Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

In Montagna si invecchia prima.

I Nemici della Scienza.

Scienza e fede religiosa.

La contestazione…

E se il Big Bang non fosse mai esistito?

L’estinzione di massa.

Gli Ufo.

Fuori di…Terra.

Il Futuro nel Passato.

Il computer quantico.

Le Telecomunicazioni.

L’uso del Cellulare.

Un microchip sottopelle.

Cos'è un algoritmo.

Il concetto di Isocronismo.

Giaccio Bollente.

La Sfida della Scopa.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mente sana in Corpo sano.

Il Cervello che invecchia.

Il Toccasana del Cervello.

L’Odio per i Geni.

L’Idiozia.

Il Pessimismo.

La cura dell’Ottimismo.

Passo Dyatlov. La teoria della “tempesta perfetta”: «Impazzirono per infrasuoni».

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ignoranti …e basta!

La Scuola dalla A alla Z.

La scuola degli strafalcioni.

La Laurea Negata.

Laurea…non c’è.

Cervelli in Fuga.

Studenti in fuga.

La scuola dirupata.

Concorso docenti, il grande business dei crediti e le ombre sul Concorsone.

Più bidelli che carabinieri.

Eccellenze e Metodi.

L'Università Telematica.

Università Private: Affari ed Inchieste.

I Compiti a Casa.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

"Dio, Patria, Famiglia" contro "Uomo, Mondo, Sesso".

Falsi sin dagli albori.

La crisi dei competenti.

Non è vero che…

La saggezza degli animali.

La Libertà dell’Occidente.

La Memoria: tra passato e futuro.

La prossima egemonia culturale.

Il Buonismo.

La Dolce Vita.

Gli anni Ottanta.

Il Grande Fratello.

Il Galateo.

Siamo egolatri. Ergo: Egoisti e Narcisisti.

Lo Snobbismo.

Il nostro Accento.

«Ma che dici?»

Chi uccide la Lingua italiana?

Oltre ogni ragionevole dubbio.

La libertà: uno Stato di Fatto che non è di questa Italia.

I Radical Chic.

I Tabù.

Emozione ed Amore.

Il Pianto.

Il Romanticismo contemporaneo.

Quell’irrefrenabile bisogno di costruire il nemico.

L'anziano tolga il disturbo.

Hikikomori, il fenomeno dei ragazzi che vivono al contrario e si isolano.

Gioventù del “Cazzo”.

Un popolo di Maleducati.

Fascista!

L’Odio, il Rancore, l'Invidia, l’Ingratitudine.

La Fiducia.

Gli Amici.

V per Vendetta.

Il perdono.

C’era una volta la vergogna.

Etica dell’onore.  

La Cultura di Destra.

Le Figure Retoriche.

Data Palindroma.

Il 2020 è bisestile, la leggenda dietro al 29 febbraio.

I Collezionisti di…

Ladri di Cultura.

La caccia ai tesori delle navi perdute.

Per tutti Kalashnikov, per i tecnici AK-47.

La paura della “Rete”.

L'Era Digitale.

Quando si scriveva con la penna.

Le Scoperte utili ed inutili.

Fenomeno Panini.

Fenomeno Sneakers.

Il Pac-Man.

Gli Hot-Pants.

La “Gran Moda”.

La Peluria. Spettinati sopra e sotto.

Il Nome dei Marchi.

Le Righe diaboliche.

Il Mastercheff dell'800.

Cinema: Trucco ed Inganno.

Il Doppiaggio.

Il Fotoromanzo.

L'Arte e la Conoscenza.

La Storia da conoscere.

Musei. Colosseo, Uffizi e Pompei sul podio.

Arte: le 15 mostre da non perdere nel 2020.

L’Arte Nera.

I Pinocchio.

Il Mito di Zorro.

Buon compleanno, Pippi Calzelunghe.

James Bond.

I Simpson.

Artisti Anticonformisti.

Letteratura. Dal Figlio al Foglio. Il Figlio come ispirazione.

La Cultura Contemporanea? Il trash-pop-cult berlusconiano.

I Social. Lo spazio all'orda degli imbecilli.

Scrittori da Social.

Editoria: Roba mia…

Giangrande e Morselli. Quando gli editori non editano.

Cultura e /o Propaganda?

La Grafologia.

I premi Nobel.

Albert Einstein.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia.

Aldo Nove.

Alessandro Manzoni.

Alessandro Michele.

Andy Warhol.

Angelo Cruciani.

Antonio Ligabue.

Antonio Pennacchi.

Bansky.

Betony Vernon.

Boris Pasternak.

Bruno Bozzetto.

Charles Bukowski.

Carlo Levi.

Cechov.

Cecilia Mangini.

Cesare Pavese.

Dan Brown.

Dante Alighieri.

Diego Dalla Palma.

Dolce e Gabbana.

Donatella Versace.

Donatien-Alphonse-François de Sade.

Eduardo e Peppino De Filippo.

Emanuele Trevi.

Ennio Flaiano.

Erno Rubik ed il Cubo.

Eugenio Montale.

Eva Cantarella.

Federico Moccia.

Gabriel Matzneff.

Geco.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Gianni Rodari.

Gianni Vattimo.

Giordano Bruno.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giuseppe Peri.

Giuseppe Ungaretti.

Giuseppe Verdi.

Goffredo Fofi.

Hans Christian Andersen.

J. K. Rowling.

Johann Wolfgang von Goethe.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Pisano Bogollo, noto a tutti come Fibonacci.

Leonardo Sciascia.

Ludovica Ripa di Meana.

Luigi Mascheroni.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Malcom Pagani.

Marcella Pedone, vita da fotografa.

Marco Lodola.

Maurizio Cattelan.

Mauro Corona.

Natalia Aspesi.

Oliviero Toscani.

Oscar Wilde.

Patrizia Cavalli.

Patrizia Valduga.

Pier Filippo d’Acquarone.

Piero ed Alberto Angela.

Primo Levi.

Robert Schumann.

Roberto Capucci.

Roberto Cavalli.

Sergio Lepri.

Sibilla Aleramo.

Steinback e Silone, i punti in comune di due cantori diseredati.

Thomas Mann.

Totò.

Valentino.

Van Gogh, il modernissimo.

Vittorino Andreoli.

Vittorio Sgarbi.

Zadie Smith.

Mai dire Influencer.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Morte dell’informazione.

Siete sicuri che è informazione?

“Professione: Odio”.

La Stampa condannata.

Il quarto grado a Quarto Grado.

Il nefasto Politicamente corretto partigiano.

La Doppia Morale.

La Censura.

Ecco la Tv del nulla.

Gli Opinionisti.

Tv-Truffa: Nulla è come appare.

Sulle spalle dei contribuenti.

Le Fake News.

L’Albo della Gloria.

Le redazioni partigiane.

Emmy Awards & Company 2020. I premi dei partigiani.

La Cnn e la tv del futuro.

Dicembre 1975, così nacque Radio Radicale.

La rivoluzione mancata di TeleBiella.

Novella 2000: 100 anni.

L'Espresso, 65 anni: partigiano.

Il decimo anno di Instagram.

Il metodo Iene.

Le "signorine buonasera".

Alda D' Eusanio.

Alessandra Ghisleri.

Alessio Orsingher e Pierluigi Diaco.

Alessio Viola.

Andrea Scanzi.

Anna Billò.

Augusto Del Noce.

Barbara Palombelli.

Bernardo Valli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Vespa.

Daria Bignardi.

Emilio Fede.

Fabio Fazio.

Fausto Biloslavo.

Federica Sciarelli.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Furio Colombo.

Gad Lerner.

Gavino Sanna.

Gianni Minà.

Giovanna Botteri.

Giovanni Floris.

Giovanni Minoli.

Giuseppe Cruciani.

Josephine Alessio.

Ilaria D'Amico.

Luca Abete.

Mario Giordano.

Maurizio Costanzo.

Michele Santoro.

Mimosa Martini.

Monica Maggioni.

Nicola Porro.

Paolo Brosio.

Paolo Del Debbio.

Paolo Guzzanti.

Roberto D’Agostino.

Rino Barillari.

Selvaggia Lucarelli.

Veronica Gentili.

 

 

  

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        "Dio, Patria, Famiglia" contro "Uomo, Mondo, Sesso".

"Dio, Patria, Famiglia" contro "Uomo, Mondo, Sesso": lo scontro finale. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 13 luglio 2020.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Nell’effervescente ambito cattolico “conservatore” sono ormai all’ordine del giorno i riferimenti ai tempi apocalittici che staremmo vivendo, in una sorta di resa dei conti tra “i figli della luce e i figli delle tenebre” come ha scritto recentemente Mons. Viganò a Donald Trump. L’approccio spirituale è destinato ai soli credenti, tuttavia, vale senz’altro la pena di affrontare il discorso laicamente, dal punto di vista culturale, storico e sociologico, constatando come nel mondo si stiano effettivamente confrontando due enormi e coerenti sistemi di pensiero che agglomerano diversi e opposti “ismi”. Sostanzialmente, da un lato sopravvive una mentalità che affonda le proprie radici nella cultura cristiana e, parzialmente, in una antichissima e affine  “morale naturale” tradizionale. Dall’altro lato, una mentalità  antagonista, per molti versi nuovissima e tecnologica che, invece, parte dal volontario e militante rifiuto di tutto ciò che afferisce alla prima. Possiamo quindi senz’altro individuare uno scontro titanico fra una “cultura cristica” e una “cultura anti-cristica” senza per questo entrare nell’ambito religioso, né affibbiare giudizi di merito all’una o all’altra. I due schieramenti sono evidenti solo da poco: durante il ‘900 infatti,  le grandi ideologie sono state dei macro-contenitori in cui si mescolava un po’ di tutto: giustizia sociale, conservazione, rivoluzione,  patriottismo, tradizione, solidarismo, insomma, una gran confusione, dove ognuno ha preso o tolto qualcosa dal Vangelo inserendolo a piacimento nel proprio costrutto ideologico. Crollati fascismi e comunismi, tutto si è separato, coagulandosi in modo spontaneo come acqua e olio. Agli antichi valori spirituali di Dio, Patria, Famiglia, si oppongono, oggi come non mai, quelli materialistici dell’Uomo, del Mondo e del Sesso. Abbiamo quindi una squadra “rossa” che lega progressismo, mondialismo,  europeismo, immigrazionismo, pacifismo, antimilitarismo, disarmismo, genderismo, femminismo, omosessualismo,  antifascismo,  ateismo, diritti civili, aborto, eutanasia, ecologismo, animalismo … Contro una squadra “bianca” che assorbe piuttosto sovranismo, patriottismo, tradizione, religione,  istanze pro-vita e pro-famiglia, e persino la difesa di una dieta onnivora e della caccia. Per certi versi, si potrebbe riprendere in esame la dicotomia fra “pensiero forte” e “pensiero debole” di vattimiana memoria, ma in questa breve disamina ci limiteremo a individuare le due posizioni in relazione alla cultura cristiana, fondativa dell’Occidente, dato che, citando la notissima frase di Croce, “non possiamo non dirci cristiani”. Il progressismo, in generale, rifiuta l’idea di un Dio che agisce nella storia umana e di un uomo che, nella sua evoluzione, deve attenersi all’esperienza storica, ai principi-base della Creazione e all’ordine naturale delle cose di cui fanno parte le società naturali della patria e della famiglia. I sostenitori del mondialismo, de facto, respingono quest’ordine soprattutto nell’”antiquato” concetto di stato-nazione che è, invece, da parte sua strettamente legato alla storia occidentale cristiana, basti pensare al diritto divino di re e imperatori, incoronati per secoli dal papa. La costruzione degli stati ha spesso comportato la guerra, concetto che il pacifismo disconosce in blocco e che invece, nella dottrina cristiana - per l’autodifesa e la protezione dei deboli - è del tutto lecita, anzi doverosa. Chi avesse dubbi può consultare il Catechismo all’art. 2264-5: “Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale. […] La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l'ingiusto aggressore in stato di non nuocere”. Dal pacifismo discende, logicamente, il rifiuto di tutto ciò che è militare, riferito alle armi e all’autodifesa e quindi anche all’idea di far rispettare con la forza i confini nazionali. La posizione “per i ponti, contro i muri” è, così, in buona parte condivisa dagli europeisti i quali, del resto, supportano una costruzione tecnico-finanziaria sovranazionale che ha esplicitamente negato qualsiasi riferimento all’eredità cristiana. Non è un caso che, caldamente europeisti, siano quasi sempre i sostenitori dell’immigrazionismo, i quali respingono il concetto  di un’identità nazionale da difendere anche dal punto di vista etno-antropologico e, con essa, anche un’identità religiosa che non reputano degna di essere salvaguardata. Legate a filo doppio con l’immigrazionismo, sono diverse istanze antirazziste improntate a una continua ricerca di memoria, giustizia e risarcimento,  escludendo però dal proprio orizzonte il “perdonare le offese” tipicamente cattolico. Contro il “maschio bianco, etero, cristiano e colonizzatore”, anche il femminismo che  boccia senza appello la distinzione fra le diverse caratteristiche e ruoli dei sessi – nella pari dignità - che invece appartiene da sempre al Cristianesimo. Sulle innovazioni relative alla sessualità, alla vita e ai bambini, fulcro della creazione, lo scontro diventa poi incandescente. Il genderismo rigetta l’idea che l’uomo debba accettare il corpo ricevuto da Dio, (il quale sarebbe, peraltro, solo un involucro per l’anima in vista della vita eterna) e viceversa, ritiene che, grazie alla chirurgia, possa riplasmarlo decidendone perfino il genere. L’omosessualismo, dal canto suo, propone  una radicale alternativa alla concezione religiosa e tradizionale di amore e matrimonio, improntata alla complementarietà biologica dei sessi, volta alla costruzione di una famiglia naturale. Significativo quanto scriveva l’ideologo gay Mario Mieli: “La lotta per il Comunismo deve manifestarsi oggi anche quale negazione della Norma eterosessuale che è funzionale alla sussistenza del dominio del capitale sulla specie umana”. Mieli aggiungeva anche che uno degli obiettivi di questa liberazione doveva essere “la realizzazione di rapporti gay in grado di generare in un nuovo modo”. Infatti, proprio sulla generazione della vita emergono due percorsi inversi: la squadra rossa ritiene, sostanzialmente, che “i genitori abbiano diritto ai bambini” mentre quella bianca, piuttosto, che “i bambini abbiano diritto ai genitori”. Non è un caso che alcune frange della sinistra politica siano possibiliste sull’“utero in affitto”, opzione respinta con orrore dalla destra. Sempre in tema, i sostenitori dell’aborto e dell’eutanasia rifiutano la sacralità della vita umana e ritengono di essere in diritto di interromperla nelle sue fasi iniziali e finali, in alcuni casi. Sul rispetto della vita animale e dell’ambiente, sono invece non di rado intransigenti gli animalisti-antispecisti, gli ambientalisti e i vegani che si oppongono al ruolo dell’uomo cristiano “amministratore del creato”, libero di servirsi (pur col dovuto rispetto per l’opera di Dio) degli animali e della natura per i propri bisogni essenziali, tra cui la nutrizione. Sostanzialmente, le due grandi squadre bianca e rossa partono da due assunti opposti: o Dio ha fatto l’uomo, o l’uomo ha fatto Dio. Nel secondo caso, l’uomo è misura di tutte le cose e quindi può legittimamente riformulare costumi, scelte, abitudini e valori in base alle contingenze e alle necessità del suo tempo. Nella squadra rossa compaiono spesso delle istanze che all’origine sarebbero anche lecite in una visione cristiana, ma che vengono estremizzate: l’amore per il prossimo diviene socialismo, quello per il creato ambientalismo, il desiderio di pace si muta in pacifismo, l’anelito alla genitorialità si spinge fino all’impiego della tecnologia per ottenere figli in “nuovi modi”, e così via secondo quello che il Catechismo definisce “perverso attaccamento a certi beni”. Ecco perché, ancora una volta, la squadra bianca e la rossa si rivelano del tutto incompatibili e avversari “finali”. Quindi, non c’è nulla di strano nel parlare laicamente di un vero scontro “apocalittico” in corso, né di istanze coerentemente “cristiche e anticristiche”. Nessuno ha motivo di offendersi. Il confronto tra questi due versanti è palese e ognuno scelga liberamente in quale riconoscersi ed eventualmente militare, facendo salve, per adesso, alcune “personalizzazioni”. E’ infatti  vero che abbiamo alcuni sovranisti animalisti oppure favorevoli alle unioni civili, così come alcuni progressisti contrari all’omosessualismo o al mondialismo, ma sono commistioni “da zona di confine” con peso limitato e con un futuro reso sempre più incerto dal progressivo radicalizzarsi dello scontro. La logica interna alle due posizioni, infatti, di corollario in corollario, nel tempo diverrà sempre più stringente e richiederà agli individui una sempre più netta scelta di campo: o coi bianchi, o coi rossi. I credenti direbbero: o con Cristo, o contro Cristo, ma anche dal punto di vista laico-culturale, sarà più o meno lo stessa.

·        Falsi sin dagli albori.

Ulisse, l’uomo dai mille volti. L’ambiguità di Ulisse sarebbe dovuta, secondo Omero, a una doppia eredità trasmessagli dagli antenati: l’invincibilità in guerra del padre Laerte, la fama di ladro abilissimo e di spergiuro del nonno materno Autolykos. Lauretta Colonnelli il 26 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud. «Gli dei hanno voluto la guerra di Troia perché gli aedi avessero di che cantare», disse Demodoco, il poeta cieco che addolciva le serate alla corte di Alcinoo, re dei Feaci. La guerra era durata dieci anni, alla fine Troia era stata distrutta. Gli Achei avevano preso la via del ritorno. Si sapeva che alcuni erano arrivati alle loro case, che altri erano morti lungo la strada. Solo di Odisseo non si avevano più notizie. Erano trascorsi altri dieci anni dalla fine della guerra quando Nausicaa, la figlia di Alcinoo, lo vide apparire nudo e coperto di sale sulla riva del mare. Accolto dal re nel suo palazzo, la sera stessa il naufrago sentì Demodoco, accompagnato dalla cetra, cantare le imprese degli eroi sotto le mura di Troia e le avventure dei sopravvissuti durante i loro nostoi, i ritorni. Odisseo si commosse e, vergognoso di piangere davanti ai Feaci, nascose il volto tirandosi sul capo il mantello di porpora. Alla fine riprese lui stesso il racconto, dove Demodoco l’aveva interrotto perché oltre non conosceva, e narrò le disavventure incontrate nel suo lungo e difficile viaggio verso Itaca. L’episodio, narrato nell’ottavo canto dell’Odissea, fu ripreso nel 1814 dal pittore Francesco Hayez in una tela grandissima, di tre metri e mezzo per quasi sei, che gli era stata commissionata da Gioachino Murat al tempo in cui fu sovrano di Napoli. Nel quadro, conservato nel Museo nazionale di Capodimonte, si vede in primo piano Demodoco che canta e suona la cetra; Odisseo che si copre il viso con il mantello; Alcinoo che, seduto accanto a lui, sente i suoi «singhiozzi profondi» e stende la mano per chiedere al cantore una pausa. Secondo la tradizione, la fortuna che l’Odissea avrebbe avuto nella cultura occidentale rispetto all’Iliade sarebbe cominciata proprio dal racconto di Odisseo e dal suo tortuoso peregrinare per il Mediterraneo: un percorso che si annoda come un labirinto lungo le coste meridionali della penisola italica. Per secoli gli studiosi si sono impegnati a identificare i siti citati da Omero, che potrebbero essere immaginari: la terra dei ciclopi e l’isola del Sole con la Sicilia; la reggia di Eolo, che donò a Odisseo l’otre in cui erano imprigionati i venti contrari alla navigazione, con l’isola di Stromboli, i gorghi marini abitati dai mostri di Scilla e Cariddi con lo stretto di Messina; la grotta della maga Circe, che trasformò i compagni di Odisseo in maiali, con il promontorio del Circeo; l’ingresso all’Averno, il regno dei morti dove Odisseo incontrò l’indovino Tiresia, nel lago Averno vicino a Pozzuoli; l’isola delle sirene nel golfo di Salerno. La fortuna di Odisseo, che i Latini avrebbero poi chiamato col nome di Ulisse, in uso ancora oggi, si deve anche ad altri motivi. Che sono ben raccontati nella mostra «Ulisse, l’arte e il mito» (catalogo Silvana Editoriale), aperta fino al 31 ottobre nei Musei di San Domenico di Forlì, dove sono esposte ceramiche greche e dipinti e sculture, che dal tempo dei Romani ai nostri giorni illustrano le storie raccontate nell’Odissea. Uno dei motivi della fortuna di Ulisse è che il re di Itaca, al contrario degli altri eroi che andarono a combattere sotto le mura di Troia, non aveva un volto solo, ma tanti, e spesso in contraddizione tra loro. Non possedeva soltanto le virtù guerriere di Achille e Aiace, di Agamennone e Menelao e di tutti gli altri campioni achei. Ulisse, raccontava Omero già nell’Iliade, era prima di tutto polytropos, cioè versatile. Contraddittorio nel fisico e nel carattere. Aveva un corpo minuto, e tuttavia imponente, largo di spalle. Incerto e goffo nell’andare, agile però nell’eloquio «quando faceva uscire dal petto la voce profonda, e le parole come fiocchi di neve». Era forte sul campo di battaglia, dove venne ferito e soccorse guerrieri più forti di lui. Ma era ancor più abile nelle sortite notturne in campo nemico e nelle azioni che richiedevano astuzia e capacità d’inganno, come quella usata per far entrare dentro le mura di Troia il grande cavallo di legno che ne decretò la caduta. Era un aristocratico, ma pronto a trasformarsi in un convincente uomo politico, quando si trattava di dirimere questioni all’apparenza irrisolvibili. Omero sembra attribuire questa doppiezza a una doppia eredità trasmessagli dagli antenati: l’invincibilità in guerra del padre Laerte, la fama di spergiuro e di ladro abilissimo del nonno materno Autolykos. Furono soprattutto le sue imprese come signore degli inganni ad affascinare gli antichi. L’impresa più eclatante dell’Ulisse ingannatore, che scatenò la fantasia dei ceramisti arcaici tra il settimo e il quarto secolo prima di Cristo, fu l’accecamento di Polifemo, e la successiva fuga dalla grotta del ciclope con i compagni legati sotto il vello dei suoi arieti. In seguito l’attenzione degli artisti si spostò verso i racconti che costellarono le opere e i giorni di Ulisse: le sue relazioni con le donne che cercarono di trattenerlo e di fargli dimenticare il viaggio: le sirene, la maga Circe, la dea Calipso; e i rapporti con le donne che lo aiutarono, come la candida Nausicaa; e la nostalgia per la moglie Penelope. L’evolversi delle rappresentazioni di questi episodi nell’arte vanno di pari passo con le mutazioni del giudizio verso l’eroe e le sue azioni. Talvolta fosche ombre ne oscurano la fulgida figura: accadde già nel corso del V secolo avanti Cristo, quando si identificò l’Ulisse politico con il peggio della demagogia che aveva avvelenato la storia ateniese dell’età di Pericle, e la sua capacità retorica celebrata da Omero divenne marchio d’infamia. Nella schiera dei demagoghi lo collocò Euripide, per bocca di Ecuba: «demagoghi, razza d’ingrati, in caccia solo del favore popolare». E tra i demagoghi, la regina sconfitta di Troia giudica Ulisse il peggiore: «un immondo imbroglione, un nemico della giustizia, un mostro senza legge che stravolge ogni cosa con la sua lingua biforcuta». Sofocle fa diventare l’eroe di Itaca addirittura un vigliacco, un freddo manipolatore che si approfitta dell’ingenuità del prossimo, ma è pronto a scappare di fronte all’ira dei raggirati. Per Virgilio, che lo affronta dal punto di vista del troiano Enea, è il più spregevole e pericoloso degli Achei. Questa ambiguità accompagnerà Ulisse attraverso i secoli successivi fino al Medioevo, quando gli scrittori paleocristiani vedono nella sua nave il simbolo della Chiesa, strumento della Salvezza, alla quale il capitano si fa legare per sottrarsi alla tentazione delle sirene, sintesi di ogni lussuria e adulazione: ed ecco spiegata la presenza della figura di Ulisse sui sarcofagi cristiani. A traghettare definitivamente l’eroe di Itaca nell’età moderna sarà Dante Alighieri, che lo incontra all’inferno dentro la fiamma crepitante e squassata dal vento, e inventa per lui una fine inedita: il naufragio oltre le Colonne d’Ercole, oltrepassate per conoscere il «mondo sanza gente». Nell’oceano sconosciuto e immenso la sua nave si inabissa: «Tre volte il fè girar con tutte l’acque / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù com’altrui piacque / infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».

Il mare che sigilla per sempre l’ultima avventura di Ulisse punisce il suo peccato di hybris, la superba volontà di conoscere. Eppure le parole che Dante fa dire a Ulisse per convincere i compagni a prendere ancora una volta la strada verso l’ignoto preannunciano i viaggi e le scoperte del successivo millennio, e porteranno gli esploratori verso nuovi mondi: Marco Polo in Cina, Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci verso le Americhe, il Capitano Cook verso l’Australia, Magellano a circumnavigare il globo terrestre per decretare la fine del terrapiattismo, gli astronauti a volare nel cosmo. Perché, avverte Ulisse, «fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza».

·        La crisi dei competenti.

Non capisco chi va a dimostrare. I loro problemi li manifestano in piazza: a chi?

Alla stampa omertosa? Ai politici menefreghisti? Ai colleghi di sventura che pensano a risolvere la loro personale situazione?

Non basta una buona rete sul web per far sentire la nostra voce?

Chi ha votato, si rivolga al suo rappresentante in Parlamento, affinchè tuteli il cittadino dai poteri forti.

Chi non ha votato, partecipi con altri alla formazione di un movimento democratico e pacifista per poter fare una rivoluzione rosa e cambiare l’Italia.

"Io so di non sapere". Il problema è che, questo modo di essere, adesso è diventato: "Io so di non sapere e me ne vanto". Oggi essere ignoranti è qualcosa di cui vantarsi. Prima c’erano i sapienti, da cui si pendeva dalle loro labbra. Poi sono arrivati gli uomini e le donne iperspecializzate, a cui si affidava la propria incondizionata fiducia. Alla fine è arrivata la cultura “fai da te”, tratta a secondo delle proprie fonti: social o web che sia. A leggere i saggi? Sia mai!

Vittorio Feltri contro gli "stupidi in circolazione": " Ti portano al loro livello e poi ti battono con l'esperienza". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 17 ottobre 2020. Il luogo comune, la frase fatta, il giudizio preconfezionato. Ma anche il dilettantismo, la arroganza, la superficialità. Miscelate questi ingredienti micidiali e otterrete un ritratto attendibile della nostra società, rincretinita dai social network. A che serve oggi una laurea in medicina o in giurisprudenza? A niente. C'è internet. Siamo tutti chirurghi, avvocati e commissari tecnici della nazionale di calcio. L'analisi della realtà, da condursi con i propri neuroni e magari con i propri occhi, non va più di moda. Ci sono migliaia di opinioni a disposizione in Rete. Basta prenderne una, adattarla e via. Un esempio dalla cronaca. Ricordate, qualche settimana fa, il caso di Willy, il ragazzo di colore ucciso a botte da alcune teste vuote? Nella opinione pubblica, produsse una grande impressione il fatto che gli assassini avevano muscoli pompati in palestra e praticavano arti marziali. Libri, dischi, giornali, serie televisive e varietà promuovono la superficialità, la volgarità, l'arroganza, il consumismo, la celebrità, il culto del denaro ma il dibattito si ridusse al solito dilemma: i killer erano fascisti? Certo. Gli opinionisti decisero che essi erano "oggettivamente" fascisti anche qualora non avessero mai sentito parlare di Benito Mussolini. Per quale motivo? Perché è più facile nascondersi dietro a vecchie discussioni piuttosto di mettere in discussione sul serio il nostro stile di vita, promosso proprio dai media sui quali si esibiscono i commentatori. Di questo passo, però, non si va molto lontano. Infatti, tra le "geniali" proposte per risolvere il problema, qualcuno ha suggerito di chiudere le palestre per ridurre la violenza. Ma allora, per combattere l'obesità, che dovremmo fare, chiudere i supermercati? Il Diario della capra (Baldini+Castoldi) di Vittorio Sgarbi colleziona, giorno dopo giorno, in una utile agenda dell'anno scolastico 2020-21, le migliori battute che fanno saltare gli schemi della stupidità. Eccone qualcuna. Giosuè Carducci: «Colui che potendo esprimere un concetto in dieci parole ne usa dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni». Andrea Camilleri: «Adoro chi osa. Odio chi usa». Marcello Marchesi: «Due parallele si incontrano all'infinito, quando ormai non gliene frega più niente». Oscar Wilde: «L'amore è un malinteso tra due pazzi». Ennio Flaiano: «Si battono per l'Idea, non avendone». Cinque però non bastano, ce ne vuole almeno un'altra di quel gran poeta di Charles Bukowski: «Quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri, si diventa come tutti gli altri». Il vero maestro, però, nell'arte di individuare un cretino è stato l'economista Carlo Cipolla (1922-200), autore di Leggi fondamentali della stupidità umana, un saggio fondamentale che trovate nel volume Allegro ma non troppo (Il Mulino). Cipolla aveva familiarità con la spiccata tendenza dei suoi colleghi a formulare previsioni "scientifiche" sull'andamento dei mercati. Ignorate, purtroppo, dai mercati stessi. Ne trasse alcune osservazioni importanti, che diventarono appunto leggi. Eccole, un po' rimaneggiate per motivi di spazio. senza misura Prima: sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Cosa gravissima: giorno dopo giorno siamo condizionati in qualunque cosa che facciamo da gente stupida che invariabilmente compaiono nei luoghi meno opportuni. Impossibile stabilire una percentuale, dato che qualsiasi numero sarà troppo piccolo. Seconda: la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. C'è in giro gente brillante in un settore, e irrimediabilmente cretina in tutti gli altri. Inoltre non ci sono differenze di ceto, razza o sesso che tengano. I bidelli sono cretini come i professori. Le donne come gli uomini. I neri come i bianchi. La percentuale è sempre stata e sempre sarà altissima. Terza (ed aurea): una persona stupida è una persona che causa un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita. Si capisce dunque che il tipo di deficiente più pericoloso è il politico, che dispone degli strumenti necessari per colare a picco una intera nazione. Quarta: le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. Non si rendono conto, stupidamente, che associarsi a un cretino ha sempre conseguenze disastrose e anche costose. Pensano di risolvere il problema con l'intelligenza. Non funziona così. La stupidità crea danni immediati e irrimediabili. Quinta: la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. In aggiunta, è anche il più imprevedibile. Lo stupido ti coglie sempre di sorpresa e questo gli conferisce un grande vantaggio. Inoltre ti porta al suo livello e poi ti batte con l'esperienza, come già sostenuto da Oscar Wilde. Provate ad applicare queste leggi con regolarità e vedrete che spiegano il mondo.

La crisi dei competenti: «Fin qui tutto male, ma può peggiorare. Lo dice la Storia». Luca Mastrantonio su Il Corriere della Sera il 26 settembre 2020. Per non venire spiazzati dal tatticismo del titolo, che potrebbe far pensare a un tardo racconto della disfatta degli intellettuali di sinistra, il nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, Radical choc (Einaudi) va letto da destra verso sinistra: «choc radicale». Perché è uno choc ed è radicale lo stravolgimento che sta investendo i competenti, ossia i dispensatori di quelle risposte pertinenti che generano sicurezza, favorendo lo sviluppo. Ascesa e caduta dei competenti sono inserite in un quadro agilmente vasto: dal filosofo arabo del 1300 Ibn Khaldun, con le sue intuizioni sul rapporto tra centro e periferia e la guerra simbolica per il prestigio sociale, fino al nazismo come apoteosi della macchina-Stato omicida, animata da un populismo che ha realizzato la modernità azzerando la democrazia. In mezzo, il Medioevo, l’Umanesimo e gli Stati moderni, la cui Bibbia è Il Leviatano poiché lo Stato nasce come patto postbellico.

I riferimenti pop e la fine di Hubert. Il libro, già al centro di La guerra di tutti (saggio che ha seguito l’esordio di Ventura nel 2017, Teoria della classe disagiata ), qui dialoga con il famigerato La burocratizzazione del mondo, del trozkista Bruno Rizzi: il libro già nel 1939 svelava le similitudini tra nazismo e stalinismo e, benché clandestino, ispirò Guy Debord (e indirettamente George Orwell) per La società dello spettacolo (1967): lo statalismo con la burocrazia e il capitalismo con la divisione del lavoro sono al servizio di una stessa ideologia economica che, con la maschera dello Spettacolo, domina la società con scopi razionali (sviluppo) ed effetti irrazionali (alienazione). I riferimenti pop di Ventura, funzionali a storicizzare il presente, vanno da Voltron, cartone animato Anni 80 che ricorda il Leviatano, al film L’odio (1995), con la frase «fin qui tutto bene» di Hubert che sta cadendo da un palazzo: finché non si sfracella può dirlo. Ventura invece sostiene: fin qui tutto male, ma può peggiorare, lo dice la Storia.

I costi di manager, burocrati e intellettuali. Il popolo che abita le periferie e la campagna si ribella alle élite del centro e della città quando i costi dei competenti superano i benefici (avviene non solo per la crisi economica, ma per la concorrenza interna e per la complessità delle macchine che manager, burocrati, intellettuali e impiegati devono oliare). Le rivolte, che porteranno ad altri paradigmi, spingono su leader che parlano in nome del popolo. Trump, Brexit, 5Stelle, Lega... Ecco il primo choc. Ma — secondo choc — il popolo tanto sovrano non è se la politica si fa commissariare dai tecnici, per debolezza cognitiva o alibi, mentre i tecnici stressati dall’urgenza e dalla paura di sbagliare nella propria sfera di competenza esasperano il principio di precauzione, invadendo altre sfere. La perdita di sovranità avviene anche dove non c’è dittatura: basta il regime di urgenza, com’è avvenuto in Italia.

Tecnopopulismo o il capitalismo di Stato. Gli scenari sono due: il tecnopopulismo o il capitalismo di Stato. In entrambi, la modernizzazione vuole risposte accelerate (ansia da vaccino) e meno democrazia (insofferenza per i partiti). Cosa fare? Servono competenti con un migliore equilibrio tra costi e benefici, tra centro e periferia: meno polarizzazione. Altrimenti i populisti dilagheranno, sostiene Ventura, che abbiamo intervistato.

Nel libro gli intellettuali di oggi hanno uno spazio marginale. Cita il filosofo Giorgio Agamben, che sul blog ha scritto della «supposta epidemia» sfiorando il negazionismo. Aggiungo: l’opinionista tv Andrea Scanzi prima sbeffeggia chi considera il Covid una malattia mortale e poi scrive un best-seller contro I cazzari del virus ; infine Sgarbi, critico d’arte, leader no-mask. La competenza è un optional?

«Sono esempi diversi. Il problema nel caso di Agamben, di cui rispetto l’allarme sui rischi della democrazia legati allo stato di emergenza, è la facilità di accesso a mezzi digitali che gli hanno permesso di intervenire subito su un tema in evoluzione. La macchina, la possibilità di comunicazione istantanea favorisce errori».

Il prestigio dei competenti oggi deve fare i conti con gli influencer, la cui legittimità non viene tanto da titoli, ma dalla capacità di farsi seguire. Alcuni virologi e scienziati sui social sembrano aspiranti influencer.

«Gli influencer hanno il pro di far emergere outsider, rappresentanti di minoranze prima escluse, senza dover passare da accademie o istituzioni. Io stesso arrivo dal web, non dall’università. Sono autocritico allora se dico che i social network e media hanno un meccanismo disfunzionale, il like cresce anche se causi un litigio, infiammi un dibattito violento, riporti un contenuto negativo. Gli incentivi funzionali portano a effetti positivi sulla società, quelli negativi no, sono perversi. E penso al ruolo di reclutamento politico via web, che ha ottenuto anche risultati qualitativi inferiori persino al sorteggio».

Nel libro scrive di società iatrogena, dove le cure producono effetti collaterali negativi, a volte persino patologie. Cita l’ospedalizzazione che accelera la diffusione del virus, ma pure la radicalizzazione di islamici dovuta a infiltrati dell’antiterrorismo. Come evitare di cadere nella dietrologia complottista?

«Mi interessa mostrare com’è realmente possibile diventare cospirazionisti, anche per evitarlo: la società è ossessionata dal controllo ma non riuscendo a controllare tutto crea disfunzioni. Io le analizzo per togliere moralismo, alibi, non c’è alcun cattivo che sta controllando tutto, ma ci sono strutture e burocrazie così complesse che producono pasticci che forniscono dati reali a chi crede alla dietrologia. Capire le ragioni di chi pensiamo abbia torto, populisti o complottisti, è importante, non dobbiamo avere paura, sennò abbiamo già perso».

Raffaele Alberto Ventura, nato nel 1983 a Milano, vive a Parigi, dove collabora con il Groupe d’études géopolitiques e la rivista Esprit. Sul web si è imposto con il nome di Eschaton. Il nuovo saggio Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, conclude la «trilogia del collasso» iniziata con la Teoria della classe disagiata (2017) e La guerra di tutti (2019), entrambi editi da minimumfax.

·        Non è vero che…

Da buzzfeed.com il 18 settembre 2020.

1. Rasarsi i peli non li fa ricrescere più duri. I peli rasati sembrano più spessi perché non hanno più la punta affusolata. Sono le loro estremità affilate e spuntate a dare quella sensazione “tozza”.

2. I capelli e le unghie non continuano a crescere quando moriamo. Molte persone credono che accada perché quando si muore la pelle si restringe, così da far sembrare le unghie e i capelli più lunghi di quanto realmente sono.

3. Tingersi i capelli non li fa ingrigire più rapidamente. I capelli grigi arrivano quando il pigmento della melanina, che conferisce il colore ai capelli, si deteriora. Le tinte non influenzano affatto questo processo biologico, ma lo stile di vita, lo stress e altri fattori invece possono farlo.

4. Se toccate un cucciolo di uccello, la madre non lo abbandonerà. Gli uccelli non hanno molto olfatto a causa delle loro piccole narici, per cui il vostro odore non farà abbandonare alla madre i suoi piccoli.

5. I ragni gambalunga sono effettivamente velenosi. Questo ragnetto apparentemente innocuo è velenoso ma con i suoi morsi non può attraversare la pelle umana.

6. Le rane o i rospi non fanno venire le verruche. Nonostante la loro pelle verrucosa, entrambi questi animali non vi provocheranno nulla. Le verruche in effetti sono causate dal papilloma virus o dall’HPV.

7. La vagina “sformata”. Non è vero che una vagina "larga" sia andata per forza a letto con molte persone. Per loro natura, i muscoli vaginali si rilassano espandendosi quando vengono eccitati, per poi tornare a restringersi. Per quanto sesso si possa fare non sarà mai abbastanza da farle allargare in maniera permanente.

8. E già che ci siamo… quella che chiamate “vagina” non è affatto una vagina. La vulva comprende la parte pubica, il clitoride e il suo cappuccio; le labbra, l’uretra e infine l’apertura vaginale. La vagina è perciò solo quella parte che collega la parte esterna dei genitali a quella interna: la cervice e l’utero.

9. Dormire con I capelli bagnati non vi farà venire il raffreddore. Detto in poche parole, i raffreddori sono causati dai virus. Ad goni modo, non va fatto.

10. La Grande muraglia cinese non si può vedere dallo spazio. L’occhio nudo non può vedere la Grande muraglia, nemmeno a bassa orbita, per via di come è stata progettata e per il suo colore. Le uniche immagini in cui si può scorgere qualcosa, sono state fatte grazie a uno zoom, ed è ancora difficile da vedere.

11. I fulmini possono colpire due volte lo stesso posto. Il vecchio detto “i fulmini non colpiscono mai lo stesso posto” è un falso mito, anzi è molto probabile che lo facciano, che passino dieci minuti o un milione di anni.

12. I defribillatori non possono rianimare un cuore morto. I defribillatori non possono riattivare gli elettrocardiogrammi piatti. Perché un cuore possa battere e dare la vita, dev’esserci un giusto equilibrio chimico tra gli elettroliti, I defribillatori vengono usati per resettare e correggere i battiti irregolari, come la fibrillazione ventricolare, nella speranza di ristabilire un battito regolare.

13. E nemmeno la respirazione bocca a bocca può rianimare un cuore fermo. Mentre la credenza comune è che le rianimazioni bocca a bocca servano a far tornare in vita le persone, il loro scopo reale è quello di impedire che il cervello subisca danni pompando ossigeno nei polmoni. Per la maggior parte delle persone, senza uno shock elettrico, il cuore non tornerà al suo normale battito.

14. Se chiedete a un agente sotto copertura se è un poliziotto, in generale non vi diranno di esserlo. Gli agenti in borghese possono aiutarvi a compiere un crimine, perché la legge glielo permette, ma non possono convincervi o costringervi a commetterne uno.

15. Non bisogna essere ricchi per adottare un bambino. A seconda di dove vivete, i processi di adozione possono essere costosi, ma non bisogna per forza essere ricchi per poterlo fare, una buona stabilità finanziaria può essere sufficiente.

16. Se ingoiate una gomma, resterà incollata allo stomaco per sette anni. Mentre è vero che non vengono digerite come gli altri cibi, la gomma tuttavia verrà eventualmente digerita dal corpo, ma è difficile che resti per più di sette giorni, figurarsi per sette anni!

17. Il consumo di zucchero non rende I bambini iperattivi. L’idea comune è che sia lo zucchero a eccitare i bambini, ma in realtà è solo il pensiero del dolce a eccitarli. Non è stato scoperto alcun collegamento tra il suo consumo e iperattività.

18. Lavarsi le mani col sapone non uccide i germi, li fa solo scivolare via. Il sapone rimuove i batteri che restano attaccati a degli olii sulle nostre mani e sciaquandole questi vengono rimossi insieme ai batteri.

19. Stare troppo vicini al microonde non fa venire il cancro. Il tipo di radiazioni utilizzate dai microonde non sono ionizzanti, ciò comporta che non può realmente modificare le strutture molecolari nei nostri corpi.

Il microonde, lo zucchero e i peli: tutte le bugie che vi hanno raccontato. Dalla rasatura dei peli, ai capelli bagnati fino all'età dei cani. Dieci miti che negli anni ci hanno fatto credere essere veri ma che in realtà non lo sono. Novella Toloni, Venerdì 18/09/2020 su Il Giornale.  Diciamoci la verità: quante volte i nostri genitori o i nostri nonni ci hanno spacciato per verità cose di comodo. Falsi miti con i quali siamo cresciuti, ma che in realtà non corrispondono affatto a verità. E che, ammettiamolo, a volte ci hanno messo anche in difficoltà. È ora di accettare che i peli non ricrescono più duri dopo il primo taglio e che l'ananas e il caffè non fanno dimagrire. Ecco le 10 idee sbagliate che tutti crediamo essere vere.

1. Dormire con i capelli bagnati fa venire il raffreddore. Prendere freddo non è mai una buona abitudine, ma in fatto di raffreddore si può stare tranquilli. Il raffreddore e l'influenza sono causati da virus. Coricarsi con i capelli umidi, quindi, non vi farà ammalare.

2. Il consumo di zucchero rende i bambini iperattivi. Non esiste alcun collegamento tra l'assunzione di zuccheri e la sovreccitazione dei bambini. Nessuno studio, infatti, ha mai dimostrato che lo zucchero provochi iperattività nei più piccoli. Semmai questi potrebbero eccitarsi solo per il semplice fatto di potersi gustare l'agognato dolcetto o gelato.

3. Lavarsi le mani uccide i batteri. Mai come ora occorre sfatare questo mito. Lavarsi le mani con il sapone non uccide i batteri ma semplicemente li fa scivolare via. Il detergente rimuove i batteri che restano attaccati agli olii che naturalmente si trovano sulla pelle. Sciacquando le mani questi vengono rimossi insieme ai batteri.

4. Stare vicini al microonde fa venire il cancro. Le radiazioni che si generano dall'utilizzo del microonde non sono nocive né per l'uomo né per gli animali. Le emissioni dell'elettrodomestico, infatti, non essendo ionizzanti non sono in grado di modificare il dna dei corpi. Per questo sono sicuri e innocui.

5. Rasarsi i peli li fa ricrescere più duri. I peli rasati non sono più spessi dopo la rasatura. Essi vengono percepiti più duri perché perdono la punta affusolata (cioè la parte più morbida del pelo), lasciando affiorare la radice più grossa e spessa. Allo stesso modo rasarsi i peli non li fa crescere più folti e neanche numerosi.

6. Un anno canino equivale a sette anni umani. Il "mito" potrebbe essere verosimile ma non corretto. L'età di un cane per essere convertita in anni umani deve tenere in considerazione la razza canina e le dimensioni dell'animale. Ad esempio a parità di anni canini, un bassotto potrebbe essere più vecchio di un cane lupo.

7. L'ananas fa dimagrire. L'ananas, come altri alimenti definiti "brucia-grassi", non ha alcun effetto sugli accumuli di grasso. Essendo però un frutto composto per l80% di acqua ha un bassissimo apporto calorico quindi mangiarlo fa bene in un regime dietetico.

8. Toccare un uccellino lo farà "rifiutare" dalla madre. Si dice che toccare un uccellino porti la madre ad abbandonarlo per colpa dell'odore. Niente di più sbagliato. Gli uccelli non hanno un olfatto sviluppato a causa delle loro piccole narici. Per questo l'odore dell'uomo non viene percepito dai volatili. La madre riconoscerà sempre il suo piccolo.

9. La respirazione bocca a bocca può rianimare un cuore fermo. La respirazione bocca a bocca non fa tornare le persone in vita. Questo è un dato di fatto. La pratica consiste - in realtà - nel mantenere ossigenati i polmoni affinché il cervello non subisca danni irreparabili dalla momentanea assenza di battito. Per questo la respirazione bocca a bocca viene associata al massaggio cardio-toracico nel caso di arresto cardiaco.

10. Gli esseri umani hanno cinque sensi. Tatto, vista, udito, gusto e olfatto non sono i soli sensi che l'essere umano può sfruttare, anche se sono i più utilizzati. Secondo gli scienziati le capacità sensoriali a cui l'uomo può ricorrere sono almeno dieci tra le quali la propriocezione (capacità di essere consapevoli del proprio corpo) e la termocezione (la distinzione delle variazioni di temperatura da parte del corpo).

·        La saggezza degli animali.

Il leone e il topo. Giulia Carcasi il 9 agosto 2020 su Il Quotidiano del Sud. Se dice sempre che il leone è er re della foresta, pure si nun è l’animale più temibile: ce so’ ragni che te fanno secco co’n pizzico. Nun è manco er più bello o er più elegante: i pappagalli indossano certi colori da fa’ invidia agli stilisti d’alta moda e le giraffe c’hanno i colli più lunghi dei ritratti de Modigliani. Abusivamente il leone s’era appropriato de quer titolo come quelli che se credono d’esse gran signori in virtù dei soldi. “Che ve piaccia o no, io so’ nato co’ la corona in testa” argomentava, mostrando la criniera come prova provata. E, sentendo il suo discorso da politico de lungo corso, pareva che er potere je spettasse de diritto. Un giorno però, muovendosi nella foresta, se ritrovò la zampa incastrata dentro a ‘n legaccio fatto de corda. Era ‘na trappola piazzata là da quarche cacciatore. Più s’agitava pe’ liberasse, più il laccio je se strigneva attorno. “Aiutateme” ruggiva tremando, “Aiutateme. So’ er vostro re!”, ma nessuno c’aveva coraggio né vojia d’avvicinasse. Sortanto ‘n topo s’affacciò e non perché quello ‘ntrappolato era er re della foresta, ma perché era n’animale come tutti l’altri: come se fa a vede’ quarcuno sofferente e nun fa’ niente? “Te supplico” promise il leone ar topo pe’ invojiallo “Si me liberi, te farò principe, smetterai de vive’ rintanato e ordinerò ai gatti de fa’ l’inchino quanno passi”.

A quell’esserino della ricompensa nun je fregava niente. C’aveva ‘n dubbio solamente: “Nun è che me magni appena te libero?”.

“Ma te pare?” quasi s’offese il leone d’un pensiero tanto ignobile. “Nun te magno, t’assicuro! E poi sei tarmente piccolino che nun me basteresti manco p’aperitivo…”.

Quanno la canna der fucile apparve all’orizzonte, d’istinto er topo s’affrettò a rosicchia’ coi suoi dentini la corda, filo dopo filo, fino a spezzalla. Giusto in tempo schivarono la pallottola, fuggendo uno da ‘na parte e uno dall’artra.

L’indomani nella foresta era tutto ‘n brusio tra le foglie. “Chi l’avrebbe mai detto? ‘n topo che salva ‘n leone!” raccontava quarche animale che da lontano aveva osservato la scena “Si nun l’avessi visto co’ l’occhi miei, nun ce crederei”. Ce s’era accorti che l’animali piccoli, a torto ritenuti inutili, possono esse’ preziosi perché riescono a fa’ cose di cui quelli grossi nun so’ capaci. Ce s’era accorti, soprattutto, che esse’ ‘n signore nun è ‘n titolo acquisito, ma va conquistato. La natura non ha creato nessun re, so’ re tutti quelli che se comportano bene.

Più i commenti giungevano alle orecchie del leone, più quello se sentiva sminuito. “Chiamateme quer topo” ordinò all’animali della foresta, dandosi arie magnanime, “Vojio ricompensallo”.

Al roditore pareva brutto presentasse a zampette vuote e je portò in dono ‘n fiore. ‘Sto secondo gesto de nobiltà montò ancora de più l’ira del leone: doveva mette’ fine a quer confronto da cui usciva perdente. Co’n unghiata afferrò er topo pe’ la codina e se lo pappò.

Davanti a ‘na simile ingiustizia, tutti fecero ‘n passo indietro: “Vergogna!” se sentì tra la folla.

Da sempre l’animali nun portano vestiti, ma pe’ la prima vorta il leone se senti’ nudo e, ner tentativo de salva’ la faccia, improvvisò: “Ecco che fine fanno i traditori! Davero ve credevate che quer sorcio era tanto bono e tanto coraggioso d’avemme salvato? Quello ar cacciatore s’era venduto la pelle mia in cambio de ‘n pezzo de formaggio! Purtroppo pe’ lui, me so’ riuscito a libera’ e oggi pensava de scusasse portandome ‘n fiorellino…”.

Più che de ‘na criniera, la natura aveva dotato il leone de ‘na lingua capace d’ignobili menzogne.

Così i re abusivi mantengono il proprio scettro: da falsi, confondono la verità; da peggiori, eliminano i migliori; da sporchi, sporcano i puliti. Finché il regno diventa ‘na giungla.

La cicala e la formica. Giulia Carcasi il 26 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud.

Trenta gradi all’ombra. Sbracata sotto la tettoia de ‘na foglia, ‘na cicala cantava a voce alta. Quer canto, monotono e continuo, infastidiva ‘na formica che s’affannava a fa provviste pe’ l’inverno e, barcollando, trasportava sulla schina ‘na briciola grossa quanto ‘na collina.

«Pe’ cortesia. Puoi sta un minuto zitta?» chiese alla cicala.

Ma quella de canta’ nun smise affatto: «Si nun canto mo che è estate, quanno lo faccio?».

«C’ho mal de testa» la pregò la formica. «Solo un minuto, damme tregua. Smettila co’ ‘sto fri fri».

«Fri fri?!?» sbottò a ride’ la cicala, sfottendo la formica «Come sei antica! Sei rimasta alla preistoria. ‘Na volta noi cicale facevamo fri fri, ma ormai semo internazionali, parlamo inglese come lingua madre, l’avemo imparato dai turisti al camping» e sottolineando la differenza de pronuncia disse «Io non dico mica “fri fri”, ma “free free”, che vor di’ “libera, libera”…».

«A me me pare uguale…» commentò la formica tra sé e sé.

«Ma che ne voi capi’ te che nun fai manco ‘n verso…» l’offese la cicala «Raccatta le molliche, va’, ch’é mejo…».

Fino a quer punto s’era spinta l’ingratitudine! Da che mondo è mondo, le cicale, a furia de canta n’intera estate, se ritrovano d’inverno a mani vote e, si nun morono de fame, è proprio grazie alle fatiche costanti e silenziose delle formiche, che generosamente condividono er cibo della loro dispensa. Ner tempo nun solo la riconoscenza era scomparsa, ma le frivolette ce battevano pure de cassa e l’aiuto pareva dovuto.

Mentre la formica s’allontanava risentita, la cicala sapeva d’esse stata indelicata, ma nun voleva abbassa’ le antenne e, anziché chiede scusa, rincarò la dose: «Cara mia, lo sai perché te la piji a male? Perché te piacerebbe esse’ come me. La tua se chiama invidia. Te nun lo sai cos’è la vita. Sai solo sgobba tutto er giorno. Nun c’hai da fa altro. D’altronde la natura mica t’ha dato le qualità ch’ha dato a me. Canta’ nun sai canta, le ali nun ce l’hai…».

«Vedi de falla finita» l’avvertì la formica. «E st’inverno nun veni’ a frignare alla mia porta. Anzi, pardon, a freegnare. I tempi so’ cambiati, nun te ne sei accorta? Quest’anno nun se trovano più tante molliche a terra. Esse generosi è diventato un mestieraccio e, a forza d’offese, pure su un cuore morbido se fa er callo.»

La cicala capì d’avella detta grossa: «Ascolta. Poggia ‘nattimo sta briciola». La formica se tolse quer carico dalle spalle e se fermò a sentilla. «Io nun so vive come te,» le spiegò la cicala «ma nun te crede che so felice de canta tutto er giorno. Certe vorte ce s’annoia pure. Tu ce sai sta ar buio, io devo anna’ sempre a sbatte’ contro la luce. È tarmente breve la vita nostra che, si me fermo a pensa’, m’assale l’angoscia…»

Allora anche la formica se rabbuiò. «E a me chi m’assicura che nun me capita un colpo secco de ‘na scarpa in testa o ‘na spruzzata d’insetticida? E che me so’ goduta? La vita è pe’ tutti n’incognita.»

C’hai ragione pure te» ammise la cicala. «Si tu me dai ‘na mano a porta’ sta mollica, si famo mezzo e mezzo de fatica come famo mezzo e mezzo de raccolto, tu forse nun t’annoieresti tanto, c’avresti meno angoscia, e io c’avrei er tempo d’assaporà la vita. È vero, nun so canta’ e nun c’ho l’ali, ma nun sai quanto me piacerebbe sta ‘na settimana in ferie a nun fa niente, a riposa’ la schina, a fa ‘na camminata a vanvera, a fa du’ chiacchiere co quarche amica» disse la formica. «Pe’ ‘na settima vorrei falla pure io la cicala».

A buon intenditor poche parole. E pe’ la prima volta ne la storia, ‘na cicala e ‘na formica se caricarono, una da un lato e una dall’altro, ‘na briciola.

La lepre e la tartaruga. Giulia Carcasi il 2 agosto 2020 su Il Quotidiano del Sud.

Te puoi sforza’ quanto te pare, ma certe doti o ce l’hai o nun ce l’hai: nun se imparano.

La lepre c’era nata veloce e s’era meritata er titolo de scheggia der bosco. A vedella pareva ‘n conijo un po’ più grosso, ma mentre quello c’aveva l’espressione domestica de chi s’acquatta dentro a ‘n nascondiglio, la lepre nell’occhi selvatici c’aveva ‘n guizzo. Faceva certi salti che pure i grilli je facevano i complimenti.

Un giorno nacque ‘na tartaruga col complesso de superiorità: a tutte quelle della sua specie spettava ‘na vita lunga e lenta, ma a lei nun je bastava. “Mamma, papà, guardate come so’ svelta!” se metteva ar centro dell’attenzioni, muovendo a più non posso le sue zampe a rallentatore. Era più rapida la terra a gira’ attorno al sole.

“Ammappa!” fingevano de stupisse i genitori pe’ falla contenta, “se continui de ‘sto passo a te la lepre te fa ‘n baffo”.

Dall’apprezzamenti familiari era passata a pretende’ pure quelli dell’altri animali. E un po’ pe’ compassione un po’ perché ai matti je se dà ragione, “Come sei brava!” je ripetevano in coro “Sei ‘n siluro!”. A forza de bucie era diventata così viziata da nun accetta’ più critiche: si quarcuno s’azzardava a faje nota’ che in un giorno faceva a stento mezzo metro e nun se po’ certo definì un record, la tartaruga dava in escandescenze. “Nun t’avvelenà, nun ne vale la pena” la consolavano allora i genitori credendo de fa’ er suo bene “Pe’ un meschino che te dice ‘na cattiveria, nun puoi mette’ in dubbio un talento che tutti te riconoscono…”.

La presunzione si spinse ar punto che la tartaruga un giorno se presentò alla lepre. “Te sfido a chi arriva prima a quell’albero. Scommetti che te batto?”

“È ‘no scherzo?” je rispose quella.

“Nun te crede” l’avvertì la tartaruga “Parto piano, ma so’ un diesel”. E in uno stato di esaltazione aggiunse “Si nun te la senti, lo capisco… C’hai paura de fa ‘na figuraccia e rovinatte la piazza?”

A ‘na simile provocazione la lepre pensò che era troppo: “Paura io de te?!?” e accettò la gara.

Stabilirono un orario, un punto de partenza e un punto d’arrivo.

Al “Via!” la tartaruga scattò subito, ma, pur affannandosi, pareva ferma.

Incontrastata la lepre avanzava, ma sentiva che stava svendendo quer talento che j’aveva dato la natura: se corre pe’ scappa’ da li cani o dalle schioppettate dei cacciatori, se corre pe’ senti’ sul muso la libertà der vento, la carezza dei fili der prato, ma corre pe’ ‘na sfida nun ha senso. Se la vita è ‘na sfida, è solo co’ se stessi e no coll’altri, figurarsi co ‘na tartaruga. Vincere sarebbe stata ‘na sconfitta. Così, arrivata a ‘n passo dar traguardo, se fermò e, senza tajiarlo, se mise lì ad aspettare per ore e ore.

La tartaruga, quanno finalmente la raggiunse, esclamò “T’ho ripreso!” e pe’ l’emozione nun stava più ner carapace. Ma se sgonfiò ben presto, vedendo che la lepre, scansandosi, la faceva passare avanti e je diceva “Prego!”.

La corazzata tajò comunque er traguardo, ma fu ‘na misera conquista, che nun la rese soddisfatta.

A chi je chiede come quer giorno annarono le cose, la tartaruga, vantandosi, racconta ‘na menzogna: “Er segreto è la costanza! Chi va piano va sano e va lontano”. Alle lepre je scappa da ride ogni vorta che la voce arriva alle sue lunghe orecchie. Si je chiedessero de rifa’ la sfida, farebbe vince la tartaruga n’artra vorta, che tanto sempre e comunque ‘na tartaruga resta. 

·        La Libertà dell’Occidente.

Dall'anima alla cultura pop. I faraoni sono sempre con noi. Il numero di settembre di "Studi Cattolici" dedica uno speciale agli influssi della civiltà egizia sull'Occidente. Matteo Sacchi, Venerdì 18/09/2020 su Il Giornale. L'influsso culturale della civiltà dell'Antico Egitto su tutte quelle successive è difficilmente calcolabile. Dalla religione alla geometria, passando dal fascino enorme dell'architettura o dai precoci sviluppi della scienza medica il contributo di questa civiltà trimillenaria al presente è semplicemente non quantificabile. Ci sono ambiti in cui questo influsso è molto evidente e persino pop - potete trovare persino una piramide sulla copertina di uno degli album (Powerslave) della band metal degli Iron Maiden - e altri in cui è più sottile ma non per questo meno pervasivo. Per rendersene conto basta leggere il nuovo numero di «Studi cattolici» (rivista edita da Ares) che dedica uno speciale, molto colto, alla Terra dei faraoni. Si parte con un intervento di Alessandro Roccati, già ordinario di Egittologia all'università di Torino, che mette in luce come la concezione platonica dell'anima sia da considerarsi fortemente debitrice dai modelli culturali propri della religione degli egizi. Come esemplificato nel famoso mito del carro alato, per Platone l'anima umana è essenzialmente tripartita. Per il filosofo ateniese c'è l'anima «concupiscibile», desiderosa di esperienze materiali, che persegue solamente gli istinti. C'è poi un'anima «irascibile», che si sdegna per le ingiustizie e persegue la giustizia. Nonostante ciò, anche questa parte non è del tutto razionale. E infine l'anima razionale, che vede il prevalere della ragione sul resto e dovrebbe indirizzare le altre due parti. E va da sé che questa idea platonica ha fatto molta strada se alcuni la considerano antesignana della partizione della psiche (e lo stesso etimo della parola alla Grecia ci riporta...) umana in Es, Io e Super-Io di Freud. Roccati, sulla traccia delle riflesioni dello studioso francese François Daumas (1915-1984), ricostruisce il filo rosso che porta dalla concezione egizia delle anime umane sino a Platone. Tra le nove partizioni dell'anima umana della religione egizia tradizionale ce ne sono tre che vengono descritte in termini accostabili a quelli platonici. E non sono i soli influssi riscontrabili in Platone. Il filosofo che probabilmente svolse un viaggio di formazione in Egitto, ellenizzato dopo le conquiste di Alessandro Magno, nel Cratilo propone importanti interpretazioni del linguaggio e del suo sviluppo. Secondo Roccati: «Le sue riflessioni poterono solo adattare una compiuta tradizione linguistica come quella proposta specialmente dalla millenaria civiltà egizia». Anche il filosofo Matteo Andolfo, in un altro articolo dello speciale - L'idea dell'uomo nell'antico Egitto - riflette in maniera più ampia sull'influsso egizio sulla cultura greca a partire da Omero. Una influenza che avviene in più fasi e che porta ad una evoluzione. Sia per Omero sia per la cultura egizia più antica l'uomo è una somma di parti, una «molteplicità irrelata». Dopo, la concezione diventa più complessa e si riflette in tutta la filosofia classica sino a Plotino. Federico Contardi, ricercatore di egittologia dell'università di Firenze, invece riflette sui rituali dell'antica religione egiziana. Il rito per gli egizi era fondamentale per mantenere l'ordine universale, quell'equilibrio rappresentato dalla dea Maat, personificazione del concetto di ordine. Questo messaggio di ordine, imperniato sul mantenimento di antiche tradizioni e su determinate pratiche rituali, codificate nei papiri -come la vestizione del dio nei templi- ha costituito un patrimonio allegorico e simbolico che ha attraversato i millenni. Per certi versi quindi la stessa idea di liturgia è un debito che abbiamo verso gli antichi egizi: «Ogni atto, infatti, su un piano metaforico era identificato con avvenimenti del mito». Chiudendo lo speciale invece Emanuele M. Ciampini, egittologo di Ca' Foscari, racconta i rapporti dell'Egitto antico con il resto dell'Africa. Perché l'influenza della civiltà delle piramidi non si è diramata solo verso il Mediterraneo ma ha plasmato anche le civiltà sviluppatesi più a Sud, direzione verso cui gli egiziani avevano una particolare attenzione geopolitica, e religiosa. La geopolitica dei Faraoni è chiara: «L'interesse economico è quello che muove queste spedizioni: l'accesso alle ricchezze minerarie di queste terre, prima fra tutti l'oro, si combina con la possibilità di sfruttare, anche manu militari, regioni dove le formazioni statali non hanno ancora raggiunto una maturità tale da renderle interlocutori efficaci dello Stato egiziano». Per altri versi queste terre a Sud, da cui origina il Nilo che con le sue piene benefiche condiziona tutta la vita degli egiziani, assunsero presto anche un rilevante significato religioso. Del resto i popoli che entravano in contatto con gli egiziani, come i nubiani del regno di Kush, incorporarono modalità culturali egiziane e al contempo influenzarono a loro volta il regno dei Faraoni (non sono nemmeno mancati momenti in cui i due Stati hanno dato origine ad un'unica compagine politica). Ecco che quindi l'Egitto si pone come crocevia originale tra il bacino del Mediterraneo e l'Africa più profonda, un precursore della globalizzazione, quanto meno a livello di miti. Come spiega in chiusura del suo saggio Ciampini: «Le terre a sud dell'Egitto rappresentarono uno scenario fondamentale per la costruzione del reale non solo presso i Faraoni, ma anche per la cultura occidentale: la dizione hic sunt leones, segno di un confine tra mondo umano e l'ignoto e il fantastico, può diventare l'ultimo anello di una catena la cui origine risale agli inizi della Storia sulle rive del Nilo».

Ecco le idee ghigliottinate dalla rivoluzione giacobina. Da De Maistre a Burke, un saggio ripercorre le opere degli autori che condannarono la presa della Bastiglia. Luigi Iannone, Martedì 01/09/2020 su Il Giornale. Nella rappresentazione postuma del 1789 e di tutti i fenomeni ideologici e politici ad esso legati si è prodotta una linea analitica inattendibile perché, sin da subito, combinata ad una manipolazione culturale e ad una distorsione storiografica senza pari. In un simile trambusto, astutamente alimentato, finirono anche le insorgenze anti-giacobine che, almeno nella prima fase, rappresentarono sul piano pratico la più arcigna difesa dei valori della tradizione e il primo fronte di opposizione alla mitologia rivoluzionaria che, oramai, si riverberava su un piano assoluto e universale. Contro quel mondo che mai accettò i dettami della Rivoluzione non poteva che scagliarsi, e in tutta la sua virulenza, la civilizzazione illuminista, scortata in taluni casi anche da azioni militari risolutrici, come nel caso della Vandea. Una campagna mistificatoria che simultaneamente produceva la negazione sistematica del fronte controrivoluzionario e la celebrazione agiografica delle tesi rivoluzionarie. Uno scontro a tappe forzate all'interno delle quali ogni interpretazione doveva essere ricompresa in canoni prestabiliti. Clemenceau parlò di «blocco inscindibile», cioè di una rivoluzione «da accettare o respingere in blocco». Nel tempo si sostituì la teoria di «più rivoluzioni consecutive»; vale a dire, di un'età dell'oro corrispondente al 1789, a fronte di periodi come quelli del Terrore, da intendersi come naturali incidenti di percorso. Tragitto teorico molto battuto grazie al quale si collocarono gli episodi sanguinari e le fasi più cruente al di fuori della originaria matrice rivoluzionaria. Fu Burke ad intuirne l'astuzia quando, nelle Riflessioni, focalizzò l'attenzione su questa divisione strumentale tra una rivoluzione «buona» e una «cattiva» e sul fatto che non vi potessero essere dubbi su una continuità logica tra il 1789 e i decenni successivi. Se ad alimentare questo fronte si è utilizzata la distorsione storiografica, per la controrivoluzione si è adottata la menzogna e l'irrisione. Eppure non fu un fermento momentaneo, tanto meno un'azione di pochi scellerati con motivazioni indistinte. A sostenerla un grumo esaltante e fascinoso di pensatori cattolici che decisero di opporvisi, denunciando le aporie rivoluzionarie. Una scuola di pensiero che ha attraversato gli ultimi due secoli della storia d'Occidente e che, per forza di cose, mai poteva confinarsi nel dozzinale campo di una contrapposta teoria sociale e politica perché, come spiegò de Maistre, «la controrivoluzione non è una rivoluzione contraria, ma è il contrario della rivoluzione». Se la rivoluzione non è infatti assimilabile ad una ordinaria rivolta, anche la controrivoluzione non va intesa come una formulazione ribellistica legata al contingente e, in qualche modo, al folklore. E non si definisce ed esaurisce nella contrapposizione perché non è riducibile ad un tempo. Adottando il criterio della «trasmissibilità» che gli consente di perpetuare nel secoli valori di riferimento e quello della «selettività» che gli permette di defalcare dal presente i deficit del passato, «va interpretata e vissuta - come nota De Benoist - innanzitutto come luogo a-storico dove essa non è solo il passato, ma si pone al di là del tempo». L'ultimo lavoro di Diego Benedetto Panetta, Il pensiero controrivoluzionario (Giubilei-Regnani, pagg. 275, euro 20), attinge esclusivamente da questo versante metafisico. Se Augusto Del Noce parlò di «Rivoluzione come parola chiave della nostra epoca» in quanto non elemento di ordine fisico ma modello metastorico che investe il piano spirituale, allora Panetta, da contraltare, dedica intense pagine al quadro teorico e ripercorre i punti nevralgici del pensiero controrivoluzionario. Quindi incrocia Joseph De Maistre, Juan Donoso Cortés, Antonio Capece Minutolo, Monaldo Leopardi, Gustave Thibon, Francisco Elìas de Tejada e Plinio Corrêa de Oliveira, non disdegnando in apertura del volume un capitolo su Edmund Burke (che, però, non è da considerarsi un controrivoluzionario) e, in chiusura, uno sull'indefinibile Nicolás Gómez Dávila, che fu controrivoluzionario, forse reazionario, magari tradizionalista o più semplicemente un conservatore. Autori consapevoli di una modernità che abbandonando le proprie radici ha assunto forma e sostanza del tutto divergente da quella propugnata per secoli dalla civiltà cristiana. Eppure... ed è qui l'affondo di Panetta, se le generazioni vengono ancora educate all'inesistenza di una verità cui fare riferimento e di una autorità trascendente - in una condizione che Heidegger condensò poi negli stati d'animo del disorientamento, dello sradicamento e della spaesatezza - non tutto può essere ascritto al 1789. La responsabilità dello stato attuale delle cose e del processo di scristianizzazione in atto sarebbe «da ascrivere anche al cedimento di coloro i quali avrebbero dovuto fungere da Katechon; vale a dire, a buona parte delle gerarchie ecclesiastiche, le quali, hanno anticipato o addirittura avallano tale opera».

Ecco le lettere (inedite) di Maria Antonietta dal "carcere" di Versailles. Le missive della regina, prigioniera di se stessa e della corte, svelano le debolezze della monarchia. Stenio Solinas, Mercoledì 16/09/2020 su Il Giornale. La parabola, storica e umana, di Maria Antonietta, di cui escono ora, curate da Catriona Seth, le "Lettere inedite" (edizioni Clichy, traduzione di Alessandra Aricò, 302 pagine, 19 euro), è racchiusa in tre folgoranti annotazioni. La prima è di Mirabeau, il geniale di testa quanto mostruoso di fattezze Mirabeau, il politico che cerca di salvare la dinastia dei Borboni dopo averne picconato la legittimità: «C'è un solo uomo al fianco del re, ed è sua moglie». La seconda è di Rivaorl, il bastardo di un'aristocrazia che lo ha rifiutato proprio perché ne ha svelato i privilegi più vani e più vacui: «Più presa dal suo sesso che dal suo rango, dimenticò di essere fatta per vivere e morire su un trono reale. Volle godere troppo a lungo di quell'impero fittizio che la bellezza regala alle donne comuni e che ne fa le regine di un momento». La terza è della diretta interessata: «Annienterei il re se accettassi di agire, se montassi a cavallo, qualora ce ne fosse bisogno. Una regina che non ha poteri decisionali, nei momenti di crisi deve restare inattiva e prepararsi a morire». A quel 1789 che segna l'inizio della rivoluzione in Francia, Maria Antonietta e il suo augusto consorte, Luigi XVI, arrivarono, è il meno che si possa dire, impreparati: erano stati allevati per gestire la normalità di un trono senza scossoni, l'eternità di un'istituzione mai messa, in quanto tale, in discussione. La raccolta di queste lettere, inviate al conte di Mercy, diplomatico austriaco e suo amico, mai apparse sino ad oggi e per la prima volta tradotte in italiano, raccontano di lei proprio questo, una specie di pappagallino imperiale, grazioso e variopinto, utilizzato per un matrimonio di convenienza politica, l'alleanza fra Austria e Francia, che non si sa bene come utilizzare, proprio perché nessuno si è preoccupato di educarla a pensare: «Ella ascolta a malapena ciò che le si dice e lo comprende ancora meno». Mercy, che da ambasciatore in Francia, è la longa manus di Maria Teresa che vorrebbe governare Parigi da Vienna, si dispera che, sposa di un re senza amanti in carica, Maria Antonietta non usi le carte giuste per avere sul marito un ascendente certo, ossia un ascendente che favorisce lAustria. Lascia tuttavia perplessi che un diplomatico di carriera non si renda conto di quanto nella persona di una regina straniera, «l'autrichienne» incarnazione proprio di quell'Austria che è stata fino ad allora il nemico tradizionale, si concentrino le fantasie popolari, e non solo, tutte convergenti a disegnare una donna manipolatrice all'ombra del grand'uomo. Che il «grand'uomo» sia Luigi XVI, ovvero il suo esatto contrario, i francesi prerivoluzionari, siano nobili o terzo Stato, sembrano non accorgersene: gode di un prestigio non suo, ci si può ancora illudere che si riveli un altro Luigi XIV. Almeno su questo, è proprio Maria Antonietta a non essersi mai fatta illusioni. Il «pover'uomo» l'ha definito in una lettera alla madre nel 1775, quando entrambi hanno vent'anni e da cinque sono marito e moglie. Quella definizione lascia esterrefatta Maria Teresa: «Dov'è il rispetto, dov'è la riconoscenza? La vostra felicità potrebbe mutare di colpo e farvi precipitare, per colpa vostra, nelle più grandi disgrazie. Un giorno lo capirete ma sarà troppo tardi». Cassandra non avrebbe potuto dirlo meglio. Quindici anni dopo, il «pover'uomo» è meglio tratteggiato, ma Maria Antonietta per quanto fosse stata allora irrispettosa o incapace di pensare, aveva comunque colto nel segno: «Il re non è un poltrone, ha un grandissimo coraggio, ma passivo, è schiacciato da un cattivo sentimento di vergogna, una diffidenza verso sé stesso che gli viene dalla sua educazione e dal suo carattere. Ha paura di comandare e più di tutto ha il timore di parlare in pubblico. Ha vissuto sino ai ventun' anni, sempre in tensione, sotto lo sguardo di Ligi XV: questa oppressione ha influito sulla sua timidezza». In quell'arco di tempo, il pappagallino imperiale ha imparato a volare e solo allora ha realizzato di essere stato sempre e comunque in una gabbia. Ce l'hanno messa i maneggi imperiali di Vienna, che non vogliono vederla come moglie del re di Francia, ma come appendice degli Absburgo: «Cercate di capire la mia posizione e il ruolo che sono obbligata a recitare ogni giorno -scriverà a Mercy- A volte non mi capisco e sono obbligata a riflettere per vedere se sono proprio io che parlo». Ce l'ha messa la corte di Versailles, che critica ogni infrazione, che maligna sulle troppe trasgressioni, che alimenta polemiche e insinuazioni. Ci si è messa da sola, le spese pazze, gli inutili lussi, le passioni improvvise, la mancanza di contegno e l'irritazione se qualcuno glielo fa notare. Ha pensato di poter dettare la moda del tempo, ma non sa che le mode sono capricciose e il tempo non lo è di meno: «Non mi uccideranno con il veleno. Oggi è la calunnia che regna ed è di calunnia che mi faranno morire». Lungo tutte le lettere si assiste al progressivo venir meno della fatuità, dell'incostanza, del badinage, lo spettegolare senza pensarci, lo sparlare senza crederci, come simbolo di massima frivolezza, della seduzione come arma di distrazione di massa, dell'insofferenza alle regole, ai principi, alle istituzioni. Rispetto a Luigi XVI, che rimane l'onesta, dignitosa e alla fine eroica nullità che è sempre stata, Maria Antonietta si ritrova nelle vesti di chi cerca di salvare il marito e i figli, fantastica alleanze, pretende chiarimenti, non ci sta a essere trattata come una pedina, per giunta sacrificabile, sulla scacchiera della storia, si rifiuta di salvarsi da sola, preferisce morire che tradire. Il genio di Alexandre Dumas le regala una battuta delle sue in quel La contessa di Cherny che racconta la fine del regno di Luigi XVI: «Per il momento, signore, rispose la regina, il re, sono io». Il genio di David, il pittore della Rivoluzione, è più crudele, ma non per questo meno veritiero. Il giorno dell'esecuzione di Maria Antonietta ne disegna il profilo mentre la carretta la porta al patibolo, il fisico rinsecchito, il volto divenuto aguzzo di una povera vecchia che non ha ancora compiuto quarant'anni.

Saint-Just, la Rivoluzione con l'orecchino. Marco Cicala su La Repubblica il 25 ottobre 2020. Lo portava o no? Era bello come lo dipinsero? Idealista o fanatico? Un libro indaga sul più misterioso dei giacobini. Decapitato a 26 anni, morì con eleganza da dandy. Del terrore. Il 28 luglio 1794 il giacobino Louis Antoine de Saint-Just viene decapitato nella Parigi del Terrore poche settimane prima di compiere ventisette anni. Nel settembre 1792 era stato eletto alla Convenzione divenendone il più giovane tra i deputati. La sua impressionante traiettoria rivoluzionaria si consuma dunque in meno di 23 mesi. E, compressa dentro un arco temporale tanto angusto, finisce per attorcigliarsi fatalmente in un enigma. Una matassa che lo scrittore Stenio Solinas cerca ora di sbrogliare in Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione (Neri Pozza), raffinato profilo biografico-politico e impresa valorosa. Perché sulla figura dell'Arcangelo della ghigliottina si è incrostata nel tempo una dura scorza di leggende - agiografiche o denigratorie - in mezzo alle quali è difficile raccapezzarsi. Perfino il suo aspetto fisico è avvolto in un'aura di mistero. Ammesso che la famosa bellezza del ventenne Saint-Just non sia anch'essa un'invenzione romantica, che tipo di bellezza era? Ieratica? Tenebrosa? Femminea? Virile? Portava l'orecchino oppure no? Interrogarsi sulla controversa beauté del personaggio - come fa Solinas analizzandone le effigi - non è un esercizio voyeuristico. Giacché rimanda alla dimensione nella quale sta sepolta la chiave del rebus Saint-Just, che è quella della sua giovinezza. Una giovinezza che, sebbene presto troncata dalla mannaia, gli lasciò comunque il tempo di vivere parecchie vite: da poetastro a tribuno incendiario e terrorista di grido, ideologo ma anche instancabile organizzatore di eserciti rivoluzionari e infine utopista disilluso che si consegnerà ai suoi carnefici con stoica flemma. Insomma, un proteo che in nemmeno due anni di militanza ipercinetica salda pensiero e azione, teorie e passioni, orgoglio individuale e febbrile dedizione alla causa. In Francia l'hanno incastonato nel firmamento dei maudits alla Villon, De Sade, Rimbaud, Genet... Invece Solinas vi riconosce una sorta di prototipo dell'esteta armato, figura di poeta-combattente cara a certa intellighenzia inquieta nella prima metà del Novecento. E tuttavia, l'ineffabile Antoine sfugge ancora a un'immagine univoca, alla presa di quella che oggi - con termine sfibrato dall'abuso - chiameremmo "un'icona". Della sua vita pre-rivoluzionaria non sappiamo molto. Di sicuro Saint-Just nasce nel 1767 a Decize, Francia centrale. Con famiglia si trasferiranno quasi subito in Piccardia. Il padre, che muore quando il ragazzino ha dieci anni, è un ex militare assurto allo status di notabile. La madre viene da una famiglia di commercianti. Rampollo della media borghesia rurale, Antoine è mandato in collegio dagli Oratoriani dove si imbeve di letture classiche dalle quali pescherà esempi e linee di condotta nel furore rivoluzionario. A 18 anni si innamora della coetanea Thérèse con cui vorrebbe convolare a nozze se la di lei famiglia non si mettesse di traverso dandola in moglie al figlio d'un notaio. Ferito, Saint-Just si ribella a un ambiente provinciale che gli va stretto: depreda l'argenteria di famiglia e fugge a Parigi. Nella capitale si piazza in zona Palais-Royal, che all'epoca è una specie di distretto del sesso mercenario. Legittimo il sospetto che l'Arcangelo ne assapori tutte le voluttà libertine. Ma la pacchia dura poco. Perché la madre derubata ha fatto spiccare un mandato di cattura contro il ragazzo, ancora minorenne. Saint-Just finisce in gattabuia. Durante la breve detenzione germoglia in lui l'idea di Organt, poema acerbo e prolisso (quasi 8 mila versi), confusamente licenzioso, antiaristocratico e anticlericale, dato alle stampe nell'89. In quell'anno spartiacque Antoine avrebbe assistito alla presa della Bastiglia, ma non ce n'è prova. Nel frattempo ha ottenuto una laurea in legge, o forse se l'è comprata. Ambizioso, nelle prime fasi rivoluzionarie si muove da agit-prop marginale. Non è ancora repubblicano, ma moderato fautore d'una monarchia costituzionale. Poi il salto: raggiunta l'età che gli consente di accedere all'assemblea, irrompe sulla tribuna della Convention con un discorso d'esordio che lascerà il segno. Il momento è grave: c'è in ballo la testa di Luigi XVI. Tra quanti chiedono che il sovrano venga processato e quelli che invocano una punizione senza giudizio, Saint-Just sembra allinearsi ai secondi - con il motto celeberrimo di: "Nessuno può governare innocentemente". In realtà, leggendo bene il testo dell'intervento, il giovane deputato propone una terza soluzione: il re va condannato a morte, ma previo processo speciale. Siamo ai primi vagiti di una "giustizia popolare" fatta di tribunali-farsa che nei secoli a venire conoscerà spettacolare fortuna. A ragione, Solinas invita a diffidare delle letture deformanti che nella posterità hanno trasformato Saint-Just, animato da antica religio civile, in un antesignano del rivoluzionario moderno - di cinismo leninista, per intenderci. Eppure è lampante come nella sua teoria del tirannicidio si produca uno scatto concettuale decisivo. In sostanza, secondo Saint-Just, il monarca non può essere giudicato come un qualsiasi cittadino per il semplice motivo che "metafisicamente" non è un uomo pari agli altri. Forse nemmeno un uomo tout court. Ponendosi fuori dal contratto sociale, il re non rientra nell'ambito della Legge: è per essenza "un ribelle" da abbattere. Il problema non è l'individuo Luigi XVI, bensì la sua funzione, l'istituto monarchico che egli incarna e dal quale non può essere scorporato. Ergo: per sopprimere la funzione va soppresso l'uomo. Con logica a suo modo inesorabile, si comincia a razionalizzare l'identikit di un "nemico" disumanizzato che nella modernità rivoluzionaria porterà dritto alla paranoia di Stato e all'eliminazionismo su scala industriale. Se è vero l'adagio secondo cui la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, Saint-Just contribuisce a pavimentarla. Anche attraverso una comunicazione politica che superando i verbosi schemi dell'oratoria tradizionale, inventa una nuova retorica: svelta, nervosa, assertiva, imperniata su frasi brevi, apodittiche, ipnotiche. Il laconismo di Saint-Just - supremo fabbricante di slogan - è anche "un modello di vita" dice Solinas. Sì, ma che genere di vita? Spazzate sotto il tappeto le tentazioni libertine, Antoine si converte in emblema del puritanesimo rivoluzionario. A spaventare è meno il suo fanatismo della virtù che la sua concezione della felicità. Un bonheur che - in rottura con l'eudemonismo Ancien Régime e i suoi "decadenti" sollazzi - Saint-Just scinde severamente dalla sfera del "piacere": "Chi ha un'idea orrenda della felicità, la confonde con il piacere" tuona. Non è un paleo-comunista, difende la proprietà, vagheggia una società spartana che la redistribuisca tra "piccoli produttori indipendenti, ciascuno dei quali possiede il proprio campo o la propria bottega e vive del frutto del suo lavoro, ad uguale distanza dal bisogno come dal superfluo". Ha accantonato le velleità letterarie e deciso che cercherà il successo in politica. Ma non quella dei politicanti, "sanguinoso gioco delle parti, alleanze, intrighi, compromessi, tattiche" chiosa Solinas. Contro la mediocrità dei politicards, Saint-Just si infervora nel ruolo del "legislatore" messianico. Si batte per la creazione di istituzioni forti che stabilizzando la Révolution siano in grado di depurarla dalle cruente lotte fratricide. E dire che senza la politica, l'antipolitico Antoine de Saint-Just sarebbe rimasto un Carneade. Per quanto eccentrico, è venuto su sotto l'ala del dominus Robespierre e del suo partito egemone. Non è, scrive Solinas, "un macellaio del Terrore". Vero. Ma, da membro del sinistro Comitato di Salute pubblica, ne sarà tra i maggiori pupari. Con la sua ghenga liquida gli oppositori hébertisti e dantonisti. Esige il castigo perfino per chi, nel turbine dell'esaltazione palingenetica, si mostri semplicemente "indifferente" o "passivo". Dopo l'orgia di sangue che ha banalizzato la ghigliottina a routine, Antoine commenta amaro: "L'esercizio del terrore ha reso insensibili al delitto, come i liquori forti rendono insensibile il palato". Ma a disgustarlo non è la carneficina in sé quanto il fatto che non sia riuscita a far piazza pulita di partigianerie e fazioni: a salvare l'unità rivoluzionaria. Per Saint-Just la Révolution aveva scardinato l'asse della Storia inclinandolo irresistibilmente verso il "Bene". Senonché in quell'accelerazione, in quella vertigine, la macchina purificatrice del Terrore l'ha tramutata in una creatura autofaga che divorerà i suoi figli. Però la violenza generalizzata non rappresenta una degenerazione, un deragliamento della locomotiva insurrezionale: la rivoluzione è ab ovo guerra. Da subito chiamata ad attaccare, a difendersi contro aggressori intestini ed esterni. Il citoyen è immediatamente sinonimo di soldato. Allontanandosi dalle cabale parigine, l'ultimo Saint-Just si spende come un matto per ristrutturare e motivare gli sciancati eserciti rivoluzionari che alle frontiere faticano a respingere l'assalto delle potenze monarchiche coalizzate. Da missionnaire de la République (traduci: commissario politico), risolleva il morale delle truppe trascinandole verso la vittoria. Quella di Fleurus rimarrà incisa nelle memorie. Agli occhi di Saint-Just, del suo "ethos militare" spiega Solinas "la guerra può per la formazione di una nazione ciò che la politica non è in grado di produrre con la stessa rapidità: unità, fraternità, emulazione, spirito di servizio". Peccato che Antoine non sia praticamente mai stato visto lanciarsi in battaglia. Di davvero "armato", nell'esteta armato sembra dunque esserci pochino. Stando al bel ritratto che nel 1939 ne tracciò il "fascista" Pierre Drieu La Rochelle, Saint-Just "avrebbe potuto essere un grande scrittore". Ma il debutto poetico non fu granché promettente. Sarebbero state quindi le sue intemerate tribunizie a proiettarlo nell'orbita della "letteratura"? Discutibile. Antoine brucia la propria giovinezza nella rivoluzione. E constatandone l'impazzimento ne rivendica l'innocente "purezza" originaria fino all'autoimmolazione, al "sacrificio di sé" - ricorda Solinas. Però il sacrificio di sé non è un valore in sé. Come quella di tanti utopisti morti giovani e belli, anche la tragedia di Saint-Just non ci parla solo degli slanci d'una gioventù eternamente tradita, ma anche delle sue miserie, idolatrie, accecamenti. Prima di diventare un mito, Antoine fu un vorace consumatore di miti. Cultore di una romanità da peplum che in cima ai suoi divi colloca Bruto, il "cesaricida": "Se Bruto non uccide gli altri, ucciderà se stesso" promette Saint-Just. Non si farà fuori, ma la sua morte ha il sapore di un suicidio per interposta ghigliottina. Nel gran repulisti del Termidoro, che lo annienterà assieme a Robespierre e associati, Saint-Just sale sul patibolo con "siderale distacco" da dandy, indossando uno squisito "abito color camoscio, gilet bianco, culotte grigio-perla, un alto colletto su cui è annodata la larga cravatta che è sempre stata un suo segno distintivo". Un ultimo messaggio di "romano" stoicismo o di vanità? Impossibile deciderlo. Leggenda vuole che, appena mozzata, la testa di Charlotte Corday - l'assassina di Marat - fu schiaffeggiata dal boia e la sua guancia arrossì. Forse, subendo il medesimo sfregio, quella dell'algido Saint-Just non avrebbe cambiato colorito. Sul Venerdì del 23 ottobre 2020.

L'imperatrice e il filosofo. Così fallì il sogno illuminato. Il saggio di Robert Zaretsky racconta l'incontro scontro tra la pragmatica Caterina II e il sognatore Diderot. Matteo Sacchi, Lunedì 28/09/2020 su Il Giornale. Lui geniale ed enciclopedico. Convinto della natura benigna dell'uomo, capace di affascinare chiunque con la sua parlantina e potenza oratoria. Eppure propenso al dramma e all'ipocondria. Convinto della necessità del predominio della legge e del popolo, ma attratto dal potere dei sovrani e dall'idea di sedurli alle sue idee. Lei coltissima e sagace, attenta a tutti gli spunti delle nuove idee illuministiche. Capace di prendere il controllo di un Paese immenso e di contribuire a modernizzarlo, comprendendo la necessità di eliminare quelle vestigia medievali che ne frenavano lo sviluppo. Eppure non disposta a privarsi di parte del potere e disposta ad ascoltare le critiche solo sino ad un certo punto: meglio gli elogi sperticati di Voltaire.

Stiamo parlando del filosofo illuminista Denis Diderot (1713-1784) e dell'Imperatrice Caterina II (1729-1796). Dopo un lunghissimo rapporto epistolare l'illuminista francese e la sovrana si incontrarono, nel 1773 a San Pietroburgo, dove Diderot, piuttosto malaticcio, giunse dopo un viaggio estenuante. Il suo arrivo avrebbe dovuto trasformarsi in un trionfo di modernità, nella consacrazione intellettuale di una sovrana capace di portare il regno degli Zar nel futuro, completando la grande opera di Pietro il Grande (1672-1725). Ma la liaison (tutta intellettuale sia chiaro) tra i due l'anno seguente era già interrotta e uno stanchissimo Diderot tornava in carrozza verso l'Europa. A guastare questa corrispondenza di illuministici sensi ci si era messa una cafonissima terza incomoda: la Russia. Questa vicenda poco studiata è in realtà un'ottima cartina di tornasole delle contraddizioni della filosofia dei Lumi in particolare e, più in generale, di come si impantanino, nella realtà, la maggior parte dei sogni di riforma sempre così facili da realizzare nell'empireo della teoria. Ora su quell'incontro-scontro ha focalizzato l'attenzione uno dei maggiori specialisti di storia del Settecento, Robert Zaretsky dell'università d Houston. Nel suo Caterina e Diderot. L'imperatrice, il filosofo e il destino dell'Illuminismo (Hoepli, pagg. 230, euro 22,90) traccia il percorso di due vite parallele, giocate sul sottile crinale che separa la cultura e la politica. Nel mondo degli illuministi di Francia sempre desiderosi di indicare un modello per il cambiamento Caterina si era trasformata nel monarca, lontano ma non troppo, da indicare al pubblico per biasimare i Borbone di Francia. Voltaire era diventato persino sperticato nell'elogio: è la stessa sovrana a scrivergli che non ha piacere ad essere paragonata a Giunone e nemmeno a Minerva. Caterina, data in sposa a 16 anni al futuro Pietro III di Russia, aveva con pazienza e fatica trovato il modo di inserirsi in una corte che all'inizio non l'amava. E mentre tollerava le stramberie di un marito insicuro e inadeguato, studiava, giorno e notte, i filosofi illuministi per prepararsi al suo ruolo. Nel 1762 con audacia e coraggio detronizzò il coniuge che finì strangolato (non sapremo mai se per sua volontà). Iniziò una stagione di riforme guidate dall'alto. La corrispondenza con i maggiori intellettuali di Francia. Tra cui Diderot di cui Caterina acquistò anche la biblioteca. Poi in quel fatidico 1773 l'incontro. Diderot nell'inverno di San Pietroburgo congela. La città non gli sembra più una nuova piccola Atene. In lunghissimi colloqui, di cui Caterina è sempre meno estasiata, lui parla sempre e poco ascolta. È convintissimo che la sovrana debba passare subito alla monarchia costituzionale: «Se leggendo quello quanto ho appena scritto e ascoltando la sua coscienza, il cuore le sussulta di gioia, ella non vuole più schiavi, se frem, se il sangue le gela nelle vene, se impallidisce, si è creduta migliore di quello che era». Caterina non tremò, liquidò la faccenda con un «queste non sono altro che ciance». La zarina stava affrontando la feroce insurrezione polacca capeggiata da Pugacev, doveva gestire una corte piena di intrighi e sapeva che tutte le riforme erano in bilico. E Caterina glielo spiegò con chiarezza: «I vostri alti princìpi, che comprendo benissimo, sono buoni per i libri e pessimi per la pratica. Voi lavorate sulla carta che accetta ogni cosa... Ma io una povera imperatrice, lavoro sulla pelle umana, che è molto sensibile e irritabile». Questa risposta segnò la loro separazione. Caterina aveva scelto la linea di Montesquieu nello Spirito delle leggi che vedeva per popoli diversi la necessità di istituzioni diverse. Proprio l'opposto dell'universalismo ottimista di Diderot. Il dibattito è ancora oggi aperto. Caterina da parte sua continuò comunque ad aiutare il filosofo per tutta la di lui vita. Non portava troppo rancore. Ma vedendo la Rivoluzione Francese chiosò che gli scritti di molti suoi amici filosofi avevano aperto la strada «a calamità senza fine e innumerevoli individui abbietti». Diderot non fece in tempo a dire la sua, morì con largo anticipo sul trionfo della ghigliottina, ma c'è da dubitare che gli sarebbe piaciuto, forse sarebbe stato di nuovo, per una volta, d'accordo con la sua «tirannica» eterna protettrice.

Trafalgar, la battaglia nell'oceano che segnò il destino d'Europa. Il 21 ottobre del 1805 la battaglia di Trafalgar segnò la fine dei piani di Napoleone di conquistare l'Inghilterra. E consegnà a Londra il dominio sui mari. Lorenzo Vita, Giovedì 22/10/2020 su Il Giornale. Quando a Capo Trafalgar era l'alba del 21 ottobre 1805, le forze francesi dominavano l'Europa continentale, mentre il Regno Unito controllava ancora i mari. La flotta di Londra aveva ingaggiato una lunga guerra contro l'Impero francese per riuscire a colpire i traffici commerciali di Parigi e resistere alle ipotesi di invasione da parte dell'Armata napoleonica. Napoleone voleva l'Europa, ma per farlo doveva passare per Londra, ultima vera fortezza - insieme alla fatale Russia - che poteva contrapporsi alle mire francesi. La Royal Navy si era dimostrata in quegli anni uno dei peggiori nemici dell'Impero napoleonico. Praticamente invincibile sulla terra, l'Armata non era riuscita a creare nel Mediterraneo e nell'Atlantico una forza di pari valore. Un ostacolo che aveva dato non pochi problemi all'imperatore dei francesi, tanto da pensare a un piano per sconfiggere il Regno Unito portando direttamente le sue temibili forze di terra sul suolo britannico. Un'invasione che doveva avvenire con 160mila uomini fatti convergere su Boulogne da ogni parte dell'impero.

