava di precipitare nel parcheggio sottostante. “Per ora non abbiamo segnalazioni di vittime o feriti” annuncia il sindaco di Milano Beppe Sala intervenuto in via Antonini. “Una ventina di persone sono uscite senza problemi – ha aggiunto – ora i vigili del fuoco entrano casa per casa sfondando le porte per vedere se qualcuno è rimasto dentro. Siamo positivi rispetto al fatto ci sia stato tempo uscire ma finché il controllo non viene fatto non possiamo esserne certi”. “Ho visto dei vigili del fuoco con le mani ustionate, stanno svolgendo un encomiabile lavoro, come sempre” ha aggiunto.

“Stiamo trovando delle camere d’albergo” per le famiglie che hanno perso la propria abitazione ha annunciato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che circa un’ora fa ha raggiunto il luogo del rogo. “Però è il minimo” ha aggiunto. “E’ chiaro che queste persone hanno perso tutto: sono qua con un paio di jeans e una maglietta e non hanno niente. C’è qua già un magistrato – ha proseguito Sala – e sarà importante subito verificare le responsabilità, perchè ci sono persone che hanno perso tutto”. Stando a quanto riferisce il 118, non risultano persone trasportate in ospedale. Molti residenti sono stati assistiti sul posto dal cospicuo numero di sanitari e ambulanze fatte pervenire. La certezza che non ci siano altre persone coinvolte si avrà quando i vigili del fuoco avranno messo in sicurezza lo stabile. L’Areu è presente con 17 mezzi. Sono almeno 20 gli inquilini del palazzo di 20 piani di via Antonini a Milano dove nel pomeriggio è scoppiato un incendio che sono già stati visitati dal 118. Da quanto si apprende, tutti erano in buone condizioni, non presentavano sintomi di intossicazione ed erano in grado di camminare. Sul rogo la procura di Milano ha aperto un fascicolo. Sul posto il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. Alle 21 le fiamme sono state quasi domate del tutto. Ancora visibili le fiamme all’ultimo piano. Diversi detriti sono in strada a diversi metri dal palazzo. Il grattacielo in questione si chiama La torre dei Moro. Il complesso è costituito da due piani interrati, adibiti ad autorimesse, posti auto, cantine e locali tecnici, da un piano fuori terra adibito ad attività commerciale, da una parte superiore in cui sono stati realizzati appartamenti disposti su due livelli. C’è poi un edificio a torre residenziale che ha 16 piani e raggiunge i 60 metri di altezza. C’è anche il cantante vincitore del festival di Sanremo Mahmood tra i residenti nel palazzo che ha preso fuoco in via Antonini. Lo riferiscono alcuni abitanti dell’edificio. Non lontano abita un altro cantante, Morgan, che ha postato su Instagram una storia in cui scappa alla vista delle fiamme.

Incendio Milano, Mahmood tra i residenti in fuga. Morgan: “Stavamo andando a fuoco”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 29 Agosto 2021. “E’ una cosa assurda, c’è un grattacielo che sta andando a fuoco. E’ allucinante, stavamo andando a fuoco anche noi però stiamo nella casa di fianco. Guardate il palazzo, incredibile. Fiamme altissime”. Così il cantante Morgan in un video pubblicato su Instagram da via Antonini, a Milano, che ha ripreso nel pomeriggio il rogo nel palazzo di 15 piani avvolto dalle fiamme. “Io sono scappato subito appena ho sentito il calore in casa. Stanno portando fuori le persone. In quel palazzo ci abita Mahmood”, ha sottolineato.  C’è anche il cantante vincitore del festival di Sanremo Mahmood tra i residenti nel palazzo che ha preso fuoco in via Antonini. Lo riferiscono alcuni abitanti dell’edificio. Da quello che hanno spiegato i soccorritori il cantante Mahmood che abitava al nono piano della torre andata a fuoco a Milano sarebbe stato tra i primi ad abbandonare l’edificio una volta scoppiato l’incendio. Il cantante si è quindi messo in salvo. Intanto il sindaco Giuseppe Sala esclude vittime: “Sono stati contatti tutti i residenti del palazzo e la buona notizia è che hanno risposto tutti. Da quello che capiamo, avendo contattato tutti, credo che in questo momento che ci siano vittime lo si possa escludere. Aspettiamo però di entrare in ogni appartamento ma possiamo tirare un sospiro di sollievo”. “Per ora non abbiamo segnalazioni di vittime o feriti” annuncia il sindaco di Milano Beppe Sala intervenuto in via Antonini. “Una ventina di persone sono uscite senza problemi – ha aggiunto – ora i vigili del fuoco entrano casa per casa sfondando le porte per vedere se qualcuno è rimasto dentro. Siamo positivi rispetto al fatto ci sia stato tempo uscire ma finché il controllo non viene fatto non possiamo esserne certi”. “Ho visto dei vigili del fuoco con le mani ustionate, stanno svolgendo un encomiabile lavoro, come sempre” ha aggiunto. “Stiamo trovando delle camere d’albergo” per le famiglie che hanno perso la propria abitazione ha annunciato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che circa un’ora fa ha raggiunto il luogo del rogo. “Però è il minimo” ha aggiunto. “E’ chiaro che queste persone hanno perso tutto: sono qua con un paio di jeans e una maglietta e non hanno niente. C’è qua già un magistrato – ha proseguito Sala – e sarà importante subito verificare le responsabilità, perchè ci sono persone che hanno perso tutto”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Da video.corriere.it il 30 agosto 2021. «È allucinante, stavamo per andare a fuoco anche noi»: è quanto ha detto il cantautore Morgan in una storia su Instagram in cui ha raccontato l’incendio avvenuto in via Antonini domenica 29 agosto a Milano. «Noi stiamo nella casa di fianco», ha proseguito Morgan. «Sono scappato subito appena ho sentito il calore in casa, in un attimo è divampato il fuoco nel palazzo. Ho fatto in tempo a fare un video ma sono scappato perché sentivo le fiamme addosso», ha detto mentre riprendeva il grattacielo in fiamme. «È una scena allucinante, le fiamme sono altissime», ha spiegato. (ANSA).

Federico Berni e Cesare Giuzzi per corriere.it il 30 agosto 2021. Le fiamme partono dall’interno di un appartamento al quindicesimo piano. Se ne accorge un ragazzo che abita di fianco e sente odore di bruciato. È lui a correre all’impazzata per le scale, a bussare alle porte degli altri appartamenti e a dare l’allarme. Quando arrivano le prime chiamate al 112, il rogo è soltanto un puntino rosso in lontananza che si staglia sulla facciata bianca con il profilo della chiglia di una nave. Chi è dentro fa appena in tempo a scendere e a mettersi in salvo. Appena gli abitanti arrivano in strada e si voltano, il rogo ha già avvolto il rivestimento esterno della facciata. È come se fosse benzina. Perché le fiamme prima salgono verso l’alto, al diciottesimo, poi scendono seguendo un percorso «innaturale» verso il basso. Avvolgono la prima «vela» della facciata, poi in meno di quindici minuti il grattacielo di 18 piani è avvolto come una torcia dalle fiamme. Una nuvola di fumo si alza in cielo, visibile da tutta la provincia di Milano, e sotto, sulle auto parcheggiate, sulle aiuole e nei cortili delle case vicine, precipitano vetrate, cemento e pezzi di rivestimento incandescenti come lapilli di un vulcano. Il bilancio è a lungo provvisorio, perché solo a tarda notte i vigili del fuoco riescono a entrare in tutti gli appartamenti (3.700 metri quadrati totali) dopo aver sfondato e abbattuto le porte blindate. Ma come conferma il comandante Felice Iracà «non risultano dispersi». Tutti salvi i trenta inquilini presenti (su settanta). C’è il rischio di crolli: le temperature potrebbero aver minato la tenuta della gabbia esterna di metallo. Così da rendere ancora più complicato il lavoro dei vigili del fuoco che devono salire piano per piano con manichette e respiratori. L’impianto antincendio è andato fuori uso, le autoscale arrivano al massimo al decimo piano. «Ho visto dei vigili del fuoco con le mani ustionate, stanno svolgendo un encomiabile lavoro, come sempre», dice il Beppe Sala accorso sul posto. Tra gli abitanti del grattacielo «Torre dei Moro», sorta nel 2011 in via Antonini, periferia sud di Milano, anche il cantante vincitore di Sanremo, Mahmood. «L’ho incontrato cinque minuti prima di lasciare il palazzo. Sentivamo puzza di fumo mi ha chiesto se venisse da casa mia eravamo già in allarme», racconta un giovane in bermuda, maglietta e zino neri che vive all’ottavo piano. Per gli sfollati una notte in albergo o a casa di amici e parenti. C’è chi scappando non è neppure riuscito a prendere il cellulare e grazie agli amici riesce a mettersi in contatto con la famiglia. Chi ha solo il gatto. Tra i primi a dare l’allarme anche il cantante Morgan che abita di fronte e pochi istanti dopo posta sui social le prime immagini. Migliaia di foto e video fanno il giro del web. Dirette che ricordano le terribili immagini della Grenfell Tower di Londra, 72 morti quattro anni fa. Solo il caso e la prontezza dei soccorsi hanno evitato un tragico bilancio. «Quando siamo arrivati c’era una piccola fiammella che si vedeva da una finestra, siamo riusciti a salire e a chiamare tutti», racconta uno dei primi soccorritori. Il grattacielo brucia per ore. Solo a notte fonda i vigili del fuoco riescono a spegnere le ultime fiamme. L’incendio, alimentato da alcuni spazi commerciali al pianterreno, ha attaccato anche i due seminterrati. Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Pasquale Addesso hanno aperto un fascicolo per disastro colposo. Non ci sono solo da capire le cause, ma soprattutto perché il fuoco si sia propagato così rapidamente. L’innesco potrebbe essere un corto circuito in un appartamento, ma il materiale di rivestimento della torre ha trasformato il grattacielo in una torcia. Sotto la lente ora progetti, materiali e le tecniche per l’esecuzione dei lavori.

Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera” il 31 agosto 2021. Sugli alberi del parco, sotto lo scheletro della torre bruciata, ci sono filamenti simili a ragnatele. È materiale plastico misto a lana di vetro «colato» dalla facciata. Resti dei pannelli di rivestimento «bruciati come cartone», per usare le parole del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano che coordina le indagini sull'incendio della Torre dei Moro di via Antonini. È lì che si nasconde la causa di un rogo tanto «rapido e imponente» da avvolgere la facciata in meno di 15 minuti trasformando un «normale» incendio in appartamento (al 15esimo piano) in una tragedia evitata solo dalla prontezza degli inquilini e dei soccorsi. Un altro filone delle indagini riguarda invece l'impianto antincendio. Alcuni abitanti hanno messo a verbale che le «bocchette» tra il quinto e il decimo piano non erogavano acqua. Gli stessi vigili del fuoco non hanno potuto usare l'impianto interno in parte fuori uso. Nel racconto dei primi pompieri intervenuti per primi le scale d'emergenza erano «piene di fumo» così come «alcuni piani», anche se l'impianto di areazione e le porte tagliafuoco avrebbero dovuto evitarlo. La prima certezza dell'inchiesta è empirica, ma «sotto gli occhi di tutti»: i video dell'incendio mostrano il propagarsi delle fiamme in modo innaturale, dall'alto verso il basso, sulle due facciate esterne con una rapidità che lascia pensare a un «combustibile», quasi un «accelerante». Non ci sono dubbi sulla matrice accidentale delle fiamme, ma proprio il rivestimento interno dei pannelli di Alucobond (un sandwich di sottili lamine di alluminio e materiale isolante leggero) avrebbe agito come «benzina». Lo spazio vuoto tra le lastre ha poi dato ossigeno in una sorta di «effetto camino». Le indagini si concentrano sulla proprietà e sull'impresa «Moro costruzioni», chiusa alcuni anni fa e trasformata in «real estate», e la Saint Gobain di Pisa che ha realizzato il rivestimento. Gli esperti del Nucleo investigativo antincendi dei vigili del fuoco hanno sequestrato i resti della copertura e alcune sezioni rimaste integre. Le perizie in laboratorio - che non si annunciano brevi così come l'inchiesta - daranno un nome al materiale usato per «riempire» i pannelli delle facciate. Da capire se i pannelli siano stati montati secondo le specifiche e se siano stati usati isolanti e schiume non previste. Stesso discorso per la vernice con cui è stata rivestita la facciata. L'Alucobond è un materiale molto utilizzato nelle nuove costruzioni, oggi è certificato come «ignifugo» o «difficilmente infiammabile». Il rivestimento sulla torre di via Antonini è stato posizionato nel 2011. Le normative non imponevano l'uso di materiale antincendio all'esterno dei palazzi. «Per la verità anche oggi la materia resta controversa», spiegano gli inquirenti. Tuttavia «un conto è usare pannelli non ignifughi, un altro prodotti che hanno favorito le fiamme e le hanno alimentate. I rivestimenti non devono bruciare così», spiegano i magistrati. I danni nel grattacielo sono ingentissimi. Alcuni alloggi del lato est si sono in parte salvati. In altri sono crollate anche le solette di cemento. I vigili del fuoco hanno acquisito un video amatoriale dove vengono riprese le prime fasi dell'incendio nell'appartamento al 15esimo piano. Il rogo potrebbe essersi innescato sul balcone o vicino alla porta finestra per un cortocircuito: il motore del condizionatore, una batteria lasciata in carica e surriscaldata, una lampada. La casa era deserta. Il proprietario era in vacanza in Sicilia da due settimane. L'ultimo ad entrare in casa è stato il portiere 5 giorni fa per annaffiare le piante. Oggi sono attesi i dati sui consumi dell'elettricità nell'appartamento per capire quali apparecchi erano rimasti accesi.

Alberto Mattioli per “La Stampa” il 31 agosto 2021. La scena è surreale. Dentro lo scheletro annerito del grattacielo di via Antonini ci sono i vigili del fuoco che ispezionano appartamento per appartamento e mettono in sicurezza quel che ne resta. Fuori, nello spiazzo di un distributore, prorietari e inquilini guardano le loro vite andate in fumo. Alcuni sono tornati in tutta fretta dal mare, non si sa se più abbronzati o increduli. Chi era lì, mentre le fiamme hanno iniziato ad avvolgere tutto con una rapidità inquietante, oscilla fra la disperazione per non avere più nulla e il sollievo per essersi salvato. Tutto è perduto, fuorché la vita. «No, il soffitto non è così nero», dice un signore al telefono scrutando le finestre di quella che era la sua casa. C'è chi piange, chi già scrive mail ad avvocati e assicuratori e chi manda a quel paese i giornalisti che chiedono come ci si sente quando ti brucia la casa: «Lei che ne pensa?». Sono vivi grazie a una chat su WhatsApp. In una città dove per lo più del vicino di pianerottolo si ignora perfino il nome, la Torre dei Moro era un condominio atipico e coeso, con una vita comunitaria. La chat per condividerla è servita a dare l'allarme a tutti. Altra strana caratteristica: gli anziani sono pochissimi, forse perché lo stabile aveva appena dieci anni. Per lo più, gli adulti sono professionisti in carriera (alcuni molto in carriera, come Mahmood); i ragazzi, studenti alla Bocconi che è a un chilometro e mezzo. Socialmente, un misto: dagli studenti in affitto agli attici da un milione e passa di euro. C'è stato chi ha avuto la prontezza di dare l'allarme. Come un ragazzo del sedicesimo piano, sopra quello dov' è scoppiato l'incendio: «Ero appena tornata a casa dalle vacanze - ha raccontato -. Già sul pianerottolo c'era un forte odore di fumo. Sono entrato, ho posato le sacche, mi sono affacciato alla finesta, ho visto il fumo salire dal piano di sotto. E ho dato bussato alle porte». Mirko Berti occupava uno dei due appartamenti al sedicesimo piano: «Ero appena uscito. Mi ha chiamato il vicino: guarda che c'è un incendio nel nostro palazzo. La prima ad accorgersene è stata sua figlia sedicenne. Poi è arrivato il messaggio in chat. Adesso sono calmo, sta finendo l'effetto dell'adrenalina. Alle cinque del mattino, in albergo, piangevo come un bambino. Ero stato fra i primi a comprare qui, ci chiamavano "i nativi". Faccio il consulente, non ho più il computer, l'archivio, nulla. Tutto quel che mi è rimasto sono i vestiti che ho indosso. Ma il dolore maggiore è per i miei libri, avevo una stanza solo per quelli di viaggio. Spero che ci diano una mano. Domenica è venuto il sindaco Sala per un quarto d'ora, oggi mi sarei aspettato di vedere qualche rappresentante delle istituzioni, invece niente». Vera Gandini è una giornalista Mediaset. È forse quella che ha rischiato di più: abita in una delle villette nella corte, dove a un certo punto ha cominciato a piovere fuoco dall'alto. «Stavo preparando un pezzo sull'incontro fra Letta e Sala alla Festa dell'Unità e non mi sono accorta di nulla. All'improvviso è arrivato mio marito urlando: corri, corri!». E tu che hai fatto? «Mi sono messa le scarpe e ho sollevato di peso Pierguido, il mio cane di diciannove anni. Sono uscita fra le fiamme, appena prima che esplodesse la conduttura del gas. Sala me lo sono trovato davanti poco dopo». Ieri le hanno dato il permesso di rientrare un momento a casa: «È meno distrutta di quanto pensassi. La parte davanti è tutta bruciata, quella dietro no. Ho potuto prendere qualche oggetto, per ora vivrò dai miei ad Alessandria, poi si vedrà». A Laura è andata peggio. Ingegnere chimico, 40 anni, viveva al quindicesimo piano dal 2011, «un bell'appartamento con il terrazzo. Ero a casa dei miei a Vicenza quando nella chat è apparso il video dell'incendio. Ho visto la finestra della mia camera bruciare. È come un lutto. Ho passato la notte a fare l'inventario di tutto quel che ho perso». Cominciano le iniziative di solidarietà. Don Lucio della parrocchia di Maria Liberatrice si sta organizzando per l'assistenza, non solo spirituale. Su Facebook c'è già una pagina «Le scatole del grattacielo» per raccogliere quel che può essere utile a chi non ha più nulla. E ci sarà un conto corrente per le donazioni. In serata, arriva anche il miracolo. Da ore, Chiara era abbracciata al fidanzato, in ansia per Artù e Chiara, i gatti rimasti al settimo piano: «I miei genitori non avevano capito che fosse così grave, sono scesi senza prenderli. Mio fratello avrebbe voluto tornare indietro, ma era troppo tardi. I vigili del fuoco mi dicono che c'è una probabilità su cento che siano vivi, nel rogo le temperature sono arrivate a 800 gradi». E invece alle 18.10 sbucano due pompieri con un sorriso largo così sulla faccia annerita. Uno porta Kira, l'altro Artù: frastornati ma vivi. Lacrime, applausi, baci e una corsa dal veterinario. La vita, nonostante tutto.

Da corriere.it il 30 agosto 2021. C’è anche Mahmood tra gli abitanti del grattacielo distrutto dalle fiamme nella periferia sud di Milano. Il suo è uno degli appartamenti del palazzo di via Antonini: si trova al nono piano, quindi a un livello inferiore rispetto a quello dal quale si sarebbe sviluppato l’incendio alle 17.36 di domenica 29 agosto. Da quello che hanno spiegato i soccorritori, il cantautore - vincitore del Festival di Sanremo nel 2019 con il brano Soldi - sarebbe stato tra i primi ad abbandonare l’edificio una volta scoppiato l’incendio. Il cantante si è quindi messo in salvo. Pochi minuti prima del maxi rogo, Mahmood - come si vede in alcune storie pubblicate su Instagram - si trovava con due amici e colleghi: Arashi, nome d’arte per Riccardo Schiara, e Camilla Magli. I tre si trovano all’interno dell’appartamento prima dell’incendio. Nei pressi del palazzo vive anche un altro cantautore, Morgan, che in una diretta su Instagram ha raccontato l’incendio del grattacielo: «Ci abita anche Mahmood, in quel palazzo lì», aveva detto nel corso della diretta lo stesso ex leader dei Bluvertigo.

Mahmood ha perso tutto, drammatica ricostruzione: "Con chi era mentre la sua casa andava a fuoco". Libero Quotidiano il 31 agosto 2021. C’era anche Mamhood tra le tante persone che hanno visto andare a fuoco le proprie abitazioni all’interno della Torre dei Moro. Il cantante aveva deciso di andare a vivere da solo e aveva da poco fiatato un appartamento al nono piano. Al momento dell’incendio partito dal quindicesimo piano si trovava in casa assieme a due amici e colleghi: si tratta di Riccardo Schiara, in arte Arashi, e di Camilla Magli. Ovviamente i tre si sono precipitati fuori dall’appartamento e poi hanno assistito al drammatico spettacolo mentre le fiamme avvolgevano la Torre dei Moro. Almeno Mahmood ha la fortuna di non avere particolari problemi economici, dato che dopo il trionfo al Festival di Sanremo risalente a due anni fa, la sua carriera artistica è stata un continuo crescendo e costellata di grandi successi. Quale mese fa, parlando della sua ultima fatica discografica Ghettolimpo, Mahmood aveva dichiarato di non avere “vizi particolari, tranne il cibo: mangio tanto” e aveva svelato di voler spendere i soldi guadagnati in una casa. Nel frattempo quella in via Antonini era una buona soluzione nella zona Sud di Milano, a circa quattro chilometri dall’area di Gratosoglio in cui è cresciuto: “Le mie abitudini sono rimaste quelle di prima. L’unica cosa che le canzoni hanno cambiato è la coscienza, perché ora so di avere un lavoro e non scrivo più i miei pezzi sul tram, ma in aereo”.

Stefano Landi per il “Corriere della Sera” il 31 agosto 2021. Non parla più al presente. Ormai qui non lo fa più nessuno. Quella casa è un ricordo. «Un attimo e ti spazza via quel luogo dove pensavo di poter stare al sicuro», racconta Sam Nabi, 32 anni, origini persiane, ai piedi di quella casa all'ottavo piano che per 24 ore non ha smesso di bruciare. Il giorno dopo ci sono meno lacrime e più rabbia. Sconforto. Perché questo non è un film. E anche i piccoli eroi come lui devono fare i conti con la vita vera. Con la seconda notte in un albergo anonimo, senza nemmeno mezza valigia ai piedi del letto. Eppure domenica è anche grazie a lui se al maxi incendio in via Antonini resta comunque un lieto fine. Nessun ferito, per quella che poteva essere una tragedia se lui, insieme ad altri condomini, non fossero corsi a battere sulle porte dei vicini invece di scappare fuori in preda al panico. «Mi sento peggio di ieri perché sto realizzando che il luogo dove vivevo, tra i miei oggetti e quello che eravamo riusciti a costruire, è andato in fuoco cancellando gran parte della mia vita». Come una candela. Impotente a guardare il disastro da sotto, mentre alcuni curiosi passano a scattare foto in una surreale pausa pranzo davanti allo scheletro del grattacielo. La memoria è un flipper con quei sette minuti in cui le fiamme montano e si mangiano ogni parete. Le grida in disordine. «Abbiamo sentito la puzza di bruciato, visto il fumo. La mia compagna Valentina è stata più lucida. Ha preso il telefono, il nostro cagnolino Bruce. Il tempo di suonare campanelli e battere a più porte possibili». Poi giù di corsa lungo le scale interne: l'affanno, le gambe che si fanno di legno all'ultimo pianerottolo. «Una volta fuori, abbiamo comunque sperato di poter rientrare. Che la nostra fuga da casa fosse un arrivederci e non un addio», continua Sam, che nella vita fa il consulente tecnico del tribunale di Milano. Una sorta di ausiliare del giudice, sfruttando le sue conoscenze con il mondo mediorientale. Per il condominio, nel 2017, era stato anche consigliere e conosceva da vicino la storia di quel palazzo, da cui ieri è uscita anche la voce dell'inquilino vip, il rapper Mahmood, che ha ringraziato i vigili del fuoco: «Sto bene, per fortuna non ci sono state vittime. Grazie ai pompieri per l'incredibile lavoro svolto e a voi tutti per i messaggi». Ieri la seconda notte praticamente insonne in un hotel in via Lampedusa. «Ieri ci siamo staccati da qui solo per fare un salto a un supermercato per comprare un cambio e un deodorante. In questo momento non penso nemmeno ai vestiti. Una sorta di scaramanzia che ci siamo imposti con Valentina: spero di entrare e trovare almeno quelle tre quattro cose salve». Un pezzo di vita è riuscito a recuperarlo nel pomeriggio di ieri, quando i vigili del fuoco hanno permesso di scendere ai piani sotterranei. «Abbiamo recuperato gli oggetti intatti». Stamattina invece il primo incontro con gli altri condomini, dopo quello virtuale nella chat che ha salvato la vita a molti facendo correre l'allarme. «Ora la cosa più importante è restare uniti. Affrontare insieme questa emergenza, perché fra qualche giorno gli altri si dimenticheranno di noi. Per un po' è facile essere solidali. Noi ora siamo come bambini, qualcuno ci deve aiutare a gestire la vita».

L’ALLARME VIA CHAT E PORTA A PORTA, ECCO COME NON CI SONO STATE VITTIME NELL’INCENDIO DI MILANO. Il Corriere del Giorno il 31 Agosto 2021. I Vigili del fuoco di Milano sono intervenuti con 17 squadre che hanno dovuto combattere ancora dei focolai e sono riusciti a ispezionare fino all’ottavo piano e stanno verificando la resistenza della struttura. Il rogo di via Antonini, ieri a Milano, con un grattacielo andato completamente in fumo, non si è trasformato in tragedia. “Ero appena tornato a casa dalle vacanze, ho sentito un forte odore di fumo già sul pianerottolo, mi sono affacciato dalla finestra e ho visto le volute di fumo provenire dall’appartamento di sotto al quindicesimo piano”: così un inquilino del piano alto ha raccontato, in sostanza, agli investigatori, nell’inchiesta della Procura di Milano, il momento in cui ha lanciato l’allarme per il rogo. Una ragazza che ha subito capito la gravità della situazione, un padre che è corso a bussare alle porte e una chat di condominio che si è dimostrata molto più che utile: così il rogo di via Antonini, ieri a Milano, con un grattacielo andato completamente in fumo, non si è trasformato in tragedia. A raccontarlo sono gli abitanti del sedicesimo piano, che hanno visto fumo e fiamme salire dal livello sottostante e hanno dato l’allarme con tutti i mezzi possibili. “E’ stata la figlia a dare l’allarme – racconta un altro condomino che abita sullo stesso pianerottolo – io ero da poco uscito di casa e mi ha chiamato il mio vicino, il padre della ragazza, che è minorenne, per avvertirmi di ciò che stava avvenendo, poi ho saputo che è stata lei la prima a vedere il fumo e le fiamme che salivano dal piano sottostante, anche perché abitavano proprio dove presumibilmente c’è stato l’innesco”. Dalla prontezza della ragazza è subito partita la comunicazione via chat dell’incendio, mentre poi il padre ha anche chiamato i vigili del fuoco e bussato a varie porte per essere sicuro di non lasciare indietro nessuno. “Il mio vicino e la figlia ovviamente non potevano raggiungere tutti, così hanno scritto sulla chat per allertarci e dirci di uscire di casa, postando anche un filmato di ciò che stava succedendo”. “La tecnologia è servita per coordinarci e veicolare il messaggio, se siamo qui è grazie alla prontezza di tutti e al fatto che ci diamo una mano, siamo – sottolinea il condomine – un gruppo coeso, unito dall’amore per il posto in cui vivevamo. La chat era nata proprio per questo, per fare il meglio possibile per il nostro condominio, dalle segnalazioni su eventuali problemi causati dalle attività commerciali vicine alla richiesta di un idraulico. Questa volta la chat ci ha salvato la vita. Poi, per fortuna, non è successo di notte, altrimenti chissà…”. I condomini, che hanno passato la notte in varie strutture, per domani hanno richiesto all’amministratore la convocazione di un’assemblea straordinaria “per formulare un piano di azione – continua il condomine – che vada al di là della fase emergenziale. Siamo 70 famiglie e abbiamo perso tutto: in questo momento ho solo ciò che indosso, nemmeno il computer per lavorare. Ci aspettiamo che le istituzioni vengano qui a parlare con noi, in modo da spiegare loro – conclude – quali sono le priorità per ripartire”. Gli inquirenti che indagano sul maxi rogo che ha distrutto la Torre dei Moro in via Antonini a Milano dovranno acquisire tutta la documentazione relativa alle modalità di costruzione del grattacielo e ai materiali utilizzati. È uno dei prossimi passaggi dell’inchiesta per disastro colposo coordinata dal pm di turno Pasquale Adesso e dal dipartimento guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano. Nelle indagini, infatti, si dovrà verificare se il materiale che è stato usato per realizzare i pannelli di rivestimento del palazzo, ossia una sorta di "cappotto termico", era indicato come ignifugo o meno. Il procuratore aggiunto Siciliano ha parlato dei pannelli di alluminio che rivestivano la facciata del palazzo distrutto dalle fiamme a Milano. “Abbiamo visto che hanno preso fuoco però bisogna esaminare il materiale e sono tutte cose che andranno fatte in laboratorio” ha detto il procuratore. “Poi bisognerà verificare la normativa dell’epoca perché questo palazzo ha dieci anni che sembrano molto pochi, ma in dieci anni tante normative sono cambiate ci sono anche nuove conoscenze sui materiali. – ha concluso – Per cui tante cose da valutare ci sono che richiederanno tempo e grande accuratezza. Ho potuto avvicinarmi ma all’interno al momento ci si può entrare con cure straordinarie perché il grande calore si è sviluppato ha distrutto le solette. La struttura insieme regge ma le solette sono pericolanti. È molto pericoloso”. In Procura a Milano si continua a ribadire che “poteva andare molto peggio” anche perché, malgrado il vasto incendio, non si sono registrate vittime o feriti. E uno degli elementi finora accertati è che le fiamme si sono propagate in breve tempo, una mezz’ora in tutto, in tutta la struttura di rivestimento e a causa di una ‘camera d’aria’, ossia il piccolo spazio tra i pannelli esterni e la struttura portante dell’edificio, che ha determinato un ‘effetto camino’ facendo correre il fuoco verso il basso e verso l’alto. Nel video girato da un residente della zona si vede che il rogo divampa al quindicesimo piano e che il fumo inizia a uscire dal balcone di un appartamento, ma le indagini dovranno accertare dove effettivamente si è originato e per quali cause. Per fortuna, è stato spiegato, non c’erano persone presenti negli appartamenti oltre il 15esimo piano. Per ora la priorità, viene specificato, resta la messa in sicurezza dell’edificio anche perché si temono soprattutto crolli interni e non è esclusa la necessità di tirare giù per sicurezza parti della struttura, soprattutto il “cappotto” esterno. 

Incendio Milano, il giallo delle cause: i nodi dell’inchiesta su sistema antincendio e pannelli di rivestimento. Redazione su Il Riformista il 30 Agosto 2021. Soli trenta minuti per ‘divorare’ l’intera facciata dal grattacielo milanese di via Antonini. Tanto ha impiegato l’incendio divampato domenica pomeriggio nel capoluogo lombardo per rendere uno scheletro la facciata della Torre dei Moro, il palazzo completato nel 2011 che ieri ha preso fuoco per cause ancora da accertare. Su cosa abbia scatenato il maxi rogo la pm Tiziana Siciliano, il magistrato della procura di Milano titolare dell’inchiesta aperta con ipotesi di reato che vanno dal disastro all’incendio colposo, va molto cauta. “Dall’interno di un appartamento del 15esimo piano proveniva un fumo nero molto denso e questo è stato sufficiente” per dare l’allarme e far evacuare i condomini del palazzo, ha chiarito il magistrato oggi. È ancora troppo presto per capire se il rogo, divampato in un appartamento al 15esimo piano, sia partito da un corto circuito, anche se questa è una delle ipotesi al vaglio degli investigatori e degli inquirenti. “Qualunque ipotesi sarebbe dissennata in questo momento, è veramente troppo presto”, anche se quella del cortocircuito “è una delle ipotesi”, ha aggiunto Siciliano. Quanto ai sistemi antincendio, “al momento forse emergono delle criticità, ma devono essere ancora valutate”. In particolare, scrive l’Agi, le cassette antincendio (idranti a muro) della Torre hanno funzionato correttamente in tutto il palazzo tranne che tra il quinto e il decimo piano. Ha retto invece il sistema antincendio della tromba delle scale, che ha permesso agli inquilini di lasciare lo stabile in sicurezza senza che gli spazi si riempissero di fumo con il rischio di intossicazione. Altra concausa del rogo sarebbe il cosiddetto “effetto camino”, che spiegherebbe anche l’incredibile velocità con cui le fiamme hanno ‘divorato’ il rivestimento dell’edifico, rimasto uno scheletro in mezz’ora. Le fiamme sprigionatesi originariamente al 15essimo piano si sarebbero propagate ad alta velocità sfruttando l’aria che circola in un’intercapedine tra i pannelli che ricoprono la facciata del grattacielo di via Antonini e la struttura del palazzo. Quanto al materiale del rivestimento, verrò esaminato nei prossimi giorni: il settore investigativo dei vigili del fuoco ha infatti prelevato dei materiali da controllare. Smentendo invece alcune voci circolate sulla stampa questa mattina, per il momento “non ci sono grossi problemi di stabilità, almeno per potersi introdursi e poterlo ispezionare”, ha chiarito la pm Siciliano durante il sopralluogo al grattacielo. Fonti investigative citate dalle agenzie riferiscono inoltre che i pannelli di rivestimento si staccavano e cadevano dall’edificio, bruciando “come se fossero di cartone”. La facciata del palazzo, da quanto ha riferito l’amministratore dello stabile, era stata realizzata con lastre di alucobond, un materiale definito dall’azienda produttrice come “costituito da due lamiere esterne di alluminio e un nucleo di sostanze minerali difficilmente infiammabili o ignifughe”. Per gli inquirenti milanesi che indagano sull’incendio di via Antonini, “evidentemente” il materiale con cui sono state realizzate le facciate del palazzo non era ignifugo.

Paola Fucilieri per “il Giornale” il 7 settembre 2021. Tornare indietro di oltre duemila anni per spiegare un dramma di appena una settimana fa. Si perché nel remoto caso in cui l'attuale ipotesi investigativa della Procura di Milano si rivelasse esatta, le cause dell'incendio del grattacielo «Torre dei Moro» di via Antonini - bruciato domenica scorsa lasciando senza casa circa ottanta famiglie - sarebbero da ricondurre in soldoni al principio delle «lenti di fuoco» escogitato da uno degli scienziati più famosi della storia, Archimede, nel II secolo avanti cristo per incendiare le navi romane nemiche durante l'assedio di Siracusa. Il matematico avrebbe utilizzato una vasta schiera di scudi di bronzo o rame lucidati per creare una fornace solare, attraverso la riflessione parabolica della luce del sole. E a provocare le fiamme nel bilocale al quindicesimo piano da cui sono partite per scatenare poi il mega incendio potrebbero essere stati sempre i raggi solari, ma dopo aver surriscaldato una o più bottiglie di vetro lasciate sul balcone dal proprietario assente da giugno e trasformatesi a loro volta in un innesco, incendiando prima un rifiuto e poi il grattacielo. Tra le opportune cautele e un conclusivo e assai prudente «vedremo» - molto condiviso dai vigili del fuoco piuttosto restii a sposare una tesi con chi sta ancora lavorando per esclusione su una serie di ipotesi - lo ha dichiarato ieri la pm Marina Petruzzella che lavora con l'Aggiunto Tiziana Siciliano a capo del sesto dipartimento della Procura «Tutela della salute, dell'ambiente e del lavoro», titolare dell'inchiesta per disastro colposo. Ieri pomeriggio la squadra di polizia giudiziaria del dipartimento si è recata in via Antonini per un nuovo sopralluogo nel palazzo dopo che sui tavoli dei magistrati è arrivata la prima relazione conclusiva dei vigili del fuoco sui rivestimenti delle facciate del grattacielo, realizzati dalla Aza Corp di Fiorenzuola (Piacenza) e definiti «altamente infiammabili». Nei prossimi giorni i titolari verranno sentiti in Procura. Questa settimana è anche in programma un'audizione dei titolari della «Moro Costruzioni» (che nel frattempo è stata liquidata ed è confluita nella «Moro Real Estate»), la società che ha ultimato i lavori nel 2011. Sotto questo aspetto i punti da chiarire nell'inchiesta sono ancora diversi. Ad esempio come sia stata svolta la manutenzione dal 2011 ad oggi, l'esatto funzionamento del sistema antincendio e ovviamente la specifica composizione del rivestimento. Che dire? L'ipotesi di un cortocircuito ormai è già stata scartata ed è evidente che gli inquirenti non hanno più elementi a cui appigliarsi per sostenerla. Anche se la possibilità dell'«effetto lente» fa un po' pensare che l'inchiesta stia navigando a vista. Del resto anche il proprietario dell'appartamento dove il rogo ha preso il via è stato sentito e formalmente verbalizzato nei giorni scorsi dagli investigatori del Nucleo investigativo antincendi dei vigili del fuoco in videoconferenza da Siracusa. Insieme al figlio, l'uomo ha ribadito quanto aveva dichiarato sin dall'inizio di questa brutta storia. Ovvero di aver staccato l'interruttore delle luce prima di andarsene da casa e che il solo ad avere le chiavi per andare ad annaffiare periodicamente le piante era appunto l'uomo che da dieci anni è il portinaio del grattacielo, da tutti descritto come persona rispettabile e decisamente degna di fiducia. Nel frattempo in Procura si stanno presentando diversi avvocati, tra cui anche l'avvocato Solange Marchignoli che rappresenta il condominio; mentre gli inquilini hanno nominato come perito di parte per far luce sull'accaduto l'ingegner Massimo Bardazza che si è occupato di molti casi importanti: dal disastro di Linate (2001), alla strage di Viareggio (2009) fino aquella della palazzina esplosa in via Brioschi (2016) a Milano.

Monica Serra per “La Stampa” il 7 settembre 2021. Si chiama «Alucoil Pe» ed è un materiale di classe E: «normalmente infiammabile». Quasi il peggio che si potesse usare: l’ultima categoria è la classe F, «altamente infiammabile». Di questo era fatto il rivestimento del grattacielo di via Antonini 32, andato a fuoco domenica 29 agosto alla periferia sud di Milano. Non solo. La stessa azienda produttrice, di Burgos, in Spagna, in un documento pubblicato sul suo sito, e datato gennaio 2018, «sconsiglia» di usare l’Alucoil Pe per rivestire «grattacieli», proprio come la Torre dei Moro. «Il prodotto – spiega – è stato pensato solo per edifici bassi, tettoie e segnaletica aziendale». Chi doveva controllare che questi pannelli fossero idonei? C’è da dire che all’epoca (il palazzo ha l’abitabilità dal 2011) nessuna legge vietasse di usare un materiale infiammabile sulle facciate degli immobili (la normativa è successiva al 2017). E non è neanche detto che già allora il prodotto fosse classificato come infiammabile. Gli investigatori della polizia giudiziaria del dipartimento Ambiente, salute e lavoro della procura stanno provando a ricostruirlo, a partire dai fascicoli sequestrati nell’ufficio tecnico del Comune di Milano e alla Aza Aghito Zambonini Spa di Fiorenzuola, nel Piacentino. Dopo le perquisizioni di venerdì scorso, la società precisa che «non è stata lei a produrre i rivestimenti in questione come erroneamente riportato dai giornali, ma ha acquistato il pannello composito dalla società produttrice Alucoil di Burgos (Spagna)». Si legge ancora nella nota che «questi rivestimenti, per completezza di informazione, erano integralmente conformi alle specifiche tecniche del progetto e alle normative vigenti nel 2009 e sono stati scelti ed approvati dalla committenza dell’appalto». Tra l’altro, a favorire le fiamme, che nel giro di quindici minuti hanno avvolto l’intero palazzo di diciotto piani, potrebbero essere stati anche i rivestimenti dei balconi, di spugna, per attutire meglio i rumori esterni. Nel fascicolo aperto per disastro colposo contro ignoti dall’aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Marina Petruzzella, resta aperto il giallo dell’innesco dell’incendio. Tra le ipotesi prese in considerazione dal Nucleo investigativo antincendio dei vigili del fuoco c’è anche una banale cicca di sigaretta. Le fiamme possono essere state favorite dai sacchi della spazzatura che il proprietario dell’appartamento 15 c ha lasciato sul balcone. Ma non si capisce chi possa aver gettato l’eventuale sigaretta. E gli investigatori non escludono che, in assenza del proprietario, in vacanza da due mesi, che dice di aver lasciato le chiavi solo al custode, qualcun altro possa essere entrato nel bilocale.

Sandro De Riccardis, Luca De Vito per la Repubblica l'11 settembre 2021. Un mozzicone di sigaretta lanciato da uno dei piani superiori. Potrebbe essere la causa più classica e come in questo caso devastante, ad aver innescato l'incendio che ha trasformato in una gigantesca torcia di fuoco il grattacielo di via Antonini. Quella della cicca di sigaretta spenta male viene al momento considerata dagli investigatori l'ipotesi più probabile tra le diverse che vengono valutate come causa del rogo che ha incendiato le vele del palazzo in 15 minuti e cha ha distrutto completamente 14 appartamenti. Da tempo, in condominio, era in corso una "guerra delle sigarette", con diversi residenti in protesta per i mozziconi lasciati cadere dall'alto. L'ipotesi su cui si stanno concentrando gli investigatori - coordinati dalla pm Marina Petruzzella e dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano - è che a prendere fuoco per primi siano stati i sacchi di roba inutilizzata ammassata sul terrazzino dell'appartamento al 15esimo piano: nel sopralluogo della procura e dei vigili del fuoco è invece stato trovato sul balcone un enorme ammasso di rifiuti, oggetti e materiale plastico andato completamente distrutto nel rogo, proprio nel punto dove i video dei passanti hanno documentato aver avuto origine l'incendio. Il problema dei mozziconi lasciati cadere dai balconi ha tenuto banco per anni tra gli inquilini della torre. Gli investigatori hanno raccolto testimonianze e documenti sulle lamentele di diversi coinquilini, ma anche su piccoli incendi nel palazzo che fortunatamente sono stati domati in tempo. Uno, un paio di anni fa, cagionato proprio da una sigaretta caduta dai piani alti che ha dato fuoco al materiale sui balconi ai piani più bassi. Acquisita in procura anche una lettera all'amministratore di condominio di una residente al piano terra che si lamentava della continua presenza di cicche finite nel suo cortile. Al centro dei sospetti, quindi, ci sono i fumatori che vivono negli appartamenti sopra a quello da cui è partito l'incendio. «Una sera ne ho trovate undici - racconta una delle residenti che vivono nelle villette al piano terra - le ho raccolte tutte in un barattolo, ero pronta a portarle all'assemblea di condominio. Protesto da anni, oltre al principio d'incendio ci fu anche il caso di un dondolo bruciato da un mozzicone caduto dall'alto, in un'altra casa. Ho coinvolto l'amministratore che ha mandato la raccomandata. Ma non si è mai capito chi fosse a gettare le sigarette di sotto». L'altro fronte delle indagini, riguarda i pannelli e tutte le certificazioni che riguardano la pratica edilizia. Le vele sono state costruite con materiale Larson PE, dalla ditta spagnola Alucoil. E, a questo punto, all'attenzione degli investigatori c'è anche l'ente certificatore italiano che ha dato il via libera all'uso dei pannelli come rivestimenti a parete. Da una serie di documenti agli atti della procura, infatti, risulta che quel materiale fosse adatto solo per edifici di bassa statura e non per grattacieli e che fosse classificato a livello europeo come "normalmente combustibile": il Larson PE rientra nella cosiddetta euroclasse E, ovvero la penultima categoria secondo il metodo di classificazione di reazione al fuoco EN 13501-1 che va dai materiali più sicuri e completamente incombustibili, che sono quelli in classe A, fino a quelli peggiori che si trovano in classe F.

Da repubblica.it il 12 settembre 2021. Al centro delle attenzioni degli investigatori c'è la certificazione dei pannelli delle vele che circondavano la Torre dei Moro. Ovvero il sostanziale via libera, ricevuto nel 2009, al materiale prodotto dalla ditta spagnola Alucoil, il Larson PE, di cui erano costituite le vele del grattacielo di via Antonini che hanno preso fuoco nel giro di 15 minuti lo scorso 29 agosto. In particolare, c'è agli atti un certificato di prova (numero 258422/RF5356) con cui l'istituto Giordano - uno dei principali enti accreditati presso i ministeri per le certificazioni - attribuisce al Larson PE "impiegato come rivestimento parete" una classe di reazione al fuoco 1. Ovvero un basso livello di reazione (combustibili non infiammabili), stando a quella che è la classificazione UNI 9177, cioè quella italiana che pone i materiali in categorie che vanno da 0 a 5, con un crescendo di reattività al fuoco (nella 5 ci sono quelli più facilmente combustibili). Certificazione relativa a una "campionatura sottoposta a prova", firmata nell'agosto del 2009 dal direttore del Laboratorio di Reazione al fuoco dell'istituto, Gian Luigi Baffoni, e dal presidente Vincenzo Iommi. I test fanno riferimento al Larson PE come "materiale di completamento degli elementi di chiusura verticali" che viene "posto in opera appoggiato su supporto incombustibile". In allegato, i risultati della prova insieme alla documentazione del produttore. Molti i nodi che gli investigatori devono ancora sciogliere. Il primo riguarda proprio le incongruenze tra le classificazioni. La stessa ditta Alucoil aveva dichiarato, nel 2018, il Larson PE di categoria E secondo le classi europee, ovvero "normalmente combustibile". Tuttavia i due sistemi di classificazione, quello italiano e quello europeo, non sono paragonabili. Il secondo riguarda la facilità di diffusione anche alla struttura portante: ci sono altri elementi su cui si indaga per capire come sia stato possibile arrivare a un rogo così rapido e devastante. Partendo (come ipotizzano gli investigatori) da un mozzicone di sigaretta caduto accidentalmente su un balcone pieno di sacchi e immondizia.

Guido Bertolaso e il palazzo incendiato a Milano: "Quante sono le case italiane a rischio fiamme". Libero Quotidiano il 30 agosto 2021. Poteva essere una tragedia e fortunatamente è andata bene. Ma secondo Guido Bertolaso dobbiamo approfittarne per fare una riflessione sui materiali che vengono utilizzati nell'edilizia. Ospite di questa mattina 30 agosto a Morning News, su Canale 5, il consulente per la campagna vaccinale della Lombardia, ha commentato l'incendio avvenuto domenica 29 agosto a Milano in un palazzo di via Antonini e lanciato un allarme. "La memoria corre a quanto accaduto in un grattacielo di Londra nel 2017, anche in quel caso si trattava di una struttura moderna e purtroppo si registrarono diverse vittime. Per quanto accaduto ieri a Milano va sottolineato lo straordinario intervento dei nostri vigili del fuoco che si sono dimostrati i migliori del mondo per essere riusciti a evacuare tutti gli inquilini, dopodiché si tratterà di uno spegnimento articolato, vanno evitati i rischi di crolli, ma le vite sono state tutte salvate e questo è l'importante ed è la grande differenza rispetto all'Inghilterra", ha detto Bertolaso. Sui possibili problemi legati ai materiali, Bertolaso ha sottolineato: "Questi sono problemi che purtroppo ricorrono in continuazione, il problema sull'efficacia dei materiali di costruzione, che devono essere capaci di resistere alle fiamme, riguarda probabilmente il 60-65 per cento di tutti gli edifici italiani. Pensiamo ad esempio alle bonifiche dall'amianto ancora non completate in Italia. Questa esperienza, che non registra vittime, ci deve dare lo spunto per fare maggiori controlli e si faccia in modo che si costruisca con materiali veramente a norma, altrimenti si inseguono sempre i problemi invece di risolverli".

Cesare Giuzzi per corriere.it il 30 agosto 2021. Quali sono le cause dell’incendio che, domenica 29 agosto, ha distrutto il palazzo di 18 piani in via Antonini, a Milano? Per scoprirlo, gli esperti del Nucleo investigativo antincendi dei Vigili del fuoco hanno acquisito un video amatoriale nel quale si vede chiaramente l’origine del rogo. Dal balcone del 15esimo piano, si scorge prima del fumo nero, poi fiamme vive che iniziano a intaccare il rivestimento della facciata. Da queste immagini, il fuoco sembra originarsi da un angolo del balcone, vicino alla parete. Non ci sono ancora certezze ma potrebbe anche essersi trattato del malfunzionamento di un condizionatore o di qualche apparecchiatura che si trovava sul balcone. Gli investigatori stanno anche ascoltando il proprietario dell’appartamento per capire quali materiali si trovassero sul balcone.

Andrea Pasqualetto per corriere.it il 30 agosto 2021. Il professor Angelo Lucchini, docente di Architettura tecnica al Politecnico di Milano, è esperto di edifici alti e complessi e di questioni legate alla sicurezza e al fuoco.

Professore, com’è possibile che di questi tempi un edificio di recente costruzione vada a fuoco così?

«Premessa: io posso fare solo delle ipotesi sulla base di quel che vedo e di quel che leggo. Mi viene da dire una cosa: visto che il fuoco pare si sia propagato solo all’esterno, se qualcosa non ha funzionato riguarda esclusivamente l’involucro e in particolare il suo rivestimento. Significa cioè che il sistema di sicurezza interno ha funzionato».

All’esterno però il palazzo si è acceso come un fiammifero. Perché?

«Perché il rivestimento è stato realizzato con materiale combustibile, in grado di reagire rapidamente all’innesco che, per quanto è dato sapere, pare sia avvenuto a un piano alto».

Si può usare il materiale combustibile per il rivestimento?

«Per le facciate è inappropriato e non si concilia con i requisiti di sicurezza rispetto al fuoco previsti dal Ministero dell’Interno per gli edifici civili».

Esiste un obbligo?

«No, le linee guida preparate dai Vigili del fuoco per il Ministero, fatte peraltro molto bene, hanno valore di raccomandazione. È però auspicabile che, anche alla luce di questo caso milanese, si acceleri il passaggio a un livello obbligatorio».

Qui pare siano stati utilizzati dei pannelli di polistirene...

«Io non so che materiale sia stato utilizzato per il rivestimento. La cosa evidente è la sua notevole reattività al fuoco, dato che l’incendio si è esteso in brevissimo tempo ai livelli inferiori di entrambe le facciate principali».

Esiste un impianto di sicurezza che impedisca questo tipo di incendi?

«Diciamo che di norma non c’è la necessità di proteggere le facciate con questo genere di impianti in quanto i materiali stessi dovrebbero salvaguardarne la sicurezza».

Anche la Grenfell Tower di Londra si era incendiata velocemente...

«Effettivamente c’è una forte analogia fra i due eventi. Nel caso milanese fortunatamente non vi sono stati problemi di evacuazione grazie al probabile rispetto delle regole costruttive sulla compartimentazione che hanno evitato alle fiamme di aggredire i piani interni. A Londra invece no ed è stata una tragedia».

Cesare Giuzzi per il Corriere.it l'1 settembre 2021. Porte deformate dal calore, soffitti collassati, cenere e detriti. Il Corriere può mostrare le prime fotografie scattate durante il sopralluogo nella Torre dei Moro di via Antonini a Milano, devastata dall’incendio divampato domenica pomeriggio. I pompieri hanno ispezionato tutti e 18 i piani dello stabile e continua la messa in sicurezza. Nel frattempo i tecnici del Nucleo investigativo antincendi in capo alla Direzione regionale della Lombardia, insieme all’Ufficio di polizia giudiziaria del Comando di Milano, stanno effettuando il primo sopralluogo alla ricerca delle cause del rogo. Nelle prossime ore arriverà sul tavolo del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano la relazione preliminare sull’incendio. Non tutti gli appartamenti sono stati distrutti dal fuoco: anzi, una buona parte, sul lato est, potrebbe risultare agibile. Sono invece ancora pericolanti i piani 14, 15 e 16, dove alcune solette dei soffitti sono collassate. Le indagini sulla causa del rogo si concentrano su un bilocale al 15esimo piano, il cui proprietario si trovava in vacanza in Sicilia da giugno. L’ultimo ad entrare nell’appartamento, 5 giorni prima delle fiamme, è stato il custode, che periodicamente innaffiava le piante e ha riferito agli inquirenti che la luce nell’appartamento era staccata. Tuttavia, l’inchiesta continua a considerare l’ipotesi di un corto circuito, legato a qualche apparecchiatura rimasta attiva. Sono in corso le analisi dei consumi di elettricità con i tecnici di A2A. Inoltre, dalle testimonianze raccolte finora è emerso che i condomini del grattacielo non hanno sentito suonare alcun allarme antincendio quando si sono accorti dall’odore e dal fumo che le fiamme stavano divampando nel palazzo. Dunque l’allarme sonoro non avrebbe funzionato. 

DA ansa.it il 2 settembre 2021. Prima il grattacielo avvolto dal fumo e, nel giro di pochi minuti, probabilmente solo tre, la Torre dei Moro di via Antonini che si trasforma in una torcia di fiamme con pezzi incandescenti della struttura che volano verso il basso. Lo mostrano alcuni nuovi video, realizzati da residenti della zona, agli atti dell'inchiesta della Procura milanese, coordinata dall'aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Marina Petruzzella. Con gli accertamenti condotti dai vigili del fuoco sarebbe stata anche individuata la ditta che avrebbe realizzato i pannelli di rivestimento esterno dell'edificio, la Aza Aghito Zambonini di Fiorenzuola (Piacenza). Dal momento in cui si è sviluppato il rogo, probabilmente in un appartamento al 15esimo piano, a quando il palazzo è stato completamente avvolto dalle fiamme, come era già emerso, sarebbe passato circa un quarto d'ora. Nei nuovi video raccolti dagli inquirenti si vede la Torre avvolta dal fumo e poi, nel giro di pochissimi minuti, il grattacielo che va a fuoco come una torcia con pezzi di struttura avvolti dalle fiamme che cadono verso terra. Dalle prime analisi è stato accertato che a propagare con grandissima rapidità il rogo è stato un "effetto camino" dovuto allo spazio di aria che stava tra il 'cappotto termico' di rivestimento esterno e la struttura principale dell'edificio. Allo stesso tempo, i pannelli del rivestimento sono andati a fuoco velocemente bruciando "come cartone", a detta degli stessi inquirenti. Sarebbe stata individuata, poi, proprio la ditta che avrebbe realizzato i pannelli di questa struttura esterna a vela, ossia la Aza Aghito Zambonini. I vigili del fuoco stanno verificando quale materiale sia stato usato per i pannelli e va accertato se il materiale indicato nei documenti di costruzione sia lo stesso effettivamente usato. Tutte le analisi in corso, anche sul funzionamento dei sistemi antincendio (pare che non si sia attivato l'allarme e che le bocchette dell'impianto idrico non funzionassero in molti piani), saranno effettuate tenendo conto delle normative, come il testo unico del 2011 sulla prevenzione degli incendi. Sul tavolo dei pm è attesa la prima informativa dei vigili del fuoco, che lavorano pure per capire per quale motivo e dove esattamente si è originato l'incendio.  

Federica Zaniboni per “Libero Quotidiano” il 3 settembre 2021. In sette minuti l'incendio è diventato incontrollabile. E decine di famiglie hanno guardato la propria casa bruciare. Se nei giorni scorsi sembrava inspiegabile che un intero palazzo, alto 60 metri, potesse venire divorato dalle fiamme in meno di un quarto d'ora, adesso una risposta c'è. Il rivestimento esterno della torre milanese, che si è letteralmente sciolto sotto agli occhi dei residenti, non era affatto composto da Alucobond - quasi del tutto ignifugo - come si era creduto inizialmente, bensì di un materiale plastico, sintetico e altamente infiammabile. Il nome dell'azienda tedesca produttrice di pannelli che molto difficilmente potrebbero bruciare in quel modo, era venuto fuori già domenica scorsa, quando il rogo si è acceso nella periferia Sud di Milano. La maggior parte degli inquilini, increduli e sotto choc - aveva dichiarato di esser sempre stata convinta che il rivestimento della facciata dell'edificio fosse fatto di materiale non combustibile, e lunedì mattina l'amministratore di condominio aveva parlato esattamente di Alucobond. Ma se fin da subito è parso chiaro che non poteva trattarsi di quello, adesso ne è arrivata la conferma. Secondo gli accertamenti dei vigili del fuoco, l'esterno del palazzo - il cui progetto ha preso il via nel 2006 - sarebbe stato ricoperto di Eps, un materiale molto usato tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila, quando ancora le normative lo consentivano. E ciò che può risultare preoccupante è che sono ancora tantissimi - forse migliaia - i palazzi costruiti allora che presentano le facciate esterne rivestite di quel composto plastico. E dunque in qualche modo a rischio. Un'altra delle domande a cui stanno cercando di rispondere gli inquirenti è quella relativa alla dichiarazione o meno, nella pratica edilizia presentata in Comune più di dieci anni fa, del materiale realmente utilizzato per il cappotto esterno della torre. Un aspetto, quest'ultimo, che potrà essere chiarito soltanto con l'acquisizione delle schede tecniche e di tutta la documentazione sulla costruzione dell'edificio di via Antonini. Per il momento, le indagini dei vigili del fuoco - che da cinque giorni stanno lavorando ininterrottamente - sono arrivate soltanto alla definizione del materiale di cui erano realmente composti quei pannelli che in pochi minuti si sono sciolti come burro. Ai piedi della torre, infatti, è possibile vedere una serie di pozze provocate proprio dalla fusione del rivestimento, oltre a filamenti simili a ragnatele che ricordano inevitabilmente la plastica bruciata. Come è stato confermato già nei giorni scorsi, l'incendio è partito da un appartamento al 15esimo piano, ma la storia che vi sta dietro è ancora avvolta nel mistero. Se in un primo momento una delle ipotesi più probabili era quella del cortocircuito, questa sarebbe stata smentita dalla testimonianza del custode del palazzo, che ha riferito di esserci entrato pochi giorni prima per innaffiare le piante, scoprendo che la corrente era staccata. Sì, perché l'inquilino di quell'appartamento era in vacanza, quando è scoppiato il rogo, e ciò che appare ancora più strano è che di lui non si hanno avuto ancora notizie. La sua casa è andata a fuoco cinque giorni fa, ma da quel viaggio non sembrerebbe essere più tornato, rendendosi irreperibile anche per gli inquirenti. Così, mentre la procura e i vigili del fuoco procedono nella ricostruzione della storia della Torre dei Moro e contemporaneamente in quella dell'incendio, gli ormai ex residenti di via Antonini sono ancora senza casa. Alcuni di loro, in questi giorni, stanno entrando nelle proprie abitazioni, insieme ai vigili del fuoco, per capire quanto è rimasto di ciò che possedevano. Il Comune di Milano, intanto, ha messo a disposizione alcuni alberghi, e questa mattina - dopo giorni in cui gli inquilini hanno lamentato di sentirsi abbandonati dall'amministrazione. 

Mario Consani per “il Giorno” il 3 settembre 2021. Non che ci fossero dubbi, visto il palazzo ridotto a torcia incandescente. Ma ora c'è anche la conferma dei tecnici sul fatto che i pannelli del rivestimento esterno della Torre dei Moro di via Antonini, il grattacielo di 16 piani che domenica scorsa si è incendiato in pochi minuti, sono di materiale plastico sintetico altamente infiammabile e che a temperature elevate si scioglie. Un particolare apparso evidente fin dal primo momento, e che ora viene confermato dalle analisi di laboratorio (condotte dal Nucleo investigativo antincendio) disposte dalla Procura che ha aperto un fascicolo per disastro colposo al momento nei confronti di ignoti. Quando però sul tavolo dei magistrati arriverà la prima relazione completa dei vigili del fuoco (attesa a breve), è probabile che i primi nomi finiranno sul registro degli indagati, anche in vista di consulenze tecniche delle varie parti interessate, che si preannunciano inevitabili. Secondo gli accertamenti finora effettuati, il materiale dei pannelli, di cui non è stata ancora definita l'esatta qualificazione in quanto mancano alcuni documenti tecnici, avrebbe agito da "conduttore" rendendo in tre minuti il rogo incontrollabile. E che si sia anche sciolto lo dimostrano le "pozze" che si sono formate ai piedi dell'edificio nel momento in cui è andato a fuoco, fortunatamente senza causare vittime. L'indagine coordinata dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliana e dal pm Marina Petruzzella sta ricostruendo la dinamica dell'incendio con particolare riguardo all'aspetto della sicurezza e tra i vari capitoli punta non solo a stabilire l'esatta composizione dei pannelli, ma anche se questi corrispondano a quanto dichiarato nella pratica edilizia presentata in Comune. Per il momento, invece, nessun passo avanti sull'accertamento della causa effettiva dell'incendio, che però (questo in Procura viene dato quasi per certo) si sarebbe sviluppato in un appartamento al 15esimo piano, il cui proprietario - in vacanza in Sicilia - non è ancora stato rintracciato. Oltre a far luce sulle evidenti falle del sistema antincendio - che pure era stato collaudato e certificato nel 2010 - l'inchiesta mira ad accertare se i pannelli fossero a norma dato che non solo si sono sciolti ma alcuni pezzi sono diventati tizzoni e sono volati disseminando focolai in diversi piani del grattacielo. Mentre inquirenti e investigatori sono al lavoro anche sulle carte raccolte - come la pratica edilizia depositata in Comune e il fascicolo antincendio dell'edificio - ieri sono proseguite le operazioni di recupero degli oggetti personali degli inquilini che in pochi minuti hanno perso la loro casa. E nel frattempo, anche per poter essere informato sui vari passaggi di un'indagine che si annuncia lunga e complessa, il condominio di via Anonini 32, attraverso l'amministratore che ne è rappresentante legale, ha incaricato due avvocati (che sono pure residenti nel palazzo) di seguire formalmente tutta la vicenda. Lo stesso ha fatto singolarmente, affidando il compito ad un terzo legale, un altro residente, un manager olandese proprietario di un appartamento al 16esimo piano. Intanto c'è un primo bilancio dei danni alle abitazioni, stando ai sopralluoghi dei vigili del fuoco. Su una sessantina di appartamenti, 14 sarebbero quelli andati completamente distrutti, 20 hanno subito danni notevoli, 24 sarebbero in buone condizioni. II problema che riguarda però anche i locali meno danneggiati, è quello dell'agibilità dell'intero edificio. Ci vorranno tempo e valutazioni approfondite per capire se la struttura del palazzo potrà essere salvata e se economicamente ne varrà la pena. E ad ogni buon conto, qualunque potrà essere la decisione finale, va da sé che i tempi si annunciano tutt' altro che brevi.

Incendio Milano, le prime foto dentro il palazzo di via Antonini sventrato dalle fiamme: gli abitanti recuperano le loro cose. Massimo Pisa su La Repubblica il 31 agosto 2021. I vigili del fuoco sono entrati nel grattacielo che domenica pomeriggio ha preso fuoco per cause ancora da accertare per salvare il salvabile. Morgan: "Ho recuperato la mia chitarra". I più fortunati sono anche i più bagnati. Sono i condomini degli appartamenti dei primi due piani di via Antonini 32, quelli staccati dalla Torre Moro, quelli con i terrazzini trasformati in enormi posacenere di lamiere infuocate, le prime a staccarsi dalla copertura in alucobond. Sono gli unici autorizzati a rientrare fisicamente nelle loro case e il via arriva quando i primi goccioloni del temporale di fine agosto bagna le loro teste coperte dai caschetti gialli dei vigili del fuoco. Hanno in mano sporte dell'Esselunga e del Penny Market, quelle più capienti dell'Ikea, borsoni recuperati da qualche parente o trolley appena acquistati nel negozio qui accanto. Devono fare in fretta, i pompieri che all'ultimo momento hanno raccolto le loro iscrizioni nel listone sono stati categorici: solo l'essenziale, qualche indumento, le chiavi, i computer, il contenuto delle casseforti. Andrea esce coperto di sudore, con la fidanzata a il fratello ha riempito tutto quello che poteva. "È l'essenziale per poter lavorare - sospira mentre indica i borsoni pieni di cd, portatili, faldoni e documenti - l'interno della casa era annerito ma tutto sommato gli oggetti si sono salvati". Davide, chioma e barba rossicci dietro gli occhiali da sole, traina le sue valigette a rotelle e i suoi sacchettoni. È riuscito a infilare perfino le giacche con le grucce, le scarpe e le ciabatte, il necessaire e qualche maglione per l'autunno che verrà. Chissà, infatti, quando potrà rientrare. Adesso o mai più. Lo pensano lui e gli altri condomini che per l'intera giornata si sobbarcano code assolate davanti al gazebo della protezione civile. Tocca anche a Morgan, abitante delle "Perle", i loft che guardano lo scheletro d'acciaio della facciata più rovinata. "Ho preso il monopattino e la mia chitarra - spiega all'uscita - con questa potrò ricominciare a suonare". Le liste per gli inquilini della torre sono fatte con altri criteri: ci si segna, si indica il piano, si disegna una mappa approssimativa della casa, si dà indicazione di massima ai pompieri - gli unici autorizzati a salire per le scale del palazzo - di dove potranno trovare gli oggetti di prima necessità. Poi, quando arriva il turno, li si guida su col cellulare, in videochiamata o in voce, oppure con i walkie-talkie. Michele, che nel rogo ha perso il cane Ernesto, un "lagotto" di un anno appena, ha ancora gli occhi umidi quando riesce a portar via due borse di roba. Davide si allontana dal parcheggio raggiante, scavalca il nastro bianco e rosso con due borsoni e la custodia della chitarra: "I vigili del fuoco sono stati fantastici - esulta - hanno recuperato anche più roba di quanto avevo chiesto, messo dentro tutto quello che potevano. È un bel sollievo, dopo due giorni, mi ridà un po' di ottimismo dopo quello che abbiamo sofferto". Lo aspetta una stanza da un'amica, e qualche oggetto amico a riempire le prossime giornate. È la stessa sorte che tocca a tanti condomini, esclusi quelli dei piani dal 14esimo al 16esimo, gli unici rimasti inagibili: troppo devastati, troppo pericolanti ancora. Gli altri portano via le chiavi, il mac ricoperto di fuliggine, qualche collana. I quadri, no. I mobili, non se ne parla. Anche tanti armadi restano chiusi fino a data da destinarsi. Nella Babele che si forma sotto la torre da fine mattinata, dopo un'assemblea straordinaria di condominio altrettanto caotica, è complicatissimo orientarsi. Il futuro prossimo è incerto e costoso, visto che il conto della permanenza nella trentina di stanze prenotate al Quark o agli Ata Hotel di Opera è in capo al fondo condominiale gestito dall'amministratore Augusto Bononi. Se ne discuterà venerdì, quando una delegazione di residenti verrà ricevuta a Palazzo Marino dal sindaco Beppe Sala. Viene a sincerarsi della situazione l'assessore all'Urbanistica Pierfrancesco Maran: "Avevamo messo delle strutture a disposizione, alla Bovisa. Ora cerchiamo di capire come farc carico degli altri alloggi".

Massimiliano Peggio per “La Stampa” il 5 settembre 2021. «L'incendio non ha distrutto solo le nostre case. Ha spezzato legami e amicizie. Per molti di noi, questo palazzo era la nostra famiglia». Sabrina, piangendo di fronte a un caffè, racconta di non avere più niente. E dire che non voleva piangere, mostrandosi a tutti i costi forte. Eppure si arrende, ascoltando il responso di un funzionario dei vigili del fuoco. «Mi dispiace signora, il piano mansarde non esiste più. Lassù è tutto incenerito». Quel luogo là in alto, divorato per quasi un giorno dalle fiamme, era un piccolo angolo in stile parigino nel cuore di Torino. Mansarde con abbaini. Da un lato orientati verso la collina, dall'altro con vista sulle montagne. «Lassù affittavo una mansarda di 50 metri quadrati - racconta Sabrina - Adesso molti inquilini dovranno trovarsi altre sistemazioni, altri posti dove abitare. Così si perderanno amicizie, piccole abitudini che ormai facevano parte della nostra vita. Ecco, proprio come una famiglia». Il giorno dopo, nel centro di Torino, il fumo denso del fuoco vivo ha lasciato il campo a sbuffi di vapore provocati dai getti d'acqua dei vigili del fuoco. Dopo quasi 24 ore le fiamme non volevano arrendersi, annidiate in travi ottocentesche e solette di cannicciato. L'incendio scoppiato l'altra mattina ha coinvolto due palazzi di fronte alla stazione di Porta Nuova. Centodieci unità abitative inagibili. Decine di negozi chiusi, tra cui lo store di Decathlon. Due palazzi gemelli ma con storie strutturali diversi. Uno, bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato ricostruito con soletto di cemento. Per via di quelle disgrazie belliche, ha retto meglio all'effetto del fuoco. L'altro, quello di piazzetta Lagrange, dedicata al grande matematico, sopravvissuto alle bombe degli Alleati, con strutture originali di fine Ottocento, si è arresto al fuoco. «Lo abbiamo visto bruciare lentamente, per un giorno intero» dice un residente. L'incendio ha divorato una trentina di alloggi. Tra cui i due attici del primo palazzo, da cui sono partite le fiamme. Ieri mattina, i vigili del fuoco, hanno aiutato gli abitanti di primi piani a recuperare oggetti personali. «Entra una sola persona per alloggio. Prendetevi sole le cose di stretta necessità: documenti, indumenti, medicine». Elenchi, prenotazioni per l'entrata, tutto gestito da un'unità mobile allestita in strada. Poi, con caschetto in testa, gli inquilini sono entrati uno alla vola negli stabili, nelle parti ritenute sicure. Ennio, farmacista, ha recuperato i medicinali urgenti per alcuni clienti. Amil Lopes, fisioterapista personale dell'ex difensore del Torino Lyanco, ora ceduto al Southampton, ha recuperato i suoi attrezzi da lavoro. «Devo seguirlo a breve in Inghilterra - dice Amil trascinando in strada un borsone gigantesco - appena ho i documenti a posto lascio Torino». Eugenia Borsello lavora in un laboratorio di moda. «Pare che al momento l'attività non abbia subito danni. Per noi la vera ricaduta riguarda il lavoro, che non possiamo portare avanti». Ieri, si poteva incontrare Antonella Loiacono, la portiera del palazzo di piazza Lagrange che ha messo in salvo gli inquilini dello stabile suonando i citofoni. «Sì è vero, ho fatto quello, urlando, ma con me c'erano anche due agenti della polizia, che sono andati su piano per piano» dice, spiegando che non è stata la sola a pensare agli altri. Malgrado due sole ore di sonno, è tornata di fronte al «suo» palazzo, a dare una mano ai vigili del fuoco a rintracciare proprietari e inquilini. Un capo squadra si è avvicinato a lei, con aria distrutta: «Dobbiamo abbattere un soletta pericolante, se riusciamo a rintracciare il padrone i casa recuperiamo qualcosa». Tra le storie che sono emerse, c'è anche quella della piccola cagnetta Chanel. La proprietaria, Teresa, nota commerciante torinese, proprietaria di uno dei due attici devastati dalle fiamme, l'altra mattina è uscita presto per andare al lavoro. «L'ha salvata la mia colf - racconta la donna, tenendo la cagnetta nella borsa - Qualche giorno fa la mia collaboratrice si è licenziata, per tornare a casa in Romania. Venerdì è venuta a prendersi alcuni effetti personali. Non c'era nessuno in casa. Ha visto il fumo ed ha dato l'allarme, portando anche in salvo la mia Chanel».

Roberta Scorranese per il “Corriere della Sera” il 4 settembre 2021.  

Morgan, è rientrato nella sua casa?

«No, e non so nemmeno quando ci faranno rientrare. Io e altre famiglie che abitano accanto al grande palazzo che ha preso fuoco in via Antonini, a Milano, siamo stati allontanati dalle nostre case per il rischio di crolli. Dall'oggi al domani».

E lei dove alloggia adesso?

 «Sono ospite di una persona meravigliosa, il pittore e scultore Robert Gligorov, sempre a Milano. Con me ho soltanto qualche vestito e una chitarra». 

Poco per un musicista così impegnato come lei.

«È questo il punto: sono un artista che non può fare arte. Nella casa che ho dovuto lasciare, anche se temporaneamente, c'è tutto quello che mi permette di lavorare».

 Per esempio?

«Per esempio i miei strumenti. Io sono un polistrumentista e ogni giorno mi alleno al pianoforte, al basso, al clavicembalo, alle percussioni. Non ho niente con me, per non parlare degli appunti, degli spartiti, delle parole. Però poi penso a quelle povere famiglie del palazzo incendiato, quelle persone che hanno davvero perduto tutto e allora mi passa. Naturalmente».

Ha già sentito Mahmood, il suo collega che abitava nella Torre dei Mori?

«Non ancora ma penso di contattarlo a breve perché voglio capire che cosa si sta facendo. Certamente ho parlato con alcune di quelle persone e vorrei fare qualcosa di concreto. Per esempio, domani sera (oggi per chi legge, ndr) io terrò un concerto al Comfort Festival di Ferrara: ho chiesto e ottenuto che se qualcuna di quelle famiglie che sono rimaste fuori casa avesse voglia di venire potrà farlo senza pagare il biglietto (chi volesse partecipare dovrà mandare una email alla BarleyArts, ndr ).

In questi giorni abbiamo letto tante storie di persone che, assieme alla casa, hanno perso anche dei luoghi di lavoro, perché ormai le case sono anche questo.

 «Infatti, è questo il punto. Non ci sono soltanto i luoghi dove mangiamo o dormiamo, ma tanti di noi hanno l'ufficio domestico, dall'atelier alla postazione per lo smart working. E per gli artisti come me c'è dell'altro. Io mi alleno suonando Bach o Beethoven tutti i giorni, per almeno due ore. Fa parte del mio essere artista. La musica si nutre di una disciplina costante, di un continuo immergersi nelle note e nelle parole. Senza contare l'effetto pratico di lavorare senza l'home recording oppure il computer fisso dove conservo tutto».

Ha perso qualche occasione di lavoro?

 «Sì, per esempio il Teatro Bellini di Napoli mi aveva commissionato una colonna sonora per accompagnare uno dei suoi spettacoli e io non posso realizzarla. Ma è solo un esempio. Ecco perché chiedo di non far calare l'attenzione su quello che è accaduto a Milano: famiglie intere sono lontane da casa e molti, con questa, hanno perso anche gli strumenti di lavoro. Posso fare un appello sul Corriere della Sera ?» 

Certamente.

«Se il Comune lo consentirà e se sarà possibile tornare a stare nella mia casa, io la aprirò e ospiterò temporaneamente una o due di quelle famiglie che hanno perso l'appartamento. Il mio vuole essere sì, un gesto di solidarietà, ma anche un gesto rivolto a chi deve vigilare sulla loro situazione: queste persone non vanno lasciate sole».

 Sempre se le permetteranno di riaprire la casa e di tornarci a breve.

«Sì, e a questo proposito faccio un altro appello: a me basterebbe tornarci un paio d'ore al giorno per lavorare. Per andare a riprendermi la mia musica». 