Il piano di Napoleone. Il piano aveva però bisogno di una condizione senza la quale sarebbe stato impossibile invadere il territorio della Corona: l'annientamento della flotta britannica. Napoleone conosceva perfettamente le sue forze e i suoi nemici. Sapeva che gli inglesi si potevano sconfiggere, ma per farlo gli occorreva tempo e soprattutto fiaccarne le forze. Uno scontro frontale con la Marina di Sua Maestà sarebbe stato rischioso, specialmente con un impero che ancora era in grado di rifornire di materie prima e oro la madrepatria. La svolta arrivò dalla Spagna. Nel 1804, Madrid decise di allearsi con Parigi offrendo all'imperatore le sue navi e i suoi porti. Una mossa che serviva agli spagnoli per cercare di colpire quell'impero che tanto aveva colpito il loro nelle Indie. Con la Spagna alleata ì, Napoleone pensò che fosse giunto il momento di sbarcare definitivamente in Inghilterra e diede ordine alle due flotte, quella a Brest e quella Tolone, di convergere nell'Atlantico prima per assaltare la Royal Navy negli oceani e poi per liberare i vari porti dell'impero tenuti sotto scacco dalla marina britannica. Solo dopo aver raccolto una flotta che ricordava l'Invincibile Armada, i suoi uomini avrebbero avuto il campo libero per partire da Calais alla volta delle bianche scogliere di Dover.

Inizia la sfida. Il 30 marzo del 1805 scattò il piano di Napoleone. L'imperatore, che già aveva avuto grossi problemi con la flotta sia in Egitto che in Irlanda, ordinò all'ammiraglio Pierre de Villeneuve di salpare da Tolone e dirigersi verso le Antille. Dopo 34 giorni di navigazione, Villeneuve raggiunse i Caraibi, ma nel frattempo, la flotta inglese comandata da Horatio Nelson aveva iniziato una terrificante caccia per riuscire a colpire i francesi nell'Atlantico. In soli 24 giorni, Nelson raggiunse le Antille con le sue navi ma non riuscì mai davvero a prendere i francesi. La flotta napoleonica fece così rotta verso le coste spagnole mentre Nelson prese la via di Gibilterra. Villeneuve si formò a Vigo dopo un primo scontro gli inglesi, poi, non ricevendo alcuna notizia sui movimenti di Londra, decise di fare rotta verso Cadice. Passato poco più di un mese, Villenevue ricevette l'ordine di muovere verso Napoli. La sua fanteria di marina serviva per l'Europa. L'ammiraglio francese prese il largo ma Nelson, che nel frattempo aveva ripreso la caccia del nemico, era in agguato nell'Atlantico. I francesi lo sapevano benissimo: più volte avevano avvistato o avuto notizia della Royal Navy che incrociava Cadice, ma nessuno l'aveva ancora sfidato. Villeneueve decise che era giunto il momento. Alcuni storici dicono perché voleva rifarsi delle accuse di codardia o di incapacità mosse dagli alti piani di Parigi, altri per le capacità di Nelson di ingolosire il nemico mostrandogli una flotta più piccola di quella che era in realtà. Quello che è certo è che Villeneuve e Nelson iniziarono lo scontro. E il luogo prescelto fu Capo Trafalgar, a metà strada tra Cadice e Gibilterra.

La battaglia di Trafalgar. Il 21 ottobre del 1805 le due flotte arrivarono a portata di vista. La Marina inglese si presentò con 27 vascelli, quattro fregate e due corvette, per un totale di circa 17mila uomini e 2.164 cannoni. I francesi (con gli spagnoli) avevano 33 vascelli, cinque fregate e due corvette, per un totale di 21mila uomini e 1326 cannoni. Alle 11:45, Nelson diede l'ordine di impartire un segnale a tutta la flotta. I marinai guardarono verso le bandiere della Victory e lessero tutti un unico messaggio: "England expects that every man will do his duty". "L'Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere". La battaglia ebbe ufficialmente inizio. Nelson aveva previsto ogni mossa e fece partire un piano temerario ma diabolico, che prese di sorpresa l'intera flotta francese al largo di Trafalgar. L'ammiraglio ordinò di schierare la flotta in due colonne: una con 12 vascelli e la "Victory"; l'altra con 15 navi e la "Royal Sovereign" dell'ammiraglio Collingwood. L'obiettivo era quello di sfondare la linea nemica al centro, affondare le ammiraglie e fare in modo che le navi inglesi fossero coinvolte in duelli singoli con i vascelli che rientravano. Collingwood si diresse verso il vascello spagnolo "Santa Ana" colpendo il fianco sinistra della flotta franco-spagnola. Un'ora dopo arrivò la squadra di Nelson, che non solo isolò l'ammiraglia nemica, ma spaccò in due tronconi la flotta avversaria. La mossa fu decisiva e iniziarono gli scontri tra le singole navi. La "Victory" evitò di essere speronata dalla francese "Redoutable" grazie a una virata impartita dallo stesso Nelson, Villeneuve, invece, si arrese consegnandosi alla fregata britannica "Conqueror". Una a una, le navi francesi e spagnole caddero sotto i colpi dei cannoni inglesi e dei suoi uomini. Alle 16 e 40 del 21 ottobre 1805 la battaglia di Trafalgar era finita.

I caduti e le conseguenze. Le perdite tra i franco-spagnoli furono di settemila uomini, tra morti e feriti. Gli inglesi contarono 400 morti e circa 1200 feriti. Tra i caduti, c'era colui che rese possibile il trionfo a Trafalgar, Horatio Nelson. Colpito alla schiena da un tiratore scelto a bordo della "Redoutable", l'ammiraglio inglese resistette agonizzante fino alla fine della battaglia, per poi spirare solo alla fine dello scontro. Un'immagine eroica che gli valse gli onori di tutta la flotta e del Regno che riconobbe in lui l'uomo che schiantò definitivamente ogni sogno di conquista di Napoleone, consegnando al Regno Unito la supremazia sui mari per almeno un secolo.

Dopo il Nilo e il Mediterraneo, Nelson morì coronando in maniera tragica la sua vita al servizio della Corona e della guerra a Napoleone. La Francia rivoluzionaria imparò invece una lezione tremenda: per vincere in mare non basta una flotta, serve una Marina. Napoleone, anche a causa di errori molto grossolani nella gestione delle sue navi, lo comprese troppo tardi.

Così brucia la società occidentale. Il virus dell'odio, ma anche il conformismo e il politicamente corretto. Ecco i mali della società americana che ancora oggi si scopre vittima di divisioni che non ha mai saputo superare. Matteo Carnieletto e Andrea Indini, Domenica 06/09/2020 su Il Giornale. Lo scontro, negli Stati Uniti, è razziale, non è politico. O meglio: è uno scontro atavico, tanto antico da essere intriso nelle viscere di ogni cittadino, da condizionare la politica e a tracimare nello scontro tra repubblicani e democratici. In Questa strana e incontenibile stagione (Sur), scritto e pubblicato in piena pandemia, Zadie Smith centra appieno il problema puntando il dito contro il virus che sta appestando gli Stati Uniti, ovvero quello del disprezzo che spinge "chi guarda la siepe del proprio giardino" a vedere "un popolo di appestati: appestati dalla povertà, prima e più di ogni altra cosa". Un virus che "si annida saldamente sia nei cuori dei repubblicani che dei democratici". La differenza è che questi ultimi stanno usando politicamente questo problema per avvelenare la campagna elettorale per le presidenziali di novembre. "Se il virus e le disuguaglianze che crea dovessero mai lasciarci, negli Stati Uniti certi eccessi si attenuerebbero - spiega la scrittrice inglese - non scomparirebbe del tutto (nessun paese sulla faccia della terra può sostenere di non averne) ma certe cose non verrebbero più considerate normali".

Un male che nasce da lontano. "I cant't breath". L'urlo strozzato in gola, gli occhi fuori dalle orbite e quelle immagine rimandate in loop come un disco incantato. È morto così George Floyd, all'incrocio tra la 38ª e la Chicago Avenue a Minneapolis. È morto soffocato, sotto il peso di un poliziotto. "Non riesco a respirare, per favore - urlava - il ginocchio al collo, non riesco a respirare". Era il 25 maggio e il presidente Donald Trump si trovava invischiato nella peggiore emergenza sanitaria dell'ultimo secolo. Non poteva sapere che da lì a poco avrebbe dovuto gestire un'altra emergenza, ben più lacerante. Non appena l'Hennepin County Medical Center, l'ospedale dove l'afroamericano venne trasportato d'urgenza dopo aver perso conoscenza, ne decretò il decesso e le immagini dell'arresto iniziarono a essere condivise sui social e a fare il giro del mondo, proteste e tumulti dilagarono in tutto il Paese. Adesso è una guerra fratricida. In strada i militanti dei Black lives matter e degli Antifa si confondono tra i manifestanti anti Trump così come la destra più estrema e radicale rimpolpa i cortei a sostegno del tycoon. E il sangue non smette di scorrere. Lo scorso 29 luglio, a Portland, un supporter del presidente, il 39enne Aaron J. Danielson, è stato ammazzato con un colpo sparato a bruciapelo. È l'odio di un popolo che sembra non conoscere requie e che, con l'effetto ciclico di un'onda, si trova ad esserne nuovamente invischiato. È lo stesso odio di cui parla, per esempio, James Ellroy nel suo ultimo, bellissimo romanzo, Questa tempesta (Einaudi). Forte della convizione che, come ebbe a dire Benito Mussolini, "solo il sangue muove le ruote della storia" (parole riportate dall'autore stesso in testa al libro), l'opera, che dopo Perfidia (Einaudi) è il secondo capitolo della nuova tetralogia di Los Angeles, getta il lettore in un girone buio quando, all'indomani dell'attacco a Pearl Harbor, gli Stati Uniti si sono scoperti più deboli e hanno dato il via ai violentissimi rastrellamenti contro i cittadini giapponesi (da lì alla fine del conflitto ne verranno arrestati ben 100mila). Sono settimane incandescenti dove l'odio dilaga nelle strade e colpisce qualsiasi etnia. È una guerra per bande che non risparmia nessuno. Ellroy è bravissimo a descriverle, senza fare sconti a nessuno, una giungla d'odio e violenza in cui si muovo sanguinari simpatizzanti del führer, incendiari comunisti che sognano il trionfo di Stalin, sinarquisti messicani che brigano contro il presidente Roosvelt. E ancora: il rancore dei bianchi contro gli afro, gli scontri tra la comunità cinese e quella giapponese, il traffico dei clandestini dal Centro America. Con sfumature molto diverse, certe scene raccontate dall'autore di American Tabloid e LA Confidential riecheggiano le violenze che vediamo sui media in questi mesi.

Un'America profondamente divisa. In una intervista rilasciata a Vice nel 2010, quando aveva appena dato alle stampe Caccia alle donne (Bompiani), Ellroy aveva fatto un'analisi disincantata di se stesso e di quello che, visto nello specchio del politicamente corretto, non deve esistere. "Sono un americano religioso, eterosessuale di destra, sembra quasi che sia nato in un'altra epoca. (...) Sono un cristiano nazionalista, militarista e capitalista", ha ammesso sapendo che tutto questo gli ha spesso creato problemi. "La gente pensa che queste mie posizioni siano choccanti - ha tagliato corto - non sento il bisogno di giustificare le mie opinioni". Non per tutti è così. Perché se da una parte, come sottolineato da Zadie Smith, l'America è dilaniata dal virus del disprezzo, dall'altra rischia di essere fagocitata da un altro virus: quello della censura imposta dal politically correct. E qui veniamo a un altro romanzo Tanti piccoli fuochi di Celeste Ng (Bollati Boringhieri). Pubblicato nel 2017 torna ora negli scaffali delle librerie grazie alla fortunata serie televisiva interpretata dalle bravissime Reese Witherspoon e Kerry Washington e distribuita dai primi di giugno da Amazon. Facciamo un salto alla fine degli anni Novanta, quando il mito dell'America riplende ancora (a torto o a ragione) in tutto il mondo. Siamo alle porte di Cleveland. Shaker Heights è un quartiere chiuso dove vive l'upper class democratica. Famiglie da cartolina, buoniste, impegnate nel sociale, devote alle regole che si sono date per mandare avanti la propria comunità e proteggerla dai propri mali. Elena Richardson ne è l'emblema: bianca, ricca, redattrice del quotidiano locale, moglie di uno stimato avvocato, madre di quattro figli (due maschi e due femmine, of course) e vittima nonché artefice di quelle stesse diaboliche correzioni stigmatizzate da Jonathan Franzen vent'anni fa. Sull'altro lato della strada c'è la sua antitesi: Mia Warren è una madre single, nera, artista a tempo perso che si mantiene facendo lavori saltuari e soprattutto senza fissa dimora. Quando i due mondi si incontrano, la Richardson non può che dimostrarsi caritatevole perché lei, da giovane, ha "marciato con il dottor King" e ha difeso i diritti delle donne. Così, prima le offre un contratto d'affitto stracciato, poi le dà un lavoro. Ed è qui che si infrange il conformismo dem facendo divampare tanti piccoli fuochi che finiranno per dare alle fiamme l'intera dimora dei Richardson.

Il rischio americano. Shaker Heights è un topos. Il paradigma di un'America dilaniata che continua a lottare contro se stessa. Gli effetti sono "drogati" da una visione di parte: una lettura buonista che non fa sconti alla borghesia bianca ma che la condanna a prescindere. Così, sebbene Mia Worren abbia cresciuto la figlia per strada, Pearl è l'unica responsabile e fa impallidire i quattro figli di Elena. Allo stesso modo gli errori di Mia vengono, in un certo qual modo, scusati dalle circostanze mentre quelli di Elena costantemente condannati. Non che quest'ultima non sia da biasimare (in primis l'incapacità di accogliere le scelte della quarta figlia). Eppure... per tutto il romanzo si fa portatrice di alcuni valori che la società occidentale dovrebbe continuare a difendere e che, invece, i sensi di colpa dei democratici continuano a cedere in uno scontro che, anno dopo anno, non sta portando da nessuna parte se non a indebolire tutti quanti. Per la Smith, per esempio, la domanda che gli Stati Uniti dovrebbero porsi è la seguente: "Esiste un desiderio abbastanza forte di un'America diversa?". Perché questo avvenga, a suo dire, la classe dirigente deve prendere coscienza del fatto che "il virus non infetta solo gli individui di intere strutture di potere", ma piega "tutte le persone economicamente sfruttate, a prescindere dalla razza". In realtà, quello che manca agli Stati Uniti (e di riflesso a Shaker Heights) è la capacità di unire i cittadini, indipendentemente dal colore della pelle, in vista di un obiettivo comune e condiviso. È quello che hanno fatto tutti gli imperi, da quello romano a quello britannico, e che ha ben descritto Rutilio Namaziano nel suo Ritorno: "Desti una patria ai popoli / dispersi in cento luoghi: / furon ventura ai barbari / le tue vittorie e i gioghi: / ché del tuo dritto ai sudditi / mentre il consorzio appresti, / di tutto il mondo una città facesti". Questo vulnus, questa ferita, si riaffaccia non appena appaiono nuove difficoltà. Le strade distrutte ed incendiate degli ultimi mesi lo rappresentano plasticamente. Tanti piccoli fuochi, che da decenni bruciano un impero dimezzato. 

Progresso, i dubbi e le contraddizioni di un’ideologia raccontati da Aldo Schiavone. Corrado Ocone su Il Riformista il 3 Settembre 2020. È veramente strano che non esista una letteratura scientifica ampia sul progresso, che, come è noto, fu una idea portante dell’illuminismo francese. Così come è strano che, contestata radicalmente da Giacomo Leopardi e Friedrich Nietzsche e dalla più parte dei filosofi e degli uomini di lettere successivi, essa continui a costituire comunque la struttura mentale portante dell’uomo moderno, giustificandone tic, aspettative, automatismi mentali. Da questo punto di vista si può dire che l’illuminismo ha scavato nel profondo, come una vecchia “talpa” per usare l’espressione di quel Marx che su questo punto rimase sempre fedele al “secolo dei lumi”. Ma il progresso esiste effettivamente o è una delle tante illusioni di cui è costellata l’autocoscienza umana? E se esiste in che modo lo si può definire? Come può ancora parlarsi di progresso dopo un secolo di ferro e fuoco quale è stato il Novecento e dopo i tanti genocidi di cui la Shoah ha rappresentato il momento più estremo e paradigmatico? Sono le domande che si pone Aldo Schiavone in un agile volume intitolato semplicemente Progresso, da poco pubblicato per Il Mulino. L’autore che, progressista resta nonostante tutto, si vede però quasi costretto a motivare questa sua opzione in modo non banale, cioè attraverso un itinerario di pensiero non scontato e che svolge in tre tappe. Proprio per questo il libretto stimola molte riflessione anche in chi, come il sottoscritto, è scettico sulla consistenza di questa idea. Diciamo che lo sforzo di Schiavone è quello di legare in un’unica visione natura e cultura, da una parte, e progresso tecnico e progresso morale, dall’altra. Nella prima tappa, l’autore ci mette di fronte allo svilupparsi, per accumulazione, di sempre nuovi ritrovati e artifici tecnici che hanno portato l’uomo ad aumentare nel tempo le sue potenzialità. Siamo però qui nel campo degli utensili o delle protesi, cioè di quello che serve all’uomo ordinariamente inteso per i suoi scopi di vita. Quello che si può constatare è, da una parte, l’accelerazione che il procedere accumulativo dell’acquisizione di certe tecniche ha ricevuto in età moderna, e soprattutto negli ultimi decenni; dall’altra, la difficoltà della razionalità politica e morale di tener dietro a queste trasformazioni. Se il discorso regge tuttavia per la politica, e in questo contesto inserirei l’attuale crisi della democrazia rappresentativa classica; più complicato diventa per la morale, la quale è un sentimento che accompagna l’umano e che è, nonostante i vari scientismi, concepibile solo nella sua autonomia, cioè indipendentemente dalle condizioni di fatto in cui l’uomo opera. Non convince perciò l’idea che anche la morale progredisca, così come l’idea che la storia occidentale abbia prima progredito sul suo terreno e poi sull’altro della tecnica: semplicemente, ad un certo punto, come una valanga, gli effetti cumulativi della tecnica hanno preso a correre ma c’entra poco, secondo me, il fatto che precedentemente l’uomo era rivolto a comprendere soprattutto se stesso. Il fatto è che oggi il negativo del sentire morale, il male, è rappresentato proprio, sempre a mio avviso, dall’eccesso di razionalità strumentale che domina le nostre vite, che ci porta a perdere contatto con l’essenza strutturale finita e imperfetta dell’umanità. Il progressismo come ideologia, non necessariamente politica, da questo punto di vista ha non poche responsabilità. Quanto poi alla storia naturale non dell’uomo, ma dell’universo intero, che è la seconda tappa del percorso, Schiavone ne dà un’interpretazione a sua volta “naturale”, e quindi evolutiva nel senso della teoria darwiniana dell’evoluzione: adattamento e sopravvivenza del più forte in condizioni diverse e mutevoli, assoluta casualità. Facendo per principio a meno di ogni spiegazione trascendente, e anche antropocentrica, Schiavone spiega la comparsa dell’uomo intelligente e immerso in una storia evolutiva, cioè dell’homo sapiens, come la realizzazione di un caso fra gli infiniti possibili. Il problema è che questo uomo intelligente e capace di usare le tecniche si è messo ora in grado di agire sulla sua stessa natura, che può plasmare e adattare secondo i suoi desideri con le tecniche dell’ingegneria genetica e affini. Nella terza tappa, si ricongiungono quindi natura e cultura aprendo scenari affascinanti, e inquietanti al tempo stesso, sul futuro stesso dell’umanità. L’impressione è che una lettura naturalistica anche della storia umana, come è quella che ci propone Schiavone, non tenga conto di quell’elemento di tragicità che fa da sottofondo alle nostre vite e che non tollera la troppa ed accecante luce che promana dalla razionalità scientifica col suo ottimismo e la sua fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive”. Credere ancora nel progresso e nella ragione, a prescindere, sembra paradossalmente sempre più un atto di fede.

Vittorio Macioce per ''il Giornale'' l'1 settembre 2020. Maledetto Occidente. Così vecchio, così fragile, così imperfetto, così ingiusto, che in troppi si affannano a sputargli addosso. L' Occidente raccontato con i suoi vizi e senza virtù. Non è più questo, dicono, il migliore dei mondi possibili. Sembra di stare alla fine di un tempo, con la civiltà dove sei nato e cresciuto che giorno dopo giorno si sfarina, rinnegata e messa alla gogna. La sicurezza, sostengono, vale più della libertà. Le stesse élites democratiche rinnegano la democrazia: non si può lasciare spazio a chi vota con le viscere e senza ragione. Quelli che invece non credono nella democrazia rivendicano la dittatura della maggioranza. Il numero cancella i diritti inalienabili dell' umanità. Tutto il discorso politico finisce in piazze virtuali e contrapposte, dove ogni parola è bianco o nero, nel gioco binario dell' uno e dello zero, senza possibilità di incontro, perché il gioco è a chi grida più forte e il Parlamento è uno spazio vuoto e senza voce. La promessa di un mondo più giusto, dicono puntando l' indice, è stata tradita. L' Occidente è diseguaglianza. Abbattere tutto. È il punto di rottura di un modello, quello Occidentale, quell' anomalia della storia che poggia su tre pilastri: libertà individuale, mercato, democrazia. E ti chiedi, in questi giorni di fine estate, davanti a un autunno incerto, se questo odore di disfacimento che senti sia davvero reale o è solo disillusione, paura o la malinconia di chi si sente invecchiare. Non lo fai da solo, ma chiacchierando con un vecchio amico, uno che di mestiere fa lo storico, docente alla Luiss, la stessa università dove tutti e due avete studiato. Si chiama Giovanni Orsina: «La libertà e la democrazia sono due maniere straordinarie di organizzare la vita umana e sono infinitamente più civili della non libertà e della non democrazia, ma restano delle soluzioni umane che in quanto tali sono altamente imperfette».

E fragili.

«Molto. Si reggono su un equilibrio instabile. Sono in conflitto l' una con l' altra».

Perché?

«Il massimo di autodeterminazione degli individui porta necessariamente a una comunità molto debole. Più gli individui si fanno gli affari loro meno la comunità riesce a funzionare».

Libertà e democrazia sono quindi in contraddizione l' una con l' altra, Come si trova l' equilibrio?

«Sono due valori entrambi buoni, ma non li puoi massimizzare entrambi. La liberal-democrazia può funzionare se la prendi come una soluzione parziale, provvisoria e se sei in grado di tollerarne le imperfezioni. Questo concetto i padri della democrazia liberale ce l' avevano chiaro. Basta leggere Tocqueville. Aveva capito tutto 180 anni fa».

E adesso?

«Vedo un sacco di gente rancorosa e incazzata. La trovi ovunque, perfino in chiesa. Si è perso anche il concetto di tolleranza cristiana. Nessuno è più disposto a perdonare. Una volta essere adulti significava riconoscere l' imperfezione dell' universo. Ora tutti pretendono giustizia assoluta».

È, risponderebbero i malmostosi, una pretesa umana.

«È disumana. L' idea di giustizia può essere riassunta in un fatto: la necessità di migliorare questo mondo. Se il mondo ha una giustizia pari a 5, io spero che quando morirò, lascerò una giustizia pari a 5,00001. Se sono sempre incacchiato perché pretendo giustizia 100 e invece c' è giustizia 5, allora sono un cretino».

La liberal-democrazia si sta ammalando di assoluto.

«Se nella democrazia liberale inietti il perfettismo, cioè l' idea che siccome Dio è morto bisogna costruire il paradiso in Terra, tu la sfasci. Perché tu la forzi, la metti in contraddizione con se stessa, la rendi non umana e rischi di far saltare il giocattolo. È quello che sta succedendo e non è la prima volta».

Come è saltato l' equilibrio?

«Per contenere la democrazia ci siamo inventati una serie di istituzioni per evitare che il popolo prendesse decisioni avventate o senza senso: la Corte Costituzionale, costituzioni rigide, indipendenza del potere giudiziario, indipendenza della banca centrale, le authority, il Fondo monetario internazionale, l' integrazione europea. Una serie di limiti per evitare che il popolo si lasciasse tentare da scelte sciagurate».

Invece a deragliare sono stati i «saggi».

«Purtroppo sì. Questa roba è andata troppo avanti. Tutti questi elementi di controbilanciamento al potere degli elettori si sono moltiplicati fino a diventare una malattia. La democrazia è stata svuotata. Il paradosso è che ora non si crede nel Parlamento, ma si ritiene che sia legittimato a parlare solo chi occupa uno straccio di carica elettiva. Cosa dicono Salvini e Di Maio a Ignazio Visco, governatore della Banca d' Italia? Stai zitto. Se vuoi parlare fatti votare».

Ed è sbagliato?

«Il rischio è che si arrivi a una dittatura della maggioranza. Se ho il 50 più uno dei consensi posso rinnegare i principi liberali e calpestare perfino i diritti individuali».

Fa bene allora il sistema a difendersi dal populismo.

«No, se rinnega la democrazia. Il populismo è la reazione a un eccesso di vincoli. È il frutto di un tradimento. Diciamoci la verità: quanto è contato il voto degli italiani in questi anni? Poco. Se sono un elettore frustrato e le decisioni vitali per me le prendono istituzioni che non ho eletto mi incacchio parecchio. Ho ragione o non ho ragione? L' elettore che pensa di non contare nulla sceglie Salvini, o chi per lui, come incarnazione dei senza voce».

Tutto questo fa pensare a una vecchia storia della democrazia americana. Siamo all' inizio dell' Ottocento e si sfidano due mondi contrapposti per la presidenza. C' è John Quincy Adams, figlio d' arte, che è il campione delle élites e il generale Andrew Jackson incarnazione dell' americano medio. D' istinto viene da stare con l' uomo del popolo, solo che è stato un presidente disastroso: ha sterminato gli indiani e lasciato gli Stati Uniti sul lastrico.

«C' è però anche il rischio contrario».

Cioè?

«La democrazia temperata dall' aristocrazia è un modello che funziona. Ma a una condizione».

Le élites non devono essere marce.

«È quello che spiega nel 1929 José Ortega y Gasset in La ribellione delle masse. È l' aristocrazia cieca che genera il desiderio di populismo. Come liberali qui dobbiamo fare un grandissimo mea culpa. Siamo di fronte a classi dirigenti economiche, politiche e sociali sempre più arroganti, sempre più autoreferenziali, sempre più chiuse. C' è un' élites che non capisce più il popolo. Mi capita sempre più spesso di ritrovarmi a cena con persone del mio mondo, intellettuali, professori, politici, giornalisti, che sembrano vivere sulla luna. Non hanno più alcun contatto con la realtà. Come quando dicono che l' immigrazione non è un problema. Lo sai come mi sento? Non si fatica a immaginarlo.

«È come sedersi a tavola con Maria Antonietta poco prima del 14 luglio del 1789».

Quanto la globalizzazione ha cambiato il canone?

«Ha accelerato molto dei processi. Ha reso infondato quel canone. Con la globalizzazione metti a confronto tutte le culture e quel punto ti accorgi che tutto è terribilmente relativo. Se parti dall' assunto che non esistono valori eterni e tutto è relativo, tu cadi dentro un relativismo radicale al termine del quale c' è il nichilismo».

Cosa verrà dopo?

«Ci possono essere tante cose. Un modello autoritario alla cinese o le tentazioni di democrazia illiberale di Putin e affini. Mi viene in mente l' ascesa di un autoritarismo tecnocratico, gestito da oligarchie sempre più politicamente corrette».

E noi?

«Tu ed io? Resteremo in silenzio».

La civiltà occidentale è superiore. Parola del gran filosofo Husserl. Nuove edizioni per i libri in cui l'Europa è posta all'apice del progresso grazie alla filosofia e al pensiero scientifico. Giampietro Berti, Martedì 01/09/2020 su Il Giornale. Fra le voci più alte che esprimono e riflettono la crisi della civiltà europea fra le due guerre, quella di Edmund Husserl (1859-1938) è la più drammatica, la più significativa, la più profonda. La riflessione filosofica di Husserl è centrale per capire le cause del crollo della società liberale di fronte alla barbarie totalitaria, dato che questa si configura innanzitutto quale risposta gnostica alla insignificanza del mondo generata dalla prosaicità dello spirito borghese. Per Husserl, la crisi europea ha due sbocchi: o il tramonto dell'Europa, nell'estraneazione rispetto al senso razionale della propria vita, la caduta nella ostilità allo spirito e nella barbarie, oppure la sua rinascita attraverso lo spirito della filosofia. Per Husserl solo la stessa la civiltà occidentale è in grado di superare, con un eroismo della ragione, il relativismo che alberga nel suo seno vanificandone gli effetti nichilistici. Questo superamento può avvenire sulla base di una filosofia universale, ovvero di una concezione del mondo fondata sulla libertà che, nelle sue strutture fondamentali, risulti capace di valere per tutti i popoli e per tutti gli individui. Husserl intreccia così la dimensione della libertà con la dimensione della filosofia; un intreccio concepito come la vera e originaria identità spirituale europea, la sola che può autodeterminarsi nel senso di una vera razionalità e di una vera universalità. La libertà si incrocia con la filosofia esprimendosi come facoltà critica motivata dalla domanda del dubbio permanente. In tal modo la coscienza europea si legittima nell'autocritica perché solo la filosofia è in grado di delineare un atteggiamento teoretico disinteressato e dunque, per l'appunto, universale. Va detto che l'Europa non è una mera entità geografica perché la sua intima natura è spirituale, la quale è scaturita dall'unità di una vita sedimentatasi nel corso dei secoli, con tutti i fini, gli interessi, gli sforzi, le conformità, gli istituti che ciò ha comportato. La sua evoluzione culturale è stata costituita da tre fondamentali fasi storiche: la greca, la medievale e la moderna che, nella loro specificità, hanno svolto un ruolo preciso: la greca ha rappresentato la riflessione della filosofia, il medioevo il momento religioso del cristianesimo, l'età moderna l'affermazione scientifica della ragione con il Rinascimento e l'Illuminismo. Determinarne la complessiva identità vuol dire però soprattutto risalire alla sua fondazione originaria; il che significa individuare quel peculiare movimento della ragione proprio della filosofia e della scienza nate dalla cultura ellenica. Husserl afferma la superiorità dell'Europa su ogni altra civiltà proprio perché solo essa è originariamente filosofica e solo essa reca in sé l'universalismo, che consiste nella volontà di essere un'umanità fondata sulla ragione filosofica e sulla coscienza di non poterlo essere che così. Si deve pertanto attribuire alla cultura europea «la posizione relativamente più elevata fra tutte le culture storiche, considerandola quale prima realizzazione di una norma assoluta di sviluppo, destinata a rivoluzionare ogni altra cultura in fieri». Se l'Occidente viene meno è la civiltà umana che muore. «Il maggior pericolo dell'Europa è la stanchezza. Per la missione dell'Occidente, dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e di una nuova spiritualità, il primo annuncio di un grande e remoto futuro dell'umanità: perché soltanto lo spirito è immortale». Tra le novità di Edmond Husserl: Le conferenze di Parigi. Meditazioni cartesiane (Bompiani, pagg. 480, euro 35; a cura di Diego D'Angelo) e La fenomenologia trascendentale (Mimesis, pagg. 368, euro 24; a cura di Alfredo Marini).

Atlante per un viaggio (coraggioso) contro la decadenza dell'Occidente. Nel suo Atlante ideologico sentimentale (Gog) Stenio Solinas parla di un mondo che sembra sparito. Ma che esiste e resiste ancora. Matteo Carnieletto e Andrea Indini, Domenica 30/08/2020 su Il Giornale. La nostra è la generazione dello zapping, quella che compulsa in maniera ossessiva qualsiasi canale - della televisione o della vita - per cercare qualcosa che la soddisfi. In questa attività, la velocità è tutto. 1, 2, 6, 7. E poi: 9, 5, 3. Amazon Prime, Netflix e Disney+. YouTube e Spotify. Il pollice sfreccia continuamente, come se avesse delle convulsioni. Si salta di piattaforma in piattaforma tra uno sbadiglio e l'altro. Muta l'ordine degli addendi, ma il risultato è sempre lo stesso: la noia. Una noia che forse non sarebbe tale se avessimo la pazienza - e la voglia - di andare più in profondità, di scavare un po' di più. E questo in tutti gli aspetti della vita. Nel cinema, nella lettura (ma sono sempre i giovani che leggono) e perfino negli affetti (ma sono sempre meno i giovani che amano). Si inizia, ma non si arriva mai a una fine. Eterni vagabondi di un fast food chiamato mondo. A volte, però, capita di fermarsi e di tirare un po' il fiato. Recentemente ci è successo con l'Atlante ideologico sentimentale (Gog) di Stenio Solinas. Un libro che non si compulsa, ma con cui ci si confronta e attraverso il quale si creano strade da percorre con calma - quasi fossero sentieri di montagna - con disordinata disciplina. Diviso in cinque parti (Italia, Francia, Donne (fatali), Vite (esemplari), Orientalismi, Esotismi, Snobismi) lo abbiamo approcciato secondo le richieste dell'autore: abbiamo cercato e creato un percorso che fosse il nostro. Siamo partiti da Alexandre Dumas e dai suoi Tre moschettieri. Che poi erano quattro - Athos, Porthos, Aramis e D'Artagnan - ed erano veri almeno quanto noi e voi: "Il vero Athos, Armand de Silègue d'Athos d'Auteville, è sepolto nella chiesa di Saint Sulpice. Ebbe vita breve, meno di trent'anni, morì probabilmente in duello: il corpo venne ritrovato lì dove di solito si andava per incrociare le lame delle spade, il parigino Pré aux Clercs. Il vero Portos si chiamava Isaac de Portau: non è certo che fosse moschettiere, di sicuro militò nella compagnia des Essart, quella in cui Dumas fa debuttare D'Artagnan. La sua fine è ignota, a differenza di quella del vero Aramis, Henri d'Aramitz, che rimase moschettiere fino alla fine, si sposò, ebbe quattro figli, morì cinquantenne nel proprio letto". E il protagonista D'Artagnan? "Si chiamava Charles Ogier de Batz, da moschettiere prese il nome della madre, Françoise Montesquiou d'Artagnan, e vi aggiunse un titolo di conte che non gli appartenteva, vi percorse tutti i gradi sino al comando, fu uomo di fiducia di Luigi XIV e suo braccio armato, morì ceramente nell'assedio di Maastricht, non maresciallo di Francia, come lo promosse Dumas, ma più semplicemente maresciallo di campo. Dei tre moschettieri, il più moschettiere fu lui, il quarto appunto: più che fondersi negli altri fece da vaso di fusione". La storia, quella vera, aveva già pensato a tutto, dunque. Dumas si prese la briga di raccontarla in modo avvincente. Del resto, era stato lo stesso autore ad affermare che la storia era una bella donna da violentare "a patto di farle fare dei bei figli". Senso dell'onore, guasconeria, ricerca continua del beau gest: sono questi i tratti distintivi delle opere di Dumas. Che sono il nostro punto di partenza (e di passaggio) in questo viaggio attraverso l'Atlante ideologico sentimentale. "Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto", ha scritto Ariosto ne L'Orlando furioso. Audaci imprese e cavalieri. Ora è il momento delle donne. "Madamina, il catalogo è questo": Bardot, Birkin, Coco (Chanel), Mata Hari, (Kate) Moss e (Edith) Piaf, solo per citarne alcuni nomi delle donne presenti nel libro di Solinas. Noi - lo abbiamo scritto più volte - siamo "bardolatri". Dovremmo dunque parlare di quella innocente malizia dell'eros che, negli anni Sessanta, compì la vera rivoluzione sessuale che anticipò il 68. Non questa volta. Oggi, BB può aspettare. Oggi parliamo di Kate Moss che, a suo modo, rappresentò un momento di rottura, proprio come la bella attrice francese: "Come top-model è bassa, sotto l'uno e settanta, e quando alla fine degli anni Ottanta cominciò la sua carriera andavano di moda super-modelle amazzoni, Cindy Crawford, Christy Turlington, Linda Evangelista, Claudia Schiffer, che l'avrebbero potuta sbranare in un boccone. Era smilza, aveva un modo di muoversi reticente e incurante, un volto di cui gli zigomi orientali accentuavano l'innocenza provocante, i denti un po' storti. Vent'anni dopo, non è cambiato niente, è sempre al top, è sempre la stessa, dentatura compresa". Kate Moss è dunque se stessa. Come BB. Come ce ne sono poche in giro, dato che tutte le ragazze (e le donne) sono impegnate a somigliare all'influencer di turno. Le audaci imprese: Ernst Jünger. Visse oltre un secolo e oltre il secolo. Fece della trincea il suo mondo. A 18 anni si arruola nella Legione straniera e viene spedito in Algeria, nel campo di Sidi Bel Abbès. Ma ci resta poco. Insieme ad un compagno cerca di fuggire, ma viene dermato in Marocco. Congedato, viene spedito in Germania. Non ha nemmeno il tempo di tornare sui banchi di scuola che scoppia la Prima guerra mondiale. È il suo momento. La sua vocazione - essere un guerriero - fiorisce nel fango delle trincee. Nazionalista, non appoggiò mai Adolf Hitler e il nazionalismo ("Gli facemmo ponti d'oro che lui sempre si rifiutò di attaversare", scrisse Joseph Goebbels nei suoi Diari), ma si macchiò di antisemitismo. Amava il caos della battaglia e l'ordinata anarchia della guerra. Visse in un tempo che non era il suo "senza però pretendere il diritto di essere escluso di questo soffrire".

Questo Occidente che disprezza la sua libertà. Ecco perché dietro la "cancel culture" si nasconde una nuova intolleranza ancor più aggressiva. E pericolosa. Carlo Lottieri, Domenica 19/07/2020 su Il Giornale. Se tra i firmatari dell'ormai celebre manifesto apparso su Harper's Magazine figurano alcuni dei nomi più noti e prestigiosi dell'intellighenzia progressista (da Noam Chomsky a Margaret Atwood, solo per fare due nomi) è perché ormai in molti, anche a sinistra, stanno iniziando ad avvertire quanto il clima si stia facendo pesante e quanto il politicamente corretto stia un po' alla volta chiudendo ogni possibilità di libera espressione nel momento in cui si fa pure «cancel culture», così da costruire una nuova intolleranza e un conformismo ancor più aggressivo di quelli che si conoscevano in passato. In fondo, tutti sappiamo bene perché nei decenni scorsi il «politically correct» è venuto alla luce e s'è imposto. Sotto certi aspetti, anche se poi è spesso degenerato in ridicolaggini e norme illiberali, esso prendeva luce dalla constatazione ragionevole che il nostro linguaggio deve essere rispettoso. All'origine vi è quella buona educazione che ogni civiltà deve coltivare, perché ognuno ha diritto alle proprie idee, ma non è bene che si usino formule offensive verso chi ha differenti origini etniche, preferenze sessuali, idee politiche...Come sottolinea lo psicologo Jordan Peterson, all'origine della nuova aggressività della cultura di Sinistra che oggi sta contestando la stessa libertà di parola c'è una forma di tribalismo che vuole opporre gruppo a gruppo. Entro questa visione della società non abbiamo più individui liberi con proprie opinioni che si confrontano, ma solo collettività forti determinate a imporsi sulla scena pubblica ai danni di altre collettività più deboli. Ed ecco che questo spirito rivoluzionario nutrito di post-modernismo sposa taluni gruppi per avversarne altri: i neri contro i bianchi, gli omosessuali contro gli eterosessuali, e via dicendo. Il manifesto di Harper's Magazine ha sottolineato soprattutto come oggi ci siano intellettuali che stanno subendo gravi conseguenze per il semplice fatto di avere citato alcuni testi o per avere sostenuto tesi minoritarie, e «il risultato è che si sta restringendo l'ambito di ciò che può essere detto senza subire la minaccia di una rappresaglia». La reazione di Chomsky&co. è comprensibile, ma non coglie il punto cruciale, perché per replicare alla «cancel culture» bisogna interrogarsi su ciò che sta alla base della crisi della nostra società. Sotto vari punti di vista, c'è davvero qualcosa di profondamente occidentale nelle ragioni che sono all'origine di questo movimento che non soltanto abbatte statue e vuole riscrivere la Storia, ma pratica l'intolleranza e l'intimidazione. In particolare, se è vero che questa rivolta muove dal rigetto di ogni razzismo o intolleranza, beh, poche cose sono più occidentali della volontà di superare i recinti, etnici o di altro tipo, per vedere in ogni persona un essere umano e nient'altro. Se oggi proviamo orrore dinanzi al fatto che alcuni dei Padri Fondatori degli Stati Uniti avessero schiavi e se ci scandalizzano talune affermazioni di Abraham Lincoln o Churchill, è perché nel corso dei secoli da noi si è affermata una certa idea della dignità umana, anche grazie all'eredità cristiana. D'altra parte, è la civiltà di tradizione europea che negli ultimi secoli ha progressivamente dissolto ogni legittimità della schiavitù (che in precedenza era praticata in tutti i continenti), dell'intolleranza religiosa, del maschilismo... Nel XVI secolo il domenicano Bartolomé de Las Casas sposa le ragioni e i diritti degli indios contro il colonialismo criminale della sua patria, la Spagna, e quello è solo il primo di una lunga serie di episodi che vedono britannici come William Wilberforce e Herbert Spencer combattere la schiavitù e l'imperialismo di Londra, francesi come Frédéric Bastiat criticare l'occupazione dell'Algeria, e via dicendo. La storia del liberalismo è al cuore della nostra tradizione proprio per questa valorizzazione di ogni essere umano. L'Occidente, però, è anche altro. Quando Peterson si sofferma sulle radici della nuova intolleranza totalitaria non a caso egli evoca il post-modernismo ed evidenzia, al tempo stesso, come in esso sia cruciale una certa riformulazione di temi marxisti. C'è infatti un Occidente che si odia, che detesta la libertà di mercato e il pluralismo, che ha orrore per i diritti dei singoli e la coesistenza di orizzonti di vita differenti. In fondo, il relativismo radicale dei pensatori postmoderni persuasi che non vi sia alcuna verità è qualcosa che viene dalla nostra Storia: anche se è una Storia che, per tante ragioni, non ci deve piacere. Le ricadute di tutto ciò sono tremende e le vediamo anche da noi. In Italia si sta discutendo una legge sulla discriminazione di gay e omosessuali che rischia di impedirci di disporre di noi come vorremmo. Non a caso questa iniziativa va a modificare la «legge Mancino»: ossia un testo che già minava la libertà di espressione, focalizzando l'attenzione su quanti hanno idee politiche estremiste. Quello fu un autentico passo indietro per l'Europa che aveva creduto nella tolleranza, e il risultato è che non solo si va restringendo la libertà di parola, ma anche la possibilità di disporre come si vuole della propria vita: assumendo un maschio invece che una femmina, un arabo invece che un ebreo, un cinese invece che un nero. Sembra sfuggire a molti che una cosa è aggredire il prossimo e altra cosa è preferirgli un'altra persona. Ma proprio perché nessuno può essere aggredito, per lo stesso motivo nessuno ha diritto a disporre dei beni e della libertà di altri. E vivere è scegliere, decidere, prendere una strada al posto di un'altra. Nella logica di questo nuovo spirito autoritario, moralistico e tribale, ogni cosa alla fine risulta collettivizzata da normative onnipresenti: così che tutto deve essere gestito secondo criteri fissati per legge. L'Occidente che si odia e che disprezza le proprie radici liberali finisce per prevalere, così, su quanto abbiamo di nobile e di grande alle nostre spalle.

Distruggere le statue sarebbe il requiem dell'Occidente. C'è chi vorrebbe autoassolversi dal passato cancellandolo, ma la questione è più complessa. Dino Cofrancesco, Mercoledì 08/07/2020 su Il Giornale. Le sommosse sociali che sono dilagate negli Usa e di lì si sono riversate nell'Europa occidentale, in particolare in Inghilterra, rappresentano un fenomeno nuovo e inquietante che invano alcuni sociologi - a esempio Peppino Ortoleva - hanno tentato di comprendere riportandolo a vecchie categorie : il disagio sociale degli afro americani, il fallimento dell'economia di mercato, il braccio violento della legge...In modo assai diverso e meno convenzionale, la furia iconoclastica è stata interpretata dal pensiero della destra conservatrice e liberale - da Marcello Veneziani a Eugenio Capozzi - come vera e propria rivolta contro la civiltà europea e occidentale. In particolare, con toni spengleriani, ha scritto Alessandro Campi in un articolo sul Messaggero, «Sconfitti dal presente distruggono il passato» (12 giugno 2020), alle origini della barbarie che si abbatte, con furia distruttrice, sui simboli della tradizione, sta il «rifiuto in sé della storia come forma di conoscenza». «Rifiuto che si accompagna, nel mondo cosiddetto occidentale, alla stanchezza della storia, tipica di tutte le civiltà decadenti che sentono di aver esaurito la loro spinta propulsiva, e a un odio di sé penitenziale che nasce da non da un'assunzione si responsabilità, che per essere seria richiederebbe un vaglio critico del passato... ma dal desiderio di liberarsi da ogni peso chiedendo scusa». Sono analisi suggestive che a mio avviso toccano solo un aspetto cruciale dello tsunami nichilistico che segna irrimediabilmente questi primi decenni del XXI secolo. Come ho cercato di dimostrare (e mi scuso per l'autocitazione) in saggi come Requiem per l'Occidente? (Libro aperto gennaio-marzo 2020) e Il pensiero egemone è la Trinità universalista che ricaccia negli Inferi la Trimurti comunitaria (in uscita su Ircocervo) assistiamo al trionfo spettrale e definitivo dell'Illuminismo universalista (versione francese). Esso può definirsi una rivolta ontologica contro la natura intesa come destino in quanto generatrice di violenza, di discriminazione, di ineguaglianza. «Sta scritto ma io vi dico» il carisma del fondatore delle religione universale che ha nutrito spiritualmente l'Europa e le sue proiezioni atlantiche, dal piano religioso si è trasferito sul piano sociale e politico: non è il fato che ha decretato l'inferiorità di alcuni membri del genere umano e la superiorità di altri ma un'ingiusta divisione del potere e della proprietà. Non esiste il destino ma solo la passività degli individui. A scanso di equivoci, anch'io credo che l'illuminismo abbia segnato, col suo Sapere aude, l'alba di un giorno radioso nella storia della nostra specie, con il suo irrinunciabile catalogo dei diritti dell'uomo e del cittadino. E tuttavia la passione egualitaria che lo divorava, facendo tabula rasa del passato, delle tradizioni, delle consuetudini, ha finito a poco a poco per erodere efficacemente la legittimità di tutti i sistemi politici e gli assetti sociali che non mantenevano le promesse di emancipazione universale. Solo lo stato moderno (nazionale) europeo riuscì, in parte, a tenere in equilibrio precario passato e presente, tradizione e avvenire, politica e morale, religione e scienza ma il secondo conflitto mondiale lo ha, per così dire, sconsacrato. Da tempo, la forza del destino, di quel destino che ci fa nascere diversi e ineguali, si è indebolita: la malattia mortale che lo ha colpito si tramuta in aggressione contro quanto ne rimane in piedi e contro i cimeli, i simboli e i monumenti di un'era in cui esistevano ricchi e poveri, aristocratici e plebei, borghesi e proletari, signori e contadini. Molti si meravigliano del fatto che la violenza della polizia di Los Angeles riempia di orrore migliaia di volte in più della repressione sanguinosa dei dissidenti in Cina. Ma perché accada lo ha spiegato chiaramente Michele Serra nella sua amaca del 24 settembre 2019: « Il comunismo fu totalitario per imporre l'uguaglianza tra tutti gli uomini e l'internazionalismo. Il nazismo fu totalitario per imporre la superiorità di una nazione e di una razza e sancire l'inferiorità delle altre. Questa gigantesca differenza basta a sconsigliare ogni equiparazione tra le due ideologie e soprattutto tra le persone che ne presero le parti». Al di fuori dell'eguaglianza - in nome della quale si possono ammazzare più persone di quante non ne abbiano ucciso i regimi totalitari di destra - non ci sono valori (sia pure distorti come quelli in cui credevano i nazisti che stravolsero la comunità nazionale in tribù sanguinaria) ma solo i tentacoli del Male. Socialisme ou barbarie, per ricordare il movimento politico-culturale francese degli anni sessanta. Dire che la storia è opera dell'uomo e in quanto tale è impastata di bene e di male, ricordare con il geniale libertario Alexander Herzen che nessuna grande opera è stata costruita senza sacrificare esseri umani innocenti è inutile. La dilatatio di cui parla Marcello Veneziani nell'articolo «Sanificare tutto, pure la storia» (La Verità del 13 giugno), consistente nell'«estendere la morale del presente al passato, giudicare parole, atti e giudizi di altre epoche con gli occhi, le parole e i pregiudizi del nostro momento», la dilatatio, dicevo, può colpire chi rimane legato alle misure intellettuali e morali del mondo di ieri. Per chi ha fatto dell'eguaglianza un'arma distruttiva di massa e dell'etica del destino il codice di Satana, i richiami al buon senso lasciano il tempo che trovano. O forse servono a quanti intendono cavalcare l'onda dell'immarcescibile antiamericanismo per fare opera di mediazione tra il nuovo che avanza e il vecchio che sta ancora lì, lanciando agli sconfitti della storia un messaggio inequivocabile: affidatevi a noi, giacché solo noi riusciremo a salvare il salvabile! Quello italiano è «un popolo di santi, di poeti, di navigatori» diceva quel tale, avrebbe dovuto aggiungere: «e di mediatori».

CHI FOMENTA DI CONTINUO IL DISCORSO SUL “RAZZISMO”? Da sowingchaos.wordpress.com, il blog di Paolo Sensini, il 10 giugno 2020. Chi fomenta in continuazione il “razzismo”? Proviamo a vedere: se un bianco viene ucciso da un nero la responsabilità, ci spiegano con fermezza i signori del politicamente corretto, è strettamente personale. Vedi i casi della povera Pamela Mastropietro fatta a pezzi e abbandonata in due trolley sul ciglio di una strada a Macerata dal nigeriano Oseghale, ma le responsabilità sono state circoscritte alla sua sola persona – ed eventuali collaboratori – senza coinvolgere nessun’altro. E guai a chiunque avesse osato estendere le responsabilità a “nigeriani” o agli africani in generale, poiché ciò sarebbe stato immediatamente bollato in quanto “razzismo” dalla gogna televisiva e poi, come cigliegina sulla torta, preso in carico dagli integerrimi tutori della “giustizia” italiana. Stesso discorso per il sanguinario ghanese Adam Kabobo, che ha sfracellato la testa a tre milanesi che camminavano per strada a colpi di piccone, o per la povera Desirée Mariottini straziata come un cane da 4 delinquenti africani a Roma. O, ancora, per le centinaia e centinaia di altri casi di cui pullulano le cronache giornalistiche italiane o straniere. Se invece in Europa e Stati Uniti accade qualcosa a un nero, a un ebreo, a uno zingaro o anche a una donna, ecco che magicamente sono responsabile tutti i bianchi occidentali. In questo caso la colpa non è più individuale, come sarebbe naturale secondo ragione, ma coinvolge automaticamente tutta la razza “bianca” in quanto tale. Una colpa collettiva. Anzi, per essere ancora più precisi, responsabile di ogni crimine è il maschio bianco ed eterosessuale. Che porta indistintamente sulle spalle il peso della colpa per ogni crimine commesso. È così che funziona e viene continuamente rinfocolato il discorso sul razzismo da parte della “potenza di fuoco” mediatica gestita dalla sinistra. Come sempre due pesi e due misure. Oppure, se preferite, vi pisciano in faccia e dicono che sta piovendo!

Per i Cristiani uccisi in Africa non c’è nessun Black Lives Matter. Di Federico Cenci il 22 Luglio 2020 su culturaidentita.it. Fonte ilgiornale.it. L’ipocrisia dell’Occidente nel silenzio del massacro da parte dei jihadisti. Mentre l’Occidente progressista si strugge per l’uccisione di un nero negli Stati Uniti, decine di migliaia di neri sono vittime di persecuzioni anti-cristiane in Africa. Per loro, tuttavia, non viene inscenata alcuna mobilitazione di massa. Non si registrano cortei, campagne social, solidarietà delle multinazionali o atleti in ginocchio per i seguaci di Cristo vessati, incarcerati, torturati, massacrati. Sarà che forse i loro persecutori hanno la pelle nera o che la loro causa non genera profitti né si presta a strumentalizzazioni ideologiche e politiche, sta di fatto che il calvario dei cristiani d’Africa è avvolto nell’oblio. Eppure, i numeri della persecuzione sono spaventosi. Li svela nel suo periodico rapporto la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. L’ultimo, che risale all’ottobre scorso e raccoglie fatti avvenuti nel biennio 2017-2019, rivela che tra i 20 Paesi al mondo in cui desta più preoccupazione la condizione dei cristiani, 8 si trovano nel Continente Nero: Egitto, Eritrea, Sudan, Repubblica Centrafricana, Camerun, Nigeria, Niger, Burkina Faso. Sotto la linea del Sahara il jihadismo islamico è penetrato come una calamità: dei 18 sacerdoti e una suora uccisi nel 2019, ben 15 sono stati assassinati in Africa. In Paesi come la Nigeria, dove imperversano i terroristi di Boko Haram e i nomadi Fulani, si svolge un vero e proprio circo degli orrori. Nelle prime settimane del 2020 sono stati diffusi in Rete video raccapriccianti: undici cristiani bendati e poi decapitati dai miliziani, stessa sorte per una donna in abito da sposa e per le sue damigelle poco prima di entrare in chiesa per il matrimonio a Maiduguri, nello Stato di Borno. E poi, ancora, un giovane ucciso con un colpo di pistola alla testa sparato da un bambino soldato. La Nigeria si conferma – rivela l’organizzazione Open Doors – il luogo al mondo in cui vengono uccisi più cristiani. Secondo il rapporto dell’intergruppo parlamentare per la libertà religiosa di Westminster, dal 2015 ne sono stati ammazzati oltre 6mila, 600 soltanto nei primi mesi del 2020. Nell’introduzione al testo, il presidente dell’intergruppo, Jim Shannon, parla dell’islamismo come di una “ideologia distruttiva e divisiva che porta a crimini contro l’umanità e che può spianare la strada verso il genocidio. Non dobbiamo esitare a dirlo”. Ma il termometro della persecuzione non si misura soltanto con il sangue, che pure sgorga a fiotti. L’oppressione che insidia la sequela di Cristo stringe pure le catene sui polsi. Centinaia di persone sono in prigione in Eritrea con la sola “colpa” di essere cristiani. Per lo più si tratta di appartenenti a gruppi evangelici, ma non è affatto serena la condizione cui soggiacciono i cattolici. Tra giugno e luglio dello scorso anno il feroce regime di Asmara ha confiscato 22 strutture sanitarie cattoliche e, nei mesi successivi, ha messo le mani anche su delle scuole affidate ai gesuiti. “Il tutto – denuncia una fonte locale ad Aiuto alla Chiesa che Soffre – avviene nell’indifferenza. Ma il mondo ci vede? Oppure si accorge dell’Eritrea soltanto quando si parla dei nuovi migranti che giungono sulle coste italiane?”. Questo è un punto nevralgico della questione. L’instabilità dell’Africa provoca emorragie che premono sulle coste settentrionali del Mediterraneo. Un’Europa che assiste indifferente alla persecuzione dei cristiani africani non soltanto compie un’opera di omissione morale, condanna anche sé stessa a subirne gli effetti in termini di ondate migratorie.

Tutti i “vizietti” dei maestri degli antirazzisti. Marco Gervasoni, 20 giugno 2020 su Nicolaporro.it. Difficile dire guardandoli in volto, ma i primati che abbattono le statue in Usa e in Uk, e quelli che le imbrattano in Italia, una cultura l’hanno. Certo, nel senso in cui gli antropologi ne parlano quando studiano gli aborigeni o le popolazioni della foresta amazzonica. Anche se, più che una cultura, la definirei una ideologia. Essendo movimenti a pulsione nichilistica, l’ideologia vi assume un carattere fondamentale – come ha insegnato Dostojevski, meno credi e più diventi fanatico di una religione terrena e secolarizzata, appunto l’ideologia. E allora andiamo a cercare da dove essa provenga Diversamente da quella comunista, nata dalle lotte operaie e contadine, questa dei vari movimenti ispirati a Black lives matter è un puro prodotto delle università e non ha alcun nesso con il mondo reale – neppure quello delle comunità afroamericane. In Europa è una semplice imitazione degli Usa – uno dei tanti fenomeni di americanizzazione – ma l’ideologia dei campus americani a sua volta proviene dall’Europa, e precisamente dalla Francia. È quella che viene chiamata French Theory e che entrò nelle Università americane a partire dagli anni Settanta. I suoi autori erano in larga parte francesi – Michel Foucault, Gilles Deleuze, Jacques Derrida, Jacques Lacan – e vennero a rinnovare un marxismo universitario esangue. L’estrema sinistra se ne cibò subito anche se per somma ironia i maestri filosofici della French Theory erano Nietzsche e Heidegger, due pensatori solidamente di «destra». I campus americani hanno trasformato questa French theory in una ideologia anti-occidentale: secondo loro tutta o quasi la cultura europea e nord americane è da condannare in quanto figlia della dominazione patriarcale, sessista, colonialista e razzista. La teoria francese è poi ritornata in Europa, e anche nella stessa Francia, dove ha preso il nome di «indigenismo» e «razzialismo», e gli atenei sono diventati luoghi di diffusione di questo nuovo terrorismo «intellettuale». Anche se a ben vedere questi movimenti non perseguono una  politica ma solo moralismo ed è per questo che sfrogolano nella vita privata dei personaggi storici di cui vogliono cancellare la memoria: nella loro visione primitiva (da primate) il privato è politica. Ebbene, adottiamo per un momento lo stesso schema e scorriamo in una serie di flash gli eroi dell’indigenismo e del razzialismo «anti razzista» per vedere se essi rispettano i rigidi canoni anti-patriarcali, anti-sessisti, anti-colonialisti, anti occidentali. Cominciando da Marx. Anche se i BLM non sono marxisti perché Marx è troppo difficile da leggere per loro, resta comunque una figurina del loro album. E qui cominciamo male. Marx trattava più o meno da schiava la moglie, che pur adorava, esercitava un controllo ferreo sulle figlie, possedeva insomma una mentalità vittoriana, tranne che nei confronti della cameriera, ingravidata senza riconoscere i figli. Mmmm, proviamo allora sul versante anti razzista e anti colonialista. Anche qui non va bene. Marx era un grande sostenitore del colonialismo e, come quasi tutti i marxisti dei decenni successivi, pensava che il compito dei paesi europei fosse di civilizzare gli africani e gli asiatici. Nelle sue cronache sulla guerra civile americana usò parole di fuoco contro l’ipocrisia dei Nordisti. Teoria, si dirà. Ma quando la figlia portò a casa il fidanzato, Paul Lafargue, poi uno dei più importanti marxisti francesi di quel periodo, nato da famiglia creola a Cuba, quindi non certamente «nero», lo trattò freddamente e la sera scrisse una lettera al suo amico e sodale e finanziatore Engels in cui fece capire di non apprezzare l’etnia del giovane; anche se poi vi si affezionò – e comunque anche la coppia di sposini fu mantenuta, come Marx, dal solito generoso Engels. Insomma, ci sarebbe materia per una bella sverniciatura, di rosso ovvio, sulla tomba di Marx a Hyde Park. Ma si dirà, l’Ottocento. Va bene e allora veniamo in tempi già recenti. Il teorico della negritudine, Jean Paul Sartre, era stato vagamente neutrale nella Parigi occupata dai nazisti, dove si rappresentavano regolarmente le sue opere teatrali, tradiva ripetutamente la compagna, Simone De Beauvoir, anche con la sorella di lei. Non risparmiava di raccontare a Simone le sue diverse conquiste, che lei riportava sarcasticamente nel lettere agli amici:  «siate fiero di Sartre.  Ha deciso che una Algerina neretta , una vera bionda e due false non gli bastano, Cosa gli mancava? Una rossa. L’ha trovata»  Un Don Giovanni però un po’ freddo come amante ma soprattutto ossessionato dalla paura di essere omosessuale, anzi un «pederasta» come scriveva lui stesso. Certo, dal nostro punto di vista il dolo più grande di Sartre consiste nell’aver cercato di spacciare i gulag per una menzogna borghese, ma certo per gli «anti razzisti» non sarà un peccato, anche se nei gulag comunisti ci finirono anche gli omosessuali e gli ebrei, cosi per dire. Invece un sodale di Sartre, lo psicologo Frantz Fanon, francese martinico, diventò collaboratore del Fronte di Liberazione dell’Algeria e dei suoi sanguinari attentati terroristici; ma soprattutto, fu un grande sostenitore dell’Islam, non esattamente una religione che predica la lotta al patriarcato. Così come islamico era Malcolm X, uno degli eroi dei Blm: non era islamico invece Martin Luther King, in compenso, secondo i rapporti della Cia, era ossessionato dal sesso, partecipava ad orge e il suo tipo di approccio alle donne oggi non supererebbe  la prova del Me too o, se vogliamo stare in Italia, di Non una di meno – ma neanche quella del codice penale per i reati di violenza sessuale. La stessa fascinazione per l’islam, nelle sue forme radicali, colse il massimo pensatore della French Theory, Michel Foucault, affascinato dalla rivoluzione islamica iraniana e dalla conseguente rimessa in riga delle donne, che invece nell’Iran dello Scia potevano circolare in mini gonna. Ma il vizietto del filosofo era ancora più grave, immaginiamo dal punto di vista dei nostri indigenti all’amatriciana, e questa volta anche nostro: teorizzava la pedofilia. Montanelli si è sposato con una ragazza etiope di 14 anni, secondo le leggi e gli usi locali. Foucault, invece, nel 1977,  firmò  una petizione rivolta al Parlamento francese in cui chiedeva di togliere il limite d’età per i rapporti sessuali, e anche il sesso con una bambina (anzi, dal suo punto di vista, con un bambino) di sei anni avrebbe dovuto essere consentito: andava riconosciuto, come scriveva la petizione «il diritto del bambino e dell’adolescente a intrattenere relazioni sessuali con persone a sua scelta». Anche perché, come disse nel 1982 il leader del sessantotto francese, a lungo eurodeputato verde, Daniel Cohn-Bendit in una trasmissione della tv francese di grande successo (il video agghiacciante si può vedere ancora in rete) «la sessualità di un bambino è fantastica». Dani il Rosso, che certo oggi starà dalle parte degli indigenisdi, non firmò quella petizione, ma lo fecero, tra gli altri, Roland Barthes, il grande teorico e critico letterario, un altro dei maestri della French theory, Gilles Deleuze e il suo amico e co-autore Felix Guattari, Jack Lang poi ministro della cultura di Mitterrand, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, (rieccoli) il nouveau philosophe André Glucksmann. Sempre nel 1977, i medesimi pubblicarono su Le Monde una appello in difesa di tre francesi condannati per aver avuto rapporti omosessuali con una ragazza di 13 anni. A 13 anni, scrivevano Foucault,  Deleuze, Barthes, Guattari e  gli altri,«si è già di fatto una donna». Un anno in meno della sposa etiope di Montanelli. Ma se sei Foucault, o magari Pasolini, cacciato dal Partito comunista friulano per aver intrattenuto rapporti con i minori, almeno secondo l’accusa, te lo puoi permettere, e anzi lo puoi teorizzare. Invece se to chiami Montanelli, devi finire nella polvere. Marco Gervasoni, 20 giugno 2020

Viviana Mazza per corriere.it il 22 giugno 2020. La statua che raffigura Theodore Roosevelt a cavallo, e accanto a lui, a piedi, un nativo americano e un africano, ha troneggiato all’entrata del Museo americano di storia naturale di New York dal 1940. Ora sarà rimossa. A differenza di altre statue attaccate dai manifestanti dopo l’uccisione di George Floyd, in questo caso è stato il museo stesso a volerla rimuovere e il Comune ha dato il libera finale. Gli attivisti lo chiedevano da tempo, ma il museo aveva difeso quel «simbolo di un passato controverso dal quale possiamo imparare». Teddy Roosevelt continuerà ad essere onorato come pioniere della tutela delle risorse naturali (gli verrà dedicata anche la sala sulla Biodiversità, oltre a quelle che già portano il suo nome). Il museo spiega che però la statua equestre andava rimossa a causa della sua «composizione gerarchica» che rappresenta i neri e gli indigeni come inferiori. Lo stesso Theodore Roosevelt IV, pronipote 77enne del presidente americano (dal 1901 al 1909) e Premio Nobel per la Pace raffigurato anche sul Monte Rushmore, si è detto d’accordo: «Il mondo non ha bisogno di statue, relitti di un’atra era, che non riflettono né le virtù della persona che intendono onorare, né i valori di uguaglianza e giustizia. Questa composizione equestre non riflette l’eredità di Theodore Roosevelt. È tempo di rimuoverla e andare avanti». Ma il presidente Donald Trump ha obiettato su Twitter: «Ridicolo, non fatelo!» I critici di Roosevelt ricordano, tra le altre cose, questa sua frase: «Non arrivo al punto di dire che l’unico indiano buono è un indiano morto, ma credo che sia vero per nove su dieci». Barack Obama, tra gli altri, ha invece celebrato il leader repubblicano progressista, definendolo il promotore di «un sistema economico nel quale ogni uomo ha l’opportunità di mostrare il meglio che è in lui». Roosevelt ha creato i parchi naturali sottraendo le terre ai nativi. Era un uomo che pensava in linea con la visione della superiorità bianca del tempo: voleva assimilare i nativi-americani, rimuovendoli dalle loro terre e distruggendone la cultura, credendo che solo così potevano accedere al Sogno americano e alla «rispettabile cittadinanza».

Da corriere.it il 23 giugno 2020. Momenti di tensione durante la notte italiana in Lafayette Square a Washington, di fronte alla Casa Bianca, dove i manifestanti hanno tentato di rimuovere la statua di Andrew Jackson. Per disperdere la folla, affermano alcuni testimoni, la polizia avrebbe usato spray al peperoncino. La polizia è intervenuta dopo che, cantando «Hey, Hey, Ho, Ho, Andrew Jackson’s got to go», circa 150-200 manifestanti avevano cominciato a legare la statua del settimo presidente degli Stati Uniti, con alcune corde. Dopo alcuni scontri, durante i quali le forze dell’ordine hanno utilizzato anche spray urticanti, i poliziotti sono riusciti a creare un cordone di sicurezza attorno all’opera, che ritrae Jackson in sella a un cavallo. Jackson è finito nel mirino del movimento antirazzista perché considerato responsabile del cosiddetto «sentiero delle lacrime», la deportazione forzata dei nativi americani dalle loro terre di origine. Per protesta contro la morte di George Floyd molte sono le statue deturpate in America. «Numerose persone sono state arrestate per questo vandalismo vergognoso. Attenti! — ha ammonito su twitter il presidente Donald Trump mentre il segretario agli interni David Bernhardt che è stato presente sulla scena ha rilasciato una dichiarazione in cui diceva: «Sia chiaro: non ci inchineremo agli anarchici. La legge e l’ordine prevarranno e la giustizia sarà servita...

Da "huffingtonpost.it" il 25 giugno 2020. Rimuovere l’immagine di San Michele che schiaccia il demonio perché ricorda l’uccisione di George Floyd a Minneapolis. È la petizione lanciata dagli attivisti su Change.org che ha raggiunto 2000 firme in poche ore, come riportato dal Guardian. Gli attivisti hanno coinvolto la corona britannica perché l’Ordine di San Michele e di San Giorgio è una delle massime onorificenze diplomatiche che la regina concede ad ambasciatori e diplomatici e alti funzionari del Ministero degli Esteri che hanno prestato servizio all’estero. La petizione, avviata da Tracy Reeve, afferma: “Questa è un’immagine altamente offensiva, ricorda anche il recente omicidio di George Floyd da parte del poliziotto bianco allo stesso modo presentato qui in questa medaglia. Noi sottoscritti chiediamo che questa medaglia venga completamente ridisegnata in un modo più appropriato e che vengano fornite scuse ufficiali”.

La furia iconoclasta continua: ora vuole colpire la cristianità. Nel corso della storia i cristiani hanno dovuto combattere in numerose occasioni gli iconoclasti, i ma viviamo in uno dei periodi più bui per la nostra cultura. Francesco Giubilei, Mercoledì 24/06/2020 su Il Giornale. L’invito di Shaun King, scrittore, attivista di estrema sinistra e uno dei leader di Black Lives Matter, ai suoi seguaci di distruggere i simboli religiosi come le statue di Gesù poiché rappresentano “una forma di supremazia bianca” e di “propaganda razzista”, ci fa tornare indietro di secoli agli anni più bui del cristianesimo. Nel corso della storia i cristiani hanno dovuto combattere in numerose occasioni gli iconoclasti, già nel VIII secolo nell’impero bizantino si diffuse un movimento iconoclasta che promuoveva la distruzione delle icone accusando chi venerava le immagini sacre di sfociare nell’idolatria. Ciò generò un violento scontro tra i cristiani con gravi conseguenze materiali come la distruzione di migliaia di rappresentazioni religiose, di valore non solo spirituale ma anche artistico. In realtà, dietro la furia iconoclasta, si nascondevano ragioni politiche a causa della volontà degli imperatori bizantini di assumere il controllo di territori in mano ai monaci. Alcuni secoli dopo l’iconoclastia si ripropose con il calvinismo e il puritanesimo, figli della riforma protestante, che portò a distruggere numerose statue e immagini sacre nelle chiese del Nord Europa non più cattoliche. L’impossibilità di raffigurare le immagini sacre, è tipica della religione islamica che vieta di rappresentare Maometto ma non ha nulla a che fare con la storia cristiana, in particolare cattolica, ortodossa e armena che fa del culto delle immagini sacre una propria prerogativa. Non è un caso, come spiega Maria Bettetini nel suo libro “Distruggere il passato. L’iconoclastia dall’Islam all’Isis”, che il califfato islamico si sia reso protagonista di efferati episodi di distruzione del patrimonio artistico e culturale nei territori controllati. Chi l’avrebbe mai detto che dopo secoli di guerre ai cristiani e ai luoghi di culto, dopo essere sopravvissuti alla censura dei regimi comunisti, nell’impossibilità di professare la propria fede liberamente ancora oggi in tante aree del mondo (come in Medio oriente, Cina o in alcune parti dell’Africa), i cristiani dovessero assistere alla distruzione dei propri simboli nei luoghi che rappresentano la culla del cristianesimo come l’Italia, l’Europa e più in generale l’Occidente? Eppure è quello che sta avvenendo in questi giorni, non solo la distruzione della statua di San Junipero Serra ma un disegno di più ampio respiro: cancellare qualsivoglia simbolo o immagine che possa richiamare al cristianesimo. Gli episodi si susseguono da un lato all’altro dell’Atlantico; dall’Inghilterra arriva la richiesta di far rimuovere dalle onorificenze assegnate ai diplomatici dalla Regina, l’immagine di San Michele Arcangelo mentre schiaccia Satana poiché, secondo chi ha promosso la censura, l’immagine ricorda l’uccisione di George Floyd. Stiamo vivendo un attacco a ogni forma di identità europea e occidentale e, dopo la furia iconoclasta che nei giorni scorsi si è abbattuta su esploratori, politici e giornalisti, il movimento di protesta alza la propria asticella puntando sui simboli religiosi, ovviamente cristiani. Il punto è proprio questo: fino a che punto siamo disposti a celare, nascondere, negare la nostra identità? Cosa deve accadere affinché le istituzioni e i cittadini europei e americani mettano fine a questa pericolosa deriva censoria? Chi ci dice che il prossimo obiettivo non saranno proprio le Chiese che già in passato, proprio nella vicina Francia, sono state vandalizzate? C’è però una differenza tra l’attuale furia iconoclasta e quanto avvenuto nei secoli scorsi che la rende particolarmente pericolosa; oggi viviamo in una società sempre più secolarizzata dove il pensiero illuminista, nella sua accezione giacobina, ha permeato la mentalità comune. I cristiani sono abituati a una millenaria storia di attacchi e tentativi di cancellarne l’identità e non cederanno di fronte ai moderni iconoclasti ma viviamo in uno dei periodi più bui per la nostra cultura, sotto attacco sia da parte dell’ideologia liberal e globalista sia dalla follia del politicamente corretto assecondata con passività da tanti cittadini che non si rendono conto della strada sempre più pericolosa che abbiamo intrapreso.

Alessandra Benighetti per "ilgiornale.it" il 23 giugno 2020. "Sì, penso che le statue che raffigurano Gesù come un europeo bianco debbano essere abbattute, sono una forma di suprematismo e lo sono sempre stato, nella Bibbia quando la famiglia di Gesù voleva nascondersi indovinate dove è andata? In Egitto, non in Danimarca, buttatele giù". Fa discutere il tweet pubblicato ieri da Shaun King, scrittore americano ed attivista per i diritti civili, in prima linea nelle proteste anti-razziste che in queste settimane hanno scosso gli Stati Uniti. Nei giorni in cui a New York divampa la polemica per la rimozione della statua del presidente americano Theodor Roosevelt dall’ingresso dell'American Museum of Natural History perché colpevole di essere raffigurato a cavallo con a fianco un afroamericano e un nativo americano a piedi, King ha deciso di rilanciare proponendo l’eliminazione di tutte le statue di Gesù e Maria, come siamo stati abituati a vederle da centinaia di anni. Il motivo, spiega in un altro tweet, è che le ricostruzioni storiche più accurate descrivono Gesù con la carnagione scura. Il problema, attacca, è che "gli americani bianchi che per centinaia di anni hanno comprato, venduto, scambiato, violentato e schiavizzato a morte gli africani in questo Paese, semplicemente non possono avere quest’uomo al centro della loro religione". Per l’attivista, quindi, è giunto il momento di cambiare finalmente volto a Gesù, ripristinando la sua "vera" immagine." Se la vostra religione richiede che Gesù abbia i capelli biondi e gli occhi azzurri, allora la vostra religione non è il cristianesimo ma il suprematismo bianco", incalza l’intellettuale afro-americano. "La fede cristiana – aggiunge – e non il cristianesimo bianco è stata la prima religione di questo Paese per centinaia di anni". Una provocazione, la sua, che rischia di infiammare ulteriormente il clima dopo settimane di tensioni seguite all’uccisione, durante un arresto a Minneapolis, dell’afroamericano George Floyd. Il rischio che si passi dalle parole ai fatti, visti gli atti vandalici che si sono susseguiti in questi giorni contro i simboli "colonialisti", è concreto. Come racconta Marco Gervasoni sul Giornale venerdì scorso a San Francisco un gruppo di persone ha tirato giù il monumento dedicato al francescano spagnolo San Junípero Serra, accusato di "genocidio nei confronti dei nativi". Papa Francesco, invece, l'ha fatto santo proprio per il merito di aver difeso la "dignità della comunità indigena", proteggendola "da coloro che l'hanno maltrattata e abusata". Con la statua del frate è venuta giù anche la croce. L'assalto ai simboli cristiani è già iniziato anche in Europa, sull'onda delle proteste americane: durante le manifestazioni antirazziste a Firenze una teca contenente un affresco dedicato alla Vergine è stato sfregiato con lo slogan Black Lives Matter impresso con la bomboletta. A replicare a King in un tweet è la consulente legale del presidente Trump, Jenna Ellis. "Se provassero a cancellare il cristianesimo, se mi costringessero a scusarmi o abiurare la mia religione, io non mi piegherò, non esiterò", scrive l’avvocato in un tweet. "Sta solo difendendo il suo essere bianca", replica King. "Il cristianesimo bianco ha bisogno di un Gesù bianco – attacca ancora l’intellettuale – non si tratta di generosità o gentilezza, né di proteggere i deboli, ma del suprematismo bianco, attaccate "Gesù bianco" e attaccherete la sua religione".

Mario Niola per “il Venerdì - la Repubblica” il 26 giugno 2020. È l'ultimo grido del politicamente corretto. O non è che la versione aggiornata di una antichissima demonizzazione del simulacro? All'abbattimento del monumento allo schiavista Edward Colston, gettato nelle acque del porto Bristol dagli attivisti del movimento Black Lives Matter, ha fatto seguito un ampio dibattito che l'imbrattamento del monumento a Indro Montanelli ha reso ancor più vivace. Peccato che fra i tanti argomenti spesi a favore o contro il gesto, sia passata sotto silenzio la questione fondamentale. Cioè quella paura ancestrale delle statue che attraversa la storia, l'arte, la letteratura, il mito e la religione dell'Occidente. Dai kolossoi greci, arcani e temibili ricettacoli di potenza, all'antica Roma, dove era vietato erigere statue a persone ancora in vita, fino al cristianesimo che per molti secoli le guarda con sospetto, come dei doppi, dei sosia inquietanti della persona, umana e divina. In realtà è la tridimensionalità delle sculture a farne, molto più che delle opere d'arte, dei quasi-esseri. Tant' è vero che nel nostro immaginario basta poco a risvegliarle dalla loro fissità e a trasformarle in temibili ritornanti. Dal Convitato di pietra che uccide il don Giovanni di Mozart alle statue assassine, magiche, diaboliche protagoniste dei racconti fantastici di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, di Prosper Mérimée, di Henry James, di Stephen King, a loro volta simili a quelle che in molte religioni improvvisamente riprendono vita. Perché in realtà alle statue manca un soffio per essere vive. Non sono semplici rappresentazioni come i quadri. Evidentemente non lo sono nemmeno per coloro che giudicano le immagini del passato con i valori del presente. Facendo del politicamente corretto una forma di integralismo laico. Una nuova idolatria del simulacro. Negativa sì, ma pur sempre idolatria.  

Vito Punzi per "Libero" il 26 giugno 2020. Il vento iconoclasta che si sta abbattendo furioso ad ogni latitudine a Berlino è stato anticipato di qualche settimana da un duro dibattito nel quale s' intrecciano religione, passato nazista e nostalgia comunista. Prima di citare i fatti è bene ricordare che il Land della capitale tedesca è in mano ad una coalizione rosso-rosso-verde (socialdemocratici, sinistra e verdi) nostalgica delle forme adottate dal regime comunista in versione tedesco-orientale tra il 1949 e il 1990: da ultimo, a mo' d'esempio, la festa della liberazione dal nazismo, l'8 maggio, festa di Stato per la DDR, ma mai riconosciuta come tale dalla Germania Federale, perché per milioni di tedeschi significò la sottomissione alla dittatura filo-sovietica. Recupero di una certa memoria utile alla causa da un lato e volontà di rimozione di ciò che è ritenuto memoria scomoda dall'altro. Come tutto ciò che, finora riconosciuto come patrimonio culturale, si trova nel contesto dello stadio olimpico berlinese. Progettato e realizzato l'intero complesso per le olimpiadi del 1936 dal regime nazista, a dare fastidio, perché eredità del Terzo Reich, sono in particolare le grandi sculture (come Il pugile di Josef Thorak e Il decatleta e La vittoriosa di Arno Breker), perché testimonianze del "culto nazista del corpo". Così secondo Peter Strieder, socialdemocratico, che con un appello pubblicato il 16 maggio scorso da Zeit ha chiesto la loro rimozione. Un appello nel quale Strieder, che pure è figlio di Peter senior, storico dell'arte noto anche in Italia per una monografia su Dürer, si scaglia pure contro le pitture murali, della stessa epoca e recentemente restaurate, che si trovano nella Casa dello Sport Tedesco, lamentando in sostanza che «l'intero complesso sportivo sia tuttora così come fu costruito dai nazionalsocialisti perché definito edificio protetto». Le statue e le pitture sono ancora lì. Un appello per ora inascoltato, dunque. Anche perché immediata è stata la replica dell'architetto Hans Kollhof, che ha ricordato a Strieder che, tenendo conto delle vicende degli artisti coinvolti e dello stile delle opere lì realizzate, se quelle venissero soppresse «semplicemente verrebbe distrutta anche l'arte creata prima dell'avvento della dittatura nazista».

L'edificio danneggiato L'altro fronte iconoclasta apertosi di recente nella capitale tedesca è quello religioso-colonialista. È stata una lunga battaglia (dal 2017) ma alla fine sul ricostruendo castello degli Hohenzollern il 29 maggio scorso è stata collocata la croce che si trovava sull'edificio originale voluto dall'ultimo imperatore tedesco. Gravemente danneggiato dalle bombe, ma non raso al suolo, alla fine della guerra, il castello lo si sarebbe potuto restaurare. Secondo i sovietici però, gli occupanti di quella zona berlinese, si trattava di una testimonianza della Germania nazista, dunque nel 1951 fecero saltare in aria quel che ne restava. La decisione di ricostruire lo Schloß nel cuore di Berlino ha suscitato polemiche. Al suo posto venne edificato il Palast der Republik, considerato un simbolo della DDR comunista, a sua volta demolito nel 2008, nonostante le proteste dei cittadini. Valeva la pena ricostruire il castello, che sarebbe sempre stato un falso storico, una sorta di Disneyland prussiana? Il concorso internazionale venne vinto dall'architetto vicentino Franco Stella, 76 anni, autore di un progetto vincente perché conciliante il passato (la facciata è stata rifatta fedelmente) con le moderne esigenze. Secondo le previsioni il castello verrà inaugurato nel suo insieme entro il 2021, ma nel frattempo la polemica si è riaccesa in ragione della collocazione o meno della croce originaria sulla sua cupola. Se ne discuteva dal 2017: essere fedeli alla storia o al politically correct? La citata coalizione rosso-rosso-verde sosteneva che sarebbe stato meglio dimenticarsi della croce: «Perché mai volere imporre quel simbolo nel XXI secolo come cento anni fa?», chiedeva il senatore alla cultura Klaus Lederer, della Linke, la sinistra estrema. E si cercava anche una motivazione logica: nella cupola del vecchio castello si trovava la cappella e quindi la croce aveva una giustificazione, ma nel rifacimento di Stella la cappella non c'è. C'era poi chi, come lo storico dell'arte Horst Bredekamp, uno dei curatori della ricostruzione, sosteneva essere da una parte vero che «si è deciso di ricostruire il castello il più fedelmente possibile, ma d'altra parte si deve tener conto del dibattito in corso e la croce può essere interpretata come un simbolo del vecchio colonialismo». Sulla stessa lunghezza d'onda la storica dell'arte Mahret Kukpa, attivista di Initiative Black People in Germania: «Il cristianesimo è stato un canale attraverso il quale anche il colonialismo ha funzionato ed è stato rafforzato. Fu nel nome del cristianesimo che le cose furono rubate o distrutte».

Il finanziamento Va detto che cupola e croce nel progetto originario di ricostruzione non erano previste. È stato nel 2017 che l'ipotesi è stata avanzata a fronte di un finanziamento privato che le avrebbe rese possibili senza interventi statali. Così i quasi 15 milioni di euro necessari per entrambe provengono da donatori, alcuni dei quali anonimi. Memoria coloniale e simbolo di intolleranza religiosa, perché riproposta in una città che conta oltre 250.000 musulmani, senza contare i tanti non religiosi e i cattolici ed evangelici, considerati per lo più molto tiepidi? A difesa dell'operazione la cristiano-democratica Monika Grütters, cattolica: «La croce come simbolo del cristianesimo è sinonimo di carità, libertà, apertura mentale e tolleranza». Ciò che più sorprende è che questa posizione sia stata supportata da Aiman Mazyek, il presidente del Consiglio centrale dei musulmani in Germania: «La croce sulla cupola», dichiarò già nel 2017, «è in Germania un'eredità culturale e storica, appartiene al nostro paese, religiosamente e culturalmente, dunque non provo alcun disturbo». Mazyek dixit. E così fu. A proposito di simboli ed "eroi" che ritornano a Gelsenkirchen è stata eretta una statua a Lenin, l'inventore dei gulag. riproduzione riservata.

Lasciate in pace le statue. Lorenzo Vita il 27 giugno 2020 si Inside Over. “Colpire uno per educarne cento”. I motti tornano. Come la storia che, tanto per rimanere nel solco della tradizione di sinistra, “si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Difficile credere che quella che viviamo oggi sia la tragedia, visto che di furie iconoclaste l’Occidente ne ha vissute parecchie e di ben più profonda rabbia. Più semplice pensare che ci ritroviamo nella farsa. Perché quello cui assistiamo oggi non è soltanto il rovesciamento della realtà storica, ma una vera e propria follia che pervade gruppi di manifestanti più prede di un delirio distruttivo che di volontà di costruire qualcosa di nuovo. Il problema è che in questa farsa va di mezzo il mondo, o quantomeno l’Occidente. E forse è il caso di iniziare a capire quale sia il senso di questa farsa. Perché all’assalto delle statue e dei simboli della cultura occidentale non si è contrapposto un vero e proprio rifiuto da parte di molti. La cosiddetta maggioranza silenziosa non si è opposta davvero con la stessa forza a quelli che possono essere considerati dei veri e propri attentati alla nostra storia. E i gesti eclatanti lasciano un segno più o meno indelebile fino a diventare qualcosa di normale. Ma che normale non è ed è bene ricordarlo. Specialmente perché questa società, che fin troppo spesso si considera superiore alle precedenti, non si rende conto che, se non è peggiore dei suoi antenati, sicuramente non è migliore di chi l’ha preceduta. E probabilmente ne è anche la perfetta erede, visto che commette esattamente gli stessi errori. Ora, a distanza di secoli dall’iconoclastia, ne assistiamo ad un’altra che ha dei caratteri particolari. Non se la prende con simboli di una oppressione attuale. Non se la prende con tiranni che vivono nel presente. Non colpisce i simboli della società che effettivamente la sfrutta. Colpisce la storia, personaggi a volte anche più o meno sconosciuti, che hanno avuto la “sfortuna” di avere una statua a loro dedicata in qualche giardino o piazza e che adesso si vedono decapitati o dipinti di rosso con accuse infamanti o prive di senso. Frutto non solo di un’errata interpretazione storica che revisiona i fatti con gli occhi del presente ma che dimentica che quei simboli non rappresentano la persona, ma cosa ha fatto quella persona. E qui c’è il vero problema. Nessuna statua è eretta per celebrare un uomo che è stato un buon padre di famiglia. Nessuna piazza viene intitolata a una persona che ha vissuto esclusivamente nell’onestà. E di certo nessuna statua è stata costruita per valutare se la persona raffigurata fosse simpatica, gentile, giusta o priva di difetti. Anche scabrosi. Non è il compito di una statua equestre dirci se quel condottiero abbia commesso qualche crimine né di un quadro o di una targa rivelarci se la persona a cui è legato si sia macchiato di qualche colpa. La statua di Winston Churchill non serve per dirci che fosse maschilista o alcolista, ma per aver salvato l’Europa dal nazismo. La statua di Cristoforo Colombo non serve a ricordarci che il navigatore genovese fosse un fiero cattolico che scoprì per caso le “Indie” ponendole sotto la corona di Spagna, ma ci ricorda che sfidò miti, leggende e tecnica dell’epoca scoprendo una rotta che ha cambiato per sempre la storia dell’uomo. Così come il re del Belgio non è lì raffigurato a Bruxelles per ricordarci delle sue azioni nelle colonie, ma per aver ricostruito la capitale. E questi nomi sono solo la punta dell’iceberg. Sono centinaia le persone finite su questa lista nera – se ancora si può chiamare così per il politicamente corretto – per avere avuto la “colpa” di comportarsi come qualsiasi persona del proprio tempo. Conquistadores, re, primi ministri, soldati, benefattori con un passato poco onorevole, filosofi, imperatori Tutto nello stesso calderone. Tutto frutto di un errore, che è quello di pensare che il simbolo esalti la persona e non la sua importanza. No: la statua non è un certificato di eccellenza sull’essere umano. È semplicemente il frutto del ricordo di chi  – con quei fatti – ha plasmato una comunità. Ed è lì per quello. È un “curriculum”, non una medaglia per essere stati buoni, giusti o più che onesti. Non merita rispetto? Possibile. Di certo non merita la gogna. Forse qualcuno vorrà mettere un bollino come nei film per ricordarci che quella statua rappresenta il passato. Forse qualcuno vorrà abbatterla perché la considera retrograda. Ma a questo punto la domanda è un’altra: cosa vogliono lasciare in piedi? Di sicuro poco. Perfettamente in linea con i peggiori secoli dell’essere umano.

Simone Sabbatini per "corrriere.it" il 5 luglio 2020. L’analogia è già stata segnalata ovunque, in altre occasioni, ma questa volta l’immagine sembra davvero la stessa: cambiano solo lo sfondo e la forma della statua. Anche le persone, poche e festanti, sono in numero simile.  Il Saddam Hussein di 17 anni fa a Bagdad, il Cristoforo Colombo di oggi a Baltimora. L’abbattimento del simulacro del navigatore italiano, questa volta poi buttato nel porto della città del Maryland, è solo l’ultimo di una serie: nelle scorse settimane ne sono avvenuti a Minneapolis e Richmond, in Virginia, mentre altrove, come a Boston, le sculture sono state decapitate o vandalizzate. La foto e i video di Baltimora arrivano all’indomani della contestata celebrazione orchestrata da Donald Trump al Mount Rushmore, e nel Giorno dell’Indipendenza più complicato della storia americana recente. Com’è noto, Colombo è finito nel calderone dei personaggi di cui si chiede la rimozione, non solo fisica, dalla memoria collettiva americana, in ragione delle violenze perpetrate ai danni delle popolazioni indigene (un genocidio, secondo alcuni storici) incontrate durante le esplorazioni negli ultimi anni del 1400, in particolare quella dei Taìno a Hispaniola, l’isola dove oggi ci sono Haiti e la Repubblica Dominicana. Ma a ennesima testimonianza di come i cambiamenti di scenario storico ribaltino il significato di alcune figure anche di 180 gradi, a fine Ottocento il mito di Colombo era celebrato come elemento identitario di chi all’epoca si sentiva oggetto — come oggi, e da decenni, la popolazione afroamericana — di discriminazioni razziste: gli immigrati italiani. Quarant’anni dopo, l’esploratore diventò l’oggetto di una festa nazionale, il Columbus Day, che negli anni Trenta divenne anche un’occasione per celebrare l’orgoglio italiano incarnato in quel momento, per molti italo-americani, da Benito Mussolini, un dittatore come lo era Saddam. Altro giro della Storia. Da giorni il fenomeno di assalto alle statue contestate perché razziste si è allargato ad altri Paesi, come la Francia e la Gran Bretagna (qui lo speciale del Corriere), allungandosi blandamente persino in Italia (il caso Montanelli, a Milano). Ma è in America – dove il presidente ha scelto proprio in occasione del 4 luglio di contro-combattere la battaglia della Storia, invece che minimizzarla o ignorarla – che viene da chiedersi fino a dove si spingerà e quanto segnerà il futuro prossimo del Paese, in primis quello elettorale. La distruzione delle statue e la paura di un attacco ai simboli della Nazione (o solo della sua parte bianca, secondo chi protesta) compatta molti conservatori e spaventa alcuni moderati. Può essere un elemento di riscossa trumpiana, come i suoi strateghi sembrano credere? Metterà in difficoltà Joe Biden, una volta che la campagna entrerà nel vivo, come successe a Obama con le parole del suo pastore e amico Jeremiah Wright nel marzo nel 2008 («Dio maledica l’America che uccide persone innocenti»)? E l’attacco a Colombo avrà qualche presa sugli italo-americani? La distruzione nelle strade scaturite dalle rivolte in seguito all’uccisione di George Floyd approderà anche a una parte costruttiva di recupero di una cultura, quella nera (o nativa o latina o asiatica), ampiamente rimossa o tenuta nascosta. Accanto alle vecchie statue, o a quelle che rimarranno in piedi, ne sorgeranno di nuove? Nel frattempo le parole e le immagini prendono peso man mano che si fissano nella memoria, in questo caso quella recentissima, come le pietre acquistano forza d’urto mentre rotolano. E l’immagine di Colombo trattato come Saddam incarna (anche) i rischi dei paragoni storici che scattano in automatico, appiattendo sulla superficie fotografica di uno schermo distanze lunghe secoli: con effetti imprevedibili. È difficile figurarsi cosa possa pensarne un 19enne neo-maturato, che ha studiato qualche anno fa l’uno (Colombo) e, forse, qualche settimana fa l’altro (Saddam). Bisognerebbe chiederglielo. Cosa vince, tra una faticosa prospettiva e una sovrapposizione fulminante?

Giù le mani da Colombo. Appello anti iconoclasti. L'appello di intellettuali e giornalisti per celebrare l'esploratore genovese finito nel mirino del movimento Black lives matter. Il 12 ottobre festa contro ogni revisionismo. IlGiornale, Venerdì 03/07/2020. Dal 2004 è stata introdotta la Giornata nazionale di Cristoforo Colombo (Dir. PCM 20/2/2004) «da svolgersi annualmente il giorno 12 ottobre, ricorrenza dello storico sbarco dell'esploratore genovese nel continente americano», purtroppo ignorata da molti italiani. Una dimenticanza che può diventare una rimozione o una censura di fronte all'ondata iconoclasta che sta travolgendo l'Occidente e che ha nel navigatore italiano uno dei suoi principali bersagli. Oggi Colombo, dopo aver affrontato e sconfitto i giudizi e i pregiudizi della sua epoca, è costretto a subire quelli del nostro tempo. A giudicarlo non ci sono più la «junta dos mathematicos» - cioè la commissione dei saggi di re Joao II del Portogallo - o i Dotti di Salamanca che lo avevano considerato un marinaio ignorante e visionario bocciando senza appello la sua idea di «buscar el Levante por el Ponente». A oltre 500 anni dalla morte, Don Cristobal Colòn, come lo chiamano in Spagna, deve subire nuove ingiurie. Con una semplificazione senza senso, l'ondata di sdegno per l'ingiusta morte di George Floyd a Minneapolis, si è trasformata nella damnatio memoriae del grande marinaio, considerato non colui che scoprendo l'America ha modificato il corso della storia del mondo dando inizio all'era moderna, ma solo uno sterminatore di popoli nativi. «A Portorico, da dove vengo, si sta discutendo del fatto che non dovrebbero esistere monumenti a Cristoforo Colombo, considerando cosa significa per la popolazione nativa l'oppressione e tutto quello che ha portato con sé» aveva spiegato un paio di anni fa Melissa Mark-Viverito, allora speaker del consiglio comunale di New York City, istituendo una commissione municipale per decidere se rimuovere la famosa statua di Columbus Circle donata alla città dagli italo-americani nel 1892 in occasione del quattrocentesimo anniversario della scoperta dell'America. Per fortuna Bill de Blasio, sindaco italoamericano e ultra liberal della Grande Mela, ha ribadito in questi giorni che lascerà la statua dov'è, ma in altre città la follia anti Colombo non si placa. Nonostante le proteste civili e misurate della National Italian American Foundation, a Los Angeles, Seattle, San Francisco, Albuquerque, Denver e Washington DC, hanno addirittura abolito il Columbus Day. L'intolleranza politicamente corretta, in realtà, ha preso di mira Cristoforo Colombo da tempo e addebitare le tensioni razziali della società americana all'esploratore genovese, illudendosi che basti distruggerne le statue e cancellarne la memoria per risolvere problemi del genere, è ipocrita e sbagliato. Oltretutto le campagne censorie si sa dove iniziano ma non dove finiscono e possono colpire chiunque con una pericolosa riscrittura della storia: Gandhi, ad esempio, la cui statua è stata rimossa da un campus universitario in Ghana dove è considerato un razzista; l'ammiraglio Horatio Nelson che andrebbe sloggiato dalla sua colonna di Trafalgar Square in quanto sostenitore dell'imperialismo; il capitano James Cook, considerato da alcuni fanatici che ne hanno rovinato la statua non lo scopritore dell'Australia ma il suo invasore; Cecil Rhodes sfrattato brutalmente, in quanto colonialista, dall'Università di Oxford che però da più di un secolo beneficia in esclusiva delle generose borse di studio della «Rhodes Scholarship», erede della immensa fortuna di Rhodes e istituita per finanziare gli studi dei giovani meritevoli di tutti i paesi del Commonwealth. Persino Martin Luther King, descritto in alcune recenti inchieste basate su rapporti dell'FBI di Hoover come maschilista e predatore, Winston Churchill e Giulio Cesare le cui statue, a Londra e in Belgio, sono state imbrattate con insulti, per non parlare di Indro Montanelli in Italia. Una grottesca escalation che sta trasformando in realtà le distopie di George Orwell («l'ignoranza è forza», 1984) e Aldous Huxley («La storia è tutta una sciocchezza», Il Mondo Nuovo). Stiamo assistendo alla pretesa di voler negare, modificare, manipolare la storia scaraventando gli eventi in un frullatore che li tritura e impasta decontestualizzandoli, semplificandoli, banalizzandoli, trasformandoli per poi restituirceli sotto forma di una riscrittura nella quale i fatti vengono sviliti e degradati a una banale ed elementare narrazione che contrappone i buoni ai presunti cattivi che vanno cancellati dalla memoria storica. Così fanatici ed esaltati diventano paladini della giustizia e atti come distruggere statue e profanare cimiteri, azioni encomiabili anziché gesti da condannare. Una deriva di fronte alla quale non si può restare indifferenti, incominciando con la difesa del primo della lista: Cristoforo Colombo, grande navigatore genovese e grande Italiano. Per questo riteniamo la Giornata nazionale di Cristoforo Colombo debba essere ricordata con eventi e iniziative nelle scuole, nelle università italiane e in tutte le istituzioni e il prossimo 12 ottobre ci incontreremo a Genova per ricordare e celebrare Colombo lanciando un manifesto in difesa della memoria, della storia e della libertà. Al tempo stesso, per contrastare la deriva iconoclasta, riteniamo sia necessario promuovere una legge con pene adeguate nei confronti di chi vandalizza le statue e il patrimonio storico e artistico a partire da una riforma dell'articolo 733 del Codice penale. Promotori: Francesco Giubilei e Marco Valle.

Primi firmatari: Airoma Domenica, Alfatti Appetiti Roberto, Andriola Fabio, Ballario Giorgio, Barberis Vignola Gabriele, Bartolini Simonetta, Beatrice Luca, Becchi Paolo, Biloslavo Fausto, Bozzi Sentieri Mario, Breschi Danilo, Cannella Giampiero, Capezzone Daniele, Capozzi Eugenio, Carlesi Francesco, Carnieletto Matteo, Cimmino Marco, Cofrancesco Dino, Corsaro Massimo, De Angelis Marcello, De Benedictis Ferrante, De Leo Pietro, Del Vigo Francesco Maria, Dell'Orco Daniele, Della Frattina Giannino, Di Lello Aldo, Di Rienzo Eugenio, Epidendio Tomaso, Fonte Fabrizio, Galietti Francesco, Gallesi Luca, Gervasoni Marco, Grandi Augusto, Griffo Maurizio, Iannone Luigi, Indini Andrea, Introvigne Massimo, Lucarini Luciano, Magliaro Massimo, Malgieri Gennaro, Mantica Alfredo, Mantovano Alfredo, Marconi Gabriele, Marotta Francesco, Marsonet Michele, Mascia Donatella, Mazza Mauro, Meotti Giulio, Micalessin Gian, Mola Aldo, Musarra Antonio, Ocone Corrado, Pacifici Vincenzo, Parlato Giuseppe, Pedrizzi Riccardo, Pelliccetti Riccardo, Predolin Roberto, Ricci Aldo, Rico Alessandro, Romano Tommaso, Rondoni Davide, Sallusti Alessandro, Sallusti Giovanni, Sfrecola Salvatore, Scalea Daniele, Scarabelli Andrea, Segatori Adriano, Siniscalco Luca, Specchia Francesco, Tatarella Fabrizio, Terranova Annalisa, Tricoli Fabio, Veneziani Gianluca, Vignoli Russo Giulio, Vivaldi Forti Carlo, Weilbacher Massimo, Giuseppe Valditara, Zecchi Stefano.

Giulio Busi per ''Il Sole 24 Ore'' il 12 luglio 2020. Solitario, scontroso, testardo. Un eroe romantico, capace di superare, quasi senza aiuti, ogni avversità. Un bell' uomo, volitivo, dotato di grande fascino personale, amato dalle donne e ammirato dai maschi per la sua coraggiosa virilità. Un genio intrattabile, un grande parlatore e un cavaliere senza paura e, spesso, senza pietà. Cristoforo Colombo fu probabilmente anche tutto questo. Ma se fosse stato solo questo, la sua impresa sarebbe rimasta, al massimo, un romanzo di gesta, sullo sfondo di mari esotici. La verità è più complessa della trama di un romanzo. E meno rassicurante. Dietro l' eroe solitario, si stende la rete fitta delle amicizie, dei protettori e, perché no, degli investitori che puntano su di lui. Alla passione e al coraggio, s' uniscono violenza, sopraffazione, tradimento. Una biografia di Colombo, oggi, non può che essere un libro corale, con tanti personaggi, che manovrano la storia come i marinai portano una nave. Ciascuno al suo posto, quelli che si vedono in coperta e quanti non si fanno notare. Solo il capitano ne conosce i nomi, sa impiegarli al meglio, li controlla e si fida di loro. E quale capitano è mai stato migliore di Cristoforo, nato lanaiolo e morto ammiraglio del mare oceano? Se la si guarda dall' alto della fama di cui godrà dopo il 1493, la prima fase ligure dell' esistenza di Cristoforo, artigiana e popolare, sembra davvero fuori scala, come se appartenesse a un altro personaggio, con un diverso destino. La distorsione biografica ha fatto scorrere fiumi d' inchiostro. E ha alimentato un' inesauribile sequela di «Colombo» esotici. Nella fantasia di dilettanti, complottisti e novellatori d' ogni genere, il «vero» Colombo è sempre qualcun altro, venuto da un mondo impossibile e stralunato. Dalla Galizia alla Catalogna, dal Portogallo alla Polonia, gli sono state attribuite infinite patrie, una più improbabile dell' altra. Lo si è immaginato ebreo, fedele alla propria tradizione o convertito al cristianesimo, a forza o per convenienza. Un dissimulatore nascosto sotto una seconda, terza identità - sfuggente, tormentato e tormentatore, dedito agli intrighi. Proprio perché lui, l' uomo in carne e ossa, di cui ci parlano i documenti, ha avuto una vita così strana, contraddittoria, segretamente fuori luogo. Ma è di sproporzioni che vive la realtà. L' avventura di Cristoforo è tutta qui. Una dura risalita sociale, il riscatto dell' ennesimo parvenu che si trasforma - per genio, per fortuna, per avventura - in un capitolo, nuovo e travagliato, della storia mondiale. Una volta divenuto celebre e potente, Cristoforo cerca di annacquare le sue origini modeste. Un compito, questo della nobilitazione a posteriori, in cui s' impegneranno con ancora maggior determinazione i suoi discendenti, ormai entrati a far parte dell' altezzosa aristocrazia spagnola. Qualcuno però, anche in Spagna, sa. E chi sa, prima o poi parla. Decisiva, per sciogliere il mistero di Colombo, è una lingua tagliata. È la lingua di una povera donna. Ines de Malaver è il suo nome. Il suo torto? Quello di aver detto la verità. La lingua l' ha persa nel nuovo mondo, dove ha seguito Colombo e le sue ciurme riottose, in cerca di denaro e di mirabolanti ricchezze. Anziché trovare l' oro, Ines è incappata nel coltello del carnefice. Ha sparlato, come tanti altri, alle spalle di Cristoforo e dei suoi fratelli. Altro che ammiraglio, spiffera Ines, lui e i suoi fratelli sono stati garzoni, e il padre loro è un povero tessitore. Nobili? Avete mai visto un grande di Spagna con la spola in mano? Non fosse stato per l' inchiesta istituita contro Cristoforo nel 1500, a causa dei suoi abusi, probabilmente non avremmo mai saputo di questa brutta vicenda dell' amputazione della lingua. Detto fatto, Bartolomeo Colombo, il fratello incaricato di amministrare la giustizia nei nuovi possedimenti, fa punire la pettegola in modo orribile. «Delitto» e pena sono a verbale, riferiti da testimoni oculari durante il procedimento a carico di Cristoforo. Il fascicolo degli interrogatori, che per secoli si era creduto perso, è stato ritrovato in Spagna una quindicina d' anni fa. Ed ecco che, grazie a Ines de Malaver, e alla sua tragica mutilazione, le teorie fantastiche sulle origini principesche dei Colombo vengono a cadere di colpo. Speriamo che se ne accorgano i molti che ancora ricamano, in lungo e in largo, su pseudo-genealogie colombiane. Nessun documento d' archivio, per quanto autentico, può valere quanto una punizione così crudele. L'origine genovese e la nascita di Cristoforo da un padre lanaiolo non è stata inventata a tavolino da storici manipolatori. Serpeggiava tra qualche bene informato, anzi, bene informata, già nell' anno di grazia 1500. Volete la storia vera? Attenti però a come parlate, perché potreste pentirvene. Accanto alle luci, ci sono naturalmente le molte ombre, gli episodi di chiusura, di violenza, di durezza. Quello di Cristoforo è un mondo smisurato e aperto come il mare. E, come il mare, può essere minaccioso, estraneo, mortale. Il dramma degli indigeni, incontrati al di là dell' Atlantico e subito traditi, ridotti in servitù, sterminati, è lì a mostrarcelo, questo lato tenebroso del sommo scopritore. Negli ultimi decenni, e più che mai in queste settimane, l' immagine di Colombo è stata rivisitata, criticata, attaccata. Via il suo nome da strade e piazze. Le statue di Colombo cadono come birilli. In Minnesota, a Boston, a Richmond, a Baltimora, e chissà ancora dove, i monumenti, a quello che un tempo era considerato un grande della storia, perdono letteralmente la testa, vengono bruciati, buttati tra le onde. Dobbiamo mettere Cristoforo tra i più efferati criminali di ogni epoca? Prima di condannarlo senz'appello, il lanaiolo-ammiraglio, facciamolo almeno cominciare. Lasciamo che prenda il mare, cerchiamo di avere pazienza, almeno quanto ha pazientato lui, per i lunghissimi anni in cui tutti lo schernivano, dicevano che era un illuso, gli davano del matto e del presuntuoso. Godiamo con lui l' ebbrezza della partenza. Speriamo ogni giorno di vederla, questa benedetta terra. Guardiamo negli occhi l' equipaggio, sempre più impaurito e rancoroso. Ve la sentite di cercare il nuovo mondo, senza sapere cosa sia e a cosa serva? Se la risposta è sì, allora vale la pena di partire. Per le disillusioni, le accuse, le recriminazioni, le condanne, le sopraffazioni, avremo tutto il tempo che vorremo.

Alessandro Della Guglia per ilprimatonazionale.it il 17 luglio 2020. La statua di Roberto Benigni eretta nel 1999 a Manciano, frazione di Castiglion Fiorentino (Arezzo), è stata imbrattata con della vernice rossa. La scultura in bronzo fu realizzata dallo scultore Andrea Roggi e collocata nel parchetto del paese natale di Benigni. Spesso è stata al centro di polemiche, perché secondo molti residenti l’attore da tempo snobba il paese dove è nato. In ogni caso, al momento non c’è stata nessuna rivendicazione del gesto compiuto nella notte e che non sembrerebbe proprio collegabile al moto iconoclasta Black lives matter. Nel frattempo, su Twitter, Vittorio Sgarbi ha commentato così la notizia della statua vandalizzata: “Chi l’ha imbrattata con la vernice è un coglione. Andava semplicemente abbattuta”.

Sgarbi da anni chiede di rimuoverla. Anche in questo caso il critico d’arte non strizza certo l’occhio agli antirazzisti, anzi. Difatti da anni Sgarbi chiede la rimozione del monumento dedicato a Benigni e già nel 2016 avanzò la sua proposta al sindaco di Castiglion Fiorentino, Mario Agnelli, di cui il critico d’arte è molto amico. “Se c’è una cosa che porta male ed è contro ogni logica è fare un monumento a uno vivo – disse Sgarbi – se poi quello non gradisce, non è mai venuto e ti snobba pure allora devi fare un favore a lui e a te, quel monumento lo devi togliere. Agnelli lo doveva fare d’imperio come primo atto da sindaco. Quindi gli consiglio di metterlo in un deposito, non come gesto polemico ma affettuoso visto che a lui non piace ed è iettatorio, e magari ritirarlo fuori quando sarà morto”. Il sindaco toscano replicò senza indugio, ponendo l’attenzione sull’atteggiamento snobistico di Benigni: “E’ innaturale non tornare mai più dove si è nati e a questo punto vedremo il da farsi, lo dovrei togliere? Non lo escludo”. La statua rimase comunque al suo posto, ignorata dai più fino all’imbrattamento odierno.

L'America abbatte Colombo per fare posto a una trans. Via la statua dell'eroe italiano per quella di Marsha P. Johnson: "Siamo in debito con lei". Riccardo Pelliccetti, Mercoledì 02/09/2020 su Il Giornale. Dopo la furia iconoclasta, che ha visto demolire, decapitare e abbattere le statue di Cristoforo Colombo negli Stati Uniti, arrivano le petizioni per sostituire i monumenti del navigatore italiano che scoprì l'America nel 1492. Sull'onda delle proteste «black lives matter», negli ultimi due mesi abbiamo assistito agli sfregi di Baltimora, Chicago, Boston, Richmond e altre città degli Usa. Con una semplificazione insensata, lo sdegno per l'ingiusta morte di George Floyd a Minneapolis è stato trasformato nella damnatio memoriae di Colombo, considerato non colui che scoprendo l'America ha modificato il corso della storia dando inizio all'era moderna, ma solo un colonizzatore e uno sterminatore di nativi americani. Quindi il grande marinaio oggi viene considerato da una frangia di cittadini statunitensi indegno di troneggiare in parchi o piazze del loro Paese e a Los Angeles, Seattle, San Francisco, Denver e Washington hanno addirittura abolito il Columbus Day. La grottesca escalation ha ora spinto alcune amministrazioni locali a sostituire i monumenti del grande italiano, com'è accaduto a Elizabeth, nel New Jersey. Con una petizione sul web firmata da 166mila persone, infatti, verrà eretta per la prima volta negli Stati Uniti una statua in onore della transgender Marsha P. Johnson, che sorgerà vicino al municipio al posto di quella di Cristoforo Colombo, il quale secondo i firmatari «non è una figura da celebrare». L'annuncio è stato dato la scorsa settimana, poco dopo quello del governatore di New York Andrew Cuomo che il 24 agosto, in quello che sarebbe stato il 75esimo compleanno di Johnson, le ha dedicato un parco a Brooklyn: «Sono fiero di fare questo annuncio. New York è in debito con lei». «Dovremmo commemorare Marsha P. Johnson per le cose incredibili che ha fatto nella sua vita e per l'ispirazione che è stata ed è per i membri della comunità Lgbtq in tutto il mondo, in particolare le donne trans nere», si legge nella petizione online. E così le viene dedicata una statua mentre i monumenti di figure storiche venivano deturpati, abbattuti o rimossi durante o in seguito alle proteste. «Questo è un momento davvero eccezionale per esaminare perché l'America celebra un passato pieno di colonizzatori, assassini e persone che hanno oppresso altre persone per decenni», ha spiegato in un'intervista alla Nbc Steven G. Fullwood, storico e co-fondatore del Nomadic Archivists Project. «E poi abbiamo qualcuno come Marsha; abbiamo l'opportunità di resettare e ripensare quello che pensiamo della libertà in questo paese». Ognuno è libero di celebrare le icone che preferisce, ma demolire e rinnegare la storia è tutt'altra faccenda. Con la sostituzione della statua di Colombo a Elizabeth, come l'abbattimento di altri monumenti dedicati al grande navigatore o ad altri personaggi storici, stiamo assistendo a una manipolazione del passato, in cui gli eventi vengono semplificati, banalizzati e poi trasformati in una narrazione bislacca, in cui devono regnare i buoni mentre i presunti cattivi vanno cancellati dalla memoria. E così, seppure inizialmente spinta da desiderio di giustizia, questa massa di fanatici e finti buonisti si è lanciata nella profanazione di stature e cimiteri e ha trovato, purtroppo anche a casa nostra, solidarietà e sostegno per delle azioni che sono soltanto da condannare.

Chi è senza peccato, eriga la prima statua. Se dovessimo eliminare ogni monumento in onore di un personaggio storicamente significativo per un errore commesso nella vita privata, cadrebbero i memoriali di Caravaggio, di Neruda e di De André. Elvira Fratto il 21 giugno 2020 su Il Quotidiano del Sud. “Chi è senza peccato, eriga la prima statua”: sembra il leitmotiv degli ultimi giorni nella gara a chi ha fatto peggio nella propria vita e a chi meno merita che gli venga intitolato un monumento. Un polverone spesso latente ma di fatto mai sopito, quello che ruota attorno ad alcune vicende personali di Indro Montanelli, Magister del giornalismo italiano, fondatore de “Il Giornale” e indimenticato narratore dell’Italia del Novecento: nello specifico parliamo della sua più che nota visita in Abissinia nel 1936 come sottotenente dell’esercito fascista dove, per 500 lire, comprò un cavallo, un fucile e una sposa-bambina eritrea di dodici anni, che egli stesso definì “un animalino docile” che lo seguiva ovunque andasse. Nel 1969 abbiamo assistito al confronto tra Montanelli e la giornalista Elvira Banotti davanti alla quale ammise che il suo “matrimonio” con la bambina eritrea sarebbe stato considerato uno stupro in Europa, ma che non aveva la medesima valenza in Africa. Il fermo immagine si blocca qui per tutta Italia, tenendo aperto il dibattito nonostante gli anni e i colori della tv, che non trasmette più in bianco e nero; una discussione così fortuitamente attuale da tornare indietro come un boomerang nei giorni delle rivolte negli Stati Uniti successive all’assassinio di George Floyd. Proprio in nome di quella lotta, altre nazioni hanno reagito ad effetto domino, come dimostra l’abbattimento a Bristol, in Inghilterra, della statua eretta in ricordo di Edward Colston, mercante e commerciante di schiavi africani. Una protesta di questa portata e forza motrice di una tale ondata reazionaria non poteva non investire anche l’Italia: da qui la richiesta di rimuovere la statua di bronzo che ritrae Indro Montanelli, collocata negli stessi giardini di Milano a lui intitolati in cui venne gambizzato dalle Brigate Rosse, il 2 giugno del 1977. In questi stessi giorni, a Milano, è stato eretto un “contro-monumento” alla sposa-bambina con la dicitura “in Montanelli”, un omaggio dello street artist Ozmo che la raffigura col pugno alzato e un sorriso che s’intravede da sotto il velo che le copre la bocca; un modo per dare voce a una bambina venduta che dice semplicemente: “c’ero anch’io”, con il loquace silenzio che solo le statue possono vantare. La parsimonia nell’erigere statue commemorative, però, è una dote che non ci appartiene. Pensiamo che intitolare una via, un parco o una statua sia il modo migliore per rendere giustizia all’operato di qualcuno, eppure la memoria non la fa il ferro e neppure il marmo, ma l’esempio perpetrato, le orme seguite, la strada tracciata. La formalità dei monumenti ha il grosso limite di dare adito alle più disparate forme di vilipendio e danneggiamenti, quasi che il gesto di buttar giù una statua possa cancellare i torti commessi, restituire giustizia e dignità o, nel più acerbo dei pensieri, fare un dispetto degno di nota. Se dovessimo eliminare ogni monumento in onore di un personaggio storicamente significativo per un errore commesso nella vita privata, cadrebbero i memoriali di Caravaggio che era un assassino, di Neruda che disprezzava sua figlia disabile e di De André che è stato un alcolista. Quando personaggi di così ampio spessore storico, politico e professionale si macchiano di violenze come quella commessa da Montanelli, scindere l’uomo dal professionista diventa vischioso. Ci si deve aspettare la diatriba morale di sempre: essere delle eccellenze o dei punti di riferimento deve necessariamente comportare, escludere o integrare l’essere una persona umanamente ineccepibile? Che a Montanelli potesse essere eretta o meno una statua, è ininfluente: neppure lui l’aveva mai amata particolarmente; chiedersi perché un uomo di profonda cultura come lui si fosse limitato a giustificare lo stupro perpetrato in Africa come un qualcosa di geograficamente delimitato, che rappresentava per lui un pericolo solo a livello legislativo e solo in Europa, senza mai appellarsi alla propria coscienza e realizzare d’aver avuto davanti una bambina, quale che fosse la sua nazionalità, è una riflessione legittima. Persino chi volesse far pendere l’ago della colpevolezza in favore delle vicende personali di Montanelli sfavorendo il suo indiscusso contributo giornalistico potrebbe avere le proprie ragioni e motivazioni. Contestualizzare un atto deplorevole commesso in un dato tempo storico per giustificare l’atto stesso ha un po’ il retrogusto dell’arrampicata sugli specchi e della deresponsabilizzazione: siamo tutti mossi dal libero arbitrio e ciascuno è perfettamente in grado di rispondere delle proprie azioni, non di quelle del tempo che corre nel mentre le compie. Montanelli stesso lo era: quella di prendere in moglie una bambina eritrea non è stato un frutto del contesto da lui vissuto, ma di una sua libera scelta, checché se ne dica. Se vivessimo in un momento storico caratterizzato dagli omicidi a cielo aperto, nessuno di noi sarebbe comunque autorizzato a commetterne uno, in nome del sempreverde motto Cartesiano “cogito ergo sum”. Quello che non pare per nulla legittimo è, invece, la decontestualizzazione dell’attacco a un monumento, l’oggettiva inutilità di accanirsi contro una statua che non chiuderà il dibattito Montanelli sulle spose bambine, né lo risolverà condannando definitivamente quest’ultimo. Se è vero che gli italiani fanno poca economia sulla costruzione di monumenti in memoriam, è anche vero però che ciascuno di loro ha un proprio valore intrinseco e qualunque atto di rimozione o danneggiamento degli stessi costituisce un vandalismo che prontamente rifuggiamo, soprattutto quando a danneggiare la Barcaccia del Bernini sono i tifosi olandesi di turno. “Chi è senza peccato, eriga la prima statua”, dunque, anche se sarebbe bello poter dire di vivere in un mondo fatto di meno corpi immobili e più teste elastiche.

Roberto D’Agostino per VanityFair.it il 22 giugno 2020. L’orrendo assassinio di George Floyd ha innescato, tra tumulti e sommosse, la corsa all’abbattimento di statue di schiavisti e mascalzoni (compreso Winston Churchill), il ritiro del film “Via col vento” dove la domestica Mamie dice “si, badrone”, il processo post-mortem a Indro Montanelli per pedofilia e stupro avendo sposato agli inizi del ‘900 durante la guerra una eritrea dodicenne, fino a toccare il climax con il ritiro dai negozi svizzeri dei cioccolatini “Moretti”. Cronache che stanno facendo versare fiumi di inchiostro ai sapientoni dell’orbe, indice che si sta tornando all’anormalità cerebrale del passato pre-Covid, ma per nulla sorprendenti per chi non confonde la cronaca con la Storia. Da Adamo ed Eva in poi, nel corso della Storia, la cancellazione del passato è sempre esistita. Il motivo è semplice: noi pensiamo quello che vediamo. I nostri maestri sono gli occhi. Ecco perché il trionfo dell’immagine è il “pensiero” che mette più paura. Non solo quando figure, disegni e illustrazioni erano il principale mezzo di comunicazione in un’epoca in cui l’analfabetismo dominava e si insegnava la tradizione cristiana come sinonimo di verità attraverso la raffigurazione. Nell'Antico Egitto non era affatto raro che le statue dei faraoni elevati al rango di divinità venissero distrutte dai loro successori al trono. I romani la chiamavano “damnatio memoriae”, cioè cancellare qualcuno dal ricordo della storia. Gli ebrei distruggevano gli idoli delle popolazioni pagane (i Lari e i Penati); anche i cristiani hanno abbattuto statue ed edifici greci e romani, talvolta riutilizzandoli come è avvenuto nel duomo di Siracusa che incorpora un tempio di Minerva del 480 a.C...Ogni religione ha sempre distrutto gli idoli e i templi delle religioni precedenti: la Cappella Sistina fu realizzata quando spuntarono dal sottosuolo le rovine del più grande tempio pagano dedicato a Mitra. Nella Bibbia c'è scritto poi chiaramente: “Non farai immagine né idolo a somiglianza di uomo”. E visto che il destino dell'essere umano è alla fine quello di riconoscersi nell'immagine, contro tale culto/idolatria, si oppose l’iconoclastia, dal greco “rompo l’immagine”, un movimento religioso che nell’Impero bizantino avversò, nei secoli VIII e IX, il culto e l’uso delle sacre immagini distruggendo quelle che già c’erano o vietandone delle nuove. Fateci caso: sola la cultura occidentale ha una storia dell’arte. Le altre culture, dall’ebraismo all’islamismo, sono invece aniconiche, cioè fanno a meno dell’immagine: è calligrafia, usa in forma artistica la scrittura o i simboli astratti, facendo a meno delle raffigurazioni: non usano mai rappresentare Allah e Maometto come una figura umana. Perché le immagini sono rappresentazioni e in quanto tali possono essere ingannevoli, pericolose, distorte, fake si direbbe oggi. Dio, poi, che è tutto, non può essere ridotto a una figura, e inizialmente anche i cristiani evitavano di farlo. Cristo veniva rappresentato con un segno, poi con un pesce stilizzato, poi diventa l'agnello, quindi spunta la croce e alla fine diventa una figura vera e propria perché Gesù è Dio incarnato, e solo allora diventa possibile rappresentarlo. La Riforma protestante di Martin Lutero ha subito contrapposto, all'immagine, il valore della parola dalle Sacre Scritture. Dio non si insegna con dei simulacri. Il grande sacco di Roma del 1527 non fu soltanto una terrificante sequenza di ruberie e stupri. Fu anche, per le milizie luterane, l’occasione di sfogare il loro odio su reliquie, paramenti sacri, oggetti del culto cattolico. L’iconoclastia è il fenomeno caratterizza anche le grandi ideologie totalitarie del XX secolo. Dalla Rivoluzione d'Ottobre del 1917 che portò alla distruzione di statue raffiguranti gli zar e di moltissime chiese della Chiesa ortodossa, giudicata ricca e corrotta al nazismo che organizzò un simbolico falò di libri proibiti in una piazza di Berlino e la messa al bando di pitture e sculture che Hitler definiva “arte degenerata”. Ma è il politicamente corretto (“questo profilattico contro la cultura” scherzava a suo modo Baudrillard), che oggi ci riporta all’iconoclastia. E tutto dipende dal fatto che le immagini sono decisive nel definire la nostra identità sociale, e non solo quella religiosa. Sulla tastiera dei nostri computer c’è un tasto che ci piace tanto: delete. Il piacere del cancellare. Che anche quello è un modo per cancellare l’immagine, magari di un qualcuno che ci sta sul cazzo. Con internet e la rivoluzione digitale siamo così passati da iconoclastia religiosa, politica, a quella privata. Questa è la novità: l’iconoclastia privata. Abbiamo la possibilità di "assassinare" qualsiasi cosa. Dal ristorante esoso attraverso TripAdvisor all’ex fidanzata che ci ha mollato, dal capo ufficio che ci tiranneggia all’avversario politico. Possiamo abbattere anche la statua di noi stessi, se si pensa a tutte le applicazioni che ti cambiano gli occhi, la bocca, l’ovale del viso, i capelli… cioè, si distrugge ciò che non ci piace. Ecco perché non bisogna alzare il sopracciglio davanti a ciò che sta accadendo oggi sulle piazze: l’iconoclastia è dentro di noi.

Pierluigi Panza per fattoadarte.corriere.it il 23 giugno 2020. “Da Adamo ed Eva in poi, nel corso della Storia, la cancellazione del passato è sempre esistita. Il motivo è semplice: noi pensiamo quello che vediamo. I nostri maestri sono gli occhi. Ecco perché il trionfo dell’immagine è il “pensiero” che mette più paura”. Non concordo punto con quello che scrive Roberto D’Agostino su VanityFair.it sull’attuale comica iconoclastia 2 o 3 punto zero (un po’ come le fasi di Conte), sull’iconoclastia smart, agile (si legge agiail, all’inglese, altrimenti non è figo) dove non ci sono né morti né feriti, ma solo statue abbattute. Anzi, ho suggerito a Vittorio Sgarbi, e lui mi ha dato ragione, di proporre in Parlamento una legge che mandi dritto in galera chi abbatte o rimuove le statue. Vietata anche la deliberazione consigliare dei comuni, vietato anche il Dpcm di Conte, vietato tutto per una regola semplice: il passato NON CI APPARTIENE. Noi siamo tenuti a conoscerlo e trasmetterlo, ma non siamo autorizzati a cancellare la roba d’altri. Se c’è stato il razzismo ci saranno statue razziste e se c’è stato il Comunismo, statue comuniste. Come diceva “quello” (il Papa): chi siamo noi per giudicare? Chi sono questi quattro sfaccendati indottrinati dai cattivi maestri dei Post Colonial studies che con gli occhi a malapena alzati dal telefonino osservano statue di personaggi che conoscono da Wikipedia e chiedono di abbatterle? Se le cancelliamo, i bambini del 2500 come faranno a sapere che c’è stato il razzismo? Certo, l’analisi di Dago è corretta: ogni religione ha sempre distrutto gli idoli e i templi delle religioni precedenti, ci sono stati l’iconoclastia, la costruzione delle chiese cristiane sulle rovine pagane, la guerra (dei Trent’anni) innescata dalla Riforma… ma, intanto, pian piano, sono nati anche Cartesio e poi Voltaire, l’Illuminismo e, infine, John Ruskin e le sue “Sette lampade dell’architettura”: i monumenti del passato non ci appartengono, non sono nostri e pure il restauro è una forma di distruzione con la falsa ricostruzione dell’originale distrutto. Costa così tanto aggiungere il segno dei nostri tempi e lasciare a chi è passato la responsabilità del segno loro? Qualcuno crede che sia giunta l’ora di combattere ancora il razzismo? Bene, proponga una statua di George Floyd e così, i bambini del 2500 sapranno cosa ne pensava sull’argomento una parte di noi. E vedranno, osservando le altre statue, che qualcosa è cambiato. Nessuno deve avere ha tra le dita la gomma per cancellare la storia; per questo va arrestato chi se la prende. Fermate quella mano il cui vile disegno si approfitta di poveri morti che non possono difendersi.

Lettera di Mirella Sarri a Dagospia il 23 giugno 2020. Gentile direttore, ho letto l’interessante e approfondito excursus  che lei dedica su “Vanity Fair” alla furia iconoclasta dei popoli, spiegando che “la cancellazione del passato è sempre esistita”. Giustissimo, anche se questo, a mio parere, non vuol dire sposarne il principio proprio oggi. Al contrario.  Riconoscerà che non possiamo buttar giù tutto né passare una pennellata di vernice nera sulla violenza, la misoginia, il razzismo e l’antisemitismo che dominano le culture di altri tempi. Non possiamo buttar giù il Colosseo dove combattevano gli schiavi ma nemmeno possiamo depennare le più recenti annotazioni di un grandissimo scrittore come Carlo Emilio Gadda il quale sosteneva che gli “ebrei mi sono poco simpatici” perché “sono banchieri, democratici, framassoni, filantropi e soprattutto israeliti. Banchieri per istinto, filantropi per convenienza (nel senso largo e buono della parola), democratici per necessità”. Per non parlare delle pagine misogine di Gadda in “Eros e Priapo”  in cui io in quanto donna fatico a riconoscermi. Non possiamo cestinare il pensiero di Gaetano Salvemini che identificava ebreo con “mentitore e bugiardo”, né possiamo cancellare, ancora un altro esempio letterario, il ritratto per nulla gratificante di un ricco commerciante ebreo ne “Il treno per Istanbul” di uno scrittore del calibro di Graham Green, né le riflessioni di Proust, di madre ebrea sugli ebrei,  o di un poeta come Umberto Saba nei confronti dei correligionari… L’elenco è sterminato e comprende i racconti razzisti dei viaggi in Africa o in India di celebri scrittori alla ricerca di giovanissime vittime. Cancella, cancella, rimuovi, imbratta: qualcosa sempre resterà… Magari in un volume dimenticato della nostra libreria….E allora?  Non eliminiamo nulla ma formiamo generazioni di insegnanti e di allievi che studino le malefatte monumentali, pittoriche e libresche di altri secoli, che sappiano riconoscere e capire le contraddizioni di un’epoca (da conservare come reliquie delle vergogne di altri tempi, un altro esempio, le parole di Mussolini alla Petacci in cui spiega che “le donne francesi sono viziose e puttane…. La donna francese ama il negro. Perché non hanno l’uccello ben solido e piantato come i nostri, ma sembra sia lungo e sottile, sottile. Questo pare che le diverta di più. Si, sono folli degli uomini negri tutti”). La rimozione del passato che sia letteratura o che siano monumenti genera i mostri del presente.

Maria Giovanna Maglie per Dagospia il 22 giugno 2020. Scrive quello storico preclaro che si chiama Giordano Bruno Guerri: "Noi condanniamo - giustamente - lo schiavismo perché abbiamo acquisito il concetto dell'uguaglianza fra gli uomini. Ma non possiamo per questo condannare gli uomini di tutte le epoche che quel concetto non lo avevano ancora acquisito. E un giorno verremo giudicati anche noi". Vaglielo a spiegare a questi animali che piegano un ginocchio a tentare di dissimulare la loro belluina aggressività. Sono squadristi. Il loro ultimo bersaglio è uno dei più grandi presidenti degli Stati Uniti d'America, Theodore Roosevelt, quello che disse "speak softly and carry a big stick" , e contro di loro, i talebani dell'antirazzismo, ci vogliono molti grossi bastoni e non serve parlare  un linguaggio conciliante. È sempre stata sulla scalinata dell'ingresso principale del museo di storia naturale a New York, un posto amatissimo da locali e turisti. Eppure la statua equestre del presidente Theodore Roosevelt sarà rimossa su richiesta del direttore del museo, una qualche fighetta liberal di cui non ricordo il nome e non mi interessa, e su decisione di quel coglione patentato che è il sindaco di New York, Bill de Blasio. È solo l'ultimo di una serie ormai enorme di casi di rimozione di statue di grandi personaggi, eroi, politici, fino allo scopritore dell'America Cristoforo Colombo, la cui statua  a Filadelfia viene presidiata da un picchetto di italo-americani, naturalmente accusati di essere pericolosi reazionari da abbattere insieme alle statue in nome del Progresso. Dice il comunicato ufficiale che "The American Museum of Natural History has asked to remove the Theodore Roosevelt statue because it explicitly depicts Black and Indigenous people as subjugated and racially inferior. The city supports the museum's request. It is the right decision and the right time to remove this problematic statue.". Ai lati di Roosevelt ci sono un nero, come si diceva una volta, e un pellerossa, sempre come si diceva una volta, un afroamericano e un nativo americano, come si dice, secondo le regole di quella che Clint Eastwood chiama con termine fulminante la "Pussy Generation". La statua, pur avendo avuto l'intenzione, quando è stata costruita e innalzata,tra il 1925 e il 1940, di "celebrare il presidente come un devoto seguace del naturalismo e un autore di opere sulla storia naturale", comunica una "gerarchia razziale che da tempo i membri del museo trovano  disturbante". Non fai in tempo a dispiacerti per lo stato dello stomaco disturbato  dei membri del museo, che il comunicato stampa precisa ancora che "per comprendere la statua noi dobbiamo riconoscere l'eredità mai finita della discriminazione razziale nel nostro Paese e dobbiamo anche riconoscere la storia imperfetta del museo. Questo sforzo non scusa per il passato ma può creare la base per un dialogo onesto rispettoso e aperto". Chissà se i membri del board del museo sono pronti a richiedere che per non sentirsi più disturbati sia il caso di rimuovere dalla roccia del Monte Rushmore il profilo scolpito di Teddy Roosevelt. Per il momento il misfatto è pronto per essere compiuto nella sua natia New York, dove, giovane commissario di una corrotta Polizia, se c'è un gran repulisti,  si fece  la fama di uomo forte e onesto, e il presidente McKinley lo nominò vice ministro alla Marina militare. Nel 1898, nella breve guerra alla Spagna, per Cuba, il Colonnello Rooselt diventò  eroe popolare e  fu eletto Governatore dello Stato di New York. Un anno dopo, la sua popolarità era tale che i Repubblicani lo candidarono alla vicepresidenza per favorire la rielezione di McKinley, ma anche perché le sue battaglie contro la corruzione a New York davano fastidio. Andò bene, da vice si mise a lavorare sperando che  nel 1904 sarebbe toccato a lui, ma l’assassinio di McKinley bruciò i tempi. Così nel settembre del 1901 Theodore Roosevelt diventò, a 42 anni, il più giovane Presidente della Storia. Otto anni di mandato,  con una trionfale rielezione, dovuta anche alla sua energica mediazione fra i minatori e i proprietari delle miniere di carbone nel grande sciopero della fine del 1902. Fu il primo caso di intervento del governo federale in una disputa sindacale. Fece la guerra ai grandi monopoli delle ferrovie e del petrolio, e un intenso impegno internazionale, con la mediazione tra Russia e Giappone,  gli valse il Nobel per la Pace. Con il Partito Repubblicano il rapporto fu burrascoso,  era ritenuto troppo progressista, e alcune sue riforme furono bloccate dal Partito e dal Congresso. Fu un grande amico dei giornalisti, gli piacevano, dava interviste a tutti e aprì la  prima Sala stampa alla Casa Bianca. A fine presidenza partì per un lungo safari in Africa, e al ritorno scrisse un saggio, la natura e l'ambiente erano una sua grande passione, e da presidente aveva salvato inaugurato molte aree protette. Nel 1912 provò a fondare un partito progressista ma senza successo, e subì anche un grave attentato,  un proiettile dritto nel petto, per fortuna passando attraverso le 50 pagine del testo del discorso che stava leggendo e che gli salvò la vita. Resta famoso il fatto che, prima di accasciarsi e finire in ospedale, pretese di finire il discorso. In Europa, pur non venendo meno al tradizionale principio di neutralità, appoggiò diplomaticamente le potenze occidentali contro la Germania, di cui temeva la potenza navale e le tendenze aggressive. . Allo scoppio della prima guerra mondiale, caldeggiò l'intervento degli USA a fianco dell'Intesa, battendosi più tardi contro l'idea di W. Wilson della Società delle Nazioni. Morì, ancora giovane, nel 1919, probabilmente per i postumi di quell'attentato. Forse l'ho fatta un po' lunga, mi spiace, ma tengo a spiegare chi sia l'uomo la cui statua oggi viene rimossa dalla sua città bollandolo come pericoloso razzista fascista oscurantista da cancellare dalla storia. Uno che, quando Bill Clinton fu eletto presidente, e  già durante la campagna elettorale, spiegava che la sua via mediana tra il conservatorismo e il liberalismo progressista stava proprio nella lezione e nell'esempio di Roosevelt, e tutti a pensare che si riferisse al democratico Franklin Delano, e invece lui spiegò che il suo mito era Theodore Roosevelt,  il repubblicano progressista. Dietro le statue imbrattate o abbattute in nome del Progresso, ci sono i saccheggi e le ruberie nei negozi delle grandi marche, c'è il risentimento sociale spacciato per battaglia di dignità, consentito dal senso di colpa inoculato nell'Occidente,  e niente può essere peggio. L’isteria iconoclastica del politicamente corretto ha fatto da base e da giustificazione, da esaltazione ideologica, alle azioni degli Antifa e dei Black Lives Matter. Non conosce confini, ci ammazza tutti . Luigi Mascheroni, nel pamphlet “Come sopravvivere al politicamente corretto”, racconta delle traduzioni politicamente corrette che hanno eliminato la parola “negro” nei vecchi romanzi, della Oxford University Press – importante editore di libri scolastici – che chiede ai suoi autori di astenersi dal disegnare o citare suini e loro derivati (come le salsicce) per non offendere musulmani ed ebrei.  Sapevate che i 5 Stelle nel  2014 hanno lanciato una petizione per chiudere il museo di Torino intitolato a Cesare Lombroso? Che nella spocchiosissima Austria nel 2015 allo zoologo ed etologo Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina nel 1973, l’Università di Salisburgo ha revocato la laurea honoris causa, per via del suo passato da nazionalsocialista?. Vado avanti, prendo alcuni esempi  da un articolo straordinario  di Federico Punzi su Atlantico Quotidiano.  New York, la Columbia University ha messo in discussione Ovidio perché nelle sue Metamorfosi presenta dei contenuti troppo violenti e le scene erotiche   provocherebbero dei traumi nei giovani lettori.  Mi viene male solo a dirlo, ma  sotto inchiesta è finito nelle università americane più prestigiose  Dante Alighieri, che ha osato mettere omosessuali e Maometto all’inferno. Subito dopo condannata l'icona della lingua inglese, William Shakespeare, giudicato razzista  per “Otello”, e antisemita per il “Mercante di Venezia”.  L' università di Yale  ha di recente, senza che nessuno le desse fuoco, eliminato un corso sul Rinascimento perché “bianco, maschilista ed eurocentrico”. Potrei continuare con una serie Netflix in cui il Pelide Achille è nero, così Enea e anche Zeus, ma anche in una serie della BBC c'è un nero di troppo, Niccolò Machiavelli, vai a capire tu perché. A che cosa serve questo bagno di sangue che pretende di giudicare il passato con categorie del presente che anche oggi sono suscettibili di critica feroce, perché il nome della Libertà conculca la libertà dell'individuo di dissentire in opinioni e azioni ostentando una aggressività culturale insopportabile? Qualcuno si rende conto che così consentendo, così disinteressandosi, o così compiacendo, semplicemente per guadagnare consensi, così annullando storia, cultura, semplice elementare istruzione, finirà che ci vergogneremo a definirci europei, che il Colosseo dovrà essere abbattuto perché simbolo di schiavitù esaltata, che il Vaticano sarà schiacciato sotto il peso dell'Inquisizione che fu? La distrazione su una rilettura assolutista della storia è colpevole. Non c'è niente da purificare delle abitudini, delle opinioni, del linguaggio del pensiero del passato. Chi lo teorizza vuole ammazzarci oggi, nel presente, intende distruggere qualsiasi riferimento storico e culturale di matrice moderata e borghese, impedire opinioni diverse dalle loro, mortificare l'economia di mercato. Black Lives Matter e Antifa sono squadristi, in ginocchio bisogna farli mettere per lasciarceli.

Sfregio a statua Montanelli, ma colonialismo e fascismo coinvolsero tutta l’Italia. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 18 Giugno 2020. La statua di Indro Montanelli, collocata in un giardino pubblico di Milano, è stata imbrattata di vernice rossa perché durante la Guerra in Etiopia aveva contrattato con il padre il “noleggio” – a scopo sessuale – di una ragazza di 12 anni per  350 lire, protestando con la famiglia perché era infibulata, fino a quando la madre non intervenne ad aprire il varco del piacere. Di questa vicenda Montanelli scrisse e parlò liberamente, lamentandosi solo per l’olezzo che emanava dal corpo della sua “faccetta” nera. Si vede che da quella volta aveva imparato a “turarsi il naso”: una prassi che decenni dopo lo rese ancora più famoso (quando dalle colonne del suo giornale invitò a votare per la Dc, col naso ben turato). Indro Montanelli è stato indubbiamente una personalità molto versatile: giornalista di vaglia, inviato speciale nei teatri di guerra, scrittore, storico (insieme al collega e amico Mario Cervi pubblicò in molti volumi una storia d’Italia), fondatore e direttore di quotidiani, lo si può definire un “figlio del secolo”. Sarebbe ingeneroso imputargli l’adesione al fascismo, come tanti della sua generazione e di quelle seguenti, nate nei primi decenni del XX secolo, dopo la Grande Guerra, magari in pieno regime totalitario, quando la vita delle persone era amministrata fin dalla nascita dai riti del fascismo. In proposito ho un piccolo ricordo di carattere personale. Sono nato nel 1941, ma nella mia infanzia mi trovai in possesso di un moschetto da “balilla” che suscitava una grande invidia tra i miei compagni di gioco. Qualcuno aveva pensato di regalarmelo quando ero ancora in fasce (come usava allora). L’ho conservato per tanto tempo, ma ora non so dove sia finito. Mi dispiace perché sono convinto che il moschetto piacerebbe anche ai miei nipoti che ora sono costretti a giocare con pistole spaziali, come quelle che vedono nei cartoni animati (noi, per fortuna, avevamo Topolino). La Seconda guerra mondiale (in questi giorni si ricorda l’anniversario della dichiarazione scandita dal Duce dal balcone di Piazza Venezia, tra il tripudio della folla, che due anni prima aveva applaudito Hitler durante la sua visita in Italia) fu un evento che non cambiò solo la storia del Paese, ma anche quella delle persone, le quali si resero conto di essere cresciuti nella menzogna, di aver subito una violenza morale. Ciò consentiva loro di non sentirsi responsabili della vita vissuta fino a quel momento e di poter legittimamente passare dall’altra parte della barricata. Sono tanti gli intellettuali e dirigenti comunisti che parteciparono ai Littoriali universitari, distinguendosi nelle premiazioni. Come molti furono gli attori, divenuti famosi nei decenni successivi, che combatterono nelle milizie di Salò. È troppo facile rimproverarglielo. Mettiamoci nei panni di un giovane di leva residente nelle regioni occupate dai tedeschi, con appresso lo Stato fantoccio della Rsi. Quando veniva chiamato sotto le armi non aveva molte alternative: o si nascondeva rischiando la galera e la fucilazione o andava in montagna (ma per farlo occorreva una convinzione che non tutti avevano avuto il tempo di maturare). Io ho conosciuto due fratelli che si sono trovati in fronti opposti per la banale circostanza di dove si trovavano l’8 settembre del 1943: uno venne intruppato con i tedeschi in Jugoslavia; l’altro era in marina e fu arruolato nei battaglioni San Marco del governo Badoglio. Ma è tempo di tornare al caso Montanelli. Nella vita di una persona contano sempre gli ultimi gesti. La sua fortuna fu quella di rompere con il suo editore Silvio Berlusconi e di mettersi a criticarlo, quando ciò costituiva un merito nell’establishment italiano, non solo di sinistra (per decenni Montanelli era stato oggetto della satira di Fortebraccio sull’Unità). Probabilmente senza quella “virata” – per motivi personali? – sarebbe stato dimenticato al pari di tanti bravi giornalisti come lui. Ma è troppo comodo riscattarsi da un colonialismo di infima categoria (perché noi italiani arrivammo dopo che il bottino se lo erano spartite le grandi potenze europee), ricoprendo di vernice la statua di uno stupratore non pentito. Andiamo a leggere le imprese patriottiche nelle guerre coloniali. Durante l’aggressione all’Etiopia i “liberatori italiani” usarono i gas asfissianti contro le popolazioni civili in violazione delle Convenzioni internazionali, sottoscritte anche dall’Italia, che avevano bandito quell’arma di sterminio dopo gli orrori della Prima guerra mondiale. Le truppe italiane riuscirono in breve tempo ad avere ragione dell’esercito del Negus, ma non riuscirono mai a fiaccare la resistenza, nonostante le feroci repressioni, la più grave delle quali avvenne dopo un attentato in cui nel febbraio del 1937, rimase ferito il viceré Rodolfo Graziani (il generale che aveva “normalizzato” la Libia con le stragi e le deportazioni). Alle truppe fu impartito l’ordine di ammazzare, per rappresaglia, tutti quelli che trovavano in giro per le strade di Addis Abeba. Vi furono migliaia di morti. Una mattanza che non risparmiò nessuno. E che culminò, a maggio, nell’assalto al monastero copto di Debrà Libanòs, dove vennero massacrati circa 2mila persone, inclusi i monaci accusati di proteggere i ribelli. Un’altra misura presa da Graziani fu quella di far fucilare, nel 1937, ben 1877 etiopi, tra cantastorie, indovini e stregoni per evitare che, andando in giro per il Paese, diffondessero le notizie e incoraggiassero la resistenza. Eppure, come scrive Miguel Gotor nel saggio L’Italia del Novecento, per i tipi di Einaudi, dopo la vittoria sull’Etiopia «il regime toccò il picco del suo consenso interno perché un’ondata di orgoglio nazionalista percorse gli italiani, coinvolgendo gli ambienti militari e industriali, il mondo culturale imbevuto di miti dannunziani e bellicisti, ma anche milioni di contadini cui il governo promise le terre appena conquistate. Grazie al fascismo l’Italia era riuscita a rivendicare il suo “posto al sole” contro la prepotenza delle democrazie “plutocratiche” che avevano imposto le “inique sanzioni”. Un’ultima chiosa. A scuola abbiamo studiato le poesie di Giovanni Pascoli e compreso il dramma di un bambino al quale hanno ammazzato il padre. Eppure questa persona mite, infelice, morbosamente legato alle sorelle, quando nel 1912 l’Italia invase la Libia, scrisse un articolo dal titolo “La grande proletaria si è mossa”. Non parliamo poi degli intellettuali che si compiacevano di scrivere sulla La difesa della razza e che divennero poi strenui antifascisti. È difficile prendere a calci la propria storia. Almeno Angela Merkel ha avuto l’onestà intellettuale di riconoscere: «Abbiamo una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo, per le vittime della seconda guerra mondiale e, anzitutto, anche per l’Olocausto. Dobbiamo dire chiaramente, generazione dopo generazione, e dobbiamo dirlo ancora una volta – ha proseguito Merkel – con coraggio, il coraggio civile: ognuno, individualmente, può impedire che il razzismo e l’antisemitismo abbiano altre possibilità. Noi affrontiamo la nostra storia, non occultiamo niente, non respingiamo niente – ha concluso -. Dobbiamo confrontarci con questo per assicurarci di essere in futuro un partner buono e degno di fede». Ecco. Da noi ci si libera del sangue sparso nella storia dipingendo di rosso la statua di Montanelli.

Il leone di El Alamein: "Quale razzismo, vi racconto come eravamo noi italiani in Africa". Luigi Tosti, parà della Folgore classe 1920, è partito come volontario per combattere ad El Alamein. A chi oggi lo accusa di razzismo replica: "Ma quale razzismo, non siamo mica andati in Africa a portare la schiavitù, con noi c'era libertà". Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti, Domenica 21/06/2020 su Il Giornale. “Non eravamo né fascisti né comunisti, eravamo italiani ed eravamo lì per difendere gli interessi della nostra patria”. Luigi Tosti sta per spegnere cento candeline ma ha ancora l’entusiasmo dei suoi vent’anni. Lo stesso di quando si presentò volontario per arruolarsi nella Folgore. Il comandante della compagnia lo prese per un braccio, lo guardò dritto negli occhi e gli chiese: “Sei sicuro che vuoi fare il paracadutista?”. “E che sono venuto a fare altrimenti?”, rispose lui senza esitazione. È la primavera del 1942. Luigi ancora non lo sa, ma presto il suo destino incrocerà la storia. Tempo qualche mese e sarebbe iniziata la prima battaglia di El Alamein. “Si era formato un nuovo battaglione, eravamo tutti orgogliosi di essere paracadutisti e ci siamo subito fatti avanti per la missione”, ci racconta il reduce. Lo incontriamo in provincia di Latina, dove è nato nel 1920 e vive con la moglie di 96 anni. Ci mostra il brevetto: “Ero il numero 18, sono stato uno dei primi in Italia a entrare nella divisione”. È stupito quando gli spieghiamo che qualcuno oggi lo considera un “criminale”. Sono le voci di chi ha imbrattato la statua di Montanelli a Milano sull’onda delle proteste innescate dall’omicidio di George Floyd. Gli stessi che anche a Roma vorrebbero cambiare nome a via dell’Amba Aradam e si sfogano sulle statue degli intellettuali del periodo fascista e dei protagonisti della campagna d’Africa. “Ma quale razzismo, non siamo mica andati in Africa a portare la schiavitù, anzi, facevamo del bene a quella gente, il governo italiano assegnava i poderi e costruiva le strade, tanti si sposavano e rimanevano a vivere lì, se uno ti assegna una proprietà è schiavitù? Per me è libertà”, spiega Tosti. “Noi sapevamo che l’Italia era entrata in guerra, andavamo a difendere la nostra patria, gli interessi italiani e il benessere della nostra gente, con tutto il rispetto per gli inglesi, ma noi non abbiamo mai depredato nessuno come invece hanno fatto loro”, va avanti il reduce. “Il nostro – riassume – era un colonialismo umano”. Ripercorre quei giorni vissuti al fronte: “Di giorno restavamo nascosti mentre la notte uscivamo allo scoperto per sminare il terreno e preparare l’avanzata”. “Eravamo in una terra di nessuno: alle nostre spalle, distante un’ora circa in auto, c’era Tobruk in fiamme”. È l’ultima roccaforte inglese in Libia. “Man mano che avanzavamo trovavamo la popolazione ridotta alla fame, gli offrivamo le nostre razioni togliendocele di bocca, ecco chi erano gli italiani”. L’avventura finisce dopo qualche settimana, quando la divisione italiana viene scoperta dalle truppe neozelandesi. Parte l’assalto. Tosti viene colpito ad una gamba. “Il dolore neppure lo sentivo tanta era l’adrenalina – va avanti – poi ho visto un fiume di sangue che stava uscendo”. Cosa ha pensato? “Giotto, come mi chiamavano a scuola, sei finito”. “E invece alla fine invece ce l’ho fatta ma non potevo più avanzare e così sono stato costretto a ritornare in Italia”. Poi si fa più cupo: “Assieme a me c’era un ragazzo, lui invece si toccava il ventre, non credo ce l’abbia fatta”. “La guerra è brutta, ma la rifarei se si trattasse, come allora, di difendere il mio Paese”, commenta. “Quando ero ricoverato al Celio sentivo che la Folgore avanzava e non vedevo l’ora di tornare”, prosegue Luigi. Alla fine però viene dirottato in Sardegna, a presidiare l’aeroporto di Alghero. Nel frattempo l’Italia firma l’armistizio e lui decide di schierarsi al fianco degli angloamericani. “Non ero un fascista, ma rivendico tutto quello che ho fatto, in Africa abbiamo difeso la nostra gente, combattendo spalla a spalla con i neri”, rivendica. “Combattere non è facile, ma io per la mia Italia metterei ancora a disposizione la vita”, assicura. Poi torna all’inizio del discorso: “Criminale? Criminali sono quelli che imbrattano le statue e vogliono cancellare la storia, mi fanno pena, non sanno di cosa parlano e soprattutto non hanno rispetto per chi ha dato tutto per difendere gli interessi del proprio popolo”. “Sono rimasto zoppo – continua – e lo Stato mi passa 126 euro al mese come indennità”. A chi accusa gli italiani di aver depredato l’Africa ribatte: “Perché non parlano delle foibe o dei crimini commessi dai marocchini in Ciociaria”. Dopo l’8 settembre Tosti ha combattuto anche lì, a Cassino, con il battaglione Nembo. “Facevano carne di porco, uccidevano, torturavano e stupravano, anche i bambini, i generali gli avevano dato il via libera perché la Francia si sentiva tradita”, accusa. “C’era una casa di persone perbene, che spesso offrivano da mangiare ai tedeschi, un bel giorno – ricorda – li avevano trucidati tutti”. La guerra Luigi la sogna ancora la notte. “È stata una guerra sbagliata, in Sardegna – ci rivela – un comandante un giorno mi confessò che Mussolini non voleva un conflitto e che l’ha fatto solo per salvare l’Italia dalla prospettiva di un’occupazione nazista”. Luigi ricorda volti, sguardi, uniformi: “Una volta eravamo sotto attacco di una mitragliatrice tedesca, toccava a me fermarla, mi sono preparato a sparare, poi nel mirino vidi un ragazzino, non ebbi il coraggio di premere il grilletto”. “Nel nostro passato ci sono delle ferite ancora aperte, il problema non si risolve di certo imbrattando le statue”, interviene Ludovico Bersani, presidente della sezione di Latina dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia. “Mio padre – aggiunge – ha fatto la leva in Libia, non mi ha mai parlato di razzismo, di schiavismo o di qualunque altra cosa che potesse umiliare un altro essere umano”. “Tra l’altro – osserva – il primo gruppo di fanti dell’aria, era composto proprio da libici”. “Tra i nostri popoli c’era amicizia e ancora oggi in quelle terre c’è amore per gli italiani”, assicura il parà. “Ai giovanotti che si divertono a vandalizzare i monumenti – conclude – dico di studiare la storia, perché non parlano delle marocchinate, delle foibe o degli eccidi consumati sulla pelle dei civili a guerra conclusa?”.

Da cronacaoggi.com il 21 giugno 2020 – notizie dall’Italia e dal mondo scelte da Marco Benedetto. Gandhi era fascista, razzista e predatore sessuale, l’ultima dei Black lives matter. C’è una biografia del Mahatma secondo la quale quando era giovane avvocato di origine indiana in Sud Africa disprezzava i neri. Li chiamava Kaffir, termine spregiativo simile a quello con cui gli inglesi chiamavano (o chiamano ancora) gli italiani, Wog.  Aveva 70 anni quando ancora dormiva con una nipote di 17. Petizione con 6 mila firme a Leicester per abbattere la sua statua. Ma il sindaco rifiuta.

IL GIORNO IN CUI GANDHI DIVENTO’ RAZZISTA. Elena Fontanella il 15 giugno 2020 su Il Giornale. Comprendere il valore del proprio passato come monito per il presente è sempre stato un paradigma della civiltà laica occidentale, quella che non si disperde nel sonno della ragione, quella che riesce a tenere a bada i mostri delle interpretazioni soggettive o dei fanatismi spirituali. Eppure, in questa nostra luminosa società ci troviamo a dover fare i conti con una rivolta globale contro i simboli della storia occidentale difficile da comprendere. Tanto più incomprensibile per noi, paese del cattolicesimo che non ha mai praticato lo schiavismo, mentre per secoli, dal medioevo alla più prossima modernità, il resto del mondo – anche quello che oggi è accusatore, africano, cinese o musulmano che sia – basava le proprie economie e la propria cultura antropologica sull’accettazione della vendita di un uomo e della sua sottomissione. In questi giorni di rivolta globale dopo l’efferato omicidio di George Floyd, quella che era una condanna giusta e sacrosanta dal presente si è spostata sul passato prendendo di mira alcune statue che sono state imbrattate, distrutte, rimosse. In preda ad uno stato d’ira collettivo, l’onda di protesta dei BLM (Black Lives Matter) si è spostata in Europa con l’intenzione di annullare a colpi di vernice spray secoli di colonialismo.  Orbene, dopo l’abbattimento della statua settecentesca del mercante di schiavi Edward Colson, finita sui fondali del porto di Bristol, le autorità britanniche hanno pensato di correre ai ripari pensando di rimuovere le statue di altri personaggi simili, come Cecil Rhodes dall’Oriel College di Oxford, o Robert Milligan dalla facciata del Museo dei Docklands di Londra. Sulla spinta di un revisionismo storico e di una selva di petizioni in molte città si sta valutando un riposizionamento nei musei di quasi tutte le statue dei personaggi che abbiano avuto a che fare con la tratta di schiavi. Computo ben difficile da tenere, pensando che nell’Europa coloniale è difficile trovare un’effige immune da un seppur inconsapevole contatto con la piaga orribile, eppur storica, dello schiavismo. Anche i re. Leopoldo II re del Belgio – anche lui oggetto di destatuizzazione – ha arricchito il suo regno con il sanguinoso commercio della gomma nel Congo senza generare troppi rimorsi tra i suoi sudditi se, a ben ricordare, il paese africano ottenne l’indipendenza dal Belgio solo nel 1960. La rivolta vuole che secoli spesi dagli accademici a ‘civilizzare’ i personaggi del passato, allontanandoli la lente distorta del presente, siano buttati alle ortiche. Ma, come solitamente accade quando si vuol fare i conti con la storia, se la si vuol prendere per la coda e rendere un dogma, l’ignoranza – quella pura che Collodi avrebbe vestito con due belle orecchie d’asino – prende il sopravvento. Così nella piazza del Parlamento a Londra, la statua di Wiston Churchill, accusato di razzismo per alcune sue dichiarazioni pubbliche, è stata coperta per evitare ulteriori sfregi e sir Nicholas Soames, nipote dello statista inglese, ha dovuto sottolineare che suo nonno – che salvò l’Inghilterra e l’Europa dal nazismo – “essendo un figlio del periodo edwardiano ne parlò il linguaggio”. Ma non basta. A Leicester è partita una petizione con circa 5mila firme per rimuovere la statua di Gandhi, accusato di essere stato “un fascista, razzista e predatore sessuale”. Ebbene sì, il Mahatma, il difensore dell’indipendenza indiana e della non-violenza ha da essere oscurato per “ben documentato razzismo” con tanto di tocco di vernice. Faisal Davji, professore di Storia Indiana dell’Università di Oxford, si è sentito in dovere di dichiarare alla BBC che “anche Gandhi fu un uomo imperfetto, ma l’imperfetto Gandhi fu molto più radicale e progressista di molti contemporanei”. Non fa una piega! A questo punto, tenendo sullo sfondo per ‘completa assurdità dei fatti’, lo sfregio alla statua di Indro Montanelli a Milano che rivela tutto la sua irragionevolezza in quella Lettera 22, simbolo della libertà di stampa, o a quella di Vittorio Emanuele II al Palazzo di Città di Torino, che di colonialista aveva solo i sigari, non resta che parlare di Cristoforo Colombo. Quel truce genocida oggi divide l’America. A Boston e a Miami, le statue dell’esploratore sono state sfregiate e divelte, mentre si discutere semmai riportarle al loro posto. A New York il sindaco si è opposto ad ogni atto di violenza contro la statua in Colombus Circle affermandone il valore simbolico per la comunità italiana. Forse dovrebbe anche ricordare che Genova, patria del navigatore, dal Duecento aveva concesso ai musulmani la libertà di culto e il diritto di costruire la loro moschea davanti alla Darsena (che a proposito deriva dall’arabo e significa “casa del lavoro”). Un buon esempio di storia e di compenetrazione di popoli.

Fulvio Abbate per “il Riformista” il 21 giugno 2020. Alla fine della storia, Michele Serra potrà fissare la sua amaca nei giardini pubblici di Milano dove ha luogo la statua dorata di Indro Montanelli opera dello scultore Vito Tongiani, fino a divenirne il custode, notte e giorno lì a presidiarla, come fosse l’ideale simulacro della destra che si vorrebbe avere a propria disposizione. Leggi: Montanelli, sì, che era un vero signore, altro, che il turpe maestro di “trivio” Salvini. Dunque, si proceda con una breve riflessione sul caso Montanelli, vilipeso sia pure in effigie: la sua statua insozzata di vernice, dapprima rosa fenicottero e nei giorni scorsi rossa Anas, con l’aggiunta di un insulto sputato sul basamento: “Razzista e stupratore” (sic). Se chiamo in causa Serra, ripeto, è solo perché questi, su Repubblica, ha esattamente detto: “Io prima di morire darei non so che cosa per rivedere una destra alla Malagodi, alla Montanelli, alla Prezzolini”.  Purtroppo per lui, ciò che è accaduto non sembra andare nella direzione dei suoi auspici. Stabilito che le statue, i monumenti, i cenotafi, le tombe debbano essere abbandonati a se stessi, all’incuria e soprattutto al guano dei piccioni, sebbene la storia ci abbia insegnato che purtroppo sono invece spesso oggetto di effrazione e “vilipendio” (gli anarchici insorti a Barcellona, per esempio, durante la guerra civile, era il 20 luglio 1936, incendiarono la meravigliosa Sagrada Familia di Gaudí, distruggendo parte del laboratorio dove si trovavano schizzi, appunti, mappe e modelli in scala, fondamentali per il completamento dell'opera) l'intera questione così come si sta svolgendo in questi giorni evidenzia e porta addirittura a riflettere sull’acritico entusiastico osanna operato da certa sinistra quando questi, il Montanelli, prese le distanze in termini professionali e insieme politici dal suo editore Silvio Berlusconi. Va da sé che nella tragica e paradossale semplificazione, come dire, manichea femminista e militante para-maoista, scontiamo anche quelle pagine. Sia detto senza nulla togliere alle obiezioni sul persistente maschilismo da bianco in terra d’Africa che emerge dalla vicenda della sua sposa bambina. Verissimo, come recita un proverbio d’ascendenza araba, che il nemico del mio nemico è mio amico, e ancora che al nemico che fugge vanno fatti ponti d’oro, dunque non si può non ricordare con un senso di piacevolezza quando Montanelli volle sbattere la porta del “Giornale” in faccia a Berlusconi, visto a sinistra come demone “caimano”. Altrettanto vero però che sempre la sinistra per sua natura non avrebbe ragione di rimpiangere il “reazionario” Montanelli, il giornalista che in pieno decennio rosso invitò i suoi lettori, l’Italia ben pensante, la stessa che dalle colonne del “Corriere della Sera” indicava negli anarchici e segnatamente in Pietro Valpreda il “mostro” e si scagliava perfino contro i “capelloni”,  a votare Dc “turandosi il naso“, e questo proprio nei giorni in cui le conquiste di democrazia e libertà erano frutto proprio delle battaglie della sinistra stessa. Resti agli atti che, in quegli anni, parlo del 1975, i giorni del lancio di “Rimmel”. è un nitido ricordo personale, perfino il mite Francesco De Gregori, presentando la sua canzone “Informazioni di Vincent”, per agevolarne la lettura, aggiungeva: “Al posto di Vincent mettete il nome Indro, a me non piace Montanelli”. E dovremmo anche ricordare quando, sempre Montanelli, riferendosi a Tina Merlin, inviata de l’Unità nel Vajont per accertare le responsabilità della tragedia, accusava i comunisti di essere “sciacalli”. Va detto per onestà intellettuale che Indro per quelle parole infine chiese scusa. Sempre personalmente, sia detto con sincerità, ho addirittura un ricordo che me lo ha reso amabile, accadde quando, nel 1997, sempre su l’Unità scrissi un articolo per irridere il mito dell’icona di Che Guevara, e subito Montanelli si scagliò in difesa del “guerrigliero eroico” contro di me, “comunista rinnegato”. Forse, la sinistra farebbe bene a cercare i propri miti ulteriori fuori casa, o no? Sia detto ricordando che Berlinguer, da giovane dirigente comunista, indicava Santa Maria Goretti come modello per i ragazzi delle sezioni, da affiancare alla partigiana martire della Resistenza Irma bandiera. Né si può dimenticare d’avere visto in piazza, proprio nei giorni più infuocati dello scontro con Berlusconi, molte signore di sinistra che innalzavano cartelli con su scritto: “Veronica, non ti merita!”, nella convinzione che la signora Lario fosse una “compagna”; qualcosa di simile è accaduto anche con Carla Bruni, anche quest’ultima vista come una “gauchiste”, e che dolore saperla infine coniugata Sarkozy. Nessuno qui pretende che la sinistra risalga sul treno blindato del non meno mostruoso Lenin, ma almeno che provi a coltivare nella propria serra gli eventuali idoli, o è chiedere troppo? Alla fine di questa vicenda, a conti fatti, l’unico che sembra uscirne gratificato, forte di un nuovo impiego, da affiancare alla produzione della fragranza “Eau de moi” che firma insieme alla moglie Giovanna Zucconi per il brand “Serra e Fonseca”, sembrerebbe Michele Serra; sarà bello immaginarlo a guardia della statua di Montanelli, a difesa della destra immaginaria.

Quando il compagno Engels faceva il tifo per la razza ariana. Il braccio destro di Karl Marx fu un convinto sostenitore dell'imperialismo tedesco. E del colonialismo italiano. Spartaco Pupo, Venerdì 26/06/2020 su Il Giornale. Il fatto che Marx potesse trovare il principale motivo di scherno di un avversario politico in un fattore biologico come il colore della pelle e perfino il tipo di crescita dei capelli la dice lunga su quale fosse la sua reale considerazione delle razze diverse da quella bianca. Quella in cui visse Marx fu l'epoca non solo delle guerre coloniali, della tratta degli schiavi e dell'affermazione del sistema della schiavitù, ma anche della resistenza titanica dei popoli colonizzati e schiavizzati: in Africa, India e Oceania, le masse nere lottarono disperatamente contro l'invasore bianco, mentre nelle Americhe gli schiavi si sollevarono in armi più di una volta contro i dominatori. Eppure questi disperati tentativi di liberazione dall'oppressione schiavista trovarono la totale indifferenza di Marx. Egli, per esempio, ignorò completamente quello che secondo alcuni fu il più grande evento rivoluzionario del XIX secolo: la rivoluzione haitiana del 1804, condotta per la prima volta interamente da schiavi, che rovesciò il sistema della schiavitù e pose le basi per lo sviluppo del lavoro libero. Sarebbe utile capire come mai Marx non ne fa alcuna menzione nei suoi scritti. E che dire di Engels, padre indiscusso del materialismo dialettico e, per alcuni, il mentore di Marx? Si può dire che in fatto di razzismo egli si distinse per certe uscite non proprio dissimili da quelle di Marx e di altri suoi connazionali, forse anche dei nazisti del secolo successivo. Ne L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Engels non si fece scrupoli a definire il popolo tedesco come «stirpe ariana assai dotata e in pieno sviluppo di vita». Si disse indignato dalla resistenza degli slavi alla dominazione tedesca e si scagliò contro la Boemia e la Croazia per aver cercato di emanciparsi dall'imperialismo tedesco attraverso la fusione in un movimento pan-slavista. La storia, sosteneva Engels in Rivoluzione e controrivoluzione, esigeva l'assorbimento di questi popoli più deboli in una razza «più energica», quella dei tedeschi, che da soli avevano «il potere fisico e intellettuale di sottomettere, assorbire e assimilare i loro antichi vicini orientali» e di estendere la civiltà occidentale all'Europa orientale. Di conseguenza, «il destino naturale e inevitabile di questi popoli morenti» era quello di arrendersi all'assimilazione, anziché vagheggiare «che la storia retrocedesse di mille anni per compiacere qualche corpo fisico di uomini». Insomma, mentre, da un lato, Engels sosteneva i movimenti di liberazione nazionale antizarista, dall'altro, mortificava la istanze dei cechi e degli slavi nelle rivolte del 1848. Come giustamente osservò il Boersner, quei popoli «non combattevano forse anche loro per l'indipendenza nazionale contro l'oppressione straniera?». La verità è che «Engels credeva - e in ciò riecheggiava un tipico sentimento teutonico - che gli slavi dell'Impero asburgico fossero destinati a essere germanizzati e integrati nella cultura tedesca ritenuta superiore». Ma in verità Engels fece molto di più per rimarcare il suo razzismo e la sua approvazione nei confronti del colonialismo. Nel 1830 la Francia, come è noto, invase e colonizzò l'Algeria. Per diciotto anni le truppe coloniali francesi condussero una guerra spietata contro la popolazione araba, mobilitata alla resistenza dall'emiro del Mascara Abdel Kader. Gli arabi ebbero la peggio contro la forza militare dell'emergente impero francese. Kader venne catturato e il suo esercito sbaragliato. L'Algeria si apprestava a diventare, come le altre nazioni africane, un enorme campo di concentramento, dinanzi al quale Engels, in Il governo francese in Algeria, apparso su The Northern Star il 22 gennaio 1848, proprio lo stesso anno in cui pubblicò insieme a Marx il Manifesto, ebbe a scrivere: «A nostro parere, nel complesso, è una grande fortuna che il capo arabo sia stato preso. La lotta dei beduini era senza speranza e, sebbene il modo in cui i soldati brutali, come Bugeaud, hanno portato avanti la guerra sia altamente biasimevole, la conquista dell'Algeria è un fatto importante e fortunato per il progresso della civiltà. La pirateria degli stati barbareschi, che non hanno mai interferito con il governo inglese fintanto che non hanno disturbato le loro navi, non poté essere abbattuta, ma conquistata da uno di questi stati. E la conquista dell'Algeria ha già costretto i Bey di Tunisi e Tripoli e persino l'imperatore del Marocco a imboccare la strada della civiltà. Sono stati costretti a trovare per il loro popolo un'occupazione diversa dalla pirateria... E se ci si può rammaricare del fatto che la libertà dei beduini del deserto sia stata distrutta, non dobbiamo far capire che questi stessi beduini erano una nazione di ladri, il cui principale mezzo di sostentamento consisteva nel fare escursioni nei villaggi, prendendo quello che trovavano, massacrando tutti coloro che resistevano e vendendo i prigionieri rimasti come schiavi... Dopo tutto, la moderna borghesia, con la sua civiltà, l'industria, l'ordine e il quanto meno relativo illuminismo che ne conseguì, è preferibile al signore feudale o al predone e rapinatore e allo stato barbarico della società a cui appartiene». Nel 1849, quando gli slavi meridionali dell'Impero austriaco sostennero il potere imperiale contro l'insurrezione dei rivoluzionari tedeschi e ungheresi, Engels, sulla Neue Rheinische Zeitung, affermò: «Tra tutte le razze dell'Austria, ce ne sono solo tre che sono state portatrici di progresso, che hanno avuto un ruolo attivo nella storia e che conservano ancora la loro vitalità: i tedeschi, i polacchi e i magiari. Per questo sono ora rivoluzionari. La vocazione principale di tutte le altre razze e di tutti gli altri popoli, grandi e piccoli, è quella di perire nell'olocausto rivoluzionario». Del razzismo, del filo-colonialismo di Engels come civilizzatore di popoli ritenuti inferiori, di cui queste citazioni costituiscono una prova lampante, si occupò diffusamente Hosea Jaffe, uno storico ed economista di origini sudafricane, morto nel 2014 tra l'altro in Italia, in un paesino dell'avellinese, che per il suo realismo è risultato a lungo indigesto alla sinistra europea e, in particolare, a quella italiana, benché fosse lui stesso dichiaratamente di sinistra. Un testo che ha provocato più di un mal di pancia tra i devoti all'ortodossia marxista è un breve ma intenso libro del 2007, per fortuna ancora in commercio, dal titolo emblematico Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo (edito da Jaca Book). Esso si inserisce nell'enorme lavoro di Jaffe sul colonialismo, inteso non come una fase o deriva del modello di sviluppo occidentale, ma piuttosto come una «modalità costante», verificabile continuamente. Jaffe, che ha indagato a fondo la difficoltà di comprensione di questa modalità del colonialismo da parte delle élite progressiste europee e occidentali, è andato alla radice di certi «fraintendimenti» di ordine storico e ideologico e ha individuato, prove alla mano, l'ambiguo atteggiamento di Engels rispetto alla «menzogna coloniale». Quando non è cecità, quella di Engels è, per Jaffe, senz'altro una legittimazione del colonialismo, intimamente connessa al suo razzismo di fondo, che gli impedì di scorgere il legame intrinseco tra il capitalismo e l'idea evoluzionistica della razza. Ad avvalorare tale tesi è la risposta che Engels diede ai socialisti italiani guidati da Antonio Labriola in merito all'istanza concernente la distribuzione ai contadini italiani delle terre coloniali sottratte ai contadini dell'Etiopia in seguito alla prima acquisizione coloniale italiana nel mar Rosso, quella appunto dell'Etiopia nord-orientale, battezzata colonia d'Eritrea, a capodanno del 1890, sotto il governo del socialista Francesco Crispi. Il 15 marzo dello stesso anno Labriola aveva pubblicato su Il Messaggero una lettera dal titolo La terra a chi la lavora: la colonia Eritrea e la questione sociale, indirizzata al parlamentare Alfredo Baccarini, affinché si facesse promotore dell'iniziativa in questione. Engels, tradendo gli ideali dell'internazionale socialista ai danni dell'Africa e di quegli Zulu in cui egli stesso aveva intravisto «l'umanità prima della divisione in classi» (L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato), citando Marx, rispose: «Per quanto riguarda questa terra libera, non c'è dubbio che la più grande richiesta che oggi si possa fare al presente governo italiano è che nelle colonie siano assegnate proprietà terriere, per la coltivazione diretta, ai piccoli contadini e non ai monopoli, siano essi individuali o di compagnie. La piccola economia contadina è la migliore e più naturale soluzione per le colonie che stanno ora fondando i governi borghesi (se ne può trovare riferimento ne Il Capitale di Marx, libro primo, capitolo finale, La teoria moderna della colonizzazione) . Noi socialisti, senza scrupoli di coscienza, possiamo quindi appoggiare l'introduzione della piccola economia contadina nelle colonie già fondate chiedendo per esempio con insistenza al governo che nelle colonie vengano garantiti ai contadini italiani che emigrano gli stessi vantaggi che essi cercano e generalmente trovano a Buenos Aires . Se poi il collega Labriola abbia da ridire su questo - crediti di Stato per gli emigranti in Eritrea, colonizzazione da parte di società cooperative e altro - non mi riesce di capirlo dall'articolo de Il Messaggero».

I cinque giorni che cambiarono la storia. Mentre l'Europa cadeva sotto i primi colpi del nazismo, Churchill decise di opporsi a Hitler. Salvando così la civiltà occidentale. Matteo Carnieletto, Giovedì 25/06/2020 su Il Giornale. "Guerra per guerra, leggiamo Five days in London, il libro sui cinque giorni che hanno cambiato il corso della storia. È Churchill che chiama nel governo i laburisti di Attlee. Sono queste memorie e storie arcaiche?". Incuriosito dalle parole pronunciate da Giulio Tremonti mentre lo intervistavo per ilGiornale.it, ho deciso di acquistare Cinque giorni a Londra, il libro (ormai quasi introvabile nella sua versione italiana) scritto da John Lukacs nel 1999 e pubblicato in Italia da Corbaccio nel 2001. Possono cinque giorni - un "dramma in cinque atti", come lo definisce Sergio Romano nella sua premessa - cambiare la storia non solo di un Paese ma del mondo intero? Sì, se analizziamo ciò che è successo a Londra tra il 24 e il 28 maggio del 1940. Prima di iniziare, però, dobbiamo fare un passo indietro e tornare al 10 maggio, una data chiave sia per il Regno Unito sia per la Germania. Quel giorno, infatti, mentre Winston Churchill veniva nominato primo ministro (una scelta tutt'altro che scontata dato che il re preferiva Edward Wood, I conte di Halifax), Adolf Hitler dava l'ordine di iniziare l'invasione dell'Europa occidentale. "Le coincidenze sono giochi di parole dello spirito", ha scritto Gilbert Keith Chesterton. E così, per coincidenza, il 10 maggio del 1940 iniziò quello che Lukacs, in un altro fortunato libro, ha definito il "duello" tra Churchill e Hitler. Le truppe tedesche, inquadrate sotto la croce uncinata, penetrano facilmente nei Paesi Bassi e in Belgio, per poi puntare verso la Francia. La loro avanzata sembra inarrestabile, come se fosse mossa da forze ultraterrene. Nessuno riesce a fermare gli uomini di Hitler che, in poco tempo, si trovano a controllare gran parte del Vecchio continente. Uno dopo l'altro, i Paesi europei cominciano a cadere. Eppure qualcuno deve resistere. Quel qualcuno è Churchill: "Nel maggio 1940 né gli Stati Uniti né l'Unione sovietica erano in guerra con la Germania - scrive Lukacs - In quel momento c'erano ragioni perché un governo britannico decidesse perlomeno di verificare la possibilità di un compromesso temporaneo con Hitler". Ma Churchill non volle farlo. Del resto, un simile accordo era stato fatto a Monaco nel 1938 e i risultati di quel patto erano sotto gli occhi di tutti: l'Europa era in fiamme. Era arrivato il tempo di resistere: "Churchill e l'Inghilterra non avrebbero potuto vincere la Seconda guerra mondiale; lo fecero l'America e l'Unione sovietica. Ma, nel maggio del 1940, Churchill fu colui che non la perse". E non la perse per un unico motivo: perché decise di combattere. L'operato del primo ministro britannico dal 24 al 28 maggio segue due direttrici: creare consenso e unire la nazione. Per questo non solo Churchill apre ai laburisti di Attlee, ma anche (e senza successo) al "disfattista" Lloyd George che, fino a pochi mesi prima, aveva elogiato il dittatore tedesco. "Naturalmente, l'intento principale di Churchill non era rinsaldare solo la fiducia, ma anche l'unione nazionale. Ma c'era un'altra ragione dietro a questo: se il peggio fosse accaduto... E sarebbe accaduto? Churchill era abbastanza uomo di stato per pensare a questa eventualità". Mentre cercava di creare il consenso attorno alla propria figura, il primo ministro britannico si trovò ad affrontare una delle più grandi disfatte della storia militare del Paese: Dunkerque. Oltre 300mila uomini del corpo di spedizione britannico rimasero bloccati sulla spiaggia francese. Davanti a loro i soldati di Hitler. Dietro il mare. Che fare? Bisognava riportarli a casa. Iniziò così l'operazione Dynamo che, nel giro di pochi giorni, riuscì a riportare in patria gran parte dei soldati del corpo di spedizione britannico. "Per Churchill Dunkerque fu, se non una vittoria, sicuramente un sollievo".

Churchill (e il Regno Unito) avevano bisogno di quegli uomini. C'era inoltre bisogno di un'epopea in grado di unire la nazione. E Churchill riuscì in questo intento. Ma non solo. Se da una parte è vero che il primo ministro britannico agì per salvare l'impero, è altrettanto vero che Churchill salvò il mondo occidentale: "Le sue frasi su Londra custode della civiltà occidentale non erano solo retorica: c'erano, nei palazzi della città, i re e le regine dell'Europa occidentale in esilio; c'era per le strade la variopinta presenza delle uniformi dei loro soldati e marinai (compresi, a migliaia, i valorosi polacchi); c'erano i concerti di Bach nelle annerite sale vittoriane - e la sigla della Bbc che apriva le trasmissioni europee con la prima battuta della Quinta di Beethoven". Churchill salvò tutto questo. Anche la libertà di chi, oggi, vorrebbe rimuovere le sue statue.

Da Floyd a Montanelli: attenzione agli scivolamenti nella percezione spazio-temporale. Francesco Caroli de il Riformista il 15 Giugno 2020. Condivido una riflessione dell’amico e Psicologo Dario Forti, da Milano. Il dibattito globalizzato (come il Covid-19) su razzismo, colonialismo, schiavismo, ci presenta un groviglio di questioni etiche, storiografiche, politiche. Sappiamo che etica e storia sono piuttosto delicate da maneggiare e che le discussioni finiscono il più delle volte in vicoli ciechi, impattate da domande del tipo: “Esistono principi morali universali?” o “Chi è che scrive la storia?”. Mi limito ad un paio di esempi. La civiltà di un popolo la si misura sul modo in cui trattano le bambine (come quella acquistata dall’ufficiale coloniale Indro Montanelli); ma come la mettiamo con l’infibulazione praticata regolarmente in tutte le comunità islamiche, anche immigrate nei paesi di tradizione kantiana? Oppure, l’eredità fascista nell’Italia del dopoguerra: una parentesi per Il Corsera del dopo 25 luglio, redenzione ad opera della Resistenza, partita chiusa dall’amnistia togliattiana, oppure (convinzione cui sono giunti storici attenti alla lezione psicoanalitica) trasmissione transgenerazionale di un trauma non elaborato? Questioni difficili, quindi. La mia ipotesi è che tutto sommato sia più gestibile un punto di vista politico, chiaro e abbastanza immune da pretese oggettivistiche e universalistiche. In tal senso mi pare interessante chiedersi come siamo arrivati da George Floyd a Indro Montanelli, passando per l’eroe indiscusso della Seconda guerra mondiale Winston Churchill. L’ennesimo atto di discriminazione compiuto dalla polizia non solo nelle città in cui l’eredità segregazionista è ancora viva (tra infiltrazioni dei suprematisti bianchi o addirittura del KKK) ma anche in quelle a sicura guida democratica (si veda lo scontro tra Andrew Cuomo e Bill de Blasio sul comportamento dei poliziotti di NYC), evidenzia un fenomeno reale e gravissimo: quando il “soggetto” è un nero, l’atteggiamento della polizia è quello che si applica senza esitazioni a criminali pericolosi. Lo scivolamento dal razzismo della polizia all’iconoclastia anticolonialistica segnala uno scarto sociologico (da esplorare nelle sue dinamiche sotterranee) che ha spostato l’asse dalle comunità marginali afroamericane ad una sorta di patriottismo sovranista che ha avuto la sua prima espressione nella ricorrenza dei 500 anni dalla scoperta dell’America. La trasposizione delle critiche in UK, al di là di una tendenza ormai consolidata anche alla globalizzazione delle campagne di opinione (si pensi ai Fridays for future), ha investito il passato coloniale della Gran Bretagna (non a caso rivendicato da Sir Winston nel famoso discorso sulle spiagge e sulle colline). Il fatto che Churchill fosse indubitabilmente un po’ razzista (una sorta di suprematista britannico alla Rudyard Kipling) costituisce forse una chiave di collegamento più chiaro con l’imbrattamento non solo statuario ma anche biografico della figura del giornalista gambizzato dalle BR ai Giardini pubblici di Milano. Condannare Montanelli per il suo comportamento evidentemente inaccettabile (con gli occhi di oggi, naturalmente e non con quelli di un’Italia orgogliosamente imperiale e civilizzatrice degli anni del consenso di massa, cfr. Renzo De Felice), chiedendone una scomunica ufficiale, che significato politico ha nella Milano di oggi? Questa mi sembra la questione politica, tra lockdown ancora sostanzialmente in atto nella Gran Milano post-Expo, imminente crisi economica non al riparo da fenomeni di protesta sociale delle categorie più colpite (perché meno protette), e prossime elezioni amministrative…Montanelli è stato un personaggio divisivo, espressione della Milano moderata, pienamente rappresentata, nonostante il suo scarto antiberlusconiano degli ultimi anni, dai sindaci di Forza Italia. Attaccare Montanelli che significato politico-elettorale assume? Di rinsaldare una sinistra peraltro molto frastagliata? Di riprodurre in modo nuovo quel “modello Milano” che la sinistra del PD ha esibito come ragione della vittoria nel 2016? Il che spiegherebbe sia l’imbarazzo di Beppe Sala (che appoggia il suo distinguo sul principio evangelico dello “scagli la prima pietra…”, mentre avrebbe forse voluto liquidare gli imbrattatori come fastidiosi teppisti) che quello del capogruppo riformista in Consiglio Comunale che ha cercato di far rientrare la fronda movimentista. È così difficile pensare invece che Indro Montanelli sia espressione di una Milano capace (cosa rara nell’Italia delle contrade) di uno standing bypartisan (come è da sempre il Famedio e nei fatti realizzato dalle ultime quattro sindacature che hanno prodotto la Milano locomotiva d’Italia, la cui spinta propulsiva è tutt’altro che da considerarsi esaurita, purché a crisi governata e superata)? Per questo, la statua dovrebbe essere prontamente ripulita (se ciò non è stato ancora fatto) e l’episodio considerato uno sgradevole incidente di percorso. Ne abbiamo di cose su cui sostenere l’azione del nostro Sindaco e di un’amministrazione che dovrà saper far fronte ad un futuro prossimo per niente tranquillizzante. Dario Forti, Psicologo.

Persino Giulio Cesare il "democratico" vittima di chi devasta la storia e le statue. Vicino al popolo e innovatore, abbattuto come simbolo di quel che non era. Matteo Sacchi, Martedì 16/06/2020, su Il Giornale. Non bastavano una scarica di pugnalate (secondo la tradizione ventitré) a tradimento, nella Curia di Pompeo. Ora Cesare potrebbe ripetere il famoso «Tu quoque» anche contro i vandali fiamminghi. La cronaca è semplice e merita di essere riportata con quella brevitas che era così cara al conquistatore delle Gallie. Una statua di Lui, Giulio Cesare, è stata danneggiata in Belgio a latere delle manifestazioni «Black Lives Matters» che hanno portato anche alla distruzione, rimozione o imbrattamento di diverse effigi del re Leopoldo II (che in effetti colonialista lo fu alquanto) in tutto il Paese. L'attacco contro la statua del Pater Patriae romano è avvenuto a Zottegem, nelle Fiandre orientali, nella notte tra sabato e domenica, secondo quanto riportano dai media locali prontamente ripresi dalle agenzie italiane. I vandali - saranno stati di più o di meno dei congiurati delle Idi di Marzo? - hanno strappato dal bronzo una anacronistica lancia (avrebbe avuto più senso un pilum) che Giulio Cesare teneva in mano. Inoltre è stato cancellato il nome del dittatore (parola assolutamente positiva in senso romano), mentre è comparsa la scritta «krapuul» (feccia). Le autorità hanno aperto un'inchiesta per scoprire i colpevoli. Il sindaco, Jenne De Potter, ha promesso di far riparare la statua «a spese degli autori» dell'atto di vandalismo. E qui, ci perdoni Cesare, abbandoniamo la sua lezione (mai un commento nel De Bello Gallico) e andiamo un pochino al di là dei fatti. Bisogna essere cretini per valutare il comportamento di un uomo morto nel 44 a.C. con i canoni morali del XXI secolo. Ma, del resto, le persone che aggrediscono un pezzo di bronzo spesso non sono dei geni. Però, in questo caso, la questione assume toni che vanno oltre il ridicolo e sfiorano il surreale. Cesare era un combattente e viveva in un mondo in cui guerra e schiavitù erano all'ordine del giorno. Ma questo era il suo parere sui Galli Belgi: «Tra i vari popoli i più forti sono i Belgi, ed eccone i motivi: sono lontanissimi dalla finezza e dalla civiltà della nostra provincia; i mercanti, con i quali hanno scarsissimi contatti, portano ben pochi fra i prodotti che tendono a indebolire gli animi». Quasi antiglobalista. Evidentemente aveva affrontato Belgi capaci di battersi coi vivi e non solo con le statue dei morti. Li vinse ma stipulando anche una serie di trattati che contribuirono a portare la Gallia nel mondo romano, tanto che secoli dopo i galli ottennero la piena cittadinanza. Per gli standard dell'epoca poi non guasta ricordare che politicamente Cesare era legato ai populares... Era fortemente criticato per i suoi gusti sessuali alquanto ambigui (parola di Catullo) e capace di legarsi a Cleopatra. Una mossa che sarà stata anche di Realpolitik, ma avere un figlio con una non romana e riconoscerlo non era proprio una di quelle cose inseribili nel mos maiorum o nel concetto di purezza del sangue romano. Non per niente un grande storico dell'antichità, molto di sinistra, Luciano Canfora, ha definito Cesare nel titolo di un suo libro Il dittatore democratico. Insomma abbattere la statua di chiunque (a meno che non sia il tiranno del momento) è una cosa sempre senza senso. Ma in questo caso anche col senno del poi... Cari vandali (intesi non come popolo, ma certo come barbari) avete proprio preso la statua del tizio, anzi del Caio, sbagliato.

Matteo Sacchi per "Il Giornale" il 16 giugno 2020. Non bastavano una scarica di pugnalate (secondo la tradizione ventitré) a tradimento, nella Curia di Pompeo. Ora Cesare potrebbe ripetere il famoso «Tu quoque» anche contro i vandali fiamminghi. La cronaca è semplice e merita di essere riportata con quella brevitas che era così cara al conquistatore delle Gallie. Una statua di Lui, Giulio Cesare, è stata danneggiata in Belgio a latere delle manifestazioni «Black Lives Matters» che hanno portato anche alla distruzione, rimozione o imbrattamento di diverse effigi del re Leopoldo II (che in effetti colonialista lo fu alquanto) in tutto il Paese. L'attacco contro la statua del Pater Patriae romano è avvenuto a Zottegem, nelle Fiandre orientali, nella notte tra sabato e domenica, secondo quanto riportano dai media locali prontamente ripresi dalle agenzie italiane. I vandali - saranno stati di più o di meno dei congiurati delle Idi di Marzo? - hanno strappato dal bronzo una anacronistica lancia (avrebbe avuto più senso un pilum) che Giulio Cesare teneva in mano. Inoltre è stato cancellato il nome del dittatore (parola assolutamente positiva in senso romano), mentre è comparsa la scritta «krapuul» (feccia). Le autorità hanno aperto un'inchiesta per scoprire i colpevoli. Il sindaco, Jenne De Potter, ha promesso di far riparare la statua «a spese degli autori» dell'atto di vandalismo. E qui, ci perdoni Cesare, abbandoniamo la sua lezione (mai un commento nel De Bello Gallico) e andiamo un pochino al di là dei fatti. Bisogna essere cretini per valutare il comportamento di un uomo morto nel 44 a.C. con i canoni morali del XXI secolo. Ma, del resto, le persone che aggrediscono un pezzo di bronzo spesso non sono dei geni. Però, in questo caso, la questione assume toni che vanno oltre il ridicolo e sfiorano il surreale. Cesare era un combattente e viveva in un mondo in cui guerra e schiavitù erano all'ordine del giorno. Ma questo era il suo parere sui Galli Belgi: «Tra i vari popoli i più forti sono i Belgi, ed eccone i motivi: sono lontanissimi dalla finezza e dalla civiltà della nostra provincia; i mercanti, con i quali hanno scarsissimi contatti, portano ben pochi fra i prodotti che tendono a indebolire gli animi». Quasi antiglobalista. Evidentemente aveva affrontato Belgi capaci di battersi coi vivi e non solo con le statue dei morti. Li vinse ma stipulando anche una serie di trattati che contribuirono a portare la Gallia nel mondo romano, tanto che secoli dopo i galli ottennero la piena cittadinanza. Per gli standard dell'epoca poi non guasta ricordare che politicamente Cesare era legato ai populares... Era fortemente criticato per i suoi gusti sessuali alquanto ambigui (parola di Catullo) e capace di legarsi a Cleopatra. Una mossa che sarà stata anche di Realpolitik, ma avere un figlio con una non romana e riconoscerlo non era proprio una di quelle cose inseribili nel mos maiorum o nel concetto di purezza del sangue romano. Non per niente un grande storico dell'antichità, molto di sinistra, Luciano Canfora, ha definito Cesare nel titolo di un suo libro Il dittatore democratico. Insomma abbattere la statua di chiunque (a meno che non sia il tiranno del momento) è una cosa sempre senza senso. Ma in questo caso anche col senno del poi... Cari vandali (intesi non come popolo, ma certo come barbari) avete proprio preso la statua del tizio, anzi del Caio, sbagliato.