Lei era sul posto nel giorno in cui il palazzo ha preso fuoco.

«Vedere quella facciata bruciare in un modo così inesorabile mi ha fatto riflettere sul dualismo etica/estetica. A quanto pare quella facciata era lì per un effetto estetico, ma non si è prestata abbastanza attenzione ai materiali. Penso che quando assistiamo ad uno squilibrio tra ciò che è bello e ciò che è buono - nel senso di fatto ad arte -, perdiamo qualcosa». 

La musica dal vivo è stata a lungo ferma a causa della pandemia. Ha fatto discutere la posizione di De Gregori che ha scelto di non condannare Salmo, il rapper che ha sfidato le restrizioni.

«Penso che Francesco abbia fatto benissimo, e io sto con lui. Ha messo l'accento sulla dignità degli artisti: in tanti pensano che noi siamo creature astratte. Noi siamo concreti, calati nel mondo». 

Incendio a Milano, gli abitanti di via Antonini: "Allarme non ha suonato". Giallo sull'elettricità nell'appartamento al 15esimo piano. La procura ha formalmente aperto un fascicolo contro ignoti con l'ipotesi di disastro colposo. Il custode: "In quell'appartamento la luce era staccata". Ancora roghi nella notte. I vigili del fuoco resteranno per giorni. Con l'arrivo delle relazioni degli agenti dell'ufficio Volanti della Questura di Milano, i primi a intervenire al grattacielo di via Antonini 32, è stato formalmente aperto dalla procura un fascicolo sull'incendio con l'ipotesi di reato di disastro colposo a carico di ignoti. Dalle testimonianze raccolte finora nell'inchiesta è emerso che i condomini del grattacielo, che due giorni fa sono riusciti a salvarsi, non hanno sentito suonare alcun allarme antincendio quando si sono accorti dall'odore e dal fumo che le fiamme stavano divampando nel palazzo. Dunque, al momento, secondo gli inquirenti, è evidente che l'allarme sonoro non avrebbe funzionato. Tra i passaggi dell'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dalla pm Marina Petruzella, ci sarà l'acquisizione della documentazione tecnica relativa al palazzo costruito nel 2006. Tra i primi atti già in possesso degli specialisti del Nucleo investigativo antincendi dei Vigili del Fuoco i registri di revisione e di manutenzione del grattacielo. La procura ha anche delegato la squadra di polizia giudiziaria del dipartimento 'Ambiente, salute, sicurezza, lavoro' ad acquisire negli uffici tecnici del Comune i documenti relativi alla concessione edilizia che ha permesso di realizzare la costruzione del grattacielo. Intanto le operazioni di spegnimento del rogo della Torre dei Moro si sono concluse ieri pomeriggio, ma nella notte si sono riaccesi dei focolai: i vigili del fuoco sono ancora sul posto con 2 squadre e ci rimarranno ancora per giorni per mettere in sicurezza quanto rimane del grattacielo andato in fiamme domenica a Milano. In mattinata si è svolto un sopralluogo degli investigatori coordinati dalla procura. Ci sono ancora da ispezionare - viene spiegato dal comando provinciale di Milano - alcuni appartamenti e da monitorare la messa in sicurezza dello stabile dove, finché non saranno ultimate queste operazioni, non si potrà accedere. L'elettricità dell'appartamento del 15esimo piano, da cui potrebbe essersi sviluppato il maxi incendio della Torre dei Moro di via Antonini a Milano domenica scorsa, "era stata staccata" verosimilmente dal proprietario prima di partire per le vacanze. Lo ha raccontato agli investigatori il custode del grattacielo che 5 giorni prima del rogo era andato ad innaffiare le piante nell'abitazione. Un elemento, quello della luce staccata messo a verbale davanti ai pm coordinati dall'aggiunto Tiziana Siciliano, che porta a dover effettuare ulteriori verifiche per capire se davvero il fuoco è scaturito da quell'appartamento e per quali cause. Il custode ha spiegato che quando è entrato per bagnare le piante in quell'appartamento ha provato ad accendere la luce ma era stata staccata, verosimilmente dal contatore principale e dal proprietario (nell'abitazione viveva una persona soltanto, che non è rientrata a Milano dopo il rogo) prima di partire per le vacanze. Un elemento, questo, che fa sorgere qualche dubbio sul fatto che possa essersi verificato un cortocircuito o un malfunzionamento di un impianto attaccato alla corrente elettrica, anche se resta possibile che il proprietario abbia staccato la luce dal contatore, escludendo alcuni elettrodomestici, come il frigorifero, dal blocco. E restano, comunque, in piedi anche le ipotesi di autocombustione di batterie o altro. Ad ogni modo nell'inchiesta, coordinata ora anche dal pm Marina Petruzzella del dipartimento guidato dall'aggiunto Siciliano, si vuole verificare proprio se davvero le prime fiamme e il fumo, che si vedono uscire in un video amatoriale dal balcone di quell'appartamento, si siano originate in quell'abitazione. Tanto che oggi gli investigatori del Vigili del fuoco sono entrati nuovamente nell'appartamento. In Procura, intanto, è arrivata anche la prima relazione della polizia che è subito intervenuta quel pomeriggio: alcuni agenti hanno portato fuori delle persone salendo fino all'ottavo piano. E la loro attività di quella domenica è riassunta nella relazione consegnata agli inquirenti. Sui social la solidarietà alle famiglie che hanno perso la loro casa nel rogo. Sulla pagina Facebook "Sei di Milano se" sono apparsi i primi messaggi di chi vuole dare una mano alle vittime del drammatico incendio. Una ditta di traslochi offre trasporto e materiali da imballaggio a tutti i residenti, quando sarà possibile accedere allo stabile e prelevare quanto resta dei loro effetti personali, mentre un ristoratore della zona ha offerto pranzo e cena a coloro che in quella torre hanno perso tutto. Questo ancor prima che gli stessi residenti dello stabile lanciassero un appello alla città di Milano e ai milanesi, per chiedere anche un piccolo aiuto tramite donazione sul conto corrente condominiale. Gli abitanti della Torre dei Moro hanno pensato di istituire una raccolta fondo di "aiuto per Antonini 32/34". E per questo chiedono sostegno al Comune perché "si facciano accordi con gli alberghi" aggiunge Nicola. "Faccio un appello al Comune di Milano perché non dimentichi i superstiti di Antonini 32, perché siamo in strada. Non vogliamo fare la fine dei terremotati".

Il grande affare della Torre dei Moro, ecco chi ha costruito e venduto il grattacielo andato in fiamme a Milano. Gli appartamenti del palazzo sono stati consegnati nel 2007 a prezzi anche superiori ai 5mila euro al metro quadro. Tra gli acquirenti anche l’imprenditrice Diana Bracco. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 30 agosto 2021. Inizia una quindicina di anni fa, il 19 dicembre del 2006, la sfortunata storia del grattacielo divorato dalle fiamme la sera di domenica. Quel giorno la società Sasso Blu ha venduto alla Polo srl la proprietà dell’area in via Antonini, nella periferia sud di Milano dove nei cinque anni successivi verrà costruito il palazzo di 15 piani che due giorni fa è stato ridotto a uno scheletro da un incendio le cui cause sono ancora da accertare. La società venditrice, così come quella che ha comprato, erano controllate dalla famiglia Moro, costruttori e immobiliaristi molto conosciuti nel capoluogo lombardo. Da qui il nome “Torre dei Moro”, con cui è noto tra gli addetti ai lavori il grattacielo che svetta in una zona dove negli ultimi anni sono stati numerosi gli interventi di riqualificazione urbana. A poco distanza, non lontana dalla zona dismessa di Porta Romana, è sorta la Fondazione Prada, a cui si sono aggiunti numerosi altri edifici. È stata quindi la società Polo a mettere in vendita già a partire dal 2007 gli appartamenti nel grattacielo in costruzione. Dai dati di bilancio emerge che le società dei Moro hanno incassato svariate decine di milioni dalla vendita degli appartamenti, venduti a prezzi anche superiori a 5 mila euro al metro quadrato. Sono stati in totale una settantina gli acquirenti degli appartamenti in cui sono suddivisi i 18 piani dell’edificio andato a fuoco. Nella lista dei compratori, secondo quanto risulta a L’Espresso, figura anche il nome dell’imprenditrice Diana Bracco, a capo dell’omonimo grande gruppo farmaceutico e in passato anche a capo di Assolombarda, l’associazione milanese degli industriali. Tra gli inquilini che si sono precipitati fuori dal grattacielo c’è invece il cantante Mahmood, vincitore del festival di Sanremo del 2019. Sarà un’inchiesta della magistratura a stabilire per quale motivo le fiamme partite da uno degli ultimi piani del palazzo abbiamo potuto propagarsi nel giro di pochi minuti fino ad avvolgere l’intero edificio. In particolare, dovrà essere verificato se i materiali usati per il rivestimento possano aver favorito la propagazione dell’incendio.  

DA corriere.it il 31 agosto 2021. «Vogliamo parlare con il sindaco»: è questa la richiesta dei condomini della Torre dei Moro di via Antonini, il grattacielo andato a fuoco a Milano. Questa mattina le 70 famiglie che nell'incendio hanno perso casa si sono riunite in una palestra affittata per l'occasione per un'assemblea straordinaria. «Abbiamo chiesto un incontro con il sindaco, ma al momento non siamo stati ancora convocati». Gli inquilini della palazzina si dicono «uniti» nella gestione di questa emergenza, ma ammettono che vi è molta preoccupazione per il futuro: «ci sentiamo come i terremotati», le parole di Marco all'uscita della riunione straordinaria.

Massimiliano Jattoni Dall’Asén per corriere.it il 31 agosto 2021. I primi istanti dell’incendio che ha devastato il 29 agosto il grattacielo di via Antonini, a Milano, sono racchiusi in un video di 25 secondi girato da un abitante della zona. Su quel mezzo minuto scarso di immagini gli investigatori stanno concentrando la loro attenzione perché vi si vede come il fumo nero che esce dal balcone dell’appartamento al 15esimo piano della Torre dei Mori in pochi secondi si trasformi in un inferno di fuoco che intacca e avvolge il rivestimento della facciata. Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Pasquale hanno aperto un fascicolo per disastro colposo. Ora si dovrà dimostrare perché il fuoco si sia propagato così rapidamente e come mai il materiale di rivestimento abbia trasformato il grattacielo in una torcia. Ma che materiale è stato usato nella costruzione della Torre dei Mori? La legge cosa dice a proposito delle coperture? E infine: chi pagherà il conto di questo disastro che ha mandato in cenere i beni personali, gli arredi e reso impraticabili le abitazioni di una settantina di persone? Purtroppo, in Italia «abbiamo un vuoto normativo», come spiega al Corriere della Sera l’avvocato Nicola Frivoli del Comitato Scientifico del portale Condominio e Locazione di Giuffrè Francis Lefebvre. E anche se abbiamo «la disciplina sull’antincendio che in teoria dovrebbe coprire anche situazioni come questa, di fatto manca una norma ad hoc». 

Avvocato Frivoli, non esiste dunque nessun obbligo per i costruttori?

«Nessuno. Vi sono solo delle linee guida preparate dai Vigili del fuoco per il Ministero. Ma il loro valore è solo di raccomandazione». 

In presenza dunque di un vuoto normativo, quale responsabilità ha il costruttore della Torre dei Mori? 

«Il settore investigativo dei vigili del fuoco sta in queste ore esaminando il materiale prelevato e la valutazione riguarderà anche la normativa dell’epoca della costruzione. L’art. 1669 del codice civile stabilisce proprio la responsabilità dell’appaltatore per la rovina o i gravi difetti di edifici o immobili di lunga durata, che si manifestino però nel corso di dieci anni dal loro compimento. La Torre dei Mori è stata costruita tra il 2006 e il 2011, sono già trascorsi dunque i 10 anni dalla fine dei lavori. Dunque, potrebbe esserci in questo caso la prescrizione. Potrebbero essere considerati responsabili anche le ditte che hanno fornito i materiali, che nel capitolato dei lavori depositato in Comune sembra siano stati definiti ignifughi, ma i video che hanno ripreso l’incendio hanno mostrato come la torre si sia trasformata in breve tempo in una torcia. Come nel caso dell’incendio della Grenfell Tower, il grattacielo londinese divorato dal fuoco la notte del 14 giugno 2017, e che mostra molte analogie con l’incendio della Torre dei Mori, la responsabilità fu posta sulla società che aveva fornito il materiale».

Quali sono le responsabilità dell’amministratore del condominio?

«In questo caso si deve chiarire se vi è stata una mancata manutenzione dell’antincendio all’interno dello stabile. L’amministratore condominiale ha infatti nelle sue competenze anche la responsabilità della sicurezza dell’edifico che amministra. Nel caso le indagini dimostrassero che non si è adempiuto a quanto dovuto, si potrebbe valutare la responsabilità civile, come previsto dall’articolo 1130 del codice civile, dove al punto 4 impone all’amministratore di “compiere gli atti conservativi relativi alle parti comuni dell’edificio”».

Alla luce di tutto questo, chi pagherà per il danno subito dai circa 70 proprietari? L’assicurazione? Ma i condomìni sono obbligati ad averne una?

«No, la riforma del 2012 e introdotta nel giugno 2013 non ha reso obbligatorio l’assicurazione per gli edifici condominiali. Spesso però i condomini si dotano comunque di un’assicurazione che garantisca sui danni originatasi nelle parti comuni e, in casi eccezionali, anche per danni conseguenti ad avvenimenti accaduti all’interno di un appartamento e dunque di proprietà esclusiva di un condòmino. Il classico esempio è dato dalla caduta di un calcinaccio da un balcone di proprietà non del condominio ma di uno degli inquilini. Le polizze assicurative comunque escludono i danni per dolo o per colpa grave».

Il grattacielo di via Antonini ha però ormai più di 10 anni, questo può influenzare nel caso di in un eventuale indennizzo assicurativo?

«Lo stabile non è più considerabile “nuovo” e dunque l’eventuale polizza potrebbe avere delle franchigie che comporterebbero un indennizzo minore. Nel caso poi di un indennizzo parziale, se l’incendio fosse cominciato da una parte comune o in conseguenza di una mancata manutenzione, allora le differenze dovranno essere pagate dall’intero condominio, dunque dai proprietari».

I condòmini in possesso di una polizza potranno agire contro il condominio?

«Sì, in caso di una polizza personale che non dovesse coprire tutti i danni, le differenze dovrebbero essere coperte dalla polizza del condominio e se questa non c’è dal condominio stesso. La causa dovrà essere sempre imputata al condominio, non al singolo inquilino, salvo che la polizza non copra specificatamente i danni causati dai singoli inquilini dello stabile».

Da affaritaliani.it l'1 settembre 2021. A distanza di tre giorni dal tremendo incendio che ha distrutto un palazzo di 18 piani di nuova costruzione a Milano, restano un mistero le reali cause della tragedia sfiorata. Miracolosamente nessuno è rimasto ferito o è morto mentre l'edificio bruciava. Nelle descrizioni tecniche della facciata del palazzo - si legge sul Fatto Quotidiano - si parla di "un’intercapedine d’aria per creare un effetto camino”. A produrli la Saint-Gobain, multinazionale francese da 38 miliardi di fatturato nel 2020 e presente in 70 Paesi, avendo realizzato infrastrutture come l’Allianz Arena di Monaco di Baviera o il National Grand Theatre di Pechino. Li pubblicizza per realizzare le “facciate ventilate” con “intercapedine”. Servono a smaltire l’aria calda prodotta in estate dall’irraggiamento solare, mantenendo fresco l’edificio, mentre in inverno evitano le condense. Gli inquirenti milanesi - prosegue il Fatto - hanno messo nel mirino proprio “l’effetto camino” creatosi nella parete perimetrale esterna del grattacielo finito nel 2011 dalla ditta Moro Costruzioni. Hanno anche funzione estetica: servono a realizzare “l’effetto vela” del grattacielo che, in realtà, è costruito perpendicolare e non curvo. Contro questa deriva si scaglia l’architetto e ingegnere Gabriele Mariani, tra l’altro candidato sindaco di sinistra. “La forma che brucia la funzione” attacca Mariani proprio perché i pannelli estetico-decorativi (che fanno lievitare i prezzi degli immobili) sono andati in fumo "come una torcia".

Cesare Giuzzi per il Corriere.it l'1 settembre 2021. Tutta la storia della Torre dei Moro è sotto indagine. Dalla concessione edilizia, che risale all’epoca Albertini, fino agli ultimi interventi di manutenzione sugli impianti elettrici e antincendio. È un’inchiesta ad ampio spettro quella avviata dalla procura sul rogo di domenica di via Antonini. Ieri gli investigatori della squadra di polizia giudiziaria del dipartimento «Ambiente, salute, sicurezza, lavoro» guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano, hanno sequestrato «presso terzi» (quindi senza indagati) tutta la documentazione relativa al progetto della torre. Carte ritenute indispensabili per ricostruire le società coinvolte nella realizzazione dell’edificio, i responsabili dei lavori e i progettisti. Alcuni nomi potrebbero finire presto nel registro degli indagati in vista degli accertamenti irripetibili sui reperti. L’inchiesta è stata aperta per disastro colposo e al momento è ancora a carico di ignoti. Il fascicolo è affidato anche al pm Marina Petruzzella. C’è da capire se davvero, come hanno raccontato i condomini, l’allarme sonoro antincendio non è entrato in funzione. «Mia moglie è tornata indietro, ha premuto il pulsante al secondo piano ma non è successo niente», racconta un residente. Già i vigili del fuoco impegnati nelle prime operazioni di spegnimento avevano parlato di impianto antincendio fuori uso e di manichette che non «davano» acqua. Un problema sorto nelle prime fasi dell’intervento è legato anche al contesto ristretto in cui è stata costruita dieci anni fa la Torre dei Moro. L’autoscala da 50 metri, capace di raggiungere la sommità della torre e specifica per incendi in grattacieli, non è stata utilizzabile perché non c’erano gli spazi tecnici (12 metri dalla facciata) per posizionarla. Per fortuna tutti i condomini erano già fuori. Le indagini si muovono su due fronti: la causa dell’incendio al 15esimo piano e l’analisi dei materiali del rivestimento. Il custode Walter Aru ha detto ai pm che «i contatori differenziali della luce erano abbassati». Ma le verifiche sono in corso. Tempi più lunghi per le prime analisi di laboratorio dei tecnici del Nucleo investigativo antincendi della direzione regionale Lombardia insieme agli esperti dell’ufficio di polizia giudiziaria di Milano. Ieri in procura è stata depositata la prima relazione delle Volanti. Gli agenti della «Mecenate», della «Romana» e della «Baggio bis» sono stati i primi soccorritori a intervenire. Si sono lanciati nel palazzo e hanno iniziato ad evacuare i residenti «al fine di mettere in sicurezza quante più persone possibili». All’ottavo piano «il forte calore ed il fumo rendeva impossibile la respirazione». Tutti però erano ormai in salvo. Poi i primi equipaggi dei pompieri sono saliti con i respiratori fino al 16esimo bussando a tutte le porte. «Ero fuori. È suonato l’allarme sul telefonino. Ho visto da una telecamera l’ombra del fumo. Poi dei colpi fortissimi alla porta, infine l’impianto è saltato», racconta un residente. I piani 14, 15 e 16 sono ancora pericolanti. È lì che si sono registrati i danni maggiori. Nelle prime immagini del sopralluogo dei vigili del fuoco la distruzione è totale: porte divelte, calcinacci, pareti cadute. Alcuni appartamenti sarebbero però intatti. La conta dei danni è solo all’inizio. 

Incendio Milano, fabbricati in Spagna i pannelli della torre bruciata: "Non erano ignifughi, consigliati solo per edifici bassi". Luca De Vito su La Repubblica il 7 settembre 2021. Agli atti del fascicolo di inchiesta aperto in procura sul rogo di via Antonini i documenti sul materiale usato per le coperture: gli stessi produttori parlano di bassa resistenza alle fiamme. Nuovo sopralluogo dei detective Quelle coperture non dovevano essere utilizzate per un edificio alto come la "Torre dei Moro" di via Antonini. A sconsigliare per i grattacieli l'uso dei pannelli in "Larson PE", ovvero un materiale composto da due strati di alluminio con un cuore di polietilene per 4 millimetri di spessore totali, fabbricati dalla multinazionale spagnola Alucoil e bruciati nel giro di 15 minuti lo scorso 29 agosto, è un documento descrittivo del prodotto redatto dall'impresa stessa.

Grattacielo a fuoco, c'è l'ipotesi choc: l'"effetto lente" nel mirino del pm. Paola Fucilieri il 7 Settembre 2021 su Il Giornale. Si fa strada una teoria sul rogo: colpa dei raggi solari che hanno surriscaldato alcune bottiglie che a loro volta hanno fatto da miccia. Tornare indietro di oltre duemila anni per spiegare un dramma di appena una settimana fa. Si perché nel remoto caso in cui l'attuale ipotesi investigativa della Procura di Milano si rivelasse esatta, le cause dell'incendio del grattacielo «Torre dei Moro» di via Antonini - bruciato domenica scorsa lasciando senza casa circa ottanta famiglie - sarebbero da ricondurre in soldoni al principio delle «lenti di fuoco» escogitato da uno degli scienziati più famosi della storia, Archimede, nel II secolo avanti cristo per incendiare le navi romane nemiche durante l'assedio di Siracusa. Il matematico avrebbe utilizzato una vasta schiera di scudi di bronzo o rame lucidati per creare una fornace solare, attraverso la riflessione parabolica della luce del sole. E a provocare le fiamme nel bilocale al quindicesimo piano da cui sono partite per scatenare poi il mega incendio potrebbero essere stati sempre i raggi solari, ma dopo aver surriscaldato una o più bottiglie di vetro lasciate sul balcone dal proprietario assente da giugno e trasformatesi a loro volta in un innesco, incendiando prima un rifiuto e poi il grattacielo. Tra le opportune cautele e un conclusivo e assai prudente «vedremo» - molto condiviso dai vigili del fuoco piuttosto restii a sposare una tesi con chi sta ancora lavorando per esclusione su una serie di ipotesi - lo ha dichiarato ieri la pm Marina Petruzzella che lavora con l'Aggiunto Tiziana Siciliano a capo del sesto dipartimento della Procura «Tutela della salute, dell'ambiente e del lavoro», titolare dell'inchiesta per disastro colposo. Ieri pomeriggio la squadra di polizia giudiziaria del dipartimento si è recata in via Antonini per un nuovo sopralluogo nel palazzo dopo che sui tavoli dei magistrati è arrivata la prima relazione conclusiva dei vigili del fuoco sui rivestimenti delle facciate del grattacielo, realizzati dalla Aza Corp di Fiorenzuola (Piacenza) e definiti «altamente infiammabili». Nei prossimi giorni i titolari verranno sentiti in Procura. Questa settimana è anche in programma un'audizione dei titolari della «Moro Costruzioni» (che nel frattempo è stata liquidata ed è confluita nella «Moro Real Estate»), la società che ha ultimato i lavori nel 2011. Sotto questo aspetto i punti da chiarire nell'inchiesta sono ancora diversi. Ad esempio come sia stata svolta la manutenzione dal 2011 ad oggi, l'esatto funzionamento del sistema antincendio e ovviamente la specifica composizione del rivestimento. Che dire? L'ipotesi di un cortocircuito ormai è già stata scartata ed è evidente che gli inquirenti non hanno più elementi a cui appigliarsi per sostenerla. Anche se la possibilità dell'«effetto lente» fa un po' pensare che l'inchiesta stia navigando a vista. Del resto anche il proprietario dell'appartamento dove il rogo ha preso il via è stato sentito e formalmente verbalizzato nei giorni scorsi dagli investigatori del Nucleo investigativo antincendi dei vigili del fuoco in videoconferenza da Siracusa. Insieme al figlio, l'uomo ha ribadito quanto aveva dichiarato sin dall'inizio di questa brutta storia. Ovvero di aver staccato l'interruttore della luce prima di andarsene da casa e che il solo ad avere le chiavi per andare ad annaffiare periodicamente le piante era appunto l'uomo che da dieci anni è il portinaio del grattacielo, da tutti descritto come persona rispettabile e decisamente degna di fiducia. Nel frattempo in Procura si stanno presentando diversi avvocati, tra cui anche l'avvocato Solange Marchignoli che rappresenta il condominio; mentre gli inquilini hanno nominato come perito di parte per far luce sull'accaduto l'ingegner Massimo Bardazza che si è occupato di molti casi importanti: dal disastro di Linate (2001), alla strage di Viareggio (2009) fino a quella della palazzina esplosa in via Brioschi (2016) a Milano. Paola Fucilieri

Vittorio Feltri sull'incendio al grattacielo di via Antonini: palazzo bruciato e inquilini abbandonati. Chi li aiuta? Vittorio Feltri Libero Quotidiano l'1 settembre 2021. Noi non siamo ingegneri né architetti né geometri e neppure muratori, pertanto non azzardiamo ipotesi sulle cause che hanno provocato l'incendio nel grattacielo di 18 piani, a Milano, in via Antonini 32. Saranno i tecnici incaricati dai magistrati a darci delle illuminazioni. Diciamo che ci pare strano che un edificio moderno sia stato divorato dalle fiamme in pochi minuti, senza che scattassero meccanismi di difesa. Probabilmente ne sapremo di più - speriamo - quando si concluderà l'inchiesta che ci auguriamo sia stata aperta e venga portata avanti celermente. Cosa di cui dubitiamo conoscendo i nostri polli. Il problema che vorremmo sollevare tuttavia è un altro. I numerosi inquilini del palazzone per fortuna sono rimasti illesi, ed è già un buon risultato. Ma adesso che sono senza casa, che fine faranno? Ora si sono rifugiati in albergo, però fino a quando vi rimarranno? E chi paga il conto dell'hotel? Non sono dettagli. Bisogna chiarire la questione delle spese senza contare la necessità di assicurare alle vittime dell'incendio un futuro decente. Le quali hanno perso tutto nel fuoco divampante, non solo non hanno più un alloggio dove risiedere, privati dei mobili, dei vestiti, e anche delle mutande. Adesso chi li aiuta? A chi tocca sostenere gli oneri? Finora nessuno ha dichiarato quali siano le intenzioni e gli obblighi della impresa che ha costruito il casermone nonché degli enti pubblici che dovevano garantirne la sicurezza a coloro che vi abitavano. Nessuno dice niente, zero assicurazioni. Chi risarcirà le persone danneggiate? Possibile che le autorità le quali hanno preso visione del disastro non dicano cosa intendono fare per soccorrere gli sfigati che hanno subìto le conseguenze del fuoco distruttivo? Ci domandiamo con angoscia in quali luoghi saranno ospitati i poveracci senza dimora e senza i loro beni. Non abbiamo letto una sola dichiarazione delle istituzioni a tale proposito. Qui non si tratta soltanto di rasserenare le famiglie ridotte sul lastrico, bensì tutti i cittadini milanesi che si identificano con esse. Chiediamo lumi, non fiammelle per carità. 

A Milano progettano tutto ma poi non finiscono niente. Sta diventando una costante: in campo le idee con ritorno elettorale poi si va a caccia dei soldi necessari. E Metropolitana Milanese è una società eccellente in questo sport. Michelangelo Bonessa su Il Quotidiano del Sud il 25 agosto 2021. Progettano opere senza avere i soldi per usare quelle finite. Perché a Milano progettare pare diventato un lavoro più del realizzare ciò che si ipotizza su carta. E Metropolitana Milanese è una società eccellente in questo sport. L’azienda partecipata del Comune di Milano ha appena annunciato l’avvio di una “metropolitana leggera” che unirà il capolinea della Linea 2 (o Linea verde) con Vimercate, cioè la Brianza profonda. O meglio questi sono i titoli dei giornali, in realtà l’accordo raggiunto tra Comune di Milano, Regione Lombardia, Città metropolitana di Milano, provincia di Monza e Brianza e i Comuni di Cologno Monzese, Brugherio, Carugate, Agrate Brianza, Concorezzo e Vimercate è per il finanziamento dell’approfondimento del progetto di fattibilità tecnica ed economica per il prolungamento della linea metropolitana. Cioè vengono assegnati a MM 174mila euro per capire se si può costruire la nuova ferrovia e nel caso quanto costerebbe. Poi semmai si cercano i soldi, parola di Marco Granelli, assessore alla Mobilità del Comune di Milano. Ora l’annuncio potrebbe essere positivo per le decine di migliaia di persone costrette a usare l’automobile per raggiungere Milano, ma i milanesi i cui soldi vengono stanziati per “l’approfondimento” potrebbero storcere il naso: da più di un decennio si discute del prolungamento della Linea 1, o rossa, fino a Monza. Ma il progetto continua a essere fermo al palo. Quando si avvicina qualche tornata elettorale arriva l’immancabile annuncio sullo sblocco dei lavori, ma allo stato attuale la metro a Monza non arriva. E forse se ne parla per il 2024. Se si considera che doveva essere l’ennesima opera pronta per Expo 2015, la firma dell’accordo di programma è del 2009, il ritmo di avanzamento è degno delle statistiche di solito associate al Sud Italia. Ma intanto si progetta qui e là, come se tutto andasse bene. E non è nemmeno l’unico caso. La nuovissima metro 5, o lilla, viaggia con le porte dei treni rotte da anni. E ha un problema di manutenzione alle scale mobili, tanto che spessissimo sono fuori uso quelle dello snodo più importante cioè la stazione Garibaldi. Eppure sono stati affidati a MM anche i progetti per il prolungamento della ferrovia sotterranea fino a Monza. I soldi ci sono, come riporta una nota del 2019 del Comune di Milano in cui si specifica che “Grazie ai finanziamenti già pervenuti nel 2016 MM è al lavoro sul progetto definitivo”. L’idea di quando si farà mica tanto: il sindaco Sala ha provato a riproporre il modello Expo annunciando che la linea sarebbe stata pronta per le Olimpiadi invernali 2026, ma già si parla del 2029. E se fa la fine delle altre metro i milanesi dovranno aspettare gli anni Trenta. Ma ad apparire ancora più surreale il continuo drenaggio di fondi pubblici per progettare cose e vedere gente, parafrasando Nanni Moretti, è il destino dell’ultima arrivata, cioè la metro 4, o blu. Questa linea dovrebbe unire la città all’aeroporto di Linate e manco a dirlo doveva essere pronta per Expo 2015. Peccato che non sia pronta nemmeno ora. In un decennio sono state consegnate tre stazioni, ma il Comune non ha i soldi per metterle in funzione. Perché tenere aperte le infrastrutture costa e ci vuole tempo prima che i cittadini si abituino ad usarle, dunque per il momento le tre fermate sono chiuse. Ma intanto si progettano prolungamenti. Forse perché alla fine Milano ha assorbito i concetti di marketing, cioè raccontare positivamente qualunque realtà. O forse perché senza questo ossessivo progettare opere che poi come minimo arrivano a costare più del previsto e rimangono a metà c’è il problema del bilancio di Metropolitana Milanese. E c’era ben prima del Sars-Cov-2. Perché l’azienda ha in pancia lo studio di progettazione più grande d’Italia, ma senza approfondimenti e studi mancano i soldi. Tanto è vero che proprio Expo 2015 servì ad arricchirne i bilanci grazie agli appalti multimilionari che potevano essere affidati senza gara come spiega Andrea Mascaretti, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Marino: “MM è una società in house quindi di fatto è come un pezzo dell’Amministrazione pubblica e può ricevere affidamenti diretti, cioè senza gara, come è successo ai tempi dell’esposizione del 2015, ma allo stesso tempo fuori Milano l’azienda si comporta da azienda privata”. Ma il vero tema oltre alla doppia natura della società è che tutto questo progettare costa molto ai milanesi. Che in cambio però non vedono i servizi. Persino la metro Lilla è stata progettata con una curva troppo stretta che impone una manutenzione ai binari e ai treni più frequente del normale. La risposta del capo progettista fu “non c’era spazio”. Se fosse stato napoletano sarebbe stato lo zimbello d’Italia per settimana, invece a Milano sembra si perdoni tutto. Intanto si continua a finanziare approfondimenti su questo e quello, senza considerare che troppo portarsi avanti poi rende i progetti vetusti e l’unica soluzione per aggiornarli resta progettare ancora. Una pena in stile dantesco da cui le casse pubbliche milanesi rischiano di non liberarsi mai.

L'inchiesta sul caso che ha scosso la magistratura. Mistero Loggia Ungheria, chi se ne occupa a Milano? Paolo Comi su Il Riformista l'11 Agosto 2021. Ora che la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha bocciato la richiesta di trasferimento del pm Paolo Storari, ci sarà una svolta nelle indagini sulla Loggia Ungheria? Storari era finito nel mirino del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, titolare del potere disciplinare nei confronti delle toghe, per aver consegnato in maniera del tutto irrituale i verbali di interrogatorio dell’avvocato Piero Amara all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Il pm allievo prediletto di Ilda Boccassini aveva interrogato Amara, insieme alla vice del procuratore di Milano, Laura Pedio, per diversi giorni verso la fine del 2019. Nelle sue lunghe deposizioni Amara, sentito inizialmente sul falso complotto nei confronti dell’Eni, aveva anche svelato l’esistenza di questa Loggia, una sorta di nuova P2, composta da magistrati, professionisti, imprenditori, alti esponenti delle forze dell’ordine. Lo scopo della Loggia, come affermato da Amara, sarebbe stato quello di pilotare i processi e condizionare le nomine dei magistrati e dei vertici dello Stato. Il resto della storia è noto. Storari avrebbe voluto fare accertamenti, procedendo subito con almeno otto iscrizioni sul registro degli indagati, per verificare la fondatezza di quanto dichiarato da Amara. I suoi capi, Greco e Pedio, sarebbero invece stati di diverso avviso. Amara, da quanto risulta, aveva fatto una settantina di nomi di appartenenti alla Loggia, fra cui quelli di due consiglieri del Csm in carica: Marco Mancinetti e Sebastiano Ardita.

Vista “l’inerzia” dei vertici della Procura di Milano, Storari avrebbe allora deciso di consegnare i verbali di Amara a Davigo, allora potente consigliere del Csm, affinché fosse posto a conoscenza di quello che stava accadendo alla Procura di Milano. I verbali di Amara finirono, poi, nelle mani di due giornalisti del Fatto e di Repubblica, che non vollero pubblicarli per “non compromettere” l’indagine. Anzi, denunciarono quanto accaduto. La “postina” sarebbe stata Marcella Contraffatto, la segretaria di Davigo, che Storari sembra avesse voluto intercettare ed arrestare. La donna è attualmente sotto indagine, come Storari e Davigo, accusati di rivelazione del segreto. Il Csm, dopo aver sospeso dal servizio la ex segretaria di Davigo, pare avesse deciso di licenziarla, salvo poi ripensarci. Essendo, dunque, rimasti tutti al proprio posto, tranne Davigo che per raggiunti limiti di età è andato in pensione lo scorso ottobre, sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto le indagini sulla Loggia Ungheria, e quindi se è esistita veramente o se sia sta una invenzione calunniosa di Amara per chissà quale fine. Dalla reazione di Davigo, che aveva messo a conoscenza di questi verbali mezzo Csm, parrebbe che un qualche fondamento ci possa essere. Un magistrato esperto come l’ex pm di Mani pulite che in vita sua avrà letto chissà quanti esposti e denunce, si presume sappia distinguere se una notizia è bufala o meno. I verbali di Amara sono nel fascicolo sul falso complotto Eni. Il fascicolo è stato iscritto nel 2017 e risulterebbe essere pendente. Qualche mese fa era girata la notizia che Francesca Nanni, procuratrice generale di Milano, volesse avocarlo visto il tempo trascorso senza che la Procura avesse preso una determinazione. Ma poi, anche in questo caso, non si è più saputo nulla. Non è dato sapere, alla luce degli ultimi sviluppi, chi si occuperà di indagare sulla Loggia: Storari o Greco e Pedio che volevano cacciarlo. Se Greco a novembre andrà in pensione, Pedio è destinata a rimanere. Una situazione che non potrà non creare imbarazzo, soprattutto dopo che Storari ha affermato che la linea dei vertici della Procura di Milano prevedeva di “salvaguardare” Amara da possibili indagini per calunnia, in quanto sarebbe tornato utile come teste in altri processi. Amara alla fine dello scorso mese di maggio fece una lunga intervista, accennando alla Loggia Ungheria, durante la trasmissione Piazza Pulita condotta da Corrado Formigli su La7. Qualche giorno dopo venne arrestato dalla Procura di Potenza per corruzione in atti giudiziari. Messo in libertà per aver fornito ampia collaborazione ai pm lucani, è stato quasi subito riarrestato in quanto, per una precedente condanna, il Tribunale di sorveglianza di Roma aveva respinto la sua richiesta di affidamento. Adesso si trova nel carcere di Orvieto. In silenzio. Palamara la scorsa settimana su questa vicenda ha tirato fuori il classico pizzino, affermando l’esistenza di un “collegamento” fra quanto accaduto a lui e ad Amara, annunciando a breve delle “rivelazioni”. Paolo Comi

Dalle Feste de L’Unità a candidato Sindaco del Centrodestra, Luca Bernardo: “Sarò il medico di Milano”. Antonella Ferrari il 26/07/2021 su Notizie.it. Nell'intervista rilasciata a Notizie.it Luca Bernardo racconta i suoi precedenti rapporti con il Pd e i motivi che hanno spinto il centrodestra a puntare su di lui dopo tanti no. Dall'”Avvocato degli italiani” (il Giuseppe Conte del primo governo) al “Medico di Milano”, il Centrodestra in Italia continua a puntare su figure esterne alla politica. Dopo il magistrato Catello Maresca a Napoli Luca Bernardo, 54 anni, primario di Pediatria al Fatebenefratelli, è il candidato sindaco per il Centrodestra alle Comunali di Milano. Il suo nome è arrivato dopo un carosello di nomi che, tuttavia, non si sono mai concretizzati. L’intervista a Luca Bernardo

Come mai ha deciso di accettare questa candidatura?

Ho avuto la fortuna di avere una bella famiglia di origine, ho una famiglia fantastica, ho avuto la fortuna di fare il lavoro che immaginavo, ovvero fare il pediatra, ho sempre potuto aiutare sia dal punto di vista medico che sociale.

Sono un uomo molto fortunato e io credo che quando si ha fortuna sia necessario dare qualcosa indietro.

Non ha dispiacere nel lasciare il suo lavoro di pediatra?

All’inizio il dispiacere c’era. Io sono medico e si è medico per sempre. Durante la campagna elettorale, e finchè riuscirò, lavoro la mattina e poi inizio l’attività di campagna elettorale. Da settembre sarò presente sulla campagna e qualora gli elettori scegliessero sindaco Bernardo ho già deciso di lasciare la parte medica e fare il medico di Milano.

Andrò a curare Milano e credo che questa cosa sia importante soprattutto dal punto di vista del sociale e della solidarietà. I quartieri devono tornare in mano ai cittadini e ai negozianti.

“Il medico di Milano” ricorda un po’ “L’Avvocato degli Italiani”. Perchè Milano ha bisogno di un medico?

Guardando Milano da candidato, ma ancor prima da cittadino, io credo che ci voglia un medico. Milano è malata, ha tante patologie. Se uno va nei quartieri periferici vede persone che hanno infiltrazioni e muffe nelle stanze e i catini che raccolgono l’acqua che cade. Manca il controllo del territorio e i cittadini non escono di casa dopo una certa ora perchè hanno paura. C’è poi la questione parcheggi e la questione piste ciclabili. Su queste ultime, ad esempio, non ho mai detto che vanno eliminate: vanno ridisegnate, ripensate e in alcuni punti spostate, per due motivi: la sicurezza e gli ingorghi.

Come giudica, quindi, i 5 anni di amministrazione Sala?

Se uno guarda ad Expo credo si aspettasse un sindaco che facesse grandi cose per Milano. In realtà io credo che non abbia più nulla nel cassetto. Non dico che non abbia fatto nulla, ha fatto tanto ma di ciò che gli è stato lasciato da costruire dai precedenti sindaci. Milano-Cortina 2026, ad esempio, è una grande opportunità che ci si deve giocare oggi per il 2026.

Sono noti i suoi buoni rapporti con il Centrosinistra e con il Pd, questo potrebbe riflettersi in un diverso modo di approcciare l’opposizione qualora lei dovesse diventare sindaco?

Ma, certamente sì. Io sono sintesi di quattro partiti di colazione. Io sono stato l’unico candidato senza veti e senza pensieri perchè rappresento il social-civile, perchè ho affrontato il Covid in reparto e credo che questi siano temi che non riguardo nè destra nè sinistra e visto che le persone per bene ci sono sia da una parte che dall’altro bisogna essere tutti insieme altrimenti Milano non la cambiamo. La mia idea, qualora i cittadini dovessero scegliermi, è di avere una città aperta, di cuore, inclusiva. Milano è questa e lo è da sempre.

Il suo nome arriva dopo parecchi altri nomi: perchè pensa che così tanti abbiano rifiutato?

Ci sono state tante persone, e di livello, tra i nomi. Riguardo alla polemica sulla retribuzione io credo che uno debba approcciarsi non dal punto di vista economico ma di quello che deve fare. L’unica preoccupazione che un sindaco ha sono tutte quelle possibili denunce per cui risulti responsabile pur non avendo fatto nulla.

Lo ha vissuto come un ripiego?

No, non mi sento un ripiego. Tutte le persone che sono passate prima sono di altissimo livello culturale e lavorativo. Quando io sono stato scelto dalla coalizione sul tavolo c’erano anche altre persone, non c’ero solo io. Sono felice di essere stato scelto ma sarò ancora più felice quando riuscirò a fare bene per i cittadini riaccendendo questa città.

Il Centrodestra ha attinto a personaggi esterni alla politica ma riconosciuti come grandi professionisti come candidati per le Comunali. Secondo lei da cosa nasce questa scelta? Il Centrodestra manca di figure di spicco in questo momento?

Io credo che di figure di spicco ce ne siano. Penso che la scelta sia quella di cambiare pagina: per una volta non si sceglie la politica. E così anche la lista civica Bernardo avrà all’interno persone e figure che arrivano dalla società civile, quindi non ci saranno politici che arrivano dai partiti, a meno che non si spoglino della figura politica. Chi entrerà nella lista dovrà essere il più bravo nella propria attività e della propria categoria.

A Milano il centrosinistra ha già da tempo individuato un candidato sindaco che sembra più di destra che di sinistra. Con lei il centrodestra ha individuato un candidato che sembra più di sinistra?

Luca Bernardo è andato alle Feste de L’Unità, alle sagre e ha sempre collaborato con persone che non erano nè di Sinistra nè di Destra ma che avevano voglia di fare nel sociale e nella solidarietà: io guardo la persona. Io attingo e spero di attingere a tutti indistintamente perchè noi siamo inclusivi e credo che questa sia la cosa che più piace alla gente. Milano ha bisogno di tutti.

Articolo del 7 luglio 2021 di Stefania Chiale per "corriere.it" il 25 settembre 2021. Forzista della prima ora dal 1994, consigliere regionale, assessore, quindi deputato dal 2006 al 2018 nel centrodestra poi nel Partito democratico («colpa» di Matteo Renzi) sognando un «rilancio dell’area moderata». Oggi Maurizio Bernardo è tornato nel centrodestra, «nella casa che mi appartiene» dice, ma ora è il fratello Luca, primario di Pediatria al Fatebenefratelli, a scendere nell’arena politica.

Suo fratello passa nel suo campo e lo fa da candidato sindaco di Milano. Cosa gli ha detto quando è venuto fuori il suo nome?

«Che ero fiero di lui perché per la mia esperienza di 23 anni nelle istituzioni credo che servire la propria città significhi occuparsi delle persone. Lui finora l’ha fatto: averne cura e ascoltarle è il leitmotiv dell’esperienza che ha maturato in questi anni. Gli ho detto di considerarlo un grande onore, il proseguimento della sua attività e la conseguenza di ciò che ha studiato tutta la vita». 

Qual è stato finora il rapporto di suo fratello con la politica? Già nel 2006 era stato candidato come consigliere comunale nella lista civica di Letizia Moratti.

«In effetti fu chiamato come rappresentante di un’esperienza civica professionale nella lista Moratti ormai 15 anni fa, come medico. Per il resto non ha mai preso parte alla politica, se non attivamente nella cabina elettorale. Ma ha sempre interloquito con tutti, nel rispetto delle istituzioni e privilegiando l’ospedalità pubblica». 

Le altre passioni di suo fratello, oltre alla medicina?

«Ha una grande passione per gli animali, ha cani e gatti che fanno parte della sua famiglia. E poi le arti marziali: in famiglia un po’ tutti siamo dediti alla difesa personale, che significa anche rispetto verso gli altri e controllo di se stessi. Luca è diventato istruttore di Krav Maga, l’arte di difesa israeliana, e ha partecipato a iniziative per insegnare alle donne a difendersi da atti di violenza. L’altra sua caratteristica preponderante è l’altruismo, il mettersi a disposizione, l’essere sempre al servizio, non avere mai sabati o domeniche... Credo questa sia una caratteristica del buon politico come del medico».

Suo fratello corre nel centrodestra che lei ha lasciato e a cui è tornato. Ha consigli da dargli per sfidare Beppe Sala? A chi e a cosa deve guardare oggi il centrodestra a Milano?

«Vedo due direttrici: una è l’area sociale di cui poco ho sentito parlare in questi anni, quindi l’attenzione verso le persone e le periferie, perché le circoscrizioni a Milano sono 9. L’altro è il coinvolgimento degli attori dell’economia e della finanza per il rilancio della città. La campagna inizia ora, ma abituato lui all’emergenza-urgenza saprà rispondere anche a questa».

“RIMBORSOPOLI”: NICOLE MINETTI PATTEGGIA E VIENE CONDANNATA A 13 MESI. CONFERMATA LA CONDANNA A RENZO BOSSI, “IL TROTA”. Il Corriere del Giorno il 14 Luglio 2021. La pena per le «spese pazze» relative al periodo in cui era in consiglio regionale, in continuazione con i 2 anni e 10 mesi inflitti per il processo «Ruby bis». Al «Trota» 2 anni e mezzo. Il collegio della seconda Corte d’Appello di Milano presieduto dal giudice dr.ssa Daniela Polizzi ha dato semaforo verde al “concordato in appello”, cioè ad un patteggiamento, per 10 politici o ex consiglieri regionali, tra cui Nicole Minetti, ex igienista dentale di Silvio Berlusconi nonché ex consigliera regionale lombarda  imputata nel processo di appello con al centro la vicenda giudiziaria, meglio nota come “Rimborsopoli” alla Regione Lombardia, relativo alle “spese folli” relative al periodo in cui era in consiglio regionale, ha patteggiato 1 anno e 1 mese in continuazione con i 2 anni e 10 mesi inflitti per il processo “Ruby bis“. Confermata la condanna a 2 anni e mezzo per Renzo Bossi, soprannominato all’epoca dei fatti “il Trota”, il figlio di Umberto Bossi. Gli è stata però revocata la confisca disposta in primo grado. 1 anno e 8 mesi di condanna al senatore Massimiliano Romeo ed 1 anno e mezzo per l’europarlamentare Angelo Ciocca entrambi della Lega. L’accusa per i 51 imputati è peculato. I fatti sono avvenuti tra il 2008 e il 2012: stando a quanto emerso nell’inchiesta “Gratta e vinci” coordinata dal pm Paolo Filippini, cene e banchetti di nozze, cocktail e feste erano stati rimborsati dalla Regione per un totale di oltre 3 milioni di euro. Tra le spese di cui Minetti aveva chiesto il rimborso, anche 16 euro per l’acquisto di “Mignottocrazia” il libro di Paolo Guzzanti. Il collegio giudicante presieduto dal giudice Polizzi, nei confronti degli imputati che hanno scelto il rito ordinario ha ridotto molte delle 39 condanne per “intervenuta prescrizione” dei reati commessi nel 2008. In un paio di casi ha anche assolto per qualche capo di imputazione e per qualcuno revocate le confische disposte in primo grado. I politici ed ex politici sono accusati di essersi fatti rimborsare con soldi pubblici spese folli per l’acquisto di cartucce da caccia o ‘gratta e vinci’, oppure cene da centinaia di euro per pochi coperti o per tavolate di 26 persone. Non mancavano i conti per apertivi, drink o lunch in locali di lusso, i costi di sigarette, Red Bull e di videogiochi. La pena più alta sono i 4 anni e 2 mesi per l’ex capogruppo della Lega Stefano Galli che risponde sia di peculato sia di truffa in quanto avrebbe fatto ottenere una consulenza da 196mila euro al genero, anche lui tra gli imputati (l’unico a non essere un politico) e si sarebbe fatto pure rimborsare oltre 6mila euro per il banchetto del matrimonio della figlia. Per l’ex consigliere Angelo Giammario e l’ex assessore Gianluca Rinaldin le condanne sono state di 2 anni 7 mesi e 10 giorni e di 2 anni e 6 mesi e 10 giorni. Sono state di 2 anni e 7 mesi e 2 anni e mezzo le pene nei confronti di Carlo Saffiotti e Massimo Guarischi, mentre gli ex assessori Monica Rizzi (Lega) e Massimo Buscemi (Fi) sono stati condannati rispettivamente a 2 anni e 1 mese, 2 anni e 1 mese e 15 giorni e Chiara Cremonesi  l’ex capogruppo del Pd si è vista da un lato revocare la confisca e dall’altro confermare i 2 anni e 2 mesi inflitti in primo grado. C’è poi stata una serie di condanne tra 1 anno e 7 mesi e 1 anno e 5 mesi. Nella gran parte dei casi è stata sospesa la pena con la non menzione e solo per alcuni disposte le pene accessorie. La Regione Lombardia era stata già risarcita a suo tempo. Le motivazioni saranno depositate in 90 giorni.

Da leggo.it il 5 luglio 2021. Vittorio Feltri guiderà la lista di Fratelli d'Italia alle prossime elezioni amministrative di Milano. Lo ha annunciato la stessa numero uno del partito, Giorgia Meloni, nel corso della presentazione del suo libro a Palazzo Reale. «Sono estremamente fiera di annunciare, non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d'Italia, ma l'abbiamo anche convinto con facilità a guidare la nostra lista per le prossime amministrative a Milano» ha spiegato Meloni.

"Non è un lavoro, è una collaborazione". Vittorio Feltri capolista di Fratelli d’Italia a Milano: “Via piste ciclabili e monopattini”. Redazione su Il Riformista il 5 Luglio 2021. “Conosco Giorgia Meloni da molto tempo, vado d’accordo con lei, non sono appassionato particolarmente di politica ma quando mi ha chiesto la disponibilità a candidarmi, ho detto di sì. Se me lo avesse chiesto qualsiasi altro, non avrei accettato”. Dopo l’annuncio di questo pomeriggio dato da Giorgia Meloni, Vittorio Feltri commenta con l’Adnkronos come è arrivato a prendere la decisione di iscriversi a Fratelli d’Italia e guidare la lista di Fdi alle prossime elezioni amministrative così come annunciato nel tardo pomeriggio dalla stessa Meloni (“Sono estremamente fiera di annunciare non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d’Italia, ma anche e soprattutto che abbiamo convinto con facilità il direttore a guidare la lista di Fratelli d’Italia alle prossime elezioni amministrative”. “Ho deciso nello spazio di un giorno -rivela- Anche perché, quando si era fatto il mio nome come sindaco, avevo subito detto di no. Ma come consigliere lo posso fare, non la trovo una cosa così devastante per la mia vita -scherza- Aggiungo un’occupazione ad un’occupazione che ho già. Continuerò a fare il direttore editoriale di Libero, perché il consigliere non è che sta lì tutto il giorno. Non è un lavoro, è una collaborazione”, spiega. Sugli obiettivi che si propone da consigliere, Feltri ha le idee chiare: “Io avrei soltanto un paio di obiettivi molto forti: quello di eliminare le piste ciclabili che hanno paralizzato la città, di combattere i monopattini e cercare di restituire a Milano un’immagine anche esteriore che sia migliore di quella che è stata disegnata nell’ultimo anno e mezzo con il Covid. Milano in fondo è rimasta la prima città italiana, cerchiamo di ribadirlo”. Perché per Feltri “Milano è una città che funziona, si tratta di farla funzionare meglio. Mi auguro di poter dare il mio contributo se non riuscirò pazienza”. Sembra ormai al capolinea la ricerca del candidato sindaco del centrodestra a Milano. Sulla città amministrata da Giuseppe Sala, in campo ormai da tempo a caccia del bis, si concentrerà in particolare il vertice della coalizione, in programma nel primo pomeriggio di martedì a Roma. Dopo una serie di porte girevoli con diversi nomi entrati e usciti di scena nelle ultime settimane, da Oscar di Montigny ad Andrea Farinet passando per Alberto Rasia dal Polo e Gabriele Albertini, su Luca Bernardo, pediatra di 54 anni, direttore del dipartimento Materno-infantile Fatebenefratelli, ospedale milanese fiore all’occhiello, c’è anche il via libera di Fratelli d’Italia. Se è assicurato quello della Lega e di Matteo Salvini, primo sponsor del medico, dai vertici di Forza Italia non c’è ancora un sì o no netto. Sta di fatto che Giorgia Meloni, a Milano per presentare il suo libro “Io sono Giorgia” a Palazzo Reale, ha approfittato dell’occasione per incontrare in forma privata proprio Bernardo. “Mi ha fatto un’ottima impressione. È sicuramente un profilo di grande serietà e umanità, da madre non posso che avere una passione per un pediatra. Chiaramente bisognerà parlarne con il resto della coalizione, ci vedremo nelle prossime ore. Confronterò le mie impressioni, che sono sicuramente ottime, con quelle degli alleati”.

Milena Gabanelli e Simona Ravizza per corriere.it il 30 giugno 2021. La Lombardia è l’unica Regione italiana che ha stabilito per legge parità di diritti e doveri fra soggetti pubblici e privati convenzionati che operano all’interno del servizio sanitario. Le intenzioni della norma n. 31 voluta nel 1997 da Roberto Formigoni sono quelle di promuovere la competitività tra strutture per soddisfare meglio i bisogni dei pazienti, che possono scegliere dove farsi curare, e accorciare le liste d’attesa. E la Regione rimborsa indifferentemente gli uni e gli altri (all’interno di tetti di spesa contrattati). Ma la sanità lombarda presa spesso anche come esempio da esportare in altre regioni, ha davvero un sistema pubblico-privato in grado di garantire cure più tempestive? I dati, forniti dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e che per la prima volta è possibile rendere pubblici, permettono di capire come funziona nella realtà il modello. Quel che emerge non è una conseguenza dell’intasamento degli ospedali causato dal Covid, perché è stata fotografata la situazione considerando i numeri del 2019. Dopo è andata solo peggio. 

Posti letto a confronto

I posti letto totali sono 29.308, 70% pubblici e 30% privati. Vuol dire che di tutti i tipi di ricoveri, oltre 1,2 milioni, il 70% è pubblico e il 30% privato. Intanto su 100 posti letto in un ospedale pubblico, 45 sono occupati da chi entra per un’emergenza passando dal Pronto soccorso. Su 100 posti nel privato, solo 20 pazienti arrivano dal Ps. Per gli altri 80, le strutture accreditate possono programmare per tipologia i ricoveri. Per accedere in ospedale chi ha bisogno di un intervento chirurgico deve prenotarsi la visita specialistica: per le strutture pubbliche c’è un sistema di prenotazione trasparente dove il contact center regionale dice dov’è possibile andare e in che tempi. Per quelle private, invece, bisogna rivolgersi alle singole strutture accreditate che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno mai voluto mettere a disposizione pubblicamente le loro agende, nonostante siano state sollecitate a farlo già a partire dal 2016.

Quali prestazioni offre il privato?

Per una lunga lista di ricoveri e interventi chirurgici il rapporto pubblico-privato 70 a 30 s’inverte, con alti volumi in una serie di prestazioni. Vediamo quali.

Primo: gli interventi ben pagati, spesso a rischio inappropriatezza perché il medico ha ampia discrezionalità nel decidere se è utile o meno eseguirli. Sono quelli per obesità, che le strutture accreditate eseguono per il 74,5%, con un rimborso di 5.681 euro; sulle valvole cardiache, che valgono 21.882 euro e sono svolti dal privato per il 51% (a Milano per il 66,2%); le artrodesi vertebrali, dove vengono inchiodate le vertebre della schiena, fatte per oltre l’80% dal privato. Nell’agosto 2019 il rimborso da 19.723 euro è stato tagliato di quasi il 40% dall’allora direttore generale della Sanità Luigi Cajazzo, proprio per renderli meno redditizi e tentare di limitare gli interventi inutili. 

Interventi più remunerativi

Secondo: le prestazioni più remunerative delle specialità di cardiologia/cardiochirurgia e ortopedia. Si tratta di interventi che prevedono l’impianto di protesi, dove le strutture private già hanno margini di guadagno elevati perché negli acquisti hanno meno vincoli e standard del pubblico. A Milano, dove sono concentrati i colossi della Sanità accreditata, i privati impiantano il 60% dei defibrillatori (rimborso 19.057 euro), il 68% delle valvole cardiache (17.843 euro), l’88% dei bypass coronarici (19.018 euro). Inoltre: il 90% degli interventi sulle articolazioni inferiori (12.101 euro), e il 68% delle sostituzioni di anca e ginocchio (8.534 euro). Nell’intera regione comunque, per gli stessi tipi di intervento, la percentuale di prestazioni svolte dal privato supera il 40%, con punte che arrivano al 77%.

Terzo: su oltre 500 tipi d’intervento, il privato fa la metà del suo fatturato con 25 prestazioni, il pubblico 43. Segnale evidente che l’attività si concentra in ambiti di specialità più convenienti. Le più diffuse riguardano le malattie degenerative del sistema nervoso, che valgono l’8,8% del fatturato, la sostituzione di articolazioni maggiori o il reimpianto degli arti inferiori (8,5%), le diagnosi del sistema muscolo-scheletrico (3,7%), e gli interventi sul sistema cardiovascolare (4,4%). 

Milano: dominio del privato

Su Milano, se si prendono in considerazione anche i pazienti da fuori Regione, la sanità privata, rispetto ai grandi ospedali pubblici, raggiunge percentuali tra l’85 e il 97% degli interventi e ricoveri di cardiologia, cardiochirurgia, ortopedia, e quelli ad alto fatturato, ma a rischio di inappropriatezza. È la stessa Regione Lombardia ad ammettere: «La Sanità privata si è concentrata su alcune specifiche linee di attività che, tuttavia, impongono controlli incisivi in termini di appropriatezza» evitando che «gli erogatori si concentrino su attività caratterizzate da buona redditività e da non verificata necessità epidemiologica». 

Cosa fa il pubblico?

Gli interventi molto costosi e rischiosi, a partire dai trapianti, che può farli solo l’ospedale pubblico. E poi l’80% delle emorragie cerebrali, l’87% delle leucemie, l’82% delle neoplasie dell’apparato respiratorio, il 75% dell’ossigenazione extracorporea. I neonati gravemente immaturi sono curati per l’87,2% nelle strutture pubbliche. Oltre a tutti quegli interventi poco remunerativi, ma molto comuni: parti (81,8%), aborti (90%), calcoli (80%), polmoniti (78%), appendiciti (83,9%), tonsille (79,3%). Le operazioni per tumore al seno sono, invece, equamente ripartite. A conti fatti gli ospedali pubblici sono in perdita, con la Regione che ogni anno deve ripianare i bilanci: 44 milioni il Policlinico di Milano, 58 il San Paolo e il San Carlo, 87 i Civili di Brescia, 75 il Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Mentre i gruppi privati fanno utili importanti: 27 milioni il gruppo San Donato della famiglia Rotelli, 66,9 l’Humanitas di Gianfelice Rocca, 6,7 la Multimedica di Daniele Schwarz. Certo, il pubblico sconta inefficienze, mentre il privato è più manageriale, ma non basta a spiegare un divario di questa portata.

Le liste d’attesa restano

Le linee guida nazionali danno i tempi: nel caso di rischio di aggravamento rapido della malattia l’intervento chirurgico deve essere eseguito entro 30 giorni. In Regioni comparabili per offerta sanitaria, vediamo altri numeri: in Veneto solo il 6% delle operazioni urgenti sui tumori non viene eseguito entro i 30 giorni, per gli altri interventi gli sforamenti sono del 9%. In Emilia Romagna sono rispettivamente del 22% e del 15%. E questo era l’andamento fino ad attimo prima dell’arrivo della pandemia. Va detto che in quei mesi durissimi, con le strutture pubbliche al collasso, il privato ha messo a disposizione il 40% dei posti letto per pazienti Covid. 

Modello da riformare

Tirando le fila, il modello non garantisce nei fatti quella «parità» di diritti e doveri prevista dalla legge regionale, non risolve le liste d’attesa, ma porta pian piano al deperimento del pubblico e all’accaparramento dei medici migliori. A quel punto sarà difficile tornare indietro. Infatti è in discussione un piano di riforma che in autunno dovrà sfociare in una legge, considerata dall’assessore al Welfare Letizia Moratti una delle priorità del proprio mandato. Nelle linee di indirizzo allo studio, l’assessore scrive che è necessario «un miglior governo dell’offerta». Dovrebbe voler dire: ti accredito per fare di più quello che serve e non solo quello che ti conviene. Vedremo se dalle parole si passerà ai fatti. (ha collaborato Alessandro Riggio)

Francesco Gentile per "Il Messaggero" l'1 luglio 2021. Nonostante la condanna ai domiciliari per evasione fiscale, dalla sua villa con vista sul Lago di Como continuava a dare indicazioni ai suoi collaboratori su come frodare il fisco. Così ieri ad Antonio Baldan, il re delle beauty farm, è stata notificata una nuova ordinanza di restare a casa senza comunicare con l'esterno. Con la sua azienda l'imprenditore fornisce 6.500 istituti di estetica e 2mila farmacie con 250 agenti e 90 consulenti. Dagli arresti domiciliari Baldan, come emerso dalle intercettazioni telefoniche, si faceva beffe delle sentenze dei tribunali senza sequestri del suo patrimonio e delle finte trattative per transare parte del debito con l'Agenzia delle Entrate: «M'hanno fatto una pippa... non mi sequestrano... Ormai m'hanno condannato, farò la mia condanna e punto. Tanto che a un certo punto m'hanno quasi convinto e versavo..., avrò versato qualche mese 5mila euro, poi ho detto: no, no caspita, che cosa verso a fare?». Così ieri la Procura di Milano, da tempo impegnata nel perseguire chi evadendo il fisco fa concorrenza sleale, ha spedito la Guardia di Finanza di Lecco a eseguire tre misure cautelari firmate dal giudice per le indagini preliminari Carlo Ottone De Marchi. Il pm Roberto Fontana contesta a Baldan, e ai suoi collaboratori Sandro Sansoni e Maria Liliana Tondi, di aver operato con due società che vendono macchinari per l'estetica su cui è in corso una richiesta di fallimento. I tre avrebbero portato avanti sistematicamente un piano di omissione di ogni adempimento fiscale allo scopo di autofinanziarsi, tanto che le loro società non avevano nessun debito con le banche, ma 19 milioni dovuti al Fisco. Come non bastasse il pm imputa a Baldan anche la distrazione di fondi dall'azienda a scopi personali, l'annotazione di fatture false, l'utilizzo di crediti tributari inesistenti come compensazione e l'acquisizione immotivata di una società di diritto colombiana. Dalle intercettazioni telefoniche sono emersi altri dettagli sui progetti dell'imprenditore, che voleva mettere le mani sui soldi dell'emergenza Covid, sui contributi per la formazione professionale e sui fondi dedicati alla cassa integrazione nonostante non ne avesse bisogno. A Natale scorso questa era la sua idea per l'anno nuovo: «C'è anche da capire gli stipendi... e poi c'è la tredicesima. Visto che è un Natale molto fiacco, non si potrebbe... non so... gli diamo lo stipendio e la tredicesima la facciamo dare dallo Stato? Come fanno quelli che non c'hanno i soldi? Non pagan mica... sento sempre in televisione... la cassa integrazione per coprire altre perdite». Finito agli arresti domiciliari, Baldan continuava a vivere come prima, a dare ordini ai collaboratori, a dare feste in villa con decine di invitati in barba alle norme sanitarie. Di recente aveva acquistato anche, con fondi della società, una barca taxi per girare sul Lago di Como, oltre a un centinaio di bottiglie di vino di pregio da regalare agli ospiti.

MILANO DA BERE ? NO, MILANO CAPITALE DEGLI EVASORI! Il Corriere del Giorno il 30 Giugno 2021. Arrestato Antonio Baldan che faceva l’imprenditore, autofinanziandosi alle spalle del Fisco cioè di tutti i cittadini per decine di milioni di euro, tagliando fuori dal mercato le società oneste che invece rispettano tutti gli adempimenti fiscali e quindi a fronte delle medesime prestazioni non riescono a praticare gli stessi prezzi concorrenziali. Ancora più facile fare l’imprenditore dagli arresti domiciliari alle spalle dei contribuenti. “Baldan Group è un gruppo vincente in ambito nazionale e internazionale, che oggi conta 4.000 punti in Italia, 105 tra uomini e donne che compongono la rete vendita, 45 consulenti beauty, 60 dipendenti ed oltre 30 consulenti specializzati tra cosmetologi, chimici, dermatologi, chirurghi estetici, dietologi e nutrizionisti. Antonio Baldan è l’artefice di questo successo, basato su uno straordinario connubio tra efficaci metodiche high-tech Baldan Group e riconosciute linee cosmetiche e nutrizionali unite ad indovinate strategie di marketing” così Antonio Giuseppe Baldan, 60 anni, si presentava ed auto-esaltava sulla propria pagina Facebook, passato nelle ultime ore dalle vacanze su un lussuoso yacht fra la Costa Smeralda e la Costa Azzurra e le squallide mura del carcere. “Fin da ragazzo affiancando mio padre nella gestione dell’attività, ho capito che innovare e offrire un eccellente customer satisfaction, erano elementi fondamentali per tenere una posizione di leadership di mercato e fidelizzare i clienti” scriveva Antonio Baldan “Mi piace pensare positivo, e cercare opportunità di crescita e consolidamento, anche in periodi particolari come quello che stiamo attraversando”. Finito agli arresti domiciliari dove stava scontando una precedente condanna per reati fiscali, Antonio Baldan si faceva beffe delle sentenze dei tribunali senza sequestri del suo patrimonio, ed intraprendeva trattative ingannevoli fingendo di voler transare parte del debito con l’Agenzia delle Entrate: “M’hanno fatto una pippa ma una pippa….non mi sequestrano… Ormai m’hanno condannato, farò la mia condanna eh punto. Tanto che — diceva ridendo ignaro di essere intercettato — a un certo punto m’hanno quasi convinto e versavo…, avrò versato qualche mese 5.000 euro, due o tre mesi, poi ho detto: no no caspita, che cosa verso 5.000 a fare?, mi dico, tanto che ne verso cinque o mille, allora bastan mille ah ah…“. Così Antonio Baldan faceva l’imprenditore, autofinanziandosi alle spalle del Fisco cioè di tutti i cittadini per decine di milioni di euro, tagliando fuori dal mercato le società oneste che invece rispettano tutti gli adempimenti fiscali e quindi a fronte delle medesime prestazioni non riescono a praticare gli stessi prezzi concorrenziali. Ancora più facile fare l’imprenditore dagli arresti domiciliari alle spalle dei contribuenti. Le intercettazioni telefoniche hanno anche consentito di impedire l’attuazione di una serie di creativi programmi dell’imprenditore, il quale non soddisfatto di non pagare un euro di tasse da anni, progettava di provare a lucrare dallo Stato sui sostegni per il Covid, i contributi per la formazione professionale, e persino la cassa integrazione pur avendo società con le quali “siamo soffocati di lavoro”. Lo Stato scambiato ed utilizzato come Babbo Natale: “C’è anche da capire gli stipendi… e poi c’è la tredicesima. Visto che è un Natale molto fiacco, non si potrebbe…non so…gli diamo lo stipendio e la tredicesima la facciamo dare dallo Stato? Come fanno quelli che non c’hanno i soldi? — si chiedevano l’imprenditore e l’amministratore — Non pagan mica…sento sempre in televisione… la cassa integrazione per coprire altre perdite”. Baldan stava come un pascià agli arresti domiciliari, a giudicare dalle feste con 15/20 invitati che ogni fine settimana organizzava calpestando le normative anti Covid nella sua villa comasca di Alserio, con un recente acquisto online di un nuovo motoveicolo (marca BMW, cilindrata 1250) del valore di circa 20mila euro, o dall’ acquisto (sempre utilizzando i soldi delle società) di un «taxi veneziano» da ormeggiare sul lago di Como, o dall’incetta di 97 bottiglie di vino di pregio giustificandole come “un omaggio per i clienti per il prossimo evento fieristico ‘Baldanprof’ che l’indagato avrebbe voluto organizzare”. Baldan intercettato diceva: “perché facciam la fiera, la faccio qua, la gente viene e quindi penso che è contenta”. Documentati dalle Fiamme Gialle anche trattamenti di chirurgia estetica per la ex moglie e viaggi super lussuosi per i suoi due figli. Sempre secondo gli inquirenti, i soci della società, per sottrarre a tassazione i proventi dell’impresa hanno creato una serie di società estere, nel Regno Unito, Olanda, Svizzera, Germania, gestite di fatto dalla società italiana. Per l’ipotesi di truffa allo Stato l’imprenditore è indagato, ma non è stato arrestato. Baldan avrebbe anche messo in atto “compensazioni di debiti tributari con crediti inesistenti” per una “asserita attività di Ricerca e Sviluppo” e così avrebbe ottenuto “l’erogazione del credito d’imposta per la "formazione 4.0"” per oltre 100mila euro “senza l’effettivo svolgimento dei relativi corsi di formazione” per i dipendenti. Il pm Roberto Fontana ha contestato a Baldan, e ai due collaboratori Sandro Sansoni e Maria Liliana Tondi, di aver operato con due società nel settore della vendita di macchinari per l’estetica, per le quali la Procura ha avanzato richiesta di fallimento, attraverso la sistematica omissione di ogni adempimento fiscale a mo’ di auto finanziamento: talmente vero che, alla data della richiesta di fallimento, per la GdF le società «B&B groppa srl» e «B&M marketing nel benessere srl» incredibilmente non avevano nemmeno un euro di debiti con gli istituti di credito, accumulando 19 milioni di debiti con il Fisco. Il pm imputa agli arrestati anche la distrazione di fondi societari per propri fini personali, l’annotazione di fatture per operazioni inesistenti, l’utilizzo in compensazione di crediti tributari inesistenti e l’acquisizione di una società di diritto colombiana, operazione priva di ogni ragione economico – imprenditoriale. Nella sua ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Carlo Ottone De March si legge: “La professionalità dimostrata da Baldan e dai suoi collaboratori nel commettere i reati contro il patrimonio e contro l’erario e la capacità di reinvestirne i profitti illeciti, con il concorso e la collaborazione di altri soggetti, portano a ritenere concreto il pericolo che gli indagati in forza del sistema illecito radicato messo in atto possano commettere altri delitti della stessa specie». Ai suoi due dipendenti, Sandro Sansoni e Maria Liliana Tondi, arrestati anche loro Antonio Baldan impartiva “specifiche disposizioni anche allo scopo di garantire alle varie operazioni illecite poste in essere un’immagine di apparente regolarità”. In ultimo, si legge che neppure “le istanze di fallimento avanzate nei confronti delle due società” al centro dell’indagine, segnala il gip, “hanno rappresentato un deterrente per Baldan”.

Milano, la sala d'aspetto vuota dei candidati dell'opposizione. Paolo Guzzanti su Il Quotidiano del Sud il 27 giugno 2021. La scelta dei candidati a sindaco di Milano sta rendendo la “capitale morale d’Italia” una sorta di Luna Park con in mezzo l’albero della cuccagna. L’ultim’ora avverte che è stata offerta la candidatura anche a Vittorio Feltri il quale, con un certo aplomb declina dichiarando che lo stipendio sarebbe troppo basso per un lavoro di cui non sa nulla. Evviva la sincerità.  A destra, la confusione è grande ma a sinistra non scherzano. Il sindaco Sala combatte una guerra solitaria ma integrata nel PD come esponente non si sa più bene se verde solitario difensore di piste ciclabili impercorribili in corso Buenos Aires, sempre teso mentre lo sport della sua area consiste nel cercare di farlo fuori. A destra torna Gabriele Albertini che è già stato sindaco di Milano e che è un uomo simpatico, grande imitatore con cui mi sono battuto più di una volta a un Giorno da Pecora, vincendo io ma riconoscendo la sua superiorità nell’imitazione di Paolo VI. Albertini è intelligente spiritoso e competente ma probabilmente stanco per tornare a questo mestiere corrosivo. Salvini va a caccia e dopo aver bocciato Lupi, il quale peraltro è un uomo di grandissime abilità che ha dimostrato anche negli anni in cui dirigeva i lavori della Camera come vicepresidente. È Salvini ad avere tutte le carte in mano come king-maker ma intanto la città è in uno stato di malessere afflitta da tutti i danni che l’amministrazione Sala ha inferto approfittando del lockdown, sicché il ritorno alla vita è ostacolato da una quantità di iniziative malaccorte e di lavori in corso del tutto inutili.

ADDIO ALL’OSCAR. All’inizio nel centrodestra era Oscar di Montigny che però ha mollato: a Silvio Berlusconi non resta altro che constatare come stiamo ancora cercando il candidato per Milano. Al round precedenti ricordiamo che Berlusconi aveva azzardato l’ipotesi di un altro giornalista, Alessandro Sallusti allora direttore del Giornale, oggi è uscito dai ranghi.

LETIZIA INFINITA. La Moratti è rimasta amareggiata perché pensava che fosse naturale offrirle la candidatura dopo aver già dato un’ottima prova di sé, ma non è arrivata. La sua amarezza nasconde neanche troppo velatamente un certo fastidio nei confronti di Salvini benché la stessa Moratti dichiari di approvare una Federazione del centrodestra in cui Forza Italia si dovrebbe unire con la Lega. Ma se dovessimo stare a quel che accade nell’area del centrodestra per vaticinare il futuro di una tale Confederazione, non potremmo che dire che nasce malissimo in un clima di rissosi conflitti e confronti, ricatti e rimpianti. Salvini stesso ha visto il proprio nome lanciato come quello di un candidato possibile ma il leader della Lega ritiene di avere ben altro da fare che non dirigere la metropoli da Palazzo Marino. 

È saltato fuori il nome di Roberto Rasia dal polo già sondato da Stefano Bolognini commissario della Lega a Milano e dallo stesso Salvini ma poi sembra che non se n’è fatto più niente mentre la rinuncia di Di Montigny ancora pesa come una cappa di piombo sul cielo del centrodestra.

L’ORTODOSSIA. A sinistra siamo più o meno nell’ortodossia: Enrico Letta è venuto a sostenere Beppe Sala il quale promette tutto il sostegno e la determinazione ad appoggiarlo con il massimo impegno. E dice frasi molto scontate come che per il centrosinistra, per la coalizione, il voto rappresenta una delle prove più importanti qualcosa di più di una semplice elezione amministrativa. Così Sala e Letta hanno formato una coppia costante che permette di fare dei calcoli per ora molto approssimativi sul successo del fronte della sinistra e Sala si concede anche battute generose nei confronti del capo della Lega. Infatti, dice che uno scontro fra lui e Salvini sarebbe un grande confronto politico delle idee per una città e per soluzione dei suoi problemi. Quanto vale il sostegno dei cinque Stelle siamo sempre allo stesso punto perché le liste in tutto sono ben sette. Quanto alla spinosa questione della presenza dei cinque Stelle. Nell’eventuale giunta con un nuovo mandato per Sala, il sindaco conferma che è meglio lasciare i populisti cuocere dal loro brodo finché sono in crisi. Ha cercato quindi così di togliere qualche castagna dal fuoco Enrico Letta il quale confermato per l’occasione che per il momento è meglio non insistere. Ma intanto il sindaco è attaccato dalle opposizioni per non essere ancora riuscito a distribuire un bel pacco di milioni frutto di una colletta dei cittadini di Milano per i loro commercianti agonizzanti anzi asfissiati dal Covid per un pasticcio burocratico ancora non sciolto.

Gabriella Mazzeo per fanpage.it il 19 giugno 2021. I giovani sono assidui frequentatori delle spiagge del Campanello a Castelnuovo del Garda, sul confine con Peschiera. A rendere degradata la zona da un po' di tempo, però, è la presenza di alcune gang protagoniste di furti, atti vandalici e furti. Nella giornata di venerdì una ventina di giovani si sono resi protagonisti di un furto ai danni di un 23enne, annegato in seguito a un tuffo da uno dei due pontili frontali al Campanello. Mentre intervenivano i soccorsi, la gang ha fatto razzia rubando lo zaino della vittima e le borse dei bagnanti che si erano allontanati per dare una mano. Il titolare del bar del lido Campanello spiega che i ragazzi hanno tra i 16 e i 20 anni. "Ci stanno rovinando e fanno paura ai bagnanti. Ormai la situazione è insostenibile, perché spesso entrano nel bar e spaventano gli altri clienti. Occupano il locale in gruppi da dieci, non pagano il conto e rubano di tutto nel frigo. Per tutelarci siamo costretti spesso a restare chiusi. Abbiamo provato a chiamare i poliziotti, a richiedere maggiore sorveglianza ma non è cambiato niente. Questi ragazzi cercano lo scontro con gli agenti, non hanno paura. Li insultano, li provocano e spesso avvengono vere e proprie risse". Il sindaco di Castelnuovo conferma la versione dei fatti, asserendo inoltre che proprio domenica scorsa alcuni giovani hanno picchiato degli agenti della Polfer, bloccando il treno delle 19 e occupando il binario. "Arrivano dalla Lombardia, spesso da Brescia e Milano, con treni regionali del tardo mattino e del primo pomeriggio. Si dirigono alla spiaggia libera che è ormai il loro territorio: minacciano i bagnanti, gli aizzano contro i cani e lanciano sabbia fino a quando la gente non va via. Nel fine settimana arrivano anche in 300 o 400. Si danno appuntamento in chat e poi tornano a casa con l'ultimo treno".

Alberto Francavilla per blitzquotidiano.it il 14 giugno 2021. Cade dal monopattino a Monza, ma le persone che accorrono non lo soccorrono. Anzi, gli rubano il mezzo e scappano via. E pazienza se l’uomo, dopo aver battuto la testa, è finito anche in coma. Com’era la storia del “saremo tutti migliori” dopo il Coronavirus? Ecco un piccolo esempio di come erano tutte speranze mal riposte. E non perché sia colpa del Covid. Ma perché, ieri come oggi, le cose restano uguali. Non è servita la pandemia a far aumentare il senso civico. Anzi, in alcuni casi (leggi popolo della movida che picchia le forze dell’ordine) ha aumentato il senso di frustrazione. Un uomo di 33 anni, originario dello Sri Lanka, è finito in coma dopo essere caduto dal monopattino, a Monza. Mentre era a terra esanime per un forte trauma cranico, un uomo si è avvicinato e gli ha rubato il mezzo di trasporto elettrico. La polizia sta esaminando le immagini delle telecamere di sorveglianza per rintracciarlo. Il 33enne al momento ricoverato in prognosi riservata all’ospedale San Gerardo. Sul luogo dell’incidente sono poi intervenuti i soccorritori e gli agenti della Questura di Monza, per il sospetto investimento di un pedone. Il 33 enne è stato ricoverato al San Gerardo dove ora è nel reparto di Neurochirurgia. Visionate le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, è emersa la reale dinamica dei fatti, ovvero una caduta accidentale e il furto. La Questura sta indagando per risalire all’identità del ladro, che sarebbe ben visibile e quindi facilmente riconoscibile, nelle immagini catturate dalle telecamere.

La lenta agonia della Procura di Milano. L’agonia della procura di Milano: Davigo coinvolto nel caso Amara, De Pasquale e Spadaro indagati. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 12 Giugno 2021. Con due uomini di punta, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, indagati a Brescia come il loro collega Paolo Storari e Piercamillo Davigo che è lì lì per raggiungere il trio, sta andando in pezzi il mito della Procura della repubblica di Milano. Il fortino degli invincibili e intoccabili, quelli che ti procuravano la scossa elettrica prima ancora che tu li avessi sfiorati (bastava lo sguardo o una parola di troppo), ha decisamente perso non solo lo splendore, ma proprio la verginità. Prima vediamo un sostituto procuratore scontento del proprio capo perché secondo lui sta trascurando una certa inchiesta (in cui si parla di una loggia segreta fatta anche di magistrati e finalizzata tra l’altro ad aggiustare i processi), che si rivolge a un amico invece che alle vie istituzionali, consegnandogli materiale coperto da segreto. Poi questo amico, che casualmente è un ex uomo del pool e in seguito membro del Csm, a sua volta sceglie una sorta di passaparola per vie informali, fino ad arrivare, con queste carte che misteriosamente passano di mano in mano, al presidente della commissione Antimafia, che c’entra come i cavoli a merenda e che comunque va subito a spifferarlo in Procura. E intanto, mentre le carte “segrete” volano motu proprio fino a due redazioni di quotidiani, si scopre che colui che veniva chiamato Dottor Sottile forse tanto sottile non era. E forse il mitico Pool di cui ha fatto parte a sua volta non era proprio geniale. E magari ha avuto anche qualche “aiutino”. Poi subentra la famosa maledizione dell’Eni, quella che nel 1993 portò al suicidio di Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Solo che questa volta i vertici del colosso petrolifero vengono assolti, pur se dopo tre anni di dibattimento e 74 udienze e dopo che i rappresentanti dell’accusa avevano tentato di far entrare nel processo una sorta di cavallo di troia che avrebbe potuto persino portare il presidente Tremolada all’astensione. E questo è già un brutto neo sulla reputazione della Procura di Milano, il primo fatto di cui dovrebbe forse occuparsi il Csm. Anche perché di questo verbale si sono preoccupati anche lo stesso procuratore Greco e la fedelissima aggiunta Laura Pedio, inviandolo a Brescia per competenza. Sicuramente a tutela del presidente Tarantola, pensiamo. A Brescia c’è stata una repentina archiviazione, ma il Csm è stato informato? Non si sa. Quello su cui è invece già stato allertato, insieme al procuratore generale della Cassazione, è un fatto di omissione. Perché aver ignorato la manipolazione di certe chat e aver tenuto fuori dal processo Eni un video che avrebbe giovato alla difesa, ha portato il procuratore aggiunto De Pasquale e il sostituto Spadaro sul banco degli indagati, se così si può dire. E anche sul banco degli sgridati, nella motivazione della sentenza, in cui il tribunale si dice sconcertato per i comportamenti dei rappresentanti dell’accusa. Sarebbe mai successo ai tempi splendidi di Borrelli e Di Pietro? Impensabile. A questo punto, mentre gli uomini di punta della Procura di Milano sembrano cadere come birilli, nella reputazione ma anche nelle carte processuali, il dottor Nicola Gratteri da Catanzaro può veramente cominciare a scaldare i muscoli e farsi la bocca sulla possibilità di succedere a Francesco Greco nell’autunno milanese. Poche sere fa, ospite di una dolcissima Lilli Gruber, sprizzava soddisfazione e infilava gli occhi diritti nella telecamera (un po’ come un tempo faceva Di Pietro), presentandosi come uno diverso dagli uomini del Sistema di Palamara. E quindi anche da quelli del fortino milanese. Non ho mai fatto parte di alcuna corrente, dice, e mai lo farò, per questo ho perso molte occasioni di andare a presiedere Procure prestigiose. Poi vi dico anche che ritengo che i membri del Csm debbano entrare per sorteggio e non per traffici o camarille politiche. Se la carica di Procuratore della repubblica di Milano dovesse essere assegnata tramite referendum popolare, Nicola Gratteri avrebbe già detto al suo collega “fatti più in là” e sarebbe già seduto al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano prima ancora che Greco abbia compiuto i 70 anni, età della pensione dei magistrati. Si spezzerebbe così non solo la tradizione almeno trentennale del fortino di Magistratura democratica, ma anche il permanere di quello stile ambrosiano, intriso di fair play istituzionale e garbo politico molto gradito al ceto dei partiti, quelli contigui fin dai tempi di Mani Pulite, naturalmente. Quel rito ambrosiano che indusse il premier Matteo Renzi a ringraziare il procuratore capo Bruti Liberati per aver consentito l’apertura per tempo dell’Expo. Uno sforzo che non ha però salvato il sindaco Sala dall’arrivare poi a una condanna per falso ideologico, infine tamponata dalla prescrizione. Ma il garbo ambrosiano c’era stato. Quello stile oggi è decisamente incrinato. Il procuratore Greco si era fino a poco tempo fa salvato da situazioni come quella di vera sparatoria all’o.k. Corral tra il suo predecessore Bruti Liberati e il suo aggiunto Alfredo Robledo. Ed è uscito abbastanza indenne dal libro di Sallusti, anche se con qualche ombra polemica sui colleghi nominati come suoi aggiunti. Palamara è stato garbato nei suoi confronti, e gli ha consentito di continuare a governare la Procura più famosa d’Italia “con la diligenza del buon padre di famiglia”. Ma gli sono esplose tra le mani, in sequenza, prima la vicenda Storari-Pedio-Davigo e poi il processo Eni, la maledizione del tribunale di Milano fin dai giorni di Gabriele Cagliari e Raoul Gardini. Ma erano altri tempi, quelli, e Francesco Greco c’era, con il procuratore Borrelli e gli altri del pool. Erano gli anni Novanta. Quelli in cui a cadere nella polvere erano i ministri di giustizia. Claudio Martelli con un’informazione di garanzia, Giovanni Conso e Alfredo Biondi per due decreti che avrebbero cambiato in meglio le regole della custodia cautelare e dei reati contro la pubblica amministrazione. Erano tempi in cui bastava una telefonata del procuratore: signor ministro le sto inviando un’informazione di garanzia, e lui si dimetteva. Oppure si concordava la linea con i direttori dei tre principali quotidiani d’informazione e dell’Unità (che garantiva la complicità del principale partito della sinistra) e il decreto era affossato. O anche si andava in tv con gli occhi arrossati e la barba lunga a dire che senza manette non si poteva lavorare e l’altro decreto cadeva e in successione anche il governo. Bei tempi, quelli. E il capolavoro dell’abbattimento del ministro Filippo Mancuso? Quello fu un vero combinato disposto Procura-Pds. Il guardasigilli “tecnico” del governo Dini, voluto personalmente dal presidente Scalfaro, fu in realtà il più politico e il più coraggioso. L’unico che non si fece mai intimidire dalla potenza degli uomini della Procura milanese, quello che la inondò di ispezioni. La prima dopo il suicidio di Gabriele Cagliari, illuso e poi deluso dal sostituto procuratore Fabio De Pasquale e suicida dopo 134 giorni di carcere preventivo. Ma poi altre, per verificare se rispondesse a verità il fatto che gli indagati venissero tenuti in carcere fino a che non avessero confessato e fatto anche “i nomi”. I più gettonati erano quello di Craxi, e in seguito quello di Berlusconi. Un modo di procedere confermato dallo stesso procuratore Borrelli, che candidamente dichiarava: noi non li teniamo in carcere per costringerli alla confessione, ma li liberiamo solo se parlano. Il Sistema Lombardo che evidentemente non turbava i sonni dei componenti del Csm, ma anche che piaceva molto ai discendenti di Vishijnsky, il cui partito allora si chiamava Pds, Partito democratico della sinistra, fratello maggiore del Pd. Così fu inaugurata con la defenestrazione del ministro Mancuso la stagione della sfiducia individuale. Con il quarto ministro guardasigilli abbattuto dal potere della Procura di Milano, uno in fila all’altro. Giusto per rinfrescarci la memoria, e per dare a Cesare quel che è di Cesare, qualcuno ricorda la fine miserrima delle Commissioni Bicamerali? Si potrebbe alzare il telefono e fare due chiamate a coloro che ne furono i presidenti, Ciriaco De Mita e Massimo D’Alema. Il primo fu apparentemente travolto dall’arresto di suo fratello, ma la verità è che, proprio mentre la Commissione stava timidamente (così lo ricorda anche Marco Boato, che era presente) affrontando il tema della separazione delle carriere, irruppe in aula e fu distribuito a tutti un Fax dell’Associazione nazionale magistrati con decine di firme di toghe, comprese quelle degli uomini del pool, che intimava di non affrontare nella Commissione il tema giustizia. E l’argomento sparì. La seconda Commissione subì i colpi di un’intervista del pm Gherardo Colombo al Corriere della sera, in cui veniva ricostruita la storia d’Italia come pura storia criminale. Una frase andò diritta al cuore del Presidente Massimo D’Alema: state attenti, che di Tangentopoli abbiamo appena sfiorato la crosta. Fu sufficiente, anche se la guerra-lampo durò tredici giorni, e alla fine chi ci rimise non fu, ovviamente l’uomo del pool ma l’incolpevole ministro di Giustizia Giovanni Maria Flick. Bei tempi davvero. Oggi con tre indagati e un ex in crollo di reputazione pare un po’ difficile che la Procura di Milano abbia la forza, non diciamo di far cadere la ministra della Giustizia, ma neanche di bloccare leggi e decreti. Ma il problema è: questa classe politica, che teoricamente dovrebbe essere più forte di quella che mostrò la propria fragilità abrogando l’immunità parlamentare, ha la capacità di cogliere l’attimo? Pare proprio di no. Ma ci saranno i referendum, e forse quella forza la troveranno direttamente i cittadini.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Simone Mosca per “il Venerdì di Repubblica” il 12 giugno 2021. L'autunno padano nel 1868 non fu allegro per Dostoevskij che lo subì con la moglie durante un tour europeo e se ne lamentò scrivendo a casa. «Due mesi fa attraverso il Sempione ci siamo trasferiti a Milano. Qui il clima è migliore ma la vita più cara, piove molto e per di più ci annoiamo mortalmente». Andrej Burstev, traduttore e interprete simultaneo nato a Mosca nel 1955 e oggi residente in zona Città Studi, insiste sul concetto di "cara", cioè sull'inflazione e la decrescita che non lo fanno felice come un tempo. «È un problema di downshifting, scalare di marcia. Milano negli anni 80, quando arrivai, era un'altra cosa. Chiesi la prima volta 200 mila lire per dieci minuti da interprete a una conferenza. "Meglio se facciamo 500 mila, 200 è poco, che figura facciamo?". Ecco, Milano non è più stata così. Chissà, forse ha sperperato, come sperperiamo noi. Ci somigliamo». La Russia oggi a Milano scalda il cuore di chi per caso si chiama Mosca di cognome (come me); agli altri si nasconde, è una memoria dal sottosuolo, e perciò è una fantasia nutrita di stereotipi, figurine rubate alla rinfusa tra le righe di meschine spy story. O di macchiette riciclate stile Vanzina dai primi del 2000, quando si favoleggiava di oligarchi che depredavano in contanti Montenapoleone e via della Spiga per poi divertirsi la notte in promiscui lettoni offerti dal potere locale. «Amo i pub, qui vicino non è niente male la pizzeria Hot Meeting» confessa con candore ancora Andrej, russo vero che a Mosca, nato privilegiato in pieno comunismo («mio padre era geologo, fece una buona carriera senza doversi inginocchiare») in piazza Puskin e spinto in carrozzina dalla mamma al parco del Cremlino («il più vicino a casa») andava a scuola col nipote di Nikita Kruscev. «Ora è morto anche lui poverino, era dolce e paffuto. E comunque la Russia se mai è stata ricca, lo è stata fino al 2006». Esistono hacker che ricattano il Pianeta da sperduti paesini delle steppe, esiste la Russia a Milano e senza computer da decenni, una comunità sfuggente, gassosa, che viene voglia di respirare proprio ora per capire cosa pensi degli oppositori avvelenati, dei carri armati al confine con l'Ucraina, del via vai di ambasciatori convocati o espulsi. «È complicato» si scusano alla fine pressoché tutte le gocce intercettate della misteriosa nube rifiutando di commentare la geopolitica lasciata al di là degli Urali. Pare che siano circa 4 mila i russi doc residenti a Milano e provincia, sarebbero poco meno di 20 mila contando i russofoni provenienti da Ucraina, Moldavia, Kazakistan, Georgia, insomma dalla galassia dell'antica Urss. Tenendo fuori dal conto gli irregolari, è sicuro che la maggioranza di russi e russofoni ufficiale sia donna (secondo alcune stime almeno per il 70 per cento) così come non c'è dubbio che Milano sia la capitale della Russia italiana. «Due mogli, due figli mandati al classico Manzoni, ma Milano per me è stata un caso» conclude Andrej mostrando la collezione di dischi e nastri con le Early Tapes dei Beatles e la teca in cucina dove luccica la spilla in cirillico che recita "Forza Italia" sotto il viso di Berlusconi. «A Pratica di Mare tradussi Putin che lo incontrava. Ogni traduttore si fa un'opinione che non può rivelare; la mia, da interprete anche di Gorbaciov, è che oggi ci sia troppa aggressività quando è ospite un russo in Italia».

Comunisti e calciatori. Milano per i russi non è un caso. Nel 1946 fu qui che Rossana Rossanda insieme ad intellettuali come Antonio Banfi fondò l'associazione Italia Russia per incoraggiare scambi culturali, affari, spostamenti liberi da un lato all'altro di cortina e ideologie. «Facciamo ancora la stessa cosa, e ne abbiamo superate tante di divergenze senza esporci» ride la direttrice Annalisa Seoni. Sarda che in zona Lampugnano, dopo aver studiato il russo, è rimasta a guidare l'istituzione ora presieduta da Gianni Cervetti. Al fianco ha la collega Anastasja Lobanova, arrivata in Italia dopo aver studiato a Mosca il teatro italiano, le maschere di Pirandello. Uno, nessuno e centomila. «Non sappiamo dire se i russi si facciano notare così poco perché siano schivi, discreti, prudenti, furbi. Sappiamo che si considerano europei mentre gli europei considerano ormai i russi un'incognita, come se prima o poi dovessero esserne divorati». Seoni e Lobanova mostrano le sculture di Aleksej Blagovestnov, moscovita e milanese, che da mesi erano in mostra ma invisibili causa Covid. E ricordano che è da loro che l'ucraino Andry Shevcenko imparò in italiano a dire «Pallone d' Oro» così come insegnarono la lingua di Dante ad Aleksej Mordashov, principale azionista e presidente di Sverstal, colosso minerario ed energetico. Lui sì, Mordashov, uno degli uomini più ricchi di Russia. «L'associazione promuove anzitutto la cultura». Seoni consiglia di recuperare i celebri versi di Tjutcev. «La Russia non si intende con il senno/ né la si misura col comune metro/ la Russia è fatta a modo suo/ in essa si può soltanto credere». Irina Nazarenko, nata in Ucraina nel 1981, sposata con un milanese, ha aperto nel 2019 Knigagrad, piccola libreria in cirillico di zona Chinatown specializzata in titoli per l'infanzia. «Detestavo lavorare per datori che con elasticità italiana chiedevano prestazioni fuori orario». Meglio dedicarsi in proprio e liberi alle fiabe, alle poesie illustrate di Pasternak o Brodsky. «Se siamo una comunità a Milano? A volte. Russia e Ucraina? Bisogna ricordare che in Ucraina oggi è impossibile trovare libri in russo, i punti di vista come vede sono importanti».

Caviale a merenda. Alle colonne di San Lorenzo si siede Uliana Kovaleva, produttrice cinematografica che nel 2009 presentò gli esordienti Riondino e Ragonese in Dieci inverni a Venezia, organizzatrice del Premio Felix, festival di pellicole russe. «Ci sono sei scuole di russo per bambini a Milano. Ognuno sceglie. Per giudicare la Russia di Putin dovrei tornarci. Giudicare l'Italia, invece, è un gioco in cui siamo più bravi di voi. Non capite la magia che abitate. Comunità russa a Milano? Siamo cosmopoliti, amiamo integrarci in silenzio. Orgogliosi noi? Lo siete poco in patria ma all'estero non siete diversi dai russi». Vlada Novikova, originaria di Mariupol, 50 anni, tre lauree, è anche lei sposata con un italiano. «Mi ha convinta a vivere a Milano e poi a Monza. Milano è una meravigliosa velocità». Ha pubblicato un libro su Nicola Benois, leggendario scenografo russo alla Scala. Una volta, ricorda, mandò sua figlia in gita con una schiscetta insolita. «Non c'era nient'altro in casa. Le feci delle crêpes ripiene di caviale». Il caviale si mangiava una volta allo Yar di via Mercalli, scomparsa oasi di vodka e borsch anni 90, si compra ora al Kalinka di via Boscovich, zona Porta Venezia. «Vanno molto la panna acida, l'aringa, i cetrioli, il salame nostrano che agli italiani piace così così» dice con accento incerto Tatiana Kozac alla cassa mentre tre modelle e due studenti infilano nel sacchetto una vodka indecifrabile e un'icona di Maria. «Sant'Ambrogio è veneratissimo in Russia, come San Nicola. I pellegrini o vengono a Milano e vanno a Bari. A Roma no, c'è il Papa» ride Anastasia Lavrikova, arrivata a Milano con la madre nel '94. Nata nella fu Volgograd nel '76, ha cinque figli, ha fondato un'associazione, ha scritto un libro («per ora solo in russo») dove celebra i compatrioti come caso perfetto di integrazione. «Però giudicare la Russia di Putin dall'Italia è come dire dalla panchina all'arbitro quando fischiare». Tuttavia è l'unica a sapere perché Sant'Ambrogio sia così amato dai russi. «Si oppose all'imperatore Teodosio e gli impedì di entrare nella sua basilica milanese».

Stefano Landi per il “Corriere della Sera” l'11 giugno 2021. Le istantanee sono tre, tutte scattate nel centro di Milano. I pitbull che aggrediscono i carabinieri, che sparano per difendersi. Il ring in prima serata in piazza Mercanti, con le sedie dei fast food usate come bombe a mano. Il ragazzino rapinato dalla baby gang in piazza Gae Aulenti, gioiello della Milano che guarda al futuro, un sabato pomeriggio. Messe in fila così raccontano un pessimo film. Chi ama l'enfasi, esagerando, ha subito scomodato le banlieue o il far west. Resta il problema di fondo delle metropoli uscite malconce a livello emotivo da 15 mesi di pandemia. Da inizio anno a Milano sono già 40 i giovani, spesso minorenni, arrestati per risse o violenze in luogo pubblico. Così mentre per giorni in città si discuteva dell'orario di coprifuoco e di mascherine abbassate, ci si perdeva l'aspetto più violento della questione. «Sulla movida incontrollata stiamo lavorando con prefetto e questore, il vero problema è che sono molte le aree da vigilare - spiega il sindaco Beppe Sala -. Abbiamo puntato molto nel periodo precedente sul controllo della Darsena, di Garibaldi, adesso è chiaro che le Colonne di San Lorenzo sono un problema e i cittadini che ci abitano hanno diritto ad essere più tranquilli». Le metropoli si nutrono di una conflittualità latente. Solo che ora di latente c'è poco, tra bottigliate, coltelli e pure un machete tra un gin tonic e l'altro, il conto del disagio sociale sta venendo fuori tutto insieme. «Purtroppo il nostro è un po' un gioco di rincorsa perché le forze dell'ordine hanno una dimensione che non è sufficiente per gestire tutto questo fermento», continua Sala, che sa quanto quel fermento in tema di sicurezza possa muovere la bilancia a quattro mesi dalle elezioni per palazzo Marino. Dai Navigli all'Isola, due dei «quartieri da bere» della città, i residenti chiedono presidi delle forze dell'ordine. Ma nello stesso tempo sta nascendo un fronte collettivo per riempire quel vuoto sociale che sta montando facendo danni. Succede soprattutto ai piedi dei grattacieli di piazza Gae Aulenti, nella piccola Manhattan all'italiana nata sulle ceneri della Milano anni Ottanta. Là dove c'era una città triste e vuota ora c'è l'erba della Biblioteca degli Alberi. Mille progetti, cultura nel parco. Funzionava quando Milano viaggiava col pilota automatico, deve farlo soprattutto ora che c'è da ripartire. Perché anche tra queste panchine, i vari lockdown hanno fatto proliferare baby gang specializzate in piccoli furti e aggressioni verbali. L'ultima sabato davanti a centinaia di persone. Vittima un undicenne, al quale sono state rubate le scarpe firmate. «C'è un disagio evidente. In vari contesti è venuto meno il controllo familiare, senza nemmeno l'aiuto della scuola. Con le attività chiuse per protocollo. Così l'energia a quella età implode», spiega Kelly Russel, direttore della Fondazione Catella. Nel parco intorno a piazza Gae Aulenti ultimamente sono aumentati anche i controlli della vigilanza privata. Perché dalle aggregazione è facile sfociare nelle baby gang. Pur senza i picchi di violenza registrati nel resto della città, la situazione è peggiorata dopo il secondo lockdown. E una manciata di ragazzi sono diventati centinaia, facendo scattare spesso la legge del branco. «A marzo nessuno usciva, le cose sono peggiorate a ottobre con le scuole chiuse. Ora che le classi richiudono si dovrà monitorare la situazione - continua Russel -. Cercheremo di coinvolgere anche associazioni che lavorano con i giovani. C'è una fascia d'età che si è sentita abbandonata in una fase complessa della vita». Nella zona ci sono 10 ettari di parco non recintati. E mentre in città torna a farsi sentire chi vorrebbe chiudere e alzare barriere per controllare le notti, anche i comitati si muovono. C'è chi pensa di ripristinare l'antico e poco futurista metodo delle ronde: genitori in giro in massa per controllare gli spazi dei loro figli. «Dobbiamo lavorare soprattutto sull'offerta. Sulle proposte per i giovani. Uno skatepark, campi sportivi...» dice la portavoce di uno dei comitati, Serena Masi. Un modo per costruire invece che limitarsi a reprimere.

Claudia Osmetti per "Libero Quotidiano" il 10 giugno 2021. L'artigianato milanese non parla più italiano. In almeno due settori (l'edilizia e i servizi per le pulizie), tra l'altro due ambiti storici per Milano, ci sono più ditte straniere che lombarde. A dirlo è l'ultimo rapporto dell'Unione artigiani della Madonnina: «Abbiamo numeri simbolici che segnano la storia, e questo ne è un esempio», commenta Marco Accornero, il segretario della categoria sotto piazza Duomo, sfogliando la cinquantina di pagine che certifica (tabelle alla mano) il sorpasso dei suoi colleghi con un passaporto in tasca. In percentuali: il 52% delle aziende edili meneghine è gestito da cittadini che non sono nati in Italia e ben il 63% di quelle che si occupano, a vario titolo, di pulizie e affini idem. Tutto legittimo, per carità, e, tra l'altro, tutto pure previsto, dato che la crescita (esponenziale) degli artigiani stranieri va avanti, inesorabile, dal 2009. E infatti mica è detto che si fermi qui, al contrario. La presenza straniera nell'alimentare è al 47%, nel tessile al 43: significa che il raddoppio è dietro l'angolo. «È un fenomeno che parte da lontano», spiega Accornero, «e che oggi non si ferma con le mani». Come a ribadire, oramai è fatta. Milano sarà la capitale economica del Paese, ma non è un caso che proprio qui, in dieci anni, gli imprenditori non italiani sono cresciuti del 70,66%. Ovvio, basta uscire un po' dalla città e il discorso cambia: già nell'area metropolitana la presenza di imprese straniere cala e nella vicina Brianza passa dal complessivo 46% milanese al basso 15%. Però il dato c'è, la direzione è tracciata. Dopodiché ce la possiamo raccontare come vogliamo: che ci sono ambiti in cui gli italiani (pardon, i lombardi) resistono, come le strutture mediche che hanno una presenza di stranieri piccina picciò e ridotta al 2%, o le ditte che lavorano con i motori e che, in nove casi su dieci, restano gestite dagli italiani. Ma solo l'anno scorso, quindi in piena pandemia, le imprese individuali degli stranieri sono cresciute del 2%, per un numero sull'unghia di 511 nuove unità. Non son poche. «Da un lato», fanno sapere dall'Unione artigiani, «questo scenario porta il rammarico per un lavoro, il nostro, che è scelto sempre meno dai connazionali, ma dall'altro testimonia un fenomeno di integrazione che ha ricadute reali». Gli stranieri censiti, non è nemmeno il caso di sottolinearlo, sono in regola, pagano le tasse e si confrontano con la burocrazia tricolore esattamente come fanno i colleghi italiani. Da dove vengono? In massima parte (al 41%) dal Nord-Africa. Poi ci sono gli europei (31%), gli asiatici (15%), i sudamericani (12%) e appena uno su cento degli imprenditori stranieri di Milano è statunitense o canadese. Nell'edilizia vanno forte gli egiziani, ma anche i marocchini e i tunisini. L'Egitto la fa da padrone, tuttavia, anche nell'alimentare. I cinesi spadroneggiano nella cura della persona e nell'elettronica, i pakistani nelle stamperie. Si tratta in stragrande maggioranza di uomini e quando si dice cittadini comunitari bisogna tenere a mente che si parla, per lo più di persone provenienti dall'est europeo: Romania, Albania, Ucraina, Moldavia e Bulgaria. Un titolare di un'azienda artigiana su cinque, nel milanese, è straniero, mentre tra i dipendenti il rapporto sale addirittura di uno a quattro. Se l'anno del Covid ha aperto, nel complesso, 20.790 posti di lavoro tra Milano e il suo hinterland, Accornero chiosa che «come associazione di categoria, sosteniamo tutti gli artigiani che si rimboccano le maniche e che rispettano le regole con una concorrenza leale».

Patrizia Groppelli Per CHI il 10 giugno 2021.  

Letizia Moratti: per tutti donna Letizia, sia che in quel momento stia vestendo i panni del presidente, oppure sia calata in quelli di ministro, o di sindaco. Già, perché poche donne – ma anche pochissimi uomini – possono vantare un curriculum come il suo. Dove c’è un problema, dove servono competenze, autorevolezza e prestigio arriva lei, crocerossina di Stato. L’ultima impresa è stata liberare i lombardi dal Covid.

Domanda. Impresa disperata?

Risposta. «Innanzitutto un’impresa riuscita». 

D. Tutto merito suo o anche un po’ di fortuna?

R. «Non nego che la fortuna aiuti. La mia ha più nomi». 

D. Elenchiamoli...

R. «Il governatore Attilio Fontana, Guido Bertolaso – un organizzatore eccezionale che conobbi da sindaco di Milano durante l’emergenza terremoto all’Aquila – e poi i nomi delle migliaia di nostri medici, infermieri e volontari». 

D. Ma partiamo dall’inizio. Chi sono stati i suoi maestri?

R. «La signorina Rossi, Luisa Cogliati e Anna Marchetti». 

D. Non pervenuti su Wikipedia.

R. «Già, eppure lo meriterebbero: sono persone che hanno in mano le nostre vite, sono i maestri. La prima, quando ero bimba alle scuole elementari Collegio delle Fanciulle di Milano, mi ha fatto amare la scuola; la seconda al liceo, professoressa di storia dell’arte, mi ha inculcato il gusto del bello; la terza, beh...». 

D. Dica...

R. «È che io non ero brava in matematica, lei sì, e alle medie è riuscita a farmi amare anche i numeri». 

D. Vede che la fortuna esiste...

R. «Ma la mia fortuna nasce ancora prima, in famiglia».

D. Famiglia importante, quella dei Brichetto Arnaboldi.

R. «Non mi riferisco al blasone, ma al mix di arti, mestieri e inflessioni che ho respirato crescendo». 

D. Spieghi meglio.

R. «Un po’ complicato, ma mi segua: nonna materna, Letizia, metà padovana e metà cremonese; nonno materno pugliese; nonna paterna lombarda; nonno paterno genovese». 

D. Veniamo alle arti e mestieri.

R. «Nonna Letizia, che aveva una grande passione per la politica, aiutava il fratello nella gestione della campagna e delle fabbriche. Suo marito Michele è stato in banca tutta la vita, direttore del Credito Italiano: inventò pure formule matematiche innovative in ambito bancario.

Nonna Emilia, molto amica di Benedetto Croce, leggeva i classici greci e latini in lingua originale: quando andavo a trovarla c’era da perdersi in quei libri. A Milano teneva un salotto letterario frequentato: lì ho conosciuto, tra gli altri, Montale, Piovene e Bachelli». 

D. C’è da perdersi la testa in tanto parentado.

R. «E non le ho ancora detto che c’era pure bisnonna Bice, pittrice come nonna Letizia e pure due mie zie. Ho preso da loro il grande amore per l’arte. Eppure...». 

D. Eppure cosa?

R. «Mi hanno cresciuto come un maschio, io che da bambina sognavo di fare la ballerina». 

D. Senza mettere in dubbio le sue doti artistiche, diciamo che ci hanno visto giusto.

R. «Mamma Paola, la donna più dolce mai conosciuta, papà Paolo molto severo. Non so, forse voleva un figlio e si è ritrovato con due bimbe, io la maggiore, ed è andata così. Con mia sorella Beatrice, tre anni meno di me, è rimasto un legame molto forte. Lei è una crocerossina e mi aiuta tantissimo nell’accudire la nostra mamma».

D. L’ultimo consiglio di suo padre, eroe della Resistenza non comunista rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau e liberato dal generale Patton?

R. «Non l’ultimo, ma tra i più importanti: “Letizia, se credi davvero in San Patrignano non avere paura e combatti per difendere le tue idee come ho fatto io”». 

D. E lei ha combattuto.

R. «Io e Gian Marco, senza alcuna esitazione. Ancora oggi considero quella comunità la mia famiglia allargata, che va ad aggiungersi a quella naturale: è un punto fermo della mia vita. Se ne occupa mio figlio Gabriele, affiancando chi manda avanti la comunità, e questo mi dà gioia, un senso di continuità rispetto a quello che abbiamo fatto io e Gian Marco». 

D. Passo indietro: dove ha conosciuto Gian Marco Moratti?

R. «È successo qualche giorno prima della maturità». 

D. La famosa notte prima degli esami, un capolavoro di Venditti...

R. «Più o meno, solo che, poi, noi non ci siamo più visti per un anno. Lo rividi e non ebbi dubbi: è l’amore della mia vita». 

D. Era pur sempre un Moratti...

R. «Capisco l’allusione ma non è andata così. Ho sempre voluto essere autonoma finanziariamente, tanto che abbiamo scelto la separazione dei beni. Per cinquant’anni ci siamo amati e abbiamo condiviso tutto, ma proprio tutto, dalla famiglia al sostenerci nel lavoro, dove mi sono sempre arrangiata da sola». 

D. Non ne dubitiamo.

R. «Ho iniziato a lavorare a vent’anni, a ventuno mi sono laureata e il giorno seguente ero reclutata come assistente, due giorni dopo ero in aula a fare esami. Poi ho aperto una mia società di brokeraggio perché in quella di mio padre, dove avevo iniziato a collaborare, non mi trovavo più. Le mie idee in quel settore erano troppo innovative per lui».

D. Sapeva già allora che sarebbe diventata “donna Letizia”?

R. «Pensi che dopo aver archiviato i sogni da ballerina volevo fare l’architetto: tutta quell’arte e bellezza che avevo respirato da bambina mi aveva condizionato». 

D. Architetto?

R. «Già, e l’avrei fatto se proprio quell’anno – siamo nel 1969 – l’università di architettura di Milano non fosse di fatto inagibile, travolta dal vento del ’68. Così scelsi Scienze politiche». 

D. Non tutte le rivoluzioni vengono per nuocere...

R. «Le assicuro che non è stata una passeggiata. Ogni tappa della mia vita è stata una scalata, ho vissuto sulla mia pelle il pregiudizio verso le donne ai vertici». 

D. All’Italia e soprattutto a Milano lei ha dato molto. Che cosa ha avuto in cambio?

R. «Quando giro per la mia città vedo i suoi musei, i suoi teatri, i suoi nuovi quartieri e la metropolitana che avanza: ecco, tutto questo mi ripaga di tanto lavoro». 

D. Tanto tempo tolto alla sua famiglia?

R. «Sì tanto. Ma sono convinta che il tempo non si misuri, ma si pesi: è una questione di qualità, non di quantità. E, da questo punto di vista, con le persone più care non ho sprecato neppure un minuto. Anche se ho sempre avuto e continuo ad avere sensi di colpa per non offrire sufficiente tempo agli affetti più cari». 

D. Mai una concessione?

R. «Il mio diversivo è fare lunghe passeggiate con Black, il mio cane trovatello. E poi, ovviamente, infilarmi nelle mostre che meritano».

D. Quanto le manca Gian Marco?

R. «Fisicamente tanto, è ovvio. Ma in realtà lo sento vicino a me in ogni momento: è come se la morte non ci avesse mai diviso. E poi...». 

D. E poi?

R. «La nostra canzone preferita è stata Smile, di Michael Jackson. Racconta di quanto sia importante sorridere anche nei momenti più difficili. Io e lui lo abbiamo sempre fatto, io continuo a farlo».

Accoltellamenti e sparatorie: la mappa della Milano violenta. Giovanni Giacalone il 9 Giugno 2021 su Il Giornale. Il numero di reati, anche gravi, è in costante crescita nel capoluogo lombardo: negli ultimi giorni un peruviano è stato ucciso a coltellate e un 26enne italiano ferito alla pancia da due maghrebini. La criminalità e il degrado dilagano a Milano. Ancora un accoltellamento nei pressi delle Colonne di San Lorenzo, nota zona della movida milanese divenuta roccaforte di spacciatori maghrebini senza scrupoli che fanno il bello e il cattivo tempo. Decisamente strana l'ultima aggressione, avvenuta nella notte di sabato scorso a un 26enne italiano incensurato, in Corso di Porta Ticinese, per mano di due maghrebini. Nessuna minaccia, nessuna rapina, i due hanno avvicinato la vittima, l'hanno accoltellata e si sono allontanati. Il ragazzo è stato immediatamente trasportato al Policlinico in codice giallo. La ferita è fortunatamente risultata lieve e non vi è stato bisogno di ricorrere ai punti di sutura; la prognosi è di otto giorni. Le indagini sono ancora in corso in quanto le dinamiche dell'aggressione risultano alquanto insolite ed anche la motivazione è poco chiara. In base agli elementi resi noti finora, non sembrano esserci dubbi sul fatto che i due aggressori si siano avvicinati con l'intento di ferire la vittima, resasi conto del colpo ricevuto soltanto quando i due maghrebini si stavano già allontanando. Questo è un classico, in quanto chi è abituato a utilizzare armi bianche in strada e vuole colpire una persona, la lama non la fa vedere e molto spesso la vittima si rende conto di essere stata accoltellata soltanto dopo aver ricevuto il colpo. Differente è invece il caso della rapina, dove la lama viene mostrata per minacciare e dunque intimorire la vittima. Altro aspetto interessante riguarda la ferita che non è risultata profonda, tanto che non vi è stato neanche bisogno di punti. Gli assalitori erano inesperti? Difficile crederlo vista la modalità con la quale hanno avvicinato e colpito il 26enne; è più probabile che non volessero infierire più di tanto, ma solo "ammonire", forse un avvertimento, ma in relazione a cosa?

Le Colonne, zona franca e roccaforte dello spaccio. Il punto dell'accoltellamento precedentemente citato è a soli 300 metri dalle oramai famigerate Colonne di San Lorenzo, zona dove spacciatori maghrebini muniti di coltelli, bottiglie da rompere a necessità e con pitbull al guinzaglio, spadroneggiano e spacciano indisturbati. Chi bazzica l'area che va dai Navigli a Corso di Porta Ticinese lo sa bene, se si vuole comprare lo stupefacente, basta andare alle Colonne o in via Gola, altra zona da tempo degradata e problematica, come già illustrato nel dettaglio poco più di un anno fa da "Il Giornale. Le Colonne erano già finite al centro di aspre polemiche in seguito al gravissimo episodio avvenuto nella notte di venerdì 28 maggio quando i carabinieri erano intervenuti in soccorso di due turisti tedeschi rapinati da alcuni maghrebini poi individuati nella movida e che avevano a loro volta sguinzagliato un pitbull contro i militari, costringendoli così a sparare. Alle aggressioni e allo spaccio vanno poi ad aggiungersi tutta una serie di casi non denunciati o che non hanno trovato spazio sulla cronaca in quanto meno gravi ma certamente non di minor importanza, come ad esempio le molestie alle ragazze che passano in questa zona da parte di maghrebini e sbandati; la presenza di personaggi problematici che importunano i passanti, tutte situazioni che rendono invivibile e pericolosa una parte della città che è centralissima e tutto a discapito di commercianti, residenti e cittadini che vi transitano. È chiaro che chi spaccia ha tutto l'interesse a trasformare l'area in una zona franca, come già successo nel quadrilatero di via Gola. In particolare, la zona delle Colonne è d'importanza strategica per lo spaccio in quanto non soltanto hub della movida, ma anche importante via di collegamento tra i Navigli e la zona di via Torino e Duomo, nonchè area particolarmente frequentata anche dagli studenti universitari e fa dunque gola a chi "smercia". È però ammissibile che le autorità permettano tutto ciò? La situazione non è infatti degenerata di recente, ma è così da ben prima del Covid.

Milano allo sbando, la criminalità dilaga. La zona delle Colonne è soltanto una delle numerosissime aree oramai in preda a degrado e criminalità, come quella che da Stazione Centrale va verso Corso Buenos Aires e che include strade oramai off-limits come via Settala, via Scarlatti, via Petrella e via Settembrini, zona dove spaccio e vendita abusiva di merce da parte di immigrati africani trovano campo libero. Allucinante anche la situazione al parco giochi di via Benedetto Marcello, luogo dove bivaccano extracomunitari e disperati, con tanto di "toilette" a cielo aperto. Una situazione disastrosa, a poche centinaia di metri da Corso Buenos Aires, più volte segnalata dai residenti ma senza alcun risultato. Altra zona centralissima in preda a degrado e delinquenza è quella di Porta Venezia dove vengono segnalate risse, danni alle auto parcheggiate, presenza di spacciatori a tutte le ore del giorno e della notte, in particolare nei pressi dei Bastioni, divenuti un accampamento per irregolari con tanto di materassi buttati sui marciapiedi e tende improvvisate. È qui che nel maggio del 2020 l'inviato di Striscia la Notizia, Vittorio Brumotti, venne aggredito a colpi di spranga da un gruppo di spacciatori africani che non avevano gradito la sua presenza in loco. Un anno dopo la situazione non è affatto cambiata, anzi, risulta peggiorata. Altro punto della città allo sbando è quello della Stazione Centrale, in particolare il piazzale antistante, che ha sempre più le sembianze di un campo profughi dove immigrati irregolari in prevalenza africani sono liberi di spacciare, di azzuffarsi, di aggredire le Forze dell'Ordine, rapinare i passanti e persino di avere rapporti sessuali in pieno giorno davanti a tutti. Non certo un bel biglietto da visita per i turisti che giungono in treno a Milano e rischiano la propria incolumità appena usciti dalla Stazione. Nemmeno la zona di Piazza Duomo si salva, come dimostra la violenta rissa scoppiata lo scorso 23 maggio tra giovanissimi in prevalenza di origine africana, in via Orefici, davanti al Kfc. Scena tra l'altro già vista nel medesimo luogo a fine febbraio. Spostandosi fuori dalla circonvallazione, le zone degradate si moltiplicano. Nella parte di Via Padova attorno al Parco Trotter e nel reticolato di strade che vanno verso via Leoncavallo, oltre allo spaccio, vengono anche segnalati bordelli clandestini dove "operano" sia trans che prostitute. Nulla di nuovo, visto che questa zona è da anni toccata da queste problematiche e nonostante i tentativi di "rilancio" da parte dei comitati di quartiere, ben poco si può fare senza il sostegno delle Istituzioni in un'area dove l'illegalità è divenuta la norma. Disastrosa la situazione anche a San Siro, in particolare l'area che ruota attorno a piazza Selinunte, teatro negli ultimi mesi di un numero impressionante di reati e dove ad inizio aprile si verificavano scontri tra agenti in tenuta anti-sommossa e circa 300 ragazzi del quartiere, scesi in strada per assistere alle riprese video del rapper Neima Ezza. In più occasioni i ragazzi del luogo, in prevalenza nordafricani, ma non soltanto, hanno affermato di volersi ispirare ai modelli delle banlieues francesi e in effetti quella zona ne sta prendendo sempre più le sembianze, non tanto per lo spaccio a cielo aperto, aspetto oramai comune anche ad altre zone di Milano, ma in particolare per quanto riguarda l'elevatissima presenza di nordafricani e la difficoltà da parte delle autorità nel verificare quel che avviene all'interno degli edifici popolari. Grossi problemi segnalati anche in zona Corvetto, in particolare dalle parti di Piazza Bologna, dove nella nottata del 24 maggio un cittadino ecuadoriano è stato assalito, picchiato a colpi di spranga e cacciavite e rapinato da un gruppo composto da cinque individui che gli hanno sfilato orecchino e anello. Poco più su, al parchetto di via Nervesa (a suo tempo luogo di ritrovo della famigerata gang salvadoregna MS13), a metà maggio due ventenni originarie di El Salvador venivano assaltate e picchiate, anche con una spranga, da un gruppo composto da una ventina di ragazze. Molto complicata anche la zona tra via Mecenate e via Salomone, in particolare nei pressi dei palazzoni limitrofi al parco Guido Galli. L'area dei palazzoni Aler a Calvairate e quella dell'ex macello di viale Molise risultano altrettanto problematiche; la seconda sottoposta all'attenzione dei media anche dal consigliere regionale leghista Massimiliano Bastoni. Torna poi a farsi sentire la delinquenza latinoamericana, con il tentato omicidio di una donna da parte del suo ex compagno, un 58enne salvadoregno e la tentata rapina con pestaggio a Quarto Oggiaro subita da un 27enne ecuadoriano per mano di tre latinos mercoledì 26 maggio. Il caso che ha però fatto più scalpore è quello dell'omicidio del peruviano Adrian Ybarraguirre Silva, 38 anni, ferito a morte nel pomeriggio di sabato 29 maggio durante un torneo di calcetto in zona Ponte Nuovo che vedeva impegnate alcune squadre amatoriali. Tutto ciò per illustrare come l'emergenza criminalità tocchi un po' tutto il territorio di Milano e tutte le nazionalità, a prescindere che si tratti di zone centralissime o periferia. Non vi è più soltanto il quartiere problematico, ma una fluidità micro-criminale che si espande a macchia di leopardo sul territorio, vale per lo spaccio, la prostituzione ed anche per aggressioni e rapine. Non si parla più poi soltanto di gang latinoamericane (pandillas) ma di "baby-gang" (che di "baby" non hanno poi un bel niente), gruppetti spontanei, non strutturati (a differenza delle pandillas), formati da giovani sia italiani sia stranieri, provenienti da quartieri periferici con i quali spesso si identificano tramite il nome di una strada o il CAP della zona. Queste bande possono agire sul "proprio territorio" o "in trasferta" verso zone più ricche dove è più facile individuare prede da assaltare e derubare. Possono colpire in due o tre, oppure in gruppi di dodici/quindici, incutendo timore al malcapitato (spesso un coetaneo, ma non sempre) a causa dell'aggressività di branco e l'utilizzo di oggetti volti ad offendere. La droga risulta poi un altro problema ampio e diffuso, sia per quanto riguarda lo spaccio in città, sia per quello dell'estrema periferia, con una molteplicità e differenziazione di clienti, dai ragazzi che bazzicano il centro in cerca di "fumo", marijuana, cocaina per allietarsi la nottata, fino ai disperati della linea gialla MM3 che fanno avanti e indietro tra Rogoredo e il centro per procurarsi soldi e poi la dose. In ogni modo, la domanda c'è e dunque le piazze dell'offerta si espandono. È il caso di chiedersi chi ci sia a monte, ma sarebbe una domanda retorica. Del resto la droga a Milano c'è sempre stata, ma il progressivo degrado è segnale di incapacità da parte delle Istituzioni di controllare e prevenire il problema, proprio a causa di un rapido incremento e diffusione. Troppi irregolari e disperati in giro per il territorio, una crescente crisi socio-economica e tanta "roba" da piazzare sul mercato.

Le prospettive tra istituzioni che latitano e criminalità in aumento. I casi discussi sopra sono soltanto la punta della punta dell'iceberg, perchè il numero di reati verificatisi a Milano da inizio anno è ben maggiore. Bisogna infatti tenere bene a mente che non tutti gli episodi vengono citati dai media e se sulle pagine dei giornali finiscono alcuni casi, ve ne sono molti altri di cui non si sa nulla a meno che non si "batte" il territorio e si parla con le persone e con gli addetti ai lavori. Alcuni episodi non vengono nemmeno denunciati. Considerando però l'elevato numero di casi reperiti da inizio anno e sul quale il Centro Studi Machiavelli ha anche pubblicato a inizio settimana un dossier dal titolo "Milano a Mano Armata", è evidente come nel capoluogo lombardo la situazione sia molto seria. Lo scorso aprile il Questore di Milano, Giuseppe Petronzi, aveva affermato in conferenza stampa che i reati a Milano erano in calo rispetto al 2020, una dichiarazione che non può non destare perplessità, considerato anche il fatto che il capoluogo lombardo è già risultato primo in classifica per ben tre anni di fila (2017, 2018 e 2019) nell'indice-criminalità del "Sole 24 Ore". Ci sono due aspetti in particolare da considerare per eventuali previsioni a breve-medio termine: il primo è quello legato alla pesante crisi socio-economica dovuta al Covid, i cui effetti più drammatici non si sono ancora presentati, ma che colpiranno inevitabilmente tutte le categorie, incluse quelle più marginali che vivono di espedienti e reati. In secondo luogo, il flusso ininterrotto di sbarchi (che quasi certamente incrementerà nel periodo estivo) con conseguente arrivo nelle grandi città di altri disperati pronti a tutto pur di sopravvivere in qualche modo. Le Forze dell'Ordine fanno quello che possono, ma non riescono materialmente ad essere sempre ovunque e se le zone degradate e il numero di sbandati continuano a moltiplicarsi, sarà sempre più difficile per gli addetti ai lavori controllare il territorio. Molti dei soggetti arrestati per violenza e spaccio vengono inoltre quasi sempre scarcerati dopo poco, raramente espulsi e dunque liberi di proseguire con le loro "attività".

Giovanni Giacalone. Laurea in Sociologia presso l’Università di Bologna, Master in “Islamic Studies” presso la Trinity Saint David University of Wales con tesi sull’Islam in Italia e ulteriore specializzazione in “Terrorism and Counter-Terrorism” presso l’International Counter-Terrorism Institute di Herzliya, Israele.

Filippo M. Capra per fanpage.it il 3 giugno 2021. Non è nuovo agli investimenti di pedoni l'uomo che nella giornata di ieri ha provocato il grave ferimento di un bambino di tre anni a Paderno Dugnano, in provincia di Milano. Già nel recente passato – secondo quanto raccolto da Fanpage.it – l'anziano, un uomo di 72 anni, si è reso protagonista di incidenti che hanno portato al ferimento di altri pedoni. A differenza di quanto successo ieri, fortunatamente, le vittime non avevano mai riportato ferite gravi. Una costante, però, era la sua fuga. Stando alle informazioni arrivate a Fanpage.it, l'uomo si è sempre allontanato dal luogo dell'incidente. Ieri, per ovvie ragioni, non ha potuto farlo.

Il conducente negativo a droga e alcol. Trovato in uno stato di lucidità, il conducente dell'auto che è piombata sulla famiglia del piccolo di tre anni è risultato negativo ai test antidroga ed etilico. Soccorso, ha riportato diverse fratture: ricoverato, si trova ora all'ospedale Niguarda di Milano dove i medici non lo hanno giudicato in pericolo di vita. Confermata anche l'indiscrezione secondo lui l'uomo non aveva la patente: la licenza di guida gli è stata revocata tempo fa, pare proprio in seguito ad uno degli incidenti provocati da cui era scappato. È accusato di lesioni gravissime.

Il bimbo di 3 anni lotta tra la vita e la morte. Diversa, invece, la situazione clinica del piccolo: portato di corsa in codice rosso al pronto soccorso dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il piccolo non è ancora stato dichiarato fuori pericolo, e lotta tra la vita e la morte. Ferito, in maniera più lieve, anche il padre del piccolo, un uomo di 27 anni che è stato soccorso dagli operatori sanitari intervenuti.

Paola Fucilieri per “il Giornale” il 4 giugno 2021. Quando una vicenda assurda - per dinamiche ed eventi che l'hanno determinata - una volta approfondita si carica di ulteriori elementi negativi, c' è chi si ostina a parlare di karma o destino avverso. Nel nostro caso - quello di un bambino di appena tre anni travolto e quasi ucciso da un'auto guidata da un 72enne entrato nel viale pedonale di un parco pubblico, poi uscito di strada lungo una scarpata piombando così dall' alto sul piccolo e la sua famiglia - le cosiddette «fatalità» c' entrano poco o nulla. Come si è scoperto, infatti, guidava una vecchia Ford Focus grigia sotto sequestro ed era anche senza patente (non l'ha mai conseguita) Salvatore D'Amico, il pregiudicato milanese di 72 anni che domenica mattina, poco dopo mezzogiorno, ha sfiorato la strage al Parco Lago Nord di Paderno Dugnano, un'area verde con due laghetti artificiali riservata ai pedoni, a 15 chilometri a nord di Milano. I carabinieri della tenenza locale, guidati dal capitano Salvatore Marletta e dalla Procura di Monza, non sanno dire cosa D' Amato ci facesse da quelle parti. Confermano però che al momento dell'incidente l'uomo non era sotto l'effetto di alcol o droga come hanno stabilito le analisi a cui è stato sottoposto dopo la tragedia all' ospedale Niguarda. Tuttavia nemmeno un mese prima, il 4 maggio, a Milano, il 72enne aveva investito altri tre pedoni - marito e moglie di 56 e 52 anni originari del Bangladesh e il loro figlio 21enne - quindi era scappato. Quando gli accertamenti della polizia locale avevano condotto sino a lui e D' Amico era stato denunciato per omissione di soccorso l'auto che guidava, la medesima vecchia Ford utilizzata l'altro ieri a Paderno, gli era stata sequestrata e affidata a un'altra persona. La macchina però sembra servisse a D' Amico per dormirci sopra. Quindi, sapendo chi era l'uomo che gliela custodiva e forse grazie a un secondo mazzo di chiavi, non aveva esitato a raggiungerlo e a portarsela via. La vita rocambolesca di D' Amico non riguarda però solo questi episodi stradali. Era stato arrestato nel 2016 sempre a Milano e in pieno centro, in piazza della Repubblica, dopo che, durante un controllo casuale, non solo aveva esibito dei documenti falsi, ma a bordo della sua auto erano state trovate anche delle bustine di cocaina. Scarcerato nel 2017, fino al 2019 era stato agli arresti domiciliari a Milano, dove però non si sa: risulta infatti tuttora residente nel carcere di San Vittore. Da domenica D' Amico è indagato per lesioni gravissime e guida senza patente e resta ricoverato a Niguarda per delle fratture a un femore e al bacino rimediato nel volo dalla scarpata. Il piccolo Lyam, il bimbo milanese che il pregiudicato ha travolto precipitando dalla discesa del parco dove le auto ovviamente non sono ammesse, resta ricoverato in condizioni gravissime all' ospedale Papa Giovanni di Bergamo. Purtroppo il piccolo dopo l'incidente è andato in arresto cardiaco ed stato rianimato per 20 minuti dai soccorritori delle ambulanze prima che le sue frequenze cardiache potessero riprendere e fosse quindi essere caricato sull' elisoccorso per raggiungere Bergamo. Privo di sensi per quel lungo lasso di tempo, il bambino ha subito delle sofferenze cerebrali che non fanno ben sperare per lui. Il padre, un 27enne in un primo tempo rimasto contuso, ora sta bene e con la moglie, rimasta illesa, in queste ore prega e spera al capezzale del loro bambino.

Da "Ansa" il 4 giugno 2021. E' morto nel pomeriggio di oggi il bambino di tre anni investito mercoledì scorso all'interno del Parco Lago Nord di Paderno Dugnano (Milano). Lo ha comunicato l'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove il bimbo era ricoverato. La salma del piccolo resta a disposizione dell'autorità giudiziaria per l'esame autoptico, disposto per la giornata di domani. A investire il bimbo era stato un pensionato di 72 anni che aveva l'auto posta sotto sequestro e la patente revocata. Tra le possibili cause dell'incidente, anche quella del malore. Esclusa dagli inquirenti, invece, la guida in stato di alterazione da alcol o sostanze stupefacenti. L'uomo, già indagato per lesioni stradali gravissime e guida senza patente, potrebbe ora rispondere di omicidio stradale. La sua Citroen era piombata addosso al bambino cadendo da una terrazza panoramica del parco.

Paderno, è morto il bimbo di 3 anni investito nel parco da un 72enne senza patente. Valentina Dardari il 4 Giugno 2021 su Il Giornale. Il piccolo è deceduto in ospedale. Era stato investito da una vettura guidata da un pregiudicato 72enne senza patente. Il bimbo di tre anni che era stato investito al parco mentre si trovava con la famiglia, è morto in ospedale. Lyam Hipolito, questo il suo nome, era stato travolto lo scorso mercoledì, 2 giugno, all’interno del Parco Cava Nord di Paderno Dugnano, comune in provincia di Milano. A comunicare la tragica notizia è stata la struttura ospedaliera dove si trovava ricoverato il bimbo, l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. In mattinata Lyam, rimasto gravemente ferito dall’impatto, aveva smesso di dare segnali di vita, ma il suo cuoricino aveva continuato a battere e i medici dell'ospedale hanno aspettato fino all’ultimo, in attesa forse di un miracolo. Alle 17,10 gli operatori sanitari si sono dovuti arrendere e hanno dichiarato la morte del bimbo.

A investire il bimbo un pregiudicato. Come riportato dal Corriere, i genitori del piccolo sono originari delle Filippine e hanno la cittadinanza italiana. La salma del bimbo resterà ora a disposizione dell’autorità giudiziaria che ha disposto l’autopsia per domani, e dovrà servire agli investigatori per capire l’esatta dinamica del tragico incidente e appurare la piena responsabilità del conducente dell’auto. A investire la famiglia è stato un uomo di 72 anni, risultato in seguito senza patente, adesso accusato di omicidio stradale. Si tratta, secondo quanto emerso, di un pensionato pregiudicato, Salvatore D’Amico, classe 1949, residente a Milano. Anche l’investitore si trova ricoverato in gravi condizioni all’ospedale Niguarda del capoluogo lombardo. L’uomo avrebbe sfondato una barriera e sarebbe planato nel parco investendo il bimbo. Secondo quanto reso noto, il 72enne viveva a bordo della sua macchina, e il suo indirizzo ufficiale di residenza risulta essere piazza Filangieri 2, ovvero il carcere di San Vittore. L’uomo, come appurato dalle forze dell’ordine, avrebbe precedenti per reati contro il patrimonio e vicende legate a sostanze stupefacenti, tra gli ultimi reati quelli di possesso e spaccio di cocaina. Lo scorso 4 maggio investì tre pedoni e cercò di fuggire, il 7 maggio era stata formalizzata la denuncia nei suoi confronti. D’Amico era riuscito in seguito a riavere le chiavi della vettura che gli erano state precedentemente sequestrate.

Il bimbo non ce l'ha fatta. Il giorno della Festa della Repubblica è piombato a folle velocità nel parco investendo, e poi uccidendo il bimbo di soli tre anni che stava passeggiando con i suoi genitori. Ezio Casati, sindaco di Paderno Dugnano, ha commentato il tragico evento: “In questo momento la cosa che più mi colpisce è che la piccola creatura che ho visto soffrire non ce l'ha fatta. Mi stringo in un abbraccio ai genitori. Nelle prossime ore valuterò cosa fare, ma non escludo che il Comune possa costituirsi parte civile nella causa, anche per rispetto in questo bimbo che stava vivendo una giornata di festa insieme ai suoi genitori”.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Milano cominciò a rinascere dieci anni fa con Giuliano Pisapia. Luca Bottura su L'Espresso l'1 giugno 2021.La lezione di una vittoria della sinistra di popolo e d’élite. Che da allora sconfigge la destra e tiene a bada i Cinque Stelle. È caduto in un silenzio assordante il decimo anniversario di quello che allora parve a molti un momento storico: la Sinistra che riconquistava Milano. Un evento che i più consideravano piuttosto improbabile ancora a pochi giorni dal ballottaggio e che venne oltremodo favorito da un’altra, misconosciuta, pietra miliare: a spostare il comune sentire fu la satira. Giuliano Pisapia, candidato che oggi definiremmo di sinistra/sinistra e che sarebbe bersaglio del fuoco “amico” dei progressisti di stanza a Riyad, si presentava all’ultimo miglio contro i favori del pronostico. Letizia Moratti, ora riemersa agli orrori della cronaca, contava su una vittoria di conserva, sulla prosecuzione della sua Milano da pettinare, più che da bere, amata anche da certo ceto progressista col cuore sulla mancina e l’Iban a destra. Vogliamo ricordare le frotte di consulenti liberal al soldo di suor Letizia? Non vogliamo. Poi, Moratti diede a Pisapia del ladro d’auto sul finire del confronto diretto su Sky. Ne nacque una formidabile contro/narrazione alla Chuck Norris che sui social, i primi social, bagnò il candidato comunista in acque purificatrici. Pisapia che sbriciolava le patatine nei supermercati e le rimetteva negli scaffali, Pisapia che rubava le dentiere alle vecchiette per suonarle come nacchere nei centri sociali… da lì all’epopea di Sucate, immaginario Paese dell’hinterland devoto del futuro sindaco, fu un attimo. Il vento era cambiato. La percezione pure. Il comunista cattivo diventava di colpo una piccola, buffa icona.

Una risata li avrebbe di lì a poco seppelliti. Quel giorno Milano è rinata. Quel giorno Milano si è scossa dal torpore rassegnato di una promessa tradita, quella di Mani Pulite, che veniva dopo i magheggi socialisti degli anni Ottanta a dimostrare che, come cantava Ivan Graziani, è vero: non si può migliorare. Quel giorno una piccola utopia di popolo, politica nel senso migliore, di atto personale messo a servizio degli altri, mise le basi per la città che due lustri dopo è migliore in tutto e aderisce, finalmente, all’etichetta che ai tempi morattiani era solo chiacchiere e distintivo: l’unica entità europea al di qua delle Alpi. Un percorso talmente solido che avrebbe retto, in parte addirittura crescendo di spessore, al cambio di nocchiero in corsa. Al traumatico, per certi versi, avvicendamento con Beppe Sala. Pisapia avrebbe preferito una soluzione interna, ai tempi. Che non avvenne per la solita balbuzie decisionale che sempre permea il fronte cosiddetto radicale. E col giro di valzer morì definitivamente il tono da epopea che aveva accompagnato la valanga arancione. Milano brillava, ma di un lucore più normale. Più rassicurante. Intorno, intanto, era cambiata l’Italia. L’obiettivo non era più quello di fare valanga, ma di sopravviverle. Beppe Sala ha governato benissimo e la fatica che il centrodestra sconta nel trovargli un avversario o avversaria è indice che nella cerchia dei navigli, unico luogo in Italia nel quale il Pd spadroneggia, il fortino è saldamente presidiato. Ma c’è un ma. Forse un paio. Il primo è che, nonostante la plateale buona amministrazione di palazzo Marino, un eventuale “briscolone” spariglierebbe i sondaggi. Il secondo è che Milano ha smesso da parecchio di essere laboratorio. È un’eccezione. L’eccezione per eccellenza. Ma, da lontano, pare al resto del Paese una sorta di fortino radical chic assediato da Lega e Fratelli d’Italia, da una Lombardia che voterebbe centro-destra anche se domani Fontana, Gallera, la Moratti, che ora si bullano di correre più degli altri nelle vaccinazioni, si presentassero sul tetto del Pirellone e cantassero in coro: “Nella prima e seconda fase ne abbiamo ammazzati più noi della peste”. Eppure, nella narrazione forzatamente approssimativa che ho appena fatto, albergano alcuni dati che dovrebbero interessare a quel che resta della sinistra. Il primo è che le primarie servono, chiunque le vinca. Perché compattano eserciti in rotta. Non solo, la vittoria del candidato più (fittiziamente) pericoloso, come fu Pisapia, porta spesso a una sorta di epifania. In un contesto per cui i suoni gutturali di Meloni e Salvini raccolgono voti, e consenso, l’incidente “estremista” di qualche anno fa, un po’ come quello di Vendola in Puglia, hanno ribaltato il tavolo. Il secondo è che l’impopolarità non sempre affossa i progetti. La salva di pernacchie che circonda Enrico Letta dacché ha deciso di guidare le folle, o almeno provarci, sempre che le folle esistano e gli sopravvivano, è rivelatrice. Letta veleggia sui numeri dei suoi predecessori eppure viene tacciato di perdentismo solo perché non ha ceduto all’evoluzione cogente del celebre teorema di De Gasperi. Laddove uno statista lavorava per le prossime generazioni e un politico per le prossime elezioni, il segretario gentile ha deciso di non lavorare, perlomeno, per il prossimo like. Picchia su argomenti identitari per riunire i propri, puntando poi a cavalcare e ad allargare la nicchia. Nell’attesa che un momento Sucate (oggi potremmo chiamarlo momento mojito, ed è avvenuto mica tanto tempo fa) sorrida anche a lui. Il terzo è ultimo attiene alla sempre sottovalutata matematica. Dieci anni fa, per sconfiggere l’esponente locale di un Berlusconi all’epoca dominante, Pisapia radunò una coalizione che andava dalla Bonino a Rifondazione Comunista. Ora: anche al sottoscritto infastidì non poco l’investitura zingarettiana per Conte, roba da sindrome di Stoccolma, o di ‘stoc***o, per restare a Roma e dintorni. Ma i numeri sono chiarissimi: senza trattenere quel che resta dei Cinque Stelle nell’alveo progressista, senza dialogare con chi non è corso a limonare politicamente con le Destre, il Partito Democratico non vince neppure cinque euro al gratta e vinci. L’alternativa, semplicemente, non esiste: sono Italia Viva, o Azione, ad aver bisogno del Pd per sopravvivere. Altro che dettare condizioni. Per questo, l’evento ormai remoto che fa da spunto a questo pezzo, potrebbe e dovrebbe essere rispolverato. Perché la memoria consente di non ripetere errori, talvolta, ma anche di cogliere nuovamente occasioni. Basterebbe, forse, sfuggire alla narrazione dominante, semplificante, da social network, che ha ridotto ogni dinamica del centro-sinistra a una scontro tra gang su basi di sconsolante pochezza. Si può vivere, e bene, senza i tweet di Marcucci. Sempre, naturalmente, che non si abiti a Sucate.

Il degrado di Milano: "I rom occupano con i materassi in spalla". Francesca Galici il 29 Maggio 2021 su Il Giornale. Sono scene surreali quelle che arrivano dalla periferia di Milano dimenticata dall'amministrazione: illegalità e occupazioni abusive sono all'ordine del giorno. La situazione delle periferie di Milano è sempre più complicata. La propaganda dell'amministrazione comunale sugli interventi effettuati per risanare gravi situazioni si risolve spesso in una bolla di sapone, come dimostrano i reportage effettuati dal consigliere comunale ed europarlamentare della Lega Silvia Sardone. Di recente, l'esponente leghista ha documentato la situazione di via Medici del Vascello, quartiere Merezzate-Santa Giulia, periferia sud-est di Milano. "Negli enormi edifici abbandonati di via Medici del Vascello sono in corso delle occupazioni abusive da parte di rom, con tanto di materassi, che puntualmente spaccano i lucchetti messi dalle proprietà per introdursi senza problemi", ha scritto in una nota Silvia Sardone, portando a conoscenza di una situazione di cui i cittadini della zona si lamentano da tempo. Questo è un quartiere fantasma, dove l'amministrazione si dimentica spesso di intervenire e, quando lo fa, non è così incisiva come dovrebbe. Non era certo difficile prevedere quanto sta accadendo: "Dopo lo sgombero del vicino campo rom irregolare di via Bonfadini avevo paventato la possibilità, nemmeno poi così tanto remota, che alcune famiglie potessero occupare questi immobili dismessi e degradati. Nella vicina ex Intendenza della Finanza e in altri edifici di via dei Pestagalli funziona già così: ci sono stata per un sopralluogo e ho trovato mini-appartamenti, refurtiva varia e sporcizia". Una pratica diffusa, che secondo Silvia Sardone deriva dal fatto che "il Comune di Milano, anche quando sgombera non riesce a garantire la sicurezza dei quartieri perché pensa che il suo lavoro sia finito lì, mentre invece serve presidio del territorio a tutela della legalità. Dopo questa mia ennesima denuncia mi auguro che il sindaco Sala e la sua giunta intervengano subito per sanare la piaga dell’abusivismo che tiene in scacco l’intero quartiere tra via Zama e Rogoredo". L'esasperazione dei cittadini in regola è palpabile. La paura di un incremento della criminalità, che si insinua tra le pieghe delle comunità che vivono senza controllo, è tanta. "“È davvero scandaloso che il Comune di Milano faccia finta di nulla e cerci di nascondere la sabbia sotto il tappeto", ha commentato Davide Ferrari Bardile, referente di alcuni comitati cittadini. E ci hanno provato, i cittadini, a far sentire la loro voce: "Più volte abbiamo segnalato episodi di illegalità e occupazioni abusive ma non siamo mai stati ascoltati. Se è questa la considerazione del sindaco e della sua giunta allora non ci siamo proprio". Perentoria la conclusione di Davide Ferrari Bardile: "Chiediamo lo sgombero degli abusivi e la messa in sicurezza totale degli immobili dismessi tra via Medici del Vascello e via dei Pestagalli per evitare nuove intrusioni. Attendiamo risposte dal Comune".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 24 maggio 2021. Dopo la Milano da bere, la Milano da stuprare. Quanta nostalgia, a quarant' anni di distanza, per una città dove l'illusione di sentirsi qualcuno era affidata al rito fatuo dell'apparenza, alla rucola e alla chiacchiera da foyer. Spazzata via - insieme alla classe politica che ne era l'espressione - la generazione spensierata di rampanti che ne era l'ossatura e la linfa vitale, nella ex capitale morale fiorisce una generazione di ricchi senza volto nè radici nè rappresentanza, miracolati da una economia impalpabile che non richiede conoscenze specifiche ma solo intuizioni fulminee. Sanno che la catastrofe può essere repentina quanto lo è stato il successo. E allora c'è poco da stupirsi se affidano le prove del proprio ego fuori controllo all'unico, immortale strumento di affermazione del maschio dominante: il controllo assoluto sulla donna, brutale, sbrigativo. Non serve essere affascinanti, non serve nemmeno quel po' di chiacchiera da cinepanettone che portava le serate degli anni Ottanta ad approdare sul materasso. Basta la chimica. La cocaina di Alberto Genovese, le benzodiazepine di Antonio Di Fazio, scorciatoie a poco prezzo per saltare a piè pari quel minimo sindacale di corteggiamento dall'esito incerto e approdare direttamente allo stupro puro e semplice. Apparire non serve, anzi questi rituali di sopraffazione si esaltano nei loft blindati come catacombe, unico occhio presente la videocamera destinata a replicare in eterno quei pochi o tanti minuti di dominio totale. Apparire non serve perchè non c'è nulla da mostrare, neanche l'abbronzatura da lettino del seduttore, neanche i muscoli fittizi da palestra. I Genovese, i Di Fazio, sono pallidi e smilzi, non subiscono il feticcio del benessere fisico. Sono inciampati per caso in montagne di soldi ma sanno che anche il denaro come strumento di seduzione ha fatto il suo tempo, nell'arena metropolitana si muove una generazione di donne che si è liberata di quella soggezione davanti al quattrino che un tot di loro mamme si portava appresso. E allora l'unica strada è lo stupro a forza di pillole, l'oggetto reso incosciente, pronto ad essere trascinato nel vuoto infinito che i signori della clic economy portano con sè.

A cura di GLUCK per DAGOSPIA il 20 aprile 2021. Il noto penalista siciliano dà appuntamento alla solita libreria all’Accademia di Corso Porta Vittoria. “Dagospia non è la bocca della verità, ma siete tra i pochi a squarciare il muro di carta omertoso innalzato dai giornali locali, ecco perché la convoco qui tra i tomi dei giuristi che proverrebbero vergogna per lo stato di salute della nostra giustizia di rito ambrosiano”.

Già, prima la rissa e poi la pax armata tra Francesco Greco e Roberto Bichi al Palazzaccio?

“Dopo ci arrivo su quanto accade oggi nel Palazzaccio, simbolo delle ingiustizie perpetrate durante Tangentopoli e delle guerre sotterranee in corso per la successione in autunno del procuratore capo…  E vengo al primo punto. Lei segue in tv quel ciràuli di Piercamillo Davigo? L’ex magistrato è apparso in una trasmissione de La7 dedicata alla figura imprenditoriale di Raul Gardini, definito dal professor Marco Fortis un innovatore nel suo campo quanto Jobs o Gates, e l’ha trasformata nell’ennesima puntata di esaltazione di Mani pulite. “I sucidi? Per Davigo sono cose che capitano come a Gabriele Cagliari rinchiuso a San Vittore al quale per ben sei volte gli era stata promessa, e sempre negata, la scarcerazione. Una tortura. Ma il colmo della sfacciataggine -incalza - il ciràuli l’ha raggiunto quando, in pratica, ha sostenuto che, Gardini si è sparato perché il finanziere-amico Cusani gli negava le carte per difendersi…”.

C’era stato l’arresto di Giuseppe Garofano, l’uomo delle mazzette del gruppo Ferruzzi…?

“Già, con Di Pietro che va a prendere il latitante a Ginevra portandosi dietro venti giornalisti che il giorno dopo scrivono che il Cardinale, come lo chiamavano, aveva cantato…Alla faccia del segreto istruttorio”.