Abbattere una statua non significa cancellare la storia. Lidia Marassi il 15 giugno 2020 su Il Quotidiano del Sud. Il dibattito sulla legittimità dei monumenti torna ciclicamente a ripresentarsi sulla sfera pubblica. Adesso, in seguito all’uccisione di George Floyd a Minneapolis ed all’imporsi del movimento Black Lives Matter, i manifestanti statunitensi hanno abbattuto alcune statue dedicate a militari e politici della confederazione, portando nuovamente l’opinione pubblica ad interrogarsi circa la legittimità del gesto. La discussione si è accesa nuovamente anche in Europa, dove spesso è accompagnata da posizioni critiche che difendono la salvaguardia della tradizione storica. Per poter ragionare sulla questione serve tuttavia contestualizzare, considerando innanzitutto che quanto sta accadendo negli USA si sta verificando in uno scenario urbano che non è un ambiente neutro. Se sembra già riduttivo parlare della “brutalità delle rivolte”, prescindendo da un’analisi socio-economica sul sistema statunitense e sul razzismo strutturale a cui ha portato, appare ancor più ingenuo ignorare l’aspetto caratteristico della rivolta. Siamo infatti davanti ad un modello che presenta la rivoluzione come modalità attraverso la quale abbattere il potere costituito al fine di tutelare diritti che non si ritiene siano garantiti. Non tutte le proteste si accompagnano a forme di violenza, ma le rivoluzioni spesso sì, mirando ad un obiettivo di cambiamento che nasce e si esacerba in un contesto in cui difficilmente si potrebbe agire con modalità differenti. In un simile scenario appare consequenziale che si assista all’abbattimento di quei monumenti che sono tracce storiche del sistema contro cui i rivoltosi si scagliano, fatto di soprusi e di oppressione dei più deboli, e la cui distruzione rappresenta simbolicamente la produzione di un cambiamento sociale. Va pure sottolineata la differenza che intercorre tra chi vuole rinnovare l’ambiente urbano per revisionismo storico o damnatio memoriae e chi vuole rimuovere delle statue considerate sgradevoli, soprattutto contestualmente ad una forma di protesta anche ideologica. Questo discorso appare attuale anche nel dibattito pubblico italiano, nel quale molti si sono schierati in difesa delle opere pubbliche e della “memoria storica”. Per quanto riguarda quest’ultima, dovremmo forse considerare l’errore concettuale che commettiamo nel confonderla con una memoria di tipo collettivo. La memoria e la storia sono due cose differenti, la seconda è un divenire ed una tensione perpetua che la prima può solo assumere in modo soggettivo. La memoria può cambiare nel suo ricordo del passato, la storia si dà ancora nel suo futuro svolgersi, cosicché abbattendo una statua non si cancella la storia ma, al limite, si assiste al suo articolarsi. Questo non significa sostenere che si debba ignorare il passato, ma piuttosto che sia necessario evitare che un ricordo assuma i contorni di una sorta di culto memoriale. Pensare che si possa cristallizzare la storia nella sua narrazione porta a tutte quelle posizioni che difendono la legittimità delle opere pubbliche “di per sé”, come testimonianza di un passato che si ritiene inviolabile. Abbattere un simbolo non significa tuttavia cancellare la storia, ma semmai modificare la modalità con cui si sceglie di raccontarla e ricordarla. In Italia su alcuni giornali si è parlato addirittura di “deriva iconoclasta” sottolineando che se ( in un paese come il nostro) volessimo abbattere tutto ciò che richiama a discriminazioni ci troveremmo ben presto in una sorta di deserto culturale. L’esempio che più è stato citato è forse quello della Colonna Traiana, in quanto “testimonianza dell’imperialismo romano e ricordo della sottomissione dei Daci”. Chi sostiene l’inviolabilità dei monumenti, sottolinea l’assurdità di cancellare dalla nostra cultura quello che potrebbe essere interpretato come un inno all’odio, non ottenendo nulla di più che traslare il problema sul piano architettonico, senza risolvere nulla ma piuttosto distruggendo un’opera. Il problema tuttavia non è affatto questo, nessuno pensa di abbattere i monumenti della Capitale proprio perchè la memoria legata alle opere muta con il variare dei tempi storici, e nessuno pensa alla Colonna Traiana come simbolo di oppressione, ma unicamente come reperto. La situazione culturale e sociale italiana è molto differente da quanto sta succedendo negli Stati Uniti, dove quei monumenti restano ancora attualmente legati allo scenario sociale su cui si vuole operare un cambiamento importante. Questo perché esiste semmai una memoria di tipo sociale e collettivo, che si inserisce nell’ambito pubblico ed è pertanto soggetta a reinterpretazioni condivise, ma non una inviolabile memoria storica. Pensare che non si possa operare un mutamento per una sorta di devozione verso il passato è ignorare lo stesso divenire storico e negarne il suo senso ultimo come divenire.

Non siamo alla fine di una storia che va preservata perché giunta al suo termine, ma piuttosto la osserviamo nel suo naturale accadere e la distruzione delle statue non significa mutare la storia passata, ma provare ad influire su quella futura. L’architettura, per quanto bella possa essere, non è solo struttura ma è pure contenuto, ma questo non lo evinciamo mai da quello che preso di per sé è semplicemente un manufatto.

I crociati del politicamente corretto che vogliono cancellare la storia. Roberto Vivaldelli il 14 giugno 2020 su Inside Over. C’era una volta un mondo progressista che inorridiva dinanzi alle barbarie dell’Isis in Siria e Iraq contro i monumenti antichi e manufatti andati distrutti dalla furia islamista dell’organizzazione terroristica. Lo stesso mondo che ha duramente – e correttamene – attaccato il presidente Donald Trump minacciava di bombardare i tesori dell’arte e dell’architettura della Repubblica islamica dell’Iran. Lo scorso gennaio, il New York Times osservava in merito: “Le guerre e le insurrezioni che hanno colpito il Medio Oriente nell’ultimo decennio hanno prodotto non solo un orribile bilancio di morte e sfollati, ma anche una terra desolata di distruzione culturale, riducendo in macerie le porte assire di Ninive, la Grande Moschea di Aleppo e innumerevoli altri tesori, antichi e moderni. Lo scorso fine settimana – proseguiva il Nyt –  il comandante in capo americano, cercando di contenere le ricadute dell’uccisione del generale Qassim Suleimani dell’Iran, ha proclamato via Twitter che "se l’Iran colpisse qualche americano", gli Stati Uniti si vendicheranno bombardano un elenco di 52 siti iraniani importanti per l’Iran e la cultura iraniana”. Lo stesso New York Times correttamente ricordava che la mossa di Trump, qualora si fosse sciaguratamente concretizzata, sarebbe rientrata in un “crimine di guerra”, come stabilisce la Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, adottata per prevenire i saccheggi di opere artistiche intrapresi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. La convenzione afferma, tra gli altri principi, che i Paesi “devono astenersi da qualsiasi atto diretto a scopo di rappresaglia contro i beni culturali”. Fortunatamente la minaccia del Presidente Usa si è limitata a una serie di tweet e non si è mai concretizzata: avrebbe rappresentato un atto barbarico e criminale, alla stregua di quelli commessi da Daesh e da al-Qaeda in Medio Oriente. Il punto è che ora i “barbari” la sinistra Usa li ha coltivati in patria. Li difende e li coccola, in nome di una lotta ideologica folle.

I crociati del politicamente corretto. Benché sia evidente che è del tutto improprio e azzardato paragonare dal punto di vista artistico e sotto il profilo del patrimonio culturale le bellezze iraniane o il sito archeologico di Palmira alle statue dei confederati americani, è altrettanto chiaro che la furia iconoclasta dei politicamente corretti non è dissimile da quella di altri fondamentalismi o dalle minacce di Trump di bombardare i siti iraniani. Come spiega il professor Massimo D’Antoni su Twitter, infatti, “voler applicare i criteri etici di oggi al passato significa mancare di senso della storia. Di solito si accompagna al fondamentalismo”. E ora che i “barbari” che sfregiano e rovesciano statue e monumenti sono i crociati del politicamente corretto, la sinistra liberal americana e occidentale, non solo non li condanna, ma li celebra. Come scrive Gurminder K Bhambra sul New York Times, a proposito  della statua di Edward Colston buttata in acqua nei giorni scorsi a Bristol, Regno Unito: “Il rovesciamento della statua di Colston ha reso possibile un dibattito pubblico sul nostro passato coloniale. Coloro che condannano le azioni dirompenti che scatenano il cambiamento dovrebbero riconoscere la violenza intrinseca del passato”. Il punto che Bhambra ignora è che i politicamente corretti non si pongono limiti. E, soprattutto, che la storia la si discute nei luoghi deputati e non può essere appannaggio di qualche gruppetto radicale con una visione partigiana e marcatamente ideologica. Dalle statue i politicamente corretti passeranno presto ad altre opere (film, libri, ecc.) e chissà dove il condurrà quel pericoloso – e ipocrita – senso di colpa che sembra affliggere le loro esistenze. Come già rilevato su questa testata, gli attivisti cosiddetti “antirazzisti” e liberal che in queste ore stanno sfogando la propria frustrazione contro statue e monumenti in tutto l’Occidente non conoscono il significato della locuzione latina damnatio memoriae, ossia la “condanna della memoria”. Come riporta l’Enciclopedia Treccani, parliamo della condanna, che si decretava in Roma antica in casi gravissimi, per effetto della quale veniva cancellato ogni ricordo (ritratti, iscrizioni) dei personaggi colpiti da un tale decreto. In 1984 di George Orwell quando un sovversivo viene fatto sparire dal partito, si applica la damnatio memoriae: viene cioè eliminato, da tutti i libri, i giornali, i film e così via, tutto ciò che si riferisca direttamente o indirettamente alla persona in oggetto. Citiamo un passaggio chiave del capolavoro di Orwell: “Ogni disco è stato distrutto o falsificato, ogni libro è stato riscritto, ogni immagine è stata ridipinta, ogni statua e ogni edificio è stato rinominato, ogni data è stata modificata. E il processo continua giorno per giorno e minuto per minuto. La storia si è fermata. Nulla esiste tranne il presente senza fine in cui il Partito ha sempre ragione”.

I nuovi fanatici della censura non conoscono la storia. Pierluigi Battista sul Corriere della Sera inquadra perfettamente i nuovi (pericolosi) fanatici della correttezza politica. “Tra i nuovi fanatici della censura, dell’iconoclastia, del rogo di libri e di film, il passato dell’arte, della cultura e del pensiero non va studiato, rappresentato, esaminato, criticato, va superato, cioè distrutto, cancellato, epurato, ricontestualizzato che è l’esatto opposto della doverosa contestualizzazione di un testo, di un’opera, di un’idea, di una parola: cioè quello che si fa normalmente senza bisogno di abbattere le statue come i talebani con quelle di Buddha o dell’Isis a Palmira”. C’è poi un altro dato storico che gli attivisti fissati con gli “schiavisti bianchi” dimenticano – o forse non conoscono – ed è riportato nel capolavoro di Robert Huges La cultura del piagnisteo (Adelphi): “Il commercio degli schiavi africani, la tratta dei neri, fu un’invenzione musulmana, sviluppata dai mercanti arabi con l’entusiastica collaborazione dei loro colleghi neri, e istituzionalizzata con la più spietata brutalità secoli prima che l’uomo bianco mettesse piede sul continente africano; continuò poi a lungo dopo che nel Nordamerica il mercato degli schiavi era stato finalmente soppresso”. Ma è questa è storia, quella che gli iconoclasti vorrebbero eliminare, soprattutto quella “scomoda” alle loro tesi distruttive.

L'ideologia dei diritti fa a pezzi la libertà. Douglas Murray smaschera chi, fingendo di difenderle, imbriglia le nostre conquiste. Matteo Sacchi, Giovedì 11/06/2020 il Giornale. La democrazia liberale si basa sulla difesa dei diritti dell'individuo. Nessuno lo sa meglio di Douglas Murray commentatore politico britannico di orientamento conservatore e dichiaratamente gay. Murray, una delle firme di punta della rivista The Spectator e tra i fondatori del think tank «Centre for Social Cohesion», ha combattuto una lunga battaglia, giusto per fare un esempio, contro la penetrazione strisciante, in Europa e in Gran Bretagna, delle idee del radicalismo islamico che minano il concetto di parità tra i sessi o la libertà sessuale. Quindi risulta evidente che difficilmente le sue idee sull'omosessualità o sul razzismo (per esempio, in questi giorni ha criticato le modalità con cui si svolgono le proteste di Black Lives Matter: perché i manifestanti - si è chiesto - sono esentati dal rispettare la distanza prescritta dalle norme anti virus, mentre noi siamo stati costretti al lockdown?) possono essere tacciate di essere oscurantiste. Eppure nel suo saggio appena tradotto in italiano per i tipi di Neri Pozza - La pazzia delle folle. Gender, razza e identità (pagg. 288, euro 18) - la critica su l'imperversare delle tematiche Lgbt è ad alzo zero. Ovviamente Murray, come tutti i liberali, è assolutamente a favore della diffusione e della difesa dei diritti individuali. Lo è molto meno però sulla diffusione di posizioni ideologiche o sul creare una campagna permanente che, più che consolidare diritti acquisiti, li frammenta e tende a trasformarsi sempre di più in una sorta di bavaglio alla libertà di espressione. Facendo sua una frase di G. K Chesterton - «Il tratto specifico del mondo moderno non è il fatto che sia scettico, ma che sia dogmatico senza saperlo» - mette il dito in tutte le contraddizioni in cui la presente ideologia dei diritti ci sta ficcando. La prima secondo Murray è questa, la società occidentale ha fatto una rapidissima e lodevole corsa per la diffusione delle libertà dei singoli. Ora è in una fase in cui dovrebbe consolidarle. Ma da un lato fraintende le minacce, per esempio tralascia quella dell'islam radicale, dall'altro urla continuamente al lupo al lupo se qualcuno si permette di sostenere tesi del tutto normali. Come puntualizzare i rischi connessi ad autorizzare pratiche quali l'utero in affitto, sostenere la differenza fisica tra maschi e femmine o il fatto che i ruoli genitoriali tradizionali siano ancora validi e abbiano, quantomeno dal punto di vista della storia, una maturazione di lunga data che quelli delle famiglie omosessuali non hanno. Sostenere queste idee o soltanto volerle discutere, ora come ora, provoca automaticamente un vespaio che si conclude facilmente a colpi di accuse di omofobia. Quindi la difesa, settaria e acritica, di certe libertà ha come risultato immediato non quello di rafforzarle ma di mettere la mordacchia anche a chi, pur dandole per acquisite, cerca di ragionare sui loro limiti (perché ogni libertà deve avere anche dei limiti). Il risultato secondo Murray è che «i Paesi più avanzati in tutte queste conquiste sono quelli che ora vengono presentati come i peggiori». Non è solo una questione di immagine. Questo modo di procedere crea dei paradossi, come le riscritture della Storia per renderla politicamente corretta, crea un cortocircuito che mina la politica. Ancora Murray: «È come se all'aspetto indagatore del liberalismo si fosse sostituito un dogmatismo liberale... è per questo che ora quelli che sono i frutti dei diritti vengono presentati come se ne fossero le basi». E questo crea processi di accelerazione incomprensibili per la maggior parte della popolazione che vengono, inevitabilmente, trasformati in politica, e sfruttati da partiti di sinistra o presunti tali. Qualche esempio tra i tantissimi portati da Murray. Se un gay dichiarato come Peter Thiel (il cofondatore di Pay Pal) decide di appoggiare la campagna elettorale di Trump c'è chi si sente in dovere di precisare che: «Peter Thiel ci mostra che c'è differenza fra il sesso gay e il gay». O si è gay come pretendono i gay politicizzati oppure non lo si è abbastanza. Esattamente come è diventato un dogma dire che gay si nasce, anche se la comunità scientifica non ha affatto le idee chiare su quando e come si fondi l'identità sessuale delle persone. Ma il dibattito viene rimosso perché si teme che il pensare che essere gay sia un fatto fluido possa far venire in mente a qualcuno di poter «curare» i gay. Ovviamente Murray invita a depoliticizzare tutte queste questioni e a valutarle tornando a porre la libertà, ma quella di tutti, in primo piano. Senza costruire ghetti ideologici, gestiti da censori, per cui è fondamentale imporre al prossimo un'ideologia queer che annulli tutte le differenze. Come invita a tener presente che le battaglie per i diritti bisogna avere il coraggio di sostenerle in quella parte di mondo dove i diritti non ci sono, non limitarsi a far polemica dove invece ci sono. Ma difficilmente la sua voce controcorrente sarà ascoltata.

Così Benedetto XVI ha previsto il suicidio dell’Occidente. Francesco Boezi l'11 giugno 2020 su Inside Over. Oswald Spengler, Martin Heidegger, Emanuele Severino, Michel Houllebecq e Joseph Ratzinger: punti di partenza diversi, per conclusioni simili. L’Occidente, nell’analisi di questi pensatori, è destinato al tramonto, al nichilismo assoluto, alla sottomissione, alla scomparsa nel primato della tecnica o al suicidio relativista. Strade teoretiche ed argomentazioni che differiscono, per un avvenire comunque nefasto. La profezia di Benedetto XVI è nota: insistendo sull’imminente crisi della Chiesa cattolica, Ratzinger racconta in modo indiretto l’implosione dell’Europa. L’Ecclesia, stando alla previsione di Benedetto XVI, è destinata a divenire minoritaria, con una riduzione significativa del potere e del numero dei fedeli cristiano-cattolici. La disamina del teologo tedesco è ancora oggi al centro di molte interpretazioni. Ratzinger aveva parlato per la prima volta di crisi ecclesiastica in tempi non sospetti, ossia nel 1969, con un’intervista rilasciata ad un’emittente radiofonica tedesca. Ma gli scritti ratzingeriani sono densi di analisi che riguardano il collasso della civiltà occidentale e non si concentrano solo sulla crisi che vive Santa Romana Chiesa. Proprio i moti sessantottini, nella visione del Papa emerito, assumono un ruolo centrale: con la promozione dei “nuovi diritti” si è entrati in un’altra fase che mira comunque a scardinare la basi bioetico-antropologiche del giudaismo e del cristianesimo. Quei moti trovano oggi il loro compimento definitivo, con lo sdoganamento di leggi volte ad attaccare la famiglia naturale. Questo, almeno, non può non essere il punto di vista di un tipo credente che per semplificazione le cronache chiamano “conservatore”. Anche la pandemia da Sars-Cov2 ha svelato come l’Occidente possa doversi confrontare con sfide inaspettate, finendo col porsi domande insolite: la querelle sul raggiungimento dell’immunità di gregge, con le polemiche che ne sono conseguite, è forse il simbolo più evidente della battaglia che si sta combattendo tra due visioni del mondo diametralmente opposte. Quella che vuole salvaguardare ad ogni costo il sistema economico-sociale e quella che ritiene gerarchicamente prioritaria la salvezza delle vite umane. Nell’ultima opera del giornalista Giulio Meotti, un’opera centrata su Ratzinger che si intitola “L’ultimo Papa d’Occidente?“, questi afflati sulla catastrofe culturale del Vecchio continente sono spiegati con dovizia di particolari. Nel libro viene posto l’accento su questa capacità previsionale di Benedetto XVI, che non si è limitato ad una fotografia del momento ma che ha anche preso posizioni prospettiche non ritenute ammissibili dal politicamente corretto. Alcuni passaggi centrali della fatica di Giulio Meotti sono stati citati sul blog di Marco Tosatti. Molto prima di essere eletto sul soglio di Pietro Ratzinger annotava quanto segue: “Si è trovato di continuo qualche sotterfugio per potersi ritirare. Ma è quasi impossibile sottrarsi al timore di essere a poco a poco sospinti nel vuoto e che arriverà il momento in cui non avremo più nulla da difendere e nulla dietro cui trincerarci”. L’imputata, ancora una volta, è la civiltà occidentale, che ha deciso di suicidarsi sposando la dittatura del relativismo. Oggi le tesi di Ratzinger riemergono quasi in maniera esasperata: chi pensa che l‘Europa abbia ancora qualche chance di salvezza, si ancora al “diritto a non emigrare”, al valore che Ratzinger attribuiva alle mura, quindi ai confini, alla persistenza della negazione di un diritto all’aborto, di un diritto all’eutanasia e di un diritto all’eugenetica, sino alle parole che ogni tanto l’emerito sceglie di pronunciare in pubblico nonostante abbia rinunciato al papato. La parabola ecclesiastica di Benedetto XVI diviene così una sorta di metafora di un tramonto che non riguarda la sua figura, ma quello che siamo stati e che abbiamo rappresentato, in quanto europei, sino al matrimonio col nichilismo. Anzi, la figura di Ratzinger è una delle poche, in ottica conservatrice, a potersi dire in grado di ergersi tra le rovine. Il dramma nel dramma è relativo agli avvertimenti di Benedetto XVI: non solo non sono stati ascoltati, ma sono stati direttamente rifiutati da chi gestisce i processi del mondo contemporaneo.

Quella gran parte d’Italia che non si commuove e non si mobilita per George Floyd. Giampiero Casoni l'08/06/2020 su Notizie.it. C'è un'Italia che scende in piazza per George Floyd e un'altra che alla rabbia dei manifestanti risponde con pragmatico benaltrismo. La partecipazione emotiva è sempre stata il nostro forte. Di pancia, diretta, disorganizzata, caciarona ma accoratissima. Un po’ croce, un po’ delizia degli italiani, che non a caso hanno inventato il melodramma e sono melodrammatici anche quando la situazione non lo richiede. Questo per dire che a noi un po’ ci tocca per cliché, il ruolo di quelli che compatti o in parte maggioritaria sposano le grandi cause planetarie. Amiamo le piazze ed il suono della nostra voce che scandisce slogan dal megafono molto più di quanto non amiamo la polpa di quegli slogan, è un fatto. Ma nel caso dell’omicidio di George Floyd le vernice del costume popolare che scatta in automatico per meccanismi rodati si scrosta da sé. Perché quella è vicenda vera, sanguinolenta e chiama in causa due cose parallele, ma non eguali, e sono due cose immense: la legge e la giustizia. Eppure c’è una grossa, grassa fetta di italiani che non ha saputo cogliere l’usta di uno sconcio su cui forse c’era bisogno di puntare di più i piedi. Magari di marcare un po’ più lo sdegno, come si fa per le cose che devono arrivare a quella parte del mondo con le orecchie piene del cerume dell’indifferenza. È vero, da noi ci sono state manifestazioni, e poi gli immancabili lavacri teatraleggianti sotto l’italico cielo dei flash mob. Insomma, ci siamo messi in pari con quella parte di mondo che più o meno ha fatto le stesse cose, ma in minimo sindacale. Tuttavia qualcosa è mancato, lo si percepisce sottotraccia come quando ti tocca raggiungere una cima "facile" e alla fine la conquisti ma il fiatone ti arriva prima del previsto. È un gap che cogli dal dialogo, dalle immancabili uscite social, dal clima delle letture al bar mentre si ciuccia il cappuccio con la mascherina sotto il mento a fare da bavetta. Sembra quasi che gli anni di full immersion, coatta o accolta, nel sovranismo d’accatto abbiano reso una parte di noi preconcettualmente ostile ad ogni forma di condanna del razzismo, del sopruso gratuito, della brutalità in divisa. E si percepisce che questo è un sentire figlio di un certo modo di dividere la società italiana in blocchi. Sono blocchi in cui l’Ordine è un concetto sacrosanto, che si oppone al Caos e che quindi contiene già in sé tutti i germi della sua auto assoluzione. Va da sé dunque che chiunque incarni e materialmente vesta i panni di quell’ordine sia membro di una nuova casta, intoccabile o scalfibile solo superficialmente, anche quando le sue singole aberrazioni scrivono le pagine buie della storia. Ci stanno cambiano l’anima, non ce ne stiamo accorgendo ma, anche a ricusare le tesi politiche di chi di certe idee fa totem, noi italiani siamo di fronte ad uno dei grandi bivi del nostro genio nazionale. Eravamo faciloni ma empatici e stiamo diventando tignosi e anaffettivi. Eravamo idealisti urlanti ed ora siamo pragmatici benaltristi, che contrappongono al caso Floyd i reati commessi dai neri qui da noi. E che all’idea somma di una giustizia giusta schiaffano in contrappunto le frange più compromesse della magistratura italiana. Come se certe bilance ci togliessero il segnale dalle antenne puntate sulle brutture del mondo. Come se funzionassero da livella per quella fame di giustizia che ormai, da qualche anno, ci vede in buona parte anoressici.

Gli ipocriti in ginocchio. Pietrangelo Buttafuoco su  Il Quotidiano del Sud il 6 giugno. Atterrisce il potere della correttezza ideologica. Domina perfino i riflessi mentali. In tutto il mondo si registra, giustamente, partecipazione verso l’inerme George Floyd, soffocato da un poliziotto che gli schiaccia il collo togliendogli il respiro. L’americanismo, si sa, ha le sue controindicazioni ma l’ipocrisia dei benpensanti nostrani simbolicamente inginocchiati per solidarietà, porta a un cattivo pensiero, giusto una domanda: come mai non si sono inginocchiati quando sono stati uccisi altri afro, forse perché alla Casa Bianca c’era Barack Obama e non, come adesso, il marito di Melania?

Pugni chiusi e genuflessi. Marcello Veneziani, La Verità 12 giugno 2020. Se i simboli e i riti vogliono dire qualcosa e raccontano la realtà più dei fatti e delle parole, quei pugni chiusi, quelle città messe a ferro e fuoco dagli antifa, quella parodia di religione con la genuflessione e la stola arcobaleno al collo e i minuti di penitenza in ginocchio, vogliono dire che una nuova religione fanatica e un nuovo comunismo stanno sorgendo in Occidente. Una religione preterintenzionale, al di là delle intenzioni di chi l’abbraccia: per tanti che si sono inginocchiati in favore di telecamera e hanno simulato un rito religioso, c’era un obbiettivo più basso: schiacciare sotto un ginocchio, il Nemico, la Bestia, Donald Trump. Tutta una messinscena mondiale perché si avvicinano le elezioni. Si rovescia su Trump un brutale assassinio di cui non ha alcuna colpa, un assassinio come tanti della polizia americana, sotto amministrazioni democratiche e repubblicane. Altrettanti, va pure detto, ne subisce la polizia americana, ad opera della delinquenza. Perché l’America resta una società violenta, a tratti selvaggia, sotto la crosta di progresso, tecnologia, ciccia e lattine. Inginocchiarsi per una vittima, quando ogni giorno la delinquenza comune, la persecuzione religiosa e le dittature ne uccidono migliaia, è solo malafede. Ma una religione si va formando nelle società occidentali intorno al catechismo politically correct. Quella religione è il supporto morale di qualcosa di colossale che sta avvenendo nei nostri giorni, sopra le nostre teste e sotto i nostri occhi. Quel che per anni è stato definito Pensiero Unico sta diventando Potere unico. Come ogni sistema totalitario si fonda su un assoluto: nel nostro caso è l’assoluto sanitario, l’imperativo di salvarci la pelle a ogni costo. Proteggerci dal male, amen; il male è il contagio. Ma la pandemia si presenta in due forme: il covid e il fascio, cioè il virus e l’insubordinazione in forma di assembramento, protesta sociale, obiezione di coscienza al vaccino, alle restrizioni più assurde, al tentativo di renderle permanenti e alle profilassi più fanatiche e insensate. I dogmi imposti dalla scienza e dai virologi sono usati dal potere per allargarsi e durare il più possibile. Il modello implicito è la fonte stessa del virus, di cui ogni giorno si scoprono le gravi responsabilità: la Repubblica totalitaria cinese. Contagio e omertà, restrizioni conseguenti e durature, popolazioni militarizzate, controllo totalitario e molecolare, divieto di manifestazione, repressione del dissenso, uso totalitario della scienza e della tecnologia, dominio commerciale globale; e sullo sfondo il comunismo come orizzonte. Il modello cinese diventa il paradigma in Italia e in alcuni settori progressisti occidentali. Dopo decenni di collusioni tra capitalismo e radical-progressismo, ora si delinea, a viso aperto, quel connubio: il ponte tra capitalismo e comunismo è l’uso imperativo della scienza e l’applicazione totalitaria del controllo. Il fine, come nel comunismo, è sempre il bene dell’umanità, il mondo migliore, l’uomo nuovo, magari transumano per essere più nuovo. Di dittatura sanitaria ne parlai agli inizi di marzo, quando si stava appena profilando. L’Italia stava candidandosi a diventare il paese pilota, la cavia di laboratorio per l’esperimento. Oggi, dopo tre mesi di pratica, le analisi e le denunce in questo senso sono tante. Vorrei citare due filosofi diversi tra loro e ambedue lontani dal pensiero reazionario, cattolico-tradizionalista o addirittura fascista. Mi riferisco a Giorgio Agamben che denuncia l’inquietante connubio tra religione medica e capitalismo, alla base di un nuovo sistema totalitario, incline a sospendere la libertà e la democrazia; la religione cristiana e in particolare la Chiesa di Francesco soccombe ai loro diktat sanitari e ritiene la salute prioritaria rispetto alla salvezza. Da altri versanti, un giovane filosofo, Michel Onfray, che teorizzò l’ateismo e criticò la religione, denuncia ora, sulla scia di Orwell, l’avvento di una dittatura globale fondata su sette comandamenti: distruggere la libertà e ridurre a fascisti tutti i dissidenti e gli insubordinati; impoverire la lingua per manipolare le menti; abolire la verità tramite il bipensiero; sopprimere la storia e riscriverla per gli usi del presente; negare la natura, a partire dalla natura umana; propagare l’odio e fondare l’Impero, progressista e nichilista. Non resta, per Onfray, che darci all’ateismo sociale per non “inginocchiarsi” davanti ai nuovi dei arcobaleno. Usa proprio il verbo inginocchiarsi, non sapendo dell’uso mistico-elettorale di questi giorni, scimmiottando la religione (il diavolo, per la Bibbia, è simia dei, scimmia di dio). Entrambi, Agamben e Onfray, denunciano la matrice teologica del nuovo totalitarismo, il tentativo di sostituire dio con una nuova divinità. I nuovi fanatici si chiamano antifa, contrazione global di antifascisti; e il fatto che l’elemento di odio – anti – sopravviva al sostantivo, la dice lunga. Il nemico globale è Trump, il nemico complementare è Putin, il nemico ideologico è tutto ciò che viene definito sovranismo. Il piano prevede tre sostituzioni: la fede medico-progressista al posto della fede in Dio, sacra e trascendente; la popolazione mobile dei migranti al posto di popoli o nazioni restanti; il postumano secondo scienza e volontà al posto dell’uomo secondo natura e procreazione. Non c’è un piano globale prestabilito e non ci sono pianificatori; alcuni vi concorrono consapevolmente, molti inconsapevolmente. L’Italia per la sua fragilità, la sua teatralità, il trasformismo e il servilismo, l’impreparazione del governo, il residuo ideologico depositato dal comunismo e dall’antifascismo, è il tampone esemplare. Da noi la cialtroneria, come già scrivevamo, tempera il totalitarismo nell’inefficienza e nella comicità. Ma il pugno chiuso è nemico della mente aperta. MV, La Verità 12 giugno 2020

Con gli inchini l’Occidente muore di nichilismo. Andrea Amata, 12 giugno 2020 su Nicola Porro.it. Si sta operando un’impropria sanificazione identitaria per rendere asettica la nostra memoria, sottoponendola alla depurazione del politicamente corretto. Una furia iconoclasta vorrebbe smantellare tutto ciò che non è allineabile alla narrazione antirazzista che occulta una becera natura discriminatoria. L’assassinio di George Floyd ha scatenato proteste che si sono declinate nei saccheggi delle città americane e nella devastazione delle icone marmorizzate in statue come quella di Cristoforo Colombo a Richmond (Virginia) e di Winston Churchill a Londra. Strumentalizzare la morte dell’afroamericano Floyd per demolire i simboli della civiltà occidentale è espressione di analfabetismo e oscurantismo storico, che non onora la vittima del poliziotto di Minneapolis Dereck Chauvin, semmai se ne serve per conferire legittimazione morale ad azioni vandaliche che contraddicono la presunta matrice antirazzista dell’organizzazione Black lives matter. L’assassino di Floyd è stato giustamente arrestato, ma far discendere dalla responsabilità individuale dell’episodio criminale una generalizzazione, che implica la correità universale dell’uomo “bianco”, significa applicare un’aberrazione logica. Per giunta, le statistiche ci informano che le “vittime” della polizia statunitense sono in maggioranza maschi bianchi da cui non si evince un accanimento razzista sugli afroamericani. Quando Pamela Mastropietro fu barbaramente stuprata e il suo corpo vilipeso e smembrato dal nigeriano Oshegale, non venne tramutato il reato personale in una responsabilità collegiale degli africani. In base alle deduzioni arbitrarie di Blm la responsabilità personale dell’omicida è stata convertita nella imputabilità generica dei “bianchi” con un eccesso di semplificazione che esonda nel pregiudizio. L’inginocchiatoio mediatico, allestito nella teatralità ipocrita della solidarietà verso i presunti discriminati, ha reclutato nell’omologante trending topic i soliti radical chic in versione salottiera. Non è stato il genere umano a pigiare il ginocchio sul collo di Floyd, ma l’agente di polizia Chauvin è stato l’autore del delitto che la legge americana ha incriminato per la sanzione che merita. Le sceneggiate dell’inchino collettivo confessano una subalternità culturale al nichilismo che come un rullo compressore vuole nullificare la storia. Il movimento Antifà Black lives matter con la demolizione dei monumenti innalzati a Churchill e Lincoln, simboli della lotta al nazismo e alla schiavitù, dimostra di frodare la storia a cui non riconosce il contributo dell’uomo “bianco” nel processo di affermazione della libertà e di emancipazione di quelle che erano considerate minoranze. Chi si rifiuta di inginocchiarsi alla narrazione mistificante rischia di essere accusato di negazionismo o di collateralismo al Ku Klux Klan, equiparando il dissenso all’apologia suprematista. Sta dilagando una propaganda anti-americana nel tentativo di identificare Donald Trump come emanazione dei bassi istinti razzisti. Il radicalismo politico si è impossessato del corpo esanime di Floyd, elevandolo a simbolo asservito alle allucinazioni dell’ideologia antifascista che infierisce sulle icone del passato, come sir Winston Churchill, che hanno salvato l’occidente dalla repressione nazista. Nel clima suggestionato dal pericolo illusorio del razzismo giungono notizie plasmate dal politicamente corretto con il servizio streaming di Hbo che ha ritirato dal catalogo on-line il film Via col vento per le “raffigurazioni razziste” e con la catena svizzera di supermercati Migros che ha deciso di rimuovere dagli scaffali il prodotto dolciario denominato “Moretto”. Tale ubriacatura dettata dal pensiero unico rischia di far sbandare la civiltà occidentale che deve reagire alla somministrazione di plateali idiozie. Dimostriamo di essere astemi e di non berci il distillato dell’omologazione culturale che provoca sbornie suicide destinate a spegnere la nostra identità. Andrea Amata, 12 giugno 2020

Giuseppe Fantasia per  huffingtonpost.it il 12 giugno 2020. Vengono distrutte le statue di coloro che si sono macchiati di razzismo o imperialismo. Anche Cristoforo Colombo è ormai nella lista dei cattivi. Per Achille Bonito Oliva, celebre critico d’arte, accademico e saggista, 81 anni il prossimo novembre, ”è un atteggiamento che potremmo definire ‘politicamente corretto’, ma che in realtà è solo scorretto, perché all’uccisione fisica succede l’uccisione dell’arte e della cultura. C’è questa imitazione alla violenza che non pareggia nulla, perché vince sempre la morte”. Conversando con l’Huffpost, Bonito Oliva spiega che “facendo ciò pensano che sia un modo di smascherare il razzismo anche storico dello scopritore dell’America come degli altri colonizzatori. Pensano di punire la Storia, ma è patetico, perché quelle sculture hanno una perennità per la loro qualità artistica. Nell’arte non esistono solo i contenuti, non esiste solo la narrazione, ma anche l’apparizione e la forma che è poi quella che dà durata all’opera. Questa uccisione postuma di Cristoforo Colombo attraverso la statua, la ritengo patetica e infantile”. Da Minneapolis - dove il Black Lives Matter è ripartito dopo la brutale uccisione di George Floyd per mano della polizia – a Boston, da Saint Paul a Richmond, in Virginia, dove la statua di Colombo, colui che “rappresenta il genocidio”, come è stato scritto su un cartello, è stata buttata giù dal suo piedistallo nel Byrd Park dai i manifestanti, incendiata e poi gettata nel lago del parco. Atti di vandalismo ci sono stati anche in Regno Unito e in Belgio, mentre in Italia è finita nel mirino l’effige di Indro Montanelli. “Era un uomo politicamente prudente e moderato”, spiega Bonito Oliva. “Sembrava che tifasse per la destra, ma questo non c’entra, perché in ogni caso atti come questi sono tutte vendette postume e frutto di ignoranza e di un atteggiamento pericoloso di populismo culturale”. Anche Roma, Sabaudia e molte altre città italiane con elementi di architettura fascista potrebbero rischiare di vederli danneggiati, gli chiediamo. “Esiste un’architettura razional-fascista di altissima qualità”, risponde lui. “Quando vedo il Foro Italico non penso a Mussolini, perché quella è un’architettura compiuta e volta a coniugare il lato progettuale – quindi la razionalità – con l’enfasi legata alla celebrazione dei miti di Roma. Ritengo assurdo giudicare, censurare e mettere a morte l’arte, anche questa - aggiunge - perché è arte. Imitare per ricompensare il delitto di Minneapolis è ingiustificato. Andrebbe stigmatizzato tutto il corpo della Polizia americana che ha assunto una violenza indicibile. Oramai il suo stile è quello”. Nell’arte – precisa - non dovrebbe esserci questo. L’arte è un massaggio del muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva. L’arte ci tiene svegli e ci sensibilizza. Se invece, usiamo per l’arte lo stesso sistema del quotidiano, la violenza, l’omicidio, lo spossessamento eccetera, si arriva al massacro, alla fine dell’umanità. Tutto questo lo ritengo molto pericoloso, ma quello che è più grave è che attraverso i social c’è una diffusione, un’imitazione del comportamento, un’incoscienza inammissibile”. “Se non fermiamo questo trend, il principio dell’imitazione – quello di imitare attraverso gesti simbolici la negatività della vita, della storia, di eventi del passato – arriveremo alla distruzione di tutto. È un modo triste di progettare il passato, di utilizzare le forma simboliche del passato per punire peccati storici. Si si pensa che facendo questo ci potrà essere l’emancipazione e un futuro garantito – conclude – si sbaglia, perché ci sarà solo uno sbarramento”. 

Nicola Porro sulla manifestazione a Bologna: "In ginocchio per George Floyd ma scordano i nostri cassintegrati". Libero Quotidiano il 07 giugno 2020. La rabbia di Nicola Porro si riversa contro la manifestazione avvenuta a Bologna sabato 6 giugno, organizzata da Arci Ritmo Lento, Amici di Piazza Grande, Link, Coalizione Civica e a cui hanno partecipato anche le Sardine. Un flash-mob per George Floyd, l'afroamericano brutalmente ucciso da un agente di polizia a Minneapolis e per cui si manifesta un po' a tutte le latitudini del globo. E nella sua Zuppa di Porro di domenica 7 giugno, Nicola Porro punta il dito: "Per capire  questo Paese basta vedere la prima pagina del Corriere di Bologna e la retorica della piazza con tutti gli assembrati in ginocchio per George Floyd ma non in ginocchio davanti alle 800 mila persone che non hanno ancora ricevuto la Cassa Integrazione", picchia duro. Già, tutti - e giustamente - in ginocchio per George Floyd. Ma nessuno, in quella piazza, pensa al dramma dei nostri connazionali, dei cassintegrati a cui il coronavirus ha rovinato la vita e il futuro.

(ANSA  il 7 giugno 2020) - La protesta che sta infiammando gli States sbarca a Roma: a migliaia, soprattutto ragazzi e famiglie, stanno manifestando a Piazza del Popolo contro ogni razzismo. In tantissimi hanno accolto l'appello sui social, lanciato da un vasto cartelli di organizzazioni tra cui i Giovani Europeisti Verdi, Fridaysforfuture-Roma, NIBI : Neri italiani - Black italians, 6000 sardine, Extinction Rebellion Rome International, American Expats for Positive Change e Women's March Rome. Distanziati e tutti con la mascherina, i manifestanti, tantissimi i ragazzi di colore con la maglietta nera, hanno portato ognuno dei cartelli fatti in casa, sul modello americano, con su scritte le parole d'ordine della campagna esplosa dopo l'omicidio di George Floyd. Tante le scritte soprattutto in inglese come, "No justice, no peace", "I can't breath", "Defund the police", "fuck racism". Ma anche alcuni cartelli che chiedono "ius soli" e diritti per i migranti. Su uno di loro, "Muoiono a casa nostra e non sappiamo nemmeno i loro nomi: black lives matter". Non c'è un palco, ma solo un microfono dal quale si alternano gli interventi degli organizzatori, alcuni di loro in inglese.

La storia di Adnan, il "George Floyd italiano" ucciso a coltellate in silenzio. Giulio Cavalli su Il Riformista il 9 Giugno 2020. Adnan Siddique è stato ucciso la sera del 3 giugno nel suo appartamento, in via San Cataldo a Caltanissetta. Viveva in Pakistan, a Lahore, una cittadina di 11mila abitanti con suo padre, sua madre e i suoi 9 fratelli. Adnan era la punta di diamante su cui la sua famiglia aveva investito tutto, tutto quel poco che ha, perché trovasse fortuna. Aveva 32 anni e in Italia lavorava come manutentore di macchine tessili. Era molto conosciuto in città, tutte le mattine passava al bar Lumiere per un caffè e i gestori del locale lo raccontano come un ragazzo pieno di sogni e di preoccupazioni. Quali preoccupazioni? Avere cercato giustizia per un gruppo di connazionali che lavoravano nelle campagne da sfruttati come capita in tutta Italia, da nord e sud. Adnan si era messo in testa di liberare i suoi amici dallo sfruttamento e aveva addirittura accompagnato uno di loro a sporgere denuncia. Troppo, per qualcuno che evidentemente continua a credere che la schiavitù sia qualcosa di cui scrivere e parlare solo quando si svolge lontano da noi. Era stato minacciato più volte e non era tranquillo. Aveva anche denunciato le minacce ma evidentemente non è bastato. Adnan è stato ucciso con cinque coltellate: due alle gambe, una alla schiena, una alla spalla e una al costato. Quella al costato, secondo la perizia sul cadavere, gli è stata fatale. Sono bastate poche ore anche per trovare l’arma, un coltello di circa 30 centimetri. Ci sono anche quattro pakistani fermati per l’omicidio, un quinto è accusato di favoreggiamento. «Una volta è stato pure in ospedale – racconta la famiglia Di Giugno, titolare del bar frequentato da Adnan – lo avevano picchiato». Jaral Shehryar, pakistano di 32 anni, titolare di una bancarella di frutta e verdura, racconta: «Era bravissimo, gentile, quelli che lo hanno ucciso no. Si ubriacavano spesso. Qualche volta andavano a lavorare nelle campagne ma poi passavano il tempo ad ubriacarsi e fare baldoria». Anche suo cugino Ahmed Raheel, che vive in Pakistan e con cui Adnan Siddique si era confidato, sembra avere le idee chiare: «Aveva difeso una persona e lo minacciavano per questo motivo – riferisce all’Ansa – Voleva tornare in Pakistan per la prima volta dopo tanti anni per una breve vacanza ma non lo rivedremo mai più. Adesso non sappiamo neanche come fare tornare la salma in Pakistan. Noi siamo gente povera, chiediamo solo che venga fatta giustizia». Il presidente dell’Arci di Caltanissetta Giuseppe Montemagno chiede che «si faccia piena luce sui motivi alla base dell’omicidio di Adnan Siddique e sulla diffusione dello sfruttamento dei braccianti agricoli nelle campagne tra le provincie di Caltanissetta ed Agrigento. Oltre ai responsabili materiali – chiede il presidente dell’Arci – dell’atroce delitto chiediamo agli inquirenti di accertare quali siano le proporzioni del fenomeno del caporalato nel territorio nisseno ed individuare eventuali altri responsabili». Perché la storia di Adnan, al di là di quello che accerterà l’autorità giudiziaria sta tutta nelle pieghe di un caporalato che sembra non avere paura di nessuno, che continua a cavalcare impunito interi settori dell’agroalimentare e che tratta gli stranieri in braccia. Tutti sono solo le loro braccia: le braccia per raccogliere la frutta e la verdura e le braccia da armare per punire un connazionale che ha deciso di alzare troppo la testa. E in questi tempi in cui da lontano osserviamo gli Usa che si ribellano al razzismo forse sarebbe il caso di cominciare a osservare anche le profilazioni che avvengono qui da noi, dove l’essere pakistano ti relega al campo o sul cantiere senza il diritto di avere diritti, dove una storia di violenza che si trascina da tempo finisce per essere sottostimata dalle Forze dell’ordine e da certa stampa, dove un omicidio non merita nemmeno troppo di finire in pagina perché anche se parla un’altra lingua in fondo parla di noi. Parla tremendamente di quello che siamo.

Pd in ginocchio per Floyd, lite in aula: "Lo avete fatto per Pamela?" Le repliche piccate alla messa in scena dei Dem dopo il discorso di Laura Boldrini. Fdi attacca: "Lo avete forse fatto per Pamela, per gli agenti che sacrificano la loro vita per proteggerci o per gli italiani che si suicidano a causa della crisi?" Federico Garau, Martedì 09/06/2020 su Il Giornale. Ha scatenato un vero e proprio putiferio in Parlamento, lasciando un'inevitabile lunga coda di polemiche, la teatrale messa in scena seguita al discorso tenuto dall'ex deputata di Leu (ora tra le fila del Pd) Laura Boldrini. Alla conclusione dei lavori, durante la serata di ieri, l'ex presidente della Camera si è resa protagonista di un intervento per ricordare la morte di George Floyd e condannare razzismo e discriminazioni di ogni genere. Fin qui tutto nella norma, tuttavia il bello doveva ancora arrivare. Una volta terminato il discorso della collega di partito, infatti, alcuni deputati del Pd si sono inginocchiati, copiando con la carta carbone quella particolare forma di protesta nata proprio negli Stati Uniti per contestare in modo pacifico i fatti di violenza e di sangue attribuiti all'odio razziale, tra i quali è stato fatto rientrare anche l'episodio di Minneapolis. "Sono qui a chiedere se ieri sera si sono rispettati i regolamenti della Camera dei deputati quando a fine seduta abbiamo visto occupare genuflessi l'emiciclo da alcuni deputati per la vicenda di Floyd, che riguarda un'altra nazione ed un'altra situazione. Quella messa in atto ieri dalla collega Laura Boldrini e da altri deputati del Pd è una sceneggiata che squalifica anche la stessa lotta al razzismo", ha attaccato stamani all'apertura dei lavori il deputato di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli. "Vede, Presidente, non abbiamo visto nessuno inginocchiarsi quando è stata uccisa Pamela, quando le forze dell'ordine si sacrificano per difendere il popolo italiano o sono costrette al suicidio perchè abbandonate dallo Stato", prosegue Donzelli. "Non abbiamo visto nessuno inginocchiarsi per gli italiani che si sono tolti la vita per la crisi seguita al Coronavirus. Ma hanno fatto bene a non inginocchiarsi, perchè in quest'aula non ci si inginocchia, si sta in piedi e si risolvono i problemi degli italiani. Basta sceneggiate, non servono", conclude. Dai banchi del governo si sono levati fischi e mugugni, come d'altronde era ovvio attendersi. "Trovo incredibilmente strumentale che ogni volta che si parla di questi temi l'aula si debba dividere, quando invece il razzismo, la violenza, l'intolleranza dovrebbero unire tutti", replica Lia Quartapelle del Pd. "Troppe volte si fanno dei distinguo incomprensibili e io sono orgogliosa di far parte di un gruppo parlamentare che ieri ha voluto unirsi alle piazze di tutto il mondo e sono orgogliosa si essermi inginocchiata in segno di rispetto per chi soffre, anche in Italia, per le violenze e le discriminazioni che avvengono tutti i giorni". Nicola Fratoianni di Leu cavalca l'onda del razzismo per attaccare il deputato Fdi e difendere il gesto dei colleghi. "Sono molto colpito dalle parole di Donzelli. Io trovo piena di dignità e di rispetto per i valori di quest'aula l'iniziativa assunta ieri dai miei colleghi. Definire una 'sceneggiata' quella scelta, continua a rimuovere il gigantesco problema degli abusi e delle violenze, la cui origine è una sola: l'odio razziale, il disprezzo per la diversità. Essere militanti, quotidianamente, contro il razzismo è la più alta forma di rispetto nei confronti del Parlamento". Anche i CinqueStelle entrano nella bagarre, prendendo le parti dei colleghi con cui hanno messo in piedi la maggioranza giallorossa. "Quando si condanna il razzismo bisogna sapere bene da che parte stare. Il gesto fatto ieri sera deve essere rispetto e ci si deve unire a quel gesto. Solo chi è in cattiva fede può fare interventi di un certo tipo", afferma Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari Costituzionali. La replica della Lega è affidata a Paolo Formentini. "Ieri siamo rimasti basiti. Ma un conto è condannare in modo inequivocabile il razzismo e la morte violenza di George Floyd, condanna alla quale ci uniamo. Un altro è dire, come ha fatto Boldrini, che le manifestazioni si sono svolte con tranquillità, perché non è vero. Basta ricordare le devastazioni e le violenze che abbiamo visto nelle varie città degli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd". "Condanniamo il razzismo sempre, senza se e senza ma.Tuttavia la sinistra continua e dividere il mondo in buoni e cattivi e loro, guarda caso, stanno sempre dalla parte dei buoni", affonda Giorgio Silli di Cambiamo. "Che ragionamento è dire che chi non si inginocchia non condanna il razzismo? Sarebbe come dire che per essere antifascisti, occorre essere iscritti all'Anpi. Questi sono modi di ragionare fuorvianti, che allontanano le persone dalla lotta al razzismo o al fascismo", conclude. Una polemica che non pare tuttavia sopita, e che avrà ancora degli strascichi.

La lezione dello zio di Pamela: "Cosa non sa chi sta con Floyd". Lo zio di Pamela Mastropietro si è inginocchiato nei pressi della palazzina di via Spalato, dove è stata trucidata la nipote, per lanciare un messaggio simbolico: "Tutte le vite sono importanti, sogno il giorno in cui ci si inginocchierà per qualsiasi vita ingiustamente portata via da questa terra". Elena Barlozzari, Giovedì 11/06/2020 il Giornale. Si è inginocchiato assieme al resto della famiglia davanti ad un grosso pino marittimo. Un vecchio albero che svetta tra le palazzine di via Spalato, a Macerata. Sulla corteccia c'è inciso il nome di sua nipote: Pamela Mastropietro, trucidata una notte di tre anni fa dal pusher nigeriano Innocent Oseghale in un appartamento che si trova proprio su quella strada. È un gesto simbolico, che Marco Valerio Verni, zio della vittima, spiega così ai nostri taccuini: "Tutte le vite dovrebbero essere ritenute importanti. Non solo alcune, a seconda della convenienza politica, mediatica o di altra natura".

A distanza di più di tre anni dalla morte di Pamela, sente di aver ricevuto giustizia?

"I dubbi sono ancora tanti. Rispetto il lavoro degli investigatori, ma ci sono ancora troppi punti da chiarire."

Quali?

"Oseghale non può essere l’unico colpevole. È impossibile. Nella catena di eventi che parte dall’allontanamento dalla comunità a doppia diagnosi dove era ricoverata e arriva sino alla sua demoniaca fine ci sono dei coni d'ombra. Questo è il classico caso in cui la verità storica è quella processuale rischiano di non combaciare."

Perchè oggi si è inginocchiato di fronte all'albero di Pamela come fa chi manifesta al grido di black lives matter?

"Per lanciare un segnale: tutte le vite dovrebbero essere ritenute importanti. Non solo alcune, a seconda della convenienza politica, mediatica o di altra natura."

Che effetto le ha fatto vedere le piazze italiane piene per Floyd?

"Rispetto chi manifesta per lui. Anche io ho trovato assurda la sua morte. Anzi, uccisione. Certo, mi sarebbe piaciuto vedere la stessa mobilitazione per mia nipote e per denunciare altre vicende orrende".

Secondo lei come mai nel nome di Pamela le piazze non si sono riempite?

"La storia di Pamela è la sintesi di diverse tematiche scomode per una certa cultura, la stessa che adesso spinge le folle nelle piazze."

Cosa c’è di scomodo nella storia di una ragazza trucidata?

"L'immigrazione irregolare prima di tutto. È un fenomeno sul quale lucrano in tanti, spesso nascondendosi dietro al dovere umanitario di accogliere chi ha bisogno. Un principio che, se fosse diretto ad offrire protezione a chi veramente fugge dalle guerre, sarebbe sacrosanto. Peccato però che attraverso i flussi migratori, gestiti da vere e proprie organizzazioni criminali transnazionali, arrivino anche tanti delinquenti, con tutto quello che ne consegue in termini di violenza e degrado sociale. Molti hanno paura di essere tacciati di razzismo anche solo affermando questa verità, eppure le prime vittime spesso sono proprio i migranti, trattati alla stregua di vera e propria merce di scambio o, per meglio dire, di schiavi."

L'ha stupita vedere come qui da noi abbia destato più clamore un fatto di cronaca avvenuto oltreoceano piuttosto che il caso di sua nipote?

"Purtroppo no, qui da noi, rispetto ad una ragazza violentata, uccisa con due coltellate, depezzata chirurgicamente, scarnificata, esanguata, asportata di tutti i suoi organi interni, lavata con la varechina, messa in due trolley ed abbandonata sul ciglio di una strada, ha fatto quasi più scalpore l'uovo lanciato nell'occhio delle discobola Daisy Osakue. Fatto anch’esso da condannare, ma di cui è chiara a tutti la diversa drammaticità rispetto al primo."

Un gruppo di deputati del Pd, tra cui Laura Boldrini, si è inginocchiato alla Camera. Cosa ne pensa?

"La Boldrini è libera di fare quello che vuole, ci mancherebbe. Ma ricevo tanti messaggi di gente che mi chiede e si domanda come mai la stessa attenzione non si sia avuta proprio per Pamela, o per altri casi in cui il carnefice, o i carnefici, erano di colore."

La trovata è stata stigmatizzata dalle opposizioni...

"Beh, mi ha fatto piacere che qualcuno si sia ricordato di Pamela, ma la memoria dovrebbe essere costante e soprattutto democratica. Sogno il giorno in cui ci si inginocchierà per qualsiasi vita ingiustamente portata via da questa terra, secondo il concetto che all lives matter."

Natalia Aspesi per "la Repubblica" l'11 giugno 2020. Saremo tutti rincitrulliti, come pensano i noiosi irresponsabili della Hbo e altre anime buone, al punto che a scoprire o rivedere per la centesima volta Via col Vento potremmo trovare carino il razzismo e non poi così grave che un poliziotto bianco ammazzi un nero soffocandolo col ginocchio o in altre occasioni a calci o fucile o fuoco, o ai tempi in cui è situato il film, con l'impiccagione? Forse no, a voler pensare bene anziché male, si potrebbe credere a una vendetta degli Oscar (o della Corea del Sud) contro il solito presidente Trump che se non urlasse sempre sarebbe meglio, per averlo citato alla vittoria di Parasite «Che viene da un paese con cui abbiamo problemi commerciali! », come esempio di film americano e degno di essere premiato (a suo tempo, 9 Oscar). Si è trovato finalmente il responsabile dei disordini razziali sempre più gravi negli Stati Uniti, ed è questo film anziano, che compie adesso 81 anni, i cui primi entusiasti spettatori probabilmente sono tutti defunti, e che in Italia arrivò nel dicembre del 1951, assieme ai reggipetti a punta, alla cucina all'americana e alle notizie sulle impiccagioni di neri da parte del KKK: impazzimmo, noi fanciulle di allora, e mai sazie delle sue crinoline e chissà perché del pallido e casto Leslie Howard, continuammo a milioni nel mondo a vederlo, tanto da fargli incassare 3,44 miliardi di dollari. Avevamo già divorato prima della guerra, nel 1937, il favoloso romanzo di Margaret Mitchell, ma sinceramente sia del libro che del film ci parevano molto secondarie, irrilevanti, sia la guerra civile che la presenza degli schiavi, perché per noi era solo la storia appassionante di una birichina e di un seduttore, di una moglie santa e di un marito dolorosamente fedele e della certezza di un futuro d'amore. Non si cercava altro in una storia e certo rivedendo adesso Via col vento forse ci sfuggirebbe ancora una lacrima di beatitudine: non avendo del tutto perso né il senno né qualche accenno di storia, credo che malgrado le paure Hbo, non riusciremmo a collegarlo a "Blak Lives Matter". Il famoso dileggiato buonismo è del tutto fuori moda, un reperto dell'accoglienza e della comprensione, e forse è la causa del cattivismo, del solo insulto, della sola rabbia e della sfiducia in tutto. E soprattutto di un moralismo che da una parte organizza incontri contro la legalizzazione dell'aborto, e dall'altra vuole condurci su un'altra retta via, oscurando ogni tentazione cattiva, anche se molto romantica. Povera Rossella, da noi invidiatissima per via del vitino di 40 cm.! E povero Red Butler che a vederlo adesso pare Salvini, uno entusiasta del "Prima gli italiani" (purché bianchi). C'è questa voglia di censura, una smania di cancellare il passato che non si adatta alle paure del presente, la negazione della storia, una pericolosa chiusura nel qui ed ora, da noi nei confini non tanto di una nazione, ma delle regioni, e tra un poco potrebbe esser di valle in valle. La storia va dimenticata, non serve, si potrebbe cancellare anche a scuola, non c'è stata la schiavitù in America, e in Italia il fascismo ha fatto cose buone. Ma chi vuole oscurare il passato ha un grande pubblico consenziente, che non vuole sapere né pensare e affida la sua ignoranza e fragilità non tanto a chi lo salva da un film senza peccato ma a chi offre una verità pronta, da accettare senza riserve. Dal film certo era ed è tuttora impossibile eliminare i neri in quanto schiavi, perché proprio la loro condizione fu la causa della guerra civile a metà '800 tra il Nord che li voleva affrancare e il Sud che ne aveva bisogno; eppure alla fine degli anni '30 quando l'enorme produzione fu decisa, la schiavitù non c'era più ma i neri erano ancora una casta a parte e non avevano diritti, compreso il voto. Ed è interessante vedere come già allora la faccenda razziale nella produzione di un film con neri creasse molti problemi. Il produttore David O' Selznick si definiva un liberale ed essendo ebreo conosceva la discriminazione e il pregiudizio, e capì subito che il fortunato romanzo della Mitchell, razzistissimo, andava ritoccato. Si circondò di consulenti di colore, si rivolse ai giornali di colore, parlò con gli attori di colore: gli fu chiesto di eliminare la parola nigger , anche se pronunciata solo dai neri, sostituita dalle non meno antipatiche definizioni darkies e inferiors e in cambio ottenne di poter sostituire il KKK con un gruppo innominato di bianchi cattivi: certo non si poteva cancellare il fatto che l'aristocrazia nera fosse quella dei domestici, e che sempre secondo il romanzo fossero contenti di essere schiavi e adorassero i "badroni" bianchi. È poi leggendaria la prima del film data ad Atlanta, quando la società bianca si disse onorata di avere tutti gli attori compresi i tanti neri sul palco per applaudirli, ma i neri no, grazie, alla cena e al ballo. La sera degli Oscar, tra i candidati c'era anche Hattie McDaniel, la grassa cameriera nera che adora Rossella, che concorreva per il premio alla non protagonista assieme a Olivia De Haviland, per lo stesso film: vinse Hattie, la prima donna di colore a ottenere un Oscar, che potè ritirare, senza però potersi sedere con gli altri vincitori bianchi. Negli Stati uniti non succede più anche se c'è il peggio, ma in Italia c'è qualche eroica signora che insulta sul tram le donne di colore obbligandole a scendere e qualche vecchio scemo che sul treno pretende di vedere se un ragazzo nero ha il biglietto. Dimentichiamo la storia, chiudiamo la scuola, non serve E il fascismo ha fatto anche cose buone.

“Altissimi negri…” Io canto, e non chiamatemi razzista.  Michel Dessì l'11 giugno 2020 su Il Giornale. Quando è troppo è troppo! Ora la situazione ci sta sfuggendo di mano. Non si può dire più nulla. Nulla. Altrimenti sei razzista. Con il dissenso cresce anche la censura. Hanno addirittura cancellato dal catalogo di Hbo il famosissimo film “Via col Vento”. “È un film del suo tempo che raffigura alcuni pregiudizi etnici e razziali che erano, disgraziatamente, dati per assodati nella società americana” ha detto un portavoce della celebre tv a pagamento su Variety. Speriamo solo non censurino l’Alligalli di Edoardo Vianello. Come farebbero i vecchietti in vacanza senza il ballo che da decenni li accompagna nelle serate d’estate? Soprattutto ora che si deve ballare a due metri di distanza. Io lo canto, e me ne infischio.

“Nel continente nero

Alle falde del Kilimangiaro

Ci sta un popolo di negri

Che ha inventato tanti balli

Il più famoso è l’hully gully

Hully gully, hully gu…”

Dopo la morte ingiusta e orribile di George Floyd in migliaia si sono rivoltati. Da nord a sud. Da est a ovest. Dall’America all’Italia; dalla Francia al Brasile. Nel Mondo si è accesa la lampadina del razzismo. Una scusa per molti di portare scompiglio e caos. I giornali di sinistra le hanno chiamate invasioni pacifiche. Io, in molti casi, di pacifico ho visto ben poco. La folla, dopo la morte dell’afroamericano Floyd, si è scagliata contro le statue di diversi personaggi accusati di essere “razzisti” o “schiavisti”. I manifestanti dal Minnesota a Londra, fino in Belgio, hanno preso di mira diverse effigi. Hanno scatenato tutta la loro rabbia e frustrazione su delle statue che sono state abbattute. Tirandole con delle corde. Poi, in molti casi, incendiate e buttate in laghi o specchi d’acqua. Ma che hanno in testa? Speriamo solo non lo facciano in Italia. Già si sono fatti sentire i “Sentinelli” (non so chi siano e non lo voglio sapere) questi pazzi vorrebbero abbattere la statua di Indro Montanelli. “E’  un razzista” dicono… Ma come può essere un gesto liberatorio abbattere la statua di un giornalista libero e senza padroni?

Dai «Moretti» a Otello, il fanatismo che azzera la Storia. Pierluigi Battista su Corriere della Sera l'11 giugno 2020. Nel nuovo integralismo i cittadini sono trasformati in bambini bisognosi di protezione. Dai «Moretti» a Otello, il fanatismo che azzera la Storia. Un tempo sarebbe stata inconcepibile la distruzione della statua di Cristoforo Colombo . Nel nuovo integralismo i cittadini sono tutti trasformati in bambini bisognosi di protezione. C’è poco da sorridere, però. In effetti, sembra quasi uno scherzo o una parodia, tanto è grottesca la notizia, che un’azienda svizzera abbia deliberato la rimozione dagli scaffali dei cioccolatini «moretti», detti anche «testa di moro», pericolosi veicoli di razzismo strisciante. O che i canali Disney, sull’onda della messa sotto accusa di Via col vento, siano intenzionati a mettere sull’avviso i giovani consumatori degli Aristogatti, Lilli e il vagabondo con una scheda pedagogicamente corretta che dice: «Questo programma potrebbe contenere rappresentazioni culturali ormai superate». C’è poco da sorridere. Perché un po’ di anni fa avremmo liquidato come una boutade la decisione di alcune università americane di sradicare dai piani di studio opere scorrette di Shakespeare e le Baccanti: fatto. O di bloccare alla Sorbona la messa in scena delle Supplici di Eschilo: fatto anche questo. O di rimuovere da un’università inglese una targa con i versi di Rudyard Kipling, autore di un libro molto pericoloso come Kime cantore, autore seriale di crimini culturali, Il fardello dell’uomo bianco: fatto. Avremmo considerato impossibile l’accusa a Dante Alighieri di essere «islamofobo». Sarebbe stata inconcepibile la distruzione della statua di Cristoforo Colombo, o lo scempio vandalico che ha deturpato quella di Churchill, l’eroe della guerra contro Hitler. O le protese veementi al New York Times perché nella pagina delle opinioni se ne sia pubblicata una troppo conturbante. E invece non dobbiamo sorridere: è tutto vero, non è una parodia, non è uno scherzo. Non lo era nemmeno la manipolazione della Carmen di Bizet al Maggio Fiorentino (avallata dal sindaco Nardella, purtroppo) quando si manomise il finale per non dare alimento culturale al femminicidio. È invece una forma di nuovo e prepotente fanatismo, non riducibile nemmeno agli stereotipi del pur petulante «politicamente corretto», che vuole sradicare il passato, l’arte e la cultura del passato, tutto ciò che appartiene alla storia, alle idee, ai concetti, ai pregiudizi, anche agli orrori del passato per fare tabula rasa di tutto ciò che ci ha preceduto, equiparato a qualcosa di intrinsecamente peccaminoso e corrotto, da purificare con i precetti della nuova ideologia, o da mettere dietro a una lavagna punitiva, come Via col vento. Gli aggressivi funzionari della «neo-lingua» già analizzata da Orwell definiscono pudicamente «ricontestualizzazione» (un po’ come i Lager maoisti ribattezzati «campi di rieducazione»), questa demolizione e riscrittura delle opere del passato, per stravolgere ed estirpare quella che i solerti esecutori della Disney chiamano «rappresentazioni culturali ormai superate». Tra i nuovi fanatici della censura, dell’iconoclastia, del rogo di libri e di film, il passato dell’arte, della cultura e del pensiero non va studiato, rappresentato, esaminato, criticato, va «superato», cioè distrutto, cancellato, epurato, «ricontestualizzato» che è l’esatto opposto della doverosa contestualizzazione di un testo, di un’opera, di un’idea, di una parola: cioè quello che si fa normalmente senza bisogno di abbattere le statue come i talebani con quelle di Buddha o dell’Isis a Palmira, o come le guardie rosse che perseguitavano i musicisti nel caso avessero eseguito impura «musica occidentale» o come i pasdaran khomeinisti che volevano ammazzare Salman Rushdie per i suoi versetti blasfemi. Paragoni azzardati. Ma proviamo a leggere Amos Oz per verificare l’azzardo: «Tutti i fanatici tendono a vivere in un mondo in bianco e nero. Il fanatico è uno che sa contare fino a uno» e vuole azzerare il «mondo malvagio» da soppiantare con il «mondo a venire». Ecco: azzerare. Esattamente fare del mondo una pagina bianca in cui dopo aver cancellato tutto ciò che c’è di immondo del passato si riparte dall’anno zero della purezza. E se l’arte, il cinema, la cultura, i libri, il teatro, la musica, anziché adeguarsi talvolta con qualche secolo se non millennio di anticipo alle direttive impartite con ciò che oggi consideriamo il Bene e il Male, si ostinano a rappresentare scorrettamente i conflitti della vita, la violenza, la sopraffazione, la discriminazione, l’ingiustizia, insomma tutto ciò che è materia viva nella storia della cultura, allora i nuovi guardiani della fede si incaricheranno di azzerare, rimuovere, abbattere, manipolare, ricontestualizzare.

Dal Movimento anti-razzista alla rivoluzione culturale. Piccole Note l'11 giugno 2020 su Il Giornale. Il Movimento anti-razzista nato sull’onda dell’omicidio di George Floyd ha assunto carattere iconoclasta. I manifestanti. in America e in Inghilterra soprattutto, hanno preso di mira le statue: gettata a terra, a Bristol, quella di Edward Colston, noto schiavista che la città ha onorato per i benefici da lui apportati.

Statue non grate. Se pochi piangeranno per la fine indecorosa della statua di Colston, l’assalto ad altri monumenti ha suscitato reazioni: così è stato per la deturpazione, avvenuta a Londra, della statua di Churchill, punito per le sue propensioni razziste verso gli indiani e i palestinesi, ma al quale è innegabile assegnare un ruolo primario nella sconfitta del nazismo (Hitler vede così irriso il suo più acerrimo nemico: simbolismo alquanto sinistro). Né si comprende la ratio della distruzione e il relativo affondamento in acqua della statua di Cristoforo Colombo, avvenuto a Richmond: se certo il navigatore genovese è reo di aver scoperto l’America, non gli si può attribuire un ruolo nel genocidio dei suoi nativi, come hanno fatto i vandali (con motivazione rimasta scritta sul residuo piedistallo). Ma al di là, va segnalato che il sindaco di Londra, in sintonia l’onda, ha avviato una revisione dei monumenti della città per decidere quali siano degni di rimanere, revisione che potrebbe essere ribaltata in seguito, con riscrittura permanente della storia in stile orwelliano (così in “1984”). Questo lato simbolico della protesta ha fatto nascere paragoni, anche da parte di ambiti non avversi ai manifestanti, con la furia talebana, che in Afghanistan fece strame di monumenti buddisti. Ma il simbolismo delle statue buttate giù, nella storia recente, ha anche altri precedenti. Le rivoluzioni colorate nell’Est europeo, che tanti punti in comune hanno con il Movimento antagonista americano ed europeo (e nel Vecchio Continente soprattutto britannico: Trump e Johnson, accomunati dalla sfida alla globalizzazione, hanno gli stessi antagonisti), hanno una storia seriale di statue abbattute, a sigillo dell’avvenuto regime-change. Come resta nella storia l’abbattimento della statua di Saddam, a coronamento simbolico della prima grande vittoria delle guerre infinite (anche qui il rimando al presente è facile, dato che George W.Bush e Colin Powell, protagonisti pubblici di quella guerra, si sono schierati in favore dei manifestanti contro Trump). Non solo l’aspetto simbolico, l’accanimento contro certi monumenti pubblici ha fatto assumere alla protesta sociale il carattere di una rivoluzione culturale (quella cinese, non è un bel precedente). Analizzare con occhi nuovi la storia è operazione legittima e benvenuta, dato che può portare a porre nuovi interrogativi e favorire una maggiore comprensione di una materia in genere appannaggio dei vincitori (in particolare quella moderna). Ma allo stesse tempo c’è il rischio che storia stessa sia consegnata a improvvisati professori o di una rischiosa palingenesi che, azzerando tutto, vedrebbe il sorgere di una nuova Storia, a uso e consumo dei nuovi vincitori, quelli che si nascondono dietro le attuali proteste e le alimentano (tutti i media mainstream Usa e gran parte degli altri, oltre che le più potenti piattaforme web, la supportano, e non certo casualmente). Peraltro, se proprio si vuole porre fine ai tanti simboli del razzismo, occorrerebbe forse abolire il partito democratico americano che oggi cavalca la protesta, dato che gran parte dei suoi esponenti, al tempo della guerra di secessione, si schierò con i confederati contro l’abolizionista Abraham Lincon.

Il rito dei democratici al Congresso. Proprio tale partito ha dato vita a un singolare spettacolo al Congresso Usa, nel quale ha voluto portare il gesto più potente e simbolico delle attuali manifestazioni anti-razziste, che consiste nell’inginocchiarsi in pubblico in memoria di Floyd. Un gesto di per sé bello, che rischia però di essere consegnato al simbolismo e così svuotato del suo significato di preghiera e partecipazione. Meno bello se viene chiesto, come accade durante le manifestazioni, ad altri estranei al Movimento, con un’insistenza e una pervicacia che, anche se non ne deriva una costrizione, assume il significato di una richiesta di sottomissione pubblica al Movimento e alle sue ragioni (e, di fatto, anche al Potere che lo supporta). Tornando allo spettacolo al Congresso, al quale la solennità e l’uso di una stola cerimoniale ha fatto assumere i caratteri rituali (e di un rito più pagano che laico), è singolare che, per manifestare la propria vicinanza agli afroamericani, i membri del partito democratico abbiano deciso di indossare una stola di Kante. Un tessuto particolare, il Kante, che ha nel simbolismo cromatico rimandi iniziatici, la cui storia si “intreccia profondamente con quella dell’Impero Ashanti“, dato che era appannaggio dei suoi regnanti. Tale impero, che insisteva sul Ghana (dilatandosi ben oltre gli attuali confini del Paese che affaccia sul Golfo di Guinea), fu uno dei più potenti regni dell’Africa, un impero “schiavista” che “sul commercio di oro e schiavi (con i colonialisti europei ndr) costruì la propria ricchezza”. La storia è bizzarra. E riserva sorprese, anche a chi la vuole riscrivere.

Le riscritture della storia sono sempre su un lato solo della strada. Toni Capuozzo l'11/06/2020 su Notizie.it. Vi immaginate se la scuola italiana bruciasse la Divina Commedia perché nel Canto XXVIII mette Maometto all’Inferno? Qualche dietrologo sostiene che il coronavirus non esiste, o almeno è la scusa per imporre un nuovo ordine mondiale. Fosse così, consoliamoci, perchè la Spectre composta da Soros e Bildelberg, o da Trump e Bolsonaro, o dalla Cina e Bruxelles, o da chi più ne ha più ne metta, sta fallendo. Il disordine è grande, e le incertezze si moltiplicano. E non ci sono neppure bandiere sotto le quali stringersi, come marines a Iwo Jima, siamo a corto di simboli. Prendi “Andrà tutto bene”: è ormai il datato ricordo di un tempo innocente e ottimista, un coro poetico che ha lasciato spazio alla prosa meno eroica delle fasi 2 e 3. Prendi il No al razzismo, bandiera nobile ma troppo simbolica, quasi una moda, in quell’inginocchiarsi in Parlamento, della ex presidente della Camera Laura Boldrini e di altri con lei. “Quel” razzismo è una storia tutta americana, come la apple pie. Ed è giusto che si sia solidali con chi vi si oppone, ma senza confondere le acque, sapendo che è una storia loro, su cui adesso si illuminano le telecamere dei telefonini, ma è antica e recente (ricordate i 58 morti del 1992 a Los Angeles dopo il pestaggio di Rodney King?), e comunque è loro e almeno in questo non c’è nulla di cui scusarsi, per noi europei. Naturalmente siamo dei gran percettori di mode, noi italiani: persino il termine “antifa”, noi che siamo nati dalla Resistenza lo abbiamo preso in prestito dalle piazze americane. C’è razzismo in Italia? A giudicare da come la comunità cinese ha ripreso tranquillamente il suo posto, dopo la pandemia, si direbbe di no. A guadare lo sfruttamento nelle campagne, certo, c’è da preoccuparsi, ma è piaga sociale, che non ha a che vedere con il colore della pelle: possono essere raccoglitori di fragole moldavi o rumeni, van bene lo stesso, purchè precari e sottopagati. Più scomodo invece far notare che in meno di un anno, degli 11.800 migranti raccolti e sbarcati sulle nostre coste, l’Europa ne ha accolti e ricollocati solo 464: abbastanza da sospettare un respingimento che meriterebbe qualche inginocchiata davanti ai consolati di molti paesi amici. Viviamo di simboli e mode, ed era ovvio che qualcuno, non avendo statue di Cristoforo Colombo da decapitare come a Boston, a corto di piedestalli, avrebbe segnalato come politicamente scorretto il monumento a Indro Montanelli, ai giardini di Porta Venezia, e qualcuno starà cercando tra vecchi dvd quali film italiani siano da mettere all’indice, come Via col vento. Intanto è curioso notare come le riscritture della storia siano sempre su un lato solo della strada (e corso Unione Sovietica a Torino?) e poi vi immaginate che la scuola italiana, già deficitaria di suo, bruci la Divina Commedia perché nel Canto XXVIII mette Maometto all’Inferno, tra i seminatori di discordia? Si resta con i simboli, come quegli striscioni gialli che hanno raccontato il dolore di noi italiani per la morte di Giulio Regeni, ma sono stati anche un simbolo identitario, politico. L’Italia vende due fregate agli egiziani – qualcosa attorno ai dieci miliardi di euro – e la famiglia di Giulio – che come famiglia ha il sacrosanto diritto di dire qualunque cosa – dice che si tratta di un tradimento del governo, che si tratta di armi e navi che serviranno a perpetuare la violazione dei diritti umani. Di Maio imbarazzato, il PD, anche. Nessuno tra loro che noti come etica e relazioni internazionali siano spesso separati in casa: facciamo le vie della seta con il regime autoritario cinese che soffoca Hong Kong, compriamo aerei dagli Stati Uniti dove i poliziotti fanno la caccia a i neri, intratteniamo come tutti rapporti commerciali con paesi cui è meglio non misurare la temperatura, quanto a diritti civili. Lia Quartapelle, PD, si spinge più in là: dice che l’Egitto è il capofila di un “asse reazionario” che in Libia sostiene il generale Haftar. Le anime belle sono sempre un po’ strabiche. Diciamo che le parti contrapposte in Libia difettano di galantuomini, se con Serraj stanno la Turchia e i Fratelli musulmani: fronte progressista? E torniamo all’America. L’ultimo numero della rivista di Al Qaeda definisce Covid 19 un “microscopico soldato di Allah” e le rivolte antirazziali una opportunità di finire il lavoro iniziato l’11 settembre 2001. Certo, Trump è in difficoltà. E Biden, se riuscisse a reclutare Michelle Obama come vice, un candidato alla vittoria. Non sappiamo in quale ordine mondiale andrebbe iscritto questo scenario. Ma è bene ricordare, senza illusioni, che le guerre le hanno sempre iniziate i democratici americani. E che il problema razziale è diventato un problema criminale incrociandosi, nella guerra per imporre Law and Order, con le carcerazioni di massa, inaugurate da Bill Clinton.

Renato Farina contro gli anti-razzisti che cancellano la storia: "Abbattono le statue e non i propri cervelli". Renato Farina su Libero Quotidiano il 12 giugno 2020. La furia iconoclasta di quest' anno ha strappato nuovi scalpi da appendere alla trave alla quale i suoi protagonisti attuali saranno a loro volta impiccati tra qualche anno. Il conto è provvisorio. Abbiamo segnato le statua di Cristoforo Colombo affogata in un lago a Richmond, in America, colpevole di averla scoperta; quella di uno a noi sconosciuto schiavista del '600 a Bristol e di altri colleghi sparsi nel Paese; ha poi sfregiato a Londra quella di Winston Churchill perché «era un razzista» avendo difeso le colonie della Regina in India; in Belgio il monumento a Leopoldo II, oppressore del Congo. Molte altre lapidi ed effigi sono in corso di sradicamento. In Italia essa si è diretta, per la seconda volta in un paio d'anni, contro Indro Montanelli, per aver sposato, secondo costumi africani degli anni 30, la dodicenne figlia di un capo etiope. Ultimo caso notevole, che sobbolliva già da un po'. L'Olympiastadion di Berlino, voluto dal regime nazista e inaugurato nel 1936 per ospitare i Giochi Olimpici estivi, non essendo passibile di essere buttato giù da un corteo, sarà - dopo una campagna di stampa su Zeit - ristrutturato demolendo tutti i simboli del regime hitleriano: non solo le sculture, ma la stessa forma, troppo rievocativa dell'estetica del III Reich. L'Herta Berlino sostiene questa idea. Ancora. In Svizzera i supermercati hanno deciso di togliere dagli scaffali, per onorare Georg Floyd, gli storici cioccolatini "moretti", che a suo modo sono un monumento. E avete capito perché.

L'INVIDIA DEGLI OMETTI. Qui non ci mettiamo a difendere Colombo, Churchill e Montanelli. Constatiamo che quelli che Nietzsche chiamava "ometti" o "cinesini" se la prendono sempre per invidia con i grandi che hanno lasciato un segno nella storia. Ma cerchiamo un po' di capire che cosa sta succedendo. Quando un popolo, o chi per esso, ribalta un tiranno, ribalta anche i segni della sua presenza. Darei una mano anch' io, se dovesse arrivare il califfato islamico in Lombardia, a demolire le statue di Bin Laden (anche se è impossibile: i musulmani non fanno statue). Un conto però è il repulisti di una rivoluzione o dopo la fine di una guerra: i perdenti sono sempre colpevoli. È accaduto e accadrà sempre. I romani spargevano sale, decretavano la damnatio memoriae, neanche il nome doveva sussistere, perché i nomi contengono una forza spirituale. Quello che sta capitando ora è tutta un'altra storia. Ad essersi alzata e a non trovare dighe di buon senso e di onestà è l'onda della purificazione "politically correct". Per chiarire il concetto, rispettandone l'autore Tom Wolf: "politicamente corretto" è ciò che resta dopo il rastrellamento con il forcone progressista della intera realtà culturale, della eredità giuntaci dal passato bello o brutto che sia stato. Idee, parole, statue, quadri, poesie giudicate fasciste, razziste, omofobe, islamofobe, sessiste, imperialiste. Nei periodi di bonaccia questo vaglio spaventoso procede lento. Si appunta sul vocabolario, agisce attraverso leggi contro opinioni fuori dai canoni (vedi quella oggi in Parlamento). Poi di colpo prende forme devastanti, come oggi. Essa non è dovuta a ignoranza. Anzi essa ha per ideologi gente erudita. Costoro fanno così. Individuano un personaggio famoso che sta loro odioso per ragioni politiche o semplicemente perché è apprezzato da gente estranea ai loro circoli. Dopo di che cercano nei suoi armadi, in qualche lettera, in un discorso bellico qualcosa che stoni rispetto ai dogmi del pensiero unico d'oggi. Estrapolano dal contesto quanto occorre per la loro indignazione, e lo indicano come idoneo al linciaggio. Un'operazione che rinuncia a quella suprema onestà che è riconoscere la perenne imperfezione di chiunque, anche di chi si erge a giudice. Senza prospettiva storica, senza pietas, chiunque è reo di morte. Su questa base andrebbero abbattute le statue di Giulio Cesare, che in Gallia sterminò un milione e passa di futuri francesi, andrebbe divelto il monumento di Marco Aurelio, i russi dovrebbero dare alle fiamme l'Arco di Trionfo. E l'intero patrimonio architettonico e letterario classico, da Atene a Roma, da Aristotele a Seneca, dovrebbe essere cancellato: schiavismo, umiliazione delle donne, imperialismo erano costumi praticati. Oppure c'è la prescrizione? Non si costituisce nulla se non accettando e notando la tradizione, con tutte le scorie che essa si porta dietro, e gli uomini che ne sono stati l'emblema. Se la civiltà è sopravvissuta alla barbarie dopo la fine dell'impero è proprio perché nei monasteri benedettini santi amanuensi trascrissero opere che pure contenevano ideologie avverse al cristianesimo. E costruirono sui templi pagani, senza distruggerli, cose nuove. Il campione del pensiero moderno, Voltaire, che i progressisti citano continuamente, ingrassò come i due schiavisti inglesi sul commercio di neri con le Americhe, e fu violentemente antisemita (vedi i Dialoghi e il Candide). Antonio Gramsci scrisse dal carcere cose turpi e razziste sui "negri" che riteneva "pericolosi" per aver diffuso in Europa le loro danze inferiori. Che facciamo? Bruciamo i loro monumenti o lo salviamo perché di sinistra?

STALIN IN SOFFITTA. E i monumenti nazisti, fascisti o comunisti? Non faccio l'elenco di quelli belli da salvare, non ho abbastanza competenza. Ma il genio umano per distrazione semina bellezza anche quando serve cause ignobili. E noi siamo tutti figli di epoche dove i nostri padri hanno seguito idoli buoni o perversi, ma sono i nostri padri. Piuttosto in questa epoca dove non esiste memoria condivisa del passato, almeno sia praticato il rispetto delle memorie altrui. Magari mettendo in campo se non l'arte del perdono quello dell'umana convenienza. L'umanità cambia così spesso i suoi cavalli vincenti Mi viene in mento quanto la saggezza contadina raccontò al grande scrittore ebreo-russo Vasilij Grossman nel 1961 in Armenia, allora Urss. Erevan, la capitale, era ancora sotto lo sguardo terrificante del "gigantesco maresciallo di bronzo". Il monumento a Stalin eretto sul monte era un problema per le autorità al tempo di Kruscev. Che farne? Bisognava demolirne la statua per ragioni di opportunità politica e perché nemico del gentile cuore armeno. Ed ecco che un contadino, durante un'assemblea, propose di seppellire il monumento costato centomila rubli solo dieci anni prima, anziché distruggerlo. «Può tornare comodo se cambia il governo». Del resto gli armeni com' è che difesero il loro patrimonio di chiese cristiane in attesa dell'inesorabile devastazione mongola: scolpirono sulle porte Cristo, Madonna e santi con occhi da mongoli. Ma questo è un altro articolo.

Da huffingtonpost.it il 13 giugno 2020. La caccia alle statue di personaggi storici giudicati oggi alla stregua di “razzisti, imperialisti” o presunti tali deve finire. A levare la voce contro questa deriva - innescata negli Usa, nel Regno Unito e altrove da frange del movimento Black Lives Matter sulla scia della protesta contro l’uccisione di George Floyd - è Boris Johnson: sceso in campo per denunciare “gli estremisti” nel giorno in cui Londra è stata costretta a impacchettare vari monumenti, in primis quello dedicato a Winston Churchill, per il timore di nuovi assalti. Johnson ha definito “assurdo e vergognoso” che la statua del primo ministro della Vittoria sul nazismo abbia dovuto essere coperta da una sorta d’involucro in modo da essere protetta. La decisione è stata presa dal Comune di Londra, che ha riservato lo stesso trattamento al cenotafio in onore dei caduti, nel cuore della capitale, ma anche ad altre opere: compresa una raffigurante Nelson Mandela, minacciata da contromanifestazioni ultranazionaliste. Il sindaco della città, il laburista Sadiq Khan, ha invitato tutti i dimostranti “a restare a casa” nel rispetto delle restrizioni dell’emergenza coronavirus. Mentre un raduno in ricordo di George Floyd previsto per domani a Hyde Park è stato sospeso dagli stessi promotori onde evitare il pericolo di scontri con la contemporanea iniziativa opposta di estrema destra. Altre sigle del movimento antirazzista hanno tuttavia manifestato stasera a Londra. Mentre i monumenti sotto tiro (anche senza contare le annunciate ritorsioni di drappelli di nazionalisti contro le effigi di progressisti o rivoluzionari e già entrati in azione a Bristol per sfregiare con l’acido un busto di Alfred Fagon, poeta e attore d’origini giamaicane) si moltiplicano in vista del weekend in diverse città. E, dopo le statue di mercanti di schiavi di secoli passati quali Edward Colston (abbattuto giorni fa a Bristol) o Robert Milligan (rimossa in anticipo), gli antirazzisti più radicali mettono nel mirino decine di figure storiche di vario spessore: ex governatori coloniali, leggendari navigatori come James Cook, il corsaro Francis Drake (eroe dell’Inghilterra di Elisabetta I), capi di governo imperiali del peso di Robert Peel o di William Gladstone, fino al quasi contemporaneo Robert Baden-Powell, fondatore dello scoutismo tacciato in una fase della sua vita di simpatie hitleriane. Commentando le minacce alla statua di Churchill, già imbrattata da un drappello di dimostranti nei giorni scorsi di fronte a Westminster con la scritta ‘fu un razzista’, il premier Tory ha paventato il rischio che una protesta già definita legittima e “comprensibile” venga “presa in ostaggio dagli estremisti”. “La statua di Winston Churchill in Parliament Square è un memento permanente di quanto egli seppe conseguire per la salvezza di questo Paese, e di tutta l’Europa, dalla tirannia fascista e razzista. È assurdo e vergognoso che questo monumento nazionale debba essere messo ora a rischio da manifestanti violenti”. ″È vero - ha ammesso Johnson - talora Churchill manifestò opinioni che erano inaccettabili e sono inaccettabili per noi oggi, ma egli è un eroe e merita in pieno il suo memoriale”. Secondo l’inquilino attuale di Downing Street - divulgatore storico di successo, ammiratore e biografo di sir Winston - il Regno Unito ha una storia comune da ricordare. “Non possiamo cercare di riscrivere o censurare il nostro passato, non possiamo pretendere di avere una storia diversa”, ha notato. “Vi sono prospettive differenti su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma le statue innalzate dalle precedenti generazioni ci insegnano il nostro passato, con tutti i suoi errori: abbatterle - ha concluso ammonendo a restare a casa - sarebbe mentire sulla nostra storia e impoverire le future generazioni”.

Caso Floyd, la furia antirazzista diventa iconoclasta e corre sui social: "Giù le statue". Pubblicato venerdì, 12 giugno 2020 da La Repubblica.it. L'ultima a cadere è stata la statua di Cristoforo Colombo a Houston, in Texas, dopo quella di Minneapolis. Ma prima di lui nel Regno Unito è toccato a Edward Colston, mercante-filantropo di Bristol arricchitosi tuttavia nel '600 anche con il commercio degli schiavi, e a Winston Churchill. La protesta antirazzista che divampa un po' dappertutto nel mondo nel nome di George Floyd - l'afroamericano 46enne morto soffocato durante l'arresto a Minneapolis - corre veloce anche sui social e diventa iconoclasta. Le prime a farne le spese sono le statue di personaggi fino a ieri considerati icone di civiltà, quando non di libertà e democrazia. Ma che adesso si sono trasformate in simboli della schiavitù o dei regimi coloniali. "Se non fosse drammatico, sarebbe solo grottesco", è il commento del governatore della Liguria Giovanni Toti sull'accanimento contro Colombo. In Italia si è fatto sentire il movimento dei Sentinelli di Milano, gruppo che si batte contro le discriminazioni razziste e omofobiche, che ha inviato un appello al sindaco Giuseppe Sala e al Consiglio comunale perché sia valutata la rimozione della statua di Indro Montanelli posta nei Giardini a lui intitolati. Montanelli - affermano i Sentinelli -  fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia. Ma il sindaco Sala dice no alla rimozione del monumento: "Penso che in tutte le nostre vite ci siano errori. E quello di Montanelli lo è stato - dichiara in un'intervista al Giorno - Ma Milano riconosce le sue qualità, che sono indiscutibili". Anche da Fucecchio in Valdarno, sua città natale, si leva un coro di no. E il sindaco Alessio Spinelli parla di "follia, priva di ogni logica storica". La statua del giornalista toscano non è l'unica finita nel mirino dell'antirazzismo iconoclasta. Basta fare una rapida ricognizione su Twitter per trovare altre proposte di abbattimenti. Come ad esempio la già contestata statua di Gabriele D'Annunzio a Trieste, l'obelisco "Mussolini dux" al Foro italico a Roma o l'effigie dell'esploratore Vittorio Bottego a Parma. Nonché i vari monumenti all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi, più detestato al Sud di quanto si possa immaginare come testimonia questo tweet di una utente di Napoli. Credo che poche statue al mondo meritino la rimozione quanto questa del Criminale Nizzardo nella immensa piazza di Napoli cui è stato imposto il suo nome dannato. Eppure sta lì, nessuno lo tocca, nessuno se lo fila, e credo sia ormai quasi invisibile per la gran parte di noi. A Torino il Kollettivo Studenti Autorganizzati (Ksa) rivendica su Facebook lo sfregio dell'effigie di Vittorio Emanuele II. "Torino come Bristol - si legge sul profilo del Ksa - Quando la giunta comunale di Torino si indigna per una sbombolettata nera sulla statua di un colonialista di m... noi rispondiamo che questa statua non è il nostro patrimonio culturale". Il tam tam iconoclasta arriva anche in Sardegna. A Cagliari viene presa di mira la statua del vicerè di Sardegna Carlo Felice, nella centrale piazza Yenne di fronte al porto. Secondo i promotori di una petizione online, tra i quali spiccano  Francesco Casula, autore del libro "Carlo Felice e i tiranni sabaudi" e Giuseppe Melis, docente universitario di marketing, il monumento andrebbe non abbattuto ma "spostato" nell'androne dell'ingresso principale del Palazzo Regio in piazza Palazzo. Ogni tanto, fra l'altro, la statua viene coperta e viene proposto di intitolare un monumento ai Martiri di Palabanda, i promotori (giustiziati) di una fallita rivolta contro i Savoia. L'opinione pubblica è però divisa, fra chi considera l'opera un simbolo di "cagliaritanità" (Largo Felice è uno dei luoghi più frequentati della città) e chi invece vi legge solo l'icona di un tiranno senza scrupoli che ha calpestato i diritti dei Sardi. Ma c'è anche chi la prende con ironia: Carlo Felice è troppo legato ai trionfi del Cagliari, quando viene vestito di rossoblu. Potrebbe essere sostituito solo da una statua di Gigi Riva...Sull'onda emotiva di George Floyd e della lotta al razzismo, è tornato sotto alla luce dei riflettori mediatici anche un vecchio dibattito sull'opportunità di abbattare il monumento al criminale di guerra fascista Rodolfo Graziani ad Affile, un paesino di meno di 1500 abitanti in provincia di Roma. "Un monumento alla vergogna" si legge su Twitter e Facebook, contro il quale si era schierato pubblicamente anche il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti con un post che invitava a dire "no al revisionismo di stampo fascista e alla memoria storica". Ad #Affile è ancora in piedi il sacrario dedicato al gerarca e criminale di guerra #fascista Rodolfo #Graziani. Il sindaco che l'ha eretto è già stato condannato per apologia di fascismo. Cosa aspettiamo ad abbattere questo scempio? Ma il il primo cittadino Ercole Viri difende l'opera: "Non si abbatte niente, quello è un museo dove sono conservati i cimeli dei soldati, anche quello di mio nonno. Deve piacere agli affilani. Io amministro loro, non i partigiani". Una polemica annosa quella di Affile, che va avanti da tempo come nel caso del mausoleo di Michele Bianchi - gerarca fascista e capo della massoneria calabrese - a Belmonte Calabro (Cosenza), più volte danneggiato da atti vandalici e anche da un incendio di matrice dolosa che nel 2016 ha colpito la pineta circostante.