E veniamo al secondo punto.

“Lei davvero pensa che il procuratore Greco e il presidente del Tribunale Bichi abbiamo sotterrato l’ascia di guerra dopo i colpi bassi scambiatisi dopo l’assoluzione per lo scandalo Eni-Nigeria? Lì al Palazzaccio, simbolo dei misfatti giuridici di Mani pulite, si continuerà a ‘fari giustizia a manico di mola’, come diciamo noi isolani, cioè grossolanamente. Non ricordo che Greco abbia polemizzato con la corte giudicante quando Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, senza uno straccio di prova e con il collaudato sistema niente prove ma teoremi – lo si evince nelle motivazioni della sentenza dove scrivono che avevano ‘una spiccata capacità a delinquere’ -, sono stati condannati a 6 anni per aver tentato di risanare i conti del Monte dei Paschi. Con i pubblici ministeri da lui guidati, cioè l’accusa, che avevano chiesto per ben tre volte l’archiviazione…”.

Tutti fitùsi, avvocato?

"Ah saperlo. Alla Casa d’asta Ponti gli eredi di Cesarone Romiti (i figli Maurizio e Piergiorgio) hanno affidato la vendita della mobilia e degli arredi accumulata negli anni nella sua Villa Orlando di Bellagio ch’è stata il rifugio preferito di sua moglie Gina. L’esposizione a palazzo Crivelli dei cimeli antichi dell’ex amministratore della Fiat e di Rcs (tra i più preziosi un raro orologio e un pugnale Kumiya), ha fatto sorgere ai suoi visitatori-esperti (e snob) una domanda: a quale antiquario si è affidato il Sor Cesare nel mettere insieme, tra poche cose preziose, tanta paccottiglia? Non poteva farsi consigliare dall’Avvocato, grande intenditore? Dopo il lancio dei jeans alla meneghina, Tony Manero Sala si ripete su Instagram dove si può seguire il nuovo corso ye ye del sindaco. Nel giorno della presentazione della sua lista civica con il logo che richiama i cinque cerchi olimpici l’inquilino di Palazzo Marino sponsorizza sul social l’ultimo disco “Nostalgia” dei Coma-Cose e annota: “In anteprima il vinile dei Coma-Cose (privilegi da sindaco…) E’ questa l’ora giusta per ascoltarlo”.

Più stonato (politicamente) di così Beppe ye ye ha provocato le reazioni dei follower (indignati e non): “Ma riaccenda i riscaldamenti che in città si gela!”

LETTERA A DAGOSPIA SUI “MORTI DI FAMA” “Egregio Dagospia, la seguo da sempre e vorrei che aggiungesse al gustoso album dei suoi morti di fama (o “più che miti, mitomani”) l’antiquario torinese, Marco Voena. Nel catalogo di presentazione (via social) della nascita del suo Art Authenticator, lo Schwarzenegger delle croste antiche scrive che la pensata è figlia del “genio di Marco Voena. Cioè di lui. Grazie”

(lettera firmata)

Risposta: Affido il commento alla sua segnalazione (grazie) all’aforista Stanislaw Jerzy Lec:” Il momento in cui si riconosce la propria mancanza di talento è un lampo di genio”.

Era stata “MilanoFinanza” a parlare (acriticamente) degli appetiti della famiglia Rotelli sul nosocomio romano Fatebenefratelli di proprietà del Vaticano. Dagospia l’ha rilanciata con qualche sospettuccio sulle scorribande Oltre Tevere degli operatori (insaziabili) della sanità privata. Operazioni spesso accompagnate da scandali (o peggio). Qualche giorno fa è stato arrestato il finanziere Gianluigi Torzi per la vendita del palazzo di Sloan Square di Londra, ma con la sua Beaumont Invest Service, si era fatto avanti anche per il salvataggio dello storico ospedale romano nell’isola Tiberina finito nella procedura fallimentare di concordato preventivo. Nell'impresa avrebbe messo il Becciu (cardinalizio) anche il porporato rimosso da Papa Bergoglio. Al Corrierone di Fontana&Veltroni, ovviamente, non trattandosi del benessere dei canili tanto amati (meritoriamente) dalla liquida Michela Brambilla non hanno trovato degno di nota occuparsene. Soltanto una breve in economia con la notizia che il Gruppo San Donato ha deposito una offerta vincolante per il salvataggio del Fatebenefratelli. L’ha fatto l’Espresso con il titolo: “A chi fa gola la sanità vaticana”. Ma è ai giardini “Montanelli” che l’amica col cagnolino mi aggiorna sul potere forte acquisito nel gruppo San Donato dal vice presidente, Kamel Ghribi, dopo la morte del patron Giuseppe Rotelli: “Amico mio, qui a Milano si sussurra che il finanziere tunisino abbia una affettuosa amicizia con la vedova di Giuseppe Rotelli, Gilda Maria Cristina Gastaldi, che ha ricevuto uno stramilionario lascito. Adesso le sue amiche impegnate nel volontariato citano, maliziosamente, il sublime Oscar Wilde nel commentare la diceria, quella che voi chiamate il ronzio delle mosche avvelenate: ‘’Quando è morto suo marito, lei è diventata bionda dal dolore…”. E il testamento? Ah saperlo! Magari al prossimo Stramilano. Buio in sala allo storico cinema “Odeon” nel cuore di Milano. Ma le luci stavolta si accenderanno soltanto nella parte sotterranea del locale dove ci saranno alcuni spazi destinati alla settima arte (che fu) dopo essere stata la prima multisala in città. Lo spettacolo inventato dai fratelli Lumiere torna così in cantina come all’inizio della sua gloriosa storia. Gli investitori della Dea capital real estate (Gruppo De Agostini) guidati da Gianandrea Perco, avrebbero già ricevuto l’interessamento dei grandi magazzini Harrods e Galerie Lafayette. Insomma, come si poteva leggere sin dal 1939 sulla scritta che campeggiava sul boccascena “Ex tenebris vita”…

Chiara Campo per “il Giornale” l'11 aprile 2021. Vietato criticare l'amministrazione sui social o sui forum, la sorveglianza scatterà pure sui commenti pubblicati fuori dall'orario di lavoro sui profili Facebook personali. Il centrodestra ha definito il nuovo Codice di comportamento per i dipendenti del Comune di Milano «degno del soviet supremo». Beppe Sala sta incassando accese proteste da lavoratori e sindacalisti, l'Rsu si è già rivolta a un avvocato per un giudizio legale. Il regolamento nel mirino è stato approvato lo scorso febbraio ma non è ancora entrato in vigore perché per legge va sottoposto prima a consultazione. E la giunta doveva sentirsi particolarmente tranquilla visto che giorni fa lo ha pubblicato on line aprendo la partecipazione «non solo ai dipendenti ma a tutta comunità milanese». Sotto processo l'articolo 16 che regola i «rapporti con mezzi di informazione e l'utilizzo dei social network». Qualche passaggio? Il dipendente «si astiene dal diffondere con qualunque mezzo, compreso il web o i social network, i blog o i forum, commenti o informazioni compresi foto, video, audio che possano ledere l'immagine del Comune e dei suoi rappresentanti o suscitare riprovazione, polemiche, strumentalizzazioni». Il lavoratore «si impegna a mantenere un comportamento ineccepibile anche nella partecipazione a discussioni su chat o forum on line, mantenendo cautela nell'esprimere opinioni, valutazioni, critiche su fatti o argomenti che interessano l'opinione pubblica o che possano coinvolgere la propria attività all'interno del Comune» e il codice andrà rispettato «anche al di fuori dell'orario di lavoro». Il consigliere comunale di Forza Italia Alessandro De Chirico sintetizza il punto: «Sala vuol mettere il bavaglio ai dipendenti. Forse hanno dato fastidio le tante denunce pubbliche per i disservizi legati al Covid sia in merito alla salute dei lavoratori che ai servizi erogati ai cittadini», vedi gli assembramenti davanti alle (poche) sedi anagrafiche lasciate aperte. Insomma, «guai a dissentire, il regolamento blocca il diritto di critica, spero che i sindacati si facciano sentire con uno sciopero». Un delegato sindacale Rsu - almeno per ora - non si fa problemi a bollare il nuovo codice di comportamento come «un attacco alla libera espressione, alla comunicazione sindacale e al diritto di informazione libera». Se il Comune non farà dietrofront il sindacato passerà alle vie legali. Un conto sono ingiurie o insulti, ma «il diritto di opinione espresso fuori dall'orario di lavoro non può essere punito con il licenziamento e tanto meno può essere spiato il profilo social di un dipendente per controllarne il contenuto». Il confine tra ciò che è lecito o punito con provvedimenti disciplinari o licenziamento rischia di assottigliarsi parecchio, i sindacalisti abituati a mantenere rapporti con la stampa sono preoccupati. Avverte il codice che «il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e politici non consente al dipendente di rilasciare dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell'amministrazione».

La delibera di assunzione è anomala. Il Comune di Milano oscura i titoli del capo dei vigili, Ciacci aveva i requisiti? Paolo Comi su Il Riformista il 21 Aprile 2021. Il gabinetto del sindaco di Milano ha chiesto che venga presentata una querela – a tutela dell’Amministrazione – nei confronti degli organi di informazione, fra cui Il Riformista, che nei giorni scorsi, dopo il servizio televisivo delle Iene, si sono occupati della nomina del comandante della Polizia locale del capoluogo lombardo. Ad assistere Beppe Sala, come si legge nella delibera di giunta, gli avvocati della civica Avvocatura. Le spese di lite, prosegue la delibera, sono al momento “indeterminabili”. Nell’attesa che i magistrati decidano se nei vari articoli sono stati posti in essere “fatti lesivi” per l’immagine del comune di Milano e di Sala, sarebbe interessante sapere se Marco Ciacci aveva i titoli per ricoprire l’incarico di comandante della polizia locale di Milano. Nella delibera di assunzione, firmata da Sala, i titoli posseduti da Ciacci risulterebbero essere stati “omissati”. L’ex responsabile della sezione di polizia giudiziaria della polizia di Stato presso il Palazzo di giustizia di Milano venne scelto da Sala, a settembre del 2017, per sostituire l’allora comandante Antonio Barbato, dimessosi dall’incarico per circostanze mai del tutto chiarite. I titoli “omissati” sono una singolarità, trattandosi di un incarico pubblico. La nomina di Ciacci, che in passato aveva coadiuvato le indagini di Ilda Boccassini nei confronti di Silvio Berlusconi nel procedimento Ruby e che, divenuto comandante della polizia locale, era intervenuto in un sinistro stradale mortale, dove non vennero fatti accertamenti tecnici, causato proprio dalla figlia della pm antimafia, non era stata effettuata ai sensi dell’articolo 110 del Testo unico degli enti locali del 2000. La procedura utilizzata era stata quella del “comando”. La differenza non è di poco conto. I Comuni possono conferire, fornendone esplicita motivazione, incarichi dirigenziali in dotazione organica a soggetti esterni con contratto di lavoro subordinato a tempo determinato, in possesso di particolare e comprovata qualificazione professionale, non rinvenibile nell’Amministrazione. Queste persone devono aver svolto attività in “organismi ed enti pubblici o privati o aziende pubbliche o private con esperienza acquisita per almeno un quinquennio in funzioni dirigenziali”, o “aver conseguito una particolare specializzazione professionale, culturale e/o scientifica desumibile dalla formazione universitaria e post-universitaria, da pubblicazioni scientifiche e da concrete e qualificate esperienze di lavoro, maturate per almeno un quinquennio, anche presso amministrazioni statali, ivi comprese quelle che conferiscono gli incarichi, in posizioni funzionali previste per l’accesso alla dirigenza, o provenienti dalle aree della ricerca, della docenza universitaria, delle magistrature e dei ruoli degli avvocati e procuratori dello Stato”. La ratio della norma è chiara: si possono assumere, a tempo determinato, professionalità che non sono in quel momento reperibili all’interno dell’Amministrazione. Ed infatti, il regolamento del Comune di Milano prevede che un incarico dirigenziale apicale, come quello di comandante della polizia locale, possa essere affidato a un soggetto esterno all’ente soltanto dopo avere esperito una ricognizione interna, volta ad accertare la mancanza di figure qualificate e idonee ad occuparlo. Nel caso del comandante della polizia municipale sarebbe stato difficile assumere un “esterno” essendo presenti all’interno del Comune di Milano diversi dirigenti in possesso di tutti i requisiti previsti. Dunque, nessuna ricognizione e assunzione tramite l’istituto del comando, con richiesta all’allora capo della polizia Franco Gabrielli di “prestare” Ciacci. Il “comando”, però, è per un periodo limitato di tre anni, durante il quale l’amministrazione provvede a “rimborsare” i costi sostenuti per lo stipendio al “datore di lavoro” originario. In questo caso il Ministero dell’Interno. Il paletto dei tre anni è stato “by passato” da Sala lo scorso anno, disponendo per Ciacci una proroga di un altro anno, fino al prossimo mese di settembre. Se l’assunzione fosse stata effettuata con l’articolo 110, invece, poteva durare per l’intero mandato del sindaco, senza bisogno di proroghe. Il Comune di Milano ha diramato una nota sul disinteresse di Ciacci per la polizia locale di Milano. “Ciacci era già dirigente della polizia di Stato e responsabile della Sezione di polizia giudiziaria, per cui il comando come dirigente della polizia locale non ha certo rappresentato per lui un avanzamento di carriera.” I maligni fanno presente, però, che Ciacci prima di diventare comandante della polizia locale guadagnava circa 70.000 euro l’anno, che ora sono diventati 140.000. Un sacrificio sopportabile. Paolo Comi

Il cambio al vertice dei vigili urbani. Ci fu accordo tra Sala e la Procura? Il sindaco deve fare chiarezza. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 13 Aprile 2021. Questa volta non c’è moratoria per Beppe Sala, e non c’è un presidente del consiglio che venga a Milano per porgere i propri complimenti alla Procura della repubblica. La tegola c’è ed è pesante. Certo, è solo giornalistica, e oltre a tutto di un giornalismo di nicchia, come è quello delle Iene. Ma molto popolare. Tanto che se ne sta parlando parecchio a Milano, pur se non sui “grandi” giornali, che mantengono un atteggiamento ancora piuttosto british, con la deferenza dovuta al primo cittadino. In fondo non è neanche indagato, questa volta. Ma la tegola c’è. È la storia di quel licenziamento del capo dei vigili urbani Antonio Barbato nell’estate del 2017 e del velocissimo rimpiazzo del medesimo con il capo degli agenti del Palazzo di giustizia Marco Ciacci, braccio destro di Ilda Boccassini. C’è qualcosa di opaco in quella vicenda, protestano le opposizioni in consiglio comunale, e chiedono al sindaco di dare spiegazioni pubbliche. Che lui non dà, per non concedere palcoscenici agli oppositori politici, ma anche perché la situazione è molto imbarazzante, come lui stesso ha dimostrato sfuggendo nervosissimo davanti al giornalista delle Iene che lo aveva braccato con una certa insistenza, come è nello stile (un po’ scortese) della trasmissione. Certo, siamo in campagna elettorale, e il sindaco ha già messo su addirittura otto squadre per giocare al raddoppio. Non ha proprio bisogno di avere casini di questo tipo tra i piedi. Gli è già andata bene una volta, ed era molto più pesante, perché la tegola era giudiziaria, e riguardava il suo ruolo e alcuni suoi comportamenti nella veste di commissario di Expo. Una vicenda che va raccontata tutta, anche perché, dalla lunga “Nota dell’amministrazione comunale” diffusa alla stampa domenica pomeriggio traspare una certa astuzia non degna degli uffici del primo cittadino. Per replicare ai sospetti avanzati dall’ex comandante dei vigili Antonio Barbato, il quale ha esplicitamente denunciato un accordo tra il Comune e la procura della repubblica per far entrare al suo posto Marco Ciacci, la nota sostiene che «la procura di Milano ha chiesto l’archiviazione per tutti i fatti connessi alla gestione dell’Expo nel gennaio 2016, oltre un anno e mezzo prima che scoppiasse il caso Barbato». In cosa consiste l’astuzia? Nel fatto che in quella richiesta di archiviazione non c’era affatto il nome di Sala, ma altri cinque indagati. E lasciamo perdere quel che è successo in quel periodo al palazzo di giustizia, con il conflitto Bruti Liberati-Robledo, proprio intorno ai fatti di Expo, quelli per cui il presidente del consiglio ha ringraziato per due volte il procuratore della repubblica. Rimane il fatto che, se è vero quel che dice Barbato, e che gli avrebbe riferito l’ex assessore alla sicurezza Carmela Rozza, sulla preoccupazione di Sala per l’inchiesta giudiziaria, tale da non poter rifiutare una richiesta della procura su Marco Ciacci, è perché era nel frattempo intervenuta la procura generale a sanare una grave ingiustizia. E cioè il fatto che si fosse consentito a un candidato alle elezioni comunali di avere una lunga moratoria, con le indagini messe su un binario morto fino a che lui non era stato eletto. Fino a che, non necessariamente “allo scopo di” farlo eleggere. Ma come si fa a non chiedere chiarezza? E siamo sicuri che, con il moralismo imperante anche nella laicissima Milano medaglia d’oro della resistenza, Beppe Sala sarebbe stato eletto sindaco, se si fosse saputo che era indagato per aver falsificato un atto pubblico? Perché del fatto che ci fosse un’inchiesta che lo riguardava tutti noi comuni mortali l’abbiamo saputo solo il 15 dicembre 2016, sei mesi dopo il suo ingresso a Palazzo Marino, quando la procura generale, che nel frattempo aveva avocato a sé l’inchiesta, evidentemente mostrando agli occhi di Matteo Renzi meno “sensibilità istituzionale”, aveva chiesto una proroga alle indagini. Ma l’estensore della “Nota” non demorde. Solo che trae dal ragionamento una conclusione sballata. Soprattutto perché pare ignorare il pesantissimo conflitto che proprio sulla vicenda giudiziaria di Beppe Sala ci fu tra procura della repubblica e procura generale. Semplificando rozzamente, l’una innocentista, l’altra colpevolista. E, se Barbato ha ragione, visto che non abbiamo mai visto una smentita dall’ex assessore Rozza, se amorosi sensi ci sono stati, non fu certo tra il sindaco e chi l’aveva indagato e aveva sostenuto l’accusa nei suoi confronti fino alla condanna (e in seguito la prescrizione). Per dovere di cronaca, ecco le conclusioni su questo punto della Nota: «Dunque è del tutto evidente che, poiché la procura di Milano ha chiesto l’archiviazione molto prima che Sala diventasse sindaco e la procura generale ha invece portato avanti il rinvio a giudizio nei suoi confronti, la tesi dello “scambio di favori” risulta totalmente fantasiosa, infondata e a dir poco pretestuosa, quindi diffamatoria. E verrà perseguita in sede legale». Finale non molto elegante, pensare di chiedere a un giudice se è vero che un suo collega si è messo d’accordo con un sindaco per imbrogliare un vigile urbano. Ma sono tanti gli elementi di questa storia che non convincono. Anche perché gli interessati non rispondono, né in sede giornalistica né in quella politica. Ci hanno già provato a palazzo Marino nel passato e stanno insistendo in questi giorni. Il capogruppo in consiglio di Forza Italia Fabrizio De Pasquale, che vorrebbe vedere in volto (o in collegamento) il sindaco per chiarire come mai alle dimissioni di Barbato del 10 agosto sia seguita l’11 agosto la fulminea richiesta del Comune al questore per avere l’autorizzazione al comando di Marco Ciacci senza fare un bando. Analoghe richieste della presenza in aula del primo cittadino sono avanzate da Andrea Mascaretti, capogruppo di Fratelli d’Italia e il consigliere della Lega Max Bastoni. Sono tante le spiegazioni che la città si aspetta. Per esempio, se Antonio Barbato, per esser finito nelle intercettazioni di un’inchiesta di mafia in cui sarà sentito dalla pm Boccassini solo come persona informata sui fatti, non era più adatto a dirigere la polizia municipale, perché dopo le dimissioni è stato spostato in una società partecipata del Comune con lo stesso ruolo e le stesse mansioni? Insomma, era degno o indegno? E siamo così sicuri che il suo successore Marco Ciacci non abbia tratto, come dice la Nota, nessun vantaggio nel passare dalla polizia di Stato a quella locale? Neanche il vantaggio economico di veder triplicare la propria retribuzione? E siamo sicuri che questo passaggio così vantaggioso non sia stato anche un premio per il passato e anche in vista del futuro?

La storia dell'ex capo dei vigili di Milano Barbato. Le Iene News il 02 aprile 2021. Nel 2017 l’allora capo della polizia municipale di Milano, Antonio Barbato, si dimette dopo esser stato travolto mediatamente da uno scandalo. Al suo posto il Comune nomina Marco Ciacci, fino ad allora in servizio presso la Procura. Ce ne parla Fabio Agnello. “Ho vissuto una storia molto brutta, che nessuno dovrebbe vivere in un paese come l’Italia”. A parlare con il nostro Fabio Agnello è Antonio Barbato, che fino al 2017 era il comandante della polizia municipale di Milano. In quell’anno però si dimette, dopo esser stato travolto mediatamente da uno scandalo. Uno scandalo che ipotizzava un presunto coinvolgimento perfino delle cosche della criminalità organizzata: Barbato viene accusato di aver incontrato dei mafiosi al fine di far pedinare un vigile sotto il suo comando. Una notizia che ha fatto discutere molto in quei giorni e che è finita al centro della cronaca cittadina. “Io sono stato sentito in qualità di testimone”, ci racconta Barbato. In quell’inchiesta infatti l’ex comandante dei vigili non venne indagato, ma sentito come persona informata sui fatti. Ma sulla stampa le cose vengono presentate in modo molto diverso. “Questa è una cosa che mi fa impazzire e non mi fa dormire la notte, sapendo quello che c’è dietro a questa storia”, ci dice Barbato: “Cioè la sostituzione del comandante Barbato con l’attuale comandante Marco Ciacci”. Al posto di Antonio Barbato il Comune, guidato dal sindaco Beppe Sala, nomina Marco Ciacci, che fino a quel giorno era a capo della polizia giudiziaria della procura di Milano. Possibile che ci sia qualcosa che non torna in questo cambio alla guida della Polizia locale della città? La Iena ce ne parla nel servizio in testa a questo articolo.

Il patto tra Procura e sindaco. Scandalo Expo, così il sindaco Sala si è piegato alla Procura (e fu salvato…). Frank Cimini su Il Riformista il 7 Aprile 2021. Stop and go. Il bastone e la carota. La magistratura da tempo è consapevole di poter aumentare il potere della categoria e anche quello del singolo magistrato sia facendo le indagini che non facendole. A seconda delle convenienze e delle opportunità con tanti saluti al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale tanto celebrato nei convegni e nei comunicati stampa. Bisogna raccontare di nuovo la storia di Expo, della moratoria sulle indagini per approdare a uno “strano” incidente stradale con un morto e senza alcol test e test antidroga, una storia da nomenklatura moscovita sulla quale i giornaloni oni-oni scelsero di autocensurarsi. Beppe Sala il sindaco di Milano, pronto a ricandidarsi e a essere confermato come primo cittadino per mancanza di avversari decenti al di là dell’alleanza con i Verdi europei che in Italia e in città non esistono, fu uno dei principali beneficiari della moratoria decisa dalla mitica procura che fu di Mani pulite per salvare l’evento. Senza fare gara pubblica, Sala deus ex machina di Expo affidò la ristorazione di due padiglioni a Eatitaly di Oscar Farinetti senza che in un primo momento nessuno dicesse niente. Poi l’anomalia chiamiamola così fu segnalata dall’Anac all’epoca diretta da Raffaele Cantone. Sala venne indagato per abuso d’ufficio e non fu mai interrogato fino alla richiesta di archiviazione. Così ebbe modo di candidarsi a sindaco e di essere eletto nonostante il gigantesco conflitto di interessi tra amministratore di Expo e Comune di Milano che qualcosa da spartire con l’evento l’aveva. La procura nella richiesta di archiviazione ammetteva che di fatto Sala aveva favorito Farinetti ma senza averne l’intenzione. Insomma una sorta di “a sua insaputa” di scajolana memoria. L’accusa di abuso d’ufficio venne archiviata dal gip. Il giudice che firmò il provvedimento era stato tra i vertici del Tribunale che sui fondi di Expo giustizia avevano deciso di non fare gare pubbliche per l’affidamento dei fondi, ricorrendo ad aziende «in rapporti di consuetudine con la pubblica amministrazione». Una di queste aziende aveva sede nel paradiso fiscale del Delaware e ancora oggi non sappiamo a chi appartenesse. Ma possiamo affermare tranquillamente che la società non era di Silvio Berlusconi. Insomma Sala fu salvato anche perché aveva assunto la stessa iniziativa dei giudici, oltre che per non far saltare del tutto l’evento. Sui fondi di Expo giustizia nacque un fascicolo di indagine che per il sospetto fossero coinvolti dei giudici in servizio a Milano fece il giro di diverse procure, Brescia, Venezia, Trento. E qui venne tutto archiviato senza neanche iscrizioni al registro degli indagati e interrogatori perché cane non mangia cane. Qui tornano in mente le parole dell’allora premier Matteo Renzi che per ben due volte ringraziò la procura che aveva dimostrato senso di responsabilità istituzionale. Per aver falsificato la data della sostituzione di due componenti di una commissione aggiudicatrice Sala venne indagato solo perché era intervenuta la procura generale della Repubblica avocando l’inchiesta. La procura aveva fatto finta di niente. Alla fine il sindaco è stato condannato sia in primo grado sia in appello a sei mesi mutuati in una sanzione pecuniaria. Nel frattempo scattava la prescrizione alla quale il primo cittadino non ha legittimamente rinunciato. A nessun imputato si può chiedere né tantomeno imporre di farlo. È un principio di civiltà. In tutta questa storia non possiamo non ricordare che la giunta Sala designò a capo dei vigili urbani Marco Ciacci fino ad allora capo della polizia giudiziaria. Ciacci una sera dell’ottobre di tre anni fa piomba letteralmente sul luogo di un incidente stradale dove era stato investito, morendo, un medico. Responsabile dell’investimento con il proprio ciclomotore era stata Alice Nobili figlia dei due procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Alberto Nobili. Come detto all’inizio niente alcol test né test antidroga. Risarcendo il danno (la somma sicuramente congrua è coperta legittimamente da clausola di riservatezza) la ragazza è stata condannata tramite patteggiamento a nove mesi per omicidio colposo. I giornali e le agenzie di stampa non diedero neanche la notizia della condanna. Pensate a cosa avrebbero e non avrebbero scritto nel caso in cui Piersilvio Berlusconi avesse tirato sotto un pedone. Ci pensò un povero blog, poi qualche quotidiano minore tornò sulla vicenda. Adesso grazie alla trasmissione delle Iene si ritorna a parlare della nomina di Ciacci. Sarebbe cosa buona e giusta che si riparlasse pure di Expo, celebrato come una sorta di miracolo economico ma di cui non conosciamo ancora i conti. Nonostante ciò i giudici per la storia del falso hanno riconosciuto a Sala l’attenuante di aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale. Quel falso materiale e ideologico nella vicenda intricata e coperta da moratoria di Expo sarà sicuramente una quisquilia ma siamo sicuri spetti ai giudici affermare che l’evento fu un fatto tutto sommato positivo? Forse sì forse no. Aspettiamo i conti, la pipì fuori dal vaso non va bene mai soprattutto se fatta dai giudici chiamati a condannare o assolvere. E basta.

Lo scoop delle Iene sul caso Barbato. La Procura di Milano ha commissariato Sala: capo dei vigili cacciato e sostituito dall’uomo di fiducia della Boccassini. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 6 Aprile 2021. È vero che nel 2017 nella città di Milano ci fu un accordo sotterraneo tra il sindaco, il procuratore della repubblica e un ex leader di Mani Pulite, per far fuori il comandante dei vigili urbani e sostituirlo con un agente di polizia giudiziaria, uomo di fiducia di Ilda Boccassini? E per quale motivo il Comune di Milano avrebbe dovuto essere tenuto a balia dalla polizia di Stato, o addirittura dall’antimafia? È la vittima in persona, quell’Antonio Barbato che fu braccato dai giornalisti e spintonato dal sindaco e dall’assessore finché stremato non accettò di lasciare il suo posto di capo della polizia urbana alla persona segnalata dalla procura, a raccontarlo. Alla fine, anche con un nodo in gola, al ricordo di quel che gli capitò. Una bomba di ventisette minuti, lanciata il venerdì di Pasqua dal programma delle Iene su una Milano già deserta alla vigilia dei tre giorni di zona rossa, destinata a un potente scoppio, anche se ritardato dai giorni di festa. Se scoppio ci sarà, visto il timore reverenziale (chiamiamolo così) che ormai pervade le redazioni al solo sentire i nomi di alcuni protagonisti. Di sicuro ci saranno le reazioni politiche da parte delle opposizioni a Palazzo Marino, già preannunciate da diversi consiglieri. Se fossimo in un’aula giudiziaria, e se ragionassimo con il metro di certi pubblici ministeri, alla sbarra ci sarebbero: Il sindaco di Milano Beppe Sala, il procuratore Francesco Greco, il presidente della “Commissione legalità” del Comune, Gherardo Colombo, ex divo di mani Pulite, l’ex assessore alla sicurezza Carmela Rozza. E se quanto raccontato nel super-documentato servizio delle Iene fosse anche solo rilanciato da una bella campagna stampa in stile Repubblica (le dieci domande) – Il Fatto (corsivo travagliesco) – Domani (imitazione degli altri due), un bel reato associativo agli imputati non lo leverebbe nessuno. Lasciamo parlare i fatti, un po’ come se nel processo italiano ci fosse davvero il rito accusatorio e la prova si formasse nel dibattimento. Il giornalista delle Iene Fabio Agnello ci ha lavorato per mesi, lo si capisce, e non ha tralasciato alcun indizio, né dimenticato di sentire alcun testimone. La parte lesa in primis, Antonio Barbato. Il quale racconta che, quando nel 2016 vinse il concorso e diventò comandante della polizia municipale milanese, l’assessore alla sicurezza Carmela Rozza (oggi consigliera regionale del pd) gli disse che era stato molto fortunato. Perché? Perché c’era stata una pressione da parte della Procura della repubblica perché a quel ruolo fosse nominato un altro, ma che il sindaco Sala non aveva potuto far niente perché ormai il posto era già stato assegnato a lui. L’ “altro”, quello segnalato dalla procura, si chiamava Marco Ciacci, era un agente di polizia giudiziaria assegnato al procuratore aggiunto Ilda Boccassini, allora capo del dipartimento antimafia (andrà in pensione nel 2019). A pensarci questo aspetto della vicenda è un po’ inquietante. All’interno del corpo dei vigili urbani milanesi esistevano all’epoca, a quanto documentato anche in una relazione dell’Anci, l’associazione dei Comuni Italiani, diverse posizioni adatte a quel ruolo, tredici per la precisione. E non va dimenticato che in passato Letizia Moratti e tutti gli assessori della sua giunta furono condannati dalla Corte dei Conti proprio per non aver eseguito una ricognizione interna al Comune prima di nominare dirigenti esterni. Può anche essere una regola sbagliata, ma esiste. In ogni caso, per poter collocare a quel posto dirigenziale l’appartenente a un’altra amministrazione (come la polizia di Stato), il sindaco Sala avrebbe dovuto procedere a indire un altro bando. E forse chi in procura gli aveva chiesto quel favore avrebbe dovuto saperlo. In ogni caso in quel 2016 non successe niente e Ciacci rimase al proprio posto. Comunque sarà il caso, un anno dopo, a far virare il vento. E il caso porterà il comandante Barbato proprio a testimoniare, come persona informata dei fatti, davanti alla pm Boccassini. Certo, lui avrebbe preferito essere convocato per altri motivi, per un suo esposto. Perché, da bravo capo, si era allarmato sui comportamenti di un suo sottoposto, un sindacalista della Cisl di nome Mauro Cobelli, che esagerava nella richiesta di permessi , che capitavano quasi sempre di sabato e domenica piuttosto che in feste come quella del 2 giugno o dell’8 dicembre. Cobelli finirà in seguito rinviato a giudizio in un’inchiesta giudiziaria di nome “multopoli”, perché sospettato di far annullare le contravvenzioni agli amici. E ora, intervistato dalle Iene, prende tempo nel dare le risposte, senza trovare il modo di spiegare il perché di tutti quei permessi. Comunque il comandante Barbato aveva presentato il suo bell’esposto alla procura della repubblica di Milano che, al contrario di quanto accaduto in altre città dove le inchieste sui “furbetti del cartellino” spopolavano (a volte a sproposito) con arresti e licenziamenti, non aveva preso alcuna iniziativa. Fu a quel punto che la buona sorte del comandante Barbato cominciò a girare storta. Pensò infatti il tapino di chiedere consiglio a un altro sindacalista, Domenico Palmieri, un leader della Cisl molto conosciuto che lavorava in Provincia. I due si videro e si telefonarono. Palmieri la buttò lì: perché non lo fai pedinare da un investigatore privato? E lo sventurato rispose: meriterebbe questo e altro! Fu la fine. Palmieri era intercettato in un’inchiesta milanese chiamata “mafia appalti” (come quella siciliana che potrebbe aver segnato la fine di Paolo Borsellino), condotta da Ilda Boccassini, la quale sentì subito Antonio Barbato come persona informata sui fatti (una mezzoretta in tutto, ricorda lui), e la cosa pareva finita lì. Invece no, perché aleggiava sempre qualcosa di strano nell’aria. E perché qualcuno soffiò ai giornali la storia del (mancato) pedinamento. Parte da subito Repubblica, “Intercettati dall’antimafia, Barbato nei guai”, e poi “Milano, vigile pedinato dagli uomini del clan”, eccetera. L’assessore Rozza comincia a fare pressioni perché il comandante si dimetta. Lui non capisce: ma che cosa ho fatto? Non ho neanche poi raccolto quel consiglio sul pedinamento. Ed ecco che la stessa assessore –è il racconto di Barbato già reso pubblico in altre occasioni e mai smentito- gli dice chiaramente che il sindaco Sala sta passando un brutto momento perché indagato per reati connessi all’Expo e quindi non ci si può permettere di fare uno sgarbo alla Procura della repubblica. In poche parole: devi lasciare il posto a Ciacci. Questo è quanto lui intuisce, e la storia gli darà ragione. La situazione è molto delicata e Sala è in una posizione quanto meno imbarazzante. Perché la Procura di Francesco Greco vuol lasciar cadere le accuse nei confronti del sindaco e questo determinerà un clima conflittuale con la procura generale (proprio come nei giorni scorsi per il processo Eni), che avocherà a sé l’inchiesta fino a che il sindaco di Milano sarà condannato per falso ideologico e materiale e infine godrà di una prescrizione cui non rinuncerà. Ma cui aveva diritto, anche se la cosa non era piaciuta a Marco Travaglio, che da allora lo dardeggia ogni volta in cui è possibile. Ma sulla vicenda Barbato non fa certo una bella figura. Anche perché le parti più brutte di tutta la storia sono quelle che arrivano dopo. Il sindaco è in difficoltà, perché Barbato ha vinto il concorso, e nello stesso tempo, come si fa a dire di no a una richiesta della procura? Così passa la patata bollente a qualcuno che il Palazzo di giustizia lo conosce bene, Gherardo Colombo. L’ex pm di Mani Pulite è infatti il presidente di una Commissione legalità del Comune, di cui, se mi si consente, non si capisce perché debba esistere, quasi ci fosse il bisogno di controllare, in aiuto alla magistratura, se Palazzo Marino commette reati. Così Gherardo Colombo e la sua commissione, in nome della legalità, mostrano il pollice verso che porterà infine il povero Barbato alle dimissioni. Ma non dimentichiamo che quello delle Iene è un programma satirico. E come tale non può non notare il linguaggio usato nella condanna a morte. Un linguaggio quanto meno ipocrita. Ecco il motivo della sentenza della Commissione legalità: “il solo ipotizzare di poter accettare l’ipotesi di farlo seguire… è il contrario della correttezza”. Cioè Barbato, nella telefonata con il sindacalista Barbieri, di cui ignorava (come tutti) la vicinanza a una cosca, avrebbe ipotizzato di poter accettare un’ipotesi. Naturalmente, inseguito dal giornalista delle Iene, Colombo non dà oggi nessuna spiegazione per quella decisione, così come Sala, nervosissimo. Viene anche rimandata l’immagine dei quei giorni, quando lui diceva che Barbato l’aveva fatta grossa, mentre alle sue spalle il vigile Cobelli rideva. Tutti oggi paiono voler dimenticare. Tranne la vittima. Che ricorda. Volete sapere come finisce la storia? Attenzione alle date. Barbato si dimette il 10 agosto. Il giorno dopo, 11 agosto, Franco Ciacci ha già ottenuto il nulla osta del questore ed è il nuovo comandante dei vigili di Milano. Senza ricognizione interna al Comune e senza bando di gara. Mai successo. Barbato aspetta giustizia. “Si erano messi tutti d’accordo”, dice con la voce rotta dal pianto. Aspetta giustizia. Non l’ha avuta dal sindaco Sala, non l’ha avuta dal procuratore Greco, non l’ha avuta dal presidente della legalità Colombo. Ha inviato tutta la sua documentazione all’Anac, che ha inviato una relazione alla procura di Brescia. Chissà. Non avendo molta fiducia in una nuova campagna di stampa che vada in direzione contraria alla gogna che aveva subito quattro anni fa, spera che tutti i consiglieri di opposizione di Palazzo Marino, che ci avevano già provato invano allora, si facciano sentire oggi. In una situazione particolare, con il procuratore Greco che sta per andare in pensione e il sindaco Sala ricandidato alle prossime elezioni. Ma, chiunque sarà il prossimo sindaco di Milano e chiunque sarà il prossimo procuratore capo, non sarebbe ora di separare le loro carriere?

Giorgio Gandola per "La Verità" il 13 aprile 2021. C'è posta per la Procura di Brescia. Fra i documenti e gli esposti di routine, è arrivata dall'Anac (l'Agenzia nazionale anticorruzione) la segnalazione relativa a una vicenda che sta facendo rumore a Milano. Titolo del dossier: «Nomina illegittima del comandante del corpo di polizia municipale, senza selezione pubblica, senza titolo e con stipendio maggiorato». È il caso sollevato dall'ex comandante dei ghisa Antonio Barbato e da un'inchiesta del programma Le Iene. La storia riguarda anche il successore Marco Ciacci, agita i sonni del sindaco Giuseppe Sala e potrebbe avvelenargli la campagna elettorale. Barbato fu costretto alle dimissioni nel 2017 dopo una campagna mediatica micidiale. Fu accusato sui giornali (ma mai indagato) perché in un colloquio telefonico l'ex sindacalista Domenico Palmieri gli consigliò di far pedinare un vigile che faceva parte dei cosiddetti «furbetti del cartellino» (aveva utilizzato 60 permessi sindacali in modo irregolare, anche il 2 giugno e l'8 dicembre). Barbato rispose: «Meriterebbe questo e altro». Non fece pedinare nessuno ma la frase gli è costata la carriera; il dialogo era intercettato nell'ambito di un'inchiesta sulle infiltrazioni delle cosche mafiose nella metropoli, Palmieri sarebbe stato arrestato. L'ex comandante dei vigili non era coinvolto, passava di lì, ma pagò con la defenestrazione. Allora la pietra tombale sui suoi tentativi di difesa venne posta dal Comitato per la legalità e la trasparenza presieduto dall'eroe di Mani pulite, Gherardo Colombo, che sentenziò: «Il solo ipotizzare di poter accettare l'ipotesi di far pedinare un collega depone in senso avverso alla correttezza che un comandante deve avere». Il sindaco Sala sembrava non aspettare altro: parere negativo il 10 agosto, cambio al vertice l'11 agosto con la nomina di Ciacci. Tutto in una notte senza ricognizione interna per verificare l'esistenza di analoghe professionalità (secondo l'Anci c'erano 13 posizioni adatte al ruolo) e senza concorso. È facoltà del sindaco non fare il bando, ma in passato Letizia Moratti e gli assessori della sua giunta furono condannati dalla Corte dei conti per non aver eseguito «la ricognizione interna» prima di nominare dirigenti esterni. Il nuovo numero uno dei vigili era un esterno di prestigio, ex responsabile della polizia giudiziaria in procura, collaboratore di Ilda Boccassini, paracadutato con un blitz a Ferragosto. Al di là delle modalità, è l'accusa di Barbato a fare rumore: «La mia sostituzione era per far sì che Sala esaudisse un desiderio della Procura, considerando anche le inchieste giudiziarie a cui era stato sottoposto il sindaco. La gogna mediatica nei miei confronti serviva a velocizzare l'operazione di nomina di Ciacci. Si erano messi d'accordo per mandarmi via». Nel programma Le Iene, Barbato aggiunge che l'allora assessore alla Sicurezza, Carmela Rozza, gli disse: «Bisogna mettere Ciacci perché lei sa in che posizione giudiziaria è il sindaco, non possiamo permetterci di non esaudire la richiesta della Procura». Nel periodo di Expo, il deus ex machina Sala fu indagato per abuso d'ufficio (aveva affidato due padiglioni della ristorazione direttamente a Oscar Farinetti) e archiviato. Poi fu condannato a sei mesi con prescrizione per un appalto. Il dirottamento delle inchieste a Francesco Greco e Boccassini portò allo scontro fra il procuratore Edmondo Bruti Liberati e Alfredo Robledo, conclusosi con l'allontanamento di quest'ultimo. Ricordando quel braccio di ferro scrive Luca Palamara: «Se cade Bruti, cade il Sistema». Nel periodo dell'Expo per due volte il premier Matteo Renzi rese pubblico tributo alla Procura di Milano per «sensibilità istituzionale». La storia è intricata, le opposizioni chiedono a Sala di spiegare in consiglio comunale ma lui non è ancora uscito allo scoperto. Max Bastoni (Lega): «Sala deve fugare ogni sospetto di scambio di favori». Fabrizio De Pasquale (Forza Italia): «Perché non ha voluto valutare più figure? Il sindaco abbia il coraggio di affrontare un dibattito democratico». Ciacci è un funzionario noto: indagò sulle cene eleganti ed è stato teste d'accusa nel processo Ruby contro Silvio Berlusconi. Da capo dei ghisa, nel 2018 si è occupato personalmente di un incidente stradale in cui un medico fu investito da una ragazza in motorino e morì. La responsabile dello scontro, condannata per omicidio colposo, era Alice Nobili, figlia di Boccassini e dell'ex marito pm, Alberto Nobili. Mai sottoposta ad alcoltest e a test antidroga. Ora saranno i pm bresciani a valutare se dentro il caso sollevato da Barbato ci sono irregolarità. Rimane una perplessità rispetto a quel «solo ipotizzare di poter accettare l'ipotesi» scandito dall'ex pm Colombo nel suo pronunciamento. Un anno lo stesso Comitato legalità e trasparenza non ha avuto niente da dire a Sala per la nomina di Renato Mazzoncini ad amministratore delegato di A2A, multiutility strategica con 12.000 dipendenti e un fatturato da 7 miliardi. Mazzoncini non aveva «ipotesi» pendenti, ma due inchieste a carico.

Lo scandalo. Marco Ciacci, il fedelissimo della Boccassini: teste contro Berlusconi, promosso senza concorso. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 9 Aprile 2021. Lui c’era. Non appena è partita in quarta Ilda Boccassini, pubblico ministero antimafia distolta improvvisamente da indagini complesse sulla criminalità organizzata al nord per occuparsi dei peccati di Silvio Berlusconi, lui c’era. E fu un importante testimone dell’accusa al processo Ruby, il vicequestore Marco Ciacci, responsabile della polizia giudiziaria al Palazzo di giustizia di Milano, oggi comandante dei vigili urbani. Bisognerebbe chiedergli se quel salto di carriera, un distacco avvenuto senza bando dopo molte pressioni da parte di ambienti della procura sul sindaco Sala, sia stato per lui un premio. Certo non è routine, che un vicequestore di polizia diventi comandante dei vigili, improvvisamente uomo di potere in una città come Milano. Ma premio per che cosa? Per capacità, per lealtà? Nelle indagini sul presidente del Consiglio si era dato molto da fare, in quei mesi del 2010: intercettazioni, controlli e pedinamenti su chiunque entrasse nella villa di Silvio Berlusconi in occasione di una serie di cene, diciassette per la precisione. Marco Ciacci era stato l’uomo-macchina di Ilda Boccassini e responsabile della polizia giudiziaria. E forse sei anni dopo, quando per la prima volta si ipotizzò un suo passaggio dal palazzo del Piacentini di corso di Porta Vittoria alla piazzetta Beccaria (proprio quella dove tanto tempo fa Pietro Valpreda era stato sospettato di aver preso un taxi per percorrere venti metri fino a piazza Fontana per mettere la bomba) dove è la sede della vigilanza urbana, un premio lo meritava proprio. Certo, quando il vicequestore Marco Ciacci arriva davanti alle tre giudici della settima sezione del tribunale di Milano, quelle che Berlusconi definiva “comuniste e femministe”, e non era un complimento, parte nel racconto dal 3 settembre 2010, quando l’aggiustamento delle date è già stato fatto. Con tradizionale sistema ambrosiano, che poi è parte di quello nazionale così ben descritto da Sallusti e Palamara nel famoso libro. Se l’ex leader del sindacato delle toghe da Roma si è fatto cecchino, imbracciando il fucile nei confronti del presidente del Consiglio, a Milano ci fu un intero plotone di esecuzione in quei giorni del 2010. Lo stile ambrosiano aveva già regalato alla storia, dai tempi di Mani Pulite, ma ancor prima negli anni del terrorismo, una certa disinvoltura nell’applicazione delle regole. Competenza territoriale, diritti dell’indagato, obbligatorietà dell’azione penale, uso corretto della custodia cautelare: parole, parole, soltanto parole. Perché al sistema ambrosiano tutto era concesso. Lui era lì. Lo rivediamo impassibile nell’aula, bel ragazzo con il pizzetto alla moda, mentre snocciola l’elenco delle intercettazioni e parla di prostituzione, prostituzione, prostituzione. Silvio Berlusconi è rinviato a giudizio per concussione, prima di tutto, accusato di aver costretto un pubblico ufficiale che in realtà non si è mai sentito obbligato, a fare qualcosa contro i suoi compiti, cioè affidare la giovane Ruby a Nicole Minetti. Ma nel pentolone processuale pornografico dove si mescolano reati e peccati, parlare di sesso a pagamento è obbligatorio, se non si vuol far crollare l’interno impianto dell’accusa. Il vicequestore Marco Ciacci si presta. Viene trovata nella casa di una ragazza una lettera anonima scritta da un mascalzone che si riteneva in diritto di avvertire la madre sulla presunta professione della figlia? Ecco la prova che la ragazza sia una puttana. Certo, forse a quella ragazza sarebbe piaciuto ricevere dal vicequestore la stessa attenzione che lui dedicherà, qualche anno dopo, quando sarà già stato premiato con la nomina a comandante della polizia urbana di Milano, a un’incauta ragazza che di notte aveva investito e ucciso un pedone con il suo scooter. Era accorso subito sull’incidente, quella sera, il dottor Ciacci perché, aveva detto mentre un sindacato dei vigili protestava per quell’attenzione particolare, stava cenando in un ristorante vicino al luogo dell’incidente. Lodevole solerzia, la sua. Anche se poi nessuno aveva sottoposto la ragazza all’alcol-test, né l’aveva arrestata per omicidio stradale (reato che comunque noi consideriamo assurdo e sbagliato), come spesso succede se la persona investita decede. Lui c’era, al processo. E dichiarava di aver iniziato le investigazioni dal 3 settembre 2010, quando aveva ereditato generiche indagini su un giro di prostituzione di cui faceva parte anche Ruby. Resta il fatto che, nel frattempo, molti danni erano stati fatti. E neanche un bambino potrebbe credere a certe favolette. Perché da quella famosa sera di maggio in cui Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio in carica, aveva telefonato alla questura di Milano, ritenendo che fosse stata fermata la nipote del presidente Mubarak, era diventato lui il pesce grosso da prendere all’amo e poi giustiziare da parte dei famosi “cecchini” di cui parla Luca Palamara. Il plotone era pronto da tempo, si aspettava solo l’occasione. E quella fu ghiotta. Altro che generiche inchieste su giri di prostituzione! Non dimentichiamo che, per indagare su Berlusconi (e non su qualche Belle de jour), il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati aveva anche sottratto le competenze al pm competente per materia, ingaggiando un robusto braccio di ferro con il suo aggiunto Alfredo Robledo, poi ghigliottinato dal Csm con l’aiuto addirittura del presidente della Repubblica. Fatto sta che le indagini, ci fosse o no il vicequestore Ciacci a condurle dall’inizio, presero origine fin da allora. E Ruby fu interrogata due volte nei primi giorni di luglio, e per mesi e mesi fu stesa la tela del ragno nei confronti di Silvio Berlusconi. Ma il leader di Forza Italia sarà iscritto nel registro degli indagati solo il 21 dicembre, e in seguito raggiunto da un invito a comparire il 14 gennaio 2011. Sistema ambrosiano, ovvio. Nel frattempo è già accaduto tutto, il controllo ogni sera, per diciassette volte, nella casa del peccato, neanche si stessero spiando boss mafiosi di Cosa Nostra, per «ricostruire lo svolgimento delle cene e chi fossero i partecipanti». Si spiava il presidente del Consiglio per frugare tra le sue pietanze e le sue lenzuola. Per mesi e mesi, senza mai informarlo, come sarebbe stato suo diritto e come prevede la legge. Anche se lui, e anche le ragazze che frequentavano le sue cene, non avevano mai ucciso nessuno. Sono state solo trattate come puttane, nel processo pornografico che non finisce mai. E nessuna di loro ha mai avuto la fortuna di trovare un buon samaritano in divisa che corresse a dar loro conforto qualora una sera si fossero trovate in difficoltà. Loro.

Vittorio Feltri, la risposta a Paolo Liguori: "Milano fa schifo? Evita di brindare e pensa ai disastri di Roma". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 29 marzo 2021. Ieri il mio collega e amico Paolo Liguori ha scritto un articolo di fondo sul Giornale diretto da Alessandro Sallusti per dire che Milano e la Lombardia in genere fanno schifo. Perché la sanità è un disastro, i commerci languono, l'economia piange. Insomma, secondo il giornalista, la regione e soprattutto il suo capoluogo hanno perso ogni primato e sono diventate perfino più buie, sembrano avviate a una morte precoce. Indubbiamente il direttore storico di varie testate televisive Mediaset afferma alcune verità, ma non tutta la verità. In particolare, attacca il territorio più evoluto del Paese forse perché ci vive e ci lavora da decenni, essendosene innamorato. Succede: quando ti sei affezionato a qualcuno, o a qualcosa, che poi ti delude, sei portato a coprirlo di insulti. Naturalmente esagerati. È innegabile, il Covid ha ferito noi polentoni, però non soltanto. L'Italia intera boccheggia, è stata trasformata in una prigione dove è vietato lavorare e produrre come un tempo, le disposizioni che ci bloccano tuttavia non sono parto delle istituzioni locali, bensì del governo che cambia colore trascurando di cambiare i divieti mortiferi. Tornando alla Lombardia, reale che è in ginocchio, eppure senza il suo Pil il bilancio nazionale sarebbe all'incirca come quello dell'Albania. Milano non è deceduta, dorme a causa del sonnifero che le viene impartito da Roma, la quale si vanta di aver fatto 900 mila vaccinazioni nel Lazio, cioè quante l'Inghilterra ne somministra in un giorno. Capirai che prodezza. D'altronde, se l'esecutivo non è in grado di procurarsi un numero sufficiente di dosi, è impossibile immunizzare il popolo sia del Nord sia del Sud. È accertato, la Lombardia ha avuto più vittime. Ovvio. Ha 11 milioni di abitanti, con una densità di abitazioni e di esercizi commerciali assai fitta, i contagi sono più facili. Bergamo nella fase acuta della pandemia è stata abbandonata da Conte, idem Brescia e varie altre città. Nonostante ciò questa regione rimane pilota. Segnalo a Liguori che ieri il Cnel ha diffuso dati da cui si evince che a Milano si campa in media dieci anni di più che a Napoli, sebbene attorno alla Madonnina si sviluppi uno smog record. Come si spiega questo strano fenomeno? O l'inquinamento è salutare oppure la sanità Milanese è molto più efficiente, a onta delle critiche, di quella partenopea. Le statistiche sui grandi numeri non sbagliano mai, e dimostrano che la mia regione, che ormai è pure la tua, Paolo, rimane la locomotiva del Paese alla faccia del virus. Peccato che le sue sorti in questo momento dipendano da Roma, la quale non sarà ladrona, tuttavia registra 30 morti l'anno per soli incidenti stradali provocati dalle buche trascurate dalla signora Raggi. Infine devo darti atto che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è un campione di insensatezza, non perché è divenuto verde, ma perché ha ridotto la metropoli a un ginepraio cosparso di piste ciclabili più perniciose che inutili, incentivando per giunta l'uso dei monopattini, i quali esaltano l'irresponsabilità di parecchi ragazzi. In pratica la circolazione si sta paralizzando quantunque il traffico sia diminuito grazie alle proibizioni confermate da Draghi, l'uomo della provvidenza che ha provveduto esclusivamente a confermare la detenzione della gente. La Lombardia è paragonabile al primo della classe: allorché prende un brutto voto, i compagni festeggiano. Almeno tu, evita di brindare.

Milano, città del degrado: "Tende e senzatetto in pieno centro". Silvia Sardone denuncia ancora la deriva sociale di Milano, dove a ridosso del centro si incontrano tende e sacchi a pelo dei senzatetto. Francesca Galici - Lun, 05/04/2021 - su Il Giornale. Milano capitale italiana dell'economia, ombelico del mondo della moda, città dalle mille opportunità. Questo era il capoluogo della Lombardia fino a qualche anno fa ma ora non ne resta che un ricordo sbiadito, anche a causa delle politiche amministrative che l'hanno fatta regredire costantemente fino a diventare la brutta copia di quello che era. Oggi a Milano è facile incontrare il degrado, che se fino a non troppo tempo fa era confinato alle periferie, oggi avanza inesorabile e conquista anche il centro della città, il suo cuore. Basta passeggiare in zona Duomo e nelle sue vie laterali per incontrare la povertà. A volte è necessario prestare la massima attenzione per evitare di inciampare su sacchi a pelo e coperte posati sui lati dei portici o della Galleria Vittoria Emanuele. È questo il degrado che ancora una volta ha raccontato Silvia Sardone, eurodeputata e consigliere comunale della Lega a Milano. "Da tempo si moltiplicano scene di degrado e disagio sociale. Non solo la Stazione Centrale a Milano, ormai abbandonata a sbandati e spacciatori. Anche il centro è preda di situazioni difficili con i clochard che si moltiplicano. Ho avuto modo di vedere la situazione nella centrale Piazza Vetra dove accanto alla Basilica di San Lorenzo ci sono numerose tende e sacchi a pelo", denuncia l'esponente della Lega. Questa zona, prima della pandemia e delle varie zone rosse, era uno dei punti nevralgici della movida di Milano. Le Colonne di San Lorenzo sono a due passi, così come il Naviglio con i suoi locali. Oggi è un dormitorio a cielo aperto per i senzatetto, con tutto ciò che ne consegue. "Ci sono sia italiani che stranieri", sottolinea Silvia Sardone, che nella sua nota evidenzia il fatto che non si tratta di una situazione isolata o sporadica. "Scene simili si possono vedere anche nelle gallerie di Corso Vittorio Emanuele accanto al Duomo o accanto alla stazione di Garibaldi", prosegue l'eurodeputata. Il coronavirus ha creato moltissimi nuovi poveri tra gli italiani ma anche l'accoglienza indiscriminata è causa di queste scene poco dignitose. "Ci sono situazioni di estrema povertà che riguardano anche tanti nostri connazionali che il sindaco Sala e il Comune di Milano non affrontano. Poi ci sono i danni dell’accoglienza senza freni che ha portato tantissimi stranieri a bivaccare nelle nostre piazze, senza futuro e con la prospettiva crescente di andare a ingrossare le fila della criminalità", afferma Silvia Sardone. L'esponente della Lega, quindi, punta il dito contro il sindaco di Milano Beppe Sala e la sua politica: "Come affronta il Pd queste emergenze: con il silenzio, censurando i problemi o non ammettendoli. Ancora si vantano di un inesistente modello di accoglienza e solidarietà. È inaccettabile questo lassismo!".

L'orgoglio ferito di Milano. Milano è indietro! Impensabile, incredibile, orribile, mai successo nell'ultimo quarto di secolo in Italia. Eppure, è così. Paolo Liguori - Dom, 28/03/2021 - su Il Giornale. Milano è indietro! Impensabile, incredibile, orribile, mai successo nell'ultimo quarto di secolo in Italia. Eppure, è così. L'affermazione si riferisce all'andamento delle vaccinazioni, che però, in questo momento, è il fulcro dell'emergenza nazionale. Il governo Draghi scommette sulle vaccinazioni tempo e quantità -, l'Europa è altrettanto frenetica e Milano e la Lombardia, abituate ad essere sempre all'avanguardia, sono pericolosamente indietro. C'è chi la butta in politica, chi lancia accuse e chi si difende, ma qui il fatto è più grande e più grave, va molto oltre le singole responsabilità. Non scherziamo con le cose serie: ricordate Giulio Gallera? Hanno scritto che era tutta colpa sua, ma non era vero, oggi cerchiamo di non moltiplicare lo stesso errore. Lo sconcerto dei cittadini di una regione, di una grande città, abituate a camminare sempre in testa al gruppo, a dare l'esempio, ad indicare gli errori e i ritardi altrove, è molto grande, merita una risposta seria, non si può risolvere con una semplice caccia ai responsabili. Il sistema sanitario lombardo ha certamente mostrato le sue piaghe e la pandemia ha fatto da detonatore: è talmente vero che, sotto i colpi del Covid, si sono incrinate molte altre certezze in giro per il mondo. Il mito dell'efficienza tedesca, per esempio, ha subito un duro colpo dopo le parole di scusa della Cancelliera Merkel e dopo l'ammissione che la stessa Germania sta faticando a procurarsi i vaccini, proprio come l'Italia. Però, Milano e la Lombardia di scuse non ne hanno avute e non si capisce neppure da chi dovrebbero averne. C'è un sottile vento di incertezza che percorre tutto il mondo nell'epoca del Covid, se è vero che, in piena discussione sui possibili disastri ambientali, un vero disastro economico parte e continua da giorni nel Canale di Suez per una causa banale. Il Grande Canale è troppo piccolo per i grandi trasporti di oggi. Cause oggettive, giustificabili, ma il declino evidente e rapidissimo di Milano e Lombardia è sotto i nostri occhi e coinvolge le istituzioni più diverse. Lasciamo da parte per un attimo la Salute e facciamo un salto in Tribunale, più esattamente alla Procura di Milano. Non sono mai stato un grande estimatore del modo in cui la Procura ha gestito la Giustizia a Milano, sono venuto a lavorare e a vivere in questa città 29 anni fa ed ho avuto sempre argomenti e spazio per criticare la gestione di Mani Pulite di Borrelli, Di Pietro, Davigo e Colombo. Poi, è stata la grande stagione della caccia persecutoria a Silvio Berlusconi e alle sue imprese, dopo che il fondatore decise di entrare in politica. Vicende ben conosciute che, da un esame ormai storico, dipingono la Procura come una Fortezza che si autodefinisce il luogo assoluto del Bene, impegnato nella Lotta contro il Male. Un falso, usato dalla politica, che poteva attrarre, nonostante tutto, molti milanesi, orfani della sinistra. E oggi? Quella stessa procura sembra un organismo in rotta, dopo aver subito nel processo contro due successivi amministratori delegati dell'Eni una sconfitta senza precedenti. Assoluzione con formula piena, nonostante richieste di condanna altissime e con la Procura Generale che parla apertamente di denaro pubblico sperperato. Ma il peggio rischia di venire ancora dallo stesso grande vaso scoperchiato da Luca Palamara, sentito di recente a Perugia sulle modalità delle nomine dei Procuratori Aggiunti a Milano. Lottizzazione tra le correnti è la tesi che Palamara documenta con i suoi sms: sempre politica al comando, come negli anni ruggenti, ma di livello più basso. Come finiscono quasi tutte le avventure rivoluzionarie in un mondo libero, da temibili persecutori a carrieristi spietati. Torniamo in città, nel territorio del sindaco Sala, e qui parliamo di una Milano che usciva fortissima dall'Expo: un simbolo di modernità e di rinnovamento, anche urbanistico, da additare come esempio. In un solo anno di Covid, lo spirito si perde, si corrompe e non soltanto per la scomparsa dentro le case dei dipendenti pubblici e una enorme chiusura degli esercizi commerciali. La città sembra prigioniera, contratta, addirittura più buia (sarà una forma di risparmio?), ma un Comune come Milano non può restare inerte. E infatti interviene in maniera pesantissima e discutibile, prima con la campagna «Milano non si ferma», poi sulla viabilità e sul traffico: il centro si riempie di piste ciclabili, che levano spazio al traffico su ruote, che è aumentato inevitabilmente per effetto dell'abbandono dei mezzi pubblici e dei camioncini necessari ad approvvigionare la città. E molti ciclisti interpretano il lockdown come un via libera per circolare senza rispettare il codice della strada. E si moltiplicano in modo esponenziale i monopattini, grande business per qualcuno, ma non per la città, che per tutto l'inverno giacciono abbandonati come spazzatura postatomica. Dicono che Sala non abbia voluto lo scempio e che sarebbe stato influenzato da due suoi assessori, ma il Sala dell'Expo (e anche quello che avrebbe voluto il ritorno al lavoro dei dipendenti pubblici) forse non avrebbe subito. Quello odierno, invece, annuncia l'abbandono del Pd e si iscrive ai Verdi Europei, scelta criptica. Su tutto, c'è la sofferenza sanitaria della regione e della città, con l'emergenza Covid più forte d'Italia. Un anno fa era la disinformazione, il dinamismo, un «caso», oggi è un «caos»: il sistema informatico autonomo è andato per Aria e ci sono volute le Poste, errori e ritardi si sono accumulati a scelte discutibili sulle categorie da vaccinare (professori universitari, con università chiuse?) e oggi il lavoro è diventato ancora più difficile per i responsabili. Ne usciremo certamente, perché non si può fare diversamente, ma la frustrazione e l'orgoglio ferito della Lombardia saranno lunghi e difficili da curare.

"Addio Milano bella". L’indagine di Cavenaghi tra le macerie del Pci. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 21 Febbraio 2021. Si sa tutto sui socialisti a Milano negli anni di tangentopoli, sui sindaci Tognoli e Pillitteri e sul cittadino più famoso, Bettino Craxi. È sempre rimasto un po’ in penombra il partito che per molti anni con il Psi ha governato la città e che non è stato risparmiato dalle mazzate dei pm. Questo partito si chiamava Pci, lo stesso che a Roma andava a braccetto con le toghe, a Milano non si salvò né dalle inchieste né da una devastazione dei suoi militanti, che fu psicologica prima ancora che politica. Una città che nel 1993 non si è ancora ripresa dalla botta, che è tutta uno sferragliare di tram e presenta luci fioche, viene raccontata da uno che c’era, nella metropoli e anche nella sinistra, in un libro dal titolo che sa di resa: Addio Milano bella di Lodovico Festa, Edizioni Guerini e associati. «Erano quattro anni che Mario aveva tagliato i ponti con Milano, con il partito, con le vicende di una politica a lungo, per più di trent’anni, padrona quasi assoluta della sua vita». Questa storia potrebbe essere liquidata come fosse solo la piccola vita di uno dei tanti che se ne erano andati, in parte anche quella dell’autore, ma sarebbe poco generosa nei confronti dell’ingegner Cavenaghi, l‘ex capo dei Probiviri lombardi del Pci fin quasi agli anni novanta. Uno di quelli addetti all’etica (troppo spesso anche alla vita personale dei compagni), ma anche alle strategie del partito e a certe relazioni, da cui non erano esclusi magistratura e forze dell’ordine, e che non disdegnavano di tenere l’occhio attento ai rapporti con l’Unione Sovietica, fin che c’era stata. Quasi avesse avuto l’intuizione di qualcosa di tremendo che stava per abbattersi sulla città, sulle sue istituzioni, sui suoi partiti, e anche sui comunisti lombardi, quelli della corrente riformista (o migliorista) sempre sospettati di intelligenza con il nemico, cioè quel Bettino Craxi con cui pure governavano Milano e migliaia di altri Comuni, Mario Cavenaghi aveva dato un taglio netto a tutto. Aveva preso su la Carla, «da sempre rigidamente anticomunista», i due figli e se ne era andato a Lugano. Un posto da sempre considerato “noioso” dai milanesi, che ci andavano per una gitarella sul lago o negli anni sessanta per fare benzina e comprare sigarette e dadi di pollo, ma che non avrebbero mai potuto viverci. Lui si, il Cavenaghi. Anche perché ascoltare ogni mattina il tg ticinese che festeggiava il centenario del famoso coltellino svizzero, che raccontava la vita senza fremiti dei consigli comunali o dell’ennesimo referendum, dava pace alla mente. Addio Milano bella, io sto a Lugano. Niente correnti di partito né congiure di palazzo né pericolo di scissioni. Quando lui se ne era andato, lo scioglimento del Pci e poi la nascita del Pds e di Rifondazione comunista non erano ancora nell’aria. O per lo meno non erano dichiarati. Riservatezza comunista. Quel che invece correva lungo le vie sotterranee del suo partito era la “questione morale”. Certo, ne aveva parlato Enrico Berlinguer («i partiti di oggi sono soprattutto macchine di clientele e di potere…») tanto tempo prima. E in seguito, ma quando Mario era già via e il disastro si era già abbattuto anche sul suo partito, Bettino Craxi aveva enunciato analogo concetto in un suo famoso discorso alla Camera: tutti i partiti, aveva detto con enfasi senza che nessuno lo smentisse, sono finanziati in modo irregolare o illegale. Mario Cavenaghi, benché ormai “svizzero”, quando viene svegliato dal suo torpore da un vecchio compagno del partito che gli chiede aiuto per una questione a metà tra la morale berlingueriana, il complotto politico o sbirresco o magari straniero e un rompicapo da film giallo, sente che non può sottrarsi. Non può negarsi, benché debba prima fare i conti con l’implacabile Carla, per quel suo antico senso del dovere, per l’affetto nei confronti di quella che è pur sempre stata per anni la sua comunità, e anche perché curioso di guardare per due settimane dal buco della serratura le macerie sotto cui sembrano seppellite Milano e la vecchia Federazione del Pci. Che ormai non si chiama neanche più così. Perché i comunisti non ci sono più, meglio dirsi “democratici”, lo sguardo si allarga. Anche se nel frattempo si è perso per strada qualche milione di voti. Due settimane di incontri, su e giù per i tram, quasi la vecchia morale impedisse l’uso dei taxi. A cercare, a capire. A cercare due miliardi di lire spariti dalla cassaforte le cui chiavi erano in possesso del Presidente dei probiviri (quello che aveva preso il posto di Mario dopo un po’ dalla sua partenza) morto d’improvviso d’infarto. Due settimane che si trasformano in una radiografia impietosa dello stato di un partito che, mentre a Roma, cioè sul piano nazionale, era l’alleato più fedele, anche se non certo disinteressato, dei pubblici ministeri di Mani Pulite che avevano fatto a pezzetti la prima repubblica, a Milano erano ancora lì a leccarsi le ferite. C’erano stati indagati, perquisiti e arrestati. Cavenaghi cerca i soldi ma trova solo gente che vuol parlare di quello che è successo con tangentopoli e le inchieste dei pubblici ministeri. Parla un po’ con tutti, fa il finto distaccato, ormai senza passione né sentimenti, come se ci si potesse mai levare dalla pelle la scimmia della politica. E quella del sogno rivoluzionario, anche. “Partito di lutto e di governo”, ridacchia qualcuno. In tutti c’è lo sconcerto all’idea che possano esserci stati compagni che si dedicassero all’arricchimento personale, magari “teste finissime e aliene da qualsiasi volgare pulsione” di quel tipo. Ci pensano tutti, e si capisce che un po’ ci credono, nonostante un personaggio come Bruno Trentin (uno dei pochi citato con il nome vero, gli altri sono solo citazioni allusive, difficili da individuare per i non milanesi), troppo radicale per i comunisti milanesi, avesse messo in guardia: «Stiamo attenti a condannare senza cercare di capire». Ognuno dice la sua, spesso con una certa pedanteria, il funzionario come l’ex magistrato, il famoso architetto e la sciura protettrice di giovani rivoluzionari, il vecchio cronista giudiziario dell’Unità che stava per principio sempre dalla parte dei magistrati, e di uno in particolare. Qualcuno si avventura a spiegare la spaccatura tra i compagni sull’operato della magistratura simile a quella che c’era stata sul sessantotto, come se i magistrati con la distribuzione di manette, spesso a casaccio, fossero diventati i protagonisti del cambiamento. Ma c’è chi parla di “macelleria giudiziaria” e chi si difende, lamentando di esser arrestato pur avendo fatto tutto “secondo le regole”. Si, ma quali regole? La carrellata va a sfiorare il ministro Conso e il suo fallimentare tentativo di un’uscita onorevole da tangentopoli, stroncata da quel pool di direttori di giornali che agiva in parallelo (e in combutta) a quello dei pm. C’è chi ricorda di aver avvertito Craxi della deriva che stava prendendo la classe politica milanese. E c’è l’angoscia, la mancanza di una zattera cui i naufraghi possano aggrapparsi, la mancanza di ricambio della classe politica dirigente. Si ondeggia tra la disperazione e la voglia di ribellarsi comunque a certi comportamenti della magistratura, e anche degli avvocati complici, gli “accompagnatori” che mettevano i propri assistiti nelle mani di Di Pietro. Come è andata a finire? Visto che “Addio Milano bella” è anche un noir, sappiamo che il compagno Cavenaghi il giallo dei soldi spariti l’ha risolto, con l’aiuto di qualche papa straniero. Sentendosi una specie di James Bond “con la pancera”. Ma dobbiamo anche sapere che il suo compito principale non era quello di improvvisarsi detective, ma di fare la relazione; dove stava andando, dopo le inchieste giudiziarie e tutto il resto, quel popolo che era stato comunista? Che cosa ne pensavano i cittadini e i compagni? «Febbraio non è mai un mese allegro a Milano, nonostante il carnevale». Così l’ingegner Mario Cavenaghi, ex presidente dei probiviri, ormai in procinto di tornare esule a Lugano, finisce con lo stendere la relazione secondo il canone tradizionale dei comunisti quando erano in difficoltà, «cioè quella di sostenere che fosse vera una cosa ma anche il suo esatto contrario». Poi dice addio, ma questa volta per sempre, a Milano. E tornato a casa «poté serenamente andare a letto e, tenuto sveglio non dalla tensione ma dall’amore, dopo un po’ dormire del tutto pacificato».

Alberto Genovese e «Terrazza Sentimento»: tornano le ombre su Milano. Marco Missiroli su Il Corriere della Sera il 5/2/2021. Un imprenditore diventato milionario che organizza feste con droga e ragazze bellissime. Poi il grido di una di loro squarcia la notte: dopo 20 ore di violenze, fugge e denuncia. Milano ritrova un cuore oscuro. Trentasei anni dopo e a solo 300 metri dai luoghi dove negli anni 80 l’aspirante modella Terry Broome prese una pistola e fece fuoco. Città bianca, città oscura. Quando Alberto Genovese apre le porte del suo appartamento per una festa, il 10 ottobre 2020, il cielo di Milano è oltre il crepuscolo. Sono passate le 20.30 e tutto di questa metropoli sta per compiersi. La vitalità, la leggerezza brutale, l’opacità degli uomini e delle loro leggi ballerine dopo il traffico del giorno. A due passi dal Duomo, nella terrazza di Genovese chiamata Sentimento, va in scena il teatro di un capoluogo da bere che non c’è più e che c’è ancora. Il risveglio di un’epoca è nel grido di una ragazza di diciotto anni che uscirà da quell’appartamento in stato di choc venti ore dopo esserci entrata: fermerà la polizia e si farà portare al pronto soccorso della clinica Mangiagalli dove verrà dimessa tre giorni dopo con una prognosi di un mese. Il passo successivo è la denuncia contro Genovese che porterà a capi di imputazione per stupro, tortura, sequestro di persona, cessione di stupefacenti e lesioni. I fatti sono all’ordine della magistratura, le ferite mai del tutto. Per la presunta vittima rimane il fardello di un dopo-Cristo: la diciottenne è un’altra rispetto a qualche ora prima. Racconta di aver assunto droghe, racconta di essersi trovata in camera con Genovese sotto prevaricazione, racconta di una violenza incessante. Da qui, da questa Milano d’ombre che diventa pece, si consuma una giovinezza. La città ha guardato, la città è testimone. Marco Missiroli, scrittore. Nato nel 1981 è autore di Atti osceni in luogo privato e Fedeltà, finalista al Premio Strega 2019.

Il cuore della terra: dal Nepentha a Piazza Santa Maria Beltrade Milano vede. Gli occhi sono quelli degli Ottanta quando con l’imbrunire qualcosa rischiava sempre di sprigionarsi: la city da bere, le anime inquiete da sfamare. Per Genovese e la sua terrazza il Duomo è a due passi, come nel delitto del 26 giugno 1984, quando Terry Broome, un’aspirante modella americana ventiseienne, uccide con una pistola calibro 38 Francesco D’Alessio. Il finale potrebbe essere certamente diverso, non il midollo di questa città elettrica che sembra allacciare destini e luoghi. Il Nepentha, per esempio, locale notturno in piazza Diaz dove Broome comincia quella serata maledetta. Vicinissimo c’è Piazza Santa Maria Beltrade, indirizzo di casa di Alberto Genovese e del suo attico e superattico. Trecento metri e trentasei anni di distanza. E lo stesso «cuore della terra»: così Scott Fitzgerald chiamò l’incantesimo dei quartieri nell’emanare un preciso codice emotivo. Vale anche per le fondamenta sotto la cattedrale di Milano, cerchia eterea e viscerale dell’urbe, che resse terremoti controversi e genera energie sacre e profane. Osmosi, coincidenze, sostanze fitzgeraldiane: eppure qualcosa è in continua frizione in questo punto centralissimo della mappa dove gli affari pullulano di giorno e si scaricano di notte, allo stesso modo di un carnevale che riverbera virulenze sopite. Denaro e malpotere, ascese e decadenza. Alberto Genovese, che fece fortuna grazie all’invettiva imprenditoriale riversata sulla new economy e si ritrovò con più di un pugno di dollari e una noia cronica da gestire. Il curriculum ci dice che è laureato in economia aziendale alla Bocconi, un master alla Harvard Business School, circa duecento milioni tra guadagni e richieste di nuovi investimenti. Su questa identità professionale, dopo l’ipotetico crimine, la stampa ha eretto intorno al suo nome epiteti di gloria pregressa («mago delle startup», «genio», «businessman di successo»), come se un lustro passato lo giustificasse. Invece dopo la vendita anni prima di Facile.it, creatura che gli fruttò la ricchezza, comincia il periodo del vuoto e delle abbuffate. Quarantuno anni e fino a centocinquantamila euro spesi per una festa. L’altro Alberto Genovese.

Pippa, pippa: il corpo sull’altare dell’esaltazione Nell’interrogatorio che seguì la notte infernale di ottobre, Genovese ammise che non usava un computer per lavoro da quando mise in tasca il gruzzolo e si espose al baratro. Quale baratro? Ibiza, Formentera, feste, aerei privati, l’appartamento in Santa Maria Beltrade che elesse a quartier generale del suo girotondo. E la droga, lo stesso carburante che fu l’esclamativo delle nottate di Piazza Diaz decenni prima nella Milano da bere. Sulla Terrazza Sentimento le testimonianze rivelano di piatti con tre tipi stupefacenti: cocaina, metanfetamina e la 2CB, bamba rosa da quattromila euro al grammo, offerta come arachidi tra musica e balli. Si parla anche di ketamina e soprattutto di Ghb, il farmaco «dello stupro» che se assunto a dosi elevate cancella la memoria e rende inerme la persona all’assalto del carnefice. Secondo gli inquirenti Genovese in quelle venti ore abusò della ragazza somministrando ripetutamente droghe fino a renderla una «bambola di pezza». Al risveglio, in uno dei bagni della casa, lei si sarebbe ritrovata livida e scaraventata in un oblio sospettoso. Cosa mi è successo? Cosa mi è stato fatto? I segni sul corpo sono cicatrici, assieme agli sprazzi di coscienza che riportano l’incubo a galla. La ragazza ha lembi di memoria in cui rivede Genovese sopra di lei, i polsi bloccati. Droga e altra droga. Il gip scriverà che «Genovese ha agito prescindendo dal consenso della vittima, palesemente non cosciente per circa metà delle 24 ore trascorse con lui, tanto da sembrare in alcuni frangenti un corpo privo di vita, spostato, rimosso, posizionato, adagiato, rivoltato, abusato». L’altare dell’esaltazione, per stordire sé stessi e innescare la prevaricazione: ragazze giovanissime, condotte al piano di sotto nella camera da letto vegliata da un buttafuori? «Pippa, pippa», è stata l’esortazione di Genovese alla ragazza nella violenza, secondo la testimonianza che scoperchiò il vaso di Pandora. Era una delle ossessioni di Francesco D’Alessio, il playboy ricchissimo che perseguiterà Broome prima di essere ammazzato dalla modella stessa all’alba di quel 26 giugno. La polvere bianca nutre i rampolli, un circolo sfrontato che regala duecentomila lire di dose a chi non può permetterselo, alimentando l’opacità della notte.Alberto Genovese con una delle giovanissime ospiti delle sue feste che si svolgevano tra Milano e Ibiza.

Cortesie per gli ospiti (e i 5 colpi che spaccarono la Milano da bere). Camicie sbottonate, balli scatenati, mani ai cocktail. E quel moto a luogo spasmodico: le notti 80 erano lo spostamento eterno da un luogo all’altro, spiriti convulsi, carichi, dal Nepentha agli altri locali di Diaz, e poi Moscova e Brera, i bar di Porta Venezia, fino all’ultimo lido: gli appartamenti raggiunti all’alba. Si finiva a casa di qualcuno che apriva un rifugio per chiudere in dolcezza lo sfarzo. Sesso, un’ultima vertigine, poi accoccolarsi sui divani. Quasi mezzo secolo dopo rimangono gli attici: lassù, vista Duomo. Ma nessuno spostamento: qui si apre la serata e qui si chiude. Solo rendez-vous selezionati e organizzati, anche all’ultimo. Come se la città non seguisse più le scorribande nelle sue strade. Genovese invita e lo fa anche attraverso i fidati che inviano messaggi a ragazze e vip, belle presenze e aure rassicuranti. Dal momento che presenziava quel personaggio tutto sembrava garantito e ci si poteva divertire: è il pensiero che dichiarò la diciottenne. Il 10 ottobre entrò alla festa assieme ad altre due amiche già abituate a scintillii simili. Ma quella sera pare che da subito Genovese cominci a seguire le tre donne insistentemente. La stessa ossessione che segnò i frangenti dell’epilogo di Francesco D’Alessio: Broome non gli si era concessa e lui non si dava pace. Diventò sfrontato, fuori controllo, macerò nel livore finché al Nepentha avviene una prima resa dei conti. Lei è con il fidanzato, lui la segue in bagno e tenta ancora un affronto. Terry riesce a divincolarsi e continua la notte da un locale all’altro, finché sottrae la Smith&Wesson al fidanzato e si dirige in casa di D’Alessio in Corso Magenta. È già prima mattina, suona il campanello, si fa aprire per intimargli di smettere di tormentarla una volta per tutte. Forse si versano dell’altro bourbon, altra coca. Poi la colluttazione e i cinque colpi di pistola. L’epilogo di una trama che inizia mesi indietro, allo stesso modo della vicenda Genovese, iniziata già prima di quella festa di ottobre.

Le pupille al cielo di Giacobbe nell’attesa dell’abisso. A un certo punto Hemingway disse che bisognava rovistare nei verbi per trovare la voce di un’epoca: saziare è il paradigma di Milano che cuce gli Ottanta a noi, due ere slegate dalle rivoluzioni che una città si è guadagnata. Lo spirito europeo, l’Expo, sindaci competenti, l’accoglienza a un’integrazione culturale preziosa. Ma il cuore della terra non si estingue mai e rivela la voracità dell’affamarsi, e della combustione. Giorni dopo l’arresto di Genovese cominciano le dichiarazioni dei vicini di casa dell’ex imprenditore. Tutti confessano di essere stati angosciati per quell’ultimo piano che teneva svegli: ciascuno di loro ha sopportato, ha allertato le forze dell’ordine, qualcuno ha parlato con Genovese che in un primo momento si è dimostrato gentile e poi ha smesso di rispondere al telefono. Ma il dettaglio che cerchiamo è in una coppia che abita qualche appartamento sotto e che al tempo aspettava un bambino: sono in pena per l’imprevedibilità di quei festini. L’effetto arriva sempre nel tardo pomeriggio, quando percepiscono l’attesa di sapere se ci sarà un bagordo dell’ex imprenditore e dei suoi amici. L’unico modo per capirlo è rientrare a casa, dopo il lavoro, e alzare gli occhi verso l’attico con il terrore di vedere tutte le luci accese. Quel segnale. Le pupille sollevate alla Terrazza Sentimento: una città che attende l’abisso. Milano vede, di nuovo. Riconosce l’umanità che la rimpolpa di epoca in epoca. Quelle luminarie accese per una festa e il terrore che scende su chi le osserva. Sentirsi in lotta contro qualcuno che impone da un ultimo piano. Il volume troppo alto, il vociare, il trambusto, lottare contro una vitalità illegittima che corre lungo i muri. È un corpo a corpo che spinge a conoscere una parte di noi stessi a cui non eravamo pronti. Come il Giacobbe biblico che in una notte come tante si alza dal suo giaciglio e ha il sentore di raggiungere il fiume con tutto ciò che possiede. Non sa perché ma è conscio che deve farlo. Si mette in cammino con la famiglia e quando arriva al fiume chiede a mogli e figli di passare sull’altra sponda. Lui rimane al di qua, perché percepisce qualcosa che riguarda solo sé. Aspetta finché non compare una creatura che lo costringe al combattimento. È un lottare durissimo, con la creatura che non riesce a sopraffarlo ma soltanto a ferirlo all’anca. Giacobbe zoppica e quello è il segno di essersi spinto oltre. Il fiume lo veglia in una sorte di battesimo, prima che la notte si esaurisca, ribattezzandolo dolorosamente in una nuova anima. La città nella città, un regno chiamato Sentimento Demoni e lotte. Non ci sarà solo la denuncia della diciottenne. Ne verranno fuori altre. Ma in quel primo grido di Piazza Santa Maria Beltrade risiede un’immagine che ha la voce di tutte: le videocamere di sorveglianza mostrerebbero la ragazza che esce dall’appartamento con vestiti non suoi, una sola scarpa. Si racconta che Genovese le lanciò qualcosa dalla finestra quando lei era già in strada, forse la scarpa mancante, forse cento euro per sfregio. In quel momento la ragazza potrebbe essere già vittima da ore, presto lo diventerà una seconda volta per insinuazioni che le piomberanno addosso: se ha accettato la droga, è chiaro che si è messa in una situazione compromettente. Se era in una data situazione, non poteva non sapere. Se frequentava certe feste, non si deve stupire del risultato. Esattamente quel tipo di allusione: se una donna va in giro a correre al parco alle sei della sera in pantaloncini è normale che si esponga. Gravissimo. La violenza così finisce per non essere più violenza. E si va in una logica ancora più inaccettabile: la vittima, pur essendo vittima, non ha calcolato il rischio. Non ha calcolato che esistono realtà, come lassù in Beltrade, con leggi proprie e silenti. Città nelle città. Lassù, nel regno di Genovese, dove una terrazza è chiamata Sentimento. Un inno alla felicità, all’ebrezza, alle passioni. Alla libertà. E libertà sembra essere il grande imperativo da difendere rispetto al fuori. Ignorare le proteste dei vicini, modificare l’ultima parte della scalinata condominiale per ottenere una zona delimitata di accesso, installare un circuito di videosorveglianza interno. L’arma a doppio taglio di questa storia. Dopo quella notte di ottobre, Genovese tentò di far sparire le immagini delle diciannove telecamere puntate su ogni angolo dell’abitazione. Saranno recuperate e acquisite dagli inquirenti. Temeva i movimenti, i moti a luogo, la mappa personale che riperimetrava la sua città privata. Terry Broome nella sua notte disegnò un’area tra Piazza Diaz e Brera e Corso Magenta, Alberto Genovese siglerà direzioni brevi dal superattico all’attico con la zona di casa privata. Quanti metri percorsi? Una decina al massimo? Dieci metri per la possibile discesa agli inferi. E per un epilogo.Alberto Genovese con un gruppo di amici davanti al suo aereo privato.

Testimoni e “prostitute” nel walzer delle allusioni. L’epilogo: nel 1984 fu un salotto per Terry Broome e un omicidio, nel 2020 potrebbe essere una camera da letto a casa Genovese e uno stupro. C’è anche un coro di presenze intorno su cui gli inquirenti vegliano o hanno vegliato. Nel caso di Terry Broome mancarono i testimoni oculari: l’aspirante modella prese la Smith&Wesson dal fidanzato e si diresse in Corso Magenta. Quando entrò nella scena del delitto D’Alessio è in compagnia del proprietario di casa, Carlo Cabassi, e di una modella americana arrivata da poco in Italia, Laurie Marie Roiko. Nessuno di loro vide. Ascoltarono gli spari, ma non videro. Per Genovese la lista è al vaglio: c’era un buttafuori che vigilava la stanza da letto dove l’ex imprenditore portò la ragazza. C’era un cerchio magico che mandava inviti e gestiva il carnevale. C’era stata Sarah Borruso, compagna di Genovese: non quella notte, ma in altri due casi di denuncia di stupro rivolte contro il fidanzato. Lei dichiara che era Genovese a chiederle rapporti a tre, sesso estremo e droghe, facendola trovare «nelle situazioni». La causa era la personalità fortissima dell’uomo, secondo Borruso, e un ricatto d’amore per cui il suo Alberto la minacciava di tornare con la ex fidanzata che lo assecondava meglio. L’amore, insomma. Il circolo vizioso delle passioni e un carrozzone che lascia Milano in base alle stagioni. D’estate il regno è Ibiza, dove Genovese e Borruso gozzovigliavano e dove c’è un nuovo capo di imputazione per violenza su una ventitreenne. La ragazza che ha esposto denuncia era con Genovese e Sarah nella villa affittata. Borruso respinge le accuse dicendo che la ragazza sapeva di passare giorni di divertimento a drogarsi con la coppia. Tutti erano pienamente consenzienti, tutti, sempre, a parte Genovese che una volta arrestato per Terrazza Sentimento ammise di essere dipendente dalla droga e che non si rendeva conto di quello che stava facendo. Si domandò come mai nessuno l’avesse mai portato da un medico, lui che soffriva di «allucinazioni uditive», di «confusione nel ricordare». Imboccò la strada dell’autogiustificazione, aggiungendo di essere stato circondato da persone interessate solo alla sua fortuna e da «prostitute» «Prostitute» è il suono dell’allusione, ancora una volta, verso le vittime. Verso una loro presunta responsabilità, nel tentativo di finire nei paraggi delle parti lese. Basta questo per spostare l’inclinazione di un meccanismo narrativo? Davvero basterebbe insinuare, per esempio, che la diciottenne di quella festa di ottobre potrebbe essere stata una escort, e che tutto sarebbe avvenuto per soldi? È il ribaltamento che tentò Harvey Weinstein quando disse che le sue vittime soffrivano di memorie nebulose e inaffidabili rispetto alla verità. Meschinità da abuser, e manipolazione del linguaggio. Tanto per essere chiari, oggi: stupro significa stupro, abuser significa abuser, violenza significa violenza, survivor significa survivor.

La Milano dei demoni, e della giustizia futura. Terry Broome subì davvero ripetute insistenze da D’Alessio. Ebbe una parte di opinione pubblica dalla sua parte e attenuanti in fase processuale, fu condannata a dodici anni di carcere in appello. In Terrazza Sentimento il copione potrebbe avere avuto una sola direzione: Genovese riversa l’ultimo sé stesso – droga, camera da letto, buttafuori, venti ore di accanimento su un’innocente –, e niente altro. Nell’attesa del verdetto finale. Attese di verdetti: Alberto Genovese è a San Vittore. Intanto fioccano nuove rivelazioni, la trentina di conti correnti esteri a cui attingeva, altre cinque ragazze che si aggiungono alla denuncia della diciottenne, la ferita allargata di quest’ultima per una ulteriore macchina del fango subita («Con tutto quello che sta venendo fuori, mi chiedo se quella sera non sarebbe stato meglio tornare a casa in silenzio»). Altro si accumulerà in questa lotta dove Milano è l’altra ferita. Perché una città è sempre le sue vittime. E la futura giustizia. Allora vale la pena evocare Shirley Jackson, scrittrice amatissima per romanzi e racconti dove gli esseri umani si erodono tra loro, avvolti da luoghi che ne assorbono la tragedia. Jackson è celebre per dare alla normalità un’incombenza di pericolo, lasciando le donne e gli uomini al cospetto della loro natura. Diceva che il segreto di una storia nera è sempre nei luoghi luminosi in cui è immersa. Case, villaggi, piazze, stanze, rifugi in cui protagonisti credono di sottrarsi ai loro demoni. «Ma un demone cova sempre», ripeteva Jackson. Quanto covava il demone di Alberto Genovese prima della notte di ottobre, a terrazza Sentimento. Come covava. In lui, e in questa Milano bianca e di nuovo oscura.

Alberto Mattioli per "La Stampa" il 20 gennaio 2021. L'uomo che sta attraversando i giardini pubblici all'altezza della terrificante statua di Montanelli ha la sigaretta in bocca (e la mascherina, di conseguenza, abbassata). Non è solo un milanese imbruttito ma anche arrabbiato: «Già con il Covid non possiamo più fare niente. Siamo tutti depressi, se ci tolgono anche le sigarette è davvero finita. Ma poi qui siamo all'aperto. Non si può fumare nemmeno qui?». In effetti, no. Ieri era il giorno in cui è entrata in vigore a Milano la nuova grida antifumo, un divieto di sigaretta (e sigari, e pipa, mentre prodotti più impegnativi vietati lo sono già) anche all'aperto, nei parchi a meno di dieci metri da altri cittadini, nei cimiteri, alle fermate dei mezzi pubblici e allo stadio. Per il momento, però, il divieto c'è ma non si vede. Le aspettative dei salutisti che speravano in una stretta spettacolare, tutto e subito, con i vigili sguinzagliati per la città a fare multe (da 40 a 240 euro), per ora sono finite, è il caso di dirlo, in fumo. Evaporate nell'aria. E poi, fra il Covid che obbliga i più a restare a casa e il fatto che ieri a Milano la temperatura era appena sopra lo zero, ieri nei parchi cittadini era più facile trovare un porcino che un fumatore a zonzo. In ogni caso, la pubblica autorità ha deciso un avvio soft del divieto. I cartelli che riportano le nuove regole non sono stati ancora tutti collocati e i vigili hanno l'ordine di prevenire più che di reprimere: per ora niente multe, solo «moral suasion» (modello Quirinale, insomma). E infatti i rari fumatori presi in castagna cadono dalle loro nuvole di fumo: «Vale anche per la pipa?», chiede preoccupatissimo un sosia di Vittorio Feltri in transito per la Biblioteca degli alberi. Mentre un'anziana sciura al Parco Sempione si fa addirittura beffe delle minacciate rappresaglie: «Fumo da sessant'anni e non sarà certo un ghisa (la versione milanese del vigile, ndr) a farmi smettere». Tuttavia, indietro non si torna. La norma approvata dal Consiglio comunale in novembre e slittata a ieri per inghippi burocratici è motivata, oltre che dalla volontà di proteggere i fumatori da loro stessi, dal controllo dell'inquinamento. L'assessore Marco Grabelli equiparò a suo tempo le sigarette ad altri agenti inquinanti come il traffico, il riscaldamento e i forni a legna delle pizzerie. L'idea è quella di arrivare al divieto assoluto il primo gennaio 2025, quando tutte le aree pubbliche della città saranno vietate al fumo. Milano cerca così di ridorare il suo blasone di capitale innovativa e verde d'Italia, un po' appannato dalle attuali circostanze che ne fanno soprattutto la capitale italiana della pandemia. Ma intanto già dall'8 febbraio sarà «smoking free», come si dice nel tipico itagliese in uso in città, la zona dell'Idroscalo, «il mare dei milanesi» ad appena otto chilometri dal Duomo. E lì saranno vietate perfino le sigarette elettroniche. «Dura lex sed lex - commenta Francesco Greco, procuratore di Milano e fumatore -. Sono d'accordo, soprattutto per l'inquinamento da mozziconi». Insomma, Beppe Sala tira diritto, anche se per ora la tolleranza è tutt'altro che zero, tanto che ieri sera i vigili urbani di multe non ne avevano fatta nemmeno una. Come sempre in Italia, però, tutto finisce in politica, perché l'opposizione di centrodestra ha subito ravvisato un «fumus persecutionis» contro la minoranza fumatrice. «Per chi non avesse ancora chiaro quali sono le priorità della sinistra - sbotta Gianluca Comazzi, capogruppo di Forza Italia in Regione -, questo succede mentre viviamo un'emergenza sanitaria. Oltre a rincorrere chi non indossa la mascherina, i nostri vigili dovranno badare anche a chi fuma una Marlboro aspettando il bus». Basta spegnerla, però.

Le porte girevoli. Robledo entra nello staff della Moratti, l’ex Pm ottenne la condanna del figlio per la “Batcasa”. Frank Cimini su Il Riformista il 14 Gennaio 2021. L’ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo ha accettato di entrare a far parte della squadra di Letizia Moratti neo-assessore alla Sanità e vicepresidente della giunta regionale lombarda. Alfredo Robledo è in pensione e fa il manager della Sangalli azienda del settore servizi ambientali. Robledo darà il suo contributo alla parte giuridica della riforma della sanità regionale. I magistrati in pensione non riescono a stare al loro posto, come quelli in servizio che passano con grande velocità e nonchalance tra la toga e la politica. Porte girevoli. Nel caso specifico va ricordato che Robledo diversi anni fa aveva messo sotto inchiesta Letizia Moratti sindaco di Milano per abuso d’ufficio nell’ambito della vicenda conosciuta come “consulenze d’oro”. L’ufficio del primo cittadino era stato perquisito per una giornata intera dalla polizia giudiziaria. L’allora pm chiese l’archiviazione perché si rese conto che i fatti non erano di rilevanza penale. Il gip ordinò un supplemento di indagini che non portò novità. Un altro gip poi accolse la richiesta di archiviazione bis di Robledo, anche se poi ci fu la condanna per danni erariali da parte della Corte dei conti. Ai ricordi e ai trascorsi bisogna aggiungere che Robledo ottenne la condanna del figlio di Letizia Moratti per abusi edilizi in relazione ai lavori eseguiti nella “Batcasa”. Insomma c’erano problemi di opportunità che avrebbero dovuto sconsigliare Alfredo Robledo dall’assumere l’incarico per il quale va precisato non incasserà compenso alcuno. Da procuratore aggiunto Robledo era stato protagonista di un durissimo scontro, una sorta di vicenda pilota nella storia della magistratura italiana, con il capo dell’ufficio Edmondo Bruti Liberati in relazione alla gestione di diversi fascicoli di indagini sulla pubblica amministrazione. Bruti esautorava Robledo dall’indagare sugli appalti di Expo, una storia complicata dove i sospetti sfioravano anche alcuni giudici considerando che i vertici del palazzo di corso di porta Vittoria in relazione ai fondi di Expo giustizia decidevano di non indire gare pubbliche ma di affidarsi ad “aziende in rapporti di consuetudine con la pubblica amministrazione”. Una di queste aziende aveva addirittura sede nel paradiso fiscale del Delaware, ma siccome cane non mangia cane, il fascicolo sulle presunte responsabilità delle toghe, dopo aver fatto il giro d’Italia tra diverse autorità giudiziarie venne archiviato a Trento. Con tanti saluti al Delaware. Lo scontro tra Bruti e Robledo venne risolto in pratica dall’Intervento di Giorgio Napolitano presidente della Repubblica e del Csm il quale appellandosi alla riforma intervenuta tempo prima sui poteri dei capi degli uffici inquirenti “sentenziò” che la situazione era fin troppo chiara. Insomma aveva ragione Bruti, tra i fondatori di Magistratura Democratica nata per tutelare l’orizzontalità nelle decisioni delle procure, ma si sa che si nasce incendiari e si muore pompieri, anche se non vale certo per tutti.

Milano e la violenza della Politica di Davide Steccanella: quanta storia tra piombo, forca e cabaret. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 2 Gennaio 2021. Un atto d’amore per la nostra Milano. Scritto da uno nato a Bologna e raccontato, in questo momento, da una nata a Parma, che è a cento chilometri da Bologna e 130 da Milano. Gliene hanno dette di tutti i colori, a ’sta città, che c’era la nebbia e il cemento, e piazzale Loreto con Mussolini a testa in giù e la Petacci scomposta, e i calabresi con la valigia di cartone chiamati terùn mentre i milanesi si ingozzavano di panettone. E poi la strage e poi gli anni di piombo e poi la città da bere e i paninari, poi la moda, il design e l’Expo precipitati infine nel contagio più contagioso d’Italia. E quattordicimila cittadini milanesi che se ne sono andati nell’ultimo anno. Potrebbe chiamarsi “Milano ti amo”, l’ultimo libro di Davide Steccanella, avvocato e scrittore. Invece il titolo sembra parlare di tutt’altro: Milano e la violenza politica 1962-1986 (Milieu edizioni, euro 18,40). E non vuol dire che si ami una città “nonostante” quel che è successo in quei vent’anni, ma “anche” per quello. Perché ogni evento ha una sua spiegazione, una propria logica, e la ritrovi in ogni angolo, in ogni viuzza che prima conoscevi perché lì c’era un piano bar o un cabaret, e dopo perché sul selciato era rimasto il corpo di qualcuno. Ammazzato dalla polizia o da qualcuno cui era parso naturale, un certo giorno, prendere le armi. Un periodo di storia che non si è mai voluto veramente elaborare, che si è tenuto lontano dalle nostre mani come fosse un tizzone ardente, fino a delegare tutto alla magistratura. La quale ha fatto i suoi conti: 269 sigle armate attive alla fine del 1979, 36.000 cittadini inquisiti, 6.000 condannati, 7.866 attentati e 4.290 gesti di violenza a persone. Cui andrebbero aggiunte le leggi speciali e il nascente uso del “pentitismo”. Cioè le prove generali di quel che sarà in seguito, con la fase di tangentopoli e quella dei processi per fatti di mafia, lo sviluppo di un uso politico della giustizia che prenderà la tangente dell’aggressione ai fenomeni criminali e anche sociali come prevalente rispetto al giudizio sul singolo fatto e sul singolo sospettato. Non è un caso se Armando Spataro, che degli anni Settanta milanesi fu protagonista nel suo ruolo di pubblico ministero, rivendichi il fatto che «il terrorismo perse nei tribunali» ed esalti le leggi del ministro dell’interno Rognoni e, da parte dei magistrati, la «capacità di gestione di un fenomeno divenuto quasi "di massa" come quello dei cosiddetti pentiti». E dall’altra parte Cecco Bellosi, che fu militante della colonna Walter Alasia delle Brigate rosse, ricordi che «negli anni Settanta c’era un mondo attorno a noi, che voleva cambiare il mondo. La lotta armata –questo è il mio pensiero netto- ne è stata la parte estrema, non estranea. Ma di quegli anni è stato rimosso il contesto: un movimento denso di lotte, di condivisione, di appartenenza». Sono un po’ i due poli di una stessa realtà. Un corno del problema, quello espresso da Spataro, che chiede la resa, l’altro, quello di Bellosi, che dice “ma non eravamo solo criminali”. Poi però c’è anche, nella Milano di ieri e di oggi, una come Claudia Pinelli. La quale, nell’introduzione del libro, spiega quanto per lei, sua sorella Silvia e sua madre Licia, sia stato «importante perseverare e rimanere nella città a cui sentiamo di appartenere, la città di mio padre, Giuseppe Pinelli, nato, vissuto e morto a Milano, il suo nome inciso in alcune di quelle lapidi che segnano il lungo itinerario di morti e dolore di questo territorio». Per noi è stato importante, concludono, decidere di resistere e di rimanere a Milano. Non solo la città della strage, la città della morte violenta di un anarchico, la città degli anni di piombo (espressione quanto mai strampalata, assunta da un bellissimo film di Margaret von Trotta, che si riferiva agli anni del post nazismo in Germania), degli anni Sessanta che si aprirono con l’uccisione in piazza Duomo dello studente Giovanni Ardizzone, dei Settanta con le morti di Calabresi e Feltrinelli, gli Ottanta che riassumevano quindici anni di guerriglia urbana e di morti sul selciato. Dietro e prima e durante c’è Milano, tutta intera, capace di tutto contenere, tutto amare e farsi amare. C’è la città dove è concentrato un quarto del capitale economico del Paese, dove si tengono insieme il Teatro alla Scala, lo stadio di San Siro e il Corriere della sera, dove nel 1950 riapre dopo la guerra La Rinascente e si inventa il panettone (“Non c’è Natale se non c’è Motta”, “Si scrive Natale, si pronuncia Alemagna”) e nel 1954 partono le prime trasmissioni della Televisione di Stato e un anno dopo va in scena Lascia o raddoppia. E possiamo aggiungere la grandiosità del Palazzo del ghiaccio che con i suoi 1800 metri quadrati è la principale pista di ghiaccio coperta d’Europa). Sono gli stessi anni in cui viene inaugurato il primo supermercato d’Italia, ideato dal genio Caprotti, quello dell’Esselunga. E anche del concerto di Billie Holliday e della grande stagione milanese del jazz. Può stupire il fatto che, in questi anni di meraviglia dopo due guerre e il fascismo, e in un contesto di sviluppo ma anche creatività di artisti come Lucio Fontana, architetti come Gio Ponti, scrittori come Umberto Eco, e giornalisti fotografi musicisti e cabarettisti, e il bar Giamaica e il santa Tecla e il negozio di Elio Fiorucci, Milano creasse dentro di sé anche tutte le sue contraddizioni sociali? E anche una certa voglia di illegalità? Basterà ricordare la famosa rapina di via Osoppo, quella che ispirerà il film Audace colpo dei siliti ignoti di Nanni Loy. Non fu un fatto politico. Ma il primo sasso era tirato, anche se non pareva. La forza della polizia non fu inferiore a quella degli “altri”. Nel 1962 lo studente Giovanni Ardizzone fu schiacciato da una camionetta della polizia durante una manifestazione. E gli anni Sessanta si chiuderanno in modo tragico, con la morte di Antonio Annarumma durante una manifestazione davanti al teatro Lirico, poco lontano e poco prima della strage di piazza Fontana. Non so se sia vero quel che disse qualcuno, e cioè che noi giovani di allora perdemmo la verginità quel 12 dicembre del 1969. So che sicuramente cambiò tutto. E so che i nomi di quelle vie, dove prima andavamo al cabaret a vedere Jannacci, i Gufi o Cochi e Renato, o a ballare il rock con Adriano Celentano e Bruno Dossena, erano diventati i luoghi bui dove qualcuno era caduto. Milano città grande, o Milano grande città? La sua ricchezza, le sue contraddizioni. C’è Primo Moroni, il “libraio del movimento”, che ha aperto la sua Calusca e Andrea Valcarenghi che ha fondato “Re Nudo” e Mauro Rostagno “Macondo”. E Dario Fo e Franca Rame sfondano con più spettacoli al giorno di Morte accidentale di un anarchico e nasce la Palazzina Liberty, luogo di vita quotidiana di migliaia di giovani. Ma Milano era stata anche la città di Pietro Secchia e della Volante Rossa, e dell’album di famiglia di cui parlò in anni successivi Rossana Rossanda. Le immagini parlavano da sole. Andavi una sera al bar Oreste di piazza Mirabello e vedevi qualcuno che giocava a boccette e qualcun altro seduto a un tavolino che mostrava un disegno ai suoi amici, ed era il tracciato del percorso per una rapina di banca. La città teneva insieme tutto. I gruppi armati delle Brigate rosse e di Prima linea sono nati nelle fabbriche, ma cresce anche qualche forma di “spontaneismo armato”. A Milano a un certo punto «nei giovani militanti si produce una sindrome terribile… le scelte paiono essere solo di tipo estremo e radicale», scrivono Nanni Balestrini e Primo Moroni. E si arriva al triennio ‘78-’81, il più sanguinoso per la città di Milano, con un bilancio di 28 morti, “da una parte e dall’altra”. Il libro dell’avvocato Steccanella meriterebbe ben altro approfondimento. Per esempio sulle tante riforme che comunque in quegli anni il Paese seppe fare, anche e soprattutto per merito dei tanti movimenti, a partire da quello delle donne, e poi degli studenti e dell’”autunno caldo”. E di persone come il mio indimenticabile amico Primo Moroni. È morto nel 1998, sono andata al suo funerale, anche sfidando qualche “intransigente”, che lui avrebbe incenerito con la sua ironia, e che non mi voleva. Anche in questo Milano fu protagonista, qui abitarono i buoni e i cattivi. Ma qui «è ancora possibile ritrovare i luoghi di una storia che racconta di chi, nel corso di quel lungo e violento conflitto ha perso la vita. Da una parte e dall’altra, compresi quelli delle targhe che non ci sono e che nessuno ricorda». Un libro per capire, per ricordare.

(ANSA il 2 gennaio 2021) E' morto a Milano Marco Formentini, il primo e unico sindaco della Lega del capoluogo lombardo in carica dal 1993 al 1997. Ne dà notizia Davide Boni, ex presidente del Consiglio regionale della Lombardia. Formentini aveva 90 anni ed era malato da tempo. Prima di diventare sindaco, Formentini venne eletto deputato sempre nelle file della Lega ed è stato poi anche eurodeputato per dieci anni, non tutti nelle file del Carroccio che lasciò per passare ai Democratici.

Morto Marco Formentini, unico sindaco leghista di Milano: aveva 90 anni. Andrea Montanari su La Repubblica il 2 gennaio 2021. Aveva partecipato alla Resistenza e negli anni '90 era entrato nella Lega. Salvini: "Buon viaggio Marco". Sala: "Un politico di cui Milano può essere orgogliosa". Si è spento a 90 anni Marco Formentini, primo sindaco leghista di Milano. Era nato a La Spezia nel 1930. A 14 anni aveva partecipato alla Resistenza come vedetta partigiana. Si era laureato in giurisprudenza e dal 70 al 75 è stato esponente del partito socialista italiano. Di Craxi aveva detto: "l'ho conosciuto poco, non riesco a giudicarlo ma non mi è mai piaciuto". Dopo una pausa era tornato alla politica negli anni 90, entrando nella Lega Nord. Con il Carroccio viene eletto deputato nel '92 e parlamentare europeo nel '94. Da europarlamentare negli ultimi anni lasciò il Carroccio per passare ai Democratici con Parisi di cui era amico personale. Il 20 giugno del 1993 viene eletto sindaco di Milano, vincendo al secondo turno su Nando dalla Chiesa. Primo e unico sindaco di Milano della Lega dopo Tangentopoli. Primo a essere scelto direttamente dagli elettori, dopo l’entrata in vigore della nuova legge elettorale. In quegli anni la sua prima moglie Augusta, era stata soprannominata First sciura, dalla rivista satirica Cuore. La notte degli exit poll il leader della Lega Umberto Bossi si affacciò da un balcone di piazza Duomo insieme al neosindaco e salutando i sostenitori leghisti rivolse lo sguardo verso il civico 19, storica sede del PSI milanese. Un gesto rivolto ai politici della Prima Repubblica che fu interpretato come il simbolo della fine della cosiddetta “Milano da bere”. Rimase in carica fino al 1997, quando gli subentrò Gabriele Albertini, che fu eletto sull’onda dell’era berlusconiana. Leghista fin dalle origini, fu eletto parlamentare nel 1992 e due anni dopo all’Europarlamento. Durante il suo mandato da sindaco fu protagonista tra l’altro della campagna per lo sgombero del centro sociale Leoncavallo. Ma nel 2003 si pentì quando affermò: "Se fossi sindaco adesso lavorerei per aiutare il Leoncavallo", sostenendo che "lo sgombero forzato li ha aiutati a maturare e mi risulta che dove stanno ora sono una presenza molto meno fastidiosa e che si siano sforzati di passare dalla connotazione politica e ideologica a quella culturale e sociale”. Nel 2004, Formentini aderì ai Democratici di Arturo Parisi. Poi alla Margherita e alle primarie del partito Democratico del 2007 ha sostenuto la candidatura di Rosy Bindy. Lunedì dalle 9 la camera ardente a palazzo Marino e alle 14 la cerimonia civile.  Tanti lo ricordano in queste ore, come Davide Boni, ex presidente del Consiglio regionale della Lombardia: "Mi giunge questa dolorosa notizia, è venuto a mancare Marco Formentini, ho un ricordo particolare, nel 1993 fummo eletti insieme Lui a Milano e io a Mantova. Bei tempi, tempi eroici ed epici". E il leader leghista Matteo Salvini su twitter: "Buon viaggio Marco, primo sindaco leghista di Milano, uomo onesto, coraggioso, concreto e generoso. Proteggi la nostra Milano e la nostra Italia da Lassù". Il sindaco Beppe Sala: "E' stato un uomo politico di cui Milano può essere orgogliosa. Partigiano, cuore socialista, segretario della giunta della Regione Lombardia di Piero Bassetti, aderisce alla Lega in un percorso di continua ricerca di nuove soluzioni politiche per il nostro Paese. Nel 1993 diventa il primo sindaco di Milano eletto direttamente dai cittadini milanesi. La sua Giunta sperimentò una scelta di figure per lo più indipendenti dallo schieramento dei partiti".

Morto l'ex sindaco di Milano Marco Formentini. A 90 anni si è spento l'ex sindaco Marco Formentini, il primo e finora unico sindaco leghista di Milano. Guidò il capoluogo lombardo tra il 1993 e il 1997, dopo l'inizio di Tangentopoli. Orlando Sacchelli, Sabato 02/01/2021 su Il Giornale. L'ex sindaco di Milano Marco Formentini è morto a 90 anni. A renderlo noto, su Facebook, è stato Davide Boni, ex presidente del Consiglio regionale lombardo. "Mi giunge questa dolorosa notizia , è venuto a mancare Marco Formentini, ho un ricordo particolare, nel 1993 fummo eletti insieme, lui a Milano e io a Mantova. Bei tempi, tempi eroici ed epici". Formentini guidò la città di Milano dal 1993 al 1997. È stato il primo e unico sindaco della Lega nel capoluogo lombardo. Nato a La Spezia il 14 aprile 1930, era stato un giovane partigiano prima della laurea in giurisprudenza e della carriera politica. Esponente del Partito Socialista Italiano, dal 1970 al 1975 fu segretario della giunta della Lombardia. Negli anni Novanta, invece, entrò a far parte della Lega. Con il Carroccio fu eletto deputato alle elezioni politiche del 1992 e parlamentare europeo nel 1994. Con la nuova legge elettorale che prevedeva l'elezione diretta dei sindaci il 20 giugno 1993 Formentini venne eletto primo cittadino di Milano, battendo Nando dalla Chiesa, candidato del centrosinistra. Nei suoi anni a Palazzo Marino intraprese un duro braccio di ferro con il centro sociale Leoncavallo, contro cui si era scagliato durante tutta la campagna elettorale: il sindaco riuscì a farlo traslocare da via Leoncavallo a via Watteau. Pur avendo un'ampia maggioranza, la coalizione del centrodestra si rivelò assai litigiosa e, nella fase finale del suo mandato, Formentini sarà costretto a imbarcare dall'opposizione alcuni componenti del Pds. Dopo l'esperienza da sindaco e appena rieletto al parlamento di Strasburgo, in occasione delle europee del 1999, Formentini lascia la Lega, in polemica con la fase dell'indipendentismo padano, successiva alla rottura con Silvio Berlusconi. Successivamente, grazie all'amicizia personale con Arturo Parisi, aderisce ai Democratici, passando così al gruppo dell'Eldr. Nel 2004, candidato alle elezioni europee nelle file dell'Ulivo, ma non è eletto. È stato membro dell'Assemblea Federale della Margherita nel 2005, e alle primarie del Partito Democratico del 2007 ha sostenuto Rosy Bindi. Dal novembre del 2008 ha aderito alla Democrazia Cristiana per le Autonomie. "Buon viaggio Marco - scrive su Twitter Matteo Salvini - primo sindaco leghista di Milano, uomo onesto, coraggioso, concreto e generoso. Proteggi la nostra Milano e la nostra Italia da lassù". "Piango la scomparsa dell'amico Marco Formentini", afferma Roberto Calderoli, vice presidente del Senato. "Una persona che conoscevo e apprezzavo da più di trent'anni: è stato il mio primo capogruppo alla Camera dei Deputati, per un anno, prima di diventare il sindaco di Milano, ma è stato anche un amico. Mi era spiaciuto molto quando aveva scelto di lasciare la Lega per passare con la Margherita ma per me resterà sempre uno di quelli, insieme a Umberto Bossi, che mi ha insegnato a fare politica e a viverla con impegno e passione". "Marco Formentini è stato un uomo politico di cui Milano può essere orgogliosa", scrive su Facebook il sindaco di Milano Giuseppe Sala. "Partigiano, cuore socialista, segretario della giunta della Regione Lombardia di Piero Bassetti, aderisce alla Lega in un percorso di continua ricerca di nuove soluzioni politiche per il nostro Paese. Nel 1993 diventa il primo sindaco di Milano eletto direttamente dai cittadini milanesi. La sua Giunta sperimentò una scelta di figure per lo più indipendenti dallo schieramento dei partiti. Ebbe una navigazione non semplice - aggiunge Sala - chiese e ottenne l'appoggio della sinistra per concludere il suo mandato. Da parlamentare europeo, aderì alla Margherita (in Europa 'I Democratici'), portando la sua esperienza e la sua visione anche nell'alveo del centro sinistra. Lasciò in eredità la pedonalizzazione dal Duomo a San Babila, la linea 3 della metropolitana e il primo progetto della linea 4. Ma soprattutto, dopo uno dei momenti più critici della storia di Milano del dopoguerra, seppe farsi apprezzare per quelle doti umane che un sindaco non deve mai dimenticare di esercitare nei confronti dei suoi cittadini. Grazie, Marco. Non ti dimenticheremo". "Addio Marco. Ci lascia il primo sindaco leghista di Milano, eletto direttamente dai milanesi!", afferma il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana. "A lui possiamo attribuire l'impulso, fatto di scelte concrete, che ha prodotto la 'rinascita di Milano'. Una persona perbene, molto competente e affabile. L'ho conosciuto personalmente - prosegue Fontana - e ne ho potuto apprezzare i suoi modi genuini ma, allo stesso tempo, risoluti. Non dimenticherò mai il suo sorriso rassicurante. Ai suoi cari - conclude il governatore - le più sentite condoglianze di tutta la Regione Lombardia e dei lombardi". Roberto Maroni ricorda Formentini pubblicando su Facebook due foto: una lo ritrae con lui e un'altra con l'ex sindaco ritratto con alle spalle il Duomo di Milano e il commento "Momenti magici!!! Grazie Marco". "Apprendiamo con grande dispiacere della scomparsa di Marco Formentini, un uomo che mancherà non solo alla Lega ma alla nostra città", affermano in una nota i deputati milanesi della Lega Igor Iezzi, Alessandro Morelli e Federica Zanella. "Milano oggi è in lutto per la perdita di un politico concreto ma anche di un uomo perbene e generoso". Paolo Grimoldi, deputato leghista e segretario della Lega Lombarda Salvini Premier lo ricorda con queste parole: "Tutta la Lega Lombarda piange la scomparsa di Marco Formentini, che resterà per sempre nella memoria di ognuno di noi per essere stato il primo sindaco leghista di Milano, un grande sindaco che ha fatto grandi cose per la sua città, e un combattente sempre in prima linea nelle battaglie per il federalismo". Gianfranco Rotondi (presidente della Fondazione Dc e vicecapogruppo di Fi alla Camera) lo ricorda così: "Addio a Marco Formentini, il leghista democristiano: fu l'unico sindaco leghista della storia di Milano e rifondò con me la Dc nel 2005. Ma soprattutto fu un galantuomo e un milanese apprezzato in tutta Europa". "Lo ricordo come onesto intellettualmente e capace di grande ascolto. Una preghiera per lui", scrive sui social Fabio Pizzul, capogruppo Pd al Consiglio regionale della Lombardia. E la segretaria metropolitana del Pd Silvia Roggiani aggiunge: "Scompare un protagonista della storia di Milano. Socialista e partigiano, come primo Sindaco eletto direttamente dai cittadini, durante una fase travagliata e difficile per tutto il Paese, è stato promotore di alcune delle rivoluzioni più importanti lasciate in eredità alla città, su tutte la linea 3 della Metropolitana e il primo progetto della M4. Con Marco Formentini se ne va un uomo sensibile e intellettualmente onesto, un amministratore capace che ha saputo guidare Milano con generosità e visione, che vogliamo ringraziare per aver portato anche nel centrosinistra".

Lutto cittadino a Milano. In occasione delle esequie di Marco Formentini lunedì 4 gennaio a Milano sarà lutto cittadino. In tutte le sedi comunali le bandiere civiche saranno esposte a mezz'asta. La camera ardente sarà allestita nella Sala Alessi di Palazzo Marino lunedì dalle 9.30 alle 13.30. A seguire, alle ore 14.30, si terrà la cerimonia di commemorazione. La partecipazione sarà consentita nel rispetto delle disposizioni vigenti per il contenimento dell'emergenza sanitaria.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Piemonte.

Dal "Corriere della Sera" il 15 dicembre 2021. Un anno e sette mesi di carcere: questa la condanna che la Corte di Appello di Torino ha inflitto all'ex governatore della Regione Piemonte Roberto Cota per la vicenda Rimborsopoli che ha coinvolto ex consiglieri regionali. Per Cota, che nel frattempo ha lasciato la Lega per Forza Italia, si tratta del quarto processo. Assolto in primo grado, poi condannato in appello a un anno e sette mesi, quindi il rinvio a un nuovo appello da parte della Cassazione. Tra gli altri condannati ieri, i deputati Paolo Tiramani della Lega, oggi sindaco di Borgosesia, e Augusta Montaruli di FdI.

Irene Famà per “La Stampa” il 10 dicembre 2021. «La faccia è la mia. Temo che questa cosa mi travolgerà». È la solitudine dell’ex sindaca Chiara Appendino riassunta in un messaggio ai più stretti collaboratori. Mal consigliata, forse. Sicuramente tenuta all’oscuro su vari aspetti dell’organizzazione della proiezione della finale di Champions League in piazza San Carlo a Torino il 3 giugno 2017. La festa che diventò tragedia. Un evento messo in piedi in «fretta e furia», come detto dal procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo. In diverse fasi Appendino non venne aggiornata. Lo raccontano le chat dei giorni successivi alla tragedia, illustrate ieri in Corte d’Assise durante il processo su lacune e carenze in materia di sicurezza e gestione a nove rappresentanti di istituzioni e forze dell’ordine. Quelli che hanno scelto il rito ordinario. Per quei fatti, Appendino è stata condannata in abbreviato primo grado a 1 anno e 6 mesi. Così l’ex capo di gabinetto Paolo Giordana e altri. Nei giorni successivi a quella notte la sindaca è preoccupata. Si accorge che molto non le è stato detto. C’è la questione dell’ordinanza del vetro: «Su questo siamo indifendibili». E quella degli steward: «Se viene fuori che non c’erano per problemi di soldi siamo morti». Chiede chiarimenti ai suoi collaboratori, a coloro a cui aveva lasciato ampio margine di manovra. Ottiene risposte vaghe, giri di parole burocratici. O almeno così appare da quelle chat, che la Procura aveva dimenticato e poi ritrovato. L’ordinanza del vetro che avrebbe dovuto vietare le bottiglie in piazza, Appendino non l’ha mai firmata. E quella notte il pavimento del salotto elegante di Torino era un tappeto di cocci di vetro. «Esiste sta ordinanza del 2015 oppure no?» scrive la sindaca in chat. I telegiornali ne parlano, in molti chiedono chiarimenti. «La faccia è la mia, di che ordinanza si parla?». Giordana prende tempo: «Stiamo cercando». Lei lo incalza: «Paolo, mi avevi detto al telefono che non erano mai state fatte ordinanze». I messaggi proseguono: «Il problema è sempre e solo uno dove siamo indifendibili. Ordinanza vetro. Temo che questa cosa mi travolgerà». Interviene anche il marito Marco Lavatelli per chiedere se «far saltare la testa del capo dei vigili». Il 5 giugno il tema sono gli steward. La Questura aveva chiesto a Comune e Turismo Torino, ente strumentale della Città che prese in carico l’evento, di fornirli per i varchi di filtraggio. Se ne era parlato il 31 maggio in una riunione nell’ufficio del capo del gabinetto della Sindaca. E il presidente di Turismo Torino, Maurizio Montagnese, il primo giugno, in un’email alla Questura e per conoscenza al Comune era stato chiaro: «Non ci è possibile sopportare l’onere economico». Occupatevene voi. Appendino non sapeva nulla. A Giordana scrive: «Se viene fuori che gli steward non c’erano per problemi di soldi siamo morti». Lui scarica la responsabilità: «Sono cavoli del questore». Lei ribatte: «Di queste cose non abbiamo parlato però». E chiede: «Quindi noi sapevamo che la questura ci aveva chiesto di mettere gli steward? E sapevamo che non avevamo i soldi». La sindaca sottolinea che si parla di una riunione «fatta dal gabinetto». Giordana semplifica. «Paolo la verità non è così chiara. Verrà fuori un merd... unico su sta roba».

Irene Famà per “la Stampa” l'11 dicembre 2021. «Teniamo il fronte con prefetto e questore unito o no? Il dubbio è se far saltare la testa del capo dei vigili. Magari si può aspettare». A meno di 48 ore dalla tragedia di piazza San Carlo a Torino, Marco Lavatelli, marito di Chiara Appendino, in una chat con i collaboratori più stretti della sindaca propone un "capro espiatorio". È Ivo Berti, nuovo comandante vicario della polizia municipale. A fermarlo, con cautela, è proprio l'ex sindaca: «Marco non si capisce nulla. La testa del comandante per ora non salta». Che la macchina del Comune si sia inceppata prima, durante e dopo il caos nel salotto elegante della città, diventato il 3 giugno 2017 una trappola per i tifosi davanti al maxischermo della finale di Champions League Real Madrid-Juventus, è sotto gli occhi di tutti. L'ordinanza che proibiva le bottiglie in vetro non c'era, gli steward ai varchi non erano sufficienti: una serie di omissioni al centro del processo in Corte d'Assise dove alcuni difensori, gli avvocati Claudio Strata, Elena Negri e altri, hanno illustrato le chat di Appendino e dei suoi fedelissimi. Conversazioni che raccontano una sindaca tenuta all'oscuro di diversi aspetti organizzativi e spaventatissima: «Temo che questa cosa mi travolgerà». Funzionari che si rimpallano responsabilità e il marito e i collaboratori di Appendino che pensano a chi dare la colpa. Ivo Berti appunto. Già tirato in ballo dal capo di gabinetto Paolo Giordana nel tardo pomeriggio del 3 giugno, quando i problemi erano anche in piazza Castello, invasa dai venditori abusivi. «Lunedì pomeriggio riunione urgente da me con Berti» scrive. «Pazzesco» risponde uno. «Povero Berti» è il commento di un altro. Poi la tragedia: oltre 1600 feriti e due morti. Appendino chiede chiarimenti. Quella notte è a Cardiff e dell'organizzazione dell'evento, com' è normale, non si è occupata direttamente. Nei giorni successivi, su WhatsApp capisce che i suoi collaboratori o non le hanno comunicato tutto o le hanno fornito consigli e informazioni errate. Berti, il 5 giugno, sembra essere l'anello più debole. Indagato in un primo momento, la sua posizione era stata archiviata. Ai magistrati, però, la sua versione dei fatti l'aveva raccontata senza nascondere amarezze e perplessità: «Non ho parlato con nessuno sino alla mattina del 4 giugno. Quando il capo di gabinetto, intorno alle 10,05, mi aveva avvertito telefonicamente della riunione in Prefettura convocata per le 10,30».

Chiara Appendino: “Il problema è sempre uno dove siamo indifendibili. L'ordinanza vetro. Temo che sta cosa mi travolgerà” 

Marco Lavatelli: “Teniamo il fronte con questore e prefetto unito o no? Il dubbio è se far saltare il capo dei vigili. Magari si può aspettare” 

Chiara Appendino: “Infatti la testa del comandante per ora non salta Marco non si capisce nulla” 

Paolo Giordana: “Marco per favore ora sono con Spinelli e Gregnanini Stiamo preparando tutto”

Estratto dell’articolo di Domenico Di Sanzo per “il Giornale” l'11 dicembre 2021. […] E sicuramente provocano imbarazzo nel M5s le chat di Chiara Appendino illustrate in Corte d'Assise a Torino e pubblicate ieri dai giornali. La vicenda è quella della tragedia di Piazza San Carlo del 3 giugno 2017. Mille e 500 feriti e due morti in una calca dopo la proiezione della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. Appendino, già condannata con il rito abbreviato, due giorni dopo il disastro diceva al capo di gabinetto Paolo Giordana frasi come «se viene fuori che gli steward non c'erano per problemi di soldi siamo morti». E ancora: «Verrà fuori un merd... unico su sta roba». Parole scomode. Soprattutto per Appendino, uno dei nomi di punta del nuovo corso. Nominata da Conte alla guida del comitato formazione e aggiornamento dei Cinque Stelle. […]

Piazza San Carlo, chat Appendino-Giordana: «Se viene fuori che gli steward non c’erano per problemi di soldi siamo morti». Massimiliano Nerozzi su Il Corriere della Sera il 9 dicembre 2021. Davanti alla corte d’Assise, i difensori del viceprefetto Dosio citano la conversazione (risalente al 5 giugno 2017) tra l’allora sindaca e il capo di gabinetto. Una frase che rimbomba nella maxi aula e gela, ancora una volta, le coscienze: «Se viene fuori che gli steward non c’erano per problemi di soldi siamo morti». Scriveva questo, in una chat, l’allora sindaca di Torino, Chiara Appendino, due giorni dopo la tragedia di piazza San Carlo. Il destinatario del messaggio era l’ex capo di gabinetto, Paolo Giordana.

La conversazione (risalente al 5 giugno 2017) è stata illustrata oggi (9 dicembre) davanti alla corte d’Assise dagli avvocati Claudio Strata e Giancarla Bissattini, difensori di uno dei nove funzionari pubblici imputati, il viceprefetto Roberto Dosio.

Il 3 giugno 2017, durante la proiezione in piazza San Carlo della finale di Champions fra Juve e Real Madrid, un’ondata di panico tra la folla provocò 1.500 feriti e, in seguito, la morte di due donne. Sia Appendino che Giordana sono già stati condannati in primo grado con il rito abbreviato. Quello che è ripreso oggi in vece in corte d’Assise è il giudizio ordinario a carico degli altri funzionari pubblici.

Un processo che riguarda le presunte lacune in materia di gestione e sicurezza. La tesi di Strata e Bissattini è che il viceprefetto Dosio e la Commissione provinciale di vigilanza (da lui presieduta) non possono essere considerati responsabili per le omissioni di altri soggetti. Sulla mancanza degli steward, per esempio, hanno sottolineato che «nessuno informò la prefettura». «Il 1/o giugno — hanno spiegato —l’agenzia Turismo Torino, cui il Comune affidò l’organizzazione, scrisse alla questura che per ragioni economiche non era possibile predisporre un servizio di steward. Quindi ci pensarono le forze dell’ordine, mobilitando in tutto un centinaio di agenti. Ma di questo la Commissione rimase all’oscuro. Diversamente, dato che quella dello steward è una figura professionale altamente specializzata, avrebbe dato delle indicazioni precise su come regolare l’attività».

La chat

Nella chat, Appendino chiede a Giordana se «sapevamo che la questura ci aveva chiesto di mettere gli steward e che non avevamo soldi?». Il capo di gabinetto risponde che «non era una richiesta», perché si trattava di una circolare generale (firmata dal capo della polizia pochi giorni prima) «valida per tutta Italia» e inoltrata a Turismo Torino; quindi, aggiunse che «se gli steward fossero stati indispensabili ci avrebbero dovuto mettere quella prescrizione. Non lo hanno fatto. Affari loro». Non parve una risposta felice: «Io — fu infatti la replica della sindaca — non la farei così semplice. Su sta’ roba verrà fuori un merdone unico». Quanto alle altre contestazioni mosse a Dosio, per la difesa è una «illazione» sostenere che la Commissione di vigilanza non visionò il progetto della manifestazione: «Una nota della prefettura, relativa al lavoro che era stato, dimostra esattamente il contrario. A meno che non si voglia dubitare della prefettura».

«Passò tutto un po’ in cavalleria»

Di fronte alle evidenti difficoltà organizzative, anche la questura non fece una piega, come raccontò un anno fa l’ispettore superiore di polizia Gioacchino Lo Presti, 53 anni, che dal 1992 si occupa di ordine pubblico nell’ufficio di gabinetto. Lo spiegò per oltre due ore nell’aula bunker delle Vallette, come testimone, nel processo che vede i funzionari pubblici accusati di disastro e omicidio colposi dal procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo.Non ne uscì solo una questione di responsabilità penali — quelle le stabilirà la corte d’Assise presieduta dal giudice Alessandra Salvadori — ma di vergogna civile, delle istituzioni. Sentirla raccontare, fece un certo effetto. Già si era partiti male: «I tempi erano notevolmente ristretti, purtroppo». Altra grana: «Loro avevano difficoltà economiche per materiali e risorse umane». Tanto che, a un certo punto, «Pasquaretta (ex capo ufficio stampa della sindaca, ndr) fece una telefonata a Pairetto (della Juve, ndr). «“Ci dovrebbero dare sui 10.000 euro”, disse». I pericoli erano altri: «Io e la collega dicemmo: “Attenzione al discorso dei vetri, perché spesso le bottiglie finiscono per essere lanciate”». Chiara Bobbio, funzionaria del Comune, tra gli imputati, lo rassicurò: «Nelle piazze auliche, spiegò, la vendita del vetro è già vietata».

Altro campanello d’allarme, il 29 maggio: «Fu inviata una lettera all’amministrazione comunale per avere notizie più certe». Ovvero: «Chiedevamo stewart e metal detector, oltre a spazi per proteggere le persone da un eventuale attacco terroristico, che in quel momento era una minaccia attuale: c’erano stati episodi a Nizza, Berlino, Manchester». Ebbene: «A questa lettera non venne data risposta. Passò un po’ in cavalleria». Nella riunione del 31 maggio, va ancora peggio: «Ci dissero che per gli stewart non c’erano risorse e che non avrebbero rimosso i dehors dalla piazza». Le transenne parvero una banalità: «Mettiamo quelle tipo Turin Marathon, rispose Giordana», ex portavoce di Appendino. Lo Presti riferì poi in questura, all’allora capo di gabinetto Mollo. E, sentito il questore, la risposta fu: «Andiamo avanti così, e facciamo con le nostre forze».

Val.Err. per "Il Messaggero" l'1 luglio 2021. Li aveva nascosti all'insaputa dei confratelli: 1.812 documenti, testimonianze storiche dal valore complessivo di oltre due milioni di euro. Beni che aveva sottratto a enti, famiglie e archivi, sempre presentandosi come delegato dell'ordine religioso dei Battuti neri di Bra, in provincia di Cuneo. E una parte di quel tesoro aveva anche tentato di venderla sulle piattaforme online. I componenti della confraternita si erano affidati a lui e invece l'uomo aveva accumulato negli anni un'enorme mole di documenti, approfittando del fatto che non fossero catalogati. Li aveva occultati proprio nelle stanze sicure dell'Arciconfraternita della Misericordia e alcuni li aveva messi all'asta su ebay. Un vero e proprio tesoro che è stato recuperato, dopo sei anni di indagini, dai carabinieri del nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Torino, guidato dal comandante Cristian Lo Iacono, in collaborazione con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Piemonte e della Valle d'Aosta. Il confratello infedele dovrà ora rispondere delle accuse di ricettazione e impossessamento illecito di beni culturali. Il materiale proviene dall'Archivio di Corte dei Savoia e comprende documenti storici di enorme valore ed era stato raccolto in un meticoloso lavoro che avrebbe garantito all'uomo anche di entrare in possesso di fondi per i beni storici. Dai ritagli di giornale, bigliettini personali di varia natura, dalle patenti nobiliari, alle foto che ritraggono Vittorio Emanuele II, primo Re d'Italia, seduto a cavallo nel 1865, e sua figlia Maria Pia. Molte le carte, alcune ufficiali altre private, riportanti firme autografe di principi e sovrani europei, come ad esempio quella di Caterina, imperatrice di Russia, o del Duca Testa di ferro Emanuele Filiberto. Beni appartenenti alla Biblioteca reale e Archivio di Stato di Torino e all'archivio del castello di Racconigi. I primi sospetti erano sorti proprio all'interno della confraternita dei Battuti neri. Nel 2012, la presidente di Roberta Comoglio si era accorta dell'anomalia, durante i lavori di catalogazione del materiale archivistico con verifiche dei beni di proprietà dell'ordine. Camoglio si è accorta che c'erano alcuni documenti che non avevano nulla a che vedere con la secolare attività della Confraternita. Così riscontrate, le anomalie, si era ricolta prima alla Soprintendenza e poi ai carabinieri. «Il materiale dal punto di vista storico è importante - spiega il comandante Cristian Lo Iacono - materiale eterogeneo, di diversa natura, appartenenti ad enti pubblici o comunque ad enti ecclesiastici, per questo motivo non potevano essere venduti o ceduti». Il confratello, che non è un religioso e aveva una mansione di altissima fiducia all'interno degli archivi, in sostanza si era impossessato del materiale, ascrivendolo alla confraternita. «Non è stato semplice riuscire a ricostruire tutti questi ammanchi e venire a capo dei vari archivi», conclude Lo Iacono. Ora i documenti sottratti torneranno alla Biblioteca Reale di Torino, all'Archivio di Stato di Torino e al Castello di Racconigi, nel Cuneese. Tutto alla vigilia della sepoltura a Superga del principe Amedeo di Savoia.

Da battutineribra.it l'1 luglio 2021. La Confraternita della Misericordia, o dei Battuti Neri, sotto il titolo di S. Giovanni Decollato fu fondata in Bra nel 1587. L’autorizzazione per la fondazione del sodalizio fu concessa dal Duca Carlo Emanuele I, con Lettere Patenti datate 10 giugno 1587 e l’atto di fondazione fu redatto il 10 luglio 1587. Ottenuto il benestare dell’autorità civile, venne poi inviata una richiesta al Cardinale Girolamo della Rovere, arcivescovo di Torino, perché riconoscesse canonicamente la Compagnia appena costituita: la risposta del Cardinale con l’accoglimento dell’istanza è datata 22 luglio 1587. Le confraternite o “confrerie”, come venivano chiamate nel Medioevo, hanno origine molto antica. In generale, avevano la funzione di soccorrere le persone più deboli e bisognose in ogni circostanza, e ciò specialmente durante le epidemie e le carestie. Esse svolgevano, in pratica, quei compiti di assistenza a cui, nella nostra società provvede, o dovrebbe provvedere, lo Stato. Le Confraternite avevano anche, fra gli scopi primari, la solidarietà verso i confratelli che dovessero trovarsi in difficoltà. Oltre alle finalità di culto e di preghiera, comuni a tutte le Confraternite, i Battuti Neri si proponevano di visitare e soccorrere i carcerati non solo spiritualmente, ma anche materialmente, di assistere e confortare i condannati a morte, che accompagnavano fino al patibolo, e di provvedere a dar loro cristiana sepoltura. Per far fronte ai compiti e alle finalità per le quali era stata istituita, la Confraternita poteva contare su diverse fonti di reddito: le quote annuali obbligatorie versate dai confratelli, l’elemosina raccolta nella chiesa, i lasciti testamentari ed i fitti sui beni immobili di proprietà del sodalizio. L’attività della Confraternita non si è attenuata e trova il suo culmine con la tradizionale processione dell’Addolorata che si svolge per le vie della città ogni anno il venerdì prima della settimana Santa. 

Le elezioni comunali. Chi è Stefano Lo Russo, nuovo sindaco di Torino: il “secchione” che ha battuto Damilano. Antonio Lamorte su Il Riformista il 18 Ottobre 2021. Stefano Lo Russo è il nuovo sindaco di Torino. Battuto nel testa a testa del ballottaggio l’avversario candidato con il centrodestra Paolo Damilano. Al momento le preferenze a favore del candidato del centrosinistra sfiorano il 60% con quasi 20 punti percentuali sull’avversario. “Non nego l’emozione. Questa vittoria la dedico a una persona che per me è stato un maestro, un padre, una guida, don Aldo Rabino”, Stefano Lo Russo, al suo comitato elettorale, ha dedicato la vittoria al salesiano, storico cappellano del Torino, che lo ha avviato alla politica. Di fronte agli ex sindaci Valentino Castellani, Sergio Chiamparino e Piero Fassino ha aggiunto: “Vi prenderò a modello pur nella vostra specificità, per la vostra capacità di essere persone perbene, capaci, competenti e oneste e per il bene che avete fatto alla città spero di essere all’altezza del vostro esempio. Erano tanti anni che il centrosinistra non era così unito e capace di fare squadra”. Quindi ha ammesso che la dimensione del risultato è andata ben oltre le sue aspettative e ringraziato “per la lealtà della competizione” l’avversario Damilano. Lo Russo è professore ordinario in geologia applicata al Politecnico. È nato il 15 ottobre del 1975. Figlio unico di famiglia di origini operaie, non credente. Ha una figlia, Beatrice, di 14 anni. La prima elezione nel 2006: consigliere comunale. Quindi assessore dal 2013 al 2016, responsabile delle Politiche Urbanistiche nell’unica giunta Fassino. La sua vittoria al primo turno aveva sorpreso un po’ tutti. Al ballottaggio ha dilagato. Premiata la sua scelta di non allearsi con il Movimento 5 Stelle, in crollo verticale, dopo cinque anni di giunta Appendino. Si definisce “secchione”. Ha fatto una campagna elettorale intensa: per due mesi in giro per piazze e mercati e quartieri. Ha anticipato che la giunta sarà annunciata il prossimo lunedì 25 ottobre. L’affluenza ha superato di poco il 42%.

La candidatura e le primarie

La candidatura di Lo Russo era arrivata alla fine di un percorso durato 15 anni. “Il centrosinistra unito potrà vincere al primo turno se sarà capace di dare risposte ai bisogni evidenti che ci sono, soprattutto nelle periferie cittadine – aveva commentato – C’è una riflessione profonda politica da fare su come dovremo impostare la campagna elettorale perché è evidente che il centrosinistra ha in questo momento una debolezza strutturale soprattutto nella periferia nord. Adesso si tratta di partire insieme, uniti, a cominciare da Francesco, Enzo e Igor (gli altri tre candidati alle primarie, ndr), ma soprattutto coinvolgendo la coalizione del centrosinistra”. Lo Russo era stato appoggiato anche da big delle preferenze come Laus, Lepri, Gallo e Valle. Oltre che da partiti alleati come i Moderati e la lista Monviso di Mario Giaccone. Ha raccolto un’eredità difficile dei dem nel capoluogo piemontese dopo la doppia terribile sconfitta alle comunali del 2016 e alle Regionali del 2019. Le primarie furono un flop per l’affluenza e le vinse con un distacco risicato. Stefano Lo Russo è risultato il candidato più votato con il 37,48% dei voti, contro il 34,85% del civico Francesco Tresso. Neanche 300 voti di scarto. Lo Russo era sostenuto dalla quasi totalità del gruppo dirigente del Pd. Tresso è stato soprannominato “Signor Nessuno” e ha raccolto il consenso di società civile e della sinistra ecologista. A seguire il vice Presidente del Consiglio Comunale Enzo Lavolta, 25,39%, e il radicale Igor Boni, 2,28%. Solo 11.631 persone si sono recate alle urne, la metà rispetto alle attese secondo quanto scritto da La Stampa; meno anche delle oltre 16mila persone iscritte al Partito. Nel 2019, per la scelta del segretario, allora venne eletto Nicola Zingaretti, furono 23mila i votanti. Nel 2011 furono invece 53mila le preferenze che avevano incoronato Piero Fassino. Il candidato del centrosinistra era appoggiato dalla coalizione formata da Partito Democratico, Moderati, Sinistra Ecologista, Torino Domani, Articolo Uno e Lista Civica Lo Russo Sindaco.

Le promesse di Lo Russo

In un’intervista a questo giornale di qualche settimana fa annunciava per il capoluogo del Piemonte: “Una grande opera di semplificazione burocratica, abbiamo molta energia inespressa nella città. Il freno della burocrazia va combattuto. La seconda cosa è la costruzione di una capacità di spendere bene i soldi del Recovery: si apre adesso una fase importante, dobbiamo spendere nei tempi giusti. Terza cosa: c’è una strutturale esigenza di riportare i cittadini ai servizi, riaprire le reti di biblioteche e dei trasporti locali anche e soprattutto per la periferia”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

La vittoria alle primarie del capogruppo Pd al consiglio comunale. Chi è Stefano Lo Russo, il candidato del centrosinistra alle comunali di Torino. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Giugno 2021. Primarie flop per affluenza e vinte con un distacco risicato. Stefano Lo Russo è risultato il candidato più votato alle primarie del centrosinistra per le elezioni amministrative del prossimo autunno. Si voterà tra il 15 settembre e il 15 ottobre. Il centrodestra, la settimana scorsa, ha annunciato la candidatura dell’imprenditore Paolo Damilano. L’attuale sindaca Chiara Appendino, Movimento 5 Stelle, ha già chiarito che non si candiderà per un secondo mandato. Lo Russo ha vinto di poco, con il 37,48% dei voti, contro il 34,85% del civico Francesco Tresso. Neanche 300 voti di scarto. Lo Russo era sostenuto dalla quasi totalità del gruppo dirigente del Pd. Tresso è stato soprannominato “Signor Nessuno” e ha raccolto il consenso di società civile e della sinistra ecologista. A seguire il vice Presidente del Consiglio Comunale Enzo Lavolta, 25,39%, e il radicale Igor Boni, 2,28%. Le primarie del centrosinistra si sono rivelate tuttavia un flop nell’affluenza. Solo 11.631 persone si sono recate alle urne, la metà rispetto alle attese secondo quanto scritto da La Stampa; meno anche delle oltre 16mila persone iscritte al Partito. Nel 2019, per la scelta del segretario, allora venne eletto Nicola Zingaretti, furono 23mila i votanti. Nel 2011 furono invece 53mila le preferenze che avevano incoronato Piero Fassino. Lo Russo ha 45 anni, è professore di geologia al Politecnico di Torino. È attualmente capogruppo del Pd al consiglio comunale. La sua candidatura è arrivata alla fine di un percorso durato 15 anni. “Il centrosinistra unito potrà vincere al primo turno se sarà capace di dare risposte ai bisogni evidenti che ci sono, soprattutto nelle periferie cittadine – ha commentato Lo Russo – C’è una riflessione profonda politica da fare su come dovremo impostare la campagna elettorale perché è evidente che il centrosinistra ha in questo momento una debolezza strutturale soprattutto nella periferia nord. Adesso si tratta di partire insieme, uniti, a cominciare da Francesco, Enzo e Igor (gli altri tre candidati, ndr), ma soprattutto coinvolgendo la coalizione del centrosinistra”. Lo Russo era stato appoggiato anche da big delle preferenze come Laus, Lepri, Gallo e Valle. Oltre che da partiti alleati come i Moderati e la lista Monviso di Mario Giaccone. Raccoglie un’eredità difficile dei dem nel capoluogo piemontese dopo la doppia terribile sconfitta alle comunali del 2016 e alle Regionali del 2019. Al momento non sembra percorribile la strada dell’alleanza del centrosinistra con il Movimento 5 Stelle. Giuseppe Conte, leader del M5s, si era detto rammaricato per non aver raggiunto un accordo con il Pd a Torino.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Damilano: "Renderò di nuovo bellissima la città". Fabrizio De Feo il 10 Giugno 2021 su Il Giornale. "Mister Barolo" pronto alla sfida: "L'unità e la squadra fondamentali per la ricostruzione". La lunga attesa è finita. La sua candidatura non è mai stata in discussione, mancava però l'ufficialità. Da ieri è arrivata anche quella e Paolo Damilano è diventato il candidato sindaco del centrodestra alle elezioni comunali di Torino 2021. «Oggi è una giornata molto importante, perché l'adesione dei partiti di centrodestra al progetto civico di Torino Bellissima è un segnale ulteriore che siamo sulla strada giusta» le parole pronunciate dopo l'investitura. «La strada è quella della condivisione di una terapia d'urto per fare ripartire la città, per ricostruirla dopo questa guerra. Dovremo lavorare tutti insieme per riportare Torino all'altezza di sé, della sua storia e dei talenti della sua straordinaria comunità. L'unità e la squadra sono un elemento fondamentale per la ricostruzione, bisognerà agire in fretta e più siamo meglio possiamo farlo. Da oggi siamo ancora più concentrati sull'obiettivo di rendere di nuovo Torino bellissima». Damilano è partito con i tempi giusti. Lavora ormai da circa sei mesi a questo obiettivo, convinto che con un progetto civico si possa strappare Torino al centrosinistra e scardinare un fortino quasi inviolabile. Ha un legame molto stretto con Giancarlo Giorgetti e ha ottenuto un sostegno convinto da parte di Matteo Salvini, ma è molto stimato anche dal presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio. Fratelli d'Italia ieri lo ha definito come «la giusta alternativa per Torino». Damilano dal 1997 è alla guida della Cantina Damilano di Barolo insieme ai fratelli. Si occupa anche di acque minerali con marchi come Sparea e Valmora. Dal 2013, all'interno della Cantina Damilano, è stato aperto un ristorante stellato: il Massimo Camia Ristorante. Damilano ha rivestito anche incarichi da manager culturale. È stato infatti presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino dal 2013 al 2018 e, sempre nel 2013, eletto presidente della Piemonte Film Commission. Ha tappezzato la città di poster e manifesti con la sua lista civica «Torino bellissima» poi puntando su «C'è da fare», uno slogan pensato per fare arrivare il messaggio che un imprenditore, un uomo del fare appunto, vuole rimboccarsi le maniche e rilanciare la città della Mole.