Perché distruggiamo le statue? Dagli antichi egiziani ai giacobini, passando per le guerre religiose: quando la politica è iconoclasta. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 13 giugno 2020. Statue che vengono giù come castelli di carta, decine, forse centinaia di statue abbattute oltreoceano dall’impeto iconoclasta del movimento nato dopo l’omicidio di George Floyd. È caduto Edward Colston, mercante di schiavi del 17esimo secolo, sono caduti Jefferson Davis e Alexander Stephens, presidente e vicepresidente della Confederazione durante la Guerra civile. Assieme a loro sono andati in polvere anche il generale Williams Carter Wickham, il conquistatore spagnolo Don Juan de Oñate e naturalmente Cristoforo Colombo. A Londra se la sono presa con Winston Churchill a Città del Capo con il colonialista britannico Cecil Rhodes. In Italia, con più modestia, traballa il monumento al giornalista Indro Montanelli che campeggia in un anonimo giardinetto milanese. Questa furiosa campagna contro i simboli dello schiavismo, del razzismo, del potere coloniale sta scatenando accese battaglie tra gli stessi antirazzisti, che si sono divisi in stucchevoli dibattiti sulla morale e la memoria, sulla storia e la politica. La distruzione dei simboli non è un prurito postmoderno, ci accompagna dall’alba delle civiltà ed è un tratto distintivo delle società complesse, che provenga dal “basso” o che sia promossa dalle élite. Nell’antico Egitto era una pratica ricorrente: le effigi dei faraoni deceduti venivano fatte distruggere dai loro successori e in generale si credeva che le vestigia degli antichi sovrani contenessero «una forza spirituale che doveva essere disattivata con la distruzione» per citare l’archeologo americano Edward Bleiberg. Una questione a metà tra il prestigio politico e la superstizione in un mondo pervaso dal paganesimo. Sono le religioni monoteiste e la loro guerra all’idolatria a fare dell’annientamento delle immagini un pilastro teologico e una pratica da promuovere con fervore. Non solo nella distruzione dei vecchi idoli, nella cancellazione delle vecchie divinità, ma come elemento normativo del proprio culto. Il divieto della rappresentazione di un Dio ineffabile ma anche non rappresentabile: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra» si legge nella Torah ebraica. Ma se nel rigoroso approccio del giudaismo la proibizione di raffigurare il Dio trascendente è assoluta, nel mondo cristiano la questione è più complessa e si intreccia alla teologia dell’incarnazione, del Dio mondano che si è fatto uomo fino a farsi crocifiggere. Il fiorire delle icone, non idoli ma immagini di culto del dio unico, nell’impero romano d’oriente non solo era tollerato ma in gran parte promosso. Almeno fino all’ottavo secolo con la nascita del movimento iconoclasta con l’imperatore Leone III che proibisce l’uso delle icone del Cristo, della Vergine Maria e dei santi ordinandone la distruzione. L’influenza filosofica dell’islàm, nato il secolo precedente nella penisola arabica e in grande ascesa è evidente. Ancora più dell’ebraismo l’islàm combatte infatti qualsiasi forma di rappresentazione divina, Dio trascende il mondo sensibile, non ha forma ed è al di fuori dello spazio e del tempo, inafferrabile dall’intelletto umano. Il suo profeta Maometto, rovesciando gli idoli della Kaaba, tratteggia un monoteismo radicale che rende empia ogni rappresentazione, ogni forma di arte religiosa che verrà poi sublimata nella cura maniacale, artistica, della calligrafia. Questo dogma è rimasto inalterata i sunniti, mentre la confessione sciita è molto più tollerante sulla questione al punto da essere accusata di apostasia dai fratelli di fede. Molti secoli dopo in una violenta nemesi della storia la spada dell’iconoclastia viene sottratta alla religione dai suoi nemici più accaniti. È il caso della Rivoluzione francese che sbaraglia i simboli dell’Ancien régime, abbattendo statue, monumenti ma anche luoghi di culto religioso. Il termine «vandalismo» fu coniato in quel periodo all’Abate Gregorio, un religioso riformista che simpatizzava per i rivoluzionari ma che provava orrore per l’annientamento delle opere d’arte. In epoca più moderna, escludendo le demolizioni dei talebani e le razzie dei predoni dell’Isis, l’iconoclastia ha assunto una forma tutta politica, le statue abbattute segnano la fine di regimi spesso caratterizzati da un ossessivo culto della personalità. È un domino infinito. I bolscevichi buttarono giù i monumenti zaristi e le loro sculture furono a sua volta abbattute quando finì il socialismo reale. Pur nella sua miseria scenica, l’ultima immagine globale dell’iconoclastia politica è l’abbattimento della statua del raìs iracheno Saddam Hussein nella piazza Fridos di Baghdad trasmessa in mondovisione. Ora tocca agli schiavisti e ai colonialisti, i loro monumenti sembrano diventati troppo ingombranti e oggi assistono muti alla furia dei movimenti antirazzisti e alla loro ansia di liberarsi qui e ora di un passato che continua a incutere paura. Anche attraverso le statue, pezzi di pietra, materia inanimata che non dovrebbe più spaventare nessuno ma che, al contrario, dimostrano quanto i simboli siano radicati nel nostro immaginario collettivo. Così come in un rito sciamanico, facendoli a pezzi ci liberiamo anche della loro “forza spirituale”. Proprio come i nostri antenati.

Perché odiare Colombo? Orlando Sacchelli il 12 giugno 2020 su Il Giornale.  Con la scusa delle proteste scatenate dall’uccisione di George Floyd a Minneapolis, negli Stati Uniti si è diffusa un’onda iconoclasta contro le statue di alcuni personaggi controversi. Tra questi incredibilmente è finito anche Cristoforo Colombo, l’europeo che per primo mise piede nel “Nuovo mondo”. A Houston (Texas) qualcuno ha dipinto di rosso le mani e la testa della statua di Colombo (guarda la foto), mettendo anche un cartello con la scritta: “Tagliare la testa al nostro oppressore”. A Boston (Massachusetts) una statua del navigatore genovese è stata decapitata. Un’altra a Richmond (Virginia) è stata divelta e gettata in un lago. Stessa sorte per la statua posta davanti al Campidoglio di Saint Paul, nel Minnesota. A New York la polizia ha organizzato la sorveglianza della statua posta a Columbus Circle, a Manhattan, al confine con Central Park. La statua si trova di fronte al Trump International Hotel. Andrew Cuomo, governatore dello stato di New York, ha detto di “capire i sentimenti contro Colombo e su alcuni dei suoi atti”, ma ha poi sottolineato che la statua dell’esploratore “rappresenta l’eredità e il contributo degli italoamericani” al Paese. Non è la prima volta che Colombo finisce al centro delle polemiche. Tre anni fa Los Angeles il consiglio comunale decise di sostituire il Columbus Day con l’Indigenous and Native People Day, la festa delle popolazioni indigene e native. La stessa decisione venne adottata a Seattle, Minneapolis, Albuquerque, Phoenix e Denver. Il paradosso è che senza quel pezzo di storia di cui Cristoforo Colombo indubbiamente fa parte gli americani di oggi non esisterebbero. O, forse, sarebbero molto diversi. Come spiegò il filosofo conservatore Roger Scruton i neo iconoclasti “vogliono i benefici dell’Occidente senza i sacrifici che questi hanno comportato. È il nuovo ‘dream world’ di gente che deve dimostrare di essere virtuosa”. Ma cosa viene contestato a Colombo? Non tanto la sua scoperta quanto le conseguenze di ciò che fece in seguito sulle persone che vivevano, in quell’epoca, nel Nord America (vedi genocidio di Taìno). I movimenti a favore dei nativi americani si fecero più forti negli anni Novanta, ponendosi al centro del dibattito storico a partire dalla pubblicazione di un libro di Howard Zinn (Storia del popolo americano dal 1492 ad oggi), che affrontava il punto di vista dei popoli oppressi. I difensori di Colombo hanno sempre ribattuto soprattutto su un punto: le violenze commesse dagli spagnoli avvennero soprattutto dietro ordini della monarchia spagnola. Veniamo a tempi più recenti. Il Columbus Day venne celebrato la prima volta nel 1869 dagli italo-americani di San Francisco. Fu solo nel 1937, per volere del presidente Franklin Delano Roosevelt, che divenne una festa di tutti gli Stati Uniti. L’evento più grande si svolge ancora oggi a New York, con la Columbus Parade, lungo la Fifth Avenue. Una grande festa con bande, carri e figuranti e la comunità italo-americana orgogliosamente in prima fila. Umberto Mucci, presidente dell’associazione We The Italians, qualche anno fa in un’intervista disse che “il Columbus Day ormai è la celebrazione dell’italo-americanità, non di Cristoforo Colombo”. Se oggi Colombo viene contestato dagli ambienti della sinistra radicale ma anche dagli anarchici, c’è stato un periodo in cui anche i suprematisti bianchi se la sono presa col navigatore genovese, per negare la sua scoperta dell’America, attribuita invece ai vichinghi.

La celebre tela di Delacroix e la copertina di Rolling Stone: quando la storia si ripete. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 24 giugno 2020. Non sappiamo se anche la copertina della rivista Usa Rolling Stones, dedicata alle rivolte provocate dall’uccisione di George Floyd a da parte di un poliziotto razzista, sia una citazione esplicita della tela di Delacroix, probabilmente no, è solo una coincidenza. Una coincidenza impressionante che mostra però quanto certe rappresentazioni siano radicate nell’inconscio collettivo. «Subiremo il colera come abbiamo subito il governo», si lamentava in una lettera la scrittrice Zulma Carraud all’amico di sempre Honoré de Balzac. Era il giugno 1832, da quattro mesi a Parigi e a Marsiglia la malattia aveva ucciso migliaia di persone e ridotto alla fame le classi popolari, l’esecutivo monarchico non riesce a fermare il contagio, i medici sono sopraffatti da un morbo che non conoscono. All’inizio le autorità non avevano preso sul serio l’allarme, la malattia era apparsa in India e nessuno credeva che avrebbe raggiunto l’Europa. Alla fine si conteranno oltre centomila vittime. Sono soprattutto i quartieri poveri a venire colpiti con più ferocia, al punto che si sparge la voce che sia stato proprio il governo ad avvelenarli. Nella capitale scoppia una rivolta guidata da dissidenti orleanisti, repubblicani e pezzi di popolo. La città è in stato d’assedio ma durerà appena una 24 ore, repressa nel sangue dalle truppe del maresciallo Mouton che uccideranno quasi un migliaio di insorti. L’insurrezione è raccontata da Victor Hugo nei Miserabili attraverso gli occhi di Gavroche, il ragazzino di strada che muore nelle barricate della rue Chanvrerie, archetipo del monello parigino e simbolo dell’eroismo popolare. Aveva scavalcato una piccola trincea per aiutare i compagni e viene trafitto dai fucilieri dell’esercito. Come raccontò lo stesso Hugo, la commovente figura di Gavroche era stata ispirata da un celebre dipinto del pittore romantico Eugène Delacroix, La libertà guida il popolo. Una tela allegorica che rappresenta un’altra rivoluzione, quella del 1830, che pose fine al regno di Carlo X, scacciando per sempre la monarchia borbonica dal trono di Francia e inaugurando l’epoca di Luigi Filippo d’Orléans. Accanto alla Marianne seminuda che spinge i rivoltosi alla battaglia, un ragazzino con il tipico berretto dell’epoca, il bonnet o caschetto irlandese, impugna due pistole: rappresenta la gioventù e la sua voglia di vivere in libertà, il coraggio di mettere la testa fuori dai bassifondi ( i ghetti diremmo oggi) anche a costo della propria vita. Non sappiamo se anche la copertina della rivista Usa Rolling Stones, dedicata alle rivolte provocate dall’uccisione di George Floyd a da parte di un poliziotto razzista, sia una citazione esplicita della tela di Delacroix, probabilmente no, è solo una coincidenza. Una coincidenza impressionante che mostra però quanto certe rappresentazioni siano radicate nell’inconscio collettivo. La donna afroamericana che guida la manifestazione del movimento “black lives matter” è anch’essa affiancata da un ragazzino nemmeno adolescente, non impugna armi, solo un pugno teso verso il cielo. Ma dietro di loro c’è ancora il popolo e il suo eterno ritorno anche se in altre forme, sono i neri delle periferie d’oltreoceano che si ribellano contro il razzismo strisciante di un Paese che non ha fatto ancora i conti con le pagine più buie sua storia. E contro un presidente che fa di quella frattura un fondo di commercio per la sua propaganda. Oggi Gavroche è uscito dagli arrondissement di Parigi e abita anche a Minneapolis, a Chicago, a Los Angeles e Baltimora e in tutti i ghetti americani ( e non solo). E la sua vita «conta» come gridano i manifestanti che da settimane contestano lo Stato di polizia e la macchina giudiziaria statunitense. Le pandemie e i conflitti sociali sono un binomio indissolubile nella Storia, le prime creano sofferenza e rabbia con un climax ricorrente: la negligenza delle autorità, l’impotenza dei medici, l’esasperazione dei cittadini e la repressione del dissenso. Le seconde esplodono all’improvviso, alimentate dal caos e dalla paura, ma sostanziate dalle disuguaglianze sociali e politiche. A duecento anni di distanza la dialettica dominanti- dominati è sempre la stessa e in fondo il conflitto nato negli Statri Uniti non sorprende affatto. Stupisce però il legame simbolico, persino allegorico che lega rivolte lontane due secoli, come se la Storia volesse riproporsi uguale a se stessa a partire dalle sue rappresentazioni. Dopo l’insurrezione del 1832 ai francesi ci vollero 16 anni per cacciare la monarchia e instaurare la Seconda repubblica con la Rivoluzione del 1848. Ai neri d’America basterà molto meno.

Attenzione a buttare giù le statue, si diventa come i talebani. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 12 Giugno 2020. È difficile esprimere un giudizio definivo sul destino dei monumenti dedicati a personalità di altri tempi. Qualsiasi scelta si faccia sulla loro permanenza o rimozione (anche violenta) dalle piazze in cui danno riparo ai piccioni (una specie di volatile ingiustamente perseguitato) vi sarebbero decine di controprove a giustificazione di una scelta differente. Ho riflettuto, mentre scrivevo, che da noi a Rodolfo Graziani comandante dell’esercito di Salò è dedicato una sorta di Mausoleo ad Affile, suo paese natale. Graziani non è certo paragonabile ad un gentiluomo del Vecchio Sud come il generale Robert Lee che guidò le truppe della Confederazione durante la Guerra civile americana. Graziani, già nella sua esperienza coloniale, fu un massacratore di migliaia di etiopici inermi. Credo, però, che non avrebbe molto senso a tanti anni di distanza (Graziani morì nel 1955) prendersela con quell’edificio (probabilmente bisognava provvedere sul momento). Di monumenti ne sono caduti tanti, a testimonianza dell’odio represso della popolazione nei confronti del personaggio raffigurato. Dopo il 25 luglio del 1943, la popolazione di Roma si riversò nelle vie e strappò dalle loro basi i busti del Duce. In Germania non credo che esistano monumenti a Hitler e ai suoi gerarchi. Così nei Paesi ex Urss ed ex satelliti i monumenti a Stalin furono rimossi dopo il rapporto di Kruscev al XX Congresso del Pcus. Nella Piazza Rossa si conserva ancora la mummia di Lenin allo scopo forse di tenere occupato il posto quando verrà il turno di Putin. Nella Repubblica Ceca si è aperto un conflitto diplomatico con la Federazione russa per la rimozione della statua del generale dell’Armata Rossa che liberò Praga dall’occupazione tedesca. Sono sconvolto per la caccia becera e spietata ai monumenti, in corso, negli Usa, in nome di un atteggiamento ritenuto “politicamente corretto” in seguito ad una grande sbornia collettiva. Hanno imparato dai talebani o dai militanti dell’Isis a cancellare le icone della propria storia. In quel Paese è scoppiato il senso di colpa del razzismo, che, come abbiamo visto in questi ultimi giorni, sconvolge ancora l’anima profonda dell’America, soprattutto perché non è quello della curva dello stadio di una grande città, ma delle istituzione stesse. Non si sconfigge il razzismo attraverso la distruzione dell’immagine di chi non poteva – per quei tempi – non essere razzista, perché era cresciuto e vissuto in quella cultura. A suo tempo trovai singolare che una persona della cultura e della storia (anche famigliare) dell’onorevole Emanuele Fiano si fosse messo a fare la guerra non solo ai nostalgici o ai neofiti del fascismo, ma anche ai collezionisti, ai produttori di giocattoli (come ad esempio i soldatini raffiguranti i combattenti della seconda guerra mondiale) e a chi, appeso al muro di casa sua, intende conservare un ritratto di Mussolini, magari ereditato da chissà chi e riposto in un sottoscala. È un’iconoclastia insensata, come se a cancellare ogni immagine dei dittatori del secolo scorso ci si mettesse al sicuro dal ripetersi di esperienze come quelle tragicamente vissute dai nostri genitori e nonni. Quando, al contrario, sarebbe più urgente accorgersi del fascismo di nuovo conio che siede in Parlamento (e che non è costituito dai nostalgici di quello antico). Del resto, non si può chiedere a nessuno di anticipare l’evoluzione della cultura e del pensiero nella storia dell’umanità. Prendersela con Via col vento è da imbecilli, quando uno dei primi capolavori almeno sul piano tecnico del cinema del secolo scorso è La nascita di una nazione (del 1915) di David Griffith nel quale il Ku Kluk Klan era presentato come un sorta di esercito di liberazione. Addirittura, qualcuno vorrebbe prendersela con Cristoforo Colombo come se il grande navigatore che per caso “scoprì” l’America (e che morì povero) potesse immaginare che dopo di lui sarebbero arrivati i Conquistadores che, dopo aver bruciato le navi alle loro spalle, infettarono di un coronavirus di quei tempi intere popolazioni. E come poteva un difensore dell’Impero britannico come Winston Churchill essere contrario al colonialismo? Occorre usare prudenza quando si gioca con la propria storia. Perché se si volesse portare l’espiazione dei nostri errori fino in fondo, non ce la caveremmo demolendo le statue dei protagonisti di altre epoche storiche. Soprattutto noi europei dovremmo restituire alle nazioni e ai popoli dell’emisfero meridionale la nostra ricchezza e il nostro benessere. Come ha potuto fiorire nel Vecchio Continente un’idea tanto estesa e compiuta di tutela dei lavoratori dalla culla alla tomba? Questo faro di civiltà, da additare come esempio alle generazioni future; questo presidio che tutti i democratici sono tenuti a difendere – si è tornati a ripetere la solita solfa – contro la “barbarie del neoliberismo” avrà pure delle origini. Certamente. Lo stato sociale è frutto dello sviluppo economico, assai intenso e duraturo in Europa e soprattutto con radici lontane. Non è forse avvenuta nella vecchia Europa la rivoluzione industriale? A voler rispondere onestamente, infatti, bisognerebbe ricordare quanto la crescita economica sia dovuta all’enorme disponibilità di materie prime a prezzi stracciati e dunque a quel fenomeno di cui noi europei non possiamo andare molto fieri e che è noto col nome di colonialismo. Come scrisse Alexis de Tocqueville (La democrazia in America): «Il legislatore (la politica, ndr) somiglia all’uomo che traccia la sua rotta in mezzo al mare; può dirigere la nave che lo porta, ma non può cambiarne la struttura, né creare i venti, né impedire all’Oceano di sollevarsi sotto i suoi piedi».

Milano, manifestanti per Floyd vandalizzano sede di Fratelli d'Italia. In merito alla vicenda verrà richiesta un'interrogazione parlamentare diretta al ministro Lamorgese. Osnato di FdI: “Incredibile che ogni qual volta ci sia una manifestazione di centri sociali e manifestanti di sinistra, i controlli della Questura siano un colabrodo”. Federico Garau, Domenica 07/06/2020 su Il Giornale. Tanta amarezza da parte del deputato di Fratelli d'Italia, Marco Osnato, che ha denunciato un fatto gravissimo avvenuto quest'oggi nel corso del flash-mob organizzato a Milano da alcuni attivisti scesi in strada per protestare contro il razzismo e ricordare la morte di George Floyd, il 46enne afroamericano ucciso da un agente di polizia a Minneapolis (Stati Uniti). Durante la manifestazione, presentata come pacifica, sarebbe stata vandalizzata la sede di FdI sita in viale Melchiorre Gioia, presa di mira da alcuni partecipanti al corteo. Una vicenda, questa, che il partito di Giorgia Meloni intende adesso avere delle risposte. “È incredibile che ogni qual volta ci sia una manifestazione di centri sociali e manifestanti di sinistra, i controlli della Questura siano un colabrodo”, attacca Marco Osnato, come riportato da “AdnKronos”. In programma, adesso, una interrogazione parlamentare rivolta direttamente al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che dovrà fare chiarezza sull'atto vandalico avvenuto ai danni della sede di FdI. “Una sede politica in pieno centro non presidiata, segreteria parlamentare presa d'assalto a due passi dal ritrovo (abusivo o autorizzato non è dato saperlo) della manifestazione”, ribadisce il deputato Osnato. “Foto e video parlano chiaro e saranno inoltrate alle autorità competenti”, annuncia. Sul caso è intervenuto anche Riccardo Truppo, rappresentante del coordinamento cittadino di Fratelli d'Italia. “Non è dato sapere se il corteo sia stato autorizzato e se avesse un percorso prestabilito dalla Stazione Centrale fino in Melchiorre Gioia”, spiega Truppo. “Parliamo di quasi un chilometro di percorso. Difficile crederlo dato che le norme anti-assembramento vietano cortei in movimento”. La rabbia, in ogni caso, è tanta. E il pensiero va alla manifestazione organizzata dal centrodestra lo scorso 2 giugno, resa invece subito oggetto di polemiche. “Il 2 giugno il centrodestra ha organizzato una manifestazione in piazza Duomo con regole ferree che abbiamo fatto rispettare. Come mai oggi non c'erano gli stessi controlli?”, si domanda infatti con tono polemico il rappresentante di Fratelli d'Italia. Organizzata dall'associazione "Razzismo brutta storia", da sempre in prima linea per combattere ogni genere di discriminazione, e da "Abba Vive", la manifestazione si è svolta sotto la pioggia, in piazza Duca D'Aosta a Milano, ed ha coinvolto altre città italiane. Circa un migliaio di persone hanno preso parte al raduno, senza rispettare le norme di distanziamento. Ancora nessuna notizia in merito ai presunti responsabili dell'atto vandalico perpetrato ai danni della sede di Fratelli d'Italia. Gli accertamenti sono in corso.

Federico Garau per Il Giornale.it il 10 giugno 2020. L'episodio della morte di George Floyd, dopo la pantomima dell'inginocchiamento alla Camera dei deputati da parte di alcuni membri del Pd seguita al discorso di Laura Boldrini, continua a dar modo agli esponenti della sinistra di portare il tema "razzismo" come metro con cui valutare qualsiasi genere di problematica o presunta tale: l'ultima in ordine cronologico è la questione legata alla statua di Indro Montanelli ed ai giardini pubblici di via Palestro a lui dedicati. A parlare sono "I Sentinelli" (che si professano laici ed antifascisti, come si legge nello stesso simbolo che li rappresenta), i quali in un post sulla pagina Facebook chiedono al sindaco di Milano Giuseppe Sala di intervenire per cambiare la situazione in essere nell'area verde in questione. "A Milano ci sono un parco e una statua dedicati a Indro Montanelli, che fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia", attaccano gli attivisti. "Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l'intero consiglio a valutare l'ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i Giardini Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d'Oro della Resistenza", proseguono nel post. "Dopo la barbara uccisione di George Floyd a Minneapolis le proteste sorte spontaneamente in ogni città con milioni di persone in piazza e l'abbattimento a Bristol della statua in bronzo dedicata al mercante e commerciante di schiavi africani Edward Colston da parte dei manifestanti antirazzisti di Black Lives Matter, richiama con forza ogni amministrazione comunale a ripensare ai simboli del proprio territorio e a quello che rappresentano". Una proposta che ha ovviamente trovato terreno fertile tra i membri della maggioranza che sostiene il primo cittadino di Milano. "Credo che la richiesta dei Sentinelli vada sicuramente discussa in consiglio. Quando ci viene presentata una proposta noi siamo sempre pronti ad accoglierla e discuterne, soprattutto quando tocca i temi dei diritti e della dignità delle persone", dice il consigliere comunale nonchè presidente della Commissione pari opportunità Diana De Marchi (Pd) riferendosi alla questione Montanelli, come riportato da MiaNews. "Le motivazioni della richiesta di rimuovere la statua le riconosco come valide perché quella è stata una brutta pagina della nostra storia. Vanno indagate le motivazioni che hanno portato all'intitolazione e valutare se siano ancora valide oggi. Da parte mia, farò in modo che se ne discuta". Anche il consigliere Dem Alessandro Giungi ha dato la sua "benedizione" all'iniziativa in un comunicato. "La questione messa in luce dai Sentinelli merita di essere dibattuta in un approfondito dibattito in consiglio comunale. Non è un tema semplice, ma come consiglieri dobbiamo farcene carico. Su questa scia ho depositato nei giorni scorsi un ordine del giorno per intitolare i giardini di via Ardissone, da poco riqualificati, a Rosa Parks", rivela il Dem con orgoglio. "La richiesta è arrivata dai ragazzi della scuola media Puecher che tramite un sondaggio online effettuato durante il periodo di lockdown hanno avanzato questa proposta che si sposa con il ragionamento dei Sentinelli e rilancia a Milano l'idea di dover dare rilevanza, anche con queste iniziative, al tema dei diritti. Ricordiamoci anche che sono ancora poche le intitolazioni dedicate alle donne in città", si legge ancora nella nota.

Indro Montanelli, Sentinelli e Arci vogliono rimuovere la statua a Milano: "Bimba eritrea per schiava sessuale". Salvini: "Che vergogna la sinistra". Libero Quotidiano il 10 giugno 2020. Giù le mani da Indro Montanelli. A  Milano la sinistra, per mano di Sentinelli e Arci, chiedono ufficialmente al sindaco Beppe Sala (del Pd) di rimuovere la statua del grande giornalista fondatore del Giornale e de La Voce, che si trova nell'omonimo parco della città in via Palestro nel quartiere di Porta Venezia, e di dedicare i giardini "a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d'Oro della Resistenza". La richiesta, pubblicata sulla pagina Facebook del gruppo, arriva dopo le proteste e i cortei, che si sono tenuti anche a Milano, per l'uccisione di George Floyd a Minneapolis. Secondo I Sentinelli il giornalista "fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di 12 anni perché gli facesse da schiava sessuale. Riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti". Nel centrodestra reazioni indignate. "Che vergogna la sinistra, viva la libertà", è il laconico commento di Matteo Salvini, leader della Lega.

Giampiero Mughini per Dagospia il 10 giugno 2020. Caro Dago, non è certo la prima volta che il presente si mette a fare a cazzotti contro le tracce del passato, com’è successo adesso in Inghilterra dove la statua che ricorda un grande imprenditore inglese del Settecento che si era arricchito con il mercato degli schiavi è stata lanciata nelle acque di un fiume, e dove una statua in onore di Winston Churchill è stata imbrattata da un qualche cretino del terzo millennio che ha dato a Churchill del razzista. Per passare dalla farsa alle cose serie, in Ungheria hanno rimosso da non molto una statua che onorava il maresciallo sovietico Ivan Konev che era stato alla testa delle truppe russe che nel 1945 avevano spodestato i tedeschi da Praga, solo che era lo stesso maresciallo sovietico alla testa dei carri armati che nel 1956 erano entrati a Budapest senza che nessun ungherese li avesse invitati. Non solo: in un’altra zona di Praga le autorità cittadine hanno deciso di erigere una statua in memoria del controverso generale russo Vlasov, una delle figure più tragiche della Seconda guerra mondiale. Uno dei più valorosi e intelligenti comandanti dell’Armata Rossa, venne preso prigioniero dai tedeschi nella primavera del 1942. Convinto com’era che i tedeschi avrebbero vinto la guerra e altrettanto convinto che Stalin fosse un criminale politico, Vlasov valutò che gli fosse possibile costituire uno spezzone di esercito russo democratico che combattesse a fianco dei tedeschi e che a guerra finita fosse protagonista della ricostruzione dell’Urss. Ambizione, ingenuità, una scelta disperata la sua? Un po’ di tutto questo e anche se alcuni scrittori e studiosi, Alexander Solgenitsin su tutti scrivono con rispetto di Vlasov, che alla fine della guerra tentò di darsi prigioniero agli americani. Quelli lo rifiutarono e lui cadde nelle mani dei russi, che lo impiccarono nell’agosto 1946s. E’ un fatto che nel maggio 1945 gli uomini di Vlasov furono in prima linea nel sostenere l’insurrezione dei praghesi contro i tedeschi. 300 di loro caddero in combattimento. I praghesi di oggi hanno voluto ricordare l’impegno di Vlasov e dei loro uomini con una statua che ne esalta la memoria. Ci sono statue e statue. Alessandro Robecchi sul “Fatto” di oggi ha perfettamente ragione che il mausoleo eretto ad Affile nel 2012 in onore del maresciallo Graziani è una vergogna e basta, data la truce fisionomia del personaggio. Laddove avevano fatto benissimo l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli e Gianni Borgna a tentare di intestare una via una ventina e passa di anni fa a Giuseppe Bottai, un fascista di cui l’Italia non si deve vergognare, uno che dopo aver votata o contro Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, andò a combattere i tedeschi nella Legione straniera. Fortemente contrastati, Rutelli e Borgna decisero di no. Peccato, sarebbe stato un atto di lealtà verso la complessità di ogni comparto della storia umana. E a proposito di tracce del passato, qualche semianalfabeta che pur rivestiva cariche pubbliche ha di recente pronunziato parole minacciose contro le tracce del regime fascista nell’architettura degli anni Trenta e Quaranta, laddove la buona parte di quell’architettura figura tra le cose più belle dell’intera architettura novecentesca. A cominciare dal meraviglioso quartiere dell’Eur o dalla Sala delle Armi di Luigi Moretti di cui ancora aspettiamo il restauro completo. Alla fine della guerra Moretti venne arrestato e restò in carcere per un mese, e per fortuna che i suoi capolavori siano ancora intatti nello splendore razionalista di cui costituiscono una campionatura eccezionale. Per la recente puntata di una trasmissione Rai in cui la mia amica disabile Fiamma Satta viene condotta ogni volta in carrozzella in un posto che ne vale la pena, io e lei abbiamo circumnavigato assieme una scuola pubblica che Moretti progettò alla fine degli anni Trenta in ogni suo stupefacente dettaglio. Mirabilie che fanno da patrimonio dell’umanità. Altro che “tracce di un passato da dimenticare”.

Giù le mani da Montanelli o cancellate pure Maometto. Ricordate quando i talebani, in Afghanistan, distrussero a colpi di dinamite le effigi storiche - compresi monumenti millenari - contrarie al loro credo via via che conquistarono fette di terreno? Alessandro Sallusti, Giovedì 11/06/2020 su Il Giornale.  Ricordate quando i talebani, in Afghanistan, distrussero a colpi di dinamite le effigi storiche - compresi monumenti millenari - contrarie al loro credo via via che conquistarono fette di terreno? Io lo ricordo bene, e ricordo lo sdegno unanime del mondo libero per quel sacrilegio: la storia e la memoria non si toccano, barbari che non siete altro. Bene, oggi i barbari siamo noi o, meglio, i barbari sono tra noi. Sull'onda dello sdegno per il ragazzo di colore ucciso dal poliziotto bianco, in Occidente è partita la caccia a distruggere o rimuovere tutto ciò che rimanda a un passato di soprusi e violenze su minoranze e fasce deboli, re, imperatori o eroi che siano. Siccome la mamma dei cretini è sempre incinta - e chi non vive e pensa di suo è costretto a emulare - ieri a Milano un gruppo di squinternati appoggiati da esponenti del Pd locale (ti pareva) ha annunciato un'iniziativa per fare togliere dai Giardini pubblici di via Palestro la statua che rappresenta e ricorda Indro Montanelli, in quanto convinto partecipante alla guerra coloniale italiana in Abissinia del 1935, durante la quale - aggravante - a 23 anni si fidanzò con un'indigena di soli 12 anni (episodio da lui raccontato - conoscendolo - con un probabile eccesso di fantasia e licenza letteraria). Applicare le regole e il sentire di oggi a fatti successi cent'anni fa - come ben meglio di me spiega oggi su queste pagine Giordano Bruno Guerri - è un non senso ridicolo (a quel tempo in Abissinia le ragazze a tredici anni erano già madri). Ma se proprio vogliamo fare piazza pulita dei «pedofili» del passato, ho un consiglio da dare al comitato anti-Montanelli e al Pd milanese. Cari signori, procediamo per via gerarchica. E in cima alla lista metterei Maometto, il fondatore dell'islam, che, superati i quarant'anni, accettò in dono come sposa - in cambio della sua benevolenza nei confronti della sua tribù - Aisha, una bimba di otto anni. So che non esistono monumenti o effigi di Maometto da rimuovere perché quella religione li vieta, ma se vogliamo mettere al bando i simboli di ciò che oggi è (giustamente) considerato impuro, beh l'islam non dovrebbe avere diritto di cittadinanza nella civile Milano. Io penso che sarebbe un'operazione demenziale contro la quale mi batterei. Quindi, per favore, giù le mani da Indro Montanelli, perché altrimenti ognuno potrebbe sentirsi libero di alzarle su chi gli pare.

Il dibattito sul monumento a Milano. Montanelli e la sposa bambina africana: “perché quella statua va tolta”. Redazione su Il Riformista l'11 Giugno 2020. Si abbattono statue in tutto il mondo. Schiavisti, colonialisti, imperialisti. È uno degli effetti della morte di George Floyd, il 46enne afroamericano ucciso in un violento intervento della polizia a Minneapolis, nel pomeriggio del 25 maggio. Le statue di Re Leopoldo II del Belgio, di Winston Churchill, di Cristoforo Colombo sono state vandalizzate o abbattute. Si è riaperto allora il dibattito sulla statua di Indro Montanelli nei giardini omonimi a Milano, in zona Porta Venezia. L’organizzazione antifascista I Sentinelli di Milano hanno chiesto infatti al sindaco Giuseppe Sala e al Consiglio Comunale di rimuovere il monumento al giornalista in quanto “fino alla fine dei suoi giorni Montanelli – Soldato in Etiopia, negli anni Trenta – ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale”. Non è un dibattito nuovo. Già nel 2019, in occasione delle manifestazioni per la Festa della Donna dell’organizzazione femminista Nonunadimeno, la statua era stata imbrattata con della vernice rosa. La storia risale al 1935, quando Montanelli, 26enne fascista, reporter, comandante di compagnia del XX Battaglione Eritreo, comprò dal padre e sposò una 12enne abissina di nome Destà. La vicenda venne raccontata nel libro XX Battaglione Eritreo e dallo stesso giornalista, anni dopo, nel 1969, durante la trasmissione L’ora della verità di Gianni Bisiach. In quell’occasione, però, il giornalista trovò Elvira Banotti a contestare argomentazioni e aneddoti. “In Europa si direbbe che lei ha violentato una bambina di 12 anni, quali differenze crede che esistano di tipo biologico o psicologico in una bambina africana?“, incalzò Banotti lasciando in alcuni tratti senza parole Montanelli. Banotti era una giornalista e scrittrice italiana nata ad Asmara. Negli anni espresse anche lei posizioni controverse, come per esempio contro “il totalitarismo gay”. Difese Silvio Berlusconi nel dibattito sul processo Ruby. Resta comunque negli archivi e nella memoria di molti quel botta e risposta, con un Montanelli sconcertato, o quantomeno spiazzato, dalle parole della femminista. Il giornalista, in Africa, aveva contratto un rapporto di madamato, ovvero una relazione more uxorio in territorio coloniale. E per questo venne accusato da Banotti; e per questo la sua statua è stata imbrattata dalle femministe con un secchio di vernice rosa. A favore della proposta dei Sentinelli, di rimuovere la statua, anche l’Arci: “Nella Milano Medaglia d’oro della Resistenza questa è un’offesa alla città e ai suoi valori democratici”. Contraria su tutta la linea la destra. In primis la Lega. “Giù le mani dal grande Indro Montanelli! Che vergogna la sinistra, viva la libertà”, ha dichiarato il leader Matteo Salvini. “Il fatto che il Partito Democratico ipotizzi di discutere l’idiozia lanciata dai novelli stalinisti di voler mettere le mani sulla statua a ricordo di Montanelli, un grande milanese e italiano, dimostra che il Dna della sinistra caviale e champagne è sempre quello della cancellazione della storia scomoda“, ha commentato il capogruppo della Lega al Comune di Milano e parlamentare, Alessandro Morelli. Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia ed esponente di Fratelli d’Italia, si spinge fino a una fantomatica “Floyd mania“: “È una vergogna, un attacco alla memoria di uno dei più grandi giornalisti italiani. La Floyd mania sta offuscando le menti anche di qualche consigliere comunale”. Anche tra i consiglieri comunali del Pd, in verità, la proposta ha destato perplessità. Il capogruppo del partito, Filippo Barberis, ha spiegato di essere “molto lontano culturalmente da questi tentativi di moralizzazione della storia e della memoria che trovo sbagliati e pericolosi”. A difesa del giornalista e della sua memoria anche Beppe Severgnini, allievo di Montanelli e firma del Corriere della Sera: “Montanelli poi capì l’ingiustizia e l’anacronismo di quel legame; ma non negò, né rimosse, la vicenda. La giovanissima Destà andò poi in sposa a un attendente eritreo, e con lui fece tre figli: il primo lo chiamarono Indro”. Per Severgnini “se un episodio isolato fosse sufficiente per squalificare una vita, non resterebbe in piedi una sola statua. Solo quelle dei santi, e neppure tutte”.

Quaranten(n)a - Scusaci, Destà. E scusateci tutte. Valerio Giacoia il 23 giugno 2020 su Il Quotidiano del Sud. Cara Fatima Destà, come una triste ombra cinese sembra spuntare fuori da una quinta nascosta quel tuo bel viso. Adesso che il ginocchio di un razzista ha tolto il fiato per sempre a George Floyd, scorgiamo tra le proteste e i fuochi il contorno di quel visetto salire in mezzo al fumo. Che cosa avessi dentro quando a 12 anni ti vendettero al sottotenente Indro Montanelli, partito da Napoli per raggiungere l’Africa orientale, dove l’aggressione all’Etiopia regalò la “medaglia” di imperatore al re Vittorio Emanuele III, nessuno se lo chiede però. Non eri un animalino docile, come ti dipingeva quel “marito” soldato in una orribile intervista a Enzo Biagi: due amici annoiati, come seduti al tavolino di un vecchio caffè, parlando di rozze conquiste tra smorfie e quesiti assolutori. No, Destà, perché tu eri una bambina. I tuoi non erano i capelli di una capra, come egli li descrisse, non puzzavano di pecora. Erano capelli di una bambina. E poi tu, innocente, scegliesti pure quel nome, Indro, per tuo figlio. Senza sapere che a quell’italiano non importò davvero un granché. Frettoloso con te, e attento nel fare il suo dovere per il Duce, sottotenente di un esercito che laggiù sganciò micidiali bombe chimiche sulla popolazione inerme, come contro quegli 800 tra donne, bambini, padri, nonni, massacrati nella grotta di Debra Brehan tra il 9 e l’11 aprile del ’39 che chiedono ancora giustizia. Altro che “io vado in Abissina per aver letto i romanzi di Kipling”. Il dovere del sottotenente comprendeva il soggiacere con te ogni quindici giorni, quando portavi silenziosa la biancheria pulita, già torturata e infibulata com’eri, già derubata? Il suo dovere comprendeva di cederti poi al generale, prima che al suo fidato sciumbasci, signor graduato indigeno delle truppe coloniali Gabér Hischial? Come si fa con una sedia, con un panino a scuola, come una sigaretta mezza fumata da spartire? Ti dobbiamo delle scuse, Destà. E con te le dobbiamo alle bambine che ancora nel mondo vanno in spose agli orchi e delle quali, come toccò a te, a nessuno importa. Milioni di Destà, milioni di visetti innocenti ai quali viene negato, come fu per te, il diritto all’infanzia. Un anno fa l’Unicef calcolava 65 milioni di piccole spose fantasma costrette al matrimonio prima dei 18 anni, 12 milioni di ragazzine ogni anno. Delle tue disperate succeditrici, Destà, il 40 per cento vive in Asia Meridionale, anche se il numero dei matrimoni combinati cresce orribilmente proprio nel tuo continente, nell’Africa Subsahariana: una su tre. Vendute, sfruttate, segregate, derubate, quando in Occidente alla stessa età si sceglie il diario più carino per andare a scuola, quale sport praticare, si legge Harry Potter. Matrimoni infernali con persone che quelle bambine nemmeno conoscono, figli che arrivano in giovanissima età, vite schiacciate sotto ai tacchi come quelle di una formica. Sai, ancora impressiona la storia di Aisha, la bambina somala che a 13 anni, uno in più del tuo, fu costretta a sposare un uomo di trenta più grande dal quale ebbe una figlia, Rayan, e che soltanto dopo un tempo lunghissimo riuscì a liberarsi. “Avevo provato a scappare molte volte – poi raccontò –, ma ogni volta mio padre mi riportava da lui, non avevo scelta”. Gravidanze in adolescenza (dai 15 ai 19 anni il parto per queste ragazzine è ancora la principale causa di morte), violenze, riduzione in schiavitù, pestaggi. Un orrore a cui l’Italia del “tuo” sottotenente Montanelli non è immune, cara Destà. Giovanissime immigrate di seconda generazione, tra 10 e i 17 anni. Italiane dunque, nate e cresciute qui. I familiari le fanno sparire all’improvviso, fingono di organizzare una visita a un parente ammalato. Una volta a destinazione, la trappola: documenti occultati, biglietto di ritorno distrutto, prigioniere per sempre. Ribellarsi significa rischiare la vita. Come toccò nel 2006 a Hina Saleem, la ragazzina di Brescia che trovò la forza di dire di no, e che fu uccisa e poi sepolta nel giardino di casa. Ti dobbiamo delle scuse, Destà. Le dobbiamo anche a quei 25milioni di spose bambine dell’India, moltissime delle quali hanno meno di 10 anni. Dobbiamo chiedere scusa a quelle bambine che vengono promesse fin da quando hanno 6 mesi di vita. Dobbiamo chiedere scusa alle vittime del misyar, il matrimonio del viaggiatore: l’orco è un uomo che fa il turista, è ricco, sposa le bambine per il tempo della vacanza e quando torna al suo paese di origine è sciolto da ogni vincolo, da qualsiasi obbligo, anche se la ragazza dovesse aspettare un figlio, salvo quei seimila dollari imposti per decreto come in Egitto (l’Egitto che ora si prende anche il lusso di beffare i genitori di Giulio Regeni, inviandogli oggetti che non gli appartenevano) se la differenza d’età con la “moglie” supera i 25 anni. Dobbiamo delle scuse anche alle bambine dello Yemen, vendute per pochi denari sotto le bombe. Cara Fatima Destà, poco è cambiato da allora. Certo non cambiano le menzogne. E siccome tu eri una di noi, sei una di noi, come da una vecchia fotografia scoperta in soffitta adesso sarà obbligatorio soffiare via la polvere acre della menzogna familiare italiana. Restituendoti un po’ di verità e di pace.

Indro Montanelli, pedofilo e razzista.  Mario Furlan il 12 giugno 2020 su Il Giornale. Indro Montanelli era pedofilo e razzista. E’ quanto sostengono alcuni gruppi antirazzisti e femministi, che a Milano vorrebbero rimuovere la statua del grande giornalista dai giardini pubblici a lui intitolati. E che vorrebbero, naturalmente, intitolare i giardini a qualcun altro. Più degno di lui. La colpa di Montanelli? Arrivato all’Asmara nel 1935, reporter ventiseienne, viene nominato comandante di compagnia nel XX Battaglione Eritreo, formato a ascari, mercenari locali. Era tradizione che gli italiani trasferiti laggiù, a migliaia di chilometri da casa, si prendessero come compagna una donna africana. Al giovane Indro venne proposta una minorenne locale, e lui non si sottrasse. Si vollero bene. Ma per fortuna Montanelli capì che quel legame era sbagliato. Quando la relazione terminò, la ragazza sposò un attendente eritreo. Con lui fece tre figli, il primo lo chiamarono Indro. Eccola qui, la grande colpa del grande scrittore. Ecco perché era razzista: perché si era messo insieme ad una ragazza di colore (dovrebbe semmai essere il contrario: un bianco che va con una nera dimostra che il colore della pelle non conta). Ed ecco perché era pedofilo: perché lei non era ancora maggiorenne. Che dire, allora, di Maometto, che ebbe la bellezza di 13 mogli, tra cui una schiava copta (pure schiavista, oltre a razzista!), e addirittura 16 concubine? La sua moglie più importante, Aisha, venne sposata formalmente quando aveva 6 anni. E il rapporto venne consumato quando ne aveva 9. Oggi ci scandalizziamo per certe cose. Aggiungo: per fortuna. Un maggiorenne che fa sesso con una minorenne finisce in gattabuia; se la ragazzina è una bambina, buttano via la chiave. Ed è giusto che sia così. Oggi. Ma allora le tradizioni, la cultura, la mentalità erano completamente diverse. Si viveva meno, si moriva prima e si doveva prolificare prima. A 13 anni Gandhi sposò una tredicenne ed ebbero cinque figli. Sbagliato, sbagliatissimo. Come i matrimoni combinati. Ma allora era la regola. E se provavi a ribellarti venivi condannato, come eretico e nemico dei valori familiari. Ci sono istanze giuste, giustissime. Che però, portate all’estremo, diventano ridicole. Da quando, negli Usa e in tutto il mondo, il movimento Black lives matter ha ripreso vigore dopo la tragica uccisione di George Floyd, la piaga del razzismo è tornata all’ordine del giorno. Era ora, visto anche che Trump si è permesso di mettere sullo stesso piano i suprematisti bianchi e gli antirazzisti. Dopo i disordini di Charlotteville nell’agosto 2017, in cui una giovane antifascista venne uccisa da un estremista di destra, il Presidente disse qualcosa che fa ancora accapponare la pelle: “There were very fine people on both sides”, “C’erano ottime persone da entrambe le parti”. Come dire che anche gli scagnozzi del Ku Klux Klan sono ottime persone. Ben venga il rigurgito antirazzista. Ma evitando che, oltre al razzismo, prenda di mira anche il buon senso. E’ ridicolo abbattere le statue di Cristoforo Colombo, colpevole di avere scoperto il Nuovo Mondo, e quindi di avere dato il via al genocidio degli indiani. Così come è ridicolo voler tirare giù i monumenti a Winston Churchill, l’eroe della lotta a Hitler, perché credeva che i bianchi fossero più intelligenti dei neri e degli orientali. Idiozie, che però nell’epoca dell’imperialismo europeo andavano per la maggiore. E c’è chi, in nome dell’antirazzismo, vorrebbe mettere al bando Shakespeare. Perché antisemita nel Mercante di Venezia. Leonardo da Vinci, animalista e vegano ante litteram, scrisse: “Fin dalla più tenera età, ho rifiutato di mangiare carne. E verrà il giorno in cui gli uomini guarderanno all’uccisione degli animali così come oggi si guarda all’uccisione degli uomini”. Se il tempo dimostrerà che aveva ragione, tra uno o due secoli, chissà, i posteri inorridiranno al pensiero che ancora nel ventunesimo secolo si mangiavano gli animali. Guardando i video-choc degli allevamenti intensivi, in cui mucche, maiali e pulcini sono (mal)trattati come oggetti, resteranno a bocca aperta. E abbatteranno le statue di tutti quanti, prima di loro, non sono stati vegetariani: razzisti, anzi specisti, perché teorizzavano la superiorità di una specie sull’altra. E perché giustificavano, in questo modo, le peggiori violenze su creature inermi. Quando, nel lontano 1983, sostenni l’esame di Maturità, scelsi il tema dal titolo “Cosa significa essere figli del proprio tempo”. Spiegai che vuol dire ritrovarsi nelle idee e nelle usanze, giuste o sbagliate, della propria epoca e del luogo in cui si abita. Ci vuole coraggio a non essere figli del proprio tempo: si finisce incompresi. O emarginati. O incarcerati. O uccisi. La cultura cambia, la morale cambia, e ciò che allora era giusto oggi è sbagliato. E viceversa. L’antirazzismo è un dovere morale. Il politically correct è, invece, moralismo. Ossia il tentativo di impancarsi ad eticamente superiori. E’ facile, e gratificante: io mi sento moralmente superiore a te, perché tu hai fatto questo e quest’altro di sbagliato. Visto che siamo uomini, quindi peccatori, trovare qualcosa di sbagliato in qualcuno è facilissimo. E di questo passo dovremmo abbattere tutte le statue, e cambiare in nome a tutte le strade. Non si salverebbero nemmeno i santi: anche loro avevano difetti. Come disse Andreotti, uno che di peccati se ne intendeva, “ distinguerei le persone morali dai moralisti. Perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discuterne, non hanno poi il tempo di praticarla.”

Statua di Montanelli a Milano, Di Maio: "Nessuno ha il diritto di rimuoverla". Sala: "Contrario a toglierla, tutti facciamo errori". Pubblicato venerdì, 12 giugno 2020 da La Repubblica.it. "A distanza di oltre 40 anni" - dall'agguato terroristico a Indro Montanelli - nessuno può "arrogarsi il diritto di rimuovere la sua statua, di cancellare la memoria di quell'agguato. Un agguato contro un uomo e contro la libertà che quell'uomo stesso, con grande dignità, ha sempre rappresentato. Mi auguro che il Comune di Milano quella libertà voglia difenderla. Pensiamo al futuro, costruiamo nel presente. Prendiamo lezione dal passato e guardiamo avanti, con fiducia e determinazione. L'Italia è anche questo e dobbiamo esserne orgogliosi". Con un lungo post su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio interviene nelle polemiche sulla richiesta da parte dell'associazione I Sentinelli di Milano di rimuovere la statua dedicata al giornalista nei giardini vicino Porta Venezia, cambiando anche l'intitolazione dei giardini stessi. Una richiesta a cui risponde anche il sindaco di Milano Beppe Sala dicendo di non essere favorevole. Tutto è nato mercoledì, quando l'associazione antirazzista e per i diritti I Sentinelli di Milano scrive una lettera pubblica al sindaco e al Consiglio comunale: "A Milano ci sono un parco e una statua dedicati a Indro Montanelli, che fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia. Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l'intero consiglio a valutare l'ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i Giardini Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d'Oro della Resistenza". Di Maio scrive su Facebook, accompagnando le sue parole con una foto di Montanelli subito dopo la gambizzazione: "Il 2 giugno 1977, più di quarant'anni fa, Indro Montanelli prese a camminare lungo la cancellata dei giardini pubblici di Milano. Gli si avvicinarono due giovani. Uno dei due estrasse dal giubbotto una pistola con silenziatore e sparò otto colpi. Quattro proiettili andarono a segno: tre attraversarono la coscia destra e l'altro trapassò un gluteo e si fermò contro il femore sinistro. Montanelli non cadde subito. Il suo pensiero, anche in quegli istanti, fu quello di restare in piedi, aggrappandosi a una inferriata che aveva accanto. In piedi, con la schiena dritta, com'è sempre stato. Era stato colpito il più grande giornalista italiano di allora, oggetto in quel periodo di una campagna d'odio senza precedenti. Le Brigate Rosse rivendicarono l'attacco. Oggi, in quegli stessi giardini pubblici di Milano, c'è una statua che ricorda quel momento. Ritrae Montanelli con la sua Lettera 22 sulle ginocchia. E in passato, è vero, lui stesso criticò quell'opera, sostenendo che i "monumenti sono fatti per essere abbattuti". Idee e valori di un giornalista attento e scrupoloso, ma soprattutto di un uomo libero. Anche questo era uno dei tratti che lo distingueva da tutti gli altri. Montanelli vantava un'onesta intellettuale che gli permetteva di soprassedere alle logiche dei personalismi e della vanità. Lavorava per raccontare i fatti. Scriveva per la verità. Non aveva bisogno di elogi, né di onorificenze". "Non sono favorevole alla rimozione della statua di Montanelli: penso che in tutte le nostre vite ci siano errori, e quello di Montanelli lo è stato. Ma Milano riconosce le sue qualità, che sono indiscutibili". Nel dibattito rovente sulla richiesta di rimuovere la statua di Indro Montanelli dai giardini a lui dedicati (e quindi di cambiare anche l'intitolazione) è intervenuto anche il sindaco di Milano Beppe Sala. Con un parere - espresso in un'intervista al quotidiano Il Giorno - che, per quanto non vincolante in quello che al momento resta un dibattito accademico, comunque pesa. "Non mi piacevano tutte le sue posizioni, a volte eccedeva in protagonismo. Ma aveva una penna straordinaria", ha spiegato il sindaco. Nel post I Sentinelli collegano questa richiesta alla cronaca: "Dopo la barbara uccisione di George Floyd a Minneapolis le proteste sorte spontaneamente in ogni città con milioni di persone in piazza e l'abbattimento a Bristol della statua in bronzo dedicata al mercante e commerciante di schiavi africani Edward Colston da parte dei manifestanti antirazzisti di Black Lives Matter richiamiamo con forza ogni amministrazione comunale a ripensare ai simboli del proprio territorio e a quello che rappresentano". Le reazioni, in due giorni, sono state tantissime. Politici, intellettuali, molti contrari all'ipotesi con toni più o meno accesi (tra i più accesi quelli del segretario della Lega Matteo Salvini) e con posizioni diverse nel centrosinistra, anche se proprio il capogruppo del Pd a Milano Filippo Barberis ha già dato il suo parere negativo. Ora arriva quello del sindaco Sala: ma a questo punto bisognerà vedere se la proposta approderà comunque in Consiglio comunale. E la Fondazione Montanelli Bassi di Fucecchio (Firenze) ha scritto al sindaco Sala per dire che "anche il solo ipotizzare la rimozione della statua di Indro Montanelli sarebbe un'offesa alla memoria del più popolare e apprezzato giornalista italiano del Novecento". La missiva è firmata dal presidente della Fondazione, Alberto Malvolti: "Le testimonianze lasciate da Montanelli e il contesto storico in cui quei fatti avvennero - prosegue Malvolti - dimostrano che non ci fu alcuna violenza né tanto meno ci furono atteggiamenti razzisti da parte di Indro, che accettò quel "matrimonio" proposto dalla popolazione locale e celebrato pubblicamente secondo gli usi e i costumi abissini".

Lorenzo Mottola per ''Libero Quotidiano'' il 12 giugno 2020. Nel 1935, l'allora giovane Indro Montanelli - era nato a Fucecchio (un paesotto di 20mila abitanti a metà strada tra Firenze e Pisa) il 22 aprile 1909 - già laureato in Legge e già giornalista di qualche peso, con articoli pubblicati da Il Frontespizio di Piero Bargellini, l' Universale di Berto Ricci, il Popolo d' Italia di Mussolini e per il quotidiano francese Paris-Soir, decide di partecipare da volontario all' impresa coloniale fascista in Etiopia. Il 27 giugno viene incorporato all' Asmara nel XX Battaglione eritreo (sarà questo anche il titolo del suo primo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1936 e recensito entusiasticamente sul Corriere della Sera da Ugo Ojetti; sarà poi riedito nel 2010 con le lettere inedite ai genitori dal fronte) , come comandante di un plotone di ascari. I quali, seguendo una consolidata tradizione, lo invitano, pena la perdita di prestigio ai loro occhi, a prendere per moglie una ragazzina di 12 anni. Indro ne parlerà più volte apertamente nel corso della sua vita, anche in una celebre intervista televisiva del 1972, fino a una "Stanza" del 2000 sul Corriere, poco prima di morire. Sempre rivendicando il proprio operato e sempre uscendone a testa alta. Proprio per questo non si comprendono le polemiche di questi giorni e le richieste al sindaco di Milano Giuseppe Sala di rimuoverne la statua dall' omonimo parco, così come non si spiegava l'atto vandalico che questa aveva subito l' anno scorso venendo imbrattata di vernice rosa a opera delle femministe. Del resto, la parola definitiva sullo "scandalo" eritreo l' aveva pronunciata nel giugno 2019 Angelo Del Boca, il maggiore storico del colonialismo italiano, che proprio con Montanelli si era reso protagonista di una lunga diatriba sull' uso dei gas nella guerra d' Etiopia. Il grande giornalista lo negava, mentre il grande storico cercava di dimostrarne l' impiego sistematico. Alla fine, la scoperta di documenti ufficiali aveva chiuso la questione nel 1996. Questo per dire come l' ex partigiano Del Boca non aveva certo remore nel contraddire e attaccare Montanelli. Ebbene, l' autore di volumi fondamentali come Gli Italiani in Africa Orientale (Laterza), I gas di Mussolini (Editori Riuniti), La nostra Africa (Neri Pozza) e Italiani, brava gente? (Neri Pozza) e delle principali biografie del Negus Hailé Selassié e di Gheddafi, intervistato per il Tg2 Dossier dedicato a Montanelli da Miska Ruggeri, era stato chiarissimo: . Sulla stessa lunghezza d' onda un altro storico, Giordano Bruno Guerri, secondo cui: «Non possiamo giudicare la storia con gli occhi di oggi, perché altrimenti non capiamo nulla del passato e lo distorciamo». Guerri allarga il discorso anche a chi tira in ballo, per le stesse ragioni, le figure di Winston Churchill e di Cristoforo Colombo, o un film come "Via col vento". «Lo schiavismo», ricorda lo scrittore, «è certamente da condannare, ma fino al Seicento tutti lo accettavano». Quanto a Montanelli «è chiaro che lui ha fatto una cosa deprecabile», acquistando una bambina eritrea. «La pedofilia e, tanto meno l' acquisto di qualcuno, è assolutamente inaccettabile. Però non si può giudicare un protagonista della storia da un solo episodio. Montanelli ha fatto anche altro, è stato uno dei più grandi giornalisti italiani del '900, gambizzato dalle Brigate Rosse». «Come lui», prosegue lo storico toscano, «anche altri intellettuali, ad esempio Pasolini, hanno delle macchie. Ma se dovessimo abolire le personalità storiche che hanno avuto delle macchie nella loro vita, non rimarrebbe quasi più nessuno».

Gad Lerner su Indro Montanelli: "Oggetto di venerazione sproporzionata rispetto alla sua biografia". Libero Quotidiano l'11 giugno 2020. Siamo alla follia targata Pd. Già, perché alcuni esponenti del Pd, intercettando la proposta dei cosiddetti Sentinelli (gruppo laico e antifascista, così come si presentano sui social), invocano la rimozione della statua di Indro Montanelli a Milano, ai giardini di via Palestro. La ragione? "Montanelli fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia". Dunque chiedono rimozione della statua e cambio del nome dei giardini. E ora, nel primo mattino di giovedì 10 giugno, sulla questione interviene Gad Lerner, il quale su Twitter afferma quanto segue: "Andiamoci piano con l'abbattimento delle statue. Qualcuno potrebbe ricordare che la Bibbia contempla schiavismo e patriarcato: rimuoviamo pure il Mosè di Michelangelo?". E fin qui tutto bene. Poi, però, Lerner aggiunge un PS: "Montanelli è oggetto di venerazione sproporzionata alla sua biografia, non alimentiamola boicottandolo". Già, secondo Lerner, insomma, Montanelli è sopravvalutato. Il gigante assoluto del giornalismo sarebbe oggetto di "venerazione sproporzionata" e il rischio sarebbe di aumentare tal venerazione rimuovendo la statua. Una presa di posizione che lascia letteralmente senza parole.

Paolo Guzzanti per ''il Giornale'' il 12 giugno 2020. Nel clima di caccia alle statue che si è sparso nel mondo, ieri Gad Lerner ha attaccato, con temerarietà e sprezzo del ridicolo, la memoria di Indro Montanelli, scomparso da nove anni, twittando un messaggio ridicolo e imbarazzante. Questo: «Montanelli è oggetto di venerazione sproporzionata, non alimentiamola boicottandolo». Il retroscena è noto. Essendo l' Italia un Paese a rimorchio degli altri anche per inerzia e pigrizia degli intellettuali e poiché in America si abbattono le statue di generali e politici schiavisti dell' Ottocento, da noi c' è chi ha pensato di ritirare fuori - e fuori contesto la storia raccontata dallo stesso Montanelli secondo cui durante la guerra d' Abissinia per la quale partì volontario, sposò una ragazza abissina che, come tutte le spose del suo Paese, era minorenne. Vista con gli occhi di oggi, fu una cosa inaccettabile, ma all' epoca era purtroppo normale. Lerner, però, nel suo messaggio pubblico, non richiama questo evento arcinoto e per il quale le femministe si sono indignate, ma attacca la persona e quella che definisce «venerazione» per Montanelli, condivisa da tutto il mondo giornalistico e letterario e recentemente espressa anche da Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica. Ora, io conosco bene Gad Lerner con cui ho lavorato alla Stampa e ho talvolta apprezzato il suo giornalismo, ma certamente non l' ho venerato e credo che non lo veneri nessuno. Purtroppo Lerner ha nella sua storia professionale l' ombra di una vicenda che non gli permette proprio di tenere un corso di antipedofilia, come ha fatto attaccando un grande giornalista e protagonista. Morto, fra l' altro, sullo stesso fronte politico su cui si trova Lerner: quello dell' antiberlusconismo, dopo aver rotto con il suo ex editore che gli aveva permesso di sopravvivere con un Giornale economicamente fallito. Il fatto è che Lerner, come direttore del Tg1 Rai, mandò in onda un servizio vergognoso sulla pedofilia, con immagini ignobili per le quali dovette scusarsi pubblicamente, di fronte all' Italia stupita e indignata, per non avere controllato la messa in onda di materiale pedo-pornografico. Le sue scuse furono chieste dai vertici della Rai e del mondo giornalistico e politico. Fu, quel servizio, una macelleria di bambini già violentati fisicamente e poi nelle immagini del telegiornale diretto da Gad Lerner. Poi, per carità, ognuno su Montanelli può avere l' opinione che vuole e forse Lerner vede oltre la stima, anche la «venerazione» (parola che ha scelto lui) di chi lo ha stimato e amato, fra cui Marco Travaglio, direttore del Fatto per cui scrive ora Lerner e che è stato un «Montanelli boy». È un fatto storico che Indro Montanelli sia stato un rivoluzionario del giornalismo e un coraggioso, che mai e poi mai, da vivo, avrebbe proposto il «boicottaggio» di Gad Lerner, perché spropositatamente venerato. Certe cose un uomo non le fa: se uno pensa di boicottare la memoria di un grande protagonista, deve almeno avere un passato impeccabile nel campo per cui si scaglia contro un morto. E la storia del vergognoso servizio in materia di pedofilia non ci sembra impeccabile, ma più deplorevole degli usi e costumi del mondo coloniale di novanta anni fa.

Andrea Galli e Maurizio Giannattasio per corriere.it il 14 giugno 2020. Almeno cinque barattoli di vernice di colore rosso. Vernice utilizzata per cospargere la statua di Indro Montanelli e farla colare sulla testa, sul busto, sugli arti come sangue. E due bombolette di spray di colore nero. Spray utilizzato per scrivere alla base del monumento, nei giardini tra le vie Palestro e Manin intitolati proprio al giornalista e scrittore, due parole che, nei piani degli esecutori, sintetizzano e spiegano l’agguato: «Razzista stupratore». Il vandalismo è avvenuto nel pomeriggio di ieri. Del caso si occupa la Digos. Un blitz che potrebbe avere avuto numerosi testimoni ed esser stato ripreso dalle telecamere. Ci sono sì impianti, nelle strade adiacenti il parco e all’interno della stessa area verde, ma è anche vero che esistono percorsi di avvicinamento e allontanamento verso la statua «scoperti». L’indagine potrebbe non essere fulminea. Come invece sembra essere stata l’azione. Quantomeno, un’azione studiata, preparata. C’erano più persone, e magari altri complici a far da palo lungo il perimetro dei giardini e in prossimità dei cancelli. A ieri sera, nessuno ha rivendicato il blitz, eseguito dopo intensi giorni di dibattito in seguito alla richiesta dei Sentinelli, che sostengono di battersi per i diritti, di rimuovere il monumento in relazione al passato colonialista di Montanelli, quando in Abissinia (era un giovane sottotenente) sposò e convisse con una minorenne. Nei giorni scorsi i Sentinelli avevano scritto una lettera al sindaco Beppe Sala e al consiglio comunale tutto. Più che una lettera, era stato un appello. Ancor di più, un’esplicita richiesta da soddisfare nel breve volgere. Ovvero rimuovere la statua ed erigerne altre dedicate a personalità più «degne». E come una sequenza di voci contrarie s’era subito messa in moto, così le reazioni nell’apprendere il vandalismo sono state immediate. Fra i primi a intervenire, il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana: «Proprio non ci siamo. L’odio, la cattiveria e l’astio sono sempre più dominanti sul confronto civile e democratico. C’è da preoccuparsi seriamente». Roberto Cenati guida l’associazione milanese dell’Anpi. E rimane fermo sulla posizione già espressa, un invito ad analizzare l’intera vita e la professione del giornalista: «Nessuno vuole difendere quel passato. Ma ricordo che il monumento a Montanelli è stato costruito a pochi passi da dove fu gambizzato dai brigatisti. Ha un significato particolare, questa statua. Quei terroristi avevano voluto colpire la libertà di stampa. Sono preoccupato per questa deriva iconoclasta che vuole emendare la storia». Non è la prima volta — e a registrare i fatti il timore è che non sia l’ultima — che il giornalista diventa un bersaglio. Scelto e colpito. Un simbolo eletto a rappresentazione del male e meritevole di essere cancellato nella sua memoria. Le mosse dei Sentinelli avevano seguito le «diramazioni» dell’assassinio negli Stati Uniti di George Floyd. Era stata per esempio abbattuta la statua di Edward Colston, un mercante di schiavi, e allo stesso tempo aveva subìto oltraggi il monumento a Winston Churchill. Attaccare ovunque, attaccare in ordine sparso. Qui in Italia, per appunto, ecco Indro Montanelli, inviato, scrittore, storico, narratore del mondo. Difficile che nessuno abbia visto il blitz: era sabato, e di sabato i giardini sono affollati. Sulla statua i vandali hanno dovuto arrampicarsi e sostare, per versare la vernice; dopodiché, plausibilmente, hanno dovuto scappare. Non sono passati inosservati.

"Razzista, stupratore", vandalizzata la statua di Montanelli. Dopo le polemiche degli ultimi giorni ecco la concretizzazione del forte astio emerso nei confronti del giornalista: statua imbrattata con almeno quattro barattoli di vernice e scritta ingiuriosa sul basamento della stessa. Federico Garau, Domenica 14/06/2020 su Il Giornale. Che la statua di Indro Montanelli collocata nei giardini di via Palestro (Milano) a lui dedicati fosse stata al centro delle polemiche in questi giorni è cosa oramai risaputa, ma quanto accaduto nelle ultime ore va ben oltre delle semplici rimostranze. Per la seconda volta nella sua storia, iniziata con l'inaugurazione ufficiale il 22 maggio del 2006, è stata vandalizzata, questa volta da ignoti, che l'hanno imbrattata utilizzando una vernice rossa. Il lavoro è stato poi completato con l'aggiunta della scritta "Razzista stupratore", che campeggia in nero sul basamento poco sotto l'incisione del nome del giornalista originario di Fucecchio. Il primo episodio del genere risale all'8 marzo dello scorso anno quando, in occasione dello svolgimento di una manifestazione femminista nel giorno della Festa della donna, il gruppo "Non una di meno" imbrattò la statua di Montanelli con una vernice rosa. Più recenti, invece, le proteste dei "laici ed antifascisti" Sentinelli, che ne avevano chiesto la rimozione in un post pubblicato su Facebook, spingendo anche per un cambio di intitolazione dei giardini di via Palestro. "A Milano ci sono un parco e una statua dedicati a Indro Montanelli, che fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia", avevano attaccato gli attivisti. "Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l'intero consiglio a valutare l'ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i Giardini Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d'Oro della Resistenza". Proposte che, specie sull'onda delle polemiche sorte dopo la morte di George Floyd, richiamata anche dagli stessi Sentinelli, avevano trovato l'immediato consenso di alcuni consiglieri comunali del Pd. "Le motivazioni della richiesta di rimuovere la statua le riconosco come valide perché quella è stata una brutta pagina della nostra storia", aveva detto Diana De Marchi. "Vanno indagate le motivazioni che hanno portato all'intitolazione e valutare se siano ancora valide oggi. Da parte mia, farò in modo che se ne discuta". Almeno quattro i barattoli di vernice svuotati sulla statua di Montanelli e lasciati sul posto dai vandali unitamente ad alcuni sacchetti di carta. Preoccupazione per la vicenda e per il crescente clima di tensione è stata espressa in serata dal presidente della regione Attilio Fontana. "Proprio non ci siamo. L'odio, la cattiveria e l'astio sono sempre più dominanti sul confronto civile e democratico. C'è da preoccuparsi seriamente", ha commentato il governatore, come riportato da Agi.

Giuseppe Fantasia per huffingtonpost.it il 13 giugno 2020. “Continuiamo a demolire i monumenti. Disfare e rifare la storia”. Si intitolava così la conferenza di Francesco Rutelli ospitata lo scorso anno a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia. In quell’occasione, ricordiamo bene che fu lui stesso a sollevare il tema che nelle nostre città ci piace colpire o demolire monumenti che non sembrano corrispondere ai nostri convincimenti contemporanei. Alla luce di quanto è avvenuto negli Stati Uniti negli ultimi giorni e di quanto sta avvenendo anche in altre parti del mondo, ne parliamo a telefono proprio con lui, ex sindaco della Capitale, ex ministro, scrittore e attuale presidente dell’Anica, grande esperto e studioso di Storia, un uomo, prima che un politico, che ha sempre voluto affermare attraverso la tutela del patrimonio culturale, i valori di tolleranza, libertà e democrazia.

Perché continuano ad esserci questi atti vandalici nei confronti dei monumenti?

 “Perché nessun monumento può riposare in pace come fosse un corpo inanimato. I monumenti sono fatti viventi che si misurano con la reinterpretazione della Storia e anche con le polemiche del momento. Nella mia biografia familiare, ho qualcosa di rilevante e le posso raccontare delle tante sculture fatte dal mio bisnonno, Mario Rutelli, nessuna delle quali è rimasta immune dal dramma se la raffigurazione scultorea e monumentale fosse la migliore o fosse criticabile. Ovviamente, non dal punto di vista estetico, ma storico e politico. Il mio bisnonno ha fatto un monumento ad Anita Garibaldi, al Gianicolo, e Mussolini impose che Anita – che raffigura mia nonna Graziella, perché non c’è un’iconografia di lei visto che morì giovanissima – fosse rappresentata cavallerizza e combattente, ma anche madre e che allattasse il figlio. Ancora: l’unico monumento di Edoardo VIII, in Inghilterra, nel Galles, lo ha fatto proprio Mario Rutelli, e gli studenti hanno tentato di decapitarlo, perché non riconoscevano l’autorità di Londra rispetto all’aspirazione indipendentista e nazionalista gallese. Altro monumento è quello ai caduti in guerra che si trova ad Agrigento, un pezzo del quale, un pannello in marmo, è stato eliminato perché raffigurava un soldato italiano che trafigge un soldato austriaco, gesto all’epoca dell’asse con la Germania divenuto politicamente scorretto. Questo per dirle che non c’è un monumento nella Storia che abbia riposato o riposi in pace”.

C’è dunque, alla base di tutto, un problema sociale e politico, come dice lei, un problema infinito, eterno.

“Sì, perché l’interpretazione del monumento che si erige è data dal potere esistente. È il potere che esiste che vuole celebrare qualcosa, che è in linea con una personalità e che, attraverso la sottolineatura di questa personalità, compie un atto politico. In alcuni casi la Storia rappresenta un giudizio definitivo e indisputabile, ma nessuno mai si sarebbe aspettato, ad esempio, che cogliendo uno o l’altro aspetto a distanza di secoli di un’ esperienza storica, qualcuno potesse – come è avvenuto in Africa – eliminare il monumento a Gandhi, simbolo della liberazione e della non violenza universale, oppure, che si mettesse in discussione a Londra il monumento a Churchill, salvatore della Patria, o – aggiungo io – che si mettano in discussione i monumenti a Cristoforo Colombo con l’argomento ridicolo che lui, esploratore, navigatore, espressione della cultura e dell’arte della navigazione di fine Quattrocento, sia responsabile nei confronti dei diritti dei nativi americani di cui lui, come si sa, all’inizio, ignorava addirittura l’esistenza. Accusarlo di essere l’artefice del genocidio - che c’è stato eccome e di cui portano la responsabilità molti governanti americani degli ultimi tre secoli - è veramente ingeneroso ed arbitrario, è una cosa ridicola. Dovrebbe essere invece fatta una lettura storica più corretta. Qui viene un altro aspetto”.

Qual è?

“Esiste un utilizzo strumentale dell’interpretazione storica che è una prova di immaturità culturale, di faziosità e di polarizzazioni che per un verso è inevitabile. Come detto, nessun monumento della storia riposerà in pace sul proprio piedistallo, perché tutte le vicende saranno assoggettate ad una valutazione critica e questo è un bene. Il monumento sta lì anche per poter essere giudicato nel corso del tempo e non solo dal punto di vista estetico e artistico, oltre che della firma di chi lo ha realizzato. Però, non bisogna cadere nella catastrofica pretesa per cui dobbiamo adattare al politically correct di un determinato periodo storico interpretazioni che non possono essere più complesse. La cultura nei confronti delle donne ad esempio, o nei confronti del pluralismo religioso, delle popolazioni ‘altre’ da noi…non possiamo certamente applicare il frutto di processi storici drammaticamente complicati che ci hanno portati a una maggiore sensibilità e applicarli a loro volta tout court retrospettivamente a sei secoli fa o più. Non dubiterei che si possa trovare qualcuno che voglia eliminare il monumento al grande Imperatore Marco Aurelio, icona di saggezza, stoicismo, di una filosofia molto aperta e illuminata, perché fu anche un combattente. Se dobbiamo quindi considerare con un metro di oggi l’interpretazione storica del passato, non diamo prova di maturità, ma di immaturità e finiamo con l’alimentare, tra l’altro, una pretesa che è anti-storica”.

I monumenti della storia sono presenze importanti nelle nostre città, ma sono stati e sono in tanti coloro che vogliono che gli stessi non portino contraddizioni: perché?

 “I monumenti sono vivi proprio perché ci permettono di riflettere, di vedere le luci come le ombre. Posso citare un episodio bizzarro e molto divertente, un’operazione furba. A Roma, davanti la sede del Palazzo degli Uffici dell’Ente autonomo EUR, il primo a essere innalzato tra gli edifici del grande progetto E42, c’è Il Genio dello sport, una scultura che rappresenta un giovane con un guanto da lottatore e l’alloro in testa. È una scultura arditamente ribattezzata con un altro nome, perché in realtà, si chiamava Il Genio del Fascismo, e fu messa lì nel 1939 dopo che fu realizzata dallo scultore toscano Italo Griselli. Ha il braccio teso, fa il saluto romano. Nel dopo guerra si domandarono se toglierla o ribattezzarla. Come hanno risolto? Gli hanno messo il guanto dell’atleta e l’hanno chiamata Genio dello Sport”.

Geniali davvero.

“Assolutamente. È stata un’operazione che ha salvato la scultura dandole un nuovo significato. Quando leggiamo che il monumento di Accra a Gandhi “deve cadere”, è perché quel pensiero rispecchia la cultura di un indiano educato secondo gli stilemi britannici. Quando viveva in Sudafrica, prima di divenire il liberatore della sua nazione e il profeta della non violenza per ogni persona, anche per me, come Radicale nelle battaglie che ho fatto, quel Gandhi giovane non aveva una lettura come la abbiamo oggi rispetto alle popolazioni africane che sono autoctone. Si pensi, poi, anche all’eredità post sovietica, al soldato di bronzo a Tallinn, in Estonia, che raffigura la liberazione dal nazismo: è stato rimosso perché è stato voluto dai regimi del dopo guerra comunisti che oggi, ovviamente, in Estonia, detestano come dittatura. Quell’uomo si era però anche battuto contro il nazismo. Lo stesso è successo per il monumento a Budapest al martire Imre Nagy per volere di Stalin, rimosso dal governo di Orbàn nonostante Nagy fosse stato impiccato dai sovietici nel 1958. La colonna di Place Vendôme a Parigi fu abbattuta dalla Comune di Parigi, perché ritenuta simbolo del militarismo. Appena finita la comune fu ricostruita”.

In Italia, immaginiamo, si sono verificati episodi simili.

 “Sì. Non dimentichiamo che noi cristiani abbiamo buttato giù tutti gli obelischi romani considerandoli un simbolo pagano. C’è voluto un Papa, Sisto V, a ritirarli su, a mettere la croce in cima, a ribattezzarli e ad usarli come indicatori per i pellegrini per la città davanti alle grandi chiese”.

Sono diversi, invece, i casi in cui sono stati abbattuti i monumenti di Stalin, di Gheddafi e di Hussein, o no?

 “Certo, perché in quei casi c’è stata la liberazione e quindi la caduta del monumento del dittatore. È comunque importante dare un’interpretazione della Storia che tiene conto di questa complessità e del contributo che anche gli sconfitti della stessa – o quelli che oggi non sono mainstream – danno a tutti noi. Se non ci fossero stati coloro che hanno combattuto il nazismo, incluse le truppe sovietiche, non avremmo avuto la caduta del nazismo. È chiaro che se oggi giudichiamo le truppe sovietiche un’espressione di una dittatura totalitaria che ha creato anche orrore e i gulag, allo stesso tempo dobbiamo avere una capacità di lettura più storica, più equilibrata perché altrimenti rischiamo di fare come i talebani e l’Isis che stabiliscono la loro verità religiosa che non consente monumenti altri da quelli che vogliono loro, ovvero nessuno. Ci sono delle cose che è giusto che vengano messe in un magazzino o defilate in un giardino. Penso ai generali della secessione o a personalità che sono state anche mercanti di schiavi come è avvenuto a Bristol, dove la statua di Edward Colston è stata abbattuta. Quell’uomo ebbe però grandi meriti: trafficava gli schiavi, ma ha lasciato delle istituzioni benefiche e filantropiche molto importante. In ogni città è giusto che prevalga una lettura della negatività rispetto a quella della positività che si dava all’epoca. Discuterne è positivo, ma l’idea che si possa fare giustizia sommaria e buttare in un fosso una scultura anziché mettere in discussione questa interpretazione e la gloria che è stata attribuita con il monumento, è sbagliato. Fare giustizia da soli è sbagliato”.

Il caso Colston ricorda in qualche maniera anche il caso Bottai che la vide coinvolto quando era Sindaco di Roma. Anche lì la situazione era al limite.

“A Roma abbiamo una strada intitolata al governatore Boncompagni Ludovisi dell’età fascista e nessuno ha avuto niente da ridire visto che non è che poi abbia fatto tantissimo. C’è stato invece un governatore che ha fatto molto per Roma ed è stato proprio Giuseppe Bottai, ma rispetto la decisione che si è presa per la fortissima ribellione della comunità ebraica. Alla fine, Gianni Borgna ed io che volevamo intestagli un largo, abbiamo rinunciato a farlo, perché Bottai si dissociò dal regime, ma formò le Leggi razziali. Un argomento pesantissimo. Si è dimenticato, però, quello che ha fatto di positivo: ha dato origine alle leggi del 1939 sul Paesaggio e la Tutela del Patrimonio Culturale, quelle con cui in Italia ancora oggi tuteliamo e difendiamo i monumenti. È stato colui che ha voluto Cinecittà e l’Istituto Centrale del Restauro e fu lui a creare la rivista “Primato”, vera palestra del pensiero antifascista, perché vi scriveva, tra gli altri, Giulio Carlo Argan. Bottai votò al Gran Consiglio per la caduta di Mussolini e andò a combattere i nazisti nella legione straniera per espiare in qualche modo la sua partecipazione al regime. Un caso, il suo, che a mio avviso avrebbe meritato una lettura complessa e non monocroma. Fu una personalità che non può essere letta solo in bianco o in nero. Queste letture ci aiutano a contestualizzare e a rispettare la complessità in un mondo, il nostro, in cui tutto è immediato (Rutelli è autore, tra gli altri, del libro Contro gli immediati, La nave di Teseo, ndr)”.

Cosa bisognerebbe fare secondo lei?

“Se si vuole riflettere e contestare le cose che ci troviamo davanti, è assolutamente rispettabile. Se si vuole diventare iconoclasti e distruttori senza ascoltare le ragioni dell’altra parte, diventa un caso di polarizzazione estrema che contraddice quest’ansia di ricerca della verità. Questi movimenti americani sono molto importanti. In America i neri sono discriminati e c’è un grande movimento che rivendica i diritti delle persone di colore tuttora discriminate. Questo porta a riesaminare alcune figure storiche, ma non ci dimentichiamo che i primi presidenti degli Stati Uniti, i fondatori della democrazia americana, avevano tutti degli schiavi in casa propria perché quella era la società del tempo”.

Stiamo entrando in una fase adulta per giudicare i monumenti che abbiamo nelle nostre strade oppure no?

 “La fase adulta significa che li sappiamo giudicare, ma senza ergerci a giudici definitivi con una sega elettrica in mano. Un monumento non si elimina come un tweet. Un monumento o il ricordo di una personalità, ci dicono chi siamo noi oggi, oltre a dirci chi era quella persona rappresentata. Ci fanno riflettere su di noi e sulla complessità della Storia. Non ci deve, poi, scandalizzare perché quella pretesa e quella volontà pedagogica che hanno possono scontrarsi a distanza di tempo con la loro stessa negazione. Si pensi all’adulterio che fino al 1968 era un crimine punito dal codice penale. La donna adultera, fino alla riforma del codice penale, finiva in carcere. Al contrario, invece, l’uomo non veniva punito. Ci sono voluti i Radicali per abolirlo. Questa era l’Italia fino a pochi anni fa. Questo c’entra poco con i monumenti e più con il costume: piuttosto, col fatto, che se se ci mettiamo a fare i giudici superficiali della Storia, finiamo come i talebani, con l’avere una visione estremista e fondamentalista, e questo può essere solo un danno”.

Ecco perché l'Occidente è per natura più libero rispetto all'Oriente. Il capitalismo si fonda su mercato e proprietà privata. E sulla concorrenza fra i poteri. Giampietro Berti, Venerdì 29/05/2020 su Il Giornale. A pochi giorni dalla scomparsa di Luciano Pellicani, il maggior studioso italiano di sociologia politica, esce un suo breve testo che raccoglie una lectio magistralis da lui tenuta il 21 settembre 2019 al festival estivo promosso e organizzato a Sciabaca dall'editore Florindo Rubbettino. Si tratta di una sintesi che compendia il grande problema relativo alla natura della civiltà occidentale: Perché in Occidente c'è più libertà che in Oriente? Il testo è pubblicato dallo stesso Rubbettino con una sua prefazione. Perché dunque in Occidente c'è più libertà rispetto non soltanto all'Oriente, ma anche ad ogni altra civiltà? La spiegazione di Pellicani, di cui naturalmente la lectio magistralis registra solo alcuni passaggi, si può riassumere così. Per dar conto della natura dell'Occidente è necessario affrontare prima di tutto la natura del capitalismo, il quale si fonda sul mercato, che a sua volta presuppone l'esistenza della proprietà privata come struttura portante della società civile. L'economia capitalistica sorge dalla limitazione del potere dovuta al pluralismo del sistema feudale, scaturito dalla dissoluzione dell'impero romano (la sua genesi, pertanto, non è quella indicata da Max Weber). Il periodo medievale è segnato dalla guerra delle investiture fra Papato e Impero; una guerra che si risolve senza vinti né vincitori: l'Impero non riesce a creare un cesaropapismo, il Papato non realizza la teocrazia universale. L'intero periodo è caratterizzato da una pluralità molto articolata di centri potestativi, che impediscono la formazione di un monopolio unico del comando, sia questo religioso, politico o economico. Tale pluralità favorisce la presenza di interstizi di libertà perché il contrasto fra il potere spirituale e il potere temporale impedisce ad entrambi di controllare fino in fondo la società civile. Di fatto, la loro rivalità crea una situazione favorevole allo sviluppo della cultura del conflitto istituzionalmente regolato, che sfocerà molti secoli dopo nella creazione liberale dello Stato di diritto. Pellicani ricostruisce il lungo tragitto del pensiero occidentale così come esso si è svolto dai Greci ai nostri giorni. Affronta in tal modo uno dei nodi teorici più problematici del dibattito filosofico, storico e sociologico relativo alla comparazione fra le varie civiltà. Si deve constatare che solo l'Occidente presenta queste caratteristiche perché solo esso è pervaso dalla logica della secolarizzazione; processo che contempla laicamente il pluralismo dei valori e dunque la possibilità effettiva della loro convivenza. Ne è conseguito un intreccio di interessi che hanno dato vita alla civiltà dei diritti e delle libertà, grazie anche alla prodigiosa crescita della ricchezza materiale generata dalla sinergia fra sviluppo economico e conoscenza scientifica. Di qui la possibilità della manipolazione tecnica del mondo; di qui la definitiva supremazia piena e netta del libero arbitrio quale nucleo concettuale ultimo del mito dell'«avanzamento continuo» del progresso umano. Non vi è alcuna altra civiltà che abbia nel suo Dna tutte queste peculiarità, le quali a loro volta possono darsi solo in presenza del processo di secolarizzazione. Vi è modernità laddove esiste la separazione tra la società politica e la società civile, quale logica conseguenza della dialettica continua fra economia e politica, fra società e Stato. Libertà, mercato e proprietà privata sono costitutivi del capitalismo e dunque dell'Occidente: senza secolarizzazione non vi è pluralismo, senza pluralismo non vi può essere la relatività dei valori e dunque la libertà, sia essa politica, sociale, economica, religiosa. A differenza di qualsiasi altra civiltà, quella occidentale risulta attraversata dal conflitto fra Sparta e Atene, fra spirito giudaico e spirito greco, fra messianesimo e illuminismo, dualismi riassumibili nella contrapposizione tra una concezione chiusa e una concezione aperta della società; molteplici tradizioni di pensiero che hanno convissuto senza mai riuscire a prevalere l'una sull'altra in modo definitivo. Il che ha conferito alla civiltà occidentale lo statuto di una civiltà superiore. A partire dalla ricerca intellettuale di Luciano Pellicani si può quindi dare una precisa risposta alla domanda se, rispetto al problema decisivo della libertà, la civiltà occidentale sia superiore alla civiltà orientale come a qualsiasi altra civiltà. Ebbene, la risposta è affermativa, perché a fronte di quella occidentale, tutte le altre civiltà non presentano prioritariamente il valore centrale della libertà.

·        La Memoria: tra passato e futuro.

Per andare dove dobbiamo andare...Michele Gravino su La Repubblica il 30 ottobre 2020. “...per dove dobbiamo andare?”. Si concludeva così la domanda di Totò al vigile urbano milanese nel celebre Totò, Peppino e la... malafemmina (1956). Totò e Peppino volevano "savuàr l'indirìss". Ma i nomi delle strade sono una cosa seria: così un Paese celebra il suo passato. E per questo qualcuno li mette in discussione. Piccola autobiografia per indirizzi. La via in cui sono cresciuto, in una cittadina campana, era intitolata al generale Milbitz («chi? come si scrive? ti zeta?»), un garibaldino polacco che aveva combattuto da quelle parti; poi le diedero il nome di un ancor più ignoto politico locale. Intanto ci eravamo trasferiti in centro, sul corso dove re Umberto I, dopo aver resistito a quarant'anni di Repubblica, aveva ceduto il posto ad Aldo Moro. Una volta a Roma, ho abitato in via Asmara (conquista coloniale) e studiato in viale Pola (conquista della Prima guerra mondiale). Ora lavoro in via Cristoforo Colombo, nome che oggi in America qualcuno vorrebbe cancellare, ma da noi andò bene per sostituire la mussoliniana via dell’Impero. L’ultimo trasloco mi ha portato per la prima volta in una via dal nome di donna, una nobile fiorentina citata da Dante nel Paradiso: si era fatta monaca ma la famiglia la rapì e la costrinse a sposarsi. Insomma una martire della castità, cantata da un uomo. Chiedo scusa per il prologo in prima persona, ma è un esercizio che possiamo fare tutti: rintracciare nella manciata di indirizzi che abbiamo attraversato il filo che lega la vita di una persona qualunque alla Storia. Gli odonimi, come gli studiosi chiamano i nomi di strade, piazze e altri spazi pubblici, «sono luoghi comuni in entrambe le accezioni del termine» dice Stefano Bartezzaghi, scrittore, semiologo e gran giocatore con le parole (anche sul Venerdì). «Luoghi fisici, pubblici, comuni per definizione; e parole che a forza di ripeterle diventano appunto comuni, banali. Del resto “banale” in origine significava “noto a tutto il villaggio”». Già, ma quale senso di comunità, di storia e memoria collettiva trasmettono quei nomi? Capita che una parte del “villaggio” cominci a chiederselo, e scopra di non riconoscersi più. Sta succedendo all’estero, con le statue di schiavisti e razzisti (o presunti tali) abbattute o sfregiate e personaggi un tempo celebri cancellati dal discorso pubblico. La cosiddetta cancel culture: sta arrivando anche sulle strade italiane? Se c’è una  persona che sui nomi sa tutto è Enzo Caffarelli, ex docente universitario e fondatore e direttore da 26 anni della Rivista italiana di Onomastica, punto di riferimento internazionale sul tema. Sugli odonimi sta preparando l’ennesimo libro, ma basterebbero le curiosità che tira fuori in mezz’ora di colloquio a riempire diverse pagine. «Conosce via Abbi Pazienza a Pistoia? Si narra che lo abbia detto un tale a un suo compagno, dopo averlo accoltellato per sbaglio durante uno scontro tra famiglie rivali»; «a Lecco c’è una via per ogni personaggio dei Promessi sposi: anche Maria Tramaglino, cioè la figlia di Renzo e Lucia, che appare in poche righe alla fine del romanzo»; «la legge vieta di intitolare strade a persone morte da meno di dieci anni: ma come la mettiamo con largo Beatles a Napoli? Il gruppo è morto ma due componenti sono vivi». Eccetera. «Gli odonimi tradizionali» spiega Caffarelli «nascono come semplici indicazioni: una caratteristica del luogo – “via dei Sassi rossi” – un albero, una locanda, la bottega di un artigiano, il palazzo di una famiglia in vista» (uno schema, quest’ultimo, che curiosamente si ripete nel viale della periferia romana intitolato di recente a Francesco Caltagirone, capostipite della stirpe di costruttori che ha tirato su il quartiere). «Solo con la Rivoluzione francese» prosegue Caffarelli «nasce l’abitudine di dare agli odonimi un intento pedagogico: ecco allora strade e piazze dedicate a personaggi, eventi o valori da celebrare». In Italia cominciarono i governi post unitari a riempire le città di nomi di re, regine, principi sabaudi, eroi e battaglie risorgimentali; poi venne l’epopea della Grande Guerra, poi il Fascismo. Con il risultato che, mentre all’estero gli odonimi tradizionali sono ancora i più diffusi (Rue de l’Eglise in Francia, High Street in Inghilterra, Calle Mayor in Spagna, per non parlare degli Stati Uniti con le loro strade numerate), da noi la classifica – compilata grazie a una ricerca guidata proprio da Caffarelli – vede in testa Roma, seguita da Giuseppe Garibaldi e Guglielmo Marconi. Fu Mussolini in persona, nel 1931, a firmare la circolare che intimava di intitolare ovunque una strada «non secondaria» alla capitale. Ancora oggi oltre 7.000 degli 8.100 comuni italiani hanno una via, piazza o corso Roma. Con il crollo del regime scomparvero i fori Mussolini, i viali della Rivoluzione fascista, il piazzale Adolfo Hitler che aveva accolto il Führer in visita a Roma, oggi dedicato ai partigiani. Ma altri odonimi (e statue, edifici, monumenti) rimasero in piedi. L’Istituto nazionale Parri, con la Rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, ha lanciato un progetto di ricognizione dei luoghi della memoria fascista sopravvissuti fino a oggi. «Le zone in cui era stata più forte la Resistenza sono quelle in cui i segni sono meno presenti» spiega la storica Giulia Albanese, coordinatrice del progetto. «Mentre ad esempio nel Centro-sud troviamo tante strade dedicate ai Savoia: buona parte della classe dirigente meridionale era ancora monarchica». Salvo poi dar vita, in anni più recenti, a un’ondata di revisionismo neoborbonico, con odonimi dedicati ai sovrani delle Due Sicilie o ai briganti antipiemontesi. Del resto l’attivismo odonomastico è sempre stato uno sport molto apprezzato dai politici italiani: ultime (ma in realtà ricorrenti) proposte pervenute, quella del sindaco Sala di dedicare una via di Milano a Bettino Craxi, quella di Vittorio Sgarbi di onorare Italo Balbo a Ferrara (ma in quanto aviatore, non in quanto fascista), fino alla – bizzarra? sconcertante? furba? – iniziativa del comune di Terracina di intestare una piazza alla memoria congiunta di Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante. Boutades che restano quasi sempre nel recinto della polemica spicciola, senza dar vita a riflessioni storiche sensate. Se qualcuno avesse dei dubbi su quale sia il grande rimosso della storia nazionale, può toglierseli andando a via dell’Amba Aradam a Roma. Questa via centralissima, trafficatissima, a due passi da un tempio della cristianità come la basilica di San Giovanni in Laterano, celebra un crimine di guerra. Anzi due. Sul massiccio dell’Amba Aradam, nel ‘36 e nel ‘39, per ben due volte l’esercito italiano usò il gas contro le truppe etiopiche, ma anche contro i civili. Episodi noti da tempo, ma quel nome resta lì da più di 80 anni. Nel giugno scorso, nei giorni delle manifestazioni Black Lives Matter negli Stati Uniti (e di quelle milanesi contro la statua di Indro Montanelli) al giornalista Massimiliano Coccia è venuta un’idea: intitolare la futura fermata della metropolitana di via dell’Amba Aradam a Giorgio Marincola, partigiano figlio di un italiano e di una somala, ucciso dai tedeschi nel ‘45. Il suo appello si è guadagnato la firma di Roberto Saviano e di altre migliaia di persone, ed è stato accolto dal consiglio comunale e dalla giunta Raggi (che già si era mostrata sensibile al tema: due anni fa, i nomi di tre vie intitolate a scienziati firmatari del Manifesto della razza sono stati sostuiti con quelli di Nella Mortara, Mario Carrara ed Enrica Calabresi, studiosi perseguitati dal Fascismo). Nella strada che ricorda un massacro di africani, la stazione ricorderà un partigiano nero.  «Potevamo chiedere di cancellare il nome dell’Amba Aradam, ma sarebbe stato come negare la storia» spiega Amin Nour di Black Italians, una rete di afrodiscendenti che ha partecipato alla mobilitazione. «E noi la storia vogliamo studiarla, farla conoscere, altro che cancel culture. Non è tempo di distruggere, ma di costruire una memoria diversa». Nel quartiere romano della Garbatella c’è un raro gruppo di strade intitolate a donne: via Rosa Raimondi Garibaldi, via Maria Drago Mazzini, piazza Adele Zoagli Mameli. Che cosa hanno fatto per meritarsi un odonimo? Risposta ovvia: erano le madri di maschi famosi. La mamma di Garibaldi, la mamma di Mazzini, la mamma di Mameli. Quando il quartiere è stato costruito c’era anche una via dedicata alla mamma di Mussolini. Poi sostituita da Rosa Guarnieri Carducci, mamma anche lei ma di un figlio partigiano, e uccisa dai nazisti. «Nelle città italiane le strade dedicate a donne sono il 3-4 per cento del totale» spiega Maria Pia Ercolini. «E quelle poche sono in maggioranza sante, madonne e regine». Il censimento è opera di Toponomastica femminile, l’associazione che Ercolini ha fondato proprio per riequilibrare la presenza delle donne nello spazio pubblico. Oggi ha 340 associate/i («anche maschi, siamo inclusive») e migliaia di iscritti alla pagina Facebook, e nel 2019 l’Unione europea le ha assegnato il premio della società civile. «Ogni anno, l’8 marzo, invitiamo i sindaci di tutta Italia a intitolare almeno tre spazi pubblici a tre donne:  molti che all’inizio ci ridevano dietro col tempo hanno cambiato idea. Siamo presenti nelle commissioni toponomastiche di molti comuni. E con un concorso nelle scuole facciamo scoprire agli alunni figure femminili da commemorare». Evitando magari “trappole” pur dettate dalle buone intenzioni: «non ci piace per esempio l’idea di dedicare una strada a una vittima di femminicidio: sarebbe come additarla a modello. Preferiamo dedicarle una panchina e un albero in un parco». «Lo spazio pubblico è un campo di battaglia su cui si scontrano visioni della storia opposte e inconciliabili» dice la storica Mariana E. Califano, una delle animatrici del collettivo bolognese Resistenze in Cirenaica, che già dal 2015 propone una riflessione sul colonialismo italiano usando anche tattiche di “guerriglia odonomastica” : sostituzioni simboliche di targhe, adesivi con la scritta “sterminatore” sotto i nomi di esploratori o generali, eccetera. Bartezzaghi non sembra troppo d’accordo: «Salvo casi eclatanti non possiamo correggere tutto. Se pronuncio il nome di un tizio sconosciuto dell’800 solo perché in quella la via c’è il mio callista, a che pro sapere che era un criminale? Quel nome è ormai una pura indicazione geografica, quando ne facciamo oggetto di polemica politica gli ridiamo un significato che ormai aveva perso. Forse è ora di trovare un sistema di memoria diverso e lasciare in pace le vie». Certo è che con l’espansione urbana  i comuni italiani hanno dovuto trovare migliaia di nuovi odonimi per migliaia di nuove vie. Dando fondo ai repertori più svariati: attori, cantanti, fotografi, fumettisti; e poi opere d’arte, corpi celesti, derrate alimentari, e naturalmente ogni specie di pianta e di animale. Si può fare battaglia politica su via dei Carciofi o viale dei Crostacei? Intanto però, segnala sempre Caffarelli, a Busto Arsizio le vie del Daino, del Capriolo e della Gazzella sbucano tutte in via dei Fratelli Cervi, martiri partigiani. Che l’accostamento sia frutto di ignoranza, di disprezzo politico o di gusto postmoderno per il pastiche, viene da pensare che i nomi delle strade abbiano un senso anche quando sembrano non averne affatto. Sul Venerdì del 30 ottobre 2020

Fine di un mondo – ovvero, quando Evola anticipò Orwell e Huxley. Andrea Scarabelli il 14 ottobre 2020 su Il Giornale. È appena uscita per Mediterranee la nuova edizione, critica e aggiornata, comprensiva di note, bibliografie e approfondimenti, de La Torre, la mitica rivista diretta da Julius Evola nel 1930. Oltre a essere un documento storico come pochi altri, è la testimonianza di un approccio, “metapolitico” e “spirituale”, che provò a orientare la politica del tempo in un senso differente da quello che poi prese, negli anni successivi. In occasione di questa nuova edizione riportiamo, per gentile concessione dell’Editore, una nota firmata da Evola sul quarto numero della rivista, il 16 marzo 1930, all’interno della rubrica da lui diretta L’Arco e la Clava. Qui, il filosofo risponde in modo netto a tutti quei periodici (La Volontà d’Italia, Roma Fascista, L’Italia Letteraria, L’Ora, eccetera) che lo accusavano di “catastrofismo”, essendosi dedicato alla tematica della fine delle civiltà. In questa sospendente risposta, Evola non solo anticipa analisi più note, contenute ad esempio in testi come Il Mondo Nuovo di Huxley (1932), Dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno (1947), 1984 di Orwell (1949) e L’uomo a una dimensione di Marcuse (1964), ma offre un ritratto spietato e chirurgico del nostro mondo. In questa singolare variazione sul tema “fine del mondo” (il cui spettro si aggira tutt’ora nel dibatto pubblico odierno), Evola si immagina tuttavia una calamità ben diversa da quella a cui siamo soliti pensare, finendo per descrivere nei fatti… la nostra contemporaneità, con i suoi tic e tabù, con tutte le sue maschere e i suoi attori che il lettore – ne siamo certi – non faticherà a riconoscere. Anche perché spesso non occorrono catastrofi naturali – o pandemiche, potremmo aggiungere. Una civiltà può anche morire di morte naturale. È forse il caso della nostra. Il mondo occidentale si avvia verso la sua “fine”. Ma è appunto su ciò che significa “fine” che bisogne­rebbe intendersi! I nostri punti di riferimento non sono per nulla quelli in corso. E se noi non profetiamo, ma dimostriamo – attraverso la constatazione di caratteri e di processi precisi della storia e della cultura – il tramonto di una civiltà, questo stesso fatto agli occhi dei più potrebbe assu­mere un aspetto molto diverso e per nulla allarmante. Spieghiamoci con un esempio. Noi non pensiamo per nulla che la fine del mondo occidentale debba per forza rivestire quell’aspetto coreograficamente catastrofico, cui la mente dei più è subito portata. Non si tratterà necessariamente di cataclismi, e nemmeno di quelle nuove guerre mondiali, sui cui orrori e sui cui esiti di sterminio dell’uman genere molti fin d’oggi lugubramente c’intrattengono. Anzi, una guerra… un altro buon squassa­mento, ma radicale, però, risolutivo – che altro potrebbe augurarsi chi ancora spera? Noi vediamo più nero ancora. Ecco, per esempio, una delle forme in cui, fra le altre, potremmo anche raffigurarci la “fine del mondo”. Niente più guerre. Fratellanza universale. Livellamento totale. Unica parola d’ordine: obbedire – incapacità, divenuta organica attraverso l’edu­cazione di generazioni, a far altro che obbedire. Niente capi. Onnipotenza della “società”. Gli uomini, mezzi per l’azione sulle cose. L’organizzazione, la industrializzazione, il meccanismo, la potenza e il benessere fisico e materiale raggiungeranno apici affatto inconcepibili e vertiginosi. Accuratamente scientificamente liberati dall’Io e dallo spirito, gli uomini diverranno sanissimi, sportivi, lavoratori. Parti impersonali nell’immane agglo­merato sociale, nulla, in fondo, li distinguerà più gli uni dagli altri. Il loro pensiero e il loro modo di sentire e di giudicare avrà carattere assolutamente collettivo. Con le altre, anche la differenza morale fra i sessi scomparirà, e può darsi anche che il vegetarianesimo farà parte delle abitudini razionalmente acquistate di quel mondo, giustificandosi sull’evidente simiglianza delle nuove generazioni con gli animali domestici (quelli selvatici allora non vedendo più permesso di esistere che in qualche giardino zoologico). Le ultime prigioni rinchiuderanno nell’isolamento più terrificante gli ultimi attentatori dell’umanità: i pensatori, i testimoni della spiritualità, i pericolosi maniaci dell’eroismo e della fierezza guerriera. Gli ultimi asceti si estingueranno a uno a uno sulle vette o in mezzo ai deserti. E la massa celebrerà sé stessa per bocca di poeti ufficiali e autorizzati, i quali liricizzeranno i valori civili e canteranno la religione del servigio sociale. A questo punto, sorgerà una grande aurora. L’umanità sarà veramente rigenerata, e non conserverà più nemmeno il ricordo dei passati tempi di barbarie. Ora: a voi chi permetterebbe di chiamar “fine” questa fine? Di vedervi, con noi, il collasso totale, la caduta definitiva? Sapreste voi forse concepire un mito più splendido, un avvenire più radioso, per l’“evoluzione”?