Chi è Paolo Damilano, candidato sindaco di Torino. Federico Garau il 9 Giugno 2021 su Il Giornale. "Abbiamo ufficializzato il via libera di Paolo Damilano a Torino", ha dichiarato Matteo Salvini al termine del vertice del centrodestra. Sarà Paolo Damilano il candidato sindaco di Torino per il centrodestra, come stabilito dai partiti che compongono la coalizione nel corso del vertice tenutosi questo pomeriggio. Nessuna discussione fra gli alleati, che hanno scelto di comune accordo l'imprenditore 55enne. "Abbiamo ufficializzato il via libera di Paolo Damilano a Torino", ha dichiarato Matteo Salvini al termine della riunione, come riportato da LaPresse. Insieme a Damilano, è stato approvato anche il nome di Enrico Michetti come candidato sindaco per Roma. Si attende ora anche la candidatura per la Regione Calabria, che dovrebbe arrivare entro questa settimana. Le decisioni, come lasciato trapelare da alcune fonti, sono state prese in totale sintonia. Presidente della Film Commission del Piemonte, Paolo Damilano possiede un'azienda di vini amministrata insieme al fratello, la Cantina Damilano di Barolo, ed un'impresa che produce acque minerali, la Valmora. Non solo, ha contribuito a ridare lustro a famosi marchi piemontesi come il Pastificio Defilippis ed e il Bar Zucca. Ex pilota di rally (ha concorso guidando una A112 e successivamente una Peugeot 205), il candidato del centrodestra ha in passato avuto un incarico presso il Museo del Cinema di Torino (presidente dal 2013 al 2018). Questa esperienza, così come quella alla Film Commission del Piemonte, gli hanno permesso di acquisire dimestichezza nella pubblica amministrazione. Damilano si candiderà nella lista civica "Torino bellissima", ed il suo slogan lascia intendere quanto il candidato sindaco sia consapevole delle problematiche della città e sia intenzionato a mettersi a lavoro. "C'è da fare" è infatti il motto riportato sui suoi manifesti. In tanti a criticarlo ed a non ritenerlo all'altezza dell'incarico a causa della sua scarsa esperienza nel mondo della politica. L'imprenditore ha tuttavia ricevuto l'approvazione di tutto il centrodestra, che lo sosterrà nella battaglia elettorale. Fra le iniziative proposte, quella di avere anche a Torino una settimana dedicata al cinema, così da richiamare anche attori e celebrità e far vivere le piazze cittadine. Un candidato sindaco vicino agli imprenditori, ai lavoratori nel settore della ristorazione e degli impianti sciistici, con i quali ha già provveduto a mettersi in contatto. Il lavoro per lui è la priorità, non c'è spazio per i dissapori fra centrodestra e centrosinistra: "Oggi la gente parla di altro, soprattutto parla di lavoro, dopo la batosta Covid", ha dichiarato, come riportato da Repubblica. "Oggi è una giornata molto importante, perché l'adesione dei partiti di centrodestra al progetto civico di Torino Bellissima è un segnale ulteriore che siamo sulla strada giusta", ha dichiarato il candidato sindaco dopo la riunione di questo pomeriggio. "La strada della condivisione di una terapia d'urto per fare ripartire la città, per ricostruirla dopo questa guerra. Dovremo lavorare tutti insieme per riportare Torino all'altezza di sè, della sua storia e dei talenti della sua straordinaria comunità. L'unità e la squadra sono un elemento fondamentale per la ricostruzione, bisognerà agire in fretta e più siamo meglio possiamo farlo. Da oggi siamo ancora più concentrati sull'obiettivo di rendere di nuovo Torino bellissima", ha concluso.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo s

L'imprenditore con un passato nel rally. Chi è Paolo Damilano, il candidato del centrodestra alle comunali di Torino. Antonio Lamorte su Il Riformista il 9 Giugno 2021. È l’imprenditore Paolo Damilano il candidato sindaco del centrodestra per le elezioni comunali a Torino che si terranno nel prossimo autunno. La fumata bianca dopo il vertice dei leader di centrodestra a Roma. Oltre al segretario della Lega Matteo Salvini, il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani e la segretaria di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, anche i cosiddetti partiti “piccoli”: Coraggio Italia, Udc Noi con l’Italia e Rinascimento di Vittorio Sgarbi. Ancora nessuna decisione per i candidati di Milano e Bologna. A Roma invece via libera al ticket Enrico Michetti sindaco e Simonetta Matone vicesindaco. “Piena sintonia nel centrodestra che ha scelto Enrico Michetti candidato sindaco per Roma Capitale, in ticket con Simonetta Matone che sarà prosindaco. Paolo Damilano è il candidato sindaco a Torino. Entro la settimana sarà ufficializzata la candidatura per la Regione Calabria”, ha dichiarato il leader del Carroccio Matteo Salvini. Damilano ha 55 anni, imprenditore attivo nel settore del beverage con un’azienda di vini, guidata con il fratello Mario, e un’altra di acque minerali. Vanta un passato da pilota di rally. È Presidente dalla Film Commission del Piemonte. Proprio con le esperienze alla Film Commission e al Museo del Cinema replica a chi gli muove la critica di avere poca esperienza da un punto di vista amministrativo. Prima dell’investitura ufficiale aveva cominciato la sua campagna elettorale tappezzando la città con manifesti della sua lista civica “Torino Bellissima”. Lo slogan: “C’è da fare”. Le proposte che ha già avanzato per Torino: una pista da sci cittadina; un hotel 5 stelle lusso; una settimana del cinema con attori e registi ed eventi nelle piazze cittadine. Nessuna rivelazione sulla probabile squadra di governo.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da today.it il 17 maggio 2021. Tutta colpa di un video amatoriale, "rubato", in cui il presidente del Torino Football Club, Urbano Cairo, viene ripreso mentre parla con alcuni tifosi. Tra i temi trattati spunta anche il campo del Robaldo, da tempo al centro dell'interesse del Torino per realizzare il nuovo centro sportivo. Nel video, che è stato girato a sua insaputa, il presidente del Torino parla più volte della sindaca del capoluogo piemontese Chiara Appendino, poi spiccano alcuni insulti (ripete tre volte "è una deficiente") e frasi tra cui: "Appena andrà via lei avremo subito le autorizzazioni". Urbano Cairo fa più riferimenti alla sindaca e al Comune di Torino parlando del mancato accordo per il Robaldo. La sindaca replica sui social, commentando proprio l'articolo di TorinoToday: "Come ho detto ieri, preferisco non rispondere a degli insulti, credo che si commentino da soli. Ciò che mi auguro, da sindaca della Città, è che il Torino, nelle prossime 2 partite, possa fare i punti necessari per rimanere in A. Nel merito del Robaldo, come il presidente ben sa, non sussistono questioni politiche, ma solo tecniche legate al progetto presentato dalla società, che era lacunoso relativamente all'impianto di illuminazione. È tutto ampiamente spiegato dai tecnici del Comune".

Le scuse del presidente del Torino alla sindaca. Doverose poi le scuse di Cairo. Il presidente del Torino è tornato sulla vicenda delle offese che ha rivolto nei confronti della sindaca Chiara Appendino. La notizia era stata riportata questa mattina dal quotidiano Tuttosport e il presidente granata ha voluto scusarsi con la sindaca della città di Torino con queste parole rilasciate ai microfoni dell'ANSA: "Si tratta di un video rubato, di una conversazione privata con poche persone. Non ho mai mancato di rispetto a nessuno, se l’ho fatto in questo caso con la sindaca Appendino chiedo scusa". Cairo prosegue parlando dei ritardi nella costruzione del centro sportivo Robaldo. "Riguardo poi al Robaldo, la nostra colpa, come ha detto in una intervista il capo di gabinetto della sindaca Luca Palese è che abbiamo chiesto di poter realizzare un centro sportivo che richiedeva un investimento maggiore ed era anche più funzionale per la città”, continua il presidente del Torino. Che poi conclude: "Se a causa di questo si è dovuto aspettare cinque anni per realizzare questo centro sportivo, e non c’è ancora l’ok per partire, giudichino i torinesi se questa è una cosa giusta".

Il progetto del centro sportivo Robaldo. Cos'è il Robaldo? Perché il progetto di un centro sportivo fa così discutere? La storia del Robaldo è cominciata sette anni fa, quando il Nizza Millefonti, storica società dilettantistica che ha fatto la storia del calcio locale a Torino, riconsegnò le chiavi dell’impianto al Comune di Torino e l’area fu assegnata prima a una società temporanea, quindi all’Atletico Gabetto che a maggio 2015 aveva vinto la gara senza averne i titoli (concessione ritirata per irregolarità contributive). Amarzo 2016 il Torino vinse il bando successivo. Solo nell’ottobre 2017 ci fu l’effettiva aggiudicazione. Il Torino aveva fatto progettare un centro sportivo all’avanguardia con un budget di 4 milioni. Il via libera del Consiglio Comunale, che fa seguito a quello della Circoscrizione 2, è solo dell'11 febbraio 2019. Da lì in poi, al di là della formale consegna delle chiavi al club granata, una sfilza di tappe burocratiche. Riqualificare, abbattere le strutture esistenti, mettere in sicurezza l’intera area e procedere con appositi interventi legati alla viabilità, poi costruire: tutti passaggi che per essere autorizzati richiedono permessi e tanto tempo. E' arrivato anche l'ok del Coni e, a luglio dell'anno scorso, il Torino ha offerto alla Città (sono coinvolti in tutto tre Assessorati: Sport, Ambiente e Urbanistica) e agli Enti interessati le ultime rassicurazioni progettuali: su tutte quella di procedere con la costruzione di una specifica via d’accesso al Parco Sangone da strada Castello di Mirafiori, dietro a quello che sarà il quinto campo in erba del Robaldo. La Giunta ha deliberato ad agosto: il progetto è di interesse pubblico, poiché implica un intervento di riqualificazione di una vasta area urbana. Ma i lavori non sono ancora partiti per questioni tecniche.

Lodovico Poletto per "lastampa.it" il 5 febbraio 2021. Il burocratese è sempre scivoloso. Ma qui è chiaro, anche senza tante interpretazioni degli esperti, oppure giri di parole. Il Comune di Torino vuole vietare ai senza tetto che campano di carità sotto i portici del centro, di avere accanto a sé animali. E non è soltanto una chiacchiera. È già tutto scritto nero su bianco nella bozza del nuovo «Regolamento animali». E sono 50 pagine di indicazioni su tutto: dai cani, ai gatti, ai piccioni, senza dimenticare i pipistrelli (di razza italiana ovviamente, e che non si possono vendere), le colonie feline, i circhi equestri con o senza leoni, elefanti struzzi e via di questo passo. Ma ai cani è dedicato un comma intero - il numero 22 - del capitolo che va sotto il nome di Divieti generali. Eccolo: « È vietato su tutto il territorio del Comune utilizzare qualsiasi specie animale, sia domestica-selvatica-esotica, per la pratica dell’accattonaggio». E visto che in città nessuno ha mai incrociato mendicati con i pappagalli, non ci sono incantatori di serpenti, o anziani senza nulla con al seguito bestie esotiche, è evidente che si parla di cani. Anche quei cuccioli tenuti come figli, ma su letti di cartone. Una scelta - hanno scritto nella presentazione della bozza di regolamento - che va incontro alle nuove sensibilità, a opinioni «da più parti espresse». Cioè a quello che dovrebbe essere il sentire comune. Via i cani, dunque. Senza se e senza ma. Senza discrezionalità. Oppure criteri di valutazione che c’erano invece nella vecchia norma su animali e accattonaggio. Che, è vero, già li vietava. Ma spiegava bene che, alla fine, contava come erano tenuti gli animali: se erano sani, nutriti e via discorrendo. Qui no: con quattro o cinque tratti di penna hanno cancellato quella che era una via di fuga alla rigidità della legge. Stavolta è tutto netto. L’unica discrezionalità è lasciata al buon cuore del vigile urbano che passa e può decidere se chiamare l’accalappiacani o girarsi dall’altra. E far finta che va tutto bene. La questione, però, è ben più delicata di un comma del regolamento. E investe le scelte del Comune sulla questione homeless. Nel giro di dieci giorni Torino ha cambiato rotta sulla questione senza tetto. Prima ci ha pensato il comandante dei vigili, urbani, che senza giri di parole ha detto non date è più soldi gli homeless. E ancora: «Se non beccano nulla, vedete che accetteranno le nostre soluzioni». Cioè il ricovero in strutture organizzate. Motivo? La seconda bordata è stata politica: «Il centro per loro è un bancomat». E poi: «Guadagnano anche euro al giorno». Apriti cielo in municipio? No. L’assessore alle politiche sociali non ha fatto un plissé. Anzi, ha rincarato la dose: «Molti di loro percepiscono il reddito di cittadinanza». Che è come dire: non fate la carità, soldi ne hanno a sufficienza. Il popolo dei social ha fatto un po’ di polemiche. C’è stata qualche mezza alzata di scudi della politica d’opposizione. Poi la questione homeless, è finita in archivio. Fino a che qualcuno ha aperto il file con il nuovo regolamento, ed è trasalito. Ancora i senza tetto. Ancora una scelta forte. Ecco qui la seconda parte del comma 22 sull’accattonaggio: «Gli animali di cui sopra saranno sequestrati a cura degli organi di vigilanza e ricoverati al Canile municipale, oppure in strutture definite in accordo con l’ufficio tutela animali». Tutto assolutamente chiaro. Game over. Le Circoscrizioni criticano. C’è chi come la presidente Carlotta Salerno parla di «scelte ideologiche», definite «ben lontane da un lavoro equilibrato che pensi al benessere animale». E Salerno non è la sola a pensarla in questo modo. Ma il parere che arriva dai quartieri non è vincolante. E i barboni sono destinati a restare - prima o poi - ancora più soli in mezzo alla strada, oppure sotto i portici e negli androni. Salvo ripensamenti (improbabili). Nel frattempo la bozza del regolamento passa di mano in mano alla velocità della luce. «Togliere i cani ai senza tetto che chiedono la carità è una cattiveria inutile, nei confronti di persone sole e molto spesso fragili. Ricordiamoci che abbiamo a che fare con uomini e donne la cui socialità è ridotta zero» dicono alle 8 di sera i volontari che fanno il giro dei giacigli con i bidoncini di the caldo e i pacchi di biscotti per il popolo che campa in strada. Ma c’è differenza tra accattoni e senza tetto? «Coincidono» dicono i volontari. «No, sono categorie diverse. E poi vigili e servizi sociali li conoscono tutti» replica Chiara Giacosa che ha elaborato il regolamento. «Gli animali li tolgono solo agli accattoni». Chi sa distinguerli alzi la mano.

Appendino condannata per falso ideologico. Report Rai 21 settembre 2020 ore 18:14. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è stata condannata a sei mesi per falso ideologico nell'ambito del processo per il mancato inserimento nel bilancio 2017 del Comune di cinque milioni di euro versati come caparra dalla società Ream Sgr, controllata dalla fondazione bancaria Crt. La società, durante la precedente amministrazione comunale, si era interessata alla riqualificazione di un'area abbandonata nella periferia del capoluogo, detta ex Westinghouse. Il progetto era stato poi affidato a un'altra società, senza che il Comune restituisse la caparra. È il 2016 e in quell’anno la città di Torino era a rischio dissesto finanziario, per l’ingente mole di debiti accumulati: il mancato inserimento della partita in bilancio sarebbe servito, secondo la tesi della procura, a far quadrare i conti dell’Ente locale. Il giudice non ha riconosciuto invece l'ipotesi di reato, formulata dalla Procura, di abuso di ufficio, pertanto la condanna non rientra nei casi per i quali la legge Severino prevede la decadenza dalla carica pubblica. Report aveva raccontato la vicenda nell'inchiesta di Manuele Bonaccorsi "Mal comune", andata in onda il 19/11/2018. Il servizio si occupava anche del dissesto del Comune di Catania, per cui l'allora sindaco Enzo Bianco è stato recentemente condannato a un risarcimento di 48 mila euro con l'interdizione per 10 anni dai pubblici uffici.

Gabriele Guccione per "il Corriere della Sera" il 28 gennaio 2021. C'è amarezza nello sguardo di Chiara Appendino. Si intravede appena, sopra la mascherina nera, insieme a un certa dose di scoramento. «Per fare il sindaco devi essere un martire», si sfoga con chi le sta accanto. Il giudice ha appena finito di pronunciare la sentenza. Un anno e mezzo di carcere. Colpevole di disastro, omicidio, lesioni colpose. Accuse che pesano sull' animo di una giovane mamma di 36 anni, ancor prima che sulla fedina penale della sindaca. Non è la prima condanna, questa. Solo quattro mesi fa, in un' altra aula dello stesso palagiustizia, il tribunale l' aveva giudicata responsabile di falso ideologico in una vicenda relativa alla compilazione del bilancio comunale. Robe da travet, difficili da comprendere se non si è un esperto contabile. Questa volta però è diverso. L' ondata di panico, le vittime, due donne morte in seguito alle lesioni, i 1.694 feriti di quel 3 giugno 2017 in piazza San Carlo durante la finale Juventus-Real Madrid: tutto è ancora lì, come un fermo immagine, davanti agli occhi dei torinesi. «Pago un gesto fatto da altri», non smette di ripetere Appendino, i capelli corvini raccolti in una coda. Indica la responsabilità dei quattro baby-rapinatori armati di spray urticante che quella sera scatenarono il fuggi fuggi. «Avrei dovuto prevedere, secondo i giudici, quanto poi è accaduto e annullare la proiezione della partita. Se avessi avuto gli elementi per farlo - afferma -, l' avrei fatto. Ma così non fu e purtroppo il resto è cronaca». Nulla è stato più come prima dopo quella notte di tre anni e mezzo fa. Qualcosa si è incrinato per sempre nel rapporto tra Appendino e la città. Lei stessa ne è consapevole. «Non ve lo nascondo, questa tragica vicenda - ammette - mi ha segnato profondamente. Quei giorni, e i mesi che sono seguiti, sono stati i più difficili sia del mio mandato da sindaca sia della mia sfera privata, personale. Quel dolore è ancora vivo, lo porterò sempre con me». E, ora, esserne giudicata responsabile è terribile. Come se non bastasse, poi, si abbatte sulle sue prospettive politiche future a pochi mesi dalla sua uscita da Palazzo Civico. Già dopo la prima condanna si era autosospesa dal M5S e una eventuale ricandidatura era stata messa da parte. Con le dimissioni del Conte bis si sarebbe potuto riaprire un qualche spiraglio, magari per un posto nel nuovo governo. Nulla da fare. «Io sono demotivata. Il contesto generale è terribile», confida, mentre il Movimento si stringe attorno a lei. «Ti mando un grosso abbraccio, sei straordinaria e continuerò a fidarmi di te», è il messaggio di Luigi Di Maio. Così, dopo essere stata condannata (mai successo a un sindaco di Torino), Appendino lancia la palla nel campo dei rapporti tra giustizia e politica. «Forse - propone - andrebbe aperta una sana discussione sul difficile ruolo dei sindaci, sui rischi e sulle responsabilità a cui sono esposti». Il suo predecessore, Piero Fassino, raggiunto l' altro giorno da un avviso di garanzia, le va dietro: «Condivido». E i sindaci d' Italia si uniscono all' appello, fanno quadrato attorno alla collega, la difendono. «Non possiamo essere ancora capri espiatori», sostiene il primo cittadino di Bari e presidente dell' Anci, Antonio Decaro. «Spesso paghiamo anche per gesti folli di altri», fa notare il fiorentino Dario Nardella, che con un tweet rivolge alla collega «un abbraccio», mentre il milanese Giuseppe Sala si limita a un «mi dispiace, è un' amica». Appendino si appresta così a uscire di scena nel suo ruolo di sindaca. Lei, che nel 2016 entrò in municipio tra i cori giustizialisti dei grillini: «Onestà, onestà».

Giuseppe Legato e Maurizio Tropeano per “la Stampa” il 14 maggio 2021. Tre aggettivi per nulla clementi: «Frettolosa, imprudente, negligente». Se 160 pagine di una sentenza si potessero riassumere in una rosa ristretta di aggettivi, sarebbe questa quella che condensa i motivi per cui Chiara Appendino è stata condannata in primo grado per la tragedia di piazza San Carlo avvenuta il 3 giugno 2017 durante la proiezione della finale di Champions League Juventus Real Madrid. Li ha utilizzati il giudice Maria Francesca Abenavoli per inquadrare le responsabilità colpose della prima cittadina nell' organizzazione di quella notte maledetta chiusa con 1500 feriti e due morti. Le motivazioni della sentenza complicano i piani di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio di ricandidare Chiara Appendino nonostante le sue perplessità legate, appunto, all' esito dei processi. La memoria dei giudici, infatti, rafforza la scelta della sindaca di non scendere in campo - è anche in attesa del processo di appello per il reato di falso in bilancio, altri sei mesi di condanna- senza però rinunciare a fare politica. I vertici nazionali del M5S, invece, tramontata l' ipotesi di candidare Guido Saracco, la ritengono la più adatta e competitiva per sfidare il Pd a Torino dove il 46% dei torinesi, per un sondaggio commissionato dai Dem, ritiene che abbia governato bene. Adesso resta da capire se Di Maio e, soprattutto Conte, continueranno nel pressing sulla sindaca. Ma che cosa c' è scritto in quelle motivazioni? «Decidendo di proiettare in piazza San Carlo la partita - scrive il giudice - Appendino ha chiesto all' amministrazione di operare in condizioni la cui criticità era evidente, disinteressandosi poi di tutti gli aspetti operativi. Secondo il Tribunale «la prima cittadina ha trascurato di assicurare il dovuto rilievo agli aspetti legati alla sicurezza non curando il bilanciamento di tale interesse (di rango nettamente superiore) con quello pur legittimo dei tifosi della Juventus di assistere alla partita». Ancora: «Ha agito attraverso il suo capo di gabinetto Paolo Giordana, ma questa non la esime da responsabilità visto il rapporto fiduciario che legava due figure apicali dell'amministrazione». Insomma: «Ciò che Giordana ha fatto su indicazione o delega della Appendino è anche a lei riconducibile in quanto da ritenersi frutto di un' unica volontà». La sindaca avrebbe dovuto vigilare di più dunque. Anche alla luce "di tempi strettissimi, di un budget incerto, di un organizzatore privo di specifica esperienza nel settore e considerata la terribile stagione terroristica che l' Europa stava vivendo e che colpiva soprattutto in occasione di raduni con grande partecipazione di pubblico» avrebbe «dovuto mettere a punto un monitoraggio molto più da vicino». I suoi avvocati però non demordono: «Nella sentenza in realtà - spiega l' avvocato difensore Luigi Chiappero - hanno trovato accoglimento molte nostre considerazioni. Il giudice ritiene insussistenti numerosi profili di colpa sugli aspetti autorizzativi che hanno consentito la proiezione della partita. Ancora, si legge come non fosse l' organo apicale del Comune a dover vigilare sull' osservanza delle prescrizioni imposte dalla Commissione Provinciale di Vigilanza. Restiamo convinti che, allo stesso modo, non spettasse alla prima cittadina seguire, anche sotto il profilo tecnico, l' evoluzione organizzativa dell' evento. Sarà uno degli aspetti fondanti dell' atto d' appello, con il quale chiederemo la piena assoluzione perché col senno del poi è facile dire che tutto era prevedibile».

Ottavia Giustetti per repubblica.it il 27 gennaio 2021. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è stata condannata a un anno e sei mesi nel processo con rito abbreviato per i fatti di piazza San Carlo. Il processo si riferisce ai fatti del 3 giugno 2017, quando un'ondata di panico collettivo tra la folla che stava assistendo alla finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid causò il ferimento di oltre 1600 persone e la morte di due donne: Erika Pioletti, deceduta in ospedale dopo una decina di giorni, e Marisa Amato, rimasta tetraplegica e spirata nel 2019. Nel processo, oltre alla sindaca, hanno ricevuto la stessa condanna il suo ex capo di gabinetto Paolo Giordana, l'allora questore Angelo Sanna, l'ex presidente di Turismo Torino (l'agenzia che prese in carico la creazione dell'evento) Maurizio Montagnese, ed Enrico Bertoletti, professionista che si occupò di parte della progettazione. Per tutti l'accusa è di disastro, omicidio e lesioni colpose. Per Appendino il procuratore aggiunto, Vincenzo Pacileo aveva chiesto una condanna a un anno e 8 mesi; stessa richiesta per l'ex questore Sanna, due anni per Giordana, un anno e sette mesi per Montagnese e 3 anni e sei mesi per Bertoletti. Per l'accusa, sostenuta dal pm Vincenzo Pacileo, la manifestazione fu organizzata male e troppo in fretta. Le difese hanno invece replicato che era impossibile prevedere ed evitare il panico collettivo. Dalle indagini emerse che a causare l'ondata di panico fu una gang, poi sgominata dagli investigatori, che compiva rapine tra gli spettatori in piazza usando spray urticanti. Secondo il pm Pacileo la sindaca Appendino, in particolare, "non ebbe solo un ruolo politico ma anche gestionale". L’udienza era  iniziata ed è stata quasi subito interrotta dopo che i difensori Paolo Pacciani, Simona Grabbi e Roberto Macchia, avevano sollevato l’eccezione di nullità dell’intero processo a causa del fatto che per un errore alcuni atti non sono mai stati resi noti ai difensori né depositati nel fascicolo d’indagine. Sono le copie dei telefonini e dei computer dell’ex portavoce della sindaca e l’ex capo di gabinetto che furono sequestrati a gennaio 2018 in un procedimento parallelo ma che contengono conversazioni di alcuni dei protagonisti prima del processo, prima, durante e dopo l’evento. Il processo è poi ripreso dopo che il gup, Maria Francesca Abenavoli, ha rigettato l'istanza di nullità. Successivamente il giudice si è ritirato in camera di consiglio: dopo un'ora e mezza la sentenza.

Processo per i morti di piazza San Carlo, Appendino condannata a 1 anno e 6 mesi. Il sindaco di Torino è stata condannata a un anno e mezzo per la tragedia di piazza San Carlo. Per il pm Pacileo la sindaca "non ebbe solo un ruolo politico ma anche gestionale". Martina Piumatti, Mercoledì 27/01/2021 su Il Giornale. Il pm Vincenzo Pacileo aveva chiesto un anno e otto mesi. Un anno e sei mesi è stata, invece, la condanna per la sindaca di Torino Chiara Appendino, riporta l'Agi. Il processo con il rito abbreviato si riferisce ai fatti del 3 giugno 2017, quando un attacco di panico collettivo tra la folla ammassata sotto il maxi schermo di Piazza San Carlo per assistere alla finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid, portò al ferimento di oltre 1600 persone e alla morte di due donne. Erika Pioletti, deceduta in ospedale dopo una decina di giorni, e Marisa Amato, rimasta tetraplegica e, poi, morta nel 2019. Dalle indagini è emerso che a causare il panico fu una gang di ragazzini solita compiere rapine durante gli eventi usando spray urticanti. I quattro sono già stati condannati in appello a 10 anni per omicidio preterintenzionale. Per l'accusa, sostenuta dal pm Pacileo, la manifestazione era stata organizzata male e troppo in fretta e la sindaca Appendino, in particolare, "non ebbe solo un ruolo politico ma anche gestionale". Per le difese, invece, sarebbe stato impossibile prevedere ed evitare il panico collettivo. Stessa condanna anche per l'ex capo di gabinetto della sindaca Paolo Giordana, l'allora questore Angelo Sanna, l'ex presidente di Turismo Torino (l'agenzia che prese in carico la creazione dell'evento) Maurizio Montagnese, ed Enrico Bertoletti, che, invece, si occupò di parte della progettazione. Per tutti l'accusa è di disastro, omicidio e lesioni colpose. L’udienza, appena iniziata, si era subito interrotta dopo che i difensori Paolo Pacciani, Simona Grabbi e Roberto Macchia, avevano sollevato l’eccezione di nullità dell’intero processo. Per un errore alcuni atti non sarebbero stati resi noti ai difensori né depositati nel fascicolo d’indagine. Poi, l'udienza è ripresa dopo che il gup, Maria Francesca Abenavoli, ha rigettato l'istanza di nullità. Il giudice si è ritirato in camera di consiglio e dopo un'ora e mezza la sentenza di condanna per tutti gli imputati. A inchiodarli sono state le copie dei telefonini e dei computer dell’ex portavoce della sindaca e l’ex capo di gabinetto che furono sequestrati a gennaio 2018 in un procedimento parallelo ma che contengono conversazioni decisive di alcuni dei protagonisti. "Accetto e rispetto la decisione del giudice anche per il ruolo istituzionale che ricopro ma non posso non nascondere una certa amarezza perché c'è un sindaco che paga per un gesto folle di alcuni ragazzi che sono stati già condannati anche in appello", commenta la sindaca di Torino che annuncia il ricorso in appello. "Quello che è accaduto quel giorno è un dolore che porto con me, che porterò sempre, lo porto io, lo porta la città, lo porta la comunità, quindi le questioni processuali non incidono sul lato personale - ha aggiunto - detto ciò attendiamo le motivazioni ma sicuramente procederemo con l'appello". Dura la reazione del leader del Carroccio Matteo Salvini. “Appendino condannata per piazza San Carlo e Bonaccini indagato dopo aver minacciato un sindaco perché schierato col centrodestra. Mi chiedo - tuona il segretario della Lega - se i problemi giudiziari siano ancora un problema, per grillini e la sinistra, o se la fame di poltrone gli fa digerire tutto come già successo per l’indagato Zingaretti”.

La sentenza per la sindaca di Torino e altri 4 imputati: condanna a un anno e sei mesi. Chiara Appendino condannata per la tragedia di piazza San Carlo: “Non potevo prevedere, pago gesto folle ragazzi”. Redazione su Il Riformista il 27 Gennaio 2021. Un anno e sei mesi con sospensione condizionale della pena. Questa la sentenza di primo grado, con rito abbreviato, emessa dal Gup Maria Francesca Abenavoli per la sindaca di Torino Chiara Appendino e per altri quattro imputati nel processo per i fatti accaduti il 3 giugno 2017 in piazza San Carlo durante la finale di Champions League, persa dalla Juventus con il Real Madrid, dove successivamente morirono due persone e ci furono oltre 1500 feriti. Appendino insieme all’ex capo di gabinetto del Comune Paolo Giordana, l’allora questore Angelo Sanna, l’architetto Enrico Bertoletti e l’ex presidente dell’Agenzia Turismo Torino, Maurizio Montagnese, deve rispondere di disastro, omicidio e lesioni colpose. Un sesto imputato, Danilo Bessone, esponente di Turismo Torino, ha chiesto e ottenuto di patteggiare un anno e sei mesi. Per la sindaca di Torino la Procura aveva chiesto un anno e 8 mesi, due anni per Giordana, un anno e sette mesi per Montagnese e 3 anni e sei mesi per Bertoletti. “È una decisione che accetto e rispetto, anche per il ruolo che rivesto ma non posso non nascondere una certa amarezza perché c’è un sindaco che paga per un gesto folle di alcuni ragazzi che sono stati già condannati anche in Appello”. Così, in un lungo post su Facebook, commenta Chiara Appendino. “La tesi dell’accusa, oggi validata in primo grado dalla Giudice, è che avrei dovuto prevedere quanto poi accaduto e, di conseguenza, annullare la proiezione della partita in piazza. È una tesi dalla quale mi sono difesa in primo grado e che, dopo aver letto le motivazioni della sentenza con i miei legali, cercherò di ribaltare in Appello perché è evidente che, se avessi avuto gli elementi necessari per prevedere ciò che sarebbe successo, l’avrei fatto. Ma così non fu e, purtroppo, il resto è cronaca”, aggiunge. “Quello che è accaduto quel giorno – prosegue – è un dolore che porto con me, che porterò sempre, lo porto io, lo porta la città, lo porta la comunità, quindi le questioni processuali non incidono sul lato personale – ha aggiunto – detto ciò attendiamo le motivazioni ma sicuramente procederemo con l’appello”.

LA TRAGEDIA – Durante la proiezione della finale di Champions League in piazza San Carlo si scatenò il panico quando, come ricostruito dagli inquirenti, alcuni rapinatori spruzzarono dello spray al peperoncino tra la folla, provocando un fuggi fuggi generale. Numerosi i feriti, la più grave, Erika Pioletti, 38 anni, morirà in ospedale dopo dodici giorni di agonia. La seconda vittima è la 65enne Marisa Amato, rimasta paralizzata e morta il 25 gennaio 2019. Altri nove imputati, che a titolo diverso presero parte all’organizzazione dell’evento, hanno scelto invece il rito ordinario, con il processo che è tuttora in corso.

Appendino condannata, il reato? Essere sindaca. Salta il codice morale 5S. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 28 Gennaio 2021. Gli incidenti del 2019 a piazza San Carlo, a Torino, costati la vita a due donne e il ferimento di 1500 persone, portano a una condanna dura, un anno e sei mesi di detenzione, per la sindaca Chiara Appendino. Ma è una sentenza di primo grado, la Sindaca farà appello e si guarda bene dal dimettersi, appoggiata dai più autorevoli guardaspalle del Movimento: già ieri Marco Travaglio, torinese, aveva dettato sul Fatto l’arringa difensiva: assurdo condannarla per una responsabilità che non poteva assumere, il senso delle sue parole. «Che avrebbe potuto fare Appendino se non vietare preventivamente la manifestazione?», si chiedeva. Tuttavia la macchina della giustizia gira come gira, inchiodando i Sindaci a ogni tipo di responsabilità civile e penale. Ed eccone il risultato. È la stessa sindaca a dirsene amareggiata. «La tesi dell’accusa, oggi validata in primo grado dalla Giudice, è che avrei dovuto prevedere quanto poi accaduto e, di conseguenza, annullare la proiezione della partita in piazza», ribadisce Appendino. Che non nasconde di essere segnata dalla vicenda. «Quei giorni e i mesi che sono seguiti, sono stati i più difficili sia del mio mandato da sindaca sia della mia sfera privata, personale». Ma qui si apre una riflessione che finalmente si intesta una esponente del Movimento che fino a ieri agitava le manette per tutti e le dimissioni immediate, al primo avviso di garanzia: «La carica istituzionale che ricopro comporta indubbiamente delle responsabilità, alle quali non ho alcuna intenzione di sottrarmi. Proprio sul difficile ruolo dei sindaci, sui rischi e sulle responsabilità a cui sono esposti, forse andrebbe aperta una sana discussione». Silvia Fregolent, deputata torinese di Italia Viva, entra nel merito: «Noi come IV dicemmo da subito che qualcosa non andava sui commenti fatti da Chiara Appendino sulla sola responsabilità di Torino Eventi e non della propria. Da subito parlammo di responsabilità politiche, e di come la cattiva gestione di quell’evento avesse segnato l’inizio del declino della città». Appendino è a fine mandato, per la sua successione Pd e M5S mantengono l’idea di un candidato unitario. «Sbagliando», chiosa Fregolent. Circola l’idea di far slittare la tornata delle amministrative in autunno, davanti al persistere della pandemia e alle vaccinazioni a rilento. Appendino godrebbe dunque di una estensione del suo mandato. Anche il responsabile giustizia di Azione, il deputato e avvocato Enrico Costa, cuneese, ha frequentato piazza San Carlo negli anni dell’università. «Sono molto colpito da una condanna che attribuisce ad un Sindaco una responsabilità organizzativa che prevede l’imprevedibilità dell’evento». Aggiungendo un punto più politico: «I suoi compagni di partito, se fosse capitato a qualche loro avversario, avrebbero sollevato un polverone e chiesto cento passi indietro. Noi no: le auguriamo di far valere in appello la sua innocenza». La sentenza-choc qualche merito ce l’ha. Suona la sveglia tra i Cinque Stelle, che scoprono oggi (meglio tardi che mai) cosa significa amministrare. Anche il viceministro al Mise grillino, Stefano Buffagni, se ne rende conto: «Questa vicenda rischia di portare qualsiasi amministratore e dirigente pubblico, non solo sindaci o figure apicali istituzionali, a temere per ogni decisione da prendere e quindi a non fare. Dobbiamo come parlamentari e legislatori aprire una seria riflessione sulla tutela dei sindaci e degli amministratori». E il sindaco dem di Pesaro, Matteo Ricci, presidente delle Autonomie Locali Italiane: «È assurda una legge che scarica sui sindaci responsabilità che oggettivamente non possono avere. Ogni sindaco oggi è Chiara Appendino». Una inversione da capogiro che fa dire a Matteo Salvini che «ora va bene tutto, a sinistra e grillini: i guai giudiziari non sono più un problema». Solo quindici giorni fa era arrivata la sentenza della Cassazione sulla strage ferroviaria di Viareggio – il deragliamento di un treno che trasportava Gpl – operante distinguo importanti: il processo a Moretti va rifatto, aveva deciso la Corte suprema, perché l’impianto accusatorio faceva acqua da tutte le parti. E l’ad di Ferrovie era alla sbarra non per un atto commesso ma per l’incarico professionale rivestito. A quella decisione era seguita la furia dei parenti delle vittime, corroborata dalle dichiarazioni dello stesso Salvini e dei Cinque Stelle, oltre che del Pd: tutti scandalizzati e uniti nel pretendere pene severe per i vertici dell’azienda. Il Fatto di Travaglio aveva titolato: “Giustizia & impunità: la strage di Viareggio senza colpevoli”. Una riflessione seria va fatta sul ruolo degli amministratori, tutti.

Ego te absolvo. Marco Travaglio archivia l’honestà e "assolve" Chiara Appendino. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 15 Ottobre 2020. Mettere la parola “onestà” al posto di “innocenza”. E tutto quadra. Si potrebbe persino modificare l’articolo 27 della Costituzione (che in realtà parla di non colpevolezza, non di “innocenza”), nel mondo di Marco Travaglio e dei suoi cari. Che in realtà non credono nella giustizia. Nel mondo in cui Chiara Appendino dovrebbe essere ricandidata a sindaco di Torino, secondo il direttore del Fatto, «non per la presunzione di innocenza, ma per la certezza di onestà». Schiuma di rabbia, il povero Marcolino, quasi qualcuno gli avesse disobbedito, facendo deporre la fascia tricolore al sindaco di Torino. Che Chiara Appendino sia una persona per bene, un sindaco “normale”, e che non abbia fatto disastri come la sua collega Virginia Raggi a Roma, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. È sotto gli occhi di tutti. Ma in questi quattro anni la prima importante sindaca grillina, pur appoggiata inizialmente dal mondo produttivo torinese, non è riuscita a scrollarsi di dosso il suo mondo d’origine, quello dei No-Tav e della purezza da decrescita più o meno felice che l’ha portata a rinunciare alle Olimpiadi della neve e a perdere il salone dell’auto, oltre che a chinare la testa di fronte alla più combattiva Milano, concorrenziale su grandi mostre e salone del libro. Motivi politici, e difficoltà d’incontro dei due mondi – quello grillino con il ditino alzato e i grandi rifiuti, e quello della tradizione di sinistra, da Mirafiori fino all’intellighenzia snob con la puzza sotto il naso – prima ancora che la “questione di coerenza” per motivi giudiziari, hanno portato la sindaca al passo di lato. Così lei stessa ha definito il suo abbandono della fascia tricolore. Il che toglie un bel po’ di castagne dal fuoco all’alleanza rossogialla. Per lo meno a Torino, viste le difficoltà nella città di Roma con la ricandidature spontanea di Virginia Raggi. Nel mondo “normale”, come avrebbe potuto essere quello di un sindaco normale come Appendino, non peserebbe più di una piuma quella condanna a sei mesi per falso ideologico che accomuna il primo cittadino di Torino a quello di Milano Beppe Sala e a tanti altri sparsi per l’Italia. Sono gli assurdi “incidenti sul lavoro” dei pubblici amministratori. Quegli stessi soggetti che la piccola sub-cultura di Marcolino e del suo amico Bonafede ha voluto, per esempio con la legge “spazzacorrotti”, equiparare agli assassini mafiosi e ai trafficanti internazionali di droghe. Ma nel mondo di onestà-onestà ogni sospiro, ogni piccolo gesto di attenzione di un pubblico ministero conta più di un premio Nobel. A volte, e in questo il Fatto quotidiano è insuperabile maestro, gli uffici della procura vengono addirittura sollecitati. È il caso dell’assessore lombardo alle politiche sociali Giulio Gallera, per sua fortuna non sottoposto a nessuna indagine giudiziaria, ma il cui cognome viene ogni giorno storpiato con la cancellazione di una “L” in modo da evocare e sollecitare le manette. Ovvio che, nel piccolo mondo di Marcolino, quella condanna in primo grado di Chiara Appendino bruci come una bestemmia in chiesa. Un affronto. Ma anche una realtà che cozza con le strampalate regole del grillismo e del travaglismo. Basterebbe rileggere quell’accozzaglia di insulti che ogni giorno viene stampata sul colonnino laterale destro nella prima pagina del Fatto. Quel che è stato sparato, con la forza di pallottole, per esempio nei confronti del sindaco milanese Sala o del governatore lombardo Fontana. Amministratori “normali” proprio come Appendino. Di cui però Marcolino non auspicherebbe mai la ricandidatura, soprattutto per motivi giudiziari. Ecco perché non riesce a ingoiare la rinuncia della sindaca di Torino al secondo mandato. Se la prende con il partito di Grillo e Di Maio perché non aggiorna immediatamente il Codice etico, «ancora troppo rigido e dunque inefficace». Poi inciampa, ricordando come sia giusto allontanare i condannati, specie se per reati gravi come il falso. Però l’ultima parola, suggerisce, andrebbe ai probiviri. Sembra quasi dire che non conta tanto la decisione della magistratura quanto quella del partito. Complimenti per il doppiopesismo, Marcolino! Per uno che è campato sulle vicende giudiziarie di Roberto Formigoni non è male come giravolta. Che cosa dice di Chiara Appendino? «Non ha rubato, “mafiato”, truffato, sperperato, abusato del suo potere a fini personali». Sai, Marcolino quanti esempi di pubblici amministratori, da Tangentopoli in avanti, potremmo farti, anche di persone che si sono suicidate per la vergogna di insinuazioni ingiuste fatte da persone come te? Persone per bene che, proprio come Chiara Appendino, non avevano rubato o truffato o “mafiato” e hanno dovuto subire magari il carcere e la gogna quotidiana sparsa a piene mani dalla sub-cultura che a te è sempre piaciuta finché le condanne non hanno colpito i tuoi cari. Non stupisce il finale del tuo colonnino laterale destro di ieri. Uso volutamente il termine “laterale destro”, con cui viene definito, nei tribunali, il giudice più anziano che siede alla destra del presidente. Perché tu oggi hai emesso una sentenza. Hai stabilito che non ti importa niente della giustizia. Tu invochi il Movimento Cinque Stelle, cioè un partito, in favore di Chiara Appendino: «Un movimento che ha a cuore l’onestà dovrebbe annullare la sua autosospensione e spingerla a ricandidarsi. Non malgrado la sentenza, ma alla luce della sentenza». Ed ecco lo squillo di trombe, la vera anima del giacobino che in realtà non crede nelle decisioni dei giudici (del resto ha sempre preferito i pubblici ministeri): «Non per la presunzione di innocenza, ma per la certezza di onestà». Ego te absolvo.

Lodovico Poletto per “La Stampa” l'1 febbraio 2021. Tredici file di blocchi di cemento sovrapposte. Tredici. «E adesso voglio proprio vedere come fanno a passare di là». Dall'altra parte di questo muro alto tre metri - costruito dopo mille discussioni e ripensamenti, e terminato pochi giorni fa - c'è il male. Con gli spacciatori e i ragazzi strafatti che vagano, la notte, in un fazzoletto di parco spoglio. Ci sono le siringhe sporche di sangue. E i fantasmi dei disperati che farebbero di tutto per una dose. Di là ci sono le prostitute e i loro clienti che prima del muro venivano tra le case a cercare un posto dove fare sesso. Di qua, invece, c'è quello che chiamavano «il Villaggio»: ventisette blocchi di appartamenti costruiti negli Anni 60. Case modeste, ma ai confini di un parco, il «Sempione». Un posto tranquillo, di mezza periferia: famiglie con bambini, i pomeriggi d'estate tutti in cortile a chiacchierare. Le pizzate tutti insieme sul battuto di cemento in occasione delle feste. Un buon posto per vivere, tutto sommato. Un posto di gente che sogna di invecchiare bene, crescere i bambini lontano dalle brutture del mondo, vederli laureati e sistemati. Poi, però, è accaduto che anche qui, ai confini di Torino, ai margini di questo slargo che si chiama piazza Rebaudengo, è arrivato tutto ciò che spaventa di più. La droga, i pusher, i ragazzi strafatti che vagano seminudi. Si sono infilati nel parco. E il villaggio è diventato un inferno. Colpa di un varco tra i garage. Dieci metri di passaggio che, quando venne pensato, doveva essere una specie di extra per quel posto: un acceso diretto a un'area verde. Con i platani, le altalene, le ringhiere colorate. «E in primavera e in estate, quando imboccavi la strada che porta alle case, lo vedevi laggiù e ti si allargava il cuore: era un paesaggio bellissimo e struggente. Lo vedevi e sapevi di essere a casa» racconta alle dieci del mattino la signora Maria Grazia Battistetti, una che qui è nata e cresciuta. Poi un anno e mezzo fa è tutto precipitato. La strada per «il Villaggio» è diventata la pista per entrare nel regno dei pusher. Le rampe che portano alle cantine sono diventate il posto dove le prostitute portavano i clienti. Passavano tutti da quei dieci metri di varco tra i garage per arrivare nel parco. Al mattino c'erano siringhe e preservativi ovunque. La notte c'erano le auto che s'infilavano tra le case sgommando, per fermarsi davanti ai garage, a due passi da quel varco. Scendevano i tossici, c'era lo scambio, e poi i clienti ripartivano di gran carriera. E i bambini, allora, sono stati barricati dentro casa: troppo pericolosi lasciarli giocare in quel posto. E le tavolate sono finite. «Ad un certo punto gli uomini si sono organizzati. Facevano la ronda tutte le sere, fin verso le 2 o le 3. Quando vedevano le auto arrivare le fermavano, spiegavano che lì non potevano entrare, che era una strada privata, la strada del Villaggio» insiste la signora Battistetti. Non serviva a nulla. I balconi con gli stendini pieni di biancheria, sono diventati un posto dove servirsi di pantaloni, maglie camice e mutande messe ad asciugare. C'era un continuo va e vieni di gente e di auto, di giorno e di notte. «E noi avevamo paura» dice Adele Casanova. E così le famiglie del Villaggio si sono tassate. Cinquanta euro ognuna: qui ne abitano circa 200. E hanno fatto costruire il muro. Ma non è finta lì. Di soldi, alla fine, ne hanno risparmiati un bel po'. E - come spiega Maria Grazia Battistetti - «presto i muri si moltiplicheranno. Ne sarà costruito un altro di lato, per evitare che quella gente entri nel Villaggio». «Ci blindiamo, sì, proprio così, ci blindiamo perché abbiamo paura. Perché non era più vita. Perché gli uomini rischiavano ogni notte». E neanche le autorità riuscivano a risolvere il problema. Ora c'è il muro, e il male è finalmente di là. Il «Villaggio» è salvo. Da qui non si vede più parco, ma solo le fronte più altre dei platani.

Nella via con il muro anti-pusher: "Ora siamo noi quelli in galera". I residenti del "Villaggio" nella periferia Nord di Torino si sono autotassati per costruire un muro, per difendersi dagli spacciatori che passavano dalla loro via: "Noi siamo contro questi venditori di morte". Francesca Bernasconi, Venerdì 05/02/2021 su Il Giornale. "Loro fuori, noi dentro". Separati da un muro alto circa tre metri. Da un lato il parco Sempione, che da qualche tempo ospita spacciatori e prostitute, dall'altro gli abitanti del "Villaggio". Siamo a Rebaudengo, nella periferia Nord di Torino. Qui, le circa 200 famiglie che vivono nella via hanno deciso di unire le forze, per difendersi dal degrado e dagli spacciatori: per questo, si sono autotassate e hanno chiuso la via con un muro, per impedire l'accesso al parco. "Siamo quasi stati costretti a fare questo lavoro- ha spiegato al Giornale.it uno dei residenti che ha promosso l'iniziativa, Nicola Metta, raggiunto al telefono- e abbiamo dovuto farlo perché la situazione era diventata invivibile, siamo arrivati alla disperazione. Noi vogliamo far capire che siamo contro questi venditori di morte". Il "Villaggio" è una zona privata, composta da una decina di palazzine unite da una via, in fondo alla quale era stato lasciato un varco per poter accedere al parco. Ma da tempo, ormai, quell'apertura era diventata un incubo. "C'era un passaggio di tossici e di prostitute", ha raccontato uno degli abitanti al Giornale.it. "Qui senza il muro era micidiale - spiega un altro residente - una sera ho visto un tassista, poi un carroattrezzi e varie auto, che arrivavano a velocità sostenuta. Una volta ho trovato qui sulla strada uno che si drogava...". Non sono mancati episodi di degrado, dalla sporcizia alle "latte piene di escementi", ricorda Nicola Metta. E la paura è tanta: "I bambini non possono più giocare in cortile - racconta una mamma - e noi d'estate la sera non scendevamo in strada". Ma il timore è a senso unico, perché "loro non hanno mica paura". Una situazione, quella descritta dai residenti, "diventata invivibile", dove gli spacciatori sono attivi ad ogni ora del giorno e della notte e "l'isola felice" di un tempo ha lasciato il posto al degrado: "Si facevano in strada, davanti a bambini, donne, anziani, con un'indifferenza totale". Ma il punto in cui si radunano principalmente i pusher sembra essere il troncone a due passi dalle abitazioni, sottoposto a lavori ora sospesi: "Là sopra ce ne sono sempre". Adesso, dopo la chiusura del passaggio al parco, sembra che il traffico si sia spostato su Corso Grosseto, come ha precisato al Giornale.it Metta: "Si fermano con la macchina, scendono per prendere la droga e ripartono. Le macchine che passavano nella nostra stradina ora si sposteranno lì". La situazione nel "Villaggio", infatti, sembra migliorata anche se, rivelano gli abitanti, "bisogna chiudere anche i lati", con una recinzione, e l'inizio della via: "Continueremo per proteggere in nostro villaggio". E i soldi? "Se il Comune non ci viene incontro facciamo tutto a nostre spese". Per costruire il muro, infatti, alcune famiglie della via hanno dato un contributo, raccogliendo la somma necessaria richiesta dalla ditta che ha chiuso il varco. "La Circoscrizione però ci ha indirizzato per muoverci nella legalità assoluta- ha ricordato Metta- Noi volevamo dare importanza al nostro quartiere. Ci siamo uniti e abbiamo preso la decisione di autotassarci, visto che siamo anche una zona privata". L'iniziativa dei residenti, "ha smosso un po' le acque" e anche la scorsa settimana "c'è stato un aiuto dalla Circoscrizione", intervenuta per il lavoro di pulizia. Il parco, infatti, ora l'erba è tagliata e i rifiuti raccolti. In un angolo, però, il degrado è ancora presente, tra bottiglie di plastica, cartacce e oggetti di ogni tipo, tra cui un cucchiaio di metallo e una scarpa. "Avrete visto anche poco movimento perché in questi giorni sono arrivati alcuni giornalisti e la polizia è intervenuta ieri pomeriggio", precisa Nicola Metta. La situazione, per il momento, sembra migliorata. Ma c'è una cosa che i residenti non riescono a digerire: "Sembra quasi che siamo in galera noi, loro fuori e noi dentro. Hanno più diritti loro".

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Liguria.

L'imprenditrice e influecer che fa discutere. Chi è Giusy Rizzotto, la candidata di Forza Italia e Udc al comune di Savona. Vito Califano su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Giusy Rizzotto è praticamente la candidata protagonista delle elezioni comunali a Savona. Non si parla che di questo, sui social e sul web, nella corsa alle amministrative nel capoluogo di provincia in Ligura. Più che delle idee della candidata nella lista Forza Italia – Unione di Centro si parla delle sue foto, e di un video hard diffuso in rete “Non sono io”, ha chiarito subito lei. E promesso querele. All’anagrafe Giuseppina Rizzotto, 38 anni, imprenditrice e influencer, candidata a sostegno di Angelo Schirru. Su Instagram al momento è seguita da 362mila follower, destinati molto probabilmente ad aumentare. Di lei si è cominciato a parlare diffusamente per via del suo santino elettorale, sul quale appare con un’evidente scollatura, circolato anche su un furgoncino per la campagna elettorale in questi giorni in città. “Io per te … ci sono!”, lo slogan. Rizzotto è nata a Catania. Per lavoro si è trasferita a Trieste, Genova e quindi a Savona. È diplomata in ragioneria, gestisce uno stabilimento balneare a Spotorno e lavora per l’azienda “Acqua di Calizzano”. È sposata da vent’anni, ha due figli di 20 e 17 anni. Punta a valorizzare l’aspetto turistico della città, a investire in opportunità per i giovani che spesso decidono di lasciare la città, a promuovere l’inclusione. A volerla fortemente nella lista il coordinatore provinciale di Forza Italia Marco Melgrati. Alle critiche dell’Udc per via del suo santino elettorale troppo osé ha replicato con una bordata in un’intervista a La Repubblica: “Sono bella, per lavoro invece di fare la modella in passerella, faccio l’influencer su Instagram e quindi ci sono molte mie foto in circolazione, ma il problema non è mio, è loro: io mi candido per lavorare per la mia comunità, loro guardano il mio seno e le mie gambe lunghe. Forse l’età media, avanzata, in quel partito non aiuta: borbottano e criticano. Badano all’immagine, a quello che pensa la gente, non a quello che potrò fare. Pensi che mi aveva contattato un altro partito, nel centrodestra, ma io avevo rifiutato la candidatura”. Su una storia su Instagram Rizzotto ha denunciato: “Mi hanno appena mandato delle foto, mie, associate al video di una ragazza, che non sono io, un po’ troppo spinto. Questa persona verrà denunciata. Non fatelo ragazzi, basta. Verrete denunciati, passerete dei guai e saranno fatti vostri stavolta”. E in un’altra storia successiva ha raccontato di essere alla polizia postale per presentare la denuncia. “È assurdo, mi stanno scrivendo da tutta Italia, con questo video di questa tizia che potrebbe assomigliarmi, che fa dei video hard, ma non sono io”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Da liberoquotidiano.it il 12 settembre 2021. È furiosa Giusy Rizzotto, la candidata di Forza Italia-Udc alle comunali di Savona a sostegno del sindaco Angelo Schirru. La sua discesa in campo si è trasformata in brevissimo in un caso politico con tanto di attacchi e insulti sui social. La donna, oltre a essere bellissima, è anche un'influencer, una modella, un'imprenditrice, ma anche una mamma: «Sono davvero amareggiata, non mi aspettavo che nel 2021 una donna potesse essere attaccata per l'aspetto fisico», ha detto all'Adnkronos dopo che alcuni hanno messo in giro video hot sul suo conto, risultati poi fake news. «I video hot? Non ci voleva un genio per capire che si trattava di un fake, fatto per giunta malissimo e solo per screditarmi come persona e come donna, ma soprattutto come candidato». E ancora, si sfoga: «Per questo ho presentato una denuncia ai Carabinieri di Savona che sarà girata alla polizia postale. Sono sicura che l'hanno fatta apposta per gettare discredito su di me. Io sono una donna sposata, ho due figli grandi». A chi continua a tirare in ballo anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, la Rizzotto replica: «Non no mai sentito né visto Berlusconi, eppure hanno scritto che è stato lui a scegliermi, è tutto assurdo... Forza Italia, lo voglio dire, è stato l'unico partito che non si è soffermato sul mio fisico e ha tenuto conto delle mie idee e i miei progetti... Tutti gli altri hanno detto: "una modella candidata? È troppo, non va bene"... Non c'è niente da fare, nulla è cambiato, non puoi essere bella e intelligente nello stesso tempo».

Savona, la candidata che divide destra e sinistra denuncia: "Quei video sexy non sono miei". Michela Bompani su La Repubblica il 10 settembre 2021. Le chat di politica in Liguria discutono da giorni sullo stile dell'influencer Giuseppina Rizzotto: una scelta che fa parlare. L’hanno soprannominata “la variante Giusy” e ha fatto irruzione nella sonnolenta campagna elettorale savonese per le elezioni amministrative, da giorni le chat di politica di tutta la Liguria non parlano d’altro e soprattutto non guardano altro che il suo profilo Instagram: Giuseppina Rizzotto, 38 anni, è candidata nella lista di Fi-Udc per le comunali, a sostegno del candidato sindaco di centrodestra Angelo Schirru ed è bellissima. Imprenditrice, influencer, gioca le sue carte, usa il lessico social, informale, diretto, ammiccante, per fare campagna elettorale e manda in tilt il sistema arrugginito e, nonostante tutto, codino di destra e anche di sinistra che come diceva De André, sentendosi come Gesù nel tempio, dà buoni consigli, se non può più dare il cattivo esempio. E Rizzotto ci rilascia l’intervista sulla soglia del commissariato di Polizia di Savona, poco prima di depositare una denuncia per diffamazione perché sui social, le sue foto, originali, vengono fatte circolare abbinate però a un video sexy, di cui nega di essere protagonista: "è una donna che mi assomiglia, non sono di certo io e siamo arrivati al punto che devo sporgere denuncia". Nata a Catania, ha lasciato la Sicilia per lavoro: prima Trieste, poi Genova e, da sei anni, abita e lavora a Savona. Ha un diploma in ragioneria e diversi certificati professionali, anche quello di pizzaiola, gestisce uno stabilimento balneare e lavora per l’azienda “Acqua di Calizzano”.

Giuseppina Rizzotto pensava che sarebbe diventata il centro del dibattito elettorale, non solo fuori ma anche dentro il suo stesso schieramento?

“Non mi aspettavo assolutamente una risonanza del genere. Tutt’altro: mi ha preso alla sprovvista.  Credo che mi dovrebbero lasciare lavorare, invece di farmi perdere tempo a giustificarmi, se sia davvero la protagonista di un video sexy oppure no. Ho una famiglia solida, per fortuna: sono sposata da vent’anni, ho due figli, un maschio di vent’anni e una ragazza di 17 anni, che tengo accuratamente lontano dai social. Non voglio che le mie idee finiscano nel tritatutto, voglio metterle in pratica e mettermi a disposizione della mia città, altro che scandali”.

Questo la avvilisce?

“Sto ricevendo una valanga di messaggi privati di solidarietà che mi spingono ad andare avanti, da parte di tantissime donne soprattutto e anche di uomini. Ho fatto un post per ringraziarli: per ringraziare tutte le donne intelligenti che mi sostengono e anche tutti gli uomini, che non si fanno spaventare dalle donne”.

Prima di tutto è vittima del fuoco amico: l’Udc non ha apprezzato che nel suo santino elettorale abbia deciso di appaiare il suo invidiabile décolleté allo scudo crociato.

“Sì, mi arrivano critiche da lì. Sono bella, per lavoro invece di fare la modella in passerella, faccio l’influencer su Instagram e quindi ci sono molte mie foto in circolazione, ma il problema non è mio, è loro: io mi candido per lavorare per la mia comunità, loro guardano il mio seno e le mie gambe lunghe. Forse l’età media, avanzata, in quel partito non aiuta: borbottano e criticano. Badano all’immagine, a quello che pensa la gente, non a quello che potrò fare. Pensi che mi aveva contattato un altro partito, nel centrodestra, ma io avevo rifiutato la candidatura”.

Ha rifiutato la candidatura per la Lista Toti?

“Non dico quale sia il partito. Però dico quali condizioni mi aveva posto: cancellare le mie foto, cambiare look, cambiare modo di parlare, cambiare tutto insomma. Allora ho pensato: ma se ancor prima di candidarmi e di essere eletta mi dicono già cosa fare, una volta in consiglio comunale quale libertà avrò? E così ho rifiutato. Perché devo soffocare la mia bellezza, il mio modo di essere, per candidarmi? Sono profondamente offesa, penso alle donne afghane che devono tornare a coprirsi e qui? Mi devo coprire le spalle, per candidarmi? Se questo impedisce di ascoltare le mie idee e le mie proposte per la città il problema non è mio, ma di chi non ascolta”.

Poi è arrivata la proposta di Forza Italia: l’ha fortemente voluta il coordinatore provinciale Marco Melgrati.

“Sì, mi ha scelto, mi sostiene e mi difende a spada tratta: mi ha dato il tempo di parlare, di spiegare le mie idee e il contributo che potevo portare alla lista. Lui non si è fermato al mio aspetto”.  

Perché ha deciso di candidarsi?

“Vivo a Savona da quasi sette anni e vedo potenzialità turistiche enormi bloccate da un muro. Sono cresciuta in Sicilia, dove i ristoranti, i bar, i negozi sono aperti sempre, di giorno e di sera. E così accade in molte parti d’Italia, dove viaggio spesso per lavoro. A Savona arrivano i croceristi, i turisti e trovano tutto chiuso, voglio una città accogliente che colga le occasioni economiche che sennò perde. Poi c’è la questione giovani: parto dai miei figli, non ci sono opportunità, a cominciare dagli spazi di aggregazione o sportivi che non siano a pagamento. Poi c’è l’inclusione: ho uno stabilimento balneare a Spotorno dove abbiamo riservato otto posti alle carrozzine, che possono arrivare in acqua. Voglio poter far arrivare tutti negli stessi luoghi, con semplicità. Poi, amo gli animali e non trovo accettabile che il centro di Savona sia precluso a padroni e cani a passeggio: serve prima creare aree dedicate allo sgambamento e poi si possono dare limitazioni, ma non così restrittive”.

Ha scelto uno slogan ammiccante: “Io per te … ci sono!”, cosa intende?

“Significa che voglio che le persone mi parlino e mi chiedano: questo fa un consigliere comunale. Ho un cervello, ma solo due occhi, mi servono quelli di tutti i cittadini per arrivare dove non posso e poter vedere problemi che posso contribuire a risolvere”.

La accusano di aver fatto una foto in una Rsa senza autorizzazione e senza mascherina, in campagna elettorale.

“Sono andata a trovare la mamma di una mia amica, in visita privata: le abbiamo portato la focaccia. Eravamo all'aperto e abbiamo scattato una foto privata, poi è circolata. Non era una visita elettorale”.

Quante preferenze si aspetta?

“Non mi sono posta alcuna quota. Mi metto in gioco e accetto il risultato".

Però ha l'amaro in bocca.

"Sono forte, sono abituata a gestire i social, certo però che mi aspettavo di scontrarmi su temi politici. Ai miei alleati Udc dico ascoltatemi, perdete due minuti del vostro tempo. Sono solo un granello di sabbia, se lavoriamo tutti insieme, però, possiamo fare una bellissima spiaggia”.

La mamma, l’avvocata e la giudice. Tre donne in lotta per la verità sulla strage della Torre Piloti di Genova. Adele Chiello ha ottenuto una sentenza per la morte del figlio, una delle nove vittime della collisione nel porto del 2013. Ma la battaglia continua. Ora nel mirino ci sono il sistema di certificazione delle navi e la sicurezza dell’approdo. Sara Lucaroni su L’Espresso il 29 aprile 2021. «Guardi che non è coraggio, è amore per mio figlio. Io allo Stato gliel’ho consegnato per la manina, me lo ha restituito dentro una cassetta di legno stipata nella stiva di un aereo». Adele Chiello Tusa parla per cinque ore di fila al telefono. Vuole spiegare quel che ha fatto per rompere “il sistema”, le poche lacrime e le tante urla, le camminate al Molo Giano, le facce alle udienze, le lampadine che le si sono accese, l’Italia che uccide sul posto di lavoro. Ci mescola «la musica che ti salva sempre», la morte del marito e Giuseppe che da piccolo le diceva: «Se non mangi, non mangio neanche io, se piangi piango anche io», e allora bisognava essere ancora più forti. E poi la rabbia nel vedere le divise alla camera ardente, il codice civile e il manuale di procedura penale piazzati sul tavolo di cucina. «Lo scriva, lo scriva. Ho preso a bastonate le persone, ho alzato le mani, ho messo sottosopra scrivanie alla Capitaneria, ho urlato “ti ammazzo”. A un altro ho detto: “Ti conviene che ti fai condannare perché alla fine ti strozzo”. Prima ero calma, questo non era il mio temperamento». Il “prima” per lei finisce alle 23,05 del 7 maggio 2013, quando la motonave Jolly Nero della Ignazio Messina & C., durante la manovra per uscire dal porto, ha un’avaria al motore e dopo una serie di errori urta la banchina causando il crollo della torre piloti. In quattro vengono estratti vivi dalle macerie finite in mare. Tra le nove vittime c’è il figlio di Adele, il trentenne sottocapo di seconda classe Giuseppe Tusa. Era nell’ascensore. Verrà estratto alle 14,45 il giorno dopo, proprio mentre sua madre, che lo credeva ricoverato per un incidente, arriva a Genova. «Quando lo vidi, coperto dal lenzuolo all’obitorio spuntava solo il viso, sembrava dormisse. Aveva i capelli bagnati, urlai che volevo un phon per asciugarli. Mi dettero un asciugamano», dice la donna. Aveva le mani rotte e le ossa fuori per aver scavato tra le macerie in acqua, lo vide solo quando riuscì a leggere l’autopsia e vedere i filmati del recupero. Mentre ancora lo cercavano, lo aveva chiamato al cellulare immaginandolo da solo in ospedale: «Lei ha mai sturato un lavandino? Io al telefono ho sentito quel rumore lì. Lo giuro e ce l’ho ancora dentro le orecchie». Le sue intuizioni e la sua tenacia portano la Procura di Genova ad aprire un nuovo processo, dopo le condanne definitive di tre membri dell’equipaggio e l’assoluzione della Messina, condannata a una sanzione amministrativa di un milione e mezzo di euro. Lo scorso 15 settembre il giudice Paolo Lepri ha condannato altre sette persone perché l’urto di una nave con la banchina era un «rischio che gli imputati dovevano e potevano prevedere»: sono l’ammiraglio ex comandante della Capitaneria di Genova Felicio Angrisano, l’ex commissario del Comitato autonomo portuale Fabio Capocaccia, l’ex presidente della sezione del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici Ugo Tomasicchio, gli strutturisti Angelo Spaggiari e Mario Como, l’ingegnere Paolo Grimaldi e Giovanni Lettich della Corporazione Piloti. Mentre sono arrivati gli atti di appello, la sentenza ha “gemmato”, perché nel mirino ora ci sono il sistema di certificazioni delle navi e la sicurezza di tutto il porto di Genova. Adele ha seguito tutte le udienze con la foto di Giuseppe in mano o prendendo appunti. Ma ha fatto scoppiare anche diverse bagarre. Come quando ha sentito l’autodifesa di Angrisano. «Se mi avessero detto che erano in pericolo, non li avrei fatti scendere immediatamente quei ragazzi?», ha sostenuto col giudice. «A quel punto mi sono alzata: Indegno! Non nominare più i figli nostri morti. La colpa è dei morti?». Al numero di Giuseppe risponde lei, ha fatto recuperare la memoria dal telefono finito in acqua. Dice che è stato lui a “svegliarla”. Il vecchio pc, che lei non sapeva usare, l’ha acceso una notte e ha visto le immagini del crollo su YouTube, a un mese dalla tragedia: «Non mi avevano detto nulla per proteggermi. Ma io ho buttato le medicine e ho iniziato a vedere e leggere tutto perché mentre noi eravamo chiusi in Capitaneria, loro rilasciavano interviste ma si contraddicevano. Sentivo puzza». Va subito a Genova per trovare una cartina del porto da studiare. A settembre rifiuta il modulo con la cifra in bianco con cui gli armatori propongono risarcimenti. Coinvolge i giornalisti. Chiede ai legali di inviarle ogni documento: ne leggerà più di duemila. È sfogliando le perizie sulla Jolly, il Registro Navale Italiano (Rina), e le certificazioni di sicurezza e nota che a firmare la classificazione della nave sia sempre la stessa persona. Piomba nell’ufficio del procuratore e quel nome finirà nelle indagini. Studia diritto della navigazione e il Testo unico per la sicurezza nel lavoro. Nel 2015, durante una puntata di Uno Mattina, intervistano Leopoldo Franco, un ingegnere e docente all’Università Roma Tre: dice che non esiste al mondo una torretta costruita sull’acqua, alta 54 metri e spessa 20 centimetri, con un cono interno per l’ascensore. Lo pensa anche Adele che lo cerca per conferirgli l’incarico di consulente. Per avere le carte necessarie alla sua relazione fa due esposti in procura e due diffide all’Autorità portuale. Sul suo telefono Giuseppe aveva il video di una nave da crociera che quella torretta la sfiorava: mancava una barriera di protezione. Lei deposita memorie e denunce: ci sono anche i nomi e i cognomi di chi aveva permesso si lavorasse in quella costruzione. «Il pubblico ministero mi diceva che la torre era irrilevante ai fini processuali. Ricordo che scesi piangendo, ma non mi sono arresa e sugli scalini del Palazzo di Giustizia chiamai un quotidiano chiedendo di mettere quei nomi. Angrisano poi mi inviò una lettera: mi scrisse che ero devastata e che mancavo di rispetto alla memoria di mio figlio, la inviò dal Comando generale della Capitaneria, si deve vergognare», racconta Adele. Ad agosto 2015 il gip Alessia Solombrino legge la sua opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero Walter Cotugno. A ottobre ordina un supplemento di indagini sulla torre, da effettuare entro otto mesi. A processo finiscono altri 12 imputati: progettisti, costruttori, i funzionari il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. La Capitaneria e i datori di lavoro delle vittime: la Corporazione Piloti, Società Rimorchiatori Riuniti, la Marina Militare. Il 26 novembre scorso la Cassazione rende definitive le condanne per l’equipaggio della Jolly Nero ma dispone un nuovo appello per rideterminarne le pene. I legali degli imputati lo spiegano sostenendo che è stata riconosciuta la “corresponsabilità” emersa nel processo bis. «Abbiamo processato il comandante del porto più famoso del Mediterraneo e l’ingegnere capo più importante del Mediterraneo», spiega Alessandra Guarini, parte civile con gli avvocati delle figlie di Adele, Massimiliano Gabrielli e Cesare Bulgheroni. «L’ho conosciuta in tribunale a fine 2014. Mi è piaciuta come si muoveva. E dissi: lei sarà il mio avvocato», spiega Adele. Alessandra Guarini, già impegnata a difendere i familiari delle vittime nel caso giudiziario della Costa Concordia e adesso nella tragedia dell’Hotel Rigopiano, il disastro del Norman Atlantic e la morte del nocchiere Alessandro Nasta sulla Amerigo Vespucci, è “l’avvocata delle mamme”: «Non ho mai impedito a Adele di essere se stessa», dice: «Ci siamo intese, ci siamo sostenute e in aula eravamo spalla a spalla. Era preparatissima. Ed è stato un processo “altruista” perché è non è servito a lei o al figlio, ma a mettere a posto tante cose». Come ad esempio ribadire che le norme nazionali in materia di sicurezza valgono non solo per i datori di lavoro privati, ma anche quelli pubblici e militari. Il giudice, nelle 343 pagine di motivazioni spiega che «una diversa ubicazione della torre avrebbe impedito l’urto e conseguentemente il crollo e le morti e i ferimenti», e sottolinea che «attitudine salvifica avrebbe potuto avere anche la realizzazione delle protezioni».

Il pm Walter Cotugno aveva chiesto un’informativa all’Autorità Portuale su altri edifici del porto antico costruiti sul ciglio delle banchine, la cui pericolosità è direttamente proporzionale alla grandezza di molte navi che attualmente transitano nel porto di Genova. L’Ammiraglio, «responsabile della sicurezza in porto e datore di lavoro», «avrebbe invece dovuto ricorrere alla più radicale misura consistente nell’immediato sgombero della Torre Piloti». «La difficoltà di questi due processi è stata riuscire a gestirli con addosso le critiche di chi ci diceva che stavamo mettendo in dubbio la sicurezza del porto di Genova e quindi addirittura compromettendo l’economia della Liguria», spiega Guarini, poi aggiunge: «Abbiamo aperto una riflessione sull’importanza di tutelare chi lavora, dai militari della Marina a chiunque si trovi ad operare nel porto, inclusi i passeggeri delle navi da crociera». «Il pubblico ministero mi ha porto pubblicamente le sue scuse», racconta Adele. «Gli ho detto: non mi parli del passato, adesso siamo qua. Apra il cassetto dove ci sono tutte le mie denunce. Siamo solo al primo grado, sono passati sette anni, io voglio vedere qualcosa prima di morire. Si è dimenticato di quelle certificazioni false?». Ride, raccontando le lacrime che le si sono sciolte e l’abbraccio dell’avvocato dopo la sentenza: «Non ero pazza». C’è un video di quel momento. In questi anni ha avuto vicina l’associazione dei familiari della strage di Viareggio, “Il mondo che vorrei”, e ha girato l’Italia: «Per parlare con le persone. Dal Vajont alla Costa Concordia, a Ustica. Io non ho colori politici, a me interessa che chi sta seduto in alto lavori nell’interesse del cittadino». Ha istituito il Trofeo Giuppy Black Dj, col nome d’arte di Giuseppe, militare ma anche noto dj. Dal suo computer ha estratto pezzi inediti con cui ha creato un disco. L’ha donato ai partecipanti di una delle tante manifestazioni per ricordarlo. «Questa sentenza non è una sentenza sua o mia, perché i morti non hanno più bisogno di sentenze, è per i figli di questo Paese che crolla. Bisogna credere nella verità e non arrendersi mai. Dopo che ti ammazzano un figlio, di cosa devi avere paura? Lo scriva, mi raccomando: lui era il sole e non ha sprecato neanche un istante della sua vita».

Alessandro Fulloni per il “Corriere della Sera” il 27 febbraio 2021. Il necrologio e le sue ultime volontà scritte con cura, predisponendo ogni particolare di quel cospicuo regalo - un lascito di circa 25 milioni di euro - a Genova, ai suoi ospedali, agli enti di misericordia, ma anche a Ong e istituti di ricerca. Edmonda Marisa Cavanna, professoressa liceale di Lettere in pensione, si è spenta a 96 anni il 9 dicembre nella sua casa in via Giordano Bruno, nel quartiere Albaro del capoluogo ligure. Qualche giorno prima di andarsene, aveva chiamato un suo amico tra i più vicini, Gino Noceti, dirigente della banca Passadori, per chiedergli un'ultima cortesia: «Carissimo, dopo che non ci sarò più porti per favore alla redazione del Secolo XIX quella busta che vede sullo scrittoio. Contiene l'elenco di tutti quelli che vorrei ringraziare e a cui ho voluto bene». In primis «la lunga schiera degli ex allievi», si leggeva sul necrologio vergato da sé, in calligrafia elegante. Poi «un riconoscente abbraccio a tutte le mie amiche e al personale di casa» e anche - ma salutandoli come «nonna Marisa» - agli «amatissimi Gingi e Zakaria», i figli della sua badante che lei, mai sposata e senza figli, considerava come nipoti. Sorprendente, la successiva apertura del testamento, letto lo scorso 18 dicembre: le 13 pagine - ha raccontato l'Ansa - contenevano il minuzioso dettaglio della destinazione della sua eredità: dalla stessa badante - una signora che da quarant' anni si prendeva cura di Marisa «sempre dandole del lei» e che ha ricevuto 3,8 milioni di euro - ad Amnesty International. Gran parte del ricavato della vendita dei gioielli di famiglia e della bella villa in riva al mare, oltre che del «cash» in banca, andrà a due ospedali di Genova. Cinque milioni al Gaslini e una somma analoga è per il Galliera il cui direttore generale Adriano Lagostena parla di «generosità unica». La prof ha però impartito tassative disposizioni: il lascito «non è per la normale amministrazione» ma per «la ricerca e l'acquisto di apparecchiature». E poi altri soldi per onlus sostenute dalla sanità ligure, come il «Fondo malattia renale del bambino» e l'«Associazione neuroblastoma», e per enti ecclesiastici cittadini come la «Provincia religiosa San Benedetto». La signora Cavanna, assai religiosa, aveva sangue blu, veniva da una casata del patriziato di Venezia, quella dei Contarini, che tra i vari rami vanta otto dogi. È alla nipote Mirella che la zia - «augurandole una vita serena» - ha affidato i «documenti della nobile famiglia da cui discendiamo». Non è noto come dalla Serenissima gli avi di Marisa siano approdati ai domini della Superba, «so solo che sua madre, una Contarini, ha sempre vissuto a Genova ed è seppellita a Staglieno» racconta ora il dottor Noceti, esecutore testamentario delle volontà dell'insegnante e che nel 2019 ha ricevuto dal Colle il riconoscimento della «Stella al merito del lavoro». Il bancario parla di «una donna che ora è facile definire straordinaria: ma lei era davvero così. Gli occhi le si illuminavano se per strada incontrava i suoi ex studenti che la salutavano festosi». Il testamento versa pure quattro milioni a varie Ong tra cui Amnesty, Amici senza frontiere e Save the Children. Al «Don Orione» di Genova una voce femminile si commuove al telefono al ricordo «di quella generosità sempre mostrata da Marisa finanziando, magari con donazioni da 100 euro, le nostre "Borse del pane" preparate per i più bisognosi». Nelle pagine fitte fitte delle ultime volontà compaiono anche pensieri soltanto apparentemente minori, «come l'affitto che deve essere pagato per sei mesi a tutto il personale di casa» e quella raccomandazione per la sua Gingi, la nipote prediletta, di «un aiuto e un'attenzione speciale». Poi come se fosse secondario, la prof ha concluso così: «Dovesse servire, dono i miei organi».