Un Paolo Mieli spietato e moderno, Vittorio Feltri: se manca memoria un paese affoga nel presente. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 15 ottobre 2020.  Lotto quotidianamente con un iPad ingrato che omaggio ogni giorno scrivendo ormai soltanto su quello, però lui mi nasconde le cose, fa sparire le foto che mi mandano per posta elettronica, e non avendo più un foglio di carta vera davanti, lavoro nella paura che la tavoletta si spenga di colpo e tutto quel che sto facendo vada perduto; ma soprattutto, l'onniscienza satanica dei motori di ricerca mi seduce, m'impigrisce, m'induce a non esercitare più la memoria. Non è un problema solo mio. L'accesso immediato e a chiunque alla enorme (e quindi inafferrabile) quantità di informazioni accatastate su internet non ha salvato gli uomini dalla dimenticanza o, peggio, dal ricordo selettivo. Per chi non è "nativo digitale" (leggi: ragazzino nato con un cellulare in mano), le informazioni sono troppe e in più ai nostri occhi escono tutte dallo stesso minuscolo posto, uno schermo. Ragion per cui, per chi non è addestrato al web fin dalla nascita è come mettere la mano in un secchio d'acqua abbagliante e profonda: ci si smarrisce, e ci sgomenta avere accesso a una messe di dati, fatti e opinioni che non avremo mai tempo di visitare compiutamente. Peggio ancora, non si trovano in un luogo fisico, con dei confini chiari, per esempio un libro: ci compaiono e scompaiono davanti a ogni movimento, basta la fuga inavvertita di una frazione di polpastrello sul tasto sbagliato per rovinare ore di ricerche. I giovanissimi sono più attrezzati tuttavia non se la passano meglio: avere tutto a disposizione cancella stimoli e curiosità, li spinge a pensare e agire alla stessa velocità di un computer e, dato che non è possibile, finiscono in pasto ai social, imprigionati in una rete di slogan, di aforismi, di giochi di parole seducenti ma "niente-dicenti", di concetti superficiali. Per pensare, a qualunque età, serve tempo. Che accesso abbiamo, dunque, ai fatti presenti, al passato recente, alla storia remota? Come funziona la memoria? Funziona malissimo, da sempre. La memoria dell'uomo è una cosa farlocca, e la storia ha come oggetto qualcosa di probabilmente inconoscibile. L'avevano già capito nel Seicento gli Empiristi inglesi, ancora prima, nella Grecia classica, se n'erano approfittati i Sofisti: esiste quindi solo l'interpretazione, suscettibile della pratica poco nobile di cancellare fatti e dettagli in favore dei propri comodi. E qui veniamo al nuovo libro di Paolo Mieli, La terapia dell'oblio - Contro gli eccessi della memoria (Mondadori, 292 pagine, 18 euro), un saggio prezioso sulle contraddizioni della memoria collettiva e sull'inaffidabilità di chi, di epoca in epoca, la gestisce. Paolo Mieli ha una cultura abbondante e rigonfia di dettagli, ed è una mente analitica capace di immagazzinare e restituire una smisurata quantità di fatti riorganizzandoli con un raziocinio angolato, a volte ispido tanta è la densità della scrittura. Ma la sua lettura "orizzontale" della storia è modernissima e spietata. Dunque, una delle contraddizioni più interessanti della natura umana è l'ossessione di ricordare tutto e l'incapacità di ricordare "bene". È la stessa criticità che ogni nazione deve affrontare: per avanzare deve rammentare e anche fare pace con il suo passato e lasciarselo alle spalle, cioè in qualche modo dimenticarsene. È un crinale affilato e l'Italia, dice Mieli, in questa pratica non è molto brava, in fondo nessuno lo è. L'oblio è indispensabile ma altresì pericoloso. L'amnesia infatti, spiega Mieli, lavora in due sensi di marcia: selezionare ricordi e cancellarne altri è terapeutico affinché una civiltà possa avanzare o ricominciare; però può pure essere una pratica killer, che elimina sfumature e a volte i fatti per intero, che arbitrariamente glorifica o consegna alla dannazione della memoria personaggi, espunge o attribuisce colpe ad alcuni, nasconde viltà e incapacità di altri. Sfogliando il libro mi è parso che questo lavoro sia andato oltre le intenzioni dell'autore, è una collezione di eventi ed aneddoti avvincenti che spiegano, a chi voglia leggerne l'insieme al di sopra delle righe, quanto fragile e confusa sia la nostra identità come specie umana. Mieli ha raggruppato alcuni episodi storici controversi in tre tipologie: Curiose amnesie, La memoria riluttante, Dimenticanze sospette; più un'appendice sui «cospirazionisti e gli untori del discorso pubblico in tempo di pandemia». Vi cito degli esempi: un'estesa e minuziosa descrizione degli Stati Uniti, attraverso la politica militare in Somalia e in Afghanistan negli anni Novanta e Duemila, Paesi incapaci di distinguere fra la pace e il caos, che non sanno più fare la guerra ma la fanno lo stesso, con soldati poco disponibili a morire e strategie distruttive influenzate dai problemi interni del governo americano. Un altro caso che Mieli prende in esame è il destino di uno degli imperatori romani più controversi, Caracalla. Arrivato al potere dopo il primo sanguinario decennio del secondo secolo post Christum (di cui Mieli dà avvincente e sconfortante resoconto), Caracalla, come i suoi contemporanei, non era uno stinco di santo, ciononostante promulgò la Constitutio, che concedeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero. Non sappiamo se l'abbia fatto per somigliare ad Alessandro Magno, per il quale aveva una venerazione, o per allargare la platea dei contribuenti e dare respiro alle casse dello Stato; ma nei secoli immediatamente seguenti la Constitutio è stata attribuita dagli storici a chiunque tranne che a lui, che rimase congelato nell'immagine semplificata di tiranno irascibile e disumano. la resistenza E ancora: gli aspetti meno edificanti della Resistenza, tra rivalità fra bande, passaggi di militanti da una formazione a un'altra, polemiche e lotte finite nel sangue sulla destinazione degli aiuti paracadutati dagli americani, regolamenti di conti, gruppi minori di autonomisti riluttanti a entrare nel Cln, disordinate tregue con i tedeschi di talune brigate alle spalle delle altre. E anche un curioso momento storico, quando il sultano di Baghdad regalò a Carlo Magno un elefante. Doveva essere l'inizio di una relazione diplomatica con l'islam fortemente voluta dal sovrano, che però finì pressoché cancellata o relegata a "strano ma vero" poiché si riteneva sconveniente che il grande iniziatore dell'Europa guardasse con interesse al mondo musulmano: fino a spingere negli anni Trenta gli storici legati a Hitler a dichiarare che Carlo Magno «non era un vero tedesco». Da sempre il rovello di come cogliere la verità dei fatti mi perseguita. Sovente mi sono trovato davanti a fatti che mi parevano insensati, a volte lo erano. Con la cronaca è già dura, ma la storia è peggio, non controlliamo quasi nulla della nostra esistenza, figurarsi quella degli altri e dei tempi lontani. Passiamo metà dei giorni a incassare e a reagire ai fatti che accadono, e l'altra metà a cercare di giustificarli. Balzac scrisse che i ricordi rendono la vita più bella e dimenticare la rende più sopportabile, ma credo che la frase più appropriata sia piuttosto «Calunniate, calunniate, qualcosa resterà». E - ci credete? - fra Plutarco, Bacon, Voltaire e una manata di altre celebrità, su chi l'abbia pronunciata gli studiosi non si sono mai messi d'accordo.

Il 2000? Ci aveva promesso i replicanti. Invece abbiamo peste, catastrofi e grillini. Film, letture e scienza disegnavano il nuovo Millennio come l’era della macchine del tempo, dei viaggi nell’universo e degli uomini bionici. Invece ci siamo ritrovati epidemie come nel 1919, crisi come nel 1929 e attacchi agli Usa come nel 1942. E l’ignoranza al potere. Massimo M. Veronese, Domenica 31/05/2020 su Il Giornale. Ce lo avevano venduto in maniera tutta diversa: il punto più alto dell’intelligenza umana, l’universo senza più confini, l’uomo che convive con macchine sempre più perfette, uguali a lui, se non migliori, la fine del lavoro. Ecco, magari questa fantasia si è realizzata ma non proprio come ce la immaginavamo noi. Il Duemila quest’anno fa vent’anni, l’età delle gioventù e della bellezza, e non è mai stato così vecchio e brutto. Invece che farci viaggiare nel futuro ci ha trascinati nel passato e promette, così a naso, nuove età della pietra. Il cinema per esempio, maestro di generazioni di sognatori, tra catastrofi nucleari e invasioni aliene, ci aveva educato ad altre aspettative sul Duemila. «Blade runner» ci aveva convinto che nel 2019 avremmo avuto a disposizione replicanti da usare come forza lavoro nelle colonie extraterrestri. Invece nel 2020 abbiamo extracomunitari usati come forza lavoro nelle piantagioni del pugliese come nell’Alabama dei sudisti. «Ritorno al futuro» ci aveva fatto salire, al massimo entro il 2015, sulla macchina del tempo, invece abbiamo le ciclabili disegnate per terra nel bel mezzo del traffico milanese, e la bici che sembrava fino a qualche decennio fa un residuato della civiltà contadina è adesso il futuro equo e sostenibile. «Rollerball» era certo che nel 2018 l’umanità avrebbe sfogato gli istinti più bassi in un gioco assassino all’inseguimento su pista di palle di ferro, invece il peggio dell’uomo si sfoga seduto sul divano a chattare su facebook, tra gogne medievali e gare di rutti. Solo le palle, anche se non di ferro, circolano secondo previsione. «La Corsa della morte» ti spiegava che nel Duemila tondo tondo non ci sarebbero state più guerre, «Strange Days» che avresti potuto vivere le vite degli altri, e magari finalmente comprenderle, attraverso un dispositivo di realtà virtuale, «2001 Odissea nello spazio» che equipaggi umani avrebbero scorazzato per l’universo come i motorini di Roma per la città. Ma anche la scienza, oltre che la fantascienza, ci faceva vedere altro: la Nasa prevedeva i primi esploratori umani su Marte nel 2010, i politologi che l’elettorato cosiddetto moderato, ormai maggioranza, avrebbe deciso gli uomini al comando del mondo, la medicina era certa che il tumore sarebbe stato sconfitto. Invece niente. Il Duemila ventenne ci ha rifilato solo sfighe, congelando il tempo in un eterno passato. Il 2001 ci ha restituito alla Twin Towers un attacco all’America come a Pearl Harbour nel 1942, il 2007 una crisi economica più devastante di quella del 1929, il 2020 ci ha infettato con un epidemia che ricorda la Spagnola di cento anni fa. Le Olimpiadi di Tokyo sono state rinviate come nel 1938, l’Italia del calcio non è andata ai mondiali come nel 1958, e abbiamo due papi come nel 1378. E poi guerre mondiali, tsunami biblici, terrorismi religiosi, i veli al posto delle minigonne, bambine che predicano sventura, grillini al potere. E «Bella ciao» è l’hit del momento a noi che sembrano vecchi i Rockets. Ma quello che è peggio è che la pazzia guida i nostri giorni più della ragione diventando modello politico e sociale. Da cosa derivi questo uscire di testa virale e globale non si sa, questo vivere con la convinzione che non ci sia più nessuno e più nulla a cui rendere conto di niente, che tutto vada e venga senza senso. Ma di certo il futuro non è più quello di una volta. E adesso? Promettono case che parlano, uomini bionici e turismo spaziale, ma chi ci crede più. «Alien» arriverà nel 2122, ma non fatevi illusioni. Elisabetta sarà ancora la regina d’Inghilterra...

QUALE STORIA. Raffaele Vescera su Movimento 24 Agosto - Equità Territoriale il 30 maggio 2020. Di Liliana Isabella Stea. Dopo l’intensificarsi di spiacevoli episodi giornalistici e televisivi, si impone una domanda: ”Dove e come si sono formati questi pseudo-italiani sempre impegnati a lanciare insulti da una parte e a subirli dall’altra?” L’unico elemento che li accomuna tutti nella loro formazione è la scuola, dove usano più o meno gli stessi libri di testo in cui è scritta la loro comune storia che credono condivisa e da cui dovrebbero ricavare una altrettanto comune e condivisa identità come accade ad altri popoli, tipo francesi e inglesi. La Storia che costoro leggono nei loro libri di scuola li informa di quanto è accaduto nella loro Nazione prima che loro nascessero, ed ognuno sviluppa una identità nazionale uguale per tutti. Nei nostri libri di Storia invece ogni bambino sviluppa una identità diversa a seconda della latitudine, nord o sud, anche se l’impostazione del testo è uguale per tutti. E non mi sto contraddicendo. Sto cercando di mettere in evidenza che, se trasmetto a tutti bambini della Nazione che i loro antenati erano ricchi, bravi e buoni al Nord e poveri, ignoranti, cattivi al Sud, quei futuri cittadini non potranno sviluppare una identità comune e uguale per tutti come i francesi o gli inglesi, ma ne svilupperanno un ‘derivato’ bivalente e purtroppo condiviso. Ossia, siamo tutti italiani, condividiamo questa identità e appartenenza, ma condividiamo anche la convinzione che quelli del nord sono… e quelli del sud sono… come detto prima. Poiché me l’hanno detto gli adulti, di cui mi fido, e l’insegnante, che le cose le sa e mi fido anche di lui, mi convinco, a qualunque regione io appartenga, che i settentrionali sono migliori dei meridionali, e questa diventa una convinzione condivisa. Quindi, se il settentrionale sarà sprezzante nei confronti del meridionale, quest’ultimo non si ribellerà perché è convinto (così gli è stato insegnato da adulti autorevoli) che colui ne abbia tutte le ragioni essendo lui, meridionale, ‘da sempre’ meno rispetto a quell’altro. Entrambi pensano che il settentrionale sia ‘migliore’ del meridionale e che al migliore spetti il meglio di tutto, così come al ‘peggiore’ tocchi il peggio di tutto. In dieci anni di scuola dell’obbligo ad ogni futuro cittadino di questa nazione viene ripetuto questo concetto in ogni modo, e volete che non se ne convinca? Così come le donne si convincono di essere ‘meno’ degli uomini, così i meridionali si convincono di essere ‘meno’ dei settentrionali, e viceversa uomini e settentrionali si convincono di essere ‘più’ di donne e meridionali. La fonte da cui arriva questo ‘insegnamento’ è autorevole, è uniforme; su tutto il territorio nazionale si racconta la stessa Storia, senza contraddittorio, e chi osa raccontare una Storia diversa, benché documentata, viene insultato e deriso, emarginato. Come avevano ben compreso i pedagoghi che nel ‘700 hanno codificato queste norme educative, se fate qualcosa a un bambino molto piccolo, per esempio un condizionamento mentale come quello descritto, l’insegnamento che volete dargli si radicherà profondamente, e dopo, da adulto, non vorrà credere a chi gli mette in dubbio quelle che lui crede ‘verità’. Soprattutto il settentrionale convito di essere ‘il migliore’, ma anche paradossalmente il meridionale, condannato ad essere ‘meno’ perché, come ho scritto nel mio libro “Perdonate, signore, questa è la mia Patria (Perché siamo come siamo)” a pagina 58-59 “Ogni popolo dipende, per la soddisfazione di molti suoi bisogni, dai governi che lo amministrano: scuola, sanità, trasporti, sicurezza, ecc. E al pari di un bambino ha bisogno di pensare che i suoi governanti, paragonabili ai genitori, per la loro funzione e il loro potere, lo amano, agiscono nel suo interesse e per il suo benessere, e come un bambino, è pronto a prendere su di sé la colpa di ciò che non va. Perfino nel caso in cui sia ben evidente che così non è e che il suo governo, in funzione di genitore, ha le sue responsabilità e le sue mancanze, e una ribellione sarebbe necessaria, allora, come in un bambino che non saprebbe come sopravvivere se andasse via dalla sua casa, poco confortevole e magari anche anaffettiva, ma pur sempre casa, allora subentra la paura di perdere le certezze, sia pur negative, ma a modo loro rassicuranti.” E il meridionale, per paura dell’ignoto e per soddisfare il bisogno di appartenenza, resta fermo nel suo ruolo di subalterno e di negativo. Non sa di avere diritto ad una identità rispettabile e si tiene quella che gli hanno cucito addosso. Il famoso meglio di niente. Ad una vera identità condivisa senza migliori da sempre e peggiori da sempre si può arrivare solo cambiando i libri di testo delle scuole di ogni ordine e grado. Senza questa battaglia, perfino i più convinti oppositori di questo iniquo sistema saranno in difficoltà con i propri figli e nipoti, che, formati diversamente dalla maggioranza, rischiano di essere dei ‘diversi’, termine che in questa società è sinonimo di emarginazione. Come si fa una battaglia per cambiare la stesura dei libri di testo scolastici? Io non lo so, ma tra voi ci sono sicuramente persone che possono indicare la strada da percorrere, parliamone! Volere è potere, e insieme si può. Proviamoci. La posta è alta e vale la pena battersi. Grazie.

Memoria della memoria, l’ossessione di ricordare per poi dimenticare. Eraldo Affinati su Il Riformista il 20 Maggio 2020. Perché scegliamo di ricordare certi eventi mentre altri li dimentichiamo? È una vecchia domanda logorata dalla psicanalisi. Pensiamo alle storie personali che abbiamo alle spalle: pare sempre forte la tentazione di concepirle alla maniera di un nostro esclusivo possedimento, quasi fossero il colore degli occhi, la qualità del sorriso. E invece la famiglia, felice o infelice che sia, lungi dal porsi quale evento naturale, è un’invenzione della storia, uno dei nuclei primari e tuttavia fungibili della nostra civiltà: potrebbe essere questo il succo prezioso di Memoria della memoria (Bompiani, pp.457, traduzione di Emanuela Bonacorsi, 22 euro), composto da Marija Stepanova con la pazienza certosina della ricercatrice e una notevole grazia stilistica. Scoprire le genealogie per lei significa entrare in una dimensione corale uscendo dall’atrofia soggettiva: tocchi la radice di una pianta e ti accorgi che questa s’intreccia con molte altre. Non siamo soli al mondo, anche se a volte saremmo spinti a pensare il contrario: Jared Diamond nel classico Armi, acciaio e malattie, uscito nel 1997, che molti hanno riletto in questi mesi sulla nuova onda epidemica, ce lo raccontò con sagacia narrativa e precisione scientifica. Allo stesso modo la tradizione di un singolo essere umano non è mai solo sua: nel momento in cui la interpelli, smuovi l’intera struttura. Sembra fondamentale capire cosa vogliamo trovare nel calderone indifferenziato della storia trascorsa, sapendo che optare per questo o per quello produce conseguenze talvolta incontrollabili. Il compito di chi scrive appare profondamente connesso a questa coscienza collettiva. Per fare un solo esempio: la sala dedicata alle storie del Museo ebraico di Berlino dove vengono conservate fotografie di bambini, tazze e violini, inghiottiti nella tragedia della Shoah, non riguarda soltanto loro, ma ognuno di noi, specialmente quando ci troviamo coinvolti nell’azione di ripristino dei contatti interrotti a causa di forza maggiore: guerre e violenze, ma anche semplicemente il trascorrere rovinoso e trionfante del tempo sulle imprese umane.  «D’altra parte il fardello della post-memoria», dichiara Stepanova, nata a Mosca nel 1972, «ricade sulle spalle dei figli: la seconda e terza generazione di chi è sopravvissuto e si è concesso di volgere gli occhi al passato». E così a contare, in questo lungo viaggio all’indietro, con gli occhi rivolti al futuro, non sono tanto i tasselli tematici relativi ai padri, ai nonni e alle bisnonne, che evocano vicende belliche soprattutto russe attraverso la messa in scena di lettere e descrizioni fotografiche, diari e riflessioni, quanto il sentimento di smagata disillusione nei confronti di qualsiasi intento ricostruttivo. Tutto, prima o poi, si perderà, compresa l’idea stessa della conservazione: dall’Ecclesiaste alla manzoniana biblioteca di Don Ferrante, la bibliografia al riguardo è infinita. I quadri citati dalla Stepanova rivelano il senso di ciò che stiamo dicendo: le facce del Davide con la testa di Golia di Michelangelo Caravaggio, visibili nel Kunsthistorisches Museum di Vienna, dimostrano «che non c’è differenza tra vincitore e vinto». L’Incendio nella foresta di Piero di Cosimo, assomiglia a un’esplosione apocalittica originaria o finale: «La catastrofe, a quanto pare, può essere l’istanza generatrice, o è una fornace in cui le figure di argilla si induriscono o un calderone per trasmutazioni». Ecco allora in quale senso il gesto di custodia e protezione che la letteratura, malgrado ciò, s’incarica di realizzare diventa eticamente rilevante: le scatole magiche e i filmini di Joseph Cornell, l’artista americano che fece scattare in piedi il giovane Salvator Dalì, sconcertato dal ritrovare in certi fotogrammi il proprio carattere più intimo; gli autoritratti di Rembrandt, nei quali si vede in azione “il lavoro della morte”; la titanica impresa proustiana e i pappagalli di Giambattista Tiepolo affrescati nella residenza di Würzburg e miracolosamente scampati ai bombardamenti della Luftwaffe. Ma è chiaro che lo scrittore di riferimento più importante presente in quest’opera per molti versi drammatica ed epigonica resta Winfried Georg Sebald, al quale la Stepanova rende esplicito omaggio soprattutto nel mirato confronto con Primo Levi: inutile distinguere fra sommersi e salvati, afferma l’autrice, essendo gli uni e gli altri destinati a sparire: «Dunque non serve scegliere, e ogni cosa, ogni sorte, ogni persona e ogni insegna merita di essere ricordata, di scintillare ancora nella luce prima del buio finale». Conclusione che, in evocazione di alcuni versi di Paul Celan, ci propone una verità azzardata e rischiosa in quanto aperta a possibili equivoci legati alla paralisi cui ci potrebbe consegnare tale invocata lungimiranza, ricollocando il romanzo contemporaneo nei registri sapienziali criptonovecenteschi di muta iscrizione tombale nei quali è spesso sprofondato. Il libro si configura alla maniera di un sepolcreto («come se il volume e il vissuto degli altri e il loro numero fossero più di quanto possa essere tenuto a mente»): che è insieme la sua forza e la sua fragilità.

Italia, paese senza memoria. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 29 Maggio 2020. Nello scorso fine settimana gli Stati Uniti hanno celebrato la festa dei Veterani dedicata a tutti i soldati statunitensi di tutte le guerre, dalla Rivoluzione americana all’Afghanistan. È una ricorrenza festosa del mese di maggio che gli americani celebrano con grandi picnic anche nei cimiteri militari. Le televisioni si sono però sbizzarrite a intervistare giovani sotto i trent’anni: «Contro chi è stata combattuta la seconda guerra mondiale?». Risposta: «Il Brasile?». E la prima? «Contro la Francia, ma non ricordo». E così via. Una serie di straordinari strafalcioni da cui si capiva soltanto che, almeno nei grandi numeri, i ragazzi statunitensi non hanno la più pallida idea della storia del loro Paese, del perché si chiamano americani e del passato comune, benché alcuni simboli, come l’uso familiare e plebeo della bandiera anche come canovaccio da cucina, e gli inni, mantengano vivo il display identitario. E da noi? Come funziona la memoria? Passiamo direttamente alla domanda di riserva: chi e come mantiene viva la memoria di noi italiani? La risposta è facile: non ci pensa nessuno. Ormai lo sappiamo: lo strumento più complesso e accessibile di cui disponiamo sono le teche della Rai, formate come stratificazioni del tempo. In ogni Paese gli anni non si contano dalle date di battaglie ma dai jingle, le canzoncine della pubblicità, sicché da noi il servizio prestato da Carosello supera quello dell’enciclopedia Treccani, lasciamo stare i licei. Il Festival di Sanremo è tuttora trattato, con molto abuso di soldi e cortisone, come se fosse istituzionalmente l’album del nostro Dna, malgrado il fatto che il 95 per cento delle canzoni propinate siano men che mediocri, ma sostenute da investimenti sfarzosi che hanno un riconosciuto potere unificante, non importa che cosa unifichino. Correva l’anno, inteso come jingle della storia, fa sempre riferimento a qualcosa che abbia lasciato un segno: film, pubblicità, moda, musica, raramente arte, editoria: queste sono le catene di aminoacidi su cui si forma l’elica genetica che ci dà l’impronta. E la rissa fra coloro che vogliono possedere quell’impronta per trasformarla in potere definisce lo spazio su cui si gioca il futuro di tutti. Ma in realtà quel potere non è rivendicato perché nessuno lo vuole ed è preferibilmente mummificato. Lo scontro consiste nell’impedire che venga gestito. George Orwell non aveva soltanto notato che nella Fattoria degli animali vigeva un tale rigido criterio di uguaglianza per cui alcuni animali erano meritoriamente più uguali degli altri; ma che chi controlla il passato (dunque la Storia), controlla il futuro. E che chi controlla il presente, controlla il passato. Un buon controllo del passato è sufficiente dunque per controllare il futuro. Se non si sa controllare il passato… Si può controllare l’anestesia e la lobotomia, meglio l’amnesia: meno rogne, basta che la legge sia uguale per tutti. Quel delicato meccanismo che sbrigativamente chiamiamo “memoria” è il Gps che ci permette di viaggiare nel tempo, ma la memoria ha una caratteristica che tutti trascuriamo anche se la conosciamo. La memoria si accende soltanto in presenza di una emozione. Tutti coloro che imparano le tecniche della memoria per concorrere nei quiz televisivi sviluppano metodologie usate per migliaia d’anni nelle scuole greche e romane e rinascimentali, prima che arrivasse la stampa a caratteri mobili e facesse dimenticare questa tecnica che permetteva di recitare un testo appena letto in senso contrario, dall’ultima alla prima parola. La stessa Divina Commedia è un teatro della memoria, come quello creato dall’umanista Giulio Camillo Delminio. La memoria si può organizzare in scatole, case, archi, teatri, ma il punto centrale è che tutti ricordiamo soltanto quel che ha colpito i nostri sensi. Il memorabile deve essere sempre legato a marker semplici come l’orrore, il piacere, il disgusto, la disperazione, profumi e puzze, oscenità e merda, paura e terrore, la tenerezza ispirata dai cuccioli e l’angoscia di morte. Fate un controllo personale: tutti i ricordi indelebili sono legati a sensazioni memorabili. E così abbiamo tutti una vaga ma ancora attiva percezione del fatto che esiste sia una memoria personale, con tracce di memoria collettiva, che però non è il solito “inconscio collettivo” di Carl Gustav Jung ma piuttosto un minestrone di frammenti condivisi, ricordati, allusi, i pettegolezzi geniali di Dagospia, tutto ciò su cui interviene la televisione che con il traino dei social forma quella instabile nitroglicerina che è l’identità comune. Tutto ciò è banale, perché sotto gli occhi e nella memoria di tutti, ma costituisce – guarda un po’ – un tabù. Non è prudente trattare la storia. Un tempo – il tempo di Peppone e Don Camillo – la politica si regolava pressappoco così: i cattolici e il papa curano la memoria come identità religiosa, mentre il Partito comunista cura la cultura, le case editrici, il cinema, i media. La sottilissima area laica, quella socialista radicale e liberal-libertaria non ha mai avuto la forza sufficiente fino alla fine della Guerra Fredda per inserirsi nel gioco dei grandi, ma poi il gioco dei grandi è finito e nulla e nessuno lo ha sostituito. La televisione italiana non ha mai nemmeno voluto affrontare come archivio di sceneggiatura godibile neppure il Risorgimento italiano, salvo alcuni tentativi che non si sono mai scostati dall’agiografia monumentale. Pensate alla riserva del Western americano: Billy the Kid e Buffalo Bill, il colonnello Cody e Toro seduto, la Guerra di secessione e Via col vento, fino a Bonnie e Clyde e Al Capone o i Sopranos. Gli americani hanno magnificamente saccheggiato, maneggiato, manipolato e ricreato il loro recente passato dando vita a un’epopea identitaria basata sulla loro memoria, che è stata così potente da infiltrarsi nella nostra memoria attraverso Walt Disney e l’epopea Western, finita col nostro Sergio Leone che andò ad insegnare agli americani come amministrare cinematograficamente la loro memoria, ma che non se la sentì di filmare l’avventura di Carlo Pisacane massacrato coi suoi trecento a Sapri dai contadini. O di Felice Orsini che a Londra su consiglio di Giuseppe Mazzini si fece confezionare un paio di bombe da un bombarolo di fiducia da lanciare contro Napoleone Terzo, colpevole di fregarsene dell’Italia, mancandolo, per poi finire sotto la ghigliottina mentre alcuni suoi compagni si arruolavano nella cavalleria dell’esercito americano combattendo nella battaglia del Little Bighorn. La Rai non ha mai voluto andare a impicciarsi troppo del nostro passato western: troppi garibaldini forse craxiani, bisogna stare attenti ai “mangiapreti” perché sua santità potrebbe dolersene, e poi non bisogna infastidire gli storici marxisti, meglio darsi al dadaumpa con le sorelle Kessler, vai più sul sicuro. Le reti commerciali sono state altrettanto prudenti e ormai non resta che sperare in Netflix – hai visto mai – che è diventato una delle maggiori fonti storiografiche e della memoria sia nazionale che internazionale. La Bbc molti anni fa realizzò la serie “Roma” sulla grande crisi istituzionale che fece cadere la Repubblica e inaugurare l’Impero, con un cast fantastico in cui Cicerone parlava come Winston Churchill e una sterminata serie in titoli di coda di personale italiano, storici, accademici, linguisti, sceneggiatori, ma che lavoravano per un prodotto destinato ai popoli di lingua inglese con risultati mai raggiunti e mai cercati. Scusatemi se uso me stesso per fare degli esempi, ma sono l’unica persona che conosco e dunque ricordo personalmente il fastidio, la noia e il desiderio di fuga che provavo da bambino quando gli adulti anziani discutevano dell’uomo di Dronero (Giolitti), dell’equivoco scambio di lettere tra l’onorevole Curlo e l’onorevole Meda, con contorno di tutti i personaggi dell’Italietta prefascista con abbondante mitologia pascoliana, carducciana e garibaldina (poco mazziniana) e molto savoiarda, tutta trattata come antologia attualissima e che invece era già decrepita e immemorabile. Oggi sarebbe ora, se qualcuno avesse il fegato di riaprire il teatro della memoria, ma sotto forma di spettacolo, come attualità, visto che i temi dell’identità nazionale, delle frontiere, dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’assimilazione sono talmente maturi da risultare guasti. Si potrebbe partire dalla scoperta del fatto che, più o meno fino a duecentocinquanta anni fa non esisteva uno spirito nazionale e nazionalista; la gente apparteneva al suo re e alla sua religione, parlava la lingua che gli era capitata con i suoi dialetti e fino a Napoleone le appartenenze e le identità, dunque la memoria, andavano in una maniera che oggi non riusciremo a capire, così come l’arte, la comunicazione, la musica. Un gruppo hip-hop che si fosse presentato nel diciottesimo secolo, sarebbe stato subito internato in un manicomio. Fino alla Prima guerra mondiale il mondo che potremmo chiamare il nostro mondo, era dominato da un clan di teste coronate fatte di cugini, fratelli, cognati, nonni e zii. Il poeta romano Trilussa concludeva la sua “Ninnananna di guerra” ricordando che «So’ cuggini, e fra parenti non se fanno complimenti: torneranno più normali li rapporti personali». Oggi in Italia la storia non si insegna più e questa amputazione viene giustificata in vari modi, ma il fatto è che la semplice narrazione di come andarono le cose, è graffiante e controversa, è madre di altre guerre e così, sempre negli Stati Uniti, molte scuole preferiscono non affrontare la Seconda guerra mondiale perché parlare della Shoah significherebbe mettere in conflitto gli studenti di religione musulmana con quelli di origine ebraica. Quando frequentavo il liceo, il programma di storia si fermava alle “cause della Prima guerra mondiale”. Cause, peraltro, mai chiarite perché ci sarebbero parecchie cose da spiegare in quell’evento di oltre un secolo fa, come ad esempio il fatto che la maggior parte degli intellettuali della sinistra in Italia, Pietro Nenni repubblicano e futuro segretario socialista, e Palmiro Togliatti che sarà “il Migliore” dei comunisti, Antonio Gramsci fondatore del Pci, andarono in guerra volontari, come Mussolini che per questo ruppe col partito socialista e se ne fece uno suo. Una a caso, ma immaginate: che spettacoli, che sorprese, quali polemiche, conflitti, quale nuova vita della nostra storia anche per scoprire per quale accidente di motivo molte parti della storia, non soltanto italiana, sono state censurate, necrotizzate o poste sotto divieto assoluto. Verrebbe voglia di dire: ehilà, voi tutti liberi, liberali, libertari, riformisti e garantisti, unitevi – uniamoci – perché siamo ancora in tempo durante questa carestia a fare gli italiani, visto che fare l’Italia non è stata un’impresa ben riuscita.

 

·        La prossima egemonia culturale.

Dai globalisti agli antimoderni. Il virus influenza il pensiero. Le "famiglie" culturali rispondono in modo molto diverso alle domande sul futuro e su come ridare senso al mondo. Corrado Ocone, Mercoledì 13/05/2020 su Il Giornale. Potrà sembrare un aspetto secondario in questo momento, ma in verità è l'architrave su cui poggerà il nostro futuro. Il Covid-19 ha conseguenze drammatiche sull'economia, sulla società, sull'istruzione, ma ne ha anche sul pensiero. Intorno a quali categorie si organizzerà la nostra comprensione del mondo, il nostro dare senso ad esso? Chi eserciterà nei prossimi anni l'egemonia culturale? Quale narrazione risulterà vincente, ispirando l'azione delle classi dirigenti e modulando il senso comune dei cittadini? Nulla sarà più come prima, o al contrario tutto resterà immutato ma in peggio come ipotizza Michel Houellebecq? Altrove, soprattutto in Francia, il dibattito è già ampio. In Italia le posizioni cominciano solo ora a delinearsi, in un contesto nazionale in cui la riflessione intellettuale sembra ancora asfittica e legata ai topoi rassicuranti del moralismo e del politicamente corretto. Proviamo a individuare qualche filone di pensiero, quasi come un divertissement intellettuale e tenendo ben presente che si tratta di tendenze che a volte si pongono in alternativa fra loro e altre volte si intersecano.

1. I globalisti. Sembra impossibile, ma continuano ancora ad esserci coloro che giudicano la crisi attuale come un incidente di percorso, come qualcosa che prima o poi sarà superato e archiviato e ci rimetterà sui binari felici del Progresso e della Globalizzazione. D'altronde, si dice, il virus ha mostrato che siamo in un mondo iperconnesso e che un problema che sorge in una lontana provincia cinese in poche settimane può diventare un problema comune a tutto il mondo. Dobbiamo quindi ripartire accelerando la collaborazione e la condivisione fra i popoli, in vista di un governo unico mondiale, e di un'etica comune all'umanità (ovviamente quella della correctness). «A problemi globali, una risposta globale».

2. Gli anticapitalisti. Per costoro il Covid-19 conferma le loro analisi di sempre: in crisi è il nostro modello di sviluppo, che non è riformabile ma va rovesciato. Quale sia l'alternativa non è dato sapere, e comunque ognuno la immagina a suo modo. La sinistra radicale pensa come al solito al comunismo, ovviamente e come sempre quello «vero» e non ancora mai realizzato; qualcuno a una «decrescita felice» e casomai green. I pensatori della sinistra radicale fanno dell'attuale una crisi di diseguaglianza crescente, e quindi di un modello di sviluppo non da riformare ma da sovvertire.

3. I gretisti. In parte sono anticapitalisti della sottospecie decrescista anche loro, in parte annoverano fra le proprie fila molti capitalisti che sperano in questo modo di riconvertire il sistema di produzione in un'ottica schumpeteriana di «distruzione creatrice». Ovviamente un capitalismo non liberista, come quello dei globalisti, ma statalista nel preciso senso che, con una buona dose di ingegneria sociale e costruttivismo vorrebbe affidare allo Stato il compito di impostare dall'alto e poi accompagnare la trasformazione. La quale, come dice Luciano Floridi nell'ultimo suo libro, deve essere verde e blu al contempo, fondata cioè sulla riconversione ecologica e sulla Intelligenza artificiale.

4. I sovranisti. Sembrerebbero i vincenti di questa partita, con il mondo costretto a chiudere i confini e con il ritorno prepotente degli interessi nazionali. Non coperti nemmeno più, a livello continentale, da quella retorica europeista che accomunava politici e burocrati di Bruxelles. I globalisti dicono ora spesso le cose che dicevano prima gli odiati sovranisti. Tanto che persino Romano Prodi arriva a proporre all'Italia il reshoring, il rientro in patria di aziende e lavorazioni negli anni delocalizzate. Eppure, è come se ai sovranisti mancasse un'idea per il futuro, dopo avere nel passato visto il presente meglio degli altri. La loro presenza annuncia nuove sintesi e nuovi equilibri, ma questi tardano a delinearsi.

5. Gli antimoderni. Sono coloro che riconducono la situazione attuale del mondo a una crisi spirituale, di civiltà, soprattutto dell'Occidente che ha perso o non crede più nei propri valori. È la «dittatura del relativismo», di cui parla Ratzinger. Per i più catastrofisti di loro non c'è più speranza, e solo «un Dio potrà salvarci». Per altri c'è bisogno di invertire drasticamente la rotta e ritrovare nel passato la spinta per il domani. Essere antimoderni non significa però essere necessariamente premoderni, bensì solo prendere atto che il progetto razionalistico degli ultimi secoli è giunto al capolinea.

6. I neopaternalisti. In molti vagheggiano un governo che protegga e rassicuri, da ogni punto di vista: economico, epidemiologico, della sicurezza personale. E che, in virtù del fine, possa anche mettere fra parentesi le libertà fondamentali e i diritti umani. Una democrazia controllata e guidata, «illiberale», o addirittura un nuovo dispotismo soft all'orientale sul tipo di quello cinese. Perché il liberalismo è obsoleto, come ha detto Putin. E la libertà esige responsabilità, e quindi fatica.

7. I conservatori. Sembravano un reperto del passato, e invece potrebbero trovare una nuova linfa vitale. Liberali e anche liberisti, ma all'interno di una comunità politica coesa e unita da valori comuni e dall'amore per la Patria; ecologisti ma nel senso della cura e manutenzione continua della propria casa (oikòs), non in quello dei Grandi Progetti; scettici e disincantati sulle umane vicende ma sensibili al trascendente; aperti al futuro ma convinti che esso debba maturare ed evolversi dalle esperienze del passato. Essi, in poche parole, sembrano porsi al crocevia delle altre tendenze, moderandole e umanizzandole. Che sia loro il futuro?

·        Il Buonismo.

Basta con la melassa: Padre Cavalcoli svela l'Eresia del Buonismo. Oggi pomeriggio, in diretta web, conferenza a più voci sul libro del teologo domenicano. Andrea Cionci su Libero Quotidiano l'1 novembre 2020.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

“L’eresia del buonismo”, il volume di Padre Cavalcoli, uno dei teologi più colti e soprattutto aderenti al vero magistero cattolico, torna prepotentemente alla ribalta - purtroppo grazie alla cronaca - e sarà oggetto di una chiacchierata, oggi alle 17.30, sulla piattaforma Youtube “Ritorno a Itaca” (clicca qui per vederlo) e sulla fan page Facebook del moderatore Aurelio Porfiri, con ospiti del calibro di Aldo Maria Valli ed Eugenio Capozzi (anche Libero darà un suo piccolo contributo alla discussione). Dopo i silenzi dei vertici ecclesiastici sulle orribili stragi islamiste in Francia e sulle persecuzioni dei cristiani in Cina, gli interrogativi di Aurelio Porfiri sono condivisi da molti cattolici: “Abbiamo diritto di difenderci? – si chiede il musicista - Abbiamo diritto di respingere la retorica della misericordia (non la vera misericordia) che viene da tanti settori della Chiesa Cattolica? Bisogna accogliere, accogliere, accogliere....benissimo! Accoglieteli tutti in Vaticano, fate in modo che Vescovi e Cardinali debbano difendere i loro cari dagli assalti di popoli che - la storia lo ha provato - non vogliono affatto integrarsi. La gente è stanca, frustrata, spaventata. È facile parlare di accoglienza quando si vive protetti da un corpo di sicurezza fra i migliori del mondo e in uno stato in cui, non dimentichiamolo, senza un motivo non si entra. Si può continuare a propagandare la misericordia senza la giustizia? Purtroppo questa retorica è rafforzata dal clima buonista in cui viviamo, il buonismo di coloro che predicano moderazione soprattutto agli altri, ma che non sanno portare quegli stessi pesi per se stessi. Il libro di Padre Cavalcoli è un’efficace lettura per aprire gli occhi su questo devastante e nauseabondo politically correct che ci sta ammorbando da decenni e che si fa sempre più fastidioso”. Se ben conosciamo il buonismo come tratto identificativo di una certa  parte politica, è molto stimolante la sua declinazione come vera e propria eresia tanto che già nel 2015, di fronte alle tragedie nel canale di Sicilia, ci eravamo posti la stessa domanda. “L’eresia buonista ha una storia molto recente – spiega Padre Cavalcoli - almeno nella sua forma estrema che prevede la bontà di tutta l’umanità con la negazione del peccato (come privazione della grazia), dei castighi divini e dell’esistenza di dannati nell’inferno. Essa sorge e si diffonde subito dopo il Concilio Vaticano II grazie a un’interpretazione pretestuosa ed estremista dell’impostazione conciliante dell’etica e della pastorale del Concilio. Questa eresia comparve già con Origene, ma in una forma molto più attenuata, in quanto, come è noto, Origene ammetteva l’esistenza di anime dannate e dei demòni nell’inferno, ma immaginava che alla fine del mondo tutti, uomini e demòni sarebbero stati perdonati ed assunti nell’eterna beatitudine”. Vi è anche un buonismo alla Lutero, con la sua teoria della predestinazione, secondo cui il destino delle anime è già implacabilmente segnato e si spera in una misericordia divina indipendentemente da quanto l’uomo possa fare per salvarsi. Vi è poi il buonismo settecentesco di Jean-Jacques Rousseau, il quale sostiene che l’uomo, naturalmente buono, non è stato corrotto dal peccato originale, ma dal convivere sociale. Il protestantesimo liberale dell’’800, Schleiermacher, Von Harnack e Ritschl aprono la via all’idea che nell’inferno non c’è nessuno. Questa eresia penetra nella Chiesa cattolica col modernismo condannato da S.Pio X ed è stata diffusa dopo il Concilio Vaticano II da Karl Rahner . In molti attribuiscono la frase “l’inferno è vuoto” ad Hans Urs von Balthasar, ma sembra che questo concetto, da lui spesso rinnegato, sia stato piuttosto una trappola tesa dei nemici del teologo svizzero che, invece, fu fatto cardinale da Wojtyla (anche se morì due giorni prima di ricevere il galero) e viene considerato un “grande teologo” proprio da Josef Ratzinger. Sarebbe avvenuto, quindi, una specie di siluramento mediatico di colui che in effetti era considerato il nemico n.1 di Rahner e che, non a caso, fu escluso dal Concilio. Ce ne rioccuperemo di von Balthasar, ma, nel frattempo, fateci caso: nel dibattito cattolico ormai il DOGMA DEL PURGATORIO E’ SCOMPARSO. Si parla pochissimo dell’inferno -  e spesso a sproposito - ma assolutamente zero di quello stato intermedio di “purificazione subita” propedeutico alla visione di Dio, nella quale ogni residuo di peccato viene combusto dalla luce divina. Avevamo già scritto di quali radicali ribaltamenti siano in corso nella fede e, per quanto possa far comodo a tutti una prospettiva escatologica più comoda, un “sei politico” dell’Aldilà, con tutti promossi, l’inquietante sospetto è che – per chi crede nella vita dopo la morte - questo possa mettere a rischio la salvezza di qualche miliardo di anime. Se un oncologo dicesse: “Fumate tranquilli, tanto poi i polmoni espellono tutto il catrame del tabacco” o se un dietologo affermasse “Il fast food non vi fa niente e nemmeno l’alcol” verrebbero certamente molto apprezzati dalla massa, ma sarebbe opportuno fidarsi di loro? Con il libro di Cavalcoli invece si “rifà la convergenza” alla fede cattolica vera, quella ortodossa, quella “scomoda”. Particolarmente interessanti i concetti di ira e aggressività, che, invece di essere rimossi chirurgicamente (e a forza) come vorrebbe utopisticamente il pensiero unico buonista, vengono modulati e indirizzati per la giustizia e, quindi, proteggere e salvare i deboli e gli oppressi. Si può essere laici o credenti, ma non si può fare a meno di riconoscere la coerenza interna dell’impianto razionale teologico cattolico (qui l’approfondimento)  e di affrontare un affascinante viaggio intellettuale tra le “verità ultime”.

·        La Dolce Vita.

Dario Salvatori per Dagospia il 27 ottobre 2020. Accadde il 5 novembre del 1958.  Lo scandalo del “Rugantino”, il locale di Trastevere dove si spogliò la ballerina turca Aichè Nanà. Si festeggiava il compleanno di Olghina di Robilant, ventiquattrenne di sangue blu, che   proprio due sere prima si era tuffata nella Fontana di Trevi per una scommessa. Il suo amico Guidarino Guidi, assistente di Federico Fellini, passando accanto a quell’acqua gelida esclamò che non sarebbe entrato là dentro nemmeno con una pistola puntata alla tempia. “Io lo farei per diecimila lire”, disse la giovane nobildonna. Partì la scommessa, entrò in acqua tutta vestita e vinse le diecimila, che coprirono esattamente la multa elevata per “inquinamento di acque pubbliche”. Così ci si divertiva. Olghina usciva con il facoltosissimo Peter Howard Vanderbilt, estroso miliardario americano, gay e vanitoso,  che voleva regalarle un compleanno indimenticabile. Ci riuscì. La Robilant supponeva che sarebbe andato da Bulgari per scegliere qualche regalo prezioso che lei avrebbe immediatamente depositato al Monte di Pietà. Invece il Vanderbilt preferì donare un compleanno swing al “Rugantino”. Da quel momento la vita notturna romana non fu più la stessa. Guardando quelle foto storiche scattate nel basement del locale, riconosciamo Marcello Rosa, 85 anni, jazzista, trombonista, compositore, membro della Roman New Orleans Jazz Band e uno dei pochi sopravvissuti di quella serata.

Maestro Rosa, cosa ricorda di quella notte?

“Noi suonavano abitualmente al Rugantin- e quella sera ci dissero che ci sarebbe stata una festa privata, un compleanno. A quell’epoca il jazz piaceva alla Roma bene, alla nobiltà nera, alla Roma pariola.”

Però all’ingresso trovaste i fotografi e un pubblico di vip: Luca Ronconi, Corrado Pani, il marchese Carlo Durazzo, i principi Andrea Hercolani e Pier Francesco Borghese, Marina Cicogna, il pittore Tomas Conceptiòn...

“Si, però quando arrivò Anita Ekberg capimmo che la serata avrebbe preso un’altra strada.”

Però lei non si spogliò…

“No, però prese a ballare da sola a piedi nudi. Mentre suonavano mi si avvicinò una brunetta bonazza e mi disse in romanesco – ‘’Slacciame a guepiere e ‘a sottana, mo’ je faccio vedè io a quella’’- e si mise a ballare selvaggiamente. Era la ballerina turca Aichè Nanà.” 

I clienti che cenavano al piano superiore scesero tutti, giusto?

“Si, io smisi di suonare perché avevo in mano la biancheria di Aichè. E quella fu la mia salvezza.”

Perché?

“Perché tutti i musicisti furono condannati a tre anni con la condizionale. La sentenza fu chiara. Con i loro strumenti eccitavano la turca. Lei era in pieno parossismo e urlava. “Datemi il tappeto di Allah!”, voleva dire datemi giacche e cappotti.”

Insomma lei la svangò?

“Non tanto, perché dopo qualche giorno i giornali americani pubblicarono quelle foto di Tazio Secchiaroli. Siccome due giorni prima era salito al soglio pontificio Giovanni XXIII i giornali americani titolarono – Orgia in Vaticano!- Mi chiamò mio zio dall’America chiedendomi se avessi cambiato mestiere. In una foto ero con la corsetteria di Aichè in una mano e con l’altra il trombone e sullo sfondo la cupola di San Pietro.”.

Altre complicazioni?

“Il locale era di Mario Crisciotti, proveniente da una famiglia di ristoratori. Lui se la cavò con una multa di tremila lire e i sigilli all’ingresso per qualche giorno. Però i turisti facevano la fila e ordinavano “Fettuccine allo spogliarello-“.

Si incuriosì anche Federico Fellini…

“Si, stava scrivendo “La dolce vita”, era stato invitato ma non venne, mandò la Ekberg. Voleva dimostrare come si divertivano i ricchi, come trasgredivano. Ci chiamò, ci fece un provino, noi arrivammo con le divise, suonammo un blues e una ballad, credo che si annoiò moltissimo visto che di trasgressivo non avevamo proprio nulla. Infatti chiamò Adriano Celentano, che nel 1958 era sicuramente più trasgressivo di noi.” Però era ufficialmente iniziata la Dolce Vita.

·        Gli anni Ottanta.

Quell'Italia "di latta" che si piegò a tutto. "Nel groviglio degli anni Ottanta" troviamo le radici del Paese attuale. Stenio Solinas, Domenica 07/06/2020 su Il Giornale. Nel groviglio degli anni Ottanta (Einaudi, pagg. 303, euro 30), di Adolfo Scotto di Luzio, ha come sottotitolo «Politica e illusioni di una generazione nata troppo tardi», ovvero la stessa del suo autore, venuto al mondo più o meno al tempo del Sessantotto ruggente, decenne durante il Settantasette di piombo, ventenne quindi quando fra paninari, Tempo delle mele e pantere universitarie quell'epoca giungeva al suo termine senza aver bene afferrato il perché del suo inizio. Scotto di Luzio ha senz'altro ragione quando osserva che si tratta comunque di un decennio esemplare, quanto a coscienza di sé e coerente nel suo autodefinirsi, ma il fatto stesso che una buona metà del libro sia dedicata, come dire, alla elaborazione del lutto di ciò che c'era stato prima, è la spia di una fragilità congenita, una sorta di eterna età del rimpianto con annessa pedagogia del rimpianto, quella che, come lo stesso autore deve ammettere, farà «del cosiddetto riflusso la base di una compiuta formazione giovanile». Ben scritto, senza sociologia d'accatto né birignao accademico, si capisce che Nel groviglio degli anni Ottanta ha più a che fare con le aspirazioni e le delusioni dell'autore al tempo dei suoi vent'anni che con il suo successivo percorso professional-universitario, più una confessione, in stile educazione sentimentale, che un saggio critico. Questo rende più attraente la lettura, ma impedisce una riflessione compiuta, mantenendo cioè la visione sia di quel periodo, sia di quello che l'ha preceduto, all'interno di una mitizzazione rivoluzionaria che se è in qualche modo consolatoria non è per questo meno falsa. In sostanza, non ci fu prima nessuna rivoluzione a cui non si fece in tempo a partecipare, quindi sarebbe stato meglio dopo non piangersi addosso, tantomeno sentirsi in colpa o chiamare in causa il destino cinico e baro...Venendo più strettamente agli anni Ottanta, ciò che un po' resta fuori dall'educazione-confessione di Scotto di Luzio, spesso troppo colta nel suo nutrirsi di esempi alti, musicali, artistici, letterari, è una certa animalità viscerale che ne fu anche la sua cifra esistenziale, divenuta in seguito un dato di fatto del nostro Paese. Per esempio, nella conta dei fagioli di una celebre trasmissione televisiva della Raffaella Carrà di quegli anni c'è la televisione dei Fatti nostri che poi trionferà, da Funari a Zoro, Del Debbio, Giordano, Piazzapulita, passando per Lerner e Santoro; l'Italia di Toto Cutugno anticipa quella del presidente Ciampi e poi di Napolitano e di Mattarella; il bon ton di Lina Sotis prepara quello di Flavio Briatore; lo storico primo incontro fra metalmeccanici e comunità gay a Bologna («sono d'accordo con il compagno busone che ha parlato prima») è il viatico per i Vendola politici...Ci sono gli yuppies, i paninari, le finte bionde, le casalinghe che giocano in Borsa, i Rambo di Sylvester Stallone e I fichissimi di Diego Abatantuono. Ci sono anche i fatti tragici, talmente tanti che l'idea del decennio riflussato e de-ideologizzato necessita di qualche messa a punto. Strage di Bologna, scandalo dei petroli, terremoto in Irpinia, Ustica, assassinio di Walter Tobagi, dell'ingegner Taliercio, del generale Dalla Chiesa, sequestro Dozier, attentato al Papa... Si può anche mischiare il sacro al profano, «Gei Ar» e Enzo Tortora, i Duran Duran e Sigonella, Michele Sindona e il segretario del Pci Alessandro Natta sfottuto sulle pagine di Tango. Resta memorabile il ricordo dei politici canterini alla trasmissione Cipria: il socialdemocratico Michele Di Giesi che canta L'uccellin che vien dal mare, il repubblicano Oddo Biasini che gorgheggia Signorinella, il democristiano Calogero Mannino impegnato con la Turandot, il liberale Alfredo Biondi con Buon anniversario... Poi ci si domanda da dove venga il discredito della nostra classe politica. Quel decennio si apre con la morte di Pietro Nenni e si chiude con l'esordio televisivo di Gigi Marzullo e questo vorrà pur dire qualcosa. A livello internazionale però c'è il crollo del Muro di Berlino, c'è Tien an Men. Solo allora il Pci penserà di cambiare il nome e anche questo vorrà pur dire qualcosa. Ciascuno si porta dietro i propri ricordi e non è detto che generazionalmente siano gli stessi. Edonisti reaganiani, ragazzi dell'85, post-femministe, post-rivoluzionari, post-compagni, post-fascisti, pentiti e post-pentiti del giornalismo, del sesso, dell'ideologia, mai della vita, impiegati in stile Dynasty, nuovi soggetti politici ed economici: marxisti delusi e liberali perplessi, teorici appassionati dell'effimero e teorici dell'utile personale. Lo stabilire se il mutamento sia stato in meglio o in peggio è naturalmente una valutazione soggettiva. Personalmente, ciò che di quel decennio non mi piaceva era proprio quel combinato disposto di rampantismo, menefreghismo, cinismo, arrivismo, fancazzismo e qualunquismo (di Sinistra, pensa un po') che emerge plasticamente da esso. C'era un generale ritorno all'ordine nell'idea che tutto fosse già stato detto, pensato, e nella speranza che lo sfruttamento intensivo delle posizioni, il cambiare disinvoltamente bandiera, garantisse il funzionamento del sistema. Non si credeva più nei partiti, ma si continuava a usarli come moneta di scambio, non si sognavano più rivoluzioni, mai del resto avvenute, ma l'averle sognate garantiva la cooptazione nei centri di potere, si praticava l'edonismo di massa con la stessa disinvoltura con cui prima si era vissuto il pauperismo da comune. Non sorprende che poi sia saltato tutto. Se dovessimo racchiude gli Ottanta in una definizione, potremmo azzardare quella di «anni di latta». Abbiamo avuto gli anni della ricostruzione e quelli del boom, gli anni della contestazione e quelli del piombo: v'era latta anche in essi, ma non era predominante, non era il materiale di base. La latta è vile, cedevole, priva di valore. Il nostro tessuto umano e sociale non è stato da meno. Tuttavia, per uno di quei curiosi paradossi su cui il destino si diverte a farci inciampare, più si è piegato, si è acconciato alle altrui esigenze, e più ha racchiuso in sé una violenza inerte, fatta di sfiducia, di inimicizia, di egoismo, molto più forte di quella data, in altri tempi, dallo scontro fra opposti modi di essere e di esistere. In quel decennio non ci sono modelli antagonisti fra loro nella società, ma un modello vincente che l'avvolge e la permea. Schiacciato sul versante dell'essere, si è mostruosamente, patologicamente, sviluppato su quello dell'apparire. I ragazzi dell'85, per esempio, sono stati sì un'invenzione dei media - per quello che concerneva la loro presunta volontà di cambiamento, il loro essere un nuovo soggetto politico - ma altresì sono apparsi come la rappresentazione plastica di un look che è proprio di ogni movimento emergente per età e per potere. Fra essi e gli yuppies quarantenni non v'era distonia né crisi. I primi erano in fieri i secondi; questi, seppellite frettolosamente le ubbie alternative della loro giovinezza, frutto della dittatura della moda politica, si erano sottoposti a un lifting che cancellasse ogni segno di diversità, per entrare di diritto nella «nuova società». Se si riflette bene, si vedrà come l'Italia di oggi è il puro prodotto di quella generazione degli Ottanta che, pur nata in ritardo, mancando, come scrive Scotto di Luzio, «un appuntamento decisivo con la storia», non per questo non ha saputo fare bene i suoi conti rispetto alla cronaca.

·        Il Grande Fratello.

2010-2019: il decennio in cui abbiamo capito davvero ''1984'' di Orwell. Pubblicato su it.mashable.com. Dire che 1984 di George Orwell è il mio libro preferito non è diverso dal dire che Star Wars è la mia saga cinematografica preferita. In effetti, sono le mie ossessioni. Li rivedo/rileggo per intero almeno una volta l'anno e ho già divorato tutto quello che c'era sui loro creatori. I loro stili non potrebbero essere più opposti – uno space fantasy un po' ingenuo contro una delle distopie più dure — ma entrambi i titoli sono degli esempi lampanti di buona costruzione di universi narrativi. Ed entrambi sono tornati in auge negli anni '10 del millennio, proprio quando ce n'era bisogno. Star Wars è finito in cima alle classifiche dei box-office di tutti i tempi; nel 2016 1984 è risalito nella lista dei bestseller, e c'è rimasto fin da allora (è anche apparso sugli striscioni di protesta in giro per il mondo). In una discussione che tenni a metà del decennio, intitolata ironicamente Il lato luminoso di 1984! (allarme spoiler, non ce n'è, nemmeno nella storia della sua scrittura), notavo che il mondo che Orwell aveva costruito continua ad affascinarci per una ragione soltanto: è talmente perfetto da mettere all'angolo tutte le successive distopie. Non ci sono buchi nella rete di controllo del Partito, nessun filo scucito che l'opposizione possa tirare. Se c'è una Resistenza, questa svanisce a metà della storia. Il libro è pensato per far sembrare totalmente infallibili il Partito e il suo meccanismo di oppressione. Tu lettore accetti, come il protagonista Winston Smith, che non può essere rovesciato. Questo non è The Hunger Games. Non c'è nessun cattivo stilizzato da romanzo young adult, come un Presidente Snow che una ribelle Katniss Everdeen possa spodestare. Persino Margaret Atwood, nel Racconto dell'ancella, distrugge Gilead in un poscritto ambientato in un lontano futuro.

Ma in 1984? Per quanto ne sappiamo, il Partito domina su tutto il genere umano.

Il Grande Fratello ti sta manipolando. Come ci riesce? Il Partito non deriva il suo potere dallo spiare i suoi cittadini, né dal farne delle spie o nel punirli. Tutte queste cose vengono presentate come semplici strumenti nelle mani dello Stato. Allora come fa ad avere un tale livello di controllo? Orwell, aka Eric Blair, un combattente socialista per la libertà e un ufficiale coloniale pentito affascinato dalla lingua e dalla politica, sapeva che nessun controllo poteva dirsi totale se non si colonizzavano prima le menti delle persone. Uno stato come quello che avrebbe descritto poteva esistere solamente se basato su una serie costante di grosse, ovvie bugie. Uno stato che si potesse dire completamente totalitario, e Orwell l'aveva capito dai regimi del suo tempo, avrebbe dovuto controllare la verità per poterla ridefinire a piacimento come "qualsiasi cosa decidiamo che sia". Avrebbe dovuto falsificare memorie, foto, documenti. La gente avrebbe anche potuto essere a conoscenza dei fatti, ma fin quando avesse tenuto la bocca chiusa e tirato avanti non ci sarebbe stato alcun problema (è il cosiddetto bipensiero).

Non chiamatelo Winston Smith. Chiamatelo Mr. 2019. Il risultato è che Winston Smith viene manipolato tutto il tempo. Passa l'intero romanzo a chiedersi quale sia la verità. Non è nemmeno sicuro che sia davvero il 1984. Il Grande Fratello esiste davvero da qualche parte in Oceania o è solo un simbolo? ¯\_()_/¯ Winston è quello che si direbbe un uomo con una buona istruzione nel suo mondo; ricorda persino il nome "Shakespeare". È abbastanza intelligente da non credere all'ovvia propaganda accettata dal resto delle persone, ma non importa. Il libro è la storia di come viene consumato, metaforicamente e fisicamente, finché non è troppo stanco e debole per poter tenere a bada la marea di assoluto nonsenso. Non chiamatelo Winston Smith. Chiamatelo Mr. 2019. Perché sembra sempre più che siamo noi quelli che vivono in Oceania. Quello stato inventato comprendeva le isole inglesi, il Nord America e il Sud America. Ora i leader dei paesi più grandi di quelle regioni — Boris Johnson, Donald Trump, Jair Bolsonaro — sono uomini in grado di inondare la propria gente di evidenti bugie e i loro opponenti non hanno, semplicemente, tempo o energie sufficienti per smascherarle tutte. E mentre ci affacciamo al 2020, sembra sempre più che tutti e tre, disgustosamente, potrebbero farla franca. Sono protetti da membri del partito che sopporterebbero qualsiasi umiliazione pur di strombazzare la loro fedeltà al Grande Leader (si veda il senatore repubblicano Lindsay Graham) e da un sistema mediatico che dà risonanza alle bugie dei politici (grazie, Facebook). Tutti i Winston Smiths del nostro mondo possono vedere che cosa sta succedendo, ma non sembra fare la differenza. Almeno siamo a conoscenza della frase più importante di 1984, oggi una delle più twittate.

Non è solo la sorveglianza, stupido. Nelle decadi successive alla sua pubblicazione nel 1949, il messaggio di 1984 è stato corrotto. La cultura popolare l'ha ridotto a un singolo slogan — Big Brother is Watching You — e quelli che avevano un vago ricordo del libro studiato a scuola si sono convinti che il suo scopo principale fosse metterci in guardia contro uno stato di sorveglianza. Di certo poteva sembrare particolarmente vero nel 2013, quando Edward Snowden rese pubblici i documenti che svelavano quanto fosse grande il programma di spionaggio dell'NSA. "George Orwell ci aveva messo in guardia contro rischi di questo tipo," Snowden aveva detto alla televisione britannica nel suo "discorso di Natale alternativo" di quell'anno. "I sistemi di raccolta di dati [in 1984] — microfoni e videocamere, televisioni che ti guardano — non sono niente in confronto a quello che abbiamo a disposizione oggi". Era vero, ma non era proprio il punto. Orwell non dice che il sistema di sorveglianza in Oceania sia così capillare. Non sarebbe stato credibile immaginare un partito capace di tenere sott'occhio tutti i suoi membri tutto il tempo. Sarebbe stato come scrivere un romanzo di fantascienza di serie B. (In Cina fantascienza non lo è poi tanto, ora che il sistema statale di riconoscimento facciale e di classificazione della tua attitudine sociale rendono il programma dell'NSA un passatempo amatoriale). In 1984, l'unico momento in cui sappiamo per certo che lo schermo sta guardando Winston è quando sta facendo i suoi esercizi mattutini e il suo istruttore femminile lo sgrida per non essersi impegnando abbastanza. Non si tratta solo di essere tenuti d'occhio costantemente dal Grande Fratello — anche questa è un'altra bugia del Partito. Non si sa in quale momento si verrà osservati; un po' come sapere che ci potrebbe essere un autovelox alla prossima curva ti trattiene dall'andare più veloce in macchina. Ma contro questo tipo di possibilità, i cittadini possono ancora ribellarsi. Per la maggior parte del libro, Winston e Julia riescono a scappare a quasi tutte le telecamere, fuori nella campagna post atomica. Ma evitare la sorveglianza non basta. Vengono catturati perché credono ad una bugia: la finta Resistenza capitanata da un membro del Partito, O'Brien. Il libro qui ci invita a ponderare se non siamo caduti anche noi nella trappola. Il libro dentro al libro che spiega il mondo di Winston alla fine risulta scritto dallo stesso O'Brien, maestro della menzogna. Le bombe che cadono su Londra sono lanciate dal Partito. Tutte le verità interne di questo universo il lettore le riceve da Winston, e alla fine nulla di quel che dice è affidabile — dal momento in cui viene torturato finché non ammette che O'Brien gli sta mostrando tre dita invece di due al punto in cui crede di aver sentito la notizia di una vittoria sulla guerra infinita che si va combattendo. Al termine di questi dieci anni, persino parole come "Orwell" o "Orwelliano" sono diventate ambivalenti. Me ne sono reso conto nel 2017 quando mia moglie, sapendo quanto amo questo libro, mi ha comprato un cappello con scritto "Make Orwell Fiction Again". L'ho adorato, fin quando non mi sono reso conto che era stato prodotto in uno stato che aveva votato per Trump, da una compagnia con una linea di prodotti libertari. Abbiamo pensato fosse una risposta allo slogan del Make America Great Again (MAGA), ma poteva anche essere uno di quel genere: Make Orwell fiction again by helping Trump fight Deep State surveillance, man! Se c'è speranza per Oceania, potrebbe arrivare dall'unire le persone sotto la bandiera comune di quello contro cui ci mette in guardia 1984 — a partire dalle sfacciate bugie che tanto preoccupavano Orwell. Quelle che i guardiani dei social media hanno impiegato fin troppo tempo a notare, sempre che se ne siano davvero accorti. Se non riusciamo ad essere d'accordo sui fatti più semplici della scienza e della storia, abbiamo perso. Ma se ci riusciamo, allora non ci può essere alcun sistema di sorveglianza, alcuna guerra senza fine o punizione che possa distruggerci. "La libertà è poter dire che due più due fa quattro", scrive Winston nel suo diario. "E se questo è concesso, il resto viene da sé". Rimanendo scettici riguardo a ciò che leggiamo, ma leggendo comunque molto e difendendo un insieme di verità che sono semplici e oggettive come la matematica, possiamo dare prova di aver appreso finalmente la lezione di Orwell. E fare in modo che 1984 rimanga un capolavoro letterario e nulla più.

Jaime D’Alessandro per “la Repubblica - Scienze” il 15 febbraio 2020. La tv ha iniziato a osservarci. Lo fa con attenzione, annotando ogni dettaglio delle nostre abitudini: cosa guardiamo, quando, con quale frequenza. E lo fa con il nostro permesso. La prima volta che accendete un televisore di ultima generazione, sempre dotato di connessione al Web, è tutto scritto nei termini d' uso. Esatto, quelli che nessuno legge, anche perché in genere il testo è volutamente lungo e a caratteri minuscoli. Ma termina, poco importa la marca del televisore, con un grosso pulsante "accetta". E noi, inevitabilmente, accettiamo. Da quel momento ogni cosa che passa sullo schermo, il quando lo accendiamo e lo spegniamo, per quanto tempo resta in funzione, a quali ore e in quali giorni, diventa dato e viene trasmesso alla casa produttrice che poi potrà venderlo a chi le pare. Potreste dire no negando l' assenso, spingervi anche a non connetterlo al wi-fi di casa, poi però non potreste più accedere ai tanti servizi online offerti da Netflix, Prime Video di Amazon, Sky, Mediaset o Rai. «Possono sapere tutto, veramente tutto. Ed è incredibile che nessuno ne parli», racconta Luca Di Cesare, fondatore della Datv, azienda nata un anno fa che fornisce ai network televisivi strumenti digitali di analisi del comportamento degli spettatori proprio partendo dalla diffusione di decoder e tv connessi. Con un passato alla SmartClip e a DoubleClick, acquisita da Google nel 2008 per 3,1 miliardi di dollari, che anche uno come lui trovi stupefacente una raccolta di informazioni così sfacciata fa pensare. La nuova miniera d' oro, che alcuni sperano possa portare alla luce un filone ricco quanto quello del Web e dei social network, in gergo si chiama "addressable tv advertising". È l' insieme di tecnologie che permettono di selezionare una fascia di pubblico particolare basandosi sui dati raccolti per annunci pubblicitari su misura. Se Facebook e Google hanno accumulato miliardi tracciando ogni movimento in Rete degli utenti e poi vendendo inserzioni su misura, i principali network televisivi e costruttori di tecnologia di consumo non vogliono esser da meno. Siamo solo all' inizio e i numeri di questo mercato sono ancora minuscoli, in Italia si parla di 15 milioni di euro che sono davvero nulla rispetto ai 2,9 miliardi dell' online, anche se la raccolta di informazioni è già attiva e sempre più capillare. Ci sono tecnologie come l' Automatic content recognition (Acr), che riconoscono le "impronte digitali" di ogni immagine e la confrontano con archivi immensi di contenuti per sapere quel che si sta guardando. Di ogni fotogramma raccolgono una manciata di pixel distribuita in maniera unica e grazie a quella combinazione la individuano. È la stessa tecnica che Facebook impiega per riconoscere i contenuti vietati pubblicati dagli utenti. E ce ne sono altre che capiscono, come una sorta di Shazam, ogni pubblicità che passa sul nostro televisore. Vengono impiegate per sapere sempre cosa guardiamo; sia se abbiamo aperto una app sia se stiamo sfogliando il palinsesto tradizionale di qualche emittente. Altro che Auditel. «Gli ambiti più importanti, sui quali tutti puntano in questo momento, sono due», spiega Andrea Lamperti, direttore dell' Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano. «I contenuti da un lato e la pubblicità personalizzata dall' altro. I primi sono forniti via app o decoder e quindi sei profilato come su uno smartphone. L' altro mondo è quello delle pubblicità su tv connesse. Le stanno usando Sky come Discovery e Mediaset. Ti offrono spot personalizzati in base all' abbonamento che hai, a dove abiti, alla tua età. Non te ne accorgi, ma l' erede del vecchio Carosello oggi cambia da abitazione ad abitazione». Inutile scandalizzarsi, tutto ciò accade già su pc, tablet e smartphone e, al di là degli scenari distopici veri o presunti che siano dipinti in questi anni a proposito delle pratiche disinvolte della Silicon Valley per sorvegliare l' intera umanità, la maggior parte delle persone presta davvero poca attenzione a questi aspetti. Ma forse comincerà a farlo a breve. Le tv connesse si stanno diffondendo, in Italia sono otto milioni su 42,7 totali benché solo la metà sia realmente collegata alla Rete, e all' orizzonte c'è il passaggio al nuovo digitale terrestre, il Digital video broadcasting Second generation terrestrial (Dvb-T2). Dal primo luglio 2022 tutte le trasmissioni saranno solo in questo standard che aggiunge, fra le altre cose, funzioni interattive via collegamento Web. Al suo fianco c' è anche un altro standard, Hybrid broadcast broadband Tv (HbbTV), che unisce i sistemi tradizionali di trasmissione con quelli via banda larga. Ora, provate ad immaginare cosa si potrebbe fare con tecnologie del genere in piena campagna elettorale per promuovere un candidato. «Siamo al principio e fortunatamente questa rivoluzione avviene in regime di Gdpr (il Regolamento generale sulla protezione dei dati europeo, ndr), che comunque ha posto dei paletti importanti», conclude Luca Di Cesare. Paletti che però per ora non sembrano aver posto un freno stando ai termini d' uso dei televisori smart.

Umberto Rapetto per infosec.news il 14 febbraio 2020. Tanto tuonò che piovve. Non ci riferiamo alla storica frase attribuita a Socrate e da lui presumibilmente utilizzata per darsi un contegno quando – dialogando con un suo discepolo nel cortile di casa – la moglie manifestò un imprecisato disappunto prima inveendo contro il filosofo e poi riversandogli in capo una brocca d’acqua dalla finestra del piano superiore. Parliamo di qualcosa di fin troppo contemporaneo. Huawei e alcune sue consociate sono state accusate di associazione per delinquere, per aver violato il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (RICO) con le loro forniture a Paesi sotto embargo (nella fattispecie Corea del Nord e Iran). Dopo tante chiacchiere di chi avrebbe dovuto preventivamente intervenire e soprattutto dopo tante minacce e negazioni di ogni evidenza da parte dei protagonisti di questa turpe vicenda, la Corte di Giustizia del distretto orientale di New York ha presentato formalmente le accuse in capo a Huawei Device Co. Ltd., Huawei Device USA Inc., Futurewei Technologies Inc. e Skycom Tech Co. Ltd., nonché al direttore finanziario (il Chief Financial Officer  o CFO) di Huawei Wanzhou Meng (nota alla cronaca per il suo arresto in Canada certamente non passato inosservato). I ben sedici pesantissimi capi di imputazione sono stati annunciati da Brian A. Benczkowski (Vice Procuratore Generale della Divisione Criminale del Dipartimento di Giustizia), John C. Demers (Vice Procuratore Generale della Divisione di Sicurezza Nazionale del medesimo dicastero), Richard P. Donoghue (“prosecutor” degli Stati Uniti d’America per il distretto competente territorialmente alle indagini) e Christopher A. Wray (direttore dell’FBI). Tra le accuse del “Superseding Indictment” (che chi vuole leggerne le 56 pagine è accontentato con il link qui a disposizione) c’è persino quella della cospirazione mirata a sottrarre segreti industriali e commerciali della sofisticata tecnologia dei fornitori statunitensi utilizzando frodi e inganni di vario genere. Huawei avrebbe dato luogo alla appropriazione indebita di “codici sorgenti” e manuali utente per router Internet, e di tecnologie delle antenne trasmissive e delle apparecchiature per l’esecuzione automatizzata di test funzionali. Fa una certa impressione leggere la parola “racket” quando si parla dell’accordo tra Huawei, Huawei USA e Futurewei per reinvestire i proventi nel business mondiale dell’azienda capogruppo in giro per il mondo. Come avrebbero agito? Semplice: stipulando accordi di riservatezza con i titolari della proprietà intellettuale e quindi violando i termini a tutela delle opere dell’ingegno per finalità commerciali. La “cricca” non avrebbe esitato a reclutare dipendenti di altre aziende e a indurli a portar via i segreti dell’attuale o precedente datore di lavoro. Avrebbe persino coscritto professori universitari e specialisti top in servizio presso centri di ricerca pur di ottenere qualunque elemento di conoscenza idoneo a sviluppare tecnologie competitive e a falcidiare gli sforzi innovativi della concorrenza americana. In ossequio allo spot promozionale che dalle nostre parti recita “Ti piace vincere facile”, Huawei ha così avuto modo di ridurre drasticamente i costi di ricerca e sviluppo e di annullare ogni potenziale eventuale ritardo rispetto le aziende concorrenti, ottenendo un vantaggio competitivo significativo e ingiusto. Per avere idea delle strategie di Huawei in proposito, va detto che sarebbe persino emerso un piano di remunerazione straordinaria con bonus particolarmente incentivanti per premiare i dipendenti che ottenevano informazioni confidenziali dai “competitors”. Non è mica finita. A queste condotte si aggiungono tutte le bugie raccontate dai funzionari del colosso cinese agli agenti dell’FBI e ai rappresentanti del Comitato permanente sull’intelligence della Camera degli Stati Uniti, nonché i comportamenti ostruttivi per sbriciolare il rischio di contenzioso e per ostacolare le indagini penali. La malafede – secondo gli investigatori – si riconosce nitidamente scorrendo la documentazione interna di Huawei dove, per ordini e spedizioni, non si faceva mai riferimento a Iran e Corea del Nord, ma si preferiva utilizzare rispettivamente i codici “A2” e “A9”. Mi piacerebbe che una manciata di nostri politici o qualche 007 tricolore si prendessero la briga di leggere le carte che – a vantaggio dei più pigri – abbiamo “linkato” (termine orribile, ma così fan tutti…) a questo editoriale. Potrebbe essere l’occasione per affrontare la questione della indiscutibile (intesa soltanto nel non volerne discutere…) fragilità del sistema nervoso delle telecomunicazioni nazionali i cui gangli sono costituiti in larga parte da apparecchiature di produzione cinese. Per un attimo qualcuno metta da parte Coronavirus e altre faccende prioritarie su cui non ha alcuna competenza o potere taumaturgico per trovarne soluzione. Ognuno faccia il suo, senza trovare giustificazioni in altre emergenze solo per non fare il proprio lavoro o per rinviare decisioni e prese di posizione certamente non facili da assumere. Magari ci si accorge di essere pagati per fare proprio quelle cose.

Umberto Rapetto per infosec.news il 20 febbraio 2020. Non mi si venga a raccontare che la guerra a Huawei è un capriccio del Presidente Trump. E nemmeno si pensi che io creda all’innocenza del colosso cinese, quasi la storia dello spionaggio industriale fosse una recente boutade per azzoppare un pericoloso produttore concorrente. Tutti parlano (e molti si impegnano per farlo a vanvera) della grande azienda di Shenzen senza conoscere una serie di precedenti storici che potrebbero consentire una più serena lettura dei recenti eventi del braccio di ferro tra Stati Uniti e Repubblica Popolare. Chi si è svegliato ieri esperto di cyber security (come Alberto Sordi nel film “Troppo forte” un giorno medico, quello dopo avvocato e quindi ballerino classico…) probabilmente non conosce qualche antefatto che può risultare quanto meno suggestivo. La storia delle scorribande di spionaggio industriale di Huawei e della sua Futurewei, che ha sede a Santa Clara in California, comincia nel 2003. La collocazione temporale è sufficiente per dichiarare per obiettive e insindacabili questioni cronologiche l’estraneità sia di Donald Trump sia di Barack Obama. La vicenda primigenia, infatti, ha avuto luogo quando alla Casa Bianca abitava George W. Bush jr. e nessuno ipotizzava complotti economico-finanziari. L’ormai storica causa presso la Corte di Giustizia per il Distretto orientale del Texas per violazione di segreti produttivi e di opere dell’ingegno tutelate dal diritto è etichettata “266 F. Supp. 2d 551” e chi vuole approfondire la questione senza pregiudizi di sorta ne può leggere le carte. Chi reputa la vicenda infondata, può invece dare un’occhiata ad un articolo di marzo 2003 uscito sul Wall Street Journal, in cui si legge (ma lo si trova anche altrove) che il colosso cinese avrebbe ammesso di aver copiato “un pochino”… Quel “cicinino” che sarebbe stato sottratto si tradurrebbe nella violazione di cinque brevetti di Cisco e nella copia abusiva del codice sorgente dell’Internetwork Operating System (IOS) sempre di proprietà della azienda americana. In aula la società di Shenzen ha ammesso che un dipendente (naturalmente impossibile da identificarsi) avrebbe “inavvertitamente” inserito nel software VRP trentamila righe di codice (poche ma magari fondamentali nel milione e mezzo di quelle complessive) scopiazzate dal programma dell’impresa statunitense. Il maltolto era stato memorizzato su un disco che è ripetutamente passato di mano in mano da un dipendente ad un altro, rendendo impraticabile qualsivoglia ricostruzione dell’accaduto e ancor meno l’auspicata individuazione delle responsabilità. Tralasciando questioni ataviche e querelle che ormai hanno quasi raggiunto la maggiore età, vale la pena segnalare che Huawei (in compagnia dell’altra realtà cinese ZTE) ha appena ricevuto un’altra pesante “mazzata” (termine d’obbligo vista l’identità del giudice che l’ha sferrata). Amos Mazzant, questo il nome del magistrato, martedì 18 ha dichiarato l’infondatezza del ricorso presentato da Huawei e con cui si rappresentava l’incostituzionalità della messa al bando. Il provvedimento (qui disponibile per chi ha giustamente il vizio di conoscere le fonti e di sincerarsi dell’attendibilità di quel che si racconta) è la risposta all’azione legale di Huawei che aveva considerato lesivo dei diritti fondamentali il provvedimento normativo che vieta la vendita dei suoi apparati all’Amministrazione pubblica USA. Il giudice ha ritenuto che la presunta penalizzazione era da intendersi invece come legittimo limite commerciale ancorato ad insormontabili problematiche di sicurezza nazionale. Come Berlusconi rappresentava l’aggressività della Procura milanese nei suoi confronti, qualche tifoso del produttore cinese potrebbe richiamare l’attenzione dicendo che anche stavolta è lo stesso Tribunale del Texas ad occuparsi delle faccende in questione. Ad ogni buon conto, secondo Mazzant, la legislazione americana ha lasciato a Huawei molte altre opportunità come quella di vendere i propri dispositivi a soggetti privati negli Stati Uniti, nonché a migliaia di potenziali clienti, pubblici e privati, in ogni angolo del mondo. Comunque la si pensi, le forniture per infrastrutture e servizi strategici non possono essere affidati a interlocutori su cui non veleggino dubbi di qualsiasi sorta. Ripescando lo slogan di una importante industria casearia italiana, serve trovare qualcuno il cui nome “vuol dire fiducia”. Perché come diceva il Carosello “la fiducia è una cosa seria che si dà alle cose serie”.

Google e gli altri motori di ricerca sanno tutto su di noi? Le Iene News il 26 febbraio 2020. Non sono solo le pubblicità sul web a essere profilate su di noi, ma anche i contenuti. Ma che differenza c’è tra Google, usato dal 90% degli europei e dal 95% degli italiani, e gli altri motori di ricerca? Nicolò De Devitiis, insieme a diversi esperti del settore, fa un po’ di chiarezza sull’argomento. Con motore di ricerca si intende quel posto in cui tutti andiamo quando cerchiamo qualcosa su internet: digitiamo una frase o una parola e ci escono tutta una serie di risultati. Ma che differenza c’è tra Google, quello usato dal 90% degli europei e dal 95% degli italiani, e gli altri motori di ricerca? Abbiamo fatto un piccolo esperimento: abbiamo digitato la parola “casa” su tutti i diversi motori di ricerca. Ma al di là delle grafiche e delle impaginazioni i risultati sono abbastanza simili. Insomma, non sembrano esserci grandi differenze. Quindi cosa cambia veramente tra l’uno e l’altro? “Il nostro è un motore che non traccia i dati, rispetta la privacy dell’utente e ti mette in condizione di avere una ricerca più aperta possibile” ci dice Jean Claude Ghinozzi, il presidente e direttore generale di Qwant, “Google invece traccia tutti i dati degli utenti per poi riutilizzarli e rivenderli a livello pubblicitario: rivende dati ma essenzialmente usa lo stesso metodo di ricerca delle informazioni degli altri motori di ricerca”. Ma quindi cosa c’è di diverso? Proviamo a chiederlo a un altro esperto, il fondatore e direttore di un famoso motore di ricerca: Ecosia. “Sostanzialmente funziona come Google ma non prendiamo i dati di nessuno e la vera grossa differenza è che noi usiamo i guadagni per piantare alberi”. Puntano tutto sull’ecologia insomma e fanno del loro profitto un investimento sul benessere del pianeta. Passiamo a Bing, il motore di ricerca di Microsoft. “Bing riesce a rispondere alle mie esigenze: se scrivo per esempio ‘traducimi frigorifero in arabo’ non dovrò appoggiarmi a dei servizi esterni, ma troverò la traduzione direttamente su Bing”. Però è lo stesso su Google. Come mai? “Il 50% delle ricerche porta le persone a restare dentro Google: se cerco, per esempio, il risultato della partite di serie A, lo vedo subito senza dover aprire altri siti specifici” ci spiega Marco Montemagno, imprenditore digitale. Questo significa che più rimani sulla loro pagina e più loro guadagnano. Funziona un po’ come gli ascolti per la televisione: più gente guarda un programma, più posso fare pagare una pubblicità. Per un certo verso la pubblicità mirata è comoda perché internet mi propone cose che di sicuro mi piacciono, ma dall’altro perché allora gli altri motori di ricerca si vantano di non profilarti? “Oggi ci sono miliardi di internet: ognuno ha il proprio. Non sono solo le pubblicità a essere adattate a noi ma anche i contenuti” spiega Luca Cattoi, un esperto di strategia di comunicazione digitale. “E non solo! Se cerco una cosa dallo smartphone o da un computer fisso i risultati saranno diversi. Così come cambia se le cerco da un iPhone, che costa molto, o da un telefono che costa meno: ti segnalano anche offerte in linea con la tua spesa”, aggiunge Montemagno. Quando si parla quindi di ‘democrazia del web’ si dovrebbe parlare di una democrazia personalizzata. “Finiamo per continuare a ricevere informazioni in linea con la nostra storia e i nostri interessi: ti danno dei risultati simili a quelli già cercati e il problema è proprio che continuo a consolidare la stessa idea” ci spiega Montemagno. Stiamo parlando della ‘filter bubble’: un insieme di algoritmi che ti fanno vedere siti e informazioni in linea con la tua persona. “Negli Stati Uniti hanno fatto degli studi legati alla sfera politica e hanno visto che c’è una correlazione tra la filter bubble e l’estremizzazione dei pensieri politici: se io rimango dentro una bolla continuo a pensare che quella è l’idea giusta” sottolinea Cattoi. Insomma, avremo sempre una visione parziale del mondo. E per fare questo utilizzano i cookies, dei microfile su cui c’è scritto tutto quello che abbiamo fatto e cercato su internet. “Questi dati possono essere poi venduti o utilizzati alla tua insaputa” aggiunge Ghinozzi di Qwant. Ma quindi quando un sito ci chiede di accettare i cookies per continuare la navigazione, a cosa stiamo dando il consenso in realtà? “Permettiamo al sito di tracciarci e di collegare quello che stiamo facendo con altri servizi esterni. Facebook, Instagram, Spotify, Youtube, Amazon e tanti altri siti sapranno non solo su che sito sono andata ma anche cosa ho cercato e cosa ho visto”, ci spiega Paolo Dal Checco, consulente informatico forense.  Se quindi andiamo su un sito di droni per esempio, Amazon ci proporrà dei droni da comprare. Ma non è finita qui: “Il sito che stiamo visitando passa le nostre informazioni (cosa ci piace, cosa cerchiamo online, cosa vogliamo comprare) in una piattaforma fatta apposta per la pubblicità e mette all’asta lo spazio pubblicitario. In pochi millesimi di secondi chi vince ottiene la possibilità di mostrarti la sua pubblicità”. Pubblicità che sarà ovviamente profilata sull’utente che sta visitando quel sito in quel momento. E vale un sacco di soldi! Da 20/30 centesimi a 1 euro per ogni click. “Il business di Google è infatti vendere pubblicità, ha fatto 40 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre” specifica Montemagno. Sono soldi che fa per aver messo quindi la giusta pubblicità nei siti che vogliamo visitare. Insomma, siamo noi che accettiamo i cookies che generano questo grande guadagno. Ma sapete come non farvi tracciare?  “Andando su adsetting.google.com possiamo decidere se attivare o disattivare gli annunci pubblicitari. Cliccando poi su ‘my activities’ vediamo anche tutto quello che sa su di noi: età, sesso, preferenze sugli acquisti, siti che ho visitato, ricerche che ho fatto, tutto. E se poi ho pure un contatto diretto con la banca, conosce anche i miei investimenti!”, spiega Dal Checco. È essenziale quindi, vi ricordiamo, che la vostra password della e-mail sia unica, non va usata in altri siti che magari sono facilmente hackerabili. Mettiamo infatti che un hacker riesca a bucare, per esempio, un sito dove ordiniamo la pizza. Alcuni siti infatti non hanno un livello di sicurezza molto alto. L’hacker riesce così a prendere i tuoi dati e se, come il 90% degli italiani, usi un’unica password per tutti gli account, il gioco è fatto. L’hacker riuscirà a entrare anche in siti che hanno protezioni altissime. Tutti questi dati vengono poi raccolti in alcuni cataloghi e sono a disposizione di chi vuole acquistarli o scaricarli. “Con questi dati puoi bucare le caselle di posta e da lì entri in tutti gli altri account come Facebook e Instagram”. Ma non finisce qui, “dalla tua mail si può facilmente rintracciare carta di identità, banca, numero telefonico, può sapere quando siamo in casa e quando no o dove si trova la nostra automobile. Abbiamo la nostra vita in mano a quello che è il delinquente di turno” dice Montemagno. Volete sapere cosa sa Google di voi? Cercate Google Takeout: dal vostro profilo potrete scegliere cosa volete scaricare (acquisti, i blog, il calendario… tutto quello che avete fatto su intenet) e poi chiedete di asportare il tutto. Dopo qualche ora vi arriverà una cartella con la montagna di informazioni che hanno su di noi. E la stessa cosa potete farla su Facebook: andate su Impostazioni, poi Le tue informazioni e infine su ‘Scarica informazioni’ e lì dentro… troverete il mondo. 

·        Il Galateo.