Tommaso Fregatti per “la Stampa” il 26 febbraio 2021. Le prime segnalazioni alle centrali operative arrivano da passanti che transitano sul lungomare o da chi, complice il bel tempo e il clima mite di questo anticipo di primavera, si gode qualche ora di sole e relax su spiagge e scogliere. E i recuperi avvengono a tempo di record con motovedette e sommozzatori «per evitare che i corpi raggiungano la riva», spiega uno dei soccorritori. Il mare da ieri pomeriggio inizia a restituire le salme del crollo del cimitero di Camogli, mentre alcuni resti cominciano dolorosamente a essere preda di pesci e gabbiani. Le correnti, come già evidenziato nel tragico caso della contessa Francesca Vacca Augusta il cui corpo nel 2001 da Portofino venne recuperato in Costa Azzurra, spingono in Liguria da sempre verso ponente. Per questo i ritrovamenti di salme e feretri precipitate dalla falesia lunedì pomeriggio avvengono nello specchio acqueo tra il levante di Genova e Celle Ligure in provincia di Savona. La prima segnalazione è delle 14.40. È primo pomeriggio quando a mezzo miglio dalla spiaggia di Vesima tra Genova e Arenzano c' è il primo avvistamento. Il secondo è davanti al Monumento di Quarto dedicato alla partenza dei Mille. «Sotto costa», scrive la capitaneria nella relazione di servizio. Che sta a significare a pochi passi dalla scogliera da dove partì Garibaldi. A Quinto, invece, nella piazza sul mare dei giardini Rusca vicino agli scogli, non emergono resti umani ma parti di bare finite in mare nel crollo del cimitero. Le notano alcune mamme mentre controllano i propri figli che giocano sulla scogliera. Come a Celle Ligure dove un pescatore scorge dalla riva quel che resta di un feretro. Le operazioni di recupero vengono condotte dai vigili del fuoco e della capitaneria di Porto. Ora, però, si apre la partita di cosa fare di quelle salme che sono state ritrovate lontano dal cimitero crollato. Perché tecnicamente trattandosi di «salme non identificate» occorre seguire il protocollo che si applica ogni volta che viene ritrovato un cadavere senza nome. Ecco la procedura: la salma viene presa in carico dalla polizia mortuaria che porta il corpo all' istituto di medicina legale dove viene messo a disposizione dell' autorità giudiziaria. Spetterà dunque al pubblico ministero di turno decidere come operare e stabilire le procedure per l' identificazione. Anche perché, come primo accertamento, bisogna confermare che il corpo recuperato arrivi realmente da quelli precipitati in mare nel crollo del cimitero di Camogli. E che non si tratti di un altro caso, di un decesso per altri motivi o circostanze. Se sul corpo non vengono trovati elementi utili all' identificazione si può procedere con il prelievo del Dna o l' analisi delle impronte digitali per arrivare a dare un nome al cadavere. Passaggi che rendono ancora più pesante il clima che grava su questa vicenda. Per valutare tutte le possibili situazioni, si vagliano anche le eventuali denunce di scomparsa arrivate in queste ultime ore alle forze dell' ordine. Se invece viene confermato che si tratta di una delle salme del cimitero di Camogli (in un caso accanto al corpo è stato trovato un pezzo di legno che si ipotizza essere una parte di una bara) si lavora in stretto contatto con il Comune e la Protezione civile che hanno l' elenco delle duecento bare finite in mare per dare un contributo all' identificazione. E riuscire a recuperare tutte le salme finite in acqua. Attualmente, oltre quelle di ieri, sono dieci le salme recuperate dal mare.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

·        Succede in Emilia Romagna.

Bologna e il complesso delle 7 chiese. Angela Leucci l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale.

Preghiere, riti e suggestioni del complesso delle 7 chiese a Bologna: il luogo in cui si è cercato di ricreare il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Nel centro di Bologna ci sono moltissimi beni culturali da ammirare. La Dotta è un vero coacervo di storia, con le sue architetture suggestive che raccontano vicende realmente accadute, leggende e usanze. Alcune di queste sono strettamente religiose e sono legate a un’affascinante complesso architettonico di tipo religioso, quello di Santo Stefano, detto anche il “complesso delle 7 chiese”.

Che cos’è il complesso di Santo Stefano

Si tratta letteralmente di un complesso di 7 chiese legate l’una all’altra da spazi all’aperto, tra cui un chiostro e un cortile, dedicato a Santo Stefano, primo martire della Chiesa Cattolica. Le singole chiese sono invece dedicate al Crocefisso, al Sepolcro, ai Santi Vitale e Agricola, alla Trinità e, a esse, si aggiungono il chiostro, la cripta e la cappella della Benda. In quest’ultima è conservato un pezzo di tela, con il quale - secondo la vulgata della Chiesa - la Madonna avrebbe asciugato il volto di Gesù durante la passione.

L’idea alla base delle 7 chiese era ricreare un ambiente, interno ed esterno, che riuscisse a rappresentare i luoghi più importanti del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Tanto che esiste, ad esempio, il cortile di Pilato: qui troviamo molti elementi a forte impatto simbolico, dalla vasca calcarea che rappresenta il catino in cui Ponzio Pilato si lavò le mani dopo aver condannato a morte Gesù, fino a una statua in pietra di un gallo, il cosiddetto “gallo di san Pietro”, in riferimento all’apostolo che rinnegò Cristo prima di udire il gallo cantare tre volte. 

L’ideazione del complesso delle 7 chiese venne, secondo la tradizione, da san Petronio, protettore di Bologna e, durante la prima metà del IV secolo presule della città. La costruzione della prima chiesa iniziò poco dopo la morte del santo, nel V secolo, ma nel tempo il complesso dovette subire diverse ricostruzioni e restauri.

Tra le tante opere d’arte, come dipinti e statue all’interno delle chiese, ci sono dettagli molto interessanti che continuano a riguardare il simbolismo relativo alla Passione e alla Morte di Gesù Cristo. Nella chiesa del Santo Sepolcro, per esempio, c’è un pezzo di pietra del vero Santo Sepolcro, quello di Gerusalemme, e oltre alle colonne che sorreggono le volte, ce n’è una in marmo nero fuori allineamento: è la colonna della Flagellazione, la cui visita tra l’altro permette di guadagnare 200 anni di indulgenza come riporta un’iscrizione posta su essa.

Le usanze religiose legate al culto

Le usanze più caratteristiche sono sicuramente legate proprio alla basilica del Sepolcro, la cui porta viene aperta solo da Pasqua per tutta la settimana successiva, dopo che si è tenuta la messa con i Cavalieri del Santo Sepolcro. Secondo la tradizione, le persone strisciavano all’interno per pregare le reliquie di san Petronio, che tuttavia intorno al 2000 furono traslate nella chiesa bolognese dedicata al santo. Ma ci sono dei riti speciali che riguardavano future madri e lavoratrici peripatetiche.

Le donne incinte infatti, nel giorno di Pasqua, giravano intorno al Santo Sepolcro per 33 volte, fermandosi ogni volta a pregare: le 33 volte rappresentano gli anni di Cristo. Successivamente si recavano nella chiesa della Trinità per pregare davanti all’affresco della Madonna Incinta.

Le meretrici, nello stesso giorno, rivolgevano la loro preghiera - da sempre e per sempre segreta - a Maria Maddalena. Un tempo la cultura popolare riteneva Maddalena stessa un'adultera, ma la critica contemporanea riconosce in lei non solo di essere stata una discepola di Cristo, ma anche la protagonista di una vicenda e di una parabola. Nel vangelo di Giovanni si parla infatti di un’adultera che sta per essere lapidata e, secondo i critici, sarebbe proprio Maria di Magdala. Analogamente, la sua immagine è assimilabile, nel vangelo di Luca, al personaggio della parabola della buona samaritana - perché le samaritane risentivano spesso di pregiudizi legati alla loro vita. 

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema. 

Andreina Baccaro per corrieredibologna.corriere.it il 14 novembre 2021. Un noto locale tra Bologna e San Lazzaro dove il venerdì sera si fa festa: si mangia, si balla, si beve. Ai tavoli facoltosi imprenditori, avvocati, notai, qualche sportivo, uno stilista e ragazze bellissime in vena di divertirsi. È uno degli organizzatori, imprenditore 46enne molto conosciuto nel mondo della movida bolognese perché in passato ha gestito anche una nota discoteca, a invitare giovani ragazze che sa essere disposte a concedersi per qualche grammo di cocaina o qualche regalo. 

La ricostruzione degli inquirenti

È così che funzionano le sue serate secondo i carabinieri del nucleo investigativo e il pm Stefano Dambruoso che, dopo aver chiuso il cerchio sul giro di festini a base di sesso e coca di Villa Inferno, negli ultimi mesi hanno indagato su un altro filone, partito proprio dalle dichiarazioni di una delle testimoni che aveva ricostruito una serata nella villa dell’imprenditore Davide Bacci, dove finì anche una minorenne. La teste in questione, una 25enne, ha raccontato di essersi trovata a Villa Inferno in compagnia del 46enne, di aver visto molti personaggi facoltosi della città accompagnati da ragazze molto giovani, ma anche che il suo accompagnatore, che organizza un altro genere di serate del tutto lecite, nei suoi party fa invece incontrare offerta e domanda, tra ospiti facoltosi a caccia di sesso e cocaina, e giovani donne disposte a concedersi in cambio di droga e regali.

I frequentatori delle feste

Le sue feste sono frequentate anche ex appartenenti alle forze dell’ordine, qualcuno ancora in servizio, poi uno stilista, un notaio, agenti immobiliari, avvocati e imprenditori. La stessa versione è stata fornita anche da altre quattro o cinque ragazze che frequentano le serate. Nei mesi scorsi sono state sentite decine di persone, tutti facoltosi frequentatori della serate e la versione sarebbe sempre la stessa. Per questo il 46enne è indagato per spaccio e favoreggiamentodella prostituzione. Dalle intercettazioni sarebbe emerso un quadro abbastanza chiaro: gli uomini prenotano un tavolo e gli chiedono «mi raccomando, mettici le ragazze», ma anche polvere bianca.

Il giallo della morte di uno sportivo bolognese

Ma non è finita: perché indagando e sentendo i testimoni i carabinieri sono venuti a conoscenza delle voci che circolano sulla morte di uno sportivo bolognese, stroncato alcuni anni fa da un infarto proprio al termine di una serata. L’ipotesi è che a causare l’arresto cardiaco possa essere stata proprio una dose di cocaina ceduta da qualcuno dello stesso giro della nuova inchiesta. Nonostante il tempo trascorso, anche per quella morte sospetta è stato aperto un fascicolo per morte in conseguenza di altro reato e spaccio, in cui c’è un indagato. Sull’inchiesta sui party in cui girano cocaina e giovani escort, un altro terremoto che fa tremare la Bologna della notte dopo Villa Inferno, c’è stata invece una strana fuga di notizie, arrivata all’orecchio dell’indagato principale e sulla quale non è escluso che gli inquirenti vogliano vederci chiaro.

Davide Brullo per “il Giornale” il 22 agosto 2021. Il ponte di Tiberio è lì da duemila anni. Terminato nel 21 dopo Cristo, si erge sopra uno specchio d'acqua. Congiunge il centro di Rimini al Borgo San Giuliano: i cinque archi si riflettono nel fiume realizzando cinque sfere perfette, che ipnotizzano. Tale è Rimini: eterna e fugace, concreta e fasulla. Un'illusione. Sul ponte, probabilmente, Tiberio non passò mai: alle godurie romagnole preferiva il tedio di Capri, dove «si lasciò andare a delitti e atti infamanti», ricorda Tacito. Rimini conserva importanti vestigia imperiali l'arco di Augusto, l'Anfiteatro, dove si sognano tigri, la statua di Giulio Cesare, che di qui passò dando lo start alla guerra civile, alea iacta est , ma importano a nessuno: tutti vanno in spiaggia, chiappe al vento, tra una milizia di brandine. Il genio dei riminesi è noto: sono stati capaci di vendere la cosa più brutta che hanno. Il mare. Un secolo fa a Rimini arrivò pure Ezra Pound. Non gli importava il mare: era affascinato da Sigismondo Pandolfo Malatesta, grande cavaliere d'armi vissuto nel XV secolo, signore della città, condottiero contro tutti, sconfitto dalla propria audacia. Rimini appare, trasfigurata, nel primo ciclo di Cantos (VIII-XI) e nei canti in italiano (LXXII-LXXXIII), sfatti da dolore («Rimini arsa e Forlì distrutta../ Dove il teschio canta/ Torneranno i fanti, torneranno le bandiere»). Il Malatesta piacque a un altro scrittore provocatorio Rimini concupisce balordi, banditi, reietti , Henry de Montherlant, che intorno alla vita strabiliante del cavaliere scrive la pièce più bella, Malatesta, appunto. A Rimini, in un vicolo che si chiama «Gioia» che tutto dice per effervescenza mistica lavora, in solitudine, l'editore Raffaelli: ha in catalogo una collana poundiana, ha pubblicato il Malatesta di Montherlant nella versione di Camillo Sbarbaro. Barba aguzza, posa carbonara, apre le porte del suo antro editoriale a chi gli va. Forse è il più raffinato tra gli editori italiani, i suoi libri sono aristocraticamente introvabili. Dominata dai «poteri rossi» pur con diverse gradazioni alcoliche, tra PCI, PDS, PD dacché l'Italia è una Repubblica, Rimini è felliniana e palazzinara, mazziniana e clericale, sbruffona, ambigua. Andrea Gnassi classe 1969, Sindaco/tiranno di sinistra ha rifatto il lungomare, per la gioia dei turisti equini, e ricostruito il Teatro Galli, inaugurato da Giuseppe Verdi nel 1857, disfatto dalla Seconda guerra. Ricorda vagamente Gabriele d'Annunzio, che a Rimini come Casanova veniva come un lampo a soddisfare i vizi e a copulare con Eleonora Duse. Quest' anno, dopo un principato decennale, si va a elezioni, galvanizzate dalla defenestrazione del vicesindaco, Gloria Lisi, figurina del PD che ha scelto di farsi una lista propria, fuori dalle pastoie della sinistra. Rimini è il luogo dove l'azzurro si piglia a morsi, l'istinto primeggia sulla ragione e l'estate è per sempre. Rimini è lo spazio alchemico dove si deve essere altro da sé: il dominio del caos, l'opera del carnevale, il regno di Joker. Pier Vittorio Tondelli è l'autentico Arconte della gnosi riminese. «Voglio una palude bollente di anime che fanno la vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole e in questa palude i miei eroi che vogliono emergere, vogliono essere qualcuno, vogliono il successo, la ricchezza, la notorietà, la fama, la gloria, il potere, il sesso. E Rimini è questa Italia del sei dentro o sei fuori», scrive, reclamando una poetica. Rimini uscì per Bompiani nel 1985, con un lancio pazzesco; i manifesti lo celebravano come «Il romanzo dell'estate», Tondelli, labbra lascive e sguardo caustico, era il taumaturgo della letteratura italiana dell'epoca: inventava mode. Lo scandalo incoronò l'evento editoriale. Il 23 giugno del 1985 Tondelli avrebbe dovuto presentare il libro a Domenica In, alla corte di Pippo Baudo. La partecipazione salta. Il motivo lo spiega Tondelli: «alcune sequenze erotiche hanno turbato i dirigenti televisivi così come nell'80 Altri libertini turbò l'allora magistrato de L'Aquila Bartolomei, fino a spingerlo al sequestro». Le vendite levitano. La presentazione di Rimini il più brutto dei libri di Tondelli, epocali ma sopravvalutati accade al Grand Hotel, il 5 luglio, con Roberto Dago D'Agostino a fare da arbiter elegantiarum: «A un certo punto, tutto pronto per la presentazione, invitati già accalcati, fui incaricato di andare a chiamare Tondelli in camera. La porta era semi aperta e quello che vidi (gang-bang di corpi maschili rovesciati sul letto) ha sempre rappresentato per me un quadro-vivente di quegli anni, terribili e bellissimi». Di quegli anni, oggi, a trent' anni dalla morte di Tondelli, non restano che un paio di film dimenticabili Rimini Rimini di Sergio Corbucci e Abbronzatissimi e l'etica incontinente della dissipazione. Le folle sono tornate a Rimini: tuffarsi nella calca è un'esperienza spirituale più profonda che immergersi nel Gange o battezzarsi nel Giordano. Scopri chi sei un altrove e percepisci che il corpo è tutto, cioè cenere. Aveva ragione Tondelli, «Rimini è l'Italia intera, lo specchio della società italiana». Valerio Zurlini, ne La prima notte di quiete (1972), l'ha vista come un trattato di nebbie, una resa, riassunta nel volto di Alain Delon e nella trasognata bellezza di Sonia Petrovna, specie di dolce Ade. Per capire la contraddizione di questo luogo fatale, bisogna andare a Covignano, il colle alle spalle di Rimini, da cui l'Adriatico pare una lamina orfica. Quell'altura è zona sacra: vi sorge un santuario molto amato, la Madonna delle Grazie. Poco più in là, si eleva l'Abbazia di Scolca: è lì dal 1418, ed è magnifica l'Adorazione dei Magi del Vasari; la Madonna emerge dalla pala come un fuoco bianco. Proprio a Covignano nasce l'epopea della festa, l'epica delle discoteche, dove il corpo, ostia profana, si ostenta, si lecca, si mangia, nell'abominio fecale dell'era cannibale. Negli anni Settanta, lassù, Gianni Fabbri ha aperto il Paradiso, «punto di riferimento per il divertimento notturno in tutta Italia». Lo frequentava, accompagnato dal fratello di Gianni, Paolo Fabbri, insigne semiologo, anche Umberto Eco. Il «Re delle notti d'Europa» stava con Grazia, la figlia di Licio Gelli, il guru della P2: lei, 32 anni, morì in un incidente stradale, nel 1988; alla guida della Mercedes 560 c'era lui, Fabbri, salvo per miracolo, amava la velocità. Gianni Fabbri muore nel 2004, quando la Riviera della notte è morta da tempo; l'anno scorso scompare il fratello Paolo. Vive, ancora, piuttosto, Mario Guaraldi, nei recessi di Covignano. Si muove con il bastone, coltiva l'orto, contorto dal male. Cinquant' anni fa ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Nel 1983 ha organizzato, nello stesso Grand Hotel sotto assedio tondelliano, la presentazione di E la nave va di Fellini: il rinoceronte nella barca, forse, è l'emblema sintetico e violento dell'incongruo riminese. «L'ultima prova è il sospetto. Tutti ti trattano come una merda e tu sospetti di tutto, di tutti. Anche che questo sia vero», mi dice Guaraldi. Pare un profeta assiso sul baratro. Il giorno, a Covignano, dura un attimo di più che altrove, quasi trattenesse il respiro; è come una rete, la luce, a strascico. 

Rosalba Carbutti per il “Resto del Carlino” il 26 giugno 2021. «Non ho partecipato alle primarie. E alle elezioni amministrative non voterò Matteo Lepore. Dice di essere di sinistra, ma mi pare più che altro un assessore al marketing. Ormai non ci casco più». Claudio Levorato, presidente di Manutencoop, holding di controllo del gruppo Reekeep, e una vita nel mondo cooperativo, lo chiamano 'l'eretico'. Oggi, con Lepore candidato del centrosinistra, si schiera. Ma non con lui. 

La sua "eresia" arriva fino a votare il centrodestra?

«Ancora a fare queste distinzioni. Destra, sinistra, centro. Penso che serva a Bologna una persona indipendente, capace, di spessore. In grado di mettere insieme tutte le eccellenze che abbiamo. Imprese diventate internazionali, un'università di grande prestigio, il centro meteo, il super cervellone del Tecnopolo. Ecco direi che Andrea Cangini lo vedrei adatto a tenere insieme tutto questo». 

Ma lei non era di sinistra?

«Non sono 'di sinistra'. Sono 'dannatamente di sinistra'. Ma da quando non c'è più la sede del partito in via Barberia, non frequento più. La sinistra per come la intendo io cerca il bene complessivo. La differenza era tra una sinistra statalista e una destra liberista. Ma ormai si può dire davvero che c'è questa distinzione?

Non voglio essere amaro come Giorgio Gaber, ma ora ciò che conta sono le caratteristiche della persona. Un tempo, forse, era l'etichetta che rappresentava il contenuto. Adesso ognuno l'etichetta se la dà per sé». 

Il fatto che Cangini, oltre ad essere ex direttore di Qn e Carlino, sia senatore di Forza Italia non le crea 'problemi' politico-ideali?

«Lui è indipendente da chi lo sponsorizza. Il mio giudizio è sulla persona, non su chi ci mette il cappello sopra. E Cangini non credo sia uno che si faccia mettere in testa alcun cappello. Pure in Forza Italia è riuscito a costruirsi un profilo autonomo. Senza contare un altro aspetto molto importante: è molto in sintonia con la città». 

Lepore, invece, crede non sia autonomo? Durante la campagna elettorale ha anche attaccato alcuni poteri pre-costituiti...

«Rischio di ripetermi. Ma quello che dissi prima dei gazebo, lo ribadisco oggi. C'è un rapporto 'viziato', ormai, tra politica e imprese. Non c'è più quella cinghia di trasmissione propria del Pci. Prima la politica era il 'grande timoniere' delle scelte del mondo cooperativo. Oggi c'è un rovesciamento». 

Che cosa intende?

«Il Pd è "prigioniero". Prigioniero di un gruppo di potere minuscolo che si allarga a singoli soggetti che si accontentano delle "briciole"». 

Il Pd non era l'erede del Pci?

«Il Pd è un partito liquido, come si dice oggi. Il Pci è morto senza testamento. Qualsiasi somiglianza se mai ci fosse è irriconoscibile». 

A quale gruppo di potere si riferisce?

«Unipol e il suo presidente, Pierluigi Stefanini. Il sistema è quello delle 'porte girevoli' e Lepore ne fa parte. All'assessore che è stato un dirigente di Legacoop ne ho anche parlato, raccontando le malegrazie che ho subito. Ma lui si è limitato a dirmi che "io sono in conflitto". È un ragazzo con dei numeri, ha verve, ma non posso tralasciare 'con chi va'». 

Lepore ha preso un sacco di voti ai gazebo...

«L'esito non poteva che essere quello. Ma al di là dei proclami, credo che Isabella Conti abbia meglio rappresentato la cultura di sinistra che conosciamo in città. L'ho trovata più in continuità con tutto ciò che ha fatto grande Bologna». 

Dica la verità, alle primarie ha votato Conti...

«Non ho votato ai gazebo. Non ci credo a questa competizione. Non so che cosa farà la Conti. Spero non torni a fare solo la sindaca di San Lazzaro...». 

L'area moderata che ha votato Isabella potrebbe 'spostarsi' su un nome alternativo a Lepore? «Cangini è un esponente dei moderati. Del resto non erano di anima moderata anche i grandi sindaci Guido Fanti e Renato Zangheri?». 

Dario Del Bufalo per ilgiornaledellarte.com il 3 giugno 2021. A cento anni dalla nascita di Federico Zeri, la storia del suo disgraziato lascito all’Università di Bologna (che spudoratamente ha anche istituito un Comitato Nazionale per le sue Celebrazioni) si comprende meglio se si fa una visita alla Villa di Mentana, che lo storico dell’arte aveva lasciato in eredità all’ateneo bolognese perché diventasse una specie di campus di specializzazione per laureati in Storia dell’arte. Oggi la proprietà è in totale abbandono, ed era stata messa in vendita all’asta presso il sito del Demanio. Dell’intenzione di donare la sua Villa come centro studi, con tutti i suoi fantastici documenti fotografici e moltissimi libri specializzati e rari (una specie di macchina del tempo dell’arte), Zeri aveva già parlato nel 1965 con Roberto Longhi, poi con l’Accademia di Francia e infine trovò (nel 1997) un accordo con il rettore di Bologna, Roversi Monaco, che gli promise anche un vitalizio. Alla fine da Bologna ricevette solo una laurea honoris causa e dopo la sua morte ebbe il più grande tradimento dall’Alma Mater, cioè lo svuotamento dalla Villa dei suoi 80mila volumi d’arte e soprattutto il trasferimento dell’enorme fototeca di più di 300mila immagini, soltanto la metà delle quali ad oggi sono state messe online sul sito web della Fondazione e le altre 150mila fotografie dove sono e chi le gestisce? Per l’importanza del personaggio, dei documenti, dei libri, delle fotografie e degli appunti, la raccolta della Villa doveva essere vincolata quando Zeri era ancora in vita e dunque diventare inamovibile e rimanere, come desiderava lui, tutto nella struttura di Mentana. L’abbandono della Villa di Mentana aveva già dato i suoi nefasti risultati nei primi anni della sua donazione a Bologna. Oltre al degrado della struttura, progettata dall’architetto Busiri Vici, del giardino e del frutteto, ora si aggiunge una grave perdita, con la sparizione registrata dai Carabinieri del Nucleo di tutela del patrimonio culturale di circa 20 epigrafi dall’importante lapidario: quasi 600 lastre in marmo che furono vincolate tardivamente solo nel 2014 e che Zeri collezionò in decenni di ricerche e acquisti sul mercato antiquario e su quello privato o clandestino; sembra infatti da una ricerca che almeno 50 lapidi di questa raccolta risultino come «mancanti» da altre collezioni o depositi privati e pubblici senza essere state mai denunciate direttamente come rubate. Essendo queste epigrafi murate nelle strutture della casa e del giardino, fanno parte integrante dell’immobile, così che Bologna non ha potuto portarsele via e dunque le ha abbandonate con la proprietà. Una delle tante frasi di Federico Zeri è illuminante, più di ogni altra, sul tragico destino del suo lascito: «Tra i tanti paradossi italiani c’è quello che noi abbiamo il più ricco patrimonio artistico del mondo occidentale affidato alla più inetta amministrazione pubblica del mondo occidentale».

Bernini a Quarta Repubblica su Mescolini: Tinelli annuncia azioni legali. Da reggionline.com il 16 febbraio 2021. “Non sono mai stata iscritta al Pd né ad altri partiti politici”, dichiara seccamente l’ex presidente dell’Ordine degli avvocati di Reggio Emilia.  L’avvocato reggiano Celestina Tinelli annuncia azioni legali in riferimento alle parole pronunciate ieri sera nel corso della trasmissione tv di Rete4 “Quarta Repubblica”, condotta da Nicola Porro, da parte dell’esponente di Forza Italia Giovanni Paolo Bernini.

Bernini, che fu coinvolto nell’inchiesta Aemilia con l’accusa di corruzione elettorale, venendo tuttavia prosciolto per intervenuta prescrizione, ha accusato la Tinelli di avere “sostenuto” e addirittura “imposto”, per conto del Pd la nomina di Marco Mescolini a Procuratore Capo di Reggio nel 2018. “Non sono mai stata iscritta al Pd né ad altri partiti politici”, dichiara seccamente Celestina Tinelli, ex presidente dell’Ordine degli avvocati di Reggio Emilia.

Bernini fa il nome di chi avrebbe “imposto” Mescolini a capo della Procura di Reggio Emilia. L’Avv. Tinelli annuncia azioni legali. Da nextstopreggio.it il 16 Febbraio 2021. Ospite dal giornalista Nicola Porro nella puntata di ieri sera di Quarta Repubblica, l’ex assessore forzista di Parma Giovanni Paolo Bernini, finito nell’inchiesta Aemilia e poi assolto, ha creato suspence per alcuni minuti durante la trasmissione dicendo di sapere chi avrebbe fatto pressioni per avere Marco Mescolini a capo della Procura di Reggio Emilia. L’ex politico di Forza Italia era un fiume in piena: evidenziando ripetutamente il rapporto con l’ex togato Palamara e le rivelazioni che lo stesso gli avrebbe fatto, denunciava a gran voce intrighi e commistioni fra politica e magistratura italiana. Incalzato dal giornalista Nicola Porro sul nome misterioso che avrebbe portato alla nomina di Mescolini, Bernini ad un certo punto ha dichiarato serafico: “Palamara mi ha detto che Celestina Tinelli fu l’esponente politico a nome del Partito Democratico che impose lui e non altri. Voi devete chiedervi perchè lui e non altri….Mescolini nel processo Aemilia ha tralasciato un fiume di intercettazioni ambientali e telefoniche che investono esponenti del PD”. Non si è fatta attendere la replica della diretta interessata, Celestina Tinelli, che riportiamo integralmente. “Ieri sera durante la trasmissione televisiva Quarta Repubblica andata in onda su Rete 4, condotta dal giornalista Nicola Porro, trasmissione cui non partecipavo, sono stata inopinatamente citata dal sig. GiovanniPaolo Bernini, che non mi conosce, come l’ “esponente del PD”, che a suo dire, per conto del partito avrebbe “fortemente sostenuto” ed anzi di più “imposto” la nomina del Procuratore Marco Mescolini a Reggio Emilia. Ciò ha affermato, con particolare enfasi, dopo avere riferito di avere più volte invitato il PD a uscire allo scoperto e citando Luca Palamara quale fonte di tale asserzione. E’ noto che il sig. Bernini, politico parmense, conduce da mesi contro il dott. Mescolini una campagna mediatica, che a Reggio Emilia ha trovato un certo ascolto e risalto e che, evidentemente, abbisogna di sempre nuova linfa, di cui non intendo fare parte. Non sono mai stata iscritta al PD né ad altri partiti politici. Non sono componente di Enti del Comune di Reggio Emilia. Non ho nulla da nascondere; non ho mai esercitato una funzione contraria a legge e ordine pubblico e non ho in alcun modo alterato i procedimenti diretti a nominare i superiori rappresentanti della magistratura. Sono sempre stata al mio posto e se richiesta ho formulato delle osservazioni di ordine tecnico. Non mi sono mai fatta portatrice presso il dott. Palamara o altri esponenti del CSM di interessi di alcun partito. Ho lavorato sempre per l’avvocatura e in generale per la giustizia, sfido chiunque a dire che ne ho avuto vantaggi indebiti. Siccome si è proceduto inaudita altera parte, voglio sperare che come tardiva emenda da parte vostra cessi qualsiasi chiachiericcio sul mio conto. Quanto alla figura del dott. Marco Mescolini, nessuna città che fosse consapevole della portata delle attività che hanno condotto al maxiprocesso contro la ndrangheta, sarebbe stata meno che onorata dall’averlo quale Procuratore e attorno a ciò, in un paese normale, non dovrebbe costruirsi alcuno scenario illecito, a meno che non si voglia delegittimarlo e indebolirlo, come tristemente avvenuto ad altri magistrati scomodi. Ciò detto, poiché il danno nei miei confronti è stato perpetrato, anticipo che è mia intenzione promuovere azione civile nei confronti dei responsabili”. Celestina Tinelli

Mescolini e i suoi nemici: l’approfondimento di Tg Reggio. Gabriele Franzini su reggionline.com il 6 febbraio 2021. Il Consiglio superiore della magistratura sta valutando la posizione del procuratore capo di Reggio, oggetto di un procedimento per incompatibilità ambientale. Come e perché si è arrivati a questo punto. 

Prima puntata. Il Consiglio superiore della magistratura sta valutando la posizione del procuratore capo di Reggio Marco Mescolini. Sul conto del magistrato c’è un procedimento per presunta incompatibilità ambientale, in cui è confluito anche l’esposto presentato da quattro sostituti procuratori. Questa sera cominciamo un approfondimento di TG Reggio per cercare di capire come e perché si è arrivati a questa situazione. 26 settembre 2018, Tribunale di Reggio: cerimonia di insediamento di Marco Mescolini nell’incarico di procuratore capo. La nomina da parte del Csm, con un voto pressoché plebiscitario, risale al 4 luglio, quasi tre mesi prima. Tutti sembrano contenti: Mescolini, naturalmente, ma anche i vertici del Tribunale, i rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine, gli avvocati e i colleghi del nuovo procuratore capo. Da quel giorno sembra passato tanto tempo. Ma in quell’inizio autunno di due anni e mezzo fa, Mescolini è l’eroe dell’inchiesta Aemilia. 52 anni, originario di Cesena, in magistratura dal ’96, Mescolini è approdato alla Direzione distrettuale antimafia nell’aprile 2010, e subito, sotto l’impulso e il coordinamento del procuratore di Bologna Roberto Alfonso, ha condotto un’inchiesta sul radicamento della criminalità organizzata in Emilia. Un’inchiesta destinata a fare storia e culminata il 15 gennaio 2015 in un’ordinanza del gip di Bologna Alberto Ziroldi nei confronti di 203 persone, 68 delle quali accusate di associazione mafiosa. L’indagine ha svelato l’esistenza di una cosca di ‘ndrangheta con base a Reggio, ne ha individuato i capi e i ‘soldati semplici’, ha alzato il velo sui patrimoni accumulati illegalmente e sulle complicità nel mondo degli affari, delle professioni e delle forze dell’ordine, ha messo in luce i rapporti con alcuni politici. Un mese dopo l’insediamento di Mescolini, il 24 ottobre 2018, la Cassazione mette il sigillo al processo Aemilia celebrato con rito abbreviato a Bologna. E una settimana più tardi i giudici Caruso, Beretti e Rat emettono la sentenza di primo grado del processo che si è tenuto a Reggio con rito ordinario, in cui Mescolini ha rappresentato l’accusa in aula insieme alla collega Beatrice Ronchi. Quaranta persone condannate nel primo caso, 116 nel secondo per oltre 1.200 anni di carcere. E’ il punto più alto della parabola del magistrato romagnolo. Poi le cose impercettibilmente cominciano a cambiare. 

Mescolini e i suoi nemici: le inchieste e i rapporti con i sostituti in Procura. Gabriele Franzini su reggionline.com il 7 febbraio 2021. Dopo la nomina a procuratore capo e le sentenze sui diversi tronconi del processo Aemilia, nell’ottobre del 2018, il magistrato è sugli scudi. Ma lo scenario inizia a cambiare. 

Seconda puntata. Il primo anno di Marco Mescolini alla guida della Procura di Reggio è intenso. Il 5 novembre 2018 Francesco Amato, condannato nel processo Aemilia ma resosi latitante, tiene in ostaggio per un’intera giornata i dipendenti dell’ufficio postale di Pieve Modolena. Il 9 febbraio 2019 i tre figli di Amato vengono fermati con l’accusa di essere gli autori degli spari contro diversi ristoranti a fine di estorsione. Sempre in febbraio diventa di dominio pubblico un’inchiesta sull’assegnazione di incarichi da parte del Comune di Reggio che coinvolge alcuni dirigenti ed ex dirigenti dell’amministrazione locale. Il 13 giugno circa 70 agenti della Guardia di finanza perquisiscono il municipio alla ricerca di documenti su alcuni appalti, di cui si sospetta l’irregolarità: 15 gli avvisi di garanzia, che raggiungono tra gli altri il vicensindaco Matteo Sassi a l’assessore Mirko Tutino. Due settimane dopo, il 27 giugno, esplode la bomba delle indagini sugli affidi in Val d’Enza: il sindaco di Bibbiano Andrea Carletti finisce ai domiciliari. Un’attività frenetica, insomma. E’ proprio in questi frangenti, però, che in Procura si verificano attriti sempre più frequenti tra il procuratore capo e alcuni sostituti. Il clima cambia, i rapporti cominciano a logorarsi, le divergenze si acuiscono. Scelte, tempistiche, considerazioni di opportunità, dichiarazioni pubbliche sul significato delle indagini dividono alcuni magistrati da Mescolini. Su questo scenario si innesta un elemento imprevisto: la pubblicazione, a fine maggio 2020, sul Resto del Carlino, degli scambi di messaggi via WhatsApp tra Mescolini e Luca Palamara. Messaggi che risalgono a due anni prima, nei quali Mescolini, all’epoca in corsa per la guida della Procura di Reggio, chiede lumi Palamara, consigliere del Csm, sugli ostacoli che incontra la sua nomina e gli chiede di darsi da fare per rimuoverli. Le chat con Palamara offrono lo spunto, nell’agosto 2020, per una serie di articoli pubblicati da Il Riformista. Il quotidiano ripesca un’informativa dei Carabinieri del 2010 e la tristemente famosa velina dei Servizi segreti del 2012. Si tratta di documenti di cui hanno già ampiamente riferito i mezzi d’informazione reggiani più di quattro anni prima, all’inizio del 2016, contenenti accuse prive di riscontri a Luca Vecchi, alla moglie, la dirigente comunale Maria Sergio, e all’ex assessore Ugo Ferrari. Queste carte, infarcite di falsi grossolani, diventano lo strumento per minare la credibilità di Mescolini. L’artefice della più importante inchiesta sulla ‘ndrangheta al Nord viene accusato per paradosso di avere insabbiato le indagini sulle cosche. Perché l’avrebbe fatto? E’ quello che vedremo in un prossimo servizio. 

Mescolini e i suoi nemici: l’estate calda del 2020 e l’attacco del centrodestra. Gabriele Franzini su reggionline.com il 9 febbraio 2021. L’affondo di Maurizio Gasparri e di altri 12 senatori di Forza Italia, prima ancora quello del piacentino Tommaso Foti (deputato di Fratelli d’Italia), ma l’offensiva più insidiosa non arriverà da ambienti politici. 

Terza puntata. Nella seconda puntata del nostro approfondimento sulle vicende interne alla Procura siamo arrivati all’estate del 2020, quando il centrodestra sferra il proprio attacco al procuratore capo. Il 20 agosto 2020 13 senatori di Forza Italia, guidati da Maurizio Gasparri, annunciano un’interrogazione su Mescolini al Ministro della Giustizia. Già più di un anno prima, il 18 giugno 2019, Tommaso Foti, deputato piacentino di Fratelli d’Italia, aveva presentato un’interrogazione per chiedere l’invio di ispettori alla Procura di Reggio. Stavolta però Forza Italia chiede senza giri di parole l’avvio di un’azione disciplinare nei confronti di Mescolini, “il cui operato – scrivono i firmatari dell’interrogazione – sta recando danno evidente alla reputazione della magistratura”. Se si pensa che l’indagine sulla ‘ndrangheta in Emilia condotta da Mescolini viene portata ad esempio in tutta Italia, l’attacco appare paradossale. Ma di cosa viene accusato Mescolini? In sostanza, di avere indagato esponenti del centrodestra come Giuseppe Pagliani e Giovanni Paolo Bernini, ma di aver evitato di fare altrettanto con esponenti del Pd. In altre parole, il magistrato agirebbe in base a pregiudiziali politiche. Gran parte delle argomentazioni contro l’artefice dell’inchiesta Aemilia arriva da un libro di Giovanni Paolo Bernini. Esponente di Forza Italia, ex presidente del Consiglio comunale di Parma, Bernini si considera una vittima di Mescolini. Nell’inchiesta Aemilia Bernini fu accusato inizialmente di concorso esterno in associazione mafiosa. In seguito il reato fu derubricato in corruzione elettorale. Nel 2016 il gup del Tribunale di Bologna Francesca Zavaglia giudicò provato un versamento di denaro da parte di Bernini allo ‘ndranghetista Romolo Villirillo in cambio del suo sostegno nella campagna elettorale del 2007. Ma il reato fu dichiarato estinto per prescrizione. Nel maggio 2019, alla vigilia delle Europee, la Commissione parlamentare antimafia, sulla base della segnalazione della Procura di Parma, indicò Bernini tra i “candidati impresentabili”, in seguito alla condanna per corruzione emessa nel marzo dello stesso anno dalla Corte d’appello di Bologna per una mazzetta incassata su un appalto comunale. Ma mentre Mescolini è nel mirino del centrodestra, contro il magistrato prende forma un’operazione ben più insidiosa. Un’operazione che non nasce in ambito politico, ma nei corridoi della Procura. 

Mescolini e i suoi nemici: i contenuti dell’esposto al Csm e la politica. Gabriele Franzini su reggionline.com il 10 febbraio 2021. Al centro soprattutto la gestione dell’inchiesta sugli appalti in Comune e il numero di indagati, la scelta di fare la perquisizione dopo il ballottaggio per l’elezione del sindaco e non dopo. 

Quarta puntata. Cosa c’è scritto nell’esposto contro il procuratore Mescolini presentato al Csm da quattro sostituti? Questa domanda è al centro della quarta puntata del nostro approfondimento sulla situazione interna alla Procura. Il 14 agosto 2020 Luciano Varotti, ex giudice della sezione fallimentare di Reggio, passato al Tribunale di Bologna, pubblica su internet un intervento nel quale sostiene che i magistrati che si scambiavano messagi con Palamara minano la credibilità della magistratura. Mescolini non viene nominato, ma il riferimento è evidente. Varotti non si limita alle valutazioni generali, ma passa in rassegna gli strumenti tecnici per rimuovere il procuratore capo, a partire dalla norme sul trasferimento d’ufficio per incompatibilità. Ed è proprio questo che accade: in procura a Reggio prende forma un esposto al Csm contro Mescolini. Lo firmano quattro sostituti: Isabella Chiesi, Valentina Salvi, Giulia Stignani e Maria Rita Pantani, compagna nella vita del giudice Varotti. I contenuti dell’esposto sono segreti. Chi ha potuto leggerlo, racconta che lo scambio di messaggi con Palamara vi ha un ruolo marginale. Le quattro firmatarie rileggerebbero alcuni atti di Mescolini in chiave politica. Al procuratore capo verrebbe contestata ad esempio l’assenza a una riunione di lavoro per partecipare a un’iniziativa pubblica con Stefano Bonaccini, un paio di settimane prima delle elezioni regionali del 2020. Quel giorno, il 7 gennaio, Mescolini si trovava effettivamente nello stesso posto di Bonaccini, al Teatro Valli, ma per partecipare alle celebrazioni del Tricolore, ospite d’onore il presidente del Parlamento Europeo. Il cuore dell’esposto sembra essere però la gestione dell’inchiesta sugli appalti del Comune di Reggio. Le autrici muoverebbero rilievi sui reati contestati e sul numero delle persone indagate, che a loro giudizio avrebbe dovuto essere maggiore, coinvolgendo altri esponenti della Giunta oltre al vicesindaco Sassi e all’assessore Tutino. Anche la perquisizione in Comune per acquisire documenti, per le firmatarie dell’esposto, avrebbe dovuto essere fatta prima del ballottaggio del 9 giugno 2019. Vinse la linea del procuratore capo: gli indagati furono 15 e la perquisizione si svolse quattro giorni dopo il ballottaggio. Ma Chiesi, Pantani, Salvi e Stignani, nell’esposto, avanzerebbero il dubbio che le scelte di Mescolini possano essere state condizionate da considerazioni politiche. Se queste sono le tesi alla base della richiesta di trasferimento, è possibile valutare il fondamento delle accuse? E’ quello che proveremo a fare nella prossima puntata.

Mescolini e i suoi nemici: procura divisa sull’inchiesta appalti in Comune. Gabriele Franzini su reggionline.com l'11 febbraio 2021. La vicenda che ha fatto da detonatore ai contrasti fra il procuratore capo Mescolini e quattro sostituti è stata la gestione dell’indagine e la scelta di eseguire la perquisizione dopo il ballottaggio elettorale. 

Quinta puntata. Nell’autunno del 2018, non appena insediatosi come procuratore capo, Marco Mescolini chiese ai colleghi quali fossero le indagini più importanti su cui stavano lavorando. Tra le altre, gliene fu indicata una su alcuni bandi del Comune di Reggio, che secondo la Guardia di Finanza erano congegnati su misura per il vincitore predestinato. L’inchiesta era iniziata nel 2016, ma due anni dopo era di fatto ferma. Il nuovo procuratore chiese di riprenderla in mano e, per rafforzare il pool investigativo, chiamò come consulente tecnico l’ingegner Domenico Romaniello, che già aveva lavorato con lui nell’inchiesta Aemilia. La Procura aveva fatto uso di intercettazioni telefoniche e ambientali, ma dal punto di vista delle procedure amministrative la Guardia di Finanza aveva semplicemente scaricato i documenti dal sito internet del Comune. Il consulente chiamato da Mescolini fece presente la necessità di acquisire gli originali, insieme ad appunti, bozze e così via. Proprio sulla perquisizione in Municipio si consumò una frattura all’interno della Procura. Le due pm titolari delle indagini, Valentina Salvi e Giulia Stignani, che un anno dopo saranno tra le firmatarie dell’esposto al Csm contro Mescolini, volevano agire subito. Ma si era nel giugno 2019, alla vigilia del ballottaggio per il Comune, e il procuratore capo ritenne che non vi fosse l’elemento dell’urgenza: perché mandare 70 finanzieri in Comune pochi giorni prima del voto per un’indagine vecchia di tre anni? La perquisizione si svolse dunque il 13 giugno 2019, quattro giorni dopo il ballottaggio. In Procura c’erano idee diverse anche su altri aspetti dell’inchiesta. Le pm Salvi e Stignani pensavano che si dovessero contestare ulteriori ipotesi di reato, indagando un maggior numero di persone, magari prosciogliendone alcune in una fase successiva. Mescolini fu di avviso diverso. In prima battuta gli indagati furono 15. Nel luglio 2020, con l’avviso di conclusione delle indagini, il numero delle persone coinvolte salì a 26, dei quali 7 tra dirigenti e funzionari del Comune. Nel tempo si è però attenuata la portata dell’inchiesta. Inizialmente il vicesindaco Sassi, l’assessore Tutino e il presidente della Asp Leoni erano stati accusati di turbativa d’asta. La posizione del primo è stata archiviata, per Tutino resta solo la presunta rivelazione di segreto d’ufficio, per Leoni il falso ideologico.

Mescolini e i suoi nemici: la politica e la ‘ndrangheta. Gabriele Franzini su reggionline.com il 12 febbraio 2021. Nuova puntata dell’approfondimento di Tg Reggio sugli attacchi al procuratore capo di Reggio Emilia. La genesi delle inchieste della Dda su Pagliani e Bernini e il giudizio dei tribunali. 

Sesta puntata. Il centrodestra accusa il procuratore capo Mescolini di aver messo sotto inchiesta senza motivo Giuseppe Pagliani e Giovanni Paolo Bernini, ma di non aver sviluppato gli indizi e gli spunti investigativi che, nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta, chiamavano in causa esponenti del centrosinistra. Ci sono elementi per ritenere fondata questa tesi? Quanto al primo aspetto – cioè il coinvolgimento di Pagliani e Bernini, visto come una persecuzione giudiziaria – l’affermazione non tiene conto di un fatto essenziale. La Dda non indagava su Pagliani: la Dda “inciampò” in Pagliani intercettando Alfonso Paolini, poi condannato per associazione mafiosa. Pagliani aveva contatti telefonici con Paolini, incontrava i fratelli Sarcone e Pasquale Brescia ed è per questo che finì nell’indagine. Allo stesso modo Bernini, ex assessore ed ex presidente del Consiglio comunale di Parma, finì nell’inchiesta non perché la Dda di Bologna lo intercettava. La Dda di Bologna ricevette da quella di Catanzaro intercettazioni dello ‘ndranghetista Romolo Villirillo nelle quali quest’ultimo diceva che Bernini gli aveva promesso soldi in cambio di appoggio elettorale. Il centrodestra però argomenta anche che Mescolini avrebbe trascurato gli atti dell’inchiesta che porterebbero al Pd. Mescolini non indagava da solo, ma faceva parte di un pool di quattro magistrati coordinato dal procuratore generale di Bologna, Roberto Alfonso. Il lavoro di questo pool, solo per limitarsi al troncone principale del processo Aemilia, ha superato ormai l’esame di quattro processi e della Cassazione. Cinque corti, decine di giudici. Alcune sentenze indicano ulteriori spunti di indagine, altre – come quella emessa dei giudici Caruso, Beretti e Rat – stigmatizzano la “passività e inconsapevolezza” di alcuni politici e amministratori. Ma nessuna di queste sentenze dice che l’accusa ha indagato in una sola direzione o che ha trascurato notizie di reato. C’è di più: già nel 2016, Bernini presentò esposti dello stesso tenore al Csm e al procuratore generale della Cassazione: né l’uno né l’altro hanno ritenuto che vi fossero elementi per trasmettere l’esposto alle Procure competenti per nuove indagini. 

Tinelli: "Azioni legali contro chi mi accusa". L’ex presidente dell’Ordine degli Avvocati: "Non mi sono mai fatta portatrice verso Palamara di interessi di alcun partito". Pubblicato il 17 febbraio 2021 da Alessandra Codeluppi su ilrestodelcarlino.it. "Poiché il danno nei miei confronti è stato perpetrato, anticipo che è mia intenzione promuovere azione civile nei confronti dei responsabili". Celestina Tinelli, ex presidente dell’Ordine degli Avvocati di Reggio, reagisce duramente alle accuse lanciate da Giovanni Paolo Bernini di Forza Italia: "Non mi sono mai fatta portatrice verso Palamara o altri esponenti del Csm di interessi di alcun partito", ribadisce la Tinelli. Lo scontro nasce dall’attacco lanciato da Bernini durante una puntata di "Quarta Repubblica" su Retequattro. "Questo nome, Celestina Tinelli, è certificato da Luca Palamara - ha detto Bernini -. Lui mi disse che Tinelli, a nome del Pd, impose Mescolini e non altri come procuratore capo di Reggio. Come mai? Perché Mescolini in "Aemilia" tralasciò un fiume di intercettazioni ambientali e telefoniche che investono esponenti Pd, prendendo invece due di Forza Italia". Bernini, ex assessore di Parma di Forza Italia, prosciolto in ‘Aemilia’, lancia gravi accuse anche contro Mescolini, sul quale la Prima commissione del Csm ha dichiarato l’incompatibilità ambientale, parere che sarà sottoposto al vaglio del plenum. Nella trasmissione tv tra gli ospiti c’era Alessandro Sallusti, autore del libro ‘Il sistema’, lunga intervista all’ex togato romano, al centro dello scandalo delle nomine pilotate dei magistrati. Nel volume di Sallusti, Palamara dice: "La nomina di Mescolini fu fortemente sostenuta dal Pd locale". Su questo punto, Sallusti ha svelato in tv un retroscena: "Nella prima stesura del libro Reggio non era neanche entrata. Poi Palamara ha insistito perché mettessi il caso Parma legato a Reggio, dicendo che era un caso politico enorme, il più emblematico delle interferenze del Pd sul Csm per avere un procuratore piuttosto di un altro". Tinelli preannuncia battaglia legale: "È noto che Bernini conduce da mesi contro Mescolini una campagna mediatica che a Reggio ha trovato un certo ascolto e risalto che, evidentemente, abbisogna di sempre nuova linfa e di cui non intendo fare parte". Sull’appartenza politica, scrive: "Non sono mai stata iscritta al Pd nè ad altri partiti. Non sono componente di enti del Comune di Reggio". E ancora: "Non ho nulla da nascondere e non ho alterato i procedimenti diretti a nominare i superiori membri della magistratura". Respinge le illazioni: "Ho sempre lavorato per l’avvocatura e in generale per la giustizia: sfido chiunque a dire che ho avuto vantaggi indebiti". E difende Mescolini: "Nessuna città che fosse consapevole della portata delle attività che hanno portato al maxiprocesso contro la ‘ndrangheta, sarebbe stata meno che onorata dall’averlo quale procuratore. Attorno a ciò, in un Paese normale non dovrebbe costruirsi alcuno scenario illecito, a meno che non si voglia delegittimarlo e indebolirlo, come tristemente avvenuto ad altri magistrati scomodi".

Guido Berardis: “sconcertato dal sistema e dalla presunzione di colpevolezza alla Piercamillo Davigo”. Alessandro Butticé, Giornalista, su Il Riformista il 16 Febbraio 2021. Quarta Repubblica di lunedì 15 gennaio ha gettato un ulteriore sasso nello stagno limaccioso del “sistema”. Quello della governance della magistratura italiana descritta da Luca Palamara. Nell’omonimo libro intervista-confessione a firma di Alessandro Sallusti. Facile prevedere riflessi sul CSM dopo le rivelazioni dell’esponente parmigiano di FI Giovanni Paolo Bernini. Che Palamara ha confessato essere stato perseguitato dalla magistratura. Il direttore de Il Riformista, Piero Sansonetti, ospite della trasmissione di Nicola Porro, confortato dalle testimonianze del magistrato Carlo Nordio e di Alessandro Sallusti, ha ripetuto il suo appello. Il “sistema” è molto più grave della P2. E c’è l’assoluta e urgente necessità della costituzione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta. Con gli stessi poteri coercitivi e d’indagine dell’Autorità giudiziaria. Compreso l’utilizzo della polizia giudiziaria. Che dovrà fare luce sui fatti denunciati oltre dieci anni fa anche da Francesco Cossiga (che definì l’ANM un’ “associazione eversiva di tipo mafioso”) e pubblicamente confessati oggi da Palamara. Ho voluto parlare del “sistema” dal punto di vista dello stato di diritto, che è uno dei pilastri dell’Unione Europea. E l’ho fatto con l’ex Presidente di Sezione e Giudice emerito del Tribunale dell’Unione Europea, Guido Berardis. Uno dei maggiori esperti italiani di diritto dell’Unione Europea. Già Direttore alla Direzione Generale del Mercato Interno presso la Commissione Europea, ma anche membro del gabinetto dell’allora commissario europeo alla Concorrenza Mario Monti.  Berardis, oggi in pensione, nel suo percorso professionale conta anche un’esperienza quale ufficiale di complemento della Guardia di Finanza. Dopo quanto emerso dal libro di Alessandro Sallusti sulla confessione-intervista di Palamara, come si può rispondere alla domanda “Quis custodiet ipsos custodes?” Questa citazione, tratta dalle Satire di Giovenale, pur nata in un contesto ben diverso e anche giocoso, racchiude tutta la questione dell’ormai indispensabile riforma della magistratura, nel nostro paese come in altri. Se i giudici fossero Arcangeli, il problema non si porrebbe nemmeno, il Signore, nella sua onniscienza e onnipotenza, saprebbe bene cosa fare. Ma così non è. Come diceva un celebre giudice della Corte Suprema americana, «Non si è giudici perché si è infallibili. Si è infallibili, perché si è nominati giudici». Osservazione molto sottile, che conduce ad interrogarsi su uno dei miti delle democrazie moderne, quello della fede infinita nella magistratura, unico potere sacro e intoccabile. Al punto che, se anche Dio intervenisse, Gli verrebbe detto di farsi i fatti suoi. Quindi non si può più avere fede nella giustizia? Si deve certo avere fede nella Giustizia, concetto irrinunciabile in ogni società. Non se ne deve avere per forza in chi la amministra. Già in epoca romana, esisteva l’istituto della provocatio, che dava diritto a qualsiasi civis romanus di provocare ad populum il magistrato che volesse infliggergli una sanzione. Un tribunus interveniva per portare la questione davanti ad una assemblea legislativa o al collegio dei tribuni. È vero che il magistratus romano disponeva di una più ampia gamma di poteri, anche politici. Più tardi, l’introduzione dell’Habeas Corpus rispondeva a questo medesimo tipo di preoccupazione, per controbilanciare il potere anche politico di chi poteva decidere di imprigionare qualcun altro. Ulteriore passaggio, la codificazione illuministica della triade «Potere legislativo», «Potere esecutivo» e «Potere giudiziario» e della loro indipendenza reciproca, nella Francia pre-rivoluzione. Triade che, in Italia, sembra essere completamente saltata da almeno tre decenni. Purtroppo. Anche se tengo a precisare che ho l’intima convinzione che, nel nostro paese, la stragrande maggioranza dei magistrati facciano il loro lavoro secondo scienza e coscienza, spesso in condizioni deprecabili e non raramente a rischio della vita. Non possiamo però negare l’esistenza di derive che sembrano incontrollabili. Il concetto di indipendenza e di autonomia è progressivamente scivolato verso l’idea della magistratura come entità assiomaticamente superiore, sostituibile a qualunque altro potere. Una sorta di nuova religione, di casta non eletta e autoreferenziale, totalmente immune, insindacabile e sovrana. Ora, anche ad un osservatore distratto, l’esperienza italiana degli ultimi decenni mostra chiaramente tutte le derive di una magistratura vittima di un vero e proprio delirio di onnipotenza. Un delirio di onnipotenza che possiamo quantificare in 60 milioni di presunti colpevoli? Le statistiche parlano di più di 27.000 errori giudiziari dal 1990 in poi, senza che nessun magistrato sia stato chiamato a risponderne. Sono sotto gli occhi di tutti le numerose e continue entrate a gamba tesa della magistratura nella vita politica italiana. Si badi bene, che la magistratura tenga d’occhio comportamenti dei politici è, di per sé, cosa buona e giusta. Ma sono davvero troppi i casi in cui l’accusato, per di più dopo lunghi anni di processi, è stato alla fine assolto per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato. Che si sappia, nemmeno un richiamo all’ordine per i PM responsabili, malgrado gli ingenti e spesso irreparabili danni provocati agli ingiustamente accusati. Lei è stato un giudice del Tribunale dell’Ue, noto per il suo grande equilibrio. Cosa pensa della deriva giustizialista del “sistema” confessato da Palamara? Che rimango scandalizzato quando un giudice come Pier Camillo Davigo si permette di dire in televisione che «non esistono innocenti, ma soltanto colpevoli su cui non sono state ancora raccolte prove. Tutti quelli che in questo paese dicono di essere garantisti, pensano soltanto a garantire i diritti dei delinquenti», e nessuno, dico nessuno, ha avuto nulla da ridire, pur essendosi toccato il fondo, e anche oltre… Il problema essenziale della giustizia in Italia è la totale assenza di veri contrappesi al potere dei magistrati.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Toscana.

Da leggo.it il 14 dicembre 2021. Era il 15 dicembre 2001 quando, dopo 12 anni di lavoro, fu scongiurato il pericolo del crollo della torre di Pisa. Con il grido liberatorio: «La Torre è salva», si annunciava la riapertura al pubblico. Dopo 20 anni, la Torre di Pisa, con 295 scalini per 53 metri di altezza, non rischierà di crollare per almeno trecento anni e forse molti di più. Per onorarla, giovedì sarà ricordata la sua rinascita dall’Opera Primaziale, l’istituzione che da secoli sorveglia e tutela i capolavori di Piazza dei Miracoli e dal Comune di Pisa. E saranno anche diffusi i nuovi dati della salute della Torre, che si è raddrizzata di quasi mezzo metro. Al Corriere della sera, il direttore tecnico dell’Opera della Primaziale, l’ingegner Roberto Cela, spiega: «È ancora tenuta sotto stretta osservazione da un gruppo di sorveglianza diretto dal professor Salvatore Settis, già direttore della Normale, che si riunisce 4 o 5 volte l’anno per valutare i dati del monitoraggio. Gli ultimi sono ottimi: il campanile sta ancora recuperando in modo lieve la pendenza». Adesso l’Opera Primaziale sta definendo con il ministero dei Beni Culturali e la direzione generale del Patrimonio un accordo per monitorare il monumento via satellite, che sarà complementare con il sistema tradizionale che utilizza i molti sensori di diversa natura dislocati sul monumento ma anche sul prato di Piazza dei Miracoli. «A breve sul campanile saranno anche di nuovo installati i ponteggi, progettati e realizzati appositamente per il restauro del monumento, per iniziare un piano di manutenzione sui marmi e i capitelli della Torre», annuncia l’ingegner Cela. In quel noto 15 dicembre del 2001, alla riapertura della Torre, c'erano cento giornalisti da tutto il mondo e non si stancarono di salire e scendere a caccia dell’angolo più nascosto, del particolare che facesse notizia. La prima a varcare l’antico portone fu una turista spagnola, Maria Carmen Navarro, che allora aveva poco più di vent’anni, faceva l’infermiera a Barcellona. Quando arrivò in cima al campanile fu assalita dalle vertigini: «Mi gira la testa — dichiarò sorridendo – ma non so se per l’altezza o per l’emozione».

Piazza dei Miracoli a Pisa: leggende e curiosità dalle origini ai giorni nostri. Teresa Barone il 10 Dicembre 2021 su Il Giornale. La celebre Piazza dei Miracoli a Pisa nasconde misteri e leggende ancora molto sentite: ecco le più note, dal fantasma di Galilei alle impronte del diavolo. Capolavoro del romanico pisano, Piazza dei Miracoli a Pisa è uno dei monumenti più famosi al mondo e deve la sua fama soprattutto alla torre pendente, il campanile della cattedrale alto 57 metri e caratterizzato da una evidente inclinazione che si può chiaramente percepire anche percorrendo la lunga scalinata interna. Le leggende e gli aneddoti legati al complesso monumentale non mancano, sebbene non si celi alcun mistero dietro questo celebre campanile, la cui pendenza è dovuta semplicemente al cedimento del terreno sottostante. Disseminati in vari angoli della piazza, in realtà, si possono individuare alcuni dettagli particolarmente misteriosi che hanno animato diverse credenze popolari, molto in voga ancora oggi.

Le impronte del diavolo 

Pare che il diavolo abbia lasciato le sue impronte sul marmo della Cattedrale di Santa Maria Assunta, che si staglia al centro di Piazza dei Miracoli. Sul lato Nord, situato di fronte al cimitero monumentale, è possibile notare una fila di piccoli fori disposti in verticale abbastanza evidenti: si dice che il diavolo abbia voluto lasciare i segni dei suoi artigli sulla struttura di cui voleva impedire la costruzione, prima di essere cacciato via dalla forza divina.

Quanti sono i buchi lasciati dalle unghiate del diavolo? Anche il numero di questi segni è avvolto dal mistero, infatti sembra proprio che sia impossibile contarli con precisione: ripercorrendoli più volte, infatti, non si ottiene mai la stessa cifra.

La lucertola di bronzo e il rito dei maturandi 

Si dice che toccare la lucertola a due code scolpita nel bronzo che arricchisce la porta centrale della Cattedrale di Pisa, davanti al Battistero, rappresenti un portafortuna efficace per gli studenti che si apprestano a sostenere l’esame di maturità.

Una tradizione molto antica e legata proprio alla particolarità di questo piccolo animaletto scolpito, in possesso di due code e simbolo di abbondanza e fortuna. È un rito molto radicato da compiere esattamente “cento giorni” prima dell’esame di Stato, tuttavia attualmente è vietato avvicinarsi e toccare la porta bronzea per ragioni di tutela e conservazione. Ai maturandi non resta che optare per riti scaramantici alternativi, come fare il giro del Battistero o della Cattedrale saltellando su una gamba sola.

Il fantasma di Galileo Galilei 

Nel lontano 1583 un giovane Galileo Galilei riuscì a elaborare la sua teoria sull’oscillazione del pendolo proprio all’interno del Duomo di Pisa, mentre osservava una grande lampada sospesa. Dalla cima della torre, invece, lo scienziato pisano portò avanti alcuni esperimenti relativi alla caduta di oggetti con pesi differenti.

Il legame con Piazza dei Miracoli è quindi innegabile, tanto da alimentare un mistero di cui si parla ancora oggi: il suo fantasma si aggirerebbe tra la Cattedrale e il Campanile, richiamando anche l’attenzione dei turisti.

La storia del nome

Un’ultima curiosità sulla spettacolare piazza riguarda l’origine del nome: a chiamare il complesso monumentale Prato dei Miracoli (successivamente diventato Piazza dei Miracoli) è stato Gabriele D’Annunzio nel suo romanzo del 1910 (“Forse che sì forse che no”): a colpire il poeta è stata la bellezza e l’originalità dell’insieme monumentale, tanto da definirlo miracoloso. Teresa Barone

Pietro Mecarozzi per “Domani” il 3 dicembre 2021. Una corazzata di oligarchi russi sta conquistando la Maremma toscana. Si tratta di famiglie vicine al presidente Vladimir Putin, imprenditori tra i più ricchi della Russia, potenti faccendieri e uomini di stato. Tutti collegati a doppio filo con il governo di Mosca, tutti con processi o crimini di caratura internazionale alle spalle. Come ad esempio la famiglia Rotenberg. Arcady e il fratello Boris Rotenberg sono gli oligarchi russi considerati più vicini a Putin, sono suoi amici personali. In particolare Arcady, ex compagno di judo del presidente russo. Con la caduta dell'Unione Sovietica e poi l'ascesa al potere di Putin, i due fratelli Rotenberg diventano miliardari grazie a società appaltatrici dei colossi petroliferi o direttamente gestendo le controllate statali.

LA FAMIGLIA ROTENBERG

Arcady e Boris Rotenberg vengono sanzionati dagli Stati Uniti nel 2014, a seguito dell'annessione della Crimea dopo la guerra civile in Ucraina, per aver foraggiato le truppe russe. A quel punto, per sfuggire alle sanzioni, tutta una serie di società offshore dei due fratelli passano a Igor Rotenberg (figlio di Arcady), che nel 2018 finisce anche lui nella lista nera Usa. Queste società offshore sono il bancomat con cui Igor Rotenberg ha fatto shopping sulle coste maremmane. Attraverso una piramide di aziende, che parte dalla Immobiliare case dell’Olmo srl e Case dell’Olmo società agricola srl e arriva alla Costa Ligure Anstalt e alla Highland Ventures Group, Igor è proprietario di un mega-rustico con eliporto, laghetto abusivo (secondo le planimetrie comunali) e 220 ettari di oliveto all’Argentario, del valore dichiarato di 18 milioni. E una seconda villa sulla spiaggia, nella pineta di Roccamare, a Castiglione della Pescaia. Non finisce qui. Secondo le testimonianze delle vittime e le carte del processo tutt’ora in corso a Grosseto, Igor si è spinto oltre, portando a fallire una società di domotica toscana: la Eggzero di Nicola Tinucci. Otto anni fa Eggzero firma un grosso contratto per le sue ville in Maremma. Le ristrutturazioni sono costosissime, la ditta anticipa le spese fidandosi di quel ricchissimo cliente. Ma all'improvviso da Mosca non arriva più un soldo. Igor chiude tutti i collegamenti con la Eggzero, mettendo in campo ogni sorta di ostacolo, ma soprattutto saccheggiando progetti, idee e quanto era stato costruito all’interno delle due ville da Tinucci, e incaricando successivamente un’altra società italiana di finire i lavori. Una bizza da oligarca, sfociata però in furto di proprietà intellettuale. A oggi gli unici imputati nel procedimento sono i dirigenti della società subentrata alla Eggzero, ma in uno scambio di e-mail le due più fidate collaboratrici di Rotenberg riferiscono che sarebbe lo stesso oligarca a decidere le sorti della società di domotica. Poco distante dalla villa all’Argentario di Rotenberg, c’è la la proprietà di German Khan, comproprietario dell'Alfa-Bank russa e gestore di diverse attività in Europa attraverso la holding LetterOne. Khan è stato citato come finanziatore alla stregua del Cremlino nel dossier che ha denunciato il fiume di soldi provenienti dalla Russia a favore di Trump durante le elezioni del 2016. La precedente amministrazione del Comune di Monte Argentario per la ristrutturazione della super villa si è messo in tasca solo di oneri di urbanizzazione circa 600mila euro giratigli da una società di Khan con sede nelle Isole Vergini, la Towntowers properties, e da un’altra società sempre intestata al magnate russo altri 50 mila euro per la realizzazione delle panchine sul lungomare di Porto Santo Stefano. Anche a Fonteblanda, paesino a due passi dal più noto Talamone, un altro oligarca ha trovato casa. Il nome è protetto da un sistema di scatole cinesi, ma secondo le visure camerali, l’acquisto della storica villa è stato fatta dal Weitried gmbh, un fondo austriaco collegato con la società Burgau Estate. La Burgau fino a pochi anni fa era diretta da Reinhard Proksch un faccendiere austriaco molto controverso che, come dimostra un documento inedito, nel 2013 fu coinvolto nelle indagini delle autorità dei mercati finanziari per dei passaggi sospetti di fondi russi alle sussidiarie ucraine. L’acquirente in questo caso ha adottato una strategia differente, nascondendosi tra i cavilli amministrativi italiani, come spiega una dipendente dello studio commercialista di Grosseto che ha seguito l’affare: «Il fondo ha incaricato lo studio per creare una società italiana ad hoc con un prestanome per l’oligarca russo», spiega la donna. 

IL DIRIGENTE E L’EX MINISTRO

I magnati russi con i loro rubli dalle origini incerte proliferano anche a Porto Ercole, dove in tempo record sono state erette sei ville da un’immobiliare intestata a uno dei pezzi grossi della Gazprom, Mityushov Aleksei, e una super villa a picco sul mare da Alexander Tynkovan, re dell’elettronica di consumo in Russia. C’è poi Konstantin Nikolaev, che possiede La madonnina società agricola srl e i vigneti di bolgheri attraverso la Cetrezza trading ltd, con sede in Cipro, paradiso fiscale. Il nome di Nikolaev è comparso nel Russia Gate accanto a quello di Maria Butina, la spia russa arrestata nel 2018 con l’accusa di aver tentato di creare dei canali di comunicazione secondari tra il Cremlino e Donald Trump. Dal 2011 al 2020 invece la Villa Il Tesoro di Valpiana nella campagne di Massa Marittima avrebbe dovuto esserci uno splendido agriturismo. Ma secondo le indagini della Guardia di finanza di Grosseto, l’attività ricettiva non veniva svolta, essendo la Villa l’abitazione privata del magnate russo Mikhail Abyzov, ex ministro di Putin oggi in carcere. 

L’AEROPORTO

Come arrivano in Maremma questi soggetti? C’è l’aeroporto di Grosseto. Roman Trotsenko, il signore degli aeroporti russi (ne possiede 14), è l’azionista numero uno di Seam, la società che gestisce lo scalo. L’oligarca russo si è stabilito in Maremma, in una super villa a Cala Civette, vicino Castiglione della Pescaia, risulta coinvolto nei Panama Papers e nel 2018 compare nel cosiddetto “rapporto del Cremlino”, ossia la Putin List con i più temibili oligarchi russi. Curiosamente l’aeroporto grossetano, scalo militare prima del suo arrivo, nonostante il bassissimo cabotaggio ha vantato una linea diretta per ben 5 anni con Mosca.

Firenze capitale, un disastro dimenticato. Luca Bocci il 18 Novembre 2021 su L'Arno-Il Giornale. L’accusa che viene spesso rivolta a noi toscani è quella di essere fin troppo innamorati della nostra storia, tanto da renderci degli inguaribili conservatori, pronti a salire sulle barricate per difendere anche il più insignificante cimelio del passato. La risposta tipica del toscano medio gronda superbia e malcelato disprezzo: “Se la vostra regione non facesse pena, lo fareste anche voi” – e via di sberleffi e prese per i fondelli. Per come la vediamo noi non è una questione di campanilismo. La nostra storia, anche quella minore del più piccolo dei paesini sperduti tra le colline, merita di essere difesa sì perché è straordinaria, ma soprattutto perché è nostra, è quello che ci rende quello che siamo. Sì, forse saremo un attimo innamorati del nostro passato perché il presente non ci entusiasma, perché ricordare quando eravamo il centro dell’universo culturale ed economico stuzzica il nostro orgoglio, ma non ci vediamo niente di male. Eppure questa difesa ad oltranza della toscanità sembra fermarsi di fronte ad un evento particolare, peraltro uno dei più significativi che abbia mai coinvolto la nostra regione. Si litiga ancora oggi per la battaglia di Montaperti o per la repressione della Seconda Repubblica Pisana, cittadine vicine si rinfacciano torti vecchi di sette secoli ma ben pochi parlano di quando Firenze divenne la capitale del neonato Regno d’Italia. Ma come? I fiorentini che perdono un’occasione per vantarsi della propria superiorità? Qualcosa non torna. Sebbene tutti l’abbiamo studiato a scuola, i pochi anni che videro la città del Giglio assurgere al ruolo di capitale d’Italia sono sempre trattati come una nota a margine, una bizzarria della storia, una breve parentesi tra l’Unificazione e la breccia di Porta Pia. Niente di più sbagliato. Gli anni di Firenze capitale ebbero enormi ripercussioni sulla città e sull’intera regione, cambiando per sempre il volto della culla del Rinascimento e lo stesso carattere dei fiorentini. Ecco perché, questa settimana, abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Firenze capitale, un disastro che molti preferiscono dimenticare. Qualcuno di voi ricorderà dalle lezioni di storia come la cosiddetta “questione romana” fosse la principale patata bollente che i dirigenti dell’Italia unita avevano sul tavolo. Se patrioti e nazionalisti consideravano Roma la “capitale naturale” del nuovo stato, la stessa Francia che aveva aiutato i Savoia a cacciare gli Austriaci non ne voleva proprio sapere. Napoleone III, principalmente per tenersi buoni i conservatori cattolici della Francia profonda, si era erto a protettore del Papa, alternando discorsi roboanti ad invii di truppe armate fino ai denti nella Città Eterna. La guarnigione francese era un vero e proprio affronto all’indipendenza del neonato stato unitario, una questione che andava risolta al più presto. Dopo lunghe trattative, il 15 settembre 1864 si giunse ad un accordo tra Francia e Italia, i cosiddetti accordi di Fontainebleau. Napoleone III avrebbe ritirato le truppe a protezione del Papa solo quando il Regno d’Italia avesse accettato di non invadere lo Stato della Chiesa. Il nuovo governo Minghetti provò disperatamente a vendere questi accordi come una grande vittoria, ma nel giro di qualche giorno il più controverso degli accordi segreti a corollario fu reso di pubblico dominio, causando costernazione e scandalo. Entro sei mesi Torino non doveva essere più la capitale del regno, senza se e senza ma. La reazione nella città fu ben peggiore di quella che ci si poteva aspettare. Il 20 migliaia di persone si riunirono in centro al grido di “Roma o Torino”, mettendo in serio imbarazzo le autorità torinesi. Quando il giorno dopo una folla ancora più imponente occupò Piazza San Carlo, la reazione della polizia fu inevitabile. La protesta pacifica degenerò in una vera e propria guerriglia urbana che continuò per due giorni. Il bilancio fa rabbrividire: 59 morti, 187 feriti, molti dei quali poliziotti. Il bagno di sangue a Torino fu il colpo di grazia per il governo Minghetti ma non era che la punta dell’iceberg. L’opposizione al cambio di capitale non era una questione di pancia, aveva radici economiche e politiche molto solide. Da un lato c’era la burocrazia statale, in gran parte piemontese, che non voleva saperne di cambiare casa. Dall’altro le potenti lobby economiche, che avevano tratto enormi profitti dall’unificazione della penisola e non volevano certo perdere gli appalti per la nuova capitale. Nonostante l’opposizione, il governo era con le spalle al muro. Una capitale andava trovata e in fretta. Tre le possibili opzioni, ognuna con vantaggi e svantaggi: Bologna, Firenze o Napoli. La corte, che aveva sempre guardato con malcelata invidia la splendida reggia di Caserta, avrebbe preferito la città partenopea ma le forze armate non erano molto entusiaste. Una città sul mare sarebbe stata difficile da difendere, viste le condizioni non ottimali della flotta italiana. Per non parlare poi del brigantaggio e dei lealisti borbonici che continuavano ad infiammare buona parte del Sud Italia. Meglio evitare. Bologna sarebbe stata più facile da difendere e vicina al cuore industriale della nuova nazione ma fino a pochi anni prima era stata sotto il controllo del Papa. Spostarvi la capitale sarebbe stato visto come un affronto. Firenze rimaneva quindi l’unica opzione, un punto d’incontro naturale tra il nord ed il sud della penisola. Non mancavano però i detrattori, tra i quali molti toscani. Bettino Ricasoli, dalle pagine del suo nuovo giornale “La Nazione”, non nascondeva i propri dubbi. Lo spostamento della capitale all’ombra del Duomo era “una tazza di veleno che ci tocca sorbire”. Giosuè Carducci era altrettanto pessimista. “La Convenzione di settembre e le sue conseguenze hanno creato uno stato di cose che i piemontesi aborrono, che i toscani non si aspettavano, non desideravano, né l’han caro…”. C’era anche qualche sostenitore, ma non certo entusiasta. Lo stesso Massimo d’Azeglio, padre della patria piemontese, sembra provare a fare buon viso a cattivo gioco. Se proprio non si poteva traslocare a Roma, Firenze andava bene, visto che è il centro della lingua ed è alla giusta distanza dalle estremità della penisola. Il suo panegirico sembra una difesa d’ufficio. Firenze è “popolata di uomini ingegnosi, temperati, civili. Il governo potrebbe trovarci salubre e sicuro ambiente”.