L’aristocratico baciamano difficile prima, impossibile ora. Edvige Vitaliano su Il Quotidiano del Sud il 13 dicembre 2020. C’era una volta il baciamano, un gesto di galanteria che in tempi non sospetti prevedeva già un seppur minimo formale distanziamento. Niente schiocchi, per intenderci! Distanza raccomandata due centimetri. Pena essere tacciati di cafonaggine. Galateo, infatti, vuole che le labbra debbano solo sfiorare il dorso della mano della signora. Una sorta di soffio leggero quasi impercettibile preceduto da un gioco di sguardi e posture secondo il codice delle buone maniere. Un rituale divenuto via via più raro ma che ha resistito all’usura del tempo acquistando molteplici significati fino ad arrivare al nostro presente rastrellato dalla pandemia da coronavirus. Il Covid-19 ha praticamente fatto terra bruciata – almeno per ora – di saluti e gestualità a cui eravamo abituati praticamente da sempre scardinando anche le consuetudini di quello che i francesi chiamano “bon ton” . Niente abbracci, niente strette di mano, niente baci men che meno baciamano: una pratica questa le cui origini ci portano indietro nel tempo fino al 1500. Dove? Alla corte polacco-lituana dove – a quanto è dato sapere – il baciamano germogliò per poi passare a quella spagnola del XVII – XVIII secolo fino a diffondersi e attecchire in più luoghi. Sulle tracce del cortese ossequio ci imbattiamo anche in un dipinto di Pietro Longhi del 1746: sulla tela un nobiluomo è intento a baciare la mano di una dama. Ma le storie e le leggende fiorite sull’argomento son diverse. A cominciare – si diceva – dal significato perché fare il baciamano può voler dire cortesia, ammirazione ma anche devozione e persino soggezione ad un altra persona. Così oltre al baciamano dei cavalier gentili, quando è considerato dichiarazione di fedeltà e sottomissione può tradursi anche in quel “baciamo le mani” che venne reso celebre da Il Padrino di Coppola con un monumentale Marlon Brando nel ruolo di Don Vito Corleone . Ed è sempre sinonimo di fedeltà e sottomissione quando viene fatto tramite il bacio dell’anello (o del sigillo di stato) come riconoscimento simbolico dell’autorità della persona che si ha di fronte. Se poi a farlo è un ambasciatore – neanche a dirlo – si ammanta di un significato diplomatico e persino politico. Non è esente (anzi) dalla pratica l’ambito religioso. Nella Chiesa cattolica, un incontro con il pontefice o con un  cardinale, o con un prelato inferiore, comporta il bacio dell’anello alla mano destra. Anche se tale pratica non è più obbligatoria alcuni devoti cattolici abbinano il gesto con l’inginocchiarsi sul ginocchio sinistro. A proposito di Chiesa, tornando prepotentemente allo scorso marzo con la pandemia che dettava le regole del nostro vivere con gli altri (ma anche con noi stessi), come non ricordare il video diventato virale di Papa Francesco a Loreto che si ritrae quando i fedeli cercano di baciare il suo anello? Un polverone chiuso dalle parole del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti: «Quando ci sono file interminabili – ha spiegato il portavoce vaticano – vuole che si eviti il rischio di contagio tra la gente. Ciò non avviene, invece, quando c’è una persona o un gruppo molto piccolo». Andando in giro per il mondo sulle tracce del baciamano si scopre che il gesto galante in Turchia, Malaysia, Indonesia e Brunei, è un modo comune e usato per salutarsi specialmente se si tratta di parenti stretti (genitori, nonni o zii) e insegnanti. Se, invece, si vuole far ricorso ai suggerimenti per un baciamano perfetto, anche la rete viene in soccorso. Ad esempio, sul sito “Maison Galateo” si stilano le sei regole d’oro per confezionare un gesto romantico ed elegante. Eccone alcune: l’uomo deve eseguire il baciamano solo se autorizzato dalla donna, la quale mostra la sua disponibilità ponendo la mano  morbida e a media altezza. Nel caso non desideri ricevere il baciamano, tenderà all’interlocutore la mano rigida e molto bassa. E ancora: la donna non deve assolutamente porgere una mano guantata. Per capirci: in base alle regole del cortese vivere se fa molto freddo, alla donna è consentito tenere i guanti, ma non dovrà essere eseguito il baciamano. Ancorpiù se vale la regola generale in base alla quale non si dovrebbe mai stringere una mano con il guanto. Procediamo. Il baciamano deve essere fatto  in casa o in situazioni intime al chiuso  e dunque non  in pubblico – si ricorda ancora sul sito – inoltre deve essere riservato di norma  soltanto  alla padrona di casa, altrimenti è d’obbligo farlo a tutte le donne presenti. Di più. Il baciamano non si esegue mai in luoghi pubblici, come strade, negozi, bar, ristoranti  ad eccezione di palchi a teatro, stazioni e aeroporti (queste ultime due situazioni appaiono come retaggio di antichi rituali). Continuando a navigare anche sul “Il blog del marchese” è possibile trovare storie, curiosità e regole sul baciamano. E non mancano gli aneddoti. “Tempo fa mi è capitato di vedere un “Signore” fare il galante facendo il baciamano a tutte le “Signorine” presenti ad un cocktail (simil baciamano da geometra Calboni nel night L’ippopotamo ne il Secondo Tragico Fantozzi) – racconta online il marchese – Risultato? Altro che gentiluomo…un vero e proprio “tamarro”. Se non vi sentite di farlo evitatelo. Occorre eleganza, disinvoltura e discrezione. Va fatto con gesto rapido, cortese, impersonale. In caso contrario si risulta goffi, inadeguati fino ad essere volgari”. Insomma se la stretta di mano è per così dire democratica e alla portata di tutti, il baciamano è aristocratico ed esige luoghi e regole che è bene conoscere. A metterci la “livella” – per dirla con Totò – oggi ci ha pensato il coronavirus: vietati entrambi!

I napoletani sono avanti di 200 anni”: parla l’esperta in materia di galateo. Da Valentina Coppola il 4 Settembre 2015 su vesuviolive.it. Mangiare, si sa, è un piacere senza eguali, soprattutto qui a Napoli, dove la tradizione culinaria è così vasta e ricca di ricette tramandate di generazione in generazione. Il momento del pranzo e della cena costituiscono un vero e proprio “rito”, che ha delle precise regole che ogni napoletano doc segue a dovere.

Seguire ed avere buone maniere è doveroso in ogni contesto, ancora più quando si sta a tavola e quando si parla di cibo. Barbara Ronchi della Ronca, esperta in materia di galateo, come riportato in un articolo di Campaniasuweb.it, si sofferma su una particolare tendenza, poco gradita, che spopola da qualche anno: fotografare i piatti. Fare foto non fa altro che sminuire la qualità e la bontà della pietanza stessa. Queste le sue dichiarazioni a riguardo: “È un piacere da eunuchi, guardare e non toccare. Cerchiamo di salvare l’idea che il piatto è uno spettacolo. Fotografarlo e basta è un modo per sminuirlo. Inoltre, ci sono piatti che non rendono in foto come la minestra maritata napoletana che invece è squisita.” Per quanto riguarda i napoletani nello specifico, ha dichiarato che Napoli è sempre stata avanti in quest’ambito. Oggi però, ci sono prodotti come la sfogliatella, ai quali dovrebbe essere ridato il giusto “valore”.  Ha dichiarato: “Erano detti “mangiafoglia” perché mangiavano molte verdure nell’800 quando non le mangiava nessuno…  Napoli era avanti di 200 anni. Ma bisogna rivalutare anche prodotti come la sfogliatella, che è data troppo per scontata.”. 

“Lo Calateo Napolitano”. Sapevate che a Napoli è stato scritto un galateo in dialetto? Da Alina De Stefano 3 Marzo 2018 su vesuviolive.it. “Lo specchio de la cevertà o siano schirze morale aliasse lo Calateo Napolitano pe chi vo ridere e mpararese de crajanza” è questo il nome per esteso del galateo napoletano scritto da Nicola Vottiero nel 1789. Proprio così, anche a Napoli è stato scritto uno dei più completi, estesi e divertenti manuali delle buone maniere. E anche nel ‘700 il motivo che mosse Vottiero è quello che anche oggi è di moda: riscattare l’orgoglio dei napoletani, maltrattati da pregiudizi inconsistenti. E così il napoletano Nicola in una bella premessa all’opera spiega che il suo obiettivo è proprio quello di correggere i difetti dei partenopei così da non essere più derisi dalla gente forestiera. Un vero patriota, innamorato della sua terra che oltre a difendere la sua bella Napoli a parole, ha provveduto a scrivere un lungo trattato con più di 200 regole comportamentali utili a rendere civile ed educato il suo popolo. Ma oltre l’utilità pratica di quest’opera didattica ed educativa, Vottiero ostenta tutta la sua passione scrivendo in napoletano, nel dialetto locale, conscio che nel ‘700 a Napoli non tutti parlavano, scrivevano e capivano in italiano. Permettendo così di frantumare quel muro innalzato dai cocciuti accademici delle lettere, che consideravano le parlate locali inadatte alla letteratura o da destinare solo a stesure umoristiche e volgari. Così nel suo Calateo si legge che “non t’aje d’avantare, ma t’aje da fare avantà da l’autre”, poi ribadisce l’importanza di “ire a la scola” per non diventare “sciuocche”, ma soprattutto “quanno se promette, besogna ch’attenna la promessa”. Quando si cucina “non hanno da stà sozzuse dinto a le cucine e non hanno da tenè le mano unte”. Critica i lamentosi sempre afflitti da qualcosa quando la verità è che “a Napole se pò campa con poco e co assaje, perchè con una tosca (vecchia moneta di poco valore) se pò magnà pane, carne e vino”. Essere sfacciato neanche è da galantuomini perchè sanno solo dire “damme e prestame” senza fare nulla. E quando si ruba, si inganna o si fanno delle frodi, bisogna pentirsi e “tornà la rroba a lo patrone”. E a rendere tutto ancora più esilarante sono le chicche finali dei 205 capitoli dell’opera in cui Vottiero estrapola dalla tradizione popolare delle storielle divertenti che fungono da morale educativa ed esplicativa per ogni singolo difetto trattato nei capitoli. Ma a prescindere da tutto, quest’opera emana un sapore e un amore “napolitano” che solo chi ama davvero questa terra sa trasmettere.

·        Siamo egolatri. Ergo: Egoisti e Narcisisti.

I selfie sono sempre più un'ossessione: se ne fanno 93 milioni al giorno. L'esperto: è un chiaro sintomo di disagio, significa che esistiamo soltanto se visti dagli altri. La Repubblica il 09 febbraio 2020. Un'ossessione. E nemmeno magnifica. Scattiamo almeno 93 milioni selfie al giorno al giorno, oltre 1000 al secondo, e il molti casi si tratta di vera e propria dipendenza. Questo modo di rappresentarsi è sintomo di un grave disagio diffuso, che porta a riconoscere noi stessi solo attraverso lo sguardo altrui. Si tratta di una nuova modalità di fare esperienza del proprio corpo, non dissimile dal disagio nascosto dietro anoressia e bulimia. Lo spiega all'Ansa Giovanni Stanghellini del Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio dell'Università di Chieti e autore del libro "Selfie - Sentirsi nello sguardo dell'altro" (Feltrinelli). "Videor ergo sum", esisto in quanto vengo osservato da qualcuno, è questo il nuovo io all'epoca dei selfie - spiega Stanghellini. "Il sé, insomma, 'prende corpo' solo attraverso lo sguardo dell'altro, solo perché qualcuno guarda il mio selfie". Il problema, continua l'esperto, è tanto più acuito dal fatto che "lo smartphone, che consente un numero illimitato di selfie in ogni istante della vita, non è un semplice dispositivo tecnologico estrinseco rispetto al corpo di una persona, come poteva essere una macchina fotografica - rileva l'esperto; è una vera e propria protesi integrata nei nostri corpi, ormai così indispensabile che per molti di noi è difficile immaginare la propria esistenza in assenza di essa".

I narcisisti di Instagram? Amano gli altri narcisisti. Uno studio analizza la correlazione fra persone con lo stesso disturbo: tenderanno a seguire o mettere più "like" a chi, come loro, fa selfie o si autocelebra. Giacomo Talignani l'08 gennaio 2018 su La Repubblica. Hanno bisogno di attenzioni, spesso tramutate in "like", ma sono disposti a darle a chi è come loro. Secondo diversi studi molte persone narcisiste utilizzano i social media come Facebook, Snapchat o Instagram, per promuovere se stessi e spesso lo fanno attraverso i selfie o foto in posa. Ma chi è narcisista, come si comporta rispetto ai propri "simili"? A questa domanda ha provato a rispondere un team di studiosi, guidato dalla dottoressa Seunga Venus Jin della Sejong University, che sulla rivista Computers in Human Behavior ha pubblicato il resoconto di una analisi effettuata attraverso Instagram per esaminare se i narcisisti sono più tolleranti nei confronti del comportamento narcisistico degli altri. La risposta è sì, lo sono. "Postare i selfie è un'attività popolare che esemplifica l'auto-promozione narcisista su Instagram - ha spiegato l'autrice Seunga Venus Jin - Ci siamo chiesti: perché le persone narcisiste non solo postano selfie ma mettono anche diversi "like" o diventano follower di chi pubblica selfie?". Per capire meglio gli psicologi hanno effettuato uno studio su 276 adulti abituati a usare Instagram e a pubblicare foto come "selfie o groupie". I partecipanti narcisisti hanno mostrato automaticamente un atteggiamento più favorevole verso i selfie pubblicati da altre persone e una maggiore intenzione di seguire gli amici narcisisti su Instagram rispetto ad altri interpellati nello studio. "Solitamente i selfie sono interpretati come più narcisisticamente negativi rispetto alle foto neutre - ha detto Venus -. Tuttavia, la somiglianza della personalità narcisistica tra l'utente che posta un autoscatto e quello che ha la stessa tendenza ma in quel momento è solo un osservatore fa da mediatore a questo effetto". Lo studio si è concentrato esclusivamente sul "narcisismo grandioso" senza esaminare quello "vulnerabile". In generale, mentre il primo è quello più noto caratterizzato da grandiosità vera e propria e che implica un'elevata autostima e bassa tolleranza alle critiche, il secondo denota spesso una scarsa autostima ed è sensibile alle critiche e ai giudizi degli altri, oltre ad essere associato al ritiro sociale. Per i ricercatori lo studio, dal titolo "Narcisismo 2.0! I narcisisti seguiranno altri narcisisti su Instagram?" offre "la base per future spiegazioni del rapporto fra selfie e narcisismo, aggiungendo prove empiriche all'ipotesi della tolleranza al narcisismo".

Post-umanesimo, lo svelamento della dualità e la smania della replica di noi stessi. Lea Melandri de Il Riformista il 31 Gennaio 2020. Per quanto lo si nomina e per quanto, al contrario, appare sfuggente il suo oggetto, “l’umano” si può dire che è oggi come l’araba fenice: qualcosa che c’è, ma “dove sia nessun lo sa”. È, vistosamente, nei corpi spezzati dalle guerre, dalle migrazioni forzate, dalla fame, dai disastri ambientali e climatici, dalle epidemie, dallo sfruttamento lavorativo, è nei corpi senza nome dei naufraghi del Mediterraneo – ma in questo caso si parla di “dis-umano” -, è negli artefatti della sua onnipotenza tecnologica, in procinto di farglisi contro come una “seconda natura” – e in questo caso la parola calzante è il “post-umano”, così come postumano appare il desiderio di sporgersi verso quel sostrato biologico che l’uomo ha lasciato in destino all’altro sesso: il “divenire donna”, il “divenire animale”. Quello che non si dice è che, pur essendo sia l’uomo che la donna fatti di quell’humus (terra) che ne segna la radice etimologica, solo il maschio della specie si è considerato storicamente l’umano perfetto. «L’uomo ha in sé anche la donna, anche la materia, e può lasciare che questa parte del suo essere si sviluppi, cioè deperire e degenerare; oppure la può riconoscere e combattere. È come se l’uomo a ogni qualità puramente animale se ne fosse sovrapposta una simile eppure appartenente a una sfera più alta (…) La donna assoluta non ha un Io. La donna non è che sessuale, l’uomo è anche sessuale» (Otto Weininger, Sesso e carattere, 1903). Nel momento in cui l’interezza del potente “Io” della tradizione greco romano cristiana comincia a vacillare – vuoi per l’emancipazione delle donne e la femminilizzazione degli uomini, vuoi per l’insorgere degli spiriti guerrieri che porteranno l’Europa al disastro di due guerre mondiali -, Otto Weininger sacrificherà la sua stessa vita sull’altare della Ragione che aveva fatto del solo sesso maschile il depositario della immortalità di un dio. Ma con l’ingresso nella modernità non tramonta certo il dualismo sessuale su cui si erano retti fino allora il patriarcato e la cultura occidentale egemone nel mondo, e neppure il rapporto ottimistico che essa aveva intrattenuto con le sue mete tecno-scientifiche. «Il dio-protesi si è da allora incredibilmente complicato, e il discorso sul mondo si è incaricato di attorcigliare per bene il filo che lo lega ai suoi organi accessori» (Elvio Fachinelli, Il bambino dalle uova d’oro, 1974). Il dibattito che si è avviato ormai da anni sul “post-umano”, più che l’uscita dalla visione dualistica che ha contrapposto e complementarizzato corpo e pensiero, natura e storia, sembra esserne lo svelamento. Se la Ragione kantiana, l’Io di Weininger, si erano limitati a porsi come “vita superiore” rispetto alla “naturalità” dell’umano, le intelligenze artificiali, prodotto del progresso inarrestabile dell’era digitale, sembrano mirare a un traguardo più ambizioso: porsi come “seconda natura”, razionalizzare la società e i comportamenti umani, imporre modelli di esistenza individuali e collettivi considerati i migliori applicabili. «Prende forma uno statuto antropologico e ontologico inedito, che vede la figura umana sottomessa alle equazioni dei suoi stessi artefatti, con l’obiettivo primario di rispondere a interessi primari e instaurare un’organizzazione della società in funzione di criteri principalmente utilitaristici» (Eric Sadin, Critica della ragione artificiale. Una difesa dell’umanità, Luiss 2019). La domanda più interessante che si pone Sadin – ma che ha alle spalle riflessioni analoghe tra i pensatori che prima di lui hanno dato l’allarme riguardo alla cancellazione dell’umano – è da dove viene «quella particolare fame di generare una replica di noi stessi», quale presunzione di onnipotenza ma anche, al contrario, quale senso di inadeguatezza o vergogna dei propri limiti, la muovono. Ciò che spinge l’uomo a costruire un surrogato di mondo, sempre più conforme al proprio Io, è, per Gunter Anders, «l’originaria indeterminatezza della sua natura», la carenza istintuale che lo differenzia dall’animale, esiliandolo dalle sue radici biologiche e costringendolo a far uso di una libertà “patologica”. La “vergogna” rispetto alla propria nascita sembra per Anders riferirsi solo ai limiti dell’umano, a una corporeità imperfetta e perciò da controllare e ricreare artificialmente. Con più attenzione alla natura sessuata dell’umano, scrive André Gorz: «Il rifiuto dell’esistenza corporale, della finitezza, della morte, esprime il progetto di essere fondamento di sé con l’odio sprezzante della natura e della naturalità della vita; con il rifiuto di essere nato dal corpo di una donna…» (A. Gorz, L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri 2003). Gli uomini conoscono il corpo femminile che li ha generati nel momento della loro maggiore dipendenza e inermità. Quanto può aver contato nel riservare a sé la ragione ordinatrice del mondo, fino a farsi sottomettere dalle cose che hanno prodotto, quel rapporto originario con la potenza materna? A che cosa fa pensare quel “vampiro benevolo” che, secondo Sardin, sta divorando la società tecnologica, pronta a «rassicurarci, accudirci, gratificarci, cavandoci contemporaneamente il sangue»? «Il potere-kairos (…) il suo scopo è quello di proteggerci, farsi carico della nostra igiene e del nostro benessere, sollevarci dalle fatiche, distrarci (…) gestire le nostre paure, le nostre angosce, le nostre mancanze». Forse non è un caso che, di fronte all’accelerazione tecnologica verso un’intelligenza artificiale che assorbe e sostituisce le più essenziali relazioni umane – per esempio i “robot da compagnia” all’interno di ospedali e case di riposo -, ma anche all’emergere di una violenza selvaggia, come nel caso dei femminicidi, si torni a parlare di vulnerabilità e fragilità maschile, di rifiuto e diniego rispetto alla sofferenza e alla morte. Dietro la facile etichetta del “post-umano”, applicata a cambiamenti di cui quasi mai vengono indagate le ragioni profonde, si può pensare che ci siano vicende essenziali dell’umano considerate “impresentabili”, per le quali è il racconto delle esperienze individuali a poter dare voce. «Prima di ipotizzare un’oltranza rispetto all’umano – scrive Franco Rella – bisognerebbe essersi imbattuti nell’inumano. A farci entrare nel non-umano è la forza della guerra, dell’assoggettamento, della schiavitù, delle necessità materiali e della depressione». È soprattutto la consapevolezza della morte, «quel verme del niente» che «si muove dentro di noi e occupa a volte tutto l’orizzonte del nostro pensiero». (F. Rella, Territori dell’umano, Jaca Book 2019). Ancora una volta, tuttavia, passa sotto silenzio quella morte in vita che è toccata alla donna, considerata per secoli un umano inferiore.

Alessandro Fulloni per il “Corriere della Sera” il 31 dicembre 2019. «Siamo egolatri, non sappiamo gestire la nostra solitudine. E tutto questo comporta una rottura di relazione, soprattutto dentro la famiglia». Giuseppe De Rita, 87 anni, otto figli, presidente del Censis (Centro studi investimenti sociali) guarda la «foto» dell' Italia scattata dall' Istat - in sintesi: sempre meno figli e sempre più famiglie composte da single - e osserva: «Il punto è che noi questo scenario lo abbiamo sempre affrontato in termini strutturali, il bonus bebè, i sostegni alle famiglie: ma la realtà è che è finita l' anima».

Ovvero, professore?

«Fare figli in qualche modo vuol dire scordarsi di se stessi, ma noi non abbiamo più questa capacità, questa propensione: la ragione non sta in una dimensione economica, si tratta innanzitutto di un fatto emotivo. Siamo dediti a noi stessi, siamo ricolmi di narcisismo egoistico e in definitiva siamo incapaci di un rapporto con l' altro».

E dunque?

«Siamo così soli dentro che preferiamo investire nel breve periodo. E siamo single anche per questo».

Questa «fine dell' anima» di cui parla dove trova le sue radici?

«Nella congiuntura emotiva dell' ultimo decennio, con la rottura totale della vita di relazione. Anzi: la relazione non è più un valore, il valore è oramai la rottura di relazione simbolizzata dal "vaffa", divenuto lo slogan della società, implicito ed esplicito. Siamo un Paese che rompe ogni minuto miliardi di piccole relazioni. E questo mi sembra stia diventando il peccato maggiore della società italiana».

Speranze?

«Un augurio, semmai. In quel film-capolavoro che si chiamava Miracolo a Milano , diretto da Vit-torio De Sica e sceneggiato da Cesare Zavattini, si vede un ragazzino che, nella Milano del 1951, esce dall' orfanotrofio e inizia a salutare tutti. Al quinto "buongiorno", un passante gli chiede perché. Lui risponde che non c' è una ragione. Ecco, dobbiamo tutti tornare a salutare come quel ragazzino».

Mariolina Iossa per il “Corriere della Sera” il 31 dicembre 2019. Famiglie sempre più piccole, anzi piccolissime, in pratica un esercito di single che avanza e che non solo a fare figli non ci pensa proprio, ma neppure a vivere in coppia, e nuovo minimo storico delle nascite, mai state così poche dall' Unità d' Italia, sempre più vecchi. È questo il Paese che si affaccia al 2020, come ce lo racconta l' Annuario Istat. Poche le buone notizie, principalmente due, pure se in chiaroscuro: buste paga un po' più pesanti (ma solo per i dipendenti pubblici) e livelli di occupazione tornati a prima della crisi economica del 2008 (ma i posti di lavoro in più sono quasi tutti a tempo determinato).

Una famiglia su tre è un single. Un altro terzo è formato da due componenti, una coppia senza figli, un genitore con un figlio. Soltanto due famiglie su dieci sono composte da quattro persone. Più del 60% dei figli tra i 18 e i 34 anni vive con i genitori.

Continua il calo delle nascite e l' invecchiamento della popolazione. «I nati vivi, che nel 2017 erano 458.151, nel 2018 passano a 439.747», conferma l' Istat. La speranza di vita media alla nascita «riprende ad aumentare attestandosi su 80,8 anni per i maschi e 85,2 per le femmine nel 2018». Aumentano le retribuzioni: l' Istat registra un più 1,5% in busta paga, «dovuto per la quasi totalità agli aumenti retributivi previsti per i dipendenti pubblici (+2,6%) dopo il blocco contrattuale che si protraeva dal 2010». Aumentano anche i livelli di occupazione, siamo al 58,5%, e sfiorano il livello massimo del 2008, prima della crisi. Nel 2018 le famiglie in condizione di povertà assoluta erano un milione e 822 mila (7,0 per cento), per un totale di oltre 5 milioni di poveri. Dai numeri Istat emerge anche che più le città sono ricche, maggiori sono le disuguaglianze sociali. Ed è allarme carceri: il sovraffollamento è cresciuto in un anno del 3,6%. 

"Chi ha di che lagnarsi è sempre felice". Dalla guerra ai pollici di una ragazza. Tutto viene registrato e commentato. W.n.p. Barbellion, Martedì 31/12/2019, su Il Giornale. 

La solitudine fa bene all'anima. Dopo un'ora di solitudine mi sento nobile e imperiale come Marco Aurelio. Anche la ragazza più bella nell'abito migliore sembra corrotta se le calze fanno le pieghe sulle caviglie.

Certi vecchi, quando raggiungono una certa età, continuano a vivere per abitudine... una brutta abitudine oltretutto. Quante cose posso imparare su uno sconosciuto dalla sua risata.

Il cristiano è l'egoista par excellence. Non si preoccupa di annullarsi col duro lavoro in questo mondo, dal momento che avrà la vita eterna nell'altro...

La vera felicità sta nelle piccole cose, come un po' di giardinaggio, il tintinnio delle tazze da tè nella stanza accanto, l'ultimo capitolo di un libro.

Preferisco conoscere Bergson che saper stare all'Hotel Ritz. Preferisco saper sezionare il sistema vascolare di una stella marina che conoscere il prezzo dei buoni di Stato.

Funerale (del padre, ndr). Non è la morte, ma sono le tremende possibilità della vita che ci abbattono.

Siamo talmente egoisti che un dolore o un'avversità, se si rivelano intense abbastanza, in fondo ci lusingano. Ci facciamo l'idea che quell'incidente capitato propria a noi ci abbia reso diversi dai nostri simili. (...) L'uomo che ha di che lagnarsi è sempre un uomo felice.

Se fosse un po' più triste e un po' più bella, sarebbe irresistibile.

Sembreranno solo scemenze, se dopotutto riuscirò a non morire! Essendo io un artista della vita, devo morire, perché sarebbe l'unico finale davvero artistico. E devo morire presto, altrimenti il terzo atto si ridurrà a un lungo conto del dottore.

Ho fatto del mio meglio, ho cercato ogni possibile scappatoia, ma non posso proprio rifiutare la triste evidenza che... ha dei brutti pollici.

La cosa mi turba sul serio, perché lei mi piace. Nessuno sarebbe più contento di me se la loro forma fosse diversa... Povera cara! Quanto la amo! Ecco perché mi preoccupo tanto dei suoi pollici.

Di certo anche una sola esposizione, alla Quinta di Beethoven ad esempio, porterebbe a un palese miglioramento del corpo e dell'anima.

Nella metropolitana si è seduta di fronte a me una giovane vedova, pallida, scavata dal dolore, riservata, tutto in lei sembrava sussurrare: «sia fatta la Tua volontà». L'adattabilità degli esseri umani ha in sé qualche cosa di orribile. È spaventoso quanto ci siamo tutti assuefatti a questa guerra. La rassegnazione cristiana è debolezza. Perché quella povera vedova non si alza a urlare e maledire l'iniquo mondo che ha permesso questa iniqua guerra?

Dicono che se vincono i tedeschi rimetteranno indietro di un secolo l'orologio della civiltà. Ma che cosa rappresentano cento miseri anni? Pensate all'epoca della prima dinastia egiziana. Siamo appena al 1915, possiamo anche permetterci di sprecare un secolo o due, anzi si potrebbe evacuare interamente il pianeta e poi lasciarlo in mano ai crucchi, per vedere che cosa sono capaci di fare, come fosse un esperimento. Dopotutto non c'è questa gran fretta. Dobbiamo prendere un treno? Prima di decidere di andare in guerra vorrei che il Signore mi comunicasse il suo programma futuro per l'umanità.

La verità è come un mastino, bisogna tenerla alla catena.

La società odia «l'adesione sociale, vuole la consuetudine, la disciplina, il movimento unico e omogeneo, l'ortodossia, il conformismo.

La verità è che io credo di essere innamorato di lei, ma sono anche e soprattutto innamorato di me stesso. Uno dei due amori dovrà per forza cedere all'altro.

Eccomi qua, vecchio amico, finalmente ti ritrovo, come stai? È al mio diario che sto parlando. Sono stato tanto senza scrivere, e in genere quando non scrivo vuol dire che sono contento.

Se non posso essere amato per quello che sono, non voglio esserlo per quello che non sono.

Qualche giorno fa hanno portato la culla, ma non l'ho vista fino a stamattina, quando ho aperto la porta della dispensa e mi sono ritratto con un brivido. «C'è una bara nella dispensa» ho detto quando sono sceso giù a colazione. E. (la moglie Emily, ndr) ha riso, ma non sa che dicevo sul serio.

Il pessimismo è una forma di saggezza, è come conservare la torta in dispensa e mangiarla al tempo stesso.

·        Lo Snobbismo.

Testo di Vittorio Feltri per la rivista “Arbiter” pubblicato da “Libero quotidiano”l'11 febbraio 2020. Marcel Boulenger (1873- 1932) fu provetto spadaccino, amico di Gabriele D' Annunzio, giornalista e scrittore raffinato. Sconosciuto all' editoria italiana per decenni, oggi è al centro di un piccolo caso editoriale, con tre libri pubblicati nel giro di pochi mesi. L' ultimo arrivato è Elogio dello snobismo (Odoya). Un pamphlet di poche ma grintose pagine in cui Boulenger elogia per stroncare e mette dunque alla berlina un tipo umano ancora molto diffuso: lo snob. Prima di tutto: cosa significa snob? Questa parola, che usiamo in modo scontato, ha un' origine misteriosa e dibattuta. L' ipotesi a lungo più accreditata, forse a torto, è che snob sia la contrazione di sine nobilitate, espressione latina che all' università di Oxford indicava gli studenti di famiglia non aristocratica. Sui registri era abbreviata in «s.nob». Secondo questa definizione, lo snob è il borghese che vorrebbe far parte della nobiltà. Tuttavia parole molto simili a snob sono presenti in lingua islandese (snopr) e in antico sassone (snab). Lo snob è uno spaccone e si vanta di qualità che non possiede. Inoltre è un campagnolo trapianto in città dove prova a scimmiottare lo stile di vita dell' aristocrazia. In tutti i casi, il fenomeno sociale affonda le radici alla fine del XVIII secolo ed è in rapporto con l' ascesa della borghesia. Boulenger accoglie e adatta queste definizioni. Lo snob è il borghese che vorrebbe avere le caratteristiche che i nobili sembrano possedere per diritto di nascita: una certa sprezzatura, il gusto innato per il lusso, il cinico senso dell' umorismo. Purtroppo non è in grado di apprendere ciò che gli aristocratici succhiano insieme con il latte delle balie. Di conseguenza, per essere all' altezza, lo snob approva senza riserve tutte le fissazioni dell' alta società e condanna quelle della classe sociale alla quale in realtà appartiene: la borghesia, appunto. Come il nobile, quando gradisce qualcosa, la definisce «spassosa», «adorabile» e «deliziosa». categoria dello spirito Il maestro nel descrivere lo snobismo fu Marcel Proust. L' autore della Recherche ha trasformato il fenomeno sociale in categoria dello spirito (eletto). Gli snob sono affetti da un senso della superiorità che non si capisce da cosa sia giustificato. Boulenger taglia corto con acido sarcasmo: «1° essere ricevuti nei salotti delle persone titolate o molto ricche; 2° riceverle a propria volta; 3° disprezzare chiunque non sia mai invitato nei suddetti salotti». Lo snob ostenta buone maniere ma in realtà si nutre di malcelato disprezzo per le classi sociali «subordinate». Fino a qui il passato. Ma oggi chi è lo snob? Le cose sono cambiate. Lo snob mantiene intatto un senso della superiorità morale e culturale. Ma lo snobismo non è più elitario. Anzi. Lo snobismo è di massa. Nel mondo della cultura, per esempio, non è l' eccezione ma la regola. Lo snob si dichiara pericolosamente originale proprio nel momento in cui esprime banalità del tutto scontate nel suo ambiente, anzi: prescritte e richieste dal suo ambiente come lasciapassare e testimonianza di appartenenza al gregge. Chi ha le idee giuste ha diritto di parola e merita l' applauso. Chi ha le idee sbagliate deve tacere e merita biasimo. Questo tipo di censura morale si sposa alla perfezione con il politicamente corretto. L' applicazione pratica è spietata. Le idee che si scostano di pochi millimetri dalla ortodossia spariscono subito dopo essere state tacciate di fascismo, razzismo, xenofobia. Nel mondo dello snob ci sono solo due tipi di pensiero: sinistra e destra, socialismo e fascismo, bontà e cattiveria, bene e male. La varietà e le sfumature non sono alla portata dello snob, troppo abituato ad aver ragione per aver voglia di confrontarsi. il cerimoniere Lo snob promuove il suo gruppetto. Piccolo ma sufficiente per essere la voce ufficiale della cultura italiana. Fabio Fazio ne è il gran cerimoniere. I suoi ospiti sono tutti quanti «spassosi», «adorabili» e «deliziosi». Dotti, sapienti, cantanti, scrittori fanno a gara per ripetersi, ribadire il già detto, esprimere l' opinione corrente con l' aria di chi corre verso il plotone d' esecuzione. Mentre s' indignano e tuonano contro il conformismo della borghesia, il loro portafogli si gonfia, riempito dalle banconote elargite proprio dalla borghesia allocca pronta ad abboccare. Lo snobismo si confonde oggi con la mediocrazia. Lo snob si esalta per il romanzo con pretese letterarie (abbiamo detto pretese). Per l' opera d' arte che vorrebbe riflettere lo spirito dell' epoca e invece fa a stento sorridere per cinque minuti prima di finire nel deposito degli oggetti dimenticati perché irrilevanti. Per il film d' autore vuoto come la testa del regista dietro la telecamera. Per il saggio del geniale intellettuale che riscrive penosamente gli articoli di giornale, ma almeno gli articoli di giornale non hanno la pretesa di durare, mentre il geniale intellettuale crede di aver staccato il biglietto per l' immortalità. Venghino signori, venghino. Ecco il campionario delle idee elitarie confezionate apposta per la massa.

·        Il nostro Accento.

Perché non dobbiamo perdere il nostro accento quando parliamo un'altra lingua. Alessio Caprodossi il 18 gennaio 2020 su it.mashable.com. Quasi la metà degli italiani vorrebbe eliminare il proprio accento quando si esprime in inglese, francese, spagnolo o qualsiasi altra lingua straniera. Colpa di una mancata tranquillità, o fiducia nei propri mezzi, nel rapportarsi con gli altri tramite un idioma differente dalla propria lingua, tanto che quasi in uno su tre scatta quell’imbarazzo che, talvolta, può sfociare in un blocco mentale, nonostante si abbiano le conoscesse base per comunicare in lingua straniera. Siamo convinti, sbagliando, che l’accento italiano ci penalizza sul lavoro…Concetto che si amplifica se rapportato all’ambito professionale e alle possibilità di fare carriera, con il 55% dei connazionali convinti che l’accento italico possa rivelarsi un fattore negativo in termini di scalata sociale, nonostante l’accento straniero sia valutato un elemento utile per conquistare un status migliore. Preoccupazioni che dovrebbero sparire, considerato che all’estero l’accento italiano che marca la pronuncia nelle espressioni in un linguaggio differente piace, e pure tanto. Una conferma in tal senso arriva da un sondaggio realizzato dall’agenzia di ricerca Ipsos su commissione di Babbel, una delle più popolari e utilizzate applicazioni per apprendere una nuova lingua tra le quattordici disponibili, tramite lezioni divise per temi utili che ricreano contesti quotidiani.

…perché in realtà la pronuncia all’italiana piace tanto agli stranieri. A differenza delle certezze nostrane, i popoli stranieri (oltre all’Italia, il sondaggio ha coinvolto 1.000 o 500 intervistati tra i 18 e i 65 anni di Canada, Francia, Germania, Stati Uniti, Polonia, Spagna e Regno Unito) hanno elogiato l’accento italiano, definendolo “sexy, appassionato e amichevole”. I più entusiasti sono tedeschi (43%) inglesi (42%) e statunitensi (40%), per i quali la pronuncia all’italiana è sinonimo di passione mentre, a livello di stile, britannici e francesi evidenziano l’associazione tra l’accento italiano e il buon gusto, peculiarità tutta nostrana secondo la speciale classifica elaborata dalla società di ricerca. Dovendolo identificare con un aggettivo, l’italiano che parla in straniero appare “intrigante, sofisticato e professionale”. “Dal punto di vista linguistico, il report mostra come le persone abbiano sentimenti contrastanti nei confronti del proprio accento”, commenta Alex Baratta, docente di linguistica e comunicazione all’Università di Manchester, in Inghilterra. Che aggiunge: “Da un lato sono orgogliosi del proprio accento perché racconta chi sono da prospettive diverse, agendo come una specie di “carta d’identità”. Allo stesso tempo, però, hanno paura di essere giudicati in modo negativo per vari elementi, come etnia o classe. A partire dalla famiglia fino al posto di lavoro, sembra che ci sia un grande desiderio di vivere in una società senza pregiudizi ma anche la consapevolezza che c’è ancora tanta strada da fare.”

L’italiano che parla inglese non ha rivali. Che ci sia da fare è indubbio, come pure che gli inglesi in particolare amino l’accento italiano, con la dimostrazione che arriva da vari sondaggi e ricerche realizzate in terra d’Albione nel corso dell’ultimo decennio. Uno dei più recenti l’ha condotto Kayak, sito che agevola la pianificazione di un viaggio tramite informazioni su hotel, voli e auto a noleggio, rivelando che tra i sudditi della Regina la pronuncia all’italiana spopola: per le donne è l‘accento più sexy in assoluto, per gli uomini è il secondo più gettonato dopo il francese, anche se la distanza è minima (31% contro il 29%). 

·        «Ma che dici?»

VI SIETE MAI CHIESTI DA DOVE ARRIVA LA PAROLA “CIAO”? VENTI VOCABOLI DI USO QUOTIDIANO CHE CELANO RACCONTI INASPETTATI E MOLTO INTRIGANTI. Camilla Senagiotto per "corriere.it" il 27 settembre 2020.

Cafone. Cafone significa maleducato e secondo alcuni deriverebbe da due termini della lingua greca: kakòs, che vuol dire «cattivo», e phoné, che significa «suono», ossia «cattivo parlatore». Ma esiste un’altra teoria più avvincente sull’etimologia di cafone. A Napoli, nel Medioevo, i venditori ambulanti di latte passavano tra le stradine del centro di prima mattina assieme alla mucca da mungere al momento. Quando vedevano potenziali clienti affacciarsi alle finestre, strillavano a pieni polmoni «a fune!» per farsi calare una corda con attaccato un secchio da riempire di latte. Il nome «lattiere» venne quindi ben presto sostituito con l’espressione che i venditori gridavano a squarciagola: a fune, che in breve si trasformò in cafune e infine variò in cafone. Con il tempo, la parola è diventata sinonimo di una persona sgarbata.

Candidato. Candidato deriva dal latino candidatum, che significa «imbiancato». Nell'antica Roma, in periodo elettorale, l’aspirante a cariche pubbliche per farsi notare girava per il Foro avvolto in una toga bianca resa brillante da una sostanza gassosa. Spesso si pitturava addirittura la faccia di bianco pur di non passare inosservato.

Mancia. Mancia deriva dal francese antico «manche», che significa manica. Durante i tornei, le donne si staccavano le maniche dal vestito per donarle al cavaliere vincitore. Da qui deriva il significato odierno di mancia lasciata a chi svolge bene il suo lavoro.

Tamarro. Tamarro deriva dall'arabo tamr che significa dattero. «Tammar» indicava il mercante di datteri, tipologia di venditore che era solita vestirsi in maniera molto appariscente e pacchiana.

Mignotta. La parolaccia mignotta affonda le sue radici nel Medioevo, quando era tristemente celebre la ruota dei conventi in cui abbandonare i neonati. Appena la campanella collegata alla ruota suonava e una suora recuperava lo sfortunato bambino, questo veniva battezzato con un nome inventato. Quel nome veniva inserito nel registro del convento con la dicitura «Madre Ignota». Con il passare del tempo, le suore incominciarono a siglare la M. di Madre, scrivendo quindi «M. Ignota». Da quella sigla alla parolaccia che indica una donna di facili costumi il passo fu breve.

Boicottare. Boicottare significa «impedire l’attività altrui». Deriva dal nome del capitano Charles Cunningham Boycott, amministratore del feudo irlandese di Lord Erne. Avendo aumentato il canone ai contadini, costoro per protesta smisero di consegnargli cibo, legna eccetera, isolandolo a tal punto che alla fine Boycott dovette lasciare l’Irlanda.

Can can. Can can inteso come «baccano» ha una bella storia alle spalle. A metà dell’Ottocento alcuni linguisti francesi si riunirono al Procope, un ristorante di Parigi, per stabilire se quamquam (“«ebbene» in latino) andasse pronunciato «quam quam» o «kam kam». Ne seguì una cagnara alla quale parteciparono anche gli altri clienti del ristorante, incominciando a gridare chi «quam quam», chi «kam kam». Da qui nacque can can inteso come baccano. Il tipico ballo francese del Moulin Rouge, nonostante ne condivida il nome, ha un’origine diversa: deriva da «canard», cioè anatra, perché i movimenti del fondoschiena delle ballerine ricorderebbero quelli del palmipede.

Hamburger. Hamburger in origine si chiamava Amburger senza l’acca iniziale in quanto specialità tipica della città di Amburgo. Poi fu erroneamente aggiunta l’acca all'inizio, tramutando la parola in «hamburger». L’ham venne interpretato come prosciutto (in inglese ham, appunto) e burger quale suffisso indicante panino. Tale suffisso venne poi lessicalizzato (ossia trasposto dalla sintassi al lessico) e utilizzato in erronee formazioni quali Cheeseburger, Fishburger e via dicendo.

Bischero. Bischero nel dialetto toscano indica una persona scema e babbea. Nella Firenze del Trecento viveva la famiglia Bischeri, proprietaria di una casa nel quartiere dove si sarebbe dovuto edificare Palazzo Vecchio. Il quartiere andava raso al suolo ma i Bischeri furono l’unica famiglia a non accettare l’indennizzo per abbandonare la casa. Quando la loro rimase l’unica abitazione del quartiere, il comune decise di espropriarla così i Bischeri si ritrovarono senza casa e senza indennizzo. Da allora chi si comporta da scemo viene definito “bischero”.

Okay. La locuzione «okay», scritta più frequentemente con le sigle OK e O.K., indica positività e sostituisce l’espressione «va bene». Pare derivi dall’abbreviazione OK che durante la Guerra di secessione americana veniva utilizzata nei bollettini dal fronte per indicare «zero killed», ossia «nessun soldato ucciso».

Assassino. La parola assassino deriva dall'arabo «hasciscin» e indicava una popolazione che faceva uso di una bevanda inebriante derivata dall’hashish (le foglie della canapa indiana) che rendeva particolarmente temerari nonché sanguinari. Dopo le Crociate, la parola venne utilizzata per indicare coloro che assaltavano i viandanti per depredarli o ucciderli.

Bus. Il primo mezzo di trasporto pubblico fu inaugurato a Londra. Questa carrozza, a differenza delle precedenti, non era più solo privilegio di nobili e ricchi ma era per tutti. Da qui il suo nome Omnibus, ossia «per tutti» in latino. In seguito la desinenza bus fu erroneamente interpretata come il suffisso indicante i mezzi di trasporto e venne lessicalizzato (ossia trasposto dalla sintassi al lessico). Bus diede poi origine a formazioni sbagliate (ma ormai universali) come autobus, filobus e scuolabus.

Robot. Non molti lo sanno però robot non è una parola inglese. In realtà è una parola che deriva da una delle lingue più complicate d’Europa: la lingua ceca. In Ceco «robota» significa lavoro forzato e a sua volta è un termine che deriva dall’antica parola slava «rabota» (servitù). Il termine robot fu utilizzato per la prima volta nell’opera di teatro R.U.R. dallo scrittore cecoslovacco di fantascienza Karel Capek.

Croissant. La parola francese croissant che indica il cornetto dolce che ha la forma della mezzaluna si riferisce proprio alla Luna crescente, dal verbo francese croître che significa crescere. Quel nome e quella forma alludevano alla mezzaluna turca poiché i primi croissant furono prodotti a Vienna nel 1689 proprio per celebrare la vittoria sui Turchi.

Rubinetto. Rubinetto deriva dal francese «robinet», ossia «piccolo montone» («Robin» era un nome comunemente dato alle pecore), perché in Francia la chiavetta di apertura dell’acqua un tempo era ornata proprio con una testa di montone.

Ciao. Ciao deriva dal dialetto veneto. I veneziani, incontrando qualcuno, erano soliti dire: «Schiavo suo». Questa espressione andò contraendosi e modificandosi: prima perse il «suo» e rimase solo «schiavo», dopodiché caddero la esse, l’acca e la vi di schiavo - (s) c (h) ia (v) o- e rimase solamente «ciao». Oggi è la più diffusa forma di saluto utilizzata in Italia.

Pomata. In origine la pomada o pommade era un intruglio cosmetico al quale ricorreva la vanitosa Regina Elisabetta I d’Inghilterra composto da sugna, acqua di rose e purea di mele. Il suo nome deriva da quest’ultimo ingrediente: la mela (pomo in italiano, pomme in francese e pomum in latino, inteso come frutto in generale), componente di base. Dato che la pomada si spalmava, il termine finì per significare nella forma «pomata» una qualsiasi preparazione di consistenza molle.

Maratona. Il termine maratona indica una gara podistica su un percorso di km 42,192. Il nome risale alla vittoria dell'ateniese Milziade (490 a. C.) che sconfisse l’esercito persiano nella piana di Maratona. Dopo la battaglia, il guerriero Fidippide percorse l'intera distanza tra Maratona e Atene di corsa per portare agli ateniesi la notizia della vittoria. Morì subito dopo aver dato l'annuncio.

Estroso. Estroso letteralmente significa «punto dai tafani» perché oistros in greco è il tafano. L’estroso è colui che, come punto dai tafani, mostra irrequietezza e furore, due caratteristiche principali dell'inventiva di chi è creativo.

Liberty. La parola liberty indica uno stile di architettura, arredamento e moda, sinonimo di Art Nouveau. Deve il suo nome al signor Arthur Liberty, titolare di un negozio di Londra che vendeva (e vende ancora nell’omonimo gran magazzino di Regent Street, a Londra) tessuti orientali e orientaleggianti ricchi di ghirigori, curve e spirali, quelle che oggi definiremmo per l’appunto le tipiche decorazioni liberty. Fu proprio Mister Liberty a propagandare tale stile che così prese il suo nome.

Andrea Cuomo per “il Giornale” l'11 agosto 2020. Quanti sono i morti di Covid oggi? Boh, diciassei... In metro mettiti la mascherina, fbl! Oh, gliel'hai proprio toccata piano, eh. Tokyo che passa gente! Ho passato quattro giorni a guardarmi tutte le puntate della casa di carta... Prdqp, eh? Dialoghi nemmeno troppo immaginari tra giovani nemmeno troppo giovani, in città nemmeno troppo metropolitane. Parole che mischiano slang, regionalismi, acrononimi, forestierismi, citazioni da serie tv o fumetti, e che compongono il nostro vocabolario quotidiano, quello vero, quello con cui comunichiamo su Whatsapp o tra amici, quello che se ci sentisse la nostra prof d'italiano, quella con il tailleur colore verde marcio, ci boccerebbe ex post, ma per fortuna non si può. Parole ed espressioni raccolte da Slengo, il dizionario «di strada» online (slengo.it) che possiamo consultare e anche scrivere. Proviamo a comporre un breve vocabolario «di spiaggia» con le parole di Slengo.

A BOLLA. Dal gergo edile, tutto a posto. «Hai portato la mascherina?». «Sì, tutto a bolla».

ANFATTI. Storpiatura romanesca di «infatti», indica una adesione annoiata a ciò che dice l'interlocutore. «Certo che dopo il lockdown non è cambiato niente, sono tutti al mare». «Anfatti...».

ASCIUGARE. Parlare a lungo di cose poco interessanti. «Giorgio mi ha fatto un asciugo...»

BACCAGLIARE. Flirtare o corteggiare. «Mi ha baccagliato tutto il tempo».

BAGGATO. Che sta poco bene. «Oggi sto baggato, se va avanti così mi farò un tampone».

CCCM. Acronimo di c'è chi c'è morto. «Mi faccio un tuffo». «Ma se hai appena mangiato, CCCM!».

DA GARA. Al massimo delle potenzialità. «Belle scarpe, da gara!».

DÀJE. Incitamento romanesco, ormai utilizzato ovunque e in ogni circostanza. «Ce la possiamo fare, dàje».

EDGY. In inglese provocatorio, d'avanguardia. «Come mai ascolti solo musica così edgy?».

FRIENDZONARE. Relegare nel ruolo di amico qualcuno che nutre ben altri interessi per te.

GIARGIANA. Un non milanese, qualcuno che arriva dalla provincia e quindi è perennemente inadeguato e goffo.

HYPE. L'attesa prodotta (non sempre a ragione) dall'uscita di una serie, di un film, di un prodotto tecnologico. «L'hype per il nuovo iPhone è pazzesca».

LURKARE. «Spiare» i contenuti di una comunità online senza contribuire, comportamento questo considerato nella netiquette irrispettoso e perfino losco.

MAINAGIOIA. Scoramento dopo l'ennesima delusione.

MECOJONI. Termine romanesco ormai diffuso in tutta Italia che indica stupore. È l'altra faccia dell'ormai ubiquo sticazzi.

NO VABBÈ. Espressione usata quasi come un intercalare, per intendere lieve stupore. «No vabbè, sai chi mi ha richiamato? Il mio ex».

ONESTO. Giusto, corretto, che ci sta. «Alla fine sono uscito con Giulia». «Onesto».

PACCARE. A Milano dare buca, a Roma fare petting. I due significati naturalmente non possono essere contemporanei.

PISCIARE. Anche in questo caso dare buca a una persona o a un evento. L'altro significato è superfluo spiegarlo.

QUARTOGGIA. Situazione losca e potenzialmente pericolosa, dalla contrazione del quartiere milanese Quarto Oggiaro.

RIP. «Rest in peace» in inglese. Usato ironicamente come espressione di cordoglio per qualsiasi sfortuna.

SQUARARE. Comprendere qualcosa che non si sarebbe dovuto sapere. «Volevo nascondere a Fabio che ho visto Marta con un altro ma lui se l'è squarata».

TANTA ROBA. Commento di ammirazione estrema per qualsiasi cosa. «Oh, sta musica è tanta roba».

UNA CERTA. S' intende una certa ora e comunica l'intenzione di andarsene. «Ragazzi, s' è fatta una certa, me ne vado».

VECIO. Termine veneto che sta diffondendosi in tutta Italia per indicare con affetto un amico. «Ciao, vecio!».

ZERODUE. Si sottintendono i secondi. Indica qualcosa che si desidera a tal punto da farlo immediatamente. «Appena esce lo compro in zerodue».

A proposito: diciassei è chiaramente un numero immaginario che indica una quantità indefinita; fbl è l'acronimo di fà ballà l'oeucc, che in milanese vuol dire fai attenzione; passarla piano in gergo calcistico vuol dire, ironicamente, sparare una bomba; Tokyo non è la capitale del Giappone ma una storpiature di: occhio! Prdqp è l'acronimo di: poche ragazze da quelle parti, come a dire, non avevi niente di meglio da fare. Appunto.            

«Ma che dici?»: il gesto italiano più famoso del web diventa un'emoji. Pubblicato giovedì, 30 gennaio 2020 su Corriere.it da Alessio Lana. C'è una cosa che ci rende unici nel mondo. Non è la pizza né la pasta, il Colosseo o il cinema ma il «gesto italiano», quella posizione così peculiare della mano che ora diventa anche un'emoji. L'arte di gesticolare fa così parte del nostro Dna da renderci riconoscibili all'estero da sempre ma da qualche anno online è emerso questo gesto che è diventato iconico. Tutti lo abbiamo fatto almeno una volta: basta chiudere la mano a coppetta con i polpastrelli delle dita che vanno a toccare quello del pollice. Qui da noi ha miriade di significati, all'estero ne amano soprattutto due. Da una parte indica «Cosa stai dicendo», dall'altra viene interpretato come «chef's kiss», il bacio dello chef, con le dita chiuse che vanno a toccare la bocca per poi aprirsi e segnalare qualcosa di buono da mangiare. O meglio, «al bacio». Ora l'Unicode Consortium che sovrintende allo sviluppo di nuove emoji ha deciso di inserire il gesto tra le immaginette che potremo usare per arricchire i nostri messaggi di testo. Verrà rilasciato nel corso dell'anno insieme ad altre immagini come per esempio l'uomo che allatta, spose vestite da uomo e uomini vestiti da sposa con un lungo velo bianco ma anche la bandiera dei transgender e una coppia senza sesso percepibile che si abbraccia. Sul fronte animale arriveranno invece il mammut, il dodo e l'orso polare. Va da sé che per noi però il più interessante è quel gesto che ha origini molto lontane. Sul fronte culinario infatti lo stereotipo conquista gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale quando inizia ad apparire su insegne di ristoranti e pubblicità di vivande. Con un grande salto arriva nel web negli anni Dieci di questo Duemila grazie al recupero di un personaggio del Muppet Show, Swedish Chef, che nonostante fosse svedese lo faceva continuamente. Nel significato di «cosa stai dicendo» (o internettianamente «Wtf») la conquista del web è coeva ma probabilmente ha subito un'accelerazione grazie alla ripubblicazione negli States nel 2015 del Supplemento al dizionario italiano, in cui il designer Bruno Munari spiegava il nostro linguaggio delle mani. In copertina c'è proprio la mano chiusa e interrogativa che poi, dal 2017, darà vita al «How Italians Do Things», una serie di video, foto e gif in cui si vedono persone intente a fare ogni cosa, dal guidare al bere il caffè al mangiare la pasta, con le mani inesorabilmente chiuse. Perfino la Dolce & Gabbana, nel 2014, ha pubblicato un filmato in cui lo fa interpretare dai propri modelli. Ma adesso però diventa un gesto di tutti. Prepariamoci a riceverlo anche sulle chat.

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 7 aprile 2020. «Ero molto laconico dopo quel preambolo solerte ascoltato in chiesa. Biasimandomi nel prete, capii che stavamo andando incontro alla catarsi. Temevo però di corroborare tutto con quei brutti pensieri e quindi corsi via. Passai per strade caustiche e piene di gente, vidi un adepto del Comune dedicarsi all' afflizione di un manifesto e un tifoso blandire una bandiera. Infine giunsi a casa, sordido di sudore e affamato. Se fossi stato un fedifrago, avrei mangiato carne umana». C' è da restare senza parole nel leggere i termini in corsivo usati in questo modo. Con significati forzati, sballati, rovesciati. E con effetti involontariamente comici. Eppure è questo il senso che molti studenti italiani, anche universitari, attribuiscono ai suddetti vocaboli: se interrogati in proposito sul loro valore semantico, danno risposte imbarazzanti, producendo mostri verbali.

Il bestiario. Se n' è accorto il linguista Massimo Arcangeli che ha dato alle stampe l' interessante saggio Senza parole. Piccolo dizionario per salvare la nostra lingua (Il Saggiatore, pp. 248, euro 19), raccogliendo una cinquantina di parole, tra verbi, sostantivi e aggettivi, che, oltre a rischiare di essere perdute, corrono il pericolo di essere fraintese. Lo ha verificato lui stesso, sottoponendo questi termini a qualche centinaio di studenti universitari e chiedendo loro, per ciascuna parola, di scrivere una frase che la contenesse e di fornire un sinonimo. La raccolta venuta fuori è degna di un bestiario che fotografa bene l' ignoranza linguistica di molti giovani; e mette a nudo lo stato culturale del nostro Paese, ormai vittima di un analfabetismo di ritorno. Volendo procedere in ordine alfabetico, si può partire da abulico che, secondo alcuni studenti, significa «non aulico», quasi che il prefisso ab- abbia valore privativo. E si può continuare con adepto che, anziché come «seguace, discepolo», viene usato nel senso di «addetto, incaricato» (es.: gli adepti alla vigilanza) o addirittura come equivalente del verbo «adattare» (es.: Mi adepto a ogni situazione). E che dire di afflizione, parola che, a leggere come viene equivocata dagli universitari, ci procura moltissima afflizione: per alcuni ha il significato di «affiliazione» (un' afflizione mafiosa, le società in afflizione tra loro), per altri di «affissione». Tutti questi studenti andrebbero biasimati, ma non nella maniera in cui essi usano la parola biasimare. Anziché «criticare», «deplorare», per loro vuol dire l' esatto contrario, ossia «assecondare», «giustificare», «avere pietà» o addirittura «immedesimarsi» (Mi biasimo in lui). C' è poco però da blaterare e da blandire. Perché, se la prima parola viene usata come sinonimo di «sussurrare», la seconda viene confusa con verbi simili a livello sonoro come «brandire» e «bandire». Da qui gli spassosi ma agghiaccianti: «Non capisco come fai a blandire quel coltello», «È stato blandito un nuovo annuncio». Urgerebbe una catarsi per purificarsi da questi obbrobri linguistici, se non fosse che per alcuni universitari quella parola significa «disastro». Pertanto occorre rimbrottarli in modo caustico, aggettivo che si presta alle interpretazioni più fantasiose: si va da «ostico» ad «antipatico» fino a «caotico, rumoroso». Per la proprietà simmetrica, a detta di alcuni studenti, la parola «ostico» significa «caustico». Eppure i due significati non collimano affatto: il che, in un italiano corretto, vorrebbe dire «combaciano, coincidono», mentre per gli universitari interrogati significa «culminano» o «colmano» (es.: collimare un vuoto). L' unica soluzione sarebbe corroborare la loro padronanza della lingua italiana, a meno che quel termine non venga inteso, come fa qualche sciagurato, nel senso opposto di «rovinare». Un uso da esecrare, ma non nel modo in cui, secondo alcuni, si può essere esecrati dalle tasse (ossia, «esentati»). Perché, al più, si può esimere qualcuno dalle tasse, ossia «esonerarlo», senza però esimere da lui una spiegazione (perché in realtà si dice «esigere»). Questo tradimento della lingua italiana è esiziale («funesto», mica «illustre», come credono gli studenti) ed è degno di un fedifrago, che non significa però «cannibale», con buona pace degli universitari. Di fronte a tale scempio, comunque, non ci si può limitare a un commento laconico, da molti considerato affine a «malinconico»; al contrario tutti gli svarioni vanno menzionati, che non è un sinonimo di «coperti».

Lo scempio. Punire gli studenti sarebbe la giusta nemesi, ossia un giusto «castigo» e non «una via di mezzo tra analisi e sintesi». Anche perché, come scrive un altro scellerato, «sbagliare è umano, perpetrare è diabolico». Peccato che perpetrare non voglia dire «perseverare» né «perpetuare» (I Greci perpetrarono il loro sapere artistico) né «rimandare» (Hai il vizio di perpetrare i tuoi impegni), ma «compiere un' azione illecita». Questo lungo preambolo (ritenuto a torto equivalente di «profezia») richiede che ogni studente nell' apprendimento sia solerte, aggettivo che non ha niente da spartire con «solenne» o addirittura con l' avverbio «spesso» («Solerte mi alzo di prima mattina», scrive uno). Ma serve anche a dimostrare che la lingua è uno strumento da usare in modo ponderato, che di sicuro non corrisponde a «riposato». E che nello studio non si deve essere pusillanimi, cioè «pavidi», anche se qualcuno è convinto significhi «farabutti». Perché il rischio, oltre a quello di essere uno che sporca l' italiano e lo rende sordido (che non è parente di «madido» o di «silenzioso», con buona pace degli ignorantelli), è quello di risultare un troglodita: sostantivo che ha il significato di «cavernicolo» e non di «regresso». Una menzione speciale merita infine il termine apodittico. Sottoposto al giudizio di 176 studenti, in 175 non hanno saputo trovargli un sinonimo adeguato. In modo apodittico, cioè «inconfutabile», è possibile sostenere che nessuno di loro sapesse neanche vagamente il significato.

·        Chi uccide la Lingua italiana?

Quelle nuove parole contagiose che non si mordono più la lingua. Intervista a Luca Serianni, co-estensore del Nuovo Devoto-Oli, accademico della Crusca e dei Lincei. Annamaria Barbato Ricci su Il Quotidiano del Sud il 18 ottobre 2020. La lingua è un organismo vivo quanto l’essere umano, in quotidiana mitosi, essendo la sommatoria del parlato degli individui intrecciata alla loro creatività. Perciò, non stupisce che, come c’è la natalità di un popolo, ci sia anche quella delle parole. Il Nuovo Devoto-Oli, ad ogni edizione, informa che non è uguale a sé stesso, rispetto all’anno precedente: nel 2020 ha registrato almeno 600 neologismi, selezionati e raccolti dai suoi due curatori (dal 2004), i filologi Luca Serianni e Maurizio Trifone, i quali hanno raccolto il testimone dai fondatori del vocabolario, Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, autori che lo crearono 53 anni orsono. La notizia di una tale iper-natalità linguistica fornisce il destro per riflettere su un qualcosa che assorbiamo quasi in automatico. La tempesta del COVID, ad esempio, ha fatto entrare nel nostro linguaggio parole nuove, inedite e inesplorate, o arricchito il significato di altre già esistenti: a cominciare dallo stesso nome del virus (quest’ultima parola, però, di secoli ne ha almeno 25, essendoci stata “contagiata” dagli antenati romani) battezzato Covid 19, o, en amitié “Coronavirus”, passando, con prestiti dall’onnipresente inglese, per lockdown, spillover, droplets, drive in e i più “caserecci” distanziamento sociale (che poi, se volessimo essere pignoli, dovrebbe essere individuale, mica siamo alle differenziazioni fra ceti!), autoquarantena, quarantenare, tamponare, biocontenimento. Un vocabolario che sta sul pezzo registra il parlato corrente, promuove persino il gergo giovanilista, è, talvolta, un sensore più veloce e immerso nella realtà di quanto lo sia l’incoronazione dell’Accademia della Crusca. Regista e co-estensore del Nuovo Devoto Oli è Luca Serianni, docente emerito di Storia della Lingua italiana all’Università “La Sapienza” di Roma. Una carriera prestigiosa, ma che, di per sé non basta a illustrarne i talenti: è Accademico della Crusca e dei Lincei nonché uno dei vicepresidenti della Società “Dante Alighieri”, la fortezza per la diffusione della lingua italiana in Italia e all’estero. A lui chiediamo lumi e spiegazioni su questa continua nursery delle parole.

Professor Serianni, è difficile “costruire” un dizionario, diventando così i giudici delle parole da conservare o emarginare, perché ormai obsolete? O il decisore dei neologismi degni di essere inseriti?

«Occorre tenerne d’occhio la misura, innanzitutto. Non si possono fare dizionari ipertrofici. Bruno Migliorini, grande linguista, già novant’anni fa, osservava che, a voler essere accurati, si sarebbe potuto compilare un dizionario di 300mila lemmi solo per la chimica. Dunque, il nostro compito è quello di decidere il taglio del dizionario. Si può optare per farne uno “storico”, statico e museale, oppure uno in cui si registri l’uso corrente della lingua. Per avere un proprio ruolo, senza soccombere ad un web competitivo e accessibile gratuitamente, il dizionario cartaceo deve proporsi come compatto, innovativo, capace di dare risposte autorevoli».

Quali sono i motivi di questi aggiornamenti?

«In tanti contribuiscono ad arricchire la lingua, a cominciare dalla scienza, dalla politica, dall’economia e finanza e dai media, a cui vanno ad aggiungersi gerghi e modi di dire. Un fenomeno inarrestabile. Ci sono anche parole che, pur rimanendo immutate, negli anni assumono altri significati. Vi sono continui esempi. Prendiamo la parola “ambiente”, la cui diffusione risale a fine ‘800, ma con tutt’altro significato rispetto a quello che ha assunto dagli anni ’50 in poi, in concomitanza con l’emergere del movimento ambientalistico. Identica evoluzione ha riguardato un vocabolo corrente, “compagno” o “compagna”…È da pochi decenni che ha aggiunto alla sua accezione scolastica (compagno di scuola, o di banco) o politica un ulteriore significato, che lo rende sinonimo di convivente o di persona a cui si è sentimentalmente legati. In questo caso il dizionario si fa testimonianza di un vero e proprio cambiamento di mentalità».

Ma come distinguere i neologismi radicati da quelli usa e getta?

«Inevitabilmente, ciò avviene sulla base di un certo procedimento artigianale. I redattori sono molto attenti alla contemporaneità, hanno un’esperienza che consente loro di intercettare le parole su cui “scommettere”, prevedendo quelle che hanno maggiori possibilità di affermarsi e radicarsi nel parlato. Ciò non toglie che alcune di esse possano entrare e poi uscire in quanto inizialmente appaiono diffondibili e, invece, non hanno fortuna. Naturalmente, esiste poi un blocco di lemmi appartenenti al lessico stabilizzato, che conta diverse decine di migliaia di voci. Infine, ci sono quelle sulle quali eventi esterni, contingenti, influiscono tanto da aggiungervi un significato ulteriore. Prendiamo a esempio la parola “ventilatore”. Fino a meno un anno fa, salvo in ambienti strettamente medici, evocava la calura estiva e il sollievo generato da una piccola turbina domestica elettrica. Ora, invece, ha una seconda accezione e richiama alla mente scenari ben più tragici: un mezzo per salvarsi la vita».

Nelle edizioni che via via si susseguono, vengono cassati anche dei lemmi o si marginalizzano da soli, pur citati, per mancanza d’uso?

«Possiamo dire che le parole più obsolete, come le stelle morenti, subiscono un processo di allontanamento dal lessico stabilizzato e dunque finiscono per essere solo nominate o addirittura per rimanere fuori dal testo. Molti lemmi vengono riformulati, sintetizzati, sempre per evitare di avere tomi troppo mastodontici».

Che ne pensa del tanto magnificato “petaloso”? O di qualche suo similare, entrato in voga in questi mesi?

«Il termine è nato dalla creatività di un bambino, Matteo Trovò della scuola elementare di Capparo, in provincia di Ferrara, nel 2016, mentre fu la sua maestra, Margherita Aurora a sottoporlo all’Accademia della Crusca per ottenerne l’“omologazione”. È una parola che, però, non entrerà mai in un vocabolario come il Devoto-Oli o lo Zanichelli. Non è che su iniziativa di un singolo parlante un vocabolo può ambire a entrare nella lingua! Certo, ve ne sono altri, che, da un parlante “zero”, hanno la capacità di diffondersi come un contagio, perché vanno a occupare una “casella vuota” e corrispondono alle esigenze di un sempre crescente gruppo di persone. Altri, invece, come fuochi fatui, si spengono senza lasciare tracce memorabili. I bambini, che hanno l’attitudine a metabolizzare i meccanismi di derivazione dei vocaboli hanno menti fertili in tal senso. Vi fu, fra loro, chi scrisse di lietitudine, sulla falsariga di beato/beatitudine. Anche in quel caso, la parola non attecchì».

Il giornalismo può essere fonte di neologismi?

«Certamente sì e pure in questo caso, però, non si approda al vocabolario generalista, bensì ad appositi dizionari di neologismi, che cercano le parole effimere, provenienti dal mondo del giornalismo. A tal proposito, mi riferisco mi riferisco ai due volumi usciti in sequenza, di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle “Neologismi quotidiani” (per la casa editrice Leo S. Olschki di Firenze) che riportano tali specificità, create dai giornalisti o da loro riportate. Un esempio per tutti: il termine gastrofilologo, utilizzato da Michele Serra a proposito di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food».

Le manca l’insegnamento? La sua lectio magistralis prima della pensione fu seguita da una folla di estimatori.

«Mi manca poter fare dal vivo lezioni e conferenze. La DAD e le conferenze da remoto non sono la stessa cosa. Quanto alla lectio magistralis, rappresenta un gran bel ricordo».

Se non avesse seguito il suo amore per l’italico idioma, cosa le sarebbe piaciuto fare?

«Al momento della maturità, fui tentato pure da Giurisprudenza e Medicina. Un’attrazione che ho proiettato anche nello studio filologico: per la Medicina scrissi nel 2005 “Un treno di sintomi – I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente” (Garzanti), esplorando i termini medici; alcuni miei scritti sono stati dedicati anche ai vocaboli giuridici. Insomma, son rimasto fedele ad antichi amori mai sopiti».

Da «governatore» a «premier», la Crusca bacchetta la politica. Mario Ajello Mercoledì 15 Luglio 2020 su il Mattino. Brava Crusca. Ha messo il pennino in una stortura italiana, diventata più acuta nella fase dell’emergenza virus. Ovvero l’ipertrofia del regionalismo, per cui 20 presidenti regionali si sentono piccoli capi di Stato e considerano le loro contrade delle nazioncine con la pretesa di autonomia, se non addirittura d’indipendenza. Ma per fortuna, ecco scendere in campo gli accademici della lingua, che dal 1583 cercano di preservare la purezza del nostro idioma, e avvertono: «Le Regioni italiane non hanno governatori ma presidenti». Ben detto! E chissà se dopo questo intervento, che è linguistico ma la lingua è sostanza, i vari Fontana e Emiliano e tutti gli altri smetteranno di atteggiarsi a governatori come in Texas o in Alabama. Se poi la Crusca chiederà di chiamare in italiano, Giornate di voto e non Election Day, quelle che si svolgeranno il 20 e 21 settembre per scegliere chi guiderà alcune parti della Penisola, allora non sarà contento soltanto Dante ma anche tutti noi quaggiù. Si sono rivolti all’istituzione fiorentina e italianissima alcuni cittadini, a proposito dell’uso di «governatore», e la risposta via web è questa: «Come il premier inglese non è previsto, né nel nome né nei poteri e ruoli, dalla nostra Costituzione, così i governatori non hanno posto nel nostro ordinamento». Firmato Vittorio Coletti, accademico e docente di storia della lingua italiana dell’università di Genova. In Italia - secondo la Crusca, che ancora sta discutendo per esempio se si dice «il» Covid o «la» Covid, ma forse vale l’una e l’altra perché quel virus è un morbo ma anche una malattia - l’unico a potersi fregiare di questo titolo è il governatore della Banca d’Italia, come ha ricordato anche Antonio Patuelli, presidente di Abi. Il fatto è che i linguisti sembrano considerare fuori dalla realtà l’idioma della politica e ascrivono la consuetudine di certi vocaboli all’«americomania» che impazza. Che poi è la stessa - e la Crusca non ci sta: «Uno scarso amore per la nostra lingua rivela una scarsa attenzione ai temi dell’identità nazionale», dice il presidente dell’istituzione fiorentina, Marazzini - che ci fa dire smart working quando potremmo dire lavoro da fuori o da casa, o situation e non situazione, o lunch quando c’è il pranzo (che è più lungo solo di una lettera), o infinite altre espressioni anglosassoni sostitutive di parole italiane che esistono eccome e guai a dimenticarcele. La Crusca è anche quella che ha deciso di non accettare obbrobri del tipo: «Che cosa pensi del mio outfit?», oppure «Manda in print!» e via così con altri speach (ma non è meglio chiamarli discorsi?). Intanto il mese scorso un cittadino si è rivolto alla Crusca - che nel 2019 già è intervenuta insieme al Consiglio di Stato perché le decisioni dei giudici e dei tribunali diventino «comprensibili a tutti con un linguaggio appropriato» - per chiedere: è corretto che Conte chiami Stati Generali i suoi incontri a Villa Pamphili? Risposta dell’Accademia: «Con l’antico istituto politico francese questo evento mantiene legami molto tenui». Ossia il premier, anche se non si dice premier, avrebbe dovuto trovare un’altra formula. Il problema, come diceva Platone, è che «le parole false non sono male in se stesse. Ma infettano l’anima con il male». E possono infettare il discorso pubblico e le regole istituzionali. Il che non sfugge all’accademico Coletti. Lui vede dietro l’uso e l’abuso del termine governatore «l’ambizione dei capi delle giunte regionali» di esondare dai loro poteri, «specie dopo che il sistema elettorale li ha fortemente messi in rilievo». E insomma la Crusca - che non somiglia a un sinedrio di parrucconi, basti pensare che ha sdoganato il verbo whatsappare - è nettissima: «Con la parola governatore si avalla un (modesto) abuso istituzionale e si favorisce un evidente progetto politico. Chi non approva l’uno e non condivide l’altro farebbe bene a starci attento ad adottare questa espressione». Su cui ha lievitato l’Ego di troppi politici locali, e povera Italia. 

L'APPELLO. “Basta anglicismi”, l’appello dell’Accademia della Crusca. "Dobbiamo avere fiducia nella nostra lingua italiana, nella sua bellezza, ed evitare l'uso esagerato di anglicismi." Questo l'appello da parte della Crusca. A cura di Libreriamo. Da “lockdown” a “recovery fund”, passando per “smart working”, mai come in questo periodo di emergenza da Covid i media d’informazione hanno fatto ricorso ad anglicismi e parole straniere. Molte di essere sono utilizzate oramai nel nostro linguaggio comune, in sostituzione alla corrispettiva parola italiana. Per questo, l’Accademia dell Crusca lancia “l’allarme dell’invasione egli anglicismi”, rivendicando l’importanza e la bellezza della lingua italiana.

Più i vocaboli italiani, meno anglicismi. Secondo il principale ente custode della nostra tradizione linguistica, occorre avere maggiore fiducia nella nostra lingua. E naturalmente usare meno anglicismi. “Va fermata l’imbarazzante epidemia di parole straniere, quasi tutte inglesi, che ci sommerge – afferma il presidente della Crusca Claudio Marazzini – Spesso dietro il ricorso a una parola inglese si nasconde il nulla. Bisogna imparare a usare sempre il corrispettivo italiano se questo esiste nel nostro vocabolario.”

I diritti della lingua italiana. Ciò non significa non evolvere la lingua italiana, così come cambia e si modifica la società. “L’azione dell’Accademia della Crusca avviene con equilibrio ma non con atteggiamento rinunciatario. Non va fatta una battaglia indifferenziata contro le parole straniere, perché sarebbe non solo perdente ma inutile. Non ci dimenticheremo di prendere posizione in maniera ferma ogni qual volta la lingua italiana sia aggredita o privata dei suoi diritti.”

La parola lockdown. Quello che si augura l’Accademia della Crusca è che venga usato un equivalente in italiano per ciascuno dei termini internazionali coniati a livello europeo. Esempio su tutti, la parola lockdown, secondo la Crusca un anglicismo superfluo, persino scorretto. “Lockdown è un prestito integrale dall’angloamericano che ricorda il confinamento di prigionieri nelle loro celle per un periodo prolungato di tempo, solitamente come misura di sicurezza a seguito di disordini. In piena pandemia da coronavirus, la parola ‘lockdown’ ha indicato le misure di contenimento messe in atto prima nella provincia cinese di Hubei, poi in Italia, in Europa e negli altri paesi colpiti dalla pandemia. E la sua diffusione è apparsa difficile da frenare anche da noi.”

50 parole straniere che potremmo benissimo dire in italiano. A cura di Libreriamo. Siamo ormai abituati a usare parole straniere in ogni circostanza, ma non sempre è necessario. Eccone 50 che potremmo benissimo dire in italiano. Nel linguaggio comune, imperversano neologismi e termini stranieri che man mano stanno sopravanzando nella frequenza d’utilizzo i corrispettivi vocaboli italiani. Se alcune parole come “marketing”, “sport”, “rock”, “browser”, “smog” non trovano un corrispondente efficace nella nostra lingua, ci sono altri termini come "workshop", "abstract", "fashion", "light" di cui potremmo far benissimo a meno, utilizzando i loro corrispettivi italiani "seminario", "riassunto", "moda", "leggero". Non si tratta di una crociata contro le lingue straniere, né contro l’impiego dei molti termini inglesi che non hanno corrispondenti italiani efficaci e accettati, ma semplicemente di un gesto d’orgoglio nei confronti della nostra amata lingua italiana. Vi proponiamo, così, una serie di termini stranieri di cui potremmo benissimo fare a meno, in quanto "doppioni" di vocaboli italiani.

ALL INCLUSIVE = TUTTO COMPRESO

ANTI AGE = ANTI ETA’

ABSTRACT = RIASSUNTO

APPEAL = ATTRAZIONE

AUDIENCE = PUBBLICO

BACKGROUND = SFONDO

BACKSTAGE = DIETRO LE QUINTE

BADGE = TESSERINO

BIPARTISAN = TRASVERSALE

BOSS = CAPO

BRAND = MARCA

BREAK = PAUSA

BUSINESS = AFFARI

BUYER = COMPRATORE

CASH = CONTANTI

CATERING = APPROVVIGIONAMENTO

COACH = ALLENATORE

CONCEPT = IDEA

COMMUNITY = COMUNITA’

COPYRIGHT = DIRITTO D’AUTORE

DEVICE = DISPOSITIVO

DISPLAY = SCHERMO

DRESS CODE = REGOLE D’ABBIGLIAMENTO

EVERGREEN = INTRAMONTABILE

FASHION = MODA

FLOP = FIASCO

FITNESS = ALLENAMENTO

FOOD = CIBO

GOSSIP = PETTEGOLEZZO

HAPPY END = LIETO FINE

HOTEL = ALBERGO

JOBS ACT = LEGGE SUL LAVORO

LIGHT = LEGGERO

LOOK = ASPETTO

MAIL = POSTA

MAKE UP = TRUCCO

MASTER = SPECIALIZZAZIONE

MATCH = PARTITA

MEETING = RIUNIONE

MISSION = MISSIONE

NEWS = NOTIZIE

OPEN = APERTO

OKAY = VA BENE

PARTNER = COMPAGNO

PARTY = FESTA

PREMIER = PRIMO MINISTRO

RED CARPET = TAPPETO ROSSO

RELAX = RIPOSO

TREND = TENDENZA

SHOW = SPETTACOLO

SELFIE = AUTOSCATTO

SEXY = SEDUCENTE

SNACK = MERENDA

STAFF = PERSONALE

TEENAGER = ADOLESCENTE

TEAM = SQUADRA

TICKET = BIGLIETTO

WEEKEND = FINE SETTIMANA

WEB = RETE

WORKSHOP = SEMINARIO

LEGGI ANCHE: CHI HA UCCISO LA LINGUA ITALIANA? A cura di Libreriamo. Chi ha ucciso la lingua italiana? Un libro per scoprire il colpevole della ”strage dei congiuntivi”. Il virus è ormai divenuto pandemico e interessa, in maniera trasversale, individui di ogni età, sesso, razza, religione e classe sociale. Parliamo della "Strage dei congiuntivi", non solo un dato di fatto. Il virus è ormai divenuto pandemico e interessa, in maniera trasversale, individui di ogni età, sesso, razza, religione e classe sociale. Parliamo della "Strage dei congiuntivi", non solo un dato di fatto, come dimostrato da un nostro studio sugli 8 errori grammaticali più frequenti commessi dagli italiani, ma una tesi confermata dal docente e scrittore Massimo Roscia, autore dell’opera. Un noir originale, ricco di rimandi letterari, citazioni, livelli narrativi; un testo iperbolico, una vera delizia per gli amanti della lingua italiana, ormai sempre più vilipesa, maltrattata, mutilata. La responsabilità? Secondo l’autore è "di tutti coloro che hanno fatto sì che in Italia il ruolo della cultura sia (congiuntivo) diventato residuale". Un noir, un esercizio di erudizione, un’invettiva contro i depauperatori della lingua italiana.

Come definirebbe il suo libro?

«Un complesso di fogli (324, per la precisione) della stessa misura, stampati, rilegati e forniti di copertina, una copertina, peraltro, iconograficamente molto accattivante. Oppure un romanzo, un componimento letterario in prosa in cui in cui l’Autore – No. L’ho fatto. Ho usato la maiuscola e la terza persona! – ha mescolato esperienza, osservazione e immaginazione. O un noir,  una narrazione in cui il crimine e la sua soluzione sono meri pretesti, l’obiettivo cattura le immagini della società, il mistero assume una funzione subordinata, i confini tra il bene e il male si confondono fino a scomparire, il finale spiazza e i lettori si immedesimano nei protagonisti diventando essi stessi paladini della lingua italiana, difensori della sua integrità, magnificatori della sua bellezza e giustizieri dei suoi nemici. O un esercizio di erudizione di un lettore che adora la finzione, l’inganno, il paradosso, la metafora, la mistificazione della storia, l’intreccio, i labirinti, i mondi paralleli, le trame contorte, il gioco, la burla, la provocazione, la sfida e che, indossato l’abito dell’autore – con la minuscola; questa volta ho saputo resistere alla tentazione – si comporta in maniera coerente. O, ancora, un’aspra invettiva contro coloro che invertono i congiuntivi con i condizionali, che fanno a brandelli le desinenze, che rendono maldestramente transitivi i verbi intransitivi, coloro che gettano a spaio la punteggiatura sulle pagine, che abbattono i nessi logici e le regole grammaticali con suoni e surrogati di parole, coloro che eccedono in fastidiose sovrapproduzioni di avverbi, che usano insopportabili diminutivi iperbolici, espressioni trite e banali, frasi mangiucchiate, difettose, frammentate, irrelate… O una dolce/amara riflessione sullo stato di salute della lingua e, più in generale, della cultura in Italia. O, infine, un lungo e disorganico flusso verbale che è stato trascritto in bembo corpo dodici solo per urgenza, desiderio, presenza, riparazione, provocazione, condivisione, amore, capriccio, bisogno, riflesso condizionato, dilatazione dei pori, divertimento, azione e reazione, ineluttabilità, espiazione, dispetto, libertà, tensione, noia, censura, sfida, impulso, angoscia, devozione, rivalsa, godimento, esercizio, dipendenza, mancanza di ritegno, gioia, inerzia, principio di Archimede, nutrimento, onanismo, gioco, partecipazione, insonnia, altruismo, egoismo, riscatto, affermazione, deficit affettivo-relazionale».

Quali sono gli strafalcioni più comuni oggi?

«Quante battute (non solo tipografiche) ho a disposizione? È il trionfo dei Se io sarei, pò, stò, sò, quà, un’abbraccio, qual’è; le ripetute mutilazioni della lettera h nel verbo “avere”; l’epifania della vergognia, raggione, moltiplicazzione, borza, areoporto, celebrale, matrimognale, eggemonia, viggile, coscenza, pultroppo, sopratutto e daccordo; le raffiche di piuttosto che erroneamente usato con valore disgiuntivo; gli insopportabili assolutamente sì e assolutamente no che rendono perentorie normalissime affermazioni o negazioni;  l’ignominioso lessico ricolmo di fare, cosa, molto, bello, tanto, grosso e – il più abusato, il peggiore in assoluto – quell’importante che miracolosamente diventa aggettivo universale, sinonimo di tutto, adatto a persone, situazioni, eventi, luoghi, attitudini e capacità, valido per ogni stagione, disponibile ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, parola magica, portentosa panacea ai mali del mondo; i venefici neologismi come attenzionare, efficientare, situazionare, promozionare, sendare, briffare, le skills e l’apericena; gli inutili pleonasmi come entrare dentro, uscire fuori, salire su e scendere giù; le metafore trite e ritrite, i tic linguistici, i luoghi comuni e le banalità di ogni sorta; gli usi smodati e impropri di non c’è problema e mi sia consentito, le mitragliate di senza se e senza ma; i per quanto e i quant’altro scagliati come dardi avvelenati che fendono l’aria con le loro irritanti code inespresse e sospese nel nulla. Errori aberranti, locuzioni insensate, difetti di pronuncia, espressioni fruste, pattume semantico… “La sconsiderata favella – direbbe Partenio di Nicea – altera, cannibalizza, corrompe, avvelena, infanga, sfigura, strazia, tormenta, amputa, umilia, inquina, imbarbarisce, appesta, deturpa, abbatte, tortura, devasta, oscura, saccheggia, lacera, annichilisce”».

Esiste una particolare categoria di “gaffeurs linguistici” più sensibile?

«Purtroppo, da un punto di vista epidemiologico, non possiamo fare riferimento a un’unica categoria. Il virus è ormai divenuto pandemico e interessa, in maniera trasversale, ecumenica e tragicomica, individui di ogni età, sesso, razza, religione e classe sociale. Il gioco delle categorie torna però ad avere un senso se riferito alla gravità della colpa, che è direttamente proporzionale alla conoscenza – reale o presunta – della lingua. Uno stò scritto da un giornalista o un come dirò poc’anzi usato nell’arringa da un avvocato civilista sono difficilmente perdonabili».

Perché secondo lei oggi la lingua italiana viene sempre più maltrattata e mutilata? Ci sono responsabilità particolari?

«Dietro l’alibi della necessità di semplificazione si celano ignoranza, pigrizia, superficialità, sicumera, scarso amor proprio, perdita dei valori. La drammatica diffusione di errori/orrori non si limita a evidenziare il decadimento della lingua, ma sublima la mediocrità, sancisce ufficialmente l’abdicazione della cultura, profetizza la rovina definitiva del sapere. La responsabilità? È di tutti coloro che hanno fatto sì che in Italia il ruolo della cultura sia (congiuntivo) diventato residuale».

Dal libro alla realtà: chi può essere oggi il vero salvatore della lingua italiana?

«Io».

·        Oltre ogni ragionevole dubbio.

Oltre ogni ragionevole dubbio, Antonio Angelini il 28 aprile 2020 su Il Giornale. Oggi su questo mio Blog ospito un fisico. Ha lavorato per vari tribunali, consulenze su via Fani e per vari altri famosi processi.  Ci propone un ragionamento, un modo di vedere. Sarà il primo di una serie di incontri con lui. Che cosa ne pensate?

OLTRE OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO?

Oggi nell’era della iper-comunicazione, in un mondo fatto di informazioni continue ed ovunque reperibili, ci troviamo di fronte a due problemi apparentemente insormontabili:

quale è la verità? e quale è l’aspettativa che la scienza dia una risposta certa ad ogni domanda?

Poiché la prima domanda è spesso legata alla seconda (in particolar modo in questo periodo di pandemia) inizieremo a dare degli spunti per rispondere al quesito: la scienza può dare delle risposte certe su ogni argomento?

Cercare risposte è sempre stato lo spirito che ha animato l’essere umano dal momento in cui ha avuto coscienza. Esistono due livelli di risposte:

un livello personale, interiore che può sfociare nel sociale ed è la Filosofia, ed un livello oggettivo in cui si danno risposte ai meccanismi che regolano i fenomeni naturali, ed è la Scienza.

Come noto le due discipline per secoli si sono avvicinate ed a volte sovrapposte fino a distaccarsi con il nascere del metodo scientifico Galileiano (osservazione, misurazione, deduzione). Senza entrare in questi dettagli cerchiamo invece di dare degli strumenti al cittadino comune per potersi districare nell’enorme massa di informazioni circolanti al giorno d’oggi.

Partiamo dal principio più discusso in tempi di pace, in una società umana, ed è il principio giuridico di condanna per un presunto colpevole di un crimine “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Questa formulazione giuridica intende dire che l’insieme delle prove, raccolte in sede di dibattimento, deve portare, affinché una giuria si possa esprimere per una condanna, ad un convincimento tale della colpevolezza che alcun dubbio possa offuscare la certezza del giudizio. Non entriamo nelle polemiche socio politiche sui tempi e modi della giustizia, qui supponiamo che il giudizio avvenga in tempi brevi e con il pieno convincimento del collegio giudicante in linea ovviamente con le leggi vigenti.

Che vuol dire ”oltre ogni ragionevole dubbio”?

La “certezza” in ambito giurisprudenziale è qualcosa che va oltre il significato scientifico. La certezza in termini statistici si ha solo con il 100% delle probabilità favorevoli, e il 100% di eventi favorevoli è un dato che scientificamente “difficilmente” viene ottenuto. Restando in ambito forense, si pensi al confronto tra due profili genetici; quando un certo numero di loci coincidenti viene raggiunto, la probabilità che quei due profili genetici appartengano alla stessa persona raggiunge il massimo possibile ed è statisticamente del 99,99%. Il significato scientifico (statistico) è che quei due profili appartengono alla stessa persona a meno di uno su svariati miliardi, il che da un punto di vista giurisprudenziale è logicamente sufficiente a stabilire l’identità. Tuttavia la scienza mantiene un margine di incertezza insita nel fenomeno stesso in esame, ovvero non possiamo escludere in “assoluto” che non esistano due persone con il medesimo DNA (a parte i gemelli omozigoti ovviamente), per quanto infinitesima sia la probabilità che ciò accada. L’errore in ambito scientifico non viene inteso come uno “sbaglio”, “abbiamo sbagliato i calcoli, o il presupposto di partenza, per cui abbiamo commesso un errore”. L’errore è l’errore insito nella misura stessa. Senza scomodare il principio di Heisenberg,  il cui concetto si può sintetizzare nella constatazione che “nel momento in cui si misura un evento nel suo ambito naturale si condiziona l’ambiente stesso e pertanto l’errore va considerato come parte integrante della misura”, in termini molto più comprensibili, ma concettualmente differenti rispetto al citato principio, basta cercare di misurare la lunghezza di un lato di un tavolo con misuratori differenti o anche uguali, i quali, per loro stessa costruzione, presentano un margine di incertezza che può variare da centesimi a millesimi di metro per gli strumenti più comuni. Questo comporterà che un lato di un tavolo, lungo un metro avrà riportato il valore misurato, ad esempio, con (1,00+0,01)m. Una misurazione correttamente riportata con il suo proprio errore legato allo strumento utilizzato, comporterà a cascata tutta una serie di “incertezze” nelle successive considerazioni, che non sono però incertezze dovute ad incomprensioni, ma bensì incertezze scientifiche (di misura in questo caso).

Esprimere pertanto un risultato con un termine di probabilità in ambito giurisprudenziale è un esercizio spesso rischioso e non di aiuto nell’interpretazione dell’evento.

La probabilità è un “numero”, compreso tra 0 e 1, risultato dal numero di eventi favorevoli diviso il numero di eventi totali. In sistemi molto articolati la probabilità di un evento, per essere calcolata, necessita di espressioni anche molto complesse. Ma sono le conseguenze di un valore di probabilità, stimato sull’interpretazione di un evento criminoso, che vogliamo discutere.

Senza entrare nel merito di eventuali calcoli molto complessi, riportiamo un esempio banale: se la NASA riportasse uno studio in cui venisse assegnata una probabilità di impatto con la terra da parte di un grosso meteorite anche “solo” del 50%, ciò scatenerebbe, giustamente, una serie di eventi a catena a livello globale per trovare delle soluzioni onde evitare l’evento distruttivo. Se invece in un processo penale per omicidio si stabilisse che un personaggio ha commesso il reato con una probabilità dell’80%, quasi certamente il soggetto verrebbe assolto.

Ora la giurisprudenza potrebbe spiegare che il rischio di una estinzione di massa per via dell’impatto del meteorite giustifica l’allarme ed il prendere seri provvedimenti in merito, mentre il rischio di condannare un innocente con un margine di incertezza del 20% non è accettabile.

Ma quanto è accettabile? Al 99,99% (massima percentuale favorevole raggiungibile in accertamenti scientifici utilizzati in ambito forense)? Ma questa percentuale si riferisce al fatto che i profili genetici di una traccia repertata e di un sospettato sono gli stessi (a meno dello 0,01%), ma la stessa deve poi essere contestualizzata nella scena del crimine. Infatti non sempre si ha la “fortuna” di rinvenire tracce biologiche in una scena in posizioni favorevoli alla spiegazione del crimine (ad esempio sotto le unghie di una vittima, o sul manico di un coltello rinvenuto infilzato sul corpo della vittima etc.). Ed anche quando fosse favorevole, il movente può essere passibile di interpretazione, dalla preterintenzionalità, alla casualità, alla difesa etc. La dinamica di un evento criminoso è la combinazione di una serie di eventi ognuno con una probabilità associata differente e non sempre i valori possono essere così elevati.

Pertanto si potrebbe raggiungere il paradosso che una serie di eventi consequenziali, che mostrano inequivocabilmente che i fatti siano andati in quel modo, potrebbero avere una probabilità associata giurisprudenzialmente considerata bassa.

Allora si deve ricorrere ad una successione logica di eventi, ovvero tornare “indietro” nel pensiero scientifico e ragionare sulla “logica deduzione”.

Logica ( dal Greco logos, parola) termine che implica un collegamento tra una ipotesi ed una tesi.

Deduzione (dal Latino deducere) che per gli antichi Romani era un termine legato alla fondazione di una città, che intrinsecamente significa arrivare ad una conclusione a partire da fatti “accertati”.

Tornando al concetto giuridico, ci troviamo di fronte ad un apparente paradosso: abbiamo tecnologie avanzatissime che consentono di individuare su una scena di un crimine “una” cellula e da essa estrarre un profilo di DNA di una persona; abbiamo tecnologie in grado di ricostruire le traiettorie delle tracce di sangue con scarsi margini di incertezze, ricostruire volti da immagini distorte et., eppure la decisione è demandata alla fine da un giudizio espresso da un giudice ed una giuria che il più delle volte non hanno nemmeno la preparazione minima scientifica per interpretare correttamente il dato tecnico.

Senza volerlo, in quanto appena scritto, abbiamo messo insieme due termini “scienza” e “tecnologia” che nella realtà non sono affatto la stessa cosa.

La tecnologia è una conseguenza di una conoscenza ed è la realizzazione di strumenti che ci consentono certamente non solo una vita migliore ma anche capacità di elaborare nuove maggiori conoscenze.

Ma mentre la scienza esiste senza la tecnologia, non è vero il contrario ed anzi diventa estremamente pericoloso utilizzare la tecnologia senza la giusta conoscenza scientifica.

Anzi, come diceva qualcuno, la tecnologia rischia di diventare la tomba della scienza, ed oggi troppo spesso si tende infatti a confondere le due cose, creare aspettative sbagliate e dare inizio ad una caccia alle streghe di tipo medioevale del tipo “allora la scienza non serve a nulla”.

Non è ovviamente cosi, anzi. Chiariamo una cosa: l’estrazione di un profilo di DNA da una cellula è tecnologia, non scienza, la velocità di calcolo di un processore è tecnologia, non scienza, un software è tecnologia non scienza…un algoritmo invece rientra in un concetto scientifico, ovvero una formulazione matematica in grado di individuare, tra miliardi di dati, delle correlazioni. L’intero sistema economico finanziario può essere considerato un avanzamento tecnologico, non certo scientifico, cosi come un conto è realizzare un vaccino per un virus (tecnologia) un conto è comprendere un processo pandemico (scienza), la Politica è tecnologia. Abbiamo espresso dei concetti un po forzandone il senso ed anticipando anche gli argomenti delle prossime considerazioni, ma tornando al nostro attuale tema, ovvero: la scienza può dare risposte assolute ed univoche in ogni campo?

La risposta è NO. Ma il NO va interpretato nel senso descritto in queste poche righe di considerazioni; se ci aspettiamo che la scienza risolva ogni dubbio e ci dia una strada unica percorribile per risolvere ogni problema, sbagliamo atteggiamento e creiamo false aspettative. Se chiediamo alla Scienza di fornire degli strumenti attraverso i quali scegliere di percorre quella che è la strada giusta (in ogni campo) allora SI quella è l’aspettativa corretta…ma poi sta al singolo essere umano fare un buon uso degli strumenti della scienza e delle informazioni che la tecnologia (che in ogni caso “deriva” dalla Scienza) ci fornisce ed assumersene la responsabilità.