In mancanza di migliori alternative, il trasferimento fu approvato, ma non fu certo tranquillo. Il 30 gennaio 1865, data del primo grande ballo del nuovo anno, una folla inferocita provò a forzare l’ingresso di Palazzo Reale. Per evitare il massacro di pochi mesi prima, furono fatte convergere truppe dal resto della città ma non servì a molto. La protesta, al grido di “reggia da vendere, padrone da appendere”, salì rapidamente di tono quando gli invitati iniziarono ad arrivare. La folla, raccolta a ridosso del cancello palagiano, passò dai fischi ad una fitta sassaiola nel giro di pochi minuti. Le carrozze fecero quindi marcia indietro, attirando l’attenzione del “re soldato”, che osservò il caos dalle proprie finestre. Quando arrivò l’ordine di disperdere la folla, costi quel che costi, l’ordine degli ufficiali di avanzare fu ignorato dai soldati della Guardia Nazionale, che rimasero immobili, baionetta in canna, senza fare fuoco. Il bagno di sangue fu evitato, ma il gran ballo fu un fallimento totale. Nemmeno i fedelissimi della corona, i Cavalieri della Santissima Annunziata, se la sentirono di forzare il blocco – un’umiliazione senza precedenti per casa Savoia. Vittorio Emanuele II non la prese benissimo. Il giorno dopo, accompagnato solo dal Presidente del Consiglio Alfonso La Marmora, in una vettura scoperta e senza scorta, uscì dal palazzo e si trasferì al castello di Moncalieri, uno schiaffo morale alla popolazione torinese che l’aveva tradito. Dopo 302 anni era il tramonto definitivo dell’antica corte sabauda. I piani per il trasferimento a Firenze furono accelerati, scegliendo una data simbolica per l’addio a Torino, il 3 febbraio, lo stesso giorno in cui Emanuele Filiberto, l’eroe di San Quintino, al braccio della consorte Margherita di Valois, nel 1563, era entrato solennemente nella nuova capitale del ducato sabaudo. Transitando per Piacenza e Bologna, e poi sulla ferrovia Porrettana da poco inaugurata, Vittorio Emanuele II giunse alla stazione di Firenze alle dieci e mezza di sera, accompagnato oltreché da La Marmora, dal ministro dell’istruzione barone Natoli, e da quasi tutti i componenti delle sue case civili e militari. La cronaca del giornalista Ugo Pesci merita un posto d’onore nelle pagine della propaganda di governo. Ve ne riproponiamo i passaggi più significativi. “L’orribile stazione di Firenze fu sfarzosamente illuminata e addobbata per ricevere degnamente il re. Tutti i senatori e i deputati della ‘nuova capitale’, le autorità civili, militari e municipali, oltre a moltissimi dei più ragguardevoli cittadini, per ore si erano assiepati sulla banchina del binario per attendere frementi l’arrivo del sovrano. E Vittorio Emanuele “fu gradevolmente sorpreso e commosso della affettuosa accoglienza che, specie a quell’ora, non si aspettava”. Per manifestare più eloquentemente i suoi sentimenti, “con insolita effusione”, in un raro slancio di tenerezza, il “re soldato” abbracciò “il più onorando fra i presenti, il vecchio e cieco senatore Gino Capponi”. Poi cominciò il tripudio nelle strade di Firenze; le entusiastiche acclamazioni della folla; la scenografia sfarzosa con le vie che conducevano dalla stazione a Palazzo Pitti – “alcune delle quali molto anguste” – illuminate, imbandierate e gremite di popolo festante; le legioni della Guardia nazionale schierate in pompa magna a fare ala al corteo. E in via Tornabuoni era tale la ressa che la carrozza reale dovette procedere a rilento, circondata poi dai soci del Club dell’Unione e del Casino Borghese – “vale a dire dai rappresentanti della nobiltà e della migliore borghesia” – che, “torcetti di cera” in mano, fecero strada al monarca verso la sua nuova residenza alle pendici della collina di Montecucco. Giunto alla reggia, Vittorio Emanuele, a causa delle “insistenti acclamazioni del popolo”, fu obbligato più volte ad affacciarsi dal balcone. E “la mezzanotte era già suonata da un pezzo, quando tacquero i festosi rumori di quella spontanea e affettuosa accoglienza”. Salvata la faccia, il primo re d’Italia non ci mise molto a dileguarsi dalla sua nuova capitale. Il giorno dopo era già nella tenuta di San Rossore, vicino Pisa, impegnato in una battuta di caccia. I fiorentini non la presero benissimo, ma si abituarono in fretta…Ci volle qualche tempo per sistemare le varie istituzioni in città. La famiglia reale si prese Palazzo Pitti, mentre la Camera occupò il Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, dove peraltro si era stabilito anche il ministero degli Esteri. Il Senato prese possesso degli Uffizi, mentre il Presidente del Consiglio e il ministero degli Interni furono costretti a spartirsi Palazzo Medici Riccardi. La prima seduta del nuovo parlamento avvenne il 18 novembre 1865, inaugurando ufficialmente la nuova capitale. Le cose andarono decisamente meno lisce quando si trattò di trovare posto alle varie ambasciate dei paesi stranieri e ai corpi diplomatici in arrivo da Torino. Lo stesso Ugo Pesci, nel suo libro del 1904 “Firenze Capitale” traccia una serie di brillanti ritratti dei ministri e di alcuni consiglieri delle varie legazioni, offrendo tuttavia scarsi indizi per localizzare le sedi. Diverse centinaia di diplomatici trovarono alloggio nelle ville dei dintorni, altri in città, dove ovviamente erano le legazioni. Nessuno ricorda bene dove si stabilirono i vari ambasciatori. La legazione francese era in Corso Italia, ma il barone Joseph de Maleret aveva preso in affitto “un vasto terreno del nuovo palazzo che nell’ultimo Lung’Arno verso le Cascine aveva costruito e molto onorevolmente adornato di belle pitture e di mobili Madama Dauguerre, moglie di un olandese da lungo tempo qui domiciliato”. Nel giro di qualche mese, buona parte dei palazzi più prestigiosi della capitale furono presi d’assalto dalle varie legazioni. I Britannici finirono in via dei Servi, nel palazzo Niccolini, i prussiani in via del Proconsolo, in palazzo Pazzi della Congiura, i russi in via Ghibellina, nel palazzo Baldinucci e così via. Alcune delle residenze private degli ambasciatori ospitarono eventi sociali sfarzosi certo non comuni all’ombra del Duomo. Uno sfarzo che fece sicuramente storcere il naso all’aristocrazia fiorentina, incapace di reggere il passo rispetto ai gonfi portafogli delle varie legazioni straniere. Tutti si resero presto conto che la struttura medievale di Firenze non era certo in linea con le tendenze del tempo. Fino a quando era rimasta una sonnecchiosa città di provincia, le strade che avevano visto i maestri del Rinascimento camminare andavano benissimo, ma ora che gli occhi di tutta Europa vi erano puntati, non sembravano più così affascinanti. Nel giro di pochi mesi fu ingaggiato un architetto di grido, Giuseppe Poggi e fu dato il via ad un piano di lavori senza precedenti, che cambiò per sempre il volto di Firenze. Le mura antiche, che erano riuscite a sopravvivere a fior di assedi, furono demolite, lasciando posto a quegli ampi viali che oggi sono costantemente pieni di macchine in fila. Una volta copiati i boulevard parigini, ci voleva anche un bel piazzale panoramico. Nacque così Piazzale Michelangelo. Le Cascine, fin dal medioevo erano state sempre usate come piazza d’armi dove far esercitare la milizia cittadina. Ora sarebbero diventate la copia in piccolo del Bois de Boulogne, un polmone verde inconsueto e malvisto dai fiorentini. A cosa serve un parco in città? Ci sono le colline vicino, le ville in campagna! Niente da fare, il parco venne fatto lo stesso. I lavori si moltiplicarono ovunque, con giardini che prendevano il posto di palazzi antichi ed ogni genere di offesa al volto medievale della città. La cosa che però preoccupò molto i fiorentini fu il fatto che di gente nuova iniziò ad arrivarne parecchia. Nel giro di pochi anni la popolazione e la superficie della città crebbero del 58%, un vero e proprio boom immobiliare, caotico, non pianificato. I cantieri causarono più di un problema ai fiorentini ma oltre ai disagi le conseguenze peggiori colpirono le loro tasche. Gli affitti aumentarono dal 50 al 75% in pochi anni, trascinando con sé i prezzi del cibo e degli altri generi di prima necessità. Per non parlare poi dei costi degli enormi lavori pubblici che stavano rivoluzionando la città. La corte ed il governo centrale promisero che avrebbero contribuito ma non specificarono mai come e quanto. Alla fine il governo cittadino fu costretto ad alzare le tasse ma non riuscì comunque ad evitare enormi voragini in bilancio che avrebbero perseguitato Firenze per decenni. Carlo Collodi, il padre di Pinocchio, fu uno dei primi a capire che l’ossessione di rifare il volto di Firenze sarebbe stata una iattura non solo per la città del Giglio ma per l’intera Toscana. Come il suo Grillo Parlante, anche lui fu ignorato. Si continuò a spendere e spandere, fino a quando il peso dei debiti costrinse il comune di Firenze a dichiarare bancarotta. Poco male, dissero i soliti ottimisti. Ci penserà il governo ed il re a ripianare i debiti. Certo, come no… chi visse sperando morì non si può dire. Alla fine, quella che era stata pensata come la capitale eterna del nuovo regno, durò solo sei anni, travolta da eventi avvenuti molto lontano. Dopo la vittoria sull’Austria-Ungheria nella guerra del 1866, i rapporti con la Francia volsero rapidamente al peggio. Nel 1867, dopo che i volontari di Garibaldi furono sconfitti a Mentana dalle forze papali e da truppe non regolari francesi, Napoleone III denunciò il trattato di Fontainebleau riaprendo di colpo la questione romana. Alla fine a precipitare gli eventi non furono i patrioti italiani ma le truppe prussiane di Von Moltke, che misero fine al secondo impero francese nel 1870. La disfatta francese lasciò mano libera all’Italia, che il 20 settembre dello stesso anno occupò la Città Eterna, completando di fatto l’unificazione della penisola. Da quel momento il destino di Firenze fu segnato. Dopo che la legge sulle guarentigie fu firmata dal governo Lanza, la strada per il passaggio della capitale a Roma fu spalancata, con pesanti conseguenze in tutta la Toscana. Così com’erano venuti, burocrati, militari e diplomatici lasciarono la città del Duomo, seguiti da banchieri, industriali e chi più ne ha più ne metta. Il nuovo trasloco fu una catastrofe per i palazzinari che si erano pesantemente indebitati per costruire dal nulla centinaia di nuovi appartamenti. Le bancarotte si sprecarono, mettendo a rischio più di una banca locale. Interi quartieri appena costruiti si svuotarono in pochi mesi, mentre per i palazzi più prestigiosi in centro ci vollero decenni prima di trovare nuovi inquilini. I fiorentini furono colpiti duramente ma ostentarono la massima indifferenza. In quei mesi difficili, divenne popolare un detto, esempio massimo della protervia degli abitanti della città del Giglio. “Torino piange quando il Prence parte, / e Roma esulta quando il Prence arriva. / Firenze, culla della poesia e dell’arte, / se ne infischia quando giunge e quando parte.”. In fondo, al fiorentino medio l’arrivo di così tanti foresti aveva dato fastidio più che altro. La sua città gli era sempre andata benissimo com’era, senza bisogno che arrivassero stranieri a trasformarla a loro immagine e somiglianza. A pagare il prezzo più alto furono invece gli entusiasti della prima ora, quelli che avevano creduto fermamente che la nuova era gli avrebbe portato ricchezze e prestigio inimmaginabili fino a pochi anni prima. Nessuno però pagò un conto così salato come il sindaco di Firenze Ubaldino Peruzzi. Proprio lui che era stato il principale sponsor dei grandi lavori pubblici fu colto in contropiede quando il governo nazionale fece sapere ai fiorentini che, alla fine, sarebbero stati loro a dover pagare tutti i debiti. Roma andava rifatta e le casse del governo piangevano miseria. Visto che “noblesse oblige”, l’ultimo rappresentante di una delle più grandi famiglie fiorentine fece buon viso a cattivo gioco, offrendosi di pagare di tasca propria buona parte dei debiti del comune. Cosa dite? La solita sparata ad uso della stampa? Il solito furbastro di politico che fa grandi promesse prima di trovare una scappatoia? Eh no, gente, il buon Ubaldino non era il solito politico toscano. Non solo promise di pagare di tasca propria, ma lo fece sul serio. Pagò tutto quel che poteva pagare, svendendo le proprietà di famiglia pur di salvare la faccia. Alla fine morì senza il becco d’un quattrino ma con la reputazione intonsa. D’altro canto non era la prima volta che la sua famiglia veniva fregata da un governo. Cinque secoli prima, i Peruzzi ed i loro alleati Bardi dirigevano la banca più potente d’Europa. Dopo aver finanziato le guerre e le spese pazze di monarchi e principi vari, commisero l’errore di fidarsi della parola del Re d’Inghilterra. Edoardo III si era appena imbarcato nella faida col Re di Francia che sarebbe diventata la Guerra dei Cent’anni ed aveva bisogno di grosse somme di denaro per evitare di dover concedere altro potere ai baroni del regno e costruire una grande alleanza. La banca fiorentina gli concesse una somma enorme, che alcuni stimano in quasi due milioni di fiorini ma quando gli alleati comprati a caro prezzo lasciarono Edoardo III da solo, fu costretto a rimandare il pagamento dei propri debiti. Alla fine, caso più unico che raro, furono i Peruzzi, che dichiararono bancarotta nel 1343, in quello che sarebbe diventato il più grande sconquasso finanziario del basso medioevo. Proprio vero che chi non conosce la storia è costretto a ripetere gli stessi errori. Firenze capitale, insomma, fu un disastro senza precedenti ma marcò comunque un passaggio chiave nella storia dell’unità d’Italia. Se fino al 1864 molti Italiani erano convinti che i Piemontesi volessero imporre i propri valori e le proprie abitudini sul resto della penisola, le cose iniziarono a cambiare quando la corte si trasferì a Firenze. I torinesi non si erano mai sentiti italiani e non nascondevano il proprio disprezzo per i “cugini”. La contessa di Sambuy ebbe a dire che “l’Italia dovrebbe stare dov’è. Nel nostro piccolo Piemonte stavamo benissimo senza questi fratellastri”. Il presidente del Senato dell’epoca ebbe a dire che i torinesi “si vantavano di non essere italiani. Volevano essere diversi, si sentivano un misto tra le tradizioni italiane e francesi”. L’ordine e la calma del Piemonte erano in aperto contrasto con il carattere del resto della penisola. Fino a quando Torino fu al timone della nuova nazione, la frattura tra piemontesi ed italiani non fece che allargarsi. Il trasferimento a Firenze consentì alle varie anime di incontrarsi ed iniziare il lungo e complicato cammino verso un’identità nazionale condivisa. Un passo importante che però ebbe conseguenze pesantissime su Firenze e sul resto della regione. Il costo dei grandi lavori pubblici fu una palla al piede per la città ed il circondario, bloccando sul nascere l’industrializzazione della regione. C’è chi dice che fu proprio questo ritardo a far perdere alla Toscana il treno della crescita nei confronti del triangolo industriale del Nord. Altri invece pensano che i grandi lavori resero Firenze più vivibile, meno provinciale, una città dal respiro europeo che rimase quindi in grado di attirare turisti da tutto il mondo. Molti fiorentini continuano a pensare che queste grandi opere abbiano ucciso per sempre il carattere più genuino della città, quell’anima rinascimentale che male si accomuna alla modernità ottocentesca. C’è anche chi dice che il boom immobiliare distrusse per sempre il tessuto sociale cittadino, scavando un fossato tra il centro storico e le periferie. La discussione è ancora aperta ma una cosa è certa: a nessun fiorentino fa piacere ricordare quel periodo storico. Perché? Onestamente non saprei. Forse ai Fiorentini le cose vanno bene così. Gli stranieri vanno bene, ma con moderazione – preferibilmente con portafogli gonfi e pochi giorni per vedere tutto. Ministeri, ambasciate, meglio che stiano altrove – tanto, per loro, Firenze sarà sempre la capitale del mondo. E chi non la pensa come loro, peste lo colga. Luca Bocci

Toscana, oltre a Firenze c’è di più: lo dice il Times. Paolo Lazzari su L'Arno - Il Giornale l'11 novembre 2021. Firenze? No, thanks. Un’esternazione che rischia di essere seguita da una caterva di proverbiali insulti al divino, specie se la senti rimbalzare tra le pareti di un bar. Se però è il Times – il più autorevole quotidiano britannico e faro pulsante della stampa occidentale tutta – a sostenere che in Toscana c’è di meglio, allora quello che fino ad un attimo fa sembrava ciarpame discorsivo assume venature irriverenti, che preludono a pupille spalancate. Sì perché quando l’inviata Cathy Hawker è stata spedita per tre giorni nel Granducato, con la specifica missione di indovinare il posto migliore per acquistare una seconda casa e – why not? – trasferirsi direttamente a vivere, non ha avuto dubbi. Lucca, non il capoluogo, è la città ideale. Al punto che il suo pezzo si intitola proprio “Dimenticatevi Firenze: Lucca è la città più affascinante della Toscana, il posto dove tutti i britannici vorrebbero vivere”. Il che suona quantomeno singolare se si pensa che dentro alle mura ha soggiornato a lungo la sorella di Napoleone Bonaparte, nota per i suoi forsennati – e riusciti – sforzi per rendere la città quanto di più francese esistesse nel circondario. Ma i tempi, è noto, sono mutevoli. Succede così che la Hawker rimanga impigliata nel fascino impudente di una cittadina che conserva un centro storico di una bellezza contundente ed è circuita da placide colline punteggiate da ville sontuose e dimore più dimesse, eppure storiche. Accompagnata nel suo speciale tour da Alessandro Deghé, della Serimm Knight Frank Luxury Real Estate, la giornalista è rimasta certamente estasiata dalla bellezza che accompagna ogni pertugio cittadino e bucolico, ma è stato senz’altro un altro il fattore che l’ha persuasa a buttare giù l’insolente stroncatura fiorentina, in favore della città che vide nascere Giacomo Puccini. La qualità della vita, ladies and gentleman, assume un peso specifico di proporzioni cosmiche quando si tratta di acquistare una casa all’estero. E gli inglesi, giura Cathy, farebbero carte false sia per acquistare una seconda casa a Lucca dove rifugiarsi per ricaricare le pile (si mormora che il tempo medio di permanenza si aggiri tra i 3 ed i 6 mesi) che per trasferirsi direttamente a vivere, magari quando la carta d’identità comincia a diventare sgualcita. Ad agganciare l’inviata sarebbero stati anche gli eventi che accompagnano per diversi segmenti dell’anno Lucca, oltre all’estrema vicinanza con altre realtà ammiccanti e contraddistinte da un tenore di vita slow, quello che sembra mancare a Firenze, come l’avamposto scozzese di Barga, le suggestioni naturalistiche e gastronomiche della Garfagnana o la salsedine versiliese. Comunque la si metta uno dei più autorevoli mezzi di stampa del globo infligge un duro colpo a Palazzo Vecchio e dintorni, vezzeggiando una città che sembra percorsa dai requisiti principalmente inseguiti dall’elitario target British: tranquillità, bellezza e decoro, spruzzati da una discreta dose di attività. Il nativo lucchese – per il quale l’atteggiamento critico e poco propulsivo verso quel che non accade in città prevale sovente sui lati positivi – forse non l’avrebbe mai detto. Il londinese Times però sentenzia altrimenti e forse, per una volta, va benissimo così.

Fabrizio Boschi per "il Giornale" il 17 maggio 2021. Il Pd fa finta di nulla. A un mese dallo scoppio dello scandalo a seguito dell'inchiesta sui fanghi di scarto delle concerie in Toscana, tutti sono ancora al loro posto come se l' affare non li riguardasse. La sindaca di Santa Croce sull' Arno (Pisa) Giulia Deidda (Pd), grande regista di tutta la faccenda, da un mese tace e non ci pensa nemmeno a dimettersi. Si è sempre rifiutata di commentare l' inchiesta che la vede indagata con l' accusa di associazione a delinquere per presunti reati di traffico di rifiuti e inquinamento relativi allo smaltimento di scarti tossici interrati illegalmente in varie zone della Toscana. Il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, che proprio ieri era in visita nel Comprensorio del Cuoio a fare quello che gli riesce meglio, inaugurare l' hub vaccinale di Fucecchio, fa finta di nulla e s' impicca alle travi delle sue stesse contraddizioni. Parla di un' industria sana aggredita dalla 'ndrangheta. Continua con la favoletta dell' economia circolare, alla quale non crede più nessuno. Ma ignora il fatto che la 'ndrangheta è stata solo l' esecutore materiale, il mandante è l' industria toscana. E il Pd è rimasto lì, a fare il palo. E che dire del suo capo di gabinetto Ledo Gori, indagato con l' accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d' ufficio, accusato di aver favorito i conciari in cambio di pressioni su Giani per riconfermarlo? Secondo i pm è stato l'anello di congiunzione tra il sistema criminale gestito dagli imprenditori del comparto conciario in odore di mafia e la politica. Giani afferma che la riconferma è stata una sua libera scelta. E allora perché lo ha prima sospeso e poi licenziato con decreto del 30 aprile «valutato il danno all' immagine derivante all' amministrazione regionale in ragione della gravità dei fatti contestati»? La verità è che questa brutta storia rischia di azzerare i vertici del Pd, soprattutto in Toscana, che resta una delle poche roccaforti della sinistra ancora in piedi in Italia. E di sicuro mette in cattiva luce l'amministrazione del pisano Enrico Letta, alla guida del partito da appena due mesi. A stare con il fiato sul collo del Pd da settimane è addirittura il Domani, un giornale non certo di destra, di proprietà di Carlo De Benedetti, che un giorno sì e l' altro pure fa le pulci ai compagni di merende, tirando fuori carte ed intercettazioni. Pubblica gli stralci di alcune telefonate tra la Deidda e il presidente del Consorzio Aquarno, Lorenzo Mancini, che dimostrano come i politici erano a conoscenza dei pericolosi veleni fin dal luglio 2018. «È vent' anni che lo fanno e nessuno ha mai detto nulla...», dice Mancini. Ieri un editoriale sull'«ostinato silenzio» del Pd, «incomprensibile» e «giustificato con l' ipocrita formula che mescola a sproposito il garantismo e il rispetto per il lavoro della magistratura». La notizia, infatti, è accertata dai fatti, si tratta di cose note a tutti da 20 anni, non nei reati ipotizzati. Il triangolo perverso tra industria, ambiente e politica è già dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio. Non c' è bisogno di attendere gli esiti dell' inchiesta per sapere che da anni sono in pericolo la salute dei toscani e i posti di lavoro nelle concerie. Uno scandalo che investe in pieno il Pd nella sua terra d' origine, il quale è stato a guardare inerme mentre si spargevano illegalmente veleni per la regione con la scusa di salvare seimila posti di lavoro e, soprattutto, 2,5 miliardi di fatturato. Ciò non sarebbe potuto accadere senza la distrazione degli amministratori di Comuni, Province e Regione. Ma il Pd finge di non sentire.

Pd, fanghi di scarto delle concerie: Toscana, l'inchiesta-bomba che può travolgere il partito di Enrico Letta. Libero Quotidiano il 17 maggio 2021. Il Pd toscano rischia di saltare per l'inchiesta sui fanghi di scarto delle concerie della regione guidata dal dem Eugenio Giani. A un mese dallo scandalo tutti i dem toccati dallo scandalo restano al loro posto. Come se la cosa non li riguardasse. Non si è mossa di un millimetro dalla sua poltrona la sindaca di Santa Croce sull'Arno (provincia di Pisa) Giulia Deidda (Pd), "grande regista di tutta la faccenda", riporta il Giornale. Indagata con l'accusa di associazione a delinquere per presunti reati di traffico di rifiuti e inquinamento relativi allo smaltimento di scarti tossici interrati illegalmente in varie zone della Toscana, a dimettersi non ci pensa nemmeno. E il governatore Giani fa finta di nulla, parla di un'industria sana aggredita dalla 'ndrangheta, senza dire che "il mandante" è l'industria toscana. C'è poi il suo capo di gabinetto Ledo Gori, indagato con l'accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, accusato di aver favorito i conciari in cambio di pressioni su Giani per riconfermarlo. Giani sostiene che la riconferma è stata una sua libera scelta. E allora perché lo ha prima sospeso e poi licenziato con decreto del 30 aprile "valutato il danno all'immagine derivante all'amministrazione regionale in ragione della gravità dei fatti contestati"? Insomma, una brutta storia questa che rischia di cancellare i vertici del Partito democratico proprio nella sua roccaforte e di mettere in imbarazzo il pisano segretario del Pd Enirco Letta. Il quotidiano Domani, che non è certo un giornale di destra, continua a tirare fuori carte e intercettazioni che dimostrano come i politici erano a conoscenza dei pericolosi veleni fin dal luglio 2018. Lo scandalo travolge in pieno il partito proprio nella sua terra d'origine ma al momento il Pd fa finta di nulla.

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Sardegna.

Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera" l'11 maggio 2021. Viva l'Ogliastra, il mare dell'Ogliastra, il pane pistoccu dell'Ogliastra! Ma ha senso che un'entità locale con un terzo degli abitanti del quartiere romano di ponte Milvio, di questi tempi, diventi una provincia con addirittura due capoluoghi, Tortolì e Lanusei, che svetta in coda, si fa per dire, con 5.283 anime? Eppure la Regione Sardegna tira diritto. E punta in questi giorni a rendere operativa la riforma votata tre settimane fa per fare dell'isola la terra con più capoluoghi provinciali d'Italia e forse del pianeta: dodici. Uno ogni 133.000 abitanti. Erano tre, una volta, le province sarde. Cagliari, Sassari, Nuoro. Nel 1974 fu aggiunta Oristano. Nel 2001, con il governatore berlusconiano Mauro Pili, ne arrivarono (con operatività dal 2005) altre quattro: Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio. Spazzate via tutte e quattro dal referendum del 2012, trionfalmente passato (il quorum era basso: un terzo degli aventi diritto) con il 97% dei voti. Uno smacco. Corretto nel 2016 con l'istituzione della Città metropolitana di Cagliari (che con sedici comuni del circondario arrivava quasi a un terzo dei sardi) e la fusione del territorio restante più quello del Medio Campidano e di Carbonia-Iglesias uniti nella nuova provincia del Sud Sardegna. Fin qui la (tormentata) storia recente. Ma poteva la maggioranza di Christian Solinas eletta nella primavera 2019 dal centrodestra e dal Psd'A storicamente di sinistra ma spostato ora dall'altra parte, rinunciare a mettere mano una volta di più al pasticcio? Certo, non era facilissimo per la destra (il cui governatore forzista Ugo Cappellacci si era battuto nel 2011 «per l'abolizione delle Province») e più ancora per la Lega (lo stesso Roberto Calderoli, uomo di punta leghista per le riforme, aveva proposto da ministro «non la soppressione completa» ma di tutte quelle province «che non raggiungono i 300 mila abitanti») fare dietro-front sulla tanto invocata volontà popolare. Ma come rinunciare a una distribuzione di poltrone a tanti clientes, distribuzione spacciata perfino in questi mesi di pandemia e di vacche magre per una scelta democratica di apertura al dialogo in quei territori? E così, mentre la pubblica opinione aveva la testa fissa sulle angosce del coronavirus, dei morti quotidiani, delle residenze per anziani, la maggioranza a guida lego-sardista è andata avanti anche su temi meno prioritari. Come l'abnorme gonfiamento degli organici dello staff della presidenza e della giunta con un'impennata di costi che secondo le opposizioni potrebbe superare complessivamente i sei milioni di euro, l'assegnazione al nuovo Segretario Generale di uno stipendio di 285.600 euro (46.600 più di quello dato al capo dello Stato, 14 volte il Pil pro capite dei sardi) o la soppressione dell'Asl unica voluta nel 2017 dall'allora governatore Francesco Pigliaru (scelta assai contestata) per ripristinare le otto vecchie aziende sanitarie (Cagliari, Sassari, Sulcis, Nuoro, Gallura, Ogliastra, Oristano, Medio Campidano) con dotazione allegata di otto direttori generali, otto direttori sanitari, otto direttori amministrativi eccetera eccetera...La meno comprensibile, però, anche per la sconfessione del risultato referendario di qualche anno fa, è la scelta di scombussolare ancora una volta le competenze territoriali. Con la nascita dopo Cagliari di un'altra Città metropolitana (Sassari), la conferma delle province di Nuoro e Oristano e il sostanziale ripristino, con un'etichetta ritoccata, delle province soppresse dopo la consultazione popolare. Ed ecco la «circoscrizione territoriale della Provincia del Nord-Est Sardegna, con capoluogo nei Comuni di Olbia e Tempio», quella «dell'Ogliastra con capoluogo nei Comuni di Tortolì e Lanusei», quella «del Sulcis Iglesiente, con capoluogo nei Comuni di Carbonia e Iglesias» e quella «del Medio Campidano, con capoluogo nei Comuni di Sanluri e Villacidro». Totale otto enti provinciali (solo due con più dei 300 mila abitanti teorizzati dalla Lega Nord prima della metamorfosi salviniana) per un totale di dodici capoluoghi. Un bel po' di poltrone presidenziali distribuite provvisoriamente in tempi brevi («entro e non oltre trenta giorni dalla scadenza del termine») dalla «Giunta regionale con propria deliberazione, su proposta dell'Assessore competente in materia di enti locali» fino «all'insediamento degli organi di governo la cui elezione», anche se non è ancora chiara la formula, «deve svolgersi entro il 31 dicembre 2021». Purché le nuove assegnazioni stiano bene a tutti: il Comune di Genoni, ad esempio, ha via via traslocato nell'ultimo secolo (amministrativamente) dalla provincia di Cagliari a quella di Nuoro, di Oristano, della Provincia del Sud e infine a quella di Cagliari. Tutto ok? Può darsi. Sennò i consigli comunali possono optare all'unanimità per cambiar provincia. O fare un referendum. C'è chi dirà: «Ecco un esempio di democrazia!». Vedremo. Certo è assai diversa la scelta della giunta sardo-leghista sulle concessioni balneari. Ricordate? I sette comuni di diverso colore politico (Arzachena, Olbia, Posada, Loiri-Porto San Paolo, Cagliari, Quartu e Orosei) che si erano opposti alla mega-proroga fino al 2033 voluta dal primo governo giallo-verde, proroga totalmente condivisa dal governo Solinas, furono commissariati. Ma con la legge 12 aprile 2021 n. 7 che fissa le nuove province, la Regione va oltre. E tra le proteste dell'opposizione trainata dal Gruppo Progressisti, ha deciso di cambiare la «legge regionale n. 9 del 2006 in materia di demanio marittimo» sottraendo una volta per tutte ai comuni sardi la competenza su quelle concessioni da anni al centro di un braccio di ferro tra l'Europa e l'Italia. D'ora in avanti, dice la nuova legge, «la disciplina (...) e l'adozione degli atti generali di indirizzo per la redazione dei Piani comunali di utilizzazione dei litorali» e «il rilascio di tutte le concessioni sui beni del demanio della navigazione interna, del mare territoriale e del demanio marittimo non attribuite allo Stato spettano alla Regione Sardegna». E le direttive dell'Europa? Bah... Intendiamoci: porre questo tema spinosissimo oggi, alla vigilia delle vacanze agognate dai turisti ma più ancora dagli operatori, dopo mesi così pesanti, non sarebbe proprio il caso. Ma da qui all'eternità... 

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede nelle Marche.

Viaggio alla scoperta delle specialità enologiche locali. Benvenuti nelle Marche: regione all’avanguardia del green e del vino. Vittorio Ferla su Il Riformista il 23 Maggio 2021. Una terra ai confini dello Stato Pontificio così come del Sacro Romano Impero. Una Toscana meno nobile o lo sbocco a mare dell’Umbria. Un punto di passaggio dal Sud al Nord, lungo la dorsale adriatica. No, troppo poco per definire le Marche. Basterebbe soffermarsi sulla produzione vitivinicola per apprezzare la straordinaria ricchezza e complessità di questa regione. Il territorio – che unisce le pianure alle dolci colline e le creste di montagna al mare – offre alla vite un habitat pedoclimatico favorevolissimo. Più di venti tipi di vini di altissima qualità, incluse le denominazioni di origine controllata (doc) e garantita (docg), per accontentare tutti i palati. Il lavoro certosino dei viticultori, molti dei quali dediti all’agricoltura sostenibile. Per fare di tutto ciò un sistema territoriale coeso, «le Marche, tra le regioni più bio in Europa in rapporto alla superficie vitata, hanno siglato il Patto per il distretto biologico unico che diventerà la più grande area europea attenta allo sviluppo di una pratica sostenibile e alla salute dei consumatori». A parlare è Alberto Mazzoni, il direttore dell’Istituto marchigiano di tutela vini (Imt), che ricorda con orgoglio: «Le Marche del vino hanno una fortissima identità green e occupano la terza posizione tra le regioni a maggior concentrazione bio in vigna (34% sul totale vigneto), dietro a Calabria e Basilicata». Anche per questo l’Imt è in prima linea per la realizzazione di una banca dati italiana del vino biologico, visto che l’Italia «rappresenta un quarto degli ettari vitati bio nel mondo, ma ancora non abbiamo una banca dati sul settore per osservare il fenomeno dalla produzione al confezionamento e alla vendita», aggiunge Mazzoni. A questo connotato “verde” si aggiunge un’alta qualità agronomica, enologica e organolettica dei vini, a un prezzo assai competitivo, un ulteriore valore aggiunto per il consumatore che fa delle etichette di quest’area una alternativa eccellente a quelle più blasonate di altre parti d’Italia. Da dove dovrebbe cominciare, dunque, un viaggio alla scoperta delle Marche del vino? Qualche bella dritta viene dai digital tasting che l’Imt propone in questi mesi alla stampa italiana ed estera, da marzo a giugno, e che ha visto anche la partecipazione del Riformista. Il suggerimento è quello di partire dalle chicche, dai i vitigni meno noti, quelli che più difficilmente si trovano fuori dalla regione. Tra i bianchi, per esempio, merita attenzione la Ribona dei Colli Maceratesi, uva squisitamente locale, vinificata spesso in purezza. La Ribona, nel suo piccolo, ha sempre giocato la carta dell’immediatezza: fresca, delicatamente minerale, sapida, piacevole. Da qualche tempo, le sue caratteristiche spingono alcuni produttori lungimiranti e curiosi a diversificare le tecniche di vinificazione. Gli obiettivi? Aumentare l’estrazione aromatica e testare le capacità di invecchiamento. Il risultato è confortante, al punto che, nel futuro della denominazione, c’è il progetto di realizzare una riserva per esaltare la longevità di quest’uva sorprendente. Promossi dall’Imt, gli assaggi recenti delle etichette di alcune cantine della zona – Conti degli Azzoni, Boccadigabbia, Saputi, Fattoria Forano, Fontezoppa, Cantina Sant’Isidoro – ci raccontano un vitigno dotato di freschezza, struttura, potenzialità aromatiche, dolcezza, caratteristiche che conferiscono un’ampia versatilità: vini spumanti e fermi giovani, vini dagli affinamenti più lunghi, passiti. Tra i rossi, poi, è un must la Lacrima di Morro d’Alba, vitigno risalente al Medioevo, coltivato nella provincia di Ancona. A partire dal colore brillante e dalle sfumature violacee, la Lacrima fa storia a sé: vero e proprio succo d’uva, fresco, delicato, floreale. Un mix di aromi di fragola, ciliegino, more di rovo, mirtilli, viola e violetta per un sorso asciutto ma senza spigoli, perfetto per degustare specialità marchigiane come il salame lardellato di Fabriano o il Ciauscolo o i piatti al ragù di animali di cortile. Grazie alla finezza dei tannini, può perfino accompagnare il brodetto di pesce all’anconetana. L’area di produzione è piccola ma propone etichette di valore come, per esempio, quelle delle cantine Lucchetti, Tenute Cesaroni, Stefano Mancinelli e Marotti Campi. Ci sono poi i cavalli di battaglia della regione. Come il Montepulciano che, nelle Marche, raggiunge una splendida espressione nella denominazione del Rosso Conero. Da provare le etichette di Marchetti, Conte Leopardi, Umani Ronchi, La Calcinara, Moroder, Fattoria Le Terrazze. Il Rosso Conero è un vino superbo, specie nella versione riserva, capace di stare al passo di etichette sopravvalutate e di offrire al consumatore un rapporto qualità prezzo davvero imbattibile. Il vitigno principe della regione resta però il Verdicchio. Un vitigno completo, che raggiunge livelli eccelsi in tutte le tipologie, con dei picchi assoluti nei vini fermi. Lo confermano gli assaggi della denominazione Castelli di Jesi Classico Superiore. A partire dalla storica cantina della famiglia Bucci, c’è davvero l’imbarazzo della scelta: Moncaro, Marotti Campi, Lucchetti, Socci e Santa Barbara. Un cenno particolare merita il Verdicchio di Matelica – denominazione minore solo per le quantità – meno strutturato ma più brillante, gioioso e sulfureo rispetto all’altro. Al top della gamma di Matelica sono i vini di Casa Lucciola, La Monacesca, Borgo Paglianetto, Belisario, Villa Collepere, Tenuta Colpaola. Verdicchio dei Castelli di Jesi e Verdicchio di Matelica chiudono il 2020 con un incremento esponenziale dell’imbottigliato: rispettivamente +36,9% e +14,8% secondo Valoritalia. Il Verdicchio Castelli di Jesi ha sfiorato i 190mila ettolitri tra Doc e Docg, 51mila in più rispetto al 2019. Bene anche l’imbottigliato del Matelica: 19mila ettolitri contro i 16.500 dell’anno precedente. Un risultato senza precedenti nella storia dei due prodotti simbolo di una regione sempre più a trazione bianchista. Ormai da anni, centinaia di etichette del Verdicchio marchigiano raggiungono i massimi punteggi delle guide enologiche italiane e internazionali. Non a caso, per i marchigiani, il Verdicchio è il miglior vino bianco fermo d’Italia. Se pensate che sia solo campanilismo, beh, assaggiatelo…Vittorio Ferla

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede a Roma.

Viterbo, dai cunicoli degli etruschi alla segregazione del conclave. Angela Leucci il 18 Novembre 2021 su Il Giornale. Viterbo è una città affascinante, con radici storiche medievali ancora presenti: qui, al di sopra dei cunicoli etruschi, furono sequestrati i cardinali. Viterbo è una città ricca di Storia e di storie. Ed è anche un centro in cui gustare cacciagione e vini locali, che costituiscono un connubio enogastronomico irrinunciabile quando si visita il territorio. Dotata di un centro storico medievale, in cui la conservazione dei luoghi è ragguardevole, la bellezza di Viterbo risiede nel fascino di queste storie, nel profumo della cucina in queste strade, nel calore della gente di una provincia di confine, ancora nel Lazio ma protesa verso la Toscana.

Viterbo sotterranea

Come illustra Tesori di Etruria, Viterbo sotterranea è costituita da un fitto reticolo di cunicoli, cui si accede da piazza della Morte e che si estende per tutto il centro storico e anche oltre. Questo sotterraneo ebbe, in epoche differenti, funzioni diverse.

Pare infatti che gli Etruschi furono i primi a servirsene, iniziando gli scavi al fine di trovare l’acqua e trasportarla da un punto all’altro della città. Ma in epoca medievale i perimetri dei cunicoli furono ampliati, diventando al tempo stesso un modo per raggiungere molto in fretta altri luoghi oppure come via di fuga in caso di assedio. Successivamente rappresentarono un nascondiglio sicuro per ladri e criminali.

Il conclave infinito

Una delle pagine di Storia che vedono protagonista la popolazione viterbese è l’elezione papale del 1268-1271. Alla morte di Clemente IV, i cardinali iniziarono infatti a riunirsi in conclave all’interno del Palazzo dei Papi, facendo rientro ogni sera alle loro sedi. Il conclave si rivelò tuttavia piuttosto lungo, anche a causa del “gran rifiuto”, per utilizzare un termine contenuto nella Divina Commedia riferito a un altro Papa, di alcuni religiosi, come il priore Filippo Benizi e il generale francescano Bonaventura da Bagnoregio, autore di significativi saggi teologici tra cui l’“Itinerarium Mentis in Deum”.

Il 1 giugno 1270, i viterbesi, esausti della situazione iniziata due anni prima, presero così la drastica decisione di rinchiudere i cardinali nel Palazzo dei Papi, dapprima in una stanza poi nel resto dell’edificio, riducendo loro la fornitura di cibo e bevande. Ma il conclave continuò, almeno fino a quando, l’11 marzo 1271 Enrico di Cornovaglia fu ucciso dal cugino Guido di Montfort mentre partecipava alla messa nella chiesa di San Silvestro a Viterbo. Questo spinse i cardinali a un’effettiva accelerata, che culminò il 1 settembre 1271 con l’elezione del nuovo papa Tedaldo Visconti, cioè Gregorio X.

Piazza della Morte

“Parce sepulto” scrive Virgilio nell’Eneide, raccontando di Polidoro, ucciso a tradimento e lasciato non completamente sepolto con le frecce ancora conficcate nel corpo. Significa: "Risparmia chi è morto". Quest’espressione è diventata emblematica della pietas dell’eroe Enea, pietas che a sua volta è diventata in Italia un valore nazionale. Il seppellimento dei morti rappresenta infatti un punto importante della civiltà italiana e un esempio di pietas in tal senso si trova proprio nella storia della città di Viterbo.

In questa città si trova infatti piazza della Morte, dove ha sede la chiesa di San Tommaso e una suggestiva fontana, tra le tante di Viterbo. Il nome definitivo della piazza fu attribuito nel XVI secolo, in onore di una confraternita che operava proprio nell’attigua chiesa. Si tratta della Confraternita dell’Orazione e della Morte, che si occupava di seppellire gli insepolti, ossia persone che all’epoca erano classificate come “indesiderabili” all’interno della società, come eretici e prostitute. Esiste una vulgata secondo cui qui operava il boia per le esecuzioni capitali, ma in realtà si tratta di una fake news molto, molto antica.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

L'aiutino al magistrato. Lo Voi a Roma, lo sponsor di Pignatone e l’hotel a 5 stelle: il racconto (incompleto) di Palamara. Paolo Comi  su Il Riformista il 21 Novembre 2021. Dopo circa due anni e mezzo, il Consiglio superiore della magistratura è tornato sui propri passi: proponendo Francesco Lo Voi a procuratore di Roma. Il nome del procuratore di Palermo, infatti, era già uscito il 23 maggio del 2019 quando la Commissione per gli incarichi direttivi per la prima volta aveva affrontato il dossier sulla successione di Giuseppe Pignatone. Quel giorno Lo Voi aveva preso un solo voto, quello del togato di Area Mario Suriano. Le nomine dei magistrati, soprattutto quelle dei procuratori, talvolta sfuggono alle logiche correntizie. Lo Voi, infatti, esponente di Magistratura indipendente, la corrente di destra delle toghe, era stato votato da un magistrato della sinistra giudiziaria, il gruppo che quando si trattò di discutere la sua nomina a procuratore di Palermo aveva invece fatto le barricate. «È uno che dorme in hotel cinque stelle mentre i suoi colleghi sono qui in trincea a spalare fango», disse il pm anticamorra Antonello Ardituro, un magistrato di Area, in occasione della sua nomina riferendosi al fatto che Lo Voi in quel momento prestava servizio a Eurojust a Bruxelles. Di Lo Voi come procuratore di Roma si discusse molto in quel periodo. Palamara, due giorni prima del voto, il 21 maggio del 2019, parlando con il collega Luigi Spina, disse di essere lui ad aver aiutato Pignatone a portare Lo Voi a Palermo, accennando anche al ricorso che Lo Forte (Guido, procuratore di Messina, bocciato dal Csm, ndr) aveva fatto contro questa nomina. «C’è pure Pignatone in mezzo… vabbè.. e meglio che non ti racconti…», disse Palamara a Spina non sapendo di essere ascoltato con il trojan. Per sapere a cosa si riferisse Palamara bisognerà aspettare la pubblicazione del libro Il Sistema scritto con il direttore di Libero Alessandro Sallusti. «Pignatone mi rivela di avvertire degli strani movimenti intorno a questa vicenda e di temere che anche il Consiglio di Stato possa dare ragione a Lo Forte», scrive Palamara. «La pratica – prosegue l’ex magistrato – finisce alla quarta sezione, nel frattempo presieduta da Riccardo Virgilio, che nei racconti di Pignatone è a lui legato da rapporti di antica amicizia». Palamara racconta poi dell’incontro fra Lo Voi e Pignatone una mattina presso la sua abitazione: «Dopo aver lasciato sul tavolo i cornetti che mia moglie ha comprato per gli ospiti, mi allontano per preparare il caffè. Li vedo parlare in maniera molto fitta e riservata. Quando torno a tavola la discussione riprende su tematiche di carattere generale». «Di questo incontro parlo direttamente con Francesco Lo Voi nel mese di gennaio del 2016, in occasione di una sua venuta a Roma. Ci incontriamo nel Caffè Giuliani in via Solferino nei pressi del Csm. Poche settimane dopo arriva la sentenza di Virgilio, favorevole a Lo Voi. Che potrà così insediarsi alla procura di Palermo», aggiunge quindi Palamara. Un episodio poco noto è, invece, la testimonianza di Nicola Russo, il relatore di quella sentenza, davanti al gip del tribunale di Roma Gaspare Sturzo il 5 maggio del 2018. Russo e Virgilio sono stati appena arrestati per corruzione in atti giudiziari. Russo, verbalizza il giudice, afferma di aver ricevuto nel tempo «diverse segnalazioni da generali della guardia di finanza e magistrati».

«Chi sono i giudici che si sono raccomandati?», domanda il pm Giuseppe Cascini, ora consigliere del Csm di Area.

«Sono colleghi, anche pubblici ministeri che lei conosce bene», risponde Russo.

«Io sono interessato a sapere chi sono», replica secco Cascini sentendosi toccato da vicino. Russo nicchia e non risponde.

«Quindi non ci vuole dire chi sono questi magistrati?», insiste Cascini.

«Mi sono pervenute segnalazioni», la risposta generica di Russo.

Cascini, allora, torna alla carica: «Io vorrei che fosse messo a verbale che è stato chiesto di indicare i nomi e che non li vuole fare. Punto e basta».

L’avvocato di Russo si intromette: «Il pm deve sempre trovare una cosa negativa».

Tocca a Sturzo buttare acqua sul fuoco: «Una frase detta così può essere interpretata con la volontà di coprire qualcuno e allora è giusto che il pm faccia domande precise. Il suo cliente non intende fare nomi. Se ci sarà altro il pm andrà a vedere, il discorso finisce qua». Ed è finito veramente quel giorno. A meno che Palamara e Russo non vogliano prima o poi raccontare quello che sanno.

Paolo Comi

Perfetto uomo del compromesso. Chi è Francesco Lo Voi, il nuovo procuratore di Roma. Paolo Comi su Il Riformista il 19 Novembre 2021. Trasversale, senza spigoli, poco amante della polemica alla Piercamillo Davigo, lontano dai riflettori se non proprio indispensabile, Francesco Lo Voi è il magistrato che accontenta tutti. Ed è perfetto, dunque, per ricoprire l’incarico di procuratore di Roma. Le correnti della magistratura hanno trovato in lui l’uomo del compromesso, quello capace di mettere tutti d’accordo e garantire i delicati equilibri interni (ed esterni) di piazzale Clodio. Quando venne nominato procuratore di Palermo nel 2014, ad iniziare dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano e per finire a Silvio Berlusconi passando per Matteo Renzi, il gradimento della politica era stato unanime. Lo Voi, fino a quel momento membro italiano di Eurojust scelto dal governo Berlusconi, su indicazione dell’allora Guardasigilli Angelino Alfano, anch’egli siciliano, aveva battuto la concorrenza di Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, e Guido Lo Forte, procuratore di Messina, sulla carta più titolati. A differenza dei due colleghi, Lo Voi infatti non aveva mai diretto un ufficio giudiziario. Per Lo Voi, proposto in Commissione per gli incarichi direttivi del Csm da Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia) e dal togato di Magistratura indipendente Claudio Maria Galoppi, esponente della sua corrente, in Plenum votarono per la prima volta in maniera compatta i laici di tutti gli schieramenti (dal Pd al M5s). «Vorrei che tra i criteri di scelta del nuovo capo ci fosse quello di nominare un procuratore disposto a confermare la sua condivisione del processo per la trattativa e dei pm che lo gestiscono», aveva messo le mani avanti alla vigilia del voto l’aggiunto palermitano Vittorio Teresi. Il timore principale fra le toghe del capoluogo siciliano era che potesse in qualche modo raffreddare il furore che accompagnava l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Il Fatto Quotidiano, fra i principali supporter del processo trattativa, spara da subito a palle incatenate contro Lo Voi. La sua nomina a Palermo è viziata dalla politica, dicono dal Fatto, che ha voluto “commissariare” la Procura di Palermo. E spara a palle incatenate anche la sinistra giudiziaria che spingeva per Lari. Lo Voi è «uno che dorme in hotel cinque stelle (a Bruxelles) mentre i suoi colleghi sono qui in trincea a spalare fango», dirà il togato progressista Antonello Ardituro in Plenum. La sinistra giudiziaria cambierà idea nel 2019 quando Lo Voi fece domanda per Roma. «Cascini (Giuseppe, aggiunto a Roma ed esponente di punta della sinistra giudiziaria al Csm) mi disse che loro non avevano assolutamente nessuna voglia di votare Viola (Marcello, procuratore generale di Firenze, ndr), volevano a tutti costi votare Lo Voi», racconterà Antonello Racanelli, ex segretario nazionale di Magistratura indipendente. Dopo aver lavorato come sostituto a Palermo con Gian Carlo Caselli, dove si occupa di mafia, contribuendo all’arresto e alla condanna all’ergastolo di molti boss, da Totò Riina a Leoluca Bagarella, Lo Voi viene trasferito alla Procura generale del capoluogo siciliano. Passerà alla storia il suo rifiuto di rappresentare la pubblica accusa nel processo d’appello a Giulio Andreotti. Eletto al Csm, nel 2006 appoggia Piero Grasso nella corsa alla Procura nazionale antimafia contro il suo ex capo Caselli. E, soprattutto, vota Giuseppe Pignatone come nuovo procuratore di Palermo. Il legame fra i due diventa fortissimo. «Lo Voi? Aveva meno titoli e meno anzianità degli altri: e infatti ha vinto», commentò sarcastico Antonio Ingroia. «Perché ha vinto? Perché al Csm contano di più le regole della politica rispetto a quelle del diritto”, aggiunse l’ex pm. Lari e Lo Forte presentarono ricorso contro la sua nomina. Il tar inizialmente aveva dato ragione ai due. Il Consiglio di Stato, invece, ribaltò la decisione. Paolo Comi

Pronunciare lungo i bordi. La permalosità dei romani e l’incomprensibile strascicato di Zerocalcare. Guia Soncini su L'Inkiesta il 20 Novembre 2021. Per dovere sociale ho visto la prima puntata della serie Netflix di cui parlano tutti. E ho trovato la conferma che a Roma pensano davvero che quello scempio della logopedia sia italiano corretto. Mi sono persa tutto il dibattito culturale su Parasite, e quindi non so se all’epoca qualcuno avesse detto che certo, non fosse stato dialogato in una lingua così ostica, avrebbe incassato ancora più soldi; e se a quel qualcuno i coreani offesi avessero risposto ma come ti permetti, il coreano lo capiscono tutti. Confesserei d’averlo all’epoca visto sottotitolato, non temessi che qualche coreano di Roma (ce ne saranno, no?) s’adontasse. La prima volta che ho capito che esistevano le lingue straniere ero alle elementari, seduta sul tappeto del salotto, a guardare con mia madre l’ultimo ritrovato della tecnologia: nastri vhs. Giacché il lettore ce l’avevano ancora in pochissimi, non esistevano aziende italiane che producessero cassette di film. Il negozio di elettrodomestici davanti a casa nostra smerciava nastri artigianali (non ho mai capito come ottenesse i film). La confezione era di cartoncino bianco, il titolo era scritto a penna. I primi a entrare in casa furono E.T., My Fair Lady, Ricomincio da tre, e le commedie di Eduardo (quindi nel Novecento il teatro già veniva filmato: pensa te, che modernità). Non ricordo se mia madre stesse guardando Troisi o De Filippo, quando mio padre passò da quella stanza, diede un’occhiata schifata al televisore, e disse: io non capisco una parola. Sì, lo so: poderosa metafora dell’incomunicabilità matrimoniale tra un brianzolo e una molisana, anticipo di Vita mortale e immortale della bambina di Milano, ma a sessi invertiti. Nel romanzo di Domenico Starnone (lo pubblica Einaudi) è la bambina milanese a esprimersi correttamente, e l’io narrante dell’autore ad avere quei favolosissimi dialoghi con la nonna terrona, «un giorno che mi sentivo triste e le avevo chiesto: commesefàammurí. Lei, che stava spennando la gallina appena uccisa con un gesto brusco e una smorfia disgustata, mi aveva risposto distrattamente: temiéttestisentèrrennúnrispíricchiú. Avevo chiesto: chiú? Aveva detto: chiú». Ma ci stiamo distraendo, non vorrei che perdessimo di vista la piccina – non quella di Starnone, la piccina me. Quella che, sebbene nata e cresciuta in terra di tortellini, era poliglotta senza saperlo. La prima volta che ho capito che esisteva la dizione, avevo appena iniziato il liceo. Un amico mi disse immusonito che mi aveva citofonato (in quegli anni ci si presentava a casa altrui con una disinvoltura che mi vengono i brividi a ripensarci) e gli avevano detto che non c’ero. «Mi ha risposto una napoletana: mi prendi per il culo?». Ero impreparata a questa vibrante accusa, ma abbastanza certa di non convivere con napoletani. Chiesi a papà. «Ma la mamma ha l’accento napoletano?» «Ma no, al massimo un po’ di accento del sud». Mia madre parlava come Biscardi, ma cosa vuoi che ne sapesse mio padre. Lo capii un paio d’anni dopo, frequentando le mie prime lezioni di dizione. La cosa più difficile, spiegò l’insegnante, era sentire l’accento sbagliato. Lei diceva agli allievi che si diceva «perché», non «perchè», raccontò, e quelli rispondevano belli sereni: «E io che ho detto? “Perchè”». Poi mi sono trasferita a Roma, e ho capito che i romani sono davvero convinti che esista l’impero. Se prendi un taxi e dai l’indirizzo in italiano, il tassista non penserà mai tu viva lì ma abbia conservato una dizione civile: penserà tu sia una turista alla quale far fare il giro più largo. Quando sei a Roma, devi fingerti romana. Cioè – nei loro codici – italiana, giacché il romano è inconsapevole di parlare romano. È convinto che quella roba lì che parla lui, quello strascinamento fonetico, quello scempio della logopedia sia italiano corretto. Emanuele Salce, figlio di Luciano Salce la cui madre, Diletta D’Andrea, si mise con Vittorio Gassman quando Emanuele era molto piccolo, racconta un’infanzia stremante in cui lui romanamente ciancicava le parole, e Gassman ripeteva un po’ furente un po’ sfinito: «Le finali!». Capirai, far chiudere l’ultima sillaba a un romano. Poi cosa, levare i portici a una bolognese? Tutto questo per dire che mi sembra molto interessante la campagna promozionale di Strappare lungo i bordi – ultima produzione italiana di Netflix, disegnata da Zerocalcare – ma non avrei mai guardato la serie: se avessi voluto passare i miei cinquant’anni a guardare cartoni animati, avrei fatto dei figli. Ne ho vista una puntata per capire di cosa si sarebbe parlato nei giorni successivi, e ho pensato tutto il tempo a quell’«io non capisco una parola» della mia infanzia. Certo che quel che dicevano i disegnetti sullo schermo lo capivo, ma io mica faccio testo: ho vissuto a Roma diciassette anni, se non avessi capito il romano sarei morta di fame per incapacità di comprendere cosa mi stavano chiedendo alla cassa del supermercato. Naturalmente i romani, che si prendono sul serio in modi che i parigini in confronto praticano il basso profilo, si sono offesissimi per il mio aver notato che, fuori Roma, ci vorranno i sottotitoli. È un’ovvietà: ho molti amici di fuori Roma, dicono di non capire Propaganda – che in confronto al cartone di Netflix sembra una messinscena di Strehler – figuriamoci se capiscono un fumettista che si mangia le parole. Se questa vicenda la sceneggiassi io, a Zerocalcare verrebbe naturale scandire come Carmelo Bene, ma si sforzerebbe di sembrare di borgata: le mancate sillabe finali, come le felpe col cappuccio, servirebbero a dire al suo pubblico «Sono sempre uno di voi». Sarebbe peraltro una sceneggiatura ad alto tasso di verosimiglianza: per uno che ha fatto il liceo allo Chateaubriand, fare quello che è a casa sua solo nelle periferie disagiate è una prova d’attore degna di Marlon Brando. Giovedì, mentre tra gli sfaccendati social vedevo crescere il numero degli indignati in-quanto-romani, in-quanto-fan-di-Zerocalcare, e anche in-quanto-elettori-di-sinistra (giuro: uno mi ha scritto che il mio era un attacco a Zerocalcare, artista di sinistra: ma quelli che hanno deciso di sottotitolare Gomorra altrimenti incomprensibile ai non-napoletani, quelli di che schieramento parlamentare saranno?), ho pensato che per fortuna ce l’aveva già spiegato Starnone. «Madre e figlia si parlavano come nei libri o alla radio, causandomi una specie di languore non per il senso delle parole, che da tempo ho dimenticato, ma per il loro suono incantatore, cosí diverso da quello di casa mia, dove si parlava soltanto dialetto». Non era stizza, non era il solito tamponamento a catena dell’internet, non era eccesso di tempo libero sprecato male: era languore, che li aveva presi per incantamento.

Dagospia il 18 novembre 2021. Dal profilo Twitter di Federico Fubini. Come previsto: dopo il premio per fare il lavoro normale, gli addetti ai rifiuti di Roma strappano quello per non "ammalarsi" (360 euro per zero assenze in 50 giorni, 260 per 3 assenze). Meno faccio più mi devi pagare per fare quindi faccio anche meno così mi devi premiare di più. Il bonus più grottesco è quello da 200 euro per chi, addetto alle pulizie di Roma, non si mette in malattia per più di una settimana nelle prossime sei. Bontà sua. Non fosse un insulto ai romani che lavorano davvero e pagano le tasse comunali più alte d'Italia, sarebbe da ridere. Il premio per “non ammalarsi” agli addetti alle pulizie nella capitale più sporca d’Europa che ha avuto migliaia di morti Covid, decine di migliaia a lottare in ospedale per la vita, migliaia di malati oncologici ad aspettare le cure x mesi, è un’offesa al comune senso di umanità 

Rifiuti a Roma, Ama offre bonus ai netturbini per aumentare tasso di presenze. Angelo Piazza su tg24.sky.it il 189novembre 2021. È stato sottoscritto ieri un accordo tra Ama, la municipalizzata dei rifiuti di Roma, e le organizzazioni sindacali dell'azienda a sostegno del piano straordinario di pulizia, richiesto dal sindaco Roberto Gualtieri e varato da Roma Capitale, che mira a ripulire la città entro la fine dell'anno. L’intesa, che scatterà il 22 novembre e terminerà il 9 gennaio, vuole potenziare le attività di igiene urbana incentivando l'aumento del tasso di presenza da parte dei dipendenti Ama attraverso un bonus in busta paga. “Chi non farà alcuna assenza - si legge in una nota dell’azienda - avrà il maggiore incentivo”, pari a 360 euro lordi. E poi via a scalare: 260 euro lordi per chi si assenterà per un massimo di tre giorni da qui al 9 gennaio, 200 euro lordi per chi farà al massimo cinque giorni di assenza. Nessun incentivo, invece, per chi supererà questa soglia. Un accordo che punta dunque ad abbattere l’assenteismo e che, come riporta Repubblica, mette in campo tre milioni di euro. E non sono mancate le polemiche. 

Il comunicato di Ama

L’intesa è stata curata dai nuovi direttori Generale, Maurizio Pucci, e vice direttore, Emiliano Limiti, e “segna il nuovo corso delle relazioni industriali del vertice appena rinnovato. L’accordo - spiega la municipalizzata - riguarda tutti i turni di lavoro dei giorni feriali e mira a incentivare i tassi di presenza in tutti i comparti operativi (sedi di zona, autorimesse, officine, impianti, ecc.) per aumentarne la produttività ed efficienza in questo particolare periodo. L'incentivo stabilito è legato alle maggiori presenze garantite. Chi non farà alcuna assenza avrà il maggiore incentivo". In particolare, l’accordo “coinvolge esclusivamente i lavoratori idonei a tutte le attività previste (raccolta, pulizia, spazzamento, rimozione micro-discariche, ecc.) dal piano straordinario di pulizia e a tutte le operazioni di igiene urbana da qui a fine anno. Per rinforzare e potenziare le varie linee operative e le presenze anche nei giorni festivi, sarà siglato un secondo accordo per il quale le parti si incontreranno nuovamente entro la fine di novembre", conclude Ama. 

Roma, Angelo Piazza nominato amministratore unico pro tempore di Ama

"Crediamo che sia stato fatto un primo passo importante, dove con uno sforzo comune si gettano le basi per risolvere alcune criticità, e al tempo stesso si creano meccanismi di valorizzazione per chi realizzerà sacrifici straordinari”, commentano il segretario generale della Fit-Cisl del Lazio, Marino Masucci, e il coordinatore Igiene Ambientale della Fit-Cisl del Lazio, Massimiliano Gualandri. Soddisfatto anche il neo Amministratore Unico di Ama, Angelo Piazza: "Ringrazio le organizzazioni sindacali per il contributo importante rappresentato da questo accordo e ringrazio fin d'ora i lavoratori di Ama che in questa fase stanno dispiegando un impegno straordinario per la città”.

Roberto Gualtieri fa ricco il suo staff. Stipendi alle stelle: oltre 200mila euro al capo di gabinetto. Pier Paolo Filippi su Il Tempo il 15 novembre 2021. Quanto a bellezza tra i due uffici non c’è confronto, da una parte lo splendore di Palazzo Senatorio in Campidoglio con affaccio mozzafiato sui Fori Imperiali, dall’altra il cemento del palazzone "fantozziano" di via Cristoforo Colombo. Se poi ci si aggiunge anche un cospicuo aumento di stipendio, allora cambiare lavoro si rivela una fortuna. A fare tombola, passando dalla Regione Lazio a Roma Capitale è Albino Ruberti, nuovo capo di gabinetto «ceduto» dal governatore Nicola Zingaretti al neo sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Per il suo nuovo incarico, infatti, si metterà in tasca il massimo consentito dalle norme, oltre 200mila euro l’anno di cui 69mila di indennità ad personam, circa 14mila in più di quanto percepiva in Regione per ricoprire lo stesso ruolo. Un bel colpo per il 53enne figlio dell’ex ministro dell’Università Antonio Ruberti, che sembra possedere un fiuto particolare per le buone occasioni se già nel 2010, quando era amministratore delegato di Zètema, finì al centro delle polemiche insieme agli altri alti dirigenti del Campidoglio e delle partecipate per gli stipendi faraonici. Ma Ruberti non è l’unico ad aver pescato il biglietto giusto della lotteria. Dello staff più ristretto del nuovo primo cittadino di Roma, infatti, fanno parte anche Giulio Bugarini e Cristina Maltese, entrambi di provenienza Pd. Il primo, consigliere comunale uscente, è stato accanto a Gualtieri per tutta la campagna elettorale ed è stato nominato capo della segreteria con uno stipendio di oltre 113mila euro all’anno, 20mila in più di Salvatore Romeo, primo capo segreteria di Virginia Raggi, il cui stipendio in seguito alle polemiche fu ridotto da 120mila a 93mila euro. Stessa cifra percepirà Cristina Maltese, già presidente del Municipio XII due consiliature fa e adesso nominata segretaria particolare da Gualtieri. Impietoso in questo caso il confronto con chi l’ha preceduta, Fabrizio Belfiori, il giovane segretario particolare della Raggi, il quale guadagnava appena 42mila euro all’anno. È invece di 180mila euro all’anno lo stipendio che prenderà il nuovo city manager (direttore generale) del Comune: 62 anni, dal 2014 amministratore delegato del Poligrafico e Zecca dello Stato, Paolo Aielli è l’uomo scelto da Gualtieri per attuare gli indirizzi e gli obiettivi del Campidoglio secondo le direttive impartite dal sindaco. La cifra percepita per il suo incarico è la stessa che l’ex sindaca Raggi aveva accordato a Franco Giampaoletti, ora dg di Atac. Lo spirito «francescano» della lotta alla casta, alimentato dall’onda grillina di 5 anni fa ma non solo, ormai insomma è un ricordo lontano. Dopo anni giocati in difesa la politica torna al contrattacco, come dimostra anche l’adeguamento delle indennità dei sindaci previsto da una norma contenuta nella manovra varata dal governo Draghi, grazie alla quale i Comuni potranno alzare gli stipendi dei primi cittadini portandoli nel caso dei sindaci delle Città metropolitane e dei Comuni sopra i 500mila abitanti allo stesso livello di quelli percepiti dai presidenti di Regione.

Roma, all’Ama adesso è record di malati. Valentina Dardari il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Dall’entrata in vigore del Green pass, reso obbligatorio per accedere al posto di lavoro, le assenze per malattia sarebbero cresciute del 25%. E l’Inps non fa visite fiscali. Una strana epidemia sembra aver interessato l’Ama di Roma, e si sarebbe propagata proprio dal giorno di entrata in vigore del Green pass, obbligatorio per accedere al posto di lavoro. Le assenze per malattia sarebbero cresciute del 25%, come ha riferito a Il Messaggero l’amministratore unico, ormai uscente, Stefano Zaghis.

Roma in ginocchio anche per il Green pass

L’azienda pubblica deve quindi ora fare i conti anche con il problema delle assenze per malattia, che si va ad aggiungere ai già innumerevoli problemi esistenti, uno su tutti gli impianti fuori città che accettano solo una parte dei camion che arrivano con i rifiuti da smaltire. E così le strade della Capitale assomigliano sempre più a una discarica a cielo aperto, con sacchi dell’immondizia sui marciapiedi e nelle vie. Nessuna zona di Roma esclusa. Per questo problema, già esistente da parecchio tempo, il sindaco neoeletto, Roberto Gualtieri, avrebbe promesso ai suoi cittadini di far sparire la spazzatura dai quartieri entro Natale. Tempo restante: meno di due mesi.

Tralasciando questa urgenza, che sembra poter trovare a breve una soluzione, ecco comparirne subito un’altra. Dall’entrata in vigore del Green pass per accedere al posto di lavoro sono arrivati tantissimi certificati di malattia che certo non aiutano a liberare la città dai rifiuti. Zaghis ha spiegato:“La città non sarebbe in queste condizioni se non ci fosse anche il tema del Green pass e l'aumento delle malattie”. Ha poi continuato snocciolando i numeri: “Mediamente le assenze in questa settimana e in quella passata sono aumentate del 25%, addirittura la prima settimana, quando è scattato l'obbligo, erano cresciute del 35%”.

L'Inps non fa visite fiscali: mancano i medici

Situazione che ha portato la municipalizzata, che conta più di 7mila dipendenti, a chiedere le visite fiscali. Ma non è così facile. L’amministratore unico ha infatti precisato: “Le abbiamo chieste, certo. Ma l'Inps è sommerso da questo tipo di domande da parte delle aziende, perché è un problema che riguarda tante società, non solo Ama. Il risultato è che ne abbiamo ottenute pochissime, di visite, qualche decina al massimo”. Il problema per Zaghis non è la certificazione verde, strumento in questo momento necessario, come lui stesso ha asserito, perché “lo Stato ha deciso che la priorità in tempi di pandemia è la vaccinazione, ma paghiamo anche questo, una minore disponibilità di persone, che impatta sul servizio”.

Per motivi di privacy non ci sono stime ufficiali sui netturbini che ancora non hanno ricevuto il vaccino ma, a sentire i sindacati, sarebbero tra il 15 e il 20%. Anche l'Inps di Roma e provincia non se la passa bene: ci sarebbero solo 130 medici per i controlli, comprese le verifiche dell'invalidità. Neanche Napoli intende più aiutare la Capitale. Lo scorso agosto l’ormai ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ora al suo posto c’è il demo-grillino Gaetano Manfredi, aveva promesso:“Siamo pronti a ricevere 150 tonnellate di rifiuti al giorno dalla Capitale”. Ma subito dopo il voto ecco fare marcia indietro. “Ci hanno comunicato che non riceveranno le tonnellate da Roma. In Campania i nostri camion non sono mai andati” ha reso noto Zaghis.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

I "grandi" immersi nella "grande bellezza". Lorenzo Vita il 31 Ottobre 2021 su Il Giornale. Roma appare la scenografia perfetta di un summit in cui tutti sembrano svestire i panni di leader per essere turisti tra le strade della capitale. E la cancel culture sparisce di fronte alla Bellezza. Il lancio della monetina nella Fontana di Trevi segna una delle tappe finali del G20 di Roma. Un vertice che ha l'ambizione di dare un futuro migliore al mondo, ma che per farlo sembra ripartire dal passato, da quel flusso eterno che ha nella capitale tra i suoi simboli migliori e noti. Un punto di partenza o forse una lezione viva e a cielo aperto che i leader del mondo sembrano apprezzare. Immersi nella storia e nella "grande bellezza", come un set cinematografico che riporta Roma a essere città universale, i capi di Stato e di governo girano tra incontri e passeggiate solitarie come turisti affascinati dalla capitale prima ancora che leader con gli occhi del mondo puntati addosso. L'etichetta cede il passo ai gusti, l'importanza dell'incontro arretra di fronte a quello che sembra il vero protagonista del G20: il luogo. Boris Johnson visita privatamente al Colosseo e all'alba di oggi i Fori Imperiali. Jair Bolsonaro si concede passeggiate tra San Pietro e Castel Sant'Angelo. Angela Merkel, che si appresta a lasciare il trono di Berlino a Olaf Scholz, guarda con meraviglia quella fontana dove ha appena lanciato la monetina e tocca l'acqua con le mani come una turista qualsiasi: non una cancelliera, ma una turista come tante che si aggira per le vie di Roma. Narendra Modi e Joe Biden "passano il ponte" e incontrano Francesco, ma con quel senso di visita più personale che pubblica, è Biden il cattolico più che Biden il presidente a voler incontrare Sua Santità. E nella notte da "Doce Vita", Emmanuel Macron e consorte, come Johnson e Charles Michel, scelgono di camminare di notte per le vie di Roma, tra ristoranti tradizionali e passeggiate che qualcuno azzarda anche "romantiche". Se l'immagine tradisce un messaggio, allora forse quello che traspare da questo incontro romano è che ad attrarre i leader del mondo resta sempre l'eterno e il bello. Turisti prima di essere leader, si aggirano per Roma come osservatori che si godono un "Grand tour", pensando davvero di essere nella scenografia di un film e non in un summit che potrebbe decidere questioni fondamentali della società di oggi. Invece la capitale, che tutto assorbe, tutto abbraccia e tutto riesce a sedimentare, sembra quasi scansare questioni momentanee di fronte all'eterno. Tutto passa in secondo piano. Anche i problemi. Forse è solo un'inquietante e per certi versi divertente impressione: ma Roma sembra il set ideale per incontri in cui non si deve e non si può litigare. Oziosa e "cinematografica", la città eterna accoglie gli ennesimi leader della sua storia come accoglieva nobiluomini per il Grand Tour. Mostra la sua parte migliore, annichilisce chiunque pensi di poter contare più di imperatori e Papi, copre quel senso di caos e disordine che la quotidianità fa dire a tanti romani che qualsiasi altra città sarebbe migliore. Un sedativo potente di fronte a un mondo in ebollizione: un divano per mettersi comodi mentre intorno va in scena il disastro. Un film che piace ai turisti: il tipico film che racconta una Roma che non esiste se non nei cuori e nei sogni di tutti, quasi che i romani siano veramente assorti tra le rovine e le chiese e non tra lavoro, traffico e disordine. Eppure, nel rischio di vedere questi leader come tanti "Nerone" che suonano la cetra mentre la città brucia (falso storico che però ormai è diventato icona), un sorriso ce lo strappa proprio questa Roma. Funestati da mode passeggere, influencer, grida scandalizzate per revisionismi e "cancel culture", il mondo si rasserena. C'è qualcosa di più importante, è fuori e prima di tutti. E torniamo tutti a sentirci "nani sulle spalle di giganti". Oppure semplicemente turisti di passaggio in chi ha già visto e assistito a tutto. 

Lorenzo Vita. Classe 1991, laurea in Giurisprudenza, master in geopolitica e corsi su terrorismo e guerra ibrida. Amo la storia, il mare, sogno viaggi incredibili e ho nostalgia del grande calcio e degli stadi pieni. Una passione mi ha cambiato la vita: raccontare quello che succede nel mondo. E l'ho trasformata in lavoro. Così, nel 2017, sono entrato nella redazione de ilGiornale.it. Vivo diviso tra Roma e Milano, nell'eterna lotta tra cuore e testa. Ho scritto un libro: "L'onda turca"

Antonio Crispino per il “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2021. Il Comune di Roma ha un tesoretto di un miliardo di euro che gli deriva dai canoni di locazione che dovrebbe riscuotere per gli immobili di sua proprietà concessi in affitto. Per la precisione, è il monte dei crediti che vanta nei confronti di persone che non pagano o non hanno mai pagato nulla pur occupando legittimamente un alloggio comunale. Peccato, però, che ben 481 milioni di questi soldi siano considerati non più esigibili. È passato talmente tanto tempo che ormai l'amministrazione ha perso le speranze e nemmeno prova più a riscuoterli. Li giudica irrecuperabili poiché i primi atti interruttivi della prescrizi