Se lo studio orografico di una certa area geografica ci dice che li un tempo scorreva un fiume, o era una zona montana in cui le valanghe trovavano il loro sfogo, non possiamo certo dare colpa alla scienza che non ci dice con esattezza se e quando un evento alluvionale o una valanga avverranno di nuovo, lo stesso discorso per i terremoti etc etc.

Quindi in ogni campo un semplice cittadino per poter esprimere un giudizio valido in un settore a lui sconosciuto, deve per prima cosa informarsi almeno sui principii di base di quello specifico tema, dopodiché però è opportuno che si faccia una idea personale del fatto da analizzare sulla base di ragionamenti logico deduttivi a partire dai “fatti” acclarati, non da considerazioni altrui, altrimenti rischia di cadere nel marasma di informazioni (anche pubblicazioni) che dicono tutto ed il contrario di tutto. Ma questo sarà argomento dei prossimi incontri.

TORNA UN GIORNO IN PRETURA. ROBERTA PETRELLUZZI: “L’ITALIA? UN PAESE GIUSTIZIALISTA”. Marco Baronti il 29 aprile 2020 su L’Opinione.it. Orecchini di perle, foulard e cartellina in mano. Sono questi i tratti che contraddistinguono Roberta Petrelluzzi, storica ideatrice e conduttrice di Un giorno in pretura, programma di Rai 3 che da oltre trent’anni racconta le vicende più buie che hanno segnato la storia di questo Paese. E che da domenica 3 maggio tornerà in onda con una nuova stagione in prima serata. Il mostro di Firenze, Mani pulite, il massacro del Circeo, la strage di Erba, il caso Cucchi, sono soltanto alcuni dei grandi processi che il programma della terza rete pubblica ha raccontato nel trentennio di messa in onda. “Il processo che più mi ha colpito? Quello sull’omicidio di Sarah Scazzi, con due donne che si trovano a scontare la pena dell’ergastolo tra tanti dubbi.” E sulla polemica di questi giorni per i boss mafiosi scarcerati: “Una bagarre inutile, sembra sia stato liberato Totò Riina con la licenza di uccidere. Siamo un Paese giustizialista”.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla nuova stagione di Un giorno in pretura?

«Sarà una stagione ricca di processi di grande attualità che aiuteranno a raccontare l’Italia in tutte le sue sfaccettature. Inizieremo nella prima puntata con il processo che vede protagonista un personaggio popolare come Gina Lollobrigida. Ma parleremo anche di vicende meno note, come il caso del suicidio di una ragazza a Palermo avvenuto in un quartiere popolare, in un contesto molto difficile. Poi il caso di Gloria Rosboch, l’insegnante uccisa dal suo ex studente. Emergeranno, come sempre, spezzoni di vita tratti dai diversi spaccati della nostra società».

Ci saranno delle novità particolari?

«La vera novità di questa stagione sarà che i processi si esauriranno tutti nella medesima puntata».

Come è cambiato il format rispetto alla prima puntata del 1988?

«È cambiato moltissimo. Se si guarda una puntata del 1988 risulta irriconoscibile rispetto alla costruzione e alla narrazione di quelle di oggi. Prima l’approccio era molto più notarile, seguivamo con le telecamere la ritualità del processo. Con il tempo abbiamo cominciato ad entrare nel merito delle cose, a raccogliere la voce dell’accusa e della difesa, a cercare di capire e spiegare quelli che sono i meccanismi che ruotano attorno a un’aula di tribunale. Ma soprattutto a svelare cosa si nasconde nella natura profonda degli uomini».

Secondo lei il successo di questo programma è dato anche da un interesse morboso che l’opinione pubblica nutre per la cronaca giudiziaria?

«Non lo definirei un interesse morboso, rifiuto questo termine. Secondo me un omicidio, una tragedia, un qualsiasi caso di cronaca nera colpiscono profondamente le coscienze di ognuno di noi. Umori e sensazioni si fanno molto profondi portandoci all’attenzione, al voler sapere, conoscere. Spesso un processo ci aiuta a capire l’andamento di ciò che ci sta intorno. Ci “attrezza” a conoscere l’uomo, le sue passioni, le sue debolezze».

Lei non è solo conduttrice ma anche autrice e regista. Come riesce a conciliare questi ruoli?

«Siamo un equipe fantastica, una redazione veramente affiatata dove tutti partecipano e contribuiscono a un pezzo importante del programma. Posso dire che la longevità di Un giorno in pretura è dovuta anche alla grande capacità di essere un vero gruppo di lavoro».

Si può dire che il processo Mani Pulite ha contribuito ad affermare questo programma?

«In realtà gli anni di Tangentopoli non sono stati un vero e proprio spartiacque sotto l’aspetto dell’affermazione del format, anche se gli ascolti che riscontrammo in quel periodo furono incredibili. È stato il racconto di un pezzo d’Italia che il programma ha fotografato e testimoniato. Basti pensare che il discorso di Bettino Craxi in tribunale, inquadrato da solo per un’ora, ha tenuto incollati milioni e milioni di italiani. Per la tivù di oggi è inimmaginabile, tutto è più veloce, lo zapping si è impossessato di noi».

Cos’è cambiato rispetto a quegli anni?

«Prima le persone volevano sapere, capire. Adesso si ragiona più con la pancia, si cede ai pregiudizi. Diciamo che la valutazione attenta e la riflessione dei fatti è una merce molto rara al giorno d’oggi».

Qual è stato il processo che più l’ha colpita?

«Quello che più mi ha appassionato e allo stesso tempo lasciato grande dispiacere è stato il processo sull’omicidio di Sarah Scazzi».

Perché?

«È stato un processo che ha subito profonde modifiche dovute a elementi esterni. Il piccolo paese di Avetrana d’un tratto era diventato New York e quando si creano contesti e situazioni del genere è molto difficile, se non impossibile, riuscire ad avere dei testimoni liberi».

Pensa quindi che la sentenza di condanna all’ergastolo nei confronti di Cosima Serrano e Sabrina Misseri non renda giustizia?

«Ho molti dubbi su quella sentenza, credo fortemente all’ipotesi dell’errore giudiziario».

Cosa la differenzia dai programmi e dallo stile di Franca Leosini (Storie Maledette) e Federica Sciarelli (Chi l’ha visto?)?

«Loro sono semplicemente più brave di me. Io non vengo mai a contatto diretto con vittime e carnefici, resto sempre distante. Quando vado in onda sono solo in compagnia della telecamera e della mia cartellina».

Sul caso di Marco Vannini si è trovata al centro di una grande polemica per aver difeso Martina Ciontoli dagli attacchi dell’opinione pubblica. Si è pentita?

«No. Secondo me in situazioni come quella dell’omicidio Vannini i soli ad avere il diritto di urlare e provare rabbia sono i familiari del ragazzo, la madre in primis. Tutto il resto dell’opinione pubblica si lascia soltanto trascinare dall’emozione dentro fatti che sono difficilissimi. Nessuno è più disposto a ragionare, è lo specchio dei nostri giorni a cui per fortuna non appartengo perché la mia formazione è totalmente diversa. Credo che ognuno debba sempre considerare la pietà verso chi sbaglia, verso l’altra persona, le sue ragioni».

Siamo un Paese giustizialista?

«Sì, sicuramente. Le persone preferiscono dare giudizi netti, è una facile scorciatoia. Le sfumature sono molto più difficili da cogliere perché ci costringono a perdere troppo tempo. Pretendiamo invece tutto, subito e con facilità. Chi ha molti contatti con le vittime è impossibile che non ne sposi la causa, diventa una cosa naturale perché ti affezioni. Vedi una mamma soffrire e piangere ed è umano rimanere coinvolti, schierarsi dalla sua parte. Però bisogna anche capire la realtà complessa e sfaccettata, ricca di spigolature e dettagli in più».

Come sta trascorrendo questa quarantena?

«Bene, diciamo che sono molto fortunata. Vivo in una casa molto grande con un terrazzo e non ho le preoccupazioni economiche che molti italiani purtroppo hanno in questo difficile momento. E poi impiego il mio tempo lavorando, quindi non mi posso certo lamentare, sarei una donna da poco se lo facessi».

Molti hanno paragonato la condizione di quarantena che stiamo vivendo agli arresti domiciliari. È d’accordo?

«Mi sembra un paragone improprio. Vuol dire non comprendere cosa sia davvero la carcerazione domiciliare».

Pensa che questa emergenza abbia insegnato agli italiani a immedesimarsi con chi vive agli arresti?

«Non credo. Perché siamo un popolo duro a capire. Ne abbiamo avuto la dimostrazione anche in questi giorni, con le grandi polemiche che si sono sollevate sulla scarcerazione di alcuni boss mafiosi per motivi di salute. Ne è nata una bagarre assurda per niente. In un caso specifico si tratta di un uomo anziano e gravemente malato al quale restavano soltanto nove mesi da scontare in carcere. Capirai. Quel magistrato ha fatto bene a concedergli gli arresti domiciliari. Gran parte delle persone, invece, ha reagito come se fosse stato scarcerato Totò Riina con la licenza di uccidere».

Cosa è il giustizialismo, spiegato bene. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 29 Aprile 2020. Il Riformista è uno dei pochi usberghi sopravvissuti in difesa dello Stato di diritto. L’opinione pubblica non si è ancora accorta che, col pretesto dell’epidemia del Covid-19, la legislazione d’emergenza ha azzerato non solo i fondamentali diritti di libertà (politici, religiosi, civili) ma ha trasformato in reati le più elementari regole di comportamento che gli esseri umani utilizzano da quando i cavernicoli hanno cominciato ad esplorare il territorio. Ormai la nostra esistenza è regolata da un solo diritto: quello penale. A questo proposito consiglio la lettura di un lepidus libellus di Filippo Sgubbi Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi, edito da Il Mulino. Già il titolo è eloquente, ma nelle 88 pagine del libellus, Sgubbi, ex docente di diritto penale e autore di pubblicazioni fondamentali nella materia, mette in evidenza la trasformazione intervenuta nel diritto e nella procedura penale, tanto da alterare le funzioni che non solo la Costituzione, ma prima ancora gli ordinamenti liberali, ripartiscono tra i diversi poteri dello Stato. Peraltro questo breve saggio è stato scritto prima che si affacciasse, anche nelle previsioni degli indovini, la prospettiva di un contagio con effetti devastanti sulla vita e le abitudini dei cittadini e distruttivi per l’economia, il reddito e l’occupazione. Il quadro tracciato da Sgubbi si è trasformato in una sorta di quadratura del cerchio nel rapporto tra lo Stato e il cittadino attraverso un uso repressivo della legge. Il diritto penale è divenuto ancora di più totale «perché ogni spazio della vita individuale e sociale è penetrato dall’intervento punitivo che vi si insinua». Totale «perché anche il tempo della vita individuale e sociale è occupato dall’intervento punitivo che, quando colpisce una persona fisica o giuridica, genera una durata della contaminazione estremamente lunga o addirittura indefinita, prima della risoluzione finale». Tanto che le norme sulla sospensione della prescrizione somigliano al sistema punitivo degli antichi Tribunali episcopali, «i quali disponevano del potere di irrogare penitenze che potevano durare fino alla morte del trasgressore». E ancora, totale «soprattutto perché è invalsa nella collettività e nell’ambiente politico la convinzione che nel diritto penale si possa trovare il rimedio giuridico ad ogni ingiustizia e a ogni male». E qui Sgubbi – senza citare casi concreti ma consentendo al lettore di risalire a eventi della cronaca – denuncia gli interventi governativi che di fronte a fatti disastrosi, ampiamente presenti e diffusi dai media, pretendono di aver immediatamente identificato il responsabile, prescindendo dall’operato della magistratura reputato troppo lento nell’acquisire le prove e nel giudicare. Una forma di pretesa irrilevanza delle prove come quella manifestata da certi gruppi (l’autore di riferisce a movimenti come il #metoo) che mirano ad incolpare senza provare. A questo proposito l’autore si sofferma sul tema delle molestie sessuali di tipo verbale o non verbale, ‘’indesiderate’’, dove la tipicità penale del fatto scaturisce direttamente dal gradimento o meno da parte del destinatario. La percezione della vittima diventa elemento costitutivo del reato: «La condotta dell’agente può essere oggettivamente neutra, ma se viene percepita come lesiva dall’interlocutore diventa reato». Ne deriva che nei processi penali le prove non si limitano ad applicare il sillogismo classico dell’illiceità, confrontando il comportamento specifico dell’imputato con la norma di carattere generale, ma la ricerca verte anche sull’esistenza o meno della illiceità ovvero di una norma che sanzioni quel comportamento. È il caso di incriminazioni non di origine legislativa ma giurisprudenziale, tra le quali spicca il cosiddetto concorso esterno nei reati associativi «ove l’imputato potrà apprendere solo dal dispositivo della sentenza – e quindi ex post – se la propria condotta rientra o meno in tale figura». La giurisprudenza – che dovrebbe limitarsi a decidere sul caso concreto – è divenuta, impropriamente, non solo fonte del diritto, ma persino creatrice della norma, al posto e in sostituzione del potere legislativo. «L’apparato penale – spiega Sgubbi- costruito per definire l’area dell’illecito e per legittimare l’applicazione delle sanzioni, diventa il supporto per l’adozione di scelte decisionali di governo economico-sociali». La “distorsione istituzionale” viene così spiegata: «La decisione giurisprudenziale diventa – secondo l’autore – una decisione non soltanto di natura legislativa, quale regola di comportamento, ma anche di governo economico-sociale imperniato sull’opportunità contingente». Ma la critica («le norme penali così assumono un ruolo inedito. Sono fattori non di punizione, ma di governo») non si ferma qui. «Il sequestro di aree, di immobili, di un’azienda o di un suo ramo, il sequestro di un impianto industriale e simili incide direttamente sui diritti dei terzi. Con tali provvedimenti cautelari reali – prosegue Sgubbi – la magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari». Si staglia, poi, nel contesto di una giustizia penale sempre più avulsa dalle sue finalità, la fattispecie della responsabilità penale senza colpa (dal binomio innocente/colpevole si passa al binomio puro/impuro). In sostanza, il reato è diventato una colpa per talune categorie sociali: non nel senso tradizionale di uno specifica fatto – sostiene Sgubbi – commesso da una persona e connotato da colpevolezza, bensì come un male insito nell’uomo e nel suo ruolo nella società. Il reato e la colpa sono uno status che precede la commissione di un fatto. Assomiglia, per gli “impuri”, al peccato originale. Non si tratta di una colpa generale inerente alla persona umana come tale, ma è legata al ruolo sociale ricoperto o alla tipologia dell’attività che svolge nella vita (in particolare, la politica, ndr). Così talune categorie sociali sono “pure” per definizione e prive di colpa (esempio gli occupanti abusivi di case); anzi la loro condizione di illegalità, talvolta, è creatrice di diritti (come l’allacciamento abusivo alla corrente elettrica). Gli appartenenti ad altre categorie, invece, dovranno dimostrare la loro contingente ed episodica purezza (un innocente è solo un colpevole che l’ha scampata); cioè saranno costretti a provare che in quella circostanza eccezionalmente non gli può essere imputato nulla. Per gli impuri “la salvezza penale è ardua” perché devono vincere la presunzione di colpevolezza e superare l’inversione dell’onere della prova. È la casta; e in quanto tale è condannata ad un costante e immanente sospetto di illecito. Si è cominciato e si continua così. Il fatto è che questi abusi sono sorretti da un sostanziale consenso. Nella serata del 25 Aprile, mi ha impressionato una trasmissione televisiva, durante la quale la conduttrice si collegava con un operatore a bordo di un elicottero delle Forze dell’Ordine che sorvolava Roma per individuare degli assembramenti ed orientare, dall’alto, l’intervento delle pattuglie dei Carabinieri. Io operazioni siffatte le ho viste compiere solo nel Cile ai tempi di Pinochet, quando la Cgil mi incaricò – come si faceva tutti gli anni – di recarmi a Santiago per parlare al comizio (proibito) organizzato dai sindacati dell’opposizione. La presenza di un sindacalista straniero alla loro manifestazione era un modo di proteggere quei lavoratori dagli interventi repressivi della Polizia del regime, che non gradiva far parlare di sé sul piano internazionale. Siamo a questo punto? La democrazia italiana sta diventando una "democratura"?

·        La libertà: uno Stato di Fatto che non è di questa Italia.

La libertà, il sentimento meno amato dagli italiani. Iuri Maria Prado il 4 Gennaio 2020 su Il Riformista. Ci si può dolere ma non sorprendere del fatto che le cose di giustizia in Italia abbiano preso questa piega. E non solo le cose di giustizia ma generalmente quelle riguardanti i diritti e le libertà della persona. Sorprendersene significa non aver compreso la natura profonda del sentimento italiano verso quelle due faccende, i diritti e le libertà della persona: due faccende risentite e trattate dagli italiani come realtà non solo trascurabili ma persino ripugnanti. Con questo sentimento non abbiamo fatto i conti dovuti, e infatti non riusciamo a riconoscere la verità definitiva del nostro rapporto con gli eventi che in Italia maggiormente hanno avuto peso sul regolamento dei diritti individuali e di libertà: quando quei diritti sono stati compressi fino alla soppressione, e quando sono stati riconquistati. Le libertà in questo Paese non sono state impedite da pochi e con la forza: al contrario, in molti e senza sforzo vi hanno rinunciato. E così quando gli italiani hanno potuto nuovamente godere di libertà: non loro, non gli italiani se la sono riconquistata, ma altri gliel’hanno assicurata. Agli italiani la libertà è stata imposta, e una parte tutt’altro che minoritaria degli italiani avrebbe tranquillamente scelto di farsi governare da coloro che della libertà avevano anche meno rispetto a paragone di quelli che in Italia l’avevano soppressa. Queste due verità – e cioè che alla libertà abbiamo rinunciato quasi spontaneamente o comunque senza sforzo, e che non ce la siamo riconquistata ma altri ce l’ha garantita – sono bestemmie in questo Paese. Perché attentano alla tenuta della contraffazione infinita su cui si regge tutto il corso repubblicano. L’Italia non ha patito troppo della soppressione della libertà, e non ha trovato poi troppa soddisfazione nel poter poi godere della libertà ricevuta. Perché in entrambi i casi si trattava appunto di una cosa – la libertà, l’aspirazione alla libertà – che non è nelle fibre degli italiani. Come dunque può far sorpresa che le diminuzioni di libertà cui oggi assistiamo non siano risentite con allarme da parte degli italiani? A chi non piace questo andazzo, a chi pur meritoriamente ne denuncia i pericoli, bisognerebbe raccomandare di non commettere l’errore ennesimo. E cioè di far credere che il rischio stia in un’Italia trasformata e che rinnega se stessa: mentre sta in un’Italia che per l’ennesima volta si ritrova e si riconosce. 

·        I Radical Chic.

Superiorità morale e ipocrisie: ecco come ragiona un radical chic. Dal vizio di adottare due pesi e due misure alla convinzione di essere sempre dalla parte giusta della storia. Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 25/09/2020 su Il Giornale. Victor Hugo, nel suo “Les Miserables”, dedica un’intero capitolo a descrivere la differenza sottile che, secondo lui, intercorre tra la “sommossa” e “l’insurrezione”. In entrambi i casi si tratta di una rivolta di piazza: sono due collere simili, dice l'autore, ed entrambe prevedono la sollevazione del popolo, la guerriglia e la violenza. Eppure “una ha torto e l’altra ha diritto”. Perché? La sommossa è negativa perché è la guerra di una minoranza contro quella che l'autore considera la “giustizia”. L’insurrezione invece impugna le armi per rivendicare un diritto: è la difesa della massa contro chi vuole usurpare il potere. Dunque è legittima. Nella pratica per Hugo assaltare il Palazzo del governo è lecito se si vuole cacciare il Re, ma è un sacrilegio se la rivolta insidia un governo democratico. Allo stesso modo, sparare contro la folla è giustificato se lo si fa per difendere il “progresso” mentre è un crimine se ad aprire il fuoco sono i cannoni di un sovrano. Direte: ma che c’azzecca tutto questo con i radical chic? C'entra. Perché il modo di ragionare di Hugo sulle insurrezioni somiglia a quello utilizzato dalla sinistra italiana, europea e globale per perorare la causa della propria superiorità morale e politica. Sia chiaro: non stiamo dicendo che l’autore francese era un radical chic. Non sia mai. Ci serve solo come esempio. Hugo relativizza la violenza e la giustifica sulla base della propria lettura della storia: etichetta quindi con il bollino dei “buoni” tutto ciò che gli aggrada e con quello dei “cattivi” ciò che non apprezza. Lo stesso sono soliti fare - ma con molta meno intelligenza - i protagonisti di un certo pensiero progressista, radical nei contenuti e chic nelle movenze. Il riassunto può essere questo: se la pensi come me sei nel giusto, altrimenti vai demonizzato. E non importa se a volte pur di difendere le equazioni progressista=giusto e populista=sbagliato l’intellighenzia radical usa "due pesi e due misure" con tanta sfacciataggine da apparire imbarazzante. Va detto che il radical chic non ha una carattere ben definito. E il significato del termine è evoluto nel tempo: una volta dipingeva il ritratto di chi per moda o convenienza sposava idee anticonformiste pur appartenendo ad un ceto sociale elevato. Oggi la locuzione abbraccia altre accezioni. Identifica ad esempio l'atteggiamento di chi è convinto di avere una certa superiorità culturale ed esibisce appena può questa cultura "elevata". Tradotto in altri termini, come nel caso di Hugo, è quel modo di fare in cui ciò che aggrada una certa parte (la sinistra) è giusto mentre tutto il resto (la destra) va cestinato. In Italia i protagonisti di questo "movimento" incarnano ora l'uno ora l'altro significato del termine.

Dunque i radical chic nostrani sono quelli che combattono l'inquinamento ambientale vestendo sintetico, acquistando iPhone e mangiando McDonald's. Oppure chi predica l'accoglienza ma non vuole migranti a Capalbio. Ma sono anche quelli che s’indignano se alla manifestazione del centrodestra mancano le mascherine e poi tacciono se i Black Lives Matter si assembrano nelle piazze di tutto il mondo. Sono insomma quelli che il voto popolare va bene, ma solo se vince la sinistra. Radical chic sono le sardine, che riconoscono ai “populisti” libertà di parola ma negano loro “il diritto di essere ascoltati” (che poi sarebbe la stessa cosa). Radical chic è il modo in cui vengono descritti gli scontri di piazza degli antagonisti (è sempre la polizia a “caricare” e mai i manifestanti ad “attaccare” gli agenti). Sono insomma quelli che il titolo “patata Bollente” di Libero no, ma i “partigiani con lo schippo” contro la Meloni anche sì. Due pesi e due misure, appunto. E sono solo pochi esempi. Osservare l'evoluzione di questo pensiero serve a mostrare l'ipocrisia di un intero mondo politico e culturale. Per questo dedicheremo ai radical chic e alle loro uscite una rubrica settimanale. Questa. Sarà un modo per canzonare e mettere a nudo le contraddizioni di chi si sente sempre dalla parte giusta della storia. E di chi rivendica una certa superiorità morale. Senza averla.

·        I Tabù.

DAGONEWS il 25 aprile 2020. Dall'inizio della pandemia, il sesso è cambiato: è immaginato, monogamo, ingigantito o ignorato. E in questo scenario i selfie di nudo sono diventati un simbolo di resilienza, un rifiuto a lasciare che il distanziamento sociale ci confini all’astinenza. I selfie di nudo non sono più i preliminari, un modo per stuzzicare l'appetito di un amante, ma l'intero pasto. Sebbene il dibattito sull'arte in contrapposizione alla pornografia non sia mai stato risolto, si può sostenere che i selfie di nudo in quarantena sono arte. Alcuni di noi hanno finalmente il tempo di fare arte, e questa è l'arte che stiamo realizzando: posare con cura, scegliere l'ombra, usare i filtri. Questi scatti, sollecitati o spontanei, sono doni a partner lontani, ad amici che non sono esattamente amici, a estranei a ex.  «Prima della quarantena la mia regola era che i nudi erano solo per fidanzati - afferma Zoe, assistente di marketing a Los Angeles - Qualcosa di speciale per qualcuno di cui mi fido. Ma in tempi di solitudine mi rivolgo alle chat ed è cambiato tutto». Kat, un'artista dell’Arizona, invia selfie sexy e creativi su un'app sicura chiamata Wire a un barista che ha incontrato all'estero appena prima del coronavirus: «Questa è solo un'esperienza umana, no? Amore. Morte. Sesso». Se storicamente il nudo nell'arte esprimeva il potere negli uomini (pensate alle sculture degli atleti greci) e la sessualità nelle donne (pensate alla Maja Desnuda" di Goya), i selfie di nudo, soprattutto ora, condensano entrambi gli aspetti. La componente della sessualità è ovvia, la componente del potere è dovuta dal contesto: il potere di sedurre senza contatto, di connettersi quando il contatto fisico genera pericolo, di impressionare, di suscitare una forte reazione a chilometri di distanza. «Le immagini erotiche aggiunte ai manoscritti sono sempre state un modo per sfuggire ai vincoli della realtà» afferma Constant Mews, direttore del Center for Religious Studies della Monash University in Australia che fa riferimento al Decamerone di Boccaccio,  la risposta letteraria del XIV secolo alla peste nera, una raccolta di 100 racconti in cui personaggi, circondati da malattia e morte, si intrattengono a vicenda con racconti osceni. Nella vita moderna, la tecnologia ha mai fornito tale evasione? Oltre al nostro Wi-Fi, non abbiamo molto in termini di rapporti. Molti di noi sono soli e vivono in piccoli spazi. Ci mancano le distrazioni a cui siamo abituati e le routine su cui facciamo affidamento. Ma se ci pensiamo alcuni dei più famosi autoritratti sono derivati da una carenza di risorse. Rembrandt era spesso il soggetto dei suoi dipinti perché non poteva permettersi un modello. Frida Kahlo ha iniziato a dipingere se stessa quando non stava bene ed era costretta a letto e tutto ciò che riusciva a vedere era uno specchio. Quando Vincent Van Gogh si ritrovò senza modelli, guardò a se stesso. D’altra parte il nudo nell’arte risale a decine di migliaia di anni fa. Dalle incisioni nelle caverne passando per la "Venere di Hohle Fels" con il seno che sfida la forza di gravità. Ma l'autoritratto di una donna che si libera dalla sguardo maschile  non è diventato popolare fino all'inizio del XX secolo. «Albrecht Durer si fece un autoritratto completamente nuda intorno al 1503 -  dice Abigail Susik, professoressa associata di storia dell'arte all'Università di Willamette - ma probabilmente era perché non aveva un modello». Conosciamo tutti alcune delle iconiche immagini del 20° secolo, tra cui il tragico dipinto di Frida Kahlo "La colonna spezzata" e la fotografia della 22enne Diane Arbus in mutande, a testa alta mentre osserva il proprio riflesso. La dott.ssa Susik menziona anche la fotografa Hannah Wilke, che si è spesso immortalata nuda fino alla sua mostra straziante "Intra-Venus", con fotografie del suo viso e del corpo devastati dal linfoma che l'avrebbe uccisa. "Autoritratto di fronte alla morte" è l'analogo lavoro di fine vita di Picasso. "Sei autoritratti" è di Andy Warhol. Molti artisti, non solo pittori e fotografi, lasciano un selfie finale come una sorta di ultima volontà e testamento: Sylvia Plath ha pubblicato il suo romanzo autobiografico "The Bell Jar" poco prima di porre fine alla propria vita. L'ultima canzone di David Bowie, "Lazarus", inizia con "Guarda qui, sono in paradiso". In "Cavalcando con la morte", uno degli ultimi dipinti di Jean-Michel Basquiat prima della sua fatale overdose, un uomo nudo dalla pelle marrone cavalca lo scheletro di un cavallo. Anche se potrebbe richiedere un po’ di fantasia paragonare un selfie di uno sconosciuto nudo dell'era della pandemia a Basquiat, i geni non mantengono il monopolio dell'istinto di autoconservazione. O il desiderio di essere visti, di essere supportati. Dipende sempre da ciò che tutti desideriamo  e ancora di più ora in tempo di Covid-19: una testimonianza della nostra stessa vulnerabilità, la nostra verità più privata.

Massimiliano Panarari per “la Stampa” l'1 febbraio 2020. Allo studio delle metamorfosi della concezione del sesso in Occidente è stato dedicato uno dei cantieri concettuali più significativi dell'opera di Michel Foucault. Originariamente il filosofo lo aveva pensato come uno studio di quello che considerava il dispositivo biopolitico della sessualità nell' età moderna (tra Cinque e Ottocento), per poi scegliere, invece, di fare una genealogia storica del «soggetto desiderante» attraverso l' analisi di alcuni testi paradigmatici della cultura greco-romana. Un cantiere aperto, ma rimasto incompiuto per la sua morte prematura nel 1984. Da poco è uscito anche in italiano Le confessioni della carne (Feltrinelli, pp. 426, 29), il quarto volume della sua incompleta Storia della sessualità (la cui pubblicazione era iniziata nel 1976), che dall' universo classico greco-romano trasporta il lettore al mondo cristiano. Un volume che era «quasi pronto», ma non ultimato, appena uscito dall' archivio di Gallimard, dopo oltre un trentennio di interruzione della pubblicazione dei suoi testi che erano rimasti inediti. E un' esperienza intellettuale affascinante, come tutti i lavori foucaultiani. Il filo conduttore rimane, in uno scenario temporale successivo, il medesimo dei libri precedenti di questa progettata opera in più volumi, giustappunto i processi di costituzione del soggetto nell' antichità. Seguiti e ricostruiti in queste pagine, passo per passo, con la rilettura dei Padri del cristianesimo dei primi secoli (dal II al IV d. C.) mediante un approccio ermeneutico (ma di matrice «decostruttiva e decostruzionistica», per così dire). Pure in questo libro vediamo così in azione il Foucault del confronto serrato, tra generalogia e archeologia dei saperi, con libri e pensieri nei quali ravvisava la strutturazione di una dottrina e di un apparato di precetti che riorientavano e piegavano la libertà degli individui. In alcune sue lezioni al Collège de France del febbraio 1978, il filosofo aveva cominciato a delineare le specificità del contesto della «governamentalità pastorale», fondata su una serie di «atti di verità» (prevalentemente intorno a se stessi), che si articolavano attraverso un ventaglio di pratiche di obbedienza. È la prospettiva che guiderà i suoi appunti e le sue note confluiti in maniera quasi organica in questo IV volume della Storia della sessualità. Grazie alla quale metteva in luce il processo di traslazione per certi aspetti senza soluzione di continuità nei Padri della Chiesa di tutta una precettistica che proveniva dal paganesimo. Che nei primi due secoli dell'era cristiana finisce per venire assoggettata, per l' appunto, a una governamentalità di tipo pubblico. Per i filosofi greci e romani, che l' avevano inizialmente elaborata, rimaneva prevalentemente destinata all' arte del vivere e alle «tecniche del sé» del singolo. La decostruzione foucaultiana era così approdata alla sovversione di una convinzione molto radicata: quella di una morale dominante di tolleranza nei riguardi della diversità delle condotte sessuali nell' età antica. Per mezzo dell' ermeneutica testuale delle «confessioni della carne», il celebre professore di Storia dei sistemi di pensiero al Collège de France evidenziò invece come le radici dell' idea della sessualità per fini procreativi, del divieto dell' omosessualità e dell' esaltazione della temperanza (e, quindi, della continenza) si trovino nelle scuole e nelle sette filosofiche greco-romane, e specialmente nello stoicismo. Le regole della carne, dunque, vengono già codificate dalla filosofia antica, ma la sua disciplina dell' esistenza si svolge in un quadro razionalistico e di formazione spirituale volontaria, che il cristianesimo avrebbe definito di libero arbitrio. E l' individuo, quindi, non era affatto obbligato a sottoporvisi, mentre la patristica convertì queste tecnologie del sé, sulla base dell'«antropologia negativa» di san Paolo - secondo cui la malvagità, di fatto, alberga dentro di noi e, di conseguenza, l'annullamento del piacere diventa la strada esclusiva per contrastarla - nel pilastro dell'«arte di vivere cristianamente». Edificata sulla dimensione pubblica della sorveglianza e sulla figura del pastore come consigliere spirituale al quale rendere conto di ogni aspetto della sfera privata, attraverso la definizione di pratiche e regole (dal battesimo alla penitenza) che configureranno un «regime», come lo chiama Foucault sulla scorta dei medici antichi, da seguire strettamente. Così il cristianesimo - prima religione del mondo antico a generare una Chiesa, come sottolinea il filosofo francese - darà vita alla disciplina penitenziale e quella dell' ascesi monastica, che orienteranno fortissimamente il soggetto occidentale stabilendo un collegamento tra il concetto di male e quello di verità. Qui si colloca anche la nuova morale sessuale cristiana, frutto della giustapposizione e stratificazione di una certa trattatistica (dimenticata) dei primi secoli, che va dalla dottrina del matrimonio di Clemente di Alessandria all' arte cristiana della verginità (di san Cipriano e dei vescovi Basilio di Ancira e Metodio di Olimpo), fino alla categorizzazione della libido da parte di sant' Agostino. E, in particolare, in Clemente Alessandrino, il filosofo individuava i due ambiti principali destinati a indirizzare l' etica cristiana: il tema della verginità e quello della concupiscenza. Ed è come se, ci fa leggere in controluce Foucault, il cristianesimo avesse inventato il soggetto dell' inconscio, tanto distante da quello sempre presente a sé che aveva voluto costruire l' amatissimo universo culturale tardopagano.

·        Emozione ed Amore.

Sgomento, atterriti e in allarme  o paralizzati da un’emozione. Pubblicato mercoledì, 19 febbraio 2020 su Corriere.it. Ci sono parole che chiedono di essere usate con cautela, perché esprimono situazioni molto precise e ci consentono di descriverle con tutta l’importanza, e talvolta la drammaticità, che hanno. Sgomento è una di queste, ha una temperatura altissima e merita di essere usata come facciamo con una pentola bollente, con tutte le precauzioni. Chi prova sgomento non sta vivendo una paura qualsiasi. È atterrito da un allarme che quasi gli impedisce ogni reazione, paralizzandone per un momento i movimenti e l’espressione. Sintetizza con la consueta chiarezza, il dizionario De Mauro: «grave turbamento psichico, consistente in un profondo abbattimento morale causato da pericoli, ansie, preoccupazioni, dispiaceri e simili, fino a determinare un senso di impotenza e di inadeguatezza». Il verbo che ce lo ha regalato è sgomentare, che ha una probabile origine latina da excommentare, verbo composto da ex (nel significato di fuori, da) e commentari (meditare). Verbo che significa provare un turbamento nel senso più profondo, quello che ci impedisce di razionalizzare quello cui assistiamo e ci porta fuori dalla possibilità di rifletterci sopra e ci atterrisce. Talmente precisa la sua presenza nella nostra lingua da presentarsi in due modi. Come participio passato di sgomentare (senza suffisso, altrimenti si usa sgomentato) e che ad esempio il vocabolario Treccani esemplifica nell’esempio «lo guardavano con occhi sgomenti»; ma usato spesso come aggettivo sinonimo di avvilito, sfiduciato. Oppure come sostantivo che identifica proprio lo scoramento e il grave turbamento psicologico. Comprensibile che una parola così potente venisse utilizzata come iperbole, proprio nel significato autentico di questa preziosa figura retorica, una esagerazione che conquista l’attenzione scorrendo all’eccesso. Dover affrontare quel saccente antipatico del capo ufficio è uno sgomento! Oppure, come riporta sempre la Treccani, «come marito è perfetto, ma come cuoco è uno sgomento!». Qualcosa che rischia di confonderci è la folla di sinonimi che accompagna questa parola: esterrefatto, attonito, basito, meravigliato, sbalordito, sbigottito, sconcertato, sconvolto, strabiliato, stupefatto. Ma lo sgomento, ed è bene ricordarlo, indica anche un elemento in più: l’incapacità di reagire, schiacciati dalla visione, dalla situazione, dall’episodio che ci ha lasciato sgomenti. Ci aiuta a comprendere un po’ meglio questa parola citare quando è venuta in soccorso di un concetto artistico complesso: il sublime. Si intende con sublime proprio il senso di sgomento che proviamo di fronte alla grandezza di un’opera d’arte. Il trattato del Sublime è un’opera del primo secolo ma è solo dal Settecento che si è conquistata uno spazio significativo tra i canoni estetici. E c’è senz’altro sgomento nel capogiro unito alla confusione e alle vertigini di quella reazione che taluni provano di fronte alla straordinaria emozione che provoca un’opera d’arte. È nota come «sindrome di Stendhal» dal nome dello scrittore che per primo la descrive in un suo libro e che stata individuata e analizzata per la prima volta a Firenze nel 1977 dalla psichiatra Graziella Magherini. Molto più prosaico lo sgomento che proviamo di fronte alla diffusione di certe notizie. Secondo l’ultimo rapporto Eurispes per un italiano su sei la Shoah non è mai esistita. E insieme al 15,6 per cento degli italiani che nega la Shoah c’è un altro 16,1 per cento che dice sì, la Shoah c’è stata ma non è stata un fenomeno così importante. Nel 2004 il negazionismo riguardava il 2,7 per cento degli italiani. Questo lascia veramente sgomenti.

Perché si festeggia San Valentino? Pubblicato venerdì, 14 febbraio 2020 su Corriere.it da Silvia Morosi. San Valentino, la cosiddetta «festa degli innamorati», si celebra ogni anno il 14 febbraio. Anche se nei secoli si sono sovrapposte leggende diverse, secondo la tesi più accreditata la ricorrenza vede nella figura di papa Gelasio I quella del promotore della cristianizzazione dei Lupercalia, gli antichi riti pagani dedicati al dio della fertilità Fauno, nella sua accezione di Luperco come protettore del bestiame (dai lupi) e dei campi. Nel 496 d.C., non riuscendo a cancellare questo culto pagano, la Chiesa decise di abolire questa celebrazione, decretando che venisse seguito il culto di San Valentino, come ricorda la Bbc. Nato a Interamna Nahars, l’attuale Terni, nel 176 d.C., Valentino era un vescovo romano che era stato martirizzato. Fu scelto come patrono degli innamorati poiché la leggenda narra che egli fu il primo religioso che celebrò l’unione fra un legionario pagano e una giovane cristiana. Difendendo, quindi, la libera scelta del compagno. Si distinse anche, durante la sua opera di evangelizzazione, come guaritore degli epilettici. La ricorrenza, come la conosciamo oggi, è più recente e fa riferimento a dei bigliettini d’amore che Carlo duca d’Orleans scrisse nel XV secolo — mentre era prigioniero nella torre di Londra dopo la sconfitta alla battaglia di Agincourt (1415, nell’ambito della Guerra dei cent’anni) — alla moglie, chiamandola «dolce Valentina» (appellativo che si ritrova anche nell’Amleto di Shakespeare del 1601, quando Ofelia canta: “Domani è san Valentino e, appena sul far del giorno, io che son fanciulla busserò alla tua finestra, voglio essere la tua Valentina”, ndr). Il biglietto d’amore, il cosiddetto «valentine», trovò la massima fortuna con la sua commercializzazione, voluta dall’imprenditrice statunitense Esther Howland (che ne aveva capito il potenziale). Un’ultima curiosità? L’amore non viene celebrato in tutti i Paesi, anzi. In alcuni stati questa festa è addirittura vietata. In Pakistan, ad esempio, dove un tribunale nel 2017 ha deciso di vietare i festeggiamenti ad Islamabad perché contrari ai dettami dell’Islam. E ancora, in Indonesia, dove nel 2012 la festa degli innamorati è stata proibita dal più alto consiglio clericale islamico perché non appartenente alla cultura islamica. In Giappone il 14 febbraio le donne regalano cioccolatini agli uomini, non necessariamente essere mariti o fidanzati. Gli uomini ricambieranno il dono, regalando cioccolato bianco, un mese dopo, il 14 marzo, in occasione del White Day. I brasiliani festeggiano gli innamorati il 12 giugno, il giorno che precede Sant’Antonio, patrono dei matrimoni.

Non solo San Valentino: il 13 febbraio è il Mistress Day per festeggiare con l’amante. Pubblicato venerdì, 14 febbraio 2020 su Corriere.it da Greta Sclaunich. Il 14 febbraio è San Valentino: la festa degli innamorati, com’è ben noto. Il 15 febbraio, invece, è san Faustino: la festa dei single, meno nota ma comunque conosciuta. Il 13 febbraio è san Benigno e in teoria non si festeggia niente. Ma negli Usa ha un nome: Mistress Day, cioè il giorno dell’amante. Perché, complice un anomalo boom nell’invio di bouquet e nella prenotazione di hotel, qualcuno a New York qualche anno fa notò che se le coppie ufficiali festeggiano il 14 e i single il 15, il 13 è il giorno delle coppie ufficiose. L’Italia non fa eccezione, almeno stando a un sondaggio effettuato dalla piattaforma di incontri extraconiugali Gleeden: il 71% degli iscritti ha dichiarato che troverà il modo di dedicare del tempo al o alla amante proprio la vigilia di San Valentino. Il valore simbolico dei due giorni è diverso, certo. Come quello economico. Che però, sempre secondo il sondaggio di Gleeden, andrebbe a favore della relazione clandestina: il costo medio per festeggiare il Mistress Day sarà di circa 300 euro, quello di San Valentino si aggirerà tra gli 80 ed i venti euro. Basta fare un rapido calcolo per capire come mai il o l’amante avranno la parte del leone: una camera in un hotel di lusso (scelta dal 72% degli utenti per l’incontro segreto) costa più di una cenetta romantica in un ristorante di bassa-media categoria o a casa con il o la partner ufficiale (come intendono fare rispettivamente il 42 e il 49% degli intervistati). E poi c’è il regalo. Al o alla partner ufficiale andrà un pensierino di una ventina di euro, che si tratti di cioccolatini (60%) o profumo (16%). A quello o quella ufficioso, invece, doni più impegnativi come lingerie sexy (63%), gioielli (26%), weekend a sorpresa (32%), massaggio alla spa (31%) e sex toy (17%). I meno originali si limiteranno al classico mazzo di fiori per l’uno/a e per l’altro/a: il 65% ha dichiarato di volerlo regalare alla moglie o al marito e il 93% all’amante. Ecco spiegato il famoso boom di bouquet che ha dato avvio al Mistress Day.

·        Il Pianto.

Giorgio Piras per “il Messaggero” il 12 aprile 2020. In questa attenta traduzione del libro della storica francese Sarah Rey sono tante le testimonianze antiche raccolte sul fenomeno del pianto a Roma, con osservazioni originali di taglio antropologico-culturale e riferimenti ad altre culture, anche contemporanee. Le lacrime sono spesso riportate dalle fonti letterarie e storiografiche romane, anche se non compaiono generalmente nelle arti figurative, forse non solo per la difficoltà tecnica di rappresentarle. Diversa era infatti rispetto alla nostra la concezione e la percezione antica del piangere. Le lacrime avevano un valore essenzialmente pubblico e politico e costituivano un aspetto frequente e dal forte valore simbolico della vita collettiva, sin dai tempi più antichi. O per lo meno assumevano spesso questa valenza e in ogni caso noi siamo più informati delle manifestazioni pubbliche del pianto, quelle che evidentemente erano considerate più rilevanti. Esse accompagnavano naturalmente il lutto, in tutte le sue fasi e tutti i complicati riti che a Roma riguardavano il defunto, specialmente per gli uomini più in vista e in particolare nel caso dei funerali degli imperatori, momento estremo della loro popolarità. In ambito religioso le lacrime sono considerate in genere un segnale negativo, funesto, come nel caso delle statue di divinità che piangono. Ma sono un elemento essenziale delle suppliche pubbliche agli dei (supplicationes), che si svolgono in frangenti di particolare pericolo per lo stato, come nel caso dei cartaginesi di Annibale che scorrazzavano per l'Italia o dell'incendio della città del 64 d.C. Se pure spesso venga menzionato come tipico comportamento femminile e segno di debolezza, spesso sia anche disprezzato, è interessante che Tacito osservi come solamente i duri e barbari Germani ritenessero che «alle donne si addice piangere, agli uomini ricordare». La commozione poteva infatti essere mostrata in pubblico senza problemi in molte occasioni, e anche da parte dei potenti. Per gli uomini politici Romani è importante ostentare sensibilità, anche con il pianto, come fece Cesare di fronte alla testa mozzata del suo avversario Pompeo. L'esempio degli eroi omerici che non esitano a piangere esercitava un certo fascino letterario. La clemenza del resto è una virtù importante per l'uomo di stato, esibita e teorizzata da Cesare in poi. Da Augusto in particolare vengono enfatizzate le manifestazioni del sentimento di pietà e compassione per i suoi sudditi: l'imperatore piange quando gli viene conferito il titolo di padre della patria, quando è costretto per ragioni superiori di stato a imporre il suicidio agli amici che hanno sbagliato. Il buon imperatore sa piangere e commuoversi, non per sé ma per coloro che gli sono attorno e per lo stato. Il ricorso alla commozione e al pianto è frequente nei discorsi giudiziari, laddove sia necessario il pathos per coinvolgere e convincere pubblico e giudici: spesso Cicerone menziona le lacrime degli accusati o degli spettatori, talvolta versandole egli stesso. Rimangono certamente tracce qua e là di una concezione aristocratica che imponeva di nascondere le proprie emozioni in pubblico. Il poeta Ennio riprendendo una tragedia greca affermava che alla plebe è dato piangere, ma al re, per il suo decoro, no. Solo in ambito filosofico la condanna delle passioni eccessive porta solitamente i filosofi Romani, imbevuti degli insegnamenti greci, a condannare il pianto e il lamento, specialmente se esibito in pubblico, vana espressione di sentimenti non controllati e di irrazionalità. Argomentazioni non dissimili si trovano nei Padri della Chiesa. Le emozioni dei pagani vengono considerate infondate o frivole, specialmente se collegate agli antichi culti, anche perché i dolori terreni sono destinati ad essere annullati nella prospettiva ultraterrena della salvezza e della fuga dalla contingenza del tempo presente. La dinamica pubblica e politica delle emozioni si mostra quindi piuttosto articolata. Per i romani le lacrime non pregiudicano in assoluto la riflessione e la corretta comprensione della realtà, anche se era bene evidente che potessero avere un valore demagogico e di sviamento del giudizio. I romani si rivelano dei sentimentali che si difendono dal sentimentalismo.

·        Il Romanticismo contemporaneo.

La scienza dell’amore, così il cervello reagisce ai sentimenti. Pubblicato venerdì, 07 febbraio 2020 da Corriere.it. Parafrasando Ungaretti, si va verso San Valentino come d’autunno sugli alberi le foglie. L’amore è caduco come mai prima d’ora. L’Istat rileva che una famiglia su tre è fatta di single e l’età delle neo-divorziate ha picchi precoci fra i 40 e i 44 anni. Nella classifica di Google Trends su San Valentino e dintorni, la ricerca «San Valentino Single» ha segnato, in 5 anni, un’impennata del 90%, risultando quarta, dopo film, regali e vignette e subito prima di «San Valentino ironia». L’amore non è morto, ma andrebbe curato con nuovi metodi diagnostici, suggeriscono psicologi e neuroscienziati. «Crediamo ancora che amore faccia rima con cuore, invece, il cuore dell’amore è il cervello», dice al Corriere Donatella Marazziti, docente di Psichiatria all’Università di Pisa, autrice di La natura dell’amore (Giovanni Fioriti editore), prima al mondo a studiare la neurobiologia dell’innamoramento. Di recente, il New York Times si è chiesto se non dovremmo imparare ad amare dai Millennials, che sono per la «via lenta all’amore». L’antropologa americana Helen Fisher, decana degli studi su amore e cervello, assicura che «sposandosi più tardi rispetto a qualsiasi altra generazione, stanno tracciando un percorso più efficace verso l’amore duraturo». Le statistiche, ricorda, dimostrano che chi, prima del sì, si frequenta almeno tre anni divorzia il 39 per cento meno degli altri. La ragione sarebbe scritta nella Risonanza magnetica funzionale del cervello degli innamorati: il brain imaging ha rilevato che l’amore è un percorso in tre fasi, con innamoramento, attaccamento e «amore vero». Che non sboccia in un giorno, ma matura, appunto, all’incirca in 3 anni. Spiega al Corriere Grazia Attili, docente di Psicologia Sociale alla Sapienza di Roma e autrice di Il cervello in amore (Il Mulino): «Comprendere i meccanismi neurobiologici dell’amore aiuta a non avere aspettative irreali: bisogna sapere che, finita la passione folle, non è finito l’amore». Il punto critico è trasformare la fase «farfalle nello stomaco» in un sentimento più sereno e solido. «L’innamoramento è involontario, l’amore implica un atto di volontà», sintetizza Marazziti. «Servono sei millisecondi per innamorarsi e 12 millisecondi per saperlo: vedo uno, non so chi è, e si accende di colpo l’amigdala, l’area più coinvolta nella decodificazione delle emozioni, che sequestra gran parte del cervello. In sei millisecondi, siamo pronti alla fuga o all’attacco, senza sapere se abbiamo davanti un dinosauro o un bambino. Sei millisecondi dopo, la corteccia ci dice: scappa o rilassati. In questo momento, la corteccia prefrontale, la nostra area decisionale, è spenta. Insomma, quando ci innamoriamo, siamo un po’ scemi». Pensiamo ossessivamente all’amato, lo sentiamo perfetto. Come Roberto Benigni che declama Il Cantico dei Cantici a Sanremo, ci diciamo «le tue carezze sono migliori del vino, i tuoi profumi hanno un odore soave, il tuo nome è un profumo che si spande». Marazziti, nel 1999, ha scoperto la relazione fra innamoramento e riduzione della serotonina: «Per innamorarci, è necessario che i livelli di questo neurotrasmettitore che regola l’umore siano bassi. Questo stato di vulnerabilità ci fa reagire a uno stimolo banale, tipo lo sguardo di uno sconosciuto, come di fronte a un dinosauro. Dopo, c’è un aumento della dopamina, che dà un piacere enorme e innesca il circuito della dipendenza, come nelle droghe». Questa fase, spiega, dura dai sei mesi a un anno: «Poi, i livelli di stress si abbassano, le fiamme della passione si calmano, cominciamo a vedere i difetti dell’altro, ma entrano in gioco i meccanismi dell’attaccamento, che danno quel piacere di stare insieme derivato dalla conoscenza. Aumentano ossitocina, vasopressina. La mappa «d’illuminazione» del cervello cambia. La crisi di coppia è fra primo e terzo anno proprio perché bisogna supplire alla diminuzione della spinta neurobiologica iniziale con un atto di volontà». La natura non fa niente a caso. Tre anni è il tempo che serve per mettere su famiglia, ricorda Attili: «Alla base, c’è anche la spinta evoluzionistica a proseguire la specie. Gli esseri umani hanno una progenie a lungo non autonoma, la cui sopravvivenza richiede la presenza di madre e padre almeno nei primi mesi di vita». Le aree del cervello attive nelle fasi dell’amore raccontano le ere geologiche della nostra evoluzione. Spiega Attili: «Semplificando, l’attrazione è regolata dal cosiddetto cervello rettiliano, l’innamoramento da quello paleo-mammaliano e l’amore progettuale dal cervello neo-mammaliano, sede del pensiero critico, logico, astratto». Poi, fondamentali sono le esperienze infantili: «Sappiamo amare bene se siamo stati amati nei primi 3 anni di vita, quando si formano i circuiti neuronali», avverte Attili. In caso contrario, non c’è da disperare. Marazziti confida su uno studio che definisce bellissimo: «Rileva che nell’ippocampo ci sono cellule staminali fino a 90 anni. Siamo sempre in tempo per imparare ad amare». 

Rose rosse o no? Il significato dei fiori per non sbagliare a San Valentino. Pubblicato venerdì, 07 febbraio 2020 da Corriere.it. Un mazzo di fiori è un classico di San Valentino e visto che al 14 febbraio ci siamo quasi, meglio fare un veloce ripasso sul significato dei diversi bouquet che si possono regalare oppure ricevere, onde evitare di mandare(o di interpretare) un messaggio sbagliato, con conseguenze facilmente immaginabili. Rose rosse. Di certo, non c’è modo migliore per dire «Ti amo» di una dozzina di rose rosse: come spiega infatti l’esperto di fiori Robert Cottone in un articolo sul Reader’s Digest, «la rosa rossa simboleggia il vero amore, il desiderio e la devozione e non c’è un momento più giusto di un altro per mandarle, se il vostro istinto vi dice di farlo, meglio non pensarci troppo e dargli retta». Le rose gialle. Chi spera di ricevere un mazzo di rose rosse, ma poi gli arrivano gialle, è bene che si metta l’animo in pace: l’altra persona vuole solo amicizia. «Le rose gialle indicano le emozioni platoniche – conferma Cottone – quindi sono il fiore perfetto per la migliore amica». Le rose lavanda. Ricevere delle rose color lavanda è un ottimo segno, perché indicano che il partner ha intenzioni serie, «Se già dal primo incontro avevate capito di aver trovato la persona giusta, diteglielo con delle rose color lavanda – suggerisce ancora l’esperto – perché questi fiori simboleggiano l’amore a prima vista». Le piante grasse. Diciamo la verità, le piante grasse gridano tutto tranne che passione, eppure riceverle è un bel segno, perché indicano il desiderio di una relazione a lungo termine. «Una combinazione di piante grasse e fiori freschi come garofani, ranuncoli o dalie crea un bouquet unico e simboleggia l’amore eterno - spiegano infatti le esperte di fiori Laurenne Resnik e Whitney Port - perché le piante grasse hanno una vita lunga, mentre i garofani rappresentano l’amore profondo». I narcisi. Di solito associati alla primavera, i narcisi ricevuti a San Valentino sono un altro fiore dalle connotazioni sentimentali positive, perché rappresentano la galanteria e la felicità e sono quindi un bel modo per un uomo di dimostrare il proprio apprezzamento per una donna. I crisantemi gialli. Una persona single che si vede recapitare a casa un mazzo di crisantemi gialli, farebbe bene a tenere gli occhi aperti, perché questi fiori simboleggiano un ardente desiderio. In altre parole, c’è un ammiratore segreto da qualche parte. L'eucalipto. Se qualcuno si presenta con un bouquet di fiori al quale sono stati aggiunti dei rami di eucalipto, timo, felce o edera questo significa che si preoccupa anche dei minimi dettagli e che presta attenzione anche alle più piccole cose. Le calle. Simbolo di fedeltà e devozione, le calle sono la trasposizione fatta a fiore dell’impegno a lungo termine, ecco perché non stupisce che molte rose le inseriscano nel loro bouquet di nozze. «La varietà bianca rappresenta la purezza, mentre quella viola sta ad indicare passione e ammirazione», spiega sempre Cottone. Le orchidee. Chi vuole dire a una donna che la trova sexy e forte e che è preso da lei, a San Valentino dovrebbe mandarle delle orchidee. «Questi fiori esotici rappresentano l’amore, la lussuria, la bellezza e la forza – sottolinea ancora una volta l’esperto – quindi sono perfetti per una donna elegante, che ama le cose più belle della vita». I garofani. Con i garofani il messaggio che si vuole mandare dipende dal colore. «Quelli rosa sono associati all’amore profondo, come quello di una madre – conclude Cottone – e sono quindi perfetti per mostrare affetto e apprezzamento, mentre chi cerca un bouquet adatto all’uomo della sua vita dovrebbe optare per dei garofani viola, fucsia o verde lime».

Maria Sorbi per “il Giornale” il 4 febbraio 2020. Analuisa scrive dal Sud America e le sue parole scivolano su una bella carta da lettera a fiori. Calligrafia delicata d'altri tempi, racconta le sue pene d' amore tentennando con la stilo ogni volta che si imbatte nel nome del suo amato. Ester invece scrive dal Nord Europa, documento Word fitto fitto ma firma autentica scritta a penna. Le loro sono solo due delle lettere ammucchiate sul tavolo di via Santa Cecilia a Verona. Le altre arrivano dal Giappone, dalla Spagna, dalla Russia, da ogni parte del mondo. Siamo nel quartier generale dell' amore, una minuscola e graziosa stanza che ospita il Club di Giulietta, l'adolescente shakespeariana emblema per eccellenza della passione più pura, impulsiva e coraggiosa.

POSTE INTASATE. Gli innamorati di tutto il mondo le scrivono 50mila lettere ogni anno. Sì, 50mila. Tanto che la filiale veronese delle Poste italiane vicino alla stazione di Porta Nuova si è dovuta ingegnare per gestire il traffico di lettere e si è organizzata con una «corsia preferenziale» dedicata. Anche perché ci sono momenti dell' anno, come San Valentino o l' inizio di settembre - compleanno di Giulietta - in cui i sacchi di posta triplicano e sembra che d' improvviso tutto il mondo abbia urgenza di raccontare la propria storia. A lei e a lei sola, confidente universale che mai è esistita se non nella mente di Shakespeare ma che è diventata l' amica più intima. Su parecchie buste c' è semplicemente scritto «Juliet, Verona». E la lettera arriva lo stesso, riconosciuta dai postini di ogni Paese e da tutti i macchinari che smistano le buste. «Cara Giulietta, ho 89 anni» scrive un' anziana signora rimasta vedova e desiderosa di lasciare traccia della sua storia d' amore mai realizzata. Oppure «Cara Giulietta, sono Philipe e ho 17 anni». Ogni riga racconta di sogni, sentimenti, aspettative, ansie. Narra di occasioni mancate, di timidezze che sembrano insuperabili, di paura di rimanere da soli. E Giulietta risponde a tutti. O quasi. A prestarle penna e cuore sono le sue ambasciatrici dell' amore, un gruppo di volontarie che da anni legge le lettere e cerca di dare i consigli e le consolazioni più dolci. Ognuna di loro sa bene che non si scherza quando in ballo c' è il cuore e mai nelle risposte pecca di superficialità. Anche perché basta dare un' occhiata ai testi archiviati per lingua tra gli scaffali per scoprire che nel mondo ci sono ancora tante Giuliette moderne: ragazze pakistane costrette a matrimoni imposti dalla famiglia scrivono per raccontare la loro ansia di non potere amare mai davvero, giovani indiane confidano le lotte con le famiglie per smarcarsi da legami prestabiliti. Qualche anziana signora ha voluto inviare a Verona l' anello del marito morto da poco, il diario della propria storia d' amore di gioventù, le foto dell' ex fidanzato da dimenticare.

I PRIMI BIGLIETTI. La storia delle lettere a Giulietta risale al 1930, quando Ettore Solimani, il custode della tomba della giovane Capuleti partorita da Shakespeare, inizia a raccogliere i primi bigliettini che i turisti lasciano in cerca di consiglio e, commosso dal fenomeno, ha l' idea di rispondere diventando così il primo «segretario di Giulietta». Da quel giorno la tradizione va avanti ininterrottamente. Le lettere scritte con capilettera arzigogolati sono diventate mail e messaggi adornati di emoticons, ma l' amore raccontato resta sempre quello. Struggente, soffocato, negato, rimpianto. Negli anni il gruppo dei segretari dell' amore assume una forma sempre più ufficiale. Tanto che nel 1972 viene fondato il Club di Giulietta. L' idea viene a Giulio Tamassia, responsabile della comunicazione per l' azienda dolciaria Paluani, appassionato dei testi shakespeariani. All' inizio i volontari si ritrovano in una stanzetta concessa gratuitamente in una scuola di musica, poi si trasferiscono fuori dal centro. E ora che Tamassia è da poco scomparso, continuano la tradizione in una piccola sede concessa dalla Fondazione Cariverona. A continuare la tradizione di famiglia c' è Giovanna Tamassia che anni fa è «stata tirata in mezzo» dal padre nell' avventura delle lettere d' amore. All' inizio per tradurre alcune lettere dal tedesco, poi in ogni attimo libero. «Anni fa era tutto più gestibile - racconta lei, che oggi ha 55 anni e ha cominciato a rispondere per conto di Giulietta quando ancora era all' università - Arrivavano al massimo 200 lettere in un anno. Oggi le lettere sono infinitamente di più ma per fortuna i volontari non mancano. È da poco stata qui da noi una ragazza peruviana che si trovava in Francia per motivi di studio. Ci ha fatto compagnia per una settimana e ha voluto provare a lavorare nella nostra squadra». E l' ha fatto in uno dei momenti più delicati dell' anno: a breve si terrà il concorso Cara Giulietta, organizzato ogni anno per premiare le lettere d' amore più belle. «Le volontarie vanno e vengono ma tutte ci rendiamo conto che il nostro è un compito molto delicato - racconta Giovanna -. Molti ci scrivono dalle carceri, altri ci affidano confidenze molto molto intime. In qualche caso ci siamo anche preoccupate perché abbiamo riscontrato depressione e molta solitudine. E noi, che psicologhe non siamo, abbiamo imparato a consolare e incoraggiare, senza mai strafare ma tenendo sempre accesa la speranza. Come forse avrebbe fatto Giulietta. Ammetto che non tutti i giorni è semplice. Anche noi volontarie abbiamo i nostri umori e i nostri periodi alti e bassi nella vita. Ma una risposta la diamo sempre».

Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 4 febbraio 2020. Che dolcissima storia d' amore ha vissuto la instancabile, serena signora dai capelli bianchi che gira l' Italia per raccontare, perché nessuno dimentichi mai, mai, l' atrocità dei lager da cui lei, bambina ebrea uscì per ritrovarsi nel grande vuoto di dover reimparare a vivere senza mai dimenticare. Ma ad Alfredo Belli Paci, il marito che l' ha salvata anche da se stessa, Liliana Segre ha fatto una fatica enorme a raccontare le cose. «In realtà volevo godermi il nostro amore, pensare al nostro futuro insieme. Per la prima volta amavo e mi sentivo amata». Una storia d' amore davvero grande, unica, mentre forse non sono solitamente diverse dalle nostre le storie d' amore di chi ha l' ingombro della cultura, della fama, della creatività, di una professione che divora e che espone alla curiosità e al giudizio degli altri perché dell' amore se ne serve, e ne scrive, lo recita, lo canta, lo disegna, lo mette in scena, lo cura. Leggendo le 30 storie d' amore meravigliosamente scritte da Simonetta Fiori per Repubblica e adesso raccolte in La testa e il cuore (Guanda), credo di poter dire di no: il cuore, o forse il corpo, ragionano senza badare alla testa anche la più sapiente, mentre la testa, sapiente o no, può confondere, esaltare, distruggere allo stesso modo un cuore. Cioè sono quasi sicura che gli amori degli intellettuali non sono diversi da quelli di chi li sbeffeggia in quanto tali, o educatamente li ignora, preferendo affidarsi a quelli molto più vivaci di Belén o Harry: perché per tutti, gli amori sono fragili e difficili, impossibili e affidabili, litigiosi e muti, sublimi e distruttori, spericolati e clandestini, sadici e casti. Le persone che si sono qui rivelate ricordano amori d' epoca, quando le coppie, anche se clandestine, erano rigorosamente eterosessuali: le altre erano nebbia. Oggi fa parte della celebrità e del mestiere esibire sui social la propria vita privata sino a diventare influencer di sentimenti o erotismi colti, mentre al tempo di queste coppie tumultuose e no, si sapeva tutto ma solo in forma di sussurro, di battuta, di insinuazione: mai se ne sarebbe scritto e neppure parlato apertamente, perché faceva parte della fama anche dei trasgressivi, una vita borghese, moglie e piccini, oppure da incontentabile scapolone o signorina, per il resto, anche abbondante, silenzio. Ho conosciuto alcuni di questi uomini e donne importanti, ma quasi mai insieme, in quanto coppia. Forse solo il mio crudele e quindi da me temuto collega Giorgio Bocca con la mia colta e simpatica collega Silvia Giacomoni: che prendeva in giro il marito ogni volta che lui mi sollecitava a smettere i miei abiti frou frou per indossare quelli molto Bloomsbury della Silvia, e mi sgridava per il mio italiano tentennante obbligandomi a chiedere aiuto alla Giacomoni. Una cosa tra donne, insomma, tipico di un grande intellettuale che venera la moglie pur non apprezzando le femmine. Giacomoni ha avuto una vita bellissima con Bocca, e da quando lui si è spento otto anni fa rivendica «il diritto ad essere infelice perché ho perso un marito molto amato e molto rompiballe». Cioè si sente ancora in lutto, e devo dire che altre dalla perdita sono invece uscite acciaccate ma anche liberate: come Maria Jatosti, che ha pagato l' amore tormentato che le portava Luciano Bianciardi ed ora, novantenne, ancora bella ed energica, può dire «ne sono uscita a pezzi, completamente azzerata»; lui morto disperato e alcolizzato a 49 anni, lei vive da quarant' anni col poeta Paolo Memmo «che mi ha dato il rispetto e la tenerezza» che l' autore del magnifico La vita agra le aveva negato. In queste coppie supreme, più che nelle altre, c' è spesso una grande differenza d' età tipo il Maestro e l' Allieva: 17 tra Nadia Fusini e Beniamino Placido, 18 tra Giacomoni e Bocca, 20 tra Liv Ullman e Ingmar Bergman, 40 tra Chiara Rapaccini e Mario Monicelli, 44 tra Carmen Llera e Alberto Moravia. Si capisce quindi perché tra le 30 storie, luminose, crudeli, non sempre rimpiante, solo due riguardino un lui e una lei insieme (ma nel frattempo Raffaele La Capria ha perso la bella intelligente amatissima Ilaria Occhini), mentre sette riguardano uomini rimasti vedovi e tutte le altre, ventuno, signore più o meno in gramaglie. Quelle che erano quasi bambine, e magari la sapevano già lunga, raccontano della loro accanita responsabilità nel farsi accettare, amare, sposare da questi nonni celebri e stanchi che invano tentavano di scappare: e per esempio Chiara Rapaccini celebra Mario Monicelli così: «È stato autore della sua vita e della sua morte», e Llera ricorda Alberto Moravia come «l'unico uomo che mi ha preso anche se lui non ne è mai stato consapevole». Sono rimaste vedove presto non solo perché l' amato era tanto più anziano, ma perché le donne sono più accanite nel sopravvivere: e infatti Lina Wertmüller, 91 anni, ha parlato del suo amore per il marito Enrico Job, di sei anni più giovane, morto a 74 anni, 12 anni fa; e Piera degli Esposti, 81 anni, ricorda con furia e persino un po' di noia il compagno Alberto, 27 anni meno di lei, morto per un incidente d' auto dopo 14 anni di vita insieme; e pure la tuttora incantevole baronessa Beatrice Monti della Corte, 93 anni, continua a vivere e a promuovere le letteratura nella tenuta del Valdarno vissuta col suo grandissimo amore, l' apolide Gregor von Rezzori, che ricordo come gran bell' uomo, autore di un libro indimenticato che si dovrebbe rileggere, Un ermellino a Cernopol : «Grisha non voleva che diventassi una vedova noiosa e lugubre, e l' ho accontentato ». Le vedove non so perché hanno ricordi più vivi e spettacolari dei vedovi, per esempio Sultana Razon, che è stata una delle più belle ragazze della comunità ebraica milanese, anche lei scampata ad Auschwitz, pediatra adesso in pensione, ha vissuto una passione divorante e drammatica con il marito Umberto Veronesi, troppo affascinante, come grande chirurgo e come grande uomo, e quindi molto assalito dalle signore. «Era un irrefrenabile Don Giovanni e la gelosia ha reso infelice la mia esistenza. Lui mi ha sempre rassicurato dicendomi che erano solo scappatelle. Ma non è stato sempre così». C' è una coppia, finalmente un lui e una lei, che si palleggia i ricordi prendendosi in giro con la riconoscenza di chi sta insieme da quasi cinquant' anni continuando a scoprirsi, ed è quella composta dal silenzioso, timido, tuttora molto carino Francesco Tullio Altan con la bella brasiliana Mara Chavez, piena di vita e di allegria, di professione costumista; Mara: «Per me non fu un amore a prima vista. Anche perché ti vedevo poco, Checco. Tra barba scura, baffoni e una cascata di capelli Se fu lui a scegliere me? Difficile dirlo». Francesco: «Beh, io ti ho assunta».Le persone che si sono rivelate a Simonetta Fiori erano, sono, almeno apparentemente, tradizionali, anche se clandestine, cioè eterosessuali: le altre erano nebbia. Adesso è un po' l' opposto, paiono più interessanti i coniugi dello stesso sesso soprattutto se ambedue appartenenti al mondo della cultura: docente universitario e antiquario, scrittore e stilista, addetto stampa e ballerino, tenore e scenografo, filosofo e archeologo, psicoanalista e scrittore e ci vorrebbe quindi un nuovo intervento di Simonetta per tenerci al corrente delle gioie e dei drammi delle nuove coppie che paiono più solide, ed addirittura di più, di quelle tradizionali con mamma e papà.

·        Quell’irrefrenabile bisogno di costruire il nemico.

Quell’irrefrenabile bisogno di costruire il nemico. Catarsi o propaganda? Daniele Zaccaria il 5 gennaio 2020 su Il Dubbio. E se questa cupa processione di forche, questa esultanza scomposta per un brillìo di manette, questo sangue che scorre sotto l’applauso ammorbante del “popolo”, questo tutti contro uno ( o contro pochi) non fosse altro che un rito catartico, un esorcismo collettivo per placare gli istinti violenti della comunità? Il giustizialismo non è soltanto una cultura propagandata e codificata dall’alto, non è solo cinica manutenzione degli spiriti indignati da parte delle élites o dei tribuni della plebe, ma anche una forza primordiale che viene dal basso e che risponde a una precisa condizione psicologica, qualcosa che attiene alle pulsioni profonde degli esseri umani e alla loro vita collettiva. Individuare una vittima all’interno di un gruppo ( popolo, etnia, scuola, squadra, famiglia, setta) per poi spingerla ai margini di quel gruppo permette di convogliare la violenza endemica verso un obiettivo esterno, che sia esso un individuo o una minoranza di individui, un politico corrotto o un immigrato clandestino. E non importa se siano colpevoli o innocenti, poiché la logica tribale del sacrificio è estranea alle precisioni e alle sottigliezze del diritto. La maggioranza ha bisogno di emettere una condanna per mondare se stessa da ogni colpa: è lo schema classico del capro espiatorio. Nelle società moderne la costruzione del capro espiatorio avviene nell’intreccio malsano tra la propaganda dei governi e i pregiudizi popolari, tra manipolazione ideologica e credenze striscianti. Il caso più famoso è l’Affare Dreyfus, l’ebreo alsaziano ufficiale dell’esercito accusato ingiustamente di spionaggio e alto tradimento che ha rappresentato per la società francese di fine Ottocento il colpevole ideale; per dirla con le parole di Georges Clemenceau «Dreyfus è il capro espiatorio del giudaismo sul quale convergono e si accumulano tutti i presunti crimini precedentemente commessi dagli ebrei». Ebrei traditori, zingari, omosessuali, kulaki, minoranze etniche, oppositori politici, ma anche sovrani decaduti, banchieri, massoni, re Mida globali, kasta, ciò che caratterizza il capro espiatorio sono le sue qualità estreme; estrema povertà, estrema ricchezza, estrema bellezza o bruttezza, estrema distanza o vicinanza dal gruppo che lo respinge o lo scaccia via. Come fa notare l’antropologo e filosofo francese Réné Girard autore del celebre Le bouc émissaire ( 1982), probabilmente lo studio più approfondito sul concetto di capro espiatorio, «il rito sacrificale non è altro che la replica del primo linciaggio spontaneo che riporta l’ordine all’interno di una collettività. Attorno alla vittima sacrificata la comunità trova pace, producendo una specie di solidarietà nel crimine». Il sacrificio è dunque violenza legalizzata e funzionale all’equilibrio sociale del gruppo, in particolare nei momenti di crisi ( carestie, guerre, epidemie, conflitti sociali). Nella Bibbia ( Levitico) il capro sacrificato deve placare l’ira di Dio, è un animale scelto a sorte su cui però converge il biasimo di tutta la comunità, in realtà, sottolinea Girard, la bestia viene uccisa affinché tutti possano mondarsi dei propri peccati e non per paura di una reale ritorsione divina. L’aspetto religioso non è altro che il contenitore simbolico, l’involucro di un’espiazione tutta umana. Un tratto talmente interiorizzato e trasmesso nel corso della storia che spesso chi viene colpito dalla vendetta del gruppo accetta docilmente il suo destino senza ribellarsi, giocando il ruolo di vittima consenziente. Le tecniche di manipolazione, la semplice prostrazione degli individui nei confronti del potere inquisitorio, la sproporzione di mezzi tra accusa e difesa rendono tutti noi dei potenziali Benjamin Malaussène, il surreale personaggio inventato dallo scrittore Daniel Pennac, direttore tecnico di un grande magazzino nonché “capro espiatorio di professione”. Nella mitologia classica la prima vittima consenziente è Edipo, l’incestuoso e parricida Edipo, che accetta senza battere ciglio il verdetto ottuso dei tebani i quali lo credono colpevole di aver portato in città un’epidemia di peste; vittima di una mistificazione, Edipo è un innocente perseguitato dal pregiudizio popolare. Le sue parole remissive, la sua stoica accettazione di una colpa che non ha commesso equivalgono a una confessione estorta sotto tortura nella cella buia di un commissariato. Questo tratto di vittima consenziente emerge ancora di più nel sacrificio di Cristo nel Nuovo Testamento che in fondo svela apertamente questo meccanismo di autoassoluzione collettiva alle spese del più debole, ‘ l’agnello di Dio’, letteralmente capro espiatorio umano- divino, afferma di sacrificarsi per salvare il genere umano ma allo stesso tempo si dichiara innocente, accetta il martirio non perché è colpevole di lesa maestà ma perché sa che c’è bisogno di un colpevole per interrompere il circolo vizioso della violenza. Per un breve tratto però, perché la società contemporanea sostituisce rapidamente i suoi bersagli, sempre alla ricerca di nuove vittime, di nuovo sangue da far scorrere per placare la rabbia repressa e alienata delle maggioranze. La rete da questo punto di vista è un formidabile moltiplicatore dell’indignazione popolare e di conseguenza della calunnia corale. Diffamare qualcuno senza nessuna prova, additare un comportamento ritenuto non conforme alla volontà del gruppo, perché infedele, osceno, immorale, evocare complotti e cospirazioni da parte di misteriosi burattinai o di fantomatiche spectre del crimine planetario, significa aver continuamente bisogno di costruire capri espiatori diversi, in una ricerca spasmodica che diventa fine a se stessa, generando una società di inquisitori frustrati e di vittime designate.

·        L'anziano tolga il disturbo.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 25 giugno 2020. Era opinione diffusa che dopo l'esperienza drammatica del Covid, gli italiani sarebbero diventati più buoni, disponibili nei confronti del prossimo, meno aggressivi. Come spesso avviene, le previsioni ottimistiche si sono rivelate false. Stando alla ricerca di un ente importante, il CENSIS, in realtà gli abitanti della penisola, soprattutto i giovani, sono incazzati neri. E la loro rabbia colpisce in particolare le persone di una certa età, che a loro giudizio hanno rotto l'anima, pretendendo di essere assistiti e strappati alla malattia. Come dire: sarebbe stato meglio lasciare che crepassero, riservando ogni cura, per altro costosa, a chi era sotto i 40 anni, cioè gente più utile, in grado di contribuire allo sviluppo del Paese. Insomma i vecchi rompono le balle a chi vecchio non è benché speri di diventarlo a costo di cambiare parere una volta incanutitosi. Lo studio sociologico è pieno zeppo di percentuali che dimostrano ciò che abbiamo già scritto, ma noi vi risparmiamo le cifre, talmente incasinate da complicare il discorso e renderlo oscuro. Il punto è questo. Gli anziani sono avversati poiché in molti casi godono di un buon reddito, assai superiore a quello dei ragazzoni, dispongono di abitazioni ampie e comode, mantengono i figli, i quali si sentono umiliati dal fatto di dipendere dai genitori. Essi in pratica preferirebbero che papà e mamma andassero all'altro mondo, magari con l'aiuto del virus, e consegnassero loro in eredità i propri beni non trascurabili. La sensazione è che l'odio sociale si stia estendendo alle famiglie, e questo non giova alla concordia necessaria ai fini di favorire una esistenza tranquilla tra le mura domestiche. Il conflitto tra generazioni è alimentato prevalentemente dal potere economico dei vegliardi e dalla loro capacità di spesa. In pratica succede tra babbi e mamme e i loro discendenti quello che accade tra le diverse classi sociali: i ricchi sono invidiati, e l'invidia è il motore della vendetta. Purtroppo è così. Per cui non sorprende che a seguito della pandemia si siano accentuati taluni attriti determinati da vari motivi: l'isolamento, l'impossibilità da parte dei giovanotti di sfogare fuori di casa le loro pulsioni, la costrizione inflitta a chiunque di non vivere normalmente si sono presto trasformati in una sorta di risentimento dei più freschi verso chi li ha generati. Pure la tutela della salute, secondo i nostri ex bambini, è stata eccessiva a favore dei nonni, troppo salata, e ciò ha sottratto risorse ai signorini bisognosi di guadagnare di più, magari alle spalle di coloro che hanno prodotto e producono maggiormente. Viva i vecchi.

L'anziano tolga il disturbo. Panorama il 26 dicembre 2019. Nessuno rispetta più i vecchi, colpevoli (secondo Greta) delle peggio cose. Eppure aiutano figli e nipoti, non solo con le pensioni. Né Greta né gretino. Ma nemmeno cretino. Anche se tutti ormai lo trattano così. Se dovessi scegliere il personaggio dell’anno, ebbene, non sceglierei la 16enne svedese ma l’Anziano italiano. Anziano con la a maiuscola, perché gli si deve rispetto. Almeno qui. Dalle altre parti, infatti, in questi ultimi 12 mesi lo hanno attaccato tutti: gli hanno detto che ha rovinato il mondo, che è colpevole dell’inquinamento del pianeta, che ai suoi nipoti ha dato troppo benessere, però che nello stesso tempo è stato anche troppo avaro, che sta rubando i soldi delle pensioni, che sta rubando il futuro, che non deve votare, che non sa pensare al domani e che è un maledetto egoista. Come dimostra il fatto che non ne vuol sapere di morire. Avete ascoltato i telegiornali? C’è il «problema della popolazione che invecchia», dicono. Ma sicuro: il fatto che nonno non si decida a tirar le cuoia è un «problema». Non è un’opportunità. Il vecchietto dove lo metto, cantava già Domenico Modugno tanti anni fa. Figurarsi ora. In alcuni ospizi hanno pensato bene, negli ultimi tempi, di accelerare le pratiche: le telecamere mostrano quasi quotidianamente casi di maltrattamento, una su tre offre cibo scaduto o servizi insufficienti. Che cosa non si fa per risolvere il problema dell’invecchiamento della popolazione. Si accompagna l’Anziano direttamente al cimitero. Non si dice, non sta bene dirlo, ma in molti ospedali la domanda è ormai di routine: conviene ancora curarlo? Alla sua età? Con quel che costano oggi le terapie? Anche la tanta invocata eutanasia, in fondo, può essere un sistema pratico per la risoluzione del solito problema, quello dell’invecchiamento della popolazione. Ci vuol niente, in fondo, a far sentire un anziano un peso. Un elemento di disturbo.  Fonte di tensioni in famiglia. Se venisse legalizzata l’eutanasia chissà quanti nonni si farebbero da parte per sempre. Un’iniezione e via: la sanità non dovrà spendere troppi soldi per le cure, la famiglia non dovrà affannarsi a pagare la retta della casa di riposo, e l’anziano potrà chiudere gli occhi con tanta sofferenza nel cuore ma la convinzione di aver dato l’ultimo aiuto ai suoi cari. «Almeno dimostro di essere ancora utile a qualcosa». Ma vi pare possibile? Eppure è così. Chi ha lavorato una vita per costruire questa società ora si sente considerato dalla medesima società come un avanzo di panettone da buttare in pattumiera. L’Anziano oggi è colpevole di tutto. «Come avete osato distruggere il pianeta?», ha urlato all’Onu Greta, conquistandosi così i galloni di personaggio dell’anno del Time. «Come avete osato andare in pensione?»,  ripetono ogni giorno i centri studi economici, rilanciati dai giornaloni. Ma la prima dimentica che gli anziani questo pianeta non lo hanno distrutto: l’hanno ricostruito, pezzo a pezzo, mattone dopo mattone, passando attraverso devastazioni e tragedie e senza perdere mai la fiducia nel futuro. E i secondi dimenticano il piccolo particolare che, per chi ha lavorato 35 o 40 anni, la pensione non è un regalo. È un diritto conquistato con il sudore della fronte. Eppure niente. Tutti a sciogliersi per i giovani del venerdì gretino. Tutti a emozionarsi per i giovani delle sardine. Invece se viene calpestato l’Anziano non importa niente a nessuno. Ma sì: l’Anziano si può calpestare, bastonare, prendere a calci nel sedere, si può lasciare in attesa per ore all’Asl, si può spremere con le tasse, con la bolletta che aumenta, si può umiliare con aumenti  ridicoli da 25 centesimi al mese o mettere in difficoltà con l’imposizione del bancomat anche per comprare due pomodori al mercato. Nessuno dice nulla. Chi se ne importa dell’Anziano. Si può addirittura considerarlo indegno di votare, come ha suggerito il leader di uno dei partiti al governo in Italia. Chiaro, no? L’Anziano va bene quando deve pagare le tasse. Va bene quando deve sostenere la famiglia con i suoi risparmi. Va bene quando deve passare la paghetta al nipote ventenne, magari pure al figlio quarantenne, però non deve votare. Deve star zitto. E, se fosse possibile, deve pure morire lasciando quel che gli resta dei risparmi in eredità ai giovanissimi. I quali, così, possono andare in giro in un mondo che li ha allevati nella bambagia a dire che questo mondo fa schifo. Che ci vuoi fare? Sei proprio fuori moda, caro Anziano. E per questo ho deciso di sceglierti come mio personale personaggio dell’anno. Forse in tutta la vita non hai fatto le crociere che ha fatto quest’anno Greta e non sei andato in barca come quelli che la osannano. Però, in compenso, hai remato assai più di tutti loro. Grazie. 

Diodato Pirone per “il Messaggero” il 19 febbraio 2020. «I figli invecchiano. Ma non invecchiano loro. Invecchiano te. I figli ti invecchiano perché passi le giornate curvo su di loro e la colonna prende per buona quella postura; perché parli lentamente affinché capiscano quel che dici e questo finisce per rallentare te; perché ti trasmettono malattie che il loro sistema immunitario sconfigge in pochi giorni e il tuo in settimane; perché ti tolgono il sonno per sempre. Assonnato e curvo, lento, acciaccato, sei nella terza età. I figli ti invecchiano anche perché quando arrivano al mondo mettono fine, con violenza inaudita, a quella stagione di aperitivi feste e possibilità che ti sembravano il senso stesso della vita». E' l'inizio del monologo di Mattia Torre sullo choc che travolge una coppia quando arrivano i figli: dopo un successo clamoroso sui social, è diventato un film, con Valerio Mastrandrea e Paola Cortellesi. Mojito addio, benvenuti pannolini insomma. Una chiave di lettura che ai nostri padri e madri non sarebbe mai venuta in mente, ma che fa riconoscere l'intera generazione di mezzo - quella dei 25-44enni - che in Italia, lo ha drammaticamente confermato l'altro giorno l'Istat, ha smesso di fare figli. Solo una ragione socio-economica, come si tende a pensare? Un Paese per vecchi, che non sostiene in alcun modo le giovani famiglie? Anche, ma non solo, come conferma il sondaggio Swg che pubblichiamo in queste pagine. Il dato più eclatante è che il 15% di coloro che hanno figli non li rifarebbe ma il bello è che questa percentuale sale al 22% (ovvero a quasi uno su quattro) nella fascia d'età fra i 25 e i 44 anni, ovvero fra coloro che i figli li dovrebbe sfornare sul serio. Non è corretto, tuttavia, descrivere gli italiani come gente insensibile al tema. Anzi. Lo stesso studio dell'Swg ci racconta che il 67% degli intervistati, una larga maggioranza, pensa che «senza un figlio la vita di una persona è incompleta». Anche su questo punto però coloro che si collocano nella fascia 25/44 anni sono molto più tiepidi e scendono al 57%. Il vero nodo che la ricerca mette in rilievo è che gli italiani non pensano che la crisi demografica sia un'emergenza. Nonostante gli allarmi sempre più dirompenti dei demografi e degli economisti secondo i quali una delle ragioni del declino italiano sta proprio nella riduzione della vivacità intellettuale determinata dall'invecchiamento della popolazione, solo il 33% degli intervistati ritiene che il «calo demografico sia una priorità da affrontare». Manco a dirlo questa percentuale crolla al 24% fra chi ha 25/44 anni. Addirittura il 27% del totale degli intervistati sostiene che «il problema non è grave» e questa percentuale si impenna al 36% fra i più giovani. Ma perché gli italiani sottovalutano in modo così evidente il tema del crollo delle nascite? La risposta non è semplicissima. La ragione più diffusa per la riduzione del numero dei figli che viene data dal campione Swg è l'insicurezza economica. Una ragione condivisa dal 66% degli intervistati e dal 74% di chi, fra costoro, non ha figli. La seconda ragione (62%) sarebbe la precarietà lavorativa (70% fra chi non ha figli). Altre motivazioni alla crisi demografica sono meno popolari. Si va dalla mancanza di servizi per la famiglia che viene trovata convincente dal 35% degli intervistati al 29% che trova troppo difficile conciliare la vita lavorativa con quella famigliare, al 15% che risponde seccamente che «fare un figlio comporta troppi sacrifici a livello personale». Altre motivazioni sono poco condivise ma spicca un 10% di intervistati che si lamenta perché la «propria rete familiare darebbe uno scarso supporto alla cura del bambino». Un altro 10% addossa la responsabilità della crisi demografica italiana alla maggiore indipendenza delle donne che ne ha ridotto l'interesse a fare e seguire i figli. Infine sul che fare per favorire l'incremento delle nascite ben tre risposte (il sondaggio permetteva tre scelte) superano quota 40: concedere maggiori sgravi fiscali alle famiglie con figli; rendere i servizi per i bambini economicamente accessibili e creare più servizi per la famiglia. Il 43% delle coppie senza figli chiede però una maggiore flessibilità suglim orari di lavoro.

Giacomo Galeazzi per “la Stampa” il 19 febbraio 2020. Analisi secca, senza sfumature: «Per riempire le culle non bastano bonus o asili nido gratis. Bisogna lavorare sul tessuto sociale e ricostruire un'idea di comunità». Il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis ed ex presidente del Cnel, attribuisce il crollo delle nascite a «una dinamica culturale malata». Prende in mano i dati sulla natalità a partire dagli anni 70 e li mette a confronto con quella che chiama la «cetomedizzazione» dell'Italia.

Qual è la tendenza in corso?

«In Italia la denatalità è un dato ormai strutturale. Ciò provoca un danno anche economico. Per anni la dottrina tradizionale riteneva l' elevata natalità un moltiplicatore delle possibilità di povertà».

Poi cosa è cambiato?

«Ora la prospettiva sociologica si è capovolta: la denatalità diminuisce la ricchezza sociale attraverso effetti negativi sulla mobilità economica e sulla psicologia collettiva. Le culle sempre più vuote sono il risultato di un Paese impaurito, ripiegato sul presente, incapace di pensare al futuro».

Problema solo culturale?

«Non solo. C'è un narcisismo di massa che fa temere al ceto medio un progressivo impoverimento. Non si è più disposti a fare sacrifici per proiettare in avanti, attraverso i figli, le proprie speranze. Il crollo delle nascite nell' ultimo decennio sarebbe stato ancora più verticale se l' Italia non avesse goduto dell' effetto compensatorio della fecondità delle straniere».

Cosa deve fare la politica?

«C'è un quadro di incertezza occupazionale ed economica che contribuisce a una profonda revisione anche dei modelli culturali relativi alla procreazione. E' un paradigma sociale segnato dalla tendenza a rinviare i momenti di passaggio alla vita adulta, soprattutto la scelta coraggiosa di diventare genitori».

Qual è l'alternativa?

«Si preferisce divertirsi o mettere da parte risorse in vista di qualche investimento o nel timore di esigenze future. Quello che entra in cassa viene messo a risparmio invece che a consumo. Fare figli è ritenuto un salto nel buio».

Quanto ha inciso la crisi economica di questo decennio?

«La crisi ha pesato su tutto, anche sulla voglia di avere figli. Ma non è detto che le coppie sarebbero più propense ad allargare la famiglia se migliorassero gli interventi pubblici. E' un problema più profondo, di mentalità e di dittatura dell' io. Una società che non sa più dire "noi" non fa figli. Si è perso l' equilibrio nei rapporti sociali necessario per stare bene insieme, uno accanto all' altro. Per uscire dall' inverno demografico occorre rimboccarsi le maniche. Servono umiltà, volontà di fare, capire, migliorarsi. Altrimenti è la decadenza».

Cosa è cambiato dal 2008?

«Il ceto medio di natura impiegatizia ha peggiorato la propria condizione, si è precarizzato e ha introiettato insicurezze e rabbia che prima non aveva. Invece di un salto di qualità c' è stato un balzo all' indietro generalizzato».

E ciò a cosa è dovuto?

«L'egolatria dei social riduce gli orizzonti mentali e impedisce di accettare la sfida della genitorialità. Sono cresciuti timori, risentimento, autoreferenzialità. Tutti dicono che in Italia non c' è più un euro, ma non è vero. Aumentano i depositi bancari, le polizze vita, il risparmio nei fondi d' investimento, i soldi provenienti dall' economia sommersa e nascosti nel materasso. Lo conferma il fatto che in giro sono introvabili le banconote da 200 euro. Se non si fanno figli è soprattutto perché non si vuole ridimensionare tenore di vita, abitudini e comodità. I figli costano e obbligano eterni Peter Pan a uscire da loro egoismo». ».

Tanti vanno all'estero...

«Le nuove generazioni, quelle in età fertile, vanno a studiare o lavorare all' estero e lasciano il Paese al suo declino. La metafora della mucillagine rende bene l' idea: monadi scomposte che si riaggregano in poltiglie indistinte, senza un collante che le unisca in nome di un bene comune o di un progetto familiare. Non c' è più la speranza di migliorare, di crescere».

«L’amicizia con Marconi, la perdita di Marchionne. Il mio secolo italiano». Pubblicato sabato, 22 febbraio 2020 su Corriere.it da Aldo Cazzullo. Per capire cosa sia stata Torino e cosa sia stata — e non sia più — la borghesia italiana, bisogna venire alla Crocetta nella casa al pianterreno di Marida Recchi: donna di impresa e di filantropia, testimone di un secolo di storia del nostro Paese.

Signora, lei è nata 102 anni e tre mesi fa.

«Nei giorni della rotta di Caporetto».

Aveva cinque anni quando il Duce prese il potere.

«Ricordo la sua voce alla radio. All’inizio parlava con un terrificante accento romagnolo; poi affinò la dizione. Era un bravo oratore. Ma non aveva viaggiato abbastanza e non conosceva gli Stati Uniti. Altrimenti non avrebbe fatto la guerra».

Ricorda anche Hitler?

«Andai a Berlino per le Olimpiadi del 1936, ma non vidi né lui né Jesse Owens. Incontrai però Ondina Valla, prima della finale degli 80 metri a ostacoli. Le dissi: “Abbiamo sentito tanti inni, ma non ancora l’inno italiano...”. Vinse clamorosamente e grazie a lei ascoltammo la Marcia Reale all’Olympiastadion, uno stadio meraviglioso. Era la prima volta che una donna italiana conquistava una medaglia d’oro olimpica».

Com’era il clima?

«L’organizzazione tedesca era perfetta. Avevo studiato il tedesco, amavo la loro cultura, anche se ovviamente non i nazisti di cui ancora si capiva poco. Eravamo prima dell’Anschlüss. Pensavamo che non avrebbero scatenato la guerra».

Ha altri ricordi della Germania?

«Studiavo in Westfalia, avevo 15 anni, con le amiche andavamo in bicicletta a trovare il farmacista, che ci regalava le caramelle. Durante l’occupazione nazista mio marito, che aveva ereditato da suo fratello l’azienda di costruzioni, aveva bisogno di permessi anche solo per uscire di casa. Siccome parlo tedesco, andai io ad affrontare il responsabile della piazza di Torino, colonnello Brinken. Entrai nel suo ufficio e sentii la sua voce chiamarmi con il mio cognome da ragazza: “Fräulein Acuto...”. Era il farmacista. Ottenni i permessi».

È vero che lei ha conosciuto Guglielmo Marconi?

«Sì. Mio padre era chimico e frequentava la società scientifica dell’epoca. Di alcuni scienziati era diventato grande amico: non solo del promettente Giulio Natta, che avrebbe poi vinto il Nobel nel 1963, ma anche di Marconi. Ci vedevamo d’estate in Val Gardena, era con sua figlia Elettra e con la seconda moglie Cristina, per poterla sposare si era rivolto al Papa. Era un conversatore brillantissimo».

Ricorda il Grande Torino?

«Certo. Ero e sono molto tifosa del Toro. Quand’ero ragazza la Juve non toccava palla: un periodo meraviglioso. Quando il Toro è morto fu un dolore terribile per tutti. Ero amica di Renato Casalbore, il fondatore di Tuttosport, anche lui caduto con la squadra a Superga. Andavo al Filadelfia a vedere la partita. La prima volta portavo un cappello con delle ciliegie: nella ressa qualcuno me lo fece volare via. Ora che ci ripenso, non aveva torto».

Perché?

«Perché andare al Filadelfia portando un cappello con delle ciliegie era francamente una sciocchezza».

Com’erano i cantieri in Africa?

«Affascinanti e grandiosi. Città temporanee da migliaia di abitanti. Ferraioli veneti, carpentieri piemontesi, e molti operai del posto, che chiamavano i figli con nomi immaginifici, tipo Caterpillar e Signorgeometra. Lavoro duro, fatto con il gusto di costruire, di lasciare qualcosa dietro di sé, di fare della Libia, del Sudan, dell’Etiopia un posto migliore».

In Etiopia lei incontrò l’imperatore Hailé Selassié.

«Era molto piccolo, e girava con cani piccolissimi. Una figura ieratica, dagli occhi mobili. Parlavamo in francese. Toccava a lui prendere la parola, ma la moglie francese di Rinaldo Ossola, direttore generale della Banca d’Italia, non lo lasciava parlare. Si arrabbiò. Il giorno dopo la fece contattare dal primo segretario».

Per chiederle scusa?

«No, per ribadire che aveva ragione lui, e chiedere soldi per l’Etiopia a Bankitalia. Quando Menghistu lo depose con un colpo di Stato militare, aiutammo alcuni nipoti a fuggire negli Stati Uniti. Purtroppo la più grande, la principessa Igigaeiù, mia cara amica, finì in carcere. E nelle carceri di Menghistu non c’era cibo: i detenuti mangiavano quel che portavano i familiari; ma i suoi familiari non c’erano più. Così la principessa morì di fame».

La vostra azienda di famiglia ha fatto i viadotti dell’Autostrada del Sole.

«Sì. L’Autostrada del Sole è stata un’operazione titanica, che tutto il mondo ha ammirato. Le migliori imprese sono state coinvolte in centinaia di lotti, chiamarono i migliori progettisti e ingegneri italiani, orgogliosi di contribuire a questo progetto collettivo che univa il Paese. Era un’Italia in crescita, che aveva fiducia in se stessa. Uscivamo da una tragedia. All’inizio il lavoro